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Appunti antropologia

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appunti presi a lezione dal coro di antropologia medica

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  • 1. Appunti di Antropologia medica. I miei appunti presi a lezione del corso di “Antropologia medica” tenuto dalla docente Valentina Porcellana. Anno 2010/2011
  • 2. Introduzione.
    • Fino agli anni Sessanta, gli educatori svolgevano soprattutto un compito rieducativo e di controllo sociale, in una logica di segregazione e di contenimento.
    • 3. L'educatore oggi è chiamato a ascoltare, accogliere ed accompagnare.
    • 4. Esso deve diventare un consapevole agente di cambiamento.
    • 5. L'educatore deve avere spiccate doti di osservazione, deve saper prendere le distanze da ciò che vive, deve guardarsi agire, ovvero fare dell'auto riflessività e dell'etero riflessività.
    • 6. Agire per promuovere il benessere sociale, per individuare e sviluppare le potenzialità degli individui, delle famiglie, dei gruppi, di essere il motore del cambiamento.
  • 7. Antropologia. (1)
    • L'antropologia è lo studio del genere umano.
    • 8. La nostra antropologia è solo uno dei tanti modi di riflettere sull'uomo.
    • 9. Essa nasce come strumento del colonialismo, ovvero un modo per conoscere e colonizzare meglio gli altri paesi.
    • 10. A metà dell'800 nasce l'antropologia come scienza.
    • 11. L’antropologia culturale studia l’uomo dal punto di vista culturale quindi studia le idee, i comportamenti, i valori, le pratiche e le conoscenze degli uomini nelle diverse parti del mondo e in tempi diversi.
    • 12. I primi antropologi studiavano le altre culture a distanza attraverso i racconti, tra la fine del '800 e l'inizio del '900 si ha la nascita della ricerca sul campo con osservazione diretta.
  • 13. Antropologia. (2)
    • L'antropologia all'inizio è guidata dal paradigma evoluzionistico dunque si studiano le civiltà come se fossero su una linea evolutiva dove al vertice è posta l'Europa (schema evolutivo unilaterale). Si studiavano perciò quelle civiltà considerate primitive perché simili agli abitanti preistorici.
    • 14. Edward Burnett Tylor è il primo che viene nominato professore di antropologia, egli è il primo che da una definizione antropologica della parola cultura.
        • “ La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell'insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società”
  • 15. Cultura.
    • Parola cultura deriva dal verbo latino coltivare ed è intesa come capacità e saperi accumulabili.
    • 16. Ogni individuo è portatore di una cultura differente che però è interconnessa alla cultura generale, dunque tra la cultura individuale e quella collettiva c'è un continuo apporto di nozioni.
    • 17. Le culture non hanno confini netti, sono modelli che orientano le idee e le azioni di chi li condivide.
    • 18. I modelli culturali ci vengono forniti dal gruppo a cui apparteniamo fin dalla nascita, per questo ci sembrano innati e naturali, essi sono introiettati dall’individuo durante il processo che si definisce inculturazione o socializzazione.
  • 19. Inculturazione e socializzazione.
    • Inculturazione = processo di condizionamento attraverso il quale l’individuo apprende la cultura del proprio gruppo ed agisce in funzione di essa.
    • 20. Il condizionamento può essere conscio o inconscio e dura tutta la vita.
    • 21. Come la socializzazione l'inculturazione è una modalità di apprendimento informale.
    • 22. Una persona deviante rispetto alla norma è colei che pur conoscendo le regole, perché le ha apprese per inculturazione, decide di non seguirle.
    • 23. Socializzazione = processo di apprendimento mediante il quale l'individuo acquisisce e fa propri norme, valori e modelli di comportamento tipici della società in cui vive.
    • 24. Margaret Mead è la prima sociologa che conduce una ricerca sul campo sulla socializzazione di 3 popolazioni della Nuova Guinea. Essa definisce la socializzazione come la trasmissione di specifici caratteri culturali e la relativa acquisizione di schemi comportamentali.
  • 25. Subcultura.
    • Ogni cultura contiene in sé tante subculture che si differenziano tra di loro, spesso queste differenze dipendono dal potere, dalla ricchezza, dalla posizione sociale, dall’istruzione, dalle convinzioni ideologiche, religiose o politiche.
    • 26. Il concetto di subcultura viene introdotto dai sociologi della Scuola di Chicago che analizzavano la differenza culturale che caratterizzava all'epoca la città.
    • 27. Una subcultura può crearsi tra persone con caratteristiche simili come il sesso o l'etnia.
    • 28. Quando una subcultura è caratterizzata da un’opposizione sistematica alla cultura dominante, spesso ci si riferisce ad essa come controcultura.
  • 29. Cultura egemone e cultura subalterna.
    • In Italia Ernesto De Martino è il primo a studiare il tarantismo seguendo la dicotomia di cultura egemone e cultura subalterna.
