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Ragazzi di bottega
 

Ragazzi di bottega

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    Ragazzi di bottega Ragazzi di bottega Presentation Transcript

    • Scuola Primaria di Monchio delle Corti anno scolastico 2012 – 13 Progetto realizzato in collaborazione con l’Ente Parco dei Cento Laghi
    • “Da cosa nasce cosa” ragazzi di bottega
    • Abbiamo fatto un salto nel passato per renderci conto di quanto e di come l'homo habilis, l'uomo costruttore, in ogni tempo abbia dato prova della sua intelligenza: l'uomo tecnologico capace di modificare, trasformare oggetti, abitudini, stili di vita. Nella realtà dei nostri paesi e delle famiglie sono ancora vivi i ricordi e significative le testimonianze di questi “ragazzi di bottega”. Gli oggetti hanno subito trasformazioni, sono segni concreti della storia, del progresso e dell'evoluzione. Il vecchio e il nuovo, il passato e il presente come premesse per il futuro. Abbiamo scelto, tra ciò che poteva essere argomento di riflessione, i bisogni principali e la cura della persona. La storia del pane e del bucato, dunque, sono stati gli argomenti da cui ricavare testimonianze e vissuti. Costruire, realizzare a mano o con l'aiuto delle macchine azioni complesse restano sempre le migliori espressioni dell'uomo in ogni tempo. La bottega artigianale, oggi come ieri, è luogo magico dove nascono cose belle, utili e importanti. Anche il bambino è artigiano del suo divertimento, è inventore dei suoi giocattoli costruiti con materiali di fortuna e che sono espressione della sua creatività e della sua fantasia. Le insegnanti
    • A Bazzano… …il museo
    • Abbiamo visitato il Museo “Uomo - ambiente” di Bazzano, dove sono documentate le lavorazioni dell’uva e della canapa. E’ un ambiente molto suggestivo che ci riporta indietro nel tempo. Le due maestre, Desolina e Raffaella, che ci hanno accompagnato nella visita, erano molto brave e simpatiche. Le ringraziamo ancora. Tornati a scuola, abbiamo ripercorso l’esperienza così… inventando filastrocche! “Raffaella e Desolina ci accompagnano al museo dove vivon Canapino, che è un piccolo bambino, e l’amico suo Uvolotto, che fa vino a più non posso”.
    • Le cassette ha già preparato non si è mica dimenticato. Da quei tralci traboccanti coglie grappoli cascanti. Con i piedi li calpesta e i bambini fanno festa. Nella botte a macerare l’uva bella e saporita torna adesso a nuova vita. Dalla botte alle bottiglie ecco il vin… per le famiglie!”. “Nella vigna il contadino tanto lavora per il suo vino. "UVOLOTTO“ Parole – chiave: pigiare, mosto, vigna, vino, grappolo, uva , tralcio, zappa, torchio , imbottigliamento, fermentazione, botte, …
    • LE IMPRONTE DI...VINO!!! “La maestra Desolina, che ci aveva dato dei nomi nuovi (io per esempio ero la “Gigia”), ci ha fatto ripetere quello che facevano i contadini per curare la vigna e ottenere il vino. Dovevano zappare, dare l'insetticida, potare e, solo in autunno, potevano finalmente vendemmiare e ottenere il vino. La quantità dipendeva anche dal tempo brutto o bello”. “Io mi chiamavo Caterina, ero una nonna e la mia funzione era di spillare il vino. Si sentiva una musichetta che ricordava i nonni quando lavoravano in cantina. Nel museo c'erano tutti gli strumenti, anche il torchio che serviva per spremere ben bene tutto il succo dai graspi”. “Io ero la nonna Jusfèna e il mio compito era di raccogliere il mosto e buttarlo dentro un grosso recipiente che per girarlo ci volevano tutti i nonni”. “Io sono salita dentro una cassa di legno e ho “pigiato” l’uva. Era divertente giocare ai nonni”. “Alla fine abbiamo intinto le mani nel vino e abbiamo lasciato le nostre impronte su un telo”.
