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Università degli Studi         di GenovaFacoltà di Lettere e FilosofiaAnno Accademico 1989/1990GIOVAN BATTISTA BENEDETTI  ...
SommarioINTRODUZIONE ........................................................................................................
GIOVAN BATTISTA BENEDETTI                      E LA MECCANICA DEL ‘500                                    INTRODUZIONE    ...
fisica benedettina. Altrettanto dicasi del vedere i nostri dotti quali torri isolate, tra diloro e da una società distratt...
pensiero scientifico dal sorgere del cristianesimo”2, tanto da far ritenere ingiustificatol’attribuire alle grandi scopert...
normalizzata. Metterne in discussione una parte significava trovarsi contro il tutto;voleva dire scontrarsi con la cultura...
CAP. 1 - L’ESIGENZA DI UNA NUOVA SCIENZA: BENEDETTI ED IL SUO                              TEMPO       La rivoluzione scie...
determinati eventi, alcuni dei quali ebbero radici molto profonde nel tempo. In questosenso, si può parlare di una certa c...
1.1 Gli ingegneri ed il Rinascimento        Per Bertrand Gille (del quale il titolo di questo capitolo plagia, clamorosame...
potrebbe rifare a tutti quei ragazzi di bottega che fecero grande il Rinascimentopittorico italiano, le origini dei quali ...
Non tutti gli storici della scienza la pensano così: Duhem, negando una talerelazione, afferma, addirittura, che è contro ...
altrimenti) dai manuali d’abaco, espressione cartacea di un vasto movimento culturaleche si protrasse per almeno quattro s...
d’abaco13. La nostra fu una scuola di avviamento professionale e, intesa in questosenso, come mezzo di promozione sociale ...
fondamentali, anche in volgare; ha proposto ai dotti di quattro secoli la figura diArchimede come punto di intersezione tr...
scienza. Quest’ultima, per essere scienza, dovette basarsi su generalizzazioni, su di unmetodo che alienasse il singolo ca...
Libri per tutte le esigenze e di tutte le misure. Piccoli dettagli che si rivelaronodeterminanti: disegni sempre più accur...
Questo fu proprio il caso del nostro Benedetti, il quale visse, pare, al di fuori diquesti àmbiti intellettuali, anche se,...
scaltro dominio di esseri perfettibili su di una realtà conoscibile (anche se a costo digrandi sacrifici).           Come ...
Personalmente, credo che siano le condizioni materiali ad indurre mutamenti delpensiero. Questa mia convinzione non esclud...
CAP. 2 - FILOSOFIA E METODO           Demonstratio proportionum motum localium contro Aristotelem et omnesphilosophos: que...
2.1 ….ismo        “Sappiamo che se già in Platone vi sono molti Platone, se già in Aristotele visono molti Aristotele, mol...
Soprattutto reputano platonica la nuova tendenza alla matematizzazione dei fenomenifisici.          A questo proposito, è ...
La matematica neoplatonica è una matematica mistica: non quantificazione masimbolismo. E’ della rigorosa matematica di Euc...
che il santo di Tagaste possedeva una visione esclusivamente religiosa del cosmo, conla inevitabile conseguenza dell’assim...
E’ a lui, alla sua Statica, che si rifanno i nostri validi studiosi, Galileo compreso.E’ a lui che si rivolge Tartaglia, l...
In ogni caso, ci sorregge la sicurezza di Poppi, per il quale “solo a Padova e aVenezia esistevano le condizioni ottimali ...
Se volontà di tutti e due i commentatori fu quella di rifiutare l’interpretazioneplatonica dello stagirita, l’Aristotele c...
Sarà Cremonini, successore di Zabarella, a rifiutare di guardare dentro ilcannocchiale di Galileo. Triste epilogo per un m...
Nonostante questo, il concetto di filosofia naturale di Aristotele sopravvisse aldeclino dell’impianto metafisico peripate...
la filosofia, secondo lui, è scienza di recenti natali. Gli omnes philosophos, Aristotelecompreso, non sono philosophos: l...
impedì loro una spassionata analisi delle cause di questo gap culturale. Metodoaprioristico: è un modo come un altro per d...
calandoci nel XVI secolo. E’ infatti in questo periodo che il deduttivismo aristotelicoiniziò a vedere minacciata la propr...
Illuminante, a proposito, il già citato saggio del Crescini. Partendo da unesempio che vede Aristotele e Benedetti alle pr...
rapporti sostanza-accidente, essenza-proprietà, si viene a far prevalere una logicarelazionale”54.           Questo, il re...
“L’accentuazione del carattere puramente intellettuale della conoscenzascientifica giunge, effettivamente, a costituire un...
Ne conseguì lo scardinamento della divisione aristotelica tra fisica (scienza dellanatura) e matematica pura.         Mate...
La rivoluzione scientifica del ‘500 rappresentò davvero (non solo per il Koyrè)“la svolta più profonda nel pensiero umano ...
CAP. 3 - GIOVAN BATTISTA BENEDETTI UOMO E SCIENZIATO           In questo capitolo ci proponiamo di dare dei rapidi cenni b...
Tartaglia. Per il resto, studiò da sé “nulla essendo difficile conoscere ai forti divolontà”65.        Il giovane Giovan B...
architettonico della città, al fine di adattarla al nuovo rango. Questo comportò l’arrivo dimolti studiosi. Lo stesso Pall...
3.2  Geometria, aritmetica, prospettiva, ottica, gnomonica,musica.        La prima opera edita da Benedetti (De Resolution...
Cousin, Barozzi, Guidobaldo dal Monte e Benedetti contribuirono a darequalche regola scientifica alla prospettiva: il Bene...
Anche qui, il Benedetti tratta matematicamente l’argomento e suggerisce, nelleconclusioni, che teoria e pratica vadano ins...
In generale, comunque, il dotto veneziano si riferì, migliorandole, alle teorie diAlessandro Piccolomini. E’ del 1558 un o...
dal Berga. Lo stesso giustificò le proprie idee anche col dire che “l’acqua, essendo menograve della terra, bisogna che ne...
3.4 Guerre stellari.        “Un fisico incline ad attaccare la teoria aristotelica del moto non poteva noncapire quali fos...
Giovan battista benedetti e la meccanica del 500
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La fisica aristotelica da un lato, Galileo e la nuova scienza dall’altro, fanno della meccanica del ‘500 una scienza di confine. Vaso di coccio tra vasi di ferro, il suo studio è stato a lungo trascurato, col risultato di trascurarne l’originalità. Emblematico è lo scarso rilievo scientifico che per anni ha circondato il profilo di Giovan Battista Benedetti, studioso che, in quel periodo, più di ogni altro è riuscito ad avvicinarsi allo spirito galileiano.
Ottimo esploratore di questa terra di nessuno, Benedetti suscita, oggi, sentimenti di ammirazione e di rabbia, visto che davvero poco è mancato alla sua analisi affinché il suo antiaristotelismo non portasse a quella rivoluzione scientifica che comunque vedrà la luce una cinquantina di anni dopo.

Great explorer of this no man's land, Benedetti raises, today, feelings of admiration and anger as very little was missing his analysis that his anti-Aristotelianism did not lead to the scientific revolution that will see the light, however, fifty years later.

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  1. 1. Università degli Studi di GenovaFacoltà di Lettere e FilosofiaAnno Accademico 1989/1990GIOVAN BATTISTA BENEDETTI E LA MECCANICA DEL ‘500Relatore: Chiarissimo Prof. Freguglia Tesi di Laurea del candidato Giovanni Ferretti
  2. 2. SommarioINTRODUZIONE .......................................................................................................... 3CAP. 1 - L’ESIGENZA DI UNA NUOVA SCIENZA: BENEDETTI ED IL SUOTEMPO ........................................................................................................................... 7 1.1 GLI INGEGNERI ED IL RINASCIMENTO ...................................................................... 9 1.2 L’ABACHISMO, OVVERO LA MATEMATICA PRET-A-PORTER ................................... 11 1.3 L’INFORMAZIONE SCIENTIFICA.............................................................................. 14 1.4 MISCELLANEA ...................................................................................................... 17CAP. 2 - FILOSOFIA E METODO............................................................................ 20 2.1 ….ISMO ................................................................................................................. 21 2.2 METODO ............................................................................................................... 30CAP. 3 - GIOVAN BATTISTA BENEDETTI UOMO E SCIENZIATO ............... 38 3.1 BIOGRAFIA ............................................................................................................ 38 3.2 GEOMETRIA, ARITMETICA, PROSPETTIVA, OTTICA, GNOMONICA, MUSICA. ............ 41 3.3 PERCHÉ IL FIUME VA AL MARE? ............................................................................ 43 3.4 GUERRE STELLARI................................................................................................. 46CAP. 4 - LA MECCANICA NEL XVI SECOLO ..................................................... 53 4.1 CENNI SULLA STATICA PRE-BENEDETTINA............................................................ 54 4.2 LA STATICA DI BENEDETTI. .................................................................................. 58 4.3 CONATUS ED IMPETUS........................................................................................... 65 4.4 VERSO LA LEGGE D’INERZIA: I CONTRIBUTI DINAMICI DI GIOVAN BATTISTA BENEDETTI. ................................................................................................................. 77LE OPERE .................................................................................................................... 87BIBLIOGRAFIA CITATA......................................................................................... 88
  3. 3. GIOVAN BATTISTA BENEDETTI E LA MECCANICA DEL ‘500 INTRODUZIONE La fisica aristotelica da un lato, Galileo e la nuova scienza dall’altro, fanno dellameccanica del ‘500 una scienza di confine. Vaso di coccio tra vasi di ferro, il suo studioè stato a lungo trascurato, col risultato di trascurarne l’originalità. Emblematico è loscarso rilievo scientifico che per anni ha circondato il profilo di Giovan BattistaBenedetti, studioso che, in quel periodo, più di ogni altro è riuscito ad avvicinarsi allospirito galileiano. Ottimo esploratore di questa terra di nessuno, Benedetti suscita, oggi, sentimentidi ammirazione e di rabbia, visto che davvero poco è mancato alla sua analisi affinché ilsuo antiaristotelismo non portasse a quella rivoluzione scientifica che comunque vedràla luce una cinquantina di anni dopo. In cosa consista questa deficienza, e quindi quali siano i caratteri fondamentalicaratterizzanti quella svolta del pensiero umano, diremo in seguito. In questaintroduzione penso sia invece il caso di affrontare quei problemi che sono sottintesi daquesta tesi e dei quali è doverosa almeno una rapida elencazione. Tutti gli epistemologi e tutti gli storici della scienza si sono divisi (almeno sino aqualche decennio fa) in posizioni, le quali, se accettate, offrono griglie interpretativetendenti a sclerotizzare le nostre ricerche in immagini talvolta diametralmente opposte:ad ogni lente, una diversa visione del mondo. Vedere in Galileo solo un disciplinato continuatore degli Studi parigini oesaltarlo a genio assoluto emergente dal mare della mediocrità sua contemporanea,influisce, ovviamente non poco, sul giudizio che possiamo dare degli sviluppi della
  4. 4. fisica benedettina. Altrettanto dicasi del vedere i nostri dotti quali torri isolate, tra diloro e da una società distratta, o come depositari delle esigenze improcrastinabili di unaeconomia in evoluzione. E’ quindi necessario schierarsi, rendere chiaro il proprio pensiero, ondepreservarlo da possibili fraintendimenti. Far ciò, per fortuna, è semplificato dal fatto chegli studiosi tendono, in questi ultimi anni, a non propinare più rigide ricette valevoli perogni stagione, ma a dare un’immagine più fluida, dialettica, del divenire scientifico:continuismo, senz’altro, dato che la storia della scienza è storia di pensatori in direttocontatto tra di loro (e visto che più si facilita questo scambio di esperienze, più lascienza progredisce), ma anche rispetto dell’intuizione del singolo, vista, come diceLudovico Geymonat, non come metafisica presenza ma come capacità di estrapolare, dicogliere relazioni ad altri nascoste1; esternismo, ovvio, ma anche cognizione del fattoche certe scoperte ed invenzioni più che essere stimolate hanno stimolato un progressosocio-economico. Un rapporto dinamico lega la storia del soggetto con la storia dell’oggettodell’indagine scientifica. A prima vista, sembra che questa mobilità voglia impedirci difocalizzare il tutto. A nostro favore gioca, però, una carta che potremo definirepsicologica: come si è invogliati a guardare gli sviluppi della fisica cinquecentesca congli occhiali dei continuisti, così si è portati a calcare la mano sulla originalità delloscienziato, quando si tratta di parlare della sua opera. C’è da augurarsi di non cadere inmarchiane contraddizioni. Quali sono i caratteri fondamentali della nuova scienza? A questa domanda si èsoliti rispondere che la novità sta nel diverso modo di indagare la natura: l’aristotelicaanalisi qualitativa viene sostituita dal metodo sperimentale, fondato sull’applicazionedella matematica e sull’osservazione scrupolosa dell’esperienza. Questa svoltametodologica ha rappresentato “quello che è l’evento più significativo della storia del1 Quanto comunque sia necessario un maturo humus scientifico alla genialità del singolo è provato dalfatto che altrimenti le intuizioni, impossibilitate ad essere organicamente sviluppate, resterebbero sognifini a se stessi: Leonardo non è Galileo, né Verne è Einstein.
