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5 psicodinamica dello sviluppo (1)

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  • 1. Corso di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche a.a. 2007/2008 PSICODINAMICA DELLO SVILUPPO E DELLE RELAZIONI FAMILIARI Dott. ssa Silvia Pogliano
  • 2. AREE DI INTERSEZIONE TRA PSICOANALISI E PSICOLOGIA EVOLUTIVA DAGLI ANNI ’70 SI È VERIFICATO UN GRANDE IMPULSO ALLA RICERCA E ALLA COSTRUZIONE TEORICA NEL CAMPO DELLO SVILUPPO INFANTILE PARTE DELLA RICERCA SULLO SVILUPPO PRECOCE SI È INDIRIZZATA VERSO L’ELABORAZIONE DI UN MODELLO TEORICO IN GRADO DI INTEGRARE STUDI SULL’ATTACCAMENT O TRADIZIONE PSICOANALITIC A PSICOLOGIA DEL SÉ DA QUESTO INCONTRO HA PRESO CORPO LA INFANT RESEARCH
  • 3. INFANT RESEARCH RICERCA SULLO SVILUPPO INFANTILE ORIENTATA DA QUESITI CLINICI DIMOSTRA CHE LA SPINTA A CREARE E A MANTENERE LE RELAZIONI È CENTRALE NEL BAMBINO E NELL’UOMO E NE ORGANIZZA L’ESPERIENZA PSICOLOGICA (Sameroff, Emde 1989; Stern 1985)
  • 4. AREE DI INTERSEZIONE TRA PSICOANALISI E PSICOLOGIA EVOLUTIVA AREA INTERATTIVO-COGNITIVISTA (TREVARTHEN) attenzione particolare allo studio delle forme primarie di relazione e interazione che il bambino crea insieme alle proprie figure di accudimento. Tale attenzione ha avuto un supporto fondamentale nella tecnica di indagine microanalitica delle osservazione dei momenti interattivi CONTRIBUTO DI STERN studi che, per mezzo dell’indagine microanalitica, hanno contribuito alla scoperta delle competenze comunicative del neonato CONTRIBUTO DI EMDE propone un modello evolutivo in cui gli affetti svolgono il ruolo di organizzatori della vita psichica del bambino
  • 5. NUOVI METODI DI OSSERVAZIONE PSICOLOGIA EVOLUTIVA METODI OSSERVATIVI PIÙ SOFISTICATI DATI MICROANALITICI INFANT OBSERVATION (teoria psicoanalitica)
  • 6. INFANT OBSERVATION PARTICOLARE TECNICA DI OSSERVAZIONE, MESSA A PUNTO DA E. BICK NEL 1949, UTILIZZATA INIZIALMENTE COME TRAINING FORMATIVO PER GLI PSICOTERAPEUTI INFANTILI È UN’OSSERVAZIONE PSICOANALITICA, CHE CONSIDERA L’OSSERVATORE COME SOGGETTO E NON SOLO COME STRUMENTO DI REGISTRAZIONE
  • 7. SCOPI DELL’INFANT OBSERVATION  OSSERVARE Lo sviluppo della relazione madre-bambino in famiglia. L’osservatore ha come unica responsabilità quella di mantenere una presenza non intrusiva e attenta  APPRENDERE attraverso l’esperienza la peculiarità e le modalità di una relazione  ESPERIRE in diretta la fatica e gli ostacoli che la coppia madre-bambino può incontrare nella costruzione della relazione  RICONOSCERE attraverso il controtransfert la messa in atto dei meccanismi difensivi che possono “inquinare i dati osservativi”
  • 8. CARATTERISTICHE DELL’ INFANT OBSERVATION  L’osservazione è all’interno del nucleo familiare  L’attenzione è focalizzata sulla relazione del bambino con le figure parentali  Transfert e controtransfert servono come guida per una comprensione profonda della situazione emotiva dell’osservatore, della madre e del bambino
  • 9. L’USO DELL’OSSERVAZIONE IN RICERCHE RECENTI TREVARTHEN (1984) DALLO STUDIO DEL BAMBINO RICAVA DATI SULLA NATURA E SULLA FUNZIONE DELLE EMOZIONI UMANE L’obiettivo delle emozioni umane è quello di regolare le rappresentazioni mentali  dei contatti  delle relazioni interpersonali Le sue ricerche (1984,1998,2001,2005) sulle prime forme di intersoggettività presuppongono una precoce relazionalità del neonato (innate protoconversational readiness)
