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Il libro nero della prima repubblica - Di Giovacchino Rita

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  1. 1. Rita Di Giovacchino Il libro nero della prima repubblica Le terre Interventi 59 I edizione: ottobre 2003 2003 Fazi Editore srl Via Isonzo 42, Roma Tutti i diritti riservati Grafica di copertina: Maurizio Ceccato ISBN: 88-8112-407-6 www.fazieditore.it Fazi Editore prefazione di Massimo Brutti con un'intervista a Giovanni Pellegrino indice Prefazione Prologo Il processo Andreotti Parte Prima i terribili anni settanta Parte seconda Il delitto Moro Parte terza L'Agenzia del Crimine Epilogo Il tramonto della Prima Repubblica Appendice Cronologia essenziale Nota. Prefazione Questo è un libro scritto per ricordare e per far ricordare. Esso ricostruisce i momenti più oscuri e tragici della storia italiana dal dopoguerra a oggi. Ripropone ai lettori un passato che è ancora lontano dall'essere decifrato e compreso. Rita Di Giovacchino ha seguito per anni, da giornalista, le vicende legate ai tentativi di eversione e ai delitti politici, dal processo per piazza Fontana alle bombe contro Bologna, dalla lunga scia di enigmi irrisolti attorno al sequestro e all'omicidio di Aldo Moro fino all'assassinio del giornalista
  2. 2. Mino Pecorelli, dai crimini del terrorismo rosso e nero ai collegamenti fra terroristi e apparati dello Stato, dai grandi delitti di mafia alle stragi eseguite dai corleonesi nel biennio 1992-93. Ciascuno di questi episodi coincide con un momento della sua vita professionale e porta con sé, nella memoria, un carico di informazioni da non dimenticare, di ipotesi e di retroscena: è la stessa materia prima sulla quale hanno lavorato, almeno durante tre decenni, molti giornalisti italiani (quelli che si occupavano delle "trame"), tenendo alta l'attenzione pubblica e combattendo contro il silenzio. Dunque una testimonianza non neutra. Il ricordo dei morti visti da vicino, i dibattimenti penali che si svolgevano in giro per l'Italia, e tra gli altri i processi più difficili e finora meno raccontati, quelli nei confronti di Giulio Andreotti, che Di Giovacchino puntualmente ricostruisce; e poi l'attesa negli anni, gli articoli dettati in fretta pochi minuti prima della chiusura del giornale, il terrorista che telefona in redazione e cerca un contatto e vuole raccontare, chissà a quale scopo, la sua versione dei fatti... Una realtà aspra si agita dietro queste pagine. È difficile da sistemare in un racconto compiuto e si esprime attraverso interrogativi drammatici, che non riguardano soltanto l'autrice, il suo lavoro di cronista, ma che in realtà ci appartengono e pesano sulla nostra storia collettiva. Più volte, la vita pubblica nel nostro paese è stata condizionata, inquinata dalla violenza politica, dal terrorismo, dagli interessi e dalle strategie di associazioni segrete e di potenti gruppi criminali. Si può dire che il rischio per la democrazia è stato più forte nei momenti di crisi e di transizione, quando da parte di organizzazioni e soggetti diversi si è fatto ricorso alla violenza e al delitto politico come strumenti per l'affermazione di poteri eversivi. Intendo questa espressione ("poteri eversivi") nel senso più ampio possibile. Le Brigate Rosse, quando ricercavano la via di una trattativa con il governo e le istituzioni, ambivano in realtà a costituirsi come un potere, capace di ricattare lo Stato, di togliere efficacia alle leggi. Tentarono una contrattazione con lo Stato nella complessa vicenda che seguì il rapimento di Aldo Moro, ma non vi riuscirono (ottennero qualcosa di più tre anni dopo, con i sequestri dell'esponente democristiano Cirillo e del magistrato D'Urso). Nonostante tutto furono sconfitte: alla fine la potenza conquistata non riuscì a produrre consenso e non resse alla durezza dello scontro. Analogamente, anche se su un versante opposto e con altri strumenti, la loggia massonica P2 null'altro voleva essere se non un potere; voleva interferire nell'amministrazione pubblica e voleva anch'essa contrattare la realizzazione dei propri interessi con i poteri legali, imponendo decisioni, favorendo carriere, costruendo gerarchie e fortune politiche, sulla base di parole d'ordine vagamente liberiste e atlantiche. La stessa cosa volevano fare gli esponenti politici che erano alleati con la mafia. Volevano negoziare favori e profitti. Anche da questa alleanza nasceva un potere, nel cuore
  3. 3. dell'establishment e in antitesi rispetto allo Stato di diritto. Erano tutte minacce reciprocamente irriducibili l'una all'altra, ma convergenti. Accanto alla politica democratica, c'è stata in Italia un'altra politica: un insieme composito di iniziative volte a incidere sulla vita del paese, che si sono mosse al di fuori della Costituzione e delle leggi, anzi in contrasto con esse. La tendenza all'illegalismo, assai pronunziata nell'ambito delle classi dirigenti italiane, è stata un elemento centrale di debolezza della Repubblica, per lungo tempo, fino a dare luogo ai fenomeni di degenerazione del potere negli anni Ottanta e alla tempesta di Tangentopoli. Quando dai livelli più elevati del sistema politico si accredita l'idea che la legalità sia negoziabile e che i soggetti più forti (politici o sociali) possano farne a meno e calpestarla coi propri comportamenti, è evidente che diventa molto più difficile difendere l'integrità della democrazia dalle manovre occulte e dalle aggressioni. In questo contesto, per decenni, la violenza è stata sottovalutata, assecondata e perfino sostenuta da una parte degli apparati di sicurezza, mentre il ceto di governo non vedeva o fingeva di non vedere. E ciò spiega alcune umilianti sconfitte dello Stato. Su tutti gli episodi di eversione e sulle ferite della democrazia, sulla storia di quello che è stato definito da Giuseppe De Lutiis «il lato oscuro del potere», sulle ragioni e le complicità dei delitti, possediamo oggi Prefazione molti documenti, un cumulo sconvolgente di notizie, ma poche certezze definitive. La ricerca della verità, perseguita dai magistrati, dal giornalismo d'inchiesta, dalle commissioni parlamentari, è stata ed è sempre di più un cammino impervio. Certo, molti elementi di prova circa le illegalità e l'inquinamento dello Stato sono emersi; e, trattandosi di comportamenti illeciti sotto il profilo penale, si sono avviati numerosi processi. Ma questi si sono accavallati l'uno sull'altro, con esiti contraddittori. Perciò le responsabilità per i fatti eversivi e per i rapporti tra politica e mafia, che pure si ricavano da tante carte e conoscenze ormai note, non hanno ancora in gran parte dei casi il suggello della verità processuale. Spesso, gli avvenimenti più inquietanti sono stati coperti e sovrastati da una coltre di incertezza e di indifferenza: perciò appaiono nella memoria collettiva come una specie di nebulosa, lontana nel tempo, che molti si illudono di poter mettere tra parentesi e di dimenticare. Non si giunge a conclusioni esaurienti e sicure in questo libro. Piuttosto, esso mette in fila una lunga serie di domande e mi sembra pervaso da un sentimento di ansia. Per il tempo trascorso inutilmente, per le tante cose scritte e cadute nell'oblio. È come se l'autrice fosse convinta di dover compiere un'impresa contro corrente, sempre più ardua per trovare un senso nelle vicende che sta
  4. 4. narrando. Perciò corre di pagina in pagina dietro le possibili spiegazioni, con il dubbio serpeggiante che non vi sia più risposta ai mille quesiti, che la verità sia irrimediabilmente perduta, tra gli accertamenti giudiziari interminabili e il disinteresse. Alla base di tutto c'è una serie di fatti: non teorie, non giudizi politici, ma fatti concreti. I morti del 12 dicembre 1969 e poi Brescia, l'Italicus, il 2 agosto 1980, la lotta armata delle BR, degli altri gruppi di terrorismo rosso, e il ruolo dei neofascisti nella eversione; e la mafia che fin dalla strage del 23 dicembre 1984 sceglie la via del terrorismo, per allentare la stretta dello Stato e premere sui propri alleati, sui mediatori. Sono, come leggiamo all'inizio del libro, «pagine della nostra vita in cui si contano decine di morti che non possono essere dimenticati». Naturalmente, i fatti sono oggetto di interpretazione e Di Giovacchino sembra attratta in più punti dalla teoria di uno sviluppo lineare delle strategie eversive, dall'immagine di un meccanismo unico, come se una piena continuità e una coerenza di azione fossero sempre rintracciabili nel «lato oscuro del potere». Le relazioni sono a mio avviso più complesse, con strategie spesso del tutto indipendenti luna dall'altra. Ma non si può dire che non vi siano state somiglianze, interessi comuni, punti di incontro. E in primo luogo una identica vocazione di diversi gruppi eversivi e criminali a trattare con le istituzioni, a insinuarsi in esse. È utile tornare a discutere di questo passato, cercare di svelarne il senso e le ragioni? Io credo di sì, se vogliamo evitare che esso ritorni. Mi vengono in mente a questo proposito i numerosi libri scritti negli Stati Uniti, soprattutto da giornalisti, sui misteri dell'omicidio di John Kennedy. Anche là, come nelle pagine che l'autrice dedica all'omicidio di Aldo Moro, era molto forte l'ansia di smascherare le menzogne, di trovare un perché oltre il lutto. Quei reportage, quei volumi hanno contribuito - sondando tutti i documenti disponibili e avanzando congetture, senza acquietarsi - alla demistificazione delle versioni ufficiali e sono stati elementi costitutivi della cultura democratica americana. Del resto, senza la curiosità e la unilateralità dei giornalisti indipendenti non vi sarebbe stato neanche lo scandalo del Watergate e con esso l'indignazione diffusa, che ha portato alla condanna morale e politica di Nixon. Nel nostro paese, questo genere di letteratura è sempre più raro; e invece un nuovo giornalismo d'inchiesta, non messo ai margini ma incoraggiato dai grandi organi di stampa e capace di riflettere sui misfatti italiani, sarebbe un buon segno di vitalità democratica. Le pagine che seguono contengono una galleria degli orrori della Prima Repubblica. Non pretendono di tracciare una storia complessiva, non puntano a una illusoria oggettività del racconto, ma puntigliosamente ricordano che gli orrori ci sono stati e che hanno generato effetti sul senso
  5. 5. comune, sulla politica, sui cambiamenti che grazie alla violenza e agli intrighi sono stati impediti o frenati. Ciò non significa che la Prima Repubblica si identifichi con gli orrori; al contrario, la democrazia italiana, pur con tutte le sue anomalie derivanti dalla guerra fredda, ha resistito bene. I grandi partiti hanno isolato il terrorismo, hanno impedito che producesse consenso e questa è stata la loro ultima impresa di portata nazionale e storica. Inoltre, alla fine degli anni Ottanta, hanno ritrovato la via di una resistenza attiva contro la mafia. E tuttavia gli orrori hanno ugualmente lasciato il segno, hanno messo radici, che non sono state ancora scoperte fino in fondo e strappate. Nessun paese dell'Europa occidentale ha conosciuto, nei decenni passati, la stessa eversione strisciante, la stessa pratica della violenza come mezzo di condizionamento delle istituzioni e contemporaneamente la stessa stabilità nel sistema di governo. Le strategie antidemocratiche in Francia con l'OAS, o in Grecia con i colonnelli, avevano come finalità il rovesciamento del sistema, l'annientamento del pluralismo politico e delle libertà. In Francia le forze della destra estrema sono state duramente sconfitte da De Gaulle. In Grecia i militari traditori, in nome dell'anticomunismo, hanno realizzato un colpo di Stato e a lungo, finché non sono stati scacciati, hanno avuto in mano il paese. In Italia invece non c'è stata una vera e temibile strategia insurrezionale o golpista, che abbia seriamente perseguito un rovesciamento del potere politico dominante. L'uso della violenza è servito a minacciare e ricattare i governanti o alcuni di essi, non a sostituirli. Lo stesso terrorismo rosso aspirava a creare condizioni di guerra civile, ma intanto nel breve periodo andava alla ricerca di un riconoscimento da parte dello Stato, per trattare, per allargare gli spazi di illegalità. La via prescelta è stata duplice. Da una parte, è stata usata la leva della corruzione: di quanti miliardi c'è bisognosi domandava Licio Gelli -per controllare un partito di governo o un grande giornale? Il progetto eversivo della P2 ruotava in larga misura attorno a questo problema contabile. Dall'altra parte, c'è stato lo stillicidio della violenza terroristica, prima nera e poi rossa. L'autrice ricorda la puntuale previsione del capo del SID Vito Miceli, nel 1974: «Ora non sentirete più parlare del terrorismo nero e partiranno gli altri, i rossi». Era soltanto una supposizione o piuttosto il disvelamento di un gioco tragico in corso, per cui una parte degli apparati dello Stato fomentava il disordine invece di fermarlo? Giulio Andreotti è un personaggio chiave di questo libro. Egli è stato imputato in due processi penali, che toccano momenti cruciali della vita pubblica italiana e che qui vengono raccontati dall'inizio fino a oggi. Nel primo l'accusa è per associazione a delinquere di tipo mafioso, riguarda fondamentalmente i rapporti con Lima e con i settori inquinati della DC siciliana, e punta a dimostrare che vi sia stato tra Andreotti e il vertice di Cosa nostra un
