Gli Strumenti Parlanti Della Terra
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Gli Strumenti Parlanti Della Terra Gli Strumenti Parlanti Della Terra Presentation Transcript

  • Gli strumenti parlanti della terra Riflessioni sulla schiavitù nel mondo romano
  • SOMMARIO
    • Lettura ed analisi di testi sui vari aspetti della schiavitù.
    • Riflessione sui sistemi e sulle forme della schiavitù nel mondo romano.
  • Aristotele Politica I, 4
    • “ Il comandare e l’obbedire non sono solo relazioni necessarie, ma anche utili, e fin dalla nascita alcuni sono destinati ad obbedire, altri a comandare. (…) Secondo natura e utilità il corpo deve essere comandato dall’anima. (…) E lo stesso rapporto vale a sua volta tra l’uomo e gli altri animali: infatti gli animali domestici sono migliori di quelli selvatici e per tutti è meglio sottoporsi al comando dell’uomo per poter sopravvivere. Inoltre anche il maschio è per natura migliore, la femmina peggiore, l’uno atto al comando, l’altra ad obbedire. E’ dunque necessario che questo sistema di rapporti regni tra tutti gli uomini. (…) Tutti gli uomini che differiscono dai loro simili tanto quanto l’anima differisce dal corpo e l’uomo dalla belva (e sono in questa condizione quelli il cui compito implica l’uso del corpo, che è ciò che essi hanno di migliore), sono schiavi per natura e per essi il partito migliore è sottomettersi all’autorità di qualcuno. (…) E’ schiavo per natura chi appartiene a qualcuno e partecipa della ragione soltanto per quel che spetta alla sensibilità immediata, senza possederla propriamente, mentre gli altri animali non hanno neppure il grado di ragione che compete alla sensibilità, ma obbediscono alle passioni. “
  • Aristotele Politica I, 4 (continua)
    • “ E il loro modo di impiego differisce di poco perché gli uni e gli altri, gli schiavi e gli animali domestici, si utilizzano per i servizi necessari al corpo. La natura intende foggiare anche corpi diversi per gli uomini liberi e per gli schiavi, dando a questi corpi forti (…), a quelli corpi diritti (…), adatti alla vita civile (…). E’ dunque evidente che per natura alcuni uomini sono liberi ed altri schiavi e che per questi ultimi l’essere schiavi è giusto ed utile.”
  • Aristotele Politica 1532b (I, 4)
    • “… come ogni arte specifica (l’amministrazione familiare) possiede necessariamente strumenti appropriati (…). Degli strumenti , alcuni sono animati, altri inanimati (  ) …: anche lo schiavo è un oggetto di proprietà (  ) inanimato e ogni servitore è come uno strumento (  ) al di sopra degli altri strumenti. (…) I cosiddetti strumenti sono strumenti di produzione.”
  • Gli oppositori della schiavitù
    • Aristotele Politica 1253b (I, 3)
    • “ gli elementi primi e più semplici della famiglia sono padrone e servo, marito e moglie, padri e figli (…). A taluni pare che il governo del padrone sia una scienza determinata e che l’amministrazione della casa, il governo del padrone, dell’uomo di stato e del re siano la stessa cosa (…) per altri l’autorità padronale è contro natura, giacché la condizione di schiavo e di libero esistono per legge, mentre per natura non esiste differenza alcuna; perciò non è affatto giusta perché fondata sulla violenza.”
  • Gli oppositori della schiavitù (continua)
    • Antifonte fr. 87b DK
    • “ Noi rispettiamo e veneriamo chi è di nobile origine, ma chi è di natali oscuri non lo rispettiamo né lo onoriamo. In questo ci comportiamo come barbari, poiché per natura siamo tutti assolutamente uguali, sia Greci che barbari. Basta osservare le necessità naturali (...): tutti respiriamo l'aria con la bocca e le narici.
  • Le fasi di sviluppo del sistema schiavistico a Roma
    • Prima fase fino al 300 a.C. circa: forma quantitativamente limitata e “ patriarcale ”, legata alle origini agricole di Roma.
    • Seconda fase dal 350-270 a.C. fino alla prima epoca imperiale. Massima diffusione e massimo sfruttamento. I più sfruttati sono i servi della familia rustica , posti agli ordini di un sovrintendente. Gli schiavi urbani ( familia urbana ) erano categorie privilegiate; si tratta di nutrici, pedagoghi , artisti etc.. In questa fase c’è volontà di sfruttamento e conseguenti ribellioni (tra 140 e 70 a.C.).
    • Terza fase. Il numero degli schiavi si arresta. Ne consegue un trattamento più umano, anche per la diffusione del cristianesimo.
  • Catone De agri cultura , 56
    • Familiae cibaria. Qui opus facient per hìemem tritici modios IIII, per aestatem modios IIII S; vilico, vilicae, epìstatae, opilioni modios III, compedìtis per hiemem panis pondo IIII, ubi vineam fodere coeperint, panis pondo V usque adeo dum ficos esse coeperint, deinde ad pondo IIII redìto .
    • Coloro che attenderanno al lavoro agricolo in inverno (avranno) 4 moggi di grano, in estate 4 e mezzo; al fattore, alla moglie, al sovrintendente, al mandriano 3 moggi, agli schiavi in catene in inverno 4 libbre di pane quando iniziano a dissodare la vigna, 5 libbre fino a quando iniziano a cibarsi di fichi, poi si tornerà a 4 libbre .
  • FAMILIAE CIBARIA
    • Ai lavoranti ( qui opus facient ):26,200 kg. di grano al mese; ogni moggio = circa 6,55 kg. In estate 29,475 kg. al mese.
    • Ai sorveglianti di vario genere ( vilicus, vilicae, opilio, epìstates ): 19,65 kg. di grano al mese.
    • Agli schiavi in ceppi: 1,310 kg. di pane al giorno (ogni libbra = gr. 327,50) durante l’inverno; quando curano la vigna 1,635 kg. al giorno.
  • In sostanza:
    • Ai lavoranti durante l’inverno: 0,873 Kg di grano al giorno;
    • Ai lavoranti d’estate: 0,982 Kg di grano al giorno;
    • Ai sorveglianti 0,655 Kg di grano al giorno;
    • Agli schiavi in catene tra il 1,310 e il 1,638 Kg di pane al giorno.
  • Catone De agri cultura, 57
    • Vinum familiae. Ubi vindemia facta erit, loram bibant menses tres; mense quarto heminas in dies … Mense quinto, sexto, septimo, octavo in dies sextarios … nono, decimo, undecimo, duodecimo in dies heminas ternas … ; hoc amplius Saturnalibus et Compitalibus in singulos homines congios III S; summa vini in homines singulos inter annum Q VII. Compedìtis, uti quidquid operis facient, pro portione addìto; eos non nimium in annos singulos vini Q X ebibere.
    • Il vino per la servitù. Quando sarà stata fatta la vendemmia, bevano il vinello per tre mesi, al quarto un’emina al giorno. Nei mesi quinto, sesto, settimo, ottavo, un sestario al giorno; nei mesi nono, decimo, undecimo e dodicesimo, tre emine al giorno; oltre a questo, durante i Saturnali e i Compitali, tre congi e mezzo ciascuno. Il totale di vino per ogni uomo all’anno è di sette anfore. Per gli schiavi in catene se ne aggiunga in proporzione al lavoro svolto; non è eccessivo che essi bevano ogni anno dieci anfore di vino
  • VINUM FAMILIAE
    • Nel quarto mese circa 0,273 lt. (una hemina ) al giorno;
    • Nei mesi quinto, sesto, settimo e ottavo circa 0,546 lt.(un sextarius ) al giorno;
    • Nei mesi restanti circa 0,879 lt. (tre heminae ) al giorno;
    • Durante i Saturnali (in dicembre, feste in onore di Saturno) ed i Compitali (sempre in dicembre, per i Lari familiari), per ognuno circa 11,5 lt.(3,5 congi : 1 congius = 3,276 lt);
    • Il totale di vino per ogni schiavo in un anno è di 183,345 lt.(cioè 7 amphorae o quadrantales , ognuno pari a lt.26,208);
    • Gli schiavi in ceppi ricevono vino in proporzione all’impegno fisico, fino ad un massimo di circa 262 lt. all’anno.
  • Catone De agri cultura, 58
    • Pulmentarium familiae. Oleae caducae quam plurimum condìto. Postea oleas tempestivas, unde minimum olei fieri pòterit, eas condìto, pàrcito, uti quam diutissime durent. Ubi oleae comesae erunt, hallecem et acetum dato. Oleum dato in menses unicuique sextarium. Salis unicuique in anno modium satis est.
    • Il companatico per la servitù. Metti in concia quanto più possibile olive cadute, poi olive mature da cui si ricavi pochissimo olio; mettile in concia, fanne economia affinché durino il più possibile. Quando le olive saranno state consumate, si darà salsa di pesce ed aceto. Si darà a ciascuno ogni mese un sestario (lt. 0,546) d’olio. E’ sufficiente per ciascuno in un anno un moggio di sale.
