"Il contributo del lavoro femminile alla crescita economica” Roberta Zizza

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  • 1. “Il contributo del lavoro femminile alla crescita economica” Roberta Zizza – Banca d’Italia (*) “Uguaglianza e merito per la crescita economica e sociale ” Milano, 5 giugno 2008(*) Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo l’Istituto di appartenenza
  • 2. “Il contributo del lavoro femminile alla crescita economica” Roberta Zizza – Banca d’Italia (*) “Uguaglianza e merito per la crescita economica e sociale ” Milano, 5 giugno 2008(*) Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo l’Istituto di appartenenza
  • 3. Schema della presentazione ! La partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane. Alcuni fatti stilizzati. ! Le caratteristiche del lavoro prestato. La segregazione occupazionale. ! Bassa partecipazione e segregazione. Quali cause? ! Perché è importante la crescita dell’occupazione femminile?
  • 4. La partecipazione al mercato del lavoro delle donne italiane. Alcuni fatti stilizzati.
  • 5. L’occupazione" Il tasso di occupazione femminile in Italia è fra i più bassi in Europa, superiore solo a quello di Malta. Nel 2007 si attestava al 46,6%, da 46,3 nel 2006; quello maschile è del 70,7%." È occupato solo il 31,1% delle donne del Mezzogiorno, contro il 55,3% nel Centro-Nord (rispettivamente 62,2% e 75,3% per gli uomini)." Le donne tra 25 e 54 anni hanno un tasso di occupazione che sfiora il 60%. È occupato invece solo circa il 20% delle più giovani (15-24) e delle ultra55enni.<tavola>" I tassi di occupazione sono doppi o addirittura tripli per le donne con almeno la laurea rispetto a quelle con la scuola dell’obbligo, in tutte le fasce d’età <tavola>
  • 6. Le giovani donne. Partecipazione eMolte donne non rientrano nel mercato del lavoro dopo la maternità.Nel 2007 il 19% delle donne tra 20 e 44 anni che ha lasciato il lavoro haaddotto quale motivazione la maternità o la cura di figli o altri familiarinon autosu!cienti (24% nel 2004). Interruzioni anche indotte dai datoridi lavoro (fenomeno delle “dimissioni in bianco”, contrastato con ilDecreto 21 gennaio 2008).La ridotta partecipazione delle donne non si associa a una maggiorepropensione ad avere figli.Si va a"ermando sul piano internazionale una relazione positiva traoccupazione e fecondità, con un’inversione di tendenza rispetto al trade-o" tra maternità e lavoro che aveva caratterizzato la fase iniziale dicrescita della partecipazione femminile.
  • 7. Le giovani donne. Partecipazione e feconditàIn Europa due “equilibri”: uno per i paesi mediterranei con bassepartecipazione e fecondità, l’altro per i paesi nordici con partecipazionee fecondità elevate. Meccanismi auto-realizzanti possono spiegarel’emergere di equilibri multipli. Es. una minore occupazione femminileimplica un minore gettito fiscale, che ostacola il finanziamento dipolitiche a supporto della famiglia.In Italia la bassa fecondità è riconducibile alla minore propensione adavere più di un figlio, non alla scelta di non averne tout court; su talepropensione possono incidere gli incentivi di natura economica, specieper le famiglie più povere, e i fattori istituzionali (Rondinelli et al.,2006).
  • 8. Le over 55. Da baby-pensionate…Italiane in pensione prima che nel resto d’Europa. La diversa etàpensionabile tra uomini e donne nel settore pubblico è motivo dellaprocedura di infrazione da parte della Commissione europea perincompatibilità della nostra normativa con quella europea.Obiettivi di Lisbona conseguibili nei paesi dell’Europa meridionale sevenissero conservati tutti gli attuali posti di lavoro fino alraggiungimento dei 65 anni da parte delle donne. Il nostro sistemapensionistico è generoso, sarebbe necessario riformarlo riducendo gliincentivi ad andare presto in pensione (Boeri et al., 2005).Ma, al contempo, sarebbe opportuno riconoscimento del lavoro di cura(es. contribuzioni figurative legate alla maternità anche quando questaavvenga in periodi di non occupazione).
  • 9. …… a baby-sitters?Attualmente le “nonne” (e i nonni) costituiscono la rete informale cui lefamiglie si appoggiano in mancanza di servizi all’infanzia o in viapreferenziale rispetto ad essi.L’invecchiamento della popolazione fa prefigurare che nel prossimofuturo molte donne si troveranno schiacciate tra il ruolo di figlie digenitori anziani e quello di nonne di nipoti a cui badare. Per e"etto delcalo della fertilità, negli ultimi decenni si è ristretto il numero di adulticon cui spartire questo lavoro di cura (Sabbadini, 2005).