  6. 6. collegamento stabile. Nel secondo processo si tratta di omicidio: il leader democristiano è accusato di essere stato il mandante dell'assassinio di Mino Pecorelli. Figura tragica quella del giornalista ucciso nel 1979: uomo legato ai servizi, detentorc di segreti che scottavano, relativi alle Brigate Rosse, all'affare Moro, alle tangenti di Stato, al sistema di potere andreottiano, era in possesso di una miriade di carte compromettenti, usate con spregiudicatezza. Ripercorrendo le spericolate manovre di Pecorelli, Rita Di Giovacchino mette a fuoco alcuni tratti salienti della illegalità interna alle istituzioni negli anni Settanta. E anche qui, anche nella vicenda Pecorelli, ritornano negli accertamenti giudiziari le tracce del rapporto tra politica e mafia. L'autrice analizza le sentenze di appello che rappresentano finora il punto di arrivo dei due processi: mafia e omicidio. La prima, al termine del processo di Palermo, riconosce che in epoca anteriore al 1980 l'ex presidente del Consiglio ha intrattenuto rapporti stretti e durevoli con l'organizzazione mafiosa Cosa Nostra, interrompendoli soltanto dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella; ma per quegli anni ormai lontani il reato è prescritto. L'altra sentenza, pronunziata a Perugia, è una condanna per omicidio, che ha sollevato perplessità e dubbi: Andreotti sarebbe il mandante del delitto Pecorelli, ma coloro che erano imputati di averlo commesso sono stati assolti e gli esecutori non si conoscono. E inutile osservare che questa situazione non è del tutto insolita e più di una volta si ritrova nei processi per reati di mafia, ove viene provata la decisione dell'omicidio assunta dal vertice dell'organizzazione, senza che siano individuati i sicari. L'incertezza sulla dinamica degli eventi comunque resta e poiché riguarda un imputato eccellente toglie credibilità alla condanna. In realtà, la pesantezza degli accertamenti giudiziari, non solo nel caso della condanna di Perugia, ma in una certa misura anche in quello del proscioglimento per prescrizione a Palermo, è stata presa come spunto non per riflettere sugli avvenimenti che nel giudizio sono stati ricostruiti né sul rapporto politica-mafia, ma piuttosto per ribadire e diffondere nell'opinione pubblica, con una martellante campagna mediatica, il cliché della giustizia impazzita o politicizzata, caro all'attuale maggioranza di governo. L'autrice rifiuta invece questo schema liquidatorio e mette al centro le domande ancora brucianti che nascono dagli elementi di prova, dai fatti emersi nei processi, dalle deposizioni di collaboratori di giustizia ritenuti attendibili. C'è stato un negoziato politico diretto o mediato tra Andreotti e i capi di Cosa Nostra, e se c'è stato, quali erano i terreni del compromesso? Quali le responsabilità politiche, al di là dei profili penali? C'è stata soltanto inerzia di fronte al potere della mafia oppure anche una convergenza attiva? I capitoli dedicati ad Andreotti vanno al di là del tema mafia e
  7. 7. ruotano intorno ai momenti cruciali di crisi e di debolezza della democrazia. Tra questi, in primo piano, la vicenda del rapimento di Aldo Moro è la più emblematica. Da allora è passato un quarto di secolo. In quei giorni non crollò la Repubblica, ma certo fu evidente la sua fragilità. Non riusciamo a dimenticare né a considerare frutto di irrilevanti coincidenze la lunga serie di misteri e di contraddizioni che quei fatti evocano ancora. Non possiamo cancellare le prove di impotenza degli apparati, la confusione e le manovre all'interno del sistema politico, le responsabilità di chi non seppe prevenire né fermare l'azione brigatista. Quanti fantasmi ancora ruotano intorno agli eventi della primavera 1978. Vorremmo congedarci da essi, ma non è possibile: sono troppi gli aspetti che rimangono nell'ombra, tra il non detto e la menzogna. Nel raccontare quella sconfitta della democrazia italiana, Rita Di Giovacchino insiste molto sulla testimonianza dello stesso Moro, consegnata nel suo Memoriale. Era un testo che egli aveva scritto per rispondere ai brigatisti e che noi conosciamo soltanto in parte. Non so se vi fosse in lui l'intenzione di redigere un testo per il futuro, capace di andare al di là del terribile confronto con le BR. Penso comunque che si trattasse di un'analisi lucida e drammatica delle condizioni di un fallimento. La politica di Prefazione intesa tra le grandi forze popolari che si erano contrapposte per decenni nel nostro paese era stata pensata dal leader democristiano come una via non facile ma obbligata verso le riforme e verso un graduale superamento del blocco del sistema politico italiano. Il compromesso tra DC e PCI, come era avvenuto con la "grande coalizione" in Germania, poteva aprire la via a una normalizzazione e a un sistema politico dell'alternanza. Ma lo spettro del comunismo, sia pure all'italiana, coalizzava e moltiplicava i pericoli e le inimicizie. Il disegno di Moro non era soltanto ambizioso. Aveva anche in sé un forte volontarismo destinato a cadere e a infrangersi, perché troppo aggressivo era il sistema di poteri che lo contrastava. Ebbene, questo complesso di resistenze, di ostacoli, di minacce alla democrazia che venivano anzitutto dall'interno dello Stato, dalle debolezze e dalle connivenze della politica, è il vero oggetto del Memoriale. E il rischio che viene qui messo in luce è la congiura di forze interne e internazionali contro una normalizzazione democratica, che avrebbe dovuto essere condotta (come Moro progettava giolittianamente) d'intesa con la sinistra e con il movimento sindacale unitario. Per quel che possiamo oggi vedere, Moro si era sottratto, usando la sola arma della scrittura, al dominio pieno e incontrastato che i carcerieri volevano esercitare nei suoi confronti. Aveva espresso il proprio punto di vista, senza infingimenti, sulla crisi drammatica del paese, di cui la sua esperienza personale era la prova decisiva. È questo l'aspetto che l'autrice sottolinea. Certo, il paese non fu allora sopraffatto; non venne il disordine, né la guerra civile a cui mirava il terrorismo; e per
  8. 8. le BR fu l'inizio del tramonto. Non furono calpestate e sovvertite in modo devastante le leggi comuni, o almeno ciò non apparve (il potere illegale della P2 agiva nell'ombra). Ma sia pure nella permanenza delle forme democratiche,senza che le regole e i principi della Costituzione venissero meno, l'Italia fu ugualmente messa in ginocchio e l'inquinamento dello Stato favorì l'assassinio di Moro. Il presidente della DC era consapevole di questo andamento delle cose. Perciò le sue parole pesano come macigni. L'antitesi e gli ostacoli al suo disegno politico non sono soltanto negli intrighi degli uomini di governo che egli accusa a chiare lettere o nelle pressioni della destra americana. Vi è anche una rete di interessi, una consuetudine di corruzione e di sostegni occulti ai gruppi eversivi, che egli segnala con nettezza, attraverso una serie di esempi concreti, e che fa blocco contro di lui. È possibile - il libro formula molte considerazioni e ipotesi su questo punto - che vi fossero nel Memoriale anche notizie più compromettenti sulla corruzione interna al sistema di governo e sulle deviazioni dei servizi segreti. Ma il valore della testimonianza è già davanti ai nostri occhi: è come se Moro drammaticamente dimostrasse, rigo dopo rigo, che con quello Stato, con quel sistema politico per lui non c'è più spazio. Il suo progetto è battuto; la minaccia non viene soltanto dai brigatisti, ma soprattutto da quel sistema. «Ed è proprio», scrive Di Giovacchino «la diagnosi impietosa che Moro fa in quelle pagine dell'involuzione politica del paese e dell'assenza di ogni tensione etica e politica, a fornire un'istantanea anticipata della degenerazione del sistema italiano, che sarebbe venuta pienamente alla luce quindici anni dopo». Non so se davvero i due momenti siano così vicini e simili. D'altra parte, la tendenza all'illegalismo nell'ambito delle istituzioni non spiega da sola fenomeni eterogenei come la strategia della tensione, le deviazioni dei servizi segreti, le trattative con la mafia e lo sviluppo dei terrorismi. Ma certo essa è stata una delle condizioni della eversione e l'ha aiutata a crescere, in tutte le sue svariate forme. Ora, durante gli anni che stiamo vivendo, quell'illegalismo è ancora presente nelle classi dirigenti e nel costume italiano. Anzi, è un elemento di congiunzione tra Prima e Seconda Repubblica; è ben lontano dall'essere estirpato e vive una nuova, rigogliosa esistenza. Massimo Brutti settembre 2003 Nota dell'autore Il 20 marzo del 1993 ero a Napoli. C'era folla davanti al palazzo della Prefettura: gente che tirava monetine e gridava "mariuolo" alla volta di un povero assessore travolto dalla tangentopoli vesuviana, quando arrivò la notizia che il Senato aveva concesso l'autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti e Antonio Gava. Erano giorni di ordinario caos, i mandati di cattura fioccavano di qua e di là, non c'era amministratore
  9. 9. pubblico o manager privato che non dormisse con la ventiquattrore accanto al letto, pronto a trasferirsi da un momento all'altro a Rebibbia o a San Vittore o a Poggioreale. Ma, passi per Gava che non era in odore di santità, l'incolpazione di Andreotti provocò autentico sgomento. A creare maggiore confusione non era tanto l'accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, che in quei tempi non si negava a nessuno, quanto quella di omicidio. «Ma chi è 'sto Mino Pecorelli?», mi chiedevano afflitti i miei capi, mentre nel buio dei loro ricordi si accendeva all'improvviso una luce di speranza: «Tu te ne sei occupata a suo tempo, no?». Sì, me ne ero occupata. Erano passati esattamente quattordici anni da quella sera in via Tacito, il 20 marzo 1979, quando sotto una fitta pioggerella primaverile avevo trascorso qualche ora davanti al cadavere crivellato di colpi del mio sfortunato collega, riverso nella sua vecchia Citroen verde bottiglia, a cercare di capire come e perché fosse finito così. Di tutti gli scheletri che nell'immaginario collettivo affollavano il ripostiglio del Presidente, quello di Pecorelli rischiava di diventare il più ingombrante, perché il giornalista, nel momento in cui fu ucciso, stava per rivelare sconvolgenti verità sul delitto Moro. E quel giorno del '93 mentre mi aggiravo in piazza del Plebiscito a Napoli e mi chiedevo chi fosse l'ignoto manovratore che aveva all'improvviso deciso di aprire l'armadio, mi sembrava di essere arrivata, insieme a quella folla rumorosa e vociante che tirava monetine, al capolinea della storia d'Italia. Dieci anni dopo eccomi qui, in una stanza dell'hotel Le Palme a Palermo, a scrivere l'ultima pagina di questa incredibile, straordinaria vicenda, che si è conclusa proprio in questi giorni nelle aule giudiziarie, dopo l'ultima, controversa sentenza della Corte d'Appello di Palermo. Vediamo com'è andata a finire: a Perugia, il senatore è stato condannato a ventiquattro anni per l'omicidio di Pecorelli, a Palermo è stato per metà assolto e per metà prescritto dall'accusa di essere associato alla mafia. Una sentenza, quest'ultima, che Sciascia avrebbe definito un "capolavoro", pirandelliana come la terra che l'ha generata. Luci e ombre, dunque, anche in quest'ultimo verdetto. Dieci anni non sono bastati per mettere la parola fine a questa intricatissima vicenda: almeno per Perugia, deve ancora intervenire la Cassazione. In ogni caso il processo di Palermo sembra aver confermato l'ipotesi primaria: Cosa Nostra ha goduto, almeno fino all'inizio degli anni Ottanta, di protezioni politiche ad altissimo livello, la cui principale responsabilità ricade sul più volte presidente del Consiglio. E l'aver avvalorato la credibilità del pentito Francesco Marino Mannoia, che ha confermato i rapporti tra Andreotti e i cugini Ignazio e Nino Salvo, presunti intermediari del delitto Pecorelli, non smentisce anzi rafforza la tesi della Corte d'Assise d'Appello di Perugia che lo ha condannato. Questa è l'amara