    • 30. La cultura subalterna ha un sistema complesso di atteggiamenti, valori, stili di vita e di comportamento propri di un gruppo sociale differenziato dalla cultura dominante ma comunque ad essa collegato.
    • 31. La cultura subalterna non è completamente succube di quella egemone, tra le due c'è un condizionamento reciproco.
  • 32. Classe.
    • Il concetto di classe è inserito da Karl Marx, egli intende per classe un insieme di individui che hanno lo stesso rapporto con i mezzi di produzione. Per lui esistono due classi quella del proletariato, i soggetti che mettono a disposizione e vendono la propria forza lavoro in cambio di un salario, e la classe capitalistica, i proprietari di mezzi di produzione.
    • 33. Max Weber invece intende la classe come qualcosa di connesso a tre dimensioni: la ricchezza, il prestigio ed il potere.
  • 34. Cambiamento culturale.
    • Il cambiamento culturale avviene quando un modello culturale non risponde più a determinate esigenze, perciò viene abbandonato a favore di un altro.
    • 35. Il cambiamento non avviene individualmente perché si rischia di rimanere isolati, esso dunque può coinvolgere per esempio un gruppo dominante o subalterno.
    • 36. Il cambiamento può essere endogeno, ovvero un cambiamento all'interno della società, oppure esogeno, ovvero dovuto a fenomeni di contatto di tipo continuo e duraturo tra due culture.
    • 37. Il contatto culturale è detto anche acculturazione.
  • 38. Acculturazione. (1)
    • Acculturazione (gruppi con modelli culturali diversi entrano in contatto) ≠ Inculturazione (individuo all'interno di un gruppo che assorbe i modelli culturali).
    • 39. L’acculturazione comprende quei fenomeni che si verificano quando gruppi di persone di culture diverse entrano in contatto diretto e continuo che comporta modificazioni conseguenti nei modelli culturali di uno o di entrambi i gruppi.
    • 40. La mobilità territoriale permette il contatto tra culture diverse, essa si riscontra in tutta la storia dei gruppi umani e si ricollega al fenomeno del nomadismo.
    • 41. Altro fenomeno che permette l'acculturazione è l'emigrazione, ovvero lo spostamento di una popolazione, di un gruppo o di singoli da un territorio ad un altro, essa può essere volontaria, forzata o organizzata. L'emigrazione può avvenire per diversi motivi, oggi il principale è legato al processo di industrializzazione.
  • 42. Acculturazione. (2)
    • L'acculturazione può portare a:
        • Assimilazione: si ha un passaggio unilaterale di modelli di comportamento dal gruppo dominante a quello subalterno, si ha perciò un ruolo passivo di una cultura nei confronti dell'altra.
        • 43. Sincretismo: si ha una fusione tra elementi culturali eterogenei, il modello culturale nuovo ingloba i modelli precedenti senza cancellarli ma facendoli propri; si verifica spesso negli ambiti che coinvolgono le religioni.
        • 44. Deculturazione: azione organizzata o anche inconsapevole che tende a sostituire i modelli preesistenti imponendone di nuovi anche con l'uso della violenza; possono in questo caso nascere modelli integralisti o nativisti che servono a rispondere alla deculturazione (mantenere i propri modelli anche super valorizzandoli).
  • 45. Trance e possessione.
    • Trance = fenomeni molto diversi che rappresentano un modo culturalmente codificato di comunicazione con ciò che solitamente è invisibile.
    • 46. I fenomeni di trance sono codificati attraverso il rito, che è nello stesso tempo azione terapeutica e espressiva.
    • 47. All'interno della trance troviamo la possessione.
    • 48. Possessione = stato di malessere in cui il corpo del posseduto è soggiogato dalla presenza di un’entità sovrannaturale.
  • 49. Parole chiave della ricerca antropologica. (1)
    • Osservazione: grazie ad essa l'antropologo crea relazioni empatiche e di fiducia. L'osservazione deve essere partecipante ovvero un osservazione dinamica e coinvolgente.
    • 50. Ascolto: deve trattarsi di un ascolto attivo.
    • 51. Interpretazione: è importante che l'antropologo riesca a distaccarsi da ciò che vede e vive per poterlo analizzare con obiettività, per poter interpretare i modelli dell'altro. L'antropologo deve comunque tenere presente che non riuscirà mai ad essere completamente obiettivo nelle sue interpretazioni.
    • 52. Intervista: è un metodo che può essere utilizzato per mantenere una relazione informale e di fidicia senza mettere a disagio l'altro.
    • 53. Prospettiva olistica: studiare l’insieme dei fenomeni per comprendere l’intero sistema, concetto che si associa con la prospettiva del complesso.
    • 54. Contesto: tutti i fenomeni osservati hanno senso solo se legati al contesto di provenienza. In più il fenomeno studiato deve essere inteso come sistema e non come la semplice somma delle sue parti.
  • 55. Parole chiave della ricerca antropologica. (2)
    • Sguardo universalista e anti-etnocentrico: tutte le produzioni culturali sono degne di attenzione.