  • 10. INTERSOGGETTIVITÀ PRIMARIA Trevarthen alla fine degli anni Settanta individuò, nel corso del primo anno di vita del bambino, l’emergere di due differenti forme di intersoggettività Intersoggettività primaria (fino al quinto mese di vita) Intersoggettività secondaria (a partire dal quinto mese di vita)
  • 11. Intersoggettività primaria Il concetto di intersoggettività primaria sottende tutte le forme di interazione che emergono dal secondo mese di vita fino all’incirca al quinto → “dialoghi sociali” (scambi di sguardi, sorrisi e vocalizzazioni) Già nel corso dei primi giorni e delle prime settimane di vita il neonato manifesta un orientamento preferenziale verso l’adulto, in particolare la madre:  dimostra di riconoscerla quando si avvicina  concentra lo sguardo su di lei  mostra attenzione nei confronti dei movimenti del suo volto  dimostra interesse per la sua voce
  • 12. TREVARTHEN Per Trevarthen esiste nel neonato una motivazione innata a comunicare che si esprime già nel secondo mese di vita unitamente alla consapevolezza dell’altro come interlocutore → nel neonato, fin dalla nascita, è presente una motivazione al dialogo e un interlocutore come “altro virtuale” Non è semplicemente la madre che attribuisce significato e intenzionalità ai primi segnali comunicativi del bambino inserendosi nel flusso della sue attività (Schaffer), ma è il bambino stesso a essere un competente e precoce comunicatore (Riva Crugnola, p. 5)
  • 13. TREVARTHEN Dopo la sesta settimana il neonato è emotivamente coerente e capace di attivare una comunicazione giocosa in stato di veglia C’è nel bambino una tendenza innata ad ingaggiare relazioni (companionship) differente dai segnali di attaccamento che egli rivolge all’adulto per ottenere protezione e supporto alla base della costruzione dei legami di attaccamento (Trevarthen, 2001; Riva Crugnola p.7)
  • 14. La madre o il caregiver tende a rispecchiare la mimica espressiva del neonato, in particolare l’espressione di emozioni positive attraverso l’imitazione drammatizzata ed enfatizzata dei suoi primi atti comunicativi (Stern, 1985) Per Trevarthen (1998,2001) il bambino possiede competenze di tipo percettivo in base alle quali è in grado di discriminare la voce della madre L’interazione madre-bambino già nei primi mesi è regolata da schematizzazioni della reciproca relazione che permettono al singolo partner di predire e anticipare il comportamento dell’altro
  • 15. Nei primi mesi gli episodi comunicativi tra bambino e caregiver hanno durata breve, governata da cicli regolari e prevedibili Le capacità comunicative che il neonato manifesta precocemente possono svilupparsi e trovare una più articolata coerenza attraverso l’incontro con un partner intuitivamente responsivo Tali capacità si consoliderebbero intorno alle sei settimane di vita del bambino
  • 16. Secondo alcune ricerche di Haviland e Lelwica (1987), il bambino si dimostra capace di riconoscere le emozioni della madre, discriminandone le espressioni :  i bambini di 10 settimane rispondono con il sorriso alle espressioni di gioia della madre  reagiscono con l’aggrottamento delle sopracciglia a quelle di collera  manifestano disagio (sbavando con la bocca, masticando a vuoto,…), a fronte di quelle di tristezza