  10. 10. verità che emerge dal "processo del secolo". In qualunque altro paese del mondo, una storia come quella di Andreotti, senatore a vita, sette volte presidente del Consiglio e per venticinque ministro di tutti i governi della Repubblica, dal 1947 al 1993, avrebbe mobilitato storici, politologi, criminologi, insomma avrebbe prodotto più di un bestseller.Anche perché è una storia appassionante, gravida di intrighi e di misteri, che attraversa gli anni della ricostruzione, gli anni della guerra fredda e gli "anni di piombo". Una storia che s'intreccia con il delitto Moro, con le stragi d'Italia e con tanti omicidi che assomigliano tutti al primo, quello di Mino Pecorelli, il "giornalista che sapeva troppo". Insomma,un grande pezzo del nostro passato, una vicenda che ci ha coinvolto nei dubbi, nelle certezze e nelle passioni politiche. Invece niente, silenzio: non è strano? Eppure Andreotti non è affatto scomparso dalla scena politica. Anzi, nonostante i suoi ottantaquattro anni, è un protagonista attivo, un leader attorno al quale continuano a coagularsi manovre e progetti che influiscono sugli equilibri di governo. Pensate che cosa sarebbe successo negli Stati Uniti se Kennedy o Bush fossero stati imputati di fatti tanto strabilianti. Decine di film, centinaia di libri. Noi, invece, niente: zitti. Ma forse una storia del genere non poteva accadere in nessun altro paese. Fa parte dell'"anomalia" italiana e il silenzio nasconde l'imbarazzo. Non perché lo scandalo sia una nostra prerogativa: la componente "criminale" è parte organica di ogni sistema di potere. Ma in altri paesi l'argine è costituito dallo stato di diritto, dalla certezza dei codici, dalle garanzie del sistema giudiziario e degli uomini chiamati a rappresentarlo. La nostra "anomalia" sta nell'operazione di delegittimazione della magistratura che ha accompagnato questo processo, come tutti gli altri processi politici di questi anni. Un'operazione pericolosa, perché in nome di un sospetto garantismo, che difende soprattutto i potenti, non ha investito questo o quel magistrato, ma intere strutture giudiziarie, intere procure, i pool antimafia e antiterrorismo: fino ad aggredire il ruolo della pubblica accusa. In questa logica, anche fare semplice informazione rischia di dare credito alla versione di "una magistratura impazzita". Meglio tacere. Con il risultato che sono ormai pochi gli italiani che riescono a districarsi nel labirinto delle accuse mosse ad Andreotti, e quando, in occasione delle sentenze che finora si sono succedute, vengono improvvisamente investiti da una valanga di notizie, spesso contraddittorie, ne ricavano la sensazione che l'innocenza o la colpevolezza del senatore sia come la frutta: cambia con le stagioni. Qualcun altro, per disinnescare la mina della condanna, sostiene che in realtà non si è trattato del processo a un singolo uomo politico, ma a una moltitudine di uomini politici. Insomma si è fatto il processo alla Storia, incolpando una sola persona. Il mio criterio sarà quello di raccontare i fatti. I fatti nel processo Andreotti sono stati l'unica
  11. 11. certezza. Sono una certezza gli omicidi, le stragi, gli attentati sanguinari. compiuti in Italia negli ultimi trent'anni. Questo processo offre la possibilità di ricostruirli all'interno di un unico psicodramma collettivo e di comprenderne la trama delle connessioni. Non sono macchinose ricostruzioni di menti contorte, ma pagine della nostra vita in cui si contano decine di morti che non possono essere dimenticati. Ci sono stragi lontane, come quella di piazza Fontana o di via Fani, ma ancora vicinissime nelle emozioni che continuano a suscitare. Altre, quelle di Capaci e via D'Amelio, sono più prossime; se è vero che le morti di Falcone e Borsellino non possono essere spiegate soltanto con la necessità di "screditare" Andreotti, come diceva Buscetta, non si può escludere però una correlazione tra l'uccisione dei due magistrati e l'incriminazione del sette volte presidente del Consiglio, anche se non è ancora del tutto comprensibile. Non credo ai complotti giudiziari, ma altri complotti purtroppo non possono essere esclusi. Più volte Andreotti ha fatto ricorso in questi anni alla teoria dell'ignoto suggeritore", e attorno a questo mistero si era creata molta attesa, che nel corso del processo si è però rivelata vana. Noi cercheremo di scoprire a chi si riferiva, ma chi speri, leggendo questo libro, di trovarci dentro una "verità" confezionata, rimarrà deluso, perché il mistero di chi e cosa sia stato realmente Andreotti nella storia d'Italia è legato alla soluzione di altri misteri, che non potranno essere svelati se non con l'aiuto, un domani, degli archivi di Stato, dove giacciono fascicoli ancora coperti dal segreto. Qualcuno ha detto che Andreotti si è comportato da "imputato modello", qualcun altro ha insinuato che dietro la sua compostezza si nascondesse soltanto l'astuzia di chi, nel mentire ai giudici, cerca di accattivarli. Cosa ci si aspettasse da lui è difficile dirlo: personalmente, speravo in un maggiore contributo alla verità. Speravo che con il processo fosse finalmente venuto il momento di sapere qualcosa che ci aiutasse a capire vicende di cui Andreotti è uno dei pochi a sapere, a partire dalla strage di piazza Fontana o dal delitto Moro. Qualcosa che potesse riscattare, dare un significato allo spargimento di sangue, indicare una finalità superiore, una ragion di Stato che travalicasse le sue personali responsabilità, come può accadere in un periodo di guerra. Perché di guerra si è trattato, un conflitto combattuto dietro le linee, negli anni della guerra fredda. Una forte esigenza di verità, non appagata, ha accompagnato questo processo. Forse per questo l'impianto accusatorio si è via via dilatato fino a comprendere altre decine di azioni giudiziarie. Il processo sugli omicidi politici della mafia, il processo alla DC, il processo alla P2, il processo Calvi, il processo Moro. Diceva Kafka che un processo è luogo di errore e non di giustizia; ma i due ad Andreotti, al di là della contraddittoria soluzione finale, non sono stati inutili: tra molte tribolazioni, qualche risposta ai nostri interrogativi l'hanno data. Non è tutta la verità, forse soltanto
  12. 12. un frammento, che ci impedirà però di seppellire, con il silenzioso protagonista dei nostri ultimi cinquant'anni, un pezzo di storia italiana. Ringraziamenti Ho scritto questo libro in pochi mesi, ma è il frutto di ricerche durate trent'anni.Ringrazio dunque tutti coloro che in questo tempo mi hanno aiutato nel tentativo di comprendere: i parlamentari, i giudici, i pubblici ministeri e gli avvocati che nelle commissioni d'inchiesta e nelle aule di tribunale hanno contribuito a demolire false certezze e versioni di comodo. Un ringraziamento particolare va ai senatori Massimo Brutti e Giovanni Pellegrino, non soltanto per lo straordinario lavoro da loro svolto all'interno delle commissioni parlamentari d'inchiesta, ma per il prezioso contributo di informazioni e consigli alla stesura di questo libro. E uno specialissimo grazie anche a Vincenzo Ostuni, che in questi mesi mi è stato vicino pungolandomi ogni qual volta rischiavo il naufragio nella marea di fatti e documenti che costituiscono la materia prima di questa fatica. Naturalmente, e me ne scuso in anticipo, rimango l'unica responsabile di ogni errore o omissione; ma come dice Shimon Peres in Persona non grata di Oliver Stone, ricordare la Storia è pericoloso: «La Storia è scritta col sangue. In fondo tutto ciò che impariamo è come dimenticare». R.D.G. A Elisa, Emiliano, Marco, Stefano, Valentina e a tutti i giovani che hanno voglia di conoscere il passato Essi sostenevano che Dio e Satana devono infine ricongiungersi poiché sono in realtà la stessa cosa. Isaac B. Singer Chi potrebbe rispondere alla terribile ostinazione del crimine se non l'ostinazione della testimonianza? Albert Camus Prologo Il processo Andreotti Assolto, condannato, prescritto Non è una storia semplice da raccontare. Due processi, due gradi di giudizio, quattro sentenze, ricorsi, eccezioni, atti di nullità, rogatorie hanno finora scoraggiato chiunque dal tentare di ricostruire il processo Andreotti. A complicare le cose, il "processo del secolo" è stato spaccato in due: metà a Palermo e metà a Perugia. Con le udienze che si accavallavano, su e giù per l'Italia, mentre il paese affrontava nuove emergenze e le udienze diventavano sonnacchiose e prive di interesse. A nessuno è stato possibile essere sempre presente
  13. 13. ma, quando era necessario, noi giornalisti c'eravamo. Mi trovavo a Roma, a Palazzo San Macuto, nell'ottobre '92, quando Tommaso Buscetta è stato ascoltato dall'Antimafia e ha accusato il senatore Andreotti di essere "colluso", anzi di essere a tal punto mafioso da rivolgersi a Cosa Nostra per togliersi dai piedi un giornalista che «lo disturbava politicamente». Ero a Perugia quella terribile sera del novembre '95, quando a Tel Aviv fu ucciso Yitzhak Rabin, e il giudice preliminare attorno a mezzanotte ha chiesto il rinvio a giudizio per Andreotti e Vitalone. Ricordo che abbiamo scritto i nostri articoli in quella maledetta aula bunker, stesi in terra, in ginocchio, davanti ai nostri computer collegati, attraverso un'unica fottuta presa multipla, con i giornali impazziti che non sapevano se aprire con l'attentato di Israele o il rinvio a giudizio di Andreotti per omicidio. C'era il sole e c'era l'ombra, lo scirocco a Palermo e la neve in Umbria, noi sudavamo e battevamo i denti. Il senatore no. Lui non conosce né il caldo, né il freddo. D'inverno e d'estate lo abbiamo visto entrare nelle aule giudiziarie, con i suoi passi felpati e il solito vestito grigio; anno dopo anno abbiamo assistito alla sua impercettibile trasformazione: sotto i nostri occhi, l'uomo più potente d'Italia è diventato a poco a poco quel simpatico vecchietto che si aggirava per i tribunali nel nuovo perfetto ruolo di "imputato modello". Non ha mai saltato un pasto o tradito un'emozione. Una sola volta l'ho visto sorridere, di autentico sorriso: ed è stato quando a Palermo ha trovato ad aspettarlo alcuni vecchi iscritti alla DC. All'improvviso è diventato un uomo vero, in carne e ossa, ha perfino abbracciato uno di loro; lì ho avuto la conferma che se Andreotti ha mai conosciuto una vera passione, questa è stata la Politica, con la p maiuscola, come ai vecchi tempi. Il processo, da quel 20 marzo '93, quando fu richiesta l'autorizzazione a procedere, è durato dieci anni e un mese e si è concluso con una condanna a Perugia e con un'assoluzione a Palermo. Anzi, per meglio confonderci le idee, anche quest'ultima assoluzione è spaccata in due: il reato è stato prescritto fino al 1980, da quel momento in poi Andreotti è stato assolto. In primo grado il senatore era stato invece assolto due volte. La prima a Perugia, il 24 settembre 1999, dove i giudici non avevano ritenuto sufficienti le prove addotte per il delitto Pecorelli; la seconda a Palermo, il 9 ottobre dello stesso anno, pochi giorni dopo. Un colpo doppio che ci aveva fatto tirare un bel sospiro di sollievo: il sette volte presidente del Consiglio non era colluso con la mafia, o meglio ancora non era a tal punto mafioso da ordinare ai boss un omicidio. Invece, niente da fare: entrambe le sentenze sono state appellate, perché il verdetto dei giudici non era stato netto. L'assoluzione veniva applicata in base al famigerato articolo 530, comma 2, che fa rientrare dalla finestra quell'assoluzione «per insufficienza di prove» che il nuovo codice di procedura penale ha cacciato dalla porta. I primi giudici non se l'erano sentita di affermare «che il