    • 56. Metodo comparativo: esso è utile per cogliere l’unità sotto l’apparente diversità di comportamento, così come serve per mostrare le diversità che esistono sotto un’apparente somiglianza.
    • 57. Carattere dialogico: è visibile nel rapporto tra ascolto e dialogo, non esiste dialogo senza ascolto.
    • 58. Essere traduttore, mediatore e garante: l'antropologo deve tradurre concetti i cui significati differiscono nelle diverse culture, anche se non sempre è possibile; egli deve fare da mediatore tra esperienze culturali diverse; e egli deve essere garante rispetto a possibili atteggiamenti di sopraffazione o sottovalutazione dei diversi modelli culturali.
  • 59. Parole chiave della ricerca antropologica. (3)
    • Relativismo culturale: è il metodo che aiuta l'antropologo alla comprensione della diversità. Secondo la teoria di Jean Melville Herskovits ogni società è unica e diversa da tutte le altre e i costumi, che variano da regione a regione, hanno sempre una ragione d’essere nel loro specifico contesto.
    • 60. Risvolto applicativo: secondo molti antropologi questa scienza serve a facilitare la comunicazione tra culture diverse e per denunciare tutte le situazioni sociali e culturali in cui gli esseri umani sono sfruttati, oppressi o discriminati.
    • 61. Riflessività: il lavoro dell'antropologo porta a riflettere molto su sé stessi, ci insegna a vedere noi stessi come gli altri ci vedono.
    • 62. Condivisione: con la persona coinvolta in prima persona nella ricerca e poi con tutti gli altri.
  • 63. Parole chiave della ricerca antropologica. (4)
    • Inclinazione critica: saper analizzare le situazioni e non giudicarle, l'antropologia è un sapere critico soprattutto con sé stessa poiché sottopone i propri concetti a revisione continua.
    • 64. Pratica del fieldwork: ricerca sul campo o etnografia, la differenza la fa il tempo che si trascorre con le persone e il modo con cui lo si passa, essa è diventata una pratica imprescindibile per la professione antropologica e l’elemento di “partecipazione” fa sì che questa esperienza sia qualcosa di più di una raccolta dati e di un’osservazione a fini analitici.
    • 65. Fare ricerca qualitativa: descrivere cause, processi, conseguenze e strategie che conducono a determinati risultati.
  • 66. Etnocentrismo ed etnicità.
    • Termine coniato da William G. Sumner, con esso si intende la concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso.
    • 67. Ogni cultura è etnocentrica poiché si considera come la migliore.
    • 68. Nella forma più esasperata l'etnocentrismo si trasforma in razzismo orientato alla distruzione dell'altro.
    • 69. L'etnicità è il senso di appartenenza ad un gruppo, questo è un elemento fondamentale dell’identità individuale e collettiva.
    • 70. L'etnicità è dunque una costruzione sociale, niente di innato.
    • 71. Nei confini etnici i caratteri culturali vengono enfatizzati in contrapposizione a quelli degli altri.
  • 72. Comunità e società.
    • Comunità = insieme di individui con caratteristiche comuni che condivide uno stesso sistema di significati. È possibile parlare anche di comunità umana poiché tutti gli umani hanno dei valori e obiettivi condivisi.
    • 73. Società = insieme di persone organizzate con scopi comuni, che collabora al fine del raggiungimento di questi.
    • 74. Nessuna società è mai cristallizzata e impermeabile alle sollecitazioni legate al cambiamento.
    • 75. Si fa parte di una società o per inculturazione, ci si è nati, o per acculturazione, ci si è venuti a contatto.
  • 76. Identità e alterità.
    • Identità = costruzione sociale, multidimensionale, dinamica e flessibile, essa come la cultura, non è un dato, ma un processo che coinvolge l’individuo e il gruppo.
    • 77. Ogni individuo è libero di usare le proprie risorse identitarie a seconda della situazione in cui si trova ad agire come attore sociale.
    • 78. L'identità si basa sul senso di appartenenza e sul senso di esclusione.
    • 79. Esistono identità che non mutano mai ed altre che sono legate a luoghi o compagnie.
    • 80. Il confronto con l’alterità è indispensabile per la costruzione identitaria.
    • 81. L’alterità è esperienza dell'altro ed essa è sempre stata presente in ogni società attraverso le differenze di genere, di età, di classe sociale, di fede, di lingua o di origine.
  • 82. Genere.
    • “ il confine identitario più netto presente in tutte le società umane è quello tra “femminile” e “maschile”” (Fabietti).
    • 83. Il genere maschile e femminile è usato per distinguere tutto.
    • 84. Tutti i gruppi umani riconoscono le differenze fisiologiche di genere ma ognuno ha rappresentazioni diverse dei rapporti tra i 2 sessi. Per esempio la nostra società presenta una dicotomia insuperabile tra i 2 generi.
