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Scoperta e conquista dell'America
 

Scoperta e conquista dell'America

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Dall’avventura di Colombo alla nascita del colonialismo

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    Scoperta e conquista dell'America Scoperta e conquista dell'America Document Transcript

    • homolaicus.com Quale sarà il vero volto di Colombo?Questo libro ha provato a cercarne uno.
    • Prima edizione 2012Il contenuto della presente opera e la sua veste graficasono rilasciati con una licenza Common ReaderAttribuzione non commerciale - non opere derivate 2.5 Italia.Il fruitore è libero di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico,rappresentare, eseguire e recitare la presente operaalle seguenti condizioni:- dovrà attribuire sempre la paternità dell’opera all’autore- non potrà in alcun modo usare la riproduzione di quest’opera per finicommerciali- non può alterare o trasformare l’opera, né usarla per crearne un’altraPer maggiori informazioni:creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/ www.lulu.com/spotlight/galarico
    • Enrico GalavottiSCOPERTA E CONQUISTA DELL’AMERICA Dall’avventura di Colombo alla nascita del colonialismo È meglio non essere diversi dal nostro prossimo. O. Wilde
    • Nato a Milano nel 1954, laureatosi a Bologna in Filosofia nel 1977,docente a Cesena di materie storico-letterarie,Enrico Galavotti è webmaster del sito www.homolaicus.comil cui motto è:Umanesimo Laico e Socialismo DemocraticoPer contattarlo galarico@homolaicus.com
    • PREMESSA Il colonialismo dipende da una determinata cultura, e-sattamente come il capitalismo. Se gli uomini di una civiltà, diuna religione, di una nazione ecc. si sentono, ad un certo pun-to, in diritto di dover conquistare dei territori altrui, significache già al loro interno esiste una visione deformata delle rela-zioni sociali, esiste già il senso del dominio da parte del piùforte nei confronti del più debole. Questo senso o sentimento o atteggiamento sociale nondipende dalla psicologia dei popoli, ma da una cultura, da unadeterminata percezione della realtà, che nell’antichità (ma inparte ancora oggi), si esprimeva soprattutto in chiave religiosa(mitologica o metafisica o razionale che fosse). Le cause del colonialismo possono anche essere statesociali, politiche, economiche, ma noi dobbiamo puntare l’at-tenzione sulle cause culturali, quelle precedenti a tutto. Biso-gna scoprirle e cercare di superarle, proprio perché di fronte auna determinata situazione sociale (critica o conflittuale) nonci si debba sentire indotti nuovamente a rispondere con la scel-ta della sopraffazione e quindi inevitabilmente con quella delcolonialismo, che è sempre una forma di razzismo. Il problemaprincipale infatti è di non ripetere, in forme diverse, gli erroridel passato. Sono almeno tremila anni che l’Europa ha una pretesadi dominio verso le realtà più deboli. Ogniqualvolta i conflittisociali diventano troppo acuti per poterli risolvere pacifica-mente, in politica interna si usano i sistemi autoritari, i metodirepressivi, mentre in politica estera si adottano programmi diconquista coloniale, di sfruttamento delle risorse altrui, umaneo naturali che siano. Se in politica estera si ottengono «buonirisultati», è facile che aumenti la «democrazia» in politica in-terna.
    • Nel passato il dissenso interno ai paesi europei riuscivaa trovare una valvola di sfogo trasferendosi in territori da colo-nizzare, dove però i dissidenti riproducevano quegli stessi rap-porti antagonistici che avevano vissuto o subìto in patria, conla differenza che, nelle colonie, essi si sentivano autorizzati afarli subire alle popolazioni conquistate e ai loro territori. Anche ammettendo che nella loro terra d’origine i dis-sidenti volessero realizzare una qualche transizione al sociali-smo, bisogna dire che questa esigenza non s’è mai realizzatanelle colonie ch’essi hanno conquistato o semplicemente abita-to. E non tanto perché la loro stessa madrepatria non gliel’a-vrebbe permesso, quanto perché non avevano superato i limiticulturali di partenza. I coloni hanno sì potuto riscattarsi dal peso delle con-traddizioni subìte in patria, ma solo perché sono diventati inuovi padroni in casa d’altri. Non hanno mai cercato un rap-porto di collaborazione con le popolazioni incontrate, onde po-tersi opporre al dominio della madrepatria. E se l’hanno fatto,è stato in maniera strumentale, per necessità di circostanza, peraumentare il loro potere di colonizzatori. Il dissenso frustratonella madrepatria s’è trasformato nelle colonie in dominio neiconfronti dei territori conquistati e delle popolazioni sottomes-se. Questa cosa è potuta andare avanti finché ci sono stateterre da conquistare e popolazioni da sfruttare. Ma oggi tutto ilpianeta è stato colonizzato. Se le popolazioni sottomesse co-minciassero a ribellarsi, non ci sarebbe più modo, da parte deipaesi cosiddetti «avanzati», di trovarne di nuove da sottoporrea nuovi sfruttamenti. L’antagonismo non può più espandersi geograficamen-te, può solo acutizzarsi a livello sociale, là dove riesce a domi-nare. Ecco perché è diventata ancora più urgente la necessità direalizzare una transizione al socialismo democratico.6
    • INTRODUZIONE ALLE SCOPERTE GEOGRAFICHE La caduta dell’impero bizantino La caduta di Costantinopoli avvenne nel 1453 ad operadei turchi ottomani, che avevano preso il posto dei turchi sel-giuchidi in Asia Minore. Essi erano di religione islamica. A Fi-renze nel 1439 era stato siglato un accordo fra l’imperatore bi-zantino e la chiesa di Roma che prevedeva la sottomissionedell’Ortodossia al Cattolicesimo in cambio di una crociata an-ti-turca. Ma la crociata non venne intrapresa, anche perché lemasse bizantine rifiutarono gli accordi di quel concilio. Le scoperte geografiche Lo sbarramento ai traffici tra Oriente e Occidente frap-posto dall’impero ottomano spinse gli europei a cercare nuovevie di comunicazione. L’unica città che ancora conservava lapossibilità di commerciare coll’Oriente attraverso il Mar Rossoe l’Oceano Indiano era Venezia, che non voleva dividere i suoiprivilegi con nessuno. Oltre a ciò l’Occidente aveva bisogno dioro e argento per dare impulso alle nuove attività produttive ecommerciali della borghesia. La via oceanica all’Oriente venne aperta quando il por-toghese Bartolomeo Diaz doppiò la punta estrema del conti-nente africano (capo di Buona Speranza). La nave delle grandiscoperte fu la caravella, un piccolo veliero, agile e veloce. Na-turalmente nessun viaggio oceanico si sarebbe potuto fare sen-za il perfezionamento della bussola, lo studio dei venti e l’ela-borazione di carte nautiche più precise. All’inizio le scoperte geografiche saranno il frutto del-l’intraprendenza di mercanti, nobili decaduti, avventurieri enavigatori privati (genovesi e portoghesi soprattutto). In segui- 7
    • to i viaggi saranno organizzati dagli Stati dell’Occidente euro-peo. L’esigenza di scoprire nuove vie di comunicazione e nuo-ve terre da colonizzare, partiva anche dal fatto che la forma-zione delle monarchie nazionali implicava la costituzione dieserciti di massa, di un’amministrazione burocratica comples-sa, di una politica edilizia di prestigio che col normale prelievofiscale non si poteva più garantire. La scoperta dell’America Allorché si cominciò a credere che i portoghesi fosseroormai prossimi a raggiungere le Indie (India, Cina e Giappo-ne), i sovrani di Spagna (Isabella di Castiglia e Ferdinandod’Aragona) decisero di finanziare il progetto del genovese Cri-stoforo Colombo, che si proponeva di raggiungere le regionidell’Estremo Oriente, navigando verso Occidente, attraversol’Atlantico. Il progetto di Colombo era motivato da tre consi-derazioni: 1) che la forma della terra fosse sferica, 2) che fosserelativamente modesta la distanza, per via di mare, tra le costeoccidentali europee e quelle orientali asiatiche, 3) che fra essenessun altro continente vi fosse. Questo progetto venne dap-prima sottoposto ai portoghesi, che però lo rifiutarono, accon-tentandosi dell’impresa di Diaz. Lo scopo dell’impresa era unicamente commerciale emirava ai ricchissimi mercati di Cina e Giappone, di cui avevagià parlato Marco Polo (1271-91) nel suo libro il Milione.Quando Colombo approdò nell’arcipelago delle Antille eraconvinto d’essere giunto in Asia e grande fu il suo stupore nelvedere che non c’erano quelle enormi ricchezze di cui si parla-va in Europa. Per questo motivo la sua fortuna conobbe un ra-pido declino, nonostante i viaggi successivi. In seguito, i viag-gi di Caboto, Vespucci e Magellano dimostrarono che le terrescoperte da Colombo erano in realtà un nuovo continente. Le civiltà americane8
    • Gli AZTECHI erano caratterizzati da una monarchiaelettiva molto forte. Il re aveva poteri assoluti, in qualità di ca-po dello Stato e dell’esercito, nonché sommo sacerdote. Egliera affiancato da un notevole apparato amministrativo. Le cari-che civili e religiose erano riservate a una casta ereditaria: lanobiltà, la quale era anche l’unica a possedere privatamente laterra; i contadini invece la ricevevano in usufrutto dalla comu-nità. Mercanti e artigiani erano un ceto intermedio di privile-giati che si trasmettevano il mestiere di padre in figlio. Allabase della piramide sociale stavano i servi e gli schiavi (pri-gionieri di guerra o colpevoli di gravi delitti). Non conosceva-no l’applicazione pratica della ruota né gli utensili di metallo,nonostante conoscessero oro e rame. Molto considerate eranol’architettura, la scultura, la musica, la danza e la religione. Ce-lebravano sacrifici umani. Ritenevano che la vita di ogni uomofosse rigorosamente predestinata, giorno dopo giorno, in ogniparticolare. La loro capitale aveva 300.000 abitanti ed era tra lepiù grandi città del mondo. I MAYA era organizzati in città-stato dotate di comple-ta autonomia. Non erano però centri urbani abitati da una po-polazione stabile, ma luoghi di culto, dove avevano sede itempli e le abitazioni del clero. La popolazione viveva nellecampagne e si recava in città per il mercato e le cerimonie reli-giose. Capo della città era il sommo sacerdote, che detenevaanche i poteri politici e giudiziari. Il clero era affiancato da unpotente ceto nobiliare che aveva il privilegio della proprietàprivata della terra. I contadini lavoravano la terra in comune.La scrittura maya è ideografica e molto complessa. Avevanoconoscenze astronomiche superiori a quelle occidentali: calco-lavano l’anno solare in 365 giorni. Architettura, scultura, pittu-ra e ceramiche erano molto evolute. Gli INCAS avevano l’impero più vasto, controllato daun esercito agguerrito e da una struttura amministrativa effi-ciente. Non erano tuttavia bellicosi perché non schiavizzavano 9
    • i popoli vinti ma li associavano, fornendo loro ciò di cui ave-vano bisogno. Bene organizzata era la rete stradale. L’imperoera suddiviso in circoscrizioni rette da governatori. Capo su-premo era l’imperatore, con poteri politici, militari e religiosi.Egli era coadiuvato da quattro alti funzionari e dalla potentearistocrazia. Si serviva anche di un corpo di ispettori per con-trollare tutto l’impero. L’economia era soprattutto agricola. Laproprietà individuale non esisteva. La terra era divisa in tre ca-tegorie: terra del sovrano (per mantenere i nobili, i funzionari egli inabili al lavoro), terra dei sacerdoti e terra della comunità(per i contadini). Si coltivava in maniera intensiva: mais, pata-te, cereali. Conoscevano l’anestesia e una tecnica chirurgicamolto avanzata. Praticavano concimazioni e irrigazioni artifi-ciali, allevano i lama. Tessitura e ceramica erano molto svilup-pate. Grande importanza attribuivano alla divinazione. Pratica-vano sacrifici umani. Aspetti comuni delle tre civiltà amerinde L’agricoltura si basava sulla conoscenza d’importantipiante alimentari: mais, patate, fagioli, pomodori, peperoni...Non esistevano animali domestici: sconosciuti bue, cavallo, a-sino e cane. Sconosciuto l’uso della ruota, della moneta e delferro. Pochi contatti e conoscenze tra loro (parlavano più di100 lingue). Le religioni erano politeistiche, col culto delle for-ze naturali e con l’accettazione di una divinità suprema circon-data da divinità minori. La concezione del mondo era moltopessimistica. Quando queste civiltà vennero distrutte, eranoall’apice della loro potenza. La formazione degli imperi coloniali L’impero PORTOGHESE risultò costituito da unagrande rete di minuscole colonie commerciali e militari, situatelungo le coste occidentali e orientali dell’Africa, nei pressi del10
    • Mar Rosso e del Golfo Persico e in quei passaggi obbligati delcommercio asiatico: Birmania, Malacca ecc. In tal modo i por-toghesi potevano controllare tutto il commercio con l’EstremoOriente. Essi avevano distrutto l’intera flotta degli arabi d’E-gitto. L’unica colonia in cui il loro dominio si estese anche nel-l’entroterra fu il Brasile. L’impero SPAGNOLO nacque non secondo piani pre-ordinati, ma dalle feroci imprese dei conquistadores che lafebbre dell’oro spinse ad addentrarsi nei territori a nord e a suddell’America. Il loro impero era immenso: dal Messico all’Ar-gentina. Le popolazioni indigene vennero costrette ai lavoriforzati nelle miniere e nei campi, e ad accettare la religionecattolica. Per regolare le rispettive sfere di espansione, evitandodi ricorrere all’uso della forza, Spagna e Portogallo firmaronoil trattato di Tordesillas (1494), secondo cui alla Spagna sareb-bero toccate tutte le terre a occidente del meridiano che divi-deva l’Artico dall’Antartico, distante 370 leghe dalle isole diCapoverde; al Portogallo quelle a oriente. I più famosi conqui-statori spagnoli furono Cortés e Pizarro. I mezzi della conquista La facilità con cui il Nuovo Mondo cadde nelle manidei conquistatori trova la sua spiegazione in una serie di ragio-ni: 1) armamento superiore (armi da fuoco leggere e pesanti,spade d’acciaio, balestre, cavalli...), 2) buona parte delle popo-lazioni sottomesse da aztechi e maya passarono dalla parte de-gli europei, 3) le conquiste furono mantenute per mezzo dimassacri militari e decimazioni attraverso il lavoro forzato e leepidemie (ad es. in 120 anni la popolazione messicana passòda 25 a 2 milioni). L’organizzazione delle conquiste 11
    • I conquistatori portoghesi e spagnoli trasferirono nelleAmeriche forme di organizzazione politico-sociale simili al si-stema feudale ancora diffuso, anche se morente, in quasi tuttaEuropa. Nelle Americhe il modello feudale risultava molto piùoppressivo: agli indigeni venivano richieste prestazioni di la-voro illimitate e nessuna legge o consuetudine poteva tutelarli.I villaggi indigeni venivano affidati a quei capi militari che sierano distinti in guerra. L’attività economica più integrataall’economia europea era l’industria mineraria. Si sottraevanorisorse (poi esportate in Europa, che in cambio forniva beni diconsumo e di lusso per i dominatori locali) senza creare inve-stimenti. Conseguenze dell’espansione coloniale in Europa La sovrabbondanza di argento e oro svaluta il potered’acquisto delle monete tradizionali e fa aumentare il costodella vita. Le classi borghesi ci guadagnano, ma quelle a reddi-to fisso ci rimettono. L’intero sistema mondiale dei rapporti commerciali siconcentra rapidamente attorno all’Atlantico e al Pacifico. IlMediterraneo si avvia a inesorabile declino e così pure l’eco-nomia italiana, asservita peraltro allo straniero. Lo sviluppo capitalistico trova nel colonialismo un po-tente fattore di sviluppo. Dal Nuovo Mondo giunsero in Europa oro, argento,schiavi, spezie, zucchero, tabacco e molti prodotti alimentarisconosciuti. L’economia schiavista Quando gli indios furono decimati dalle guerre, dai la-vori forzati e dalle epidemie, gli europei pensarono di sostituir-li trasferendo i neri dall’Africa all’America. Per oltre tre secolii neri che venivano schiavizzati in Africa, vennero esportati at-12
    • traverso l’Atlantico, verso i mercati di schiavi d’America. Latratta dei negri fu iniziata dalla Spagna e dal Portogallo, e di-venne subito una fonte di profitto per gli Stati che vendevanolicenze ai trafficanti e imponevano delle imposte. Il monopolioispano-portoghese venne spezzato ben presto dalla concorren-za di Olanda, Inghilterra e Francia. 13
    • ALLA CONQUISTA DELL’AMERICA: PERCHÉ SPAGNA E PORTOGALLO? I presupposti economici Il colonialismo moderno nasce nell’Europa occidentaledei secoli XV e XVI, allorché già erano in atto i meccanismieconomico-sociali di disgregazione del feudalesimo e di for-mazione dei rapporti di produzione capitalistici, basati preva-lentemente sulla manifattura. In questo periodo, la metallurgiae l’industria mineraria, tessile, manifatturiera (ad es. orologi,vetri, specchi, armi da fuoco, oggetti di lavoro precisi, ecc.)avevano raggiunto un’indipendenza quasi totale dall’agricoltu-ra, realizzando profitti notevolmente superiori. Anche nellecampagne era aumentata quella parte della produzione agricolae dell’allevamento del bestiame destinata non al consumo deicontadini e dei feudatari, ma al mercato e allo scambio conprodotti dell’industria. La piccola produzione artigianale desti-nata al mercato locale, l’economia agricola finalizzata all’auto-consumo, le rendite parassitarie dei grandi latifondisti - tuttociò stava per essere superato da una forma sociale più redditi-zia: quella capitalistica, sia essa nella forma commerciale e u-suraia del mercante, che nella forma imprenditoriale vera epropria. L’allargarsi del mercato e della divisione sociale del la-voro stavano eliminando i rapporti personali tra produttore econsumatore, stavano trasformando i prodotti in merci, il valo-re d’uso in valore di scambio... I mercanti, in particolare, di-ventavano l’anello indispensabile che univa, su vasti mercati,le singole, grosse, aziende con i consumatori. I produttori di-retti, artigiani e contadini, rovinati dalla concorrenza dei pro-dotti dell’industria manifatturiera, o intenzionati a emanciparsidalla servitù della gleba o dalle costrizioni corporative, si tra-14
    • sformano in operai salariati: i più capaci o i più fortunati tenta-no la strada dell’imprenditoria privata a scopo di lucro. Uno dei modi ritenuti più facili per arricchirsi era ilcommercio con l’Asia, la cui importanza era notevolmente cre-sciuta dopo le crociate. Genova e ancor più Venezia distribui-vano a tutta Europa gli oggetti di lusso orientali più richiesti: lespezie (pepe, chiodo di garofano, cannella, zenzero, noce mo-scata...), l’oro e le pietre preziose. India, Cina e Giappone era-no considerati Paesi ricchissimi già dai tempi di Marco Polo.Tuttavia, tre problemi avevano messo in crisi queste transazio-ni: a) il mondo musulmano monopolizzava tutti i commercicon l’Oriente e l’Estremo Oriente, per cui l’Europa non potevaavere legami diretti con queste aree geografiche (la via com-merciale che passava attraverso il Mar Rosso era monopoliodei sultani egiziani, che a partire dal XV sec. avevano comin-ciato a imporre dazi doganali estremamente alti su tutte le mer-ci); b) il crollo della potenza mongola, ad opera di quella otto-mana, ebbe come risultato la fine del commercio carovanierodell’Europa con la Cina e l’India attraverso l’Asia centrale e laMongolia (l’ottomano era un regime dispotico di tipo feudale-militare); c) la caduta di Costantinopoli nel 1453 e le conquisteturche nell’Asia minore e nella penisola balcanica avevanochiuso quasi completamente la via commerciale verso l’Orien-te attraverso la stessa Asia minore e la Siria. Prima della «scoperta» dell’America, i commerci piùproficui, ma del tutto insufficienti, dei Paesi europei con l’O-riente e l’Africa erano diventati quelli con Egitto, Marocco,Algeria e Tunisia. Solo questi Paesi potevano avere collega-menti diretti coi Paesi sub-sahariani (Sudan, Guinea, ecc.), perottenere oro, avorio, schiavi e prodotti esotici. L’esigenza deglieuropei, quindi, era di cercare nuove vie marittime verso l’A-frica, l’India e l’Asia orientale. Le classi socialmente più ele-vate: nobili e monarchi, borghesi e alto clero, che conducevanouna vita molto dispendiosa o che miravano ad accumulare ca-pitali per investirli in attività finanziarie o produttive, o che ne- 15
    • cessitavano di finanziamenti per gli apparati burocratici, am-ministrativi e militari degli emergenti Stati assoluti e nazionali,ritenevano che il modo migliore per soddisfare le loro esigenzefosse quello di avere ingenti quantitativi di argento e soprattut-to di oro, cioè una moneta pregiata come mezzo di scambio.Ecco, in questo senso si può dire che il colonialismo fu una di-retta conseguenza del capitalismo europeo, anche se ebbe delleripercussioni fondamentali (ai fini p.es. dell’accumulazione deicapitali) sullo stesso sviluppo del capitalismo. La scienza della navigazione I lunghi e pericolosi viaggi marittimi poterono essereintrapresi solo quando fu perfezionata la navigazione. I primi atrasformare la navigazione furono i portoghesi, che, utilizzan-do le due più importanti tradizioni navali del loro tempo: nor-dica e mediterranea (di quest’ultima, in particolare, essi prese-ro come modelli la piccola imbarcazione araba, detta «kara-bo», usata per i commerci mediterranei, e un tipo di nave a trealberi in uso a Genova), crearono un nuovo veliero: la caravel-la. Più lunga delle grosse navi da carico del XIII sec. e più cor-ta delle galee e liburne romane (il rapporto tra lunghezza e lar-ghezza andava da 3,3 a 3,8), la caravella era veloce e facilmen-te manovrabile, in virtù dell’uso simultaneo di poche vele dirit-te o quadre (per la propulsione in mare aperto) e di molte veleoblique o triangolari o latine (per la direzione), che le permet-teva, con soli 20-30 marinai, di muoversi anche col vento sfa-vorevole. La necessità di aumentare la velocità e di guadagnarein stabilità aveva determinato l’allargamento della superficiedelle vele e, di conseguenza, la trasformazione della chiglia,che si alzava in due parti ricurve uguali, in elemento portantedella nave. Nel Mediterraneo, dove le navi usavano vele latine, in-trodotte dagli arabi all’inizio del XIV sec., l’uso della velaquadra all’albero maestro e della latina a quello di mezzana,16
    • segnò una vera rivoluzione, anche se la vela quadra era già sta-ta ampiamente usata nell’antichità greco-romana. Fin dalla me-tà del ’400, navi di tre o quattro alberi erano la normalità. La caravella aveva un unico timone di poppa, internoallo scafo, manovrato attraverso un’asta terminante in una ruo-ta: esso sostituiva il timone esterno e i remi di governo. Il ti-moniere operava sotto il ponte di coperta ed aveva una visualemolto limitata. La stiva, molto capiente, era utile per le lunghenavigazioni. Lo scafo di scarso pescaggio (grazie alla chiglia«panciuta») consentiva di avventurarsi sui bassi fondali costie-ri e addirittura di risalire i fiumi per lunghi tratti. Delle tre caravelle di Colombo, solo la Niña (50 tonnel-late di stazza, 17 metri di lunghezza) e la Pinta (60 tonnellatedi stazza, 21 metri di lunghezza), possono essere definite tali,in quanto la Santa Maria, nave ammiraglia (100 tonnellate distazza, 26 metri di lunghezza) era piuttosto una «caracca». Es-sa si sfasciò durante il primo viaggio, mentre l’equipaggio co-steggiava l’isola di Haiti. La velocità della caravella sarà superata soltanto daiclippers, gli enormi velieri del XIX sec. La caravella, col tem-po, si trasformerà nella fregata, nave tipica da guerra, passandodalla struttura in legno a quella in acciaio. Oltre a ciò furono adottati o migliorati la bussola (l’agomagnetico prima immerso nell’acqua, montato su un perno,ora viene inserito in una scatola, insieme ad un quadrante cir-colare, diviso in 32 punti: nord, nord-est, nord-nord-est ecc.,formando la cosiddetta «rosa dei venti», indipendente dal mo-vimento della nave), le carte nautiche (basate sul mappamondodi Toscanelli) e i portolani (libri particolari che descrivevano lecoste e gli approdi: i portolani saranno prodotti come vere eproprie carte marine solo quando si generalizzerà la proiezionecartografica di Mercatore nel 1569), l’astrolabio (strumentogoniometrico preso dagli arabi, con cui si calcolava la posizio-ne degli astri e la latitudine), il quadrante nautico e la balestri-gia (che facilitavano il calcolo della latitudine in mare), le ta- 17
    • vole trigonometriche di martelogio (che permettevano di cor-reggere in modo approssimato lo scarto fra il Nord e il polomagnetico indicato dalla bussola). Qui si può precisare che molta di questa strumentazio-ne, già in uso per lo studio dei corpi celesti, venne adottata sul-le navi proprio per intraprendere dei viaggi in mari sconosciuti.Per i navigatori era necessario imparare a determinare la posi-zione delle terre avvistate, in rapporto a precisi punti di riferi-mento (i corpi celesti), a cominciare dalla stella polare, la cuialtezza, cioè l’angolo sopra l’orizzonte, diminuiva via via cheuna nave procedeva verso sud. Nell’emisfero australe, dovenon era più possibile riferirsi alla stella polare, si ricorreva,sempre con l’aiuto dell’astrolabio, alla misurazione dell’altez-za della meridiana del sole, il che comportava calcoli piuttostocomplicati. In ogni caso per tutto il ’500 non fu possibile risolvereil problema della determinazione della longitudine. La naviga-zione in mare aperto era basata su una stima approssimata del-la velocità, della direzione e del tempo, integrata con osserva-zioni di latitudine. La stessa decisione di usare le Canarie comebase di partenza del primo viaggio, era nata da un’errata valu-tazione di Colombo che, sulla scia del Toscanelli, credeva ilGiappone (Cipango) non solo sulla stessa latitudine dell’arci-pelago canario (28° parallelo), ma anche a una distanza infe-riore ai 5.000 km, mentre in realtà la distanza è di quasi 20.000km. Fu dunque un caso che Colombo scoprì l’America. La cartografia Un serio ostacolo all’organizzazione dei viaggi marit-timi erano alcune opinioni geografiche che risultarono domi-nanti nei primi 1500 anni d.C., fondate sulla teoria di Tolomeo,uno scienziato dell’antica Grecia, la cui mappa terrestre fu co-munque di gran lunga migliore di tutte le mappe prodotte nelMedioevo. Tolomeo ammetteva la sfericità della Terra, ma la18