  14. 14. fatto non sussiste» ovvero che c'era la prova certa che Andreotti non aveva mai fatto favori ai boss chiedendo in cambio a sua volta un favore. Così il 17 novembre 2002 la Corte d'Assise di Perugia ha potuto condannarlo per il reato più grave: proprio l'uccisione del giornalista. E il 2 maggio 2003 la Corte d'Appello di Palermo ha emesso il suo ambiguo verdetto. Dunque Andreotti è stato assolto, condannato e prescritto. Un bel pasticcio, un groviglio che non ha risolto il nodo primario, perché questa vicenda avrebbe dovuto chiudersi con la certezza che il senatore fosse innocente; e non "impunibile" o non sufficientemente responsabile. Dieci anni di processo invece non sono stati sufficienti a escludere la sua innocenza o la sua colpevolezza. Il mistero resta intatto. Così riprende quota il partito di quanti sostenevano che questo processo fosse in realtà inutile, perché la responsabilità politica di Andreotti era già stata accertata. Uno strano crinale quello che separa la responsabilità politica da quella penale per un uomo di governo! Ma la vicenda non si chiude qui: ci sarà ancora la decisione della Suprema Corte sul verdetto di Perugia e forse nuovi ricorsi per quello di Palermo. Prima che il processo del secolo imbocchi la strada che già conosciamo, quella del processo infinito che prosegue indisturbato tra ricorsi e controricorsi, nuovi processi e nuovi giudizi, forse vale la pena di mettere un punto. Offro questa ricostruzione per quello che vale: non è un frutto avvelenato, ma la testimonianza di una cronista su fatti realmente accaduti. Un popolo senza memoria non ha futuro: non so più chi disse queste parole, ma è proprio quello che ci sta accadendo. Perugia, 17 novembre 2002: la condanna Il 17 novembre è giorno di malaugurio. Non c'era da stupirsi se, sotto la pioggia battente, l'aula bunker del carcere di Capanne fosse silenziosa e deserta. Del resto il processo a Giulio Andreotti da tempo non faceva più audience. Due volte assolto, ormai il senatore era di nuovo sulla cresta dell'onda: in vetta agli indici di gradimento nazionale, aveva riconquistato la sua aura di "innocenza". La sentenza d'appello, attesa quella domenica, era appena una formalità, imputabile allo zelo dei giovani magistrati della Procura umbra che non avevano rinunciato al ricorso, una decisione a suo tempo criticata. Perché quella di Andreotti, dopo la prima doppia assoluzione, era ormai da considerarsi una storia chiusa. Contrariati dalla pioggia e dall'ora tarda, a Capanne c'erano soltanto i fedelissimi del Processo: uno sparuto gruppo di avvocati e giornalisti che in quell'aula sperduta nella campagna umbra avevano trascorso sette, otto anni della loro vita. Il carcere di Capanne è un cubo di cemento, protetto da reti e metaldetector, che spunta come un fungo lungo la strada che taglia le colline tra Perugia e Città della Pieve. Il bunker è sul lato sinistro, l'avevano costruito una decina di anni prima per i banditi sardi, ma da allora gli unici ospiti importanti sono stati Giulio Andreotti e il fedele Claudio
  15. 15. Vita-Ione, che lo ha seguito nei giorni della gloria e in quelli del diluvio. Neppure i loro coimputati si sono mai presi la briga di arrivare fin qui. E poi per fare cosa, discutere di un giornalista ammazzato, più noto in morte che in vita, tale Mino Pecorelli? Quel 17 novembre perfino Andreotti, così assiduo frequentatore delle aule giudiziarie, aveva deciso di attendere a casa il verdetto. L'altro famoso accusato, Gaetano Badalamenti, don Tano da Cinisi associato a Cosa Nostra, dimenticato da tempo immemorabile dietro i cancelli del carcere di Fairton a Miami, forse neppure lo sapeva. Anche gli altri imputati erano assenti, anche Vitalone, anche quei tre "banditazzi" che una mente contorta aveva associato al Presidente: chi in carcere come Pippo Calò e Angelino La Barbera detto "il Biondo", e chi per i fatti propri come Massimo Carminati, cieco da un occhio per via di una sparatoria con la polizia. Insomma,una bella congrega, figuriamoci se lo condannavano. Non c'era neppure da pensarci. Finalmente, alle diciotto e venti, è suonata la campanella. Il presidente della Corte d'Assise d'Appello di Perugia, Lino Gabriele Verrina, uomo alto e dall'aspetto austero, è finalmente apparso con i suoi capelli bianchi e la faccia rassicurante del giudice da telefilm americano, di qualche tribunale del Texas o dell'Ohio, si è aggiustato gli occhialini sul naso, si è schiarito la voce e senza alcuna enfasi ha letto il dispositivo: Visti i capi d'imputazione agli articoli 428 del codice penale e seguenti, considerate le aggravanti della premeditazione e le attenuanti [...] questa Corte condanna Andreotti Giulio e Gaetano Badalamenti a ventiquattro anni di carcere come mandanti dell'omicidio di Mino Pecorelli. Assolve gli altri imputati Giuseppe Calò e Claudio Vitalone, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. La sentenza sarà depositata entro novanta giorni. In nome del popolo italiano. Il numero ventiquattro per qualche secondo è rimbalzato magicamente da un angolo all'altro dell'aula: «Ventiquattro, ha detto ventiquattro...». Lo sguardo smarrito dei giornalisti si è incrociato con il grido di sconforto dell'avvocato Giulia Bongiorno, strenua sostenitrice del senatore, che improvvisamente si è accasciata sulla sedia. La scena per un interminabile secondo si è immobilizzata, nessuno aveva il coraggio neppure di respirare. «Sentenza sconcertante», è stato il primo e unico commento del professor Coppi, difensore di Andreotti. Il presidente Verrina, il giudice a latere Maurizio Muscato, senza che più nessuno si occupasse di loro, seguiti a ruota dai corresponsabili dell'infausta sentenza sono usciti dall'aula. Erano quattro impiegate, un funzionario della Provincia e un pittore ceramista, con la barba bianca come Frate Indovino che proprio in quella triste giornata moriva a qualche chilometro di distanza. Da quel momento, tolte le fasce tricolori, i sei cittadini tornavano alla loro vita di sempre. Giustizia era fatta nell'aula di Capanne.
  16. 16. Possiamo immaginare la scena: seduto vicino al telefono, nella sua poltrona sotto la finestra da dove oltre il fiume di macchine s'intravede la cupola di San Pietro, Andreotti ha atteso a lungo che suonasse il telefono. Al primo squillo ha sollevato la cornetta: «Presidente, purtroppo... sono ventiquattro anni». L'avvocato Franco Coppi era emozionato, quasi balbettava, non riusciva a trovare le parole. È seguito un silenzio interminabile, interrotto dal senatore che con voce metallica ha sussurrato: «Faremo ricorso, non te la prendere». Poi è rimasto immobile, nella penombra, in quella stanza improvvisamente affollata dai fantasmi del passato. Nella Roma assonnata e domenicale, la notizia si è sparsa come un lampo e la sua casa all'angolo tra corso Vittorio e il Lungotevere, dove il "mandante" abita da sempre, si è affollata di amici e giornalisti. Chi lo ha visto in quelle ore dice che era provato, addirittura emozionato, lo sguardo smarrito di fronte all'enormità dell'evento. Ma è stato soltanto un attimo. Poi è tornato in sé, ha di nuovo calzato la maschera che conosciamo: lo sguardo imperscrutabile, il sorriso enigmatico e le memorabili orecchie appuntite. Una maschera senza emozioni, ferma nel tempo. Andreotti era di nuovo Andreotti: ha ripreso in pugno la situazione, ha rilasciato dichiarazioni e interviste e perfino dettato un comunicato alle agenzie in cui con l'immancabile lucidità ha preso le distanze da chi, nel difenderlo, si era scagliato contro i magistrati: «Ho sempre avuto fiducia nella giustizia e continuo ad averne, anche se mi è difficile accettare una tale assurdità». Solo la moglie Livia, compagna di vita e madre dei suoi quattro figli, ha ceduto all'emozione: «Chi conosce Giulio lo sa, non è vero niente. Giulio non ha fatto niente, ma il coltello dalla parte del manico ce l'hanno loro. E non mi chiedete chi sono loro perché ancora non lo so». Già, chi sono loro? A Giulio la teoria del Complotto non è mai piaciuta: in questi dieci anni vi ha fatto ricorso con parsimonia. Qualche frase gettata qua e là, comprensibile soltanto a pochi. Sa che è un terreno minato, così l'ipotesi è rimasta un groviglio di allusioni e dicerie: americani, CIA, asse franco-tedesco, sinistra giudiziaria... Per qualche tempo ha accennato a "un ignoto suggeritore": una tesi difensiva che sembrò collocarsi a mezzo guado tra la pista internazionale e quella interna. Tra l'ipotesi della "destabilizzazione" pilotata a distanza, magari da oltreoceano, da un invisibile nemico che aveva deciso di destabilizzare la classe politica italiana, ormai troppo autonoma e poco controllabile, e quella di casa nostra, manovrata da chi affacciandosi nell'agone politico voleva distruggere il vecchio in nome del nuovo. Con il passare degli anni il "complotto" è diventato un "complottino", ordito da magistrati e pentiti, di cui non si capisce né il fine né l'utilità, se non forse agevolare l'ascesa al governo della sinistra, finalmente possibile ora che non c'è più il pericolo "comunista". Ma posto di fronte a domande precise, Andreotti ha sempre preferito glissare. Del resto tra le massime evangeliche quella che preferisce è: «Quando a Gesù fu
  17. 17. chiesto di dire la Verità, lui non rispose». Una capacità che anche i più accaniti avversari gli hanno sempre riconosciuta consiste - o forse sarebbe meglio dire consisteva - nel saper demotivare le accuse che gli venivano rivolte, anche quelle più gravi, minimizzandole con un sorrisetto sarcastico, come se non valesse neppure la pena di rispondere. E infatti lui non ha mai risposto, men che meno ai giudici. Una strategia che ha adottato, con discreto successo, anche nella nuova veste di imputato. Del resto di una cosa sono convinti gli italiani: che Andreotti sia furbo, di una furbizia suprema, "ontologica". Un elemento non di disistima, ma di consenso, perché la gran parte di noi aspira a essere furba: e agli occhi di tutti Andreotti rappresenta, nell'eletta schiera dei "vincenti", un Superman della politica in grado di sconfiggere ogni maleficio e ogni avversità. E così, per molti, il mistero della sua caduta resta davvero inaccettabile. Palermo, 2 maggio 2003: l'assoluzione (con prescrizione) Cinque mesi e dieci giorni dopo. Eccoci di nuovo riuniti nell'aula della prima sezione della Corte d'Appello di Palermo, noi della "compagnia di giro" che in questi anni ha fedelmente seguito Andreotti nelle aule giudiziarie. Alle diciotto eravamo in attesa della quarta e (forse) ultima sentenza. In primo grado era stato assolto, ma poi nel frattempo c'era stata quella condanna a ventiquattro anni che aveva ribaltato la situazione. Il presidente Salvatore Scaduti, detto Totò il rosso (ma soltanto a causa del colore dei capelli, peraltro ormai incanutiti), in mattinata aveva annunciato una camera di consiglio breve, e alla difesa era sembrato un buon auspicio. Ma poi questo magistrato, dai modi spicci, schietto e austero al tempo stesso, aveva esordito con la lettura di un messaggio irrituale da parte del presidente di una Corte di Giustizia: In questo doloroso e sanguinante momento di contrasto tra potere politico e giudiziario voi avete dato al paese, durante lo svolgimento del processo, un esempio di serena e auspicabile dialettica processuale. Per capire le parole del giudice Scaduti bisogna ricordare che appena quarantotto ore prima era stata emessa a Milano la condanna del parlamentare di Forza Italia Cesare Previti, il quale aveva reagito dando libero sfogo alla sua rabbia con parole durissime nei confronti della magistratura milanese. Ma questo non era sufficiente a rassicurare gli avvocati del senatore, soprattutto Giulia Bongiorno, una ragazza di trentasette anni, ex campione di basket, detta "scricciolo" che, dopo il verdetto di Perugia, era ancor più magra e agitata. «Cosa fa, mi condanna ancor prima di cominciare?», ha detto confidando la sua ansia ai giornalisti. In realtà lo strano intervento del Presidente era suonato a tutti come un monito ad accettare una sentenza non del tutto favorevole. Nel pomeriggio la tensione si tagliava con il coltello nell'immenso corridoio al primo piano di quello che un tempo veniva
