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Daniel Quinn                            My Ishmael     Traduzione italiana non ufficiale di Dr. Jackal (nrt_ita@libero.it)...
lavoro”. Fermate piuttosto lunghe.   Nonostante tutto, ogni mattina rotolava fuori dal letto alle sette emezza, senza ecce...
unamnesia, lavrei comunque ritrovato, un giorno.    Doveva essere stato un venerdì sera, perché la mattina dopo rimasi ale...
sul serio. Nessuno poteva volere questo posto, giusto? Perché non avreipotuto averlo io? Voglio dire, aveva già una poltro...
SENZA LUOMO                              IL GORILLA                      AVRA QUALCHE SPERANZA?    “Be”, mi dissi, “ecco u...
Io dico: “Vuoi dire come salvare i gorilla?”   E il gorilla dice: “Ma non le persone?”   Dovera il maestro mentre succedev...
riordinò le idee, trovò ciò che voleva dire, e disse: “No.” Ovviamenteavrebbe voluto dire molto di più – forse migliaia di...
si stesse preparando a parlare. Ma dopo un minuto intero continuò alimitarsi a starsene lì seduto.    “Non hai messo tu la...
“Sì. Perché non dici la verità? Perché non dici: Sei solo una bambina,non servi a nessuno. Torna fra dieci anni, forse all...
rabbiosamente o altro.   “Non credi che una dodicenne possa avere un sincero desiderio disalvare il mondo?”, chiesi.   “No...
“Voglio capire che cosa stai cercando”, disse lui, rispondendo alle miedomande come se le avessi fatte ad alta voce.    “N...
mette bombe in aerei e ospedali. Dalla gente che pompa gas nervino nellametropolitana. Dalla gente che scarica veleno nell...
from prehistoric times to the coming of the industrial state. Cerano tretraduzioni della Bibbia, il che sembrava eccessivo...
dovuto farglielo capire. La incassò, ci rimuginò su per un po e poi fecequalcosa che quasi mi fece scoppiare a ridere. Usò...
La donna gli disse: “Sai, sarebbero contenti di averne una in più.”Ovviamente non avevo idea di chi stesse parlando.    “N...
erano un gruppo misto e disomogeneo come la folla in un centrocommerciale un sabato pomeriggio.    Phil e Andrea mi lascia...
“Certo.”    Per un secondo sembrò che sarebbero rimasti nuovamente bloccati, mapoi Gammaen trovò il modo di proseguire.   ...
a insegnarti le materie che i vostri adulti hanno deciso che dovresticonoscere – cose come matematica, geografia, storia, ...
“Esatto.”    “Va bene. Quindi ora che facciamo?”    “Ora vorrei che andassi via e mi lasciassi pensare a come procedere co...
Avrei voluto averne una bottiglietta. Sapete, per spruzzarmene un poprima di andare alle feste. Quello sì che avrebbe atti...
credo di capirlo. Forse.    Comunque sia, quando la chiacchierata fu conclusa Ishmael si sedettesul suo letto di paglia e ...
“In altre parole, se vivessi in un mondo dove moltissime compagniefabbricassero frigoriferi ma nessuna di esse fosse compe...
sicurezza. “Parte del motivo”, gli dissi, “è che siamo civilizzati. Ma cèanche qualcosa riguardo il modo in cui siamo civi...
“E come se fossimo maledetti. La gente di questo pianeta.”    Ishmael annuì. “Questo è ciò che si crede generalmente, tra ...
La vostra cultura.    “E convinzione comune e profondamente radicata nella vostra cultura”,disse Ishmael, “che la saggezza...
“Sì, immagino di sì.”    “Sembri scarsamente impressionata, Julie, ma mettere il cibo sottochiave è stata una delle grandi...
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“I maestri vivono attraverso i propri discepoli. Questo è un altro motivoper cui hanno bisogno di loro. Tu sembri avere un...
“No, non proprio.”    “Nel tuo sogno a occhi aperti hai dato per scontato che la saggezzadovesse essere cercata altrove – ...
“Posso capirlo”, disse lui, “sapendo come i vostri insegnanti sonocostretti a insegnarvela. Ma io non ti sto chiedendo di ...
Città, nazioni, guerre, navi a vapore, biciclette, razzi sulla luna, bombeatomiche, gas nervino e così via.”    “Eccellent...
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“Bene. Ecco una narrazione della storia basata sulla tua metafora dellamelodia e dei danzatori. Per quanto possa sembrarti...
necessaria quando tutti danzavano solo poche ore a settimana. Gliappartenenti a questa classe erano di gran lunga troppo o...
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giorno per produrre i cibi che preferivano. Inizialmente continuarono avivere come prima, ma poi i loro figli divennero ge...
fossero spostati nella riserva volontariamente, sarebbero stati costretti afarlo con la forza. I Waddi replicarono che avr...
danzavano solo poche ore a settimana o al mese, e a tutti questi popolioffrirono la stessa scelta che venne offerta ai Sin...
seconda volta che nomino la Coca Cola. Non vorrei che pensaste che nestia incoraggiando il consumo. Per quanto mi riguarda...
dallessere veri pastori, che controllano completamente i propri animali e lifanno riprodurre in modo da favorire la docili...
Daniel Quinn - My Ishmael (libro in italiano)
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Al sito http://NuovaRivoluzioneTribale.uphero.com potete trovare gli altri libri di Quinn e quasi 100 FAQ sulle sue idee.

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  1. 1. Daniel Quinn My Ishmael Traduzione italiana non ufficiale di Dr. Jackal (nrt_ita@libero.it). Le altre opere di Daniel Quinn sono disponibili nel sito: NuovaRivoluzioneTribale.uphero.com Salve. Non è molto bello svegliarsi a sedici anni e rendersi conto di essere giàincasinata. Non che ci sia nulla di particolarmente insolito nellessere giàincasinati a questetà. Sembra che chiunque nel raggio di ottanta chilometristia cercando di renderti la vita un inferno. Ma non molti sedicenni sonoincasinati in questo modo particolare. Non molti hanno lopportunità diesserlo. Ne sono grata. Lo sono davvero. Ma questa storia non riguarda me a sedici anni. Riguarda qualcosa chemi è successo quando ne avevo dodici. Quello fu un anno difficile. Miamadre aveva deciso che tanto valeva essere unubriacona a tempo pieno.Nei tre o quattro anni precedenti aveva cercato di farmi credere di esseresolo una bevitrice occasionale. Ma a quel punto sembrava aver deciso chedovessi sapere la verità, quindi perché continuare a fingere? Non chiese lamia opinione al riguardo. Se lavesse fatto, le avrei detto: “Per favorecontinua a fingere, mamma. Soprattutto davanti a me, va bene?” Questa storia non riguarda mia madre. E solo che dovete prima capirealcune cose per essere in grado di capire il resto. I miei genitori divorziarono quando avevo cinque anni, ma non viannoierò con quella storia. Non la conosco nemmeno, quella storia, perchémia madre la racconta in un modo e mio padre in un altro. (Suonafamiliare?) Comunque sia, mio padre si risposò quando avevo otto anni. Mia madrefece quasi lo stesso, ma il tizio si rivelò essere un tipo strano, quindi evitò.Più o meno in quel periodo, cominciò a mettere su un bel po di peso.Fortunatamente aveva già un buon lavoro. Dirige il database di un grossostudio legale in centro. Poi cominciò a fermarsi per “un bicchiere dopo il
  2. 2. lavoro”. Fermate piuttosto lunghe. Nonostante tutto, ogni mattina rotolava fuori dal letto alle sette emezza, senza eccezioni. E penso che si fosse data la regola di noncominciare a bere prima della fine della giornata lavorativa. Tranne neifinesettimana, naturalmente – ma non voglio scendere in dettagli. Non ero una bambina felice. A quel tempo credevo che avrebbe potuto aiutare se avessi recitato ilruolo della Figlia Obbediente. Quando tornavo da scuola, cercavo dirimettere la casa in ordine come mia madre lavrebbe voluta se gliene fosseancora importato qualcosa. Questo significava principalmente pulire lacucina. Il resto della casa non si sporcava mai molto. Ma nessuna di noidue aveva il tempo di mettersi a pulire la cucina prima di andare al lavoroo a scuola. Comunque sia, un giorno stavo raccogliendo i giornali quando qualcosanella sezione annunci catturò la mia attenzione. Diceva: Maestro cerca allievo. E richiesto un sincero desiderio di salvare il mondo. Presentarsi di persona. Seguiva il numero di una stanza e lindirizzo di un vecchio edificiocadente in centro. Mi colpì che un maestro stesse cercando un allievo. Non aveva alcunsenso. Per gli insegnanti che conoscevo io, cercare un allievo sarebbe statocome per un cane cercare una pulce. Poi lessi di nuovo la seconda frase: E richiesto un sincero desiderio disalvare il mondo. “Caspita”, pensai, “questo tizio non chiede poi molto.” La cosa strana è che questo insegnante avrebbe dovuto offrire il proprioservizio come qualunque altro, e invece non lo stava facendo. Era comeuna richiesta di aiuto. Era come se fosse il maestro ad aver bisogno di unallievo, e non il contrario. Un brivido mi scorse sulla nuca, e i capelli mi si drizzarono in testa. “Accidenti”, mi dissi, “io potrei farlo. Potrei essere lallieva di questotizio. Potrei essere utile!” Qualcosa del genere. Suona ridicolo, adesso, ma quellannuncio mientrò in testa e non ci fu modo di liberarmene. Sapevo dove si trovavaquelledificio. Tutto ciò che dovevo ricordarmi era il numero della stanza.Ritagliai ugualmente lannuncio e lo misi nel cassetto della mia scrivania.In questo modo se anche fossi caduta, avessi battuto la testa e avessi avuto
  3. 3. unamnesia, lavrei comunque ritrovato, un giorno. Doveva essere stato un venerdì sera, perché la mattina dopo rimasi aletto a pensarci. Sognando a occhi aperti, in realtà. Del sogno ne parlerò più tardi. Stanza 105. La buona notizia è che mia madre non mi controllava un granché. Noncontrollava neanche se stessa, quindi deve aver pensato che non avessesenso controllare me. Comunque sia... Dopo colazione le dissi: “Sto uscendo”, e lei disse: “Daccordo.” Non:“Dove stai andando?” o “Quando tornerai?”, solo “Daccordo.” Presi un autobus per il centro. Viviamo in una cittadina piuttosto graziosa (non dirò doveesattamente). Ci possiamo fermare a un semaforo rosso senza che lamacchina ci venga rubata. Le sparatorie sono rare. Non ci sono cecchinisui tetti. Cose così. Quindi non esitai un attimo ad andare in centro disabato mattina da sola. Conoscevo il palazzo nominato dallannuncio. Era il Fairfield. Un miozio balordo una volta aveva un ufficio lì. Laveva scelto perché era in unabuona zona ma economico. In altre parole, scadente. Lingresso mi riportò alla mente dei ricordi. Aveva proprio laspettoadatto al suo odore: cani bagnati e sigari. Mi ci volle un po per capire doveandare. Cerano solo una manciata di uffici al pianterreno, e la stanza 105non era tra quelli. Finalmente la trovai nel retro, di fronte a dei magazzini ea un montacarichi. Mi dissi: “Non può essere quella giusta.” Ma eccola qui, stanza 105. Mi dissi: “Che sto facendo qui, a ogni modo? Questa porta di sicuronon è aperta di sabato.” Ma lo era. Entrai in una stanza enorme e buia. Presi un bel respiro e quasi svenni.Non erano cani bagnati e sigari stavolta. Era zoo. Non mi dispiacque. Mipiacciono gli zoo. Ma, come ho detto, la stanza era vuota. Cera unalibreria scalcinata sulla sinistra e una poltrona troppo imbottita sulla destra.Sembravano avanzi di garage. “Questo tizio si è trasferito”, mi dissi. Mi guardai intorno di nuovo. Alte, sporche finestre che davano sullastrada. Polverose luci industriali che pendevano dal soffitto. Muri scrostaticolor pus. Allora mi dissi: “Va bene, mi trasferisco qui.” Credo di averlo pensato
  4. 4. sul serio. Nessuno poteva volere questo posto, giusto? Perché non avreipotuto averlo io? Voglio dire, aveva già una poltrona, no? Potevo fare ameno del resto, per il momento. Cera un elemento che non avevo notato. La poltrona era rivolta versouna grande lastra di vetro scuro nel bel mezzo del muro di destra. Miricordò il tipo di vetro attraverso cui i testimoni guardano per identificare isospettati in un confronto allamericana. Doveva esserci una stanza, lìdietro, perché cera una porta accanto alla vetrata. Mi avvicinai per dareunocchiata. Appoggiai il naso al vetro e usai le mani per bloccare la luce,e... Pensai che fosse un film. A circa 3 metri dal vetro cera un enorme, immenso gorilla che se nestava seduto a masticare un ramoscello. Mi stava fissando proprio negliocchi, e improvvisamente capii che non si trattava di un film. “Cavolo!”, dissi, saltando indietro. Ero sorpresa ma non proprio spaventata. Mi sentivo come se avessidovuto esserlo – voglio dire, mi sarei sgolata se fossi stata il personaggiodi un film – ma il gorilla si limitava a starsene lì seduto. Non so, forse erosolo troppo intontita per avere paura. A ogni modo, mi gettai unocchiataalle spalle per essere sicura di poter arrivare facilmente alla porta. Poi socchiusi gli occhi per controllare che il gorilla fosse tranquillo. Loera. Non ebbe nemmeno un fremito, o me la sarei data a gambe. Va bene. Dovevo capirci qualcosa. Il maestro non si era trasferito. Voglio dire, chi avrebbe potutotrasferirsi e dimenticarsi di portarsi dietro il suo gorilla? Quindi il maestronon se nera andato. Forse era solo uscito un attimo, per andare a pranzo oqualcosa del genere. E si era dimenticato di chiudere a chiave. O qualcosadel genere. Sarebbe tornato presto. Probabilmente. Forse. Mi guardai intorno di nuovo, ancora cercando di capire cosa stessesuccedendo. La stanza in cui mi trovavo non era uno spazio abitabile – niente letto,niente cucina, niente armadi o cassetti. Quindi il maestro non viveva qui.Ma ovviamente il gorilla sì, nella stanza al di là del vetro. Perché? Come mai? Be, che diamine, immagino che uno possa tenere un gorilla, se propriovuole. Ma perché tenerne uno in questo modo particolare? Guardai allinterno unaltra volta e notai qualcosa che mi era sfuggito.Era un manifesto sul muro dietro il gorilla. Diceva:
  5. 5. SENZA LUOMO IL GORILLA AVRA QUALCHE SPERANZA? “Be”, mi dissi, “ecco una domanda interessante.” Non sembrava moltodifficile, però. Perfino a dodici anni, sapevo che stava succedendo nelmondo. Per come stavano andando le cose, i gorilla non sarebbero duratimolto a lungo. Quindi la risposta era sì. Senza lUomo, il Gorilla avrebbeuna speranza. Il primate nellaltra stanza grugnì come se non fosse rimasto moltoimpressionato dal mio ragionamento. Mi chiesi se il manifesto facesse parte del corso. Lannuncio diceva: èrichiesto un sincero desiderio di salvare il mondo. Aveva senso. Salvare ilmondo avrebbe sicuramente significato salvare i gorilla. “Ma non le persone?”, sentii nella mente. Sapete cosa si prova quandounidea vi appare improvvisamente nel cervello, come se fosse spuntatafuori dal nulla? Be, questa veniva dallo spazio profondo. Sono in grado didistinguere un estraneo da un amico. Questo era un estraneo. Guardai il gorilla, lui guardò me, e capii. Mi dileguai. Ecco quanto rapidamente uscii di lì: un attimo stavoguardando il gorilla e quello dopo ero sul marciapiede, respirandoaffannosamente. Non ero distante dal centro della città, dove un paio di centricommerciali stavano tenendo ancora duro con le unghie e coi denti. Midiressi in quella direzione, sapendo che avrei trovato delle persone. Volevoavere intorno della gente mentre riflettevo su tutto questo. Il gorilla mi aveva parlato – dentro la mente. Ecco su cosa dovevoriflettere. Non dovetti chiedermi se era successo davvero o no. Era successo. Nonavrei potuto immaginarmi una cosa del genere. E perché avrei dovutofarlo? Per ingannare me stessa? Ci rimuginai mentre ero nellascensore daPearsons. Sei piani in su, sei piani in giù. Davvero rilassante. Nessuno facaso a te. Nessuno ti disturba. Al pianterreno devi premere il pulsante perritornare su. Gioielli e bigiotteria. Abiti da donna. Abiti da uomo. Articoliper la casa. Giocattoli. Mobilio. Allultimo piano devi premere il pulsanteper tornare giù. Mobilio. Giocattoli. Articoli per la casa. Abiti da uomo.Abiti da donna. Gioielli e bigiotteria. Spostamenti lenti e rilassanti. Maestro cerca allievo. E richiesto un sincero desiderio di salvare ilmondo.
