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Umano e politico
 

Umano e politico

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biografia demistificata del Cristo

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    Umano e politico Umano e politico Document Transcript

    • homolaicus.com
    • Seconda edizione 2011Il contenuto della presente opera e la sua veste grafica sono rilasciati con unalicenza Common Reader“Attribuzione non commerciale - non opere derivate 2.5 Italia”.Il fruitore è libero di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico,rappresentare, eseguire e recitare la presente opera alle seguenti condizioni:- dovrà attribuire sempre la paternità dell’opera all’autore- non potrà in alcun modo usare la riproduzione di quest’opera per finicommerciali- non può alterare o trasformare l’opera, né usarla per crearne un’altraPer maggiori informazioni:http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/ stores.lulu.com/galarico2
    • ENRICO GALAVOTTIUMANO E POLITICObiografia demistificata del Cristo Dubitare di tutto o credere tutto sono due soluzioni egualmente comodeche ci dispensano, l’una come l’altra, dal riflettere. Henri Poincaré In copertina Il Salvatore (particolare della Deesis di Andrej Rublëv) Galleria Tretjakov di Mosca
    • Biografia demistificata del CristoNato a Milano nel 1954, laureatosi a Bologna in Filosofia nel 1977,docente a Cesena di materie storico-letterarie,Enrico Galavotti è webmaster del sito www.homolaicus.comil cui motto è: Umanesimo Laico e Socialismo DemocraticoPer contattarlo galarico@homolaicus.com 4
    • Umano e Politico Premessa La parola «vangelo» - come noto - stava ad indicare, nel mondogreco-romano, la venuta di un grande personaggio o di un imperatore. Eralannuncio di unautorità politica. Non era una parola «rivoluzionaria», ma ilcristianesimo più antico la fece diventare così, o almeno cercò di farlo. La prese in prestito dal linguaggio conservatore della politica uffi-ciale dellimpero e la trasformò nel suo contrario. Il popolo non sinventasolo delle parole nuove, ma è anche capace di dare un significato diversoalle parole vecchie, persino a quelle che in apparenza sembrano le meno in-dicate. «Vangelo» era diventata una parola di speranza, soprattutto per gliebrei della Palestina dei tempi del Battista e del Cristo. Una speranza di tra-sformazione sociale e politica. Ma il fallimento del «vangelo» di Cristo portò ben presto i suoi se-guaci alla disperazione, ovvero alla necessità di trasformare il vangelo poli-tico delluomo-Gesù in un vangelo religioso del Cristo «figlio di dio». I cri-stiani, per attenuare le esigenze di una coscienza un tempo «rivoluziona-ria», decisero di circoscrivere il valore del vangelo alla resurrezione (Paoloaddirittura alla morte riparatrice delluniversale peccato originale, cioè allamorte intesa come riscatto «giudiziario» per placare lira di dio...). Così facendo, i cristiani di allora (e ancora oggi nulla è cambiato)hanno dovuto celare i veri motivi di quella morte violenta, «uccidendo» ilCristo due volte. Quando Gesù dice, in Mc 1,14-15, che «il tempo è compiuto», in-tendeva appunto riferirsi al suo tempo storico, concreto, contingente, e nonal concetto metafisico di «tempo», quello per cui ogni «tempo» è buono,quello per cui si può sempre dire che il «regno» sia «vicino» (salvo poismentirsi al momento della verifica). Per i millenaristi di ieri e di oggi, il tempo per realizzare il regno èsempre presente - tanto non costa nulla! Essi non fanno distinzione fra con-dizioni obiettivamente favorevoli e sfavorevoli, fra situazioni di crisi odrammatiche e situazioni di relativa stabilità. Tutto può essere usato comeoccasione per condannare il «mondo perverso» e nulla vale veramente lapena dessere utilizzato per «trasformarlo».5
    • Biografia demistificata del Cristo Così pure, quando Cristo diceva che «il regno era vicino»1, inten-deva riferirsi a un tempo immediatamente prossimo, a una liberazione poli-tica e nazionale più o meno imminente. La cosiddetta «fine dei tempi» noncoincideva certo, nella mente dei rivoluzionari ebrei di allora, con lepilogodella storia, con lapocatastasi delluniverso, con lapocalisse dellultima ora. Tutti questi concetti non sono che il frutto della disperazione e del-lestrema illusione: lillusione che la liberazione debba essere non guada-gnata con fatica ma attesa come un dono. Il cristianesimo post-pasquale, inquesto senso, se ha distrutto il mito di un imperatore-dio, superiore ad ogniessere umano, ha alimentato il culto di nuovi duci e condottieri che in nomedi «Cristo» promettevano liberazione agli oppressi. Neppure il Precursore predicò mai concetti così astratti. Vi erasenza dubbio del moralismo e del «socialismo legale» (cioè nellambito del-le leggi vigenti) nella sua predicazione, ma listanza del rinnovamento erarivolta al presente, non al futuro, e le autorità che lo mandarono a morte oche non fecero nulla per impedirla, lo sapevano bene. Persino i cristiani che pensarono alla parusia del Cristo appenascomparso dal sepolcro, la pensarono come imminente. Gli uomini infattinon si mobilitano per una liberazione che avverrà in un futuro incerto, trop-po lontano per essere vero. Devono anzi essere sicuri che i loro sforzi, i lorosacrifici (che spesso sono enormi) porteranno a risultati tangibili, verificabi-li di persona. Padri e madri, se vogliamo, non lottano solo per garantire unsicuro avvenire ai propri figli, ma anche per se stessi. Promettere a chi soffre umiliazioni e soprusi dogni genere che nel-laldilà sarà felice o che prima o poi il male finirà col perdere la partita col1 La specificazione «di dio» deve essere messa tra parentesi, in quanto il Cristo nonha mai usato lespressione «regno di dio»; qui si ha chiaramente a che fare con laprecisa intenzione redazionale del vangelo marciano di mistificare un evento politi-co spiritualizzandolo. Se Gesù ha usato lespressione «regno di dio», al massimopuò averlo fatto in maniera convenzionale, cioè usandola come espressione equiva-lente a «società libera, giusta, a misura duomo». In ogni caso egli non ha mai fattocoincidere «regno di dio» con «regno dei cieli», né ha mai pensato di far governarequesto regno da una casta sacerdotale. Daltra parte gli stessi partiti rappresentantidei ceti più oppressi, quando parlavano di «regno di dio» intendevano sempre rife-rirsi a qualcosa di politico-nazionale - comera ovvio per la mentalità ebraica - e nona qualcosa di ultraterreno, come invece farà il cristianesimo, ereditando, in questo,la cultura greca orientale. Persino la parola «dio» non può essere stata impiegata daGesù, in quanto troppo astratta e filosofica. Gli ebrei non pronunciavano mai ilnome di dio, ma solo qualche suo aggettivo. La stessa parola «Abbà» è estranea allacultura ebraica, che non tollera gli antropomorfismi in materia di religione. Peraltrolunico momento in cui il Cristo lavrebbe pronunciata, stando al vangelo di Marco14,36, fu quello dellagonia nel Getsemani, mentre tutti i discepoli stavano dormen-do! 6
    • Umano e Politicobene (eventualmente perché andrà al potere un altro «Costantino»), è comedirgli che fino al giorno della sua morte è meglio rassegnarsi che sperare.Non cè molta differenza sul piano pratico. Ecco perché il cristianesimo è diventata la religione degli sconfitti.È la religione di chi sillude che il male non possa manifestarsi sino in fon-do, in tutte le sue aberrazioni. È la religione di chi pensa che rinunciandoallidea della rivoluzione sarà meno doloroso sopportare legemonia delleclassi oppressive. Ecco perché oggi dobbiamo dire che la realizzazione del vangelodi Cristo implica necessariamente la fine del Cristianesimo.7
    • Biografia demistificata del Cristo Il prologo di Giovanni (Gv 1,1-18)[1] In principio era il Verbo,il Verbo era presso Dioe il Verbo era Dio.[2] Egli era in principio presso Dio:[3] tutto è stato fatto per mezzo di lui,e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.[4] In lui era la vitae la vita era la luce degli uomini;[5] la luce splende nelle tenebre,ma le tenebre non lhanno accolta.[6] Venne un uomo mandato da Dioe il suo nome era Giovanni.[7] Egli venne come testimoneper rendere testimonianza alla luce,perché tutti credessero per mezzo di lui.[8] Egli non era la luce,ma doveva render testimonianza alla luce.[9] Veniva nel mondola luce vera,quella che illumina ogni uomo.[10] Egli era nel mondo,e il mondo fu fatto per mezzo di lui,eppure il mondo non lo riconobbe.[11] Venne fra la sua gente,ma i suoi non lhanno accolto.[12] A quanti però lhanno accolto,ha dato potere di diventare figli di Dio:a quelli che credono nel suo nome,[13] i quali non da sangue,né da volere di carne,né da volere di uomo,ma da Dio sono stati generati.[14] E il Verbo si fece carnee venne ad abitare in mezzo a noi;e noi vedemmo la sua gloria,gloria come di unigenito dal Padre,pieno di grazia e di verità.[15] Giovanni gli rende testimonianzae grida: «Ecco luomo di cui io dissi:Colui che viene dopo di memi è passato avanti, 8
    • Umano e Politicoperché era prima di me».[16] Dalla sua pienezzanoi tutti abbiamo ricevutoe grazia su grazia.[17] Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.[18] Dio nessuno lha mai visto:proprio il Figlio unigenito,che è nel seno del Padre,lui lo ha rivelato. * Se svolto con coerenza, persino uno dei testi evangelici più «misti-ci»: il Prologo del vangelo di Giovanni, scritto in ambienti cristiani influen-zati dallo gnosticismo, porta allateismo. Infatti là dove esordisce dicendo che «in principio» non era «dio»ma il «Logos» o «Verbo» o «Parola», cioè lesigenza primordiale delluni-verso, della sua energia, della materia che lo compone, dellintelligenza chelo caratterizza, l’esigenza di esprimersi, di manifestarsi, dando a tutte lecose un senso, proprio lì bisogna vedere un indizio di ateismo. Se allorigine (ontologica) delluniverso vi è il «Logos» e la Terraaltro non è che un piccolo puntino delluniverso, è assurdo per luomo pen-sare allesistenza di un dio. Al massimo, in maniera traslata, si può ritenereche lunico dio esistente sia lo stesso Verbo, di cui lessere umano è parte. Ma se è così, gli altri versetti, in cui si presenta dio come qualcunodi diverso dal Logos, sono stati aggiunti successivamente o sono comunqueuninterpretazione clericale deformante. Non ha senso infatti introdurre il concetto di «dio» in un contestosemantico in cui il suo ruolo è del tutto irrilevante, o comunque del tuttoininfluente rispetto a quello che ha avuto colui che viene fatto passare dalPrologo come «suo figlio unigenito». Peraltro le migliori traduzioni del v. 3 non dicono affatto che «permezzo del Verbo dio ha fatto ogni cosa», ma semplicemente che «per mez-zo di lui tutte le cose furono fatte», il che lascia supporre che autore dellecose fu lo stesso Logos, e non il «padre» attraverso la mediazione del «fi-glio». Proprio grazie a Cristo gli uomini hanno capito che qualunque riferi-mento a entità divine eterogenee, estranee alla natura umana, è per loro deltutto inutile. Persino nel versetto iniziale: «il Logos era presso Dio», con la de-finizione «presso Dio» non si dovrebbe intendere unentità diversa dal Lo-gos, superiore a lui, che rende il Logos eterodiretto, ma semplicemente ilsuo lato umano. Nel Genesi sera già capita la natura divino-umana del9
    • Biografia demistificata del Cristocreatore, che passeggiava nellEden; ora finalmente si è in grado diattribuire tale natura al Cristo e, poiché nello stesso Prologo si afferma che«Dio nessuno lha mai visto», si dovrebbe arguire che lunico dio esistente èlo stesso Cristo e luomo partecipa a questa divinità, essendo «a immagine esomiglianza» di chi lha creato. Nel Prologo vi sono tracce evidenti della concezione eraclitea delLogos, che ha subìto però qui una sorta di personalizzazione antropomorfa.In fondo il cristianesimo non ha fatto altro che sintetizzare il miglior ebrai-smo escatologico con la migliore filosofia idealistica greca. In ciò sta la suagrandezza, ma anche - come noto - il suo limite, poiché esso si è servitodellidealismo per negare la valenza politico-rivoluzionaria al profetismoebraico. E tuttavia Eraclito era meno viziato dallintellettualismo dellautoredi questo inno. Egli infatti aveva capito che il Logos doveva essere conce-pito come «fuoco» e quindi non tanto in chiave religiosa. Il linguaggio piùnaturale, più completo, più espressivo, più profondo non era, per Eraclito,quello razionale ma quello interiore. Questo per dire che se esiste un «dio» diverso dal «Logos», non ècosa che possa riguardare luomo. Qualunque discorso su «dio» è meraastrazione, è sicuramente fuorviante rispetto allidentità storica e naturaledellessere umano. Peraltro la stessa mistificazione clericale contiene un aspetto chefa finire tutte le speculazioni teologiche in un cul de sac, proprio perché inesse vi domina uninevitabile tautologia. Infatti là dove è scritto che «in ori-gine il Verbo era con dio e il Verbo era dio», si lascia chiaramente intende-re che di questo dio non è possibile dire alcunché, per cui il fatto che il Ver-bo fosse «presso dio» o fosse egli stesso «dio» risulta essere, in ultimaistanza, la stessa identica cosa. Non è uninformazione in più dire che in principio non cera lunoma il due, quando di uno dei due elementi non si è in grado di dire nulla. Seci si fosse limitati a dire che tutte le cose sono state create dal Verbo,avremmo preso atto di questa affermazione, che resta comunque indimo-strabile, e avremmo evitato di fare ulteriori speculazioni mistiche. Inevitabilmente infatti il concetto di «dio» induce alla rassegnazio-ne. Se il Prologo si fosse limitato a dire che il Logos sincarnò per far capi-re alluomo la sua identità originaria e che luomo però rifiutò questo mes-saggio continuando a vivere in maniera non-umana, noi avremmo conclusoche la storia è tutta opera del genere umano e che non esiste affatto la possi-bilità di salvarsi limitandosi a credere in dio. Non si diventa «figli di dio» con la fede, perché proprio questafede allontana dallesigenza di lottare contro la disumanità. La fede è rasse- 10
    • Umano e Politicognazione, è speranza di una vita migliore solo nellaldilà. Quanto più si par-la di dio, tanto meno si parla delluomo. Un Prologo storico-materialistico avrebbe dovuto limitarsi a direche il Cristo propose unesperienza di liberazione umana e politica cheavrebbe potuto segnare una svolta decisiva per le sorti della Palestina, e for-se per tutte le etnie e le nazionalità oppresse dellimpero romano, le quali,vedendo la resistenza ebraica, avrebbero potuto trovare più fiducia in lorostesse. Purtroppo il tentativo fallì per il tradimento degli stessi seguaci delCristo; ciò a testimonianza che il processo di liberazione, di emancipazione,di recupero dellidentità originaria resta un processo molto lento, faticoso,contraddittorio, con possibilità involutive molto pericolose. Invece d’inventarsi improbabili connessioni metafisiche e relazioniultraterrene, invece di dire, con fare spiritualistico, che il fine della missio-ne di Cristo era quello di rivelarci lesistenza di un dio che fino allora nes-suno aveva mai visto né conosciuto, i redattori del Prologo avrebberodovuto sostenere la necessità di proseguire quel tentativo di liberazione so-ciale, culturale e politica, rispettandone lintenzione originaria, chera ap-punto quella di lottare contro gli antagonismi sociali, onde riportare luomoallo spirito collettivistico antecedente alla nascita delle civiltà schiavili. Invece di dire che il Precursore riconobbe il Cristo come «Figlio diDio», quando i fatti, in realtà, dimostrarono proprio il contrario, e cioè cheil Battista, al momento di decidere la cacciata dei mercanti dal Tempio, nonebbe il coraggio di seguirlo, sarebbe stato meglio dire che il fine dellesi-stenza è quello di realizzare una proprietà sociale dei mezzi produttivi, ri-spondendo ai bisogni del genere umano, nel rispetto integrale delle necessi-tà riproduttive della natura. * Posto questo, si può qui aggiungere che il Prologo di Giovanni, es-sendo una sintesi spiritualistica di tutta la vita del Cristo, va considerato inrealtà come un Epilogo e, a meno che non si voglia considerare il suo auto-re uno schizofrenico, esso è stato scritto da due tradizioni culturali moltodiverse, di cui quella più arcaica inizia a partire dal v. 14. Infatti mentre nella prima parte si è in presenza di una teologia ditipo ellenista (gnostico-dualista), nella seconda invece la teologia apparepiù politicizzata, alla maniera ebraica. Nella sintesi di ebraismo-ellenismochi ci rimette è lebraismo. La diversità dimpostazione filosofica e metodologica è rintraccia-bile nella descrizione stessa del «Verbo-Gesù», che, in chiave astratto-spiritualistica, viene definito, ponendo le basi della futura teologia trinitaria,11
    • Biografia demistificata del Cristouguale a «dio» ed esistente «presso dio», mentre in chiave storico-figuratasi parla di «Verbo incarnato». La sintesi a favore dellellenismo è stata resa necessaria sia dallasconfitta del messianismo politico del Cristo nei confronti delloppressioneromana che dal rifiuto della politica nazionalistica dei giudei. Il vangelomanipolato di Giovanni, tuttavia, poiché vuole presentare la vicenda delCristo come vincente su tutti i fronti, per dimostrare questa tesi non secon-do lideologia ebraica ma secondo la nuova ideologia cristiana, ha bisognodi avvalersi dellappoggio dello spiritualismo ellenico, che non a caso nelPrologo appare sin dai primi versetti. La mistificazione più grande operata dal vangelo di Giovanni aidanni del vangelo di Gesù sta appunto nel fatto che qui vengano presentatele cose come se la vicenda del messia sia stata vincente anche dal punto divista politico, benché non in conformità alle aspettative del mondo ebraico.Il Cristo giovanneo infatti è vincente in quanto «logos» non in quanto«messia». Nessun altro vangelo esprime meglio questa sofisticata e insiememistificata sintesi di ideologia pagana e ideologia ebraica. Questo a prescin-dere dal fatto che lo stesso Giovanni può essere stato a sua volta frainteso oaddirittura manipolato dagli ambienti cristiani che hanno ereditato la suaversione dei fatti. Qui ha poca importanza sapere da chi il quarto vangelosia stato scritto. Ma vediamo ora in che modo lesperienza del Cristo giovanneo ri-sulta vincente anche sul piano politico. Quando alla fine del Prologo Gio-vanni afferma la superiorità di Gesù rispetto a Mosè (la grazia-verità supe-riore alla legge, v. 17), viene naturale aspettarsi di leggere qualcosa di mol-to grande dal punto di vista politico (p. es. una nuova liberazione dallaschiavitù, una ricostruzione ancora più grande del regno davidico, ecc.). Niente di tutto questo. Con una semplicità disarmante Giovannisostiene che la superiorità si è estrinsecata soprattutto nel fatto che Gesù ha«rivelato» la natura e la personalità di dio, rendendo così questa entità ex-traterrestre più accessibile agli umani (v. 18). Detto altrimenti: proprio nelmomento in cui Giovanni avrebbe dovuto parlare esplicitamente di politica,ecco che il lettore si scontra con una deformazione riduzionistica di deriva-zione gnostica. Tutto il merito di Cristo starebbe in questa rivelazione teo-logica della natura di dio, che prima nessuno aveva mai visto (v. 18). Naturalmente se la «pienezza» sta solo in questo, è facile per gliautori del quarto vangelo presentare un Cristo «vincente»: egli avrebbe pie-namente adempiuto il compito che il «padre» gli aveva affidato. Il fatto èperò che gli uomini non hanno creduto in questa rivelazione e che hannoanzi preferito crocifiggere colui che a loro appariva come un impostore.Dove sta dunque la vittoria del Cristo? Siamo cioè assolutamente sicuri che 12
    • Umano e Politicola sconfitta di un tale impostore possa essere attribuita alla «dura cervice»degli ebrei? Delle due luna: o il Cristo non è stato quello che i vangeli ci dico-no, e allora il suo messaggio politico andrebbe messo a confronto con quel-lo degli ebrei; oppure, segli è stato quello che i vangeli ci dicono, bisognain qualche modo rivalutare il ruolo dei giudei. Sostenere infatti che la «gra-zia e la verità» sono superiori alla «legge» è troppo poco perché si possadare soddisfazione a una istanza politica di liberazione. Ammesso e non concesso che la posizione ebraica risulti «politica-mente non corretta», a prescindere da quale sia stato leffettivo «vangelo»del Cristo, dobbiamo forse per questo considerare «politicamente corrette»le argomentazioni di tipo gnostico profuse in questo Prologo? Vediamole. Premesso che il «figlio unigenito» (vv. 14 e 18) altrinon è che il «verbo divino» e che il «padre» ebraico equivale in sostanza al«dio» pagano, Giovanni si limita ad affermare che nel confronto drammati-co col «mondo» (nellaccezione negativa usata in questo vangelo), di cui ilverbo è «luce» (v. 9), il Cristo ne è uscito vincitore, poiché, pur avendo egliuna natura divina che il mondo non ha voluto riconoscere, la crocifissione èstata da lui accettata consapevolmente e liberamente, sia per insegnare agliuomini la libertà di credere nella sua divinità, sia per insegnare lobbedienzae lumiltà nei confronti del «dio padre», che è di tutti gli uomini, avendotutti la possibilità di diventare suoi «figli». Il motivo per cui il dio-padre abbia scelto questo particolare desti-no per il proprio dio-figlio, non ci è dato sapere. Giovanni non arriverà maia dire, avvertendo in questo uneccessiva influenza anticotestamentaria, cheil Cristo è morto per riconciliare col creatore una umanità totalmente inca-pace di bene dopo il peccato originale. Semmai è stato Paolo a sostenereche il dio offeso e tradito aveva bisogno di una sorta di sacrificio riparatoree, siccome nessun uomo avrebbe potuto farlo in maniera assolutamente in-nocente, lo pretese dallo stesso figlio, per il quale lumanità era stata creata. Nel vangelo di Giovanni invece si diventa «figli di dio» credendonel valore umano di una morte accettata volontariamente, accettata peramore delluomo: cè più «ateismo» qui che nella teologia paolina. La mistificazione infatti, nel quarto vangelo, viene dopo, allor-quando il redattore sostiene che se Cristo, con la sua divinità, non è risulta-to vincitore sul piano politico (secondo le categorie classiche del giudai-smo), allora nessun altro uomo può pensare di sostituirlo, né si può pensareche sulla terra sia possibile realizzare un regno di giustizia e di libertà; sipuò diventare «figli di dio» solo se si crede che il Verbo, nonostante lasconfitta (che è stata solo apparente) continua a restare «presso dio», inquanto egli stesso è «dio».13
    • Biografia demistificata del Cristo In nome dellamore la mistificazione raggiunge il suo apice: persi-no la figura del Battista, al quale si attribuisce la piena consapevolezza del-la divinità del Cristo, è del tutto alterata. 14
    • Umano e Politico Il vangelo di Giovanni BattistaQuestioni irrisolte La cosa più singolare dellinizio del vangelo di Giovanni è che, daun lato, si parla di Giovanni Battista come del primo discepolo di Gesù,poiché viene fatto passare come il primo che lo ha riconosciuto come mes-sia (Gv 1,26) e addirittura (ma qui si entra nella leggenda) come «Figlio diDio» (Gv 1,34). Dallaltro invece, pur essendo stato lapostolo Giovanni undiscepolo diretto del Battista, non si fa alcun riferimento al battesimo diGesù, di cui parlano con enfasi i Sinottici. Non solo, ma il Battista non appare mai, in alcun vangelo, comeun seguace del movimento nazareno. Anzi, in quelli di Matteo (11,3) e diLuca (7,19), egli fa sapere, mentre è incarcerato a causa del re Erode, chenutre dei dubbi sull’effettiva messianicità di Gesù. Insomma, nei quattro vangeli canonici, nonostante che la storia delmovimento nazareno abbia inizio col distacco dal movimento battista, ilPrecursore viene considerato come il principale consapevole anticipatoredella venuta del Cristo.Ipotesi interpretative Si può ipotizzare che Giovanni Battista sia stato il «maestro di giu-stizia» di cui parlano i rotoli di Qumrân o comunque sia stato un importanteleader della comunità monastica essena, nata nel 130 a.C. e distrutta dai ro-mani nel 70 d.C. È probabile che al tempo di Giovanni la comunità fosse arrivata aun bivio: o uscire allo scoperto, attenuando le rigidità del proprio stile divita, ma auspicando unesplicita lotta di liberazione contro la corruzionedella casta sacerdotale del Tempio; oppure continuare a vivere al di fuoridella società, in polemica coi sommi sacerdoti, ma rischiando lestinzioneproprio per lincapacità di attecchire socialmente. Giovanni, col suo battesi-mo di penitenza lungo il fiume Giordano, scelse la prima strada. I battisti costituiscono unevoluzione verso una maggiore consape-volezza politica della missione contestativa (prevalentemente antiecclesia-stica) che gli esseni serano promessi di realizzare. Il movimento nazareno del Cristo nasce come «costola politico-rivoluzionaria» dellessenismo del Battista. Forse lepurazione del Tempiofu voluta e compiuta anche da molti battisti, insieme ai primi nazareni, op-pure da quella parte di battisti che lasciò la guida di Giovanni e che divenne15
    • Biografia demistificata del Cristonazarena. Lepurazione però fallì perché il Battista, coi suoi seguaci, nonvolle parteciparvi, temendo conseguenze spiacevoli per le masse sul pianoreligioso: se lavesse fatto, tutto lessenismo probabilmente gli sarebbeandato dietro e avrebbe strettamente collaborato col messia Gesù. E cosìquella prima rivoluzione fallì per mancanza di determinazione da parte deibattisti (e per il mancato appoggio da parte dei farisei, salvo quelloimplicito di una piccola minoranza guidata da Nicodemo). Gesù, i fratelliZebedeo e altri ancora furono costretti a espatriare in Galilea. Quasi certamente dopo il fallimento politico del movimento naza-reno (in occasione dell’ultima Pasqua del Cristo), vi fu tra i cristiani delli-deologia petro-paolina e i battisti un riavvicinamento su basi ideologichediverse: gli uni accettarono regole di vita monastica, riti di purificazioneetico-religiosa, gli altri invece ammisero di riconoscere Gesù risorto come«figlio di dio».Il Manifesto del Battista Come noto, il Battista predicava lascesi morale, la giustizia socia-le e lattesa di un messia che liberasse Israele dalloppressione romana (Gv1,23). Probabilmente si era separato dalla comunità essena di Qumrân, cheviveva in maniera monastica nel deserto, per poter iniziare unattività piùvicina alle masse: suo luogo privilegiato era il fiume Giordano, ove pratica-va un battesimo di conversione o di penitenza, ritenendo più che legittimo ildesiderio di unimminente venuta del messia liberatore. Il manifesto etico-politico di Giovanni è ben descritto nel vangelodi Luca. In Lc 3,7-9 Giovanni contesta la posizione di chi riteneva di poter-si sottrarre al peso delle contraddizioni di quel tempo, facendo leva su de-terminati privilegi, ereditati dalle generazioni passate («Abbiamo Abramoper padre»): privilegi che, per Giovanni, altro non erano che false sicurezze,a livello ideale, morale e materiale. Egli afferma che chi vuole affrontare con coraggio la crisi del suotempo («albero dai buoni frutti»), potrà svolgere un ruolo progressivo («fi-gli di Abramo»), anche se è di condizione umile o povera («pietre»). Dettoaltrimenti: la liberazione del popolo ebraico sarà opera anche delle classioppresse, emarginate, sfruttate dallimperialismo romano; ciò ovviamentenellambito di una pura e semplice idea di messia restauratore dellantico re-gno davidico. In Lc 3,10-14 viene descritto il programma vero e proprio:- giustizia economico-sociale: comunione dei beni nel mangiare e nel vesti-re (appello rivolto alle folle giudaiche); 16
    • Umano e Politico- giustizia legale-impositiva: rispetto del diritto, giustizia etico-distributivanella riscossione dei tributi (appello rivolto ai pubblicani, che operavanonellinteresse di Roma);- giustizia esecutiva-militare: no agli abusi determinati dal possesso dellaforza (estorsione, violenza), no allinsubordinazione motivata da ragionieconomiche (mercenarismo). Lappello era probabilmente rivolto alla guar-dia sacerdotale di Gerusalemme. Come si può notare, manca in questo programma un progetto rivo-luzionario vero e proprio. Si tratta di una sorta di «socialismo utopistico»ante litteram.La popolarità del Battista Che cosa aveva reso il Battista così popolare? Anzitutto il suo au-stero stile di vita. Marco dice che «si nutriva di cavallette e miele selvatico»ed «era vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno aifianchi», per il digiuno (1,6). Non dimentichiamo che, essendo figlio di unimportante sacerdote sadduceo e di una donna discendente di Aronne, Gio-vanni avrebbe potuto tranquillamente aspirare a una brillante carriera eccle-siastica. Oltre a ciò, Giovanni era stimato anche per la sua capacità di criti-care il sistema dominante (religioso e filoromano), restando nellambito del-le leggi vigenti. Tuttavia, il motivo fondamentale che lo aveva reso così popolareera stato il fatto di essere riuscito a trasformare le rituali oblazioni purifica-torie in un vero e proprio atto di conversione interiore. Egli infatti speravache con un gesto simbolico o evocativo, la gente avrebbe potuto rifletteremeglio su se stessa, cambiare vita e lottare più energicamente contro gliabusi del potere costituito. Il battesimo di Giovanni aveva queste tre caratteristiche peculiari,che lo differenziavano da qualunque altro:- si poneva come una purificazione morale interiore (e non solo rituale-formale);- voleva essere uniniziativa per intraprendere una missione riformatrice(quindi non si ripeteva);- aveva un valore pre-politico, in quanto messo in relazione allesigenza diuna liberazione nazionale. Il Battista era diventato così famoso da suscitare linteresse anchedei farisei, che cercavano alleanze politiche per fronteggiare il principalepartito avversario: quello sadduceo (Gv 1,24). Tuttavia egli rifiutò semprele «etichette» che i farisei gli volevano applicare (Gv 1,25), anche per nonessere costretto ad accettare di contestare il sistema solo alle loro condizio-17
    • Biografia demistificata del Cristoni. I farisei, infatti, volevano sì liberarsi dei romani, ma per conservare vec-chie tradizioni.Il battesimo di Gesù Stando a Lc 1,36 (ma la cosa è poco probabile, poiché è solo quiche se ne parla), Giovanni Battista e Gesù Cristo si conoscevano perchéerano imparentati. Questo, di per sé, non può ovviamente significare cheGesù fosse un «seguace» del Battista. Il battesimo di Gesù nelle acque delGiordano può anche essere stato inventato dai Sinottici (al pari dei quarantagiorni di digiuno nel deserto), per avvicinare cristiani e battisti in un comu-ne impegno religioso (post-pasquale). Sul piano storico, se anche ammettessimo che Giovanni sapevache Gesù era un uomo intenzionato a impegnarsi attivamente in politica,proprio per questa ragione si dovrebbe escludere una particolare intesa tra idue. Del vangelo di Gesù, Giovanni rappresenta soltanto il momento «pre-politico» o, se vogliamo, il momento politico «pre-rivoluzionario». La questione del battesimo di Gesù non è comunque di poco conto,poiché se esso fosse veramente avvenuto, sarebbe evidente la dipendenzadel «vangelo» di Gesù da quello del Battista, almeno nella prima fase di co-stituzione del movimento gesuano, poi nazareno. E tuttavia, proprio su questo aspetto il quarto vangelo sostiene ilcontrario, e cioè che lideologia politica del Battista non era così rivoluzio-naria come quella del Cristo, in quanto su almeno due punti: il rispetto dellalegge mosaica e il valore religioso del Tempio, la differenza tra i due eranetta. Il Battista, in sostanza, voleva una rivoluzione che salvaguardasse ledue istituzioni fondamentali della civiltà ebraica. Il vangelo di Giovanni inoltre precisa, nel racconto della cacciatadei mercanti, che Gesù «non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimo-nianza sulluomo» (2,25). Infatti, nella sua prima disputa coi farisei, a pro-posito della purificazione del Tempio (Gv 3,1 ss.), Gesù non si è mai servi-to della testimonianza, a suo favore, del Battista, che era sicuramente piùautorevole della sua, in quel momento. E, successivamente, in unaltra disputa coi farisei, egli, per dimo-strare la verità del proprio vangelo, sostiene di non aver bisogno di alcunatestimonianza a suo favore: «Quandanche io testimoni di me stesso, la miatestimonianza è vera, perché so da dove son venuto e dove vado» (Gv8,14). Gesù insomma non si è mai servito di Giovanni come di un «trampo-lino di lancio». (Da notare peraltro che Luca parla del battesimo di Gesùsolo «dopo» larresto del Battista, in 3,19 ss.). Al massimo egli si è servitodel trattamento che il potere politico-religioso aveva riservato al Battista 18
    • Umano e Politicoper un confronto con ciò che lo stesso potere stava già riservando a lui (cfrMc 9,13; 11,30 ss.; Mt 11,18 ss.).Battisti e Gesuani Se accettiamo lipotesi che Gesù abbia frequentato il movimentobattista, dobbiamo anche ammettere che la sua adesione durò molto poco,poiché i suoi primi due discepoli: Giovanni Zebedeo e Andrea, fratello diSimon Pietro, cominciarono a seguirlo subito dopo essersi staccati dal Bat-tista (Gv 1,35 ss.). In altre parole, se consideriamo vera la tesi secondo cui la primacomunità gesuana sia nata separandosi da quella battista, dobbiamo altresìconsiderare del tutto inverosimile che - come appare nel vangelo di Giovan-ni (1,35 ss.) - la rottura sia addirittura stata favorita dal Battista, il quale in-vitò Giovanni e Andrea a seguire Gesù. I discepoli del Battista, infatti, siconsideravano rivali dei gesuani (specie quando anche costoro cominciaro-no a battezzare) e lo resteranno almeno sino alla morte del Cristo (cfr Lc7,22 ss.; Mc 2,18 ss.). È probabile quindi che non il Battista, bensì Andrea e GiovanniZebedeo si siano accorti per primi che il messaggio di Gesù era politica-mente più impegnativo di quello del Battista, poiché non limitava la lottaantiromana alla pura e semplice «metànoia». In questo senso si può tran-quillamente affermare che Gesù non iniziò a predicare - come dicono i Si-nottici - dopo larresto di Giovanni. Lo stesso quarto vangelo lo esclude, inalmeno tre punti:- il Battista dice chiaramente che Gesù «già» operava tra le folle giudaiche:«Tra di voi è presente uno che voi non conoscete» (Gv 1,26) - nel senso chenon sanno o non vogliono «riconoscerlo» come messia;- quando Andrea, Giovanni Zebedeo, Simon Pietro chiedono dincontrarsicon Gesù, lo fanno con la speranza di trovare il «messia» (Gv 1,41);- i discepoli di Gesù battezzavano e facevano più proseliti del Battista, pri-ma ancora che questi fosse incarcerato da Erode (Gv 3,22-24; 4,1 s.).Le debolezze del Battista Il Battista si rendeva conto di non avere la forza sufficiente per po-ter svolgere il ruolo di «messia». Sentiva di non averne le capacità (Gv1,20), anche se la folla che lo seguiva non avrebbe esitato a considerarlocome un «liberatore nazionale» (Lc 3,15). Giovanni rifiutava esplicitamente non solo il titolo di «messia»(Gv 1,20), ma anche altri titoli («Elia» e «il profeta») che la tradizioneescatologica associava alla venuta del messia (Gv 1,21).19
    • Biografia demistificata del Cristo Da un lato egli declinava ogni offerta dinvestitura politica; dallal-tro però non voleva avvalorare mistiche credenze che gli apparivano decisa-mente superate. Giovanni voleva che limpegno di modificare il presentefosse assunto responsabilmente da ogni individuo: «raddrizzate la via delSignore, come ha detto il profeta Isaia» (Gv 1,23). Su questo non ci potevaessere contrasto tra lui e Gesù. [Da notare che Gv 1,29-34 è stato aggiuntoin un secondo momento.] Mt 11,11 ss. spiega bene (senza neanche rendersene conto) le de-bolezze del Battista: «Dai giorni di Giovanni Battista fino a ora, il regno deicieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono» (v. 12); «tutti i pro-feti e la legge hanno profetizzato fino a Giovanni» (v. 13). In altre parole, la violenza diventa inevitabile quando il potere co-stituito non vuole accettare lidea della democrazia. Giovanni esercitò laviolenza su di sé, e in questo fu grande, poiché rifiutò consapevolmente lapossibilità di una carriera politico-ecclesiastica. Tuttavia, «il minimo nel re-gno dei cieli è più grande di lui» (v. 11). Qui è sufficiente sostituire la parola «cieli» con la parola «terra»per capire che in origine i «minimi» o gli «ultimi» dovevano semplicemen-te essere gli oppressi che serano convinti ad usare la «forza» contro laviolenza del potere costituito: ciò che appunto il Battista non era riuscito acomprendere.Lo scontro sulla purificazione del Tempio La dottrina del Battista era semplice e per molti convincente: pri-ma di cambiare (politicamente) la società, dobbiamo cambiare (umanamen-te) gli individui. Una dottrina vera, ma parziale; infatti escludeva la con-temporaneità del mutamento umano e politico. Ecco perché Gesù e Giovanni si scontrarono sullidea di «ripulire»,con un gesto simbolico ma significativo, il Tempio di Gerusalemme daimercanti e cambiavalute quotidiani. Gesù voleva far capire chera venuto ilmomento di attaccare direttamente le basi finanziarie del potere politico sa-cerdotale. Questa presa di posizione non venne condivisa da tutti i battisti,per la semplice ragione chessi non volevano fare politica che in manieraindiretta, a partire cioè da un discorso prevalentemente etico. Probabilmente i seguaci di Giovanni che si unirono a Gesù: An-drea (che poi convincerà il fratello Pietro), Giovanni Zebedeo (e forse an-che il fratello Giacomo), Filippo e Natanaele, rappresentano solo gli espo-nenti più significativi della rottura politica avvenuta allinterno del movi-mento battista. In tal senso il racconto marciano della vocazione dei primi disce-poli di Gesù (1,16 ss.), descrive una situazione successiva a quella dei primi 20
    • Umano e Politicocapitoli del vangelo di Giovanni. Lo stesso Marco lo dice: «Dopo che Gio-vanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea a predicare il vangelo»(1,14). Questa «seconda chiamata» delle due coppie di fratelli: Andrea ePietro, Giacomo e Giovanni, fu quella decisiva, dopo un breve momentodincertezza a causa dellarresto del Battista. Indubbiamente i primi discepoli di Gesù pensavano ad unazionepiù risoluta nei confronti delle autorità giudaiche, ritenute troppo remissivese non addirittura colluse col potere romano. Unazione che il Battista nonaveva avuto il coraggio dintraprendere, perché forse temeva che senza unpunto di riferimento oggettivo, istituzionale, per quanto corrotto fosse in ta-luni suoi rappresentanti, si sarebbe indotto il popolo a sbandarsi ulterior-mente. Il Battista capiva la necessità di «epurare» il Tempio, ma gli appari-vano troppo radicali i metodi che Gesù voleva adottare. Tuttavia, dopo la prima semi-insurrezione del Cristo, che Giovannicolloca nel contesto della «prima Pasqua», contraddicendo apertamente iSinottici, il Battista si decise a dare alla propria popolarità un risvolto piùpolitico di quello che le poteva conferire la pratica del battesimo. Ancheperché questa pratica si stava già scontrando con una certa concorrenza daparte di alcuni suoi ex-discepoli, passati dalla parte di Gesù (Gv 4,1 ss.).Linizio del declino del Battista La purificazione del Tempio costituì uno spartiacque non solo peril nuovo movimento gesuano, ma anche per quello battista, che, infatti, apartire da quel momento, nella persona del suo leader principale, Giovanni,iniziò a svolgere un attacco più diretto alle istituzioni di potere. Quanto, inquesta decisione, egli fosse stato influenzato dalle defezioni di molti segua-ci, passati nelle fila del movimento gesuano, è facile immaginarlo. Questitransfughi si misero a fare, seguendo Gesù, ciò che prima facevano insiemeal Battista. Il quarto evangelista afferma che Gesù non battezzava mai (4,2),ma permetteva ai suoi neo-adepti di farlo tranquillamente. Questo forse staa significare che se da un lato Gesù non credeva in un particolare valore po-litico della prassi battesimale, dallaltro però la riteneva, in quel momento,una modalità ancora utile per avvicinare le masse. O forse la tollerava inquei discepoli che lavevano praticata prima di seguirlo. Fu appunto allora che «nacque - dice levangelista Giovanni - unadiscussione tra i discepoli di Giovanni e un giudeo riguardo alla purifica-zione» (3,25). Tale discussione non viene riportata, ma è evidente chessa siriferisce ai due diversi modi dintendere l’epurazione: morale, quella deibattisti, attraverso la pratica battesimale; politica, quella dei gesuani, attra-verso la cacciata dei mercanti. Dietro quellanonimo «giudeo» si può facil-21
    • Biografia demistificata del Cristomente scorgere qualche rappresentante del movimento gesuano, che co-minciava ad avvertire la possibilità di affermare unidentità diversa, politi-camente più incisiva, rispetto alla moderata opposizione dei farisei e alla re-lativa opposizione dei battisti. Giovanni cercò di recuperare credibilità agli occhi del popolo, al-zando il tiro delle sue critiche etico-politiche al sistema. Purtroppo, non es-sendo abituato alla lotta politica vera e propria, la sua tattica risultò subitoperdente. Non dobbiamo infatti dimenticare che il Battista scelse dapprima ildeserto e successivamente il fiume Giordano come luogo privilegiato dellasua missione: non era lui che andava in mezzo al popolo, ma era il popoloche andava da lui a confessare le proprie debolezze. In sostanza, si può dire che il Battista se non fu per Gesù la solu-zione pratico-politica per abbattere il potere istituzionale (ebraico-collabo-razionista e romano), fu comunque la voce dellintellighenzia più illuminatache urlava contro la corruzione dei potenti. Giovanni scelse di morire appellandosi alla legge (contro il matri-monio illegittimo di Erode), cioè scelse un motivo etico-giuridico per op-porsi al sistema. Non criticò mai Erode dal punto di vista politico, quale«collaborazionista» di Roma, oppure, se lo fece - ciò che nei vangeli nonappare - è probabile chegli abbia sperato, in virtù del proprio carisma, inuna metànoia anche da parte di Erode, il quale riteneva Giovanni - comedice, con enfasi, Mc 6,20 - un «uomo giusto e santo».Il dubbio del Battista Ai messi che il Battista incarcerato inviò a Gesù per sapere il moti-vo per cui il regno tardava a venire, Gesù rispose che la liberazione nonavrebbe potuto essere il prodotto della sola volontà del messia («Beatochiunque non si scandalizzerà di me» - Lc 7,23 -, cioè beato chi non si me-raviglierà della volontà democratica del messia). Questo perché la libera-zione politico-nazionale poteva essere solo il frutto di una volontà autenti-camente popolare («Ai poveri è annunciata la buona novella» - Lc 7,22 - enon ai potenti magnanimi e benevoli). La liberazione - spiega qui Gesù - non è ancora avvenuta a causadellimmaturità delle masse, che si sono lasciate fuorviare da «scribi e fari-sei» (Lc 7,50), e che invece di allearsi col Battista, hanno lasciato che di luile autorità dicessero, vedendolo digiunare oltre lo stretto necessario, cheaveva «un demonio» (Lc 7,33). Oggi quelle stesse masse, influenzate daifarisei, credono in unaltra diceria, quella secondo cui il Cristo, siccome fre-quenta «pubblicani e peccatori», è esattamente come uno di loro (Lc 7,34). 22
    • Umano e PoliticoIl compromesso tra cristiani e battisti Il fatto che nei vangeli canonici non esista alcun vero «dissenso»tra Gesù e Giovanni, va attribuito alla progressiva spiritualizzazione dellafigura di Gesù, che ha trasformato questultimo in una sorta di «fratellomaggiore» del Battista. Il cristianesimo post-pasquale (petro-paolino) ha re-cuperato la figura del Battista dopo aver tradito il vangelo di Cristo: quantopiù forte è stato il tradimento, tanta maggiore è stata lesigenza del recuperodelle tradizioni esseniche di Giovanni. Quando, con la svolta paolina, la divinizzazione del Cristo fu unfatto definitivamente acquisito, le due comunità, cristiana e battista, si riav-vicinarono. La comunità cristiana, nata da una rottura in seno alla comunitànazarena, si servì di quella battista per spoliticizzare ulteriormente il vange-lo di Gesù. Potremmo naturalmente pensare che lapologetica cristiana si siaindebitamente appropriata della tradizione profetica del Battista, senza te-ner conto della reale diversità di posizioni. Ma, poiché nei Sinottici non vie-ne nascosta la differenza di atteggiamento da tenere nei confronti di argo-menti come la purezza dei cibi e soprattutto il digiuno (Mc 2,18 ss.), prefe-riamo pensare che tra le due comunità, ad un certo punto, si sia venuti aduna sorta di compromesso, come daltra parte appare negli stessi Atti degliapostoli, allorché Apollo di Alessandria, dopo aver predicato ad Efeso ilbattesimo di Giovanni, decise di diventare cristiano e, con lui, alcuni suoiseguaci (At 18,25 e 19,1 ss.). Negli Atti lunica differenza che divide battistie cristiani è la fede nella resurrezione di Gesù. Il compromesso dovette basarsi sui seguenti presupposti: i cristia-ni, che già avevano rinunciato alla politica attiva, erano disposti a conside-rare il Battista il principale precursore del Cristo, a condizione che i battistipassassero definitivamente dalle tradizioni politico-progressiste del mondoebraico a quelle spiritualiste del cristianesimo paolino. A quel punto fu faci-le per i battisti rinunciare allidea che Giovanni fosse stato un semplice«precursore» delluomo Gesù: in cambio avevano ottenuto ch’egli venisseconsiderato come lunico vero precursore del Cristo «Figlio di Dio». Allespressione, più volte ripetuta nei Sinottici (Mt 3,11; Mc 1,7;Lc 3,16), del Battista: «Viene dopo di me uno più forte di me», il quartovangelo aggiungerà le parole mistiche: «perché era prima di me» (1,30),motivando che la «forza» proveniva da una precedenza di ordine «divino»(ontoteologico, diremmo oggi). Col che il vangelo di Giovanni sembra ri-solvere radicalmente lantinomia che caratterizzava la coscienza del Batti-sta, in quanto da un lato gli si chiedeva di diventare «messia» e dallaltroegli non aveva il coraggio di diventarlo.23
    • Biografia demistificata del Cristo Sul piano più strettamente formale, la comunità cristiana primitivasi limitò a integrare il significato del battesimo di «acqua» con quello delbattesimo di «spirito» (e «fuoco», aggiungono Luca 3,16 e Matteo 3,11).Lo stesso quarto evangelista (o il suo manipolatore) ha accettato questa in-terpretazione delle cose, benché proprio nel suo vangelo il Battista ad uncerto punto dica che il «battesimo di acqua» è nulla a confronto di quantoGesù avrebbe saputo fare (1,26 s.). In coerenza con questa deviazione spiritualistica del rapporto poli-tico tra Gesù e Giovanni, fu formulata, col tempo, la leggenda dellinsolitanascita del Precursore, che doveva fare da pendant al racconto, non menomitologico, della nascita miracolosa del Cristo.Benedictus e Magnificat Più interessanti di queste leggende sono le differenze di contenutopolitico-sociale fra il Benedictus di Zaccaria, che riflette molto probabil-mente la sensibilità e le aspirazioni dellambiente battista, e il Magnificat diMaria, che riflette invece la sensibilità e le aspirazioni dellambiente cristia-no post-pasquale. La differenza principale sta nel fatto che mentre per il sacerdoteZaccaria il figlio Giovanni avrebbe dovuto limitarsi a dare «al popolo la co-noscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,77); per lapopolana Maria invece Gesù avrebbe dovuto fare molto di più, poiché dio,nel passato, aveva «rovesciato i potenti dai troni, innalzato gli umili, ricol-mato di beni gli affamati, rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52 s.). A dire il vero nel Magnificat non è esplicitato che Gesù dovesseassolvere un compito di tipo «politico» (Maria si riferisce a «Dio»): ma lacosa può essere spiegata considerando che quando il Magnificat fu redatto,Gesù era già morto e la sua missione era fallita, poiché gli apostoli non ave-vano saputo proseguirla. La differenza tuttavia resta, e la si nota anche laddove, in luogo diuna semplice richiesta di «liberazione dai nemici» (romani), fatta nel Bene-dictus (vv. 71 e 74), Maria chiede la liberazione dai nemici interni ed ester-ni, da tutti i potenti e tutti i ricchi, romani ed ebrei collaborazionisti (Lc1,51-54). Il Benedictus è inferiore al Magnificat, proprio perché circoscriveil metodo della liberazione dai nemici alla mera «remissione dei peccati»,senza peraltro specificare a quale classe sociale appartengano questi «pec-catori». Daltra parte anche il Magnificat contiene un messaggio rivoluzio-nario solo apparentemente: il desiderio emancipativo dei cristiani di origineumile è qui già consapevole del fallimento del messianismo politico di 24
    • Umano e PoliticoGesù, per cui nel testo si è costretti a idealizzare la realizzazione di talemessianismo riproponendo, in maniera ancora più illusoria, il mitico regnodIsraele (Lc 1,54 s.). In pratica il Magnificat si limita a far convergere il desiderio diuna liberazione politica verso una prassi che assomiglia molto da vicino aquella prospettata dal Benedictus. Il futuro del Magnificat è la medesima«remissione dei peccati», proprio perché il presente viene cancellato nellarievocazione nostalgica del passato. La differenza sta semplicemente nel fatto che la remissione deipeccati per i cristiani è cosa già avvenuta, una volta per tutte, sul Golgota,per cui non resta che attendere la parusia del redentore. Lesigenza di libera-zione espressa dal Cristo era così alta che i cristiani, per poterla rimuoveresenza ricadere nellebraismo, sono stati costretti a togliere alluomo qualsia-si possibilità di realizzarla, facendo del Cristo lunica vera divinità.25
    • Biografia demistificata del Cristo Lopposizione contro il Tempio Gv 2,13-25 Mc 11,15-19 Mt 21,12-17 Lc 19,45-48[13] Si avvicinava [15] Andarono in- [12] Gesù entrò poi [45] Entrato poi nelintanto la Pasqua tanto a Gerusalem- nel Tempio e scac- Tempio, cominciòdei Giudei e Gesù me. Ed entrato nel ciò tutti quelli che a cacciare i vendi-salì a Gerusalem- Tempio, si mise a vi trovò a comprare tori,me. scacciare quelli che e a vendere; rove- [46] dicendo: «Sta[14] Trovò nel vendevano e com- sciò i tavoli dei scritto: La mia casaTempio gente che peravano nel Tem- cambiavalute e le sarà casa di pre-vendeva buoi, pe- pio; rovesciò i ta- sedie dei venditori ghiera. Ma voi necore e colombe, e i voli dei cambiava- di colombe avete fatto una spe-cambiavalute seduti lute e le sedie dei [13] e disse loro: lonca di ladri!».al banco. venditori di colom- «La Scrittura dice: [47] Ogni giorno[15] Fatta allora be La mia casa sarà insegnava nel Tem-una sferza di cordi- [16] e non permet- chiamata casa di pio. I sommi sacer-celle, scacciò tutti teva che si portas- preghiera ma voi ne doti e gli scribi cer-fuori del Tempio sero cose attraverso fate una spelonca di cavano di farlo pe-con le pecore e i il Tempio. ladri». rire e così anche ibuoi; gettò a terra il [17] Ed insegnava [14] Gli si avvici- notabili del popolo;denaro dei cambia- loro dicendo: «Non narono ciechi e [48] ma non sape-valute e ne rovesciò sta forse scritto: La storpi nel Tempio vano come fare,i banchi, mia casa sarà chia- ed egli li guarì. perché tutto il po-[16] e ai venditori mata casa di pre- [15] Ma i sommi polo pendeva dalledi colombe disse: ghiera per tutte le sacerdoti e gli scri- sue parole.«Portate via queste genti? Voi invece bi, vedendo le me- [21,37-38]cose e non fate del- ne avete fatto una raviglie che faceva [37] Durante illa casa del Padre spelonca di ladri!». e i fanciulli che ac- giorno insegnavamio un luogo di [18] Ludirono i clamavano nel nel Tempio, la not-mercato». sommi sacerdoti e Tempio: «Osanna te usciva e pernot-[17] I discepoli si gli scribi e cercava- al figlio di tava allaperto sulricordarono che sta no il modo di farlo Davide», si sdegna- monte detto degliscritto: Lo zelo per morire. Avevano rono Ulivi.la tua casa mi divo- infatti paura di lui, [16] e gli dissero: [38] E tutto il popo-ra. perché tutto il po- «Non senti quello lo veniva a lui di[18] Allora i Giudei polo era ammirato che dicono?». Gesù buon mattino nelpresero la parola e del suo insegna- rispose loro: «Sì, Tempio per ascol-gli dissero: «Quale mento. non avete mai letto: tarlo.segno ci mostri per [19] Quando venne Dalla bocca deifare queste cose?». la sera uscirono bambini e dei lat-[19] Rispose loro dalla città. tanti ti sei procurataGesù: «Distruggete una lode?».questo Tempio e in [17] E, lasciatili,tre giorni lo farò ri- uscì fuori dalla cit- 26
    • Umano e Politicosorgere». tà, verso Betània, e[20] Gli dissero al- là trascorse la notte.lora i Giudei:«Questo Tempio èstato costruito inquarantasei anni etu in tre giorni lofarai risorgere?».[21] Ma egli parla-va del tempio delsuo corpo.[22] Quando poi furisuscitato dai mor-ti, i suoi discepolisi ricordarono cheaveva detto questo,e credettero allaScrittura e alla pa-rola detta da Gesù.[23] Mentre era aGerusalemme perla Pasqua, durantela festa molti, ve-dendo i segni chefaceva, credetteronel suo nome.[24] Gesù però nonsi confidava conloro, perché cono-sceva tutti[25] e non avevabisogno che qual-cuno gli desse testi-monianza su un al-tro, egli infatti sa-peva quello che cèin ogni uomo. * Le numerose offerte che quotidianamente si facevano nel Tempiodi Gerusalemme e quelle soprattutto fatte in occasione delle feste principali,determinavano una grande richiesta di bestie sacrificali. A causa delle nor-me di purità relative a questi animali, i pellegrini erano in pratica costretti27
    • Biografia demistificata del Cristoad acquistarli direttamente presso il Tempio (venivano comprati anchelegni preziosi, profumi e altri oggetti di lusso). I sacrifici e gli olocausti venivano compiuti con tre specie di ani-mali: grosso bestiame, bestiame minuto (pecore e capre) e uccelli (tortore ecolombi), come da Lv 1,1 ss. Oltre a questi venditori di animali erano pre-senti anche i cambiavalute, che scambiavano il denaro romano, che recavaleffige dellimperatore romano e che aveva corso legale, con la moneta uf-ficiale (antica e sacra) di Tiro, raffigurante la testa del pagano Melkart, per-mettendo così ai giudei di pagare, una volta allanno, la tassa al Tempio(come da Es 30,13). Le autorità del Tempio, che avevano il monopolio della venditadegli animali sacrificali e che riscuotevano le tasse, avevano concesso che,nellatrio dei gentili, separato con transenne e gradinate dal resto delledifi-cio (cfr. Ef 2,14), vari mercanti potessero svolgere la loro attività. Ovvia-mente, sia per il clero, che dava le licenze per la vendita degli animali (fontirabbiniche citano la famiglia del sommo sacerdote Anna), sia per i cambia-valute, che riscuotevano un aggio, il commercio nellarea del Tempio erafonte di cospicui guadagni. Il Tempio era quindi il centro della vita economica del potere reli-gioso di Gerusalemme e, di conseguenza, di tutta la nazione giudaica: nu-merose persone - le meglio pagate della città - vi lavoravano per il culto e lamanutenzione. Il fatto stesso che tale commercio avvenisse così apertamen-te nei pressi del Tempio, anzi, allinterno del Tempio stesso (se è vero chela Mishna proibiva di utilizzare latrio dei gentili come scorciatoia per unaquestione di ovvio rispetto, peraltro ribadito da Mc 11,16), era sintomaticodel generale decadimento che caratterizzava il complesso della chiesa giu-daica. Gli esseni, proprio a causa della corruzione dei sommi sacerdoti(peraltro tutti nominati e persino deposti dalle autorità romane), rifiutavanonettamente i sacrifici degli animali, anzi non partecipavano a nessun culto,e dalla loro comunità, che viveva nel deserto, usciranno i discepoli del Bat-tista, che battezzavano lungo il Giordano, continuando a rifiutare il culto e isacrifici del Tempio, e con molti discepoli del Battista si costituirà il movi-mento gesuano, poi nazareno, la cui prima iniziativa politica fu proprio le-purazione del Tempio. Posizione ancora più radicale la tenne il giudaismo gnostico edesoterico, che considerava Aronne allorigine dellidolatria e la costruzionedel Tempio una vera e propria iattura (cfr le Recognitiones Pseudo-Clementinae). Successivamente Stefano, che rappresentava negli Atti degliapostoli lala cristiana degli ellenisti, mostrerà con la sua requisitoria anti-giudaica di aver ereditato integralmente questa posizione, pur avendola ri-battezzata nel nome del Cristo post-pasquale. 28
    • Umano e Politico Viceversa, lala cristiana del giudaismo, capeggiata da Giacomo,fratello di Gesù, continuerà a frequentare il Tempio sino al 70. Tale corren-te assocerà la denuncia dei traffici economici presso il Tempio al fatto chequesti traffici si svolgevano proprio nellatrio dei pagani: il cortile, è vero,non era sacro, ma neppure interamente profano, e comunque, utilizzandoloin quel modo, le autorità religiose mostravano chiaramente di voler consi-derare i gentili come credenti di seconda categoria. Giacomo, a differenzadi Paolo e in parte di Pietro, cercherà sino allultimo di ricucire lo strappocol giudaismo ufficiale, ma inutilmente, perché lo lapidarono. Questa corrente farà sentire la sua voce là dove (nei racconti cano-nici della cosiddetta «purificazione del Tempio») si presenta un Cristo che,pur avendo la frusta in mano, non contesta tanto luso delle cerimonie sacri-ficali, quanto la presenza dei mercanti nel Tempio e che si limita a dire:«non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato» (Gv 2,16). * Nel vangelo di Marco il Cristo scaccia anzitutto i venditori e icompratori, cioè sia coloro che hanno gestito la corruzione che quanti nonlhanno impedita, poi rovescia i tavoli dei cambiavalute e dei venditori dicolombe, infine non permette il transito di oggetti attraverso il Tempio,ovvero di usare latrio come scorciatoia. Nel vangelo di Giovanni la situazione è più sfumata e rappresenta-ta in maniera più realistica: vengono scacciati con la sferza solo i venditorie, di questi, il trattamento più duro lo subiscono i mercanti più ricchi e icambiavalute, mentre quelli che venivano incontro alle esigenze dei più po-veri (venditori di colombe) sono redarguiti e invitati ad andarsene. È palese che nel vangelo di Giovanni il Cristo agisce sperando diottenere il consenso degli acquirenti, che ovviamente costituivano lanellopiù debole della corruzione. Tuttavia, mentre in Marco appare chiaro che leautorità del Tempio trovano nella folla un ostacolo alla cattura di Gesù, inGiovanni invece sono i giudei in quanto tali che gli chiedono di motivarequesta sua iniziativa e il Cristo alla fine del racconto mostra di non fidarsidi nessuno (vv. 24-25). Stando a Marco ma anche a Giovanni, i discepoli non partecipanoattivamente allepurazione (anche se un servizio d’ordine dovevano per for-za averlo assicurato), e tuttavia la loro presenza è innegabile, tantè che ilprimo vangelo lo dice esplicitamente in tre versetti (15, 19 e 27). Tale in-congruenza può essere spiegata col fatto che il vangelo è sì un testo politi-co, di teologia politica, ma dove i protagonisti della politica non possonoessere quanti, attraverso la redazione dei vangeli, cercarono, dopo il 70, uncompromesso col potere di Roma (prima del 70 il compromesso era stato29
    • Biografia demistificata del Cristocercato dal cristianesimo petrino coi soli giudei, cosa che Paolo avevarifiutato, avendo optato per soluzioni di tipo ellenistico). Lattività del Cristo viene costantemente soggetta, da parte deglievangelisti (e di ulteriori redattori anonimi), a forzate reinterpretazioni conlausilio di alcuni brani dellAntico Testamento. P. es. lespressione «si ricor-darono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora» (Gv 2,17), non èche il v. 10 del salmo 69 -, cioè la cosiddetta «preghiera delloppresso», at-tribuita a Davide, che si può facilmente utilizzare per una situazione di ca-rattere generale, in cui il concetto di «casa» non necessariamente deve rife-rirsi al Tempio costruito da Salomone. Lesegesi confessionale ha voluto usare la citazione in maniera deltutto decontestualizzata, mettendola arbitrariamente in rapporto a un messiapurificatore del Tempio (qualche esegeta vi ha visto addirittura un riferi-mento alluniversalismo religioso di Zc 14,2, per il quale non solo il Tem-pio era sacro, ma anche qualsiasi cosa che luomo avrebbe considerato tale,nonché a quello di Is 56,7, per il quale il giudeo e il pagano adoreranno dioin verità). Altri forzati riferimenti sono stati cercati in rapporto a Ne 13,7 s.,ove si fa lesempio di una semi-profanazione del sacro compiuta da Tobia, econ Ml 3,1-4, ove si parla esplicitamente di un messia purificatore dIsraele(non del Tempio in particolare). Tutte queste citazioni non riescono in alcun modo a dimostrare chelepurazione possa essere messa in rapporto con lingresso messianico nellacapitale, come vuole la cronologia sinottica: nella letteratura giudaica non èprovata lidea che il messia dovesse anche promuovere un rinnovamento delTempio e di tutto il culto. Peraltro Mc 11,17 riporta unespressione di Ger7,11 che non pare possibile riferirsi agli abusi del Tempio in particolare, al-meno non più che a quelli, in generale, di tutto Israele. Non dobbiamo dimenticare che i Sinottici, essendo stati prevalen-temente influenzati dallebraismo galilaico, tendono a dividere lattività delCristo in due grandi fasi: quella appunto galilaica (dove lattività taumatur-gica del Cristo prevale su quella politica e dove questultima è ricondottaentro i confini del religioso) e quella giudaica (dove le accuse principalisono rivolte, da parte dei redattori, contro le autorità sinedrite, lasciando inombra le responsabilità dei romani). La prima fase è nettamente prevalentesulla seconda. Posto questo schema, non avrebbe avuto senso collocare la purifi-cazione del Tempio nella prima parte del vangelo. Ecco perché i redattoridei Sinottici non si rendono conto che se il Cristo avesse epurato il Tempioal culmine della sua popolarità, avrebbe fatto, in un certo senso, una cosache molti potevano anche attendersi e che, proprio per questo, avrebbe toltoal gesto una vera carica eversiva. 30
    • Umano e Politico * Nel vangelo di Giovanni (a differenza dei Sinottici) è detto in ma-niera abbastanza chiara che lepurazione comportò la rottura dei rapporticon le autorità politico-religiose del Tempio. Si ha anzi limpressione che inGv 2,13 ss. un secondo redattore abbia voluto accentuare la rottura politicadel Cristo estendendola al giudaismo qua talis, trasformandola quindi in«rottura ideologica». Lopposizione tra il Cristo e i «giudei» è così forte nel quarto van-gelo che lepurazione viene rappresentata come una sorta di gesto simbolicodellassoluta inconciliabilità tra due realtà antagonistiche, più che comeunoccasione storica per credere possibile lintesa delle forze progressiste diIsraele. Il Cristo cioè appare come un estremista intellettuale, sostanzial-mente isolato, che pone se stesso, nella propria individualità, in antitesi nonsolo al potere religioso che governava il Tempio, ma anche a tutta la societàgiudaica di allora, al punto che la conclusione è di unamarezza senza scam-po: egli rifiuta di accettare tra le file del suo movimento persino quanti mo-strano di credere nel suo vangelo di liberazione (Gv 2,24 s.). Viceversa, nei Sinottici lodio redazionale maggiore è quello neiconfronti delle autorità sinedrite, in quanto il popolo permette al Cristo dinon essere catturato. In Gv 2,18 sono i «giudei» sensu lato che lo interpel-lano, chiedendogli un «segno» che attesti la legittimità dellepurazione; inMc 11,27 sono invece le «autorità» (sommi sacerdoti, scribi e anziani) afarlo. Ma non è da escludere che il redattore del quarto vangelo intenda coltermine generico di «giudei» proprio le autorità politico-religiose.2 Nei Sinottici la rappresentazione redazionale del popolo ebraico ègeneralmente quella di una massa ingenua che, pur essendo istintivamenteprotesa verso il Cristo, si lascia, alla fine del vangelo, strumentalizzare ecircuire dalle astuzie politiche delle autorità giudaiche e romane. Nel van-gelo manipolato di Giovanni invece il popolo è consapevole di ciò che fa edecide la morte del Cristo con non meno convinzione di quella delle autori-tà. Lantisemitismo è più radicale. Resta tuttavia il fatto che nei Sinottici il luogo semantico degli av-venimenti di questo racconto è completamente diverso da quello di Giovan-ni. In particolare Marco, da cui dipendono Luca e Matteo, avendo intenzio-2 Da notare che in tal senso la cronologia sinottica finisce col cadere in una contrad-dizione insostenibile. La domanda concitata delle autorità, rivolta a Gesù, è in prati-ca una richiesta di qualificarsi nella propria identità politica: se fosse stata formulataalla fine dellattività eversiva del Cristo non avrebbe avuto senso, in quanto si sareb-be già saputa la risposta (la sua stessa popolarità lo avrebbe autorizzato a epurare ilTempio). Essendo invece stata posta allinizio della sua attività (come nel IV vange-lo), la domanda non poteva avere una risposta scontata.31
    • Biografia demistificata del Cristone di sminuire la portata politica dellevento, ha falsificato le coordinatetemporali lasciando solo quelle spaziali. Grazie a Giovanni invece abbiamocapito che questo episodio avvenne allinizio della predicazione del Cristo enon alla fine. Inoltre Marco ha sostituito le parole che Gesù può aver pronuncia-to in quel frangente con frasi veterotestamentarie (anche un secondo redat-tore di Giovanni lha fatto) e, soprattutto, ha ricondotto un dibattito di natu-ra politica entro lalveo delle questioni religiose (cosa che anche in Giovan-ni si è cercato di fare). La domanda del Cristo relativa allautorevolezza del Battista, aparte il fatto che avrebbe avuto più senso agli inizi della diffusione del van-gelo di liberazione, quando leco della personalità del Battista era ancorachiaramente udibile, è probabilmente il punto massimo in cui poteva arriva-re il cristianesimo primitivo nellaffrontare un episodio così «politicamen-te» spinoso come quello dellepurazione del Tempio. Infatti, finché i limitientro cui muoversi erano solo quelli della contrapposizione ideologica traTempio di Gerusalemme e «tempio del corpo di Cristo», ovvero tra luogofisico del culto e luogo spirituale della fede, sarebbe stato relativamente fa-cile per il cristianesimo post-pasquale far valere il proprio punto di vista: infondo si trattava soltanto di sostituire una religione politico-nazionalisticacon una etico-cosmopolitica. Il vero problema si poneva quando occorreva giustificare luso del-la violenza (il Cristo con la frusta in mano) ai danni dei mercanti ebrei: lecategorie meramente religiose potevano apparire insufficienti. Per cercaredi contenere al massimo la carica eversiva di questo episodio, i Sinotticisono stati costretti a inventarsi un improbabile dibattito sullautorità delBattista (ad almeno due-tre anni dalla sua morte) e ben due parabole: quelladel fico sterile (Mc 11,12 ss.), dove il Cristo maledice una pianta simbolica(il giudaismo) che, non essendo nella stagione giusta, non aveva ancoraprodotto alcun frutto, ovvero non poteva più produrre frutti perché destinataperennemente dal Cristo a restare fuori stagione; e quella dei vignaioli omi-cidi (Mc 12,1 ss.), in cui il padrone della vigna (lo stesso messia) assicurache il primato di Israele è finito e che presto gli ebrei verranno sostituiti daigentili. Dulcis in fundo è, nei Sinottici, il dibattito sul tributo di Cesare(Mc 12,13 ss.): qui il Cristo è tassativo nellaffermare il riconoscimentoesplicito, sul piano politico, dellautorità romana, come se l’epurazione delTempio fosse stata fatta da un pagano moralmente onesto e devoto a dio. Ilvalore politico di questi racconti è quasi nullo. Come del tutto fuori luogosono le espressioni standard che sincontrano nel vangelo di Giovanni lad-dove si dice che, «vedendo i prodigi che faceva, molti credettero in lui»(2,23). È sintomatico che nei vangeli il teismo redazionale diventi tanto più 32
    • Umano e Politicoaccentuato quanto più il Cristo voleva affermare i diritti dellumanesimointegrale, sostanzialmente a-religioso. * Più sopra si è detto che lepurazione del Tempio non voleva appa-rire, in negativo, come una dimostrazione dellassoluta inconciliabilità traebraismo progressista e vangelo di liberazione, ma, in positivo, come untentativo di far convergere tutte le forze progressiste del paese verso unin-tesa politica in funzione antiromana (una sorta di «fronte popolare naziona-le»). Ecco, a tale proposito, ci si potrebbe anche chiedere, con la logicaipotetica del «se», cosa sarebbe potuto accadere se si fosse costituito tale«fronte», cioè che possibilità effettive avrebbe avuto la Palestina di liberarsidei romani, poiché nulla ci vieta di considerare come utopistico il program-ma del vangelo di Cristo e quindi come del tutto legittima lopposizione alCristo da parte del giudaismo ufficiale, ivi incluso quello più progressista, edunque come inevitabile la trasformazione mistica di tale vangelo operatadai primi cristiani. Qui infatti la questione si pone in modo cruciale: o la spoliticizza-zione del Cristo è servita per ridimensionare delle pretese che altrimentinon avrebbero avuto alcuna prospettiva, e allora potremmo considerare laspiritualizzazione del suo messaggio come una sorta di tentativo di salvareil salvabile; oppure si è in presenza di un tradimento vero e proprio delli-stanza originaria, che non può essere giustificato né dallopposizione ebrai-ca né da quella romana, ma allora bisognerebbe studiare sino in fondo chetipo di resistenza antiromana avrebbe potuto condurre con successo un mo-vimento come quello nazareno. Insomma, dopo duemila anni di esegesi ancora non si è arrivati aspendere una parola significativa sulleffettiva possibilità che una popola-zione sparuta come quella palestinese avrebbe avuto di opporsi con succes-so al più grande imperialismo del mondo antico. Non solo, ma ci si può anche chiedere se lantisemitismo del cri-stianesimo post-pasquale non dipenda anche dalla decisione di spoliticizza-re al massimo la figura del Cristo. La domanda cioè sarebbe questa: se ilcristianesimo avesse accettato il contenuto politico del vangelo di liberazio-ne, avrebbe affermato unopposizione di principio, ideologica, tra sé e le-braismo, con la stessa identica determinazione che ebbe quando si trasfor-mò da movimento nazareno a movimento petro-paolino? Il fallimento dellarivoluzione politica del Cristo, causato anche dallopposizione di una partedellebraismo, doveva per forza essere considerato un motivo sufficienteper spostare i termini del confronto tra cristianesimo ed ebraismo dal terre-33
    • Biografia demistificata del Cristono politico a quello religioso, cioè dallesigenza di liberarsi dellimperiali-smo romano alla rimozione di tale esigenza? Se è possibile studiare il vangelo come un testo politico in cui lapolitica di liberazione è stata volutamente rimossa, allora è facile rendersiconto come lepurazione del Tempio vada considerata come il principale at-tacco contro la più importante istituzione ecclesiastica del giudaismo (il se-condo sarà quello sferrato dalle truppe dellimperatore Tito nellanno 70), incui il tentativo di minarne le basi economiche mirava a conciliarsi con lapossibilità di una rigenerazione nazionale delle masse oppresse da Roma. * Del tutto inaspettato da parte delle guardie del Tempio e dellaguarnigione romana (che sorvegliava il Tempio dalla fortezza Antonia),lattacco fu sostanzialmente condiviso a livello popolare: gli unici a prote-stare furono i sommi sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Neppure i mercantireagirono. Questo a testimonianza che tantissimi giudei nutrivano ormai unrispetto solo formale nei confronti di tale istituzione e dei suoi amministra-tori, i quali, pur di restare al loro posto, avevano accettato ampi compro-messi con le forze occupanti. Tuttavia nessun ebreo, prima di allora, aveva mai osato prendereuniniziativa del genere, anche perché i mercanti e i cambiavalute agivanograzie alla copertura dellalto clero. Chiunque lavesse fatto avrebbe rischia-to di passare, agli occhi del potere costituito, per un nemico dellordine pub-blico, se non per un traditore della patria, soprattutto in quel frangente stori-co e non sarebbe certo passato inosservato da parte delle forze dellordine(come sembra nei vangeli, ma non in At 21,31 s., allorché Paolo venne ag-gredito). Il significato di ciò che Gesù disse in quel momento va intuito,poiché sia la versione di Giovanni che quella dei Sinottici risentono di unintervento redazionale chiaramente apologetico. «Distruggete questo Tem-pio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,19) è unespressione che può vo-ler dire molte cose. Linterpretazione confessionale, priva di ogni fonda-mento storico, equipara il Tempio al corpo di Cristo crocifisso e i tre giornia quelli che occorsero agli apostoli per accorgersi della tomba vuota. Inquesto essa non fa che ribadire la versione allegorica già espressa nellaglossa di Gv 2,21 s.: «Gesù parlava del tempio del suo corpo». In realtà se mai il Cristo abbia detto una frase di questo genere, èdifficile pensare che, in unoccasione così cruciale per i destini della sua pa-tria, egli abbia voluto porre unipoteca sulla sua comprensione, rimandando,questultima, al giorno in cui egli non avrebbe potuto far niente per metterlain pratica (secondo le esigenze politiche del suo tempo). Tantè che quando 34
    • Umano e Politicoi giudei gli obiettarono che un Tempio costruito in 46 anni non potevaessere facilmente sostituito (Gv 2,20), essi avevano capito bene che ilCristo (quello storico, non quello della fede) voleva sostituirsi al primatodel Tempio. Senonché per loro era meglio avere un Tempio corrotto maben visibile, piuttosto che un leader onesto e coraggioso privo di autoritàufficialmente riconosciuta. Qui dunque si può ipotizzare che il significato di quellespressioneiperbolica sia stato un invito a eliminare la corruzione, il clientelismo e ilcollaborazionismo aristocratico sacerdotale che amministrava il Tempio, equindi a smettere di credere in unistituzione che non avrebbe potuto in al-cun modo aiutare la Palestina a liberarsi dei romani. Daltra parte gli am-bienti esseno, battista e zelota avevano già capito che aveva poco senso te-mere la fine del primato politico-religioso del Tempio quando, di fatto, essoera già stato distrutto dalla corruzione di chi lo amministrava. Il vero problema era diventato quello di come trasformare luomoin «tempio di se stesso» (anche il Battista, con la pratica del battesimo, pun-tava allo stesso obiettivo). La rigenerazione morale degli uomini - preludiodella rivoluzione politica - avrebbe dovuto sostituire la difesa ad oltranza diunistituzione ormai superata (il Cristo lo dirà chiaramente alla samaritanadel pozzo di Giacobbe). La differenza tra il Cristo e il Battista stava tuttanel fatto che questultimo non arrivò mai a compiere il passaggio decisivodalla strategia pre-politica (vissuta lungo le acque del Giordano e nel deser-to) a quella propriamente politica (vissuta nel cuore stesso della capitale). Purtroppo la reazione dellintellighenzia politica progressista al ge-sto di Gesù non fu così positiva come ci si sarebbe dovuti attendere: lamaggior parte del movimento battista non ebbe il coraggio di appoggiarepoliticamente liniziativa, pur condividendone le motivazioni etiche (alcunileader però avevano già lasciato il movimento battista per diventare seguacidel Cristo - cfr. Gv 1,37 ss.). Uninsignificante minoranza del movimentofariseo (capeggiata da Nicodemo) si limitò a incontrare il Cristo privata-mente, in forma del tutto ufficiosa (Gv 3,2), continuando a vedere nel Tem-pio una delle risorse insostituibili per laggregazione delle masse, specie inoccasione delle grandi feste e ricorrenze (benché proprio i farisei avesserosviluppato molto luso decentrato e più democratico delle sinagoghe). Del-latteggiamento tenuto dal movimento zelota nei vangeli, ovviamente, nonsi dice nulla (a tale scopo bisogna andarsi a leggere Giuseppe Flavio, chespesso è ancora più tendenzioso dei vangeli, soprattutto nei confronti deglizeloti). Probabilmente i farisei rappresentavano allora il movimento popo-lare tradizionale più rappresentativo o almeno quello più influente sullemasse. Essi tuttavia erano molto scettici sulla possibilità di liberarsi dei ro-mani, o comunque aspiravano a un mutamento significativo che passasse35
    • Biografia demistificata del Cristoattraverso le istituzioni della società giudaica, al cui interno, essi, non senzafatica, si erano costruiti una loro identità politica. Gesù, per loro, apparivatroppo «radicale». Gli fecero infatti capire che avrebbero accettato leconseguenze della «purificazione» solo a condizione di vedere un altrogesto ancora più significativo, che dimostrasse in maniera inequivocachegli era il messia tanto atteso. In Gv 3,18 la domanda che gli pongono èabbastanza eloquente: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Lipocrisia stava proprio in questo: che da un lato ci si rendevaconto delle contraddizioni insostenibili del Tempio, e dallaltro non si avevail coraggio di risolverle in maniera decisiva e, nonostante ciò, ci si oppone-va a chi prendeva una decisione senza il previo consenso di chi gestiva ilpotere. La domanda che nei Sinottici il Cristo rivolge alle autorità, in meritoal destino del Battista, può, sotto questo aspetto, essere ribaltata nel modoseguente: «Se lepurazione del Tempio è moralmente inaccettabile o giuri-dicamente illecita o politicamente inopportuna, perché chiedere un segnoche ne legittimi il senso e non intervenire immediatamente manu militaricontro chi lha organizzata?». Atteggiamento analogo avevano tenuto le autorità religiose neiconfronti del Battista (Gv 1,19 ss.). Ai farisei interessava non tanto il «ma-nifesto» del Precursore quanto piuttosto lascendenza che il suo programmapolitico poteva avere sulle masse. Con questo fare strumentale, che è tipicodi quanti sono abituati a ragionare secondo meri rapporti di forza, essi cer-carono di rimediare allerrore di aver sottovalutato le capacità del neonatomovimento gesuano. Se prima, con Nicodemo, serano limitati a un incon-tro informale, ora invece, essendosi accorti che, in seguito allepurazione, ilCristo faceva più discepoli di Giovanni (Gv 4,1), volevano negoziare unin-tesa vera e propria. Per tutta risposta il Cristo, coi suoi discepoli, «lasciò laGiudea - dice Gv 4,3 - e si diresse verso la Galilea». Per concludere, lepurazione del Tempio fu levento più importantedel primo anno di propaganda attiva del vangelo di liberazione del Cristo.Praticamente si erano poste le basi di quella che sarebbe dovuta diventareuna rivoluzione non solo culturale ma anche politica. Come «prova genera-le» della imminente sollevazione antiromana fu senza dubbio un fallimentoe tuttavia molti cominciarono a vedere nel Cristo un nuovo leader politico.Fra questi i più convinti furono i galilei, giunti a Gerusalemme a motivodella Pasqua (Gv 4,45).Critica dellesegesi confessionale Le tesi ricorrenti che lesegesi confessionale ha dato di questo epi-sodio sono sostanzialmente tre: 36
    • Umano e Politico1. etica: il Cristo ha criticato il nesso di economia e religione, ovvero lastrumentalizzazione della fede per interessi materiali e quindi ha condanna-to la corruzione degli amministratori del Tempio, ma non ha messo in di-scussione la necessità del culto a dio, né il fatto che debbano esistere deimediatori specifici tra gli uomini e dio;2. spirituale: il Cristo ha sostituito il culto presso il Tempio con il culto del-la sua persona, nel senso che ha posto le basi per il superamento del sacrifi-cio degli animali e di un luogo fisico privilegiato per il culto;3. pastorale: il Cristo ha voluto dimostrare che nellambito del suo vangelolebreo e il gentile hanno pari dignità, in quanto il cristianesimo è una reli-gione universale. Di qui limportanza di dimostrare che anche larea delTempio riservata ai gentili, in cui avvenivano i traffici, andava considerata«sacra». In realtà - come si è già visto - proprio in occasione di quellavve-nimento il Cristo romperà i rapporti, più o meno definitivamente, non solocol primato politico-religioso del Tempio e delle sue autorità ufficiali, maanche con le tradizioni religiose del giudaismo, al punto che «sommi sacer-doti e scribi» - come dice Mc 11,18 - cominciarono a pensare al modo incui eliminarlo (Mc 11,19 afferma che la sera stessa fu costretto a uscire dal-la città, ritirandosi probabilmente a Betania), e in quelloccasione non pote-rono farlo solo perché fu loro impedito dalla folla. Quanto alluniversalismo a favore dei gentili va detto che se inquesto racconto di Giovanni non è esplicita tale apertura, come invece inMarco, ciò rispecchia lautenticità delloriginale: si badi, non nel senso cheGesù, in quanto ebreo, non aveva ancora maturato unidea così aperturistanei confronti dei gentili, ma nel senso che, nel suo vangelo, ogni riferimen-to religioso a questo o quel culto, fosse esso giudaico o pagano, andava de-cisamente superato, specie in vista della necessità di liberare la Palestinadai romani. Sarà piuttosto la comunità post-pasquale a sostenere, tradendoil suo messaggio, che questo umanesimo laico era in realtà una nuova for-ma di religione, più spirituale e più universale.37