  • 17. L’uso della comunicazione emotiva nei bambini piccoli appare fondamentale Non solo per sollecitare le azioni di cura e accudimento da parte dell’adulto Ma anche per costruire con lui un coinvolgimento positivo (funzione metacomunicativa, riferita al rapporto di sé con l’altro)
  • 18. Verso i sei mesi compaiono interazioni giocose con l’adulto caratterizzate da elementi di scherzo è “canzonatura” (teasing game) → il bambino si esibisce, “fa il clown”, prendendosi in giro con smorfie ridicole, si muove con esagerazione in modo istrionico, allestendo dei veri e propri spettacolini. GIOCHI PROTOSIMBOLICI Centrati sull’esibizione consapevole e ritualizzata di sé; implicano una modalità comunicativa caratterizzata da una maggiore consapevolezza sociale, relativa a una maggiore comprensione di sé in rapporto alle reazioni dell’altro
  • 19. Intersoggettività secondaria A partire dal quinto mese si assiste a una frattura nella relazione diadica madre-bambino fondata sulla comunicazione faccia-a-faccia (inizia l’interesse del bambino a esplorare l’ambiente circostante e diminuisce l’interesse per la comunicazione con la madre) (Riva Crugnola, p. 16-17) Fino ai nove mesi il bambino non è ancora in grado di coordinare la sua interazione con la madre e quella con gli oggetti
  • 20. Trevarthen (1993), in posizione radicale rispetto agli altri autori, sottolinea come la consapevolezza dell’altro sia presente nel bambino già dalle prime settimane di vita “Già alla nascita (i bambini) sono in grado di partecipare a uno scambio dinamico di stati mentali che ha un’organizzazione e una motivazione conversazionale, ed è potenzialmente una condivisione di intenzione e conoscenza” (Trevarthen, 1993, p.187)
  • 21. L’USO DELL’OSSERVAZIONE IN RICERCHE RECENTI STERN (1977-1985) Le sue ricerche si collocano nell’area dell’esperienza del senso di sé che sorgerebbe nei primi mesi di vita, legato in un primo tempo all’attività percettiva del neonato e in seguito alla condivisione degli stati emotivi con la madre
  • 22. L’USO DELL’OSSERVAZIONE IN RICERCHE RECENTI STERN (1977-1985) PROPONE UN INTERFACCIA TRA BAMBINO CLINICO RICOSTRUITO ATTRAVERSO I RICORDI NEL CORSO DELLA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA PROSPETTIVA RETROGRADA VISIONE ADULTOMORFA DELLA PRIMA INFANZIA BAMBINO OSSERVATO PROSPETTIVA ANTEROGRADA PER COMPRENDERE LO SVILUPPO NORMALE E SPIEGARE L’ONTOGENESI DI FORME PATOLOGICHE
  • 23. DANIEL STERN  INTENZIONI BAMBINO CAPACE DI  DISCRIMINAZIONI  ATTACCAMENTO  RIFERIMENTI SELETTIVI DOTATO DI CAPACITÀ PERCETTIVE COMPLESSE SENSIBILE A QUANTO PRESCRIVONO LE INTERAZIONI CHE REGOLANO GLI SCAMBI CON LA FIGURA DI ACCUDIMENTO
  • 24. BAMBINO COME PARTE DI UN SISTEMA INTERAZIONALE VISTO COME UN SISTEMA BIOLOGICAMENTE STRUTTURATO ATTRAVERSO MECCANISMI DI AUTOREGOLAZIONE ORIENTATI VERSO CONSERVAZIONE DI UN EQUILIBRIO DINAMICO SVILUPPO DI UNA ORGANIZZAZIONE DI COMPLESSITÀ CRESCENTE
  • 25. IL NEONATO NON CERCA DI LIBERARSI DALL’ECCITAZIONE AL FINE DI RAGGIUNGERE UN EQUILIBRIO INTERNO, MA FIN DALLA NASCITA È DISPONIBILE ALLA STIMOLAZIONE NECESSARIA PER FORNIRE LA MATERIA PRIMA PER LA MATURAZIONE DEI PROCESSI SENSO-MOTORI PERCETTIVI COGNITIVI
  • 26. DANIEL STERN AFFERMA CHE LA SUA TEORIA HA MOLTO IN COMUNE CON  TEORIA PSICOANALITICA TRADIZIONALE  TEORIA DELL’ATTACCAMENTO MA NE DIFFERISCE PERCHÉ ASSUME COME PRINCIPIO ORGANIZZATORE IL SENSO SOGGETTIVO DEL SÈ
  • 27. DANIEL STERN LE CAPACITÀ DEL BAMBINO SONO ORGANIZZATE E TRASFORMATE IN PROSPETTIVE SOGGETTIVE ORGANIZZANTI IL SENSO DEL SÉ E DELL’ALTRO IL SENSO DEL SÉ VIENE VISTO COME UN’ESPERIENZA SOGGETTIVA ORGANIZZANTE