  6. 6. Io dico: “Vuoi dire come salvare i gorilla?” E il gorilla dice: “Ma non le persone?” Dovera il maestro mentre succedeva tutto questo? E cosa sarebbesuccesso se il maestro fosse stato lì? Qual era il piano? Qual era lidea? Riuscivo a immaginare che un insegnante esotico avesse un animaledomestico altrettanto esotico. Un gorilla telepatico. Decisamente esotico,già. Maestro cerca allievo. E richiesto un sincero desiderio di salvare ilmondo e la capacità di gestire un gorilla telepatico... Ero proprio io. Mi fermai per una coca. Non era neanche mezzogiorno. Affronto il gorilla. Tornata nella stanza 105, appoggiai una mano sulla maniglia e unorecchio contro la porta. E udii una voce maschile. Non riuscii a capire cosa dicesse. Era troppo lontano dalla porta erivolto dalla parte sbagliata. Almeno così è come me lo immaginai. “Mumble umble bumble”, disse. “Bum bum umble mumble.” Silenzio. Un minuto intero di silenzio. “Um bumble umble bum”, continuò luomo. “Bum bum mumble umbumble.” Silenzio. Solo mezzo minuto, stavolta. “Umble?”, chiese luomo. “Umble bumble um mumblebum.” E così via. Un suono entusiasmante. Continuò a lungo. Pensai di limitarmi a entrare. Era un pensiero allettante – ma solo comepensiero. Pensai di tornare più tardi, ma questo non era allettante neanchecome idea. Chissà cosa avrei potuto perdermi? Rimasi lì. I minuti si trascinarono come pomeriggi piovosi. (Una voltalavevo scritto in un tema: I minuti si trascinarono come pomeriggipiovosi. Il professore aveva scritto Bene!! al margine. Che scemo.) Improvvisamente la voce delluomo fu vicina alla porta. “Non lo so”, stava dicendo. “Non lo so davvero. Ma ci proverò.” Mi affrettai ad allontanarmi e mi appoggiai di schiena alla porta delmontacarichi. Passò un altro minuto. Poi luomo disse: “Va bene”, e aprì laporta. Quando mi vide, si immobilizzò per un secondo come se fossi stataun cobra in posizione dattacco. Poi decise di far finta che non fossi lì. Sichiuse la porta alle spalle e fece per andarsene. “E lei il maestro?”, chiesi io. Dal modo in cui aggrottò la fronte, sisarebbe detto che la trovasse una domanda davvero difficile. Alla fine
  7. 7. riordinò le idee, trovò ciò che voleva dire, e disse: “No.” Ovviamenteavrebbe voluto dire molto di più – forse migliaia di parole in più. Maquesto fu tutto ciò che riuscì a tirar fuori in quel momento: no. “La ringrazio”, dissi nel modo più educato possibile. Aggrottò la fronte ancora di più. Poi si girò e si allontanò a passipesanti. A scuola chiunque non ti piaccia è uno sfigato, ma io non uso questaparola molto spesso. Preferisco riservarla per persone speciali, comequesto tizio. Questo tizio era uno sfigato. Mi ci volle un attimo perdecidere che non mi piaceva, non so nemmeno io perché. Più o menodelletà di mia madre, con vestiti brutti e squallidi. Uno di quei tipi cupi,intensi, se capite cosa intendo. Giuro che non avevo mai capito cosa fosseun brutto taglio di capelli finché non vidi il suo. Aveva: “Intellettuale –restate a distanza” scritto in faccia. Riportai la mia attenzione sulla porta di fronte a me. Non riuscii atrovare nulla su cui avessi bisogno di riflettere, quindi mi limitai adattraversarla. Nulla era cambiato lì dentro, ma adesso era tutto diverso, perché capivodi che cosa si trattasse. Quello che avevo sentito attraverso la porta era unaconversazione tra lo sfigato e il gorilla. Naturalmente avevo sentito solo lefrasi dello sfigato, perché il gorilla non stava parlando con la voce. Losfigato non era il maestro. Quindi doveva esserlo il gorilla. Cera ancorauna cosa: lo sfigato non era spaventato. Questo era importante. Significavache il gorilla non era pericoloso. Se non era spaventato lui, non dovevoesserlo neanchio. Ora che sapevo che era lì, era facile individuare il gorilla attraverso ilvetro. Era proprio dove lavevo lasciato. “Sono venuta per lannuncio”, gli dissi. Silenzio. Pensai che non mi avesse sentito. Mi spostai vicino alla poltrona e lodissi di nuovo. Il gorilla mi fissò in silenzio. “Qual è il problema?”, dissi. “Mi hai parlato, prima.” Chiuse gli occhi molto, molto lentamente. Non è facile chiudere gliocchi così lentamente. Pensai che si stesse addormentando o qualcosa delgenere. “Qual è il problema?”, dissi di nuovo. Il gorilla sospirò. Non so come descrivere un sospiro simile. Mi aspettaidi vedere i muri curvarsi sotto il peso di quel sospiro. Aspettai. Pensai che
  8. 8. si stesse preparando a parlare. Ma dopo un minuto intero continuò alimitarsi a starsene lì seduto. “Non hai messo tu lannuncio sul giornale?”, dissi. Strizzò gli occhi come per tenere fuori qualcosa di sgradevole. Poi,finalmente, aprì gli occhi e parlò. Come prima, lo udii nella mia mente enon con le orecchie. “Ho messo lannuncio sul giornale”, ammise. “Ma non per te.” “Che vuoi dire, non per me? Non mi ricordo di aver visto scritto danessuna parte: questo annuncio è per tutti tranne Julie Gerchak.” “Chiedo scusa”, disse. “Avrei dovuto dire che non ho pubblicatolannuncio sul giornale per i bambini.” “Bambini!” Questo mi fece davvero infuriare. “Sarei una bambina? Hododici anni. Sono abbastanza grande per rubare macchine. Sonoabbastanza grande per avere un aborto. Sono abbastanza grande perspacciare crack.” E questo enorme, immenso gorilla cominciò a contorcersi, giuro suDio. Caspita, stavo andando proprio alla grande. Stavo maltrattando ungorilla da mezza tonnellata. Si dimenò per un po, poi si riprese, si calmò ecominciò a parlare. “Mi dispiace di aver cercato di liquidarti così facilmente”, disse.“Chiaramente non sei una persona liquidabile. Comunque, il fatto che seiabbastanza grande per rubare macchine non conta nulla qui.” “Vai avanti”, gli dissi. “Io sono un insegnante”, disse. “Lo so.” “Come insegnante, sono in grado di aiutare alcuni tipi di allievi. Nonogni tipo. Non posso aiutare qualcuno con algebra, chimica, francese ogeologia.” “Non sono venuta qui per cose del genere.” “Questi sono solo esempi. Quello che intendo dire è che posso offriresolo un certo tipo di insegnamento.” “Quindi che stai dicendo, che io non voglio quel certo tipo diinsegnamento?” Annuì. “E quello che sto dicendo. Gli insegnamenti che posso darti nonsono di un tipo che ti possa essere di aiuto... Non ancora.” In un attimo i miei occhi furono pieni di lacrime brucianti, ma di sicuronon glielo avrei lasciato vedere. “Sei proprio come tutti gli altri”, gli dissi. “Sei un bugiardo.” Questo gli fece sollevare le sopracciglia. “Un bugiardo?”
