50753094 f4a7-a6bc

1,880 views
1,736 views

Published on

0 Comments
2 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

No Downloads
Views
Total views
1,880
On SlideShare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
3
Actions
Shares
0
Downloads
50
Comments
0
Likes
2
Embeds 0
No embeds

No notes for slide

50753094 f4a7-a6bc

  1. 1. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL'INSUBRIA FACOLTÀ DI MEDICINA E CHIRURGIA CORSO DI LAUREA IN EDUCAZIONE PROFESSIONALE EDUCARE ALLE EMOZIONI L'EDUCATORE PROFESSIONALE COME PROMOTORE E OPERATORE DELL'EDUCAZIONE AFFETTIVA Relatrice: Dott.ssa Daniela CAPITANUCCI Tesi di Laurea di: LAURA FERRO Matricola n° 704306 Anno Accademico 2008/2009
  2. 2. … dedicata a tutti i bambini che con il loro sorriso colorano il mondo e sanno rendere ogni cosa meravigliosa …
  3. 3. INDICE INTRODUZIONE ..........................................................................................................1 1- LE EMOZIONI ..........................................................................................................7 1.1 Definire l’emozione .................................................................................................8 1.2 Un ventaglio di interpretazioni ..............................................................................12 1.3 Principali apporti teorici ........................................................................................14 1.4 Classificare le emozioni.........................................................................................17 2- COME NASCONO LE EMOZIONI ......................................................................20 2.1 Due menti...............................................................................................................20 2.2 Evoluzione delle aree cerebrali implicate nell’ambito emotivo ............................21 2.3 L’Amigdala, sede delle passioni............................................................................23 2.4 Nella fusione fra psicoanalisi e biologia si indaga anche sull’Amigdala e sulle emozioni..............................................................................26 3- COMUNICARE LE EMOZIONI............................................................................30 3.1 Il legame fra emozione ed espressioni ..................................................................31 3.2 L’influenza culturale .............................................................................................33 3.3 L’espressività del corpo .........................................................................................36 3.4 La comunicazione come indicatore emotivo ........................................................38 4- INTELLIGENZA EMOTIVA – COMPETENZA EMOTIVA ............................44 4.1 Fornire una definizione..........................................................................................45 4.2 Sviluppo delle abilità emotive ..............................................................................47 5- L’EDUCAZIONE AFFETTIVA..............................................................................53 5.1 Perché interessarsi alle emozioni ..........................................................................54
  4. 4. 5.2 Alessitimia, una particolare condizione ................................................................59 5.3 Verso un’educazione affettiva ...............................................................................61 5.4 Portare a scuola le emozioni ..................................................................................65 6- LA FIGURA DELL’EDUCATORE PROFESSIONALE NELL’EDUCAZIONE AFFETTIVA......................................................................70 6.1 L’Educatore Professionale.....................................................................................71 6.2 Metodologie e strumenti a disposizione ................................................................75 6.3 Educatori a scuola col programma PATHS...........................................................87 7- ESPERIENZE PRATICHE: LABORATORI EDUCATIVI ............................92 7.1 Ipotesi di partenza..................................................................................................93 7.2 Destinatari dei laboratori........................................................................................94 7.3 Finalità e obiettivi ..................................................................................................95 7.4 Metodologie e strumenti utilizzati .........................................................................96 7.5 Descrizione e riflessioni.......................................................................................100 7.6 Verifiche e riflessioni...........................................................................................103 7.7 Conclusione..........................................................................................................114 CONCLUSIONI.......................................................................................................117 APPENDICE 1 .........................................................................................................123 APPENDICE 2 .........................................................................................................131 APPENDICE 3 .........................................................................................................161 BIBLIOGRAFIA......................................................................................................204 RINGRAZIAMENTI...............................................................................................207
  5. 5. 1 INTRODUZIONE L’oggetto di indagine della presente tesi trova origine nel mio interesse verso il campo emotivo; interesse che grazie agli stimoli sia teorici che pratici offertemi dal corso universitario affrontato, è cresciuto e si è rafforzato prendendo la forma di un quesito: “Che cosa si può fare perché le persone imparino a gestire meglio il loro vissuto interiore in modo da vivere più serenamente le proprie emozioni?”. Da questo interrogativo è partita la ricerca che mi ha condotta verso l’educazione affettiva, scoprendo le immense potenzialità che questa può avere se sfruttata da professionisti quali gli Educatori Professionali. L’obiettivo della presente tesi è quello di far riflettere i lettori sulla necessità di porre una maggiore attenzione al mondo delle emozioni, culturalmente sottovalutato, aprendo le porte della formazione anche all’educazione affettiva, indispensabile per un vero e completo sviluppo dell’individuo. L’educazione affettiva, infatti, permette alle persone di conoscere e di riconoscere le emozioni provate, consapevolezza che influisce sulla gestione del carico emotivo e su come esprimerlo al meglio, aiutandole a sentire, definire e usare le loro emozioni. Tali competenze emotive riverberano sulla consapevolezza della propria identità, sulla capacità di fiducia in se stessi, sulla competenza di gestire i propri desideri e bisogni. Al fine di rendere all’educazione affettiva il giusto riconoscimento in campo formativo e di favorirne la diffusione vengono individuati come “primo target” di riferimento educativo i bambini, la scuola come il più efficace luogo di sperimentazione dell’educazione affettiva e l’Educatore Professionale come operatore e promotore di questa pratica educativa. La fine della modernità che, come spiega il sociologo Bauman, costitutiva un mondo solido e ordinato ha portato all’affermazione dell’odierna realtà “liquida”. Essa, destrutturata e priva di riferimenti stabili, è generatrice di ansie e incertezze che hanno influenza su ogni livello di vita dell’uomo. Autori come Goleman, Kindlon e Thompson riportano interessanti esempi di questa odierna incompetenza affettiva, dimostrando come nel frastuono assordante di questa società veloce e frammentata riuscire a mantenere il contatto e la gestione del proprio vissuto emotivo non è, al contrario di
  6. 6. 2 quanto induce a pensare la cultura occidentale, né intuitivo né scontato. Bisogna essere educati a farlo: è necessario essere accompagnati nel conoscere le emozioni, perché si possa imparare a comunicarle, viverle e gestirle al meglio. L’Educatore professionale, grazie alle competenze multidisciplinari di cui dispone, potrà partecipare alla creazione di progetti educativi nell’ambito scolastico gestendo la formazione e i rapporti dei soggetti coinvolti, quali i bambini, il corpo docente e i soggetti significativi come ad esempio la famiglia; tutto questo mantenendo sempre una viva e costante relazione con la comunità. Questo operatore, trovando il necessario supporto sia nella letteratura scientifica che umanistica e mantenendo sempre con un forte riferimento agli episodi della quotidianità, può avvalersi degli strumenti messi a disposizione dalla psicologia e dalla pedagogia per affrontare la pianificazione e la progettazione di interventi educativi sull’affettività. Nello specifico la presente tesi compie un accurato percorso, partendo dai concetti fondamentali, per dotare il lettore degli strumenti necessari a cogliere le potenzialità formative dell’educazione affettiva. Nel primo capitolo vengono presi in esame i concetti necessari per fornire al lettore le basi per sostenere le letture successive. Si parte con l’affrontare il concetto di Emozione che, così sfuggente alla razionalità, viene considerato e indagato secondo più sfaccettature a partire dall’approccio utilizzato, infatti gli studiosi dei diversi filoni di ricerca psicologico, biologico, filosofico e sociologico, ne approfondiscono aspetti differenti. Le loro definizioni, tuttavia, condividono il voler mettere in luce la complessità del “fenomeno” Emozione, dovuta alle interazioni di molteplici fattori tra i quali quelli individuali, quelli sociali e quelli culturali. Viene inoltre presentata una rassegna delle principali teorie riguardanti l’interpretazione delle emozioni, visionando nel dettaglio, tra gli altri, il punto di vista evoluzionista, funzionalista, comportamentista e cognitivista. Viene infine messo in evidenza come le difficoltà trovate nel fornire una definizione all’emozione sono state riscontrate anche nell’esplicitazione degli elementi salienti per determinare una classificazione dell’oggetto di ricerca. Infatti il dibattito scientifico sulla classificazione delle emozioni, sul riconoscimento di emozioni primarie
  7. 7. 3 e sull’organizzazione di famiglie emozionali prosegue, ancora attualmente, fra i ricercatori. Il secondo capitolo offre una visione di carattere fisiologico riguardo l’oggetto di studio, spiegando come il nostro corpo venga coinvolto a livello neurofisiologico dall’azione emotiva e presentando le componenti cerebellari e i sistemi coinvolti nel processo emozionale. Partendo dalla visione offerta da Goleman di una mente divisa fra razionalità ed emozionalità, gli autori sono stati sollecitati ad indagare su quest’ultima componente constatandone attraverso una breve indicazione filogenetica l’antica esistenza anche a livello biologico, riuscendo anche a individuare le parti più antiche del cervello da cui è partita la sua evoluzione. Alla mente emozionale è stata inoltre riconosciuta una forte interazione con la parte razionale finalizzata alla produzione di una risposta agli stimoli ambientali - situazionali percepiti. Una particolare attenzione viene posta alla presentazione del Complesso Amigdaloideo, individuando in questo l’elemento di maggiore rilevanza per il processo emozionale e definendolo perciò “sede delle passioni.” Un autore particolarmente interessante citato in questo capitolo è Kandel il cui obiettivo è di fondere il sapere della biologia con quello psicologico per dare un fondamento oggettivistico alla psicoanalisi. L’importanza di questo autore rispetto all’educazione affettiva risiede nel suo studio delle funzioni svolte dall’amigdala e dall’ippocampo, analisi fondamentali per il concetto di “campo emotivo” e la comprensione del suo funzionamento. Nel terzo capitolo viene messo in evidenza come l’emozione non sia un fenomeno che si consuma soltanto all’interno della persona, ma sia anche esteriorizzazione del proprio vissuto emotivo e dunque un processo che coinvolge l’individuo mettendolo in comunicazione con gli altri. Partendo dallo stretto rapporto preso in esame dalla teoria evoluzionistica con Darwin fra emozione ed espressione, si giunge ad evidenziare la caratteristica di “fenomeno pubblico” dell’emozione. Inoltre prendendo in considerazione la presenza e la rilevanza dell’ascendente culturale che, attraverso le norme sociali e le regole di esibizione, definisce come esprimere, quando esprimere, come controllare/ regolare e come interpretare le proprie esperienze emotive. Nell’insieme delle modalità espressive che riguardano le componenti sia verbali,
  8. 8. 4 paraverbali che non verbali del canale comunicativo, l’elemento ritenuto di primo riconoscimento e di maggiore espressività è il volto. Esso diviene l’oggetto più scandagliato nei vari studi condotti poiché è ritenuto lo strumento di maggior comunicazione emotiva anche fra individui di diverse culture. Viene così messo in luce l’alto potenziale della comunicazione non verbale che non solo funge da sostegno e complemento del linguaggio verbale, ma è essa stessa il mezzo principale per esprimere e per comprendere le emozioni. Nel quarto capitolo vengono descritte le competenze emotive a partire dall’interessante affiancamento del Q.E. (Quoziente Emotivo) al già noto Q.I. (Quoziente Intellettivo), formulando e sostenendo la necessità dello sviluppo di entrambi per il raggiungimento di una buona e completa formazione dell’individuo. Lo stesso ambito scientifico sostiene la necessità di una maggiore attenzione all’Intelligenza e Competenza Emotiva, conferendo all’individuo in formazione gli strumenti e gli input necessari per il raggiungimento del benessere psicofisico. Va ricordato che lo sviluppo della Competenza Emotiva coinvolge l’individuo fin dalla sua infanzia, nella lenta acquisizione delle capacità di esprimere le emozioni provate, di ascoltare e riconoscere quelle altrui e di sostenere interazioni sviluppando strategie efficaci. Il quinto capitolo costituisce il fulcro dell’indagine sull’educazione emotiva. Attraverso la letteratura fornitaci dall’esperienza di diversi autori e mantenendo sempre un forte contatto con la odierna realtà, marcata da eventi che sono esempio di emotività mal gestita, si è giunti alla conclusione della necessità di un maggiore interessamento al campo emotivo. L’educazione affettiva viene presentata come elemento di sintesi degli argomenti emotivi e come migliore e necessaria soluzione alle carenze di gestione ed espressione emotiva. Esponendo il pensiero di diversi studiosi che hanno individuato nell’istituzione scolastica un ottimo mezzo per riconoscere all’educazione affettiva il ruolo di primo piano che le spetta nell’ambito educativo, si sostiene che applicando a livello curricolare l’educazione affettiva si potrebbe innanzitutto adempiere pienamente all’obiettivo di una completa formazione dell’individuo e successivamente modificare la concezione della nostra cultura occidentale che riserva alle emozioni un posto di secondo piano.