  • 28. DANIEL STERN Ognuno dei sensi del Sé emerge in congiunzione con le nuove capacità che accompagnano i cambiamenti dello sviluppo infantile precoce Pur emergendo in momenti SENSI DEL SÈ successivi, Stern ritiene che operino contemporaneamente per tutto il corso della vita Rappresentano forme diverse e specifiche di fare esperienza di Sé e delle relazioni interpersonali
  • 29. Innovazioni di Stern Contesta radicalmente la nozione di fasi evolutive collegate a specifiche entità cliniche (es. oralità, attaccamento, autonomia, indipendenza, fiducia). Preferisce parlare di aspetti che permangono lungo l’intero arco della vita e che operano in ogni momento dello sviluppo. Molti “dogmi” della psicoanalisi sono applicabili solo dopo la comparsa del linguaggio: la teoria psicoanalitica non viene smentita, però Stern ritiene che non funzioni troppo bene nel primo periodo della vita (non lo riesce a descrivere adeguatamente)
  • 30. L’analisi di paralleli: Stern si muove su due livelli 1) Critica la concettualizzazione e la terminologia utilizzate dalla Mahler che a suo parere legano in maniera impropria condizioni patologiche successive, come l’autismo e la simbiosi, a periodi evolutivi normali, riflettendo quella che egli considera una visione patomorfica e retrospettiva dello sviluppo. 2) Inverte le tappe di questo processo proponendo un modello che sostiene fondamentalmente la precoce capacità del bambino di sperimentare l’emergere di un’organizzazione del Sé fin dai primi mesi di vita e quindi un’embrionale capacità di differenziazione tra il Sé e l’altro.
  • 31. DANIEL STERN SENSI DEL SÈ SENSO DEL SÈ VERBALE SENSO DEL SÈ SOGGETTIVO SENSO DEL SÈ NUCLEARE SENSO DEL SÈ EMERGENTE 0-2 2-6 7-15 (Età – mesi) 15-18
  • 32. DANIEL STERN SENSO DEL SÉ EMERGENTE CAMPO DI RELAZIONE EMERGENTE Dalla nascita fino al 2° mese di vita avviene un processo nel quale il bambino si applica attivamente nel porre in relazione tra loro differenti esperienze, grazie anche alle capacità innate (il corpo acquisisce dati sensoriali ) Per esempio, i bambini sono capaci di percepire una forma toccando un oggetto; ciò significa che essi sanno come deve essere l’oggetto senza mai averlo visto prima
  • 33. DANIEL STERN SENSO DEL SÉ NUCLEARE CAMPO DI RELAZIONE NUCLEARE Si verifica tra il 2° e il 6° mese di vita, quando il bambino avverte che lui e la madre sono entità fisiche separate, agenti distinti con distinte esperienze affettive e storie separate Il Sè fisico viene sperimentato come una entità fisica unitaria dotata di una volontà, di una vita affettiva e di una storia proprie. Esso opera al di fuori della consapevolezza: viene considerato implicito ed è difficilmente verbalizzabile
  • 34. DANIEL STERN SENSO DEL SÉ NUCLEARE CAMPO DI RELAZIONE NUCLEARE Il bambino esperisce un senso di coesione relativo alle sensazioni trasmesse dal corpo. Il bambino acquisisce il senso di continuità del Sé trasversale nel tempo, nella forma di memoria dell’esperienza di sé
  • 35. DANIEL STERN SENSO DEL SÉ SOGGETTIVO CAMPO DI RELAZIONE SOGGETTIVO Fra il 7° e il 9°mese di vita i bambini “scoprono” che esistono altre menti oltre alla loro, rendendo possibile un’intersoggettività tra bambino e genitore (condivisione delle intenzioni) Il bambino acquisisce la capacità di avere un oggetto comune di attenzione, di attribuire agli altri intenzioni e motivazioni e di percepirle correttamente,di attribuire agli altri degli stati d’animo e capire se sono o no conformi ai propri