  9. 9. “Sì. Perché non dici la verità? Perché non dici: Sei solo una bambina,non servi a nessuno. Torna fra dieci anni, forse allora varrai il mio tempo.Dillo e non mi sentirai aggiungere unaltra parola. Dillo e io mi alzerò etornerò a casa.” Sospirò ancora, perfino più profondamente di prima. Poi annuì, solouna volta. “Hai perfettamente ragione”, disse. “Stavo mentendo. E mi aspettavoche non lo capissi. Per favore, accetta le mie scuse.” Annuii di rimando. “Ma anche la verità potrebbe non piacerti”, continuò. “Qual è la verità?” “Lo vedremo. Ti chiami Julie?” “Esatto.” “E non ti piace essere trattata come una bambina.” “Esatto.” “Allora siediti e ti interrogherò come se fossi unadulta.” Mi sedetti. “Cosa ti ha portato qui, Julie? E per favore, non dirmi che è statolarticolo. Abbiamo superato quel punto. Cosa vuoi? Cosa stai facendoqui?” Aprii la bocca, ma non ne uscì niente. Non una sola sillaba. Rimasi lìseduta a boccheggiare per circa mezzo minuto, poi dissi: “Che mi dici deltizio che era qui prima? A lui lhai chiesto che cosa volesse? Gli hai chiestoche ci faceva qui?” A quel punto, il gorilla fece una cosa strana: alzò la mano destra e se lamise proprio sugli occhi. Sembrava che stesse contando per una partita dinascondino. La cosa buffa è che non si stava davvero toccando il volto,stava tenendo la mano a un paio di centimetri dal naso, come se stesseleggendo una scritta microscopica sul palmo. Aspettai. Dopo un paio di minuti abbassò la mano e disse: “No, non gli hochiesto queste cose.” Rimasi seduta a battere le palpebre. Il gorilla si leccò le labbra – nervosamente, mi sembrò. “Credo chepossiamo dire con sicurezza che non sono preparato a gestire le esigenze diuna persona della tua età. Penso che si possa dire così. Sì.” “Vuoi dire che ti arrendi. E questo che mi stai dicendo? Vuoi che me nevada perché ti arrendi.” Il gorilla mi fissò. Non riuscii a capire se speranzosamente,
  10. 10. rabbiosamente o altro. “Non credi che una dodicenne possa avere un sincero desiderio disalvare il mondo?”, chiesi. “Non ne dubito”, rispose, anche se sembrò fare fatica a pronunciare leparole. “Allora perché non parli con me? Il tuo annuncio sul giornale dicevache cercavi un allievo. Non è quello che diceva?” “Sì, è quello che diceva.” “Be, ne hai trovato uno. Eccomi qui.” Barcolliamo verso la linea di partenza. Passò un lungo momento. Lho letto in un libro una volta: Passò unlungo momento. Ma quello fu davvero lungo. Alla fine il gorilla parlò dinuovo: “Molto bene”, disse con un cenno del capo. “Cominciamo evediamo dove ci porta. Il mio nome è Ishmael.” Sembrò aspettarsi una reazione di qualche tipo, ma per me era solo unrumore. Sarebbe stato lo stesso se avesse detto di chiamarsi Meraviglia.Lui sapeva già il mio nome, quindi mi limitai ad attendere. Finalmenteriprese a parlare. “Riguardo il giovane uomo che era qui poco fa – il suo nome è AlanLomax, a proposito – non gli ho chiesto cosa volesse. Ma gli ho chiesto diraccontarmi una storia che spiegasse perché era venuto qui.” “Una storia?” “Sì. Gli ho chiesto la sua storia. Ora ti chiedo la tua.” “Non so che intendi con una storia.” Ishmael aggrottò la fronte come se sospettasse che stessi facendo lafinta tonta. Forse lo stavo facendo, un po. Proseguì: “I tuoi compagni di scuola stanno facendo qualcosaltroquesto pomeriggio, non è vero? Qualunque cosa sia, tu non la staifacendo.” “Sì, infatti.” “Bene. Spiegami perché non stai facendo ciò che stanno facendo loro.Cosha di diverso la tua storia rispetto alla loro che ti ha condotto in questastanza un sabato pomeriggio?” Ora avevo capito cosa intendesse, ma non mi aiutò. Di che storia stavaparlando? Voleva sapere del divorzio dei miei? Dellavventura alcoolica dimia madre? Dei problemi che stavo avendo con la signora Monstro ascuola? Del mio ex ragazzo, Donnie, il famoso Tizio Che Non Cera?
  11. 11. “Voglio capire che cosa stai cercando”, disse lui, rispondendo alle miedomande come se le avessi fatte ad alta voce. “Non capisco”, gli dissi. “Gli insegnanti a cui sono abituata non tichiedono che cosa stai cercando. Si limitano a insegnarti ciò che devono.” “Ed è questo che speravi di trovare qui? Un insegnante come quelli acui sei abituata?” “Be, no.” “Allora sei fortunata, Julie, perché io non sono come loro. Io sono ciòche viene chiamato un insegnante maieutico. Un insegnante maieutico èqualcuno che fa da ostetrica ai suoi allievi. Sai cosè unostetrica?” “Unostetrica è... Qualcuno che aiuta a far nascere i neonati. Giusto?” “Giusto. Unostetrica aiuta a far venire alla luce un neonato che ècresciuto dentro sua madre. Un insegnante maieutico aiuta a far venire allaluce le idee che sono cresciute nelle menti dei suoi allievi.” Il gorilla mifissò intensamente mentre ci riflettevo su. Poi continuò: “Pensi che cisiano delle idee che stanno crescendo dentro di te?” “Non lo so”, gli dissi. Era la verità. “Pensi che qualcosa stia crescendo dentro di te?” Lo guardai nel modo più impassibile che mi riuscì. Stava cominciandoa spaventarmi. “Dimmi, Julie, saresti venuta qui due anni fa se avessi visto il mioannuncio?” Questo era facile. Gli dissi di no. “Quindi qualcosa è cambiato”, continuò. “Qualcosa dentro di te.Questo è ciò che voglio sapere. Devo capire che cosa ti ha portato qui.” Lo fissai per un po, poi dissi: “Sai che cosa mi ripeto tutto il tempo? Evoglio dire proprio tutto il tempo, venti volte al giorno? Mi dico: Devoandarmene di qui.” Ishmael aggrottò la fronte, perplesso. “Magari sto facendo una doccia, o lavando i piatti, o aspettandolautobus, e questo è ciò che mi viene in mente: Devo andarmene di qui.” “Che significa?” “Non lo so.” Grugnì. “Ma certo che lo sai.” “Significa... Scappa per salvarti.” “La tua vita è in minacciata?” “Sì.” “Da cosa?” “Da tutto. Dalla gente che viene a scuola con la pistola. Da gente che
  12. 12. mette bombe in aerei e ospedali. Dalla gente che pompa gas nervino nellametropolitana. Dalla gente che scarica veleno nellacqua che beviamo.Dalla gente che rade al suolo le foreste. Dalla gente che distrugge lo stratodozono. Non conosco davvero tutte queste cose, perché non voglioascoltarle. Capisci cosa intendo?” “Non ne sono sicuro.” “Voglio dire, pensi che sappia cosè uno strato dozono? Non lo so. Madicono che lo stiamo riempiendo di buchi e che se i buchi diventerannoabbastanza grandi cominceremo a cadere come mosche. Dicono che leforeste pluviali sono come i polmoni del pianeta e che se le tagliamosoffocheremo. Pensi che sappia se è vero o no? Non lo so. Uno dei mieprofessori ha detto che fino a duecento specie si estinguono ogni giorno acausa di ciò che stiamo facendo a questo pianeta. Me lo ricordo – ho unabuona memoria per cose del genere – ma pensi che sappia se è vero o no?Non lo so, ma ci credo. Lo stesso professore ha detto che stiamoemettendo nellatmosfera quindici milioni di tonnellate di anidridecarbonica ogni giorno. Pensi che sappia che cosa vuol dire? Non lo so.Tutto quello che so è che lanidride carbonica è un veleno. Non so dovelho visto o sentito, ma il tasso di suicidi tra gli adolescenti è triplicatonegli ultimi quarantanni. Pensi che vada a cercare notizie simili? Non lofaccio. Ma mi entrano in testa comunque. La gente sta divorando questopianeta.” Ishmael annuì. “Quindi tu devi andartene di qui.” “Esatto.” Ishmael mi diede alcuni secondi per rifletterci, poi disse: “Ma questonon spiega perché sei venuta da me. Il mio annuncio non diceva nullasullandarsene da qui.” “Sì, lo so. Sembra che stia dicendo cose senza senso.” Ishmael alzò un sopracciglio. “Devo pensarci un po su”, gli dissi. Mi alzai e mi girai verso il resto della stanza. Non cera molto davedere. Solo quelle alte finestre polverose, quei muri color pus e quellapiccola libreria scalcinata dallaltra parte della stanza. Mi diressi verso diessa. Avrei anche potuto farne a meno. Cerano un mucchio di librisullevoluzione, sulla storia, sulla preistoria e su un sacco di popoliprimitivi. Cera un libro sulla società degli scimpanzé che sembravainteressante – ma niente sui gorilla. Cerano un paio di atlanti archeologici.Cera il libro col titolo più lungo che avessi mai visto, qualcosa tipo: Mansrise to civilization as shown by the aboriginal peoples of the new world
  13. 13. from prehistoric times to the coming of the industrial state. Cerano tretraduzioni della Bibbia, il che sembrava eccessivo, per uno scimmione.Non cera nulla con cui avrei potuto rannicchiarmi di fronte al caminetto,se anche ne avessi avuto uno. Cincischiai più a lungo che potei, poi tornaia sedermi. “Volevi che ti raccontassi una storia. Non ho una storia da raccontare,ma ho un sogno a occhi aperti.” “Un sogno a occhi aperti?”, disse Ishmael con tono metà interrogativo. Annuii, e lui disse che un sogno a occhi aperti sarebbe stato più cheadeguato. “Daccordo. Ecco su cosa stavo fantasticando stamattina. Stavopensando: non sarebbe fantastico se andassi nella stanza 105 del Fairfield eci fosse una donna a una scrivania, e lei mi guardasse e dicesse...” “Aspetta”, disse Ishmael. “Scusa se ti interrompo.” “Sì?” “Stai... Precipitando.” “Precipitando?” “Correndo. Andando in fretta e furia.” “Vuoi dire che sto andando troppo veloce?” “Sì, di gran lunga troppo veloce. Non abbiamo una scadenza, qui, Julie.Se vuoi raccontarmi questa storia, prenditi il tempo che ti serve persvilupparla con cura – tanto tempo quanto te ne sei presa stamattinanellimmaginarla.” “Va bene”, dissi. “Capisco cosa intendi. Vuoi che ricominci?” “Sì, grazie. Ma niente corse stavolta. Prenditi un momento perriordinare le idee. Rilassati e lascia che ti ritorni in mente. Nonriassumerla, raccontala integralmente.” Prendermi un momento? Rilassarmi? Farmela tornare in mente? Nonsembrava capire che cosa mi stava chiedendo. Ero seduta, certo, ma nonpotevo appoggiarmi allo schienale e mettermi comoda, perché se lavessifatto i miei piedi avrebbero penzolato dal bordo e mi sarei sentita comeuna bambina di sei anni. Dovevo tenere i piedi a terra perché dovevoessere in grado di uscire di lì in un secondo – e se pensate che voi non visareste sentiti in quel modo, vi suggerisco di sedervi davanti a un gorillaadulto e fare una prova. Lunico modo per rilassarmi e lasciare che lafantasticheria mi tornasse in mente sarebbe stato di rannicchiarmi sullapoltrona e chiudere gli occhi, e non ero pronta a fare una cosa simile inpresenza di un gorilla di mezza tonnellata. Diedi a Ishmael unocchiataccia sdegnosa e impaziente che avrebbe
  14. 14. dovuto farglielo capire. La incassò, ci rimuginò su per un po e poi fecequalcosa che quasi mi fece scoppiare a ridere. Usò due dita per farsi ungesto davanti al cuore e poi le mantenne in aria solennemente, propriocome un Boy Scout: Croce sul cuore e potessi morire. Che diavolo, risi davvero. Il sogno a occhi aperti. Nella mia fantasticheria, non mi vestii con cura per andare al Fairfield –non più di quanto avessi fatto nella realtà. Sarebbe stato imbarazzante.Sarebbe stato altrettanto imbarazzante vestirmi di stracci, per cui avevoscelto una via di mezzo. Ci sono molte ragazze più carine, più brutte, piùalte, più basse, più grasse e più magre di me – e forse per loro ha sensouscire di testa per decidere cosa mettersi, ma non per me. Il Fairfield del mio sogno era più elegante di quello reale, e la stanza105 non era al piano terra vicino a un magazzino di carico. Per arrivarcidovetti prendere lascensore dallingresso (e qualcuno gli aveva dato unabella lucidata, rivelando dei bei fregi di ottone). La porta della stanza 105 diceva... Nulla. Ci riflettei un po. Volevo cherecasse una scritta intrigante come Possibilità Mondiali o AvventuraCosmica, ma niente, rimase ostinatamente vuota. Entrai. Una giovanedonna alzò gli occhi da una scrivania sistemata nella parte anteriore dellastanza. Non era una segretaria. Non era vestita da segretaria, ma in modopiù casualmente elegante. E non era seduta alla scrivania: ci era piegatasopra, impacchettando una scatola. Mi lanciò unocchiata incuriosita, comese degli estranei entrassero raramente lì dentro, e mi chiese come avrebbepotuto essermi daiuto. “Sono qui per lannuncio”, le dissi. “Lannuncio”, disse lei, raddrizzandosi per esaminarmi piùattentamente. “Non credevo che lannuncio stesse ancora venendopubblicato.” Non riuscii a pensare a nulla da dire, quindi rimasi solo lì in piedi. “Aspetta qui”, disse, e scomparve in un corridoio. Tornò un minutodopo, in compagnia di un uomo della sua stessa età, venti o venticinqueanni. Era vestito allo stesso modo, non in un completo ma più casualmente– più un escursionista che un uomo daffari. Mi fissarono inespressivifinché cominciai a sentirmi un mobile che era stato inviato lì in prova. Alla fine luomo disse: “Sei venuta per lannuncio?” “Esatto.”