  9. 9. 5 Il sesto capitolo ha l’obiettivo di presentare l’educatore professionale descrivendo prima di tutto un quadro di riferimento descrittivo e normativo e giungendo a proporlo come un professionista di grande rilevanza nell’educazione affettiva. Egli nello svolgimento del suo compito educativo, oltre a far riferimento alla fondamentale componente di sensibilità rispetto alla sfera affettiva, dispone sia delle competenze multidisciplinari derivanti dalla sua formazione, sia delle metodologie e degli strumenti inerenti allo sviluppo e all’analisi delle competenze emotivo – affettive. Queste ultime risorse sono ideate da differenti discipline allo scopo di progettare interventi educativi all’interno di istituti scolastici e sono perciò volte alla promozione e all’inserimento dell’educazione affettiva nel curricolo scolastico. Infine nel presente capitolo viene esposto un particolare un programma di intervento e prevenzione relativo all’educazione affettiva, il PATHS, ideato per figure educative, da attuare nell’ambito scolastico. Il paragrafo riguardante il programma PATHS rappresenta una perfetta fusione tra l’educazione affettiva e l’interevento educativo dell’Educatore Professionale, costituendone inoltre un esempio realmente compiuto. Il settimo capitolo si distingue dai precedenti in quanto è costituito di una parte applicativa. Il presente capitolo raccoglie, infatti, l’analisi delle due esperienze condotte della laureanda sul campo, con la diretta sperimentazione in due laboratori sulle emozioni in differenti condizioni. Vengono qui riportati: la progettazione del laboratorio, la sperimentazione sul campo con una breve descrizione nelle due condizioni dell’esperienza e l’analisi dell’elaborato seguita dal confronto fra le sperimentazioni e dalle riflessioni finali. L’Appendice 1 contiene il questionario sulla consapevolezza emotiva ideato da Steiner e Perry nel 1999, che consente di distinguere i tre “profili tipo” della consapevolezza emotiva: bassa, media e alta. Le Appendici 2 e 3 sono allegati del settimo capitolo e raccolgono materiali e prodotti dell’esperienza pratica condotta in ambito scolastico. Nell’appendice 2 viene riportato quanto utilizzato nello “studio pilota ” effettuato presso il doposcuola della Scuola Primaria “Galileo Galilei” di Ispra: il modulo di
  10. 10. 6 avviso ai genitori, il modulo di consenso al trattamento dei dati fotografici e audio/video e infine il progetto effettuato, con buona parte del materiale utilizzato oltre alle fotografie del laboratorio educativo “Le giornate delle emozioni”. Nell’appendice 3 vengono riportate specifiche relative al laboratorio educativo “Le giornate delle emozioni”, effettuato presso la classe quinta della Scuola Primaria “San Benedetto” di Voltorre. Vengono qui raccolti: il modulo di avviso ai genitori, il modulo di consenso al trattamento dei dati fotografici e audio/video e il progetto effettuato, buona parte del materiale utilizzato oltre alle fotografie.
  11. 11. 7 CAPITOLO PRIMO LE EMOZIONI In realtà quasi non esiste un campo di fenomeni psichici più ostico allo studio che quello dei sentimenti. Se scorriamo la psicologia, dalla più antica alla più recente, da nessuna parte regnano tanta divergenza e tanto contrasto nelle prospettive e nella spiegazione come in quest’ambito. J.W. Nahlowsky. Das Gefühlsleben, 1862. In questo capitolo si darà conto delle definizioni più utilizzate del concetto emozione, si passeranno in rassegna le principali classificazioni, determinate dagli approcci presi in considerazione e si affronteranno i maggiori apporti teorici che hanno segnato questo campo d’indagine. ________________________________________________________ Attraverso le esperienze che quotidianamente si vivono, si percepiscono e si provano molte emozioni. Anche se l’esperienza è conoscenza, il vissuto non rende semplice una riflessione critica che cerchi di produrre un pensiero il più scientifico, chiaro e applicabile universalmente su questi soggetti un po’ sfuggenti alla riflessione critica. Trattare il tema dell’emozione nasconde molte insidie, già solo per quanto riguarda una prima definizione. Ponendosi in atteggiamento riflessivo, cercando di analizzare che cosa siano, quale ne sia l’origine e che cosa avvenga in noi con esse; si nota subito che nel formulare delle risposte si incontrano varie difficoltà. Come riuscire a staccarsi dalla personale esperienza emotiva interiore? Come descrive Gay (2002, pag. 6): «Quando si è in preda ad un’emozione, la si vive e basta: o meglio, è l’emozione stessa che vive in noi, che ci vive».
  12. 12. 8 Solo recentemente le scienze si sono interessate ad un approfondimento del campo emotivo, svelando la sua necessità per un buono e completo sviluppo dell’essere umano. Non si sono compiute infatti solo ricerche relative alle strutture o ai fenomeni di tipo emotivo, ma si è ricercata anche la componente di interazione tra lo sviluppo emotivo, cognitivo e sociale, riconoscendo oggi alle emozioni un preciso valore ed impatto su tutto il comportamento umano. Precedentemente a tali ricerche le emozioni venivano ritenute indipendenti dalle attività intellettive o almeno parallelamente legate, quindi la loro scarsa influenza che spesso veniva interpretata come elemento di disturbo negli studi, dettava il non interesse dei ricercatori. 1.1 DEFINIRE L’EMOZIONE Nel cercare di fornire una definizione il più completa ed universale possibile i vari ricercatori hanno incontrato molte difficoltà: ogni autore ed ogni corrente di pensiero apporta una propria visione, concedendo a questo fenomeno tante sfumature, tali da renderlo difficile da inquadrare. La complessità di questa manifestazione porta i ricercatori a scontrarsi con definizioni incomplete e l’impossibilità di un’esplicitazione universalistica, in quanto essendo un fenomeno sperimentabile di persona, nasconde sfumature di percezione differenti da essere umano ad essere umano, per non parlare poi dell’incidenza dell’appartenenza culturale dell’individuo. Partendo dall’etimologia del termine “Emozione” ritroviamo una radice latina nel verbo E-MOVÈRE (portare fuori, smuovere, scuotere; la particella “E” che significa “da”, aggiunge forza all’azione del vocabolo a cui è legata). Si nota come sia forte la componente del movimento e del cambiamento, emerge la tendenza all’agire costitutivo essenziale e visibile dell’emozione. Questi elementi sono stati individuati anche da Atkinson e Hilgard (2006, pag. 408) che definiscono brevemente l’emozione come: «un episodio complesso, a più componenti, che induce ad una prontezza ad agire». “L’Enciclopedia di Psicologia” a cura di Galimberti (1999, pag. 358) riporta alla voce “Emozione” tale definizione: «reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata determinata da uno stimolo ambientale. La sua comparsa provoca una modifica a livello somatico, vegetativo e psichico». Si tratta di un’intensa reazione affettiva proprio
  13. 13. 9 perché sono determinanti la brevità e la sua ampia portata. Per la complessità di tale fenomeno è anche definita “sindrome reattiva multidimensionale” come riporta Battacchi nel manuale di Psicologia delle emozioni a cura di D’Urso e Trentin (1990, pag. 73). Come suggerisce lo studioso Battacchi, la reazione emotiva provoca nel soggetto mutamenti a più livelli, rispetto alle condizioni dello stato di pre-evento emotivo. Nello specifico possiamo distinguere fra: - Risposte fisiologiche: riferendosi all’attivazione dei sistemi immunitario, endocrino e nervoso autonomo. A tale livello vengono prodotte risposte fisiologiche caratteristiche come alterazioni nella frequenza respiratoria e cardiaca o nella pressione sanguigna. - Risposte motorie ed espressive: mentre le prime riguardano la prontezza della persona all’azione che può essere di fuga (scappare, correre) al contrario di contrattacco (avanzare, colpire, mordere); nelle seconde vengono evidenziati gli aspetti fisici di espressione come la mimica facciale, le vocalizzazioni e i gesti. - Risposte tonico-posturali: si soffermano sullo stato del corpo nel suo complesso, cioè se quest’ultimo si trova in uno stato di tensione o di rilassamento. - Vissuto soggettivo: consideriamo qui l’esperienza personale che il soggetto percepisce e rielabora, in modo cosciente. Tale può essere analizzata rispetto l’intensionalità e gli aspetti attentivo, percettivo e mnestico: Intensionalità1 : l’esperienza emotiva che viviamo è tale in relazione a quel qualcosa che la ha provocata. È esperienza di qualcosa, anche se può accadere di provare emozione senza sapere consciamente di che cosa e perché (in tal caso ci troviamo davanti ad una intensionalità vuota, ma non assente). Attenzione: le emozioni influiscono positivamente o negativamente nel processo attentivo. 1 Il termine “ Intensionalità” viene utilizzato da Battacchi in luogo di «intenzionalità», seguendo il pensiero di Boden che lo riferisce al carattere, proprio delle azioni eseguite in vista di uno scopo. Ritroviamo il vocabolo nel testo: Psicologia delle Emozioni, alla pagina 74 (D’Urso e Trentin, ed. Mulino, Bologna, 1990).
  14. 14. 10 Percezione: gli oggetti-stimolo con le loro caratteristiche fisiognomiche o espressive, producono percezioni che suggeriscono uno stato emotivo (oggetti che appaiono invitanti o al contrario minacciosi oppure disgustosi). Recupero mnestico: la facilitazione o al contrario la difficoltà che le emozioni, legate al ricordo memorizzato, portano al processo di recupero di tale reminiscenza. Da non dimenticare che la presenza di tutte le componenti connesse fra loro da complessi rapporti di interdipendenza è indispensabile al realizzarsi del fenomeno “Emozione”, poiché nessuna componente singola è da sola, in grado di permettere di caratterizzare e distinguere un’emozione da un’altra. Per poter definire di che emozione si tratta dobbiamo sempre tenere conto di una serie di elementi vari come: il comportamento-risposta messo in atto, la mimica facciale, le sensazioni corporee, il sentimento provato, le valutazioni cognitive dello stimolo. È doveroso inoltre ricordare che ci sono vari modi per sentire l’emozione: diversi modi per essere tristi, per provare gioia o rabbia e tali modi sono legati alle condizioni psicofisiche del soggetto, alle influenze culturali di appartenenza-residenza, l’ambiente sociale e infine la situazione in cui è avvenuto lo stimolo. Il fenomeno “emozione” non è complesso solo per le varie componenti che lo caratterizzano, ma anche per il processo che lo determina dalla comparsa alla sua fine. Un’emozione intensa secondo Atkinson e Hilgard (2006, pag. 408), rifacendosi agli autori Frijda e Lazarus, consta tipicamente di sei fasi: - Il tutto inizia con la valutazione cognitiva (valutazione, compiuta dal soggetto, del significato personale delle circostanze) che sollecita una sequenza di risposte. - La seconda è l’esperienza soggettiva dell’emozione provata (lo stato affettivo o il tono sentimentale associato all’emozione). - Ne segue la tendenza al pensiero o all’azione (determinato dall’urgenza di dare una risposta allo stimolo ricevuto nella data situazione).