    • Biografia demistificata del CristoAddendum Storia della corruzione del Tempio Gli storici greci Ecateo e Aristea che visitarono la Palestina al tem-po della restaurazione, intorno al 300 a. C., rimasero profondamente colpitidallo sfarzo che accompagnava le apparizioni in pubblico del sommo sacer-dote, e dal numero spropositato di oltre 700 sacerdoti che prestavano servi-zio al Tempio. Tutti erano chiamati a compiere sacrifici sia a livello comunitario,sia a livello privato. Naturalmente, con il tempo, i tributi raddoppiarono,quando non triplicarono. Esisteva anche una decima per i poveri, da versare soltanto ognitre anni, in quanto la Palestina pullulava di gente di misere condizioni, lacui povertà crebbe ulteriormente tra il I secolo avanti Cristo e il I secolodopo Cristo. I sacerdoti si appropriavano della decima parte «del raccolto e deifrutti degli alberi», «di montoni e di pecore e di tutti i prodotti della pastori-zia». Per chi non pagava in natura, era prevista «una quinta parte aggiunti-va». Una voce significativa nel complesso delle entrate del Tempio di Ge-rusalemme era rappresentata dalle imposte. Già nellAntico Testamento vie-ne fatta menzione del denaro versato alla «tenda dellincontro», per espiarecolpe di natura religiosa. Il Tempio riceveva entrate anche in conseguenza di voti e di tuttele eventuali offerte sacrificali che avevano luogo in ogni momento dellan-no. Anche i re dIsraele, la cui residenza era collegata alla casa di Jah-wè da una porta (e lo resterà, senza sostanziali mutamenti, per quasi quattrosecoli), facevano omaggi al Tempio di Salomone, ma non mancavano di at-tingere alle casse di questo edificio di culto, la cui ricchezza costituì sempreun forte stimolo ai saccheggi dei sovrani di turno, israeliti e non (anche Na-bucodonosor vi mise le mani). Occasionalmente pervennero al Tempio of-ferte da parte di sovrani stranieri (p. es. i principi di Adiabene). Comunque erano soprattutto le schiere innumerevoli dei pellegriniad arricchire i sacerdoti con le elemosine prescritte. Al tempo dei re, ogniebreo maschio doveva recarsi tre volte lanno al Tempio. Dopo la diaspora,era possibile fare offerte unicamente nei luoghi in cui sorgevano appositimagazzini per lo stoccaggio dei tributi e delle elemosine. Durante la Pasqua si recava a Gerusalemme un numero di pellegri-ni doppio degli abitanti della città, e le imposte pagate per avere un banco 38
    • Umano e Politicopresso il mercato che si teneva nello spazio antistante il Tempio, finivanonelle tasche del sommo sacerdote. A Gerusalemme si tenevano anche altri mercati, della frutta, delgrano, del legno, del bestiame, e persino una vendita allincanto di schiavi. Alcune offerte (in natura o in denaro), come quelle per la pace oper lespiazione di una colpa o di un peccato, se ritenute particolarmentesante, finivano del tutto, o in parte, nelle casse del clero. Più di un milione di giudei, dispersi dalla diaspora, per tutta la du-rata del secondo Tempio (ma anche, in parte, dopo la sua distruzione), con-tinuarono a inviare denaro in Palestina. Quasi ogni città aveva una cassa perla raccolta del «denaro sacro». Da alcune terre, come Babilonia o lAsia Mi-nore, affluiva tanto denaro da attirare non solo i predoni, ma anche le auto-rità romane. I santuari ebraici svolgevano addirittura la funzione di banche, uti-lizzando le loro cospicue ricchezze per fornire prestiti effettuati a un tassodinteresse corrispondente a quello vigente nei paesi confinanti: il 12% nel-lEgitto dei Tolomei, dal 33% al 50% in Mesopotamia, ecc. La Bibbia, na-turalmente, tace di tutto ciò, anzi in essa era presente il divieto di riscuotere«interessi di alcun tipo»! Lo storico ebraico Flavio Giuseppe documenta nei dettagli laviditàdellalto clero che si rifiutava di riconoscere gli altri templi dedicati al cultodi Jahvè, come quello di Geroboamo a Bethel, un tempio statale analogo aquello di Gerusalemme, o i due santuari al di fuori della Palestina, quello diElefantina e di Leontopoli, o quello, ancora, di Samaria. Si trattava, peral-tro, di luoghi di culto in grado di esercitare una forza di attrazione che, so-prattutto per quanto concerneva i giudei allontanati dalla diaspora, era mo-desta. Il basso clero, invece, viveva in condizioni dindigenza, dovevaversare la decima parte delle offerte e non poteva fare con certezza affida-mento sul resto, spesso preda di ladri senza scrupoli. Al tempo di Neemia,allorché vi erano 4289 sacerdoti, ripartiti in 24 classi, le entrate del Tempioerano così ingenti che si dovettero costruire in altre città nuovi magazziniper le scorte. Neemia stesso esigeva «annualmente la terza parte di una monetadargento per il mantenimento della casa di Dio», «legna da ardere per iltempio del Signore», «i primi prodotti dei campi e primi frutti degli alberi...i nostri primogeniti e primi nati del nostro bestiame», e via dicendo. È naturale che, col tempo, sallargò progressivamente la schiera deinemici di questo clero ricco e potente che, a partire dal periodo dei re avevafatto in modo di definire i propri privilegi fin nei minimi dettagli. Con que-sto clero ebbero rapporti molto tesi i leviti, che svolgevano lufficio di can-39
    • Biografia demistificata del Cristotori, guardiani delle porte e amministratori del Tempio, di servitori dei sa-cerdoti e a volte di loro rappresentanti. Il popolo sfruttato si rifiutava di pagare ai leviti le decime sul gra-no e sul vino, mentre i sacerdoti, a partire dalletà ellenistica, cominciaronoa prelevare una parte delle decime spettanti ai leviti, per accrescere la pro-pria ricchezza ormai divenuta proverbiale. 40
    • Umano e Politico Gesù e Nicodemo (Gv 3,1-15)[1] Cera tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei.[2] Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro ve-nuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui».[3] Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dallalto, nonpuò vedere il regno di Dio».[4] Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forseentrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».[5] Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e daSpirito, non può entrare nel regno di Dio.[6] Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito.[7] Non ti meravigliare se tho detto: dovete rinascere dallalto.[8] Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va:così è di chiunque è nato dallo Spirito».[9] Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?».[10] Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose?[11] In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamoquel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.[12] Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parleròdi cose del cielo?[13] Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio delluomo che è discesodal cielo.[14] E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato ilFiglio delluomo,[15] perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». * I farisei si stupirono del coraggio manifestato da Gesù al momentodi cacciare i mercanti dal Tempio di Gerusalemme (2,13 ss.). In effetti, op-ponendosi risolutamente al potere dei partiti ebraici conservatori, se noncollaborazionisti con Roma, Gesù aveva saputo destare la loro attenzione,anche se questa non si era tradotta in un appoggio esplicito alla sua iniziati-va. Uno dei loro capi, infatti, andò a trovarlo «di notte» (v. 1), cioè di na-scosto, in privato. La frase di Nicodemo, riportata al v. 2, riflette chiaramente linten-to dincasellare quel gesto eversivo in uno schema precostituito, che lasciacomunque supporre unattività politica del Cristo «giudaico» antecedenteallepurazione, la quale ovviamente, vista la sua pericolosità, non potevanon essere stata debitamente preparata: «Sappiamo che sei un maestro ve-41
    • Biografia demistificata del Cristonuto da Dio». «Sappiamo...», ma i farisei si guardarono bene dal mostrarlopubblicamente. «Sappiamo che sei un maestro...». Anche il Battista poteva essereconsiderato un «maestro di vita», eppure non appoggiò liniziativa di Gesù,il quale voleva piuttosto porsi come «leader politico» (Gv 3,25 ss.). I fari-sei, dal canto loro, non appoggiarono neppure la protesta morale del Batti-sta (Gv 1,24 ss.). «Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio». Da quale «Dio»?Da quale «interpretazione» di Dio? Un uomo «timorato di Dio» avrebbeforse avuto il coraggio di opporsi al potere politico-religioso dei sacerdoti,fino al punto dentrare con la forza nel recinto sacro del Tempio? ForseGesù aveva voluto «purificare» il Tempio solo perché mosso da uno sdegnodi tipo «morale»? «Nessuno può fare i segni che fai tu - dice Nicodemo -, se Dio nonè con lui» (v. 2). Ecco lo «schema» applicato alla realtà. Gesù, in sostanza,aveva potuto «purificare» il Tempio semplicemente perché la sua concezio-ne di Dio non contrastava con quella farisaica. La differenza stava nel fattoche Gesù aveva compiuto unazione che anche un vero fariseo, virtualmen-te, avrebbe potuto anzi dovuto compiere. Nicodemo era dunque andato atrovarlo per convincerlo a diventare un seguace del proprio partito. Gesù declina lofferta e ribatte: «Se uno non nasce di nuovo, nonpuò vedere il regno di Dio» (v. 3). Cioè a dire (con linguaggio moderno):per poter avere una teoria veramente rivoluzionaria occorre vivere una pras-si rivoluzionaria. Il popolo non sa che farsene delle «buone intenzioni» deifarisei, se ad esse non corrispondono azioni concrete e coerenti. Nicodemo si giustifica dicendo: «Come può un uomo nascerequando è vecchio?» (v. 4). Cioè a dire: è giusto pretendere una maggiorecoerenza da un partito che lotta per la liberazione antiromana, ma bisognaanche considerare le grandi delusioni sofferte nel passato. Maggiore coe-renza esisteva quando il movimento farisaico era giovane. Ora però si puòsperare di sopravvivere solo cercando il compromesso. Ecco perché non sipuò appoggiare pubblicamente liniziativa eversiva. Se le cose stanno così - obietta Gesù - il vostro partito non potràfar nulla per la liberazione dIsraele. «Quel che è nato dalla carne è carne equel che è nato dallo spirito è spirito» (v. 6). Il destino dei farisei, per Gesù,era segnato: o si rinnovavano o perivano. Ma per potersi rinnovare essiavrebbero dovuto accettare una verità difficile: «Il vento soffia dove vuolee ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (v. 8). In altre parole: o i farisei ridimensionavano la loro pretesa di porsicome unico partito alternativo al potere dominante, oppure sarebbero statiemarginati da nuove forze sociali, più giovani e più coraggiose, soprattuttopiù coerenti con gli ideali di giustizia e liberazione nazionale. O comunque 42
    • Umano e Politicoavrebbero rischiato di vivere un ruolo subalterno, allombra dei partiti piùconservatori. Nicodemo insomma avrebbe dovuto accettare, secondo Gesù, li-dea di una pluralità di forze sociali, tra loro paritetiche, provenienti da espe-rienze eterogenee, in grado di opporsi, in maniera più o meno efficace, conmezzi e strumenti diversi, al sistema dominante. Nicodemo però resta scettico: «Come può accadere questo?» (v.9), cioè comè possibile che forze non istituzionalizzate possano lottare perla realizzazione del «regno di Dio»? Come potranno queste forze, una voltacacciati i romani e sconfitti i collaborazionisti, governare il Paese? Comepuò il popolo governare se stesso? «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose?» - risponde Gesù(v. 10). Cioè, «se non sei capace dinsegnare al popolo ignorante come vi-vere senza padroni, come puoi pretendere che ti ascolti? Come potranno ifarisei lottare per lindipendenza nazionale se sin da adesso non sono capacidi democrazia»? «Noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che ab-biamo veduto» (v. 11) - dice Gesù -, poiché il suo movimento vive tra lemasse e non nel «palazzo» o non solo nelle «sinagoghe». «Ma voi non ac-cogliete la nostra testimonianza» (v. 11), «certamente non allo stesso mododei partiti conservatori, che la rifiutano a priori. Se aveste appoggiato lacacciata dei mercanti del Tempio, ora saremmo per tutti degli interlocutoricredibili, perché convincenti». Dunque, il movimento gesuano, dora in avanti, da chi dovrà guar-darsi maggiormente: dal partito sadduceo, che non nasconde il suo odio, oda quello fariseo, che dice di essere disponibile al dialogo solo a parole?43
    • Biografia demistificata del Cristo La donna samaritana al pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-42)[1] Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevan sentito dire: Gesù fa piùdiscepoli e battezza più di Giovanni[2]- sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -,[3] lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea.[4] Doveva perciò attraversare la Samarìa.[5] Giunse pertanto ad una città della Samarìa chiamata Sicàr, vicina al terreno cheGiacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio:[6] qui cera il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso ilpozzo. Era verso mezzogiorno.[7] Arrivò intanto una donna di Samarìa ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammida bere».[8] I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi.[9] Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me,che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazionicon i Samaritani.[10] Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:«Dammi da bere!», tu stesso gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acquaviva».[11] Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo èprofondo; da dove hai dunque questacqua viva?[12] Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo ene bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?».[13] Rispose Gesù: «Chiunque beve di questacqua avrà di nuovo sete;[14] ma chi beve dellacqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, lacqua cheio gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna».[15] «Signore, gli disse la donna, dammi di questacqua, perché non abbia più sete enon continui a venire qui ad attingere acqua».[16] Le disse: «Va a chiamare tuo marito e poi ritorna qui».[17] Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene «non homarito»;[18] infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questohai detto il vero».[19] Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta.[20] I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusa-lemme il luogo in cui bisogna adorare».[21] Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte,né in Gerusalemme adorerete il Padre.[22] Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, per-ché la salvezza viene dai Giudei.[23] Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padrein spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 44
    • Umano e Politico[24] Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».[25] Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egliverrà, ci annunzierà ogni cosa».[26] Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».[27] In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a di-scorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché par-li con lei?».[28] La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente:[29] «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che siaforse il Messia?».[30] Uscirono allora dalla città e andavano da lui.[31] Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia».[32] Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete».[33] E i discepoli si domandavano lun laltro: «Qualcuno forse gli ha portato damangiare?».[34] Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e com-piere la sua opera.[35] Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vidico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.[36] E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne godainsieme chi semina e chi miete.[37] Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete.[38] Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato evoi siete subentrati nel loro lavoro».[39] Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna chedichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».[40] E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed eglivi rimase due giorni.[41] Molti di più credettero per la sua parola[42] e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma per-ché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore delmondo». * I farisei cominciarono a interessarsi di Gesù solo quando saccorse-ro - stando al vangelo di Giovanni - che, coi suoi primi seguaci, egli stavaacquistando, specie in seguito alla cacciata dei mercanti dal Tempio, piùpopolarità del movimento di Giovanni Battista (4,1). Essi erano ben consapevoli che, per togliere potere politico ai par-titi ebraici conservatori o addirittura collaborazionisti con Roma, occorrevaminarne le fondamenta economiche, e cioè il commercio nellatrio del Tem-pio, ma quando videro coi loro occhi liniziativa di Gesù (2,13 ss.) chieserosoltanto, attraverso uno dei loro capi, Nicodemo, dincontrarsi segretamentecon lui (3,1 ss.), evitando di appoggiarlo ufficialmente.45
    • Biografia demistificata del Cristo I farisei, abituati a ragionare secondo la logica dei rapporti di for-za, non ebbero, allinizio, alcun vero interesse per lattività di un uomocome Gesù, che ai loro occhi appariva poco credibile, in quanto di originiumili e senza una formazione culturale tradizionale. Viceversa, era la gentecomune che, più spontaneamente, aveva capito che il suo messaggio politi-co poteva costituire una novità ancora più grande di quella del Battista, ilquale non aveva avuto lardire di cacciare i mercanti dal Tempio (e che co-munque sarà arrestato, per altri motivi, poco tempo dopo questo evento). Ecco perché quando i farisei decisero di prendere contatti con laprima comunità di Gesù, che sandava allargando a spese di quella battista,Gesù non poteva essere disponibile a un rapporto che avrebbe facilmente ri-schiato dessere strumentalizzato da un partito che, in quel momento, gode-va di una certa credibilità e che per «liberazione politico-nazionale» inten-deva unicamente la restaurazione dellantico regno davidico. Non dimentichiamo che i farisei, alcuni decenni prima, erano statiduramente perseguitati dai romani per essersi opposti al pagamento dei tri-buti a Cesare. Le rivolte di Giuda il Galileo e del fariseo Zadok avvenneroquasi in simultanea e ben duemila ribelli furono crocifissi. Questo per dire che il racconto della donna samaritana risulterebbeincomprensibile se non si capisse il motivo per cui Gesù rifiutò di scenderea patti coi farisei (i quali, peraltro, non sarebbero mai andati a cercarlo inuna terra per loro «eretica»). Infatti in questo racconto, i samaritani, a diffe-renza dei farisei, accolgono Gesù per quello che è, senza chegli abbia pre-ventivamente bisogno di dimostrare la sua autorevolezza politica. Ovviamente con questo non si vuol dire che i samaritani non aves-sero alcuna difficoltà ad allacciare rapporti con persone del mondo giudaicoche non ponessero alcuna discriminante di principio fra le due etnie. Trop-po tempo era trascorso perché fosse facile evitare i pregiudizi da ambo leparti. Tanto è vero che quando Gesù chiede da bere alla samaritana (v. 7),questa è la prima a meravigliarsi di una richiesta del genere da parte di ungiudeo (v. 9). Testimone di questo singolare incontro deve essere stato Giovanni,e forse il fratello Giacomo: altri apostoli infatti «erano andati in città (Sicàr,a pochi km dal pozzo di Giacobbe) a comprare da mangiare (v. 8), senza in-contrarsi con la popolazione locale, in quanto non erano lì in missione, percercare proseliti, né per stabilire intese o alleanze: erano solo di passaggio,essendo diretti in Galilea. Avevano scelto questo percorso, più faticoso diquello che costeggiava il Giordano, per motivi di sicurezza. Il v. 10 lascia indirettamente capire che Giovanni deve aver assisti-to al dialogo tra i due protagonisti: esso infatti rappresenta non tanto ciò cheGesù disse di se stesso, ma ciò che un suo discepolo disse di lui (la locuzio-ne «il dono di Dio» vuole qui anticipare ciò che più avanti dovrà apparire 46
    • Umano e Politicoevidente, ossia che Gesù - secondo lautore di questo racconto - è un messiadi tipo «religioso»). Il contesto è relativamente facile da capire: verso mezzogiornoGesù con alcuni discepoli si era fermato presso il pozzo di Giacobbe, men-tre altri erano andati a cercare dei viveri nel paese più vicino. Erano moltostanchi, faceva molto caldo e il pozzo era troppo profondo per potersi abbe-verare senza i mezzi adatti. Non restava che aspettare larrivo di qualcuno oil ritorno dei discepoli da Sicàr. È in questo lasso di tempo che avviene lin-contro, del tutto casuale, con lanonima donna samaritana. Dal modo come risponde alla richiesta di dissetare quegli «stranie-ri» (v. 11), la donna non appare, in un primo momento, più «elastica» deifarisei: alla frase di Gesù, riportata nel v. 10, cerca subito di opporre, comemeglio può, le prerogative della propria gente (v. 12). Anche per lei, comeper i farisei, nessuno può dirsi «grande» se non lo dimostra con un grandepotere. Probabilmente la donna temeva di avere a che fare con lastuzia diun giudeo che cercava di «convertirla» al primato del giudaismo. Dalla suatuttavia aveva lattenuante di non aver veduto Gesù «liberare» il Tempiodalla corruzione. Questa donna effettivamente non sa che Gesù godeva giàdi una certa popolarità a Gerusalemme. Nonostante chessa abbia anzitutto cercato di difendere il suo po-polo e, col suo popolo, se stessa, senza lasciarsi incuriosire dallaffermazio-ne ambigua contenuta nel v. 10, Gesù, con fare pedagogico, la stimolaugualmente a vincere il pregiudizio e a misurarsi in un rapporto paritetico.Quanto, in questo breve rapporto, la donna abbia rischiato di fraintendere leparole di Cristo, in un senso o nellaltro, non ci è dato sapere. Qui il redatto-re presenta il Cristo nei panni di un semidio che sa già tutto su di lei e chequasi si diverte a metterla in imbarazzo. Deve aver avuto non pochi pregiudizi quel redattore cristiano diorigine giudaica che, per dimostrare linferiorità dei samaritani, ha deciso diaggiungere i vv. 15-18, nei quali afferma esplicitamente che la samaritanaera una mezza prostituta. In realtà i cinque mariti del v. 18 sono un chiaroriferimento alle cinque popolazioni pagane che il re dAssiria, Sargon II(721-705), fece venire da Babilonia e da altre città pagane per trasformarela Samaria da regione israelitica a regione ellenistica: obiettivo che solo inparte riuscì, in quanto gli ebrei della Giudea costrinsero quelle popolazionia convertirsi, almeno parzialmente, alla legge mosaica. Di qui il sincretismoreligioso tipico dei samaritani (cfr 2Re 17,24-41), che sul piano legislativo-religioso riconoscevano unicamente il Pentateuco, revisionato peraltro inpiù punti. Ai tempi di Gesù lodio tra le due etnie era abbastanza forte, poi-ché nel 128 a.C., quando il re Giovanni Ircano distrusse il tempio sul monte47
    • Biografia demistificata del CristoGarizim, i giudei non mossero un dito per difendere lindipendenzanazionale dei samaritani. Mt 10,5 fa addirittura dire a Gesù che lingressonelle città samaritane andava considerato interdetto per i suoi discepoli. Se i passi aggiunti dallanonimo interpolatore fossero tolti e si sal-tasse direttamente dal v. 14 al v. 19, il senso del racconto resterebbe del tut-to coerente. Anzi, in tal modo si capirebbe meglio che la donna intuì subitoche lespressione «acqua viva» non poteva riferirsi a qualcosa di «materia-le» (come invece appare nei versetti aggiunti), ma a qualcosa di «spiritua-le», cioè non poteva che essere elargita da un «profeta» o da un maestro divita. Viceversa, obbligandola a fraintendere il senso di unespressione lacui simbolicità poteva apparire incomprensibile solo a una persona sprov-veduta, il redattore non ha fatto altro che sminuire lintelligenza di quelladonna. In un posto semi-deserto, lontano dalla città, in nessun modo la don-na avrebbe potuto capire che per «acqua viva» Gesù intendeva alludere auna scorta personale di acqua piovana o di altra natura, assolutamente mira-colosa, in quanto capace di estinguere per sempre la calura della sete. Quin-di Gesù dovette per forza di cose apparire alla donna come un intellettualegiudaico che aveva un messaggio da rivolgere al popolo samaritano. La donna, infatti, sapendo di avere a che fare con un intellettuale,ne approfitta per imbastire una discussione impegnativa, che mal deve averdigerito il fazioso manipolatore di questa pericope. E la domanda chessapone, in tal senso, è quella classica della diatriba interetnica: «Chi riuscirà aliberare Israele: i giudei o i samaritani?». La cosa curiosa è che mentre in un primo momento la donna avevadifeso le prerogative storiche del suo popolo, ora sembra disposta ad ascol-tare unopinione diversa, chessa peraltro già conosce. Probabilmente essa,messa di fronte al problema di come affrontare e sconfiggere loppressioneromana, da tempo doveva essersi chiesta se, per realizzare la riunificazionedelle etnie, i primi a dover «cedere» e a scendere a patti dovessero essere igiudei o i samaritani (v. 20). A partire dal v. 21 la tradizione cristiana ha preso il netto soprav-vento su ciò che Gesù può aver detto in quella occasione e che ora solomolto indirettamente possiamo cercare dimmaginare.3 È comunque assai3 P. es. il v. 23, là dove si parla di «adorare Dio in spirito e verità», può essere lettocome il tentativo redazionale di trasformare lidea originaria di Cristo di privatizzarelatteggiamento personale nei confronti della religione, onde favorire la convergenzadelle classi oppresse, nellidea post-pasquale, di derivazione ellenistica, di una spiri-tualizzazione della fede di tipo universalistico, in cui la cosiddetta «acqua viva» al-tro non sarebbe che quella del battesimo cristiano e del dono dello Spirito Santo.Non a caso sarà proprio la Samaria a inaugurare la predicazione del vangelo ai pa-gani - cfr At 8,5). 48
    • Umano e Politicoprobabile che il Cristo abbia cercato di far capire alla donna del pozzo che itermini del problema da essa posto non erano da considerarsi più attuali, inquanto superati dalla drammaticità dei tempi. Lintesa tra giudei e sama-ritani non avrebbe dovuto realizzarsi sulla base di un compromesso mo-mentaneo o tattico, né, tanto meno, in forza di una più o meno inevitabileannessione di unetnia da parte di unaltra. Lintesa doveva porsi su basi nuove, assolutamente paritetiche, invirtù delle quali ogni etnia avrebbe dovuto rinunciare a quelle caratteristi-che (religiose, in primis) che la tenevano irrimediabilmente separata dallealtre. Di fronte a un comune nemico, lunica possibilità di vincerlo era quel-la di affermare lunità dei popoli, cioè lunità delle loro forze e dei loro in-tenti democratici e egualitari. (La parabola lucana del buon samaritano -10,30 ss. - è il tentativo di affermare la stessa cosa da un punto di vistasquisitamente etico). Cristo quindi poneva fine non solo al primato della Giudea e delsuo Tempio, ma anche alla sacralità del monte Garizim e del pozzo di Gia-cobbe: la questione «religiosa» di sapere in quale luogo ufficiale dover«pregare» diventava improvvisamente la questione «politica» di saperecome «liberare» la Palestina dai romani. Lautore di questo racconto (o, se si preferisce, il suo «manipolato-re»), pur cercando di trasporre questo obiettivo dal terreno politico a quelloreligioso, ha lasciato, senza volerlo, che la donna traesse delle conseguenzepolitiche e non religiose dal discorso di Gesù. È anche probabile, natural-mente, che lautore abbia compiuto a bella posta tale operazione, per mo-strare linferiorità dei «politici» samaritani rispetto ai «religiosi» giudeo-cristiani. In realtà la donna doveva aver già intuito che, nella resistenza anti-romana, la separazione tra giudei e samaritani non aiutava la causa naziona-le e, in tal senso, essa, nelle parole di Gesù, aveva più che altro trovato unaconferma esplicita alle proprie convinzioni. Questa donna anonima sera dimostrata molto più intelligente deifarisei incontrati da Gesù a Gerusalemme. Persino più intelligente di alcuniapostoli che, abituati, come i farisei, a ragionare in termini di schieramentopolitico, «si meravigliarono che Gesù parlasse con una donna» (v. 27): ov-viamente non perché «donna», ma perché «samaritana». Correndo subito in città ad avvisare amici e parenti, la donna di-mostrava chiaramente che la situazione politica in Samaria era diventataesplosiva e che lattesa di un messia liberatore era sentita da gran parte dellapopolazione. Infatti, subito «la gente uscì dalla città e andò da lui» (v. 30). Non lo fece, ovviamente, perché - come si legge al v. 29 - meravi-gliata che un uomo potesse indovinare tutte le vicende personali di una lorocompaesana. Anche qui lautore di questo racconto sè divertito a mettere in49
    • Biografia demistificata del Cristocattiva luce i samaritani, che passano semplicemente per dei curiosi amantidelle ultime novità. I samaritani cercavano un messia che li aiutasse a liberarsi dei ro-mani; poco importava se questo messia fosse o no capace di leggere nellamente delle persone. «La gente uscì dalla città» semplicemente perché nonriusciva a credere alle proprie orecchie quando la donna (che per queste ra-gioni non poteva certo essere una «prostituta») diceva che un intellettualegiudeo non aveva più intenzione di considerare il Tempio di Gerusalemmepiù importante di quello che avevano loro sul monte Garizim. Persino gli apostoli lì presenti stentarono a credere che Gesù voles-se accettare laccoglienza dei samaritani, abbassandosi per così dire al lorolivello. Quando lautore di questo racconto scrive che «i discepoli lo prega-vano di mangiare» (v. 31), è evidente chegli sta mascherando un dissensopiuttosto esplicito fra Gesù e i suoi apostoli. Se avesse mangiato non avreb-be avuto motivo di non accettare la loro ospitalità. Infatti, se i samaritani potevano anche accogliere con entusiasmolidea che un intellettuale giudeo ponesse le due etnie sullo stesso piano, perun giudeo invece dovevano essere i samaritani a «convertirsi»: e su questogli apostoli, almeno allinizio della loro esperienza politica, non la pensava-no diversamente. Al dire degli apostoli i «tempi» per allacciare unintesa coi samari-tani erano di là da venire, poiché, non essendo ancora stati stabiliti dei rap-porti chiari e sicuri fra il movimento gesuano, poi nazareno (che avevacomponenti anche galilaiche) e letnia giudaica, quest’ultima non sarebbestata in grado di capire unopzione preventiva a favore delletnia rivale. Se-condo gli apostoli lapertura universalistica nei confronti del «semi-eretico»paese limitrofo, avrebbe potuto essere solo la conseguenza di una liberazio-ne dai romani compiuta in terra anzitutto giudaica. (I giudei nutrivano neiconfronti dei samaritani un disprezzo più forte di quello che nutrivano i ga-lilei; dovendo scegliere tra un galileo e un samaritano, il giudeo avrebbesempre scelto il galileo, seppure anche in questo caso obtorto collo). Viceversa, per Gesù i tempi erano già maturi per unampia intesademocratica con ogni popolo che soffrisse loppressione romana. «Le cam-pagne - egli afferma - già son bianche da mietere» (v. 35). Il «seminatore»(il giudeo e il galileo, in questo caso Gesù e i suoi primi apostoli) deve ral-legrarsi insieme al «mietitore» (il samaritano) - così al v. 36. I samaritani,nella lotta contro i romani, non erano meno impegnati dei giudei, anche sevi erano stati casi in cui gruppi di loro serano alleati coi romani in funzioneantigiudaica. Gli apostoli, in sostanza, erano caduti in quella trappola in cui fa-cilmente finiscono i rivoluzionari astratti, ideologici, e cioè quella di crede-re che la coscienza rivoluzionaria delle masse (che serve per fare la rivolu- 50
    • Umano e Politicozione) possa e anzi debba maturare spontaneamente, a prescindere dal con-tributo decisivo degli intellettuali. Gesù offre qui una lezione eminentemente politica. Quando diceche «luno semina e laltro miete» (v. 37), vuole appunto specificare la di-versità dei tempi e dei ruoli rivoluzionari. Compito degli apostoli è quellodi «seminare» la coscienza rivoluzionaria: essi devono far questo senza po-ter sapere quando sarà il momento preciso per «mietere» la rivoluzione. Dice Gesù con grande apertura mentale al v. 38: «Io vi ho mandatia mietere là dove voi non avete lavorato; altri hanno faticato, e voi siete su-bentrati nella loro fatica». Se i destinatari di questa frase erano gli stessi sa-maritani, questi non avevano che da rallegrarsi: Gesù chiedeva loro di mie-tere ciò che altri (i giudei) avevano seminato. Ogni primato politico, giuri-sdizionale o donore veniva dissolto. Ma lespressione di Gesù aveva in realtà anche un valore universa-le: gli stessi suoi apostoli stavano mietendo ciò che i discepoli del Precurso-re avevano seminato, e così i nazareni nei confronti dei farisei... È nella sto-ria di tutte le rivoluzioni che alcuni pongano le basi e altri vi edifichino so-pra delle costruzioni, il più delle volte, purtroppo, tradendo il messaggiooriginario, altre volte invece precisando questioni di cruciale importanza,trascurate dai movimenti precedenti. Lincontro coi samaritani, in questo senso, fu uno dei più felici del-la vita di Gesù. Ed è singolare che di tutto quello che in quei «due giorni»(v. 40) essi si dissero, non si faccia cenno alcuno. Lautore del testo si limitaa dire che mentre allinizio i samaritani vollero incontrare Gesù perché stu-pìti delle capacità profetiche dimostrate nei confronti della donna del pozzo(v. 39), in un secondo momento si convinsero personalmente che Gesù era«veramente il Salvatore del mondo» (v. 42): frase, questultima, così pre-gnante che avrebbe sicuramente meritato una qualche spiegazione.51
    • Biografia demistificata del Cristo Esecuzione del Battista (Mc 6,17-29)v. 17) Erode aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa diErodiade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Erode Antipa (4 a.C.- 39 d.C.), verso il 27 d.C., aveva conosciutoErodiade a Roma, dove viveva, e laveva convinta a lasciare il marito ErodeFilippo («senza terra»), violando le severe leggi dIsraele (Lv 18,16; 20,21),poiché i due Erode erano figli dello stesso padre Erode il Grande. Non solo, ma lAntipa (che aveva ripudiato la prima moglie) eraanche zio e cognato di Erodiade, in quanto questa era figlia di Aristobulo,altro fratello dellAntipa (Erode il Grande aveva avuto sette figli da diversemogli. Nella sua famiglia tali unioni consanguinee erano frequenti e spessocaratterizzate da eventi delittuosi). Erode Antipa - dice Marco - aveva fatto «arrestare e incarcerare»Giovanni Battista a causa di Erodiade, nella fortezza del Macheronte, situa-ta non lontano dalla riva orientale del Mar Morto, ai confini della Perea. Giovanni non stava organizzando una rivolta armata contro Erode.E tuttavia la sua popolarità era troppo grande perché il tetrarca non temesseche la contestazione, pur condotta in ambito etico-giuridico, non rischiassedi trasformarsi, nelle mani del popolo, in occasione per ribellarsi al suo po-tere dispotico. Lo storico Flavio Giuseppe lo dice chiaramente: «Attorno a Gio-vanni si era radunata una moltitudine che si entusiasmava a sentirlo parlare.Erode temeva che una tale forza oratoria potesse suscitare una rivolta, dalmomento che la folla pareva disposta a seguire tutti i consigli di questuo-mo. Preferì perciò assicurare la propria persona prima che si dovessero ve-rificare delle sommosse contro di lui, piuttosto che pentirsi troppo tardi peressersi esposto al pericolo, una volta che fosse avvenuta una sedizione. Amotivo di questi sospetti di Erode, Giovanni fu spedito a Macheronte» (An-tichità giudaiche, XVIII, 118-119). È dunque solo per motivi indirettamente politici che lAntipa deci-se di incarcerare il Battista. Marco, con lespressione «a causa di Erodiade»,preferisce accentuare i motivi «legali» del conflitto, poiché lo scopo del suovangelo è quello di spoliticizzare la figura di Gesù e le persone che gli ruo-tano attorno. Non a caso nei Sinottici la vicenda del Battista è stata costruitasulla falsariga di altre due narrazioni: quella accaduta al profeta Elia, an-chegli perseguitato da una regina pagana (cfr 1 Re 19,2; 21,4 s.; 21,18 s.), e 52
    • Umano e Politicoquella accaduta allo stesso Gesù Cristo, accusato non dal governatorePilato, bensì dai sommi sacerdoti.v. 18) Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello». Giovanni non rimproverava a Erode il divorzio né, tanto meno, ilsuo modo di governare la nazione: semplicemente gli constatava una viola-zione della legge ebraica. Ma perché Giovanni sinteressava così tanto alla situazione giuridi-ca del tetrarca? Per quale motivo aveva indirizzato le sue accuse al sovrano,quando fino a quel momento aveva preso di mira solo gli scribi e i farisei?E perché aveva cominciato ad attaccare il potere politico filoromano quan-do si era sempre limitato ad attaccare quello dei capi religiosi? E perchéproprio quello di Erode e non quello, molto più importante, di Pilato, chegovernava la Giudea? Come poteva sperare che lAntipa si sentisse indottoad osservare, lui che era legato agli interessi di Roma, le prescrizioni vete-rotestamentarie in materia di diritto matrimoniale? Qui si può pensare che il Battista, probabilmente, si era ormai ac-corto daver raggiunto una popolarità tale per cui non poteva più fare ameno dinteressarsi anche della situazione (in questo caso etico-giuridica)del vertice governativo della Perea (il territorio ove il Battista aveva preva-lentemente agito e sul quale Erode governava, oltre che in Galilea). Oltre a ciò bisogna considerare che dopo la cacciata dei mercantidal Tempio, ad opera di Gesù, molti seguaci del Battista avevano deciso didiventare «nazareni», per cui il Battista necessitava di recuperare un certoascendente sulle masse, dal momento che non aveva accettato di collabora-re attivamente col Cristo. E comunque il Battista non cercò - come si suol dire - il «marti-rio»: se così fosse stato, avrebbe certo usato un linguaggio più diretto edesplicito. Da ciò che appare nel testo egli sembra essersi limitato a costatarei fatti, mediante una critica «indiretta», cioè pre-politica, suggerendo unmodo «legale» per tornare alla «normalità». La sua insistenza sembra esse-re dipesa semplicemente dalla indiscussa autorità che il popolo gli ricono-sceva. Tuttavia non bisogna dar troppo peso alla versione dei vangeli. SeGiovanni avesse ottenuto lobiettivo sperato, la sua popolarità sarebbe di-ventata assolutamente eccezionale, ed è difficile pensare che Giovanni nonpotesse prevedere un caso del genere e come avrebbe pensato di gestirlo.Lo stesso Antipa non poteva non pensare che la vittoria avrebbe dato a Gio-vanni loccasione per avanzare nuove rivendicazioni, questa volta ancheesplicitamente politiche.53
    • Biografia demistificata del Cristo Esiste inoltre unevidente contraddizione nei vangeli circa loperatodi Giovanni. Da un lato egli affermava di non essere degno di «sciogliere illegaccio del sandalo» di Gesù (Gv 1,27); dallaltro invece egli si sentiva de-gno di «fare le scarpe» al sovrano che gli erodiani volevano far passarecome «messia dIsraele». Da ciò sembra apparire che la deferenza dimostra-ta da Giovanni nei confronti di Gesù, sia stata volutamente esagerata dallaprimitiva comunità cristiana, e che in realtà Giovanni, proprio a partire dal-la contestazione a Erode, stesse cominciando a porsi come «messia politi-co».v. 19) Per questo Erodiade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, manon poteva, Erodiade era una donna senza scrupoli: come aveva accettato dab-bandonare il marito «senza terra» per un uomo padrone di una «quarta par-te», così avrebbe fatto di tutto per conservare e, se possibile, aumentare ilproprio prestigio di regina. Di qui lodio nei confronti del Battista anche permotivi «personali», tanto che - dice giustamente Marco - voleva «uccider-lo», stimando insufficienti i provvedimenti presi da Erode. In fondo se per Erode il matrimonio costituiva una delle sue nume-rose nefandezze, e lo scandalo, se non fosse stato per il Battista, non gli sa-rebbe pesato più di tanto; per Erodiade invece il matrimonio era stato ilmezzo migliore per realizzare delle ambizioni e acquisire un potere. Erode non aveva bisogno di giustiziare il Battista per restare sultrono e per essere temuto come tetrarca, a meno che la protesta di Giovanninon avesse assunto delle connotazioni politiche vere e proprie. Erodiade in-vece, se voleva guadagnarsi il formale pubblico rispetto, restando al potere,doveva a tutti i costi far tacere la bocca di quel grande accusatore. Nonavrebbe potuto vivere a rimorchio del marito, fingendo, coperta dallautoritàdi lui, una normalità che di fatto non esisteva. Certo, se Giovanni avesse ri-nunciato a ricordare la violazione compiuta, il peso dellautorità di Erodecol tempo avrebbe costretto il popolo a dare il dovuto onore alla moglie re-gina, ma non avrebbe certo potuto costringervi il profeta.v. 20) perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui;e anche se nellascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. Secondo la versione romanzata di Marco, Erode aveva un atteggia-mento ambiguo nei riguardi di Giovanni: lo ascoltava volentieri, ma non siconvinceva; lo temeva, eppure lo aveva incarcerato; sapeva che era «giustoe santo» e tuttavia preferiva vigilare su di lui. Lo aveva rinchiuso in unaprigione lontana molte miglia dalla Galilea, perché, conoscendo la sua 54
    • Umano e Politicogrande popolarità, non si sentiva di giustiziarlo subito, e, nel contempo, so-spettava che la moglie, con linganno, lo volesse fare al suo posto. Comeogni re di questo mondo, che ostenta di tanto in tanto la propria magnanimi-tà, mostrava rispetto per i profeti, quasi si vantava di averne uno personal-mente interessato alla sua condotta morale e di essere disposto a lasciarlovivere, pur nelle ristrettezze della prigione. Latteggiamento di Erode descritto da Marco oscilla fra il timoresuperstizioso, la curiosità intellettuale e la simpatia umana: nel suo compor-tamento cè poca strategia politica. È appunto qui che si ha la netta impres-sione che questa descrizione voglia ricalcare quella riferita alla passione diCristo, dove Pilato, che afferma linnocenza del «re dIsraele» (Gv 19,6b),non è molto diverso da Erode, e dove i sommi sacerdoti, con la loro invidiae gelosia (Mc 15,10), non sono molto diversi da Erodiade. In realtà la versione di Flavio Giuseppe è molto più attendibile.Erode aveva fatto arrestare Giovanni non tanto per esaudire i desideri diErodiade, o per proteggerlo dai suoi intrighi, quanto per impedire che laprotesta di lui venisse usata da movimenti sociali e politici che mal soppor-tavano il suo collaborazionismo con Roma e che indubbiamente erano mol-to più ostili del movimento battista.v. 21) Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece unbanchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Era costume orientale che si offrisse un banchetto per il complean-no del re, cui invitare le persone più in vista del regno, benché nellA.T. siariportato un solo esempio di questo, quello del Faraone dEgitto (Gen40,20). La festa venne tenuta proprio nella fortezza del Macheronte. Il mo-tivo per cui Erode non avesse scelto Tiberiade va ricercato forse nel fattoche uno sfarzo del genere, in quei momenti di grave crisi sociale, avrebbepotuto provocare risentimenti popolari, ma si può anche pensare che la scel-ta del luogo fosse finalizzata a un piano particolare. Non dimentichiamoche Macheronte e Masada erano le due fortezze che Erode poteva usare incaso di pericolo. Ciò che appare strano è linvito dei maggiori funzionari politici,militari e amministrativi della Tetrarchia per celebrare una festa che, tuttosommato, non era così importante. Vien quasi da pensare che Erode volessein realtà «ufficializzare» il suo matrimonio, risolvendo una volta per tutte ladifficile situazione in cui il Battista laveva posto. Forse voleva dimostrareche il suo interesse per Erodiade era superiore a qualsiasi divieto giuridico eche, in tal senso, sarebbe stato anche disposto a liberare Giovanni, se tuttala corte lavesse chiaramente appoggiato contro le rivendicazioni popolari.Era forse unipotesi peregrina quella di credere che qualcuno, in seno alla55
    • Biografia demistificata del Cristocorte, poteva anche approfittare delle critiche al suo matrimonio illegittimoper soddisfare proprie ambizioni di potere?v. 22) Entrata la figlia della stessa Erodiade, danzò e piacque a Erode e ai commen-sali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». Nellantichità, durante i banchetti, le danze erano molto in uso, mavi si prestavano soprattutto le prostitute. Qui, essendo Salomè una princi-pessa, la cosa appare, a dir poco, alquanto insolita. Se lepisodio è davvero accaduto, la ragazza evidentemente ballòcol consenso della madre, anche se di questo Erode non diede mostra di stu-pirsi; anzi, il fatto che lui abbia saputo subito approfittare delle prestazioniartistiche della giovane, promettendole una cosa che a nessun commensaleavrebbe potuto promettere, fa pensare che, in qualche modo, egli non do-vesse essere del tutto estraneo alle sorprese che il banchetto avrebbe potutoriservare. Se effettivamente Erode voleva che la sua relazione amorosa fossesanzionata senza indugi, allora il ballo di Salomè nella sala del convito sta-va appunto a confermare queste sue intenzioni e la promessa fatta alla ra-gazza non faceva che rincarare la dose. Egli in sostanza voleva far capireche il suo legame con Erodiade era così solido che avrebbe potuto concede-re qualsiasi cosa alla figlia di lei. Peraltro di Salomè Marco dice che era una«ragazza» (di 13-14 anni?): Erode non poteva temere di farle una promessaspropositata.v. 23) E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosseanche la metà del mio regno». Il giuramento di Erode, considerato chegli dipendeva da Roma,appare come una vera e propria «spacconata» e, come tale, sembra ricalcareil modello letterario di Est 5,3 e 7,2, in cui un re di Persia (anche in questocaso in un banchetto) rivolse alla regina Ester lespressione: «Fosse pure lametà del mio regno». Qui non si deve pensare, se il giuramento è stato fatto, che Erodevolesse far mostra di uno sfrenato autoritarismo, stimando il proprio regnocome un qualsiasi oggetto da usare ad libitum. Sarebbe stato assurdo cheErode promettesse a Salomè la metà del suo regno per il solo piacere delladanza e proprio davanti a tutti i rappresentanti del suo potere. Erode può aver fatto quella promessa in stato di semiubriachezza,alla fine della serata, convinto che Salomè non gli avrebbe effettivamentechiesto la metà del suo regno, ma un regalo molto meno impegnativo. Nelcaso invece lavesse preso in parola, Erode avrebbe sempre potuto giustifi- 56
    • Umano e Politicocarsi in vari modi per non rispettare, alla lettera, il giuramento (il primo deiquali era che il regno non apparteneva a lui più di quanto non appartenessea Roma). Resta comunque curioso il fatto che Erode abbia voluto conferma-re la promessa con un esplicito giuramento: evidentemente voleva mostrareassoluta sicurezza in quello che diceva.v. 24) La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispo-se: «La testa di Giovanni Battista». Ci si chiede: Erode era già daccordo con Erodiade sullidea di farballare Salomè e sul finale tragico del banchetto, oppure non aveva consi-derato leventualità che Erodiade potesse approfittare del suo giuramento«pubblico» al di là delle sue aspettative? Detto altrimenti: dietro questo epi-sodio vi è stata una regia o tutto è avvenuto casualmente? Allo stato attualedelle fonti, nessuno è in grado di rispondere a questa domanda. Facendo il giuramento Erode aveva messo alla prova la fiducia deicommensali nei suoi confronti, poiché se il suo matrimonio fosse fallito, lametà del suo regno sarebbe finita in mani estranee. Erodiade però fa di più:mette alla prova Erode di fronte a tutti. Egli infatti deve dimostrare che, se èveramente disposto a cedere la metà del regno, devessere altresì disposto acedere ogni altra cosa che appartenga al suo regno, inclusa la testa del Bat-tista. Salomè si rivolge alla madre perché così le era stato detto di fare operché non voleva rischiare di sprecare questa grande opportunità? Non ri-fiuta la proposta del patrigno, né si limita a chiedere qualcosa di simbolicoe neppure sembra essere convinta delleffettiva possibilità di chiedere quel-lo che le è stato promesso con giuramento. Di fatto Salomè è nelle manidella madre, che può fare di lei quello che vuole.v. 25) Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia su-bito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Condividendo la decisione della madre, perché coinvolta indiretta-mente nello scandalo, Salomè rientrò in fretta nella sala e, con altrettantasolerzia, chiese che la testa del Battista le fosse portata «subito» su un vas-soio. Tutta questa premura sta forse a dimostrare che Erodiade temevaqualche ripensamento, ma può anche far pensare che effettivamente Erodenon si aspettasse una richiesta del genere, non fossaltro perché non potevapensare che lodio della moglie per il Battista si sarebbe spinto fino al puntoda mettere lui in evidente imbarazzo davanti a tutti gli invitati.57
    • Biografia demistificata del Cristov. 26) Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, nonvolle opporle un rifiuto. Qui i casi sono tre: o Erode era daccordo con la moglie sin dalli-nizio e questa sua tristezza è una finzione; oppure egli pensava di liberare ilBattista servendosi del banchetto e dellapprovazione ufficiale dei commen-sali alle sue nozze con Erodiade; oppure quello che dice Marco è vero: Ero-de non era daccordo con la moglie, non aveva intenzione di liberare il Bat-tista e decise di eliminarlo solo perché aveva fatto un giuramento davanti atestimoni di prestigio. Lunica cosa certa in queste tre ipotesi è la seguente: uccidere ilBattista significava aspettarsi dei tumulti popolari, non farlo significava di-mostrare di temerli (e questo sarebbe stato sconveniente di fronte ai suoifunzionari di corte). Se Erode effettivamente temeva dei tumulti e, per tale ragione, nonsera ancora deciso a eliminare il Battista, è semplicemente incredibile cheabbia deciso di farlo in unoccasione così frivola e mondana. Di fronte allarichiesta di Salomè il giuramento poteva ancora costituire un obbligo mora-le? Possibile che il giuramento avesse più importanza come «forma» chenon come «sostanza»? Supponiamo che Erode si fosse servito del banchetto per dimostra-re la perfetta intesa matrimoniale con la moglie, il fatto ora di dover uccide-re il Battista non doveva forse servire a dimostrare sino in fondo il valore ditale intesa? Se le cose stanno così, il Battista è stato ucciso per motivi poli-tici, a prescindere dalle circostanze in cui ciò è avvenuto, proprio perchéper Erode il suo matrimonio con Erodiade, pur essendo stato dettato da mo-tivi personali e non da interessi di potere, aveva assunto un risvolto chiara-mente politico. Nel testo di Marco invece si ha limpressione che Erode abbia fattouccidere il Battista controvoglia, perché, come Pilato, raggirato da personepiù astute di lui.v. 27) Subito il re mandò una guardia con lordine che gli fosse portata la testa. Per timore che i commensali fossero testimoni di uno spergiuro odi un dissidio in casa reale, circa la sorte del Battista, o di unammissione didebolezza, di fronte alla paura di conseguenze politico-sociali, Erode tra-sforma immediatamente i commensali in testimoni di un delitto. La versione di Marco è poco attendibile. Benché «triste», Erodenon chiese spiegazioni di sorta, non tergiversò, non sindignò, non rifletténeppure molto sul da farsi: «subito» - dice Marco - inviò la guardia. E tra i 58
    • Umano e Politicocommensali nessuna voce di protesta, neppure la più piccola considerazionedi opportunità su una decisione così grave.v. 28) La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, lo die-de alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. Secondo Marco, Erodiade fu la vera artefice della morte del Batti-sta (avvenuta nel 27 d.C.), lei il vero «motore» di tutta la macchinazione: siservì di Salomè prima e degli invitati dopo, per convincere Erode, e di Ero-de stesso per uccidere Giovanni. Come se i motivi «personali», di fronte aun caso nazionale come il Battista, potessero prevalere su quelli più stretta-mente «politici», per i quali responsabile ultimo della morte del Battista al-tri non poteva essere che Erode.v. 29) I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e loposero in un sepolcro. Non ci furono tumulti, non si approfittò della morte del grandeprofeta per provocare delle ribellioni: Erode aveva forse dato al movimentobattista unimportanza che non aveva? Sera forse macchiato di un inutiledelitto? Stando alla versione di Marco sembra proprio di sì. In realtà Gio-vanni costituiva un pericolo per Erode e la forte insofferenza dei galilei peri governi filoromani non poteva permettergli di rischiare più del necessario. Resta tuttavia il fatto che il Battista era morto per la sua fedeltà ri-gorosa alla legge: nel testo di Marco non si nota chegli avesse un ideale piùalto.59
    • Biografia demistificata del Cristo Inizio della predicazione di Gesù in Galilea (Mc 1,14-20)[14] Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vange-lo di Dio e diceva:[15] «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vange-lo».[16] Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simo-ne, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.[17] Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini».[18] E subito, lasciate le reti, lo seguirono.[19] Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovannisuo fratello mentre riassettavano le reti.[20] Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, loseguirono. * La predicazione di Gesù, che nel primo vangelo viene fatta iniziarein Galilea, subito dopo larresto di Giovanni Battista, viene magistralmentesintetizzata da Marco in questunica frase divisa in due parti:A) 1. il tempo è compiuto; 2. il regno di dio è vicino;B) 3. convertitevi; 4. credete al vangelo. È facile osservare come la parte A) costituisca laspetto teoreticodellevento, una sorta di considerazione storico-politico-religiosa relativaalla situazione critica della Palestina, mentre la parte B) pretenda di offrireunindicazione di metodo, soggettivo (per il punto 3) e oggettivo (per il pun-to 4), per laffronto adeguato del problema della liberazione nazionale. È appunto la parte B) che differenzia Gesù dal Battista, per il qualela metànoia coincideva col pentimento e il vangelo col battesimo. Il Precur-sore non aveva mai formulato un programma politico vero e proprio. Le quattro affermazioni marciane sono strettamente legate fra loro:cioè come la 1 si riflette soprattutto nella 3, così la 2 nella 4. La 1 era riferi-ta al passato più recente o allattualità del presente; la 2 riguarda il futuropiù o meno prossimo; la 3 richiama lesigenza di un cambiamento di menta-lità ai fini della realizzazione del regno (limpegno soggettivo); la 4 esprimela necessità di credere in un progetto di liberazione nazionale, obiettiva-mente motivato (liberarsi dello straniero e dei partiti collaborazionisti). La2 rappresenta lobiettivo finale della 3 e della 4. Queste ultime rappresenta-no il metodo e il contenuto (soggettivo e oggettivo) per realizzare lobietti-vo della 2 e così via. 60
    • Umano e Politico «Il tempo è compiuto» è affermazione che può essere interpretatain diverse maniere, ma tutte in pratica si ricollegano al fatto che per il mes-sia è giunto il momento di reagire in modo costruttivo allimpotenza neiconfronti delloppressione romana e del potere giudaico conservatore (tantopiù che la missione del Battista è fallita). La promessa sta appunto nellim-minenza del regno terreno «di dio», unica vera alternativa al sistema domi-nante. Il modo per conseguire tale obiettivo è quello di «credere» al nuo-vo vangelo (messaggio, buona notizia) del messia-liberatore (che qui hauna connotazione religiosa): oggettivamente quindi il tempo era compiuto,ma soggettivamente solo per chi credeva nel vangelo. * Le circostanze della pericope marciana vanno considerate inventa-te per almeno due ragioni:1. Gesù e i suoi primi discepoli, usciti dal movimento battista, si erano reca-ti in Galilea (dove avevano subito iniziato a predicare lesigenza di uninsur-rezione nazionale) non dopo larresto del Battista, ma dopo lepurazione delTempio;2. Gesù non chiamò i primi discepoli in Galilea bensì in Giudea, facendoliappunto uscire dai battisti (che, a loro volta, erano usciti dagli esseni). Dunque perché Marco dice due cose errate? Semplicemente perchévuol far vedere che i galilei erano migliori dei giudei, gli unici cioè in gradodi proseguire quanto di meglio la Giudea aveva già espresso, appunto conla figura profetica del Battista. Il massimo di attendibilità che si può concedere alla pericope mar-ciana sta forse nel fatto che, dopo larresto del Precursore, i nazareni prese-ro a muoversi con maggiore risolutezza, nella speranza di avere tra loro tut-ti i seguaci di Giovanni.61
    • Biografia demistificata del Cristo Le tentazioni nel deserto Mc 1,12-13 Mt 4,1-11 Lc 4,1-13[12] Subito dopo lo Spiri- [1] Allora Gesù fu condot- [1] Gesù, pieno di Spiritoto lo sospinse nel deserto to dallo Spirito nel deserto Santo, si allontanò dal[13] e vi rimase quaranta per esser tentato dal dia- Giordano e fu condottogiorni, tentato da satana; volo. dallo Spirito nel desertostava con le fiere e gli an- [2] E dopo aver digiunato [2] dove, per quarantageli lo servivano. quaranta giorni e quaranta giorni, fu tentato dal dia- notti, ebbe fame. volo. Non mangiò nulla in [3] Il tentatore allora gli si quei giorni; ma quando fu- accostò e gli disse: «Se sei rono terminati ebbe fame. Figlio di Dio, di che que- [3] Allora il diavolo gli sti sassi diventino pane». disse: «Se tu sei Figlio di [4] Ma egli rispose: «Sta Dio, di a questa pietra che scritto: Non di solo pane diventi pane». vivrà luomo, ma di ogni [4] Gesù gli rispose: «Sta parola che esce dalla boc- scritto: Non di solo pane ca di Dio». vivrà luomo». [5] Allora il diavolo lo [5] Il diavolo lo condusse condusse con sé nella città in alto e, mostrandogli in santa, lo depose sul pinna- un istante tutti i regni della colo del tempio terra, gli disse: [6] e gli disse: «Se sei Fi- [6] «Ti darò tutta questa glio di Dio, gettati giù, potenza e la gloria di que- poiché sta scritto: Ai suoi sti regni, perché è stata angeli darà ordini a tuo ri- messa nelle mie mani e io guardo, ed essi ti sorreg- la do a chi voglio. geranno con le loro mani, [7] Se ti prostri dinanzi a perché non abbia a urtare me tutto sarà tuo». contro un sasso il tuo pie- [8] Gesù gli rispose: «Sta de». scritto: Solo al Signore [7] Gesù gli rispose: «Sta Dio tuo ti prostrerai, lui scritto anche: Non tentare solo adorerai». il Signore Dio tuo». [9] Lo condusse a Gerusa- [8] Di nuovo il diavolo lo lemme, lo pose sul pinna- condusse con sé sopra un colo del tempio e gli disse: monte altissimo e gli mo- «Se tu sei Figlio di Dio, strò tutti i regni del mondo buttati giù; con la loro gloria e gli dis- [10] sta scritto infatti: Ai se: suoi angeli darà ordine per [9] «Tutte queste cose io ti te, perché essi ti custodi- darò, se, prostrandoti, mi scano; adorerai». [11] e anche: essi ti soster- 62
    • Umano e Politico [10] Ma Gesù gli rispose: ranno con le mani, perché «Vattene, satana! Sta il tuo piede non inciampi scritto: Adora il Signore in una pietra». Dio tuo e a lui solo rendi [12] Gesù gli rispose: «È culto». stato detto: Non tenterai il [11] Allora il diavolo lo Signore Dio tuo». lasciò ed ecco angeli gli si [13] Dopo aver esaurito accostarono e lo serviva- ogni specie di tentazione, no. il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. * Nel racconto sinottico delle tre tentazioni di Cristo è racchiusal’intera filosofia della storia dell’ideologia ebraico-cristiana. La possiamodefinire «cristiana» solo riferendoci alle risposte che il cristianesimo hamesso in bocca al Cristo tentato dal Satana (risposte mutuate con le dovutevarianti dal Vecchio Testamento). Tuttavia, se si prescinde da queste rispo-ste, il contenuto di quel racconto sinottico ha un risvolto universalistico chepuò essere accettato anche da una filosofia «laica» della storia. L’episodio - almeno per come lo riportano Matteo e Luca - è chia-ramente leggendario, sia perché il fatto è visto, volutamente, in un’otticametaforico-allegorica, sia perché, se è vera la versione di Mc 1,12 s. (e cosìcome è stata scritta certamente non lo è), Gesù andò da solo nel deserto enessuno, oltre a lui, avrebbe potuto riferirci quanto gli era accaduto. Ora, nel vangelo di Marco tutto l’episodio è riportato praticamentein ununica frase e non c’è alcun dialogo tra Gesù e Satana, né alcunosuccessivo tra Gesù e i discepoli. Il testo di Marco è anteriore a quelli diLuca e Matteo, anzi è la loro fonte principale, per cui è ad esso che bisognaprestar fede quando sorgono contraddizioni di tipo sinottico. Non per questa ragione, tuttavia, dobbiamo ritenere credibile ilracconto di Marco, che col suo parlare di «angeli» che «servono» Gesù, incompagnia di «bestie selvatiche» e per un periodo di tempo decisamentesimbolico, «40 giorni» (cfr Es 34,28 e 1Re 19,18), si commenta da solo.Qui Gesù non rappresenta altro che un novello Mosè, ovviamente rivedutoe corretto. Quindi possiamo affermare con sicurezza che se il Cristo andò neldeserto (per superare ogni tentazione? per prepararsi spiritualmente alla vitapubblica?), gli evangelisti non possono dirci nulla di più del semplice fattoche vi andò.63
    • Biografia demistificata del Cristo Peraltro il fatto che un aspirante leader politico andasse a «purifi-carsi» nel deserto, era considerato del tutto naturale in quell’epoca: la soli-tudine del deserto non serviva soltanto per rifugiarsi dopo un atto di terrori-smo politico, ma anche per temprare le proprie forze. Il Battista l’aveva ad-dirittura scelto come luogo privilegiato di predicazione, per annunciare lanecessità di costruire un nuovo regno d’Israele. Viceversa, il Cristo si rivolgeva alle folle delle città e dei paesi dicampagna. Il deserto era per lui occasione di rifugio quando le masse locercavano per chiedergli guarigioni ad oltranza (Mc 1,35) o quando voleva-no farlo diventare re (Gv 6,15), o quando le autorità lo cercavano per cattu-rarlo (Gv 10,40; 11,54). E tuttavia, tralasciando queste considerazioni sul valore storicodell’episodio, qui si vuole sottolineare che nei racconti di Luca e Matteonon ci si è affatto limitati a delineare quello che alcuni esegeti hanno defini-to col termine di «conflitto psicologico» del Gesù pre-politico, cioè delGesù ancora indeciso se entrare o no in politica, ma si è voluto piuttosto de-lineare una vera e propria filosofia (religiosa) della storia, riassumendomolto sinteticamente, con grande efficacia, tutte le possibili tentazioni cuipuò andare incontro un individuo, o meglio un intero popolo che voglia es-sere protagonista attivo della propria esistenza. In tal senso appare riduttiva anche l’interpretazione di altri esegetiche vedono nel gesto di Gesù «un’azione pedagogica» a favore dei discepo-li (che in Marco, peraltro, fino a questo momento sono assenti), onde dimo-strare che nessun leader può considerarsi immune dal virus delle tentazionimondane. La prima tentazione infatti rappresenta tutte le civiltà fondate sulloschiavismo e sul servaggio (quest’ultimo va considerato come una formaattenuata di schiavismo). La tentazione di trasformare le pietre in pani (cfr Dt 8,3) è la tenta-zione di chi non ha altra aspirazione che quella di far valere l’uso della for-za sul più debole, il proprio istinto sulla ragione... È la tentazione delle pas-sioni più primitive, più elementari: la forza brutale, la libidine dei sensi,l’ingordigia, il narcisismo... Questa tentazione, che ha caratterizzato l’intera umanità a partiredal momento in cui si sono costituiti i regimi schiavistici (ben rappresentatidal mito dell’Eden) sino al XVI sec., è stata negativamente superata daun’altra tentazione, più sofisticata: quella del potere economico, sorta colsistema capitalistico. Il potere politico della prima tentazione è dunquequello di tipo fisico, perché basato unicamente sulla forza e sull’istinto. A tale potere il Cristo dei vangeli risponde con la saggezza ebrai-ca: «L’uomo non vive di solo pane» (Dt 8,3), che è una risposta, anch’essa,al negativo, in quanto non viene esplicitata chiaramente un’alternativa alla 64
    • Umano e Politicoprima tentazione. Cosa che però farà Mt 4,4, riportando, reinterpretata, lasentenza di Dt 8,3: «...ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». L’alternativa - lasciano comunque sottintendere entrambi i vangeli- è il rapporto di obbedienza religiosa a dio-padre, di cui Cristo viene detto«figlio»: un rapporto più assoluto di quello ebraico, chera tra il popolo (pri-vo di caratteristiche divine) e Jahvè, ma è anche un rapporto più individua-listico, in quanto la salvezza si basa ora su un rapporto personale del cre-dente col dio trinitario. Il popolo d’Israele s’era posto il compito di realiz-zare il regno di dio sulla terra; il popolo cristiano lo relega definitivamentenell’aldilà. Per queste ragioni, nelle versioni di Luca e Matteo il Cristo sembrarifiutare l’idea del potere fisico semplicemente perché egli, in quanto «fi-glio», deve dipendere da un «padre», che dispone di ogni potere. L’invito,squisitamente religioso, è quello di affidarsi alla provvidenza di dio, che almomento opportuno, farà piovere la manna dal cielo. Il cristiano, a diffe-renza dell’ebreo, si sente sicuro di questa protezione, perché ha già ricevutouna manna immortale: il figlio stesso di dio. Altre potevano essere le risposte da dare, in maniera diciamo più«laica»: p. es. «L’uomo va rispettato come tale», oppure «La forza va mes-sa al servizio della debolezza»... Risposte del genere però non potevano es-sere messe in bocca a Gesù, poiché i vangeli hanno avuto lo scopo di spoli-ticizzare al massimo la sua figura. Da notare peraltro che la risposta data in Matteo è ancora più cleri-cale di quella data in Luca. Essa si differenzia in maniera sostanziale anchedal testo deuteronomico, poiché mentre qui si fa esplicito riferimento alla«manna», Matteo invece parla di «logos», di «verbo» che esce dalla «boccadi Dio». La liberazione cristiana è più spiritualistica e, quindi, più astrattadi quella ebraica, benché sappia porsi in maniera più universalistica. Il Cristo di Matteo parla come un sacerdote cristiano. Il che è uncontrosenso rispetto alla tipologia della prima tentazione, che non potevaimplicare un livello di consapevolezza così elevato da parte della persona«tentata». Di fronte a un livello di consapevolezza del genere il tentatoresarebbe dovuto passare immediatamente alla terza tentazione. Ma ora vediamo la seconda. Qui c’è un problema di difficile solu-zione: la seconda tentazione è quella descritta da Luca o quella descritta daMatteo? I posti assegnati infatti si invertono: laddove per l’uno si tratta del-la seconda tentazione, per l’altro è la terza. Proviamo a dar ragione a Luca. In che cosa consiste la tentazione?Semplicemente quella - come già detto – relativa al potere economico. «Setu ti prostri e mi adori, tutta la potenza del mondo sarà tua». Qui la differenza tra ebraismo e cristianesimo è netta. Luca infattifa dire a Satana una frase che nell’Antico Testamento non avrebbe mai po-65
    • Biografia demistificata del Cristotuto dire: «Tutta questa potenza e la gloria di questi regni è stata messa nel-le mie mani e io la do a chi voglio» (4,6). Luca in sostanza dà per scontatoche sia impossibile costruire - come invece volevano fare gli ebrei - un re-gno di giustizia su questa terra. Egli deve negare a priori che una qualunqueaspirazione a ottenere da dio la cosiddetta «terra promessa» possa portare aun fine di bene. L’uomo sottoposto alla seconda tentazione si lascia ingannare fa-cendo affidamento non alla propria forza fisica, ma a un potere a lui ester-no: il denaro. Infatti il demone promette la proprietà della terra in cambiodella legittimazione del proprio operato. Poiché col denaro si può comprareciò che si vuole - nella prospettiva del male -, Satana chiede d’essere rico-nosciuto non come «padre della menzogna», ma come «padre della verità». D’altra parte un uomo solo non può governare il mondo: la suaforza è limitata, ma con l’aiuto di un mezzo particolare: il denaro, può far-cela. Il denaro gli permetterà di trasformare la sostanza in forma e la formain sostanza. Nel periodo dello schiavismo l’uomo di governo considerava sestesso un dio, basandosi sul potere della propria forza, cioè sul numero dischiavi posseduti (un potere che, una volta consolidatosi, poteva anche es-sere trasmesso per via ereditaria). Ora invece l’uomo può considerarsi un dio a prescindere dalla pro-pria forza fisica: gli è sufficiente un mezzo che abbia valore universale, checioè sia universalmente riconosciuto. La forza fisica (materiale, militare,esecutiva...) potrà essere comprata col denaro. Probabilmente Matteo ha messo questa seconda tentazione cometerza perché la risposta che in Luca dà il Cristo è squisitamente clericale.Cioè è una risposta molto più impegnativa di quella che nello stesso Lucaegli dà alla terza tentazione. Qual è questa risposta? «Adora il Signore tuo Dio e a lui solo rendiil tuo culto» (Dt 6,16). Cioè in pratica il Cristo matteano afferma che la ten-tazione del potere economico va rifiutata semplicemente perché l’uomo re-ligioso ha già riservato il proprio culto a un altro ente esterno: dio. Il Cristo qui non rifiuta il potere di «mammona» perché con essoavrebbe violato la giustizia sociale, l’uguaglianza tra gli uomini, la libertàdi vivere un’esistenza dignitosa..., no, lo rifiuta semplicemente perché giàgli appartiene un altro tipo di potere: quello religioso. Matteo è un evangelista schematico, categorico: quale occasionepiù propizia di questa per sostenere l’idea che il Cristo (e quindi la sua chie-sa) è migliore di qualunque altro sovrano non cristiano (e dello stessoMosè) appunto perché si presenta come «Figlio di Dio»? In questo vangelola chiesa non può incorrere nel peccato della cupidigia appunto perché «cri- 66
    • Umano e Politicostiana». Le basta dirsi «adoratrice» dell’unico vero dio per essere dispensa-ta dall’onere di dover affrontare questa tentazione così meschina. La terza tentazione è la più difficile da capire, e infatti Matteo, cheha sempre dato più peso all’etica economica che non alle posizioni politi-che, non l’ha capita, altrimenti non le avrebbe assegnato il secondo posto. Se la esaminiamo dal punto di vista della filosofia della storia,dobbiamo dire ch’essa non si è ancora manifestata a livello mondiale, masolo a livello di singoli Stati nazionali e, per di più, solo per un periodo ditempo limitato. Si tratta della tentazione del potere politico-ideologico, i cui duemassimi esponenti negativi, singolarmente presi, restano ancora oggi Staline Mao. È la tentazione di dominare gli uomini non attraverso la propria for-za fisica (militare), né attraverso un mezzo esterno, economico (che pur es-sendo universale conserva sempre un aspetto materiale, in qualche modoidentificabile), ma attraverso un elemento del tutto spirituale (universale sì,ma immateriale): il pensiero o, se si preferisce, l’ideologia. (È meglio par-lare di «ideologia», poiché essa rimanda a unorganizzazione collettiva). Attraverso lo stalinismo e il maoismo si è capito che è possibiledominare gli uomini anche in condizioni di debolezza fisica e di povertàeconomica (Stalin e Mao non erano gli esponenti più brillanti o più in vistao più promettenti del loro partito). Il nazi-fascismo, essendo un’ideologia individualistica (come tuttele ideologie occidentali), aveva bisogno della forza fisica (militare) e del-l’appoggio finanziario dei potentati economici per affermarsi sulle masse.Viceversa ideologie di tipo collettivistico, seppure nella forma dello statali-smo, come lo stalinismo e il maoismo, hanno invece avuto bisogno di un’i-dea e di un partito che le sostenesse, le divulgasse e le applicasse col con-senso indotto, apparentemente volontario delle masse. Ecco il grande in-ganno che si è voluto trasmettere alle generazioni sotto la maschera del co-munismo statale, amministrato dallalto. Nel vangelo di Luca, Satana porta Gesù sul pinnacolo del Tempiodi Gerusalemme e gli chiede di buttarsi giù, onde dimostrare al mondo inte-ro che i suoi poteri sono infiniti, in quanto egli può disporre di aiuti ec-cezionali (gli angeli di dio), cioè di un consenso plebiscitario, assolutamen-te inattaccabile. La risposta di Gesù è laconica: «Non tentare il Signore Dio tuo»(cfr Dt 6,13). Cioè a dire: per poter aspirare a un potere del genere, che èinfinitamente grande, bisogna essere sicuri di se stessi. Per poter essere si-curi di ottenerlo, occorre un grande consenso popolare. Per poter ottenerel’appoggio incondizionato delle masse, bisogna avere un grande coraggio edelle idee veramente convincenti.67
    • Biografia demistificata del Cristo Può sembrare amara questa considerazione e troppo forzata rispet-to al senso della risposta di Gesù. Eppure proprio quella risposta così vaga egenerica autorizza una riflessione del genere. Chiediamoci: il Cristo del deserto (per come è stato dipinto dallachiesa) rifiuta la terza tentazione perché veramente ritiene che il miglior po-tere politico è quello democratico, cioè quello esercitato da tutto il popolo,oppure perché pensa di poterlo esercitare in nome di «altro» (ambizionepersonale, odio contro il genere umano ecc.)? Non si è forse comportatacosì la chiesa cattolica, quando ha esercitato nel Medioevo un potere politi-co col consenso delle masse? Lo stalinismo non va forse considerato comeuna variante «laica» del cattolicesimo romano? E il maoismo non è forsestato una variante rurale dello stalinismo industrializzato? Perché queste forme particolari di potere ideo-politico oggi sonoentrate in crisi, lasciando ampi margini di manovra alla tentazione «econo-micistica»? Semplicemente perché esse non sono state sufficientementescaltre da darsi una parvenza credibile di democraticità (una parvenza chedurasse nel tempo). O forse perché nell’uomo la capacità di ingannare lemasse è, in ultima istanza, limitata. Cattolicesimo romano, stalinismo e maoismo hanno compiuto de-litti così orrendi che difficilmente l’umanità avrebbe potuto continuare atollerarli. Essi però hanno posto le basi per lo sviluppo della terza tentazio-ne, che ancora non sussiste a livello mondiale come la seconda (che è dipertinenza del mondo capitalistico), ma nuove ideologie avranno in futurol’onere di portarla a compimento. E nuove posizioni umanistiche (veramen-te democratiche) avranno l’onere di smascherarla. E quando lavranno fatto,chissà se vi sarà una quarta tentazione. 68
    • Umano e Politico Erode Antipa e Gesù (Mc 6,14-16)v. 14) Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato fa-moso. Si diceva: «Giovanni Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere deimiracoli opera in lui». Marco chiama Erode Antipa collappellativo di «re», ma egli erasoltanto «tetrarca», cioè «signore di una quarta parte di territorio» (Galileae Perea), che amministrava alle dipendenze più o meno dirette di Roma. Erode risiedeva nel palazzo della capitale galilaica, Tiberiade, si-tuata presso il lago di Genezaret. La popolarità di Gesù cominciò a preoc-cuparlo quasi subito dopo la morte del Battista. Fra le tante, una diceria riteneva che lanima del Battista fosse ri-sorta e trasmigrata nella persona di Gesù - cosa che rendeva questultimocapace di compiere «prodigi». In effetti, il popolo aveva stimato molto loperato di Giovanni enon si rassegnava a dimenticarlo. Pur non avendo voluto Giovanni diventa-re un leader politico, non si voleva rinunciare a considerarlo al pari deigrandi profeti del passato, capaci di mettere in discussione lapparente soli-dità dellestablishment oppressivo. Per conservarlo nella memoria si era persino giunti ad assegnare al«sosia Gesù» delle capacità che il Battista, in vita, non aveva mai manife-stato di possedere. Così facendo, non solo si costruiva attorno alla sua per-sona un vero e proprio «mito», ma allo stesso modo si negava a Gesù laspecificità che gli competeva. Insomma, si «abbassava» uno per «alzare»laltro, mentre proprio il Battista, dopo aver costatato il coraggio di Gesù inoccasione della cacciata dei mercanti dal Tempio, aveva sostenuto la neces-sità del contrario (Gv 4,30). Tale trasposizione non era poi così strana. Il «vangelo» di Gesù,per essere accettato, esigeva un cambiamento di mentalità superiore a quel-lo richiesto dal «vangelo» di Giovanni: ecco perché si preferiva metterlisullo stesso piano. Per chi, tra il popolo, coltivava pregiudizi o false attese,Gesù non era che la mimesi di Giovanni, loggetto su cui poter costruire ilproprio transfert e attenuare langoscia di unistanza emancipativa frustrata,quella con la quale non si era stati in grado dimpedire lesecuzione delgrande profeta. Giovanni non doveva morire. Se Erode aveva potuto ucciderlo, erastato perché non aveva incontrato una vera resistenza. Molti avevano ripo-sto delle speranze concrete di liberazione nella figura profetica del Precur-69
    • Biografia demistificata del Cristosore e si attendevano che lui stesso, ad un certo momento, decidesse di di-ventare «messia». È vero chegli aveva sempre rifiutato un esito esplicita-mente politico del suo vangelo, ma di fatto la sua morte era stata «violen-ta», voluta dal potere politico filopagano e non ostacolata da quello religio-so collaborazionista. Era difficile credere che con la sua morte tutto fossefinito. Chi pensava che i tempi non fossero ancora maturi per condurre lacrisi istituzionale verso il suo naturale sbocco rivoluzionario, in quanto lafine ingloriosa del Battista metteva a nudo i limiti organizzativi di un cospi-cuo movimento, non poteva comunque ignorare che la decisione di Erodedi sbarazzarsi di quello scomodo personaggio, stava appunto a dimostrareche esistevano sufficienti ragioni per unopposizione più risoluta al suo go-verno.v. 15) Altri invece dicevano: «È Elia»; altri dicevano ancora: «È un profeta, comeuno dei profeti». Alla luce della considerazione storica, la seconda voce corrente suGesù era meno importante, in quanto, pur essendo Elia larchetipo ideale ditutti i profeti, di fatto Giovanni appariva, nel presente, come il più grande,come un maestro insuperabile. Per cui, equiparando Gesù a Elia si ponevaGesù al di sotto del Battista, fraintendendo maggiormente il suo messaggiopolitico. Lequazione «Giovanni = Gesù» era, tutto sommato, più realistica,in quanto si lasciava sedurre meno dal fascino dellutopia di quella di «Gesù= Elia». La morte del Battista lasciava forse presagire larrivo imminentedel messia «glorioso»? Viceversa, con la terza diceria riportata da Marco: «È uno dei pro-feti», sembra, per un momento, che ci si voglia allontanare dalla tentazionedellutopia, ma il risultato appare ancora più avvilente. Non solo infatti vie-ne rimossa qualsiasi istanza rivoluzionaria, ma si nega anche recisamentequalsiasi peculiarità al vangelo di Gesù, il quale diventa, per tale ideologia,un semplice «aiuto» mandato da Jahvè nel momento di maggior sconforto,come sempre si riteneva dovesse accadere al popolo dIsraele. Nel suo presunto «buon senso», questa parte di popolo compieunopera di demolizione, giungendo a dare del «messia Gesù» linterpreta-zione più riduttiva.v. 16) Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapi-tare è risuscitato». 70
    • Umano e Politico Delle tre opinioni popolari (che schematicamente potremmo defi-nire coi termini di ingenua, illusoria e scettica), Erode fa sua la prima. Sibadi: non perché egli credesse in qualche «resurrezione dei morti» o «rein-carnazione» che dir si voglia, ma semplicemente perché non poteva fare ameno di ascoltare le opinioni del popolo intorno alle figure politiche chepiù minacciavano il suo potere. Egli non fa altro che appropriarsi della tesi più diffusa per volgerlaa suo favore. Volente o nolente, infatti, Erode si sentiva legato alla personadel Battista, la cui morte, anzi, laveva reso ancora più tristemente famoso.Il Battista aveva lasciato dietro di sé unimpressione durevole. Erode avevale sue buone ragioni per temere leventualità di una sommossa da parte deidiscepoli e dei simpatizzanti di Giovanni. Convalidando lidea della trasmigrazione dellanima, Erode, in uncerto qual modo, contribuiva ad alimentare lillusione dellimmortalità delPrecursore, distogliendo così le masse dallattribuire al movimento nazare-no unimportanza superiore a quello battista. Il fatto che la gente vedesse nel Cristo il Battista redivivo potevaessere usato, a giudizio di Erode, proprio per scongiurare leventualità diuninsurrezione conseguente allesecuzione di Giovanni, che sicuramenteera stata decisa con eccessiva disinvoltura (e ovviamente poteva anche ser-vire per sminuire limportanza del Cristo e del suo movimento). E tuttavia, chi avrebbe potuto Erode trarre in inganno con questo«gioco delle parti»? Chi avrebbe potuto credere nelle «buone intenzioni» enei «pentimenti» di un despota abituato a ragionare solo in termini di forza?Se egli ora conferma una superstizione popolare a favore di Gesù, onde cer-care di evitare una sommossa per quello che aveva fatto a Giovanni, doma-ni chi potrebbe impedirgli di decidere la morte dello stesso Gesù per favori-re qualcuno il cui potere gli servisse da paravento? Non furono forse i fari-sei ad avvisare Gesù che quella «volpe» di Erode ad un certo punto comin-ciò a pensare che era meglio uccidere anche lui (Lc 13,31 s.)?71
    • Biografia demistificata del Cristo Il mare della vita (Mc 3,7-35)Le folle al seguito di Gesù (vv. 7-12)[7] Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folladalla Galilea.[8] Dalla Giudea e da Gerusalemme e dallIdumea e dalla Transgiordania e dalleparti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui.[9] Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, acausa della folla, perché non lo schiacciassero.[10] Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si getta-vano addosso per toccarlo.[11] Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando:«Tu sei il Figlio di Dio!».[12] Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero. * Saputo che erodiani e farisei avevano intenzione di «farlo morire»,soprattutto perché violava continuamente il sabato con le sue guarigioni(stando almeno al vangelo marciano) e organizzava un movimento popolareostile alle istituzioni, Gesù «si ritirò presso il mare coi suoi discepoli e loseguì molta folla dalla Galilea» (v. 7). Le folle della Galilea sapevano mostrare riconoscenza e gratitudi-ne: in un primo momento lo avevano cercato per le guarigioni, ma qui locercano perché avevano compreso che il suo coraggio di trasgredire il saba-to e di contestare le autorità costituite andava premiato, andava protetto dal-le insidie delle stesse autorità. Marco fa capire chiaramente che quanto piùGesù si esponeva alle accuse dei capi politico-religiosi, tanto più le folleche lo seguivano aumentavano di numero. La loro stessa consapevolezzapolitica cresceva. Marco però, volendo distinguere queste folle da quelle non-galilaiche, afferma che ormai venivano da tutte le nazioni e da molte grandicittà: Giudea, Gerusalemme, Idumea, Transgiordania (cioè la Perea), Tiro eSidone; nazioni e città di varie tipologie: israelitiche, semi-pagane, total-mente pagane. Sembra che Marco abbia fatto lelenco con lintenzione disottolineare le rispettive legittime priorità. Ma non è così. Di fronte a Gesùle scale gerarchiche dei valori spesso vengono rovesciate. Se quel che piùconta è la disponibilità ad ascoltare il suo vangelo, non può avere molta im-portanza la posizione ufficiale di prestigio che ricopre questa o quella na- 72
