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Storia della Grecia classica
 

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Dalle origini all'ellenismo

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    Storia della Grecia classica Storia della Grecia classica Document Transcript

    • homolaicus.comNato a Cernusco sul Naviglio nel 1973, Adriano Torricelli si èlaureato in filosofia nel 2001. Ha curato diversi articoli di argo-mento storico e filosofico e ha redatto due testi di storia antica(romana e greca) appositamente per il web.Tutti i suoi scritti sono pubblicati sul sito www.homolaicus.comPer contattarlo adriano.torricelli@gmail.com
    • Prima edizione 2011Il contenuto della presente opera e la sua veste grafica sono rilasciaticon una licenza Common ReaderAttribuzione non commerciale - non opere derivate 2.5 Italia.Il fruitore è libero di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico,rappresentare, eseguire e recitare la presente opera alle seguenti condi-zioni:- dovrà attribuire sempre la paternità dellopera allautore- non potrà in alcun modo usare la riproduzione di questopera per finicommerciali- non può alterare o trasformare lopera, né usarla per crearne unaltraPer maggiori informazioni:creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/
    • ADRIANO TORRICELLISTORIA DELLA GRECIA CLASSICA Tra Oriente e Occidente www.lulu.com stores.lulu.com/galarico
    • Da qualunque visuale si esamini il bacino del Mediterraneo, esso apparecome il ricettacolo naturale di una civiltà che gli è debitrice dei suoi ca-ratteri; da qualunque visuale si esamini il bacino dellEgeo, ci accorgia-mo che esso accentua con singolare vigoria ciascuna delle caratteristicheche distinguono il Mediterraneo nel suo complesso: caratteristiche lequali fanno dellEgeo la culla della civiltà. Quel che stupisce altrove, neigrandi paesi dellOriente, è lenorme nelluniforme: nella produzione,nella potenza, nella bellezza stessa, in tutto impera la quantità.NellEgeide, il continuo variare della natura non lascia possibilità in nes-sun luogo a grandi agglomeramenti né di piante, né di animali, né diuomini. In ogni campo, nella politica come nellarte, è impossibile ag-giungere indefinitamente il medesimo al medesimo. Qui trionfano lau-tonomia e lindividualismo, e i doni naturali si sviluppano liberamente,senza altro ostacolo che la necessità di unorganizzazione armoniosa.Tuttavia, nella cerchia ristretta di una città o di unisola, una simile civil-tà corre il rischio desaurire ben presto la sua linfa e di morire anzi tem-po. Ma cè il mare, il grande benefattore. Attraverso di esso, gli Egeivanno a cercare la ricchezza e a prender conoscenza dei costumi daltripopoli.Grazie al mare, possono stabilirsi in terre lontane, ingrandendo il loropaese con innumerevoli colonie e, dando alla propria civiltà una sem-pre nuova giovinezza, portarla sino ai confini del mondo conosciuto.In complesso, il «miracolo greco», anzi il miracolo egeo, è leffetto diun singolare concorso di condizioni naturali su uomini capaci di trar-ne partito. Gustave Glotz, La civiltà egea
    • Premessa La storia dei popoli mediterranei, divisi tra regioni e cul-ture orientali o medio-asiatiche, e regioni e culture occidentali,conosce unevoluzione lunga ed incerta: se infatti da una parte eper molto tempo le due metà del bacino mediterraneo si sonomantenute in comunicazione costante, dallaltra e per lunghi pe-riodi della loro storia hanno intrattenuto rapporti conflittuali o dilatente estraneità. La Grecia daltra parte si trova, come regione occidenta-le, in una condizione tutta particolare: quella cioè di essere sia,per così dire, l«avamposto» (tanto cronologicamente, quantogeograficamente) della cultura occidentale, sia un centro di me-diazione e contaminazione tra queste due distinte aree politico-culturali. Punto di irradiamento della cultura europea – i cui carat-teri, assieme a quelli della cultura asiatica, verranno sommaria-mente analizzati nel prossimo paragrafo – in direzione delle re-gioni orientali (si pensi ad esempio al grande «esperimento» deiregni ellenistici…), ma anche centro di assorbimento e di assimi-lazione di suggestioni e di temi politici e culturali tipicamenteasiatici, la cultura e la storia greche trovano in una tale ambigui-tà di fondo uno dei (molteplici) motivi del proprio fascino e del-la propria modernità. Ma un tale soggetto – ovvero le molteplici e variegaterelazioni che hanno legato tra loro nei secoli passati Europa eMedio Oriente – può costituire uno spunto di riflessione su pro-blemi che, soprattutto in questi anni, segnati a quanto pare da unrisorgente scontro di civiltà tra Europa e Asia, ci riguardano piùche mai da vicino. Quella occidentale e quella orientale sono effettiva-mente due tradizioni inconciliabili? E se no, in che misura e suquali punti è possibile per esse intendersi – pur nella diversitàdi vedute – su argomenti di carattere morale, culturale, politicoe religioso? 5
    • Senza chiaramente avere la pretesa di affrontare diretta-mente tali questioni, ci limiteremo qui a cercare di fornire un re-soconto sommario delle tappe che, a partire dal II millennio a-vanti Cristo (dal periodo cioè della civiltà post-neolitica) per ar-rivare fino alla fine dellEllenismo ovvero allinizio della domi-nazione romana (all’incirca il II secolo avanti Cristo), hannoscandito le tappe dellevoluzione del mondo greco nei suoi rap-porti con il vicino mondo asiatico – intendendo con ciò Mesopo-tamia, Egitto, Siria, ecc. – il quale a sua volta si affaccia sullecoste mediterranee. Ai lettori poi, il compito di trarre – se credo-no – le proprie personali conclusioni su tali questioni.6
    • Introduzione alledizione cartacea Questo libro, e gli altri che ho scritto e pubblicato per ilweb, nascono da unavventura cominciata per caso circa sei annifa. Stavo facendo delle ricerche on-line su argomenti di mio in-teresse, quando mi imbattei in modo del tutto fortuito in unostrano articolo (scritto da un «fantomatico» autore, che si firma-va Xepel*) in cui si parlava delle Due strade della nascita delloStato nel mondo antico, alludendo con ciò allesistenza di duediverse e opposte tradizioni statali: quella asiatica (e più in gene-rale extra-europea) e quella peculiarmente europea e occidentaledi ascendenza greco-romana. Lessi larticolo con passione e im-pegno e lo trovai tanto interessante che decisi di cimentarmi inuno studio riepilogativo della storia greca e romana alla luce deiconcetti in esso espressi. Da qui, lidea di appuntare i miei pen-sieri su computer, e in seguito quella – ancora più balzana – disistemarli un po e pubblicarli man mano che li scrivevo su unsito, www.homolaicus.com, che tratta argomenti di ambito cul-turale e sul quale fino a oggi sono rimasti. Gradualmente riuscii nellimpresa di redigere, con faticacome si potrà immaginare non indifferente, ben due testi di sto-ria: il primo sulla storia romana e il secondo, ancora più accuratoe ambizioso del precedente, su quella greca (più altri articoli, tut-ti raccolti peraltro su tale sito, per gentile concessione e con las-sidua collaborazione e disponibilità del suo webmaster: il prof.Enrico Galavotti). Con estremo piacere infine, ho accolto alcunimesi fa la proposta fattami da Galavotti, di curare unedizionecartacea di questo mio secondo scritto, che si inserisse in unope-ra più generale di «trasformazione» degli ipertesti del suo sito inlibri di tipo tradizionale, il cui fine è renderne più facili la frui-zione e lo studio. Per realizzare una tale opera, mi sono così imbarcato inunaltra grande impresa: quella di rileggere per intero gran partedi ciò che avevo redatto nel corso di alcuni anni (cosa non facile 7
    • né leggera, devo ammetterlo, nemmeno per me), decidere cosavalesse la pena di trasferire su carta, nonché – e soprattutto – da-re agli scritti prescelti ununiformità e una forma migliori rispet-to a quelle che hanno on-line. So già di non aver assolutamente fatto un lavoro com-pleto né tantomeno esente da imperfezioni, sia stilistiche che(cosa ben più grave) contenutistiche. Ma tantè, ho fatto ciò cheera in mio potere fare! Spero ora che il lettore che abbia la pazienza di leggere,in parte o magari per intero, questo mio ponderoso volume, pos-sa trovarvi un qualche tipo di utilità: dalloccasione per spunti diriflessione personale a una valida base per affrontare esami o in-terrogazioni, od infine – perché no? – uno strumento per accre-scere la propria cultura generale. Ai miei «venticinque lettori» (come diceva quel tale)auguro dunque una piacevole e proficua lettura. Adriano Torricelli Cernusco sul Naviglio, 12 giugno 2011* Oggi Xepel non è più un mistero per me, si chiama Lorenzo Esposito ed èl’autore di diversi e interessanti articoli, pubblicati, oltre che su homolai-cus.com, anche sul suo sito personale: http://www.xepel.altervista.org/.8
    • Introduzione alla storia propriamente greca ed ellenica I due opposti modelli di sviluppo: occidentale ed asiatico La dicotomia tra mondo occidentale e mondo orientalenon è certo una scoperta moderna, e nemmeno uninvenzionemarxista. La tradizione storiografica occidentale infatti, è dasempre incline a opporre questi due tipi di tradizioni: quelle (daessa ritenute chiaramente migliori e più evolute) tipiche dellacultura europea occidentale, e quelle asiatiche. Gli illuministi adesempio, così come – dopo di loro – il grande Hegel, erano so-liti contrapporre mondo asiatico e mondo occidentale, veden-doli come due archetipi politico-culturali dominanti e oppostitra loro. Daltra parte, la scuola di pensiero marxista ha spessoignorato o comunque non ha sottolineato a sufficienza la diffe-renza che intercorre tra il feudalesimo occidentale (un tipo di so-cietà fondamentalmente chiusa e immobile, pur collocata in uncontesto occidentale) e le strutture sociali e politiche asiatiche(le quali effettivamente hanno dei punti di contatto e di affinitàcon il feudalesimo, ma anche delle profonde divergenze, come sivedrà meglio più avanti). Gli stessi Marx e Engels, allinizio della loro elaborazio-ne delle categorie storiografiche del materialismo dialettico, sierano soffermati esclusivamente sulla linea evolutiva tipicamen-te occidentale (sfociante come noto, nel corso dei secoli, nel si-stema capitalista), ignorando così lesistenza di quella secondatipologia evolutiva (in realtà, oltretutto, quantitativamente digran lunga prevalente) che è appunto quella asiatica basata sullecaste. Solo in un secondo momento essi si soffermarono su que-sta differente tipologia di organizzazione, cogliendone le caratte-ristiche peculiari e lautonoma dignità storica e epistemologica. Si può quindi dire che, tutto sommato, lorganizzazionedelle strutture sociali, alluscita dalle fasi più primitive o tribali, 9
    • si divida tra due opposte strade: a) quella asiatica basata sullecaste e b) quella europea basata invece sulle classi. Bisogna anche sottolineare – come uno studio storicopiù specifico e meno astratto, dimostra largamente – come que-ste due soluzioni, e soprattutto quella asiatica, raramente si tro-vino ad essere realizzate integralmente nelle formazioni socialireali. Queste ultime difatti, per quanto asiatiche nelle propriestrutture di fondo, di solito concedono sempre qualcosa anchealla proprietà privata e al commercio – ovvero ad attività privati-stiche e non collettivistiche, pressoché inevitabili con linsorgeredi una maggiore complessità dellorganizzazione del lavoro. Ilche non esclude però che possano esistere e che siano esistitesocietà integralmente orientali o di casta, così come vi sono mol-teplici esempi di società miste, seppure con una prevalenza alproprio interno o delle componenti asiatiche o di quelle occiden-tali.1 - La fase tribale Nel corso della sua lunga evoluzione, la società umanaha conosciuto differenti stadi di organizzazione, di complessità(almeno tendenzialmente) sempre crescente. Le prime fasi diuna tale storia, nelle quali luomo poco si distingue dagli altri a-nimali, sono caratterizzate dalla caccia, dalla pesca e dalla rac-colta di frutti come mezzi di sostentamento della comunità,dambito fondamentalmente ancora familiare. In essa vige ancorauna effettiva uguaglianza tra gli individui, dovuta a una presso-ché totale assenza di divisione sociale del lavoro: ogni membrodella comunità infatti deve provvedere al pari degli altri alle-spletamento delle mansioni alla base del mantenimento comune. Un avanzamento essenziale delle forze produttive –nonché, di conseguenza, una svolta epocale nellorganizzazionesociale, che alle prime è sempre strettamente connessa – fu de-terminata dalla scoperta dellagricoltura, della pastorizia e dal-lallevamento, in sostituzione agli antichi metodi della caccia edella raccolta dei frutti offerti spontaneamente dalla terra.10
    • Allaffermazione – tra certe popolazioni, anche se non intutte – di questi nuovi metodi produttivi, fece da complementolaffermazione di rapporti sociali e di produzione più complessidi quelli precedenti, ed anche meno paritari. La fase selvaggiadellumanità ebbe fine difatti con queste nuove invenzioni, fe-nomenali mezzi di avanzamento del genere umano, ovvero dicrescita della sua popolazione. A tali scoperte tuttavia, fecero seguito necessariamenteanche degli enormi cambiamenti nello stile di vita, legati appun-to alle esigenze strutturalmente connesse alle nuove tecnicheproduttive. Essenzialmente, da nomade luomo divenne stanzia-le, mentre le popolazioni rimaste attaccate ai vecchi stili di esi-stenza e di produzione (inizialmente certo non una minoranza!)vennero gradualmente espropriate e allontanate dai territori piùfertili e più ambiti dalle nuove popolazioni, di gran lunga piùnumerose, che si nutrivano di cereali per mezzo dellagricoltura. Anche questa seconda fase – che complessivamentechiamiamo barbarica, o pre-civile – conobbe al suo interno di-verse fasi: quella della gens, quella delle fratrie e infine quellapropriamente tribale. In essa si ebbe un avanzamento tanto nellestrutture produttive, quanto nellorganizzazione sociale, quantoinfine nellestensione e nellarticolazione della comunità. Si può dire che, complessivamente, il dato fondamentaledi un tale progresso consista nella nascita di una gerarchia so-ciale, per la quale vi è distinzione tra coloro che sono preposti ailavori più umili (come ad esempio quello di curare le greggi osovrintendere alla coltivazione) e coloro che sono invece prepo-sti ad attività di tipo dirigistico. Il primo effetto della complessi-tà del lavoro, cioè la necessità di frazionare questultimo in di-verse mansioni – riflesse poi in diversi ruoli e in diverse catego-rie sociali – ha inizio in questa fase. Appare qui in grande evi-denza la correlazione esistente tra le forze produttive (ovvero lerisorse, sia tecniche che umane, alla base della produzione socia-le) e i rapporti sociali di produzione (le relazioni che esistonofra i distinti gruppi sociali componenti la comunità, intesa comeorganizzazione finalizzata alla produzione). Col tempo, la crescita numerica dei componenti dellagens (ovvero la prima forma della fase qui analizzata) impone a 11
    • questultima lesigenza di frazionarsi in differenti sottogruppi,legati tra loro da rapporti di parentela, detti fratrie o gentes.Queste ultime poi, estendendosi ulteriormente, finiscono per u-nirsi in gruppi più ampi (gruppi al cui capo si pone solitamenteuna gens particolare) aventi il vantaggio della collaborazione re-ciproca, definiti tribù. Sarà appunto il modo differente di relazionarsi tra lorodelle tribù a determinare i due diversi sviluppi successivi: quelloasiatico e quello occidentale. In entrambi i casi sorgerà lo Stato,ovvero una forma di organizzazione superiore a quella gentilizia,in quanto connessa alle trasformazioni avvenute in seno a que-stultima. Ma tali trasformazioni in alcuni casi saranno legate anuove e superiori esigenze comunitarie (fondamentalmente, inOriente, allesigenza di migliorare la produttività agricola e ilrendimento delle terre, e di organizzare al meglio la difesa dainemici esterni), così come in altri casi saranno il risultato dellelotte instauratesi tra differenti tribù (e ciò soprattutto in Occi-dente). Unultima osservazione sulle società gentilizie: mentregli Stati futuri saranno caratterizzati da una fondamentale (espesso col tempo sempre più marcata) disparità sociale, le tribùgentilizie (nelle quali pure già iniziano a formarsi le prime di-stinzioni di carattere sociale: venendo ad esempio le donne soli-tamente preposte ai mestieri più umili, la categoria dei servi aquelli più pesanti, quella dei capi alle attività decisionali, ecc.)sono ancora fondamentalmente «democratiche», nel senso chevige in esse – soprattutto rispetto alle successive formazioni so-ciali – una sostanziale parità tra i soggetti che compongono lacomunità. Una eguaglianza che, con levoluzione del lavoro econ la sua frammentazione in mansioni sempre più specialisti-che, finirà per essere fortemente ridimensionata.2 - Lo Stato asiatico e quello occidentale: due strade oppostee complementari Al termine della fase gentilizia, si sviluppa una nuovaforma di organizzazione sociale, detta Stato. Caratteristica diquestultimo è il fatto di essere una struttura politica e organizza-12
    • tiva che è base di comunità decisamente più ampie e più com-plesse di quelle tribali (nascendo infatti dallunione e/o dalloscontro tra diversi clan o tribù), e di collocarsi come tale a unostadio più avanzato dello sviluppo sociale dellumanità. Come si è già accennato però, non bisogna credere cheun tale tipo di struttura sorga ovunque in modi e tempi fonda-mentalmente affini. Al contrario, vi sono uninfinità di diversimodi di concepire e organizzare lo Stato. Di questi – in modoschematico, ma utile – vogliamo ricordare prima di tutto quellobasato sulle caste e quello basato sulle classi, in ragione dellaloro opposizione e della loro complementarietà: tali modalità in-fatti, tendono a riflettersi luna nellaltra come in uno specchioche rovesci unimmagine nel suo esatto contrario. Non è necessario inoltre, ricordare una volta di più comei due «modi» qui analizzati siano in gran parte delle astrazioni,delle idee-guida estremamente utili al fine di orientarsi nellacomplessità reale delle forme storiche degli Stati, antichi e mo-derni, anche se non sempre vere in senso letterale.2.1 - Stato asiatico o delle caste Giunte a un certo grado di sviluppo, le tribù si trovano(molto probabilmente principalmente a causa dellaumento dellapopolazione, quindi delle maggiori esigenze alimentari) nellacondizione di dover organizzare in modo più efficiente la pro-pria produzione, e assieme a essa la propria capacità difensivanei confronti di popolazioni esterne – i popoli nomadi – da partedelle quali sono spesso oggetto di incursioni e razzie. Un chiaro esempio di questo tipo di situazione ce lo for-nisce lEgitto antico il quale – come la Francia medievale per latransizione, comune a molti popoli europei, dal feudalesimo allamonarchia nazionale – è un ottimo modello di Stato asiatico. Ledifferenti tribù, organizzate attorno a centri urbani (o pre-urbani)e situate sulle sponde del Nilo, si riuniscono prima in due Statiindipendenti (quello a sud e quello a nord) e successivamente inun unico regno, dominato da un Sovrano assoluto, detto Faraone. Una tale opera di unificazione è il prodotto della volontàe del bisogno – da parte delle diverse comunità locali – di coope- 13
    • rare in funzione di obiettivi comuni, il cui conseguimento è po-tentemente facilitato dallinstaurazione di unorganizzazione ge-rarchica piramidale, detta Stato. È in un contesto di questo tipoappunto, che si sviluppano i grandi Stati asiatici, il cui fonda-mento è lattiva collaborazione tra differenti località, fortementeindipendenti tra loro (perché disperse di solito in zone estrema-mente ampie e a scarsa densità demografica). Tale collaborazio-ne è impostata su un tipo di divisione del lavoro di carattere fun-zionale: ogni categoria sociale – detta casta – è infatti caratteriz-zata da una propria mansione o attività sociale. Così, se da una parte vi è la gran massa dei lavoratoriagricoli, cioè la classe produttrice, dallaltra vi è quella dei fun-zionari (che sono ovviamente di diversi tipi: alcuni più legati al-le realtà locali, altri a quelle centrali) i quali sovrintendono al-lorganizzazione dei lavori di pubblica utilità (public works) sia alivello locale che globale. Al culmine di tutto poi, si trova il Fa-raone, che con la sua corte incarna – in senso sia pratico chesimbolico – il vertice stesso dello Stato, ovvero il punto di irrag-giamento delle decisioni riguardanti lintera comunità politicastatale. Si parla di caste, e non di classi, perché un tale tipo disocietà è divisa tra diverse funzioni produttive (ognuna incarnatada una diversa figura sociale: il Faraone, il sacerdote, lo scriba, ilcontadino…), le quali rimangono fondamentalmente invariatecol passare del tempo, mantenendo così invariata la stessa strut-tura della società. Non è un caso, infatti, che le società asiaticheabbiano conosciuto unevoluzione interna quantitativamentemolto inferiore a quelle occidentali – ad esse, come vedremo,per molti versi strutturalmente antitetiche in quanto classiste. Nella concezione di fondo dello Stato asiatico prevalequindi il concetto della cooperazione, cioè di unorganizzazionesociale statica finalizzata al mantenimento – per un tempo vir-tualmente indefinito – di una determinata forma di organizzazio-ne produttiva, basata su una divisione del lavoro che si esprimenelle caste: differenti categorie di lavoratori (funzionari statali,contadini, guerrieri, sacerdoti…), preposte ciascuna ad assolvereuna propria mansione allinterno della più ampia catena del pro-cesso produttivo della società.14
    • 2.2 - Stato occidentale Mentre in Oriente lo Stato sorge nel segno, se non del-larmonia, almeno della collaborazione tra i suoi componenti(pur con tutti i limiti che essa implica), in Occidente esso nasceinvece nel segno della lotta e dellantagonismo. Se in Oriente difatti, prevalgono geograficamente i lar-ghi spazi, che rendono più improbabile lo scontro fisico tra di-versi clan, accentuando al tempo stesso la consapevolezza dellanecessità di un aiuto reciproco (il che appunto è alla base stessadella loro scelta di federarsi), in Occidente prevale invece la-spetto di rivalità e di competizione tra differenti tribù al fine diconquistarsi il predominio su una determinata area geofisica,oggetto (spesso a causa proprio della scarsità degli spazi abitabi-li e coltivabili) di contesa. Alla collaborazione si sostituisce qui la guerra comecardine o perno alla base della costruzione dello Stato: un datoche lascerà unimpronta profondissima nei suoi futuri sviluppi, eciò peraltro fino ai nostri giorni. Levento tipico alla base della formazione delle societàoccidentali – lo si vedrà bene nella storia dellEllade – consistenellinvasione da parte di alcuni popoli, di solito popolazioninomadi, di determinati territori, con la conseguente sottomissio-ne delle popolazioni indigene. Solitamente quindi è il fenomenodellespropriazione la base dello Stato occidentale, e con essa –sua diretta conseguenza – la spartizione delle terre conquistatetra i popoli invasori, attraverso lidea della proprietà privata. Unidea, questultima, che non a caso è pressoché inesi-stente allinterno delle società asiatiche – quantomeno nei primiperiodi –, nelle quali tutte le terre sono giuridicamente proprietàdel Sovrano, e tutti i cittadini di conseguenza sudditi privi (oquasi) di diritti individuali: servitori di quel Signore-Dio che sipone al vertice della piramide sociale. Così se nelle società e negli Stati di carattere orientale(strutturati su una base gerarchica di tipo piramidale) prevale to-talmente o quasi la dimensione collettiva, diversamente quellioccidentali sono caratterizzati dalla contrapposizione tra due fa- 15
    • sce sociali, una delle quali si spartisce – in una condizione di so-stanziale parità sociale, almeno inizialmente – le terre sottrattealle popolazioni indigene, da essa prima sottomesse e successi-vamente schiavizzate. Volendo possiamo dire che, mentre le società statali o-rientali sono «assolutistiche», fondate cioè su unautorità assolu-ta (come ad esempio, in Egitto, quella del Faraone), quelle occi-dentali sono invece «oligarchiche», in quanto basate su una mi-noranza (che può tuttavia essere anche maggioranza, da un puntodi vista quantitativo) i cui beni e privilegi si fondano sullespro-priazione ai danni delle popolazioni precedentemente insediatesui propri territori, uscite sconfitte nella dura lotta per la conqui-sta degli spazi vitali.2.3 - Il surplus produttivo Un altro dato fondamentale delle società umane fin daitempi più remoti, è quello dellaccumulo di un surplus produtti-vo, ovvero di uneccedenza di beni rispetto alle immediate esi-genze di consumo di colui o di coloro che li hanno prodotti. Èappunto un tale surplus a permettere non solo la sopravvivenza ela crescita della popolazione, ma anche la concreta possibilità diedificare i simboli stessi del potere dello Stato, come ad esempiole grandi opere pubbliche tipiche degli Stati asiatici (ancor primache di quelli occidentali antichi) o le manifestazioni di sfarzo dipersonaggi particolarmente potenti e di spicco (soprattutto negliStati occidentali). La differenza tra questi due tipi di società e tra le conce-zioni ad essi sottese, emerge molto chiaramente anche esami-nando il diverso rapporto che esse intrattengono con un tale sur-plus. Nelle società asiatiche infatti questultimo non diviene pro-prietà dellindividuo o degli individui che lo hanno generato, maresta al contrario un bene comune di cui tutti i cittadini (seppurein misura diversa a seconda dellappartenenza sociale) hanno di-ritto a usufruire; viceversa in quelle occidentali – «privatistiche»– un tale surplus diviene proprietà, come del resto i beni effetti-vamente consumati, di colui che lo ha prodotto.16
    • Anche dallanalisi di questi aspetti dunque, emerge chia-ramente il carattere individualistico delle società occidentali, incontrapposizione a quello collettivistico e comunitario di quelleorientali. Non è un caso, che queste ultime siano fondamental-mente un prolungamento delle più arcaiche strutture tribali (nel-le quali, come si è visto, vige fondamentalmente una condizionedi parità tra gli individui del clan), come dimostra il fatto che ilpotere statale centrale si innesti su poteri locali di carattere anco-ra essenzialmente gentilizio, incarnati da quelle comunità chedallintervento del potere centrale traggono cospicui vantaggi dicarattere produttivo (quali la costruzione di opere pubbliche co-me dighe, canali, ecc.), cui fanno però da contraltare pesanti ob-blighi di carattere fiscale e morale. Mentre dunque negli Stati asiatici il lavoro è immedia-tamente sociale, poiché i prodotti di esso vengono spartiti dal-lautorità statale – seppure, come si diceva, con palesi inegua-glianze – tra i componenti delle diverse caste sociali, in quellioccidentali tali prodotti divengono, o meglio sono fin dallinizio,proprietà del padrone dei mezzi alla base della loro produzione,il quale può disporne a proprio piacimento. Ed è proprio da talelibertà che ha origine – almeno nelle società occidentali – la pra-tica del commercio privato.2.4 - Il commercio in Occidente e in Oriente Il fenomeno degli scambi non è propriamente occidenta-le, e nemmeno propriamente asiatico. In qualsiasi contesto è na-turale tra diversi individui scambiare ciò che si ha in eccedenzacon ciò di cui si ha bisogno, in base al principio della reciprocaconvenienza. Ma non basta questo a costituire un commercio nétanto meno un mercato. Per arrivare a ciò è necessario che gliscambi siano irreggimentati, che escano cioè dalla fase puramen-te istintiva e irriflessa nella quale il passaggio della merce è unfatto che riguarda semplicemente le esigenze di consumo deisuoi attori, senza essere legato a una volontà di accumulazionesistematica dei prodotti e d’incremento della ricchezza privata.In questa prima fase ingenua, lo scambio è ancora essenzialmen-te mero baratto. 17
    • Questo tipo di transazioni rimarranno (e rimangono an-cora oggi, forse) un dato di fondo consistente anche delle so-cietà occidentali, nelle quali pure un ruolo primario assunseroben presto il mercato e lo scambio monetario. Nelle società a-siatiche poi, pur sviluppandosi col tempo una vera e propriaforma di commercio con lestero (spesso favorita dallazione dipopoli marginali e semi-nomadi, come ad esempio i Fenici e iBerberi, specializzati nei traffici tra Stati particolarmente di-stanti), almeno a livello locale il baratto rimarrà la regola piut-tosto che leccezione. Negli Stati classisti, viceversa, la possibilità dei singoliproduttori di disporre liberamente dei prodotti delle proprie terredarà impulso molto presto al commercio, inteso come pratica discambio sistematica (da un certo momento sostenuta appunto,anche dallinvenzione della moneta1) finalizzata allaccumulo diricchezze private. Una tale pratica inoltre (nonché in generale latendenza di alcuni soggetti allaccumulazione privata dei beni)avrà come conseguenza, laddove si svilupperà, (esistono difattianche esempi di civiltà occidentali che tendono a rifiutare ilcommercio: una per tutte quella spartana) la nascita di disparitàeconomiche e sociali allinterno della stessa classe dominante deiconquistatori e dei liberi. È in questo secondo tipo di contesto che diviene possibi-le la nascita delle classi: gruppi sociali – tra loro differenti siaper quantità di ricchezze possedute che per interessi, valori… –che tendono a rapportarsi tra loro in modo conflittuale (nono-stante la possibilità di trovare delle convergenze su problemi esu scelte concrete), dando vita così a quel meccanismo – dettoappunto «lotta di classe» – che è il motore stesso del dinamismodelle società di tipo occidentale, in contrasto con limmobilismodel mondo asiatico.1 Ma il fatto che siano le società occidentali a sviluppare maggiormente il com-mercio, anche attraverso luso della moneta, non deve indurre a credere che que-stultima sia una loro invenzione: al contrario, pare che essa sia nata in Lidia, periniziativa quindi di uno di quei popoli mercantili specializzati – come si è già detto– nel favorire le transazioni commerciali sulle lunghe distanze tra i più vasti Statidel Vicino Oriente (quali ad esempio lEgitto e la Mesopotamia).18
    • Anche da questo punto dosservazione si può arguirequale profonda differenza sussista tra le società asiatiche, fonda-te su un sistema sociale fondamentalmente chiuso e immobile (lecaste), e quelle occidentali, fondate al contrario sulla lotta tra in-teressi e punti di vista differenti (incarnati da quelle realtà eco-nomico-politiche in continua evoluzione, che sono appunto leclassi), e le implicazioni che tali differenze non possono non a-vere sul piano dello svolgimento storico delle due differentiforme di Stato.2.5 - Alcuni esempi di Stati antichi Dopo aver affrontato il discorso sullo Stato in unotticaper così dire teorica e astratta, vogliamo ora provare a fornire al-cuni esempi di Stati antichi, per mostrare come le astratte cate-gorie sopra descritte possano trovare una concreta applicazionenellanalisi di casi storici specifici. Si vedrà così ad un tempo siail carattere molto spesso riduttivo di tali categorie, sia i vantaggiche esse possono fornire per comprendere lo svolgimento storiconon solo del mondo antico, ma anche di quello moderno.2.5.1 - Esempi di Stati asiatici: Egitto e Mesopotamia LEgitto è lesempio più classico di Stato asiatico basatosulle caste: ne ha difatti tutti i connotati. A partire da una stabili-tà interna quasi immobilistica (le sue tradizioni, infatti, non mu-teranno che di poco col passare dei secoli; e così la sua peculiarestruttura sociopolitica, basata su un rigido controllo da parte de-gli organi centrali dello Stato su tutte le regioni e su tutti gli a-spetti della vita del Regno: tra i quali, e in primo luogo, quellieconomici e produttivi); per giungere allestrema chiusura neiconfronti di contaminazioni e influssi culturali esterni (sentitiovviamente come potenziali sovvertitori di tradizioni millena-rie); per arrivare infine allestremo conservatorismo che caratte-rizza le sue strutture istituzionali (le caste dominanti difatti, ri-marranno sempre quella dei guerrieri, quella dei sacerdoti, e so-pra a esse quella dei funzionari statali, al cui vertice si pone ilFaraone). 19
    • La Mesopotamia si trova invece, dal punto di vista geo-fisico, in una condizione molto diversa rispetto allEgitto, un fat-tore che inevitabilmente la porterà a sviluppare delle strutturepolitiche e sociali per molti aspetti differenti. La straordinariastabilità politica dello Stato nilotico infatti, la cui politica sepa-ratistica nei confronti delle regioni circostanti è resa possibileanche e soprattutto da condizioni geografiche molto favorevoli,non è neanche immaginabile in una regione come quella meso-potamica, situata in una zona affacciantesi su vaste regioni mon-tane non del tutto sterili, e oggetto non solo di continue incur-sioni da parte di popoli nomadi e di continui rimpasti sul pianodelle dinastie regnanti, ma anche di una rivalità costante tra leproprie città-stato, ciascuna in perenne lotta con le altre per con-quistare una posizione di predominio (lo Stato, o meglio gli Statimesopotamici, saranno infatti sempre in sostanza delle federa-zioni di città-stato, ciascuna per molti aspetti autonoma). Il ca-rattere asiatico di tali formazioni politiche si manifesterà tutta-via soprattutto nella perenne tendenza alla formazione di Impe-ri unici, sempre soggetti peraltro a rapidi declini dovuti a rivol-te interne: imperi insomma, affetti da un cronico problema diinstabilità. Come lEgitto inoltre, anche le città-stato mesopotami-che si organizzeranno sempre attorno al dominio di alcune caste(re, sacerdoti, guerrieri e funzionari) ed avranno una strutturafondamentalmente verticistica e chiusa tipicamente orientale.2.5.2 - Esempi di Stati misti:Oriente: Stati mercantili; Occidente: Stati oligarchici e conserva-tori (Sparta) e Stati di tradizioni miste (Etruria) Esamineremo ora alcune situazioni in controtendenza ri-spetto alle tradizioni dominanti sia in Occidente che in Oriente. Da una parte infatti, per vari ordini di motivi, troviamoin Occidente Stati dalla cui storia e dalle cui scelte politiche èsorto un assetto solo in parte classista (ancora legati quindi, inbuona misura, a una concezione di tipo «funzionale» dei ceti so-ciali, non basata quindi sulla proprietà privata); mentre dallaltratroviamo, anche nelle regioni asiatiche, popoli – ad uno dei quali20
    • peraltro viene attribuita linvenzione della moneta – la cui attivi-tà peculiare non è la produzione di una ricchezza finalizzata alconsumo (come accade invece nei paesi propriamente asiatici odi casta), bensì la redistribuzione su scala internazionale di beniprodotti dagli Stati circostanti: in altri termini il commercio. Per cominciare dal Vicino Oriente, parliamo dei Fenici,cioè dellesempio più tradizionale di Stato mercantile asiatico.Fin dalle proprie origini tale popolo fu versato nel commerciomarittimo e le sue rotte si spinsero presto verso occidente, giun-gendo sulle coste dellAfrica, e a oriente su quelle della Grecia,passando inoltre per lisola di Creta (come vedremo di nuovo piùavanti). Dei Fenici ci parla abbondantemente già Omero, soprat-tutto nell«Odissea», descrivendoli come un popolo di commer-cianti e di pirati (il commercio e lattività meramente predatoriainfatti, si confondevano ancora fortemente tra loro, dato il bas-sissimo sviluppo di regolamentazione degli scambi). Può apparire paradossale il fatto che proprio in Oriente,laddove cioè il commercio dovrebbe essere attività pressoché i-nesistente, si crei il fenomeno dei cosiddetti popoli-mercanti. Untale fatto tuttavia è il prodotto proprio della diffusa imprepara-zione dei popoli di quellarea nellaffrontare e nel portare avantiquesto tipo di attività, estranee alle loro tradizioni ma necessarie. Anche in Occidente troviamo svariati esempi di «Statimisti»: uno, molto celebre, è costituito in Grecia da Sparta, lal-tro invece in Italia dalle città etrusche. Nel primo caso, un taletipo di organizzazione mista è innanzitutto il risultato di unesi-genza pratica: quella di una ristretta minoranza di popolazione diconservare il dominio politico e militare su una fetta molto piùvasta, da essa mantenuta in una condizione servile o comunquefortemente subordinata; nellaltro caso invece, essa è il prodotto,oltre che di fattori abbastanza simili a questi, anche quasi certa-mente di un retaggio culturale di stampo asiatico (legato alle o-rigini di tale popolo). In entrambi gli Stati comunque, troviamo una minoranza(classe/casta) proprietaria delle terre e discendente di coloro chehanno sottomesso gli abitanti originari delle regioni su cui risie-de (i quali, nel caso degli Etruschi, si trovavano molto probabil-mente al tempo della conquista a un livello di sviluppo decisa- 21
    • mente inferiore rispetto agli invasori) che ha dovuto costituirsi inuno Stato di tipo militare. Nel caso di Sparta, la popolazione dominatrice – al finedi salvaguardare lunità politica e militare interna – ha scelto lavia della condivisione socialistica dei beni, bandendo la proprie-tà privata e gli squilibri e le disparità sociali a essa legate (lequali porterebbero allinsorgenza della lotta di classe nella stessapopolazione dominante). Si ha così una netta contrapposizionetra le popolazioni esproprianti (proprietarie – seppure colletti-vamente – delle terre), e quelle espropriate e asservite, o comun-que residenti in zone periferiche e prive di diritti politici. Il caso etrusco è in parte differente. Meno accentuati so-no infatti in esso gli aspetti militaristici della dominazione, an-che a causa del minore squilibrio numerico esistente tra gli inva-sori e gli invasi, e meno rigide di conseguenza le norme vigentiallinterno della comunità dominante (laristocrazia etrusca). Nel-la società etrusca non vi è difatti una vera e propria proibizionedella proprietà privata. I nobili, seppure in modo equilibrato, sispartiscono tra loro le terre avendo ognuno un proprio appezza-mento su cui risiedere e in cui sviluppare una vasta rete cliente-lare privata. In ogni caso, anche nellEtruria è forte lesigenza di unitàtra i membri della ristretta fascia della popolazione dominante(cosa che comportò una certa limitazione delle libertà private) alfine di fronteggiare eventuali ribellioni da parte delle popolazio-ni asservite, tenute a bada anche attraverso la crudeltà dei ceri-moniali religiosi, oltre che con le armi. Come già si accennava, non va poi dimenticata loriginemolto probabilmente asiatica degli etruschi come causa dellosviluppo non pienamente privatistico della loro civiltà, pure si-tuata in regioni la cui conformazione tipicamente europea avreb-be dovuto favorirlo. Si suppone infatti una loro provenienza dal-le regioni anatoliche. Se ciò fosse vero, i loro antenati sarebberoappartenuti ad etnie sfuggite alle devastazioni del XII secolo a.C. (i segni delle quali sono presenti un po su tutta larea mediter-ranea orientale) ed approdate successivamente, al termine di pe-regrinazioni via mare, sulle coste tirreniche dellItalia centrale.22
    • 2.5.3 - Esempi di Stati classisti occidentali:città-stato greche e italiche; levoluzione del mercato nel mondooccidentale moderno Oltre agli Stati misti, si sviluppano nelle regioni europeee occidentali anche degli Stati di carattere integralmente classi-sta. Le città-stato greche, una su tutte Atene, ne sono un chiaroesempio. Anche in Italia, sotto linfluenza greca e cartaginese,ma anche per motivi autonomi, si crea una cultura molto favore-vole agli scambi e ai commerci, allappropriazione privata delleterre e allaccumulazione dei beni. Di un tale sviluppo sarà mas-sima espressione la civiltà romano-latina, che porterà tali carat-teri al loro apogeo. Esamineremo meglio più avanti queste strutture, so-prattutto in relazione al mondo greco. Sottolineiamo qui peròcome i dati fondanti di tali società siano appunto: a) il libero svi-luppo della proprietà privata (che qui può infatti svilupparsisenza – o quasi – limitazioni di carattere giuridico e politico) e,assieme ad essa, la nascita delle prime diseguaglianze sociali(soprattutto inizialmente, quella tra piccoli e grandi possidentiterrieri); e b), come conseguenza di tali squilibri, le prime mani-festazioni della lotta di classe, ovvero dello scontro politico tradiverse classi sociali caratterizzate in primo luogo dal differentelivello di ricchezza (lotta della quale la democrazia ateniese, egli stessi Stati oligarchici temperati, sono una testimonianzamolto eloquente). Il modello propriamente moderno di società, del qualenoi occidentali siamo gli eredi principali (nonché gli esportatoria livello mondiale o globale), affonda le sue radici proprio in untale contesto culturale e politico. È da quelle particolari organiz-zazioni infatti, che sorge lodierna «società del mercato», comerisultato di uno sviluppo e di una diffusione amplissima delcommercio, ovvero della mercificazione dei prodotti del lavoroumano: un fatto la cui origine risiedé appunto nella possibilità –propria delle formazioni politiche di tipo occidentale e classista 23
    • – di unaccumulazione pressoché illimitata di beni da parte disingoli soggetti privati.22.5.4 - Un confronto tra feudalesimo e strutture statali asiatiche.Differenze e somiglianze tra i due sistemi Per concludere questa breve ma, si spera, significativacarrellata sui vari tipi di Stato e dorganizzazione delle attivitàproduttive, vogliamo soffermarci qui avanti sinteticamente sudue tipologie di società per alcuni versi molto simili, seppure peraltri estremamente differenti: quella feudale occidentale da unaparte, e quella più propriamente asiatica (già descritta sopra) dal-laltra. Prova indiscutibile della loro somiglianza è, tra laltro, ilfatto che esse siano state spesso confuse tra loro (magari volon-tariamente) anche da insigni storici e filosofi… insomma daglistessi esperti del settore! Le affinità e le profonde diversità tra diesse saranno dunque loggetto dei prossimi paragrafi. Come si già è detto, nelle società asiatiche la divisionedel lavoro tra categorie sociali perenni (contadini, soldati, fun-zionari, scribi, ecc.) costituisce la base della società stessa. Man-tenendosi inalterata la struttura del lavoro allinterno della socie-tà (espressa dalle caste), si mantiene inalterata anche la società.Il carattere immobilistico è infatti uno dei dati distintivi ed es-senziali dellOriente rispetto allOccidente. Altro dato fondamentale, è il fatto che – geograficamen-te – le società orientali (dei grandi spazi) siano costituite da uninsieme di comunità locali (ancora di natura gentilizia) che coo-2 Riepilogando: la proprietà privata rende possibile lappropriazione e laccumula-zione dei beni da parte dei singoli individui. Anche se ciò non implica logicamenteche si sviluppi il commercio, questultimo diviene la naturale conseguenza dellac-cumulazione di uneccedenza non direttamente consumabile da parte del produt-tore, il quale perciò scambia (rivende) tali prodotti e ne accumula così degli altri.La crescita delle attività commerciali (che col tempo divengono sempre più ampiee articolate) porterà queste ultime a rivestire un ruolo sempre più centrale allin-terno delle società classiste, fino allo sviluppo dellodierna società capitalistica (nel-la quale laccumulazione e il reinvestimento della ricchezza monetaria, sono in pra-tica lunica forma possibile di ricchezza).24
    • perano attraverso un potere centrale molto rigido e quasi tra-scendente (ad esempio, il Faraone egiziano). Anche lassenza di appropriazione privata dei prodotti equindi del commercio privato, determina una struttura molto dis-simile da quella tipicamente occidentale. Il lavoro infatti – comegià si diceva – è in esse immediatamente sociale, ovvero la pro-duzione è finalizzata al consumo e non allo scambio (essa cioè,non si traduce da valore duso in valore di scambio). Nelle società feudali (tipica è quella sorta in Europa altermine delle invasioni barbariche, con lo smembramento territo-riale e politico-istituzionale dellImpero romano) troviamo ele-menti molto simili a quelli appena descritti, anche se collocati inun contesto – quello privatistico e classista – molto diverso eperfino antitetico rispetto a quello asiatico. Elementi accomunanti dei due tipi di società sono: lapresenza in entrambe di forti autorità e di forti poteri locali, do-vuta allo strapotere dei signorotti (poteri non controbilanciati pe-rò, nelle società feudali, da unautorità centrale); un basso gradodi sviluppo delle forze produttive (il che significa delle tecnichealla base della produzione); lassenza o quasi dei commerci (ov-vero, in Occidente, un arretramento delleconomia a forme discambio basate sul baratto). Oltre a tali macroscopiche affinità, vi sono però anchedelle differenze altrettanto macroscopiche – ma meno evidentiforse a unanalisi affrettata. Essenzialmente, esse ruotano attorno al concetto di pro-prietà privata, un concetto – come si è visto – virtualmente as-sente allinterno del mondo asiatico. Dal momento infatti che,nel sistema feudale, i poteri locali non sono asserviti al poterecentrale del sovrano, ma godono al contrario di una grande auto-nomia (ragion per cui i feudatari sono proprietari delle terre sucui risiedono), lo Stato feudale si riduce praticamente a nulla(può apparire infatti una contraddizione anche solo accostarequesti due termini). Lassenza di un potere centrale comporta poialcuni svantaggi palesi: una scarsa coesione interna tra i centri dipotere locali, ovvero un perenne stato di guerra (almeno latente)tra signorotti, e infine lassenza dei public works (cioè delle ope- 25
    • re pubbliche volte ad ottimizzare la produttività della società nelsuo complesso, in Asia promosse appunto dallo Stato dirigista). In sintesi quindi, possiamo dire che lo Stato feudale co-stituisca, in linea di massima, una forma di arretramento delloStato classista dalle sue forme più floride (urbane e commercia-li), nonché solitamente un momento di passaggio verso nuove epiù evolute forme di organizzazione produttiva (come accaddeappunto al termine del Medioevo cristiano, con la rinascita deicentri urbani). Daltra parte, bisogna anche notare come gli Statiasiatici tendano spesso a feudalizzarsi, nella misura in cui i pote-ri locali ambiscono ad affrancarsi dal potere centrale dello Statoe a divenire autonomi – un fatto questo, esemplificato dalla sto-ria dellEgitto, segnata da sempre dalla lotta tra il faraone e i suoipiù alti funzionari, soprattutto i sacerdoti.26
    • 27
    • Le civiltà dei Palazzi: Minoici e Micenei La popolazione della Grecia classica e preclassica fu ilprodotto di vari e successivi rimescolamenti etnici. Non ebbequindi – come, più o meno, tutto ciò che riguarda la storia di taleregione – un carattere stabile e univoco. Sommariamente pos-siamo dire che la composizione etnica del periodo ormai maturodella Grecia fu il risultato della fusione tra i più antichi abitantidelle zone elleniche (i Pelasgi) e le diverse popolazioni di stirpenordica (indoeuropea) che, ad ondate successive, invasero taliterritori fondendosi poi con le stirpi originarie. Sono due, secondo la storiografia moderna, gli episodichiave delle grandi invasioni da nord: a) il primo è situato allini-zio del II millennio a.C., b) laltro invece sul finire di esso. Dalla prima invasione sorsero i «Regni Achei» o micenei(soggetto dei due grandi poemi omerici, oltre che di gran partedella mitologia greca), così definiti dal nome dei primi popoliinvasori, mentre dalla seconda scaturì la civiltà del cosiddetto«Medioevo Ellenico», di quel periodo buio cioè al termine delquale avrà inizio la civiltà propriamente greca.1 - La civiltà minoica Prima di descrivere la società e le vicende storiche delcontinente greco nel periodo miceneo, è opportuno dare unosguardo dinsieme agli eventi che precedettero tali vicende: sia aquelle della Grecia pre-micenea, che a quelle della civiltà minoi-ca (la quale anticipò e sotto molti aspetti influenzò, la successivaciviltà continentale micenea).1.1 - La Grecia continentale pre-micenea e la prima grande migrazione (XIX sec.) Brevemente, per quanto riguarda la Grecia prima dellagrande invasione dei popoli indoeuropei (avvenuta, come si è28
    • detto, verso il 1900 a.C.), si può dire che essa fu caratterizzata daciviltà ancora allo stadio neolitico (quello cioè della produzioneceramica), definite rispettivamente di Sesklo e di Dimini. È da notare inoltre il fatto che, al termine della prima in-vasione dei popoli indoeuropei, non si verificò (come avvenneinvece al termine della seconda invasione, nel XII sec.) un radi-cale cambiamento nellorganizzazione sociale di tali aree. Ciòavvenne molto probabilmente a causa del minore avanzamentotecnologico dei popoli invasori. In altri termini, nei secoli suc-cessivi alla prima grande migrazione vi fu quasi certamente unperiodo di assimilazione culturale al termine del quale le popo-lazioni achee – fatta propria in qualche modo la civiltà di quelleindigene – riuscirono a emergere e imporsi su di esse, divenen-do così la casta dominante di una nuova società, detta appuntomicenea. Bisogna notare inoltre come queste prime invasioni in-doeuropee (come del resto quelle successive) non riguardaronosolo e unicamente i popoli ellenici, bensì piuttosto un po tutto ilbacino dellEgeo, e quindi gli stessi popoli del Vicino Oriente. È un fatto inoltre che tali invasioni – a differenza diquelle del XII sec. – non ebbero un carattere fondamentalmentedistruttivo, essendo al contrario caratterizzate, come si è detto,dalla graduale fusione tra i popoli invasori e quelli indigeni. Essediedero così spesso origine a nuove e fiorenti civiltà, quali ap-punto quella micenea in Grecia o come lImpero Ittita nelle re-gioni dellAnatolia orientale. Questa prima migrazione – che possiamo considerare re-lativamente non traumatica – ebbe quindi delle implicazioni po-sitive sulla successiva storia del mondo egeo. Essa diede vita i-noltre a formazioni statali che, anziché basarsi sullespropriazio-ne dei popoli vinti da parte dei conquistatori, e su strutture priva-tistiche fortemente decentrate rispetto al potere del sovrano, fu-rono caratterizzate da unorganizzazione essenzialmente asiaticao di casta (su questi due diversi tipi di Stato, si veda il capitolointroduttivo). 29
    • 1.2 - La civiltà minoica cretese (XXI sec. – 1400) Ma la primissima storia greca non fu soltanto storia delcontinente. Essa ebbe inizio difatti anche da quella grande isola– divenuta molto presto un ponte tra il Vicino Oriente e lOcci-dente egeo – che fu Creta. Se i caratteri della civiltà che si sviluppò su questisolafurono in gran parte antitetici – soprattutto da un punto di vistaculturale – rispetto a quelli della società micenea o achea, ciò sispiega facilmente sulla base delle due differenti situazioni geo-grafiche e del differente ceppo etnico dei minoici rispetto ai po-poli che popolavano la Grecia continentale. Alle rudi popolazio-ni contadine del continente, si contrapposero infatti – più o menonello stesso periodo – le popolazioni raffinate ed «edoniste» del-lisola di Creta, prodotto tanto della ricchezza dei traffici con lO-riente quanto della mitezza del clima cretese, non avido certo nédei frutti della terra né di quelli del mare! Né dobbiamo del restodimenticare lorigine nordica e guerriera delle popolazioni achee(mescolatesi, come si è detto, a partire dal diciannovesimo seco-lo a quelle originarie pelasgiche) i cui caratteri si rifletterannomolto bene nella cultura guerriera del periodo miceneo. Anche a Creta – come avverrà poi in Grecia, sotto ladominazione micenea – le formazioni politiche furono caratte-rizzate da: a) una struttura sociale fortemente gerarchizzata (cheverteva attorno alla figura del sovrano e alla sua corte), e b) unnotevole frazionamento territoriale (secondo una dimensione cheanticipa quella delle future città-stato greche) che contrapponetali realtà a quelle, territorialmente molto più vaste, del Vicinooriente. Per quanto riguarda la struttura sociale di tale civiltà, sipuò dire che essa fosse divisa tra caste differenti: in alto si tro-vavano appunto i nobili e ricchi (i quali hanno lasciato ovvia-mente i più cospicui segni del proprio passaggio); socialmenteintermedi erano poi coloro le cui attività (artigianali e commer-ciali) ruotavano essenzialmente attorno alla corte e alle sue esi-genze, essendo dipendenti quindi dalla vita interna e dalle richie-ste del Palazzo; in ultimo infine si trovavano coloro che svolge-30
    • vano attività umili, preposte alla mera sussistenza e alla produ-zione dei beni di consumo più elementari (ovvero quelli alimen-tari): quali contadini, pescatori, ecc. Come nelle civiltà tipicamente asiatiche, anche a Cretale eccedenze alimentari e produttive erano raccolte in depositidi carattere pubblico (situati allinterno del Palazzo reale), di-venendo così una proprietà di tipo collettivo anziché dei privaticittadini. Una peculiarità della civiltà minoica, che la rende peral-tro ai nostri occhi quasi irreale (un po come la mitica civiltà deiFeaci descritta nell«Odissea»), è il fatto che essa – se si escludo-no i periodi finali, segnati dallinvadenza militare degli Achei –non abbia lasciato alcun segno della presenza di attività bellicheal proprio interno, anche solo a scopo di difesa. I ritrovamentifatti nelle città, per esempio, non lasciano trapelare traccia alcu-na di mura difensive. Già difesa naturalmente dal mare, e dallascarso sviluppo tecnologico delle vicine popolazioni continenta-li, essa non avvertiva il bisogno di fortificarsi contro eventualiinvasioni dallesterno. Al proprio interno inoltre, essa non cono-sceva probabilmente attriti tanto forti da suscitare vere e proprienecessità militari. Anche la civiltà minoica – come tutte le civiltà della sto-ria umana – conobbe differenti fasi, oltre che periodici declini(legati forse a disastri naturali, o allinvasione di popoli esterni)dai quali seppe però risollevarsi velocemente e – almeno nel ca-so della misteriosa distruzione del secolo XVIII – più sana e vi-tale di prima. Un ultimo cenno va fatto poi al ruolo di intermediatriceche essa svolse, assieme alla successiva civiltà micenea, tra leregioni del mondo orientale e quelle del mondo occidentale. Neitraffici infatti (chiamiamo così quelle forme di scambio, non an-cora basate sulla moneta o su unità di valore standardizzate, an-che se estendentesi già ben oltre le realtà meramente locali) essatrovò un fattore essenziale di splendore e di ricchezza interna,oltre che di irraggiamento della propria cultura a livello interna-zionale. La presenza di queste attività di scambio, portate avantinon solo ovviamente dai Minoici, ma anche dai Fenici e in gene- 31
    • rale dai popoli costieri orientali, testimonia inoltre la forte unitàsia commerciale che culturale raggiunta dal mondo mediterraneogià nel secondo millennio prima di Cristo: ununità che, come sivedrà, verrà in poco tempo spazzata via dalla seconda grandemigrazione di popoli indoeuropei, avvenuta nel XIII secolo (e icui segni si possono vedere più o meno in tutte le regioni in que-stione: dalla Grecia fino allEgitto).2 - La civiltà micenea2.1 - Introduzione: struttura monarchica e centralistica dellesocietà micenee, zone di diffusione e centri principali Come si è già accennato, la società micenea si distingueprofondamente da quella minoica per ciò che concerne gli aspet-ti culturali e di costume, meno tuttavia riguardo a quelli organiz-zativi e istituzionali. Mentre difatti il mondo minoico pare esser caratterizza-to da un generale benessere e da uno spirito gaudente e raffina-to, estraneo quindi ai valori tipicamente guerrieri e in generalead idealità basate su qualità virili (come attesta anche il ruoloprimario che in essa detiene la donna, al centro non solo dellasocietà ma della stessa religione: si pensi alla Potnia, la Grandemadre che costituiva il fulcro dellantica religiosità minoica epiù in generale egea), il mondo miceneo ci appare al contrariocontraddistinto da valori e idealità guerresche peculiarmentemaschili. A cosa debba imputarsi una tale differenza di fondo nonè facile a dirsi, quantomeno in modo certo. È probabile però chefattori quali il clima e la conformazione geografica del territoriocontinentale (più aspro e ostile alla presenza umana) abbianocontribuito a foggiare lanimo delluomo greco in modo moltodifferente da quello cretese. A ciò si aggiunga inoltre il senso diinsicurezza dovuto alla costante possibilità di invasioni da nord(quale appunto quella Achea), e si capirà – anche se in via deltutto ipotetica – il perché di tale diversità. Resta il fatto però, che la civiltà achea farà proprie moltecomponenti di quella minoica: dalla scrittura alla navigazione,32
    • alla pratica del commercio marittimo (ovvero sulle lunghe di-stanze). Un altro elemento che accomunerà queste due civiltà,infine, sarà la natura essenzialmente palaziale dello Stato, laquale (seppure, come si vedrà, con le dovute cautele) le avvicinaai vicini Stati asiatici. Ma quali zone della Grecia continentale furono mag-giormente interessate dal fenomeno miceneo? Come avverrà per i successivi sviluppi del mondo greco,anche in questo periodo le zone di maggiore sviluppo furonoquelle situate nella parte sud-orientale della penisola greca: inquellarea cioè che partendo dallEtolia (nella parte centro-occidentale) giunge fino alla Laconia (in quella sud-orientale). Iltutto, in questi anni, con particolare riferimento alla zona del-lArgolide. In essa difatti si trovarono i maggiori centri della ci-viltà micenea: da Micene (da cui prende il nome), ad Argo e aTirinto. Altri importanti centri micenei furono poi Atene nellAt-tica, Orcomeno e Tebe nella zona beotica, Pilo in quella pelo-ponnesiaca più meridionale. È evidente inoltre che, dato il superiore livello di svilup-po dellarea in questione rispetto alle zone circostanti, essa abbiaesercitato una forte influenza ed egemonia su di esse, oltre che –a partire dal XV sec. circa – sullisola di Creta.2.2 - Rapporti tra Cretesi e Micenei Intendiamo, qui avanti, analizzare le relazioni esistentitra queste due civiltà sia da un punto di vista astratto (quellocioè delle loro somiglianze e dissomiglianze strutturali), sia daquello dei loro concreti rapporti storici, descritti per quanto pos-sibile su un piano evenemenziale. Una somiglianza sostanziale tra queste due civiltà lapossiamo scorgere nel tipo di organizzazione politica che le ca-ratterizza, di natura essenzialmente piramidale e convergente tut-ta nella figura del sovrano. Oltre a ciò, un altro elemento di so-miglianza risiede nella loro frammentazione in piccoli Stati. Lunità tra i diversi centri locali si limitò, forse, alla for-mazione di leghe a scopo militare, che si scioglievano di solito altermine della guerra per cui erano sorte (un fatto chiaramente te- 33
    • stimoniato dall«Iliade» di Omero). Tali centri infatti tendevanoin tempo di pace, soprattutto per ragioni di ordine geografico, acondurre unesistenza fondamentalmente autonoma e indipen-dente. In questa sostanziale assenza di unità, e quindi nello spi-rito tendenzialmente individualistico e anarchico che fu tantodella civiltà minoica quanto di quella micenea, ci è dato di scor-gere anticipatamente i caratteri morali e politici che contraddi-stingueranno le future organizzazioni statali – peraltro già pie-namente occidentali nei loro presupposti – della Grecia classica. Elementi di stridente diversità tra queste due civiltà sonoinvece senza dubbio quelli legati al carattere guerriero degli A-chei, in contrasto con quello pacifico e gioioso dei popoli Crete-si. Non basta peraltro considerare solo una tale diversità spiritua-le, è necessario infatti soffermarsi anche sulle conseguenze chene discendono: la pratica costante o comunque frequente dellaguerra, le forti aspirazioni imperialistiche ed espansive (basatespesso su azioni di carattere militare), nonché più in generale ilcarattere maggiormente predatorio della società micenea rispettoa quella minoica. Non infrequenti infatti, dovettero essere le incursionidegli Stati micenei ai danni delle popolazioni vicine, e a volteforse anche fra loro stessi. Conseguenza di ciò fu il fatto chepresto si sviluppò – attraverso la pratica della riduzione in schia-vitù dei vinti – una prima forma di produzione servile o schiavi-le: un fatto questo, quasi certamente estraneo sia alla società mi-noica che a quelle del Vicino Oriente asiatico, nelle quali laschiavitù rivestì sempre un carattere marginale, e che inoltrepreannuncia uno degli aspetti fondamentali delle società grechesuccessive. Vi sono poi dei punti di somiglianza dinamici, in quantosorti dallinfluenza esercitata dai Minoici sulle popolazioni delcontinente, in particolare su quelle achee. Tra essi troviamo pri-ma di tutto le pratiche del commercio e della navigazione: attivi-tà estranee (soprattutto la seconda) alle popolazioni indoeuropeeprovenienti dalle zone interne dellEuropa, e comunque poco svi-luppate nel mondo pre-miceneo (anche dato il basso livello di34
    • produttività, e la scarsa presenza di eccedenze da impegnare neitraffici). È da notare inoltre che i Micenei, appresa fin troppo be-ne la lezione dei Minoici, arrivarono a soppiantare legemonia diquesti ultimi sul mare (la «talassocrazia minoica»), ereditandonela missione di civiltà guida dei popoli marittimi circostanti edestendendo ulteriormente il raggio di una tale azione civilizzatri-ce attraverso la fondazione di nuove colonie, sia in Asia minoreche in Italia. La fine della civiltà minoica si fa risalire comunementeallinvasione da parte degli Achei avvenuta nel XV secolo(1475?), con la conseguente distruzione dei Palazzi sedi del po-tere minoico – in particolare di quello di Cnosso. Fu questo mol-to probabilmente levento principale nellincontro/scontro traqueste due civiltà, evento che comunque è lunico fatto specificodi cui ci sia giunta notizia. Esso, se davvero avvenne, segnò inun certo senso il passaggio di consegne da una civiltà allaltra; incaso contrario, si deve dedurre che il declino autonomo di Cretaabbia favorito o comunque accelerato laffermazione della civiltàmicenea a livello egeo.2.3 - La struttura della società micenea La società micenea era impostata (come, del resto, tuttele società di tipo asiatico, compresa la sua ispiratrice, quella mi-noica) su rapporti gerarchici estremamente rigidi, fondati su unapiramide di poteri statica, alle cui estremità si trovavano da unaparte delle realtà di tipo locale (damoi), eredità probabilmentedella precedente fase tribale, e dallaltra il sovrano (wanax) chedeteneva ruoli amministrativi e militari. Punto controverso è il ruolo detenuto dalla classe inter-media tra il popolo e la corte, ovvero laristocrazia (divisa tra illawaghetas, il nobile principale, e i lawoi, la nobiltà territoriale),e soprattutto il tipo di rapporto che essa intratteneva con i territo-ri (temenoi) su cui era insediata. In altri termini, è in questionelesistenza o meno di una prima forma di proprietà privata. Inogni caso è certo che questa, seppure esisteva, era concepita in 35
    • stretta connessione con il potere del sovrano, dal quale derivavaper concessione. Secondo alcuni storici infatti non si può parlare, per lesocietà micenee, di una esclusiva proprietà della terra da partedel sovrano (come invece accadeva nella maggior parte dei vici-ni Stati orientali: uno per tutti lEgitto). Ciò poiché linvasione daparte degli Achei dei territori già appartenenti alle popolazionipelasgiche, avrebbe reso meno definitivo il loro diritto di pro-prietà su di essi. Di conseguenza, secondo questa teoria, gli A-chei si sarebbero limitati a pretendere dalle popolazioni asserviteil pagamento di tributi e il rispetto di vincoli di fedeltà, senzatuttavia espropriarle totalmente dei loro beni: in altri termini, alla«proprietà orientale» del re si sarebbe qui sostituito un concettoper così dire attenuato: quello di «sovranità», i cui futuri svilup-pi sarebbero germogliati proprio in occidente. Se una tale teoriaè vera, allora è molto probabile che negli Stati micenei si sia svi-luppata una prima forma di proprietà indipendente dal potere delsovrano, e ciò non solo per ciò che riguarda la nobiltà dominan-te, ma anche per ciò che riguarda il resto della popolazione, ingran parte erede degli antichi abitatori pelasgi. A prescindere da una tale questione comunque, è indi-scutibile che la società achea fosse basata su un potere centraleestremamente forte, di impronta asiatica, dalle cui decisioni di-pendevano (forse in modo totale, forse no) i poteri locali. Un altro aspetto caratteristico della civiltà micenea è lapratica frequente di incursioni ai danni delle popolazioni circo-stanti, specialmente delle vicine regioni anatoliche. Da tali guerre di conquista derivavano ai nobili e ai so-vrani non solo ricchi bottini (come ampiamente attestato dalleloro sepolture), ma anche un notevole apporto di manodoperaschiavile – un apporto che coi secoli si fece sempre più indi-spensabile, tanto da divenire nelle società classiche una delleprincipali basi (se non la principale) della produzione e dellor-ganizzazione economica. Un altro fenomeno connesso alla pratica frequente delleguerre fu la fondazione di molteplici colonie, avamposti non sol-tanto militari ma anche commerciali, diffuse sia sulle coste del-lAsia minore che su quelle dellItalia meridionale. Tali insedia-36
    • menti costituiranno inoltre la base dei flussi migratori ellenici edorici del XII sec., nonché di quelli della «Grande colonizzazio-ne» del IX-VIII secolo.3 - LIliade e lOdissea, preziose fonti sul mondo miceneo Punto davvio della tradizione letteraria classica,l’«Iliade» e l«Odissea» non sono per noi moderni solo dellegrandissime opere darte, ma anche delle preziosissime fonti diconoscenza del mondo Miceneo. Non che tali poemi siano staticomposti in un tale periodo (le ragioni della loro composizioneverranno analizzate nel prossimo paragrafo), essendone al con-trario una rivisitazione in chiave poetica fatta da uno o più autoridetà arcaica (cioè allincirca tra il X e lVIII sec.) Essi comun-que, per quanto certamente poco attendibili sotto molti aspetti,rimangono la principale (se non unica) sorgente di informazioninon archeologiche sulletà micenea. Mentre l«Iliade» narra di una spedizione di guerra fattacongiuntamente da diversi Stati micenei ai danni della città diIlio, dandoci in questo modo un esempio (più o meno affidabile)di come tali imprese dovessero svolgersi, l«Odissea» al contrarioci può fornire (attraverso la descrizione del regno di Ulisse, deirapporti sociali e politici in esso vigenti, della distribuzione delleattività…) preziose informazioni su come fosse organizzata unatipica società di Palazzo micenea. Ci limiteremo qui avanti a delle brevi osservazioni suciò che si può evincere da tali opere, cominciando dalla più anti-ca delle due, l«Iliade», e passando poi a quella più moderna,l«Odissea». Quel che appare in grande evidenza dall«Iliade» dellasocietà micenea è il carattere guerriero e i valori eroici (pur forsein gran parte prodotto di unidealizzazione successiva, quella delpoeta e della civiltà di cui era espressione: cfr prossimo paragra-fo) che la caratterizzavano. Si possono fare inoltre svariate osservazioni, a comincia-re da quella inerente lanarchia fondamentalmente vigente tra idiversi Stati, pure riuniti sotto il potere di un sovrano considera-to (più che altro formalmente) una sorta di primus inter pares. 37
    • Se ne evince allora che: a) lunica unità possibile tra gli Stati mi-cenei si riduceva alla composizione di leghe militari in tempo diguerra, e che b) la loro coesione reale doveva essere nei fattimolto debole, se non inesistente. Non è dato inoltre di scorgere una forte presenza di tiposacerdotale, nel mondo descritto dai poemi omerici. La sola pre-senza che richiami questo tipo di figura è quella di Calcante,lindovino dei greci. E anche se è vero che la quasi totale assenzadi un tale tipo di figure potrebbe essere legata al soggetto guer-resco dellopera, è comunque molto probabile che ciò rifletta in-vece una caratteristica strutturale del mondo miceneo (che si ri-troverà peraltro nel mondo classico), lassenza cioè di una fortecasta sacerdotale in un mondo in cui la religione era in gran par-te amministrata dal popolo stesso, senza bisogno di intermediariprofessionali. Per quanto riguarda l«Odissea» invece, ciò che essa cidice delle società micenee è di portata decisamente più ampia diquel che traspare dall«Iliade». Soprattutto la seconda parte infat-ti – che narra la vicenda del ritorno (nostos) in patria delleroe –è loccasione per descrivere un mondo oramai perduto per sem-pre, anche per lautore. Vi si intravedono così i rapporti socialisussistenti nel mondo miceneo, non solo dal punto di vista dellagerarchia dei poteri ma anche da quello umano e affettivo. Tale opera ci lascia immaginare una società in cui i so-vrani vivono fianco a fianco con i loro servi e schiavi, in un rap-porto che è sì affettuoso e a tratti quasi confidenziale, ma ancheprofondamente gerarchizzato. Caratteristica di Odisseo infatti, èda una parte il non disdegnare i lavori umili (quali la costruzionedella zattera che lo porterà sullisola dei Feaci), ma anche dallal-tra lessere oggetto di una vera e propria venerazione da parte delporcaro Eumeo, e più in generale il poter rivendicare, in qualitàdi sovrano, una fedeltà pressoché assoluta da parte dei compo-nenti della comunità di Itaca. Si può scorgere inoltre, nelle pieghe delle vicende narra-te, la struttura fisica delle società di Palazzo, con la reggia di U-lisse che è il centro e il punto di convergenza di svariate attività:la pastorizia, lallevamento del bestiame, la pratica delle attivitàdi tipo artigianale (connesse soprattutto alla lavorazione dei me-38
    • talli), e le attività tipicamente femminili (si pensi alla tela di Pe-nelope…) Anche se non si può parlare di una descrizione com-pleta del mondo miceneo, sono in ogni caso presenti in tale ope-ra svariati indizi che ci aiutano a farcene unimmagine. Non si deve dimenticare inoltre che anche l«Iliade» ab-bonda, nelle sue molte digressioni sulla vita dei propri personag-gi (tutti rigorosamente di nobile stirpe), di descrizioni riguardan-ti lesistenza quotidiana sia loro sia, seppure più marginalmente,dei loro sudditi. Un ultimo cenno va fatto infine alle tavolette in lineare Ae B (le prime peraltro, rimaste ancora indecifrate), ritrovate sia aMicene che a Pilo e a Cnosso. Si tratta di una sorta di contabilitàinterna dei Palazzi di tali città, documenti importanti sia per co-noscere le attività che si svolgevano allinterno di essi (e forseanche le modalità della loro pianificazione dallalto), sia cometestimonianza dellesistenza di una scrittura (per la verità ancoramolto lontana da quella alfabetica, più veloce e facile da utiliz-zare…) la cui invenzione in Grecia fu forse dovuta a influenzeorientali, in particolare egizie. La pratica della scrittura quindi, sarebbe giunta a Cretadal Vicino Oriente, e da lì si sarebbe trasmessa ai Micenei. Taleforma di scrittura poi, scomparirà con la fine delle civiltà pala-ziali, riapparendo – e stavolta proprio in forma alfabetica – nelperiodo greco arcaico (cfr prossimi due paragrafi), di nuovo perinfluenza dei popoli orientali. 39
    • Il «Medioevo ellenico» o la fine dei Palazzi Dopo la fase micenea o dei Palazzi, iniziò per la storiagreca unepoca oscura e colma di inquietudine, il cosiddetto Me-dioevo ellenico, ovvero quellepoca buia che fece seguito alla re-lativa ricchezza e prosperità della civiltà precedente. Una delle peculiarità di questo periodo è di avere lascia-to ben poche tracce del proprio passaggio, e di essere stato per-ciò molto spesso assimilato e confuso con il periodo precedentee con quello arcaico successivo. In realtà però anche questa se-conda fase ebbe delle peculiarità proprie, per le quali si pose al-lorigine dei successivi sviluppi della società ellenica, sviluppi dicarattere tipicamente occidentale. Per tale ragione – e nonostantele inevitabili difficoltà che per noi la sua conoscenza comporta –un tale periodo di transizione va studiato attentamente e intesonei suoi specifici tratti di fondo. Detto questo, bisogna ricordare anche come gli sconvol-gimenti che a partire dal XIII/XII secolo devastarono il mondomiceneo e in generale la fiorente civiltà egea, non furono pernulla un fatto isolato. Negli stessi secoli difatti, anche le zonedellentroterra asiatico (dallAnatolia sede degli Ittiti, alla Me-sopotamia, comprese le zone a nord di essa, fino allEgitto) ri-sentirono di sconvolgimenti interni spesso non meno distruttividi quelli della Grecia, e sempre causati da movimenti migratoridi carattere violento. È chiaro poi che, data la diversità del con-testo di partenza, tali eventi diedero luogo in quelle regioni aformazioni politiche estremamente differenti da quelle sviluppa-tesi nello stesso periodo in Grecia e nelle zone occidentali.1 - Un quadro generale della migrazione del XIII secolo Fu il ferro il grande protagonista di questi anni. Essofornì difatti alla seconda ondata di genti indoeuropee provenientida nord il dirompente strumento che sbaragliò le difese di civiltà40
    • decisamente più progredite in quanto prodotto di secoli, se nondi millenni, di evoluzione (anche se va detto che, probabilmente,tali civiltà, e in particolare proprio quella micenea, attraversava-no già da alcuni decenni un autonomo declino). Così, se lepoca precedente, coincidente con la civiltàmicenea in Grecia e con quella ittita in Anatolia, viene definitadagli storici «Età del Bronzo», il periodo qui analizzato vienedenominato invece «Età del Ferro», e il suo inizio fatto coinci-dere appunto con le invasioni e le devastazioni che decretaronoil generale declino di quella che era stata la precedente civiltàmediterranea.1.1 - Prospetto generale delle trasformazioni del mondo asiaticoe mediterraneo Alla base di tutto vi fu forse il movimento degli Illiri,popolazioni situate a nord della Grecia le quali, partendo dalleloro sedi originarie e mettendo in moto altre popolazioni, deter-minarono una sorta di effetto domino. Gli effetti di tali sposta-menti si avvertirono così un po in tutta larea egea e in quellavicino orientale, dalla Grecia allAnatolia fino alla Mesopotamia. In Grecia, per esempio, tali popoli coinvolsero nellapropria discesa anche le popolazioni doriche e quelle nord occi-dentali. Il tutto con pesantissime ripercussioni sugli equilibri del-le zone più interne e storicamente più interessanti: quelle cioèche partendo dallEtolia giungono fino al Peloponneso. Quanto allAnatolia, si pensa che furono soprattutto iTraci, spinti in avanti dallinvasione illirica, a invaderla. In O-riente invece furono gli Assiri (unetnia estremamente aggressivasituata nelle regioni a nord della Mesopotamia, e le cui innovati-ve tecniche belliche colsero di sorpresa i popoli asiatici) ad ap-profittare della situazione di destabilizzazione politica dovutaalle invasioni per sottomettere le zone circostanti: dalla Babilo-nia, nel X secolo, fino allEgitto nel VII. Ma furono soprattutto i cosiddetti «Popoli del Mare»(molto probabilmente un miscuglio di differenti popolazioni allaricerca di terre su cui insediarsi, e la cui corsa fu infine fermata 41
    • dallesercito egiziano) a guidare le scorribande migratorie nella-rea asiatica. Queste poi le conseguenze principali che tali eventi eb-bero sulla precedente compagine degli Stati: 1) la scomparsa – oquantomeno una profonda trasformazione – dei regni Micenei,assieme a quella (pressoché totale) dellImpero ittita; 2) linstau-rarsi di un dominio assiro sulla più antica civiltà babilonese,nonché successivamente sulle zone limitrofe e su quelle a sud; 3)ed infine la chiusura politica dellEgitto (un paese peraltro dasempre caratterizzato da marcate tendenze isolazionistiche, dallequali però nei secoli precedenti, anche a causa della grande faci-lità di spostamento tra i paesi dellarea mediterranea, si era for-temente emancipato). Collocandoci poi su un piano complessivo, possiamoparlare di una brusca interruzione – o comunque di un deciso ri-dimensionamento – delle comunicazioni e dei traffici, quindi an-che delle contaminazioni culturali, tra le regioni che avevanocomposto la precedente unità mediterranea. Uninterruzione che,non soltanto in Grecia ma in tutto il mondo mediterraneo, duròper alcuni secoli. È estremamente probabile infine – come attestato ancheda una lunga tradizione storiografica, risalente ancora agli storiciantichi – che gli Etruschi fossero in origine delle popolazioni a-natoliche le quali, costrette alla fuga proprio da tali invasioni,raggiunsero e colonizzarono le regioni centro-italiche.1.2 - Il Mediterraneo orientale e il Vicino Oriente al terminedelle invasioni indoeuropee Come facilmente intuibile, le conseguenze di tali inva-sioni – oltretutto estremamente violente – su società le cui basinon erano certamente solide, furono sconvolgenti. Da una partele molteplici e inevitabili devastazioni legate alle guerre, dallal-tra la sostituzione delle vecchie classi dirigenti (maturate nei se-coli precedenti ed espressione del loro clima politico e culturale)con altre decisamente più barbare e primitive, determinarono un42
    • collasso pressoché totale del precedente sistema sociale. A ciò siaggiungano poi un forte arretramento nelle tecniche produttive3,il collasso dello Stato e dei traffici (un fatto dovuto sia a una mi-nore capacità produttiva, sia alla generale insicurezza delle vie ditransito), ed infine la drastica diminuzione della popolazione.(Fattori peraltro simili a quelli che, mutatis mutandis, caratteriz-zeranno linizio del Medioevo cristiano.) Si interruppe insomma quel clima di serena comunionetra popoli legati – più o meno direttamente – al Mediterraneo o-rientale, che aveva caratterizzato lepoca precedente, tanto nella-rea egea quanto in quella mediorientale. Un cambiamento di rot-ta che determinò un impoverimento generalizzato, tanto materia-le che culturale, delle zone in questione. Soltanto i Fenici costituirono uneccezione a questo cli-ma di chiusura. Essi infatti continuarono a portare avanti cospi-cui scambi commerciali: unattività sulla quale da allora e per unlungo periodo detennero un primato pressoché assoluto. Non fuun caso poi se essi tesero a sviluppare i loro traffici prevalente-mente verso loccidente, cioè lAfrica e la Spagna, in quanto zo-ne ricche di metalli e non toccate dalle invasioni.2 - La trasformazione della Grecia e delle vicine coste egeetra XII e IX secolo: nascita di nuovi regni e prima colonizza-zione greca Dopo avere delineato la situazione complessiva che feceseguito alle grandi migrazioni del XIII/XII secolo, affronteremoqui di seguito un tale evento in relazione alla Grecia continenta-le e insulare e alle regioni costiere dellAsia anteriore (oggetto, aloro volta, di invasione e di colonizzazione da parte dei Greci).3 Perché un simile arretramento delle forze (ovvero delle tecniche) produttive?Semplicemente per la precarietà – vista la fondamentale assenza di scrittura e distrumenti che potessero tramandare la sapienza antica – di quel know how che aesse era sotteso. Inevitabilmente infatti i barbari spazzarono via, assieme a moltielementi materiali (quali monumenti, strade, ecc.) della civiltà precedente, ancheun gran numero di conoscenze di carattere tecnico. E si faticò poi molto, attraver-so un processo che richiese certamente parecchio tempo, a riscoprirle o a scoprir-ne altre che le sostituissero. 43
    • Come già abbiamo fatto per il mondo mediterraneo, an-che qui ci soffermeremo prima sui fatti principali, e successiva-mente sulle trasformazioni di ordine sociale e politico cui diede-ro luogo, non solo peraltro sul continente europeo.2.1 - Movimenti di popoli in Grecia e dalla Grecia Gli eventi che sconvolsero la Grecia nel XIII secolo (e altermine dei quali sorsero delle nuove civiltà) passarono alla sto-ria come «invasioni doriche», dal nome di alcuni popoli situati anord della Grecia (nella regione del Pindo) che, a quanto pare,ebbero in essi un ruolo primario. Ma, come già si è detto, tale flusso migratorio non fuprima di tutto dorico, bensì indoeuropeo e illirico. Questi po-poli infatti, nella loro discesa verso le regioni meridionali, do-tati tra laltro di micidiali armi in ferro, finirono per smuoveredalle loro sedi alcune popolazioni della Grecia settentrionale(i Dori e i Tessali, appunto) rafforzando così leffetto delleproprie incursioni. Come gli Illiri avevano scacciato molti Tessali dallaTessaglia e molti Dori dal loro territorio originario, il Pindo, cosìle popolazioni miste che invasero le regioni della Grecia centro-meridionale indussero molto probabilmente gran parte dei loroabitanti a fuggire, con le seguenti conseguenze: a) le etnie Eoli-che (situate nella zona a Nord) fondarono sulle coste anatolichesettentrionali (antistanti alle loro regioni originarie) delle propriecolonie; b) le etnie Ioniche (per la verità le meno toccate dalleinvasioni doriche), situate nella parte centrale del territorio inquestione, fecero altrettanto; c) gli Achei infine, situati nelle re-gioni più a sud, Argolide e Peloponneso, dopo essere rifluiti anord (Ionia, Etolia, Beozia, ecc.), presero di solito parte alle mi-grazioni ioniche verso est. Anche i Dori non si fermarono, dopo lacquisizione delleregioni meridionali della Grecia, cioè lArgolide e il Peloponne-so, e passarono a conquistare sia le isole meridionali (compresaCreta, che divenne una delle sedi della civiltà dorica nel marEgeo) sia le coste meridionali dellAnatolia occidentale.44
    • Al termine di questo flusso migratorio troviamo dunquela Grecia centro-meridionale divisa tra tre distinte zone: a) quel-la eolica (la più a nord), b) quella ionica (nella parte centrale:Eubea, Attica, Cicladi), c) quella dorica (allestremo sud). A essecorrispondevano poi, a grandi linee, tre diverse zone colonialisulle coste asiatiche immediatamente antistanti: a) le colonie eo-liche (nord), b) quelle ioniche (centro), c) quelle doriche (sud). Era così oramai delineata quella che sarebbe stata laconformazione etnica e politica del mondo ellenico fino al pe-riodo classico.2.2 - Trasformazioni sociali e istituzionali nel mondo ellenico Come si è già detto, le incursioni del XIII secolo ebberopesanti conseguenze non solo sulla distribuzione delle diverseetnie sul suolo ellenico, ma anche sullo stile di governo delle re-gioni da esse interessate. Queste nuove forme di governo inoltre(tutte emerse, più o meno direttamente, da tali eventi) portaronocon sé dei fenomeni nuovi, quali ad esempio la proprietà privatadel suolo, i primi governi su base aristocratica o oligarchica, iprimissimi fondamenti delle future poleis detà classica… oltre atutta una serie di trasformazioni che anticipavano molti aspettidei regimi politici dei secoli successivi. Analizzeremo qui avanti i seguenti punti: a) il passaggiodalle società monarchiche di palazzo a quelle aristocratiche; b)il ruolo delle colonie negli sviluppi della civiltà greca; c) le so-pravvivenze della civiltà achea e micenea nelle regioni egee; d) ildiscorso sullo sviluppo della proprietà privata nelle sue due op-poste forme: quella più propriamente personale e quella colletti-va o di casta.2.2.1 - Le società oligarchiche Abbiamo già visto come le società di Palazzo fossero ilrisultato di invasioni prevalentemente non violente: non a casoesse riflettevano, nelle proprie strutture, le condizioni pacifiche eil processo storico graduale dal quale erano sorte. Esse erano di-fatti delle società fondamentalmente piramidali, in cui le deci- 45