    • “CANAPINO” Parole - chiave: canapa, raccolta, gramla, canavòj, fibre, aspa, fuso, rocca, telaio, navicella, ordito... Della canapa la raccolta si fa ancora come una volta, si raccoglie a Bazzano poi si tesse tutto a mano. Liberati i canavòj ci restano le fibre, asciugate e pettinate le parti buone son salvate. Della rocca e del fuso la signora fa buon uso, ogni filo è intrecciato con esperienza lavorato. Prima a destra e poi a manca, la navicella mai si stanca, or l’ordito s’è formato Raffaella ha ben lavorato!
    • La lavorazione della canapa I semi di canapa si interravano in primavera, le piantine crescevano anche un metro e mezzo; quando avevano raggiunto questa altezza venivano tagliate, si legavano a fasci e si mettevano a macerare per quaranta giorni in buche piene d'acqua scavate nel campo. Per aiutare la macerazione, si mettevano dei sassi sopra i fasci per farli stare sott'acqua. Venivano poi stesi ad asciugare e, una volta secchi, si liberavano dalla spoglia con un attrezzo chiamato "gramla“. Per renderli più sottile, venivano filati e avvolti in un gomitolo da uno strumento di legno detto "aspa“. Seduta a un grande telaio, costruito artigianalmente, la tessitrice sapientemente otteneva delle tele che venivano usate per fare lenzuola e asciugamani.
    • A Currada… …il mulino
    • Testimonianza di un nonno “Nelle aie si stendeva lo sterco di mucca che seccava chiudendo le fessure fra i sassi. Sopra vi si stendevano i covoni. Veniva anche la macchina da battere, il “fogon”. In quei giorni c’era festa grande. Tutte le persone si radunavano nelle aie e si aiutavano l’un l’altra: con le forche bisognava accatastare gli steli del grano da usare come paglia nelle stalle durante l’inverno. Il primo pasto per le mucche era fieno, poi paglia. Sul lastricato si stendevano coperte e lenzuola vecchie per raccogliere il grano “pulito “. Venivano i “Toschi” a dorso d’asino con gli “scorbei” (ceste) carichi di fichi e una scodella di grano si scambiava con una scodella di frutti. Il grano si lasciava disteso sulle aie circa dieci giorni a seccare bene, quindi veniva messo nei sacchi che portavamo al mulino da “Pelèt” alla Trincera a farlo macinare”.
    • Con la scuola siamo andati a vedere il mulino di Currada. Appena arrivati abbiamo fatto le presentazioni poi il signor Gandini ci ha fatto toccare il frumento, era una bella sensazione sentire il grano nelle mani. Ci ha spiegato che una volta i chicchi della spiga erano di meno e più piccoli, poi i contadini lo hanno migliorato incrociando delle specie. Questo mulino si trova in una casa che di fuori sembra nuova, ma quando si entra di sotto si capisce che è molto vecchia dai pavimenti di mattoni cotti, dalle porte e dalle pareti impolverate di farina.
    • Il fiume Il fiume Enza già scorreva con potenza. Nel suo letto tanto grande passava i boschi e poi le lande. Portava sassi, fogliame e anche pesante legname. Nel suo corso ininterrotto galleggiava un tronco rotto. Formava ghiaia e sabbia fine per le case e le cantine. Con quell’acqua a tutta forza l’energia mai non si smorza. Porta l’acqua nel canale che gran forza dà alle pale!
    • Il genero del mugnaio ci ha fatto vedere un bellissimo disegno che rappresenta gli ingranaggi del mulino e le diverse parti che lo compongono. Peccato che il mulino non fosse in funzione, ma il fango, portato dalle alluvioni, aveva intasato la gora. Questo tubo porta l’acqua dentro il mulino e la forza dell’acqua fa muovere gli ingranaggi che a loro volta fanno girare le macine.