  15. 15. 11 - La quarta componente è relativa ai mutamenti determinati dalle reazioni corporee interne (specialmente quelle determinate dal sistema nervoso autonomo). - A tale segue l’esternazione dell’emozione, vissuta attraverso espressioni, gesti o vocalizzazioni (nel particolare in questa fase sono considerate le contrazioni muscolari che determinano particolari tratti espressivi: le mimiche facciali). - Infine, come ultima componente, abbiamo le risposte alle emozioni (che comprendono i modi in cui le persone regolano le loro emozioni, reagiscono ad esse o affrontano le situazioni che le hanno indotte). Anche se l’obiettivo finale dei ricercatori è cercare di far convergere tutto il sapere ricavato dai vari studi in un unico schema integrato, purtroppo ancora oggi la ricerca sulle emozioni si muove lungo percorsi distinti che si concentrano su specifiche di tale fenomeno. La realizzazione di uno schema decisivo permetterebbe di definire con precisione, le caratteristiche di ogni emozione ammettendone anche un confronto, acconsentendo al contempo una distinzione all’interno dei fenomeni psichici affini o complementari riguardanti la sfera affettiva. Come riferiscono D’Urso e Trentin (2007, pag. 9) in tale sfera va operata una specificazione terminologica fra i termini affetti, emozione, sentimento, umore ed tratti del carattere. Nel linguaggio quotidiano si sente spesso utilizzare una grande varietà di termini per il lessico affettivo, con però un uso improprio. Molto spesso infatti più termini vengono usati come sinonimi appiattendo le differenze che fra loro esistono, con la conseguenza che da ciò ne derivino poi molte difficoltà nel riconoscere, nominare ed in secondo piano gestire il proprio vissuto affettivo. Il temine affetti ha carattere generico ed ampio, che concede operazioni di variazioni per intensità e per qualità. Possiamo immaginare gli affetti come una “grande scatola” contenente diversi “elementi”, tra cui le emozioni, che ne sono incluse in quanto stati affettivi. Gli affetti e le emozioni sono unite da un legame unidirezionale poiché l’operazione logica contraria non è possibile, in quanto non tutti gli stati affettivi sono emozioni.
  16. 16. 12 Per emozioni intendiamo gli stati affettivi di breve durata determinati da una precisa causa scatenante, ritenuta come stimolo-causa, che può essere sia interna che esterna e che porta una modificazione in entrambi i livelli nel soggetto. Queste modificazioni portate all’individuo differiscono per ogni emozione e proprio queste differenze permettono di distinguere fra le innumerevoli emozioni esistenti. Dell’emozione è possibile rintracciare un inizio, una durata e una fine che tendenzialmente è determinata da una fase di attenuazione più lenta rispetto alla fase di comparsa. Sentimento ed umore invece sono caratterizzati da una bassa intensità, pur essendo però durevoli e pervasivi. Opposti alle emozioni per le caratteristiche sovra descritte, questi altri due stati affettivi possono anche avere una causa scatenante non immediatamente percepibile. In più questi non vanno a interrompere i processi di pensiero, come spesso le emozioni fanno, ma li influenzano con tonalità positive o negative. I tratti del carattere possono essere considerati modalità stabili, attuate dal soggetto che le considera più appartenenti a sé, al proprio stile di risposta alla situazione creatasi, poiché tendono a manifestarsi in modo automatico e ripetitivo, non adattivo alla situazione come le emozioni. La loro manifestazione è dovuta alla complessa interazione fra disposizioni temperamentali ed esperienza. 1.2 UN VENTAGLIO DI INTERPRETAZIONI Galimberti (1999, pag. 359) fornisce un inquadramento dei principali approcci scientifici: Approccio Filosofico Ripercorrendo storicamente le concezioni sulle emozioni Galimberti presenta come primo studioso Aristotele che utilizza un principio logico, includendo le emozioni nella categoria della passività, in quanto non considerabili “azioni”, ma “passioni”. Le emozioni, secondo Aristotele tengono relazioni col sistema cognitivo attraverso il processo di persuasione. Seguono a tale filosofo le considerazioni degli Stoici, come riporta che condividendo il giudizio di irrazionalità, applicabile alle emozioni, ne compiono una prima
  17. 17. 13 classificazione, individuando quattro emozioni principali: il desiderio per un evento buono e atteso, la paura per un evento cattivo e atteso, la gioia per un evento buono e presente e infine il dispiacere per un evento cattivo e presente. Questa prima forma di classificazione viene successivamente, nel periodo medievale, arricchita prendendo in analisi oltre alla categoria dell’evento e la sua presenza, anche il fattore intenzionalità, permettendo di ampliare il numero delle “emozioni base” da quattro a sei, aggiungendo: la speranza e la disperazione. Secondo Galimberti dunque con la filosofia moderna continua la considerazione delle emozioni come fenomeni irrazionali, trovando il punto massimo nella filosofia kantiana della morale, che propone l’esclusione di tutte le emozioni. Approccio Psicologico In questo filone viene perso l’interesse per il “significato” delle emozioni, concentrandosi invece sulle modificazioni di adattamento o disadattamento indotte nel soggetto calato nella situazione. In questo approccio Galimberti individua diversi studiosi che hanno saputo apportare interessanti concezioni: Osgood assume come criteri classificatori: la piacevolezza (P), l’attivazione (A) e il controllo (C) della situazione, la presenza positiva o neutra di questi indicatori definisce l’emozione presa in considerazione. Dalla differente combinazione dei fattori: P, A, C, nascono le emozioni fondamentali come per esempio la gioia ( P+, A+, C neutro) o la ripugnanza (P, A+, C+). Plutchik invece, cataloga le emozioni in base ai processi adattivi del comportamento, per cui si evidenziano processi come: protezione (paura), distruzione (rabbia), reintegrazione (tristezza), affiliazione (accettazione), riproduzione (gioia), rifiuto (disgusto), esplorazione (attesa) e l’orientamento (sorpresa). A questa ricerca si affianca Izard che da quelle emozioni individuate, ritenute primarie, ricavò una serie di emozioni denominate complesse che riteneva essere la risultante di una sommatoria di più “emozioni base”.
  18. 18. 14 Approccio Sociologico In questo ambito l’attenzione verso una classificazione delle emozioni viene posta rispetto alla distinzione fra: emozioni egoistiche, che portano all’affermazione di sé o attuate in difesa di sé; da emozioni altruistiche, comprendenti quelle legate all’ambito famigliare e sessuale; alle emozioni superiori che producono tonalità affettive generali, superando la sfera primaria della relazione IO-TU ed abbracciando il sociale. In questo modello l’influenza esercitata dallo stato sociale, dalla cultura di appartenenza, dalla contestualizzazione spazio-temporale della situazione e dalla conformazione della società sono determinanti per stabilire sfumature nei vari stati delle categorie emotive. Approccio Biologico Questo ambito, rispetto ai precedenti, gode sicuramente di maggiore oggettività poiché vengono analizzati i sistemi biologici a cui le emozioni sono connesse e a partire da questi vengono compiute le classificazioni. A suddette considerazioni corrispondono le classificazioni di Ax, come riporta Galimberti che predispone un piano di rilevatori fisiologici della risposta emotiva come: frequenza cardio-respiratoria, temperatura corporea, riflesso cutaneo galvanico, corrente d’azione (registrata al di sopra degli occhi). Una volta individuati i caratteri biologici tipici di un’emozione, l’autore si concentra sui tipi di reazione che variano sensibilmente da soggetto a soggetto (ad una stessa situazione-input accade che persone diverse reagiscano con emozioni differenti: in presenza di una situazione di conflitto, c’è chi reagisce con l’ira e chi con l’ansia). 1.3 PRINCIPALI APPORTI TEORICI Esistono molte differenti interpretazioni riguardo al campo emotivo che trovano origine rispetto ai principi classificatori che lo riguardano. Tra le più significative Galimberti (1999, pag. 360) riporta le seguenti: La Teoria Evoluzionista Darwin, maggiore esponente di questa corrente teorica, offre una lettura di tipo evoluzionistico fondata su tre principi:
  19. 19. 15 Il principio delle abitudini associate, per cui se nel rispondere alla situazione che ci si presenta viene utilizzata una particolare modalità espressiva che risulta essere efficace, come per esempio: aggrottare le sopracciglia e imbronciare il viso per mostrare il disaccordo o mostrare i denti prima di urlare contro all’interlocutore per manifestare la rabbia provata, quest’azione verrà riutilizzata in futuro divenendo cosi la modalità per esprimere quella determinata emozione provata. Il principio dell’antitesi, per cui se ci si richiude su se stessi, coprendosi il volto per difendersi da un attacco, il meccanismo contrario per cui ci si avventa contro l’altro è l’espressione dell’emozione contraria. L’azione diretta del sistema nervoso, per cui un’azione-risposta messa in atto dal soggetto si chiamerebbe in realtà attivazione fisiologica, poi assunta come abitudine associativa attraverso la ripetizione in condizioni simili o uguali. Questa teoria sostiene l’ipotesi diffusa che nell’emozione vi siano componenti primitive, proprio a partire dal controllo esercitato dalle aree celebrali più antiche. La Teoria Periferica di James e Lange James e Lange giunsero alla formulazione di teorie molto simili, per questo spesso nei testi ritroviamo i due autori affiancati nell’esplicazione della Teoria Periferica. Qui viene sostenuta l’importanza della risposta somatica nella percezione soggettiva delle emozioni per cui: “ho paura perché sto scappando” e non come più familiarmente ritroviamo nel senso comune: “sto scappando perché ho paura”. James sostiene che le modificazioni viscerali e somatiche sono il dato essenziale, sono queste a rendere emotiva la percezione rilevata. Questa interpretazione sottolinea il fenomeno feed-back (retroazione) delle risposte somatiche scatenate dalle emozioni, il riconoscimento dell’emozione avviene dopo la risposta fisiologica. La Teoria Funzionalista Rappresentante della formulazione funzionalista rintracciamo Dewey che mira all’integrazione delle teorie apportate da Darwin e James e Lange. Le emozioni vengono qui spiegate come funzioni psichiche che consentono una valutazione delle situazioni ambientali, in funzione dell’adeguamento che il soggetto è portato a compiere. L’aspetto comune alle numerose teorie, facenti parte del ramo funzionalista,
  20. 20. 16 consiste nel fatto che l’attenzione viene posta sul significato delle funzioni emotive e sulla relazione emozione-ambiente piuttosto che sulla loro descrizione e sul rapporto con la coscienza e il sistema nervoso. La Teoria Gestaltica L’emozione, in questo enunciato, viene interpretata come l’effetto di una buona o cattiva forma che l’ambiente rimanda alla percezione del soggetto. La percezione è un meccanismo di attribuzione di significato, per cui definire un’emozione è conferire un significato a ciò che viene prodotto. Secondo questa teoria, gli stati emotivi non sono solo il frutto delle proiezioni dei nostri stati d’animo all’esterno, ma derivano dalle forme, la comprensione di queste porta un’organizzazione dei dati esperienziali a cui segue la determinazione emotiva. La Teoria Comportamentista Watson, autore rappresentante del settore comportamentista, parte dal principio per cui l’emozione sia una risposta periferica dell’organismo a stimoli periferici, individuando fra le emozioni tre candidati principali che si acquisiscono già allo stadio neonatale: la paura, la collera, l’amore. Tutte le altre emozioni, a partire da queste tre principali, vengono acquisite mediante un processo di condizionamento. La Teoria Omeostatica Nel meccanismo dell’emozione, Cannon, fu il primo studioso ad opporsi alla visione di James e Lange, conferendo inoltre un ruolo basilare al sistema nervoso centrale. La teoria da lui costruita viene inoltre chiamata “teoria talamica” poiché sposta la sede dell’emozione a livello neurofisiologico, attribuendo al talamo un ruolo essenziale nel processo emozionale, in cui l’energia potenziale liberata nell’organismo, nella fase di risposta, consente la preparazione di reazioni intensive che risultano adeguate allo stimolo provocatore. La teoria Cognitivista Questa visione ritiene che non si debba cercare nell’azione comportamentale espressa o nella reazione fisiologica adottata, ma l’origine della risposta emotiva va indagata nella valutazione cognitiva del dato in ingresso, che subisce l’influenza del significato