  • 36. DANIEL STERN SENSO DEL SÉ VERBALE CAMPO DI RELAZIONE VERBALE Tra il 15° e il 18° mese il bambino possiede una riserva personale di esperienza e di conoscenza del mondo. Questa conoscenza può essere oggettivata ed espressa in simboli che divengono veicoli di significati da comunicare attraverso il linguaggio Questo nuovo senso del Sé opera nel campo della relazione verbale e poggia su nuove capacità: la capacità di oggettivare il Sé, di essere autoriflessivi, di comprendere e produrre il linguaggio
  • 37. DANIEL STERN SENSO DEL SÉ NARRATIVO CAMPO DI RELAZIONE NARRATIVO Il Sé viene definito dalle narrative autobiografiche, che comunque includono (e sono condizionate da) alcune caratteristiche dei precedenti stadi di sviluppo del Sé. La ricostruzione in forma narrativa delle esperienze precedentemente vissute nell’ambito degli altri sensi del Sé ha probabilmente un effetto organizzante nuovo e trasformativo sull’esperienza stessa e sulla sua rappresentazione.
  • 38. DANIEL STERN GLI STUDI DI STERN MOSTRANO COME LO SVILUPPO DELL’ORGANIZZAZIONE E DELLA REGOLAZIONE DELL’ESPERIENZA AVVENGA ALL’INTERNO DI UN SISTEMA RECIPROCA DI INFLUENZA MADRE-BAMBINO ALL’INTERNO DI TALE SISTEMA IL BAMBINO ACQUISISCE UNA PROPRIA CAPACITÀ DI REGOLAZIONE DEL SÈ E FORMA LE BASI DELLA PROPRIA PERSONALITÀ
  • 39. DANIEL STERN LA STIMOLAZIONE CHE IL BAMBINO RICEVE NEL RAPPORTO CON LA MADRE GLI CONSENTE DI ELABORARE SCHEMI MENTALI DEGLI OGGETTI SONO IL RISULTATO DELL’ESPERIENZA  SENSO- MOTORIA  SENSO- PERCETTIVA RELATIVA ALL’OGGETTO STESSO
  • 40. DANIEL STERN I BAMBINI UTILIZZANO QUESTE CAPACITÀ RAPPRESENTATIVE ALL’INTERNO DI CONTESTI INTERATTIVI SVILUPPANO ASPETTATIVE DEI PRIMI EVENTI SOCIALI SI FORMA COSÌ LA RAPPRESENTAZIONE DELLA STRUTTURA INTERATTIVA, CIOÈ DEL MODELLO DI UNA REGOLAZIONE RECIPROCA ORGANIZZATO SECONDO PARAMETRI TEMPORALI SPAZIALI AFFETTIVI
  • 41. DALLA RESPONSIVITÀ MATERNA ALLA SINTONIZZAZIONE Grande attenzione al comportamento materno nel processo di regolazione affettiva Tale meccanismo regolativo si struttura all’interno di una matrice relazionale ed è dipendente dalla capacità della madre di strutturare il repertorio di espressioni emotive e comunicative infantili L’ATTENZIONE NON VIENE POSTA UNICAMENTE SUL BAMBINO, MA SULLA RELAZIONE MADRE - BAMBINO
  • 42. DALLA RESPONSIVITÀ MATERNA ALLA SINTONIZZAZIONE PRECOCE ATTIVITÀ COMUNICATIVA DEL BAMBINO secondo la definizione data dalla teoria dell’attaccamento RISPOSTA PRONTA E ADEGUATA AI BISOGNI DEL BAMBINO ha portato A UN RIPENSAMENTO RELATIVAMENTE AL RUOLO SVOLTO DAL CAREGIVER RIGUARDO LA RESPONSIVITA’ AI SEGNALI DEL LATTANTE
  • 43. DALLA RESPONSIVITÀ MATERNA ALLA SINTONIZZAZIONE CONCETTO DI RESPONSIVITÀ RIPRESO E INTEGRATO NEL COSTRUTTO PIÙ AMPIO DI AFFECT ATTUNEMENT (Stern, 1985) CAPACITÀ MATERNA DI ANDARE OLTRE LA SEMPLICE IMITAZIONE DEL COMPORTAMENTO INFANTILE E DI SINTONIZZARSI CONDIVIDENDO LO STATO EMOTIVO DEL BAMBINO
  • 44. DALLA RESPONSIVITÀ MATERNA ALLA SINTONIZZAZIONE Attraverso la sintonizzazione emotiva la madre non solo rispecchia il comportamento espressivo e motorio del bambino (primo semestre di vita), ma lo ritraduce in differenti modalità espressive. Sulla base di questo scambio il bambino impara a modulare le proprie risposte comportamentali ed emotive, come se agisse all’unisono con la madre e facessero parte di un loro mondo, di uno spazio sentito (companion space, Brazelton, 1998).