    • Questo mulino ha la mola di sotto “fissa” . In altri mulini la macina di sotto si muove molto lentamente. Fra le due macine scende leggera la farina. Ci sono diversi tipi di macine: per il grano, per il mais, per le castagne... Le macine ogni tanto vanno pulite: ci hanno fatto vedere un attrezzo (argano) per sollevarle; si spazzolano e a volte bisogna anche approfondire i solchi consumati con uno scalpello. Davanti alle macine c’era una tendina, il mugnaio ci ha detto che durante la macinazione lui tira la tendina perché “la farina è timida”. Una volta i sacchi di frumento venivano portati a spalla in alto dentro la tramoggia, oggi c’è una pompa che aspira i chicchi e li porta su.
    • Dentro il mulino c’erano oggetti tutti infarinati: setacci, palette e una bilancia per pesare i sacchi che si chiama bascula, lì accanto c’erano anche i pesi.
    • Uno alla volta ci hanno fatto salire per vedere il grano dentro la tramoggia. Non vedevo l’ora che arrivasse il mio turno. Anche nel Comune di Monchio c’erano tanti mulini, purtroppo non sono più in funzione. Alcuni sono stati trasformati in abitazioni, altri sono abbandonati. Quello della Trincera è abbastanza vicino alla scuola e al torrente dove d’estate andiamo a fare il bagno, ci sono tante cascate e io mi diverto ad andarci sotto.
    • Il macinino del caffè Abbiamo pensato che il macinino del caffè funziona come un piccolo mulino. Cambia la forza che lo fa girare: nel mulino è quella dell’acqua, nel macinino è quella muscolare. La forza fa comunque girare degli ingranaggi che riducono in polvere dei semi! Storia del macinino Tanto tempo fa la pianta del caffè non esisteva in Europa. L’abbiamo conosciuta soltanto dopo la scoperta dell’America. Per ottenere una bevanda con i suoi semi occorre macinarli. Il primo a inventare il macinino fu un fabbro inglese. Molto tempo dopo è stato creato il macinino elettrico. Al giorno d’oggi solo i bar macinano il caffè all’istante, nelle case le nostre mamme utilizzano caffè già macinato. Nelle cucine delle nostre nonne, però, spesso sono in bella mostra i vecchi macinini, che testimoniano il passato e alcuni esemplari sono proprio belli, come questi di Antonia….
    • “Sono un macinino da caffè a forma di scatola. Davanti ho un cassettino estraibile dove scende il caffè macinato. Sono di legno, alcuni miei amici invece sono di metallo. Nella parte in alto sono scavato e in quel buco mi mettono i chicchi di caffè. Io li macino con un ingranaggio e li trituro, ma qualcuno deve girare la mia manovella. Sono stato fatto a mano da un sapiente falegname. Cigolo un po’ perché la mia rotella gira e gratta”. “Io sono il tosta - orzo, sono tutto di ferro perché mi mettevano sulla stufa. Sono una pentola molto bassa con il coperchio sigillato, ho solo una finestrina che si apre e si chiude per mettere e togliere l’orzo. All’interno la mia paletta, girata all’esterno da una manovella, mescola i semi così non bruciano. Ho il manico molto lungo per non scottare”.
    • Vicino ai mulini spesso c’era la “gora”, un laghetto per raccogliere l’acqua, che così acquistava maggiore potenza di caduta. Questa gora era spesso utilizzata dalle massaie per risciacquare il bucato “grosso” (lenzuola). Una nonna racconta… …“mi mettevo un cappello per ripararmi dal sole e mi portavo uno straccio da mettere sotto le ginocchia per non sentire i sassi. Portavo i panni da lavare in una cesta che appoggiavo sul capo. Prima di tornare a casa si cercava di far asciugare i panni stesi sull’erba perché pesassero di meno. Intanto noi donne cantavamo per sentire meno la fatica”.
    • IL BUCATO A MANO I panni venivano sgrassati in casa con un sapone speciale: soda caustica e cotiche di maiale bollite. Li mettevano poi dentro a un bigoncio (soj) di legno (più tardi di alluminio), che in fondo aveva in buco per lo scolo dell’acqua. Sul bigoncio veniva stesa una tela di juta o canapa che faceva da filtro alla cenere e all’acqua bollente che vi si versavano sopra. L’acqua di cenere (ramm) veniva utilizzata anche per lavarsi i capelli, li rendeva lucidissimi! Dopo averlo sciacquato nella gora, nel torrente oppure nel lavatoio del paese, e asciugato, il bucato veniva stirato. Questa operazione era compiuta sul tavolo della cucina sopra una coperta di lana con un ferro che conteneva al suo interno la brace tolta dalla stufa.