  21. 21. 17 soggettivamente attribuito. Secondo Pribram prima che qualsiasi comportamento venga messo in atto, anche in situazioni di squilibrio con l’ambiente, la mente elabora dei piani di comportamento. L’emozione interverrebbe nel momento in cui il piano comportamentale ideato non riesce ad essere messo in atto e non può essere ristabilito l’equilibrio con la situazione ambientale, l’emozione fungendo da blocco impedisce ai piani comportamentali più razionali e adattivi di essere agiti, così la mente compie una regressione mettendo in atto i comportamenti più primitivi come l’aggressione o la fuga. Tutti quei comportamenti tipicamente emotivi che tendiamo a considerare come la conseguenza della perdita del controllo su se stessi. Secondo questo modello quindi il numero e l’intensità delle emozioni provato è inversamente proporzionale alla quantità di informazioni disponibili che dovrebbero condurre all’attuazione di piani comportamentali ben congeniati a livello cognitivo. 1.4 CLASSIFICARE LE EMOZIONI Classificare in termini oggettivi qualcosa come l’emozione è difficile per la complessità degli elementi che la compongono è un compito assai arduo, soprattutto poiché si parla di un fenomeno che non rientra nelle grandezze fisiche. Proprio tale complessità ha determinato numerose ricerche che hanno portato a molteplici teorie che però non riescono a convergere fra loro. Ricordiamo, come riporta Proietti (2008, pag. 3) che nella più elementare classificazione: «le emozioni possono essere distinte in positive (felicità, amore, gioia, interesse, ecc.) e negative (tristezza, collera, paura, ansia, depressione, noia, disgusto, vergogna, ecc.)» per lo stato affettivo che apportano al soggetto nel momento in cui, entrando in scena, modificano la sua omeostasi emotiva. In questa classificazione i termini “positivo” e “negativo” devono essere sostituiti con “gradevole” e “sgradevole”, in quanto questi ultimi rendono maggiormente l’idea della modificazione apportata nella coscienza del soggetto e non denigrano l’importante funzione che le emozioni come: tristezza, collera, paura, ansia, depressione, noia, disgusto e vergogna (definite
  22. 22. 18 precedentemente “negative”), hanno nel suggerire una risposta adattiva alla situazione che prevede un “attacco” verso il soggetto. La ricerca di emozioni primarie fortemente legata alla necessità di essere universalmente riconoscibili viene affrontata, come riporta Goleman (2004, pag. 334) da Ekman, ricercatore dell’University of California di San Francisco. Ekman compie una ricerca sulle espressioni facciali relative alle emozioni, individuando con tale analisi l’esistenza di quattro emozioni (paura, collera, tristezza e gioia) riconoscibili in ogni cultura del mondo (compresi popoli analfabeti e meno civilizzati), proprio per le espressioni date dalle mimiche facciali molto simili. Plausibilmente per la riconoscibilità universale, le definì primarie. A partire dalla precedente ricerca Goleman (2004, pag. 333) mette in evidenza il concetto di famiglie emozionali fondamentali, affermando che: «vi sono centinaia di emozioni con tutte le loro mescolanze, variazioni, mutazioni e sfumature (…). I ricercatori continuano a discutere su quali precisamente possano essere considerate le emozioni primarie - il blu, il rosso e il giallo del sentimento (…). Alcuni teorici propongono famiglie emozionali, anche se non tutti concordano nell’identificarle». Inoltre lo studioso presenta un proprio modello di emozioni primarie, raggruppate nelle otto famiglie di appartenenza emotiva di seguito elencate: - COLLERA: furia, sdegno, risentimento, ira, esasperazione, indignazione, irritazione, acrimonia, animosità, fastidio, irritabilità, ostilità, e al grado estremo, odio e violenza patologici. - TRISTEZZA: pena, dolore, mancanza d’allegria, cupezza, malinconia, autocommiserazione, solitudine, abbattimento, disperazione e in casi patologici, grave depressione. - PAURA: ansia, timore, nervosismo, preoccupazione, apprensione, cautela, esitazione, tensione, spavento, terrore, come stato psicopatologico, fobia e panico. - GIOIA: felicità, godimento, sollievo, contentezza, beatitudine, diletto, divertimento, fierezza, piacere sensuale, esaltazione, estasi, gratificazione, soddisfazione, euforia, capriccio e al limite estremo l’entusiasmo maniacale.
  23. 23. 19 - AMORE: accettazione, benevolenza, fiducia, gentilezza, affinità, devozione, adorazione, infatuazione, agape. - SORPRESA: shock, stupore, meraviglia, trasecolamento. - DISGUSTO: disprezzo, sdegno, aborrimento, avversione, ripugnanza, schifo. - VERGOGNA: senso di colpa, imbarazzo, rammarico, rimorso, umiliazione, rimpianto, mortificazione, costrizione. IN SINTESI Nel presente capitolo sono stati presi in esame alcuni concetti fondamentali, per fornire al lettore le basi necessarie alla comprensione del tematica centrale della presente tesi. (1.1) È stato evidenziato come il concetto di Emozione, così sfuggente alla razionalità, venga diversamente definito dagli autori che se ne sono occupati, ma tali definizioni apportate condividono tutte il voler mettere in luce la complessità delle emozioni, dovuta alle interazioni tra fattori individuali, sociali, culturali. (1.2) L’emozione viene considerata ed indagata su più sfaccettature a partire dall’approccio utilizzato. L’approccio Filosofico, Psicologico, Biologico e Sociologico attraverso i propri ricercatori approfondiscono aspetti differenti. (1.3) Viene presentata una rassegna delle principali teorie riguardanti l’interpretazioni delle emozioni, visionando tra gli altri il punto di vista evoluzionista, funzionalista, comportamentista, cognitivista, … (1.4) Le difficoltà trovate nel fornire una definizione all’emozione, sono state riscontrate anche nella esplicitazione degli elementi salienti per determinare una classificazione per questo oggetto di ricerca. Infatti il dibattito scientifico sulla classificazione delle emozioni, sul riconoscimento di emozioni primarie e sull’organizzazione di famiglie emozionali prosegue, ancora attualmente, fra i ricercatori.
  24. 24. 20 CAPITOLO SECONDO COME NASCONO LE EMOZIONI Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. (Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi. Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento.) Caio Valerio Catullo. Carmina: Odi Et Amo (LXXXV). Partendo dalla stimolante visione dell’esistenza di due differenti Menti, una Razionale e l’altra Emozionale che nella loro cooperazione determinano l’agire umano, nel presente capitolo si giungerà a porre particolare attenzione all’aspetto neuro-fisiologico dell’emozione, interessandosi all’evoluzione compiuta dagli organi celebrali coinvolti ed in particolare alla funzione dell’amigdala, reputata la sede delle passioni. ________________________________________________________ Con il ritrovato interesse per il campo emotivo, si apre intorno agli anni Settanta un vasto ambito di ricerca. Si indagano le emozioni, utilizzando un approccio differente rispetto i precedenti, individuando le relazioni che intervengono fra queste e i processi cognitivi in un contesto sociale. Si sviluppano nuovi approcci volti all’approfondimento degli aspetti cognitivi, neurobiologici e socioculturali. 2.1 DUE MENTI Goleman (2004, pag. 27) sostiene l’esistenza di due differenti menti in interazione fra loro il cui prodotto determina l’agire, la risposta che viene fornita alla situazione vissuta: «a tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente». La “mente che pensa” è la mente razionale, comprendente i processi di cui siamo
  25. 25. 21 consapevoli e che perciò domina nella riflessione e nella consapevolezza. In continua interazione con questa troviamo la “mente che sente”, cioè la mente emozionale, un altro sistema di conoscenza che in opposizione al precedente, è impulsivo e a volte illogico. La dicotomia razionale-emozionale viene quotidianamente ripresa nella popolare opposizione mente-cuore. Non è possibile stabilire con certezza quanto la mente emozionale influisca su quella razionale nel controllo del nostro agire poiché l’ascendente che esercita si muove lungo un continuum che dipende dalle condizioni in atto nella situazione vissuta in quel determinato momento. È affermabile che più è forte l’emozione e lo stato d’animo provato, maggiore è l’influenza determinata dalla mente emozionale. Sebbene la mente emozionale e quella razionale siano interdipendenti per l’azione-risposta che verrà messa in atto, sono comunque due sistemi fisiologicamente semi-indipendenti, poiché ciascuno rimanda a circuiti cerebrali distinti. 2.2 EVOLUZIONE DELLE AREE CEREBRALI IMPLICATE NELL’AMBITO EMOTIVO Il tronco cerebrale che regola le funzioni vegetative fondamentali è la parte del cervello più primitiva. Da questa struttura derivano i centri emozionali che durante un arco di tempo di milioni di anni si sono evoluti in aree del cervello pensante, oggi riconosciute come la neocorteccia. A questo proposito Goleman (2004, p. 29) afferma: «molto prima che esistesse un cervello razionale, esisteva già quello emozionale». Il fatto che la mente razionale si sia evoluta da quella emozionale ci suggerisce l’importanza e la forza della loro connessione. Cercando di ritracciarne lo sviluppo, è possibile partire dal lobo olfattivo, in origine il più importante ai fini della sopravvivenza dell’essere umano primitivo, si sono poi sviluppati gli antichi centri emozionali, che crescendo finirono per attorniare l’estremità cefalica del tronco cerebrale. L’evoluzione della neocorteccia, data dalla estensione e dall’infittimento delle connessioni, permise una regolazione fine che consentì l’aggiunta di altrettante sfumature alla vita emotiva. Negli esseri umani il rapporto tra neocorteccia e sistema limbico è di molto superiore alle altre specie viventi e proprio grazie a questa
  26. 26. 22 stretta interazione si è in grado di disporre di una gamma di risposte di gran lunga più ampia. Le aree emozionali sono strettamente collegate a tutte le zone della corteccia attraverso una miriade di circuiti di connessione. Questo conferisce ai centri emozionali l’immenso potere di influenzare il funzionamento di tutte le altre aree del cervello, compresi i centri del pensiero. Per comprendere meglio la complessità che il fenomeno emozione determina a livello corporeo, D’Urso e Trentin (2007, pag. 27) fanno riferimento alle componenti fisiologiche coinvolte a livello di sistemi. L’emozione, infatti, porta all’attivazione del: Sistema Nervoso Centrale, Sistema Nervoso Periferico, Sistema Nervoso Autonomo o Neurovegetativo, Sistema Ormonale o Endocrino. • Il Sistema Nervoso Centrale ha un ruolo primario nell’attivazione del processo emotivo grazie agli organi che lo costituiscono: l’encefalo (comprendendo l’amigdala e l’ipotalamo) e il midollo spinale. • Il Sistema Nervoso Periferico, che comprende i nervi afferenti ed efferenti, ha il compito di mettere in relazione il Sistema Nervoso Centrale con l’intero organismo. Fa parte di questo sistema anche il Sistema Nervoso Autonomo o Vegetativo che è responsabile delle risposte autonome o vegetative (da quelle provocate dalle modificazioni rilevate nell’apparato cardiovascolare e respiratorio alle variazioni salivari e della dilatazione della pupilla) messe in atto con lo stato emotivo. • Il Sistema Nervoso Autonomo è ripartibile in due sottosistemi: il Sistema Simpatico (Ortosimpatico) e quello Parasimpatico che svolgono funzioni antagoniste nel controllo dei muscoli e nella liberazione di energia. • Il Sistema Endocrino viene coinvolto nell’attivazione emotiva in quanto svolge la funzione di integrazione e mediazione fra il Sistema Nervoso Centrale e il Sistema Nervoso Autonomo. Tra gli ormoni indicatori della presenza di uno stato emotivo è possibile citare la Tiroxina (ormone tiroideo), l’ormone GH Growth Hormone (ormone ipofisario della crescita), le Endorfine (addette alla regolazione della sensazione di dolore). Sono particolarmente rilevanti anche le
  27. 27. 23 azioni dell’Adrenalina e della Noradrenalina, ormoni e mediatori chimici, impegnati nella propagazione dell’impulso nervoso. Il controllo neurofisiologico, riguardante sia il comportamento che l’esperienza emotiva, è stato quindi rappresentato dalle due studiose sopra citate nella triade: Tronco Encefalico (incluse le parti del diencefalo), Sistema Limbico e Neocorteccia. Rilevante è anche l’interazione tra queste e l’Ipotalamo. L’Ipotalamo è una zona del cervello volta alla coordinazione del sistema nervoso autonomo e regola, attraverso una complessa attività ormonale, varie funzioni all’interno dell’organismo molte delle quali sono implicate nel vissuto e nella attuazione psicofisiologica delle emozioni. La Neocorteccia è garante delle previsioni, delle distinzioni più fini e dell’analisi delle informazioni condizionate linguisticamente. Inoltre partecipa alla costruzione di piani e interessi spontanei, basilari nel fornire occasioni di emozione vera e propria, e alla produzione dell’interesse e del desiderio per ciò che è possibile ottenere o raggiungere. Il Sistema Limbico, che interagisce col sistema ipotalamico, consta di un certo numero di strutture interconnesse, la maggior parte delle quali secondo un punto di vista filogenetico, fa parte delle aree “più antiche” del cervello. Le principali strutture di questo sistema sono: l’amigdala, la formazione dell’ippocampo (l’ippocampo è l’elemento di connessione fra la memoria e i circuiti a sostegno della competenza emotiva) e l’area del setto. Alcuni autori tendono ad includere anche la corteccia cingolata e il talamo anteriore. Questo insieme di strutture è volto alla regolazione delle risposte organizzate in principio dall’ippocampo e dai gangli basali. Vengono così integrati, attraverso questo sistema, gli aspetti cognitivi e gli ordini di azione. 2.3 L’AMIGDALA, SEDE DELLE PASSIONI I nuclei del Telencefalo, facenti parte del Sistema Nervoso Centrale, vengono denominati nel complesso Nuclei della Base e presentano connessioni e funzioni differenti. In sostanza sono formazioni grigie, situate profondamente in ciascun emisfero che intrattengono relazioni con il Diencefalo e in particolare con il Talamo.