  • 45. DALLA RESPONSIVITÀ MATERNA ALLA SINTONIZZAZIONE Il punto di vista soggettivo del bambino in interazione con il caregiver è la base per la concettualizzazione degli SCHEMI-DI-ESSERE-CON Rappresentazioni che contengono un protocopione con un agente, un’azione, degli strumenti per compiere l’azione e un contesto (Fonagy & Target, p. 325 esempio madre depressa)
  • 46. RESPONSIVITÀ, EMOZIONI E FUNZIONI PARENTALI NELLA TRASMISSIONE DELL’ATTACCAMENTO La responsività in senso comportamentale rappresenta la risposta contingente del genitore ai bisogni del bambino In questa accezione la responsività appare solo parzialmente responsabile dell’associazione tra i modelli di attaccamento genitoriali e tipo di attaccamento dei bambini
  • 47. Per Haft e Slade (1989) la responsività è la capacità della madre di condividere in modo sintonico (Stern, 1985) gli affetti positivi e negativi del proprio bambino. Esiste una correlazione tra i modelli operativi interni della madre circa l’attaccamento e la sua capacità di sintonizzarsi con il figlio Per Emde il ruolo della madre è quello di “validare” le emozioni del bambino, in particolare quelle positive, attraverso il loro rispecchiamento e la loro condivisione, fornendogli in questo modo la base per la costruzione di fonti interne di fiducia
  • 48. Belsky (1991,1997), rivela come la sicurezza dei pattern di attaccamento del bambino sia collegata alla capacità della madre di effettuare scambi positivi con lui nei primi anni di vita e come questo si correli al grado di coinvolgimento del padre nella relazione con la madre Lo scarso coinvolgimento del padre sembra determinare un aumento degli scambi affettivi negativi tra madre e bambino
  • 49. I padri tendono a improntare la loro interazione con il figlio nel corso del primo anno di vita attraverso una modalità maggiormente ludica, centrata sul contatto fisico, e caratterizzata da un livello di arousal più elevato, con picchi di attivazione positiva e passaggi repentini a situazioni di pausa rispetto al livello di attivazione più regolare e prevedibile dell’interazione materna
  • 50. RESPONSIVITÀ E FUNZIONE RIFLESSIVA Fonagy (1992,1995,1999), muovendosi congiuntamente nell’ambito dell’orientamento psicoanalitico e della teoria dell’attaccamento, ha dato un contributo originale all’ipotesi relativa alla trasmissione intergenerazionale dei modelli di attaccamento La trasmissione intergenerazionale coinvolge anche le modalità difensive o elaborative che il genitore adotta verso le proprie esperienze emotive legate alle relazioni con le figure parentali della propria infanzia
  • 51. Una madre con uno stato della mente di tipo distanziante trasmetterebbe al bambino, attraverso la mancata responsività ai suoi bisogni, l’incapacità di entrare in contatto con i propri affetti, incapacità maturata nel corso delle sue relazioni infantili con le figure genitoriali, contribuendo alla costruzione del bambino stesso di un pattern attaccamento insicuro evitante Le strategie difensive adottate dai genitori nei confronti del bambino hanno nel contempo un influsso anche sulle modalità che questi ha di rappresentarsi la sua relazione con loro
