L'indignazione e il potere delle immagini

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L'indignazione e il potere delle immagini

  1. 1. UNIVERSITA DEGLI STUDI DI BOLOGNA FACOLTA DI LETTERE E FILOSOFIA Corso di laurea in Scienze della Comunicazione L’indignazione e il potere delle immagini Tesi di laurea in Sociologia (Sociologia delle emozioni)Relatore Presentata daProf.ssa Turnaturi Gabriella Casoni Francesco Terza Sessione Anno accademico 2004/2005 1
  2. 2. INDICE:Introduzione.............................................................................................................pag. 51. Indignarsi ...........................................................................................................pag. 141.1. Una definizione1.2. Compassione, pietà, indignazione1.3. Rabbia, disgusto, indignazione1.4. La passione come motivazione ad agire1.5. Contro l’oblio: la strage di Bologna1.6. Passioni civili1.7. Una richiesta di giustizia2. Parlare.................................................................................................................pag. 402.1. Dall’indignazione alla parola2.2. Lealtà, defezione e protesta2.3. Exit e Voice a confronto: costi e vantaggi2.4. Modalità di azione collettiva2.5. Pagare o parlare2.6. La parola di denuncia2.7. Il primato della parola3. La simpatia.........................................................................................................pag. 613.1. Immaginare3.2. Scoprire l’altro3.3. Narrazione e simpatia3.4. Nutrire l’immaginazione3.5. Indignarsi oggi 2
  3. 3. 4. Guardare.............................................................................................................pag. 804.1. Il potere delle immagini4.2. Immagini ed emozioni4.3. Immagini come vere: i Sacri Monti4.4. I disastri della guerra4.5. E poi venne la fotografia4.6. Fotografia e indignazione5. Usare la fotografia...........................................................................................pag. 1035.1. Usi della fotografia5.2. Strumento politico5.3. Fotografia come testimonianza5.4. Contro l’inimmaginabile5.5. L’immagine immortale: immagini e memoria5.6. Immagini e parole6. Guerra alla guerra...........................................................................................pag. 1286.1. L’altra faccia della guerra6.2. Chi è Ernst Friedrich6.3. Guerra alla Guerra: fotografia come terapia d’urto6.4. L’inferno della guerra6.5. La tomba dell’eroe6.6. Il vero volto della guerra6.7. Prevenire la guerra7. Le immagini di Abu Ghraib............................................................................pag. 1487.1. La scintilla7.2. Il “caso” Abu Ghraib 3
  4. 4. 7.3. La punta dell’iceberg7.4. Perché sono state scattate?7.5. Le immagini hanno “vinto”?7.6. Responsabilità8. Conclusioni.......................................................................................................pag. 1708.1. Le immagini che indignano8.2. Post scriptumBibliografia...........................................................................................................pag. 180 4
  5. 5. “Voglio che la gente che decide di votarmi sia indignata quanto me”1 Introduzione Nelle pagine che seguiranno si discuterà del modo in cui le immagini di atrocitàprovochino, o possano eventualmente provocare, l’indignazione nell’animo di chiosserva. Quindi, collateralmente, la dissertazione riguarderà anche il modo in cui leimmagini possano essere usate per ottenere, attraverso la reazione emotiva scatenata,una presa di coscienza da parte dell’osservatore che lo spinga ad agire per rimediare almale di cui è testimone. L’indignazione, infatti, come illustreremo più dettagliatamentenei primi capitoli, è una passione che non si consuma all’interno dell’individuo, maspinge ad agire nei confronti di ciò che l’ha scatenata. Prima di interrogarsi sul modo in cui determinate immagini possano indignare, èperò fondamentale chiedersi che cosa in generale origina l’indignazione. Posto cheesiste un ampio novero di motivi per cui ci si indigna o, per meglio dire, ci si dichiaraindignati – talvolta confondendo l’indignazione con la propria rabbia, il disgusto o lacompassione – l’evento che scatena l’indignazione può essere definito genericamentecome qualcosa che offende il nostro senso di giustizia. Ci si indigna nel vedere, osemplicemente nel venire a conoscenza di un torto perpetrato ingiustamente neiconfronti di un nostro simile, che lo pone in una condizione di sofferenza, diumiliazione, di privazione di diritti o anche solo di negazione della propria dignità, senon di negazione della vita tout court. Chiaramente, per suscitare indignazione, la penaa cui l’altro è sottoposto deve essere immeritata, o percepita come tale. Ciò significa chela vittima può anche avere, per così dire, “meritato” di subire una pena a cagione diqualche atto commesso, ma chi la vede soffrire per tale pena ritiene che il castigo siaeccessivo, terribile, impietoso, umiliante o profondamente ingiusto. D’altro canto, chi protesta per l’esecuzione di un condannato a morte, si senteindignato indipendentemente dal fatto che il giustiziato si sia reso colpevoledell’uccisione di un altro individuo. Non c’è dubbio che l’uccisione di un innocentecontribuisca a far percepire la pena di morte come ancora più ingiusta, ma chi si oppone1 Dario Fo, candidato alle primarie come sindaco di Milano, The Guardian, Dicembre 2005 5
  6. 6. ad essa lo fa anche, forse soprattutto, nei casi in cui il condannato è riconosciutocolpevole, perché a suscitare sdegno è l’atto di uccidere una persona, anche se ciòavviene nel pieno rispetto della “legalità”. Ci si può indignare in pari misura per quellaaberrante forma di condanna a morte costituita dalle esecuzioni mirate compiutedall’esercito israeliano a danno di appartenenti ad Hamas o Jihaad Islamica, purcontinuando a condannare gli atti di violenza che tali organizzazioni infliggono allapopolazione civile israeliana. Quando parliamo di giustizia, insomma, è bene precisare che non intendiamo dicerto la giustizia civile o penale, dalla quale, d’altra parte, possono dipendere attiprofondamente ingiusti: anche tralasciando il caso estremo della pena di morte, che altronon è che l’esito finale di una procedura penale, persino un semplice processo, magarifondato su ragioni sacrosante, può degenerare in uno spettacolo, o in un rituale didegradazione in cui il condannato è offerto come capro espiatorio al pubblico ludibrio,finendo insomma per trasformarsi in vittima. Ci si indigna quotidianamente per piccolicasi di ingiustizie che, in realtà, sono atti perfettamente legali sotto il profilo giuridico:per il proscioglimento di un criminale dovuto a vizio procedurale, prescrizione,insufficienza di prove; per l’esecuzione di uno sfratto che sbatte in mezzo alla stradauna famiglia o che costringe un anziano a lasciare il quartiere in cui è vissuto, magariper trasferirsi in un ospizio; oppure per la precarietà imposta all’esistenza dallacosiddetta “flessibilità” del lavoro, che costringe soprattutto i più giovani a guadagnarsida vivere arrangiandosi tra più lavori, con contratti a termine o a progetto chegarantiscono prospettive per il futuro pari alla durata (in mesi) dell’impiego. Ciò cheentra in gioco in questi casi è una concezione della giustizia intesa più strettamentecome ciò che ci appartiene come “giusto”, indipendentemente da una valutazioneistituzionale di legalità. Chiaramente, far dipendere l’indignazione da una concezione di “giustizia” cosìdefinita, implica la possibilità che l’indignazione, e non solo la sua manifestazioneesteriore, sia culturalmente condizionata. D’altro canto, la stessa idea di “legalità” non ècerto universalmente condivisa: in alcuni stati americani la pena di morte è prassiistituzionale, in Italia è largamente disapprovata. Addirittura, all’interno di una stessasocietà, si possono scontrare diverse concezioni della legalità: c’è chi ritiene cheutilizzare squadre antisommossa armate di manganello e lacrimogeni per disperdere una 6
  7. 7. manifestazione o un picchetto sia necessario per il mantenimento dell’ordine pubblico, echi invece lo considera un atto di violenza ingiustificabile. La guerra è ritenuta di voltain volta un “male necessario”, se non un “atto umanitario” da alcuni settori ideologici,non necessariamente i più estremisti. Per fare un esempio, in un’intervista rilasciata nel1996, all’epoca del durissimo embargo imposto all’Iraq, al programma 60 Minutes dellaCbs (incidentalmente, proprio il programma che nel 2004 ha mostrato le foto delletorture di Abu Ghraib), l’ambasciatrice americana all’ONU Madeleine Albright, alladomanda se la morte di 500.000 bambini iracheni a causa delle sanzioni fosse stato unprezzo che valeva la pena di pagare, rispose così: “Credo che sia una scelta molto dura,ma il prezzo... riteniamo che valesse la pena pagarlo”2. I settori più radicalmentepacifisti, quelli che ripudiano la guerra “senza se e senza ma”, invece, non potevano checondannare un simile eccidio, per quanto compiuto con l’avallo delle Nazioni Unite.Anzi, l’approvazione dell’Onu all’embargo apparve persino agli stessi cooperatoridell’organizzazione3 come un tradimento degli ideali e degli scopi su cui era statafondata, che includevano “riaffermare la fede nei diritti fondamentali delluomo, nelladignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini edelle donne e delle nazioni grandi e piccole”4. (E, nel caso citato, l’indignazione èdoppia, perché scatenata non solo dalla morte ingiusta di centinaia di bambini iracheni,ma anche dal cinismo delle dichiarazioni ufficiali.) Che l’indignazione subisca l’influenza del contesto culturale apparirà chiaro daalcuni casi cui faremo riferimento nel corso della dissertazione, come quello descrittodallo scrittore Alessandro Baricco in un articolo per La Repubblica e relativo ad unamostra fotografica sui linciaggi attuati in alcune cittadine americane tra la finedell’Ottocento e gli anni Quaranta del Novecento5: in queste circostanze, gli abitantidella città accorrevano addirittura in massa per farsi fotografare assieme al cadaveredell’accusato. Non c’è traccia di indignazione nei volti delle persone in posa nellefotografie dei linciaggi, vere e proprie cartoline ricordo realizzate per l’evento. In una diesse, relativa ad un linciaggio compiuto a Fort Lauderdale, in Florida, nel 1935, vi si2 Punishing Saddam, “60 Minutes”, CBS Television, 12 Maggio 1996, cit. in J. Pilger, I nuovi padroni delmondo, Fandango, Roma 2002, pag. 633 Non va dimenticato che, nel periodo delle sanzioni all’Iraq, furono numerosi i responsabili che sidimisero in polemica con l’Onu, dichiarando di non voler essere complici di un eccidio.4 Carta delle Nazioni Unite, San Francisco, 26 Giugno 1945, preambolo (testo italiano approvato dallaSocietà Internazionale per l’Organizzazione Internazionale).5 A. Baricco, Le cartoline della morte. Il linciaggio in mostra, La Repubblica, 14 Luglio 2000 7