  • Catone De agri cultura, 59
    • Vestimenta familiae. Tunicam p. III S, saga alternis annis. Quotiens cuique tunicam aut sagum dabis, prius veterem accipito, unde centones fiant. Sculponias bonas alternis annis dare oportet.
    • Il vestiario per la servitù. Si daranno una tunica lunga tre piedi e mezzo, i sai ad anni alterni. Ogni volta che darai a ciascuno una tunica o un saio, prima prendi indietro la vecchia da cui fare dei sacchi. E’ necessario dare ad anni alterni zoccoli robusti.
  • Varrone De re rustica I, 17,1
    • Nunc dicam agri quibus rebus colantur. Quas res alii dìvidunt in duas partes, in homines et adminicula hominum, sine quibus rebus còlere non possunt; alii in tres partes, instrumenti genus vocale et semivocale et mutum : vocale in quo sunt servi, semivocale in quo sunt boves, mutum, in quo sunt plaustra.
    • Ora dirò dei campi, con quali mezzi si coltivano. Alcuni dividono queste cose in due parti, uomini e strumenti degli uomini, senza di cui non possono coltivare; altri in tre parti, un tipo di strumento vocale, nel quale sono gli schiavi, un tipo semivocale, nel quale troviamo i buoi, un tipo muto, nel quale sono i carri.
  • Instrumenti genera
    • Genus vocale = servi;
    • Genus semivocale = boves;
    • Genus mutum = plaustra .
  • Varrone De re rustica I, 17,2
    • Omnes agri coluntur hominibus servis aut liberis aut utrisque: liberis, aut cum ipsi colunt, ut plerique pauperculi cum sua progenie, aut mercennariis, cum conducticiis liberorum operis res maiores, ut vindemias ac faenisicia, administrant, iique quos obaera t os nostri vocitarunt et etiam nunc sunt in Asia atque Aegypto et in Illyrico complures.
    • Tutti i campi sono coltivati da servi o da liberi o da entrambi; dai liberi o quando essi stessi coltivano, come fa la maggior parte dei meno agiati con i loro figli, o dai salariati, quando con il loro lavoro salariato di uomini liberi eseguono i compiti più gravosi, come la vendemmia o la mietitura, e quelli che i nostri avi chiamarono obaerati e che anche ora sono numerosi in Asia, Egitto ed Illirico.
  • Varrone De re rustica I, 17,2 (continua)
    • De quibus universis hoc dico, gravia loca utilius esse mercennariis c ò lere quam servis, et in salubribus quoque locis opera rustica maiora, ut sunt in condendis fructibus vindemiae aut messis. De iis, cuius modi esse oporteat, Cassius scribit haec: operarios parandos esse , qui laborem ferre possint, ne minores annorum XXII et ad agri culturam dociles.
    • Su tutti questi dico ciò; che è più utile che i luoghi insalubri li coltivino i salariati piuttosto che i servi, e anche nei luoghi salubri le opere agricole più imponenti, come la raccolta della frutta, la vendemmia, o la messe. Di queste cose, di come è opportuno che siano, Cassio scrive ciò: si devono procurare operai che possano sopportare la fatica, che non abbiano meno di 22 anni e che siano adatti all’agricoltura.
  • Columella Res rustica I, 8
    • Igitur praemoneo ne vilicum ex eo genere servorum, qui corpore placuerunt, instituamus, ne ex eo quidem ordine, qui urbanas ac delicatas artes exercuerit. Socors et somniculosum genus id mancipiorum, otiis, campo, circo, theatris, aleae, popinae, lupanaribus consuetum, numquam non easdem ineptias somniat, quas, cum in agri culturam transtulit, non tantum in ipso servo, quantum in universa re detrimenti dominus capit. Eligendus est rusticis operibus ab infante duratus et inspectus experimentis. Si tamen is non erit, de iis praeficiatur, qui servitutem laboriosam toleraverunt. Mediae sit aetatis et firmi roboris, peritus rerum rusticarum aut certe maximae curae quo celerius addiscat. Nam
    • Prima di tutto non bisogna scegliere il massaro in quella categoria di schiavi che ci piacquero per la loro avvenenza, e nemmeno fra quelli che esercitano mestieri delicati e raffinati. Questa razza di schiavi è pigra e sonnolenta, abituata agli ozi, al Campo Marzio, al circo, al teatro, ai dadi, alla taverna, ai lupanari, aspira sempre alle medesime sciocchezze, che, quando passa all’agricoltura, il padrone accoglie come danno non solo quanto al servo, ma anche quanto al patrimonio. Bisogna scegliere uno schiavo indurito fin da bimbo nei lavori dei campi e lo si sia sperimentato. Se poi non ce n’è uno simile, si scelga come sovrintendente uno di quelli che sopportarono una servitù faticosa. Il massaro sia dunque di mezza età e di solide forze, esperto della campagna o almeno di massima diligenza, si che impari in fretta.
  • Columella Res rustica I, 8 (continua)
    • non est nostri negotii alterum imperare et alterum docère ; neque enim recte opus exìgere valet, qui quid aut qualiter faciendum sit ab subiecto discit. Potest etiam inlitteratus, dum modo tenacissimae memoriae, rem satis commode administrare. Eius modi vilicum Cornelius Celsus ait saepius nummos domino quam librum adferre, quia, nescius litterarum vel ipse minus possit rationes confìngere vel per alium propter conscientiam fraudis timeat. Sed qualicumque vilico contubernalis mulier adsignanda est, quae contineat eum et in quibusdam rebus tamen adiuvet.
    • Non è nostro interesse, infatti, che uno comandi e un altro insegni; né infatti può a ragione esigere un lavoro chi impara da un sottoposto quale sia o in che modo vada fatto. Anche un’analfabeta, purché di buona memoria, può amministrare abbastanza bene l’azienda. Cornelio Celso dice che un massaro di questo tipo porta più spesso denaro al padrone che non il libro dei conti, perché, ignaro della scrittura, non può falsificare le cifre e teme di farlo fare ad un altro per la consapevolezza dell’inganno. Comunque al massaro va data per compagna una donna che lo contenga e lo aiuti in certe occasioni.
  • Seneca Epist. ad Lucilium , 47, 10-13
    • 10. Vis tu cogitare istum quem servum tuum vocas ex isdem seminibus ortum eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori! Tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum. Variana clade multos splendidissime natos, senatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit: alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit. Contemne nunc eius fortunae hominem in quam transire dum contemnis potes.
    • 11. Nolo in ingentem me locum immittere et de usu servorum disputare, in quos superbissimi, crudelissimi, contumeliosissimi sumus. Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas quemadmodum tecum superiorem velis vivere. Quotiens in mentem venerit quantum tibi in servum <tuum> liceat, veniat in mentem tantundem in te domino tuo licere.
    • 12. 'At ego' inquis 'nullum habeo dominum. ' Bona aetas est: forsitan habebis. Nescis qua aetate Hecuba servire coeperit, qua Croesus, qua Darei mater, qua Platon, qua Diogenes?
    • 13. Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte et in consilium et in convictum.
  • Tacito , Ann . XIV, 44 - 45
    • 44 . Suspecta maioribus nostris fuerunt ingenia servorum, etiam cum in agris aut domibus isdem nascerentur caritatemque dominorum statim acciperent. Postquam vero nationes in familiis habemus, quibus diversi ritus, externa sacra aut nulla sunt, conluviem istam non nisi metu coercueris. at quidam insontes peribunt. nam et ex fuso exercitu cum decimus quisque fusti feritur, etiam strenui sortiuntur. habet aliquid ex iniquo omne magnum exemplum, quod contra singulos utilitate publica rependitur.&quot;
    • 45. Sententiae Cassii ut nemo unus contra ire ausus est, ita dissonae voces respondebant numerum aut aetatem aut sexum ac plurimorum indubiam innocentiam miserantium: praevaluit tamen pars, quae supplicium decernebat. sed obtemperari non poterat, conglobata multitudine et saxa ac faces minitante. tum Caesar populum edicto increpuit atque omne iter, quo damnati ad poenam ducebantur, militaribus praesidiis saepsit. censuerat Cingonius Varro, ut liberti quoque, qui sub eodem tecto fuissent, Italia deportarentur. id a principe prohibitum est, ne mos antiquus, quem misericordia non minuerat, per saevitiam intenderetur
  • La vicenda
    • Siamo nel 61 d.C.; uno schiavo aveva ucciso il suo padrone, il prefetto della città Pedanio Secondo, o perché gli aveva negato la libertà già pattuita, o perché geloso delle attenzioni che il padrone rivolgeva ed un suo compagno di schiavitù. Era consuetudine che in tali occasioni tutti gli schiavi della casa dovessero essere uccisi. La plebe protesta: si trattava di ben quattrocento innocenti: anche in senato alcuni erano contrari a quell’eccesso di severità, mentre i più pensavano che non si dovesse mutare l’antico decreto. Tra questi c’era il giureconsulto Caio Cassio, che pronuncia una durissima arringa a favore della condanna, mettendo in luce con chiarezza la diffidenza che i romani avevano nei confronti degli schiavi. Quella che abbiamo letto è la conclusione del suo discorso.