    • Umano e Politicozione e città. Basti pensare che se la prima nazione citata, in capo alle altre,è lortodossa Giudea, di fatto, gli avvenimenti in corso avvengono nella Ga-lilea semi-pagana. Le folle extra-galilaiche si recarono da lui - dice Marco - perchéavevano sentito «ciò che faceva» (v. 8); esse cioè volevano approfittare delsuo particolare potere di guarire i mali fisici (benché qui le guarigioni pos-sano essere state usate dallevangelista per censurare i suoi discorsi politici). Tuttavia, nonostante questa considerevole differenza di atteggia-mento, Gesù non rifiuta la propria disponibilità. «Allora egli pregò i suoidiscepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla,perché non lo schiacciassero» (v. 9). In effetti, ancora non riescono a com-prenderlo per quello che egli vuole, faticano a capire il significato umano epolitico del suo messaggio. Lo accettano, è vero, anzi lo esaltano come tau-maturgo e, alcuni, dicono di riconoscerlo come «profeta», ma ancora nonsanno scorgere in lui il «liberatore nazionale». La sua diversità di metodo edi contenuto dai tradizionali «messia dIsraele» è troppo marcata. Se fosserovenuti come soggetti consapevoli del suo messaggio, e non solo come indi-vidui desiderosi di terapie, è da presumere chegli non avrebbe avuto biso-gno di ricorrere allespediente della barca: sia perché, verosimilmente, sa-rebbero stati di meno; sia perché, anche essendo in molti, non lavrebberoschiacciato in quel modo. Gesù comunque non si sottrae a questo tipo di folla, la quale, a dif-ferenza degli scribi e dei farisei, interpreti ed esecutori della legge, evita,così facendo, di precludersi la possibilità che lo si possa un giorno ricono-scere per quello chegli veramente vuole realizzare. Certo, si tratta solo diuna possibilità, giacché nessuna ricerca affannosa della terapia risanantepuò di per sé indurre a credere che, una volta ottenutola, si possa realizzareautomaticamente nella persona la conversione della mentalità, ovvero la fi-ducia nella riuscita della rivoluzione. Gesù da un lato permette che gli si gettino addosso affinché otten-gano le guarigioni desiderate; dallaltro però non può non sapere che questoentusiasmo interessato un giorno potrebbe anche ritorcersi contro di lui. Inquanto stratega della rivoluzione, Gesù sapeva che fino a quando lammira-zione delle folle non si fosse trasformata in un assiduo impegno politico eumano, non avrebbe potuto contare pienamente sul loro appoggio. Le folle tuttavia vanno educate, e il fatto di esaudire le loro richie-ste istintive, superficiali, può essere considerato come un metodo pedagogi-co per poter fare in seguito, con quelle stesse folle, cose ben più importanti.Non ha senso disprezzare le masse inconsapevoli, in attesa che maturino dasole. Questo racconto però viene concluso - forse non da Marco - in ma-niera moralistica, mostrando cioè che lunica liberazione possibile è solo73
    • Biografia demistificata del Cristoquella «esorcistica», quella cioè in cui il riconoscimento del valore di Gesùè riferito alla sua presunta «divinità». È come se il redattore, per cercare dispiegare il così vasto afflusso di folle, avesse cercato di deviare lattenzionedel lettore dalle motivazioni politiche a quelle religiose, quelle per le qualila folla non è ancora pronta. Infatti sono solo gli «spiriti immondi» che loriconoscono come «dio». Essi, «quando lo vedevano, gli si gettavano aipiedi gridando: Tu se il Figlio di Dio!» (v. 11). Col che il redattore esprimeun giudizio fortemente pessimistico circa le capacità rivoluzionarie dellemasse. Le guarigioni quindi sembrano essere state usate secondo due mo-tivazioni: censurare la reale attività politica del Cristo, rappresentare lemasse popolari in una maniera negativa, in quanto interessate a meri favoripersonali.Istituzione dei Dodici (vv. 13-19)[13] Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui.[14] Ne costituì Dodici che stessero con lui[15] e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i de-mòni.[16] Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro;[17] poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nomedi Boanèrghes, cioè figli del tuono;[18] e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo,Simone il Cananèo[19] e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì. * La scelta di un gruppo particolare di seguaci, ben addestrato e di-sciplinato, con funzioni di alta responsabilità morale e politica, partì evi-dentemente dallesigenza di organizzare al meglio un movimento che anda-va progressivamente ampliandosi. Limmagine descritta da Marco è un poidilliaca e carica di simbolismi (vedi ad es. la differenza tra «mare» - allaportata di tutti - e «monte», solo per i discepoli migliori; il numero stesso di«Dodici» ricorda troppo da vicino le tribù dIsraele per essere vero. È diffi-cile pensare a un Cristo così legato al passato, quando il suo movimento, alcontrario, voleva costituire una vera novità per il presente). Molto suggestiva è lespressione «chiamò a sé quelli che volle».Qui sembra che Gesù chiami non solo con «autorità» ma anche con «umanasensibilità», come se la sua vera forza fosse tutta interiore, spirituale. Quilidentità e la differenza, lintimità e la distanza si uniscono senza confon-dersi, si distinguono senza separarsi. Essi infatti - ha bisogno di specificare 74
    • Umano e PoliticoMarco, evitando di darlo per scontato - «andarono da lui». Se avesseroaderito solo per motivi politici, non li avrebbe chiamati «vicino a sé», ma auna certa distanza, né Marco avrebbe precisato unazione che, in questocaso, sarebbe stata ovvia (Luca infatti la pensa così in 6,13, e Matteo anchein 10,1). Siccome invece esiste un certo equilibrio tra «obbedienza» e«libertà», Marco è stato costretto a sottolineare che gli apostoli, stimolatidalla forza morale della sua personalità e convinti di poter contribuire, colloro impegno, a modificare la realtà esistente, scelsero liberamente diaderire alla sua chiamata. Perché ne costituì proprio Dodici? La scelta di questo numero, cherappresenta un simbolo per la mentalità ebraica (dodici infatti erano i pa-triarchi che diedero origine alla storia del popolo ebraico, secondo il Gene-si; dodici era state le tribù dIsraele, anche se al tempo di Gesù si erano ri-dotte a poco più di due): la scelta di questo numero, si diceva, è sicuramen-te nata in un ambiente giudaico-cristiano, allo scopo di dimostrare la conti-nuità del cristianesimo rispetto allebraismo (al numero «dodici» gli elleni-sti opporranno negli Atti il numero «sette»). Il Cristo qui viene considerato alla stregua di un «nuovo Mosè»(come nelle cosiddette «trasfigurazione sul monte Tabor» e «moltiplicazio-ne dei pani»). È molto probabile che siano stati gli apostoli stessi a darsi,dopo la morte di Gesù, unidentità del genere, al fine di superare la crisi del-l’originario progetto politico-rivoluzionario: essi cioè avranno cercato divalorizzare, con questo numero, il significato profetico-evocativo del suovangelo, ponendo dei paralleli con la storia dellantico giudaismo. Gli apo-stoli stessi potevano così vantare, agli occhi della comunità primitiva, unaspecie di rango equivalente a quello dei vecchi patriarchi. Al massimo dunque si deve pensare che alcuni discepoli venneroincaricati da Gesù di assumere un particolare ruolo di responsabilità (politi-co-organizzativa e ideologica) nellambito del movimento nazareno, già ab-bastanza esteso. Naturalmente con tale incarico Gesù avrà tenuto conto nonsolo delle esigenze organizzative del movimento, ma anche della serietà ri-voluzionaria dei discepoli scelti. In questo caso è da escludere che abbianoinfluito fattori estrinseci quali lo stato civile, la condizione sociale, profes-sionale, economica, culturale, ecc. degli interessati. La differenza tra «di-scepolo» e «apostolo» stava semplicemente nel fatto che il primo soprattut-to «imparava», mentre il secondo aveva anche il compito di «insegnare»(cioè dirigere, sensibilizzare, propagandare, attivare le forze del movimen-to). Lapostolo non rappresentava soltanto il riconoscimento da parte diGesù di unattività politica svolta con molta dedizione e sacrificio, ma rap-presentava anche la possibilità di un impulso ulteriore allo sviluppo qualita-tivo e quantitativo del movimento.75
    • Biografia demistificata del Cristo Interessante altresì è il fatto che nellistituzione dei Dodici, Marconon pone alcuna differenza di rango o di privilegio fra un apostolo e laltro.Il collegio viene costituito da una sola persona, in uno stesso momento, inmaniera pubblica, usando ununica modalità di selezione e per uno scopo alquale esso era chiamato nella sua interezza. Gesù non chiamò allapostolatouno o due discepoli delegando ad essi il compito di cooptarne altri. Sul piano della «legittimità» (oggettiva) lorgano era perfettamentedemocratico, anche se questo implicava il riconoscimento di Gesù qualeguida principale del movimento (in fondo il fatto che esista una «guidaprincipale» non implica la presenza di elementi «autoritari» o «monarchici»allinterno del movimento, né il fatto chesistesse un «collegio» implicava lapresenza di elementi «aristocratici». Monarchia e aristocrazia esistonoquando gli esponenti di queste due forme di governo non possono essere ri-mossi dal popolo, anche quando le loro azioni sono ingiuste. Una volta af-fermato il principio della revocabilità, la democrazia, almeno in teoria, èpiù facilmente garantita). Soltanto sul piano del «merito» (soggettivo) potevano sussisteredelle differenze intracollegiali, il cui valore, naturalmente, andava messocostantemente in rapporto a circostanze particolari di tempo e di luogo. Inalcuni casi lapostolo Giovanni viene definito «prediletto», in altri viene se-veramente rimproverato; così è per Giacomo, Pietro, ecc. Spesso infatti sinota nei vangeli che la pariteticità dei ruoli, cioè lassenza di gerarchie for-mali, non implica di necessità lunanimità dintenti. Forti polemiche spessosi verificheranno sia fra gli apostoli che fra questi e Gesù. Che nessun apostolo, singolarmente inteso, potesse rappresentaregli altri (negando agli altri tale facoltà), ma che tutti insieme si autorappre-sentassero in quanto «comunità particolare», al servizio dellintero movi-mento, è dimostrato anche dalla sostituzione che si operò nei confronti diGiuda suicida. Negli Atti degli apostoli è chiaramente espressa lidea che li-stituzione degli apostoli è superiore alla volontà del singolo apostolo. Que-sto a prescindere dal fatto che proprio in questo testo si presenti dapprimaun collegio perfettamente unanime e subito dopo ci si limiti a descriverelattività di un solo apostolo: Pietro. Sarà dopo la morte di Gesù che gli apostoli cominceranno ad av-vertire la possibilità di diventare superiori a tutto il movimento nazareno.Tuttavia gli ellenisti (cioè i discepoli cristiani di origine ebraica ma di cul-tura greca) contesteranno la pretesa dei Dodici di considerarsi come una ca-sta privilegiata (una sorta di aristocrazia politico-religiosa, nettamente al disopra del movimento cristiano post-pasquale). Gli ellenisti, guidati da Stefano, cercheranno di emanciparsi dallasoffocante egemonia del collegio, il quale reagirà mostrando, con listituzio-ne della «cresima», chiare tendenze alla burocratizzazione. La cresima in- 76
    • Umano e Politicofatti era una sorta di sacramento di «controllo» di un altro sacramento, cheogni fedele poteva liberamente impartire: il battesimo. Negli Atti appare chiarissima la preoccupazione degli apostoli disalvaguardare la loro leadership su tutto il movimento, emarginando le for-ze che apparivano troppo politicizzate o poco concilianti col potere giudai-co (come appunto gli ellenisti, che, prima ancora degli ebreo-cristiani diGerusalemme, avevano rinunciato a qualunque rivendicazione politico-nazionale). Non a caso negli Atti chi svolge questa funzione di controllo èsoprattutto Pietro, condivisa per un brevissimo tempo da Giovanni (8,14). I compiti dei Dodici sono riportati da Marco in ordine dimportan-za: 1. stare vicini a Gesù (cioè aiutarlo a dirigere e organizzare il movimen-to) e 2. andare a predicare, ampliando il movimento il più possibile. Il terzocompito: guarire gli ammalati o esorcizzare, è stato aggiunto semplicemen-te per far assomigliare gli apostoli al «Cristo della fede». Così facendo, ilredattore pensò di fare un favore agli apostoli o allidea della divinità delCristo, senza rendersi conto che, sul piano politico, le terapie risananti era-no per Gesù assai poco rilevanti, ammesso e non concesso che le abbiadavvero fatte. Gli apostoli - da quanto si può dedurre - non avevano nulla in co-mune coi successivi «vescovi» o «presbiteri»: non tanto perché - come vuo-le la chiesa stessa - erano un gruppo a sé, unico e irripetibile, testimoni di-retti, oculari, del Cristo e della sua cosiddetta «resurrezione», sostanzial-mente «itineranti» nella vocazione; quanto piuttosto perché essi non aveva-no alcun compito religioso o sacramentale o ecclesiastico da svolgere. Que-sti aspetti sono subentrati appunto per sostituire le originarie funzioni politi-co-organizzative del movimento, che, fallito lobiettivo rivoluzionario, furo-no progressivamente smantellate. * Gesù chiamò allapostolato secondo limportanza che questi disce-poli, in quel preciso momento, avevano. Lo si comprende da una serie di ra-gioni:- Andrea, pur essendo fratello di Simone e citato da Marco sempre al suofianco, ora è posto dopo i figli di Zebedeo; quindi Marco non ha tenutoconto che Andrea era stato il «protoclito» (primo chiamato) - come vuole ilvangelo di Giovanni (1,40) -, e che proprio lui aveva convinto il fratello Si-mone a seguire Gesù (Gv. 1,41 s.). Se Marco avesse preso in considerazio-ne la precedenza cronologica o la semplice anzianità del rapporto con Gesù,lelenco sarebbe stato ordinato secondo una motivazione estrinseca e forma-le.77
    • Biografia demistificata del Cristo- Pietro, Giacomo e Giovanni appaiono come una triade a se stante, diffe-renziata da tutti gli altri; non tanto perché occupano i primi tre posti, quantoperché solo ad essi Gesù ha voluto imporre dei soprannomi (il che fa venirein mente le esigenze della clandestinità). I significati di «pietra» e di «tuo-no» paiono equivalenti, giacché entrambi sono segno di forza morale e in-tellettuale: forse la parola «pietra» può essere associata a un certo «schema-tismo ideologico» caratterizzante la personalità di Pietro. Da notare che nel-la Lettera ai Galati, Paolo fa capire, citando le «colonne» della chiesa, cheil più importante, ai suoi tempi, era Giacomo, detto il Minore (uno dei fra-telli di Gesù, non il fratello del quarto evangelista), cui seguivano Pietro eGiovanni (2,9). Lideologia spiritualista di Paolo emerse quando nellambitodella comunità giudaico-cristiana dominava lindirizzo conservatore di Gia-como il minore.- Giuda, il traditore, è stato messo per ultimo, a fianco di Simone il cananeoo lo zelote, cioè il sovversivo estremista, il terrorista pentito. È probabileche anche Giuda facesse parte di questo movimento, ma non è da escluderechegli fosse appartenuto allala progressista del partito farisaico giudaico.Marco non ha mai potuto scrivere la parola «zelote» perché ai suoi tempilassociare questo movimento a quello nazareno non avrebbe giovato allacausa del cristianesimo nascente, tutto preoccupato a non farsi perseguitareda Roma per motivi politici. Luca, che scrive dopo circa un decennio dallastesura del vangelo di Marco e rivolgendosi a un pubblico diverso, ha menoproblemi nel citare nel suo elenco il titolo politico di «zelote» (anche per-ché era sicuro che il significato originario di questa parola ormai non lo siconosceva più). A proposito di Giuda: Marco dice subito chegli tradirà Gesù nonsolo per dimostrare che la cosa era prevista dalla «prescienza divina» (odalle profezie veterotestamentarie), ma anche per distinguerlo dallaltroGiuda, detto Taddeo. Sulla questione del tradimento ci sarebbe un lungo di-scorso da fare. Qui si può soltanto affermare che lipotesi di un tradimentonon può mai essere scartata a priori allinterno di una comunità politica, percui la previsione non può certo essere considerata come una prova della di-vinità del Cristo. Il fatto poi che Gesù avesse umanamente previsto ed an-che tollerato il tradimento, non sta certo ad indicare la sua disponibilità allamorte inevitabile, necessaria, redentrice per tutto il genere umano, gemente- secondo linterpretazione paolina - sotto il peso del peccato dorigine, nésta ad indicare unesigenza che Gesù poteva avere di voler confermare a tut-ti i costi le Scritture (il che sarebbe davvero fantasioso, anche perché le pro-fezie sono state utilizzate dai primi cristiani a posteriori, quando la crocifis-sione era già avvenuta). Gesù probabilmente ha voluto soltanto insegnare aiDodici che lappartenenza alla comunità era libera, cioè non vincolata da al-cunché che non fosse la propria coscienza. 78
    • Umano e Politico Limpegno cui Gesù chiamò ad un certo punto alcuni suoi discepo-li, non voleva configurarsi come un dovere che si poneva sopra o contro laloro volontà: si trattava, più semplicemente, di una proposta di lavoro poli-tico e organizzativo da assumersi con maggiore responsabilità. Ladesionedoveva essere libera e spontanea e tale doveva rimanere anche dopo averladata. Gli apostoli non sono stati scelti da Gesù a caso né perché predestinatida qualche fattore costringente. Quando si deciderà di sostituire Giuda Isca-riota, lo si farà in maniera democratica. Talune posizioni, ideologiche e politiche, allinterno del movimen-to (o dello stesso collegio), potevano essere maggioritarie e minoritarie, maquesto non impediva assolutamente che il dibattito e il confronto dialetticocontinuassero e sapprofondissero. Nessuno, nel movimento nazareno, èmai stato «scomunicato». Il principio stesso dellappartenenza non vincolatagarantiva che nessuna defezione o nessun tradimento sarebbe stato oggettodi rappresaglia (anche se non è da escludere che il suicidio di Giuda sia sta-to messo per coprire una vendetta da parte di qualcuno degli Undici). Gesù aveva intenzione di edificare un movimento libero, coscientee responsabile, libero anche di dividersi e disgregarsi. Lunità infatti nonpuò essere garantita da una qualche forma di costrizione: lunica ammissibi-le è quella secondo cui la minoranza è tenuta a rispettare, dopo ampio dibat-tito, la volontà della maggioranza che di volta in volta si costituisce (nelsenso che a una minoranza va sempre data la possibilità di trasformarsi inmaggioranza). In questo senso, si può aggiungere, il tradimento di Giudanon avrebbe potuto intaccare tanto i princìpi della comunità quanto le fina-lità o gli scopi chessa si prefiggeva (quando una persona tradisce si pone,essa stessa, «fuori» della comunità). Lelenco dunque è stato fatto da Marco alla luce della diversa di-sponibilità che, in quella determinata circostanza, gli apostoli avevano neiconfronti del progetto di Gesù (questo anche considerando la tendenziositàdei vangeli in generale: basti p. es. pensare che mentre nei Sinottici lapo-stolo più importante è sempre Pietro, nel quarto vangelo è sempre Giovan-ni; nellelenco di Matteo e Luca prima dei fratelli Zebedeo viene messo An-drea, fratello di Pietro; Giovanni, Andrea e Filippo, discepoli del Battista,sono sempre citati fra i primi posti; dei due figli di Zebedeo, probabilmenteGiacomo, più anziano di Giovanni, doveva essere il più impegnato, ma stra-namente di lui non sappiamo quasi nulla, se non che i giudei ortodossi, perordine del sommo sacerdote, lhanno lapidato nel 62). Nel quarto vangelo risulta che limportanza dellevangelista Gio-vanni, nellambito del movimento nazareno, era assai superiore a quella diqualsiasi altro apostolo, per quanto appaia inverosimile che Giovanni scrivadi se stesso dessere il «prediletto». Probabilmente questo appellativo èstato messo per evidenziare che la linea seguita dalla comunità apostolica79
    • Biografia demistificata del Cristocon a capo Pietro e soprattutto Giacomo il minore, non era condivisa daGiovanni. Negli Atti Giovanni appare allinizio con Pietro, ma non pronunciaalcun discorso e scompare di scena quasi subito. Giovanni probabilmente èstato vittima di una progressiva emarginazione in seno alla comunità apo-stolica, tantè che quando è apparso il suo vangelo, una comunità ellenistica(di tendenza gnostica) sè subito preoccupata di falsificarlo in maniera spiri-tualistica, impedendo così di far scorgere le vere differenze tra la sua posi-zione e quella degli altri apostoli. Da notare che nellelenco fornito da Luca in At 1,13, Giovanni vie-ne posto subito dopo Pietro e prima del fratello Giacomo. Se dovessimo at-tenerci strettamente al vangelo di Giovanni, dovremmo dire che nellelencodegli Atti si è consumato una sorta di «tradimento», poiché il Cristo sullacroce lasciò chiaramente intendere che il suo diretto successore alla guidadel movimento avrebbe dovuto essere Giovanni e non Pietro (Gv 19,26 s.). Anche sugli apostoli minori vi sono talune considerazioni da fare:Bartolomeo (o Natanaele), amico di Filippo, viene da Gesù stesso conside-rato «onesto» (Gv 1,47), cioè «leale», che allora voleva dire anche «ferven-te patriota». Tommaso, detto Didimo (cioè il Gemello), è affiancato a Mat-teo, che era un pubblicano. Giacomo di Alfeo, il minore, fratello o - comevogliono i cattolici - «cugino» di Gesù, ha scritto una lettera che è un mani-festo di «giustizia sociale», ma allinterno di unottica meramente ebraico-nazionalista. A lui Marco ha associato il fratello Giuda Taddeo, detto ancheLebbeo, di cui non sappiamo praticamente nulla, se non che è lautore diuna lettera cattolica. Questa coppia è senzaltro il polo verso cui tende mag-giormente Simone lo zelote, il quale però può anche essere avvicinato aGiuda, se «Iscariota» sta per «sicario» e non per una località geografica del-la Giudea (Kariot). Molto significativo è il fatto che i discepoli per i quali la politica è«tutto», vengono posti in fondo allelenco. La differenza tra questi apostolie i primi in elenco stava probabilmente nel fatto che la triade suddetta ave-va maggiori capacità di unire gli aspetti umani a quelli politici, anche se nelcontesto dei vangeli la differenza viene fatta risalire, in realtà, a motivazio-ni di ordine religioso.I parenti di Gesù (vv. 20-21)[20] Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto chenon potevano neppure prendere cibo.[21] Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano:«È fuori di sé». 80
    • Umano e Politico * Alcuni parenti di Gesù (inclusi i familiari stretti, ovviamente), sen-tito che, sballottato da gente avida soprattutto di terapie mediche, egli nep-pure riusciva a mangiare, vennero da Nazareth di Galilea per riportarlo acasa. «Si diceva» (o loro stessi «dicevano») chera diventato pazzo. Preoc-cupati della reputazione del casato e della sicurezza di tutto il parentado,essi vogliono impedire che Gesù, con le sue azioni, possa infastidire le au-torità costituite. Latteggiamento dei parenti è molto prudente: si fanno piùscrupolo delle voci contrarie alloperato di Gesù che non della meravigliadel vasto movimento che in così poco tempo sera costituito. Questi parenti non entrano nel merito delle accuse: sulle cause del-la presunta follia tacciono, non esprimono giudizi, ma il loro atteggiamentoparla da sé. Non vogliono rischiare in alcun modo di rimanere implicati inquesta faccenda: perciò, facendosi forza della solidità dei rapporti tra con-sanguinei (cosa peraltro normale nella Palestina dallora), decidono, spintiin questo anche da gruppi di persone opportuniste, non di andare a interlo-quire con lui, ma, in un certo senso, di «sequestrarlo». Già da tempo, proba-bilmente, avrebbero voluto farlo: ora è la vastità stessa del movimento cheli obbliga a intervenire. Il motivo per cui lo vanno a prendere non è tanto quello della«pazzia», in senso stretto, quanto il fatto chegli tende a esporsi troppo, met-tendosi in evidenza, andando inevitabilmente incontro - comera facile inquel paese votato, allora, alla politica più dura - a conseguenze che poteva-no essere spiacevoli non solo per lui ma anche per tutto il parentado. Probabilmente essi avrebbero voluto che la gestione del suo poteretaumaturgico rimanesse circoscritta nel loro unico distretto o addiritturanella mera città di Nazareth, alla stregua di una «pazzia» sui generis, inof-fensiva, anzi per certi aspetti utile, in quanto risanante molte malattie: unaspecie di «grazia» particolare che dio aveva misteriosamente concesso loro,forse al fine di sopportare meglio loppressione romana; una grazia comun-que che non avrebbe dovuto comportare nulla di rischioso o di compromet-tente. Ancora non siamo giunti a quella situazione, così bene descritta daGiovanni, in cui i parenti di Gesù esigono, proprio in virtù della sua ascen-denza sulle masse (indipendente da qualunque guarigione), una loro affer-mazione pubblica come «gruppo parentale» (7,3 s.). Qui invece, dopo aver atteso che qualcuno proclamasse e divulgas-se la sua «follia», essi sono andati a sottrarlo, senza voler provocare grossitraumi allesaltazione, ormai irrefrenabile, della folla, la quale, di fronte allenecessità «donore» del casato, pur restia ad ammettere la pericolosità dunpazzo che sana e guarisce ogni malato, nulla avrebbe potuto.81
    • Biografia demistificata del Cristo Lostilità dei parenti di Gesù è attestata da Marco anche in un altroepisodio (6,1-6). Gesù era tornato nella città di Nazareth dopo molti mesi diassenza. Uno stuolo di discepoli lo seguiva. Con loro entrò in una sinagogae si mise ad insegnare. Si scandalizzarono della sua predicazione e delle sueguarigioni non solo i parenti più lontani ma anche i familiari più stretti. Loscandalo fu talmente grande che Gesù lo qualificò con la parola «disprez-zo»: la conseguenza fu che lì non poté operare «alcun prodigio», cioè alcu-na guarigione veramente significativa. Si limitò semplicemente a «imporrele mani a pochi ammalati», come un qualunque taumaturgo. Tuttavia Marco non spiega le ragioni profonde di questa increduli-tà di fronte alle sue terapie (che evidentemente qui sono state messe sul pia-no redazionale per nascondere il suo successo come leader politico): levan-gelista sembra addebitarle, indirettamente, alla natura delle cose, alla inevi-tabilità dei fatti. La mentalità gretta, chiusa e provinciale dei parenti diGesù - così si deduce dal testo di Marco - è «fisiologica». Gesù se ne mera-viglia, ma non più di tanto. Il che è davvero singolare, anche alla luce diquello che invece Giovanni, come sopra si è detto, sostiene; senza conside-rare che fra gli stessi apostoli verano alcuni parenti di Gesù e che proprioquesti parenti guideranno la comunità post-pasquale, dopo la dipartita diPietro da Gerusalemme. Gesù giustifica lincredulità rievocando unespressione famosa:«Un profeta non è disprezzato che nella sua patria». Col che Marco lasciapensare che semplici sentimenti dinvidia o di gelosia si siano frapposti traGesù e i parenti, al punto dimpedire unintesa morale, politica (Marco di-rebbe «religiosa»). I parenti cioè non riuscirebbero ad accettare lidea cheun ex-carpentiere possa ora fare da «maestro» o da «guida» di un grandemovimento nazionale. Il provincialismo si manifesterebbe qui in una sortadi sfiducia nei riguardi dellidentità di Gesù, nel valore del suo progetto po-litico, che viene minimizzato. Tuttavia, Giovanni, nel suo vangelo, fa capire meglio perché i pa-renti non capivano Gesù, cioè perché non lo seguivano comegli avrebbevoluto. Il loro torto non stava tanto nel provincialismo quanto, al contrario,nellavventurismo. Lavventurismo è infatti il modo in cui il provincialismocerca di superare, spinto dagli avvenimenti, i propri limiti. Avventurismo eprovincialismo sono le facce di ununica medaglia: quella del soggettivi-smo. Solo a un individuo poco avvezzo al realismo politico può venire inmente, come soluzione del proprio provincialismo, quella di buttarsi a pesomorto in unimpresa velleitaria. Gesù infatti, alla richiesta che gli muovevano di andare a Gerusa-lemme in occasione della festa delle Capanne, esponendosi pubblicamente(Gv. 7,3 s.), risponde loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostroinvece è sempre pronto» (Gv. 7,6). Che significato può avere questo, senza 82
    • Umano e Politicostare a scomodare le allusioni mistico-religiose? Semplicemente che perfare la rivoluzione occorre tattica, strategia, consapevolezza della crisi eorganizzazione del movimento, e non spontaneismo e demagogia. A cheservirebbe essere «visti» dal mondo intero, se poi non si saprà quale conte-nuto dare al desiderio di liberazione delle masse? Infine non va esclusa l’ipotesi che nel vangelo marciano si mettain così cattiva luce la madre di Gesù, perché questa, dopo la morte del fi-glio, preferì stare vicina a Giovanni, evitando la comunità petrina, cui peral-tro avevano aderito gli altri suoi figli, in particolare quel Giacomo il Minoreche sostituirà Pietro nella guida della comunità cristiana di Gerusalemme.Calunnie degli scribi (vv. 22-30)[22] Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è possedu-to da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni».[23] Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare sata-na?[24] Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi;[25] se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi.[26] Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può re-sistere, ma sta per finire.[27] Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se primanon avrà legato luomo forte; allora ne saccheggerà la casa.[28] In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anchetutte le bestemmie che diranno;[29] ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno:sarà reo di colpa eterna».[30] Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo». * «Gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: Costui èposseduto da Beelzebùl e scaccia i demoni per mezzo del principe dei de-moni». Marco parla degli scribi di Gerusalemme con lintenzione di direnon che «tutti» gli scribi della Palestina la pensavano allo stesso modo, mache, di tutti gli scribi, quelli della capitale o, per meglio dire, quelli legati alpotere istituzionale, avevano di Gesù limpressione più sfavorevole. Naturalmente il giudizio che su di lui potevano dare, sarebbe statotenuto dal popolo in una certa considerazione, visto il potere che rappresen-tavano, per quanto la vastità del movimento nazareno stesse mettendo in se-ria discussione lautorità delle istituzioni giudaiche. Qui è evidente che gliscribi rappresentano una delegazione mandata ufficialmente dal Sinedrio83
    • Biografia demistificata del Cristoper verificare il grado di pericolosità del movimento, nonché il grado di di-sponibilità al compromesso politico da parte del suo leader principale. Laccusa degli scribi non è così stravagante come a prima vista puòsembrare: anzitutto perché nei casi di pazzia si riteneva, unanimemente, cheil demonio avesse la sua parte; in secondo luogo perché, quando si è abitua-ti a ragionare in termini di mero «potere politico», è difficile collegare la fa-coltà di guarire con i buoni propositi del terapeuta, specie se questo tera-peuta è tenuto in grande considerazione dalle masse anche per il suo proget-to di liberazione sociale e nazionale. Non a caso, costatando leffettiva gran-dezza di tale facoltà terapica, unitamente alla grande popolarità che circon-dava il movimento nazareno, gli scribi attribuivano il successo di tutto nona un demone qualunque ma al «principe dei demoni» (secondo la mitologiadi allora). Gesù cioè non sarebbe stato semplicemente un impostore, ma un«superindemoniato», in quanto, scacciando i demoni minori, cercava din-durre al male gli ingenui e gli sprovveduti. Normalmente chi aveva poteri taumaturgici godeva di buona repu-tazione, almeno fra la gente comune. E in ogni caso la sua attività non su-scitava particolare dissensi fra i ceti elevati e le autorità politico-religiose (aparte le terapie compiute di sabato). Perché dunque questa dura ostilità,questa chiusura pregiudizievole? Le ragioni possono essere state due: 1. Gesù, guarendo, non rical-cava i metodi tradizionali e quindi sfuggiva ai consueti canoni interpretati-vi. Egli infatti non sanava in nome di dio, usando scongiuri o particolaristrumenti medico-sanitari. Egli agiva per virtù propria, con relativa facilitàe senza chiedere nulla in cambio. 2. La seconda ragione era più fondata. Gliscribi temevano che Gesù volesse servirsi delle sue terapie per acquisire unconsenso popolare che poi avrebbe potuto utilizzare per uno scopo politicosgradito al potere ufficiale. Lattività di Gesù, essendo ormai nota in tutta la Palestina, non per-metteva più alle autorità di restare indifferenti. Le alternative, ormai, eranodiventate due: o si ammetteva lonestà di fondo del guaritore-Gesù, ma allo-ra ci si doveva confrontare anche col suo messaggio politico di liberazione;oppure lo si doveva accusare esplicitamente di ciarlataneria, ridicolizzandola portata delle sue terapie, minando altresì la credibilità del suo vangelo.Gli scribi, infatti, entrando nel merito della sua presunta follia, la giudicanoincurabile e assolutamente incriminabile; per screditarlo fanno leva sullepaure istintive della folla, sui pregiudizi, sullignoranza, sulla superstizione.Il potere, temendo di essere giudicato, si difende attaccando: evita risoluta-mente di confrontarsi in modo dialettico. Naturalmente non è affatto da escludere che in questione non fos-sero le sue guarigioni ma, in realtà, le sue parole contro la corruzione deisacerdoti e il loro servilismo nei confronti di Roma, già dette peraltro du- 84
    • Umano e Politicorante il periodo giudaico. Qui, anche se a un vangelo «galilaico» e «antise-mita» come quello marciano poteva far comodo metterle, il fatto chessepreludessero a unorganizzazione di tipo politico-rivoluzionario, era motivosufficiente per tacerle. In ogni caso Marco sostiene che Gesù chiamò gli scribi in pubbli-co, per un colloquio diretto, personale, senza alcuna intenzione offensiva,soltanto per dimostrare, con tolleranza e persuasione, il loro errore interpre-tativo, il loro pregiudizio. Gesù chiedeva solo di misurarsi democratica-mente col potere istituzionale: ciò di per sé non sarebbe potuto bastare perdimostrare leffettiva onestà dei propri fini, poiché non cè ragione che pos-sa convincere chi non vuole intendere, ma almeno sarebbe servito a chi an-cora nutriva dei dubbi circa il suo operato. Gesù non usava i toni moderati econcilianti con la speranza di avere il «potere» dalla sua parte: certo, questapossibilità, benché altamente improbabile, non bisognava mai darla per per-sa. Ma la sua preoccupazione era più che altro di tipo pedagogico: dimo-strare ai suoi seguaci in che modo rapportarsi con le istituzioni. E così «parlava loro in parabole», cioè senza polemica, senza spiri-to di contrapposizione forzata, ma nella piena consapevolezza di costruireunalternativa, quella che lintolleranza del potere scriba obbligava a propor-si in maniera velata, ambigua. Non è che, parlando in parabole, Gesù possadimostrare con evidente certezza di non essere pazzo o criminale: certezzedi tal genere non si possono mai offrire in assoluto. Ci sono sempre dei ma-niaci che nascondono la loro follia dietro le metafore o le allegorie del lorolinguaggio; ci sono sempre dei lupi che indossano i panni degli agnelli. Gli scribi però avrebbero dovuto capire che Gesù poteva anche ap-profittare della sua popolarità per riprenderli in modo esplicito e diretto,senza alcuna forma di diplomazia. Parlando invece in parabole, egli, in uncerto senso, si nascondeva, non per timore dessere scoperto, ma per dare iltempo agli scribi di ripensare i giudizi di condanna e riprovazione che ave-vano formulato. Daltra parte Gesù non ha mai diretto il suo vangelo contro i vizi dilegittimità del potere giudaico, senza tener conto dei vizi di merito di que-sto potere. Il dialogo con gli scribi lo accetta sempre, non lo rifiuta mai apriori, pur conoscendo la loro indisponibilità a mettersi in discussione.Gesù non ha mai cercato di condannare il Sinedrio in sé e per sé, a prescin-dere dalle sue posizione politiche, di volta in volta espresse; in fondo lusodelle parabole stava anche ad indicare il rifiuto della politica estremistica,anarchica, velleitaria. «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in sestesso quel regno non può reggersi». Gesù qui usa il loro stesso linguaggio,ma per capovolgerne il significato. Per gli scribi il «bene» che Gesù com-pie, guarendo gli ammalati, è strumentale a un fine politico eversivo, cioè85
    • Biografia demistificata del Cristocontrario agli interessi veri della nazione. Ecco, in questo senso, il verbo«scacciare» avrebbe per gli scribi un significato diverso da quello che gli havoluto dare Gesù, avrebbe cioè il significato di unoperazione tattica, tem-poranea, di dubbio valore. Che cosa vuole dire «regno diviso»? Gesù non vuole negare cheanche il male sia capace di una certa coerenza, ma vuole sostenere che la-lienazione insita nellesperienza del male, prima o poi viene alla luce. Ilmale può camuffare le proprie azioni, ma non in eterno. Gesù in pratica fa capire che se il potere non comprende che le sueazioni sono per un fine di bene, è perché è «diviso» in se stesso; quindi nonlui divide la società, ma è il potere che separandosi dalla società, la mandain rovina. Qui gli scribi accusano Gesù di destabilizzare il potere, ma Gesùrisponde che se il potere non sa scorgere nelle azioni chegli compie un finedi «bene» per la società, è perché esso stesso si contrappone alla società. Seil potere odia i suoi figli, i suoi figli lo rovesceranno. Il terrore degli scribi è quello che Gesù, con laiuto delle masse,voglia distruggere il potere giudaico, quel potere che, in virtù di mille com-promessi con limperialismo romano, si regge in piedi con incredibile fati-ca. I loro timori, in un certo senso, sono fondati: Gesù vuole effettivamentedistruggere la realtà di questo potere. Ma si tratta della distruzione di un po-tere «alienante», in quanto «separato» dalla fiducia delle masse. Gesù nonvuole soltanto indebolire un potere già logoro e corrotto, vuole anche co-struirne uno alternativo, che si basi sullunità della nazione. «Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi».Cè solo un modo, infatti, per resistere alloppressione straniera: lunità na-zionale, la rinuncia ai vergognosi compromessi con limpero. «Alla stessamaniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere,ma sta per finire». Cioè se il potere giudaico rifiuta lunità nazionale e noncerca di risolvere le rivalità interetniche e tribali, il suo destino è segnato,poiché la società ormai è sufficientemente matura per darsi unaltra formadi potere. «Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le suecose se prima non avrà legato luomo forte; allora ne saccheggerà la casa».Il tempo del potere giudaico sta per finire: la sua forza è solo apparente.Gesù non predica qui la conquista della casa, cioè del potere, in modoastratto, velleitario, ma si preoccupa anzitutto di affermare che «luomo for-te» va catturato, cioè il potere giudaico va conquistato con la forza rivolu-zionaria, in quanto tale potere non acconsentirà mai di essere rovesciato de-mocraticamente. Non è sufficiente tenere la casa sotto controllo o limitarsia circondarla: bisogna sfondare la porta e catturarne il proprietario. Questeparole sono quanto di più rivoluzionario Cristo abbia mai affermato inquesto vangelo. 86
    • Umano e Politico Il finale della pericope è stato aggiunto per smorzare il contenutofortemente eversivo delle parole appena dette. «In verità vi dico: tutti i pec-cati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie chediranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdonoin eterno: sarà reo di colpa eterna. Poiché dicevano: È posseduto da unospirito immondo». Laccusa di Cristo, che era di tipo politico, anche se espressa con laformula diplomatica della parabola, è stata qui trasformata in unaccusa ditipo morale. Gli scribi meritano dessere condannati perché negano levi-denza, rifiutando la verità delle cose. La loro falsità è senza remissione. Inrealtà Gesù non esprimeva un giudizio di condanna morale: invitava soltan-to a riflettere, a considerare cioè il fatto che contro il potere imperialisticodei romani era indispensabile lunità nazionale, la stretta coordinazione fraistituzioni e popolo. Cè inoltre da dire che con lultima frase - chiaramente aggiunta altesto originale - si vuol togliere al Cristo la caratteristica dessere un leaderpolitico. Stando ad essa, gli scribi accusavano Gesù di «pazzia», senza ilminimo riferimento alle questioni politiche. Viceversa, il concetto di «be-stemmia antipneumatica» sembra rimandare a una concezione di Gesù-teologo o filosofo (analoga a quella del vangelo manipolato di Giovanni).In questo caso gli scribi meriterebbero la condanna, perché si sarebbero ri-fiutati di accettare levidenza di una verità religiosa. Essi sarebbero colpe-voli di un «peccato eterno», senza remissione, avendo attribuito al «male»delle opere di bene: le guarigioni.La madre e i fratelli di Gesù (vv. 31-35)[31] Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.[32] Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli ele tue sorelle sono fuori e ti cercano».[33] Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».[34] Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco miamadre e i miei fratelli![35] Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». * «Giunsero sua madre e i suoi fratelli»: anche loro da Nazareth o daCafarnao? Giuseppe non è citato, forse perché già morto: qui sembra trat-tarsi di parenti più stretti di quelli visti in precedenza, oppure può trattarsidi un secondo tentativo degli stessi parenti, condotto però con una diversamodalità (forse lunica eccezione è la presenza della madre di Gesù).87
    • Biografia demistificata del Cristo «E stando fuori, lo mandarono a chiamare». Lespressione «standofuori» può essere intesa in due modi: 1. fisico, nel senso che non entraronoin un determinato luogo (ove Gesù era presente insieme ai discepoli e allafolla); 2. morale, nel senso che non vogliono compromettersi. Infatti, lomandano a chiamare tramite un intermediario, uno che non fa parte del pa-rentado, ma è al seguito del movimento di Gesù. Le intenzioni di questi parenti sono meno intuibili di quelle deglialtri visti prima, venuti a prenderlo perché lo si pensava «pazzo». Maria e ifratelli lo cercano: più che per «prenderlo», sembra siano venuti per «parla-mentare». Lo mandano a chiamare per avere delle spiegazioni e dei chiari-menti direttamente da lui. Vogliono convincerlo con le buone maniere, pro-babilmente perché egli era riuscito a «sfuggire» al sequestro intentato dalgruppo precedente di parenti (o da un gruppo di parenti più esagitati). «Tutto attorno era seduta la folla». I parenti rifiutano di entrare inquesta assemblea, anche perché hanno intenzione di convincere Gesù auscirne, abbandonando definitivamente tutto e tutti. Da un lato i parenti te-mono di restare coinvolti nellaccusa di follia o di eversione politica chepesa su Gesù e su tutto il movimento, dallaltro pretendono di far valere iloro diritti parentali, ponendosi al di sopra delle esigenze del movimentostesso. Maria e i parenti rappresentano qui la posizione politica moderata,disposta al compromesso sulle questioni di principio. Lo si vede molto benedal fatto che lo mandano a chiamare attraverso un intermediario. «E gli dissero: Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sonofuori e ti cercano». Se qui, coi termini «fratelli e sorelle», Marco intendevariferirsi ai figli di Maria e Giuseppe, allora si può anche pensare che questiparenti siano più stretti di quelli precedenti. In ogni caso la decisione di«star fuori» e la pretesa di unudienza poggiano sul cosiddetto «vincolo disangue». I parenti di Gesù fanno valere chiaramente il concetto di «clan».Le loro intenzioni non sono molto diverse da quelle degli altri parenti: sonosoltanto espresse con meno impulsività, con più tatticismo, ma appunto per-ché possono far leva su un più diretto legame di sangue. Nel racconto di Marco si ha addirittura limpressione chessi inter-rompano unassemblea in atto, per farsi annunciare da un individuo (a noisconosciuto) della folla. Essi sintromettono in modo arbitrario in un gestopoliticamente significativo, semplicemente per interromperlo. Avendo daporgli una domanda, perché non farlo in presenza di tutti, perché questo at-teggiamento così aristocratico? Se si trattava di questioni personali, perchétanta fretta? Inoltre la notizia che reca il portavoce pare ambigua: non ha al-cun vero contenuto. I parenti sembra vogliano imporsi allattenzione degliastanti in virtù della sola loro presenza. La pretesa contrasta fortemente colfatto che molti discepoli di Gesù avevano già allentato i rapporti di parente- 88
    • Umano e Politicola, pur di avere tempo e modo di seguirlo. In tanti si rendevano perfetta-mente conto che gli interessi e gli scopi del movimento erano di molto su-periori a quelli tradizionali della tribù, del clan, della famiglia, del villag-gio... «Egli rispose loro: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Ri-spose allintermediario con una domanda difficile, che obbligava a riflette-re. I legami di parentela erano molto radicati negli ambienti palestinesi. Lostesso messaggero sembrava voler dare per scontato che Gesù avrebbe in-terrotto (seppur momentaneamente) lassemblea. Gesù in sostanza doveva persuadere i suoi seguaci che, seguendolui e il movimento, avevano abbandonato qualcosa che la mentalità domi-nante riteneva «decisivo», «irrinunciabile»: lui stesso se nera privato vo-lentieri per il bene della causa rivoluzionaria. In ogni caso non si trattava diun effettivo abbandono, quanto piuttosto di un diverso modo di vivere i rap-porti umani. Gesù voleva dare a questi rapporti un significato sociale e poli-tico, facendoli uscire dagli angusti limiti del clan, del parentado. Le relazio-ni interpersonali, gli affetti familiari dovevano trovare un respiro socialepiù ampio per potersi meglio approfondire. In tal senso, è probabile che lassemblea lì riunita abbia per un mo-mento pensato che Gesù, questionando sulla vera identità dei suoi parenti,volesse contrapporre quelli dorigine (di sangue) a quelli acquisiti (i compa-gni di fede politica), premiando questultimi, in modo esclusivo, per i sacri-fici e gli sforzi sostenuti. In realtà non si trattava di porre alcuna contrap-posizione. «Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse:Ecco mia madre e i miei fratelli». Chi gli sta «seduto intorno» e non sta in-vece «fuori in piedi», chi ha con lui una vera familiarità e non si scandaliz-za delle sue parole e delle sue opere, può diventare non solo suo «discepo-lo», ma addirittura «fratello» e «madre». Non cè contrapposizione, poichéquesta possibilità non è negata a nessuno, neanche ai parenti di sangue. Lu-nica contrapposizione esistente è quella posta dai suoi stessi parenti, che ri-fiutano di confrontarsi con questa nuova logica di vita. Il finale, ancora una volta, è stato aggiunto: «Chi compie la volon-tà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». Col che si toglie al proget-to di Cristo una qualunque valenza sociale, una vera concretezza e finalitàstorico-politica. Il movimento nazareno rappresentava un soggetto politicospecifico; il credente che fa la «volontà di dio» è invece un concetto astrat-to, generico. Anche i suoi parenti di sangue pensavano di fare la «volontàdivina» cercando di sottrarlo al suo impegno politico. Se si resta nellambitopuramente religioso, è difficile dire chi faccia di «più» la «volontà di dio». In questo racconto, infine, Gesù sfata radicalmente il mito della-more intrafamiliare o della comprensione fra consanguinei, che un certo op-89
    • Biografia demistificata del Cristoportunismo ritiene sempre «garantito», «sempre presente», anche in un con-testo socio-nazionale di crisi e di decadenza. Non solo, ma Gesù supera an-che il pregiudizio della «naturale o inevitabile incomprensione» fra estra-nei. Superiore alla natura e al sangue è la virtù morale e politica. I figli nonappartengono ai genitori né al parentado più di quanto non appartenganoalla società, allinterno della quale maturano la loro personalità. Gesù nonrinnega sua madre e i suoi parenti, vuol soltanto far capire che chi si estra-nea dalle esigenze di liberazione dellintera società si rinnega da sé, si au-toemargina. Alcuni dei parenti si erano comunque già coinvolti nel progetto diliberazione proposto da Gesù: lo testimonia - come già si è detto - lelencodei Dodici, in cui sono inclusi due «fratelli» di Gesù, cioè Giuda Taddeo eGiacomo il minore. E se questi parenti avevano raggiunto il massimo gradodi responsabilità nel compito della sequela, si può presumere che anche altriparenti lo seguissero, seppure in maniera meno impegnativa. 90
    • Umano e Politico Scienza e religione nella tempesta sedata Mc 4,35-41 Mt 8,23-27 Lc 8,22-25[35] In quel medesimo [23] Essendo poi salito su [22] Un giorno salì su unagiorno, verso sera, disse una barca, i suoi discepoli barca con i suoi discepoliloro: «Passiamo allaltra lo seguirono. e disse: «Passiamo allaltrariva». [24] Ed ecco scatenarsi riva del lago». Presero il[36] E lasciata la folla, lo nel mare una tempesta largo.presero con sé, così così violenta che la barca [23] Ora, mentre naviga-comera, nella barca. Ce- era ricoperta dalle onde; vano, egli si addormentò.rano anche altre barche ed egli dormiva. Un turbine di vento si ab-con lui. [25] Allora, accostatisi a batté sul lago, imbarcava-[37] Nel frattempo si sol- lui, lo svegliarono dicen- no acqua ed erano in peri-levò una gran tempesta di do: «Salvaci, Signore, sia- colo.vento e gettava le onde mo perduti!». [24] Accostatisi a lui, lonella barca, tanto che or- [26] Ed egli disse loro: svegliarono dicendo:mai era piena. «Perché avete paura, uo- «Maestro, maestro, siamo[38] Egli se ne stava a mini di poca fede?» Quin- perduti!». E lui, destatosi,poppa, sul cuscino, e dor- di levatosi, sgridò i venti e sgridò il vento e i fluttimiva. Allora lo svegliaro- il mare e si fece una gran- minacciosi; essi cessaronono e gli dissero: «Maestro, de bonaccia. e si fece bonaccia.non timporta che moria- [27] I presenti furono pre- [25] Allora disse loro:mo?». si da stupore e dicevano: «Dovè la vostra fede?».[39] Destatosi, sgridò il «Chi è mai costui al quale Essi intimoriti e meravi-vento e disse al mare: i venti e il mare obbedi- gliati si dicevano lun lal-«Taci, calmati!». Il vento scono?». tro: «Chi è dunque costuicessò e vi fu grande bo- che dà ordini ai venti e al-naccia. lacqua e gli[40] Poi disse loro: «Per- obbediscono?».ché siete così paurosi?Non avete ancora fede?».[41] E furono presi dagrande timore e si diceva-no lun laltro: «Chi è dun-que costui, al quale ancheil vento e il mare obbedi-scono?». * Di primo acchito è facile notare come lautore di questa pericope,pur dando per scontato che la tempesta fosse imprevedibile anche per degliesperti marinai come Andrea e Pietro (nel vangelo di Marco sono «mari-91
    • Biografia demistificata del Cristonai» anche Giacomo e Giovanni), non lascia intendere chessa fosse cosìpericolosa da dover necessariamente impaurire tutti gli apostoli presenti inquella barca (seguita da altre barche). Ché, altrimenti, il sonno di Gesùapparirebbe non «simbolico» ma «colpevole». Anche a prescindere dal fatto che è impossibile spiegarsi un sonnocosì profondo in presenza di un incipiente allagamento della barca, sballot-tata dai flutti del lago, resta comunque vero che se Marco non avesse volutomostrare una situazione di «prova» (difficile ma non impossibile) per gliapostoli, latteggiamento indifferente di Gesù sarebbe apparso negativo. Ilsuo placido sonno, in realtà, vuole essere una sollecitazione a stare svegli, acontare sulle proprie forze, affinché limprevisto non turbi la coscienza. È vero, se la tempesta non fosse stata così violenta non lavrebberosvegliato, ma se lo era veramente perché Gesù continuava a dormire? Esistequindi un punto in cui la libertà umana si gioca in tutta la sua interezza eprofondità. A tali conclusioni Marco probabilmente è giunto convinto che dal-la mancanza di fiducia in se stessi si passa abbastanza facilmente al rifiutodelle difficoltà che sincontrano: non comprendendone la ragione, ci si la-scia influenzare dal loro peso. Anzi, la sfiducia emerge prepotentementealla coscienza proprio nei momenti di «prova»: gli apostoli, nellangosciache li caratterizza, svegliano Gesù accusandolo daverli abbandonati confreddo cinismo. Eppure, poco prima, stando al racconto, essi lavevano ac-colto nella barca «così comera», cioè non come un toccasana a portata dimano, come un genio tutelare a proprio uso e consumo. Fin qui comunque linsegnamento morale del vangelo è accettabi-le. Marco inoltre, a differenza di Matteo (che è più cattedratico e teatrale),non fa svegliare Gesù anzitutto collintenzione di rimproverare i suoi segua-ci, ma con quella di placare la tempesta. Non ribatte subito allaccusa di in-sensibilità mossagli dai discepoli sconvolti. Gesù si sveglia dopo chessierano giunti sullorlo della disperazione, cioè dopo chera stata scartata lalegge delladeguamento proporzionale dei problemi alla forza degli uomini. La tempesta non era il castigo divino per qualche particolare colpacommessa dai Dodici: essi hanno smesso di credere nella comoda e sempli-cistica equazione del rabbinismo, per cui malattie disgrazie o incidenti di-pendono dal peccato di qualcuno. In che modo allora il racconto sarebbe potuto finire per apparireancora più catechetico di quel che è? Verosimilmente in due modi: o conunazione miracolistica analoga da parte degli apostoli (o di qualcuno diloro che si fosse finalmente appropriato degli stessi poteri di Gesù, comequando Pietro chiede di poter camminare anche lui sulle acque); oppure conuna considerazione di merito circa il fatto che, avendo essi fiducia di com-piere unimportante missione storica per Israele (consacrata o no da dio può 92
    • Umano e Politicoqui diventare un aspetto del tutto secondario), una morte così fortuita sareb-be parsa del tutto incomprensibile: dunque la seconda alternativa avrebbedovuto essere quella di attendere con pazienza che la burrasca finisse dasola. Fede quindi in se stessi, in mancanza della quale lintervento diGesù-maestro diventa inevitabile. Ordinando con naturalezza, mediante unasola parola di comando, senza invocare dio, né usando particolari strumentidi scongiuro, Gesù rappresenta la massima valorizzazione delle umane po-tenzialità. Egli non soltanto risolve i grandi problemi, ma toglie anche lan-goscia con cui in genere li si affronta. Bisogna dunque aver fiducia nei suoipoteri per essere sicuri dei propri... È stato appunto così, mattone su matto-ne, che la chiesa ha edificato i suoi fantastici sogni. E tuttavia, proprio la presenza di questo miracolo, che è quanto dipiù antiscientifico si possa pensare, può indurre il lettore ad assumere unaposizione passiva nei confronti dellesperienza religiosa. Gesù - questa puòessere la giustificazione dello «scettico» - ha potuto affrontare con successoil pericolo della realtà proprio perché levangelista lha trasformato in «fi-glio di dio», in superuomo. Non lui, quindi, ma gli apostoli, cui non si puòchiedere una tale divinizzazione, rappresentano il vero comportamentoumano. Solo che la verità di questo comportamento sta più negli aspetti dipaura e angoscia verso la minaccia di morte, che non nella capacità daf-frontarla. Ecco quindi negato linsegnamento ottimistico, benché ingenuo equindi fallace, della esistenziale pedagogia di Marco. Basta la sola fede permisurarsi con le difficoltà della vita? No, non basta. Occorrono anche dellecondizioni materiali adatte. Per vincere la casualità della natura, e soprattut-to la spontaneità dei rapporti umani antagonistici, occorre conoscere le leg-gi sociali e naturali, ma per conoscerle occorre produrre attività politica escientifica, occorre «organizzazione». Gli apostoli non hanno i mezzi adeguati per affrontare il pericolo.Marco insegna ad avere fiducia in Gesù per aver fiducia in se stessi, ma lu-nico mezzo che dà per realizzare tale obiettivo è, tautologicamente, quellostesso della fede, cioè quella fede mediante cui si possono compiere azioniche in realtà - almeno per come vengono descritte nei vangeli - sono al di làdi ogni umana capacità. Soggettivamente dunque il racconto può anche aver ragione, maoggettivamente ha senzaltro torto. Esso in sostanza riflette la posizione diquei gruppi sociali che hanno già rinunciato alluso di mezzi naturali e so-ciali concreti per emanciparsi dallo schiavismo della società (qui simboleg-giato dallimprevedibilità della natura), cioè la posizione di chi, per non ri-nunciare a tale emancipazione, si affida a strumenti illusori, che non posso-no avere alcuna incidenza sulla realtà. Non a caso il cristianesimo si svilup-93
    • Biografia demistificata del Cristopa solo dopo la completa disfatta del movimento rivoluzionario degli schia-vi nei secoli II e I a.C. Sarà proprio dalla constatazione di questo «scarto» fra la realtà e lafinzione che maturerà presto nella storia della chiesa lesegesi opportunistache diverrà presto dominante: la natura, i rapporti sociali, possono distrug-gere il corpo ma non lanima. E sarà proprio sulla base della considerazione che per risolvere de-terminati problemi non cè che da attendere un miracolo, che nascerà il di-sprezzo della religione per la scienza e per la politica rivoluzionaria, di-sprezzo che porta a non valutare mai obiettivamente la natura dei problemi,il senso delle contraddizioni. Il racconto di Marco, in definitiva (cui sispirano, ancora una volta,Matteo e Luca), esprime un desiderio che supera le possibilità effettive direalizzazione. Lesigenza di vivere rapporti umani secondo natura, lesigen-za di avvertire la natura come «madre» e non come «matrigna», non trovan-do nella società di allora una concreta attuazione, viene necessariamente su-blimata, nel racconto evangelico, in chiave mitologica. Mancando agli oppressi lindispensabile capacità organizzativa,che solo una forte coscienza di classe può dare, lesigenza di liberazione neiconfronti della natura minacciosa (qui simbolo di rapporti sociali antagoni-stici) sfocia irrimediabilmente nellutopia. Affidando al miracolo il compito di risolvere il problema dellaf-francamento sociale, il cristianesimo di fatto privilegia la coscienza sulles-sere, lidealismo soggettivo sul materialismo oggettivo. Lesortazione etico-religiosa di Marco, probabilmente rivolta più aicoloni che non agli schiavi veri e propri, si capovolge nel suo contrario, pri-va comè di prospettive politiche rivoluzionarie e di riferimenti scientifici. Pur prendendo coscienza delle possibilità di adeguare le loro forzealle difficoltà del loro tempo, i cristiani di duemila anni fa (e per molti è an-cora così) preferiscono svegliare chi dorme tranquillamente sul suo cuscino,invitandolo a compiere qualcosa di spettacolare al loro posto, qualcosa daricordare con timore e tremore: qualcosa che, ai cristiani di oggi, serviràanche per dimenticare i grandi miracoli che la scienza ha compiuto, e pernon desiderare i grandi progressi che luomo collettivo, padrone dei proprimezzi produttivi, otterrà attraverso il socialismo democratico. 94
    • Umano e Politico La giornata di Cafarnao (Mc 1,21-39) La giornata di Cafarnao rappresenta un condensato delle principaliattività svolte da Gesù allinizio della sua missione politica e sociale in Ga-lilea: predicazione e guarigione alle folle, stretto rapporto coi discepoli econfronto con le autorità locali. La tradizione religiosa ha aggiunto la pre-ghiera e gli esorcismi. La giornata si svolge in tre luoghi diversi: la sinagoga della città,la casa di Pietro e il deserto limitrofo. Cafarnao era una delle città più im-portanti della Galilea.Nella sinagoga (vv. 21-28)v. 21) Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si misead insegnare. È qui descritta parte dellattività pubblica di Gesù predicatore emaestro di vita. Fino a quando non ne sarà espulso, insieme ai suoi seguaci,le sinagoghe resteranno il suo terreno privilegiato per il confronto con leautorità religiose locali e lintellighenzia laica. Tale opportunità verrà peròsfruttata solo per un breve periodo di tempo: lo documenta il fatto che intutto il vangelo di Marco sono soltanto tre gli episodi ambientati nelle sina-goghe (oltre a questo, quello delluomo dalla mano secca, che fu loccasioneper discutere sul valore del sabato, e quello riguardante il rifiuto dei parentidi riconoscere la sua autorità, in Mc 6,1 ss.). Lultimo dei tre racconti, ripe-tendo in pratica i temi degli altri due (stupore e incredulità), è il meno signi-ficativo. Il vangelo di Giovanni dirà, più precisamente, che venivano espul-si quanti lo riconoscevano come «messia» (Gv 9,22 e 12,42). Nella sinagoga di Cafarnao - stando allo schema redazionale diMarco - Gesù fa il suo esordio ufficiale in Galilea come predicatore e tau-maturgo (ma la parte relativa allesorcismo è stata aggiunta o trasformata inun secondo momento, molto probabilmente per censurare un dibattito ditipo politico). Secondo Giovanni la prima attività pubblica di Gesù avvennenon a Cafarnao, bensì a Gerusalemme, di cui la cacciata dei mercanti dalTempio costituisce lesempio più eloquente. La differenza tra i racconti diMarco e Giovanni sta nel fatto che mentre a Gerusalemme Gesù era inter-venuto come profeta o leader politico, appena slegatosi dal movimento delBattista, a Cafarnao invece egli interviene sì come successore del Battistama in maniera incidentale, estrinseca, senza una chiara e logica consequen-95
    • Biografia demistificata del Cristozialità. Questo perché la tradizione cui si rifaceva Marco aveva scarsi rap-porti con lambiente del Precursore. Nella descrizione dellesordio di Gesù a Cafarnao merita desseresottolineato un curioso modo desprimersi di Marco. Dapprima infatti egliafferma che Gesù e gli apostoli giungono insieme al paese (provenendo for-se da Gerusalemme, per la Pasqua, ove era stata compiuta lespulsione deimercanti dal Tempio), poi afferma che solo Gesù entra nella sinagoga e, piùavanti ancora, che dopo essere «usciti dalla sinagoga, si recarono in casa diSimone» (v. 29). Dunque se gli apostoli erano «usciti», erano pure «entra-ti». Lomissione di Marco è voluta e sta appunto a significare che mentreGesù entrò per «insegnare», gli apostoli non avevano ancora lautorità suf-ficiente per fronteggiare la resistenza che scribi e farisei opponevano allapredicazione del nuovo vangelo.v. 22) Ed erano stupìti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno cheha autorità e non come gli scribi. Questo ingresso nella sinagoga sembra rappresentare, in verità,non tanto linizio dellattività pubblica di Gesù predicatore, quanto uno deisuoi momenti più rilevanti, almeno nella città di Cafarnao, forse il primomomento ufficiale, di confronto con le istituzioni, dopo la predicazione allemasse galilaiche. Il fatto che insegnasse «come uno che ha autorità» sta appunto adindicare che prima di entrare nella sinagoga, Gesù aveva svolto il suo ap-prendistato tra la folla. In questo senso andrebbe letto 1,14: «Dopo che Gio-vanni fu arrestato [in Perea, terra di Erode], Gesù - dice Marco - si recò nel-la Galilea predicando il vangelo di Dio». Si trattava appunto di un appren-distato tra le folle galilaiche e giudaiche al seguito del Battista. Andrea,Giacomo e Giovanni (non Pietro) erano stati quasi sicuramente degli apo-stoli del Battista. Giovanni cita fra i primi chiamati da Gesù anche Filippo eNatanaele (1,43 ss.), probabilmente originari della Galilea. Chi si «stupisce», nella sinagoga di Cafarnao, è il gruppo delle au-torità religiose e laiche (in primo luogo i farisei), che probabilmente aveva-no avuto scarsi rapporti col Battista. È vero che in Marco la popolazionenon ha ancora potuto costatare la forza dei suoi poteri terapeutici, ma è an-che vero che la presenza stessa dei discepoli sta ad indicare che la novitàdel suo messaggio aveva già suscitato delle reazioni positive. Peraltro, stan-do a Giovanni, un gruppo di galilei aveva già assistito ad alcuni «segni» fat-ti da Gesù a Gerusalemme per la Pasqua, il più importante dei quali dovevaessere stata la purificazione del Tempio (Gv 2,23), benché un secondo re-dattore abbia aggiunto la guarigione del figlio di un funzionario di Erode,che è il secondo «segno» fatto da Gesù in Galilea, dopo le nozze di Cana, 96
    • Umano e Politicocui parteciparono i parenti di Gesù e pochi discepoli (così Gv 4,54): unevento, questo, del tutto fuori luogo rispetto al contesto. Marco qui non si sofferma sul contenuto dellinsegnamento diGesù, poiché già lha fatto, in modo lapidario, al v. 15: «Il tempo è compiu-to e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». PeraltroMarco non ama approfondire il contenuto politico del vangelo di Gesù. Nel contesto di questo vangelo ciò che distingue Gesù dai fariseipiù progressisti non è tanto la diversità del messaggio di liberazione sociale,politica e nazionale, quanto il fatto chesso viene trasmesso con «autorità»,cioè con la consapevolezza della sua possibile realizzazione. La differenzastava in primo luogo nellatteggiamento di fiducia verso la rivoluzione, cheper i farisei, sempre meno convinti delle capacità eversive del popolo,consisteva in una sentita attesa messianica. Gesù possedeva grande autorevolezza non perché aveva studiato inuna rinomata scuola rabbinica, né perché diceva cose assolutamente diverseda quelle dei gruppi politici più progressisti, ma perché il suo insegnamentoera sociale, coerentemente vissuto, conforme alle esigenze delle masse: tut-te le differenze di contenuto (la questione del digiuno, del sabato, del valoredel Tempio, della legge mosaica, delle regole alimentari ecc.) partivano daquesta particolare concretezza. Al tempo di Gesù i farisei, dopo le gravisconfitte subite ad opera di Erode il Grande, si erano praticamente divisi indue gruppi: uno molto conservatore e moralista, fedele alla legge scritta eorale; laltro, minoritario, più democratico e aperto a soluzioni ancora poli-tico-rivoluzionarie, seppure in uno sfondo meramente giudaico-naziona-listico. Il brano che va dal v. 23 al v. 28 è stato aggiunto in un secondomomento, al fine di giustificare la morte violenta di Gesù nellultimaPasqua dei vangeli. Lesorcismo infatti vuole dimostrare che non ceraalcuna possibilità di dialogo tra Gesù e lebraismo (Marco, a differenza diGiovanni, non fa distinzione tra farisei conservatori e progressisti).Lincompatibilità di fondo, ideologica, impedisce qui ogni intesa politica. Il«demone» dà per scontato che le intenzioni, i metodi, gli obiettivi di Gesùsiano di per sé negativi, a prescindere dai risultati che ottengono o potrannoottenere. Non ci può essere confronto dialettico fra lebraismo e ilcristianesimo: lo stesso uso del plurale «noi» (v. 24) sta appunto ad indicareche per il «secondo redattore» del vangelo di Marco, «tutto» il giudaismoera ostile a Gesù. È addirittura singolare il fatto che questo redattore abbiavoluto inserire un «indemoniato» nella sinagoga, in grado di agireindisturbato, allinsaputa degli stessi astanti, del tutto incapaci di scorgerlo. Gesù infatti non dialoga con lossesso, ma impone di forza la suaautorità: il che contraddice tutti i racconti di guarigione. Non solo, ma taleatteggiamento è anche in contrasto col fatto che Gesù era entrato nella sina-97
    • Biografia demistificata del Cristogoga per parlare col potere costituito, per discutere e insegnare, cioè senzadare per scontata lostilità di questo potere. Laggiunta, tuttavia, è molto antica, poiché non accenna minima-mente alla presunta «divinità» del Cristo. «Santo di Dio» sta per «profeta»o al massimo per «messia»: anche il Battista lo era. Nel contesto del rac-conto Gesù è semplicemente il «nazareno». Che si tratti di unaggiunta, lo si comprende bene anche dal v. 27,allorché si ribadiscono pari pari le cose dette al v. 22. Gli astanti erano giàstupìti dellinsegnamento di Gesù, prima ancora dellesorcismo, e già aveva-no capito che si trattava di una «nuova dottrina»...In casa di Pietro (vv. 29-34).v. 29) E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, incompagnia di Giacomo e di Giovanni. I «subito» di Marco possono apparire un po pleonastici, ma quinon ha molta importanza. Lintenzione dellevangelista è semplicementequella di far notare al lettore la differenza di comportamento che cè fra leautorità e i discepoli. La sinagoga, cioè il potere istituzionale a livello loca-le, è incapace di recepire la novità del nuovo vangelo, ma non per questo gliuomini che lottano attivamente contro le ingiustizie (in questo caso gli apo-stoli) devono sentirsi in diritto di condannare le istituzioni, rompendo qua-lunque rapporto. Prima di «distruggere» le istituzioni occorre che lalterna-tiva, almeno in nuce, sia già stata posta, altrimenti si cadrà nellavventuri-smo. I discepoli cioè devono sincerarsi che allinterno delle loro «case» ilpregiudizio, la sfiducia, il pessimismo siano, almeno potenzialmente, vinti,superati.v. 30) La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Questo versetto sta ad indicare che le difficoltà di comprensionedel nuovo vangelo esistevano anche presso gli apostoli, cioè presso gli am-bienti più progressisti del popolo. Il racconto dellesorcismo sembrava sca-ricare sulle istituzioni tutto il peso della crisi dellebraismo; ora invece ap-pare chiaro che il peso devessere in un certo qual modo distribuito (seppurnon in parti uguali) fra istituzioni e società, fra potere e masse. La contrad-dizione non si esprime tanto attraverso la diversa simbologia dei due mali:quello fisico della suocera e quello spirituale della sinagoga, quanto piutto-sto nel fatto che gli apostoli chiedono a Gesù - dopo il confronto politico eintellettuale con le autorità - un favore personale, di secondaria importanza. 98
    • Umano e Politico È vero che Simone e Andrea parlano a Gesù della suocera soloquando già erano entrati in casa, in quanto non ve lavevano condotto appo-sitamente. Marco però vuole anche evidenziare che, appena usciti dalla «si-nagoga-di-chi-sa-solo-stupirsi-senza-credere», Gesù e i discepoli entrarononella «casa-di-chi-non-sa-credere-sino-in-fondo». La sfiducia non aveva in-taccato soltanto la coscienza delle autorità, dei partiti tradizionali, ma anchequella del popolo, seppure in forma meno grave. Essi infatti - se prestiamofede alla cronologia di Marco - chiedono a Gesù di violare il sabato con lasua terapia: lo usano e in maniera magica.v. 31) Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essasi mise a servirli. La febbre doveva essere abbastanza alta, poiché la donna non ebbeneppure la forza davvicinarsi a Gesù. Essa viene guarita senza cerimonieparticolari, senza riti di sorta, né scongiuri o formula magiche. Non cèniente di religioso nelle guarigioni di Gesù. Subito dopo, dimostrando che la febbre era stata completamentesanata, essa si mise a servirli. Quale scandalo! Che cosa si sarebbe detto diun rabbino che avesse accettato di farsi servire a tavola da una donna ingiorno di sabato appena uscita da una malattia? Proprio qui, daltra parte,stava la principale differenza tra le istituzioni e il popolo: linutilità di certetradizioni, di certi formalismi, di certi precetti morali e norme rituali, eramolto più avvertita dal popolo che non dalle istituzioni, che avevano biso-gno di quelle cose per salvaguardare il potere costituito.v. 32) Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli in-demoniati. «Dopo il tramonto del sole» non è una ripetizione di «venuta lasera», ma la specificazione che il sabato, secondo il computo ebraico, eragià passato, e che quindi il divieto di lavorare (in questo caso trasportarebarelle o aiutando malati non moribondi) era finito. Qui però cè qualcosa di strano: la folla accorre a chiedere guari-gioni quando nel vangelo di Marco la prima è appunto quella della suoceradi Pietro. Indubbiamente il fatto di avergliela richiesta, da parte dello stessoPietro, stava ad indicare una conoscenza di questi suoi poteri, esercitati inprecedenza, ma allora perché lomissione o la lacuna del redattore? Di certola folla non può essere accorsa solo dopo che si sparse la notizia della gua-rigione della donna: non lo avrebbe fatto in massa e in così poco tempo. Probabilmente il redattore, condensando episodi avvenuti in tempie luoghi diversi, ha voluto qui mettere in evidenza una diversità di atteggia-99
    • Biografia demistificata del Cristomento tra i discepoli più stretti di Gesù e la folla. Infatti, dopo le molte gua-rigioni già ottenute o viste fare, la folla crede sì nei poteri di Gesù, credeanche nel suo vangelo, ma continua ad aver timore del giudizio delle autori-tà ufficiali. Solo «dopo il tramonto del sole» gli portarono i «malati» (ma-lattie fisiche) e gli «indemoniati» (come allora ci si esprimeva per indicarele malattie psichiche). Iperbolicamente Marco parla di «tutti» i malati diCafarnao.v. 33) Tutta la città era riunita davanti alla porta. Che tutta la città fosse riunita davanti alla porta della casa di Pietroappare davvero strano, poiché allora non si spiegherebbe il timore del giu-dizio delle autorità, relativo al precetto del sabato, e in ogni caso ciò non staa significare che tutti i malati abbiano potuto essere guariti. Al massimopuò stare ad indicare che la popolarità di Gesù taumaturgo era già grande,ovvero che questa popolarità rischiava dessere soggetta ad atteggiamentistrumentali o addirittura che persino qualche autorità religiosa può aver uti-lizzato tale opportunità per chiedere qualcosa a favore dei propri congiuntio parenti bisognosi di cure (non si comporterà forse così larchisinagogoGiairo?).v. 34) Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni, manon permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. Per compiere queste guarigioni Gesù non chiede una fede maturanel suo vangelo, né sintrattiene a parlare con gli ammalati o con i loro pa-renti. Non pone alcuna vera condizione preliminare. Gesù sa già che gli abi-tanti di Cafarnao, nella loro maggioranza, condividono le idee fondamentalidel suo vangelo, anche se essi non hanno il coraggio di trasgredire il sabato.Non ha quindi senso chegli vieti di conoscere una cosa (la propria identità)a quanti già la conoscono ed è altresì insensato che agli inizi della sua mis-sione egli vieti di divulgare il suo messaggio. Il «segreto messianico» - cuiegli sarà costretto a ricorrere più avanti - era in funzione di una migliore ri-cezione del suo vangelo, onde evitare malintesi politici sulla sua strategia.In questo frangente il redattore ne parla solo per anticipare l’idea della fi-gliolanza divina del Cristo.Nel deserto (vv. 35-39)v. 35) Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luo-go deserto e là pregava. 100
    • Umano e Politico Aspettandosi larrivo di nuovi postulanti, quelli che la sera prece-dente non erano riusciti ad ottenere la guarigione (al v. 34 Marco aveva det-to che «molti» riuscì a guarire, non «tutti»), Gesù preferisce ritirarsi nel de-serto limitrofo (la «preghiera» è stata aggiunta con intento apologetico).Spera che, vedendolo comportarsi così, essi capiscano (soprattutto i disce-poli, poiché il gesto voleva avere un contenuto politico-pedagogico) che lesue «operazioni salutiste» non avevano come unico obiettivo la guarigionepsicofisica della gente.vv. 36-37) Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trova-tolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Si meravigliano di questa «fuga dalla facile popolarità», di questarinuncia al dovere sociale, civile... Gli scribi si stupivano della sua autorità,la folla e i discepoli chegli non voglia usarla sino in fondo. Quello che Si-mone e gli altri apostoli non comprendono è che la salute è soltanto un «se-gno» di qualcosaltro, cioè unoccasione, un motivo per sperare in cambia-menti ben più significativi, in cui i malati stessi siano soggetti attivi, nonpassivi. Nel contesto è evidente il rifiuto di approfittare della situazione peracquisire un potere personale, per sfruttare la buona fede o lignoranza delpopolo.v. 38) Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichianche là; per questo infatti sono venuto!». Gesù motiva la sua dipartita dalla città di Cafarnao mostrando chelattività terapeutica andava subordinata alla proclamazione del vangelo,che fosse la più vasta possibile. Già da questo si può intuire quale sarà ilsuo futuro rapporto con le masse. E se anche queste, in quel momento, pos-sono non aver capito il vero motivo di questa sua tattica, l’importante erache lo capissero i suoi più stretti discepoli. Dicendo: «la mia missione è rivolta a tutti, il vangelo non è per po-chi», in pratica Gesù poneva la folla di fronte al pericolo del possessoesclusivo, unilaterale, dei suoi poteri taumaturgici o della sua autorità mora-le e politica. Probabilmente alcuni avevano capito che la possibilità di uti-lizzare i suoi poteri e la sua autorità poteva rendere molto più importante lacittà di Cafarnao. Altri, invece, con uno sguardo meno campanilistico,avranno pensato che i suoi poteri e la sua autorità andavano proposti e of-ferti a molte più persone, non solo a quelle della città galilaica. Oppureavranno pensato (gli apostoli) che Gesù, volendo soprattutto predicare, nonpoteva perdere molto tempo con gli ammalati.101
    • Biografia demistificata del Cristo In parte tutto questo era vero, ma il punto restava un altro. Gesùnon cercava soltanto «molti villaggi» dove poter predicare, ma anche e so-prattutto quelli che sapessero accogliere con maturità la forza morale e poli-tica del nuovo vangelo. Chi non fosse riuscito ad avvertire lesatta prossimi-tà da lui desiderata, avrebbe continuato a vivere in un «villaggio lontano», ead ogni villaggio egli sarebbe stato costretto a dire che doveva andare a pre-dicare anche nei «villaggi vicini». 102
    • Umano e Politico Matteo il pubblicano (Mc 2,13-17)[13] Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava.[14] Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e glidisse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.[15] Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si miseroa mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo segui-vano.[16] Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e ipubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagniadei pubblicani e dei peccatori?».[17] Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno delmedico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». * La chiamata di Levi-Matteo è un racconto molto indicativo delladialettica esistente tra valori universali e valori di classe. Levi è un esattoredelle imposte al servizio del re Erode Antipa di Galilea, cioè un ebreo tradi-tore che fa indirettamente gli interessi di Roma. Lappalto dellesattoria ve-niva assegnato dai romani allesattore-capo che faceva lofferta più alta: perfar fronte agli impegni, costui doveva quasi costringere i suoi impiegati -gli esattori - alla disonestà. Cioè a dire, gli esattori versavano allo Stato lasomma pattuita, ma in cambio potevano tenersi, frodando, il surplus delleriscossioni. A causa di ciò gli appaltatori e doganieri, con tutta la loro fami-glia, venivano privati dalle autorità giudaiche di molti diritti civili, politici ereligiosi, fra cui quello di rendere testimonianza. Matteo si era forse deciso ad accettare tale mestiere perché avevavalutato realisticamente la potenza dei romani e ritenuto inutile qualsiasi re-sistenza popolare, specie se condotta da un governo corrotto come quellogiudaico o dai gruppi terroristici che pullulavano nei deserti della Palestinadi allora. I fatti non gli avevano dato torto. In quanto appartenente alla classe dei pubblicani, egli era un nemi-co del movimento nazareno di Gesù, ma il resoconto della sua conversionesta appunto a significare che dietro lapparenza di una professione vergo-gnosa può celarsi un desiderio represso di giustizia, di liberazione, sociale enazionale. Il brano è evidentemente lepilogo di un rapporto preciso tra i due.Levi si aspettava dessere «chiamato». Lincontro, anche se nel testo di Mar-co appare il contrario, non è stato casuale ed è avvenuto senza spettacolari-103
    • Biografia demistificata del Cristotà. Levi probabilmente voleva essere chiamato in pubblico, al fine di dimo-strare ufficialmente la rottura col suo passato, e Gesù ha aspettato soltantoil momento opportuno per farlo. In effetti, per chiamarlo alla sua sequela, Gesù doveva prima vin-cere le resistenze interne al movimento ed essere pronto ad affrontare, subi-to dopo, quelle, non meno forti e numerose, provenienti dallesterno. Pre-giudizi e riserve morali si sprecavano nei confronti dei pubblicani, conside-rati «impuri» a causa dei loro contatti coi pagani, «traditori» della patria,«peccatori» per antonomasia. Viceversa, il testo documenta come, in nome di valori universali(lesigenza di giustizia, di libertà), Levi abbia potuto compiere una scelta diclasse progressista, mettendosi dalla parte del popolo rivoluzionario controloppressore straniero e interno. Ed è stata una scelta così significativa cheGesù non ha avuto dubbi nel chiedere a Matteo di far parte del numero ri-stretto dei discepoli più fidati. Levi cioè non si era semplicemente riconci-liato con la sua gente, ma aveva anche voluto assumere una responsabilitàpolitica assai impegnativa, completamente antitetica al suo precedentemodo di vivere. Anzi, senza questa possibilità dimpegno politico, probabil-mente non ci sarebbe mai stata alcuna riconciliazione con i galilei. FinchéMatteo non avesse incontrato un movimento politico il cui programma fos-se non solo praticabile, ma anche fondamentalmente onesto, egli avrebbecontinuato a fare il gabelliere. Il suo desiderio era quello di veder realizzatauna maggiore democraticità ed uguaglianza allinterno della società ebraica,non era quello di aprire maggiormente tale società alla cultura greco-romana. Se Gesù avesse puntato tutta la sua attenzione sui valori di classe,non lavrebbe neppure chiamato, poiché, senza la consapevolezza dellesi-stenza dei valori universali, i valori di classe portano, tendenzialmente, aguardare le cose in maniera schematica, settaria, cioè portano a dare piùpeso alloggettività del ruolo (sociale, professionale, politico) che non allasoggettività della coscienza e dellesperienza personale. Matteo chiedevaappunto di non essere considerato solo dal punto di vista dei valori di clas-se, o comunque di non fare della «verità di parte» un motivo per discrimi-nare una parte di uomini. *«Mentre Gesù stava a mensa in casa di Matteo [da questi invitato, dopo la chiamataal discepolato attivo], molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme conGesù e i suoi discepoli. Erano molti infatti quelli che lo seguivano» (v. 15). 104