  • 10. Le caratteristiche del lavoro prestato.La segregazione occupazionale.
  • 11. Segregazione orizzontale e verticaleOrizzontale # concentrazione in attività a bassa remunerazione o insettori meno strategici all’interno delle aziende o in tipologiecontrattuali meno favorevoli.Verticale # scarsa presenza delle donne in posizioni apicali, ostacolialla progressione di carriera, presenza del cosiddetto “tetto di cristallo”.Ancora poche donne dirigente, ma la quota è in crescita.Il 17% delle donne ha responsabilità di supervisione, contro il 26% degliuomini (Indagine FL, 2007); il divario è invariato rispetto a 3 anni prima.Il divario è minimo per le fasce di età più giovani, ma si ampliaall’aumentare del livello di istruzione.
  • 12. Le donne e il lavoro atipicoLe donne sono sovra-rappresentate nelle forme di lavoro atipico,specie le laureate <tavola>Due tipi di flessibilità:" numerica/quantitativa (extensive margin): l’impresa può variare ilnumero di occupati a seconda della domanda." funzionale/qualitativa (intensive margin): capacità dell’impresa dimutare l’utilizzo della manodopera, specie l’articolazione di orari esalari, adattandosi alla domanda e alle esigenze dei lavoratori.Il primo tipo, che più si è a"ermato in questi anni, non favoriscel’occupazione femminile: può tradursi in precarietà, si associa spesso asalari bassi, a orari flessibili ma meno certi e dunque meno gestibili, ecomporta poche tutele in caso di malattia e maternità.
  • 13. Le donne e il lavoro atipicoStenta invece ad a"ermarsi il secondo. È esso che la legge 53/2000puntava a incentivare (es. finanziamenti per servizi di cura non erogatia fronte di orari di lavoro rigidi).Nel 2007 il 27% delle occupate è in part-time; per molte di esse (37%)non rappresenta una scelta volontaria, ma l’unica opzione possibile nonriuscendo a trovare un impiego a tempo pieno.Part-time utili per la conciliazione, ma in Italia rappresentano di fattodei “lavori di serie B”. Meglio il flexi-time (Ferrera, 2008).Quasi il 40% delle donne lavora meno di 36 ore (10% degli uomini);riflesso delle preferenze individuali e della segregazione in settori/professioni con orari ridotti (Lucarelli e Ricci, 2007).
  • 14. Il lavoro autonomo e di impresaAltre modalità flessibili (lavoro autonomo, collaborazione in attivitàfamiliari) non sono molto amate dalle italianeNel 2007 il 17% delle donne ha un lavoro autonomo (28% uomini).Le imprese femminili sono 1/4 del totale (anni 2000-05; Lotti e Zizza,2007).Indagine MAP-Unioncamere (Lotti e Zizza, 2007)Quasi il 50% delle imprenditrici segue la tradizione familiare o lavocazione territoriale (10 p.p più degli imprenditori).Assistenza in fase di avvio principalmente dalla rete familiare (57% perimprese femminili, 42% per maschili).Famiglia come supporto e rete di protezione, ma anche come vincoloper la di!coltà di conciliazione con il lavoro.
  • 15. Le donne e il lavoro irregolareLe donne sono sovra-rappresentate nel settore irregolaredell’economiaDue stime disponibili-# macro, sulla base dei conti nazionali (Isfol, 2007)-# micro, sulla base dell’IBFI (Cappariello e Zizza, 2007)mostrano che il tasso di irregolarità è per le donne più alto di tre-quattro punti percentuali rispetto a quello degli uomini.Il 53% è irregolare per necessità, il 24% è in situazione transitoria, il 4%per convenienza, il 12% per motivi di conciliazione (Isfol, 2007;indagine su 1.000 donne).
  • 16. Bassa partecipazione e segregazione. Quali cause?