  18. 18. chiamato Palazzo dei Veleni: veleni fabbricati da menti più o meno raffinate contro Giovanni Falcone e il suo pool antimafia, colpevole di aver rotto le regole "di rispetto" tra magistratura e boss. Tempi lontani. Signori, entra la Corte. Ancora, di nuovo, per la quarta volta noi siamo qui con i taccuini in mano. «Considerati gli articoli 416 e 416 bis, in parziale riforma della sentenza di primo grado dichiara prescritto il reato commesso fino alla primavera 1980, conferma nel resto la sentenza». Appena un attimo di silenzio, poi l'urlo dell'avvocato Bongiorno fende l'aria. Ha già in mano il telefonino: «Assolto, assolto, assolto!», il suo grido rimbalza fino a Roma, fino allo studio del senatore, in diretta con l'aula di Palermo. È stata lei, giovane avvocato, a guidare, in un balletto di grida appassionate, la prima interpretazione del dispositivo che in verità, in quel momento, era assai ermetico per la maggior parte dei presenti. li Presidente è stato assolto, capito, non è più imputato... dopo dieci anni. E non venitemi a dire che si tratta di due processi, perché questo è un processo unico, perché a Perugia non capiscono niente del dialetto siciliano. Questi giudici, i nostri giudici, sono abituati a distinguere i pentiti dai tarocchi: loro sì, loro capiscono quali sono i pentiti veri e quelli falsi. È finita, finita... Ma la dirompente euforia di Giulia non è bastata a cancellare l'espressione interdetta del famoso avvocato Franco Coppi e quella, apertamente preoccupata, del penalista di Palermo, Gioacchino Sbacchi. Il primo commento a denti stretti è stato di Coppi: «È un'assoluzione, i giudici hanno voluto precisare che il reato 416 di associazione a delinquere è nel frattempo caduto in prescrizione... A noi comunque basta il risultato». Qualcuno comincia a fare i conti, dieci anni più cinque, nei casi in cui vengono contestate le aggravanti: dunque il reato 416 doveva essere già prescritto nel '95. Forse il giudice Francesco Ingargiola, nella sentenza di primo grado, non se n'era accorto? Qualcun altro riflette: «Ma il reato 416 bis, quello di associazione per delinquere di stampo mafioso, è entrato in vigore nel 1982, e non nella "primavera 1980": i giudici hanno sbagliato la data?». Nell'aula gli interrogativi si sono moltiplicati con il passare dei minuti, l'entusiasmo della Bongiorno non ha trovato eco nelle parole del più anziano avvocato Sbacchi: «Vedremo le motivazioni: potrebbe anche essere il caso di fare ricorso». A guastare del tutto la festa è stato il procuratore generale aggiunto, Daniela Giglio, che dopo aver inutilmente tentato, insieme alla collega Anna Maria Leone, di sfuggire all'assalto dei cronisti, ha offerto la seguente interpretazione del dispositivo: Il processo non è finito. Certo bisognerà attendere le motivazioni, ma questa è un'assoluzione a metà. Noi ritenevamo che il rapporto tra Andreotti e la mafia andasse letto nel suo
  19. 19. sviluppo temporale come fatto unico. Per i giudici d'Appello la torta va invece tagliata a pezzetti. Per un pezzo, tino alla primavera '80, il reato è stato compiuto ma va prescritto. E dunque il giudizio della Cotte combacia con la posizione dell'accusa, ribaltando la sentenza di primo grado. Per l'imputato è senz'altro una sentenza peggiorativa, alla quale potrebbe proporre ricorso. Proprio come aveva detto l'avvocato Sbacchi. Ma perché fino alla primavera 1980? Cosa era accaduto quell'anno? Il PG Daniela Giglio, che ha l'aspetto rassicurante della madre di famiglia, ha proferito parole in realtà poco rassicuranti: Nella primavera '80 Andreotti, secondo l'accusa, cioè noi, si è incontrato per la seconda volta con il boss Stefano Bontate: ne ha parlato il pentito Francesco Marino Mannoia. Se i giudici hanno applicato la prescrizione vuoi dire che hanno creduto al pentito. A mio parere hanno ritenuto provato il legame tra il senatore e la vecchia mafia, l'ala moderata di Cosa Nostra, e non con i corleonesi che da quel momento sono subentrati al vertice dell'organizzazione: è l'unica interpretazione possibile, perché con il nuovo codice c'è l'obbligo di esplicitare l'assoluzione anche per i reati prescritti. Al groviglio di numeri, date e codici che il dispositivo della sentenza di secondo grado propone, l'accusa ha dunque risposto introducendo il dubbio sull'assoluzione dell'«imputato di mafia» Giulio Andreotti. A differenza dei giudici di primo grado, la Corte d'Appello del Tribunale di Palermo ha voluto distinguere fra i due reati di cui era accusato il senatore (distinti non perché si trattasse di una diversa tipologia di reato, ma perché fino all'82 non esisteva il reato di «associazione mafiosa»). Per il reato dell'articolo 416 («associazione a delinquere»), in vigore fino a quell'anno, Andreotti non è stato assolto, ma prescritto, e cioè non si deve procedere a una condanna nei suoi confronti soltanto perché le accuse sono decadute a causa del lungo tempo trascorso. Per i fatti successivi è stato bensì assolto in base al famigerato comma 2, perché le prove sono «contraddittorie o insufficienti», e non con la cosiddetta formula piena, che viene utilizzata quando «il fatto non sussiste». L'interrogativo più consistente di quelle prime ore è stato il seguente: quale conto dovranno tenere i supremi giudici di Cassazione di fronte a questa ambigua sentenza, quando si troveranno a valutare la responsabilità di Andreotti, condannato a ventiquattro anni per l'omicidio di Mino Pecorelli?Per il pubblico ministero Roberto Scarpinato la sentenza di secondo grado "ben si incastra" con la sentenza di condanna perugina: Quel participio passato, ancorato alla primavera dell'80, significa che la Corte ha creduto ai collaboratori storici, da Buscetta a Mannoia. A quella data risale l'incontro raccontato da quest'ultimo pentito, che sarebbe avvenuto in una villa alla periferia di Palermo tra Andreotti e il boss, pochi mesi dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, un democristiano che voleva moralizzare la politica siciliana. Mannoia, fedelissimo di Bontate, dice di
  20. 20. avervi assistito e descrive minuziosamente i dettagli: luogo, circostanze, contenuti. Parla di incontro burrascoso. Nello stesso periodo rientrano i rapporti con Michele Sindona, riciclatore del denaro sporco di Bontate, con il quale Andreotti si sarebbe incontrato negli USA mentre era latitante. Anche i primi giudici hanno riconosciuto provato questo incontro. L'articolo 129 del codice di procedura penale stabilisce che non si può dichiarare la prescrizione se risulta evidente che il fatto non sussiste o l'imputato non l'ha commesso. Se avessero ritenuto di avere la prova della sua innocenza avrebbero dovuto assolverlo, oltretutto la Corte arretra il «reato commesso» alla primavera '80, due anni prima dell'entrata in vigore della nuova norma, il 416 bis, e questo dimostra, a mio parere, che la Corte non ha sospeso il giudizio ma è entrata nel merito delle accuse. Solo valutando i fatti nella loro concretezza storica si può stabilire che il reato è cessato prima della data contestata. Strana sentenza: Andreotti è stato dichiarato in parte assolto e in parte non punibile, ma fra quelli che hanno manifestato maggiore soddisfazione ci sono proprio i magistrati che lo hanno accusato. Anche l'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli ha tenuto a precisare: Non è una sentenza strana, è strano un paese in cui bisogna difendersi anche dalle sentenze che ti danno ragione. Non c'è mai stato nessun disegno, nessun teorema, nessun complotto contro Andreotti. C'erano dei fatti, gravi, da accertare, e la magistratura di Palermo ha fatto il suo dovere fino in fondo. Fino all'80 non abbiamo una sentenza di assoluzione, ma di prescrizione del reato commesso. Una sentenza polivalente, all'italiana. Pietro Grasso, il procuratore di Palermo, che è venuto dopo Caselli e si è tenuto fuori dal processo Andreotti (non ha firmato il ricorso in appello), ha tentato di sdrammatizzare questa controversa decisione: L'unica cosa certa è che neppure il processo di secondo grado ha consentito di arrivare a una sentenza di assoluzione piena. È stato dannoso caricare di significati politici i processi nei confronti di chi ha rappresentato le istituzioni e il mondo della politica. Per noi Andreotti è un imputato, cioè un uomo sospettato di aver commesso alcuni reati. Sono sbagliate le reazioni di chi pretende di estendere la salvifica mancanza di prove certe su Andreotti fino a sostenere che il legame mafia-politica è indimostrabile. La prescrizione per Andreotti sta a dire soltanto che la magistratura è arrivata fuori tempo massimo. I tempi sono scaduti e le valutazioni finali non possono essere più affidate al rito giudiziario. È necessario un giudizio politico. Oppure tutto sarà consegnato alla storia. Il "mandante" del delitto Pecorelli, pochi minuti dopo la sentenza, ancora stordito dalle grida di Giulia Bongiorno, ha aperto la porta del suo studio ai giornalisti. Lui in persona, con il solito vestito grigio, si è offerto generosamente in pasto alla curiosità e ai trabocchetti dei cronisti. No, non è che
  21. 21. tutti i magistrati di Palermo siano dei criminali, non fatemi dire cose che non penso, e neppure l'onorevole Previti è un criminale: «Ognuno reagisce come ritiene, non c'è quella trasmissione che si chiama I fatti vostri? Ecco, non sono d'accordo, io vi dico che mi faccio i fatti miei». I tempi sono difficili: «Ma il tempo alla fine è galantuomo. Certo, se camminasse più velocemente...». Davanti alle telecamere Andreotti è apparso come sempre astuto e prudente, compassato e soddisfatto. «E andata bene», ha commentato con lo stesso sguardo fiero che ha qualche volta, di domenica, a Tor di Valle, quando vince un cavallo su cui ha puntato. Ad Andreotti è sempre piaciuto puntare sui cavalli vincenti. Quella parola, «prescrizione», nei commenti che ha fatto a caldo non viene mai citata, ha preferito di gran lunga l'altra: assoluzione. Un po' di veleno contro Caselli non se lo è potuto risparmiare. «Non mi è piaciuto che il procuratore abbia scritto un libro per polemizzare con la mia assoluzione di primo grado mentre era pendente l'appello... ma i magistrati giudicanti non si sono lasciati influenzare». Non ha dubbi: è come se avesse già letto le motivazioni. I pentiti? «Qualche volta ci hanno aiutato, ma al mio processo ne ho visti alcuni che erano falsi come l'oro di Napoli». Soltanto nell'accomiatarsi ha confidato ai giornalisti una preoccupazione: «Speriamo che la Procura Generale di Palermo non ricorra in Cassazione. Ora, è vero, questi processi mi stanno allungando la vita, ma forse è meglio questa faccenda chiuderla qui». Poi sulle dita ha fatto qualche calcolo: «Ecco, non so se riuscirei ad arrivare a ottantotto anni». Non saprei dire quale sia stata in questi anni la carta segreta di Andreotti. Fatto è che nelle ore successive alle sentenze, di assoluzione o di condanna che fossero, tutti si sono profusi in manifestazioni di solidarietà ed entusiasmo, quasi che gli eventi trattati dal processo fossero frutto di un progetto folle e aberrante, inimmaginabili dal senso comune e completamente estranei alla storia del nostro paese, oltre che alla personalità del condannato. E non la somma dei sospetti, delle polemiche e delle inchieste giudiziarie che da sempre lo rincorrono. Con il sorprendente risultato che Andreotti, nonostante ventiquattro anni ancora pendenti di fronte ai giudici di Cassazione, appare mondato non soltanto dalle accuse più gravi, ma perfino dall'ombra del più veniale peccatuccio che abbia mai offuscato la sua carriera politica. Strategia della beatificazione La conseguenza di tale sentimento collettivo si è tradotta nella trasfigurazione di Andreotti, perseguitato e martire, come nella vignetta pubblicata dopo la sentenza choc di Perugia, che lo raffigura circondato da un'aureola, mentre si solleva verso il cielo, ingobbito e stupefatto, ed esclama: «Ventiquattro anni! Ma che mi credete eterno?». Il ricorso all'iper in realtà per tutto il processo ha costantemente sdrammatizzato un evento che avrebbe segnato la storia di qualsiasi paese, che avrebbe costretto ogni altra società a interrogarsi sulla
