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06 la comunicazione_non_verbale
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  • Comunicare vuol dire trasmettere a qualcuno significati, quindi conoscenze. Quali conoscenze possiamo comunicare?
    1) inf sul mondo (eventi concreti e reali, affermazioni generali, eventi immaginari, sul tempo e sukl luogo degli avvenimenti;
    2) inf sul mittente: tutte le volte che sono in presenza di un altro, che io lo voglia o no, l’altro “si fa un’idea” di me, cioè acquisisce o inferisce conoscenze sulla mia identità (sesso, età, radici culturali, personalità). X es., quando parlo chi mi vede capisce che sono una persona e non un animale o una cosa, che sono femmina, che non ho 2 anni o 90 (oppure sì?), che sono italiana, ecc.
    Questi elementi sono segnali che produco senza accorgermene, addirittura, a volte, contro la mia volontà (in una regione che non è la mia cerco di mascherare il mio accento? Con effetto Diego Abatantuono a Milano con il suo pugliese milanizzato).
    Questi segnali sono utilizzati dal destinatario come informazioni di sfondo per interpretare ciò che il mittente comunica.
    Oltre all’identità oggettiva, che mi impongono la mia natura e le mie radici, vi è l’IDENTITà CHE VORREI: COME VOGLIO APPARIRE. Goffmann la chiama “autopresentazione”, l’immagine che voglio dare di me. In questo caso produco segnalòi con uno scopo cosciente.
    3) inf sulla mente del mittente (scopi, conoscenze, emozioni relativi a ciò di cui stiamo parlando):
    a. certezza sulle info che ti do (uso avverbi? Aggrotto le sopracciglia?)
    b. fonte (esterna: se faccio virgolette” prendo le distanze; ragionamento: guardo in alto… come Verdone!).
    c. scopo (consiglio, avvertimento, ecc.)
    d. emozioni (parole emotive e segnali NV)
    Continuità fra comunicazione e non comunicazione : Il silenzio è comunicazione
    Bisogna distinguere fra “cercare di comunicare” e “riuscire a comunicare”: a volte tentiamo di comunicare, ma la comunicazione fallisce. Comunicare vuol dire trasmettere informazioni (Shannon e Weaver, 1949)
    Per quali motivi può fallire una comunicazione, dalla vostra esperienza? Non conosciamo il codice!!!!
    La nostra mente, il nostro corpo ed i sistemi di comunicazione sono capaci dunque di una ricchezza enorme di comunicazione. Ed è proprio la “ricchezza del repertorio” che rende appassionante l’indagine sulla comunicazione.
    Per le lingue, infatti, si individuano tutti i segnali con i significati e si trovano gli elementi che, combinati, danno luogo a tutti i segnali possibili (l’alfabeto). Se questo è stato fatto per le lingue, perché non farlo con tutti i sistemi comunicativi, x es. con la CNV?
    Sono questi segnali più legati al contesto, rispetto alle solide lingue?
    In realtà tutti i sistemi di comunicazione, compreso le lingue, hanno gli stessi problemi: x es. una parola in genere ha più di un significato. Un gesto che ha più di un significato è la “mano a tulipano”. Qual è la mano a tulipano?
    Ha 2 significati: uno letterale, di domanda (cosa?), ed uno di informazione o valutazione negativa (ma che vuoi? Ma che dici?).
    X es una sera incontriamo un amico ben vestito e gli facciamo “la mano a tulipano”. Il gesto è ambiguo: dove vai così ben vestito? Oppure: ma che fai così vestito che sei ridicolo?
    Il nostro amico capirà le mie intenzioni da altri segnalui, x es, l’espressione del vbiso o lo sguardo interrogativo.
  • Illuminismo vs. Romanticismo: l’emozione appariva un fattore di disturbo e di distorsione: dato che l’attività razionale era la base della spiegazione delle azioni degli esseri umani, l’emozione-perturbazione assumeva la qualità di attributo spregevole dell’esistenza, in quanto IRRAZIONALE. X es. camera con vista, i dolori del giovane Werther, ecc.
    L’emozione era degli animali e quindi era una qualificazione negativa. Anche nei miti il dio Pan rappresenat il negativo, come le Furie o gli strali di Cupido.
    A questa concezione darwin rispose con la rivoluzionaria idea che l’emozione fosse un elemento di adattamento per la SOPRAVVIVENZA.
    Alcuni si sono concentrati su alcuni aspetti della comunicazione non verbale (CNV) nell'uomo, come per esempio Argyle (1972), che ha individuato tre funzioni della CNV: la comunicazione di atteggiamenti interpersonali e stati emotivi; l’integrazione ed il sostegno della comunicazione verbale; la sostituzione del linguaggio verbale in particolari situazioni. Cook (1971) ha distinto i segnali non verbali in aspetti statici e dinamici e Ricci-Bitti e Cortesi (1977) li hanno distinti in sei raggruppamenti principali: il comportamento spaziale; il comportamento motorio-gestuale; il comportamento mimico; il comportamento visivo; il complesso di segnali che costituiscono l'aspetto esteriore; l'insieme degli aspetti che accompagnano il comportamento verbale senza essere di natura strettamente verbale.