    • Nel 1677 fu inventato un sistema per lavare i panni, o piuttosto per sciacquarli. Si trattava di un cestello di cordame che veniva fatto ruotare a mano sotto un getto d’acqua. Nel 1874 un americano costruì una lavatrice per fare un regalo a sua moglie. Si trattava di un barile di legno riempito con acqua calda saponata. I panni venivano scossi da un asse dotato di lunghi pioli, che si muoveva manualmente in alto e in basso. Uno strizzatore, inventato nel 1861, è stato poi aggiunto alla lavatrice. Nel 1860 esisteva una lavabiancheria costituita da una gabbia ottagonale in legno (nella quale venivano messi i panni da lavare), inserita in una scatola più grande, sempre in legno, riempita con acqua e sapone. Una manovella faceva quindi ruotare la scatola più piccola. Piccola storia della lavatrice Verso il 1900 le vasche di metallo hanno sostituito quelle di legno. Le cinghie di azionamento hanno reso possibile l'uso dei motori inizialmente a benzina o a vapore fino all’introduzione del motore elettrico.
    • A Monchio… …il forno
    • Il sei dicembre, eravamo andati al forno. Il fornaio Aurelio ci ha spiegato come si fa il pane: si versa l’acqua sul fondo della macchina, poi si aggiungono la farina, il lievito e il sale. Si accende la macchina che impasta e si lascia lavorare.
    • Poi ci ha fatto vedere i diversi tipi di impastatrice. Serve per gli impasti morbidissimi come il panettone Serve per gli impasti duri come le focacce, le micche bianche o nere. Serve per gli impasti molli come filoni e rosette.
    • Per fare le rosette, Aurelio usa questo attrezzo particolare. Dopo aver dato le varie forme all’impasto, Aurelio le mette tutte in fila su dei ripiani e poi le inforna. Il forno deve essere a una temperatura di 350°. Il forno funziona a gasolio. Collegato al forno c’è un tubo che trasporta l’acqua e un vaporizzatore crea un calore umido che evita al pane di diventare troppo secco. IL RINFRESCO DEL LIEVITO Alle sette del pomeriggio circa si fa il rinfresco del lievito: dell’impasto usato per fare il pane, ne viene lasciata una parte alla quale si aggiungono altro sale, acqua e farina.
    • Testimonianza di una nonna “Un tempo… …il pane si faceva in casa. Nei paesi c’erano diversi forni che servivano a più famiglie. Oggi solo qualcuno conserva la tradizione. A Monchio esisteva un forno a legna che serviva molte persone: era il forno di “Baldo”. Negli anni ’50 è stato aperto quello in piazza che ora è gestito dalla famiglia Fortini. Il forno si puliva con lo “spazzone”: un bastone con dei cenci sulla punta. Si bagnava il forno. Era caldo quando i mattoni refrattari diventavano bianchi. Davanti all’imboccatura si accendeva la “fogada” per far crescere di più il pane e perché fosse più cotto”.
    • A Vecciatica… …il falegname
    • Oggi siamo andati a Vecciatica a trovare il falegname. Si chiama Giampiero ed è molto simpatico e molto istruttivo. La maestra Paola ha disegnato Pinocchio su un pezzo di legno e lui lo ha intagliato con lo scalpello, poi Filippo ha fatto il Grillo Parlante. Io ho fatto la scarpa di Cenerentola. Abbiamo mangiato la torta al cioccolato e la moglie di Giampiero ci ha offerto anche il succo di frutta. Siamo tornati in classe e abbiamo mangiato il pranzo al sacco perché fuori fa molto freddo, infatti stanotte è nevicato!