    • 85. Il maschile e il femminile sono costruzioni sociali e culturali così come anche il comportamento di genere non è conseguenza “naturale” dell’identità sessuale, ma viceversa, data la differenza sessuale si costruisce la differenze di genere. Anche i tratti della personalità ritenuti naturali per un sesso o l’altro (dolcezza, aggressività, razionalità, decisione, ecc.) sono costruzioni di genere. (studi di Margaret Mead)
    • 86. Il corpo è il “luogo” in cui si mette in scena (attraverso gli atteggiamenti, l’abbigliamento, la gestualità, la nudità, ecc.) la differenza di genere.
  • 87. Brainstorming.
    • Tecnica utilizzata già negli anni Trenta nell'ambito del problem solving aziendale.
    • 88. Essa si compone di 3 fasi:
        • Fase creativa: l'idea è quella di una tempesta di idee, bisogna produrre quante più idee possibili.
        • 89. Fase classificatoria: il gruppo inizia a discutere su ciò che è emerso e a dare un interpretazione.
        • 90. Fase sintetica: creare un ordine tra le idee che si sono individuate.
    • Il brainstorming può essere utilizzato per fare emergere le rappresentazioni che un individuo e un gruppo hanno su un determinato tema.
    • 91. Si parla in questo modo di rappresentazione collettiva (Èmile Durkheim) ovvero il prodotto della struttura sociale
  • 92. Abitare il dormitorio. (1)
    • Il fenomeno dei senza dimora è molto complesso aggravato anche dal fatto che si lavora a livello di complessità urbana.
    • 93. La multidimensionalità problematica delle persone senza dimora impone un lavoro complesso sia per la ricerca che per l'attuazione di un servizio.
    • 94. Le disuguaglianze sociale che portano a diventare senza fissa dimora a volte sono attuate attraverso disposizioni normative che sottolineano al mancanza di una normativa specifica.
    • 95. I pregiudizi che ci sono verso i senza fissa dimora spesso guidano le politiche sociali che mancano di una programmazione centrale.
    • 96. Si possono trovare 3 tipi di disparità nella definizione di disuguaglianza:
        • Disparità legate alle capacità individuali e di gruppo di ottenere ricompense e privilegi.
        • 97. Disparità nella possibilità di influire sul comportamento altrui per avere qualche vantaggio.
        • 98. Poca possibilità di poter decidere sul proprio destino.
  • 99. Abitare il dormitorio. (2)
    • Le disuguaglianze di agency impediscono ad alcuni individui di trasformare i beni in possibilità, ovvero di migliorare la propria vita.
    • 100. L'utente deve avere la possibilità di esprimere desideri giudizi e richieste e non doversi solo accontentare di quello che gli viene offerto.
    • 101. Non è soltanto la mancanza di casa o di lavoro o di salute a portare all’isolamento sociale, ma la difficoltà o la perduta capacità di dare risposte adeguate ai propri bisogni.
    • 102. “ Abitare senza casa” non significa non abitare nessun luogo, significa costruire la propria esistenza in rapporto a spazi diversi, in base a dove abito avrò un certo tipo di comportamento.
    • 103. Le forme abitative sono molto stigmatizzate e il dormitorio si discosta molto da queste, esso è contemporaneamente riprovato socialmente ma preferibile a forme abitative di autonoma costruzione; essi sono dunque modelli abitativi anomali.
    • 104. Una persona senza residenza è una persona senza un legame con il territorio che è fondamentale per la sopravvivenza, in quanto senza di essa non si può accedere ai servizi sanitari.
  • 105. Abitare il dormitorio. (3)
    • L'antropologia si è sempre occupata del tema della residenza in quanto essa è strettamente legata ai sistemi di parentela, dunque i senza dimora incarnano la mancanza sia di un bene, la casa, sia di una rete, quella familiare, a cui è legata la capacità di abitare.
    • 106. La rottura dei rapporti famigliari comporta l'esclusione da essa e dal circuito di reciprocità che la caratterizza, quindi perdere i legami familiari pone l’individuo in una condizione di grave solitudine.
    • 107. Gli spazi modellano colui che li abita e allo stesso tempo egli li modifica in luoghi; dunque si può dedurre che l'abitare è un abitudine che ci abitua a determinate azioni per questo bisogna fare attenzione a come presentiamo gli spazi dei dormitori ai senza dimora.
    • 108. Le persone che condividono gli spazi del dormitorio hanno tutte culturalmente appreso differenti modi di pensare e vivere lo spazio domestico del dormitorio, dove si adottano categorie di spazio più neutre e più astratte per favorire la convivenza in uno spazio ristretto.
    • 109. Sarebbe utile ripensare la mission dei dormitori non solo pensando alla riduzione dei costi.
  • 110. Abitare il dormitorio. (4)
    • In dormitorio si dovrebbe parlare più spesso di reinserimento sociale ma tenendo presente che coloro che sono in strada hanno dei valori, pratiche e abitudini, per cui gli si chiede di lasciare un modo di vita per un altro.