  28. 28. 24 Nello specifico i Nuclei della Base includono: il Clustro, l’Amigdala e il Corpo Striato. L’Amigdala, tra questi, è la parte filogeneticamente più antica dell’intero complesso grigio e viene spesso indicata col termine Archistriatum. Topografia del corpo striato visto dal lato esterno; immagine tratta dal manuale di anatomia umana, vol.3 di Balboni et Al. (2000, pag. 147). Gli autori Balboni et Al. (2000, pag. 148) convergono nel definire l’Amigdala, o Complesso Nucleare Amigdaloideo, «formazione grigia» poiché è ricoperta da uno strato di corteccia rudimentale, «foggiata a mandorla, che si trova profondamente, nella parte dorsomediale del lobo temporale, in diretto rapporto con l’apice ventrale e con le parti superiore e mediale del corno inferiore del ventricolo laterale». In questa struttura vengono individuate due principali formazioni: il gruppo di nuclei basi laterali e il gruppo di nuclei corticomediali. Il primo è situato esternamente al gruppo di nuclei corticomediali e comprende il nucleo amigdaloideo laterale, quello basale e quello accessorio. Il gruppo di nuclei corticomediali rappresenta invece la parte dorsale e
  29. 29. 25 dorsomediale del complesso, comprendendo l’area amigdaloidea anteriore, quella corticale, quella centrale e il nucleo della stria olfattiva laterale. L’Amigdala viene da molti considerata un centro di integrazione dei processi neurologici superiori come le emozioni. È inoltre coinvolta anche nei sistemi della memoria emozionale e nel sistema di comparazione degli stimoli ricevuti con le esperienze passate, come riporta Goleman (2004, pag. 34): «all’amigdala è legato qualcosa di più dell’affetto: tutte le passioni dipendono da essa». Inoltre lo studioso (2004, pag. 34) affronta il caso della privazione di questo organo descrivendo: «La vita senza amigdala» come «un’esistenza spogliata di significato personale». Una realtà insipida, senza la possibilità di poter assaporare quel pizzico di sale e pepe che rende unica ogni esperienza, che ci permette di ricordarla come speciale. Nel caso in cui l’amigdala dovesse essere resecata dal resto del cervello ci si troverebbe in una situazione che Goleman (2004, pag. 34) nomina «cecità affettiva». Il risultato sarebbe un’evidentissima incapacità di valutare il significato emozionale degli eventi. Non bisogna dimenticare, a questo proposito, che la nostra capacità emozionale è uno dei tanti fattori che ci aiuta a definirci e a distinguerci dagli altri. Perderla o esserne privati è come dire addio a ciò che consideriamo noi stessi. Per avvalorare le sue affermazioni Goleman (2004, pag. 34) espone gli studi del neuroscienziato Le Doux che per primo tentò di far emergere il ruolo fondamentale dell’amigdala nel cervello emozionale. Le scoperte di quest’ultimo ricercatore sui circuiti del cervello hanno rovesciato le preesistenti ipotesi sul sistema limbico, ponendo al centro dell’attenzione proprio l’azione dell’amigdala. L’attività di questa struttura e l’interazione che essa intrattiene con la neocorteccia sono l’epicentro dell’intelligenza emotiva. I segnali che arrivano dagli organi sensoriali consentono all’amigdala di analizzare ogni esperienza, ponendola così, come scrive Goleman (2004, pag. 35), in una posizione di grande rilievo nella vita mentale: «facendone una sorta di sentinella psicologica che scandaglia ogni situazione e ogni percezione, sempre guidata da un unico interrogativo, il più primitivo: è qualcosa che odio? Qualcosa che mi ferisce? Qualcosa che temo?». Se la risposta a queste primordiali domande risultasse affermativa, l’amigdala sarebbe pronta per un immediato intervento segnalando a tutte le parti del cervello una situazione di crisi. Le Doux afferma inoltre che l’architettura del cervello conferisce all’amigdala una posizione
  30. 30. 26 privilegiata, collocazione che le assegna la capacità, con il suo messaggio di allarme, di arruolare tutte le aree del cervello per giungere ad una risposta il più repentina possibile. 2.4 NELLA FUSIONE TRA PSICOLOANALISI E BIOLOGIA SI INDAGA ANCHE SULL’AMIGDALA E SULLE EMOZIONI Gli studi condotti da Le Doux non vengono unicamente ripresi da Goleman, anche un altro autore cita questo studioso come riferimento nei propri elaborati. Kandel (Richard e Piggle, 2001, pag. 72) scrive: «Le Doux ha sostenuto che nell’ansia, il paziente sperimenta l’attivazione del sistema nervoso come qualcosa di minaccioso che sta per succedere, un’attivazione mediata dall’amigdala. Le Doux attribuisce l’assenza di consapevolezza all’arresto delle funzioni dell’ippocampo sotto stress». In questa affermazione si nota come il sapere psicologico viene fuso alle conoscenze biologiche: questa frase, infatti, contiene un’oggettività scientifica grazie all’individuazione di strutture fisiologiche, quali l’amigdala e l’ippocampo, che reggono l’affermazione psicologica dello stato di ansia e stress. Per spiegare le emozioni nel primo capitolo ci si è avvalsi di molti riferimenti psicologici poiché proprio la psicologia si è particolarmente interessata al mondo delle emozioni cercando di indagarne ogni aspetto, senza per questo dimenticare che quest’ultime hanno anche una base fisiologica. Come si è appreso in questo capitolo l’emozione modifica l’equilibrio neurofisiologico del nostro corpo, quindi non è impossibile ricondurre l’emozione alle sole indagini psicologiche, soprattutto unicamente a quelle di stampo psicoanalitico. Dato i riscontri fisiologici e psico- pedagogici delle emozioni è interessante proporre degli estratti di un articolo di Kandel, il cui intento è di tracciare “un ponte” fra le scoperte psicoanalitiche e quelle biologiche, così da conferire alla psicologia una maggiore oggettività scientifica. Kandel (Richard e Piggle, 2001, pag. 57) esordisce: «nel corso della prima metà del ventesimo secolo la psicoanalisi ha rivoluzionato la nostra comprensione della vita mentale (…) La cosa più importante, ed anche la più deludente, è che la psicoanalisi non si è evoluta scientificamente. In particolare non ha sviluppato metodi oggettivi per verificare le
  31. 31. 27 eccitanti teorie che aveva precedentemente formulato» per poi giungere a formulare il suo intento (Richard e Piggle, 2001, pag. 58):« il mio scopo, in questo articolo, è quello di suggerire uno dei modi attraverso i quali la psicoanalisi potrebbe rivitalizzare se stessa, si tratta di sviluppare una relazione più stretta con la biologia in generale e con le neuroscienze cognitive in particolare». La fusione fra i saperi di queste discipline potrebbe portare a nuove scoperte oltre che ad un maggiore approfondimento delle conoscenze già possedute; inoltre ne gioverebbero anche gli studi sulle emozioni. In questo paragrafo l’attenzione viene focalizzata tra gli studi dell’ampia ricerca di Kandel, sulle scoperte che interessano il campo emotivo. Nell’esplorare la mente Kandel (Richard e Piggle, 2001, pag. 63) indaga i processi mentali inconsci che riportandoli al sapere biologico identifica con i meccanismi della memoria procedurale: «questi ricordi che noi ora chiamiamo memoria procedurale o implicita sono completamente inconsci e sono attivi nelle varie performance piuttosto che nel ricordo cosciente». La memoria procedurale viene dallo studioso (Richard e Piggle, 9, 1, 2001 pag. 64) così definita: «è essa stessa una raccolta di processi che coinvolgono diversi sistemi celebrali: l’incontro o il riconoscimento di stimoli incontrati recentemente è una funzione della corteccia sensoriale; l’acquisizione di stati sensoriali diversi ricordati coinvolge l’amigdala; la formazione di nuove abitudini motorie (o forse cognitive) richiede il neostrato; apprendere nuovi comportamenti motori oppure attività coordinate, dipende dal cervelletto». «Questa importante corrispondenza tra neuroscienze cognitive e psicoanalisi fu riconosciuta per la prima volta in un particolare articolo da Robert Clyman, che considerava la memoria procedurale nel contesto delle emozioni e la sua rilevanza per il transfert e il trattamento» così continua l’articolo di Kandel (Richard e Piggle, 2001, pag. 65) che trova infine il modo di verificare oggettivamente, attraverso le conoscenze e gli strumenti della biologia, le importanti scoperte psicoanalitiche (Richard e Piggle, 2001, pag. 66): «una delle prime limitazioni allo studio dei processi psichici inconsci fu che non esistevano metodi per osservarli direttamente (…). La biologia può attualmente fornire con la sua capacità di raffigurare i processi mentali e la sua abilità nello studiare pazienti (…), lo studio dei processi mentali inconsci dall’inferenza indiretta all’osservazione diretta. Attraverso questi mezzi saremo in grado di determinare quali
  32. 32. 28 aspetti della memoria procedurale, rilevanti dal punto di vista psicoanalitico, siano mediati dai sistemi sottocorticali presi in considerazione». Nel particolare i punti di convergenza fra biologia e psicoanalisi rintracciati da Kandel (Richard e Piggle, 2001, pag. 71) sono tre e vengono da lui così descritti: «l’importanza della memoria procedurale per lo sviluppo morale precoce, per gli aspetti di transfert e per i momenti di senso nella terapia psicoanalitica. Abbiamo esaminato un secondo punto di convergenza nell’esaminare il rapporto tra le caratteristiche associative del condizionamento classico e il determinismo psicologico. Vorrei, ora, illustrare un terzo punto di convergenza: quello tra il condizionamento al pericolo, una forma di memoria procedurale mediata dall’amigdala, l’ansia segnale, e il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) negli esseri umani». Per quanto riguarda l’amigdala Kandel scrive (Richard e Piggle, 2001, pag. 72): «sappiamo che l’amigdala è importante per la memoria emotivamente carica» e continua definendone la funzione: «L’amigdala coordina il flusso di informazioni tra le aree del talamo e la corteccia celebrale che elaborano i segnali sensoriali e le aree che elaborano l’espressione». Infine Kandel (Richard e Piggle, 2001, pag. 72) presenta anche la funzione di un'altra struttura celebrale che interessa l’iter emotivo: «l’ippocampo, che regola la risposta autonoma alla paura e le aree limbiche associative corticali, il giro cigolato e la corteccia prefrontale che si pensa siano coinvolte nella valutazione consapevole delle emozioni».