  • Paolo Lettera a Filemone
    • Paulus vinctus Christi Iesu et Timotheus frater Philemoni dilecto et adiutori nostro et Appiae sorori carissimae et Archippo commilitoni nostro et ecclesiae quae in domo tua est.
    • Gratias ago Deo meo semper memoriam tui faciens in orationibus meis audiens caritatem tuam et fidem, quam habes in Domino Iesu et in omnes sanctos, ut communicatio fidei tuae evidens fiat in agnitione omnis operis boni, quod est in vobis in Christo Iesu. Gaudium enim magnum habui et consolationem in caritate tua, quia viscera sanctorum requieverunt per te, frater.
    • Propter quod multam fiduciam habens in Christo Iesu imperandi tibi quod ad rem pertinet, propter caritatem magis obsecro, cum sisi talis ut Paulus senex, nunc autem et vinctus Iesu Christi. Obsecro pro meo filio, quem genui in vinculis, Onesimo, qui tibi aliquando inutilis fuit, nunc autem et mihi et tibi utilis, quem remisi tibi. Tu autem illum ut mea viscera suscipe; quem ego volueram mecum retinere, ut pro te mihi ministraret in vinculis evangelii; sine consilio autem tuo nihil volui facere, uti ne velut ex necessitate bonum tuum esset, sed voluntarium. Forsitan enim ideo
  • Paolo Lettera a Filemone (continua)
    • discessit ad horam a te, ut aeternum illum reciperes, iam non ut servum, sed pro servo carissimum fratrem, maxime mihi, quanto autem magis tibi et in carne et in Domino? Si ergo habes me socium, suscipe illum sicut me. Si autem aliquid nocuit tibi aut debet, hoc mihi imputa. Ego Paulus scripsi mea manu: ego reddam, ut non dicam tibi, quod et teipsum mihi debes: ita, frater. Ego te fruar in Domino. Refice viscera mea in Domino. Confidens in oboedentia tua scripsi tibi sciens quoniam et super id, quod dico, facies.
    • Simul autem et para mihi hospitium; nam spero per orationes vestras donari me vobis. Salutat te Epaphras concaptivus meus in Christo Iesu, Marcus, Aristarchus, Daemas et Lucas, adiutores mei. Gratia Domini nostri Iesu Christi cum spiritu vestro. Amen.
    • FVGI TENE ME | CVM REVOCV | VERIS (sic) ME D(OMINO) M(EO) | ZONINO ACCIPIS | SOLIDVM
    • C.I.L XV, 7194
    • VRNA AENIA PEREIT DE TABERNA | SEI QVIS RETTVLERIS DABVNTVR | HS LXV SEI FVREM | DABIT VNDE (RE)M | SERVARE PO(SSIMUS) HS XX
    • C.I.L. IV, 64
  • Gaio Institutiones I, 52
    • In potestate itaque sunt servi dominorum. Quae quidem potestas iuris gentium est (nam apud omnes peraeque gentes animadvertere pòssumus dominis in servos vitae necisque potestatem esse) et quodcumque per servum adquiritur, id domino adquiritur. Sed hoc tempore neque civibus Romanis nec ullis aliis hominibus qui sub imperio populi Romani sunt, licet supra modum et sine causa in servos suos saevire: nam, ex constitutione imperatoris Antonini, qui sine causa servum suum occìderit non minus teneri iubetur quam qui alienum servum occìderit. Sed et maior
    • Dunque gli schiavi sono proprietà dei loro padroni. E proprio questo diritto è contemplato dal diritto delle genti (infatti presso tutti i popoli si può vedere che i padroni hanno sugli schiavi diritto di vita e di morte) e qualsiasi bene venga acquistato dallo schiavo è acquisito dal padrone. Però in questi tempi, né ai cittadini romani né ad alcun altro individuo che sia sotto l’impero del popolo romano è lecito incrudelire oltre misura e senza causa sui propri servi; infatti, in base ad una costituzione dell’imperatore Antonino, chi ucciderà un suo schiavo senza motivo, si prescrive che sia tenuto a sanzioni non meno di chi abbia ucciso un servo altrui. Ma anche la
  • Gaio Institutiones I, 52 (continua)
    • quoque asperitas dominorum per eiusdem principis constitutionem coercetur; nam, consultus a quibusdam presidibus provinciarum de his servis qui ad fana deorum vel ad statuas principum confugiunt, praecèpit ut, si intolerabilis videatur dominorum saevitia, cogantur servos suos vendere. Et utrumque recte fit; male enim nostro iure uti non debemus, qua ratione et pròdigis interdicitur bonorum suorum administratio.
    • eccessiva crudeltà dei padroni viene repressa dalla costituzione dello stesso imperatore: infatti, consultato da alcuni prefetti delle province in merito a quegli schiavi che si rifugiano nei sacelli o presso le statue degli imperatori, ha prescritto che, se la crudeltà dei padroni è intollerabile, vengano costretti a vendere i loro servi. Ed entrambe sono giuste: infatti noi non dobbiamo valerci male di un nostro diritto, ragion per cui anche ai prodighi è interdetta l’amministrazione dei loro beni.
  • P. Grimal La vita quotidiana nell’antica Roma Ed. Riuniti, 1998
    • La famiglia tendeva ad essere autosufficiente. L’ideale del buon padre di famiglia è quello di vendere senza mai comprare, e ciò vale per il cibo ma anche per gli strumenti agricoli. Nei giorni d’inverno i servitori, il padrone e i bambini riparano i gioghi e le zappe e intrecciano panieri e graticci con i salici e i vimini appositamente piantati ai margini dell’appezzamento. Non si recano in città, tranne che per partecipare ad assemblee politiche o per andare in tribunale, se non per portare al mercato i prodotti in eccedenza. Accanto al padrone vivono alcuni schiavi che a volte sono prigionieri catturati in qualche guerra e troppo poveri per pagare il prezzo del proprio riscatto. Erano poveri anche nei loro villaggi del Sannio o in Umbria: perciò hanno perduto la libertà e dipendono in tutto dal loro padrone, ma in realtà le loro condizioni non sono molto differenti da prima. Il proprietario lavora come loro e con loro: la sua tavola non è meno frugale ed essi sanno che finché saranno in grado di assolvere le loro funzioni saranno trattati bene e curati. In seguito, come raccomanda quel “buon padre di famiglia” che è Catone, bisognerà venderli perché son diventati bocche inutili. Ma quante volte sarà stato realmenteseguito questo cinico consiglio? Sembra piuttosto che la vita in comune finisca per creare una certa intimità tra il padrone e lo schiavo, anche perché molti sono nati in casa. (…) Non è insomma un caso raro che lo schiavo passi tutta la sua vita alla fattoria dove non è solo la sua condizione giuridica a trattenerlo, ma il fatto che vi si trova bene.
  • SCHEDA LESSICALE/1
    • SERVUS dalla radice indoeuropea *SER, badare a qualcosa, proteggere . In avestico (l’antico persiano in cui è scritto l’ Avesta , libro sacro dello zoroastrismo) la stessa radice indica il CANE, come colui che sorveglia il gregge.
    • BENVENISTE Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee Torino 1976
    • Nelle società antiche gli schiavi sono sempre GENTI ESTERNE , introdotte come prigionieri di guerra. Solo più tardi lo schiavo può essere acquistato.
  • SCHEDA LESSICALE/2
    • Sicché:
    • Lat. CAPTUS (CAPIO, catturare); greco AIKMÀLOTOS; DOURÌKTETOS
    • Poi
    • Lat. FAMULUS (FAMILIA); greco OIKÈTES
    • ***
    • In latino si lega di solito SERVUS e SERVARE alla radice indoeuropea * harva ; * horan = che sorveglia ; ma SERVUS indica propriamente una condizione giuridica, non una mansione.
    • In Etruria si ha la forma SERUI/E che distingue anche nomi propri latini di origine etrusca (cfr. SERUUIUS TULLIUS )
  • SCHEDA LESSICALE/3
    • Il termine moderno schiavo è probabilmente il nome stesso degli Slavi nella forma dello slavo del sud (ex serbo)> SLOVENINU >greco bizantino SKLAVENOI / SKLAVOI .
    • Cfr.
    • Nel mondo anglosassone il termine WEALH , lo schiavo , è propriamente il Celta , il popolo sottomesso.
    • NE CONSEGUE:
    • Ogni lingua prende in prestito da un’altra la designazione dello schiavo o lo indica con il nome del popolo sottomesso;
    • Lo schiavo è per definizione chi è fuori , ad esempio, in latino INGENUUS è l’uomo libero, cioè colui che è nato dentro ( IN + GIGNO ).