  5. 5. pensiero scientifico dal sorgere del cristianesimo”2, tanto da far ritenere ingiustificatol’attribuire alle grandi scoperte geografiche il merito di essere fondatrici dell’eramoderna. Però, a ben vedere, questa consuetudine ha una ragion d’essere: i viaggitransoceanici offrono delle date precise; maggiori difficoltà si incontrerebbero nelcercare una data significativa per la nostra svolta epistemologica. Questo, perché la rivoluzione scientifica fu “un vasto ed articolato movimento diricerche e di operazioni concrete sulla realtà e di elaborazioni teoriche e concettuali”3.Si potrebbero senz’altro avanzare delle proposte (la data di pubblicazione del Sidereusnuncius, per esempio) ma far ciò non renderebbe giustizia a quel movimento delpensiero che rese possibile la stesura di quel libro. A chi, poi, affermasse che non civuole un enorme background culturale per alzare un cannocchiale verso la Luna e perannotare quelle due o tre cose elementari, immediatamente percepibili, si potrebberocitare le parole che un padre gesuita ha indirizzato, nel ‘600, a Scheiner: “Figlio mio, hopassato tutta la notte a guardare se vi siano macchie nel sole: non può essere, vi assicuroche Aristotele non ne fa menzione”4. E’ la moderna epistemologia che ci insegna che ogni esperimento, ogni ricerca,ha alle spalle delle aspettative, quindi idee, teorie, che condizionano e sono nello stessotempo messe alla prova dall’esperimento stesso. Gli studiosi del ‘500 (e del ‘600) si trovavano di fronte ad una potente strutturascientifica (non matematizzata ma profondamente elaborata), fortementeinterdipendente, con tutti i pregi ed i difetti di una scienza che Kuhn definirebbe2 Butterfield: Le origini della scienza moderna.3 A. Carugo: La nuova scienza. Le origini della rivoluzione scientifica e dell’età moderna in Nuovequestioni di storia moderna p. 34 citato in F.Enriques, G. de Santillana: Compendio di storia del pensiero scientifico; p. 336
  6. 6. normalizzata. Metterne in discussione una parte significava trovarsi contro il tutto;voleva dire scontrarsi con la cultura ufficiale. Solo più tardi, la forza del sistemaaristotelico si tramutò in debolezza: una volta crollato un pilastro, crollò, come uncastello di carte, tutto l’edificio. Uno ad uno saltarono tutti i paradigmi e ci si ritrovò,non più nani sulle spalle di giganti, a fare i conti con un cosmo che non era più tale, conun universo che aveva perso tutti i connotati sino ad allora familiari. Prima di accettare l’idea di aver avuto dei Padri fallibili, l’uomo medioevaledovette scontrarsi con le mille contraddizioni innescate da una realtà socio-economicain rapida evoluzione. E’ proprio dall’analisi delle cause che permisero questo terremoto colturale chebisogna partire per poter comprendere la scienza di Benedetti e dei suoi contemporanei.
  7. 7. CAP. 1 - L’ESIGENZA DI UNA NUOVA SCIENZA: BENEDETTI ED IL SUO TEMPO La rivoluzione scientifica dipese essenzialmente dal nuovo atteggiamento con ilquale l’uomo si pose di fronte alla natura. I mutamenti conseguenti non furono frutto dinuove osservazioni: gli oggetti dell’indagine scientifica erano più o meno gli stessi deiprecedenti duemila anni. Fu, quindi, il mutare della qualità delle indagini che permise l’enunciazione dileggi quali quella d’inerzia, di gravità, del moto ellittico dei pianeti, ecc. Se il primo a rendersi conto, compiutamente, della potenza conoscitiva delnuovo metodo fu Galileo (e se, quindi, furono i secoli successivi al 1600 a beneficiaredei benevoli influssi di tale innovazione), cionondimeno il ‘500 è da considerarsi comeil secolo che ha sancito definitivamente il crollo dell’indagine qualitativa aristotelica. Ad onor del vero, già da diversi decenni piccole crepe si erano aperte nellatradizione ma, queste, non scalfirono per nulla il prestigio dello stagirita. Bisognòarrivare sino al millecinquecento per trovare dei pensatori in grado di valutareoggettivamente l’operato scientifico di Aristotele. Ciò non fu dovuto al caso: il XVIsecolo rappresentò il punto di arrivo e di fusione di nuove istanze storiche, sociali,economiche e culturali. L’aristotelismo scientifico non fu più capace di risponderesoddisfacentemente alle domande poste dai nuovi ceti emergenti. Elencare, rapidamente, queste situazioni, questi nuovi stimoli, ci permetterà dicapire il perché di determinati sviluppi scientifici o il mancato raggiungimento di certiobbiettivi. In altre parole: il Rinascimento scientifico fu il frutto della maturazione di
  8. 8. determinati eventi, alcuni dei quali ebbero radici molto profonde nel tempo. In questosenso, si può parlare di una certa continuità tra Medio Evo e Rinascimento. Primo segno della tensione ideale che legò queste due ere fu la crescentenecessità di progettazione e realizzazione di tecnologie legate ad un sempre piùrigoglioso sviluppo economico. Fu l’ascesa della borghesia a fare da volano. Se la stabilità monetaria e lo sviluppo dei traffici mercantili indussero uncrescente interesse per gli studi aritmetici, lo sviluppo dell’artigianato e delle tecnicheagricole e protoindustriali comportarono l’approfondimento della geometria e dellameccanica classica. Il rifiorire dell’interesse matematico si scontrò con una cultura ufficialedominata ancora da vezzi scolastici, legata ancora com’era ai ceti (leggi: esigenze)feudali ed ecclesiastici; scarsi furono i loro interessi verso il nuovo; anzi, ogni criticaall’ordine stabilito fu spesso sentita come una minaccia al prestigio istituzionale. Di conseguenza, si cominciò a sviluppare una seconda cultura, emarginata dalleUniversità ma comunque sempre più frequentata da quei giovani destinati a prendere inmano le redini delle società mercantili paterne e che, quindi, dovevano fare i conti conquei problemi pratici che ne derivavano. In tutta Europa, ma soprattutto in Italia, questa seconda cultura si manifestò colsorgere di due scuole, non sempre distinguibili l’una dall’altra: quella degli ingegneri equella degli abachisti.
  9. 9. 1.1 Gli ingegneri ed il Rinascimento Per Bertrand Gille (del quale il titolo di questo capitolo plagia, clamorosamente,quello di una sua opera) l’incontro tra scienza e tecnica si ebbe agli inizi del ‘400. Poche le fonti greco-latine dalle quali i Nostri potevano attingere: Erone,Vitruvio, Vegezio, Frontino offrivano, comunque, spunti di riflessione circa la trazionedei corpi pesanti, le condutture idriche, le macchine belliche e poc’altro. Il XIII ed ilXIV secolo non videro un grosso incremento di questo patrimonio conoscitivo. E’ verso la fine del ‘400 che si ebbe una nuova, forte spinta: altiforni, telai,orologi, aprirono nuovi campi di indagine, anche filosofica. Un esempio: è sempremedioevale l’invenzione del sistema biella-manovella (cioè il tornio a pedale, cioè lapossibilità di modificale il moto rettilineo alternato in circolare o viceversa). Significòporre le basi per quell’abito mentale che permise di trattare i due moti quali uguali, adispetto della divisione aristotelica tra moti circolari (celesti) e rettilinei (sublunari). Non deve sfuggire l’importanza di questo fatto, perché esso ebbe conseguenzenon solo filosofiche, poiché questo pose le basi per una corretta analisi dei moti e,quindi, per la futura Dinamica rinascimentale. Vi è un altro particolare che, per così dire, spianò la strada ai nostri ingegneri (edabachisti): essi, non solo non entrarono a far parte del corpo accademico tradizionale,ma furono, pure, di estrazione e formazione estranea a quella stessa cultura. Diconseguenza, questi uomini senza lettere non furono plagiati dalle problematichescolastiche e, postisi di fronte alla natura, formularono domande e diedero risposteindipendenti dalle necessità sistematiche aristoteliche. Giocando con immagini neorealiste, si potrebbe dire che la loro palestra discienza fu la strada, la vita quotidiana. Anche Benedetti fu uno scugnizzo, anzi, fu uno scugnizzo orgoglioso delle sueorigini autodidatte (Tartaglia permettendo). E non si può dire che fosse in cattivacompagnia: Francesco di Giorgio Martini, Mariano Jacopo, Leonardo, Tartaglia stesso,solo per citare i più famosi, furono i suoi compagni di gioco. Più in generale, ci si
  10. 10. potrebbe rifare a tutti quei ragazzi di bottega che fecero grande il Rinascimentopittorico italiano, le origini dei quali erano, al massimo, detto in termini moderni,piccolo borghesi. Per inciso: il movimento artistico italiano fu importantissimo per lanuova scienza: lo studio della prospettiva implicò notevoli approfondimenti geometrici,per non parlare, poi, dei rilevanti studi anatomici. Ma torniamo ai nostri ingegneri. Il legame tra il versante tecnico e quelloscientifico era comunque ancora molto debole. Importante, però, è che si iniziarono acercare non più solo spiegazioni valide ma soluzioni generali: “ricordiamoci che ilproblema non era dire che Aristotele sbagliava, ma sostituire a lui qualcosa di piùvalido5”. Fu Leonardo uno dei primi ad imboccare questa strada. Ultimamente, si sta ridimensionando non poco il valore del Leonardo-ingegnere:eccezion fatta per l’idraulica, il grande italiano pare non eccellesse nelle scienze, tantoche Bertrand Gille in Leonardo e gli ingegneri del Rinascimento sembra preferirgliFrancesco di Giorgio Martina, suo predecessore. Comunque, pur se in modo incompletoe pur se frustrati da un linguaggio molto oscuro, si notano in Leonardo interesse per lemisurazioni, il cercare riscontro, nella natura, delle proprie formule, il credere l’uomocapace di conoscenza. Non è cosa da poco, in un mondo dove l’idea agostiniana di unanatura sacramentale (quindi solo da contemplare, quale opera divina) era ancoraradicata. Il de Ponderibus sotto il braccio, Euclide ed Archimede come modelli, i nostriingegneri cercarono lentamente di invertire quella tendenza per la quale “la tecnicainterveniva.. solo come le parabole del Vangelo, per confutare o convalidareproposizioni costruite per tutt’altra via.. Questa congiunzione dei due metodi di pensiero[tecnico e scientifico] costituì forse uno dei momenti determinanti dell’evoluzionescientifica .. [coscienti che] nessuno dei due metodi, da solo, avrebbe potuto pervenire atali risultati6”.5 A. Rupert Hall: La Rivoluzione scientifica. 1500-1800.6 B.Gille: Leonardo e gli ingegneri del Rinascimento. p. 255