    • Umano e Politico Matteo poté dare un grande banchetto appunto perché era di fami-glia agiata (o comunque lo era diventato). Ma questo è un pranzo daddioalla professione e di congedo dalle compagnie di un tempo, non è un pranzodi rallegramenti e felicitazioni: al massimo potrà esserci stato un momentoin cui Matteo, approfittando delloccasione, avrà perorato la causa di Gesù echiesto a qualche suo collega pubblicano di abbandonare il mestiere e di se-guire il suo esempio. In fondo, la particolarità della conversione di Matteosta anche nel fatto che nei vangeli egli è stato il primo «peccatore» ad averricevuto (e ad aver accettato) linvito a seguire Gesù come attivo militante. Molti commensali, probabilmente, erano, come lui, «peccatori» dirilevanza pubblica, cioè persone che - secondo la mentalità rabbinica - tene-vano, proprio in forza della loro professione, una condotta morale riprove-vole: il ruolo in sé li condannava. Qui essi non sono a tavola con Gesù per-ché suoi «seguaci», ma perché amici e colleghi di Matteo. Lespressione«erano molti che lo seguivano» è stata aggiunta da Marco, sulla versioneoriginaria della tradizione, o da qualche redattore o copista per non scanda-lizzare un lettore di origine ebraica. In effetti, soltanto sulla base di una for-te esigenza politica si può comprendere e giustificare un rapporto così con-fidenziale (un pranzo in comune!) tra Gesù e i cosiddetti «peccatori». Lamorale religiosa della comunità cristiana primitiva, che aveva appena smes-so di credere nella transizione politica, non poteva facilmente tollerare larealtà di questi rapporti, specie se dominata da una forte componente ebrai-ca. Laggiunta però è stata così infelice che se ne ricava una duplicesfavorevole impressione. Da un lato, infatti, sembra che, siccome «erano inmolti», Gesù e i suoi discepoli si potevano anche permettere il lusso di farecose «azzardate», cioè non conformi ai principî della mentalità dominante(il che però non è, in quanto la scelta di partecipare a un banchetto del ge-nere sarebbe stata presa anche in condizioni di minore popolarità del movi-mento nazareno); dallaltro sembra, sempre a motivo del fatto che «erano inmolti», che il redattore voglia far capire quanto fosse difficile per il movi-mento nazareno controllare «tutti», specie quegli elementi della cui presen-za la comunità cristiana primitiva avrebbe fatto volentieri a meno. Unaltra interpretazione, ancora più antistorica, vuole che i «molti»fossero già alla sequela di Gesù, seppure non come diretti discepoli, bensìcome «semplici credenti» o «simpatizzanti». Il pranzo sarebbe appunto ser-vito come pretesto per ufficializzare la presenza di questi neo-convertitinelle file del movimento messianico. Comunque sia, il copista (o un secondo redattore) con quellag-giunta non ha fatto altro che giustificare il comportamento di Gesù agli oc-chi di coloro che, ragionando coi soliti preconcetti, si erano scandalizzatinel vedere quellanomala festicciola. Gesù però - come già si è detto - era105
    • Biografia demistificata del Cristostato invitato da Matteo, insieme ai colleghi pubblicani, per celebrare unavvenimento importante: la conversione politica di un pubblicano alla cau-sa del vangelo; per la partecipazione alla festa Matteo non aveva impostoalcuna condizione, né chiederà nulla quandessa sarà terminata. Non dovevaessere un incontro formale per negoziare qualcosa. Gesù aveva probabil-mente accettato linvito, sapendo benissimo chi sarebbero stati gli altri invi-tati. Si trattava quindi di una scelta, da parte sua, che non avrebbe potutopregiudicare alcunché. «Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con ipeccatori e i pubblicani» (v. 16), andarono a protestare dai discepoli diGesù. Scribi e farisei erano coloro che, attraverso linterpretazione dellalegge, la pretesa coerenza morale, lautorità politica e le pratiche rituali, mi-ravano a presentarsi al cospetto del popolo come i veri riformatori delle-braismo. Da notare però che il termine «setta» è qui usato in senso spregia-tivo, ironico, per mettere appunto in risalto che, nonostante gli sforzi di af-fermazione socio-politica, questi riformatori non riuscivano ad essere moltopopolari. Tuttavia, anche questa parte del racconto è stata manomessa. Èprobabile, infatti, che siano stati gli stessi apostoli a porsi quella domandaimbarazzante, oppure che a loro, in questo caso, sia toccato lingrato compi-to di rispondere alle domande che il loro movimento si poneva. Gli scribisono stati utilizzati come capro espiatorio, al fine di nascondere la pochezzaintellettuale di alcuni discepoli, che ancora non comprendevano certe ini-ziative di Gesù o che ancora non sapevano cosa rispondere alle domandedei seguaci meno consapevoli, anche se è fuor di dubbio che Gesù nonavrebbe potuto accettare linvito di Matteo se i suoi discepoli non fosserostati disposti, almeno virtualmente, a capirlo. Il redattore, dal canto suo, avrebbe anche potuto parteggiare per laposizione di questi discepoli dissenzienti, ma poi avrebbe trovato molte piùdifficoltà a spiegare quella di Gesù. Ecco perché si è limitato a dire che chilo riprese erano i nemici di sempre, gli scribi e i farisei. Lironia comunque prosegue sia laddove Marco afferma che gliscribi lo biasimavano semplicemente «vedendolo» mangiare, cioè standofuori della casa di Matteo; sia laddove gli scribi interrogano i discepoli diGesù, non lui in persona. Per loro la «distanza morale» era così grande chenon potevano neppure fisicamente incontrarlo. Gli scribi accorpavano i pubblicani e i peccatori sotto una medesi-ma categoria: i colpevoli noti al pubblico. Tuttavia, se il pubblicano per loscriba era un peccatore «manifesto» in forza del proprio ruolo professionale(e, come lui, tanti altri che svolgevano mestieri interdetti), che dire di chiveniva tacciato pubblicamente dessere un «peccatore»? Può forse il concet-to di «peccato» appartenere unicamente alla «sfera pubblica»? Nellidentifi- 106
    • Umano e Politicocazione arbitraria degli scribi (ovvero della mentalità dominante) cè, a benguardare, la pretesa di considerare peccatori solo quelli «ufficiali», social-mente noti (come ad es. le prostitute o i ladri colti sul fatto). Non ogni uomo quindi era per loro «potenzialmente peccatore»,ma solo quello il cui peccato fosse evidente, esplicito, appunto perché pale-semente in contrasto con le leggi giudaiche. Il cosiddetto «male» venivapraticamente simbolizzato dagli scribi in un determinato schema di com-portamento. Così facendo essi ritenevano e facevano credere che la «colpa»fosse una realtà ben definita e soprattutto definitiva, irreversibile. Certo, inastratto gli scribi non negavano la possibilità del ravvedimento, ma quandoquesta possibilità diventava realtà (e in un contesto ideologico del genereera cosa rara), essa non faceva altro che legittimare ulteriormente le istitu-zioni del potere giudaico: per la semplice ragione che se gli scribi potevanoanche ammettere leventualità della riabilitazione, mai avrebbero accettatodi ripensare questo modo di tipizzare e codificare il concetto di «peccato-re». La credibilità del potere giudaico era così fragile che un ripensamentodel genere avrebbe comportato una pericolosa reazione a catena. Al cospetto di un potere del genere, corrotto, autoritario e compro-messo con limperialismo romano, il cosiddetto «criminale» poteva anchearrivare a pentirsi del reato commesso, ma è difficile credere chegli avreb-be potuto farlo con la convinzione daver «sbagliato». Nelle società basatesullantagonismo i «veri criminali» non sono forse quelli che dispongonodel potere (politico o economico), cioè quelli che ufficialmente appaionoonesti e che quando vengono finalmente scoperti e denunciati godono sem-pre di ampie immunità? Di che cosa si dovrebbe pentire un criminale «co-mune»: del proprio «egoismo» o della propria «ingenuità»? Forse Matteo aveva accettato di fare il pubblicano proprio perchéera giunto alle medesime conclusioni, che sono sì amare ma realistiche,seppure al negativo. Comunque sia, la proposta del movimento nazarenoera stata proprio quella di trasformare il realismo da negativo a positivo, dadistruttivo a costruttivo. Era forse unutopia? No, perché il «criminale»Matteo poteva diventare, grazie a questa proposta (che in fondo era un pro-getto di vita), un militante che simpegnava a combattere non solo per la li-berazione nazionale, ma anche contro la logica degli scribi, dimostrandoche non si può essere «giusti per definizione», per partito preso, in quantola giustizia è un criterio la cui credibilità va continuamente dimostrata coifatti. Dunque, stando insieme ai pubblicani e ai peccatori, come fa Gesùa non diventare come loro? come può dimostrare di non essere come loro?Questa la domanda che gli scribi e la mentalità dominante si saranno posti.La confusione tra «forma» e «sostanza» nasce appunto dal fatto chessi han-no voluto identificare i due aspetti dal punto di vista della forma e non della107
    • Biografia demistificata del Cristosostanza, e lhanno fatto in maniera così «integrale» da non tollerare alcuna«divergenza». Il pranzo in casa Matteo aveva appunto lo scopo di mettere in di-scussione la pretesa scriba che non vi fossero alternative alla logica ufficia-le del sistema. Gli scribi erano convinti che lunica vera «sostanza» fosse illoro formalismo e che qualunque alternativa (non solo quella del Cristo) an-dasse considerata negativamente; non riuscivano cioè ad accettare lipotesidi una «sostanza» autentica che si potesse vivere allinterno di forme diffe-renti, non tradizionali o non ufficiali. Il loro concetto di «purezza» andavadi pari passo con quello di «separazione» dai cosiddetti «peccatori», i peg-giori dei quali, secondo gli scribi, erano proprio i «pubblicani». Costoro in-fatti non facevano più parte della chiesa ebraica, formavano una categoriadi gente a sé, per la quale il pentimento risultava praticamente impossibile,essendo impossibile sapere quante persone erano state «danneggiate» dallaloro attività. A causa del loro comportamento, quindi, essi erano consideratipiù «pagani» dei cosiddetti «peccatori» che esercitavano attività soltanto«immorali». *«Avendo udito questo, Gesù rispose: Non sono i sani che hanno bisogno del medi-co, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (v. 17). Qui lironia raggiunge un alto livello di criticità politica. Apparen-temente infatti la risposta sembra essere molto diplomatica, in quanto da unlato Gesù ammette che i pubblicani sono «peccatori» e, dallaltro, che gliscribi sono «sani e giusti». Si tratta tuttavia di una mera apparenza, resainevitabile dal fatto che Gesù, usando tatto e discrezione, non vuole rompe-re un rapporto con le istituzioni. Ma in realtà il giudizio (indiretto) è severo,poiché se i «malati», cambiando stile di vita, possono diventare «sani», tutticoloro che non accettano questa eventualità rischiano di diventare «malati»,anche se ufficialmente non lo sono o dicono di non esserlo. Si badi, Gesù non giustifica il realismo negativo dei pubblicani, iquali, conoscendo bene lipocrisia scriba, avevano scelto il loro proprio in-teresse, rinunciando ad ogni idealismo politico; però è evidente (e la con-versione di Matteo lattesta) chegli non vuole neppure considerare queipubblicani divenuti tali per «protesta», alla stessa stregua di quelli che la-vevano fatto per esigenze di mero guadagno (un caso analogo a questo èquello di Zaccheo, descritto nel vangelo di Luca). Altra questione riguardava la liceità dei mezzi. È vero, Gesù si sta-va cibando di vivande acquistate con denaro «sporco», proveniente da affa-ri illeciti (lo sdegno degli scribi si poteva capire), ma quale denaro è com- 108
    • Umano e Politicopletamente «pulito»? Luomo si trova a vivere in una società che lo precede,per cui la scelta dei mezzi spesso non dipende dalla sua volontà. Daltraparte, non perché i pubblicani venivano accusati dagli scribi di «tradimen-to», avevano per questo cessato le loro attività. Per non rischiare di usaremezzi inadeguati, gli scribi, alla fine, facevano gli interessi di Roma propriocome i pubblicani. Ma sul significato della suddetta ironia bisogna spendere ancoraqualche parola. È anzitutto evidente che Gesù non poteva usare lo strumen-to dellironia per troncare il rapporto con gli scribi: sarebbe stato insensatoprecludere alla mentalità dominante la possibilità di superare i propri pre-giudizi. Lironia quindi, se nella formulazione redazionale del testo appareevidente, nellespressione reale di Gesù sarà invece apparsa più sfumata,più ambigua. Gesù non aveva esplicitamente contestato la posizione scriba (odella mentalità dominante), anche se aveva dato la possibilità di capire ler-rore di questa posizione. Chi voleva comprendere il vero senso delle sueparole, avrebbe potuto farlo senza sentirsi particolarmente offeso. Cè daconsiderare infatti che qui siamo appena agli inizi della sua predicazionepubblica. Se gli scribi, ascoltando le sue parole, avessero pensato che vole-va dileggiarli, il dialogo non sarebbe neppure stato aperto. Ecco perché li-ronia di Gesù non è quella del redattore: laddove luno aveva bisogno delconcorso di tutti gli ebrei (giudei o galilei che fossero) per opporsi ai roma-ni, laltro invece dà per scontata lindisponibilità degli scribi. Questo problema ne introduce un altro, non meno significativo.Poiché il redattore scrive in un momento in cui lipotesi di un felice esito ri-voluzionario della lotta di liberazione nazionale non andava più presa inconsiderazione, la distinzione tra «peccatori e giusti», tipicamente giudaica,non poteva più essere accettata, e con essa lesigenza di tipo politico-nazionalistico del giudaismo ufficiale. Per cui la coppia «peccatori/giusti»andava di necessità attenuata - agli occhi del redattore - e sostituita conunaltra a sfondo più moralistico, proveniente dalla comunità primitiva diorigine pagana: quella di «sano e malato». Di conseguenza, lironia di Gesù, che in rapporto alla coppia «giu-sto/peccatore» conservava una serietà di fondo, suggerita dalla necessità diuna liberazione nazionale, subisce, nella versione del redattore, per il qualeè in gioco un comportamento meramente soggettivo, una sorta di banalizza-zione. Lo stesso concetto di «peccatore» sembra vada inteso soltanto nellasua accezione etico-religiosa, nel senso cioè che «tutti» gli uomini devonosentirsi peccatori da redimere (anche quelli che sul piano economico sonoonesti). Questa superficialità è molto evidente nelle due versioni di Matteoe Luca, posteriori a quella di Marco.109
    • Biografia demistificata del Cristo * Matteo, come noto, scriverà il vangelo (ad Antiochia o forse adAlessandria) dopo la caduta di Gerusalemme. Sarà il vangelo preferito dallachiesa primitiva, tanto che quello di Marco verrà considerato (almeno sinoalla metà dellOttocento) un suo riassunto. In Italia è stato necessario un al-tro secolo prima di capire che la fonte principale del vangelo di Matteo eraproprio il vangelo di Marco. Limmagine che Matteo offre di Gesù è quella di un leader spiri-tuale, carismatico, ecclesiastico, pacifista ad oltranza, che non userebbe laspada neppure per difendersi. Nel racconto dellarresto nel Getsemani(26,47 ss.) Matteo aggiunge alla versione di Marco (ma la cosa è conferma-ta anche da Giovanni) che fu un discepolo di Gesù a opporsi alla cattura,sguainando la spada e tagliando lorecchio a un servo del sommo sacerdoteAnna. Lepisodio - secondo la versione di Matteo - servì a Gesù non tantoper scongiurare un massacro (come in Giovanni), quanto per ribadire la to-tale inutilità della violenza, ovvero la fatalità del destino, che in quel fran-gente vedeva trionfare le forze del «male». Gesù infatti afferma che se vo-lesse si servirebbe di ben «dodici legioni di angeli» (Mt 26,53 s.): il nonaverlo fatto va dunque interpretato come una decisione di volersi far cattu-rare. Certo è che se Matteo visse ad Alessandria si può comprenderebene il motivo di questa sua posizione. Come narra lo storico Giuseppe Fla-vio (un ebreo filoromano), i capi della comunità ebraica alessandrina ebbe-ro cura di prevenire, dopo il crollo di Gerusalemme, la ribellione del loropopolo, in mezzo al quale i profughi sopravvissuti di Giudea facevano cir-colare la loro propaganda sovversiva. Ciò significa che Matteo continuò adodiare gli ebrei estremisti (o zeloti), nonché le autorità del Tempio e il par-tito farisaico, esattamente come prima dincontrare il movimento nazarenodel Cristo, con la differenza che dopo il crollo del 70 si sentiva ancora piùgiustificato in questo suo atteggiamento. Prima li aveva odiati passandodalla parte del «nemico», e quindi sentendosi angosciato per una scelta chein coscienza non avrebbe voluto fare e che il Cristo ebbe la forza di rimette-re in discussione; invece dopo la crocifissione e soprattutto dopo il 70 liodia con più giustificazioni, mostrando che i veri «nemici» erano proprioloro, che con lestremismo da un lato e il conservatorismo dallaltro avevanofatto fallire il realismo del movimento nazareno. Non a caso lintenzione di Matteo di scagionare Pilato dallaccusadi aver giustiziato un innocente, è ancora più forte di quella di Marco: lo in-dicano sia il sogno premonitore della moglie di Pilato, che doveva in prati-ca attestare una rivelazione divina sullinnocenza di Gesù (27,19); sia il ge-sto simbolico di lavarsi le mani da parte dello stesso Pilato (27,24), al quale 110
    • Umano e Politicole folle ebraiche risposero: «Il sangue suo ricada su noi e sui nostri figli»(27,25). In sostanza Pilato - nel giudizio di Matteo, più ancora che in quellodi Marco - fu completamente vittima delle pressioni giudaiche. E Matteonon perse tempo nel considerare che se gli ebrei accettarono liberamente lacolpa delluccisione di Gesù, allora la distruzione di Gerusalemme non erastata altro che la giusta punizione divina, da essi stessi invocata. Matteo, che è il più ebraico dei quattro evangelisti, diventò così ilpiù antisemita, o comunque lo diventò la tradizione che a lui fece capo. Lamilitanza nel movimento nazareno non era stata sufficiente a fargli superarei drammatici risentimenti chegli provava verso i suoi connazionali. Secon-do la tradizione cristiana, egli morì martire in Etiopia, ove, in seguito, lachiesa copta farà di Pilato addirittura un «santo». Matteo insomma, puravendo rinnegato il «vangelo politico» del Cristo, non lo fece sino al puntodi dover riconoscere «Cesare come Signore».111
    • Biografia demistificata del Cristo Le nozze di Cana (Gv 2,1-12)[1] Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e cera la madre di Gesù.[2] Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.[3] Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hannopiù vino».[4] E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la miaora».[5] La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».[6] Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascu-na due o tre barili.[7] E Gesù disse loro: «Riempite dacqua le giare»; e le riempirono fino allorlo.[8] Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essigliene portarono.[9] E come ebbe assaggiato lacqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sa-peva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto lacqua), chiamò losposo[10] e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un pobrilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono».[11] Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua glo-ria e i suoi discepoli credettero in lui. * Nel racconto delle nozze di Cana, che solo levangelista Giovanniriporta, vi sono due stranezze che non possono certo sfuggire a un qualun-que lettore. La prima è che qui Maria sembra già avere consapevolezza dei po-teri straordinari di Gesù prima ancora che questi li abbia mai manifestati.(Curioso peraltro è il fatto che qui Maria dia ordini ai «servi dello sposo».Qualche esegeta protestante ha congetturato che lo sposo sia lo stesso Gesù,ma è più verosimile che Maria sia in grado di dare ordini in quanto stretta-mente imparentata con lo sposo.) Come siano andati i fatti è difficile dirlo, ammesso e non concessoche siano effettivamente accaduti. Molto probabilmente Maria, accortasiche larrivo alla festa da parte di Gesù e dei suoi discepoli (questultimi,probabilmente, aggregatisi allultimo momento) avrebbe potuto mettere inimbarazzo gli sposi se avessero constatato una quantità insufficiente divino, si limitò a chiedere qualcosa che apparentemente sembrava di difficilerealizzazione. Fatta la richiesta, cui Gesù acconsentì malvolentieri, perchéavrebbe rischiato di esporsi per un motivo di carattere privato, Maria non si 112
    • Umano e Politicorese conto di nulla, se non appunto del fatto che il problema era stato risol-to. In secondo luogo Giovanni conclude il racconto con unespressio-ne che ha dellincredibile: «Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Canadi Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui»(2,11). Anzitutto, quali discepoli poteva avere con sé? Secondo Gv 21,2Natanaele era di Cana. Altri discepoli avevano già lasciato il Battista: An-drea e Giovanni, ma anche Pietro e Filippo lo seguivano (cfr Gv 1,37-45):quindi probabilmente erano questi i discepoli che tre giorni prima eranopartiti da Betania di Giudea, ove il Precursore battezzava, e che ora si tro-vavano lì. Ma in che senso Giovanni può sostenere che i discepoli, vedendoquesto prodigio, «credettero in lui» (2,11)? Il Cristo era già riuscito a con-vincere alcuni discepoli del Battista ad abbandonare questultimo e a segui-re lui (Gv 1,35 ss.). E in nessuna parte del vangelo di Giovanni, né in quellodi Marco, il Cristo compie dei prodigi per convincere qualcuno a diventaresuo discepolo. Con la trasformazione dellacqua in vino non si manifesta al-cuna particolare «gloria», poiché il Cristo, in quella occasione, sarebbe an-che potuto apparire come uno stregone che non come un messia. Se poi eradavvero il primo miracolo e Gesù ancora non si era «manifestato», non sicomprende in che cosa i suoi discepoli avrebbero dovuto credere. Forse qui si è voluta sottolineare una diversità di fondo tra lacco-glienza dei giudei, in occasione dellepurazione del Tempio, che non si puòcerto definire entusiasta, e quella che invece gli tributarono i samaritani pri-ma e i galilei dopo? Le simboliche «giare» sembrano rappresentare la vuo-tezza, laridità giudaica, che va riempita col fervore, con lesuberanza deigalilei. Di questo particolare episodio (se esso è davvero accaduto, ma as-somiglia troppo a quello mitologico di Filemone e Bauci) solo i suoi piùstretti discepoli possono essere stati testimoni (forse il solo Giovanni, vistoche solo lui ne parla). Il v. 9 dice, tra parentesi, che i servi dello sposo sierano accorti del prodigio; tuttavia - possiamo aggiungere -, poiché non vifu in loro alcuna reazione, è giocoforza dedurre che anche questa precisa-zione sia spuria. Il motivo per cui la pericope non è riportata nei Sinottici è proba-bilmente dipeso dalla sua scarsa importanza rispetto a quella, per certi versianaloga, dei pani moltiplicati. Se alcuni servi dello sposo avessero visto ilprodigio di mutare 500 litri di acqua in ottimo vino, il «protagonista» delmatrimonio sarebbe stato Gesù, non gli sposi: cosa che invece nel raccontonon appare assolutamente (tuttavia a Cana egli vi ritornerà, stando a Gv113
    • Biografia demistificata del Cristo4,46, per compiere una guarigione a distanza per il funzionario erodianoCuza). Qui lautore dà ovviamente per scontata la fede post-pasquale, cioèragiona col senno (apostolico) del poi. Al v. 11 molto probabilmente è stataaggiunta la seconda parte da un redattore che non riusciva a spiegarsi la ra-gione per cui un racconto del genere (che, rispetto ad altri, è piuttosto insi-gnificante) doveva essere tramandato semplicemente perché a Cana Gesùaveva compiuto il suo primo prodigio. Questo, in realtà, fu un evento del tutto privato, legato allambienteparentale della famiglia dorigine del Cristo. Esso mette semplicemente inluce lumanità di un leader politico, il quale soltanto tre giorni prima avevarotto con un movimento (quello battista) che non voleva saperne di organiz-zare una manifestazione contro i mercanti del Tempio. La frase di Gesù relativa alla «sua ora» è senzaltro coerente colfatto che solo dopo qualche mese, in occasione della purificazione del Tem-pio, egli cominciò a manifestarsi in pubblico. Ma lautore di questo raccon-to può aver fatto dire a Gesù quella frase proprio perché sapeva che la suaprima manifestazione pubblica sarebbe avvenuta a Gerusalemme, in occa-sione della Pasqua. E comunque Maria non può aver compreso il significatodi quella frase. È insomma molto probabile che il racconto faccia parte di una tar-da tradizione spiritualista, sempre presente nel vangelo di Giovanni, la qua-le affianca, come un parassita, tutti i racconti giovannei di origine ebraica,il cui stile è più realistico che simbolico. È stata questa tradizione spirituali-sta che ha stravolto il significato originario del racconto e anche di tutto ilvangelo di Giovanni. Se lepisodio è davvero accaduto, linterpretazione che se nè data ètroppo metafisica per essere credibile. Cioè è categoricamente da escludereche il Cristo abbia compiuto un prodigio del genere per dimostrare la supe-riorità del suo vangelo rispetto alla legge mosaica, ed è altresì impensabilechegli abbia voluto equiparare il vino al sangue. Al massimo nella versione più antica il redattore avrà semplice-mente voluto evidenziare che la capacità di Gesù di operare prodigi potevaessere messa al servizio anche per cose che non riguardavano affatto il «re-gno» da costruire, ma semplici esigenze materiali. Il che però contraddicela natura strettamente politica dei vangeli. Che senso avrebbe avuto scrive-re in un testo politico un episodio strettamente privato? E perché, nel mo-mento in cui lo si è voluto caratterizzare politicamente, lo si è trasformatoin un racconto spiritualistico con addentellati addirittura magici? Il testo comunque è molto antico, poiché lautore non ha scrupolinellaffermare che a quello sposalizio erano presenti non solo la «madre diGesù» (il padre era già morto?), ma anche i suoi «fratelli», che vengono ci- 114
    • Umano e Politicotati separatamente dai suoi discepoli (2,12). In un altro contesto, Marco - eMt 13,55 s. gli farà eco - dirà che Gesù ebbe almeno quattro fratelli e unpaio di sorelle (Mc 6,3).4 Resta molto forte la frase che Gesù rivolge a sua madre: «Che hoda fare con te, o donna?». Sembra quasi che qui si voglia evidenziare unasorta di estraneità tra madre e figlio. Inspiegabile peraltro lassenza del pa-dre Giuseppe in questo episodio di natura privata e in genere in tutti i rac-conti evangelici.4 Da notare che lautore della pericope, inizialmente, non sembra voler includere trai «discepoli» di Gesù anche i suoi «fratelli» o i parenti più stretti e neppure i servidello sposo: di nessuno di questi il redattore dice esplicitamente che «credettero inlui»; anzi, a ben guardare, non lo dice neppure di Maria, che nel racconto sembrastrappare il prodigio più in quanto «madre» che non in quanto «discepola». Stando aMc 3,30 ss. e a Gv 7,5, i rapporti tra il Gesù politico e la madre (ivi inclusi i fratellie le sorelle) spesso erano difficili, benché alcuni fratelli militassero nella cerchia deiDodici. Forse questo racconto sta a significare che tra Gesù e il suo parentado serastabilita una certa riconciliazione, dopo levento di pericolosa rottura istituzionalequale fu la cacciata dei mercanti dal Tempio. È probabile che lesilio in Galileaabbia coinvolto solo una parte del parentado.115
    • Biografia demistificata del Cristo I pani moltiplicati Gv 6,1-70 Mc 6,30-44 Mt 14,13-21 Lc 9,10-17[1] Dopo questi fat- [30] Gli apostoli si [13] Udito ciò, [10] Al loro ritorno,ti, Gesù andò allal- riunirono attorno a Gesù partì di là su gli apostoli raccon-tra riva del mare di Gesù e gli riferiro- una barca e si ritirò tarono a Gesù tuttoGalilea, cioè di Ti- no tutto quello che in disparte in un quello che avevanoberìade, avevano fatto e in- luogo deserto. Ma fatto. Allora li prese[2] e una grande segnato. la folla, saputolo, lo con sé e si ritiròfolla lo seguiva, ve- [31] Ed egli disse seguì a piedi dalle verso una città chia-dendo i segni che loro: «Venite in di- città. mata Betsàida.faceva sugli infer- sparte, in un luogo [14] Egli, sceso dal- [11] Ma le folle lomi. solitario, e riposate- la barca, vide una seppero e lo segui-[3] Gesù salì sulla vi un po». Era in- grande folla e sentì rono. Egli le accol-montagna e là si fatti molta la folla compassione per se e prese a parlarpose a sedere con i che andava e veniva loro e guarì i loro loro del regno disuoi discepoli. e non avevano più malati. Dio e a guarire[4] Era vicina la neanche il tempo di [15] Sul far della quanti avevano bi-Pasqua, la festa dei mangiare. sera, gli si accosta- sogno di cure.Giudei. [32] Allora partiro- rono i discepoli e [12] Il giorno co-[5] Alzati quindi gli no sulla barca verso gli dissero: «Il luo- minciava a declina-occhi, Gesù vide un luogo solitario, go è deserto ed è re e i Dodici gli siche una grande fol- in disparte. ormai tardi; conge- avvicinarono dicen-la veniva da lui e [33] Molti però li da la folla perché do: «Congeda ladisse a Filippo: videro partire e ca- vada nei villaggi a folla, perché vada«Dove possiamo pirono, e da tutte le comprarsi da man- nei villaggi e nellecomprare il pane città cominciarono giare». campagne dintornoperché costoro ab- ad accorrere là a [16] Ma Gesù ri- per alloggiare e tro-biano da piedi e li precedet- spose: «Non occor- var cibo, poiché quimangiare?». tero. re che vadano; date siamo in una zona[6] Diceva così per [34] Sbarcando, loro voi stessi da deserta».metterlo alla prova; vide molta folla e si mangiare». [13] Gesù disseegli infatti sapeva commosse per loro, [17] Gli risposero: loro: «Dategli voibene quello che sta- perché erano come «Non abbiamo che stessi da mangiare».va per fare. pecore senza pasto- cinque pani e due Ma essi risposero:[7] Gli rispose Fi- re, e si mise a inse- pesci!». «Non abbiamo chelippo: «Duecento gnare loro molte [18] Ed egli disse: cinque pani e duedenari di pane non cose. «Portatemeli qua». pesci, a meno chesono sufficienti [35] Essendosi or- [19] E dopo aver non andiamo noi aneppure perché mai fatto tardi, gli ordinato alla folla comprare viveri perognuno possa rice- si avvicinarono i di- di sedersi sullerba, tutta questa gente».verne un pezzo». scepoli dicendo: prese i cinque pani [14] Cerano infatti[8] Gli disse allora «Questo luogo è so- e i due pesci e, al- circa cinquemilauno dei discepoli, litario ed è ormai zati gli occhi al cie- uomini. Egli disse 116
    • Umano e PoliticoAndrea, fratello di tardi; lo, pronunziò la be- ai discepoli: «FateliSimon Pietro: [36] congedali per- nedizione, spezzò i sedere per gruppi di[9] «Cè qui un ra- ciò, in modo che, pani e li diede ai di- cinquanta».gazzo che ha cinque andando per le scepoli e i discepoli [15] Così fecero e lipani dorzo e due campagne e i vil- li distribuirono alla invitarono a sedersipesci; ma che cosè laggi vicini, possa- folla. tutti quanti.questo per tanta no comprarsi da [20] Tutti mangia- [16] Allora egli pre-gente?». mangiare». rono e furono sazia- se i cinque pani e i[10] Rispose Gesù: [37] Ma egli rispo- ti; e portarono via due pesci e, levati«Fateli sedere». se: «Voi stessi date dodici ceste piene gli occhi al cielo, liCera molta erba in loro da mangiare». di pezzi avanzati. benedisse, li spezzòquel luogo. Si se- Gli dissero: «Dob- [21] Quelli che ave- e li diede ai disce-dettero dunque ed biamo andar noi a vano mangiato era- poli perché li distri-erano circa cinque- comprare duecento no circa cinquemila buissero alla folla.mila uomini. denari di pane e uomini, senza con- [17] Tutti mangia-[11] Allora Gesù dare loro da man- tare le donne e i rono e si saziaronoprese i pani e, dopo giare?». bambini. e delle parti loroaver reso grazie, li [38] Ma egli replicò [22] Subito dopo avanzate furonodistribuì a quelli loro: «Quanti pani ordinò ai discepoli portate via dodiciche si erano seduti, avete? Andate a ve- di salire sulla barca ceste.e lo stesso fece dei dere». E accertatisi, e di precederlo sul-pesci, finché ne riferirono: «Cinque laltra sponda, men-vollero. pani e due pesci». tre egli avrebbe[12] E quando furo- [39] Allora ordinò congedato la folla.no saziati, disse ai loro di farli mettere [23] Congedata ladiscepoli: «Racco- tutti a sedere, a folla, salì sul mon-gliete i pezzi avan- gruppi, sullerba te, solo, a pregare.zati, perché nulla verde. Venuta la sera, eglivada perduto». [40] E sedettero tut- se ne stava ancora[13] Li raccolsero e ti a gruppi e grup- solo lassù.riempirono dodici petti di cento e di [24] La barca intan-canestri con i pezzi cinquanta. to distava già qual-dei cinque pani [41] Presi i cinque che miglio da terradorzo, avanzati a pani e i due pesci, ed era agitata dallecoloro che avevano levò gli occhi al onde, a causa delmangiato. cielo, pronunziò la vento contrario.[14] Allora la gen- benedizione, spezzò [25] Verso la finete, visto il segno i pani e li dava ai della notte egli ven-che egli aveva com- discepoli perché li ne verso di loropiuto, cominciò a distribuissero; e di- camminando suldire: «Questi è dav- vise i due pesci fra mare.vero il profeta che tutti. [26] I discepoli, adeve venire nel [42] Tutti mangia- vederlo camminaremondo!». rono e si sfamaro- sul mare, furono[15] Ma Gesù, sa- no, turbati e dissero: «Èpendo che stavano [43] e portarono via un fantasma» e si117
    • Biografia demistificata del Cristoper venire a pren- dodici ceste piene misero a gridarederlo per farlo re, si di pezzi di pane e dalla paura.ritirò di nuovo sulla anche dei pesci. [27] Ma subitomontagna, tutto [44] Quelli che ave- Gesù parlò loro:solo. vano mangiato i «Coraggio, sono io,[16] Venuta intanto pani erano cinque- non abbiate paura».la sera, i suoi disce- mila uomini. [28] Pietro gli dis-poli scesero al mare [45] Ordinò poi ai se: «Signore, se sei[17] e, saliti in una discepoli di salire tu, comanda che iobarca, si avviarono sulla barca e prece- venga da te sulleverso laltra riva in derlo sullaltra riva, acque».direzione di Cafar- verso Betsàida, [29] Ed egli disse:nao. Era ormai mentre egli avrebbe «Vieni!». Pietro,buio, e Gesù non licenziato la folla. scendendo dallaera ancora venuto [46] Appena li ebbe barca, si mise ada loro. congedati, salì sul camminare sulle ac-[18] Il mare era agi- monte a pregare. que e andò versotato, perché soffia- [47] Venuta la sera, Gesù.va un forte vento. la barca era in mez- [30] Ma per la vio-[19] Dopo aver re- zo al mare ed egli lenza del vento,mato circa tre o solo a terra. simpaurì e, comin-quattro miglia, vi- [48] Vedendoli ciando ad affonda-dero Gesù che cam- però tutti affaticati re, gridò: «Signore,minava sul mare e nel remare, poiché salvami!».si avvicinava alla avevano il vento [31] E subito Gesùbarca, ed ebbero contrario, già verso stese la mano, lo af-paura. lultima parte della ferrò e gli disse:[20] Ma egli disse notte andò verso di «Uomo di pocaloro: «Sono io, non loro camminando fede, perché hai du-temete». sul mare, e voleva bitato?».[21] Allora vollero oltrepassarli. [32] Appena salitiprenderlo sulla bar- [49] Essi, vedendo- sulla barca, il ventoca e rapidamente la lo camminare sul cessò.barca toccò la riva mare, pensarono: [33] Quelli che era-alla quale erano di- «È un fantasma», e no sulla barca gli siretti. cominciarono a gri- prostrarono davanti,[22] Il giorno dopo, dare, esclamando: «Tula folla, rimasta dal- [50] perché tutti lo sei veramente il Fi-laltra parte del avevano visto ed glio di Dio!».mare, notò che cera erano rimasti turba- [34] Compiuta launa barca sola e che ti. Ma egli subito ri- traversata, approda-Gesù non era salito volse loro la parola rono a Genèsaret.con i suoi discepoli e disse: «Coraggio, [35] E la gente delsulla barca, ma sol- sono io, non luogo, riconosciutotanto i suoi discepo- temete!». Gesù, diffuse la no-li erano partiti. [51] Quindi salì con tizia in tutta la re- 118
    • Umano e Politico[23] Altre barche loro sulla barca e il gione; gli portaronoerano giunte nel vento cessò. Ed era- tutti i malati,frattempo da Tibe- no enormemente [36] e lo pregavanorìade, presso il luo- stupiti in se stessi, di poter toccare al-go dove avevano [52] perché non meno lorlo del suomangiato il pane avevano capito il mantello. E quantidopo che il Signore fatto dei pani, es- lo toccavano guari-aveva reso grazie. sendo il loro cuore vano.[24] Quando dun- indurito.que la folla vide [53] Compiuta lache Gesù non era traversata, approda-più là e nemmeno i rono e presero terrasuoi discepoli, salì a Genèsaret.sulle barche e si di- [54] Appena scesiresse alla volta di dalla barca, la genteCafarnao alla ricer- lo riconobbe,ca di Gesù. [55] e accorrendo[25] Trovatolo di là da tutta quella re-dal mare, gli disse- gione cominciaronoro: «Rabbì, quando a portargli sui let-sei venuto qua?». tucci quelli che sta-[26] Gesù rispose: vano male, dovun-«In verità, in verità que udivano che sivi dico, voi mi cer- trovasse.cate non perché [56] E dovunqueavete visto dei se- giungeva, in villag-gni, ma perché ave- gi o città o campa-te mangiato di quei gne, ponevano ipani e vi siete sa- malati nelle piazzeziati. e lo pregavano di[27] Procuratevi potergli toccare al-non il cibo che peri- meno la frangia delsce, ma quello che mantello; e quantidura per la vita lo toccavano guari-eterna, e che il Fi- vano.glio delluomo vidarà. Perché su dilui il Padre, Dio, hamesso il suosigillo».[28] Gli dissero al-lora: «Che cosadobbiamo fare percompiere le operedi Dio?».[29] Gesù rispose:119
    • Biografia demistificata del Cristo«Questa è lopera diDio: credere in co-lui che egli ha man-dato».[30] Allora gli dis-sero: «Quale segnodunque tu fai per-ché vediamo e pos-siamo crederti?Quale opera compi?[31] I nostri padrihanno mangiato lamanna nel deserto,come sta scritto:Diede loro da man-giare un pane dalcielo».[32] Rispose loroGesù: «In verità, inverità vi dico: nonMosè vi ha dato ilpane dal cielo, ma ilPadre mio vi dà ilpane dal cielo,quello vero;[33] il pane di Dio ècolui che discendedal cielo e dà la vitaal mondo».[34] Allora gli dis-sero: «Signore, dac-ci sempre questopane».[35] Gesù rispose:«Io sono il panedella vita; chi vienea me non avrà piùfame e chi crede inme non avrà piùsete.[36] Vi ho dettoperò che voi miavete visto e noncredete.[37] Tutto ciò che ilPadre mi dà, verrà a 120
    • Umano e Politicome; colui che vienea me, non lo respin-gerò,[38] perché sono di-sceso dal cielo nonper fare la mia vo-lontà, ma la volontàdi colui che mi hamandato.[39] E questa è lavolontà di colui chemi ha mandato, cheio non perda nulladi quanto egli mi hadato, ma lo risuscitinellultimo giorno.[40] Questa infatti èla volontà del Padremio, che chiunquevede il Figlio e cre-de in lui abbia lavita eterna; io lo ri-susciterò nellultimogiorno».[41] Intanto i Giu-dei mormoravanodi lui perché avevadetto: «Io sono ilpane disceso dalcielo».[42] E dicevano:«Costui non è forseGesù, il figlio diGiuseppe? Di luiconosciamo il padree la madre. Comepuò dunque dire:Sono disceso dalcielo?».[43] Gesù rispose:«Non mormoratetra di voi.[44] Nessuno puòvenire a me, se nonlo attira il Padre chemi ha mandato; e io121
    • Biografia demistificata del Cristolo risusciterò nel-lultimo giorno.[45] Sta scritto neiprofeti: E tutti sa-ranno ammaestratida Dio. Chiunqueha udito il Padre eha imparato da lui,viene a me.[46] Non che alcu-no abbia visto il Pa-dre, ma solo coluiche viene da Dio havisto il Padre.[47] In verità, in ve-rità vi dico: chi cre-de ha la vita eterna.[48] Io sono il panedella vita.[49] I vostri padrihanno mangiato lamanna nel deserto esono morti;[50] questo è ilpane che discendedal cielo, perché chine mangia nonmuoia.[51] Io sono il panevivo, disceso dalcielo. Se uno man-gia di questo panevivrà in eterno e ilpane che io darò èla mia carne per lavita del mondo».[52] Allora i Giudeisi misero a discute-re tra di loro:«Come può costuidarci la sua carneda mangiare?».[53] Gesù disse: «Inverità, in verità vidico: se non man-giate la carne del 122
    • Umano e PoliticoFiglio delluomo enon bevete il suosangue, non avretein voi la vita.[54] Chi mangia lamia carne e beve ilmio sangue ha lavita eterna e io lorisusciterò nellulti-mo giorno.[55] Perché la miacarne è vero cibo eil mio sangue verabevanda.[56] Chi mangia lamia carne e beve ilmio sangue dimorain me e io in lui.[57] Come il Padre,che ha la vita, hamandato me e iovivo per il Padre,così anche colui chemangia di me vivràper me.[58] Questo è ilpane disceso dalcielo, non comequello che mangia-rono i padri vostri emorirono. Chi man-gia questo pane vi-vrà in eterno».[59] Queste cosedisse Gesù, inse-gnando nella sina-goga a Cafarnao.[60] Molti dei suoidiscepoli, dopo averascoltato, dissero:«Questo linguaggioè duro; chi può in-tenderlo?».[61] Gesù, cono-scendo dentro di séche i suoi discepoli123
    • Biografia demistificata del Cristoproprio di questomormoravano, dis-se loro: «Questo viscandalizza?[62] E se vedeste ilFiglio delluomo sa-lire là dovera pri-ma?[63] È lo Spiritoche dà la vita, lacarne non giova anulla; le parole chevi ho dette sonospirito e vita.[64] Ma vi sono al-cuni tra voi che noncredono». Gesù in-fatti sapeva fin daprincipio chi eranoquelli che non cre-devano e chi era co-lui che lo avrebbetradito.[65] E continuò:«Per questo vi hodetto che nessunopuò venire a me, senon gli è concessodal Padre mio».[66] Da allora moltidei suoi discepoli sitirarono indietro enon andavano piùcon lui.[67] Disse alloraGesù ai Dodici:«Forse anche voivolete andarvene?».[68] Gli rispose Si-mon Pietro: «Si-gnore, da chi andre-mo? Tu hai paroledi vita eterna;[69] noi abbiamocreduto e conosciu-to che tu sei il San- 124
    • Umano e Politicoto di Dio».[70] Rispose Gesù:«Non ho forse scel-to io voi, i Dodici?Eppure uno di voi èun diavolo!». Egliparlava di Giuda,figlio di SimoneIscariota: questi in-fatti stava per tra-dirlo, uno dei Dodi-ci. * Il quarto vangelo dedica ampio spazio alla descrizione di questoimportante episodio della vita di Gesù, durato larco di due giorni, e questononostante che anche i Sinottici (soprattutto Marco) ne parlino estesamente(spesso infatti Giovanni interviene là dove i Sinottici sono o lacunosi o im-precisi). Si può anzi con certezza sostenere che solo grazie a Giovanni sisvela larcano di certe espressioni marciane, che tendono a circoscrivere le-vento in forzate speculazioni teologiche, maturate in seno alla comunitàpost-pasquale. P. es. Marco, quando afferma che gli apostoli «non avevanocapito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito» (6,52), non solo nonoffre maggiori delucidazioni rispetto a Giovanni, ma tende anche ad avva-lorare la tesi religiosa che vede in questo episodio unanticipazione dellulti-ma cena o una prefigurazione delleucaristia. E in questo Luca e Matteo di-pendono totalmente da lui. Persino il quarto vangelo è stato costretto a subi-re pesanti interventi redazionali di tipo censorio o correttivo in linea con letesi petro-paoline riportate nel primo vangelo. I tempi e i luoghi delle due versioni più interessanti, di Giovanni edi Marco, coincidono, più o meno. «Era vicina la Pasqua» (Gv 6,4), «ceramolta erba in quel luogo» (Gv 6,10; Mc 6,39), dunque era primavera. Illuogo era situato «sullaltra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade» (Gv6,1); Mc 6,32 parla di «luogo solitario, in disparte» e di attraversata dellago «sulla barca». La prima domanda che viene spontaneo porsi è proprio quella le-gata al luogo: perché Gesù e gli apostoli cercano un luogo solitario? Gv 6,2dice che «una gran folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infer-mi». È difficile però credere che centinaia, forse migliaia di persone seguis-sero Gesù per una cosa che potevano ottenere solo con molta difficoltà. Qui125
    • Biografia demistificata del Cristoinfatti siamo alla fine della sua attività galilaica, che ha voluto essere anzi-tutto politica e non taumaturgica (ammesso e non concesso che Gesù abbiamai compiuto delle guarigioni che non fossero alla portata di un essereumano). Stando a Gv 4,43 ss., Gesù fece in Galilea una sola guarigione:quella del figlio del funzionario reale (che è a distanza e quindi interpreta-bile in maniera del tutto simbolica), mentre secondo Marco le ultime dueguarigioni compiute in Galilea sono state quella del cieco di Betsaida (8,22ss.) e quella dellepilettico di Dabereth (9,14 ss.), entrambe quasi strappatecon la forza. Forse la motivazione della sequela può essere stata aggiunta, nel-lultimo vangelo canonico, da un redattore che nutriva un certo scetticismonei confronti delle folle galilaiche o delle folle in genere, qui viste come in-teressate a favori di tipo personale, quando in realtà la sequela poteva averbenissimo delle motivazioni di tipo politico. Mc 6,31, infatti, sostiene che siccome i discepoli erano molto im-pegnati a evangelizzare le masse, queste erano diventate molto numerose, alpunto che i discepoli «non avevano più neanche il tempo di mangiare».(Singolare è il fatto che Lc 9,11 e Mt 14,14, pur dipendendo da Marco, ri-badiscano lo stereotipo secondo cui la folla seguiva Gesù solo per le guari-gioni). «Gli apostoli - dice Mc 6,30 - si riunirono attorno a Gesù e gli riferi-rono tutto quello che avevano fatto e insegnato». Questo è lunico passo delvangelo di Marco dove i Dodici vengono chiamati col nome di «apostoli»,cioè di «inviati». È unindicazione precisa della loro attività propagandisti-ca, non un titolo ufficiale, che solo più tardi simporrà in seno alla comunitàprimitiva. Lefficacia del loro operato era evidente: il movimento nazarenocontava già numerosi seguaci (Gv 6,10 e Mc 6,44 parlano di cinquemila uo-mini, un numero alquanto considerevole per quel tempo). La differenza tragli apostoli e la folla stava semplicemente nel fatto che questa - come diceMc 6,31 - «andava e veniva», quelli invece «facevano e insegnavano» (Mc6,30). Gli apostoli rappresentavano, per così dire, lavanguardia consapevo-le del movimento spontaneo delle masse. Considerando che i vangeli sono testi politici che vogliono ridurreal minimo la politica rivoluzionaria del movimento nazareno, è dunque dif-ficile dar loro retta quando dicono che le folle (qui a migliaia) seguivano ilCristo esclusivamente per la sua attività taumaturgica; tanto più, peraltro,che nella versione di Marco le folle seguono anche gli apostoli, che nonhanno mai fatto alcuna guarigione. Se qui cinquemila persone avessero seguito il Cristo e i Dodici sol-tanto per ottenere guarigioni (come lascia supporre Gv 6,2), la situazionesarebbe dovuta apparire ingestibile sin dallinizio; non solo, ma latteggia-mento di queste folle darebbe unimpressione fortemente negativa sul letto- 126
    • Umano e Politicore del vangelo, al punto che si dovrebbe avvalorare la tesi della comunitàpost-pasquale secondo cui lobiettivo politico del vangelo di liberazione erautopistico e andava quindi ridimensionato in chiave spiritualistica. Viceversa, Marco lascia intendere che la folla li stesse seguendocon la speranza di ottenere qualcosa che andasse al di là delle semplici gua-rigioni. Anzi, essa sembra non comprendere le necessità dei Dodici di unmomento di riposo dopo il tanto lavoro propagandistico, e con decisionecerca di raggiungerli da terra, costeggiando la riva del lago. «Molti li videropartire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi eli precedettero» (Mc 6,33). Il singolare spostamento logistico di questa marea di persone portaa credere che la fama del Cristo e dei Dodici era diventata molto vasta inGalilea e che le contraddizioni sociali, le aspettative di indipendenza nazio-nale avevano raggiunto ormai il culmine. Listintiva invadenza popolare èappunto tipica di quelle «pecore senza pastore» (di cui parla Mc 6,34) cheseguono Gesù e i Dodici senza una chiara strategia politica, ma con un fortedesiderio di liberazione. Nei Sinottici, dominati da uno sfondo moralistico latente, Gesù sicommuove, ha compassione di questi sbandati, mostrando di non sapereneppure lui come gestire quella situazione (Mc 6,34; Mt 14,14; Lc 9,11). InGv 6,3 latteggiamento è invece più sicuro e distaccato: «Gesù salì sullamontagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli», cioè scelse un luogo dadove poteva essere facilmente visto dalla folla. Non «si mise a insegnareloro molte cose», come vuole il catechista Mc 6,34, che peraltro di questecose non dice una parola, né guarì i loro malati, come vuole Mt 14,14, néfece entrambe le cose, come vuole Lc 9,11. Che cosa su quel monte essi si siano detti, sino a tarda sera, si puòsolo immaginare. Con una folla di cinquemila persone in attesa di saperequandera il momento di agire in maniera risoluta, bisognava ad un certopunto prendere una decisione. Giovanni qui è esplicito nel descrivere lo sta-to danimo dei protagonisti di quellevento: dopo aver detto cherano salitisul monte, al v. 4 dice una cosa che avrebbe dovuto mettere allinizio delracconto, per contestualizzarlo nelle coordinate spazio-temporali; qui inve-ce ha tuttaltro significato, e questo significato è di natura strettamente poli-tica: «Era vicina la Pasqua, la festa dei giudei»: il momento migliore perandare a Gerusalemme e liberare la città dai romani. Marco sè guardatobene dal ricordarlo. A questo punto le versioni di Marco e di Giovanni divergono net-tamente: infatti, là dove Giovanni (6,5) afferma che la folla, stanca daspet-tare, cominciò a salire sul monte per sapere quale decisione era stata presa,Marco invece si limita ad affermare che «essendosi ormai fatto tardi, i di-scepoli si avvicinarono a Gesù dicendogli: Questo luogo è solitario ed è or-127
    • Biografia demistificata del Cristomai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i vil-laggi vicini, possano comprarsi da mangiare» (Mc 6,35 s.). Marco fa dire ai discepoli una cosa che il Cristo avrebbe potutotranquillamente intuire da solo. Mette il Cristo in una posizione insensata,poiché dopo aver detto chegli «insegnava alle folle molte cose», aggiungeche, invece di congedarle, finito il discorso, egli si sarebbe ritirato per alcu-ne ore in un luogo solitario (il monte non viene mai citato) senza fare nulla,al punto che se alla folla non si fosse detto di tornarsene a casa, quella pro-babilmente sarebbe rimasta lì tutta la notte a bighellonare. Avendo tolto a questo avvenimento una qualunque valenza politi-ca, Marco è caduto in una serie di contraddizioni insostenibili. Di qui forselesigenza di Giovanni di precisare le cose. «Alzàti gli occhi, Gesù vide cheuna grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove possiamo comprare ilpane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5). Qui appare evidente che non solo il Cristo sapeva che la folla,stanca daspettare, aveva cominciato ad aver fame in senso fisico e che nonavrebbe trovato dei rifornitori molto facilmente, data lora tarda e il luogosolitario, e che con le loro risorse i Dodici non sarebbero stati in grado disfamare nessuno, ma anche che il concetto di «fame» andava interpretato insenso metacognitivo. La folla ha «fame di liberazione» e ora vuole sapere,una volta per tutte, se Gesù e i Dodici costituiscono il «pane» con cui sfa-marsi a Gerusalemme, per il momento fatidico della Pasqua. A Filippo viene posta una domanda ambigua «per metterlo allaprova», dice Gv 6,6. Spesso le domande di Gesù appaiono strane perchésembrano presumere una risposta ovvia. In realtà la loro ambiguità, che sigioca sul doppio senso di certe parole o espressioni, obbligava a trovaredelle risposte pertinenti, per nulla scontate. Non a caso proprio grazie allequivocità di molte parole o espres-sioni, la comunità primitiva ha poi avuto buon gioco nellimbastire le pro-prie fantasie spiritualistiche. Qui sè addirittura divertita a canzonare il po-vero Filippo che, fatto passare per un ingenuo, risulta incapace di cogliereal volo lintenzione del Cristo di esibirsi in tutta la sua spettacolare maestriadi prestidigitazione. E un secondo redattore ha voluto aggiungere linciso:«Gesù infatti sapeva bene quello che stava per fare» (Gv 6,6). In realtà la prova era alla portata di Filippo, come di qualunque al-tro apostolo. Ed era ancora una volta di tipo politico: «Sono in grado i Do-dici di gestire unistanza di liberazione di così vaste proporzioni? Saprannofarlo rispettando le regole delle democrazia?». «Voi stessi date loro damangiare», viene detto in Mc 6,37. Nel racconto di Giovanni gli apostoli (per bocca di Filippo e An-drea) non comprendono la domanda, oppure la comprendono ma vi dannouna risposta schematica, cioè latteggiamento di Filippo e Andrea può far 128
    • Umano e Politicopensare che tra i Dodici non vi fosse unanimità nel gestire quella situazio-ne. Infatti, se prendiamo alla lettera il dialogo tra Gesù e gli apostoli, note-remo subito delle forti incongruenze, sia in Marco che in Giovanni, a testi-monianza che qualcosa di molto strano doveva essere successo in quel fran-gente. Nella versione di Marco, allinvito di congedare le folle, mosso da-gli apostoli, Gesù risponde con una richiesta a dir poco paradossale, datalora tarda, il luogo isolato e il numero spropositato di persone da sfamare:«Voi stessi date loro da mangiare». Al che gli apostoli, come se si sentisse-ro presi in giro, ribattono che con duecento denari non si sfamano certo cin-quemila persone (un denaro era in genere la paga quotidiana delloperaio).La domanda che pongono: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento de-nari di pane e dar loro da mangiare?» (Mc 6,37), lascia trapelare un atteg-giamento ambivalente, che un credente potrebbe interpretare come «aspet-tativa di tipo miracolistico» e un laico come «malcelata ironia». Sia come sia il Gesù di Marco ribatte con una richiesta ancora piùesigente e che, proprio per questo motivo, dovette risultare ancora più in-credibile della precedente: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Cioè nonoccorreva comprare nulla, perché sarebbe bastato quel che già si aveva. In Giovanni è lo stesso, almeno apparentemente. Alla domandaimbarazzante di Gesù: «Dove possiamo comprare il pane perché costoroabbiano da mangiare?», che colse Filippo alla sprovvista, fa seguito unasorta di dialogo dellassurdo tra Gesù ed Andrea: di fronte alla constatazio-ne dellapostolo circa la povertà dei loro mezzi di sussistenza, Gesù non siscompone e ordina di far mettere a sedere i cinquemila uomini. (Anche quiqualche esegeta ha avuto il coraggio di sostenere che Andrea, proponendoal Cristo i cinque pani e i due pesci, sospettasse che questi volesse farequalcosa di speciale). I due racconti apparentemente coincidono. La differenza, tuttavia,è molto grande, poiché quando Marco usa la parola «pane» pensa a qualco-sa di religioso: il sacramento delleucaristia; Giovanni invece pensa a qual-cosa di politico (il secondo redattore di Giovanni a qualcosa di metafisico).Delle due quindi luna: o Gesù ha davvero compiuto il miracolo, a testimo-nianza della netta differenza che separava lui dai Dodici (ma allora entria-mo nella fantascienza), oppure in luogo di questo impossibile prodigio è av-venuto qualcosa che doveva essere rimosso. La prima ipotesi però andrebbe scartata a priori non solo perchéumanamente inverosimile, ma anche perché su una cosa le domande nontroverebbero una risposta convincente: come sia cioè possibile che quellafolla, che in Gv 6,15, una volta sfamata, lo vuole proclamare «re», asso-ciando un evento miracolistico a unesigenza di liberazione nazionale, sia lastessa che in Mc 6,44 non ha alcuna reazione, come se avesse assistito a129
    • Biografia demistificata del Cristouna delle tante guarigioni. (Da notare che in Gv 6,30 la stessa folla che lovuole «re», gli chiede un segno per poter credere in lui, come se il miracoloche aveva appena visto fosse stato una bazzecola!). Viceversa, se consideriamo attendibile la seconda ipotesi, dobbia-mo necessariamente arguire che la descrizione del prodigio ha sostituito ilricordo di un evento molto increscioso, in cui i Dodici apparivano come deiprotagonisti negativi. Oppure qui si è preferito addebitare loro una parte delgenere, in quanto nella realtà non avevano capito che la rivoluzione, inquella occasione, coinvolgendo unicamente masse originarie della Galilea,non poteva essere fatta con la ragionevole certezza del suo buon esito fina-le. Se si accettasse lesegesi confessionale noi dovremmo essere indot-ti ad affermare che la negatività degli apostoli stette proprio nel non sapersfamare quelle folle, ma se consideriamo vero il prodigio del Cristo, do-vremmo necessariamente dedurre che tutta la negatività dei Dodici in altronon consistette che nellincapacità di fare prodigi come lui. Il che, umana-mente parlando, è insostenibile. Tuttavia, poiché i racconti di Marco e del secondo redattore diGiovanni in sostanza lasciano trapelare questo tipo di interpretazione, qui sideve concludere che gli apostoli hanno ufficialmente accettato di far passa-re una versione redazionale che li mettesse in cattiva luce sul piano della fa-coltà di compiere prodigi, piuttosto che quella in cui si sarebbe dovuto met-tere in chiaro la loro incapacità di guidare politicamente le masse. Che cosa sia veramente accaduto è comunque difficile dirlo. ForseGesù si aspettava che fossero i Dodici a congedare le folle con un discorsopolitico, spiegando a queste che i tempi non erano ancora maturi per com-piere la rivoluzione: non dovevano forse gli apostoli diventare i «pastori»delle «pecore» che «vanno e vengono»? Forse è stato lo stesso Gesù a spie-gare alle folle lillusione di poter compiere una rivoluzione vittoriosa senzalappoggio delle masse giudaiche e samaritane. Quel che è certo è che esiste una differenza sostanziale tra Marco eGiovanni, in quanto mentre il primo tende a presentare un Cristo molto esi-tante sul piano politico o comunque una folla poco convinta nellattribuirgliil ruolo di messia (cfr anche Mc 8,28), il secondo invece delinea un Cristointenzionato a diventare un leader politico ma non secondo le aspettativespontaneistiche della folla. Se accettassimo le versioni stereotipate dei redattori confessionalidovremmo dire che mentre in Marco Gesù cerca di accontentare con un fe-nomeno paranormale una folla che, pur seguendolo per motivi vagamentepolitici, si presenta come un gregge senza pastore; in Giovanni invece lafolla, pur non seguendolo per motivi politici, ma solo per le guarigioni, ve-dendo il miracolo è disposta a proclamarlo re, cioè al fenomeno paranorma- 130
    • Umano e Politicole risponde col primitivismo politico, sperando di accontentare un messiache pare insoddisfatto del proprio ruolo di taumaturgo. La stessa espressione giovannea, sicuramente realistica: «Sapendoche stavano per venirlo a prendere e farlo re, Gesù fuggì sulla montagnatutto solo» (6,14 s.), se lavesse formulata Marco avrebbe avuto un signifi-cato molto diverso. In Marco infatti il Cristo si sarebbe nascosto per rispet-tare la strategia del «segreto messianico» (così come essa appare in varipassi del suo vangelo), mentre in Giovanni la fuga del Cristo vuole rispec-chiare una incompatibilità di fondo tra il ruolo di stratega che gli voleva at-tribuire la folla, sulla scia dei grandi condottieri giudaici, e il ruolo, moltopiù democratico, chegli voleva attribuire a se stesso e ai suoi discepoli. Come noto Marco ha trasformato il cosiddetto «segreto messiani-co» di Gesù da mero espediente tattico, utilizzato per non avvalorare pro-pensioni avventuristiche da parte della folla, a una scelta strategica vera epropria, in cui praticamente e definitivamente veniva a riassumersi tutta lasua attività politica. Non a caso nei Sinottici il miracolo dei pani è un racconto comealtri (in Luca questo è molto evidente): nessuno tra la folla si stupisce diqualcosa, neppure tra gli apostoli, come se la folla avesse avuto una talematurità politica da considerare episodi così spettacolari del tutto normali,quando, in realtà, è proprio la maturità politica che rende vani e inutili epi-sodi del genere. Presentando un Gesù impolitico, i Sinottici attenuano lo scarto fraquello chegli sera proposto di realizzare e quello che effettivamente realiz-zò. Essi hanno accuratamente evitato di rispondere allimbarazzante doman-da che per forza di cose il lettore dei pani moltiplicati avrebbe dovuto porsi:perché in quelloccasione Gesù rifiutò di diventare re dIsraele e di marciaresu Gerusalemme, come la folla gli richiedeva? I Sinottici non sono in gradodi rispondere a questa domanda perché secondo loro Gesù non era destinatoa diventare re. Essi cioè, non sapendo spiegarsi il motivo per cui un uomoche avrebbe potuto diventare il re dIsraele non riuscì a diventarlo, sono sta-ti costretti a chiudere il racconto con un tono di tipo pietistico-moralistico:Gesù fece il miracolo perché vedendo quelle pecore senza pastore si com-mosse per loro (Mc 6,34). Il vangelo manipolato di Giovanni - come noto - risolve la questio-ne a modo suo, sostenendo che proprio nella morte di croce Gesù si manife-stò come messia. In tal modo si attenua lo scarto tra lessere e il dover esse-re con una tesi di tipo gnostico-spiritualistico. Il che non sarebbe sbagliatose con questa tesi non si volesse in realtà sostenere che il Cristo non volevadiventare «re di questo mondo». Qui, nel racconto dei pani moltiplicati, se si desse per buona lamotivazione giovannea secondo cui le folle seguivano Gesù soltanto per i131
    • Biografia demistificata del Cristosuoi poteri (taumaturgici e miracolistici), si dovrebbe spiegare solo in unmodo la decisione di rinunciare al trono: le folle erano immature appuntoperché più interessate alle guarigioni che non al vangelo di liberazione. Intal senso la moltiplicazione dei pani sarebbe servita come surrogato alleguarigioni che in quel frangente non furono fatte. Il resto può anche essere interpretato in maniera simbolica: là doveGesù diede lordine di raccogliere «i pezzi avanzati» (Gv 6,12), ciò sarebbedovuto servire come testimonianza che il prodigio aveva sì un carattere gra-tuito, ma non superfluo, nel senso che con esso si voleva porre un argineproprio allattività terapica sui malati. Col che noi avremmo a che fare conuna folla che ad un certo punto smise di seguirlo (Gv 6,66), soltanto perchécostretta a prendere atto della indisponibilità del Cristo-sciamano a prose-guire lattività fin lì condotta. Una visione della folla, questa del secondo re-dattore di Giovanni, molto riduttiva. La si ritrova anche in Mc 6,53 ss., lad-dove si dice che la folla, dopo questo «miracolo», aveva interesse solo auna cosa: le guarigioni. Una rappresentazione così pessimistica delle folle galilaiche puòessere stata dettata dal fatto che in occasione di quellavvenimento il movi-mento nazareno subì una grande sconfitta di credibilità. Probabilmente gliapostoli attribuirono il fallimento della rivoluzione galilaica più allimmatu-rità delle masse che non alla propria. Di qui la decisione redazionale dimoltiplicare i pani in luogo di ciò che gli apostoli avrebbero dovuto fare. Lamoltiplicazione simbolica ha risolto il problema della pochezza politica. Quale possa essere stato il motivo della rottura, peraltro momenta-nea, tra il Cristo e le folle galilaiche può essere solo intuito. Probabilmenteesse si ritenevano sufficientemente numerose per compiere unefficacesommossa antiromana che portasse alla liberazione nazionale, e tendevanoa sottovalutare limportanza di possibili intese con le forze giudaiche e sa-maritane e di altre etnie ancora. Oltre a ciò si può forse ipotizzare che lefolle avessero un idealtypus di messia più vicino ai vecchi schemi giudaici,secondo cui per imporsi uno deve dimostrarlo con dei segni inequivocabilio deve comunque sapersi porre sulla scia dei grandi sovrani della tradizionegiudaica. Gv 6,70 addirittura sostiene che a partire da quel momento uno deiDodici, Giuda, cominciò a pensare al modo come tradire Gesù, cioè - si puòaggiungere (ma è solo unipotesi) - al modo in cui indurlo a compiere la ri-voluzione nonostante limmaturità dei tempi e lo spontaneismo delle masse.Ma non è da escludere che questo versetto sia stato messo semplicementeper dimostrare la natura divina del Cristo, quella per la quale egli sapeva inanticipo chi lavrebbe tradito. Pietro, che dichiara, obtorto collo, di voler continuare la sequela,nonostante la pesante defezione, esprime la consapevolezza di chi accetta di 132
    • Umano e Politicorestare nella propria frustrazione, non vedendo di fronte a sé alternative pra-ticabili. La distanza tra lui e il Cristo è tipicamente quella che si verificaogniqualvolta si deve decidere quale valore attribuire ai due elementi fon-damentali di ogni rivoluzione: lattacco alle istituzioni e il cambiamento dimentalità. Quando nella decisione di ribaltare il sistema si privilegia netta-mente il primo aspetto sul secondo, il fallimento della rivoluzione diventainevitabile. È vero, non esiste una netta antitesi in processi così strettamenteinteragenti; esiste tuttavia un prius da salvaguardare: le rivoluzioni vannocompiute da uomini che nella loro coscienza sono già qualitativamente di-versi. Solo così, infatti, si può sperare che, una volta ribaltato il sistema, gliideali non vengano immediatamente traditi. * Il prosieguo del racconto di Giovanni è per un verso molto simile aquello della versione di Marco (la camminata di Gesù sul lago) e per un al-tro si presenta in maniera molto più articolata, senza per questo avere mag-giore attendibilità sul piano storico (il discorso presso la sinagoga di Cafar-nao). Vediamo la prima parte (Gv 6,16-21). Dopo il clamoroso rifiuto di Gesù di diventare re, rappresentatocon una sua fuga verso la parte più inaccessibile del monte, i Dodici si sen-tirono completamente abbandonati. Non sapendo cosa fare con la folla ri-masta a valle, e avendo capito che Gesù voleva restare solo, decisero di ri-tornare sullaltra riva, «in direzione di Cafarnao», dopo averlo atteso inva-no. «Il mare era agitato perché soffiava un forte vento». Gli lasciarono unabarca. A questo punto deve essere successo qualcosa che ha fatto scatena-re la fantasia redazionale della comunità primitiva e che lha portata a farcamminare il Cristo sulle acque. Ancora una volta lunica spiegazione possibile di questa versioneromanzata dei fatti la offre Giovanni, il quale sostiene che quando gli apo-stoli arrivarono a Cafarnao trovarono presso la sinagoga il Cristo che li ave-va inspiegabilmente preceduti e che stava animatamente discutendo sullecondizioni per la sua candidatura al trono. Più di così non si può argomentare. Cioè anche se qualcuno arri-vasse a dimostrare che la natura umana, ben addestrata, è in grado di farecose apparentemente impossibili, questo non lo autorizzerebbe comunque atrarre delle conclusioni sulluomo Gesù che andassero oltre la sua naturaumana.133
    • Biografia demistificata del Cristo Qui non è neppure il caso di enumerare le molte incongruenze e il-logicità di questa pericope. Si ha solo limpressione che la camminata sullago stia allimmaturità politica dei Dodici, come i pani moltiplicati stianoallimmaturità politica delle folle galilaiche. Vediamo ora la seconda parte del racconto di Giovanni (6,22-70). La lunghezza del discorso che il Cristo tenne nella sinagoga di Ca-farnao pare inversamente proporzionale alla sua importanza storica. Si trat-ta infatti di una prolissa disquisizione sul concetto di «pane di vita», chelambiente gnostico-giovanneo ha applicato direttamente alla persona diCristo più che al pane eucaristico (come invece hanno fatto i Sinottici). Il Cristo del Giovanni «metafisico» arriva a sostenere che per cre-dere nel suo vangelo i discepoli dovrebbero mangiare la sua carne. Egli par-la in modo tale da non poter essere capito: lo scandalo è grande e la conse-guente rottura politica inevitabile. I fatti, come al solito, devono essere andati diversamente, e solo ilGiovanni «politico» può in qualche modo illustrarceli. Poiché esistono pre-cisi riferimenti a Mosè (vv. 31-32, ma cfr anche Mc 6,40, dove viene detto,rievocando la disciplina militare del deserto, come da Es 18,25, che la follafu messa a sedere per gruppi di cento e di cinquanta persone), è probabileche il Cristo abbia chiesto alle folle galilaiche e alle autorità incontratepresso la sinagoga, di considerare come concluso il primato assoluto con-cesso alla legge mosaica, alle istituzioni giudaiche, alle tradizioni religioseconnesse al culto del sabato, dei sacrifici di animali, della circoncisione,delle norme di purità rituale, o comunque di considerare come superata li-dea di poter realizzare lindipendenza nazionale in nome di principi troppoparticolaristici per poter essere condivisi da etnie non ebraiche. La reazione fu molto negativa: «Questo linguaggio è duro, chi puòintenderlo?» (Gv 6,60). «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indie-tro e non andavano più con lui» (v. 66). * La pesante mistificazione che nel vangelo di Giovanni sè operatasu questo episodio, passato alla storia col nome di «miracolo dei pani e deipesci», si presenta come il rovescio della medaglia rispetto a quanto hannofatto i Sinottici, di cui il principale resta il vangelo di Marco, portavoce del-lapostolo Pietro. In entrambe le versioni è stato del tutto omesso il discorso che ine-vitabilmente Gesù deve aver pronunciato in quel momento, approfittandodel notevole assembramento di seguaci, disposti a salire a Gerusalemme percompiere la rivoluzione armata. 134
    • Umano e Politico Tuttavia, mentre in Marco levento politico è stato trasformato inun prodigioso episodio miracolistico, benché senza alcuna significativaconseguenza sul tipo di sequela al movimento nazareno (se si esclude il fat-to, del tutto minimalista, che la popolazione voleva sempre più guarigioni),in Giovanni invece si fa capire che proprio in quelloccasione la defezionepolitica del movimento, di fronte al rifiuto di Gesù di diventare monarcadIsraele, fu drammatica e dipese dal fatto che le folle non avevano capitolidentità religiosa del messia. In altre parole, mentre una versione mistifica le cose col silenzioassoluto sulla natura politica dellevento, laltra trasforma levento politicodi natura laica in un qualcosa che unisce la mistica alla teologia. Questo deve indurci a riflettere su almeno tre aspetti:- il vangelo di Marco, pur essendo una falsificazione come quello di Gio-vanni, lo è in maniera più primitiva, meno teologica, ma, nonostante questo,esso detta le regole fondamentali per interpretare tutti gli eventi connessialla persona del Nazareno;- Marco non ha fatto ricorso a una teologia evoluta per mistificare leventopolitico, ma a una sorta di credulità popolare, secondo cui dei pani e dei pe-sci potevano essere tranquillamente moltiplicati dal «figlio di dio»; col chesi può presumere che al tempo della stesura di questo vangelo si fosse giàimposta, nellambito della chiesa primitiva, una direzione del movimento dinatura autoritaria, capace di far leva sugli aspetti deteriori della demagogia,del populismo, del sensazionalismo carismatico;- il redattore del quarto vangelo, pur avendo fatto capire che levento ebbeun risvolto politico, in quanto la folla voleva far diventare re il messia, ac-cetta ugualmente limpostazione magica che Marco (Pietro) ha dato delle-vento; tuttavia, pur potendo evitare, senza problemi di sorta, di dare unaconnotazione politica allevento, limitandosi ad accettare la versione mar-ciana, lautore ha preferito aggiungere a questa versione una sofisticata ri-flessione teologica che ha trasformato la politicità del racconto in un raffi-nato misticismo. In altre parole, mentre in Marco si comprende bene la censura ope-rata, ovvero lo stravolgimento dei fatti e dellinterpretazione che se ne do-veva dare, nel vangelo di Giovanni si ha limpressione che alla stesura dellanarrazione abbiano partecipato più mani. Non si capisce infatti il motivoper cui levangelista sia andato a complicarsi la vita svelando il lato politicodellevento, che Marco aveva invece sapientemente celato, quando avrebbepotuto benissimo farne a meno. Che bisogno cera di fare della teologia mistica (quella sul «panedisceso dal cielo») partendo proprio dalla politicità dellevento? Non sareb-be stato sufficiente assumere come definitiva la versione marciana, am-135
    • Biografia demistificata del Cristopliandone in maniera simbolico-religiosa il parallelo tra «manna nel deser-to» e «pane di vita»? Insomma qui è netta limpressione che lo stesso Giovanni abbiascritto una versione dei fatti antitetica a quella marciana e che, proprio perquesta ragione, sia stato sottoposto a unabile manipolazione redazionale,che doveva tener conto della versione marciana e che poteva al massimoapprofondirla in senso mistico, o comunque in direzione di una teologia po-litica che non contraddicesse nella sostanza quella canonica (petro-paolina). Ora però bisogna cercare di capire che cosa può aver detto il mes-sia in quelloccasione e il motivo per cui, alla richiesta di compiere la rivo-luzione armata, egli abbia opposto un netto rifiuto. Questa è la parte più dif-ficile, poiché se non siamo in grado di chiarire il suddetto rifiuto, stando en-tro i limiti di una rigorosa laicità e di una ancora più rigorosa concezionedemocratica della politica, si finirà inevitabilmente per cadere nelle magliedelle interpretazioni mistiche dei vangeli. La tesi da dimostrare è che il Cristo si rifiutò di compiere linsur-rezione armata non perché i tempi non fossero maturi per i seguaci galilei,ma perché non lo erano per i giudei. Uninsurrezione nazionale che fossepartita dalla sola Galilea, senza lappoggio strategico della parte più consa-pevole della Giudea, sarebbe stata un pericoloso avventurismo, anche se inquel momento la presenza romana nella regione non costituiva un ostacoloinsormontabile, visto che i prefetti, per poter governare, avevano necessitàdi appoggiarsi su una leadership autoctona, abilmente corrotta. Per poter compiere una vittoriosa insurrezione bisognava prima to-gliere qualunque credibilità ai dirigenti politico-religiosi del Tempio, cer-cando il più ampio consenso possibile tra le forze progressiste, e questo nonpoteva certo essere fatto imponendo la volontà galilaica a quella giudaica,ovvero chiedendo ai giudei di accettare una decisione insurrezionale cuinon avevano contribuito in maniera decisiva. Una ribellione generale contro il più grande impero schiavisticomai apparso fino ad allora, non poteva che essere nazionale, cercando inte-se ed alleanze non solo tra giudei e galilei, ma anche tra questi e i samarita-ni, per arrivare sino agli ebrei di origine ellenistica e agli stessi pagani chepiù duramente pagavano le conseguenze delloppressione imperiale. Per dimostrare la fondatezza di questa tesi è sufficiente leggersi iprimi quattro versetti del capitolo 6 di Giovanni, che danno le coordinatespazio-temporali dellevento. Gesù e i suoi più fidati discepoli si trovavanoin Galilea; era vicina la Pasqua; lintero movimento nazareno era pronto acompiere linsurrezione armata, dirigendosi verso Gerusalemme, cioè ap-profittando del momento favorevole della maggiore festività del paese, incui lafflusso dei fedeli era enorme. Con questa insurrezione si era convinti 136
    • Umano e Politicodi poter espellere i romani da tutta la Palestina e di epurare i luoghi del po-tere politico ebraico dai collaborazionisti. Ora, siccome il testo parla di un movimento che solo sul versantemaschile era composto di cinquemila persone, ci si può chiedere se a queltempo una consistenza del genere sarebbe stata sufficiente per compiereunoperazione di così vasta portata. Qui ovviamente si ha a che fare con mi-litanti ben consapevoli, disposti a qualunque sacrificio in nome della libertànazionale, ma è non meno evidente che una marcia verso Gerusalemme diquella portata avrebbe ingrossato le file dei nazareni a dismisura, e ancorapiù lavrebbero fatto le prime vittorie politiche e militari nella capitale. Passare da cinquemila al doppio sarebbe stato relativamente facile.I romani, colti di sorpresa, ci avrebbero messo non pochi mesi prima diprendere adeguate contromisure. Di sicuro i loro collaborazionisti ebrei sa-rebbero stati immobilizzati molto facilmente e in pochissimo tempo. Dun-que per i galilei esistevano tutte le condizioni per compiere la rivoluzione. Per quale motivo invece vi fu una defezione di massa, al punto cheil Cristo arrivò a chiedere ai Dodici se volevano andarsene anche loro (Gv6,67)? Cosa lo trattenne dal compiere la rivoluzione? Per quale motivo insi-steva nel dire che «il tempo giusto non era ancora venuto» (Gv 7,6)? Avevaforse paura che lo uccidessero prima ancora di poter portare a termine lim-presa, come chiaramente appare in Gv 7,1? È probabile che i giudei, sentendosi sufficientemente forti perfronteggiare da soli lautoritarismo dei vari procuratori romani, non avver-tissero lesigenza di cercare coi galilei una strategia comune. Molti di loroescludevano tassativamente che il messia potesse venire dalla Galilea (Gv7,41.52). Stando a Giovanni, infatti, Gesù decide di compiere linsurrezionesoltanto dopo lo smacco del movimento di Lazzaro, sul quale evidentemen-te i giudei progressisti avevano riposto molte delle loro speranze. Quando Gesù entra in pompa magna a Gerusalemme, poco primadella Pasqua, e quindi come minimo un anno dopo la defezione galilaica sulmonte Tabor, aveva al suo seguito non solo i nazareni ma anche i seguaci diLazzaro. Era quello il momento giusto per far scoppiare la rivolta decisiva:le due etnie principali, giudei e galilei, si trovavano finalmente sullo stessopiano, guidate da un leader che, pur essendo di origine giudaica, era statocostretto a vivere in Galilea. Era come un ritorno trionfale dallesilio, inizia-to subito dopo la fallimentare cacciata dei mercanti dal Tempio. Dallosmacco sul Tabor allultima Pasqua, Gesù - stando sempre al quarto vange-lo - era salito a Gerusalemme solo in occasione di due feste: quella delleCapanne, in forma del tutto clandestina, scontrandosi, per questo motivo,coi suoi parenti, che invece avrebbero preferito la massima pubblicità; e137
    • Biografia demistificata del Cristoquella della Dedicazione, in cui alla domanda politica circa il suo messiani-smo aveva risposto confermando il proprio umanesimo integrale. La questione su cui ora però bisogna soffermarsi è la seguente: èpossibile rintracciare nel racconto di Giovanni sui cosiddetti «pani moltipli-cati» qualche elemento che faccia capire il motivo per cui Gesù rifiutò dicompiere linsurrezione nazionale? Noi abbiamo parlato di una mancata in-tesa strategica tra giudei e galilei, ma questa può anche essere una semplicecongettura, e in ogni caso abbiamo il dovere di mostrare quali siano glielementi testuali che in qualche modo la rendono plausibile. Purtroppo di fronte a noi sembra esistere soltanto una pesante mi-stificazione redazionale, con la quale sè voluta dare, alla nostra domanda,una risposta di tipo mistico, che si può riassumere nei seguenti termini: igalilei abbandonarono Gesù perché, cercando in lui un leader politico, nonavevano capito che il suo messaggio aveva come fine la salvezza spiritualedellanima. Gesù voleva far capire di essere non un messia nazionale ma lu-nigenito figlio di dio. Quello che i galilei dovevano attendersi da lui non eratanto la giustizia economica («mi cercate perché siete stati saziati», vienedetto al v. 26), quanto la beatitudine eterna, che poteva essere raggiuntacredendo in lui come redentore universale, credendo nella sua resurrezionedai lacci della morte, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue nelsacramento delleucarestia. Ora, è evidente che una ricostruzione del genere, essendo lontanis-sima da qualunque riscontro attendibile, non è assolutamente in grado dispiegare il motivo della massiva defezione. I redattori fanno parlare Gesùcon le stesse parole che avrebbero potuto usare i due principali falsificatoridella sua storia: Pietro e Paolo. Su questo non val neppure la pena discute-re. Bisogna piuttosto chiedersi se è ugualmente possibile, allinternodi tale mistificazione, risalire alla motivazione originaria (laica e umanisti-ca) che può aver indotto il Cristo a rinunciare a compiere linsurrezione:una motivazione che, secondo la nostra esegesi, va tenuta in stretta relazio-ne allesigenza di istituire rapporti strategici paritetici tra le due etnie fonda-mentali dIsraele. Si può qui ricordare, en passant, che nel vangelo di Marco le ulti-me parole che le donne, giunte al sepolcro vuoto, ascoltano dal giovane ve-stito di bianco, sono: «Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che vi pre-cede in Galilea» (16,7). Il che, in sostanza, voleva dire che, a causa del tra-dimento dei giudei, i galilei si sentivano liberi di agire come meglio crede-vano; lintesa politica era finita; i nazareni avevano smesso di credere nel-linsurrezione nazionale, ma anche nel primato del Tempio, nella legge mo-saica, nella circoncisione, nel sabato e nei precetti alimentari; ora lunicapossibilità che i giudei avevano di riprendere un rapporto coi galilei cristia- 138