    • Il nostro Geppetto Come Geppetto nella bottega anche Giampiero del tempo impiega a costruire un bel burattino con un pezzo di legno di pino… Ma aspetta un momento: quello è Pinocchio, con un bel “buč” al posto dell’occhio! I suoi attrezzi ci ha fatto provare e abbiam persino imparato a piallare. Nella bottega polverosa lui lavora senza posa… Filippo ha pensato… e così ha disegnato un grillo parlante tutto pimpante!
    • La maestra ha disegnato Pinocchio su un pezzo di legno. Giampiero lo ha ritagliato con il bindello. Alla fine ha fatto il suo marchio a fuoco sul retro. Anche noi abbiamo intagliato il legno con gli scalpelli. Io ho fatto una mela. Il falegname ci ha fatto vedere tutti i suoi attrezzi e le sue macchine. C’era anche una macchina che serve per piegare le punte della sega del bindello. C’era l’incudine e io e Matteo abbiamo fatto i maniscalchi con un martello e un pezzo di ferro.
    • Testimonianza di un nonno “Il falegname del passato lavorava tutto a mano. Quando si trattava di lavori pesanti, come fare portoni o armadi, bisognava mandare giù grosse viti, che dovevano penetrare profondamente nel legno, con il cacciavite a mano. E finché si trattava di legno di abete poteva anche passare, ma quando si trattava di castagno, noce o quercia bisognava mettercela tutta, specie se le viti erano grosse e lunghe. Di sudore ne colava parecchio! L’attrezzatura era composta da strumenti per segare, piallare, ridurre, misurare e tracciare, forare e rifinire. Avevo, ricordo, la matita rossa e blu sull’orecchio che mi serviva per la misure. Non mancava il banco da lavoro, lungo e pesante con ai lati le morse per poter stringere e tener fermo il legno da lavorare. Gli strumenti da lavoro dovevano essere mantenuti in perfetto stato, venivano affilati con una pietra abrasiva; i denti delle seghe con lime triangolari”.
    • Anche i bambini… …piccoli artigiani
    • La pirlàca “Eravamo veri e propri giocolieri, riuscivamo a far girare trottole in ogni luogo. Forse meno bravi sui libri, ma lo stesso molto invidiati per le nostre abilità. La trottola, una volta lanciata, riusciva a girare sulle mani, sulle ginocchia e sulla punta delle scarpe. Alla domenica, molto spesso, nelle prime ore del pomeriggio, prima della dottrina, ci si dava appuntamento sul sagrato della chiesa per assistere alle esibizioni dei ragazzi più bravi”. Il trattorino di Giacomo “Mio papà aveva costruito un trattorino con un rocchetto di legno. Le ruote erano bucate perché vi passava dentro un elastico bloccato al di fuori di ognuna delle ruote. Sopra l’altra ruota aveva messo un tappo fatto di candela e bucato da cui usciva l’elastico che si attorcigliava all’estremità di un chiodo. Facendo girare il chiodo con la mano, l’elastico si attorcigliava e si srotolava lentamente facendo così scivolare il rocchetto – carretto sul pavimento”. La macchinina “Quando la nonna aveva finito il filo per cucire si utilizzavano i rocchetti insieme a una tavoletta per costruire una macchinina”.
    • Il carretto “Uno dei giochi preferiti dalla mia mamma era quello di costruire insieme ai cugini dei carretti in legno per sfrecciare nelle strade in discesa del paese. Con assi di legno costruivano il pianale e come ruote utilizzavano dei cuscinetti a sfera che portava loro lo zio Vittorio. Il volante era una corda legata alle estremità delle ruote e i freni erano …le suole delle scarpe!!!”. La slitta “Per costruire la slitta avevamo bisogno dell’aiuto di un adulto. La cosa difficile era realizzare in legno i due sci che andavano fissati nella parte inferiore. A volte si mettevano addirittura dei tondini di ferro e allora sulla neve si volava!”. I cerchi di ferro “Un altro bellissimo gioco di movimento era correre per le strade guidando con un bastone un cerchio di metallo, riciclato da una vecchia botticella”.