  11. 11. Non tutti gli storici della scienza la pensano così: Duhem, negando una talerelazione, afferma, addirittura, che è contro l’esperienza degli artificieri che si sonospezzati gli sforzi di Leonardo, Tartaglia, Benedetti. A queste affermazioni ben risponde Gille: dopo aver ammesso che l’esperimento(in senso moderno) è diretto, provocato, mentre la prima esperienza tecnica è subita, èfrutto del senso comune (e che quindi è legittimo parlare della loro diversità), Gilleafferma che “l’esperienza tecnica, verso la metà del ‘400.. ha pianificato i suoiproblemi, distinte alcune componenti, fatta una prima scelta fra le nozioni, per non direconcetti, che la pratica quotidiana offriva” e che, comunque, “è in ogni caso curiosoconstatare che i problemi dei tecnici e degli scienziati presenteranno un’esattacoincidenza7”. E’ sempre Gille a parlare di scienza attratta dalla realtà e di tecnica preoccupatadi darsi spiegazioni più valide e più generali, ed offre due prove dei comuni interessi:l’identico ideale, rappresentato da Archimede e dalla sua scienza da tecnico, ed ilcomune interesse per la matematica. Prima di iniziare ad indagare quest’ultimo aspetto, alcune ultime considerazioni:“quando si parla di tappe fondamentali nella strada della scienza moderna, si danno solonomi di ingegneri (Leonardo, Benedetti, Galileo, Stevino)8”: “affermare che Benedettisi avvicinò alla verità non perché artigliere ma perché conosceva Archimede, equivalsea negare l’accordo che si verificò, in quel preciso momento storico, tra i due ordini dipensiero9”. E’ da sottolineare che quando un Gille o un Koyrè parlano di accordo tratecnica e scienza, non pensano alla scienza ufficiale.1.2 L’abachismo, ovvero la matematica pret-a-porter I Teatri di machine non rappresentarono il solo genere letterario-scientifico dimoda agli inizi del ‘500. Essi furono validamente spalleggiati (e non poteva essere7 B.Gille: Leonardo e gli ingegneri del Rinascimento. p. 2578 Ibidem. p. 2719 Ibidem. p. 258
  12. 12. altrimenti) dai manuali d’abaco, espressione cartacea di un vasto movimento culturaleche si protrasse per almeno quattro secoli. La sua nascita è, infatti, fatta risalire al LiberAbbaci, di Leonardo Pisano, detto il Fibonacci, redatto attorno al 120010 e sopravvissesino ai tempi di Tartaglia e Benedetti. L’abachismo si sviluppò dietro alla necessità di chi, ingegnere, agrimensore,mercante o militare, doveva risolvere nel modo più semplice possibile, e con la maggiorapprossimazione possibile, i calcoli inerenti alla propria professione, senza avere allespalle una adeguata cultura matematica. Questa cultura underground possedeva una sualingua, il volgare, ed una sua scrittura, il mercantesco. “La domanda era così grande che sorse una nuova professione, comprendentematematici pratici, in possesso di una cultura media, capaci di applicare la geometria ela trigonometria ai problemi connessi agli strumenti scientifici di misura. Molti di essitennero lezioni di matematica in lingua volgare.. e scrissero libri elementari, inlinguaggio piano, semplice e facile”11. E’ da rimarcare il fatto che a questa arte non si rivolgessero solo i ceti inferiori: inobili veneziani, per esempio, stimolati dalla loro lunga tradizione mercantesca,andavano a scuola d’abaco. L’abaco fu sviluppato ed insegnato anche da esponenti dellostrato dotto: possiamo ritrovare così, vicini, un Tartaglia che si guadagnava dieci scudiil quesito, e che rischiava di saltare il pasto “se per le lezioni su Euclide invece delprezzo pattuito gli davano un mantello logoro”12, e Luca Pacioli, che di questi problemicerto non ne ebbe. L’abachistica si sviluppò in Toscana nel XIII secolo, anche stimolatadall’introduzione in Italia del sistema di numerazione indiano, e si propagò nell’Italiasettentrionale, soprattutto nel Veneto. Nel ‘500, saper fare conti e misure si diceva haver buon abbaco, i numeri arabierano cifre abachistiche ed elencare, per punti, nomi ed oggetti era metter per via10 ache se Marie Boas, nel suo Il Rinascimento scientifico; 1450-1630 afferma che, in realtà, quel testorese inutile l’abaco.11 B.Gille: Leonardo e gli ingegneri del Rinascimento. p. 16812 E.Zilsel Le origini del metodo scientifico di Gilbert. In Le radici del pensiero scientifico a cura di Ph.P.Wiener, A. Noland. p. 272
  13. 13. d’abaco13. La nostra fu una scuola di avviamento professionale e, intesa in questosenso, come mezzo di promozione sociale ed economica, contribuì certamente allosviluppo dell’alfabetizzazione. Lo scopo principale della scuola, la soluzione di problemi pratici, rappresentòanche il suo limite principale: l’apprendimento mnemonico di talune operazioni nonaiutò di certo una sistematizzazione teorica o “una generalizzazione che si spingesse aldi là delle singole regole”14. Ciononostante riuscì a coagulare un’area di sapere, lediscipline mathematiche15, concepita come un’area di sapere autonoma, all’interno dellaquale, come disse il Tartaglia, esse per se medesime si verificano e si approvano, et nonper auttorità .. come fanno altre scientie, ma per demonstratione. All’interno di questa area si iniziò a distinguere tra una parte theorica, cioèspeculativa, ed una prattica, cioè attiva. La prima attingeva alla forma euclideadeduttivo-dimostrativa. La seconda era la vera e propria abachistica. Tra i due aspetti diquesto sapere vi fu un profondo interscambio, a dimostrazione della tranquillità con laquale si accostava il teorico al pratico. E. Gamba e V. Montanelli definiscono questa seconda matematica induttiva,perché parte dal caso singolo: è il gusto per il problema, del cercare regole valevoliall’interno di una certa casistica, senza tentare generalizzazioni logiche di quantotrovato. “La matematica abachistica prova, non dimostra.. fa vedere che funziona.. nonche il risultato è giusto nel senso logico del termine”16. Il far vedere che funziona significò lavorare a stretto contatto con la natura e, diconseguenza, con gli strumenti di misurazione, dei quali si notò l’imprecisione. E’ del ‘500 la presa di coscienza circa la limitatezza dell’abachistica. Essa haormai fatto il suo tempo: ha stimolato un dibattito che altrimenti non sarebbe forsecresciuto; ha educato studiosi che hanno sentito la necessità di tradurre classici13 E.Gamba, V.Montebelli La matematica abachistica tra recupero della tradizione e rinnovamentoscientifico. In Cultura, scienze e tecniche nella Venezia del ‘500. Atti del Convegno internazionale distudio Giovan battista Benedetti e il suo tempo. p. 17414 Ibidem. p. 17615 Aritmetica, geometria, musica, astronomia, ottica, astrologia, cosmografia, geografia, corografia,perspettiva, specularia, la scienza dei pesi, l’archiettura, ma anche piromanzia, hydromanzia,negromanzia, geomanzia, horospizio, aruspizio, augurio, auspicio, ecc.16 E.Gamba, V.Montebelli La matematica abachistica.. cit. p. 185
  14. 14. fondamentali, anche in volgare; ha proposto ai dotti di quattro secoli la figura diArchimede come punto di intersezione tra le speculazioni di Euclide ed il mondo fisico.Ora, però, è maturata una seconda fase: quella delle conclusioni universali che superinoi singoli problemi, perché, posseduta la teoria, è conseguente saper risolvere il casoparticolare. Benedetti è portavoce di questo atteggiamento. Con lui, con Rafael Bombelli, edaltri, l’abachistica cessa di esistere. Le generazioni future riceveranno da essa unastimolante eredità. E’ Besson, dotto matematico che scrive: “la contemplazione delleproporzioni dei numeri, dei punti e delle misure delle cose artificiali è inutile se non ècollegata all’azione; ne consegue che la meccanica è il frutto della geometria, e diconseguenza ne è il fine”. Il XVI secolo vide nella costruzione delle macchine un’arte matematica, e di ciòne ebbe merito l’abachista. “La scienza soggiacente a quest’arte era la meccanica,ovvero la fisica matematica: da un lato, lo studio delle leggi delle macchine… dall’altro,lo studio delle leggi dei corpi, su cui queste macchine si fondavano, ossia lo studio dellaStatica e della Dinamica”171.3 L’informazione scientifica Nel capitolo precedente abbiamo parlato di diversi tipi di cultura: tecnica,scientifica, abachistica, dotta, conservatrice, rinnovatrice, aristotelica, medioevale,ufficiale, ecc.. Ci rendiamo conto che così facendo si corrono due grossi pericoli: quello dischematizzare troppo, con la conseguente perdita di tutte quelle sfumature che legano levarie posizioni, e quello, opposto, di vedere un unico colore là dove, invece, ve ne sonodiversi, anche se in movimento. Per evitare ciò, sono necessarie alcune precisazioni. La prima, fondamentale: ilmovimento dei tecnici e degli abachisti stimolò la nuova scienza, ma non fu la nuova17 M. Boas, Il Rinascimento scientifico; 1450-1630. p.178
  15. 15. scienza. Quest’ultima, per essere scienza, dovette basarsi su generalizzazioni, su di unmetodo che alienasse il singolo caso concreto per aprirsi al puro spazio euclideo. Si è dovuto, sì, partire dalla dura pietra, dal covone di fieno e dalla catasta dilegna, ma solo superando queste cose, solo usando la linea senza spessore o la bilanciacon i bracci senza peso, si poté trarre regole generali, cioè far scienza. Questo non lo poterono fare gli artigiani superiori: ci vollero delle persone che,pur pressate dalle esigenze dei tecnici, riuscissero a svincolarsi dalla materialità perindagare gli aspetti matematici e geometrici di tali questioni. Neppure lo poterono fare gli scienziati legati alla tradizione scolastica, visto chela loro ricerca fu basata essenzialmente sull’indagine qualitativa e sulla ricerca dellefinalità di un fenomeno. Per arrivare alla nuova scienza si dovette creare quel movimento del qualeBenedetti fu elemento di spicco; dapprima furono pochi pensatori eretici, non collegatitra loro, poi, soprattutto nel 1500, essi diventarono movimento organico, sino a divenire,nel tardo ‘600, cultura egemone. Fondamentale per questa ascesa fu la volontà e la capacità dei Nostri diaggregarsi, di vedere quindi nello scambio di informazioni un fattore determinante perlo sviluppo della scienza. Ciò fu reso possibile da due eventi: l’invenzione della stampae la riproposizione, prima solo estemporanea, poi più sistematica, di cenacoli ambiziosidi riproporre l’antica Accademia. Superfluo spendere parole per sottolineare l’importanza che ebbe l’invenzionedella stampa, per lo sviluppo della scienza. Basti ricordare che l’Italia, e Venezia inparticolare, si distinsero per il numero di testi editi, e che questi compresero, oltre che latraduzioni di classici, anche quei manuali che stimolarono ulteriormente il dibattito e lerichieste dei tecnici. Il dibattito culturale uscì dal chiuso della cella del monaco o anchedallo studio dell’umanista per offrire anche la possibilità di frantumare lo storicoQuadrilatero della sapienza: Edimburgo, Cracovia, Napoli, Salamanca18.18 A. R. Hall: La Rivoluzione scientifica. 1500-1800.