  • L’osservazione dell’espressione, comportramentale e mimica, delle emozioni è alla base della conoscenza intuitiva ed empatica che utilizziamo nella vita di tutti i giorni nel rapporto con i nostri simili.
    Spesso possiamo osservare come l’emissione di uin segnaledi emozione (x es. un sorriso, un urlo aggressivo, il tamburellare nervoso delle dita) non solo ci consente di valutare la presenza di una data emozione, ma è in grado di induirre in noi stessi una risposta simile, come un “contagio emotivo”. Pensiamo ad es. al tamburellare nervoso delle dita o ad una rappr teatrale che comincia con un urlo!
  • incontri politici = dre bugie, oppure macchina della verità.
  • Ricordate chi sono gli etologi?
    Uno degli es più usati frequentemente è la ritualizzazione del’agfgressione, dello scoprire i denti e ringhiare nelò cane (e nell’uomo?).
    La funzione di tale comp non è quella di prepararsi a sbranare, ma di segnalare ostilità mostrando un comp “congelato” e stereotipato. L’uomo fissa il nemico, corruga la fronte, digrigna i denti scoprendo i canini.
    X es., in molte specie l’azione della toeletta del pelo indica spesso la possibilità di iniziare un contatto sociale. Diverse specie di uccelli, fra le quali anche i piccioni che possiamo osservare in città, hanno nel repertorio dei comp fissi, atti a segnalare l’attrazione e la ricerca di un partner sessuale: anche il gesto di pulirsi le piume a colpi di becco.
  • I segnali non hanno carattere di esclusività, in quanto un gesto non rientra necessariamente in una sola categoria, ma può collocarsi in più di una di esse (Bilotta, 1996).
    Emblematici, emessi intenzionalmente con significato specifico, che può essere direttamente tradotto in parole e addirittura ripetere e sostituire il contenuto della comunicazione verbale. Tipici gesti emblematici sono l'atto di scuotere la mano in segno di saluto, il chiamare attraverso cenni, l'atto di indicare.
    Illustratori, realizzati nel corso della comunicazione verbale per illustrarne il contenuto.
    Indicatori dello stato emotivo del parlante che li produce, nonostante la principale fonte di indicazioni riguardo gli stati emotivi del parlante sia il volto.
    Regolatori, che tendono a controllare il flusso della conversazione.
    Di adattamento, emessi inconsapevolmente e senza il fine di veicolare un messaggio specifico, ma che rappresentano un modo di soddisfare bisogni, motivazioni ed emozioni delle situazioni. Si dividono in segnali auto-adattivi (i movimenti di manipolazione del proprio corpo che gli individui realizzano nel corso dell'interazione) e di adattamento centrati sull'altro o su oggetti.
  • soprattutto la psicologia e la fonetica hanno rivelato forme di sincronizzazione ritmica nel comportamento comunicativo umano, sia rispetto alla produzione che alla percezione. La produzione del parlato e dei movimenti gestuali viene raggiunta grazie ad una struttura coordinativa, che richiede la coordinazione di un grande numero di componenti biologiche (Schöner, Kelso, 1988; Bressler, Kelso, 2001). Recenti studi (Kopp, Wachsmuth, 1999) si sono mossi nella direzione della creazione di interfacce che integrino le informazioni di sincronizzazione.
  • L’interesse scientifico sui rilevamento dei movimenti facciali è nato sin dal 1600, ma ancora oggi non esiste per essi un esatto metodo di misurazione, anche se molti studiosi se ne sono occupati.
    Darwin aveva fatto riferimento a pattern espressivi come ammirazione, terrore, orrore, ma alcuni possono essere considerati variazioni della dimensione intensità di emozioni fondamentali.
    Solo nei primati esistono certe particolari mimiche facciali.
    Quando, ad es., ujn uccello apre le fauci per ingoiare il cibo o nella fase preparaatoria di un attacco, il suo viso (benchè sianio in atto processi completamente deiversi fra loro) resta ugualmente fisso e imperscrutabile.
  • La concezione innatista della CNV fa riferimento alla prospettiva di Darwin secondo cui le espressioni facciali sono il risultato dell’evoluzione della specie umana e hanno un carattere di universalità.
    Secondo la prospettiva culturalista la CNV è appresa nel corso dell’infanzia al pari della lingua e presenta variazioni sistematiche da cultura a cultura, dal sistema dei gesti alle espressioni facciali.
    La prospettiva della interdipendenza fra natura e cultura sembra essere quella più adatta a spiegare la CNV. Le strutture nervose e i processi neurofisiologici condivisi in modo universale a livello di specie sono organizzati in configurazioni differenti secondo le culture di appartenenza
  • Sono stati condotti studi sull’universalità delle emozioni, ovvero: tutti, in tutte le parti del mondo, esprimiamo le emozioni nello stesso modo?
  • Mostrando fotografie di volti umani esprimenti un’emozione, è stato verificato se gli osservatori appartenenti a varie culture sociali concordassero nel giudizio sull’emozione ritenuta corrispondente all’espressione facciale.