    • Umano e Politiconi, era quella di credere nella divinità del «Figlio delluomo», unico veromessia dIsraele. Chiusa la parentesi, torniamo alla questione di fondo, quella relati-va al lato democratico della politica rivoluzionaria. Anzitutto va considera-ta semplicemente assurda lidea che i galilei volessero farlo diventare reperché avevano visto la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Lassurdità nonsta solo nel miracolo in sé, ma anche nel suo preteso nesso con la politica.Cioè anche nel caso in cui il Cristo avesse saputo fare un prodigio del gene-re, nulla avrebbe potuto autorizzare le folle a comportarsi in quella maniera.Sarebbe stata una deduzione illogica, non pertinente. Non si fa diventarestatista un uomo solo perché è un grande prestigiatore. A meno che non lopermetta una fortissima crisi di valori e di identità (come p. es. avviene ne-gli attuali Stati Uniti, dove fanno diventare «presidenti» o «governatori»degli ex-attori di cinema). Qui però è evidente che i redattori avevano altro per la testa. Par-tendo dal presupposto chegli era «figlio di dio», non hanno poi avuto scru-poli nellattribuirgli qualunque tipo di azione fantastica. Anzi, in un certosenso si sono divertiti nel far credere che Gesù, volendo, avrebbe potutostupire chiunque coi suoi effetti speciali, salvo poi sottrarsi con decisionealla facile popolarità che ne sarebbe inevitabilmente seguita, lasciando de-luse le folle in delirio. Se vogliamo Gesù appare come un divo dello spetta-colo che, dopo aver eccitato i fans con le sue performances, fa il preziosomandandoli in bianco e facendo aumentare in loro il desiderio di rivederlo,e questo nella convinzione di poter recuperare gli applausi come e quandovuole. Noi invece dobbiamo dare per scontato che lidea di farlo diventarere sia stata conseguente a un discorso politico di grande respiro, non certo aun prodigio di tipo materiale, contrario a qualunque legge fisico-chimicadella natura. Lidea che i redattori, censori e manipolatori, hanno avuto èstata quella di trasformare Gesù in un novello Mosè che compie una gigan-tesca eucarestia. La contrapposizione artificiosa è stata posta tra «mannapiovuta dal cielo», che placò la fame nel deserto, e «pane di vita», che dàallanima la salvezza eterna. In particolare i redattori fanno dire a Gesù, rivolto ai suoi seguaci,una cosa davvero spiacevole: «mi avete cercato perché vi ho sfamato comeMosè, non perché avevo compiuto un segno miracoloso da interpretare inchiave mistica» (Gv 6,26 parafrasato). Egli dunque avrebbe rimproverato inazareni dessere dei volgari materialisti e di non capire le altezze spiritualidel suo messaggio teologico. In sostanza i redattori hanno trasformato li-stanza politica di liberazione in una bassezza di tipo economicistico, per poianteporre a questa una riflessione squisitamente religiosa.139
    • Biografia demistificata del Cristo Fatto questo revisionismo storico e ideologico, essi erano convintidi aver posto il lettore nellimpossibilità di individuare la differenza tra laconcezione politica che i galilei avevano della rivoluzione e quella del Cri-sto. E noi, in effetti, stante lattuale condizione delle fonti, possiamo soltan-to abbozzare dei semplici tentativi ermeneutici. Il primo dei quali è relativoallopposizione di una politologia basata sulla democrazia a un’altra basatasulla monarchia. «Volevano farlo diventare re», viene detto chiaramente inGv 6,15. Cioè in sostanza volevano una riedizione del glorioso regno davi-dico, da imporre con la forza delle armi non solo ai romani ma anche aglistessi giudei, che fino a quel momento avevano fatto di tutto per ostacolarelattività politica del messia. Contrapporre galilei a giudei sarebbe stato il modo peggiore peraffrontare le agguerrite e ben organizzate legioni romane. I giudei doveva-no arrivare a capire da soli che in quel frangente la soluzione offerta dalmovimento nazareno era la migliore possibile. Ecco dunque cosa è stato inrealtà il cosiddetto «miracolo dei pani»: una lezione di autentica democra-zia politica. 140
    • Umano e Politico Discorso della Montagna Matteo 5-7 c. 5[1] Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinaro-no i suoi discepoli.[2] Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:[3] «Beati i poveri in spirito,perché di essi è il regno dei cieli.[4] Beati gli afflitti,perché saranno consolati.[5] Beati i miti,perché erediteranno la terra.[6] Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,perché saranno saziati.[7] Beati i misericordiosi,perché troveranno misericordia.[8] Beati i puri di cuore,perché vedranno Dio.[9] Beati gli operatori di pace,perché saranno chiamati figli di Dio.[10] Beati i perseguitati per causa della giustizia,perché di essi è il regno dei cieli.[11] Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ognisorta di male contro di voi per causa mia.[12] Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così in-fatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.[13] Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo sipotrà render salato? A nullaltro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uo-mini.[14] Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopraun monte,[15] né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniereperché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.[16] Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre operebuone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.[17] Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venutoper abolire, ma per dare compimento.[18] In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppureun iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.[19] Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegneràagli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi inve-ce li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.141
    • Biografia demistificata del Cristo[20] Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei fa-risei, non entrerete nel regno dei cieli.[21] Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sotto-posto a giudizio.[22] Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudi-zio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al Sinedrio; e chi gli dice: paz-zo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.[23] Se dunque presenti la tua offerta sullaltare e lì ti ricordi che tuo fratello haqualche cosa contro di te,[24] lascia lì il tuo dono davanti allaltare e va prima a riconciliarti con il tuo fratel-lo e poi torna ad offrire il tuo dono.[25] Mettiti presto daccordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perchélavversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato inprigione.[26] In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino allultimospicciolo![27] Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;[28] ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commessoadulterio con lei nel suo cuore.[29] Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te:conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga get-tato nella Geenna.[30] E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te:conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a fi-nire nella Geenna.[31] Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia latto di ripudio;[32] ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, laespone alladulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.[33] Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con ilSignore i tuoi giuramenti;[34] ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio;[35] né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, per-ché è la città del gran re.[36] Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere biancoo nero un solo capello.[37] Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.[38] Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente;[39] ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia de-stra, tu porgigli anche laltra;[40] e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche ilmantello.[41] E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.[42] Da a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.[43] Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico;[44] ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,[45] perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i mal-vagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 142
    • Umano e Politico[46] Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così an-che i pubblicani?[47] E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Nonfanno così anche i pagani?[48] Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. c. 6[1] Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere daloro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cie-li.[2] Quando dunque fai lelemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fannogli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vidico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.[3] Quando invece tu fai lelemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua de-stra,[4] perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ri-compenserà.[5] Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nellesinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico:hanno già ricevuto la loro ricompensa.[6] Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Pa-dre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.[7] Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascol-tati a forza di parole.[8] Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete biso-gno ancor prima che gliele chiediate.[9] Voi dunque pregate così:Padre nostro che sei nei cieli,sia santificato il tuo nome;[10] venga il tuo regno;sia fatta la tua volontà,come in cielo così in terra.[11] Dacci oggi il nostro pane quotidiano,[12] e rimetti a noi i nostri debiticome noi li rimettiamo ai nostri debitori,[13] e non ci indurre in tentazione,ma liberaci dal male.[14] Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste per-donerà anche a voi;[15] ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà levostre colpe.[16] E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfi-gurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hannogià ricevuto la loro ricompensa.[17] Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto,143
    • Biografia demistificata del Cristo[18] perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; eil Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.[19] Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e doveladri scassinano e rubano;[20] accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, edove ladri non scassinano e non rubano.[21] Perché là dovè il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.[22] La lucerna del corpo è locchio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuocorpo sarà nella luce;[23] ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque laluce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra![24] Nessuno può servire a due padroni: o odierà luno e amerà laltro, o preferiràluno e disprezzerà laltro: non potete servire a Dio e a mammona.[25] Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o ber-rete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non valepiù del cibo e il corpo più del vestito?[26] Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano neigranai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?[27] E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere unora sola alla sua vita?[28] E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo:non lavorano e non filano.[29] Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva comeuno di loro.[30] Ora se Dio veste così lerba del campo, che oggi cè e domani verrà gettata nelforno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?[31] Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo?Che cosa indosseremo?[32] Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sache ne avete bisogno.[33] Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi sarannodate in aggiunta.[34] Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquie-tudini. A ciascun giorno basta la sua pena. c. 7[1] Non giudicate, per non essere giudicati;[2] perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la qua-le misurate sarete misurati.[3] Perché osservi la pagliuzza nellocchio del tuo fratello, mentre non ti accorgidella trave che hai nel tuo occhio?[4] O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio,mentre nellocchio tuo cè la trave?[5] Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere lapagliuzza dallocchio del tuo fratello.[6] Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, per-ché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. 144
    • Umano e Politico[7] Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto;[8] perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.[9] Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra?[10] O se gli chiede un pesce, darà una serpe?[11] Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto piùil Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano![12] Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: que-sta infatti è la Legge ed i Profeti.[13] Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conducealla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa;[14] quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quantopochi sono quelli che la trovano![15] Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sonlupi rapaci.[16] Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dairovi?[17] Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutticattivi;[18] un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrrefrutti buoni.[19] Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.[20] Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.[21] Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma coluiche fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.[22] Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetatonel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuonome?[23] Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi ope-ratori di iniquità.[24] Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a unuomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.[25] Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono suquella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.[26] Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a unuomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.[27] Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono suquella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».[28] Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo inse-gnamento:[29] egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi. *145
    • Biografia demistificata del Cristo Ricostruzione ipotetica non scientifica Il Discorso della Montagna, detto anche «delle Beatitudini», èproprio del vangelo secondo Matteo e, ripulito degli elementi più semitici, èstato ridotto da Luca (6,20-49) ai princìpi fondamentali dellamore di dio edel prossimo, e seppure Marco non lo riporti secondo lo schema matteano,basta leggersi i capitoli 7 e 10 per capire da dove Matteo abbia preso le pro-prie fonti. Come noto, la cosiddetta «regola aurea» di Mt 7,12: «Tutto quantovolete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro», era già pre-sente nellAntico Testamento e nella letteratura pagana. È la versione in ne-gativo dellamore per il prossimo: la massima in cui il cristianesimo petro-paolino ha voluto racchiudere la propria caratterizzazione etico-sociale. * Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, glisi avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, fece loro un di-scorso che doveva servire come programma politico generale per linsurre-zione armata. È giunto il momento in cui i poveri saranno riscattati, gli afflitti sa-ranno consolati, quelli che hanno fame e sete della giustizia, saranno sazia-ti. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché il regno di Israele staper realizzarsi e finalmente si avrà la libertà dalloppressione e la pace. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esul-tate, perché grande è la vostra ricompensa nel regno che andremo a costrui-re. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. Voi siete il sale della terra, la democrazia che altri cercano invano;ma se il sale perdesse sapore, che cosa glielo potrà mai rendere? A nullal-tro servirebbe che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Senza de-mocrazia diretta, popolare, cè solo dittatura. Voi siete la luce del mondo: non può restare nascosta una città col-locata sopra una montagna di ingiustizie, né si accende la lucerna della ve-rità per metterla sotto il moggio delliniquità. Così risplenda la vostra lucedavanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e vi seguano conconvinzione. È il popolo che deve far la politica. Guai dunque ai ricchi, perché pensano solo alle proprie ricchezze.Guai a quelli che sono sazi, perché avranno fame. Guai a quelli che pensa-no solo a se stessi, perché saranno afflitti. E fate attenzione quando tutti gli 146
    • Umano e Politicouomini diranno bene di voi, perché allo stesso modo facevano i loro padricoi falsi profeti. Non pensiate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; nonson venuto per abolire, ma per dare compimento. Non sto predicando la-narchia ma la democrazia. Chi pensa di poter trasgredire anche uno solo degli antichi precetti,anche minimi, col pretesto che ora tutto è possibile, e insegnerà agli uominia fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno che andremo a costrui-re. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato gran-de. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi edei farisei, che hanno fatto della Legge e dei Profeti quello che hanno volu-to, non entrerete nel regno. Voglio una democrazia di sostanza, non di forma, non come quellascriba e farisaica, che dicono una cosa e ne fanno unaltra. Dobbiamo dimo-strare dessere migliori di loro nellapplicare le leggi, per sentirci autorizzatia modificarle secondo le esigenze del popolo. Le leggi vanno modificatenon tanto per renderle ancora più severe o più permissive, ma per dimostra-re chesse devono rispondere a bisogni reali. Daltra parte noi non cilludiamo che per migliorare una società ba-sti modificarne le leggi. Occorre cambiare stile di vita, mutare i valori, re-sponsabilizzare le persone. Sono i rapporti umani che devono democratiz-zarsi, i rapporti sociali connessi al lavoro: le istituzioni devono diventare unriflesso di questo mutamento, altrimenti saranno sempre oppressive e chi legoverna farà le leggi a proprio uso e consumo. Non vi servono a nulla le prescrizioni, le offerte, il culto se nonsiete capaci di umanità col vostro prossimo. La legge vi punisce per delletrasgressioni evidenti, ma dovreste sentirvi in colpa anche per le semplicimancanze: quelle che la legge non vede e che però avvelenano i rapportiumani e distruggono col tempo il senso delluguaglianza, della democrazia. Di fronte alla coscienza ogni mancanza è grave. Non tutti vedonole stesse cose in maniera uguale. Pensate ai torti che vi fate sul piano mora-le, a quelli che riguardano il rispetto della persona, e che la legge neppurecontempla. Certo, quando un popolo viene invaso da un altro popolo, il torto èevidente. Ma se non risolvete il problema di come migliorare i rapporti tradi voi, non vi libererete mai delloppressore, e se anche riusciste a farlo conle armi, non saprete impedire, per questo, nuove ingiustizie tra di voi. Eccoperché vi dico di guardare loppressore romano non solo fuori di voi ma an-che dentro di voi, nella vostra coscienza, tra le fila del popolo dIsraele, chedeve dimostrare con le buone pratiche dessere migliore degli altri. Io non dico che di fronte ai torti non ci si debba difendere, anchecon la forza, se necessario: la difesa della libertà è un diritto sacrosanto di147
    • Biografia demistificata del Cristoogni nazione, di ogni persona umana. Vi dico soltanto di verificare attenta-mente se nel torto subìto non vi sia anche da parte vostra una qualche re-sponsabilità. Vi chiedo soltanto di pensare se questa consapevolezza puòaiutarvi ad affrontare meglio i rapporti col vostro prossimo. E comunque quando fate giustizia, siate sempre proporzionati allacolpa, non eccedete mai per spirito di vendetta, anzi cercate sempre, con le-sempio, di recuperare il colpevole a una vita dignitosa. Nellamministrare lagiustizia non bisogna mai aver fretta, anche perché non si ottiene giustiziacon una semplice sentenza. Ogni reato deve essere occasione per rifletteresulle comuni responsabilità e per migliorare i rapporti umani nella società. Anzi, ciò che più conta non è tanto lassicurare il colpevole allagiustizia, quanto migliorare il senso della libertà di coscienza. Non ci si puòsentire liberi dentro quando al di fuori di noi i rapporti sono disumani,quando i rapporti e le cose ci impediscono dessere noi stessi. Chiunquedeve poter capire questo, anche il criminale. Che la coscienza, in definitiva, sia più importante della legge locapite da alcuni semplici esempi, che sono sotto gli occhi di tutti. Gli antichi vi hanno detto di non commettere adulterio; ma io vidico che chiunque guarda una donna come un oggetto da possedere, ha giàcommesso adulterio con lei nel suo cuore. Che significa questo? Significache non ci sarà mai democrazia sociale e politica senza quella interpersona-le, senza rispetto della persona. E rispetto della persona vuol dire anche ri-spetto della donna, poiché le nuove regole della convivenza civile non pos-sono riguardare i soli uomini. Le donne sono lo specchio di tutti i rapportisociali fra persone diverse, diverse per età, aspetto fisico, lingua, provenien-za geografica, orientamento politico, culturale, religioso, sessuale... Quando dico che non basta «non commettere adulterio», vogliodire che non bisogna fare di ogni cosa unoccasione per non rispettare lal-tro, per affermare un proprio arbitrio. «Tradire» vuol dire tante cose, di cuiil rapporto extraconiugale è soltanto una. Non rispettare è già tradire. Luni-co modo per non tradire lo sapete già: è amare, sempre e ovunque, e nonsolo in negativo, rispettando il divieto delladulterio, ma anche in positivo,dimostrandolo con esempi quotidiani. E non pensiate, come fanno gli scribi e i farisei, di poter aggirare ildivieto delladulterio, favorendo il divorzio facile. Chi pensa di avvalersidella legge sul divorzio come pretesto per non essere incolpato di adulterio,sillude. Non ha capito che il vero problema sta nellamare il proprio coniu-ge e nel rispettarlo. Certo, la separazione può apparire inevitabile quando laltro tradi-sce, ma esiste anche il perdono delle colpe, il tentativo di riconciliazione.Senza uno sforzo volto a recuperare un rapporto difficile, ogni desiderio diseparazione sarà dettato da motivazioni egoistiche, che sono poi quelle che 148
    • Umano e Politicoci rendono «adulteri», cioè traditori, anche prima di qualunque rapportosessuale. Badate che tradire è più che trasgredire un giuramento: è come uc-cidere. I tradimenti che voi fate, non rispettando i vostri giuramenti di fron-te a dio, al confronto sono molto meno gravi. Infatti, quando voi giurate difronte a dio è perché non vi fidate gli uni degli altri. Vi siete già moralmen-te uccisi e poi dite di aver bisogno di giurare davanti a dio, per dimostrareche la vostra parola è importante. Se imparaste a fidarvi non avreste bisogno né di giurare né di chie-dere di farlo. Quando si uccide qualcuno, i giuramenti non riportano in vita. Per non tradire bisogna amare e per amare bisogna capire le ragio-ni del torto, bisogna fare in modo che il bisogno, sotteso a quelle ragioni,venga condiviso. La vendetta, la legge del taglione non miglioreranno i rap-porti umani. Abolite piuttosto i rapporti di proprietà e vedrete quanti delittiin meno vi saranno. Abolite la divisione in ceti contrapposti e vedrete chenon avrete neppure bisogno di predicare lamore per realizzare la giustizia. Che concezione vi siete fatti dellamore? Pensate davvero che que-sto valore valga solo allinterno del proprio clan o della propria tribù? Oforse pensate che per realizzare lamore universale basti liberare la Palestinadai romani? Certo, dobbiamo anzitutto liberarci dalloppressione straniera e dachi collabora con essa, ma, fatto questo, a che punto saremo? Per realizzarei princìpi di libertà, uguaglianza, fraternità, quei princìpi che rendono inuti-le il bisogno di accumulare ricchezze e proprietà, di apparire diversi o dipregare dio, resterà ancora molto da fare. Anzi, dubito persino che si riesca facilmente a liberarsi dei romanie di chi li appoggia, poiché voi guardate troppo il vostro particolare, cercatetroppo, prima di tutto, una risposta ai vostri problemi personali. Non capiteche prima vanno risolti i problemi più gravi e generali, che riguardano lin-tera nazione, e solo quando questo sarà fatto vi saranno finalmente le condi-zioni per poter meglio affrontare i problemi personali. Quando capirete che per risolvere i problemi generali ci vuole ri-spetto della diversità, tolleranza, collaborazione reciproca, spirito di sacrifi-cio, capacità di autocritica, il resto vi sarà dato in più. Bisogna saper trovarele giuste mediazioni in vista di un obiettivo comune: liberarsi delloppresso-re. Vi chiedo di non essere fanatici nelle questioni di principio, maneppure superficiali. Dovrete vagliare bene con chi portare avanti le batta-glie ideali. Non state ad aspettare che siano gli altri a fare il primo passo.Siate solerti nel cercare le giuste amicizie e alleanze, quelle che possonoservire per creare un movimento combattivo, un grande consenso popolare.149
    • Biografia demistificata del Cristo Nelle questioni private avete già una massima universale da segui-re (lhanno anche i pagani): «non fate agli altri quello che non volete sia fat-to a voi». Certo, non sarà con questa massima che faremo linsurrezione, maintanto mettetela in pratica nei vostri rapporti personali. Infatti basterebbequella per smascherare gli ipocriti, quelli che dicono una cosa e ne fannounaltra. Badate che non sto dicendo che la coerenza sia di per sé sempre unbene. Noi non dobbiamo realizzare una società perfetta, ma una società incui vi siano le condizioni effettive per migliorarla di continuo. Una strettacoerenza alla legge, come quella che i farisei chiedono di praticare nei con-fronti del sabato, può portare a non vedere quando trasgredirla è cosa utile enecessaria. Infatti, più che la legge è importante il bisogno, lesigenza disoddisfarlo per il bene comune. Non ha neppure senso sostenere che di fronte alla legge si è tuttiuguali. Chi ha più bisogno è più uguale degli altri. Chiedete ai magistrati dirispettare luguaglianza sostanziale, quella che aiuta di più chi ha di meno. È illusorio pensare di potersi mettere a posto la coscienza sempli-cemente rispettando la legge. Se non sviluppate linteriorità, lesteriorità nonvi servirà a nulla. Pensare di potersi garantire una purezza interiore, unabontà danimo, limitandosi a fare abluzioni prima di toccare cibo, ritenendovietati alcuni alimenti, temendo di contaminarsi a causa del contatto concerte cose e persone, è insensato per unintelligenza matura, che cerca in sestessa le ragioni del proprio agire. Non è quello che entra dalla bocca checontamina la coscienza, ma quello che vi esce. Con queste concezioni non si riuscirà mai a costruire alcun regnodi pace e di giustizia. Ditelo agli scribi e ai farisei. 150
    • Umano e Politico Discorso sul Monte degli Ulivi Mc 13,5-37 Mt 24,1-51 Lc 21,5-38 [5] Gesù si mise a dire [1] Mentre Gesù, uscito [5] Mentre alcuni parla- loro: «Guardate che nes- dal tempio, se ne andava, vano del tempio e delle suno vinganni! gli si avvicinarono i suoi belle pietre e dei doni [6] Molti verranno in discepoli per fargli os- votivi che lo adornavano, mio nome, dicendo: servare le costruzioni del disse: «Sono io», e inganneran- tempio. [6] «Verranno giorni in no molti. [2] Gesù disse loro: «Ve- cui, di tutto quello che [7] E quando sentirete dete tutte queste cose? In ammirate, non resterà parlare di guerre, non al- verità vi dico, non resterà pietra su pietra che non larmatevi; bisogna infatti qui pietra su pietra che venga distrutta». che ciò avvenga, ma non non venga diroccata». [7] Gli domandarono: sarà ancora la fine. [3] Sedutosi poi sul mon- «Maestro, quando acca- [8] Si leverà infatti na- te degli Ulivi, i suoi di- drà questo e quale sarà il zione contro nazione e scepoli gli si avvicinaro- segno che ciò sta per regno contro regno; vi no e, in disparte, gli dis- compiersi?». saranno terremoti sulla sero: «Dicci quando ac- [8] Rispose: «Guardate terra e vi saranno care- cadranno queste cose, e di non lasciarvi inganna- stie. Questo sarà il prin- quale sarà il segno della re. Molti verranno sotto cipio dei dolori. tua venuta e della fine il mio nome dicendo: [9] Ma voi badate a voi del mondo». «Sono io» e: «Il tempo è stessi! Vi consegneranno [4] Gesù rispose: «Guar- prossimo»; non seguiteli. ai sinedri, sarete percossi date che nessuno vi in- [9] Quando sentirete par- nelle sinagoghe, compa- ganni; lare di guerre e di rivolu- rirete davanti a governa- [5] molti verranno nel zioni, non vi terrorizzate. tori e re a causa mia, per mio nome, dicendo: Io Devono infatti accadere render testimonianza da- sono il Cristo, e trarran- prima queste cose, ma vanti a loro. no molti in inganno. non sarà subito la fine». [10] Ma prima è necessa- [6] Sentirete poi parlare [10] Poi disse loro: «Si rio che il vangelo sia di guerre e di rumori di solleverà popolo contro proclamato a tutte le guerre. Guardate di non popolo e regno contro re- genti. allarmarvi; è necessario gno, [11] E quando vi condur- che tutto questo avvenga, [11] e vi saranno di luo- ranno via per consegnar- ma non è ancora la fine. go in luogo terremoti, vi, non preoccupatevi di [7] Si solleverà popolo carestie e pestilenze; vi ciò che dovrete dire, ma contro popolo e regno saranno anche fatti terri- dite ciò che in quellora contro regno; vi saranno ficanti e segni grandi dal vi sarà dato: poiché non carestie e terremoti in cielo. siete voi a parlare, ma lo vari luoghi; [12] Ma prima di tutto Spirito Santo. [8] ma tutto questo è questo metteranno le [12] Il fratello consegne- solo linizio dei dolori. mani su di voi e vi perse- rà a morte il fratello, il [9] Allora vi consegne- guiteranno, consegnan-151
    • Biografia demistificata del Cristo padre il figlio e i figli in- ranno ai supplizi e vi uc- dovi alle sinagoghe e alle sorgeranno contro i geni- cideranno, e sarete odiati prigioni, trascinandovi tori e li metteranno a da tutti i popoli a causa davanti a re e a governa- morte. del mio nome. tori, a causa del mio [13] Voi sarete odiati da [10] Molti ne resteranno nome. tutti a causa del mio scandalizzati, ed essi si [13] Questo vi darà occa- nome, ma chi avrà perse- tradiranno e odieranno a sione di render testimo- verato sino alla fine sarà vicenda. nianza. salvato. [11] Sorgeranno molti [14] Mettetevi bene in [14] Quando vedrete la- falsi profeti e inganne- mente di non preparare bominio della desolazio- ranno molti; prima la vostra difesa; ne stare là dove non con- [12] per il dilagare delli- [15] io vi darò lingua e viene, chi legge capisca, niquità, lamore di molti sapienza, a cui tutti i vo- allora quelli che si trova- si raffredderà. stri avversari non potran- no nella Giudea fuggano [13] Ma chi persevererà no resistere, né contro- ai monti; sino alla fine, sarà salva- battere. [15] chi si trova sulla ter- to. [16] Sarete traditi perfi- razza non scenda per en- [14] Frattanto questo no dai genitori, dai fra- trare a prender qualcosa vangelo del regno sarà telli, dai parenti e dagli nella sua casa; annunziato in tutto il amici, e metteranno a [16] chi è nel campo non mondo, perché ne sia morte alcuni di voi; torni indietro a prendersi resa testimonianza a tutte [17] sarete odiati da tutti il mantello. le genti; e allora verrà la per causa del mio nome. [17] Guai alle donne in- fine. [18] Ma nemmeno un ca- cinte e a quelle che allat- [15] Quando dunque ve- pello del vostro capo pe- teranno in quei giorni! drete labominio della rirà. [18] Pregate che ciò non desolazione, di cui parlò [19] Con la vostra perse- accada dinverno; il profeta Daniele, stare veranza salverete le vo- [19] perché quei giorni nel luogo santo - chi leg- stre anime. saranno una tribolazione, ge comprenda -, [20] Ma quando vedrete quale non è mai stata [16] allora quelli che Gerusalemme circondata dallinizio della creazio- sono in Giudea fuggano da eserciti, sappiate allo- ne, fatta da Dio, fino al ai monti, ra che la sua devastazio- presente, né mai vi sarà. [17] chi si trova sulla ter- ne è vicina. [20] Se il Signore non razza non scenda a pren- [21] Allora coloro che si abbreviasse quei giorni, dere la roba di casa, trovano nella Giudea nessun uomo si salvereb- [18] e chi si trova nel fuggano ai monti, coloro be. Ma a motivo degli campo non torni indietro che sono dentro la città eletti che si è scelto ha a prendersi il mantello. se ne allontanino, e quel- abbreviato quei giorni. [19] Guai alle donne in- li in campagna non torni- [21] Allora, dunque, se cinte e a quelle che allat- no in città; qualcuno vi dirà: «Ecco, teranno in quei giorni. [22] saranno infatti gior- il Cristo è qui, ecco è [20] Pregate perché la ni di vendetta, perché là», non ci credete; vostra fuga non accada tutto ciò che è stato scrit- [22] perché sorgeranno dinverno o di sabato. to si compia. falsi cristi e falsi profeti [21] Poiché vi sarà allora [23] Guai alle donne che e faranno segni e portenti una tribolazione grande, sono incinte e allattano 152
    • Umano e Politico per ingannare, se fosse quale mai avvenne dalli- in quei giorni, perché vi possibile, anche gli elet- nizio del mondo fino a sarà grande calamità nel ti. ora, né mai più ci sarà. paese e ira contro questo [23] Voi però state atten- [22] E se quei giorni non popolo. ti! Io vi ho predetto tutto. fossero abbreviati, nes- [24] Cadranno a fil di [24] In quei giorni, dopo sun vivente si salvereb- spada e saranno condotti quella tribolazione, il be; ma a causa degli elet- prigionieri tra tutti i po- sole si oscurerà e la luna ti quei giorni saranno ab- poli; Gerusalemme sarà non darà più il suo splen- breviati. calpestata dai pagani fin- dore [23] Allora se qualcuno ché i tempi dei pagani [25] e gli astri si mette- vi dirà: Ecco, il Cristo è siano compiuti. ranno a cadere dal cielo e qui, o: È là, non ci crede- [25] Vi saranno segni nel le potenze che sono nei te. sole, nella luna e nelle cieli saranno sconvolte. [24] Sorgeranno infatti stelle, e sulla terra ango- [26] Allora vedranno il falsi cristi e falsi profeti scia di popoli in ansia Figlio delluomo venire e faranno grandi portenti per il fragore del mare e sulle nubi con grande po- e miracoli, così da indur- dei flutti, tenza e gloria. re in errore, se possibile, [26] mentre gli uomini [27] Ed egli manderà gli anche gli eletti. moriranno per la paura e angeli e riunirà i suoi [25] Ecco, io ve lho pre- per lattesa di ciò che do- eletti dai quattro venti, detto. vrà accadere sulla terra. dallestremità della terra [26] Se dunque vi diran- Le potenze dei cieli in- fino allestremità del cie- no: Ecco, è nel deserto, fatti saranno sconvolte. lo. non ci andate; o: È in [27] Allora vedranno il [28] Dal fico imparate casa, non ci credete. Figlio delluomo venire questa parabola: quando [27] Come la folgore su una nube con potenza già il suo ramo si fa tene- viene da oriente e brilla e gloria grande. ro e mette le foglie, voi fino a occidente, così [28] Quando comince- sapete che lestate è vici- sarà la venuta del Figlio ranno ad accadere queste na; delluomo. cose, alzatevi e levate il [29] così anche voi, [28] Dovunque sarà il capo, perché la vostra li- quando vedrete accadere cadavere, ivi si radune- berazione è vicina». queste cose, sappiate che ranno gli avvoltoi. [29] E disse loro una pa- egli è vicino, alle porte. [29] Subito dopo la tri- rabola: «Guardate il fico [30] In verità vi dico: bolazione di quei giorni, e tutte le piante; non passerà questa gene- il sole si oscurerà, la luna [30] quando già germo- razione prima che tutte non darà più la sua luce, gliano, guardandoli capi- queste cose siano avve- gli astri cadranno dal cie- te da voi stessi che ormai nute. lo e le potenze dei cieli lestate è vicina. [31] Il cielo e la terra saranno sconvolte. [31] Così pure, quando passeranno, ma le mie [30] Allora comparirà voi vedrete accadere parole non passeranno. nel cielo il segno del Fi- queste cose, sappiate che [32] Quanto poi a quel glio delluomo e allora si il regno di Dio è vicino. giorno o a quellora, nes- batteranno il petto tutte [32] In verità vi dico: suno li conosce, neanche le tribù della terra, e ve- non passerà questa gene- gli angeli nel cielo, e dranno il Figlio delluo- razione finché tutto ciò neppure il Figlio, ma mo venire sopra le nubi sia avvenuto.153
    • Biografia demistificata del Cristo solo il Padre. del cielo con grande po- [33] Il cielo e la terra [33] State attenti, veglia- tenza e gloria. passeranno, ma le mie te, perché non sapete [31] Egli manderà i suoi parole non passeranno. quando sarà il momento angeli con una grande [34] State bene attenti preciso. tromba e raduneranno che i vostri cuori non si [34] È come uno che è tutti i suoi eletti dai quat- appesantiscano in dissi- partito per un viaggio tro venti, da un estremo pazioni, ubriachezze e dopo aver lasciato la pro- allaltro dei cieli. affanni della vita e che pria casa e dato il potere [32] Dal fico poi impara- quel giorno non vi piom- ai servi, a ciascuno il suo te la parabola: quando bi addosso improvviso; compito, e ha ordinato al ormai il suo ramo diven- [35] come un laccio esso portiere di vigilare. ta tenero e spuntano le si abbatterà sopra tutti [35] Vigilate dunque, foglie, sapete che lestate coloro che abitano sulla poiché non sapete quan- è vicina. faccia di tutta la terra. do il padrone di casa ri- [33] Così anche voi, [36] Vegliate e pregate tornerà, se alla sera o a quando vedrete tutte in ogni momento, perché mezzanotte o al canto del queste cose, sappiate che abbiate la forza di sfug- gallo o al mattino, Egli è proprio alle porte. gire a tutto ciò che deve [36] perché non giunga [34] In verità vi dico: accadere, e di comparire allimprovviso, trovando- non passerà questa gene- davanti al Figlio delluo- vi addormentati. razione prima che tutto mo». [37] Quello che dico a questo accada. [37] Durante il giorno in- voi, lo dico a tutti: Ve- [35] Il cielo e la terra segnava nel tempio, la gliate!». passeranno, ma le mie notte usciva e pernottava parole non passeranno. allaperto sul monte detto [36] Quanto a quel gior- degli Ulivi. no e a quellora, però, [38] E tutto il popolo ve- nessuno lo sa, neanche niva a lui di buon matti- gli angeli del cielo e nep- no nel tempio per ascol- pure il Figlio, ma solo il tarlo. Padre. [37] Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio delluomo. [38] Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nel- larca, [39] e non si accorsero di nulla finché venne il di- luvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla ve- nuta del Figlio delluo- mo. 154
    • Umano e Politico [40] Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e laltro lascia- to. [41] Due donne macine- ranno alla mola: una sarà presa e laltra lasciata. [42] Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. [43] Questo considerate: se il padrone di casa sa- pesse in quale ora della notte viene il ladro, ve- glierebbe e non si lasce- rebbe scassinare la casa. [44] Perciò anche voi state pronti, perché nel- lora che non immagina- te, il Figlio delluomo verrà. [45] Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha prepo- sto ai suoi domestici con lincarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? [46] Beato quel servo che il padrone al suo ri- torno troverà ad agire così! [47] In verità vi dico: gli affiderà lamministrazio- ne di tutti i suoi beni. [48] Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, [49] e cominciasse a per- cuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, [50] arriverà il padrone quando il servo non se laspetta e nellora che non sa,155
    • Biografia demistificata del Cristo [51] lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si merita- no: e là sarà pianto e stri- dore di denti. * Nei Sinottici il Discorso sul Monte degli Ulivi (Mt 24 e Lc 21,come noto, copiano essenzialmente da Mc 13), pronunciato poco prima del-lultima Pasqua, è un discorso di tipo apocalittico o escatologico, quando inrealtà avrebbe dovuto essere di tipo programmatico, essendo imminente larivoluzione. Appare quindi evidente che i redattori han trasformato un discorsopolitico, rivolto solo ai più stretti discepoli, che dovevano dirigere linsurre-zione nazionale, in un discorso mistico, rivolto, attraverso lespediente deisuoi più stretti discepoli, ai cristiani in generale, soprattutto a quelli soprav-vissuti dopo la sconfitta dellinsurrezione nazionale del movimento nazare-no. Il discorso viene collocato da Marco subito prima dellingressomessianico; lo spazio scenico è quello del Tempio di Gerusalemme e suc-cessivamente quello del Monte degli Olivi (Getsemani), un giardino collo-cato sul limitare della valle del Cedron, lungo lodierna strada da Gerusa-lemme a Betania (si badi che infinite sono, ancora oggi, le discussioni sul-leffettiva ubicazione del Tempio). Tuttavia un discorso del genere difficil-mente può essere stato fatto presso il Tempio, alla presenza delle autoritàgiudaiche e romane; può invece risultare attendibile il riferimento al Getse-mani, luogo di rifugio dei Dodici. In Marco il discorso è fatto da un leader già consapevole che il suotentativo eversivo contro loccupante straniero andrà fallito. Non può quindiin alcun modo essere un discorso storicamente attendibile, salvo il fatto cheil redattore ha effettivamente cercato di descrivere quello che sarebbe acca-duto a Israele e a Gerusalemme in particolare dopo la disfatta della nazione.Quindi necessariamente tutto il discorso è stato redatto dopo il 70, e in ef-fetti nessun esegeta mette in dubbio che lintero vangelo di Marco sia statoscritto dopo questa data (lintera comunità cristiana di Gerusalemme scom-parve dopo il 70: secondo una tradizione una parte si rifugiò a Pella, cittàdella Decapoli). Naturalmente il redattore non poteva essere così ingenuo da far ca-pire al proprio lettore che il discorso si riferiva a una situazione post-eventum. Non potevano esserci dettagli storici troppo concreti. Si dovevapiuttosto cercare di far passare Gesù per una divinità in grado di leggere gli 156
    • Umano e Politicoeventi del futuro, almeno con sufficiente chiarezza, se la massima luciditànon era redazionalmente possibile. In ogni caso le profezie dovevanoapparire come se non potessero essere smentite, per quanto i Sinottici sianoreticenti nellattribuire la causa del crollo del giudaismo ai romani. Allautore di questo lungo discorso premeva ottenere due fonda-mentali risultati per lideologia religiosa della sua comunità di appartenen-za: 1. dimostrare che Gesù era dio; 2. dimostrare che la sua morte in croceera stata inevitabile. Infatti un dio fattosi uomo che annuncia la fine immi-nente del proprio paese, rende legittima la tesi petrina della sua «morte ne-cessaria», in quanto voluta direttamente da dio, vero artefice della fine delprimato dIsraele. Non deve essere stato facile elaborare un discorso apocalittico, re-visionando quello politico originario, in modo tale da non rinunciare ad al-cuni fondamentali riferimenti storici alla Palestina e in particolare al destinotragico del suo Tempio. Il discorso doveva essere astratto - come lo è ognidiscorso di tipo religioso - ma sino a un certo punto. Il redattore infatti, scri-vendo dopo il 70, voleva indurre il suo lettore a credere che quanto avevascritto sera puntualmente verificato. È dunque evidente che nessun lettore sarebbe stato in grado di ve-rificare, nel dettaglio, se quel discorso era stato effettivamente detto dalCristo. Marco si rivolge a lettori che prevalentemente non sono ebrei, o che,se ebreo-cristiani (avendo accettato la tesi petrina della morte necessaria edella resurrezione del messia), non risiedono più in Palestina, e che in ognicaso nutrivano un odio così grande nei confronti dei giudei che non avreb-bero avuto scrupoli nel fare carte false per indicare unicamente in loro iprincipali responsabili della morte del Cristo e della distruzione del loropaese. Vediamo ora il contenuto del discorso, al quale le versioni di Lucae Matteo non sembrano offrire varianti significative. Gli apostoli citati da Marco sono quattro e in questordine: Pietro,perché fu lui a dirigere la comunità post-pasquale subito dopo la morte delCristo; Giacomo, che dovrebbe essere il fratello di Giovanni ma che forsequi è il fratello di Gesù, quello che sostituì Pietro quando questi fu fattoevadere dal carcere ed espatriare per sempre dalla Palestina; Giovanni, chefu ben presto emarginato dalla comunità di Pietro e che qui risulta presentesolo perché non si poteva escluderlo, e Andrea, fratello di Pietro, anche luimisteriosamente scomparso negli Atti degli apostoli. Loccasione del discorso è unespressione di meraviglia manifesta-ta dai discepoli per la robustezza delle mura del Tempio e dellintera città(cosa che sarebbe stata particolarmente utile per difendersi dalla controffen-siva romana successiva allinsurrezione). Ovviamente Gesù avrà conferma-to, sul piano tecnico, il valore strategico della città e delle sue imponenti157
    • Biografia demistificata del Cristofortificazioni (a quel tempo in fondo gli ebrei erano gli unici a resistere concoraggio al dilagare dellimperialismo romano). Qui però doveva apparire ilcontrario, essendo tutto il discorso finalizzato a mostrare la debolezza diquelle costruzioni, che di fatto non riuscirono a reggere limpatto dellas-salto delle legioni. Se è esistito, ed è facile che lo sia stato, in quanto linsurrezioneanti-romana nei piani del Cristo doveva partire per forza dalla capitale diIsraele, un discorso politico-militare su un argomento logistico come que-sto, deve essersi svolto sulla base di considerazioni che qui non potevanoessere presenti, avendo Marco in mente di propagandare limmagine di unmessia redentore e non liberatore. Il discorso originario, comè facile immaginare, doveva aver postosulla bilancia questioni di natura tecnica e questioni di natura umana. Sa-rebbe stato infatti illusorio pensare di poter resistere a un grande imperocome quello romano, che fino a quel momento aveva incontrato ben pocheresistenze, facendo leva esclusivamente sullimponenza delle mura della cit-tà, che peraltro erano già state varcate dalle legioni di Pompeo. Occorreva una direzione strategica delle operazioni belliche benorganizzata, che permettesse non solo di resistere agli assedi delle legioniromane, ma anche di cacciarle definitivamente dalla Palestina. E una dire-zione del genere doveva poter contare, più che sullimponenza delle mura(come invece pensarono di fare gli zeloti nel corso della guerra giudaica),sulla collaborazione del popolo, che, a vario titolo, avrebbe dovuto sostene-re le truppe regolari e irregolari, fiancheggiare le operazioni militari vere eproprie e quelle di guerriglia. Nessun esercito riesce a vincere una guerra senon ha lappoggio della popolazione in grado di nutrirlo, assisterlo, proteg-gerlo nei momenti più critici. La resistenza doveva essere nazionale e non concentrata soltantonella capitale. Indubbiamente il segno per farla scoppiare poteva essere of-ferto dallinsurrezione armata a Gerusalemme, in virtù della quale si potevafacilmente disarmare la guarnigione romana lì presente. Dopodiché si sa-rebbe occupata la città nei suoi gangli vitali, estromettendo laristocrazia sa-cerdotale da qualunque gestione politica del Tempio e della città. Ma ilvero obiettivo restava la liberazione dellintera Palestina. P. es. il quartiergenerale di Pilato, stanziato a Cesarea, andava immediatamente bloccato,onde impedire qualunque comunicazione con Roma. Qual è la principale contraddizione del racconto di Marco, che am-bisce a conciliare aspetti umani con aspetti religiosi? È il fatto che da unlato Gesù, qui presentato come un dio, spiega per filo e per segno cosa do-vrà accadere nellimminenza della fine non solo della Palestina ma del mon-do intero; dallaltro però egli non è assolutamente in grado di prevedere il 158
    • Umano e Politicomomento in cui tutto ciò avverrà, in quanto - a suo giudizio - solo dio puòsaperlo. Qui è evidentissima la dipendenza di Marco dallideologia petro-paolina, che allinizio cercò dimporsi parlando di «morte necessaria» delmessia, di sua «resurrezione» e di una sua «imminente parusia trionfale» eche poi, vedendo gli inspiegabili ritardi di questultima, fu costretta a ridi-mensionare le proprie sicurezze, posticipando a data da destinarsi il mo-mento epocale del riscatto definitivo (i cui segni anticipatori non sarebberostati solo di tipo «storico» ma anche, in maniera contestuale, di tipo «natu-ralistico»). Ecco perché lo stesso Gesù che viene reso profeta della catastrofefinale di Israele, la cui causa viene qui addebitata ai giudei, che non hannocreduto in lui, non può profetizzare nulla sulla catastrofe del mondo intero,in quanto il suo ritorno trionfale, da parte dei primi discepoli, è andato delu-so. Un Cristo risorto, che invece di tornare per vendicarsi dei romani e deigiudei collaborazionisti, se ne ascende in cielo, non può certo essere consi-derato un messia liberatore, anzi rende illusoria qualunque aspettativa poli-tica (non a caso nel vangelo di Marco, che è quello del «segreto messiani-co» per eccellenza, Gesù rifiuta sempre di qualificarsi come «messia»). Ma se non era un liberatore - fa capire Marco - è inutile prenderse-la coi romani. Se i giudei non lhanno riconosciuto, la principale responsa-bilità ricade su di loro. Se lavessero accettato come messia politico, la Pa-lestina si sarebbe liberata dei romani; non avendolo fatto, non ha più sensocontinuare a parlare di «messia liberatore»: tutta la Palestina è stata occupa-ta dai romani e i cristiani emigrati devono continuare a vivere sotto le grin-fie dellimpero. Una liberazione politica, agli occhi degli ebrei e degli stessiprimi cristiani, avrebbe avuto senso se fosse stata «nazionale». Ma dopo il70 ogni tentativo di continuare a parlare di un «Cristo politico» andava de-cisamente superato. La prima domanda che i discepoli Pietro, Giacomo, Giovanni eAndrea rivolgono a Gesù è quella tipica di chi vive unesperienza religiosain una situazione sociale ai limiti della sopportabilità: «Dicci quando avver-rà la fine di tutto». È la classica domanda di chi è politicamente rassegnato. Il lato comico di questa domanda è che essa viene posta subitodopo aver osannato la magnificenza delle imponenti mura del Tempio diGerusalemme, lasciando così credere che fossero inespugnabili. È come seil redattore avesse voluto far parlare i quattro discepoli dapprima come se-guaci di un partito politico e subito dopo come seguaci di una setta religio-sa. La constatazione dellimponenza delle mura è forse lunica nota realisti-ca del tradizionale discorso del Cristo, nel senso che lidea dellinsurrezionegenerale non poteva non avvalersi del contributo logistico-difensivo cheavrebbero potuto dare quelle mura.159
    • Biografia demistificata del Cristo Dunque in pochissime battute i quattro discepoli passano dallaconvinzione di poter resistere ai romani, alla certezza della loro propriasconfitta. Si smontano in maniera subitanea proprio perché il Cristo agiscecome se fosse onnisciente. Evidentemente il redattore sera sentito in obbli-go di far apparire come del tutto naturale al lettore che il discorso apocalit-tico sulle sorti di Israele dovesse essere, nel contempo, un discorso daddiodel Cristo, cioè un discorso sulla propria stessa sorte. Egli infatti dà qui perscontato che il messia sarebbe morto prima della distruzione di Gerusalem-me e che solo i suoi discepoli avrebbe potuto constatarla coi loro occhi. Non è escluso che il redattore abbia qui usato, come modello lette-rario, una parte dellApocalisse giovannea, cronologicamente anteriore. Ladifferenza tra le due apocalissi è che mentre quella giovannea indica un ri-torno imminente del messia glorioso, quella sinottica la posticipa sine die.Si può anzi sostenere - ma questo andrebbe dimostrato con uno studio spe-cifico - che tutte le manomissioni operate sullApocalisse di Giovanni sonostate fatte sulla scorta di quanto scritto nel discorso apocalittico elaboratoda Pietro e materialmente redatto dal suo discepolo preferito. In Giovanniinfatti tutto quanto viene detto per non rendere imminente la parusia delCristo è ideologicamente in linea con quanto scritto nel primo vangelo. Dopo il tragico momento della croce Pietro volle comandare il mo-vimento nazareno, ponendosi in alternativa alla posizione giovannea, cheinvece chiedeva di proseguire la strada dellinsurrezione armata. Fu lui, conla sua idea opportunista di «parusia», che obbligava a starsene passivamen-te in attesa, il principale responsabile della disfatta del movimento nazareno(in questo seguito a ruota dallex fariseo Saulo di Tarso). E fu sempre luiche ideò la trovata geniale di attribuire al Cristo un vaticinio catastroficonon tanto o non solo per la Palestina ma anche e soprattutto per lintero pia-neta, facendo in modo così di salvaguardare le proprie idee di «morte ne-cessaria», di «resurrezione» e della stessa «parusia», che avrebbero conti-nuato ad avere un valore non tanto sul piano storico quanto piuttosto suquello metastorico, essendo proiettate verso un tempo indefinito. Anche noi oggi sappiamo che il sole ha una vita di circa tredici mi-liardi di anni e che ne sono già trascorsi cinque dalla sua nascita e che traaltri cinque inizierà la sua agonia, quando non vi sarà più idrogeno nel suonucleo: che cosa ci costa dire che tra sei-sette miliardi di anni vi sarà la pa-rusia del Cristo? Chi potrebbe smentirci? Ma soprattutto: a chi interesseràun evento del genere? Anche Paolo, che pur aveva creduto imminente laparusia, dopo ventanni di folle predicazione, sarà costretto a inventarsi de-gli impossibili segni premonitori, che ne avrebbero anticipato la venuta, tracui, niente di meno, che la conversione generalizzata degli ebrei al cristia-nesimo! 160
    • Umano e Politico Tutta questa «piccola apocalisse» sottostà a una precisa filosofiadeterministica, essendo dominata dalla categoria della necessità storica. Glieventi storici e naturali appaiono come ineluttabili, inevitabili, predestinatida dio-padre, cui neppure il figlio può opporsi. I sopravvissuti alla generaleapostasia saranno quelli predestinati alla salvezza. I giorni della catastrofecosmica verranno abbreviati solo per fare un favore agli eletti, i quali nonavranno il potere dimpedire alcunché. Loro compito principale sarà soltan-to quello di resistere il più possibile. Non ci sarà infatti possibilità di realiz-zare alcuna rivoluzione politica o insurrezione armata sulla terra, proprioperché la liberazione dalla schiavitù non potrà essere «umana» ma solo «di-vina», fatta direttamente dal figlio delluomo, che scenderà dallalto dei cie-li. Sicché mentre nellApocalisse di Giovanni gli eletti devono tenersi prontia un decisivo scontro armato (non a caso essa fu scritta nellimminenza del-la guerra giudaica), qui invece devono soltanto attendere passivamente iltrionfo del Cristo redivivo. Pietro ha mentito alla sua generazione, al suo movimento e ha con-tinuato a mentire alle generazioni future, quelle che per credere nella «divi-nità» del messia hanno rinunciato a lottare per migliorare le loro condizionidi vita. Prima della parusia - dice Marco - occorreranno molti falsi Cristi(v. 6), molte guerre tra nazioni e tra regni (v. 7), molti terremoti e carestie(v. 8), molte persecuzioni anti-cristiane (v. 9) e soprattutto una predicazionedel vangelo a tutto il mondo (v. 10). Bastava anche solo questultima cosaper capire che la generazione contemporanea a Gesù non avrebbe mai potu-to vedere alcuna parusia. Per convalidare limpossibilità di questa attesa, Marco aggiunge,per bocca di Gesù, che dovranno accadere cose mostruose, raccapriccianti,come i crimini tra consanguinei (particolarmente vergognosi per il popoloebraico) e, peggio ancora, una generale apostasia dai propri convincimentidi fede (il cosiddetto «abominio della desolazione»), in cui, in un certo sen-so, il bianco verrà creduto nero e viceversa. In nome di unideologia oppo-sta a quella cristiana, fatta passare per quella veramente cristiana, si finiràcol compiere le persecuzioni più orribili, che non daranno scampo a chi nonvi crederà in maniera del tutto passiva. Per non demoralizzare irreparabilmente i discepoli, il Cristo ag-giunge che la devastazione sarà sì intensa ma non così lunga da indurre tuttigli «eletti» a cedere. Sarà dio stesso in persona ad abbreviarne i tempi e lofarà attraverso disastrosi fenomeni naturali, in cui tutti periranno: oppressi eoppressori. Il sole, la luna, le stelle e tutto il creato subirà un cataclismaepocale. Solo a questo punto avverrà la parusia trionfale del Cristo, al cuiseguito vi saranno coloro che hanno avuto la forza di non tradirlo.161
    • Biografia demistificata del Cristo Se un cristiano lavesse letta in questi termini, tale descrizione de-gli eventi escatologici non avrebbe lasciato molte speranze: il riscatto deglioppressi sarebbe potuto avvenire solo dopo la morte di tutti, nei secoli o neimillenni a venire. Qui deve per forza esserci stata unobiezione da parte diqualcuno, altrimenti è difficile spiegarsi il significato della frase che ad uncerto punto Gesù è quasi costretto a dire: «In verità vi dico che questagenerazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute» (v.30). Dunque una speranza cera, magari se non proprio per se stessi, al-meno per i propri figli. Sarebbe stato infatti difficile pensare di poter trova-re dei proseliti tra gli oppressi prospettando loro un destino di morte e di-struzione. Certamente non sarebbe loro bastato sapere che mentre il cielo ela terra erano destinati prima o poi a collassare, le «parole del Cristo» sa-rebbero invece durate in eterno (v. 31). Tuttavia va considerato alquanto riprovevole laver attribuito alCristo laffermazione secondo cui non sarebbe passata la propria «genera-zione» prima che tutte queste disgrazie fossero avvenute (Mc 13,30). Chebisogno aveva Marco di dire una cosa del genere quando quella generazio-ne sapeva benissimo che la parusia non cera mai stata? Il motivo è sempli-ce: Pietro ha voluto far credere che quando predicava la parusia imminentelo faceva solo perché gli era stato comunicato dal Cristo. «Morte necessa-ria», «resurrezione», «parusia»: sono tutti concetti che nel vangelo di Mar-co vengono fatti propri direttamente dal messia, tutti concetti che sono ser-viti per mettere a tacere un movimento che chiedeva perché di fronte alla-vanzata romana in Palestina le indicazioni dallalto erano quelle di non farenulla. Dunque chi poteva smentire Pietro dopo il 70, quando non solomolti apostoli della prima ora non esistevano più nellambito del cristianesi-mo petrino e quando persino quella stessa generazione, testimone delleazioni del Cristo, si era ormai ridotta allosso? Solo Giovanni poteva farlo, einfatti lo farà in un racconto di resurrezione del suo vangelo (c. 21), che perpassare al setaccio del canone i suoi seguaci dovettero ambientarlo in uncontesto saturo di misticismo: lì viene detto che mentre il discepolo predi-letto poteva essere esonerato dal ricominciare la sequela al Cristo, in quantonon laveva mai tradito, per Pietro invece era unaltra storia. Nel vangelo di Marco, come in tutti i documenti del Nuovo Testa-mento, noi abbiamo a che fare con una comunità politicamente sconfitta,che cerca di sopravvivere arrampicandosi sugli specchi, inventandosi coseassurde, anche perché non vuole rassegnarsi a non poter svolgere alcun ruo-lo politico. E, per quanto dal punto di vista ateistico possa apparire una cosairrilevante, le va comunque attribuito il merito daver cercato dopporsi, conlidea di un Cristo «divino-umano», alle pretese teocratiche degli imperatori 162
    • Umano e Politicoromani. Là dove nel discorso si parla di «abominio della desolazione» sideve appunto intendere la trasformazione del Tempio ebraico in un Tempiopagano, votato a Zeus. La parte finale di questo discorso (di cui quella allegorica può es-sere considerata posticcia) da un lato ha dovuto in qualche modo smentireche la generazione coeva a Gesù avrebbe visto, con sicurezza, il suo ritornotrionfale, nella cui imminenza sera in effetti creduto, in un primo momento,come testimoniano anche le lettere paoline; dallaltro però ha cercato dirimediare a uno stato emotivo di frustrazione sulle sorti della propria vita edella propria fede. «Quanto a quel giorno e a quellora, nessuno li sa,neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre» (v. 32).Cioè lunica sicurezza è che la parusia avverrà, in quanto il mondo (persinoil sistema solare) è destinato a finire, ma non si può sapere il momentoesatto, in quanto allorigine di tutto non vi è il Figlio ma il Padre. Un modo, questo, di vedere le cose, antitetico persino ai manipola-tori del vangelo di Giovanni, per i quali - così scrivono nel Prologo - «ognicosa è stata fatta per mezzo del Logos» (1,3). Tale differenza si spiega colfatto che mentre i suddetti manipolatori avevano a che fare con un testo chepresentava chiaramente un Gesù politico e ateo, Marco invece (che si posi-ziona sulla linea petro-paolina) sè limitato a enfatizzare limmagine misticadi un Cristo figlio di dio, nel senso che quanto più Cristo è dio tanto più sipossono attribuire a dio delle qualità o delle prerogative che appartengonosolo a lui (p. es. la stessa idea di considerare «necessaria» la morte in crocedel proprio Figlio o appunto lidea che la fine del mondo neppure il Figliopuò saperla). Ora, se può apparire comprensibile lesigenza di rimandare a un fu-turo non precisato la possibilità di una rivincita politica e militare, per qualeragione non si incontra mai nel Nuovo Testamento neanche la più piccolaespressione di autocritica nei confronti di quanto la leadership del movi-mento nazareno fece dopo la morte del Cristo? Il Nuovo Testamento appare come una colossale opera di falsifica-zione, una sorta di revisione redazionale di tutto quanto era stato pubblicatosullargomento della rivoluzione, analoga a quella che viene raccontata daG. Orwell in 1984 e molto simile a quanto fece lo stalinismo dopo la mortedi Lenin, a partire dal suo Testamento politico. Il Nuovo Testamento è le-spressione di una dittatura ideologica e politica che, partendo dalle posizio-ni petrine, sè conclusa con quelle paoline, trovando soltanto in quelle gio-vannee una debole resistenza.163
    • Biografia demistificata del Cristo Lazzaro di Betania (Gv 11,1-44)[1] Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Martasua sorella.[2] Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli avevaasciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.[3] Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».[4] Alludire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la glo-ria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato».[5] Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro.[6] Quandebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dovesi trovava.[7] Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».[8] I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vaidi nuovo?».[9] Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina digiorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo;[10] ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce».[11] Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro sè addormentato; maio vado a svegliarlo».[12] Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se sè addormentato, guarirà».[13] Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposodel sonno.[14] Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto[15] e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, an-diamo da lui!».[16] Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noia morire con lui!».[17] Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro.[18] Betania distava da Gerusalemme meno di due miglia[19] e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello.[20] Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invecestava seduta in casa.[21] Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbemorto![22] Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».[23] Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà».[24] Gli rispose Marta: «So che risusciterà nellultimo giorno».[25] Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muo-re, vivrà;[26] chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?».[27] Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio chedeve venire nel mondo». 164
    • Umano e Politico[28] Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, di-cendo: «Il Maestro è qui e ti chiama».[29] Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui.[30] Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli eraandata incontro.[31] Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria al-zarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là».[32] Maria, dunque, quando giunse dovera Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicen-do: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».[33] Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuticon lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:[34] «Dove lavete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».[35] Gesù scoppiò in pianto.[36] Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!».[37] Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non potevaanche far sì che questi non morisse?».[38] Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era unagrotta e contro vi era posta una pietra.[39] Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Si-gnore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni».[40] Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?».[41] Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazioche mi hai ascoltato.[42] Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma lho detto per la gente che mi sta attor-no, perché credano che tu mi hai mandato».[43] E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».[44] Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un su-dario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». * Perché questo racconto, in cui si narra un episodio assolutamenteeccezionale, non trova alcun riscontro nei Sinottici? Generalmente lesegesiconfessionale più superficiale sostiene che nei Sinottici il parallelo va cer-cato nel racconto della figlia di Giairo (Mc 5,21 ss.) o in quello del figliodella vedova di Nain (questultimo riportato solo da Lc 7,11 ss.). Questi paralleli tuttavia hanno poco senso: sia perché in quello diGiairo Gesù non appare come un vero e proprio resuscitatore di morti, inquanto la fanciulla non era ancora stata giudicata assolutamente morta daiparenti; sia perché nellaltro racconto si rimanda, anche abbastanza scoper-tamente, a unanaloga guarigione compiuta da Elia in 1Re 17,23, per cui èdifficile ritenerlo attendibile. Tra laltro nel racconto di Lazzaro, che è cro-nologicamente posteriore agli altri due, non si ha nessuna consapevolezzache il Cristo potesse anche resuscitare i morti.165
    • Biografia demistificata del Cristo Altri esegeti ritengono che il miracolo di Lazzaro non venga ripor-tato nei Sinottici perché il suo parallelo è, secondo limpostazione redazio-nale dei tre evangelisti, la guarigione di Bartimeo (Mc 10,46 ss.): questi in-fatti rappresenta lideale del discepolo che vince i suoi dubbi circa il latoumano della messianicità del Cristo e decide di seguirlo fino a Gerusalem-me per lingresso trionfale. Il che sarebbe più significativo, sul piano etico-politico, che credere in un messia resuscitatore di morti. Senonché lepisodio di Lazzaro va ben al di là del semplice eventoprodigioso, in quanto anchesso - come quello di Bartimeo - coinvolgeaspetti che riguardano, insieme, la sfera politica e quella dei sentimentiumani. Questa pericope, se vogliamo, avrebbe dovuto intitolarsi non «resur-rezione di Lazzaro» ma «manifestazione dellumanità del messia». Più credibile è lipotesi avanzata da qualche esegeta secondo cui laresurrezione di Lazzaro sarebbe stata in origine una semplice guarigione,forse avvenuta in un momento diverso da quello descritto dal quarto vange-lo, il cui significato è stato gonfiato da redattori prevalentemente di originegiudaica. La pericope peraltro è stata collocata nellimminenza dellultimaPasqua, anche per rispondere al racconto, di matrice politica, non meno fan-tasioso, dei pani miracolati, che redattori cristiani di origine galilaica aveva-no elaborato nei Sinottici, in riferimento alla Pasqua precedente. Questo perdimostrare che Gesù aveva dato il meglio di sé non solo in Galilea ma an-che in Giudea. Indubbiamente qui la fonte o la tradizione più originaria della peri-cope va ricercata nella Giudea, come per gran parte dei racconti giovannei,ma il testo è stato sicuramente manipolato a più riprese da altri redattori cri-stiani influenzati dalle culture giudaico-mistica e gnostico-ellenistica. Ora, prima di analizzare il racconto, che sicuramente è di unastraordinaria complessità, è bene fare una precisazione di metodo. Nel van-gelo di Giovanni nessun racconto ha uno spessore così solido, dal punto divista umanistico, come questo. E tuttavia questo è uno di quei racconti chemeno di altri può essere accettato così come è descritto. Il fatto stesso cheun racconto di questo genere (in cui il Cristo appare come un «dio») nonabbia trovato alcun riscontro nei Sinottici può essere indicativo della suascarsa attendibilità, almeno per come esso ci è giunto. Va di sicuro escluso che un evento del genere sia stato scritto in unmomento in cui qualche testimone oculare avrebbe potuto smentirlo. Quin-di o levento è veramente accaduto, con pochissimi testimoni a riguardo (ditutti gli apostoli il solo Giovanni, di tutti i parenti la sola Maria), oppure èmolto tardivo (o comunque sono tardivi i passi più miracolistici aggiunti aun nucleo originario che forse prevedeva unazione meramente terapica o,addirittura, una semplice presa datto del decesso di un compagno di lotta).Una base storica deve comunque esserci, altrimenti dovremmo considerare 166
    • Umano e PoliticoGiovanni Zebedeo, di professione ex pescatore, il più grande scrittore ditutti i tempi. Lattendibilità di questo racconto non può tuttavia essere data dallemotivazioni dellesegesi confessionale, secondo cui le parole e le opere delCristo sono tanto più vere quanto più rispecchiano le tradizioni acquisitedal cristianesimo primitivo: si è addirittura arrivati a dire che proprio il fattoche lautore di questo racconto voglia rimandare esplicitamente alla morte eresurrezione del Cristo depone a favore della storicità del racconto! In realtà se cè una cosa che nega ai vangeli una qualunque attendi-bilità è proprio questa forte convergenza tra quanto viene attribuito al Cri-sto e quanto era duso comune presso i cristiani influenzati dallideologiapaolina, quella che nel dibattito tra le varie correnti proto-cristiane risultòvincente. Sotto questo aspetto, se accettiamo lipotesi che i vangeli altro nonsiano che una ricostruzione letteraria della comunità primitiva in rapportoalla fede post-pasquale, ovvero se la preoccupazione della comunità primi-tiva, dal punto di vista redazionale, è stata quella di dimostrare, in questo ealtri racconti miracolistici, che il Cristo era davvero il «Figlio di Dio», di-venta difficile immaginare che possa esistere qualcosa che ci impedisca dalritenere come puramente inventati tutti i racconti in cui avvengono cosestraordinarie o umanamente impossibili. Se vogliamo, proprio la pretesa divedere in Gesù un dio toglie storicità anche a quegli eventi che forse po-trebbero essere considerati umanamente accettabili (sempre che nellagget-tivo «umano» si consideri tutto ciò che sarebbe possibile se luomo fossedavvero se stesso). Dal canto suo, lesegesi non strettamente confessionale pretende ditrovare nei vangeli, in virtù di un lavoro di epurazione dei testi da tutto ciòche può apparire artificioso, apologetico ecc., quei versetti che da soli auto-rizzano una ricostruzione sufficientemente realistica degli eventi. Ma anchequesta posizione pecca di semplicismo. Spesso loperazione di falsificazio-ne redazionale da parte degli evangelisti non si limita ad aggiungere frasi oazioni che nella realtà non sono mai state dette o fatte, ma omette parole ofrasi che potrebbero apparire imbarazzanti per unideologia spiritualisticacome quella cristiana, e soprattutto trasforma parole e azioni storicamenteattendibili in cose del tutto inventate, conservandone elementi sufficienti acredere che siano veramente accadute. In generale si può affermare questo: quanto più forti sono gli artifi-ci letterari dei redattori, specie quelli del quarto vangelo (p. es. lambiguitàintenzionale nelluso di determinate parole o espressioni, che porta inevita-bilmente a malintesi e incomprensioni tra Gesù e gli interlocutori, onde ac-centuare la distanza che li separa), tanto meno credibili appaiono i raccontisul piano storico.167
    • Biografia demistificata del Cristo Ovviamente lesegesi confessionale non potrebbe ammettere unatesi del genere, ma, se per questo, essa fatica alquanto a trovare una rispostaconvincente anche alla seguente domanda: se il Cristo non fosse scomparsodalla tomba e avesse fatto in vita le guarigioni descritte nei vangeli (ivi in-cluse quelle più improbabili), sarebbe stata elaborata ugualmente una «teo-logia della salvezza» o ci si sarebbe limitati a una semplice «filosofia divita», al pari di quelle elaborate da e per tanti altri santoni e sciamani delmondo orientale? A favore dei vangeli noi possiamo dire che pur avendo i romanicrocifisso migliaia di schiavi ribelli, di nessuno di questi abbiamo una lette-ratura così cospicua, sia essa totalmente o parzialmente inventata, comequella sul «ribelle Gesù». Ciò significa che qualcosa di realistico deve es-serci nei vangeli, altrimenti dovremmo ammettere, per assurdo, che sin dal-lorigine una mente diabolica è riuscita a imbastire la più grande truffa lette-raria della storia. E, se così fosse, dovremmo chiederci il motivo per cuisino ad oggi nessuno labbia ancora scoperta con prove alla mano. In realtà tutti sanno che le truffe in generale e quelle letterarie inparticolare appaiono credibili solo quando sono basate su fatti probabili. Èpoi compito dellesegeta cercare di scoprire quando si può parlare di verosi-miglianza e quando di mera invenzione. Indubbiamente, sotto questo aspet-to, il racconto della cosiddetta «resurrezione di Lazzaro» è uno di quelli chepiù mette a dura prova le capacità di discernimento del lettore. Daltra parte unesegesi che si limitasse a commentare linterpreta-zione cristiana post-pasquale degli eventi pre-pasquali non servirebbe a nul-la, perché sarebbe inevitabilmente apologetica. La premessa da cui partire èquella di mettere in discussione che linterpretazione cristiana degli eventipost-pasquali sia lunica possibile e soprattutto lunica vera. * Quando Lazzaro sammalò (forse perché ferito in uno scontro mili-tare) al punto dimpensierire seriamente le due sorelle Marta e Maria, que-ste poterono mandare unambasciata ad avvisare Gesù solo perché sapevanochegli non era molto lontano da Betania (forse un giorno di cammino).Gesù e i suoi discepoli, in effetti, soggiornavano in Perea, nei pressi delGiordano, dove il Battista era stato arrestato qualche anno prima e dove an-che loro tentavano di sottrarsi allennesimo mandato di cattura (Gv 10,40). Itre protagonisti di Betania erano sicuramente al corrente delle peregrinazio-ni dei leader nazareni. Intorno a Lazzaro i vangeli non offrono alcuna testimonianza: innessun luogo egli pronuncia una benché minima espressione. Questo silen-zio pare sospetto, tanto più che qui il redattore usa il termine di «philos» (v. 168
    • Umano e Politico11), come se volesse indicare che Lazzaro non era solo un amico personaledel Cristo, ma addirittura un seguace del movimento nazareno o comunqueun compagno di lotta (vv. 3, 5 e 11). Lo stesso dicasi di Marta e Maria, le due vere protagoniste di que-sto racconto, che qui vengono introdotte come se il lettore già le conoscesseo, se vogliamo, come se tra loro e il Cristo vi fossero stati dei precedentimolto significativi. In realtà anche di loro non sappiamo quasi nulla. Dei Si-nottici il solo a fare un piccolo riferimento è Lc 10,38-42. Si ha limpressione che il redattore, citando per prima Maria e ri-cordando che fu lei a profumare i piedi del Cristo, in seguito a questo episo-dio, consideri questultima più importante di Marta, dando così confermadel famoso passo di Luca che descrive una Maria contemplativa, dispostaad ascoltare il «verbo» e una Marta troppo presa dalle faccende domesticheper poter essere una vera discepola del Cristo. In effetti, e lo vedremo me-glio in seguito, Marta sembra qui rappresentare, in maniera simbolica, lin-comprensione del lato umano del messia. In ogni caso un intervento redazionale a più mani è ben visibile sindagli esordi di questa lunga pericope. E le contraddizioni che nascono in se-guito a queste manipolazioni sono subito stridenti. Appena sentito cheramalato - dice il v. 6 - Gesù «si fermò ancora due giorni nel luogo dovera».Se questo è vero, lo stesso redattore deve averne frainteso il motivo, perchéal v. 4 tenta di spiegarlo in una maniera del tutto fantasiosa: Gesù si era fer-mato apposta perché non aveva intenzione di compiere una semplice guari-gione ma addirittura una resurrezione! Avendo in mente un Cristo impolitico, che fa della politica il regnodei corrotti, il redattore tende ad attribuirgli dei pensieri e delle azioni deltutto innaturali per una persona comune (in questo caso politicamente impe-gnata), e che però vogliono essere consoni alla rappresentazione immagina-ria di una persona dalle caratteristiche divino-umane. Questo redattore, di cultura ellenistica, è talmente estraneo alla po-litica che piuttosto che pensare - come ha fatto un altro redattore di questapericope, questa volta di cultura ebraica - che il Cristo (sempre secondouninterpretazione fantasiosa) avrebbe potuto utilizzare la tragedia dellamorte di un amico come occasione per compiere qualcosa di convincenteanche per i giudei più scettici circa la verità del proprio messianismo, hapreferito credere che la resurrezione abbia qui avuto, come unico scopo,quello di dimostrare che il Cristo era «Figlio di Dio». Tale considerazione ci induce ad aprire una piccola parentesi perdire che la stretta identità di «Dio» e «Figlio di Dio» (si veda il v. 4), fa par-te in un certo senso dellateismo ingenuo del cristianesimo primitivo, il qua-le, invece di limitarsi a vedere Gesù come uomo, sospendendo il giudizio suquegli aspetti che potevano apparire di natura controversa, ha deciso di pa-169
    • Biografia demistificata del Cristoragonarlo, stricto sensu, a un dio, facendo coincidere lespressione «gloriadi Dio» (che per un ebreo aveva significato esclusivo: solo Jahvè è Dio)con lespressione «glorificazione del figlio di Dio» (che per un ebreo equi-valeva a bestemmiare). Queste sono aggiunte posticce al racconto origina-rio (ivi inclusa quella dellappellativo «Signore»), poiché noi sappiamo daGiovanni che Gesù non si è mai considerato «Figlio di Dio», né «Dio» inpersona, e neppure suo rappresentante religioso. Il Cristo di Giovanni vole-va gli uomini indipendenti da qualunque giudizio o volontà divina. Il suoera un ateismo umanistico, estraneo a influenze di tipo religioso. Dunque, stando al v. 6 si ha limpressione che il Cristo si fosse fer-mato «ancora due giorni nel luogo dovera» proprio perché voleva che Laz-zaro morisse e poterlo così risorgere. Invece di affrettarsi ha preferito tarda-re e per poter convincere gli apostoli che aveva intenzione di compierequalcosa di speciale, è stato costretto ad affermare, al v. 14, che Lazzaro eragià morto, mostrando di saperne più lui, circa la malattia mortale di Lazza-ro, dei messi inviati da Marta e Maria. Qui il redattore è intervenuto pesantemente. In realtà lattesa diGesù fu dovuta a unesitazione giustificata, come si evince molto bene daivv. 8 e 16, dove i discepoli (in particolare Tommaso) temono che il messiavenga arrestato e loro con lui. Essi devono aver pensato che la sua iniziati-va, in caso di insuccesso, avrebbe potuto risultare molto più costosa dei be-nefici che avrebbe potuto ottenere in caso contrario. In altre parole: se Laz-zaro era davvero gravemente malato non sarebbe valsa la pena rischiarelarresto; se invece non lo era, non sarebbe valsa la pena lo stesso, perchéprima o poi sarebbe guarito. Questo il senso del v. 12. Una cosa però è che siano loro (semplici esseri umani) ad averequesti timori e a fare questi ragionamenti, unaltra - deve aver pensato il re-dattore - è che sia lui (il «Figlio di Dio») a comportarsi così. Ecco dunque qual è stata - secondo il redattore - la risposta delCristo alle obiezioni dei discepoli: «Se uno cammina di giorno non inciam-pa» (v. 9). Il che, nel linguaggio apologetico, sta a significare: «il Cristomorirà solo quando sarà la sua ora». Parabola, questa, che rimanda esplici-tamente a quella di Gv 9,4 s. Viceversa, quale può essere stata la risposta qui omessa e che sipuò facilmente intuire dal contesto? «Lazzaro è uno dei nostri, dobbiamo ri-schiare, però non cè bisogno che rischiamo tutti. Se non rischiassimo, qual-cuno potrebbe pensare che abbiamo anteposto interessi politici a quelliumani». Al v. 14 il redattore è esplicito nella sua falsificazione: il Cristoaveva tardato a intervenire proprio perché sperava che i discepoli, vedendoLazzaro risorgere, credessero definitivamente nella sua «figliolanzadivina». Tesi, questa, che ne comporta molte altre: quella della «morte ne- 170