  16. 16. Libri per tutte le esigenze e di tutte le misure. Piccoli dettagli che si rivelaronodeterminanti: disegni sempre più accurati e piccoli volumi facilmente maneggiabili, nonfecero altro che stimolare la richiesta. Certo, gli editori non vollero rischiare: primapubblicarono le grandi traduzioni o i piccoli manuali di sicuro mercato. Si puòaffermare che, sino al XVI secolo, si ristampò materiale già familiare nel ‘300. E’ del 1500 lo sviluppo del mercato della trattatistica. Furono pubblicatimoltissimi manuali, tanto da far dire che iniziò, con essi, quel movimento che culminòcon l’Enciclopedia di Diderot. Altrettanto importante fu il formarsi delle Accademie. Queste fiorirono, spontaneamente, al di fuori delle Università, divenute ormai“luogo dell’acquisto ripetuto, dell’apprendimento mnemonico, della ruminazioneclassificante”, al punto che “lo stesso Galilei, come docente, è piuttosto smorto: lavivacità e l’inventiva la riserba alle lezioni private”19. E’ un modo come un altro per dialogare piacevolmente, per confrontare leproprie idee, per non sopprimere le diversità filosofiche o scientifiche. Anche i testiscritti assumono la forma di dialogo. Non è solo platonismo. Certo, il neoplatonismo degli umanisti può aver influitosulla nuova moda, ma è principalmente la nascita di una nuova forma mentis, è lacondanna della sterilità della cultura ufficiale, incapace di stare al passo delle nuoveesigenze socio-economiche, che sono da rimarcare. Questo, almeno, fino a che il potere tollerò il dissenso. Poi, lentamente,l’istituzionalizzazione: prima delle sedi, poi degli statuti, dell’oggetto dei dibattiti, ecosì via. Intendiamoci: il dibattito scientifico restò ai margini del confronto accademicoanche nel suo periodo aureo. Pochi furono i cenacoli scientifici propriamente detti e, traquesti, pochi andarono al di là di pure dichiarazioni d’intenti. Non dimentichiamoci,inoltre, che non tutti gli uomini di scienza parteciparono a queste discussioni.19 G. Benzoni: L’Accademia: un luogo deputato per la cultura. In Cultura, scienze e tecniche nellaVenezia del ‘500... cit. p. 31
  17. 17. Questo fu proprio il caso del nostro Benedetti, il quale visse, pare, al di fuori diquesti àmbiti intellettuali, anche se, a ben vedere, il modo ed il luogo in cui nacque lasua polemica con il Berga possono far pensare che, originale anche in questo, il Nostro,più che essere membro di una Accademia, facesse accademia dove e quando ne avessevoglia.1.4 Miscellanea E’ ovvio che le motivazioni sino ad ora addotte non rappresentano che la puntadell’iceberg delle motivazioni tecnico-economiche, sociali e culturali che portarono aBenedetti e, dopo di lui, a Galileo ed alla nuova scienza. Elencare tutti questi stimolisarebbe compito improbo e, soprattutto, esulerebbe dall’oggetto di questa tesi. Senza partire dall’importanza delle nuove bardature dei cavalli, che consentironoil surplus agricolo dei primi secoli del nuovo millennio (e del derivante, indirettosviluppo, dell’artigianato) o dalla formazione degli Stati cristiani nell’Europa nord-orientale (che impedirono ulteriori invasioni barbariche), diamo un rapido sguardo acosa lasciamo indietro. Paradossalmente, una notevole spinta alla formazione di una mentalitàscientifica venne dalla magia. Questa, penetrata in occidente insieme alla diffusione deiculti orientali nella Roma imperiale, ebbe, com’è noto, notevole sviluppo nel MedioEvo. Molte delle discipline matematiche allora in auge (quelle che agli occhi di unmoderno possono essere tranquillamente traslate nel regno della parascienza) hannocontribuito allo sviluppo della matematica propriamente detta. Rischiando la pedanteria,ricordiamo anche che senza gli alchimisti non si sarebbe, forse, arrivati alla chimica. Valga, per tutti gli esempi proponibili, una considerazione generale di ordinemetodologico: la magia, con la sua idea di ricerca di formule (mezzi) per il dominiodella natura, contribuì alla creazione di quell’abito mentale per il quale l’uomo non erapiù l’Adamo precipitato sulla Terra ad espiare la sua colpa, ma il Prometeo, simbolo di
  18. 18. scaltro dominio di esseri perfettibili su di una realtà conoscibile (anche se a costo digrandi sacrifici). Come i matematici del ‘500-‘600 furono tutti un po’astrologi, gli scienziati del‘300-‘400, ed oltre, furono tutti un po’ maghi. A distinguere la speculazione dallacialtroneria contribuì anche la distinzione sempre più marcata tra magia naturale emagia pura. La fortuna degli scritti arabi di al-Kindi, o dell’allora famosissimo Secretumsecretorum, favorì lo sviluppo “di un tipo di scienza che identificò la ricerca delle causeocculte con l’experentia naturalis e, anzi, i concetti di esperimento e di operazionemagica assunsero poi lo stesso significato”20 Abbiamo parlato di alchimia e chimica. Come non pensare alla polvere da sparoed agli effetti dirompenti (è proprio il caso di dirlo) che provocò nella società e nellacultura medioevale? Direttamente o no indusse sviluppi in chimica (ricerca di polverimigliori), in medicina (nuove cure per nuove ferite), in architettura (rendendoinadeguate le vecchie fortezze), in fisica ed aritmetica (balistica), in filosofia contribuìal crollo della fisica aristotelica e, quindi, dell’aristotelismo in genere). Secondo Adriano Carugo21 è invece relativamente minore l’influsso dellabussola, dei viaggi transoceanici e delle esplorazioni, sulla mentalità dell’epoca: questiebbero, sì, un potente effetto sull’allargamento dell’orizzonte mentale degli europei, mail suo influsso si riversò più sull’Illuminismo che sul Rinascimento. Oltremodo rimarchevole è quella sorta di mecenatismo dei vari Capi di Stato e diGoverno che si creò nel 1500 (del quale Giovan Battista Benedetti usufruì). Questocontribuì alla creazione della figura di scienziato ufficiale, con conseguenterivalutazione ed ascesa sociale della categoria (lontani i tempi fiorentini nei quali gliarchitetti facevano parte della corporazione dei muratori e dei carpentieri!). Legando ildotto alla pubblica amministrazione, il mecenate pretese una ricaduta tecnica degli studidel protetto, con conseguente obbligo dello scienziato alla verifica pratica delle suededuzioni.20 C. Vasoli, Scienza e tecnica nell’occidente cristiano. In Nuove questioni di storia Medioevale. p. 55821 A. Carugo, La nuova scienza.. cit.
  19. 19. Personalmente, credo che siano le condizioni materiali ad indurre mutamenti delpensiero. Questa mia convinzione non esclude, però, la possibilità di un effettoboomerang, di una ricaduta produttiva, frutto di determinate concezioni culturali.Questo può essere il caso della Riforma e della Controriforma. Senza dimenticare Calvino e la sua condanna delle tesi copernicane, non è dasottovalutare il rifiuto dell’autorità, implicito nel Protestantesimo, oltre alla suarivalutazione del lavoro manuale, quindi della tecnica, dell’osservazione scientifica edella scienza in genere. Decisamente più difficile è trovare un nesso che unisca lo spirito conservatoredella Controriforma e lo sviluppo della scienza. Il processo a Galileo è tanto pressanteda inibire giudizi positivi sull’operato scientifico del Collegio romano dei Padri Gesuiti(anche se basterebbe citare, ad esempio, il nome di Clavio, per incrinare una talevalutazione) ed, in ogni caso, Bellarmino segue cronologicamente Benedetti. Un triste collegamento si può comunque proporre: la persecuzione di certifilosofi quattrocenteschi ed il rogo di Giordano Bruno possono benissimo avercontribuito alla teoria della Doppia verità, od alla separazione della speculazionescientifica da quella teologico-filosofica, fatto da tutti considerato quale elementoimprescindibile della rivoluzione scientifica. Dei contributi più prettamente filosofici tratteremo, comunque, nel prossimocapitolo.
  20. 20. CAP. 2 - FILOSOFIA E METODO Demonstratio proportionum motum localium contro Aristotelem et omnesphilosophos: questo il titolo di un’opera di Benedetti. Quale fu il significato di questo titolo? Condanna dell’aristotelismo? E in nomedi cosa? Del neoplatonismo? O fu un attacco a tutti i sistemi filosofici (omnesphilosophos) a favore, forse, della fede in una razionalità superiore? Tralasciamo, per il momento, questa seconda eventualità: di essa, semmai,discuteremo alla fine di questo piccolo excursus. Concentriamo l’attenzione sulla prima domanda, per constatare, d’acchito, che,in armonia con il titolo sopra riportato, gli scritti di Benedetti, di Galileo e di altriscienziati a loro contemporanei, han fatto sì che molti epistemologi parlassero di influssiumanistici e neoplatonici, determinanti per il buon esito della rivoluzione scientifica. A prima vista tutto ciò non può che sembrare logico: siamo in presenza di unsistema di pensiero totalizzante, che copre tutto lo scibile dell’epoca. Chi non èd’accordo corre il rischio di essere deriso (e poco più tardi gli succederà di peggio); èmosca bianca circondata non da tanti bravi scienziati che la pensano, purtroppo, inmodo diverso, ma da commentatori, talvolta mediocri, di una lontana autorità. Ovvioche per dar forza alle proprie posizioni uno si richiami, coscientemente o meno, adun’altra autorità, magari di pari grado alla precedente. Ma accadde proprio questo? Constatando, insieme al Crombie che comunque “Aristotele è una sorta di eroetragico che campeggiò sulla scena del Medio Evo eccitando le passioni e dividendo gli 22animi” , cerchiamo di analizzare i fermenti filosofici che formarono il substratoculturale del Benedetti.22 A. Crombie, Dal razionalismo allo sperimentalismo. In Le radici del pensiero scientifico.. cit. p.138
  21. 21. 2.1 ….ismo “Sappiamo che se già in Platone vi sono molti Platone, se già in Aristotele visono molti Aristotele, molti sono stati poi, dopo Platone e dopo Aristotele, i platonismie gli aristotelismi”23. Già questa affermazione mostra quanto sia complicata la vita di uncultore della filosofia medioevale. Se ad essa aggiungiamo la constatazione che “ladialettica platonismo-aristotelismo si svolge in una unità di concorrenza culturale che lecontrapposizioni dei singoli platonici o aristotelici non valgono a superare.. perchéciascun platonico post-aristotelico è aristotelico, come ciascun aristotelico non può nonessere platonico”24, si rischia di cadere nel più profondo sconforto. Una certa inclinazione al sorriso può tornare ad allietare i nostri studi, alpensiero di quante orecchie Aristotele avrebbe tirato a chi, rifacendosi al suo nome,andava cercando patenti di autorevolezza, disattendendo, però, il suo fondamentaledettame, riassunto nel motto amicus Plato sed magis amica veritas. Diamo quindi ad Aristotele ciò che è suo e non incolpiamolo dei mancatisviluppi della sua teoria. Questo non significa, però, che esse siano esenti da pecche, anzi. Senza entrarenel dettaglio (questo sarà il compito del capitolo dedicato agli sviluppi della fisicabenedettina), basti ricordare la netta distinzione tra fisica, la quale, per lo stagirita, deveindagare gli oggetti reali, e matematica, che deve ragionare su astrazioni: questi studi,per Aristotele, non si potevano confondere e neppure compenetrare. Di fatto, significòimpedire la quantificazione dei fenomeni e la loro conseguente matematizzazione(almeno per ciò che concerne la fisica sub-lunare). Indubbiamente, Benedetti dovette abbandonare certi presupposti (fondamentali)del pensiero aristotelico; ma in nome di cosa lo fece? Molti studiosi, lo abbiamo già detto, ritengono fondamentale l’influssodell’umanesimo neoplatonico, rigoglioso, per esempio, nella Firenze del ‘500.23 F. Adorno. La filosofia antica. p.28724 E. Riondato. Giovan Battista Benedetti tra scienza e filosofia. Alcune indicazioni metodologichecondivise con Aristotele. In Giovan Battista Benedetti – Spunti di storia delle scienze – Liceo scientificoG.B. Benedetti Venezia – Celebrazioni del 60° anniversario della fondazione, 1923-1983.
  22. 22. Soprattutto reputano platonica la nuova tendenza alla matematizzazione dei fenomenifisici. A questo proposito, è molto interessante la posizione di E. Berti, secondo laquale si è sempre sottovalutato, da parte dei moderni epistemologi, la posizione diAristotele riguardo alla fisica celeste, “forse perché è la meno originale, visto che, tuttosommato, lo stagirita riprende le posizioni di Platone, che poi erano quelle deipitagorici”25. Per il Berti, in Aristotele è già presente l’esigenza di una fortematematizzazione della fisica, anche se essa è confinata nell’etereo mondo sovralunare.Afferma, quindi, che la fisica celeste dell’antichità fu una fisica matematica. Poco importa se questa esigenza di matematizzazione sia davvero presente inAristotele o lo sia tra gli allievi della sua scuola; quello che qui ha significato è cheCopernico, Benedetti, Galileo e Keplero dovettero fare i conti con una fisica celestequantificata26. Non si trattava, allora, di matematizzare ex-novo la fisica, “ma di portareil cielo in terra”27. A questo proposito, si può parlare, più propriamente, di influsso neoplatonico,facendo però molta attenzione: il suo fu più che altro un influsso negativo. Esso ebbefunzione di demolitore di certezze. La sua ricaduta scientifica può essere paragonata aquella provocata dal movimento ockamista28. Senza disconoscere l’avvallo neoplatonicoad una concezione unitaria del mondo, riteniamo che andare oltre non sia, forse, lecito. G. Santaniello afferma che questo mondo è, per i neoplatonici, costruito sulmodello dell’armonia musicale, dominato, cioè, dalle relazioni matematiche29. Nienteda obiettare, se questa è una presa d’atto. Diversamente, se si volesse nuovamenteriproporre il legame matematizzazione della fisica – pitagorismo e platonismo, dovremoconstatare l’opposizione, in merito, di molti studiosi.25 E. Berti. La concezione del moto nella tradizione aristotelica. In Giovan Battista Benedetti – Spunti distoria delle scienze. Cit.26 In verità, che questa quantificazione fosse imprecisa, lo si sapeva da tempo, viste le macroscopichedifferenze tra realtà e calendario. Ciò non toglie che neppure le tavole prodotte dopo Copernicomigliorassero di molto la situazione; si dovette attendere Keplero e le sue orbite ellittiche, le quali, nonper nulla, rappresentarono l’ultimo colpo di piccone alla metafisica aristotelica.27 E. Berti. La concezione del moto.. cit. p. 4728 “Ockam può aver incoraggiato la tendenza ad immaginare tutti i modi possibili, senza riguardo allarealtà fisica o alla sua applicazione” in E. Grant. La scienza nel Medio Evo. p. 4729 G. Santaniello. Il pensiero platonizzante a Venezia e a Padova nel ‘500. In Cultura, scienze e tecnichenella Venezia del ‘500.. Cit. p. 145
  23. 23. La matematica neoplatonica è una matematica mistica: non quantificazione masimbolismo. E’ della rigorosa matematica di Euclide che Tartaglia e Benedetti hannobisogno. “I platonici italiani non nutrivano alcun genuino interesse scientifico verso lamatematica intesa come scienza e le loro concezioni dei numeri erano frutto di confusecredenze teologiche, se non addirittura teofisiche”30. Se poi al neoplatonismo aggiungiamo l’umanesimo (suo principale vettore) leobiezioni si fanno ancora più numerose. E’ vero, sì, che l’umanesimo con la suamassiccia opera filologica ha restituito all’occidente le opere dei classici (depurate dialmeno tre traduzioni), che ha fatto conoscere, rivelandone l’esistenza, il pensiero difilosofi polemici con Aristotele e che, infine, ha scosso determinate auctoritates, ma èanche vero che a quelle auctoritates ne ha sostituite delle altre (più antiche, ugualmentetotalizzanti), tanto che “gli storici della scienza nutrono gravi riserve circa l’effettivaazione rinnovatrice esplicata dall’umanesimo rinascimentale nel campo della culturascientifica31. Ancora più drastici i giudizi di altri studiosi, quali Randall Jr., per il quale“l’umanesimo, paragonato alla retorica, assale e scuote la fede, ma nulla più”32; eancora: “il platonismo ebbe come unico influsso sul pensiero scientifico quello disviarlo e di imporgli concetti degni di critiche drastiche”33. Rincara la doseDijkstrerhuis: “il neoplatonismo creò tutte le condizioni psicologiche per l’abbandono, epersino disprezzo, dello studio empirico della natura”34, viste le propensioni di questacorrente del pensiero per una identificazione tra materia e privazione, oltre che per lasua facilità a subire il fascino dell’occulto. Di nostro vogliamo aggiungere che parlare di platonismo voleva anche direparlare di Sant’Agostino, della sua condanna delle scienze e, in generale e senza volerscomodare Popper, della sua concezione di errore come morte dell’anima. Ricordiamo30 A. Carugo, La nuova scienza.. Cit. p. 2231 Ibidem.32 J.H. Randall Jr. Il metodi scientifico allo Studio di Padova. In Le radici del pensiero scientifico. Cit.33 J.H. Randall Jr. Il ruolo di Leonardo da Vinci nella nascita della scienza moderna. In Le radici delpensiero scientifico Cit. p. 22334 E.J. Dijksterhuis. Il meccanicismo e l’immagine del mondo. Dai presocratici a Newton.