  15. 15. La donna gli disse: “Sai, sarebbero contenti di averne una in più.”Ovviamente non avevo idea di chi stesse parlando. “Ne sono consapevole”, disse lui. Poi: “Vieni nel mio ufficio e neparleremo. Io sono Phil, a proposito, e questa è Andrea.” Nel suo ufficio,ci sedemmo e lui disse: “Il motivo per cui stiamo esitando è che abbiamobisogno di gente che possa stare via per un po. Per un bel po.” “Non cè problema”, gli dissi. “Non capisci, disse Andrea. “Stiamo parlando di anni, forse anchedecenni.” “Davvero?” “Davvero.” “Be, non mi dispiacerebbe troppo”, dissi loro. “Sinceramente.” (“Ora noterai”, dissi a Ishmael, “che nessuno dei due ha detto che erotroppo giovane, o che sarebbe stato meglio se fossi stata un maschio, oche avrei fatto meglio a restare a casa e occuparmi di mia madre, o cheavrei dovuto finire la scuola o roba del genere.” Lui annuì per farmicapire che questo dettaglio non gli era sfuggito.) Si scambiarono unaltra occhiata, poi Phil mi chiese quanto mi cisarebbe voluto per prepararmi. “Intendi per andarmene?” Annuì. “Sono già pronta. Sono venutapronta.” “Ottimo”, disse Andrea. “Come puoi vedere, stavamo facendo levaligie. Se fossi venuta unora più tardi ci avresti mancati.” Ora noterai che entrambi avevano nominato lannuncio, ma nessuno deidue aveva pronunciato neanche una sillaba della parola più importante:maestro. Questo mi preoccupò un po. Mi chiesi se la faccenda del maestronon fosse stata solo un modo per adescare gente, ma non dissi nulla. Gliadulti si irritano parecchio quando fai loro domande sulle bugie checercano di darti a bere. Quindi tenni la bocca chiusa e aiutai a caricare gliscatoloni su una grossa Suburban parcheggiata nel vicolo dietro ledificio.Unora di macchina ci portò nel bel mezzo del nulla (un nulla nonspecificato non presente su nessuna mappa della zona). Sembrava il tipo diposto in cui giravano tutti quei ridicoli vecchi film dellorrore e difantascienza, con i ragni giganti e le vecchie assassine. Penso che fosseproprio quel posto. Era il mio sogno a occhi aperti, dopotutto. La nostra destinazione era una sorta di piccolo campo militare privo disoldati. Quando entrammo, la gente si limitò a salutarci con la mano perpoi continuare quello che stava facendo. Era facile notare che cerano duegruppi: lo staff, vestito color cachi, come Phil e Andrea, e le reclute, che
  16. 16. erano un gruppo misto e disomogeneo come la folla in un centrocommerciale un sabato pomeriggio. Phil e Andrea mi lasciarono in una caserma, dove alcune reclute miassegnarono un letto. Nessuno si offrì di spiegare nulla e io non fecidomande. Immaginai che presto o tardi la situazione si sarebbe chiarita.Quello che avvenne, comunque, fu che a un certo punto dissi qualcosa cherese chiaro agli altri che non avevo idea di cosa stesse succedendo.Rimasero sconcertati che Phil e Andrea non mi avessero spiegato nulla,così dissi: “Perché non me lo spiegate voi?”. Si grattarono la testa eborbottarono per un po tra di loro, ma alla fine qualcuno prese la parola edisse: “Che senso ha andare a cercare un maestro se vuoi salvare ilmondo?” “Perché non so come farlo da sola, ovviamente.” “Ma che tipo di maestro saprebbe come salvare il mondo, secondo te?” “Non ne ho idea”, le dissi. Questa era una donna sui quarantanni dinome Gammaen. “Pensi che possa trattarsi di un ufficiale governativo o qualcosa delgenere?” Le dissi che non credevo proprio, e quando mi chiese perché, risposi:“Perché se qualcuno del governo sapesse come farlo, lo starebbe facendo,no?” “Perché secondo te la gente in generale non sa come salvare il mondo?” “Non lo so.” “Pensi che nessuno nellintero universo sappia come vivere senzadistruggere il mondo?” “Non ne ho idea”, le dissi. A questo punto rimasero in silenzio per un po. Alla fine uno di loroprese la parola: “Ci sono popoli ovunque nelluniverso che sanno comevivere senza distruggere il mondo.” “Ah, davvero?” dissi io. Non stavo facendo larrogante, era la primavolta che sentivo una cosa simile, e glielo dissi. “Be, è così che stanno le cose”, disse. “Ci sono migliaia di pianetiabitati nelluniverso – forse milioni – e la gente riesce a viverci senzaproblemi. “Davvero?” “Davvero. Non li distruggono, non li radono al suolo e non li riempionodi veleni.” “Be, è grandioso”, dissi. “Ma questo come può aiutare noi?” “Ci aiuterebbe se sapessimo come fanno a vivere in quel modo, no?”
  17. 17. “Certo.” Per un secondo sembrò che sarebbero rimasti nuovamente bloccati, mapoi Gammaen trovò il modo di proseguire. “Stiamo andando da loro per imparare”, disse. “Chi?” “Noi. Tutte le reclute – tu, noi.” “Stiamo andando dove?”, chiesi, ancora incapace di capire dovevolesse arrivare. “Nello spazio”, disse. Finalmente fu chiaro: stavamo aspettando che venissero a prenderci.Saremmo rimasti via per decenni, senza andare a scuola. Avremmo visitatoaltri pianeti, osservando, cercando di capire. E qualunque cosa avremmo imparato, lavremmo portata sulla Terra. Questo era il programma. E questo era il sogno a occhi aperti. Ti presento Madre Cultura. “Stupido, no?” Ishmael aggrottò la fronte. “Perché dici così?” “Be, voglio dire, è un sogno a occhi aperti. Sono stupidaggini. Fuffa.Sciocchezze.” Scosse la testa. “Nessuna storia è priva di significato, se sai comecercarlo. Questo vale tanto per le ninne-nanne e le fantasticherie quantoper i romanzi e i poemi epici.” “Daccordo.” “Il tuo sogno a occhi aperti non è una stupidaggine, Julie, possoassicurartelo. Inoltre, ha fatto proprio quello che volevo facesse. Avevochiesto una storia che spiegasse perché sei qui, ed è esattamente quello chemi hai dato. Ora capisco che cosa stai cercando. O, più precisamente,capisco cosa sei preparata a imparare, e senza questa informazione nonavrei potuto neanche cominciare.” Non capii esattamente di cosa stesse parlando, ma gli dissi che erocontenta di sentirlo. “Nonostante questo”, continuò, “non sono ancora sicuro di comeprocedere con te. Che tu ne sia consapevole o meno, presenti un problemaspeciale.” “Perché?” “Io non sono come gli insegnanti nella tua scuola, Julie, che si limitano
  18. 18. a insegnarti le materie che i vostri adulti hanno deciso che dovresticonoscere – cose come matematica, geografia, storia, biologia, e così via.Come ti ho spiegato prima, io sono un insegnante che funge da ostetricaper i suoi allievi, portando alla luce idee che erano cresciute dentro diloro.” Ishmael si fermò un momento a riflettere, poi mi chiese qualifossero, secondo me, le differenze tra me e Alan Lomax – dal punto divista educativo. “Be, immagino che abbia finito la scuola superiore e probabilmenteluniversità.” “Esatto. Quindi?” “Quindi conosce cose che io non conosco.” “Questo è vero”, disse Ishmael. “Tuttavia, le stesse idee stannocrescendo dentro entrambi.” “Come lo sai?” Le labbra gli fremettero in un sorriso. “Lo so perché avete entrambiascoltato la stessa madre dal giorno della vostra nascita. Non sto parlandodella vostra madre biologica, naturalmente, ma piuttosto della vostramadre culturale. Madre Cultura vi parla attraverso la voce dei vostrigenitori – che a loro volta hanno ascoltato la sua voce dal giorno della loronascita. Vi parla attraverso personaggi dei fumetti, dei romanzi e deicartoni animati. Vi parla attraverso giornalisti, insegnanti e candidatipresidenziali. Lavete ascoltata nei talk-show. Lavete ascoltata nellecanzoni popolari, negli slogan pubblicitari, nelle lezioni, nei discorsi deipolitici, nei sermoni e nelle barzellette. Lavete letta in articoli di giornale,libri di testo e strisce a fumetti.” “Va bene”, dissi. “Credo di capire cosa intendi.” “Questa, naturalmente, non è una cosa esclusiva della vostra cultura,Julie. Ogni cultura ha la propria madre culturale che alleva e sostiene ipropri membri. Le idee che sono state insegnate a te e Alan sono moltodiverse da quelle insegnate nei popoli tribali che vivono ancora come i loroantenati vivevano diecimila anni fa – gli Huli della Papa Nuova Guinea,per esempio, o gli Indiani Macuna della Colombia orientale.” “Sì, capisco.” “Le cose che possono venire estratte da te e Alan sono le stesse, ma sitrovano a differenti stadi di sviluppo. Alan ha ascoltato Madre Cultura perventanni più a lungo di te, quindi ciò che può essere trovato dentro di lui èpiù integro e complesso.” “Sì, lo capisco. Come un feto è più sviluppato a sette mesi piuttosto chea due.”
  19. 19. “Esatto.” “Va bene. Quindi ora che facciamo?” “Ora vorrei che andassi via e mi lasciassi pensare a come procedere conte.” “Che andassi dove?” “Dovunque. Dove vuoi. A casa, se ne hai una.” Fu il mio turno di aggrottare le sopracciglia. “Se ne ho una? Cosa ti fapensare che non ce labbia?” “Mi astengo dal fare ipotesi”, replicò freddamente Ishmael. “Sei tu cheti sei imbizzarrita quando ti ho definita una bambina e mi hai detto che seiabbastanza grande da rubare macchine, avere un aborto o spacciare crack.Ho pensato che fosse meglio non dare nulla per scontato sulle tuecondizioni di vita.” “Accidenti”, dissi io. “Prendi tutto in maniera così letterale?” Ishmael si grattò un lato della mandibola per un momento. “Sì,immagino di sì. Scoprirai che ho un certo senso dellumorismo, ma che leiperboli e le esagerazioni comiche tendono a sfuggirmi.” Gli dissi che lavrei tenuto a mente – indulgendo in unaltraesagerazione comica. Poi gli chiesi quando sarei potuta tornare. “Quando vuoi.” “Domani?” “Ma certo. Le domeniche non sono giorni di riposo per me.” Il lieve fremito allangolo della sua bocca mi fece capire che quellaavrebbe dovuto essere una battuta di qualche tipo. Mia madre era sprofondata in un piacevole torpore per quando tornai acasa. Immagino che pensi sia un suo dovere materno mostrare interessealla mia giornata, perché mi chiese dove fossi stata. Le raccontai la bugiache mi ero preparata, che ero stata con Sharon Spaley, unamica. Pensavate che le avrei detto la verità? Che avevo avuto uninteressanteconversazione con un gorilla? Fatemi il piacere. Il popolo maledetto. Quando arrivai alla stanza 105 la mattina seguente, appoggiai lorecchioalla porta. Volevo sapere se Alan lo sfigato era arrivato prima di me.Quando fui sicura che non cera, entrai. Non era cambiato niente. Il che significa che rimasi colpita dallodore,che ora sapevo essere di gorilla. Non intendo dire che non mi piacesse.
  20. 20. Avrei voluto averne una bottiglietta. Sapete, per spruzzarmene un poprima di andare alle feste. Quello sì che avrebbe attirato lattenzione. Ishmael era dove lavevo lasciato. Mi chiesi se avesse un altro posto incui andare in quel locale. Immaginai che ci fosse unaltra stanza dietroquella che potevo vedere. La stanza dietro il vetro era troppo piccolaperché chiunque potesse viverci, soprattutto un gorilla. Mi sedetti e ci scambiammo unocchiata. “Cosa farai se Alan verrà qui mentre ci sono io?” Fece una smorfia. Credo che la trovasse una domanda inutile.Comunque, rispose... Chiedendomi cosa io avrei voluto che facesse. “Credo che vorrei che gli dicessi di tornare più tardi.” “Capisco. Ed è questo che dovrei dire anche a te se dovessi venirementre Alan è già qui?” “Sì.” “Se Alan è già qui quando arrivi, dovrei dirti di tornare più tardi?” “Esatto.” Scossa la testa, divertito. “Dovrò parlargliene. Posso dire a te di tornarepiù tardi, ma non a lui. Non senza discuterne prima.” “Non voglio che tu lo faccia. Se Alan arriva mentre sono qui, me neandrò e basta.” “Ma perché? Coshai contro di lui?” “Non lo so. Solo non voglio che sappia di me.” “Cosa non vuoi che sappia?” “Non voglio che sappia nulla. Non voglio nemmeno che sappia cheesisto.” “Non posso garantirti una cosa simile, Julie. Se entrasse da quella portaadesso, ovviamente scoprirebbe che esisti.” “Me ne rendo conto. Ma quella è solo la mia prima scelta. Se non possoavere quella, otterrò quella migliore dopo di essa.” “E qual è la tua seconda scelta?” “Qualunque cosa ottenga andandomene, ecco qual è.” Ishmael improvvisamente sollevò il labbro superiore, scoprendo unafila di denti marrone-dorati grandi quanto il mio pollice. Mi ci volle unattimo per capire che si trattava di un sorriso.” “Comincio a credere”, disse, “che tu abbia un carattere molto simile almio, Julie.” Lo fissai perplessa. “Se non capisci cosa voglio dire adesso, lo capirai un giorno.” Aveva ragione, in quel momento non lo capii. Ora, dopo quattro anni,
  21. 21. credo di capirlo. Forse. Comunque sia, quando la chiacchierata fu conclusa Ishmael si sedettesul suo letto di paglia e cominciò. “Tu pensi che qualcuno nelluniverso debba sapere come vivere nelmondo senza distruggerlo. Questo è ciò che il tuo sogno a occhi apertisembra indicare.” “Be... Non è che ci creda davvero.” “Diciamo che ti sembra abbia senso. Ti sembra ragionevole che, seesiste vita intelligente in qualche altra parte delluniverso, qualcuno daqualche parte debba sapere come vivere in modo sostenibile nel propriomondo.” “Esatto.” “Perché ti sembra ragionevole, Julie?” “Non lo so.” Il gorilla fece una smorfia. “Prima di dire non lo so, apprezzerei se tiprendessi un momento per vedere se per caso tu non lo sappia, dopotutto.E anche se scopri che davvero non lo sai, fai un tentativo comunque, perfavore.” “Va bene. Vuoi sapere perché mi sembra ragionevole che la gente dialtri pianeti sappia come vivere in modo sostenibile.” “Esatto.” Ci pensai su per un po e gli dissi che era una buona domanda. “Lintero processo consiste nel fare buone domande, Julie. Questa èuninformazione che ho bisogno di avere da te fin da subito. Sarà la base ditutto il nostro lavoro successivo.” “Capisco”, dissi io, e tornai a riflettere. Dopo un altro po dissi: “Edifficile da spiegare.” “Le cose semplici sono quasi sempre le più difficili da spiegare, Julie.Mostrare a qualcuno come allacciarsi le scarpe è facile. Spiegarglielo aparole è quasi impossibile.” “Già”, gli dissi. “E proprio così.” Ci lavorai su un altro po. Finalmentedissi: “Non so perché questo esempio funzioni, ma lo fa. Diciamo che haiuna dozzina di frigoriferi prodotti da una dozzina di compagnie diverse.Uno o due di questi frigoriferi non varrà un centesimo, ma la maggiorparte funzionerà piuttosto bene.” “Perché?” “Immagino che sia perché non puoi aspettarti che ogni singola fabbricasia incompetente. La maggior parte di loro devono essere almenomarginalmente competenti per rimanere in affari.”
