Dialogo a distanza sui massimi sistemi
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Come conciliare il sistema federativo

Come conciliare il sistema federativo
col socialismo democratico

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    Dialogo a distanza sui massimi sistemi Dialogo a distanza sui massimi sistemi Document Transcript

    • homolaicus.comL’immagine della copertina è presa dal sito fotomulazzani.com
    • Prima edizione 2012Il contenuto della presente opera e la sua veste graficasono rilasciati con una licenza Common ReaderAttribuzione non commerciale - non opere derivate 2.5 Italia.Il fruitore è libero di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico,rappresentare, eseguire e recitare la presente operaalle seguenti condizioni:- dovrà attribuire sempre la paternità dell’opera all’autore- non potrà in alcun modo usare la riproduzione di quest’opera per finicommerciali- non può alterare o trasformare l’opera, né usarla per crearne un’altraPer maggiori informazioni:creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/ www.lulu.com/spotlight/galarico
    • Enrico Galavotti – Piero Nigra DIALOGO A DISTANZA SUI MASSIMI SISTEMICome conciliare il sistema federativo col socialismo democraticoNon credere che si possa diventare felici procurando l’infelicità altrui. Lucio Anneo Seneca
    • Nato a Milano nel 1954, laureatosi a Bologna in Filosofia nel 1977,docente a Cesena di materie storico-letterarie,Enrico Galavotti è webmaster del sito www.homolaicus.comil cui motto è: Umanesimo Laico e Socialismo DemocraticoPer contattarlo galarico@homolaicus.comNato nel 1953 a Santhià (VC), Piero Nigra è un ex tecnico tessile orapensionato. Si diplomò a Biella, nel 1973, presso l’Istituto TecnicoIndustriale per chimica tessile.Per contattarlo PNigra@libero.it
    • Premessa Questi testi sono frutto di uno scambio epistolare trami-te posta elettronica tra i due autori (che nelle mail vengono quidefiniti con le loro iniziali EG e PN), avvenuto dal settembre2002 al marzo 2003. L’occasione che ha fatto nascere il dibattito è stato unmio articolo dedicato al peccato originale, qui riportato inte-gralmente. Nigra inviò al sottoscritto anche due corposi articoli in-titolati: Il disegno della natura e Le autonomie comunitarie:«cellule sociali» per una vita migliore, che non sono stati inse-riti in quanto nel 2007 egli li ha sintetizzati in uno solo, dal ti-tolo: Il sistema federativo, approfondendone notevolmente letematiche, al punto che solo esso meriterebbe un altro dibattitosopra. Chi volesse comunque leggere gli altri due può consul-tare l’ipertesto del sito homolaicus.com/politica/dialogo/ Le mail si fermano alla 15ma di Nigra perché il sotto-scritto, interessato più che altro agli studi umanistici, non ave-va competenze sufficienti per rispondere alle argomentazioniscientifiche dell’autore. In generale posso dire che tutte le mail cercano di af-frontare i seguenti interrogativi: - Che cosa sono «Le autonomie comunitarie»? «Cellulesociali» per una vita migliore? - Che cos’è il «Disegno della Natura»? - Ha ancora senso parlare di «Socialismo Democrati-co»? Si può coniugare con un «Sistema Federativo»? Si spera d’aver offerto un contributo a quelle associa-zioni, movimenti o partiti che vanno a pescare nel grande maredel socialismo le idee per curare i mali del nostro tempo. EG
    • Dio e il serpente: dal collettivismo all’individualismo Premessa Nel libro del Genesi la colpa originaria dell’uomo,quella in forza della quale egli ha potuto abbandonare il comu-nismo primitivo e lanciarsi nell’avventura delle società divisein classi antagonistiche, non sta nell’aver voluto acquisire laconoscenza, poiché l’innocenza dell’uomo primitivo non eralegata all’ignoranza, come d’altra parte non lo è oggi, né hasenso connettere la conoscenza alla colpevolezza. L’unica vera ignoranza che aveva era quella sulle con-seguenze ch’egli poteva subire su di sé se in luogo del colletti-vismo avesse scelto l’individualismo. Che poi una parte di co-noscenza doveva averla, in quanto non gli sarebbe stato possi-bile cadere nella tentazione dell’individualismo se questa op-zione esistenziale non fosse stata già praticata nel momentodella scelta (a meno che non si voglia affermare che la cadutaera inevitabile, in quanto nell’uomo esiste qualcosa d’imper-fetto: cosa che però non spiegherebbe perché per milioni dianni l’uomo poté vivere in armonia con se stesso e con la natu-ra). Il racconto del Genesi vuole rappresentare simbolicamenteil mutamento avvenuto in uno stile di vita condizionato da unostile di vita opposto. Ovvero il passaggio da una negatività dipochi a una di molti. Per il resto l’ignoranza di Adamo era relativa al suotempo storico, e la sua innocenza era consapevole, altrimentinon ci sarebbe stata colpa, ma solo inevitabile destino. Egli eraperfettamente consapevole dei vantaggi del collettivismo, equesto tuttavia non gli impedì di metterli in discussione finen-do con l’accettare l’individualismo.6