    • restringeva all’8% della sua reale dimensione, mettendo l’e-quatore troppo a nord, al punto che a sud la sua mappa si fer-mava all’Etiopia. Inoltre sosteneva che l’Asia sud-orientale sicongiungesse con l’Africa orientale e che l’Oceano Indianofosse completamente racchiuso dalla terra (ignorava anche lanatura peninsulare dell’India e l’esistenza dell’arcipelago in-donesiano). In tal modo non sarebbe stato possibile passaredall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano e raggiungere, pervia mare, le coste dall’Asia orientale. Inoltre nel Medioevo sicredeva che presso l’equatore esistessero temperature così ele-vate da far «bollire» il mare e bruciare le navi. La vita sullaTerra era ritenuta possibile solo nelle zone climatiche tempera-te. Molte di queste idee già nel sec. XIII, con Marco Polo ealtri viaggiatori (inclusi i missionari francescani), erano statemesse seriamente in discussione (si dimostrò, ad es., che la co-sta orientale dell’Asia era bagnata dal mare). Nel 1375 l’At-lante catalano dell’ebreo Abramo Cresques aveva presentatoun’assoluta novità. Sino a quel momento si credeva che esi-stesse solo ciò che gli europei avevano visto: ora invece le ter-re che si sapevano esistere, ma che non si conoscevano, eranoraffigurate in bianco, come «luogo sconosciuto» (le isole atlan-tiche, l’Estremo oriente e i regni africani oltre il Sahara). Agli inizi del XV sec. si avanzò l’idea di poter raggiun-gere via mare la costa orientale dell’Asia, navigando dall’Eu-ropa verso occidente, attraverso l’Oceano Atlantico (vedi ades. l’opera Imago Mundi del vescovo francese Pierre d’Ailly,del 1410, la carta geografica del cosmografo fiorentino PaoloToscanelli e il mappamondo dell’astronomo di Norimberga,Martin Behaim). Naturalmente, per condividere un’idea delgenere bisognava accettare l’ipotesi della sfericità della Terra edi un unico oceano che la bagnava (ipotesi peraltro già formu-lata da alcuni antichi scienziati greci). Verso la metà del ’400le mitiche Colonne d’Ercole, barriera del mondo conosciuto, sierano spostate in mezzo all’Atlantico. Il problema era diventa- 19
    • to non solo quello di arrivarvi ma anche quello di ritornare inEuropa. Non pochi casi erano finiti tragicamente. Decisive furono le esperienze dei portoghesi che nel1483-84 avevano superato l’equatore, dimostrando a tutti chela zona intertropicale era abitata e attraversabile. Era di colpocrollata la teoria tradizionale secondo cui agli Antipodi gli uo-mini non potessero stare in piedi e che le navi, scivolando ver-so sud, non potessero mai fare ritorno. Praticamente, alla finedel XV sec. la rotondità della Terra non veniva messa in di-scussione da nessuno, se non da qualche ambiente clericale. Ilmerito di Colombo, in tal senso, sta piuttosto nell’aver saputosfruttare, nel percorso di andata, i venti alisei che nel mese disettembre soffiano in modo regolare e costante presso le Cana-rie, e, nel percorso di ritorno, i venti occidentali. Da notare che le mappe del capitano turco Piri Reis,scoperte nel 1929 negli archivi del Topkapi, essendo moltoprecise e di assoluta avanguardia per quei tempi, gettano unaluce diversa sul patrimonio delle autentiche conoscenze nauti-che a cavallo tra XV e XVI secolo. Forse a partire da esse glistudiosi riusciranno anche a risolvere il famoso mistero di unamappa segreta giunta nelle mani di Colombo prima della suapartenza per San Salvador. L’arte militare Naturalmente senza il perfezionamento dell’arte milita-re, non sarebbero potute avvenire le esplorazioni marittimecommerciali, poiché sia il Portogallo che la Spagna non scarta-rono mai a priori l’idea di dover usare la forza (soprattutto con-tro il mondo musulmano), pur di ottenere quello che cercava-no. Furono la scoperta della polvere da sparo (miscela di car-bone, zolfo e potassio) e i progressi nella lavorazione del ferroad aprire la strada alla costruzione dei cannoni, in grado di lan-ciare bombe di ferro o di bronzo che esplodevano sino a millemetri di distanza. Con i cannoni (che perfezionarono le primi-20
    • tive bombarde, larghe di bocca e molto corte, capaci di lancia-re solo palle di pietra lungo una traiettoria quasi circolare) sipotevano distruggere torri, bastioni, castelli e assediare consuccesso le città; mentre con i proiettili dei fucili si poteva fo-rare il ferro e il cuoio, rendendo così inutili le pesanti armaturemedievali. Le caravelle, nate come battelli da commercio, sipotevano trasformare in navi da guerra, in grado di portare an-che pesanti cannoni, da un minimo di 15 a un massimo di 40. Il resto del mondo È bene però sottolineare che in questi secoli non erasviluppata solo l’Europa occidentale ma anche una buona partedell’Asia. Indiani, cinesi, malesi e arabi avevano raggiunto giànel periodo medievale notevoli risultati nel campo delle cono-scenze geografiche, nello sviluppo e nell’arte della navigazio-ne negli oceani Indiano e Pacifico. Molto tempo prima dellacomparsa degli europei nell’Oceano Indiano, questi popoli a-vevano scoperto la grande via marittima sud-asiatica che col-legava i Paesi dal Mar Rosso e dal Golfo Persico fino al MarCinese meridionale. Nel XV sec. gli arabi erano gli unici veri intermediarinel commercio dell’Asia meridionale con l’Europa. Le loronavi raggiungevano l’India, Ceylon, Giava, la Cina... Città emercanti dell’Islam - ha scritto F. Braudel - s’impadronivanogià di oro, avorio e schiavi sulla costa di Zanzibar e, attraversoil Sahara, nell’ansa del Niger. Anche gli arabi disponevano di bussole, compassi, por-tolani, carte nautiche e di una vasta letteratura specializzata perla navigazione. Senza questa letteratura, l’arrivo dei portoghesiin India sarebbe stato sicuramente più difficoltoso. Quando lenavi di Vasco de Gama, nel 1498, gettarono per la prima voltal’ancora nella città indiana di Calcutta, il loro pilota era il fa-moso marinaio Ahmed Ibn Madjid. Egli scrisse il Libro di datiutili sulle basi della scienza marinara e sulle sue regole, ove 21
    • vengono minuziosamente delineate tutte le rotte nel Mar Rossoe nel Golfo Persico lungo l’Africa, verso l’India e verso l’arci-pelago malese, fino alle coste della Cina e di Formosa. Solo il commercio marittimo nell’Asia sud-orientaleera sostanzialmente nelle mani dei cinesi e dei malesi. La Cina,in particolare, era una grande potenza marittima. Già nel II se-colo d.C. nei cantieri cantonesi si fabbricavano navi a quattroalberi, con una capacità di carico di 100 tonnellate. La Cina esportava grandi quantità di seta, porcellana,oggetti d’arte, mentre importava spezie, cotone, erbe medicina-li, vetro e altre merci. Nei suoi porti si costruivano vascelli peri viaggi di lungo percorso, in grado di contenere fino a millemarinai e soldati (scorta necessaria per fronteggiare i pirati del-l’arcipelago malese). Queste navi erano mosse da vele fatte dicanna, fissate su pennoni mobili: il che permetteva di mutarnela posizione a seconda della direzione del vento. Le carte geografiche erano note da tempi immemorabilie alla fine dell’XI sec. le navi cinesi impiegavano regolarmentela bussola, mentre i loro marinai conoscevano alla perfezione imonsoni dei mari del Sud, le correnti marine, le secche, i tifo-ni, ecc. Nella prima metà del XV sec. essi avevano già realiz-zato grandi spedizioni militari e marittime nell’Oceano Indianoe nell’arcipelago malese, eliminando le numerose bande di pi-rati che ostacolavano lo sviluppo del loro commercio con i Pa-esi dell’Asia meridionale. Tra il 1403 e il 1419 i cinesi erano riusciti a costruiredelle navi di circa 100 metri di lunghezza. Si pensa addiritturache intorno al 1420 essi siano giunti al Capo di Buona Speran-za. Ciò non può escludere l’ipotesi che la Cina o comunquel’Asia abbia tenuto contatti sporadici con l’America fino a po-co tempo prima dell’arrivo degli europei. Anche per i cinesi la Terra era composta da tre conti-nenti: essi conoscevano il profilo sud-occidentale dell’Asia fi-no al Mar Rosso, la forma triangolare dell’Africa e l’esistenzadel Mediterraneo. Inoltre, benché non conoscessero né il nome22
    • né il profilo dell’Europa, indicavano sulle loro carte un centi-nano di toponimi europei, tra cui Germania, Francia, Buda-pest... Alla fine del ’500 saranno i gesuiti a introdurre in Cinala nuova immagine del mondo. Perché Spagna e Portogallo? Sino a pochi anni fa si sosteneva che gli indios ameri-cani fossero venuti dall’Asia (australiani, mongoli, popolazioniuraliche e malesi-polinesiani) attraverso lo stretto di Beringnell’età della pietra. Oggi invece, grazie alla nuove scopertearcheologiche, ai progressi nella stratigrafia e all’uso del car-bonio 14, si fa risalire tale migrazione a 40-80.000 anni primadella nostra era. Alcuni degli antichi abitatori dell’Americapossono essere giunti dall’Asia attraverso l’Antartico. Proba-bilmente tale migrazione è cessata circa 20.000 anni prima del-la nostra era. Comunque a tutt’oggi i reperti umani più antichiche si trovano in America risalgono a 15-20.000 anni fa. Non pochi studiosi oggi sono dell’avviso che i rapportitra Asia e America siano continuati anche dopo la fine dellemigrazioni. Troppe cose simili lo attestano: non solo oggetti diartigianato, sculture, ceramiche..., ma anche nell’ambito del-l’architettura, della letteratura, della religione, delle tecnicheagricole e di costruzione delle canoe, persino nei calendari enell’alimentazione. Esiste un documento cinese, conosciuto col nome diStoria delle dieci isole, che risale a due secoli prima di Cristo,e che narra di una spedizione di monaci buddisti diretti verso ilcontinente americano, tornati in Asia dopo 40 anni, attraversoil Pacifico meridionale. Quando Colombo raggiunse per la prima volta la terra-ferma, nell’attuale territorio del canale di Panama, gli aborige-ni gli comunicarono che sul versante opposto c’era il mare, an-che se non sapevano che ci fosse un continente diverso dal lo-ro. 23
    • Naturalmente nessuno dei fatti qui ricordati è sufficien-te da solo a provare che gli asiatici abbiano «scoperto» l’Ame-rica prima degli europei; anche perché questi contatti attraver-so il Pacifico, se vi sono stati, non hanno prodotto effetti signi-ficativi sulle popolazioni del Nuovo Mondo. Alla «scoperta»non seguì la «conquista». E questo vale anche per alcuni euro-pei pre-colombiani: si pensi a quel gruppo di monaci irlandesi,tra cui san Brendano, che nel VII sec. avrebbe - secondo unatradizione - varcato l’Atlantico. O al vichingo Leif Ericsson,che attorno all’anno mille approdò in Vinlandia, l’attuale Ter-ranova. Oggi peraltro nessuno mette in discussione che gliscandinavi abbiano mantenuto piccoli stanziamenti nel nord-est del continente americano tra il IX e il XV sec., anche senon compresero di aver scoperto il Nuovo Mondo, né introdus-sero i cavalli. Era necessario elencare queste cose per sfatare anzituttoil mito che Spagna e Portogallo siano state le prime nazioni delmondo a metter piede in America. Gli europei non hanno «sco-perto» l’America: semmai l’hanno fatto i primi emigranti asia-tici, che hanno popolato un continente disabitato. Meglio sarebbe dire che con Colombo inizia il colonia-lismo europeo di tipo capitalistico in un nuovo continente. Einizia in modo consapevole, poiché lo stesso Colombo, che perl’occasione cambiò il proprio cognome in Colòn (ripopolato-re), negli anni 1497-98 elaborò un Memoriale, abbastanza det-tagliato, di colonizzazione, rivolto ai Re Cattolici sul popola-mento delle Indie. Nel 1500 scrisse una lettera a donna Juanade Torres in cui rivendicò esplicitamente il suo ruolo di con-quistatore: «Io debbo essere giudicato come capitano inviato diSpagna a conquistare fino alle Indie gente bellicosa e numero-sa, di costumi e credenza opposti ai nostri, la quale vive perbalze e monti senza fissa dimora... Io debbo essere giudicatocome capitano, che da tanto tempo ad oggi porta le armi alfianco senza abbandonarle nemmeno un’ora e che comanda a24
    • cavalieri di conquista e a uomini d’azione e non a letterati». Ilmodello di colonialismo cui Colombo s’ispirava era evidente-mente quello portoghese, che aveva realizzato grandi successi,nel decenni precedenti alla «scoperta» dell’America, sia in A-frica che in Asia. Molto tempo prima di Colombo vi era stato il coloniali-smo medievale delle crociate, indirizzato verso l’Europa orien-tale e il Medio oriente. Praticamente l’Europa occidentale, daquando è sorta l’istituzione della proprietà privata, è semprestata caratterizzata da rapporti colonialistici col resto del mon-do. Al tempo degli antichi romani il ruolo veniva svolto dall’I-talia nei confronti dell’Europa e dei paesi mediterranei. Solo partendo da questo presupposto si può comprende-re il motivo per cui Spagna e Portogallo, e non Cina o qualchepaese arabo, hanno fatto dell’America un continente da sfrutta-re. Naturalmente non sarebbe inutile cercare di capire se il cri-stianesimo aveva in sé degli elementi che potevano essere usatimeglio di quelli dell’islam o del buddismo, per un’operazionedel genere. Gli studi, in questo senso, sono davvero pochi, al-meno in Europa. Ancora, in effetti, non è molto chiaro il motivo per cuisiano state proprio le due nazioni più cattoliche d’Europa,quelle peraltro che si trovavano nelle peggiori condizioni peruno sviluppo capitalistico (si pensi soprattutto alla Spagna), adare il via, indirettamente, al moderno colonialismo borghese. Probabilmente Spagna e Portogallo cercavano nelle av-venture coloniali internazionali un modo pratico per non farmorire l’ideale della cristianità, che nell’Europa umanistica erinascimentale era entrato fortemente in crisi. Spagna e Porto-gallo, rimaste troppo indietro rispetto ai processi emancipatividel continente europeo, credettero di trovare nel colonialismol’occasione della propria sopravvivenza in quanto nazioni «cat-toliche». In questo senso la «Riconquista» antislamica non sortìl’effetto sperato, poiché alla omologazione ideologica non se- 25
    • guì il benessere economico. Eliminando ebrei e musulmani(cioè le classi e i ceti artigianali, commerciali e finanziari), glispagnoli e i portoghesi non furono capaci di sostituirli conproprie forze sociali di tipo borghese, né seppero edificare untipo di società più democratica. Il fallimento economico della«Riconquista» rese in un certo senso inevitabile, se si volevasalvaguardare inalterata l’ideologia cristiana, la sua prosecu-zione al di là dei confini nazionali. Solo col passare del tempo, non senza drammi e trage-die, Spagna e Portogallo saranno costrette ad ammettere che ilmedioevo cattolico non aveva alcuna possibilità di contrastarel’emergente capitalismo protestante.26
    • COME RICORDARE IL V CENTENARIO? Proviamo a ipotizzare che cosa sarebbe successo in Eu-ropa se non fosse stata scoperta l’America. L’Europa del nord,divenuta protestante e capitalistica, avrebbe colonizzato, moltoprobabilmente, quella del sud, cattolica e feudale (l’Italia nonera feudale ma era divisa in tanti staterelli e quindi era politi-camente debole: la Francia cattolica e sempre più borghesecercò di occuparla con la discesa del re Carlo VIII nel 1494).Poi questa Europa avrebbe cercato di orientarsi verso l’est an-cora feudale (ma con tracce di socialismo agricolo) e di reli-gione ortodossa. Ma nell’est-europeo forse avrebbe incontrato una certaresistenza (come ne incontrò all’epoca delle crociate e dell’im-pero latino d’oriente), per cui ad un certo punto avrebbe prefe-rito muovere verso sud, in Africa (scontrandosi di nuovo colmondo islamico, che questa volta però avrebbe avuto la peg-gio), e poi verso l’oriente asiatico (come già stavano cercandodi fare i portoghesi, che erano sì cattolici ma dediti ai commer-ci, tanto che se non fossero stati occupati nel XVI sec. daglispagnoli, divenuti loro rivali dopo la conquista dell’America,essi probabilmente sarebbero diventati una nazione capitalisti-ca e protestante, al pari dell’Olanda). L’Europa borghese, in sostanza, si sarebbe avventuratanell’oriente asiatico e islamico, cercando di colonizzarlo nonsolo sulle coste (come facevano i portoghesi) ma anchenell’entroterra. Cosa che poi comincerà a fare più di un secolodopo la conquista dell’America. Senza questa conquista, l’Europa, probabilmente, sa-rebbe stata tutta capitalistica e prevalentemente protestante(come oggi sono gli USA), avrebbe occupato tutta l’Africa(come poi ha fatto insieme agli USA) e buona parte dell’Asia,minacciando costantemente l’Europa orientale. 27
    • Già prima della Riforma, gli Stati nazionali avevanocercato di emanciparsi dall’egemonia del papato e dell’impero,conservando, nel contenuto, la religione cattolica e, nella for-ma, la supremazia della monarchia (appoggiata dalla borghe-sia) sul papato. Con la Riforma molti Stati dell’Europa settentrionaledecisero però di abbracciare una nuova confessione cristiana,oppure di conservare quella cattolica tradizionale sul piano i-stituzionale, ma non negli usi e costumi della società civile(Francia e Belgio). L’Inghilterra ne modificò inizialmente unsolo aspetto, ma quello decisivo nell’ambito del cattolicesimo:capo della chiesa diventò lo stesso re inglese, dopodiché le saràfacile accettare il compromesso col calvinismo sul piano deirapporti sociali. La Germania, dal canto suo, aveva tutte le carte in re-gola per diventare una grande potenza capitalistica, ma i prote-stanti si limitarono a una rivoluzione delle «coscienze» (piùtardi l’idealismo farà quella del «pensiero»), nel senso che laborghesia non ebbe il coraggio di trarre le dovute conseguenzepratiche dalla propria emancipazione religiosa. Con la conquista dell’America, invece, due potenze ar-retrate (Spagna e Portogallo, ma la prima soprattutto) riusciro-no a restare feudali e quindi cattoliche per molto tempo, primadi lasciarsi surclassare dalle potenze protestanti e borghesi.Quella conquista, in tal senso, non servì loro né per affermarsicome potenze conservatrici, poiché Olanda, Inghilterra e Fran-cia avranno la meglio, sia economicamente che militarmente;né servì per diventare capitalistiche come le potenze rivali. Fuinvece utilizzata per promuovere il capitalismo dell’Europa delnord e per scatenare assurde guerre di religione (come quelledi Carlo V e di Filippo II), onde impedire il trionfo della Ri-forma. Ormai i tempi erano maturi per la tolleranza e la libertàdi religione (seppure nei limiti del cuius regio eius religio). La conquista del 1492 quindi ebbe il merito di dimo-strare, indirettamente, che il feudalesimo e il cattolicesimo e-28
    • rano nel XVI sec. due istituzioni completamente superate e chepotevano continuare a sussistere, con la forza, solo in AmericaLatina e nelle regioni più arretrate d’Europa. * Il dominio ispano-portoghese sul mondo rappresentòdunque, nel XVI sec., l’ultima massima espressione del feuda-lesimo cattolico europeo e, successivamente, sudamericano.1 La differenza tra il feudalesimo spagnolo e il capitali-smo olandese, francese e inglese non stava nell’esigenza di unaconquista del mondo e quindi nell’esigenza di imporre una de-terminata ideologia, cultura, politica ecc., ma stava piuttostonel diverso valore attribuito all’economia, cioè al denaro, alcapitale, all’oro e all’argento, al commercio e all’industria. Il capitalismo ha potuto svilupparsi all’interno del feu-dalesimo a motivo di un’analoga sete di dominio, che peròprima ha dovuto compiere una rivoluzione culturale, associan-do l’uso del macchinismo ad una certa laicizzazione della vitasociale. La rivoluzione industriale ha trasformato la teologia indiritto, il cattolico in protestante, il servo della gleba in operaiosalariato e l’artigiano in borghese, l’uguaglianza davanti a dionell’uguaglianza davanti alla legge ecc. Per gli spagnoli lo sfruttamento dei coloni doveva ser-vire per condurre una vita da parassiti, da consumatori di lusso,dediti allo spreco, e naturalmente per sostenere l’anacronisticoideale della cristianità universale sotto il papato. Viceversa, perla cultura borghese, lo sfruttamento delle colonie doveva servi-re per accumulare capitali, per trasformare la natura, per pro-durre attività industriali, commerciali, per emanciparsi da ognitradizione cattolica.1 Da notare che il colonialismo portoghese non lasciò un’impronta profon-da, sul piano religioso-culturale, né in Asia né in Africa. 29
    • Lo spagnolo cattolico era troppo «cattolico» per potersitrasformare in un imprenditore borghese. Distruggeva e mas-sacrava non solo per un interesse personale ma anche per rea-lizzare un ideale, quello della superiorità universale del cattoli-cesimo latino. La Spagna rappresentava gli ultimi resti di quel-la coscienza integralistica e totalitaria che nel ’500 continuavaa vedere nella chiesa cattolica un motivo di unificazione uni-versale, da realizzare con la forza politico-militare. In tal senso il bisogno di colonizzare fu dettato anchedalla necessità di sostenere finanziariamente questo ideale im-possibile di egemonia mondiale. Il capitale serviva allo spa-gnolo anche per affermare meglio la propria identità di cattoli-co, la quale conservava alcuni elementi di critica dello stessoconcetto di «conquista», sviluppati poi da alcune correnti pro-gressiste legate soprattutto ai nomi di B. Las Casas, F. Suarez,F. de Vitoria, Bernardino di Sahagùn ecc. Queste correnti ac-cettarono il confronto con le culture indigeniste, ma la Scola-stica spagnola, dopo il trionfo della Riforma protestante, di-venne chiusa e arrogante. Tale doppiezza, tipica del cattolicesimo-romano, chesul piano teorico afferma valori umanistici e sul piano praticotollera comportamenti disumani, ha la sua origine nel fatto cheil cattolicesimo-romano, pur separandosi dalla confessione gre-co-ortodossa, ha conservato alcune tracce dell’umanesimo bi-zantino, il quale cercava di restare coerente con la tradizionecristiana più autentica. In sostanza, quando fu «scoperta» l’A-merica, quando cominciarono ad emergere le nazioni capitali-stiche, quando nacque la Riforma protestante, la doppiezza delcattolicesimo-romano aveva raggiunto livelli assolutamente in-sopportabili e le tracce della passata ortodossia erano diventatecosì deboli che ormai non vi era nessuna possibilità di risalireattraverso di esse alle fonti originarie e di fondare, sulla base diesse o di una loro laicizzazione, una nuova società. L’Europa insomma divenne capitalistica e protestanteanche a causa della tenace opposizione della chiesa cattolica al30
    • recupero delle tradizioni ortodosse, quelle tradizioni che sulpiano socio-economico seppero favorire una forma di feudale-simo molto meno oppressivo di quello occidentale (tant’è chesi cominciò a delineare la necessità del suo superamento soloalla fine del secolo scorso). Non a caso proprio pochi decenniprima del viaggio di Colombo, il papato era riuscito, con uncolpo solo, a ottenere il riconoscimento, da parte dei bizantini,al Concilio di Ferrara-Firenze, del primato universale e giuri-sdizionale di Roma, nonché la fine delle tesi cattoliche euro-occidentali sul conciliarismo ecclesiale, espresse nei Concili diCostanza e di Basilea. * Gli spagnoli insomma volevano oro, argento e spezieper arricchirsi come gli ebrei e i mori, senza però dover diven-tare come loro, cioè borghesi. L’oro e l’argento, derubati agliindios, non rappresentavano altro che la possibilità di diventaredegli sfruttatori senza capacità imprenditoriali o manageriali,senza la cultura protestante. Il genocidio compiuto in America era una diretta con-seguenza del terribile odio che uomini di mentalità medievaleprovavano nei confronti della borghesia di origine ebraica emusulmana (e nei confronti della borghesia in generale). Nondobbiamo infatti dimenticare che la Spagna raggiunse l’apogeodella propria feudalità quando tutti gli altri Stati europei si ac-cingevano a diventare capitalisti. Nella Spagna del XVI sec. lacontraddizione fra necessità della tradizione ed esigenze dellamodernità, era particolarmente acuta. Per la Spagna non c’eraaltro modo d’impedire la fine del feudalesimo che quello di di-struggere fisicamente la classe borghese. Quell’odio vetero-feudale contro la modernità raggiun-se proporzioni inaudite nel «Nuovo Mondo», poiché quil’hidalgo conquistador l’associò alla consapevolezza della pro-pria assoluta superiorità bellica. Il feudalesimo spagnolo, divi- 31
    • so com’era in classi antagonistiche, abituato soltanto a ragiona-re coi criteri della forza, non riuscì ad accettare il comunismoprimitivo delle civiltà indigene, anche se l’impatto con la «di-versità» fu così forte che la teologia cattolica europea dovetterivedere molti dei suoi postulati. L’europeo della tradizione feudale perse insomma l’oc-casione di vincere la propria battaglia contro il capitalismoemergente partendo dal recupero del comunismo primitivo in-contrato nell’America centrale, che naturalmente avrebbe do-vuto essere integrato dalle acquisizioni scientifiche, culturaliecc. più progressiste dell’Europa occidentale. In America glieuropei avrebbero potuto costruire quella società democraticache in Europa occidentale si riteneva possibile solo superandoil feudalesimo col capitalismo. Il fatto che gli spagnoli si siano serviti delle ricchezzedel colonialismo per cercare di fermare in Europa l’avanzatadel capitalismo e del protestantesimo e di imporre con la forzamilitare la società cattolico-feudale, si può spiegare solo pen-sando che già all’interno della confessione cattolica vi erano ipresupposti ideologici che avrebbero potuto portare le spedi-zioni marittime e commerciali d’oltreoceano ad assumere iconnotati di spedizioni militari vere e proprie. Cioè a dire, anche se in gioco non vi fossero state la ri-cerca delle spezie o dei metalli pregiati, tali spedizioni - è dapresumere - sarebbero ugualmente avvenute con l’uso dellaforza militare, appunto perché la religione cattolica, per dif-fondersi, ne prevede esplicitamente l’uso. Certo è che se non cifosse stata la motivazione economica, difficilmente avrebbepotuto esserci un colonialismo basato su motivazioni esclusi-vamente religiose. Neppure le crociate medievali erano prived’interessi commerciali. In altre parole, mercanti e marinai europei diventavano«violenti» quando le possibilità di arricchirsi, sfruttando le ri-sorse altrui, erano a portata di mano, ma senza la religione cat-tolica non si sarebbe affermato un atteggiamento così colonia-32