    • La fionda “Un gioco che i maschi si costruivano spesso era la fionda. Con quella lanciavano sassi ai barattoli e purtroppo anche agli uccellini, a volte poi si rompeva qualche vetro… e allora erano guai! Si utilizzava un ramo biforcuto, alle due estremità venivano fissati due pezzi di camere d’aria di biciclette. A metà elastico era fissato un pezzo di pelle ricavato da scarpe vecchie, lì si metteva il sasso, si tendeva l’elastico e si lanciava”. L’arco “Per giocare agli indiani, si realizzavano archi e frecce. Bisognava scegliere un ramo di nocciolo e alle sue estremità si fissava uno spago ben teso. Come frecce si cercavano piccoli bastoncini i più dritti possibile. Per completare il gioco si faceva un copricapo di foglie di castagno con una foglia – penna rivolta verso l’alto”.
    • A Monchio… …la centrale a biomassa
    • Siamo andati alla Centrale a biomassa e ci hanno fatto vedere un buco dove c’era il fuoco. C’era una macchina “mangia – legna” che portava il calore nelle nostre case e poi siamo andati nel “cippato”.
    • La centrale a biomassa si trova vicino alla scuola. Fornisce il riscaldamento agli edifici pubblici di Monchio e ad alcune abitazioni. E’ stata costruita da poco tempo per bruciare un combustibile naturale e per tenere puliti i boschi. Infatti sotto una tettoia c’è un grande magazzino di “cippato”, che è legna sminuzzata dalla macchina cippatrice. Questa legna è costituita dalle ramaglie che altrimenti resterebbero a sporcare i boschi. Il tecnico comunale, che si chiama Sara, ci ha spiegato che dal magazzino il “cippato” viene trasferito in una grande vasca e da qui un nastro trasportatore lo porta fino alla caldaia quando ne ha bisogno. Lo abbiamo visto in funzione: il rullo girava lentamente e faceva un rumore forte. Livio ci ha raccontato che delle volte il meccanismo si interrompe e allora gli arriva un sms e, anche se è notte, deve correre a metterlo a posto.
    • Questa è la grande caldaia che serve per bruciare il “cippato”. Accanto c’è un altro macchinario che trasforma il calore prodotto in eccesso in energia elettrica.
    • A Cozzanello… …i pannelli solari
    • Siamo andati a Cozzanello a vedere i pannelli solari, erano 4320, ed erano grandissimi, sembravano le onde del mare! I pannelli assorbono i raggi del sole e trasformano il loro calore in energia elettrica. Questi pannelli ne producono molta, che viene immessa nella rete. E’ considerata un’energia pulita perché non ci sono immissioni di fumi nell’atmosfera.
    • Livio ci ha fatto vedere che c’erano delle telecamere e noi dovevamo fare delle facce buffe e dentro c’era un computer dove c’era scritto “allarme”.
    • Strada facendo…
    • Lungo la salita c’erano tantissimi fiori coloratissimi, alcuni si potevano mangiare. C’era un prato enorme con mille profumi e la menta, sotto i pannelli, aveva delle foglie gigantesche.
    • Siamo andati vicino a una chiesetta che aveva le sbarre alle finestre, quattro campane grosse e anche una “casetta piccola” con dentro Maria che tiene in braccio il Bambino: si chiama “maestà”.
    • Ci siamo fermati al Ponte di Lugagnano. Il ponte è a forma di arco, sopra c’è scolpita la Madonna del Rosario, era molto grande, tutta bianca, aveva un bel vestito, la collana bianca (rosario), un bel sorriso. La Madonna è pacifica.
    • Gli alunni e le insegnanti Anna Lazzari Marzia Guatteri Filippo Mavilla Loretta Vicini Tommaso Mavilla Paola Zanotti Matteo Catellani Luna Fortini Mattia Giorgini Aurora Lazzari ringraziano tutte le persone Sofia Lazzari che hanno contribuito alla Attilio Lutero realizzazione di questa Lorenzo Rossi ricerca. Susanna Santucci Filippo Vincetti Clarissa Zanni Alessandro Gallassi Sofia Ricci Nicolò Righi Veronica Vicini Pietro Catellani Angelica Gallassi Giorgio Negri FINE