Un sogno per la vita

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Un sogno per la vita

  1. 1. Un sogno per la vitaEntrai nella grande stanza con il cuore in gola e le mani in preda ad un fremito incontrollabile.Quando il professore mi squadrò dallalto in basso con unaria presuntuosa e saccente, notai nel suosguardo una nota di disprezzo. Tuttavia non mi lasciai impressionare: mi sedetti davanti allacommissione e, malgrado le gambe che stentavano a sostenermi e la vergogna per linadeguatezzadel mio abito, cominciai a parlare con disinvoltura. Quando lesame terminò, non avevo quasi piùvoce per lemozione. Tutti i docenti si erano complimentati e quello che mi aveva accolta conriluttanza sembrava non credesse possibile che una come me, una “zingara”, fosse capace di dareesami in modo ancora più brillante degli altri studenti. Quando pronunciò quel 110 e lode, le sueparole si dissolsero ancor prima che avessi il tempo di reagire, il peso che mi portavo dietro da tantotempo si sciolse in una miriade di frammenti invisibili. Mi allontanai dalla facoltà di Medicinavolando. Mi sentii improvvisamente leggera, perché il sogno di una vita, tanto ostacolato econtestato, era finalmente diventato realtà. Ripensai a tanto tempo prima, quando ancora non avevoiniziato lUniversità, accorgendomi che la mia vita era cambiata completamente da allora.La passione per la medicina era sorta nel campo rom dove ho trascorso tutta la mia infanzia. Miamadre faceva di tutto perché io potessi crescere felice, per non farmi notare troppo la differenza trame e gli altri bambini, ma non sempre ci riusciva. Ho sei fratelli e non ho mai conosciuto mio padre.Lui non cè mai stato, ma ogni tanto vedevo la mamma accanto ad un altro uomo. La vita nel camponon è mai stata semplice: dormire in una baracca tutti insieme, cucinare allaperto, sia destate chedinverno. Tuttavia io non conoscevo alternative: per me quello era tutto ciò di cui avessi bisogno.Un giorno mia madre andò in città insieme ad altre donne per cercare di racimolare qualche soldo.Invece di rimanere insieme agli altri bambini, quel giorno decisi di andare di nascosto in centro perassaporare un momento di libertà e vedere cosa facevano i miei coetanei. Vagai a lungo per lestrade, ammirando ogni dettaglio della città. Scoprii un mondo nuovo pieno di vita e di benessere,di svago e di divertimento. Mi scontrai per la prima volta con una realtà completamente diversa daquella che conoscevo e mi sentii improvvisamente a disagio, come se per secoli mi avessero tenutalontano dal mio stesso mondo. Mentre pensavo a tutto ciò, mi si parò davanti una bambina daicapelli rosso vivo e dal sorriso luminoso.– Come ti chiami?La sua domanda sincera e ingenua mi lasciò perplessa. Non avevo mai conosciuto nessun altro senon i miei fratelli e gli altri ragazzini della comunità, che erano come dei cugini per me. Dopo unpo di esitazione, risposi timidamente:– Miriam. E tu?– Veronica e ho undici anni. Ti va di giocare?
  2. 2. Lei mi prese la mano sorridendo. Sentii un calore improvviso in tutto il corpo, come una scossaelettrica che partiva da quella mano timida e arrivava dritta al cuore. Veronica mi condusse verso ilparco e restammo lì fino allora di pranzo, giocando e scherzando. Non mi ero mai divertita cosìtanto in vita mia. Ricordo ancora la gioia di quel momento speciale e la curiosità che mi animòquando Veronica mi rivelò della scuola. Non avevo idea di cosa si trattasse, ma lei ne parlò cosìdettagliatamente che dopo la conversazione era come se ci fossi stata da una vita. Ero attratta dallesue parole come da una forza magnetica, Veronica mi aveva aperto una finestra sul mondo. Volevoconoscere, volevo studiare, volevo creare sogni e aspettative per un futuro che finalmente miapparteneva. Con mia madre e i miei fratelli stavo bene, ma non ero mai riuscita a guardare oltre ilcampo rom. Improvvisamente mi sentivo padrona della mia vita, libera di decidere e di fare deiprogetti. Quando suo padre la portò a casa, trattenni a stento le lacrime. Temevo che non lavrei maipiù rivista. Ma sapevo con certezza che quellincontro avrebbe cambiato per sempre la mia vita.Nei mesi che seguirono fino alla fine della scuola, non persi mai loccasione di tornare in città perincontrare Veronica. Spesso la seguivo anche a scuola, mi nascondevo dietro ai cespugli del cortilee assistevo alla lezione ascoltando dalla finestra. Quando suonava la campanella, Veronica miraccontava con precisione quello che aveva spiegato la maestra, mi faceva vedere libri e quaderni,mi informava persino di cosa facevano durante la ricreazione. Io seguivo con attenzione e,nonostante le difficoltà, mi sforzavo di seguire e capire ogni parola. Per fortuna, una mia zia miaveva insegnato a leggere e a scrivere quando ero ancora piccola. Io lo consideravo un immensoprivilegio, anche perché mia madre era analfabeta e nel campo era molto raro trovare qualcuno ingrado di trasmettere un minimo di istruzione. Alla mia famiglia non importava più di tanto, così nonavevo mai parlato del mio amore per la scuola. Un Sabato, dopo molti mesi passati a sbirciare dinascosto le lezioni di Veronica, mi avvicinai timidamente a mia madre e le dissi che desideravo contutto il cuore andare a scuola e imparare, come tutti gli altri bambini.