    • listico. Non si trovano infatti esempi analoghi nelle terre do-minate dalla religione ortodossa. La differenza fra le crociate medievali e lo spirito diconquista del XVI sec. sta soltanto in questo, che allora le cro-ciate erano un’esigenza di tutta la cristianità medievale occi-dentale, mentre nel XVI sec. erano un’esigenza della nazioneeconomicamente più arretrata d’Europa: la Spagna. A nessuna nazione del ’500 sarebbe venuto in mente diconquistare le terre dei mori o dei pagani in nome della diffu-sione del cristianesimo. L’odio nei confronti del papato eratroppo forte e lo stesso papato da tempo aveva perso ogni veracredibilità. Nessun europeo, che non fosse strettamente legatoa qualche ambiente clericale, avrebbe accettato di rischiare dimorire per un ideale religioso. Questo naturalmente non significa che i mercanti e iborghesi delle nazioni capitalistiche saranno immuni dallo«spirito di conquista», o che schiere di fanatici protestanti nonandranno al seguito dei loro connazionali conquistatori, cer-cando di competere coi rivali cattolici. Significa semplicemen-te che le nazioni capitalistiche non avevano più l’onere di do-ver mediare i loro interessi con quelli della chiesa romana.L’ideale religioso restava strettamente subordinato a quello e-conomico di una classe sociale particolare. * Gli spagnoli, quando approdarono per la prima volta inAmerica, massacrarono non solo per motivi economici (cioèpoter diventare ricchi senza essere borghesi), ma anche permotivi culturali. Ciò che videro infatti rappresentava, fra le al-tre cose, anche il loro inconscio pre-schiavista o pre-servile,ovvero il desiderio, da tempo rimosso, di poter vivere «felici»in una società priva di conflitti di classe. Essi non riuscirono a tollerare che la «felicità» o il be-nessere sociale e psico-fisico potessero accompagnarsi con la 33
    • semplicità dei costumi, degli strumenti tecnico-scientifici e dilavoro, degli atteggiamenti sociali, con la comunione dei beni eil rapporto equilibrato con la natura, coll’assenza di religioni,di leggi, di armi, di proprietà privata, con l’indifferenza (chenon fosse estetica) per l’oro e l’argento, con il sentimentodell’innocenza espresso anche dalla nudità fisica... Gli indios che incontrò Colombo (e che egli non riuscìassolutamente a capire), altro non rappresentavano che l’uomonaturale: in antitesi non a «uomo civile» ma a «uomo incivi-le», cioè a uomo avido e crudele, falso e bugiardo... Il primogenocidio fu il più difficile da legittimare. Non a caso le civiltàpre-colombiane che più hanno resistito ai conquistadores sonostate quelle più lontane dalla logica dello schiavismo, quellecioè che piuttosto che accettare la schiavitù si sono lasciatesterminare. Ancora oggi esistono comunità indigene le cui condi-zioni di vita sono molto simili a quelle che avevano trovato iconquistatori. In Americalatina vi sono ancora 40 milioni diindios e oltre 400 culture. Viceversa, la distruzione degli imperi inca, maya e az-teco va attribuita esclusivamente a interessi economici di pro-fitto, poiché sul piano culturale gli europei avevano già supera-to il fastidio di «sentirsi giudicati». La pratica dello schiavi-smo, dell’antropofagia, del sacrificio agli dèi di vergini e bam-bini, la poligamia dei leader politico-religiosi ecc.: queste e al-tre cose facevano sentire gli europei in «diritto» di compiere ilgenocidio, il saccheggio, l’esproprio, lo sfruttamento... Quei tre imperi, peraltro, stavano lentamente impadro-nendosi di tutta l’America centro-meridionale. Nello scontrotra europei e amerindi non ha vinto solo la forza delle armi, maanche la maggiore astuzia di una civiltà che era stata primaschiavista e poi servile sin dal tempo dei greci. Tuttavia, gli europei si dimostrarono così ostili alle cul-ture incontrate che non solo non riuscirono a stabilire con esseun rapporto paritetico, egualitario, ma anche quando distrusse-34
    • ro le civiltà schiaviste non riuscirono neppure a sostituirle conaltre di livello superiore. Essi infatti non fecero che peggiorarela situazione, tanto che ad un certo punto furono costretti a im-portare gli schiavi dall’Africa per rimpiazzare quelli americanidecimati. In tal senso lo «schiavismo» qui importato dagli eu-ropei borghesi e protestanti fu senz’altro più efficiente di quel-lo ispano-portoghese. Lo schiavismo degli spagnoli era superiore a quello in-digeno solo quanto a perfidia ed esosità. Esso riuscì a imporsicon grande facilità, nell’ambito delle società schiaviste ameri-cane, perché ebbe la fortuna di arrivare nel momento in cuiquegli schiavismi regionali avevano già perso molta della lorolegittimità. Gli spagnoli in pratica hanno interrotto quella fase dipassaggio che caratterizza tutte le formazioni sociali schiavi-stiche: la fase in cui bisogna decidere se trasformare gli schiaviin soggetti di diritto, a causa della loro resistenza allo sfrutta-mento, oppure se allargare le zone geografiche d’influenza,aumentando così le riserve di manodopera gratuita. Gli spa-gnoli si sostituirono agli imperi schiavisti optando naturalmen-te per la seconda alternativa. * Cosa deve fare oggi l’Americalatina, cioè il continenteche molto più dell’Africa e dell’Asia ha accettato la culturaoccidentale? Essa deve riscoprire la propria autonoma identitàservendosi della cultura mondiale. Deve riscoprire il suo passa-to pre-schiavista servendosi di quella cultura mondiale che puòaiutarla a uscire dal neo-colonialismo. L’America non può rea-lizzare il socialismo democratico, che ancora non esiste in al-cuna parte del mondo, tornando semplicemente alle sue originipre-coloniali: queste origini non possono essere recuperate af-fermando l’isolazionismo. 35
    • Il problema non è più quello di contrapporre le tradi-zioni comunitarie alla modernità capitalistica, poiché in questotentativo il confronto vedrebbe il capitalismo vincente. Il pro-blema oggi è quello di vedere se è possibile incanalare la mo-dernizzazione dell’America in queste due direzioni, fra lorocomplementari: 1) rispettare le ultime tradizioni comunitarieesistenti, integrandole creativamente con le nuove dimensionidel vivere civile; 2) costruire una società democratica e sociali-sta che sappia valorizzare le migliori conquiste tecnico-scientifiche e la cultura più umanistica espressa dall’umanitàintera, e quindi anche dall’occidente in senso lato. In questo senso la posizione ufficiale dell’occidente ca-pitalistico e della chiesa cattolica non possono essere di alcunaiuto per gli interessi latinoamericani. Le ultime proposte neo-coloniali sono state sia quella degli USA, con l’Iniziativa perle Americhe, secondo cui si dovrebbe creare un megamercatocontinentale «libero», naturalmente a tutto vantaggio degli Sta-ti Uniti, che temono sempre di più l’espansionismo economi-co-finanziario del Giappone e l’unificazione europea; che quel-la della Spagna, con l’Integrazione iberoamericana, secondocui la Spagna si farebbe intermediaria degli interessi dell’Euro-pa occidentale nel continente sudamericano. Dal canto suo la chiesa cattolica parla di «nuova evan-gelizzazione». La ripresa missionaria di questa chiesa dovreb-be servire per rispondere alla sfida delle sètte che pullulano inAmericalatina, oltre che per rinnovare la cultura cattolica su-damericana, sempre più minacciata dalla secolarizzazione e perribadire la stretta dipendenza del cattolicesimo sudamericanoda quello europeo. In tal senso essa rifiuta la «scelta preferen-ziale per i poveri» come punto di partenza, e privilegia la «fu-sione delle culture» come elemento essenziale accanto ad altri.La teologia della liberazione viene tenuta rigorosamente aimargini della dialettica culturale.36
    • L’OLANDA IBERICA Agli inizi del 1400 esistevano nella penisola ibericacinque Stati: Castiglia, Aragona, Navarra, Granada (che poiformeranno l’odierna Spagna) e il Portogallo. L’inizio dell’au-tonomia politica del Portogallo è legato alla vittoria sugli arabiriportata nel 1139. Prima di allora il Portogallo era stato unacontea dipendente dal regno di Leòn-Castiglia (e per un certoperiodo di tempo dipendente anche dalla Borgogna francese).Dopo quella vittoria il conte Alfonso Enriquez venne procla-mato re del Portogallo, anche se, per conservare il titolo, o-steggiato dalla Castiglia, il re dovette dichiararsi, almeno for-malmente, «vassallo» del papato, pagando annualmente unadeterminata somma di denaro. Era l’anno 1179. Da allora e percirca tre secoli i re portoghesi (memori, in questo, dell’anticocostume visigoto) lottarono contro le pretese dei papi, e soloall’inizio del XV sec. riuscirono a sottomettere il clero nazio-nale alla corona. Alcuni storici si sono chiesti il motivo per cui la Casti-glia non riuscì ad assoggettare il Portogallo. Sono state datediverse spiegazioni e forse le più convincenti sono le seguenti:a) quando il Portogallo proclamò l’indipendenza nazionale, ivari regni spagnoli erano impegnati in dure lotte dinastiche enella guerra contro i mori; b) il Portogallo era sotto uno specia-le protettorato della Chiesa di Roma; c) la Spagna possedeva leterre migliori, non era priva di porti sull’Atlantico e considera-va prioritari i suoi interessi con l’Italia e l’Africa. Oltre a ciòva considerato che la Castiglia appariva al Portogallo più arre-trata economicamente, perché sostanzialmente estranea aicommerci, almeno sino ai secoli XIV e XV. Si può anzi dire,in questo senso, che l’unione della Castiglia con l’Aragona,dalla quale nacque la Spagna, fu facilitata dal fatto che falliro-no tutti i tentativi di unificare Portogallo e Castiglia. 37
    • Il Portogallo, in un modo o nell’altro, con tempi più omeno lunghi, ha sempre avuto la forza di opporsi ai tentativiegemonici della Castiglia prima e della Spagna dopo. E questononostante che le molte analogie tra i due Paesi avrebbero po-tuto rendere relativamente facile la conquista del «piccolo»Portogallo da parte della «grande» Spagna. Ci si riferisce cioèal fatto che le differenze culturali non sono mai state molto for-ti: entrambi possedevano valori cattolici comuni; le istituzionie le forme sociali erano nate da più di un millennio di espe-rienza comune (le più importanti erano state quelle sotto lamonarchia visigota); i nobili spagnoli e portoghesi viaggiavanoliberamente da una corte all’altra; i rispettivi sovrani si univa-no in matrimonio e possedevano feudi nei territori reciproci;marinai spagnoli e portoghesi navigavano sulle stesse navi; leleggi spagnole erano alla base dell’istruzione dei magistrati«lusitani» («Lusitania» è l’antico nome del Portogallo). Le differenze tra i due Paesi non erano sostanziali maformali, in quanto nel rapporto tra «ideali religiosi» e «interes-si commerciali», cioè tra necessità della tradizione ed esigenzedella modernità, il Portogallo, favorito in questo anche dallasua posizione geografica, cercherà di realizzare un maggiorecompromesso. Al pari della Spagna, non permetterà mai allaborghesia di costituirsi come classe autonoma, ovvero che ilcapitalismo da commerciale si trasformasse in industriale, maquando a tutta la penisola iberica subentreranno, nel dominiomondiale dei commerci, Inghilterra, Olanda e Francia, il Por-togallo reagirà in maniera meno scomposta, meno convulsadella Spagna, la quale invece si lancerà nell’avventura dell’In-quisizione e della Controriforma. Il Portogallo subirà un’invo-luzione neo-feudale sostanzialmente perché vi sarà costrettodalle pressioni politico-militari della Spagna. Diversamente da quella portoghese, la stessa espansio-ne coloniale spagnola fu, sin dall’inizio, un modo «feudale»d’impedire alla borghesia nazionale di diventare politicamenteforte (economicamente lo era già). L’altro modo, precedente al38
    • colonialismo, fu l’espulsione dal Paese di mori ed ebrei o la lo-ro conversione forzata al cattolicesimo. L’antisemitismo portoghese è posteriore a quello spa-gnolo. Le numerose comunità ebraiche che vivevano nelleprincipali città, avevano posizioni solidissime nel commercio,nelle attività bancarie e finanziarie, nell’amministrazione pub-blica. Mentre in Spagna gli ebrei cercavano di fuggire dallepersecuzioni e i viaggi oltreoceano poterono essere finanziatianche con i beni loro confiscati, in Portogallo invece le primespedizioni commerciali ebbero il pieno appoggio degli ebrei.Solo quando il re portoghese Manuel I sposò la figlia di Isabel-la di Castiglia e dopo che la corona spagnola aveva cacciato gliebrei dal Paese, furono promulgati, negli anni 1496-97, i de-creti di espulsione o di forzata conversione al cattolicesimo,mentre l’inquisizione verrà introdotta nel 1547 (in Spagna giànel 1480). La «Riconquista» lusitana In Portogallo la cosiddetta «Riconquista», cioè la cri-stianizzazione dell’intero Paese, si concluse prima che in Spa-gna, verso la metà del XIII sec., e in maniera meno traumatica:i vincitori, infatti, concessero a mori ed ebrei di conservare laloro fede e le loro proprietà, purché riconoscessero la sovranitàdei re cristiani e pagassero dei tributi supplementari. Natural-mente i più fedeli alla propria religione abbandonarono il Pae-se, ma molti accettarono le condizioni, continuando a svolgereimportanti funzioni economiche: i mori nell’artigianato e nel-l’agricoltura, gli ebrei nel commercio e nella finanza. La «Riconquista» fu comunque un danno per lo svilup-po dei rapporti borghesi: essa creò una società in funzione del-la guerra e un sistema di valori dove l’intraprendenza econo-mica godeva di scarsa reputazione. Fonte primaria del prestigiosociale era sempre il possesso di terre e di persone: commer-cio, artigianato, attività bancarie e finanziarie si preferiva la- 39
    • sciarle in mano agli ebrei e agli stranieri. Per queste ragioninon pochi borghesi benestanti investivano i profitti delle loroattività nell’acquisto di proprietà che garantivano redditi, e a-spiravano allo status di «cavaliere» (cioè di funzionario stata-le). I rapporti borghesi più sviluppati erano quelli lungo la co-sta atlantica. In ogni caso alla fine del XIII sec. l’economia porto-ghese presentava un bilancio migliore di quella spagnola. Viera maggiore equilibrio tra agricoltura e allevamento, anche sela corona non riuscì mai a smembrare i possessi di nobiltà eclero (che erano peraltro esenti da tasse) a vantaggio dei picco-li proprietari. La ricchezza economica del Portogallo dipende-va molto dal commercio delle città sulla fascia costiera: essericevevano da re e feudatari ogni sorta di privilegi. Lisbona,già allora, era uno dei maggiori porti europei: insieme a Oportoe a Venezia, essa garantiva gli scambi commerciali fra Nor-deuropa e Mediterraneo. Le abilità finanziarie degli italiani,che avevano costituito sul litorale numerose colonie commer-ciali, indussero i sovrani a garantire loro immunità fiscali egiurisdizionali. La nobiltà cittadina e la corona s’impegnavano spessoin vantaggiose attività economiche (in particolare nel commer-cio con le Fiandre), dimostrando così di non vivere solo delleproprie rendite e di non avere pregiudizi contro il profitto eco-nomico. In ciò utilizzavano gran parte del denaro ebraico e del-l’Italia settentrionale. Molta di questa nobiltà diventò «capita-na di velieri», quando il Portogallo cominciò a espandersi ol-treoceano (vedi ad es. il figlio del re Giovanni I, Enrico, dettoil Navigatore, che aprì a Sagres un osservatorio astronomico eun’accademia navale, avvalendosi dell’assistenza di geografi,astronomi, matematici, cartografi e di esperti navigatori geno-vesi e catalani, per dare adeguata preparazione tecnica allespedizioni marinare da lui promosse). Viceversa, i numerosipiccoli nobili portoghesi che consideravano intollerabile per ilproprio onore un’occupazione diversa da quella militare, si tro-40
    • varono praticamente «disoccupati» dopo l’avvenuta «Ricon-quista», per cui, una volta decisa l’espansione, passarono diret-tamente all’attacco degli arabi e dei berberi sulle coste africa-ne. Questo, peraltro, era anche un modo per saldare i molti de-biti che avevano contratto presso gli usurai delle città. Già si è detto che nella loro espansione coloniale, glielementi borghesi lusitani si univano «pacificamente» alle for-ze dinastiche e feudali: questo naturalmente favorì la coesioneinterna. La borghesia era debole ma protetta dalla corona, chese ne serviva anche per tenere a freno la nobiltà. La collabora-zione tra mercanti e nobiltà era stata molto forte nel sec. XIII,allorché si aveva l’ambizione di impadronirsi delle proprietàarabe in Africa, insediando scali commerciali sulle coste diTunisia, Algeria e Marocco: regioni, queste, ove era possibiletrovare anche l’oro, divenuto particolarmente scarso in Europa. Tuttavia, ogniqualvolta la borghesia dava l’impressionedi volersi rendere autonoma, la nobiltà ne frenava gli entusia-smi. Infatti, durante la lotta contro la corona di Castiglia, i no-bili lusitani avevano sostenuto il pretendente castigliano allacorona del Portogallo, mentre i ceti medi si erano schierati conGiovanni, che fu poi eletto nel 1385. La nobiltà perse creditonel XIV sec., e la monarchia, appoggiata dalla borghesia, con-solidò il vantaggio ottenuto concludendo con l’Inghilterra untrattato commerciale e di assistenza militare. Sarà anche questotrattato che indurrà la Castiglia a rinunciare a ogni pretesa sulPortogallo. I mercanti di Lisbona videro confermato il loro sta-tuto di «privilegiati», in grado di garantire loro la protezionedalla concorrenza dei gruppi mercantili stranieri. Fu appuntodopo la «rivoluzione» del 1385 che il Portogallo riprenderà lespedizioni navali lungo le coste africane. Questa espansioneservirà anche a risolvere, seppure temporaneamente, i conflittisociali interni tra borghesia e aristocrazia. Nascita e sviluppo del colonialismo 41
    • Inizialmente il Portogallo pensò di colonizzare l’Africaper paralizzare il commercio carovaniero musulmano che at-traverso l’Africa settentrionale e il Sahara portava oro, schiavie avorio dai grandi mercati del Sudan, di Timbuktu e del Sene-gal, ai porti del Mediterraneo occidentale. Ma dopo che i turchioccuparono Costantinopoli, i mercanti lusitani pensarono fosseindispensabile raggiungere direttamente le fonti orientali ed e-stremorientali della ricchezza musulmana, circumnavigando lacosta occidentale dell’Africa e aggirando lo sbarramento isla-mico dal Nordafrica fino al Levante. La prima tappa del colonialismo portoghese fu la con-quista di Ceuta, nel 1415, che era una fortezza di pirati arabiposta sullo stretto di Gibilterra, in Marocco. Nel 1432 s’impa-dronirono delle isole Azzorre, nel ‘34 doppiarono il capo Bo-jador, a sud del quale si riteneva che la vita fosse impossibile.L’uso della caravella s’impose proprio per verificare diretta-mente se ciò era vero: occorreva, a tale scopo, uno strumentoche permettesse di allontanarsi di molto dalle coste. Nel 1441una spedizione fece ritorno col primo carico di schiavi neri dicui si sia a conoscenza. Intorno al 1450 la loro importazione inPortogallo toccò le 700-800 unità all’anno. Molti di questischiavi finivano col lavorare nelle piantagioni della canna dazucchero presenti nelle colonie. Nel 1442 i portoghesi importa-rono dalla Guinea il primo quantitativo di oro (nei 20 anni se-guenti essi divennero i maggiori fornitori d’Europa). Oltre al-l’oro giungevano in Europa dalle loro colonie: pepe diCayenna, cotone, avorio, olio di balena, pesce da salare, legnopregiato e molti prodotti esotici. Nel 1443 la corona cominciòa regolamentare questo commercio. Sul piano etico-giuridico, la conquista di tutte le costeafricane libere dalla presenza islamica, determinò un proble-ma: quale giustificazione dare all’occupazione di territori dovevivevano popolazioni pagane che non avevano mai conosciutoCristo? Si poteva parlare di «guerra giusta» come nel caso deimori? Dopo ampio dibattito teologico, si arrivò alla seguente42
    • conclusione, avvallata dall’autorità pontificia: Cristo ha la si-gnoria materiale e spirituale su tutti i popoli; questo potere loha trasmesso ai pontefici, i quali, a loro volta, lo possono dele-gare a sovrani cristiani, che lo esercitano sulle terre degli «in-fedeli». Tali sovrani hanno la responsabilità di convertire i pa-gani: se questi rifiutano, può essere condotta contro di loro una«guerra giusta», con tanto di riduzione in schiavitù della popo-lazione e di confisca delle sue proprietà. La collaborazione coi capi berbero-arabi (da tempo raz-ziatori) e la collusione di capi-tribù indigeni si rivelarono subi-to proficui nella caccia all’uomo nelle zone dell’interno. Incambio di cavalli e generi di lusso, i sovrani dei grandi regniafricani (Mali, Benin, ecc.) misero i portoghesi in condizioni dispezzare il controllo arabo sulle rotte di terraferma e costieradel traffico degli schiavi. Naturalmente i meccanismi dellaschiavizzazione portoghese erano molto diversi da quella afri-cana pre-europea: in quest’ultima lo schiavo poteva sposarsi,possedere beni, prestare giuramento, essere un testimone vali-do, diventare persino erede del suo padrone... In quella europeatutto era strettamente finalizzato all’accumulo di capitali. Il Portogallo - a differenza della Spagna - evitò sempred’avanzare nel retroterra dei paesi conquistati. Nel 1415 avevatentato di invadere il Marocco, sotto il pretesto di una crociataantislamica, ma fu un fallimento quasi totale (ci riproverà, mainutilmente, nel 1578). Le forze colonialiste portoghesi capiro-no ben presto che per loro era meglio controllare lo smerciodei prodotti piuttosto che la produzione vera e propria. Questonon solo perché disponevano di pochissime forze numeriche(la popolazione nazionale nel 1450 non superava le 800.000unità: un secolo dopo era sui 1,5 milioni: il numero delle naviche ogni anno il Portogallo inviava nelle colonie non era supe-riore a 20 e quello degli uomini non superava i 1500); ma an-che perché le civiltà con cui vennero a contatto non erano dilivello culturale e tecnologico inferiore a quelle europee. India,Indocina e Cina erano allo stadio del feudalesimo avanzato e, 43
    • sul piano militare, erano certamente più agguerriti degli indi-geni incontrati dagli spagnoli. Da notare che, proprio per que-sta incapacità di organizzare politicamente l’entroterra, il colo-nialismo portoghese risulterà meno odioso di quello spagnolo,anche se, inevitabilmente, lasciò tracce meno profonde. Nel 1483 Colombo presentò a Lisbona il progetto di pe-riplo terrestre in direzione d’occidente: in tal modo cercava dirispondere all’idea di raggiungere l’India per mare, strappandoai musulmani il monopolio del commercio coll’Oriente. Il pro-getto, come noto, venne respinto: i portoghesi preferirono pro-seguire nei loro tentativi, giudicati più sicuri, di circumnaviga-zione africana. Infatti, quando nel 1487 Bartolomeo Diaz rag-giunse l’estremo lembo meridionale dell’Africa, da lui battez-zato Capo tempestoso e più tardi detto di Buona Speranza, lapossibilità di raggiungere le coste dell’India era diventata rea-le: Diaz però fu costretto a ritornare a Lisbona, perché l’equi-paggio era allo stremo delle forze. Sarà la spedizione di Vascode Gama, nel 1498, a gettare l’ancora nella città di Calcutta,riportando in patria, dopo due anni di viaggio e con un equi-paggio dimezzato, il primo carico di spezie. Profitto e religione In un primo momento i portoghesi tentarono d’inserirsipacificamente nei circuiti commerciali asiatici. Ma ben presto,anche per non lasciarsi precedere dai rivali spagnoli, deciserod’intraprendere una vasta azione militare (pirateria, saccheggie distruzioni di città costiere) per controllare tutto il commer-cio asiatico, via mare, sino all’Estremo Oriente. Che il primoobiettivo dei portoghesi fosse quello economico e non quelloreligioso, è documentato anche dal fatto che la diffusione dellafede cristiana (scopo principale, teoricamente, delle impresed’oltremare) fu centrata dapprima sull’Asia e solo nel XVIIanche sull’Africa. Le terre e le città conquistate in India furonoil punto di partenza per la loro ulteriore espansione in Asia.44
    • Venezia fece di tutto per impedire che il Portogallo modificas-se lo status quo. Questo non deve apparire strano. È vero infat-ti che su tutti i trasporti gravavano le tasse e i dazi doganali deiturchi ottomani e dei mamelucchi d’Egitto, ma è anche veroche l’importazione dei prodotti orientali in Europa costituiva lafonte principale delle ricchezze di Venezia. Nel 1509, sfruttan-do il vantaggio della superiorità navale, la flotta portoghese in-flisse una pesantissima sconfitta alla coalizione di navi arabeed egiziane, determinando la fine del monopolio arabo, dandoinizio alla decadenza di Venezia e trasformando il Mediterra-neo in un «mare interno», tagliato fuori dalle nuove, grandi viecommerciali. Lisbona era praticamente diventata la capitalemondiale del commercio delle spezie e degli schiavi. Già nel 1454 i portoghesi avevano ottenuto da papa Ni-cola V il diritto alle spedizioni militari contro i musulmani e almonopolio commerciale sulle coste africane del Mediterraneo.In seguito, con la bolla Aeterni Regio Clementia, ottennero dalpapato il riconoscimento del possesso di tutti territori africaniconquistati. La dottrina nata per santificare la conquista dellaTerrasanta aveva esteso la sua applicazione sino a giustificarela conquista di regni e popolazioni che mai avevano minaccia-to il Portogallo, sconosciuti anzi a tutta l’Europa. Nel 1493,con un’altra bolla, Inter Coetera, il papato fu costretto a ri-spondere alla seguente domanda: per «costa dell’Africa», a suddelle Canarie, doveva intendersi tutto l’Oceano Atlantico? Na-turalmente i portoghesi pensavano di sì e se fosse passata la lo-ro opinione, la Spagna avrebbe dovuto loro restituire l’Ameri-ca. Gli spagnoli invece ritenevano appartenesse alla Casti-glia ciò che si trovava a ovest e a nord delle Canarie. Papa A-lessandro VI, che aveva già riconosciuto i diritti di conquistaalla Spagna sulle «Indie occidentali», stabilì, per evitare con-flitti tra le due potenze cattoliche, che i territori a oriente di unlinea ideale (100 leghe = circa 600 km, a ovest delle isole diCapo Verde) restassero sotto l’influenza portoghese, mentre 45