    Nel caso degli abitanti del villaggio di corfù, l’immagine fu valutata meno tesa perché in molti villaggi greci l’ira viene manifestata giocosamente nelle discussioni, anche con chiassose manifestazioni verbali (come un innocuo passatemèpo da osteria).
    Tuttavia qiesta ricerca riesce solo a dimostrare che divwerse culture condividono le espressioni facciali e non che, necesariamente, queste emozioni siano universali. Per es. , queste espressioni potrebbero essere apprese grazie alla televisione e a programmi comuni che hanno vistio i partecipanti all’esperimento.
  • Di fronte a fotografie di soggetti caucasici (che non avevano mai visto prima), queste popolazioni hanno fornito una spiegazione delle emozioni assai vicina a quella data da soggetti della nostra cukltura.
    Furono registrati dei video delle espressioni facciali spontanee di questi uomini e sottoposti alla valutazione dio studenti americani, che le riconobbero.
  • In un altro esperimento Ekman e collaboratori diedero ai soggetti della nuova Guinea le istruzioni di assumere le espressioni che a loro parere dovevano corrispondere a precise circostanze emozxionali e quindi ne fotografarono i volti. I giudizi che americani ed europei diedero di queste fotografie (di espressioni “recitate”) furono esatti (come quelli delle espressioni spontanee).
    Questa prova è altamente significativa, poiché chi “recita” si serve di stereotipi che, se appresi, srebbero scaarsamente significativi.
    Altri esperimenti sono stati condotti con bambini e soggetti non vedenti.
  • Altri esempi?
  • Le madri lo riconoscono, riconoscono cioè la frequenza sonora, ad es. il pianto di dolore ha una più lunga emissioner sopnora, seguita da una pausa inspiratoria e da brevi inspirazioni affannose.
    Prima il b reagisce con il sorriso a stimoli uditivi (specie la voce femminile), poi l’interesse va verso il volto umano, a cui si reagirà con il sorriso intorno al terzo mese di vita.Rinsalda il rapporto fra il b e chi si perende cura di lui.
  • Ekman e Friesen (1978) hanno ammesso l'esistenza di movimenti di muscoli facciali tipici per ciascuno stato emozionale primario; si tratterebbe di movimenti innati, cioè non appresi, trasmissibili per via ereditaria ed hanno usato delle fotografie per rappresentare i movimenti in ognuna delle tre aree facciali (distretto oculare, nasale e orale).
    In entrambi gli orientamenti la metodologia di classificazione è stata ricavata attraverso la presentazione a diversi soggetti di foto che mostravano combinazioni di emozioni, anche se un grosso limite che pone l'uso delle fotografie in questo ambito di ricerca è quello di presentare, a colui che deve giudicare di quale espressione si tratti, una sola espressione statica, mentre nella realtà si ha un flusso continuo di espressioni che mutano velocemente sul volto; i limiti e l'artificiosità di queste tecniche sono stati superati adottando brevi filmati e dall'osservazione delle emozioni in situazioni di vita reale (Bilotta, 1996).
    Unità di’Azione = Il Facial Action Coding System (FACS), inventato da Ekman e Friesen (1978), è il sistema di misura più usato e versatile per la codifica delle espressioni facciali. È stato sviluppato esaminando più di 5000 differenti combinazioni di azioni muscolari, per determinare come le contrazioni di ogni muscolo facciale cambi le sembianze di un viso (Bilotta, 1996). La misura delle espressioni facciali nel sistema FACS è codificata attraverso Unità di Azione (Action Unit - AU), invece che con unità muscolari, in cui è possibile rintracciare l’azione di diversi muscoli di base. Ogni singola AU è identificata dal nome e da un numero (Ekman, Friesen, Hager, 2002).
  • Per meglio comprendere il riferimento all’anatomia muscolare delle FACS, i principali muscoli mimici del volto sono indicati nell’illustrazione di seguito riportata.
  • Quando non è evidente nessuna AU, il viso è in una posizione neutrale di punteggio.
    In generale il livello A si riferisce alla “traccia” di un’azione; B ad una “leggera”, C ad una “marcata”, D ad una “estrema”, E alla “massima” evidenza dell’azione.
  • Canestrari (1988) ha pubblicato una versione semplificata del diagramma delle emozioni di Schlosberg, in cui si rintracciano due assi perpendicolari (piacevolezza-spiacevolezza e attenzione-rifiuto). Qualunque espressione facciale rientra entro una combinazione dei fattori delle espressioni polari: una emozione può trovare infatti posto in base al suo rapporto con le due dimensioni degli assi, per esempio il disgusto riunisce rifiuto e spiacevolezza
  • Plutchick ha poi determinato la relativa affinità delle emozioni, correlandole ed individuando il grado di somiglianza fra i caratteri propri delle singole categorie emozionali; il suo cono ha dato dunque origine ad un altro schema, una “ruota delle emozioni”.