  33. 33. 29 IN SINTESI Il presente capitolo ha fornito una visione di carattere fisiologico riguardo l’oggetto di studio, spiegando come il nostro corpo venga coinvolto a livello neurofisiologico dall’azione emotiva. (2.1) La visione di una mente divisa fra razionalità ed emozionalità ha portato gli autori ad indagare su quest’ultima constatandone un’antica esistenza anche a livello biologico ed una forte interazione con la parte razionale per la produzione di una risposta agli stimoli ambientali-situazionali percepiti. (2.2) È stata fornita una breve indicazione filogenetica sulle componenti della mente emozionale, individuando le parti più antiche del cervello da cui è partita la sua evoluzione. Sono state inoltre presentate le componenti cerebellari e i sistemi coinvolti nel processo emozionale. (2.3) Particolare attenzione è stata posta al Complesso Amigdaloideo, individuando in questo l’elemento di maggiore rilevanza per il processo emozionale e nominandolo perciò “sede delle passioni”. (2.4) Viene qui presentato un ulteriore autore, Kandel, che affrontando l’obiettivo propostosi di fondere il sapere della biologia con quello psicologico per dare un fondamento oggettivistico alla psicoanalisi, cita e affronta il “campo emotivo” analizzandone le sedi fisiologiche dell’Amigdala e dell’Ippocampo.
  34. 34. 30 CAPITOLO TERZO COMUNICARE LE EMOZIONI Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l'aria, ma non togliermi il tuo sorriso … … negami il pane, l'aria, la luce, la primavera, ma il tuo sorriso mai, perché io ne morrei. Pablo Neruda. Il tuo sorriso. Verranno qui messe in rilievo le caratteristiche relative alla esteriorizzazione dell’emozione affrontando in particolare gli aspetti della comunicazione non verbale. Verranno inoltre illustrati studi e riflessioni relativi al tema della comunicazione dell’emozione, agli indici di riconoscimento e alle influenze dettate dalla cultura di appartenenza. ________________________________________________________ L’emozione apporta una modifica nell’omeostasi del soggetto in cui interviene. Questa è osservabile poiché coinvolge ogni sfera comunicativa a disposizione dell’essere umano. Porre attenzione a particolarità come la postura, il tono, la gestualità e il contenuto verbale può aiutare a individuare la presenza di uno stato emotivo e addirittura a determinare quale emozione viene vissuta dalla persona in osservazione. Ciò viene altresì proposto dalle autrici D’Urso e Trentin (2007, pag. 61) nel concetto: «uno degli aspetti più tipici dell’emozione è il fatto di produrre in chi la prova delle modificazioni ben visibili nel modo di esprimersi con la faccia, con la voce e con il corpo». Si nota come l’emozione si fondi nelle componenti verbali, paraverbali e non verbali della comunicazione, facendoli divenire propri elementi di riconoscimento.
  35. 35. 31 3.1 IL LEGAME FRA EMOZIONE ED ESPRESSIONE Il legame fra le emozioni e l’espressività è stato esaminato per la prima volta da Darwin a cui interessava nello specifico il significato che l’espressione emotiva otteneva secondo una prospettiva evoluzionistica. Nel 1872 avvenne la pubblicazione della sua opera: L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, che portò gli studiosi a considerare l’originaria carica espressiva dell’emozione come un fondamentale fattore per la sopravvivenza della specie. Facendo risaltare il carattere biologico Darwin intendeva far riferimento al grado di adeguamento all’ambiente che ogni particolare specie ha sviluppato in secoli di evoluzione e di modificazioni genetiche, applicandolo anche all’ambito dell’espressività emotiva. Sotto l’influsso di Darwin l’espressività emotiva venne studiata in modo scientifico giungendo così a sostenere una sua evoluzione di affinamento, rispetto all’originaria funzione legata alla sopravvivenza, svelandone pertanto un carattere ereditario e innato. Oltre al carattere di eredità l’autore si interessò ad approfondire anche l’influenza del fattore “abitudine”, ponendolo col precedente alla base dei suoi costrutti. Darwin (2008, pag. 23) enunciò tre principi che come scrisse nella sua opera: «considero responsabili della maggior parte delle espressioni e dei gesti messi in atto involontariamente dall’uomo e dagli animali meno evoluti, sotto l’influenza d’emozioni e sensazioni diverse»: - Il primo: il principio delle abitudini utili associate, secondo il quale alcune azioni complesse vengono agite in funzione di un’utilità diretta o indiretta per portare sollievo o gratificazioni in particolari stati d’animo. Ogni volta che la persona si ritrova in uno stato d’animo simile tende, per associazione o per la forza dell’abitudine, a ripetere la risposta messa in atto precedentemente. - Il secondo: il principio di antitesi per cui quando si induce nel soggetto uno stato mentale radicalmente opposto a quello precedentemente provato, otterremo una risposta di natura contraria a quella compiuta con la precedente stimolazione, provocata da una tendenza involontaria nel comandare i movimenti agiti. - Il terzo principio: il principio di azioni dovute alla costituzione del sistema nervoso e in una certa misura all’abitudine, indipendentemente dalla volontà,
  36. 36. 32 secondo cui nell’apparato sensorio che riceve una forte stimolazione si genera un eccesso di energia che deve essere distribuita. Questa viene quindi rilasciata in direzioni che risultano determinate dalle connessioni nervose ed in parte dall’abitudine arrivando così a provocare o bloccare specifici movimenti. Le teorie evoluzionistiche a cui Darwin diede avvio si distinsero dagli altri approcci teorici proprio perché sostennero il carattere innato delle emozioni. Per avvalorare questa tesi vennero compiuti molti esperimenti sia sugli animali che sugli uomini al fine di individuare la funzione adattiva delle risposte emotive. Quest’ultima funzione riguarda l’adattamento biologico che la specie realizza attraverso l’evoluzione e la modificazione genetica per meglio rispondere alle richieste dell’ambiente, aumentando in questo modo le probabilità di sopravvivenza. A conclusione dei suoi studi Darwin considerò l’espressione delle emozioni una risposta di carattere adattivo in grado di evolvere ed in particolare capace di partecipare alla regolazione delle stesse. Come riportano D’Urso e Trentin (1990, pag. 101): «Darwin aveva affermato che la libera espressione dello stato emotivo intensifica l’emozione stessa, mentre la soppressione l’indebolisce e l’attenua». Successivamente alla corrente avviata da Darwin intervenne il Pensiero Psicoanalitico che proponeva una opinione contraria. Secondo quest’ultima corrente, infatti, come sintetizzano D’Urso e Trentin (1990, pag. 101): «l’espressione riduce la forza dell’emozione». Il Pensiero Psicoanalitico afferma che quando nel soggetto si forma energia emozionale questa deve essere scaricata attraverso i canali di esternalizzazione, cioè quello verbale, fisiologico e corporeo. Nel momento in cui uno di questi risulti bloccato l’energia viene ripartita fra i canali funzionanti aumentando l’intensità della risposta agita. Nella seconda metà del 1900 Scheres, rievocando Darwin sostenne nuovamente il concetto evolutivo applicandolo nello specifico all’espressione vocale delle emozioni nei tratti prosodici e paralinguistici del parlato che, in quanto riconoscibili nelle loro alterazioni, assumono un ruolo fondamentale nella caratterizzazione degli stati emotivi. A favore della tesi di questo studioso intervennero le applicazioni di Davitz, come riportano D’Urso e Trentin (1990, pag. 99), le quali confermarono la possibilità di comunicare specifiche emozioni attraverso la variazione di alcune qualità della voce, a prescindere dal contenuto verbale.
  37. 37. 33 Nonostante esistano numerose difficoltà metodologiche nell’analisi degli effetti compiuti dall’emozione sul linguaggio, anche recenti ricerche condotte a fine degli anni ottanta dallo stesso Scheres, come riportano D’Urso e Trentin (1990, pag. 99), dimostrarono che le emozioni producono esiti stabili e coerenti sul campo vocale. Lo studioso descrisse tre principali aspetti funzionali di mediazione del processo emozionale che D’Urso e Trentin (1990, pag. 99) così riassumono: - la valutazione della rilevanza dello stimolo ambientale o degli eventi in relazione ai bisogni, ai piani e alle preferenze dell’individuo che si trova in situazioni specifiche; - la preparazione psicologica e fisiologica dell’organismo per affrontare adeguatamente gli eventi stimolo; - la comunicazione-segnalazione da parte dell’organismo del proprio stato interiore, delle proprie intenzioni e delle proprie reazioni verso l’ambiente circostante. 3.2 L’INFLUENZA CULTURALE Nei suoi studi Darwin dovette scontrarsi con gli aspetti culturali che tuttora influenzano e regolano notevolmente le espressioni emotive. Le regole di esibizione emotiva vengono acquisite dal soggetto attraverso il processo di socializzazione che avviene all’interno della cultura di appartenenza. I genitori stessi ed i soggetti significativi insegnano sia in modo diretto che attraverso l’esempio l’uso delle emozioni in maniera appropriata e consona alla propria cultura. Con le regole di esibizione si scoprono le forme convenzionali di manifestazione, una specie di codice espressivo delle emozioni riconosciuto dall’interno dei membri della cultura di appartenenza e che perciò potrebbe potenzialmente essere mal interpretato da membri esterni. Nella vita sociale dell’individuo è altamente rilevante la componente espressivo-motoria poiché comporta una certa influenza anche nell’ambiente circostante e proprio per questo le emozioni vengono definite, come citano D’Urso e Trentin (1990, pag. 100) un: «veicolo pubblico di attività private». Attraverso le due condizioni di “privatezza” e “pubblica” le attività emozionali sono funzionali alla regolazione dell’interazione sociale. La prima riguarda
  38. 38. 34 il riconoscimento interno dello stato emozionale che viene provato; mentre la successiva prevede l’attivazione di comportamenti empatici negli altri. Proprio l’empatia porta alla conoscenza sociale dello stato d’animo della persona osservata. In questo modo viene inoltre effettuato lo scambio comunicativo di informazioni riguardo al proprio stato d’animo. Per la persona che prova l’emozione e per la collettività che assiste alla sua comunicazione è fondamentale una corrispondenza fra quanto viene provato internamente e quanto viene manifestato, per questo l’individuo durante il processo di crescita acquisisce importanti strategie come il controllo e la regolazione dell’emozione. Con queste competenze la persona fa corrispondere l’esperienza interiore con quella manifestata mantenendo sempre un adeguamento alle situazioni sociali e alle norme socio-culturali implicate. Infatti nelle diverse condizioni che possono venire a presentarsi intervengono norme regolatrici proprie della cultura di appartenenza che hanno lo scopo di definire innanzitutto l’emozione appropriata alla situazione e successivamente anche quale sia il modo e l’intensità con cui comunicarla. Gli obiettivi del processo di socializzazione delle emozioni, come ricordano D’Urso e Trentin (1990, pag. 118) riprendendo le conclusioni degli studi di Lewis e Michalson, sono le sfumature di una armoniosa e completa acquisizione, conseguita per vari gradi: - come esprimere le emozioni, attraverso l’acquisto delle “regole di esibizione sociale” per cui un’espressione emotiva viene attenuata, accentuata, neutralizzata o dissimulata; - quando esprimere le emozioni, con l’acquisizione delle regole situazionali che curano la corrispondenza fra le emozioni espresse e quelle richieste dalla situazione; - come controllare/regolare le emozioni abilità che cura la capacità della persona di adeguare l’emozione esternata in relazione alla circostanza esterna e alle attese sociali; - come interpretare le proprie esperienze emotive, competenza che cura la capacità finale di saper appurare l’armonia dei precedenti punti, ottenendo la coerenza fra lo stato interiore, il vissuto soggettivo e la manifestazione esterna dell’esperienza emotiva.