  • 17. Partecipazione femminile tratto distintivo che ha caratterizzato ilmercato del lavoro delle economie occidentali nel secolo scorso.Favorita da fattori sia di domanda che di o"erta" Terziarizzazione dell’economia e innovazioni tecnologiche #mansioni lavorative meno legate alla forza fisica (Female biasedtechnological change; Galor&Weil, 1996) e lavori sempre meno“sporchi”, con conseguente minore stigma associato all’avere unamoglie lavoratrice (Goldin, 2006)" Crescita delle istituzioni scolastiche, che hanno fornito alle donnecompetenze spendibili sul mercato del lavoro" Contesto normativo favorevole ! fine dei marriage bars (licenziamento in caso di matrimonio) ! migliori condizioni di lavoro (ambientali, di orario) ! legalizzazione di strumenti contraccettivi e del divorzio
  • 18. Al declino del vantaggio comparato maschile nel lavoro di mercato/produttivo si è accompagnato quello femminile nel lavoro domestico edi cura/riproduttivo (Albanesi&Olivetti, 2007; Cavalcanti&Tavares,2007; Goldin&Katz, 2002; Greenwood et al., 2007)." disponibilità di prodotti sostitutivi del latte materno e dielettrodomestici (i cosiddetti engines of liberation)" avanzamenti nella medicina che hanno ridotto tempi e rischiassociati alla funzione riproduttiva della donna (strumenticontraccettivi, antibiotici, banche del sangue, pratiche ostetriche)A parità di caratteristiche le retribuzioni delle donne sono più basse diquelle degli uomini (16-25%; Isfol, 2005). Freno alla partecipazione,attuale e futura. Minore costo opportunità di restare fuori dal mercato,razionalità della scelta che sia la donna a farsi carico del lavorodomestico e di cura, minore investimento dei genitori nell’istruzionedelle ragazze. La più importante fonte di vantaggio comparato delledonne nel lavoro domestico è il loro basso salario di mercato(Lommerud e Vagstad, 2000).
  • 19. Venute sostanzialmente meno le istanze di vantaggio comparato, lecause sono da ricercare altrove. Bassa partecipazione esegregazione possono essere spiegate:"dalla diversa produttività e dalle diverse preferenze espresse dalledonne (lato dell’o"erta) # TEORIE DEL CAPITALE UMANO." dalle preferenze dei datori di lavoro/dei colleghi/dei clienti (latodella domanda) #TEORIA DELLA DISCRIMINAZIONE STATISTICA.La decomposizione nei diversi motivi è operazione non elementare.L’investimento in capitale umano e le preferenze potrebbero essereendogene rispetto alla discriminazione.
  • 20. Teorie del capitale umanoLe diverse preferenze di uomini e donne nella divisione del lavoroall’interno della famiglia e nell’o!erta di lavoro sul mercato siriflettono in di!erenti investimenti in capitale umano e dunque indi!erenti produttivitàIstruzione: spiegazione non più attuale. Ora le ragazze studiano più deiragazzi e con migliore rendimento, è diminuita la segregazioneformativa. Plausibilmente minore invece lesperienza e!ettiva (versuspotenziale) in conseguenza delle interruzioni per maternità e cura deifigli.Le preferenze possono derivare anche da norme sociali. Gli uomini lacui madre lavorava tendono sia a preferire compagne lavoratrici,rendendo per queste il lavoro più attraente, sia ad avere una maggioreproduttività nell’ambito domestico, rendendoli partner ideali per ledonne lavoratrici (Fernandez et al., 2004).
  • 21. La divisione del lavoro domestico/di cura resta sbilanciata asfavore delle donneNei paesi occidentali uomini e donne lavorano lo stesso numero di oretotali (retribuito + domestico), i primi più per il mercato, le seconde piùin casa. L’Italia fa eccezione. Gli uomini lavorano molto meno rispettoalle donne, perché queste dedicano più ore al lavoro domestico rispettoalle altre europee (in particolare alla pulizia della casa; Burda et al.,2007) <tavola>Madre indispensabile, padre dispensabile? (Saraceno)Convinzione che l’accudimento paterno sia meno necessario di quellomaterno. Alla domanda “Pensa che un bambino in età pre-scolare so"rase la sua mamma lavora?” l’80% delle donne e degli uomini italianirispondono di essere d’accordo (18% in DK, 46% in NL, UK e ES, 56% inFR, 73% in DE (World Value Survey). Questa convinzione informa scelteindividuali e collettive (utilizzo marginale dei congedi parentali da partedei padri, inadeguatezza dei servizi per l’infanzia).
  • 22. Teoria della discriminazione statisticaIn assenza di una misura di produttività dei lavoratori, le imprese usanoil genere come indicatore. Se un datore di lavoro si attende che ledonne siano meno presenti, meno attaccate al lavoro, meno a!dabili,o"rirà loro una retribuzione più bassa, percorsi di carriera più lenti (ilcosiddetto “mommy track”; Lommerud&Vagstad, 2000), le relegherà inmansioni meno qualificate o preferirà non assumerle.Si instaura un circolo vizioso: se le donne sanno che non potrannoambire a certe occupazioni e che i loro salari saranno bassi, divienerazionale per loro investire meno nell’istruzione, destinare unamaggiore quota del loro tempo al lavoro domestico e di cura o avere deicomportamenti coerenti con le attese dei datori (minore disponibilità ditempo, minore impegno e continuità, maggiore assenteismo). Leprofezie si auto-realizzano.