    • quelli a occidente dovevano restare sotto l’influenza spagnola.Ogni altro Stato veniva escluso, a priori, da qualunque conqui-sta coloniale. L’anno seguente però il trattato di Tordesillas,firmato dai sovrani portoghese e spagnolo, spostava la linea didemarcazione a 370 leghe = oltre 2000 km, a ovest delle sud-dette isole, sicché la zona d’influenza del Portogallo arrivava aincludere persino il Brasile. L’ultimo trattato bilaterale saràquello di Saragozza nel 1529, determinato dal fatto che con laprima circumnavigazione americana di Magellano e la conqui-sta spagnola delle isole Filippine, si riproponeva il problema diuna diversa spartizione delle sfere d’influenza nel Pacifico. LaSpagna tuttavia, nonostante quest’ultimo trattato, si rifiuterà direstituire le Filippine al Portogallo. Tipologia del colonialismo lusitano I portoghesi arrivarono in Cina nel 1513 e in Giapponenel 1541. Quando nel 1521 gli spagnoli, circumnavigata l’A-merica meridionale, giunsero nell’odierno arcipelago malese,lo trovarono già in mano dei portoghesi. Sintetizzando tuttal’attività coloniale dei portoghesi, si può dire ch’essi, nel primoventennio del XVI sec., istituirono una serie di basi militari-navali lungo le coste occidentali e orientali dell’Africa (imi-tando, in questo, la strategia delle città cristiane del Mediterra-neo nei riguardi dell’Islam afro-asiatico, ai tempi delle crocia-te); poi occuparono alcune isole presso Ormuz, per impedireche le vie del Mar Rosso e del Golfo Persico potessero essereutilizzate dai turchi o dagli egiziani (le spezie andavano con-vogliate esclusivamente sulla rotta del Capo di Buona Speran-za); infine bloccarono tutti i passaggi obbligati del commercioasiatico: Birmania, Malacca, Macao, Taiwan, isole Molucche,Goa e Bombay, ecc. Praticamente l’espansione seguì, oltre alledirettive della corona, anche le vie battute dall’Islam, che dasecoli conosceva l’Oceano Indiano. I piccoli signori feudali46
    • dell’Asia erano costretti a concedere gratuitamente o come tri-buto o a prezzi fissi gran parte dei raccolti di spezie pregiate. Il Portogallo, come del resto la Spagna, considerava disuo dominio anche le acque territoriali di tutte le zone scoper-te, per cui ogni nave che entrava in queste acque, senza il rela-tivo permesso, veniva confiscata e il suo equipaggio era con-dannato a morte o ridotto in schiavitù. A queste condizioniqualunque concorrente del Portogallo appariva un alleato desi-derabile. Anche per questa ragione i commercianti lusitani, incambio di oro, argento, rame e spezie, ad un certo punto saran-no disposti ad offrire armi da fuoco, tessuti di lana, velluti, ta-bacco, orologi, vetro, lenti per gli occhiali, ecc. Dunque, a partire dagli inizi del XVI sec. sino all’aper-tura del canale di Suez (1869), la via marittima aperta dai por-toghesi rappresenterà la strada principale del traffico commer-ciale tra Europa e Asia. Tuttavia, il blocco totale del Mar Ros-so, pur tentato a più riprese, non riuscirà mai completamente:gli stessi buoni rapporti con la Persia implicavano che i mer-cantili mori continuassero a giungere quasi regolarmente nelGolfo Persico. Si può stimare che il monopolio lusitano delcommercio delle spezie s’aggirasse sul 60-70% (il pepe costi-tuiva i 2/3 di tutte le spezie).2 Per valutare bene lo sforzo lusitano di espansionecommerciale si deve tener conto anche di un altro fattore: legrandi distanze che separavano la metropoli dalle colonie, cheerano causa di naufragi (almeno il 10-15%) e di notevoli perdi-te umane (almeno il 15-25% su un viaggio di due anni). Nondobbiamo infatti dimenticare che se dalla Spagna a Cuba (e vi-ceversa) bastavano meno di 5 mesi, da Lisbona a Goa (in In-dia) occorrevano, per andata e ritorno, almeno 18 mesi, e daGoa al Giappone (andata e ritorno) almeno tre anni, senza con-siderare che la via del Capo dipendeva dai venti stagionali: ali-2 Da notare che il livello commerciale raggiunto dal Portogallo nel 1515non sarà più superato in seguito. 47
    • sei sull’Atlantico e monsoni nell’Oceano Indiano. Anche perquesto motivo le spezie che passavano dal Capo di Buona Spe-ranza erano di qualità inferiore rispetto a quelle del Mar Rosso.Le enormi distanze che dividevano la metropoli dalle colonieindurranno, col tempo, il Portogallo (ma anche altri Paesi eu-ropei) ad abbandonare, in gran parte, i vascelli di un centinaiodi tonnellate, per impiegare sempre di più quelli sulle mille:ciò permetteva un risparmio relativo di circa la metà dei costi,grazie alla riduzione del numero degli uomini e della quantitàdei viveri. Inoltre s’imporrà il sistema dei «convogli». La fortuna del Portogallo declinò molto presto per duefondamentali ragioni: a) Inghilterra, Olanda e Francia eranodiventate delle nazioni militarmente forti, soprattutto sul pianonavale, in grado di minacciare tutte le colonie del Portogallo,b) la Spagna assolutista degli Asburgo lo occupò nel 1580,portandolo in breve tempo al dissesto economico e finanziario,tanto che moltissime delle sue colonie (a causa della guerra traSpagna e Olanda) gli vennero sottratte dagli olandesi. Non so-lo, ma nel 1654 la Spagna, in guerra anche con l’Inghilterra,sarà costretta a firmare un trattato in virtù del quale quest’ul-tima si assicurerà il controllo politico-economico dello stessoPortogallo. Tuttavia, nel 1640, approfittando della rivolta anti-governativa della Catalogna, nobiltà e borghesia portoghesi,appoggiati dall’arcivescovo di Lisbona, riuscirono a organizza-re una congiura, occupando il palazzo reale di Lisbona. Ebbecosì inizio la sollevazione nazional-popolare che, sostenuta daFrancia e Inghilterra, costringerà la Spagna a riconoscere defi-nitivamente l’indipendenza del Portogallo nel 1668. Ciò tutta-via non permetterà al Portogallo di risollevarsi economicamen-te. L’unico vasto territorio che il Portogallo cercò di colo-nizzare non solo sulla costa ma anche all’interno fu il Brasile,occupato nel 1500. Allora il Brasile era povero di popolazionee di ricchezze sfruttabili (i giacimenti di oro e diamanti venne-ro scoperti solo verso la fine del XVIII sec.). Qui i portoghesi48
    • metteranno in piedi una serie di piantagioni (soprattutto dellozucchero) e un mercato di schiavi (gli indios brasiliani che nonvolevano lavorare vennero sostituiti con schiavi negri importatidall’Africa), adottando gli stessi metodi di sfruttamento esi-stenti nelle colonie spagnole. Con una differenza però: i profit-ti derivati dai beni di commercio più vantaggiosi finivano nellecasse dello Stato, poiché erano di monopolio reale. Lo Statoprelevava i diritti di dogana e delle contrattazioni commercialie incamerava i diritti (5%) delle licenze reali. Per poter riscuo-tere con sicurezza i dazi sul commercio, la corona aveva desi-gnato Lisbona come unico porto per i viaggi in partenza e inarrivo. I metodi amministrativi portoghesi furono meno effica-ci di quelli spagnoli, poiché il governo di Lisbona era moltoautocratico e non permetteva ai funzionari presenti nelle colo-nie di poter controllare quest’ultime autonomamente. Lo sfrut-tamento delle colonie portoghesi avveniva mediante un appara-to statale burocratico di tipo feudale. Il potere dei funzionariera enorme, poiché erano responsabili solo di fronte al re. Lenomine restavano in vigore per un triennio ed erano molto am-bite. Questa burocrazia, che ebbe meno problemi con la coronadi quanti ne ebbero i conquistadores col governo spagnolo,svolgeva funzioni amministrative, giudiziarie e commerciali.Essa acquistava o raccoglieva come tributi le merci per la ma-drepatria. L’eccesso di quanto poteva essere caricato sulle na-vi, veniva distrutto. Ogni singola colonia era direttamente col-legata con la metropoli: non esistevano legami tra colonie. Ilcommercio tra singoli porti delle colonie era un monopolioconcesso come privilegio solo agli alti funzionari. Tutte le co-lonie vennero chiuse al commercio degli stranieri nel 1591. Da ultimo si può far notare che il Portogallo non è maistato in grado di smistare, da solo, tutte le merci che acquista-va. Non disponendo di una vasta rete commerciale e avendouna scarsa popolazione, esso era costretto a servirsi d’interme-diari (anche italiani), che naturalmente assorbivano una buona 49
    • parte dei profitti. Gran parte delle spezie e del pepe finivanoall’emporio reale di Anversa, dove vigeva la piena libertàcommerciale e finanziaria. Qui la Borsa fu istituita nel 1531.Quando le fortune di questa città fiamminga cominciarono adeclinare, salirono quelle di Genova, che per mezzo secolo sa-prà attirare l’oro e l’argento, mentre le spezie e lo zuccheroconvergeranno su Amsterdam. Saranno i portoghesi i primi aintrodurre ufficialmente il sistema monetario basato sull’oro,rinunciando all’argento.50
    • LA FAME D’ORO DELLA SPAGNA Il Paese che ebbe il destino di svolgere il ruolo di «pre-cursore» del capitalismo, e cioè la Spagna, fu anche quello chenel XVI sec. si trovava nelle peggiori condizioni per uno svi-luppo capitalistico. Semplicemente perché con la «Riconqui-sta» cattolica del territorio nazionale, che si concluderà nel1492, i sovrani spagnoli eliminarono la borghesia come classesociale, essendo essa prevalentemente rappresentata da ebrei emori. Le fasi della Riconquista La «Riconquista», iniziata nei secoli VIII-IX, vide co-me protagoniste attive tutte le classi sociali della società feuda-le, ma soprattutto i contadini, i quali, potendo occupare le terrearabe, devastate dalle continue guerre, miravano ad affrancarsidalla servitù della gleba. I mercanti e gli artigiani di religionecattolica vi parteciparono perché sapevano che il meridione eraeconomicamente più sviluppato. Fu proprio in seguito a questoprocesso che si costituirono i grandi Stati della Spagna medie-vale, come la Castiglia, l’Aragona e la Catalogna. Con lo svolgersi della «Riconquista» inizia a sviluppar-si il sistema feudale vero e proprio, in ritardo rispetto agli altripaesi europei. Nella Castiglia la classe dominante era compo-sta da latifondisti laici ed ecclesiastici. L’alta aristocrazia pote-va fare guerre senza tener conto della volontà del re e annetter-si vasti territori. Essa era esente dal pagamento delle imposte epossedeva diritti di immunità, per cui i funzionari statali nonpotevano entrare nelle sue proprietà. Catalogna e Valencia era-no regioni costiere legate al commercio mediterraneo. L’Ara-gona invece era molto arretrata, anche se, in virtù delle sue im-prese politico-militari nel Mediterraneo, era riuscita ad occupa- 51
    • re Sicilia, Sardegna e Regno di Napoli. La corona comunquenon sarà in grado di contrastare le forze particolaristiche (cittàe nobiltà) che miravano a consolidare i loro privilegi. La «Riconquista» riprese con grande vigore verso lametà dell’XI sec., dopo che il califfato di Cordoba si era fra-zionato in una serie di emirati arabo-berberi, continuamente inlotta tra loro. Gran parte della penisola iberica, nella secondametà del XIII sec., era occupata da due Stati: Castiglia e Ara-gona. A occidente invece vi era il Portogallo. Ai mori restavaun piccolo territorio attorno a Granada. Il momento più significativo dell’unificazione naziona-le fu quando Ferdinando, erede al trono d’Aragona, sposò nel1469, Isabella, erede al trono di Castiglia. Lo Stato che si for-merà da questo matrimonio sarà di notevoli dimensioni, perchécomprenderà anche le isole Baleari, la Sicilia, la Sardegna el’Italia meridionale. Naturalmente non si può qui parlare di«unità politico-nazionale» o di uno Stato «assoluto» (come ades. quello ad esso contemporaneo dell’inglese Enrico VII).L’unione di Castiglia e Aragona (avvenuta nel 1479) era piùche altro «personale»: molti atti di governo erano decisi e at-tuati in comune, ma in molti casi vigeva ancora una separazio-ne giurisdizionale e uno squilibrio in favore della Castiglia. I-noltre la formazione dell’unità nazionale incontrava, sul suocammino, tre seri ostacoli: a) i grandi feudatari, che volevanoconservare il frazionamento politico del Paese, durante la «Ri-conquista» avevano ampliato notevolmente i loro possedimen-ti; b) lo strato superiore del patriziato cittadino, favorevoleall’unificazione, godeva di molti privilegi medievali e sostene-va il potere regio solo a condizione di non perderli; c) la picco-la e media nobiltà sosteneva il re più che altro allo scopo di ga-rantirsi le rendite pagate dai contadini, i quali si opponevanosempre più spesso al servaggio. In ogni caso, con l’appoggio dei piccoli nobili e dellaborghesia cittadina, la monarchia lottò con successo contro igrandi feudatari. In particolare, l’alleanza con la borghesia52
    • consentì alla corona di assicurarsi regolari risorse finanziarie,un esercito non feudale e un severo controllo dell’ordine pub-blico. Una volta sottomessa l’alta aristocrazia, la monarchia in-traprese la guerra contro l’emirato di Granada, che cadde dopo10 anni, pochi mesi prima che Colombo «scoprì» l’America.Poi la monarchia, a sorpresa, cominciò a limitare i diritti dellecittà all’autogoverno, facendole controllare da propri funziona-ri permanenti, che godevano di ampie facoltà giudiziarie, poli-tiche, amministrative e finanziarie. In tal modo impedì allaborghesia di rivendicare un potere politico. Lo stesso poteredelle Cortes (Parlamento) venne notevolmente ridimensionato.In un Paese arretrato come la Spagna, difficilmente l’assoluti-smo avrebbe potuto avere con la borghesia un rapporto che an-dasse al di là di un uso strumentale contro l’anarchia feudale.Ciò che ai Re Cattolici premeva di ottenere, attraverso l’aiutodella borghesia, era unicamente l’estromissione di una buonaparte dell’aristocrazia dagli affari politici. Per il resto, sul pia-no economico, potevano continuare a dominare i metodi tradi-zionali della società medievale.3 La politica estera seguì le direttive tradizionali antifran-cesi e di salvaguardia del predominio nel Mediterraneo, controveneziani e musulmani. Il diretto dominio del regno di Napolie l’occupazione di Tripoli (1511) allontanarono definitivamen-te, grazie anche alla sottomissione di Algeri e Tunisi, la mi-naccia islamica e imposero il dominio spagnolo sulle coste a-fricane. Adeguandosi, seppure in ritardo, alla politica generaledella cristianità occidentale (che sin dal XIII sec. aveva inau-gurato, in concomitanza con le crociate, una strategia persecu-toria o quanto meno discriminatoria contro gli ebrei), la mo-narchia spagnola, per la quale la creazione di uno Stato moder-no implicava l’unità della fede religiosa, introduce nel 14803 Anche per la designazione dei vescovi, la corona spagnola poneva al pa-pato condizioni ad essa ampiamente favorevoli. 53
    • l’Inquisizione ed emana un editto di segregazione generale de-gli ebrei. L’antisemitismo raggiunge l’apice allorquando sifonde con la lotta contro i mori e gli eretici. Prima dell’editto reale di espulsione del marzo 1492, vierano in Spagna da 200 a 300.000 ebrei (sefarditi): dopo l’edit-to ne emigrarono da 150 a 200.000; ne rimasero in Spagna, di-sposti a farsi battezzare, circa 50.000. Di quelli emigrati, circa120.000 riparò in Portogallo, dove già ne esistevano 75.000.Dall’inizio delle persecuzioni almeno 2.000 ebrei venneromessi sul rogo. Il grande benessere raggiunto sotto la domina-zione araba era finito per sempre. Gli ebrei torneranno in Spa-gna solo verso la metà del XX secolo. I mori invece, al tempo dei Re Cattolici, erano circa unmilione, di cui 300.000 furono espulsi. Nel 1502 furono di-chiarati del tutto «illegali» e quindi costretti alla definitiva e-spulsione.4 Lo Stato e la nobiltà s’impadronirono delle loro ric-chezze (inquisitori e delatori ricevevano 1/3 dei beni dei con-dannati, il resto andava alla corona), ma, non sapendole con-vertire in capitali, non fecero che favorire i capitalisti stranieri,che poterono così trovare un enorme spazio a loro disposizio-ne. Mentre nei grandi Stati euroccidentali la monarchia as-soluta rappresentava il centro dell’unificazione sociale e na-zionale, grazie soprattutto all’aiuto della borghesia, viceversanella Spagna l’assolutismo e l’accentramento monarchico av-vennero contro gli interessi della borghesia, a esclusivo van-taggio di quelli aristocratici, in stretta sintonia col potere eccle-siastico. L’espulsione degli ebrei e dei mori fu, allo stesso tem-po, causa ed effetto della debolezza della borghesia spagnola.Fu il frutto dell’offensiva delle classi nobiliari ed ecclesiasti-che contro i settori che minacciavano di costituirsi in borghesianazionale. A ciò tuttavia va aggiunta la considerazione che se4 Da notare che allora la Spagna aveva circa 10 milioni di abitanti.54
    • l’espulsione fu possibile, molto dipese anche dal fatto che laborghesia ebraica e musulmana non erano riuscite a integrarsicon quella cattolica o con la popolazione di religione cattolica(che era prevalentemente contadina). D’altra parte l’integra-zione non sarebbe mai potuta avvenire finché le parti in causaavessero continuato a considerare le differenze religiose comeun ostacolo insormontabile. Non dobbiamo inoltre dimenticareche il cattolicesimo spagnolo mal sopportava di coinvolgersicon lo stile di vita borghese. È vero che gli ebrei parteciparonoalla «Riconquista», mostrando lealtà nei confronti della mo-narchia, ma è anche vero che se non l’avessero fatto, la loroespulsione sarebbe stata anticipata (l’antisemitismo in Spagnaera stato già molto forte alla fine del XIV sec.). Gli ebrei ave-vano bisogno di «mostrare» il loro patriottismo, onde evitarel’accusa di non sapersi integrare nel contesto sociale. Non acaso la loro espulsione fu appoggiata attivamente dagli stratipopolari, poiché sugli ebrei le autorità scaricavano i motividella crisi socio-economica (furono persino accusati di averprovocato la peste nera del 1348). Economia e classi sociali Il settore agricolo più importante, nella maggior partedelle regioni spagnole del XVI sec., era, soprattutto nella Ca-stiglia, l’allevamento ovino, a causa del grande sviluppo del-l’industria tessile nell’Europa nord-occidentale (Fiandre, Fran-cia, ecc.). I tentativi dei contadini di recintare le proprie terreper salvarle dalla rovina provocata dai greggi di passaggio, in-contravano sempre forti resistenze da parte degli allevatori, cheerano protetti dalla corona per motivi fiscali. La corona anzifece in modo che gli allevatori potessero accaparrarsi quantepiù terre possibili. I contadini furono rovinati al punto che tuttala Spagna settentrionale doveva ricorrere al grano d’importa-zione. In pratica, lo sviluppo dei rapporti mercantili-monetarinon favorì nelle campagne spagnole il decollo del sistema ca- 55
    • pitalistico di produzione, ma, al contrario, la conservazione deirapporti feudali e la decadenza dell’agricoltura. La produzione artigianale e industriale era concentratanelle città, soprattutto a Siviglia, Toledo, Granada, ecc. I mag-giori successi furono raggiunti nella produzione del panno edella seta, soprattutto dopo la conquista dell’America (i con-quistadores avevano bisogno di vestiario, armi, ecc., in cambiodi oro e argento), ma anche perché molti contadini, fuggiti dal-le campagne, affluivano nelle città in cerca di lavoro. Cionono-stante, a confronto con la produzione dei Paesi più avanzatid’Europa, le dimensioni dell’industria spagnola erano modeste,anche a causa del fatto che gli ex-regni spagnoli (Leòn, Valen-cia, Catalogna...), trasformatisi alla fine del XV sec. in provin-ce dello Stato unificato, mantenevano le particolarità del lorosviluppo storico, restando economicamente isolate, chiuse neipropri privilegi feudali (di signori e di città): privilegi che ov-viamente creavano ostacoli allo sviluppo dei rapporti commer-ciali con le regioni vicine (ad es. esistevano ancora numerosedogane). La classe spagnola più rigidamente strutturata era quel-la nobiliare, suddivisa in: a) Grandi, cioè i ricchi proprietari, apiù diretto contatto con la monarchia, dalla quale ottenevanoprivilegi in cambio di lealtà e di lotta al decentramento dei po-teri. Erano i più parassiti; b) Dignitari, non direttamente vinco-lati alla corona, poiché il loro potere derivava anzitutto dalpossesso delle terre. Ogni Grande è un Dignitario, ma il con-trario non è sempre vero. Spesso lo Stato deve combattere con-tro questa nobiltà che pretende ampia autonomia; c) Cavalieri,organizzati in «ordini», con propri regolamenti e rituali rigidis-simi, in relazione con la purezza della fede e del ceto. La lororicchezza dipende dal militarismo. Erano i più monarchici, ipiù razzisti della nobiltà, poiché dipendevano totalmente dalloStato; d) Hidalgos, cioè i nobili decaduti (i 9/10 della nobiltànel suo complesso): l’unica cosa che avevano era il lignaggio,di cui naturalmente si vantavano. Disprezzavano il lavoro.56
    • Spesso erano un modello che i più poveri volevano imitare(per avere le «apparenze da gran signore»). Sono loro che nelperiodo del capitalismo mercantile disprezzano il lavoro e ildenaro in nome di valori pre-borghesi (onore, indipendenza dipensiero, senso eroico della vita). In realtà volevano la ric-chezza, ma guadagnata nell’avventura, e non per accumularema per consumare. Il basso clero spesso assomigliava agli hi-dalgos. Il vero conquistatore sarà l’hidalgo che dalla «Ricon-quista» non aveva ottenuto particolari vantaggi materiali. Que-sto giovane celibe, militare a tempo pieno, cadetto di famiglianobile ma decaduta, nelle «Indie» si emanciperà economica-mente dalla propria soggezione nei confronti della grande no-biltà e della borghesia. I mezzi per ottenere questo non sarannopiù quelli tradizionali: coraggio militare, lignaggio, onore, maquelli moderni: massacri, sfruttamento, espropriazione di risor-se, ecc. La sua rapida ascesa sociale sarà il frutto non di una«lotta di classe» ma di una «scoperta geografica». De Sepùlve-da racconterà nella sua Cronica Indiana, che Hernàn Cortés sisentiva autorizzato da Dio a combattere gli indios pagani, cosìcome un crociato fa la sua «guerra santa» per un fine superio-re, nobilitato dalla religione; ma, nello stesso tempo, afferma,con altrettanta sicurezza, che i conquistadores erano lì per ru-bare e saccheggiare. Il Dio della fede andava trasformato in«oro» e l’oro diventava il nuovo «dio». Nasce il colonialismo Nella primavera del 1492 gli spagnoli avevano conqui-stato Granada, ultimo baluardo dei mori nella penisola iberica.Nell’agosto dello stesso anno partirono le tre caravelle di Co-lombo, al fine di scoprire la via occidentale verso le Indie el’Asia orientale. Colombo venne nominato «ammiraglio e vi-ceré» di tutte le terre che avrebbe scoperto, con il diritto di te-nere per sé 1/10 di tutti i guadagni che ne sarebbero derivati. 57
    • Colombo si era rivolto alla Spagna quando vide che il naviga-tore Diaz era tornato trionfalmente in patria dopo aver doppia-to il Capo di Buona Speranza, dimostrando così che la via o-rientale per le Indie era concretamente percorribile. Ora la viaoceanica per la Spagna era l’unica possibile, poiché il Porto-gallo, avendo occupato le isole atlantiche e alcune posizionimarocchine, l’aveva tagliata fuori dalla rotta africana. Il 12 ottobre 1492, dopo 69 giorni di navigazione, le ca-ravelle raggiunsero Guanahani (S. Salvador), una delle isoleBahamas. Dopo questa spedizione, Colombo ne fece altre tre,scoprendo ed esplorando Cuba, Haiti (che divenne il centrodella colonizzazione), Giamaica e altre isole caraibiche, non-ché il litorale orientale dell’America centrale e la costa del Ve-nezuela. Il motivo fondamentale di queste esplorazioni era laricerca dell’oro e delle spezie. Colombo, siccome non ne trovòquanto avrebbe voluto, propose ai suoi monarchi di trasportarein Spagna degli schiavi. Gli indigeni delle colonie, trasformatiin schiavi, non riuscivano a sopportare il peso delle fatiche, percui, quando cominciarono a soccombere a decine di migliaia(anche per malattie contratte dal contatto con gli europei) glispagnoli importarono schiavi africani in massa per sostituirli.La prima importazione iniziò nel 1501 e verso il 1518 era giàdiventata una delle attività coloniali più redditizie. Nel 1501 si vietò in maniera formale a qualsiasi stranie-ro l’accesso alle cosiddette Indie. Nel 1503 venne fondata laCasa de contrataciòn di Siviglia, sul modello del sistema mo-nopolistico-commerciale portoghese, al fine di regolare e con-trollare il traffico di passeggeri e merci con le «Indie». Si trat-tava di una corporazione di commercianti, cui fu concessa au-torità sufficiente per impedire che si violassero i privilegi deicommercianti spagnoli che avevano rapporti con le colonie.Per esercitare il controllo tutte le navi dovevano salpare e at-traccare a Siviglia. Col tempo, la «Casa» divenne un’istituzio-ne governativa, con compiti politici, amministrativi e giudiziari(i suoi funzionari non potevano partecipare direttamente ai58
    • traffici). Essa perse la sua autonomia con la creazione nel 1524del «Consiglio delle Indie», e si trasformò in uno strumento dipotere al servizio dei gruppi finanziari di Siviglia, mentre lefacoltà governative, giudiziarie e anche militari vennero trasfe-rite dalla corona al suddetto «Consiglio», i cui compiti erano diproporre al re i nomi di tutte le alte cariche (laiche e religiose)per le Indie; assicurare la censura dei libri e il permesso dipubblicazione; fungere da corte di appello per le sentenze deitribunali delle colonie, ecc. Il «Consiglio» agiva nel più rigoro-so segreto. Nel 1524 l’imperatore Carlo V, sempre più consapevo-le della necessità di capitali stranieri per sostenere le impresecoloniali, e messo alle strette dai banchieri tedeschi, consentìche mercanti stranieri commerciassero con le Indie, anche seconfermò il divieto ad una loro installazione nel Nuovo Mon-do. Ma già nel 1525-26 sudditi provenienti da quasi tutti i suoidomini, ottennero il permesso di recarsi in America, e nel 1529la corona concesse a dieci porti castigliani di commerciare colNuovo Mondo. Nel 1538, a causa delle proteste dei mercantispagnoli, che non volevano la concorrenza straniera, si vietò dinuovo a tutti gli stranieri l’accesso alle terre americane. Sivi-glia riuscirà a conservare il proprio monopolio fino al 1680, al-lorché dovrà cederlo a Cadice. Tuttavia gli stranieri, facendosinaturalizzare come castigliani oppure ottenendo permessi spe-ciali, continuarono ad approdare sul nuovo continente. Dal sec. XVI al sec. XIX (fine del traffico e dellaschiavitù), circa 9.500.000 negri furono deportati dall’Africa(la loro condizione giuridica era inferiore a quella dell’indio, alpunto che i Codici delle Indie vietavano ai negri di accoppiarsicon le indias). Il 38% fu portato in Brasile, il 6% negli StatiUniti, più del 50% nelle Antille britanniche, nelle colonie fran-cesi dei Caraibi e in quelle spagnole. Cuba, da sola, ne accolse702.000, più di qualsiasi altra colonia spagnola. A differenza della schiavitù indios, quella negra avevagià dei precedenti in Spagna: alla fine del XV sec. c’erano in 59