  8. 8. vede addirittura una bambina sorridente in mezzo alla folla dei curiosi. Al giornod’oggi, nella maggior parte dei casi, atti del genere risultano sconvolgenti agli occhidegli stessi americani. Oltre a ciò, il fatto che le ragioni per cui ci si possa “indignare” siano molteplicicomporta anche la possibilità che l’indignazione sia connotata negativamente,confondendola ad esempio con una rabbia civile senza senno. Scrive, ad esempio,Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica, a proposito delle polemiche sull’assoluzione, daparte del tribunale di Milano, di cinque maghrebini accusati di aver arruolato e mandatoin Iraq mujaheddin per combattere le truppe americane: “l’indignazione non serve acapire. Può infiammare lopinione pubblica, forse. Per il resto lascia le cose come sono.Al più le confonde. I sentimenti non servono a capire che cosa e perché è accaduto aMilano, dove sono stati prosciolti cinque maghrebini accusati di aver reclutato, allavigilia dellattacco americano, combattenti da inviare nel nord dellIraq”6. Altrimenti,l’indignazione può essere considerata erroneamente una passione sterile e passiva, inparticolar modo da chi oppone il “fare” concreto ad un “parlare” che ritiene vuotachiacchiera (tema di cui ci occuperemo nel secondo capitolo), come scrive William T.Vollmann: “Siamo tutti inclini a vivere nelle comodità; e quando alcuni schivano legelide pendici del Nobile Principio, preferendo osservarle sotto di sé dal confortevolealtopiano della Profonda Indignazione, sarà meglio perdonarli; potremmo non esserecapaci di scacciarli, dato che avranno fortificato il loro accampamento”7. Alla luce di ciò, dunque, dedicheremo l’intero primo capitolo ad una definizione piùchiara possibile dell’indignazione, connotata nello specifico come una passione civile.E’ una passione civile perché attiene alla nostra appartenenza ad una società e, in sensopiù generale, al genere umano. Ciò che scatena l’indignazione è il torto perpetrato adanno di un nostro simile. E’ civile perché è pubblica, in quanto si esprime nonattraverso gesti individuali, ma mediante azioni pubbliche basate sulla parola:manifestazioni, atti di denuncia e di condanna, richieste di giustizia. E, infine, si puòdefinire civile anche perché, costituendo la scintilla da cui traggono origine cause civili,può costituire la forza aggregante di gruppi sociali, civili e politici, che di queste causesi fanno promotori, come le Associazioni dei familiari delle vittime di cui si tratterà nelprimo capitolo.6 G. D’Avanzo, L’indignazione e il diritto, La Repubblica, 25 Gennaio 20057 W. T. Vollmann, Afghanistan Picture Show. Ovvero, come ho salvato il mondo, Alet, Padova, 2005 8
  9. 9. In questo capitolo, inoltre, cercheremo di distinguere più nettamente l’indignazioneda alcune emozioni con cui essa viene talvolta confusa: tracceremo dunque la differenzatra la compassione, la pietà e l’indignazione, basandoci soprattutto su quanto scritto daHannah Arendt, nel secondo capitolo di Sulla Rivoluzione, e da Luc Boltanski in Lospettacolo del dolore; di seguito, distingueremo l’indignazione dalla rabbia e daldisgusto, nell’intento di darne una definizione meno ambigua possibile. Dell’atto di parlare ci si occuperà più specificamente nel secondo capitolo,prendendo in esame il testo fondamentale di Albert O. Hirschman (Lealtà, defezione,protesta), alcuni saggi di Bourdieu che ne sviluppano i contenuti e, infine, il contributodi Luc Boltanski, che oppone il parlare pubblico alla beneficenza individuale (pagare oparlare, insomma). L’esame di questi contributi sarà, ovviamente, finalizzato adelineare una definizione dell’atto di parola come qualcosa di non meramente verbale –la cosiddetta parola “gratuita”, la vuota chiacchiera, il parlare per parlare – ma comeparola agente, che costruisce e mantiene coesi i gruppi sociali e che costituisce lostrumento per eccellenza dell’azione politica. Dunque, considereremo la parola inopposizione a quegli atti, come la rinuncia all’acquisto per protesta contro un’azienda, ilvoto per un candidato politico o la beneficenza in denaro verso chi soffre che, puressendo considerati più prettamente “concreti”, pratici, effettivi della parola,costituiscono però azioni individuali, al più aggregabili, ben lontane da una azione ditipo politico o civile come quella che solo la parola può promuovere. Nel terzo capitolo si tratterà di un elemento fondamentale per il sorgeredell’indignazione: la simpatia, intesa come la capacità di solidarizzare con gli statid’animo di un nostro simile. Verrà affermato che la simpatia basa la propria efficaciasull’immaginazione, secondo quanto teorizzato da Adam Smith in Teoria dei sentimentimorali, ovvero sulla capacità di immaginare se stessi nei panni dell’altro, raffigurandosii suoi stati d’animo come se li si vivesse sulla propria pelle. Sempre riferendoci a Smithe a Boltanski, ma anche a quanto scritto da Martha Nussbaum sul romanzo e la tragediagreca, sosterremo l’ipotesi che l’immaginazione tragga il proprio nutrimento non solodall’esperienza quotidiana, ma anche dall’esperienza indiretta che un gran numero diprodotti culturali e mediali mettono a disposizione. D’altro canto, una larga fettadell’esperienza che l’uomo moderno ha del dolore è sempre più mediata non solo dallaletteratura e dalla narrativa cinematografica, ma soprattutto dai mezzi di comunicazione 9
  10. 10. di massa e dai nuovi media informativi. In conclusione al terzo capitolo, dunque,lasceremo aperta una riflessione sulla possibilità che la diffusione di risorse informativee culturali come la televisione e internet, ormai onnipresenti nell’esperienza quotidiana,e il dominio che le logiche commerciali esercitano sulle produzioni culturali, influiscanopesantemente sul formarsi dell’indignazione e sulle reazioni pubbliche ad essaconnesse. Dal quarto capitolo in avanti si analizzeranno più dettagliatamente le questionirelative alla rappresentazione per immagini, soffermandosi sul caso specifico dellafotografia. Il primo problema da porsi riguarda il rapporto tra le immagini e le emozioni,e quindi tra la fotografia e le emozioni, che vedremo essere più complesso di quanto nonpossa apparire. In particolare, nell’esaminare i rapporti tra la fotografia e l’indignazione,si renderà necessario rinunciare a qualsiasi determinismo causale, per sostenere, invece,che la rappresentazione fotografica di sofferenze non necessariamente provocheràindignazione. Non dimentichiamo che una fotografia costituisce solo un brandello direaltà, non la realtà stessa, e dunque non sempre è in grado di fornire una conoscenzadei fatti tale da condurre all’indignazione: nel vedere le sofferenze di un nostro simile,senza conoscere le cause che le hanno generate, senza essere in grado di individuare uncarnefice non direttamente visibile, l’animo di chi osserva potrebbe essere spinto versola compassione, se non verso l’indifferenza. In realtà, come dimostreremo in questo enel successivo capitolo, il contesto in cui la foto viene inserita determina profondamentele emozioni che genera. Dunque, si tratta soprattutto di considerare la fotografia come strumento e usarlaconsapevolmente, con l’obiettivo di sfruttare le sue potenzialità per un intento preciso:indignare e spingere a ribellarsi ad una condizione di ingiustizia. Nel capitolo 5,pertanto, saranno prese in esame alcune caratteristiche della fotografia che nedeterminano l’utilità come risorsa per spingere all’indignazione: se è vero che nonnecessariamente l’immagine di un’atrocità condurrà ad indignarsi (e, d’altro canto, ilpunto critico non è nella fotografia, ma nella disposizione d’animo di chi guarda.L’indifferenza non è prerogativa solamente di chi guarda sofferenze lontane, ma spessoanche di chi queste sofferenze le percepisce a pochi passi da sé), sosterremo che ècomunque possibile sfruttare il potere delle immagini per mostrare ciò che le parolepossono falsare, o addirittura ciò che non può essere neppure immaginato – è il caso 10
  11. 11. delle immagini “rubate” da alcuni prigionieri nei campi di concentramento nazisti, dicui ci si occuperà più dettagliatamente. Allo stesso tempo, sosterremo che l’immagineha ancora bisogno della parola per farsi capire: se l’intento di mostrare le sofferenzealtrui è spingere all’indignazione, si renderà indispensabile fornire all’osservatore unacerta quantità di informazioni (chi è la vittima? E’ parte di un fenomeno più esteso? Chisono i responsabili di tale sofferenza?) che la sola immagine raramente è in grado dicontenere, o che contiene in modo ambiguo. Le immagini dunque vanno fatte parlare –o, per parafrasare John Berger (Sul guardare), devono essere dotate di una memoria chenon possiedono – ricorrendo ad espedienti retorici: la didascalia, per esempio, ma anchel’accostamento con altre immagini, per cercare di rendere la fotografia sempre meno unframmento isolato della realtà e sempre più parte di una struttura radiale che metta ogniframmento in connessione con un altro, perlomeno tendendo a ricomporre il mosaicodella realtà. Nel sesto capitolo sarà approfondito il caso di Guerra alla Guerra, atroce galleria diimmagini della Prima Guerra Mondiale pubblicata nel 1924 dall’anarchico pacifistaErnst Friedrich (e ristampato, almeno in Italia, solamente nel 2004, forse noncasualmente). Nel libro, che è un esplicito invito ad indignarsi e rivoltarsi in massacontro la guerra, Friedrich adotta mirabilmente gli espedienti retorici di cui è inpossesso – in qualità di attore e di stampatore di testi politici – per rendere le sueterribili fotografie ancora più eloquenti. Non si limita, insomma, a mostrare la morteorribile, la sofferenza fisica, la devastazione portata dalla guerra, ma vuole anchesvelare l’ipocrisia e il cinismo dei governanti che mandano i soldati al massacro, deigenerali incolumi dietro le linee del fronte, dei potentati economici che sostengono leguerre per curare i propri interessi. Friedrich ottiene il suo scopo non solo infliggendo allettore un crescendo ben calcolato di atrocità, ma commentando le fotografie condidascalie sprezzanti, ironiche e taglienti. Più volte, come vedremo, Friedrich ricorreràall’abbinamento di più immagini significative per sostenere la propria tesi, per esempioaccostando immagini della morte terribile riservata ai soldati in trincea con quelle deigovernanti e degli alti gradi dell’esercito che si godono beatamente una scampagnata ouna tazza di tè. Il libro di Friedrich appare di notevole interesse per il tipo di foto di cui si avvale:scatti neutri, perlopiù realizzati da soldati o da medici militari non certo con l’intento di 11