  39. 39. 35 Le norme sociali si preoccupano anche di stabilire situazioni in cui un certo grado di “scatenamento emotivo” può essere approvato e socialmente controllato, ne sono un esempio i festeggiamenti per i mondiali calcistici. Un interessante punto di argomentazione è relativo alla differenza di espressione emotiva negli adulti di sesso diverso. Sebbene non sia possibile stabilire se questa differenziazione sia dovuta principalmente a fattori biologici o di socializzazione è consuetudine ritenere la donna un soggetto più emotivamente espressivo dell’uomo. A questo proposito Atkinson e Hilgard (2006, pag. 430) scrivono: «attraverso studi multipli che hanno consolidato le osservazioni, gli psicologi hanno appreso che gli uomini e le donne differiscono maggiormente nell’espressione delle emozioni - sia facciale che verbale - che nell’esperienza soggettiva delle stesse». Tuttavia questa affermazione insinua sottilmente il potere della radice culturale, infatti gli autori così continuano: «ciò suggerisce che gli stereotipi di genere influenzano i resoconti delle persone sulle loro esperienze. Gli uomini potrebbero pensare “sono un uomo e gli uomini non sono emotivi; quindi, non devo essere emotivo”. Invece le donne potrebbero pensare “sono una donna e le donne sono emotive; quindi, devo essere emotiva”», con questi illuminanti esempi viene fornito e dimostrato l’enorme potere della cultura di appartenenza in cui gli stereotipi, ormai ben affermati ed acquisiti socialmente, riescono a influenzare i rapporti emotivi. A sostegno di quanto affermato precedentemente diversi studi psicologici citati da Atkinson e Hilgard (2006, pag. 431) hanno dimostrato che: «le differenze di genere nell’espressività emotiva sono legate alle differenze di genere negli obiettivi di regolazione delle emozioni, da parte di uomini e donne». È quindi fondamentale prestare attenzione al fatto che la distinzione sottolineata è relativa all’espressione delle emozioni e non all’esperienza emotiva di per sé e tali differenze trovano origine per lo più nel modo in cui uomini e donne vengono avviati alla socializzazione e all’adeguamento agli stereotipi culturali.
  40. 40. 36 3.3 L’ESPRESSIVITÀ DEL CORPO Analizzando l’espressione delle emozioni viene esaminato l’insieme delle modalità mimico-espressive, vocali, gestuali, posturali attraverso cui l’emozione viene manifestata. L’elemento di maggiore rilievo è il volto, ritenuto il fulcro dell’espressività. Questo è stato ovviamente l’oggetto più scandagliato nei vari studi condotti, poiché permette un grado di immediatezza espressiva che la comunicazione verbale non concede. Il linguaggio risulta, infatti, uno strumento non del tutto adeguato alla comunicazione delle emozioni in quanto facilmente si possono incontrare difficoltà sia nel riconoscere lo stato emotivo provato e nel nominarlo, sia nell’immediatezza necessaria all’espressione emotiva che la comunicazione verbale non riesce a fornire. Un vero e proprio interesse per le espressioni facciali emerge tra gli anni 1920-1940, ove le ricerche riguardavano principalmente la capacità dei soggetti di giudicare correttamente l’emozione ritratta in visi fotografati. Inizialmente a causa delle deboli metodologie adottate, i risultati sono stati spesso ritenuti ambigui o invalidati. Soltanto nella seconda metà del 1900 studiosi come Ekman e Friesen, come riportano D’Urso e Trentin (2007, pag. 68), sono riusciti a superare molte delle difficoltà metodologiche precedentemente incontrate, elaborando il Facial Action Coding System (FACS). Alla base del suddetto FACS c’è l’intenzione di scoprire la funzione ed il ruolo di ogni singolo muscolo per spiegare ogni movimento espressivo nel volto umano. Durante le ricerche il volto è stato analizzato scomponendolo in due aree espressive distinte: l’area superiore comprendente gli occhi, la fronte e le sopracciglia e l’area inferiore comprendente la bocca, le guance e il naso. Ai muscoli facciali dei candidati sono stati applicati degli elettrodi per rilevare i movimenti di cambiamento che la persona in esame compiva nel ricevere uno stimolo emotivo. Dalle modificazioni espressive rilevate, sono state individuate ben 44 unità di azione che sole o in combinazione ricoprono tutta la gamma espressiva del viso. La letteratura riguardante gli studi e le concezioni di molti ricercatori sull’importanza degli aspetti comunicativi nell’esteriorizzazione delle emozioni è molto ampia. Duncan, citato da D’Urso e Trentin (2007, pag. 71) propone una lista di comportamenti non verbali capaci di fornire informazioni emotive. Tale lista pone al vertice le espressioni
  41. 41. 37 facciali seguite dal movimento degli occhi e la direzione dello sguardo; i gesti e le posture; la tonalità vocale; le inflessioni, le pause e gli intercalari utilizzati in un discorso; ed infine anche l’uso dello spazio fisico nella comunicazione. Ekman e Friesen invece suggeriscono una classificazione dei comportamenti espressivi basandosi sulla loro funzionalità, comprendendo: - emblemi: i gesti che hanno un corrispettivo verbale fisso e noto a tutti, come mostrare il pugno per comunicare il proprio stato di rabbia; - gesti di illustrazione: come i movimenti di accompagnamento al discorso effettuati con le mani e le braccia; - espressori di emozioni: principali rappresentanti le mimiche facciali; - gesti regolatori: usati per segnare il tempo di uno scambio verbale, come annuire o richiedere spazio nella comunicazione; - adattatori: non sono diretti trasmettitori di messaggi, ma sono indispensabili alla persona che comunica per mantenere sotto controllo lo stress e consentire l’adattamento alla situazione, ne sono un esempio grattarsi e toccarsi il volto. D’Urso e Trentin (2007, pag. 68) descrivono l’interessante studio compiuto da Ekman e Friesen che nel confronto fra l’efficacia informativa detenuta dagli indicatori del viso e quelli del corpo, rilevano una maggior efficacia negli indicatori del viso. Il valore dello studio del significato delle espressioni facciali in relazione alle emozioni è particolarmente utile perché diversi studi hanno dimostrato somiglianze, sebbene con alcune differenze, a prescindere dal contesto geografico e culturale di appartenenza. Ekman, come riportano D’Urso e Trentin (2007, pag. 67) fu uno degli studiosi che si interessò in particolare al tema dell’universalità delle espressioni facciali, studio che condusse parallelamente a quello relativo all’efficacia informativa delle mimiche del volto. La ricerca interculturale da lui realizzata si è avvalsa dell’utilizzo di stimoli visivi costituiti proprio dalle fotografie di espressioni emotive che dovevano ottenere lo stesso riconoscimento da giudici di culture differenti, il medesimo giudizio dell’espressione emotiva permetteva di sancire l’universalità dell’emozione riconosciuta. D’Urso e Trentin (2007, pag. 66) si preoccupano di apportare altri dati a favore del carattere universale di alcune espressioni emotive, ottenuti grazie agli studi condotti da Izard e da una seguente ricerca condotta dallo stesso Ekman con l’assistenza di Friesen su soggetti
  42. 42. 38 della Nuova Guinea. Infatti proprio l’impossibilità dei soggetti di venire a conoscenza dei metodi espressivi delle altre culture in quanto privi di strumenti informativi come giornali o televisione, ha dimostrato inequivocabilmente l’universalità di alcune espressioni emotive. Al contrario di quanto riteneva inizialmente, lo stesso Ekman dovette riconoscere una certa influenza al contesto culturale, poiché alcuni studiosi soprattutto antropologi dimostrarono la relatività culturale delle manifestazioni emotive. A questi rilevanti studi che portano una contraddizione nelle sue formulazioni, Ekman ha risposto con la formulazione del concetto di regole di esibizione (display rules). Con questa nozione lo studioso è riuscito a dimostrare che in una situazione ritenuta “privata” i soggetti manifestano reazioni con caratteristiche universali, mentre quando vengono calati un una situazione “pubblica” o “sociale” possono controllare l’esternazione delle emozioni provate per rispettare forme culturali. Le regole di esibizione vengono acquisite durante il processo di socializzazione e specificano, come riportato da D’Urso e Trentin (2007, pag. 75): «chi può manifestare emozioni, in quale situazione, rispetto a quale stimolo e stabiliscono le differenze fra i due sessi, fra i ceti sociali e naturalmente fra le varie etnie e culture» come riportano. Queste secondo Ekman agiscono in quattro modi: diminuendo l’intensità emotiva o aumentandola oppure rendendo neutra la reazione (cioè mostrando indifferenza) o mascherandola (cioè dissimulando la vera emozione). 3.4 LA COMUNICAZIONE COME INDICATORE EMOTIVO Il verbo comunicare trova origine nelle parole latine: Communico – che significa “mettere in comune”, “rendere manifesto” – e Communicatio – che significa “rendere partecipe qualcuno di qualche cosa”. Quando comunichiamo, infatti, mettiamo in comune messaggi e informazioni con altre persone. Come scrivono Redigolo, Kaldor e Magrini (1995, pag. 5): «il linguaggio rappresenta lo strumento con cui è possibile stabilire la comunicazione», ma il linguaggio non è il solo ed unico dispositivo della comunicazione. Anche il comportamento è un mezzo fondamentale, infatti: «tutto il comportamento è comunicazione e tutta la comunicazione influenza il comportamento» come espongono Redigolo et Al. (1995, pag. 6). Si evidenzia così il modo in cui tutti i
  43. 43. 39 vari aspetti che compartecipano al comportamento producono comunicazione e ne vengono a loro volta influenzati, soprattutto nel campo emotivo. Il processo comunicativo è molto complicato poiché consta di molte parti e fasi che debbono combinarsi perfettamente fra loro per compiere una buona realizzazione. In particolare del processo comunicativo desta interesse la sfaccettatura manifesta della comunicazione cioè il canale comunicativo. Quest’ultimo è definibile come il mezzo fisico-ambientale in cui avviene la comunicazione e che rende possibile il passaggio dell’informazione-messaggio. Esso è particolarmente legato all’ambito emotivo proprio perché ne determina l’esteriorizzazione, attraverso la sua componente verbale, paraverbale e non verbale. Infatti: «nell’interazione comunicativa fra persone l’uso della voce non è limitato alla sola produzione di espressioni verbali, ma il processo comunicativo si estende anche alla modulazione di diversi aspetti non linguistici, indipendenti dal contenuto verbale» come scrivono Redigolo et Al. (1995, pag. 50). Questi aspetti indipendenti comprendono tutti gli indici del paralinguaggio, cioè il tono, il volume, il timbro e le pause. Interessante è la classificazione composta da Laver e Trudgill, citata da Redigolo et Al. (1995, pag. 50) per cui sono previste tre categorie di comportamento verbale, identificate basandosi sulle caratteristiche portanti della classe: - caratteristiche extralinguistiche della voce, costituenti gli aspetti anatomico funzionali che consentono anche il riconoscimento della persona attraverso il timbro e la qualità della voce; - caratteristiche paralinguistiche del tono della voce, che svolgono la funzione di inviare informazioni sullo stato emotivo della persona. Queste sono soggette ad influenze di tipo culturale; - caratteristiche della realizzazione fonetica che sono attinenti essenzialmente all’accento e alla pronuncia. «Il corpo costituisce lo “strumento” con cui l’uomo conosce ed entra in relazione con il mondo» così esordiscono Redigolo et Al. (1995, pag. 31). Il linguaggio non verbale costituisce il mezzo principale per esprimere e comprendere le emozioni manifestate gli stessi Redigolo et Al. (1995, pag. 31) gliene riconoscono questo compito scrivendo che: «vi è sostanziale accordo nel considerare il linguaggio non verbale come una delle