    Ruggieri (1987) suggerisce di avvalersi di entrambi gli approcci, collocando le emozioni su un asse dimensionale utilizzato come continuum di intensità: per esempio la sorpresa e la paura possono essere poste ai due estremi dell’asse piacevolezza-spiacevolezza. Secondo l’autore ogni emozione può essere espressa mimicamente secondo vari gradi di intensità legati al contesto situazionale ed ogni cambiamento di intensità può modificare il valore di segnale che l’emozione espressa assume. Inoltre un caratteristico elemento mimico espressivo può apparire in diverse emozioni, oppure si possono esprimere emozioni miste, oppure un elemento mimico caratteristico di una data emozione può essere espresso per coprire o nascondere un’altra emozione.
  • Esistono diversi modi di “creare” queste facce.
  • È più facile, ad esempio, riconoscere le espressioni facciali delle emozioni che non le espressioni di emozioni realizzate attraverso diversi canali.
    Le donne sono più brave.
    Nelle diverse culture alcuni segnali sono uguali, x es. darsi la mano (anche se si dà la mano in modo diverso).
  • Come afferma Gombrich (1992) nel suo saggio in Arte, percezione e realtà, la percezione ha bisogno di universali: non potremmo percepire o riconoscere i nostri simili se non potessimo cogliere l’essenziale e separarlo dall’accidentale. Nonostante i volti siano quindi diversi, sia perché le persone differiscono nelle loro fisionomie permanenti, sia perché ogni persona muta da momento a momento man mano che i tratti si deformano in trasformazioni non rigide, la classificazione dei volti non si produce tanto in termini visivi quanto in termini muscolari (Gombrich, 1992). Ciò diventa problematico se l’analisi di un volto riguarda un dipinto o una maschera ma, facendo nostro ciò che sostiene Hochberg (1992), il modello comunica sempre qualche informazione, così come in un paesaggio dipinto, che rappresenta una scena mai vista, è possibile notare se l’informazione è coerente. Un certo tipo di informazione riguarda le caratteristiche fisiche, come la configurazione e la colorazione della testa in quanto oggetto semirigido, si ha inoltre informazione su sesso, età e razza; un altro tipo di informazione riguarda lo stato temporaneo, per esempio la sua espressione emotiva, ed un altro potrebbe riguardare il suo carattere (Hochberg, 1992).
    I tratti di un volto non vengono di solito visti in modo isolato, non più di quanto singole parole siano lette al di fuori di un contesto: per distinguere per esempio un sorriso spontaneo da uno prodotto volontariamente (due stati che hanno significati molto diversi nell’interazione sociale) l’osservatore impara infatti, inconsapevolmente, a notare i rapporti reciproci nelle configurazioni facciali, per esempio il rapporto tra occhi e bocca. Secondo Gombrich (1992) il paradosso centrale nel campo della percezione fisionomica è dunque insito proprio nella distinzione tra maschera e faccia.
  • Contenuto (espressioni verbali ed azioni del soggetto riguardanti la famiglia, il lavoro, gli amici, la vita scolastica, l’infanzia, ecc.), contesto (la relazione diadica nel qui e ora) ed espressioni non verbali.
    È importante anche l’aspetto fisico (come il paziente si presenta). Anche tutti gli elementi che costituiscono l’aspetto esteriore sono fonti di informazione: il volto, la conformazione fisica, l’abbigliamento, il trucco, l’acconciatura, ecc. Tutto parla di noi. Esempi?
    La CNV viene considerata, dalla psicologia ingenua, più spontanea e naturale della CV, poiché rivela gli stati d’animo dell’individuo e lascia trapelare in modo inconsapevole le sue intenzioni, anche in contrasto con quanto sta dicendo.
    La CNV rappresenta una sorta di linguaggio del corpo, e quindi un linguaggio universale, esito dall’evoluzione filogenetica e regolato da precisi processi e meccanismi nervosi. La concezione innatista della CNV fa riferimento alla prospettiva di Darwin secondo cui le espressioni facciali sono il risultato dell’evoluzione della specie umana e hanno un carattere di universalità.
    Secondo la prospettiva culturalista la CNV è appresa nel corso dell’infanzia al pari della lingua e presenta variazioni sistematiche da cultura a cultura, dal sistema dei gesti alle espressioni facciali.
    La prospettiva della interdipendenza fra natura e cultura sembra essere quella più adatta a spiegare la CNV. Le strutture nervose e i processi neurofisiologici condivisi in modo universale a livello di specie sono organizzati in configurazioni differenti secondo le culture di appartenenza.
  • Il silenzio costituisce un modo strategico di comunicare e il suo significato varia con le situazioni, con le relazioni e con la cultura di riferimento.
    Il valore comunicativo del silenzio è da attribuire alla sua ambiguità, poiché può essere l’indizio di un ottimo rapporto e di una comunicazione intensa oppure il segnale di una pessima relazione e di una comunicazione deteriorata.
    Può unire due persone in una profonda condivisione di affetti o può separarli attraverso sentimenti di ostilità e di odio;
    Può indicare consenso e approvazione o segnalare dissenso e disapprovazione;
    Può indicare una forte concentrazione mentale o può segnalare una dispersione mentale.