  24. 24. che il santo di Tagaste possedeva una visione esclusivamente religiosa del cosmo, conla inevitabile conseguenza dell’assimilazione della sua fisica da parte della teologia. PerAgostino il libro della natura è il libro dei simboli: la natura degli oggetti non è nellaloro concretezza fisica ma nell’essere, appunto, simbolo di una realtà trascendente. “Lanatura, perduto il suo oggetto, diviene vana curiosità, da cui l’uomo studioso e religiosodeve guardarsi”35. Non vogliamo certo sminuire il ruolo che certo giocò la matematica nellafilosofia di Platone: il grande filosofo ateniese subì profondamente il fascino dellamatematica (probabilmente successivamente ad un incontro con il pitagorico Archita) e,nello stesso tempo, incoraggiò il suo studio. Neppure scordiamo che per Platone lamatematica è argano al vero, in quanto conduce alla contemplazione delle idee, e che,nel celeberrimo mito della caverna, è sempre la matematica che scioglie i lacci deiprigionieri del regno delle ombre e che, quindi, permette loro di presentarsi dinanzi allaaccecante luce della verità. Tutto questo è senz’altro ben presente. Quel che vogliono far notare idenigratori della teoria secondo la quale fu il platonismo la vera molla del Rinascimentoscientifico è che la matematica di Platone è diversa dalla matematica del platonismo eche, comunque, Platone si appellò sempre ad una matematica scevra da applicazionipratiche. Una matematica euclidea, quindi, utilissima per elaborare aritmeticamente egeometricamente delle teorie fisiche quantificate, ma questo solo dopo che si fossericonosciuta l’esigenza di misurare la natura, di sporcare con aria, terra, acqua e fuoco ilregno della dianoia. Se proprio vogliamo trovare un modello di riferimento per gli scienziati del‘500, bisogna volgere lo sguardo altrove, e, per l’esattezza, verso la figura diArchimede. Con lui, “dall’assoluta teoreticità della trattazione euclidea si passa al gustodelle applicazioni: la geometria si rivolge anche alle regole di misura e non vengonodisdegnate le applicazioni numeriche; la matematica trova poi la sua naturale estensionenella meccanica dei solidi e dei fluidi”36.35 T. Gregory. L’idea di natura nella filosofia medioevale prima dell’ingresso della fisica di Aristotele. InInterpretazioni del Medio Evo.36 A. Frajese. Attraverso la storia della matematica. p. 282
  25. 25. E’ a lui, alla sua Statica, che si rifanno i nostri validi studiosi, Galileo compreso.E’ a lui che si rivolge Tartaglia, la cui devozione al siracusano è dimostrata dalla suatraduzione del primo volume dell’opera Della sfera e del cilindro. Archiemede ha il pregio di coniugare, nelle proprie ricerche, amore perl’applicazione pratica, il metodo spregiudicato (di esaustione) e, contemporaneamente,una purezza matematica che gli permise di rinforzare nei posteri “quell’abito mentale divedere i corpi come figure perfette che si librano nel vuoto spazio euclideo”37. Per avere una misura di quanto fosse popolare Archimede nel ‘500, bastiricordare che Cardano, divertendosi a classificare i grandi uomini in ordine disuperiorità, collocò il siracusano al primo posto, davanti, quindi, ad Aristotele. La centralità del problema del moto per lo sviluppo della fisica e della scienzarinascimentale e la revisione dei concetti aristotelici di causalità e di vuoto possono,infine, far emergere la figura di Democrito e della scuola atomistica greca, foriera di unquantitativismo meccanico, non misticheggiante, nonché di un invito alla pazientericerca della conoscenza del mondo per mezzo dell’osservazione della natura. Questa tradizione è reinterpretata e conosciuta nel Medio Evo per mezzodell’opera dell’epicureo Lucrezio, il quale affermò che la stessa azione virtuosa consistenel saper comprendere la natura: cercare, cioè, la propria armonia, la propria sintonianella natura. Anche senza tener conto dei vari sincretismi tentati, il quadro storico-filosoficoche ci si presenta è di non facile interpretazione: risulta indubbiamente complessoanalizzare esaustivamente gli sviluppi filosofici che portarono allo sgretolamentodell’aristotelismo scientifico. Pare che non resti altro che l’addentrarci nella tana del lupo, nella speranza dicogliere qualche spiraglio di luce. Questo cambio di prospettiva ci conferma, purtroppo,che il voler fare i conti in tasca all’oste non è mai compito agevole: più di una sono lecorrenti rifacentesi all’autorità di Aristotele e, quasi tutte, subiscono deviazionisincretistiche.37 H. Butterfield. Le origini della scienza moderna.
  26. 26. In ogni caso, ci sorregge la sicurezza di Poppi, per il quale “solo a Padova e aVenezia esistevano le condizioni ottimali per quello straordinario evento che fu lanascita della scienza galileiana”38. L’orientamento spiccatamente logico e fisico, l’avversione alle suggestionimagico-cabalistiche ed alle impostazioni teologiche del sapere, favorironoindubbiamente lo sviluppo del moderno approccio alle tematiche scientifiche. Di questaatmosfera innovativa, il Benedetti, pur non frequentando lo Studio di Padova, siavvalse. Se Padova e Bologna restarono le roccaforti aristoteliche d’Europa,cionondimeno bisogna constatare, come prima accennato, che non si trattava dicostruzioni monolitiche. Tommaso, Averroè, Avicenna, Alessandro d’Afrodisia: tutti,chi più, chi meno fedelmente, interpretarono Aristotele, piegandolo, talvolta, alleproprie esigenze teoretiche. L’averroismo penetrò a Padova con Pietro d’Abano, Marsilio, Paolo Veneto. PerTrailo è già un averroismo diverso, sia da quello originale arabo, sia da quello parigino,dal quale deriva39. Sarà comunque con Pomponazzi e Zabarella che acquisterà quei caratteri dicristianizzazione e di smetafisicizzazione di origine alessandrinista, i qualipermetteranno “di ritrovare l’Aristotele dello spirito scientifico, che sarà l’Aristotelegalileiano, della nuova scienza, da Galileo proposta in Padova averroista”40. Al di là di ogni dubbio, per Trailo, l’aristotelismo, soprattutto nella sua formaalessandrinista, maggiormente critica nei confronti del Maestro, è l’unico vero scossoneportato alle istituzioni scientifico-culturali del Medio Evo. Questa affermazione sembra voler dire che, per il Trailo, l’alessandrinismo fu,più che altro, una logica conseguenza dell’averroismo, cosa che, probabilmente, non fu.38 A.Poppi. Filosofia e scienza nel Rinascimento; introduzione al problema. In Cultura, scienze e tecnichenella Venezia del ‘500…. Cit.39 E. Trailo. Averroismo e aristotelismo “alessandrinista” padovano. In Lincei; rendiconti morali; 1954;serie VIII vol IX40 Ibidem. p. 205
  27. 27. Se volontà di tutti e due i commentatori fu quella di rifiutare l’interpretazioneplatonica dello stagirita, l’Aristotele che emerge dall’opera dello scolarca ha evidenziatol’aspetto più marcatamente metodologico e naturalista. In linea di massima, è il concetto-problema dell’anima che decide qualeposizione un filosofo assuma nell’ambito peripatetico. Se, a prima vista, la controversia tra averroisti ed alessandrinisti sembra limitataal problema della immortalità (concessa dai primi ad un impersonale intelletto agente,negata, in toto, dai secondi), essa trovò i suoi maggiori punti di attrito nella diversaconcezione della conoscenza. Fu Pietro Pomponazzi a ricondurre il problema sul terreno a lui proprio. Per lui,l’anima non fu né sostanza spirituale (renderebbe inutili le funzioni vegetativa esensibile del corpo stesso) né intelletto unico separato degli averroisti (il quale nonfaceva altro che annientare la singola personalità umana). Seguendo Alessandro d’Afrodisia. Pomponazzi e, più tardi, Zabarella videronell’anima la capacità intellettiva del singolo, la funzione più alta e complessa delcorpo; riavvicinarono così la conoscenza anche se, per farlo, dovettero pagar salato:conseguente alla loro teoria è la negazione dell’immortalità dell’anima. Tutto soggiace alla legge del tempo: se prima fu l’averroismo, scavalcando iltomismo, che diede nuovo impulso alla formazione di una mentalità scientifica, nelnome del richiamo alle verità filosofiche indipendenti e addirittura più profonde delleverità rivelate dai testi sacri, così l’averroismo e l’alessandrinismo stessi, non riuscendoe non volendo andare oltre i limiti dettati da una custodia gelosa della tradizioneperipatetica, non furono capaci di cogliere gli elementi di novità delle filosofienaturalistiche cinquecentesche. “Mentre alcuni scolastici del XIV secolo avevano dimostrato la possibilità di ununiverso infinito creato da Dio, ed avevano preparato la via a Cusano e Bruno, gliaverroisti del ‘400 e del ‘500 continuarono a sostenere che il mondo non si estendesse aldi là dell’ottava sfera”41.41 B. Nardi. La fine dell’averroismo. In Saggi sull’aristotelismo padovano dal secolo XIV al XVI. p. 70.
  28. 28. Sarà Cremonini, successore di Zabarella, a rifiutare di guardare dentro ilcannocchiale di Galileo. Triste epilogo per un movimento che offrì grandi momenti ditrasgressione. Fu, infatti, il Pomponazzi a dire “se la verità della ragione sta nell’eresia,bisogna andare all’eresia”, legando così il destino del filosofo a quello di Prometeo. Abbiamo prima parlato di filosofie naturalistiche: esse fiorirono nel ‘500, inaperto contrasto con la filosofia peripatetica. La coincidenza tra macro e microcosmo ed il nuovo concetto di alchimia diParacelso42, la materia positiva e le indagini empiriche di Cardano, il sensismo el’avversione al finalismo aristotelico del Telesio, il sapere tecnico-pratico dei solari diCampanella, l’universo infinito e policentrico del Bruno, indubbiamente stimolarono lelibere coscienze. I naturalisti non furono certo degli osservatori sistematici alla Galileo (eneppure alla Benedetti): essi preferirono inquadrare le loro problematiche in un piùtradizionale discorso, spesso mistico, che talvolta si rifaceva anche alla tradizioneteologico-scolastica. Purtuttavia, anche se tra molte contraddizioni, il nuovo concetto diluogo, del Cardano e del Telesio, oppure “il libro della natura aperto di fronte ai nostriocchi” del Campanella, portarono il loro contributo alla causa dell’edificazione dellanuova mentalità scientifica. Tante posizioni, più o meno sfumate ed interfaccianti, si sono presentate ai nostriocchi; ugualmente diverse si sono dimostrate le interpretazioni del rapportointercorrente tra quelle linee di pensiero e la rivoluzione scientifica. Moltoprobabilmente queste difficoltà derivano dal fatto che, mai come nel XVI secolo, ilpensiero si trovasse spiazzato nei confronti del susseguirsi degli eventi storico-economici. Il modello di scienza greca, basato “sulla prevalenza dell’interesse allaconoscenza ed alla intelligenza su quello relativo all’utilizzazione pratica”43 non potevache crollare di fronte ad una società che non poteva più permettersi di considerarel’artigiano poco più di uno schiavo (come sosteneva Aristotele).42 “quello stesso che quanto dalla natura cresce a vantaggio dell’uomo reca colà dove dalla natura èstabilito che vada, è un alchimista”. Dal Paragranum. p. 70.43 A. C. Crombie. Dal razionalismo allo sperimentalismo.. Cit.