  • SCHEDA LESSICALE/4 La terminologia latina
    • I sostantivi con cui si indicavano gli schiavi erano diversi: servus , il più comune, famulus , per il servo che lavorava in casa, captivus quando era stato catturato in guerra, verna quando era nato in casa, mancipium , puer .
    • L’etimologia di verna è oscura, certo non accettabile è l’interpretazione antica per cui si trattava di coloro qui in villis vere nati sunt (Festo)
    • Puer ragazzo , era l’appellativo con cui ci si rivolgeva ai servi, indipendentemente dalla loro età, perché, in sostanza, non diventavano mai adulti coloro che non godevano dei diritti politici e civili che gli uomini liberi acquisivano con la maggiore età. Del resto, anche negli Stati Uniti e nelle colonie inglesi gli schiavi, vecchi o giovani che fossero, venivano chiamati boy .
  • SCHEDA LESSICALE/5 La terminologia latina (continua)
    • Mancipium è termine giuridico. Manceps, ìpis , da manus e capio , è colui che prende in mano qualcosa per acquistarla; mancipium è la cosa acquistata, in generale la proprietà , in particolare lo schiavo . Di qui il verbo mancipo , che in origine significava prendere e poi far prendere , dunque vendere .
    • I composti emancipatio , emancipare , furono usati nel linguaggio giuridico per indicare la liberazione di un figlio dalla patria potestà; invece, la liberazione di uno schiavo si chiamava manumissio , da manus e mitto , mando via, allontano dalle mani , e affrancare uno schiavo si diceva servum manumittere .
  • SCHEDA LESSICALE/6 La terminologia latina (continua)
    • Gli schiavi erano classificati in:
    • SERVI PUBLICI.
    • FAMILIA RUSTICA.
    • FAMILIA URBANA
    • Quest’ultima comprendeva:
    • Dispensatores
    • Paedagogi
    • Gramatici
    • Amanuenses
    • Lectores
    • Notarii
    Il matrimonio tra schiavi era detto contubernium e la sposa conserva
  • MVSICÒ TI. CAESARIS AVGVSTI SCVRRANÒ DISP(ENSATORI) AD FISCVM GALLICVM PROVINCIAE LVGVDVNENSIS EX VICARIIS EIVS QVI CVM EO ROMAE CVM DECESSIT FVERVNT BENE MERITO VENVSTVS NEGOT(IATOR) AGATHOPVS MEDIC(VS) FACILIS PEDISEQ(VVS) DECIMIANVS SVMPT(VARIVS) EPAPHRA AB ARGENT(O) ANTHVS AB ARG(ENTO) DICAEVS A MANV PRIMIO AB VESTE HEDYLVS CIBICV(LARIVS) MVTATVS A MANV COMMVNIS A CVBIC(VLO) FIRMVS COCVS CRETICVS A MANV POTHVS PEDISEQ(VVS) SECUNDA THIASVS COCVS C.I.L. VI, 5197
  • Le rivolte degli schiavi
    • Molti degli schiavi accettano passivamente, con rassegnazione il loro destino; altri reagiscono individualmente con la fuga o la ribellione al padrone, che può sfociare nell’omicidio; ma in molti casi si verificano rivolte collettive di schiavi, che mettono in serie difficoltà anche gli eserciti romani. Abbiamo notizia di numerose rivolte di tal genere:
    • in Etruria nel 196 a. C.
    • in Apulia nel 184 a. C.
    • a Pergamo, in Sicilia, a Delo, ad Atene, a Roma nel 135 a. C.
    • dal 73 al 71 a. C. la ribellione capeggiata da Spartaco.
    • In ciascuno di questi casi si assiste a massacri di centinaia o migliaia di persone, sia da parte dei ribelli, sia da parte dell’esercito. E’ significativo che non si abbiano fonti latine di un certo interesse in relazione a questi fenomeni, sicché per la ricostruzione degli eventi dobbiamo affidarci per lo più a testimonianze di storici greci.
  • La rivolta di Spartaco /1 (by Sara Nonni)
    • La guerra servile di Spartaco ci è narrata principalmente da Plutarco nei capp. 8-11 della Vita di Crasso e dallo storico greco Appiano nel libro I de lle Guerre civili .
    • La rivolta dei gladiatori di Capua scoppiò probabilmente alla fine dell’estate del 74 a.C.,e mentre Plutarco non fornisce datazione, Appiano riporta l’anno 73 a.C. La ragione che fece scatenare la rivolta fu la rivendicazione della libertà da parte degli schiavi, che erano “tenuti rinchiusi a forza per la lotta gladiatoria,non per aver commesso gravi colpe ma per l’ingiustizia del loro padrone” (Plutarco). Le fonti a nostra disposizione attestano che tale padrone fu un certo Lentulo Batiato, proprietario d ella scuola gladiatoria capuana. I giochi gladiatori, d'origine etrusca, erano sempre stati popolari a Roma ma, nella fase finale della repubblica,si erano particolarmente sviluppati, anche per ragioni popolari e politiche (nel 105 a.C. la scherma gladiatoria era stata introdotta nell’esercito). I gladiatori ,infatti ,vennero utilizzati sempre più spesso come truppe di combattimento, proprio nell’epoca delle guerre civili. Essi erano reclutati di solito fra i prigionieri di guerra, gli schiavi o i condannati, ed erano addestrati alla lotta in apposite scuole (dove vivevano) da un professionista, il quale poteva essere il loro padrone oppure essere ingaggiato da altri per questo.
    • In Plutarco il progetto della fuga era stato vagliato da duecento prigionieri ma dopo una delazione solo settantotto di loro riuscirono ad evadere mentre in Appiano è direttamente Spartaco, il gladiatore protagonista della rivolta, a convincere circa settanta compagni a fuggire. Già da adesso possiamo notare la tendenza di Appiano a delineare con tratti negativi la figura d i Spartac o, cosa del tutto prevedibile considerata la mentalità del tempo per cui gli schiavi erano tali “per natura e utilità”(Aristotele) e venivano paragonati così ad esseri biologicamente inferiori .
  • La rivolta di Spartaco /2
    • I fuggitivi cercano riparo su di un monte, per Appiano il Vesuvio. Procedono così alla nomina dei capi (Plutarco riporta l’avvenimento precedente e questo ultimo cronologicamente invertiti): Spartaco e i Galli Crisso ed Enomao come sottocapi. Di Spartaco viene data, da Plutarco, una sintetica ma efficace presentazione: Trace, appartenente alla tribù dei Maidi, “dotato non solo di grande coraggio e forza fisica, ma anche di intelligenza e di dolcezza superiori alla sua condizione e più greco di quel che dicesse la sua origine”. In questo modo Plutarco,cerca quasi di epicizzare la figura di Spartaco dandone un giudizio più positivo rispetto a quello di Appiano.
    • Tornando alla rivolta, notiamo comparire delle dissonanze anche per quel che riguarda i primi scontri. Secondo Appiano questi avvengono rispettivamente con i pretori Publio Varinio e Publio Valerio, quando per Plutarco sono stati fatti contro i pretori Clodio e Publio Varinio. Sul nome dei primi due generali inviati contro Spartaco le fonti sono quindi discordi. E’ comunque generalmente accettato che il primo fosse il pretore C. Claudio Glabro e il secondo il pretore Publio Varinio. L’esercito romano che compare nel primo scontro è riportato da Appiano come un esercito non regolare formato cioè da “ quanti armati avevano riunito in fretta e strada facendo”, invece in Plutarco da trentamila uomini,quindi da un vero e proprio esercito. Durante il primo scontro i romani furono sconfitti, ma i due autori presentano ancora diverse versioni. Per Plutarco la battaglia avvenuta presso il Vesuvio vide lo scontro dei gladiatori con l’armata del pretore Clodio finita poi con la presa dell’accampamento romano grazie a una serie di astute manovre compiute dai ribelli e narrate in modo esaustivo dall’autore . In Appiano invece la narrazione è molto più sintetica e riporta come primo pretore inviato da Roma, Publio Varinio il quale, sconfitto da Spartaco, riesce a stento a fuggire.