    Nel sistema verbale ricordiamo la prosodia (esempi). Il valore comunicativo del silenzio è da attribuire alla sua ambiguità, infatti può essere il segnale di una pessima relazione o l’indizio di un ottimo rapporto e di una comunicazione intensa
    Costituisce un modo strategico di comunicare e il suo significato varia con le situazioni, con la cultura e con le relazioni. La CNV Da colore e sostegno a ciò che si
    dice, attraverso:
    Cadenza (veloce, uniforme, lenta);
    Volume (alto o basso);
    Pause.
    Il silenzio costituisce un modo strategico di comunicare e il suo significato varia con le situazioni, con le relazioni e con la cultura di riferimento.
    Il valore comunicativo del silenzio è da attribuire alla sua ambiguità, poiché può essere l’indizio di un ottimo rapporto e di una comunicazione intensa oppure il segnale di una pessima relazione e di una comunicazione deteriorata.
    I valori comunicativi positivi o negativi del silenzio riguardano molti aspetti, quali:
    I legami affettivi (il silenzio può unire due persone in una profonda condivisione di affetti o può separarli attraverso sentimenti di ostilità e di odio)
    La funzione di valutazione (il silenzio può indicare consenso e approvazione o segnalare dissenso e disapprovazione);
    Il processo di rivelazione (il silenzio può rendere manifesto qualcosa o qualcun altro);
    Una funzione di attivazione (il silenzio può indicare una forte concentrazione mentale o può segnalare una dispersione mentale)
    Le funzioni della CNV: Funzione relazionale – la comunicazione riguarda non soltanto le conoscenze e le informazioni da partecipare con altri (che cosa è comunicato; componente proposizionale), ma anche le relazioni interpersonali (come è comunicato; componente relazionale). Nella comunicazione e attraverso la comunicazione noi creiamo le nostre relazioni con gli altri. La CNV è destinata a svolgere questa funzione di base o metanfunzione.
    Relazione di potere e persuasione – per la specie umana la CNV assume una funzione essenziale nella definizione, mantenimento e difesa di dominanza. Più che alle parole, il potere e la persuasione sono affidati ai segnali non verbali quali: apparenza fisica, postura e territorialità.
  • Lo sguardo è altamente espressivo; un aspetto interessante è costituito dalle motivazioni che stanno alla base della ricerca dello sguardo e della fuga da esso, e dell’esperienza del venire guardati. Lo sguardo come ricerca di informazioni;
    Lo sguardo come segnale o tecnica sociale.
    E’ importante sottolineare la direzione ed il contatto oculare nello sguardo.
  • Non sono esatte le convinzioni popolari sulla qualità degli occhi di poter rivelare anche ciò che vorremmo nascondere con il viso (x es. tradiscono l’emozione).
    In molte culture lo sguardo diretto non risulta soltantop ineducato, ma anche insultante. In alcuni casi vengono lasciati solo gli occhi scoperti, e quindi lo sguardo va “rubato”.
    A noi spesso dà fastidio se parliamo con qualcuno che porta occhiali scuri, perché non riusciamo a vedere lo sguardo.
  • I nostri movimenti non sono soltanto strumentali per compiere determinare azioni ma implicano anche la produzione e la trasmissione di significati. Mimica facciale I movimenti del volto costituiscono un sistema semiotico privilegiato, in quanto il volto è una regione elettiva del corpo per attirare l’attenzione e l’interesse degli interlocutori. Tali movimenti servono per manifestare determinati stati mentali del soggetto, le esperienze emotive, nonché gli atteggiamenti interpersonali. Sguardo – Rappresenta un potente segnale comunicativo a livello non verbale. La percezione visiva di un altro organismo è di fondamentale importanza per la sopravvivenza individuale ed ella specie. Il contatto oculare è un passo importante per l’avvio di qualsiasi rapporto interpersonale.
    Gesti – sono azioni motorie coordinate e circoscritte, volte a generare un significato e indirizzate a un interlocutore, al fine di raggiungere uno scopo. Il loro insieme è stato chiamato anche il “linguaggio del corpo”, anche se sono interessate soprattutto le mani. Il sistema prossemico e il sistema aptico sono dei sistemi di contatto.
    Prossemica: Ciò implica un equilibrio instabile fra processi affiliativi (di avvicinamento) ed esigenze di riservatezza (di distanziamento). Abbiamo bisogno di mantenere dei contatti con gli altri e la vicinanza spaziale costituisce una premessa in questa direzione. Nel contempo, abbiamo bisogno di definire e di proteggere la nostra privatezza e la distanza fisica rappresenta una condizione importante a questo riguardo.
  • Essa mostra lo stato emotivo di una persona con cui si
    interagisce, per quanto essa possa cercare di mascherarlo.
    La mimica facciale può avere altri tre ruoli:
    Fornisce una retroazione continua, informando se
    l’ascoltatore capisce, è sorpreso, è d’accordo,…
    Segnala agli altri gli atteggiamenti del parlante.
    Può costituire una metacomunicazione, modificando o
    commentando ciò che in quel momento viene detto o fatto.
    Coinvolge un gran numero di muscoli facciali ed è uno strumento comunicativo molto potente poiché il volto è ciò che più attrae l’interesse dell’interlocutore.
    Ekman che ha classificato tutti i movimenti facciali visibili, vi attribuisce un valore prevalentemente emotivo piuttosto che comunicativo.