    • sioni più importanti dipendevano dallautorità del sovrano (wa-nax), vertice di unorganizzazione sociale fondata sulla coopera-zione tra le diverse caste che le componevano. Le società sorte dallinvasione dorica (e in generale dalprocesso di riassestamento delle popolazioni greche) riflettevanoinvece ben altra condizione di partenza: quella dellespropria-zione violenta delle terre da parte di una popolazione conquista-trice, ai danni dei suoi precedenti abitatori. A partire da questaconsiderazione, si può facilmente capire quale profonda diversitàdovesse sussistere tra la civiltà Micenea e quella successiva. Mentre, da una parte, nel mondo miceneo la proprietàera del sovrano, ovvero vigeva (implicitamente) una forma diproprietà di tipo socialistico e collettivo, in quelle post-miceneeessa diveniva prerogativa esclusiva di una componente minorita-ria della popolazione, quella dei conquistatori, cui si contrappo-neva una plebe asservita, erede dei popoli espropriati. Da unastruttura piramidale si passò così ad unaltra di tipo essenzial-mente orizzontale, fondata su due condizioni parallele: quelladei vinti e quella dei vincitori. Daltra parte, – fatto non meno importante – mentre nelmondo miceneo centrale era la figura del sovrano, costituente(come si è detto) il vertice della piramide sociale, in quelle dori-che era il gruppo dominante ad assolvere un ruolo di comando.Non più quindi un singolo individuo e una singola autorità, bensìpiuttosto un gruppo di individui posti su un piano di fondamen-tale parità, dovuto allappartenenza a una medesima etnia e,spesso, a una stessa famiglia o stirpe (ghenos). Quella delletàbuia insomma, fu essenzialmente una società di tipo oligarchico,basata cioè sul «governo di pochi», anziché, come nelletà pre-cedente, monarchica e verticistica. Ma lesistenza effettiva del sovrano e del Palazzo diven-ne impossibile, a ben osservare le cose, anche per unaltra ragio-ne: il ruolo del Palazzo era stato in passato quello di servire dacollettore delle eccedenze alimentari, o come punto di irraggia-mento dei commerci (da una parte alimentati dalle voluttà deimembri della corte, dallaltra pianificati da questultima in vistadi esigenze di carattere comunitario). Esso si era insomma basa-to su aspetti della vita sociale oramai virtualmente inesistenti.46
    • Appare dunque chiaro perché, nel contesto che fece seguito alleinvasioni doriche, le esigenze connesse alla funzione regale di-minuissero drasticamente, e con esse quindi il ruolo del wanax edel Palazzo. Con questo non si vuole dire che, da un momento allal-tro, listituzione monarchica scomparisse, bensì piuttosto che es-sa – pur sopravvivendo per un certo periodo, come vestigio deltempo passato, o come espressione di una gerarchia interna aipopoli invasori vigente ancora ai tempi delle guerre di conquista– tese gradualmente ad atrofizzarsi, per la perdita di un ruolo edi un significato reali. Già prima del X secolo difatti (se si eccet-tuano alcuni sporadici esempi nelle zone interne e altri in regioniperiferiche come la Macedonia e lEpiro) non vi fu più traccia –o quasi – dellistituto monarchico nel mondo greco. Le differenze essenziali tra il mondo miceneo e quellodorico (intendendo con tale termine la realtà sorta, direttamentee non, dalle incursioni di tali popoli) furono quindi: a) la man-canza nel secondo di un centro di potere forte, dal quale dipen-dessero le realtà locali; e b) la conquista del potere politico daparte di una classe aristocratica di stampo militare, che si con-trappose alla massa della popolazione originaria, da essa espro-priata dei propri diritti e delle proprie terre. Altre implicazioni di questo discorso verranno analizzatepiù avanti. Qui avanti ci occuperemo invece del ruolo delle co-lonie asiatiche nelleconomia degli Stati greci.2.2.2 - Il ruolo svolto dalle colonie nella storia greca arcaica Nelle trasformazioni del mondo ellenico dopo il XII se-colo, un ruolo molto particolare ebbero le colonie asiatiche, eciò peraltro fino al periodo successivo, quello arcaico. Esse infatti svolsero due funzioni essenziali per la civiltàgreca: a) da una parte svilupparono una prima coscienza «nazio-nale», il primo senso di unappartenenza culturale comune (unsentimento che contagiò successivamente anche i Greci euro-pei); b) dallaltra assolsero ad una preziosa funzione di assimila-zione di motivi e influssi provenienti dalle civiltà asiatiche (ana-toliche, fenicie, mesopotamiche ed egizie), come sempre alla- 47
    • vanguardia da un punto di vista tecnico-scientifico e ricchequindi di preziosi stimoli culturali. Per tali ragioni, furono proprio le colonie asiatiche aforgiare molte delle basi della futura cultura greca. Né fu uncaso difatti, che alcuni dei più grandi esponenti di essa – unotra tutti, Omero – provenissero in questi primi secoli proprio datali regioni. Un aspetto che da subito iniziò a emergere nelle zonegreco-asiatiche – soprattutto in quelle ioniche – fu la «nostalgia»per la madrepatria, per i suoi costumi e per la sua lingua origina-ria, e ciò non solo in ragione della distanza da essa, ma anche acausa di un contesto culturale – quello dei popoli asserviti – de-cisamente differente e spesso ostile a quello greco. Le colonie,anche per tale ragione, si mantennero dunque molto legate (al-meno idealmente) alle proprie terre dorigine, un fattore alimen-tato anche dallostilità delle etnie sottomesse, con cui molto pro-babilmente spesso non fu possibile istituire rapporti pacifici. Fuinsomma a partire dalla distanza dai propri usi e costumi origi-nari, che i coloni svilupparono la consapevolezza stessa di esseredei «greci» – consapevolezza che successivamente trasmisero,tramite le proprie influenze culturali, anche alle regioni di pro-venienza. Il secondo aspetto non fu forse così immediato. Inizial-mente difatti anche lOriente (pur così antico e così ricco di sug-gestioni) non ebbe molto da offrire alla cultura greca. La recentemigrazione aveva difatti fortemente destabilizzato anche tali a-ree e provocato una loro pur temporanea regressione. Solo neisecoli successivi, con lo svilupparsi di un nuovo assetto politicostabile, esse poterono costituire di nuovo una fucina di idee e distimoli per il vicino Occidente. In Anatolia, per esempio, si af-fermarono prima il regno dei Frigi (nella zona orientale) e poiquello dei Lidi (in quella più occidentale); nellentroterra asiaticoinvece lImpero assiro la fece da padrone un po ovunque (Egittocompreso, anche se per un breve periodo) dal IX fino al-lVIII/VII secolo. Fu soprattutto dai Lidi comunque, che le colonie greche,nel periodo finale del cosiddetto Medioevo ellenico, ricevettero imaggiori stimoli. Da tali popoli infatti esse raccolsero una in-48
    • venzione fenomenale, che pose le basi dei futuri sviluppi non so-lo della Grecia, ma dellintera umanità: la moneta. Dai Fenici in-fine, essi impararono luso della scrittura alfabetica, più veloce ecomoda di quella geroglifica, peraltro ormai pressoché scompar-sa, e più facile quindi da utilizzare. Ma anche in campo letterario le colonie diedero un ap-porto fondamentale, con la stesura tra il X e lVIII secolo dei duecelebri poemi omerici (ad opera di una figura semi-storica, il po-eta Omero) nei quali veniva rievocata lantica civiltà micenea,oramai appartenente ad un passato mitizzato, che assumeva per-ciò un forte valore simbolico. Tali opere assommavano in sestesse tanto gli ideali militari ed eroici dellaristocrazia conqui-statrice greca, quanto il rimpianto che essa avvertiva per la pro-pria antica patria e per le proprie gloriose origini. Va però ricordato di nuovo, che gli apporti più rilevantiprovenienti dalle colonie orientali e dalle vicine civiltà asiatiche,si collocarono quasi tutti sul finire dellepoca buia, quando cioèla situazione cominciò a stabilizzarsi, permettendo così alle e-nergie intellettuali e creative fino ad allora rimaste compresse einutilizzate di potersi nuovamente esprimere.2.2.3 - Sopravvivenze delle civiltà micenee La scomparsa, in seguito alle incursioni indoeuropee delXIII secolo, delle civiltà di Palazzo micenee, non significò peròquella della cultura achea. Le popolazioni achee, infatti, conti-nuarono a esistere e – sebbene con forti limitazioni – a portareavanti le proprie antiche tradizioni (artistiche, religiose, ecc.) Nel complesso tuttavia, allepoca delle società piramidalie cooperative fece seguito quella delle nuove società, fondatesullespropriazione (un discorso che – come si è già detto – nonvale solo per i Dori, ma anche per quei popoli greci che, cacciatidai primi dalle proprie sedi originarie, molto spesso si trovaronocostretti a porre in atto un analogo meccanismo di espropriazio-ne ai danni di altre popolazioni.) La pratica della violenza ai finidel dominio su territori contesi tra diverse etnie divenne insom-ma un fatto molto comune, mentre si infransero quellunità e 49
    • quellarmonia linguistico-culturali (anche se non politiche) che,nei secoli micenei, erano sorte tra le diverse zone dellEllade. Ma in che modo e in che misura gli Achei, o meglio lepopolazioni eoliche e quelle ioniche, espressione di civiltà o-ramai antiche, poterono perpetuare le proprie tradizioni e lapropria identità culturale, in un mondo tanto fortemente tra-sformato? Sul territorio greco il clima politico era oramai profon-damente mutato, e ciò anche in quelle zone (come lAttica elEubea) nelle quali le incursioni doriche non erano giunte diret-tamente. Ma nelle isolette minori dellEgeo, poste al di fuori delgrande flusso storico, gli Achei poterono conservare ancora alungo sia la propria cultura che la propria organizzazione sociale(ne fanno fede ad esempio, le tombe a tumulo che sono state ri-trovate in alcune di esse). Un discorso abbastanza simile vale poiper le colonie ioniche ed eoliche, laddove però i Greci dovetteroanche combattere e difendersi dallostilità degli indigeni (conconseguenze ad esempio sul tipo di governo, che fu qui – comedel resto in Grecia – di tipo aristocratico e militare). Un discorso a sé merita infine lisola di Cipro, e non soloin relazione ai greci. In essa difatti, i popoli del Mare non arriva-rono, ragion per cui Cipro si conservò intatta dalle trasformazio-ni che tali incursioni portarono laddove giunsero. In tale isola sisviluppò una sorta di civiltà mista, acheo-fenicia (essa difatti èposta immediatamente davanti alla Siria), nella quale molto pro-babilmente un gran numero di caratteri delle civiltà precedentipoterono conservarsi con singolare vigoria. In ogni caso, complessivamente, il mondo egeo subì –sia sul piano culturale, che su quello politico – una profonda tra-sformazione, che annullò molte delle precedenti scoperte (anchetecniche, come ad esempio la scrittura lineare dorigine cretese)del periodo precedente. Il mondo greco passò quindi attraversole forche caudine di una sorta di Medioevo, per risvegliarsi peròal suo termine – come del resto è accaduto per tutti i Medioevi –più maturo e più ricco di prima.50
    • 2.2.4 - I due sviluppi della proprietà aristocratica Come si è detto, la base storica dei nuovi Stati fu lattostesso con cui gli invasori espropriarono delle loro terre popola-zioni indigene, o che comunque risiedevano in essi da più tem-po. Per tale ragione, la società si divise essenzialmente tra unacasta dominante e una subordinata (composta in prevalenza dagliantichi residenti). A partire da un tale atto di espropriazione, si comprendein che modo insorgesse luso della proprietà privata (nel sensoescludente ed «esclusivo» del termine) delle terre ad opera e avantaggio di una fascia della popolazione, più o meno ristretta, eai danni di unaltra. Si formò difatti una classe/casta dominante(dove il termine classe sta a indicare un gruppo di individui pro-prietari, inizialmente a titolo rigorosamente collettivo, delle ter-re su cui risiedevano senza alcun vincolo forte rispetto a unauto-rità superiore; mentre il termine casta indica un gruppo chiuso diindividui portatori per famiglia e per nascita di alcuni privilegisociali, tra i quali appunto quello di essere proprietaria delle ter-re) contrapposta a unaltra che si trovava invece in una condizio-ne minoritaria. È poi chiaro come, mancando unautorità di riferimento– o essendo questultima comunque estremamente debole – gliesponenti della classe nobiliare fossero indotti col tempo a fareanche un passo ulteriore: quello cioè di appropriarsi a titolopersonale dei territori sui quali già risiedevano in qualità di ap-partenenti alla comunità dominante. Da una proprietà di carat-tere collettivo o di casta, dunque, si passò ad una integralmenteprivata. Tuttavia, è da notare come questultima trasformazione,nonostante costituisse la norma, non fu del tutto priva di ecce-zioni. Lesempio più eclatante è quello costituito da Sparta, unapolis di carattere spiccatamente guerriero nella quale, agli indi-vidui della casta dominante, non era pressoché concessa unesi-stenza privata, nemmeno familiare. In un tale Stato, la dimensio-ne di casta fu conservata con un rigore che spesso suscitò tra icontemporanei una profonda ammirazione e che oggi, a un os-servatore moderno, provoca invece di solito una sorta di racca- 51
    • priccio. Sparta fu infatti – almeno fino a un certo momento dellasua storia – uno Stato rigorosamente socialistico, fondato su unapressoché totale condivisione di tutti i beni da parte dei suoimembri, gli spartiati. Ma Sparta è esemplare ai nostri occhi anche per unaltraragione, per comprendere cioè le motivazioni alla base di un taletipo di organizzazione politica. Posta difatti a capo di un vero eproprio impero territoriale – il quale col tempo finì per estender-si anche alle zone circostanti: la Laconia e la Messenia – essaavvertì più profondamente di altre aree il bisogno di mantenereuna forte compattezza e coesione tra i propri cittadini contro lepopolazioni sottomesse (Iloti e Perieci). Dalla sua vicenda dunque, si comprende chiaramentecome mai furono soprattutto le stirpi doriche a propendere perun assetto politico rigidamente separatistico e aristocratico, oltreche militare, anziché per uno di tipo (maggiormente) aperto e«democratico». Insediatesi infatti sui propri territori come domi-natrici assolute, attraverso guerre estremamente violente, esse dasubito furono incapaci di amalgamarsi con le precedenti popola-zioni. Tale fatto diede vita poi, col tempo, ad una spirale difensi-va che finì per autoalimentarsi, rafforzando sempre di più losti-lità tra gli invasori e le popolazioni originarie. Un fatto che cer-tamente indusse i popoli egemoni a rimanere tali, arroccandosinei propri privilegi, anziché – come invece accadde nella mag-gior parte delle altre regioni, nelle quali lo iato tra invasori einvasi era molto meno radicale – a mitigare la distanza che liseparava dai vinti in direzione di una maggiore apertura e con-divisione. Se è dunque vero che la Grecia a partire dalle invasionidoriche, pose le basi stesse della tradizione statale occidentale, èvero anche che levoluzione che ne discese si declinò in modi avolte molto differenti tra loro: Atene, la città-stato democraticaper eccellenza, fu difatti molto differente nei suoi presupposti daquella aristocratica e militare per antonomasia, cioè Sparta. Pre-ciseremo meglio più avanti il modo e i percorsi attraverso cuitali destini si separarono.52
    • Letà arcaica: la Grande colonizzazione (VIII – VI sec.) e la formazione delle poleis Se nel periodo oscuro della storia ellenica vennero postele basi della successiva civiltà classica (e, prima che di essa, diquella arcaica o pre-classica), spettò invece ai secoli successivi –quelli cioè tra lVIII e il VI – il compito di portare a termine unatale trasformazione. Alla base di tutto vi fu – come si è detto – lo sviluppo, apartire allincirca dal XII secolo, di un sistema economico e so-ciale fondato sullespropriazione e sulla proprietà privata delleterre in favore di una fascia della popolazione e ai danni di unal-tra. La forma istituzionale che in un primo tempo un tale sistemaassunse fu quella aristocratica o oligarchica, che potremmo de-finire – seppure in un senso diverso da quello propriamente asia-tico – di casta, nella misura in cui lappartenenza allordine privi-legiato dei proprietari terrieri si fondò essenzialmente su criteririgidi, legati al ghenos o stirpe di appartenenza. Le etnie conqui-statrici inoltre si posero spesso come continuatrici, pur in uncontesto culturale e sociale molto mutato, dei precedenti domi-natori. Forse proprio per tale ragione, a volte, concessero adessi la possibilità di insediarsi su territori marginali rispetto aipropri4. Ma la formazione dello Stato nobiliare e privatistico nonfu che il primo passo di uno sviluppo molto più vasto, al termine4 A questo proposito, cfr avanti il paragrafo su Sparta (dove si parla dellorigine deiPerieci). Ma un discorso simile vale anche per quei luoghi, quali ad esempio la Be-ozia, nei quali pare si sia verificata una fusione fondamentalmente pacifica tra gliinvasori e i precedenti dominatori. In quei luoghi difatti, pur determinando le in-vasioni la fine delle antiche società di palazzo, i precedenti abitatori non vennerosterminati né cacciati.Unaltra possibilità infine, è che gli invasori giungessero quando (e forse proprioperché) le precedenti società micenee, per motivi a noi sconosciuti, erano tramon-tate o stavano comunque conoscendo un autonomo declino. 53
    • del quale si formarono le vere e proprie poleis delletà classica,le quali – nonostante le profonde differenze che le distinguonodai villaggi gentilizi delletà buia – trovarono proprio in questiultimi i propri più lontani presupposti. Allorigine di queste e di altre trasformazioni, vi fu poiun fenomeno non del tutto nuovo per i popoli ellenici ed egei,che a partire dallVIII secolo assunse però dimensioni mai rag-giunte prima: e cioè una seconda colonizzazione greca delle a-ree mediterranee e vicino orientali (la precedente fu, come siricorderà, quella che seguì alle invasioni doriche). Un eventoche, fornendo ai Greci dei nuovi orizzonti di sviluppo, ne mo-dificò anche – indirettamente ma profondamente – le strutturepolitiche. Un tale fenomeno si protrasse dalla metà dellVIII seco-lo, e giunse – almeno nelle sue manifestazioni più eclatanti – fi-no a quella del VI.1 - La seconda colonizzazione: coordinate essenziali; lorocause e conseguenze sul mondo greco Il fenomeno delle migrazioni era da sempre piuttostofrequente in aree come quelle greche ed egee, ed era dovuto es-senzialmente alle particolari condizioni geografiche, e quindi po-litiche, che le caratterizzavano: ovvero al loro essere non di radooggetto di incursioni da parte di popoli nomadi, di solito prove-nienti dalle zone settentrionali; alle loro scarse risorse territoria-li; e infine alla presenza invitante del mare, un ponte che le con-netteva (e le connette) ad altre regioni attigue, a esse in più geo-morficamente simili. Nei secoli precedenti alle due migrazioni, tanto i popoliminoici quanto quelli micenei avevano colonizzato, non soloculturalmente (i primi) ma anche militarmente (i secondi), moltedelle aree circostanti. E i Micenei inoltre erano giunti nelle loroscorribande fin sulle coste occidentali dellItalia meridionale. Solo però con il XII secolo – in conseguenza delle incur-sioni doriche – avvenne la prima vera colonizzazione greca delleantistanti coste anatoliche, per iniziativa sia dei popoli Ionici chedi quelli Dorici ed Eolici.54
    • La seconda grande colonizzazione, quella che si svolseappunto tra VIII e VI secolo, si pose perciò nel solco di quellaprecedente, e di essa sfruttò sia le rotte che le conquiste territo-riali, ponendosi – non solo idealmente – come una sua continua-zione.1.1 - Le (probabili) cause della grande migrazione Prima di descrivere brevemente i tempi, i luoghi e i mo-di di questo evento epocale (che fu poi la somma di molti distintiflussi migratori, distribuiti nel tempo) è necessario delineare lecause che molto probabilmente furono alla sua origine. Comequasi tutti gli eventi di grande portata, anche questo non ebbeununica motivazione, bensì molte ragioni concomitanti, seppurenon tutte della medesima importanza. Le principali furono: laumento della popolazione, sianelle regioni europee che in quelle asiatiche (già coloniali); losviluppo, nei periodi immediatamente precedenti, dei commerci;nonché in generale laffermarsi di un certo «spirito di avventu-ra», molto probabilmente legato proprio al risveglio dei traffici.(Si ricordi infatti come anche la situazione del Vicino Oriente sistesse gradualmente riassestando, favorendo notevolmente la ri-presa delle attività commerciali e degli scambi culturali.)5 Tre ordini di cause fondamentali dunque, dovute a unsostanziale miglioramento delle condizioni di vita, legato a unprogressivo ingentilimento della rude civiltà sorta in seguito al-linvasione dorica e frutto in particolare di alcuni progressi tecni-ci (tra i quali, non ultimo, linvenzione per influenze orientalidella scrittura alfabetica, che dalla Ionia si diffuse poi in tutte leregioni greche a partire dal IX secolo).5 Un grosso passo avanti fu fatto con la caduta dellImpero assiro, nel VII secolo,e con la rinascita dellantica Babilonia. Tale evento facilitò gli scambi commercialie quelli culturali, favorendo una ripresa generale dellarea medio-orientale. 55
    • 1.2 - Le coordinate essenziali della Grande colonizzazione greca(VIII – VI secolo) La Grande colonizzazione non consisté in un unico e-vento, ma in una serie di eventi, diversi tra loro sia per luoghi(non solo di arrivo, ma anche di provenienza), sia per tempi, siaper modi e svolgimento. In altri termini, furono fondate coloniesia dalle popolazioni ioniche, che da quelle doriche ed eoliche, evi furono anche «colonie di colonie», ovvero colonie fondate dacittà che erano già di per sé colonie; vi furono inoltre impresepiù antiche e altre più recenti; vi furono infine colonie prevalen-temente commerciali e altre prevalentemente agricole. In ogni caso, la Grecia divenne gradualmente – a partireda questi anni – una potenza egemone a livello internazionale,sia da un punto di vista commerciale che da un punto di vista po-litico-culturale. Essa svolse difatti un ruolo civilizzatore non se-condario, soprattutto per ciò che riguarda le zone mediterraneeoccidentali (ancora relativamente selvagge) nelle quali finì pertrapiantare spesso le proprie nascenti istituzioni politiche. Questa seconda colonizzazione si svolse peraltro non so-lo verso le terre doccidente (distinguendosi in ciò dalla prece-dente, nella quale le zone a ovest non furono o quasi coinvolte),ma anche come in passato verso quelle doriente (tanto cioè nelleregioni del Vicino oriente, come ad esempio lEgitto e la Siria,quanto sulle coste tracie e su quelle del Mar Nero). Tuttavia, i risultati maggiori essa li diede proprio nellezone occidentali, soprattutto italiane ma anche spagnole e afri-cane, e comunque non in quelle medio orientali, portatrici di ci-viltà avanzate quanto se non più della sua. Mentre infatti, al ter-mine delle invasioni doriche, la distruzione concomitante dimolti regni dellarea mediorientale (soprattutto di quello Ittita)aveva reso facile la penetrazione dei coloni greci in quelle aree,il successivo ricostituirsi di nuovi Stati rendeva ora molto diffi-coltosa, se non impossibile, uninstallazione stabile. Nel Medio-oriente perciò, i coloni non poterono quasimai fondare delle città-stato indipendenti ma dovettero accon-tentarsi di istituire dei semplici empori, luoghi finalizzati esclu-sivamente al commercio, come ad esempio in Egitto la città di56
    • Naucrati, fondata col consenso del Faraone. Sempre nelle regio-ni orientali, gli Elleni ebbero invece buon gioco a fondare dellenuove colonie sulle coste del Mar Nero e su quelle immediata-mente anteriori – zone molto meno popolate ed avanzate e con lequali avviarono un florido commercio ponendosi in collegamen-to anche con le regioni dellentroterra caucasico. Bisogna osservare poi che anche questa seconda colo-nizzazione – al pari della precedente – non seguì alcun pianoprestabilito, essendo al contrario sempre un prodotto estempora-neo della libera iniziativa di alcuni gruppi di cittadini di singolecittà-stato, guidati, di solito, da esponenti dellaristocrazia locale.La migrazione durò diversi secoli e fu essenzialmente dettata –come si è già accennato – da esigenze economiche (cioè alimen-tari) insorgenti via via nei vari Stati greci a causa della scarsitàdelle terre e della loro sempre più ineguale distribuzione. Ogni città-stato dunque, fondò delle proprie colonie, conle quali in seguito intrattenne dei rapporti commerciali privile-giati, e ciò con evidenti vantaggi sia sul piano degli approvvi-gionamenti interni che su quello dello sviluppo delle proprie at-tività commerciali.1.2.1 - Distribuzione delle colonie Possiamo dividere le colonie greche in due diverse spe-cie: quelle situate a occidente della Grecia, e quelle situate inve-ce a oriente. Cominciando dallestremo occidente, i greci fondaronoalcune città-stato in Africa e in Spagna: zone molto ricche dimetalli, anche se già da lungo tempo luogo dei traffici e delle-spansionismo politico-commerciale dei Fenici, o meglio dei lorodiscendenti africani, i Cartaginesi. Non che questi ultimi avesse-ro fondato un vero e proprio impero territoriale, ma è probabilecomunque che gli Elleni con la propria presenza disturbassero leloro attività. (Nei secoli futuri la rivalità politico-commercialetra questi due popoli, con laggiunta peraltro in Italia degli Etru-schi, costituirà un elemento fondamentale della vita delle regionioccidentali, sia costiere che interne). 57
    • Va ricordata poi, in Francia, la fondazione di Marsiglia,una colonia che col tempo conquisterà una notevolissima impor-tanza economica. Ma il maggior numero di colonie occidentali verrà fon-dato nellItalia meridionale (la Magna Grecia) e in Sicilia, oltreche nelle zone (come ad esempio lisola di Corfù) intermedie trala madrepatria e queste località. In Italia le regioni più interessa-te dal processo di colonizzazione furono la Puglia e la Calabria,mentre in Campania si distinsero principalmente le città di Eleae di Cuma (la prima patria del filosofo Parmenide, la secondainvece divenuta, come del resto Marsiglia, un centro molto im-portante sia culturalmente, sia come snodo dei traffici tra lO-riente e lOccidente). In Calabria vennero dedotte principalmentele colonie di Sibari, Crotone, Locri Epizefiri e Reggio; in PugliaTaranto e Gallipoli. Ancor più colonizzata – almeno nelle sue regioni costie-re – fu poi la Sicilia (mentre nellinterno rimasero installati i bel-licosi popoli originari, Siculi e Sicani). Centri principali delliso-la furono a occidente Selinunte e Agrigento, a est invece Naxos,Leontini, Megara Iblea, Siracusa, Catania e (nella zona nord)Milazzo. Molto più modesta fu la colonizzazione delle regioni si-tuate a oriente della madrepatria, un fatto dovuto – come si è giàdetto – al loro maggiore sviluppo politico: un fattore che ostaco-lò comunque più lespansionismo politico che quello propria-mente commerciale. Se si esclude la città di Naucrati in Egitto,che fu esclusivamente greca, lespansione fu qui portata avantisoprattutto attraverso piccoli centri di carattere commerciale(empori), anziché attraverso vere e proprie colonie, ovvero state-relli indipendenti. Unaltra città molto importante fondata daiGreci fu Cirene, in Libia, destinata (come del resto molte altrecolonie) ad un autonomo sviluppo sia commerciale che politico. Fondamentale fu poi la colonizzazione delle coste delMar Nero e di quelle della Tracia, regioni molto più facilmentepenetrabili rispetto a quelle asiatiche più interne (Mesopotamia,Siria, ecc.), e destinate – soprattutto le seconde – a divenire dellespecie di Stati vassalli dellimperialismo greco durante il periodoclassico.58
    • Colonie particolarmente celebri e importanti furono, aoccidente, Potidea e Abdera, e a oriente (cioè sulle coste del MarNero), Odessa, Olbia, Trapezunte, Sinope e, allestremo nord-est,Tanaris.1.2.2 - Luoghi dorigine delle colonie, e periodi della lorofondazione Riguardo poi alle città che si posero allorigine dei variflussi migratori, faremo qui avanti delle brevi e certamente in-complete osservazioni. Affronteremo largomento soffermandociessenzialmente sui seguenti problemi: innanzitutto ci chiedere-mo quali furono i centri della madrepatria (ma anche dellAsiaminore) che fondarono delle colonie proprie, precisando succes-sivamente dove e quando (in che periodo) ciò avvenne. Furono i Calcidesi, nellVIII sec., (la città di Calcide èsituata in Eubea) i primi a impegnarsi in imprese di carattere co-loniale. Essi colonizzarono prevalentemente le coste della Sicilia(ex: Naxos, Catania) e dellItalia meridionale (ex: Cuma, cittàdalla quale si diffuse lalfabeto greco, che fu poi alla base dellascrittura latina). Anche Corinto pose molte basi nella parte a sud dellIta-lia, soprattutto in Sicilia (Siracusa), e sulla vicina isola di Corfù.Corinto divenne in questi anni una delle più potenti città greche,sviluppando un vero e proprio impero coloniale. La città di Me-gara fondò, sempre in Sicilia, Megara Iblea, mentre i Greci diRodi vi fondarono Gela Anche i popoli dorici (ma non gli Spartani!) diedero vitain Sicilia ad alcune importanti città coloniali, tra le quali spiccaAgrigento. Essi tuttavia dovettero, come del resto tutti gli Elleni,fare i conti con la presenza delle più antiche colonie cartaginesi,ostili ai Greci in quanto da essi private di preziosi territori e limi-tate quindi nei propri progetti despansione. (I Cartaginesi rima-sero insediati sulla punta a nord-ovest dellisola, e una delle loroprincipali colonie fu Palermo.) Anche le popolazioni della Grecia centrale, sia quelle si-tuate nella parte settentrionale del Peloponneso (abitate dai di-scendenti degli Achei), che quelle dEubea, Etolia, Locride, ecc., 59
    • diedero vita, in Italia, a una vasta impresa di colonizzazione, icui scopi furono allinizio prevalentemente agricoli. Da Reggiofino a Pestum, il sud Italia si trasformò così in una enorme colo-nia ellenica: la Magna Grecia. In sintesi, riguardo ai territori italiani (magno-greci) e aquelli siciliani, possiamo dire che i primi furono oggetto preva-lentemente di insediamenti di carattere agricolo (la Campania,ad esempio, era una terra eccezionalmente fertile per gli standardcui erano abituati i Greci), mentre i secondi furono maggiormen-te versati nei commerci e nei traffici. E ciò anche se, ovviamen-te, è impossibile stabilire una rigida demarcazione tra questi duetipi di colonie! Più tarda (VII secolo), e rivolta soprattutto verso le zonedellestremo occidente, fu la colonizzazione focese. Un centroimportantissimo di essa fu la città di Marsiglia, a sua volta poifondatrice di colonie (la principale delle quali fu Malaga, inSpagna). I Focesi inoltre colonizzarono anche le coste della Cor-sica (ex. Alalia). La colonizzazione verso oriente, ovvero verso le zone anord-est della Grecia (la Tracia), in quelle propontiche e sullecoste del Mar Nero, iniziò allincirca a metà del settimo secolo, efu opera soprattutto di una città che aveva a sua volta origini co-loniali: la ionica Mileto. Anche i corinzii però vi fondarono u-nimportante colonia, Potidea. Alla città di Clazomene si dovetteinvece la fondazione di Abido sulle coste tracie, mentre quella diCalcedonia, situata sullistmo che dà laccesso al Mar Nero, sideve ascrivere ai Megaresi. Non a caso, mentre il Mar Nero fuprincipalmente un «affare» dei Milesi, la Propontide venne divi-sa tra questi e i Megaresi. Come si sarà notato, non compaiono in questo lungo e-lenco né la città di Sparta, né quella di Atene. Entrambe difatti,pur destinate ad assolvere un ruolo tanto centrale nella storia del-la Grecia classica, si svilupparono secondo modalità peculiari, lequali del resto (soprattutto nel caso di Sparta) furono alla basedelle loro successive vicende storiche. Mentre comunque per Sparta si può parlare di una poli-tica imperialistica molto precoce, con la differenza rispetto al re-sto della Grecia che, anziché verso lesterno, essa fu essenzial-60
    • mente rivolta (pur con sporadiche eccezioni) verso linterno, perAtene si osserva al contrario un notevole ritardo nella politicacoloniale. Un fatto che fu il risultato – come vedremo – di alcunidati del suo precedente sviluppo e che fu poi, almeno in parte,alla base di quelle trasformazioni politiche che la resero la primacittà-stato democratica.1.3 - Il mondo ellenico al termine della colonizzazione La diffusione delle città e della cultura greca un po intutto il mondo allora conosciuto portò come conseguenza a u-ninfluenza molto maggiore, sia a un livello economico che cul-turale, dei Greci stessi. Ma essa rivelò anche una peculiarità delloro universo politico: ovvero la sua cronica disunione, e ciò no-nostante quel forte orgoglio «di stirpe» che li caratterizzò soprat-tutto a partire dallesperienza coloniale. I Greci difatti, scontrandosi con altre società, da essi de-finite «barbare» (e spesso, soprattutto a occidente, caratterizzaterispetto a loro da un minore avanzamento), svilupparono un forteorgoglio etnico, imparando così a considerarsi come un unicopopolo. Ciononostante, essi non rinunciarono mai a difendereciascuno la propria particolare identità, legata alla propria cittàdi provenienza, alla propria storia e alle proprie tradizioni. Daquesto strano connubio di campanilismo e di orgoglio nazionalesorse la Grecia classica, una sorta di «nazione senza Stato» inquanto priva di un unico centro amministrativo e divisa tra varicentri dispersi un po in tutto il mondo conosciuto. Alla rivalità tra le singole regioni, ovvero tra i piccolistaterelli della madrepatria, si deve aggiungere poi il fatto chequesti ultimi non poterono mai esercitare un vero e proprio do-minio politico sulle colonie (che pure a essi rimasero a lungoprofondamente legate). Dove avrebbero infatti potuto trovare laforza necessaria per esercitare un tale controllo, vista la difficilecondizione (alimentare, ma molto spesso anche politica) che giàattraversavano al proprio interno – e che era poi la principalecausa della colonizzazione stessa? Spesso impegnate a difendersi da nemici comuni (quali iFenici, i popoli indigeni, ecc.), ebbero invece tra loro maggiore 61
    • coesione le colonie greche. Le necessità comuni di difesa le ob-bligarono ad accantonare il proprio spirito partigiano e le reci-proche rivalità, rafforzando in tal modo il loro sentimento di ap-partenenza a ununica patria ideale. La colonizzazione determinò poi (come vedremo avanti)uno sviluppo sociale, economico e politico completamente nuo-vo per il mondo ellenico, sia nelle colonie che nella madrepatria. Alla base del gigantesco flusso migratorio che prese av-vio allincirca dallVIII secolo, vi furono dunque tre motivi es-senziali: a) una primissima rinascita – a partire dal IX/VIII sec.– dei commerci (la parziale stabilizzazione politica e sociale del-le nascenti poleis della Grecia europea aveva difatti favoritolaccumulo di surplus produttivi, poi impiegati naturalmente neitraffici), la quale a sua volta aveva riacceso la curiosità per le-splorazione di nuove regioni e quindi per la navigazione; b) lacarenza di terre, legata soprattutto allaumento della popolazio-ne, e inoltre c) i crescenti conflitti sociali (di cui parleremo trapoco) dovuti ad un sempre maggiore accentramento delle terrenelle mani dei ceti nobiliari. Fu a partire da questi presupposti che si sviluppò appun-to lampliamento del mondo greco, ovvero la sua estensione siaverso le zone a est che verso quelle a ovest. E fu proprio in ra-gione di tali presupposti, che le nuove città-stato coloniali ebbe-ro molto spesso quel carattere prevalentemente commerciale chepermise loro di sviluppare sia nuove forme di ricchezza, non piùeminentemente fondiaria, sia (con esse) delle nuove classi, so-cialmente intermedie tra quelle dei piccoli agricoltori (soprattut-to in patria, economicamente e politicamente ridotti oramai auna condizione minoritaria e subordinata) e quelle costituentiinvece la grande nobiltà terriera. Gran parte della prosperità discese difatti alle colonie dalfatto di scambiare i propri prodotti con i beni (molto spesso ma-terie prime, come ad esempio metalli) delle popolazioni autocto-ne, rivendendoli poi alla loro patria dorigine. Anche per questoesse si trovarono spesso in una condizione di reciproca rivalità(quale, ad esempio, quella che divise i Milesi e i Megaresi nellaregione della Propontide.)62
    • Né la ricchezza sorta dal nuovo mondo coloniale fu le-gata esclusivamente ai traffici. Lo sviluppo coloniale permiseinfatti anche di riequilibrare (per mezzo del fenomeno della ridi-stribuzione delle terre) gli scompensi di ricchezza interni allemadrepatria, alleggerendone così le tensioni sociali e politiche emigliorando le condizioni di buona parte della popolazione. Unaltra fonte indiretta di ricchezza fu poi, per i Greci,il fatto di divenire un popolo culturalmente trainante, capacecioè di esportare i propri modelli politici e culturali (una prati-ca i cui frutti maggiori si videro come detto nelle regioni euro-pee occidentali). Tale condizione di egemonia e di prestigioinfatti, finì per favorire ulteriormente la loro espansione a livel-lo mediterraneo.2 - Sviluppi sociali e politici del mondo greco: le città-stato ela loro organizzazione Novità fondamentale delletà arcaica fu lapparizionedelle poleis, ovvero delle città-stato: prodotto non soltanto delletrasformazioni che seguirono, ma anche di quelle precedettero (eresero possibile) la formazione e la grande diffusione delle colo-nie. Furono difatti i villaggi gentilizi delletà buia a porre le basistesse delle successive formazioni cittadine e comunitarie. E illoro sviluppo sfociò – seppure attraverso un processo lungo egraduale – nella nascita delle poleis greche. Come si è detto, le stirpi dominanti che avevano invasole diverse regioni della madrepatria si erano spartite tra loro inuovi territori, mantenendo in una condizione di sudditanza i lo-ro precedenti abitatori. A questi ultimi poi – quantomeno laddo-ve la frattura tra esproprianti e espropriati si sviluppò in un mo-do meno radicale – fu probabilmente concesso a volte di rima-nere proprietari, seppure a titolo personale e individuale, di pic-coli appezzamenti terrieri. Ciononostante, furono le stirpi (ghenoi) dominanti adappropriarsi della maggior parte delle terre. E ciò fu alla base diquel dislivello nella proprietà patrimoniale (che col tempo inoltreconobbe unulteriore recrudescenza) che generò, sia durante ilperiodo arcaico che durante quello classico, dei gravi conflitti 63
    • sociali. In un tale clima generale, oramai estremamente mutato,non aveva più molto senso listituto monarchico (il quale tuttaviasopravvisse ancora per alcuni secoli dopo linvasione); così co-me del resto le strutture palaziali, prima centro della vita sociale,finirono gradualmente per decadere e scomparire. Si affermò in-vece un nuovo tipo di struttura: il villaggio, residenza di solito diunoligarchia dominante, e luogo nel quale questultima discute-va i propri affari, tenendo vivo al tempo stesso il sentimento del-la propria superiorità (in quanto casta egemone) nei confrontidella popolazione rimanente (che potremmo definire la «plebe»greca). Dal Palazzo come centro direttivo di un potere unidire-zionale, si passò così al villaggio come sede di unaristocrazia dicarattere gentilizio, caratterizzata quindi da sfumature democra-tiche (si ricordi a questo proposito il carattere socialistico dellepiù antiche comunità gentilizie: cfr il precedente capitolo). Proprio in un tale contesto vennero poste appunto le basidelle future città-stato: al tempo stesso derivazione dei villaggidelletà oscura, ma anche loro sviluppo in un senso sempre piùestraneo allantica logica gentilizia (basata sullidentificazionedella comunità con ununica stirpe dorigine) e a quella delle ca-ste (fondata su una stratificazione sociale rigida e inalterabile) –il tutto, come vedremo, con la sola eccezione di Sparta.2.1 - Caratteri generali delle poleis greche Anche se le poleis greche conobbero nel loro complessoun vasta gamma di forme politiche (oligarchia, timocrazia, de-mocrazia, tirannide…), si possono tuttavia individuare a livellosocio-politico dei tratti evolutivi comuni. E se è vero che – comesi è appena detto – la città di Sparta costituì una lampante ano-malia rispetto alla situazione generale, bisogna anche ricordareche essa non ebbe mai eguali né nel mondo antico (e non soltan-to in quello greco) né in quello moderno. Essa costituì quindi, inun certo senso, leccezione che conferma la regola. I tratti di fondo alla base della trasformazione delle anti-che comunità gentilizie delletà oscura furono essenzialmentedue: a) da una parte vi fu la crescita degli squilibri legati allagrande proprietà, a spese, ovviamente, della precedente situa-64
    • zione di tendenziale parità sociale (riguardante tuttavia soltanto imembri della casta dominante), b) dallaltra invece vi fu lemer-gere sul piano politico, su quello economico e su quello militare(tre piani peraltro strettamente interconnessi) di un ceto interme-dio tra due opposte condizioni: la grande e incalzante povertà deipiccoli contadini e dei braccianti, e lestrema ricchezza fondiariadei nobili. Lo Stato greco moderno nacque dunque dallazione con-comitante di tali fattori. Se infatti, attraverso lo sviluppo dellagrande proprietà si affermò, oltre al diritto al possesso privatodei beni immobiliari, anche quello ad un loro indefinito amplia-mento; dallaltra, il progressivo emergere delle classi medie –nonché in generale delle prime e aspre lotte sociali tra ceti nobi-liari e popolari – pose le basi dei successivi sviluppi democratici(basati sulla parificazione dei diritti politici tra i cittadini) delmondo greco, e in seguito occidentale. Ma come si giunse alla formazione di squilibri tanto ac-centuati in seno alla proprietà terriera? Si possono fare molte i-potesi in merito. È certo comunque che tra VIII e VII secolo sifosse giunti oramai a un forte accentramento di carattere fondia-rio a favore di una classe molto ristretta, la nobiltà, cioè alla dis-soluzione della precedente comunità oligarchica gentilizia in fa-vore di unaltra numericamente ancor più limitata, contrappostaad una sempre crescente massa di poveri. Si consideri inoltre cheil periodo in questione si sviluppò in massima parte lungo i co-siddetti secoli bui, dei quali non ci restano che poche tracce ar-cheologiche e alcun documento scritto. Si può ipotizzare in ogni caso che una delle ragioni delladiminuzione graduale del numero dei proprietari fu listerilimen-to delle famiglie dominanti. Oppure potrebbe esservi stata unaprima divisione dei patrimoni fondiari tra eredi maschi che fra-zionò tali (grandi) domini, cui nel corso dei secoli seguì una ri-composizione assai meno paritaria rispetto a quella iniziale. È unfatto comunque che, al termine di lunghi secoli di evoluzione, lasituazione divenne quella sopra delineata. Ad un piccolo gruppodi grandi proprietari si affiancarono difatti due diverse classi: dauna parte quella dei piccoli proprietari ormai molto spesso vicinialla rovina (discendenti da antiche famiglie decadute, appartenu- 65
    • te in origine alle stirpi dominanti), e dallaltra quella dei brac-cianti nullatenenti, detti teti, i cui membri erano costituiti da di-scendenti dalle popolazioni espropriate ai tempi delle invasionidoriche oppure da proprietari che, soprattutto a causa dei debiti,avevano oramai perso tutte le loro proprietà. Esiodo illustra bene, nel suo componimento Le opere e igiorni, quella che dovette essere la triste e dura condizione deipiccoli proprietari terrieri, asserviti ai più ricchi esponenti dellanobiltà, e la cui vita era segnata da incubi costanti, quali la fameo la riduzione in schiavitù6. È ovvio come un simile assetto della vita sociale non po-tesse non creare dei gravissimi attriti in seno alla società. Anchee soprattutto a tali attriti infatti, si dovette la Grande colonizza-zione avvenuta tra lVIII e il VI secolo. Bisogna tuttavia notare come tali tensioni non si tradu-cessero mai in un movimento politico di natura rivoluzionaria,rimanendo delle semplici istanze interne alla società, capaci ef-fettivamente di determinare dei fenomeni di grande portata (adesempio, appunto, i grandi flussi migratori alla base della colo-nizzazione), ma non di modificare – quantomeno radicalmente –la struttura economica e la distribuzione della proprietà allinter-no delle poleis. Sarà, invece, lemergere di nuove forze sociali(portatrici non solo di inedite istanze morali, ma anche di formedi produzione e distribuzione della ricchezza differenti rispettoal passato) a rendere possibile un primo mutamento nelle struttu-re politiche, in un senso essenzialmente timocratico. Non è necessario sottolineare come questi nuovi ceti so-ciali fossero essenzialmente legati al commercio, ovvero alle at-tività mercantili e a quelle artigiane, e come le loro attività eco-nomiche avessero sede prevalentemente non nelle campagne,6Ma quello dei dislivelli di proprietà non fu, nel mondo occidentale, un problemaesclusivamente greco. Anche a Roma, ad esempio, la questione delle terre – detta«questione agraria» – fu sempre estremamente sentita. Daltra parte, il processo digraduale accentramento fondiario non venne mai realmente interrotto dai provve-dimenti politici, ma al massimo solo rallentato. Ne è prova il fatto che la fine delmondo antico fosse segnata dalla realtà del feudalesimo – ovvero di una societàdivisa territorialmente tra le proprietà dei grandi possidenti.66
    • bensì nelle città. La loro quindi era – come per i latifondisti –una ricchezza non peculiarmente agraria ma monetaria o co-munque non agricola. Tali ceti, imprimendo alleconomia e allasocietà una svolta differente rispetto al passato, guadagnaronouna posizione di autonomia rispetto ai vari potentati dellaristo-crazia terriera che dominavano la vita politica e sociale, riuscen-do così effettivamente ad emanciparsi dal potere invasivo di que-stultima e coinvolgendo poi in un tale processo demancipazioneanche altri strati della popolazione. Vi furono inoltre anche altri fattori alla base di questatrasformazione della vita delle poleis, molti dei quali furono le-gati alle trasformazioni della tecnica militare. A un individuo contemporaneo, abituato a consideraregli eserciti come delle entità fondamentalmente impersonali econtrollate dallalto, un tale fatto potrebbe sembrare strano o ad-dirittura incomprensibile. Questa affermazione tuttavia apparemeno assurda qualora si consideri la natura degli eserciti delmondo antico, e in particolare di quelli delle città-stato greche. Col tempo infatti, la guerra tra i singoli Stati per ragionisoprattutto territoriali (data la forte richiesta di nuove aree su cuiinsediarsi) divenne sempre più frequente, e le esigenze militaricrebbero di conseguenza. Al tempo stesso, alle antiche tecnichebelliche basate essenzialmente su combattimenti individuali tracondottieri (di solito nobili – si ricordino a tale proposito le gestaeroiche dei personaggi dei due poemi omerici) se ne sostituironoaltre. In esse il fattore individuale venne superato da quello col-lettivo, anche perché si era oramai scoperto come un esercitocompatto (la falange) pagasse molto di più in battaglia rispetto auno basato su combattenti sciolti quale quelli descritti nel-l«Iliade». Ma questo tipo di formazione militare richiedeva altempo stesso un massiccio impiego della popolazione libera, nési accontentava più del solo apporto della nobiltà. E con lentrata stabile delle classi dei non nobili nelle fi-la degli eserciti, si affermarono in favore di queste ultime anchemolti diritti politici. Come avrebbe difatti potuto la nobiltà per-mettere ai cittadini liberi di armarsi, sapendo al tempo stesso dimantenerli in una condizione di subalternità insopportabile?Con una tale decisione essa avrebbe decretato la sua stessa rovi- 67
    • na, o in ogni caso si sarebbe condannata a vivere in uno Statocostante di latente guerra civile. Fu perciò una necessità impre-scindibile concedere ai plebei dei nuovi diritti, parificandoalmeno in parte la loro condizione politica alla propria. Lanuova organizzazione militare fu definita tattica oplitica, e gliopliti (componenti della fanteria) divennero il pilastro deglieserciti greci. Bisogna tuttavia anche ricordare come ogni cittadinodovesse pagare il proprio armamento bellico, un fatto che re-stringeva di molto (dato il costo di questultimo) il numero di co-loro che avevano diritto a far parte di questo «secondo» esercito(il primo era quello costituito dalla cavalleria, formata essen-zialmente dalla nobiltà). In tal senso, più che di una rivoluzionedemocratica, si trattò qui di una rivoluzione timocratica, legatacioè alla ricchezza (ovvero al censo) dei singoli cittadini, anzi-ché alla semplice cittadinanza politica. In ogni caso, tanto le trasformazioni socio-economiche,quanto quelle militari, contribuirono in modo essenziale alle-mancipazione politica delle classi plebee rispetto al precedentedominio aristocratico. E le riforme politiche a propria volta, die-dero un apporto decisivo allo sviluppo e allaffermazione eco-nomica e sociale delle classi «borghesi» e mercantili, e in gene-rale cittadine.2.1.1 - Gli sviluppi politici di Atene e dellAttica Nel panorama della storia greca lAttica e la sua capitale,Atene, rivestono – come tutti sanno – un ruolo del tutto essenzia-le, sia per limportanza da esse assunta a partire dal periodo clas-sico, sia per la particolarità del loro sviluppo. Daltra parte, talipeculiarità (o comunque molte di esse) possono essere ricondottealla geografia stessa di tale regione, protetta e delimitata natu-ralmente da una vasta schiera di montagne, quindi costituente dasempre un territorio circoscritto con una popolazione tenden-zialmente omogenea. Tornando indietro nel tempo, ovvero al periodo delladissoluzione degli antichi regni micenei, vediamo ad esempiocome gli eventi traumatici che – più o meno direttamente –68
    • sconvolsero tutta lEllade (oltre alle zone ad essa circostanti), in-tervenissero in maniera fondamentalmente attenuata in Attica.Questultima difatti non conobbe direttamente le invasioni dori-che, e nemmeno – molto probabilmente – quelle ad esse conse-guenti, dei popoli cacciati dalle proprie sedi originarie. Il suo isolamento naturale (rafforzato peraltro dai trattipeculiari della sua popolazione e dalle sue tradizioni politiche)portò lAttica a rimanere indietro rispetto alle abitudini colonialidella gran parte degli Stati circostanti (quali ad esempio Corintoo Megara). Si è già detto, a un tale proposito, come la prima veracolonizzazione ateniese avesse inizio soltanto attorno al VII se-colo, ovvero con un ritardo di circa un secolo rispetto alla mag-gior parte degli altri Stati greci! E fu anche – o forse principalmente – una simile incli-nazione isolazionistica a porsi (indirettamente) alla base dellatrasformazione in senso democratico della città-stato ateniese.Lassenza difatti per lungo tempo di quella valvola di sfogo co-stituita, per le altre poleis, dalle colonie, finì molto probabilmen-te per esacerbare quei conflitti sociali interni che un po ovun-que si posero alla base delle rivoluzioni anti-oligarchiche. In At-tica quindi, e ad Atene in particolare, queste ultime conobberoforme e sbocchi molto più radicali che altrove, tanto che essa sipose poi a modello di un po tutte le altre democrazie greche (co-sì come, del resto, Sparta divenne un riferimento per gli Stati o-ligarchici). Vedremo più avanti con maggiore esattezza le dinami-che che furono alla base dellevoluzione di Atene da città-statooligarchica (sostanzialmente quindi uguale alle altre) a città-stato di carattere solo timocratico prima, ma successivamentepienamente democratica.2.1.2 - Sparta e la conquista della Messenia Se Atene può essere presa a modello – o come «tipo ide-ale» – dellevoluzione popolare e anti-oligarchica degli Stati gre-ci, Sparta al contrario portò avanti una trasformazione di caratte-re diametralmente opposto: col tempo difatti le sue strutture po-litiche, anziché emanciparsi dallantica conformazione gentilizia 69
    • e di casta, finirono per consolidarne ulteriormente i caratteri. Ta-le città quindi si sviluppò in un senso inverso rispetto a tutte lealtre poleis greche – anche, peraltro, rispetto a quelle che rimase-ro più attaccate a concezioni arcaiche di tipo aristocratico. Tenteremo ora di indagare le ragioni per le quali tale cit-tà conobbe unevoluzione così anomala rispetto al resto degliStati greci. Senza ovviamente voler togliere nulla al fattore dellalibera scelta umana, si deve infatti sottolineare lesistenza di tut-ta una serie di presupposti che rendono meno inspiegabile e arbi-traria anche ai nostri occhi una tale evoluzione. Cercheremo, quiavanti, di delinearli molto sommariamente. Abbiamo già mostrato in precedenza che Sparta e il Pe-loponneso meridionale furono il centro dellinvasione dorica,ovvero il luogo in cui queste popolazioni – al termine della lorocorsa attraverso le regioni dellEllade – decisero di insediarsistabilmente. La totale estraneità di tali popoli nei confronti deiloro precedenti abitatori (appartenenti tutti al ceppo acheo), lipose con essi in un rapporto profondamente conflittuale. A untale fattore quindi, si deve ascrivere latteggiamento difensivoassunto dai popoli occupanti nei confronti degli Achei, e che sitradusse in un «arroccamento» – tanto morale quanto fisico – insedi rigidamente distaccate rispetto ad essi. Alla base della frat-tura insanabile tra questi due popoli vi fu, insomma, un profon-dissimo iato di partenza, molto più marcato rispetto a quello sus-sistente tra gli altri popoli invasori, provenienti comunque da al-tre zone della Grecia, e quelli che furono per così dire costretti aospitarli. La società dorica, la cui «filosofia» intrinseca si inveròin modo particolarmente radicale nel tipo di dominio instauratodalla città-stato di Sparta, fu quindi una società coloniale e impe-rialista fin dai propri esordi. Essa si fondò da subito sul dominiomilitare di una ristretta casta egemone nei confronti di una piùvasta popolazione originaria. Col tempo inoltre questa egemoniabasata sulla violenza, che sussisteva anche a prezzo di notevolisacrifici personali tra i componenti della casta dominante, finì –anziché per attenuarsi – per acuirsi. Alla base di un tale fenome-no vi fu forse un processo autonomo di radicalizzazione dei con-flitti che una tale situazione generava, che inevitabilmente com-70
    • portò anche un inasprimento delle misure repressive ai dannidelle popolazioni espropriate. Ma Sparta, già divenuta il più potente Stato dorico inGrecia, non si limitò alla conquista e allasservimento della La-conia e dei suoi abitanti (avvenute probabilmente tra XI e X se-colo), giungendo in un secondo momento a ricomprendere neisuoi domini anche la vicina regione occidentale della Messenia(VIII – VII secolo). Le vicende della guerra (o, per lesattezza,delle due guerre) tra popoli messenici e spartani, ci raccontano ildefinitivo consolidarsi della potenza di questi ultimi nel Pelo-ponneso, ma anche i rischi che essi più volte corsero di scompa-rire, travolti da quegli stessi nemici che successivamente riusci-rono a sconfiggere e a sottomettere. Generati dal bisogno di ac-quisire dei nuovi territori, in seguito allaumento della popola-zione spartana, entrambi i conflitti furono molto lunghi e conob-bero diverse e alterne fasi, pur essendo entrambi alla fine vintida Sparta. Il primo conflitto si collocò nellultimo quarto dellVIIIsecolo, e si concluse con la sottomissione dei popoli messenici.Il secondo ebbe inizio invece dalla rivolta di questi ultimi (ora-mai ridotti al rango di semplici Iloti, come si mostrerà megliopiù avanti) contro il dominio spartano, a metà del VII. Il secondoconflitto, inoltre, ebbe una portata decisamente maggiore rispet-to al primo, riguardando ben più dei due semplici Stati conten-denti. La Messenia difatti cercò e ottenne lalleanza in funzioneanti-spartana dello Stato argivo e di diversi Stati arcadici (preoc-cupati dalla crescita destensione della loro rivale, che divenivacol tempo sempre più temibile). Al termine della guerra quindi, quando Sparta ebbe ri-portato (pur con grandissime difficoltà, come si è detto) lordinenei suoi domini, era oramai divenuto chiaro a tutti come essafosse la potenza egemone nel Peloponneso, in quanto si era di-mostrata lo Stato militarmente più potente, oltre che quello tratutti territorialmente più esteso. Si formò perciò in quegli anni la 71
    • prima lega tra gli Stati greci della madrepatria7: la Lega Pelo-ponnesiaca, destinata nel periodo classico a una lunga e gloriosaesistenza. Ma la situazione che seguì alle conquiste messeniche,comportò per lo Stato spartano notevoli mutamenti anche sulpiano dellassetto sociale. La consapevolezza infatti di doversopportare un carico sempre maggiore di nemici interni, costitui-to ovviamente da una fascia sempre più ampia di popolazionisottomesse, radicò ancora di più lesigenza di una capillare atti-vità interna di polizia, volta al mantenimento di un ordine socia-le alquanto precario. Il tutto si tradusse quindi in un inasprimen-to delle norme comunitarie, a svantaggio delle libertà personalidei singoli cittadini. Così, mentre – come già si diceva – tutto ilmondo ellenico conosceva un progresso in direzione dellaffer-mazione della libera iniziativa privata, ovvero a sfavore degliantichi vincoli comunitari e gentilizi che legavano tra loro icomponenti della casta egemone, Sparta conosceva al contrarioun drastico inasprimento di questi ultimi, conseguenza di undominio sempre più difficile e instabile sulle varie regioni delproprio territorio. Per ciò che riguarda le popolazioni sottomesse poi, essesi divisero sin dallinizio (ovvero sin da prima dellinvasionemessenica, dai tempi cioè dellinsediamento degli Spartani inLaconia) in due differenti gruppi: i Perieci da una parte, e gli I-loti dallaltra. I primi, seppure posti in una condizione socialmente su-bordinata, costituirono una popolazione a latere rispetto aglispartiati, che godeva di alcuni diritti essenziali, e alla quale era-no inoltre delegate attività, quali ad esempio il commercio, chegli spartiati – non solo come classe/casta egemone tutta dedita7 Le prime leghe tra le città greche non furono quelle della madrepatria, bensìquelle delle colonie asiatiche. Per lesattezza la prima lega fu quella, fondata nelVII secolo, tra le poleis ioniche, e le cui basi furono innanzitutto religiose. Anchequi, come in molti altri campi, le colonie ebbero il merito di costituire una sorta divolano dellevoluzione dei popoli ellenici. Solo con i secoli, quando lo sviluppoeconomico e politico principale si spostò nuovamente verso la madrepatria, que-stultima si riappropriò del proprio ruolo egemone.72
    • alla guerra, ma anche per difendersi da possibili influenze e con-taminazioni esterne – non volevano né potevano esercitare. I pe-rieci, tuttavia, non avevano alcuna voce in capitolo nelle deci-sioni di natura politica. Essi, molto probabilmente, erano i di-scendenti delle popolazioni che dominarono quelle zone primadellarrivo dei Dori e che in parte furono sospinte al di là dei lo-ro precedenti territori (soprattutto in Arcadia e in Acaia) e inparte continuarono a vivere ai margini di essi, laddove le regionipiù fertili vennero invece occupate dai nuovi arrivati. La condizione più dura fu però quella degli Iloti: unasorta di classe di «schiavi di stato», impiegata nella coltivazionedei campi e più in generale nelle attività produttive, totalmentepriva non soltanto dei diritti politici, ma anche di quelli più ele-mentari quali la dignità e il diritto allintegrità fisica, e i cuimembri provenivano dalle popolazioni sia della Laconia (regio-ne di più antica conquista) che della Messenia (acquisita defini-tivamente, come si è appena mostrato, verso la fine dellVIII se-colo). Tali popolazioni, tradotte in schiavitù, andarono a com-porre i membri di una tale classe, divenendo un mero strumentoproduttivo per la classe egemone degli spartiati. È necessario infine dare un breve sguardo alle trasfor-mazioni che, a partire soprattutto dalla seconda guerra messe-nica, ebbero luogo allinterno dello Stato spartano. Innanzituttobisogna ricordare come, prima della conquista della Messenia,si stessero formando delle rivalità abbastanza forti tra le duefamiglie in esso politicamente più influenti (gli Agiadi e gliEuripontidi), un fattore che chiaramente era causa – e al tempostesso espressione – di una crescente divisione interna. Prodot-to di questo aspetto della vita politica e sociale fu forse la scel-ta istituzionale, fatta appunto in quegli anni, di carattere diar-chico (ovvero la doppia monarchia) posta alla base dellorga-nizzazione dello Stato. Ognuno dei due re infatti (la cui caricaperaltro, contrariamente a quella dei sovrani del periodo mice-neo, durava soltanto un anno) era espressione di una delle duefamiglie dominanti, e la loro azione combinata tendeva quindia mantenere tra esse un equilibrio di potere. Il potere dei so-vrani inoltre non era assoluto, ma bilanciato da altri due istituti:la Gherusia (il Consiglio degli anziani), e lApella (lassemblea 73
    • dei cittadini liberi, ovvero gli spartiati, convocata solo per ledecisioni più importanti). Anche se le guerre messeniche, molto probabilmente,non modificarono da subito una tale struttura (fu infatti solo nelsecolo successivo, il VI, che gli Efori, i cinque magistrati la cuiistituzione risaliva ancora allVIII secolo, iniziarono ad avere laconcreta possibilità di limitare il potere dei sovrani), esse sicu-ramente influenzarono lo spirito stesso del popolo spartano, ren-dendolo da una parte più chiuso e diffidente nei confronti deglialtri Stati (i quali, come già detto e come vedremo meglio piùavanti, stavano conoscendo già da tempo unevoluzione di segnoopposto rispetto alla sua) e dallaltra rafforzandone lo spirito dicoesione interna e il senso di parità sociale e politica tra i citta-dini liberi, a tutto svantaggio degli antagonismi particolaristicitra le grandi famiglie degli Agiadi e degli Euripontidi. Per que-sto appunto, in questi anni si ebbe una prima svolta in senso e-gualitario e socialistico, che col tempo si radicalizzò ulterior-mente. Un altro elemento che modificò profondamente la vitapolitica e sociale della polis spartana, fu lintroduzione (avvenutaverosimilmente proprio in concomitanza con la seconda guerramessenica) della tattica oplitica, la quale – come si visto – ri-chiedendo un forte senso di solidarietà reciproca tra i cittadini-soldati, favorì (e anzi impose) il processo di parificazione socialetra essi, a scapito di nuovo delle interne rivalità particolaristiche. Un ultimo fattore che caratterizzò da sempre – ma ancorpiù profondamente a partire da questo periodo – la cultura spar-tana, fu il tipo di educazione (agoghé) impartita alla sua gioven-tù, la cui esistenza era improntata a unesistenza dura, spietata emilitaresca. Elementi essenziali di essa erano: il distacco forzatodalla famiglia dalletà di tredici anni, linizio cioè di unesistenzapuramente comunitaria; la ginnastica come mezzo per tempraretanto il corpo quanto lo spirito; e condizioni di vita alquanto pre-carie, che obbligavano i giovani spartani a rubare per sostentar-si, a rischio di subire però terribili punizioni fisiche e moraliqualora venissero scoperti. In definitiva, possiamo ipotizzare che sia stata proprio laguerra messenica levento che molto probabilmente costrinse la74
    • città di Sparta a trasformarsi definitivamente in quella roccaforteimpenetrabile (spesso inoltre mitizzata dai suoi stessi nemici, e-lemento questo non secondario della sua forza) che tutti ancoroggi ricordiamo, episodio più unico che raro nellintera storiamondiale.2.2 - Evoluzione interna degli altri Stati greci Per ciò che concerne invece gli altri Stati greci, abbiamogià detto che la loro evoluzione fu molto più vicina a quella dellacittà di Atene che non a quella di Sparta. Ma peculiarità dellAt-tica fu anche qui – come per quanto concerne la crescita colonia-le – un notevole ritardo rispetto alla maggior parte delle altre re-gioni. Così, ad esempio, mentre Corinto conobbe per la primavolta lesperienza politica della tirannide già nel VII secolo, A-tene la conobbe invece soltanto a partire più o meno dalla metàdel VI, sotto la guida illuminata di Pisistrato. Per ciò che riguarda poi questultima forma di governo,bisogna notare che essa fu espressione in gran parte della volon-tà dei nuovi ceti emergenti e «borghesi» (nel senso di ceti la cuiricchezza spesso non era peculiarmente legata alla terra) di af-fermarsi, oltre che sul piano economico, anche su quello politicoe civile. I tiranni difatti, se da una parte furono quasi sempre de-gli esponenti della nobiltà, dallaltra furono anche espressionedella necessità di mediare tra gli interessi di questa classe e quel-le emergenti, cittadine e commerciali. In questo senso il terminetirannide non ebbe nel periodo arcaico quei connotati negativiche assunse in seguito, e che ancora oggi conserva. Del resto, anche laddove la società e gli Stati conserva-rono unimpronta oligarchica, tali oligarchie ebbero rispetto alpassato un carattere decisamente attenuato: era oramai inconce-pibile infatti, visti gli sviluppi sociali avvenuti un po in tutto ilmondo greco, un dominio a senso unico della nobiltà terriera sulpopolo. Le eccezioni più considerevoli rispetto a una tale situa-zione si trovarono in Arcadia (ovvero nelle zone più interne delPeloponneso) e in Tessaglia (nella zona nord-orientale dellaGrecia). In quelle zone difatti, gli sviluppi economici e sociali 75
    • oramai avanzati nelle altre regioni, non ebbero per nulla facilitàad affermarsi. Anche sul piano politico, dunque, rimasero in vi-gore in massima parte le tradizioni gentilizie più arcaiche e leforme politiche ad esse corrispondenti, più tribali che cittadine.3 - Gli sviluppi di Atene tra VII e prima metà del VI secolo Un paragrafo a parte dobbiamo dedicarlo allevoluzionedi Atene, la città che ai nostri occhi è il simbolo stesso del mon-do greco. Avendo inoltre già delineato sommariamente, in unprecedente paragrafo, le coordinate di tale evoluzione, ci limite-remo qui avanti a riproporre – ampliandoli e corredandoli con ifatti e i nomi dei personaggi al centro di quelle vicende – i con-cetti sopra descritti.3.1 - Alcmeonidi, Medontidi, Filaidi… Ancora nel settimo secolo, la vita dello Stato atenieseera dominata dalla rivalità tra alcune grandi famiglie aristocrati-che le quali, detenendo le maggiori risorse economiche, si con-tendevano anche il predominio politico. Lantico istituto monarchico, di origine micenea (allorachiamato wanax, e che nelletà oscura era divenuto il basileus),era rimasto solamente come carica annuale, cambiando il pro-prio nome in arcontato. Ma i nove arconti (di cui uno era il prin-cipale, il re appunto) venivano in realtà scelti tra gli esponentidella nobiltà, oltre che eletti da questultima. Lungi dallessere ilcentro direttivo della società, come nei periodi micenei, un taleistituto era insomma ormai uno strumento di potere della potentee ristretta aristocrazia terriera. È qui ben visibile la trasformazio-ne sociale dellAttica – una regione insolitamente vasta da unpunto di vista geografico, e omogenea da quello culturale – insenso non solo genericamente privatistico ma anche oligarchico. Rimasta indietro poi sul piano dello sviluppo di una mo-derna borghesia imprenditoriale, quale quella che si andò affer-mando dal VII secolo in molte altre città-stato greche, e di unapolitica coloniale volta a estendere i suoi traffici commerciali ead alleggerire le sue tensioni sociali interne, tale regione covò76
    • per molto tempo in se stessa i germi delle successive rivoluzionipolitiche, ciò che molto probabilmente fece sì che esse, pure e-splose in ritardo, si manifestassero con una particolare virulenzaed avessero effetti istituzionali particolarmente radicali. Infine, le notevoli potenzialità di sviluppo economico diquesta regione – dovute non solo alla sua vantaggiosa posizionemarittima, ma anche alla sua estensione territoriale – portaronola sua capitale Atene, almeno dopo lavvento di tali rivoluzioni eil decollo di una borghesia imprenditoriale interna, ad assumereun ruolo centrale nella vita del mondo ellenico.3.2 - Le riforme di Solone (594 – 560) Un primo traguardo nella lotta dei ceti meno abbientiverso la parificazione sociale fu – ancora nel VII secolo – la ste-sura delle prime leggi scritte (testimonianza tra laltro di una re-lativa diffusione della scrittura) ad opera di Dracone (624). Que-ste tuttavia, pur costituendo un traguardo per il popolo, sanzio-navano al contempo la supremazia quasi totale della classe nobi-liare sullintera vita politica e sociale. Con ciò però iniziava adaffermarsi in Grecia anche unidea nuova, ovvero quella di unoStato di diritto basato su leggi scritte e inalterabili, ed estraneo ingran parte alla tradizione (assolutistica) orientale e peculiare daallora della storia dei popoli occidentali. (Detto ciò, non bisognaperò nemmeno dimenticare lesistenza anche in Oriente di codicigiuridici scritti, ben più antichi peraltro di quello di Dracone,quale quello di Hammurabi in Mesopotamia). Una seconda tappa in questo lungo cammino verso lademocrazia fu linstaurazione del regime timocratico ad operadel grande riformatore Solone. Questi, personaggio chiave dellastoria greca (il quale, oltre a essere annoverato tra i sette savi,incarnò anche le diverse figure del politico, del poeta e del filo-sofo), attuò – in veste ufficiale di mediatore o arbitro tra la plebee la nobiltà – delle riforme di natura politica e costituzionale(due piani allora di distinzione ancora molto incerta) che in-fluenzarono notevolmente lo sviluppo di Atene e, attraverso es-sa, quello delle altre poleis elleniche. 77
    • Fondamento delle riforme soloniane fu lidea di concor-dia tra i diversi ceti componenti la società, dilaniata in queglianni (ma spesso anche nei successivi) da gravi contrasti politicitra i nobili proprietari terrieri e i ceti non nobiliari. Fu il princi-pio «patriottico» secondo cui linteresse comune dovesse preva-lere su quello delle parti, la giustificazione ideologica dellazionemediatrice posta in atto da Solone. Esso venne approvato (ancheforse a causa della sua efficacia come mezzo di pacificazionesociale) dalla maggioranza dei cittadini, aristocratici e non, co-stituendo una base trasversale di consenso per le molteplici a-zioni di rinnovamento attuate da Solone. Non ci dilungheremo qui avanti, attorno alle circostanzeche furono alla base di tali riforme, né attorno al loro ordine cro-nologico, ma ci limiteremo piuttosto a elencarle e a mostrarne ilsignificato politico, nonché gli effetti avuti sulle diverse fascedella popolazione. Come si è detto, le riforme soloniane furonoessenzialmente di due tipi: a) politiche, b) costituzionali. In sintesi, possiamo dire che le riforme di natura pro-priamente politica riguardarono soprattutto la redistribuzionedella proprietà terriera. Esse furono un parziale rimedio aglisquilibri allora esistenti, ovviamente a favore dellaristocrazia,ma ebbero effetti notevoli anche sullorganizzazione economicadella società, dal momento che indirettamente favorirono laf-fermarsi di una classe intermedia tra i teti e gli hippeis (ovvero inobili o cavalieri). Le riforme costituzionali invece, furono rivolte soprat-tutto ad allargare la base di partecipazione della popolazione,attraverso listituzione di criteri di carattere censuario, anziché dicasta o familiari, alla vita decisionale della società.3.2.1 - Le riforme politiche Cominciamo con le riforme politiche. Solone passò allastoria innanzitutto, come colui che affrancò i piccoli proprietaridallasservimento verso i grandi. Egli abolì infatti la schiavitùper debiti e, con essa, una dipendenza a vita dei primi nei con-fronti dei secondi (ai quali poteva tuttavia anche capitare unapeggior sorte: quella cioè di essere venduti come schiavi a mer-78
    • canti stranieri). In tal modo, egli ridiede ossigeno alla piccola emedia proprietà terriera, soffocata nei secoli precedenti dalleso-sità dellaristocrazia. Ma tali provvedimenti politici furono parte di un piùampio disegno, volto al potenziamento delle classi sociali emer-genti, un disegno che tuttavia lasciava in secondo piano i cittadi-ni più poveri e i nullatenenti (teti) – un fattore questo, che si sa-rebbe rivelato col tempo il principale elemento di debolezza ditutta la riforma soloniana. A riprova dellinteresse di Solone per iceti imprenditoriali e artigianali, vi è anche il fatto che egli, perfavorire lo sviluppo di tali attività, incoraggiasse lafflusso dimanodopera specializzata da altre zone della Grecia, con facili-tazioni di ogni genere affinché i nuovi venuti si stabilissero adAtene portandovi come si direbbe oggi il proprio know how. Ilrisultato di tali politiche fu quello di portare in poco tempo lAt-tica allavanguardia nelle tecniche della produzione vasaia, non-ché quindi nellesportazione di tali e altri prodotti dartigianato.3.2.2 - Le riforme costituzionali Ma la riforma agraria fu solo uno (sebbene senzaltro ilpiù noto) dei cambiamenti apportati da Solone allassetto dellacittà ateniese e delle sue campagne. Egli difatti mutò radical-mente anche lassetto organizzativo e giuridico di tale società,variandone in modo sostanziale la costituzione. EssenzialmenteSolone istituì un nuovo consiglio che andò ad aggiungersi alprecedente, chiamato Areopago, di matrice nobiliare. Tale era laBulé (Consiglio dei quattrocento), i cui componenti non eranopeculiarmente aristocratici. Daltra parte, egli istituì anche un nuovo tipo di riparti-zione della cittadinanza, fondato anziché sullappartenenza di ca-sta (secondo un criterio ancora aristocratico e gentilizio), sullaricchezza privata dei singoli cittadini. Lappartenenza alluna oallaltra classe di censo infatti, permetteva o inibiva la partecipa-zione di essi ad alcune attività politiche (ovviamente più le cari-che ad esse legate erano alte, più alto doveva essere il censo dicoloro che le ricoprivano). Per tale ragione si parla, per questianni, dellinstaurazione di un regime timocratico (legato cioè alla 79
    • ricchezza, peraltro non soltanto terriera, degli individui) anzichédi un regime aristocratico o (già) democratico. Le classi di censo istituite da Solone erano quattro: a) ipentacosiomedimnoi, cioè la classe dei più ricchi (la cui proprie-tà andava dai 500 medimni di grano in avanti – quella dei me-dimni era una semplice unità di misura, legata alla ricchezza a-graria; anche se pare però che essa non fosse lunica forma con-templata dalle riforme di Solone); b) gli hippeis o i cavalieri (dai300 ai 500 medimni); c) gli zeugiti, ovvero la «classe media»,militarmente corrispondente agli opliti (dai 200 ai 300 medim-ni); d) ed infine i teti (ovvero i rimanenti cittadini, in sostanzaproletari). Le principali istituzioni dello Stato, al tempo delle ri-forme soloniane, erano ormai le seguenti: a) le varie magistratu-re, con al culmine appunto quella degli arconti (le cui competen-ze reali si ridussero però col tempo solo alla guerra); b) lAreo-pago (lantico consiglio dei nobili, in numero di trenta); c) la Bu-lè (il consiglio dei quattrocento, composto da gruppi di cento cit-tadini presi dai quattro demi o distretti della polis); d) lEcclesia(lassemblea popolare). Tra tali istituti, solo la Bulé o consiglio dei quattrocentofu uninvenzione soloniana, e suo compito fu appunto quello dibilanciare il potere dellAreopago. Ma la tradizione assemblearein Grecia – e in Attica in particolare – era molto più antica delleriforme di Solone, e non fu certo una invenzione di questultimo,come dimostra tra laltro lesistenza di istituti come lEcclesia olAreopago. E se Atene rinunciò per un periodo relativamentebreve a tale tradizione, ciò avvenne – come vedremo – soltantodurante il periodo della tirannide di Pisistrato (oltre che durantequella, molto più debole, dei suoi due figli). Nonostante fosse una figura estremamente forte e in-fluente, Solone non volle mai sostituirsi al popolo, togliendoglila capacità di decidere liberamente di se stesso. Per tale ragio-ne, egli non può essere assolutamente annoverato tra i tiranni.Portato a termine il proprio progetto di riforma difatti – secon-do peraltro accordi presi in precedenza con il popolo – si ritiròa vita privata lasciando la carica di arconte e morendo pochianni dopo.80
    • Negli anni successivi, sarà un certo Pisistrato a prendereil potere. Questi – a differenza di Solone – non governerà, pur investe di figura istituzionale speciale, in un contesto e secondomodalità «normali», bensì in veste di vero e proprio tiranno. Allabase dellaffermazione politica di questultimo, vi saranno tralaltro anche lostilità e lo scontento dei ceti più umili (teti) neiconfronti delle riforme soloniane, eccessivamente preoccupate disostenere e favorire le nuove classi emergenti, ma non altrettantoattente alle loro esigenze. Ma la parentesi della tirannide di Pisistrato nella storiadi Atene, avrà anche molti risvolti positivi: egli infatti riuscirà aportare a termine quel processo di sviluppo della città ateniese,iniziato dal suo predecessore Solone, che renderà Atene la mas-sima potenza commerciale della Grecia, sbaragliando la concor-renza delle vicine poleis di più antica tradizione coloniale. La Polis timocratica di Solone ad Atene (594 a.C.) • Areopago. Supremo organo giudiziario e di controllo. Prepa- ra le proposte di legge. • Ecclesia. Assemblea di tutti i cittadini maschi di oltre 20 an- ni. Approva o respinge le proposte di legge. • Bulé. Consiglio di 400 cittadini eletti dalle prime 3 classi: propone le leggi. • I classe: grandi proprietari terrieri (Eupatridi). Può eleggere i magistrati e aspirare all’arcontato. • II classe: cavalieri. Può eleggere i magistrati e aspirare all’arcontato. • III classe: piccoli proprietari terrieri (Geomeri). Può eleggere i magistrati minori e aspirare a cariche minori. • IV classe: artigiani e operai salariati (Demiurgi). Può soltan- to eleggere i magistrati minori. • 9 Arconti. Eletti dall’Ecclesia tra i componenti delle prime due classi. Hanno il potere esecutivo. 81
    • La Costituzione democratica di Clistene ad Atene (508 a.C.) 10 tribù 1 solo voto per ogni 30 trittìe 10 della pianura + 10 della trittìa costa + 10 della montagna Ostra- L’Ecclesia Creazione di Dall’Eccle- La Bulè dei cismo, elegge per un’Assemblea sia per sor- 500 propone usato sorteggio i (Ecclesia) teggio an- leggi soprat- Magistrati: composta da nualmente all’Ecclesia, tutto - 10 Ar- 40.000 citta- eletto il controlla i per conti per dini maschi. Consiglio Magistrati e control- l’Esecutivo Ha libertà di dei 500 le Finanze, lare gli - 10 Stra- parola, facoltà (Bulè) e 10 gestisce la Strate- teghi mili- di proporre, Strateghi Politica este- ghi. tari approvare o per ra. - 10 Corti respingere l’ordine di Giusti- leggi. pubblico e zia. l’esercito. La Costituzione oligarchica di Sparta (Licurgo) 5.000 Creazione di un’Assemblea (Apella), con cittadini di Uguali con oltre 30 anni, privi di libertà di parola (nessun cittadino diritto di può proporre leggi). Approva o respinge le leggi pro- cittadinanza poste dal Consiglio (Gherusìa) di 28 Gheronti, di oltre 60 anni, ch’essa stessa elegge a vita. Elegge i 5 Éfori su designazione della Gherusìa. La Gherusìa propone le leggi, dichiara la guerra, tratta la pace, nomi- na i capi militari (due re, in guerra, hanno il comando dell’esercito; in pace sono sottoposti a 5 magistrati, detti Éfori, che controllano l’applicazione delle leggi e l’educazione giovanile).82
    • La Grecia classica: il periodo delle guerre persiane Quello che analizzeremo qui avanti è un periodo crucialeper quanto riguarda le relazioni tra lOriente e lOccidente, ilmomento nel quale i loro due destini iniziarono a divergere. Loscontro tra la Grecia classica e la grande potenza persiana guida-ta da Serse, costituì infatti linizio di una lunga fase di separazio-ne tra due blocchi politici e culturali che – pur nella loro profon-da diversità – si erano, fino a quel momento, mantenuti in buonerelazioni sia dal punto di vista culturale che da quello politico. Certo, non bisogna credere che, prima del conflitto per-siano, i rapporti con i popoli dellentroterra asiatico (soprattutto iLidi) fossero del tutto pacifici e privi violenza, e nemmeno chedopo tale conflitto essi conoscessero uninterruzione totale. È unfatto tuttavia che, a partire da un tale evento, essi subirono unbrusco deterioramento. Se, ad esempio, prima del 499 a.C. (annoin cui scoppiò la guerra tra le colonie greche asiatiche e gli eser-citi di Serse) i rapporti politici con i vari regni orientali – i quali,proprio a partire da quegli anni e per molto tempo, furono ri-compresi allinterno del dominio persiano – erano sì ambivalenti,ma anche non infrequenti, a partire da tale data invece divenneroestremamente rari, rimanendo inoltre, quando vi furono, quasisempre segreti o comunque oggetto di profonda riprovazione. I fattori alla base di un tale conflitto e della separazioneche ne seguì, furono essenzialmente due: a) prima di tutto, vi fuuna precisa volontà espansionistica della Persia: uno Stato tipi-camente orientale nei suoi caratteri, sia per la sua enorme esten-sione che per le sue strutture verticistiche interne; b) in secondoluogo poi, vi fu una consapevolezza sempre maggiore da partedelle poleis greche dei caratteri – tanto politici quanto culturali –alla base della propria identità: un fattore che ovviamente le ren-deva estremamente insofferenti di fronte a qualsiasi dominazio-ne e limitazione esterna, tanto più poi se proveniente da un im-pero vasto e distante come quello persiano. 83
    • Alla base delle guerre persiane quindi, non vi furonotanto o soltanto – come si vedrà meglio più avanti – motivazionieconomiche contingenti (come ad esempio la difesa dei proprimercati e delle proprie mire espansionistiche), quanto piuttostoun profondo desiderio di difendere e preservare quellhumus cul-turale e politico che i cambiamenti degli ultimi decenni avevanocreato, e che col tempo era divenuto irrinunciabile per la culturae lidentità greche.1 - Il cammino di Atene verso la democrazia Abbiamo già parlato dei mutamenti sociali e (conse-guentemente) politici avvenuti allinterno della principale polisattica, Atene, nel periodo che va dallarcontato di Dracone fino aquello di Solone. Va ricordato poi come tale città, pur non es-sendo lunico centro urbano presente in una tale, peraltro vasta,regione (altri furono ad esempio Maratona, Eleusi, Tetrausi,ecc.), ne fosse in ogni caso il capoluogo8, il centro quindi delleattività politiche riguardanti lAttica nel suo complesso. Abbiamo già parlato di Solone e dei poteri straordinariattraverso cui tentò – peraltro con successo soltanto parziale – dimitigare gli squilibri nella distribuzione della proprietà terrierache affliggevano la società attica. Dopo Solone e delle sue ri-forme, fu la volta di Pisistrato e della sua tirannide. Dotato senza dubbio di notevole intuito e statura intellet-tuale, egli favorì con la propria azione politica la crescita eco-nomica e sociale dellAttica, determinandone però al tempo stes-so un temporaneo arretramento in direzione di un regime tiran-nico e assolutistico (seppur fondamentalmente tollerante) checontrastava con le tradizioni politiche di quella regione.8 Il processo attraverso il quale i diversi centri urbani o semi-urbani dellAttica siriunirono attorno alla città di Atene, viene di solito chiamato sinecismo. Esso fudovuto molto probabilmente alla tendenza verso lunità di tale regione, caratteriz-zata da confini naturali che la determinavano come un territorio definito. Listitu-zione di Atene come centro politico assoluto inoltre, ebbe notevoli ripercussionianche sugli sviluppi economici di tale area, favorendo lintegrazione di tutte le at-tività che in essa si svolgevano.84
    • La fine della tirannide instaurata da Pisistrato e prose-guita con i suoi due figli, Ipparco e Ippia, sfociò tuttavia in tempirelativamente brevi nellinstaurazione di un regime completa-mente nuovo anche per le tradizioni politiche ateniesi (nonchéper quelle degli altri Stati greci, soprattutto della madrepatria): ilregime democratico. Una trasformazione questa, che si dovetteessenzialmente a un vasto movimento di rinnovamento politicoguidato da Clistene, personaggio appartenente a una delle fami-glie più potenti dellAttica, quella degli Alcmeonidi. La rivoluzione guidata da Clistene poi, divenne presto ilprincipale modello e sprone per le molte rivoluzioni democrati-che che ebbero luogo in Grecia.1.1 - La tirannide Le riforme soloniane – pur costituendo senza dubbio ac-quisizioni importanti per lasseto costituzionale e politico dellacittà-stato ateniese – non avevano risolto definitivamente i pro-fondi contrasti sociali che laceravano lAttica dal suo interno.Soprattutto, restava ancora vivo lo scontento dei ceti più poveri,quali i teti e i piccoli proprietari, i quali, pur affrancati dallincu-bo della schiavitù per debiti, per il resto non avevano visto mi-gliorare sensibilmente le proprie condizioni patrimoniali. Ciònon deve stupire, dal momento che lobiettivo di Solone era statoin realtà quello di favorire economicamente e politicamente so-prattutto i ceti già emergenti, come dimostra tra laltro linstaura-zione da parte sua del regime di tipo timocratico, in cui è appun-to il possesso patrimoniale a definire linfluenza politica dei sin-goli cittadini. Come vedremo meglio più avanti, quando parleremodelle riforme territoriali di Clistene, la popolazione dellAtticaera geograficamente divisa fra tre differenti regioni, a ciascunadelle quali corrispondeva tendenzialmente un diverso grupposociale: da un parte vi era la popolazione delle montagne (dia-cri), costituita soprattutto dai piccoli proprietari di terre; dal-laltra vi era quella della pianura (pediaci), dominata prevalen-temente dai poteri dei grandi latifondisti; e infine vi era la po- 85