  • La rivolta di Spartaco /3
    • Entrambi gli storici sono però d’accordo nel vedere uniti ai ribelli molte altre persone , per Plutarco soprattutto pastori e mandriani , fino d un totale di circa 70.000 uomini ( Appiano ). Plutarco prosegue spiegando il piano di Spartaco di voler arrivare oltre le Alpi in mod che ognuno potesse tornare a l rispettivo paese: chi in Tracia e chi in Gallia. Ormai era diventata un armata potente e temibile e i ribelli non obbedirono a Spartaco e “pieni di orgoglio, devastavano l’ Italia con le loro scorribande”. Lo storico Plutarco prende le difese del greco esonerandolo dalla colpa per il comportamento di alcuni ribelli, Appiano invece non fa alcun accenno al disegno di Spartaco di raggiungere le Alpi e anzi gli attribuisce la colpa dei saccheggi e in seguito perfino di una tentata marcia su Roma al comando di centoventimila uomini. Diretto quindi verso il nord della penisola,Spartaco, che secondo Appiano aveva rinunciato alla marcia su Roma per codardia, e secondo Plutarco non l’aveva nemmeno programmata , venne preso finalmente sul serio dal Senato. Questo infatti “non più turbato solamente dal carattere vergognoso e disonorante della rivolta, ma dal timore del pericolo, mandò ambedue i consoli ad affrontare la guerra , considerandola una delle più gravi e difficili” (Plutarco). S egue l’ attacco vittorioso di Gellio, che assieme a Cn. Lentulo Clodiano era il console dell’anno 72, sulle truppe dei Germani guidati da Crisso (Enomao era morto in uno dei primi scontri). Si trattava dei ribelli che si erano staccati “con temeraria arroganza” dalle truppe di Spartaco e che vennero distrutti completamente. Appiano non cita il nome del console Gellio ma riporta il luogo della vittoria , avvenuta presso il Gargano, e il numero dell’esercito dei rivoltosi (trentamila uomini). Contemporaneamente, lo stesso autore, vede la sconfitta del secondo console inviato contro Spartaco (del quale non cita il nome) e poi dello stesso Gellio. Plutarco, invece, riporta la disfatta di Lentulo e lo scontro con Cassio, proconsole della Gallia Cisalpina, avvenuto vicino Modena e da cui i ribelli escono vincitori.
  • La rivolta di Spartaco /4
    • D’ora in poi protagonista dell’intera guerra sarà, assieme a Spartaco, il comandante dell’esercito romano Licinio Crasso. Il S enato,infatti, sdegnato per la sconfitta subita, decise di affidar gli il comando della guerra. Era il novembre del 72 e Spartaco si stava dirigendo di nuovo verso l’Italia meridionale, dopo le vittorie sui consoli. In un primo tempo sembrò marciare su Roma (come riporta lo stesso Appiano), poi evitò la capitale e si diresse a sud verso Turi. Appiano nomina Crasso solo dopo la battaglia del Piceno, di cui è il protagonista, ed a cui dedica poche righe. Plutarco al contrario ci mostra la vicenda in modo più esauriente, ripercorrendola dal principio: Crasso si fermò ai confini del Piceno o meglio dell’Agro picentino, situato nei dintorni di Salerno, tra Campania e Lucania, deciso ad aspettare Spartaco. “Mandò però il suo legato Mummio, con due legioni, a compiere un aggiramento, con l’ordine di seguire il nemico senza impegnarsi in battaglie […] Ma quello, appena gli si offrì l’occasione, attaccò e fu sconfitto” . La nuova sconfitta viene comunque avvallata da tutti e due gli autori che però differiscono nel riportare la punizione di Crasso verso i compagni sconfitti. Appiano narra la decimazione delle due legioni consolari da parte del comandante che uccise così quattromila uomini, “senza avere nessuna esitazione davanti al gran numero”. Plutarco invece parla di 50 uomini giustiziati, estratti a sorte tra i cinquecento che erano fuggiti per primi. La notizia pervenutaci dall’ultimo autore, è sicuramente più credibile ; assolutamente inverosimili le cifre fornite da Appiano (4000 uomini) : non era certo il momento di sprecare tanti soldati.
    • Spartaco intanto, racconta Plutarco, si ritirava verso il mare attraverso la Lucania e “imbattutosi in alcune navi corsare cilicie, decise di andare in Sicilia e di sbarcarvi duemila uomini per riaccendere nell’isola la guerra servile”. L’autore si riferisce alle rivolte di schiavi capeggiate dal siriano Eunoo nel 134-32 e poi dal cilicio Atenione nel 101 a.C. Ma i Cilici, famosi per la loro pirateria, dopo essersi messi d’accordo con lui, lo ingannarono e ripartirono. Spartaco si diresse così ancora verso l’interno accampandosi nella penisola di Reggio dove poi Crasso tenterà un assedio.
  • La rivolta di Spartaco /5
    • Appiano, diversamente, segue gli spostamenti dei ribelli come una continua fuga dal comandante romano, e riporta uno scontro vittorioso di Crasso su di un esercito ribelle distaccato . Comincia da ora lo scontro diretto tra i due caparbi condottieri, i cui sviluppi divergono tra le due fonti . Appiano riserva un breve accenno all’assedio di Reggio in cui Spartaco viene visto in difficoltà, più di quanto non ne sia stato nel racconto dell’altro storico. Plutarco infatti riporta con accurate descrizioni i momenti dell’assedio assieme ai relativi timori dei due comandanti. Crasso, racconta, decise di sbarrare l’istmo della penisola di Reggio, dove si trovava l’esercito ribelle, “con il duplice scopo di togliere dall’inazione i suoi soldati e di tagliare i rifornimenti al nemico” . In breve tempo scavò attraverso l’istmo, da mare a mare, un fossato lungo circa 55 km la cui larghezza e profondità raggiungeva i 4.5 m. Non era quindi questa un opera di fortificazione facile da gestire, infatti Spartaco, una volta resosi conto di essere bloccato, ne colmò un breve tratto con terra, legnami e rami in modo da far passare un terzo dell’esercito. Appiano a questo punto riporta un episodio del assente in Plutarco : la crocifissione di un prigioniero romano, che Spartaco avrebbe ordinato “per indicare ai propri seguaci ciò che avrebbero subito se non avessero vinto”. Tale episodio è da attribuire però più ad una presa di posizione di Appiano : dopo aver narrato della crudele punizione data da Crasso al suo esercito, l’autore non voleva privilegiare la figura di Spartaco (come ha fatto già precedentemente e come farà in seguito).
    • Dopo la fuga di Spartaco dalla zona assediata, Crasso teme una sua marcia su Roma , ma poi si rassicurò “poiché molti ribelli, in seguito a discordie, si erano staccati da lui e si erano accampati separatamente presso un lago della Lucania” (Plutarco); il comandante romano non perdette l’occasione e attaccò, non riuscendo però a farne strage completa a causa dell’improvvisa apparizione di Spartaco.
  • La rivolta di Spartaco /6
    • Il Senato ormai stufo del fatto che una semplice rivolta di schiavi dur i così a lungo, decise di inviare gli eserciti del generale Lucullo e di Pompeo. Il primo, Marco Terenzio Varrone Lucullo, era allora proconsole della Macedonia e si preparava a sbarcare a Brindisi, impedendo così alle truppe dei rivoltos i di intraprendere quel braccio di mare per la fuga verso la Tracia. Il secondo, Pompeo, si era recato in Spagna nel 76 per combattere la rivolta di S e rtorio, seguace di Mario . Il suo ritorno non era ben visto da Crasso. Ambedue gli autori infatti, riferiscono in merito alla volontà di Crasso di voler concludere la guerra prima del suo arrivo, “ben consapevole che il successo sarebbe stato attribuito non a lui , ma a colui che fosse venuto in suo aiuto” (Plutarco). Decise quindi di attaccare subito i reparti distaccati da Spartaco, e cioè quelli comandati da Gannico e Casto. Il punto debole dei seguaci di Spartaco fu proprio costituito dalle tendenze separatiste , fondate su differenze di nazionalità. La battaglia fu una delle più aspre e si concluse con la completa strage dell’esercito ribelle. Plutarco riferisce anche dell’ inseguimento del le truppe di Spartaco – che si ritirarono a Petelia, in Calabria - da parte dei legati di Crasso, Quinto e Scrofa. A questo è dovuta l’impossibilità di porre Brindisi come meta, a causa del l’arrivo imminente delle legioni di Lucullo dalla Macedonia. Quando Spartaco invertì la marcia fu completa sconfitta per i Romani che riuscirono a salvarsi a fatica. La vittoria segnò però la loro stessa rovina degli schiavi , dice Plutarco: i fuggitivi, riempiti di boria, non intendevano più evitare lo scontro con le legioni di Crasso , n é obbedire ai capi. Caddero così nella trappola che li costringeva a marciare attraverso la Lucania, incontro ai Romani di Lucullo.
  • Alcune brevi considerazioni (by Sara Nonni)
    • La visione di fiero condottiero data da Plutarco nei confronti di Spartaco, rovinato dalla disobbedienza dei suoi seguaci , è completamente divergente da lla prospettiva di Appiano.
    • Quest’ultimo , infatti , vede l’eroico guerriero impaurito dalle truppe di Pompeo, intento in continui tentativi per arrivare a trattative vantaggiose che gli risparmiassero lo scontro diretto con il temibile personaggio.
    • La stes s a disfatta dell’esercito dei ribelli è vista da Appiano come del tutto scontat a e naturale, con pochissimo riserbo per la fine del grande capo degli schiavi .
    • Plutarco invece vede lo scontro come una battaglia dura , cominciata con grande fretta e foga da Crasso , che lottava anche contro il tempo per impedire la battaglia e la vittoria a Pompeo, prossimo ad arrivare.
  • La rivolta di Spartaco /7
    • Spartaco, circondato, fu costretto a schierare tutto il suo esercito.