  44. 44. 40 componenti essenziali del più complesso processo comunicativo». Interessante notare come anche sugli aspetti non verbali della comunicazione intervengono delle influenze, per altro già incontrate in questo capitolo, di carattere biologico (innato) e socioculturale (in particolare l’educazione acquisita dalla famiglia e dai soggetti significativi oltre che dai modelli culturali) come viene sottolineato da Redigolo et Al. (1995, pag. 36) con questa espressione: «l’utilizzo del repertorio espressivo in funzione di comunicare è entrato a far parte del patrimonio innato e viene appreso e sperimentato durante il processo di socializzazione». La particolarità della comunicazione non verbale è che nel corso della sua filogenesi questa non è progressivamente decaduta lasciando spazio al contenuto verbale, come si sarebbe potuto pensare dato l’alto utilizzo da parte dell’uomo, ma al contrario la sua evoluzione è cresciuta parallelamente alla comunicazione verbale, accompagnandola e spesso anche specificandola. Questo significa che le espressioni non verbali sono giunte a ricoprire un ruolo necessario nel processo comunicativo. Le funzioni per cui l’uomo fa ricorso alla comunicazione non verbale sono diverse e vengono raccolte da Redigolo et Al. (1995, pag. 33) come segue: - sostegno e complemento alla comunicazione verbale; - mezzo principale per esprimere e per comprendere le emozioni; - mezzo per comunicare atteggiamenti circa l’immagine di sé; - mezzo sostitutivo del linguaggio verbale; - sistema di regolazione dell’interazione (attraverso sequenze interattive e feed- back); - elemento basilare nelle manifestazioni collettive; - “canale di dispersione” (subendo in modo minore il controllo neuropsichico, permette con maggiore facilità al contenuto più profondo di riemergere); - elemento insostituibile delle arti. Gli indicatori a sostegno della comunicazione non verbale sono diversi e tutti compartecipano a renderla estremamente espressiva e di immediata comprensione. È però necessario un approccio globale a tutti questi indici, poiché se considerato
  45. 45. 41 isolatamente un elemento del linguaggio non verbale può portare a interpretazioni errate. Sono indicatori costituenti la comunicazione non verbale: • il volto che d’altra parte rappresenta il primo elemento di interazione per il neonato con l’altro, in particolare con la madre. Qui va specificato l’importante ruolo svolto dallo sguardo, del quale viene analizzato il livello di contatto visivo attraverso indici quali: la durata dello sguardo; la frequenza con cui ogni persona rivolge lo sguardo; la frequenza con cui ogni interagente abbandona il contatto. • la cinesica, branca della semiotica di cui fanno parte l’espressione dei gesti e dei movimenti corporei compiuti durante l’interazione comunicativa. Di questo argomento Redigolo et Al. (1995, pag. 42) illustrano la distinzione compiuta da Argille fra: o gesti illustratori e altri segnali correlati al linguaggio verbale; o gesti convenzionali e linguaggio dei segni; o movimenti che esprimono stati emozionali; o movimenti che esprimono la personalità; o movimenti usati nei rituali. Nonostante sia il volto l’elemento di maggior rilievo e di primo impatto per la grande espressività emotiva vi sono gesti che pur interessando altre parti del corpo risultano significativi in questo senso. In generale la parte del corpo maggiormente coinvolta sono le mani, soprattutto negli stati di agitazione ove i gesti, seppur non compiuti con l’intento di comunicare ottengono comunque questo risultato “parlando” dello stato emotivo della persona. Molto importante è non distaccare ogni gesto dal contesto in cui viene compiuto, poiché in questo modo viene meglio compresa la carica espressiva del gesto. Esistono più tipologie gestuali: o di inibizione: comprendono movimenti di ritiro, stereotipati, inadeguati e impacciati (ne è un esempio l’arrotolarsi una ciocca di capelli tra le dita); o di depressione: prevede l’uso di movimenti lenti, rari, esitanti; o di euforia: comprende movimenti veloci, scattanti, ritmici ed espansivi, affettuosi, spontanei ed autoaffermativi;
  46. 46. 42 o di ansia dove troviamo movimenti nervosi e ripetitivi (nascondere il volto, scompigliarsi i capelli, grattarsi in volto, torsione e congiunzione delle mani). Lo stile gestuale di una persona può comunicare molto di lei, come il retroterra culturale di origine, lo stato sociale e la professione, l’età, il sesso, lo stato di salute. • la prossemica assume una valenza comunicativa a dipendenza della situazione individuale, culturale e sociale in cui è calata l’interazione. L’oggetto di interesse per la prossemica è il comportamento spaziale, espressione con cui si intende la collocazione del corpo nello spazio, cioè la distanza tenuta dalla persona, presa in considerazione, in relazione con l’interlocutore. Comportamenti non verbali come: il contatto corporeo, la distanza interpersonale, l’orientamento e la postura utilizzano lo spazio come modalità comunicativa. Va in oltre ricordato che la collocazione dell’individuo nello spazio a disposizione è la risultante fra variabili intervenienti, quali i condizionamenti culturali e gli elementi emotivi che agiscono sull’individuo. IN SINTESI L’emozione è un fenomeno che non si consuma soltanto nel vissuto interiore della persona, ma è tale anche per il processo di esteriorizzazione che coinvolge l’individuo mettendolo in comunicazione con gli altri. Nel presente capitolo sono stati presi in esame gli aspetti relativi alla esternazione dell’emozione. (3.1) Partendo dall’apporto teorico dato da Darwin con la visione evoluzionistica dell’espressione è stato esaminato lo stretto rapporto fra emozione ed espressione.
  47. 47. 43 (3.2) È stata quindi evidenziata la caratteristica dell’emozione di essere un “fenomeno pubblico” e cioè la presenza e la rilevanza dell’ascendente culturale che attraverso le norme sociali e le regole di esibizione definisce: come esprimere, quando esprimere, come controllare/ regolare e come interpretare le proprie esperienze emotive. (3.3) Si è mostrato come nell’insieme delle modalità espressive delle emozioni l’elemento ritenuto il fulcro dell’espressività è il volto. Divenuto l’oggetto più scandagliato nei vari studi condotti, è stato ritenuto lo strumento di maggior comunicazione emotiva, proprio per il suo alto grado di immediatezza, anche in individui di diverse culture. (3.4) Si è sottolineato come varie siano le componenti del canale comunicativo: verbale, paraverbale e non verbale e come queste divengano i mezzi di espressione al servizio delle emozioni. È stato messo in luce l’alto potenziale della comunicazione non verbale che non solo funge da sostegno e complemento del linguaggio verbale, ma è essa stessa il mezzo principale per esprimere e per comprendere le emozioni.
  48. 48. 44 CAPITOLO QUARTO INTELLIGENZA EMOTIVA – COMPETENZA EMOTIVA Amministra le tue emozioni per poter avere speranza, brindare alla vita, contemplare il bello. Non dimenticare che possono darti i mattoni, ma solo tu puoi costruire, possono mostrarti il timone, ma solo tu puoi navigare nelle acque delle emozioni … Augusto Cury. Dieci regole per essere felici (2008). In questo capitolo verranno descritti i concetti di Intelligenza e Competenza Emotiva, fornendo il pensiero degli autori che ne hanno coniato i termini, per poi affrontare le formulazioni teoriche riguardanti l’acquisizione e lo sviluppo di questi. __________________________________________________________________ Steiner e Perry (1999, pag. 12) scrivono: «Tutti abbiamo qualcosa da imparare sulle nostre emozioni. Alcuni crescono con un alto livello di competenza emotiva, ma io credo che pochi possiedano le capacità necessarie». L’importanza di essere dotati di Competenza Emotiva oggi è stata fortemente rivalutata: per ottenere una vita serena e una brillante carriera, non è sufficiente un alto livello di Quoziente Intellettivo. Goleman (2006, pag. 375) documenta come l’intelligenza emotiva è fondamentale ai fini del successo, quanto un alto Quoziente Intellettivo (Q.I.): «Molte persone intelligenti sui libri, ma carenti di intelligenza emotiva finiscono per lavorare alle dipendenze di gente con un Q.I. più basso, ma tali da eccellere nelle capacità dell’intelligenza emotiva». Quindi, per vivere bene, un alto Q.I. non è sufficiente!
  49. 49. 45 Affiora la necessità di possedere anche un alto «Q.E., quoziente emotivo», così definito da Steiner e Perry (1999, pag. 24), che permetta di saper beneficiare e rallegrarsi per “le ricchezze dello spirito”, imparando a gestire le proprie emozioni oltre a riconoscerle e convivere con quelle altrui. Steiner e Perry introducendo il termine “Q.E.” vogliono avere un forte impatto nel confronto con il fattore intellettivo. Il “Q.E.” è un concetto spurio, non scientifico. Il Quoziente Emotivo non può essere misurato e quantificato al pari di quello Intellettivo: se ne può ottenere una vaga idea, ma non può essere calcolato ottenendo valori da indici e scale scientificamente provate. Le emozioni non costituiscono una grandezza fisica, non sono definibili aritmeticamente, tuttavia la scienza stessa ha recentemente documentato la loro importanza nella vita e nel benessere delle persone. Tra i sostenitori di una distinzione fra capacità intellettuali ed emotive, le cui elaborazioni ed attività hanno luogo in parti diverse del cervello, troviamo Gardner, come riporta Goleman (2006, pag. 375). Nel 1983 Gardner propone un modello che definisce “Intelligenza Multipla”, in cui rintraccia sette diversi tipi di intelligenza. Oltre alle abilità cognitive, come il ragionamento matematico e la espressività verbale, ritenute standard, propone due forme di “Intelligenza Personale”: una volta alla gestione di sé stessi (conoscenza del proprio mondo interiore) e l’altra (destrezza sociale) per guidare le proprie relazioni. Il limite dell’autore è quello di indagare queste nuove forme delineate, ponendo l’attenzione solo sugli elementi cognitivi, dimenticando il ruolo essenziale delle emozioni svolto in queste due facoltà. 4.1 FORNIRE UNA DEFINIZIONE Un approfondimento del concetto “Intelligenza Emotiva” viene apportato da Goleman che riprende la teoria proposta nel 1990 da Salovey e Mayer. Quest’ultimi, come riporta Goleman (2006, pag. 375) definiscono l’Intelligenza Emotiva come: «la capacità di monitorare e dominare i sentimenti propri e altrui e di usare i primi per guidare il pensiero e l’azione». Goleman (2006, pag. 375) propone una sua formulazione, riferendosi all’Intelligenza Emotiva come: «alla capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le

×