  • 52. Nel caso di genitori distanzianti o preoccupanti, le rappresentazioni di sé e dell’altro che il bambino inizia a costruire insieme ai modelli operativi interni di attaccamento possono essere soggette a processi di restrizione o di distorsione dell’informazione, generando modelli multipli ed incoerenti di sé e delle figure di attaccamento Fonagy ha ipotizzato che la responsività del genitore si fondi su una funzione riflessiva del Sé attraverso la quale egli costituisce il bambino, fin dai suoi primi mesi, come oggetto di stati mentali, quali pensieri, desideri, emozioni, attribuendo al figlio appena nato una “teoria della mente” corrispondente alla propria
  • 53. Fonagy approfondisce quegli aspetti della funzione della madre che Bion e Winnicott, nell’ambito dell’orientamento psicoanalitico, hanno definito capacità di contenimento e di rèverie Bion (1962) la definisce come la duplice capacità della madre di contenere mentalmente ogni emozione di segno positivo o negativo, che il neonato le trasmette, nonché di restituirgliele trasformate ed elaborate. Se la madre non è in grado di assolvere a tale funzione, soprattutto nel caso di emozioni negative, il neonato può essere sommerso da emozioni molto intense, sperimentando in condizioni estreme un terrore senza nome. nome
  • 54. Secondo Winnicott (1965), l’incapacità della madre di funzionare in modo sufficientemente buono, soddisfacendo e fornendo un contenimento ai bisogni emotivi del figlio, può provocare nel bambino ansie “impensabili”, quali il sentimento di andare in pezzi, di essere senza orientamento, di precipitare senza limiti, influenzando i suoi processi di costruzione e integrazione dei primi nuclei del sé.
  • 55. Secondo Fonagy, il genitore con un modello operativo interno di tipo sicuro dispiega una funzione riflessiva nei confronti del figlio, contribuendo a renderlo capace di esplorare senza deformazioni e restrizioni i propri stati mentali. Un genitore, invece, con un modello di attaccamento di tipo insicuro, non rappresentandosi il bambino compiutamente come un soggetto di stati mentali, non sarebbe in grado di tollerarne le emozioni, costringendolo in questo modo a sacrificarne l’espressione pur di mantenere il proprio legame di attaccamento.
  • 56. La trasmissione dei modelli di attaccamento ha come mediatore privilegiato la funzione riflessiva del Sé del genitore. Il bambino a contatto con un genitore con un’adeguata funzione riflessiva non solo può interiorizzare a livello intrapsichico un’istanza parentale che è in grado di contenere e trasformare i suoi stati emotivi, ma che è anche in grado di “pensarlo” e quindi di rifletterne l’immagine come soggetto di stati mentali. Il bambino, in questo modo, può trovare se stesso nell’altro.
  • 57. La funzione riflessiva del Sé della madre o del padre diventa, quindi, un fattore protettivo per la trasmissione della sicurezza dell’attaccamento, anche nel caso in cui il bambino si trovi in contesti familiari “a rischio”, implicanti vari tipi di deprivazione sociale e affettiva. Fonagy, nel 1999, evidenzia che i MOI sicuri o insicuri non sono acquisizioni definitive nella vita mentale infantile e adulta, ma stati della mente suscettibili di continue oscillazioni. Il caregiver ha la funzione di agevolare nel bambino il passaggio da uno stato mentale di base (inizialmente insicuro) a una prevalenza di stati sicuri, che gli permetteranno l’esplorazione dell’ambiente circostante e del proprio mondo interno.

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