  22. 22. “In altre parole, se vivessi in un mondo dove moltissime compagniefabbricassero frigoriferi ma nessuna di esse fosse competente, tiaspetteresti che il tuo mondo fosse uneccezione. Se visitassi altri mondi, tiaspetteresti di trovare gente capace di fare frigoriferi decenti. Ancora inaltre parole, ti sembra che ci sia qualcosa di anormale riguardo ladisfunzionalità. Ciò che è normale è che le cose funzionino. Ciò che non ènormale è che le cose falliscano.” “Sì, esatto.” “Da dove ti viene questimpressione, Julie? Da dove ti vienelimpressione che sia normale che le cose funzionino?” “Caspita”, dissi. Da dove mi era venuta questidea? “Forse è questo.Ogni altra cosa nelluniverso sembra funzionare. Laria funziona, le nuvolefunzionano, gli alberi funzionano, le tartarughe funzionano, i germifunzionano, gli atomi funzionano, i funghi funzionano, gli uccellifunzionano, i leoni funzionano, i vermi funzionano, il sole funziona, laluna funziona... Lintero universo funziona! Ogni singola cosa funziona...A parte noi. Perché? Cosa ci rende così speciali?” “Sai cosa vi rende speciali, Julie.” “Lo so?” “Sì. Questo sarà il primo frammento di conoscenza che ti aiuterò aportare alla luce. Cosha da dire Madre Cultura a questo riguardo? Cosa virende differenti da tartarughe, nuvole, vermi, sole e funghi? Essifunzionano e voi noi. Perché non funzionate, Julie? Cosa vi rendespeciali?” “Siamo speciali perché tutto il resto funziona. Ed è perché siamospeciali che non funzioniamo.” “Sono daccordo che questo sia un ragionamento circolare che imparateda Madre Cultura a questo riguardo, ma sarebbe utile se definissi questaspecialità.” Lo guardai con occhi socchiusi per un po, poi dissi: “Non cè niente disbagliato nelle tartarughe, nelle nuvole, nei vermi e nel sole. Ecco perchéloro funzionano. Ma cè qualcosa di sbagliato in noi. E questo è il motivoper cui noi non funzioniamo.” “Bene. Ma di che si tratta, Julie? Cosa cè di sbagliato in voi?” Ci riflettei per qualche minuto. Poi dissi: “Questa è la maieutica?” Ishmael annuì. “Sono colpita. Mi piace. Nessuno laveva mai fatto con me prima.Comunque, quello che cè di sbagliato in noi è che siamo civilizzati. Pensosia questo.” Ma mentre ci pensavo, questa risposta perse un po della sua
  23. 23. sicurezza. “Parte del motivo”, gli dissi, “è che siamo civilizzati. Ma cèanche qualcosa riguardo il modo in cui siamo civilizzati. Non siamocivilizzati abbastanza.” “E come mai?” “Accidenti”, dissi. “Il motivo per cui non siamo civilizzati abbastanza èche cè qualcosa di sbagliato in noi. E come se ci fosse una goccia diveleno in noi, e quella goccia basta a rovinare tutto ciò che facciamo.”Immagino di essere rimasta lì seduta a bocca aperta, perché alla fineIshmael mi disse di continuare. Continuai. “Ecco che cosa sento, Ishmael. Va bene se ti chiamo Ishmael?” Il gorilla annuì, dicendo: “E il mio nome.” “Ecco che cosa sento: Dobbiamo evolverci in una forma superiore sevogliamo sopravvivere. Non sono esattamente sicura di dove lo sento. Ecome se fosse qualcosa nellaria.” “Lo capisco.” “Questa forma in cui siamo ora è troppo primitiva. Siamo troppoprimitivi. Dobbiamo evolverci in una forma più elevata, più angelica.” “Per poter funzionare bene quanto funghi, tartarughe e vermi.” Risi e dissi: “Sì, è buffo. Ma è la percezione comune, penso. Nonfunzioniamo bene quanto funghi, tartarughe e vermi perché siamo troppointelligenti, e non funzioniamo bene quanto gli angeli e gli dei perché nonsiamo intelligenti a sufficienza. Ci troviamo a uno stadio spiacevole.Eravamo a posto quando eravamo meno che umani, e saremo di nuovo aposto quando saremo più che umani, ma al momento siamo un disastro.Gli umani non vanno bene. La loro forma non va bene. Credo sia questoche Madre Cultura ha da dire.” “Quindi il difetto è lintelligenza stessa, secondo Madre Cultura.” “Esatto. Lintelligenza è ciò che ci rende speciali, no? Le falene nonpossono distruggere il mondo. I pesci gatto non possono distruggere ilmondo. Ci vuole intelligenza per fare una cosa del genere.” “In questo caso, cosa significa per te il tuo sogno a occhi aperti?Andandotene in giro per luniverso per imparare come vivere, staicercando degli angeli?” “No. Sarebbe assurdo.” Ishmael inclinò la testa da un lato e mi diede unocchiata interrogativa. “Sto cercando delle razze intelligenti come noi, ma che sappiano comevivere senza distruggere il proprio mondo. Siamo perfino più speciali diquanto pensassi.” “Vai avanti.”
  24. 24. “E come se fossimo maledetti. La gente di questo pianeta.” Ishmael annuì. “Questo è ciò che si crede generalmente, tra la gentedella tua cultura, che lumanità è maledetta – malformata, difettosa allaradice o perfino maledetta da una qualche divinità.” “Esatto.” “Questo è il motivo per cui nel tuo sogno a occhi aperti senti il bisognodi cercare altrove nelluniverso la conoscenza di cui hai bisogno. Non puoitrovarla tra la tua gente, perché siete una specie maledetta. Per trovare ilmodo di vivere sostenibilmente, devi trovare una specie che non siamaledetta. E non cè motivo di supporre che siano tutte maledette. Sentiche qualcuno là fuori debba sapere come vivere in modo sostenibile.” “Esatto.” “Quindi, come vedi, il tuo sogno a occhi aperti era ben lontanodallessere una sciocchezza. E sono sicuro che se il viaggio che haiipotizzato potesse essere davvero compiuto, vi porterebbe davvero incontatto con migliaia di popoli che vivono in modo sostenibile senzaproblemi.” “Lo sei? Perché?” “Perché la maledizione sotto cui agite è molto, molto localizzata, adifferenza di quello che vi dice Madre Cultura. Non si estende nemmenolontanamente allintera umanità. Migliaia di popoli hanno vissuto qui inmodo sostenibile, Julie. Senza difficoltà. Senza sforzi.” Be, naturalmente battei le palpebre a questo punto. “Vuoi dire come... Gli Atlantidi?” “Non intendo nulla di remotamente simile agli Atlantidi, Julie.Atlantide è una favola.” “Allora non ho idea di che cosa stai parlando. Nessuna.” Ishmael annuì lentamente. “Me ne rendo conto. Molti pochi di voicapirebbero di che cosa sto parlando.” Attesi che finisse il ragionamento, e quando non lo fece gli chiesi:“Non vuoi dirmi chi sono questi popoli?” “Preferirei di no, Julie. Vedi, hai sicuramente questa informazione nellatua mente, e se la portassi fuori io ne rimarresti impressionata, ma nonimpareresti nulla. Il compito dellostetrica è di aiutare la madre a dare allaluce il bambino, non di tirarlo fuori lei stessa.” “Vuoi dire che so già chi sono questi popoli?” “Non ne ho il minimo dubbio, Julie.” Scrollai le spalle, incrociai gli occhi e feci tutte le solite cose, poi glidissi di continuare.
  25. 25. La vostra cultura. “E convinzione comune e profondamente radicata nella vostra cultura”,disse Ishmael, “che la saggezza non possa venire trovata tra di voi. Questoè ciò che il tuo sogno a occhi aperti rivela. Voi sapete come costruiremeravigliosi marchingegni elettronici, sapete come spedire navicelle nellospazio, sapete come sbirciare nelle profondità dellatomo. Ma la piùsemplice ed essenziale delle conoscenze – quella su come vivere –semplicemente non esiste tra di voi.” “Sì, è così che sembra.” “Questa non è una convinzione recente, Julie. Esiste da millenni nellavostra cultura.” “Scusami”, dissi io. “Continui a ripeterlo – la gente della vostracultura – e io continuo a non essere sicura di cosa intendi con questo.Perché non dici solo voi umani o voi americani?” “Perché non sto parlando degli umani o degli americani. Sto parlandodei membri della vostra cultura.” “Be, credo che questa dovrai spiegarmela.” “Sai cosè una cultura?” “A essere onesta, non ne sono sicura.” “La parola cultura è come un camaleonte, Julie. Non ha un coloreproprio, lo prende dallambiente circostante. Significa una cosa quandoparli della cultura degli scimpanzé, unaltra quando parli della cultura dellaGeneral Motors. Si può dire che esistono solo due culture umanefondamentali, così come si può dire che ne esistono migliaia. Invece dispiegarti cosa significhi la parola cultura da sola (cosa che sarebbe quasiimpossibile), mi limiterò a spiegarti che cosa intendo quando parlo dellavostra cultura. Daccordo?” “Va bene”, dissi. “In effetti, la renderò ancora più semplice. Ti darò due regole basilaricon cui potrai identificare i popoli della vostra cultura. Eccone una. Sai cheti trovi tra gente della tua cultura se il cibo è tutto posseduto, se è tuttosotto chiave.” “Mmm”, dissi. “E difficile immaginare che possa essere in qualunquealtro modo.” “Ma naturalmente un tempo era in un altro modo. Un tempo il cibo nonera più posseduto dellaria o della luce del sole. Sono sicuro che te ne rendiconto.”