– Tesoro, te lho detto: a parte i soldi per i libri e il materiale scolastico che ti serviranno, nonho mai potuto iscriverti a scuola perché ci siamo sempre spostati un po ovunque. E poi, nella nostracondizione, sarebbe utile che tu cominciassi presto a lavorare.Quella risposta, che non ammetteva repliche, freddò in un attimo la speranza che mi animava damesi. Scoppiai in lacrime e, ignorando lo sguardo dispiaciuto di mia madre, fuggii senza guardarmiindietro nellunico posto dove mi sentivo al sicuro: da Veronica, nel parco dove ci eravamoconosciute. Senza farmi scrupoli, affondai in un pianto disperato tra le sue braccia, raccontandoleciò che mi era successo. Dopo avermi rincuorato con una carezza, Veronica mi disse:– Non devi abbatterti: lo sai che se tua madre parlasse con il preside potresti ricevere tutti ilibri gratis?Io la guardai come se avessi visto in lei un angelo sceso sulla Terra per proteggermi.
  3. 3. – Dici davvero? Sarebbe fantastico! Ma non è solo quello: come potrei fare per comprare iquaderni, pagare liscrizione e comprare tutto il resto?– Per questo non ti devi preoccupare... ora vai, parla con tua madre e dille di venire qui: miopadre vorrebbe farci una chiacchierata!Io non aspettavo altro: corsi verso il campo e abbracciai mia madre. Le parlai di Veronica, del padree di ciò che mi aveva detto. Le spiegai che listruzione è un diritto – come diceva sempre la miaamica – e come tale deve essere garantito a tutti ugualmente. Mia madre mi guardava allibita, comese a parlare non fosse più la sua bambina ma una donna capace e determinata. Quando terminai imio discorso, mi abbracciò forte e mi promise in lacrime che avrebbe fatto tutto il possibile perfarmi studiare. Ci presentammo mano nella mano davanti al padre di Veronica. Era un uomodistinto, con abiti eleganti e puliti. Ci accolse con calore e disse che sua figlia parlava moltissimo dime e della mia passione per lo studio. Io li lasciai parlare e mi allontanai con Veronica,ringraziandola mille volte per quello che faceva per me. Come sempre, aprimmo libri e quaderni estudiammo insieme per il lunedì successivo. Questa volta sentivo che il mio primo giorno di scuolasarebbe arrivato presto. Qualche settimana dopo, il padre di Veronica aveva accompagnato miamadre dal preside della scuola media: avevo ottenuto tutti i libri di testo gratuitamente e mi avevanoiscritto al primo anno, nella classe della mia migliore amica. La famiglia di Veronica, inoltre, miaveva regalato per il mio compleanno un kit completo di materiale scolastico. Il primo giorno discuola fu il più emozionante della mia vita. Mi sentivo sperduta e confusa tra quella massa diragazzini undicenni che gridavano, giocavano e parlavano tra loro; ma allo stesso tempo ero forte edeterminata. E poi cera Veronica che stava sempre accanto a me e mi proteggeva. I professoririmasero tutti stupiti della mia preparazione, ma ovviamente dovetti cominciare subito dei corsi direcupero. I compagni mi guardavano curiosi e diffidenti, tra molti di loro già si era sparsa la voceche fossi una rom. Quando uscimmo da scuola, un gruppo di prepotenti si mise ad insultarmi,ridendo dei miei vestiti.– Guarda cosa ti sei messa addosso, sei una zingara e rimarrai sempre una zingara! - gridò unodi loro sghignazzando.– Se fossi in te mi preoccuperei di studiare un po di più, piuttosto che ridere per come sivestono gli altri... ah, dimenticavo: voi siete degli ignoranti e rimarrete sempre degli ignoranti!Il ragazzo che aveva parlato rimase senza parole e se ne andò senza dire niente. Veronica mi fecelocchiolino e insieme tornammo a casa.Il periodo delle medie passò in un batter docchio. Per fortuna la famiglia di Veronica non aveva maismesso di sostenermi e così, quando io e Veronica volevamo iscriverci al liceo scientifico, anche daparte di mia madre non ci furono resistenze. Ormai aveva imparato ad apprezzare il mio amore perlo studio ed era contenta dei miei brillanti risultati. Anche al Liceo mantenni una media altissima, e