  12. 12. commuovere, indignare o magari farsi beffe del nemico, ma assai probabilmente per labanale ragione di “raccogliere dati”. Non vi vediamo, insomma, fotografie come quellea cui ci hanno abituato Robert Capa o Don Mc Cullin, in cui la guerra è ritrattacomunque attraverso l’occhio di un autore, e dunque con un intento preciso, che puòessere anche, semplicemente, quello di realizzare una bella foto. Le immagini di Guerraalla Guerra parlano perché Friedrich presta loro la sua voce e le mette al servizio di unacausa. Prese da sole, costituiscono uno shock: rivoltano lo stomaco, fanno piangere,contrarre il viso, emettere gemiti di disappunto. Ma non indignano, e dunque non fannoparlare. Quello che Friedrich intende, invece, è realizzare un’opposizione attiva allaguerra, che non sia quella dei “pacifisti borghesi che vogliono combattere la guerra coni gesti dolci e le smorfie drammatiche (per esempio alzando gli occhi al cielo)”8, ma diuomini e donne che scendono in strada gridando “noi ci rifiutiamo!”, che scioperino,blocchino i treni in partenza, trattengano chi vuole partire per il fronte. Se trattando di Guerra alla Guerra si sarà esaminato un caso, per così dire, giàrealizzato, nel settimo capitolo ci si interrogherà invece – e senza la pretesa di esaurireun dibattito tutt’altro che chiuso – sulle immagini che nel Maggio 2004 hanno mostratoad una buona fetta di pianeta le torture perpetrate dai militari americani sui prigionieriiracheni di Abu Ghraib. Il caso, s’è detto, rimane aperto perché, nonostante quellefotografie (e molte altre che sono seguite) abbiano sollevato un’ondata di indignazionenel mondo occidentale e arabo, e nonostante lo scandalo abbia aperto la strada ad unaserie interminabile di denunce delle sevizie compiute dai militari americani, da agentidella Cia e da contractors al servizio dell’esercito statunitense in Iraq, in Afghanistan, aGuantanamo Bay ma anche in numerosi paesi mediorientali, asiatici e persino europei,permane qualche perplessità: se è vero che le fotografie hanno costituito lo shockiniziale da cui è nato lo scandalo, è altrettanto facile affermare che non è grazie allatestimonianza delle immagini che giustizia sarà fatta, se questo mai avverrà. Le foto diAbu Ghraib nascondono molteplici paradossi: nate per umiliare e sottomettere iprigionieri del carcere, sono divenute poi atto di accusa contro i carcerieri. Ma c’è unaltro paradosso: se le foto sono una prova schiacciante, di fronte a cui Lynndie England,Charles Graner, Sabrina Harman e gli altri torturatori identificati non possono piùdichiararsi innocenti, sembra che proprio l’esibizione dei responsabili ritratti dagli scatti8 E. Friedrich, Guerra alla Guerra. 1914-1918: scene di orrore quotidiano, Mondadori, Milano 2004,pag. 15 12
  13. 13. sia la strategia migliore per favorire la tesi delle mele marce (le foto vengono dichiarateun’eccezione, anziché costituire un frammento di una realtà più complessa), regalandol’impunità a chi nelle immagini non compare. Insomma, ci si è indignati verso alcuniaguzzini, ma per scovare i veri responsabili, la catena di comando che ha autorizzato eincoraggiato le torture, le immagini si sono rivelate insufficienti: ben più eloquenti sonostati i rapporti militari, i reportage giornalistici, le denunce delle associazioni umanitarieche, ancora una volta attraverso la parola, sono state in grado di descrivereminuziosamente una realtà complessa di cui le immagini possono solo restituirebrandelli isolati. 13
  14. 14. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore” E’ il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”.9 1. Indignarsi 1.1. Una definizione Si potrebbe definire l’indignazione come un moto dello stomaco. Come la collera, èun sentimento violento, che infiamma il ventre. Come il disgusto, essa mette insubbuglio lo stomaco. La reazione che ci coglie nell’assistere all’altrui sventura èqualcosa che “mette lo stomaco sottosopra”10, espressione simile a quella usata daAngenot, che descrive il discorso di collera come qualcosa di profondamente radicatonel corpo, “un discorso che esprime una reazione viscerale”, che è “strappato alventre”11. E’ dunque un’emozione radicata in profondità, che ci mette in subbuglio ealla cui spinta non ci si può sottrarre: siamo costretti ad agire nei confrontidell’ingiustizia di cui siamo spettatori. Si possono sviluppare innanzitutto alcune considerazioni accostando duedefinizioni tratte dal vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli: Indignazione, s.f., Risoluta ribellione a quanto offende la dignità propria o altrui [Dal lat. indignatio –onis, der. di indignari ‘indignare’]. Indignare, v.tr., muovere a sdegno, suscitare indignazione o vivo risentimento: mi indigna la sua presunzione • Come medio intr., reagire con un atteggiamento di protesta e condanna risoluta: a quella proposta si indignò; arc. Anche sempl. intr.: di questa azione del gonfaloniere indegnarono tanto i nuovi governatori (Segneri). [Dal lat. Indignari, der. di indignus ‘indegno’].9 Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici10 A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, Rizzoli, Milano 2001, pag. 20511 in L. Boltanski, Lo spettacolo del dolore, Raffaello Cortina, Milano 2000, pag. 102 14
  15. 15. In entrambe le definizioni ricorrono alcune caratteristiche cruciali nel definire lanatura di questa passione. In primo luogo: da quale evento sorge? Se la rabbia èscatenata in genere da un’offesa che ci colpisce direttamente e personalmente,l’indignazione, nella definizione data, può invece sorgere di fronte a una condizione diingiustizia che non ci riguarda direttamente, ma di fronte alla quale non è neppurepossibile rimanere indifferenti. Pur non essendo ferito nella propria viva carne,l’indignato avverte la sofferenza dell’altro come un’offesa che lo riguarda comunque inuna misura tale da generare una reazione spontanea contro ciò che ne è la causa. Eccodunque un secondo tratto caratteristico dell’indignazione: essa comportanecessariamente un’azione, nella forma di una “risoluta ribellione”, di “unatteggiamento di protesta e condanna risoluta”. Ben lungi dall’essere un’emozionestatica, che si adagi immobile nell’interiorità, essa si traduce immediatamente in azione,in attività volta al cambiamento di una situazione ormai inaccettabile. L’indignato,come vedremo più avanti, anziché tacere, prende la parola e si scaglia contro l’autoredell’offesa. La condanna dell’ingiustizia è “risoluta”. Questo termine ricorre inentrambe le definizioni prese in esame e il motivo dovrebbe apparire chiaro alla luce diquanto detto in precedenza: esiste un senso del giusto che ci spinge a considerare il tortofatto ad un nostro simile come un torto fatto a noi stessi, in quanto appartenenti allafamiglia umana. Per dirla con le parole di Rousseau, esiste una “innata ripugnanza aveder soffrire una creatura umana”. Non è possibile scendere a compromessi: si possonoforse usare parole accomodanti per condannare atti di violenza o sadismo, uccisioni,stupri o torture senza rischiare di porsi nella stessa posizione dei carnefici? La lesionedella dignità di un altro essere umano deve essere condannata in modo risoluto. Adesempio, la fermezza delle dichiarazioni contro la guerra in ogni epoca non è dovuta –come spesso si accusa – all’estremismo ideologico di chi le pronuncia, ma allaconsapevolezza che esistono valori dinanzi a cui non si può voltare il capo altrove eingiustizie rispetto alle quali ci si può solo opporre con la massima determinazione.Anche perché tacere può portarci ad essere complici di queste stesse ingiustizie. L’indignazione si delinea dunque come passione che sorge nell’assistere ad unevento inaccettabile, indegno, ingiusto, che colpisce non noi stessi ma un nostro simile.Essa si traduce immediatamente in un discorso pubblico, che “imbriglia” l’energia dellarabbia e la trasforma in condanna, parola agente che richiede con determinazione che 15
  16. 16. l’atto di ingiustizia cessi. Queste peculiarità e in particolare le modalità del suo tradursiin azione saranno rese evidenti nel confrontare tale passione con altre due comunireazioni alla sofferenza di un nostro simile: la compassione e la pietà. Esse, pur essendostate per lungo tempo assimilate all’indignazione, e ancora oggi di frequente confusecon essa, presentano tuttavia difformità cruciali per quanto riguarda il rapporto cheistituiscono con la vittima dell’ingiustizia e per le differenti reazioni che scatenano nellospettatore dell’altrui sofferenza. 1.2. Compassione, pietà, indignazione La compassione, la pietà e l’indignazione appartengono alla medesima categoria dipassioni, quelle che Shott definisce “emozioni empatetiche”12. La caratteristica chedefinisce questo genere di emozioni è che esse “derivano dal mettersi mentalmente neipanni dell’altro, e dallo sperimentare quelli che potrebbero essere i suoi sentimenti inquella particolare situazione”13. Sono empatetiche, dunque, dal momento che mettono incontatto emotivo due individui separati. Si tratta insomma di “emozioni strutturate sulruolo”, in base alle quali l’individuo è spinto a comportarsi altruisticamente per farcessare la sensazione di dolore ed oppressione che gli viene provocatadall’immedesimarsi nelle sofferenze dell’altro. Vi sono forti analogie, ma altrettantofondamentali differenze, con il rapporto che Smith, nella sua Teoria dei sentimentimorali, individua tra uno spettatore e la vittima di una sofferenza, rapporto che èmediato proprio dalla capacità di calarsi nei panni altrui attraverso l’immaginazione. Ladifferenza cruciale consiste nel fatto che Smith predilige l’instaurarsi di un rapporto disimpatia, piuttosto che di empatia, tra spettatore e vittima. Se empatia significacoincidere completamente con l’altrui dolore, la simpatia implica invece un distacco: lospettatore morale di Smith è distante dalle sofferenze a cui assiste, non le subisce su disé. Di fronte ad esse è dunque imparziale, perché non coinvolto. Inizia ad agire partendoda una posizione di disimpegno, ed è proprio in questa distanza che si manifesta la suagrandezza morale, che ne fa appunto uno spettatore morale, poiché egli prende parte a12 S. Shott, Emotion and Social Life: a Simbolic Interactionist Analysis, in American Journal of Sociology85, 197913 P. A. Thoits, La sociologia delle emozioni, in G. Turnaturi (a cura di), La sociologia delle emozioni,Anabasi, Milano 1995, pag. 41 16