    • polazione delle coste (paralii), dedita in gran parte ad attivitàdi carattere commerciale. A ciascuna di tali zone poi, corrispondeva una famigliadominante. Nelle zone pianeggianti per esempio, prevalevano gliAlcmeonidi, mentre in quelle montuose era molto forte linfluen-za dei Pisistratidi. E fu appunto da questa seconda famiglia cheprovenne la prima e unica dinastia di tiranni – il cui capostipitefu appunto Pisistrato – che conquistò il potere in Atene. Lascesa politica di Pisistrato fu lenta e tortuosa, prodot-to della capacità del futuro tiranno di sfruttare le opportunitàfornitegli via via dalle situazioni in cui si trovava. Iniziata lapropria carriera nellesercito e guadagnatasi la stima popolarecon le imprese legate alla conquista di Salamina (unisola a metàstrada tra Atene e Megara, da esse contesa da lungo tempo), egliriuscì a ottenere dal popolo una scorta personale, che gli servì inseguito per attuare il colpo di mano che lo trasformò tiranno(560). Costante rimase, almeno nel momento della ricerca delpotere personale (prima cioè dellinstaurazione del regime tiran-nico), lappoggio e il consenso dei diacri (le popolazioni dellemontagne, le più povere) che egli, già membro della famigliadominante in tali zone, guadagnò a sé attraverso la promessa, poiin gran parte tradita, di riforme in loro favore. Il suo dominio inoltre non fu affatto privo di oppositori,come dimostra lesilio impostogli dallazione congiunta delle fa-zioni dei pediaci e dei paralii9 nel 556 a.C., entrambe avverse aun colpo di mano che toglieva allAttica la libertà politica, suaantichissima prerogativa. Ma un tale provvedimento conobbepresto la propria sconfitta. Dopo circa dieci anni difatti, nel cor-so dei quali la situazione interna divenne sempre più incontrol-9 Si possono fare a questo proposito alcune osservazioni. Salito al potere anche esoprattutto con laiuto dei diacri (i piccoli proprietari insediati nelle zone montuo-se), Pisistrato godette in seguito soprattutto dellappoggio dei cittadini delle coste(paralii), dediti ad attività affaristiche e mercantili, più favorevoli quindi allinstau-razione della tirannide – la quale, come noto, si poneva in netta opposizione conle più antiche tradizioni politiche. Affermatosi quindi con laiuto e il sostegno delleclassi più povere (ancora legate allantico mondo rurale, e come tali più tradiziona-liste di quelle commerciali), egli proseguì la sua azione – almeno tendenzialmente– come sostenitore del commercio e dei traffici.86
    • labile, a causa dei profondi conflitti di classe che dividevano lapopolazione, fu abbastanza facile per Pisistrato ritornare in pa-tria e instaurarvi una nuova tirannide (545). E con laiuto sia del-la parte della popolazione ateniese a lui favorevole, sia di vastieserciti mercenari che (data la sua nobile e ricca origine) potevamantenere con risorse private, egli riuscì presto a riconquistareuna supremazia incontrastata sulla città, mantenendola poi finoallanno della propria morte (528). Nonostante i suoi enormi poteri tuttavia, Pisistrato man-tenne fondamentalmente in vigore la costituzione quale si erasviluppata nei secoli fino a Solone, la quale infatti subì unulte-riore evoluzione solo sotto la guida di Clistene. Ricorda Tucidi-de a questo proposito, che egli monopolizzò la vita politica ate-niese non sovvertendo le leggi in vigore, bensì mettendo uominidi propria fiducia (ovvero della propria famiglia) a capo dellemaggiori cariche dello Stato. Le linee fondamentali della politica di Pisistrato ruota-rono attorno alla volontà del tiranno di sviluppare leconomia a-teniese in un senso imperialistico. Nei suoi anni, Atene conobbelinizio della sua espansione coloniale verso le coste del Mar Ne-ro, dalle quali provenivano – tra laltro – grandi quantità di gra-no, alimento fondamentale per assicurare prosperità e benesserealla popolazione. Vennero così fondate colonie essenzialmentecommerciali, dette empori, quale quella del Sigeo, situate sianella regione degli stretti che in quelle costiere della Tracia. Inquesti anni, inoltre, Atene sopravanzò sul piano coloniale centricome Egina e Corinto, che pure avevano una tradizione colonia-le molto più antica della sua. Lincremento delle colonie poi, produsse inevitabilmenteun notevole potenziamento dei traffici e, assieme ad essi, delleclassi urbane e commerciali, oltre a un afflusso molto maggiore(e a un conseguente abbassamento dei costi) dei prodotti di con-sumo (soprattutto alimentari), accrescendo così il tenore di vitadelle popolazioni.10 Un tipo di sviluppo che riuscì ad attenuare –10Laccresciuto afflusso di beni, infatti, determinò una diminuzione del loro prez-zo, rendendoli così maggiormente accessibili a tutta la popolazione. 87
    • più di quanto lo stesso Solone non avesse saputo fare – i profon-di conflitti sociali che laceravano lAttica, costituendo una pre-messa essenziale per lo sviluppo in senso democratico dei de-cenni successivi. Caratteristica fondamentale della reggenza di Pisistratofu dunque la capacità di guidare la città verso unespansione co-loniale e commerciale del tutto nuova, attraverso una guida inpolitica estera sicura e autorevole (è nei suoi anni, ad esempio,che Atene si dotò della prima flotta marittima). Ma il suo regimesi distinse anche per una certa tolleranza nei confronti delle fa-zioni politiche avverse, per gli abbellimenti apportati alla città,nonché per una vasta opera di mecenatismo culturale (elementoquesto, che accomunò peraltro quasi tutte le tirannidi greche –tanto della madrepatria, quanto asiatiche e occidentali) che si e-splicò tra laltro nella prima redazione scritta dei due grandi po-emi omerici. Uneccezione nei confronti del generale clima di tolle-ranza verso i nemici posto in atto dal tiranno, costituì lesilio de-gli Alcmeonidi. Colpevoli di atti di arbitrio nei confronti di alcu-ni avversari politici nel periodo precedente il ritorno in patria diPisistrato, essi vennero difatti da questi espulsi da Atene, senzadiritto di ritorno. Un provvedimento che, senza dubbio, si dovet-te anche alla profonda rivalità politica esistente tra le due fami-glie dei Pisistratidi e degli Alcmeonidi. Fu difatti proprio dalla famiglia degli Alcmeonidi cheprovenne colui che, con laiuto degli spartani, riuscì a scaccia-re Ippia, figlio di Pisistrato (510) e a estirpare la tirannide daAtene.1.2 - La democrazia Se Pisistrato si distinse soprattutto per le proprie capaci-tà strategiche, portando a termine – seppure con metodi da questimolto diversi – il programma di sviluppo sociale ed economicoinaugurato da Solone, Clistene si distinse al contrario per le pro-prie doti di riformatore dello Stato. Con lui infatti, Atene e lAt-tica assunsero per la prima volta una conformazione pienamentedemocratica.88
    • Esiliato in quanto appartenente alla famiglia degli Al-meonidi, Clistene riuscì a tornare in patria nel 510 grazie allaiu-to degli Spartani e del loro re Cleomene, col cui aiuto pose finealla tirannide di Ippia (figlio di Pisistrato). Sparta difatti, preoc-cupata della diffusione dei nuovi regimi politici che tendevano ascardinare quelle tradizioni arcaiche e gentilizie cui (come si èvisto) era rimasta invece profondamente legata, era impegnatagià da tempo in unopera di smantellamento delle tirannidi cheimperversavano in tutta la Grecia. Ironia della sorte però, favorendo Clistene essa favorìanche la nascita del regime che più di tutti in Grecia le sarebbestato avverso. Conquistata la fiducia delle masse popolari difatti,Clistene si dimostrò ben presto molto diverso da ciò che gliSpartani si aspettavano che fosse, ovvero un sostenitore e unpropugnatore delle tradizioni arcaiche a loro care, divenendo inbreve il campione di una riforma del tutto nuova, imperniata sulprincipio della parità politica di tutti i cittadini, senza o quasidistinzione di censo. Così, per merito dell«aristocratico» Cliste-ne, si instaurò ad Atene un regime, detto democratico, ancor piùrivoluzionario rispetto alle tirannidi che imperversavano nelmondo greco. Ma quando tutto questo venne alla luce, era giàtroppo tardi per un intervento sia degli Spartani che delle fazionioligarchiche ateniesi. Il tentativo dei primi, assieme a un certoIsagora (capo della fazione aristocratica ateniese), di attuare uncolpo di mano, venne difatti isolato dalla popolazione stessa, edessi furono costretti a fuggire (507). Illustreremo qui di seguito – ovviamente molto a grandilinee – le modifiche apportate da Clistene alla Costituzione ate-niese, in direzione di una democrazia radicale, oltre cioè i limitidel precedente sistema timocratico soloniano. Alla base di tutto, vi fu una nuova divisione territoriale.Abbiamo già detto come lAttica fosse divisa essenzialmente intre zone (pianura; montagna; coste), lungo le quali correvano ipoteri gentilizi che si contendevano il dominio politico. Proprioper questo Clistene ripartì la regione in un modo nuovo, tale daspezzare la continuità di tali territori, nonché (di conseguenza)quella dei poteri nobiliari che si contendevano la regione, frazio-nandola in zone distinte tra loro. 89
    • Più esattamente, le unità territoriali di base divennero idemi. Essi, sommati in un certo numero (2, 3, ecc.) davano unatrittia. Le trittie erano trenta, dieci affacciate sul mare, dieci col-locate in pianura e dieci corrispondenti a zone collinari e mon-tuose. Particolarità dellordinamento di Clistene, fu il fatto cheognuna delle dieci tribù (composte ciascuna da tre trittie) conte-nesse allinterno una zona collinare, una pianeggiante, ed una co-stiera. In tal modo, ogni tribù (o circoscrizione territoriale e poli-tica) racchiudeva al proprio interno le diverse «anime» dellAtti-ca obbligandole a mescolarsi e a cooperare, e infrangeva inoltre– come si è già detto – i poteri gentilizi e territoriali che se necontendevano il dominio. Era chiaro insomma, come lo Stato,oramai emancipatosi dalla sua antica dipendenza dai poteri nobi-liari, si ponesse rispetto ad essi come unentità superiore ed in-dipendente. Daltra parte una tale divisione, pur effettivamente unodegli elementi centrali – se non quello essenziale – delle riformedemocratiche di Clistene, non ne era comunque il solo. Delinee-remo perciò, qui avanti, le altre principali innovazioni. Innanzitutto la Bulé, che ai tempi di Solone contavaquattrocento membri (cento da ciascuna delle allora quattro tri-90
    • bù), passava ora a contenerne cinquecento, cinquanta per ciascu-na delle dieci tribù o distretti territoriali. Notevoli cambiamenti furono poi apportati ai princìpistessi della partecipazione politica. Se infatti, ancora ai tempi diSolone, i membri delle classi povere – che pure erano ricono-sciuti parte della cittadinanza – detenevano solo poteri attivi (insostanza cioè il diritto di voto, attraverso la partecipazione al-lEcclesia) senza però poter essere oggetto di elezione, a partiredalle riforme di Clistene goderono invece, al pari delle altreclassi, il diritto di partecipazione alle magistrature (anche se, ini-zialmente, non a tutte). Anche il popolo minuto quindi, entrava ora a fare partedella vita politica a pieno titolo, in base al principio – diame-tralmente opposto alla logica del privilegio, prevalente nel restodel mondo greco – per il quale, come ricorda Mario Attilio Levi,«quanti si rendevano utili alla comunità avevano diritto, in pro-porzione alla loro utilità, a partecipare allazione di governo»(«Le istituzioni della polis», in «La Storia», UTET; pag. 323dellediz. di Repubblica). È inutile ricordare poi come quella a-teniese fosse – quantomeno in tale forma – una rivoluzione unicaa livello mondiale. Significato profondo di un tale sistema – come fa notaregiustamente Moses I. Finley nel suo libro sulla democrazia anti-ca – era il fatto che ogni cittadino, sia mediante il principio del-lelezione popolare che mediante quello del sorteggio (molte ca-riche difatti venivano estratte a sorte), avesse sin dalla nascitauna possibilità più che teorica di entrare a fare parte delle istitu-zioni che reggevano il suo paese. Un altro dato rilevante, che dimostra una concreta pre-occupazione nel prevenire il pericolo di un accentramento deipoteri politici in poche mani (il formarsi cioè delle cosiddetteoligarchie di potere) fu il fatto che quasi tutte le magistrature a-vessero una durata piuttosto breve (da quelle annuali, fino aquelle giornaliere), di modo che scaduto il mandato di un singo-lo cittadino questo passasse subito a un altro (proveniente da unaltro distretto, ecc.) In breve, il sistema democratico prevedevauna costante rotazione delle cariche. 91
    • La democrazia istituita da Clistene fu insomma, un deli-cato meccanismo il cui fine era quello di consentire a un numeroquanto più alto possibile di cittadini liberi (maschi) uneffettivapartecipazione alle attività politiche della propria città, senza(eccessive) distinzioni di censo o di nascita. In un tale sistemapoi, un ruolo primario giocava lAssemblea o Ecclesìa, a cui tuttii cittadini (superati i ventanni) avevano diritto di partecipare, e ilcui compito era di bocciare o approvare le proposte di legge, imagistrati, ecc. In ultimo, sempre al fine di evitare pericolose influenzepersonalistiche, venne istituita da Clistene anche unaltra misura,lostracismo, con la quale si dava ai cittadini la possibilità di ar-ginare leccessiva influenza politica di singoli personaggi, chepotevano con essa essere espulsi per un certo periodo dalla città. È chiaro infine come la trasformazione costituzionaleavvenuta in Atene in questi anni non debba essere presa a misuradi quella delle altre poleis greche (anche se alcune di esse – unafra tutte, Argo – assunsero a propria volta, ed anche abbastanzapresto, una forma democratica). Ciò non toglie comunque cheuna tale evoluzione fosse senza alcun dubbio sintomatica di uncerto clima politico e sociale che caratterizzava in quegli anni lecittà-stato elleniche. Un clima che – come presto vedremo – con-trapponeva nettamente tali realtà ai grandi… o meglio, al grandeStato asiatico: la Persia.2 - La Persia degli Achemenidi Lo sviluppo, tra VII e VI secolo, del grande Impero per-siano – più grande, senza possibilità di confronto, anche del pre-cedente Impero assiro (IX-VII) – determinò una profonda tra-sformazione del vicino mondo asiatico sia al suo interno che neirapporti con lOccidente. Fu infatti la maggiore aggressività di un tale Stato (chefu essenzialmente, in realtà, una somma di Stati) rispetto ai pre-cedenti regni orientali (come ad esempio la Lidia di Creso), adeterminare lo scoppio prima del conflitto con le colonie elleni-che dellAnatolia, e in seguito con la stessa Grecia europea. Dal-tra parte, come si è già detto, anche le poleis greche stavano svi-92
    • luppando da tempo una nuova coscienza di sé, che le rendevasempre meno accondiscendenti ai condizionamenti esterni. Noncè quindi da stupirsi che lurto fra questi due mondi sfociassenella guerra. Quel che invece non può non stupire è il fatto cheessa fosse vinta alla fine dal contendente più piccolo e – almenoin apparenza – più debole dei due.2.1 - Mondo greco e mondo asiatico Prima di addentrarci nello specifico della Persia ache-menide e delle guerre persiane, tenteremo – una volta di più – difare il punto sulle differenze esistenti tra le strutture politiche edeconomiche più tipicamente asiatiche, e quelle caratterizzantiinvece il mondo greco (il tutto con particolare riferimento al pe-riodo immediatamente precedente alle guerre persiane, ovvero ilVI e il V secolo). Tale analisi ci aiuterà peraltro a inquadraretanto il contesto quanto le ragioni di fondo dello scontro tra que-sti due blocchi politico-culturali. Come già si è detto allinizio di questo breve studio (cfrintroduzione), possiamo considerare il mondo asiatico e il mon-do occidentale come due realtà per molti aspetti opposte tra loro.Differenza fondamentale è la presenza nel primo di un tipo diproprietà di carattere essenzialmente statale o regio e lo sviluppodi gruppi sociali chiusi e inamovibili detti caste, nellaltro invecequello della proprietà privata e delle classi (raggruppamenti so-ciali la cui identità è essenzialmente legata alla proprietà patri-moniale dei singoli individui). Nel corso dei secoli inoltre, un tale binomio conobbe unulteriore sviluppo. Mentre difatti, allinterno del mondo occiden-tale, la libera iniziativa privata a livello produttivo (conseguenzaovviamente della proprietà personale dei beni) venne affiancataa livello politico dallaffermazione di valori egualitari e libertari(dei quali fu un chiaro esempio la diffusione delle democrazie),le società orientali al contrario rimasero ancorate a strutture fon-damentalmente piramidali, nelle quali le attività privatistichenon potevano guadagnare uno spazio eccessivo in quanto resta-vano impigliate nelle maglie del dirigismo statale. 93
    • Contrariamente dunque alle poleis greche, che si svilup-parono per così dire in orizzontale, in direzione cioè delleman-cipazione sia politica che economica dei singoli cittadini, le so-cietà asiatiche si mantennero fedeli a una concezione dellorga-nizzazione sociale essenzialmente statalista e verticale, in grado,attraverso le proprie disposizioni politico amministrative, di pi-lotare le iniziative economiche dei sudditi/cittadini. Non a caso,fenomeni come i vasti apparati burocratici e la sofisticata mac-china pubblica per la contabilità e la gestione statale – che purecostituivano già da tempo la base amministrativa dei regni asia-tici – rimanevano, almeno in quellepoca, del tutto impensabiliper il vicino mondo greco e occidentale. Ciò detto, sarebbe fuorviante pensare che nel mondo a-siatico fossero totalmente assenti fenomeni come il commercio ola proprietà privata della terra, la cui esistenza era tuttavia atte-nuata e vincolata da limitazioni molto rigide imposte dallalto.Col tempo infatti, si era giunti a un compromesso tra libera ini-ziativa privata e autorità dirigistica pubblica. Ne sono un esem-pio i contratti di Palazzo, attraverso i quali lo Stato assegnava inappalto ad imprenditori privati alcune opere o funzioni di carat-tere pubblico, pretendendo in cambio una somma stabilita inprecedenza, ma lasciando loro il resto dei profitti dellimpresa. Anche il commercio poi, che pure veniva svolto in granparte su commissione pubblica, poteva fruttare parecchio ai sin-goli commercianti. Per quanto riguarda la proprietà delle terre infine, essevenivano spesso concesse in «dono» dal sovrano ad esponentidella nobiltà, sempre però sotto restrizioni che ne limitavanolautonomia di privati proprietari. È appurato tuttavia che i nobilipotessero, attraverso i propri vasti poteri economici, influenzare(ed anche pesantemente) le decisioni politiche dei re e dello Sta-to. Il che dimostrerebbe una volta di più come la lotta tra il pote-re centrale e i poteri locali, sia stato un fattore costante allinter-no del mondo asiatico, manifestazione di una tendenza semprelatente in esso a «feudalizzarsi». La Persia stessa costituisce unchiaro esempio in questo senso, laddove i poteri locali teseromolto spesso a costituirsi come delle specie di sotto-Stati o di94
    • Stati nello Stato, svolgendo entro i propri confini un ruolo affinee concorrente rispetto a quello svolto dallo Stato principale.2.2 - LImpero persiano Riassumeremo, qui di seguito, le tappe fondamentali cheportarono lo Stato dei Medi e dei Persiani dalla sua originariaestensione, a quella cui era giunto alla vigilia delle guerre controle città-stato elleniche. Ma ci soffermeremo anche – argomentoben più interessante, dal nostro punto di vista – sui modi e suimezzi attraverso i quali un tale tipo di dominio poté essere con-quistato prima, e successivamente conservato.2.2.1 - Evoluzione della Persia tra VII e VI secolo Iniziamo a conoscere qualcosa della Persia (una piccolaregione, posta nella zona elamitica sud orientale) soltanto a par-tire dal VII secolo a.C. Quando i Medi, popolazione appartenen-te al medesimo ceppo linguistico dei Persiani, erano già un po-polo avanzato, in grado di abbattere – in concomitanza con i Ba-bilonesi – la grande potenza assira (612), la Persia rimaneva an-cora una regione marginale, associata tradizionalmente ai suoifratelli maggiori. Tanto più strano dunque, può apparire il pro-cesso attraverso cui – nel corso di giusto due o tre generazioni diregnanti – essa divenne la maggiore potenza asiatica, capace disbaragliare le difese di tutti gli altri Stati orientali: dalla Mediaappunto, alla Lidia, alla Babilonia, allEgitto, ecc., sottometten-doli al proprio dominio. Vediamo ora le tappe fondamentali di questo cammino.Protagonisti di questa trasformazione furono tre sovrani: Ciro IIdetto «il grande» (558-530), Cambise II (530-522) e Dario (522-486). Serse invece (486-465), figlio di questultimo, non aggiun-se – anche considerando il fallimento dellimpresa contro la Gre-cia – territori significativi allImpero, limitandosi dove possibilea consolidarne i confini. Le conquiste di Ciro furono: a) la Media (550), annessadopo aver sconfitto militarmente il sovrano Astiage; b) la Lidia(540), con la vittoria sul celebre re Creso; c) ed infine limpero di 95
    • Babilonia (539), dopo la vittoria sul re Nabonedo. Il soprannome«il grande» con cui egli passò alla storia, si dovette proprio allavastità delle sue conquiste e alla magnificenza delle sue imprese,che posero le basi territoriali stesse dellImpero persiano. Dopo Ciro, il regno passò a suo figlio Cambise, la cuiimpresa principale consisté nella conquista dellEgitto (lultimasopravvissuta tra le grandi potenze del passato) (525), con lalle-stimento di unimponente flotta navale. Alla sua morte inoltre, siebbe una prima crisi dinastica, al termine della quale la dignitàregale fu conquistata dal primo sovrano achemenide, un certoDario (522-486), in realtà usurpatore del trono. A questultimo, si dovette soprattutto lampliamento delregno verso il nord, in direzione cioè delle regioni della Tracia,della Macedonia e della Scizia. Le sue imprese militari, raffor-zando ulteriormente il dominio persiano nelle zone liminari dellaGrecia e nelle isole greco-egee, posero le basi della guerra – av-venuta pochi anni dopo (499-494) e conclusasi con un successopersiano – che egli portò avanti contro le città-stato ioniche. Taleespansione verso nord infatti, estendendo il dominio politico sulocalità tradizionalmente di influenza ellenica, quali ad esempioquelle poste nella regione degli stretti o sulle coste del Mar Ne-ro, alimentò linsofferenza dei greci nei confronti della domina-zione persiana, accendendo la miccia della rivolta che si tradussenella prima guerra tra Grecia e Persia.2.2.2 - Formazione e struttura dello Stato persiano Più interessante tuttavia delle tappe dello sviluppo terri-toriale dellImpero persiano, è senza dubbio – almeno per il pre-sente scritto – la comprensione delle strutture e delle strategieattraverso le quali esso riuscì a mantenersi sano e vitale per circadue secoli, fino cioè alla sua dissoluzione ad opera di Alessandroil Macedone, nel IV secolo. Base della potenza persiana furono gli eserciti. Fu graziea essi difatti, che fu possibile ai sovrani ampliare smisuratamentei confini del proprio regno. Alla base del processo di formazionedellImpero persiano infatti (come del resto, due secoli più tardi,di quello di Alessandro Magno) non vi fu soltanto il graduale96
    • accrescimento dei territori sottomessi, ma anche quello – peral-tro conseguenza del primo – delle proprie potenzialità militari,ogni conquista comportando un incremento degli eserciti e più ingenerale delle risorse da destinare a nuove imprese di conquista.Quello persiano insomma – più ancora di quelli precedenti – fuun dominio basato in primo luogo sulla forza e sulla coercizione. Al periodo dellinvasione e della sottomissione, seguivaquello dellinstaurazione di una nuova classe di potere, compo-sta solitamente da altissimi funzionari persiani, la quale si so-stituiva alla precedente sfruttandone al tempo stesso le strutturepolitiche e di potere. Tale instaurazione inoltre, quasi mai po-teva prescindere dallalleanza con le élite locali, senza il cuiappoggio il proprio dominio sarebbe stato estremamente incer-to e difficoltoso. Anche per tale ragione, i persiani mostrarono(quasi) sempre un profondo rispetto nei confronti delle tradi-zioni amministrative e religiose locali, cui in linea di massima– pur con le dovute modifiche – scelsero di appoggiarsi per go-vernare le proprie province. Queste ultime si chiamarono satrapie, e coincisero agrandi linee con i confini dei regni prima indipendenti (Lidia,Mesopotamia, ecc.) I loro amministratori, detti satrapi, goderonodaltra parte di grandi autonomie rispetto al potere centrale (ilche non significa, però, che fossero del tutto indipendenti da es-so…), essendo tra laltro la loro una carica a vita. Il rapporto tra i poteri locali e il potere centrale (ovveroquello del Gran Re) se da una parte fu improntato a una profon-da deferenza, fu caratterizzato dallaltra anche da un pragmaticodecentramento e da una notevole libertà amministrativa. Ogniregione difatti aveva delle proprie tradizioni particolari, impos-sibili da estirpare da un giorno allaltro, e che di conseguenza eraassolutamente necessario assecondare. Per tale ragione, il governo persiano si esplicò sempre inmodi e forme profondamente differenti da zona a zona. Le cittàstato ioniche, ad esempio, trovarono un compromesso tra le pro-prie tradizioni politiche e lesigenza di un controllo dallesterno,attraverso linstaurazione di regimi tirannici. Questi ultimi difat-ti, coniugavano bene identità greca e regime assolutistico orien-tale (fu in questo periodo, infatti, che la parola e il concetto «ti- 97
    • rannide» iniziarono ad assumere un significato decisamente ne-gativo). La Mesopotamia invece, terra con un antico e gloriosopassato, fu annessa allimpero con alcuni privilegi, che la pone-vano (almeno formalmente) sullo stesso piano dello Stato centra-le, la Persia. E così via… Altri mezzi di asservimento al potere del Gran Re per-siano furono poi le pratiche vessatorie (una per tutte, quella delledeportazioni di massa) nei confronti delle popolazioni ribelli al-lautorità centrale, pratiche peraltro rese possibili dalla grandefacilità nel reclutare grandi quantità di soldati mercenari (tra iquali comparivano peraltro anche molti Greci) tra le popolazioniasservite. Ma anche lusanza del Sovrano di viaggiare costante-mente allinterno dellImpero (a proposito della quale si è spessoparlato di «regalità itinerante»), facendo visita ora alluna oraallaltra nazione e alle sue élite locali, oltre a quella di innalzarea un alto rango soggetti particolarmente meritevoli da qualsiasiparte del regno provenissero, ebbero un peso notevole nel man-tenimento del prestigio e della fedeltà dei sudditi. Nonostante ciò, non infrequenti furono gli episodi di ri-bellione a livello regionale, soprattutto da parte delle zone piùricche e dal passato più glorioso (Stati come lEgitto in particola-re – o come la Mesopotamia – si mostrarono spesso profonda-mente riottosi di fronte alla dominazione straniera). Tali eventi,in linea di massima, furono sempre causati dalle popolazioni in-digene, mai dai satrapi o dalle élite persiane, le quali infatti go-vernavano in nome del Gran Re (da cui traevano significato equindi legittimazione). Va anche ricordato come, attraverso luti-lizzo della forza, la Persia riuscisse sempre – presto o tardi – adavere la meglio su tali ritorni di orgoglio nazionale. Un ultimo cenno infine, va fatto in merito al rapportovigente tra la proprietà del Sovrano e la proprietà dei sudditi.Come in tutti gli Stati asiatici, anche in Persia era il Sovrano aessere (formalmente) padrone unico di tutte le terre e – più ingenerale – di tutti i beni. Ed anche il Gran Re persiano (come isovrani degli altri regni del Vicino Oriente) si riteneva investitodella propria autorità da un Dio, Ahuramazda, in nome e per i-spirazione del quale asseriva di governare per il bene dei propri98
    • sudditi. Tuttavia, nella realtà dei fatti, il re non poteva avere uncontrollo diretto di tutti i territori del suo Impero, ragion per cuiessi venivano per così dire concessi in usufrutto sia alla nobiltàlocale (la quale in tal modo diveniva alleata e complice dei do-minatori) che ad alti funzionati persiani.11 Ovunque poi, vari ter-ritori rimanevano proprietà diretta dellImperatore, ed eranoquindi amministrati da uomini di sua fiducia. Le uniche proprietà totalmente inalienabili, e quindivirtualmente private, erano quelle di più modesta entità, comead esempio quelle concesse ai soldati, oppure quelle derivantida piccole attività private come il commercio, la produzioneartigianale, ecc. Non bisogna inoltre dimenticare che gli Stati asiatici a-vevano sviluppato già da tempo un elaborato sistema fiscale etributario, che fu ripreso ovviamente dallamministrazione per-siana, e che ogni satrapia doveva pagare con cadenza regolare un11 Si parla a questo proposito di «feudalesimo asiatico», in contrapposizione aquello occidentale, nel quale i feudatari sono effettivamente padroni dei propriterritori, e in cui perciò il potere del monarca è estremamente ridotto.Ci pare inoltre interessante citare qui di seguito un brano di Ezio Savino, nel qualesi descrivono molto in sintesi le caratteristiche organizzative salienti dellImperopersiano del V-IV secolo: «Dario plasmò il magma di genti e tradizioni incluse neiconfini, creando un equilibrio tra la centralità assoluta del trono e le pluralità loca-li. Emblema vivente dellImpero era il monarca, vicario del dio supremo Ahura-Mazda, da cui irraggiava una spinta prodigiosa a dominare la totalità del mondo.Tutto era possesso del sovrano: uomini e beni. Egli era destinatario dei tributi ecapo delle forze armate. Le «province» (satrapie) conservavano forme di autono-mia culturale e religiosa, subendo però limiti vistosi nella sfera economica: esazio-ne dei tributi, leve coatte, direttive centrali rigide sulle attività produttive e mer-cantili. Al governo delle province era il «satrapo», nominato dal Re e in ogni mo-mento destituibile. Un cancelliere e un generale dellesercito lo affiancavano, defi-nendone i poteri. Ispettori viaggianti, «gli occhi e le orecchie del Re», perlustrava-no le satrapie, riferendo al sovrano sullo stile dellamministrazione, e sulla docilitàdei governatori. Questi funzionari imperiali facevano da deterrente alle ambizionidei notabili periferici, non di rado ansiosi di autonomie eccessive, e autori di aper-te rivolte.Concreti fattori di coesione erano una rete viaria estesa ed efficiente, per movi-menti rapidi di notizie, comandi, truppe, e la circolazione di una moneta unitaria –il darico, la moneta di Dario – che garantiva ordine agli scambi commerciali inter-ni e allafflusso dei tributi». [Senofonte, Anabasi, A. Mondadori – 1984; intr. EzioSavino]. 99
    • certo tributo al Gran Re, oltre a dover fornire – in periodi diguerra – uomini abili alla leva. Dal canto suo invece, il Gran Re (ovvero il potere cen-trale da lui simboleggiato) coordinava le attività riguardanti lin-tero territorio dellImpero (quali ad esempio le operazioni belli-che, la costruzione e la manutenzione delle opere pubbliche, o lasoluzione di questioni legali tra i diversi Stati – in particolar mo-do di quelle riguardanti i confini), garantendo così il manteni-mento di una «pax Achaemenidica», garanzia di ordine e sicu-rezza allinterno dei confini del regno, con vantaggi diffusi tra unpo tutta la popolazione. Nel complesso dunque, non vi era – né forse avrebbe po-tuto esserci – un rapporto troppo sbilanciato tra centro e perife-rie, né a vantaggio del primo né a vantaggio delle seconde. O-rientativamente la regalità persiana si basò sul principio del re-ciproco vantaggio, ovvero su unidea di dare/avere. Anche pertale ragione forse, un impero così variegato riuscì a mantenersidiscretamente saldo per due secoli e più, nonostante le profondedifferenze culturali che portava in seno.3 - Le guerre persiane3.1 - I motivi del conflitto tra Greci e Persiani Alla base del conflitto tra civiltà ellenica e civiltà per-siana vi furono – come si è già detto – soprattutto ragioni ideo-logiche e politiche. I motivi economici contingenti difatti, puresistendo, non erano abbastanza rilevanti da scatenare una guer-ra che, pur con conseguenze per entrambe le parti, avrebbe cer-tamente potuto avere effetti più devastanti per le piccole città-stato elleniche che non per lenorme impero persiano. Non si deve però neanche esagerare la portata ideologicadel conflitto. Quello che infatti ci appare retrospettivamente co-me un evento cruciale per la storia del mondo occidentale (dalquale dipese molto probabilmente la salvezza stessa dei principiideologici e politici alla base di questultimo), fu più semplice-mente per coloro che vi presero parte unazione per il manteni-100
    • mento della libertà e dellindipendenza da un popolo lontano esconosciuto, quale era al tempo per i Greci quello persiano. Non vanno però nemmeno dimenticate le implicazioniche la perdita del conflitto avrebbe comportato, un po a tutti ilivelli, sui successivi sviluppi della civiltà greca. A una vittoriadei Persiani difatti, avrebbero di certo fatto seguito per le poleis– e soprattutto per quelle che, come Sparta e Atene, si erano po-ste a guida della ribellione – una serie di pesanti misure punitive(quali deportazioni, devastazioni, pesantissime misure tributa-rie…) dalle cui nefaste conseguenze esse solo col tempo sareb-bero riuscite a risollevarsi, e molto probabilmente mai del tutto. Altro fattore da considerare, la dominazione persiana a-vrebbe quasi certamente finito – quantomeno sui tempi lunghi –per modificare o comunque per condizionare pesantemente lastessa evoluzione sociale delle città-stato elleniche, pervertendo-ne gran parte delle prerogative originarie (libertà politica ed e-conomica, prevalenza delle strutture privatistiche su quelle pub-bliche, ecc.) Dal punto di vista del nostro orgoglio occidentale, dun-que, rimane indiscutibilmente una fortuna il fatto che il conflittovenisse alla fine vinto dai Greci, ciò che permise forse allinge-gno di questi ultimi di continuare ad esprimersi nei modi che tut-ti conosciamo (ovvero la filosofia, larte, la letteratura, ma anchela scienza, la politica, ecc.) e in molti dei quali – proprio a parti-re da questo periodo – essi raggiunsero vertici forse mai più e-guagliati. Quanto alle colonie (le quali, come vedremo, furono leprime a ribellarsi allinvadenza persiana) i motivi di fondo dellaloro insurrezione furono effettivamente legati anche ad una di-minuzione degli scambi commerciali con le regioni asiatiche cir-costanti: un fatto chiaramente dovuto alla nuova dominazionepersiana, e prima di tutto a misure di carattere politico e tributa-rio. Motivazioni decisamente diverse furono invece quelle allabase del conflitto coi vicini Greci europei, i quali si trovarono adover fronteggiare un primo tentativo di invasione (quasi del tut-to inaspettato) a opera di Dario, e in un secondo tempo quellodel suo successore, Serse. 101
    • 3.2 - La guerra contro le colonie asiatiche (499 – 494) I motivi contingenti alla base dello scoppio del conflittotra il Gran Re persiano e le colonie greco-ioniche e, più in gene-rale, greco-asiatiche (come infatti vedremo, in tale conflitto fu-rono coinvolte pressoché da subito anche le colonie degli Strettie dellEllesponto)12, furono legati in realtà ad alcune incresciosevicende avvenute allinterno dellestablishment greco-persiano. Tali eventi tuttavia, furono come un piccolo incendioche scoppia in un granaio: già da alcuni anni difatti – da che erainiziata cioè lespansione persiana in quelle zone – stava mon-tando lodio verso i nuovi dominatori, colpevoli di ledere tanto lelibertà politiche quanto (almeno in parte) gli interessi economicidelle città-stato greche. Certo, per ciò che concerne le limitazioni di carattere po-litico e tributario, bisogna ricordare come esse – seppure in for-ma diversa – esistessero anche nel periodo della dominazionedei Lidi, sconfitti e asserviti alla Persia nel 540 da Ciro. Ma ladominazione di questi ultimi presentava per i Greci orientali an-che dei vantaggi non indifferenti. I Lidi difatti (come, del resto,un po tutti i popoli mediterranei: ad esempio gli Egiziani) ave-vano oramai da secoli sviluppato una solida tradizione di rappor-ti commerciali con i popoli ellenici. Per tale ragione, gli svan-taggi costituiti dai tributi e dalle diverse manifestazioni di suddi-tanza politica loro imposta, erano ampiamente compensati dauna maggiore facilità nelle relazioni di carattere commerciale ederano come tali anche ampiamente tollerati. Tuttavia, linstaurazione di una nuova classe dirigentepersiana, o filo-persiana, ai vertici di quelli che precedentementeerano stati gli Stati indipendenti di Lidia, dellEgitto, della Siria,ecc. portò in breve tempo a un cambiamento di rotta nelle rela-zioni commerciali di queste regioni con le popolazioni greche.12 È utile ricordare come le regioni della costa anatolica occidentale e quelle postesulle coste del mar Nero, della Propontide e della Tracia fossero divenute già datempo parte della satrapia persiana di Lidia, o si trovassero comunque sotto lin-fluenza e il protettorato dellImpero persiano.102
    • Le precedenti élite, tradizionalmente filo-elleniche13, furono di-fatti sostituite da altre, molto più favorevoli ad assecondare itraffici (e in generale i rapporti politici e culturali) con le zoneinterne dellImpero, a cui si sentivano più strettamente legate. Ese anche è vero che gli scambi con le città-stato elleniche nonvennero per questo né totalmente impediti né esplicitamenteproibiti (come si è detto in precedenza infatti, la dominazionepersiana era improntata al principio della tolleranza e del rispettodelle tradizioni delle popolazioni sottomesse), ciononostante lenuove élite dirigenti avevano comunque il potere (attraverso mi-sure di varia natura, quali tasse, dazi doganali, ecc.) di scorag-giare e quindi assottigliare lentità delle relazioni commercialidelle proprie satrapie con le regioni esterne al proprio dominio. Certo, si obietterà, le colonie greco-asiatiche erano aloro volta divenute parte integrante di un tale dominio, non e-rano più esterne ad esso! Ma è anche vero che esse, rimandan-do per propria natura alla madrepatria, regione ancora indipen-dente dallImpero persiano, costituivano allinterno di questul-timo – e non solo dal punto di vista geografico – delle aree de-cisamente marginali. Il declino dei traffici delle città-stato elleniche orientali apartire dallinizio della dominazione persiana, è provato per e-sempio dal fatto che in Egitto essa coincidesse con una profondadecadenza della città emporio di Naucrati. Del pari, anche laconquista da parte di Dario delle regioni degli stretti suscitò no-tevole preoccupazione nella città elleniche dellAsia minore (e inparticolare a Mileto), ad esse particolarmente legate da un puntodi vista economico commerciale.14 In sintesi però, possiamo dire che, nel periodo della do-minazione persiana, le città-stato elleniche orientali conobbero,13 Testimonianza di una tale affinità di vedute, ovvero di una parziale assimilazio-ne dei Lidi alla cultura greca, è il fatto che lo stesso Creso (lultimo sovrano di Li-dia) si affidasse – come ci racconta Erodoto – ai responsi del santuario di Delfi, lamassima autorità oracolare della Grecia.14 Tra le imprese persiane ostili agli interessi economici della Grecia asiatica, biso-gna annoverare la distruzione da parte dei persiani della città di Sibari, situata nel-loccidente greco, ma legata molto da vicino alla città di Mileto. Erodoto raccontacome i Milesii, alla notizia dellaccaduto, si rasassero il capo in segno di lutto. 103
    • oltre al persistere di misure tributarie e di ingerenze politiche giàsperimentate sotto i Lidi (ma il cui effetto, ora, fu spesso lin-staurazione di tirannidi filo-persiane, che si scontravano conlantica e consolidata tradizione democratica di quelle regioni),anche un certo abbassamento del livello dei traffici, pur tuttaviasenza dubbio ancora vitali. La situazione insomma, seppur tesa,era comunque stabile e non vi erano motivi impellenti che potes-sero spingere a una ribellione. Quali furono allora esattamente i fatti che portarono alloscoppio del conflitto con il Gran Re Dario? La politica despan-sione dellImpero achemenide aveva, negli ultimi anni, portatoquestultimo ad estendere la propria influenza anche alle varieisole elleniche dellEgeo, prima indipendenti. Lisola di Nasso,tuttavia, ancora resisteva ad un tale espansionismo. Per tale ragione Aristagora, leader politico di Mileto do-rientamento filo-persiano, riuscì a convincere il satrapo di LidiaArtaferne a tentare linvasione di tale località, che intrattenevacon la sua città rapporti di aperta ostilità, e al fine peraltro di sot-tometterla al proprio dominio. Contrariamente alle aspettativeperò, il tentativo di invasione e sottomissione fallì (500), gettan-do Aristagora e Artaferne nel timore di una pronta vendetta dellacorte persiana. E fu proprio a causa di un tale timore, che Arista-gora si diede da fare in quegli anni per creare una coalizione mi-litare tra le città-stato greche asiatiche (peraltro non solo ioni-che) da schierare contro gli eserciti che il Gran Re avrebbe cer-tamente inviato. Bisogna altresì ricordare come il tentativo del tirannogreco di convincere le città-stato della madrepatria a partecipareal conflitto, fosse seguito da un irresponsabile diniego da partedi queste ultime, troppo prese a combattersi tra loro per ragionidi carattere politico e territoriale. Solo Atene ed Eretria (ancheperaltro a causa delle proprie mire espansionistiche nellEgeo)accettarono linvito, mandando però dei contingenti navali deci-samente modesti, che in più ritirarono quando divenne chiaroche la guerra sarebbe stata lunga e difficile. Dopo fasi alterne – tra cui vi fu linvasione e il saccodella città di Sardi (capitale della satrapia lidica) da parte deicontingenti greci – il conflitto si chiuse nel 494 con la vittoria104
    • dei Persiani, oltre che con il rafforzamento dellegemonia diquesti ultimi sulle zone circostanti, tra cui la Tracia e la Mace-donia (492). I Persiani inoltre a conclusione della guerra, pur usandoper il resto, secondo peraltro costumi e abitudini consolidate,una certa clemenza verso i vinti, radevano al suolo Mileto – finoad allora, in ragione dei molteplici traffici di cui era crocevia, lacittà più ricca di tutto il mondo ellenico – deportandone la popo-lazione, ciò che costituiva un chiaro monito per gli altri Stati el-lenici. Il fatto inoltre, che Mileto non riuscisse in seguito ad es-sere più che lo spettro di se stessa, ci fa ben riflettere sui rischicorsi dalle libere città-stato della madrepatria quando scelsero disfidare lavversario persiano. Il primo atto della guerra si era concluso quindi – e an-che nettamente – a favore dei Persiani. Rimaneva ora unultimafaccenda da sbrigare, quella cioè di punire le città della madre-patria che avevano osato aiutare linsurrezione greco-ionica, e-stendendo al tempo stesso il dominio persiano anche a questul-tima regione, dimostratasi un potenziale nemico dellImpero delGran Re.3.3 - La prima spedizione persiana contro la madrepatria (490) Fu nel 490 a.C., con la celebre battaglia di Maratona,che i Greci segnarono la prima vittoria sui propri avversari. Unavittoria che, senza dubbio, anche poiché ottenuta a dispetto diuno squilibrio numerico decisamente sfavorevole, ebbe degli ef-fetti non indifferenti sulla successiva determinazione delle città-stato greche nel combattere il nemico. Ma in questo, come nei futuri scontri bellici, anche al-tri fattori giocarono a favore degli Elleni: innanzitutto, vi fuuna maggiore conoscenza dei territori frastagliati e insidiosisu cui i combattimenti si svolgevano, ma anche – di nuovo –una maggiore determinazione nella lotta degli eserciti grecicittadini, molto più motivati dal punto di vista ideale (spessoquindi disposti al sacrificio estremo) rispetto agli enormi maimpersonali eserciti persiani, composti fondamentalmente damercenari, o da popolazioni (come quelle ioniche) la cui par- 105
    • tecipazione alla guerra contro la madrepatria non poteva certoessere entusiastica. Ma andiamo con ordine: nella primavera del 490 a.C.Mardonio (generale capo delle armate del Re Dario) si mise inmoto verso le città di Eretria e di Atene, per infliggere ad esse lagiusta punizione per laiuto prestato allinsurrezione ionica anti-persiana (oltre che, come si è già detto, per iniziare unopera dipenetrazione politico-militare in Grecia). Prima poi di raggiungere Eretria, che fu assediata persette giorni e successivamente messa a ferro e fuoco con la de-portazione di tutti i suoi abitanti, gli eserciti persiani si fermaro-no nelle isole dellEgeo ancora indipendenti dal dominio delGran Re, e in quelle che come Nasso (nella quale lasciarono isegni più evidenti del proprio passaggio) erano ai loro occhi col-pevoli di averlo ostacolato. Dopo – come si è già accennato – aver assediato e de-portato gli abitanti di Eretria, i Persiani si accingevano a compie-re unanaloga opera ai danni degli Ateniesi e delle popolazionidellAttica. Consigliere della loro azione era Ippia, il figlio di Pi-sistrato, spodestato dalla carica di tiranno dallazione congiuntadegli Spartani e della famiglia degli Alcmeonidi (cfr primo pa-ragrafo) e in seguito passato dalla parte dei Persiani. (Fu quasisicuramente lui infatti, a consigliar loro di sbarcare in Diacria, lastessa zona da cui era partito suo padre per riconquistare Atenenel 545). La battaglia che ne scaturì – quella di Maratona – futanto importante per il mondo greco da divenire un luogo comu-ne della stessa coscienza occidentale, simbolo delleroismo e del-lamor di patria ellenici, contro lasettica e anonima potenza deglienormi eserciti del loro nemico. E la vittoria greca fu davvero unimpresa eroica, se siconsiderano le circostanze nelle quali gli eserciti dellAttica – equelli ateniesi in particolare, da cui era formata la stragrandemaggioranza delle forze militari greche – dovettero operare. Ol-tre alla già citata differenza numerica, vi fu difatti leffetto sor-presa dellattacco degli eserciti persiani, che non diede il tempoalle altre città greche di accorrere in aiuto degli assediati. La vittoria quindi, si dovette essenzialmente alla deter-minazione dei soldati attici (celebre è lepisodio che precedette la106
    • guerra, la maratona del soldato ateniese che corse ad avvertire lacittà dello sbarco dei Persiani), oltre che alla perizia di Milzia-de15, lo stratego che guidò limpresa, anticipando astutamente lemosse del nemico. Assieme a una vittoria dal valore simbolicoaltissimo, gli Ateniesi ottenevano così di ricacciare il nemicosulle coste dellAnatolia, e di procrastinare di circa un decenniola guerra che avrebbe segnato definitivamente la loro sorte.3.4 - La seconda spedizione persiana contro la Grecia (480 –479) Nonostante lazione di penetrazione politico-militare diDario nelle zone a occidente dellImpero si concludesse con loscacco di Maratona, si può comunque dire che essa – per il resto– portò alla Persia ottimi frutti. Tuttavia, in seguito alla sconfittadefinitiva dei Persiani di Serse, suo figlio, e alla riacquisizioneda parte dei Greci dei domini asiatici perduti nel precedente con-flitto, una tale penetrazione conobbe per svariati decenni unabrusca interruzione. E anche quando riprese inoltre, essa nonebbe più luogo attraverso invasioni militari bensì attraverso ac-cordi politico-diplomatici (lo vedremo nei prossimi capitoli). Per la campagna contro le città della madrepatria, Serseapprontò preparativi grandiosi – così almeno ci racconta Erodo-to, preoccupato forse di amplificare limpresa dei propri concit-tadini –, facendo addirittura allestire una gigantesca flotta milita-re e un ponte di barche che collegava tra loro le sponde deglistretti, permettendo così il passaggio delle truppe appiedate per-siane sul territorio europeo. È indubbio poi che, oltre a motivi di carattere politico eideologico, alla base di tale impresa entrassero anche i sentimen-ti personali di una dinastia che non tollerava sconfitte (anche per15 Milziade era stato il tiranno filo-persiano di una città del Chersoneso tracico.Passato in seguito dalla parte dei greci, alla fine della guerra delle colonie controDario si rifugiò ad Atene, dove divenne il leader di una fazione politica nuova,ostile alla linea conservatrice portata avanti dal partito degli Alcmeonidi. Tra i suoiuomini compare anche Temistocle, che in sostanza ne erediterà il compito di stra-tego e capo militare nella seconda guerra contro i Persiani. 107
    • i danni che esse avrebbero arrecato al suo prestigio e alla suaimmagine). Unaltra cosa da tenere ben presente, è che non tutte lecittà-stato greche furono altrettanto motivate a contrastare lin-cursione dei Persiani. Molto più tiepide difatti furono quelle del-la Grecia centrale, riunite sotto la Lega beotica a capo della qua-le si poneva Tebe, molte delle quali disertarono i propri impegni.Apertamente collaborazionista – e non è un caso – fu invece laTessaglia, una regione il cui sviluppo politico culturale era moltoinferiore rispetto alle altre. A capo della ribellione greca, si posero dunque Sparta eAtene, unite per loccasione allinterno della Lega peloponnesia-ca, o Lega ellenica, capeggiata da Sparta. Battaglie decisive di tale campagna furono: quella com-battuta alle Termopili, quella di Salamina (480), quella di Plate-a, ed infine quella di Micale (479). Nella prima i Greci della Laconia, capeggiati chiaramen-te dagli Spartani (e dal loro re Leonida), si adoperarono eroica-mente, sacrificando le proprie vite, per permette alle truppe ate-niesi una ritirata strategica, che evitò loro la distruzione (oltreche una sicura sconfitta della causa greca). Nellaltra, che decretò in sostanza la vittoria definitivadegli Elleni (non a caso Eschilo, nella sua celebre tragedia, larievocò come levento finale della guerra), furono invece le flottenavali greche, capeggiate da quelle ateniesi – allestite per inizia-tiva di Temistocle16 –, ad attirare il nemico in unimboscata inuna stretta lingua di mare vicino allisola di Salamina, accer-chiandolo e piegandolo. Nella terza invece, svoltasi presso la città di Platea, nel-lentroterra centrale, i Greci sconfissero le milizie degli avversarianche sulla terra ferma, decimandone ulteriormente gli eserciti. Nellultima infine, che si svolse sulle coste dellAsia mi-nore, gli Elleni riuscivano a prendere alle spalle i Persiani super-stiti, che si accingevano a ritornare in patria, dando inoltre inizio16 Temistocle fu il successore di Milziade alla guida di Atene; a lui si dovette laprima flotta militare ateniese, lallestimento della quale ebbe delle implicazioni cheverranno analizzate avanti.108
    • a un vasto movimento di riconquista dei territori asiatici primagreci – un movimento che, in poco tempo, si spinse fino alla cit-tà di Sesto, nella zona degli Stretti (478). In breve, al termine del conflitto, i Greci avevano ricon-quistato alla libertà anche le zone greco-asiatiche, e se non can-cellato comunque svigorito linfluenza persiana sulle regioni cir-costanti. I loro nemici poi, erano stati ricacciati ai vecchi confinilidici, limitati cioè al possesso dellAnatolia, con lesclusionedelle zone costiere e delle isole circostanti. Pur vinta dalle città-stato greche, la guerra costò molto aqueste ultime, sul piano sia delle perdite umane che di quellemateriali. Tra tutte le città poi, la più colpita fu senzaltro Atene,che per ben due volte venne messa a ferro e fuoco dai nemici,nonostante in entrambi i casi la popolazione riuscisse a mettersiin salvo. Essa in altri termini subì, seppure in forma attenuata, lastessa sorte che era toccata precedentemente a città come Mileto,o come lisola di Nasso.3.5 - Le azioni punitive al termine della guerra, i cambiamentiinterni ed esterni dello Stato ateniese Dopo la vittoria sui nemici esterni, iniziò per i Greci unbreve periodo di guerra interna. Come si è detto, non tutti gliStati della compagine ellenica avevano optato per la resistenza aiPersiani. Alcuni di essi avevano infatti preferito astenersi, o –ancora peggio! – disertare gli impegni militari; altri invece, es-senzialmente la Tessaglia, si erano alleati col nemico, fungendotra laltro ad esso da rifugio nei periodi invernali. Al termine delconflitto quindi, gli Spartani (allora lo Stato più influente di tuttala Grecia) guidarono due spedizioni punitive: una contro la Legabeotica – e in particolare contro Tebe, la città a guida di essa –,colpevole di aver scelto la neutralità; laltra contro la Tessaglia. La prima spedizione si concluse – dopo un assedio disette giorni alla città di Tebe – con lo scioglimento della Legabeotica e con lesecuzione degli esponenti del partito filo-persiano. 109
    • Laltra invece si risolse fondamentalmente in un insuc-cesso, non riuscendo in pratica gli Spartani ad avere la megliosulla nobiltà tessala. Anche la vita politica di Atene fu profondamente segna-ta dalla seconda guerra persiana. Innanzitutto, vi fu lallestimen-to di una flotta militare marittima, per iniziativa di Temistocle.Un tale evento – che a prima vista potrebbe apparire irrilevantedal punto di vista sociale – segnò invece un ulteriore passo indirezione della parificazione dei diritti politici tra tutti i cittadiniateniesi. Impiegati infatti i cittadini più ricchi nella cavalleria, glizeugiti o ceti medi nelle file della fanteria oplitica, non rimane-vano che i teti – ovvero le fasce di reddito più povere – da desti-nare in veste di rematori alle milizie marittime. È facile poi immaginare i vantaggi politici che derivaro-no a questi ultimi dalla partecipazione alla guerra. Fu in corri-spondenza con questi eventi infatti, che essi ottennero unulterio-re parificazione rispetto alle altre fasce di reddito sul piano deidiritti politici (un esempio per tutti, leleggibilità allarcontato). Un altro cambiamento fondamentale non solo per Atene,ma anche per gli equilibri interni alla compagine degli Stati gre-ci, fu la nascita al termine della rivolta asiatica della Lega Delio-Attica. Liberate dal giogo persiano infatti, le zone greco-asiatiche – ben coscienti della pericolosità della loro posizionedi confine – chiesero agli Spartani il permesso di entrare a fareparte della Confederazione ellenica, al fine di ricevere appoggioe protezione da parte degli altri Stati greci. Del rifiuto oppostoda Sparta ai richiedenti (seppure con leccezione di tre importantiisole: Chio, Lesbo e Samo, le quali entrarono poi come elementiprincipali anche nella Lega marittima ateniese) approfittaronoallora gli Ateniesi, che strinsero con essi una alleanza e forma-rono una nuova confederazione, detta Delio-Attica, base di quel-lo che sarebbe divenuto in seguito il loro impero marittimo. La guerra contro i Persiani dunque, non si limitò a sal-vaguardare per alcuni decenni la libertà e lindipendenza politicadei Greci da ogni influenza esterna, e a rafforzare il senso dellaloro identità in contrasto con i popoli «altri» (da essi definitibarbari), ma portò anche come risultato allemergere di una di-visione interna sempre più netta – anche in conseguenza dello110
    • scioglimento della Lega beotica – tra due opposti blocchi di ca-rattere politico, militare ed economico: quello guidato da Spartae quello guidato da Atene. Erano poste così le premesse del pe-riodo successivo, che sarebbe culminato con le cosiddette guerrePeloponnesiache. 111
    • La Grecia divisa: dalla Pentecontaetia alle guerre del Peloponneso Al termine delle guerre persiane – o meglio della partefondamentale di esse, che si concluse grosso modo con la ricon-quista di Sesto, nel 478 – la Grecia era oramai divisa tra due di-stinte aree di influenza: quella spartana più antica, che si esten-deva nellarea peloponnesiaca, e quella ateniese, inaugurata uffi-cialmente con la nascita della Lega Delio-Attica (478), che si e-stendeva in quella egea. A tali blocchi corrispondevano inoltre, almeno in buonamisura, due orientamenti politici e culturali opposti e palesemen-te in conflitto tra loro: quello aristocratico (eunomico) e quellodemocratico (isonomico)17, luno risalente ancora al periodo piùarcaico della storia greca, laltro invece riflesso sul piano costitu-zionale di quelle vaste trasformazioni sociali che – con lecce-zione forse, di Sparta – avevano, negli ultimi due secoli, ripla-smato un po tutto il mondo ellenico. Due opposti blocchi quin-di, dei quali luno, al cui capo si poneva Atene, storicamente«emergente», laltro al contrario ancora legato a tradizioni e aconcezioni politiche arcaiche, e tuttavia – anche grazie allalle-anza istituita tra le classi di potere nobiliari di alcune città-stato, strette come si è visto attorno alla leadership di Sparta –ancora solido e vitale. La guerra contro i Persiani daltra parte, aveva liberatomolte energie rivoluzionarie, e ciò non soltanto in Atene ma an-che nel resto degli Stati greci (compresa, come vedremo, la stes-sa Sparta), costituendo così le basi di un vastissimo movimento17Il termine «isonomico» sta infatti a significare uno stato la cui legge (nomos) èbasata sul principio delleguaglianza (isos) tra i cittadini, «eunomico» invece uno lacui legge o costituzione privilegia i migliori (eu significa infatti buono), cioè i cetipiù alti. La democrazie erano ovviamente dei sistemi isonomici, le oligarchie eu-nomici.112
    • di rinnovamento politico, che avrebbe potuto spazzare via – oquantomeno fortemente ridimensionare – le forze della conser-vazione oligarchica. Per tale ragione, il periodo della Pentecontaetia (ovve-ro i cinquantanni che separarono la battaglia di Micale dalloscoppio del conflitto tra le due principali città greche) fu segna-to, oltre che dalla lotta tra la lega di Sparta e quella di Atene,da una lunga guerra di logoramento tra due fazioni politico-ideologiche trasversali, presenti cioè più o meno in tutti gli Sta-ti ellenici: quella più conservatrice, nonché sempre in qualchemodo filo-spartana, e quella – ad essa contraria – progressista edemocratica, fondamentalmente filo-ateniese. E se anche unatale guerra fu alla fine vinta da Sparta (nel 404, al termine cioèdelle guerre peloponnesiache), nulla toglie che essa, qualora lefazioni democratiche filo-ateniesi avessero saputo giocare me-glio le proprie carte, avrebbe egualmente potuto vedere la vit-toria di queste ultime. Nei decenni che fecero seguito al conflitto con gli eser-citi di Serse, dunque, si giocò – oltre che lultima fase della guer-ra contro il colosso persiano – anche un nuovo conflitto: quellotra le forze della democrazia e le forze delloligarchia, tra la Gre-cia commerciale e borghese di stampo razionalista, e quella no-biliare, più arcaica e conservatrice.1 - La Pentecontaetia (478 – 431)I circa cinquantanni di pace tra gli Stati Greci – anni durante iquali essi svilupparono e portarono a compimento molti dei pre-supposti culturali e politici che avevano posto con le guerre per-siane, ovvero con il trionfo davvero esaltante ottenuto sugli eser-citi dellImpero achemenide – costituiscono probabilmente ilmomento più «classico» della stessa classicità greca. Proprio in questo periodo difatti si colloca lapogeo –soprattutto artistico e letterario – della polis greca: e ciò, prima 113
    • di tutto, attraverso lopera dei tre grandi poeti tragici18, secondiper importanza solo ad Omero nellintero panorama culturaledella storia ellenica. (Il teatro fu difatti, e senza alcun dubbio,uno degli aspetti più interessanti di tutta la vita culturale greca:luogo non solo di riflessione comune sui grandi problemi – oforse sarebbe meglio dire sui dilemmi – delluomo posto di fron-te al proprio destino, ma anche molto spesso pretesto con le suestorie per una celebrazione del passato e per una riflessione sulpresente.) Divideremo, qui avanti, gli anni della Pentecontaetia indue distinte fasi: a) da una parte quella che precede lapparizionedi Pericle, senza dubbio il più grande politico ateniese dognitempo, e b) e dallaltra appunto quella dominata da una tale per-sonalità, la cui vita si spinge peraltro fino alla prime fasi dellaguerra contro Sparta. Ciononostante, la nostra trattazione non silimiterà alla sola Atene, coinvolgendo il più possibile anche glialtri Stati greci.1.1 - La Grecia prima di Pericle1.1.1 - Conservatori e rivoluzionari Come già si è accennato, furono due le linee politicheche si contesero il primato in Grecia (e non solo ad Atene…) altermine delle guerre persiane: una che potremmo definire mag-giormente innovatrice e rivoluzionaria, laltra – al contrario – piùpropensa a proseguire la lotta contro il grande Impero asiatico,conservandone i presupposti.18 Sono oggi universalmente noti – anche perché ci rimangono ancora alcune loroopere – solamente i tre più grandi genii del teatro greco: Eschilo, Sofocle, Euripide. Ilfatto che ci siano pervenute solo le opere di questi, non deve però farci credereche essi siano stati gli unici autori importanti del teatro greco. Ci sono daltra partegiunti (assieme ai nomi di altri poeti tragici: uno per tutti quello di Frinico) anchedei frammenti di opere non loro. Né è da escludere che alcune tragedie pervenu-teci come loro siano in realtà state scritte da autori differenti. Alcune opere euripi-dee, per esempio, sono da tempo ritenute spurie. Non più unanime inoltre, è lat-tribuzione a Eschilo del Prometeo incatenato.114
    • Per i sostenitori di questultima, se da una parte era fon-damentale continuare nellimpresa di liberazione dei territorigreco-asiatici dal dominio del Gran Re persiano (concentrandoinoltre molte energie per il mantenimento dei confini conquista-ti), dallaltra era anche necessario – come logica conseguenza –conservare più salda possibile la precedente alleanza tra gli Statiellenici: in sostanza cioè, tra la zona orientale (riunita sotto laLega Delio-attica, e capeggiata da Atene) e quella occidentalepeloponnesiaca, guidata da Sparta. Daltra parte, poco dopo lanascita della Lega marittima ateniese (478), si era stabilito dicomune accordo che fossero le regioni orientali ed egee a sob-barcarsi lonere della difesa dei confini asiatici, mentre a Spartasarebbe toccato il compito di vigilare sullunità e sullordine dellezone più interne. Si era perciò giunti allinstaurazione di un paci-fico equilibrio allinterno del mondo ellenico, un equilibrio tuttosommato vantaggioso per entrambe le parti. Ma fino a quando – anche data linevitabile tendenza e-spansionistica del blocco democratico filo-ateniese – un tale e-quilibrio si sarebbe potuto realmente mantenere? Per i sostenitori della linea «rivoluzionaria», al contra-rio, priorità assoluta era quella di scardinare lassetto di potereattuale, approfittando dei movimenti di rinnovamento in sensodemocratico che – ora più che mai – si andavano diffondendoanche in molte zone del Peloponneso, un territorio tradizional-mente filo-spartano. Né gli esponenti di tale corrente – primi tratutti, lateniese Temistocle e lo spartano Pausania, entrambi per-sonaggi di spicco nella lotta contro i Persiani – erano del tuttoimmuni da simpatie, seppure meramente strumentali, nei con-fronti del potere del Gran Re persiano (lo stesso, appunto, controil quale avevano strenuamente combattuto) cui chiedevano, sottobanco, sostegno per il mantenimento delle proprie posizioni, lo-gorate dai nemici interni. Due opposte posizioni quindi: luna mirante a conservarelo status quo, sia portando avanti la lotta contro il dominio per-siano, sia cercando un accordo e un equilibrio di potere tra gliStati filo-spartani e quelli filo-ateniesi; laltra, al contrario, mi-rante a scardinare gli equilibri – peraltro già decisamente precari– che si erano venuti a creare, favorendo il dilagare in Grecia 115
    • della corrente democratica, tutta a favore (almeno per il momen-to) di un predominio attico. Dallo scontro tra queste due correnti, quella conservatri-ce e moderata, e quella progressista e rivoluzionaria, non sareb-be forse potuta sorgere – qualora, come vedremo in seguito, laseconda fosse riuscita a prevalere per tempo sulla prima – unaGrecia molto differente da quella che oggi conosciamo, al cuiinterno un ruolo nettamente predominante avrebbe svolto Atene,a seguito di un potente ridimensionamento dellinfluenza diSparta e della sua Lega, confinate in una zona marginale nelle-stremo lembo sud-occidentale della penisola peloponnesiaca? Ilfatto poi che le cose non andassero realmente così, non deve por-tarci a credere che un tale sviluppo fosse impossibile.1.1.2 - Sparta fino alla fine di Pausania La prima manifestazione rivoluzionaria del dopoguerrapersiano (anche se, in realtà, le guerre contro i Persiani finironoufficialmente solo con la pace di Callia, nel 449) si ebbe con leazioni militari di Pausania, comandante della coalizione ellenicae guida di molte delle precedenti imprese di riconquista delle re-gioni asiatiche, da Micale sino a Sesto. Attraverso la propria au-torità militare e il proprio carisma personale, questi minacciavadifatti di divenire una specie di sovrano indipendente rispetto al-la propria città di provenienza, Sparta, i cui possedimenti coinci-devano inoltre con alcune zone di influenza tradizionalmente a-teniese. Egli in tal modo muoveva le ire di entrambe le città. Fu Cimone (di cui parleremo nel prossimo paragrafo),leader politico ateniese di orientamento conservatore e filo-spartano, a sconfiggerlo presso Bisanzio nel 476, costringendolocosì a ritornare in patria, dove – presto o tardi – avrebbe dovutoconfrontarsi con lostilità degli efori e in generale del potere co-stituito. E fu forse per evitare un tale confronto, che Pausania sialleò con gli Iloti, impegnati in quegli anni nella preparazione diuna nuova insurrezione antispartana (in seguito alla quale sareb-be poi scoppiata la terza guerra messenica), aggiungendo cosìuna nuova accusa a quelle – tra le quali, quella di aver cospiratocon il Gran Re di Persia – già pendenti sul suo capo. La fine di116
    • Pausania (467) peraltro, accusato di avere attentato allintegritàdello Stato e autocondannatosi alla morte per stenti dopo essersirinchiuso nel tempio di Atene Calcieca per sfuggire ai suoi ne-mici, segnò il trionfo definitivo della linea tradizionalista allin-terno del governo di Sparta. Pare inoltre che egli – come, del resto, in quegli stessianni lateniese Temistocle – intrattenesse dei contatti anche conquelle correnti democratiche, diffuse un po in tutto il Pelopon-neso, che minavano dallinterno lintegrità del blocco tradiziona-lista e oligarchico. La sua azione era quindi mirata in un sensoabbastanza simile a quello delle forze progressiste ateniesi, conle quali col tempo si sarebbe quasi certamente alleato. Lintervento degli efori, quindi, bloccò sul nascere unasituazione i cui sviluppi sarebbero stati senza dubbio molto peri-colosi per la stessa egemonia spartana. Ma i guai per Sparta non erano ancora terminati. Neglianni successivi, infatti, le sarebbe toccata unimpresa ancora piùardua: quella cioè di placare, ancora una volta, pericolosi motiinsurrezionali ad opera delle popolazioni sottomesse, gli Iloti,con i quali lo stesso Pausania pare avesse tentato unalleanza.1.1.3 - Atene fino alla morte di Efialte Con la scomparsa di Pausania, gli efori avevano dun-que riaffermato il proprio tradizionale potere sulla città diSparta, e con esso la linea dura contro i propri avversari sia in-terni che esterni. La loro era stata perciò, una vittoria della tra-dizione sulle (allora latenti) forze della rivoluzione. Una lottaper molti versi analoga, si svolgeva in quegli stessi anni ad A-tene. Qui, i due opposti schieramenti erano guidati luno dal«vecchio» leader Temistocle, uno dei protagonisti delle guerrepersiane, e laltro dal suo giovane avversario Cimone (aristo-cratico, figlio di Milziade), sostenitore di una politica fonda-mentalmente filo-spartana. Il primo insisteva – già peraltro dai tempi delle guerrepersiane – per fortificare la città erigendo delle mura che ne cir-condassero il perimetro e fortificando anche il Pireo (il porto diAtene). Egli voleva difatti preparare Atene, oramai divenuta la 117
    • seconda potenza intragreca, a fronteggiare gli attacchi di even-tuali rivali, in particolare di Sparta. La politica di potenza atenie-se non doveva quindi, secondo tali progetti, tenere eccessiva-mente in conto i precari equilibri stabilitisi allinterno della com-pagine degli Stati greci, frutto in realtà di esigenze passeggerelegate alla guerra contro la Persia. Cimone viceversa, pur credendo anchegli nella missioneimperialistica ateniese, propendeva (anche forse a causa delleproprie origini nobiliari, cui doveva un profondo istinto conser-vatore) per unespansione in sostanza solo marittima di Atene, ilcui scopo doveva inoltre essere di difendere la compagine grecadal nemico persiano: unespansione rispettosa quindi delle areedi influenza spartana e della dignità della sua antica alleata. Nonostante una tale visione sia, agli occhi di noi mo-derni, passibile di una critica fondamentale, quella cioè di ave-re impedito alle città-stato filo-ateniesi di sferrare un attacco(forse decisivo) contro il blocco spartano, bisogna anche rico-noscere come con le sue azioni militari egli riuscisse a portarea termine imprese di grande rilevanza nella lotta contro il ne-mico asiatico, consolidando il prestigio e il primato di Ateneallinterno della Lega Delio-attica. La sua politica quindi – co-munque la si voglia giudicare – portò indiscutibilmente ad A-tene anche grandi vantaggi. Impresa decisiva di Cimone fu la storica vittoria sui Per-siani presso il fiume Eurimedonte (465), con la quale, se da unaparte allontanò una volta di più il pericolo persiano dai mari edalle coste egee, dallaltra consolidò il proprio prestigio e la pro-pria preminenza nei confronti dei suoi avversari politici. Con lasconfitta dei nemici presso lEurimedonte, dunque, egli ottenevacontemporaneamente un successo su due fronti: da una parterendendo Atene padrona pressoché incontrastata del mar Egeo,dallaltra incoronando se stesso leader indiscusso dellAttica. Temistocle, per parte sua, era stato allontanato dalla cittànegli anni precedenti (470) attraverso la misura dellostracismo,e si era rifugiato nella vicina – e democratica – città di Argo, dadove collaborava (essendone uno, se non il principale, dei capi)con le forze ostili al dominio spartano nel Peloponneso. Espulsosuccessivamente anche da Argo, in seguito a pressioni esercitate118
    • sulla città dagli efori spartani che gli muovevano accuse di col-laborazionismo in funzione anti-ellenica sia con Pausania checon la Persia, trovò rifugio presso il Gran Re Artaserse I, che loincoronò tiranno di una città, quella di Magnesia, situata sullecoste anatoliche e ancora in mani persiane. In tale città poi, eglivisse fino alla morte. Ma anche la fortuna di Cimone era destinata presto a fi-nire, ciò che avvenne poco dopo la sfortunata spedizione fattadagli ateniesi in aiuto degli spartani (464), durante la terza guer-ra messenica. Dopo solo un mese di assedio alla città di Itome,infatti, le truppe greche venivano rimandate in patria dai lorostessi alleati spartani. Un evento questo, che costituì per Ateneuno smacco tale da compromettere definitivamente la popolaritàdi Cimone, il quale, condottiero della spedizione, laveva conce-pita come una dimostrazione di amicizia verso tale città(…vedremo tra poco le ragioni che, molto probabilmente, furonoalla base del rifiuto spartano). Il politico ateniese subiva così lastessa sorte del suo avversario, essendo costretto a prendere lastrada dellesilio (461). Con la fine del predominio aristocratico di Cimone, ri-prendevano vigore ad Atene le forze democratiche più radicali.Queste trovarono in Efialte un nuovo leader. Obiettivo primariodi questi fu quello di limitare ulteriormente il potere dellAreo-pago, unistituzione nobiliare di antichissime origini, trasferen-done le principali competenze giuridiche e politiche alle più gio-vani istituzioni democratiche: lEcclesia, la Bulé e lEliea. Egliportava avanti, in tal modo, quella trasformazione della polis insenso democratico che era stata inaugurata da Clistene e che, inseguito, sarebbe stata ulteriormente radicalizzata da Pericle. LAreopago così, pur non perdendo il privilegio dellacarica a vita (che rendeva i suoi componenti esenti in sostanzadal controllo e dal giudizio dei cittadini), cessava di svolgere at-tività politicamente significative, divenendo unistituzione ingran parte religiosa, e il cui unico compito reale restava il giudi-zio sui delitti di sangue. Ma tale passaggio di consegne dai conservatori ai demo-cratici, determinò anche un notevole cambiamento nella politicaestera ateniese. Con la fine del pericolo persiano infatti, la Lega 119
    • Delio-Attica diveniva sempre di più unassociazione a fini com-merciali, dei cui proventi si avvantaggiava in massima parteproprio Atene, la più ricca e potente delle città-stato che la com-ponevano. Inoltre, sempre per iniziativa delle forze democraticheanti-spartane, essa cessava ufficialmente di far parte della Sim-machia greca, interrompendo quindi lalleanza con Sparta e di-venendo una potenza indipendente a tutti gli effetti: la base insostanza del futuro impero commerciale e marittimo ateniese.1.1.4 - Un bilancio finale: la politica isolazionista spartana elineluttabilità del conflitto con Atene Si è già visto come, ad Atene, i politici di orientamentopiù conservatore fossero propensi a mantenere pressoché inalte-rati gli equilibri di potere instauratisi allinterno della compaginegreca nel corso delle guerre persiane. Essi difatti volevano unA-tene forte, i cui orizzonti di influenza però si estendessero so-prattutto verso est, quindi verso il mare e le coste egee, e chefosse al tempo stesso affiancata da una Sparta altrettanto – senon più – influente a livello ellenico, il cui dominio si spingesseverso le zone occidentali e interne della Grecia. Daltra parte, dopo il grottesco fallimento nel 462 a.C.della spedizione delle truppe ateniesi in favore degli spartani,durante lassedio alla città ribelle di Itome, un tale tipo di politicaaveva conosciuto una brusca interruzione. Era difatti divenutochiaro a tutti come le forze oligarchiche, capeggiate da Sparta,non avessero nessuna intenzione di avallare lalleanza con Atene.Era ormai evidente, in altri termini, come il progetto reazionariodi Cimone – pur avendo favorito la ripresa della potenza sparta-na, quando essa si era trovata veramente in difficoltà a causa del-lavanzare delle correnti filo-democratiche e filo-ateniesi, e del-lennesima ribellione degli Iloti – non avrebbe mai potuto trovareun effettivo riscontro nella politica di questultima. Quanto alle ragioni della ritrosia e della diffidenza delleélite spartane nei confronti delle manifestazioni di amicizia e disolidarietà di Cimone, e più in generale delle forze conservatricie filo-oligarchiche ateniesi, essa stava essenzialmente nel timore120
    • di «contaminazioni» politiche, di carattere chiaramente demo-cratico (fattore che appunto, durante la terza guerra messenica,fu allorigine della decisione di respingere laiuto delle truppe a-teniesi). Il contatto stesso con le idee e con il clima della demo-crazia difatti, era da esse considerato estremamente pericolosoper lintegrità della società spartana, e ciò anche malgrado lebuone intenzioni degli ateniesi. Per tale ragione lillusione, coltivata da gran parte della-ristocrazia ateniese, di poter mantenere unamicizia e unalleanzapolitica con Sparta, roccaforte per eccellenza del potere aristo-cratico e gentilizio, e più in generale col blocco degli Stati da es-sa capeggiato, doveva andare inevitabilmente incontro a un dra-stico fallimento. Oltre a ciò, si consideri il fatto che Atene stavaestendendo ormai da anni la propria sfera di influenza a moltedelle vicine città-stato, alcune delle quali (una per tutte, Argo)proprio in ragione di ciò erano uscite dallorbita della potenzaspartana: un fatto che, ovviamente, non poteva certo contribuirea rafforzare la loro amicizia! Volente o nolente, insomma, Atene stava diventando o-ramai una potenza antagonistica rispetto a quella spartana, oltreche lastro ideologico di quegli Stati in cui si andavano affer-mando istanze di emancipazione da forme di governo arcaiche,sempre più oppressive e inadeguate. Si presentava dunque spontanea al popolo ateniese laconsiderazione che la ritrosia di Cimone e delle fazioni aristo-cratiche e conservatrici a sferrare un attacco alla potenza rivale(oltre che a maturare degli autonomi progetti di carattere espan-sionistico) avesse giovato molto più alla causa spartana che allaloro: una considerazione che decretò la fine della supremazia diCimone e del partito conservatore e lemergere di una nuova sta-gione politica ad Atene. Ed è altresì ipotizzabile che una maggiore fermezza (au-spicata peraltro da uomini come Temistocle) nel combattere gliStati oligarchici filo-spartani, avrebbe potuto portare – se attuataper tempo – ad una vittoria piena della democrazia in Grecia, e-vitando così lo scoppio di quelle guerre fratricide, dette guerrepeloponnesiache, che alcuni decennio più tardi avrebbero fiacca-to irrimediabilmente il mondo greco. 121
    • 1.2 - La Grecia nel periodo di Pericle Gli anni finali della Pentecontaetia (462-433) furono peril mondo ellenico anni difficili, segnati dallestendersi a livelloglobale (sia cioè nella madrepatria, che in alcune colonie e Staticircostanti) della contrapposizione tra due opposti schieramenti,quello oligarchico o eunomico da una parte e quello democraticoisonomico dallaltra, oltre che dagli ultimi atti della guerra controla Persia (un impero la cui lotta contro i Greci per il predominionellEgeo, fu condizionata negativamente da episodi di ribellioneinterna come quello dellEgitto, paese da sempre estremamenteorgoglioso delle proprie tradizioni e della propria indipendenza)che si concluse con la pace di Callia nel 449 a.C. Sul fronte politico ateniese, invece, un tale periodo puòessere stigmatizzato come «letà di Pericle», il celebre politico estatista che guidò la città verso il suo apogeo, sulla strada di u-nespansione essenzialmente imperialistica e coloniale.1.2.1 - La Grecia (e il mondo ellenico) dal «dopo Itome» allatregua tra Sparta e Atene (446) Già tendenzialmente divisa negli anni precedenti tra dueopposte Leghe o aree di influenza, la Grecia conobbe in questianni un ulteriore rafforzamento delle proprie divisioni. Tra il 461e il 446 infatti, le due coalizioni si estesero a parecchi nuovi Sta-ti – alcuni dei quali inoltre, situati al di fuori dei confini dellamadrepatria. Le ragioni di tale fenomeno furono essenzialmente due:da una parte vi fu una politica di potenza consapevolmente per-seguita dai due schieramenti, ormai in aperta collisione; dallaltrail fatto che Stati prima indipendenti – o magari soltanto simpa-tizzanti per luno o per laltro schieramento – cercassero semprepiù frequentemente un appoggio esterno contro i propri nemici(un chiaro esempio di ciò è costituito dalla Focide, che si alleòcon Atene per mantenere il proprio predominio sulla vicina Del-fi, la quale, a sua volta, richiese quindi laiuto di Sparta). In bre-ve, al termine della Pentecontaetia la Grecia e, più in generale, il122
    • mondo ellenico erano divisi tra unarea prevalentemente occi-dentale, oligarchica e filo-spartana, e una prevalentemente orien-tale, filo-democratica e filo-ateniese. Era, una tale polarizzazio-ne, leffetto naturale della nascita di due grandi potenze politico-militari contrapposte. I fatti che portarono alla formazione di una tale divisioneinterna difatti, furono fondamentalmente legati alla lotta tra ledue «capitali» per il predominio sulla Grecia centrale (Beozia eFocide) e su alcune regioni peloponnesiache. E ciò poiché, seSparta governava naturalmente sulle regioni meridionali e Atenesu quelle orientali ed egee, erano soprattutto le zone a nord a es-sere contese da esse. Le fasi principali di tale conflitto furono: a) una prima,nel corso della quale Atene estese il proprio potere sia su diversezone della Grecia centrale che su alcune delle città-stato a lei vi-cine (soprattutto costiere), b) unaltra, nel corso della quale Spar-ta, reagendo alla politica colonialistica della rivale, sferrò, con labattaglia di Tanagra, un attacco che inaugurò una recessionedellespansione ateniese nella Grecia centrale, c) una terza, du-rante la quale la Lega marittima capeggiata da Atene dovette af-frontare gli attacchi della Persia, perdendo al tempo stesso alcu-ne importanti zone di influenza marittima, e che si concluse nel449 con la pace di Callia, d) unultima infine, che vide nel 446 ilsanzionamento degli equilibri interni creatisi negli anni prece-denti, attraverso un accordo (una pace detta «dei trentanni») traSparta e Atene. - Lespansione ateniese nella Grecia centrale - La prima fase del conflitto fu – come si è appena detto –segnata dallespansione ateniese nelle zone circostanti, che sitradusse nellannessione alla propria area di influenza di Argo(da tempo oramai in rotta di collisione con la Lega spartana, del-la quale aveva fatto parte) e di Megara (città rivale della vecchiaCorinto, fedele alla Lega spartana, per il predominio sullIstmo).A ciò si aggiunga poi la difesa degli interessi dei Focesi che,«allungando le mani» sui beni della città sacra di Delfi, avevanobisogno del sostegno di una potenza esterna. 123
    • Nel 459 inoltre, Atene rispondeva positivamente alla ri-chiesta di aiuto degli Egiziani, insorti con Inaro contro i domina-tori persiani, e in più dichiarava guerra alla sua antica rivale, lacittà di Egina, che inglobava a forza poco dopo – e a condizionimolto favorevoli – nella Lega Delio-Attica. - Il contrattacco di Sparta e degli oligarchici - Ma la reazione della capitale laconica non doveva farsiattendere. La preoccupazione per lespansionismo di Atene difat-ti (soprattutto dopo la svolta democratica e progressista degli ul-timi tempi) induceva presto questultima a intervenire nella Gre-cia centrale – una zona nella quale forti erano da sempre le ten-denze conservatrici – nel tentativo di creare una coalizione diStati oligarchici, ovviamente in funzione anti-ateniese. Nel 457 la battaglia di Tanagra (località posta sul confi-ne tra lAttica e la Beozia) vedeva le forze oligarchiche beotichee filo-spartane scontrarsi e vincere su quelle ateniesi, coadiuvateda alcuni contingenti inviati dalla città di Argo e dalla Tessaglia(regione alleata con Atene). Ma che tale vittoria non fosse affat-to schiacciante, lo dimostra chiaramente il fatto che gli Ateniesi,appena un mese dopo, riuscirono a riconquistare le zone perdute,inglobando inoltre nella propria sfera dinfluenza alcune nuovecittà-stato, e indebolendo la supremazia spartana sulle regionicentrali. - Gli ultimi scontri con la Persia achemenide - Una svolta negativa per lespansionismo ateniese fu tut-tavia determinata dallaggravarsi del conflitto contro i Persianisulle coste asiatiche. Dopo un primo momento in cui gli insortiavevano prevalso, gli eserciti persiani erano infatti riusciti nel454 ad avere la meglio su essi e sui loro alleati greci, riappro-priandosi inoltre dellisola di Cipro (che, nei decenni precedenti,era stata in mano agli ateniesi). Atene in più, dovendo concentrare le proprie energie sulfronte marittimo, al fine di arginare lavanzata del nemico, si ve-deva costretta a comprare – e a condizioni alquanto umilianti –124
    • una sorta di pace temporanea con Sparta. In questi anni infatti,la città di Argo veniva nuovamente ceduta alle forze oligarchi-che (451). Nel 449 a.C. infine, Pericle decretava ufficialmente lafine dellespansionismo greco verso oriente e delle ostilità con laPersia, stabilendo con la pace di Callia (ricco cittadino atenieseincaricato di intavolare le trattative) un modus vivendi tra le par-ti. Tale pace in sostanza suggellava in modo semi-ufficiale, con-gelandola, la situazione di fatto creatasi con le ultime guerre, se-condo la convenienza sia dei Greci che dei Persiani. - La (temporanea) pacificazione della Grecia dopo la pace di Callia - La parabola bellica del decennio precedente, conoscevainfine una definitiva interruzione (che durò poco più di dieci an-ni) con la stipula nel 446 del trattato di pace tra Atene e Sparta,trattato la cui validità avrebbe dovuto essere di trentanni. Prima però gli ateniesi, indeboliti dagli eventi dellulti-mo periodo, subivano una nuova sconfitta da parte delle forzeoligarchiche beotiche e spartane presso la città di Coronea (447),e assistevano impotenti alla rifondazione – proprio col sostegnodella potenza spartana19 – della Lega beotica, perdendo così tut-te le aree di influenza acquisite precedentemente nella Greciacentrale (compresa, e con grande vantaggio per la città di Delfi,la Focide…) Oltre a ciò, prezzo della pace era per essi la rinun-cia alla città di Megara, mentre Egina continuava a far parte del-la Lega marittima. In sostanza, dunque, lintera regione peloponnesiaca equelle centrali finivano per entrare a far parte della sfera din-19 Non si deve infatti dimenticare che la Lega beotica fu sciolta per iniziativa degliSpartani, capi della coalizione degli Stati greci (la Simmachia ellenica), al terminedella guerra contro i Persiani, in ragione della neutralità compiacente degli Staticomponenti. I capi del partito filo-persiano, inoltre, vennero – come si è già detto– pubblicamente giustiziati sullIstmo di Corinto (cfr paragrafo sulle Guerre per-siane). 125