  • Funzione denotativa vs. funzione connotativa (Nel significato di una parola si distinguono l’aspetto denotativo (ciò che indica) e un aspetto connotativo (l’atteggiamento emotivo del soggetto verso ciò che la parola indica).
    Arbitratrio vs. motivato - gli aspetti arbritari, caratteristici del linguaggio, sono generati dalla relazione convenzionale fra l’immagine acustica (significante) e la rappresentazione mentale (significato). Per contro, gli elementi della CNV hanno un valore motivato e iconico nell’esprimere un certo evento e trattengono in sé degli aspetti della realtà che intendono evocare.
    Digitale vs. analogico – secondo la psicologia tradizionale il codice linguistico è considerato digitale, poiché i fonemi sono ritenuti tratti diacritici distintivi e oppositivi. Per contro, gli aspetti non verbali hanno un valore analogico, in quanto presentano variazioni continue e graduate in modo proporzionale a ciò che intendono esprimere.
    L’orientazione (angolo secondo cui le persone si situano nello spazio, in piedi o sedute, l’una rispetto all’altra) costituisce un elemento di informazione circa gli atteggiamenti interpersonali; sembra che questo segnale, i cui tipi fondamentali sono quello faccia a faccia e fianco a fianco, indichi i rapporti di collaborazione, intimità, gerarchia e le differenze di status.
    Se è relativamente facile recitare una mimica, lo è molto meno recitare una postura. La postura è un segnale in larga misura involontario, che fornisce informazioni riguardo ai rapporti interpersonali, lo stato sociale, gli stati emotivi, in particolare lungo la dimensione tensione/ rilassamento.
    Altri cnv?
  • Gesti simbolici(o semiotici)
    Sono fortemente convenzionalizzati e di solito compiuti in assenza di linguaggio
    Gesti e parole
    Marcatori dell’atteggiamento del parlante (es: Ma che vuoi?)
  • La CNV partecipa in modo attivo e autonomo, insieme al sistema linguistico, a generare e produrre il significato degli atti comunicativi.
    Tuttavia la CNV ha un basso grado di convenzionalizzazione che ne limita la capacità di rappresentare idee astratte ma anche molti oggetti concreti (Verità, libertà, duomo, foglia)
    Si ricorre alla CNV non solo perchè “inutile vestigia di abitudini ancestrali” ma soprattutto per il fatto che ad essa è affidata in modo predominante la componente relazionale della comunicazione!
    Con essa vengono manifestate le emozioni e l’intimità, il potere e la persuasione.
  • Indicano a chi parla se l’interlocutore è interessato, se desidera parlare, se desidera interrompere la comunicazione, ecc.
  • Voi come vi comporeste? Ripetiamo qui l’esperimento.
  • Transcript

    • 1. La Comunicazione Non Verbale
    • 2. Lo studio della CNV    L’interesse per la voce, il viso ed il corpo può essere rintracciato già negli scritti dei primi filosofi greci, ma ha attirato l’attenzione anche di numerosi pensatori del XX secolo. Alcuni si sono concentrati su alcuni aspetti della Comunicazione Non Verbale (CNV) nell'uomo, individuandone le funzioni o raggruppando i segnali in diverse categorie. Altri ricercatori, come Ekman e Friesen (1978), hanno usato un approccio globale, considerando tutti gli aspetti nel loro complesso.
    • 3. L’espressione delle emozioni  Diverse teorie dell’emozione suggeriscono che essa possiede tre componenti: 1. 2. 3. neurofisiologica, espressiva (soprattutto a livello del viso), soggettiva.
    • 4. Il “contagio emotivo” nell’espressione delle emozioni   Il “contagio emotivo” è particolarmente evidente nello svilupparsi di comportamenti emotivi a carattere collettivo, ad es. gli incontri sportivi. In alcune situazioni le emozioni vengono invece soppresse, per es. in incontri politici.
    • 5. La ritualizzazione   Le espressioni delle emozioni sarebbero, secondo gli etologi, fondate sul processo della “ritualizzazione”. La ritualizzazione può essere definita come la modificazione di un comportamento per renderlo comunicativo.  Eibl-Eibesfeldt (1970) descrive vari cambiamenti di comportamento che si accompagnano alla sua ritualizzazione, ad esempio il comportamento:     muta la sua funzione, diventa più semplice ma più esagerato, si “fissa” in postura, si manifesta di fronte ad una maggiore varietà di stimoli.
    • 6. Le mani nella CNV  Per quanto riguarda le mani, parti del corpo che possono produrre messaggi molto complessi e molto espressivi, i segnali gestuali possono essere divisi in cinque categorie: 1. Emblematici (per es. scuotere la mano in segno di saluto, chiamare attraverso cenni, indicare, ecc.). 2. Illustratori, per illustrare il contenuto della CV. 3. Indicatori dello stato emotivo del parlante che li produce. 4. Regolatori, per controllare il flusso della conversazione. 5. Di adattamento, emessi senza il fine di veicolare un messaggio specifico.