    • 111. Per promuovere un cambiamento è necessario affidarsi sia a figure specializzate ma anche a persone che hanno esperienza quotidiana di determinati problemi, si tratterebbe di promuovere un tipo di democrazia partecipativa.
    • 112. Si deve superare la visiona assistenzialistica tra chi riceve e chi da ma si deve adottare una visione di scambio, una vera condivizione dei problemi.
    • 113. Il lavoro sociale con i suoi operatori e con i suoi spazi di accoglienza, dovrebbe intervenire prima che la “trasformazione” sia avvenuta ovvero prima che l’adattamento alla nuova condizione sia totale e dunque ogni relazione impedita e ogni progetto a medio o lungo termine diventi un obiettivo impossibile anche da immaginare.
  • 114. Abitare il dormitorio. (5)
    • Il compito dell'operatore dunque si complica poiché da un lato deve fare in modo che l’utente “diventi un utente modello”, che rientri in una categoria, che sappia chiedere e ottenere ciò di cui ha bisogno e cui ha diritto; dall'altro lato deve “decostruire l’utente” a favore della “persona” e della sua autonomia.
    • 115. In questo modo il percorso di trasformazione è condiviso dall’educatore e dall’educando su un piano di scambio reciproco.
  • 116. Émile Durkheim.
    • Nel 1893 scrive “la divisione del lavoro sociale”, dove sviluppa il tema della funzione solidaristica esercitata dalla divisione del lavoro vista come ripartizione di ruoli sociali.
    • 117. Egli vuole dimostrare come a diversi livelli di sviluppo della divisione di lavoro corrispondano diversi tipi di solidarietà.
    • 118. La divisione del lavoro rende consapevoli dello stato di dipendenza nei confronti della società, in questo modo la divisione del lavoro diventa anche la base dell'ordine sociale.
    • 119. Egli esamina 2 tipi di solidarietà, quella meccanica, tipica di una società semplice e dove le regole giuridiche sono di tipo repressivo; e quella organica, tipica delle società complesse dove sono presenti diversi organi con compiti specifici e la divisione del lavoro.
    • 120. Per Durkheim la principale funzione della divisione del lavoro è quella di sviluppare la solidarietà sociale.
  • 121. Marcel Mauss e il dono.
    • Era nipote e allievo di Durkheim e nel 1924 scrive “Essai sur le don”, le sue ricerche prevedono la lettura di racconti antropologici e la loro analisi.
    • 122. Fatto sociale totale: momento cruciale della realtà umana che nel momento in cui accadono coinvolgono la pluralità complessiva dei livelli sociali.
    • 123. Il fatto sociale totale è legato al dono poiché secondo lui esso viene usato per concludere scambi e contratti.
  • 124. Il dono.
    • Il dono non è libero e gratuito ma segue precisi obblighi sociali, esso crea vincoli sociali.
    • 125. Il dono va accettato e ricambiato in maniera adeguata e secondo tempi stabiliti all’interno dei diversi modelli culturali.
    • 126. In più esso non è un oggetto impersonale, ma assume i caratteri, il potere e il valore di chi lo possiede.
    • 127. Se non si accetta il dono è come rifiutare la persona che ce l'ha offerto.
    • 128. La reciprocità è alla base del discorso dono e controdono, essa mantiene e rinforza i vincoli di amicizia.
    • 129. L’atto del donare secondo Mauss si fonda su tre fasi fondamentali: donare, ricevere, restituire. Ciò implicare l’obbligo di fare dei regali; l’obbligo di accettarli, l’obbligo di ricambiare i regali ricevuti.
    • 130. L'economia del dono è una forma economica basata sul valore d’uso (= valore di utilità) degli oggetti e delle azioni, essa si contrappone all'economia di mercato che si basa sul valore commerciale. In questo tipo di economia i doni hanno valore di legame ovvero creano e riproducono relazioni sociali
  • 131.  Bronislaw Malinowski e il dono.
    • Egli è il fondatore della ricerca sul campo, scrive l'opera “The Trobriand Islands” che è un isola della Nuova Guinea.
    • 132. Per lui tutta la vita sociale è caratterizzata da un incessante flusso di doni e controdoni che rappresentano uno dei principali strumenti dell’organizzazione sociale, dell’autorità politica e dei legami di parentela.
    • 133. Egli individua 2 forme di dono presenti nell'isola di Trobriand, il dono puro, in cui non vi è pretesa e certezza di una controprestazione, e tutti gli altri doni dove è presente un tornaconto personale.
    • 134. Dopo aver letto però l'opera di Mauss sul dono abbraccia anche lui la teoria per cui non esiste il dono puro.
  • 135.
      Marshall Sahlins e il dono.
    • Negli anni Sessanta Marshall Sahlins parla di reciprocità come un continuum di forme strettamente connesse ai rapporti di parentela, di rango e di ricchezza, e in cui la distanza sociale tra i soggetti condiziona il tipo di scambio.