    • Andalusia numerosi schiavi importati direttamente dalla Gui-nea (dopo il trattato di pace di Alcaçovas, nel 1497, col Porto-gallo, saranno i mercanti lusitani a rifornire di schiavi la Spa-gna, anche se quest’ultima, con la Casa de contrataciòn, cer-cherà di realizzare un proprio monopolio schiavista). Il requerimiento A seguito delle denunce dei religiosi contro il sistemaschiavistico, cioè contro l’equivoco della non-appartenenzadell’indio alla specie umana, e anche per limitare l’autonomiadegli encomenderos, si promulgheranno nel 1512 le Leggi diBurgos, che toglievano legittimità all’asservimento degli in-dios pacifici, alle conversioni forzate, all’encomienda repressi-va (vedi più avanti), consentendo però il lavoro forzato el’intervento punitivo nei confronti dei ribelli. Tali Leggi furono un tentativo di rendere più efficace lapredicazione della fede cristiana, impedendo che i conquistato-ri decimassero le popolazioni indigene. Il papato volle cioè farcapire alla Spagna che il privilegio della conquista le era statoconcesso anche per la conversione degli indios. Il requerimiento («ingiunzione») nacque, nel 1514, pro-prio in applicazione alle Leggi di Burgos. Questa dichiarazionedi sovranità letta in lingua spagnola (senza interpreti) dai con-quistadores, in presenza di un funzionario regio, agli indigenidel Nuovo Mondo, altro non voleva essere che uno strumentoper regolamentare, in maniera «legale», le conquiste fino adallora caotiche: non esprimeva il desiderio della corona spa-gnola d’impedire guerre ingiustificate, concedendo alcuni dirit-ti agli indiani, ma piuttosto la preoccupazione della stessa co-rona di tenere sotto controllo i conquistadores e gli encomen-deros. Alcune testimonianze rivelano che la procedura non eraquasi mai rispettata, in quanto gli indigeni venivano prima im-prigionati e successivamente veniva letta loro la dichiarazione.60
    • D’impronta fortemente cattolico-imperialista, il reque-rimiento comincia con una breve storia dell’umanità, culmi-nante con la nascita di Gesù, definito «capo della stirpe uma-na», che avrebbe trasmesso il suo potere a san Pietro e questi aipapi suoi successori (ai quali si riconosceva la superiorità delpotere spirituale e temporale,e quindi una responsabilità per lasalvezza anche delle anime degli indigeni), l’ultimo dei quali,all’epoca papa Alessandro VI, avrebbe poi fatto dono del con-tinente americano agli spagnoli (e in parte ai portoghesi), colTrattato di Tordesillas. Agli indigeni si richiedeva totale sot-tomissione al papa come signore del mondo e, in sua vece, alre di Castiglia per diritto di donazione: in caso di rifiuto o as-senza di risposta, il requerimiento diventava una vera e propriadichiarazione di guerra, che poteva arrivare alla schiavizzazio-ne forzata, o, nel peggiore dei casi, allo sterminio. A causa di questo suo carattere così scandalosamenteipocrita, il requerimiento, usato per la prima volta da PedrariasDávila a Panama, già nel 1525 non veniva più applicato. In se-guito saranno le Leggi Nuove del 1542 a stabilire formalmenteche il monarca spagnolo era sovrano anche degli indios, al finedi sottrarre quest’ultimi al totale arbitrio dei conquistatori. Un altro pretesto con cui si cercò di legittimare laschiavitù fu cercato nel fatto che talune civiltà (ad es. quellaazteca), la praticavano ancor prima d’incontrare gli spagnoli.Las Casas però preciserà che, generalmente, tra gli indios laschiavitù era una pena inflitta per determinati delitti, aveva ca-rattere transitorio e non portava alla morte. Inoltre si trattava diuna punizione personale e non collettiva, come invece fu quel-la imposta dai conquistatori, i quali non si limitavano a usarelo schiavo per il lavoro, ma lo usavano anche come merce discambio. Dopo Colombo 61
    • La notizia della scoperta di Colombo suscitò un grandeallarme in Portogallo, che si sentiva defraudato dei propri pos-sedimenti asiatici. La contesa tra le due nazioni venne inizial-mente risolta dal papato.5 Tuttavia, dopo il successo del portoghese Vasco deGama, che per primo era riuscito ad arrivare fino in India dop-piando il Capo di Buona Speranza nel 1498, Colombo comin-ciò ad essere definito un impostore, tanto che i re spagnoli loprivarono non solo del diritto di effettuare altri viaggi versoOccidente, ma anche dei redditi ottenuti dalle terre scoperte.Colombo, in breve tempo, venne privato di tutti i suoi beni,che servirono per pagare i debiti dei suoi creditori. Abbando-nato da tutti, morirà nel 1506. Persino il continente da lui sco-perto, prenderà il nome dell’italiano Amerigo Vespucci, chenegli anni 1499-1504 partecipò ad una spedizione nelle costedel Sudamerica: le sue lettere suscitarono grande interesse inEuropa.6 Dopo Colombo, altri conquistadores continuarono adallargare i possessi coloniali spagnoli in America (Istmo di Pa-nama, Yucatan, Messico...). Furono soprattutto intrapresi deitentativi per trovare uno stretto che collegasse l’Atlantico alPacifico. Il progetto di una grande spedizione per ricercare lavia sud-occidentale verso il Pacifico e arrivare all’Asia per lavia occidentale, fu proposto al re spagnolo da Ferdinando Ma-gellano. Il suo obiettivo economico era quello di raggiungerele isole Molucche, che si sapevano ricche di spezie. Magellano partì dalla Spagna nel 1519, arrivò nellostretto che ancora oggi porta il suo nome e puntò verso le rive5 In seguito la Spagna si servirà spesso dei riconoscimenti ufficiali dellaChiesa romana al proprio esclusivo dominio nel «Nuovo Mondo», in quan-to altre nazioni - soprattutto quelle di religione protestante - pretenderannouna spartizione delle colonie.6 Furono gli autori di un’importante Introduzione alla Cosmografia, pubbli-cata nel 1507, che, valutando i meriti del Vespucci, decisero di dare il suonome al «Nuovo Mondo», che lui stesso peraltro definì così.62
    • dell’Asia, attraversando il «Mare del Sud», che ribattezzò «O-ceano Pacifico», essendogli apparso molto calmo. Nel 1521,dopo tre anni di navigazione, raggiunse quelle che oggi vengo-no chiamate le Filippine (che saranno definitivamente conqui-state nel 1567). Qui cercò di conquistare le terre da lui scoper-te, ma venne ucciso in uno scontro con gli indigeni. Alle isoleMolucche giunsero solo due navi delle cinque ch’erano partite,e solo una fu in grado di tornare in Spagna col carico di spezie.Dell’intero equipaggio: 265 uomini, solo 18 erano sopravvis-suti. Tuttavia la vendita del carico di spezie fu in grado di co-prire abbondantemente le spese della spedizione. Magellanoaveva praticamente portato a termine l’opera iniziata da Co-lombo, anche se la nuova rotta dall’Europa all’Asia non avràuna grande importanza pratica, data la lunga distanza e la diffi-coltà della navigazione. Cortés e Pizarro Negli anni 1519-21 ben più importante fu la spedizionemilitare dei 600 conquistatori castigliani comandati dall’hidal-go F. Cortés, che fornito di 16 cavalli e armato di 13 cannoni,era partito da Cuba verso le zone interne del Messico, allaconquista dello Stato degli aztechi, le cui ricchezze non eranoinferiori a quelle dell’India. Cortés aveva organizzato la spedi-zione con i guadagni ottenuti da una piantagione di Cuba. Levittorie abbastanza facili dei suoi reparti militari dipesero so-stanzialmente da tre fattori: a) la lunga esperienza politico-militare acquisita daimercenari durante la «Riconquista»: proprio in virtù di quelprocesso di unificazione nazionale, iniziato nella penisola ibe-rica nell’800 e «terminato» nelle Americhe intorno al 1600, sipoterono trasferire nelle colonie (adattandole) quelle strutturedi dominio che in parte erano già state collaudate nella madre-patria lottando contro i mori; 63
    • b) l’impiego di armi da fuoco, corazze d’acciaio e ca-valli (mai visti prima in America). Sia nel XV che nel XVI sec.i navigatori, esploratori e conquistatori euroccidentali eranoconvinti, non meno dei crociati dei secoli precedenti, di appar-tenere alla parte civilmente e religiosamente avanzata dell’u-manità, ma mentre nel Medioevo lo scontro armato control’«infedele» era alla pari, ora la superiorità tecnologica deglieuropei era netta. Questo spiega anche perché i 200.000 euro-pei che alla fine del ’500 si trovavano oltreoceano erano ingrado di controllare popolazioni indigene da 50 a 100 volte piùnumerose; c) le discordie intestine fra gli aztechi e le tribù lorosoggette. In un primo momento gli aztechi accettarono la cattu-ra, con l’inganno, del loro re Montezuma e che gli spagnoligovernassero a nome suo il Paese. Ben presto però scoppiò unagrande insurrezione contro gli avidi e spietati conquistatori (ades. tutti gli oggetti d’oro venivano fusi in lingotti e distribuitifra i componenti della spedizione). Cortés assediò la capitaleTenochtitlan (l’odierna Città del Messico) con un esercito di10.000 uomini (in gran parte indigeni anti-aztechi): dei300.000 abitanti che la città aveva ne morirono ben 240.000. Ivincitori s’impadronirono di 600 kg d’oro. Nel 1521 il Messicodivenne una colonia spagnola: l’oro, le pietre preziose e le ter-re vennero suddivise tra i colonizzatori. Successivamente gli spagnoli occuparono il Guatemalae l’Honduras. Nel 1546 sottomisero i Maya nello Yucatan. Essirivolgevano tutta la loro attenzione verso le zone montagnosedell’America meridionale, ricche di oro e argento. Negli anni1531-33 il conquistatore Francisco Pizarro intraprese la con-quista dello Stato degli inca, nel Perù-Bolivia. Con un repartodi 180 uomini e con 37 cavalli, Pizarro penetrò in questo Statoapprofittando della lotta di due fratelli «eredi» al trono. Eglifece prigioniero uno dei due pretendenti, Atahualpa, governan-do il Paese a suo nome. Per la liberazione di Atahualpa vennepreteso un riscatto di 5,5 tonnellate d’oro e 11,8 tonnellate64
    • d’argento (cioè in sostanza il valore equivalente a quello dimezzo secolo di produzione europea). Anche questo bottino,d’inestimabile valore artistico, venne fuso in lingotti e divisotra i conquistatori. Non solo, ma ottenuto il riscatto, essi ucci-sero a tradimento Atahualpa, occuparono la capitale (impadro-nendosi di altre 1,1 tonnellate di oro e di 15 tonnellate d’argen-to) e posero sul trono un indigeno di fiducia. A Potosì (Bolivia) s’impadronirono di ricchissimi gia-cimenti d’argento. La sola quinta parte di questo argento, do-vuta alla corona spagnola, forniva 1/7 della produzione mon-diale. Non dimentichiamo che l’estrazione mondiale di argentosupererà per valore quella dell’oro sino agli anni ‘30 del XIXsec. Questo perché né i portoghesi né gli spagnoli furono ingrado di scoprire grandi giacimenti di minerale aurifero. Co-lombo, Cortèz e Pizarro dovevano necessariamente esagerarele ricchezze americane per poter assoldare gli eserciti, per ga-rantirsi la protezione dei monarchi, per trovare il denaro pressoi banchieri e i mercanti che organizzavano le loro spedizioni.Questo, anche se nel XVI sec. l’America fornirà oltre 1/3 del-l’oro mondiale, nel XVII sec. oltre la metà e nel secolo succes-sivo i 2/3. Dal 1493 al 1529 nelle «Indie occidentali» venneroestratte circa 22 tonnellate di oro, che comporteranno la mortedi almeno 2 milioni di indios. Un altro calcolo vuole che dal 1503 al 1660, circa 16milioni di chili d’argento giunsero a Siviglia (triplicando l’ar-gento esistente allora in Europa), mentre furono 185.000 i chilid’oro portati dall’America (che aumentò di 1/5 la disponibilitàd’oro dell’Europa). Non dobbiamo dimenticare che solo il 40%circa del metallo imbarcato in America giungeva a Siviglia:neanche 20 anni dopo la conquista dell’America, le navi spa-gnole che trasportavano l’oro verso l’Europa cominciarono adessere assalite dai pirati, inclusi quelli olandesi, inglesi e fran-cesi. Infatti, proprio i rischi e le difficoltà inerenti allo sfrutta-mento delle miniere, indurranno la corona spagnola a rinuncia-re al proprio monopolio assoluto e a cedere le miniere in usu- 65
    • frutto, e ad affidarle a privati in cambio di una percentuale(5%) del metallo estratto. Per evitare che oro e argento finissero in mano aglistranieri, la corona proibiva alle colonie qualunque importa-zione da altri Paesi, ed anche l’impianto di industrie straniereveniva ostacolato. Alle colonie dunque non restava che ricorre-re al contrabbando, essendo la madrepatria incapace di soddi-sfare le loro esigenze, che non riguardavano soltanto armi, ve-stiti, cavalli, grano e vino, ma anche prodotti di lusso, tessuti,libri, alimenti del Vecchio Mondo, cui si sentivano nostalgi-camente attaccati. Con ciò naturalmente non si vuole affermareche nelle colonie esistesse un maggior «spirito capitalistico».Le ricchezze che restavano in America, dedotta la maggiorparte destinata al processo di accumulazione europeo, non ve-nivano impiegate in un processo di sviluppo, ma investite nellacostruzione di palazzi e chiese lussuose, nell’acquisto di gioiel-li e articoli di lusso o di nuove terre da parte dei proprietari diminiere e grossi latifondisti. All’inizio degli anni ’40 del XVI sec. gli spagnoli oc-cuparono il Cile, mentre nella seconda metà del secolo conqui-starono l’Argentina. Lo sviluppo autonomo di tutti i popoli delcontinente americano venne definitivamente bloccato. La co-lonizzazione da parte dell’Occidente cristiano sopportava me-no di quella islamica che, là dove fosse riuscita ad insediarsi, leciviltà dei vinti potessero continuare a seguire relativamenteindisturbate il loro corso. E così nei primi due decenni dellaconquista perirono (soprattutto di malattie) circa 40 milionid’indigeni. Alla fine del ’500 da 80 milioni circa che erano, es-si si trovarono ridotti a 12 milioni. Nel 1650 la cifra era scesa a3,5 milioni: oltre il 90% di perdite. Solo nel Messico centralela popolazione si ridusse nel 1605 a 1.075.000 unità dei 25 mi-lioni che era prima dell’arrivo di Cortés. La storia dell’umanitànon ha mai conosciuto una catastrofe demografica di questeproporzioni. Ancora oggi l’America Latina è l’unico dei tre66
    • continenti colonizzati dall’Europa nel quale mai nessun popoloindigeno ha potuto riprendersi il potere. L’encomienda La monarchia spagnola, a differenza di quella porto-ghese, riservava ai conquistatori, attraverso un rapporto d’inve-stitura personale, l’esclusiva dei monopoli e dello sfruttamentodelle terre d’oltremare. Il moltiplicarsi delle concessioni ridus-se, almeno relativamente, le prerogative dei vari conquistatori,portando all’istituzione dell’encomienda (che entrò nel dirittopubblico spagnolo sin dal 1503). L’encomienda (tutela) consi-steva nella delega ad un imprenditore dei diritti signorili su unrepartimiento (dominio) e sugli indigeni che lo abitavano. I repartimientos altro non rappresentavano che la schia-vitù «de facto», l’encomienda invece rappresentò la schiavitù«de jure». Con il primo sistema i conquistatori schiavizzavanogli indios in modo del tutto arbitrario; con il secondo sistema lischiavizzavano in modo conforme alla volontà del re. L’enco-mienda non era che un contratto medievale per il quale il reconcedeva degli indios in usufrutto (non in proprietà) e per untempo limitato al conquistatore, il quale aveva l’onere di orga-nizzare la loro vita, di istruirli e di cristianizzarli (gli indios, sesi convertivano, non potevano essere considerati «schiavi», ma«servi della gleba»). I repartimientos, inizialmente, furono autorizzati dallacorona con l’obiettivo di soddisfare pubbliche necessità (sfrut-tamento dei giacimenti, carico delle merci, costruzione di cittàe di opere urbanistiche, ecc.), ma in pratica i coloni si serviva-no della popolazione indigena per ogni tipo di lavoro. I piùgrandi saccheggi delle Indie furono causati più dai reparti-mientos che dall’encomienda. Gli indios repartidos non eranoproprietà di nessuno e, allo stesso tempo, appartenevano a tuttie tutti potevano fare di loro quello che volevano. 67
    • In questo senso, l’encomienda rappresentò il passaggiodalla fase in cui l’indios veniva «negato» come tale, alla fasein cui, dopo averlo riconosciuto come «essere umano», si ini-ziava ad «assimilarlo», rendendolo accettabile alla cultura eu-ropea. La denuncia più famosa contro questo sistema fu lancia-ta, come noto, dal padre domenicano Bartolomé de Las Casas:la sua Brevissima relazione della distruzione delle Indie è del1552. Las Casas contestò i seguenti aspetti della colonizzazio-ne: a) l’istituto giuridico del requerimiento; b) la cristianizza-zione forzata; c) l’encomienda e le guerre di conquista. E in al-ternativa chiese: a) l’affermazione del fondamento «naturale»del diritto di ogni popolo all’autodeterminazione; b) la limita-zione della sovranità del re, al fine di non sopprimere gli ordinilocali preesistenti; c) il risarcimento dei danni provocati dalsaccheggio delle risorse naturali. Las Casas fu però favorevole,nel 1516, all’utilizzo degli schiavi neri per alleviare la sortedegli indios, anche se alla fine della sua vita ammise l’errore. L’encomienda serviva anche a uno scopo socio-militare: siccome il pagamento «in indios» costituiva parte del-le retribuzioni che il conquistatore riceveva dal re per i suoiservizi militari, la corona vedeva in questo rapporto uno stru-mento per stabilire un controllo sul conquistatore, che era tenu-to, in forza appunto dell’encomienda, a determinati doveri neiriguardi del re. La corona inoltre sperava che l’encomendero sisentisse integrato nella società coloniale nascente ed evitassedi abbandonarla dopo averla sfruttata al massimo. La corona,d’altra parte, non era in condizioni di finanziare eserciti pro-fessionali per l’immenso continente scoperto. Naturalmenteper i conquistatori gli obblighi militari venivano intesi nel sen-so di poter realizzare guerre di espansione per catturare più in-dios. Tutte le controversie tra la corona e i conquistatori ver-teranno proprio sull’interpretazione della natura dell’enco-mienda: istituzione di carattere pubblico, per la monarchia; dicarattere privato (cioè inalienabile ed ereditaria), per i conqui-68
    • statori. La lotta cioè sarà tra l’istituzione feudale della monar-chia, che voleva rapportarsi solo con «vassalli» e «servi dellagleba», e i conquistatori, che volevano trasformarsi in impren-ditori schiavisti. Dall’encomienda comunque non sorgerà alcunvero «vassallo», alcuna élite militare, caratterizzata da un sen-timento eroico e cristiano della vita, ma piuttosto una classeeconomica assetata di ricchezze (soprattutto quando si formeràla seconda generazione di encomenderos). Da notare che dall’unione tra indios e spagnoli nasceràuna nuova razza e classe sociale che sarà altamente redditiziaper gli obiettivi dell’accumulazione pre-capitalistica: il metic-cio. Sebbene formalmente vassalli del re, i meticci non eranoné spagnoli né indios: non venivano encomendados, ma sfrut-tati col pagamento di un salario, per cui i coloni si liberavanoda ogni responsabilità di tutela. In molte di queste encomienda s’impose, almeno nellefasi iniziali della conquista, una vera e propria «anarchia ses-suale», nel senso cioè che al patriarcalismo di tipo cattolico-monogamico si sostituirà quello di tipo musulmano, rendendol’harem un’istituzione semi-ufficiale, che la chiesa spagnolacercherà sempre di ostacolare. Non dobbiamo infatti dimenti-care che i rapimenti di donne indigene costituirono le primeforme di schiavitù, che dureranno per tutto il periodo coloniale.A differenza di quella maschile, la schiavitù femminile sembraessere tollerata dalla legislazione delle «Indie», tant’è che nonsi trovano leggi che vietino tali pratiche. Esistevano peraltrospecifici repartimientos di donne per il servizio domestico(cameriere, nutrici, cuoche...) e quelli realizzati con il matri-monio tra un’india e un conquistatore, per facilitare a quest’ul-timo l’accesso alla proprietà terriera e quindi per ottenere u-n’encomienda. I precedenti dell’encomienda risalgono a quando Co-lombo impose agli abitanti maggiori di 14 anni, di alcune pro-vince delle Antille, un tributo consistente in una certa quantitàdi oro ogni tre mesi (gli indios lontani dalle miniere dovevano 69
    • consegnare 11,5 kg di cotone a persona). La differenza tra re-partimientos ed encomienda stava anche in questo, che il tribu-to riscosso nella prima forma di organizzazione del lavoro, di-verrà legittimo, dal punto di vista della corona, solo nella se-conda forma di organizzazione produttiva. Le prerogative del-l’encomienda vennero limitate nel 1530, 1542 e 1549, ma essesopravvivranno sino al XVIII sec. (alle Filippine furono estesenel 1565). Il boomerang della conquista Le conseguenze della conquista dell’America sullaSpagna feudale furono catastrofiche, anche se in un primomomento contribuirono ad accentuare l’assolutismo della mo-narchia. Verso la metà del ’500 le contraddizioni economichedel Paese erano già enormi: persino al tempo della sua massi-ma floridezza economica (inizio XVI sec.), l’import era supe-riore all’export, in tutte le merci più significative. Questo per-ché la corona non difese mai la propria industria dalla concor-renza straniera, né per la produzione interna né per l’esporta-zione. L’assenza di una borghesia che fosse capace di tra-sformare l’oro e l’argento in uno strumento per la produzionecapitalistica, determinò tre conseguenze fatali per il Paese: a)la dipendenza dalle nazioni europee più avanzate; b) il conso-lidamento delle classi parassitarie; c) il peso assoluto dello Sta-to nella società. Già nel 1528 i genovesi erano padroni della maggiorparte delle imprese commerciali spagnole: verso la metà delXVI sec. essi dominavano le industrie del sapone, il commer-cio dei cereali, della seta, della lana, dell’acciaio e di altri arti-coli ancora. La corona era ipotecata con banche e case di credi-to europee (ad es. i Fugger). Il motivo di questa crisi è facilmente comprensibile.L’America produceva oro e argento; se la Spagna li voleva,70
    • doveva dare qualcosa in cambio, e se non aveva gli articoli ri-chiesti dalle province d’oltremare, era costretta ad acquistarequesti articoli in altri Paesi d’Europa ed esportarli in Americaper proprio conto. Con che cosa poteva pagare gli articolicomprati in Europa? Soltanto con l’oro e l’argento americani,poiché il Paese non conosceva una vera e propria rivoluzioneindustriale, avendo eliminato la borghesia come classe sociale. Anche quando la corona di Spagna, per motivi di pa-rentela, si troverà legata a quella dell’Impero, sotto il nome diCarlo V (1530-56), unendo territori vastissimi (Spagna, Italiameridionale con le isole, Paesi Bassi, Impero, Franca Contea ecolonie americane), la situazione economica non migliorerà.Carlo V, nato nei Paesi Bassi, con la sede del suo impero inGermania, coi consiglieri tutti fiamminghi, era convinto chenel ’500 si potesse ancora costruire una «monarchia cristianauniversale», contro soprattutto le rivendicazioni borghesi eprotestanti. Tuttavia la sua politica assolutistica e vetero-feudaleincontrò subito grandi resistenze: i principi feudali tedeschi, direligione protestante, lo costrinsero a rinunciare all’idea di«sacro romano impero»; la Francia si oppose efficacemente alsuo tentativo di egemonizzare l’intera Europa; i turchi minac-ciavano la parte sud-orientale dell’Europa centrale; i pirati al-gerini minacciavano le coste spagnole... Solo in Spagna l’assolutismo di Carlo V ebbe la me-glio, con la repressione della rivolta dei «comuneros», cioè deiComuni liberi della Castiglia, i quali chiedevano: presenza del-la sede regale in Spagna, conferimento delle cariche pubblichesolo agli spagnoli, convocazione triennale delle Cortes (Parla-mento), indipendenza dei deputati dalla corona, divieto di e-sportazione di oro e argento americani... La rivolta, cui ini-zialmente aderirono tutte le classi sociali, fallì perché a questerichieste la borghesia ne aggiunse altre dirette contro gli inte-ressi della nobiltà (redistribuzione delle terre, pagamento delleimposte anche per i nobili, cariche amministrative elettive...). I 71
    • nobili si staccarono dal movimento e la borghesia non ebbe lacapacità di dirigerlo. Carlo V abdicò nel 1556, dividendo l’impero in dueparti. Re di Spagna diventò il figlio Filippo II (1556-98), cheereditò Franca Contea, Paesi Bassi, possessi in Italia e nellecolonie. Filippo II perseguì fanaticamente un solo scopo: iltrionfo del cattolicesimo a livello europeo e lo sterminio deglieretici. Un censimento effettuato durante il suo regno attestache, fra sacerdoti, chierici con gli ordini minori e frati, il clerocostituiva il 25% della popolazione adulta. Instaurò in Spagnaun regime di terrore, adottando l’Inquisizione. In 18 anni d’In-quisizione, sotto la direzione di Torquemada, furono processa-te 100.000 persone, di cui bruciate, in effigie, da 6 a 7000, e9000 in carne ed ossa. Egli occupò il Portogallo nel 1581. Poipensò di cattolicizzare l’intera Europa. Gli ostacoli maggioriche incontrò e che segnarono la fine della potenza spagnola,furono: l’Inghilterra, che distrusse nel 1588 metà flotta navaledell’«Invincibile Armada»; la Francia, che dopo un’aspra guer-ra riuscì a concludere una pace vantaggiosa; i Paesi Bassi, chedopo una vasta ribellione, si resero indipendenti... La rivoluzione dei prezzi La crisi economica interna diede alla Spagna di FilippoII il colpo di grazia. Il problema fondamentale era rappresenta-to dal rincaro delle materie prime, dei prodotti agricoli e dellemerci industriali e artigianali, collegato al fatto che la massic-cia importazione di oro e argento dalle colonie, provocando l’i-nevitabile «rivoluzione dei prezzi», invece di arricchire il Pae-se, ancora sostanzialmente feudale, lo impoveriva sempre dipiù (al punto che i tessuti fabbricati nei Paesi Bassi con lanaspagnola, costavano meno dei tessuti prodotti nella stessa Spa-gna). La rivoluzione dei prezzi fu un fenomeno di portata eu-ropea. Verso la metà del XVI sec. nelle colonie americane si72