  17. 17. sofferenze che non lo coinvolgono direttamente. Potrebbe disinteressarsene, ma non lofa. Anzi, si immedesima egli stesso nelle sofferenze a cui assiste, ricorrendo nonall’empatia, bensì alla simpatia, cioè alla capacità di immaginare lo stato d’animodell’altro, cioè immaginarsi nella stessa situazione, e solidarizzare con le pene altrui. Smith non sembra però tracciare una distinzione netta tra compassione e pietà, etanto meno definire distintamente la reazione di indignazione. Come vedremo, invece,queste tre passioni costituiscono stati differenti del rapporto che lega lo spettatore allavittima di un’ingiustizia, dando vita a manifestazioni significativamente differenti siasotto il profilo della capacità di partecipare al dolore altrui, sia per quanto riguarda lemodalità di reazione all’ingiustizia a cui si assiste. Si può delineare una sorta dipercorso che si sviluppa attraverso tre tappe, coincidenti con i tre stati d’animo, in cuiciascuna passione si presenta come una sorta di evoluzione di quella che la precede(senza che il termine “evoluzione” sia inteso nel senso di un’attribuzione di maggiorvalore ai sentimenti che occupano i posti più inoltrati lungo il percorso). Nel secondo capitolo di Sulla Rivoluzione, Hannah Arendt distingue le peculiaritàdel sentimento di compassione, differenziandolo nello specifico dalla pietà. Inparticolare, nel suo scritto Arendt mette in luce due elementi basilari per la nostradefinizione di indignazione: innanzitutto, il ruolo decisivo svolto dal guardare lesofferenze altrui. Per Arendt “l’oscurità, e non il bisogno, è la maledizione delpovero”14. Il povero “si sente fuori dagli sguardi degli altri, brancolante nel buio.L’umanità non si accorge neppure della sua esistenza. Egli vaga a casaccio e passainosservato. In mezzo a una folla, in chiesa, al mercato (…) Egli è del tutto nell’ombra,come se fosse in una soffitta o in una cella. Non è biasimato, criticato, censurato:semplicemente nessuno lo vede”15, ed è infatti l’atto di essere spettatori del dolore aspingere gli uomini alla compassione. Arendt mette in relazione lo spettacolo dellapovertà con le grandi rivoluzioni sociali degli ultimi tre secoli (ad esclusione di quellaamericana): “distogliere gli occhi dalla miseria e dall’infelicità della gran massadell’umanità non era possibile nella Parigi del diciottesimo secolo o nella Londra deldiciannovesimo”16 e proprio nel momento in cui tale miseria esce dall’oscurità gli14 H. Arendt, Sulla Rivoluzione, Edizioni di comunità, Torino 1999, pag. 7215 J. Adams, Discourses on Davila, in Works, Boston 1851, vol. VI, pagg. 239-40, cit. in H. Arendt, op.cit., pag. 7116 Ibidem, pag. 76 17
  18. 18. uomini diventano spettatori ed iniziano a chiedersi come cambiare uno stato di coseinsopportabile. Questo è il secondo elemento cruciale della riflessione di Arendt, laforza vitale che le passioni immettono nell’agire pubblico: la compassione divennespinta motrice delle rivoluzioni17. Ciò che contava era fondamentalmente “la capacità diimmergersi nelle sofferenze degli altri”18, piuttosto che l’azione concreta, l’atto di bontànei confronti del sofferente. Appare dunque una prima caratteristica della compassioneche la distingue dalla pietà e dall’indignazione. Compassione – che deriva dal latino compatior, il cui significato è soffrire assieme,prendere parte alla sofferenza altrui – viene definita da Arendt come “l’esser colpitidalle sofferenze di qualcun altro come se fossero contagiose”19. Ciò che lacontraddistingue è il suo indirizzarsi al singolare, poiché essa “non può estendersi al dilà delle sofferenze di una singola persona e restare ugualmente ciò che si presume sia,un patire insieme”20. Essa infatti si concentra su singoli casi di sofferenza,prendendosene cura, ma senza sviluppare capacità di generalizzazione. E’ nella suanatura rivolgersi al particolare, poiché essa “non ha alcuna nozione del generale néalcuna capacità di generalizzazione”21. La compassione fa appassionare al dolore di unapersona, ma si ferma a quel caso – o ad una serie di casi isolati – senza considerarlocome sintomo di un fenomeno più esteso. Lo sguardo compassionevole vede la miseriadel povero e ne soffre, ma non è in grado di comprendere la miseria come fenomenodiffuso, né tanto meno le sue cause. Limite della compassione è il suo non essere un’emozione cosciente, ma vissutacome stato d’animo momentaneo. Come tale, essa si rivolge direttamente verso ilsofferente, senza subire un’ulteriore elaborazione che le consenta di costruire undiscorso sull’ingiustizia. L’uomo mosso da compassione guarda solo la sofferenzadavanti ai propri occhi e non si interessa a ciò che il proprio animo sta provando difronte a tale sofferenza. La compassione dunque, non prende coscienza di sé, né sidimostra in grado di creare una teoria più generale della sofferenza, ed è per questa17 “Per Robespierre era ovvio che l’unica forza che poteva e doveva unificare le diverse classi dellasocietà per farne una sola nazione era la compassione di quelli che non soffrivano per quelli che eranomalheureux, delle classi alte per il basso popolo”, ibidem, pag. 8418 Ibidem, pag. 8519 Ibidem, pag. 9020 Ibidem21 Ibidem 18
  19. 19. ragione che essa, a differenza della pietà, “non è loquace”22. Ciò non significa che essasia completamente silenziosa, ma piuttosto che il suo linguaggio “è fatto di gesti e diespressioni del corpo piuttosto che di parole”23, non produce un discorso sullasofferenza, “parla solo nella misura in cui deve rispondere direttamente ai suoni e aigesti, ossia alle pure e semplici espressioni con cui la sofferenza diviene udibile evisibile nel mondo”24. In altre parole, essa abolisce l’intervallo che normalmente esistenei rapporti umani, abolisce la distanza, ovvero il “tra di noi”. Distanza che è, nelleparole di Arendt, “quello spazio terreno fra gli uomini in cui si svolgono gli affaripolitici e si colloca l’intero campo delle vicende umane”25. “La compassione consenteuna comprensione diretta dell’identità dell’altro (ovvero indipendente dalle sue qualitàmondane), ma è incapace di porre tra sé e l’altro una distanza in cui possa trovare spazioil mondo. Essa vive, cioè, di assenza di distanza e, non a caso, è muta, opaca, aliena allaluminosità dello spazio pubblico”26. Ma è nello spazio di tale distanza che prende formal’azione politica, il cui strumento è la parola, parola di condanna, di denuncia, comevedremo, volta a produrre dei mutamenti. Proprio perciò la compassione appare muta,perché, sprovvista della parola, essa non produce reali conseguenze e risultati sul pianopolitico, ovvero non è in grado di attuare quel cambiamento che porterebbe alla finedella condizione di sofferenza a cui si assiste. In questo molto diversa dall’indignazione,la compassione di solito non si lancia in un’azione volta a modificare le condizionipresenti e far terminare le sofferenze a cui si rivolge, “ma se lo fa, respinge i logori enoiosi processi della persuasione, del negoziato e del compromesso, che sono i processidella legge e della politica, e presta la sua voce agli stessi uomini che soffrono e chedevono pretendere un’azione veloce e diretta, ossia l’azione per mezzo dellaviolenza”27. La pietà, invece, supera i limiti della compassione come pura passione, grazie allacapacità di introspezione. La compassione viene scoperta e intesa come un sentimento,e questo sentimento è la pietà. Essa concilia la passione per i singoli casi di sofferenzacon la capacità di ricercare manifestazioni più generali della sofferenza. “La pietà,22 L. Boltanski, Lo spettacolo del dolore, op. cit., pag. 823 H. Arendt, Sulla Rivoluzione, op. cit., pag. 9124 Ibidem, pag. 9225 Ibidem, pag. 9126 P. Costa, Martha Nussbaum: la compassione entro i limiti della ragione, in La società degli individui,n. 18, anno VI, 2003/327 H. Arendt, Sulla Rivoluzione, op. cit., pag. 92 19
  20. 20. poiché non è ferita nella propria carne e mantiene la sua distanza sentimentale, puòriuscire dove la compassione fallirà sempre: può protendersi verso la moltitudine equindi, come la solidarietà, arrivare alla massa degli uomini”28. Se individuare lesofferenze di vittime singolari è necessario perché sorga la compassione, la produzionedi una generalizzazione si rivela necessaria per far fronte alla distanza tra lo spettatore eil sofferente29. L’individuo mosso da pietà non si lascia andare ad uno stato d’animo delmomento, ma elabora la passione attraverso l’introspezione, prendendone coscienzacome di un’emozione e divenendo in grado di trasmetterla come una teoria più generalesull’ingiustizia. Tuttavia, come scrive ancora Costa, queste caratteristiche costituisconoanche un limite della pietà: “quando fa il suo ingresso nella sfera pubblica lacompassione subisce una trasformazione essenziale. Essa diventa sentimento di pietà eperde la capacità di distinguere l’altro che si trova di fronte nella sua individualità.Spersonalizzando i soggetti che compatisce, la pietà finisce in effetti per accorparli in unaggregato privo di volto”30. C’è un altro nodo cruciale con cui tale emozione si deve necessariamenteconfrontare, quello dell’azione diretta al mutamento delle condizioni di ingiustizia. Sitratta di una conseguenza irrinunciabile, poiché, come sottolinea Susan Sontag, “lacompassione è un’emozione instabile. Ha bisogno di essere tradotta in azione, altrimentiinaridisce”31. La pietà deve dunque accompagnarsi all’orientamento all’azione,necessità legata al bisogno di porre fine alla sofferenza a cui si sta assistendo, altrimentisi ricadrebbe nel dominio di una compassione sterile, in cui va perduta una teoria dellagiustizia in grado di agire contro condizioni che ledono la dignità di altri esseri umani. L’azione in favore del sofferente può però incorrere nel limite drammaticodell’incapacità di agire, generata dalla distanza fisica tra lo spettatore e l’oggetto dellasua pietà. La separazione può rendere arduo, se non addirittura impossibile, muoversiconcretamente contro l’ingiustizia cui la vittima è sottoposta. La distanza fisica, lebarriere politiche, economiche o giuridiche che spesso si interpongono tra spettatore e28 Ibidem, pag. 9429 Diverse associazioni umanitarie fanno un uso accorto di singole storie particolarmente adatte ad esseretestimoni di una condizione generale di sofferenza, senza peraltro rinunciare a descrivere il contesto in cuiesse avvengono: a titolo d’esempio, si pensi alle storie a lieto fine del notiziario periodico italiano diAmnesty International, o a Soran, ragazzino kurdo mutilato da una mina antipersona, la cui storia vienenarrata con passione nei filmati sull’attività di Emergency in Iraq Soran non aver paura (1998) eL’arcobaleno e il deserto (2003).30 P. Costa, Martha Nussbaum: la compassione entro i limiti della ragione, op. cit., pag. 13331 S. Sontag, Di fronte al dolore degli altri, Mondadori, Milano 2003, pag.84 20
  21. 21. vittima, finiscono per generare una sensazione di impotenza, tanto più nel momento incui la sofferenza dell’altro si reitera sotto i nostri occhi senza che sia possibile impedirein qualche modo che ciò avvenga. Lo stesso Smith non manca di evidenziare come lasensazione di non poter fare nulla di concreto per soddisfare il proprio risentimento perun’ingiustizia possa divenire un vero e proprio tormento32. Il rischio, piuttosto elevato, èche la sensazione di impotenza faccia cadere in uno stato di scoramento e rassegnazioneche mortifichi qualunque tentativo d’azione, un passo indietro verso l’isterilimento dellacompassione descritto da Sontag. Questo passaggio cruciale è esplicato lucidamentedall’interrogativo di Boltanski: “di fronte allo spettacolo di un infelice che sta soffrendolontano, cosa può fare lo spettatore, condannato – almeno nell’immediato – allainazione, ma moralmente ben disposto?”33. La risposta è una sola, ed è netta: puòindignarsi. I sentimenti di pietà e indignazione sono dunque concatenati e, d’altro canto, non cisarebbe alcuna ragione di indignarsi nell’assistere ad un’ingiustizia se si fossecompletamente sprovvisti di pietà. Come si potrebbe risentirsi del torto perpetrato alladignità di un altro essere umano senza possedere la capacità di simpatizzare con il suodolore? Provare pietà è dunque indispensabile, ma ciò che marca la differenza tra le dueemozioni è il fatto che l’indignazione è una pietà che “non rimane disarmata e, diconseguenza, impotente, ma si dota delle armi della collera”34. Essa si esprime, siesterna, in quanto reazione viscerale, in modo risoluto. Ma l’energia scatenata èsottoposta suo malgrado al limite della distanza fisica tra l’indignato e il persecutoreverso cui è indirizzata la collera: dunque, nell’incapacità di esprimersi in azione fisica ingrado di far cessare l’ingiustizia, essa si muta in un attacco verbale. La violenzasublima, divenendo parola, in forma di condanna e protesta. La parola – parola agente –è arma dell’indignazione, strumento di condanna delle ingiustizie e mezzo perrichiedere risolutamente un cambiamento, premendo con tutte le energie per ottenerlo. Ildiscorso dell’indignato assume la forma dell’accusa rivolta, ovviamente, non all’infelice(per sua natura già sottoposto ad un’offesa), ma al suo aguzzino. Ci si ribella al posto dichi non può ribellarsi, si protesta al posto di chi non può protestare. Perché la sofferenzache l’altro sta patendo ci coinvolge senza scampo: basata sulla simpatia, l’indignazione32 Cfr. A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, op. cit. pag. 26833 L. Boltanski, Lo spettacolo del dolore, op. cit. pag. 9134 Ibidem, pag. 91 21