  29. 29. Nonostante questo, il concetto di filosofia naturale di Aristotele sopravvisse aldeclino dell’impianto metafisico peripatetico, “offrendo fiducia nella piena conoscibilitàdella natura, da attuarsi con mezzi razionali e con l’ausilio dei sensi”44. Vi è un altro motivo per il quale la filosofia del XVI secolo sembra rincorrereaffannosamente l’evoluzione tecnico-scientifica sua contemporanea: per la prima voltanella storia della filosofia, una componente del pensiero ha trovato conferma alleproprie affermazioni, al di fuori di se stesso. La scienza si è misurata con la realtà fisica ed ha scoperto che è ad essa chedeve rifarsi per provare la propria verità. I filosofi trovarono difficoltà nel dare lespiegazioni generali del mondo perché il mondo è sempre più in movimento e perché iprincipali fautori di questo movimento vogliono aver sempre meno a che fare con lafilosofia. Non vi sarà più un solo, unico, sapere: dal XVI secolo in avanti, i rapporti trascienza e filosofia si faranno sempre più sottili (e questo, almeno, fino alla modernaepistemologia). Per Telesio, la natura va studiata iuxta propria principia: “è la distruzione delcosmo, del mondo qualitativamente e ontologicamente differenziato e la suasostituzione con un universo aperto, indeterminato ed infinito, unito e governato dallestesse leggi universali”45. Lo scienziato della fine del ‘500 rifiuta la filosofia: soprattutto rifiuta lascolastica, ritenuta palestra per esercizi (logici) inutili. E’ stufo della garrulatio; vuolemisurare la propria bravura misurando i propri esperimenti, la natura, le applicazionitecniche che propone. Lo stumentalismo e la fisica quantistica non turberanno i suoisonni per almeno tre secoli: lasciamolo godere dei suoi successi. All’inizio del capitolo ci eravamo chiesti se Benedetti fosse davvero controAristotelem et omnes philosophos. Nonostante il fatto che in maturità il nostroveneziano modificasse, almeno in parte, il giudizio a proposito dello stagirita, siamopropensi a rispondere affermativamente: Benedetti crede nel suo titolo. Lo crede perché44 L. Geymonat. Storia del pensiero filosofico e scientifico; il 1500 e il 1600. p. 135.45 A. Koyrè. Galileo e Platone. In Le radici del pensiero scientifico. Cit. p. 160.
  30. 30. la filosofia, secondo lui, è scienza di recenti natali. Gli omnes philosophos, Aristotelecompreso, non sono philosophos: la patente di filosofo, Benedetti intende rilasciarla soloa chi possieda un sapere che abbia un superiore carattere di certezza, ovverosia solo almatematico. E’ per questi motivi che Benedetti prima, e Galilei dopo (pur con qualchedifferenza) pretenderanno il titolo di filosofo. Certo, oggi noi sappiamo che scienza è metodo e che metodo e filosofiaconvivono, anche se, talvolta, come separati in casa. Abbiamo già detto che determinaticoncetti aristotelici sono tracimati all’interno della nuova metodologia scientifica.Diciamo ora che non è tutto oro quello che luccica e che, quindi, come dice Einstein,bisogna pur guardare a ciò che uno scienziato fa più che a quello che uno scienziato dicedi fare.2.2 Metodo Indubbiamente, il primo Rinascimento fu caratterizzato da quello che Poppichiama “il ritardo epistemologico tra una riflessione teorica, inceppata in metodiaprioristici e deduttivi, da un lato, e la vivacità degli studi applicativi e l’avanzamentotecnico, dall’altro”46. Facile incolpare di ciò lo studioso medioevale ed il suo metodo, appuntoaprioristico, metodo che di scientifico aveva ben poco. Abituato a ragionare solo il termini di cause finali, il nostro dotto non facevaaltro che piegare i risultati delle sue osservazioni ad una teoria che era già ben fermanella sua mente: conseguenza di questo atteggiamento fu che eventuali esperimenti edinduzioni modificarono, al massimo, solo dei particolari del grande edificio dellaconoscenza peripatetica. Abbiamo già detto che questa frattura intercorrente tra realtà e speculazionefilosofico-scientifica della natura, era avvertita anche dagli esponenti conservatori dellacultura ufficiale. Ciononostante, la notevole sfiducia nelle spiegazioni fisiche in genere46 A. Poppi. Filosofia e scienza nel Rinascimento.. Cit. p. 87
  31. 31. impedì loro una spassionata analisi delle cause di questo gap culturale. Metodoaprioristico: è un modo come un altro per dire che la filosofia (prima) traccia le grandilinee dell’interpretazione del mondo e la scienza (filosofia seconda) prova la validità diquesta interpretazione. Diverse furono le griglie interpretative presentate, come più di uno furono i tipidi approccio alla natura proposti. Carugo parla di osservazioni passive di Platone,miranti a scoprire, nei fenomeni, l’esistenza di certe strutture, e delle aristotelichegeneralizzazioni delle osservazioni, base per future costruzioni teoriche47. Koyrèsottolinea, invece, il dissidio intercorrente tra il qualitativo Aristotele ed un Platonemaggiormente propenso all’uso della matematica, all’interno della scienza fisica. “Nonè in discussione l’uso della matematica”, afferma Koyrè, “nessun aristotelico ha mainegato il diritto di misurare ciò che è misurabile, quanto la struttura della scienza e,pertanto, la struttura dell’essere”48. Siamo al punto di ricadere nella polemica descritta nel paragrafo precedente. Suuna cosa, però, penso che tutti siano d’accordo con il Koyrè, cioè sul fatto che èimpossibile fornire una deduzione matematica della qualità. I calculatores del MertonCollege provarono a fare anche questo, fallendo su questo fronte, miseramente.Benedetti e Galileo saranno costretti ad abbandonare la nozione di qualità: essa non hadiritto di cittadinanza all’interno del moderno metodo scientifico. Senz’altro più consono alle esigenze della scienza, fu il metodo di Archimede, ilquale “aveva fra l’altro mostrato nelle sue opere di meccanica come sia possibileprocedere matematicamente alla conoscenza della natura, proponendo lo studio deifenomeni attraverso la definizione dei rapporti quantitativi”49. Gli apriorismi non si fermarono certo al qualitativismo; furono molti i tabù chegli scienziati tardo rinascimentali dovettero infrangere: il concetto di cosmo, primo fratutti, e, legati ad esso, il concetto di luogo naturale e dell’impossibilità del vuoto. Incontreremo di nuovo, più avanti, sia i calculatores che i tabù. Vogliamo oraparlare dell’altro aspetto sottolineato dal Poppi, quello del deduttivismo, e lo facciamo47 A. Carugo. La nuova scienza.. cit.48 A. Koyrè. Galileo e Platone.. cit. p. 17649 C. Maccagni. GB Benedetti filosofo della natura. In GB Benedetti spunti di storia delle scienze.. cit. p. 88
  32. 32. calandoci nel XVI secolo. E’ infatti in questo periodo che il deduttivismo aristotelicoiniziò a vedere minacciata la propria egemonia, sia in campo logico, che nel campoprettamente naturalistico. E’ della seconda metà del ‘500 il dibattito, fiorente soprattutto tra Padova eVenezia, circa la natura ed i procedimenti della matematica. I commento di Proco agliElementi di Euclide, appena tradotto, tirò in ballo la certezza matematica, la qualesembrava eludere l’aristotelica dimostrazione apodittica, “onde si dovette concluderericonoscendo che quella indiscutibile certezza era fondata su una sorta di privilegiatanatura, intrinseca alla stessa disciplina, la quale, in conseguenza, veniva ad essere postaal di fuori della filosofia e in una posizione ad essa non più subordinata… prende cosìcorpo l’idea della autonomia e della superiorità del metodo matematico nei confronti deipuri metodi logico-formali”50. Ci si rende conto che, nello stesso Euclide, non siamo in presenza di un solometodo di procedere, dall’evidenza alle conseguenze ( deduzione – sintesi), ma vi è unanotevole parte, quella dei problemi da risolvere, nella quale si percorre il camminoinverso (induzione – analisi). Già Pappo Alessandrino aveva affrontato il problema; saranno ora gli aristotelicipadovani a sviscerarlo. Essi scoprirono che questo procedimento di salita e discesa, daloro chiamato regressus, non era soltanto presente nell’approccio euclideo ai problemimatematici (e, seppur in modo approssimativo, anche nello stesso Aristotele), ma che lostesso metodo era felicemente applicabile alla costruzione delle teorie della filosofianaturale: “anche qui si parte dai dati forniti dall’esperienza e, per una via induttiva, sisale alla scoperta di leggi o, addirittura, di principi, che costuiscono invece il punto dipartenza del percorso che, per via sintetica, arriva a dimostrare ciò da cui nell’altropercorso si era partiti, e quindi a capirne il senso”51. E’ un passaggio fondamentale sulla strada della creazione del moderno metodoscientifico.50 C. Maccagni. GB Benedetti filosofo della natura. In GB Benedetti spunti di storia delle scienze.. cit. p.9251 A. Crescini. Considerazioni sul metodo risolutivo in Aristotele, nell’aristotelismo padovano e inBenedetti. In Cultura, scienze e tecniche nella Venezia del ‘500... cit. p. 97
  33. 33. Illuminante, a proposito, il già citato saggio del Crescini. Partendo da unesempio che vede Aristotele e Benedetti alle prese con un problema di dinamica che liaccomuna nell’approccio analitico alla soluzione, Crescini rimarca le differenze dimetodo dei due filosofi. Tra queste, essenziale quella che vede lo stagirita partire dallapura osservazione dei dati empirici, ed il veneziano, invece, rimuginare quegli stessidati, al fine di darne una considerazione razionale. Il regressus, quindi, non è solo l’immagine speculare e complementare delladeduzione peripatetica. Esso va oltre: non ci si limita alla constatazione di una puraevidenza, ma la si interpreta, sino a che il dato osservato non sarà conforme a ragione. Già accennate le altre differenze: quantificazione dei dati, eliminazione degliapriorismi, in primo luogo della dipendenza del sistema scientifico peripatetico dallecause finali. “Aristotele poté accogliere tali cause finali nelle sue considerazioni, perché in luinon era ancora presente con chiarezza la radicale differenza esistente tra gli aspettipuramente fisici della natura, i suoi aspetti logici e, infine, ancor più a fondo, quellimetafisici”52. Sia Aristotele che gli aristotelici padovani sapevano della necessità di partire daidati di senso e della possibilità, in caso di loro non intellezione, di poterli chiarirericorrendo alle loro cause (è un regressus in nuce); quello che mancò loro e che, diriflesso, fece grande Benedetti, fu, oltre a quanto sopra indicato, l’uso “di modellispazio-temporali validi universalmente, per tutti i corpi … organo di una autentica,rigorosa, conoscenza dovrà quindi essere l’immaginazione, con le sue supposizioni dirapporti spazio-temporali … si avrà così l’incalcolabile vantaggio di poter verificare lavalidità (verità) di questi rapporti … saranno le leggi spazio-temporali che esprimonoquesti rapporti, i nuovi principi della conoscenza”53. Questo ebbe come conseguenza che “la logica valida per una scienza reale dovràessere la matematica e non una metafisica … a una logica attributiva imperniata sui52 A. Crescini. Considerazioni sul metodo risolutivo in Aristotele, nell’aristotelismo padovano e inBenedetti. In Cultura, scienze e tecniche nella Venezia del ‘500... cit. p. 10053 Ibidem. p. 107