    • estraevano oro e argento in quantità cinque volte maggiore ri-spetto a quanto se ne otteneva in Europa prima del 1492 (nellaseconda metà del ’500 la quantità sul mercato europeo era au-mentata di 16 volte rispetto alla prima metà). Questo afflussomassiccio e a buon mercato (perché ottenuto con il lavoro sot-topagato dei servi della gleba e schiavi indios) portò in Europaalla svalutazione della moneta (la cui circolazione dopo laconquista era comunque aumentata di quattro volte) e quindidel suo potere d’acquisto e al rincaro del costo della vita.L’aumento dei prezzi per tutte le merci, sia agricole che indu-striali, in media andava dalle due alle tre volte (però, ad es.,verso la fine del ’500 il prezzo del pane era cresciuto di 16 vol-te rispetto agli inizi del secolo). Il processo si fece chiaramenteinflazionistico a partire dalla metà del sec. XVI, soprattutto perquanto riguarda i prezzi agricoli. Naturalmente per i tempi diallora anche un semplice tasso inflazionistico del 2 o 3% an-nuo risultava molto preoccupante. L’aumento dei prezzi favorì i Paesi in via d’industria-lizzazione, come Inghilterra, Olanda e Francia, ovvero le classia reddito mobile, e colpì i Paesi che avevano larghi crediti,come ad es. Genova, e le classi a reddito fisso. Fra le classi areddito mobile vanno annoverate la borghesia, i contadini ric-chi che potevano vendere una parte della loro produzione e lanobiltà che impiegava lavoro salariato nelle proprie terre, iproprietari terrieri che affittavano a breve termine, ma ci gua-dagnavano anche i contadini che avevano contratti d’affitto alungo termine, per i quali pagavano un rendita monetaria fissa. S’impoverivano invece i signori feudali che avevanoconcesso le terre in affitto a lungo termine, anche se cercavanodi riparare alle perdite inasprendo lo sfruttamento dei contadi-ni, elevando la rendita monetaria, passando in certi casi dal tri-buto in denaro a quello in natura, oppure cacciando i contadinidalla terra, ovvero introducendo nelle campagne dei meccani-smi di sfruttamento capitalistici. Naturalmente chi soffrì di piùdell’inflazione furono i contadini poveri e tutti i salariati. Il li- 73
    • vello dei salari non si elevò affatto in modo proporzionato, siaper la lentezza con la quale reagirono gli organismi corporati-vi, sia per l’abbondanza di manodopera e per l’esistenza di di-soccupati. Le costose merci spagnole, inferiori per qualità a quelledei paesi nord-europei, non potevano sostenere la concorrenzadei prodotti stranieri e cominciavano a perdere tutti i mercati disbocco. Esprimendo gli interessi della nobiltà, la quale riceve-va ingenti redditi anche dalle miniere d’argento e dai campiauriferi d’America, la monarchia non favoriva in alcun modol’industria, ma solo gli allevamenti ovini per l’esportazionedella lana greggia. Soprattutto nella prima metà del ’500. Ma nella seconda metà del secolo si ricominciò a colti-vare grano, in seguito alla caduta della domanda laniera da par-te delle manifatture olandesi. Per reagire al rialzo eccezionaledei cereali, lo Stato ne fissò i prezzi massimi alla produzione:ma ciò andò a vantaggio dei grossisti, che li rivendevano poi amolto di più. Il commercio del grano era già per 1/4 in mano aiFugger (grande compagnia commerciale e usuraia tedesca, laquale disponeva anche dei maggiori giacimenti di mercurio ezinco della Spagna). Il Paese fu praticamente invaso dai mer-canti stranieri, che lo trasformarono in una «colonia europea».L’oro americano finiva all’estero, per il pagamento degli inte-ressi ai banchieri genovesi e tedeschi sugli enormi prestiti con-cessi alla corona, oppure per finanziare le guerre e le controri-forme della casa d’Asburgo. Benché la corona si fosse riservata il 20% di tutta lequantità di metallo prezioso fatto giungere a Siviglia, essa fu laprima a proclamare la loro insufficienza. Il governo non era ingrado di pagare i propri debiti. Nel 1557 cercò di trasformarliin obbligazioni di Stato, offrendo la garanzia che in caso dibancarotta essi non sarebbero stati annullati. Filippo II però,dovette dichiarare bancarotta per ben sei volte, determinandocosì una serie di fallimenti a catena. Era infatti divenuto abi-tuale che, in attesa dell’arrivo delle flotte dall’America e per74
    • rendere continuo il flusso dei pagamenti, oltre che per effet-tuarli sulle piazze e sui teatri d’operazione più diversi, i finan-zieri europei anticipassero, con un forte interesse, le somme dicui la monarchia spagnola aveva bisogno. Già nel 1557 si eb-bero delle bancarotte nei Paesi Bassi, a Milano e a Napoli, ol-tre che in Francia. Naturalmente le maggiori vittime del terre-moto bancario erano i piccoli risparmiatori. A causa di questagrande incertezza finanziaria il credito si estese tramite il sem-pre più abituale impiego della lettera di cambio. E comunquealla fine del ’500 l’argento in Spagna sparì dalle monete, fa-cendo posto al rame. Per concludere In definitiva, lo Stato assoluto spagnolo conservava unasomiglianza soltanto esteriore con le monarchie assolute delresto d’Europa. All’inizio del XVII sec. immense ricchezze e-rano concentrate nelle mani dei Grandi nobili e del clero (que-st’ultimo aveva 1/4 di tutte le terre). Si cacciarono persino, nel1609, gli ultimi 500.000 moriscos rimasti nel Paese (mori con-vertiti), per confiscarne tutti i beni. Un secolo dopo, un altrocensimento relativo alle categorie sociali, segnalava, fra l’altro,che i nobili erano circa 723.000, i loro domestici circa277.000, i burocrati 70.000 e i mendicanti circa 2 milioni. Alcuni storici però hanno osservato che se l’Americafosse stata «scoperta» da imprese come quella dei Fugger o deiWelsser, il genocidio degli indios sarebbe stato assai più grave(come avvenne ad es. in Venezuela). Per un mercante di reli-gione protestante, la conquista non avrebbe avuto altra giustifi-cazione che il guadagno. Persino Enrico VII d’Inghilterra, cat-tolico non meno ortodosso dei sovrani di Spagna e Portogallo,quando nel 1496 incaricò G. Caboto di «conquistare, occuparee prendere possesso delle terre dei pagani e degli infedeli»,evitò ogni accenno alla morale e all’opera di conversione. Danotare che Spagna e Portogallo per tre secoli tennero stretta- 75
    • mente legate alla madrepatria le colonie americane abitate daeuropei, ignorando la distanza e i fattori ambientali che pote-vano favorire il distacco e mantenendole assai vicine al model-lo della civiltà iberica. Questa impresa non fu uguagliata danessun altro Paese coloniale europeo. Naturalmente, nonostante i trattati di Tordesillas e diSaragozza, che dovevano assicurare a Spagna e Portogallo laspartizione delle terre scoperte, i governi di altri Paesi europeicominciarono a rivolgersi verso le parti inesplorate della Terraalla ricerca di guadagni e ricchezze. Giovanni Caboto, a nomedell’Inghilterra, raggiunse nel 1497 la costa orientale del Ca-nada, mentre suo figlio l’anno dopo esplorò la costa nord-orientale degli attuali Stati Uniti. Gli olandesi scoprirono l’Au-stralia nel XVII sec. Anche i russi rivolsero una particolare at-tenzione alle scoperte geografiche, spinti dallo sviluppo deirapporti mercantili-monetari e dal processo di formazione diun unico mercato interno. Partendo dalla loro base originariasul Dnepr, essi si lanciarono, attraverso l’ovest, sull’Europaslava e balcanica dominata dagli ottomani; attraverso l’est e ilnord, sul grande mondo eurasiatico delle razzie tartaro-mongoliche, ampliando le loro frontiere sino alla Cina e ap-propriandosi di un tratto dell’America: l’Alaska. Fu nel 1648che scoprirono lo stretto che divide l’America dall’Asia (chia-mato più tardi di Bering) e quindi la via marittima attorno al-l’Asia nord-orientale, costeggiando la Siberia.76
    • INTER COETERA DI ALESSANDRO VI Premessa La bolla Inter Coetera, di papa Alessandro VI, scritta il3 maggio 1493, su richiesta dei Re Cattolici di Spagna, è unodei documenti più interessanti della chiesa cattolica rinasci-mentale, poiché con esso non solo si sanziona giuridicamentela nascita del colonialismo internazionale dell’Europa occiden-tale, ma si inaugura anche il moderno colonialismo ideologicoe culturale del cattolicesimo romano, allora strettamente legatoa quello ispano-portoghese. A dir il vero, la bolla nacque per rivedere un trattato dispartizione imperiale circa le isole dell’Atlantico (isole già co-nosciute e ancora da conoscere), già stipulato, senza mediazio-ne pontificia, nel 1479, tra Spagna e Portogallo, ad Alcaçovas(in virtù del quale la Spagna poté assicurarsi solo le Canarie). Con la scoperta dell’America (che allora si pensavafosse la Cina o il Giappone), la Spagna decise di non rispettarequel trattato e, rivolgendosi direttamente al papa, sperava dievitare una guerra col Portogallo e di stipulare un nuovo tratta-to. Il Portogallo, infatti, riteneva che proprio in virtù diquel trattato, le terre scoperte da Colombo gli appartenesserodi diritto e, poiché la sue proteste presso la corte spagnola nonavevano ottenuto alcun risultato, aveva allestito una flotta daguerra che doveva seguire Colombo nei futuri viaggi per occu-pare con la forza gli eventuali nuovi territori. La bolla di Alessandro VI è quindi un documento piùimportante del trattato di Alcaçovas, poiché, essendo scrittadopo la scoperta dell’America, riguarda per la prima volta deiterritori planetari, per quanto solo alcuni decenni dopo ci siconvincerà dell’esistenza di un nuovo continente. La bolla, 77
    • d’altra parte, non perderà valore neppure dopo tale acquisizio-ne geografica, benché i successivi trattati di Tordesillas (1494)e soprattutto di Saragozza (1529) costituiranno delle notevoliprecisazioni che i portoghesi vorranno fare a loro vantaggio.Saranno piuttosto le nuove potenze europee capitalistiche: O-landa, Inghilterra e Francia, a rendere inutile una qualunquemediazione pontificia. Certo è che la chiesa non avrebbe mai prodotto questodocumento se il colonialismo portoghese (già sotto la sua «pro-tezione») non avesse avuto concorrenti di sorta: il documentoinfatti ha lo scopo di dirimere una controversia territoriale e-mersa tra i due principali paesi colonialisti di quel periodo, chela storia ha voluto fossero cattolici. Esso ha pure lo scopod’impedire che altri Stati cattolici vogliano diventare coloniali-sti nelle stesse terre già occupate. La spartizione viene assicu-rata dalla chiesa non solo sulle terre già scoperte ma anche suquelle da scoprire. Come disse il gesuita Giovanni Botero, teorico della«ragion di stato», la chiesa romana si sentiva in dovere di rico-noscere i possessi coloniali mondiali alle due nazioni europeeche più avevano lottato contro ebrei e musulmani, cioè che piùavevano manifestato il proprio integralismo politico-religioso. Se il contenzioso fosse sorto tra un Portogallo cattolicoe una Germania protestante, probabilmente non ci sarebbe stataalcuna mediazione pontificia, non foss’altro perché non ne sa-rebbe stata riconosciuta l’universalità da entrambe le parti. Seinvece il contenzioso avesse coinvolto altri Paesi europei di re-ligione cattolica, quest’ultimi, disposti certo a riconoscere l’u-niversalità etico-religiosa della chiesa romana, non altrettantadisponibilità avrebbero manifestato per la pretesa universalitàpolitico-giurisdizionale. E la chiesa post-medievale, dal cantosuo, non sarebbe stata in grado di rivendicarla. Gli stessi so-vrani iberico-lusitani gliela riconoscevano più che altro in ma-niera formale, in quanto, sul piano pratico, era la chiesa chedoveva adattarsi alla forza delle loro armi. Già ai tempi di Si-78
    • sto IV, che cercò d’imporre alla Castiglia vescovi di sua nomi-na, Isabella vi si oppose energicamente, anche se poi accetteràla proposta dello stesso papa di ripristinare l’antico tribunaledell’Inquisizione, gestito dalla corona (1481). Qui appare evidente che la Spagna intendeva servirsidella mediazione pontificia per darsi una patente di legalità nelcaso in cui l’opposizione del Portogallo alla bolla avesse dovu-to costringerla a dichiarargli guerra. La storia comunque ha voluto che a legittimare il mo-derno colonialismo internazionale non fosse un’istituzione lai-ca ma religiosa. Questo a prescindere dal fatto che le successi-ve legittimazioni (laiche o a-cattoliche) conterranno aspetti co-lonialistici assai più anti-democratici del contenuto complessi-vo della bolla in oggetto. Quadro storico L’Inter Coetera venne scritta in un momento di gravecrisi morale per la chiesa di Roma. Le uniche vere preoccupa-zioni dei pontefici parevano essere quelle di proteggere i loroparenti e di abbellire Roma con edifici prestigiosi. Sul piano politico invece la situazione sembrava offrirealla chiesa una qualche possibilità di rivalsa, almeno nell’am-bito dello Stato pontificio, dopo i 70 anni della cosiddetta «cat-tività avignonese» e dopo la nascita e lo sviluppo del movi-mento conciliarista (che negava al papato la priorità sul conci-lio, trovando, in questo, molti appoggi da parte dei governi lai-ci). Con grande tempismo politico, la chiesa di Roma seppeapprofittare della richiesta bizantina di aiuti militari control’invasore ottomano, per imporre alla chiesa ortodossa, nelconcilio di Ferrara-Firenze (1438-39), il riconoscimento dellagiurisdizione universale del pontefice. Il fenomeno conciliari-sta occidentale sembrava aver perso, d’improvviso, una qua-lunque giustificazione d’esistere. 79
    • Con la fine del «piccolo scisma d’occidente» (1439-49), che fu praticamente l’ultimo tentativo del conciliarismod’imporsi restando nell’ambito del cattolicesimo, la Curia ro-mana riprenderà totalmente il controllo della chiesa. Centrali-smo, fiscalismo e mondanità saranno poi le cause che scatene-ranno la Riforma protestante. Tuttavia, il decreto d’unione di Firenze non venne ac-cettato dalle comunità ortodosse, che alla delegazione, rientrataa Costantinopoli, fecero sapere di preferire la dominazione tur-ca a quella latina. Né il papato riuscì a organizzare una potentecrociata antislamica, per imporre il decreto, agli ortodossi, conla forza. Ormai i tempi non invitavano più gli occidentali a im-pegnarsi in crociate neo-medievali. Senza considerare che neiconfronti del mondo bizantino, l’occidente cattolico non avevamai nutrito alcuna simpatia. Questo, benché, proprio a seguito di quel concilio, i te-ologi, i filosofi e i maestri di greco della delegazione che deci-sero di restare in Italia, contribuirono non poco allo sviluppodell’Umanesimo e del neo-platonismo, nonché alla diffusionedella lingua greca e a un rinnovato interesse per le tradizionibizantine. Tanto per fare un es., un’opera fondamentale comequella del Valla sulla falsa Donazione di Costantino (1440) sa-rebbe stata impossibile con i soli strumenti della filologia. Inoltre, le possibilità di fare affari, per i mercanti, sistavano lentamente spostando verso le nuove rotte colonialiportoghesi o verso il Mare del Nord, dove dominavano le cittàdella Lega anseatica. In fondo l’obiettivo principale delle cro-ciate medievali (e cioè quello di aprirsi uno spazio autonomonel mercato mediterraneo, per commerciare in tutta Europa iprodotti orientali), i mercanti l’avevano raggiunto da un pezzo. È vero che la parte del leone, in quell’impresa bisecola-re che costò immani sacrifici, l’aveva praticamente fatta Vene-zia (che costringerà Genova a rivolgersi verso il Mediterraneooccidentale e i traffici ispano-portoghesi); ed è anche vero cheproprio a seguito della spinta ottomana, Venezia era stata co-80
    • stretta a rivolgersi verso i porti del Nordafrica, della Siria, del-l’Egitto. Ma è anche vero che, nel complesso, la borghesia oc-cidentale (si pensi anche a quella, sempre più legata alla mani-fattura, di paesi come Olanda, Inghilterra e Francia) stava vi-vendo un momento di crescente benessere. Per cui il papatonon poteva più contare sulle stesse motivazioni sociali che neisecoli precedenti avevano spinto migliaia di persone a combat-tere per la «giusta causa» del colonialismo cattolico. Probabilmente, se dopo la caduta di Costantinopoli(1453), gli spagnoli non avessero avuto il coraggio di attraver-sare l’Atlantico (emulando, in questo, il coraggio portoghese discendere sotto l’equatore), la borghesia occidentale (Veneziaesclusa) non avrebbe potuto disinteressarsi, con così relativafacilità, dei traffici mediterranei (lo dimostra la discesa di Car-lo VIII in Italia, intenzionato a occupare il regno di Napoli perpotersi poi rivolgere a oriente, ma gli stessi aragonesi nel Me-diterraneo svolgeranno sempre una politica antiveneziana).D’altra parte fu anche l’atteggiamento monopolistico di Vene-zia (che a questi traffici non vorrà rinunciare neppure dopo il1453) a indurre le borghesie degli altri paesi a cercare nuovisbocchi per le loro merci e soprattutto altre fonti (meno costo-se) per le loro materie prime. Il papato, quindi, in questa seconda metà del XV sec.,doveva tener testa a tre avversari di tutto rispetto: 1) la cre-scente laicizzazione dei costumi e dei valori (soprattuttonell’area di cultura umanistica e rinascimentale: fenomeno, al-lora, tipico degli intellettuali); 2) l’emancipazione socio-economica della borghesia, che voleva rinnovare profonda-mente la struttura e l’ideologia della chiesa cattolica (da quiprenderà le mosse il movimento riformistico); 3) l’affermataautonomia politica dei sovrani cattolici, che volevano agiresenza dover rendere conto ad alcun contropotere, senza cioèdover temere che l’arma della scomunica potesse bloccare ogniloro iniziativa. 81
    • Il papato è ancora potente economicamente, anche sepoliticamente il suo potere lo esercita soprattutto, in manieradiretta, senza la mediazione del sovrano cattolico, nell’ambitodel proprio Stato. Illusosi di aver superato la minaccia del mo-vimento conciliarista, e relativamente soddisfatto della finedell’impero bizantino, il papato non sospetta neanche lontana-mente che tutte le idee conciliariste ed ereticali verranno ripre-se, di lì a poco, dalla grande Riforma protestante, e che in Eu-ropa orientale la Russia degli zar si farà carico di proseguire ilconciliarismo della chiesa bizantina. Alessandro VI (1492-1503) Papa Alessandro VI rappresenta un esempio davvero il-lustre (ma i suoi successori, Giulio II e Leone X, non gli furo-no da meno) del livello di corruzione morale e di prepotenzapolitica della chiesa romana di quel periodo. Di origine spagnola, Rodrigo Borgia venne nominatocardinale a soli 25 anni; salì al soglio pontificio per simonia;ebbe cinque figli, tra i quali Cesare e Lucrezia, dei quali eranonoti la spregiudicatezza morale e politica; fece di tutto, senzaperò riuscirvi, a ricavare in Romagna un dominio per il figlioCesare; dilapidò il patrimonio della chiesa per arricchire i pro-pri familiari, anzi, fu il primo a trasformare la corte pontificiain reggia principesca, strutturata in modo tale da mettere in ri-salto la venerazione rituale riservata alla dinastia; fu responsa-bile della morte per impiccagione e rogo del predicatore do-menicano Girolamo Savonarola, al quale aveva offerto la por-pora cardinalizia pur di farlo tacere. In conflitto con gli arago-nesi per i diritti su alcuni feudi nel regno napoletano, preferìprendere le loro difese (perché li considerava più deboli) con-tro i francesi che con Carlo VIII erano scesi in Italia per occu-parla. Si sospetta infine che sia stato avvelenato. Questo, in sintesi, l’identikit dell’autore della bolla chestiamo per prendere in esame.82
    • Il testo Il testo, che è il primo di una serie di bolle dedicate almedesimo argomento: Inter Coetera, del giorno dopo, DudumSiquidem (26.09.1493) e Eximiae devotionis (16.11.1501), e-sordisce affermando due cose: 1) «la fede cattolica» (e non or-todossa, benché anche questa pretenda di far parte della «reli-gione cristiana») va diffusa in ogni luogo; 2) «i popoli barba-ri7» (cioè non-europei o comunque tutti coloro che non appar-tenevano a una delle tre religioni monoteistiche: cristiani, ebreie islamici) vanno «vinti» (sottinteso: militarmente) e poi «con-dotti alla fede» (spada e croce sono indissolubili). Il testo poi prosegue elencando i fatti e i motivi dai qua-li la chiesa di Roma può, secondo ragione, far dipendere laconcessione del riconoscimento giuridico delle nuove proprietàspagnole in America (che ancora si pensava fosse la Cina). 1) Imparzialità assoluta del pontefice, eletto «col favoredella clemenza divina (senza nostro merito)». Questa frase diAlessandro VI, che appare più volte, può essere stata ispiratada due diverse preoccupazioni, non antitetiche ma complemen-tari: anzitutto quella di delegittimare una delle accuse più graviche a quel tempo gli intellettuali progressisti gli muovevano (eper la quale il Savonarola verrà giustiziato nel 1498): l’accusadi simonia. In questo senso la sottolineatura del pontefice po-trebbe anche stare a significare che, essendo la cathedra Petriun’istituzione divina, che prescinde dalla personalità o dallecaratteristiche soggettive di chi la occupa, ogni sovrano, diconseguenza, era tenuto ad accettare la bolla senza discuterla,proprio perché scritta da colui che, attraverso Pietro, rappre-sentava la volontà di Dio.7 «Barbaro» era un epiteto che la chiesa cattolica riferiva soprattutto ai po-poli pagani, politeisti o idolatri. 83
    • Il secondo motivo della precisazione può essere statoinvece più etico e meno politico, anche se ugualmente impor-tante. Probabilmente Alessandro VI - essendo di origine spa-gnola - aveva bisogno di difendersi in anticipo dall’inevitabileinsinuazione d’aver compiuto un favoritismo nei confronti dei«Re Cattolici» (titolo, questo, ch’egli conferirà ai sovrani diSpagna nel 1494). 2) Spontanea iniziativa del gesto ecclesiale: la conces-sione del riconoscimento giuridico viene fatta - dice il papa -«per nostra pura liberalità», «non dietro richiesta», «a titolo difavore». Qui si possono precisare alcune cose: anzitutto, se-condo il diritto ecclesiastico allora vigente, tutta la Terra (co-me pianeta) apparteneva al Cristo e, quindi, essendone il vica-rio, al papa, il quale così poteva concederla in usufrutto ai so-vrani di religione cattolica; in secondo luogo, una terra nonposseduta da un sovrano cattolico veniva considerata «senzaproprietario», anche se essa era rivendicata da un proprietarionon-cattolico; in terzo luogo, il principio della «donazione del-le terre scoperte» tutti i pontefici precedenti ad Alessandro VIl’avevano applicato alle conquiste dei portoghesi. 3) Il «favore» di cui parla il pontefice non va inteso insenso giuridico ma morale. La concessione veniva fatta ricono-scendo ai sovrani cattolici (in particolare Alessandro VI si rife-risce a Isabella di Castiglia) i sacrifici («fatiche, spese, perico-li») sostenuti contro i saraceni. Questo è dunque, per la chiesa,un modo di ricompensare (senza obblighi legali) quella nazio-ne che più si era impegnata, per la fede religiosa, sul piano mi-litare, politico ed economico. La «conquista» del Nuovo Mon-do non era che il premio per la «riconquista» cattolica dellaSpagna. Alessandro VI, in particolare, afferma che se la Spagnaera arrivata «seconda» sulle stesse terre che i lusitani avevanoscoperto o conquistato per altre vie (si ricordi che l’Americacorrispondeva alla Cina), ciò non doveva penalizzarla nella84
    • spartizione delle colonie, poiché il ritardo era dovuto a un fat-tore contingente assai importante: la Riconquista. 4) D’altra parte - dice ancora il pontefice - i sovranispagnoli non solo hanno desiderio di diffondere la fede cattoli-ca, ma hanno anche l’esigenza di doverlo fare in modo legitti-mo. Il «santo e lodevole proposito» di evangelizzare tutta laTerra (questa espressione viene ripetuta più volte nel testo) è,secondo la chiesa, il motivo principale che giustifica il colonia-lismo ispano-portoghese. Non c’è ragione, quindi, di non con-cedere in dono e «in perpetuo», cioè anche agli eredi e succes-sori dei sovrani spagnoli (a prescindere cioè dal tipo o dallaqualità dell’evangelizzazione), il favore in oggetto. 5) Anche il giudizio su Colombo è estremamente posi-tivo. Benché l’avesse conosciuto solo attraverso la Lettera aSantángel (scritta subito dopo l’arrivo nei Caraibi), AlessandroVI lo chiama «nostro diletto figlio»: forse per suggerire l’idea,conoscendo la «religiosità» del genovese, che il colonialismoera nato sotto buoni auspici e che avrebbe continuato a darebuoni frutti se l’interesse della corona di fosse strettamente u-nito a quello dell’altare. O forse il pontefice voleva far levasull’origine italiana di Colombo per dimostrare che indiretta-mente la chiesa di Roma aveva concorso alla scopertadell’America. Non dobbiamo infatti dimenticare che questa bolla nonè solo un documento con cui si concede il favore del ricono-scimento giuridico della conquista, ma è anche un documentocon cui, in cambio del favore, si chiede un compenso relativoagli interessi della chiesa. L’interesse della chiesa Alessandro VI non si era servito solo della Lettera aSantángel, per scrivere la bolla, ma anche di altre fonti non ci-tate. Nella Lettera infatti non era stato detto che gli indigenifossero vegetariani. In ogni caso, ch’essi siano così o anche 85