  26. 26. “Sì, immagino di sì.” “Sembri scarsamente impressionata, Julie, ma mettere il cibo sottochiave è stata una delle grandi innovazioni della vostra cultura.Nessunaltra cultura ha mai messo il cibo sotto chiave – e farlo è la pietraangolare della vostra economia.” “Perché?”, chiesi. “Perché ne è la pietra angolare?” “Perché se il cibo non fosse sotto chiave, Julie, chi lavorerebbe?” “Oh. Già. Giusto. Caspita.” “Se vai a Singapore, Amsterdam, Seoul, Buenos Aires, Islamabad,Johannesburg, Tampa, Istanbul o Kyoto, troverai che la gente differisceenormemente nel modo di vestirsi, nelle cerimonie matrimoniali, nellericorrenze che osservano, nei rituali religiosi e così via, ma che tutti siaspettano di trovare il cibo sotto chiave. E tutto posseduto, e se ne vuoi unpo devi comprarlo.” “Capisco. Quindi stai dicendo che tutti questi popoli appartengono auna sola cultura.” “Chiaramente sto parlando delle cose fondamentali, e nulla è piùfondamentale del cibo. Sono sicuro che sia difficile per voi realizzarequanto incredibilmente bizzarri siate in questo aspetto. Voi pensate cheabbia perfettamente senso lavorare per avere ciò che è gratuito per ognialtra creatura sulla Terra. Soltanto voi chiudete il cibo sotto chiave lontanoda voi e poi faticate duramente per riprendervelo... E credete che nullapossa avere più senso.” “Sì, è bizzarro, se la metti così. Ma non è stata solo la nostra cultura afarlo. E stata lumanità, no?” “No, Julie. So che Madre Cultura insegna che questa è una cosa chetutta lumanità ha fatto, ma è una bugia. Siete stati solo voi, una singolacultura, e non lintera umanità. Per quando avremo finito, non avrai alcundubbio al riguardo.” “Daccordo.” “Unaltra regola basilare che puoi usare per identificare i membri dellavostra cultura, è questa: essi credono di appartenere a una speciefondamentalmente difettosa e intrinsecamente condannata alla sofferenza ealla miseria. Dato che sono difettosi, si aspettano che la saggezza sia unlusso raro e difficile da acquisire. Dato che sono intrinsecamentecondannati alla sofferenza, non sono sorpresi di vivere nella povertà, traingiustizie e crimini. Non sono sorpresi che i loro governanti siano corrottied egoisti. Non sono sorpresi di star rendendo il mondo invivibile per sestessi. Possono essere indignati al riguardo ma non ne sono sorpresi,
  27. 27. perché è come si aspettano che stiano le cose. Per loro ha senso quantomettere il cibo sotto chiave.” “Ti dispiace se faccio lavvocato del diavolo per un minuto?” “Niente affatto.” “Cè un professore nella mia scuola che non fa che rivolgerci occhiatecompassionevoli perché è buddista, il che significa che è chilometri avantia noi per quanto riguarda la consapevolezza e lilluminazione spirituale ecose simili. Per lui, la gente della nostra cultura è quella occidentale, e lagente orientale appartiene a una cultura completamente diversa.” “Mi sembra di capire che questuomo sia egli stesso un occidentale.” “Sì, lo è. Che cosa centra?” Ishmael scrollò le spalle. “Gli occidentali pensano spesso che lOrientesia un unico, enorme tempio buddista, il che è come pensare chelOccidente sia un unico, enorme monastero certosino. Se il professore dicui parli visitasse lOriente sperimenterebbe sicuramente molte cose nuove,ma scoprirebbe innanzitutto che il cibo viene tutto tenuto sotto chiave, epoi che gli umani sono considerati una specie miserabile, distruttiva eavida, proprio come in Occidente. Queste sono le cose che li definisconocome membri della vostra cultura.” “Ci sono davvero popoli al mondo che non credono di essere creaturemiserabili, distruttive e avide?” Ishmael considerò la domanda per un momento e poi disse: “Lascia cheti rivolga la stessa domanda in un altro modo. Nel tuo viaggio perluniverso, progettavi di andare in cerca di altre specie maledette?” “No.” “Ti aspetti che ogni altra specie intelligente delluniverso sia maledet-ta?” “No.” Ishmael mi studiò per un momento e poi disse: “Vedo che la tuadomanda rimane insoluta. Lascia che risponda in questo modo. Perfino allatua età, hai probabilmente già incontrato un certo tipo di persona convintoche tutto ciò che di brutto gli capita nella vita sia colpa di qualcun altro –mai colpa sua. Se ancora non hai incontrato nessuno così, ti garantisco cheun giorno ti capiterà. Questo tipo di persona non impara mai dai proprierrori, perché per quanto lo riguarda lui non fa mai errori. Non scopre maila fonte delle proprie difficoltà, perché è convinto che si trovi nelle altrepersone, e loro sono al di là del suo controllo. Per fartela breve, qualunquecosa gli vada storta per lui è colpa di qualcun altro. Non si dice mai: Forseil problema è in qualcosa che sto facendo. Dice: Il problema è qualcosa
  28. 28. che gli altri stanno facendo. I miei guai dipendono da altre persone... Esiccome non posso cambiarle, sono impotente.” “Sì, conosco qualcuno così”, gli dissi. Non vidi motivo di dirgli che sitrattava di mia madre. “La vostra intera cultura ha adottato questo modo di gestire le propriedifficoltà. Voi non dite: Forse il problema è in qualcosa che stiamofacendo. Voi dite: Il problema è la natura umana stessa. I nostri guaidipendono dalla natura umana... E siccome non abbiamo modo dicambiarla, siamo impotenti.” “Accidenti”, dissi. “Ho capito.” “Lo capisco anchio, Julie”, disse Ishmael. “I maestri hanno bisogno diallievi che li aiutino a proseguire il loro viaggio di scoperta.” Alzai le sopracciglia. “Mi hai sentito dire una dozzina di volte che la gente della vostracultura pensa a se stessa come a una specie condannata e difettosa.” “Esatto”, dissi. “Ora, grazie a te, ho un modo molto migliore di dirlo: la gente dellavostra cultura incolpa la natura umana dei suoi problemi. E ancora veroche pensate a voi stessi come a membri di una specie difettosa econdannata, ma adesso entrambi abbiamo una migliore comprensione delperché pensate a voi stessi in questo modo. Serve a uno scopo. Vi permettedi spostare la colpa da voi a qualcosa che è oltre il vostro controllo: lanatura umana. Voi non avete colpa. La colpa è della natura umana stessa,che voi non avete modo di cambiare.” “Giusto. Capisco.” “Lascia che spenda un momento per precisare che la natura umana èqualcosa che la gente della vostra cultura pretende di conoscere. Non èqualcosa che io pretendo di conoscere. Ogni volta che userò questotermine, lo farò con il significato che gli viene dato da Madre Cultura. Lostesso concetto mi è estraneo. Appartiene a unimpalcatura epistemologicaesclusiva della vostra cultura. Non fare smorfie. Non ti farà male ascoltareuna nuova parola. Lepistemologia è lo studio di ciò che può essereconosciuto. Per la gente della vostra cultura, la natura umana è un oggettoconoscibile. Per me è un oggetto fantastico, inventato apposta perché lo sipotesse cercare, come il Santo Graal o la Pietra Filosofale. “Va bene”, gli dissi. “Ma non so perché stai insistendo su tutto questo.” Il volto gli si piegò in un sorriso. “Sto parlando ai posteri attraverso dite, Julie.” “Scusa?”
  29. 29. “I maestri vivono attraverso i propri discepoli. Questo è un altro motivoper cui hanno bisogno di loro. Tu sembri avere una memoria particolare. Tiricordi ciò che ascolti con una chiarezza inusuale.” “Sì, immagino di sì.” “Tu sarai il mio lascito. Porterai le mie parole oltre le mura di questastanza.” “Le porterò dove?” “Dovunque andrai – dovunque sarà.” Passai qualche secondo a digerire tutto questo. Poi dissi: “E Alan?Anche lui sarà un lascito?” Ishmael scosse le spalle. “Immagino che tanto vale che ne parliamoadesso, Julie. Ho avuto molti allievi. Alcuni non hanno preso nulla da me,altri hanno preso solo qualcosa e altri hanno preso molto. Ma nessuno hapreso tutto. Ognuno prende quanto può trasportare. Capisci cosa intendo?” “Penso di sì.” “Ciò che fanno con quanto prendono è ovviamente oltre il miocontrollo. Per la maggior parte, non ho idea di cosa ci facciano... O se cifacciano qualcosa. Uno di recente mi ha scritto comunicandomi la suastrana interpretazione di cosa farci. Vuole immigrare in Europa e diventareuna sorta di predicatore itinerante lì.” “Tu cosa volevi che facesse?” “Oh, non è una questione di cosa voglio io. Ognuno deve fare ciò che ènelle sue possibilità. Ho chiamato la sua interpretazione strana soloperché è inconcepibile per me. Io so solo come istruire le persone inquesto modo – attraverso il dialogo. Semplicemente, non riesco aimmaginare di farlo in una sala conferenze. Una mia mancanza, non sua.” “Mi sento persa, Ishmael. Cosa centra questo con Alan e me?” “Quando ti ho chiamato il mio lascito, tu mi hai chiesto se lo fosseanche Alan. Voglio che tu capisca che ciò che sto dando a te è moltodiverso da ciò che sto dando a lui. Non esistono due viaggi identici, perchénon esistono due allievi che lo siano.” “Va bene. Ha senso.” “Abbiamo fatto una breve deviazione per mostrarti come riconoscere imembri della vostra cultura. Ora vediamo se riusciamo a tornare sullastrada principale... Stavo dicendo che la vostra cultura è profondamenteconvinta che la saggezza non possa essere trovata tra di voi, e che questaconvinzione esiste da millenni.” “Sì, mi ricordo.” “Capisci perché ne sto parlando?”
  30. 30. “No, non proprio.” “Nel tuo sogno a occhi aperti hai dato per scontato che la saggezzadovesse essere cercata altrove – a miliardi di chilometri di distanza daquesto pianeta. Il che è anche il motivo per cui hai dovuto creare questafantasticheria. E tua profonda convinzione che il segreto che stai cercandonon possa essere trovato qui.” “Sì, è vero.” “Ciò che vorrei farti capire è che la perdita di questo segreto è stata unavvenimento storico. Non si tratta di qualcosa mancante nei vostri geni.Lumanità non è nata ignorante al riguardo. Si è trattato di qualcosa che èavvenuto solamente nella vostra cultura.” “Va bene. Ma perché vuoi che capisca tutto questo?” “Perché... Hai mai perso qualcosa? Una chiave, un libro, unostrumento, una lettera?” “Certo.” “Riesci a ricordarti come hai cercato di ritrovarlo?” “Ho cercato di ricordare dove mi trovassi lultima volta che lavevovisto.” “Ma certo. Se sai dove hai perso qualcosa sai anche dove cercarlo, nonè vero?” “Sì.” “Ecco cosa sto cercando di mostrarti: dove e quando avete perso ilsegreto che è conosciuto da ogni altra specie sul pianeta – e da ogni altraspecie intelligente nelluniverso, se ne esistono.” “Accidenti”, gli dissi. “Dobbiamo essere davvero speciali se ogni altraspecie nelluniverso conosce qualcosa che noi non sappiamo.” “Siete davvero speciali, Julie. A questo riguardo, la vostra MadreCultura e io siamo completamente daccordo.” La Storia dellUomo in 17 secondi. “Cè solo un posto da dove cominciare con un allievo, Julie”, disseIshmael, “e quel posto è dove lallievo si trova. Capisci che intendo?” “Penso di sì.” “Perlopiù, lunico modo che ho di sapere dove ti trovi è che me lo dicatu stessa. E questo è ciò che devi fare adesso. Ho bisogno che tu mi dicache cosa sai della storia umana.” A queste parole gemetti, e Ishmael mi chiese perché. “Storia non è lamia materia preferita”, gli dissi.
  31. 31. “Posso capirlo”, disse lui, “sapendo come i vostri insegnanti sonocostretti a insegnarvela. Ma io non ti sto chiedendo di recitarmi coshaiimparato (o non sei riuscita a imparare) a scuola. Anche se non avessipassato un solo giorno a scuola, avresti comunque unimpressione genericadi cosè successo qui, solo dallaver avuto occhi e orecchie aperti nella tuacultura per dodici anni. Anche qualcuno che non ha letto altro che lapagina dei fumetti ce lha.” “Va bene”, dissi, e poi feci un collegamento. “E la versione di MadreCultura della storia umana? E questo che mi stai chiedendo?” Ishmael annuì. “E questo che ti sto chiedendo. Devo sapere quanta nehai assorbita. Ancora più importante: tu devi sapere quanta ne haiassorbita.” “Capisco”, gli dissi, e cominciai a ragionarci. Dopo circa tre minuticominciò a contorcersi – uno spettacolo impressionante, vista la sua mole.Gli lanciai unocchiata interrogativa. “Falla semplice, Julie. Questo non è un tema su cui ti verrà dato unvoto. Dimmi solo le cose generiche che conoscono tutti. Non voglio milleparole e nemmeno cinquecento. Cinquanta basteranno.” “Sto cercando di decidere come inserirci le Piramidi e la SecondaGuerra Mondiale.” “Cominciamo dalla cornice. Una volta che avremo quella, potremoinserirci tutto quello che vogliamo.” “Daccordo. Gli umani sono apparsi circa... Quanti? Cinque milioni dianni fa?” “Tre milioni è la stima comunemente accettata.” “Va bene, tre milioni. Gli umani sono comparsi circa tre milioni di annifa. Erano mangiatori di carogne, vero?” “Potrebbero benissimo esserlo stati, allinizio. Ma credo che tu intendaraccoglitori.” “Sì, esatto. Erano raccoglitori. Nomadi. Vivevano di ciò che offriva laterra, come facevano i nativi americani.” “Bene. Continua.” “Be, continuarono a vivere di ciò che offriva la terra fino a circadiecimila anni fa. Poi per qualche motivo abbandonarono la vita nomade ecominciarono a coltivare. E esatto? Diecimila anni fa?” Ishmael annuì. “Nuove scoperte potrebbero retrodatarla, ma finché nonavverrà diecimila anni è la stima generalmente accettata.” “Va bene. Quindi si stabilirono in un punto e cominciarono a coltivare.E questo fu fondamentalmente linizio della civiltà. Tutta questa roba.