    • Umano e Politicocessaria», del «regno in un altro mondo» ecc. La falsificazione viene ripetu-ta ai vv. 25-26 e al v. 42, allorché si sostituiscono i discepoli, come target diriferimento dellefficacia del prodigio, prima con Marta, poi con i giudeiimparentati con le sorelle di Lazzaro. Il redattore ha praticamente voluto dimostrare che la resurrezionedi Lazzaro seppe venire incontro a esigenze di tipo personale (espresse dal-le due sorelle Marta e Maria) e di tipo pubblico (espresse dai giudei lì pre-senti - cfr il v. 37). Alcuni esegeti confessionali hanno sostenuto - condividendo la tesidi uno dei redattori - che questo miracolo doveva servire per la causa nazio-nale, cioè per dare la possibilità di credere nella messianicità del Cristo an-che ai giudei più scettici. Quindi, pur senza mettere in gioco la volontà didimostrare la propria divinità, da parte del Cristo, tali esegeti sono convintiche il prodigio abbia avuto lo scopo di evidenziare che esistevano tutte lecondizioni per credere nelle capacità rivoluzionarie del movimento nazare-no. Questo modo di ragionare, pur essendo più vicino alle tesi dellu-manesimo integrale, resta comunque apologetico, poiché non scalfisce diuna virgola il principio secondo cui non vi è nulla che possa obbligare qual-cuno a credere in qualcosa. Sotto questo aspetto qualunque guarigione oprodigio o miracolo compiuto da Gesù nei vangeli non è in grado di dimo-strare alcunché, né sul piano etico né su quello religioso. Il dialogo fittizio tra Marta e Gesù sembra, in tal senso, che rappre-senti la forbice entro cui può muoversi linterpretazione cristiana di questoepisodio, sia essa condizionata dalla cultura ebraica o ellenistica. Nel sensoche, comunque la si metta, in ultima istanza lo scopo del racconto è quellodi indurre il lettore a credere nella divinità del Cristo. Loscillazione inter-pretativa non va al di là di questi limiti. E la cosa è talmente evidente che leparole di Marta ricalcano quasi alla lettera antiche confessioni cristiane difede. In sostanza lunica vera prova che il redattore ha potuto usare circala morte di Lazzaro è costituita dal riferimento temporale dei quattro giorni.Considerando che i messi avranno impiegato un giorno per arrivare al na-scondiglio di Gesù, se ad esso si aggiungono i due giorni che questi ha la-sciato passare e laltro giorno per arrivare a Betania, i conti in effetti torna-no, sempre che ovviamente si dia per scontato che Lazzaro sia deceduto ap-pena i messi erano partiti. Essi avevano raggiunto Gesù convinti che Lazza-ro fosse ancora vivo e Gesù si era mosso (e con lui alcuni discepoli, tra iquali sicuramente Giovanni) nella convinzione di poterlo sanare, come ave-va già fatto per altri casi. Qui va sottolineato che per gli ebrei una persona veniva considera-ta veramente morta solo allo scadere del quarto giorno, anche se a motivo171
    • Biografia demistificata del Cristodel clima molto caldo i morti venivano messi nelle tombe sin dal primogiorno. Il periodo di lutto era di sette giorni. Il redattore ci dice che quandoGesù arrivò a Betania molti parenti erano già giunti da Gerusalemme,distante poche miglia, per consolare le sorelle di Lazzaro. Delle due la prima che viene informata dellarrivo di Gesù è Marta,che non si preoccupa di avvisare anche Maria (rimasta in casa) e che evi-dentemente è a conoscenza del carattere di riservatezza della visita di Gesù,il quale, come un clandestino ricercato dalla legge, è rimasto nei pressi delvillaggio a chiedersi come avrebbe potuto guarire lamico malato senza far-si notare. O forse qualcuno lha già informato che Lazzaro era morto. Quel che Marta può aver detto a Gesù è già molto se riusciamo aintuirlo tra le righe pesantemente manipolate dai redattori. La prima cosaovviamente deve essere stata quella relativa al decesso, avvenuto quattrogiorni prima. La seconda cosa non rappresenta solo una forma di convinzio-ne personale, come apparentemente può sembrare: «Se tu fossi stato qui, luinon sarebbe morto» (v. 21), ma anche una forma di giudizio critico: «Il fat-to che tu non ci fossi posso capirlo sul piano politico, ma faccio fatica adaccettarlo sul piano umano». In altre parole, sembra che per Marta questa mancata guarigionenon pregiudichi il compito rivoluzionario che il messia Gesù deve realizza-re, tuttavia essa avrebbe preferito che, in nome dellamicizia per Lazzaro,Gesù avesse agito diversamente. Marta in sostanza qui si comporta comeBartimeo, prima che questi dica «Rabbunì». Giovanni comunque contraddice apertamente lopinione di Lc10,38 s. che vede in Marta una donna insensibile alla predicazione del Cri-sto, anche se - e lo vedremo - conferma che sul piano umano Maria le erasuperiore. Si può forse dire che per Marta lumanità del Cristo era stretta-mente correlata alla sua messianicità. Tutte le risposte che le dà Gesù, riportate nella pericope, vannoconsiderate fantasiose, per cui si può pensare che lunica cosa credibile chele abbia detto sia stata quella di andare a chiamare Maria (v. 28). Una don-na politicamente impegnata come Marta facilmente avrebbe potuto capireche quando sono in gioco i destini di unintera nazione, i drammi o le trage-die personali vanno considerati come incidenti di percorso, nei cui confron-ti non si può rivendicare un interessamento particolare da parte dei dirigentipolitici. Linvito del messia sarà dunque stato quello di rassegnarsi oppuredi sperare che i seguaci di Lazzaro si convincessero ad accettare il progettoinsurrezionale dei nazareni, invece di agire per conto proprio. Lesegesi confessionale sostiene che Gesù ha accettato di risorgereLazzaro per dimostrare a Marta la propria profonda umanità, che poi coin-cide - per detta esegesi - con la sua divinità, ma se così fosse si dovrebbeconsiderare del tutto inverosimile che alla fine della sua vita Gesù fosse an- 172
    • Umano e Politicocora circondato da discepoli incredibilmente ostinati a non credere nella suaumanità e continuamente ansiosi di vedere prodigi sempre più spettacolariper arrivare, in sostanza, a non credere mai nel suo vangelo. Non meno stu-pefacente è che il Cristo si presti qui ad accettare, poco prima di compierela rivoluzione armata, queste vergognose forme di ricatto morale. I redattori dei vangeli vogliono far sembrare paradossale a un let-tore ingenuo che anche di fronte a fatti così straordinari, come appunto laresurrezione di un morto, lopinione su Gesù restava incerta, ambivalente, eche solo una parte dei testimoni, in definitiva, sceglieva di credere in lui. Inrealtà nulla a questo mondo può convincere della verità di una determinataposizione, se manca un coinvolgimento di tipo personale, in cui la libertàsvolga un ruolo decisivo, e qualunque rappresentazione della personalità odel comportamento del Cristo che si avvalga di elementi di tipo sovrumano,utilizzati per indurre a credere in lui, rende inevitabilmente ridicoli o ripro-vevoli tutti i personaggi che lo circondano, a seconda che aderiscano omeno al suo vangelo. Se infatti considerassimo vere le parole dette da Gesù a Marta cheidea dovremmo farci di questultima? Il dialogo tra i due è di unassurditàfuori del comune. Al v. 22 il redattore si è divertito a equivocare sul signifi-cato delloggetto del desiderio di Gesù e sul momento in cui ottenerlo: in-fatti non si capisce se Marta sia convinta che a Gesù basti chiedere a Dio difar risorgere Lazzaro, oppure che, nonostante la morte di Lazzaro, Gesù hacomunque il potere di chiedere qualunque cosa a Dio per la realizzazionedella sua missione. Gesù, a sua volta, continua a equivocare assicurando a Marta cheLazzaro sarebbe risorto, ma senza precisarle il momento. Al che lei, pen-sando di aver ottenuto una magra consolazione, risponde di sapere già ilmomento, quello dellultimo giorno, quando verranno risorti tutti i mortidella terra (da notare che per gli ebrei lidea di resurrezione è sempre statapiuttosto peregrina). Ora però il redattore fa parlare Gesù chiaro e tondo: «Io sono la re-surrezione e la vita» (v. 25). Frase, questa che, portata allestremo, potrebbeanche voler dire che Dio non centra nulla circa la possibilità che Gesù ave-va di far risorgere Lazzaro. Marta cade dalle nuvole e risponde, serafica, come per asseconda-re uno che ha le traveggole: «Sì, credo che tu sia il messia, il figlio di Dio»(v. 27), che in altre parole starebbe per: «Se ti sei offeso che ho messo indubbio la tua messianicità e divinità, me ne pento e riconfermo entrambeesplicitamente». Cristo prende atto di questa confessione di fede politico-religiosama non risorge Lazzaro: la coscienza di Marta non è abbastanza profonda.Ecco perché le chiede di far venire la sorella Maria.173
    • Biografia demistificata del Cristo Marta, in sostanza, nella mente fantasiosa dei redattori cristiani,non ha ottenuto la resurrezione di Lazzaro perché aveva messo in dubbio lecapacità di trasformare la materia da parte di una persona divino-umana. È da ritenersi comunque realistico il fatto che solo quando vedeMaria Gesù non si sente giudicato. Da notare che sino a quel momento po-chissime persone si erano accorte della sua presenza. Marta aveva avvisatoMaria «sottovoce» - dice Gv 11,28 - appunto per proteggere la riservatezzadellincontro con Gesù; i parenti la seguivano da lontano pensando che sirecasse al sepolcro. Quando vede Gesù, Maria gli si getta ai piedi e piange amaramen-te: le parole che dice sono le stesse di Marta ma latteggiamento è diverso(v. 32), tantè che la commozione diventa generale: dei parenti e dello stes-so Gesù, ad eccezione di alcuni che malignano dicendo: «Costui che haaperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?»(v. 37). La differenza tra Marta e questi parenti sul piano politico è netta:Marta non mette in dubbio che il Cristo debba comunque diventare il mes-sia dIsraele, nel senso che i difetti chegli può avere sul piano umano nonpossono incidere - secondo lei - sulla giustezza del suo messaggio politico esulla necessità chegli abbia di governare il paese. Per alcuni parenti inveceil dubbio permane e non a caso viene detto che questi informarono i fariseidellaccaduto (v. 46), mettendo a repentaglio lincolumità del messia. Latteggiamento di Maria ha invece convinto Gesù che, nonostanteil suo indugio ad assistere prontamente Lazzaro per timore dessere arresta-to, egli veniva accettato pienamente anche come uomo e non solo come po-litico. Per lei la morte di Lazzaro rientra semplicemente nel dramma dellavita e anche se Gesù, quale compagno di lotta, avrebbe potuto evitarla, ilnon averlo fatto non mina la fiducia che occorre riporgli come uomo ecome messia. La pericope avrebbe potuto chiudersi col v. 37 che nulla si sarebbetolto al valore spirituale dellepisodio. I redattori invece hanno preferito so-stituire un messia politicamente sconfitto con una divinità trionfante: di quilesigenza di fargli compiere il prodigio. Se si fossero fermati alla normaleprosaicità dei fatti, essi avrebbero dovuto mettere in risalto la grandezza in-teriore delluomo Gesù, uscito politicamente sconfitto dallo scontro con leforze governative (anche se nella fattispecie del racconto ancora non eradetto). Questo però appariva storicamente inaccettabile. Ecco perché sonostati inseriti degli elementi magico-religiosi. La grandezza del Cristo nonstava nellaver dimostrato che le questioni umane meritano di essere presein considerazione in qualunque momento della lotta politica, ma nellaverdimostrato che, grazie alla propria onnipotenza, egli non aveva paura diniente e poteva permettersi qualunque azione prodigiosa. 174
    • Umano e Politico Qui possiamo anche competere con labilità redazionale di saperequivocare sul significato delle parole, semplicemente dicendo che Gesùvoleva dimostrare che quanto faceva era in grado di farlo perché «verouomo»; se poi questa profonda umanità la si vuole considerare equivalentea una forma di «divinità», lo si faccia, ma a condizione di accettare che taledivinità appartenga, virtualmente, a ogni essere umano. Detto questo, i vv. 38-44 difficilmente si possono ritenere attendi-bili. E per una serie di ragioni. Il redattore:- ha voluto creare unatmosfera di particolare tensione facendo di nuovo«fremere» Gesù in se stesso (v. 38);- ha voluto inutilmente precisare che la tomba era una grotta chiusa da unapietra rotolante, alla maniera ebraica (un ebreo lavrebbe dato per scontato);- ha avuto bisogno di ricordare linformazione contenuta al v. 17, secondocui era morto da quattro giorni;- ha immaginato un cadavere avvolto da bende e sudario (secondo il mododi seppellire ebraico) e non si è reso conto che un uomo così conciato nonavrebbe potuto uscire da solo dal sepolcro;- ha rappresentato lazione scenica in maniera così teatrale da rendere in-comprensibili tutte le precauzioni di riservatezza prese da Gesù fino a quelmomento;- e soprattutto non si è reso conto che al vedere una cosa di questo generetutti i testimoni sarebbero dovuti uscirne terrorizzati e invece di continuarea credere nel Cristo avrebbero dovuto cominciare a pensare che di umanoegli non aveva assolutamente nulla. Insomma, proprio i particolari che più dovrebbero convincerci del-lattendibilità degli eventi sono quelli che fanno pensare a una forzata mon-tatura, probabilmente elaborata dopo che i testimoni di quellepisodio eranotutti scomparsi. La chiusa, del tutto fittizia, è analoga a quella dei pani mol-tiplicati (lespressione liturgica «levàti gli occhi al cielo» del v. 41 è addirit-tura identica). Si può anzi dire che quanto più grande era la volontà di Gesùdi prendere delle iniziative di tipo politico, tanto maggiore era la volontàdel cristianesimo primitivo di mistificarne la natura. E alla fine questa vo-lontà è talmente grande che la forza degli eventi spettacolari compiuti dalCristo viene presentata come inversamente proporzionale al valore dellafede dei giudei. I cosiddetti «miracoli», cioè quegli eventi che prescindono dalleumane capacità (almeno per come vengono rappresentati), sono stati utiliz-zati non solo per dimostrare la divinità del Cristo, ma anche per attestareche tra ebrei e cristiani il fossato che sera aperto dopo la crocifissione delmessia, era assolutamente incolmabile. In tal senso essi non solo voglionocircondare di unaureola divina un personaggio che nel corso della sua vitasi comportò in maniera assolutamente umana, ma vogliono anche gettare175
    • Biografia demistificata del Cristouna luce sinistra su un popolo, quello «ebraico», che viene colpevolizzatoproprio in quanto tale. Lantiebraicità dei vangeli, a tutto vantaggio del filoellenismo, ètroppo scoperta perché possa essere condivisa. Se per realizzare una libera-zione politica o, al contrario, se per rinunciarvi definitivamente gli uominiavessero bisogno di credere in eventi e manifestazioni prodigiose, probabil-mente non vi sarebbe mai alcuna forma di emancipazione e noi dovremmocredere che gli ebrei, pur coi limiti del loro nazionalismo e della loro reli-gione, nutrivano sul piano politico delle aspettative molto più interessanti diquel che non si pensi. * Come poi le cose siano effettivamente andate è difficile dirlo. Pro-babilmente Lazzaro era un alleato del Cristo, forse aveva tentato una som-mossa non concordata con lui, che in quel momento si trovava in clandesti-nità insieme ad alcuni suoi discepoli. Lazzaro anticipò i tempi, agendo au-tonomamente, e fu ferito mortalmente. Poiché la frustrazione popolare era stata davvero grande, Gesù de-cise dintervenire personalmente, rischiando la cattura. Andò a consolareMarta e Maria, assicurando i discepoli di Lazzaro chera giunto il momentoper linsurrezione armata a Gerusalemme, nellimminenza della Pasqua. Echiese la loro collaborazione per preparare levento. Lingresso messianicosarà trionfale, poiché né i romani né le guardie del Tempio avranno il co-raggio dintervenire. La «resurrezione» di Lazzaro, se in origine era stata scritta in ma-niera «realistica», è sicuramente stata riscritta allo scopo di mistificare ladecisione di realizzare la rivoluzione armata. Non era «risorto» Lazzaro, malidea della liberazione nazionale, di cui Lazzaro era stato grande propugna-tore tra i giudei. Era venuto finalmente il momento di associare galilei, sa-maritani e giudei in un obiettivo comune. 176
    • Umano e Politico Lunzione di Betania Gv 12,1-8 Mc 14,3-11 Mt 26,6-16 Lc 7,36-50[1] Sei giorni pri- [1] Mancavano in- [6] Mentre Gesù si [36] Uno dei fariseima della Pasqua, tanto due giorni trovava a Betània, lo invitò a mangia-Gesù andò a Betà- alla Pasqua e agli in casa di Simone il re da lui. Egli entrònia, dove si trovava Azzimi e i sommi lebbroso, nella casa del fari-Lazzaro, che egli sacerdoti e gli scri- [7] gli si avvicinò seo e si mise a ta-aveva risuscitato bi cercavano il una donna con un vola.dai morti. modo di impadro- vaso di alabastro di [37] Ed ecco una[2] Equi gli fecero nirsi di lui con in- olio profumato donna, una pecca-una cena: Marta ganno, per uccider- molto prezioso, e trice di quella città,serviva e Lazzaro lo. glielo versò sul saputo che si trova-era uno dei com- [2] Dicevano infat- capo mentre stava va nella casa delmensali. ti: «Non durante la a mensa. fariseo, venne con[3] Maria allora, festa, perché non [8] I discepoli ve- un vasetto di oliopresa una libbra di succeda un tumulto dendo ciò si sde- profumato;olio profumato di di popolo». gnarono e dissero: [38] e fermatasivero nardo, assai [3] Gesù si trovava «Perché questo dietro si rannicchiòprezioso, cosparse i a Betania nella spreco? piangendo ai piedipiedi di Gesù e li casa di Simone il [9] Lo si poteva di lui e cominciò aasciugò con i suoi lebbroso. Mentre vendere a caro bagnarli di lacrime,capelli, e tutta la stava a mensa, prezzo per darlo ai poi li asciugavacasa si riempì del giunse una donna poveri!». con i suoi capelli, liprofumo dellun- con un vasetto di [10] Ma Gesù, ac- baciava e li cospar-guento. alabastro, pieno di cortosene, disse geva di olio profu-[4] Allora Giuda olio profumato di loro: «Perché infa- mato.Iscariota, uno dei nardo genuino di stidite questa don- [39] A quella vistasuoi discepoli, che gran valore; ruppe na? Essa ha com- il fariseo che lave-doveva poi tradirlo, il vasetto di alaba- piuto unazione va invitato pensòdisse: stro e versò lun- buona verso di me. tra sé. «Se costui[5] «Perché que- guento sul suo [11] I poveri infatti fosse un profeta,stolio profumato capo. li avete sempre con saprebbe chi e chenon si è venduto [4] Ci furono alcu- voi, me, invece, specie di donna èper trecento denari ni che si sdegnaro- non sempre mi colei che lo tocca:per poi darli ai po- no fra di loro: avete. è una peccatrice».veri?». «Perché tutto que- [12] Versando que- [40] Gesù allora gli[6] Questo egli dis- sto spreco di olio sto olio sul mio disse: «Simone, hose non perché profumato? corpo, lo ha fatto in una cosa da dirti».glimportasse dei [5] Si poteva benis- vista della mia se- Ed egli: «Maestro,poveri, ma perché simo vendere que- poltura. di pure».era ladro e, sicco- stolio a più di tre- [13] In verità vi [41] «Un creditoreme teneva la cassa, cento denari e darli dico: dovunque aveva due debitori:prendeva quello ai poveri!». Ed era- sarà predicato que- luno gli doveva177
    • Biografia demistificata del Cristoche vi mettevano no infuriati contro sto vangelo, nel cinquecento denari,dentro. di lei. mondo intero, sarà laltro cinquanta.[7] Gesù allora dis- [6] Allora Gesù detto anche ciò che [42] Non avendose: «Lasciala fare, disse: «Lasciatela essa ha fatto, in ri- essi da restituire,perché lo conservi stare; perché le cordo di lei». condonò il debito aper il giorno della date fastidio? Ella [14] Allora uno dei tutti e due. Chimia sepoltura. ha compiuto verso Dodici, chiamato dunque di loro lo[8] I poveri infatti di me unopera Giuda Iscariota, amerà di più?».li avete sempre con buona; andò dai sommi sa- [43] Simone rispo-voi, ma non sempre [7] i poveri infatti cerdoti se: «Suppongoavete me». li avete sempre con [15] e disse: quello a cui ha con-[9] Intanto la gran voi e potete benefi- «Quanto mi volete donato di più». Glifolla di Giudei ven- carli quando vole- dare perché io ve lo disse Gesù: «Haine a sapere che te, me invece non consegni?». E giudicato bene».Gesù si trovava là, mi avete sempre. quelli gli fissarono [44] E volgendosie accorse non solo [8] Essa ha fatto trenta monete dar- verso la donna, dis-per Gesù, ma anche ciò chera in suo gento. se a Simone: «Vediper vedere Lazzaro potere, ungendo in [16] Da quel mo- questa donna?che egli aveva risu- anticipo il mio cor- mento cercava loc- Sono entrato nellascitato dai morti. po per la sepoltura. casione propizia tua casa e tu non[10] I sommi sacer- [9] In verità vi dico per consegnarlo. mhai dato lacquadoti allora delibera- che dovunque, in per i piedi; lei inve-rono di uccidere tutto il mondo, sarà ce mi ha bagnato ianche Lazzaro, annunziato il van- piedi con le lacri-[11] perché molti gelo, si racconterà me e li ha asciugatiGiudei se ne anda- pure in suo ricordo con i suoi capelli.vano a causa di lui ciò che ella ha fat- [45] Tu non mi haie credevano in to». dato un bacio, leiGesù. [10] Allora Giuda invece da quando Iscariota, uno dei sono entrato non ha Dodici, si recò dai cessato di baciarmi sommi sacerdoti, i piedi. per consegnare loro [46] Tu non mi hai Gesù. cosparso il capo di [11] Quelli alludir- olio profumato, ma lo si rallegrarono e lei mi ha cosparso promisero di dargli di profumo i piedi. denaro. Ed egli cer- [47] Per questo ti cava loccasione dico: le sono per- opportuna per con- donati i suoi molti segnarlo. peccati, poiché ha molto amato. Inve- ce quello a cui si perdona poco, ama poco». [48] Poi disse a lei: 178
    • Umano e Politico «Ti sono perdonati i tuoi peccati». [49] Allora i com- mensali comincia- rono a dire tra sé: «Chi è questuomo che perdona anche i peccati?». [50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va in pace!». * Probabilmente il motivo che ha spinto il quarto evangelista a scri-vere una pericope del genere, che nel complesso non si può dire molto si-gnificativa, sono state le gravi imprecisioni riportate nelle versioni paralleledei Sinottici. Su alcune inesattezze, in verità, si sarebbe anche potuto prescinde-re, non fossaltro perché i Sinottici non sanno nulla di una «resurrezione diLazzaro»: la cena avvenne «sei» giorni prima della Pasqua e non «due»,come dicono Mc 14,1 e, sulla sua scia, Mt 26,2; la casa era quella di Marta,Maria e Lazzaro e non quella di «Simone il lebbroso» (Mc 14,3 e Mt 26,6),né quella di un certo fariseo anchegli chiamato Simone, come vuole Lc7,36, levangelista medico, che non si sarà capacitato di veder tanta gentemangiare attorno a un malato così infetto e che si rifiutò di costruire un pa-rallelo a questo episodio perché probabilmente non ne capì il vero significa-to. Non furono «alcuni» tra i commensali che si sdegnarono contro Maria(Mc 14,4), né «tutti» i discepoli (Mt 26,8), ma solo lapostolo Giuda Isca-riota. Se vogliamo, anche su unassurdità di Luca (laver equiparato a unaprostituta la donna che unge i piedi di Gesù) si poteva soprassedere, perchéleggendo la versione di questo evangelista si ha limpressione di trovarsi difronte a un episodio di diversa natura e, se vogliamo, anche molto inverosi-mile. Su altri due aspetti, tuttavia, il quarto evangelista poteva sentirsi indovere di fare le debite precisazioni. Anzitutto il brano dei Sinottici non hauna collocazione spazio-temporale giustificata, cioè non si riesce a com-prendere minimamente il motivo per cui unanonima donna abbia avvertitolesigenza di cospargere i capelli e i piedi di Gesù di un profumo costosissi-mo (il brano di Luca non può neppure essere considerato parallelo a quello179
    • Biografia demistificata del Cristodi Marco); in secondo luogo la motivazione che i Sinottici danno di questogesto è del tutto fantasiosa: la donna aveva compiuto quel gesto perchévoleva anticipare profeticamente il rito dellimbalsamazione, prevedendoche di lì a pochi giorni il Cristo sarebbe morto in croce. Cioè la donna (chenei Sinottici non ha un nome né una parentela con chicchessia) meritavadessere ricordata perché aveva profeticamente anticipato, con un gestosimbolico di natura non politica ma religiosa, la sconfitta del movimentonazareno e quindi la crocifissione del messia. Una tesi, questa, che vieneinterpolata, non senza fatica, nella stessa pericope giovannea, e che fapuntello allaltra tesi, vero pilastro di tutto il cristianesimo, secondo cui ilCristo «doveva morire». * Lincipit del redattore del quarto vangelo ha invece un valore siacronologico che politico: sei giorni prima dellingresso trionfale nella capi-tale e quindi nella sua ultima Pasqua, il Cristo si trovava a Betania, pressola casa di Marta, Maria e Lazzaro. Mc 14,1 s. sostiene, e in questo trovaampie conferme da parte di Giovanni, che le autorità volevano eliminareGesù prima che entrasse nella capitale, temendo un tumulto popolare. Nonostante quindi esista un mandato di cattura che pesa sulla suatesta, cui le folle, a quanto pare, non hanno dato molto peso, Gesù e i suoipiù stretti collaboratori si possono permettere una cena a poche miglia dallacapitale, nella piena consapevolezza di avere un seguito sufficientementeampio per poter entrare relativamente indisturbati nella città in festa. Secosì non fosse, difficilmente si riuscirebbe a capire il motivo per cui un«fuorilegge» voglia rischiare di essere catturato in un frangente così banalecome può essere quello di una cena. Tuttavia, stando a Mc 10,46, che pur fauscire Gesù da Gerico, diretto verso Gerusalemme, insieme a lui vi erano «idiscepoli e molta folla». Un secondo redattore del quarto vangelo ha voluto precisare chealla cena in oggetto vi era anche Lazzaro e naturalmente ha ribadito cherastato resuscitato, senza che questo inciso abbia alcuna relazione col restodella pericope. In origine infatti al v. 1a seguiva immediatamente il v. 2,ove la presenza di Lazzaro veniva constatata senza riferimento alcuno allapresunta resurrezione. In tutto il racconto di Giovanni le cose principali che risultanopoco chiare sono sostanzialmente due: A) il motivo per cui Maria abbia voluto usare in anticipo un un-guento profumato che lei stessa aveva riservato per il giorno della sepolturadel Cristo (stando almeno a quanto viene detto nella pericope, ma lunguen-to poteva anche essere stato acquistato per ringraziare Gesù di qualcosa, 180
    • Umano e Politicosenza riferimenti forzati a sepolture improbabili di un uomo poco più chetrentenne). Lesegesi confessionale, sulla scia delle versioni fantasiose dei Si-nottici, ritiene che Maria stesse subodorando una morte imminente del Cri-sto, ma questo va escluso nella maniera più tassativa, non fossaltro perchéin quelloccasione, in cui nessuno stava certamente pensando a una sconfittapolitica del movimento nazareno, sarebbe stato un gesto molto indelicato,foriero di cattivi presagi. In realtà qui le possibili ipotesi interpretative sono due, che forsenon sono neppure tra loro in alternativa:- Maria voleva ringraziare il Cristo per il favore ricevuto, che non era stato«grande» perché - come vuole lideologia cristiana - Lazzaro era davveromorto, quanto perché Gesù aveva rischiato, accettando di assisterlo in unmomento e in un luogo per lui molto rischiosi, di mandare allaria il propriopiano insurrezionale;- Maria riconosce al Cristo la possibilità reale di diventare messia e, col suogesto, vuole anticipare simbolicamente levento. Il che può far pensare chein realtà non si sia trattato di alcuna guarigione, ma semplicemente del fattoche le idee (zelote?) di Lazzaro, morto in uno scontro coi romani, avevanotrovato nel Cristo lerede politico, sicché il movimento guidato da Lazzaronon era più destinato a disperdersi, bensì a fondersi con quello nazareno, edè quindi probabile che i seguaci di Gesù abbiamo preparato insieme a quellidi Lazzaro lingresso messianico nella festività della Pasqua. Se diamo per scontato che Lazzaro fosse effettivamente morto eche la sua resurrezione sia stata frutto di una manipolazione dei redattoricristiani, allora dobbiamo interpretare il gesto di Maria non tanto comeunespressione di ringraziamento per il favore personale ottenuto, quantopiuttosto come una dimostrazione di riconoscenza della profonda umanitàdel Cristo, che aveva comunque rischiato larresto pur di venire ad assisterelamico. Sotto questo aspetto che Lazzaro sia o non sia morto fa poca diffe-renza, e ancor meno che sia o non sia «resuscitato». Non è neppure daescludere che Lazzaro fosse stato solo ferito e che abbia fatto lingressomessianico insieme a Gesù. Anzi, se ciò fosse vero, si potrebbe capire ilmotivo per cui i sommi sacerdoti volevano far fuori anche lui (ma il v. 10 diGiovanni può essere stato messo a titolo di ringraziamento per quei seguacidel partito di Lazzaro che dopo il 70 accettarono di diventare «cristiani»;cosa che si fece nei vangeli anche per i seguaci del Battista e per i fariseiprogressisti seguaci di Nicodemo). B) La seconda cosa poco chiara è relativa al ruolo stesso di Maria:come mai proprio una sorella di Lazzaro aveva conservato un unguentomolto costoso per la sepoltura di Gesù? Che rapporti cerano tra i due? Èabbastanza singolare la confidenza o la familiarità che qui una donna, di cui181
    • Biografia demistificata del Cristoi vangeli non dicono quasi nulla, può esibire nei confronti del messia. È sta-ta lunica, peraltro, che sia riuscita a farlo commuovere. È difficile trovare una risposta a queste domande, se non appuntopensando che lunguento non era stato acquistato per la sepoltura del Cristo,ma solo a titolo di ringraziamento per un favore personale ottenuto in circo-stanze drammatiche, o forse Maria lo teneva in casa pensando di usarlo peril fratello il giorno in cui fosse diventato messia. Fu dunque solo dopo lamorte di lui che Maria decise di usarlo per Gesù, proprio perché se lo im-maginava messia al posto di Lazzaro, come suo naturale e legittimo succes-sore. Si può in sostanza ammettere che il profumo, certamente non destina-to alla sepoltura del Cristo, sia stato qui usato secondo una finalità di rico-noscimento della sua grandezza morale, oltre che politica: questo perché ledue sorelle parteggiavano per gli ideali etico-politici sia di Lazzaro che delCristo. Tra laltro, se davvero Maria voleva serbare lunguento per la se-poltura del Cristo, poteva limitarsi a sciogliere il sigillo messo nel foro da-pertura, usando solo una parte del profumo; invece - lo dice anche Mc 14,3- il vasetto di alabastro venne spezzato e tutto il suo contenuto fu messo sul-la testa di Gesù (Gv parla solo di «piedi»), inondando di profumo linteradimora. Sia come sia, alla vista del gesto di Maria, lapostolo Giuda Isca-riota si scandalizzò, interpretandolo come uno spreco. Da economista qualedoveva essere, Giuda era riuscito a stimare il valore di mercato di quelloliopregiato in circa 300 denari, che allora corrispondevano al salario medio didieci mesi di lavoro. È dunque verosimile che Giuda abbia fatto una rimo-stranza del genere, anche perché era vicina la Pasqua e se il ricavato ottenu-to dalla vendita del profumo fosse stato effettivamente dato ai poveri,avrebbe potuto esserci una positiva ricaduta dimmagine per il movimentonazareno. Molto meno verosimile è la motivazione con cui Giovanni (o,come è probabile, un secondo redattore) spiega la rimostranza da parte diGiuda, il quale sera indispettito della cosa perché solitamente rubava nellacassa comune dei Dodici. Qui infatti appare assai poco credibile che il Cri-sto avesse affidato a un ladro la gestione dei fondi. E neppure ha senso cre-dere che il Cristo potesse chiamare tra i suoi più stretti collaboratori, gli«apostoli», una persona ipocrita e disonesta, uno che non aveva neppure ilsenso della «giustizia sociale». In realtà se Giuda può anche essere stato un «ladro», non può peròaver continuato a rubare una volta chiamato alla sequela del movimento na-zareno, altrimenti un analogo sospetto dovremmo nutrirlo anche per Mat-teo, che prima di convertirsi faceva lesattore delle tasse per il collaborazio-nista Erode Antipa. Per poter aspirare al ruolo di stretto collaboratore del 182
    • Umano e Politicomessia, Giuda doveva possedere notevoli qualità personali, la prima dellequali era sicuramente una forte istanza di liberazione nazionale. Gesù puòanche avergli affidato lincarico di amministrare i beni, pur sapendo cheraladro, ma è assai dubbio chegli abbia fatto questo solo per metterlo allaprova: evidentemente Giuda aveva anche uno spiccato interesse per lamaterialità della vita, ovvero per la giustizia socio-economica. In nessunaparte dei vangeli viene detto che, prima di convertirsi, egli svolgeva unqualche mestiere riprovevole. In ogni caso, anche supponendo che Giuda, prima dincontrareGesù, fosse stato ladro perché proveniente da ambienti marginali o depriva-ti (gli apocrifi in realtà sostengono fosse figlio del fratello del sommo sacer-dote Caifa), e che, avendo contratto labitudine a rubare, di tanto in tanto at-tingesse indebitamente alle sostanze della cassa comune, si può forse, soloper questo, dedurre che la sua rimostranza fosse unicamente dettata da bas-se motivazioni di ordine personale? Ci si può cioè chiedere, in altre parole: lobiezione di Giuda puòavere un senso di per sé, a prescindere dallipotesi chegli sia stato nel pas-sato o fosse ancora nel presente un ladro? Il redattore, evidentemente, nonsi è posto questa domanda e col cinismo tipico delle persone schematicheha voluto infierire, facendo sembrare Giuda peggiore di quello che era oche poteva essere. Lasciandosi suggestionare dal cosiddetto «effetto alone»,il redattore ha voluto dare una risposta decisamente negativa alla seguentedomanda: «poteva un traditore, che, stando ai vangeli, ha venduto il messiaper 30 denari, nutrire delle idee a favore dei poveri?». Gesù prende le difese di Maria e, in un certo senso, di se stesso di-cendo che quel profumo era «già suo», in quanto Maria lo aveva destinatoal giorno della sua morte (i cadaveri venivano unti e profumati). Non consi-dera quindi del tutto impropria l’obiezione di Giuda, il quale ovviamentenon conosceva la destinazione di quel profumo. L’obiezione poteva apparire fuori luogo solo pensando che Giudaavrebbe dovuto capire la grande sensibilità di Maria. Ma forse che per que-sta mancanza di tatto (che neppure Gesù volle sottolineare), Giuda meritavad’essere trasformato da «economista» a «ladro»? È possibile sostenere chesiccome la colpa del tradimento è la più grave che un uomo possa compie-re, è del tutto naturale supporre che Giuda fosse anche ladro? Possiamo addirittura sostenere che tutta la costruzione mitologicadella chiesa primitiva circa la «necessità» della morte del Cristo (che quiMaria avrebbe simbolicamente anticipato) è stata fatta, in un certo senso, aspese della personalità di Giuda, del cui tradimento si vorranno presto di-menticare le istanze politiche strettamente connesse, sino a inventarsi lavergognosa richiesta dei 30 denari. La divinizzazione del Cristo non è forseandata di pari passo con la demonizzazione dellIscariota?183
    • Biografia demistificata del Cristo Dunque che risposta plausibile può aver dato Gesù alla seguentedomanda: se Giuda non fosse stato un ladro, la sua obiezione a Maria sareb-be stata giustificata? Da un lato infatti Gesù mostra di apprezzare politica-mente i rimproveri mossi dallapostolo (e forse da qualcun altro), in quantoevidentemente si rendeva conto che i poveri costituivano il problema n. 1della loro missione. Dallaltro però gli fa capire che i rimproveri non hannosenso, in quanto quel profumo era già destinato a lui, per cui ai poveri nonera stato tolto niente. Cosa che ovviamente Giuda non poteva sapere. Unaltra osservazione però, molto più importante, Gesù potevaaver fatto: visto cioè che con la morte di Lazzaro si rende possibile uninte-sa tra i suoi seguaci e i nazareni, nella prospettiva imminente di una insurre-zione armata, è così importante rimproverare una donna che, a modo suo,ha voluto anticipare levento, nella convinzione chesso avrà il successo me-ritato? Accusandola daver sprecato il profumo non si sta forse ammettendo,implicitamente, che la rivoluzione fallirà o che non è il momento di com-pierla? Se il racconto fosse finito qui non si capirebbe neppure il motivoper cui sia stato inserito da Giovanni nel suo vangelo. Si ha come limpres-sione che tra il momento in cui è iniziato il banchetto e quello in cui (presu-mibilmente alla fine) Maria ha iniziato a cospargere Gesù di profumo, man-chi qualcosa. Possibile che nel corso di unintera serata, nellimminenza diuninsurrezione antiromana, i commensali non abbiano avuto altro da dirsiche disquisire se vendere o no un profumo che apparteneva a Maria e chequesta aveva destinato a Gesù? Se davvero Maria, col suo gesto, avesse voluto indicare il timore oil rischio di una possibile conclusione tragica dellultima Pasqua del Cristo,probabilmente lunguento, che serviva appunto per imbalsamare i cadaveri,lavrebbe conservato per il momento più opportuno o comunque avrebbepotuto scegliere una diversa modalità profetica. Qui è evidente che il redat-tore ha voluto far capire una cosa completamente diversa da quella effetti-vamente accaduta. La stessa frase di Gesù riportata nella pericope ha un significatopoco chiaro: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia se-poltura» (v. 7). Evidentemente qualcuno ha voluto rendere ambigua une-spressione che in origine non lo era. Invece di usare il passato («lavevaconservato») si è preferito mettere il presente («lo conservi»), facendo cosìcredere al lettore che il Cristo si riferisse alla propria imminente sepoltura.Col che, peraltro, non si riesce a comprendere il motivo per cui Maria abbiasprecato una cosa che avrebbe dovuto usare il venerdì successivo. In realtà il motivo qui gli evangelisti lo danno e, con loro, gli stessimanipolatori del quarto vangelo, che di fronte a un testo del genere si com-portarono in maniera alquanto maldestra: essi hanno voluto caricare il gesto 184
    • Umano e Politicodi Maria di un significato simbolico che in quel momento non poteva avere.In tal modo sè potuto rifiutare il rimprovero di Giuda proprio perchécontrario alla «necessità» che il messia aveva di morire. Se la morte diGesù doveva essere imminente, il rimprovero di Giuda a Maria siopponeva, in ultima istanza, a questo destino metafisico. Si è perfino arrivati a mettere in bocca a Gesù, senza alcuna moti-vazione plausibile, se non quella di voler infierire contro Giuda, una frasechegli non può assolutamente aver detto: «I poveri li avrete sempre convoi» (un versetto, peraltro, che in molti codici non è neppure riportato). Con una frase di questo genere il Cristo avrebbe scandalizzato i di-scepoli molto più di quanto non aveva fatto Maria col suo inconsueto gesto.E per almeno due ragioni: 1. gli apostoli si sentivano militanti impegnati amodificare anche i rapporti sociali e non solo quelli politico-istituzionali;2. un leader politico non può legittimare lo spreco neppure in casi eccezio-nali (a quella frase infatti egli aggiungerà: «me non mi avrete sempre», la-sciando presagire - secondo i vangeli - una fine imminente). Il redattore non solo non ha capito che la differenza tra Giuda eGesù stava in un diverso modo di apprezzare il valore delle cose e nella ne-cessità di approfittare del momento per compiere linsurrezione antiromana,ma ha anche dimostrato di avere meno sensibilità di Giuda per le questionidi carattere sociale. Dunque per quale motivo Gesù fu indotto a mentire dicendo chequel profumo era destinato al giorno della sua sepoltura? Il motivo forse losi può capire cercando di rispondere a questaltra domanda: segli avessedetto che le cose non hanno solo un valore «materiale» ma anche «spiritua-le», fino a che punto Giuda sarebbe stato in grado di capirlo? Maria aveva voluto ringraziare il Cristo per la decisione desserevenuto a trovare Lazzaro rischiando dessere catturato e per la decisione diproseguire il messaggio di liberazione del fratello morto, il cui sacrificio,così, non sarebbe stato vano: per un favore personale e nazionale, etico epolitico, così grande, non poteva esistere - secondo lei - un valore equiva-lente con cui ricambiare. La cosa più preziosa che possedeva: lampolla dinardo purissimo, poteva essere offerta solo a titolo simbolico, poiché tutto ilsuo vero valore stava unicamente nellintenzione che aveva mosso il gesto. Forse per questo Gesù aveva mentito: sia per tutelare Maria cheper non mettere in imbarazzo lo stesso Giuda, che con difficoltà avrebbecompreso il valore profondo di quella intenzione. Se questa esegesi è vera, allora è anche vero che non può essereconsiderato inferiore allelemosina nei confronti dei poveri un gesto damo-re nei confronti di una persona che, col suo messaggio di liberazione,avrebbe anche potuto risolvere il problema della povertà.185
    • Biografia demistificata del Cristo Il torto di Giuda, in sostanza, si riduce al fatto di non aver compre-so che le esigenze umane di Maria non erano in contraddizione con quellepolitiche del movimento nazareno. Esprimendo nel suo personalissimomodo quali sentimenti umani si potevano nutrire nei riguardi del messia,Maria aveva mostrato, forse involontariamente, di credere meglio di Giudanella possibilità che Gesù aveva di realizzare una società economicamentepiù giusta, in cui non ci sarebbe stato bisogno di fare lelemosina per alle-viare (peraltro temporaneamente) le sofferenze dei poveri. Il criterio di valore che aveva Giuda era di tipo «economicistico» o«riformistico» (a favore della giustizia sociale nei limiti delloppressionedominante, in attesa del momento opportuno per rovesciare il sistema) eviene usato per opporsi a una insurrezione immediata, giudicata prematura:quella che Cristo voleva compiere proseguendo la missione di Lazzaro. (InMarco invece Giuda tradisce a causa del carattere venale della sua persona,attaccata al denaro). Il criterio di valore che manifesta Gesù era di tipo «politico» (unasconfitta, quella di Lazzaro, può trasformarsi in vittoria). Maria lo ringra-ziava per il grandissimo favore ricevuto: la resurrezione simbolica degliideali politici del fratello Lazzaro, che era un rivoluzionario, ben conosciutoda Gesù sin dai tempi in cui era vissuto in Giudea; un favore per il qualenon c’era un valore equivalente con cui ricambiare, proprio perché Gesù siesponeva di persona, volendo proseguire quegli ideali con una insurrezionearmata, che Giuda riteneva forse prematura, anche se aveva rischiato, insie-me a Gesù, dessere catturato a Betania. Giuda insomma avrebbe avuto ragione solo se per i poveri non cifosse stata altra alternativa che lelemosina, ma non per aver avuto torto me-ritava dessere trasformato da «economista» a «ladro», ammesso e non con-cesso chegli si sia effettivamente scandalizzato per quello che aveva visto.Anche perché questa è praticamente lunica pericope dei quattro vangeli incui lapostolo Giuda Iscariota viene delineato a prescindere dallo stereotipo,consolidato in tutto il Nuovo Testamento, di traditore del messia. Gli ultimi tre versetti ci paiono difficilmente credibili, almeno percome sono stati scritti: per quale motivo i sommi sacerdoti volevano ucci-dere un uomo come Lazzaro che in nessuno dei quattro vangeli ha mai pro-ferito la benché minima parola? Chi era Lazzaro? Un personaggio influentetra i giudei? Lidea dei redattori cristiani di farlo risorgere è forse venuta inmente per caratterizzare simbolicamente la decisione dei suoi discepoli diaiutare il Cristo a entrare nella capitale in maniera trionfale? È stato Lazza-ro che ha preparato lingresso messianico e che ha convinto Gesù che ilconsenso era sufficientemente ampio per tentare uninsurrezione armatacontro i romani e il potere collaborazionista? La conversione di Lazzaroalla causa rivoluzionaria di Gesù è forse stata gestita in maniera simbolica 186
    • Umano e Politicodai redattori cristiani al pari di quella di Paolo di Tarso alla causa antirivo-luzionaria? È forse questo il motivo per cui delluno non sappiamo quasinulla e dellaltro quasi tutto?187
    • Biografia demistificata del Cristo Il socialismo democratico del buon pastore (Gv 10,1-21)[1] «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta,ma vi sale da unaltra parte, è un ladro e un brigante.[2] Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore.[3] Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecoreuna per una e le conduce fuori.[4] E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pe-core lo seguono, perché conoscono la sua voce.[5] Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non co-noscono la voce degli estranei».[6] Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significavaciò che diceva loro.[7] Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la portadelle pecore.[8] Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore nonli hanno ascoltati.[9] Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e tro-verà pascolo.[10] Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto per-ché abbiano la vita e labbiano in abbondanza.[11] Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.[12] Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono,vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;[13] egli è un mercenario e non gli importa delle pecore.[14] Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me,[15] come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.[16] E ho altre pecore che non sono di questovile; anche queste io devo condurre;ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.[17] Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla dinuovo.[18] Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla eil potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».[19] Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole.[20] Molti di essi dicevano: «Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo sta-te ad ascoltare?».[21] Altri invece dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato;può forse un demonio aprire gli occhi dei ciechi?». * 188
    • Umano e Politico Nel vangelo di Giovanni una pericope denominata «Il buon pasto-re» viene generalmente classificata o come parabola o come allegoria. Come noto le parabole vengono considerate come una sorta di di-scorsi di edificazione morale o filosofica, piuttosto astratti, in quanto con ri-ferimenti a personaggi del tutto immaginari, oppure, se reali, difficilmenteindividuabili, specie per la generazione successiva a quella cui le paraboleerano state indirizzate. Non è escluso che Gesù, per difendersi da un potereostile, abbia fatto ricorso a immagini figurate o allusive, attraverso le qualilattacco alle istituzioni risultasse per così dire indiretto. Tuttavia la pericope del «buon pastore», in cui Gesù parla esplici-tamente di se stesso, non appare tanto di tipo etico o filosofico quanto ditipo politico, e più precisamente come una sorta di autocandidatura alla di-rezione governativa della Palestina, per liberare questultima sia dalla pre-senza colonialista dei romani che dal collaborazionismo degli elementiebraici più opportunisti. Il fatto di aver voluto trasformare in «parabola» un discorso squisi-tamente politico, rientra in quel processo redazionale, ben più generale, dimistificazione ai danni delloperato di Gesù da parte di quegli apostoli lacui ideologia post-pasquale, che interpretò la tomba vuota come «resurre-zione», risultò, ad un certo punto, prevalente: ci riferiamo ovviamente aquella petro-paolina. In altre parole, se Cristo ha usato lo strumento linguistico delle pa-rabole non lha fatto con intenti etico-filosofici astratti, ma semplicementeperché quando, nellimmediato, non si dispone ancora della forza sufficien-te per contrastare la resistenza di un governo autoritario, può essere neces-sario trasformare il linguaggio contestativo da esplicito ad allusivo. Le pa-rabole cioè non venivano usate per attenuare lesigenza della rivoluzionenazional-popolare, ma per farla sopravvivere in un contesto politico sfavo-revole. Usare un linguaggio con riferimenti diretti in circostanze sfavorevo-li significa fare dellavventurismo, ovvero illudersi che il proprio estremi-smo possa essere percepito come una forma di coraggio. A ben guardare invece questo discorso rappresenta la parte politicadi quello successivo, di tipo culturale, dedicato allargomento dellateismo.Qui Gesù parla di «socialismo democratico», mentre nellaltro parlerà di«umanesimo laico». In che senso «socialismo democratico»? Nel senso espresso sin dalprimo versetto: «chi non entra per la porta [cioè rispettando le regole dellademocrazia] nellovile delle pecore [il popolo], ma vi sale da unaltra parte[usando cioè la frode o linganno] è un ladro e un brigante». Per realizzare ilsocialismo occorre la democrazia, la quale ha le sue regole da rispettare:non vi sono scorciatoie.189
    • Biografia demistificata del Cristo La democrazia è la prima istanza, il socialismo la seconda: una èmetodo, laltro è fine. Quando un leader si comporta in maniera democraticanon avverte se stesso come insostituibile e certamente il popolo lavvertecome affidabile. Il guardiano dellovile non rappresenta soltanto il luogotenente delpastore, cioè colui che di notte custodisce le pecore nel recinto, ma rappre-senta anche una sorta di delegato popolare, in quanto ha il compito di aprirela porta dellovile soltanto a chi ne ha diritto. Prima devessere lui a rico-noscere il legittimo pastore, poi saranno le pecore, che usciranno dallovilenon perché costrette ma dopo aver riconosciuto il particolare richiamo delloro pastore. Gesù si pone come leader popolare, democratico: non vi è nulla direligioso in questo suo discorso, e il popolo lo segue con fiducia appuntoperché lo riconosce come proprio leader: non a caso qui si parla di «pasto-re», non di un ricco proprietario terriero. Che la pericope non possa essere definita come «parabola» nécome «allegoria», ma al massimo come «similitudine», è dimostrato anchedal fatto che nella sua seconda parte Gesù, vedendo che non lavevano capi-to adeguatamente, si spiega in maniera più esplicita e diretta. Che gli astanti non avessero capito il significato generale del para-gone appare un po strano, poiché anche nellAntico Testamento risultavapacifica lequazione politica di «pastore di greggi» e «pastore di uomini»:basta leggersi Ez 34 per convincersene, o i primi otto versetti del cap. 23 diGeremia. I veri «pastori dIsraele» sono i leader politici autenticamente de-mocratici, quelli che devono riunire il gregge che si è disperso, e devonofarlo per amore della giustizia e delleguaglianza. La differenza tra Gesù edEzechiele è che questultimo si limita ad auspicare la venuta di un pastorenovello Davide, mentre Gesù sostiene dessere il pastore che il popolo at-tende. Quindi ciò che gli astanti non capivano non poteva essere tanto ilsignificato simbolico della parola «pastore», e neppure lesigenza politica diavere una guida adeguata per ricostituire un popolo unitario. Quello chenon capivano era probabilmente il riferimento concreto alla candidatura diun ruolo specifico: Gesù stava forse parlando esplicitamente di sé oppure afavore di altri, come p. es. aveva già fatto, prima di lui, il Battista, rimastosempre riluttante ad accettare la qualifica di messia? E come poteva riferirsia se stesso con sicurezza, senza alcun avallo istituzionale? senza chegli mi-litasse in alcuno dei tradizionali partiti giudaici? Dubbi di tal genere a chialtri potevano venire in mente se non ai farisei? se non cioè a quel partitoper il quale il rispetto delle regole voleva anzitutto dire «attaccamento fana-tico alle tradizioni»? 190
    • Umano e Politico Gesù ribalta qui il concetto di democrazia, sostenendo chessa sirealizza non quando si antepone il glorioso passato al corrotto presente, maquando si risponde alle domande di giustizia del popolo. Egli, nella parteiniziale della spiegazione, non sostiene esplicitamente dessere il «pastorepolitico» che cercano (una pretesa del genere sarebbe stata contraddittoriaallidea stessa di democrazia), ma semplicemente chegli si pone come «por-ta dellovile» per chiunque voglia diventare leader nazionale. Il che, in altreparole, voleva dire che chiunque nel movimento nazareno avrebbe potutodiventare «pastore» se avesse rispettato le regole della democrazia, quelleregole rappresentate appunto dalla «porta». Può apparire forte la frase: «tutti coloro che sono venuti prima dime sono ladri e briganti» (10,8), ma è probabile che una frase del generetrovi la sua motivazione nellurgenza del momento storico per Israele, ed èaltresì probabile chessa sia stata detta al cospetto di un uditorio non più di-sposto ad obbedire ai demagoghi di turno, e che quel «tutti» si riferisse sol-tanto ai politici istituzionali della sua stessa generazione, che effettivamenteserano rivelati incapaci di liberare Israele dalloppressione interna ed ester-na. Infatti, subito dopo egli esalta il popolo dicendo che, benché dei leaderpolitici disonesti abbiano cercato di ingannarlo, esso ha saputo ugualmentedifendersi: «le pecore non li hanno ascoltati» (ib.). Se il popolo chiede chiarezza, quando sono in gioco aspetti essen-ziali per il proprio destino, ebbene il linguaggio non può che essere inequi-voco. Ciò tuttavia non esclude che il v. 8 non possa essere considerato spu-rio, anche perché al seguente si ripete quanto già detto al v. 7, e cioè cheGesù si considerava «porta dellovile», strumento di democrazia. Daltra parte che qui il linguaggio non sia figurato che sino a uncerto punto, è dimostrato anche dallevidente affermazione di tipo messiani-co secondo cui Gesù rivendica a sé il ruolo di «pastore politico». Col chenon si precisa soltanto la regola della democrazia ma anche il suo indicato-re di direzione: la garanzia è il popolo, ma il popolo ha bisogno di una gui-da, altrimenti si disperde. E la guida deve dimostrare dessere allaltezza delcompito, deve impegnarsi in una promessa dalto profilo: mettere a disposi-zione tutta la propria vita per il bene del gregge. Il leader deve operare perun ideale superiore, restando incorruttibile. I pastori della nazione dIsraele, se vogliono liberare il popolo dal-lo straniero che lopprime e da chi lo tradisce schierandosi dalla parte delnemico, non devono frodare ma praticare la giustizia, non devono ucciderema far vivere, non devono distruggere ma costruire, in una parola non de-vono essere «mercenari» ma «idealisti». Il mercenario, quando vede venire il «lupo», colui che usa violenzae inganno per devastare e dominare, «abbandona le pecore e fugge». Quilesegesi confessionale ha subito approfittato dellespressione «dare la vita191
    • Biografia demistificata del Cristoper le proprie pecore» (vv. 11 e 15), per sostenere che il Cristo intendeva ri-ferirsi alla propria morte. In realtà sarebbe stato assurdo che gli ascoltatori di quelle parole leinterpretassero alla lettera in quel momento. «Dare la vita per le proprie pe-core» voleva semplicemente dire «essere coerenti coi propri ideali di giusti-zia». Il popolo aveva bisogno di un leader edificatore di una nuova società,non di un martire. Infatti un qualunque politico strettamente legato a interessi di pote-re, non può mai essere coerente quando sono in gioco gli obiettivi della giu-stizia sociale. I politici mercenari predicano la giustizia solo per ottenere iconsensi necessari a dominare, ottenuti i quali le promesse fatte in campa-gna elettorale diventano carta straccia. È la differenza tra democrazia e de-magogia. Il finale della pericope è ampiamente manomesso, specie là dovesintroduce il rapporto tra «padre» e «figlio», ma anche là dove si parla di«altre pecore» (v. 16), cioè di «pagani», che dovranno far parte del medesi-mo ovile. Daltra parte là dove più è forte la rivendicazione politica della li-berazione nazionale, maggiori sono i tentativi di mistificazione compiutidai redattori. Sono stati introdotti due elementi tipicamente post-pasquali, facen-ti parte dellideologia petro-paolina. Da un lato si è voluto far risalire la cre-dibilità di Gesù a un suo presunto rapporto diretto con dio-padre, contraddi-cendo così lidea stessa di democrazia politica, che non ha bisogno, per es-sere giustificata, che di se stessa; dallaltro si è voluto far credere che per ilCristo non sarebbe stato un problema la chiusura e lostilità del popoloebraico, in quanto egli avrebbe sempre potuto rivolgersi, e con successo, ai«gentili»: col che si antepone allobiettivo della liberazione politico-nazio-nale quello della generale redenzione morale dellumanità (benché non sipossa escludere a priori che il Cristo volesse indicare gli elementi miglioridel paganesimo come partner indispensabili della rivoluzione ebraicacontro limperialismo romano). Manipolazioni così pesanti inducono inevitabilmente a credere cheil discorso di Cristo sia stato effettivamente pronunciato. Unesegesi laicadeve però essere in grado di smascherare la pretesa di far apparire grandeun uomo non in quanto coerentemente democratico, ma in quanto «padronedella propria vita e della propria morte». Paradossalmente infatti, se davvero il Cristo avesse affermato des-sere uguale al dio-padre, in grado di morire e risorgere come e quando glipareva, si dovrebbe dar ragione a quegli ebrei che nel finale della pericopesostengono chegli «ha un demonio ed è fuori di sé» (v. 19). Non a caso i redattori han dovuto aggiungere, sommando falsità afalsità, che di fronte a un uomo che rivendica a sé non un ruolo «politico» 192
    • Umano e Politicoma «teologico», è lecito chiedersi come sia possibile che «un indemoniatopossa aprire gli occhi ai ciechi» (v. 21). In tal modo venivano completa-mente ribaltati i termini della questione: non si trattava più di credere omeno nella messianicità del Cristo, ma piuttosto nella sua divinità. La credibilità del messia non passerebbe tanto attraverso il rappor-to fiduciario tra il popolo e il proprio leader rappresentativo, ma attraversola stretta identificazione di azione pratica e ideale astratto (che nella fatti-specie è di natura religiosa), sicché le parole del Cristo-pastore andrebberoaccettate non per il loro riferimento alla realtà concreta, in cui si gioca ilrapporto dialettico tra masse e potere, ma per una loro intrinseca e formalecoerenza, di tipo appunto teologico o comunque metafisico. Il Cristo andrebbe creduto perché azzarda unardita speculazioneintellettuale: luguaglianza di dio-figlio e dio-padre, resa possibile sul pianoumano in quanto possibile su quello divino: cosa che troverebbe confermanellaccettazione volontaria della croce, trasformata in trionfo della resurre-zione.193
    • Biografia demistificata del Cristo Congiura contro Gesù (Gv 11,45-57)[45] Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli avevacompiuto, credettero in lui.[46] Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto.[47] Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il Sinedrio e dicevano: «Che fac-ciamo? Questuomo compie molti segni.[48] Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distrug-geranno il nostro luogo santo e la nostra nazione».[49] Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quellanno, disseloro: «Voi non capite nulla[50] e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e nonperisca la nazione intera».[51] Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzòche Gesù doveva morire per la nazione[52] e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio cheerano dispersi.[53] Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.[54] Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò dilà nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne coni suoi discepoli.[55] Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemmeprima della Pasqua per purificarsi.[56] Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare?Non verrà egli alla festa?».[57] Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapessedove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo. * È da escludere categoricamente che la decisione da parte delle au-torità sinedrite di assassinare Gesù sia da collegarsi alla presunta resurrezio-ne di Lazzaro, come invece appare nel vangelo di Giovanni; a meno che coltermine di «resurrezione» non sintenda, in maniera metaforica, qualcosa dieversivo che sul piano politico voleva compiere lo stesso Lazzaro, che peròin quel momento era già morto, per cui, al massimo, possiamo pensare a unprovvedimento contro i suoi seguaci. Dai manipolatori di questo vangeloLazzaro è stato qui aggiunto perché nella pericope precedente Gesù lavevarisorto. In realtà lunica cosa «risorta» erano state le sue idee insurrezionali. Di certo noi sappiamo che il rapporto di Gesù con Lazzaro (o coiseguaci di questultimo), qualunque esso sia stato, nellimminenza dellulti- 194
    • Umano e Politicoma Pasqua comportò non solo la decisione di organizzare un ingresso trion-fale nella capitale, al fine di porre le condizioni per la liberazione nazionalecontro i romani, ma determinò anche la scissione dei giudei, politicamenteimpegnati, in due partiti, dei quali il maggioritario credeva possibile unin-surrezione armata guidata da Gesù, il secondo no. I «molti» del v. 45 e gli«alcuni» del v. 46 riflettono in un certo senso la composizione delle forze incampo: gli uni sono maggioritari nella piazza ma minoritari nel palazzo, glialtri il contrario. Gli esponenti dei partiti sadduceo e fariseo, nonché gli anziani e isommi sacerdoti, avendo il controllo del Sinedrio (v. 47), possono deciderela condanna a morte del Cristo, in particolare la necessità di eliminarlo pri-ma che entri in città, senza che ciò però abbia alcun effetto. Nellambito del Sinedrio solo una parte minoritaria resta incerta sulda farsi: probabilmente si tratta dellala più democratica degli scribi-farisei(Nicodemo, Gamaliele, Giuseppe dArimatea, Giairo...)5. Essi temono Gesùperché riconoscono la sua grande popolarità, ma, poiché non ritengono ma-ture le condizioni per linsurrezione nazionale, temono anche che questa po-polarità possa inasprire loppressione da parte delle forze occupanti. Caifa invece (il sommo sacerdote che restò in carica dal 18 al 36d.C. e che in quelloccasione rappresentava il partito conservatore dei sad-ducei), sostiene che se i nazareni della Galilea e i farisei progressisti dellaGiudea vogliono porsi alla testa dellinsurrezione armata, la prima cosa chedevono fare è eliminare il Cristo, perché col suo avventurismo da «falsomessia» egli rischia di mandare allaria ogni prospettiva rivoluzionaria. Aldelitto politico dà una giustificazione che è un capolavoro di cinismo: lasalvezza dellintegrità nazionale è la ragion di stato che legittima la fine diun pericoloso destabilizzatore. Caifa in sostanza, ritenendo improponibile una strumentalizzazio-ne efficace del movimento nazareno e praticamente conclusa la fase delconfronto democratico, reputa più facile da gestire la reazione dei seguacidel Cristo alla sua sommaria esecuzione («è meglio far morire un solouomo per il popolo») che non la reazione dei romani a uninsurrezione dalui guidata («che far perire la nazione intera»). Caifa non può non ricordare che in occasione della decapitazionedel Battista, avvenuta tre anni prima, i seguaci di questultimo non organiz-zarono alcuna manifestazione di vera protesta. Egli inoltre sa benissimo, sindal giorno dellespulsione dei mercanti dal Tempio, che gli interessi del mo-5 Altri personaggi autorevoli non erano contrari alla predicazione del Cristo: p. es.Zaccheo, capo dei pubblicani di Gerico (Lc 19,1 ss.) e Cuza, funzionario di ErodeAntipa (Gv 4,43 ss.).195
    • Biografia demistificata del Cristovimento nazareno sono diametralmente opposti a quelli della casta sacerdo-tale. Un secondo redattore di questa pericope ha voluto interpretare leparole del sommo sacerdote in maniera distorta, col solito ragionamentopost eventum. Le considerazioni dei vv. 51-52 sono non solo di natura mi-sticheggiante (Caifa avrebbe profetizzato proprio in quanto «sommo sacer-dote»), ma anche chiaramente apologetiche, in quanto si vuole attribuire aCaifa linvolontaria profezia circa il destino universale del messaggio evan-gelico; destino che in realtà era implicito nel vangelo stesso di Cristo e chenon avrebbe avuto bisogno di una morte cruenta per realizzarsi. Faremmo davvero una cattiva esegesi del messaggio di Gesù se di-cessimo chegli aveva in mente una pura e semplice restaurazione dellanti-co regno davidico: in realtà nel suo vangelo erano già contenuti alcuni ele-menti universalistici che sarebbero emersi anche dopo il successo dellin-surrezione nazionale. È stato il cristianesimo primitivo che ha voluto inter-pretare tale universalismo solo come conseguenza della crocifissione equindi come un aspetto più etico-religioso che politico. «Riunire insieme ifigli dispersi» è unespressione che sta appunto a significare luguaglianzadegli uomini di fronte a dio, certamente non di fronte a se stessi. Peraltro Caifa aveva in mente la salvezza della nazione israelitica enon profetò, neppure involontariamente, qualcosa che andasse oltre questiconfini. Anzi, segli avesse previsto che i romani non si sentivano legati ailoro trattati internazionali più di quanto un carnefice non si senta legato aun determinato strumento di tortura, forse avrebbe evitato di nascondere ipropri privilegi di potere dietro lidea dellintegrità nazionale e avrebbe ca-pito che il collaborazionismo, in ultima istanza, pagava meno di unipotesiinsurrezionale. In tal senso il cinismo del redattore non è inferiore a quello di Cai-fa, in quanto ha voluto dare una patente di legittimità a questo delitto politi-co, dicendo che proprio in virtù di esso tutti gli uomini della terra (ebrei egentili) hanno potuto sentirsi «figli di un unico Dio». Portando alle estreme conseguenze una posizione del genere si fi-nisce col credere che il Cristo volle entrare nella città santa proprio perchésapeva che lavrebbero ucciso: dunque il valore del suo vangelo starebbeanche nellesigenza di ottenere una forma di rinomanza o comunque di va-lorizzazione del proprio operato attraverso la scelta del martirio. Da ultimo si può far notare che i vv. 54-57 contengono delle stra-nezze poco decifrabili:- il redattore conclude la pericope dicendo che «Gesù non si mostrava piùin pubblico tra i giudei». In realtà già da tempo la situazione per lui era di-ventata molto critica; sono numerosi i passi in cui Giovanni dice che i giu-dei avevano intenzione di arrestarlo se non di ucciderlo: 5,16; 5-18; 7,1; 196
    • Umano e Politico8,59; 10,31; 10,39-40; 11,8, e che per questa ragione egli era costretto allaclandestinità;- il secondo rifugio qui citato è Efraim, nei pressi del deserto di Giuda, nonmolto distante dai confini della Samaria. Allinizio del racconto di Lazzaro,Gesù e i suoi si trovavano invece in un rifugio della Perea. Se accettiamolipotesi di Efraim possiamo presumere chegli si diresse successivamentecoi discepoli a Gerico, dopodiché fece una sosta a Betania, ove Maria gliunse i piedi. Ma questo non spiega il momento e la dinamica dellincontrocon la «molta folla» di cui parla Mc 10,46, che avrebbe seguito Gesù dallaGalilea fino a Gerusalemme passando appunto per Gerico, ove venne guari-to il cieco Bartimeo: una folla «stupìta» al vedere Gesù così deciso e anche«timorosa» di seguirlo - dice Mc 10,32, mentre quella descritta da Lc 19,11è convinta che il nuovo regno si sarebbe manifestato di lì a poco;- il v. 57 è del tutto pleonastico rispetto al v. 53, anche perché si continua aparlare di «arresto» quando lultima delibera era stata favorevole alla «con-danna a morte» in gran segreto.197
    • Biografia demistificata del Cristo Lingresso messianico a Gerusalemme Gv 12,12-50 Mc 11,1-11 Mt 21,1-11 Lc 19,28-40 [12] Il giorno se- [1] Quando si av- [1] Quando furo- [28] Dette queste guente, la gran vicinarono a Ge- no vicini a Geru- cose, Gesù prose- folla che era ve- rusalemme, verso salemme e giun- guì avanti agli al- nuta per la festa, Bètfage e Betà- sero presso Bètfa- tri salendo verso udito che Gesù nia, presso il ge, verso il monte Gerusalemme. veniva a Gerusa- monte degli Ulivi, degli Ulivi, Gesù [29] Quando fu lemme, mandò due dei mandò due dei vicino a Bètfage e [13] prese dei suoi discepoli suoi discepoli a Betània, presso rami di palme e [2] e disse loro: [2] dicendo loro: il monte detto de- uscì incontro a lui «Andate nel vil- «Andate nel vil- gli Ulivi, inviò gridando: Osan- laggio che vi sta laggio che vi sta due discepoli di- na! Benedetto co- di fronte, e subito di fronte: subito cendo: lui che viene nel entrando in esso troverete unasina [30] «Andate nel nome del Signore, troverete un asi- legata e con essa villaggio di fron- il re dIsraele! nello legato, sul un puledro. Scio- te; entrando, tro- [14] Gesù, trovato quale nessuno è glieteli e condu- verete un puledro un asinello, vi mai salito. Scio- ceteli a me. legato, sul quale montò sopra, glietelo e condu- [3] Se qualcuno nessuno è mai sa- come sta scritto: cetelo. poi vi dirà qual- lito; scioglietelo e [15] Non temere, [3] E se qualcuno che cosa, rispon- portatelo qui. figlia di Sion! vi dirà: Perché derete: Il Signore [31] E se qualcu- Ecco, il tuo re fate questo?, ri- ne ha bisogno, ma no vi chiederà: viene, seduto so- spondete: Il Si- li rimanderà subi- Perché lo scio- pra un puledro gnore ne ha biso- to». gliete?, direte dasina. gno, ma lo riman- [4] Ora questo av- così: Il Signore ne [16] Sul momento derà qui subito». venne perché si ha bisogno». i suoi discepoli [4] Andarono e adempisse ciò che [32] Gli inviati non compresero trovarono un asi- era stato annun- andarono e trova- queste cose; ma nello legato vici- ziato dal profeta: rono tutto come quando Gesù fu no a una porta, [5] Dite alla figlia aveva detto. glorificato, si ri- fuori sulla strada, di Sion: Ecco, il [33]Mentre scio- cordarono che e lo sciolsero. tuo re viene a te glievano il pule- questo era stato [5] E alcuni dei mite, seduto su dro, i proprietari scritto di lui e presenti però dis- unasina, con un dissero loro: questo gli aveva- sero loro: «Che puledro figlio di «Perché sciogliete no fatto. cosa fate, scio- bestia da soma. il puledro?». [17] Intanto la gliendo questo [6] I discepoli an- [34] Essi rispose- gente che era sta- asinello?». darono e fecero ro: «Il Signore ne ta con lui quando [6] Ed essi rispo- quello che aveva ha bisogno». chiamò Lazzaro sero come aveva ordinato loro [35] Lo condusse- 198
    • Umano e Politico fuori dal sepolcro detto loro il Si- Gesù: ro allora da Gesù; e lo risuscitò dai gnore. E li lascia- [7] condussero e gettati i loro morti, gli rendeva rono fare. lasina e il pule- mantelli sul pule- testimonianza. [7] Essi dro, misero su di dro, vi fecero sali- [18] Anche per condussero lasi- essi i mantelli ed re Gesù. questo la folla gli nello da Gesù, e egli vi si pose a [36] Via via che andò incontro, vi gettarono sopra sedere. egli avanzava, perché aveva udi- i loro mantelli, ed [8] La folla nu- stendevano i loro to che aveva com- egli vi montò so- merosissima stese mantelli sulla piuto quel segno. pra. i suoi mantelli strada. [19] I farisei allo- [8] E molti sten- sulla strada men- [37] Era ormai vi- ra dissero tra di devano i propri tre altri tagliavano cino alla discesa loro: «Vedete che mantelli sulla rami dagli alberi e del monte degli non concludete strada e altri delle li stendevano sul- Ulivi, quando tut- nulla? Ecco che il fronde, che ave- la via. ta la folla dei di- mondo gli è anda- vano tagliate dai [9] La folla che scepoli, esultan- to dietro!». campi. andava innanzi e do, cominciò a lo- [20] Tra quelli [9] Quelli poi che quella che veniva dare Dio a gran che erano saliti andavano innanzi, dietro, gridava: voce, per tutti i per il culto duran- e quelli che veni- Osanna al figlio prodigi che ave- te la festa, cerano vano dietro grida- di Davide! Bene- vano veduto, di- anche alcuni Gre- vano: Osanna! detto colui che cendo: ci. Benedetto colui viene nel nome [38] «Benedetto [21] Questi si av- che viene nel del Signore! colui che viene, il vicinarono a Fi- nome del Signo- Osanna nel più re, nel nome del lippo, che era di re! alto dei cieli! Signore. Pace in Betsaida di Gali- [10] Benedetto il [10] Entrato Gesù cielo e gloria nel lea, e gli chiesero: regno che viene, in Gerusalemme, più alto dei «Signore, voglia- del nostro padre tutta la città fu in cieli!». mo vedere Gesù». Davide! Osanna agitazione e la [39] Alcuni fari- [22] Filippo andò nel più alto dei gente si chiedeva: sei tra la folla gli a dirlo ad Andrea, cieli! «Chi è costui?». dissero: «Mae- e poi Andrea e Fi- [11] Ed entrò a [11] E la folla ri- stro, rimprovera i lippo andarono a Gerusalemme, nel spondeva: «Que- tuoi discepoli». dirlo a Gesù. tempio. E dopo sti è il profeta [40] Ma egli ri- [23] Gesù rispose: aver guardato Gesù, da Nazaret spose: «Vi dico «È giunta lora ogni cosa attorno, di Galilea». che, se questi ta- che sia glorificato essendo ormai lo- ceranno, grideran- il Figlio delluo- ra tarda, uscì con no le pietre». mo. i Dodici diretto a [41] Quando fu [24] In verità, in Betania. vicino, alla vista verità vi dico: se della città, pianse il chicco di grano su di essa, dicen- caduto in terra do: non muore, rima- [42] «Se avessi ne solo; se invece compreso anche199
    • Biografia demistificata del Cristo muore, produce tu, in questo gior- molto frutto. no, la via della [25] Chi ama la pace. Ma ormai è sua vita la perde e stata nascosta ai chi odia la sua tuoi occhi. vita in questo [43] Giorni ver- mondo la conser- ranno per te in cui verà per la vita i tuoi nemici ti eterna. cingeranno di [26] Se uno mi trincee, ti circon- vuol servire mi deranno e ti strin- segua, e dove geranno da ogni sono io, là sarà parte; anche il mio ser- [44] abbatteranno vo. Se uno mi ser- te e i tuoi figli ve, il Padre lo dentro di te e non onorerà. lasceranno in te [27] Ora lanima pietra su pietra, mia è turbata; e perché non hai ri- che devo dire? conosciuto il tem- Padre, salvami da po in cui sei stata questora? Ma per visitata». questo sono giun- to a questora! [28] Padre, glori- fica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «Lho glorificato e di nuovo lo glo- rificherò!». [29] La folla che era presente e aveva udito dice- va che era stato un tuono. Altri di- cevano: «Un an- gelo gli ha parla- to». [30] Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. [31] Ora è il giu- dizio di questo 200
    • Umano e Politico mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. [32] Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». [33] Questo dice- va per indicare di qual morte dove- va morire. [34] Allora la fol- la gli rispose: «Noi abbiamo ap- preso dalla Legge che il Cristo rima- ne in eterno; come dunque tu dici che il Figlio delluomo deve essere elevato? Chi è questo Fi- glio delluomo?». [35] Gesù allora disse loro: «An- cora per poco tempo la luce è con voi. Cammi- nate mentre avete la luce, perché non vi sorprenda- no le tenebre; chi cammina nelle te- nebre non sa dove va. [36] Mentre avete la luce credete nella luce, per di- ventare figli della luce». Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.201
    • Biografia demistificata del Cristo * Gesù decise di entrare pubblicamente a Gerusalemme, insieme aiDodici e a molti altri discepoli (ivi inclusi quelli di Lazzaro), solo dopoaver visto che, grazie allappoggio popolare che aveva ottenuto, le autorità,giudaiche e romane, non avrebbero potuto arrestarlo alla luce del sole. Lafolla già presente in città, e che a motivo della Pasqua proveniva da tutta laPalestina, gli andò incontro come se lo aspettasse, ed era così numerosa chei farisei, sbigottiti e amareggiati, esclamarono: «Vedete che non concludetenulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!» (Gv 12,19). Mt 21,8 parla infatti di «folla numerosissima» e di «tutta la città inagitazione» (21,10); Mc 11,8, più genericamente, parla di «molti» e Lc19,37, volendo specificare che si trattava di «tutta la folla dei discepoli»,dice una mezza verità, in quanto questa volta il consenso andava ben al dilà delladesione fattiva al movimento nazareno. I riferimenti redazionali alla resurrezione di Lazzaro falsificano lemotivazioni di quellaccorrere festoso ed esultante, perché ne nascondono lemotivazioni più vere, che non erano tanto quelle di rivedere un uomo cheper molti mesi aveva dovuto agire nella clandestinità, né quella di congratu-larsi con chi aveva tolto un uomo dalla tomba (come vogliono i vv. 17-18di Giovanni), quanto piuttosto quella di poter constatare che, sul piano siaoggettivo che soggettivo, esistevano finalmente le possibilità di una insurre-zione armata contro i romani. Lc 22,36 descrive bene i momenti preparatoridellingresso in una frase piuttosto esplicita: «Ed egli soggiunse: ma ora chiha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il man-tello e ne compri una». La guarnigione romana, colta del tutto impreparata, non mosse undito, anzi, considerando che la Pasqua, per essa, era il momento più criticodi tutto lanno, in quanto gli ebrei affluivano copiosi in città, rendendo facil-mente possibili gli attentati e le sommosse, viene da pensare che molto for-te dovette essere la preoccupazione di una imminente sollevazione popola-re. Non accaddero incidenti, al momento dellingresso, non perché -come vuole lesegesi confessionale - il corteo non sembrava avere alcuna fi-nalità politico-eversiva, ma perché era talmente imponente il numero e ina-spettata liniziativa che il potere istituzionale restò come paralizzato. Il Cristo venne accolto al pari di un re (Gv 12,13; Lc 19,38) ocome se dovesse ricostituire il regno di Davide (Mc 11,10; Mt 21,9). Tuttala festa assomiglia a quella che si faceva per lintronizzazione degli antichire dIsraele: la folla stese i propri mantelli (Mc 11,8; Mt 21,8; Lc 19,36)come quella che in 2 Re 9,13 consacrò re Jeu; luso dei «rami di palme» 202
    • Umano e Politico(Gv 12,13; Mc 11,8; Mt 21,8) è analogo a quello di circa 170 anni prima, inoccasione della decisiva rivolta popolare guidata dal leader Simone controloccupazione seleucida di Gerusalemme (1 Mac 13,51): praticamente dal-lepoca maccabaica il vincitore veniva accompagnato così in città (2 Mac10,7). La stessa espressione «uscirono incontro a lui» (Gv 12,13) indica unasorta di regola protocollare per lintronizzazione regale di un capo carisma-tico. Persino la semplice espressione «Osanna» (Hoshia-na), che in origineera un grido daiuto e che col tempo era diventata unacclamazione solenne,qui sta a significare «Salvaci, aiutaci, donaci la vittoria!» (2 Re 6,26; 2 Sam14,4). Insomma la folla di Gerusalemme mostrava di avere di Gesù unaconcezione chiaramente politico-militare. Gesù non rifiuta le acclamazioni: lunico paletto che pone al co-spetto di questo atteggiamento esuberante è quello relativa alla scelta della-sino. Una scelta anchessa politica: il nuovo re dIsraele voleva presentarsiin maniera democratica, così come aveva espresso il miglior profetismoebraico: «Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino,un puledro figlio dasina» (Giovanni sintetizza Sof 3,16 s. e Zc 9,9, ma cfranche 1 Re 1,33 s., ove si narra dellintronizzazione di Salomone che caval-cava una mula). Questo per indicare che una rivoluzione contro i romaniavrebbe potuto essere vincente solo col consenso della grande maggioranzadella popolazione ebraica. Una cosa infatti era estromettere la guarnigioneacquartierata presso la capitale, unaltra resistere alla controffensiva di Ti-berio: una nazione piccola come la Palestina avrebbe potuto opporsi effica-cemente contro limpero romano solo a condizione di restare unita. Forse qui si può sottilizzare dicendo che mentre in Giovanni lascelta dellasino sembra essere dettata da considerazioni fatte sul momentostesso dellingresso, in Marco invece, a motivo dellampio spazio che si de-dica a questa scelta, si ha limpressione dellesistenza di un piano preordina-to nei dettagli. La cosa strana tuttavia è che mentre in Giovanni Gesù entrain città senza simboli di sorta e la scelta dellasino viene fatta proprio per at-tenuare le aspettative di un puro e semplice revival dintronizzazione anti-cotestamentaria; in Marco invece la rappresentazione che viene fatta diGesù è quella di un grande profeta o comunque di un messia del tutto paci-fico, che in nessun modo avrebbe usato la violenza per liberare Israele dairomani: Gesù quindi vuole di proposito utilizzare lasino al fine di tutelarsipreventivamente da pressioni che possono andare oltre questi rigorosi limitidi operatività; tantè che mentre in Giovanni i discepoli non comprendonoquesto tipo scelta, anche perché essi si stavano giocando la loro stessa vita,in Marco invece agiscono come se quella fosse stata la scelta migliore, qua-si con la consapevolezza che il destino del messia nella capitale fosse giàsegnato.203
    • Biografia demistificata del Cristo Non dobbiamo infatti dimenticare che per i Sinottici limmagine diun messia religioso, che cavalca unasina proprio per non diventare messiapolitico, è conseguente, in maniera necessaria, al fallimento del progetto diliberazione nazionale, per cui la falsificazione doveva essere presente nellastessa premessa della pericope marciana (che fa da modello alle altre due,di Matteo e Luca). I Sinottici dipingono un quadro mitico ogniqualvoltaquello realistico non può essere rappresentato. Viceversa, in Giovanni limmagine resta quella del messia politico,ma la politicità di questo messia viene considerata pienamente vera solo inuna prospettiva metafisica (questo è soprattutto vero in quei passi che han-no subìto più interpolazioni). Ecco perché lo stesso Cristo crocifisso che neiSinottici desta scandalo, in Giovanni esprime un senso di vittoria, in quantoè rimasto coerente coi suoi principi e non ha tradito la sua missione. La de-scrizione può rimanere realistica proprio perché è soltanto sulla motivazio-ne con cui si devono interpretare i fatti della passione che deve intervenireil mito. I manipolatori del vangelo di Giovanni hanno voluto aggiungere latesi classica della «morte necessaria», là dove fanno capire ai discepoli lascelta dellasino solo dopo la crocifissione del messia, proprio per escluderea priori la possibilità di uno svolgimento armato dellingresso messianico.E, in tal senso, lesegesi confessionale ama fare continui riferimenti al cap.53 di Isaia, in cui si parla, in maniera «incredibilmente profetica», del tragi-co destino del «servo sofferente». Tuttavia, questo modo di ragionare contraddice apertamente la vo-lontà espressa in vari passi evangelici relativi alla possibilità di una resi-stenza antiromana che andasse al di là di una posizione non-violenta iposta-tizzata. Lc 22,49 sostiene che al momento della cattura di Gesù gli apostolierano tutti armati. Mt 11,12 fa dire a Gesù che «dai giorni di Giovanni ilBattista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impa-droniscono». E in 10,34: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sul-la terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada». E in Lc 12,49:«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già ac-ceso!». Insomma la violenza come «legittima difesa» dal sopruso non è maistata negata nei vangeli. Gli apostoli possono essersi scandalizzati della scelta dellasinonon perché erano dei «violenti», ma perché sapevano che con la non-violenza ad oltranza non si sarebbero liberati dei romani. Ciò che non com-presero è che chi compie la rivoluzione, prima ancora di compierla, devecomunque fare di tutto per porre unalternativa alla violenza in atto e a quel-la che si potrebbe scatenare. Giovanni è lunico evangelista ad affermare che in quelloccasioneil movimento nazareno allacciò dei rapporti politico-diplomatici con alcune 204