    • Da adesso il racconto, in Plutarco, si fa avvincente , non risparmiando aneddoti che esaltino la personalità di Spartaco : l’ uccisione di p ropria mano del suo cavallo ( “se avesse vinto , avrebbe avuto dai nemici molti e bei cavalli, e, se fosse stato sconfitto, non ne avrebbe avuto alcun bisogno” ); la ricerca di Crasso nella battaglia per avviare un corpo a corpo legittimo tra due comandanti . Ma lo scontro evolve in una serie di combattimenti e si conclude con l’eroica mort e di Spartaco sul campo di battaglia.
    • Gli autori tornano ad essere concordi nel riportare il successivo attacco ai superstiti da parte di Pompeo, che si attribuisce il merito della vittoria. Appiano narra però di un inseguimento sulle montagne, dove mille uomini furono annientati e altri seimila catturati e crocifissi lungo l’intera strada che da Capua va a Roma .
    • Da qui il successivo rientro a Roma, dove Crasso “non tentò nemmeno di chiedere il trionfo solenne,e fu giudicato poco nobile e dignitoso da parte sua che celebrasse perfino il trionfo a piedi, per una guerra contro degli schiavi.”.
    • A parità di argomento i due storici dell’antichità, Appiano e Plutarco, hanno sviluppato in modo del tutto differente la vicenda : l’uno criticando e stroncando le azioni di Spartaco e l’altro narrando vivacemente le imprese dello stesso , esaltandone il carattere eroico e g iusto. Le stesse modalità di esporre la storia sono differenti e hanno per il primo un carattere sintetico , e per il secondo uno sviluppo più discorsivo e di gran lunga più descrittivo.
    • Tratto da: Appiano Le guerre civili e da Plutarco Vita di Crasso.
  • L a rivolt a degli schiavi in Sicilia ( by Silvia Federici )
    • C on la fine delle guerre puniche e la distruzione di Cartagine, la Sicilia fu interessata da un processo di grande sviluppo economico e sociale che durò finché non scoppiò la guerra servile.I Siculi, proprio grazie a questa crescita economica, poterono permettersi di comprare moltissimi schiavi, che per evitare che fuggissero, marchiavano a fuoco. I siculi trattavano gli schiavi con estrema crudeltà e non fornivano loro neppure l’indispensabile quotidiano, tanto che per sopravvivere gli schiavi spesso erano costretti a rubare, dandosi al brigantaggio; i governatori della provincia cercarono di eliminare il fenomeno, ma poiché temevano la reazione dei potenti padroni, spesso non li punivano. Gli schiavi, stanchi della della situazione, decisero di ribellarsi.
    • Tra di loro vi era un certo Euno, che disse ai suoi padroni di conoscere le arti magiche e di parlare in sogno con gli dei, che gli avrebbero predetto che un giorno sarebbe diventato più ricco e potente di loro. A determinare lo scoppio della rivolta fu l’atteggiamento perfido e crudele di un certo Damofilo da Enna , che si comportava in modo disumano nei confronti ei suoi schiavi. A capo dei rivoltosi si pose Euno, che alla testa di quattrocento schiavi irruppe ad Enna compiendo una strage che non risparmiò né donne, né bambini. Damofilo e la moglie incatenati furono condotti al centro della città e, dopo essere stati scherniti furono uccisi, mentre fu risparmiata la figlia, sempre disponibile ad aiutare gli schiavi. Euno in seguito a tali avvenimenti fu incoronato re, nominò sua moglie regina e scelse alcuni consiglieri , tra i quali Acheo.
    • Nei tre giorni che seguirono Euno ebbe a disposizione un vero esercito formato da seimila schiavi, che si abbandonarono a saccheggi e crudeltà. Euno affrontò più volte gli eserciti romani, che sconfisse ripetutamente. Nel frattempo, un altro schiavo di nome Cleone tentò una rivolta, ma i risultati furono catastrofici ed egli stesso insieme ai suoi rivoltosi si sottomise ad Euno unendosi al suo esercito.
    • Infine anche Euno fu definitivamente sconfitto dai romani con il tradimento; fu fatto prigioniero e morì in carcere a Morgantina divorato dai pidocchi.
    • Da Diodoro Siculo Bibl. Stor , 34, 35
  • Aristotele (by Marta Spagnoli)
    • Nasce a Stagira nel 384/3 a.C. e muore a Calcide nel 322/1. Per venti anni studia all’Accademia di Platone, dal quale si distaccherà poi completamente. In seguito Aristotele fonderà ad Atene una sua scuola, il Liceo (dalla presenza sul luogo di una statua di Apollo Licio). I suoi moltissimi scritti si suddividono in essoterici , destinati al pubblico, ed acroamatici , usati nell’insegnamento e costituiti da appunti non sistematici. Questa seconda sezione degli scritti è quella giunta fino a noi.
    • Il sistema filosofico aristotelico si basa sulla conoscenza umana della realtà, attraverso la quale il filosofo tende a chiarire le problematiche lasciate aperte dalla teoria platonica delle idee. In modo particolare, egli confida di poter ridurre la molteplicità del reale ad una visione unitaria attraverso lo strumento della logica.
    • Fu considerato un padre della filosofia già dai Greci, ma è dal XIII sec. che Aristotele diventa uno dei più saldi punti di riferimento della cultura filosofica, occidentale ma anche araba, grazie alla saldatura tra il suo metodo di indagine e la teologia della Scolastica. Così Aristotele fornì le basi al pensiero cristiano per evolvere in sistema teologico.
  • Catone (by Sara Ilari)
    • M. Porcio Catone nacque a Tusculum nel 234 a.C. da un famiglia di proprietari terrieri. Prestò servizio militare appena diciassettenne nella seconda guerra punica. Nel 198 fu pretore in Sardegna, da dove tornò a Roma conducendo con sé il poeta Ennio. Nel 195 rivestì il consolato e nel 184 assunse la censura assieme a Valerio Flacco. In questa carica – che gli procurò il soprannome di “Censore” – accentuò la lotta contro il lusso e la corruzione dei costumi tradizionali. Catone si oppose all’influenza della cultura greca e contribuì all’espulsione da Roma dei filosofi. Negli ultimi anni, condusse una campagna politica contro Cartagine, ma morì nel 149 a.C, l’anno prima che la città – secondo quanto Catone andava sostenendo da tempo – venisse distrutta nella terza guerra punica. Con Catone l’oratoria diventa strumento di lotta politica; possediamo circa 80 titoli e alcuni frammenti delle sue orazioni. Ma l’unica opera pervenutaci intera è il De agri cultura , la prima scritta in prosa della letteratura latina. E’ un trattato di agricoltura in 162 capitoli sulla conduzione di una azienda agricola. Catone consiglia il podere da acquistare, i lavori da compiere, insegna la cura di piante ed animali, insegna come comportarsi con gli schiavi, che per lui non sono persone, ma res . L’opera ha anche una funzione morale e sociale: Catone ritiene che l’agricoltura sia l’attività più onesta e sicura, la sola in grado di formare buoni cittadini e buoni soldati.
    • Altra sua opera importante sono le Origines di cui abbiamo solo frammenti. Si tratta di un’opera storiografica in sette libri in cui erano trattati, oltre alla storia di Roma, anche gli inizi delle principali città italiche. In questo modo, Catone intendeva porre sullo stesso piano Roma e le altre città italiche. Inoltre non citava i nomi dei generali, volendo fare della storia di Roma il risultato di uno sforzo collettivo.
  • Marco Terenzio Varrone ( by Nunzia Scotto di Marrazzo )
    • Marco Terenzio Varrone nacque a Rieti nel 116 a.C..
    • Visse circa 90 anni, cioè durante il periodo più tragico della repubblica (Mario e Silla, Cesare e Pompeo). Dalle opere da lui scritte e pervenuteci ,da quelle composte ma andate perse e dai giudizi di Quintiliano e Cicerone, risulta un uomo erudito e multidisciplinare. Egli infattisi occupò di grammatica, eloquenza, politica, filosofia, storia, poesia, teatro, architettura,antichità romane sacre e profane. Tra le opere di tono politico vanno ricordate le Satyrae menippeae , 149 satire in 150 libri. Il nome deriva da Menippo di Gadara, filosofo cinico che compose satire miste di prosa e poesia.. Opere di erudizione per le quali soprattutto Varrone ebbe fama sono le Antiquitates rerum humanarum et divinarum in 41 libri. E’ l’opera più importante di Varrone, la cui perdita per noi è gravissima. Era la storia delle istituzioni civili e religiose di Roma e dei popoli Italici, scritta con il nobilissimo intento di ricondurre i Romani alla morale e alla ragione degli antichi padri. Cicerone ebbe a dire a tale proposito: “ I tuoi libri ci hanno ricondotto in casa nostra, ricordandoci chi siamo ”. De lingua latina ( 25 libri ), il più antico scritto di grammatica arrivato, sebbene incompleto, sino a noi. Tratta dell’analogia e dell’anomalia nella flessione: l’autore si tiene nel giusto mezzo delle due teorie, con vedute che accennano a taluni principi fondamentali della scienza linguistica moderna.