  32. 32. Città, nazioni, guerre, navi a vapore, biciclette, razzi sulla luna, bombeatomiche, gas nervino e così via.” “Eccellente”, disse Ishmael. “Alan ha dovuto fare la stessa cosa per me,ma gli ci sono volute quasi due ore.” “Davvero? Perché?” “In parte perché è un maschio e deve mettersi in mostra un po. E inparte perché ha ascoltato la voce di Madre Cultura per tanto tempo cheormai crede sia la sua. Ha difficoltà a distinguerle luna dallaltra.” “Capisco”, dissi, cercando di non suonare compiaciuta. “A ogni modo, la bugia fondamentale ora è emersa: circa diecimila annifa, gli umani smisero di essere raccoglitori nomadi e divennero agricoltoristabili.” Lo considerai per un minuto e poi gli chiesi quale parte fosse sbagliata.“La data è giusta, vero?” Annuì. “Anche la parte della raccolta è giusta, vero? Voglio dire, prima che gliumani fossero agricoltori erano raccoglitori, no?” Annuì di nuovo. “Poi divennero agricoltori. Non è questo che fecero?” “Sì.” “Allora dovè la bugia?” “La bugia è nascosta nellunica parte della frase a cui non hai pensato.” “Me la potresti ripetere?” “Circa diecimila anni fa, gli umani smisero di essere raccoglitorinomadi e divennero agricoltori stabili.” “Caspita”, dissi. “Non ci vedo nemmeno lo spazio necessario perinfilarci una bugia.” “Né lo vedrebbe la maggior parte delle persone della vostra cultura,Julie. Dopotutto si tratta della versione della storia della vostra cultura,quindi è naturale che ti sembri perfettamente accettabile. La vedrai ripetuta(in diverse variazioni) in tutti i vostri libri di testo. La vedrai ripetuta inarticoli di giornali e riviste. Se terrai gli occhi aperti, ti imbatterai in unaversione o laltra di questa storia due o tre volte a settimana. La vedrairipetuta sistematicamente dagli storici, che la riconoscerebberosicuramente come una bugia, se non la stessero ripetendo senza riflettercisu.” “Ma dovè la bugia?” “La bugia è nella parola umani, Julie. Non furono gli umani a farequesto, furono i membri della vostra cultura – una sola cultura su decine di
  33. 33. migliaia. La bugia è che le vostre azioni siano le azioni dellumanità. Labugia è che voi siate lintera umanità, che la vostra storia sia la storiadellumanità. La verità è che diecimila anni fa un popolo abbandonò la vitadi raccolta nomade e divenne un popolo di agricoltori sedentari. Il restodellumanità – il restante novantanove percento – continuò esattamentecome prima.” Rimasi comatosa per un minuto o due, poi dissi: “Ecco come sembrache stiano le cose. Sembra che questo fosse il passo successivodellevoluzione umana. LHomo raccoglitor si estinse e lHomo agricoltorne prese il posto.” Ishmael annuì. “Molto acuto, Julie. Non lavevo capito nemmeno io. Eesattamente limpressione che si ha, ma naturalmente non è vera.” “Come lo sai?” “Innanzitutto, perché lHomo raccoglitor non si estinse affatto – e nonlo è tuttora. E poi perché raccoglitori e agricoltori non appartengono a duespecie diverse. Sono biologicamente indistinguibili. La differenza tra loroè prettamente culturale. Alleva un bambino raccoglitore tra gli agricoltori esarà un agricoltore. Alleva un bambino agricoltore tra i raccoglitori e saràun raccoglitore.” “Daccordo. Ma comunque, è come... Non lo so. E come se lorchestraavesse cominciato a suonare una nuova melodia e tutti avesserocominciato a ballarla in tutto il mondo.” Ishmael annuì e disse: “So che è così che sembra, Julie. I vostri libri distoria lhanno ridotta a una storia davvero semplice. In realtà si tratta di unastoria molto complessa e intricata, e i membri della vostra cultura hannoun bisogno vitale di conoscerla. Il vostro futuro non dipende dalcomprendere la caduta di Roma, o la scalata al potere di Napoleone, o laguerra civile americana, e nemmeno le guerre mondiali. Il vostro futurodipende dal comprendere come siete arrivati a essere ciò che siete, ed èquesta la storia che sto cercando di rivelarti.” Ishmael si fermò e lo sguardo gli divenne vitreo per una decina diminuti. Alla fine si accigliò e scosse la testa, e io gli chiesi quale fosse ilproblema. “Stavo cercando di trovare un modo per renderti la storia comprensibilecon un solo racconto, Julie, ma non credo che si possa fare. Deve esserepresentata in varie narrazioni diverse, ognuna delle quali mirata a faremergere un preciso gruppo di argomenti. Ha senso per te?” “No, non molto, a essere onesta. Ma sono sicuramente disposta adascoltare.”
  34. 34. “Bene. Ecco una narrazione della storia basata sulla tua metafora dellamelodia e dei danzatori. Per quanto possa sembrarti fantasiosa, non lo èneanche vagamente quanto quella raccontata nei vostri libri di testo, chedal punto di vista storico è utile quanto le storie di Mamma Oca.” Melodie e danzatori. Tersicore è tra i luoghi che ti piacerebbe visitare nelluniverso (disseIshmael). E un pianeta (nominato, per inciso, come la musa della danza)dove le persone erano emerse nel solito modo nella comunità della vita.Inizialmente avevano vissuto come tutti gli altri, semplicementemangiando qualunque cosa avessero a disposizione. Ma dopo un paio dimilioni di anni di questa vita, avevano notato che era molto sempliceincoraggiare la crescita dei loro cibi preferiti. Si potrebbe dire che avevanotrovato alcuni semplici passi che avevano questo risultato. Non eranocostretti a usare questi passi per sopravvivere, ma se lo facevano i loro cibipreferiti erano sempre maggiormente disponibili. Si trattava, naturalmente,di passi di danza. Pochi passi, danzati solo tre o quattro giorni al mese, arricchivanoenormemente le loro vite e non richiedevano quasi alcuno sforzo. Comequi sulla Terra, la gente di questo pianeta non era un solo popolo ma moltipopoli diversi, e con il passare del tempo ogni popolo sviluppò un proprioapproccio alla danza. Alcuni continuarono a danzare solo alcuni passi tre oquattro volte al mese. Altri desideravano avere maggiori quantità dei lorocibi preferiti, quindi danzavano un po ogni due o tre giorni. Altri ancoranon videro alcun motivo per cui non avrebbero dovuto vivereprincipalmente dei loro cibi preferiti, quindi danzavano un po ogni giorno.Le cose restarono in questo modo per decine di migliaia di anni tra i popolidi questo pianeta, che si ritenevano creature nelle mani degli dei elasciavano loro ogni decisione. Per questo motivo, si chiamarono Lascia. Ma un gruppo di Lascia a un certo punto si disse: “Perché dovremmovivere solo parzialmente dei cibi che preferiamo? Perché non dovremmovivere esclusivamente di essi? Tutto ciò che dobbiamo fare è dedicaremolto più tempo alla danza.” Così questo particolare gruppo cominciò adanzare per diverse ore al giorno. Dato che ritenevano di aver preso nelleproprie mani il proprio benessere, li chiameremo Prendi. I risultati furonospettacolari. I Prendi furono inondati dei loro cibi preferiti. In breve,emerse una classe amministratrice deputata a gestire laccumulo e laconservazione delle eccedenze alimentari – cosa che non era mai stata
  35. 35. necessaria quando tutti danzavano solo poche ore a settimana. Gliappartenenti a questa classe erano di gran lunga troppo occupati perdanzare loro stessi e, dato che il loro lavoro era così importante, prestocominciarono a venire considerati leader politici e sociali. Ma dopo alcunianni, questi leader dei Prendi cominciarono a notare che la produzione dicibo stava calando e andarono a controllare quale fosse il problema. Ciòche scoprirono fu che i danzatori stavano battendo la fiacca. Non stavanodanzando diverse ore al giorno ma solo unora o due, e a volte nemmenoquelle. I leader ne chiesero il motivo. “Perché dovremmo danzare così tanto?”, chiesero i danzatori. “Non cèbisogno di danzare sette od otto ore al giorno per ottenere tutto il cibo checi serve. Cè cibo in abbondanza anche se danziamo solo unora al giorno.Non siamo mai affamati. Perché non dovremmo rilassarci e prendercelacomoda, come facevamo una volta?” I leader naturalmente vedevano le cose in maniera molto diversa. Se idanzatori avessero ricominciato a vivere come facevano una volta, alloraanche i leader avrebbero presto dovuto fare altrettanto, e questo non liallettava affatto. Presero in considerazione e provarono vari sistemi perincoraggiare, tentare, costringere o spingere con la vergogna i danzatori adanzare per più ore, ma nessuno di essi funzionò. Finché uno di loro se neuscì con lidea di chiudere a chiave il cibo. “E a che servirebbe?”, gli chiesero. “Il motivo per cui i danzatori non stanno danzando è che devono soloallungare la mano e prendere il cibo che vogliono. Se lo mettiamo sottochiave, non potrarlo più farlo.” “Ma se chiudiamo il cibo a chiave i danzatori moriranno di fame!” “No, no, non capite”, disse laltro sorridendo. “Noi collegheremo ildanzare con il ricevere cibo – un tot di cibo per un tot di danza. Quindi se idanzatori danzeranno un po otterranno un po di cibo, e se danzerannomolto ne otterranno molto. In questo modo gli scansafatiche sarannosempre affamati e i danzatori che danzeranno per molte ore avranno lostomaco pieno.” “Non accetteranno mai una cosa simile”, gli dissero. “Non avranno scelta. Chiuderemo il cibo in dei magazzini, e i danzatoridovranno scegliere tra danzare e morire di fame.” “Faranno irruzione nei magazzini.” “Recluteremo delle guardie tra i danzatori. Li esonereremo dal danzaree faremo far loro la guardia ai magazzini. Li pagheremo come pagheremo idanzatori: con il cibo – tanto cibo quante ore di guardia faranno.”