    • 136. Per lui nei rapporti parentali vi è una reciprocità generalizzata dove non si specificano i modi e i tempi in cui potrà essere ricambiato il dono. Ciò non significa tuttavia che non c'è l'obbligo di contraccambiarlo.
    • 137. Nelle reazioni in cui le persone hanno lo stesso ruolo sociale si avrà una reciprocità bilanciata, ovvero il controdono ha luogo in tempi più brevi ed è commisurato al valore del dono iniziale.
    • 138. Infine esiste la reciprocità negativa in cui le parti si fronteggiano con interessi contrapposti e dove ognuno mira al tornaconto personale.
    • 139. Le diverse gamme di reciprocità in questo modo ricoprono una gamma di doni che va dal sacrifico in favore di un altro, al guadagno egoistico a spese altrui.
    • 140. Egli sottolinea il ruolo dello scambio come forma di contratto politico.
  • 141. Antropologia medica. (1)
    • Nel 1988 nasce la Società italiana di antropologia medica.
    • 142. La denominazione di antropologia medica non convince tutti gli antropologi in quanto questa si occupa di diversi aspetti che riguardano la salute e l'esperienza del corpo senza però tralasciare gli aspetti del contesto.
    • 143. Pizza fornisce una definizione di antropologia medica che potrebbe essere tranquillamente estesa a tutta l'antropologia culturale poiché egli descrive ogni aspetto di essa dall'oggetto in analisi, alla metodologia e anche la dinamicità.
    • 144. “ Scienza critica, sperimentale e dialogica, che produce ricerche etnografiche ed elabora riflessioni teoriche specifiche sui modi in cui il corpo, la salute e la malattia sono definiti, costruiti, negoziati e vissuti in un continuo processo dinamico, osservabile nella trasformazione storica con una metodologia comparativa attenta alla variabilità dei contesti culturali, sociali e politici”.
    • 145. Solo recentemente gli antropologi hanno incominciato a fare etnografia in contesti “vicini”, osservando il rapporto tra la cultura e i processi di istituzionalizzazione dei saperi medici.
  • 146. Antropologia medica. (2)
    • La biomedicina (medicina occidentale) fornisce alla nostra società i simboli, gli schemi e le nozioni per pensare la persona e il corpo, così come altre medicine in altri contesti culturali.
    • 147. Anche la biomedicina come la cultura è soggetta a cambiamenti a seconda delle necessità del momento storico.
    • 148. Il corpo è una costruzione culturale che varia a seconda dei contesti socio-culturali, non troviamo mai un corpo nudo ma esso viene disegnato, inciso, scolpito, amputato, modellato come per renderlo più culturale.
    • 149. Ciascuno di noi è un corpo ma ha anche un corpo, l'esperienza che facciamo del corpo e la rappresentazione che abbiamo di esso sono due aspetti inscindibili.
    • 150. La distinzione, culturalmente costruita, tra mente e corpo ci porta a pensare erroneamente che il discorso del corpo sia distinto da quello sul corpo.
  • 151. Antropologia medica. (3)
    • La trasmissione delle tecniche corporee spesso non è verbalizzato, ma passa attraverso l’azione, lo sguardo, l’imitazione. Anche il genere è una tecnica del corpo appresa all'interno del processo inculturativo.
    • 152. L’identità, compresa quella “maschile” e “femminile” non è un dato naturale, ma è una costruzione socioculturale che si fonda sulla relazione, si costruisce attraverso processi e dinamiche mimetiche che si producono nell'incontro con l'altro.
    • 153. Il confronto con l'alterità porta a stupore perché ci si trova davanti a modelli differenti dal nostro.
    • 154. Il rito è utile per sovvertire le regole senza alterare i propri modelli, in esso si possono sovvertire anche le regole di genere.
    • 155. Schismogenesi: elemento chiave del processo di differenziazione nelle norme del comportamento individuale, ovvero la differenza di “comportamento” per esempio di genere.
    • 156. Il rito riequilibria il rapporto tra i generi prevenendo l'esplosione dei contrasti.
    • 157. Durante i riti, i corpi sono ancora di più dipinti, modellati e travestiti.
  • 158. Salute/Malattia. (1)
    • La soglia che separa la salute dalla malattia è una costruzione sociale.
    • 159. Per superare questa divisione di blocchi rigidi è necessario riflettere sul continuum esistente tra i 2 aspetti.
    • 160. La malattia è vista come la perdita del proprio ruolo e del proprio lavoro, l'anormalità, essa blocca la produzione e il consumo (o meglio si consuma sulle spalle degli altri); chi non riesce a tornare alla “normalità” in tempo viene escluso dal sistema.
    • 161. I senza dimora non sono malati ma sono anormali perché hanno perso il loro ruolo produttivo.
    • 162. In questo sistema la malattia può diventare uno strumento di ribellione incarnata, in cui il corpo è lo strumento principale per denunciare una situazione insopportabile. Un malessere, dunque, può trovare nella malattia una rappresentazione sociale accettata.