  22. 22. è dunque un’emozione che spinge a prendersi attivamente cura dell’altro, a farsi caricodella sua condizione di sofferenza e a reagire con decisione a qualunque offesa glivenga rivolta. E’ ben più che il semplice interesse per le condizioni dei deboli, deglioppressi, dei paria, dei perdenti. Indignarsi significa scendere in campo al loro fianco,considerando l’ingiustizia che essi subiscono come una ferita inferta all’intera umanità edi fronte alla quale girarsi dall’altra parte e proseguire oltre, fingendo che non stiasuccedendo nulla, sarebbe intollerabile. 1.3. Rabbia, disgusto, indignazione E’ opportuno aprire una parentesi per tracciare un’ulteriore distinzione, si sperachiarificatrice, tra l’indignazione e altre due passioni, che potremmo definire“viscerali”: la rabbia e il disgusto. Riferendosi all’indignazione, Boltanski delineavacome caratteristico di tale passione il fatto che essa non rimanga “disarmata”,impotente, ma si doti delle “armi della collera”. Preliminarmente, avevamo già stabilitouna prima distinzione tra l’indignazione e la rabbia: laddove la rabbia sorge per unacausa che ci tocca in prima persona, l’indignazione è causata da qualcosa che colpisceun altro individuo e che, tuttavia, finisce per riguardarci nel momento in cuisimpatizziamo con i suoi stati d’animo. Ma la distinzione tra la rabbia e l’indignazionenon è così netta. Mario Vegetti, nel suo saggio sull’ira (menis) omerica, elenca quattrotermini presenti nel poema per definire questo sentimento: “menis vale propriamente‘indignazione’, ‘risentimento violento’; essa è in rapporto con cholos, la ‘collera’ aspraed amara (in seguito connessa al temperamento ‘bilioso’); ci sono poi menos, il ‘furore’guerriero del campo di battaglia, e infine thymòs, l’impulso emotivo che scatenal’azione (connesso a menos)”35. Sembra dunque che rabbia e indignazione siano, in qualche misura, correlate. Atitolo d’esempio, basti confrontare le definizioni relative all’indignazione e all’atto diindignarsi che vengono date dal Grande Dizionario della Lingua Italiana, edizioniUTET:35 M. Vegetti, Passioni antiche: l’io collerico, in S. Vegetti-Finzi (a cura di), Storia delle passioni,Laterza, Roma-Bari, 2000, pagg. 39-40 22
  23. 23. Indignazione (ant. indegnazione), sf. Sentimento di vivo sdegno, di profondo risentimento, di violento disprezzo, di corruccio nei confronti di ciò che si giudica indegno, ignobile, ingiusto, sconveniente o comunque offende la coscienza. Indignare (ant. indegnare, endegnare), tr. Suscitare indignazione, muovere a sdegno; fare adirare. – anche assol. 3. Intr. (anche con la particella pronom.). Provare vivo risentimento, accendersi di sdegno; offendersi, aversi a male, adirarsi. In queste definizioni, a differenza di quelle riportate in precedenza, compare unnuovo elemento: l’indignazione viene associata all’ira. Il legame tra le due passioniviene marcato, nello stesso dizionario, dalla definizione di ira: Ira, sf. Emozione violenta, e talvolta rabbiosa, che si manifesta con atti o parole di aggressiva, incontrollata e per lo più offensiva veemenza, di astioso risentimento che tende alla vendetta o alla punizione contro il fatto, la circostanza, il motivo che ne ha determinato l’insorgere; collera, rabbia, furore (e, secondo la teologia morale, è uno dei sette vizi capitali; anticamente era considerata una demenza parziale). (…) 3. Sdegno, risentimento giustificato, indignazione profonda e veemente. Di tono simile la definizione del già citato Devoto-Oli: Ira s.f. 1. Moto di reazione violenta, spesso rabbiosa, e genrl. non riconducibile ad una giustificazione sul piano umano e razionale: avere uno scatto d’i.; lasciarsi trasportare dall’i.; attirare su di sé le i. di qlc.; i. feroce, cupa, lenta, implacabile. 2. part. Odio come motivo di acceso risentimento o come causa di discordia, spec. civile: Quel da Essi il fe’ far, che m’avrà in i. (Dante); ire di parte • Sdegno alimentato da uno zelo indomabile o da una funzione sacra di giustizia: l’i. dell’Alfieri. (…) 23
  24. 24. La differenza tra l’ira e la rabbia può apparire sottile, tuttavia è opportuno riportareanche le definizioni relative a quest’ultima, tratte la prima dal dizionario UTET, laseconda dal Devoto-Oli (e, ovviamente, non considerando il primo significato riportato,riferito all’idrofobia): Rabbia, (ant. ràbia, ràia), sf. (…) 2. Figur. Stato di violento turbamento emotivo determinato per lo più da un risentimento subitaneo per un torto o un danno subito, da una grave contrarietà o da una forte delusione, che si manifesta spesso con alterazioni fisiche (tremito, congestione del volto) e che può indurre a gesti scomposti, ad atti e a parole incontrollate, a esplosioni di violenza verbale o fisica nei confronti di chi si ritiene la causa del danno; collera, ira, furore (rispetto ai quali ha una sfumatura di più bassa, cieca e quasi bestiale perdita del controllo e della ragione, spesso in espressioni del tipo Entrare, montare in rabbia, sfogare la rabbia). (…) – Furore di un gruppo, di una categoria di persone, di una classe sociale (e, in partic., del popolo) che si manifesta in tumulti, in turbolenze, in azioni collettive di violenza. (…) 3. Ira sorda e contenuta come stato permanente dell’animo, che nasce per lo più da sconfitte subite, da condizioni di oppressione e dal conseguente senso della propria impotenza , da dissenso ideologico e politico, da grave disagio esistenziale. (…) – Sentimento collettivo che proviene da condizioni di oppressione politica e sociale, dal desiderio di rivalsa contro gli oppressori. (…) Rabbia s.f. (…) 2. Rel. a persone, irritazione violenta e incontrollata, oppure chiusa e impotente, di chi vede irrealizzati o irrealizzabili i propri desideri, o insaziabili le proprie voglie e passioni; anche, reazione di stizza o di dispetto che ispira l’atteggiamento, momentaneo o abituale, di un’altra persona, o la condizione altrui considerata migliore e più desiderabile della propria. Queste definizioni aiutano già da subito a chiarire la differenza tra la rabbia el’indignazione e, quindi, a definire per contrasto l’indignazione stessa. Innanzitutto, a 24
  25. 25. differenza della rabbia, l’indignazione non è scatenata da un torto subito in primapersona, come già ribadito: è l’ingiustizia a cui è sottoposto un nostro simile aindignarci. Se indignazione e rabbia possono essere accostate è perché la condizione delnostro simile ci colpisce come se fosse la nostra: in qualche modo, dunque,l’indignazione è una sorta di “rabbia altruistica”. Tuttavia, è nelle loro manifestazioni fisiche che rabbia e indignazione divergonoradicalmente. Quest’ultima non si esprime “con alterazioni fisiche” o attraverso “gestiscomposti” o “atti e parole incontrollate”, né tanto meno in “tumulti” e azioni violente,ma, lo ripetiamo, attraverso la parola. L’indignazione, è bene precisarlo, non spinge allaviolenza, né può tradursi in azioni violente. La distanza tra l’indignato e la vittimaimpedisce l’azione violenta nei confronti del persecutore: in questo spazio la furiasublima e si dispiega invece l’azione politica, basata sulla parola. La violenza dellarabbia costituisce semmai l’elemento più istintivo dell’indignarsi, la spinta che costringead agire: “sembra che la rabbia ci carichi di energia, di certezze, di decisione, dicoraggio – stiamo male, ma crediamo di sapere cosa ci farebbe star meglio. (…)Veniamo presi da un vortice che ci sbatte, che ci costringe ad agire, una specie dipossessione che ci fa perdere la vista, da lontano ma anche da vicino”36. Dalle definizioni esaminate, sembra che il limite della rabbia consista nellamancanza di una via alternativa tra violenza incontrollata e impotente chiusura.L’indignazione supera questo limite esprimendosi nell’atto di denuncia. In esso sirisolve il dilemma tra due posizioni inconciliabili, quella della violenza forsennata equella della chiusura impotente: la spinta ad agire diviene il motore dell’azione verbale,che è denuncia, condanna, mai violenza verbale fine a se stessa, attraverso cui lapassione si esterna. Dell’ira e della rabbia, in sostanza, si può dire che l’indignazioneconservi l’impulso all’azione, ma tale impulso è convogliato in altre direzioni. La rabbiaè un moto istintivo che spinge all’aggressione fisica o verbale, non sempre verso ilgiusto obiettivo, mentre l’indignazione è un sentimento che, se sorge come istintivaripugnanza verso qualcosa che offende il nostro senso di dignità, si traduce però inriflessione, ricerca di responsabilità e denuncia dei responsabili. Giacché abbiamo detto che il torto perpetrato nei confronti di un altro essere umanopuò ripugnarci, il secondo sentimento su cui è necessario soffermarsi è il disgusto, a cui36 V. D’Urso, Arrabbiarsi, Il Mulino, Bologna, 2001, pag. 16 25