    • Il De re rustica è un opera in tre libri, scritta dall’autore ormai ottantenne. Essa aveva tra l’altro lo scopo di ricondurre i corrotti Romani alla vita di campagna; perciò da un lato continua l’opera di Catone dall’altro prelude a quella di Virgilio, le Georgiche . E’ però da notare che mentre Virgilio studia la piccola proprietà, Varrone studia il latifondo. Il libro è interessante anche per talune osservazioni scientifiche, tra cui un accenno alla medesima teoria dei bacilli. Fonti per l’opera, oltre l’esperienza propria dell’autore furono Catone e il cartaginese Magone.
  • Columella (by Antonio Santese)
    • Lucio Giunio Moderato Columella,scrittore latino nato a Cadice (Spagna) nel I°secolo d.C. Fu tribuno militare al comando di una legione in Siria e poi visse in Italia, dove possedeva vasti terreni e dove poté svolgere la sua attività di teorico, muovendosi su un argomento già noto alla tradizione romana,l’agricoltura e lamentando a volte la decadenza della conduzione di un fondo agricolo.
    • Di lui è giunto il più completo trattato di agricoltura dell’antichità, De re rustica , scritto in prosa e composto da dodici libri, nel quale tenta di nobilitare la pratica agricola, fornendole una base teorica con il preciso intento di risollevare le sorti di tale attività e in cui viene trattato (nel libro X e in esametri dattilici), anche un aspetto piuttosto particolare: la cura dei giardini, un tema già esaminato, anche se in maniera incompleta, da Virgilio nelle sue Georgiche .
    • La materia trattata, derivata da autori illustri come Varrone,Catone e Virgilio, descrive con grande accuratezza anche gli aspetti più minuti della gestione del lavoro agricolo, ponendo massima attenzione agli schiavi, considerati essenziali per il buon funzionamento di un terreno. Ed è proprio questo uno degli argomenti più ricorrenti nelle opere di Columella, che, nel complesso, condivide ancora la vecchia concezione di Catone e di Varrone per i quali da una proprietà si può ricavare il massimo profitto con lo sfruttamento “scientifico” degli schiavi. Anche se lui rifiuta la brutalità inutile, li fa lavorare duramente, talora anche in catene secondo il metodo antico, e anch’egli negli schiavi non vede altro che strumenti. Tali esseri umani interessavano solo in termini di produttività e rendimento,quindi anche la minima preoccupazione di mantenerli in buona salute e in efficienza,era solo per ottenere i massimi vantaggi nel lavoro. Era logico che al proprietario terriero non spettassero lavori pesanti: doveva solamente avere nozioni adeguate di tecnica delle semine, aratura e climatologia.
  • Lucio Anneo Seneca ( by Ilenia Folgori)
    • ( Cordova 4 ca. a.C. - Roma 65 d.C.)
    • Fu autore di opere filosofiche e scientifiche, satire, tragedie ed epigrammi. Abile ed esperto retore, Seneca utilizzò ingegnosamente tutti gli artifici e i meccanismi della lingua, ricorrendo a figure retoriche, quali metafore, iperboli, paradossi, antitesi, in uno stile che punta sul ritmo e, al contrario di quello ciceroniano, sulla frase spezzata. Fra le opere poetiche di Seneca le più importanti sono nove tragedie , probabilmente destinate alla lettura, che si richiamano ai miti greci e sono caratterizzate da un gusto truce e da uno stile che, nella rappresentazione di psicologie e passioni estreme, esaspera i costrutti già arditi delle opere filosofiche. E’ stato definito lo scrittore più moderno della letteratura latina. Come filosofo è considerato tra i maggiori rappresentanti della Nuova Stoà , benché il pensiero stoico sia in lui mediato da elementi epicurei, platonici e peripatetici. Centro della sua riflessione è l'uomo e la sua possibilità di raggiungere la serenità e la libertà interiore attraverso il dominio della razionalità sulle passioni. E fondamentale fu, per tutto il pensiero cristiano, l'elaborazione di un nuovo linguaggio dell'interiorità da lui compiuta. La sua opera principale, Epistulae morales ad Lucilium ( Lettere a Lucilio , 63-64 d.C.), comprende 124 lettere di argomento morale indirizzate all'amico. Tra le altre opere filosofiche figurano i sette libri di Questioni naturali , un’indagine sui fenomeni naturali nella quale la fisica cede spesso il passo all'etica, e i trattati etici di ispirazione stoica, detti comunemente Dialoghi , che furono scritti probabilmente in un lungo arco di tempo e comprendono Dell'ira , Della provvidenza , Della vita felice , La fermezza del saggio , La tranquillità dell'animo , La brevità della vita , L'ozio e le tre Consolazioni . Scrisse anche una satira contro Claudio, Apocolocyntosis, conosciuto anche come Ludus de morte Claudii Cesaris (54 ca. d.C.) e La clemenza (55-56 d.C.) , un trattato politico dedicato a Nerone, di cui fu precettore e poi ministro.
  • Tacito (by Federica Faraldi)
    • Tacito è con Livio il più grande storiografo del mondo romano; è l’interprete della realtà imperiale postaugustea. I dati della sua biografia sono incerti: nacque intorno al al 54-55 probabilmente a Terni, certamente da famiglia ricca ed influente di rango equestre, come lasciano pensare l’ottima educazione ed il suo matrimonio con la figlia di Giulio Agricola, personaggio influente in campo politico e militare. A Roma Tacito fu probabilmente allievo di Quintiliano; la sua prima occupazione fu l’oratoria, in cui raggiunse ottimi risultati. Percorse tutta la carriera politica sotto i Flavi e, dopo un periodo di allontanamento volontario dalla vita politica, fu console sotto Nerva e proconsole in Asia con Traiano.
    • Attese alla sua opera storiografica con estrema serietà, consultando le opere degli storici precedenti (Seneca padre, Aufidio Basso, Fabio Rustico, Plinio il Vecchio); il metodo annalistico che egli adotta mostra il suo ossequio alla più antica tradizione letteraria. Le sue opere costituiscono un documento della sua visione politica; il filo conduttore sotteso a tutta la narrazione è una visione che assume i toni di un’epopea tragica del destino dell’impero. Il suo modo di guardare il mondo è dunque improntato a forte pessimismo che “gli impedisce di scorgere i progressi possibili nella società civile” (A. Michel). Roma, secondo Tacito, mostra ormai i vizi del servilismo, del cinismo, della corruzione. È fuori Roma, tra i barbari che si possono ancora trovare quei valori di coraggio e frugalità, di onestà che fecero grande Roma.
  • L’imperativo futuro
    • .
    • L’italiano non ha il corrispondente imperativo futuro. In latino viene usato nei testi ufficiali come leggi, testamenti, massime e proverbi con significato di ordine solenne, di perpetua validità. In italiano perciò si renderà rispettando tale senso con espressioni similari: imperativo presente, congiuntivo esortativo, futuro indicativo.
    • Si tratta in ogni caso di uno stilema arcaizzante.
    • Es.: Tu facito , Tu fa così sempre, (farai )(En. 9,438) - Forme particolari: memento, mementote , ricorda, ricordate per sempre ; scito, scitote , sappi, sappiate sempre!
    • L' imperativo futuro passivo e deponente non sono usati che molto raramente. Es. Contemplator item, Osserverai ugualmente (Geor.1,182
  • Il participio
    • NB. Se il participio ha valore di sostantivo o di verbo, all’ablativo esce in - e , se invece ha valore di aggettivo esce in - i . Es.: Sunt praest ant i corpore Nymphae (EN.I,71) Ponuntque ferocia Poeni corda, vol ent e deo (EN.I,302)
    • I suoi valori fondamentali sono quattro:
    • I. - attributivo ,con valore di aggettivo vero e proprio : es.: (Apes) liquentia mella stipant, (Le api) stipano il limpido miele (En.432);
    • (Ego) ignotus, egens , Libyae deserta peragro, (Io), sconosciuto, bisognoso, percorro i deserti della Libia(En.1,384); Sunt praestanti corpore nymphae, Ci sono ninfe dal fisico prosperoso (En.I,71)
    • II. - sostantivato, es.:
    • Malus (Pygmalion) lusit amantem , (Pigmalione) il malvagio ingannò l’amante (= Didone) (En.1,352)
    • III. - appositivo
    • - a) participio congiunto, con valore di proposizione subordinata ( relativa, finale, causale, temporale, concessiva ) : es.: Timeo Danaos, et dona ferentis (-es), Temo i Danai (Greci), particolarmente se ( quando ) portano doni (En.2,49)
    • - b) ablativo assoluto :
    • IV. - predicativo : specie per sottolineare azione contemporanea, concomitante a quella tel verbo reggente.Es.: Q. Titurius Ambiorigem suos cohortantem (conspexit), Q.Titurio vide Ambiorige che esortava i suoi (BG.5,36)
  • L’ablativo assoluto
    • L’ablativo assoluto
    • E’ una proposizione subordinata costituita da due soli elementi , soggetto e verbo, in ablativo .