  36. 36. “Non funzionerà mai”, gli dissero. Ma incredibilmente funzionò. Funzionò ancora meglio di prima perchéadesso, con il cibo sotto chiave, cerano sempre danzatori disposti adanzare, e molti erano grati di poter danzare dieci, dodici, persinoquattordici ore al giorno. Chiudere il cibo sotto chiave ebbe anche altre conseguenze. Peresempio, in passato dei normali canestri erano stati sufficienti perconservare il cibo superfluo prodotto, ma non erano abbastanza per leenormi eccedenze che venivano prodotte ora. I vasai dovettero sostituire icestai nella produzione di contenitori, e dovettero imparare a fabbricarnedi enormi, il che significò costruire dei forni più grandi ed efficienti. Edato che non tutti i danzatori accettarono tranquillamente lidea del cibomesso sotto chiave, le guardie dovettero venire equipaggiate con armimigliori di prima, il che spinse i costruttori di utensili a cercare nuovimateriali con cui rimpiazzare le armi di pietra usate fino ad allora: rame,bronzo, e così via. Mentre i metalli divenivano disponibili per lafabbricazione di armi, gli artigiani ne scoprivano nuovi utilizzi. Ogniinnovazione diede origine ad altre. Ma costringere i danzatori a danzaredieci o dodici ore al giorno ebbe una conseguenza molto più importante.La crescita di una popolazione è sempre una funzione della suadisponibilità di cibo. Se si aumenta la quantità di cibo a disposizione diuna qualunque specie, la popolazione di quella specie crescerà – ammessoche abbia spazio in cui crescere. E naturalmente i Prendi avevano moltospazio in cui crescere: i territori dei loro vicini. Erano felici di espandersipacificamente nei territori dei loro vicini. Dissero ai Lascia intorno a loro:“Perché non cominciate a danzare come noi? Guardate quanto abbiamoottenuto danzando in questo modo. Abbiamo cose che voi non potetenemmeno sognare di avere. Il modo in cui danzate voi è terribilmenteinefficace e improduttivo. Il modo in cui danziamo noi è il modo in cui lepersone devono danzare, il modo che siamo nati per attuare. Quindilasciateci espandere nel vostro territorio e vi mostreremo come fare.” Alcuni dei loro vicini pensarono che fosse una buona idea ecominciarono a praticare lo stile Prendi. Ma altri dissero: “Noi stiamo benecosì. Danziamo alcune ore a settimana e questo ci basta. Noi pensiamo chesiate pazzi a estenuarvi danzando cinquanta o sessanta ore a settimana, masono affari vostri. Se volete farlo, fatelo pure. Ma noi non abbiamointenzione di fare altrettanto.” I Prendi si espansero attorno a questi popoli reazionari e alla fine liisolarono. Uno di questi erano i Singe, che danzavano solo un paio dore al
  37. 37. giorno per produrre i cibi che preferivano. Inizialmente continuarono avivere come prima, ma poi i loro figli divennero gelosi delle cose inpossesso dei figli dei Prendi e cominciarono a offrirsi di danzare alcuneore al giorno per i Prendi e di fare la guardia ai magazzini. Dopo alcunegenerazioni, i Singe vennero completamente assorbiti dallo stile di vitaPrendi e si dimenticarono perfino di essere mai stati Singe. Un altro popolo che cercò di resistere allespansione Prendi furono iKemke, che danzavano solo poche ore a settimana e amavano larilassatezza che questo modo di vivere donava loro. Erano decisi a nonlasciarsi assorbire come i Singe, e continuarono a vivere a modo loro. Maa un certo punto i Prendi andarono da loro e dissero: “Sentite, nonpossiamo continuare a lasciarvi tutta questa terra nel bel mezzo del nostroterritorio. Non la state usando in modo efficiente. O cominciate a danzarecome noi, o dovremo spingervi in un angolo del vostro territorio in mododa utilizzare il resto in modo produttivo.” Ma i Kemke si rifiutarono didanzare come i Prendi, così i Prendi arrivarono e li spinsero in un angolodel loro territorio, che chiamarono una “riserva”, intendendo che erariservato ai Kemke. Ma i Kemke erano abituati a ottenere la maggior partedel proprio cibo con la raccolta, e quella piccola riserva semplicementenon era sufficiente a sostenere un popolo raccoglitore. I Prendi disseroloro: “Non importa, vi daremo noi del cibo, vogliamo solo che continuiatea rimanere nella vostra riserva senza ostacolarci.” Così i Prendicominciarono a rifornirli di cibo, e gradualmente i Kemke si dimenti-carono come cacciare e raccogliere da soli il proprio cibo. E, naturalmente,più si dimenticavano e più divenivano dipendenti dai Prendi. Cominciaro-no a sentirsi solo dei mendicanti inutili, persero ogni amor proprio eprecipitarono nellalcolismo e nella depressione suicida. Alla fine, i lorofigli non videro motivo di rimanere nella riserva e si trasferirono daiPrendi per cominciare a danzare dieci ore al giorno per loro. Un altro popolo che cercò di resistere allavanzata Prendi furono iWaddi, che danzavano solo poche ore al mese ed erano perfettamentesoddisfatti di questo stile di vita. Avevano visto cosera successo ai Singe eai Kemke ed erano decisi a non lasciare che succedesse anche a loro.Capirono di avere ancora di più da perdere dei Singe e dei Kemke, chedanzavano già molto da soli. Così, quando i Prendi li invitarono a unirsi aloro, i Waddi dissero: “No grazie, siamo a posto così.” Poi, quando allafine i Prendi arrivarono e dissero loro che avrebbero dovuto spostarsi inuna riserva, i Waddi risposero che non avevano intenzione di fare neanchequello. I Prendi spiegarono ai Waddi che non avevano scelta. Se non si
  38. 38. fossero spostati nella riserva volontariamente, sarebbero stati costretti afarlo con la forza. I Waddi replicarono che avrebbero risposto alla violenzacon altra violenza, e avvisarono i Prendi che erano preparati a combatterefino alla morte per proteggere il loro stile di vita. Dissero ai Prendi:“Sentite, avete già tutta questa terra. Non vi serve questa piccola zona incui viviamo noi. Tutto ciò che vi chiediamo è di poter continuare a viverecome preferiamo. Non vi daremo fastidio.” Ma i Prendi risposero: “Voi non capite. Il modo in cui vivete non è soloinefficiente e improduttivo, è sbagliato. La gente non deve vivere comefate voi. Deve vivere come viviamo noi Prendi.” “Come potete sapere una cosa simile?”, chiesero i Waddi. “E ovvio”, risposero i Prendi. “Basta guardare a quanto successoabbiamo. Se non stessimo vivendo nel modo in cui la gente deve vivere,non avremmo tutto questo successo.” “A noi non sembrate affatto avere successo”, replicarono i Waddi.“Costringete la gente a danzare dieci o dodici ore al giorno solo per restarein vita, e questo è un modo orribile di vivere. Noi danziamo solo poche oreal mese e non siamo mai affamati, perché tutto il cibo del mondo è lì fuoripronto per essere raccolto. Abbiamo una vita comoda e spensierata, equesto è ciò che significa avere successo.” “Non è affatto questo che significa”, dissero i Prendi. “Vi accorgerete diche significa avere successo quando manderemo le nostre truppe acostringervi a trasferirvi nel territorio che vi abbiamo assegnato.” E i Waddi in effetti impararono cosera il successo – o almeno cosa iPrendi consideravano successo – quando i loro soldati arrivarono percostringerli ad andarsene. I soldati Prendi non erano più coraggiosi o piùabili dei Waddi, ma li superavano di numero e avevano a disposizionerimpiazzi virtualmente illimitati. Inoltre gli invasori avevano armi piùavanzate e, cosa più importante, una riserva di cibo illimitata, che i Waddisicuramente non avevano. I soldati Prendi non dovevano mai preoccuparsidel cibo, perché nuovi rifornimenti arrivavano quotidianamente dai loroterritori, dove stava venendo prodotto continuamente e in quantitàprodigiose. Man mano che la guerra proseguiva le forze dei Waddidivenivano sempre più piccole e sempre più deboli, e in breve gli invasorili spazzarono via completamente. Questo fu ciò che avvenne non solo negli anni seguenti, ma nei secoli enei millenni successivi. La produzione alimentare crebbe incessantemente,e la popolazione Prendi la seguì di pari passo, costringendoli a espandersiin un territorio dopo laltro. Ovunque andassero, incontravano popoli che
  39. 39. danzavano solo poche ore a settimana o al mese, e a tutti questi popolioffrirono la stessa scelta che venne offerta ai Singe, ai Kemke e ai Waddi:o vi unirete a noi e ci lascerete mettere tutto il vostro cibo sotto chiave, overrete distrutti. Alla fine, comunque, questa scelta si rivelava solounillusione, perché questi popoli venivano distrutti qualunque facessero,sia che scegliessero di venire assimilati, sia che si ritirassero in una riserva,sia che cercassero di respingere gli invasori con la forza. I Prendi nonlasciarono dietro di loro altro che Prendi mentre infuriavano nel mondo. E alla fine arrivò il giorno, circa diecimila anni dopo, in cui quasilintera popolazione di Tersicore era composta da Prendi. Cerano solopochi rimasugli di popoli Lascia in giungle e deserti che i Prendi o nonvolevano o non erano ancora arrivati a invadere. E non cera nessuno tra iPrendi che dubitava che lo stile di vita Prendi fosse il modo in cui lepersone erano destinate a vivere. Cosa potrebbe essere migliore che averetutto il proprio cibo chiuso sotto chiave e dover danzare otto, dieci o dodiciore al giorno solo per restare in vita? A scuola, questa era la storia che i loro figli imparavano: persone comeloro erano esistite per circa tre milioni di anni, ma per la maggior parte diquel tempo erano rimaste inconsapevoli del fatto che danzare avrebbeincoraggiato la ricrescita dei loro cibi preferiti. Questo fatto era statoscoperto solo diecimila anni prima, dai fondatori della loro cultura.Chiudendo felicemente sotto chiave il proprio cibo, i Prendi cominciaronoimmediatamente a danzare otto o dieci ore al giorno. I popoli intorno aloro non avevano mai danzato prima, ma cominciarono a farlo anche loroentusiasticamente, capendo che quello era il modo in cui la gente dovevavivere. A eccezione di pochi popoli troppo stupidi per capire gli ovvivantaggi dellavere il proprio cibo sotto chiave, la Grande RivoluzioneDanzante si diffuse in tutto il mondo senza opposizione. La parabola esaminata. Ishmael smise di parlare, e io rimasi a fissare nel vuoto davanti a mecome la vittima di un bombardamento. Alla fine, gli dissi che avevobisogno di uscire a prendermi della caffeina e riflettere su tutto questo. Oforse mi limitai a barcollare fuori senza aprire bocca, non ricordo. Tornai da Pearsons e feci su e giù nellascensore un altro po. Non soperché mi rilassa tanto, ma lo fa. Altra gente fa passeggiate nel bosco, iofaccio su e giù negli ascensori dei centri commerciali. Poi mi fermai aprendere una Coca. Guardando indietro, mi accorgo che questa è la
  40. 40. seconda volta che nomino la Coca Cola. Non vorrei che pensaste che nestia incoraggiando il consumo. Per quanto mi riguarda dovrebbero tuttismettere di berla, ma temo di farmene una io stessa, occasionalmente. Dopo quarantacinque minuti, mi sentivo ancora come la vittima di unbombardamento, a parte il fatto che non provavo alcun dolore. Mi sentiicome se avessi finalmente capito che cosa significa imparare. Ovviamente,imparare può essere anche solo controllare il significato di una parola.Anche questo è imparare, certo, un po come piantare un filo derba in unprato. Ma poi cè limparare che è simile al far saltare in aria il prato eripiantarlo da capo, e questo è ciò che aveva fatto la storia dei danzatori diIshmael. Alla fine cominciarono a venirmi in mente alcune domande, etornai nella stanza 105 per ottenere risposte. “Lasciami verificare di aver capito davvero cosa ho ascoltato”, dissi. “Mi sembra un buon piano”, disse Ishmael. “Per danza tu intendi lagricoltura.” Annuì. “Stai dicendo che lagricoltura non è costituita solo dallo stile intensivoche pratichiamo noi. Stai dicendo che lagricoltura è lincoraggiare lacrescita dei cibi che si preferiscono.” Annuì ancora. “Cosaltro potrebbe essere? Se sei su unisola deserta,non puoi far crescere galline o ceci – a meno di non trovarne alcuni giàesistenti. Puoi far ricrescere soltanto ciò che sta già crescendo in quellazona.” “Giusto. E stai dicendo che la gente stava già incoraggiando laricrescita dei loro cibi preferiti molto prima della Rivoluzione Agricola.” “Ma certo. Non cè nulla di misterioso in questo processo. Personeintelligenti quanto te erano già esistite per duecentomila anni quando lavostra rivoluzione è cominciata. In ogni generazione cerano personeabbastanza intelligenti da essere ingegneri aeronautici, e non cè nemmenobisogno di essere tanto intelligenti per accorgersi che le piante cresconodai semi. Non serve essere un genio per capire che ha senso piantare unpaio di semi nel terreno quando abbandoni una zona. Non serve essere ungenio per togliere un po di erbacce. Non serve essere un genio per capireche quando vai a caccia ti conviene sempre scegliere un maschio anzichéuna femmina. I cacciatori nomadi sono solo a un passo di distanzadallessere cacciatori/pastori che seguono le migrazioni dei loro animalipreferiti, ed essi sono solo a un passo di distanza dallessere pastori/cac-ciatori che controllano entro certi limiti le migrazioni dei propri animalipreferiti e scacciano i loro predatori. E questi sono solo a un passo
  41. 41. dallessere veri pastori, che controllano completamente i propri animali e lifanno riprodurre in modo da favorire la docilità.” “Quindi stai dicendo che la rivoluzione è consistita soltanto nelcominciare a fare a tempo pieno qualcosa che le persone avevano già fattooccasionalmente per migliaia di anni.” “Ma certo. Nessuna invenzione emerge già completamente formata inun solo passo, dal niente. Diecimila invenzioni hanno dovuto venire createprima che Edison potesse inventare la lampadina.” “Sì. Ma stai anche dicendo che la vera innovazione della nostrarivoluzione non fu crescere il cibo, ma metterlo sotto chiave.” “Sì, quella fu sicuramente la chiave. Senza quello, la vostra rivoluzionesi sarebbe sicuramente fermata. Si fermerebbe oggi, se il cibo non fossesotto chiave.” “Unultima cosa. Stai dicendo che la rivoluzione non si è maiconclusa.” “Esatto. Si fermerà presto, comunque. La rivoluzione ha funzionatosenza troppi problemi finché cerano sempre territori nuovi in cuiespandersi, ma adesso non ce ne sono più.” “Immagino che potremmo esportarla su altri pianeti.” Ishmael scosse la testa. “Anche quella sarebbe solo una soluzionetemporanea, Julie. Diciamo che sei miliardi di abitanti sono il numeromassimo di esseri umani che questo pianeta può sopportare senza problemi(nonostante sospetti che il vero numero sia molto inferiore). Raggiungeretei sei miliardi molto prima della fine di questo secolo. E diciamo che a quelpunto avrete accesso istantaneo a ogni altro pianeta abitabile delluniverso,in cui potrete immediatamente cominciare a esportare persone. Almomento la vostra popolazione raddoppia ogni trentacinque anni, quindinel giro di circa trentacinque anni riempirete un altro pianeta. Doposettantanni, ne riempirete quattro. Dopo centocinque anni, otto pianetisaranno pieni di esseri umani. E così via. A questo ritmo, un miliardo dipianeti verrebbero riempiti entro lanno 3000. So che suona incredibile mafidati, i calcoli sono corretti. Entro il 3300 riempireste cento miliardi dipianeti. Questo è il numero di pianeti che potreste occupare se ogni singolastella di questa galassia avesse un pianeta abitabile. Se continuaste acrescere al ritmo attuale, riempireste una seconda galassia in altritrentacinque anni. Dopo altri trentacinque anni, quattro galassie sarebberopiene di esseri umani, e otto galassie dopo altri trentacinque. Entro lanno4000, i pianeti di un milione di galassie sarebbero pieni di esseri umani.Entro lanno 5000, lo sarebbero i pianeti di un trilione di galassie – in altre

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