    • fluenza spartana, mentre sotto quella ateniese rimanevano le vi-cine zone costiere, le isole egee e le coste asiatiche.1.2.2 - Atene nel periodo di Pericle (461 – 429) Gli anni che abbiamo appena descritto (461-446) furonocaratterizzati ad Atene – ma anche, indirettamente, un po in tut-to il mondo ellenico – dalla grande personalità di Pericle. Dopo essere stato il braccio destro di Efialte fino alla suamorte (avvenuta nel 461 ad opera dei suoi avversari politici), e-gli ne raccolse leredità politica, sviluppando a suo modo i pre-supposti della linea democratica intransigente da questi avviata. Durante la reggenza di Pericle (vedremo meglio più a-vanti in che modo egli reggesse la città), Atene conobbe indub-biamente il periodo del suo massimo splendore sia allinterno(con labbellimento della città, ma anche con il suo apogeo arti-stico e spirituale) sia allesterno (con il trionfo della politica im-perialistica e coloniale). Ciò non toglie però, che la sua condu-zione dello Stato ebbe anche dei gravi limiti, legati essenzial-mente ad un eccesso di fiducia nella capacità di Atene di soste-nere il peso di una lunga e gravosa somma di impegni politico-diplomatici, che si tradusse per essa in una sfibrante lotta supiù fronti. Pericle, in ogni caso, rimane ancora oggi uno dei princi-pali simboli della classicità, ovvero del periodo di massimosplendore della civiltà ateniese, nonché più in generale di quellagreca. - La politica interna - Come si è appena accennato, Pericle portò avanti il pro-cesso di democratizzazione della vita politica ateniese iniziatocon Efialte, favorendo in nuovi modi laccesso delle classi dicenso più basse alle diverse magistrature. Una per tutte, si deveascrivere a lui la norma che imponeva allo Stato di retribuire co-loro che ricoprivano incarichi pubblici, come risarcimento per leperdite patrimoniali causate dallo svolgimento di tali attività (u-na misura concepita, ovviamente, in relazione alle esigenze delle126
    • fasce economicamente più deboli). Venivano inoltre eliminate,nel corso di quella che potremmo definire la sua «reggenza», al-cune restrizioni giuridiche che impedivano ai ceti più bassi (tetie zeugiti) di rivestire le magistrature più alte, quali ad esempioquelle giudiziarie. Anche se a degli osservatori moderni tali innovazioni,volte ad ampliare la base della partecipazione politica, difficil-mente possano non sembrare ineccepibili e meritorie, bisognatuttavia per onestà rilevarne anche i limiti, ovvero le implicazio-ni negative sulla vita della polis attica. Il fatto di equiparare i cit-tadini di più bassa condizione (e quindi di più modesta istruzio-ne) a quelli di estrazione più alta, dotati – almeno in linea dimassima – di una più solida preparazione culturale e di maggioricapacità critiche, contribuiva difatti a dequalificare tante attività(quali ad esempio quelle giudiziarie) il cui svolgimento aveva unruolo essenziale per il buon funzionamento dello Stato. Per taleragione, molti storici vedono in Pericle non solo e non tanto ilsostenitore di una democrazia sempre più radicale, ma anche ilprimo responsabile della progressiva involuzione demagogica diAtene. È facile immaginare poi come tali misure, se da una par-te servivano allo stesso Pericle per consolidare la proprialeadership a livello popolare, finissero dallaltra per implicarespese sempre maggiori per lapparato statale. Né è un caso cheAtene, proprio negli anni doro della sua democrazia, mentre co-nosceva al proprio interno una sempre maggiore parità di dirittitra i propri cittadini, accentuasse di molto rispetto al passato ladistanza tra questi e tutti coloro che, pur in qualche modo orbi-tanti attorno alla vita della loro città-stato, non possedevano lacittadinanza ateniese. In una tale categoria peraltro, non vannoannoverati solo le donne e gli schiavi, ma anche gli alleati poli-tici (ovvero gli altri Stati della Lega marittima, oramai in sostan-za sudditi della potenza ateniese) e gli stranieri trapiantati o me-teci i quali, pur vivendo stabilmente allinterno della polis, nonvedevano riconosciuto ufficialmente lo status di cittadini. Nei confronti di tali soggetti, la politica di Pericle fu o-rientata fondamentalmente a uno sfruttamento sempre più pro-fondo e intensivo, il cui fine ultimo era chiaramente quello di 127
    • rendere possibili i fasti del sistema democratico.20 Esiste quindi– e non deve essere dimenticato – un curioso nesso tra lafferma-zione radicale e intransigente del principio di parità interna tra icittadini ateniesi, e latteggiamento dispotico di sfruttamento daquesti posto in essere nei confronti di tutti coloro che non eranoloro stessi: in altri termini, il nesso che legò aspirazioni demo-cratiche e aspirazioni imperialistiche nella fase più classica dellastoria ateniese. Un altro cenno va fatto infine ai modi attraverso i qualiPericle, pur promotore di riforme ultra-democratiche, riuscissein pratica – a partire dalla morte di Efialte, fino alla propria – acondurre da assoluto protagonista la vita politica di Atene. Co-me prima e dopo di lui molti personaggi storici di primo piano(uno fra tutti, nellambito della storia antica, Giulio Cesare), an-che Pericle seppe infatti costruirsi un solido imperio personalesenza entrare in aperto conflitto con le strutture istituzionali vi-genti (nel suo caso apertamente democratiche). Daltra parte egli,anche al di fuori della breve parentesi tirannica, non fu certo néil primo né lultimo grande protagonista della vita pubblica ate-niese (altri furono prima di lui Clistene, Solone, Cimone, ecc. edopo di lui Alcibiade), anche se il suo imperio sulla città fu forseancora più profondo di quello esercitato dagli altri. Ma bisogna anche sottolineare come un tale fatto nonentrasse in realtà in conflitto coi principi della democrazia ate-niese, dal momento che essa non rimandava tanto allidea di plu-ralismo politico, quanto a quella di un governo fondato sullap-provazione popolare e da essa quindi sempre rinnovabile. E ditale approvazione Pericle, pur con i relativi e inevitabili alti ebassi, poté effettivamente godere – anche grazie al suo personalecarisma e alla sua riconosciuta onestà – fino alla morte, a dispet-to dei tentativi di screditarlo operati dai suoi avversari.20 Le ricchezze acquisite attraverso le tasse fecero in modo che, sotto Pericle, Ate-ne conoscesse una vera e propria fioritura di nuovi monumenti, tra i quali ad e-sempio il Partenone. Egli inoltre accolse nella sua città – come prima di lui avevanofatto soprattutto i tiranni – molte importanti figure di artisti e personaggi dellacultura del suo tempo, tra le quali lo scultore Fidia e il filosofo Anassagora.128
    • La carica che Pericle ricoprì dal 461 in poi, fu comunquequella di stratego. Già ai tempi delle guerre contro la Persia, talecarica aveva acquisito unimportanza notevole, ma con Pericleessa giunse ad essere forse quella tra tutte più influente. E pro-prio perciò egli, ricoprendola per ben trentanni di seguito (puraffiancato ogni volta da un collega, essendo per legge due glistrateghi), riuscì a rimanere sempre una figura di primissimopiano nella vita politica di Atene. Daltra parte, come leader ca-rismatico di una coalizione che si era affermata sulla scena ate-niese oramai dai tempi di Efialte, egli aveva voce e peso anchenelle decisioni di molti altri politici. Per tutte queste ragioni, glianni che qui stiamo trattando sono, almeno per ciò che riguardaAtene, ricordati di solito come gli «anni di Pericle». - La politica estera - Il principale limite della politica periclea fu la mancan-za, per così dire, di senso della misura: ciò che appare forse an-cor più chiaramente che dalla gestione degli affari interni, daquella degli affari esteri. Mentre Temistocle, ad esempio, avevascelto di anteporre alla lotta contro la Persia quella contro gliStati oligarchici (nella consapevolezza ovviamente dei limitistrutturali della potenza ateniese), Pericle al contrario pensò, ol-tre che di poter perseguire entrambi questi obiettivi, anche di po-terne perseguire un altro: quello dellespansione verso le zoneoccidentali. Per tale ragione, nei suoi anni, Atene si impegnò nonsoltanto in un ampliamento della propria sfera dinfluenza versolinterno della Grecia e verso lEgitto (due imprese i cui momentisalienti abbiamo già brevemente descritto), ma anche in unim-presa del tutto nuova, diretta verso lItalia e le coste della Sicilia. I momenti fondamentali di tale espansione furono due:prima di tutto vi fu (454) lintervento in Sicilia a favore della cit-tà di Segesta, in lotta con la vicina Selinunte; in secondo luogo,vi fu la fondazione (444) della colonia panellenica di Turi, nelluogo dellantica Sibari (situata sulle coste dellattuale Calabria, edistrutta nei decenni precedenti dai Persiani). 129
    • Tali imprese – delle quali, quelle dagli esiti più positivifurono senza dubbio quelle siciliane – erano espressione di unastrategia di espansione in direzione delle zone italiche, decisa-mente ricche e commercialmente floride, ma al tempo stesso di-laniate da forti contrasti interni e dallaggressività delle popola-zioni locali e delle vicine città cartaginesi, a esse commercial-mente rivali. (Limpresa siciliana conobbe inoltre – come prestovedremo – dei nuovi e tragici sviluppi nel corso delle guerre pe-loponnesiache, sotto la guida del giovane Alcibiade.) Un altro aspetto decisivo della politica imperialistica diPericle, fu la trasformazione della Lega Delio-Attica da una coa-lizione idealmente egualitaria di Stati e con una funzione milita-re e difensiva, in una con fini essenzialmente politico-commerciali, governata in modo sempre più smaccato da Atene.Unevoluzione questa, che era già scritta nella sua stessa nascita,ma che conobbe il suo apogeo negli anni che fecero seguito allapace di Callia del 449 stipulata con la potenza persiana: pace apartire dalla quale – per ragioni obiettive – le esigenze difensivedegli Stati alleati conobbero un notevole ridimensionamento. Tuttavia, anche prima di tale trattato si erano avute delleavvisaglie dei progetti di dominio ateniesi. Nel 454 a.C., per e-sempio, quando lintegrità dei territori egei era apparsa davveroin pericolo a causa della riscossa delle forze persiane su quelledegli insorti, si era deciso di trasferire il tesoro comune degliStati della Lega dallisola di Delo (in cui esso era stato tenuto fi-no ad allora) allacropoli di Atene. In tal modo, Atene iniziava apoter disporre più liberamente rispetto al passato delle finanzecomuni. Fu però con la fine – o comunque con il forte ridimen-sionamento – del pericolo persiano, che Atene cominciò aperta-mente ad assumere atteggiamenti di comando nei confronti deipropri alleati. In particolare, in forza della sua superiorità milita-re, essa si diede a «dissuadere» tutti quegli Stati che cercavanodi staccarsi dalla Lega onde liberarsi dagli oneri tributari cheuna tale adesione comportava. (Celebri sono rimaste le spedizio-ni punitive ai danni dellisola di Nasso e della città di Bisanzioda parte dalle truppe ateniesi).130
    • Ma Atene, dal suo ruolo di potenza egemone, non trassesolo vantaggi. Essa dovette difatti sobbarcarsi anche lonere didirimere – con vantaggio non solo proprio, ma anche degli allea-ti – le questioni che insorgevano tra gli Stati membri. È chiaro inogni caso, come la capitale dellAttica fosse oramai divenuta ilcentro di unarea pressoché omogenea e interconnessa, il centrofocale di un vasto impero marittimo e commerciale che si esten-deva dal bacino egeo fino alle zone degli Stretti e del Mar Nero. Sempre in questi anni infine, essa fondò – con vantaggieconomici e finanziari non indifferenti – la colonia di Anfipolinel Pangeo (Tracia), una zona molto ricca di risorse minerarie. - Atene negli anni prima della guerra, lopposizione a Pericle - La politica di Pericle – come si già è detto – non fu dicerto immune da manie di grandezza, tanto da costare ad Atene,nel corso dei decenni, unostilità sempre maggiore da parte degliStati alleati e a Pericle quella di una buona parte dei suoi concit-tadini.21 Non è casuale quindi, il fatto che gli ultimi anni del-l«era» di Pericle (ovvero quelli che precedettero di poco loscoppio della guerra, nonché primi due della stessa) fossero an-che i più incerti e contrastati della sua reggenza. In particolare, sul fronte interno, Pericle dovette fron-teggiare sia lostilità degli oligarchici, che non gli perdonavanoinnanzitutto la svolta ultra-democratica impressa alla città (…daqualcuno, come già si è detto, definita demagogica), sia quelladei ceti più poveri (i piccoli proprietari) che non condividevanoalcuni aspetti della sua politica, molto più favorevoli agli inte-ressi dei ceti commerciali che ai loro. Lespansionismo militaredifatti, uno dei perni della strategia periclea, era molto più vicino21 Tale ostilità si tradusse anche in una vera e propria persecuzione di tipo giudi-ziario. Sebbene Pericle fosse infatti inattaccabile sul piano personale (data la suaindubitabile onestà e la sua assoluta dedizione alla causa ateniese), fioccarono leaccuse ai danni di molti personaggi del suo seguito: tra essi ricordiamo la sua a-mante e consigliera Aspasia (una delle più belle e influenti etére ateniesi), lo sculto-re e architetto Fidia (che finì i suoi giorni in carcere), e il filosofo Anassagora (chefu costretto allesilio). 131
    • alla sensibilità e alle esigenze delle classi commerciali, che nona quelle dei modesti possidenti che vivevano dei frutti delle pro-prie terre (una categoria questultima, logorata da tempi imme-mori dallavidità di latifondisti e dei nobili, dai quali richiedevadi essere in qualche modo difesa). Daltra parte, per ciò che concerne le problematiche deiteti, non bisogna dimenticare che a Pericle si dovette la fonda-zione di molte cleruchìe: specie di zone franche allinterno deiterritori dei vari staterelli della Lega, riservate ai cittadini atenie-si e governate attraverso le leggi della loro città: il che significainsomma, dei distaccamenti di Atene fuori dal suo territorio ori-ginario! Tali cleruchìe o zone coloniali ebbero ovviamente – co-me poi avverrà per quelle fondate dai romani sui territori italicinei primi secoli della Respublica – la funzione di favorire lareintegrazione economica e sociale dei cittadini meno abbientidella capitale, testimoniando così lattenzione di Pericle per glisquilibri sociali che affliggevano la sua città, ma anche al tempostesso quella di costituire degli avamposti della dominazione a-teniese nelle regioni «alleate», in particolare in quelle più espo-ste al rischio di rivolte.2 - Le guerre del Peloponneso (431 – 404)2.1 - Cause e aspetti principali delle guerre Come abbiamo già visto, il fatto che la Grecia fosse di-visa – oramai da alcuni decenni – fra una sfera di influenza ate-niese e una spartana, era dovuto non soltanto alla volontà espan-siva delle due metropoli, ma anche al fatto che gli altri Stati el-lenici, fondamentalmente disuniti e reciprocamente ostili, cer-cassero spesso lappoggio e il sostegno di potenze esterne in fa-vore dei propri interessi particolaristici. È altresì necessario sottolineare come proprio per taleragione le due Leghe, che pure si spartivano buona parte dei ter-ritori sia greci che extra-greci, non fossero in realtà due blocchicompatti, saldamente capitanati luno da Atene e laltro da Spar-ta, bensì al contrario degli agglomerati di Stati e staterelli che132
    • spesso cercavano luno nellaltro un appoggio per le proprie con-tese private. Insomma, la tradizionale frammentazione del mon-do greco non era stata – se non apparentemente – superata dallaformazione delle due grandi coalizioni: quella oligarchica spar-tana da una parte, e quella democratica ateniese dallaltra. Non deve stupire quindi, il fatto che lo scoppio del con-flitto tra le due coalizioni fosse dovuto non alla volontà aggres-siva delle due città dominanti – e soprattutto, non a una decisio-ne spartana –, ma al contrario a quella di alcune alleate (vedremopiù avanti quali) i cui progetti Sparta fu costretta ad asseconda-re, sotto la minaccia in caso contrario di una loro defezione dallaLega peloponnesiaca. Del pari, una delle ragioni alla base dellalunga durata – circa trentanni, pur con alcune interruzioni – delconflitto peloponnesiaco, fu il fatto che questultimo avesse ri-svegliato molti dei dissidi che da lunga data laceravano il mondodelle poleis greche ed elleniche, e che (quantomeno da che i dueblocchi avevano concluso il trattato di pace del 446) avevanocontinuato a covare sotto la cenere. Al termine, nel 404 a.C., di queste lunghe e devastantiguerre, dette «peloponnesiache», la Grecia – e più in generale ilmondo ellenico – era ormai ridotta in uno stato di profonda pro-strazione morale e materiale, sfibrata dai lunghi anni del conflit-to e pronta quindi a cedere – come sarebbe avvenuto per mano diFilippo il Macedone e di suo figlio Alessandro – alle armi di unconquistatore esterno. La cronica disunione interna delle poleisgreche dunque, era infine divenuta per esse causa – almeno sulpiano politico – di un profondo declino, ovvero di quel vastissi-mo processo di trasformazione della civiltà greca che sarebbesfociato nella nascita degli Stati ellenistici.2.2 - La prima parte della guerra: la guerra Archidamica (431 –421) Riassumeremo brevemente, qui avanti, le fasi salienti diquesto lunghissimo conflitto, rinviando il lettore per una sintesipiù accurata a più approfonditi testi di storia greca, o – meglioancora – al resoconto di Tucidide, il quale di tali fatti fu (oltreche un grande espositore e interprete) diretto testimone. 133
    • Divideremo in tre parti gli anni compresi tra le lungheguerre del Peloponneso, e cioè: a) la fase iniziale, detta guerra«archidamica»; b) la breve tregua che fece seguito alla stipuladella pace di Nicia; c) e lultima fase del conflitto, con la spedi-zione ateniese in Sicilia e le ultime battaglie. * Per ciò che concerne linizio della guerra, essa fu scate-nata dalla forte conflittualità, instauratasi oramai da anni, tra A-tene e Corinto (questultima, la maggiore potenza commercialeallinterno della Lega del Peloponneso). Una conflittualità dovu-ta al fatto che Atene, negli ultimi tempi, si fosse estesa commer-cialmente anche verso occidente, soprattutto verso i territori del-la Sicilia, disturbando in tal modo il predominio corinzio inquellarea. Quando poi lisola di Corcira (lattuale Corfù), fino ad al-lora colonia corinzia, aveva deciso di ribellarsi alla capitale(433), aveva richiesto e ottenuto prontamente lappoggio militaredi Atene. Ne era nata una guerra al termine della quale Corciraaveva guadagnato lindipendenza, mentre Atene aveva consoli-dato ulteriormente le sue posizioni occidentali. Dal canto suo anche Corinto disturbava i traffici atenie-si. Antica fondatrice della ricca colonia calcidica di Potidea, giàda tempo divenuta membra della Lega marittima ateniese, Co-rinto continuava però a mantenere con essa frequenti contatti po-litici, istigandola alla ribellione contro la capitale (e sappiamogià che tipo di dominio, estremamente autoritario, Atene eserci-tasse sulle altre città-stato della Lega marittima…) Da che poiPotidea era ricorsa allaperta insurrezione, Corinto si era schiera-ta in suo favore, sostenendone sia le rivendicazioni che lazionemilitare. Le due città greche cercavano insomma, in quanto pro-tagoniste e rivali del commercio nellarea mediterranea, di logo-rare vicendevolmente le proprie posizioni. Ma linizio vero e proprio delle ostilità fu conseguenzadi un decreto di Pericle (432), attraverso cui si proibiva alla cittàdi Megara, alleata di Corinto e i cui interessi commerciali – a134
    • differenza della prima – si estendevano verso est, cioè nel mareEgeo, di intrattenere rapporti commerciali con le città della LegaDelio-attica. Oltre che un duro colpo alleconomia degli Stati pe-loponnesiaci (che erano così privati di buona parte delle risorse,granarie e non solo, provenienti dal Mar Nero e dalle zone a estdella Grecia), un tale decreto costituiva anche unaperta viola-zione dei patti del 446, che stabilivano la piena libertà di scam-bio tra gli Stati delle due Leghe. E fu appunto in seguito a un tale decreto, che Corintoriuscì a costringere – sotto la minaccia, come si è già detto, diabbandonare la Lega peloponnesiaca alleandosi con Argo – lal-leata Sparta, che pure non vedeva intaccati in modo sostanziale ipropri interessi (ed era inoltre alle prese con gravi problemi in-terni: calo della popolazione, insofferenza degli Iloti…), a de-nunciare la violazione della precedente pace dei trentanni, di-chiarando guerra alla rivale. Era il 431, ed aveva così inizio laguerra tra i due blocchi. La prima battaglia avvenne a Platea, dove i Tebani (co-niugando i propri interessi privati allo scoppio del conflitto) siscagliarono contro la vicina città-stato, loro antica rivale. Unconflitto che vedeva presto, peraltro, il trionfo degli invasi (Pla-tesi) sugli invasori. A esso faceva seguito una prima invasione dellAttica daparte dellesercito peloponnesiaco, guidato dal generale spartanoArchidamo. Ritiratesi in gran parte tra le mura di Atene (secondoperaltro una strategia elaborata da Pericle, che voleva evitare loscontro di terra con le truppe avversarie, cosciente della loro su-periorità), le popolazioni attiche aspettarono che il nemico tor-nasse alle proprie sedi, dopo aver devastato gran parte del loroterritorio. Ma lo scoppio della guerra era anche – come si è già det-to – unottima occasione per sistemare gli «affari» pendenti tra lesingole città-stato. Tra questi, per Atene, vi era lantica rivalitàcon gli Egineti, i quali venivano infatti invasi e sterminati (e fu,questo, solo il primo di una lunga serie di episodi di inauditacrudeltà che costellarono questo lungo conflitto), mentre il terri-torio della città veniva trasformato in una cleruchìa attica (430). 135
    • Gli anni seguenti avrebbero visto poi, tra laltro: la diffu-sione della peste ad Atene (conseguenza dellammassamento del-le popolazioni attiche tra le sue mura, in seguito ad una nuovainvasione spartana, nel 430) che avrebbe mietuto moltissime vit-time, tra le quali lo stesso Pericle (429); il conseguente passag-gio di consegne da questultimo a Cleone (un politico di umilis-sime origini, tipico prodotto della demagogia ateniese); e – congrande gioia degli ateniesi, che riacquistavano così il dominio suzone economicamente ricchissime, tanto più utili in tempo diguerra – la capitolazione della colonia ribelle di Potidea (429). Anche lespansione ateniese verso occidente conoscevapoi, in questi anni, dei nuovi sviluppi. Gli Ateniesi difatti inter-venivano in Sicilia (428), con il pretesto di sedare alcune gravicontese insorte sullisola tra Stati dorici e Stati ionici (su cui pe-raltro, essi avevano già esteso la propria influenza; cfr 1.2.2 - Lapolitica estera -). In tal modo, la coalizione ateniese divenivasempre di più la padrona assoluta dei mari, sia a ovest che a est.Ciò che le consentiva di attuare un micidiale blocco dei riforni-menti ai danni delle popolazioni del Peloponneso, mostrando aesse appunto come la loro superiorità su terra fosse ampiamentecompensata da quella ateniese sui mari. Complessivamente, insomma, la guerra volgeva in favo-re di Atene e degli altri Stati della Lega marittima. Tale trendconosceva il momento culminante con la spedizione ateniese nelPeloponneso, al termine della quale gli Ateniesi riuscivano apiegare presso Sfacteria (425) gli eserciti nemici, cui di conse-guenza non rimaneva che invocare – anche se con scarso succes-so, data la tempra del nuovo leader ateniese, Cleone – la pace. La situazione del blocco oligarchico si risollevava peròin modo inaspettato per mano del generale spartano Brasida, ilquale invadendo (424) le colonie attiche della Tracia (da tempo,come già aveva dimostrato la ribellione di Potidea, riottose aldominio ateniese) riusciva ad appropriarsi di regioni essenzialiper la solidità del blocco nemico. Gli anni seguenti, Atene li avrebbe passati in buonaparte a cercare di riappropriarsi di tali zone, e soprattutto dellaricchissima Anfipoli. Solo nel 422, con la definitiva sconfittasubita presso Anfipoli ad opera di Brasida, essa si arrendeva136
    • alla sconfitta, concludendo poco dopo – fatto possibile peraltroanche per la morte di Cleone e dello stesso Brasida, principalifautori della guerra – una nuova pace con Sparta, per iniziativadi Nicia (421). È curioso inoltre come, a partire dalla conquista dellecittà-stato traciche, il blocco oligarchico iniziasse a risollevarsi(attraverso, ad esempio, una cocente sconfitta ateniese in Beo-zia), mentre – contemporaneamente e per cause autonome – lafortuna degli Ateniesi iniziasse a declinare (essendo gli ateniesi,per esempio, costretti ad evacuare la Sicilia, in seguito al placar-si del conflitto interno). Nel complesso, Atene era stata a un passo dalla vittoria:cosa di cui però, una volta di più, non aveva saputo approfittare.Il suo tallone dAchille era stata lincerta solidarietà delle alleate,sempre più vessate tra laltro dallonere dei tributi, in conseguen-za delle enormi spese sostenute dalla capitale per la guerra. Ciògli spartani avevano capito, e approfittandone erano riusciti a ri-sollevare le proprie sorti, trasformando la sconfitta iniziale in un(quasi) pareggio.2.3 - La Grecia nel periodo della pace di Nicia (421 – 414) La pace di Nicia era stata concordata da entrambe le par-ti, sfinite dal decennio di guerra precedente. Ancora una volta, lasperanza di tanti era molto probabilmente quella di riuscire araggiungere uno stabile equilibrio tra i due blocchi. E tuttavia,sia in Atene che nella coalizione oligarchica, aleggiavano nuovidissidi e nuovi conflitti. Nella Lega spartana, ad esempio, sempre più forti e ag-guerrite si facevano Corinto e Argo – due delle massime potenzeeconomiche (nonché, quindi, militari) del mondo greco – le qua-li cercavano, attraverso un nuovo sistema di alleanze (in granparte tra gli stessi Stati della Lega peloponnesiaca), di indebolireil primato di Sparta allinterno della Lega stessa.2222Si noti, difatti, come le due coalizioni si distinguessero essenzialmente, oltre cheper la diversa «colorazione ideologica», anche per il fatto che la supremazia atenie-se allinterno della coalizione marittima – nonostante linsofferenza dalle alleate – 137
    • Ad Atene, invece, si riaccendeva ancora una volta (néforse si era mai spenta) la lotta tra i rivoluzionari eredi di Pericle(guidati ora dal giovane e carismatico Alcibiade), favorevoli auna politica estremamente aggressiva nei confronti di Sparta, egli oligarchici o comunque quei circoli più tradizionalisti che,con Nicia, avevano reso possibile la pace. Il programma di Al-cibiade era quello di circondare Sparta e i suoi alleati, condan-nandoli così ad un isolamento sempre più totale. Ma per farequesto, gli Ateniesi avevano bisogno di un consistente afflussodi nuove risorse, afflusso che, negli anni immediatamente se-guenti, avrebbero cercato – ancora una volta – a occidente, conla (disastrosa) impresa siciliana, patrocinata per lappunto daAlcibiade. Sparta dal canto suo, riusciva con la battaglia di Manti-nea (418) a sgominare il tentativo compiuto da Argo e dalle al-leate, lAcaia e Mantinea (con lappoggio peraltro, dellAtene diAlcibiade), di sottrarle la supremazia nel Peloponneso. La breve tregua dovuta alla pace di Nicia (421-414),insomma, era servita alle potenze della madrepatria, oltre e piùche a riprendere fiato, anche a ristabilire quegli equilibri che laguerra – sempre fonte di sconvolgimenti e rivoluzioni – avevaminato. Quanto alla città di Atene, affascinata – come si è detto– da Alcibiade (figliastro di Pericle, cresciuto negli ambienti so-fistici e influenzato direttamente dalla lezione socratica, nonchédotato inoltre di notevoli qualità oratorie), essa si apprestava –dopo un periodo di accese discussioni – ad affrontare quella gi-gantesca spedizione in Sicilia che lavrebbe portata, in sostanza,non entrasse mai in nessun modo in discussione. Atene era difatti la città netta-mente più potente sia tra esse, che nellintera penisola greca. Viceversa, la supre-mazia spartana sugli altri Stati della Lega peloponnesiaca non era altrettanto certa.Nonostante difatti, allinterno della propria lega, Sparta fosse (anche per tradizio-ne) la maggiore potenza militare, non si può dire certamente che fosse anche lamaggiore potenza commerciale. E poiché potenza economica e potenza militaresono fattori strettamente intrecciati, non stupisce il fatto che essa dovesse più diuna volta ribadire con azioni militari la propria supremazia nei confronti di poten-ze come Corinto e Argo.138
    • alla perdita della guerra, avviandola sulla strada di un declinoinarrestabile.2.4 - Lultima fase del conflitto: il tramonto definitivo dellapotenza ateniese (414 – 404) La terza fase della guerra si può dividere in realtà in duesotto-fasi: quella il cui culmine si ebbe con la disfatta ateniese inSicilia, e quella seguente, segnata dal dilagare delle forze oli-garchiche spartane (alleate peraltro con la grande potenza dellaPersia achemenide).2.4.1 - La spedizione siciliana di Atene (415 – 413) La spedizione siciliana fu il prodotto tanto della ricercada parte di Atene di nuove risorse (derivanti ovviamente dallaguerra e dallo sfruttamento – a vittoria avvenuta – delle regioniassoggettate), quanto di una nuova richiesta daiuto delle cittàioniche siciliane (Segesta e Lentini in testa) per unaggressionedella dorica Siracusa. Il popolo ateniese fu tuttavia ben lontano dallaccettarein massa e senza riserve unimpresa con la quale (a causa sia del-la vastità dei preparativi, che dello Stato delle finanze della città,prosciugate dalla recente guerra) ci si giocava chiaramente il tut-to per tutto. Ostili allimpresa furono come al solito le forze piùconservatrici, più favorevoli invece furono i ceti popolari. In o-gni caso, alla fine di una lunga diatriba, Alcibiade riuscì a con-vincere (415) lAssemblea popolare (Ecclesìa) dellopportunitàdi una spedizione di cui diveniva, assieme a Nicia, lo stratego. È indicativo del clima estremamente teso che si respira-va in quel periodo ad Atene il celebre scandalo delle erme (checonsistette nella mutilazione genitale di alcune immagini sacre,con funzione apotropaica… ovvero, in sostanza, scaramantica).Un episodio che noi oggi giudicheremmo non più che increscio-so, ma che al tempo – date le sue implicazioni religiose – fu con-siderato della massima gravità, gesto di empietà verso gli dei epresagio della futura sconfitta di Atene. Per dare unidea dellef-fetto che tale evento ebbe sugli ateniesi, possiamo dire che a es- 139
    • so seguirono varie condanne a morte, e che lo stesso Alcibiade –come si vedrà tra breve – per sfuggire al giudizio dei magistrati,disertasse la sua amatissima patria, alleandosi con i nemici spar-tani! Né si seppe mai con certezza di chi fosse la colpa di unatale mutilazione. Gli aristocratici in ogni caso ne additarono i re-sponsabili in Alcibiade e nei circoli a lui vicini, ma non è pernulla improbabile che fossero stati proprio loro – gli accusatori –a organizzarlo, per poi farne ricadere la responsabilità sugli av-versari e far fallire la missione siciliana. Quanto alla spedizione in Sicilia, essa fu organizzatatroppo velocemente per essere davvero efficace. Giocò inoltre unruolo essenziale nellesito finale della missione, il fatto che Alci-biade, che ne era lanima e la mente, disertasse limpresa per ri-fugiarsi presso gli Spartani, quando i magistrati ateniesi lo ri-chiamarono in patria per sottoporlo a giudizio in merito alloscandalo delle erme. Le città doriche, daltra parte, chiamarono in propriosoccorso – anche per il protrarsi della guerra, che avrebbe dovu-to essere invece nei progetti degli Ateniesi unimpresa lampo –le città-stato della madrepatria cui erano più legate, vale a direCorinto e Sparta, trasformando così tale conflitto in un evento«globale». Lindecisione tattica di Nicia infine, fece il resto, de-terminando la sconfitta degli Ateniesi, che vennero annientatidalle forze congiunte siciliane e peloponnesiache presso il fiumeAssinaro, poco distante da Siracusa, nel 413. Avendo inoltre Atene speso tutte o quasi le proprie ri-serve per finanziare limpresa, una tale disfatta segnò anche lini-zio del suo declino, nonché della ripresa definitiva della coali-zione guidata dagli Spartani.2.4.2 - La fine del conflitto e lalleanza di Sparta con i Persiani La seconda parte della guerra vide, infine, lalleanza diSparta con la Persia di Dario II, e il loro trionfo congiunto su A-tene. Giunte al punto nel quale si trovavano infatti, né Atene néSparta potevano più affidarsi soltanto ai propri mezzi. Era quin-di chiaro ad entrambe, come lago della bilancia del conflitto sa-rebbe divenuto lappoggio finanziario del vicino impero asiatico.140
    • Fu Sparta la prima ad avvicinarsi a questultimo, nono-stante i tardivi tentativi di Alcibiade (che gradualmente, dopo lafuga, si era riavvicinato ad Atene) per capovolgere la situazionegià in atto, favorendo unalleanza della Lega marittima con laPersia contro la Lega spartana. Occasione dellavvicinamento con Sparta, fu il fatto cheAtene nel 414 – un anno prima del disastro in Sicilia – avesseappoggiato e favorito linsurrezione di un certo Amorge contro ildominio persiano, infrangendo in tal modo la pace di Callia, sti-pulata ancora nel 449 e rinnovata negli anni successivi. Non erastato perciò difficile a Sparta (già alleatasi clandestinamente conla Persia, nel periodo immediatamente precedente alle guerre delPeloponneso, e inoltre ideologicamente certo più vicina a essadella democratica Atene) stipulare un accordo, in base a cui gliSpartani si impegnavano a favorire la riappropriazione da partedella satrapia lidica delle zone costiere dellAsia Minore (cui sa-rebbe stato nuovamente imposto lobbligo del tributo al GranRe), in compenso di consistenti aiuti finanziari per portare avan-ti la guerra. A partire da tali presupposti, nonché dal fatto che Spar-ta trovasse in Siracusa (la città ellenica più potente a occidente)una valida alleata marittima, il blocco oligarchico poteva con-siderarsi sulla buona strada per chiudere a proprio favore ilconflitto. Armatosi infatti di una sua flotta marittima, e adottandoinoltre una strategia che era già stata degli Ateniesi nel periododella guerra archidamica (cioè nella prima fase del conflitto), gliSpartani riuscivano a chiudere Atene in un isolamento che pre-sto o tardi le sarebbe stato certamente fatale. Gli Ateniesi del resto, si trovavano cinti dassedio anchein patria, dal momento che, ancora nel 413, i loro nemici si era-no insediati nel borgo di Decelea (situato a soli 20 Km da Ate-ne), nel quale avevano trovato una base sicura per le proprie in-cursioni sul territorio dellAttica. Se a questo si aggiunge che,per varie città della Lega marittima (tra le quali lisola di Chio),lalleanza tra la Persia e gli Spartani era stata unoccasione validaper emanciparsi finalmente della tirannia di Atene, si immagine- 141
    • rà bene fino a che punto fosse ormai giunto lisolamento di que-stultima. Nonostante essa riuscisse ad ottenere alcune vittorie mi-litari sul nemico – la più importante delle quali fu quella ottenu-ta, per merito di Alcibiade, presso Cizico (410) – la vittoria eraper gli Spartani (guidati ora da un nuovo generale, Lisandro,fautore dellalleanza con i Persiani) soltanto questione di tempo.Nel 405 infatti, con la sconfitta navale ateniese presso Egospo-tami, nella zona degli Stretti, essi suggellavano in modo indiscu-tibile il proprio successo, costringendo i propri avversari a capi-tolare e a cedere a umilianti condizioni di pace.2.5 - Condizioni della pace e bilancio finale del conflitto Ma, per quanto umilianti, tali condizioni erano certa-mente meglio della distruzione totale della città, e della depor-tazione e uccisione dei suoi abitanti, secondo quelle che eranole intenzioni delle più tradizionali nemiche di Atene: Tebe eCorinto. Il timore di Sparta, era infatti che il vuoto di potere cheuna tale misura avrebbe comportato si sarebbe tradotto successi-vamente in unulteriore potenziamento delle città vicine, a tuttosfavore ovviamente del proprio predominio in Grecia. Per talemotivo – oltre che per rispetto verso quella che comunque erastata, per svariati decenni, la «seconda colonna» del mondo elle-nico –, Atene venne risparmiata dalla distruzione. Le veniva imposto però di: rinunciare a tutti i propripossedimenti extra-urbani (quelli compresi cioè al di fuori del-lAttica), non escluse le cleruchìe; di smantellare la sua flottamarittima, con la sola eccezione di dodici navi; di demolire lefortificazioni che cingevano la città e il porto del Pireo; e infine,di entrare a fare parte della coalizione degli Stati spartani. Limpero marittimo ateniese veniva così (anche uffi-cialmente) abolito, e Atene, pur restando ancora una grande po-tenza commerciale e il più prestigioso centro culturale del mon-do ellenico, veniva privata di colpo di qualsiasi strumento di of-fesa nonché, quindi, della sua tradizionale centralità politica.142
    • Nel 404 a.C., per merito delle trattative intavolate dalpolitico ateniese Teramene al fine di salvare la città, il generalespartano Lisandro faceva pacificamente ingresso nel porto delPireo, mentre già si cominciavano a distruggere le mura difensi-ve dalla città. Ma la vera vincitrice del conflitto non era stata in realtàSparta, e nemmeno gli Stati della sua coalizione (ora enorme-mente allargatasi), bensì la Persia. Pur senza un effettivo inter-vento militare infatti, essa era riuscita a ottenere ciò che non a-veva ottenuto con lestenuante guerra diretta che aveva condottomolti anni prima (481-478). Ciò perché la Grecia, oramai divisaal suo interno come mai era stata prima (Sparta difatti non avevané la forza materiale, né labilità politica per costituire veramenteun centro direttivo per il mondo greco), diveniva una facile pre-da per i suoi maneggi e i suoi ricatti. Né sarebbe trascorso molto tempo, prima che essa si de-cidesse a riscuotere il debito che aveva aperto con Sparta – e conla Grecia intera – sovvenzionandone la guerra. Ancora una voltadunque, lombra minacciosa della grande potenza orientale cala-va sui piccoli Stati indipendenti dellOccidente. 143
    • La Grecia sbandata e le conquiste dei Macedoni Risultato principale delle guerre peloponnesiache fu –come si è appena mostrato – il predominio pressoché assolutodella coalizione oligarchica, capeggiata da Sparta, sul resto degliStati greci. Ma conseguenza di ciò fu anche il fatto che Sparta,pur da sempre abituata al ruolo di leader militare di una vastacompagine di Stati, si trovasse ora a dover esercitare il comandosulla totalità delle piccole e litigiose nazioni del mondo ellenicocentro-orientale23: una situazione che, non essendovi essa affattopreparata, non poté non comportare un notevole sbandamentoallinterno della compagine degli Stati greci, alterando definiti-vamente i precari equilibri faticosamente creatisi nel periodo an-tecedente alle guerre del Peloponneso. Una tale situazione poi, aprì presto la strada, oltre che anuovi e sanguinosi conflitti intestini (che, chiaramente, finironoper peggiorare ulteriormente le cose), anche allespansionismopolitico e militare della vicina potenza persiana. Negli anni che precedettero la discesa di Filippo e di suofiglio Alessandro nei territori greci, la Persia poté così realizzare– senza peraltro eccessivi spargimenti né di sangue né di risorsemateriali – quello stesso progetto che non era riuscita a concre-tizzare con la lunga ed estenuante guerra dei decenni precedenti:il sogno cioè di sottomettere (seppure in modo non esplicito) lacompagine degli Stati greci, da sempre fieri oppositori di frontea qualsiasi dominazione straniera. Ma anche tale dominazione, per vari motivi in realtàpiuttosto debole, era presto destinata a interrompersi. E, assiemea essa, era destinato a collassare lo stesso Impero persiano. Il tut-23 Intendiamo, con tale espressione, riferirci al complesso degli Stati greci dellamadrepatria, con lesclusione di quelli occidentali (dalla Sicilia in avanti) e di quellimedio-orientali (la cui esistenza era, almeno in gran parte, autonoma rispetto aiprimi, anche in quanto gravitanti nellorbita economica e politica della Persia).144
    • to avvenne per mano di forze nuove ed emergenti, rappresentateda uno Stato di formazione relativamente recente: la Macedonia.Tale e tanta fu la grandezza delle azioni militari e politiche diFilippo II e – ancor più – di suo figlio Alessandro, che esse ri-masero – nel corso non solo di tutta la cosiddetta storia antica,ma anche spesso al di là di essa – un modello a cui quasi tutti ipiù ambiziosi condottieri si ispirarono.1 - Atene tra oligarchia e democrazia Prima di addentrarci nello studio della storia greca al-lindomani delle guerre peloponnesiache, vogliamo tuttavia fareun passo indietro, e tornare alle vicende che caratterizzarono A-tene negli anni immediatamente seguenti al fallimento dellim-presa siciliana, un periodo a partire dal quale ripresero vigorequelle antiche tendenze politiche tradizionalistiche e oligarchi-che che, per alcuni decenni, minarono le fondamenta stesse dellacostituzione e delle tradizioni democratiche affermatesi nei seco-li precedenti. I tentativi di restaurazione oligarchica furono due, en-trambi di breve durata e cronologicamente piuttosto vicini lunoallaltro. E nonostante in entrambe le occasioni la democraziaateniese – così come, poco più tardi, la sua potenza militare ecommerciale – riuscisse a riaffermarsi, la situazione non sarebbecomunque mai più tornata (quantomeno nella sostanza, se nonnella forma…) quella dei periodi precedenti alla sconfitta del404. Troppo diverse infatti, come si vedrà, erano oramai sia lecondizioni interne che quelle esterne alla città-stato attica.1.1 - Il primo ritorno alloligarchia negli anni finali della guerra(411 – 404) Come si ricorderà, Alcibiade si era dissociato da Atenenel corso della spedizione siciliana, per evitare di sottoporsi algiudizio dei magistrati, che lo avevano richiamato in patria – in-terrompendo così lo svolgimento della sua missione militare –per giudicarlo in merito allo scandalo delle erme. Egli avevamolto probabilmente buone ragioni per temere non solo per il 145
    • futuro della propria ascesa politica, ma anche – data la gravitàdellaccaduto – per la sua stessa vita. Rifugiatosi a Sparta, egliaveva aiutato la città rivale a portare avanti la guerra contro Ate-ne, favorendone inoltre il riavvicinamento alla potenza persiana– ormai chiaramente divenuta lago della bilancia del conflittointra-greco. Abbiamo già accennato a come Alcibiade, dopo essersiguastato anche con le autorità spartane, avesse tentato – peraltrocon successo – un riavvicinamento alla potenza ateniese. Avve-nuto questultimo inoltre, egli aveva cercato di favorire lavvici-namento di Atene alla Persia, seppure stavolta con minore profit-to (ciò che portò, in ultima analisi, alla vittoria della fazionespartana e oligarchica su quella democratica e ateniese). Immediatamente dopo la disfatta siciliana, ovvero conlinizio del declino della potenza ateniese, aveva inoltre avutoinizio, nella Lega marittima, una lunga serie di defezioni da partedi Stati che – oltre a non credere più nella vittoria della coalizio-ne democratica – approfittavano della debolezza dello Stato gui-da, per sottrarsi allonere di tributi che (come si ricorderà) stava-no diventando sempre più gravosi. Fu ovviamente in questo clima di sbandamento generale,che le fazioni oligarchiche ateniesi trovarono la forza necessariaa sovvertire lantica costituzione democratica, ritornando così auna costituzione ampiamente ispirata a quella del periodo dra-coniano (periodo nel quale, come si ricorderà, ebbero inizio leprimissime riforme a favore dei ceti popolari). Nellorganizzazione costituzionale che fece seguito alcolpo di mano guidato da Pisandro nel 411, la Bulé dei 500 (ilpilastro stesso della democrazia ateniese) veniva abolita e so-stituita da un Comitato di 400 individui dotati di pieni poteri,mentre il numero dei cittadini idonei a coprire incarichi gover-nativi era ridotto a soli 5000, scelti ovviamente tra le fasce direddito più alte. Si parla, a proposito di questo periodo, di unadittatura dei 400. E fu nello scontro tra la fazione più intransigente e quel-la più moderata allinterno della nuova élite di potere che si gio-cò il destino della rediviva oligarchia ateniese. Mentre difatti laprima fazione cercava dimporre alla cittadinanza un programma146
    • di riavvicinamento politico alla potenza spartana (programmache, comportando la negazione di principi etici e politici ormaiaffermatisi da decenni, venne praticamente rifiutato a furor dipopolo), la seconda fazione – destinata a prevalere – se da unaparte era più cauta sul riavvicinamento a Sparta, dallaltra soste-neva unidea di democrazia decisamente più moderata rispetto aquella in vigore nei periodi precedenti, secondo il programma (distampo fondamentalmente soloniano) di uno Stato retto su basicensuarie, piuttosto che nobiliari. Questa seconda fazione, insomma, proponeva il ritornoad una costituzione di tipo timocratico, ciò che comportava adesempio la fine della retribuzione delle cariche pubbliche – mi-sura, come si ricorderà, instaurata da Pericle – e che inoltre ve-niva incontro tanto alle rinascenti tendenze oligarchiche (prodot-to chiaramente dello sbandamento del sistema politico ateniesedopo il fallimento in Sicilia) quanto a quelle (ancora estrema-mente vive) di impronta democratica. E fu appunto questa linea,moderata e timocratica, quella che si affermò fino alla successi-va involuzione politica, determinata dalla vittoria spartana. Sappiamo come andassero poi le cose: dopo un breveperiodo di ripresa della potenza ateniese – reso possibile tra lal-tro anche dallabilità di Alcibiade, riuscito ad ottenere una riabi-litazione da parte dei suoi concittadini – si realizzava la definiti-va vittoria del blocco spartano su quello ateniese, una vittoriache tuttavia la diplomazia di Teramene (principale leader politi-co dellAtene di quegli anni ed esponente della corrente modera-ta, al quale si è accennato sopra) contribuiva a rendere meno a-spra e umiliante.1.2 - Il secondo intermezzo oligarchico negli anni immediatamenteseguenti alla pace (404 – 401) La seconda instaurazione di un governo di tipo oligar-chico, si ebbe subito dopo il termine della guerra, e fu in so-stanza un fatto imposto dalla potenza spartana, rappresentatada Lisandro, a quella ateniese, guidata da Teramene. (Ma A-tene – come vedremo – non fu certo uneccezione: un po intutta la Grecia infatti, si diffusero in quegli anni, ovviamente 147
    • con lappoggio militare degli Spartani, dei governi di stampooligarchico.) A capo del nuovo governo ateniese si pose allora Crizia,in gioventù discepolo di Socrate (un personaggio, questultimo,del quale parleremo tra poco) divenuto successivamente sosteni-tore della linea politica di Pericle. Cardini dellazione di Criziafurono: lepurazione sistematica della precedente classe politica(unazione di cui cadde vittima lo stesso Teramene, condannato amorte con accuse pretestuose); lalleanza servile con Sparta (perla quale il governo di Crizia era essenzialmente uno strumento didominio e di controllo sulla zona dellAttica… essendo al tempostesso Sparta il vero sostegno del governo di Crizia); una costi-tuzione ancora più dittatoriale rispetto a quella del precedenteesperimento oligarchico (basata questa volta sul dominio di 30tiranni, con funzione nominalmente solo costituente e provviso-ria, e sullabolizione sia dei diritti politici popolari che delle piùantiche istituzioni democratiche). Ma anche questo tentativo di restaurazione oligarchicaera destinato ad avere vita molto breve. Già nel 403, infatti,due fuoriusciti – Trasibulo e Anito – guidavano una rivoluzionedemocratica che, fattasi presto strada tra la gente e ottenutoperciò un cospicuo sostegno popolare, riusciva a destituire ilgoverno dei Trenta, costringendoli a riparare presso il borgo diEleusi, dove veniva costituito uno Stato indipendente rispettoad Atene, mentre presso la capitale rimaneva un altro governo– composto da Dieci magistrati e detto quindi «dei Dieci» –,incaricato dai Trenta di intavolare una mediazione e di trovareun accordo con i rivoluzionari democratici, preparando così lapropria riabilitazione. Per dirimere la controversia tra le due fazioni si chieseaiuto a Sparta, che inviò, in qualità di mediatore, il re Pausania.Alla fine, lantico sistema democratico (con le sue antiche prero-gative, tra cui la retribuzione delle cariche pubbliche) veniva co-sì ricostituito, mentre si concordava unamnistia generale tra oli-garchici e democratici che permetteva il ritorno dei fuoriuscitidel 404, dalla quale veniva tuttavia escluso il gruppo dei Trentatiranni i quali – una volta espugnata Eleusi, nel 401 – venivanoprocessati e giustiziati.148
    • Ma il ritorno della democrazia non era solo una vittoriadelle antiche tradizioni politiche ateniesi, bensì anche – cosaquesta da non dimenticare – una cocente sconfitta inflitta allau-torità spartana, che dimostrava (ciò che sarebbe accaduto poimolte altre volte) la propria sostanziale incapacità a esercitare,in qualità di nuova potenza egemone, un saldo controllo sullasituazione. Negli anni successivi inoltre, in conseguenza dellallean-za strategica con la Persia (alleanza una volta di più patrocinatada Alcibiade), Atene sarebbe riuscita a riconquistare una partealmeno del suo antico splendore, sia economico che politico. Inogni caso (come si è già detto) essa non sarebbe mai più tornataquella che era stata prima della sconfitta del 404 e dello sciogli-mento del suo impero marittimo. Insomma, Atene era oramai inpiena decadenza – così come, più in generale, lo erano le libereistituzioni delle poleis greche. Figura emblematica di un tale declino fu Socrate, filoso-fo e uomo di cultura che pagò con la vita la sua opposizione alle«nuove» istituzioni democratiche e la sua fede in uno Stato chefosse governato dai veri migliori.1.3 - Socrate Quella di Socrate, al pari peraltro di quella dei sofisti (u-na corrente di pensiero che insegnava larte retorica, ovvero lin-sieme delle tecniche alla base dell«arte di ottenere ragione» nel-le dispute: un tipo di professionalità, come si può immaginare,estremamente richiesta in una società quale quella ateniese delIV secolo…), fu un missione di natura essenzialmente educativa. A differenza dei sofisti tuttavia, Socrate non propugnavauna visione della verità di carattere relativistico, secondo la qua-le cioè essa sarebbe qualcosa di soggettivo e mutevole, andandoal contrario alla ricerca di verità assolute, da porre a fondamentoetico dellesistenza sia della singola persona che della vita asso-ciata. E fu proprio al fatto che, per lui, solo una ristretta mino-ranza di persone fosse predisposta a un tale tipo di ricerca, che sidovette lindirizzo – come tutti sanno, non certo popolare e de-mocratico – del suo pensiero. 149
    • La tecnica di ricerca usata da Socrate era la maieutica, econsisteva nel sottoporre linterlocutore a una sorta di estenuanteinterrogatorio, volto a sondare la profondità e la solidità dellesue nozioni, in base allidea che una conoscenza vera dovesseper forza di cose essere anche logicamente inattaccabile, quindiinespugnabile attraverso qualsiasi critica razionale. Daltra parte, per Socrate e secondo il tradizionale mot-to greco «conosci te stesso», una conoscenza vera non potevache essere il prodotto di una ricerca innanzitutto interiore, ilprodotto insomma di quellatteggiamento che da sempre costi-tuiva il valore supremo della civiltà greca: quello della libertà edellindipendenza personali (non solo da ogni dominazione fi-sica, ma anche da qualsiasi vincolo che si volesse imporre allibero pensiero.) Scrive in proposito lo storico Giulio Giannelli, nel suo«Trattato di storia greca» (Tumminelli, pag. 336), che Socrate«insegnava che di fronte e al di sopra dei valori della polis, ver-so le sue tradizioni e la sua moralità statica e inerme, stanno perciascuno i doveri verso se stesso, verso la propria anima e laproprio libera personalità umana». Un messaggio questo, chepoteva risultare davvero scomodo in un clima di restaurazionedemocratica quale quello seguito alla cacciata dei Trenta tiranni,soprattutto per le implicazioni anarchiche e individualistiche cheportava con sé (…non è forse infatti da sempre, lindividualismo,avvertito dallestablishment politico come una pericolosa inco-gnita per il proprio potere?!) A tale diffidenza si dovette, quasicertamente, il processo che venne istituito contro Socrate, e inseguito al quale egli fu mandato a morte (399). È tuttavia essenziale notare che, in realtà, pur non essen-do un sostenitore delle libere istituzioni democratiche (e ciò an-che a causa, molto probabilmente, delle ben note «scivolate» daesse conosciute nel recente passato…), Socrate era certamentemolto più devoto alla patria di quanto non lo fossero molti deisuoi accusatori – cosa che dimostrò in primo luogo con la pro-pria condotta, esemplare e finanche eroica in molte occasioni, trale quali la morte. Quindi laccusa di corrompere la gioventù edu-candola al disfattismo e inducendola a rinnegare le antiche cre-denze religiose della città (si ricordi, a tale proposito, che in150
    • Grecia religione e politica erano realtà strettamente connesse…)fu del tutto ingiustificata. In realtà, fu proprio il libero pensiero ciò che, in Socrate,allarmò i benpensanti, preoccupati – dopo la recente restaurazio-ne democratica – di istituire una sorta di acritico culto della de-mocrazia, di fronte al quale egli ovviamente, si poneva in modoproblematico e ironico (un atteggiamento anche più fastidioso,forse, di unaperta ostilità). La condanna e la morte di Socrate dunque, ci dimostranobene quanto fosse fragile – anche moralmente – la rinata demo-crazia ateniese. Né daltra parte avrebbe potuto essere altrimenti:nonostante infatti (come vedremo) limminente rinascita politicaed economica – meno militare – ateniese, la città non poteva nonrisentire del recente scioglimento della Lega marittima che leaveva precedentemente fornito enormi ricchezze, e delle immanidevastazioni della guerra appena terminata, ciò che generavauno sconforto generalizzato. Era insomma fin troppo chiaro agliateniesi che, nonostante tutto, la loro patria non sarebbe mai piùtornata a essere quella che era stata in passato. Socrate fu quindi in sostanza (ciò che spesso accade agliintellettuali) la «cattiva coscienza» del suo tempo e della sua na-zione, un fatto di cui pagò le conseguenze con la morte.2 - Il periodo dellegemonia spartana (404 – 371) Gli anni del predominio spartano (circa una trentina) fu-rono anni caratterizzati da una grande incertezza politica: Spartadifatti, non aveva – come si è già detto – né i mezzi materiali néquelli morali e politici, per tenere insieme una compagine di Sta-ti quale quelli della Grecia continentale. In tale periodo perciò, si assisté a una recrudescenza de-gli antichi conflitti intestini (spesso patrocinati, come si vedrà,dalla vicina potenza persiana), un fenomeno che avrebbe peral-tro preparato il terreno ad una nuova egemonia – quella tebana ebeotica – ancora più debole della prima: ciò che avrebbe infinedecretato, sotto lazione di un potente sovrano macedone (Filip-po II), la definitiva perdita dindipendenza delle poleis greche. 151
    • 2.1 - Il debole dominio spartano e il rapporto con la Persia Qui avanti analizzeremo, da una parte, le «tecniche» didominio utilizzate da Sparta (e, con ciò, anche le loro molte de-bolezze…) negli anni del proprio predominio, e dallaltra il tor-mentato rapporto che tale città – e, indirettamente, tutta la Grecia– intrattenne con la Persia: uno Stato col quale essa si era, percosì dire, indebitata negli ultimi anni del conflitto contro la Legaateniese. Solo la comprensione di questi elementi difatti, rendepossibile intendere la situazione che fece seguito al conflitto pe-loponnesiaco, e i suoi successivi sviluppi.2.1.1 - Le basi dellegemonia spartana Il principale strumento di dominio di Sparta nei confron-ti degli altri Stati greci negli anni della propria egemonia fu –secondo una modalità del resto, da essa già usata ai tempi dellaPentecontaetia, il cinquantennio di relativa pace interna che a-veva preceduto il conflitto peloponnesiaco – lalleanza e lap-poggio strategico dato ai poteri oligarchici locali. In tale periodoinfatti, Sparta impose praticamente ovunque la soluzione oligar-chica come metodo di governo. E difese tale soluzione instau-rando dei presidi militari composti da spartani e da soldati di al-tre città del Peloponneso (sue più antiche e fedeli alleate), al cuicapo si poneva un ufficiale chiamato armosto, cui era appuntoassegnato il compito di vigilare sul loro ordine interno. Ma una tale soluzione era già per se stessa un chiarosegno della debolezza della supremazia degli Spartani sul restodella Grecia. Era questo difatti, lunico possibile escamotage didominio, per una città già costretta ad una strenua difesa deipropri territori, e nella quale inoltre sempre minore divenivacollandar del tempo il numero dei liberi cittadini (gli spartia-152
    • ti), decimati non solo dalle guerre, ma anche molto spesso dallapovertà.24 La grave carenza quindi di individui abili ad esercitareconcretamente unazione di dominio, ma anche il rancore susci-tato dallinstaurazione forzata di dominazioni già rifiutate (intempi di libertà) dalle libere cittadinanze e dallepurazione dipersonalità politiche scomode in quanto ostili a un assetto di po-tere oligarchico (due fattori, questi ultimi, già analizzati a propo-sito di Atene nel precedente paragrafo): erano questi, in sostan-za, i motivi più profondi della debolezza della supremazia spar-tana sul resto della Grecia. Alla carenza di mezzi materiali, si aggiungeva poi quelladi mezzi per così dire spirituali. Troppo spesso infatti Sparta sidimostrava incapace di suscitare un vero consenso politico nellepopolazioni assoggettate, e in particolare in quelle – la maggiorparte – di recente sottomissione, con cui essa non aveva prati-camente mai intrattenuto rapporti diretti. A ciò si aggiunga infine, il fatto che una delle ragioniper cui molte città-stato avevano defezionato dalla Lega marit-tima ateniese era stata la speranza (in gran parte alimentata pro-prio da Sparta, sulla base di quel principio della difesa dellauto-nomia locale che aveva costituito la base ideologica della guerracontro limperialismo di Atene) di un trattamento fiscale più fa-24 Oltre a quello delle guerre, infatti, vi era il problema della proprietà. Ciò perchécol tempo anche tra gli spartiati, membri di una casta di privilegiati, lappartenenzaalla quale aveva un fondamento etnico, si era insinuata la proprietà privata delleterre. Per rimanere cittadini a pieno titolo e non essere abbassati al rango di Perie-ci, inoltre, la legge stabiliva che essi dovessero riuscire a conservare una certa quan-tità di proprietà fondiaria.Ma la privatizzazione delle terre aveva determinato col tempo a Sparta un feno-meno analogo a quello che funestava gli altri Stati ellenici: la nascita cioè di unristretto gruppo di grandi proprietari i quali, attraverso le proprie influenze eco-nomiche e politiche, elidevano le proprietà dei più poveri. Proprio per tale ragionesempre più cittadini, costretti a vendere almeno una parte delle proprie terre, fini-vano in miseria o scendevano comunque oltre la soglia necessaria per mantenerela qualifica di spartiati. Anche a tale fenomeno si dovette un consistente assottiglia-mento numerico delle classi egemoni spartane nonché, di conseguenza, una sempremaggiore difficoltà a mantenere il predominio sui territori sottomessi. 153
    • vorevole da parte della nuova dominatrice: speranza che invece ifatti avevano essenzialmente tradito. Da tutto ciò si può, facilmente intuire lalto grado di in-sofferenza delle varie poleis greche nei confronti del nuovo do-minio spartano.2.1.2 - I difficili rapporti di Sparta (e della Grecia) con la Persia Un altro essenziale punto di insicurezza poi, era costitui-to dai difficili rapporti di Sparta con la vicina potenza persiana. Sparta difatti – come si ricorderà – aveva stretto conquesta unintesa volta a ottenere un aiuto militare e finanziariocontro la propria rivale. Tuttavia, già alcuni anni dopo il conflit-to, i patti stipulati non avevano ancora trovato una piena attua-zione: soprattutto, le città greche della costa ionica non eranoancora (quantomeno del tutto) ritornate sotto il giogo persiano.Era quindi del tutto naturale che, tra le due potenze, i rapportifossero ora estremamente tesi: una situazione questa, dalla qualeovviamente non avrebbe potuto nascere nulla di buono. Fu in una tale situazione che presero vita gli eventiche andiamo ora a descrivere e che si conclusero con la co-siddetta «Pace del Re» del 386: in sostanza un atto di sotto-missione da parte della compagine greca allautorità del vicinoimpero asiatico.2.2 - Principali vicende del periodo dellegemonia spartana (404 –371) La situazione di tensione tra i due blocchi, cui si è appe-na accennato, era difatti destinata a trasformarsi in guerra apertaa causa dellingerenza spartana in una delle molte lotte dinasti-che interne allo stesso Stato persiano: una lotta nella quale la po-tenza greca si era imprudentemente lasciata coinvolgere, nellasperanza di trarne dei vantaggi in un prossimo futuro. Il vicino colosso asiatico era infatti logorato, peraltro giàda alcuni decenni, da un latente stato di conflittualità interna perla conquista delle più alte cariche dello Stato, in una contesa dal-154
    • la quale – come si vedrà – non era esclusa neanche la carica piùalta in assoluto: quella regale.2.2.1 - La spedizione di Ciro contro Artaserse II e lingerenza diSparta negli affari persiani Anche se alla morte di Dario II (il sovrano col quale glispartani, guidati da Lisandro, avevano stretto unalleanza che neaveva decretato la vittoria finale) la corona era passata nelle ma-ni di uno dei suoi figli, Artaserse II, il fratello di questi, Ciro,che rivendicava per sé tale titolo, aveva preparato una spedizionemilitare contro il rivale, presunto usurpatore. Secondo una tradizione militare tipicamente asiatica, Ci-ro aveva formato un esercito misto di soldati asiatici e di merce-nari greci (e ciò non solo perché il suo dominio si estendeva nel-la zona più occidentale dalla Persia, ma anche per la fama diquesti ultimi – peraltro giustificata – di essere dei soldati estre-mamente valorosi) ed aveva inoltre chiesto e ottenuto la collabo-razione e lappoggio della potenza spartana per la propria impre-sa militare. Questultima poi aveva – come si è già detto – rispo-sto positivamente a una tale richiesta, nella speranza di poter go-dere a vittoria ottenuta di particolari favori da parte del nuovosovrano persiano. La spedizione non si era tuttavia conclusa con un suc-cesso né per i Greci né per Ciro, essendo questultimo caduto sulcampo di battaglia di Cunassa, vicino a Babilonia, nel 401. A ciòera seguita una ritirata precipitosa e tragica degli eserciti greci.Essi inoltre, non riuscendo mai più a ritornare in patria, si sareb-bero stabiliti in Tracia, dove avrebbero trovato asilo come mer-cenari presso un altro sovrano spodestato, un tale Seute.25 Furono eventi ai quali tutta la Grecia guardò con sgo-mento, e ciò sia perché vi perdeva in un solo colpo circa 13.00025 Gli eventi di questa lunga impresa militare sono stati narrati da Senofonte in uncelebre libro, l«Anabasi», che racconta sia le fasi precedenti alla battaglia di Cu-nassa (nella quale perse la vita Ciro, il pretendente al trono al cui seguito viaggia-vano i mercenari greci), sia quelle successive, segnate dal tentativo di rimpatrio deimercenari sopravvissuti. 155
    • dei suoi soldati, sia perché ad essi non avrebbe potuto che segui-re una definitiva rottura tra Sparta – e quindi la Grecia tutta – elautorità persiana (rappresentata per i greci sia dal Re Artaserseche dallallora satrapo di Lidia, Tissaferne). Nonostante poi Sparta cercasse immediatamente diprendere le distanze da tale impresa, la pericolosità degli Statigreci, potenzialmente capaci di iniziative lesive nei confrontidella Persia, era ormai divenuta a questultima fin troppo chia-ra. Traendone quindi le logiche e inevitabili conseguenze, ilGran Re cercò negli anni successivi di indebolire la già vacil-lante compagine degli Stati greci, nella speranza – secondo leproprie convenienze – di renderla meno temibile per i propridomini. E – come vedremo – il mezzo che egli adoperò a talescopo fu, dopo un breve periodo di scontro diretto sui mari,quello di favorire il propagarsi tra le vicine poleis greche di undiffuso stato di guerra.2.2.2 - Le guerre intestine greche e la «Pace del Re» (386) Una delle zone dellarea greca di maggiore interesse perla Persia, era costituita da sempre dalla costa ionica, una zonaposta allincrocio di vastissimi scambi commerciali in quantopunto di snodo dei traffici tra lest e lovest del mondo conosciu-to; assieme a essa poi, la Persia aspirava ovviamente anche alcontrollo delle isole del Mar Egeo e delle loro rotte commerciali.Per tale ragione, il primo attacco alla potenza spartana avvenneproprio nelle acque di quel mare, e fu portato avanti dai persianicon lalleanza di alcuni Stati greci, tra i quali Atene (che fornì al-la Persia il suo miglior generale, Conone) e Cipro (isola alloragovernata da Evagora, un sovrano che peraltro rivendicava unaparziale autonomia dalla dominazione asiatica). A una tale fase, la prima, in cui il predominio spartanosulla Persia fu tutto sommato – per merito soprattutto del valoredi Agesilao, sovrano e condottiero spartano – mantenuto, ne se-guì unaltra in cui il conflitto si spostò verso linterno della Gre-cia. La Persia difatti, vedendo la difficoltà di ottenere ragione delnemico sui mari, cercava di coinvolgere nel conflitto anche lealtre città elleniche, e ciò sia facendovi affluire ingenti quantità156
    • doro, sia con la promessa di aiutarle in un processo di rinascitache andasse a scapito del giogo spartano (era difatti interessedella potenza asiatica – come già si è detto – indebolire la com-pattezza del fronte greco). Atene, ad esempio, iniziava in questi anni, con gli aiutieconomici e con la protezione della Persia, la ricostruzione delleproprie antiche mura (mirabile strumento di difesa), e cercavacontemporaneamente – per iniziativa di Trasibulo – di rimettereinsieme parte almeno del proprio impero marittimo. Nel 395 a.C., dunque, alcuni potenti Stati della Greciacentrale (nella fattispecie le città di Corinto, Atene, Argo e al-tre…) erano già scesi in guerra contro i propri dominatori, e po-co dopo (394) la flotta navale spartana subiva una disastrosasconfitta presso lisola di Cnido. Anche molte oligarchie filo-spartane venivano poi spazzate via dalla forza della ribellione, adispetto degli armosti e dei presidi che Sparta aveva posti a lorotutela. Tali Stati potevano così spesso, instaurare nuovamentedei governi democratici. La ripresa e la rinascita degli Stati greci favorita dallaPersia, rischiava tuttavia in ultima analisi di tornare a sfavoreproprio di questultima, data la tendenza in atto al ricostituirsi diquelle antiche leghe o federazioni di Stati che, smantellate dopoil 404, costituivano la forza stessa della Grecia sia nei propri ter-ritori che al di fuori di essi. E la Persia, che pur voleva effetti-vamente un indebolimento della potenza spartana, non desidera-va certo una ripresa, ad esempio, dellantica potenza marittimaateniese (la quale oltretutto entrava in forte contrasto con le suemire sullEgeo). Preso atto di una tale tendenza dunque, lo Stato asiaticoiniziava, allincirca nel 388 a.C., un riavvicinamento alla suaprecedente alleata, Sparta, che terminava pochi anni dopo con lastipula di una pace generale tra gli Stati greci, patrocinata ap-punto dal sovrano persiano. Una tale pace (386) – detta «Pace diAntalcida» dal nome del cittadino spartano incaricato di intavo-lare le trattative con Artserse II e la sua corte, o, più efficace-mente, «Pace del Re» visto che le condizioni di essa furono pra-ticamente imposte da questi agli Stati greci che dovettero sem- 157
    • plicemente prenderne atto – segnò linizio di una sostanzialedominazione dello Stato asiatico sulle poleis elleniche. Sparta, che pure traeva da tali condizioni i maggiori van-taggi rimanendo lo Stato nettamente egemone in Grecia, diveni-va lo «sgherro» della Persia per ciò che riguardava lordine in-terno della compagine delle città-stato greche, ora costrette a ri-spettare rigorosamente un principio di reciproca autonomia26 chele obbligava a non costituirsi più in leghe di carattere politico, eancor più di carattere militare, restando ognuna per sé, secondola chiara convenienza del loro dominatore esterno. Infine, le cittàdella costa ionica passavano definitivamente sotto il giogo per-siano, seppure godendo a volte di speciali concessioni in terminidi autonomia, come nel caso dellisola di Samo. Con un tale risultato dunque, la Persia aveva largamenteregolato i conti che aveva aperto con Sparta e con la Grecia neglianni finali delle Guerre peloponnesiache.2.2.3 - Gli ultimi anni dellegemonia spartana Ricapitolando. Da un lato, Sparta traeva notevoli van-taggi dalla situazione che si era venuta a creare dopo la «Pacedel Re», dal momento che (col pretesto di far rispettare un prin-cipio di indubbio valore morale, e cioè il diritto allautodetermi-nazione di ogni singolo Stato contro le ingerenze di altri Stati)riusciva a realizzare un fine molto caro al suo orgoglio naziona-le, quello cioè di costringere le altre nazioni – ovviamente sottola minaccia di un intervento non solo del proprio esercito, maanche di quello persiano – a sottomettersi alla propria autorità, ea fornirle inoltre uomini e mezzi necessari al mantenimento del-lo status quo. Dallaltro lato però, una simile situazione di privi-legio non poteva non suscitarle contro linvidia e le ire delle altrepotenze greche. Oltre a ciò, Sparta traeva dal proprio predominio anchedei notevoli vantaggi di carattere economico, come dimostra il26 Si noti per inciso, come il principio di indipendenza e autonomia delle città-stato fosse stata la bandiera ideologica di Sparta nella lotta contro Atene e la suaLega marittima anche ai tempi delle guerre del Peloponneso.158
    • fatto che lafflusso di ricchezze straniere non fosse mai stato tan-to intenso quanto lo fu in quel periodo – e ciò con la conseguen-za inevitabile, di un notevole rilassamento di quei costumi auste-ri che, da sempre, la distinguevano dal resto degli Stati greci! Ma locchiuta vigilanza spartana non poteva in ogni casoimpedire la rinascita – seppure spesso su basi molto differentirispetto al passato – di molte delle antiche leghe tra gli Stati gre-ci. Atene, per esempio, vista sfumare con la pace del 386 la pos-sibilità di rifondare la sua antica Lega marittima (e ciò a causa,ovviamente, del suddetto principio di autonomia, assolutamenteinconciliabile con le sue pretese di dominio sugli alleati…), a-vrebbe presto optato per una nuova forma di confederazione,nella quale ogni Stato componente avesse eguale voce in capito-lo nelle assemblee e nelle decisioni comuni, in cui le tassazionifossero frutto di accordi tra gli Stati membri, ecc. Insomma, A-tene cercava di conciliare il bisogno di crearsi di nuovo una retedi potere economico e politico, con lesigenza di non irritare lasuscettibilità persiana contravvenendo agli accordi presi. Né il vero pericolo del resto, sarebbe venuto negli anniseguenti a Sparta da Atene e dagli altri Stati marittimi – la cuipotenza era stata sufficientemente prostrata dalla recente guer-ra da impedir loro, quantomeno a breve, di riuscire oltre certilimiti a risollevarsi –, bensì dalla rinata Lega beotica, cioè daquelle regioni centro-orientali di cui Tebe era indiscutibilmentela capitale. Fondamentale inoltre, per lo sviluppo degli equilibri po-litici in Grecia, sarebbe stata lalleanza strategica tra le quelleche – assieme a Sparta – erano le due maggiori città-stato gre-che, vale a dire ovviamente Atene e Tebe, per la riconquista deiloro antichi poteri territoriali contro il comune nemico spartano epersiano. E fu Tebe, delle due, la prima a sfidare le forze oligar-chiche spartane e peloponnesiache, ottenendo peraltro delle vit-torie che – soprattutto per leffetto che ebbero sia sul proprio mo-rale che su quello degli Ateniesi – si rivelarono di grande signi-ficato. Nel 379 infatti, un gruppo di fuoriusciti tebani ostili al re-gime oligarchico filo-spartano (e la cui impresa venne peraltrosostenuta e finanziata da Atene) preparò uninsurrezione anti- 159
    • spartana, al termine della quale veniva di fatto rifondata lanticaLega beotica. Cacciate dai ribelli le forze di occupazione nemi-che, a Sparta non restava dunque altro da fare che prendere attodella nuova situazione. Solo due anni più tardi poi, nel 377, anche Atene inizia-va – come si è appena accennato – la ricostruzione dellanticaLega marittima, seppure sulla base di presupposti non più didominio, bensì di parità con gli altri Stati. Né scarseggiavano adessa gli alleati: Stati ansiosi di ritornare a una situazione simile aquella precedente le guerre del Peloponneso (e ciò sia per ostilitàverso lopprimente predominio di Sparta, che per interessi di ca-rattere economico e politico frustrati dalle recenti condizionidelle Pace di Antalcida). La prima isola che aderì alla nuova Le-ga marittima fu Chio, seguita poco dopo dalla quasi totalità delleisole delle Cicladi e da molti Stati delle coste traciche (altro vec-chio possesso ateniese), nonché più tardi da alcune isole ionicheoccidentali. Tuttavia la potenza militare ateniese (un fatto questo, sucui ritorneremo di nuovo più avanti) era stata pesantemente fiac-cata, anche moralmente, dalla sconfitta del 404 e dalle pesanticondizioni di pace che le erano state imposte, ciò che impediva aessa di costituire un serio ostacolo allegemonia dei nuovi domi-natori. Adesso piuttosto, era Tebe la forza politica e militare e-mergente in Grecia. Non a caso, dopo un primo periodo di avvi-cinamento alla città beotica, Atene diede inizio ad un riavvici-namento – ovviamente in funzione anti-tebana – alla potenzaspartana (…lespansione di Tebe difatti, negli anni successivi,avrebbe minato, oltre che il predominio militare degli spartanisugli Stati ellenici, la stessa integrità della Lega ateniese). Fu però nel 371 che si giocò la partita decisiva nellaguerra per il dominio tra Sparta e Tebe, attraverso una battaglia– quella di Leuttra – che portò la seconda a soppiantare il pre-dominio della prima, ponendo in tal modo le basi della propriaegemonia sulla Grecia. In quellanno infatti, Sparta tentava – colpatrocinio, come al solito, della vicina potenza persiana – di darvita a un accordo di pace, detto pace panellenica, tra le tre mag-giori potenze greche: Atene, Tebe e se stessa. (E fu questo peral-tro, uno dei tanti tentativi di istituire – sulla base dellidea di una160
    • pace comune, «koinè eirene» – degli accordi di mutuo rispettotra le poleis, volti a rimediare a quello stato di costante ostilitàche dissanguava le energie morali e materiali dei Greci.) Tuttavia, mentre Atene, come si è già detto in fase diriavvicinamento a Sparta, accettava le clausole della pace senzaopporre eccessive difficoltà, Tebe al contrario se ne dissociavamolto presto, in ragione del fatto di non veder riconosciuta lacarica di beotarca (ovvero di capo della Lega beotica) al suoleader Epaminonda, e con ciò implicitamente – e coerentemen-te con gli accordi della Pace di Antalcida – lesistenza stessa ditale Lega. Iniziata così una nuova guerra tra le due potenze rivali,gli eserciti spartani (fin troppo convinti forse della propria supe-riorità rispetto al nemico, anche a causa dellastensione militaredegli Ateniesi) subivano nel 371, presso i campi di Leuttra, lapiù disastrosa sconfitta della loro storia. Lesercito peloponne-siaco, pur numericamente molto superiore, veniva infatti lette-ralmente annientato da quello tebano capeggiato da Epaminon-da, in ragione soprattutto delle rivoluzionarie strategie bellicheadottate da questultimo. Era questo il colpo di grazia definitivo assestato allege-monia spartana. E ciò anche perché, in seguito a una tale sconfit-ta, crollava tra i Greci il mito stesso dellinvincibilità spartana –un mito che da sempre aveva contribuito a rinsaldare la forza e ilcarisma di tale città-stato sulle altre. Gli anni successivi avrebbero così visto: lo scioglimentodi molti dei precedenti governi oligarchici filo-spartani nel Pelo-ponneso, e con ciò lo sfaldamento stesso del fronte politico spar-tano peloponnesiaco; una rinascita della Lega marittima atenie-se, questa volta peraltro sulla base dei suoi antichi presuppostiimperialistici; nonché infine – e soprattutto – il trionfo di Tebecome nuovo Stato guida della compagine greca. Ma tutto ciò non deve indurre a credere che la Tebe diEpaminonda fosse più preparata di Sparta al ruolo di guardianodella compagine greca. Né ciò può stupire, qualora si consideriche essa era, infondo, una città relativamente povera, le cui ra-gioni di potenza – come vedremo meglio più avanti – risiedeva-no in parte nel vuoto di potere creatosi in Grecia con lannienta- 161
    • mento dopo il 404 della potenza ateniese (un vuoto che la recen-te sconfitta di Sparta sui campi di Leuttra, aveva solo rafforzato),e in parte nella genialità militare di Epaminonda, il suo leaderindiscusso. Sotto legemonia tebana, la compagine greca avrebbe diconseguenza vissuto un ulteriore indebolimento (cosa che peral-tro, e come sempre, avvenne allombra e con la tacita approva-zione del potente vicino persiano). Tutto ciò – assieme ad altrifattori concomitanti – avrebbe infine reso possibile nei decennisuccessivi un fatto del tutto inaspettato, cioè la conquista dellaGrecia e dellEgeo da parte del sovrano di Macedonia Filippo II,nonché successivamente le conquiste asiatiche e persiane di suofiglio Alessandro.3 - Il decennio dellegemonia tebana (371 – 362) Analizzeremo qui avanti, in primo luogo, i motivi chefurono alla base dellaffermazione come Stato guida di Tebe (cit-tà dellentroterra fino ad allora relativamente secondaria, almenoin unottica complessiva, rispetto a Stati come Sparta e Atene),nonché le strategie da essa adoperate per conquistare e successi-vamente per mantenere il proprio predominio; in secondo luogo,cercheremo di descrivere i principali eventi che furono allorigi-ne tanto dellemergere quanto del declinare di tale città come po-tenza egemone in Grecia. Successivamente, dal momento che la dominazione te-bana fu lultima vera egemonia greca in Grecia, tenteremo di fareun brevissimo bilancio del percorso storico delle libere poleiselleniche. Cercheremo in particolare, di rispondere alle seguentidomande: quale apporto duraturo diedero tali istituzioni al mon-do che le circondava (in particolare, a quello asiatico)? Quali fu-rono i motivi di fondo del loro graduale ma irreversibile declinocome entità politico-militari (…seppure, certo, non come centrieconomici e culturali)? E in che modo poi, esse poterono conti-nuare – anche dopo la perdita sostanziale della propria indipen-denza – a esercitare una positiva influenza sul resto del mondoconosciuto?162
    • Infine, delineeremo brevemente levoluzione delle città-stato greche del sud Italia e della Sicilia, sottolineando le (par-ziali) somiglianze tra gli sviluppi – di carattere territoriale – diqueste ultime, e quelli che caratterizzarono le città della madre-patria a partire dal periodo della dominazione macedone.3.1 - Situazione generale degli Stati greci e motivi della potenzatebana Primo punto da analizzare per comprendere le ragionidel succedere di Tebe a Sparta come città-stato egemone in Gre-cia, è un fatto che precedette di circa trentanni linizio di questanuova dominazione. Dopo il 404 infatti, con la fine cioè delgrande conflitto intra-greco, il declino di Atene come potenzamilitare e politica di primissimo piano (declino al quale sarebbeperaltro seguita una solo parziale rinascita) aveva creato allin-terno del mondo ellenico un vuoto di potere che nessunaltra cit-tà-stato aveva saputo colmare. La responsabilità dellintera com-pagine greca era allora passata nelle mani della più tradizionaleavversaria di Atene, Sparta, la quale tuttavia – come si è già piùvolte detto – non aveva certo da sola la forza necessaria a teneresaldamente insieme una compagine di Stati che, oltre a esserespesso divisi da interessi contrastanti e da antiche rivalità, eranoper tradizione estremamente orgogliosi della propria indipen-denza e desiderosi di esercitare almeno a livello locale una su-premazia indiscussa. Né del resto, gli eventi culminanti nella cosiddetta «Pacedel Re» del 386 – i quali pure avevano reso a Sparta un servigioinaspettato, trasformando la Persia, che in precedenza era stataper lei una spina nel fianco, in una preziosissima alleata per ilcontrollo sugli altri Stati greci – avevano realmente dato a unatale egemonia una base più solida di prima. Ne è prova, tra lal-tro, il fatto che negli ultimi anni tanto Atene (che in poco tempoaveva rimesso in piedi, seppure su basi decisamente più «demo-cratiche» che in passato, la sua antica Lega marittima), quantoTebe (la quale, dopo avere rifondato la Lega beotica contro gliaccordi di pace del 386, aveva sui campi di Leuttra definitiva-mente sfatato il mito dellimbattibilità militare spartana) fossero 163
    • riuscite a riguadagnare buona parte del loro antico splendore edella loro influenza sugli altri Stati. E fu appunto a partire da tale situazione che Tebe riuscì,negli anni immediatamente successivi alla battaglia di Leuttra, acoalizzare attorno a sé le simpatie di molti Stati greci, ad essaovviamente accomunati dallostilità verso la dominazione spar-tana. Tuttavia, come si è già detto, il dominio tebano portava insé – non meno di quello della sua rivale – notevoli debolezzestrutturali, le quali abbastanza presto (cioè allincirca dopo unadecina danni) sarebbero ad esso risultate fatali. Sebbene Tebe costituisse da sempre il terzo principalecentro politico della compagine greca (si può dire sommaria-mente che Sparta dominasse sulle zone a sud, Atene su quelle aest, e Tebe su quelle a nord), essa non aveva difatti mai esercita-to uninfluenza territoriale paragonabile per vastità a quella eser-citata da Sparta, né aveva sviluppato una rete di traffici – e quin-di una ricchezza – anche solo lontanamente paragonabile a quel-la sviluppata da Atene. Tebe era il centro politico di unarea pri-va o quasi di sbocchi marittimi, la cui economia era rimasta ingran parte agricola, e quindi, data anche la natura dei suoi terri-tori, relativamente povera. Di conseguenza, è chiaro come il suosuccesso come potenza panellenica fosse dovuto essenzialmentea due motivi contingenti: innanzitutto alla vittoria ottenuta nellabattaglia di Leuttra (371), e in secondo luogo alla capacità delsuo leader Epaminonda di porre in atto una serie di innovativestrategie belliche capaci di prolungarne per alcuni anni (finocioè alla sua stessa morte) legemonia.2727 Alla base dellegemonia tebana vi fu senza dubbio il genio militare di Epaminon-da – peraltro, una delle figure più rappresentative della storia greca del IV secolo.Questi, che seppe – assieme al suo amico e alleato Pelopida – guidare le imprese diTebe e dei suoi alleati sia verso le regioni meridionali (cioè nel Peloponneso) cheverso quelle di nord-est (verso cioè le coste della Tracia), escogitò una lunga seriedi innovazioni nella tecnica militare che resero possibili le vittorie tebane contro glieserciti spartani e peloponnesiaci, e più in generale contro gli altri Stati greci, an-cora organizzati sulla base della vecchia falange oplitica.Le innovazioni introdotte da Epaminonda consisterono essenzialmente in unanuova tecnica di aggiramento dellavversario (mentre quelle più tradizionali si basa-vano sulla mera forza durto della falange) e su un armamento più leggero rispetto164