    • Umano e Politicorealtà del mondo ellenico, anchesse evidentemente interessate a unopposi-zione antiromana. È tuttavia singolare che questo incontro, che peraltro at-testa luniversalismo implicito nellideologia nazarena, non comporti alcunaconseguenza nel contesto della pericope. Nei vangeli si è fatto di tutto perporre una netta incompatibilità tra progetto di liberazione nazionale (che losi è voluto circoscrivere entro gli angusti limiti del veterogiudaismo) e pos-sibilità di un fronte comune interculturale (che lo si è voluto caratterizzarein maniera esclusivamente spiritualistica a partire dallo sviluppo del paoli-nismo).6 * Il silenzio su questo episodio fa da contraltare alla riformulazionedel discorso pronunciato nella capitale di fronte ai capi della folla osannan-te. Probabilmente in quelloccasione si verificò la disputa più importante so-stenuta da Gesù con quei gruppi politici disponibili a considerare lipotesi diuninsurrezione armata generale. La disputa verteva sulla questione della gestione del potere rivolu-zionario: quale doveva essere la modalità più idonea? È molto difficile ri-spondere a questa domanda. I redattori hanno qui elaborato un discorso teo-logico sullunità divina tra Padre e Figlio che molto probabilmente aveva loscopo di sostituirne uno di natura politica relativo allunità nazionale. È evi-dente che quanto più forte era nelle parole del Cristo la tensione verso una-zione rivoluzionaria, tanto maggiore doveva essere la revisione redazionaledi quelle parole in senso antirivoluzionario. Quanto più è vicina la possibili-6 Il cristianesimo è stato una forma di spiritualizzazione dell’ebraismo, una sorta diapprofondimento etico sul piano dei valori, ma a scapito dell’esigenza politica di li-berazione nazionale e di giustizia sociale. È assurdo pensare che una svolta del ge-nere sia potuta avvenire per progressive determinazioni quantitative. Se fosse dipesosolo da queste, il massimo della spiritualizzazione si sarebbe avuto con la posizionedel Battista, cioè restando nell’ambito del migliore giudaismo classico. Invece colCristo s’era andato oltre, in maniera imprevedibile, ma siccome questa posizione ul-tragiudaica è stata - secondo la storia che ci è stata tramandata - compiutamenteespressa da Paolo di Tarso (tutti gli esegeti su questo sono concordi), bisognerebbea questo punto porsi la seguente domanda: Paolo è stato superiore a Cristo e quindia buon diritto dobbiamo considerarlo come il vero fondatore del cristianesimo, op-pure, se non ci fosse stato un preventivo tradimento del vangelo di Cristo (operatoda Pietro), non ci sarebbe stato neppure un vangelo di Paolo? Detto altrimenti, èpossibile supporre che l’approfondimento spiritualistico dell’ebraismo sia stato unaconseguenza del fatto che il vangelo di Cristo non era solo profondamente umanoma anche profondamente politico? E che l’aver eliminato la sua politicità ha indottoa trasformare la nuova dimensione etica dell’umanesimo laico in una dimensionesquisitamente religiosa?205
    • Biografia demistificata del Cristotà di un successo politico, tanto più esplicita deve diventare la tesi della«morte necessaria». Il «principe di questo mondo» che deve essere subito gettato fuori(Gv 12,31) non è più Cesare ma «Satana» e la glorificazione del Figlio del-luomo non è che la sua imminente crocifissione. Lo stesso riferimento alla«elevazione» andrebbe interpretato: in effetti o questo è argomento di natu-ra teologica e quindi del tutto fittizio e non meritevole di particolare interes-se, oppure va considerato come un argomento politico soggetto a manipola-zione, e allora bisogna cercare di scoprirne il significato recondito. Il tema dellattrazione e del raduno nonché dellinnalzamento eragià stato usato nel giudaismo classico per indicare la necessità di un messia-re che riportasse Israele agli antichi splendori (Ger 31,1 ss.; Ez 11,1-25; Os2,16). La parola più difficile da interpretare è hupsôthô (da hupsôsis), «ele-vare da terra». Lunico precedente nel quarto vangelo è il paragone col ser-pente di rame che Mosè si costruì per convincere gli ebrei dei suoi magicipoteri: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia in-nalzato il figlio delluomo» (Gv 3,14). In lingua italiana è stato usato il ver-bo «innalzare», ma sarebbe stato meglio mettere «esaltò», indicando, colgesto, anche il suo significato evocativo. Il redattore dellingresso messianico è comunque consapevole del-lambiguità del termine, per questo può usarlo anche per indicare qualcosache oscilli tra la crocifissione e la resurrezione o lascensione. In effetti laparola greca «Øywqî» (Gv 12,32) è molto particolare e di difficile tradu-zione. Si rischia facilmente di cadere o nel moralismo: «chi si innalzeràsarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23,12: Lc 1,52) o nellabanalità della traduzione inglese «lifted up», usata in riferimento agli occhi,alle mani, alla voce e allo stesso corpo umano che si alzano o si sollevano! La versione latina «exaltatus» si ritrova soltanto in At 2,33 e 5,31,in un contesto ovviamente teologico: il Cristo è stato «innalzato alla destradi Dio come capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversionee il perdono dei peccati», ma è facile risalire alloriginaria etimologia politi-ca del verbo in questione. Così come daltra parte appare nellAntico Testa-mento: in 2 Cr 32,23 «exaltatus» viene usato con una finalità chiaramentepolitica, nel senso che il re di Giuda Ezechia «aumentò in prestigio agli oc-chi di tutti i popoli»; in 1 Mac 11,16 la parola indica il trionfo del re Tolo-meo. Questo per dire che se il termine greco «Øywqî» viene usato daGiovanni in unaccezione politica (che i redattori hanno poi stravolto inchiave teologica), resta comunque da chiarire il vero significato politico diquesto termine, in quanto il suo equivalente latino rimanda a una modalitàdi affermazione politica o troppo tradizionale o scopertamente teologicaperché si possa pensare che fosse la stessa nelle intenzioni del Cristo. 206
    • Umano e Politico Dietro questo termine può nascondersi il significato di una vera epropria «sollevazione popolare», in cui il popolo stesso avrebbe dovuto es-serne protagonista. Solo successivamente i redattori hanno circoscritto lac-cezione del termine allindividuo-Cristo attribuendogli un significato reli-gioso o comunque ambiguo. Spesso infatti nei vangeli si tende a denigrarepoliticamente le masse per poter esaltare misticamente il Cristo, oppure siesaltano solo quelle masse che accettano la tesi della «morte necessaria»:«Io, quando sarò elevato da terra [cioè crocifisso], attirerò tutti a me» (Gv12,32). È dunque probabile che il Cristo abbia prospettato la necessità diuna insurrezione popolare armata, da gestirsi in maniera democratica, in op-posizione non solo al potere romano ma anche a quello colluso della castasacerdotale, dei sadducei, e anche a quello opportunista ed esitante dei fari-sei. Che cosa sia successo in quelloccasione, allo stato delle fonti, pos-siamo solo immaginarlo. Giovanni dice esplicitamente che «sebbene avessecompiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui» (v. 37). Col ter-mine «segni» è facile qui pensare ai «miracoli»; tuttavia, anche senza sco-modare la mitologia, è fuor di dubbio che tra i leader politici, a differenzadelle masse, vi era una certa riluttanza ad appoggiare in maniera decisa epubblica la sua piattaforma politica. Al v. 42 Giovanni afferma che, «tra icapi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causadei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga». Cioè da un lato erano consapevoli della corruzione del governo incarica e del lato fortemente conservatore delle forze egemoni nellambitodel Tempio e del Sinedrio; dallaltro temevano che senza un appoggio espli-cito della forza sociale più significativa: quella farisaica, non si sarebbe po-tuta condurre a buon fine alcuna insurrezione. Si ha addirittura limpressione che sotto lambigua espressione:«Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; comedunque tu dici che il Figlio delluomo deve essere elevato? Chi è questo Fi-glio delluomo?» (v. 34), si celi una certa difficoltà a comprendere il signifi-cato della parola «democrazia», che pur in Asia Minore e in Grecia era co-nosciuta sin dal VII sec. a.C. È come se questi capi politici chiedano al Cri-sto un «segno» che attesti in maniera inequivoca che il messia è in gradodimporre la propria autorità e quindi di garantire lesito della rivoluzione.Lespressione «Cristo eterno», cioè capo invincibile, sembra contrapporsiallesigenza di un «figlio delluomo elevato dal popolo in rivolta» (si badiche nei 100 passi in cui nellA.T. viene usata lespressione «figlio delluo-mo» il suo significato principale è sempre quello di «uomo», cioè di un es-sere dalle molte capacità ma anche dai molti limiti).207
    • Biografia demistificata del Cristo Insomma, da un lato la situazione sembrava davvero favorevole al-linsurrezione, poiché il consenso delle masse, pur dominate dallo sponta-neismo, era davvero grande; dallaltro però vi era una certa esitazione daparte dei leaders politici, la cui coscienza rivoluzionaria appariva inadegua-ta al contesto. Probabilmente tutto il discorso teologico dei vv. 44-50 diGiovanni altro non voleva essere, in origine, che un caldo invito a non spre-care unoccasione grande come quella. La conclusione comunque fu amara: «Gesù disse queste cose, poise ne andò e si nascose da loro» (Gv 12,36). Lincredulità dei giudei dovetteapparire a Giovanni un fenomeno così paradossale e crudele che solo consi-derandola come inevitabile, anzi necessaria, riuscì a esorcizzarla nella suacoscienza. In realtà la scarsa determinazione e limmaturità politica che porta-rono al fallimento della rivoluzione non furono una caratteristica solo dellemasse popolari e dei loro capi politici, ma anche degli stessi apostoli, unaparte dei quali, infatti, rappresentati da Giuda, volle andare oltre il «conte-nuto democratico» della «buona notizia». 208
    • Umano e Politico La morte come riscatto (Gv 12,20-50)[20] Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa [delle Palme], cerano an-che alcuni Greci.[21] Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero:«Signore, vogliamo vedere Gesù».[22] Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.[23] Gesù rispose: «È giunta lora che sia glorificato il Figlio delluomo.[24] In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, ri-mane solo; se invece muore, produce molto frutto.[25] Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserve-rà per la vita eterna.[26] Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Seuno mi serve, il Padre lo onorerà.[27] Ora lanima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da questora? Ma perquesto sono giunto a questora![28] Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «Lho glorificatoe di nuovo lo glorificherò!».[29] La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri di-cevano: «Un angelo gli ha parlato».[30] Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.[31] Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettatofuori.[32] Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».[33] Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.[34] Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo ri-mane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio delluomo deve essere elevato?Chi è questo Figlio delluomo?».[35] Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminatementre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tene-bre non sa dove va.[36] Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.[37] Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;[38] perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia:Signore, chi ha creduto alla nostra parola?E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?[39] E non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva detto ancora:[40] Ha reso ciechi i loro occhie ha indurito il loro cuore,perché non vedano con gli occhie non comprendano con il cuore, e si convertanoe io li guarisca!209
    • Biografia demistificata del Cristo[41] Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.[42] Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevanoapertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga;[43] amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio.[44] Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in coluiche mi ha mandato;[45] chi vede me, vede colui che mi ha mandato.[46] Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non riman-ga nelle tenebre.[47] Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perchénon sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.[48] Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola cheho annunziato lo condannerà nellultimo giorno.[49] Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso miha ordinato che cosa devo dire e annunziare.[50] E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, ledico come il Padre le ha dette a me». * Non può essere un peccato desiderare di morire. Si desidera vive-re, ma solo finché ci sono le condizioni per farlo. Quando la sofferenza ètroppo grande, si preferisce andarsene. È il dolore che toglie la speranza. Ma forse, più che il dolore, checomunque oltre un certo limite non può essere sopportato, è la solitudine, lasensazione di non poter contare sullaiuto di qualcuno nel momento dellasofferenza più terribile. È la mancanza di sicurezza, di protezione, di assi-stenza che porta ad abbandonarsi, a preferire la soluzione estrema. Non riu-sciamo in queste condizioni di isolamento a sopportare una sofferenza trop-po prolungata, neanche nel caso in cui non sia molto forte. Una sofferenza molto forte può essere sopportata meglio se abbia-mo la percezione che sarà breve. Anzi, se la percezione è una convinzionerelativamente sicura, accettiamo la sofferenza, anche quella più acuta, comeuna prova da superare: ci mettiamo in gioco quasi volentieri. Contiamo sulfatto che con laiuto di qualcuno, prima o poi la prova verrà superata. Se non possiamo contare su qualcuno, la nostra capacità di resi-stenza si riduce di molto; anzi, quanto più si è soli, tanto più facilmente ci siarrende. Si è addirittura portati a ingigantire i problemi: si perde lobiettivitàdelle cose. Si comincia a fantasticare in negativo. Questo perché noi nonsiamo fatti per vivere soli, siamo animali sociali, abbiamo bisogno di com-pagnia, di fare qualcosa con qualcuno. Abbiamo bisogno di fidarci di qual-cuno e che qualcuno si fidi di noi, per farci sentire importanti, o almeno uti-li. 210
    • Umano e Politico Noi non siamo come gli animali, abbiamo bisogno di motivazioniper vivere. Non riusciamo a vivere basandoci semplicemente sullistinto,anche perché è proprio il nostro istinto di sopravvivenza che ci spinge acercare qualcosa di emotivo o, se si preferisce, di spirituale. Dentro di noialberga una fiamma che ha bisogno di energia per ardere e questa energiada soli non possiamo darcela. Sono gli altri la nostra energia. A volte losono così tanto che quasi ci convinciamo che ciò che noi in vita abbiamofatto, non andrà perduto. Ci piace sognare che qualcuno proseguirà i nostriprogetti esattamente come noi li abbiamo pensati e sviluppati. Ci illudiamoche, anche se siamo stati traditi in vita, non lo saremo dopo morti. * Questa premessa poetica perché vi è una tristezza infinita nelle pa-role che a Gesù vengono fatte pronunciare nel capitolo 12 del vangelo diGiovanni. Proprio nel momento del trionfale ingresso a Gerusalemme, in-terpretato dalla popolazione come linizio della rivolta armata contro Roma,i manipolatori del vangelo di Giovanni fanno dire a Gesù che lora della suamorte era vicina. Mistificano cioè con lidea di «morte necessaria» la rivo-luzione tradita, il fallimento dellinsurrezione nazionale. Ora, che cosa ci si può domandare di fronte a tale mistificazione?Non tanto se questo atteggiamento autodistruttivo di Gesù abbia una qual-che parvenza di verità (poiché sappiamo che non ne ha), quanto piuttosto selatteggiamento dei redattori cristiani possa in qualche modo essere giustifi-cato, possa considerarsi umanamente accettabile. Qui infatti non si è soltanto in presenza di una mancata autocriticada parte della comunità post-pasquale, ma anche di un rivolgimento inter-pretativo dei fatti. Linsurrezione avrebbe potuto essere compiuta anchedopo la crocifissione di Gesù: non era forse stato lui a insegnare che il mo-vimento nazareno andava gestito e guidato in maniera democratica? e chela rivolta armata non avrebbe dovuto avere come obiettivo il ripristino dellamonarchia davidica? I suoi più stretti discepoli, in particolare Pietro (che, in questo, nonè stato meno «traditore» di Giuda), invece di proseguire il mandato ricevu-to, avevano cominciato a sostenere che non ci sarebbe stata alcuna possibi-lità di vincere la dominazione romana senza la guida di un leader comeGesù, e che, siccome il suo corpo dalla tomba era sparito, era lecito pensareche sarebbe tornato, presto e in pompa magna. Non solo si tradì il suo mes-saggio, non solo si evitò di ammettere le proprie responsabilità, denuncian-do la propria pochezza rivoluzionaria, ma si prese a elaborare una ricostru-zione dei fatti del tutto fantasiosa.211
    • Biografia demistificata del Cristo Nel vangelo di Marco si sostiene che la morte del messia era statavoluta da dio e che dio laveva risorto e che lui li avrebbe preceduti in Gali-lea. Per fare cosa non viene detto, ovviamente, in quanto le idee politiche diPietro non avevano portato a nulla. Probabilmente Pietro, per un certo pe-riodo di tempo, era rimasto in attesa di una parusia trionfale del Cristo redi-vivo (almeno così appare negli Atti), ritenendo che lunica cosa da fare fos-se quella di limitarsi a predicare ai giudei lidea di un «messia risorto». Eraconvinto, così facendo, che i galilei avrebbero potuto continuare a giocare,agli occhi dei giudei, un ruolo ancora significativo. Ma i giudei non credettero affatto alle sue parole, anzi, al sentireparlare di «resurrezione», decisero di incarcerarlo. Stando agli Atti, Pietrose ne andò definitivamente da Gerusalemme dopo essere stato fatto evaderedal carcere. Il che non esclude chegli abbia rifiutato, in seguito, la possibi-lità di tornare nella città santa, proprio perché la sua idea di una parusiatrionfale del Cristo non aveva avuto alcun seguito e molti nazareni avevanocominciato ad abbandonare il movimento. Poi subentrerà Paolo, che parlerà non solo di «Cristo risorto», maanche di «unigenito figlio di dio». Anche lui, in un primo momento, unavolta divenuto cristiano, era convinto che Pietro avesse ragione quando par-lava di imminente parusia messianica, ma poi, vedendo che questa non siverificava, aveva deciso di procrastinarne il momento fatidico allultimogiorno della storia, facendola coincidere col giudizio universale. Tale inver-sione di rotta è molto evidente nelle sue lettere. Le idee di Pietro e di Paolo divennero dominanti allinterno delmovimento nazareno, che, quando ormai la sua definitiva spoliticizzazioneera stata compiuta, assunse il nome di «cristiano». Ed è certo che quelleidee revisioniste furono osteggiate dalla corrente che faceva capo allapo-stolo Giovanni, il quale scrisse un proprio vangelo per rimettere le cose aposto, dando una versione più obiettiva dei fatti, opposta a quella che avevadato Pietro, attraverso il discepolo Marco, il cui vangelo aveva enormemen-te influenzato le versioni di Matteo e di Luca, nonché quelle di tanti altrivangeli che però non supereranno la prova della canonicità. Ci vollero molti anni prima di poter togliere dalla circolazione lo-riginario vangelo di Giovanni e di riproporlo alla cristianità in una formacompletamente riveduta e corretta. Ci vollero anche dei redattori molto ca-paci, conoscitori della mentalità ebraica, filosofi e teologi di professione, ingrado di mistificare le cose con grande acume intellettuale. In questo van-gelo infatti non si parla soltanto di «morte necessaria» ma anche di «mortegloriosa», cioè di realizzazione di sé proprio in virtù della croce. Sembra una sfumatura di poco conto, ma non è così. Nei SinotticiCristo avverte la morte come una decisione insondabile di dio, che lui ac-cetta per obbedienza, perché dio è suo padre, perché sa che in questa ma- 212
    • Umano e Politiconiera gli uomini potranno «riconciliarsi» col loro creatore, perché, vedendolui «risorgere», capiranno che dio non li ha abbandonati nellincapacità as-soluta di compiere il bene a causa del peccato originale. Dio-padre nei Sinottici ha voluto la morte del figlio per far capireagli uomini che nella loro incapacità di essere sono stati perdonati, che ilpeccato originale non li ha condannati a morte, alla disperazione, anche sela loro liberazione definitiva sarà possibile solo nellaldilà. Il peccato origi-nale li ha resi strutturalmente incapaci di bene, ma ora sanno che di questaimpotenza non devono disperarsi, poiché hanno ricevuto una caparra spiri-tuale per la salvezza futura, quella ultraterrena. Il sacrificio di Cristo ha of-ferto una grande consolazione morale. Nel vangelo di Giovanni le cose sono più sottili, più complicate,proprio perché vi era lesigenza di censurare qualcosa di più vero, di piùprofondo. Il Cristo non può limitarsi ad accettare la morte per dovere divi-no, per fare un piacere al padre, che ha avuto un lungo e travagliato rappor-to col popolo ebraico, ma deve essere convinto che un certo modo di sacri-ficare la propria vita è una grandissima beatitudine, un vero motivo di orgo-glio, che pochi possono capire, poiché qui la soddisfazione di sé rischia diapparire come una sublime follia, come una forma di disperazione masche-rata da una finta indifferenza. Per il Cristo dei manipolatori di Giovanni è la morte che permettela glorificazione di sé, lautoesaltazione. «Se il granello di frumento cadutoin terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto» (v.24). Più chiari di così i redattori non potevano essere. Quello che parla è un Cristo disperato, che pensa di essere più utilemorendo che vivendo. Infatti, se non muore resta solo, misconosciuto daipiù; se invece muore di morte violenta, atroce, lui che era innocente, ilmondo simpressionerà e forse comincerà a credergli. Quello che non hapotuto fare in vita, lo farà da morto, attraverso un esempio di solenne accet-tazione del proprio destino. «Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mon-do, la conserverà in vita eterna» (v. 25). Non si può essere contenti di sé,vivendo, poiché il mondo è dominato dallegoismo e non permette ai più al-cuna felicità; quindi lunica alternativa è quella cercare di uscire da questomondo e di farlo il più presto possibile, nella maniera più giusta, che è quel-la di far ricadere sui poteri dominanti lorigine della propria frustrazione,della propria incapacità di vivere. Il cristiano non si suicida, ma mette il potere in condizione di eli-minarlo, facendolo diventare un martire, un testimone della verità, che ècondizione privilegiata di chi vuol dimostrare la fondatezza delle proprieconvinzioni. Un Cristo così non può avere seguaci, se non altri martiricome lui. Il sacrificio di sé è la testimonianza più radicale della fermezza213
    • Biografia demistificata del Cristocon cui si crede nelle proprie idee. Il martirio cercato a tutti i costi sublimalincapacità di compiere una rivoluzione dei rapporti esistenti. Nellinsignificanza di una vita umanamente e politicamente scon-fitta, il momento magico della morte, violentemente subìta, riscatta di colpoogni cosa: ci fa apparire del tutto diversi. Il Cristo di questi falsificatori del-la verità non si angoscia del destino che lattende, anzi, se ne vanta, se negloria, perché è finalmente riuscito nel suo intento: mettere il nemico (qui ilgiudeo, in quanto la contrapposizione vuol porsi solo sul terreno religioso odi politica religiosa) nelle condizioni di eliminarlo, senza che lui abbia maiviolato le leggi della democrazia. «Ora lanimo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da questo-ra?» (v. 27) - comera appunto avvenuto nei Sinottici, dove vediamo un Cri-sto tremare, pregare, sudare sangue? No, qui è proprio il contrario: «è perquesto che sono venuto incontro a questora. Padre glorifica il tuo nome»(ib.). Il che, in altre parole, è come se avesse detto: «Mi sono incarnato,sono venuto tra gli uomini per insegnare loro che il momento più bello del-la vita è morire martiri, dare consapevolmente, liberamente la propria vitaper un fine superiore, per un ideale che si chiama dio-padre». La rivoluzione non si compie con le armi, ma trasformando in vit-toria ciò che agli occhi del mondo sembra una sconfitta. «Ora avviene ilgiudizio di questo mondo [incapace di riconoscere chi lha creato]; ora saràcacciato fuori il principe di questo mondo» (v. 31). Il mondo non appartiene agli esseri umani, ma al demone che haintrodotto il peccato (la nascita dello schiavismo) con linganno. Questo de-mone viene sconfitto dando agli uomini la consapevolezza, attraverso la re-surrezione, che con la morte non è finito tutto e che se loro non hanno piùla possibilità dessere felici su questa terra, lo saranno certamente in unaltradimensione, ove il demone non potrà far nulla. A chi gli obietta che questa vittoria spirituale è in fondo una magraconsolazione, poiché intanto sulla terra continua a trionfare il male, Gesù facapire che non gli interessa il consenso di chi non crede. A chi non com-prende il valore purificatorio, catartico della morte, il destino serberà di vi-vere nelle tenebre. * Ormai individuare la mistificazione, nei vangeli, è diventato relati-vamente facile. Il vero problema sta nel cercare di scoprire quale possibilediscorso è stato censurato o manomesso. Qui p. es. cè un versetto che hatutta laria dessere originale: il 42 («ciononostante, molti, anche tra i capi,credettero in lui; ma a causa dei farisei non lo confessavano, per non essereespulsi dalla sinagoga»). 214
    • Umano e Politico Un versetto del tutto contraddittorio con la reazione che secondo iredattori la folla ebbe al sentire parlare di autoimmolazione da parte diGesù. Dunque per quale motivo i redattori lavrebbero lasciato? Sembrereb-be non avere alcun senso far vedere che tutta la folla non credeva in Gesù,quando alcuni capi politici sarebbero stati disposti a farlo, anche se temeva-no il giudizio dei farisei. Di regola era il contrario: i capi non credevanomai, salvo eccezioni, mentre tra la folla era relativamente facile trovareampi consensi. Probabilmente i redattori hanno lasciato questo versetto perché inesso vengono messi in cattiva luce i capi giudei. Ma è da presumere cheGiovanni in realtà volesse dire che mentre il discorso del Cristo trovò lefolle giudaiche alquanto favorevoli, riscontrò invece una certa ostilità daparte delle autorità, ovviamente non solo da parte di quelle che gestivano ilTempio, poiché ciò sarebbe stato scontato, quanto piuttosto da parte diquelle che svolgevano apparentemente un ruolo progressista (p. es. ifarisei), a motivo delle persecuzioni subìte nei decenni precedenti. Giovan-ni dunque voleva dire che, nonostante un forte consenso popolare, i capigiudei gli erano, nella loro maggioranza, ancora ostili. La risposta che Gesù rivolge a questultimi appare, nel capitolo, ditipo eminentemente religioso, quindi è da presumere chegli abbia lanciatoun appello di tipo politico, il cui significato doveva in qualche modo esserefavorevole allinsurrezione armata e non alla resa di fronte al nemico. Se il Cristo avesse fatto un discorso di resa, facendo leva sulla po-polarità acquisita, i giudei avrebbero avuto dei buoni motivi per toglierselodi torno. Paradossalmente le autorità a lui favorevoli sarebbero state i colla-borazionisti, mentre i farisei, al contrario, sarebbero apparsi come i rivolu-zionari. Che senso avrebbe una lettura del genere? Nessun leader politico sisarebbe rivolto alle masse per invitarle ad affrontare la loro crisi nazionale eistituzionale dedicandosi esclusivamente alla fede in dio e al rispetto delleleggi. Lultimo discorso di Gesù, in questo capitolo, ha completamentesostituito un discorso andato perduto. Invitare i giudei a rinnovare la pro-pria religiosità, passando dalla fede in Jahvè alla fede nel figlio unigenito diJahvè, è stata una scelta redazionale che difficilmente potrebbe trovareplausibili giustificazioni. Qui non vi è una sola parola che possa accampareun qualche riscontro storico.215
    • Biografia demistificata del Cristo Antecedenti dellultima cena (Gv 12,20-50)[20] Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, cerano anche alcuni Gre-ci.[21] Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero:«Signore, vogliamo vedere Gesù».[22] Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.[23] Gesù rispose: «È giunta lora che sia glorificato il Figlio delluomo.[24] In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, ri-mane solo; se invece muore, produce molto frutto.[25] Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserve-rà per la vita eterna.[26] Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Seuno mi serve, il Padre lo onorerà.[27] Ora lanima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da questora? Ma perquesto sono giunto a questora![28] Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «Lho glorificatoe di nuovo lo glorificherò!».[29] La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri di-cevano: «Un angelo gli ha parlato».[30] Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.[31] Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettatofuori.[32] Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».[33] Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.[34] Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo ri-mane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio delluomo deve essere elevato?Chi è questo Figlio delluomo?».[35] Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminatementre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tene-bre non sa dove va.[36] Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce». Gesùdisse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.[37] Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;[38] perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha credutoalla nostra parola? E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?[39] E non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva detto ancora:[40] Ha reso ciechi i loro occhi e ha indurito il loro cuore, perché non vedano congli occhi e non comprendano con il cuore, e si convertano e io li guarisca![41] Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.[42] Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevanoapertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga;[43] amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio. 216
    • Umano e Politico[44] Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in coluiche mi ha mandato;[45] chi vede me, vede colui che mi ha mandato.[46] Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non riman-ga nelle tenebre.[47] Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perchénon sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.[48] Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola cheho annunziato lo condannerà nellultimo giorno.[49] Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso miha ordinato che cosa devo dire e annunziare.[50] E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, ledico come il Padre le ha dette a me». * Non si può comprendere il significato dellultima cena né il motivodel tradimento di Giuda se non si precisano i momenti salienti che lhannopreceduta. Nel vangelo di Giovanni infatti il capitolo 13 non è solo stretta-mente connesso, sul piano cronologico, al racconto dellingresso messiani-co, ma è anche consequenziale, in modo tattico, allatteggiamento che as-sunsero i leader dei partiti politici in occasione del suddetto ingresso. Su tale atteggiamento i redattori dei vangeli hanno speso molte pa-role: quelle dei vv. 20-50 del cap. 12 (dora in avanti le citazioni dei versettisenza il capitolo fanno riferimento al cap. 12). Vediamo di darne uninter-pretazione riassuntiva, rimandando, per i dettagli, a quanto già detto sul te-sto dellingresso messianico. Latteggiamento che ebbero i capi politici subito dopo lovazionetrionfale (che la chiesa ribattezzerà col nome di «Domenica delle Palme»,fu, nel complesso, abbastanza deludente. Se si escludono quelli di originegreca (vv. 20-26), di cui però non sappiamo nulla e che forse sono stati in-seriti nel testo con propositi antigiudaici, di tutti gli altri il vangelo di Gio-vanni dice esplicitamente che «non credevano in lui» (v. 37), o meglio:«non dichiaravano di credere in lui davanti ai farisei, per non essere espulsidalle loro comunità» (v. 42). Quindi la situazione politica presentava aspetti di preoccupanteambiguità. Lingresso, pur essendo stato esaltante, non aveva sciolto il nodopiù intricato, che era di ottenere il consenso da parte del partito politico piùinfluente di allora, quello fariseo, che al tempo di Erode il Grande era statoquello più progressista. Certamente il fatto che gran parte della popolazione fosse intenzio-nata a seguire il Cristo sulla strada dellinsurrezione armata stava a indicare217
    • Biografia demistificata del Cristoche i tempi erano maturi per compiere unoperazione del genere. Gli autoridei vangeli, che pur hanno accuratamente evitato di descrivere le molteplicisommosse antiromane di quel periodo (a differenza di Giuseppe Flavio),sono stati costretti a ricordare che prima dellultimo ingresso messianico delCristo nella capitale, il militante Barabba aveva già compiuto, con altri se-guaci, un sanguinoso tumulto (Mc 15,7). Peraltro nel 66, cioè circa un tren-tennio dopo gli eventi della vita e morte del Cristo, allorché il partito zelotadecise di occupare Gerusalemme, la guarnigione romana venne immediata-mente sopraffatta. Praticamente fino al 70 fu possibile per gli ebrei compie-re una serie di sommosse popolari con cui impensierire seriamente la domi-nazione romana. Lultima resistenza fu quella di Masada, che si conclusecon un suicidio di massa. Lincertezza sul da farsi non sarebbe tuttavia potuta durare a lungo,proprio perché il Cristo, col suo movimento popolare, si era esposto senzariserve al momento dellingresso. Una decisione andava presa, prima che laprendessero i romani e le forze giudaiche collaborazioniste. Le quali co-munque con Caifa lavevano già presa: «è meglio per voi la morte di unsolo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione» (Gv 11,50), disse aifarisei, incerti sul da farsi dopo il trionfale ingresso messianico a Gerusa-lemme. Inutile precisare che la ricostruzione di questi antecedenti, da partedei redattori cristiani, è stata condotta sulla base di motivazioni del tutto ar-tificiose. A loro giudizio, infatti, la constatazione dellincredulità dei capigiudei appare funzionale allinveramento della profezia di Isaia, secondocui la morte di Gesù era prevista nel piano originario di dio (vv. 38-41);quindi, in un certo senso, per i giudei i tempi non erano ancora maturi, poi-ché era dio stesso che impediva loro di credere (v. 39). Qui, a parte le considerazioni che si possono fare circa il modo di-sinvolto che avevano questi redattori di vedere nel Cristo loggetto di riferi-mento di pensieri formulati secoli prima, appare piuttosto singolare il fattoche mentre nei vv. 27-36 si ha limpressione che i redattori abbiano volutorendere ambiguo un discorso che in quel frangente dovette essere piuttostoesplicito, nel senso che in luogo di «romani» essi preferirono parlare di«demonio o principe di questo mondo» da «buttare fuori» (v. 31); in luogodi «elevazione alla gloria» preferirono equivocare sul termine «eleva-zione», lasciando credere che il Cristo in realtà si riferisse all«innal-zamento sulla croce» (v. 33) - viceversa, nei vv. 37-50 la falsificazione deiredattori diventa molto palese, come se si fosse presenti a un intervento re-dazionale successivo. Infatti, è soprattutto in questa seconda parte della pericope che sidà per scontato che i giudei «non potevano» credere alle parole del Cristo,esattamente come già il profeta Isaia (il quale ovviamente si riferiva a tut- 218
    • Umano e Politicotaltra situazione) aveva previsto (vv. 38-41). Addirittura si ha la presunzio-ne di sostenere che «Isaia disse queste cose perché già conosceva la gloriadi Gesù. Era di lui che parlava» (v. 41). Insomma, sembra qui di avere ache fare con un intervento redazionale di tipo «clericale». Tutto il racconto degli antecedenti si riduce a questa lapidaria tesi:il Cristo dichiarò di non voler compiere la rivoluzione perché non era que-sta la motivazione che aveva indotto dio-padre a inviarlo sulla terra. La suamissione consisteva semplicemente nellinformare lumanità che il mondonon doveva più sentirsi «condannato» da dio a vivere una vita senza senso,e che tutte le sofferenze avrebbero trovato il loro riscatto nellultimo giorno,quello del «giudizio», che apriva le porte alla «vita eterna». La chiesa cristiana, soprattutto a partire dalla svolta impressa daPaolo, comincerà a sostenere lidea che lira di dio, causata dal «peccato do-rigine», che aveva prodotto la «morte», era stata finalmente placata dallau-toimmolazione del Cristo. Questa era lunica vera possibile liberazione chegli uomini potevano e dovevano attendersi. La seconda liberazione, quelladefinitiva, sarebbe avvenuta nellultimo giorno, quello del «giudizio» (v.48). Chi crederà nellidentità dintenti tra Gesù e dio, tra il padre e il figlio(vv. 44-45), avrà sin dora la consapevolezza escatologica che sarà salvatoper la «vita eterna» (vv. 46 e 50). Così dicono i vangeli. Come si può ben notare il Cristo da «politico» è stato qui trasfor-mato in «filosofo», o meglio in «teologo», e ai suoi seguaci altro non vienechiesto che assumere un atteggiamento di serena e distaccata rassegnazione,in attesa della parusia. Una tesi del genere, tanto rigorosa quanto assurda, sibasa su una cosa del tutto indimostrabile, e cioè che i giudei non potevanocredere nelle parole del Cristo proprio perché così «voleva dio». Questa tesiprende forse le mosse da una domanda cui non si riuscì a trovare una rispo-sta abbastanza convincente per poter continuare il programma di Gesù esat-tamente come lui laveva impostato: «Perché la sua rivoluzione è fallita?». Sarà quando gli apostoli vedranno la tomba vuota che avranno li-dea (da cui - come noto - nacque il cristianesimo), di trasformare quella do-manda politica in una domanda di tipo religioso: «Se il Cristo era un dio,perché non è riuscito a trionfare sui suoi nemici?», ovvero «Se non vi è riu-scito lui, che era dio, come potrà riuscirvi luomo?». Lattesa passiva di una imminente parusia, che non ci fu, farà poi ilresto. La versione definitiva della tesi sarà quella della «morte necessaria»,perché un dio che avrebbe potuto trionfare sugli uomini e che invece si facrocifiggere non può che indurre a credere come «necessaria» la propriamorte. Dunque - ecco la conclusione del sillogismo - se la sua morte eranecessaria, i giudei erano in un certo senso «costretti» a non credere. Il fattoche non abbiano creduto non va quindi imputato a loro più di quanto non219
    • Biografia demistificata del Cristovada imputato a dio, che voleva il sacrificio del figlio. Sacrificio che, per-ché non sia reso vano dal rischio di un «divino fatalismo», impone che sidebba comunque credere nellunità dintenti tra padre e figlio. Sarebbe infatti mostruoso sostenere che il Cristo doveva morireper adempiere alla volontà del padre. Il sacrificio della croce fu una sceltaconsensuale, ritenuta la migliore ai fini della salvezza dellumanità. Così re-cita la chiesa da duemila anni. I giudei e, in sostanza, tutte le persone incre-dule, hanno tempo di ravvedersi sino al giorno del giudizio. Non vengonocondannati per aver condannato il Cristo. È la sua parola che li giudicherànellultimo giorno. I redattori cristiani erano riusciti in sostanza a trasformare la mortedel Cristo in una «vittoria religiosa», come occasione di riscatto dal falli-mento della rivoluzione. La vittoria è consistita proprio nel fatto che il Cri-sto aveva accettato volontariamente il sacrificio, pur potendolo rifiutare, siaperché innocente come uomo, sia perché potente come dio. «Che devofare? - gli fanno dire i redattori. Dire al padre: fammi evitare questa prova?Ma è proprio per questora che sono venuto» (v. 27). Nellambito del processo di falsificazione operato nel vangelo diGiovanni, la lotta per la giustizia e per la liberazione nazionale è stata prati-camente sostituita con la testimonianza della verità fino al martirio. Il mar-tirio è stato cioè considerato non come una sconfitta politica, ma come unavittoria filosofica, anzi teologica. La grandezza del Cristo non sta tanto nel-laver accettato la morte con dignità, restando coerente ai propri ideali digiustizia e libertà, ma sta piuttosto nellaver fatto del sacrificio di sé unmodo per dire che la liberazione nazionale non solo non era possibile maneppure necessaria. Ai fini della salvezza personale, che è sostanzialmentereligiosa, la politica è irrilevante. «Noi non combattiamo contro le forzedella terra, la carne e il sangue, ma contro le potenze dellaria» - dirà Paoloin Ef 6,12. È dunque evidente che un Cristo disarmato, che concentra tutto ilvalore della sua vita nellaccettare volontariamente una cosa necessaria: ilmartirio, non solo non sarebbe potuto morire in battaglia, ma non sarebbepotuto morire neppure di vecchiaia. Qui infatti la verità di sé diventa qual-cosa di strettamente vincolato allidea di martirio, il quale ha la potenza -nellimmaginazione dei redattori - di rendere vera una posizione che sul pia-no umano qualcuno potrebbe anche ritenere discutibile. Luomo di fede, per il cristianesimo apostolico, è dunque colui chesi lascia uccidere per difendere lideale in cui crede (cfr Ap 12,11). Non èluomo che difende lideale con la forza delle armi: i nemici infatti vanno«amati» (Mt 5,44) e i persecutori «benedetti» (Rm 12,14), ma è luomo chedifende lideale solo con la forza della verità di quell’ideale. È luomo chenon può non dire la verità, poiché lunica missione che può e deve compiere 220
    • Umano e Politicoè appunto quella di testimoniare la verità, sempre e comunque. Ogni reazio-ne che possa impedirgli di svolgere questa missione, viene consideratacome una prova ulteriore della giustezza del suo ideale e del modo in cui laverità viene testimoniata. Luomo di fede sa a priori che la testimonianza della verità conmolta difficoltà può essere accettata dai potentati economici e politici, percui egli è costretto a dare per scontato che la liberazione dalle ingiustizienon sia possibile su questa terra, ma solo nei cieli; egli quindi mette in pre-ventivo leventualità del martirio, poiché gli uomini non amano ascoltareciò che smaschera le loro incoerenze. Luomo di fede fa del martirio il pri-vilegio più grande che possa ottenere, per dimostrare con sicurezza la veritàdel proprio operato. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» -dirà Paolo (Fil 1,21). Dunque tutta la pericope degli antecedenti si basa su una tesi asso-lutamente indimostrabile, e cioè che una posizione sia tanto più vera quantopiù è soggetta a persecuzione. Tesi, questa, che in realtà può anche apparte-nere a una concezione di vita di tipo irrazionalistico, sia essa religiosa, filo-sofica o politica. Fare della morte il senso della propria vita può anche esse-re la conseguenza di una rappresentazione disperata della vita stessa. E, intal senso, può risultare relativamente normale che lattribuzione di un parti-colare valore salvifico alla morte possa essere una conseguenza dellincapa-cità di attribuire una valore altrettanto grande alla vita. I cristiani, in sostan-za, hanno fatto indebitamente di un aspetto particolare della vita del Cristo,e cioè la sua morte, reinterpretata come «resurrezione», il nodo crucialeverso cui far convergere tutte le loro frustrazioni politiche. Su questo però bisogna precisare che nel Nuovo Testamento variautori hanno a più riprese ribadito che parte essenziale della dottrina cristia-na è anzitutto e soprattutto lobbedienza alle autorità, se cittadini liberi, o aipadroni, se schiavi (Rm 13,1; Ef 6,5; 1 Tim 6,1; Tit 2,9; 3,1...). Solo se, no-nostante questa obbedienza, si viene ugualmente osteggiati nella professio-ne della propria fede, allora la disponibilità al martirio diventa necessaria. Ilcristiano non può tacere per timore delle persecuzioni, anche se questo co-raggio non può autorizzarlo a provocare artificiosamente (artatamente) si-tuazioni in cui il conflitto diventa inevitabile. Non tutti i compromessi sonouguali, e se vengono salvati i fondamenti della fede, si può anche transigeresu aspetti di minore importanza. Se si salvaguarda la purezza dei principi,non è certo disonorevole usare la diplomazia al fine di evitare spargimentidi sangue. Da ultimo si può dire che il fatto che qui il vangelo di Giovanniprescinda totalmente dai riferimenti allistituzione delleucarestia (in apertocontrasto con limpostazione sinottica) è indicativo della potenza del suomessaggio. In un certo senso la teoria della morte necessaria e dellidentifi-221
    • Biografia demistificata del Cristocazione di verità e martirio va oltre qualunque struttura sociale o sacramen-tale che le faccia da supporto. Essa presume dimporsi come teoria univer-sale, a disposizione di chiunque voglia riconoscere nel sacrificio del Cristoil significato ultimo della vita e della storia degli uomini. 222
    • Umano e Politico Lavanda dei piedi (Gv 13,1-20)[1] Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare daquesto mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sinoalla fine.[2] Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota,figlio di Simone, di tradirlo,[3] Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto daDio e a Dio ritornava,[4] si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno allavita.[5] Poi versò dellacqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e adasciugarli con lasciugatoio di cui si era cinto.[6] Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi ame?».[7] Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».[8] Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se nonti laverò, non avrai parte con me».[9] Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».[10] Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedied è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti».[11] Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».[12] Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo edisse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto?[13] Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.[14] Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovetelavarvi i piedi gli uni gli altri.[15] Vi ho dato infatti lesempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.[16] In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né unapostolo è più grande di chi lo ha mandato.[17] Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.[18] Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere laScrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno.[19] Ve lo dico fin dora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediateche Io Sono.[20] In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chiaccoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». * Nel racconto giovanneo della cosiddetta «lavanda dei piedi» visono aspetti umani mistificati da un aspetto religioso fondamentale: il fatto223
    • Biografia demistificata del Cristoche Cristo «doveva morire». La tesi della sua «morte necessaria» fa da cor-nice ai due contenuti umanistici che in qualche maniera si possono indivi-duare nella pericope: luguaglianza degli apostoli, cioè la necessità di noncreare gerarchie tra loro, come invece accadeva tra i potentati contro cuistavano lottando; lo spirito della democrazia, che avrebbe sempre dovutocaratterizzare i loro rapporti interni, anche nelle situazioni più drammati-che, quali p. es. le defezioni o, peggio, i tradimenti. Nel corso dellultima cena gli apostoli assistettero a una grande le-zione di civiltà, il cui significato era squisitamente umano. Forse è questo ilmotivo per cui nel vangelo di Giovanni - la cui falsificazione, rispetto ai Si-nottici, è sicuramente di livello più elevato - si è cercato di circoscrivere idue suddetti grandi valori umani e politici non solo allinterno della tesi del-la «morte necessaria» che, come tale, è originaria proprio dei Sinottici, maanche allinterno di una sorta di comandamento filosofico relativo allamoreuniversale, in virtù del quale i Dodici avrebbero dovuto rinunciare, definiti-vamente, a qualunque istanza politico-rivoluzionaria. Il modello di amore universale che si è voluto far passare e che èspecifico del quarto vangelo, è quello che caratterizza un Gesù «uomo»che, pur essendo «dio», ha preferito la croce alla gloria, il martirio al pote-re, rinunciando a creare con la forza un regno di pace e di giustizia sulla ter-ra, che col dialogo, la persuasione, lintesa non si era potuto creare. Que-stuomo che, secondo i vangeli era un «dio», avrebbe saputo fare della pro-pria morte unoccasione di vita, e della propria tragedia un motivo di fedeper tutti gli uomini, per una vita migliore non su questa terra ma nei cieli. Luomo di fede è colui che crede di poter essere un giorno ricom-pensato per essere stato capace di sopportare degnamente le sofferenze del-la vita terrena. È colui che, convinto che la morte violenta delluomo-dioabbia posto unipoteca decisiva sulla possibilità di realizzare una giustiziasu questa terra, trasferisce ogni suo desiderio umano demancipazione e diliberazione nellaldilà. È questa una filosofia di vita molto vicina a quelladegli stoici, con la differenza che il cristianesimo ha costruito tale rassegna-zione mistificando un avvenimento politico-rivoluzionario e quindi miran-do a far credere che il suo messaggio serviva in qualche modo per mutarelesistente. È singolare, in tal senso, che la storiografia cattolico-borghese in-sista nel dire che il cristianesimo nulla deve allantichità. Il fatto che lo stoi-cismo greco-romano abbia osteggiato il cristianesimo al fine di difendere letradizioni pagane non significa, di per sé, chesso non abbia potuto influen-zarlo. Gli ebrei fuggirono con ribrezzo dalle civiltà schiavistiche della Me-sopotamia e del Nilo, ma questo non ha impedito loro di ereditare molteconcezioni di vita adattandole alle loro esigenze. 224
    • Umano e Politico In particolare lo stoicismo greco, che con Seneca entrò nella faseromana, influenzò così tanto il cristianesimo che si arrivò persino a imma-ginare lesistenza di un carteggio tra lo stesso Seneca e lapostolo Paolo.Concetti come monoteismo, logos, provvidenza, cosmopolitismo, immorta-lità dellanima, vita eterna, regno di dio dentro luomo, amore reciproco,uguaglianza degli uomini sono concetti già presenti nelle opere di Seneca, ilquale, a differenza di Paolo, non parlò invece mai di giudizio universale, dipeccato originale, di coscienza del peccato, di satana ecc. Per il mondo greco-romano il peccato non era la forma principaledellincapacità di essere, ma una sorta di limitazione temporanea dovuta aignoranza o irragionevolezza o inettitudine. Nei propri rapporti con lasso-luto lo stoico greco-romano non si sentiva mai completamente abbandonatonelle mani di un dio onnipotente; anzi, nelle opere di Seneca il giusto vieneinvitato a sentirsi come dio, a lottare eroicamente per riuscire a conquistarequelle virtù che in dio sono immanenti. Lo stoicismo greco-romano era una forma di rassegnazione aristo-cratica, che caratterizzava i ceti più elevati e, più in generale, era il modo dipensare di chi non si preoccupava di tradurre in pratica, a livello sociale opolitico, i propri principi di vita. Sotto questo aspetto, lo stoicismo è semprerimasto una filosofia di vita individualistica, sostanzialmente ligia al poterecostituito, tantè che non ha mai negato risolutamente allimperatore la pre-tesa di ritenersi pari a un dio, né ha mai avuto lardire di porsi come unacultura popolare, anche se ebbe il merito di svincolare del tutto la fede nelmonoteismo dalle rappresentazioni simboliche e cultuali. * Con la descrizione dellultima cena Giovanni (o chi per lui) compieun duplice tentativo:- trasforma lesigenza, da Cristo manifestata e dagli apostoli condivisa, diun regno di liberazione (politica e umana) dal dominio romano, in un mora-lismo ad altissimo livello, introducendo il concetto etico dell«amore reci-proco universale», che può anche portare al proprio martirio;- subordina a questo moralismo e quindi al concetto di «amore reciproco»listituzione stessa delleucarestia, che invece nei Sinottici ha un ruolo cen-trale, ancorché simbolico, all’interno del tema teologico del sacrificio. Fatto fondamentale di questa cena sarebbe stato - al dire di Gio-vanni - non listituzione delleucarestia (con cui praticamente i Sinottici fan-no nascere la chiesa), ma la lavanda dei piedi, con cui Cristo ha voluto inse-gnare fino a che punto può arrivare l«amore fraterno». Ovviamente qui bi-sogna precisare che questo gesto - nella pericope giovannea - costituiscesoltanto una forma di anticipazione o di prova generale di ciò che il Cristo225
    • Biografia demistificata del Cristosarebbe stato capace di fare di lì a poco, con laccettazione del tradimento edel supplizio della croce. Non è da escludere che i fatti siano andati come Giovanni li ha de-scritti. In effetti non sarebbe in contraddizione con limmagine di un Cristopolitico lidea che questi abbia voluto mostrare ai suoi seguaci che se in tut-to quello che facevano fossero venute meno le esigenze delletica, essiavrebbero rischiato di compromettere le finalità del loro impegno politico.Perché scandalizzarsi se nel momento più critico del movimento nazareno,il suo leader riconosciuto ha voluto lasciare ai discepoli più stretti e più fi-dati unindicazione operativa che avrebbe dovuto essere considerata validaa prescindere dalla realizzazione o meno dellobiettivo insurrezionale? Varitenuto forse poco dignitoso per un leader politico insegnare ai propri se-guaci la necessità dell«amore reciproco»? Il problema semmai è un altro: Giovanni introduce il concetto di«amore reciproco» in chiave moralistica, poiché lo priva di qualsiasi pro-spettiva politico-rivoluzionaria. Nel suo vangelo (come daltra parte in quel-lo di Paolo) lamore in generale (fraterno, reciproco o addirittura universale)è fine a se stesso, poiché influisce solo indirettamente sui processi sociali,esterni alle relazioni «io-tu», «noi-voi». È un amore tra soggetti che già siamano e che si trasforma in rassegnazione-sopportazione-pietà quando la-more viene vissuto allinterno di rapporti sociali conflittuali, antagonistici. Gli apostoli avrebbero ricevuto il compito di amarsi in un mondoche li odia, sul modello del Cristo che li ha amati «sino alla fine» (Gv 13,1).Secondo lideologia politica del manipolatore di Giovanni («politica» inquanto una qualunque «filosofia» ha sempre dei risvolti politici), compitodellapostolo non è quello di lottare nella società per affermare i principidellamore (una lotta ovviamente compatibile coi contenuti che professa),ma quello di resistere alle tentazioni del mondo, cioè quello dimpedire cheil male del mondo condizioni la sua esperienza damore. Sembrano sfumature, ma alla fine le conseguenze sono molto di-verse. È evidente infatti che entrambe le figure di «apostolo», quella propo-sta dal Cristo e quella proposta dal Giovanni interpolato, si basano sulle-sempio della condotta personale, nonché sulla libertà che gli uomini hannodi accettare o rifiutare lesperienza dellamore. Ma lapostolo descritto nelquarto vangelo è altresì persuaso che se il mondo ha rifiutato il grandeesempio del Cristo, difficilmente potrà accettare quello di un altro leaderpolitico, per cui il pessimismo diventa inevitabile, nella convinzione cheluomo sia più incline al male che al bene. Perché diciamo che questo moralismo è di altissimo livello? Ap-punto perché il modello cui fa riferimento è quello del Cristo che accettavolontariamente di morire. Amore e morte, nel vangelo di Giovanni, proce-dono sempre di pari passo e si valorizzano a vicenda, ma in ultima istanza è 226
    • Umano e Politicola morte che dà significato allamore. La convivenza raggiunge lapicedellamore nel momento stesso del martirio, proprio perché allamore è statanegata la prospettiva rivoluzionaria, che è quella del cambiamento dellesi-stente. Il vertice dellamore viene raggiunto nel momento stesso in cui ilCristo sceglie spontaneamente di dare la propria vita per la salvezza deipropri discepoli e di tutti quanti lo vorranno diventare: «Nessuno ha amorepiù grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Gesù cioè, nella teologia esistenziale e spiritualistica di questoGiovanni manomesso, avrebbe accettato di morire per dimostrare fino a chepunto era grande il suo amore per gli apostoli e, tramite loro, nei confrontidi tutto il mondo. Una tesi questa che sul piano squisitamente etico sarebbeinattaccabile se con essa non si volesse, implicitamente, negare il suo rove-scio, cioè quella per cui Gesù, se tutte le condizioni o circostanze, soggetti-ve e oggettive, fossero state favorevoli, avrebbe potuto dimostrare ugual-mente il suo grandissimo amore per gli apostoli (e per la sua patria) non innegativo, accettando di morire in croce, ma in positivo, compiendo la rivo-luzione contro il dominio straniero e il collaborazionismo interno. Non sipuò giustificare il fallimento della rivoluzione mostrando che la morte delmessia era necessaria ai fini della comprensione della legge dellamore, per-ché in questa maniera si finisce col falsificare lo svolgimento dei fatti. Lautore del vangelo di Giovanni in sostanza fa questo ragiona-mento: con laccettazione del tradimento nel Cenacolo, della cattura nel Ge-tsemani e della croce sul Golgota, Gesù ha voluto fa capire che, in ultimaistanza, più importante della liberazione dIsraele è lamore universale, eche nessuno ha amore più grande di chi sacrifica la propria vita per gli altri.In fondo cosa resta agli uomini se i loro ideali politici falliscono? Resta ap-punto lamore. Il redattore di Giovanni insomma chiede al suo lettore di vi-vere lamore, rinunciando a realizzare gli ideali politici in cui crede, soprat-tutto se questi si scontrano con la logica dellamore, che è quella del sacrifi-cio, sino alla morte, se necessario. In tutto questo ragionamento sono due le domande cui forse si sa-rebbero dovute dare altre risposte:- davvero Gesù, prima del tradimento, riteneva indispensabile la propriamorte al fine di dimostrare quantera grande il suo amore per gli uomini?- Si può davvero affermare che se il Cristo avesse politicamente vinto, nonavrebbe potuto dimostrare ugualmente, con la stessa forza e intensità, ilproprio amore per gli uomini? Per quale motivo il suo vangelo per i poverisi sarebbe dovuto trasformare, a rivoluzione avvenuta, in un vangelo per iricchi? Grazie alla morte di Gesù - sembra dire Giovanni - gli apostolihanno potuto comprendere sino in fondo il vero contenuto del messaggiodellamore, che, mentre lui era in vita, avevano evidentemente compreso227
    • Biografia demistificata del Cristosolo in parte. Togliendo allamore predicato da Cristo qualunque carica etensione politica, che è la capacità di trasformare, anche con la lotta violen-ta, se necessario, le istituzioni sociali e pubbliche, Giovanni ha ipostatizzatoil concetto di amore allinterno di due coppie di valori metafisici: Padre eFiglio da un lato (nel loro rapporto reciproco e verso il mondo, come da Gv3,16.35; 10,17...) e Padre e Discepoli dallaltro.7 * Poiché nel racconto giovanneo relativo allultima cena non si facenno alcuno (diversamente che nei Sinottici, dove anzi risulta centrale), al-listituzione delleucarestia, il lettore non può fare a meno di porsi alcunedomande: Giovanni, lultimo degli apostoli a scrivere di Gesù, non ha parla-to delleucarestia perché lo si era già fatto a sufficienza nei Sinottici? oppu-re egli ne parla usando formule espressive differenti? se sì, il loro contenutoera davvero così particolare da necessitare una trattazione del tutto indipen-dente da quella sinottica? oppure Giovanni non parla delleucarestia perchéin realtà Gesù non lha mai istituita? Se mettiamo a confronto il capitolo 13 del suo vangelo con quellisuccessivi, dal 14 al 17, ci si accorgerà di una sproporzione assolutamenteincredibile tra fatti narrati e commenti redazionali: qui è evidente la manoautorevole di una comunità post-giovannea. Praticamente il solo capitolo,tra quelli appena citati, a contenere dei fatti è il 13, che ne riporta tre: la la-vanda dei piedi (in cui Gesù discute con Pietro), il dialogo tra Gesù e gli7 All’interno del rapporto tra «Padre» e «Discepoli» il quarto vangelo introduce ilconcetto di «Spirito», quale «sostituto del Figlio». Nel diteismo di «Padre e Figlio»lo Spirito rappresenta una sorta di elemento divino distinto, con personalità autono-ma, che porterà, ad un certo punto, il cristianesimo primitivo a qualificarsi come unaforma di triteismo. Tale Spirito, secondo questo vangelo, «procede» da una sola ori-gine: il Padre, il quale però, per le esigenze dell’economia salvifica, lo mette a di-sposizione del Figlio (Spirito e Figlio come «mani di Dio»). Come noto la chiesa romana vorrà negare questa tesi giovanneaintroducendo nel Credo niceno-costantinopolitano leresia filioquista, la quale,facendo dipendere ontologicamente lidentità e la funzione dello Spirito «anche dalFiglio», spezzerà da un lato il regime diarchico tipico del mondo bizantino, in cuisacro e profano o ecclesiastico e laico si ponevano su un piano paritetico,affermando dallaltro il regime monarchico esclusivo, in cui il papato («vicario diCristo») assumerà un ruolo politico in proprio (integralismo teocratico), salvo ladelega a un proprio braccio secolare, confliggendo così con gli interessi dello Statoautonomo, la cui autorità proveniva direttamente da Dio - come allora si diceva - eche, nella sua massima istanza, era legittimamente rappresentato dallimperatoredoriente (basileus), cui la chiesa romana vorrà opporre nell’800 la figura di CarloMagno. 228
    • Umano e Politicoapostoli su un possibile tradimento e sulle sue conseguenze, infine il dialo-go tra Gesù e Pietro su un possibile rinnegamento da parte di questultimo. Da nessuna parte Giovanni parla di «cena pasquale» o di «eucari-stia». Peraltro è noto che Giovanni, affrontando largomento canonico del-lultima cena, non usa lo stesso calendario dei Sinottici, per i quali quellacena doveva per forza essere «pasquale», in quanto secondo loro Gesù morìnon il 14 ma il 15 Nisan. Da tempo lesegesi protestante è giunta alla conclusione che nelvangelo di Giovanni listituzione delleucarestia non viene riportata perchénon rende sufficientemente lidea del valore salvifico e della portata univer-sale del tema predicato da Cristo nei capitoli successivi al 13, che è quelloove viene descritto il famoso «comandamento dellamore». Questa è ovviamente una tesi che andremo a discutere, ma bisognadire subito che è anche una tesi la cui falsità sta negli stessi presupposti, inquanto lideologia filosofico-religiosa dellamore universale non è stata uti-lizzata nel vangelo di Giovanni per integrare o addirittura superare i limitidi quella teologico-ecclesiastica dei Sinottici, volta a codificare il sacra-mento più importante della comunità post-psquale, ma è stata utilizzata pernegare qualunque valore allistanza politico-rivoluzionaria che animò il mo-vimento nazareno. Sono dunque questi gli aspetti che qui bisogna esamina-re. Hanno ragione quegli esegeti di tendenza meno confessionale a so-stenere che in Giovanni non si parla del memoriale del sacrificio di Cristosemplicemente perché la celebrazione di un rito, sacro quanto si voglia, nonpuò mai sostituire lesigenza dellamore, personalmente vissuto. Lespres-sione «fate questo in memoria di me» non può essere simbolizzata in un sa-cramento, altrimenti se ne conserverebbe la memoria solo a livello rituale-formale. Non è ripetendo, in modo incruento, il sacrificio di Gesù che il cri-stiano, secondo Giovanni, può veramente credere dimitare il «verbo incar-nato». Se si può amare solo amando, si può imitare il modello solo imitan-dolo veramente. Gesù dunque, come persona, non poteva istituire - stando a Gio-vanni - alcun sacramento: né il battesimo, né leucaristia, né alcun altro rito.I sacramenti rappresentano, nel migliore dei casi, una mera rappresentazio-ne scenica del dramma dellamore e del sacrificio, nel peggiore dei casi unasorta di burocratizzazione della fede. Gesù si considerava un laico, non unsacerdote e, come non avrebbe tollerato luso simbolico della fede nel suovangelo attraverso i sacramenti, così ha sempre rifiutato luso di pratichemagiche, superstiziose, esoteriche per diffondere lidea dellamore universa-le. Giovanni su questo è abbastanza netto. Si può anzi qui aggiungereche là dove nei vangeli si parla di guarigioni, si è in presenza o di eventi229
    • Biografia demistificata del Cristoumani di tipo psico-somatico, oppure di mistificazioni redazionali che de-formano o censurano avvenimenti di tipo politico, molto scomodi allideapropagandata dalla chiesta petrina e paolina di un Cristo redentore univer-sale e non liberatore nazionale. In effetti gli attuali sette sacramenti della chiesa cattolica e orto-dossa possono al massimo essere apprezzati come uno strumento simboli-co-evocativo volto a richiamare lattenzione sullesigenza dellamore e delsacrificio di sé, ma essi restano sempre il frutto del fallimento e non dellariuscita della rivoluzione. Se nel mondo lamore fosse concretamente pre-sente, il loro valore sarebbe nullo, e non è certo dalla loro efficacia che sipotrà realizzare lamore. Lamore può essere generato solo da se stesso, puòessere garantito solo se cè e dal fatto stesso di esistere e di riprodursi. Tutti i sacramenti sono nati come giustificazione al fallimento del-la realizzazione dellamore: ancora oggi la chiesa, nei suoi livelli gerarchici,illude i semplici credenti che per poter imitare il modello dellamore, perpoter rivivere lo stesso rapporto damore e di sacrificio vissuto da Gesù, siaappunto sufficiente partecipare a questi riti. Riti che in realtà scompariran-no proprio quando lamore trionferà, non perché essi avranno adempiuto alloro compito, ma, al contrario, perché ci si accorgerà che non da essi si saràottenuta quella realizzazione. Peraltro listituzione delleucaristia è unassurdità anche per la se-guente ragione cronologica: Gesù non poteva dare per scontata lintenzioneche Giuda aveva di tradirlo. Nei Sinottici Gesù parla e agisce come se il tra-dimento di Giuda si fosse già attuato ed avesse avuto, per questo, delle pre-cise conseguenze nei suoi confronti. Questo perché lidea dominante è quel-la della «morte necessaria del figlio di dio». Rispetto dunque allideologia ecclesiastica dei Sinottici, Giovanniha pienamente ragione. Tuttavia riguardo allesigenza di liberazione nazio-nale, espressa dal Cristo, egli ha completamente torto. Ritenendo infatti chelamore possa essere vissuto pienamente in qualunque situazione storico-politica, quindi anche in una di oppressione, sfruttamento e ineguaglianza,la posizione giovannea (o meglio pseudo-giovannea), col racconto della la-vanda dei piedi, non può escludere in via di principio luso dei sacramenti:può soltanto limitarsi a subordinarli alla necessità di vivere lamore concre-tamente. La differenza tra leucaristia e la lavanda dei piedi non sta sul pia-no politico, poiché entrambe vengono interpretate in maniera regressiva,ma semplicemente su quello umano, nel senso che, pur togliendo alla la-vanda dei piedi qualsiasi riferimento esplicito a quella che doveva essereuna sollevazione popolare in piena regola, Giovanni riesce ugualmente adarle una connotazione etica più significativa di quella religiosa che i Sinot- 230
    • Umano e Politicotici diedero alleucarestia. Il livello umano-realistico di un gesto umilissimosupera la forma simbolico-evocativa del sacramento liturgico. Daltra parte i Sinottici, pur giustificando, come il Giovanni mani-polato, il fallimento della rivoluzione politica presentando Gesù in veste diredentore morale, preferiscono racchiudere lesperienza della redenzioneentro il perimetro istituzionale della chiesa, che si apre al mondo rinuncian-do alla Palestina indipendente. Luniversalismo di Giovanni invece non habisogno di un apposito organismo che tuteli il principio dellamore: lamoresi tutela da sé. Qui si è in presenza di un maggiore spiritualismo, che nellastoria della chiesa troverà ampi sviluppi nelle esperienze di tipo monastico. È sul rapporto tra umano e politico che si giocano le maggiori dif-ferenze tra Giovanni e i Sinottici. Là dove la chiesa (strutturata sul modellodelle comunità paoline) si pone come istituzione alternativa al regno davidi-co, in cui laccettazione di determinati aspetti dogmatici nonché rituali-devozionali è dirimente per lidentità cristiana, Giovanni fa invece valere leesigenze spiritualistiche dellamore reciproco, in cui il politico è tutto inglo-bato in una forma di umanità da viversi in maniera escatologica, come se lafine dei tempi fosse sempre imminente. Sono entrambe forme di falsificazione del messaggio evangelicocristico, proprio in quanto, pur non avendo il politico realizzato gli obiettiviche lumano sera prefisso (la liberazione della Palestina dai romani), si hala pretesa che lumano possa affermare pienamente se stesso, o comunquerestare salvaguardato come tale, in un mondo determinato dallantagonismosociale. La politica, nellideologia cristiana, si estingue non dopo ma primachessa sopprima le contraddizioni che impediscono allumano di esprimersiadeguatamente. Conseguenza inevitabile di ciò è che il cristianesimo diven-ta esso stesso «dominante», finendo sempre col giustificare i poteri costitui-ti che impediscono allumano di essere quel che è. E forse la falsificazione di più difficile individuazione non è quellasinottica bensì quella giovannea. Proprio nel racconto della lavanda dei pie-di, infatti, il significato simbolico originario del gesto servile non dovevaessere semplicemente quello di affermare lamore interpersonale, lugua-glianza degli apostoli allinterno del collegio, il valore della democrazia ingenerale, ma anche e soprattutto quello di far capire che senza un appoggioconsapevole, organizzato, delle masse popolari lesigenza di un potere poli-tico per la liberazione del paese si sarebbe facilmente trasformata in un ar-bitrio. I gesti, le parole acquistano significati assai diversi se mutano i con-testi semantici in cui vengono collocati. Al momento dellingresso messianico Gesù avrebbe anche potutoprendere il potere con la forza del dittatore politico-militare, ma con la la-vanda dei piedi in sostanza faceva capire che senza una partecipazione de-mocratica delle masse alledificazione della nuova società (e qui le respon-231
    • Biografia demistificata del Cristosabilità cadono sui leader che allora dirigevano i diversi movimentipolitici), la conquista del potere (pacifica o violenta sarebbero state le circo-stanze a deciderlo) non avrebbe potuto garantire la realizzazione degliobiettivi che il movimento nazareno sera prefisso, specie di fronte alla ine-vitabile controffensiva dellimperialismo romano. Da questo punto di vista un leader come Gesù non poteva ritenereindispensabile la propria morte - come invece vuole il testo giovanneo - perdimostrare quanto era grande il suo amore nei confronti degli uomini. Se adun certo punto lha ritenuta inevitabile, in quanto non vi era altro da fare,ciò non può essere interpretato nel senso che, dovendo accettare la soluzio-ne più tragica, Gesù voleva porre una seria ipoteca sulla credibilità dellascelta rivoluzionaria. Il significato dellespressione: «Se dunque io, il Signore e il Mae-stro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni glialtri» (v. 14), non stava semplicemente nelluguaglianza morale e intersog-gettiva, quanto piuttosto nellesigenza di continuare il suo messaggio di li-berazione, qualunque cosa gli fosse accaduta, proprio perché più importantedi lui era il suo vangelo: un vangelo dellamore, se vogliamo, ma per la li-berazione integrale delluomo, da ogni schiavitù morale e materiale. Lespressione di Gesù: «Vi ho dato lesempio perché come ho fattoio facciate anche voi» (v. 15), andava appunto interpretata in questo senso,ed è probabile che qualcuno, non riportato nei testi canonici della chiesa,abbia anche cercato di farlo (Giacomo Zebedeo, p. es., morì martire nel 44d.C.). Nella pericope in oggetto Gesù mostra un relativo ottimismo a pro-posito della capacità che gli apostoli dovevano avere nel tenere uniti gliaspetti umani a quelli politici. Stando al dialogo tra lui e Pietro, quasi tuttigli apostoli erano pronti per continuare fedelmente il messaggio evangeliconellimminenza dellinsurrezione armata (che fosse «armata» persino Lucalo dice esplicitamente: «Chi non ha una spada venda il suo mantello e se neprocuri una», 22,36): si trattava soltanto di capire che le questioni umanenon potevano mai restare subordinate a quelle politiche, neppure nel caso incui il leader dei Dodici fosse perito sotto i colpi del nemico. Pietro però era uno di quelli che voleva un messia politicamentevincente a tutti i costi, sicché, di fronte al gesto umilissimo di lavargli i pie-di, si scandalizza e protesta. Il dialogo tra lui e Gesù può forse essere ri-scritto nei termini seguenti:- Perché ti abbassi a questi livelli? Non è dignitoso, meno che mai per unleader politico che sta per diventare re dIsraele.- Sì, mi rendo conto che un gesto del genere può essere frainteso, ma non tipreoccupare: lo capirai strada facendo. Limportante è che tu continui adaver fiducia in me. 232
    • Umano e Politico- Tutto ciò è pazzesco. Noi abbiamo avuto fiducia in te come messia, perrealizzare la liberazione nazionale. Perché tabbassi a svolgere le mansionidun servo? È inaccettabile!- Se non accetti questo gesto, temo che dovrò chiederti di andartene, perchého bisogno di sapere, in questo momento cruciale per la storia del nostromovimento e per i destini del paese, su chi posso contare con relativa sicu-rezza.- Se non ti fidi di me, lavami pure tutto!- Mi fido di te, ti chiedo solo daccettare questultima prova, e come la chie-do a te, la chiedo agli altri, senza eccezioni.- E quale sarebbe il significato di questa cosa?- Lavandovi i piedi ho voluto farvi capire che non voglio realizzare la libe-razione per rivendicare un potere personale. Non sarò disposto a rinunciareallumanità che ci ha sempre contraddistinto in nome della rivoluzione. Spe-ro che anche tra voi domini questo spirito democratico, perché senza la de-mocrazia e luguaglianza tutto quanto fino adesso abbiamo fatto e quantoancora dovremo fare, non avrebbe alcun senso. Vi dico questo a prescinde-re da ciò che, nel corso della rivolta, potrà accadere a ognuno di noi. Come si può notare il dialogo con Pietro è il confronto tra una po-sizione democratica e una estremistica: Gesù temeva che di fronte al suo ri-fiuto di gestire la rivoluzione senza un sicuro consenso popolare, senza ilquale peraltro sarebbe stata impossibile la resistenza contro Roma, qualcu-no pensasse, agendo in maniera arbitraria, di doverlo mettere in una posi-zione tale per cui egli sarebbe stato costretto ad agire diversamente da comeavrebbe voluto. Il diverbio con Pietro non ha nulla a che vedere con la decisione diGiuda di tradire. Qui infatti non si ha a che fare con un oltranzismo portatoalle estreme conseguenze (quelle cui non volle arrivare Pietro), ma al con-trario, con una sorta di eccesso di moderatismo, che già si era riscontratopoco tempo prima, nellepisodio di Lazzaro, allorquando lapostolo Tomma-so era stato molto riluttante a esporsi pubblicamente (Gv 11,16). Tuttavia esiste una differenza sostanziale tra Pietro e Giuda sulpiano etico. Entrambi, è vero, tendevano a subordinare gli aspetti umani delmessia a quelli politici, ma Pietro li trascurava meno, non li sottovalutava;pur essendo più impulsivo di Giuda, alla fine si rendeva conto dei propri er-rori e se ne pentiva. In tal senso forse Giuda avrebbe dovuto comprenderemeglio che non si può essere seguaci di un movimento politico rivoluziona-rio senza provare lesigenza di un rapporto umano con le persone che vi ap-partengono. Con questo ovviamente non si vuole affatto sostenere che Giudanon volesse la liberazione del proprio paese dai romani; tuttavia i suoi lega-mi col giudaismo gli impedivano di assumere posizioni radicali; probabil-233
    • Biografia demistificata del Cristomente non era disposto a far nulla senza il concorso del fariseismo progres-sista, il quale però per liberare la Palestina aveva scelto la strada del com-promesso, delle piccole rivendicazioni, delle riforme graduali... nellillusio-ne che un passato glorioso avesse la forza sufficiente per sopravvivere an-cora per molto tempo. * Perché dunque i Sinottici non riportano la lavanda dei piedi? Si ègià cercato di rispondere a questa domanda, ma ora è giunto il momento ditirare le fila del discorso. Anzitutto listituzione delleucaristia dà per scontato il tradimento equindi la morte del Cristo. Infatti, quando Gesù afferma che qualcuno loavrebbe tradito (Mc 14,18), Giuda aveva già preso accordi coi capi dei sa-cerdoti (Mc 14,10 s.). La lavanda dei piedi diventa inutile, in quanto nonpuò avere una funzione dissuasiva. La tesi della «morte necessaria» nei Sinottici viene vista come unasconfitta politica da trasformare in vittoria religiosa («si è adempiuta la vo-lontà del Padre»): sotto questo aspetto la lavanda dei piedi diventa irrile-vante; gli apostoli non hanno bisogno di apprendere una lezione di umanità(o di umiltà) per seguire meglio il Cristo; tutta la loro umanità è racchiusanella fede nella resurrezione. Ecco perché nei Sinottici si esalta il ruolo del-la chiesa istituzionale e sacramentale. Dando per scontato il tradimento, in quanto facente parte delleco-nomia salvifica divina, i Sinottici cadono in una contraddizione che in Gio-vanni è presente solo là dove sono intervenute mani redazionali a interpola-re il testo con la tesi della «morte necessaria». I Sinottici, infatti, avendo inmente un Cristo impolitico (che rinuncia al messianismo nazionalista sindallinizio), sono costretti ad affermare lidea di un tradimento riprovevolesolo sul piano morale, soggettivo, mentre sul piano oggettivo (quello teolo-gico) lo considerano legittimo, in quanto previsto, inevitabile. In Giovanni sino allultimo Cristo spera che tutti gli apostoli resti-no uniti e concordi sul da farsi nellimminenza dellinsurrezione armata. Lalavanda dei piedi viene usata a scopo simbolico-pedagogico, al fine di di-mostrare che umano e politico devono restare sempre uniti. Il messia ha bi-sogno di sapere se i Dodici si fidano ancora di lui, anche se non compren-dono esattamente tutte le sue scelte politiche. In Giovanni il tradimento ha effetti catastrofici, anche se il Cristo,nel modo in cui laccetta (e la lavanda dei piedi, in tal senso, è unanticipa-zione della sua umanità), mostra dessere rimasto sempre coerente col pro-prio messaggio umano e politico di liberazione. La croce, pur nella proprianegatività, è unesperienza di vittoria, in quanto accettata con dignità. 234
    • Umano e Politico In Giovanni la realtà della chiesa istituzionale e sacramentale vie-ne superata dal concetto di «amore universale», bene espresso con la lezio-ne di umiltà e di democrazia della lavanda dei piedi, il quale concetto peròviene usato, nel suo vangelo, in alternativa anche allistanza politico-rivoluzionaria.235
    • Biografia demistificata del Cristo Il tradimento di Giuda Gv 13,21-30 Mc 14,18-21 Mt 26,21-25 Lc 22,22-23[21] Dette queste [18] Ora, mentre [21] Mentre man- [21] «Ecco la manocose, Gesù si com- erano a mensa e giavano disse: «In di colui che mi tra-mosse profonda- mangiavano, Gesù verità io vi dico, disce è con me sul-mente e dichiarò: disse: «In verità vi uno di voi mi tradi- la tavola.«In verità, in verità dico, uno di voi, rà». [22] Il Figlio del-vi dico: uno di voi colui che mangia [22] Ed essi, addo- luomo se ne va, se-mi tradirà». con me, mi lorati profonda- condo quanto è sta-[22] I discepoli si tradirà». mente, incomincia- bilito; ma guai aguardarono gli uni [19] Allora comin- rono ciascuno a do- quelluomo dal qua-gli altri, non sapen- ciarono a rattristarsi mandargli: «Sono le è tradito!».do di chi parlasse. e a dirgli uno dopo forse io, Signore?». [23] Allora essi co-[23] Ora uno dei laltro: «Sono forse [23] Ed egli rispo- minciarono a do-discepoli, quello io?». se: «Colui che ha mandarsi a vicendache Gesù amava, si [20] Ed egli disse intinto con me la chi di essi avrebbetrovava a tavola al loro: «Uno dei Do- mano nel piatto, fatto ciò.fianco di Gesù. dici, colui che in- quello mi tradirà.[24] Simon Pietro tinge con me nel [24] Il Figlio del-gli fece un cenno e piatto. luomo se ne va,gli disse: «Chiedi [21] Il Figlio del- come è scritto dichi è colui a cui si luomo se ne va, lui, ma guai a coluiriferisce». come sta scritto di dal quale il Figlio[25] Ed egli recli- lui, ma guai a quel- delluomo vienenandosi così sul luomo dal quale il tradito; sarebbe me-petto di Gesù, gli Figlio delluomo è glio per quelluomodisse: «Signore, chi tradito! Bene per se non fosse maiè?». quelluomo se non nato!».[26] Rispose allora fosse mai nato!». [25] Giuda, il tradi-Gesù: «È colui per tore, disse: «Rabbì,il quale intingerò sono forse io?». Gliun boccone e glielo rispose: «Tu lhaidarò». E intinto il detto».boccone, lo prese elo diede a GiudaIscariota, figlio diSimone.[27] E allora, dopoquel boccone, sata-na entrò in lui.Gesù quindi gli dis-se: «Quello chedevi fare fallo al 236