  4. 4. questo mi garantì una borsa di studio fino al quinto anno. Tutti i professori erano estasiati dalle miecapacità e molte persone si offrirono di aiutarmi anche economicamente. Fu il periodo più bellodella mia vita, anche se le difficoltà con i compagni non mancavano mai: cera sempre qualcheinvidioso che non perdeva mai il vizio di prendermi in giro. Arrivò presto il momento in cui avreivoluto iniziare luniversità. Lo desideravo con tutte le forze, ma sapevo che non sarebbe stato facile.Questa volta avrei dovuto contare solo su me stessa, non potevo più chiedere aiuto a Veronica. Così,iniziai a lavorare per guadagnarmi i soldi di libri e iscrizione. Di giorno in un negozio di scarpe, disera in un bar. Il giorno del mio compleanno, tornata dal lavoro esausta, trovai una scatola dicartone davanti al mio letto. Nel buio della sera la aprii e trovai tutti i libri di testo che mi servivanoper iniziare lUniversità. Allimprovviso uscirono fuori mia madre e le altre donne che mi gridaronogli auguri di buon compleanno, mentre io le abbracciavo tutte con le lacrime agli occhi. Avevodeciso: volevo studiare medicina, per aiutare le persone malate e dare loro un nuovo futuro dopo laguarigione. Ed ora, grazie agli sforzi di mia madre e al mio lavoro, potevo finalmente dedicarmiagli studi di medicina.Un giorno, dopo essere tornata dallUniversità, trovai mia madre e altre donne del campo chestavano tutte attorno ad una bambina seduta per terra che stentava a respirare. Appena arrivai, mitempestarono di preghiere e invocazioni:– Miriam, ti prego, sei lunica che può fare qualcosa: mia figlia sta male, non riesce a respirarebene. Aiutaci!Io non me lo feci ripetere due volte: corsi vicino a quella bambina indifesa e cercai di capire cosaavesse. Subito mi accorsi che si trattava di una crisi dasma, molto frequente nei soggetti allergici.Per fortuna non era necessario chiamare lambulanza, visto che non sembrava un attacco grave.Tuttavia agli occhi della madre e delle altre donne doveva essere uno shock immenso vedere unabambina in simili condizioni. Non persi tempo: per fortuna avevo conservato nella borsa uno sprayadatto alle crisi asmatiche e lo diedi tempestivamente alla bambina. Lei tornò subito tranquilla,ricominciando a respirare regolarmente.– Ora va meglio, vero? Non ti devi preoccupare, sono cose che capitano. È tutto passato.Le accarezzai dolcemente la fronte e lei sfoderò un sorriso sincero, luminoso e ingenuo come quelliche solo i bambini sanno fare.Da quel giorno, dopo i ringraziamenti di tutte le donne del campo, decisi che una situazione delgenere non sarebbe più dovuta accadere. Il campo rom era molto distante dalla città e i telefoni chepossedevamo spesso non funzionavano bene. Non era pensabile che, se fosse avvenuta unaltraemergenza, nessuno avrebbe saputo gestire la situazione. Così, man mano che perfezionavo i mieistudi, decisi di dare lezioni pratiche di medicina generale a tutte le donne del campo. In seguitoandai sempre avanti, arrivando a fare la stessa cosa negli altri campi nomadi vicini alla città. Una
  5. 5. volta a settimana incontravo altre persone e le aiutavo ad affrontare con un minimo di preparazionequelli che – come era successo a me – erano le difficoltà e i rischi quotidiani e si potevano risolveregrazie alla medicina. Ripensandoci, il “mio mondo” è cambiato radicalmente da quando è nata lamia passione per lo studio. O meglio, lho cambiato io da quando ho avuto il coraggio di crederenelle mie capacità. Ora che ho ottenuto la laurea vorrei fare una specializzazione e continuare adaiutare le persone in difficoltà: mi piacerebbe iscrivermi ad associazioni come Medici senzafrontiere. Veronica, invece, che mi ha sempre sostenuto, ora è un brillante avvocato. Ho imparatoche una vita senza sogni è come una barca che vaga senza meta in mezzo alloceano. Ma un sognosenza vita è anche peggio: un iceberg che ferisce e affonda i nostri progetti gettandoli nel buiodellincertezza, un freno che aspetta solo di essere allentato dallintraprendenza di una nuova scelta.Chi mi disse che ero solo una zingara e sarei sempre rimasta una zingara aveva ragione. Ma io nonme ne vergogno. Così come non ho paura di mostrare al mondo la mia diversità. Non dobbiamoavere timore del giudizio delle persone. Lunica cosa di cui dovremmo vergognarci è di aversprecato la nostra vita cercando di mostrare agli altri quello che non siamo, invece di proseguire perla nostra strada fiduciosi nelle nostre capacità e sempre alla ricerca di nuovi sogni.

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