  22. 22. propria integrità etica, sulle regole di controllo che si è data, sugli uomini che l'hanno governata, oltre che sul suo sistema giudiziario. Invece il giorno dopo la condanna è stato ricco di commenti surreali ma soprattutto di barzellette, che hanno seguito irriverenti il corso di alcune pagine del processo, come quel bacio tra Andreotti e Totò Riina, raccontato dal pentito Balduccio di Maggio, che è ormai una gag inevitabile in ogni spettacolo di varietà. La beatificazione di Andreotti è stata in realtà il modo più rapido per archiviare la condanna, per ricondurla sul terreno ormai standard della "giustizia impazzita". Una strategia necessaria, per il timore delle conseguenze che questa sentenza potrebbe avere sulla sorte di tutti gli altri imputati di rango. L'incredulità dell'opinione pubblica sulle responsabilità "omicidiarie" di Andreotti ha contagiato ogni altra vicenda giudiziaria, nel segno di una rottura sempre più profonda tra giustizia e politica. Non deve stupire che, dopo la condanna di Perugia, il primo a cavalcare la tigre dello sdegno sia stato il premier, Silvio Berlusconi: «Andreotti è vittima di una giustizia penale che ha abbandonato ogni scrupolo formale e nega in radice il diritto della persona al giusto processo», ha tuonato mezz'ora dopo la condanna. Nel pronunciare queste parole, il Cavaliere pensava soprattutto a se stesso: non si rivolgeva ai magistrati di Perugia ma a tutte le procure, i tribunali e le corti d'appello che lo stavano giudicando. L'ultimo Presidente teme che si ripeta la storia del primo: cerca di non essere affondato sul fronte giudiziario mentre si accinge a disegnare la sua futura ascesa al Quirinale. Le prime ad arrivare, la sera del 17 novembre 2002, sono state le manifestazioni di solidarietà del Vaticano. La vicinanza tra Andreotti e San Pietro non è mai stata soltanto logistica, ma ideale e fattiva, interna e internazionale, politica e affaristica, di altari e di banche, di preghiere e fideiussioni. Non si serve Dio solo con le Ave Maria. Monsignor Angelini ha paragonato la sua odissea al calvario di Cristo, il cardinale Silvestrini gli ha restituito l'onore del passato: «E un uomo che ha fatto cose importantissime per il suo paese». Gli ex DO, che con Andreotti difendono un pezzo della propria storia, pochi giorni dopo la sentenza, riuniti in un convegno che ha sancito la rinascita dello "scudo crociato" sotto la sigla UDC, lo hanno addirittura osannato. Il popolo dei plurinquisiti, i vari Gava, Mannino, Pomicino, Gaspari, dimentichi di antichi dissapori e battaglie, lo hanno accolto al grido interminabile di «Giulio, Giulio». Il loro maggior timore è che l'immagine della DC possa venire ancora associata alla mafia, al malaffare, al clientelismo e alla corruzione, di cui molti di loro sono stati chiamati a rispondere. E dopo l'assoluzione-prescrizione di maggio, la solidarietà si è trasformata in tripudio, in certezza dell'innocenza del senatore, del tutto incuranti della condanna a ventiquattro anni ancora in atto e dell'assoluzione per insufficienza di prove
  23. 23. nonché del riconoscimento da parte dei giudici della sussistenza di rapporti con i boss fino alla primavera '80. Clemente Mastella, più giovane leader campano, a novembre si era avventurato nel tentativo di dare una lettura politica della sentenza di Perugia: «Dico che quella nei confronti di Andreotti è una sentenza politica, perché ha conseguenze politiche: ogni qualvolta il centro tenta di ricostituirsi accade qualcosa che cerca di impedirlo». Ma a maggio ha dichiarato trionfante: «Non si potrà associare alla DC il legame con la criminalità organizzata». In queste forti e contraddittorie reazioni a ogni decisione che riguarda Andreotti vanno cercati i molti legami fra il passato e il presente. Una continuità che neppure il traumatico ricambio della classe politica, all'inizio degli anni Novanta, ha reciso. All'indomani della sentenza di Perugia, i giudici palermitani che processano Marcello Dell'Utri si sono recati a Palazzo Chigi per chiedere ragione a Berlusconi delle origini delle sue fortune. Il presidente del Consiglio si è avvalso della facoltà di non rispondere: come ex indagato lo ha potuto fare. Andreotti non avrebbe commesso un simile errore; sarebbe sgusciato tra le domande più insidiose, avrebbe risposto senza nulla dire, come ha sempre fatto. Un comportamento che esprime una più navigata capacità politica, ma forse anche una diversa concezione dei rapporti tra poteri dello Stato. Il processo ad Andreotti non è stato il processo a un uomo del passato. La mafia raccontata da Buscetta, con la sua capacità di inquinamento della vita politica, è la stessa che descrive l'ultimo pentito, Nino Giuffrè, ed è uguale a quella di dieci, venti o trent'anni fa. Le reazioni di cui dicevamo nascondono una profonda sfiducia nei confronti della magistratura e la convinzione ancora più forte che la politica debba ignorare la palude della "storia segreta" e dei ricatti che ne conseguono. Una giusta cautela che è però divenuta regola costante, trasformando la "precauzione del segreto" in "patologia del segreto", sintomo di una degenerazione del sistema democratico. La condanna di Perugia certamente è stata un duro colpo per i sostenitori a oltranza dell'assurdità dell'accusa. Qualcuno si chiederà come mai proprio il sette volte presidente sia finito nella tagliola della Corte d'Assise di un tribunale di provincia. Con Andreotti a Perugia era stato chiamato a rispondere dell'uccisione di Pecorelli anche il giudice Vitalone, che all'epoca dei fatti svolgeva la sua attività nel distretto di Roma. Un motivo procedurale che ha consentito al "processo del secolo" di svolgersi a briglia sciolta, in quest'aula sperduta nelle campagne umbre, dove sotto l'occhio allibito di magistrati abituati a discutere di rapine in tabaccheria sono stati rivangati agghiaccianti segreti di Stato. La sentenza di colpevolezza è stata possibile, secondo alcuni, per l'innocenza dei giudici perugini,
  24. 24. per la loro lontananza da quei centri di potere che hanno sempre impedito l'accertamento della verità; secondo altri, è stata la loro impreparazione a giudicare vicende processuali tanto complesse. Certamente è stato un danno che la storia di Andreotti sia stata spezzata in due: un pezzo a Palermo, l'altro nell'aula bunker di Capanne. In realtà resta una storia unica: il reato di mafia e quello di omicidio non sono fatti a sé stanti. Pecorelli, direttore di «OP», secondo l'accusa nel 79 stava per pubblicare ampi stralci del Memoriale Moro che avrebbero dimostrato la collusione di Andreotti con ambienti mafiosi e servizi segreti deviati, distruggendo la sua carriera. Per questo Pecorelli è stato ucciso da uomini di Cosa Nostra, conferma la sentenza, ma per un "movente" politico: i boss non avevano alcun interesse a uccidere il giornalista se non quello di fare un favore all'allora presidente del Consiglio. Per i suoi molteplici rapporti con uomini dell'intelligence, Pecorelli era in realtà in possesso anche di altri documenti segretissimi, e noi vaglieremo tutte le piste alternative. La cosa più importante è che il processo ad Andreotti è riuscito a dimostrare che si è trattato di un delitto di Stato, come avevamo sempre pensato, strettamente collegato alla vicenda Moro. Forse non è un caso che negli ultimi tempi, dopo il processo Andreotti, si siano fatti significativi passi avanti nell'accertamento della verità sul più grave delitto politico compiuto in Italia. L'atto di accusa Buscetta, il Maxiprocesso e l'ira dei boss All'inizio di tutta la storia c'è lui, Buscetta. E i "teoremi" di Don Masino sono usciti vincenti in ogni processo, anche nel processo Andreotti che era certamente il più difficile. Vedremo più avanti come i giudici di Palermo non gli abbiano risparmiato critiche, ma senza poterlo smentire fino in fondo. Una vittoria postuma, perché il pentito di mafia è ormai morto da quasi tre anni, benché l'odio che tuttora suscita in alcuni ambienti è tale che qualcuno non se ne ricorda e gli rivolge insulti e giudizi sprezzanti, come fosse ancora lì a potersi difendere e contrattaccare. Era stato Buscetta nell'84 a mettere in guardia il giudice Falcone: «Non posso raccontare quello che io so perché ci prenderebbero per pazzi, lei finirebbe in manicomio e io nella sezione psichiatrica di qualche penitenziario». Il pentito era appena arrivato a Palermo dopo l'arresto a San Paolo del Brasile; aveva già subito l'uccisione di due figli e aveva tentato il suicidio. Decise di collaborare con la giustizia perché voleva vendicarsi e non aveva altro modo che questo. I poliziotti scoprirono che era un uomo misurato, riflessivo, autorevole. «Un uomo pieno di dignità», lo definì Gianni De Gennaro, l'attuale capo della Polizia, che nell'84 andò a prenderlo all'aeroporto di Ciampino prima di condurlo a Palermo da Giovanni Falcone. Don Masino amava gli abiti eleganti, soprattutto i blazer blu; prima di ogni apparizione in aula curava con molta attenzione il suo aspetto. Ma odiava gli orologi costosi e tutti gli inequivocabili segni di
  25. 25. ricchezza che i boss amano sfoggiare: «Butta quel Rolex, ce l'hanno tutti i commessi viaggiatori», diceva ai suoi compagni di ventura. Preferiva sfoggiare belle donne, non macchine potenti. Aveva carisma: se non fosse stato un boss avrebbe potuto fare il generale o il grande manager, disse di lui un esperto dell'FBI. Giovanni Falcone rimase conquistato dalla sua serietà, per molti mesi parlarono soltanto di mafia: insieme riuscirono a far arrestare più di quattrocento boss, poi condannati all'ergastolo e tuttora in carcere. Il giudice gli aveva dato ascolto quando Masino aveva proposto: «Per parlare di politica, i tempi non sono maturi, però possiamo far arrestare un sacco di gente». La scelta che ne seguì fu quella di perseguire soltanto il "braccio armato": i trafficanti di droga, i boss sanguinari, i killer. Il Maxiprocesso fu il primo processo alla mafia, reso possibile soltanto grazie alle accuse di Buscetta, che era anche il primo boss ad aver rotto il patto del silenzio, le regole dell'omertà che fino a quel momento avevano impedito di penetrare i segreti dell'organizzazione mafiosa. Non deve perciò stupire che otto anni dopo, nel '92, quando Falcone è saltato in aria sull'autostrada a Capaci, Buscetta abbia deciso di andare fino in fondo: è tornato in Italia e ha raccontato quello che non aveva avuto il coraggio di dire al suo "amico" giudice. Così Andreotti è finito sotto processo e dieci anni dopo è stato condannato. Scrivono i giudici di Perugia nella sentenza di condanna che l'«insuperabile valenza probatoria di Buscetta» ha consentito di accertare la verità confermata nel corso del processo da prove e «testimoni attendibili». Ormai libero cittadino residente negli USA, senza altri debiti da scontare con la giustizia italiana, alla fine dell'estate del 1992, pochi mesi dopo le stragi in cui erano morti Falcone e Borsellino il pentito tornò in Italia con il dichiarato intento di rendere giustizia ai magistrati uccisi dalla mafia. Negli anni Ottanta aveva lasciato in sospeso un "capitolo" delle sue confessioni rifiutando di parlare dei rapporti tra mafia e politica. Al suo arrivò annunciò: «Credo che sia venuto il momento di dire tutto quello che so, lo Stato italiano sta dimostrando di avere coraggio». L'uccisione di Salvo Lima, luogotenente di Andreotti e capo della corrente politica più potente della DC siciliana, aveva preceduto di due mesi la bomba di Capaci. Masino si disse convinto che l'omicidio del luogotenente di Andreotti in Sicilia facesse parte dello stesso oscuro piano che stava travolgendo gli equilibri su cui si reggevano gli antichi patti tra le cosche e il potere politico. Era cominciata una fase di destabilizzazione che gli consentiva di alzare finalmente il velo sui retroscena di cui era a conoscenza: sapeva che stavolta gli avrebbero creduto. E così è stato. Anche i giudici che hanno assolto Andreotti, sia a Palermo che a Perugia, non hanno messo in dubbio la veridicità delle sue