  34. 34. rapporti sostanza-accidente, essenza-proprietà, si viene a far prevalere una logicarelazionale”54. Questo, il regressus. Il dibattito sul metodo non si fermò, comunque, qui. Se di diversità si puòparlare circa il metodi di avvicinarsi alla natura da parte dei grandi Padri della filosofia,di diversità si può parlare anche a riguardo dei grandi Padri della scienza moderna. Fu il Benedetti ad intuire la necessità di matematizzare la fisica terrestre (portò ilcielo in terra), partendo dal problema più stressante per i tecnici e per i militari: il moto.In questo modo, non solo fece compiere alla dinamica medioevale quei progressi chepoi analizzeremo accuratamente ma, da un punto di vista metodologico, rivoluzionò ilmodo di porsi di fronte alla natura. Per Aristotele, il movimento non era solo moto, naturale o violento, macambiamento in genere. Si può dire che Aristotele avsse subito il fascino di unapproccio di tipo biologico, nei confronti del movimento. “Vede l’universo sottol’aspetto della vita”55; ne consegue che il movimento fondamentale di questo mondo èla generazione, sempre legata al ricorso ad una causa. Tipica conseguenza di questohabitus mentale fu la trattazione peripatetica dei moti locali, e la conseguente difficoltànella formulazione della legge di inerzia. Proseguendo sulla strada di Leonardo e degli Ingegneri del ‘500, lamatematizzazione del Benedetti intaccò, anche se non infranse, questo atteggiamentoculturale, favorendo una interpretazione meccanicistica del mondo, sposando, cioè,probabilmente in modo inconsapevole, la teoria degli atomisti, per i quali anche lagenerazione e la corruzione erano riconducibili ai movimenti locali degli atomi. Benedetti matematico; Benedetti che rivendica alla matematica il titolo difilosofia proprio in virtù del carattere di certezza posseduto dal suo sapere; Benedettiche pensa che solo attraverso la matematica si possa comprendere il pensiero di Dio e sene possa emulare la creatività. Benedetti che si differenzia da Galileo, per il quale unfilosofo non può essere solo puro calcolatore.54 Ibidem. p. 10855 E. Berti. La concezione del moto.. cit. p. 110
  35. 35. “L’accentuazione del carattere puramente intellettuale della conoscenzascientifica giunge, effettivamente, a costituire una peculiarità della figura di Benedetti,proponendo – come ha indicato il Maccagni – un elemento di chiara differenziazionenei confronti della nozione galileiana del ruolo scientifico delle sensate esperienze”56. Vi è diversità di metodo tra Benedetti e Galileo: “lo sforzo maggiore diBenedetti non è rivolto, come farà invece Galilei, a contrapporsi sul medesimo piano delriferimento dell’esperienza utilizzato da Aristotele stesso: quanto piuttosto aneutralizzarne l’efficacia, mettendo in discussione il significato di tale riferimento”57. Anche l’adesione alla tesi copernicana è sposata dal Benedetti più in riferimentoalla sua, intrinseca, armonica proporzione tra le parti dell’universo, che in riferimento aqualche dato osservativo. “Il ricorso all’esperienza nella prospettiva di Benedetti non manca di esser vistoanche come elemento perturbatore nei confronti di quella idea di scientificità che, comesi è visto, ha per lui la massima realizzazione nella filosofia matematica”58. Vi è molta distanza da un Galileo che si spinge sino ad affermare la necessità dibasare sui sensi anche le verità matematiche, cosa che per il nostro veneziano èimpossibile, anzi “da questo punto di vista non si doveva temere di dare ragione adAristotele, che aveva distinto la scienza dalla conoscenza sensibile”59. Rivalutazione di Aristotele, ma anche rivalutazione di Benedetti, che si ponenella storia del metodo scientifico non come precorritore di Galileo ma come originaleesploratore delle strutture della natura. Fu anche grazie alla sua opera che la quantità diventò primo accidente. Ciò posein nuova luce tutta una serie di intuizioni e sperimentazioni già effettuate nel MedioEvo, soprattutto nel campo dell’ottica (il cui studio fu sempre invogliato dall’esegesibiblica).56 L. Olivieri. Giovan Battista Benedetti e la crisi dell’aristotelismo. In Giovan Battista Benedetti – Spuntidi storia delle scienze.. Cit. p. 11757 Ibidem. p. 11858 Ibidem. p. 12559 Ibidem. p.128
  36. 36. Ne conseguì lo scardinamento della divisione aristotelica tra fisica (scienza dellanatura) e matematica pura. Matematica come passepartout: secondo Benedetti “Aristotele non ha capito maiun bel niente del movimento; il primo suo errore è stato l’aver trascurato o persinoescluso dalla fisica gli inamovibili fondamenti della filosofia matematica … solopartendo da essi – il che significa partendo da Archimede – è possibile sostituire allafisica di Aristotele una fisica migliore”60. Il metodo matematico e quello sperimentale crebbero in seno alla fisica ed allaastronomia aristotelica e, dal suo interno, riuscirono a cambiarne drasticamente ipresupposti. Aristotele può aver ragione a dire che quando il moto si esaurisce in caloresi ha un qualcosa di nuovo, la cui conoscenza si aggiunge alla spiegazione quantitativa ela completa, ma ciò non toglie valore alla tesi dei meccanicisti, per i quali “laspiegazione ha sempre valore perché vi è corrispondenza tra un certo ordine deifenomeni qualitativi e un processo quantitativo”61. “Viene abbandonata in fisica la ricerca delle cause finali a favore di quellemateriali (corpuscoli, elementi chimici), delle cause efficienti (forze elastiche, gravità,leggi della dinamica) e delle cause formali (funzioni matematiche di forza, energia,ecc.)”62. Se gli uomini che si affacciarono al Rinascimento furono privi del concetto diprogresso e cedettero, tutt’al più, ad una cultura chiusa in se stessa, limitata e, nellostesso tempo, difficile da mantenere viva; se, tra di loro, gli stessi studiosi videro laTerra quale ipostatizzazione dell’antro platonico, fu grazie all’intelligenza ed alla vispolemica di pensatori quali il Benedetti che si riuscirono ad offrire alternative tali damodificare radicalmente lo stesso concetto di esistenza umana, laicizzandola, in granparte, sia da autorità divine che terrene.60 A. Koyrè. Studi galileiani61 F. Enriques, G. De Santillana: Compendio... Cit.62 Ph.P. Wiener, A. Noland. Le radici del pensiero scientifico Cit.
  37. 37. La rivoluzione scientifica del ‘500 rappresentò davvero (non solo per il Koyrè)“la svolta più profonda nel pensiero umano dalla creazione dell’idea di cosmo da partedei greci”63. Non ci resta che vedere in quale modo Benedetti fu condizionato e, nello stessotempo, condizionò il clima culturale dei suoi tempi.63 A. Koyrè. Galileo e Platone. p. 156
  38. 38. CAP. 3 - GIOVAN BATTISTA BENEDETTI UOMO E SCIENZIATO In questo capitolo ci proponiamo di dare dei rapidi cenni biografici del nostroautore, nonché di dare una rapida occhiata ai suoi interessi non propriamente meccanici.Per far ciò ci avvalleremo dell’unica bibliografia edita sul Benedetti, scritta da GiovanniBordiga ed ultimamente ristampata, con l’aggiunta dell’aggiornamento bibliograficoragionato, a cura di Pasquale Ventrice64. Approfondiremo qua e là il discorso,ricorrendo ad alcuni saggi monografici.3.1 Biografia Poche e disperse le notizia inerenti la vita di Benedetti. La sua tavola astronomica pubblicata da Luca Gaurico, oltre a darci l’unicaindicazione precisa della sua data di nascita (14 Agosto 1530), mette in risalto la famada lui già raggiunta in giovane età: quando aurico pubblicò il suo Tractatusastrologicus, Benedetti aveva solo 22 anni. Il lignaggio del suo casato non è valso, purtroppo, a far giungere a noi notizieattendibili circa la sua famiglia. Il padre è detto, dal Gaurico, Hispano, forse perché,come commerciante, fu in buoni rapporti con i colleghi iberici. Molto interessanti anche le relazioni giovanili che Benedetti stesso ebbe aVenezia con dotti spagnoli. Queste potrebbero aver influito non poco sui suoi futuristudi di filosofia naturale: sarebbe utile sapere sino a che punto questi studioso fossero aconoscenza delle tesi di Domingo de Soto e sino a che punto le tenevano inconsiderazione. Dall’età di sette anni fu autodidatta. Unica eccezione, già citata, riguarda i primiquattro libri degli Elementi di Euclide, che lo videro scolaro del famoso Niccolò64 G. Bordiga. Giovan Battista Benedetti filosofo e matematico veneziano del secolo XVI.
  39. 39. Tartaglia. Per il resto, studiò da sé “nulla essendo difficile conoscere ai forti divolontà”65. Il giovane Giovan Battista rifuggì le cattive compagnie e si dedicò anima e corpoallo studio, pubblicando i suoi primi scritti nel 1533. Già questi prima saggi diedero prova dello spirito antitradizionalista del nostroautore: da essi partirono le prime critiche ad Aristotele ed in essi dimostrò fierezza neldifendere le proprie teorie (“mio è il pensiero”). Dal 1558 fu a Parma, alla corte del duca Ottavio Farnese, forse seguito da unafiglia, la cui vita fu ancor più misteriosa di quella del padre: anche in questo casoscontiamo il carattere riservato e assolutamente non autobiografico dei suoi lavori. A Parma restò per otto anni, durante i quali fu lettore di filosofia e matematica.In questo periodo non pubblicò nulla, ma si occupò di gnomonica (costruì un orologiosolare a Rupielba) e di astronomia (fece lunghe osservazioni su Marte). E’ di queglianni il plagio della Demonstratio perpetuato dal Taisner. Sul principio del 1567,Benedetti si trasferì a Torino, invitatovi dal duca di Savoia Emanuele Filiberto. Daquella data, fino alla morte, restò al servizio della famiglia sabauda. Al riguardo, molto interessante è il saggio di Gaetano Cozzi, tendente acomprendere il perché il nostro studioso abbandonò la Serenissima per non farvi piùritorno, imitato, cinquant’anni più tardi, da Galileo Galilei66. Per darne ragione, comparala situazione politico-istituzionale delle Repubblica veneta e del Ducato di Savoia:consolidata ed intoccabile la prima, disastrata ma, per questo, ampiamente riformabile laseconda. Furono la bravura e l’astuzia riformatrice del Principe Emanuele Filiberto diSavoia che fecero sì che il Ducato divenisse florido economicamente e politicamente. La monarchia assoluta ivi instaurata offrì ad ogni studioso una sicurezza tale dafar entrare Torino in competizione con la dotta Padova. La scelta stessa di Torinocapitale creò la necessità di modificare ampiamente l’assetto urbanistico ed65 Ibidem. p. 4.66 G. Cozzi. La politica culturale della Repubblica di Venezia nell’età di Giovan Battista Benedetti. InCultura, scienze e tecnica.. Cit.
  40. 40. architettonico della città, al fine di adattarla al nuovo rango. Questo comportò l’arrivo dimolti studiosi. Lo stesso Palladio fu in Piemonte, invogliato dalla carica di Architetto diCorte, allora vacante. Non secondario allo sviluppo della credibilità culturale di Torino fu purel’atteggiamento di riverenza di Emanuele Filiberto nei confronti del papato e dellaCompagnia del Gesù, atteggiamento diametralmente opposto a quello della Serenissima. Il Cozzi conclude affermando che fu probabilmente la presenza di un monarcaassoluto ed illuminato ad attrarre il Benedetti a Torino (e Galileo a Firenze). Questiaveva la facoltà di dispensare chiunque dalle costrizioni didattiche, lasciando quindiliberi di studiare e di creare, cosa che a Venezia era praticamente impossibile. Stretti furono i rapporti del nobile veneziano con il Duca sabaudo: la stima diquest’ultimo per Benedetti crebbe sino alla concessione della patente di nobiltà,concessa nel 1570. Alla morte del sovrano (1580), successe sul trono torinese il duca CarloEmanuele I, che riservò al Nostro l’uguale trattamento del padre. Benedetti morì il 20 Gennaio 1590, due anni prima di quanto preventivato dallapropria tavola astrologica, circa dieci anni dopo la morte della figlia e dopo avercontratto, forse, un secondo matrimonio. Fu sepolto nel capoluogo piemontese, nellachiesa di S.Agostino, completamente dimenticato (forse è meglio dire ignorato) dallasua madre patria. Questo, in breve, quanto si conosce della sua vita. Per fortuna, ben più esaustivaè la nostra conoscenza degli studi del veneziano. Sette sono le opere a stampa delBenedetti, una delle quali, la Demonstratio, fu pubblicata in due edizioni lievementedifferenti: una è l’opera che il Bordiga non è riuscito a rintracciare (De Coelo etelementis, del 1591); cinque codici, contenenti manoscritti, completano la produzionebenedettina giunta sino a noi. Le sue opere spaziano nel campo delle discipline matematiche. Vediamo di farneun rapido sunto.