    • «numerosi», «pacifici» e «ignudi», ciò per Alessandro VI nonrappresenta più di una mera curiosità folclorica. La vera caratteristica che gli preme sottolineare è che illoro «monoteismo» primitivo, ingenuo, istintivo, va perfezio-nato col cattolicesimo, che, unico al mondo, è in grado di «e-ducare ai buoni costumi». Qui il pontefice dà per scontato chele conversioni degli indigeni siano già relativamente facili. Il pontefice ricorda anche la guarnigione lasciata daColombo a Navedad, ad Haiti, e senza volerlo si contraddiceladdove afferma, dopo aver parlato di «indios pacifici», che la«torre ben munita» doveva essere difesa dai cristiani contro gliindios. In effetti, al pontefice non interessava approfondire ildiscorso sulle civiltà indigene: gli bastava credere (in fede oper convenienza non importa) in ciò che Colombo aveva scrit-to circa la scoperta di «oro, spezie e moltissime altre cose pre-ziose». Anche per lui era del tutto normale unire fede e profit-to. La chiesa giustificava il profitto in nome della fede; laSpagna lo giustificava servendosi della fede: la differenza eraminima. In fondo la chiesa di Roma aveva le stesse esigenzedella Spagna: recuperare nel Nuovo Mondo ciò che non potevapiù sperare di ottenere (o addirittura di conservare) in Europa,soprattutto sul piano politico ed economico. La Spagna volevadiventare una grande potenza europea restando sostanzialmen-te feudale, mentre molte altre nazioni stavano diventando bor-ghesi: e ciò la costringerà a cercare uno sbocco «salvifico» nelNuovo Mondo. La chiesa, che non poteva più contare sulleproprie forze, cercava di ridiventare una grande potenza ap-poggiandosi al colonialismo della Spagna. Questa si limitava ausare la fede come uno strumento ideologico al servizio dellaconquista militare e politica; quella invece credeva che la fede,come ideale religioso, potesse sopravvivere politicamente sol-tanto su nuove basi economiche.86
    • Il papa concesse il favore tracciando una linea retta (ra-ya) dall’Artico all’Antartico, cento leghe a ovest delle isole diCapo Verde (al largo dell’attuale Senegal), assegnando al Por-togallo tutte le nuove scoperte a oriente di quella linea, e allaSpagna tutte quelle a «occidente e mezzogiorno». In cambio di questo favore, il papa chiederà ai Re Cat-tolici: 1) che istruiscano per l’America dei missionari qualifi-cati, capaci di evangelizzare nel miglior modo possibile; 2) chevietino a chiunque di recarsi nelle Indie «per commercio o al-tre ragioni» (ad es. per scopi missionari), «senza speciale per-messo vostro», altrimenti il soggetto subirà la scomunica lataesententiae, cioè immediata. La chiesa, insomma, convinta che il sovrano spagnolonon voglia aver a che fare con possibili recriminazioni da partedi altre potenze commerciali e marittime europee, chiede ancheche non vi siano, sul nuovo terreno missionario, rivali nellapredicazione. A dir il vero, appena tre anni dopo la pubblicazione del-la bolla, Enrico VII, re d’Inghilterra, violò la raya cogliendocome pretesto il fatto che nel divieto del papa si erano citatil’ovest e il sud ma non il nord. Convinto che Colombo avessescoperto un’isola e non le Indie, e che queste potessero esserescoperte con una rotta più settentrionale di quella di Colombo,il re favorì la spedizione del veneziano Giovanni Caboto, chepartì da Bristol giungendo in Labrador, Terranova e NuovaScozia. Anche Caboto sarà però convinto d’aver scoperto unaparte dei domini del Gran Khan. Probabilmente non scoppiòuna guerra, in quell’occasione, solo perché il successore di En-rico VII, Enrico VIII, si disinteressò dell’America, vedendoche non si realizzavano i profitti previsti. Tuttavia i commercicontinuarono, anche se i mercanti inglesi, con capitale a ri-schio, per un certo periodo di tempo non poterono colonizzareo lasciare depositi stabili nelle colonie. Piuttosto fu il Portogallo che non soddisfatto della bolladel pontefice, pretese, col trattato di Tordesillas, di spostare la 87
    • raya di altre 170 leghe a ovest: cosa che poi lo porterà ad an-nettersi «legalmente» il Brasile. Grazie dunque ai sovrani cattolici, il papato poté appro-fittare della situazione per far valere la propria autorità moralee giuridica, mostrando, in particolare, che senza la sua media-zione legittimante, non sarebbe stato possibile proseguire inmodo «corretto» la gestione politica ed economica delle colo-nie acquisite. Il pontefice, tuttavia, doveva essere ben consape-vole che se il Portogallo non avesse accettato le proposte indi-cate in questo documento, una guerra contro la Spagna sarebbestata inevitabile, poiché egli non avrebbe avuto la forza d’im-pedirla. La guerra poi scoppierà un secolo dopo e porterà ilPortogallo a una disastrosa rovina.88
    • L’OCCASIONE PERDUTA DI COLOMBO Il 15 febbraio 1493, Cristoforo Colombo, dal Mar delleAzzorre, scrisse una lettera al cancelliere dei Re Cattolici diSpagna, Luis de Santángel, che l’aveva aiutato a trovare i fi-nanziamenti per il suo primo viaggio oltreoceano (una copia diquesta lettera venne spedita a Gabriel Sanchez, tesoriere dellacorte aragonese, anch’egli sostenitore del viaggio). Luis de Santángel, il cui casato da generazioni era lega-to ai sovrani d’Aragona, era un converso d’origine ebraica,salvatosi dall’Inquisizione solo perché protetto da re Ferdinan-do. Fu proprio lui che suggerì a Isabella di Castiglia, già mo-glie di Ferdinando, di vincolare il compenso, dovuto a Colom-bo, al successo dell’impresa. Isabella accettò in prestito lasomma raccolta dal banchiere Santángel, impegnando ai rischiper quel primo viaggio solo il suo regno di Castiglia, senzacoinvolgere il marito e la sua Aragona, più interessati alla poli-tica mediterranea (sebbene siano stati entrambi i sovrani a rila-sciare a Colombo l’autorizzazione scritta a partire per le Indie,senza la quale Colombo e il suo equipaggio sarebbero stati fa-cilmente sopraffatti dai portoghesi). I finanziamenti - come sappiamo - non provennero solodalle casse reali (in misura peraltro assai modesta), ma ancheda mercanti e banchieri genovesi e fiorentini, dagli abitanti diPalos, che, condannati per un fatto di pirateria o di contrab-bando, furono costretti a fornire due delle tre navi, e infine dal-lo stesso Colombo, che dovette provvedere per circa 1/3 dellespese al noleggio della terza nave, ai salari dell’equipaggio, alcosto delle vettovaglie e ad altre cose ancora. La lettera servì appunto per rassicurare il suo «sponsor»più influente, con dovizia di particolari e di buone promesse,che il viaggio aveva avuto un felice esito e che i prossimi sa-rebbero stati migliori. 89
    • Colombo la scrisse con la falsa dicitura: «All’altezzadelle isole Canarie», per non rivelare ai portoghesi (padronidelle Azzorre, mentre gli spagnoli avevano occupato le Cana-rie nel 1402) la sua rotta di ritorno dal Nuovo Mondo, che poiper quattro secoli resterà immutata. Non dobbiamo infatti di-menticare che poche settimane prima d’essere accolto a Bar-cellona, con grandi onori, dai re spagnoli, quello portoghese,Giovanni II, aveva avuto intenzione di rivendicare come pro-prie le terre scoperte da Colombo, e solo il timore della forzadel nuovo regno spagnolo lo persuase a desistere. Spedita da Lisbona il 4 marzo 1493, ove Colombo erariparato in seguito a numerose tempeste, la lettera servì per an-nunciare ai sovrani spagnoli il suo ritorno vittorioso. È un do-cumento molto interessante, poiché racchiude, in modo sinteti-co, le principali concezioni di vita del suo autore, le linee fon-damentali della mentalità euroccidentale del suo tempo, i pre-supposti basilari di quelli che sarebbero stati i rapporti colonia-li dell’emergente eurocapitalismo col cosiddetto «Nuovo Mon-do». Se vogliamo, vi sono anche i primissimi elementi di quel-le scienze, come l’antropologia e l’etnologia, che si costitui-ranno, abbandonando l’etnocentrismo europeo, verso la finedell’800. L’importanza di tale lettera venne capita subito: stam-pata alla fine dell’aprile 1493 a Barcellona, sarà tradotta in la-tino, italiano e tedesco, conoscendo una vasta diffusione in tut-ta Europa. Lo scopo del primo viaggio Fra gli scopi della missione non appare nella letteraquello d’incontrare il Gran Khan: Colombo lo dà semplice-mente per scontato e ne parlerà in altri documenti. Ad es. nelGiornale di bordo scriverà: a partire dal Milione di Marco Polo«è da lungo tempo che l’imperatore del Cataio [Cina] ha chie-sto di poter avere dei sapienti che lo istruiscano nella fede di90
    • Cristo». Colombo dunque nei confronti del Gran Khan eramosso da due forti esigenze: quella del «gran commercio», perusare un’espressione della lettera in oggetto, e quella dellapredicazione del cristianesimo. Colombo, in effetti, non era solo un abile mercante diorigine genovese, ma anche un uomo di fede; anzi egli si con-siderava un «eletto di Dio» incaricato di una «missione specia-le»: quella di aprire un fronte comune mongolo-cristiano con-tro l’Islam, che avrebbe preparato il terreno per una nuova cro-ciata a Gerusalemme, al fine di liberare il Santo Sepolcro e ri-costituire la cristianità mondiale. Consapevole di vivere in unperiodo storico in cui l’ideale della fede, di per sé, non avrebbepotuto muovere nessuno verso la Terra Santa, egli era altresìpersuaso che, acquisendo importanti giacimenti auriferi nellecolonie, si sarebbe potuto costituire un potente esercito crocia-to.8 È difficile credere che Colombo fosse davvero convintodi un’idea del genere: forse voleva soltanto «stuzzicare l’appe-tito» al papato e soprattutto ai sovrani spagnoli, che avevanoappena concluso una vittoriosa «guerra santa» al proprio inter-no e che quindi erano attrezzati per proseguirla in politica este-ra. Certo è che una cristianità mondiale sotto l’egida del papa-to, già abbondantemente rifiutata dai bizantini di religione or-todossa, difficilmente avrebbe potuto essere tollerata dalle for-ze laico-nazionaliste e assolutiste d’Europa (in Italia «rinasci-mentali») e tanto meno verrà accettata, di lì a poco, dal mondoprotestante. Nondimeno Colombo credette nella possibilità di una«megacrociata» sino alla fine dei suoi giorni; anzi, col passaredegli anni, quanto più i moventi economici del viaggio e dellaconquista verranno frustrati da circostanze avverse, tanto piùaumenteranno in lui, in un crescendo parossistico, le preoccu-pazioni di carattere mistico-allegorico, riscontrabili nell’esege-8 Cfr la Lettera rarissima del 7 luglio 1503. 91
    • si biblica del Libro delle profezie, ma anche nelle deliranti pro-fezie della suddetta Lettera rarissima. Un altro motivo del viaggio era, come si è detto, quellodi commerciare con le Indie9 e addirittura di occupare quantipiù territori possibili, esattamente come da diversi decenni fa-cevano i portoghesi a danno di arabi, asiatici e africani. Infine non vanno sottaciuti i grandi vantaggi personaliche Colombo avrebbe ottenuto se l’impresa fosse riuscita. NeiCapitolati di Santa Fe, firmati da entrambi i sovrani, Colombochiedeva come compenso cose che mai nessun navigatore diquei tempi era riuscito a ottenere: il titolo di ammiraglio pertutti i territori conquistati (equivalente al titolo di grande am-miraglio di Castiglia); i titoli di vicerè e di governatore, con re-lativi stipendi, per tutte le terre colonizzate; la decima parte diogni transazione commerciale che avvenisse entro i confini delsuo vicereame; il titolo di giudice esclusivo di tutte le contro-versie commerciali tra Spagna e nuovi territori; il diritto di tra-smettere questi privilegi al figlio primogenito. Scoprire o conquistare? Le armi messe a disposizione dai Re Cattolici per le trecaravelle erano scarse e di tipo convenzionale: bombarde, fal-conetti, balestre e armi da taglio, che dovevano servire per di-fendersi in caso di attacco, certo non per occupare uno Stato.Al massimo, seguendo l’esempio dei portoghesi nell’Africasud-equatoriale, si potevano occupare territori privi di una for-te organizzazione. In ogni caso la corona spagnola avrebbe sa-puto servirsi di eventuali «incidenti» come pretesto per inviarein un secondo momento forze ben più imponenti. Come poi, ineffetti, farà. Dunque l’intenzione di questi naviganti e dei lorofinanziatori, se non era quella di dichiarare guerra a qualche9 Solo nel terzo viaggio Colombo cominciò a ipotizzare l’esistenza di un«otro mundo».92
    • potenza straniera, era però necessariamente bellicosa, oltre checommerciale, non foss’altro perché solo così essi avrebberopotuto contrastare i grandi successi dei portoghesi. Infatti, Colombo fa subito notare, nella lettera, che i fi-nanziamenti ricevuti dalla corona avevano sortito l’effetto spe-rato: «moltissime isole popolate da gente innumerevole» sonostate occupate, «con bando e bandiera reale spiegata», cioè contutti i crismi e secondo il diritto vigente (in Europa), servendo-si del notaio di tutta la flotta, Rodrigo d’Escovedo. E questo -sottolinea Colombo - «senza trovare resistenza»: il che sta asignificare che la facilità della conquista doveva rassicurare isovrani sul buon esito dei futuri finanziamenti per imprese ana-loghe. Già si è detto che Colombo, in quanto cattolico, era unuomo medievale, con preoccupazioni anacronistiche per il suotempo, comprensibili solo nell’arretrata Spagna; in quantomercante invece egli era sicuramente più vicino agli ambientiliguri da cui proveniva o a quelli portoghesi che per moltotempo aveva frequentato. Di qui l’estrema contraddittorietàdelle sue posizioni. Il primo impatto Il suo atteggiamento «imperialistico», che è di deriva-zione tardo-feudale (vedasi la «Riconquista» spagnola) e cheverrà ereditato e anzi approfondito dal capitalismo emergente,a partire appunto dalla sua «scoperta», è ben visibile anche lad-dove egli, pur sapendo che le isole posseggono il nome attri-buito loro dagli «indiani» (popolazioni che non avevano maiavuto alcun contenzioso con gli europei), decide ugualmente diribattezzarle coi nomi della tradizione ispanico-cristiana: SanSalvatore, Fernandina, Giovanna, Isabella ecc. Colombo giustifica il proprio atteggiamento col preci-sare che la gente incontrata non si lasciava «incontrare», inquanto «fuggiva dalla paura». Non c’è qui la pedagogia di chi, 93
    • per poter incontrare una popolazione, lontana dagli usi e co-stumi euroccidentali, si mette al suo livello e cerca di avvici-narla lentamente, progressivamente, al fine di capirla. C’è in-vece l’astuzia di chi sfrutta la paura altrui come una buona oc-casione per imporsi. Colombo, abituato a ragionare in terminidi rapporti di forza, timoroso che la «tierra» tanto agognatapossa essergli sottratta dal rivale Portogallo, ha scoperto l’A-merica - ha scritto Todorov - non gli americani. Il popolo che per primo Colombo incontrò erano i Lu-cayo, un sottogruppo Arawak di circa 30.000 persone che abi-tava le Bahamas e viveva di pesca e di un’agricoltura primiti-va, in piccoli villaggi indipendenti di non più di 15 capanne (ladivisione in classi era inesistente). Commerciavano coi loro vi-cini cotone, pappagalli e foglie di tabacco. Gli Arawak eranouna popolazione di lingua e di origine amazzonica. Colombo,in una lettera del 25 dicembre 1492 ne parla così: «È un popo-lo affettuoso, privo di avidità e duttile, e assicuro le Vostre Al-tezze che al mondo non c’è gente o terra migliore di queste.Amano il prossimo come se stessi e hanno le voci più dolci edelicate del mondo, e sono sempre sorridenti... nei contatti congli altri hanno ottimi costumi». Per poter avvicinare gli «indiani», egli è costretto a«catturarne» alcuni, obbligandoli a imparare lo spagnolo o co-munque a comunicare e a fare da interpreti per tutti gli altri in-dios. Colombo si sente autorizzato a comportarsi così ancheperché non scorgeva fra quelle popolazioni «nessun indizio diordinamento politico». L’assenza di istituzioni lo giudica comeun segno sicuro di arretratezza. Colombo cerca nel «Nuovo Mondo» ciò che assomigliaall’Europa. Non trovando alcun «ordinamento politico», egliritiene legittimo conquistare ciò che gli appare non difendibileda alcun proprietario in particolare, perché appunto non riven-dicato giuridicamente come «proprio». L’assenza di istituzionigli pare un motivo sufficiente per impadronirsi legalmente del-la terra e delle risorse altrui. Qui Colombo ha in mente i prin-94
    • cipî feudali e borghesi della proprietà privata, la cui tutela di-pende dalle istituzioni civili, oltre che naturalmente dai pro-prietari «legali» o «ufficiali»: non può neanche immaginareche «assenza di istituzioni» e «proprietà comune» si identifi-cano. La proprietà collettiva è, per lui, senza proprietario, edessendo non protetta dalle istituzioni, può essere soggetta inqualunque momento a esproprio, secondo la legge del più for-te. Colombo è così condizionato dalla mentalità dominante(feudale in Spagna, sempre più borghese nel resto d’Europa),che persino quando descrive l’ambiente naturale di Haiti (cheper lui era il Catai), parla di «usignoli» là dove non sono maiesistiti; e identifica il mondo degli indios con la mitica etàdell’oro (Eldorado), secondo i sogni arcadici del Sannazaro edello spagnolo Juan de la Encina. Per lui «quasi tutti i fiumitrascinano oro» e vi sono «spezie in abbondanza e grandi mi-niere d’oro e di altri metalli». Michele da Cuneo, che fece con Colombo il secondoviaggio, racconta nel suo reportage, che le sabbie piene d’orodei fiumi erano solo nella fantasia di Colombo e dei suoi uo-mini. Di fatto, egli ne troverà pochissimo, peraltro già lavoratodagli indigeni (delle foglioline, una maschera...). Lo stesso ca-pitano della Pinta, Martin A. Pinzòn, si staccò dal convoglioper scoprire nuove terre e impossessarsi dell’oro, senza peròriuscirvi. Tuttavia Colombo cercava di vendere fumo anche pergarantirsi ulteriori finanziamenti per le future missioni, e forseanche perché, psicologicamente parlando, gli sembrava impos-sibile che in territori così ricchi di vegetazione non vi fosseroimportanti materie prime come l’oro e l’argento, la cui scoper-ta gli pareva imminente. Ancora non gli era balenata l’idea dischiavizzare quelle popolazioni per sfruttarne le risorse, o a ti-tolo per così dire di «risarcimento» per non aver trovato ciòche cercava. Durante il primo viaggio, dopo aver costatato lasobrietà e la semplicità di costumi degli indios, l’unica sua pre- 95
    • occupazione era quella di come dimostrare che occorrevano ifinanziamenti per organizzare un secondo viaggio: sia per laricerca dei giacimenti, che per l’estrazione dei minerali e il lo-ro trasporto in Spagna. Innocenza e paura Il tipo di rapporto che Colombo riesce a stabilire congli indios è alquanto superficiale, basato sulle mere impressio-ni. Non c’è una vera spiegazione del fenomeno osservato, sullabase delle testimonianze e dei racconti degli stessi Lucayo e dialtri gruppi indigeni, ma solo una sua descrizione sommaria,determinata dall’interesse contingente, che però pretende d’es-sere obiettiva, perché fatta da un osservatore che si sente infi-nitamente superiore al soggetto incontrato. E così, la nudità fisica di uomini e donne è la prima co-sa ch’egli nota, e gli pare del tutto anomala, segno di povertà,di semplicità e primitivismo (non però di lussuria); l’assenzadelle armi viene attribuita alla «paura»; l’estrema generositàcon cui offrono quello che hanno alla sprovvedutezza. In particolare, Colombo scoprì il contrario di quantos’andava predicando nella Spagna del suo tempo, e cioè che ilcorpo fosse fonte di peccato. È vero che nell’Italia rinascimen-tale si era verificata una riscoperta del nudo greco-romano, masolo nel campo artistico, come tentativo di recuperare a livellointellettuale ciò che sul piano della società civile non era piùpossibile vivere in maniera naturale. Lo dimostra il fatto cheproprio nel Cinquecento vi sono delle descrizioni colme dipregiudizi riguardanti la nudità e la sessualità degli indigeni. Relativamente all’assenza di armi presso i Lucayo, Co-lombo afferma che ciò dipende dalla paura. Questo però gliappare in contraddizione con la loro robustezza fisica e altastatura (superiori, in questo, agli spagnoli. Da notare che i Lu-cayo non mangiavano carne di animale, a parte quella dei pe-sci). Colombo non riesce a comprendere che la paura dell’in-96
    • dio è paragonabile a quella di un bambino disarmato nei con-fronti di un adulto minaccioso e armato fino ai denti. Egli stes-so dirà, più avanti nella lettera, che appena giunse a Guanahanì«catturò con la forza» alcuni indigeni, «perché imparassero lanostra lingua e mi dessero notizia di quanto v’era da quelleparti». Ancora Colombo scriverà nel Giornale di bordo ch’essigli fecero capire - quasi a volersi scusare del loro atteggiamen-to guardingo e sospettoso - «come in quella terra venisserogenti da altre isole vicine con l’intenzione di catturarli, per ri-durli in schiavitù» (è da presumere fossero gli aztechi). In ognicaso è difficile pensare a un pregiudizio quando furono glistessi indios a ritenere gli spagnoli «venuti dal cielo». La pau-ra, di fronte a un «dio», non è pusillanimità ma solo timore,non è vigliaccheria ma solo prudenza. Colombo invece la considerava come un elemento didebolezza che poteva essere facilmente sfruttato da parte di chiè più forte. Così come potrà essere sfruttata, su un altro versan-te, l’innocenza della nudità per compiere ogni sorta di abusosessuale (lo stesso Michele da Cuneo ne fu attivo protagoni-sta). Colombo cioè non si rende conto che se gli indios nonhanno armi non è per paura di possederle o di usarle, ma per-ché sono pacifici, per cui non hanno motivo di costruirsele (senon per la pesca). Se l’avesse capito, non si sarebbe meravi-gliato ch’essi non si servivano delle loro «canne con un ba-stoncino aguzzo in cima» contro l’equipaggio, neppure contro idue o tre dei suoi uomini mandati «in qualche villaggio pertrarre informazioni». Qui è ben visibile la grande differenza tra la paura «fi-sica» degli indios e la paura «metafisica» degli spagnoli, cioètra la paura istintiva, immediata, precauzionale, circoscritta afatti particolari, e la paura profonda, inconscia, radicata in mil-lenni di storia della proprietà privata. Gli indios hanno paura dinemici esterni senza essere abituati ad averla nei loro rapportiinterni; gli spagnoli invece vi sono così abituati, nei loro rap- 97
    • porti interni ed esterni, che solo con le armi credono di poterlavincere. La loro grande paura è quella d’aver fatto un viaggio avuoto: domani sarà quella di poter perdere ciò per cui si eranotanto sacrificati. Lo scambio ineguale Colombo, che si rende conto quanto sia difficile con-vincere qualcuno dell’occidente europeo a credere che gli in-dios fuggivano dalla paura senza che gli spagnoli avessero fat-to loro alcun torto o minaccia, precisa che, nel tentativo di ac-cattivarsi la loro fiducia, offrì «tutto quanto aveva, come stoffa[per coprirsi?] e molti altri oggetti», cioè a dire: «cocci di sco-delle, frammenti di vetri rotti e pezzetti di nastro». Nel Giorna-le di bordo dirà di aver regalato loro «alcuni berretti rossi e co-roncine di vetro che si mettevano al collo e altre cosette diver-se, di poco valore», ed anche «perline di vetro e sonagli», rice-vendo in cambio «pappagalli, filo di cotone in gomitoli, zaga-glie e tante altre cose». Egli quindi non diede loro «tutto quanto aveva» - que-sto semmai lo fecero gli indios -, ma soltanto ciò di cui potevafare tranquillamente a meno: in particolare offrì ciò di cui gliindios non avevano alcun bisogno, al di là delle mere esigenzeornamentali. Da scaltro mercante qual è, Colombo vincola lapropria generosità all’interesse e giustifica quella degli indios,di molto superiore, ribadendo la loro povertà! Che poi in altripassi egli affermi d’aver donato loro «mille oggetti graziosi eutili», ciò può essere inteso in due modi: o era aumentato l’in-teresse, per avere incontrato popolazioni più esigenti, oppureColombo voleva mostrare le sue buone intenzioni agli occhidei sovrani spagnoli, che sicuramente avrebbero pubblicizzatola lettera. Colombo conserva ancora qualche scrupolo medievalequando si rende conto che la generosità del suo equipaggio erapiù scarsa rispetto a quella incontrata. Obtorto collo è costretto98
    • ad ammettere che gli indios, «dopo che si sono rassicurati ehanno deposto questi timori, sono tanto privi di malizia e tantoliberali di quanto posseggono, che non lo può credere chi nonl’ha visto». Colombo avrebbe quasi preferito che la paura fossestata associata all’avarizia, alla cupidigia: l’avrebbe capita me-glio, si sarebbe sentito più giustificato nello scambio ineguale.Invece quella inconsueta generosità lo disarma, lo sconcerta:qui ha ragione Todorov quando afferma che Colombo era unuomo del Medioevo. A patto però di considerare i suoi scrupolidi coscienza come tipici di un businessman di religione cattoli-ca, che mentre predica l’unità politica dei cattolici e il valoreuniversale della fede cristiana, sul piano pratico si trova a di-fendere i principî laici del Rinascimento e del capitalismo mer-cantile. Egli infatti ha chiarissima l’idea che il valore di una co-sa non sta solo nell’uso o nella bellezza estetica, ma anche esoprattutto nel suo valore monetario, di scambio contro l’oro.Ecco perché quegli indios «tanto amorevoli», ad un certo pun-to gli appaiono anche come «bestie senza discernimento». InColombo si consuma la transizione dal basso Medioevo al pro-to-capitalismo. La differenza tra lui e la sua ciurma è solo soggettiva,poiché dal punto di vista oggettivo del rapporto coloniale è deltutto irrilevante. Egli infatti si preoccupa di sottolineare checercò di proibire l’iniquo scambio quando s’avvide che il suoequipaggio voleva giovarsi della semplicità degli indios per ri-filare loro una paccottiglia occasionale. I suoi regali invece e-rano - come lui stesso scrive - «graziosi e utili». La differenza, come si può notare, stava semplicementenel fatto che mentre l’incolto marinaio si limitava ad approfit-tare dell’innocenza-ignorante per realizzare subito un guada-gno, il mercante intellettuale invece vuole guardare in prospet-tiva, in lontananza, e i suoi regali, in questo senso, non posso-no essere brutti e insignificanti. 99