    • 163. Andare dal medico assume in questo sistema il compito di rendere formale la propria malattia o malessere; in questa relazione asimmetrica è il medico a detenere il potere.
  • 164. Salute/Malattia. (2)
    • Erroneamente si arriva a parlare di somatizzazione, riproducendo la dicotomia mente/corpo; il problema del concetto di somatizzazione è che si “pretende di sostenere l’indissolubile unità di mente e corpo, di corpo individuale e sociale, di natura e cultura, [ma] in pratica non riesce a superare questi dualismi” (Nancy Scheper-Hughes).
    • 165. La dicotomia mente/corpo è ancora parte costituente del paradigma alla base della biomedicina infatti in alcuni casi tutti gli elementi “di contesto” sono ritenuti estranei al corpo e irrilevanti per comprenderne il problema “fisico”.
    • 166. La malattia per comodità si scompone in 3 dimensioni:
        • Illness = esperienza soggettiva del malessere;
        • 167. disease = definizione biomedica della patologia;
        • 168. sickness = significato sociale dello “stare male”.
    • Questa scomposizione permette di capire che non esiste solo il malessere definito dalla biomedicina, ma di come esso si componga in maniera più complessa.
  • 169. Salute/Malattia. (3)
    • I sintomi sono narrazioni del paziente che fanno riferimento a simboli socioculturali; ascoltare, raccogliere e analizzare i racconti di illness significa portare alla luce l’esperienza del malessere e aiutare il malato a conferirgli senso.
    • 170. Nello stesso tempo, però, è necessario indagare su tutte le forze sociali e non solo sugli aspetti individuali perché per esempio alcune malattie colpiscono solo determinati ceti sociali, si parlerà dunque in questi casi di incorporazione dell'ineguaglianza. La salute in questo senso è associata alla possibilità di accesso alle risorse, perciò chi non è in salute è perché non ha la possibilità di essere curato.
    • 171. Nel secondo dopoguerra la salute diventa un diritto della persona e non qualcosa che attiene all’ordine pubblico; la povertà rientra nella mancanza di salute. Oggi le idee di salute e di malattia al posto di essere affidate ai sistemi sociosanitari, sono in mano alle banche che non fanno altro che aumentare drammaticamente le disuguaglianze di accesso alla salute.
  • 172. Violenza strutturale.
    • Molti studi di antropologia medica sono incentrati sull’“incorporazione dell’ineguaglianza”; trovarsi sul gradino più basso della scala sociale in società non egualitarie è un elemento che accomuna le vittime della “violenza strutturale”.
    • 173. Per analizzare la violenza strutturale si possono analizzare le 3 assi della sofferenza (asse del genere, asse dell’“etnia”; asse che combina violenza strutturale e differenza culturale) per capire come diversi individui possono essere vittime di violenze diverse.
    • 174. La violenza strutturale passa attraverso i corpi e usa l'annullamento dell'altro sia come mezzo che come fine; rendere invisibile è un modo per negare la presenza dell'altro.
    • 175. I migranti sono corpi con una doppia assenza perché fuori luogo sia in patria che nella terra di approdo; queste non persone possono dunque essere relegate in non luoghi.
    • 176. Nei CIE (Centri di Identificazione e Espulsione) l'ottica di spersonalizzare il clandestino si esprime al meglio; infatti in questi non luoghi vengono controllati i corpi di coloro che la legge considera clandestini.
  • 177. Biomedicina. (1)
    • Secondo Giovanni Pizza «Non esiste “la medicina”, ma una molteplicità di “medicine”, ciascuna delle quali incastrate in specifici contesti storici, sociali e istituzionali...»
    • 178. Il termine “biomedicina” è utilizzato dall’antropologia medica per definire la “medicina occidentale”, caratterizzata dal fatto di privilegiare l’aspetto biologico a discapito della dimensione socioculturale della malattia.
    • 179. Inizialmente la biomedicina veniva studiata come sistema culturale di cui si doveva studiare i modi in cui essa è socialmente, culturalmente e storicamente costruita; assunto filosofico di base del “sistema culturale biomedico” è la separazione tra mente e corpo che ha poi generato altre dicotomie associate come razionale e irrazionale, giusto e inefficace. La biomedicina separa la malattia dalla sventura definendo questa operazione come un passaggio dalla “superstizione” alla “scienza”, tuttavia essa non si rende conto che anche la scienza è un modello costruito culturalmente.
  • 180. Biomedicina. (2)
    • Oggi l'attenzione è rivolta a sondare le differenze interne al modello biomedico, si evidenzia un forte pluralismo biomedico interno al sistema stesso.
    • 181. È importante tenere sempre presenti le modalità con cui le concrete pratiche culturali biomediche, insieme ad altre forze e istituzioni (in primo luogo lo Stato) costruiscono l’idea di località, in cui la macchina biomedica stessa agisce.