    • Del resto gli eventi occorsi durante una tale egemonia,compresa tra il 371 e il 362, dimostrarono chiaramente lincapa-cità sostanziale di Tebe a tenere insieme quelle stesse forze che,sulla scia dei successi iniziali, si erano coalizzate attorno allaLega beotica. A tal fine le mancavano infatti tanto una potenzamilitare di primo piano quale quella spartana, quanto una rete diinteressi commerciali paragonabile a quella che aveva consentitoad Atene, molti anni prima, di esercitare una ferrea leadershippolitica (oltre che militare) sugli Stati marittimi dellEgeo. Benpresto, seppure dopo alcuni successi nellestendere le proprie in-fluenze verso nord (Tessaglia) e verso est (in particolare versogli Stretti, da sempre peraltro oggetto anche delle mire atenie-si…), Tebe vide così sfaldarsi quella costruzione politico-militare che aveva in così breve tempo costruita. La Grecia ripiombava allora in un nuovo caos, nel qua-le peraltro era di nuovo Atene – anche se senza più la forza diun tempo – ad emergere come maggiore potenza militare e po-litica greca. Il collasso dellegemonia tebana, in altri termini, finì percoincidere con quello delle stesse poleis libere e indipendentigreche: un evento questultimo, determinato come vedremo an-che dallemergere a livello internazionale di una nuova realtà, laMacedonia, uno Stato che negli ultimi decenni (sotto lazione deisuoi ultimi sovrani, e in particolare di Filippo II) aveva cono-sciuto una specie di rinascita, in virtù di una profonda riorganiz-zazione delle proprie strutture politiche e militari.3.2 - Strategie del dominio tebano Ma oltre alla già citata componente militare (ovvero allenuove strategie e ai nuovi armamenti), alla base dellascesa dellapotenza beotica e tebana in Grecia, vi fu anche un programmaalla corazza e allo scudo – alquanto pesanti – degli opliti tradizionali, nel quale lapicca diveniva molto più lunga che in passato. Anche attraverso tali innovazioni,Epaminonda poté trasformare Tebe (e la Beozia) nel nuovo centro politico del-lEllade, e mantenervela poi per quasi dieci anni. 165
    • abbastanza definito di espansione e di mantenimento delle pro-prie influenze sia sugli Stati vicini che su quelli più lontani. Le coordinate di un tale programma furono essenzial-mente due: innanzitutto, era necessario neutralizzare il principa-le ostacolo al proprio predominio, costituito ovviamente dallarivale potenza spartana. Per tale ragione, Epaminonda si preoc-cupò innanzitutto di minare il predominio di questultima sullevicine regioni del Peloponneso favorendo il sorgere in esse diStati indipendenti dal dominio Laconico (vedremo tra poco qua-li) e ad esso potentemente ostili. In secondo luogo, cosciente dellintrinseca debolezzadella Lega beotica (e ciò anche considerando gli Stati che a taleLega si erano immediatamente associati, situati come logico so-prattutto nelle zone centrali della Grecia), aveva intrapreso unprogramma di espansione politico-militare verso le zone di nord-est, le quali – affacciandosi sul mare e costituendo un essenzialepunto di raccordo tra regioni doriente e doccidente – svolgeva-no un ruolo dapprovvigionamento essenziale per tutta la Grecia. Oltre a ciò, Epaminonda cercava di ampliare le influenzepolitiche tebane anche verso nord, in particolare verso la Tessa-glia, approfittando soprattutto di una crisi dinastica che, dopo lamorte del precedente sovrano, ne stava rimettendo in discussionele stesse basi di potere. Vedremo, qui avanti, in che modo un tale articolato pro-gramma venisse – con successo peraltro solo parziale – portatoavanti, ciò che determinò lapice prima e successivamente il de-clino della potenza tebana.3.3 - Eventi principali del periodo tebano Divideremo il periodo dellegemonia tebana in due sotto-fasi: una essenzialmente ascendente, e laltra essenzialmente di-scendente. Se nella prima, Epaminonda riuscì a estendere la sua in-fluenza a varie zone della Grecia, in quella seguente al contrario– anche in conseguenza di un «calo di coesione» tra gli Stati del-la neonata potenza beotica – i punti scoperti dellegemonia teba-na vennero drammaticamente al pettine: le discordie interne alle166
    • città-stato filo-tebane infatti, portarono la neonata federazione aincrinarsi molto rapidamente, mentre le conquiste marittime cheEpaminonda e Pelopida avevano guadagnato tanto faticosamentenel periodo precedente, non poterono essere difese militarmentee andarono quindi presto perdute.3.3.1 - La fase iniziale (371 – 367 circa) Si è già accennato a come la vittoria dei tebani nella bat-taglia di Leuttra avesse distrutto un mito, quello cioè della supe-riorità e dellinvincibilità degli eserciti spartani, e come a un taleevento fosse quindi seguito un generale ammutinamento anchetra le città e le regioni in cui tradizionalmente era più forte lin-fluenza spartana. Come già era accaduto tra 395 e 386 a.C. (il periodo del-le guerre patrocinate dalla Persia), anche ora molti Stati si ribel-lavano ai governi oligarchici imposti dagli Spartani, instaurandopoi spesso dei regimi democratici. A differenza che in tale pe-riodo però, una tale ribellione avveniva adesso nel cuore stessoPeloponneso, ovvero in quella zona nella quale più forte era dasempre – per tradizione – lautorità spartana. I primi Stati ad allearsi esplicitamente con la potenza te-bana furono comunque quelli della Grecia centrale: la Locride(occidentale e orientale), la Focide, lEubea, lEtolia, ecc. Benpresto tuttavia anche il Peloponneso, istigato da Epaminonda,iniziò a ribellarsi allantico dominio spartano. Fu nel 370 che ilduce tebano compì la prima delle sue quattro discese in tale re-gione, con lintento di scardinare dallinterno lassetto della do-minazione spartana annientandone le stesse basi territoriali. In quegli anni Tebe ottenne due notevolissimi risultati,che solo pochi anni prima sarebbero forse apparsi impensabili:da una parte pose le basi per la formazione di una Lega arcadicaindipendente con capitale Megalopoli (370), e dallaltra (369)determinò la nascita di uno Stato messenico indipendente. E fu questo secondo risultato quello più eclatante. LaMessenia era infatti, ancora da tempi remoti, una colonia sparta-na, base territoriale di molti di quegli Iloti (gli «schiavi di stato»)che provvedevano, col proprio lavoro sulle loro fertili terre, al 167
    • mantenimento di gran parte dei componenti dellaristocraziaspartana. Ovviamente, nonostante una tale perdita, restava aSparta il pieno dominio del suo più antico territorio, la Laconia(e ciò sebbene gli Iloti ivi residenti fuggissero in massa verso lavicina Messenia), ma le fonti della ricchezza e della solidità del-lo Stato spartano erano ormai pesantemente compromesse. Sempre in questi anni poi, si ebbe un ulteriore avvicina-mento tra Sparta e Atene in funzione anti-tebana, mentre lo stes-so sovrano di Siracusa, Dionisio I (del quale parleremo in unprossimo paragrafo), si fece avanti per difendere Sparta da unadistruzione pressoché totale. Ancora nel 370 poi (ovvero con la morte di Giasone diFere, il monarca che aveva portato tale regno allapice del suopotere), si aprì in Tessaglia una lunga crisi dinastica. Col tempo,Atene divenne sostenitrice di uno dei due pretendenti al trono,Alessandro, e Tebe dellaltro, Tolomeo, il quale tuttavia risultòperdente. Ciò costituì il fallimento sostanziale (nonostante unparziale recupero negli anni successivi) del tentativo tebano dipenetrazione ed estensione delle proprie influenze verso nord –un fatto che oltretutto andava a tutto vantaggio della sua rivalenellEgeo, Atene. Proprio in questi anni inoltre, per assicurarsi lanon belligeranza della Tessaglia e della Macedonia contro lapropria nazione, Epaminonda prendeva in ostaggio alcuni espo-nenti delle loro nobiltà: tra questi vi era anche quel Filippo (allo-ra peraltro ancora molto giovane) che, di lì a poco, tanta parteavrebbe avuto negli sviluppi della storia greca. Nel 367 infine, dopo inutili tentativi da parte degli Statigreci (come al solito vittime di un diffuso stato di conflittualitàintestina) di concordare una nuova pace panellenica, liniziativadi questultima passava – in modo non dissimile a quanto già av-venuto nel 386 – nelle mani del Gran Re di Persia, il quale stabi-liva con le parti interessate delle condizioni alle quali nessunopoteva, né tantomeno osava, opporsi. Preso atto inoltre del cam-biamento di leadership avvenuto in Grecia, al vicino impero a-siatico non restava altro da fare che trarne le logiche conseguen-ze, facendo di Tebe la nuova controparte cui affidare il controllodi tale regione.168
    • A differenza di quanto accaduto nel 386 dunque, era oraTebe la gran favorita degli accordi di pace, mentre Sparta e Ate-ne uscivano da essi fondamentalmente mutilate e limitate neipropri poteri. Se da un lato infatti, la Persia appoggiava le mireespansionistiche tebane (e ciò anche dal momento che queste –come già si è visto – più che unire, disunivano), dallaltro Spartae Atene vedevano fortemente ridimensionati quei poteri territo-riali (la prima) e marittimi e commerciali (la seconda) che ave-vano faticosamente acquisito nei secoli precedenti. Più precisamente, mentre da una parte la Persia confer-mava, tra le altre cose, lesistenza di uno Stato messenico indi-pendente (cosa che, come si è già detto, costituiva un colpo mor-tale allantica potenza spartana), dallaltra Atene subiva lo sman-tellamento della rinata flotta marittima, ovvero del suo più po-tente strumento di controllo sulle vicine regioni egee (il quale,guarda caso, disturbava gli interessi persiani in quelle zone). Con gli accordi di pace del 367 dunque, Tebe e la Legabeotica raggiungevano lapice della propria potenza e del propriodominio. Gli anni seguenti ne avrebbero tuttavia dimostrato lin-trinseca debolezza.3.3.2 - Il declino della potenza tebana Già nel 367, ovvero nellanno del suo «trionfo», lege-monia beotica sulla Grecia era in realtà un fatto più apparenteche reale. Essa tuttavia avrebbe probabilmente potuto andareavanti ancora a lungo, se non fossero intervenuti a porvi termi-ne alcuni fattori che la potenza tebana non poté assolutamentecontrollare. Gli Ateniesi difatti, che da tempo avevano rinunciato auna politica ligia ai dettami della Pace del 386 (la quale bandivaqualsiasi forma di imperialismo in nome del principio dellauto-nomia e dellindipendenza locali), nel 365 si riappropriarono del-lisola di Samo (fino ad allora dominio del Gran Re persiano),fondando inoltre nei territori delle proprie alleate parecchie cle-ruchìe (come si ricorderà, colonie o distaccamenti territoriali perlinsediamento dei cittadini ateniesi). Assieme a ciò, essi riprese- 169
    • ro in quegli anni il proprio programma espansionistico nelle re-gioni traciche e nei pressi degli Stretti. In una tale situazione, che vedeva il riformarsi delle an-tiche leghe territoriali (in particolare di quelle beotica e atenie-se) a scapito degli accordi col Gran re di Persia, solo Sparta –ridotta ai margini del Peloponneso e sempre più arroccata inuna disperata posizione difensiva, anche perché oramai abban-donata dallalleata degli ultimi anni, Atene – conosceva un de-clino definitivo. Tebe dal canto suo, dopo un parziale recupero della si-tuazione in Tessaglia (nel 364 infatti, nella battaglia di Cinosce-fale, il sovrano Alessandro di Fere rimaneva sconfitto e la Tes-saglia – ora parzialmente sottomessa – era costretta a fornire del-le truppe alla Lega beotica), iniziava un faticoso percorso di e-spansione verso le regioni di nord-est, scontrandosi così – anchese in modo non esplicito – con le mire espansionistiche ateniesi.E tuttavia, nonostante i successi da essa effettivamente ottenuti(sempre nel 364, Bisanzio diveniva un dominio tebano, mentrele isole di Chio e Rodi, già stati della Lega marittima ateniese, sene dissociavano in favore di Tebe), tali conquiste non poteronoper forza di cose essere mantenute a lungo. Tebe difatti non ave-va né una tradizione marittima paragonabile a quella di Atene (laquale, si deve notare, era ancora al centro di un floridissimo ericco mercato marittimo) né fondi bastanti a mantenere un realecontrollo su terre tanto ambite. Fu tuttavia nel Peloponneso che presero corpo gli eventidai quali la dominazione beotica avrebbe ricevuto il «colpo digrazia». Nel 365 infatti, i particolarismi che dividevano tra lorogli Stati di quella regione esplosero ancora una volta incontrolla-ti, senza che la Lega beotica avesse il potere o lautorità necessa-rie a tenerli a freno. Elide ed Arcadia, che si erano scontrate peril possesso della Trifilia, avevano richiesto laiuto rispettivamen-te di Sparta e di Atene, minando così la stabilità di quelle zone eponendo inoltre le basi di un ritorno della politica di potenzaspartana nel Peloponneso. Epaminonda allora, disceso per laquarta volta nel Peloponneso, cercava – peraltro con successo –di ristabilire con una nuova campagna il precedente ordine. Tut-tavia, per somma sfortuna della stessa Lega boetica, la sua morte170
    • improvvisa nel 362 sui campi di Mantinea dava inizio al declinoirreversibile dellegemonia tebana. La scomparsa di Epaminon-da, capo carismatico e regista (nonché anima più profonda) del-limperialismo tebano, decretava così la rovina di questultimo,donando ad Atene una momentanea ed effimera ripresa dellavecchia supremazia sugli Stati greci. Nel 361 infine, si concludeva una nuova e precaria pacepanellenica (simile peraltro a quelle del 386 e del 367, e ad altreche sarebbero seguite), dalla quale tuttavia una volta di più sidissociava lorgogliosa Sparta, non vedendosi riconosciuto ilpossesso della vicina Messenia. In questi anni, inoltre, sempre più chiara diveniva la de-bolezza dellImpero persiano, diviso al proprio interno da asprelotte dinastiche: un fattore di cui non avrebbe tuttavia saputo ap-profittare la Grecia – indebolita rispetto alla Persia da lotte inte-stine ancor più gravi –, bensì qualche decennio più tardi il gio-vane Alessandro III, re di Macedonia e figlio di Filippo II.3.4 - Un breve bilancio del percorso e del destino storico dellelibere poleis greche Dal momento che, come si è detto, quella tebana fu lul-tima manifestazione di coesione interna delle poleis greche – ca-dute, poco dopo il 362, sotto il giogo esplicito di una potenzastraniera, quella macedone – vogliamo tentare qui avanti di for-nire una sorta di brevissimo resoconto tanto dellapporto che,nella loro originaria condizione di libertà e autonomia politiche,tali istituzioni diedero alla storia umana, quanto dei motivi allabase di un declino che (attraverso un processo di pochi decenni ei cui germi, come vedremo tra poco, risalgono agli anni imme-diatamente seguenti alla vittoria sul vicino colosso asiatico) leportò alla perdita sostanziale della propria indipendenza.3.4.1 - Origini e motivi del declino delle poleis Le guerre persiane, oltre a costituire per i Greci unesal-tante vittoria, furono un evento che modificò profondamente laloro organizzazione politica complessiva. Se da una parte infatti 171
    • esse accentuarono la loro consapevolezza di comporre nel bene enel male ununica nazione e un unico popolo, dallaltra e al tem-po stesso – stimolando, come si è visto, la nascita di leghe mili-tari contrapposte – diedero non solo nuova linfa, ma anche nuovie più potenti mezzi di espressione alle discordie interne che dasempre dividevano i vari Stati, ponendo i semi di quel costantestato di guerra che, nei decenni successivi, avrebbe funestato ilmondo greco esaurendone gradualmente la carica vitale e granparte delle energie morali. Bisogna tuttavia distinguere tra un primo periodo (chefece seguito appunto alle guerre contro la Persia e alla nascitadella Lega marittima nel 478) caratterizzato da un relativo equi-librio e da una relativa stabilità interna, ed un altro (iniziato conle guerre peloponnesiache del 431, e terminato con linstaurazio-ne dellegemonia spartana) caratterizzato al contrario da unin-controllata conflittualità. A base del primo periodo, vi fu senza dubbio soprattuttola paura da parte delle città-stato di rompere il fragile ma prezio-so equilibrio che, al termine delle guerre persiane, si era venutoa creare tra i due grandi blocchi contrapposti: quello filo-spartano e quello filo-ateniese. Il timore per le conseguenze cheuna tale rottura avrebbe determinato, tenne insomma a freno(seppure soltanto entro un certo limite) quelle spinte e quei dis-sidi particolaristici che – vere e proprie «bombe a orologeria» –minavano la precaria pace creatasi tra i due blocchi e che coltempo avrebbero inevitabilmente finito per prevalere. Daltra parte, la vittoria degli spartani e delle fazioni oli-garchiche su quelle democratiche filo-ateniesi, e lannullamentoconseguente della potenza militare e politica di Atene, crearononella compagine greca un vuoto che nessuno – né Sparta, né lastessa potenza ateniese, successivamente in parte rinata, né qual-siasi altra città-stato – fu poi in grado di colmare. In conclusione dunque, fu proprio la fine dellangosciosobipolarismo spartano-ateniese ciò che – determinando il collassodi qualsiasi (seppur labile) forma di coesione e organizzazionetra gli Stati ellenici, e con ciò quindi di qualsiasi capacità di resi-stenza di fronte ad ingerenze esterne – decretò la rovina definiti-va della Grecia indipendente.172
    • 3.4.2 - Le conquiste macedoni e leredità lasciata dalle libere po-leis al vicino mondo orientaleA partire allincirca dalla fine del conflitto peloponnesiaco, erasorta in Grecia lidea di una koiné eirene, ovvero di una pace ge-nerale stipulata di comune accordo tra le varie città-stato, al finedi arginare la conflittualità inarrestabile da cui erano afflitte. Edi tentativi fatti in tal senso la storia di quegli anni fu davveropiena. Tra essi, soprattutto, si annoverano le molte paci panelle-niche stipulate dai Greci, a volte sotto legida del Gran Re per-siano, altre volte autonomamente.Tuttavia, gli interessi contrastanti e le tradizionali ostilità localifinivano sempre col prendere il sopravvento sui più buoni pro-positi di pace, e ciò col risultato che col tempo si andò facendostrada unidea nuova: quella cioè di un sovrano-dio capace, conle proprie forze, di rimettere ordine nella compagine degli Statigreci.28 Fu appunto nel contesto di tali idee e di tali tendenze chepoterono andare a segno – non solo peraltro sul piano politico,ma anche su quello culturale e spirituale – le mire espansionisti-che dei sovrani macedoni che portarono alla conquista dellaGrecia da parte di Filippo II.Se da una parte dunque, in seguito a tali eventi, le città grecheperdettero una delle loro più tradizionali (nonché profonde) pe-culiarità, ovvero quella dellautodeterminazione, dallaltra ebberoperò dei vantaggi in termini di stabilità politica e (almeno dalperiodo della conquista persiana da parte di Alessandro) dal fatto28 Un chiaro esempio di questo tipo di pratica (detta apoteosi) consistente nellele-vare gli uomini darmi più celebri ed abili ad un rango più che umano, fu costituitoda Lisandro, il duce spartano che concluse vittoriosamente la guerra contro Atenenel 404, e che – per tale ragione – ancora in vita godette in molte regioni dellaGrecia di onori divini.Daltra parte, come vedremo, soprattutto Alessandro Magno, il figlio di Filippo II,avrebbe in seguito fondato il proprio potere politico su basi molto simili a queste,attribuendo a se stesso unascendenza divina e costringendo i propri sudditi a ri-conoscerla. 173
    • di poter estendere la propria influenza politico-culturale e i pro-pri traffici fin nelle più lontane regioni asiatiche.Nonostante insomma un tale nuovo assetto determinasse la scon-fitta sostanziale di molti aspetti della concezione e delle tradi-zioni politiche più tipicamente greche, la colonizzazione e las-servimento macedone comportarono comunque per i Greci – al-meno da alcuni punti di vista – linizio di una nuova e gloriosaepoca della loro storia. Se è quindi giusto definire letà ellenisti-ca e gli anni a essa immediatamente precedenti (quelli di FilippoII e di Alessandro Magno) come un periodo di declino delle libe-re poleis classiche, non è per questo giusto considerarla anchecome un periodo di decadenza del mondo e della civiltà greca.La situazione creatasi in questi anni, viene efficacemente rias-sunta da Hermann Bengtson nel suo «Lantica Grecia» (Il Muli-no, pag. 290), dove scrive: «Come già in epoca arcaica, al tem-po della grande colonizzazione, i costumi, la religione e il pen-siero greci trovarono una nuova patria in terre lontane. E affin-ché lo spirito greco potesse conquistarsi un nuovo mondo, la po-lis ellenica dovette necessariamente soccombere sotto la propriaimpotenza.»Daltronde, come si è visto, la civiltà delle libere città-stato gre-che aveva posto già durante i periodi precedenti (arcaici e classi-ci, e forse anche a partire dalla cosiddetta Età oscura) quelli chetutto sommato si possono considerare i caratteri salienti delluo-mo europeo da lì ai secoli a venire. Tra essi, in particolare, scor-giamo un innato anelito verso lindipendenza e lautonomia, lin-sofferenza verso strutture politiche eccessivamente oppressive evincolanti, una forte volontà individuale di partecipazione poli-tica (la quale trovò – e tuttora trova – la sua massima espressionenei governi democratici), nonché infine laffermazione della li-bera iniziativa privata nel campo degli interessi economici. Tutticaratteri che, con lEllenismo, i Greci avrebbero copiosamenteesportato – seppure, come vedremo, con fortuna solo parziale –al di fuori delle proprie terre dorigine, verso le spesso aride edesertiche lande dellAsia, in precedenza appartenute allImperopersiano.174
    • 4 - Sviluppi della Grecia italiana e siciliana tra V e IV secolo Al pari della Grecia vera e propria, anche gli insedia-menti ellenici delle zone occidentali – ci riferiamo qui, in parti-colar modo, a quelli italici e siciliani – conobbero in questi annidelle profonde crisi e delle altrettanto profonde trasformazioniinterne, sia sul piano organizzativo ed istituzionale (e ciò spe-cialmente quelli greco-sicilioti…) quanto su quello dellautono-mia e dellindipendenza politica (…quelli italici). In Sicilia, fu soprattutto lesigenza di difendersi dai Car-taginesi (i quali intendevano estendere la propria influenza sul-lisola anche alle zone occupate dai greci) a determinare tale cri-si. Nelle regioni del sud Italia, invece, furono soprattutto le po-polazioni autoctone – tra le quali, iniziava allora a farsi stradaanche quella romana… – a far vacillare lindipendenza delle cit-tà-stato greche.4.1 - La Sicilia greca tra V e IV secolo Cominciamo dalla Sicilia. Nel 409 a.C. – poco dopo lasconfitta ateniese del 411 – un generale cartaginese di nome An-nibale, attaccava e distruggeva due importanti città elleniche del-la Sicilia, Imera e Selinunte, conquistando così un vasto predo-minio sulla zona nord-occidentale dellisola. Tre anni più tardi,nel 406 a.C., anche la città di Siracusa si arrendeva ai Cartagine-si. (E tutto ciò, peraltro, anche a causa della debolezza dei Grecidella madrepatria, incapaci – per ovvi motivi – di soccorrere ipropri connazionali.) Sempre in quello stesso anno tuttavia, la situazione inSicilia subiva per i Greci unaltra svolta decisiva. Dionisio I in-fatti, divenuto stratego con pieni poteri, riusciva a concludereuna pace onorevole coi nemici, divenendo lanno successivo(405) tiranno di Siracusa. Attorno a tale città inoltre (da sempreuna delle maggiori potenze siciliane) si riunivano ben presto glialtri Stati greco-sicilioti. Si veniva così a formare – per la prima 175
    • volta, e per evidenti necessità di difesa – un vero e proprio Statoterritoriale greco, un fatto che contravveniva a tutte le preceden-ti consuetudini del mondo politico ellenico, caratterizzato da unasituazione di frammentazione in piccole realtà locali. Sotto Dionisio I inoltre, la Sicilia si armava di una po-tentissima flotta marittima (la più potente al mondo), divenendocosì in breve un vero e proprio Impero militare. Anche per que-sto forse, solo allincirca dopo un decennio – ovvero nel 392 – iGreci riuscivano a relegare i Punici nellestremo lembo nord-occidentale dellisola, mentre lImpero di Dionisio I arrivava aestendersi fin nel sud dellItalia, giungendo inoltre a controllarealcuni territori della Corsica e costituendosi non più soltantocome un organismo militare, bensì anche in gran parte come u-nunità economica e commerciale. Un tale impero tuttavia, non poté avere vita lunga, a cau-sa soprattutto della presenza di popolazioni a esso fortementeostili non solo in Sicilia, ma anche in Italia. Così, già nel 382, iCartaginesi riuscivano a riconquistare alcune delle loro prece-denti posizioni, spostando il confine tra lo Stato greco e quellopunico nelle zone immediatamente antistanti la città di Imera. Inoltre, con la scomparsa di Dionisio I, personaggio digrande statura politica, aveva inizio per gli Stati greci sicilianiun lungo periodo di crisi. In tale periodo – segnato peraltro dallareggenza di Dionisio II, figlio del precedente tiranno – essi a-vrebbero conosciuto una vera e propria crisi di identità e di coe-sione interne, alla quale si dovette il riesplodere di molte delledivergenze del passato (fu inoltre in questi anni che si collocòlinfelice tentativo del filosofo Platone – guidato e appoggiato daDione, genero del tiranno siracusano – di instaurare sullisolauno Stato fondato sui principi metafisici e politici delle sue dot-trine…) Infine nel 344, con larrivo presso Siracusa di un certoTimoleonte (cittadino corinzio, mandato dalla propria città a ri-coprire il ruolo di arbitro nelle contese interne di Siracusa), siebbe linizio di una nuova «rinascita» politica e militare sicilia-na. Attorno alla città di Siracusa difatti, che in questultimo ave-176
    • va trovato una valida guida, la compagine greco-siciliota ritrovòla propria antica compattezza divenendo in breve una federazio-ne di Stati, e riuscendo così a riguadagnare – soprattutto dopo laPace di Imera (339) – alcune dei territori precedentemente per-duti, nonché in generale un indiscusso primato sullisola a scapi-to dei Cartaginesi.4.2 - Le città-stato greche del sud Italia Unanaloga manovra di «salvataggio» non fu tuttaviapossibile per le città-stato elleniche del sud Italia. Troppo fortiinfatti, fin dallinizio, erano qui le civiltà autoctone (ad esempio iLucani), da sempre capaci di minare pesantemente lintegrità e lasicurezza degli Stati greci. Questi ultimi non riuscirono perciò aresistere a lungo alle pressioni di popolazioni che, ironia dellasorte, essi stessi nei secoli precedenti – attraverso la propria in-fluenza – avevano in qualche modo aiutato a maturare. Ancora prima del dilagare della potenza romana nel sudItalia, insomma, le città stato elleniche di quelle zone erano mi-nate dallinvasività di popolazioni indipendenti e agguerrite, ca-paci di porre fine al loro dominio regionale.5 - Grecia e Macedonia nel periodo di Filippo II (359 – 336) Parleremo qui di seguito sia della situazione degli Statigreci alla vigilia della loro conquista da parte di Filippo II, siadella trasformazione politica e sociale che caratterizzò la Mace-donia a partire dai tempi più remoti fino agli anni della reggenzadi Filippo II (il quale infatti, con la propria opera riformatrice,apportò a tale Stato modifiche sostanziali, rendendolo capace diesercitare un effettivo predominio politico e militare sulla Greciae sulle vicine regioni egee).Infine, descriveremo brevemente le tappe principali dellavanza-ta, sotto la reggenza di Filippo II, dello Stato macedone, ovverodella nascita di quello che di lì a presto sarebbe diventato lImpe-ro macedone. 177
    • 5.1 - Situazione politica ed economica della Grecia (e di Atene)nel periodo delle conquiste di Filippo II5.1.1 - La Grecia (e la Lega marittima ateniese) alla vigilia dellaconquista macedone Contrariamente a quanto si potrebbe presumere, la con-fusione politica e lo sbandamento conosciuti dalla Grecia a par-tire dal termine delle guerre del Peloponneso non fu accompa-gnato da un indebolimento delle attività di carattere economi-co. Al contrario, possiamo dire che, soprattutto gli Stati costieri(e in primis ovviamente Atene), avessero conosciuto negli ul-timi decenni un ulteriore incremento dei traffici e della ric-chezza interna. Ci si potrebbe allora chiedere quale fosse la causa piùprofonda dellindebolimento della potenza militare e imperiali-stica ateniese, dal momento che – nonostante fattori già ricorda-ti, come linfluenza della potenza persiana sulle zone marittime ein generale sulle città-stato greche, e il divieto da essa impostoalla formazione di leghe politiche e militari – a tale città nonmancavano certo le basi economiche per rifondare un solidodominio sugli Stati egei: tanto su quelli a nord (Tracia e Elle-sponto), quanto su quelli a sud (la zona ionica). Rimane insom-ma da spiegare perché, ad esempio, nei periodi immediatamenteprecedenti la discesa in Grecia di Filippo il macedone, si assi-stesse – con la guerra sociale ateniese, un evento di cui parlere-mo avanti – a un progressivo sfaldamento della rinata Lega ma-rittima ateniese. La ragione di un tale indebolimento va forse rintracciatain una mutata atmosfera allinterno dello Stato ateniese dopo lasconfitta del 404 (una sconfitta apportatrice non solo di profondedistruzioni materiali, ma anche di una vera e propria crisi diquegli ideali di potenza che erano stati – ed erano ancora – allabase della costruzione e del mantenimento della Lega marittimaateniese). In altri termini, la «batosta» recentemente subita ave-va dimostrato alla popolazione ateniese come una politica impe-rialistica e di potenza quale quella dei decenni precedenti, non178
    • comportasse solo delle gratificazioni di carattere economico epolitico, ma anche – almeno in potenza – delle gravissime scia-gure, quali in caso di guerra il rischio di una distruzione integra-le della città e della sua stessa popolazione. Anche per tale motivo (altre ragioni – di carattere piùpeculiarmente sociale ed economico – alla base di una tale ten-denza, verranno analizzate nel prossimo paragrafo) si stava or-mai facendo strada in Atene, e più in generale negli Stati greci,una nuova idea di Stato: idea in base alla quale il compito prin-cipale di esso fosse il favorire i traffici e in generale la ricchezzadi natura commerciale, fonti di benessere decisamente meno ri-schiose e più sicure di un dominio di carattere politico-militare.Alla precedente linea di carattere imperialistico e nazionalistico,tendeva insomma a subentrarne unaltra (basata, potremmo diremolto volgarmente, sul «quieto vivere») di carattere essenzial-mente commerciale e capitalistico. Nonostante ciò, non si deve chiaramente credere che A-tene rinunciasse di buon grado ai propri possedimenti e alle pro-prie influenze politiche sugli Stati circostanti (oltre a tutto, fonteattraverso i loro tributi di grandissime ricchezze), i quali furonoinvece da essa strenuamente difesi, seppure per forza di cose inmodo meno efficace rispetto al passato. Ma la parziale rinuncia, e la conseguente incapacità diAtene ad esercitare un saldo controllo sulle zone limitrofe, ebbeanche per queste delle conseguenze negative, privandole di unaeffettiva coesione politica e militare e preparando così il terrenoalla loro conquista e alla successiva egemonia esercitata su diesse dalla Macedonia a partire da Filippo II.5.1.2 - Sviluppi economici e sociali delle città-stato greche nelIV secolo: il progressivo affermarsi di un sistema produttivo subase schiavile Abbiamo parlato finora degli sviluppi del mondo grecovedendolo come un complesso di Stati politicamente e militar-mente interagenti tra loro. Ma vi è anche un altro aspetto da con-siderare: quello cioè inerente a quellevoluzione sociale e produt-tiva – nonché quindi politica e ideologica – che rivoluzionò pro- 179
    • gressivamente il mondo sociale delle poleis, ponendo fine o co-munque riducendo sensibilmente gli aspetti civili e comunitariche caratterizzarono i periodi più felici della storia di tali istitu-zioni, ovvero il VI e – ancor più – il V secolo. La crescita esponenziale delle guerre, da cui derivava al-le singole città-stato una sempre maggiore riserva di schiavi, a-veva infatti negli ultimi anni determinato il decollo definitivo diun sistema produttivo basato su una forza-lavoro di tipo schiavi-le – che sostituiva quella, in passato prevalente, basata su mano-dopera salariata. Un tale impiego tuttavia, oltre ad aumentare laproduttività e quindi la ricchezza complessiva della società, fini-va col tempo per determinare degli squilibri sociali sempre piùevidenti, creando un baratro sempre maggiore tra cittadini pove-ri e cittadini ricchi (e ciò sia dal punto di vista della ricchezza,che da quello della sproporzione numerica). Da una parte infatti i cittadini meno agiati (i teti), i qualiper necessità – non avendo delle proprietà agricole indipendenti– erano costretti per sostentarsi a vendere la propria forza-lavoro, si trovavano sempre più spesso privi di qualsiasi impiegocadendo così ulteriormente nella miseria; dallaltra, anche i co-siddetti ceti medi, proprietari di piccoli appezzamenti, soffrivanoin modo crescente la concorrenza dei grandi proprietari terrieri edelle loro imprese, le quali – potendosi ovviamente permettereuna quantità di schiavi molto maggiore, e avendo quindi una su-periore redditività e competitività sul piano commerciale – sem-pre più spesso ne determinavano il collasso economico, spessoinoltre riassorbendoli poi al proprio interno. Si andava insomma sviluppando una forma di capitali-smo su base schiavile (molto diverso da quello moderno, la cuibase è da una parte limpiego della tecnologica industriale e dal-laltra quello di una manodopera libera e salariata), le cui conse-guenze inevitabilmente consistevano (come, del resto, accadeanche nel capitalismo moderno) in una progressiva espropria-zione delle classi medie e basse in favore di quelle più ricche,nonché di conseguenza in una progressiva crescita della spro-porzione esistente tra una parte sempre crescente di popolazionepovera (o che comunque si trovava in non facili condizioni eco-180
    • nomiche) e una, molto più esigua, di cittadini ricchi (grandi ca-pitalisti). Logica conseguenza di un tale tipo di sviluppo fu poi,per gli Stati greci, una presenza sempre più massiccia di fasce dipopolazione nullatenente la cui esistenza dipendeva interamente(o quasi) dallassistenzialismo pubblico, ovvero dal contributo –le liturgie – dato volontariamente dai cittadini più ricchi in favo-re della comunità (e ciò poiché, nel mondo greco classico, loStato non sviluppò mai un apparato burocratico ampio e articola-to quale quello sviluppato dagli Stati ellenistici e da Roma qual-che secolo più tardi). La polis quindi, da un organismo di «piccole» dimensio-ni allinterno del quale si svolgeva unintensa vita comunitaria etendenzialmente democratica, si trasformava ora in un organi-smo sempre più vasto, guidato dagli interessi economici dei cit-tadini più ricchi e funestato inoltre dai disordini e dalle rivendi-cazioni – quali, ad esempio, la richiesta di una nuova ridistribu-zione delle terre – dei ceti più poveri. Essa insomma, finiva coltempo per dividersi sempre di più al proprio interno, perdendoin tal modo quei connotati comunitari e partecipativi che inpassato avevano favorito lidentificazione di tutti i suoi compo-nenti in un unico corpo sociale, rendendola tra laltro capace distornare da sé gli attacchi e la rapacità di Stati come lImperopersiano e determinandola spesso ad affermare la propria pre-minenza sui vicini. Ma lesasperazione delle disparità sociali (e quindi spes-so della stessa lotta di classe) era solo uno degli aspetti del cam-biamento profondo che stava scuotendo dallinterno la vita dellepoleis greche. Un altro di tali aspetti consisteva nella progressivaprofessionalizzazione della politica, la quale da attività aperta atutti diveniva – seppure molto spesso conservando lapparenza ele regole della vita democratica – unattività nelle mani di unaristretta cerchia di tecnici, ovvero di individui professionalmentecompetenti. Un altro aspetto essenziale della vita del IV secolo fu poiquello della professionalizzazione degli eserciti, i quali, anzichéda liberi cittadini (fondati quindi sullentusiastica adesione deicomponenti della comunità), sempre più spesso finivano per es- 181
    • sere composti da soldati mercenari. Limpiego in veste di sala-riati nelle milizie era difatti, e non di rado, una scelta obbligataper molti cittadini poveri. Altre volte invece, nel caso di indivi-dui socialmente altolocati, esso costituiva una libera scelta di vi-ta in ragione soprattutto del prestigio personale e delle ricchezzedi cui tali attività potevano essere fonte.29 Possiamo ribadire dunque ancora una volta come, allavigilia della conquista macedone, la Grecia non fosse – almenoda un punto di vista economico – una realtà in decadenza. Al-lopposto, rispetto ai periodi precedenti, vi era stato senza dubbioun notevole incremento delle attività produttive e di scambio. Era piuttosto su un piano politico e ideologico, che essastava conoscendo una vera e propria crisi didentità, che si tradu-ceva in uno scollamento progressivo dei cittadini dalle attivitàpolitiche e più in generale dalla vita comunitaria. (E ancora unavolta, ci viene qui spontaneo rifarci ad Atene: una città che –forse più di tutte le altre in Grecia – avrebbe avuto i mezzi neces-sari per costituire un punto riferimento e di coesione per gli altriStati, ma che invece proprio in questo periodo cominciò a segui-re una politica militarmente meno aggressiva rispetto al passato,badando più a incrementare le proprie attività commerciali e ipropri interessi capitalistici che non a mantenere – come avevafatto nei decenni precedenti alle Guerre peloponnesiache – unsolido imperio sulle altre città-stato.) In un simile clima di disordine e di abbandono generali,non può dunque stupire il fatto che si sviluppassero e andasseroa segno i progetti di conquista politico militare del vicino Statomacedone.29 Notiamo qui, per inciso, la somiglianza con lo sviluppo di Roma. Anche lì infat-ti, lo sviluppo del sistema di produzione schiavile coincise con un notevole immi-serimento delle classi dei piccoli e medi proprietari terrieri, con la formazione diuna consistente plebe urbana, e con lo svilupparsi di eserciti mercenari i cui quadrierano in gran parte composti da cittadini nullatenenti, o comunque poveri, che inessi trovavano uno strumento di emancipazione dalla miseria.182
    • 5.2 - La Macedonia fino a Filippo II: Stato e storia Premesso che della Macedonia – soprattutto per quantoriguarda i periodi più antichi – si sa in realtà davvero molto po-co, dovendoci limitare per molti problemi (tra i quali quello del-le origini di tale popolo) a mere congetture, tenteremo qui avantidi delineare i caratteri essenziali di un tale Stato, dividendo lanostra trattazione tra una parte di carattere prevalentemente so-ciale e politico e unaltra di carattere più specificamente storico.5.2.1 - Natura e struttura dello Stato macedone Come molte altre zone delle regioni egee di cultura nonellenica, anche la Macedonia del IV secolo a.C. (nonché ovvia-mente – e a maggior ragione – quella dei secoli precedenti) sipuò far rientrare nella categoria degli Stati occidentali ancorafondamentalmente fermi a uno stadio pre-urbano: ovvero essen-zialmente gentilizi sul piano politico e pressoché agricoli sulpiano economico produttivo (cfr a tale proposito il capitolo in-troduttivo, in cui si parla degli sviluppi occidentali dello Stato, edelle loro differenze rispetto a quelli tipicamente asiatici). Come si ricorderà, in un tale tipo di Stati, se da una parteil potere del sovrano – anche laddove esisteva – era fortementelimitato da quello delle grandi famiglie dei proprietari terrieri(un po come accadeva del resto anche nella Grecia del cosiddet-to Periodo oscuro o Medioevo ellenico…), dallaltra non si eraancora sviluppata – se non in misura tutto sommato trascurabile– una classe di artigiani e commercianti intermedia tra il popolominuto (i contadini) e la nobiltà terriera, e nemmeno quindi unavera e propria vita cittadina. Le città difatti quasi non esistevano,assolvendo comunque principalmente un ruolo di carattere am-ministrativo. Lunico centro urbano di un certo spessore in Ma-cedonia, era costituito da Pella, capitale di recente formazioneancora ai tempi di Filippo II. In Macedonia insomma, levoluzione sociale si era fer-mata a uno stadio agrario e tribale, trovandosi le famiglie dellanobiltà a capo di tribù o clan le cui sedi erano ancora, più chevere e proprie città, tipici villaggi gentilizi. Essa non aveva 183
    • quindi ancora conosciuto quegli sviluppi urbani e – si prenda untale termine con beneficio di inventario – borghesi, che in Gre-cia avevano ormai da secoli decretato la fine di un simile stadiosociale e produttivo. Da sempre in Macedonia il sovrano costituiva, nei con-fronti delle famiglie nobiliari, una sorta di primus inter pares, lacui preminenza era legata soprattutto allo svolgimento delle atti-vità militari, e uno dei cui punti di forza era inoltre il ruolo didifesa spesso assolto nei confronti degli strati più bassi della po-polazione nei frequenti dissidi tra questa e la classe dei grandiproprietari terrieri (due tratti questi – quello di capo degli esercitie quello di «amico del popolo» – che ritroveremo anche nellefigure di Filippo II e di suo figlio Alessandro). Un altro elemento da considerare, è il fatto che la popo-lazione macedone – pur essendo, secondo recenti studi, dellostesso ceppo etnico di quella propriamente greca – non intratte-nesse per molto tempo rapporti costanti e significativi con le vi-cine poleis elleniche: un dato questo, che costituiva una delleprincipali differenze tra i Macedoni e gli abitanti della vicinaTessaglia, i quali invece (nonostante i connotati spiccatamentearcaici e gentilizi della propria organizzazione sociale) erano dasempre parte integrante della compagine politica e culturale,nonché linguistica, propriamente greca. Solo col tempo, e con lo sviluppo di sempre più frequen-ti e profondi rapporti di carattere commerciale e culturale con levicine città-stato greche, si ebbe un avvicinamento tra mondoellenico e mondo macedone, un fatto che favorì notevolmentelammodernamento delle strutture politiche e amministrative diquestultimo, a tutto vantaggio ovviamente della sua capacità dipenetrazione politica e militare.5.2.2 - Sviluppi della Macedonia fino a Filippo II Tratteremo qui avanti dei cambiamenti che, nel corsodi circa due secoli, la struttura politica e militare dello Statomacedone subì principalmente ad opera dei suoi sovrani, trala-sciando però – sia perché scarsamente noti, sia perché poco184
    • pertinenti col presente discorso – gli eventi particolari che nescandirono la storia. Mentre nel prossimo paragrafo ci occuperemo delle im-prese politiche e militari di Filippo II, qui di seguito ci sofferme-remo invece principalmente, anche laddove parleremo di talesovrano, sui mutamenti che questi impresse (fondamentalmente,in continuità con il lavoro dei suoi predecessori) alla società ma-cedone. - La Macedonia dalle origini fino a Perdicca III - Si parla spesso – e non del tutto a torto – di Filippo IIcome di colui che pose in essere quella serie di modifiche del-lassetto politico e militare della Macedonia, che resero possibilelenorme espansione territoriale di questultima sia sotto la suareggenza che sotto quella di suo figlio Alessandro. Non si devetuttavia neanche dimenticare come molti dei sovrani che lo pre-cedettero (soprattutto quelli a lui più vicini) portassero avantidelle riforme di segno sostanzialmente analogo alle sue. Avvicinamento politico e culturale (nonché commercia-le) alle poleis greche; sviluppo delle città e dei commerci (laMacedonia esportava soprattutto legname e pece); riforma de-gli eserciti (in direzione di una maggiore partecipazione popo-lare) e delle strutture politiche statali (a favore di una maggiorecoesione e unità dei poteri gentilizi locali attorno al potere del-la corona): furono queste in sostanza le direttive di sviluppodello Stato macedone a partire dal VI-V secolo in avanti. E funel solco di tali riforme che si collocò appunto lazione rifor-matrice di Filippo II. Vediamo ora quali furono – e quali cambiamenti poseroin essere – i principali sovrani macedoni prima di Filippo II.Del primo sovrano macedone, il cui nome fu Perdicca I e chegovernò nel VII secolo a.C., non ci resta alcuna notizia storicaattendibile. Una delle prime informazioni storicamente affidabiliriguarda il sesto secolo, quando il sovrano Aminta I diede riparoad Ippia (figlio di Pisistrato) dopo la fuga di questi da Atene, inseguito alla fine della tirannide. 185
    • Nel V secolo a.C. poi, tra i vari sovrani si distinse so-prattutto Alessandro I, il quale – non a caso soprannominato fi-lelleno (amico dei greci) – favorì ulteriormente lavvicinamentoculturale dello Stato macedone alle vicine poleis greche, soste-nendo tra laltro lorigine peloponnesiaca degli Argeadi (la dina-stia macedone), da lui considerati lontani discendenti del miticore Agamennone. Tale sovrano contribuì inoltre con la sua azioneallammodernamento del proprio regno, e ciò soprattutto rifor-mandone gli eserciti con la creazione di una fanteria stabilecomposta dai contadini che si affiancava al più antico esercito acavallo (i «compagni del Re») composto dalla nobiltà. Alla fine del V secolo a.C. si collocò il regno di Arche-lao (414 – 399), che riformò lo Stato soprattutto dal punto di vi-sta economico e sociale, favorendo lo sviluppo delle strade, deicommerci e delle città (queste ultime in qualità soprattutto dicentri amministrativi e di reclutamento delle milizie dello Stato),ma anche da quello politico e burocratico (con la divisione delterritorio in diversi distretti, ognuno con a capo una città; e colrafforzamento dellautorità regale sulle regioni dellalta Macedo-nia, da sempre particolarmente riottose a riconoscere la supre-mazia del sovrano). Particolare degno di nota, fu proprio alla corte di Arche-lao che Euripide scrisse le «Baccanti», una delle più belle e ce-lebri tragedie antiche, nella quale si narra la conquista della Gre-cia da parte di un nuovo dio non greco (Dioniso) provenientedalle remote contrade della Tracia (un fatto questo, che parequasi costituire una premonizione – anche considerando la pros-sima identificazione di Alessandro Magno con tale divinità – diquelli che sarebbero stati gli sviluppi culturali e geografici delmondo greco!) La morte di Archelao gettò tuttavia il paese in uno statodi grave disordine, causando unaspra lotta per la successionedinastica e determinando inoltre una situazione di forte instabili-tà politica di cui gli Illiri (i vicini nord-occidentali dei Macedo-ni) approfittarono molto presto, invadendo le regioni di confine eminando la stessa integrità territoriale del regno macedone. Fu proprio combattendo contro gli Illiri infatti, che per-se la vita Perdicca III (365 – 359), lultimo sovrano prima di186
    • Filippo II, il quale assurse alla dignità regale proprio in qualitàdi tutore del nipote Aminta, figlio di Perdicca III e allora anco-ra infante. - I cambiamenti dello Stato macedone sotto la reggenza di Filippo II - Elencheremo sinteticamente qui avanti, il complesso diriforme che – lungo larco di più o meno tutta la propria reggen-za – il nuovo sovrano Filippo II impose al suo paese. Nel corso del suo regno difatti, Filippo apportò dei mu-tamenti sostanziali tanto allassetto dellesercito, nonché più ingenerale al complesso delle tecniche militari in esso in uso (siricordi, a tale proposito, come egli avesse alcuni anni della pro-pria giovinezza, in qualità di ostaggio, presso la corte del grandestratego tebano Epaminonda: unesperienza dalla quale senzadubbio ricavò nuove e stimolanti idee), quanto allassetto ammi-nistrativo e civile dello Stato macedone. Quanto allesercito, merito di Filippo fu soprattutto quel-lo di riorganizzarne radicalmente la fanteria, una forza fino adallora estremamente disordinata, soprattutto se paragonata allapiù solida realtà della cavalleria (i «compagni del Re», come giàsi è detto); e ciò con grandi vantaggi sia dal punto di vista del-lefficienza militare, sia da quello della coesione sociale del re-gno (la partecipazione del popolo alla guerra infatti, implicava –essendone al tempo stesso anche causa – una maggiore rilevanzapolitica di questultimo; ciò che, in questo caso, avveniva anchea vantaggio del potere del sovrano, da sempre – come già si èaccennato – difensore del popolo di fronte allautorità dei nobilifeudatari). Così, se circa due secoli prima i Greci avevano inventatola falange oplitica, Filippo II creava ora la falange macedone: untipo di organizzazione militare destinata presto a rimpiazzarequella precedente, sia perché più consona alle condizioni socialie culturali che avrebbero caratterizzato tanto questo periodoquanto quelli futuri (segnati entrambi dal declino delle città-statogreche, piccole e indipendenti) sia per ragioni di natura squisi-tamente tecnica. 187
    • Mentre infatti da una parte, i piccoli e agguerriti eserciticittadini sorti nei tempi passati stavano conoscendo un irrime-diabile decadimento (essendo tra laltro entrato in crisi lidealepatriottico e civile che vi era a fondamento), dallaltra stavanogradualmente emergendo anche in Grecia nuovi tipi di forma-zioni militari, caratterizzate da dimensioni più consistenti, dauna più articolata ed efficiente organizzazione interna, nonchéinfine da tecniche di manovra fondate rispetto al passato su unmaggior dinamismo di azione (a tale proposito, bisogna notarecome Filippo riprendesse e sviluppasse a modo proprio la tatticadi accerchiamento del nemico, elaborata pochi anni prima daltebano Epaminonda). E fu appunto la riorganizzazione e la ri-strutturazione delle milizie operata da Filippo II – anche se, ov-viamente, non solo essa – il fattore che permise allo Stato mace-done di sottomettere già nei primi anni della sua reggenza le re-gioni a sé vicine, rivoluzionando i precedenti equilibri di poteretra gli Stati balcanici ed egei. Riguardo poi alle riforme di natura più specificamentepolitica (riforme peraltro, come si può facilmente immaginare,strettamente connesse a quelle militari appena descritte) possia-mo dire che esse, in continuità con quelle dei precedenti sovrani,puntassero soprattutto a rafforzare lunità dei gruppi componentila variegata nobiltà locale attorno al potere centralistico del re,lossequio al quale diveniva ora una condizione imprescindibiledella loro stessa esistenza e appartenenza alla nazione. In tali ri-forme infatti, si decideva che la gioventù aristocratica macedonedovesse vivere e essere educata presso la corte del sovrano, fa-vorendo così una sua completa identificazione con la causa na-zionale rappresentata da questultimo. Conquistata finalmente una certa stabilità e unità a livel-lo politico, la Macedonia doveva ora innanzitutto dedicarsi aiproblemi, causati (come si ricorderà) dellinvadenza e dallag-gressività dei popoli Illirici, che la affliggevano nelle zone dinord-ovest.188
    • 5.3 - Le imprese di Filippo II e la nuova unità politico-militaregreca Tratteremo qui avanti delle imprese militari portate a-vanti dalla Macedonia sotto la guida di Filippo II, ovvero dellaprogressiva conquista da parte di tale Stato di quella schiaccianteegemonia sulle zone circostanti – traciche ed ellespontiche, non-ché e soprattutto su quelle propriamente greche – che avrebbecostituito il presupposto stesso delle imprese di Alessandro Ma-gno dei decenni seguenti. Divideremo un tale argomento in base a criteri di naturaprettamente cronologica: in una prima parte, infatti, parleremodelle conquiste macedoni dal 358 fino al 346 a.C. (anno in cui laMacedonia si affacciò prepotentemente allorizzonte degli Statigreci della madrepatria); in una seconda, invece, del periodo dal346 al 336 a.C. (anno della morte di Filippo), durante il quale ilsovrano macedone consolidò – anche attraverso la creazione diadeguate strutture istituzionali e di una più solida organizzazionepolitica e militare – il proprio predominio sullarea greca.5.3.1 - Il primo periodo dellespansione macedone (359 – 346) Acquisita nel 359 a.C. la reggenza dello Stato macedo-ne, Filippo II si diede subito da fare non solo – argomento appe-na trattato – per rafforzarne le strutture interne, ma anche perconsolidarne gli allora vacillanti confini di nord-ovest. Successivamente a una tale opera di consolidamento ter-ritoriale, egli diede inizio a quel grandioso processo di espansio-ne nelle regioni limitrofe che lo rese presto padrone dei mari edelle terre dellEuropa balcanica meridionale e delle vicine zonemarittime, egee ed ellespontiche. Unoperazione questa, che furesa possibile da più fattori concomitanti: a) innanzitutto, comesi è visto, dalla crescente debolezza di quei poteri politici e mili-tari che in precedenza avevano effettivamente saputo esercitareunegemonia su quelle zone: quelli cioè della Persia e della po-tenza marittima ateniese; b) dallampliamento progressivo deiconfini e delle zone dinfluenza della Macedonia e – con essi –della ricchezza affluente nelle casse di tale Stato, mezzo indi- 189
    • spensabile per il rafforzamento dei suoi eserciti; c) ed infine dal-lindiscutibile abilità militare e diplomatica – oltre che dallam-bizione – del nuovo sovrano. La prima impresa militare di Filippo fu, nel 358, la sot-tomissione del regno degli Illiri, ovvero lappianamento delle di-vergenze territoriali che aveva con esso (anche se bisogna ricor-dare come una piena soluzione di tale problema si avesse solonel 344 a.C.). Ottenuta una certa stabilità a ovest, dal 358 a.C. inavanti egli si impegnò in quel grandioso piano di espansioneverso est (Tracia e Stretti) e verso sud (Grecia) che sarebbe ap-punto culminato, con la battaglia di Cheronea (338), in una so-stanziale conquista della Grecia. - La prima fase: lespansione a est - Analizziamo ora le fasi salienti (rimandando ovviamen-te, per una trattazione più completa e dettagliata dei fatti, ad altrie più approfonditi testi di storia greca) di tale espansione. Nel 258 a.C., Filippo conquistava la città di Anfipoli, daanni orami uno dei principali obiettivi dellespansionismo politi-co ateniese. E nonostante in un primo tempo egli dichiarasse diaver compiuto limpresa in favore di Atene – di cui asseriva dicercare lalleanza e lamicizia –, in un secondo momento, con unpretesto, si rifiutava di cedere la città alla sua legittima proprie-taria. Scoppiava allora (357) un primo conflitto tra i due Stati,che si risolveva in breve tempo in una vittoria della Macedonia –e ciò anche per lappoggio che questultima aveva ottenuto dallavicina Lega degli Stati calcidici, con la promessa, in cambio diun aiuto militare, di cedere loro la città di Potidea, antica e riccacolonia ateniese in quellarea. Dopo questa prima – ma significativa – vittoria, Filipposi volgeva verso est, conquistando prima (col pretesto di fornireaiuti e protezione alla città di Crenide) la ricchissima regioneaurifera del Pangeo, in seguito divenuta per la Macedonia une-norme fonte di ricchezze (356); in un secondo momento (355) lericche regioni della Tracia fino al fiume Nesto (…mentre la par-te di esse ancora indipendente si alleava, a scopo difensivo, conAtene); nonché infine la città di Metone, colonia attica posta ad190
    • occidente della regione Calcidica (quindi praticamente già susuolo macedone). Con la conquista della Tracia fino al fiume Nesto, avevain sostanza termine la prima fase dellespansione macedone: e-spansione nel corso della quale tale Stato era riuscito a guada-gnare ampi sbocchi marittimi, a conquistare molte delle floridis-sime città elleniche di tale area (ciò che favorì la contaminazionemacedone con lelemento ellenico) e a impadronirsi della regionedel Pangeo, ricchissima di filoni auriferi. Daltronde, se la reazione ateniese di fronte allespansio-nismo militare macedone non fu particolarmente decisa, ciò av-venne soprattutto per due ordini di ragioni: a) da una parte per ilfatto che, proprio in quegli anni (357–355), si stesse svolgendoallinterno del suo stesso impero marittimo una «guerra sociale»in seguito alla quale tre dei suoi principali Stati – Chio, Rodi eBisanzio – se ne sarebbero dissociati, diminuendone notevol-mente il peso e le dimensioni; b) e dallaltra (argomento di cuiabbiamo già parlato nei precedenti paragrafi) per il fatto chestesse prendendo piede allinterno di Atene un nuovo indirizzopolitico, molto più incline a un atteggiamento di raccoglimentoche non a coltivare con audaci e rischiose imprese militari le tra-dizionali aspirazioni imperialistiche della città – anche se ciò,ovviamente, fatte salve le relazioni commerciali e le principalifonti di ricchezza del passato. Nonostante infatti Filippo, con le sue recenti conquiste,finisse per sottrarre ad Atene dei territori che, anche quando nonappartenevano ufficialmente alla sua Lega marittima, ne subiva-no comunque fortemente linfluenza (a causa soprattutto deglistretti rapporti economici), i traffici della città-stato attica resta-vano pur sempre estremamente floridi, non perdendo se non unapiccola parte della loro vitalità. Tutto ciò – assieme al già citatoproblema delle guerre sociali – induceva dunque Atene a nonreagire con eccessiva decisione allespansione egea del vicinoStato macedone. Solo – come vedremo tra poco – a partire dalla dichiara-zione di guerra di Filippo alla vicina Penisola calcidica (349),Atene si trovò di fronte ad un aut aut irrevocabile: cedere al 191
    • conquistatore macedone il proprio potere marittimo, o tentareuna volta di più, in onore appunto alla proprie tradizioni impe-rialistiche, di mantenere lantico dominio politico-militare suimari – dominio peraltro già ridimensionato dagli esiti della guer-ra sociale. - La seconda fase: linizio della conquista greca - Potenziata la propria influenza sulle vicine regioni ege-e, Filippo si sentì pronto per iniziare lespansione sui territorigreci posti a sud della Macedonia. Loccasione per intraprende-re tale impresa gli fu fornita dalla guerra – detta «sacra» – sca-tenatasi tra la Lega beotica (la cui egemonia, come si è visto,già dopo la battaglia di Mantinea del 362 a.C. aveva iniziato avacillare) e gli Stati della Focide, per il predominio sui territoridella città sacra di Delfi (il cui santuario costituiva uninesauri-bile miniera doro). Mentre i Focesi avevano chiesto laiuto della vicina po-tenza tessalica, i Beoti si erano invece alleati con la Macedoniadi Filippo II. In tal modo questultimo, presentandosi una voltadi più come paciere nelle contese tra piccoli e litigiosi Stati lo-cali, aveva posto le basi per una penetrazione (potenzialmenteanche pacifica) in territori fino ad allora estranei alla sua in-fluenza politica. E anche se la guerra tra i due fronti – beo-ta/macedone e focese/tessalico – si sarebbe risolta solo nel 346a.C., già nel 352 Filippo riusciva a sottomettere la Tessaglia,uno Stato che di lì a due secoli sarebbe divenuto un sicuro estabile dominio macedone. Ma levento scatenante dellultima fase della conquistadei territori greci ed egei, fu la guerra dichiarata nel 349 a.C. daFilippo alle città della Lega calcidica (le stesse – si badi – la cuialleanza egli aveva precedentemente cercato e trovato (357) nel-la lotta contro Atene per la conquista di Anfipoli), contro cui Fi-lippo si scagliò con il pretesto di un atto di insubordinazione neisuoi confronti. Alla richiesta da parte delle città calcidiche di un aiutocontro linvasore, Atene (pur già al tempo divisa tra due oppostifronti interni, più pacifista luno e più aggressivo laltro – fronti192
    • che inoltre, dopo la stipula della pace del 346 a.C., avrebberoconosciuto un ulteriore inasprimento delle proprie divergenze)rispondeva positivamente, dando avvio a un conflitto il cui sa-pore era quello di uno «scontro finale» tra le libere città-statogreche e la potenza dispotica dei macedoni, decisa – come laPersia alcuni decenni prima – a limitare la libertà e lindipen-denza delle prime. E se anche Filippo riuscì in un solo anno nellimpresa diconquista della Lega calcidica (Olinto, città a capo di essa, caddenelle sue mani già nel 348 a.C.), la guerra tra Atene e la potenzamacedone proseguì fino al 346, anno in cui Filocrate, un politicoateniese di orientamento moderato (a favore cioè di una politicapiù misurata in campo militare) proponeva al nemico, ovviamen-te col consenso dei propri connazionali, di stipulare un accordodi pace (detto appunto Pace di Filocrate).30 Sempre nel 346 a.C. inoltre, Filippo riusciva nellimpre-sa – nella quale aveva invece fallito nel 352 – di sfondare la resi-stenza dei Focesi presso le Termopili. In tal modo, dopo la con-quista nel 352 della Tessaglia, egli riusciva ora a penetrare nelsuolo della Grecia centrale, in qualità una volta di più di tutore ecustode dellordine politico di una regione martoriata da sangui-nose guerre intestine. Infine, proprio attraverso i voti delle città della Focideappena sottomesse, egli veniva eletto membro a pieno titolo del-lAnfizionia delfica (unantichissima lega sacra, i cui membri e-rano le maggiori città-stato della Grecia centrale), ricevendo i-noltre una carica onorifica di altissimo valore simbolico: quelladi «presidente dei gioghi olimpici», con la quale veniva in so-stanza suggellata la sua adozione allinterno della nazione grecada parte e con il consenso dei greci stessi.30 È bene tuttavia ricordare, una volta di più, come i traffici ateniesi ed egei in ge-nere, non fossero lesi – quantomeno in modo rilevante – dalla presenza di FilippoII, ragione per cui lintervento ateniese contro la Macedonia fu un fatto legato ingran parte al desiderio dellantica potenza marittima di mantenere il suo predomi-nio politico e culturale, oltre che da quello (già alla base del conflitto contro laPersia) di preservare lautonomia e lindipendenza del mondo greco da influenzeesterne. 193
    • 5.3.2 - Il secondo periodo dellespansione macedone, ovvero ildilagare di Filippo in Grecia (346 – 336) Subito dopo essersi installato in Grecia, Filippo iniziavauna vasta opera di proselitismo, da una parte stipulando unanuova pace comune tra i greci, la cui reale efficacia era tuttavialimitata agli Stati delle zone da lui effettivamente dominate; dal-laltra trovando un accordo di non belligeranza e di spartizioneterritoriale con la Persia riguardo alle zone egee. In base a taleaccordo, questultima avrebbe controllato le regioni orientali (es-senzialmente lAsia minore e le sue coste e isole), mentre lin-fluenza macedone si sarebbe estesa alle zone recentemente sog-giogate (comprese tra la Tracia e la Grecia settentrionale). In seguito a questo accordo inoltre (reso possibile anchedalla tendenza del colosso asiatico, negli ultimi decenni, a dis-solversi in una miriade di Stati indipendenti coincidenti con leproprie satrapie, nonché conseguentemente da una diminuita ca-pacità di controllo sui propri territori, soprattutto sui più periferi-ci) egli poteva presentarsi ai greci come il liberatore del mondoellenico dal dominio e dalle mire espansionistiche persiane. Ma in realtà la Pace di Filocrate del 346 a.C., altro nonpoteva essere per Filippo che una tregua passeggera, cui sarebbeinevitabilmente seguita una ripresa dellopera di conquista diquei territori della Grecia (tra cui, in primis, Atene) che ancoraresistevano alle sue mire espansionistiche. Lo stesso del resto, sipoteva dire di quel partito ateniese della guerra guidato dal poli-tico e oratore Demostene, che da quasi un decennio oramai de-nunciava il pericolo costituito per lImpero ateniese dallespan-sione militare e territoriale del vicino Stato macedone. Ancheper tale partito difatti, la pace stipulata nel 346 costituiva in so-stanza solo uno strumento per preparare le forze dellesercito a-teniese allo «scontro finale» con Filippo: scontro al termine delquale – nei suoi disegni – Atene avrebbe riaffermato il proprioruolo egemonico nellEgeo e, forse, su tutta la Grecia. Ma nella democratica Atene si era formato anche un al-tro fronte (la cui esistenza non sarebbe però bastata a scongiura-re la guerra che avrebbe coinvolto la città negli anni immediata-194
    • mente successivi) essenzialmente favorevole a una resa pacificadi fronte allinvasore esterno, visto come un vero e proprio «sal-vatore della patria»: nascente astro politico capace di unificare labellicosa compagine degli Stati greci, a tutto vantaggio tra laltrodelle mire commerciali e degli interessi capitalistici delle classidominanti. Mentre (come si è già detto) Demostene era alla guidadel fronte imperialista e militarista, Eubolo e – almeno negli an-ni dopo il 346 a.C. – loratore Eschine lo erano del partito filo-macedone, decisamente più pragmatico ed «opportunista» delprimo.31 Pochi anni prima del nuovo conflitto con Atene inoltre,Filippo riuscì a portare a termine la conquista dei territori dellaTracia ancora indipendenti (342). Ma tutto ciò non bastò a de-terminare una ripresa delle ostilità tra i due fronti, ripresa cheinvece si ebbe due anni più tardi (340) a causa del tentativo daparte del Macedone di conquistare Bisanzio, e più in generale alsuo interessamento alla zona degli Stretti (da sempre cruciale perlapprovvigionamento granario di Atene e per la vitalità dei suoicommerci egei). In modo simile a quanto già era accaduto con la LegaCalcidica, anche in questo caso Atene accorse in soccorso di ter-ritori che ne reclamavano il sostegno: un appello a cui essa ri-spose prontamente al fine di salvaguardare la propria supremaziacommerciale su di essi (commerciale, ma oramai non più politi-ca e militare, dal momento che Bisanzio, attraverso la guerra so-31 Un esempio delle due diverse idee di conduzione dello stato – quella di Eubulo equella di Demostene – lo troviamo nel provvedimento sul theorikon (il fondo dellefinanze statali destinato alla comunità) fatto approvare da Eubulo e fortementeosteggiato dal suo rivale. In base a tale provvedimento, le eccedenze di bilanciodello stato avrebbero dovuto essere devolute in favore dei cittadini più bisognosi,per mantenere una precaria pace sociale minata da pesanti squilibri economici,anziché per finanziare nuove imprese militari. Era questa, in un certo senso, lastrategia delle classi più ricche, interessate al mantenimento dellordine e della sta-bilità politica, basi indispensabili per portare avanti il loro programma di espan-sione commerciale e capitalistica.Dal canto suo invece, Demostene si scagliò pesantemente contro una tale legge,che inibiva ad Atene la possibilità di dar vita a nuove imprese di conquista. 195
    • ciale del 357, si era dissociata dal dominio ateniese – ragione perla quale peraltro, adesso non aspirava a essere ricompresa sottoquello di Filippo). A differenza tuttavia di quanto avvenuto per la LegaCalcidica, Filippo – scontrandosi con forze navali di tradizioneed esperienza decisamente superiori rispetto alle proprie – nonriuscì qui ad avere la meglio. A un tale fattore si dovette forse lasua decisione nellanno successivo (339) di spostare il conflittosulla terraferma greca. Per porre in atto una tale opzione tuttavia, gli era innan-zitutto indispensabile procurarsi un valido pretesto, un casus bel-li. E cosa meglio della proverbiale «litigiosità» dei Greci delleregioni centrali – sulle quali inoltre egli aveva già da tempo este-so la propria influenza – poteva fornirglielo? Fomentata così, at-traverso le proprie influenze sulle classi politiche filo-macedoni,una nuova lite tra Beoti e Focesi per i territori sacri di Delfi, Fi-lippo trovava alla fine un valido motivo per giustificare il suointervento nella Grecia centrale, nonché – implicitamente – nellaGrecia tutta. La guerra però si rivelò più dura di quanto egli avessecalcolato: Tebe e la Lega beotica difatti – la cui alleanza allacausa macedone, dopo la vittoria congiunta di pochi anni primacontro la Focide e la Tessaglia, egli dava per scontata – si schie-rarono a favore di quella compagine di Stati greci (composta daAtene, dai Focesi, da Corinto, e in generale dalle maggiori po-tenze greche) che, ad opera dellateniese Demostene, si era for-mata in tutta fretta per fronteggiare il suo intervento. Sotto la guida di Demostene, la Grecia conosceva cosìun ultimo (ma inutile) rigurgito di orgoglio nazionale, nel dispe-rato tentativo di scongiurare leventualità di divenire terra diconquista da parte di un dominatore esterno, quale sarebbe statoappunto Filippo II. Un tale tentativo tuttavia, pur costellato danotevoli successi, conobbe il suo definitivo fallimento lanno se-guente (338) presso i campi di Cheronea, con la sconfitta e laresa al nemico dellimprovvisata Lega panellenica. In tal mododunque, Filippo diveniva in sostanza e a tutti gli effetti, il domi-natore della Grecia europea. Ottenuta una tale vittoria, al sovra-no macedone non restava altro da fare che regolare i conti con le196
    • città-stato ribelli (soprattutto ovviamente con quelle della Legabeotica, alle quali, colpevoli di aver tradito la sua fiducia, toccòla punizione più dura) e successivamente riorganizzare da unpunto di vista politico e militare la compagine di tali Stati, attra-verso la creazione di una coalizione nella quale egli avrebbe de-tenuto un ruolo nettamente dominante. La città di Corinto ospitò perciò, nel 337 a.C., un Con-gresso al quale parteciparono tutti gli Stati greci con la sola ec-cezione di Sparta, la quale – pur divenuta oramai una potenza disecondo piano – rimaneva fieramente arroccata in una posizioneisolazionistica. In seguito a un tale congresso, si formava cosìuna Lega che, nonostante venisse chiamata «panellenica», era inrealtà capeggiata da Filippo, ovvero da un non greco! Nel corso di tale congresso veniva inoltre stipulato unpatto di alleanza tra le varie città-stato, in base al quale esse era-no obbligate alla non belligeranza reciproca sotto la vigilanzadel capo della Lega, e che comportava la creazione di una coali-zione di natura militare – a scopo difensivo/offensivo – sia tra diesse che con gli eserciti della Macedonia, e al cui comando siponeva ovviamente lo stesso Filippo. La morte improvvisa e violenta di questultimo nellannosuccessivo (336) interrompeva una serie impressionante di vitto-rie e conquiste le quali, qualora fossero continuate, si sarebberocertamente dirette contro lo Stato che da sempre costituiva il piùtradizionale nemico dellEllade: la Persia. Daltronde – come tut-ti sanno – dopo la scomparsa di Filippo spettò al figlio di questi,Alessandro, il compito di portare a compimento la missione giàaccarezzata dal padre: una cosa che questi fece raggiungendodelle vette che, molto probabilmente, neppure suo padre avrebbeeguagliato.5.3.3 - Bilancio complessivo degli anni di Filippo II Se volessimo tentare di spiegare le ragioni del «miracolomacedone» – ovvero dellemergere come potenza guida di unmondo vastissimo, coincidente allincirca con lEuropa balcanicameridionale, di uno Stato che, fino a pochi decenni prima, costi- 197
    • tuiva in esso una realtà ancora di secondo piano – dovremmoforse ricorrere alleffetto combinato di due fattori concomitanti. A nostro avviso difatti, a base di un tale processo, vi fuda una parte lindebolimento dei tradizionali poteri politici e mi-litari delle zone interessate dallespansione macedone (sia diquello ateniese, e più in generale greco, dovuto allo scardina-mento degli equilibri politici e territoriali precedenti alle guerrepeloponnesiache; sia di quello persiano, indebolito soprattuttoda lotte intestine di carattere dinastico che da tempo ne minava-no lunità e la coesione politica e militare); e dallaltra un fattoredel tutto interno alla Macedonia degli anni di Filippo II, seppurecertamente stimolato dalla situazione appena descritta: vale a di-re la vasta impresa di consolidamento e di rinnovamento politicoe militare portata avanti dal nuovo sovrano (comprensiva peral-tro dellinvenzione di nuove e rivoluzionarie tecniche militari).Oltre a tutto ciò poi, vi fu – come sempre in questi casi – leffettocumulativo delle vittorie macedoni: ogni conquista infatti incre-mentava non solo il prestigio, ma anche le risorse materiali diuno Stato già in forte espansione. Un altro aspetto su cui soffermarsi è poi il modo in cui leimprese di Filippo II vennero recepite allinterno del mondo gre-co. La discesa in Grecia di Filippo e la sua graduale opera diconquista costituirono difatti, in un certo senso, lavverarsi diuna profezia, o comunque di un desiderio generalizzato allinter-no dellecumene greca, la quale (oramai dai tempi di Lisandro, ilgenerale spartano autore della sconfitta ateniese del 404) vivevanellattesa di un grande condottiero capace di risolvere la suaendemica situazione di caos interno. A questo poi, si deve aggiungere il fatto che le impresedi Filippo si collocassero in un periodo di profondissima crisidelle poleis sia da un punto di vista politico (le loro strutture es-sendo pesantemente minate – come si è visto – da una recrude-scenza di squilibri sociali ed economici che in età classica pare-vano essersi almeno in parte risolti), che da un punto di vista i-deologico (il declino materiale di tali istituzioni non potendo ap-punto non essere accompagnato da un parallelo declino di carat-tere ideologico e morale).198
    • Fu in un tale clima di sconforto generalizzato e di attesaquasi «messianica» che si collocarono le conquiste di Filippo ela fine dellindipendenza greca, oltre che, ovviamente, il sostan-ziale tramonto delle aspirazioni e degli ideali patriottici e liberta-ri che avevano caratterizzato la Grecia del periodo propriamenteclassico. Ma anche in una simile situazione di difficoltà oggettiva,gli antichi ideali ellenici di potenza – fondati sullidea dellindi-pendenza politica delle città-stato e del loro dominio sui viciniStati barbari – non potevano certo scomparire improvvisamentecome neve al sole. Nonostante il loro anacronismo infatti, essicontinuavano – soprattutto ad Atene – a esercitare un forte a-scendente su buona parte della popolazione. Anche a ciò, moltoprobabilmente, si dovette il prevalere in extremis del fronte dellaguerra di Demostene (il quale, oltre che un politico, fu forse ilpiù grande oratore della storia greca) su quello più moderato, fa-vorevole in sostanza alla pace e alla resa di fronte al nemico(fronte rappresentato, oltre che da politici quali Eubulo e Filo-crate, anche da oratori quali Eschine e Isocrate). Quanto al giudizio su tali schieramenti, retrospettiva-mente crediamo di poter forse dare più ragione a Eubulo e aEschine che non a Demostene, anche se non possiamo non ri-conoscere la grandezza e la lucidità di questultimo, capace nonsolo di intuire e di denunciare il pericolo costituito da Filippoper lindipendenza ateniese e greca, ma anche di elaborare dellestrategie politico-militari e di organizzare un estremo tentativodi difesa. Almeno dal punto di vista retrospettivo insomma, cipare di poter affermare che Demostene si ostinasse a difendereuna struttura politica – quella della polis tradizionale, indipen-dente e sovrana – che già da anni era entrata in crisi per ragioniendogene e che si trovava in sostanza sulla via di un inarresta-bile declino. Il futuro assetto politico dellEllade e degli Stati limitrofiinfatti, – e ciò non solo in ragione della decisa estensione e in-ternazionalizzazione degli interessi economici e commerciali,ma anche della decadenza degli ideali politici classici di cui ab-biamo già parlato – non poteva più essere quello di un fraziona-mento territoriale basato su piccole entità politiche, bensì piutto- 199
    • sto quello di una realtà maggiormente unitaria e di respiro deci-samente più ampio, capace – tra laltro – di favorire i rapporticommerciali attraverso una maggiore continuità territoriale. Possiamo concludere questo breve bilancio dei primianni dellespansione macedone, ricordando la presa di posizionedi un grande oratore ateniese – Isocrate – il quale, pure allepocaoramai ultranovantenne, salutava in Filippo non tanto il conqui-statore dellEllade, quanto il suo benefattore, colui che non sol-tanto sarebbe stato in grado di restituirle quella pace interna del-la quale aveva tanto bisogno, ma anche di unire le forze dei suoiStati in una grande impresa di riscossa nazionale contro il vicinocolosso persiano.200
    • Alessandro Magno e la conquista dellImpero persiano Qui avanti parleremo di uno dei più celebri condottieridi tutti i tempi, Alessandro Magno. Figlio del precedente sovra-no macedone Filippo II, a lui toccò in sorte il difficile compito diportare a compimento limpresa – già progettata, anche se maiconcretamente attuata, da suo padre – di conquistare ed espande-re i domini greco-macedoni nelle vicine regioni medio-asiatiche. Come nei precedenti capitoli, anche in questo non indu-geremo troppo nella descrizione degli eventi politico-militari.Nostro interesse precipuo infatti, sarà quello di analizzare il pe-riodo in questione più da un punto di vista strutturale che eve-nemenziale, cercando di evidenziare cioè quelle che furono leragioni di fondo che resero possibile la conquista da parte deglieserciti greco-macedoni di territori che andavano ben oltre i con-fini dellImpero achemenide. Un dibattito ricorrente allinterno della storiografia mo-derna – una disciplina che, come noto, aspira a criteri di obietti-vità scientifica – riguarda la natura più o meno necessitata deglieventi storicamente più rilevanti. A un tale proposito, è nostraopinione che – seppure non si debba mai ignorare il ruolo, sem-pre estremamente significativo, giocato dalle condizioni sociali epolitiche e dalle tendenze di sviluppo da esse impresse a un de-terminato contesto storico – tali fattori non sempre bastino arendere conto delle trasformazioni di questultimo. Proprio leimprese politico-militari di Alessandro Magno ci appaiono unachiara dimostrazione di tale affermazione, come cercheremo dimostrare nel corso della nostra analisi. Essa evidenzierà difatti,come motore ultimo delle conquiste del macedone (…ove, quan-tomeno, se ne consideri leccezionale entità) non furono tanto lecondizioni obiettive della Grecia e della Persia, quanto piuttostoil carattere, le aspirazioni e le convinzioni personali di colui chetali campagne progettò e condusse. 201
    • Per una volta almeno nella storia, dunque, possiamo direche fu larbitrio di un singolo individuo – pur coadiuvato senzadubbio da fattori storici di più ampio respiro – la causa ultima enecessitante di un evento storico di grande portata. Tale fu lanascita di un impero misto, asiatico ed occidentale insieme, ca-pace di rivoluzionare lintera storia mondiale con la nascitaprima dei Regni ellenistici e in seguito della grande potenzaromana che della tradizione ellenistica costituì in gran parteuna continuazione.1 - Condizioni della Grecia e della Persia alla vigilia dellim-presa di Alessandro Magno1.1 - La Grecia europea Abbiamo già ampiamente trattato della condizione in-terna della Grecia a partire dalla fine dalle guerre del Pelopon-neso. Disintegrazione territoriale e politica (nonché, quindi, uncostante stato di guerra intestina); decollo definitivo di un mo-dello produttivo sempre più basato sullimpiego di forza-lavoroschiavile, che finì col tempo per esacerbare i già diffusi pro-blemi di disparità economica e sociale, alimentando così il fe-nomeno del parassitismo; ed infine, ma non in ultimo, lesigen-za costante di nuovi sbocchi e approvvigionamenti commercia-li, risultato dellespansione costante dei mercati: erano questi,in estrema sintesi, i dati caratterizzanti la società greca delle-poca (e, in particolar modo, le zone più ricche ed economica-mente avanzate di essa). Già il grande oratore Isocrate del resto, aveva «suggeri-to» a Filippo in una lettera aperta lidea di intraprendere la con-quista delle lontane regioni asiatiche, parte del colosso persiano,al fine di diffondere lideale greco – e attico in particolare – diumanità e cultura anche al di fuori del mondo strettamente elle-nico.32 Ma la prospettiva di una tale conquista era allettante an-32 La figura di Isocrate esprime bene la mutata temperie della società greca di que-sti anni. La scuola di pensiero da lui fondata in Atene – seconda per importanzasolo allAccademia platonica – celebrava la grandezza della Grecia, e in particolare202
    • che per ragioni decisamente meno spirituali. Essa avrebbe potutodifatti costituire – tra laltro – un valido strumento per dare unarisposta alle contraddizioni sociali che da tempo attanagliavanole città-stato elleniche, minandone la pace e la tranquillità inter-ne. Quel che insomma molti greci desideravano fare con la zonepiù occidentali della Persia, era più o meno quel che Atene ave-va fatto in precedenza con le proprie alleate, confiscando loroalcuni territori e trasformandoli poi in colonie (cleruchìe) su cuiinsediare, tra laltro, i propri cittadini più bisognosi. A questo, siaggiunga il fatto che lorgoglio ellenico non aveva ancora di-menticato le pesanti offese ricevute nei precedenti decenni dalvicino impero asiatico, né aveva rinunciato allaspirazione di li-berare le città greche dellAsia Minore dal giogo del Gran Re. Abbiamo con ciò delineato quelle che furono, con ogniprobabilità, le ragioni sia economiche, sia ideologiche che spin-sero gli Stati della nuova lega greca (Lega di Corinto) ad inco-raggiare un intervento della Macedonia contro i territori più oc-cidentali della vicina potenza persiana.1.2 - La vicina Persia Parleremo ora molto brevemente dellaltro aspetto delproblema, ovvero della situazione dellImpero achemenide neidecenni che precedettero la discesa nei suoi territori di Alessan-dro Magno. Come già aveva dimostrato, ad esempio, la spedizione(descritta nel precedente capitolo) dei 13000 mercenari greci alsoldo del pretendente al trono persiano, Ciro, la Persia era dadi Atene, e la sua superiorità politica e culturale (ma non – si badi bene – razziale)rispetto ai popoli barbari, auspicandone sia una rinascita nazionale sotto legida diAtene, sia una vasta azione di colonizzazione politica in direzione delle più arretratepopolazione del Vicino oriente. Alcuni studiosi scorgono perciò, nel suo pensiero,unanticipazione degli sviluppi successivi della storia greca.A differenza di Demostene, altro grande oratore di quegli anni, Isocrate non sioccupò attivamente di politica e vide in Filippo II di Macedonia, che sostenne, un«amico» piuttosto che un dominatore del mondo greco: cosa su cui peraltro si ri-credette dopo la battaglia di Cheronea (338) e la conseguente sottomissione dellaGrecia. 203
    • anni divisa al suo interno da conflitti dinastici che ne indeboli-vano il potere centrale, alimentando al tempo stesso le spintecentrifughe e indipendentiste dei satrapi locali33 a tutto svantag-gio della sua capacità difensiva rispetto a eventuali aggressoriesterni. (Ed infatti, sia detto per inciso, larrendevolezza mostratada molti satrapi di fronte ad Alessandro e ai suoi eserciti, sispiega in gran parte con la loro ostilità al potere regio.) Ma quella da cui era affetto lImpero persiano era unadebolezza di carattere soprattutto politico e amministrativo, chenon intaccava la base produttiva e sociale degli Stati che ne fa-cevano parte. Per tale ragione si può dire che Alessandro, e idiadochi dopo di lui, ereditarono con la conquista dei territoripersiani delle regioni essenzialmente sane dal punto vista eco-nomico, lo sviluppo delle quali peraltro era stato largamente fa-vorito dai secoli di dominazione persiana, responsabile delledi-ficazione di vastissime reti viarie e dellunificazione monetaria(basata su una moneta chiamata darico).2 - Personalità e formazione di Alessandro Magno Se, come si è già detto, le condizioni obiettive delle re-gioni che furono oggetto di conquista da parte di AlessandroMagno non bastano da sole a giustificare le imprese militari epolitiche di questultimo, è giocoforza trovare nella personalitàdel giovane sovrano la causa più profonda e cogente di esse.Daltronde, per comprendere la psicologia di una persona, nonbasta soffermarsi sul suo temperamento. Si deve indagare anche33 Indicativa di una simile situazione fu la vicenda dellEgitto, un paese da sempreriottoso a subire qualsiasi dominazione straniera, che alcuni anni prima si era ribel-lato con successo al potere dei satrapi persiani guadagnando una nuova indipen-denza, ma che presto era ritornato sotto il giogo persiano per iniziativa di Artaser-se III (un sovrano estremamente energico).Il fatto poi che una tale regione fosse stata presto riconquistata, ci fa capire comela Persia – lungi dallessere un impero oramai allo sfascio – fosse per molti aspettiun organismo ancora vitale.204