  26. 26. già nelle primissime righe di questo capitolo abbiamo fatto riferimento, definendol’indignazione come un moto dello stomaco, idea che rispecchia le parole di AdamSmith (qualcosa che “mette lo stomaco sottosopra”) e che ritroveremo più avanti: PietroIngrao, per esempio, descrive la propria indignazione di fronte alla sofferenza deibambini iracheni come una “nausea psichica”37. Tra l’altro anche la rabbia si puòconsiderare un moto dello stomaco (probabilmente più dell’indignazione): abbiamo giàriportato la definizione del “discorso di collera” di Angenot, inteso come “un discorsoche esprime una reazione viscerale”. Tra le reazioni fisiologiche che D’Urso associa allarabbia – aumento del battito cardiaco, tensione muscolare, emicrania, balbettio e altre –vengono rilevati anche “contrazioni e bruciori allo stomaco”38. Va notato, en passant,che anche altre emozioni trovano la loro espressione fisica (inappetenza, nausea,gastrite, una morsa indefinibile) in questa zona del corpo. Se l’indignazione costituisce,s’è detto, una rabbia più “fredda”, distaccata, tuttavia essa nasce da una reazione disdegno viscerale nei confronti di qualcosa che offende il nostro senso della dignità. Inun certo senso, dunque, l’indignato è, in partenza, disgustato da ciò di cui viene aconoscenza, perché lo ritiene intollerabile. Diamo un’occhiata alle definizioni deldizionario Devoto-Oli: Disgusto s.m. Acuto e persistente senso di ostilità fisica o morale proveniente da sazietà, o da malumore o risentimento più o meno motivati: provare d. delle sigarette; il tuo cinismo mi ispira d. [Da dis-I e gusto]. Disgustare v. tr. 1. Provocare nausea, avversione, ripugnanza: un simile comportamento mi disgusta; è di un egoismo, di una grettezza che disgustano • Di cibo o bevanda, essere intollerabile: quel pesce mi disgusta. 2. medio intr. Passare ad un acuto e persistente senso di fastidio nei confronti di qlc. o di qlcs.: mi sono disgustato col mio collaboratore (…) E quindi a quelle del solito dizionario UTET:37 P. Ingrao, La politica, che passione, La Repubblica, 12 Luglio 200538 V. D’Urso, Arrabbiarsi, op. cit., pag. 67 26
  27. 27. Disgusto, sm. Sensazione sgradevole al gusto (o agli altri sensi); ripugnanza per cibi, bevande; nausea. (…) 2. Figur. Fastidio profondo (che nasce da stanchezza o da ripugnanza fisica o morale); viva repulsione dell’animo, insofferenza (per persone, cose, azioni, idee, ecc.); turbamento del senso estetico, sgradevole sensazione di bruttezza; senso di sazietà e nausea verso ogni cosa e l’intera vita, dalla quale si ostenta di non desiderare più nulla e di non attendersi nessun piacere. – Anche in senso concreto: ciò che provoca ripugnanza, sazietà. Disgustare, tr. Suscitare disgusto; offendere il gusto, riuscire disgustoso (un cibo, una bevanda). (…) 2. Figur. Provocare impressioni sgradevoli moleste; dispiacere vivamente; dare un senso di fastidio, di insofferenza, di ripugnanza fisica o morale; suscitare stanchezza nell’animo, nausea profonda per un oggetto, per un’occupazione, per un’attività; alienarsi l’animo o la simpatia di qualcuno con atti o parole che riescono sgradite o male accette; offendere col proprio comportamento o con i propri discorsi la suscettibilità altrui. – Anche assol. (…) Alla luce delle definizioni riportate, possiamo collocare il disgusto, inteso come“nausea psichica”, reazione viscerale a qualcosa di moralmente indecente, comecomponente dell’indignazione. La sofferenza a cui un persecutore sottopone un nostrosimile ci attanaglia lo stomaco, ci fa inorridire. Ma l’indignato supera questo statod’animo, legato al corpo e alle manifestazioni corporee, elaborando tale disgusto inmodo cosciente. Rabbia, disgusto e indignazione sono passioni estremamente diverse,soprattutto per i modi in cui si esprimono: le accomuna, se vogliamo, quella scintillainiziale che scaturisce da un senso di ingiustizia e indecenza e finisce per mettere insubbuglio le viscere, spingendo a reagire risolutamente per porvi rimedio. 1.4. La passione come motivazione ad agire Consideriamo le parole con cui Howard Zinn, storico e attivista americano, descrivesinteticamente ed efficacemente le reazioni di conoscenti ed amici, contrariati dai 27
  28. 28. risultati delle elezioni che, nel Novembre 2004, hanno confermato George W. Bush allaCasa Bianca. “Nei giorni che sono seguiti all’elezione del presidente degli Stati Uniti,sembrava che tutti i miei amici fossero depressi e arrabbiati, frustrati e indignati osemplicemente disgustati. Alcuni vicini, con i quali mi ero sempre limitato a scambiareniente più di un semplice saluto, mi fermavano per strada e mi intrattenevano indiscussioni appassionate.”39 Ciò che Zinn condensa abilmente in queste poche righe è ilprocesso attraverso cui le persone da lui citate, inizialmente assalite da un moto didisgusto, rabbia, indignazione rispetto ad un avvenimento che, evidentemente,avvertono come ingiusto, sono spinte ad esternare le passioni che le pervadono. Lofanno per mezzo della parola, attraverso cui danno voce, letteralmente, adun’indignazione che esige di manifestarsi. E’ significativo che semplici conoscenti,vicini di casa con cui in genere si scambiano appena i saluti imposti dalla routine, da ungiorno all’altro avvertano la necessità di discutere a lungo con qualcuno che condividale loro passioni. In questo articolo, significativamente intitolato Harness that anger(imbrigliate quella rabbia), Zinn insiste più volte sull’importanza che le passioniindividuali possono rivestire nel far nascere un movimento di protesta: “Nella rabbia,nel disincanto, nella frustrazione dolorosa c’è un’enorme energia, e se questa energiaviene messa in movimento può ridare una grande forza al movimento contro la guerra(…)”40. La rabbia, dunque, come la frustrazione, il disgusto, l’indignazione, possonodivenire il motore di una mobilitazione di massa contro qualcosa che è percepito comeprofondamente iniquo, immorale, ingiusto. Zinn descrive queste passioni come unaforza dirompente che non può essere trattenuta e pertanto rende l’inerzia, il silenzio, lapassività insopportabili, e spinge ad agire in prima persona, utilizzando la parola perribellarsi ad uno stato di cose non più tollerabile. Queste emozioni possono generaregrandi mobilitazioni se, anziché disperdersi in espressioni individuali, divengono ilcollante dell’azione collettiva: la passione, allora, non è solo una forza che dirompeall’esterno, ma anche una forza che tiene insieme un gruppo di persone. In altre parole,così come l’indignazione muove il singolo individuo, così quando accomuna piùpersone, rivela una natura rivoluzionaria e creativa, facendo nascere gruppi e39 H. Zinn, Non disperdiamo la nostra rabbia, in Il fantasma del Vietnam e altri scritti sulla guerra,Datanews Editrice, Roma 2005 (titolo originale: Harness that anger, tratto da www.theprogressive.org,gennaio 2005), pag. 1940 Ibidem, pag. 21 28
  29. 29. mantenendoli coesi, generando azioni che mirano ad ottenere un cambiamento in unostato di cose in cui si avverte l’urgenza di un problema. Come illustra Sergio Moravia nel saggio Esistenza e passione41, le passioni sorgonoda una situazione di mancanza o di bisogno, alla quale si reagisce ricercandoun’alternativa accettabile allo stato di cose inaccettabile. La passione “è sempreannodata con un Umwelt circostante, diversa, se non addirittura ostile”42 e, ancor piùprecisamente, essa “si configura come la risultante di una vera e propria relazionedialettica tra un soggetto e il suo contesto”43. La situazione di mancanza o di bisogno,che costituisce l’Umwelt, l’ambiente in cui la passione prende vita e si sviluppa, spingel’individuo non solo a mettere in discussione, vivacemente, spesso violentemente, lecondizioni percepite come ingiuste, ma anche a credere in un’alternativa e a manifestarerisolutamente la propria convinzione nella possibilità di realizzare l’alternativa stessa.“Come la passione è essenzialmente una forte credenza, così l’appassionato è per piùversi un tenace credente. Crede in un altro, in un oltre, in un meglio.”44 Moraviadescrive, efficacemente quanto l’aneddoto di Zinn, le forme che la passione assume nelproprio svilupparsi, poiché essa assai di rado è un fenomeno improvviso, un coup defoudre, ma è piuttosto una storia, dotata di un’evoluzione per fasi, svolte spessoimprovvise, brusche sterzate, colpi di scena. Nelle prime fasi, la realtà altra (la realtà a cui si ambisce con tanta forza) è talmenteesaltata dalla passione da manifestarsi come una presenza invasiva, quasi fosse talmentea portata di mano da poter essere colta immediatamente e con un rapido movimento.Dominato interamente dalla passione per un’alterità che sembra ad un passo dall’essererealizzata, l’appassionato ne viene totalmente posseduto, come in preda a una sorta diinsistente nostalgia. A queste fasi, in cui la realtà altra domina completamente la vita delsoggetto, ne seguono altre in cui si manifesta gradualmente una sorta di allontanamentotra il soggetto e l’oggetto della sua passionalità, che conduce non ad una separazione,quanto al raggiungimento di un maggior grado di autonomia, che consente unadifferente capacità di vivere la propria scelta emotiva. Il soggetto appassionatoacquisisce una rinnovata determinazione a seguire la propria scelta emotiva in modo41 S. Moravia, Esistenza e Passione, in S. Vegetti Finzi (a cura di) Storia delle passioni, Laterza, Roma-Bari 200042 Ibidem, pag. 2543 Ibidem, pag. 2544 Ibidem, pag. 17 29
  30. 30. libero e personale, ed è a questo punto che la passione inizia ad agire sulla realtà,mirando a decostruirla e ricostruirla, ovvero a plasmarla, per darle la forma di quellarealtà altra a cui l’appassionato ha rivolto tanto insistentemente il proprio pensiero.Essa, operando attivamente sul presente, giunge ad essere “iniziativa anticonformista ecreativa, decostruzione di miti e idées reçues, trasgressione di vincoli e regole,costituzione di condizioni o sentimenti o stati alternativi”45. Ecco dunque manifestarsi il suo carattere doppio, convivenza di distruzione ecreazione: da un lato, la realtà esistente non può essere accettata, deve essere fatta apezzi e cambiata radicalmente; dall’altro, la passione si fa energia che crea e anima unanuova concezione della realtà, o una nuova realtà tout court. Essere appassionatisignifica dunque credere, o aver fede, nella propria passione e trarre forza da essa.Nell’individuo appassionato emergono, giorno dopo giorno, una tenacia, una forzad’animo, una determinazione a perseguire i propri obiettivi che prima gli erano ignote.La passione genera una svolta, diviene scelta radicale, anima la ricerca ostinata di unmutamento. Da un’altra prospettiva, si può vedere la passione anche come qualcosa che cogliel’individuo e ne domina le scelte, senza che esso possa opporsi. Il soggetto si trovacatturato dalla passione, ma è una cattura consenziente: come un Appello (questo è iltermine usato da Moravia), la passione risveglia pulsioni in attesa di essere riportate invita e ben disposte ad esserlo. Al risuonare dell’Appello, si manifesta la realtà altra a cuisi dirige il proprio desiderio e inizia la ricerca della sua realizzazione. Così come i vicinidi casa di Zinn – solitamente riservati, ma da un giorno all’altro divenuti curiosamenteloquaci – così “il borghese piccolo piccolo esce dai suoi orizzonti solitamente privi dipassione, slanciandosi in un’impresa spesso più grande di lui”46. Da un giorno all’altro,persone fino ad allora restie ad impegnarsi direttamente danno voce alle propriepassioni, aspirando a realizzare un’alternativa ad uno stato di cose in cui persistonopercezioni di mancanza o di bisogno. Gli esempi che potrebbero essere addotti, oltre aquello riportato da Zinn, sono pressoché infiniti nella storia e nel presente: dalmovimento operaio che chiede un mutamento nelle condizioni di lavoro all’associazionedei consumatori che propone differenti modelli di consumo o di produzione, dalleassociazioni antirazziste che richiedono maggior tutela della dignità dei migranti ai45 Ibidem, pag. 1846 Ibidem, pag. 24 30