    • 7. Il ritmo   Numerose ricerche hanno preso in esame anche il ruolo fondamentale del ritmo nel linguaggio e nella comunicazione umana. Quando una persona parla, le braccia, le dita e la testa si muovono infatti in una organizzazione temporale strutturata (auto-sincronia), sincronizzata a molti livelli.
    • 8. Il volto nella CNV   Nonostante l’enorme valore della gestualità e dei movimenti corporei in generale nella comunicazione interpersonale, il volto rimane il più importante mezzo di espressione delle emozioni a livello non verbale. Solo nei primati esistono certe particolari mimiche facciali (molto vicina a quella umana).
    • 9. Darwin e l’interesse per le emozioni   L’interesse scientifico sui rilevamento dei movimenti facciali è nato sin dal XVII secolo. Nel 1872 Darwin applicò la sua teoria sull'evoluzione anche alle emozioni nel suo libro The Expression of the Emotions in Man and Animals.
    • 10. Concezione innatista: studi di Darwin
    • 11. Emozioni innate o apprese?    Molti autori si sono opposti alla tesi di Darwin sostenendo che le emozioni sono culturalmente apprese. Triandis e lambert (1958) mostrarono una stessa fotografia del voltio di un’attrice professionista a degli studentio di una università nordamericana, a studenti dell’università di Atene e agli abitanti di un piccolo paese rurale. Il risultato fu accordo tra i tre gruppi (definirono l’espressione “ira intensa nel corso di una discussione”).
    • 12. Espressioni facciali innate   Esperimenti sono stati condotti in gruppi culturalmente isolati rispetto al resto dell’umanità (nel Borneo e Nuova Guinea), non alfabetizzati. Ekman et al. (1971, 1980) hanno confermato l’universalità delle espressioni facciali fondamentali.
    • 13. L’universalità delle emozioni
    • 14. Cambiamenti culturali   Il fatto che le espressioni facciali fondamentali siano universali non implica necessariamente che queste espressioni appaiano secondo le stesse modalità e tempi in tutti gli individui di una specie. Ad esempio, le espressioni di soggetti ciechi dalla nascita sono analoghe, ma più “schematiche” e povere rispetto a quelle dei vedenti.
    • 15. Cambiamenti culturali   In certe società, inoltre, vengono esibiti dei segni di gioia in occasioni luttuose (è inibita l’espressione del dolore in quelle determinate circostanze). Alcune espressioni vengono dunque utilizzate con un uso convenzionale.
    • 16. Le emozioni più studiate    Sono state il pianto e il sorriso: Il pianto è il primo segnale del bambino (ne sono state studiate le varianti: stizzoso, di dolore, ecc.). Il sorriso è stato osservato da Wolff (1963) nel sonno REM di neonati, da 2 a 12 ore dopo la nascita.
    • 17. Lo studio della CNV   Ekman e Friesen (1978) hanno sviluppato una specifica metodologia di studio della CNV. In questo tipo di approccio, che può essere definito categoriale, sono state classificate la paura, la tristezza, la rabbia, la gioia, l’interesse, la sorpresa, il disprezzo/disgusto; Izard (1977) ha poi aggiunto timidezza, vergogna e colpa.
    • 18. Il FACS   Il FACS usa delle regole ben precise per dare un punteggio alle intensità delle AU su una scala ordinale composta da cinque posizioni. Le lettere A, B, C, D ed E si riferiscono all’intensità di un’azione e vengono poste subito dopo il numero dell’AU .
    • 19. Il diagramma delle emozioni di Schlosberg  Il diagramma delle emozioni di Schlosberg Un altro tipo di approccio colloca le emozioni all’interno di alcune dimensioni quali piacevolezzaspiacevolezza, tensione-rilassamento, accettazione-rifiuto, ecc. (Schlosberg, 1952; Osgood, 1966).
    • 20. Il “solido” di Plutchick   Un’altra rappresentazione grafica delle emozioni si deve a Plutchick (1981): ciascuno spicchio verticale rappresenta un’emozione primaria o fondamentale; l’intensità dell’emozione decresce dall’alto verso il basso e le emozioni che si somigliano di più sono adiacenti. Ad esempio il dolore rappresenta la forma più intensa di un’emozione primaria che, ad altri gradi di intensità, si esprime come tristezza.
    • 21. “La ruota delle emozioni” di Plutchick   Sulla base delle descrizioni soggettive fornite dai soggetti nelle ricerche di laboratorio, Plutchick ha poi determinato una sezione trasversale del solido che mostra le risultanti della mescolanza delle emozioni. Per esempio paura e sorpresa si combinano nello spavento.
    • 22. L’espressione delle emozioni
    • 23. L’espressione delle emozioni
    • 24. La riproduzione delle emozioni in agenti sintetici  Già dal lavoro pioneristico di Frederic I. Parke (1974; 1975; 1982) molte ricerche hanno tentato di realizzare una modellazione realistica di movimenti facciali, difficoltosa a causa della complessità dell’anatomia facciale.
    • 25. Il riconoscimento delle emozioni   Le numerose ricerche in questo campo hanno dimostrato che gli individui possiedono una buona capacità di identificazione, anche se l’accuratezza varia in relazione a diversi fattori. È più facile, ad esempio, riconoscere le emozioni manifestate da individui appartenenti alla stessa cultura (Shimoda, Argyle e Ricci Bitti, 1978).