  41. 41. 3.2 Geometria, aritmetica, prospettiva, ottica, gnomonica,musica. La prima opera edita da Benedetti (De Resolutione, del 1553) concerne problemigeometrici inerenti la costruzione di figure geometriche piane, con compasso di dataapertura. Molto diffusi nel ‘500, questi trattati percorrevano in lungo ed in largo unascienza che era ritenuta compiuta, grazie all’opera di Euclide, di Apollonio e diArchimede. Rimarchevole a proposito il giudizio di Moritz Cantor, il quale afferma che ilBenedetti “ha portato quella dottrina particolare alla sua piena perfezione”67. Altri problemi di geometria si trovano nel Diversarum e sono scritti in formaepistolare. Senza entrare nei particolari, leggendo le pagine del Bordiga, salta subito agliocchi la fiera autonomia del pensiero del nostro matematico: nella disputa (a distanza)con Aristotele su quali siano le prime figure, non esita a formulare pareri discordi dalfilosofo di Stagira. In generale, si può affermare che la sua opera evidenzia il limite dellamatematica del suo tempo: difficile andare oltre Euclide e compagnia senza ilgrimaldello dell’algebra. Sempre trattati in modo geometrico, furono i problemi di aritmetica (153teoremi), raccolti nella prima parte del Diversarum. Questo modo di procedererappresentò, comunque, “l’anello di congiunzione tra la verifica induttiva delleequazioni, propria dell’analisi abachistica (se la regola dava esiti positivi, allora sipoteva ritenere sufficientemente sicura) e il vero e proprio calcolo algebrico”68, il quale,per essere sviluppato, dovette attendere la logistica speciosa del Viète. Il nostro studioso si dilettò pure di prospettiva, scienza relativamente nuova: setale materia fu trattata già da Euclide, è, però, solo con Daniele Barbaro che si ha ilprimo trattato completo (anche se non ordinato) di prospettiva.67 Ibidem. p. 624.68 P. Freguglia. Niccolò Tartaglia e il rinnovamento delle matematiche nel ‘500. In Cultura, scienza etecnica.. Cit.
  42. 42. Cousin, Barozzi, Guidobaldo dal Monte e Benedetti contribuirono a darequalche regola scientifica alla prospettiva: il Benedetti, in particolare, fece uso di metoditridimensionali. Collegata alla prospettiva è la problematica collegata alla vista. L’ottica diEuclide, influenzata da Platone, sosteneva la teoria secondo la quale i raggi luminosimuovevano dagli occhi verso gli oggetti. Contro di essa Pietro d’Abano e Leonardoavevano già rispolverato le più antiche, ed opposte, dottrine pitagoriche. Legato alla prospettiva, ed all’interesse che da quattro secoli suscitava il DeAspectibus dell’arabo Alhazen, fu l’interesse che Benedetti stesso ebbe per l’ottica. Isuoi studi sono esposti nella lettera De visu, pubblicata nel Diversarum (Torino, 1585).In essa il veneziano compara la camera oscura al bulbo oculare, individuandone ilsenziente non nel christallinus ma nella retina69. Così affermando, Benedetti fu il secondo scienziato a parlare di visione retinale(il primo fu, nel 1583, Felix Platter). A differenza del primo, però, il nostro autore cercòdi offrire una spiegazione geometrica, non arrivando, comunque, ad accettare ilcapovolgimento dell’immagine sulla retina (si dovrà attendere Keplero). Fiorente all’epoca, la gnomonica attrasse l’attenzione di Giovan Battista, il qualeraccolse i suoi studi nel De gnomonum (alcuni studi particolari furono editi, sotto formaepistolare, nel Diversarum). E’ il Bordiga ad informarci che, in questo caso, lo scienziato non andò oltre isuoi contemporanei; anzi, in certi punti, segnò il passo nei confronti di alcuni suoicolleghi (non tenne conto della parallasse e non usò le tangenti). In ogni caso, il fatto che il Clavio, in un’opera successiva, parlasse del Degnomonum sottolineandone le carenze ma anche i pregi, offre un quadro ben precisodella preparazione e della considerazione del Benedetti. In ultimo, anche in ordine di importanza (almeno per i nostri studi), citiamo,seguendo Bordiga, due epistole indirizzate al De Rore, inerenti gli intervalli musicali.69 T. Frangenberg. Il De visu di Giovan Battista Benedetti. In Cultura, scienze e tecniche.. Cit.
  43. 43. Anche qui, il Benedetti tratta matematicamente l’argomento e suggerisce, nelleconclusioni, che teoria e pratica vadano insieme congiunte. Prima di passare allo studio della parte meccanica del pensiero del Nostro,dobbiamo ancora analizzare due tematiche affrontate dal veneziano, che riteniamopropedeutiche all’oggetto della tesi: la questione della grandezza della terra e dell’acquae, più in generale, l’astronomia benedettina.3.3 Perché il fiume va al mare? Perché il fiume va al mare? Vi è più terra o più acqua? Domande che oggi hannoperso ogni significato ma che nel XVI secolo, e prima, furono al centro di accesecontese, le più fini delle quali celavano ben più pressanti questioni. Dietro a queste discussioni, che rimandavano alla forma della Terra, vi è“l’avvallo del modello meccanico dal punto di vista degli esiti sperimentali propri dellascienza moderna … vi è la nascita del nuovo metodo scientifico che infrangel’universalismo confuso della filosofia naturale e avvia alla costruzione delle scienzeparticolari”70. Tutto sembra risalire alla pubblicazione del De aqua e terra, un’operettaattribuita a Dante Alighieri: da Aristotele e da essa derivò la diffusa convinzione chel’acqua fosse quantitativamente maggiore della terra. Terra ed acqua erano conformatein due sfere distinte, eccentriche, e ciò comportava problemi circa quale fosse il centrodel globo terracqueo e dell’intero universo. Noi non vogliamo esporre qui le idee di Benedetti in proposito. Quello che cipreme è far vedere contro quali motivazioni scientifiche Benedetti ed i nuovi scienziatidovettero scontrarsi.70 P. Ventrice. La questione della grandezza della terra e dell’acqua e la dottrina delle maree nel secoloXVI, con riferimenti all’ambiente scientifico veneziano e alcune considerazioni sul metodo. In Cultura,scienza e tecnica.. Cit.
  44. 44. In generale, comunque, il dotto veneziano si riferì, migliorandole, alle teorie diAlessandro Piccolomini. E’ del 1558 un opuscolo di quest’ultimo, all’interno del qualeè negata l’interpretazione peripatetica. Le sue convinzioni si fondano “più sulla certezzadella ragione che su quella del senso”, perché “qualunque possa essere la profonditàraggiungibile dall’acqua del mare non potrà mai essere rispetto al volume della terra,così pure irrilevante sarà qualsiasi elevazione della crosta terrestre rispettoall’estensione della superficie sferica”71. Le ragioni avanzate sulla sfericità della Terra sono l’eclisse parziale della luna, ifusi orari, ecc.. Probabilmente Piccolomini fu influenzato dal De rivolutionibus di Copernico,per il quale “l’acqua e la terra formano una sola sfera, la massa terrestre è di gran lungasuperiore alla massa dell’acqua e il centro di gravità è anche il centro dellagrandezza”72. Contro queste tesi insorse il Berga, professore all’Università di Torino,soprattutto perché quelle tesi creavano diffidenza nei confronti delle verità derivanti daisensi (soppiantate dalle verità matematiche). “La pretesa dei matematici di definire, intermini quantitativi, una questione squisitamente naturale è inconsistente, soprattuttoquando venga messa in relazione al problema dell’identificazione del centro di gravità,la cui localizzazione è possibile solo in base alle procedure razionali proprie dellafilosofia naturale”73. E’ col Berga che Benedetti entra in polemica. Invitato a pronunciarsiufficialmente dal principe Carlo Emanuele, il veneziano pubblicò il Consideratione, nelquale, tanto per cambiare, attaccò le dottrine aristoteliche del collega. Diamo una rapidaocchiata a queste ultime. Per Aristotele, e per Platone, i quattro elementi si succedevano in progressionegeometrica e, per corruzione successiva, ognuno era il decuplo del precedente (quindi,l’acqua era dieci volte la terra). Forse questo fu il richiamo principale all’Autorità fatto71 Ibidem. p. 438.72 Ibidem. p. 439.73 Ibidem. p. 439. Come, poi, questa razionalità legata ai sensi fosse precaria, lo notiamodall’affermazione del Berga secondo la quale le isole non sono più alte del mare che le circonda.
  45. 45. dal Berga. Lo stesso giustificò le proprie idee anche col dire che “l’acqua, essendo menograve della terra, bisogna che ne sia maggiore per equilibrarla e, spingendola, fermarlaal centro del mondo”74. Non manca neppure l’avvallo biblico “dopo il diluvio universalele acque, dopo aver superato la terra, si sono soltanto ritirate, non consumate, quindi illoro volume tuttora supera quello della terra”75. Come si vede, queste motivazioni, eccezion fatta per l’ultima, creano, conl’aggiunta del metodo esposto dal Berga, una specie di circolo chiuso: si dà ragione diuna evidente contraddizione tra le affermazioni del filosofo della natura e la naturastessa, negando la contraddizione, richiamandosi ai massimi sistemi e, viceversa, persorreggere principi cosmologici in discussione si usano, o meglio, si distorcono, i datidel senso, badando bene di usarli nella loro forma immediata, oppure cercando dielaborarli, a seconda delle convenienze. Per Benedetti queste sono ragioni filosofiche, argumenti sottili, con la prova inmano”, facilmente confutabili, per esempio, dalle stesse esplorazioni geografiche“essendosi scoperto per le nove navigationi tante insule e paesi da ogni parte”76. Non era, però, questo il punto e Benedetti se ne accorse bene. Posti in difficoltàsulla Terra, gli avversari della nuova scienza si rifugiavano in cielo, eludendo così, inpratica, il confronto. Non restava che inseguirli in quello che credevano essere il loroelemento, ed ivi combatterli. Solo dopo averli sconfitti tra le stelle avrebbe avuto un senso il “portare il cieloin terra”77.74 G. Bordiga. Giovan Battista Benedetti.. Cit. p. 88.75 Ibidem.76 Per capire meglio quanta presa ebbero, all’epoca, teorie quale quella che vedeva il globo acqueoeccentrico rispetto a quello terrestre (creando così una gibbosità che permetteva a certe terre di emergere)si ricordi che Colombo, giunto presso le foci dell’Orinoco, trovando una forte corrente contraria, credettedi essersi avvicinato all’altezza massima dell’oceano.77 Come già ripetutamente detto, la cosa non fu tanto pacifica. Messi in crisi sui massimi sistemi, iperipatetici cercarono di mettere in dubbio i dati di senso: la scoperta delle gibbosità lunari o, ancorameglio, dei satelliti medicei, furono addebitate alla non affidabilità del telescopio quale strumento diosservazione.
  46. 46. 3.4 Guerre stellari. “Un fisico incline ad attaccare la teoria aristotelica del moto non poteva noncapire quali fossero i vantaggi che derivano dall’estendere l’attacco anche allacosmologia di Aristotele … Benedetti era un fisico-matematico, non un astronomo, maelogiò con entusiasmo la teoria di Aristarco, spiegata in modo divino da Copernico”78. E’ avendo presente questo quadro che si può avvicinare il pensiero di GiovanBattista Benedetti. Le questioni astronomiche non spiccano nella sua produzione; rimarchevole è,però, il tipo di adesione al copernicanesimo, un’adesione che “va al di là della pura esemplice accettazione del sistema o della difesa delle effemeridi basate sulle più recentitavole”79. Benedetti non fu un astronomo ma, oltre che ad osservare Marte, senz’altro lessecon attenzione sia Tolomeo che Copernico. La ragione che fece propendere il Nostroverso le tesi del grande polacco fu la seguente: se Tolomeo avesse avuto ragione, levelocità lineari dei pianeti sarebbero state enormi, dalle 500 – 1.000 miglia italiche alminuto della Luna, alle 260.000 di Saturno. Tutto ciò poteva essere eliminato con lasemplice introduzione del moto terrestre. “Ciò che è alla base del ragionamento del Benedetti è dunque un principio dieconomicità della natura, e di armonia … che si basa su un’armonica proporzione tra leparti dell’universo, verificabile in termini di rapporti numerici”80. Questo è quanto concerne il Giovan Battista Benedetti astronomo. Vediamoinvece quali conseguenze sortirono gli attacchi all’astronomia tolemaico – aristotelica. Nel 1500, si sapeva bene che i calcoli astronomici erano sbagliati: congiunzionied eclissi non erano mai tempestive. Prima si cercò di ovviare a queste discrepanzedando la colpa del tutto alle cattive trascrizioni dell’Almagesto, sino a che le traduzionidel XV – XVI secolo riproposero, senza più alibi, il problema.78 M. Boas. Il Rinascimento scientifico.. Cit. p.83.79 M. Di Bono. L’astronomia copernicana nell’opera di Giovan Battista Benedetti. In Cultura, scienza etecnica.. Cit.80 Ibidem. p. 286.

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