  • 23. Perché è importante la crescita dell’occupazione femminile?
  • 24. Uguaglianza di genere e crescitaRelazione positiva tra uguaglianza di genere e reddito pro capite.Correlazione non implica causalità. Un terzo fattore (es. miglioregovernance) potrebbe causare entrambi.La presenza di due redditi rende la famiglia meno vulnerabile afronte di eventi avversi e ne riduce significativamente il rischio dipovertà (Dollar&Gatti, 1999; Brandolini, 2005; World economicforum, 2006; World Bank, 2007; Burda et al., 2007;Cavalcanti&Tavares, 2007).
  • 25. Più occupazione femminile, più crescitaDiversi esercizi hanno illustrato, in maniera necessariamentesemplificata e con intenzione dichiaratamente suggestiva, qualisarebbero gli e"etti sul PIL di una maggiore partecipazione femminile odi una equità dal punto di vista retributivo.Daly (2007): equiparando il tasso di occupazione femminile a quellomaschile e assumendo che il PIL aumenti in misura proporzionaleall’occupazione, il PIL italiano aumenterebbe del 21%.Casarico e Profeta (2007): l’ingresso di 100mila donne sul mercato dellavoro italiano (poco più dell’1% per cento nel tasso di occupazionefemminile) si tradurrebbe in un incremento del PIL corrente dello 0,3%.
  • 26. Più occupazione femminile, più crescitaPer una corretta valutazione dell’impatto sarebbe necessario tenereconto degli aggiustamenti della struttura produttiva, dei salari e deglie"etti sulla produttività media e sulle ore lavorate che un ingressomassiccio di forza lavoro potrebbe comportare. Es. l’impatto potrebbeessere sovrastimato perché:"le donne potrebbero entrare con un lavoro part-time, così come gliuomini con mogli che lavorano # diminuzione ore medie lavorate" un aumento dell’occupazione ha in genere un e"etto meno cheproporzionale sul PIL # diminuzione produttività media ! ingresso della forza di lavoro meno qualificata ! espansione di attività a forte contenuto di lavoro (a basso valore aggiunto) ! generazione di rendimenti del fattore lavoro decrescenti in presenza di dotazione di capitale invariato (minore rapporto capitale/lavoro, almeno nel breve termine)
  • 27. Più occupazione femminile, più crescitaL’e"etto depressivo sulla produttività può essere ampio. Un aumentodell’1% delle ore lavorate pro capite riduce la produttività dello 0,7%,traducendosi in un aumento del PIL pro capite dello 0,3% (OCSE, 2007);l’e"etto netto positivo di un aumento dell’1% del tasso di occupazione èpositivo per 0,7 (McGuckin e van Ark, 2005).E!etto moltiplicatore (di “secondo ordine”)L’aumento dell’occupazione femminile fa “passare al mercato” attivitàprima non retribuite (assistenza anziani e minori, lavori domestici) concreazione di ulteriore occupazione (di norma femminile). Ogni 100donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15posti aggiuntivi nel settore dei servizi (Ferrera, 2008).Aumento non solo di natura contabile. La formalizzazione puòcomportare un aumento della produttività in queste attività, conconseguente accentuazione della crescita del PIL # l’impatto sul PILdell’occupazione femminile potrebbe essere sottostimato.
  • 28. Facciamo i conti….I scenarioTasso occupazione femminile elevato al 60% in ogni macroarea C-N STasso occ.ne F 55,3 31,1# # 60# M 75,3 62,2 + 585mila occupate al C-N, + 2018mila nel S applicando produttività media specifica di ciascuna macroarea + 9,2% del PIL a produttività invariata + 6,5% del PIL se si considera e"etto depressivo sulla produttività di 0,3 pp
  • 29. Facciamo i conti…. II scenario Tasso occupazione femminile al corrispondente maschile nella macroarea C-N STasso occ.ne F 55,3 31,1 M 75,3 62,2+ 2495mila occupate al C-N, + 2175mila nel Sapplicando produttività media specifica di ciascuna macroarea + 17,5% del PIL a produttività invariata + 12,3% del PIL se si considera e"etto depressivo sulla produttività di 0,3 pp
  • 30. Facciamo i conti….III scenarioTasso occupazione femminile del S pari a quello del C-N C-N STasso occ.ne F 55,3 31,1 M 75,3 62,2 + 1691mila occupate al S applicando produttività media specifica + 5,8% del PIL a produttività invariata + 4,0% del PIL se si considera e"etto depressivo sulla produttività di 0,3 pp
  • 31. La “non” occupazione femminile: uno spreco di risorse finanziarie e umane, un’opportunità mancata per le impreseIne!cienza dei meccanismi allocativi del talento nella società. Ilrendimento scolastico delle ragazze è migliore, ma non premiato dalmercato. Di"erenze di genere emergono fin dall’inizio dei percorsi dicarriera anche a parità di istruzione. La società sopporta il costo dovutoal sottoutilizzo di metà del potenziale di intelligenza di cui il sistemaproduttivo dispone (Isfol, 2005).Le imprese con un numero significativo di donne nel seniormanagement hanno una migliore performance aziendale (McKinsey,2007). Nei gruppi di lavoro lo status di minoranza è dannoso; unadeguato gender balance influenza positivamente la spintaall’innovazione (London Business School, 2007).