    • Umano e Politicopiù presto».[28] Nessuno deicommensali capìperché gli avevadetto questo;[29] alcuni infattipensavano che, te-nendo Giuda la cas-sa, Gesù gli avessedetto: «Compraquello che ci occor-re per la festa», op-pure che dovessedare qualche cosaai poveri.[30] Preso il bocco-ne, egli subito uscì.Ed era notte.[31] Quandegli fuuscito, Gesù disse:«Ora il Figlio del-luomo è stato glo-rificato, e ancheDio è stato glorifi-cato in lui.[32] Se Dio è statoglorificato in lui,anche Dio lo glori-ficherà da parte suae lo glorificherà su-bito.[33] Figlioli, anco-ra per poco sonocon voi; voi mi cer-cherete, ma comeho già detto ai Giu-dei, lo dico ora an-che a voi: dovevado io voi non po-tete venire.[34] Vi do un co-mandamento nuo-vo: che vi amiategli uni gli altri;come io vi ho ama-to, così amatevi an-237
    • Biografia demistificata del Cristoche voi gli uni glialtri.[35] Da questo tuttisapranno che sietemiei discepoli, seavrete amore gliuni per gli altri».[36] Simon Pietrogli dice: «Signore,dove vai?». Gli ri-spose Gesù: «Doveio vado per ora tunon puoi seguirmi;mi seguirai più tar-di».[37] Pietro disse:«Signore, perchénon posso seguirtiora? Darò la miavita per te!».[38] Rispose Gesù:«Darai la tua vitaper me? In verità,in verità ti dico:non canterà il gallo,prima che tu nonmabbia rinnegatotre volte». * Il primo evangelista a scrivere, Marco, non ha dubbi nel sostenereche se il Cristo «doveva morire» (ovviamente di morte violenta), perchécosì era «scritto nei cieli», egli non poteva non essere tradito da qualcunodei suoi più stretti discepoli. «Il Figlio delluomo se ne va, come sta scrittodi lui, ma guai a quelluomo dal quale il Figlio delluomo è tradito!» (Mc14,21). Matteo e Luca dicono la stessa cosa, e nessuno si rende conto che sequesta scomparsa dipendeva dalla volontà divina, la colpa di Giuda andavadi molto ridimensionata; la sua azione anzi veniva a configurarsi comeprovvidenziale nelleconomia salvifica del padre eterno, che tutto predispo-ne con largo margine di anticipo sulle possibili scelte degli uomini. Questain fondo è anche la tesi del vangelo di Giuda, uno degli ultimi apocrifi ritro-vati. 238
    • Umano e Politico Giovanni invece, come al solito, è più sottile: è vero che nella par-te posticcia, aggiunta successivamente da un altro redattore, ribadisce la tesisinottica (di origine petrina) della «morte necessaria», ma in quella più au-tentica fa capire, più realisticamente e anche più semplicemente, che Gesùtemeva che qualcuno dei Dodici avrebbe potuto far fallire la causa rivolu-zionaria nel suo momento più critico. I quattro evangelisti, che ragionano ex-post, cioè col senno del poi,assumono una posizione, nei confronti del tradimento di Giuda, che si puòsintetizzare nelle seguenti. Gesù fece:- unaffermazione esplicita relativa al fatto che qualcuno degli apostoli la-vrebbe tradito (Mc, Mt, Lc e Gv);- unaffermazione esplicita sul fatto il traditore sarebbe stato Giuda (Mt);- una confessione riservata a Giovanni sul nome preciso del traditore (Gv). Tuttavia solo i Sinottici sostengono che la decisione di tradire ven-ne presa da Giuda prima dellultima cena. Così scrive Marco: «Giuda Isca-riota andò dai capi dei sacerdoti per aiutarli ad arrestare Gesù. Essi furonomolto contenti della sua proposta e promisero di dargli dei soldi. AlloraGiuda si mise a cercare unoccasione per farlo arrestare» (14,10 ss.). Lucaaggiunge che voleva farlo catturare «lontano dalla folla» (22,6). Matteo(26,14 ss.) sostiene che il tradimento avvenne soltanto per motivi economi-ci: Giuda era disposto a tradire dietro congruo compenso (le famose trentamonete dargento). Quanto a Giovanni, egli si limita a dire che i capi dei sa-cerdoti e i farisei, dopo lepisodio di Lazzaro, avevano dato ordine di arre-starlo (11,49 ss.): non viene citata alcuna ricompensa, anche perché solo nelcorso dellultima cena Giuda decise di tradirlo (13,2.27). Già al momento della cosiddetta «moltiplicazione dei pani» Giuda- stando alla versione giovannea (6,70) - non aveva capito il rifiuto di Gesùdi diventare «re» dIsraele, sul modello dei grandi predecessori, Davide eSalomone, e si era scandalizzato nel vedere che Gesù voleva scardinare letradizioni politico-religiose del giudaismo classico. Se questa versione èvera, allora probabilmente egli non era rimasto molto entusiasta neppuredellingresso trionfale del messia a Gerusalemme, avvenuto qualche giornoprima dellultima cena, avente lo scopo di preparare linsurrezione armata. Ora poi, con la lavanda dei piedi, il suo imbarazzo doveva esserestato non meno forte di quello di Pietro, che ebbe lardire di manifestarloesplicitamente. A dir il vero lazione in sé era abbastanza consueta nella Pa-lestina dallora. Allospite che viaggiava per le strade polverose si offrivalacqua per lavarsi i piedi. Chi aveva dei servi li utilizzava in quelloccasio-ne. Raramente però i discepoli lo facevano in modo spontaneo come segnodi riverenza verso il loro maestro. Che fosse poi questultimo a farlo neiloro confronti, era del tutto inconcepibile.239
    • Biografia demistificata del Cristo Dunque ammesso e non concesso che tale rito simbolico (non delbattesimo, ma dellumiltà) sia effettivamente accaduto, è fuor di dubbio chedurante lultima cena non si deve aver parlato soltanto dei preparativi perlimminente rivolta popolare, ma anche dei rischi cui si sarebbe andati in-contro nelleventualità di un insuccesso. In quel particolare frangente tuttidovevano essere ben consapevoli che in gioco era la vita. La coesione tra loro doveva essere massima, assoluto il rispettodelle regole. Il significato del racconto della lavanda dei piedi stava nel fat-to che gli apostoli avrebbero dovuto fidarsi del loro leader, che non avevascelto la soluzione dellinsurrezione armata per spirito davventura o per ot-tenere un potere personale, ma unicamente per il bene del paese. Per realizzare tale obiettivo egli era disposto anche al sacrificiodella vita e chiedeva che lo stesso spirito di abnegazione animasse anche glialtri leader. Di fronte però al fatto chegli mostrasse con lesempio serviledella lavanda dei piedi tale proposito, Pietro, abituato a ragionare più in ter-mini politici che umani, rimase un po risentito e protestò. Egli infatti vole-va compiere la rivoluzione ad ogni costo e gli pareva quanto meno fuoriluogo una preoccupazione di tipo «democratico» nel momento in cui si do-veva tirar fuori la spada per abbattere il nemico. Nel racconto di Giovanni Pietro ostenta una certa permalosità,come se in realtà avesse detto: «Se non ti fidi di me, allora dimmi chiara-mente che mi escludi dallimpresa». Gesù infatti non stava mettendo in di-scussione il coraggio politico degli apostoli, ma la capacità di affrontare inmaniera democratica degli eventi che sarebbero anche potuti sfuggire dimano. Da questo punto di vista che vi sia stato il gesto effettivo della la-vanda dei piedi o una semplice chiacchierata sullesigenza di rispettare leregole e di amarsi reciprocamente, non fa molta differenza. Se il Cristo, adun certo punto, si risolse a ricorrere allespediente servile, forse lo fece per-ché aveva a che fare con discepoli che non si rendevano sufficientementeconto dellimportanza della democrazia nei momenti rivoluzionari. Se tutto fosse filato liscio, la vittoria sarebbe stata certa, ma nonsarebbe stata scontata la gestione legale, umanitaria della vittoria. Si dove-vano evitare assolutamente gli eccessi contro la guarnigione romana, le ri-torsioni contro i collaborazionisti ebrei, le vendette private, gli eccidi dimassa nel timore di una controrivoluzione interna, in una parola la violenzagratuita. Anche perché il vero problema non era tanto quello di come vince-re nella capitale, quanto piuttosto di come resistere alla inevitabile controf-fensiva imperiale. La questione cruciale da affrontare sarebbe stata quelladi come convincere la maggioranza della popolazione a organizzare una re- 240
    • Umano e Politicosistenza armata contro lo strapotere delle legioni romane, le più forti delmondo. La gente comune infatti, per potersi muovere rischiando la vita,non ha soltanto bisogno di trovarsi in condizioni particolarmente difficili,ma anche di credere nella possibilità di una sconfitta del nemico. E questoatteggiamento va saputo gestire: il popolo non è carne da macello, non lo sipuò obbligare al sacrificio. Il popolo va persuaso in maniera democratica,lasciandogli la possibilità di scelta. Chi pensa che un leader non si debba abbassare come un servo, alpunto da lavare i piedi ai suoi discepoli, ha capito poco della democrazia erischia di far fallire gli obiettivi della rivoluzione. Questa cosa la si evinceanche da quanto il Cristo dice nel racconto di Lc 22,24 ss., che pur non ri-porta la lavanda dei piedi: «Secondo voi chi è più importante: chi siede a ta-vola o chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure iosto in mezzo a voi come un servo». Poiché gli evangelisti sostengono la tesi della «morte necessaria»del messia, è venuto loro spontaneo far dire al Cristo, con perentorietà, cheil tradimento di uno degli apostoli non era affatto una eventualità remota,bensì una cosa inevitabile, soteriologicamente prevista, al punto che sin dal-linizio del racconto sullultima cena si fa capire al lettore chegli sapessecon sicurezza chi lo stava tradendo. Il tono apodittico, usato per aumentare la tensione e la solennitàdegli ultimi avvenimenti, sta p. es. in parole o espressioni del genere: «Io viassicuro» (Mc 14,18; Mt 26,20; Gv 13,21); «È stato stabilito per lui» (Lc22,22); «Il Figlio delluomo sta per morire, così come è scritto nellaBibbia» (Mc 14,21; Mt 26,24); «Devono realizzarsi queste parole della Bib-bia: Colui che mangia il mio pane si è ribellato contro di me (Sal 41,10).Ve lo dico ora, prima che accada; così, quando accadrà, voi crederete che Iosono» (Gv 13,18 s.). In realtà se avesse detto parole del genere, avrebbe subito creatoun clima di terrore, di panico generale, di sospetti e diffidenze tali da ri-schiare di paralizzare la capacità decisionale di tutto il movimento, che inquel frangente così particolarmente delicato per i destini del paese, dovevaassolutamente restare immutata. Al massimo dunque egli può aver manifestato preoccupazioni dicarattere generale, può aver ventilato delle ipotesi cautelative, al fine discongiurare ogni pericolo, ogni imprevisto, nei limiti del possibile ovvia-mente. È da escludere a priori chegli abbia sostenuto delle certezze relativeal tradimento, meno che mai può aver formulato il nome del traditore, néapertamente a tutti, né velatamente al discepolo prediletto. Nel quarto vangelo Pietro, addirittura, vuol farsi dire da Giovanni,dopo che questi aveva ottenuto la confidenza da parte di Gesù, il nome del241
    • Biografia demistificata del Cristotraditore, per poterlo fermare in tempo, coi metodi che possiamo immagina-re. Anche ammettendo questo ruolo «poliziesco» che Pietro avrebbe volutoavere nellultima cena, è davvero impensabile credere che, sapendo con cer-tezza il nome del traditore, lo stesso Cristo non avrebbe fatto nulla perscongiurare la possibile débâcle dellinsurrezione. È invece possibile che Pietro abbia chiesto a Giovanni di farsi diredal Cristo se aveva dei sospetti concreti, degli indizi precisi, ma va esclusocategoricamente che Giovanni abbia ottenuto la confidenza sullidentità deltraditore. Tutto quanto viene scritto nel suo vangelo in merito a quella con-fidenza personale, va considerato come un semplice espediente letterario, lacui finalità era quella di dimostrare o che Giovanni non aveva mai avutoalcuna stima di Giuda, oppure che Giovanni era superiore a Pietro. Ma atragedia avvenuta egli si sarà chiesto mille volte come fosse stato possibileche nessuno degli apostoli si rendesse conto chi tra loro avrebbe tradito eche cosa si sarebbe potuto fare per evitare quella sciagura. Il fatto è che nei vangeli tutto deve apparire esplicito: la necessitàdel tradimento e addirittura il nome del traditore. Scopo di questo è sostene-re la tesi della inevitabilità della morte del messia, la quale, a sua volta, èsubordinata alla tesi della equiparazione del messia a dio. Se rifiutassimo diconsiderare mistificante questa spiegazione dei fatti post-eventum, si fini-rebbe col dover fare valutazioni molto imbarazzanti sul ruolo di taluni di-scepoli, in particolare proprio su quello di Giovanni. Supponendo infatti chegli avesse ottenuto la confidenza da partedi Gesù, ascoltata nel mentre gli teneva il capo appoggiato sul petto, perquale motivo non avrebbe fatto nulla per impedire che il tradimento si rea-lizzasse? Perché non dire niente a Pietro? Quali considerazioni di opportu-nità può aver fatto per permettere a Giuda di agire indisturbato? Temevaforse che se Giuda fosse stato emarginato o addirittura giustiziato, la con-grega dei Dodici si sarebbe spaccata a metà, mandando a picco lidea dellarivoluzione? Alcuni esegeti sono persino arrivati a sostenere che mentre per tut-ti gli altri apostoli la tesi della «morte necessaria» fu acquisita soltanto dopola scoperta della tomba vuota, in Giovanni invece essa era chiara sin dalli-nizio. Se così fosse, noi dovremmo affermare che proprio il discepolo pre-diletto sarebbe stato, in ultima istanza, uno dei principali responsabili dellamorte di Gesù! Questo per dire che le esegesi di tipo confessionale generalmentenon valgono nulla. Il fatto stesso che considerino quella riunione politicauna sorta di cena mistica o rituale, nellimminenza della Pasqua ebraica, lesqualifica in partenza. In quel momento non si istituì alcun sacramento eu-caristico, ma la tattica della presa del potere, per realizzare la strategia del-linsurrezione nazionale. È impensabile sostenere che in quella notte così 242
    • Umano e Politicodecisiva, Gesù o Giovanni, pur conoscendo bene lidentità del traditore eciò che di lì a pochissimo stava per compiere, avevano deciso di non fareassolutamente nulla per fermarlo. Intanto va detto che Giovanni, scrivendo che solo a lui Gesù feceuna personale confidenza, smentisce per così dire i Sinottici, là dove so-stengono che la certezza assoluta del tradimento e lidentità precisa del tra-ditore erano cosa nota a tutti gli apostoli, al punto che Giuda è in un certosenso costretto a svolgere il suo vergognoso ruolo. Tuttavia se confidenzaci fu, è da scartare a priori lidea che Gesù volesse perorare una qualchecausa fatalistica o irrazionalistica, del tipo «leroe deve morire» o «la veritàsta nel martirio». Al massimo può aver chiesto al discepolo più fidato di vi-gilare sugli elementi più instabili, senza però creare una mini-rete spionisti-ca, che avrebbe finito col danneggiare gli interessi della squadra. Tutta la ricostruzione della vicenda, fatta dagli evangelisti, risultacompletamente falsata dallidea mistica che Gesù fosse una sorta di extra-terrestre, dotato di poteri assolutamente straordinari, in grado di prevederein anticipo qualunque tipo di scenario e, nello stesso tempo, capace di sal-vaguardare la libertà di scelta di ognuno. Cosa che, se anche per ipotesi fos-se stata vera, non sarebbe mai potuta apparire esplicitamente, proprio perevitare che gli apostoli nutrissero limpressione di stare recitando una parteil cui copione era già scritto altrove. La chiesa non riesce a rendersi contoche quanto più si presenta Gesù come un dio, tanto più si toglie alluomociò che lo distingue dallanimale, e cioè il libero arbitrio. Sarebbe infatti paradossale pensare sia la seguente cosa che il suocontrario, sulla base della convinzione che Gesù fosse il figlio di dio: e cioèda un lato che il tradimento avrebbe potuto essere vanificato dal Cristo inqualunque momento (in tal senso Giuda avrebbe tradito soltanto per metter-lo alla prova, per spingerlo a trionfare sui propri nemici a tutti i costi, men-tre Giovanni per lo stesso motivo avrebbe taciuto); dallaltro invece che iltradimento rientrava nelleconomia salvifica di dio, per cui andava accettatocome una necessità inderogabile (in tal senso Giuda, senza sapere quelloche faceva, avrebbe tradito per vedere se Gesù rifiutava il destino del «cali-ce», mentre Giovanni avrebbe taciuto, sapendolo bene). In entrambi i casiGiuda, a resurrezione avvenuta, sarebbe stato facilmente perdonato e a Gio-vanni sarebbe stato riconosciuto il privilegio di considerarsi il «discepoloprediletto». Tuttavia, piuttosto che cadere in interpretazioni del tutto fantasio-se, gli esegeti farebbero meglio a immaginarsi una situazione molto più rea-listica, in cui da un lato si doveva decidere qualcosa che poteva mettere arepentaglio la vita di tutti, dallaltro si doveva in qualche modo evitare chela possibilità di un fallimento dellinsurrezione potesse dipendere non dacause di forza maggiore, assolutamente imprevedibili, ma da fattori sogget-243
    • Biografia demistificata del Cristotivi, come appunto la defezione di qualcuno o un tradimento allultimo mi-nuto. Se dunque Gesù o Giovanni sospettarono qualcosa o qualcuno, ciònon poteva tradursi in un motivo sufficiente per bloccare del tutto il tentati-vo insurrezionale. La macchina era già stata messa in moto durante lingres-so messianico, anzi, ancor prima, durante lepisodio di Lazzaro, che i Sinot-tici tacciono perché evidentemente appariva troppo favorevole a una visio-ne politico-rivoluzionaria del Cristo. Ora la gente si aspettava qualcosa dirisolutivo, anche perché, chi era andato incontro a Gesù e ai suoi discepolicoi ramoscelli dulivo chiamandolo «salvatore della patria», aveva sicura-mente rischiato qualcosa. In quelloccasione le guardie del Tempio e laguarnigione romana, nella adiacente fortezza Antonia, evitarono dinterve-nire proprio perché la folla era troppo numerosa. Noi non sappiamo chiavesse organizzato quellevento spettacolare, in grado di mettere le autoritànel panico, ma non è da escludere che tra i registi vi fossero i seguaci diLazzaro (Gv 12,17 s.). Insomma il possibile tradimento di uno non poteva vanificare lesperanze di molti. Se, pur sapendo su chi era meglio nutrire i maggiori so-spetti, si decise di proseguire comunque la missione, evitando di assumereatteggiamenti autoritari (quelli che invece avrebbe voluto prendere Pietro),il motivo probabilmente era che si pensava che il tradimento sarebbe rima-sto una possibilità teorica, destinata a rientrare da sola, a insurrezione avve-nuta con successo, oppure che, nella peggiore delle ipotesi, esso non avreb-be avuto un effetto devastante sulla riuscita dellimpresa. I tempi cioè eranotalmente maturi per una generale insurrezione anti-romana da rendere im-pensabile uninversione di rotta. Sarebbe stata la forza degli eventi a ridi-mensionare la gravità del gesto o dellintenzione di Giuda. Ormai non erapiù in gioco il solo destino dei Dodici o del movimento nazareno, ma del-lintera nazione. Ormai il tradimento più grande non poteva più essere quel-lo di un apostolo, ma quello di un intero popolo nei confronti di se stesso. Giovanni quindi, se effettivamente seppe o intuì qualcosa di preoc-cupante e non fece nulla per evitarla, non fu dettato da basse motivazioniopportunistiche relative alla tutela dellunità della compagine politica, né -come alcuni hanno detto - perché non ebbe il tempo materiale per avvisarePietro, ma, escludendo chegli pensasse che il messia fosse un dio troppogrande per non superare la prova di un tradimento così umano, semplice-mente agì sulla base di tre ragioni: la prima è che non si può dare del tradi-tore a qualcuno che ancora non ha tradito, la seconda è che nessuno, usandola forza, può impedire a qualcuno di tradire, la terza è che nessuno può to-gliersi volontariamente la speranza di credere che, nonostante la possibilitàdel tradimento, non verrà pregiudicata la riuscita di un progetto rivoluzio-nario. 244
    • Umano e Politico Ma la domanda più difficile, che ancora non abbiamo posto, èunaltra. Nel racconto di Giovanni appare chiaro che dal momento in cuiGesù, con grande familiarità, porse un boccone di pane inzuppato a Giuda,al momento in cui questi decise di tradirlo, non passò molto tempo. Noi sia-mo propensi a credere non solo che alla domanda di Giovanni di sapere ilnome del possibile traditore, Gesù non diede alcuna risposta, né esplicita néimplicita, ma anche che lo stesso Giovanni, a tragedia finita, abbia cercatodi associare, con un nesso causale che in quel momento non poteva esserci,la dichiarazione relativa al tradimento col gesto del boccone. Cioè la sequenza degli eventi narrata da Giovanni: dichiarazionesul tradimento, boccone offerto a Giuda, decisione di tradire e, da ultimo,richiesta di compiere una missione («Quello che devi fare, fallo presto»),non può aver avuto questa successione cronologica, altrimenti si dovrebbedare per scontata una cosa inammissibile, e cioè che Gesù «voleva» esseretradito. Infatti la domanda più difficile cui dobbiamo rispondere è questa:cosa doveva fare Giuda di tanto urgente? Davvero lesigenza di Gesù eraquella di sapere se Giuda avesse o no intenzione di tradirlo? O si vuole so-stenere che gli chiese addirittura di farlo, come sostengono i credenti, chesostituiscono lidea politica di «rivoluzione» con quella religiosa di «mortenecessaria»? Dopo aver esplicitamente ammesso chesisteva la possibilità, allin-terno del Collegio, di una grave defezione, Gesù aveva di fronte a sé due al-ternative: o rinunciare del tutto allimpresa insurrezionale, uscendo dallacittà in quella stessa notte; oppure chiedere agli apostoli di stare uniti e dicontrollarsi a vicenda, senza per questo dover creare tensioni insopportabili,in cui il solo sospetto avrebbe rischiato di procurare più danni dello stessotradimento. Se sceglieva la seconda soluzione, non gli restava che affronta-re la decisione finale, e solo in tal caso diventa legittimo chiedersi: avevasenso rischiare di affidare a Giuda lincarico più delicato per la riuscita del-linsurrezione, quando i principali sospetti ricadevano proprio su di lui? Sì, aveva senso. Giuda era stato incaricato da Gesù di compierequalcosa che solo lui poteva compiere, probabilmente perché essendo nati-vo della Giudea aveva agganci o referenze nella capitale più che non moltialtri apostoli, originari comerano della Galilea (Pietro, non dimentichiamo-lo, verrà scoperto proprio a causa della sua parlata). Probabilmente nonvenne scelto nessuno degli ex-seguaci del Battista, in quanto già si sapevache gli esseni avrebbero o non avrebbero partecipato all’insurrezione. Ven-ne forse scelto Giuda perché questi, negli anni passati, aveva frequentatoambienti farisaici progressisti o forse zeloti della Giudea, e si attendeva dacostoro una definitiva presa di posizione. Difficile dire se dal rifiuto di tale245
    • Biografia demistificata del Cristoadesione sarebbe dipeso il destino dell’insurrezione del movimento nazare-no o se questa si sarebbe comunque fatta. In ogni caso non si trattava tanto di mettere alla prova il presuntotraditore, quanto piuttosto di affidargli un incarico della massima responsa-bilità per la riuscita definitiva della strategia rivoluzionaria. Il fatto che Gio-vanni dica che, al sentire quella frase: «Quello che devi fare, fallo presto»(Gv 13,27), «nessuno dei commensali capì; alcuni infatti pensavano che, te-nendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: - Compra quello che ci occorreper la festa; oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri» (13,28 s.),questo fatto non può indurre a credere che gli apostoli fossero seguaci di unmessia folle, intenzionato a farsi tradire per fare della propria morte un cul-to di tipo religioso. È paradossale che nel momento decisivo dellinsurrezione armatagli apostoli non abbiano capito il significato della missione che Giuda do-veva compiere, o che abbiano addirittura ipotizzato che proprio nel momen-to in cui finalmente si poteva assicurare un futuro ai poveri, Giuda dovessefar loro la beneficienza! O che nel momento in cui si decideva linsurrezio-ne popolare, Giuda dovesse preoccuparsi di acquistare le vivande per ilgiorno dopo! È difficile pensare che Giovanni, così sempre attento ai parti-colari, possa aver scritto simili assurdità. Peraltro, che bisogno aveva di presentare le cose in modo tale dadover ribadire una tesi già espressa ad abundantiam nei Sinottici? Qui deveessere intervenuta pesantemente la mano di qualche revisore. Infatti dacome le cose vengono presentate, sembra che Gesù non solo non abbia fattonulla per evitare il tradimento, ma anzi abbia fatto di tutto per provocarlo.Infatti, se il solo Giuda non fosse stato incaricato di qualcosa di particolare,che soltanto lui quindi poteva compiere, difficilmente questi avrebbe potutotrovare unoccasione più favorevole. Ma se il Cristo voleva farsi prendere,perché nascondersi coi suoi discepoli nel Getsemani e non restare invecenel cenacolo? Non decise forse di nascondersi nel Getsemani per dare aGiuda una seconda possibilità di non tradirlo sino in fondo? Linsurrezione non poteva certo essere compiuta da dodici militan-ti: la guarnigione romana comprendeva circa 600 militari, cui andavano ag-giunte le guardie del Tempio e i vari collaborazionisti ebrei: come minimocerano un migliaio di persone ben armate da affrontare. Non si poteva ri-schiare lavventura, anzi, bisognava essere sufficientemente sicuri che lin-surrezione avrebbe avuto successo. Tuttavia il Cristo aveva bisogno di unaconferma, poiché non tutto era stato ancora deciso, o comunque non tuttopoteva essere deciso da loro. Qui non era tanto in gioco la necessità di sapere su quali discepoliGesù poteva contare con sicurezza e su quali invece era meglio nutrire deidubbi; qui ormai il problema era diventato quello di come organizzare gli 246
    • Umano e Politicoultimi dettagli di una sommossa annunciata. Gesù non poteva aver incarica-to Giuda di compiere una missione particolare al solo scopo di verificare seera un discepolo affidabile: non cera tempo per una cosa del genere, ancheperché tutti loro, trovandosi allinterno della città, nelleventualità di untradimento, non avrebbero avuto scampo. Gesù doveva necessariamente fidarsi di Giuda, il quale dovevacontattare gli alleati (i farisei progressisti, gli zeloti...) e, a un segnale con-venuto, far scoppiare la rivolta armata popolare quella notte stessa. Daltempo che avrebbe impiegato, Gesù poteva capire se la rivoluzione era statatradita oppure no, ovvero se era il caso di tentarla lo stesso, seguendo unpercorso diverso, o se era meglio posticiparla di qualche tempo, anche sequello della Pasqua (che durava sette giorni) era sicuramente il migliore, amotivo dellenorme affluenza di massa nella capitale. Questo sul piano politico. Sul piano umano la questione è moltopiù complessa. La sequenza degli eventi dellultima cena, di cui si parlavaprima, ha qualcosa di altamente drammatico: Gesù che porge a Giuda unboccone di pane intinto nel sugo (cosa che in quel momento non fa neppurecol discepolo prediletto) e nello stesso tempo gli chiede di compiere la mis-sione decisiva per la riuscita dellinsurrezione. Qui è come se si toccasseroin un punto incandescente le esigenze dellumano e quelle del politico. Nonè facile trovare in altre parti dei vangeli una situazione emotiva così caricadi pathos. Per un militante come Giuda, abituato forse a considerare il politi-co più importante dellumano, i due gesti della lavanda dei piedi (che anchePietro, in un primo momento, aveva rifiutato) e del boccone di pane inzup-pato rischiavano di provocargli una lacerazione interiore. A quel punto o luicapiva che lumano non poteva restare subordinato al politico, ovvero chenel politico del Cristo cera un umano non meno significativo, oppure tradi-va. Per dargli la possibilità di decidere liberamente e consapevolmente, ilCristo gli affida, riconoscendogli la fiducia che meritava, il compito più im-portante di tutta la sua vita. Se Giuda avesse avuto delle riserve sostanziali sulla strategia ge-nerale del progetto politico, non avrebbe potuto o dovuto trovarsi lì in quelmomento, né gli sarebbe stata affidata una missione così delicata. Ma il ge-sto del boccone voleva appunto significare che, anche nelleventualità cifossero state differenze sostanziali tra le sue idee e quelle del messia, nonera quello il momento di farle pesare e il gesto di grande confidenza e di fi-ducia che il Cristo gli aveva manifestato, doveva appunto indurlo ad agiresecondo quanto gli veniva chiesto. A meno che dei redattori burloni non sisiano divertiti, con quel gesto, a far apparire il traditore in una luce incredi-bilmente spregevole.247
    • Biografia demistificata del Cristo Tutto ciò lo si comprende leggendo tra le righe del vangelo di Gio-vanni. Nei Sinottici è prevalsa la leggenda dei cosiddetti «trenta denari». Adire il vero solo Matteo parla esplicitamente di questa somma (26,15); Mar-co (14,11) e Luca (22,5 s.) sostengono che i sommi sacerdoti e i capi delleguardie si accordarono per dargli del denaro come ricompensa (non se nespecifica limporto), denaro che poi Giuda accettò. I trenta denari dargento erano il prezzo che la legge mosaica fissa-va per la vita di uno schiavo ucciso (Es 21,32): è dunque impossibile nonvedervi unanalogia; peraltro la fine che questo denaro ha fatto (gettato nelTempio dallo stesso Giuda pentito), di cui parla il solo Matteo (27,3 ss.), èdel tutto simile a quella descritta in Zc 11,13. Ma a parte questo, ciò che davvero non si riesce ad immaginare ècome Gesù potesse tenere, nel proprio entourage, un uomo così venale, ecome abbia potuto affidare nel momento decisivo dellinsurrezione un inca-rico così delicato a un discepolo i cui ideali politici erano pesantementecondizionati dagli interessi economici. Già il pensiero che Giuda fosse entrato nel movimento nazarenocollintenzione di arricchirsi, pare assurdo, ma se anche così fosse stato, re-sta del tutto inspiegabile la decisione di chiedere come ricompensa, per lacattura del ricercato più pericoloso di quel momento, una cifra equivalenteal salario mensile di un operaio medio. Qui vi è sicuramente una leggenda da sfatare. Qualche esegeta,rendendosi conto dellincongruenza, ha sostenuto lidea che Giuda avessechiesto del denaro semplicemente per rendere più credibile il tradimento.Tuttavia qui non si ha a che fare con un semplice traditore per denaro: chebisogno aveva infatti di accompagnare di persona la scorta armata per cat-turare Gesù e tutti i discepoli? Non sarebbe stato sufficiente indicare il luo-go del nascondiglio? Siamo davvero sicuri che Giuda non volesse sostituirsial Cristo nella guida del movimento nazareno, dando a questo una fisiono-mia diciamo più «moderata»? La dinamica della cattura, avvenuta praticamente senza spargimen-to di sangue, lascia pensare che le intenzioni dei militari fossero semplice-mente quelle di catturare Gesù, e il fatto che questi le accetti, permettendoai suoi discepoli di fuggire, sembra confermarlo. Giuda non può aver tradi-to senza sapere che allinterno dei Dodici qualcuno avrebbe preso le difesedi Gesù e qualcun altro avrebbe invece condiviso la sua iniziativa. E lo sco-po del suo tradimento più che esser quello di rinunciare allidea di una libe-razione nazionale, al massimo poteva essere quello di rinunciare allidea dicompiere in quel momento uninsurrezione armata. Altrimenti non si com-prende perché sia rimasto tra i Dodici sino all’ultimo momento: era forse -come qualcuno ha detto - un infiltrato di Caifa? 248
    • Umano e Politico La questione del denaro viene poi contraddetta dal fatto che, dopoaver constatato come il tradimento avesse comportato non solo il desideratofallimento dellinsurrezione armata ma anche linattesa crocifissione delmessia, egli prese la decisione dimpiccarsi. Se Giuda avesse tradito convin-to che Gesù ne sarebbe uscito sì sconfitto ma non giustiziato (e forse lepi-sodio del bacio voleva essere una rassicurazione in tal senso), Giuda proba-bilmente non avrebbe avuto rimorsi, o forse non li avrebbe avuti così grandio comunque non così in fretta. A meno che non si voglia sostenere la tesi -come alcuni hanno fatto - che il suicidio di Giuda sia stato in realtà un omi-cidio mascherato. In tal caso dovremmo ribaltare tutte le interpretazioni. Giovanni, pur associandosi alla tesi sinottica secondo cui Giudamanifestava un certo interesse per il denaro (si ricordi lepisodio di Betaniain cui egli contesta lo spreco del profumo profuso dalla sorella di Lazzarosui piedi di Gesù), non riporta affatto il suicidio di Giuda, anzi, in tutto ilracconto dellultima cena descrive latteggiamento di Pietro, impulsivo econtraddittorio, come più pericoloso per la riuscita dellinsurrezione, rispet-to a quello di tutti gli altri apostoli. Non è quindi da escludere che laccusa giovannea relativa al fattoche Giuda fosse un ladro (12,6) sia in realtà il frutto di una manipolazionesuccessiva, influenzata dalla tesi sinottica. Non dimentichiamo che in Mat-teo, su cui pesano le maggiori responsabilità della caricatura «economicisti-ca» di Giuda, il nome del traditore viene svelato pubblicamente da Gesù(26,25). Sia come sia resta da chiedersi il motivo per cui Giuda tradì e ilmotivo per cui si pentì daverlo fatto. Tradì forse perché temeva linsucces-so dellimpresa e lo fece nella convinzione che ai nazareni sarebbe stata ri-sparmiata la vita, essendogli stato così promesso? Cioè tradì come politicoe si uccise come uomo? Giuda era un estremista o un moderato? Nel rac-conto di Giovanni la parte dellestremista sembra caratterizzare più Pietroche Giuda. Tantè che quando Giuda contestò lo spreco del profumo a Beta-nia, è probabile che non stesse affatto pensando al prezzo del profumo,quanto piuttosto al fatto che quella unzione regale fosse troppo prematuraper lesito della rivoluzione. Qualcuno ha sostenuto che Giuda tradì luomo-Gesù, il democrati-co, perché così gli sembrava di valorizzare meglio il messia politico, quellorivoluzionario. Cioè egli tradì nella convinzione che mettendolo alle strette,di fronte alleventualità di una sconfitta sicura, Gesù avrebbe rinunciato alletentazioni «buoniste» (come in occasione dei «pani moltiplicati») e sarebbepassato decisamente allattacco. In realtà questo atteggiamento, diciamo «provocatorio», appartene-va più a Pietro che a Giuda, che invece rappresentava lala moderata deiDodici, quella che cercava un compromesso col fariseismo progressista. Ma249
    • Biografia demistificata del Cristoperché - ci si può chiedere - accettare un incarico decisivo ai fini della riu-scita dellinsurrezione quando si nutrono dei dubbi sul suo esito? Perchénon dichiarare apertamente il proprio dissenso? Perché far pagare ad altri leproprie divergenze? E soprattutto, perché, dopo aver rivelato al nemico lin-tenzione di compiere la rivolta armata, decidere di rivelargli il luogo segre-to del nascondiglio, accompagnando addirittura la coorte per catturare tuttigli apostoli? Giuda voleva forse sostituirsi al Cristo o dobbiamo crederealle versioni apocrife che lo vedono, essendo egli il figlio del fratello diCaifa, come un infiltrato antirivoluzionario sin dallinizio? Quel che è certo è che proprio la dinamica del tradimento escludecategoricamente la tesi della «morte necessaria». Infatti, quando Gesù sirese conto, dal ritardo di Giuda (la coorte romana andava preparata), che in-combeva sugli apostoli un gravissimo pericolo, aveva deciso di andarsenedal cenacolo, non volendo che alcuno fosse catturato. Probabilmente dissead alcuni discepoli, prima di recarsi allOrto degli Ulivi, che sarebbe statomeglio disperdersi o che non lo seguissero, onde evitare il peggio per tutti. Fra i più impulsivi di nuovo Pietro, che subito esclama: «perchénon posso seguirti ora? Darò la mia vita per te» (Gv 13,37). E qui, cometutti ben sanno, Gesù rispose con quella frase ad effetto, relativa al cantodel gallo successivo al triplice rinnegamento dellapostolo. Una frase chevenne messa dai Sinottici con un chiaro intento apologetico, quello di giu-stificare la divina preveggenza del Cristo. Una soluzione mistica, questa, si-curamente efficace nella sua semplicità, ma molto meno profonda di quellache vede il tradimento di Giuda come il compimento del disegno divino sulsacrificio del nuovo agnello pasquale, per il riscatto degli uomini dalla ma-ledizione del peccato originale. Giuda resta sì colpevole, ma solo sul pianomorale, non su quello politico. Nel vangelo di Giovanni si raggiunge poi lapice del misticismo,sostenendo che proprio in virtù del tradimento subìto, Gesù ha potuto dimo-strare fino a che punto era grande il suo amore per gli esseri umani. Giusti-ficando il tradimento di Giuda, Giovanni ha giustificato il fallimento dellarivoluzione, e con lui la chiesa intera ha giustificato il proprio tradimento. Le varianti aggiunte al testo originario di Giovanni hanno sortito illoro effetto: lideologia dellamore universale ha potuto sostituire lesigenzadella liberazione nazionale, e lidea della «morte necessaria» ha potuto so-stituire quella della «rivoluzione possibile». Di fronte a queste mistificazio-ni persino il tradimento di Giuda diventa ben poca cosa. 250
    • Umano e PoliticoAddendum Si può parlare di estremismo politico nel tradimento di Giuda? La figura di Giuda è tra le più interessanti nei vangeli, poiché ilsuo tradimento sta ad indicare che pur credendo nei medesimi ideali di giu-stizia degli altri compagni di lotta, un militante può compiere, spinto damotivazioni soggettive, cose che vanno in direzione opposta rispetto alladesiderata realizzazione di quegli obiettivi. La storia di Giuda cinsegna tre cose fondamentali: 1. la giustezzadi un ideale non garantisce della sua corretta applicazione; 2. lincoerenzafra teoria e prassi è un frutto della libera volontà delluomo e non può essereimpedita oltre un certo limite; 3. tale incoerenza porta a falsificare lo stessoideale in cui inizialmente si credeva. Giuda dunque non può aver tradito per denaro ma per motivi poli-tici: probabilmente come Tommaso riteneva che linsurrezione sarebbe fal-lita, non avendo il movimento di Gesù tra i giudei il consenso sufficiente.Fu un errore, poiché il consenso laveva avuto proprio dopo la morte diLazzaro, il cui movimento per i giudei costituiva una grande speranza.Il Giuda di Zullino (Rizzoli 1988) Pietro Zullino è un outsider di professione, uno che ama i perso-naggi - come lui stesso li definisce - «maledetti» o «perdenti» della storia:già ha cercato di rivalutare Catilina e i sette re di Roma. Quali ne siano statii risultati è presto detto. Con la tecnica del ballon dessai, Zullino ha realiz-zato discreti scoop editoriali a sfondo scandalistico; in effetti, per quanto af-fermi il contrario, la storia proprio non gli interessa. Avvenimenti reali ocompletamente inventati per lui sono la stessa cosa: ciò che più gli preme ècolpire il lettore con novità più o meno eclatanti e, naturalmente, vendere ilpiù possibile. Questa volta Zullino, nei panni dun novello Sherlock Holmes, hacercato dimitare il suo collega Vittorio Messori che con le sue Ipotesi suGesù (SEI 1976) aveva senza dubbio ottenuto un grande successo. Solo cheuna differenza purtroppo cè: Zullino non ha né lonestà intellettuale né laserietà professionale di Messori. È solo un giornalista rampante in cerca difortuna. Messori però ha abboccato e sè messo a fare, sulla rivista «Jesus»,una diligente e canonica lezioncina, a puntate, circa la personalità, lideolo-gia e la morte di Giuda, incluse le interpretazioni che ne sono state date251
    • Biografia demistificata del Cristo(ovviamente restando nei limiti del confessionismo cattolico-romano).Sotto questo aspetto è difficile dire se sia preferibile un intellettuale diestrazione cattolica che si sforza di modernizzare il Cristo della chiesaromana, oppure quegli intellettuali laici travestiti da preti, lanciati dallaRusconi in analoghe imprese (come ad es. O. Gurgo, che ha faticato suPilato, nel 1987). Dal canto suo, Zullino non è certo quelleretico di cui si vanta, ben-ché sulle prime appaia meno allineato di Messori. Si può forse considerarecritica, seria, trasgressiva unopera che dà per scontate le apparizioni diGesù risorto, la sua ascensione, il primato di Pietro e altre favole del gene-re? Peraltro, già prima di lui non pochi esegeti hanno cercato di riconsidera-re la figura di Giuda, liberandola dal marchio infamante del traditore. Diammiratori dellIscariota si ha notizia sin dal II sec. d.C.: i cainiti (seguacidi Caino) ritenevano, ingenuamente o cinicamente, che il tradimento faces-se parte di un provvidenziale «piano di dio», per cui la colpevolezza della-postolo andava di molto ridimensionata. Una tesi, questa, che nel corso deisecoli ha affascinato una sequela di poeti e scrittori (fra i contemporanei sipossono citare i nomi di J. L. Borges, Finzioni; G. Berto, La passione se-condo noi stessi; M. Brelich, Lopera del tradimento; F. Ulivi, Trenta dena-ri, ecc.), i quali, più o meno laicamente, hanno intravisto nella sibillina fra-se di Cristo pronunciata nellultima cena: «Quello che devi fare, fallo pre-sto», un vero e proprio invito alla diserzione. Zullino dunque non ha fatto altro che accodarsi dietro le fila diquesti maestri del trasformismo, per i quali - consapevoli dellepoca in cuiviviamo - i traditori diventano «uomini di coscienza», i ravveduti «uominiimbelli», i venali «uomini realisti» che conoscono le difficoltà della vita, ecosì via. Oggi la psicanalisi più dégagé vede addirittura in Giuda una figurasimbolica, mitologica, creata da una comunità cristiana pentita daver rotto isuoi rapporti col giudaismo. Per tale comunità il traditore sarebbe stato nonGiuda ma lo stesso Gesù! Insomma, lesempio dellIscariota, figlio di Simone, oggi è diventa-to un pretesto per compiacersi dellidea secondo cui un uomo non può esse-re ritenuto responsabile delle sue azioni quando tutto lo induce a muoversiin una determinata direzione. Anzi, cè di più. Giuda - si sostiene - non èuna vittima delle circostanze (come ad esempio il Pilato dei vangeli) ma uneroe suo malgrado. Grazie, infatti, al tradimento (della cui portata egli certonon poteva essere consapevole) è nato il più grande mito della storia: il fi-glio di dio che simmola per salvare lumanità dai suoi peccati. Gloria aGiuda dunque, che ha avuto il coraggio di fare quello che gli altri apostolinon seppero o non vollero fare! Stando dunque a Zullino, Giuda si aggregò alla comunità di Gesùquando questi, allinizio della sua carriera messianica, frequentava gli am- 252
    • Umano e Politicobienti del Battista. Gesù gli affidò la gestione della cassa comune. Essendonativo della Giudea, lapostolo non riuscì a vedere di buon occhio la caccia-ta dei mercanti dal Tempio di Gerusalemme, né accettò, in seguito, la predi-cazione rivolta ai pagani. Il gruppo minoritario dei Dodici (Giuda, Tomma-so, Taddeo, Giacomo il minore e Simone cananeo) fu - a parere di Zullino -responsabile della secessione di Cafarnao, in occasione dei «pani moltipli-cati», perché non si voleva un messia avversario del Tempio, né amico deipubblicani (fra i quali Matteo e, più tardi, Zaccheo) o degli erodiani (comeChuza, funzionario di Erode). Proprio a causa di queste amicizie, Giuda, inqualità di cassiere, si rendeva conto di amministrare soldi di dubbia prove-nienza. Sommati a questi vi sono - secondo Zullino - molti altri fattori che aun certo punto indussero lIscariota a compiere in extremis il gesto dispera-to: vedendo Gesù circuito da erodiani e pubblicani, egli tradì perché si sen-tiva tradito. Una ricostruzione - come si può facilmente notare - piuttosto fan-tasiosa, che ricalca, in buona parte, quella del teologo E. Stauffer, il qualevedeva in Giuda un figlio fedele della sinagoga. Ma la principale tesi diZullino è unaltra. Egli sostiene che Giuda non si pentì - come risulta dallaversione di Matteo - restituendo i 30 sicli dargento e impiccandosi a un al-bero, ma, al contrario, fu ucciso per vendetta o per precauzione, mentre sistava godendo il frutto della sua spiata, cioè lacquisto di un podere neipressi di Gerusalemme. I mandanti di questo delitto possono essere stati - al dire di Zullino- sia il nemico n. 1 di Gesù, il sommo sacerdote Caifa, sia Pilato, ma anchei pubblicani e persino gli stessi apostoli, fra i quali i sospetti maggiori cado-no su Giovanni e Tommaso. Nella versione degli Atti di Luca (1,15-19) ri-sulta - secondo Zullino - che Giuda venne assassinato nel campo di Hakel-damà, alla periferia della capitale ebraica: il suo ventre fu trovato squarciatoe nessuno si meravigliò di questa morte. Il racconto di Matteo venne in se-guito elaborato per rendere meno imbarazzante la testimonianza di Pietro.(Dopo queste, molte altre sciocchezze vengono dette nel libro suddetto). Ora, se cè una cosa che, a questo punto, uno storico non dovrebbeassolutamente fare è proprio quella di dimostrare il contrario delle tesi diZullino. Infatti, su quali basi si potrebbe farlo? Esistono forse, riguardo atutta questa faccenda, fonti storiche attendibili? Messori ostenta coraggionel rimproverare a Zullino e a certi esegeti «scomodi» - come A. Loisy, E.Renan, ecc. - che le loro interpretazioni rientrano nel «romanzo», ma la sua,che vanta una fedeltà pressoché letterale al Nuovo Testamento, può forseessere considerata storica? In realtà, con le poche fonti di cui disponiamo, se vogliamo fare«quattro chiacchiere», tralasciando la discussione sulla loro autenticità, nonpossiamo che opporre romanzo a romanzo. Zullino, ad esempio, è convin-253
    • Biografia demistificata del Cristotissimo che la versione di Pietro offerta negli Atti di Luca sia più affidabiledi quella matteana. Ma siamo veramente sicuri che Pietro voglia riferirsi al-lomicidio di Giuda? Secondo alcuni esegeti tedeschi, poco conosciuti inItalia, proprio i versetti cui Zullino si appella (18-20 del c. 1), altro nonsono che unaggiunta posticcia allo stesso testo di Luca, usata per avvalora-re lidea che Giuda era un essere abietto e spregevole, destinato a una finevergognosa. Idea che, ai tempi di Matteo (che ha scritto il vangelo primadegli Atti), non era ancora stata espressa in maniera così cruda. La decisio-ne di restituire i soldi del contratto e quella dimpiccarsi facevano appuntopensare a un Giuda fondamentalmente onesto. E questo senza tener contoche anche la versione di Matteo (che dei quattro evangelisti è il più leggen-dario) non è molto tenera con lIscariota. Matteo infatti è responsabile dellavolgarissima accusa secondo cui Giuda avrebbe tradito per denaro. Viceversa, nel racconto di Marco, che è più antico di Matteo, siparla di soldi solo nel senso che le autorità religiose avrebbero dato una ri-compensa a Giuda, se questi fosse riuscito a consegnare loro Gesù. ComeMarco possa sapere questo è difficile dirlo, ma di nientaltro si parla. Dalcanto suo, Giovanni, che pur scrivendo per ultimo mostra a volte di cono-scere le cose meglio degli altri, non accenna minimamente a particolari ri-compense né a cifre prestabilite dallo stesso Giuda. È vero, spesso gli esegeti si soffermano sullepisodio dellunzionedi Betania, allorché Giuda si scandalizzò nel vedere lo spreco che Maria,sorella di Lazzaro, fece cospargendo il capo e i piedi di Gesù di un profumomolto costoso. In quelloccasione egli avrebbe detto che sarebbe stato me-glio venderlo e distribuire il ricavato ai poveri. Al che Giovanni obietta cheGiuda disse questo non perché amasse i poveri, ma perché era un ladro edalla cassa di tanto in tanto sgraffignava qualcosa. Oggi però anche sullau-tenticità di questo versetto giovanneo si hanno molti dubbi. Sarebbe statodavvero poco intelligente rimproverare un apostolo che, almeno apparente-mente o comunque senza cattiva fede, muoveva una giusta protesta. È dunque probabile che pure in questo caso, come in tantissimi al-tri, si debba vedere la mano di qualche manipolatore del vangelo di Giovan-ni che, sulla scia della tesi di Matteo, abbia voluto evidenziare un Giudanon solo venale ma anche ipocrita. Gesù infatti gli risponderà che Mariaaveva riservato a lui quel profumo, per il giorno della sua morte (secondolusanza ebraica), e che pertanto non poteva essere rimproverata se avevavoluto usarlo prima: ai poveri non era stato tolto niente. Di tutto ciò Giuda non poteva certamente essere a conoscenza. Sedi una cosa lapostolo così attento alle questioni sociali poteva essere rim-proverato, era semmai la scarsa attenzione prestata al rapporto umanissimofra Gesù e Maria. Questultima infatti aveva deciso dusare in anticipo quelprezioso nardo per ringraziarlo daverle riportato in «vita» (simbolicamente 254
    • Umano e Politicoparlando, sintende) il fratello Lazzaro. Che poi in questo gesto lesegesicattolica abbia creduto di vedere, erroneamente, una consapevolezzaprofetica, da parte di Maria, dellimminente morte di Gesù, questo è un altrodiscorso. E qui non è neppure il caso di parlare del fatto che quella diLazzaro non fu affatto una resurrezione ma al massimo una guarigione, senon addirittura una metafora della ripresa del movimento di liberazionedella Palestina, di cui lo stesso Lazzaro era stato attivo fautore. Sicchélunzione di Maria fu in realtà unanticipazione della vittoria imminente delCristo a Gerusalemme, cui Giuda rispose avanzando delle riserve sui tempi. Il vangelo di Marco, che solo di recente, dopo quasi duemila annidi oblio, si è cominciato a considerare come il più significativo dei Sinotti-ci, lascia completamente in ombra il movente del tradimento. Ma se diamoragione allopinione di S. Brandon (Gesù e gli zeloti, Rizzoli 1983), secon-do cui tale vangelo tende a conciliare lideologia cristiana col potere politi-co dellimpero romano, si può ragionevolmente credere che il suddetto mo-vente sia stato più «elevato» o meno «ignobile» di quel che in genere si cre-da. Presentando infatti un Cristo spoliticizzato al massimo, Marco nonpoteva che censurare un personaggio scomodo come Giuda. Il suo meritonaturalmente non sta in questo, ma nellaver evitato di fornire unimmaginefortemente deformata dellapostolo. Che questi comunque non sia stato quel«mostro di cattiveria» dipinto solitamente dalla chiesa, da un pezzo molti locredono: persino un ingenuo come G. Ricciotti saccorse, a suo tempo, cheil gesto di riconsegnare il denaro ai preti mal si addiceva al cliché del Giudaavaro o esoso. Daltra parte, lo stesso Matteo lascia intendere che la somma corri-sposta e restituita non aveva altro scopo che quello di confermare una pro-fezia di Geremia (che poi, invece, era di Zaccaria). Per non parlare del fattoche i 30 sicli dargento sono identici al prezzo fissato dalla legge mosaicaper la vita di uno schiavo ucciso (Gesù infatti nei vangeli appare come unoschiavo: o perché trattato così dai romani, o perché lui stesso, pur essendodio, scelse di vivere così). In realtà, sin dal 1828 lipotesi più interessante con la quale si ècercato di spiegare il motivo del tradimento e, di conseguenza, lomertà e lefalsificazioni dei vangeli (che sono testi sì politici, ma sostanzialmente con-servatori), è sempre stata quella dellestremismo politico che caratterizzavalapostolo della Giudea. Allora il primo a sostenerla fu H. E. G. Paulus, conla sua famosa Vita di Gesù; oggi il già citato Brandon, E . Schweizer e altriancora. D. Rops sostiene sì il motivo politico, ma nel senso che Giuda tradìperché Gesù non voleva dare alcun adito alle ambizioni temporali (col che,in ultima istanza, si finisce col condividere linterpretazione evangelica).255
    • Biografia demistificata del Cristo Giuda insomma - questa la miglior tesi fino a oggi proposta - tro-vatosi profondamente deluso dallimmobilismo di Gesù, ne avrebbe provo-cato larresto per costringerlo a prendere il potere con un colpo di mano, ocomunque per sollecitare la folla di Gerusalemme a uninsurrezione antiro-mana nel momento cruciale della Pasqua. Giuda dunque sarebbe stato unestremista vicino alle posizioni zelote. La stessa denominazione di «Iscario-ta» non indica - come vogliono alcuni - la città di provenienza, bensì la tra-scrizione semitica di sicarius, termine col quale i romani designavano glizeloti o comunque lala più radicale di questo partito. Peraltro anche lapo-stolo Simone cananeo era uno zelota8 e lappellativo di «barjona» riferito aPietro in Mt 16,17 può benissimo significare «ribelle» o «fuorilegge» (vedile tesi di F. Schulthess, riprese da O. Cullmann). Che Giuda fosse un estremista e non un conservatore - come credeZullino - lo si capisce proprio dal racconto giovanneo dei pani moltiplicati,che è il più politicizzato dei quattro. Giuda cominciò a pensare di tradireGesù nel momento stesso in cui lo vide rifiutare il trono dIsraele di fronte acinquemila persone che glielo offrivano (non dimentichiamo che la guarni-gione romana stanziata a Gerusalemme era composta soltanto di 600 solda-ti). Diversamente da come vuole Zullino, Giuda, forse più degli altri apo-stoli, sperava che Gesù approfittasse della popolarità acquisita per muoveresubito contro il potere di Roma e dei suoi alleati (sadducei, anziani, sommisacerdoti, erodiani, ecc.). A Cafarnao invece Gesù declinò linvito della folla perché serareso conto chessa voleva la sua elezione monarchica, non in quanto lo rite-neva superiore a Mosè, e quindi capace di rinnovare profondamente i valorie la prassi esistenti, ma solo in quanto lo riteneva capace di ripristinare levecchie consuetudini ebraiche, ridando lustro a unantica e gloriosa tradi-zione, quella dei tempi di Davide e Salomone. Praticamente la stessa cosa si ripeté a Gerusalemme in occasionedellingresso messianico. Anche Giuda ha la stessa fretta di veder realizzatoil regno e non riesce ad accettare il realismo e le scelte tattiche del messia.Nel racconto giovanneo dellultima cena Gesù, temendo seriamente chequalcuno, con decisioni impulsive, lo potesse costringere a fare cose chenon avrebbe voluto fare, verifica la fiducia degli apostoli nella scelta deisuoi tempi e nella sua strategia... lavando loro i piedi! Fu un gesto simboli-co, ma di grande effetto. Tentato dal rifiutarlo, Pietro non riusciva a soppor-tare che limminente re dIsraele si abbassasse a quel livello. Ma il candida-8 Mc 3,18 non dice che Simone era «zelota» ma solo «cananeo». Lo dice tuttavia Lc6,15, perché ai suoi tempi la parola «zelota» non aveva più il carattere imbarazzanteche aveva ancora in quelli di Marco. Luca infatti fa «armare» i discepoli di Gesù(22,36), Marco no. 256
    • Umano e Politicoto al trono voleva soltanto far capire che non avrebbe preso il potere senzauna vasta e cosciente partecipazione popolare: il suo messianismo o venivaaccettato in tutta la sua umana democraticità, oppure era meglio rinunciareallimpresa, poiché le conseguenze, al cospetto dellimpero schiavista piùforte del mondo, sarebbero state pesanti per tutti. Durante il trionfo dellingresso messianico, a chi pretendeva di ve-dere nel messia un superman capace dimporsi con la forza della sua autori-tà, il Cristo aveva risposto dessere soltanto un «figlio delluomo» che perpoter vincere loppressore romano aveva prima bisogno dessere «innal-zato», cioè eletto, appoggiato democraticamente dalle masse popolari. Giuda però questa volta non si lascia sorprendere: per lui le masseerano soltanto un gregge da guidare, una forza da usare a propria discrezio-ne. Ecco perché rifiuta, pur senza manifestarlo, la lavanda dei piedi. La suaalternativa ormai è unaltra: «O reagisci alla mia provocazione prendendo atutti i costi il potere, oppure ne esci sconfitto, ma allora non eri tu il messiache attendevamo». Probabilmente Giuda era anche convinto che, comunquefossero andate le cose, nessuno avrebbe potuto rimproverarlo daver tradito.Viceversa Gesù, non intenzionato a imporre un regime di terrore psicologi-co allinterno del collegio apostolico in un momento così delicato, cercavadi dissuadere chiunque dal non prendere iniziative personali. In particolare con lIscariota il Cristo usa molto tatto e diplomazia:lo vuole vicino a sé durante la cena, gli offre con gesto di grande familiaritàun boccone di cibo e lo incarica di una missione molto importante, scono-sciuta - dice Giovanni - agli altri apostoli. La famosa frase di Gesù: «Quelloche devi fare, fallo presto», va appunto intesa in questo senso, che Gesù vo-leva sapere, prima di decidere il piano dazione insurrezionale, qual era lul-tima parola dei possibili alleati (in primo luogo i farisei, ma anche gli zelo-ti, i battisti, gli esseni...), cioè su quali forze poteva effettivamente contare. Cosa poi sia successo mentre Gesù e gli altri apostoli attendevanola risposta e mentre cercavano di sottrarsi alla cattura ritirandosi nel rifugiodel Getsemani, è facile immaginarlo, anche se impossibile dimostrarlo. Ot-tenuta una risposta negativa o insoddisfacente, Giuda avrà deciso a quelpunto di agire come la sua coscienza gli comandava.99 Chissà perché quando si pensa al tradimento di Giuda viene spontaneo fare unconfronto con quello di Trotski nel 1918, allorché, in qualità di capo della delega-zione sovietica ai colloqui con i plenipotenziari tedeschi, egli infranse le istruzionidi Lenin, del Cc del partito e del governo sovietico, non sottoscrivendo le condizio-ni della Germania e rompendo le trattative di pace. Ovviamente i contesti, le moti-vazioni, le finalità sono del tutto diversi. Ma analoga è la modalità: entrambi decise-ro arbitrariamente il destino di un progetto di liberazione, violando decisioni colle-giali già prese. Come noto, il comportamento di Trotski e dei «comunisti di sinistra»fece il gioco dellimperialismo tedesco, che così poté passare alloffensiva. Natu-257
    • Biografia demistificata del Cristo Quando si osservano atteggiamenti di questo tipo è difficile indivi-duare il meccanismo che li fa scattare. Indubbiamente la tendenza a credereche nelle situazioni di conflitto esasperato sia più facile conseguire determi-nati obiettivi di giustizia e di libertà, può diventare una forte sollecitazioneinterna. Normalmente, però, una convinzione del genere porta o a soprav-valutare le proprie forze o a sottovalutare quelle dellavversario. Sia comesia, la logica fatalistica e insieme volontaristica del «tanto peggio tanto me-glio» resta assolutamente inaccettabile. Il desiderio di creare situazioni-limite, altamente esplosive, senzatener conto delle reali forze in campo, riflette non solo una grande sfiducianelle potenzialità delle masse, ma anche una concezione individualista del-lesistenza, che facilmente sbocca verso soluzioni terroristiche o comunquevelleitarie. Peraltro, proprio a queste soluzioni si deve - stando alla croni-storia di Giuseppe Flavio - la trasformazione della Palestina in un cumulodi pietre fumanti.ralmente il tradimento venne fatto nella convinzione dessere nel giusto e nella spe -ranza di realizzare precisi scopi; tuttavia i risultati furono esattamente opposti aquelli previsti. 258
    • Umano e Politico L’arresto di Gesù Gv 18,1-18 Mc 14,43-54 Mt 26,47-58 Lc 22,47-55[1] Detto questo, [43] E subito, men- [47] Mentre parlava [47] Mentre egliGesù uscì con i tre ancora parlava, ancora, ecco arriva- ancora parlava,suoi discepoli e arrivò Giuda, uno re Giuda, uno dei ecco una turba diandò di là dal tor- dei Dodici, e con Dodici, e con lui gente; li precedevarente Cedron, dove lui una folla con una gran folla con colui che si chiama-cera un giardino spade e bastoni spade e bastoni, va Giuda, uno deinel quale entrò con mandata dai sommi mandata dai sommi Dodici, e si accostòi suoi discepoli. sacerdoti, dagli sacerdoti e dagli a Gesù per baciarlo.[2] Anche Giuda, il scribi e dagli anzia- anziani del popolo. [48] Gesù gli disse:traditore, conosce- ni. [48] Il traditore «Giuda, con un ba-va quel posto, per- [44] Chi lo tradiva aveva dato loro cio tradisci il Figlioché Gesù vi si riti- aveva dato loro questo segnale di- delluomo?».rava spesso con i questo segno: cendo: «Quello che [49] Allora quellisuoi discepoli. «Quello che bacerò, bacerò, è lui; arre- che eran con lui,[3] Giuda dunque, è lui; arrestatelo e statelo!». vedendo ciò chepreso un distacca- conducetelo via [49] E subito si av- stava per accadere,mento di soldati e sotto buona scorta». vicinò a Gesù e dis- dissero: «Signore,delle guardie forni- [45] Allora gli si se: «Salve, dobbiamo colpirete dai sommi sacer- accostò dicendo: Rabbì!». E lo baciò. con la spada?».doti e dai farisei, si «Rabbì» e lo baciò. [50] E Gesù gli dis- [50] E uno di lororecò là con lanter- [46] Essi gli misero se: «Amico, per colpì il servo delne, torce e armi. addosso le mani e questo sei qui!». sommo sacerdote e[4] Gesù allora, co- lo arrestarono. Allora si fecero gli staccò lorecchionoscendo tutto [47] Uno dei pre- avanti e misero le destro.quello che gli dove- senti, estratta la mani addosso a [51] Ma Gesù inter-va accadere, si fece spada, colpì il servo Gesù e lo arrestaro- venne dicendo:innanzi e disse loro: del sommo sacer- no. «Lasciate, basta«Chi cercate?». dote e gli recise lo- [51] Ed ecco, uno così!». E toccando-[5] Gli risposero: recchio. di quelli che erano gli lorecchio, lo«Gesù, il [48] Allora Gesù con Gesù, messa guarì.Nazareno». Disse disse loro: «Come mano alla spada, la 52] Poi Gesù disseloro Gesù: «Sono contro un brigante, estrasse e colpì il a coloro che gliio!». Vi era là con con spade e bastoni servo del sommo eran venuti contro,loro anche Giuda, il siete venuti a pren- sacerdote staccan- sommi sacerdoti,traditore. dermi. dogli un orecchio. capi delle guardie[6] Appena disse [49] Ogni giorno [52] Allora Gesù del tempio e anzia-«Sono io», indie- ero in mezzo a voi gli disse: «Rimetti ni: «Siete usciti contreggiarono e cad- a insegnare nel la spada nel fodero, spade e bastonidero a terra. tempio, e non mi perché tutti quelli come contro un bri-[7] Domandò loro avete arrestato. Si che mettono mano gante?di nuovo: «Chi cer- adempiano dunque alla spada periran- [53] Ogni giorno259
    • Biografia demistificata del Cristocate?». Risposero: le Scritture!». no di spada. ero con voi nel«Gesù, il [50] Tutti allora, [53] Pensi forse che tempio e non aveteNazareno». abbandonandolo, io non possa prega- steso le mani contro[8] Gesù replicò: fuggirono. re il Padre mio, che di me; ma questa è«Vi ho detto che [51] Un giovanetto mi darebbe subito la vostra ora, è lim-sono io. Se dunque però lo seguiva, ri- più di dodici legio- pero delle tenebre».cercate me, lasciate vestito soltanto di ni di angeli? [54] Dopo averloche questi se ne va- un lenzuolo, e lo [54] Ma come allo- preso, lo condusse-dano». fermarono. ra si adempirebbero ro via e lo fecero[9] Perché sadem- [52] Ma egli, la- le Scritture, secon- entrare nella casapisse la parola che sciato il lenzuolo, do le quali così del sommo sacer-egli aveva detto: fuggì via nudo. deve avvenire?». dote. Pietro lo se-«Non ho perduto [53] Allora condus- [55] In quello stes- guiva da lontano.nessuno di quelli sero Gesù dal som- so momento Gesù [55] Siccome ave-che mi hai dato». mo sacerdote, e là disse alla folla: vano acceso un fuo-[10] Allora Simon si riunirono tutti i «Siete usciti come co in mezzo al cor-Pietro, che aveva capi dei sacerdoti, contro un brigante, tile e si erano sedutiuna spada, la trasse gli anziani e gli con spade e basto- attorno, anche Pie-fuori e colpì il ser- scribi. ni, per catturarmi. tro si sedette invo del sommo sa- [54] Pietro lo aveva Ogni giorno stavo mezzo a loro.cerdote e gli tagliò seguito da lontano, seduto nel tempiolorecchio destro. fin dentro il cortile ad insegnare, e nonQuel servo si chia- del sommo sacer- mi avete arrestato.mava Malco. dote; e se ne stava [56] Ma tutto que-[11] Gesù allora seduto tra i servi, sto è avvenuto per-disse a Pietro: «Ri- scaldandosi al fuo- ché si adempisserometti la tua spada co. le Scritture dei pro-nel fodero; non feti». Allora tutti idevo forse bere il discepoli, abbando-calice che il Padre natolo, fuggirono.mi ha dato?». [57] Or quelli che[12] Allora il di- avevano arrestatostaccamento con il Gesù, lo condusse-comandante e le ro dal sommo sa-guardie dei Giudei cerdote Caifa, pres-afferrarono Gesù, so il quale già silo legarono erano riuniti gli[13] e lo condusse- scribi e gli anziani.ro prima da Anna: [58] Pietro intantoegli era infatti suo- lo aveva seguito dacero di Caifa, che lontano fino al pa-era sommo sacer- lazzo del sommodote in quellanno. sacerdote; ed entra-[14] Caifa poi era to anche lui, si posequello che aveva a sedere tra i servi,consigliato ai Giu- per vedere la con- 260
    • Umano e Politicodei: «È meglio che clusione.un uomo solo muo-ia per il popolo».[15] Intanto SimonPietro seguiva Gesùinsieme con un al-tro discepolo. Que-sto discepolo eraconosciuto dalsommo sacerdote eperciò entrò conGesù nel cortile delsommo sacerdote;[16] Pietro invecesi fermò fuori, vici-no alla porta. Allo-ra quellaltro disce-polo, noto al som-mo sacerdote, tornòfuori, parlò allaportinaia e fece en-trare anche Pietro.[17] E la giovaneportinaia disse aPietro: «Forse an-che tu sei dei disce-poli diquestuomo?». Eglirispose: «Non losono».[18] Intanto i servie le guardie aveva-no acceso un fuoco,perché faceva fred-do, e si scaldavano;anche Pietro stavacon loro e si scalda-va. * Durante lultima cena Gesù aveva incaricato Giuda di svolgere unamansione decisiva in tempi brevi («Quello che devi fare, fallo presto», Gv13,27), di cui possiamo soltanto vagamente immaginarci la natura, essendo261
    • Biografia demistificata del Cristoquella cena lultima prima dellinsurrezione armata, che forse doveva avve-nire in quella stessa notte. Il fatto che Gesù avesse incaricato Giuda, in un momento così deli-cato, e non un qualunque altro apostolo che fino a quel momento era statosicuramente molto più protagonista di lui, ci fa pensare che quellincaricopoteva svolgerlo solo lui, o che comunque lui fosse in quel momento la per-sona più indicata (probabilmente a motivo delle sue origini giudaiche, cioènon galilaiche, oppure a motivo delle sue conoscenze o del suo passato po-litico in Giudea). Sappiamo che alcuni apostoli provenivano dallambiente battista,altri dal quello zelota: Giuda forse proveniva dal fariseismo progressista(quello di Nicodemo, Giuseppe di Arimatea...). Se è così, allora è possibileipotizzare che Giuda dovesse avvisare i farisei e i gruppi politici che aveva-no organizzato lingresso trionfale del messia nella capitale, che linsurre-zione era imminente, per cui dovevano tenersi pronti a intervenire in manie-ra costruttiva, cercando di renderla meno cruenta possibile. Dal momento che Giuda tardava a tornare, Gesù e gli apostoli ri-masti cominciarono a preoccuparsi: forse non pensarono subito a un tradi-mento, ma a un incidente, a una qualche fatalità che aveva impedito a Giu-da di tornare indietro. Fatto sta che ad un certo punto decisero di abbando-nare il cenacolo e di rifugiarsi al di fuori delle mura, in un bosco sopra unmonte: il Getsemani, detto Orto degli Ulivi. Poiché non possiamo credere che Gesù avesse scelto di affidarelincarico a Giuda proprio perché lo sospettava di tradimento, né perché vo-lesse metterlo alla prova in un momento così cruciale per la riuscita della ri-voluzione, dobbiamo anzi pensare il contrario, e cioè che Gesù desse perscontato che Giuda avrebbe eseguito il compito senza discutere. Durante lultima cena Gesù sera raccomandato di stare uniti, di ri-spettare alla lettera le disposizioni comuni, di non prendere iniziative perso-nali: Giuda in quel momento era stato incaricato di eseguire un compito de-cisivo ai fini della riuscita della rivoluzione. Se qualcosa andò storto, non fuperché lui aveva da tempo preventivato di tradire (come in genere i vangelivogliono farci credere), ma proprio perché lo fece a insaputa di tutti. Partìdal cenacolo con unintenzione e vi ritornò con tuttaltra intenzione. Dobbiamo anzi dare per scontato che Giuda non sospettasse affattoche Gesù stava subodorando un tradimento, per cui, in prima battuta, men-tre guidava le guardie per catturarlo, si sarà recato al cenacolo, convinto ditrovarli ancora tutti lì. Soltanto quando vide che non cera nessuno, pensòche si fossero rintanati nel solito nascondiglio: il Getsemani, dove la cattu-ra, a motivo anche del buio, sarebbe stata sicuramente più difficoltosa. 262
    • Umano e Politico Probabilmente fino al cenacolo si pensò che le guardie del Tempiopotessero essere sufficienti, ma sicuramente per entrare nel Getsemani siaveva bisogno di un ulteriore rinforzo militare, che venne offerto da Pilato. Perché Giuda tradì? Se voleva la Palestina libera e non credevanella rivoluzione, perché non era uscito prima dal movimento nazareno? Haforse fatto il doppio gioco sin dallinizio? Era forse un infiltrato di Caifa odei farisei? Comè possibile che ad un uomo così poco affidabile il Cristoavesse dato in quella notte una missione così delicata da compiere? Se inve-ce militava nei nazareni convinto di poter liberare il suo paese, perché deci-se di tradire? Se a questa domanda dessimo questa risposta: Giuda era unmoderato che tradì in buona fede, convinto di fare gli interessi del suo pae-se, saremmo molto lontani dalla verità? Oppure dobbiamo pensare che Giu-da tradì perché, vedendo l’indisponibilità dei farisei progressisti, temevache il Cristo avrebbe rinunciato all’insurrezione, come già aveva fatto altempo dei cosiddetti «pani moltiplicati»? E quindi pensava che le folle diGerusalemme, vedendo l’ennesimo leader catturato dai romani, si sarebberoribellate in massa, a dispetto dei loro partiti opportunisti e contro le loroistituzioni colluse col nemico? Quando Gesù entrò trionfante a Gerusalemme, in groppa a un asi-no, in segno di umiltà ma facendo chiaramente capire che i tempi erano ma-turi per linsurrezione, i farisei erano molto indecisi sul da farsi: da un latoavrebbero voluto fermarlo, dallaltro si chiedevano se non fosse il caso diappoggiarlo. È contro questultimi che si scaglia Caifa, chiedendo che ilmessia venga catturato prima che i romani reagiscano con violenza. Dopo la vicenda di Lazzaro di Betania (in cui la sua «resur-rezione» va letta come metafora della ripresa della battaglia rivoluzionaria)il Cristo avrebbe voluto entrare subito a Gerusalemme, ma vi fu impeditoda una riunione del Sinedrio, in cui si decise ufficialmente la sua morte, ocomunque che bisognava assolutamente arrestarlo e consegnarlo ai romani:era la prima volta che i farisei accettavano una risoluzione del genere. Perquesto motivo gli apostoli con lui resteranno nella clandestinità pressoEfraim (Gv 11,54) almeno sino allimminenza della Pasqua. A Betania doveva essere successo qualcosa di politicamente moltosignificativo, poiché Giovanni scrive che, al vedere Gesù uscire dalla clan-destinità collintenzione di entrare nella capitale, «molti credevano in lui»(11,45) e i partiti politici di Gerusalemme serano divisi sullatteggiamentoda tenere. I farisei progressisti erano dellavviso che bisognasse appoggiareliniziativa dellinsurrezione, anche se temevano le conseguenze da partenon tanto della guarnigione romana stanziata nella capitale, che in fondoera ben poca cosa, quanto piuttosto delle legioni imperiali che sicuramentesarebbero intervenute col peso di tutta la loro forza. Essi volevano la libera-263
    • Biografia demistificata del Cristozione della Palestina, ma temevano di prendere decisioni risolute in sensorivoluzionario, preferivano temporeggiare, nella speranza di poter logorareil potere romano con la politica dei «piccoli passi», che però fino a quelmomento non aveva dato alcun frutto tangibile. Fu Caifa che, nel corso della riunione parlamentare, fece una pro-posta che lasciò tutti spiazzati. Disse che se avessero lasciato fare i nazare-ni, Israele sarebbe stata perduta, poiché essi non fruivano di appoggi popo-lari e istituzionali sufficienti; se invece avessero arrestato il Cristo, Roma liavrebbe considerati più affidabili a livello istituzionale e avrebbe aumentatole loro libertà di manovra. Caifa insomma quando affermò, rivolto aifarisei, quella frase che appariva come una sentenza di morte: «Voi non ca-pite! Non vi rendete conto che è meglio per voi la morte di un solo uomopiuttosto che la rovina di tutta la nazione» (Gv 11,50), aveva dato sfoggiodi tutta la sua abilità di consumato politico, abituato a guardare la realtà dal-le finestre del suo palazzo. E magari qualche cinico, tra i sinedriti, avrà pensato che se la re-sponsabilità dellesecuzione del messia fosse ricaduta interamente sui roma-ni, si sarebbe anche potuto ottenere una ribellione in massa della popolazio-ne, stanca di vedere infranta ogni speranza di liberazione. E solo a quelpunto le istituzioni giudaiche avrebbero dovuto guidare la rivolta antiroma-na. Il quarto vangelo poi qui si diverte a equivocare sul significato del-le parole. Il fatto che si volesse «Gesù morto per la nazione e anche per uni-re i figli di Dio dispersi» (Gv 11,51 s.) cosa stava a significare concreta-mente? Forse chera meglio collaborare con Pilato nel sacrificare un leaderebraico, evitando così la ritorsione delloccupante e salvare il paese? Oppu-re che - come vuole linterpretazione cristiana - grazie alla morte del Cristosè potuto porre fine al primato etico-politico della nazione dIsraele, apren-do le porte alla salvezza spirituale di tutto il genere umano? Davvero difronte allo scandalo di una nuova esecuzione capitale da parte dei romanilintera popolazione dIsraele (e non solo quindi quella Giudea) sarebbe in-sorta in massa? Il Cristo andava quindi «sacrificato» per il bene della nazio-ne oppressa e degli ebrei della diaspora? È assodato che la stragrande maggioranza dei gruppi, movimenti epartiti politici dellintero paese volesse la liberazione nazionale, ma sui me-todi da usare per realizzare questo obiettivo non ci si trovava mai daccordo.È molto probabile, in quel momento, che, vedendo la decisione dellala con-servatrice del Sinedrio di catturare Gesù per consegnarlo ai romani, lalaprogressista dei farisei fosse ancora intenzionata ad appoggiare una qualcheiniziativa rivoluzionaria, seppur senza impegnarsi in prima fila. Giuda era forse stato incaricato di chiedere definitivamente ai fari-sei progressisti da che parte stessero, e dalla risposta che poteva ottenere, 264
    • Umano e PoliticoGesù avrebbe deciso la relativa tattica: non è da escludere chegli si sarebbeaccontentato di una dichiarata neutralità da parte dei farisei. Doveva soltan-to saperlo presto, anche perché, in caso contrario, non gli restava che na-scondersi nel Getsemani o addirittura fuggire dalla città santa. È probabile, a questo punto, che lo stesso Giuda si sia o sia statoconvinto a comportarsi come non avrebbe voluto, cioè è probabile che glisiano state fatte delle promesse, delle assicurazioni, traendolo in inganno.Giuda fu traditore suo malgrado, tradì per debolezza, superficialità, erratosenso del dovere, protagonismo fuori luogo... di certo non tradì per denaro. * Qui tuttavia, mettendo a confronto la versione del quarto vangelocon quella dei Sinottici, vien spontaneo chiedersi il motivo per cui Giovan-ni abbia avvertito il bisogno di riscrivere la cattura di Gesù quando lepiso-dio era già stato abbondantemente trattato prima. Perché ripetere cose giàdette quando risultavano assodate almeno quattro cose:- che Giuda fosse il traditore;- che fosse lui la guida del manipolo nel Getsemani;- che Gesù non oppose resistenza al suo arresto;- che qualcuno tra i discepoli reagì cercando di uccidere un servo del som-mo sacerdote. Rispetto a queste cose, condivise dai Sinottici, che cosa si potevadire di più o di diverso? In realtà vi sono alcune differenze sostanziali traGiovanni e gli altri vangeli che lhanno preceduto. E ora bisogna vederleestesamente. Il trasferimento dal cenacolo al Getsemani avvenne per motivi disicurezza. Anche Luca sa che «di notte il Cristo - dopo aver insegnato digiorno presso il tempio - usciva dalla città di Gerusalemme e se ne stava al-laperto, sul monte degli Ulivi» (21,37). Ogni tanto Luca sorprende per cer-te informazioni cripto-politiche che rilascia autonomamente, come quandoad es. dice che Gesù raccomandò ai discepoli di vendere il mantello perprocurarsi una spada (22,36), e tuttavia qui egli non saccorge che il trasfe-rimento dal cenacolo al Getsemani era avvenuto proprio per motivi di sicu-rezza. I Sinottici, in effetti, su questo trasferimento forzato sono piuttostoreticenti, in quanto non possono far vedere che il Cristo «non voleva» mori-re. La loro tesi è che al Getsemani, accompagnato dai discepoli, Gesù andònon tanto per nascondersi quanto per «pregare» dio di aiutarlo ad affrontarecon coraggio lultima prova della sua vita, e questo mentre tutti, inclusi i treprediletti, dormivano della grossa, o perché stanchi, o perché lora era tarda,265
    • Biografia demistificata del Cristoin ogni caso del tutto ignari del pericolo incombente. Giovanni invececapovolge la situazione e dice che tutti erano ben svegli e preoccupati. Gesù si era deciso per il trasferimento dal cenacolo al Getsemanisolo dopo aver visto che Giuda tardava a compiere lincarico che gli era sta-to affidato. Invece di scegliere la soluzione della fuga precipitosa in ordinesparso, preferì la soluzione più rischiosa, ma che offriva maggiori chancesnel caso si fosse stati costretti a patteggiare qualcosa. Cioè se il Cristo sifosse nascosto da solo nel Getsemani e avesse lasciato gli Undici nel cena-colo, liberi di fare quello che volevano, probabilmente avrebbero catturatotutti. Viceversa, stando tutti uniti, egli poté usare se stesso come merce discambio per la liberazione dei discepoli. Quindi è da escludere chegli abbia detto loro che dove andava luiloro non avrebbero potuto seguirlo (Gv 13,31-38). Al massimo possonoaver discusso su che cosa fare nelleventualità che avessero catturato Giudao che questi avesse tradito. Forse possono aver pensato a una fuga in ordinesparso, poi, vedendo Pietro che insisteva nel volersi nascondere col Cristonel Getsemani, in quanto temeva che se lavessero lasciato solo sicuramentelavrebbero catturato, tutti gli altri si saranno adeguati. È poi probabile laspacconata di Pietro quando dice che se anche avesse dovuto morire nonlavrebbe mai tradito, ma è del tutto inverosimile la profezia del Cristo rela-tiva alla coincidenza di terzo rinnegamento e canto del gallo. Peraltro qui gli esegeti hanno sempre pensato che nellultima cenafossero presenti soltanto i dodici apostoli, ma, trattandosi di una riunioneclandestina, è impensabile immaginare che non vi fossero altre persone agarantire un certo servizio dordine: la richiesta di vendere il mantello percomprare una spada non può essere stata fatta agli apostoli, che dal periododella clandestinità giravano sempre armati. Se al Getsemani vi fosse stato uno scontro cruento tra ebrei, leconseguenze sarebbero state imprevedibili. Il fatto stesso che le guardieguidate da Giuda chiedano soltanto di catturare Gesù è indicativo. Giovannidice esplicitamente che «quando si avvicinò la Pasqua, molti dalle campa-gne salirono a Gerusalemme per purificarsi prima della festa. Là cercavanoGesù...» (11,55 s.). Non lo cercavano tanto per salutarlo o incoraggiarlo,quanto per mettersi a sua disposizione. Solo un irresponsabile infatti avreb-be potuto fare uninsurrezione nella capitale presidiata dai romani, senzaavere un sicuro riscontro popolare. Giovanni fa capire due cose: che Gesù non voleva essere catturatoe che veniva data a Giuda una seconda possibilità per non tradire, quella dinon rivelare il nascondiglio segreto. Giuda avrebbe potuto portare le guar-die al cenacolo, costatare che non vi era più nessuno, sostenere che non co-nosceva nessun altro posto ove avrebbero potuto nascondersi e tutti se nesarebbero tornati a casa. Lunico a rimetterci della figuraccia sarebbe stato 266
    • Umano e Politicolui, che peraltro non avrebbe potuto trovare parole adeguate per giustificarsidi fronte al collegio apostolico. Nei Sinottici appare esattamente il contrario, e cioè che Gesù ave-va scelto quel luogo proprio perché Giuda lo conosceva bene, per cui pote-va tradirlo in tutta tranquillità, come se tra i due vi fosse stata una prelimi-nare intesa, un accordo «in nome di dio». Tra la polizia giunta per arrestarli non cera solo quella giudaicama anche quella romana. Questa precisazione di Giovanni è stata oggetto dimoltissime controversie, in quanto fa chiaramente capire come sin dallini-zio il movimento nazareno risultasse inviso alle autorità di Roma. Pilato do-veva necessariamente sapere che Gesù era un leader che stava preparandouninsurrezione armata. Nessuno dei Sinottici dice questa cosa: Marco parla di «molti uo-mini armati di spade e bastoni mandati dai capi dei sacerdoti, dai maestridella legge e dalle altre autorità» (14,43). Matteo e Luca, che in questo co-piano da Marco, dicono la stessa cosa. Chi siano le «altre autorità» non èdato sapere: certamente dai Sinottici, costantemente preoccupati a dimo-strare laffidabilità politica dei cristiani al cospetto di Roma, non si potràmai scoprire cherano quelle romane. Giovanni non parla solo di «coorte romana» ma anche di guardiemesse a disposizione dai farisei (18,3): quindi è da escludere che i fariseiprogressisti non sapessero di questa iniziativa. Il termine tecnico usato daGiovanni per indicare i romani è stato preso dal linguaggio militare di queltempo: la cohors era un decimo della legione, quindi circa 600 uomini. Unnumero che agli esegeti è parso subito eccessivo per unoperazione del ge-nere. Va detto però che a volte il termine in questione veniva usato per indi-care anche solo un terzo della coorte, per cui in tal caso può essersi trattatodi un manipolo di 200 soldati. Sarebbe stato daltra parte insensato lasciaretotalmente sguarnita la fortezza Antonia, ove appunto era acquartierata unacoorte di circa 600 militari. La presenza massiccia di queste forze militari giudaico-romane,guidate da un tribuno (Gv 18,12), fu probabilmente richiesta dalle stesseautorità giudaiche, che non volevano rischiare, essendo molto favorevoleloccasione insperata del tradimento di Giuda, che il messia riuscisse a fug-gire, né che a causa del suo arresto scoppiasse un tumulto popolare in città.Con una scorta così numerosa e ben armata sarebbe stato difficile ai nazare-ni organizzare in fretta una controffensiva. Non fu Giuda a indicare con un bacio Gesù alle guardie, affinchélo individuassero con sicurezza nel buio e lo catturassero, ma fu lo stessoGesù che si fece riconoscere e arrestare. Sono versioni molto differenti deifatti. In quella sinottica si ha limpressione che Cristo sia stato colto di sor-presa e che senza quel bacio forse non sarebbero stati in grado di catturarlo:267
    • Biografia demistificata del Cristoil che contraddice lintera impostazione sinottica che nella cattura di Gesùvede qualcosa di inevitabile, utile alla tesi della «morte necessaria» delmessia. Tale