    • sul retroterra sociale e culturale nel quale egli formò le sue piùprofonde convinzioni, e con ciò appunto la sua personalità. Nel caso di Alessandro Magno, decisiva in tal senso fumolto probabilmente la convinzione, legata alle sue origini fami-liari, di discendere non da una, ma da due stirpi divine: quella diAchille da parte della madre Olimpiade (della dinastia epirota); equella di Ercole da parte del padre Filippo (della dinastia mace-done degli Argeadi). Per ciò che riguardava gli Argeadi inoltre, la tradizioneche conferiva ad essi una natura divina aveva origini abbastanzaremote, ed era espressione sia della volontà di avvicinamento dialcuni re macedoni alla nazione greca (con le cui stirpi essi so-stenevano di essere imparentati), sia del bisogno di giustificarela propria superiorità nei confronti delle altre casate nobiliari, lequali – come si ricorderà – tendevano spesso a misconoscere ilprimato politico dei sovrani. Daltra parte, anche nella tradizione culturale greca erapresente ab antiquo lidea di una regalità le cui basi fossero divi-ne, come ampiamente attestato ad esempio dalla mitologia. Néva dimenticato come una simile tendenza avesse, soprattutto conil dilagare sempre più incontrollato dei conflitti intra-greci dopole guerre del Peloponneso, riacquistato tutta la sua antica vitalità.(Cosa di cui fanno fede le ricorrenti deificazioni dei grandi con-dottieri, visti dalla gente comune come un valido baluardo difronte al caos politico dilagante.) Tornando ad Alessandro, fu molto probabilmente la pro-fonda convinzione della propria natura divina uno degli elementiprincipali che lo motivarono a intraprendere il suo lungo percor-so di conquista: un percorso il fine del quale divenne col tempoquello di creare un impero universale organizzato sulla base diuna piramide di poteri convergenti nella sua persona, secondoquelle che erano peraltro le tradizioni statali asiatiche, non solopersiane. Altro elemento essenziale per comprendere la figuradel sovrano macedone, è senza dubbio lascendete su di luiesercitato – anche se per molti versi più per differenza, che insenso positivo – dal grande filosofo Aristotele, che fu il suoeducatore personale ancora in tenera età. Il regno che Ales- 205
    • sandro riuscì a realizzare infatti, fu lesatto contrario di quellelibere città-stato che Aristotele considerava come la dimen-sione naturale delluomo greco. Così come, del resto, la me-scolanza di razze che egli cercò di porre in essere nei suoidomini (e che successivamente sarebbe divenuta uno dei ca-ratteri peculiari dei regni ellenistici) costituì unaperta viola-zione del principio aristotelico di superiorità dei Greci rispet-to ai vicini popoli orientali (i barbari). Che in ogni caso, Alessandro ricevesse molte e prolifi-che suggestioni dallinsegnamento del filosofo greco, è un fattoassolutamente indubbio. In particolare, egli ricevette da questi(oltre che, chiaramente, una raffinata preparazione culturale euna conoscenza non superficiale della cultura e delle filosofiagreche) un forte stimolo verso lindagine empirica e più in gene-rale un notevole incoraggiamento verso la conoscenza in tutte lesue forme. Tutti aspetti che, senza alcun dubbio, ritroviamo –seppur implicitamente – nella sua concezione dello Stato, intesocome una mescolanza di diverse culture e idiomi, nonché in ge-nerale in quella morbosa curiosità nei confronti dellignoto che,molto probabilmente, fu uno dei fattori che lo spinsero a tentaredi portare avanti «allinfinito» il percorso di conquiste e annes-sioni di nuovi territori. Riassumendo, possiamo ipotizzare che fossero due leidee alla base della personalità e dellazione di Alessandro Ma-gno: da una parte vi fu la volontà – inizialmente solo latente,ma in seguito anche esplicita – di instaurare un dominio asso-luto sia a livello territoriale che a livello politico-istituzionale(un aspetto, questultimo, che entrava in aperto contrasto con letradizioni sociali e politiche greco-macedoni, che attribuivanoal potere regale un valore limitato e relativo); e dallaltra, una-spirazione sincretistica che negli ultimi anni della sua vita sisarebbe inverata – come vedremo più avanti – in un tentativo difusione tra le élite di comando greco-macedoni e quelle indige-ne, persiane ed iraniche. A questo poi, si aggiungano il corag-gio e la tenacia: due attributi di cui Alessandro era per sua na-tura eccezionalmente dotato.206
    • 3 - Principali eventi del regno di Alessandro Magno (336 –323) Possiamo ridurre a tre le fasi dellimpresa asiatica di A-lessandro Magno, cui dobbiamo però aggiungerne una iniziale,di consolidamento dei confini del proprio Stato (sia a nord-estche in Grecia) e del proprio dominio personale (contro i vari pre-tendenti al trono).3.1 - Imprese militari in Macedonia, Tracia, Grecia (336 – 334) Ottenuta la corona, dopo la morte del padre e a soli ven-tanni, con lentusiastica approvazione da parte dei componentidellassemblea dellesercito macedone, Alessandro dovette risol-vere subito due problemi molto urgenti: da una parte quello disbarazzarsi velocemente di quelle pericolose incognite costituite,tanto per se stesso quanto per la stabilità politica del proprio Sta-to, dagli altri aspiranti alla dignità regale; e dallaltra quello diconsolidare i confini a est e a nord della Macedonia, con spedi-zioni in Tracia e in Illiria (335). Oltre a ciò, nel 335 a.C. egli ottenne dagli Stati dellaLega di Corinto la conferma del mandato – precedentementeattribuito a suo padre Filippo II – di comandante nella prossimaspedizione in Asia minore: spedizione il cui fine avrebbe dovu-to essere innanzitutto quello di liberare gli Stati greci dorientee quelli attigui (Lidia, Caria, ecc.) dalla tirannia del Gran Repersiano. Sempre nel 335 a.C. poi, il giovanissimo sovrano era co-stretto a sedare una nuova rivolta anti-macedone da parte di al-cune delle città-stato della Lega di Corinto, mosse a tale impresasia dalla convinzione della sua morte nel corso della cruentacampagna contro gli Illiri, sia dal denaro e dallincoraggiamentodella vicina Persia, interessata a limitare il dilagare della Mace-donia nellEgeo. Come del resto, aveva fatto suo padre pochi anni primadopo la battaglia di Cheronea (338), anche Alessandro – unavolta vinta la guerra – puniva molto duramente la città di Tebe(colpevole di essere stata la prima a insorgere, incoraggiando 207
    • così le altre a fare lo stesso) giungendo a raderla al suolo e a tra-durne gli abitanti in schiavitù, ma risparmiava laltra grande re-sponsabile dellinsurrezione, Atene. Una scelta che si dovettemolto probabilmente sia al pronto cambiamento di fronte degliateniesi, sia a ragioni culturali (attraverso Aristotele, Alessandroaveva infatti imparato ad amare una tale città per la sua ricchez-za storica e culturale), sia infine – molto probabilmente – al ti-more di determinare attraverso misure troppo drastiche un riav-vicinamento politico e militare tra Greci e Persiani. Ristabilito in tal modo lordine in Grecia e più in genera-le nei propri domini, Alessandro si preparava a partire per lagrande missione asiatica, unimpresa che avrebbe affrontato so-prattutto a mezzo di eserciti macedoni e tessali ma con una bassapartecipazione di greci (quantomeno a livello di contingenti), ol-tre che – almeno inizialmente – in condizioni di forte inferioritànumerica rispetto ai nemici persiani. Era lanno 334 a.C.3.2 - Le imprese di Alessandro in Asia Minore: dalla battagliasul fiume Granico (334) a quella di Isso (333) Nella prima fase dellimpresa asiatica – che iniziò con lavisita alla città di Troia e terminò lanno successivo con la batta-glia di Isso (333) – possiamo dire che Alessandro si mantennefondamentalmente fedele al mandato che lo legava alla Lega diCorinto: quello cioè di liberare lAsia Minore e le regioni a esseattigue dal dominio del Gran Re. Egli fece quindi, in tale fase,ciò che quasi certamente anche suo padre (senza dubbio più rea-lista e calcolatore di lui) avrebbe fatto, estendendo larea di in-fluenza politica e militare del proprio regno e delle città grechedelle quali era alleato, sia alle vicine regioni egee che alle zonepiù interne dellAnatolia. Questi poi i fatti principali. Dopo lo sbarco nella cittàegiziana di Abido, Alessandro si dirigeva presso Ilio (la miticaTroia, in cui – secondo la narrazione di Omero – si era svolta se-coli prima una cruenta guerra tra Greci micenei e Troiani) depo-nendo una corona ai piedi della tomba di Achille, personaggiomitologico col quale si riteneva imparentato. Era, una tale visita,anche un atto simbolico il cui fine consisteva sia nel sottolineare208
    • le antiche radici dellattuale impresa di liberazione dellAsia mi-nore, sia – e forse soprattutto – nel ribadire il proprio legame diparentela con Achille, ovvero implicitamente la propria genealo-gia divina. Poco dopo, presso il fiume Granico, si svolgeva laprima grande battaglia tra gli eserciti del macedone e quelli delGran Re persiano, che si concludeva con una netta vittoria deiprimi sui secondi. La guerra si spostava allora – dopo la facile presa dellacittà di Sardi, capitale delle satrapie occidentali della Persia –soprattutto nelle città greche della costa, le quali cadevano a lorovolta praticamente senza combattere (seppure con leccezione diMileto, nella quale si asserragliavano gli eserciti persiani) in ma-no al conquistatore. Lunico «neo» nella fulminea avanzata di Alessandro inAnatolia, fu costituito dagli eserciti guidati da Memnone, uncondottiero greco (per lesattezza rodio) che – seppure assoldatodal Gran Re – si batteva in realtà per la causa indipendentistadegli Elleni, che cercava di liberare ora da Alessandro, ma che infuturo avrebbe certamente guidato contro la Persia. La morte nelpieno del conflitto di Memnone – unico avversario veramentetemibile per Alessandro – significò dunque per questultimo larimozione dellunico importante ostacolo allattuazione dei pro-pri progetti. Infine, con la battaglia del 333 a.C. presso la città di Isso(situata sul confine tra lAnatolia e le regioni dellentroterra asia-tico), Alessandro suggellava con unaltra schiacciante vittoria leproprie precedenti imprese, aprendosi contemporaneamente lastrada sia verso le regioni africane dellImpero persiano (Siria,Palestina Egitto) che verso quelle più interne (in primis, la Me-sopotamia). In tale battaglia inoltre, cadevano prigionieri del Mace-done anche i familiari più stretti del sovrano persiano: ovvero ifigli, la madre e la moglie – una situazione questa, che fu occa-sione di un primo scambio epistolare tra i due rivali. A propositodi tale scambio è peraltro interessante notare come, a Dario cheimplorava la restituzione dei suoi cari, Alessandro rispondessechiedendo di essere interpellato come «Re dellAsia»: prova mol- 209
    • to eloquente dei suoi nuovi progetti di espansione, ovvero delladecisione di conquistare lintero territorio del nemico – secondounidea che, se da una parte andava ben oltre gli accordi stretticon la Lega di Corinto, dallaltra lusingava le sue sempre più va-ste ambizioni di conquista.3.3 - La conquista dei territori restanti della Persia Achemenide(333 – 327) Dopo questa prima fase espansiva, limitata ai territoridellAsia Minore, ebbe inizio una seconda fase, che sarebbeculminata nella conquista della totalità dei territori dellImperopersiano, oltre che – come vedremo – nellacquisizione del titolodi Gran Re e più in generale in un allineamento a quelle tradi-zioni della regalità persiana delle quali, in particolare nelle partiasiatiche dei propri domini, Alessandro si pose da un certo mo-mento in avanti come prosecutore. Questa seconda fase inoltre, può essere a sua volta sud-divisa in tre sottofasi: a) una prima (333–331) culminante nellaconquista dellEgitto e nella fondazione di una prima e in futuroricchissima colonia, Alessandria dEgitto (…la prima e la più no-ta delle tante «Alessandrie» da lui fondate nel corso delle suespedizioni militari); b) una seconda (331–330) che si conclusecon la presa di Persepoli (la capitale della Persia achemenide) econ la morte di Dario III, nonché con lautoproclamazione di A-lessandro ad erede della dinastia e delle tradizioni di governo deisuoi precedenti nemici (un fatto che segna una brusca inversionedi tendenza rispetto alla precedente fase, ideologicamente moti-vata dal proposito di vendicare la Grecia dai soprusi dei Persia-ni), c) la terza infine (330–327), consistente in una lotta allulti-mo sangue con i bellicosi satrapi delle regioni a est dellImpero,molto riottosi a piegarsi al nuovo dominatore, e da una totaleimmedesimazione nel ruolo di despota achemenide.3.3.1 - Dalla Siria allEgitto Al termine della battaglia di Isso, Alessandro ripiegavaimmediatamente verso le regioni occidentali e costiere dellIm-210
    • pero – Siria, Palestina, Egitto –, basi indispensabili (una voltasottratte al nemico) al fine di garantirsi un riparo e un rifugio invista delle successive campagne verso est, ovvero verso linternodel territorio persiano. Come già era accaduto in Asia minore, anche in Siria laresistenza delle città costiere fenicie (nelle mani delle miliziepersiane) fu praticamente inesistente, ciò che peraltro fa risaltareancor di più lunica eccezione a tale tendenza, ovvero la resisten-za ad oltranza della città di Tiro, presa solo dopo un lungo ed e-stenuante assedio. A Tiro era infatti asserragliato lo stesso DarioIII, che inutilmente tentò di intavolare delle trattative con Ales-sandro per una spartizione pacifica dellImpero. Dopo le città fenicie, fu la volta della Palestina: una re-gione che tuttavia non aveva certo forze sufficienti per appronta-re una difesa efficace (era difatti una regione estremamente po-vera) e che non costituì quindi un reale ostacolo per le armatedel conquistatore macedone. Ma il momento davvero culminante di questa fase e-spansiva, fu costituito dalla conquista dellEgitto, una regione dasempre estremamente riottosa a sottostare alla dominazione per-siana a causa soprattutto di un radicatissimo orgoglio nazionalee di consolidate tradizioni indipendentiste (si è già ricordato, atale proposito, come essa fosse riuscita proprio in tempi recenti ariconquistare la propria indipendenza dal dominio persiano, puressendo stata poi riacquisita dallenergico Artaserse III). E fu proprio la prospettiva di una liberazione dal giogostraniero, dovuta al fatto che Alessandro non si proponesse agliEgiziani come un conquistatore bensì come un liberatore, ciòche senza dubbio ne favorì lopera di penetrazione militare e po-litica. Egli difatti – nel rispetto delle loro tradizioni religiose epolitiche – si propose agli egiziani non come un invasore stranie-ro ma come un nuovo Faraone. Inoltre lEgitto non venne, alme-no formalmente, inglobato allinterno dellImpero macedone, maconservò una propria indipendenza. Trovato così un accordo con le potenti élite locali, ingran parte sacerdotali, Alessandro poté porre le basi del propriopotere, delegando soprattutto a cittadini Greci (la cui presenza inEgitto aveva origini molto antiche, risalendo – come si ricorderà 211
    • – alla fondazione della città-emporio di Naucrati) il compito diamministrare una tale regione nel rispetto delle sue strutture edelle sue tradizioni. Due cose in particolare meritano di essere ricordate dellapermanenza di Alessandro in questa regione. In primo luogo ilfaticoso viaggio in pieno deserto intrapreso con parte del suo se-guito verso loasi di Siwa, luogo di un oracolo che – secondo latestimonianza di alcuni storici antichi, in particolare di Arriano –gli rivelò la propria origine divina (…e non si deve dimenticare,a questo proposito, come la tradizione egizia volesse che ogniFaraone fosse figlio del Dio Amon, né si possono di conseguen-za ignorare le notevoli implicazioni di un tale responso per ilgoverno di Alessandro sullEgitto). In secondo luogo vi fu lafondazione, poco prima della partenza, della colonia di Alessan-dria: città che – contrariamente alle fondazioni successive – eb-be da subito un ruolo non soltanto amministrativo e militare, maanche commerciale (essendo situata in un punto strategico delMediterraneo orientale) e ben presto culturale (con la fondazio-ne della celebre biblioteca).3.3.2 - La morte di Dario III e ladozione di Alessandro nella di-nastia degli Achemenidi Ma fu presso Gaugamela, una piana situata nei pressi diBabilonia, che si combatté (331) la battaglia decisiva per i futurisviluppi dellimpresa di Alessandro. Qui infatti, sconfitto unavolta di più il suo avversario Dario III, il giovane condottieromacedone si aprì la strada per le successive conquiste verso leregioni dellinterno, lanciandosi inoltre in caccia del sovranopersiano, datosi tempestivamente alla fuga. Alla battaglia diGaugamela e alla presa di poco successiva (330) della città diPersepoli, capitale dellImpero achemenide, si può far quindi ri-salire linizio vero e proprio della fase asiatica e «persiana» dellasua avventura. Negli stessi momenti poi, in cui Alessandro giungeva aPersepoli, un uomo del suo seguito mandato in avanscoperta tro-vava il suo nemico Dario III oramai agonizzante. Il sovrano a-chemenide infatti, era stato ferito a morte da Besso, suo fido al-212
    • leato e satrapo della Battriana (regione situata nelle zone più o-rientali dellImpero), il quale avrebbe in seguito conteso ad Ales-sandro il titolo di Gran Re e di erede di Dario. Una tale morte fu, per Alessandro, unoccasione davveroeccezionale. In conseguenza di essa difatti, egli poté celebrare altempo stesso la presa della capitale dellImpero e – vista la mortedel precedente sovrano, al quale venivano da lui tributati non glionori che si convengono a un nemico ma quelli che si conven-gono ad un padre – la propria ascesa al trono di Persia, in qualitàdi erede della dinastia degli Achemenidi. Analizzeremo più avanti quelle che furono le (probabi-li) ragioni della scelta di porsi come continuatore della dinastiaachemenide e di farne proprie le usanze e i metodi di governo,nonché lalleanza con le precedenti élite di governo persiane.Qui avanti, ci limiteremo invece a sottolineare come una talecondotta provocasse col tempo un diffuso malcontento sia neglieserciti (i cui uomini tra laltro, sempre più spesso erano co-stretti a convivere con elementi reclutati tra le popolazioni au-toctone, ad essi in sostanza parificati), sia allinterno del suoseguito greco-macedone (che guardava con preoccupazione alsuo proposito di fusione con la nobiltà e laristocrazia persianae iranica), sia infine – anche se solo in tempi successivi – negliambienti politici che Alessandro aveva posto a guardia dei do-mini occidentali (e in primis proprio in Antipatro, lamico fede-le a cui egli aveva affidato il difficile compito di vigilare sul-lirrequieta regione greca). Un ultimo accenno va infine fatto alla guerra che in que-gli stessi anni (332–331) si combatté in Grecia tra le forze doc-cupazione macedone, comandate appunto da Antipatro, e quelleindigene, in particolare spartane, al cui capo si poneva il re Agi-de III. (Sparta difatti, come si ricorderà, non aveva aderito allaLega di Corinto ed era quindi più libera, rispetto alle altre città-stato, di organizzare una controffensiva anti-macedone.) Né inrealtà la vittoria nel 331 a.C. di Antipatro e delle milizie occu-panti sui ribelli decretò la fine delle velleità indipendentiste gre-che, le quali sarebbero riemerse periodicamente non solo nelcorso della storia ellenistica, ma anche del successivo periododella dominazione romana. 213
    • 3.3.3 - Gli ultimi anni della conquista persiana Gli anni finali della conquista dei territori persiani sonocaratterizzati da due peculiarità: da una parte, la maggiore ostili-tà dei satrapi delle regioni più orientali dellImpero (rappresentatiprima da Besso e poi, dopo la morte di questi, da Spitamene) difronte allinvadenza politica e militare del macedone; dallaltra, ilradicalizzarsi di una linea politica di carattere sincretistico, inquanto basata sulla fusione tra persiani e macedoni a livello diélite di comando – linea che, come si è appena detto, fu inaugu-rata da Alessandro negli anni immediatamente successivi allabattaglia di Gaugamela (331) e che suscitò dissidi e fratturesempre più forti tra i suoi stessi amici e seguaci. Quanto al primo punto, dopo linsediamento di Alessan-dro sul trono persiano, non restava a questi che di portare a ter-mine lopera di sottomissione delle regioni ancora non raggiuntee conquistate dai suoi eserciti, situate ad est di Persepoli. Secon-do la logica che egli dava oramai alla sua impresa di conquista,il suo compito era infatti quello di «riappropriarsi» di territoriche, in qualità di Gran Re, gli appartenevano di diritto. Egli si lanciava dunque allinseguimento del suo rivaleBesso, dichiarandolo usurpatore del trono e traditore. Ma le am-bizioni di Besso in realtà, non erano quelle di un individuo isola-to, bensì piuttosto lespressione di una volontà molto diffusa nel-le zone orientali – già riottose al dominio achemenide – di nonsottostare a un nuovo conquistatore. Né fu un caso che – come siè già detto – lultima fase dellespansione persiana fosse per iMacedoni quella più dura, in ragione appunto della maggiore re-sistenza opposta dai satrapi di quelle regioni. Raggiunto Besso in Sogdiana, territorio a nord-est dellaBattriana (la regione dalla quale proveniva appunto Besso), edopo aver sottomesso al proprio dominio le satrapie incontratelungo il cammino, Alessandro riservava al suo rivale una morteatroce, secondo appunto le consuetudini delle monarchie teocra-tiche orientali, con la mutilazione del naso e delle orecchie e inseguito con la crocifissione. Una tale spietatezza nel portare atermine lesecuzione del suo rivale – assieme ad altri fatti che214
    • analizzeremo avanti – ci dimostra fino a che punto egli fosse o-ramai compenetrato del cerimoniale e delle usanze dei sovranipersiani, la cui regalità aveva fatto propria anche nei suoi aspettipiù dispotici e violenti. Dopo Besso, fu la volta di Spitamente, che del primo a-veva raccolta leredità. Nel 328 a.C. infatti, anche questultimoveniva catturato e ucciso in Sogdiana dalle armate del macedo-ne, proprio mentre Alessandro si spingeva con altri suoi soldatiancora più a est. Riguardo al processo di fusione e di contaminazione traélite occidentali ed élite asiatiche e iraniche, citeremo qui alcunifatti che ne dimostrano a pieno il carattere rivoluzionario ed e-versivo rispetto alle tradizioni e alle aspettative dei suoi stessiuomini. Alessandro infatti, ben deciso ad appoggiarsi nella pro-pria opera di governo alle precedenti classi politiche (dopo, ov-viamente, che queste ne avessero riconosciuta la suprema autori-tà), dovette fare proprie sia la logica che le manifestazioni este-riori tipiche della regalità asiatica e persiana. Innanzitutto, egli costrinse i suoi uomini – seppure soloinizialmente – alla proscinesi (proskunesis), ovvero a prosternar-si di fronte al loro sovrano: unusanza questa del tutto estraneaalle abitudini occidentali, che provocò enormi dissensi non sol-tanto tra i soldati ma anche tra molti dei suoi amici e dei suoi piùstretti collaboratori. Inoltre, come reazione agli ultimi sviluppidella sua idea di regalità e ai progetti (da molti giudicati insensa-ti) di espansione a oltranza verso le zone a est, ebbero luogo inquegli anni parecchi attentati ai suoi danni. Attentati cui, dalcanto suo, Alessandro reagì mettendo in atto allinterno del suoseguito una spietata epurazione, che fece cadere – in modo pe-raltro spesso immotivato – teste eccellenti quali quelle di Par-menione, un anziano e fedelissimo generale macedone, e di suofiglio Filota, e quella di Clito, un suo vecchio e fidato amico,colpevole soltanto di non approvare le sue ambizioni despansio-ne, e dello storico greco Callistene. Un altro evento sintomatico della nuova linea politica edinastica del conquistatore macedone furono poi le sue nozzecon Rossane, figlia di Ossiarte (un potente satrapo iranico). Contali nozze, Alessandro inaugurava un processo di fusione non più 215
    • soltanto culturale, ma anche «fisica», tra le etnie greco-macedonie le precedenti élite persiane, dimostrando così una volta di più ilserio proposito di uniformarsi e amalgamarsi con i precedentidominatori. Un ultimo fatto – senza dubbio ancora più decisivo deiprecedenti per gli equilibri della compagine degli invasori – vapoi ricordato. Esso fu il continuo afflusso di elementi indigeninelle fila dellesercito di Alessandro. Una scelta questa, dovuta auna sempre maggiore carenza di uomini nelle milizie (molti ve-terani dovevano infatti essere congedati, e non era semplice faraffluire nuovi elementi dalle regioni più occidentali dellImpero)e allesigenza conseguente di nuovi arruolamenti in loco. Unatale composizione mista degli eserciti provocò un profondo mal-contento e uno strisciante risentimento tra i soldati occidentali,da sempre abituati a guardare con disprezzo e superiorità le po-polazioni sottomesse.3.3.4 - Il tentativo di conquista dellIndia, il ritorno a Susa e lamorte (327 – 323) Gli anni conclusivi del regno di Alessandro (327–323)furono caratterizzati da una parte da imprese di conquista sem-pre più azzardate e apparentemente immotivate (egli decise allo-ra di spingersi fino in India, una regione totalmente sconosciutae inesplorata per gli Elleni, la cui realtà trascolorava per essi nel-la leggenda e nella fantasia), e dallaltra da unultima fase di rias-setto dei propri domini, sempre secondo direttive improntate allacommistione tra gli invasori occidentali e le precedenti classi dipotere asiatiche. Per ciò che riguarda la missione indiana di Alessandro,possiamo dire che questi si spingesse nelle zone più occidentalidi tale regione giungendo fino alle foci del fiume Indo, ovveroben oltre i confini del mondo fino ad allora effettivamente esplo-rato dai Greci. Una delle sue ultime imprese militari fu poi lasottomissione nel 326 a.C. di un potente principe indiano, Poro,i cui domini venivano inglobati (almeno formalmente) allinternodei confini dellImpero persiano.216
    • Dopo una tale conquista, Alessandro si spingeva ulte-riormente a est, guidato questa volta principalmente da interessidi carattere geografico, patrocinando tra laltro laudace esplora-zione navale di Nearco, il quale riusciva dalla foce dellIndo agiungere fino allattuale stretto di Hormuz (allimboccatura delGolfo Persico) redigendo un ampio resoconto del proprio viag-gio. Né è da credere che linquieto sovrano macedone avrebbeconcluso così le proprie avventure. A ciò egli fu piuttosto co-stretto dallo sfinimento delle proprie truppe, le quali – piegate dafatiche davvero inumane – si rifiutarono categoricamente di pro-cedere oltre. È certo inoltre che egli intendesse il suo successivo ri-torno a Susa e a Babilonia, oltre che come unutile occasioneper ristabilire lordine su domini ormai da troppo tempo abban-donati a se stessi, anche come una pausa in vista di nuove im-prese di conquista sia verso oriente, sia – fatto assolutamenteda non trascurare – verso il Mediterraneo occidentale e i do-mini dei Fenici. Il ritorno dallIndia nel 324 a.C., fu peraltro contraddi-stinto da altri importanti eventi: prima di tutto le cosiddette«nozze di Susa» nelle quali Alessandro costrinse (coerentemen-te con il proprio programma di formazione di una classe domi-nante «mista», composta da greci, macedoni e persiani) unot-tantina dei suoi ufficiali e mille dei suoi soldati a prendere inmoglie delle spose persiane; e, evento indicativo degli attritiche una tale politica di commistione suscitava allinterno dellemilizie, la rivolta nel 324 a.C. presso la città di Opi dei soldatigreco-macedoni in conseguenza della sempre maggiore parifi-cazione posta in atto da Alessandro tra i quadri occidentali equelli asiatici – detti epigoni (letteralmente «i venuti dopo») –degli eserciti. Un ultimo evento, certo non meno significativo dei pre-cedenti, va poi ricordato: lingiunzione fatta nel 324 a.C. alle cit-tà-stato greche di permettere il rimpatrio dei propri esiliati34, se-34 Il provvedimento che imponeva alle città-stato di riaccogliere i cittadini prece-dentemente esiliati (quasi sempre, peraltro, per motivi politici) aveva per esse im-plicazioni estremamente gravi. Esso difatti, comportava – tra laltro – un parziale 217
    • guita poco dopo dalla richiesta – cui esse si sottomisero moltopresto – di un riconoscimento della propria natura divina (apote-osi), ovvero implicitamente del suo potere assoluto su tutti i ter-ritori dellImpero. Un tale fatto diede esplicito inizio a una nuova stagionedel governo di Alessandro sulla Grecia, e in generale sulle re-gioni occidentali. Se infatti, fino ad allora, egli aveva essenzial-mente comandato tali regioni nel rispetto degli accordi che lovedevano come «tutore» e alleato delle città-stato della Lega diCorinto, da allora in poi sia lui che i suoi successori – i sovraniellenistici – avrebbero comandato su di esse in qualità di sovraniassoluti, despoti la cui volontà non era sottoponibile ad alcungiudizio. Lanno successivo, presso Babilonia, la città che avrebbevoluto trasformare nella capitale del suo regno, Alessandro mo-riva improvvisamente per un attacco di malaria, conseguenzaquasi certamente della vita estremamente intensa e sregolata cheaveva condotto negli ultimi anni. Morendo in ogni caso, egli la-sciava ai posteri un impero enorme e praticamente ingestibile inuna forma unitaria: e ciò a causa sia della vastità dei suoi territo-ri, che dei dissidi che inevitabilmente avrebbero finito per gene-rarsi tra i suoi generali più potenti (i diadochi) in assenza di uncapo indiscusso. Volendo riassumere molto brevemente quanto detto finqua, possiamo dunque affermare che Alessandro iniziò la suaopera di conquista dellAsia e della Persia in veste di sovranooccidentale, facendo propri in un secondo momento (dal 330circa) i connotati tipici della regalità asiatica e persiana, ed e-stendendo infine (tra 324 e 323) tali connotati anche al governodelle regioni occidentali.annullamento della tradizionale libertà degli Stati greci di gestire autonomamentela propria vita interna. Inoltre, il rimpatrio di cittadini cui erano state spesso sot-tratte consistenti proprietà immobiliari, poneva grossi problemi sul piano giuridi-co, rinfocolando gli antichi conflitti personali e politici. Il provvedimento di Ales-sandro quindi, aveva la prerogativa di destabilizzare la vita politica e civile di taliStati, rendendoli sempre più succubi e dipendenti dalla dominazione macedone.218
    • 4 - Struttura e debolezza dellimpero di Alessandro Magno Dopo aver tratteggiato le vicende alla base della nascitae dello sviluppo del grande impero di Alessandro Magno, vo-gliamo tentare – altrettanto velocemente – di descriverne i pre-supposti materiali e ideologici, nonché le ragioni di quella debo-lezza di fondo che – nei decenni immediatamente successivi allamorte del conquistatore macedone – lo avrebbe portato a una ra-pida disgregazione. La nostra analisi (essenzialmente riferita a quelle regioniasiatiche e persiane che costituirono la novità della storia di que-sti anni rispetto a quelli precedenti) si focalizzerà su alcuni a-spetti cruciali di una tale costruzione politico-militare, e cioè: a)gli eserciti e i loro principali insediamenti, le colonie; b) il ruolosvolto dalle istituzioni precedenti larrivo di Alessandro e deiconquistatori occidentali (oltre che dalla precedente ideologiadel potere regale) nella formazione e nella costituzione di un taleimpero; c) le trasformazioni che, già a partire dagli anni di Ales-sandro Magno, furono impresse alla vita sociale ed economicadai nuovi dominatori; nonché infine d) le linee essenziali delprocesso di disgregazione che prese avvio alla morte di questul-timo, nel 323 a.C.4.1 - Il ruolo degli eserciti Come già nel caso della conquista persiana (e successi-vamente di quella romana), anche nellimpresa di AlessandroMagno un ruolo fondamentale fu svolto dagli eserciti. Essi as-solsero infatti ben due compiti essenziali, da una parte rendendopossibile la conquista stessa di sempre nuovi territori, dallaltra –per circostanze che verranno descritte qui avanti – contribuendoad assicurare la fedeltà dei satrapi locali al nuovo dominatore, econsolidandone in tal modo lopera di conquista. Dopo una prima fase di mero «sfondamento» militare edi acquisizione territoriale infatti, era necessario iniziare a cre-are delle basi stabili e sicure per il nuovo potere. Un contributocruciale in tal senso fu dato dallinstallazione stabile nelle re-gioni appena sottomesse di presidi militari, il cui compito era 219
    • (oltre alla difesa del territorio) anche quello di vigilare sullope-rato dei funzionari posti o riconfermati da Alessandro alla gui-da di tali regioni. Salvo eccezioni – come ad esempio lEgitto –, tali eserci-ti si insediarono poi in città di carattere coloniale, per essi appo-sitamente fondate e da essi (quantomeno principalmente) abitate.Furono così fondate in questo periodo le molte Alessandrie (A-lessandria dEgitto, Alessandria Bucefala, Alessandria Éscata,ecc.) presenti un po ovunque allinterno del mondo alessandrino,dallEgitto fin oltre la Sogdiana. Esse furono di solito poste inluoghi di importanza strategica a livello militare e assolsero an-che al compito di ridare una «patria» ai nuovi arrivati. In esse sisvolgeva difatti una vita sociale assai simile a quella che avevaluogo nelle loro città di origine, cui ovviamente si ispiravano. Si può dunque dire che le milizie, soprattutto in questaprimissima fase dellinsediamento dei dominatori occidentali,costituirono il nerbo stesso della loro dominazione.4.2 - Il rapporto di Alessandro e dei greco-macedoni con ilprecedente Stato persiano Si sente dire spesso che Alessandro «fondò» un proprioImpero in soli tredici anni, ma ciò non è affatto esatto: sarebbemolto più corretto dire che egli ne colonizzò uno già esistente –quello persiano – che assommò ai territori occidentali su cui giàsuo padre aveva, nei decenni precedenti, esteso linfluenza ma-cedone, aggiungendovi infine (in veste di nuove province) alcu-ne zone dellIndia più occidentale. Fondamento istituzionale di tutta la sua opera di conqui-sta nelle regioni orientali furono le precedenti strutture del do-minio persiano, le satrapie, a capo delle quali inizialmente – ilche equivale a dire nei territori più occidentali – insediò uominidel suo seguito, scegliendo invece in un secondo momento – al-lincirca cioè, a partire dagli anni successivi alla battaglia diGaugamela (331) – con frequenza sempre maggiore di mantene-re le precedenti élite di potere iraniche (seppure, chiaramente,dopo averne ottenuto la sottomissione).220
    • E proprio questa seconda fase dellimpresa di Alessandroè quella che – almeno a nostro giudizio – merita di essere mag-giormente approfondita: in essa infatti risiede non solo la princi-pale ragione di fascino e di attualità della sua impresa e della suafigura umana e politica, ma anche la natura profondamente con-traddittoria della sua impresa, costantemente in bilico tra duemondi la cui coesistenza si sforzò – per molti versi senza succes-so – di rendere possibile. Peraltro, come si è già detto, la politica di avvicinamentoai Persiani di Alessandro (politica il cui spunto fu costituito –pare – dalla volontaria sottomissione del satrapo di Babilonia,Mazeo, cui il macedone concesse di conservare il precedentedominio) non si limitò soltanto allaspetto di cooperazione con leprecedenti classi politiche o allarruolamento delle popolazioniiraniche negli eserciti. Essa infatti si spinse fino allassimilazionepolitica e culturale dei caratteri più profondi della monarchia a-chemenide, ovvero più in generale delle concezioni e dei com-portamenti tipici della tradizione regale asiatica, a ragione stig-matizzata come «Dispotismo orientale». Dichiarandosi ufficialmente – dopo la presa di Persepoli– erede di Dario III, Alessandro si impegnava infatti in qualchemodo anche a ricalcarne le orme, rinnegando implicitamente gliaspetti più tradizionali della sovranità macedone (quali, ad e-sempio, la natura limitata del potere regale, sottoposto al giudi-zio dalle decisioni dellAssemblea dei guerrieri e da essa condi-zionato), facendo propria così la logica di una regalità caratteriz-zata dalla totale sottomissione di tutti i sudditi (compresi i suoipiù stretti collaboratori) alla volontà del sovrano, nonché dal-lobbligo – se non per tutti, per quasi tutti – alla prosternazionein sua presenza. Né è possibile evitare di formulare delle ipotesi sui mo-tivi di un tale avvicinamento alla cultura persiana: un avvicina-mento che peraltro, sarebbe stato inevitabilmente male accoltonon solo allinterno del suo seguito politico e militare, ma anchedelle regioni occidentali del suo dominio, divenendo causa conentrambi di grandi conflitti. Per ciò che riguarda laspetto più su-perficiale e strumentale di tale fenomeno, ovvero larruolamento(da un certo momento in avanti sempre più frequente) di elemen- 221
    • ti tratti dalle popolazioni sottomesse negli eserciti macedoni,possiamo dire che esso fu dovuto essenzialmente ad una sempremaggiore carenza di uomini nelle fila degli eserciti invasori: daun certo punto in avanti infatti, non vi furono più elementi a suf-ficienza per mantenere in vita delle milizie i cui quadri originarisi assottigliavano sempre di più. A ciò si aggiunga poi la colla-borazione con le classi di potere iraniche, un fatto certo ancorapiù cruciale e influente del precedente sul processo di integra-zione e parificazione tra occidentali e orientali, che può esseregiustificato dalle enormi difficoltà di comprensione linguistichee più in generale dalle profonde differenze culturali tra le élitegreco-macedoni e le popolazioni sulle quali avrebbero dovutogovernare. Per ciò che concerne invece laspetto più profondo dellatrasformazione di Alessandro Magno, ovvero la sua assimilazio-ne – peraltro non solo esteriore ma anche interiore e «spirituale»– delle tradizioni dispotiche orientali, anche in questo caso pos-siamo ipotizzare che un ruolo considerevole sia stato giocato daconsiderazioni di natura pragmatica. Per il sovrano difatti, vale-va evidentemente lo stesso discorso che valeva per i satrapi e glialti funzionari in genere. Anchegli doveva, per meglio governa-re, conformarsi ad abitudini e a concezioni di pensiero sedimen-tate nella coscienza dei popoli assoggettati, al fine di non tradir-ne le aspettative e guadagnarne la fiducia. Assieme a ciò, vi erapoi lesigenza molto più concreta – data la vastità del propriodominio – di istituire un centro politico e direttivo forte, per te-nere sotto controllo le spinte centrifughe interne a un così vastoimpero (un fatto che già i sovrani Achemenidi avevano speri-mentato, così come, in futuro, avrebbero fatto i sovrani ellenisti-ci e gli stessi imperatori romani). A tutto ciò però, è doveroso aggiungere un dato costitu-tivo della stessa personalità di Alessandro Magno: e cioè la suainesauribile sete di potere e di dominio, nonché la sua personaleconvinzione sulla natura divina delle proprie origini, convinzio-ne allombra della quale – come già abbiamo ricordato – si com-pirono la sua educazione e il suo sviluppo mentale. Può darsi in-somma, che il concetto di regalità assoluta proprio dei popoli o-rientali fosse più confacente di quello occidentale alla sua istin-222
    • tiva concezione del suo ruolo e della sua persona. In questo sen-so dunque, egli trovò forse in tale visione un mezzo di realizza-zione dei suoi progetti, piuttosto che un vincolo e una necessitàestrinseci alla sua volontà. Nel complesso, in ogni caso, possiamo constatare cheAlessandro, se partì dalla Grecia ancora «occidentale», nel corsodella sua avventura militare si avvicinò sempre di più alla cultu-ra orientale, divenendo così fondamentalmente un apolide, unindividuo cioè impossibile da ricondurre nellalveo di ununicamatrice culturale. Né va dimenticata a questo proposito, la fase finale delsuo impero: fase nel corso della quale (324) decise ad estendereanche ai Greci – e agli occidentali in genere – i metodi di gover-no tipici della regalità asiatica. Un fatto che, da molti punti divista, depone a favore dellidea di un Alessandro oramai ancheinteriormente orientalizzato, insofferente quindi delle stesse tra-dizioni dalle quali era partito, e che prelude inoltre agli sviluppipolitici di tali territori durante il periodo ellenistico. Ma bisognadi contro anche osservare, a tale proposito, come Alessandro sirendesse ben conto dellimpossibilità di istituire nelle zone occi-dentali un cerimoniale pienamente asiatico, nonché di giustifi-carvi il proprio dispotismo attraverso le idee della tradizionepersiana. In un tale contesto infatti, egli ricorse – per giustificarei suoi poteri assoluti – alla tradizione greca dellapoteosi, ovverodellinnalzamento di un mortale al rango degli dei (un discorsoquesto, assolutamente improponibile allinterno della culturapersiano-iranica, per la quale tra divino e umano si poneva unadistanza incolmabile.) E, daltra parte, dobbiamo anche osservare come, attra-verso Alessandro Magno, i Greci vedessero realizzata (anche se,alla fine, loro malgrado) quellaspirazione a un dominatore asso-luto e semi-divino che li aveva ossessionati sin dalla fine delleguerre del Peloponneso e che già in passato si era inverata –seppure in forme decisamente più blande – nel culto della perso-nalità di grandi condottieri e uomini politici ellenici. 223
    • 4.3 - Trasformazioni sociali ed economiche della Persia sotto ladominazione greco-macedone Fin qui abbiamo parlato della dominazione occidentalein Asia come se sua unica peculiarità rispetto al passato, fosse lapresenza di un nuovo dominatore (nuovo, chiaramente, in quantooccidentale ed europeo). Come se egli cioè, coadiuvato da fun-zionari in parte greco-macedoni in parte persiani, non apportassein realtà – né livello sociale, né a livello politico – alcun muta-mento sostanziale al precedente sistema, cercando (soprattuttonelle regioni più orientali dellImpero) di mantenerlo invariato edi conservare unapparenza di continuità tra il suo dominio equello dei precedenti sovrani achemenidi. Ma se in tali osservazioni vi è effettivamente del vero,non bisogna però nemmeno esagerarne la portata. Tanto Ales-sandro quanto – e ancor più di lui – i sovrani ellenistici suoi suc-cessori, avviarono infatti anche delle profonde e sostanziali tra-sformazioni nello stile di vita degli Stati sottomessi (ciò che fuvero, in particolare, per le città) sia sul piano culturale che suquello politico ed economico. Infatti, pur collocandosi la dominazione di Alessandroagli inizi del processo di colonizzazione occidentale delle re-gioni orientali e non avendo perciò egli né il tempo né il mododi incidere in profondità sul tessuto sociale di queste ultime,non si deve trascurare il fatto che già egli iniziasse ad apporta-re – attraverso il cambiamento, rispetto al periodo degli Ache-menidi, di alcuni aspetti essenziali della gestione della cosapubblica – alcune modifiche sostanziali nello stile di vita deipopoli sottomessi. I provvedimenti principali in tal senso furono due. Inprimo luogo vi fu il fatto che (in particolare dopo la presa di Per-sepoli, sede delle immense ricchezze dei sovrani Achemenidi),Alessandro iniziasse ad utilizzare i fondi regi soprattutto per fi-nanziare le milizie – anziché tenerli «congelati» sotto forma diricchezza tesaurizzata, secondo le abitudini dei precedenti so-vrani. In questo modo, una massa enorme di nuova ricchezza i-224
    • niziò a circolare entro i confini dellImpero, passando dalle cas-se reali alle tasche dei soldati dei suoi eserciti e riversandosi in-fine, attraverso il commercio, in quelle degli indigeni: un appor-to non indifferente, come si potrà facilmente immaginare, allin-cremento dei traffici e delle attività commerciali in genere, neiconfini di un impero immenso quale quello persiano, fino ad al-lora ancora essenzialmente legato – secondo i caratteri tipici del-le società asiatiche – ad uneconomia centralizzata e statalizzata,e in massima parte ancora volta allautoconsumo. Un altro importante provvedimento – peraltro essen-zialmente legato al precedente – fu poi la creazione di una primaunità monetaria che favorisse la circolazione delle merci allin-terno dellimmenso dominio di Alessandro, con limposizione delpiede attico (moneta argentea) a base unica degli scambi inter-nazionali – una misura che peraltro, soprattutto in relazione alleregioni occidentali, costituì la soluzione di una precedente situa-zione di caos monetario che aveva ripercussioni negative sulladiffusione dei commerci, e che ci induce inoltre a riflettere suivantaggi che la nascita di una nuova unità politica e amministra-tiva poteva avere su uneconomia in piena espansione, quale eraal tempo quella greca ed in generale occidentale. Bisogna altresì ricordare, una volta di più, come questeprimissime trasformazioni sociali ed economiche, frutto dellin-tuito e dellinventiva di Alessandro Magno, avrebbero nei secolisuccessivi – in coincidenza cioè, con lo sviluppo di uneconomiadi mercato sempre più vasta – conosciuto un enorme sviluppo,nonché sottolineare come tali cambiamenti avvenissero – quan-tomeno inizialmente – soprattutto a vantaggio delle classi affari-stiche e capitalistiche greche e occidentali, le quali in tale situa-zione trovarono terreno fertile per estendere i propri traffici e ilproprio giro di affari. Non si deve daltra parte credere che tali trasformazionicoinvolgessero in maniera significativa lintera popolazione deiterritori asiatici. Il cambiamento degli stili di vita difatti, rimaseconfinato soprattutto alle città, coinvolgendo essenzialmente gliabitanti di queste ultime: cioè gli occidentali immigrati (inizial- 225
    • mente componenti delle milizie, cui però nei decenni seguenti sisarebbero affiancati anche mercanti, artigiani, poeti, filosofi, epiù in generale i normali abitanti delle città occidentali e, in par-ticolare, di quelle greche) e le popolazioni indigene «ellenizza-te» (ovvero, in sostanza, le classi alte delle stesse società asiati-che). Nelle campagne viceversa, che erano sede tanto dellamaggior parte della popolazione quanto della vera e propria pro-duzione dei beni duso (compresi quelli poi destinati ai mercati),rimase di solito in vigore lantica economia di villaggio, comuni-taria e in gran parte pianificata dallalto, prevalentemente voltaallautoconsumo (e comunque certamente non orientata in sensocapitalistico). In conclusione, se da una parte possiamo dire che Ales-sandro riprese le antiche strutture dellImpero achemenide, uti-lizzandole come base per il proprio dominio, dallaltra possiamoanche dire che egli pose i semi e i fondamenti di quelle futuretrasformazioni sociali (legate sia a un ulteriore sviluppo deicommerci su larga scala, sia allintroduzione – seppure prevalen-temente al livello delle ristrette élite cittadine – di stili di vita edi pensiero tipicamente occidentali) che nei secoli successivi sa-rebbero maturati nel grande «esperimento» della civiltà ellenisti-ca – una civiltà assolutamente inedita, i cui caratteri peculiarisorgevano dalla fusione e dalla reciproca contaminazione di dueculture tra loro estremamente differenti: quella vicino-orientale equella greco-occidentale.4.5 - Debolezza dellImpero di Alessandro Magno Ma la vera debolezza della costruzione di Alessandro,non consisté nella sovrapposizione di una ristretta élite affaristi-ca e cittadina, legata a stili di vita e di pensiero occidentali, aduna massa di contadini e produttori orientali (e ciò anche perchéla gran parte delle popolazioni asiatiche era, ormai da secoli, abi-tuata a sottostare alla dominazione di genti straniere, con abitu-dini, convinzioni e usanze spesso molto differenti dai propri…).Vero elemento di debolezza di una tale creazione, fu piuttosto226
    • quella componente unitaria che Alessandro – sulla scia deiprecedenti dominatori – si illudeva di poter conservare ancoraa lungo. Una tale vastità di territori infatti, che avevano dato del«filo da torcere» anche agli Achemenidi e alle élite dominatricipersiane (pure espressione di una cultura politica e istituzionale– quella asiatica appunto – da sempre estremamente incline adorganizzarsi in formazioni territoriali di grandi e grandissimedimensioni, organizzate in forme fortemente gerarchizzate), nonpoteva certo essere mantenuta a lungo dalle nuove élite di co-mando greco-macedoni, abituate a stili di governo molto più a-narchici, nonché a Stati di dimensioni molto inferiori! Non a caso, dopo la morte del tutto inaspettata di Ales-sandro nel 323 a.C. a soli trentatre anni (morte che ovviamentenon diede a questi il modo di designare ufficialmente un succes-sore), i diadochi, ovvero i potenti generali che, seppure in quali-tà di «funzionari» del supremo potere del monarca, già sottoquestultimo si erano spartiti tra loro lImpero, non sarebberoriusciti (né soprattutto lavrebbero voluto!) a trovare un accordosu chi tra essi dovesse ereditare il ruolo di comandante supremo.Da ciò, come logica conseguenza, lo smembramento – in un las-so di tempo di circa quindici anni – dellenorme costruzione po-litico-militare di Alessandro Magno in alcuni sotto-Stati, di persé peraltro già molto vasti, e dai confini di definizione semprealquanto incerta. Possiamo dire dunque che, dei vari aspetti (e delle varieintuizioni) posti da Alessandro Magno a base del proprio impe-ro, lunico a non trovare praticamente alcun seguito dopo la suamorte, fu appunto lidea di un impero unitario, erede – almenonelle sue intenzioni – di quelle tradizioni di potere asiatiche eachemenidi che tanto lo avevano affascinato. Al contrario, tutti gli altri punti del suo programma digoverno – seppure, si intende, in diverse misure –, a partiredalla fusione e contaminazione (politica, culturale, sociale edeconomica) tra le tradizioni asiatiche e quelle occidentali, perarrivare alla creazione di una rete commerciale stabile le cui 227
    • rotte partissero dal Mediterraneo orientale giungendo fin oltreil Golfo Persico, avrebbero nel periodo dei Regni ellenistici ein quello della successiva dominazione romana, conosciuto unnotevolissimo sviluppo. La volontà «immaginifica» di Alessandro Magno era in-somma riuscita a porre le basi di un mondo del tutto nuovo, unmondo che – nellEllenismo prima, e successivamente nellImpe-ro romano – avrebbe trovato il proprio proseguimento e la pro-pria eredità.228
    • Approfondimenti 229
    • Struttura e vita interna degli Stati ellenistici Alessandro il Grande aveva fornito ai Greci e ai Mace-doni (loro alleati nella guerra contro la Persia, nonché dominato-ri dal tempo in cui Filippo II, suo padre, li aveva soggiogati) unimmenso territorio su cui estendere le proprie influenze politi-che, i propri mercati e i propri stili di vita: un territorio che sispingeva ben oltre i confini dellImpero persiano, che dalla Tra-cia e – almeno fino a qualche decennio prima – dalla Macedoniagiungeva fino alle regioni antistanti allIndia occidentale. Ma la morte prematura e inaspettata di Alessandro nel323 a.C., poco dopo la conquista dei territori occidentali dellIn-dia (per lui, senza dubbio, termine provvisorio delle proprie im-prese di conquista) aveva decretato il definitivo collasso del fra-gile impero da lui creato (nelle sue intenzioni, prosecuzione diquello persiano) e la sua frammentazione in entità minori, daiconfini sempre incerti e instabili. Erano poste così le premesse diun lungo periodo storico, comunemente chiamato «Ellenismo»,le cui caratteristiche essenziali sarebbero state da una parte ladominazione greca e occidentale su buona parte del territorioprima persiano, e dallaltra la formazione di regni tra loro in co-stante rivalità per il possesso di porzioni di quello che un tempoera stato lImpero alessandrino. Qui avanti non intendiamo occuparci della storia di que-sti regni, ovvero della cosiddetta «storia ellenistica», il terminedella quale si pone di solito – in modo forse un po arbitrario –con la conquista dei territori più occidentali della loro compagi-ne da parte di Roma (un fenomeno che ebbe inizio ancora nel IIsecolo a.C., quando essa era una Respublica), quanto piuttostodella loro struttura interna, senza peraltro entrare troppo nellospecifico delle loro reciproche differenze. Cruciale, nella nostratrattazione, sarà la trasformazione conosciuta durante tale perio-do dagli Stati prima persiani sotto la pressione della dominazio-ne occidentale, oltre che parallelamente quella conosciuta dagliStati e in genere dalla cultura e dalla politica occidentali (non230
    • solo delle città-stato greche) per influenza e in direzione dellestrutture statali asiatiche. Vedremo che, se lOriente fece propri alcuni aspetti es-senziali della vicina civiltà occidentale, questultima a sua voltaassimilò molti aspetti delle civiltà e del tipo di organizzazionetipicamente orientali. LEllenismo dunque, costituì il primo e-sempio di fusione e reciproca integrazione tra due mondi rimastifino ad allora, pur nella loro costante comunicazione, tenden-zialmente contrapposti e separati. Oltre a ciò, vedremo come durante tale periodo preseroforma molti aspetti tipici non solo della successiva civiltà roma-na, ma anche dellodierna civiltà capitalistica globalizzata: inparticolare la separazione sempre più netta tra una ristretta mino-ranza di ricchi e una vasta maggioranza di «proletari»: cittadiniespropriati dei mezzi alla base del proprio lavoro, di solito (al-meno in Asia) non propriamente ridotti in schiavitù, ma comun-que costretti in una condizione di subalternità rispetto ai cittadinipiù ricchi.1 - La natura degli Stati ellenistici Per cogliere le peculiarità sociali e politiche del mondoellenistico, dobbiamo innanzitutto analizzare, seppure molto ve-locemente, i caratteri salienti della società greca e più in genera-le europea occidentale, e quelli – da essi davvero molto distanti– delle società asiatiche e più in generale extraeuropee. Ciò ov-viamente perché, come si è appena detto, lEllenismo fu in granparte il risultato dellincontro e della reciproca contaminazionetra queste diverse, e per molti versi opposte, tradizioni politico-culturali.1.1 - Stati asiatici Quelle delle regioni vicino-orientali vengono solitamen-te descritte come società «statalizzate»: basate cioè su unorga-nizzazione politica verticistica e fortemente burocratizzata cheaveva nei poteri funzionariali locali gli intermediari tra i centriproduttivi locali e i poteri dirigistici dello Stato, incarnati dal so- 231
    • vrano e dalla corte. In unopera pseudo-aristotelica leconomia ditali regioni veniva definita, in modo senza dubbio pertinente,«regia» o «satrapica». Essa si fondava infatti sulla riscossioneperiodica da parte dello Stato, attraverso i suoi funzionari (i sa-trapi, appunto), di tributi dai centri produttivi locali (i villaggi), iquali dal canto loro ricevevano da esso servizi cui, da soli, nonavrebbero mai potuto provvedere, cosa che giustificava mate-rialmente la pressione tributaria a loro carico. Un esempio di tale tipo di organizzazione ci viene forni-to dallo Stato egizio o dalle città-stato mesopotamiche (prestoperaltro costituitesi in imperi di più grandi dimensioni). In en-trambi i casi lo Stato si occupava, coordinandone la realizzazio-ne e la manutenzione, della costruzione degli impianti necessariallirrigazione del campi e più in generale allo svolgimento delleattività agricole35, rendendo così possibile uno svolgimento effi-ciente e ottimale delle attività produttive. Al tempo stesso però,esso pretendeva dalla massa dei propri sudditi, che da tali operetraevano vantaggio, tributi non solo in natura, ma anche alle vol-te in termini di lavoro coatto: tributi che avevano come scoposia quello di mantenere i vasti apparati militari e burocratici del-lo Stato con il loro stuolo di funzionari, sia di glorificare con o-pere monumentali (quali le piramidi egiziane o gli ziggurat su-merici) lautorità somma del sovrano e/o delle divinità36. In questi sistemi, le terre erano formalmente pressochétutte proprietà del re, mentre i satrapi – governando per conto delsovrano – ne erano in qualche modo meri affidatari. Essi dun-que, anziché «piccoli sovrani» locali (come i feudatari del Me-dioevo europeo) rimanevano pur sempre dei semplici funzionaristatali, seppure di altissimo livello, costituendo così la «lungamano» del potere regio sulle varie province.35 A scanso di equivoci, è bene sottolineare il fatto che erano i sudditi a costruirematerialmente tali opere (solitamente attraverso corvée imposte dallautorità deifunzionari regi), ma che solo lo stato, come entità territoriale e politica globale,aveva lautorità necessaria a finanziarne e coordinarne la realizzazione.36 Il sovrano era spesso avvertito a sua volta come una divinità e comunque fon-dava sempre il proprio dominio sulla sua parentela con esse.232
    • Quanto infine alla grande massa della popolazione, essaviveva in villaggi che, pur dotati di una discreta autosufficienzaproduttiva (self-sustaining), già conoscevano il commercio con ipropri vicini sia attraverso lapertura dei mercati sia, seppure piùraramente, attraverso lopera di mercanti di professione che sispostavano da un luogo allaltro su mandato della comunità diappartenenza per procurarsi beni che scarseggiavano in essa enelle zone limitrofe. Cruciale era, inoltre, il ruolo svolto dal commercio sullegrandi distanze, ovvero tra Stato e Stato e che spesso peraltro(soprattutto nei periodi più arcaici) assumeva la forma di un do-no rituale tra sovrani. Tali traffici di più vasta portata, controllatidallo Stato e non certo dalle piccole comunità di villaggio, pote-vano svolgersi sia attraverso lintermediazione di una vera e pro-pria casta di mercanti professionisti, sia attraverso quella di po-poli (ad esempio i Fenici) che del commercio sulle lunghe di-stanze avevano fatto la propria specializzazione e una delle loroprincipali fonti di guadagno. Nel complesso, ancora al tempo dellinvasione e dellaconquista di Alessandro Magno, leconomia dei vicini Stati me-diorientali (oramai da alcuni secoli assoggettati allImpero per-siano) era caratterizzata da un bassissimo sviluppo delliniziativaprivata, ovvero da una decisa prevalenza decisionale dello Stato(del sovrano) a livello globale, e dei villaggi o delle piccole co-munità a livello locale. Il fenomeno di unimprenditoria privata eanarchica, priva cioè di limitazioni da parte di poteri superiori,pur non essendo forse del tutto assente, rimaneva comunque unaspetto marginale nella vita sociale ed economica di tali regioni.In questo – come vedremo – lAsia si distingueva nettamente,non solo economicamente ma anche culturalmente, dalle vicineregioni occidentali (e in particolare dalla Grecia).1.2 - Stati occidentali Molto differenti da quelle appena descritte erano, purnella loro reciproca diversità, le società occidentali: in esse infat-ti il potere direttivo dello Stato (che qui peraltro non si identifi-cava, quantomeno in toto, con quello del sovrano) era, soprattut- 233
    • to se messo a confronto con le vicine regioni asiatiche, estrema-mente debole. Ciò perché la concezione occidentale del poterenon contemplava (se non in circostanze eccezionali) la possibili-tà di un predominio assoluto di un membro della comunità suglialtri. Al contrario, dalle monarchie alle oligarchie o aristocrazie(sistemi basati sul predominio politico di una minoranza) finoalle democrazie (esito peraltro di un lungo percorso storico, cheebbe luogo per la prima volta in Grecia e in particolare ad Ate-ne), le decisioni politiche erano il frutto della concertazione traun numero più o meno ristretto di individui facenti parte di unu-nica comunità nonché, almeno laddove esisteva, sottomessi a ununico sovrano. Quanto a questultimo, i suoi poteri decisionali,soprattutto se paragonati a quelli dei despoti orientali, erano qua-si irrisori. Egli infatti, rispetto agli altri membri della nobiltà, siponeva essenzialmente come un primus inter pares che svolgevasoprattutto il ruolo di arbitro nelle loro contese private, e le cuidecisioni di solito doveva concordare con essi. Composto e governato da «cittadini» anziché da «suddi-ti», lo Stato occidentale contemplava la proprietà privata delleterre, che anzi era largamente preponderante su quella pubblica.I cittadini erano dunque qui proprietari dei suoli su cui risiede-vano e avevano per tale ragione la possibilità di svolgere attivitàeconomiche pressoché in totale autonomia. Col tempo inoltre, sisviluppò in tali contesti una vita cittadina di carattere non solopolitico (le città erano infatti da sempre sede delle decisioni poli-tiche della classe dei liberi, ovvero appunto dei proprietari di ter-re) ma anche produttiva e proto-industriale, cui si accompagna-rono col tempo sempre più vaste attività commerciali (anche digrande portata). Tali attività di carattere economico andarono adaffiancarsi alla più antica economia di consumo tipica dellecampagne ed ebbero – cosa non trascurabile – sin dallinizio uncarattere privatistico anziché (come invece negli Stati asiatici)statale o comunitario. Certo, solo in alcune regioni, in particolare in quelle dilingua e cultura greche, la vita cittadina – e con essa le classimercantili e artigianali – si svilupparono in modo davvero consi-stente. Nella Grecia del IV secolo a.C., ad esempio, uno dei fat-tori (anche se non lunico, né il principale) che spinse molti cit-234
    • tadini a sostenere i progetti di conquista di Alessandro Magnoverso i vicini regni asiatici, fu linteresse a trovare nuovi sbocchicommerciali e a incrementare i propri guadagni. Altri Stati invece (quali ad esempio la Macedonia, lEpi-ro o la Tracia) rimasero più a lungo vincolati a uneconomia a-gricola e a una struttura sociale gentilizia o nobiliare, ovvero –potremmo dire, per analogia con il Medioevo cristiano – «feuda-le». In tali regioni difatti, i poteri del sovrano e dello Stato da e-gli rappresentato rimasero a lungo fortemente limitati da quellodella nobiltà e il territorio politicamente frazionato tra i dominidi questultima. Ciononostante, linfluenza culturale ed economi-ca esercitata dal vicino mondo greco favorì anche in questi paesilo sviluppo dei traffici e delle città, e con essi quello di istituzio-ni statali centrali capaci di limitare in modo consistente lauto-nomia e il peso politico della nobiltà (un esempio di un tale tipodi processo, fu la riforma dello Stato macedone posta in atto dalsovrano Filippo II, condizione di possibilità della successivaconquista della Grecia e poi delle imprese «mondiali» di suo fi-glio Alessandro).1.3 - Gli Stati ellenistici: organizzazione sociale e ruolo delloStato nelleconomia Preso atto di queste due diverse matrici politiche ed eco-nomiche (europea luna, extra-europea laltra), veniamo ai regniellenistici. In essi tali tradizioni vennero in qualche modo a con-vergere, non per il calcolo preordinato di qualcuno ma in ragio-ne della fusione contingente di due universi rimasti fino ad alloraseparati, allinterno di un mondo politicamente e culturalmentetendenzialmente omogeneo, almeno dal punto di vista dei popolidominatori – un mondo che dallestremo est delle terre conosciu-te (India occidentale) giungeva fin oltre le regioni balcaniche. In particolare, attraverso dinamiche che descriveremoqui avanti, gli Stati prima persiani svilupparono, sotto linflussodelle élite politiche e culturali occidentali, una vita economica(sia commerciale, sia industriale) ad esse in precedenza scono-sciuta, mentre le regioni occidentali (Grecia esclusa) si organiz-zarono di solito in Stati di più vaste dimensioni, nonché istitu- 235
    • zionalmente più saldamente accentrati attorno al sovrano. Tantonelle regioni a est quanto in quelle a ovest inoltre, si ritrovano,seppure certamente in modi e gradi differenti, analoghe formedalleanza tra i grandi poteri terrieri (e più in generale economi-ci) e i membri del funzionariato di stato: un fatto che, come ve-dremo, fu di importanza basilare allinterno dellorganizzazionesociale ed economica del mondo ellenistico. Senza dubbio inoltre, se consideriamo che la parte occi-dentale del mondo ellenistico comprende essenzialmente i Bal-cani, la Grecia e regioni – come la Tracia – situate immediata-mente a nord est di questultima, mentre quella orientale partedallEgitto e arriva, seppure non fino agli estremi confini dellIn-dia, senza dubbio comunque ben oltre lattuale Iran (lantica Per-sia), possiamo dire che lEllenismo fu almeno quantitativamenteun fenomeno molto più orientale che occidentale. Così come,daltronde, la trasformazione subita dalle regioni asiatiche extra-europee sotto linfluenza di quelle europee, fu senza dubbio su-periore a quella conosciuta dalle seconde per influenza delleprime. Per tali ragioni, cominceremo la nostra esposizione dagliStati asiatici, dedicando allOccidente europeo uno spazio deci-samente inferiore.1.3.1 - Gli Stati ellenistici orientali Tra gli Stati ellenistici orientali, quello il cui funzio-namento conosciamo meglio e più a fondo è, senza alcun dub-bio, lEgitto. Anche se restano aperti profondi interrogativi sultipo di società sorta in conseguenza della conquista occidenta-le, molto evidente appare qui lalleanza tra le classi imprendito-riali greco-macedoni e le classi/caste egemoni dellantico fun-zionariato statale. Ciò che fu vero in generale un po per tutto il mondo el-lenistico orientale, il fatto cioè che i coloni occidentali goderonodi speciali agevolazioni, fu per lEgitto ancora più vero. In unatale area difatti, i poteri dirigistici dello Stato si erano mantenutipiù saldi che nella maggior parte delle altre regioni asiatiche.Una volta insediatisi ai vertici del potere, dopo la conquista delpaese, i greco-macedoni ebbero dunque, qui ancor più che altro-236
    • ve, buon gioco a favorire con decreti e provvedimenti «dallalto»linsediamento dei propri connazionali ai vertici sia della vita e-conomica che di quella politica e istituzionale. Se difatti, sul versante politico, i conquistatori occiden-tali finirono quasi sempre per ricoprire le più alte cariche ammi-nistrative, su quello economico e sociale la cessione a essi dibuona parte delle terre del sovrano (cessione che avveniva di so-lito nella forma dellappalto, ovvero in modo non definitivo e acondizione del pagamento di interessi periodici allo Stato) favorìlincremento delle loro ricchezze e lo sviluppo di unimprendito-ria di tipo occidentale anche in queste regioni. Né va dimenticatocome, per i greci e i macedoni, venissero di solito ritagliati allin-terno del territorio statale degli spazi particolari e riservati, attra-verso la fondazione di città-stato che godevano di grandi auto-nomie nei confronti dei poteri dirigistici del sovrano e che ten-devano a ricreare le condizioni politiche e civili, nonché quindieconomiche, delle loro regioni dorigine. Certo, come si è già ricordato, negli Stati asiatici il so-vrano concedeva da sempre ai suoi funzionari la gestione di am-pie porzioni del proprio territorio. Ma non si deve dimenticarecome i popoli occidentali – e i Greci in particolare – avessero,nel corso dei secoli, conosciuto avanzamenti tecnici e produttividecisamente superiori rispetto alle altre regioni del Mediterrane-o, nonché – anche come conseguenza della loro più elevata pro-duttività – uneconomia di mercato di gran lunga più florida ri-spetto a quella, di solito gestita dallo Stato, caratteristica invecedelle vicine regioni orientali. La pratica antica della concessione delle terre regie asingoli individui, quindi, assumeva ora, con la dominazione gre-co-occidentale, dei risvolti che non aveva mai avuto prima. Ov-vero essenzialmente: a) uno sfruttamento più intenso dei suoli,legato appunto alle nuove tecniche usate dai latifondisti occiden-tali; b) lo sviluppo – non solo a livello urbano, ma anche appun-to a livello agrario – di uneconomia di tipo privatistico e im-prenditoriale concorrenziale volta allincremento dei profittitramite il commercio, in contrapposizione a quella eminente-mente agricola, collettivistica e di consumo tipica dei periodiprecedenti (un fenomeno che, ovviamente, era già iniziato prima 237
    • dellinsediamento degli occidentali, ma che fu da questi poten-temente incrementato); c) la crescita esponenziale dei mercatisia interni sia internazionali (le eccedenze dei beni prodotti infat-ti, erano ora in gran parte utilizzate per gli scambi commerciali,anziché – come in passato – incamerate nei depositi statali). Gli occidentali portarono dunque con sé un decisivo in-cremento della produzione attraverso lesportazione di nuovetecniche agricole e di più avanzate forme di divisione del lavoro,e un altrettanto decisivo incremento del commercio e dellusodella moneta. Il tutto in un quadro di potente sviluppo della pro-duzione e delleconomia sia cittadine che agricole. Se questi furono a grandi linee i risvolti economici dellacolonizzazione greco-macedone delle regioni ellenistiche orien-tali, non si devono però assolutamente trascurare nemmeno gliaspetti politici e istituzionali di tale evento, anche perché – comesi è già detto – essi furono condizioni di esistenza essenziali pergli sviluppi economici appena descritti. Abbiamo appena vistocome – soprattutto, ma non solo, in Egitto – gli enormi poteridirigistici dello Stato furono in gran parte utilizzati dalle élitecoloniali per favorire lesportazione dei propri stili economiciprivatistici e concorrenziali, ma non abbiamo ancora parlato deivantaggi che la macchina statale (ovvero il complesso dei suoifunzionari, da sempre casta egemone e privilegiata rispetto allemasse lavoratrici) traeva da queste trasformazioni. Abbiamo già ricordato come da sempre gli Stati asiaticiavessero una struttura tributaria, basata cioè sulla riscossione pe-riodica di tributi dal lavoro dei propri sudditi. In questo, leco-nomia ellenistica non apportò cambiamenti sostanziali alla pre-cedente organizzazione. Ma prima di tale periodo, la quantità dibeni prodotti e quindi di surplus tassabile e requisibile da partedello Stato, era di certo molto inferiore. Ora invece, la crescitadella produzione aveva determinato maggiori possibilità di ar-ricchimento anche per gli apparati dello Stato. Come se ciò nonbastasse inoltre, in questo periodo la pressione tributaria si feceancora più forte anche in proporzione allaccresciuta capacitàproduttiva. Così come, del resto, aumentò il lavoro richiesto daigrandi proprietari (in realtà appaltatori delle terre pubbliche) alla238
    • forza-lavoro locale: un altro fattore indispensabile per laccre-scimento della produttività e lincremento dei commerci. Gli Stati ellenistici tuttavia, oltre che dal fatto di incame-rare attraverso una maggiore pressione fiscale più ricchezze ri-spetto al passato, furono caratterizzati dal fatto di dover sostene-re maggiori spese. I loro apparati infatti, soprattutto in conse-guenza della situazione venutasi a creare con lo smembramentodel regno alessandrino in sotto-regni in costante conflitto tra lo-ro, conobbero ben presto una crescita esponenziale delle spesemilitari. E proprio queste ultime, raggiungendo livelli prima im-pensabili, determinarono la tendenza (cui si è già più volte ac-cennato) a una tassazione sempre più onerosa ai danni dei priva-ti. A tale tendenza si dovette, tra le altre cose, anche la creazionedi una prima forma di catasto: ovvero di un apparato di controllostatale delle proprietà dei singoli cittadini ai fini di una loro tas-sazione più articolata e capillare rispetto ai secoli precedenti. Ma non fu certo questo lunico aspetto di accrescimentodella macchina governativa statale, la quale infatti crebbe note-volmente in complessità un po in tutti i suoi risvolti. Tanto perfare un esempio, ricordiamo che proprio in questo periodo vennecreato in Egitto una sorta di «ministero delle finanze e delleco-nomia» retto da un apposito funzionario chiamato dioikétes, pre-posto alla contabilità statale, nonché – probabilmente – allistitu-zione di politiche economiche (si parla a volte per questepoca,non senza esagerazione, di «dirigismo statale» in economia). In concomitanza con il nuovo splendore delle attivitàcommerciali internazionali poi, anche i dazi doganali (sia mone-tari, sia in natura) conobbero una vera e propria impennata: gliStati infatti, compresero ben presto di poter trarre da tali trafficidei notevolissimi guadagni, e agirono di conseguenza. Anche per quanto riguarda la vita urbana poi, il periodoellenistico fu caratterizzato da grandi trasformazioni. Come si ègià detto difatti, le città divennero in esso il centro di una intensavita economica e produttiva, connessa tra laltro con la presenzadi vere e proprie «industrie di stato», antesignane per molti a-spetti delle moderne manifatture. Per farsi unidea della situazio-ne creatasi, basti dire che sia le grandi metropoli sorte in tale pe-riodo (ad esempio Alessandria dEgitto) sia le città più antiche 239
    • (che comunque di solito crebbero di dimensione), si dotarono digrandi arterie di traffico e di grandi mercati, volti al rifornimen-to alimentare di una vasta popolazione in esse risiedente soprat-tutto in qualità di lavoratrice salariata. Si creò insomma, in que-gli anni, in conseguenza del rigoglio dei mercati e dellindustria,una civiltà metropolitana molto simile – anche visivamente – aquella moderna. Una tendenza negativa per lo sviluppo dei commerci edelle attività produttive (i presupposti della quale peraltro, risie-devano proprio nelle tradizioni stataliste asiatiche) fu quella al-lappropriazione da parte dello Stato sia delle produzioni che deitraffici economicamente più remunerativi. Quello dei monopolistatali fu un vero e proprio flagello per leconomia degli Stati el-lenistici! Ad un certo punto difatti, i governi cominciarono adarricchirsi – piuttosto che coi tributi imposti ai privati cittadini –assumendo dufficio lo svolgimento delle attività imprenditorialipiù remunerative portate avanti da questi ultimi. Ovviamente, il fatto che lo Stato fosse – ad esempio – ilmaggior produttore e venditore di grano, comportava per essointroiti molto maggiori che non se si fosse dovuto accontentaredei proventi (peraltro già molto cospicui) derivanti dalle impostesulle attività dei privati cittadini. Ma una tale pratica, resa peral-tro possibile dagli enormi poteri di cui tradizionalmente lo Statoasiatico godeva, tendeva a cancellare proprio una delle fontiprimarie dello sviluppo produttivo, ovvero il fattore della con-correnza tra liberi imprenditori, condizione essenziale per il pie-no dispiegamento delle energie e della creatività individuali. Intal modo – come peraltro ricorda anche il Rostovtzeff nel suosaggio sulla «Storia economica e sociale dellImpero romano»(Sansoni, 2003, pag. 5), laddove fa un bilancio complessivo del-levoluzione degli Stati ellenistici – la produzione, imprigionatanelle maglie della burocrazia statale, finì lentamente per decre-scere e la ricchezza degli Stati e delle società ellenistiche per de-clinare. Ovviamente, quasi mai i monopoli di stato riuscivano aessere integrali: rimanevano infatti pur sempre dei liberi impren-ditori privati che, magari clandestinamente, svolgevano attivitàconcorrenziali rispetto a quelle dello Stato stesso. Né, del resto,240
    • si deve dimenticare come anche la distinzione tra pubblico e pri-vato fosse – da sempre – un fatto alquanto incerto nelle regioniasiatiche e medio-orientali (le terre ad esempio, in Egitto, eranoquasi tutte proprietà del sovrano, il quale poi – come si è già piùvolte detto – per consuetudine le dava in gestione o in appalto aprivati cittadini). Resta tuttavia indiscutibile, il fatto che una delle tenden-ze di lungo corso dellEllenismo fu quella allappropriazione di-retta da parte dello Stato di larghi settori delleconomia (di soli-to, ovviamente, quelli più remunerativi), e ciò sui tempi lunghicon conseguenze molto gravi sulla loro capacità produttiva equindi sulla loro ricchezza interna.1.3.2 - Gli Stati ellenistici occidentali Infine, per completezza di quadro storico, delineeremoqui avanti in modo molto veloce le trasformazioni (meno radica-li) subite dagli Stati occidentali sotto linfluenza dei vicini Statiorientali, mostrando inoltre gli aspetti di uniformità creatisi traqueste due diverse aree del mondo antico dal punto di vista poli-tico, economico e sociale. Come già si è accennato, se lOriente ricevette in donodallOccidente nuovi stili economici e nuove tecniche produttive,questultimo ricevette dal primo una nuova idea di Stato. Con lasola eccezione della Grecia, che rimase politicamente divisa tracittà-stato autonome (federate però, come ai tempi delle guerredel Peloponneso, in due nuove e opposte leghe: quella achea equella etolica), le altre regioni occidentali cercarono di rinnovar-si e di superare la loro antica organizzazione feudale e nobiliarecostituendosi in veri e propri Stati territoriali gravitanti attorno aun potere centrale forte, accrescendosi spesso da un punto di vi-sta territoriale. Anche se i confini di questi regni rimasero sempre piut-tosto incerti, la Macedonia fu senza dubbio alcuno – per tutto ilperiodo ellenistico – la maggiore potenza occidentale, seguita aruota dallEpiro. La Grecia invece, nonostante il prestigio di cui godevacome culla di civiltà e patria di alti ingegni, divenne una potenza 241
    • abbastanza secondaria sia dal punto di vista economico che daquello militare. Giocando la carta dellespansionismo verso estinfatti, essa aveva involontariamente posto i semi del suo stessodeclino. Gli Stati colonizzati difatti, più ricchi di materie prime epiù popolosi, nonché territorialmente più ampi e politicamentepiù stabili, svilupparono presto un potenziale a essa sconosciutosia sul piano della capacità produttiva che di quella offensiva. Confinata in una posizione relativamente marginale, laGrecia gravitò politicamente soprattutto attorno alla Macedonia,ma costituì anche a volte il ponte dellespansionismo dellEgittoverso le regioni nord-occidentali. Essa ricoprì dunque una posi-zione estremamente ambigua, che spesso utilizzò per svolgere –come una sorta di «ago della bilancia» – un ruolo rilevante sulpiano degli equilibri internazionali. In tal modo, e nonostantetutto, essa rimase spesso una realtà politicamente influente allin-terno del mondo ellenistico.2 - Ricchezza e povertà nel mondo ellenistico Oltre a quelli considerati finora, vi sono nel mondo elle-nistico (complessivamente inteso) altri aspetti degni di attenzio-ne. Non solo dunque la fusione tra Oriente e Occidente, ovverola nascita di unalleanza per così dire strategica tra poteri econo-mici privati e poteri dirigistici statali, ma anche il sorgere di unaprima società a due livelli: basata cioè su una separazione sem-pre più netta tra ricchi e poveri – tra proprietari ed espropriati. Ovviamente sarebbe eccessivo riproporre in questo con-testo una polarità, quale quella tra capitalisti e proletari (indivi-dui, come tali, costretti al lavoro salariato) che si adatta per inte-ro solo al mondo moderno. Tuttavia, se anche per tutta letà anti-ca non si può parlare di un vero e proprio proletariato, per moltiperiodi di esso (tra i quali, e in primo luogo, quello in esame) èpossibile parlare di un diffuso (e col tempo di solito crescente)fenomeno di proletarizzazione delle masse, dovuto a un lorosempre più marcato sfruttamento da parte delle élite di potereeconomiche e istituzionali. Laddove meno sviluppati erano il tessuto urbano e la vi-ta civile (e cioè soprattutto in Oriente, e nei grandi Stati feudali242
    • occidentali), sia che lo Stato avesse consolidato da poco i propripoteri (ad esempio in Macedonia) sia che ricoprisse da sempreun ruolo economicamente e politicamente egemone (ad esempioin Egitto), i poteri statali e latifondistici si trovarono di fronte agrandi masse di contadini facilmente assoggettabili ai propriscopi. In tali contesti, lalleanza tra Stato e grandi proprietari fumolto forte: fattore questo, che rese possibile uno sfruttamentodelle masse lavoratrici molto maggiore rispetto ai periodi prece-denti. Parallelamente poi – come si è già accennato – anche lapressione tributaria aumentò notevolmente, in concomitanza conle maggiori esigenze degli Stati soprattutto per il mantenimentodegli apparati militari. Ma anche la Grecia, e più in generale le città-stato elle-niche, nelle quali pure – come noto – si era sviluppata nel corsodei secoli una rigogliosa imprenditoria privata sorretta da unaflorida classe media, in gran parte legata ai centri urbani, co-nobbero processi per molti aspetti simili a quelli appena descrit-ti. Vediamo come e perché. La nascita tra VI e IV secolo a.C. di una vasta classemedia impiegata, oltre che in attività politiche, anche in attivitàdi carattere manifatturiero e commerciale, aveva costituito la pe-culiarità storica della civiltà ellenica rispetto agli altri Stati anti-chi, sia vicini che lontani. Tuttavia la diffusione, a partire pro-prio dal periodo ellenistico, degli stili economici tipici delle cit-tà-stato greche un po in tutto il bacino mediterraneo, minò ilprecedente e indiscusso predominio commerciale e produttivoellenico in quellarea. Essa decretò difatti la nascita di potenze«industriali» anche al di fuori dellambito propriamente greco edi quello dei vicini Stati occidentali (già da alcuni decenni dive-nuti concorrenziali rispetto allimprenditoria greca). Stati comelEgitto e la Siria, ad esempio, divennero a loro volta in grado diesportare prodotti tanto agricoli quanto manifatturieri prima e-sportati soprattutto dalla Grecia. Ed anzi, le loro maggiori di-mensioni territoriali e la loro maggior ricchezza di materie primee di manodopera li rendevano di solito, dal punto di vista dellacapacità produttiva, molto superiori alla Grecia stessa. In breve tempo dunque, il predominio ellenico a livelloegeo e mediterraneo fu rovesciato, trovandosi ora la Grecia a co- 243
    • stituire la «periferia» di quel nuovo mondo che essa stessa avevagrandemente contribuito a creare. Una tale situazione di declino economico colpì ovvia-mente più fortemente la piccola e media imprenditoria e i piccoliproprietari terrieri rispetto ai loro omologhi di più grandi dimen-sioni. Questi ultimi difatti, riuscirono più facilmente a sopravvi-vere al rialzo del costo delle materie prime e alla riduzione deimercati di sbocco delle proprie merci. Una tale situazione de-terminò un generale declino in Grecia delle classi medie, nonchédi conseguenza un deciso rafforzamento dei grandi poteri eco-nomici e finanziari. E anche se molto spesso, anche in età elleni-stica, le poleis greche si diedero una veste «democratica», i pote-ri decisionali finirono per accentrarsi in realtà tra un numerosempre più ristretto di persone, cioè tra i membri di unaristocra-zia economico-politica che ricordava per molti aspetti quella deigrandi Stati ellenistici, sia dOccidente che dOriente. Lo stessomondo greco dunque, il quale pure in età classica aveva svilup-pato una florida classe intermedia tra ricchi latifondisti e poverisenza terra (teti), tese durante letà ellenistica a polarizzarsi traqueste due opposte classi di reddito (anche se, per la verità, varicordato come una tale tendenza – seppure senza dubbio menopronunciata – fosse costantemente latente anche in età classica). Il mondo ellenistico nel suo complesso, insomma, si ba-sò sulla contrapposizione tra una più o meno ristretta élite di ric-chi e una grande massa di popolazione povera, dipendente dallamunificenza o dalla richiesta di lavoro dei primi. Accanto a essepoi, sopravvisse ovviamente anche una classe intermedia di pic-coli funzionari, commercianti, artigiani e imprenditori, erede permolti versi della «borghesia» detà classica e/o continuatrice del-la tradizione tecnico-funzionariale degli Stati orientali.3 - I mercati nelletà ellenistica Una precisazione va fatta infine, in merito al ruolo deimercati in età ellenistica. Si è già detto che la conversione dimolte regioni a stili economici e produttivi dorigine greco-occidentale comportò la creazione di un maggior surplus di ric-244
    • chezza, in gran parte investita poi nei commerci sia interni cheesterni agli Stati. Un simile discorso potrebbe però indurre erroneamente acredere che, in concomitanza con tale fenomeno, si verificasseun fondamentale innalzamento della ricchezza media della popo-lazione. Al contrario, vari fattori resero una tale ricchezza il pri-vilegio pressoché esclusivo di una fascia minoritaria di essa. Perprodurre di più infatti, era necessario – in mancanza delle odier-ne tecnologie – chiedere maggiori sacrifici alla massa dei lavora-tori (alcuni dei quali peraltro, soprattutto nelle regioni occidenta-li ed europee, erano schiavi), nonché allo stesso tempo drenareloro maggiori ricchezze aumentando la pressione fiscale e dimi-nuendone i «salari» (si passi il termine storicamente improprio). A ciò si aggiunga il fatto che, date le scarse capacità tec-nologiche e la bassa produttività dellepoca, le merci rimasero disolito abbastanza care da essere – con la sola eccezione di alcunigeneri di prima necessità, che alimentavano i mercati destinatialla popolazione urbana più povera – sostanzialmente inaccessi-bili alla grande massa della popolazione. Laccesso ai mercatidunque, fu un fatto che riguardò soprattutto la popolazione riccao comunque benestante, composta essenzialmente da funzionaristatali e da cittadini più o meno facoltosi (oltre che dai soldati:una categoria socialmente privilegiata, data limportanza rivestitadalla guerra nel mondo ellenistico). Insomma, limpiego che veniva fatto delle maggiori ric-chezze prodotte rispetto ai secoli passati aveva una natura so-prattutto élitaria, come dimostra la cospicua presenza sia di co-struzioni monumentali il cui fine era evidentemente quello di da-re lustro alle casate regnanti (o a volte, seppure più in piccolo, aicittadini più ricchi) sia di avveniristiche opere di carattere milita-re (come la progettazione e la costruzione di macchinari belliciinnovativi). Nonostante quanto detto fin qui, resta comunque il fattoche, senza la maggiore vivacità delleconomia e della produzionedel periodo ellenistico, molti aspetti (non soltanto negativi, maanche positivi) caratterizzanti una tale civiltà non avrebbero qua-si certamente potuto prendere forma. 245