    • 26. Volto - Maschera  Come afferma Gombrich (1992) non potremmo percepire o riconoscere i nostri simili se non potessimo cogliere l’essenziale e separarlo dall’accidentale.   I tratti di un volto non vengono di solito visti in modo isolato, non più di quanto singole parole siano lette al di fuori di un contesto. Ciò diventa problematico se l’analisi di un volto riguarda un dipinto o una maschera, ma il modello comunica sempre qualche informazione (Hochberg, 1992).
    • 27. Dati informativi in un colloquio   Possono essere individuate tre categorie: contenuto, contesto ed espressioni non verbali. Il canale non verbale offre una serie di informazioni che il contenuto verbale non è in grado di fornire.
    • 28. Comportamento verbale   Prosodia Silenzio
    • 29. Lo sguardo Il contatto oculare è un passo fondamentale per l’avvio di tutti i rapporti interpersonali (lotta, competizione, innamoramento, …) Esso è anche uno strumento di interazione durante una relazione(feedback, regolazione dei turni, cooperazione) Le emozioni positive comportano incremento del contatto oculare, quelle negative il contrario Amore e Psiche - Canova
    • 30. La parte che giocano gli occhi    Gli occhi giocano una parte importante nei messaggi espressivi delle emozioni. Ad esempio, fissare direttamente negli occhi è un tabù molto diffuso in molte culture. Lo sguardo diretto ha comunque sempre un significato “forte”: dalla sfida alla passione, ecc.
    • 31. Il sistema cinesico    Il sistema cinesico comprende i movimenti del corpo, del volto e degli occhi (sguardo, gesti, ecc.). La prossemica concerne l’uso dello spazio, in particolare della distanza, nei confronti degli altri. L’aptica fa riferimento all’insieme di azioni di contatto corporeo con un altro.
    • 32. La mimica facciale e l’aspetto esteriore
    • 33. Prospettiva dell’interdipendenza tra natura e cultura Ad avvalorare questa visione, l’esempio della distanza culturale tra la CNV dei giapponesi e quella delle popolazioni latine. Nella tradizione giapponese vige(soprattutto nel passato) la soppressione delle emozioni, l’autodisciplina. E’ la cultura del silenzio e della distanza. Nelle società latine la manifestazione delle emozioni è incoraggiata, vige spontaneità e naturalezza. Le culture latine sono contraddistinte dalla parola e dalla vicinanza.
    • 34. Comportamento spaziale e motorio  Oltre alla vicinanza fisica, tra i diversi segnali riguardanti il comportamento spaziale ricordiamo:   L’orientazione. La postura.
    • 35. I comportamenti motori  I comportamento motori (ad es. i gesti delle mani e i cenni del capo) possono essere:   intenzionali (ad esempio, saluto, congedo, indicazione, ecc.), come illustratori (sottolineature o completamenti del messaggio verbale); non intenzionali, come indicatori dello stato emotivo della persona che li emette (un gesto tipico, ad esempio, è rappresentato dall’atto di scuotere un pugno in segno di rabbia).
    • 36. I gesti Sono azioni motorie coordinate e circoscritte, volte a generare un significato e indirizzate a un interlocutore, al fine di raggiungere uno scopo. Esistono varie tipologie di gesti, dalla classificazione non ancora condivisa.
    • 37. I gesti Gesti di Gradimento Gesti di Rifiuto
    • 38. Comportamento motorio: segnali intenzionali/non intenzionali   I segnali regolatori, prodotti da chi parla e da chi ascolta, regolano la sincronizzazione degli interventi nell’ambito del dialogo. Oltre ad alcuni tipici gesti delle mani, possono servire a questo scopo anche cenni del capo, l’inarcamento delle sopracciglia, i mutamenti nella posizione, ecc.
    • 39. Testi consigliati Canestrari R. (1988), Psicologia Generale, Bologna: CLUEB [cap. XII]. 2) Poggi I. (2006), Le parole del corpo, Roma: Carocci Editore. 1)
    • 40. Parte esperienziale
    • 41. Un esperimento   Nell’esperimento di Exline e Winters (1965) gruppi di studenti universitari sono stati videoregistrati per osservare il numero degli sguardi verso un intervistatore. Se, dopo un breve colloquio, l’intervistatore confessava di portare avanti uno studio sull’intelligenza, il numero degli sguardi cambiava a seconda del commento dell’intervistatore.
    • 42. Un esperimento    Se l’intervistatore non commentava la prestazione dell’intervistato, il numero degli sguardi diretti non cambiava o le differenze erano minime. Se l’intervistatore commentava la prestazione dell’intervistato come ottima, il numero degli sguardi diretti aumentava. Se l’intervistatore commentava la prestazione dell’intervistato come pessima, il numero degli sguardi diretti diminuiva.
    • 43. Un esperimento   Questo esperimento non ha consentito fini determinazioni sulle singole emozioni. Le emozioni provate dai soggetti potevano variare dalla rabbia trattenuta alla timidezza, alla paura.