  26. 26. affermazioni, le hanno semmai considerate insufficienti per una condanna. Don Masino è stato cauto nell'accusare "il Presidente", come l'ha sempre chiamato: ha centellinato le rivelazioni, è andato per gradi. In una prima fase ha parlato di un'«entità». Un termine che ribadì alla Commissione Parlamentare sulla Mafia, di cui era allora presidente Luciano Violante: fu in quell'occasione che a microfoni spenti, a un'ultima domanda, fece per la prima volta il nome del senatore. Buscetta sosteneva cose gravissime: Andreotti era il referente romano di Cosa Nostra che, attraverso i cugini Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori siciliani di Salemi, gli faceva pervenire «le sue richieste per tutte le questioni che i boss ritenevano potessero essere risolte a Roma». Erano questioni giudiziarie, in prevalenza, processi che approdavano in Cassazione e che, per usare una sua espressione, «andavano aggiustati». Buscetta raccontò di essere stato molto amico di Salvo Lima e confermò che la corrente andreottiana aveva l'appoggio e i voti di Cosa Nostra. Passo dopo passo, alla fine ha rivelato che anche l'uccisione del giornalista Pecorelli era stata voluta da Andreotti. Un favore che l'allora presidente del Consiglio aveva chiesto ai Salvo perché il giornalista minacciava la pubblicazione di documenti relativi al caso Moro che potevano distruggere la sua carriera e destabilizzare il sistema di potere. I cugini avevano girato la richiesta ai capi militari di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Tano Badalamenti,che in circostanze diverse, ma usando un'identica, inequivocabile espressione in dialetto, gli avrebbero confidato: «'U ficimu nuatri Pecorelli». Buscetta aveva consentito a Falcone di istruire il Maxiprocesso senza parlare dei rapporti tra mafia e politica. Ma l'inchiesta penale coinvolse anche il livello superiore dell'organizzazione criminale: con l'arresto dei cugini Salvo e di Ciancimino erano stati sfiorati i piani alti di Cosa Nostra. Se va stabilita una data, i guai di Andreotti sono cominciati proprio in quel momento. Non per l'arresto di persone che in un modo o nell'altro potevano far riferimento a lui: come altri scandali anche questo gli era scivolato addosso. Il problema vero era che la mafia non aveva mandato giù tutti quegli ergastoli. L'ira di Cosa Nostra, covata per anni sotto le ceneri, esplose all'indomani della sentenza definitiva in Cassazione. Andreotti, il garante, non aveva garantito nulla. Anzi, visto che aspirava a divenire capo dello Stato, aveva preso le distanze da Cosa Nostra per ricostruirsi una verginità politica - di questo almeno erano convinti i boss. «E pure quel cornuto di Lima ci ha fatto le scarpe», si lamentava Totò Riina nel gennaio '92. Anni dopo, è stato il nuovo pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano,a raccontare che Riina, '"o Curto" all'indomani della maxisentenza si aggirava come un leone in gabbia dicendo: «È cusì che starno camminati..». Nell'estate precedente, il 9 agosto '91, c'era stato un segnale: il sostituto procuratore generale della
  27. 27. Cassazione, Antonino Scopelliti, che stava istruendo il ricorso per il Maxiprocesso, fu assassinato vicino a Reggio Calabria dove, lui calabrese, era tornato per le vacanze. Era un segnale: Cosa Nostra non avrebbe tollerato lo schiaffo di una condanna definitiva. Fu un delitto per molti aspetti anomalo, quello del PM Scopelliti, i pentiti di mafia non hanno saputo dare indicazioni precise. Forse era stato gestito dai "bulgari", cioè dai boss della 'ndrangheta con cui Totò Riina, negli anni Settanta, aveva stretto rapporti in carcere. Forse fu un omicidio "personale", ordinato dal capo di Cosa Nostra all'insaputa del vertice ufficiale della "Commissione". Ma qualcuno avanza un dubbio: il delitto del procuratore generale potrebbe non essere stato ordinato dalla mafia, ma da una mente "intelligente" che andava preordinando quel piano di destabilizzazione politica che sarebbe culminato nelle stragi e nell'incriminazione di Andreotti. L'uccisione di Scopelliti doveva impedire che il Maxiprocesso finisse nelle mani di presidenti "garantisti", per innescare la miccia che avrebbe inevitabilmente provocato l'esplosione. E così è stato: il 31 gennaio 1992 la Suprema Corte, in un clima di grande emozione per l'uccisione del procuratore generale, ha accolto le richieste di un pool di alti magistrati che avevano sostituito il collega ucciso. Furono ancora più severi di quanto sarebbe stato lui, anche loro convinti che l'omicidio del PG fosse oscuramente legato al Maxiprocesso. Da Lima alle stragi: non solo mafia Le accuse di Buscetta sono all'origine del processo, la protostoria. Ma non basta la rabbia per le condanne a spiegare le stragi di Palermo. Se c'è stato un complotto contro Andreotti, bisogna analizzare questo nodo irrisolto, mai fino in fondo affrontato dal processo di Palermo. La Procura di Caltanissetta, che indaga su Capaci e via d'Amelio, ad esempio, da tempo ha aperto un fascicolo che riguarda l'ipotesi di possibili mandanti esterni alla mafia. I magistrati ritengono che quelle stragi non possano essere state ideate, organizzate e compiute soltanto da Cosa Nostra. E Buscetta è stato tra i pochi a capire, con la rapidità di chi conosce uomini e retroscena, cosa realmente stava succedendo in Italia a partire dall'uccisione di Lima: «Vedo altre cose, dietro queste cose... c'è un piano unico per l'uccisione di Lima e le stragi, qualcosa di molto più importante della risposta giudiziaria». Il ragionamento di Masino era più o meno questo: non era soltanto Cosa Nostra a voler impedire la nomina di Andreotti a capo dello Stato. «La dottoressa Boccassini si guardi intorno e scoprirà delle belle cose». Ma di più non ha saputo o voluto dire. La rappresaglia mafiosa è stata esemplare nella sua escalation. Il 12 marzo 1992, a Mondello, in una mattinata di sole sbucò dal nulla una moto con due sicari a volto coperto. Dal cancello di una villa stava uscendo un uomo con un'aureola di capelli bianchi, da trent'anni deus ex machina di tutte le alchimie elettorali e politiche di Palermo: Lima cadde a terra in una manciata di secondi, colpito da
  28. 28. numerosi colpi sparati a distanza ravvicinata. Cinquanta giorni dopo, il 23 maggio, Giovanni Falcone saltò in aria a Capaci, investito da una terrificante esplosione che squarciò il tratto d'autostrada che congiunge Palermo all'aeroporto di Punta Raisi. Il 19 luglio Paolo Borsellino, che con lui aveva istruito il Maxiprocesso, venne disintegrato da un'autobomba esplosa in via D'Amelio sotto l'abitazione della madre. Il 25 settembre, a cadere sotto il piombo di una calibro 38 fu Ignazio Salvo, nella sua villa vicino a Palermo. Nino era morto ormai da un paio d'amai: Ignazio era l'ultimo anello del patto tradito. Se l'omicidio Scopelliti aveva avviato un piano che doveva innescare la rivolta di Cosa Nostra, per portare allo scoperto nel modo più traumatico la "rottura" dei patti tra Andreotti e le cosche, questo era perfettamente riuscito. Pallido come un cencio, di fronte alla bara del suo capocorrente in Sicilia, Andreotti lanciò un segnale: «Chi vuole colpire me, lo faccia direttamente». Poi nel corso dei mesi successivi ritrovò l'abituale fermezza e a ottobre, quando le indagini portarono ad arrestare quattro presunti sicari, tornò a dire: «Su Lima ci sono sempre state dicerie, ma io non ho mai avuto alcuna conferma dei suoi rapporti con la mafia. Anzi, devo dire che era tra i più inflessibili nel sostenere provvedimenti rigorosi». Il problema era che proprio le indagini sull'omicidio Lima avevano portato alla luce quelle "prove" sulla mafiosità del capocorrente siciliano, di cui Andreotti sosteneva di non aver mai avuto notizia. Peggio ancora, i pentiti parlando di Lima svelarono anche il suo ruolo di contatto tra la mafia e il referente romano, cioè lui. La bufera si stava addensando sulla sua testa, ma il senatore rimase ancora una volta impassibile: «Non so perché vada ignorata la positiva notizia che sono stati arrestati i responsabili dell'omicidio per dare spazio a illazioni e dicerie». Tra l'uccisione di Lima e le stragi, nel mese di aprile, sembra che Falcone, allora direttore degli Affari Penali del ministero della Giustizia, sia volato negli USA per incontrarsi in una località segreta con Buscetta. È una voce a lungo circolata, di cui non si è mai avuta conferma ufficiale. Il giudice era rimasto profondamente turbato dalla morte di Lima e intuiva, anche se non aveva chiavi di lettura sufficienti per comprendere i dettagli, che un terremoto senza precedenti era alle porte. Certo non prevedeva che lui stesso sarebbe rimasto sepolto dalle macerie. Pochi giorni prima della strage di Capaci incontrai in un ristorante di Palermo il suo caposcorta, Antonio Montinaro, un bel ragazzo di trentadue anni, pieno di vita, adorno di bracciali e di tatuaggi, uno dei poliziotti della Mobile di cui il giudice si fidava ciecamente. C'era davvero stato quell'incontro segreto tra Falcone e Don Masino? Mi rispose con un sorriso malizioso: «E chi lo sa?! Non è che ci racconta tutto...». Allora gli chiesi cosa pensava il giudice dell'omicidio Lima. Il volto di Montinaro si rabbuiò: «E preoccupato, dice che può succedere di tutto... che da un momento
  29. 29. all'altro anche noi possiamo saltare in aria. Me lo ha detto l'ultima volta che è sceso a Palermo». E fece un gesto con la mano, accompagnato da un sibilo, che mimava la possibile esplosione. Montinaro il 23 maggio era alla guida dell'auto in cui Falcone aveva deciso di non salire, per guidare la sua 127, come spesso faceva a ogni ritorno a casa. Il corteo era composto da tre vetture, il caposcorta era in testa: è stato il primo a essere investito dall'esplosione, per quell'errore di una frazione di secondo compiuta dai killer. Cosa si siano detti Falcone e Buscetta, se davvero si sono incontrati, non lo sapremo mai: tutti e due sono morti. Ma è probabile che Don Masino gli abbia finalmente confidato quello che non aveva avuto il coraggio di dirgli nell'84. C'è un testimone importante però: Richard Martin, lo Spedai Altorney amico di Falcone che, dopo un periodo trascorso presso l'ambasciata USA a Roma, era tornato in quei mesi a New York. Dopo le stragi fu incaricato dalla Procura Distrettuale di Manhattan di collaborare alle indagini sui gravissimi attentati compiuti in Italia dalla mafia. Anche Martin pensò a Buscetta: lo conosceva dai tempi del processo Pizza Connection, forse poteva dargli una mano a capire quello che stava succedendo. «Buscetta pensava che l'omicidio Lima e le stragi facessero parte di un unico piano», ha spiegato Yattorney ai giudici di Palermo il 17 luglio del '96, quando i magistrati si recarono negli USA per interrogarlo. All'origine c'era la rottura del "patto" con Andreotti, spiegò, aggiungendo che Masino, dei rapporti tra il Presidente e la mafia, gliene aveva già parlato nell'85: «Ma fu solo un accenno», ha precisato l'avvocato americano. Un accenno sufficiente a convalidare quel colloquio avvenuto tanti anni prima tra Buscetta e Falcone, che senza questa testimonianza sarebbe sfumato nella leggenda. Anche l'agente dell'i-'BI Antony Petrucci ha raccontato in aula, con maggiori particolari rispetto a Martin, quello che il pentito gli aveva confidato in data non sospetta. Ma è stato l'incontro con Yattorney che ha indotto la difesa di Andreotti ad avanzare dubbi sul fatto che il ritorno di Buscetta potesse essere stato pilotato. Al di là di ogni possibile scenario "segreto", ritengo che il pentito non fosse uomo da sottrarsi all'appuntamento fissato dal destino: era stato lui l'artefice di quel dramma, non poteva restarsene in disparte, negli USA, come se la cosa non lo riguardasse. Toccava a lui scrivere l'ultimo capitolo. Un paio di anni dopo, mentre si accingeva a fare per la prima volta il nome di Andreotti, in un'aula di giustizia del carcere di Padova, dove il Tribunale di Palermo si era trasferito per motivi di sicurezza, Buscetta chiese che venisse tolto il paravento che lo proteggeva dai fotografi. Le accuse che stava per rivolgere ad Andreotti, per rispetto a lui e a ciò che rappresentava, potevano essere fatte soltanto a viso aperto. La sua tesi consisteva nell'idea che l'omicidio era stato compiuto per danneggiare l'immagine di