    • 4 - Leredità politica ed economica dellellenismo, da Romaad oggi Quello ellenistico si può dunque considerare – quanto-meno per quel che riguarda la storia europea e vicino-orientale –come il primo esempio di una società fortemente statalizzata incui si sviluppino grandi poteri economici e imprenditoriali priva-ti, connessi con la presenza di vasti traffici internazionali: Statoe borghesia imprenditoriale infatti, procedettero in tale contestotra loro paralleli, luno – per così dire – come complemento econdizione di possibilità dellaltro. Un altro esempio di un tale tipo di organizzazione ce loforniscono, sempre nel mondo antico, la società romana imperia-le e tardo-repubblicana, non a caso storicamente dirette eredi diquella ellenistica. Scrive, a proposito di una tale eredità, lo stori-co francese Paul Lévêque: «…le nuove condizioni [createsi nelmondo ellenistico] – sviluppo di una borghesia capitalista di ori-gine greca e, in Egitto, introduzione della moneta – determinanotrasformazioni profonde, particolarmente evidenti nelle città. Lasovrapposizione di una classe di conquistatori a una massa di in-digeni vinti (ma per la maggior parte abituati da lunga data adominazioni straniere) conferisce al mondo ellenistico un aspet-to assai peculiare e ne fa sovente la prefigurazione dellimperoromano.» («Il mondo ellenistico», Editori Riuniti, pag. 67). An-che in un tale mondo infatti, si assisté rispetto ai precedenti pe-riodi a un rafforzamento degli apparati di controllo dello Statosulla società civile, oltre che allalleanza (di cui la classe degliequites o cavalieri fu un chiaro esempio) tra Stato e classi im-prenditoriali private: queste ultime capaci spesso di accumularecospicue ricchezze grazie agli appalti pubblici o agli immensimercati che lunità politica le apriva davanti. Ma anche (e ancor più) in epoca moderna, a partire so-prattutto dalla svolta mercantilistica del XVII secolo, gli Stati(ora nazionali) costituirono una solida e indispensabile basedappoggio per lo sviluppo delle classi imprenditoriali (oramaiperaltro trasformatesi in senso pienamente capitalistico, proietta-te cioè verso una ricerca razionale del profitto). Non è un caso246
    • allora, che uno studioso come Max Weber sia giunto a conside-rare lo Stato moderno alla stregua di unimpresa economica. Anche infine – almeno a giudizio di chi scrive – nel-lambito della trasformazione dei «Paesi dellest» (il blocco diquelli che nel XX secolo furono gli Stati socialisti) in direzionedellindustrializzazione e del capitalismo, la vicenda dellElleni-smo può fornirci interessanti e originali spunti di interpretazionestorica. Non appare difatti del tutto infondato un parallelismo trala vicenda degli Stati ellenistici (nei quali le tradizioni occiden-tali vennero trapiantate dallalto ad opera di una nuova élite didominio, che vi esportò i propri stili culturali ed economici) elindustrializzazione «forzata» – in nome peraltro di ideali diprogresso sociale ispirati allideologia marxista – di paesi in cui,per tradizione millenaria, forte era il potere di controllo delloStato sul territorio e sulle sue attività economiche. Anche in que-sto secondo caso, si può forse dire che le pregresse strutture sta-tali furono utilizzate ai fini di una modernizzazione forzata e«dallalto» delleconomia.5 - Cultura, mecenatismo e arte: il mondo dei privilegiati Resta da analizzare un ultimo aspetto della società elle-nistica, finora trascurato: quello prettamente culturale. Pure daquesto punto di vista, ovviamente, un tale mondo fu dotato dicaratteri propri e originali, per molti versi costituendo anche aquesto riguardo un punto di incontro tra le due diverse tradizio-ni, artistiche e culturali, del Vicino oriente e dellarea ellenica. Per comprendere gli aspetti in questione però, è beneconsiderare una volta di più lassetto della società sorta dalla di-sgregazione dellimpero di Alessandro. Le società asiatiche era-no da sempre caratterizzate dalla contrapposizione di una massadi contadini asserviti e di una ristretta élite dominante, primadella conquista greco-macedone di stirpe prevalentemente per-siana e iranica. A partire dallepoca ellenistica, come si è visto,tali élite acquisirono caratteri nuovi. In essa difatti, accanto agliantichi poteri funzionariali e politici, si svilupparono poteri eco- 247
    • nomici e imprenditoriali di stampo tipicamente occidentale, tan-to urbani quanto agrari, tanto grandi quanto medi e piccoli. 37 Questo insieme di individui socialmente dominante –seppure, ovviamente, in diversi modi e gradi – costituì la parteellenizzata della popolazione, al di sotto della quale stava lamassa dei contadini asiatici, ancora legati alla cultura e alle tra-dizioni locali e nazionali. Certo, sarebbe semplicistico credereche – nel corso dei secoli – non avesse luogo un rimescolamentotra queste due popolazioni, nella misura in cui molti individui diorigine occidentale simpoverirono e decaddero a una condizionedi subalternità, così come parte della popolazione originaria riu-scì gradualmente ad affermarsi socialmente ed economicamente,entrando a far parte delle fasce alte o benestanti di essa. È un fat-to in ogni caso, che queste ultime si identificarono sempre con laparte della popolazione che parlava (o che comunque conosceva)la lingua greca e che maggiormente faceva propri i modelli cul-turali della tradizione ellenica, ateniese in particolare. Ma questa nuova cultura «greca», sorta in un contestotanto diverso da quella classica, cui pure si rifaceva, era da essaanche molto distante. Intanto, il greco parlato da questi gruppi acculturati nonera più quello classico, bensì una forma internazionale e per cosìdire neutra, chiamata koiné (comune), che contrastava con lemolteplici forme dialettali (ionica, eolica, dorica...) della Greciapropriamente detta. Inoltre, la sensibilità di questi eredi della classicità era inrealtà profondamente differente da quella dei loro predecessori:ragione per la quale tra laltro non si può parlare, per questo pe-riodo, di una civiltà propriamente ellenica bensì appunto elleni-stica. Soprattutto, rispetto al passato, si erano persi quegli antichiideali patriottici e politici che facevano sì che i cittadini – pur37 Quanto a questi ultimi, essi erano legati in gran parte alla classe dei soldati.Ad essi, spesso insediati sui territori di città-stato semi-indipendenti, lo Stato con-cedeva difatti solitamente piccoli appezzamenti di terra in pagamento per le loro pre-stazioni, in tal trasformandoli in piccoli e medi proprietari terrieri che godevano diuna certa autonomia produttiva e che – se lo desideravano – potevano commer-cializzare i propri prodotti.248
    • consapevoli della propria unicità – avvertissero al tempo stessoun forte legame nellappartenenza alla propria città-stato, loropatria comune. Lindividualismo «temperato» dei secoli classici,capace alloccorrenza di prove di profonda abnegazione civile,era insomma degenerato in un individualismo «volgare» cheportava i singoli ad aspirare, più che alla gloria e ai pubblici ri-conoscimenti, alla pace e al benessere personali. Del pari, i grandi ideali e le grandi visioni dinsieme chenei secoli passati si erano inverati nei sistemi filosofici di Plato-ne e Aristotele (e prima che in essi, in quelli dei filosofi preso-cratici), cedevano ora il passo a filosofie di stampo edonistico, oimpegnate comunque a risolvere il problema dellesistenza in u-nottica essenzialmente individuale, così come a ricerche tecni-co-scientifiche specialistiche che, seppure senza dubbio estre-mamente innovative, erano in ogni caso molto lontane dagli o-rizzonti speculativi e metafisici delletà classica. Insomma, se il mondo classico aveva aspirato allassolu-to, quello ellenistico – che pure del primo era indiscutibilmentelerede – tese invece al relativo (altro motivo questo, di profondavicinanza a noi moderni). Del primo esso conservava senza dub-bio larguzia, la spregiudicatezza critica e linsofferenza a vincolie imposizioni esterni, ma perdeva al tempo stesso lafflato «eroi-co» e laspirazione alla totalità. Né è difficile rintracciare le cause di una tale trasforma-zione spirituale nei mutati stili di vita, a loro volta legati ai nuoviorizzonti socio-politici degli Stati asiatici. In questi ultimi difatti,era inevitabilmente annullata o comunque fortemente ridimen-sionata la possibilità di partecipazione diretta alla vita dello Sta-to da parte dei singoli cittadini, la cui esistenza era quindi relega-ta in una dimensione puramente privata e personale, strappataper così dire al rapporto col Tutto, ovvero – più concretamente –impossibilitata a partecipare attivamente alle sorti del mondo dicui erano parte. Si vede bene dunque, come la cultura ellenistica fu inmassima parte il prodotto dellincontro tra lo spirito individuali-stico e razionalistico greco e le tradizioni culturali «servili» deipopoli asiatici. Una cosa questa, che emerge chiaramente anchedallesame dellarte figurativa ellenistica, caratterizzata da un 249
    • nuovo gusto per il piacevole, per il particolare tenero e intimo,di contro alla statuaria solenne e compiuta dei secoli precedenti.Né daltronde la letteratura ellenistica era altrettanto concentrataquanto quella classica, sulle vite degli eroi e degli dei, bensìpiuttosto sulla quotidianità e sulla vita delluomo comune. In-somma, il trionfo «mondiale» della cultura greca ebbe comeprezzo un suo radicale ripensamento e una sua profonda ristrut-turazione in forme nuove rispetto al passato. Anche sul piano sociale e politico poi, la vita culturaleconobbe una profonda trasformazione. Allinterno delle città-stato classiche difatti, le attività culturali si erano di solito legatea ricorrenze religiose e comunitarie (si pensi ad esempio alle fe-ste dionisiache, da cui ebbe origine il teatro) o alliniziativa per-sonale e libera di singoli individui (poeti, filosofi, scienziati...) oal limite di singole comunità. Ora invece, nella realtà di questigrandi Stati, si fece strada una nuova tendenza, che era peraltroin stretta continuità con la storia pregressa delle civiltà orientali.Tali attività difatti non furono più – almeno in linea di massima– indipendenti dallinfluenza dei poteri politici, ma vennero ingran parte patrocinate (e finanziate) dalle corti reali. Si affermò così una prima forma di mecenatismo. I so-vrani e i nobili potevano difatti dare lustro alle proprie famiglie,alla propria memoria e più in generale ai propri Stati finanziandoopere ciclopiche che a essi sarebbero poi rimaste legate, mentreartisti, scienziati, letterati e filosofi trovavano nel sostegno deiprimi uno strumento indispensabile per portare avanti i propriprogetti e le proprie creazioni. Le quali, del resto, furono – so-prattutto nel campo dellarte figurativa, dellarchitettura e dellin-gegneria – quasi sempre improntate a grandiosità e alla volontàdi stupire e impressionare gli spettatori, ciò che le rendeva altempo stesso eredi delle antiche tradizioni artistiche e figurativeasiatiche, da sempre caratterizzate dal gusto per lenorme e losmisurato, e prefigurazione di molti aspetti dellestetica e dellacultura moderne in genere, nonché – ancor prima – di quella ro-mana imperiale.250
    • Opere come la grande biblioteca di Alessandria dEgitto,che ambiva a contenere lintero sapere umano, non solo greco38,sono ricordate come svolte epocali nella storia stessa dellumani-tà. Esse testimoniano infatti, dei primi passi della civiltà europeaoccidentale (nonché di quella medio-orientale, che di tale ereditàseppe a sua volta fare tesoro soprattutto in epoca islamica) versouna concezione più ampia e analitica della conoscenza, menoansiosa di comporre la complessità del reale in sistemi di pensie-ro chiusi, e più disposta a un approfondimento scientifico edempirico puro, al di là di ogni pregiudizio religioso e di ognipresupposto metafisico. E anche se di queste manifestazioni e di questi progressiculturali non fu partecipe – come era invece accaduto per quellidelletà classica, nel chiuso delle piccole città-stato greche – lamaggioranza della popolazione, ma solo una piccola parte diprivilegiati, non si può comunque non riconoscere limportanzache un tale periodo riveste per la storia umana anche dal punto divista culturale. In esso difatti, possiamo dire che si forgiaronodelle componenti altrettanto importanti per la nostra civiltà ri-spetto a quelle che presero forma durante le fasi più classichedella storia greca.38 La biblioteca di Alessandria fu una delle principali meraviglie del mondo elleni-stico. Essa costituì un centro culturale di primissima importanza allinterno di talerealtà, nel quale affluirono studiosi di tutti i paesi e di tutte le culture.Essa costituisce inoltre lesemplificazione del discorso fatto pocanzi: fu difatti undono che nel III sec. a.C. la dinastia dei Tolomei fece agli studiosi, e soprattutto aifilologi (studiosi impegnati a restituire i testi antichi nella loro forma originaria),della propria epoca e di quelle successive. Al tempo stesso però, tale opera si legòindissolubilmente alla città di Alessandria e alla sua dinastia regnante, i Tolomeiappunto. Vi furono altri centri culturali importanti allinterno del mondo ellenisti-co (uno fu quello fondato ad Antiochia dalla dinastia dei Seleucidi, in Siria), manessuno poté scalfire il primato di Alessandria e della sua biblioteca.Con i suoi 500.000 volumi essa fu inoltre il centro di studi in cui – attraverso ilraffronto tra diversi manoscritti di una stessa opera – vennero curate le prime edi-zioni critiche della storia, e dove presero corpo dibattiti – come quello inerente lacosiddetta «questione omerica» – che ancora oggi sono allordine del giorno.Altra cosa da non dimenticare, sempre ad Alessandria fu realizzata la traduzioneintegrale dellAntico Testamento ebraico in lingua greca (la cosiddetta «Bibbia deiSettanta»): unedizione che costituisce ancora oggi un importante strumento criti-co per gli studiosi di tali testi. 251
    • Evoluzione politica e sociale del mondo greco tra IX e II sec. a.C. Tratteremo qui avanti, seppure in modo molto generale,di quelli che furono gli sviluppi – tanto sociali ed economici,quanto politici – del mondo greco a partire dal periodo arcaicofino a quello più propriamente classico, riservando infine un ra-pidissimo sguardo alle trasformazioni del periodo tardo-classicoe di quello ellenistico immediatamente successivo (un lasso ditempo che va allincirca dal IV al II sec. a.C.). Il nostro discorso si soffermerà su quella che, con ogniprobabilità, fu unevoluzione largamente condivisa (anche se,ovviamente, in modi e tempi differenti) da più o meno tutte lecittà-stato greche della madrepatria tra lVIII e il IV secolo a.C.,con le uniche eccezioni della Tessaglia e dei territori (Laconia eMessenia) del dominio spartano: due regioni queste, rimaste an-corate a unorganizzazione di carattere gentilizio e tribale, anchedopo che essa era stata superata – e ormai da parecchio tempo! –dagli altri Stati greci. Un discorso a parte lo richiederebbero poi anche lAtticae la sua capitale, Atene, i cui sviluppi cittadini e mercantili de-collarono (per svariate ragioni) in notevole ritardo rispetto al re-sto degli Stati greci, conoscendo però unevoluzione tanto velocee dirompente da conferir loro in poco tempo – a partire, allincir-ca, dalla metà del VI secolo – un ruolo egemone nelle zone egeecircostanti e più in generale in tutto il mondo greco.1 - Antefatti: le società di Palazzo (XVIII – XIII) e ilMedioevo ellenico (XIII – IX)1.1 - I Regni micenei: società statali di tipo asiatico Come si ricorderà, le cosiddette «Società di Palazzo» fu-rono la versione occidentale ed egea delle grandi formazioni sta-252
    • tali asiatiche, formazioni caratterizzate da unorganizzazioneproduttiva e politica rigidamente gerarchizzata e piramidale (es-sendo in esse la dimensione economico-produttiva profonda-mente interconnessa, ed anzi fondamentalmente dipendente, dal-le decisioni e dallautorità del re). Come già in Asia (ad esempio in Lidia o in Egitto), an-che a Micene e nei Regni micenei il sovrano e la sua corte – lacui sede era appunto il Palazzo – costituivano il centro direttivopressoché assoluto delle attività produttive ed economiche (tra lequali fondamentali erano, tra le altre, quelle commerciali), oltreche il luogo di raccolta di quel surplus produttivo che, in quantointeso come un possesso comune, veniva custodito dal poterecentrale anziché dai privati cittadini che lavevano prodotto. Nonostante il carattere guerriero delle popolazioni mice-nee, spesso impegnate in azioni militari e di conquista verso le-sterno, le loro società ebbero (e ciò, senza dubbio, anche per lin-fluenza dei più antichi Stati cretesi) un carattere essenzialmenteorganico o «di casta», essendo fondate più sulla collaborazioneche sulla lotta tra i diversi ceti sociali. Il potere del sovrano equello a esso strettamente interconnesso della corte difatti, costi-tuivano il punto di irraggiamento e di pianificazione del com-plesso delle attività economiche e sociali, le quali per tale ragio-ne non erano sottoposte allarbitrio dei singoli individui o deisingoli centri produttivi bensì, almeno in prima istanza, a quellodel re. Le decisioni del potere centrale insomma, costituivano unpunto fermo, mentre la loro attuazione da parte dei sudditi-cittadini costituiva lessenza stessa dellorganizzazione sociale.1.2 - Il Medioevo ellenico: le «società gentilizie» Se quelle micenee – e, prima di esse, quelle minoiche –furono società stataliste di tipo asiatico, quelle sorte in Greciadalla grandi migrazioni e invasioni del XII secolo a.C. (sommo-vimenti che riguardarono peraltro non solo i territori greci, bensìpiù in generale quelli del bacino orientale del Mediterraneo) fu-rono invece società di carattere gentilizio, fondate cioè su undominio «di stirpe». 253
    • Mentre negli Stati micenei le terre e i beni prodotti at-traverso di esse erano proprietà della comunità, ovvero – sulpiano giuridico – del sovrano (una figura il cui predominio sul-la vita economica e sociale era un fatto pressoché indiscusso),nelle formazioni statali successive questo non solo non accade-va, ma accadeva tendenzialmente lopposto. Le società sortedalle migrazioni del XIII-XII secolo infatti, si basarono fonda-mentalmente sullespropriazione (totale o comunque sostanzia-le) dei beni delle precedenti popolazioni da parte dei loro inva-sori, i «Dori». Un fatto questo, che poneva le basi di una pri-missima forma di appropriazione privatistica delle terre da par-te di coloro che – sia pure a titolo collettivo – le avevano sot-tratte ai precedenti abitanti. Nelle società sorte dai rimescolamenti dei secoli XIII eXII a.C. dunque, una fascia di popolazione – accomunata da unamedesima appartenenza etnica, ovvero da una medesima stirpedi provenienza – finiva per spartirsi in un modo pressoché pari-tario le terre espropriate ai componenti di una precedente orga-nizzazione sociale, da essa inoltre ridotti in una condizione dinetta subalternità. La struttura di queste nuove società era perciò basata sudue strati contrapposti: a) i cittadini liberi, e come tali ancheproprietari di terre, tra cui vigeva una sostanziale parità giuridi-ca, politica e patrimoniale; e b) le classi subalterne (che po-tremmo definire servili) alle quali spettava – se gli spettava! –solo una piccola porzione dei territori sui quali in precedenzaavevano avuto un dominio integrale, nonché e soprattutto ilcompito di servire i cittadini liberi.3939 Un ottimo esempio di un tale tipo di società è costituito dalla Sparta del periodoclassico. Si trattava difatti di una società rigidamente gerarchizzata, basata su unaclasse/casta di dominatori (gli spartiati), proprietari collettivamente se non delleterre quantomeno degli schiavi (gli iloti) e abituata a condurre unesistenza forte-mente comunitaria. La coesione sociale e i valori militari degli spartiati erano fun-zione dellesigenza di mantenere in uno stato di sottomissione assoluta gli iloti, pre-venendone eventuali rivolte e tentativi di emancipazione sociale.Da notare inoltre, che una tale organizzazione non costituì un prolungamento diquella dei periodi precedenti, bensì al contrario il risultato di un regresso della socie-tà spartana a forme maggiormente arcaiche, dovuto appunto allesigenza di salva-254
    • Dal momento che i membri della classe dominante eranoidealmente legati tra loro da ununica origine biologica (essendoinoltre divisi fra diversi ceppi familiari, detti gentes) si parla atale proposito di società «gentilizie», fondate cioè su vincoli et-nici e di stirpe. Solo col tempo, probabilmente, iniziò un processo di ap-propriazione individuale delle terre da parte dei membri dellegentes dominanti – le stesse i cui componenti si erano invece, inprecedenza, spartiti tra loro i territori dei nemici in qualità di u-nica popolazione, ovvero in sostanza a titolo collettivo. Ma talenuova situazione permetteva ad alcuni proprietari di terre un ac-crescimento praticamente indefinito dei propri appezzamenti, aspese ovviamente di altri componenti della propria comunità – iquali pure, in precedenza, erano Stati loro pari. La precedente società gentilizia, egualitaria e socialisti-ca (almeno per quanto concerne le etnie dominanti), iniziava co-sì il suo declino, con la formazione di un numero sempre più ri-stretto di nobili e ricchi proprietari terrieri e di un sempre più va-sto numero di piccoli e medi proprietari, situati in una posizioneintermedia tra i ceti più facoltosi e le fasce più povere della po-polazione (le classi servili). Lantica società degli eguali insomma, andava evolven-dosi verso forme più complesse e socialmente articolate, che a-vrebbero trovato la loro più piena espressione nellepoca succes-siva: quella arcaica.2 - Il periodo arcaico (IX – VII secolo) Alla società dei «pari», quella cioè delle etnie vincitricisui precedenti abitatori, se ne sostituì dunque col tempo unanuova, caratterizzata da una fascia sempre più ristretta di grandiproprietari terrieri, cui si affiancavano una classe intermedia dipiccoli proprietari, e una subalterna di poveri: individui a voltegiuridicamente liberi per nascita ma privi o quasi di proprietàguardare i propri privilegi contro la massa sempre crescente delle popolazioni daessa sottomesse. 255
    • indipendenti (teti), altre volte invece anche giuridicamente as-serviti, o per ragioni di discendenza o per incapacità a onorare ipropri debiti nei confronti dei membri più ricchi della comunità(i nobili).2.1 - Coordinate generali dellepoca arcaica Tendenza propria di tutta lepoca arcaica fu poi soprat-tutto quella a un inasprimento del divario e delle differenze so-ciali già esistenti tra i nobili e i non nobili. Al pari dei cittadinipiù poveri e in genere degli individui di più umile condizione,infatti, anche i piccoli proprietari (i «ceti intermedi»), per ragioniinerenti soprattutto la scarsa produttività e redditività dei loroappezzamenti, tesero per tutto questo periodo (e non solo) a per-dere loriginaria condizione di autonomia dai grandi proprietari.Vedendosi difatti costretti a indebitarsi con questi ultimi, essicadevano gradualmente in una specie di rapporto di vassallag-gio, divenendo alle volte affittuari di quegli stessi lotti di terra dicui in precedenza erano stati legittimi proprietari, quando nonaddirittura decadendo alla condizione di servi o schiavi dei pro-pri debitori.40 Era in corso insomma, un processo di graduale elisionedelle classi medie in favore di quelle più alte, con il conseguenteampliamento delle classi servili e basse e con un inasprimentodella sproporzione di ricchezza sussistente tra nobili e plebei. Ma una tale situazione dava inevitabilmente adito anchea dei forti attriti nel seno della stessa società arcaica. I ricchi in-40 Per farci unidea dellorganizzazione economica del periodo arcaico possiamoaffidarci al celebre poema di Esiodo, «Opere e giorni», laddove si parla del timorecostante che attanagliava i piccoli e medi proprietari, di perdere la propria libertà acausa dellimpossibilità di onorare i propri debiti con i ricchi proprietari terrierimembri della nobiltà, dallautore chiamati impropriamente «re mangiatori di doni».Interessante, del testo di Esiodo, è anche la descrizione di una primissima formadi commercio stagionale di natura marittima (quindi sulle lunghe distanze), porta-to avanti soprattutto dai ceti agrari minuti, sia in proprio (al fine cioè di scambiarele proprie eccedenze con quelle di altri produttori di diverse regioni) sia per contodella ricca nobiltà terriera (interessata soprattutto a merci di valore e a beni di ca-rattere voluttuario).256
    • fatti, seppure in sostanza detentori delle principali leve politichee militari della società, non potevano ignorare le frequenti prote-ste (non di rado sfocianti in rivolte) delle fasce più umili dellapopolazione, le quali reclamavano condizioni di vita più umane:ovvero un ammorbidimento dei vincoli che li legavano ai grandiproprietari e un possesso più sicuro delle loro proprietà agricole. E fu proprio, come vedremo, una tale situazione di esa-sperata conflittualità sociale a porre le basi stesse degli svilup-pi successivi – tanto sociali ed economici, quanto geografici –del mondo greco, ovvero della transizione dallepoca arcaica aquella classica.2.2 - I villaggi come centri del potere politico Un altro cenno va fatto in merito allevoluzione dei vil-laggi, a partire dal cosiddetto Periodo oscuro (XII – IX sec.) finoa quello più propriamente arcaico (IX – VII sec.) Se in epoca micenea (e prima ancora, in epoca minoica)centro della vita sociale, quantomeno in senso politico o decisio-nale, erano stati la corte e il Palazzo, nel periodo oscuro il fra-zionamento dei più vasti Stati micenei in territori di minori di-mensioni aveva reso nuovamente i villaggi (ovvero i vari centridi assembramento locale) il centro delle attività politiche e ge-stionali degli «Stati», se così vogliamo chiamarli. Queste ultime peraltro non erano delegate alla popola-zione nella sua totalità, né tantomeno alla volontà di un sovranoassoluto e di una ristrettissima élite di alti funzionari componentiil suo seguito. Adesso erano infatti le popolazioni dominatrici,attraverso le proprie antiche strutture gentilizie, a costituire laguida e il centro direttivo della comunità. Il villaggio divenivacosì il luogo della discussione politica, ovvero della concerta-zione delle decisioni riguardanti lintera comunità, da parte delcorpo sociale dei «pari», cioè dei componenti della stirpe guer-riera conquistatrice. Molto probabilmente del resto, un ruolo analogo il vil-laggio lo ebbe nel successivo periodo arcaico, nel quale tuttavia– come si è appena visto – il progressivo restringimento dei pro-prietari terrieri indipendenti (quindi, secondo la mentalità greca, 257
    • di coloro cui spettavano diritti di natura politica) determinò unconsistente assottigliamento della stessa classe politica e deci-sionale. Nellepoca arcaica insomma, sorse quella società degliàristoi (ottimi, migliori), di natura oligarchica ed aristocratica,che tanta parte avrebbe poi avuto per i destini del mondo elleni-co: e ciò peraltro, anche nel periodo di maggiore diffusione deiregimi democratici, ovvero in epoca classica. Sempre in questo periodo inoltre, per ragioni – come ve-dremo tra poco – in gran parte legate agli sviluppi commerciali emanifatturieri delleconomia, si ebbe la tendenza di alcuni vil-laggi primitivi a trasformarsi in veri e propri centri urbani.2.3 - Sviluppi coloniali del mondo arcaico Ma fu dal seno stesso del mondo arcaico – come già si èaccennato – che presero avvio quelle rivoluzioni che, col tempo,decretarono la nascita di un nuovo tipo di società, fondata su u-norganizzazione economica, sociale e politica profondamentediversa da quella che laveva originata. Essenziale in tal senso fu,tra VIII e VI secolo, levento – o meglio la lunga serie di eventi –della Grande Colonizzazione greca che riguardò non soltanto leantistanti coste ioniche, ma anche quelle occidentali della Spa-gna e dellItalia.2.3.1 - Le origini sociali della Grande colonizzazione Già nel periodo dei regni Micenei e in quello dellinva-sione dei Dori, si erano avuti vasti fenomeni migratori e di fon-dazione di colonie nelle regioni asiatiche e – seppure in minorgrado – in quelle occidentali. Soprattutto i secondi inoltre, ave-vano ampliato in modo sostanziale gli orizzonti geografici e cul-turali della già variegata compagine ellenica. Ma fu a partire dal-la cosiddetta Grande migrazione – avvenuta a partire dallVIIIsecolo – che la civiltà greca conobbe una definitiva «esplosione»e diffusione come civiltà egemone e trainante nel circostantemondo mediterraneo, oltre che nelle regioni della Propontide edel Mar Nero e, anche se in misura molto minore, in quello cau-casico.258
    • Se nel periodo della discesa in Grecia dei Dori (XII sec.a.C.) la causa scatenante della migrazione di molti popoli, specieverso le antistanti regioni anatoliche, era stata linvasione da par-te di nuove e bellicose popolazioni conquistatrici (armate tra lal-tro di micidiali armi in ferro) delle loro precedenti sedi; nel pe-riodo in questione, tale causa fu invece costituita soprattutto dal-lesigenza di procacciarsi terre vergini su cui insediare parte al-meno di quella popolazione minuta che unaristocrazia terrierafattasi col tempo sempre più ingorda, aveva gradualmente e-spropriato e ridotto in miseria. Con questo però, non si deve credere che i periodiciflussi migratori che ebbero luogo dallVIII secolo a.C. in avantiavessero un carattere eminentemente «proletario». Le spedizioniche resero possibile un tale fenomeno infatti, furono molto spes-so guidate da esponenti dei ceti nobiliari, cui si accodavanomembri della popolazione più umile. Una volta giunti nei nuoviterritori, e dopo la loro conquista, i coloni si organizzavano informe simili a quelle che avevano caratterizzato le loro sedi do-rigine, ovvero in città-stato indipendenti. E ciò anche se, rispettoalle prime, la distribuzione delle proprietà fondiarie era in lineadi massima, in questi Stati, più paritaria e meno squilibrata.2.3.2 - Trasformazioni del mondo ellenico nel periodo dellaGrande colonizzazione È un fatto, in ogni caso, che una delle principali conse-guenze del fenomeno coloniale divenisse col tempo – oltre che,come si è visto, quella di determinare uno smisurato ampliamen-to dello stesso mondo greco – di alleggerire i drammatici attritisociali dovuti a una crescente sproporzione patrimoniale tra ric-chi e poveri (un fattore questo che, allinizio del VII secolo a.C.,venne probabilmente esacerbato da una nuova tendenza alla cre-scita demografica). Ma le colonie non portarono solo a mitigare i conflittidi classe delle regioni di provenienza, divenendo presto – al-meno in buona parte – dei centri economici nei quali, oltre allepiù comuni attività agricole di sussistenza, si svolgeva unin-tensa vita commerciale. In particolare, i greci emigrati in terre 259
    • lontane si specializzarono nel commercio con le popolazioniindigene, i cui territori erano spesso più fertili e ricchi di quellidei loro paesi dorigine e le cui materie prime essi potevano disolito facilmente scambiare con i propri manufatti (i greci era-no maestri, ad esempio, nellarte vasaia), rivendendole poi inbuona misura ai rispettivi Stati di provenienza (Stati con cui,chiaramente, esse intrattennero soprattutto nei primi periodi re-lazioni molto strette). Un tale afflusso di materie prime «a buon mercato» nellecittà della madrepatria determinò inoltre, un notevole abbassa-mento del loro costo, nonché di conseguenza un innalzamentodel tenore di vita di tutta la popolazione, e in primo luogo dellefasce più povere di essa. Anche da questo punto di vista, dunque,le colonie costituirono un potente mezzo di crescita per i cetinon nobiliari, ovvero loccasione per questi di un sensibile mi-glioramento delle proprie condizioni di vita, ponendosi così al-lorigine di quella rinascita politica e culturale che avrebbe carat-terizzato il successivo periodo classico. A ciò si aggiunga che, sui tempi lunghi, le trasformazio-ni sociali che abbiamo delineato per il mondo delle colonie sisarebbero trasmesse (per una sorta di «contagio») anche agli Sta-ti della madrepatria – ovvero, più in generale, agli Stati dorigi-ne, spesso a loro volta colonie risalenti al periodo delle migra-zioni doriche. I frequenti scambi commerciali con le colonie in-fatti, avevano gradualmente fatto sorgere anche in questi ultimiuna vasta classe commerciale e artigianale, e più in generale unaclasse imprenditoriale le cui attività (produttive e redistributive)erano molto diverse da quelle connesse alleconomia di tipo a-grario fino ad allora prevalente in Grecia. I commerci daltronde, portarono con sé delle nuoveforme di ricchezza, di carattere monetario o in ogni caso mobi-liare, estremamente diverse da quelle derivanti dalle attivitàpuramente agricole e di consumo delle antiche classi fondiarie,nobiliari e non. Le città (già prodotto dello sviluppo dei principali vil-laggi gentilizi in centri di maggiore entità) divennero insomma,oltre che – come già era avvenuto in passato – le sedi delle atti-vità politico-decisionali e di quelle religiose o genericamente260
    • culturali, anche i luoghi preposti allo svolgimento di un nuovotipo di attività economiche, quali erano appunto quelle artigiana-li/manifatturiere e mercantili. Tutto ciò rese i centri urbani real-tà sempre più popolose e importanti nella vita delle comunità,determinandone un notevole sviluppo e conferendo ad essi unaforma già più simile a quella che avrebbero avuto nei secolisuccessivi. Analizzeremo meglio, nel prossimo paragrafo, le impli-cazioni di fondo di tali trasformazioni sociali sul mondo greco.3 - Il periodo pre-classico e classico (VI – V secolo) Posto che, chiaramente, qualsiasi periodizzazione storicaè già per se stessa qualcosa di arbitrario, parleremo qui avantidellepoca classica e di quella pre-classica tenendo presente, ol-tre alle differenze, anche la profonda continuità che le lega al pe-riodo appena descritto. In ogni caso, un elemento distintivo di questo periodo ri-spetto a quello più propriamente arcaico, fu il ruolo di sempremaggiore centralità sociale giocato dalle «classi medie»: ovvero,da una vasta e tendenzialmente crescente fascia di popolazioneintermedia tra i grandi proprietari terrieri (i nobili) ed i teti, cit-tadini nullatenenti cui – pur con rarissime eccezioni storiche, trale quali prima di tutto la democrazia ateniese nella sua fase piùradicale – non vennero mai riconosciuti rilevanti diritti politici.3.1 - Trasformazioni sociali e culturali Si è già mostrato come lo sviluppo coloniale del mondogreco, tra VIII e VII secolo a.C., coincidesse con quello dei traf-fici marittimi su scala internazionale (attività che pure, si inten-de, erano già presenti tanto nel periodo miceneo quanto, seppuresenza dubbio in grado decisamente minore, in quelli successivi).E si è visto inoltre come tale fenomeno coloniale portasse tanto aun alleggerimento dei dislivelli patrimoniali e delle contraddi-zioni sociali a essi legate, quanto a un maggiore afflusso di benidi consumo, risultato dei vantaggiosi scambi commerciali in-staurati dai Greci con le popolazioni con cui entrarono in contat- 261
    • to attraverso i nuovi territori. Tutto ciò aveva portato, gradual-mente, a un innalzamento della ricchezza media della popola-zione, un fattore che aveva favorito in particolare i ceti medi a-grari (ovvero i piccoli proprietari terrieri) che vedevano così al-lontanarsi lo spettro della miseria e della schiavitù per debiti, edacquisivano inoltre un più sicuro possesso delle proprie terre. Un altro fenomeno connesso con lo sviluppo dei trafficie delle attività a essi legate, fu poi lavanzare delle classi im-prenditoriali cittadine, classi la cui ricchezza (anziché esserefondata sul possesso terriero) era almeno in prima istanza di ca-rattere commerciale e monetario, e che inoltre – al pari peraltrodei piccoli e medi proprietari di terre – costituivano una sorta diceto intermedio tra i ricchi latifondisti e le fasce più povere dellapopolazione.41 Per tali ragioni, come si è appena accennato, lo sviluppodella società classica coincise con laffermazione e con la diffu-sione – tanto sul piano sociale, quanto su quello culturale e ideo-logico, quanto infine su quello politico – delle «classi medie»,ovvero – tra le altre cose – delle loro concezioni etiche ed esi-stenziali. Riteniamo peraltro opportuno, prima di passare a de-scrivere le trasformazioni politiche e costituzionali conosciutedalle città-stato greche in questo lungo periodo, soffermarci suicaratteri salienti di tali concezioni, in quanto esse costituirono labase ideologica di tali trasformazioni politiche. Alla mentalità arcaica, fondata sul possesso esclusivodella terra e sulla sudditanza – anche psicologica – dei cittadiniminuti nei confronti dei grandi proprietari (signori indiscussitanto della vita economica, quanto di quella politica e militare)42,se ne sostituiva ora una nuova, le cui basi erano la libertà dini-ziativa, la fierezza e la fiducia nelle proprie capacità individuali,41 Si noti, inoltre, che spesso questi due gruppi coincidevano: molti piccoli pro-prietari di terre infatti erano al tempo stesso proprietari di piccole industrie citta-dine e le loro attività, agraria e urbana, spesso si integravano e si sostenevano avicenda.42 Abbiamo già accennato, a un tale riguardo, a come soprattutto Esiodo descri-vesse nelle sue opere un mondo dominato dalla paura e dalla sudditanza del popo-lo minuto nei confronti della nobiltà terriera.262
    • il sentimento di indipendenza del singolo cittadino – anche nonricco o non nobile – di fronte a ogni tentativo di ingerenza e diasservimento. Erano questi inevitabilmente, i principi etici ecomportamentali tanto delle classi affaristiche cittadine, quantodi quei piccoli e medi proprietari di terre che – con successo pe-raltro sempre crescente – lottavano per emanciparsi dalla tiran-nia dei membri della nobiltà. A una visione chiusa e statica della società dunque, qua-le era stata quella prevalente nel periodo arcaico dominato dallagrande nobiltà terriera, se ne affiancava adesso una più dinami-ca, fondata sullidea di una sostanziale parità politica tra i libericittadini – a partire quantomeno da un certo livello patrimoniale,il quale peraltro col tempo, almeno negli Stati più democratici,tese ad abbassarsi – e sul principio della libertà di intrapresa, ov-vero sulla capacità di ciascun individuo di provvedere a se stessoe di dare al contempo un apporto libero e originale alla vita dellacomunità. In altri termini, le città-stato del periodo classico epre-classico videro il graduale affermarsi di principi definibilicome «democratici», in quanto fondati sulle idee di libertà indi-viduale e deguaglianza politica tra i liberi cittadini, membri apieno titolo dello Stato, a prescindere – almeno tendenzialmente– dalla loro collocazione sociale e patrimoniale. Non bisogna nemmeno credere tuttavia, che questi annivedessero il tramonto definitivo dei poteri economico-politici edegli ideali dellaristocrazia terriera. Molti Stati greci infatti,conservarono intatta (seppure solitamente dopo averla modifica-ta, in direzione di una maggiore apertura allapporto delle classinon nobiliari) una struttura politica di stampo aristocratico. Unadelle più eloquenti dimostrazioni di una tale affermazione, è co-stituita proprio dagli Stati componenti la vasta e potente coali-zione oligarchica spartana, nei quali appunto (con leccezione diSparta) si affermarono di solito regimi oligarchici moderati. La lotta tra «democrazia» (un termine da intendere chia-ramente in unaccezione molto ampia) e «oligarchia», ovvero trala mentalità e le concezioni eunomiche e isonomiche, rimase unacostante di tutto il periodo qui trattato, divenendo la base ideolo-gica e politica di quella divisione interna al mondo greco che,opponendo tra loro due opposte Leghe (quella spartana e quella 263
    • ateniese) sfociò nelle sanguinose e devastanti guerre del periodocompreso tra 431 e 404 a.C., ovvero nelle cosiddette guerre delPeloponneso.3.2 - Trasformazioni politiche Tutti collegano tra loro, in modo pressoché irriflesso, ilconcetto di «borghesia» (ovvero, in un senso molto generico, diceti affaristici ed imprenditoriali le cui sedi sono di solito le cit-tà) con quello di «democrazia» (cioè di un sistema politico checonferisce a ogni individuo una libertà di espressione e un pesopolitico e giuridico eguale a quello di tutti gli altri). E in effetti iregimi democratici greci (e innanzitutto quello ateniese) sonopressoché universalmente considerati come lespressione piùpiena del nuovo clima sociale e culturale generatosi in seguito aldecollo e allaffermazione dei commerci e delle classi medie a-gricole e urbane. Come abbiamo già accennato però, la democrazia nonfu che uno dei tanti tipi di sistemi costituzionali e politici sortidalle trasformazioni sociali descritte nel precedente paragrafo.Non bisogna dunque nemmeno dimenticarsi degli altri sistemi,oltretutto più diffusi di quello democratico. Essi furono: le ti-rannidi, i sistemi timocratici (quale ad esempio quello instaura-to in Atene da Solone) e i sistemi oligarchici (nelle due varian-ti: quella più temperata e quella, esemplificata da Sparta, piùintransigente e arcaica). Quanto a questi ultimi, essi furono maggiormente diffusinelle regioni più interne della Grecia, dove le condizioni socialisi mantennero in linea di massima più immutate rispetto al pas-sato. Nelle zone costiere e in particolare in quelle orientali inve-ce (dove più forte per forza di cose era, tra laltro, linfluenza a-teniese) più frequenti furono le democrazie o comunque laffer-mazione di sistemi politici più aperti e liberali. Iniziamo dalle tirannidi. Anche se col tempo un taletermine acquisì per i Greci un significato del tutto negativo, que-ste forme di governo godettero inizialmente proprio dellappog-gio dei ceti popolari, sia agrari che cittadini. I tiranni infatti era-no figure istituzionali la cui forza risiedeva, oltre che nel fatto di264
    • possedere strumenti militari e politici di coercizione, anche nelfatto di esercitare un ruolo di mediazione tra gli interessi dellaplebe e quelli delle antiche oligarchie fondiarie. La politica che essi seguivano ovviamente, andava es-senzialmente a favore della prima e a danno delle seconde, comeprova la riluttanza delle città-stato più tradizionalmente oligar-chiche (e in primo luogo, di Sparta) a tollerare e a riconosceretali forme di dominio43. I primi tiranni insomma – spesso uominivenuti su dal nulla, ma anche alle volte di nobili origini – riusci-vano a convogliare le proteste e il malcontento popolari e a uti-lizzarli per conquistare il potere politico (tipico in tal senso è le-sempio di Pisistrato in Atene). Essi costituirono perciò, solita-mente, uno strumento di emancipazione del popolo minuto dallasudditanza politica verso laristocrazia terriera. Le tirannidi daltra parte, costituirono in linea di massi-ma un momento di passaggio, per nulla definitivo, nellevoluzio-ne storica e politica delle città-stato. Come tali, esse sfociaronodi solito o in governi di tipo democratico (si consideri però, chequesti ultimi non erano certo di un unico tipo, e mutavano a se-conda soprattutto del diverso grado di radicalità), o in governi distampo oligarchico (seppure quasi sempre – come si è già ac-cennato – con le dovute concessioni alla modernità e alle sue i-nevitabili trasformazioni sociali). Quanto alle democrazie, esse si diffusero, prima che nel-la Grecia europea, in quella ionica-asiatica. E ciò per tutta unaserie di fattori concomitanti: innanzitutto per il fatto che le colo-nie svilupparono molto prima della madrepatria quelle attivitàcommerciali (come si è visto difatti, furono in questo le coloniea «contagiare» la Grecia, e non lopposto) che furono appuntoalla base delle tendenze e degli sviluppi democratici delle poleis;in secondo luogo poi, molto probabilmente, per il fatto che leclassi nobiliari (vero ostacolo politico alle riforme) non godeva-43 Sparta difatti si propose, nel VI secolo, il fermo proposito di smantellare le ti-rannidi recentemente sorte nel mondo greco, al fine di restaurare i tradizionalisistemi di potere oligarchici. Un proposito di cui astutamente approfittò Clisteneper far cadere la tirannide dei Pisistratidi. 265
    • no in tali Stati di più recente fondazione, dello stesso peso e del-la stessa autorità di cui godevano in quelli della madrepatria. Fu proprio difatti il grande peso politico della classe ari-stocratica, da sempre abituata ad esercitare il monopolio su tuttele più importanti cariche dello Stato, ciò che rese – in Grecia an-cor più che nelle colonie – estremamente faticosa, lenta e gra-duale la trasformazione dellassetto istituzionale delle poleis. Inun tale processo, un ruolo centrale fu spesso assolto, per lap-punto, dalle tirannidi. Ad Atene poi, vi fu anche lintermezzo della timocrazia,il tipo di regime instaurato da Solone (dagli Ateniesi consideratocome un vero e proprio «padre della patria»). Attraverso tale re-gime, infatti, la città iniziò ad allentare la morsa dellantica do-minazione aristocratica gettando le basi dei suoi successivi svi-luppi: ovvero della tirannide di Pisistrato prima, e in seguito –per iniziativa di Clistene – della sua trasformazione in sensocompiutamente democratico. Interessante della costituzione timocratica soloniana è ilfatto che, agli antichi criteri di casta (fondati cioè sullapparte-nenza familiare), se ne sostituissero dei nuovi alla cui base vi erail censo, ovvero la quantità di ricchezza posseduta dal singolocittadino. Tale rivoluzione comportava quindi che colui che –pur non possedendo cospicue rendite terriere per ragioni eredita-rie e di stirpe – avesse acquisito una certa quantità di beni attra-verso il proprio lavoro, potesse godere per legge di determinatidiritti/privilegi di carattere politico. Il fatto inoltre, che fosse laquantità di ricchezza il fattore discriminante tra cittadini influen-ti e non, conservava ai nobili gran parte dei loro precedenti pote-ri, evitando derive rivoluzionarie. Era, una tale riforma costituzionale, una prima conces-sione sia allo spirito di intrapresa della nascente borghesia citta-dina che allo spirito dautonomia dei piccoli possidenti di terre, iquali sempre più esplicitamente aspiravano ad emanciparsi dal-loppressivo dominio economico e politico dei grandi proprietarinobiliari. Dalla timocrazia (cioè dal dominio dei cittadini «degnidi stima»: timao in greco significa difatti onorare, venerare) allademocrazia (un sistema fondato sul diritto di tutti i cittadini libe-266
    • ri a partecipare alla vita politica e ad affermarsi in essa in basealle proprie qualità) il passo era, quantomeno sul piano morale,relativamente breve. Non può quindi essere ritenuto un caso ilfatto che, dopo lintermezzo della tirannide di Pisistrato e deisuoi figli, venisse instaurato ad Atene per merito di Clistene unregime basato su criteri propriamente democratici, il quale – periniziativa di politici come Efialte e Pericle – conobbe negli annisuccessivi una notevole radicalizzazione, attraverso un ulterioresuperamento dei limiti di natura patrimoniale ancora caratteriz-zanti la democrazia instaurata da Clistene. Ma la democrazia – è bene ricordarlo ancora una volta –prima che un fatto ateniese e greco, fu uninvenzione ionica easiatica! Le colonie difatti (come già abbiamo sottolineato) svi-lupparono con largo anticipo rispetto alla madrepatria sia i traf-fici su larga scala sia quelle classi medie, tanto cittadine che ter-riere, che furono alla base della sua affermazione. Quanto alla Grecia, in essa, e in particolare nelle zonepiù interne – nelle quali leconomia rimase, in misura maggioreche negli Stati costieri, essenzialmente legata alla terra – i regimioligarchici conservarono gran parte della propria originaria vita-lità anche nel periodo pienamente classico. A questo proposito,non va dimenticato tra laltro il fatto che la guerra tra il bloccoateniese e filo-democratico e quello spartano e filo-oligarchico,si concludesse con la vittoria del secondo. Un fatto che ci dà lamisura del peso detenuto, dal punto di vista politico e militare,dalle oligarchie greche anche nel pieno delletà classica.3.3 - Conclusioni e precisazioni In sintesi, si può dunque dire che le epoche classica epre-classica furono caratterizzate dal rigoglio e dallaffermazione– morale, politica ed economica – dei ceti medi, e ciò sia nelleattività agrarie (piccole e medie proprietà) che in quelle cittadi-ne (artigianali, mercantili, imprenditoriali… ma anche politiche,giuridiche, ecc.). Si deve tuttavia tenere presente come anche in tale pe-riodo lattività produttiva prevalente rimanesse, senza alcundubbio, di natura agricola. E ciò anche al fine di non cadere nel- 267
    • limmagine fuorviante di un mondo classico già pressoché mo-derno e industriale, nel quale una cospicua borghesia cittadina sicontrapponesse alle antiquate classi latifondistiche e agricole.Anche i ceti medi infatti, al pari di quelli aristocratici, erano peruna vasta maggioranza economicamente legati alla terra, e soloin quantità minore – più o meno ovviamente, a seconda delle di-verse zone – ad attività economiche di carattere propriamenteurbano (artigianali, commerciali o creditizie). Ad Atene per esempio (lo Stato il cui funzionamento,data labbondanza delle fonti, conosciamo meglio) una buonaparte di queste occupazioni era delegata ai meteci – ovvero a re-sidenti stranieri privi del diritto di cittadinanza (ai quali, tra lealtre cose, non era concesso di possedere terre) il cui afflusso,sin dai tempi di Solone, era stato favorito per alimentare appuntole attività urbane e mercantili, fonte di ricchezza e potere per lacomunità attica. Ciò non significa ovviamente che non vi fossero ateniesiimpegnati in tali attività. Si conoscono infatti svariati casi di cit-tadini arricchitisi attraverso esse, e assurti in ragione della pro-pria ricchezza a un rango di prestigio allinterno della città. Ècomunque un fatto che tali mansioni fossero solitamente guarda-te con sospetto e riluttanza, ed anzi considerate neglette, dagliateniesi a pieno titolo. Onorevole per questi ultimi – e più in generale, per i cit-tadini greci – era vivere essenzialmente dei beni prodotti dalleproprie terre, impiegando gran parte del proprio tempo nelle oc-cupazioni riguardanti la vita della comunità: ovvero quelle poli-tiche e militari (si ricordi, a proposito di queste ultime, il ruoloemancipatore dellingresso negli eserciti per le classi che in pre-cedenza ne erano escluse)44. Di contro, le attività artigianali ecommerciali (soprattutto per quanto riguarda il commercio al44 Ci si riferisce qui, in particolare, allimportanza che ebbe per la storia greca lanascita degli eserciti oplitici, la cui affermazione coincise con un avanzamento poli-tico e sociale delle classi abbienti. Del pari, lingresso dei teti nelle fila degli esercitiateniesi in veste di rematori nella guerra contro la Persia segnò linizio della stagionepiù radicale della democrazia ateniese.268
    • dettaglio) erano viste come indegne delluomo nella sua accezio-ne più alta e nobile, quella cioè del cittadino.4 - Trasformazioni delle poleis in età tardo-classica edellenistica (IV – II secolo) Si è già visto come le «classi medie» costituirono la sca-turigine più profonda, nonché il vero pilastro dei sistemi di go-verno sorti in epoca classica, sistemi tutti fondati – quali più equali meno – sul ridimensionamento dei poteri politici (ed eco-nomici) dellantica nobiltà latifondista e sullaffermazione – an-che se certo non ovunque egualmente netta – dei valori di libertàindividuale e di partecipazione attiva alla vita politica da partedei cittadini non nobili. Tra tali sistemi, la forma più estrema furappresentata senza dubbio dalle democrazie, diffusesi dapprimain Asia Minore (in particolare nelle regioni ioniche) e in un se-condo tempo nella stessa Grecia europea (lesempio più celebredelle quali, fu ovviamente Atene). Non fu un caso quindi, se il declino dei ceti medi sia ur-bani che agrari, e la concomitante formazione di nuove élite e-conomiche e politiche (peraltro non solo agrarie, ma anche citta-dine ed affaristiche) capaci di monopolizzare la vita civile a tuttii livelli, decretasse la decadenza sostanziale – anche se nonsempre formale – delle strutture di orientamento democratico deisecoli precedenti. A partire soprattutto dal IV secolo difatti,sempre più vigore ripresero in Grecia forme di governo sia oli-garchiche (le quali però, come abbiamo già ricordato, anche inetà classica furono estremamente diffuse) sia tiranniche. Certo, più che un ritorno degli antichi poteri aristocratici(fondati sulla discendenza nobiliare) si ebbe qui, almeno tenden-zialmente, una trasformazione della società in senso plutocrati-co. Non era più insomma il «sangue», quantomeno in prima i-stanza, a determinare il potere familiare e personale, bensì la ric-chezza patrimoniale. In ogni caso, erano oramai i grandi interes-si economici a prevalere e a costituire le molle fondamentali del-la vita politica e decisionale degli Stati, cosa che limitava chia-ramente la reale influenza dei rimanenti cittadini sulla vita civile. 269
    • I fattori alla base della lenta e graduale elisione a livel-lo economico delle classi medie furono senzaltro svariati, ecome tali (oltre che per la scarsa quantità di notizie, sia diretteche indirette, in nostro possesso) molto difficili da definire. Èun fatto in ogni caso, che tra la fine del V e nel corso di tutto ilIV secolo a.C. tanto la piccola proprietà terriera, quanto le pic-cole e medie imprese commerciali e artigiane cittadine conob-bero un lento ma inarrestabile declino in favore dei loro omo-loghi più ricchi e solidi. Alla base del primo fenomeno – quello cioè dellassor-bimento di buona parte dei piccoli appezzamenti indipendentiallinterno delle più vaste proprietà nobiliari, o comunque inquelle dei cittadini più ricchi – vi furono in gran parte prima leguerre del Peloponneso e, dopo di esse, lendemica situazione diconflittualità e il continuo stato di guerra e di insicurezza dovutoallo smantellamento dei precari equilibri politici e militari a esseprecedenti. Certo anche i grandi proprietari soffrivano per le conti-nue guerre, le quali inevitabilmente altrettanto spesso che ai loroconcittadini più poveri sottraevano tempo alle loro attività pro-duttive e danneggiavano le loro proprietà. Tuttavia, a differenzadi questi ultimi, essi disponevano – oltre che di più vaste terrecoltivabili – anche di una maggiore quantità di forza-lavoroschiavile, e di fondi molto più ingenti a livello finanziario. Pertali ragioni, le grandi proprietà terriere furono meno colpite dalledevastazioni e dalle guerre rispetto a quelle più piccole. Ciò in-nescò un meccanismo simile per molti versi a quello che avevafunestato letà arcaica: sempre più spesso difatti i piccoli proprie-tari si dovettero rivolgere ai grandi per riceverne aiuti e prestiti,rafforzando così i vincoli di fedeltà e asservimento che li lega-vano a essi e perdendo gradualmente la propria indipendenzaeconomica. Del resto – come è facile immaginare – il processo di e-lisione della piccola proprietà era in gran parte qualcosa di auto-nomo rispetto ai fattori appena citati. Anche nei precedenti de-cenni di relativa pace e prosperità infatti, la vita era stata più du-ra per i piccoli e medi proprietari – decisamente più esposti airovesci della sorte – che non per quelli più facoltosi. Il problema270
    • dei dislivelli nella proprietà agraria difatti (con tutti gli squilibrisociali che ne derivavano) accompagnò – in forme ora più e orameno esasperate – un po tutta la storia greca, tanto che la «que-stione agraria» è oggi considerata come uno dei fattori essenzia-li per comprendere la storia economica e sociale del mondo gre-co e romano in tutta la sua evoluzione. È un fatto, in ogni caso,che nei periodi qui trattati un tale problema ritornasse a farsi piùpressante anziché, come invece in quello classico, tendere a at-tenuarsi.45 Diverso tipo di cause fu invece quello alla base del de-clino della piccola imprenditoria cittadina. Qui infatti, al contra-rio che nelle campagne, non vi fu, anche dopo le guerre del Pe-loponneso, una vera e propria «emergenza economica». Nono-stante il suo impoverimento sul piano sia della produzione agri-cola che – almeno in parte e di conseguenza – di quella artigia-nale e manifatturiera, la Grecia rimaneva infatti ancora il croce-via di traffici internazionali non solo fiorenti, ma probabilmenteperfino crescenti in conseguenza dellaffermarsi di nuovi centriproduttivi a livello egeo. Atene per esempio, da sempre il princi-pale centro delleconomia marittima greca, nonostante in queglianni vedesse fortemente ridimensionate – e inizialmente ancheannullate – le sue alleanze e le sue influenze politiche sulle altrecittà-stato marittime e costiere (alcune delle quali peraltro, da leistessa fondate), continuò a svolgere un ruolo di primaria impor-tanza per lo smistamento delle merci che dalle zone orientali(Propontide e Anatolia) transitavano verso quelle occidentali emeridionali, e viceversa. Il commercio insomma, e le attività aesso connesse, non conobbero negli anni in questione alcun de-clino, bensì al contrario un ulteriore sviluppo.45 La «questione agraria» non fu un problema che riguardò soltanto la Grecia, ben-sì più in generale lintero mondo privatistico occidentale. Anche Roma, ad esem-pio, fu costantemente funestata dalla richiesta di redistribuzione delle terre da par-te dei ceti più poveri. Come in Grecia, inoltre, uno dei fattori più disastrosi fu co-stituito dal fatto che, in conseguenza dei conflitti bellici, coloro che non eranosufficientemente ricchi da poter delegare ad altri (di solito ai propri schiavi) la curadelle proprie terre, finivano per perdere la loro unica fonte di sostentamento eco-nomico. 271
    • Quale fu allora, la causa dellelisione e dellassottiglia-mento – anche in questo frangente – delle classi medie in favoredi quelle più ricche? Causa di ciò fu forse laumento della con-correnza commerciale, fattore che col tempo finisce di solito perfavorire le imprese più ampie – in quanto capaci di maggioreproduttività e dotate di risorse finanziarie più cospicue – rispettoa quelle di più modeste dimensioni. Al periodo doro dellim-prenditoria (maturato nei primi secoli dello sviluppo commercia-le) seguirono difatti anni di maggiore saturazione dei mercati equindi di più esasperata competitività: un dato che, tendenzial-mente, non poteva non favorire le imprese più solide e grandi aspese di quelle di più modesta entità. Resta il fatto però, che laGrecia rimase ancora per alcuni decenni il principale croceviadelle merci transitanti nellarea egea e del Mediterraneo orienta-le: ragion per cui le attività affaristiche e mercantili continuaro-no, nel corso più o meno di tutto il IV secolo, a prosperare, ga-rantendo a essa un consistente afflusso di ricchezza e mantenen-done ancora relativamente alto il tenore di vita. In complesso insomma, se da una parte nel IV secoloa.C. il mondo greco conobbe effettivamente un assottigliamentodelle classi medie in favore di nuove élite economiche e politi-che, dallaltra – conservando in sostanza lantico ruolo di centra-lità commerciale già avuto in passato – esso riuscì a mantenere,oltre a un certa prosperità interna, anche una consistente classeintermedia tra i «grandi plutocrati» e le classi più povere. La grande stagione democratica stava comunque giun-gendo al termine, e i sistemi dellepoca classica andavano or-mai evolvendosi in una direzione sempre più elitaria, spessoassumendo inoltre forme smaccatamente «populistiche». Ilprocesso di accentramento dei poteri decisionali nelle manidelle nuove élite fondiarie e borghesi fu peraltro coadiuvatodallaffermazione di una sempre più cospicua classe di tecnicidella politica, i sofisti, espressione del declino dellantico spiri-to di partecipazione civile. Ma il processo di decadenza sostanziale – seppure, comegià si diceva, non sempre formale – dei sistemi politici sorti inepoca classica, non si limitò al periodo tardo classico. Esso, alcontrario, conobbe un ulteriore inasprimento nei periodi pro-272
    • priamente ellenistici. Il declino della centralità della Grecia sulpiano dei traffici internazionali difatti, dovuto allo spostamentodel loro asse verso il sud del Mediterraneo (lisola di Rodi, ad e-sempio, divenne in tale periodo un centro politico ed economicodi primissimo piano), diede il colpo di grazia alleconomia di taliregioni. E nonostante esse continuassero a sfornare «grandi in-telletti» (che peraltro spesso si trasferivano in altri e più ricchiStati, presso le corti dei grandi re ellenistici) e conservasseroimmutato il proprio prestigio storico e culturale, il loro declinosul piano politico ed economico è un fatto indiscutibile. Era tutto questo, ovviamente, leffetto imprevisto delle-sportazione, da parte dei greci, dei propri stili di vita e di pensie-ro negli Stati circostanti e della conseguente formazione di realtàpolitico-economiche in grado, non solo di competere, ma anchedi surclassare la Grecia come potenza internazionale. Nonostante tutto ciò, sarebbe errato pensare che i muta-menti determinatisi – tanto a livello sociale, quanto a livello po-litico e culturale – tra VI e IV secolo durante la grande stagioneclassica, venissero cancellati con il declino e la fine di questul-tima. Al contrario, una tale eredità conservò intatta la propriavitalità non solo nel periodo ellenistico ma anche in quello ro-mano successivo, continuando a costituire uno dei capisaldi diquelle nuove civiltà. 273
    • Evoluzione sociale e militare delle città-stato occidentali Questo breve articolo si occuperà di come, nellambitodelle antiche società occidentali (a partire dalla fase tribalepreurbana per giungere a quella compiutamente cittadina, altri-menti detta classica, esemplificata dalle città-stato greche e daimunicipi romani), levoluzione sociale e quella militare abbianoavuto luogo in modi tra loro paralleli e complementari, al puntoda non poter essere intese luna senza laltra. Lanalisi della struttura e dellorganizzazione socialeperciò, rimanderà sempre a quella dellorganizzazione militare,laddove questultima verrà intesa sia come effetto che (moltospesso) come causa della prima.1 - Stadio tribale più arcaicoCorrispondente in Grecia allalto Medioevo ellenico, dettoanche Periodo oscuro (XII – X secolo) La società, in questa prima fase, consiste in una comu-nità ancora fondamentalmente paritaria e priva di gerarchie, icui membri sono pressoché eguali tra loro sul piano economicoe dei diritti. Essa si fonda su consuetudini (leggi non scritte) e legamidi parentela (o clanici, dove i clan o le famiglie costituiscono isottoinsiemi che compongono la comunità complessiva) e i suoimembri sono legati tra loro da vincoli di reciproca solidarietà,fondati sullappartenenza alla medesima comunità (chiaramente,più stretto è il legame di parentela, maggiori saranno gli obblighidi solidarietà che li legano). La guerra, in questa prima fase, è ancora un fatto fon-damentalmente individuale: la parità e leguale dignità socialetra gli individui difatti, portano ciascuno a governarsi in modoautonomo e indipendente. Leguaglianza economica inoltre,rende tutti i membri della comunità pressoché eguali sul piano274
    • della capacità di offesa e di difesa, almeno per quanto riguardalarmamento.2 - Stadio tribale più avanzatoCorrispondente in Grecia alla fase tarda del Periodo oscuro (IX– VIII secolo), ovvero fino alle primissime fasi dello sviluppodella polis: coincidenti con lepoca descritta nei poemi omerici In questo secondo stadio, lincremento dei membri dellacomunità originaria (spesso dovuto allaccorpamento di più co-munità in una) comportò per forza di cose linsorgere di unorga-nizzazione sociale più complessa e stratificata. Sia a livello so-ciale che militare, lantica anarchia ed eguaglianza divennero,quantomeno nella forma radicale che avevano avuto in prece-denza, impensabili. La società si divise perciò tendenzialmentetra due classi opposte: una minoranza di capi-popolo e la grandemaggioranza della gente comune. Una domanda sorge tuttavia spontanea, ed è quella sulmodo in cui in tale contesto un individuo potesse passare dallacondizione di persona comune, allo status di capo o di àristos(ottimo, nobile). Dato che lorganizzazione materiale di tali società era ingran parte dipendente dalla guerra (attività necessaria per con-servare e ampliare i propri beni, in particolare le terre) erano so-prattutto lattitudine al comando e le capacità militari i fattori di-scriminanti tra coloro che restavano nellanonimato e coloro cheriuscivano ad assurgere a una condizione di potere e di prestigio. Tale società aveva perciò – diremmo oggi – delle forticomponenti meritocratiche ed era aperta al libero apporto indi-viduale, anche se non del tutto. Accanto a una tale tendenza di-fatti, possiamo scorgerne una di segno opposto (che col tempo sirafforzò sempre di più) legata alla formazione di stirpi nobiliarichiuse, destinate a comandare la comunità per diritto di sangueanziché per i meriti e le qualità dei propri membri. In ogni caso, quelle tribali furono e rimasero sempre –anche in questo stadio più avanzato – società fondamentalmenteaperte e dinamiche, almeno nella misura in cui il potere politicoe sociale del singolo individuo o della singola famiglia non era- 275
    • no garantiti in modo assoluto dalla discendenza, ma potevanoessere rimessi in discussione dallintraprendenza di nuovi e am-biziosi pretendenti. Proprio per questo i membri di antica e dinuova nobiltà venivano spesso a trovarsi in conflitto tra loro, ameno chiaramente di non riuscire ad addivenire a un accordo perla spartizione dei poteri. - La fase eroica della guerra antica: Omero e il suo tempo - A proposito di quanto appena detto, può essere interes-sante analizzare brevemente i poemi omerici (in particolarel«Iliade») in quanto espressione del tipo di società appena ana-lizzata. Né ciò deve stupire, poiché Omero, autore dellVIII seco-lo a.C. (situato quindi a cavallo tra il Periodo oscuro e la succes-siva età arcaica) pur rifacendosi idealmente alle vicende del lon-tano passato miceneo, descriveva in realtà un tipo di societàdimpronta aristocratica e oligarchica coincidente in sostanza conla fase evolutiva descritta in questo paragrafo. In particolare, data la sua centralità in questa trattazione,mi soffermerò qui avanti sul tema della guerra, ovvero sul modoin cui – stando quantomeno alle descrizioni di Omero – tale im-presa doveva essere organizzata da una parte e rappresentata epercepita dallaltra. Il primo dato che balza allocchio al lettore dell«Iliade»è senza dubbio il fatto che la guerra vi venga descritta come unqualcosa che riguarda prevalentemente gli «eroi», ovvero i re ecapi militari, rappresentati come individui di grande valore e co-raggio, nonché (e di conseguenza) come leader «naturali» delleloro rispettive genti. Coerentemente con quanto detto nella prima parte diquesto paragrafo, notiamo che se da una parte troviamo appuntogli eroi (Achille, Agamennone, Ulisse, Aiace, ecc.), dallaltratroviamo invece la massa pressoché anonima del popolino giun-to anchesso a Troia per combattere, ma il cui apporto – almenoa giudicare dalla narrazione omerica – parrebbe essere ininfluen-te o quasi per gli esiti della guerra. La descrizione delle azioni belliche riguarda difatti soloi grandi condottieri – assieme alle volte ai loro aiutanti o vas-276
    • salli, visti quasi sempre peraltro in funzione dei loro capi – e cimostra come per questi ultimi, coerentemente con il modo dicombattere delle fasi più remote (cfr paragrafo 1), viga una to-tale assenza di disciplina: ogni eroe combatte difatti da solo, incompleta anarchia, senza alcun vincolo di sorta. E se anche lesue azioni sono influenzate dagli esiti della guerra (se egli adesempio decide di combattere laddove vi è maggiore bisognodi aiuto…) leroe rimane in ogni caso sempre assolutamente li-bero di decidere il da farsi e soggetto in ultima analisi soltantoal proprio arbitrio personale. A questa concezione anarchica di stampo nobiliare sene contrappone unaltra, quella dei soldati comuni, intravistaalle volte sullo sfondo del racconto delle imprese dei grandicondottieri, come elemento secondario rispetto a esse. Taleconcezione, contrariamente alla precedente, si fonda in granparte su uno spirito di corpo che porta i soldati a combattereluno affianco allaltro, trovando nella vicinanza un reciprocosostegno e una reciproca sicurezza. Si tratta – è bene sottoline-arlo – di una «disciplina» ancora spontanea, non codificata,nella quale tuttavia sono già presenti i germi delle formazionioplitiche dei successivi periodi.46 Dallanalisi della guerra e della società descritte da Ome-ro, emergono dunque due concezioni «etiche» tra loro tenden-zialmente contrapposte: luna aristocratica, di stampo individua-listico ed anarchico (con forti analogie con la fase precedente,rispetto alla quale però lindividualismo si tinge ora di toni eroicie superomistici); laltra, più popolare, che esprime un punto divista nuovo rispetto al passato, basata sullo spirito di corpo e suuna concezione fondamentalmente egualitaria e cooperativa del-la socialità.46 A testimonianza dellesistenza di tali formazioni «pre-oplitiche», si legga per e-sempio questa descrizione presente nell«Iliade»: «Le schiere si rinsaldarono, appe-na udirono il re. / Come con pietre fitte rinsalda un uomo il muro, / dellalta casaper difendersi dalla violenza del vento, / così si infittirono gli elmi e gli scudi con-vessi; / scudo a scudo si strinse, elmo a elmo, uomo a uomo; / surtavano gli elmichiomati coi cimieri lucenti / al loro chinarsi, tanto densi tra loro si strinsero.»(«Iliade», libro XVI, vv 211-217) 277
    • Una tale divisione peraltro, sembra chiaramente riflette-re, sul piano militare, la tendenziale contrapposizione vigente trauna ristretta schiera di capi e una più larga fascia di popolazionea essi asservita che, anche per tale ragione, inizia a concepirsicome un tutto organico, superando limpostazione anarchica eindividualistica delle fasi precedenti. Quanto poi al ruolo secondario e marginale per lesitodelle battaglie delle masse popolari (fatto chiaramente adombra-to dallopera omerica, che come già si diceva le relega sullosfondo della narrazione principale), è molto improbabile – pernon dire impossibile – che fosse un dato reale. Bisogna distin-guere, in altri termini, tra ciò che la guerra realmente era e ciòche i poeti (e la società aristocratica, principale fruitrice della lo-ro opera) volevano che fosse. La rappresentazione della guerradata nell«Iliade» è insomma, un chiaro riflesso della morale ari-stocratica del tempo, la nobiltà di spada (che tali opere commis-sionava) desiderando essere immortalata nella sua gloria e nelsuo splendore attraverso una rappresentazione esagerata delleproprie imprese, che la ponesse nettamente al di sopra del popo-lino. Da quanto detto, emerge dunque il quadro di una società «adue livelli»: i capi militari e politici da una parte e la gente ordi-naria dallaltra. Come già si diceva nella parte iniziale di questo para-grafo, non si deve tuttavia credere che in questo tipo di societàla contrapposizione tra popolo e aristocrazia fosse qualcosa didefinitivo e immutabile. In tale società si contrapponevano di-fatti due tendenze di segno opposto: quella alla formazione diuna classe superiore stabile e la possibilità per ogni singolocomponente della comunità (tramite il proprio valore indivi-duale) di emergere e ottenere un posto donore, conquistando lafedeltà e la fiducia di un numero cospicuo di persone. E anchese – come è facile capire – col tempo e con lesacerbarsi dellediseguaglianze economiche e «di casta», la prima variabile finìper prevalere sulla seconda, questultima non venne comunquemai del tutto a mancare. Ma dove possiamo trovare, nei testi di Omero, gli indizie le conferme di tale affermazione? Essenzialmente, io credo,nellosservazione di alcuni aspetti ricorrenti della società e della278
    • cultura che vi sono rappresentate e che in essi si rappresentano.Prima di tutto cioè, nel fatto che vi venga sottolineata la discen-denza divina degli eroi (come a dare una giustificazione indiscu-tibile alla superiorità delle loro stirpi, segno indiretto della loroprecarietà); in secondo luogo nella constatazione di come questieroi di «divina discendenza» non disdegnino spesso di parlare,confrontarsi e alle volte persino litigare con persone di rango in-feriore (e a volte perfino infimo, come nel celebre episodio diTersite), nonché alloccorrenza (come si vede più volte nel-l«Odissea») di praticare mestieri umili quali lartigianato o la-gricoltura; in terzo luogo infine (e mi riferisco sempre al-l«Odissea», laddove si racconta di come Ulisse riconquisti a fa-tica la propria sovranità dopo la lunga assenza dallisola) nellaconstatazione di come i re e i nobili non godano di un potere in-controvertibile sulle proprie terre ma possano al contrario a volteessere costretti, attraverso la guerra, a ribadire il proprio diritto aregnare. Quella descritta da Omero dunque, se da una parte fuuna società gerarchizzata e «a due livelli», dallaltra e per moltiversi fu anche una società aperta e dinamica (agonale), basatacioè sul principio della libera competizione per il predominio so-ciale. In essa iniziò a delinearsi inoltre quella divisione tra classidominanti ricche e classi subordinate povere che – come qui a-vanti vedremo – avrebbe conosciuto ulteriori sviluppi nelle suc-cessive fasi della storia greca.3 - Civiltà ed eserciti della fase urbanaCorrispondente in Grecia al periodo della polis arcaica,classica e post-classica (dallVIII secolo in avanti)3.1 - Laffermazione delle classi medie Quella appena analizzata era una società ancora fonda-mentalmente paritaria, quantomeno nella misura in cui, pur esi-stendo effettivamente una ristretta fascia di popolazione domi-nante e ricca, il resto di essa viveva in una condizione di sostan-ziale eguaglianza economica e di diritti. 279
    • Il periodo successivo, connesso con lo sviluppo della po-lis o città-stato, vide invece la biforcazione delle classi popolariin due distinte classi sociali: i ceti medi da una parte e i poveri(teti) dallaltra. Entrambe si contrapponevano allantica nobiltà disangue (erede dellaristocrazia dei periodi precedenti) ma conuna differenza: mentre la prima tendeva, quanto a potere e pre-stigio, ad accorciare le distanze da essa, laltra al contrario se neallontanava ancora più decisamente che in passato. Proprio unatale biforcazione, che comportò laffermazione di una classe e-mergente non nobiliare da una parte e di una fascia di popola-zione povera non più economicamente autosufficiente dallaltra,costituisce uno degli elementi di novità di questo periodo. Ma per quali motivi ebbe luogo una tale evoluzione?Molto probabilmente essa fu il risultato di un processo di ten-denziale elisione della piccola e media proprietà terriera, legatoalla tendenza di un gran numero di questi proprietari a contrarredebiti con i più ricchi esponenti della nobiltà, i quali col tempofinivano per eliderne sensibilmente i possedimenti. Un tale pro-cesso tuttavia, pur riguardando (quantomeno in modo irreversi-bile) molti di essi, non riguardò comunque tutti. Alcuni di questi proprietari infatti, conservarono la pro-pria antica indipendenza, molti riuscendo inoltre ad arricchirsiattraverso i proventi di attività manifatturiere e/o commerciali(che ripresero gradualmente vigore in Grecia soprattutto a partiredalla Grande colonizzazione dellVIII secolo a.C.) Altri proprie-tari invece – come si sarà capito – regredirono al rango di poveriprivi di terra (quantomeno in quantità sufficiente a sfamarli), fi-nendo per dipendere per la propria sopravvivenza dalla munifi-cenza dei più ricchi. Ma è nelle classi medie, ovvero nei primi, piuttosto chenei teti, che bisogna scorgere lorigine ultima e il nerbo più pro-fondo della polis, sia arcaica che classica. Senza tali classi difat-ti, una tale istituzione non avrebbe mai potuto svilupparsi, quan-tomeno nella forma in cui ciò avvenne (...un esempio inconsuetodi città-stato che contraddice la presente analisi, ma di cui quinon ci occuperemo, fu Sparta). Daltra parte, la città-stato antica può essere vista da duepunti di osservazione tra loro distinti ma complementari. Da una280
    • parte infatti, essa può essere considerata un mero luogo fisico,evoluzione e ampliamento dei precedenti assembramenti o vil-laggi, sede peraltro sia delle attività politiche e decisionali che diquelle commerciali e artigianali specializzate; dallaltra, può es-sere vista come una nuova istituzione, che sottende a un nuovotipo di organizzazione sociale, basata per la prima volta sullalegge scritta (anziché, come le precedenti società, sul privilegiodei ceti nobiliari e sui rapporti clientelari), nonché di conseguen-za maggiormente aperta allapporto delle classi popolari. Per lo sviluppo di entrambi questi aspetti, cruciale fu ilcontributo dato dalle classi medie. Esse difatti, se da una partefurono spesso direttamente impegnate in imprese commerciali eindustriali, nonché proprietarie di forza lavoro schiavile e/o sala-riata (questultima proveniente di solito dalle classi meno ab-bienti), dallaltra e gradualmente riuscirono a conquistare la for-za decisionale e il prestigio necessari allaffermazione di questonuovo tipo di organizzazione sociale, più favorevole ai loro inte-ressi e alle loro concezioni.3.2 Il ruolo degli eserciti oplitici nella nascita della polis Sarebbe tuttavia un grande errore non vedere come – so-prattutto nei primi periodi – un fattore ancor più decisivo rispettoa quelli economici per laffermazione politica di tali classi (equindi della polis come istituzione), fu lapporto militare da essedato, attraverso la formazione della cosiddetta falange oplitica,alla comunità. La vita e la solidità materiale delle città-stato an-tiche infatti (ciò che peraltro fu vero anche nei periodi più avan-zati del loro sviluppo, in cui più cruciale si fece lapporto deicommerci e della moneta) fu sempre in gran parte basata sullaguerra, strumento di acquisizione di nuove terre e di nuova for-za-lavoro schiavile, nonché di colonie commerciali e di rapportidi forza favorevoli con gli altri stati. Proprio per questo linvenzione e la successiva afferma-zione (a partire dal VII secolo a.C.) di quello straordinario stru-mento bellico che fu la falange oplitica, favorì in maniera drasti-ca lacquisizione di nuovi diritti da parte di quelle classi di picco-li e medi proprietari terrieri che ne componevano le fila. 281
    • Ma coserano e che relazione intrattenevano esattamen-te tali eserciti con le classi medie? Abbiamo già detto che, nelperiodo «eroico» della guerra, i nobili si contrapponevano allaplebe nel modo di combattere: i primi erano (o meglio si pro-ponevano come) grandi condottieri, e combattevano indivi-dualmente senza sottomettersi ad alcun vincolo; la gente co-mune invece tendeva a combattere unita, dandosi man forte re-ciprocamente, seppure come si è già detto senza una disciplinaprecisa e codificata. Gli eserciti oplitici possono senza dubbio essere consi-derati come un prolungamento e un perfezionamento di questosecondo modo di intendere la guerra, nonché del tipo di mentali-tà che vi era a base. A comporre tali formazioni, erano i cittadinidotati di un reddito sufficiente a pagarsi un armamento leggeroma privi di cavallo, in quanto impossibilitati a mantenerlo (alcontrario dei nobili che, sin dai tempi di Omero, erano dotati dicavalcatura). Mentre dunque i poveri, incapaci di pagarsi ancheun tale armamento, venivano estromessi dalla guerra, le classimedie, in qualità di componenti delle milizie oplitiche, ne dive-nivano il vero pilastro, tali milizie costituendo oramai – per ra-gioni tecniche di efficienza bellica – lelemento decisivo per ilsuccesso delle battaglie. Come avrebbero potuto infatti le classi aristocratiche,pur abituate da secoli a comandare, estromettere dalla vita politi-ca e decisionale una massa di cittadini che, oltre che autosuffi-cienti dal punto di vista economico, divenivano adesso, grazie alloro apporto in battaglia, indispensabili alla sopravvivenza dellacomunità, oltre che potenzialmente capaci di azioni offensive ailoro danni? La polis, soprattutto se intesa come fenomeno politico eistituzionale, sorse appunto dal fatto che, da un certo momentoin avanti, i ceti aristocratici non ebbero più gli strumenti mate-riali necessari ad arginare la sete di potere delle classi medie,oramai divenute consapevoli – grazie soprattutto alle profondetrasformazioni conosciute dagli eserciti e dal modo stesso di farela guerra – della centralità del proprio ruolo nella vita della co-munità!282
    • 3.3 - La novità della polis Ma, come già si diceva, tali classi non aspiravano solo alpotere: esse erano anche portatrici di una diversa concezionedella società. Nonostante difatti – come già si è visto – lo spiritoindividualistico e agonale costituisse da sempre uno dei datifondamentali della civiltà ellenica, i membri di tali classi – an-che, forse, in quanto memori dei soprusi subiti per secoli dai loroavi ad opera dei membri della nobiltà – non perseguivano orasoltanto lobiettivo della gloria individuale ma anche quello diuna giustizia imparziale. Già nei primi periodi della polis si affermarono perciò,ad opera di legislatori «illuminati» come Dracone e Solone adAtene, sistemi giuridici che limitavano gli antichi poteri delleclassi nobiliari in favore di quelle «borghesi» emergenti, e più ingenerale di quelle più ricche in favore di quelle più povere. Lanascita della polis insomma, coincise in gran parte con il declinodegli antichi privilegi economici e politici del periodo gentilizioe arcaico della storia greca. È chiaro ovviamente, come quanto descritto fin qui nonvada assolutamente inteso come un passaggio improvviso. Leconquiste popolari alle quali si è appena accennato difatti, ebbe-ro luogo in modo graduale e per nulla repentino, e comunquenon avvennero mai in modo lineare e senza reazioni di segnoopposto. Né va dimenticato del resto, che la tanto decantata de-mocrazia ateniese fu il traguardo estremo e per nulla scontato diun percorso politico e istituzionale particolare, che nella maggiorparte delle altre città-stato greche approdò piuttosto ad oligarchietemperate, guidate soprattutto da cittadini nobili e ricchi, mamolto meno aperte alla partecipazione popolare. Ciononostante, resta innegabile il fatto che la polis siasorta essenzialmente come conseguenza dellaffermazione –militare, economica e politica – dei ceti popolari, e in partico-lare delle classi medie benestanti, a scapito dellantico predo-minio assoluto dellantica nobiltà. Tali classi medie del resto,soprattutto inizialmente, si allearono spesso, al fine di amplia-re e mantenere il proprio potere, col popolo minuto contro leclassi aristocratiche, ma furono anche altre volte alleate con 283