  31. 31. movimenti che si oppongono all’attuale modello di globalizzazione, proponendoalternative sostenibili, ritenute maggiormente eque e giuste, fregiandosi del celebreslogan che è anche la proposta di una realtà alternativa all’attuale: un altro mondo èpossibile. Tra i numerosi esempi, ne abbiamo scelto uno che descrive efficacemente ilpercorso attraverso cui l’indignazione, trasformandosi in una passione civile – passioneche anima i singoli e li unisce – mobilita anche individui mai abituati in precedenza adimpegnarsi in prima persona, e li introduce a modalità d’azione collettiva checambieranno per sempre la loro vita. 1.5. Contro l’oblio: la strage di Bologna E’ possibile trovare una descrizione approfondita di come passioni che nascono daprofonde motivazioni etiche possano spingere fuori dalle mura di casa e verso la piazzanel libro di Gabriella Turnaturi Associati per amore47, che raccoglie diverse esperienzedi mobilitazione tra la gente comune, dall’associazione dei familiari delle vittime dellastrage di Bologna a quelle di Ustica, dalle madri napoletane che lottano contro latossicodipendenza fino alla storia del Comitato dei cittadini di Racconigi che si battécontro la sottrazione, decisa dal Tribunale dei Minori, di Serena Cruz alla sua famiglia.Ciò che accomuna i parenti delle vittime di stragi, le madri napoletane o i cittadini delpiccolo paese del Cuneese è l’importante mutamento introdotto nella loro vitadall’esperienza della mobilitazione. Solitamente non abituati alla protesta, molti di lorosi arricchiranno di nuove risorse e conoscenze, scopriranno nell’esperienza dellamobilitazione per una causa collettiva nuovi valori, in parte preesistenti come collantedel gruppo, in parte creati dal gruppo stesso. “La richiesta di giustizia e verità noi non la consideriamo una vendetta, ma solo undiritto civile di tutti i cittadini; la consideriamo un diritto civile indispensabile ad evitareche l’impunità generi o faciliti il ripetersi, come già verificatosi, delle stragi. Il dirittoalla vita fa parte dei diritti dell’uomo e noi chiedendo Giustizia e Verità difendiamoquesto diritto”48, dichiara Torquato Secci, presidente dell’Associazione dei familiaridelle vittime della strage alla Stazione di Bologna e soprattutto padre di Sergio Secci, unragazzo di ventitrè anni, una delle 85 persone ammazzate nell’attentato. Una strage47 G. Turnaturi, Associati per amore, Feltrinelli, Milano 199148 Ibidem, pag. 7 31
  32. 32. tuttora impunita: al processo d’appello, conclusosi il 19 Luglio 1990, tutti gli imputatisono stati assolti. Per alcuni, solo una delle troppe stragi che hanno insanguinato glianni Settanta e Ottanta, e soprattutto una strage su cui pesano ancora i tentativi dimettere a tacere, insabbiare, rinunciare a interrogarsi. “Contro questa cultura dell’oblio,fatta di precise volontà politiche, ma anche di una rimozione collettiva di fronte a tantemorti e a tante responsabilità inevase, c’è stato però chi ha opposto la memoria, la vocedel ricordo”49. L’Associazione dei familiari delle vittime prende forma attraverso una lentariflessione su quanto accaduto, una progressiva elaborazione del lutto, ma soprattuttodall’indignazione per una serie di eventi inaccettabili, come l’assoluzione degli imputatiper la strage di Piazza Fontana, il 20 Marzo del 1981. Una sentenza che costituìun’ulteriore violenza a chi aveva già sofferto le conseguenze di un attentato e un gridod’allarme: bisognava agire subito per impedire che la verità sulla morte dei propri carivenisse soffocata dalla cultura dell’oblio, un processo di rimozione che le istituzionisembravano incoraggiare, più che combattere. Tuttavia in questo caso il ricordo noncostituiva un fatto personale e privato, ma un diritto collettivo e un dovere civile.Laddove le istituzioni sembravano persino ostacolare la ricerca della verità sulle stragi,era necessario che i cittadini, beneficiari del diritto alla verità e alla giustizia, simettessero in azione per rivendicare ciò che spettava loro. L’Associazione dei familiaridelle vittime, dunque, nacque per rivendicare e conseguire un diritto: “cercare diraggiungere la verità e la giustizia, che temevamo ci sarebbero state negate similmente aquanto era accaduto per le stragi che avevano preceduto quella di Bologna.L’Associazione doveva ottenere ciò che si era prefissa senza far ricorso alla violenza(…) Raggiunto lo scopo, l’Associazione, che non ricorreva per la sua formazione agliausili notarili si sarebbe sciolta”50. In poco tempo, dall’iniziativa di una cinquantina di persone si giunge adun’Associazione di 258 componenti. “Fra quei familiari, colpiti tutti egualmente senzaalcuna differenza di ceto e censo c’erano persone colte e politicizzate e persone senzaalcuna particolare tradizione di impegno o di mobilitazione, c’erano padri e c’eranofigli, c’erano donne e c’erano uomini. Persone lontane e diverse improvvisamente49 Ibidem, pag. 350 Testimonianza di Anna Maria Montani, in T. Secci, Cento Milioni per testa di morto, Targa ItalianaEditore, Milano 1989, pagg. 50-51 32
  33. 33. accomunate non solo dalla morte dei loro cari, ma dalla convinzione e dalla coscienzache quanto era accaduto non era una disgrazia, una catastrofe naturale, ma qualcosa chepoteva essere evitato e di cui bisognava ricercare i responsabili”51. Sono i valoricondivisi a costituire il nucleo intorno a cui si addensano esperienze profondamentedifferenti, ma è soprattutto la volontà che tali valori non rimangano qualità dei singoliindividui e diventino invece patrimonio della collettività, a costituire la spinta adassociarsi. Tanto che, attorno all’Associazione dei familiari delle vittime di Bologna,nasceranno i comitati di solidarietà di Bologna, Roma, Venezia e Terni, composti dasemplici cittadini, non coinvolti direttamente, ma intenzionati a mettersi in gioco perimpedire che calasse il silenzio su eventi che riguardavano, comunque, la collettività:“per molti l’essere presenti, testimoniare la propria volontà di perseguire la verità non èsolo un impegno di solidarietà, ma un dovere civile. Impegno morale e impegno politicosi saldano così come si saldano emozioni e valorizzazione del proprio esserecittadini”52. Tre anni dopo la nascita dell’Associazione bolognese, vedrà la lucel’Unione delle Associazioni dei familiari delle vittime, con sede a Milano, cheraccoglierà al suo interno le associazioni dei familiari delle vittime di Piazza Fontana,dell’Italicus, di Piazzale della Loggia, del rapido 904, con l’intento comune dicombattere una cultura del silenzio e dell’oblio che mette in pericolo la ricerca dellaverità e la consegna alla Giustizia dei responsabili. L’Associazione, s’è detto, rifiuta la violenza. L’arma dei familiari delle vittime diBologna è la parola, strumento dell’azione politica. Chiedendo giustizia per se stessi, ifamiliari chiedono giustizia per tutti: la loro azione civile alterna ricerca delleresponsabilità e denuncia pubblica, assieme ad atti strettamente politici, come laproposta di legge di iniziativa popolare per l’abolizione del segreto di Stato nei delitti distrage e terrorismo, presentata nel 1984 e approvata solo sei anni dopo. Anche in questocaso, il diritto rivendicato da alcuni, diventa una conquista per la collettività, un passoavanti per la Democrazia. La parola serve ai familiari per far sentire la propria presenzae far pesare le proprie opinioni, per informare i cittadini e per fare pressione sulleistituzioni affinché vengano riconosciute le proprie richieste, per mettere in moto uncircolo virtuoso in cui i cittadini prendano atto della possibilità di influire sulle sceltedei governanti.51 G. Turnaturi, Associati per amore, op. cit., pagg. 2-352 Ibidem, pag. 5 33
  34. 34. L’esperienza dell’associazione cambia profondamente gli stessi familiari dellevittime, passati in molti casi dalla passività di fronte alle istituzioni alla ricerca attiva diun diritto negato. Hanno appreso come un dolore privato fosse parte di un’ingiustiziache riguardava la collettività, giungendo a ridefinire se stessi, non solo in quantovittime: “c’è stato un evento terribile che ci ha dato il diritto di esserci e la parola ce lasiamo conquistata non solo perché familiari, ma perché abbiamo lottato. Ognuno haimparato a distinguere fra il proprio dolore personale e ciò che volevamo comunicare alresto dell’opinione pubblica. Non voglio che mi ascoltino per pietà, non siamo maiandati a piangere da nessuno, ma siamo sempre in prima linea a rivendicare. Ci siamoassunti la responsabilità di far sapere, di ottenere giustizia, e non ci siamo chiusi nelnostro dolore. Il nostro obiettivo è quello di ottenere giustizia, nessuno di noi vuole farea vita il familiare della vittima”53. La passione è ancora una volta spinta etica, “energia” che nasce come una scintilla equindi si propaga attraverso la gente, che mette in discussione la realtà e allo stessotempo crea e propone nuovi valori, nuove situazioni, nuovi modelli e comportamenti,arricchendo i soggetti appassionati di competenze, esperienze, capacità che lamobilitazione fa venire a galla. E’ l’esperienza stessa dello “stare insieme” a costituireun valore: agendo per ottenere verità e giustizia, i familiari delle vittime non solo fannoluce sui responsabili e li additano davanti alla collettività, ma mostrano all’interacittadinanza che si può essere cittadini attivi, partecipi, difensori dei propri diritti.Indipendentemente dal conseguimento di un obiettivo prefissato, il percorso compiutodagli associati costituisce un’esperienza di apprendimento, emancipazione eacquisizione di nuove competenze relativamente all’essere cittadini. Le passioni esconodalla sfera privata e diventano passioni civili, forze aggreganti, spinta all’azione maanche strumento per la definizione di valori collettivi e di innovative modalità dipartecipazione alle vita pubblica. 1.6. Passioni civili Da sentimento individuale la passione può dunque prendere forma di un sentirecollettivo, trasformandosi profondamente: “il torrente (…) si muta in un fiume dotato di53 Testimonianza raccolta da G. Turnaturi in Associati per amore, op. cit., pagg. 9-10 34