    • 182. In Italia solo con la Convenzione di Oviedo si inserisce il “consenso informato”, ovvero un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato.
    • 183. Il sistema sanitario, ovvero l'istituzionalizzazione della gestione del corpo, della salute e della malattia, si costituisce di 3 elementi:
        • Burocratizzazione, all'interno della logica di mercato sono stati burocratizzati alcuni aspetti in modo da renderli razionali.
        • 184. Professionalizzazione, applicazione di procedure e protocolli standard che certificano la qualità dell'intervento.
  • 185. Biomedicina. (3)
        • Medicalizzazione, i problemi sociali vengono ricondotti all'ambito biomedico per garantire il controllo.
    • Nelle diverse comunicazioni della diagnosi appare l'elemento “emozioni”, in essa compaiono i diversi stili di vita culturale, sociale, esistenziale, emozionale, modi diversi di concepire il sé, il corpo, la persona nel rapporto con gli altri e con il mondo.
    • 186. L'antropologia delle emozioni è ancora un ambito poco studiato (anni '70-'80) anche a causa della dicotomia ragione/emozione in cui si tende ad escludere le emozioni poiché sono difficili da definire. Si può parlare di emozioni come “pensieri incorporati” in quanto nascono dal pensiero ma si esprimono attraverso il corpo.
  • 187. Cura e guarigione. (1)
    • La terapia è il trattamento della malattia, mentre la cura è un concetto più ampio e più complesso, infatti il prendersi cura vuol dire affrontare tutta una seria di scelte.
    • 188. Quando si cerca il senso della propria malattia si attivano molti sistemi di riferimento che portano non ad un'unica guarigione ma a più percorsi di guarigione.
    • 189. Marc Augé definisce la malattia come il più individuale e contemporaneamente il più sociale degli eventi umani, infatti nell'elaborazione di una risposta efficace ai mali individuali si fa ricorso ad un insieme complesso di risposte sociali.
    • 190. Per autocura Pizza intende «l’insieme dei saperi e dei sistemi tecnici e simbolici, delle rappresentazioni e delle pratiche messe in opera nella dimensione individuale, familiare o comunitaria per fronteggiare, ancor prima del ricorso a professionisti della salute, l’insorgenza di minacce ed eventi negativi avvertiti come rischiosi per la propria salute».
  • 191. Cura e guarigione. (2)
    • C'è nell'autocura una sorta di prevenzione prima di arrivare ad interpellare i professionisti della salute, essa viene anche chiamata gestione domestica della salute.
    • 192. Le pratiche autocurative uniscono modelli popolari con quelli biomedici, con una contrattazione continua sulle nozioni di corpo, salute e malattia, essa avviene non in maniera conflittuale ma grazie ad uno spazio di negoziazione.
    • 193. L’autocura impone alla persona di riflettere sulla propria persona, sul proprio corpo, di interrogarsi sulle cause del proprio malessere, di sondare le proprie capacità di attivazione per trovare una cura adeguata, di verificare le possibilità di dare risposta al proprio disagio.
    • 194. L'autocura permette anche a chi non ha la capacità di richiedere in modo appropriato ai servizi sanitari la soddisfazione dei propri bisogni di curarsi.
    • 195. Biopolitica = potere che ciascuno di noi ha di scegliere il modello di corpo, di persona che vuole essere, seguendo magari quello dominante oppure adottando un modello critico.
  • 196. Cura e guarigione. (3)
    • Una volta usciti dall'autocura ci si presentano una serie di itinerari terapeutici offerti dal contesto sociale, in essi conosceremo dei soggetti che agiscono come figure terapeutiche.
    • 197. I soggetti si possono rivolgere a medici, maghi, medicine alternative, figure del mito religioso ma anche a più figure contemporaneamente.
    • 198. Nella nostra società il modello dominante è quello biomedico in cui troviamo professionisti della cura che ci accompagnano dalla percezione del problema alla ricerca del trattamento adeguato.
    • 199. Tra tradizione e biomedicina si può dire che si attiva una dialettica di circolarità che dà vita a risposte creative e sempre inedite.
    • 200. La malattia può essere intesa come l’aggressione, da parte di elementi esterni, subita dall’individuo, ma anche dalla comunità, la malattia dunque è vista come una crisi sia per l'individuo che per la comunità.
    • 201. Il compito della figura terapeutica è di mediare tra individuo e società, tra società e elementi estranei.
    • 202. La ricerca delle cause della malattia è un percorso individuale e collettivo che coinvolge agenti diversi, entità materiali e immaginarie.
  • 203. Cura e guarigione. (4)
    • L’efficacia di un processo terapeutico non si misura soltanto con il raggiungimento della guarigione, ma anche con la soddisfazione della procedura rituale di cui il gruppo è stato partecipe insieme al paziente.
    • 204. La cura è efficace in quanto processo di relazione
  • 205. Passi successivi
    • Spiegate i passi successivi necessari da intraprendere

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