  • 32. Un circolo virtuoso da innescareL’aumento dei salari medi che dovrebbe accompagnarsi alla maggiorecrescita economica farebbe aumentare il costo opportunità di stare acasa, incoraggiando ulteriormente la partecipazione femminile. Lamaggiore crescita si tradurrebbe in un maggiore gettito fiscale, chepotrebbe essere indirizzato al finanziamento di politiche a supportodell’occupazione femminile.La maggiore occupazione potrebbe avere e"etti positivi di lungoperiodo sulla fertilità, in presenza di strumenti adeguati di conciliazionee di una maggiore condivisione del lavoro domestico e di cura da partedei padri, così come è avvenuto in molti paesi europei.
  • 33. Riferimenti bibliograficiAlbanesi, S. e Olivetti, C. (2007) “Gender Roles and Technological Progress”, NBER working papers 13179.Boeri, T., Del Boca, D. e Pissarides, C. (a cura di) (2005) “Women at work. An economic perspective”, Oxford University Press.Brandolini, A. (2005) “La diseguaglianza di reddito in Italia nell’ultimo decennio”, Stato e mercato, 74, 207-229.Burda, M.C., Hamermesh, D.S. e Weil, P. (2007) “Total Work, Gender and Social Norms” NBER working papers 13000.Cappariello, R. e Zizza, R. (2007) “Dropping the books and working o" the books”, Banca d’Italia, manoscritto.Casarico, A. e Profeta, P. (2007) “Se solo lavorassero centomila donne in più”, Il Sole 24ore, 21 gennaio.Cavalcanti, T. e Tavares, J. (2007) “The output cost of gender discrimination: a model-based macroeconomic estimate”, CEPR DP 6477.Daly, K. (2007) “Gender inequality, growth and global ageing”, Goldman Sachs Global Economics Paper 154.Dollar, D. e Gatti, R. (1999) “Gender inequality, income and growth: are good times good for women?”, World Bank.Fernandez, R., Fogli, A. e Olivetti, C. (2004) “Mothers and Sons: Preference Formation and Female Labor Force Dynamics”, QJE, 119, 1249-1299.Ferrera, M. (2008) “Il fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia”, Mondadori editori.Galor, O. e Weil, D.N. (1996) “The gender gap, fertility, and growth“, American Economic Review, 86, 374-387.Goldin, C. (2006) “The quiet revolution that transformed women’s employment, education, and family”, AEA Papers and Proceedings, 96, 1-21.Goldin, C. e Katz, L. (2002) “The power of the pill: oral contraceptives and women’s career and marriage decision”, Journal of Political Economy, 110, 730-770.Greenwood, J., Seshadri, A. e Yorukoglu, M. (2005) “Engines of liberation”, Review of Economic Studies, 72, 109-133.Isfol (2005) “Esiste un di"erenziale retributivo di genere in Italia?”, Roma.Isfol (2007) “Dimensione di genere e lavoro sommerso”, Isfol, monografico n. 13.London Business School (2007) “Innovative potential: men and women in teams”, The Lehman Brothers Centre for Women in Business.Lommerud, K.E. e Vagstad, S. (2000) “Mommy tracks and public policy: on self-fulfilling prophecies and gender gaps in promotion”, CEPR DP 2378.Lotti, F. e Zizza, R. (2007) “Donne e impresa”, relazione tenuta al seminario “La scienza delle donne. Le politiche dell’Unione europea”, Milano, 8 ottobre 2007.Lucarelli, C. e Ricci, G. (2007) “Working times and working schedules: the framework emerging from the new Italian LFS in a
  • 34. Fonte: Eurostat. back
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  • 38. Fonte: Eurostat. Anno 2005. back
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