  35. 35. una direzione e magari di una forza del tipo longue durée. (…) Una metamorfosi capacetalvolta di generare, fatte salve le inevitabili modifiche, una più ricca articolazione dellapassione medesima”54. Qui non si tratta più di distinguere tra razionale e irrazionale,perché una reazione apparentemente irrazionale come il ribrezzo di fronte ad un soprusopuò infine manifestarsi in una pienamente razionale richiesta di giustizia. Si trattainvece di comprendere come le passioni, interpretate nel senso comune comeespressioni della sfera individuale, possano non solo accomunare più persone motivate aricercare un’alternativa ad uno stato di cose che provoca disagio, ma anche diventare laforza vitale di questa azione creativa, e perfino esserne un fondamento tanto profondoda richiedere di essere riconosciuto. Attorno alle passioni civili si costituiscono gruppisociali che ricercano quello che Weber definisce “scopo razionale rispetto al valore”, incui la realizzazione dello scopo coincide con l’azione spesa per conseguirlo e non puòprescindere da essa: in altri termini, si realizzano valori comuni incarnandoli nel proprioagire. Le passioni che danno vita a questa azione nascono per la strada, tra le gente edall’esperienza comune e uniscono gli individui, spingendoli a rielaborare i valori e ariflettere sul loro ruolo nella vita pubblica: sono quindi anche un mezzo fondamentaleper avere esperienza del proprio tempo e per essere parte attiva della propria epoca.Sono passioni che creano, anche a costo di scontrarsi con le leggi stabilite: solitamente,infatti, le proteste verso condizioni di ingiustizia ed oppressione ottengono unavalutazione negativa da parte di chi detiene il potere (e spesso è l’oggetto stesso dellacontestazione). Emozioni come la rabbia, il disgusto, l’indignazione, e le loroesternazioni, per la norma possono essere considerate devianti e quindi venirestigmatizzate. Ma è attorno ad esse che si formano i gruppi di protesta. Ed, anzi, èproprio grazie alla condivisione e alla legittimazione, da parte degli attori, di reazioniemozionali simili che un gruppo di protesta può esistere e perdurare55. Proprio perchéhanno le proprie radici nel terreno comune delle passioni e dei valori condivisi, i gruppidi protesta possono riunire membri provenienti dai più disparati contesti culturali esociali: si pensi, ad esempio alle straordinarie mobilitazioni contro l’annunciato attaccoamericano all’Iraq, che il 15 Febbraio 2003 portarono in piazza milioni di persone intutto il mondo, e che la scrittrice Arundhati Roy definì “la più spettacolare forma di54 S. Moravia, Esistenza e Passione, op. cit.,pag. 3055 cfr. P. A. Thoits, Devianza Emozionale: futuri obiettivi della ricerca, in La sociologia delle emozioni,Anabasi, 1995, pag. 128 35
  36. 36. moralità pubblica che il mondo abbia mai visto”. Le immagini della manifestazionesvoltasi a Roma mostrano un’estrema varietà tra i partecipanti, che provenivano tantodagli ambienti più tradizionalmente legati alla contestazione, quanto da altri più inattesi:bambini e anziani, anarchici e religiosi, partigiani e associazioni pacifiste e per i diritticivili, partiti politici e rappresentanti delle istituzioni e dei sindacati56. Sono state lepassioni forti – la rabbia, l’indignazione, ma anche la paura – la scintilla che ha spintomilioni di persone a occupare lo spazio pubblico nel tentativo di cambiare il corso deglieventi e di proporre un’alternativa al futuro di violenza che si prospettava all’orizzonte.Allo sdegno per l’ostinazione statunitense a voler entrare in guerra a tutti i costi, perfinoal prezzo di scavalcare le Nazioni Unite e di violare pesantemente la legalitàinternazionale, si univa la consapevolezza che una guerra contro l’Iraq, paese già messoin ginocchio dalle devastazioni della guerra del 1991 e da 12 anni di pesante embargo,sarebbe costata la vita a migliaia di innocenti e avrebbe solo rinvigorito la reazione deigruppi terroristici. Fermare il circolo vizioso di terrorismo e guerra che si era innestatonegli ultimi anni era la richiesta che, coniugata nelle forme più differenti, veniva da tutticoloro che quel giorno erano scesi in piazza. E tale richiesta era tanto urgente, tantopressante che le diedero voce anche coloro che erano sempre stati zitti: “…sono statasommersa dalle telefonate, e sapete perché? Ho appeso le locandine dellaManifestazione e ci ho messo sopra il mio numero di telefono. Abito in un piccolopaesino, Roero, sulle colline piemontesi [Cuneo]. La mia gente è silenziosa, diffidente,ancorata alla terra come gli alberi e le viti che qui abbondano…”57 1.7. Una richiesta di giustizia L’indignazione di fronte ad una condizione di ingiustizia è il motore fondamentaledella protesta. Come passione civile, essa coniuga tanto un carattere distruttivo, quantola propensione a generare un’alternativa: con la forza della rabbia e del disgusto, essa siscaglia con determinazione contro ciò che lede la dignità di un essere umano, ma al56 Il seguente è un commento di un lettore della rivista Carta, pubblicato sul numero speciale che fudedicato alle manifestazioni del 15 Febbraio (allegato al settimanale Carta n. 7 del 27 Febbraio 2003):“Cento milioni in tutto il mondo. No, non è Capodanno; è la pace. Un’utopia? Cambierà qualcosa?Qualcosa è già cambiato, se suore e ragazzi tatuati e anarchici si ritrovano insieme sotto una sola bandieradai tanti colori.”57 Lettera di una lettrice pubblicata sullo speciale di Carta allegato al n. 7 del 27 Febbraio 2003. 36
  37. 37. contempo produce un discorso creativo, il cui intento è proporre un nuovo modello che,nascendo sulle macerie dell’ingiustizia che si è voluta abbattere, introduca finalmenteuno stato di giustizia nei rapporti tra gli uomini. L’indignazione conduce alla protesta,poiché per sua natura, ben lungi dal consumarsi esclusivamente nel corpo, essa esige diessere esternata. A differenza dell’ira, che sorge quando l’attacco è scagliato contro lanostra dignità, l’indignazione si potrebbe definire un’emozione altruistica: il male cheviene fatto ad un nostro simile ci riguarda tutti, è un’offesa perpetrata contro l’umanità.Come accennato in precedenza, la protesta e la ribellione possono essere sanzionatenegativamente, in particolare da chi detiene il potere (e che non di rado è la causa, invaria misura, delle ingiustizie che sono oggetto della protesta), ma l’indignazione traeautonomamente la propria legittimità, sulla base di un principio che potremmosintetizzare con le parole di Adam Smith: “la violazione della giustizia è appropriatooggetto di risentimento e di punizione, che del risentimento è naturale conseguenza”58.Un ulteriore principio che rende la protesta irrinunciabile si basa sulla considerazioneche, se ribellarsi all’ingiustizia può essere criticabile o sanzionabile, l’inerzia dinnanziad essa appare di gran lunga più intollerabile. Il senso di giustizia nei confronti di unnostro simile ci appare più forte di qualsiasi considerazione sulla decenza convenzionaledelle azioni che compiamo per impedire che la dignità di qualcuno sia violata. Esistonovalori che avvertiamo come universali, rispetto ai quali non si può scendere acompromessi di alcun tipo, poiché riconoscere e preservare la dignità di ogni essereumano è essenziale, in quanto “fondamento della libertà, della giustizia e della pace delmondo”59. Un’idea di giustizia che non coinvolge dimensioni ed interessiparticolaristici, ma l’intero genere umano. Negli anni della sua lotta, il leader sudafricano del movimento contro l’apartheidSteve Biko espresse fermamente la convinzione che, se non si reagisce di fronteall’ingiustizia, se ne diventa complici. In un articolo pubblicato sul giornale studentescodella South African Students Organization, Biko si rifece al concetto di colpa metafisicadi Jaspers per descrivere efficacemente questa convinzione: “Fra gli uomini, perchèsono uomini, esiste una solidarietà in base alla quale ciascuno risponde di qualsiasiingiustizia e torto di fronte al mondo e in particolare dei crimini commessi in suapresenza o di cui non può essere all’oscuro. Se non faccio tutto ciò che posso per58 A. Smith, Teoria dei Sentimenti Morali, op. cit., pag. 20059 Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, Preambolo. 37
  38. 38. prevenirli io ne sono complice... se ho taciuto, mi ritengo colpevole in un modo che nonpuò essere adeguatamente compreso giuridicamente, politicamente o moralmente...”60.Il messaggio di Biko era rivolto al mondo intero, affinché non rimanesse colpevolmenteindifferente di fronte ad un regime razzista che offendeva il senso di giustizia dell’interogenere umano. Nel 1977 Steve Biko fu imprigionato, torturato e ammazzato dallapolizia sudafricana durante un interrogatorio nella stanza 619 del commissariato di PortElizabeth. La sua stessa morte divenne simbolo dell’ingiustizia contro cui aveva lottato.Donald Woods, autore della biografia del leader nero, scrisse: “La morte di Steve Bikoesige che si levi una reazione di sdegno gridata forte dai quattro angoli della terra. E’stato finalmente e incontrovertibilmente stabilito che la politica dell’apartheid è il piùignobile affronto a tutta l’umanità mai escogitato da una decisione collettiva fin dalsorgere dello stato procedurale”61. L’ingiustizia che veniva messa in luce, dunque, nonriguardava solamente la morte di Biko, ma l’intero sistema razzista dell’apartheid,l’esistenza di una società in cui i diritti delle persone erano divisi in misura diversa aseconda del colore della pelle, un’offesa a tutti noi in quanto membri dell’umanità. Lareazione di indignazione di fronte ad esso è espressione del nostro senso di giustizia. La durezza delle parole usate da Biko e da Woods è emblematica: si può forseadottare un tono conciliante di fronte a valori rispetto ai quali non è assolutamentepossibile scendere a compromessi? Le parole, in questo caso, non sono chiacchiere, maparole di denuncia, e sono uno sprone ad agire per cambiare la realtà, anziché essernecomplici silenziosi. Ecco perché ritroviamo termini altrettanto duri in un più recentearticolo di Gianni Canova, nuovamente contro la guerra preventiva anglo-americanacontro l’Iraq: “Questa volta sarà anche colpa nostra. Colpa di chi lascerà fare. Di chitacerà di fronte ai massacri sperando nell’ennesimo condono fiscale. Nessuno potrà dire,questa volta, io non c’entro. O io non sapevo. (…) Se tace è complice. Ha le mani chegrondano sangue. A noi, senza testa, non restano che le parole per dirlo. E perscongiurare l’ipotesi di doverci vergognare, fra vent’anni, di quel che abbiamo fatto, edi come abbiamo ridotto il mondo.”6260 In D. Woods, Biko, Sperling & Kupfer, Milano 1989 pag. 15061 ibidem, pag. 36962 Gianni Canova, Noi, headless, in [Duel] 102, 02/2003, Febbraio/Marzo 2003 38
  39. 39. Nel recente libretto Una lettera di Pietro Ingrao63, lo storico protagonista dellapolitica italiana racconta un toccante episodio personale, avvenuto nel 1992 e relativoalla Guerra del Golfo. Concludere con queste parole di Ingrao appare un mododecisamente efficace per mettere in luce il modo in cui le passioni possono spingerel’individuo a cercare di cambiare la realtà, impegnandosi in prima persona: “L’altra sera(…), ho visto a Mixer alcuni filmati sui bambini iracheni colpiti durante e dopo laguerra dalle malattie e dalla penuria. Mi sono sembrati dei fatti letteralmenteinsopportabili. E mi sono rimproverato la mia inettitudine o defezione dinanzi a quellainsopportabilità. Scusa queste parole: ho avvertito una nausea psichica. E mi sonovergognato, perché io non ho fatto e non facevo nulla di fronte a ciò che rappresentavaquella realtà. Non sono sicuro che ciò si possa rappresentare come una motivazionemorale. C’entrano gli «altri» in quanto la loro condizione mi «turba», e senza gli «altri»non esisto (nemmeno sarei nato)”.63 Qui ne viene citato l’estratto pubblicato, con il significativo titolo La politica, che passione, su LaRepubblica, 12 Luglio 2005 39

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