    • queste ultime contro il primo, a seconda ovviamente delleconvenienze del momento.3.4 - La polis come sintesi degli opposti In conclusione, vorremmo porre laccento su un fatto fi-nora rimasto implicito. Il fatto cioè, che le poleis greche – e piùin generale le città-stato e i municipi mediterranei, sorti e matu-rati in gran parte sotto linfluenza della cultura ellenica – riusci-rono a compenetrare e ad armonizzare tra loro lo spirito indivi-dualistico ed eroico dascendenza arcaica, tipico delle classi ari-stocratiche, con le spinte egualitaristiche provenienti dalla cultu-ra e dalle tradizioni delle classi più basse. Esse ebbero insommail merito di riuscire a far convivere in un unico contesto istitu-zionale valori e atteggiamenti di per sé contrastanti ma egual-mente radicati nelle loro tradizioni e nella storia pregressa. Una tale conciliazione, come si è visto, fu resa possibile,sul piano istituzionale, da una parte dalla nascita e dallafferma-zione della legge scritta e dallaltra da quella di organismi am-ministrativi e politici che trascendevano i poteri personalisticidelle antiche aristocrazie, dando così anche ai membri delle altreclassi la possibilità di affermare i propri diritti e interessi. Sulpiano politico e sociale invece, una tale conciliazione fu resapossibile soprattutto dalle trasformazioni subite sia dallecono-mia, in seguito alla rinascita delle rotte commerciali, sia dallatecnica bellica, in seguito allinvenzione e allaffermazione dellafalange oplitica. Per tali ragioni, a partire da tali sviluppi, la lotta per ilpotere svolgentesi allinterno delle città-stato non riguardò più,come in passato, i soli membri delle classi aristocratiche, venen-do ad estendersi – in modo ora più ora meno accentuato, a se-conda dei diversi regimi – anche agli altri membri della società.Nonostante, insomma, lantico spirito agonale (così ben descrittoda Omero) rimanesse ancora una delle basi, se non la base prin-cipale, della vita associata, un tale fattore non escludeva più(come nelle fasi gentilizie precedenti) il coinvolgimento degliindividui delle classi più basse nella vita sociale. La «lotta» poli-284
    • tica e sociale tendeva infatti, ora, a riguardare tutti i membri del-la comunità civile, e non solo gli antichi àristoi. Ed è proprio questa, forse, la più grande lezione politicache le poleis classiche – e la civiltà mediterranea in genere –hanno lasciato in eredità alla moderna civiltà europea: quella diuna concezione dinamica e fluida della società, non divisa trauna minoranza di dominatori e una maggioranza di dominati maaperta allapporto libero di tutti i suoi componenti. 285
    • La Grecia come Stato cantonale** Preliminarmente, mi preme sottolineare che in questo capitolo si farà un uso piuttosto«ambiguo» del termine Stato, a sottolineare a volte il complesso delle città-stato greche(Stato cantonale) altre volte invece queste ultime prese nella loro singolarità.1 - Lo Stato cantonale greco nel periodo arcaico Sin dai tempi delle civiltà micenee, la Grecia si era co-stituita come un insieme di Stati autonomi, legati tra loro da vin-coli linguistici, religiosi e culturali, ma non da una legislazionerigida che stabilisse la preminenza di uno di essi sugli altri. Sinda allora, essa era stata dunque uno Stato cantonale, compostocioè da unità amministrative e politiche indipendenti.47 Tale carattere si trasmise, attraverso il Medioevo elleni-co, anche alla Grecia arcaica. Anche in questa fase storica difat-ti, troviamo una Grecia divisa tra differenti poleis, autonome maunite comunque da vincoli di carattere comunitario, senza impli-cazioni di natura gerarchica. Le manifestazioni esteriori e gli strumenti di questa «li-bera unione» erano innanzitutto gli oracoli, luoghi sacri nei qualigli dei, interrogati, parlavano direttamente ai fedeli e a cui spes-so, sia privati sia città, chiedevano consiglio sulle scelte da se-guire o conferma per quelle che intendevano prendere. Oltre aglioracoli, vi erano poi diversi eventi panellenici di carattere agona-le (in particolare, le Olimpiadi), sempre legati alla celebrazionedi ricorrenze religiose, che coincidevano tra laltro con periodi dipace obbligata tra gli Stati. I centri che ospitavano tali cerimonieerano luoghi panellenici e come tali avevano per il popolo grecoun significato particolare.47 Si parla qui di Stato cantonale in opposizione a quello federale (composto da unasomma di sotto-stati tutti sottoposti allautorità di un sotto-stato principale: peresempio quello di Washington negli U.S.A.) e, ancor più, a quello centralizzato (lecui regioni o parti godono di autonomie ancora più limitate).286
    • Limportanza degli oracoli come elementi aggregativi eunificanti della vita dello Stato cantonale greco, del resto, era ta-le da indurre molti storici moderni a definire la Grecia arcaica (enon solo essa...) come uno Stato oracolare. Gli oracoli inoltre, inquanto fornivano i responsi degli dei agli uomini, davano alledecisioni politiche (e ai poteri che le sostenevano) un fondamen-to sacrale: cosa questa indispensabile in un tipo di società in cuile decisioni più importanti dovevano, per essere approvate dallacomunità, possedere unorigine o un sostegno divini.48 La Grecia del periodo arcaico era una realtà ancora es-senzialmente agraria e feudale, ovvero divisa, frazionata tra leproprietà di diverse famiglie nobiliari, ognuna proprietaria allin-terno del singolo Stato o cantone (polis) dei maggiori appezza-menti di terra – il che significa (in un periodo in cui questa era digran lunga la principale forma di ricchezza e di potere) protago-niste assolute della vita politica e sociale. In un simile contesto politico, estremamente caotico, siformavano tuttavia anche delle leghe, ovvero delle coalizioni diStati o cantoni, il cui scopo era cercare di influenzare le sceltedegli altri Stati imponendo loro una propria linea di azione o dipensiero. Ovviamente vi erano leghe più potenti e leghe piùdeboli, così come il fenomeno della lotta (che a volte divenivavera e propria guerra) tra leghe non era affatto marginale, ben-sì in un certo senso costitutivo della vita stessa dello Stato can-tonale greco. Nel periodo arcaico, due furono le città-stato dominanti:Sparta e Corinto. Entrambe città oligarchiche (né avrebbe potutoessere altrimenti, dal momento che, in particolare nella madrepa-tria, la vita politica aveva ai tempi unimpronta pressoché esclu-sivamente nobiliare), esse avevano però due nature completa-mente differenti: terriera Sparta, mercantile Corinto. Sparta di-fatti era lo stato territorialmente più vasto della Grecia, almenoda che aveva sottomesso la Messenia; Corinto invece aveva svi-48 Ovviamente i responsi degli oracoli erano spesso «truccati», ovvero facevano ilgioco di una determinata fazione o corrente politica, a scapito di altre. Nel perio-do classico, ad esempio, gli oracoli sostenevano di solito gli interessi della Greciaconservatrice, «oracolare» appunto, a scapito di quelli delle fazioni democratiche. 287
    • luppato, sotto la guida della potente dinastia dei Bacchiadi, unafiorente vita commerciale sui mari. La loro alleanza diede vigorealla civiltà greca di quegli anni, dando tra laltro notevole stimo-lo e linfa alla grande impresa colonizzatrice che ebbe luogo traVIII e VI secolo a.C. Del resto, tanto laristocrazia terriera di Sparta, quantoquella (in gran parte) mercantile di Corinto governavano il pro-prio territorio in qualità di classe privilegiata e semi-divina, i cuimembri erano più vicini agli dei di quanto non lo fossero i mem-bri delle umili classi popolari. La loro autorità politica dunque,traeva la propria legittimità da motivazioni religiose. Del pari, lideale politico che dava forma allecumene el-lenica del tempo era strettamente legato allorganizzazione mate-riale da cui essa era caratterizzata. Esso difatti prevedeva cheogni cantone godesse di una sostanziale autonomia rispetto aglialtri, e che lunica forma di limitazione a tale libertà potesse es-sere costituita dalladesione (peraltro volontaria) a una qualchelega di Stati. Anche le leghe però, erano associazioni libere, lacui linea politica era decisa in modo comunitario e da cui gli Sta-ti aderenti potevano liberamente dissociarsi. La Grecia del periodo arcaico dunque, fu senza dubbiouno Stato cantonale: ovvero nello specifico uno Stato oracolare,dal momento che (come si è già visto) gli oracoli costituivano ilprincipale elemento di comunione tra i vari cantoni.2 - Sviluppi sociali e politici: i «semi» di una nuova Grecia Ma proprio nel corso di questo lungo periodo, laristo-crazia dominante greca pose involontariamente e inconsapevol-mente i semi del proprio declino. Risvegliando infatti, soprattut-to attraverso le imprese coloniali, linteresse per il mare, per itraffici e per gli scambi con altre terre, se da una parte essa «a-veva fatto grande e prospera la Grecia» riportandola ai fasti delperiodo miceneo, dallaltra «aveva liberata gran parte della popo-lazione cittadina dallo stato di inferiorità sociale ed economica»che la rendeva da essa strettamente dipendente (Mario A. Levi,«La lotta politica nel mondo antico», Mondadori, pag. 82).288
    • Tali attività difatti, non richiedevano solo la presenza digrandi finanziatori e armatori (allinizio, appunto, i nobili), maanche quella di una manovalanza che le portasse avanti mate-rialmente, così come quella di una classe urbana di artigiani spe-cializzati che approntasse i manufatti necessari agli scambicommerciali. Esse avevano dunque inevitabilmente fornito adalcuni membri delle classi popolari degli sbocchi occupazionalie delle fonti di ricchezza nuovi, che si traducevano per loro inuna nuova affermazione sociale ed economica, nonché, di con-seguenza, in aspirazioni (fino ad allora impensabili) di parteci-pazione ai governi locali. Da questo fenomeno ebbe origine il declino politico del-le poleis arcaiche di stampo prettamente nobiliare e lemergere diuna concezione politica che, se anche non propriamente demo-cratica, era pur sempre basata sul principio secondo cui il censo(e non la nascita) dovesse costituire il metro in base a cui valuta-re il diritto dei singoli cittadini a partecipare alle attività decisio-nali della comunità – un fatto questo, che aveva permesso, quan-tomeno alla parte più ricca del popolo, di avere accesso ad alcu-ne funzioni di governo.3 - Atene: democrazia, imperialismo e superamento dellalogica cantonale La democrazia propriamente detta fu uninvenzione ate-niese e si collocò nel periodo in cui Atene era oramai diventatauna potenza commerciale di primo piano allinterno del mondoellenico, ovvero, in sostanza, negli anni immediatamente prece-denti il conflitto con la Persia. La vita economica di questo Stato era, in quel tempo, o-ramai in gran parte basata sugli scambi commerciali e su attivitàindustriali che davano da vivere anche alla parte più umile e po-vera della popolazione (teti) rendendo al tempo stesso ricca eprospera la città. Daltronde, a partire dalle Guerre persiane, A-tene aveva collocato questi ultimi allinterno della propria flottanavale in veste rematori, dando così anche a loro un ruolo milita-re e innalzandone il prestigio e limportanza sociale. Atene, conla sua flotta, non poteva ora più prescindere dallapporto non so- 289
    • lo delle classi popolari benestanti, ma anche di quelle più pove-re, e un tale fatto finiva ovviamente per rafforzare ulteriormentela scelta democratica già fatta nei decenni immediatamente pre-cedenti la guerra. Vi sono altre osservazioni da fare ai fini del discorso chestiamo affrontando. Intanto, si deve ricordare che la democraziaateniese era un sistema politico non solo estremo, ma anche –per il modo di vedere dei Greci – profondamente incostituziona-le. Il popolo difatti, assumendo le redini del potere politico, vio-lava lantico principio – fino ad allora, ed anche in seguito, basedella vita statale ellenica – secondo il quale solo i migliori e piùnobili (gli àristoi), in quanto per propria natura più vicini aglidei, avessero il diritto di governare attivamente la città. Inoltre,sempre secondo una tale visione, delle legiferazioni o delle deci-sioni politiche le cui origini – come accadeva appunto ad Atene– prescindessero pressoché totalmente dagli oracoli e dai consi-gli divini, dovevano essere considerate empie, in quanto man-canti di una conferma e di un sostegno superiori a quelli mera-mente umani. La democrazia radicale ateniese, insomma, por-tando alle estreme conseguenze le tendenze laiche e razionalisti-che affermatesi nella Grecia del tempo, si esponeva a critichefortissime da parte di un po tutta la Grecia. Vi era poi un altro aspetto anomalo e scandaloso nellavita politica della democrazia ateniese, connesso alla lega marit-tima da essa fondata al temine della guerra contro la Persia (e ilcui fine, inizialmente, era la difesa militare delle regioni costieregreche dagli attacchi del nemico asiatico). La Grecia difatti –come si è già visto – era da sempre divisa tra leghe di cantoniautonomi, la partecipazione alle quali era un atto volontario enon vincolante. Ma la Lega marittima ateniese non aveva più unsimile carattere. Essa era difatti, più che una lega in senso pro-prio, un dominio terrioriale (archè) di Atene su alleati che, inquanto greci, avrebbero invece dovuto godere di sostanziali li-bertà e autonomie. Un tale dato di fatto contrastava con i principipiù profondi della vita politica greca, quale almeno era stataconcepita e regolata fino ad allora. La lega marittima atenieseperciò, entrava in netto contrasto con le regole del mondo greco290
    • «oracolare», specie con quelle della parte più rurale e tradiziona-lista di esso. Per tutte queste ragioni, Atene non ebbe mai vita facilein Grecia, dove fu sempre accusata (a volte persino dai suoi so-stenitori) di costituire una violazione alle norme più elementaridella vita civile: un «abominio politico» basato sulla tirannia delpopolo (demos) sulle classi alte (un fatto che, in unottica greca,non poteva essere in alcun modo giustificato), nonché su un e-sercizio tirannico della forza ai danni delle città-stato alleate. Ma da dove provenivano questi caratteri «anomali» dellalega ateniese rispetto a quelle che lavevano preceduta? La ra-gione principale di essi risiedeva senza dubbio nella natura stes-sa del legame tra Atene e le sue alleate. Tale legame infatti, dopoun primo momento, non ebbe più un carattere militare (difesadalla Persia), bensì essenzialmente economico e di mercato. GliStati della lega ateniese insomma, componevano un territorio u-nitario allinterno del quale le merci circolavano liberamente e icui interessi e le cui rotte commerciali, costituendo il senso e loscopo ultimo della lega stessa, dovevano essere rigidamente tu-telati. Da qui, limportanza di Atene come centro politico e mili-tare capace (spesso anche con la forza) di garantire lordine e lapace tra i suoi membri. Atene dunque, aveva affermato con la lega Delio-atticaun concetto nuovo di Stato: non più cantonale ma accentrato e«federale» 49, basato sul predominio politico e militare di unacittà sulle altre ai fini della prosperità economica e commercialedellinsieme. Certo, è innegabile che Atene, schiava della logica parti-colaristica delle poleis50, tendesse ad approfittare della propria49 Il termine federale però, potrebbe qui trarre in inganno. Infatti, oggi, esso vieneusato soprattutto a significare uno Stato decentrato e «libertario», in cui cioè i varicentri locali godono di notevoli autonomie rispetto al centro. Al contrario, Atenecercava con mezzi anche violenti di limitare lautonomia delle proprie alleate. Taletermine sta qui a indicare insomma, il massimo di accentramento possibile nel contestodi uno Stato cantonale quale quello della Grecia del tempo.50 A tale proposito, ricorda Mario A. Levi che «questo principio di equità [alla basedella democrazia ateniese, n.d.r.] doveva avere il suo limite nella concezione dellapolis come aggruppamento autonomo, intermedio fra la famiglia e lo Stato- 291
    • posizione di forza per prosciugare finanziariamente le alleate aifini di un proprio arricchimento (fattore che peraltro, favorendola defezione di molte alleate, costituì uno dei motivi della suasconfitta contro Sparta). È però del pari evidente che il suo ruolodi potenza egemone, cui era delegato il compito di manteneresalda lunità tra i membri della lega, comportasse anche grandisforzi militari ed economici.4 - Lo scontro finale tra le due leghe e la «vittoria» del bloccotradizionalista Non è forse necessario dire né spiegare perché la legaateniese costituisse un pericolo per quella spartana. Se infatti, leidee e gli stili di vita e di governo ateniesi si fossero diffusi an-che tra gli Stati di tale lega, e più in generale tra gli altri Statidellecumene ellenica, per le aristocrazie tradizionaliste ciò a-vrebbe comportato molto probabilmente la fine dei propri poterie privilegi. Nella maggior parte degli Stati ellenici i commerci e leclassi medie si erano in effetti già affermati, ma – come si è giàdetto – i loro governi, nonostante i riconoscimenti e le conces-sioni politiche fatti alle classi medie, erano comunque rimastiessenzialmente oligarchici. Tutto sommato dunque, la rivoluzio-ne politica latente nel mondo ellenico non aveva fino ad alloraeccessivamente scardinato gli antichi assetti di potere. La paura del blocco oligarchico era quindi ora che lin-fluenza ateniese sulla Grecia potesse portare a una radicalizza-zione ideologica del conflitto in atto, e, con essa, al crollo defini-tivo dei privilegi delle classi aristocratiche dominanti. Quella trail blocco filo-spartano e il blocco filo-ateniese non poteva quindinon essere (come peraltro, di lì a poco, i fatti avrebbero dimo-strato) una lotta allultimo sangue. In tale lotta, Sparta aveva dalla sua la tradizione oracola-re e tutta una serie di concezioni politiche consolidate, rispettoreligione [ovvero lo Stato cantonale, n.d.r.]» e che «nella rivoluzione ateniese, lanuova concezione dei diritti comporta nuovi metodi di partecipazione alla polis,ma non ne supera il concetto» (op. cit., pag.127).292
    • alle quali non erano peraltro sorte concezioni alternative. Ma A-tene dal canto suo, andava affermando un tipo di organizzazionepolitica che rispondeva a esigenze oggettive che si stavano fa-cendo strada allinterno del mondo economico e sociale greco, inparticolare in quelle regioni in cui maggiormente vitale era le-conomia di mercato. Sappiamo poi come andarono le cose: la guerra tra i dueblocchi scoppiò e si concluse con la sconfitta di Atene e con lavittoria di Sparta. Ma cè da chiedersi se, in unottica più ampia,una tale vittoria non fosse un dato più apparente che reale. SeSparta e la sua lega difatti vinsero la guerra, ereditarono al tem-po stesso in qualche modo i possessi e le responsabilità ateniesi.Le esigenze di unità territoriale che Atene aveva alimentato e ri-svegliato difatti, non potevano essere cancellate con un colpo dispugna alla fine del conflitto. Le ex-alleate di Atene dunque, pur reclamando una pa-drona meno avida e dispotica di essa, non volevano ora rinuncia-re alla vantaggiosa unità marittima che durante i decenni delle-gemonia ateniese avevano faticosamente costruito.51 Sparta per-ciò, paradossalmente, pur avendo combattuto e vinto la guerra innome dei principi di indipendenza territoriale tipici della tradi-zione arcaica, avrebbe dovuto ora in qualche modo garantire al-le ex-alleate della sua nemica la stabilità politica (ovvero lunità)di cui avevano bisogno per i propri interessi economici. Chiaramente la capitale della Laconia non era preparataa portare avanti una simile impresa52, ragione per cui il periodo51 Sul rapporto tra Atene e le sue alleate, scrive Pierre Lévêque: «Gli alleati mor-moravano, senza volersi rendere conto degli incontestabili vantaggi che Ateneprocurava loro. La pace regnava nellEgeo, i Barbari rimanevano sulle difensive, iprodotti affluivano e il commercio non avvantaggiava esclusivamente gli Ateniesi,poiché non avevano instaurato nessun monopolio; lunità del sistema monetariometteva fine a un disordine secolare e facilitava gli scambi. (…) Si dovrà attenderela fine della guerra del Peloponneso perché essi possano scuotersi di dosso il dete-stato giogo e accorgersi ben presto che le altre egemonie non erano più sopporta-bili di quella ateniese» (P. Lévêque, «La civiltà greca», Einaudi, pag. 258-259).52 La dominazione spartana si esplicò difatti soprattutto nella reinstaurazione (lad-dove essi erano stati superati) degli antichi regimi oligarchici, per propria naturacerto non favorevoli allimplementazione delle attività commerciali e marittime, e 293
    • della sua egemonia (estremamente debole e precaria) fu costella-to da defezioni e ribellioni (oltre che dalla rinascita, semi-clandestina, della Lega ateniese e di quella beotica). Sparta nonaveva compreso insomma, che non bastava sconfiggere militar-mente Atene per riportare indietro la Grecia alla vecchia logicadello Stato cantonale. Per questo essa fallì ora miseramente nellamissione – che secoli prima aveva invece assolto egregiamente –di leader della compagine degli Stati greci. Dal fallimento dellegemonia di Sparta, emerse poi comenoto una nuova egemonia: quella di Tebe. Tale città, a sua voltaa capo di unantichissima lega greca, quella beotica, riuscì adapprofittare delle difficoltà in cui si trovava la sua rivale (oltreche del fatto che la potenza marittima ateniese, pur rinata, nonfosse tornata ai precedenti splendori) per porsi a capo di unaGrecia sbandata, priva di una valida guida politica e ideologica. Nulla di strano in tutto ciò, almeno nellottica dellorga-nizzazione cantonale dello Stato greco. La storia greca era infattitutta costellata da avvicendamenti e da lotte tra leghe. Ma si de-ve notare anche come – contrariamente a Sparta – Tebe cercassedi porsi, più che come una potenza militare «pura», anche comeil centro di un impero economico commerciale, tentando di gua-dagnare tra laltro diversi sbocchi sul mare: come essa insomma,cercasse di ricalcare (a spese proprio di questultimo) le ormedellimperialismo ateniese. Al contrario di Sparta, dunque, Tebe non aveva omessodi considerare la reale situazione dei rapporti tra gli Stati e ave-va preso atto dellinattuabilità di un programma politico arcaicoe nobiliare quale quello patrocinato da Sparta, basato sullidea diuna federazione di libere città-stato indipendenti, prive di unitàpolitica. Il fatto poi che anche legemonia spartana avesse vitabreve (circa 10 anni) deve farci riflettere sulla difficoltà cui an-dava incontro la Grecia nel tentativo di superare lorganizzazionecantonale e «oracolare» che laveva caratterizzata per molti seco-allinsediamento di vigilantes spartani detti armosti nelle varie città greche, il cuicompito era appunto quello di tutelare lordine instaurato da Sparta.294
    • li, e da cui ora – nonostante gli svantaggi che comportava – nonriusciva a emanciparsi.5 - Linizio della dominazione straniera Ma chi poteva, al di fuori della Grecia stessa, assumereil compito di dare ununità e una stabilità politiche a quella mas-sa di Stati? Nei due decenni seguenti la fine del conflitto intra-greco, e nonostante le difficoltà cui andava incontro internamen-te, era stata la Persia a cercare di esercitare (ovviamente a pro-prio vantaggio) un simile ruolo di paciere. Ma dopo la fine del-legemonia tebana, se si esclude un breve ritorno della suprema-zia ateniese (legato più che altro al vuoto di potere determinatodallassenza delle leghe che avrebbero potuto contrastarla), untale ruolo passò decisamente alla Macedonia di Filippo II, unostato che stava conoscendo da alcuni decenni un impressionantesviluppo economico e territoriale. Solo la Macedonia infatti, aveva la forza necessaria aimporre un ordine e una stabilità tra i membri della compaginegreca: quello stesso ordine che questa – ovvero, dovremmo forsedire, lo Stato cantonale greco – non avevano mai saputo darsiautonomamente ma di cui ora, con lo sviluppo dei commerci edelle industrie e con la nascita di uneconomia sempre più inte-grata, aveva estremo bisogno. La Grecia perse così la sua proverbiale libertà e indipen-denza per guadagnare, forse, una maggiore stabilità politica sottola dominazione di uno Stato territoriale straniero, il quale tutta-via (come si confà a un dominatore esterno) non le risparmiòumiliazioni e vessazioni militari ed economiche, scatenandospesso in tal modo episodi di violenza e insofferenza che si sa-rebbero poi ripetuti nei periodi successivi, segnati da nuove do-minazioni. 295
    • I meteci e la città La condizione degli stranieri residenti nellAtene del periodo classico (VI – IV secolo)1 - Motivi dinteresse La presenza in tutte le città-stato greche dei meteci (me-toikoi in greco: cioè coloro che abitano (oikeo), stabilmente ocomunque per un lungo periodo, accanto o tra (metà) i veri citta-dini) fu un fatto assolutamente cruciale per il loro sviluppo com-plessivo, in particolare nel periodo di passaggio tra la fase arcai-ca e quella propriamente classica della loro storia. Tuttavia, no-nostante un tale dato di fatto, bisogna notare come gli stranieriresidenti, se si escludono rarissime eccezioni, non godessero mai– in qualità appunto di «ospiti» e quindi di non cittadini – di di-ritti eguali a quelli dei cittadini a pieno titolo: in particolare, eprincipalmente, del diritto alla proprietà fondiaria (non a casoindissolubilmente legato, nella cultura politica greca, alla condi-zione di cittadino) e di quello (comune invece, quantomeno negliStati a regime democratico, allintero corpo dei cittadini, senzarilevanti distinzioni di censo e di classe) alla partecipazione alleattività politiche. Del resto, proprio in conseguenza della loro peculiarecondizione giuridica, i meteci si dedicavano praticamente sem-pre ad attività il cui carattere era – a volte più, a volte meno di-rettamente – legato ai commerci, in contrapposizione a buonaparte della popolazione libera ed autoctona, le cui attività eco-nomiche rimanevano al contrario, di solito, tanto per ragioni pa-trimoniali (lessere cioè proprietaria delle terre), quanto per ra-gioni culturali o di prestigio, vincolate alla terra. Ciò che tenteremo di approfondire in questo articolo, sa-rà soprattutto la condizione dei meteci nellAtene classica (ovve-ro tra VI e IV secolo a.C.). E ciò per due ordini di ragioni: per-296
    • ché Atene è, tra tutte le città-stato greche, quella la cui vita so-ciale ci è dato di conoscere maggiormente; e perché in Atene –anche grazie ad unevoluzione anomala, in quanto decisamenteritardata rispetto alla maggior parte delle altre città-stato elleni-che – i meteci assolsero un ruolo davvero cruciale, quantitativa-mente (se non qualitativamente) molto diverso da quello svoltoallinterno degli altri Stati greci, anche peraltro in quelli a carat-tere più spiccatamente mercantile. Daltronde, se qui di seguito ci interesseremo ai meteci,ciò non avverrà tanto o soltanto per una curiosità riguardante laloro peculiare condizione, quanto per avere una visione più am-pia e completa della vita economica e sociale della città-stato a-teniese. Tale analisi infatti, ci permetterà di mettere a fuoco a-spetti che, in un discorso storico generale, rischiano di venire in-giustamente trascurati. Tenteremo allora di rispondere alle se-guenti domande: 1) che apporto diedero i meteci – tanto sul pia-no economico e produttivo, quanto su tutti gli altri piani – allavita sociale ateniese?; 2) come, dal canto loro, i cittadini ateniesine recepirono la presenza?; 3) e come infine – in conseguenza diciò – essi scelsero di rapportarsi ad un simile «corpo estraneo»? Il discorso che seguirà si snoderà quindi su tre pianicomplementari: a) il ruolo economico e sociale svolto dai metecinellAtene classica; b) una breve analisi di quella che, con ogniprobabilità, fu unidea – astratta e idealizzata – di meteco, am-piamente condivisa dalla cittadinanza ateniese, soprattutto nelperiodo classico della sua storia; c) i diversi comportamenti eatteggiamenti (nonché le loro origini e ragioni desistenza) as-sunti da questultima nei confronti di tale presenza.2 - Il ruolo economico dei meteci nellAtene del periodoclassico (VI – IV secolo) Abbiamo già accennato a come i meteci, in qualità ap-punto di residenti privi dei diritti propri della cittadinanza vera epropria, assolvessero un po ovunque in Grecia il compito di a-genti di natura commerciale e mercantile o, altre volte, dim-prenditori e artigiani. Essi si dedicavano insomma, allo svolgi-mento di quelle attività «umili» – ovvero artigianali, commercia- 297
    • li e affaristiche in genere53 – che la cittadinanza vera e propria (ein special modo quella dellAttica) disdegnava generalmente dipraticare. Proprio svolgendo un tale tipo di occupazioni, i metecicostituirono un po ovunque nel mondo greco una risorsa decisi-va – e a volte perfino insostituibile – per lo sviluppo di una piùmoderna «economia di mercato», in contrapposizione a (o, sa-rebbe forse meglio dire, ad integrazione di) quelle attività agra-rie e di consumo praticate, soprattutto nei periodi arcaici, dallagrande maggioranza dei cittadini. Se tuttavia, nel resto della Grecia, i meteci costituironocon la loro presenza un notevole stimolo a un ulteriore decollodelle attività mercantili e artigianali (si allude qui, ovviamente, aun artigianato specializzato e finalizzato a una commercializza-zione su vasta scala dei propri prodotti) già svolte da una parteminoritaria della popolazione, di solito minuta, ad Atene inveceessi costituirono addirittura una sorta di «primo motore» dellosviluppo di tali attività e, con esse, di una modernizzazione ritar-data di circa un secolo rispetto alle altre città-stato. Fu infatti a partire dalla reggenza di Solone (il cui arcon-tato si collocò tra 594 e 593 a.C.) che in Atene ebbe inizio daparte dello Stato una pratica sistematica volta a favorire (attra-verso incoraggiamenti e agevolazioni) larrivo e il trasferimentoin città di stranieri specializzati in tali tipi di attività, il cui fineera chiaramente di creare per esse un più solido terreno, supe-rando così lo stato di arretratezza che gravava sulla città e sulsuo territorio determinandone un latente isolamento rispetto aglialtri Stati greci. Ma fu soprattutto con Pisistrato (personaggio che domi-nò la politica ateniese allincirca dal 550 a.C. alla sua morte, av-venuta nel 527) che Atene riuscì non solo a colmare la distanzache la separava da questi ultimi, ma anche a «sbaragliarne» laconcorrenza coloniale, divenendo la principale potenza maritti-ma (politica, militare e commerciale) dellEgeo settentrionale.53 Tali tipi di attività infatti, vincolando colui che le praticava a una clientela ester-na, erano molto lontane dallideale di vita autarchico largamente preminente intutta la storia greca, che si inverava invece secondo la visione tradizionale nellavita del libero proprietario di terre, cui era dato di vivere in sostanza «del suo».298
    • Del resto, per la formazione di un tale impero marittimo(la cui nascita «ufficiale», o politica, sarebbe avvenuta solo nel478, con la fine sostanziale delle guerre persiane) un ruolo cru-ciale fu svolto – di nuovo – proprio da quelle attività commer-ciali e artigianali che ne costituirono una delle premesse primi-genie. Ma tali attività – come si è già osservato – furono alimen-tate ad Atene, almeno nei primi decenni delletà classica, in mo-do quasi esclusivo proprio dai meteci. Con ciò dunque il cerchiosi chiude: i meteci difatti, si mostrano qui in tutta la loro impor-tanza e centralità, non solo dal punto di vista della vita economi-ca della città, ma anche da quello della sua trasformazione insenso imperialistico. Prima di trattare lapporto dato da una tale categoria so-ciale alla vita della polis ateniese, cercheremo di dare uno sguar-do dinsieme ai due tipi di economia (agraria e di consumo luna,cittadina e affaristica laltra) che a partire soprattutto dal periodoclassico – nonché in quelli successivi, ellenistico e romano –«convissero» allinterno delle città-stato greche. Solo dopo averdefinito questi due differenti paradigmi economici e produttivi(luno chiaramente di matrice più arcaica, laltro invece legatoagli orizzonti di sviluppo aperti dalla colonizzazione dellVIIIsecolo a.C.) avremo modo di comprendere appieno il ruolo as-solto dai meteci nella vita sociale ed economica delle poleisclassiche, e in Atene in particolare.2.1 - Economia agraria di consumo (periodo arcaico: IX-VIIsecolo) Nel periodo arcaico – e ancor di più in quello preceden-te, comunemente definito Età oscura (XII-IX sec.) e caratteriz-zato, rispetto al precedente periodo miceneo, da un notevole ar-retramento delle forze produttive – il complesso delle attivitàproduttive che avevano luogo allinterno delle comunità grecheera di natura pressoché interamente agricola. La comunità tipoinfatti, le cui terre erano frazionate in diversi lotti (i cui proprie-tari erano tuttavia legati da vincoli non solo politici ma ancheetnici, linguistici e storici), viveva quasi esclusivamente dei frut-ti del lavoro agricolo. Un ruolo del tutto marginale svolgevano 299
    • in tale contesto le attività commerciali o di scambio, di carattereessenzialmente stagionale e volte, più che ad arricchirsi, ad inte-grare le risorse prodotte dai singoli agricoltori con un afflussoparziale di beni dallesterno. Caratteristica essenziale di questo tipo di società era –almeno qualora essa venga paragonata alle epoche successive –la povertà. Il debole avanzamento tecnologico e produttivo e lastaticità delle gerarchie sociali (legato allassetto «feudale» ditale società, nella quale piuttosto esigua era per i singoli indivi-dui la possibilità di un miglioramento della propria condizionepatrimoniale e sociale) determinavano infatti una notevole sta-gnazione produttiva. Quasi del tutto secondaria e incidentale,quindi, era in esse qualsiasi incremento della ricchezza prodotta.Molto più frequenti invece, i periodi di carestia e di penuria. In più, quando si parla della Grecia arcaica, bisogna te-nere presente un ulteriore ostacolo allavanzamento e alleffi-cienza produttive, consistente nei frequenti conflitti tra quellepiccole isole produttive e sociali che erano le poleis confinanti –o, se vogliamo, le aggregazioni che ne furono le antesignane –fra loro quasi sempre divise da contrastanti mire territoriali e daradicati antagonismi nazionalistici. Le frequenti guerre infattierano fonte di instabilità non solo sul piano politico ma anche suquello economico, da una parte sottraendo tempo allagricoltura,e dallaltra comportando lirruzione dei nemici sui propri territorie la loro parziale devastazione.2.2 - Leconomia del periodo classico (VI-IV secolo) Se quella arcaica fu uneconomia fondata (quasi) esclu-sivamente sul ciclo produzione-consumo, diversamente quelledel periodo classico e preclassico (conseguenza delle importantitrasformazioni conosciute dalle poleis greche in seguito alla co-lonizzazione dellVIII-VI secolo) furono caratterizzate da fortispunti mercantilistici e «capitalistici». Quel che ci interessa quidi seguito, è comprendere non solo la struttura economica di taliperiodi, ma anche le modalità e le ragioni di fondo che ne reseropossibile la formazione.300
    • Senza dubbio, un grande contributo ed impulso allo svi-luppo delle attività artigianali e manifatturiere fu dato inizial-mente dallinstaurazione di un florido commercio tra le coloniedi recente fondazione e le zone a esse limitrofe. Da queste ultimedifatti, le città coloniali acquistavano consistenti quantità di ma-terie prime, spesso in cambio dei propri manufatti. Fu un tale ti-po di attività di scambio, ciò che pose le basi della nascita e del-lo sviluppo di una nuova economia, di tipo cittadino, che si po-neva in netta antitesi rispetto a quella essenzialmente di consu-mo caratterizzante le campagne (chorai) in un periodo in cui icentri urbani erano ancora principalmente luoghi di aggregazio-ne di natura politica e religiosa – ma molto poco sedi di attivitàeconomiche e produttive. È ovvio inoltre che, dati i notevoli benefici economiciprocurati da tali attività, esse conoscessero nel corso di pochidecenni un imponente sviluppo, divenendo col tempo un impor-tante complemento delle attività agrarie di consumo (o al limitetesaurizzatrici) praticate soprattutto dalla popolazione dellecampagne54. Lo sviluppo insomma dei commerci e di attività ar-tigianali altamente specializzate (la sede delle quali erano appun-to le città), portò come principale conseguenza ad una sempremaggiore quantità tanto di beni manufatti quanto di materie pri-me: queste ultime peraltro in gran parte provenienti, attraverso lecolonie, da paesi e regioni non greche (un esempio per tutti, ilgrano del Ponto Eusino, che ebbe per lo sviluppo economicodella Grecia unimportanza davvero primaria). Daltra parte, essendo i grandi proprietari fondiari mem-bri della nobiltà, maggiormente vincolati alla terra (e ciò tantoper ragioni pratiche o «di rendita», quanto per ragioni di presti-gio), furono soprattutto i piccoli proprietari e i cittadini più po-veri o teti (accanto – come già si diceva – agli stranieri residenti,54 Limportanza acquisita dalle attività di mercato nel periodo classico della storiagreca, è provata – tra laltro – dal fatto che lo stesso Aristotele, propugnatore diuna visione tradizionalista e «autarchica» della polis, nella sua «Politica» riconosces-se ai traffici – o meglio al mare, come base indispensabile per il loro sviluppo – unruolo fondamentale, «per garantire la sicurezza e insieme labbondanza dei prodot-ti necessari» per il benessere della città («Politica», VII, 6). 301
    • i meteci) a inserirsi in questo nuovo tipo di attività. Si formò cosìuna nuova classe sociale, cittadina e affaristica, alternativa – siasul piano delle attività produttive e delle fonti di ricchezza, chesu quello della mentalità – alle antiche classi agricole. Inoltre, un fattore essenziale di questo nuovo tipo di e-conomia fu, rispetto al passato, la presenza di un maggior dina-mismo sociale, prodotto di alcune caratteristiche a essa intrinse-che: essenzialmente cioè della diffusione della libertà di iniziati-va (in connessione con lo sviluppo di un tale tipo di economia,vi fu anche perciò un forte allentamento degli opprimenti legamidi fedeltà caratteristici della polis arcaica) e della competizioneeconomica imprenditoriale. Si andava così costituendo un mon-do nuovo tanto da un punto di vista sociale quanto da un puntodi vista ideologico, che andava progressivamente ad affiancarsi aquello – pur sempre esistente e anzi prevalente – che aveva ca-ratterizzato in modo pressoché esclusivo il periodo arcaico. A proposito di una tale convivenza scrive lo studiosoDomenico Musti: «Dovrebbe essere chiaro che una tale cesura[quella tra mondo arcaico e mondo classico, n.d.r.] (da intendereperò non come un taglio netto […]) è se mai rappresentata dalpassaggio da una struttura (e da una mentalità) acquisitiva, te-saurizzatrice, conservatrice, a una struttura fortemente animata(anche se mai propriamente dominata) dal valore di scambio, daiprocessi di trasferimento di proprietà, dalla produzione di oggettidestinati alla vendita, nonché dal rapido consumo e trasferimen-to, e perfino dallinvestimento, del danaro». [D. Musti, «Leco-nomia in Grecia», Laterza, pag. 71] È chiaro poi come, col tempo, ovvero con lestensioneprogressiva dei traffici e delle aree da essi interessate, i vecchipregiudizi contro le attività artigianali e commerciali finissero,soprattutto tra i membri del popolo minuto, per attenuarsi note-volmente. Ad Atene – per esempio – tali lavori, da una preroga-tiva quasi esclusiva degli stranieri residenti, sempre più di fre-quente divennero in età classica uno sbocco occupazionale ancheper consistenti fasce di cittadini, e ciò chiaramente in ragionedelle vaste opportunità di arricchimento e di affermazione socia-le che fornivano. Ed è del pari molto probabile che, nellAtenedel periodo classico, la vecchia ideologia agraria – che, come si302
    • è visto, costituiva una pesante ipoteca per lo sviluppo delle oc-cupazioni cittadine – fosse oramai, almeno tra la gente comune,qualcosa di pressoché sorpassato.55 Né fu un caso che ad Atene, superato lo stadio eminen-temente agrario e fondiario del periodo arcaico, si fosse giuntioramai nel IV secolo a.C. a una società nella quale sempre piùspesso la fonte di ricchezza (e quindi anche di predominio politi-co) era costituita, oltre che dalle rendite fondiarie, dai proventi diattività di carattere affaristico. Il che non toglie tuttavia, che granparte della ricchezza ricavata da tali attività venisse poi reinve-stita nel possesso di terre, in quanto esse costituivano ancora laforma di investimento più sicuro. Si assisté così, nel corso dei decenni, a una sostanzialeconvergenza tra gli antichi poteri nobiliari e i nuovi poteri eco-nomici urbani e commerciali (le nuove élite di notabili), attra-verso un processo nel quale questi ultimi o si sostituirono gra-dualmente ai primi acquisendone le proprietà, o vennero a essisocialmente equiparati (e ciò anche dal momento che sempre più55 Una prova a favore della tesi della diffusione di tali attività, ce la fornisce adesempio il celebre discorso da Tucidide attribuito a Pericle poco prima della suamorte, laddove lo storico ateniese fa dire al grande stratego ateniese che, nella cit-tà, è dovere di ognuno conciliare i propri affari privati (cioè, tra laltro, quelle attivitàimprenditoriali di carattere commerciale a cui sempre più cittadini si dedicavano)con quelli inerenti la collettività (ossia quelle questioni politiche che riportavano ilsingolo nellalveo della cittadinanza). Una tale affermazione ci dimostra come lavita sociale dalla polis ateniese del periodo classico costituisse un felice incontro trauna mentalità, individualistica e affaristica, più moderna e unopposta mentalitàcomunitaria, più arcaica, che tendeva a considerare lindividuo parte inscindibiledal suo gruppo di appartenenza.Un dato interessante della biografia di Pericle inoltre, è il modo in cui egli ammi-nistrava la propria tenuta di campagna. Secondo alcune testimonianze infatti, egliimpiegava i prodotti ricavati da questultima in attività di mercato, in ciò peraltrocontrapponendosi alle usanze della nobiltà fondiaria più arcaica, basate sullidea e sullapratica dellautoconsumo e della tesaurizzazione delle eccedenze, anziché sul lororeinvestimento nei commerci. Questo fatto, del resto, sembra dimostrare una vol-ta di più unampia diffusione – a cavallo tra V e IV secolo – di attività e di menta-lità affaristiche tra una parte almeno dei membri della nobiltà agraria, classe allaquale Pericle appunto apparteneva. 303
    • aristocratici sceglievano di impiegare parte delle loro ricchezzein attività commerciali e affaristiche).2.3 - Lapporto dei meteci alla vita economica ateniese Fin qui abbiamo analizzato la trasformazione delle po-leis greche da una fase economica «chiusa», ancora cioè essen-zialmente basata sullautoconsumo, ad una «mista», nella quale –come sottolinea Musti – un ruolo non secondario e decisamentevivificatore svolsero i traffici e le attività (a essi strettamenteconnesse) di carattere artigianale-manifatturiero urbane, e ciòperaltro secondo un trend di crescita che rimase pressoché co-stante fino allincirca al IV secolo. Qui avanti, invece, vogliamo soffermarci sul ruolo svol-to dai meteci in una tale trasformazione, in particolare per quan-to concerne levoluzione dello stato ateniese. Dedicando unosguardo privilegiato a questultima realtà, divideremo lapportodei meteci tra una componente diretta (i tributi) ed una indiretta(legata al mutamento sociale ed economico da essi impresso, e inseguito cospicuamente sostenuto, alle città-stato ospitanti).2.3.1 - Apporto finanziario Per quanto concerne lapporto finanziario – ovvero, percosì dire, diretto e «a breve termine» – dato dagli stranieri resi-denti alleconomia ateniese (nonché più in generale a quella dellepoleis greche), possiamo dire che esso consisté essenzialmentenel pagamento di speciali tributi, particolarmente onerosi, ad A-tene detti «tasse sui meteci». Riguardo a questultima realtà poi,possiamo affermare che tali tributi – come del resto quelli pro-venienti dalle città-stato aderenti alla Lega marittima – costitui-rono per essa una fonte di ricchezza davvero notevole, dallo Sta-to poi in massima parte reimpiegata in attività di interesse pub-blico, quali la costruzione di monumenti ed edifici religiosi o ci-vili, o in elargizioni e in speciali concessioni a vantaggio dei cetieconomicamente più deboli. Così, a partire dal periodo classico (VI-V secolo), con lacrescita delle finanze statali (dovuta appunto a un sempre mag-304
    • giore afflusso di ricchezze dallesterno della cittadinanza), lacondizione dei cittadini ateniesi – soprattutto di quelli meno ab-bienti – conobbe un lento ma costante innalzamento e migliora-mento: un processo questo, il cui esito estremo si collocò nel pe-riodo di maggior splendore della potenza ateniese, quello peri-cleo, durante il quale – tra le altre cose – il numero delle cleru-chìe (ovvero delle colonie o distaccamenti di territorio ateniesefuori dei confini della città, nei territori delle alleate) raggiunse ilsuo culmine. La grande massa di benefici ricevuti dallesterno – nonin ultimo, appunto, dai meteci – veniva insomma (coerente-mente con una concezione di origine gentilizia, fondata sulli-dea di eguaglianza e solidarietà tra liberi cittadini, discendentida una medesima stirpe) impiegata in opere in favore dellinteracomunità, e in particolare dei membri meno abbienti di essa.Lafflusso di tributi, sia dallinterno (dai dazi sulle merci estere,come dalle tasse sui meteci) che dallesterno dei territori statali(in particolare dalle città «alleate»), costituì allora, per tutto ilperiodo classico, una delle principali fonti di prosperità delloStato e dei suoi cittadini.2.3.2 - Apporto economico-politico Ma i meteci non furono fonte di ricchezza e prosperitàsoltanto attraverso il pagamento di tasse speciali, bensì ancheattraverso le conseguenze – di ampiezza peraltro, forse ancoramaggiore – delle proprie attività economiche. Con queste ultimedifatti, essi in un primo momento avviarono e in un secondomomento sostennero in modo decisivo quel processo di rinno-vamento sociale e produttivo che, nel corso di qualche decennio,portò lAttica oltre la fase essenzialmente agraria del periodo ar-caico e diede avvio ad una nuovo periodo della sua storia, sem-pre più caratterizzato dalla presenza di mercati e da una produ-zione di carattere «industriale», in contrasto e ad integrazionedelle precedenti forme di organizzazione economica. Oltre a quello diretto e di carattere finanziario quindi, imeteci fornirono ad Atene anche un altro contributo, del primonon meno importante, dando avvio a una sua profonda trasfor- 305
    • mazione sul piano sociale e produttivo: una trasformazione sen-za la quale essa non sarebbe presumibilmente mai divenuta la«regina» dellEgeo. Indotti infatti, come si è già detto, dal fatto di non pos-sedere terre (…potevano al limite esserne affittuari) a dedicarsispesso ad attività di mercato, i meteci posero le basi stesse dellacentralità economica e marittima di Atene. Inoltre, dando un so-stanziale apporto alla formazione di un tessuto produttivo di ca-rattere cittadino e «industriale», essi crearono i presupposti ma-teriali di unaltra fonte di prosperità per lo Stato ateniese (com-plementare tanto alle attività mercantili quanto a quelle agrarie),ovvero di attività manifatturiere la cui sede – come avveniva delresto anche per i mercati – era costituita prevalentemente dallazona portuale della città, dagli ateniesi chiamata Pireo. Non basta tuttavia, ricordare tali cambiamenti per esauri-re il contributo «indiretto» fornito dai meteci alla città di Atene,alla sua economia e al suo stile di vita. Non si devono difattinemmeno dimenticare altri apporti ad essa derivanti dalla loropresenza: apporti che, seppure di natura ancor più indiretta ri-spetto a quelli appena descritti, ebbero pur sempre per essa e peri suoi abitanti riflessi essenziali. Sommariamente, possiamo dire che tali contributi consi-sterono: a) nella possibilità per la città di porsi a capo della Legamarittima: una lega di natura militare e politica che presto acqui-sì anche fortissime implicazioni economiche e commerciali, eche, pur con alterne vicende, le permise per alcuni decenni diconservare un incontrastato dominio dei mari egei; b) nel fattoche lapertura di questi nuovi orizzonti di impiego e di arricchi-mento finisse col tempo per costituire un richiamo sempre piùpotente per gli stessi cittadini ateniesi, i quali in tal modo anda-rono a incrementare il volume dei traffici della città e ad accre-scere così, oltre alle proprie ricchezze private, anche quelle dellacomunità; c) nella pratica della tutela protezionistica e dellinco-raggiamento dato dalle istituzioni cittadine allo sviluppo delleproprie imprese: tutele che – come vedremo – furono rese possi-bili, in ultima analisi, proprio dalle enormi ricchezze doriginetributaria di cui la città poteva usufruire.306
    • - La Lega marittima ateniese - Cominciamo dal primo punto: la Lega marittima. Co-me già detto, essa – base di un mercato vastissimo e tenden-zialmente unitario nel quale la città-stato attica si inseriva inqualità di maggior centro economico – costituì per Atene unasorgente enorme di ricchezze tanto attraverso la riscossione deitributi imposti alle alleate, quanto attraverso le ingenti ricchez-ze accumulate dai privati cittadini attraverso le proprie attivitàproduttive ed commerciali. Ma in che modo – ci si chiederà – una tale lega si con-nette alla presenza dei meteci? Una tale relazione non solo esi-ste ma, pur restando per molti versi nascosta, è molto forte.Non si deve difatti ignorare che, nonostante la nascita «ufficia-le» di tale lega avvenisse nel 478 a.C. (cioè con la definitivavittoria greca nel conflitto contro i Persiani), limperialismo e-conomico e militare ateniese nel mondo egeo avesse avuto ini-zio ancora nel periodo di Pisistrato, trovando nei recenti avan-zamenti del tessuto tecnico e produttivo (sostanzialmente dovu-ti, come abbiamo visto, alla presenza dei meteci) una delle suepiù scaturigini profonde. - La crescente diffusione delle attività economiche urbane tra i cittadini ateniesi - Riguardo al secondo punto, cioè al sempre più frequenteinserimento dei cittadini ateniesi nelle attività imprenditoriali eaffaristiche, va notato ancora una volta come, mentre inizialmen-te fossero soprattutto i cittadini «non nobili» a inserirvisi, in unsecondo momento – anche probabilmente, a causa di un parzialesuperamento dei pregiudizi e delle ipoteche culturali nei con-fronti di esse – anche i ricchi proprietari terrieri finissero perprendervi parte attivamente, con il finanziamento delle impresecittadine attraverso il reinvestimento in esse di parte almeno del-le proprie eccedenze agricole. Un tale fenomeno di ampliamento delle attività urbanee affaristiche daltra parte, già a partire del IV secolo a.C. portò– accanto a un autonomo processo di selezione delle imprese 307
    • più forti, quali erano in genere, ovviamente, quelle con mag-giori capitali – alla formazione di una nuova «aristocrazia dinotabili», frutto in parte della fusione dellantica aristocraziaterriera con le nuove élite commerciali e finanziarie, quandonon di una sostituzione delle prime (ormai spesso decadute) daparte delle seconde. Quella visione retrograda, insomma, che portava lautore(ignoto) della «Costituzione dAtene» a descrivere la città comeun luogo di corruzione morale, nel quale lingenua semplicità delnobiluomo di campagna non poteva non cadere vittima di perfidiraggiri, fu presto affiancata – seppure mai realmente rimpiazzata– da una concezione molto più favorevole ad un incontro sia i-deologico che economico e pratico tra i gli antichi poteri agrari egli interessi delle classi commerciali e imprenditoriali cittadine. Non va infine dimenticata linversione di tendenza subitadalleconomia greca nel periodo propriamente ellenistico. Il de-clino dei traffici a livello egeo (in particolare per ciò che riguar-da la Grecia e le zone limitrofe) riportò difatti in auge in tale pe-riodo lantica economia fondiaria, mentre limpoverimento mediodella popolazione – privata di gran parte dei precedenti sbocchioccupazionali – rafforzò i rapporti di dipendenza dei ceti medi eminuti nei confronti di quelli più ricchi, la fonte di benessere deiquali era oramai peraltro ritornata in gran parte a essere appun-to… la rendita fondiaria! Comunque, lestensione sia dei traffici che della stessa«cultura» dei traffici (ovvero di una mentalità di tipo imprendi-toriale e cittadino) non poté, a partire dalla loro diffusione e colloro graduale affermarsi e radicarsi in età classica e poi ellenisti-ca, non determinare una progressiva integrazione dei meteci inseno alla società, ovvero un graduale superamento delle resi-stenze anche ideologiche a una loro piena accoglienza nel senodella cittadinanza. (Ma questo argomento verrà approfonditomeglio in un prossimo paragrafo.) - La tutela delle proprie imprese - Riguardo infine allultimo punto, in merito cioè alla pra-tica protezionistica portata avanti dalle istituzioni cittadine nei308
    • confronti delle proprie imprese (pratica che ebbe, senza dubbio,un effetto fortemente positivo sullo sviluppo economico e pro-duttivo della città), possiamo dire che essa si esplicò fondamen-talmente nella consuetudine dei pubblici appalti. Se da una parte difatti, dai tributi e in genere dalle cospi-cue ricchezze affluenti nelle casse dello Stato (ovvero della co-munità dei liberi cittadini) provenivano i fondi necessari perquelle grandi opere che facevano (e fanno ancor oggi) grandeAtene, dallaltra era quasi sempre cura dello Stato appaltare taliopere ai suoi stessi cittadini: una pratica questa, che ebbe comerisultato quello di rafforzare ulteriormente la già florida econo-mia ateniese. Ancora una volta dunque, vediamo qui come la cit-tà reimpiegasse le proprie ricchezze al fine di incrementare il suobenessere, rafforzando peraltro in tal modo, non solo la sua giàricca economia, ma anche il senso di coesione sociale tra i suoimembri. * Possiamo allora concludere il nostro discorso dicendoche non è esagerato affermare che quello dato dai meteci a parti-re soprattutto dalletà di Solone alla vita economica ateniese, fuun apporto davvero fondamentale. Senza di essi difatti, non sa-rebbe probabilmente stata possibile la nascita della civiltà ate-niese classica. E tuttavia, dobbiamo anche rilevare come gli Ateniesi(pur pienamente consapevoli – come dimostra tra laltro, un ce-lebre testo di Senofonte, l«Economico» – della funzione vivifi-catrice e apportatrice di benessere degli stranieri) si mostrasserocomunque alquanto riluttanti a dimostrare loro una vera gratitu-dine, preferendo mantenerli in una condizione di sostanzialemarginalità, quantomeno dal punto di vista politico. Nei prossimi paragrafi analizzeremo perciò, sia gli a-spetti e le coordinate fondamentali di un simile atteggiamento(che potremmo tranquillamente definire xenofobo), sia le ragioniideologiche che – assieme peraltro ad altre, più schiettamentepratiche, legate a interessi di natura materiale – vi furono a base. 309
    • 3 - Il «meteco ideale» Già più di una volta in precedenza abbiamo accennatoalle limitazioni, tanto civili quanto politiche, cui erano sottopostii meteci: un fatto che entra, almeno apparentemente, in stridentecontrasto con la centralità dellapporto da essi palesemente datoalla vita delle città ospitanti. Il nostro primo compito ora, è dun-que quello di cercare di individuare le coordinate ideologiche diun tale atteggiamento discriminatorio, diffuso peraltro non soload Atene, bensì più in generale in tutti gli Stati greci, e fortemen-te complementare alle convenienze materiali della ristretta co-munità dei cittadini (e ciò ovviamente nella misura in cui, se sideve spartire una certa quantità di ricchezza, è più convenientefarlo tra poche persone che tra molte). Prima di tutto ci pare quindi necessario analizzare lideaastratta e idealizzata che gli ateniesi avevano del meteco inquanto tale, ovvero quella visione che, seppure senza dubbio se-condo modi e gradi differenti, doveva comunque essere ampia-mente condivisa dai membri della cittadinanza.56 Daltronde, per trovare testimonianze riguardo a un taleideale, ci pare utile rivolgerci – prima e piuttosto che ad autoripropriamente politici quali i filosofi, o comunque ad autori, co-me gli oratori, impegnati in una riflessione cosciente in merito56 Sarebbe infatti semplicistico affermare che, a questo proposito, la cittadinanzanella sua interezza mantenesse ununica posizione. Come mostreremo più avanti,per esempio, i cittadini più conservatori si mostrarono quasi sempre refrattari aconcedere anche a singoli meteci la cittadinanza, anche peraltro nel caso di indivi-dui la cui abnegazione alla causa e agli interessi della città fossero un fatto dimo-strabile attraverso le azioni personali. Più aperte erano invece di solito, in questosenso, le correnti di orientamento democratico.A riprova di quanto si è appena detto, si potrebbero portare gli eventi che segui-rono la restaurazione oligarchica in Atene, nel periodo dei Trenta Tiranni (404). Ilcelebre oratore (nonché meteco) Lisia, ad esempio, nella sua orazione «ControEratostene» ci tramanda il vero e proprio pogrom compiuto ai danni di alcuni ric-chi meteci dagli esponenti del nuovo regime politico. E anche se, secondo la te-stimonianza stessa delloratore ateniese, non furono tanto motivazioni di carattereideologico a guidare gli assassini, bensì piuttosto la loro brama di ricchezze, taleazione fu in ogni caso giustificata agli occhi della cittadinanza con idee e pregiudizixenofobi.310
    • alla realtà della polis e ai rapporti di potere in essa vigenti – aquegli artisti e letterati che, data tra laltro la natura essenzial-mente descrittiva e narrativa delle loro opere, riflettono certa-mente in modo più fedele i luoghi comuni della propria epoca. Inparticolare, ci soffermeremo qui sul testo di uno dei principaliautori tragici ateniesi, Euripide, il quale in una celebre tragedia(Le Supplici) delineava, in modo rapido ma molto inciso, un ri-tratto del «buon meteco», nella figura di Partenopeo. Riguardo a questultimo egli scriveva che, cresciuto finda bambino dalla città di Argo, «…come debbono fare gli stra-nieri in una città che non è la loro, non portò mai invidia e odioalla città, né fu mai amante delle contese che rendono odiosi icittadini agli stranieri», e concludeva dicendo che aveva «difesola città come uno che fosse argivo». Questi comportamenti del resto, secondo tale visione,non erano per nulla casuali, essendo piuttosto il risultato di unaprecisa educazione che era stata impartita al meteco Parteno-peo sin dalla prima infanzia. Scriveva difatti poco dopo Euripi-de che: «nobile educazione produce senso dellonore», e che«ad essere un buon cittadino si impara, se anche un bambinoviene istruito a dire e a fare quello che non conosce». (Euripi-de, Supplici, 4° ep.) Si può dunque ben comprendere da ciò, come il fonda-mento ideologico di quella che abbiamo definito lingratitudinedei cittadini ateniesi – e più in generale dei cittadini delle poleisospitanti – nei confronti degli stranieri residenti, si fondasse es-senzialmente sul fatto che questi, anche qualora si fossero sta-bilmente insediati sul loro territorio e magari ben integrati in es-so, non fossero (tra laltro e non in ultimo, per ragioni etniche odi sangue) sentiti fino in fondo come portatori dei caratteri eticiche caratterizzavano i membri della cittadinanza vera e propria,e che costituivano il collante stesso della loro comunità. La città, partendo da tali presupposti, non si sente quindiin dovere di ricompensare i meteci con particolari favori econo-mici, né tantomeno con concessioni politiche. Essa si sente piut-tosto in dovere – tanto per tutelare se stessa, quanto appunto perricompensare i propri ospiti – di rendere questi ultimi il più pos-sibile partecipi delle virtù (aretai) proprie dei suoi cittadini. 311
    • È appunto questo, allora, il dono che la polis fa aglistranieri che hanno scelto di stabilirvisi: il dono della «trophé»,cioè di un sostentamento che non ha un carattere materialebensì una natura molto più alta, spirituale e morale. Un donoche, inoltre, permette allo straniero di inserirsi nella vita dellacittà (intesa come ununità armonica ed autosufficiente: comeun kosmos)57 in qualità di parte attiva – seppure chiaramentecon alcune limitazioni. A questo proposito scrive Guido Avezzù, nella sua in-troduzione ad una delle più celebri orazioni di Lisia, la «ControEratostene»: «Se il meteco svolge, sul piano economico, unafunzione insostituibile e indubbiamente più estesa di quella chelorganizzazione statale esercita nei suoi confronti, a sua volta nericeve qualcosa che sopravanza il vantaggio economico derivan-te dal fatto di trovarsi su una «piazza» come Atene: questo qual-cosa – la vera e propria trophé elargita al meteco – è il dono del-la kosmiotes, unazione pedagogica che lo inserisce in un ordinee ne fa un soggetto in grado di comunicare con altri soggetti inconformità allordine». (Lisia, «Contro i tiranni», a cura di G.Avezzù, Marsilio, pag. 32.) Insomma, lo straniero residente (quantomeno nellacce-zione ideale del termine) è un individuo che, pur originariamenteestraneo alla città, ha assimilato e fatto propria – per merito sin-tende di unazione pedagogica che la comunità dei veri cittadiniha consapevolmente esercitato su di lui – la concezione che ca-ratterizza la comunità ospitante. Un fatto che lo ha reso, seppure57 Lidea – di origine arcaica – della polis come ununità in sé finita ed autosuffi-ciente (kosmos) non venne in realtà mai del tutto superata. Ancora sul finire delperiodo classico, per esempio, il filosofo Aristotele, nel suo trattato sulla «Politi-ca», parlava della città come di una realtà autarchica, capace cioè di bastare a sestessa, sia da un punto di vista materiale che da un punto di vista politico.Tuttavia, lo sviluppo in epoca classica e poi ellenistico-romana, di uneconomia discambi sempre più estesa, portò tali atteggiamenti a perdere gran parte della lororeale ragion dessere e quindi della loro consistenza. La polis divenne insomma, coltempo, una realtà sempre più integrata allinterno di un tessuto politico ed eco-nomico molto più ampio: prima (in epoca classica) nella compagine degli Statigreci, e in seguito in quella dei grandi imperi ellenistico-romani.312
    • solo entro certi limiti, un soggetto attivo allinterno di essa, dalmomento che – e solo poiché – egli ne ha assimilato le virtù. Daltronde il meteco – sempre sintende in una simile vi-sione – si accontenta, essendo consapevole di non poter comun-que essere un vero cittadino, di unintegrazione solo parziale, inqualità appunto di non-polités, mostrandosi ciononostante gratoalla città per i benefici ricevuti. È questa – manco a dirlo – una visione estremamentepartigiana del problema, e volta tra laltro a giustificare lo sfrut-tamento economico portato avanti dalle istituzioni cittadine aidanni dei meteci (i quali però, non va dimenticato, ricevevanoanche grandi vantaggi dalla propria presenza su un mercato qua-le quello ateniese, e più in generale delle città ospitanti). Ma una tale concezione, lungi dallessere meramentestrumentale, aveva anche dei profondi fondamenti storico-ideologici, le cui origini risalivano ancora alle società gentiliziedel Periodo oscuro e – più recentemente – a quelle arcaiche, pre-cedenti il periodo più propriamente classico. Tenteremo quindi,qui avanti, di analizzare tali origini.4 - Due atteggiamenti verso i meteci Nel paragrafo precedente abbiamo esaminato una visio-ne generale ed astratta – «archetipica», per così dire – di meteco,espressione (almeno presumibilmente) di unideologia largamen-te condivisa a livello cittadino. Qui avanti invece, vorremmosoffermarci tanto sulle origini storiche di un simile atteggiamen-to, quanto sulle ragioni che – con ogni probabilità – furono allabase di un altro atteggiamento, di natura essenzialmente oppostarispetto a quello appena descritto: molto più favorevole cioè aduna piena accettazione dei meteci nel corpo sociale della città. Andiamo con ordine. Abbiamo già analizzato i due tipidi economia, coincidenti peraltro, a grandi linee, con due distinte«fasi» della storia ateniese, e più in generale greca: a) leconomiaarcaica, di tipo fondamentalmente agricolo e basata sullauto-consumo, e b) leconomia del periodo classico, allinterno dellaquale un ruolo sempre crescente finirono per svolgere le attivitàeconomiche cittadine (commerciali e artigianali), e nella quale – 313
    • come scrive lo studioso D. Musti – le antiche strutture agrariedel periodo precedente, pur lungi dallessere dominate o sradica-te dalle nuove, furono comunque da queste fortemente vivificatee in qualche modo rinnovate. A tali periodi economici, corrisposero parallelamentedue periodi «ideali»: luno dominato pressoché interamente dal-lidea della cittadinanza intesa come una realtà pressoché impe-netrabile dallesterno, in quanto fondata su vincoli di sangue esul mito di unareté naturale condivisa dai componenti dellacomunità cittadina; e un altro in cui invece un tale atteggia-mento finì per essere stemperato da unideologia di segno op-posto, originata dalle nuove pratiche economiche (i mercati) edallhumus culturale e sociale da esse generato. Allantica men-talità gentilizia e agraria, fondata sullidea di una comunitàchiusa ed autosufficiente (non solo da un punto di vista politicoma anche economico), se ne affiancò così gradualmente unal-tra, decisamente più pragmatica e dinamica, incline a emanci-pare i membri della comunità dai vincoli etnici prevalenti in-vece nei periodi precedenti. Sarebbe tuttavia semplicistico e fuorviante contrapporreuna mentalità «chiusa» di epoca arcaica, ad una mentalità im-prenditoriale moderna e razionalistica di epoca classica, quan-tomeno nella misura in cui volessimo vedere questultimo atteg-giamento come nettamente predominante allinterno di questaseconda stagione della storia greca. Sinteticamente, possiamo forse dire che, se in epoca ar-caica nettamente dominante fu una mentalità di carattere per co-sì dire separatistico, decisamente poco incline cioè a concederediritti di qualsiasi natura a stranieri che – stabilmente o comun-que per lunghi periodi – risiedessero sul territorio cittadino; inepoca classica invece, con il primo decollo dei mercati e dellavita economica cittadina, un tale tipo di pregiudizi e le limita-zioni a essi connesse cominciarono a indebolirsi; e che infine, inepoca ellenistica e successivamente romana, tali componenti dichiusura e di marginalizzazione conoscessero (anche in conse-guenza peraltro di unulteriore espansione e internazionalizza-314
    • zione dei mercati58) unulteriore indebolimento. Sempre più faci-le insomma, divenne col tempo per i meteci, da una parte riusci-re ad ottenere un riconoscimento e una piena accettazione allin-terno del corpo della cittadinanza, e dallaltra – caso ancora piùestremo, che riguardò, anche in epoca classica, casi rarissimi –unequiparazione di tipo politico e giuridico ai suoi componenti,con il riconoscimento della cittadinanza a pieno titolo. Del pari, non è difficile immaginare come furono le for-ze produttive e sociali – nonché politiche – maggiormente legateallantico mondo agrario, quelle che maggiormente osteggiaronolintegrazione e lequiparazione dei meteci ai membri del corpocittadino. Ciò che avvenne chiaramente per ragioni soprattuttoideologiche, essendo tali forze particolarmente legate a conce-zioni gentilizie e arcaiche della società. Sarebbe esagerato però, vedere nella popolazione agri-cola (che peraltro rimase sempre, rispetto a quella delle città,largamente maggioritaria) un nemico e un avversario implacabi-le delluniverso economico e produttivo urbano, nonché quindidegli stessi meteci. Se da una parte difatti, soprattutto nei primiperiodi dello sviluppo dei mercati, la prospettiva di un tale tipodi occupazioni rappresentò per i piccoli proprietari di terre e peri cittadini nullatenenti (teti), una realistica speranza di emanci-pazione dalla tirannia delle élite fondiarie nobiliari; dallaltra, inun secondo momento, anche i membri di questultima classe –vinte, almeno in parte, le proprie resistenze ideologiche – inizia-rono a praticare con una certa frequenza il reinvestimento delleproprie eccedenze in attività commerciali, avvicinandosi in talemodo al mondo affaristico urbano. Sempre per tale ragione, sarebbe abbastanza semplicisti-co considerare i meteci nella loro globalità come una classe so-ciale di orientamento anti-aristocratico. Infatti, lalleanza sempre58 Giova qui ricordare, una volta di più, lenorme sviluppo dei traffici avvenuto inepoca ellenistica. In tale epoca infatti, la continuità politica e – almeno a livello diélite dirigenti – linguistica e culturale dei territori interessati dalle conquiste ales-sandrine, ora divenuti appunto ellenistici, favorì listituirsi di relazioni commercialitra regioni anche molto lontane tra loro. Uneredità che fu poi raccolta e sviluppa-ta ulteriormente dalla dominazione romana. 315
    • più frequente tra i poteri economici e finanziari urbani – no dirado gestiti da stranieri – e i più antichi poteri fondiari, portòspesso i primi ad «aristocratizzarsi», avvicinando al tempo stes-so i secondi alla nuova mentalità affaristica cittadina. Una tale alleanza poi – unitamente ad altri fenomeni dilunga durata, dovuti allevoluzione intrinsecamente selettivadei mercati – portò come conseguenza alla formazione semprepiù evidente di una nuova élite di notabili, il cui carattere di-stintivo non era più (quantomeno peculiarmente) una nobile di-scendenza, bensì piuttosto la ricchezza frutto dei commerci edelle attività industriali, e reinvestita poi in forme sia monetariesia fondiarie. Ma anche lo sviluppo a livello globale di mentalità e dipratiche affaristiche non riuscì mai a cancellare del tutto le resi-stenze di unantica mentalità isolazionistica arcaica, la cui persi-stenza si esplicò tra laltro nel perdurare nella mentalità comunedi pregiudizi anti-affaristici e anti-moderni – come largamenteattestato, tra laltro, da molte fonti letterarie. È noto ad esempio come – secondo unetica ampiamentecondivisa anche in epoca classica – profondamente immoraledovesse ritenersi latteggiamento di colui che mirava a un arric-chimento affaristico indefinito (anche magari, attraverso azzar-date manovre speculative). Onorevole – o comunque più onore-vole – era invece il tentativo di perseguire, attraverso gli affari,un arricchimento moderato e «onesto», i cui proventi fossero i-noltre devoluti in una certa misura a vantaggio dellintera comu-nità, secondo la diffusa pratica delle benemerenze cittadine. In conclusione, possiamo dire che i meteci furono, nelcorso di tutta lepoca classica – ma anche probabilmente, dellasuccessiva età ellenistica e romana – una presenza considerevolee costante ma anche decisamente marginalizzata allinterno dellapolis, una presenza resa dai suoi stessi caratteri tanto indispensa-bile quanto negletta, tanto affascinante (data la notevole capacitàdi adattamento di cui spesso davano prova, e che era poi una del-316
    • le ragioni della loro predisposizione per gli affari)59 quanto mal-vista dai membri della cittadinanza vera e propria. E non può non balzare allocchio, dopo una tale osserva-zione, il possibile paragone a livello storico di questa ad altrecondizioni di marginalità. Si pensi a questo proposito ai liberti(gli schiavi affrancati) del mondo romano, e – più tardi – agliebrei dellEuropa cristiana: gruppi sociali che, pur svolgendo unruolo indubbiamente vivificatore per leconomia e per gli scambi(ed anche spesso per la vita culturale), furono oggetto di sospettie pregiudizi, e con ciò anche di ingiuste limitazioni di caratterepolitico e morale, divenendo inoltre – nei casi più drammatici –dei comodi capri espiatori per i problemi che affliggevano la so-cietà.59 Anche la testimonianza di Platone, un autore di orientamento peraltro decisa-mente conservatore, avvalora la tesi dellimportanza dei meteci allinterno dellasocietà ateniese classica. Ne è prova soprattutto il primo libro della Repubblica,ambientato nella casa di un ricco e celebre meteco, Cefalo, che fu tra laltro padredel celebre oratore Lisia. Ed è appunto in casa di Cefalo che Socrate e i suoi inter-locutori (tra cui il sofista Trasimaco) dibattono su molte questioni filosofiche: unfatto che non può non far riflettere sul ruolo non secondario assolto dai meteciallinterno della vita sociale e culturale ateniese. 317
    • Un modello assoluto: Sparta In un episodio della «Guerra del Peloponneso» di Tu-cidide (1, 70), alcuni ambasciatori Corinzi che debbono perora-re la causa della guerra contro Atene di fronte ai cittadini spar-tani, stigmatizzano in modo semplice ma efficace la differenzatra le due principali città-stato del loro tempo, definendo gliSpartani «lenti» e gli Ateniesi «veloci». Tale definizione alludeovviamente al conservatorismo dei primi, il cui regime al tem-po conservava ancora intatte molte delle caratteristiche delleistituzioni greche più arcaiche, di contro al dinamismo dei se-condi, la cui storia al contrario era ricca di trasformazioni siainterne (sociali, economiche e politiche) sia esterne (formazio-ne dellimpero marittimo). In effetti, Sparta era il luogo in cui i sistemi oligarchicinella loro forma più arcaica si erano meglio conservati: a diffe-renza di essa infatti, tutti gli altri Stati greci, anche quelli piùconservatori, avevano col tempo conosciuto delle trasformazio-ni, delle modernizzazioni. Né una tale unicità spartana deve es-sere ritenuta casuale, dal momento che i fattori alla base di talicambiamenti (ovvero essenzialmente: la moneta, il commercio eil diffondersi del nuovo spirito libertario e imprenditoriale a essilegato) a Sparta non avevano mai potuto penetrare, se non inmodo molto superficiale, in particolare nella vita sociale e neicostumi dellaristocrazia dominante (gli spartiati) che sola dete-neva le redini del potere politico. Inoltre – fatto questo, del tutto inusuale per tutte le altrecittà-stato greche – i membri dello Stato spartano vivevano inuna condizione di sostanziale eguaglianza giuridico-politica e, ingran parte almeno, patrimoniale, quale premessa necessaria perconservare la propria coesione di fronte al pericolo, costante-mente presente, di una ribellione delle popolazioni asservite siadentro che fuori i propri confini.318
    • Inoltre, lesigenza di mantenere un saldo dominio su po-poli soggiogati da antica o antichissima data (in parte, probabil-mente, dal tempo delle invasioni doriche) aveva determinato nel-la Sparta del periodo classico unorganizzazione sociale rigida-mente stratificata, che costituiva lincarnazione delloligarchianella sua forma più pura, ovvero di una società basata sullideadella stirpe e su criteri di nascita che inibivano fortemente ognidinamismo sociale. Quello spartano era difatti un sistema sociale tripartito.Innanzitutto vi erano gli spartitati, che costituivano la casta do-minante dellintero sistema (lunica che godesse dei diritti politicie quindi di potere decisionale); al di sotto di essi vi erano i pe-rieci (letteralmente, «coloro che abitano (oikeo) nei pressi o at-torno (perì)» ai veri cittadini) cui erano delegate attività comelartigianato o il commercio; ed infine, al di sotto di entrambi, gliiloti che coltivavano le terre degli spartiati e che costituivano insostanza la classe degli schiavi di stato. Qui avanti parleremo di questa città-stato da tre punti divista differenti, che tuttavia si integrano e si completano tra loro:quello genetico; quello strutturale o sociale; quello politico e i-stituzionale.1 - Il percorso genetico di Sparta Lo Stato spartano – o meglio ciò che lo precedette – sor-se dallinvasione e dallespropriazione violenta delle regioni dellafertile Laconia (la valle dellEurota) da parte dei Dori. Questi ul-timi sottomisero le popolazioni achee che li avevano preceduti,riducendole in gran parte in schiavitù o comunque in una condi-zione di forte minorità. Già molto tempo prima delle guerre con-tro la vicina Messenia, dunque, la società spartana aveva iniziatoa fondarsi sullasservimento di popolazioni costrette a lavorare avantaggio dei propri membri. Ma un tale ordinamento richiedeva anche, per forza dicose, una grande coesione sociale tra i componenti dellaristo-crazia dominante, la cui vita si organizzò perciò attorno ad alcu-ni centri daggregazione stabile che ne rimarcavano la distanzadalle popolazioni sottomesse, soprattutto da quelle schiavizzate. 319
    • Molto probabilmente dunque, in questa regione, la cittadellaprimitiva (la polis) costituì da subito lepicentro di un processodi assembramento non occasionale, bensì stabile, dellintera po-polazione possidente. A partire da queste considerazioni si puòquindi osservare come, in Laconia, le città – seppure in una for-ma particolare, caotica e poco strutturata – si affermassero primache nel resto della Grecia, e come ciò avvenisse inoltre per ra-gioni di natura squisitamente militare e difensiva. Gli spartiati inoltre, probabilmente sin dai tempi più an-tichi, e sicuramente con un andamento crescente a partire dalleguerre messeniche dellVIII secolo a.C., improntarono tutta lapropria esistenza a rigidi valori militari e comunitari cui eranoeducati fin dalla prima infanzia, secondo un processo formativodel tutto particolare, chiamato agoghé, che si svolgeva sotto ladirezione e la vigilanza dello Stato. Unaltra differenza tra Sparta e le altre città-stato greche(in particolare Atene) fu poi il precoce superamento dei partico-larismi politici legati alle grandi famiglie nobiliari, ognuna dellequali godeva tradizionalmente nel mondo greco di un poterepressoché esclusivo su un territorio determinato: potere che e-sercitava ovviamente a spese dellautorità centrale dello Stato.Tali poteri «feudali» e centrifughi, formatisi in un lontano passa-to in seguito allindebolimento degli antichi istituti monarchicidorigine micenea, non furono altrettanto rapidamente superatidalle altre poleis greche, politicamente dominate da quella stessaaristocrazia terriera che di tali influenze era detentrice. A Spartainvece, i vari capi tribali si trovarono costretti molto presto a sa-crificare le proprie ambizioni particolaristiche in nome di quellastessa necessità di coesione che li aveva spinti a federarsi in unvero e proprio Stato. Un residuo delle antiche divisioni territoriali e familiarituttavia rimase, nella costituzione dei periodi maturi, nella dop-pia monarchia (diarchia) che vedeva i membri delle due fami-glie dominanti dellaristocrazia – gli Euripontidi e gli Agiadi –ricoprire un ruolo di primissimo piano nella vita sociale delloStato, in qualità di re e di supreme cariche militari. Sin dalle fasi iniziali della loro storia, quindi, Sparta ein generale le società laconiche furono caratterizzate da una se-320
    • parazione nettissima tra una casta di dominatori e una di domi-nati; dalla tendenza (strutturale nei popoli conquistatori ma quiparticolarmente forte) a costituirsi in una comunità il più pos-sibile compatta e inattaccabile dallesterno, a spese dei propriparticolarismi interni (e ciò, ovviamente, in risposta al continuopericolo di ribellioni da parte delle popolazioni sottomesse); dauna spiccata attitudine a coltivare valori di carattere militare,basati sullidea di una violenza organizzata, nonché sistemati-camente perseguita.2 - La società spartana Quella spartana era – come si è già più volte detto – lasocietà oligarchica e tradizionalista per eccellenza, in quantofondata non sul censo (fattore che poteva crescere o diminuire aseconda delle circostanze), ma sulla stirpe, che nessun eventopoteva modificare. A base di essa vi erano quindi alcune castechiuse, cui corrispondevano, per così dire, tre «stirpi» o ceppietnici fondamentali: quello degli spartiati (le popolazioni dori-che); quello dei perieci (le popolazioni laconiche, non doriche);e quello degli iloti (le popolazioni achee della Laconia antece-denti le invasioni del XIII secolo a.C., cui si assommarono poiquelle messeniche, in gran parte ridotte in schiavitù dalle guerredi conquista spartane).2.1 - La società spartiate Iniziamo dagli spartiati, sui quali – in quanto casta do-minante – abbiamo inevitabilmente più informazioni. Caratteri-stica della comunità spartiate era la grande selettività, misura ingran parte giustificata dal bisogno di mantenere alto il livelloqualitativo dei suoi membri. Questi ultimi potevano difatti, persvariati ordini di ragioni, decadere dal proprio rango e diveniresemplici perieci, anche se – per converso – nessuno che non fos-se uno spartiate per nascita poteva divenirlo per meriti personali.Proprio un simile aspetto di chiusura daltronde, finì sui tempilunghi per costituire uno dei punti deboli della comunità spartia-te, in quanto determinò unelisione progressiva del numero dei 321
    • suoi membri rendendone così sempre più difficoltoso il dominiosul resto della popolazione, che per converso tendeva a crescere. Gli spartiati vivevano nelle zone più fertili della Laco-nia, nei pressi del fiume Eurota, su territori che avevano il van-taggio di essere naturalmente isolati e protetti da quelli vicini,abitati da popoli sottomessi e quindi potenzialmente ostili. LaLaconia era difatti tendenzialmente divisa in tre cerchi concen-trici, il più interno dei quali era occupato appunto dagli spartiati,lintermedio dai perieci, e il più esterno dagli iloti. La comunità spartiate, del resto, era intesa dai suoi stessimembri più che come un insieme di liberi individui (come, al-meno indicativamente, accadeva nel resto della Grecia e in parti-colare ad Atene) come una collettività unita e compatta, capace,attraverso le proprie istituzioni, di giocare un ruolo essenzialenella vita di ogni componente, guidandone il percorso esistenzia-le dalla nascita alla morte, spezzandone (almeno teoricamente)ogni velleità di libertà personale e inquadrandolo in rigidi sche-mi di comportamento. Centrale, come si è già accennato, in questo percorso dimaturazione era lagoghé, leducazione dello spartiate, il qualegià a sei anni veniva sottratto alla famiglia e iniziava a condurreunesistenza rigidamente comunitaria – egli, ad esempio, man-giava sempre con i coetanei in mense pubbliche – improntata auna disciplina rigidissima, dalla quale apprendeva (o avrebbedovuto apprendere) lobbedienza e il rispetto assoluto delle rego-le e dei valori della comunità, la capacità di sopravvivere anchein circostanze estreme e, più in generale, larte di essere un per-fetto soldato. Non a caso, quello spartano era lunico popolo disoldati professionisti che la Grecia conoscesse, mentre per il re-sto gli eserciti delle città-stato elleniche erano composti da libericittadini che si sottoponevano ai rigori della disciplina militaresolo in caso di necessità. Daltronde, bisogna anche ricordare che il durissimotraining formativo appena descritto terminava verso i trentanni,età nella quale lo spartiate riacquisiva – almeno in parte – lapropria libertà personale e poteva accedere alle cariche pubbli-che e allAssemblea, ovvero alla vita politica. Dopo i sessantan-ni poi, iniziava per lui unesistenza relativamente comoda, non322
    • priva di agi, che dimostra la venerazione che la società spartanaaveva verso gli anziani, incarnazione e testimonianza viventedella tradizione, fattore essenziale e imprescindibile di una co-munità che faceva della propria immutabilità il primo e il piùimportante dei suoi caratteri. Un altro aspetto da considerare è quello riguardante laproprietà delle terre. La società spartana infatti, pur comunisticanel senso che i suoi membri conducevano unesistenza in comu-ne (attraverso palestre, mense, assemblee, ecc.), non lo era affat-to nel senso della proprietà collettiva delle terre e in genere deibeni. Unica proprietà collettiva erano gli iloti, che venivano di-stribuiti in quantità eguali tra i membri della comunità. Le terretuttavia erano ereditarie e quindi private, e inoltre – attraversomatrimoni ed eredità, o altri fattori più o meno fortuiti – poteva-no col tempo accrescersi o diminuire. Limportanza detenuta dalla ricchezza privata allinter-no della società spartana, è del resto resa manifesta dal fattoche, per rimanere cittadini, fosse necessario riuscire a conser-vare una quota minima di proprietà fondiaria, al di sotto dellaquale si veniva declassati al rango di perieci. Era, questa, unadelle tante prove cui lo spartiate veniva sottoposto dallo Statonel corso della sua vita. Oltre a ciò, egli doveva essere in gradodi badare economicamente a se stesso, di pagare le spese dellapropria mensa e di quella dei propri figli, e di offrire alle figlieuna dote per maritarsi. Pur fortemente uniti tra loro dunque (si definivano infattihomoioi, eguali), gli spartiati non consideravano probabilmente– almeno oltre un certo limite – la solidarietà e la generosità re-ciproche come valori fondanti della propria esistenza sociale, laquantità di ricchezza privatamente posseduta da ciascuno essen-do uno dei tanti «indici» del suo valore personale (…altri eranolabilità nella lotta, la forza fisica, il coraggio in battaglia, ecc.) equindi del suo effettivo diritto a ricoprire il ruolo di cittadino. Né– contrariamente a quanto si potrebbe pensare – un tale atteg-giamento selettivo portava la società spartana a cercare di rein-tegrare i propri fuoriusciti con nuovi elementi provenienti dalle-sterno: ciò che molto probabilmente era dovuto non solo a pre-giudizi verso gli altri popoli, ma anche al fatto che, per quanto