    • In italiano, abbiamo come eredità latina, la costruzione del participio assoluto, dove il participio è ab-solutus, cioè sciolto da vincoli strettamente grammaticali e quindi sintatticamente autonomo . Es.: Superata la paura, riprendemmo la strada . Possiamo quindi avere l’ ablativo assoluto:
    • 1. con participio presente : Boios, petentibus Haeduis , concessit. Quanto ai Boi, poichè lo chiedevano gli Edui, concesse. (BG.I,28)
    • 2. con participio perfetto : Proelio facto , exercitum traduxit Dopo aver finito lo scontro(finito lo scontro), fece passare l’esercito . (BG,I,13)
    • 3. senza participio ( o participio presente del verbo essere sottinteso): Is (Orgetorix), Marco Messalla Marco Pisone consulibus , coniurationem fecit. Egli (Orgetorige), essendo consoli M. Messalla e M. Pisone, ordì una congiura. (BG.I,2)
    • NB. Spesso l’individuazione dell’ablativo assoluto riesce difficile in quanto si può trovare in iperbato , cioè con i suoi elementi costitutivi separati. Es.: Novissime indignata, dum vult validius ( troppo ) inflare sese, rupto iacuit corpore (Fedro. 1.24)
  • Perifrastica passiva
    • Coniugazione perifrastica passiva.
    • Il gerundivo unito alle forme del verbo &quot;esse&quot; esprime necessità, dovere . Talvolta il verbo essere può essere sottinteso. Il verbo &quot;esse&quot; può anche precedere il gerundivo.
    • Signum tuba dandum (erat). ( Lett.: il segnale con la tromba da dare era) Doveva essere dato (si doveva, bisognava dare) il segnale con la tromba (BG.II,20)
    • Gens dura debellanda est tibi, ( Comprens.: Una popolazione dura è da vincere per te)Tu devi vincere una popolazione feroce (V,730)
    • NB. - La persona obbligata o necessitata è espressa al caso dativo ( dativo d’agente ).
    • Consigli per la traduzione Una volta individuata la perifrastica passiva, conviene comprendere: 1) il verbo sum ed il gerundivo , 2) il soggetto, 3) l’eventuale dativo di possesso: Esempio: Caesari omnia …erant agenda (BG.3.23) 1. Si individua erant agenda e si rende letteralmente il italiano &quot; erano da farsi &quot; 2. si collega agenda al soggetto omnia e si rende letteralmente &quot; tutte le cose &quot;
    • 3. si nota il dativo di agente Caesari e si rende &quot; da parte di Cesare &quot;. Poiché in italiano la frase &quot; Tutte le cose erano da farsi da parte di Cesare &quot; è piuttosto informe e poco corrente, si renderà con una frase italiana più corretta: &quot; Cesare doveva fare tutto &quot; oppure &quot; Bisognava che Cesare facesse ogni cosa&quot; o altre simili
  • Il gerundio
    • Il gerundio è un nome verbale che costituisce una declinazione dell’infinito: indica quindi nei vari casi l’azione in sé , senza alcuna definizione temporale.
    • La diatesi è attiva (es. consuetudo pugnandi : l’abitudine del combattere ), per cui posseggono il gerundio tutti i verbi .
    • Declinazione:
    • Gen. Laudandi
    • Dat. Laudando
    • Acc. (Ad) Laudandum
    • Abl. Laudando
    • Si comporta quindi come un sostantivo della seconda declinazione.
    • Il suo impiego è alquanto economico, poiché può essere trattato alla stregua di un sostantivo, ma ha il valore di un verbo. Perciò lo si può trovare impiegato come un complemento, ma realizza – nella resa in italiano – una autentica proposizione.
    • Es. Metellus … exercitum in provincia hiemandi causa conlocat: Metello sistema l’esercito nella provincia per svernare.
    • Quello che propriamente è un complemento di fine , diviene nella resa una proposizione finale
  • Il gerundivo
    • Il gerundivo è un aggettivo verbale con valore passivo , proprio dei verbi transitivi e di alcuni deponenti intransitivi. A seconda della funzione e dei costrutti può indicare:
    • L’idea del non compiuto , di ciò che è da farsi, in opposizione al participio perfetto, che indica il compiuto, ciò che è fatto. Es. res gerendae = le imprese da compiere ; res gestae = le imprese compiute .
    • L’idea della necessità , della doverosità. E’ il significato che assume sempre nella perifrastica passiva .
    • Trattandosi di un aggettivo verbale, è concordato in numero, genere e caso con il sostantivo cui si riferisce (nel neutro, specialmente al plurale lo si trova anche da solo) e, come il gerundio , può realizzare , pur trattato come un aggettivo, autentiche proposizioni subordinate, essendo un elemento nominale con valore verbale. Es. Caesar navium parandarum causa moratur : Cesare indugia per allestire le navi (lett. per le navi da allestire )
    • In italiano permangono usi gerundivi in sostantivi quali esaminando , laureando , ma anche … merenda , agenda e … mutanda.
  • La proposizione finale
    • La proposizione finale
    • E’ una proposizione subordinata che esprime il fine dell’azione introdotta dalla reggente.
    • Può essere espressa in forma esplicita o implicita .
    • La finale esplicita può essere espressa in vari modi:
    • 1. a) se positiva, dalla congiunzione subordinante ut ( uti ) ( oppure quo se c’è un comparativo) :
    • Es.: (Caesar) Allobrogibus imperavit, ut iis frumenti copiam facerent . (Cesare) ordinò agli Allobrogi di fornir loro la quantità di frumento (necessaria) (BG.,I,28)
    • - (Caesar) manipulos laxare iussit, quo facilius gladiis uti possent, Cesare ordinò di allargare i manipoli, perchè potessero più facilmente usare le spade (BG.II,25)
    • b) se negativa, da ne (neu o neve esprimono coordinazione negativa) :
    • Es.:Caesar litteras nuntiosque misit, ne eos frumento neve alia re iuvarent . Cesare inviò ambasciatori con lettera ai Lingoni perchè non li aiutassero con frumento, nè con altro aiuto (BG.I,26)
  • La proposizione finale implicita
    • Può essere espressa:
    • Con causa o gratia e il genitivo del gerundio o del gerundivo;
    • Con ad e l’accusativo del gerundio o del gerundivo;
    • Con il supino in – um (retto da verbi di movimento).
  • Il congiuntivo esortativo .
    • Il congiuntivo esortativo si trova in proposizione indipendente o principale.
    • Viene così chiamato perché di solito esprime una esortazione, ma può indicare pure un comando o una proibizione o divieto.
    • Per la forma negativa, il congiuntivo è preceduto dalla negazione ne .
  • Proposizioni infinitive
    • Sono, di solito, così chiamate perchè sono proposizioni subordinate in cui il soggetto è all’accusativo ed il verbo all’infinito.
    • Si dicono: a) soggettive quando quando hanno funzione di soggetto rispetto alla reggente;
    • Es.: Caesarem esse bellum gesturum constabat . Era chiaro che Cesare avrebbe mosso guerra (BG.3,9)
    • b) oggettive invece quando svolgono funzione di soggetto:
    • es.: Quibus in locis Germanos esse audiebat . Ma in questi luoghi sentiva dire che c’erano i Germani ( BG.4,7).
    • 1. Soggetto in accusativo: è sempre espressso ( rare sono le accezioni!)
    • 2. L’infinito precisa il rapporto temporale con la reggente:
    • a) il presente infinito precisa la contemporaneità del rapporto:
    • - Considius dicit montem teneri,Considio dice che il monte è occupato (BG.I,22).
    • - Caesar cognovit montem teneri. Cesare seppe che il monte era occupato (BG.I,22).
    • b) il perfetto infinito precisa l’anteriorità dell’azione rispetto alla reggente:
    • - Caesar cognoscit Helvetios castra movisse. Cesare sa che gli Elvezi avevan tolto il campo .
    • - Caesar cognovit Helvetios castra movisse. Cesare seppe che gli Elvezi avevan tolto il campo (BG.I,22).
    • - Divico respondit Helvetios a maioribus suis institutos esse, Divicone rispose che Gli Elvezi erano stati istruiti dai loro antenati (BG.I,15)
    • c) il futuro infinito precisa la posteriorità:
    • - Constat Caesarem bellum gesturum esse.E’ chiaro che Cesare attaccherà .
    • - Constabat Caesarem bellum gesturum esse. Era chiaro che Cesare avrebbe attaccato (BG.3,9)
    • NB. Se nella proposizione oggettiva c’è il pronome latino se, il soggetto della reggente e della infinitiva coincidono.
    • Es.: Legati se al suos relaturos (esse) dixerunt. Gli ambasciatori dissero che avrebbero riferito ai loro (BG.4,9).
    • NB. Molto spesso l’infinito esse è sottinteso.