    • In effetti, anche se, quanto a valore, può rimetterci (ilche poi non è), il mercante intellettuale deve pensare acos’altro potrà guadagnare in futuro, in virtù di quel baratto.Lo scopo dei suoi regali è più tattico rispetto a quello dellaciurma rozza e incolta, e si pone a quattro livelli: 1) acquistarela fiducia degli indios (aspetto psicologico); 2) pretenderech’essi diventino «cristiani» (aspetto etico-religioso); 3) pre-tendere che diventino «sudditi» della corona (aspetto politico-istituzionale); 4) esigere che lavorino come i «servi della gle-ba» già presenti in Spagna (aspetto socio-economico). Gli in-dios - afferma testualmente Colombo - dovranno «raccoglieree consegnarci i prodotti di cui abbondano e che ci sono neces-sari». Cioè d’ora in avanti gli indios non commercerannospontaneamente il surplus, ma saranno costretti a fornire quan-to occorre agli spagnoli. Colombo, preoccupandosi di non ap-parire un colonialista (un «portoghese»), precisa, da un lato,che gli indios forniranno i prodotti di cui «abbondano», mapoi, dall’altro, senza accorgersene, fa coincidere il surplus conciò di cui gli spagnoli necessitano. Il colonialismo, sul pianoeconomico, è già tutto qui sostanziato: specializzazione dellecolture indigene sulla base dei prodotti naturali prevalenti, se-lezionati dalla domanda della madrepatria. L’ateismo naturalistico L’altra cosa che colpì l’attenzione di Colombo era l’a-teismo naturalistico, spontaneo, di quegli indigeni, in quanto«non professavano credenza né idolatria di sorta». Al massimoessi «stimano che la potenza e il bene stiano nel cielo». Nellaloro ingenuità - rileva Colombo - credevano «che io, con que-ste navi e questa gente, fossi venuto dal cielo». Perché questa superstizione? Non perché non avesserola scienza, ché, anzi - scrive Colombo -, «sono di ingegno mol-to sottile, e navigatori esperti di tutti quei mari», tanto che «un100
    • nostro battello non tiene loro dietro alla voga» (e questa affer-mazione la dice lunga sul concetto di progresso e di quello tec-nico in particolare); quanto piuttosto perché «non avevano maivisto gente vestita [è da sottintendere: come gli spagnoli], nénavigli simili ai nostri». Col che Colombo ha, senza volerlo, lasciato capire chese nell’ateismo naturalistico di quelle popolazioni vi erano e-lementi di superstizione che potevano far venire in mente unaforma di religiosità primitiva, questa comunque non aveva al-cun carattere alienante, poiché da nessuno veniva usata comestrumento di potere. Gli indios, alle prese con un fenomeno perloro assolutamente eccezionale, avevano cercato di decodifi-carlo con le categorie del loro tempo, così come oggi - ma conmolte meno giustificazioni - si cerca di spiegare l’origine dicerti fenomeni naturali o scientifici, o di certi oggetti cosiddetti«non identificati», appellandosi alla presenza o alla forza degliextraterrestri. Colombo tuttavia non ha alcuna intenzione di misurarsialla pari con l’ateismo naturalistico degli indios: anzi, ritienech’esso sia il terreno favorevole per indurli a credere nella dot-trina cristiana, della quale egli si sente banditore privilegiato.Non solo, ma Colombo cercò persino di servirsi delle loro in-genue superstizioni per affermare un proprio potere. Egli infat-ti scrive che dopo aver sradicato dai villaggi alcuni indios por-tandoli con sé in Spagna per apprendere lo spagnolo e diventa-re interpreti nelle colonie, si accorse che costoro continuavanoa credere ch’egli fosse giunto dal cielo. Il motivo di ciò apparepoco chiaro. Colombo lascia intendere che la causa stava nellaloro ignoranza, ma non sarebbe strano vedere in questo atteg-giamento compiacente un modo di sopravvivere al cospetto diun nemico ritenuto più forte. In ogni caso egli non cerca di dissuadere questi indios,che esaltano la sua vanità, dal mutare atteggiamento, anzi liesorta a propagandare la loro fede magica in tutti i villaggi cheincontrano. La tentazione di crearsi, in quelle zone «primiti- 101
    • ve», un proprio «culto della personalità», era troppo forte pernon cedervi volentieri. Nel Giornale di bordo dirà chiaramenteche durante i primi tre mesi egli conquistò le isole nel nomedel re di Spagna e della fede cattolica e, piantando centinaia dicroci, s’impadronì delle terre degli Arawak e dei Carib, apren-do il fuoco dei moschetti e dei cannoni per spaventare quei po-poli e far credere d’essere venuto dal cielo. Con una disinvoltura davvero notevole (ma non dob-biamo dimenticare che nelle colonie «tutto era possibile»), eglistava già saggiando quali enormi vantaggi poteva ottenere te-nendo strettamente uniti il profitto borghese e la fede cristiana.Per lui cristianesimo e guadagno non erano in contrasto, né,tanto meno, cristianesimo e schiavizzazione del non-credente.La conversione degli indigeni la dava per scontata in un futuroimmediato. Egli era convinto non solo di aver potuto conqui-stare quei territori per volontà divina, ma anche che di ciò a-vrebbero tratto vantaggio sia la corona spagnola e la chiesacattolica (coll’ampliare entrambe i propri imperi), che «tutti icristiani» desiderosi di emanciparsi economicamente. Da notare che sotto questo aspetto Colombo apparemeno cattolico dei suoi stessi sovrani, nonostante sia convintod’essere un profeta della parusia del Cristo: egli infatti credevache il mondo sarebbe finito circa 150 anni dopo la sua impresanelle Indie, per la realizzazione della quale - egli scrive in unalettera del 1501 indirizzata ai sovrani spagnoli - non gli giova-rono «né ragione, né matematica, né mappamondi: si compìsemplicemente ciò che aveva detto Isaia». Eppure furono pro-prio i suoi sovrani a rifiutargli il diritto di vendere gli indianicome schiavi, e la stessa Isabella, nel suo Testamento, che nonnomina neanche Colombo, difenderà gli indios. Ciò naturalmente non ci può impedire di pensare chegli ideali d’uguaglianza del cattolicesimo siano stati usati daisovrani, in questo frangente, come pretesto per rescindere ilcontratto firmato coi Capitolati di Santa Fe. È vero infatti chela corona spagnola s’opporrà a più riprese, sul piano giuridico,102
    • alla schiavizzazione degli indios, ma è anche vero che sul pia-no pratico assumerà sempre un atteggiamento condiscendente.Se così non fosse stato, Colombo non avrebbe avuto l’ardire discrivere che i profitti della sua impresa sarebbero dipesi dallosfruttamento non solo delle risorse naturali di maggior valore(oro, argento, spezie, cotone, mastice, legno d’aloe, rabarbaro,cannella...), ma anche delle risorse umane, cioè degli schiavi,naturalmente «scelti fra gli idolatri». Da ultimo va sottolineato il fatto che Colombo, sbar-cando in quell’arcipelago nel primo viaggio, era convinto ditrovare anche «uomini mostruosi, come molti pensavano» (nelMedioevo e anche nell’Antichità); accettò di credere che inuna provincia dell’isola di Giovanna esistessero persone «conla coda», e che nell’isola di Matinino (o Guadalupe) vigesse dasempre un totale matriarcato, e che nell’isola di Quaris tuttifossero cannibali dalla nascita e cinocefali, e che in un’altra i-sola ancora ogni abitante fosse rigorosamente calvo. Colomboarriverà persino a credere che gli indigeni più «buoni» non e-rano che i superstiti delle dieci tribù d’Israele e che nella re-gione dell’Orinoco doveva esserci il Paradiso Terrestre! In effetti, le «amazzoni» di Matinino si accoppiavanosolo in una certa stagione dell’anno e solo con uomini della lo-ro razza (carib). Se nasceva un maschio lo cedevano agli uo-mini, se femmina la tenevano, addestrandola all’arte dellaguerra. Ma Colombo non riuscì a comprendere che questo at-teggiamento non era affatto dettato da particolari leggi «natu-rali» delle tribù caribiche: anch’esso, al pari dell’antropofagia,era un modo estremo di sopravvivere in una società che si sta-va disgregando. La questione del cannibalismo A proposito del cannibalismo, va detto che i Lucayo in-contrati da Colombo non lo praticavano, né i Taino dell’Hispa-niola o Haiti (altro sottogruppo Arawak). Era invece una pre- 103
    • rogativa dei Carib, una tribù bellicosa di Haiti, armata di «ar-chi e frecce». Probabilmente - come affermano molti studiosi -il cannibalismo era, in quelle popolazioni, un modo di difen-dersi per non cadere vittime dei tentativi di schiavizzazione al-trui. Era un modo disperato di spaventare un nemico ritenutopiù forte, o di vendicarsi su di lui: un nemico che aveva biso-gno di schiavi per salvaguardare un sistema diviso in classi obasato sulla proprietà privata, già in fase decadente. Si trattavainsomma di un rituale a sfondo guerriero e non anzitutto di unarisorsa alimentare, né quindi andava considerato come un fe-nomeno legato a uno stadio ancora primitivo di un’umanitàselvaggia. L’altro modo di farsi valere era - dice Colombo -quello di «compiere scorrerie in tutte le isole dell’India, ruban-do e depredando». Anche gli aztechi erano antropofagi, ma per motivi re-ligiosi. I sacrifici umani servivano a un sistema ormai privo dilegittimità per tenere ideologicamente sottomessa la popola-zione. Di fronte all’insofferenza degli schiavi, i capi politico-religiosi esigevano sangue umano da sacrificare agli dèi, al fi-ne di placarne l’ira. Si voleva cioè far credere che essere vitti-ma sacrificale era un onore, poiché così si garantiva la soprav-vivenza a chi restava sulla terra. Quando Colombo afferma, nel Memoriale, che «tra tut-te le isole, quelle dei cannibali sono numerose, grandi e assaipopolate», non dobbiamo solo pensare ch’egli lo faccia perventilare l’ipotesi, ai sovrani spagnoli, di un intervento militarenei prossimi viaggi, ma, indirettamente, dobbiamo anche capi-re che la proprietà comune delle prime società egualitarie in-contrate da Colombo era ormai diventata un’eccezione alla re-gola, in quanto le civiltà schiaviste mesoamericane stavano al-largandosi a macchia d’olio. La capacità d’intendersi104
    • Colombo non riesce neppure a capacitarsi del fatto chesulla base di un’esperienza comune si possano comprenderecosì facilmente, nei «costumi» e nella «lingua», popolazioniche vivono praticamente divise le une dalle altre, in quel gran-de arcipelago che poi si chiamerà delle Bahamas. Nel Memo-riale del 30 gennaio 1494, sul suo secondo viaggio, egli scrive-rà che «siccome le genti di un’isola parlavano poco con quelledi un’altra, vi sono alcune differenze nelle lingue, a secondache vivano più vicino o più lontano». Ciò tuttavia non faràscattare in lui l’esigenza di conoscere le loro lingue, ma, alcontrario, quella di costringere alcuni di loro ad imparare lospagnolo nella madrepatria. In ogni caso l’intesa di quelle popolazioni lo stupisce.Egli infatti non può aver dimenticato che nella Spagna da cuiproviene lotte ferocissime avevano diviso per secoli gli spa-gnoli di religione cattolica da quelli di religione islamica. Eradifficile comprendersi persino tra persone aventi interessi co-muni, come dimostrerà la rivolta haitiana di Francisco Roldànall’autorità di Colombo. Questo può spiegare il motivo per cui nella secondaspedizione Colombo permetterà che sei indios vengano arsi vi-vi semplicemente perché avevano sepolto alcune immagini diCristo e della Vergine, convinti di poter ottenere un migliorraccolto di mais. Sarà proprio a partire dal secondo viaggioch’egli comincerà a sterminare alcune tribù che non volevanolavorare il cotone per gli spagnoli. Nel 1495 egli trasferirà aCadice ben 500 indigeni. La capacità di difendersi Non tutte le popolazioni autoctone erano così pacifichecome le descrive Colombo. Il contingente militare di 38 coloni,lasciato a Navedad, cittadina fondata sulla costa di Hispaniola,per difendere le proprietà conquistate col primo sbarco, vennedecimato dai «camballi» (cannibali) dell’isola, a causa delle 105
    • continue razzie d’oro e di donne da parte degli spagnoli. Que-sto perché già tra la ciurma del primo viaggio vi erano statimolti avventurieri desiderosi d’arricchirsi facilmente. Colombo aveva capito subito quanto fossero necessariquesti avamposti commerciali-militari, ai fini della «resa» co-lonialistica, ed era convinto che la guarnigione fosse in grado,da sola, di «spopolare tutta quella terra». «Erano tanto vili -scriverà - che in mille non saprebbero attendere tre dei mieiuomini a piè fermo». Quale alternativa? Altri elementi conoscitivi Colombo non ne possiedecon certezza in questo primo viaggio, e d’altronde non aumen-teranno di molto nei successivi, dove anzi i rapporti con gli in-dios si faranno più conflittuali. Qui egli aggiunge che gli sem-bra che «tutti gli uomini [i Taino?] si accontentino di una soladonna, ma che al loro capo o re ne concedano fino a venti»; glipare che «le donne lavorino più degli uomini» e che tra loroabbiano «ogni cosa in comune, specialmente in fatto di ciba-rie». Colombo non era un antropologo o un etnologo, ma unammiraglio e mercante: le notizie che ci ha dato sono, perquanto approssimate, ugualmente interessanti. È proprio in virtù di quello che ha scritto che è possibi-le ipotizzare in quale altro modo egli avrebbe potuto incontrar-si con quegli indigeni «pieni di crudeltà e nemici nostri», cosìcome li definisce nella Lettera rarissima, spedita da quellaGiamaica ove sentiva d’essere stato abbandonato. Tuttavia, l’ipotesi di un’alternativa può essere solo pu-ramente teorica, benché, per essere credibile, debba essere ve-rosimile. Di fatto Colombo e il suo equipaggio ebbero la fortu-na d’imbattersi in una popolazione che aveva un’antichissimaciviltà comunitaria. Al contatto con quella straordinaria diver-sità di costumi, di vita, di valori, non sarebbe stato innaturaleche, da parte degli europei, si cominciasse a ripensare i propri106
    • criteri d’esistenza, superando i condizionamenti delle proprietradizioni antagonistiche. Non lo faranno forse grandi intellet-tuali come T. More (Utopia), Erasmo da Rotterdam (Elogiodella follia), T. Campanella (Città del sole) e F. Bacon (NuovaAtlantide)? Ciò naturalmente sarebbe potuto avvenire solo in virtùdi un rapporto pacifico e durevole con quelle popolazioni, inun confronto capace di promuovere i valori umani universali.Il che, quando accadrà, sarà patrimonio, purtroppo, solo di al-cuni singoli esponenti del mondo ispano-portoghese, giunti inAmerica come colonialisti (si pensi p. es. ai gesuiti presso iGuaranì). Gli europei più consapevoli, come ad es. GonzaloGuerrero, arrivarono persino a muovere guerra contro i con-quistadores. Altri invece s’immedesimarono nello stile di vitadi quelle popolazioni (ad es. presso i Tupinambas) più che al-tro per giustificare il proprio libertinaggio. In ogni caso, grazie a Colombo, indirettamente, noi ab-biamo capito che nella storia del genere umano è stato possibi-le da parte di molte popolazioni realizzare rapporti pacifici edegualitari tra uomo e uomo e tra uomo e natura, rapporti basatisulla proprietà comune, sul senso del collettivo, sul rispetto in-tegrale della persona. Distruggendo le culture pre-colombiane (soprattuttoquelle pre-schiavistiche), l’uomo ha distrutto una parte di sestesso, e quindi ha perduto l’occasione di uno sviluppo tecno-logico più equilibrato, meno devastante dell’ambiente naturale,ma anche l’occasione di un equilibrio sociale e spirituale chenon conduce all’isolamento, all’emarginazione, all’individuali-smo... È vero, la conquista dell’America ha favorito - comevuole l’ultimo Todorov - la mutua conoscenza del genere u-mano, l’integrazione di milioni di europei, americani, africanie asiatici in una razza cosmica, universale, anche se a prezzo diuno spaventoso genocidio. Ma è anche vero che un’integrazio-ne senza reciprocità, senza giustizia per tutti i protagonisti, nonè che un altro modo di continuare la logica del dominio. 107
    • APPENDICI BOLLA «INTER CAETERA» 4 maggio 1493 ALESSANDRO VI (papa dal 1492 al 1503) Alessandro, vescovo, servo dei servi di Dio, agli illustri sovrani, il nostro diletto figlio in Cristo Ferdinando, re, e la nostra diletta figlia in Cristo, Isabella, regina di Castiglia, Leòn, Aragona, Sicilia e Granada, salute e benedizione apostolica. Tra le altre opere gradite alla Divina Maestà e dilette al no-stro cuore, questa con certezza è la più elevata, che nei nostri tempispecialmente la fede cattolica e la religione cristiana siano esaltate edovunque vengano aumentate e diffuse, che si abbia a cuore la sal-vezza delle anime, e che le nazioni barbariche siano rovesciate econdotte alla stessa fede. Poiché, in virtù della clemenza divina, noi,nonostante i nostri meriti insufficienti, siamo stati chiamati a questaSanta Sede di Pietro, riconoscendo che, come veri re e principi catto-lici quali abbiamo sempre saputo che voi siete, e come dimostrano levostre illustri azioni note già a quasi tutto il mondo, voi non soltantoardentemente desiderate, ma con ogni sforzo, zelo e diligenza, senzariguardo alle difficoltà, alle spese, ai pericoli, persino a costo dellospargimento del vostro sangue, siete impegnati in questo fine; rico-noscendo inoltre che da molto tempo avete consacrato a questo sco-po la vostra anima e tutti i vostri sforzi, come testimoniato in questitempi dalla riconquista del regno di Granada dal giogo dei saraceni,a gloria del Nome Divino; noi dunque siamo a ragione condotti, e loriteniamo anzi nostro dovere, ad assicurarvi il nostro accordo e, avostro favore, quelle cose che, con fatica ogni giorno, vi rendono108
    • possibile, per lonore di Dio stesso e la diffusione della regola cri-stiana, conseguire il vostro santo e lodevole proposito così gradito alDio immortale. Abbiamo anche appreso che voi, che per lungo tempo aveteinteso cercare e scoprire alcune isole e terre remote e sconosciute enon ancora scoperte da altri fino a quel momento al punto da poterguadagnare al culto del nostro Redentore e alla professione della fe-de cattolica i loro residenti ed abitanti, essendo stati tino al momentopresente impegnati intensamente nellassedio e nella restaurazionedel regno stesso di Granada, siete stati impossibilitati a realizzarequesto santo e lodevole proposito; ma essendo stato il suddetto regnoda tempo riacquistato, come è piaciuto al Signore, voi, col voto direalizzare il vostro desiderio, avete scelto il nostro amato figlio, Cri-stoforo Colombo, un uomo di certo valore e delle più alte credenzialie dotato per una impresa così imponente, e lo avete fornito di navi euomini equipaggiati per questi disegni, non senza le più ardue diffi-coltà, pericoli, e spese, per fare una ricerca accurata di queste remotee sconosciute lande ed isole per mare, dove finora nessuno ha navi-gato; ed essi con laiuto divino e con la massima diligenza navigandoper loceano, hanno scoperto certe isole molto remote ed anche con-tinenti che finora non erano stati scoperti da altri; lì dimorano mol-tissimi popoli che vivono in pace e, come e stato riferito, che vannoin giro nudi e non mangiano carne. Inoltre, come ritengono i vostrisuddetti inviati, questi popoli che vivono nelle dette isole e paesicredono in un unico Dio, creatore nei cieli, e sembrano sufficiente-mente disposti ad abbracciare la fede cattolica e ad essere educatinella buona morale. E si spera che, una volta istruiti, il nome delSalvatore, nostro Signore Gesù Cristo, possa facilmente essere intro-dotto nelle dette terre e isole. Inoltre, su una delle isole maggiori ilsuddetto Cristoforo Colombo è già riuscito a mettere insieme e co-struire una fortezza ben equipaggiata, dove ha posto come guarni-gione alcuni cristiani, suoi compagni, che hanno il compito di cerca-re altre isole e continenti remoti e sconosciuti. Nelle isole e terre giàscoperte sono stati trovati oro, spezie, molte altre cose preziose didiverso tipo e qualità. Per tutto ciò, comè proprio di re e principi cattolici, dopo se-rissima considerazione di tutti gli argomenti, specialmente del sorge-re e della diffusione della fede cattolica, e come è stato uso dei vostri 109
    • antenati, re di rinomata memoria, voi vi siete posti il fine, con il fa-vore della divina clemenza, di mettere sotto la vostra influenza isuddetti continenti e isole con i loro residenti e abitanti e di condurlialla fede cattolica. Perciò, affidando di cuore al Signore questo vo-stro obiettivo santo e lodevole, e nel desiderio che esso sia dovero-samente realizzato, e che il nome del nostro salvatore sia portato inquelle regioni, vi esortiamo molto seriamente e vi ingiungiamo, nelSignore e in virtù del vostro santo battesimo, con il quale siete vin-colati ai nostri comandi apostolici, e grazie alla misericordia di no-stro Signore Gesù Cristo, a che, con lo stesso grande zelo per la verafede con cui progettate di equipaggiare e inviare questa spedizione,vi proponiate anche, conformemente al vostro dovere, di condurre lepopolazioni che risiedono in quelle isole e terre ad abbracciare la re-ligione cristiana; ed in ogni momento non lasciate che i pericoli e ledifficoltà vi scoraggino, con ferma speranza e fiducia nei vostri cuoriche Dio onnipotente vi accompagnerà nelle vostre imprese. E affinché voi possiate intraprendere unimpresa così grandecon maggiore prontezza ed entusiasmo, con il beneficio del nostrofavore apostolico, noi, di nostra volontà, non su vostra richiesta nésu richiesta di nessun altro a vostro riguardo, ma per nostra sola ge-nerosità e conoscenza e in virtù della pienezza del nostro potere apo-stolico, grazie allautorità di Dio onnipotente conferitaci in san Pietroe della vicaria di Gesù Cristo che noi deteniamo sulla terra, noi vifacciamo questi doni; se alcuna di queste isole dovesse essere trovatadai vostri inviati e capitani, questo dà, assicura e assegna a voi e aivostri eredi e successori re di Castiglia e di Leòn, per sempre - in-sieme con tutti i loro domini, città, campagne, luoghi e villaggi, etutti i diritti, giurisdizioni e annessi - tutte le isole e i continenti tro-vati e ancora da trovare, scoperti e ancora da scoprire, verso lovest eil sud, tracciando una linea dal polo Artico, cioè dal nord, verso ilpolo antartico, cioè verso il sud, senza badare se le suddette isole ocontinenti siano stati trovati o si troveranno nella direzione dellIndiao verso altre direzioni, la detta linea dovendo essere distante 100 le-ghe verso ovest e sud dalle isole comunemente conosciute come Az-zorre e Capo Verde. Con la clausola tuttavia che nessuna delle isolee dei continenti, da trovare o già trovati, da scoprire o già scopertioltre la detta linea verso ovest e sud, sia possesso di re o principe110
    • cristiano fino al passato compleanno di nostro Signore Gesù Cristocon il quale comincia lanno corrente 1493. E noi nominiamo e deleghiamo voi, e i vostri suddetti eredi esuccessori, signori di essi con pieno e libero potere, autorità e giuri-sdizione, di ogni tipo; con la clausola che con questo nostro dono,premio e assegnamento nessun diritto acquisito da nessun principecristiano che possa essere in attuale possesso delle dette isole e con-tinenti da prima del detto compleanno di nostro Signore Gesù Cristo,devessere inteso come ritirato o annullato. Inoltre vi ordiniamo invirtù della santa obbedienza, che, impiegando la dovuta diligenzanelle premesse, anche voi promettiate - né qui noi mettiamo in dub-bio la vostra compiacenza in accordo con la vostra fedeltà e con laregale grandezza di spirito - di nominare nei suddetti continenti e i-sole uomini valorosi, timorosi di Dio, colti, abili e esperti, allo scopodi istruire i suddetti abitanti e residenti nella fede cattolica e di edu-carli nella buona morale. Inoltre, sotto pena di scomunica latae sen-tentiae che verrebbe emanata ipso facto per chiunque contravvenis-se, vietiamo assolutamente a tutte le persone di qualsivoglia rango,persino imperiale o regio, o di qualunque stato, grado, condizione,ordine, di osare, senza il vostro permesso speciale o quello dei vostrisuddetti eredi e successori, di recarsi per scopi commerciali o per al-tre ragioni nelle suddette isole e continenti, trovati o da trovare, sco-perti o da scoprire, verso ovest e verso sud, tracciando e stabilendouna linea dal polo Artico al polo Antartico, senza badare se le isole ei continenti si trovano in direzione dellIndia o verso altre terre, do-vendo essere la detta linea distante 100 leghe verso ovest e sud comegià detto, dalle isole comunemente conosciute come Azzorre e CapoVerde; nonostante costituzioni apostoliche e ordinanze e altri decretiche dicessero il contrario. Noi confidiamo in Lui, da cui procedono imperi e governi eogni cosa buona, e nel vostro intraprendere, con la guida del Signo-re, questa impresa santa e lodevole, in breve tempo le vostre difficol-tà e sfide raggiungeranno lesito più felice, per la felicità e la gloriadi tutta la cristianità. Ma poiché sarebbe difficile inviare queste lette-re a tutti i luoghi che si vorrebbero, desideriamo, e con simile accor-do e conoscenza decretiamo che copie di esse, firmate dalla mano diun pubblico notaio a questo incaricato, e sigillate con il sigillo di unufficiale ecclesiastico o della corte ecclesiastica, venga osservato 111
    • nella corte e fuori lo stesso rispetto che dovrebbe essere attribuitoaltrove a queste lettere se venissero mostrate o esibite. Perciò nonconsentite ad alcuno di infrangere o contravvenire con grave baldan-za questa nostra raccomandazione, esortazione, richiesta, dono, pre-mio, assegnazione, costituzione, delega, decreto, mandato, proibi-zione e volontà. Se qualcuno presumesse di attentarvi, sia noto a co-stui che incorrerà nella maledizione di Dio onnipotente e dei santiapostoli Pietro e Paolo.Dato a Roma, San Pietro, nellanno dellincarnazione di nostro Si-gnore, 1493, il quattro di maggio, primo anno del nostro pontificato.112
    • MAPPEIl primo viaggio di Colombo 113
    • Il secondo viaggio di Colombo114
    • Il terzo viaggio di Colombo 115
    • Il quarto viaggio di Colombo116
    • Planisfero del 1507indicante a ovest le terre americane esplorate sino a quel momento 117
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    • INDICEPREMESSA.................................................................................................5INTRODUZIONE ALLE SCOPERTE GEOGRAFICHE .....................7ALLA CONQUISTA DELL’AMERICA: PERCHÉ SPAGNA EPORTOGALLO?......................................................................................14COME RICORDARE IL V CENTENARIO? .......................................27L’OLANDA IBERICA .............................................................................37LA FAME D’ORO DELLA SPAGNA....................................................51INTER COETERA DI ALESSANDRO VI..............................................77L’OCCASIONE PERDUTA DI COLOMBO ........................................89APPENDICI ............................................................................................108MAPPE ....................................................................................................113BIBLIOGRAFIA ....................................................................................118