  30. 30. Andreotti: «Lima era il lato democratico-cristiano a Palermo, da morto significava denigrare la corrente andreottiana e cioè Andreotti». Una frase difficile da spiegare a chi non è in grado di capire immediatamente il linguaggio mafioso e il contesto storico-politico cui Masino si riferisce. E come se avesse detto: tutti sapevano che Lima era un canale tra la mafia e Andreotti; ucciderlo rendeva pubblico quel legame, nel momento stesso in cui veniva spezzato, per distruggere la sua carriera politica. Anche Giovanni Brusca, il killer che a Capaci aveva premuto il pulsante facendo deflagrare mezza tonnellata di esplosivo, accennò al "piano" di Cosa Nostra: «Fui incaricato da Totò Riina di uccidere Ignazio Salvo, ma non c'era fretta», mi disse, «con Lima e le stragi l'obiettivo era stato raggiunto». E l'obiettivo, come hanno raccontato tutti i pentiti, era impedire che Andreotti divenisse presidente della Repubblica. Nella sua ultima intervista, Buscetta aveva commentato l'assoluzione di Andreotti: Non è stata una mia sconfitta, io ho solo detto quello che mi hanno raccontato, dal '93 a oggi ho sempre ripetuto la stessa cosa senza neppure cambiare una virgola. In cuor mio sono tranquillo, ho sempre rispettato la giustizia e i suoi tempi. La mia non è stata una disputa con lui, se Andreotti fosse stato condannato non sarebbe una mia vittoria, così come ora non è una mia sconfitta se lo hanno assolto [...]. I processi sono lunghi, a volte arrivano in momenti diversi rispetto alla testimonianza. Ora il clima è cambiato. Andreotti ha recuperato un suo spazio e un suo ruolo politico, i processi sono visti come una persecuzione [...]. [Il processo] è diventato una questione di cui c'è perfino imbarazzo a parlare. E di pari passo è mutato anche l'atteggiamento del senatore nei miei confronti. All'inizio lui si è lamentato di accuse che venivano da oltreoceano, ha parlato di un complotto americano, ha perfino chiamato Kissinger a testimoniare. Adesso se n'è dimenticato. Io sono stato prima un «teste guidato», poi una persona leale. Oggi leggo che sono uno «che ha fatto tanti guai». A me questo non fa né caldo né freddo [...]. Io vorrei essere ricordato come una persona per bene, nell'84 ho preso un impegno con lo Stato e l'ho mantenuto. L'intreccio Pecorella Dalla Chiesa La prima volta che Buscetta raccontò dell'omicidio Pecorelli era il 26 novembre 1992. Il più grave atto d'accusa nei confronti di Andreotti è riassunto in tre o quattro paginette di verbali; tutto il resto è la descrizione di un contesto all'interno del quale quelle accuse trovano una collocazione. Bisogna fare una premessa. Masino era un soldato semplice, non aveva fatto carriera dentro Cosa Nostra per un fatto che può sembrare strano: gli piacevano troppo le donne. I boss in quegli anni erano moralisti, gli rimproveravano di aver avuto troppe mogli e troppi figli, ma il suo "difetto" non gli aveva impedito di diventare amico di uomini potenti, come Lima e i cugini Salvo, e di avere
  31. 31. rapporti anche con boss italoamericani:insomma le sue quotazioni erano di molto superiori al ruolo gerarchico. Per questo era in grado di dialogare alla pari con i capi di Cosa Nostra e veniva messo a parte di segreti gravi e importanti, anche se non ricopriva alcun incarico di rilievo nell'organizzazione. Nell'aula bunker di Padova esordì con una frase breve, essenziale: «Pecorelli e Dalla Chiesa sono cose che s'intrecciano». Del giornalista ucciso a Roma gli avevano parlato in circostanze diverse sia Stefano Bontate che Gaetano Badalamenti, uomini che in quegli anni rappresentavano le due anime di Cosa Nostra. Il "Principe" di Villa Grazia e il "Vaccaro" di Cinisi,l'uomo di mondo e il viddano. Erano stati discorsi occasionali, avvenuti a distanza di un paio di anni, spiegò Buscetta, ma non poteva trattarsi di menzogne. Le regole rigide di Cosa Nostra impediscono che un uomo d'onore menta a un altro uomo d'onore. Una tesi che il giudice Verrina ha fatto propria. E in sintesi Buscetta ha detto: Una prima.volta mi raccontò di questo fatto nel 1980 a Palermo Stefano Bontate. Durante una conversazione a Fondo Magliocco il discorso cadde sui cugini Salvo, Nino e Ignazio. Mi disse Bontate: «Anche l'omicidio Pecorelli l'abbiamo fatto noi perché ce l'hanno chiesto i Salvo». Quel «noi» si riferiva chiaramente a un omicidio personale dei due, non deliberato dalla "Commissione". In un primo momento avevo pensato che parlasse di Pecorella, un picciotto assassinato insieme al figlio di Inzerillo. Ma lui si mise a ridere: «Che hai capito, Pecorelli il giornalista, i Salvo ce l'hanno chiesto perché disturbava politicamente». Due anni dopo, il 3 settembre 1982, Buscetta si trovava a Rio de Janeiro in compagnia di Badalamenti quando la televisione diede la notizia dell'uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: «Badalamenti mi disse: lo hanno fatto per fare un favore ad Andreotti. E anche lui mi spiegò che l'omicidio Pecorelli era "cosa nostra"». E aveva aggiunto: «Il giornalista stava appurando porcherie politiche, segreti che anche Dalla Chiesa conosceva. Badalamenti mi disse che quell'omicidio c'interessava ad Andreotti e l'abbiamo fatto noi tramite la richiesta dei cugini Salvo». Il PM Cardella cerca di saperne di più: CARDELLA: Noi chi, ci scusi? BUSCETTA: Io, cioè Badalamenti e Stefano Bontate, non la "Commissione", la Cosa Nostra. Posso citare la parola che mi fu detta, la traduzione la farete voi: «'U ficimu nuatri, io e Stefano». Bisogna capire il linguaggio, Bontate non è uomo che viene a Roma a sparare a Pecorelli, lo può dire ad altre cinquemila persone. CARDELLA: Ma dopo che lei aveva equivocato con questo Pecorella, Badalamenti cosa disse? BUSCETTA: Si mise a ridere e mi disse... il fatto del giornalista che voleva arrecare dei disturbi al Presidente, che aveva documenti scottanti che voleva pubblicare. CARDELLA: Di quali documenti si trattava glielo disse? BUSCETTA: Secondo lui erano documenti segreti che
  32. 32. riguardavano Moro. Cardella: In quale circostanza si parlò del generale Dalla Chiesa? BUSCETTA: Il generale Dalla Chiesa era quello che aveva i documenti segreti, le bobine secondo Badalamenti, che poteva darli o li aveva dati a Pecorelli,il giornalista. Aw. COPPI: Erano documenti o bobine... BUSCETTA: Ma c'era una grande confusione, i discorsi si accavallavano, documenti certo, so di documenti con certezza, di bobine non so... Le bobine del sequestro Moro, pur essendo tutti convinti della loro esistenza, non sono mai state trovate. Forse Buscetta ne aveva sentito parlare, ma non era in grado di ricordare con esattezza in quale occasione. Il discorso quella sera a Rio de Janeiro si estese: «Tano mi rivelò anche che Calò era dentro fino al collo nel delitto Calvi». Masino non si dilungava mai in dettagli, ed è quello che lo ha sempre salvato dalle contestazioni della difesa. Era lui che dettava le regole della sua attendibilità, ma erano regole logiche, credibili, come questa: Tra uomini d'onore c'è l'obbligo di dire la verità. Bontate e Badalamenti non mi possono aver mentito quando mi hanno fatto il nome dei Salvo e sono convinto che i Salvo non si sarebbero mai permessi di commettere un omicidio del genere senza informare l'interessato, e cioè Andreotti, non sapendo quali potessero essere gli sviluppi di tale fatto. Pecorelli e Dalla Chiesa sono «cose che si intrecciano», anche nel destino che la sorte gli ha riservato. Il generale fu ucciso a Palermo il 3 settembre 1982. Ma la sua morte era stata decisa già tre anni prima. Racconta ancora Buscetta che nel 79, mentre si trovava nel carcere di Cuneo, Stefano Bontate gli aveva fatto arrivare questa richiesta: «Bisogna uccidere il generale, ma deve apparire un omicidio fatto dalle Brigate Rosse, bisogna trovare un contatto e fare in modo che sia rivendicato dai terroristi». Don Masino riuscì a parlarne con Lauro Azzolini, uno dei brigatisti che faceva parte del Comitato esecutivo delle BR durante il sequestro Moro, detenuto nello stesso carcere. Azzolini rifiutò la proposta: «Noi rivendichiamo gli omicidi soltanto quando almeno uno di noi vi partecipa». Le Brigate Rosse erano interessate all'uccisione del generale, ma volevano saperne di più: Buscetta non era stato in grado di soddisfare la loro richiesta. Quando uscì dal carcere, nel famoso incontro con Bontate del 1980, il discorso dopo la rivelazione su Pecorelli si estese anche a Dalla Chiesa. Il boss di Cosa Nostra fornì una risposta generica: «Sembra che Dalla Chiesa voglia fare un colpo, mettersi a capo dello Stato italiano...». Fu l'unica spiegazione che Don Masino riuscì a ottenere, con una sola aggiunta: «Non era un delitto che interessava Cosa Nostra». Le motivazioni: Perugia Il movente del delitto Pecorelli La motivazione della sentenza di Perugia è un "mattone" di 367 pagine. Un mattoncino se paragonata a quella di Palermo, ben 1520 pagine.
  33. 33. Alcuni analisti l'hanno stroncata, senza averla mai letta, sulla base di pochi flash d'agenzia. Qualche commentatore ha perfino ipotizzato che possa trattarsi di una sentenza "suicida", cioè volutamente erronea, tale da dover essere annullata dalla Cassazione e chiudere in modo pirandelliano l'Andreotti-story. La legge non è una scienza esatta e non c'è nulla di più imperscrutabile del «libero convincimento di un giudice». Dopo averla letta con attenzione penso che la sentenza di Perugia, al pari di altre sentenze su vicende come questa molto complicate, possa essere discussa, anche criticata, ma non demolita. Ed è stata questa, invece, la tentazione cui non è riuscita a sottrarsi la difesa di Andreotti, che in un ricorso di 431 pagine stronca senza pietà la decisione della Corte d'Assise d'Appello di Perugia chiedendone la nullità «per erronea valutazione della legge penale», per «mancanza e manifesta illogicità della motivazione» e per «inosservanza di norme processuali». L'oggetto di maggior contrasto è proprio l'attendibilità di Buscetta, la «cui valenza è insormontabile» per i giudici di Perugia, «ondivaga e contraddittoria» per gli avvocati della difesa, imprecisa e confusa per i giudici di Palermo. Ma delegittimare Buscetta equivale, per molti magistrati, a mettere in discussione l'operato di Falcone. Tutto questo fa parte della dialettica processuale, soprattutto in un processo indiziario come questo. Noi cercheremo di districarci nelle complicate argomentazioni delle parti per capire se davvero c'è stato un "complotto giudiziario" nei confronti di Andreotti, come sembra sostenere il senatore dopo la condanna; o se l'accusa abbia un suo qualche fondamento nei tragici eventi che costellano il delitto Moro, nel clima di quegli anni e nelle vicissitudini siciliane del protagonista. La tesi dei giudici perugini è che la colpevolezza di Andreotti, non potendo essere dimostrata a distanza di tanto tempo e per la particolare personalità dell'imputato da una "prova" certa, derivi da un intreccio di eventi all'interno dei quali è compito del giudice trovare la verità. Quello che il giudice deve valutare è la prova non l'ipotesi. Ma non è forse la probabilità dell'ipotesi dipendente dalla forza della prova? lifactum probans può essere definito, ad avviso di questa Corte, «fatto probatorio», cioè un evento che ha un valore di prova per il faclum probandum che può essere considerato il "tema della prova". E così una "catena probatoria" si conclude da un fatto probatorio a un altro, fino al definitivo tema di prova, che deve costituire un «fatto giuridico», cioè un fatto da cui discende una conseguenza giuridica a norma di legge. L'attendibilità di Buscetta, dimostrata dal contributo dato dal pentito in tutti i processi contro la mafia, secondo i giudici da credito alla tesi che siano stati veramente Bontate e Badalamenti a organizzare l'omicidio Pecorelli,dopo un'esplicita richiesta dei cugini Salvo, fatta per conto di un "interesse" manifestato da Andreotti. Dal momento che non esistono testimoni (e difficilmente

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