    • La differenza tra ebraismo e paganesimo, nelle cosmo-gonie, sta proprio in questo: che la libertà umana nell’ebraismogioca un ruolo rilevante. L’uomo non è mai obbligato a pecca-re, ma se lo fa, è obbligato a pentirsi, se vuole tornare a essere«umano». Non esiste un fato che lo induca a fare ciò che nonvuole. Ecco, in questo senso, se l’uomo contemporaneo accet-tasse consapevolmente il collettivismo libero, lo farebbe conuna consapevolezza che l’uomo primitivo, prima di romperecol collettivismo, non poteva avere, se non indirettamente, os-servando dall’esterno le forme individualistiche di quei sogget-ti che già avevano rotto con il collettivismo. Non per questo,tuttavia, la libertà dell’uomo contemporaneo sarebbe superiorea quella dell’uomo primitivo. Non è la consapevolezza di ciòche l’individualismo permette di fare che di per sé rende piùliberi. Il Genesi comunque non vuole essere una lode dell’i-gnoranza, in quanto sarebbe assurdo immaginare che il «fruttodella conoscenza» fosse destinato a non essere mai mangiato.L’uomo primitivo avrebbe potuto beneficiare dei vantaggi del-l’individualismo senza per questo dover rompere con la prassidel collettivismo. L’antinomia individuo/comunità è falsa, poi-ché la colpa sta proprio nell’aver voluto contrapporre l’indivi-duo alla comunità, cioè di «aver scelto» una valorizzazione u-nilaterale dell’individuo senza passare attraverso la mediazionedel collettivo. Si badi: qui non si vuole considerare il collettivi-smo in maniera astratta; il passaggio all’individualismo dipesein buona parte anche da alcuni elementi di crisi che necessita-vano d’essere risolti. La scelta a favore dell’individualismo di-pese appunto dal fatto che non si volle cercare nelle modalità 7
    • del collettivismo la soluzione delle contraddizioni che ad uncerto punto si erano sviluppate in questa formazione.1 Il Genesi comunque non ha l’intenzione di rievocarenostalgicamente il periodo infantile e primitivo dell’umanità,poiché se è indubbiamente un testo che guarda al passato, es-sendo stato scritto in un periodo storico di crisi e di decadenza,esso ha anche un’esigenza volta verso il futuro, com’è tipicodella cultura ebraica (che, proprio per questa ragione, è semprestata una delle culture più avanzate della storia). Il Genesi in-fatti non rappresenta tanto la rievocazione della felicità perdu-ta, quanto il desiderio di ritrovarla. Dunque, la felicità è stata perduta non perché l’uomoha acquisito la consapevolezza del male, ma perché, nell’ac-quisirla, ha rotto un rapporto di solidarietà (i credenti qui usanol’espressione «comunione con dio»). L’uomo primitivo si ècioè staccato dalla comunità d’origine in modo arbitrario, af-fermando un potere personale, individuale (acquisito, in questocaso, attraverso la violazione di un divieto), contro le consue-tudini vigenti nell’ambito della comunità. La contrapposizionequindi non è tra ignoranza e conoscenza, ma tra solidarietà earbitrio, tra collettivismo e individualismo. E il divieto era ap-punto relativo alla pericolosità di un certo modo di viverel’individualismo, anche se proprio la sua presenza «giuridica»era già indice di una tentazione o di una debolezza interna alcollettivo. Certo, si può qui obiettare che la consapevolezza pienadel male non avrebbe potuto essere acquisita se l’uomo non neavesse fatto diretta esperienza. In tal senso la minaccia del ca-stigo della «morte» poteva essere colta dall’uomo collettivistasolo nel suo significato simbolico, come qualcosa di «terribile»1 Su questa difficoltà peraltro s’innesta la strumentalizzazione da partedell’ideologia religiosa: il secondo racconto della creazione degli esseriumani si sovrappone al primo perché voluto dal clero.8
    • che gli sarebbe potuto accadere se avesse scelto la stradadell’individualismo. Tuttavia, l’uomo collettivista non aveva bisogno di vi-vere l’esperienza dell’arbitrio per comprendere la differenzatra il bene e il male. Questa differenza già la conosceva, altri-menti non ci sarebbe stata neppure la tentazione di trasgredireil divieto. E, in un certo senso, egli conosceva anche gli effettidella trasgressione, benché non ancora su di sé come entità col-lettiva. L’uomo può vedere al di fuori di sé gli effetti del malesenza per questo doverlo compiere. Non si può sostenere che il divieto non avesse alcunsenso, in quanto la consapevolezza della sua gravità l’uomoavrebbe potuto capirla solo dopo averlo trasgredito. Dovevagià esistere una consapevolezza della colpa, solo che questacolpa era stata compiuta da soggetti esterni alla comunità o chedalla comunità erano già usciti. E lo stile di vita che questacolpa aveva generato costituiva una tentazione per quel collet-tivo che ancora non l’aveva compiuta. L’albero della vita, cioè del bene, e l’albero della cono-scenza del bene e del male potevano tranquillamente coesisterenel medesimo giardino. Si trattava soltanto di non cedere allatentazione di stabilire autonomamente, senza la mediazione delcollettivo, la differenza tra bene e male. Sarebbe comunque sbagliato sostenere che la trasgres-sione, essendo già presente in qualche modo l’individualismo,fosse inevitabile. Il racconto vuole appunto dimostrare che, purin presenza del «serpente», si trattò di compiere una liberascelta, cioè una scelta che avrebbe potuto essere evitata. Senon ci fosse stata la libertà di scegliere, cioè di assumersi unaresponsabilità personale, l’uomo non avrebbe potuto pentirsidella scelta compiuta, poiché non l’avrebbe colta col senso dicolpa. Indubbiamente, la necessità del «divieto» attesta di persé la presenza di una crisi all’interno della comunità: la perditadi una credibilità; una crisi però non così vasta e profonda da 9
    • determinare il passaggio inevitabile all’individualismo. Il di-vieto è sempre una soluzione transitoria, in attesa che maturiuna responsabilità personale. Probabilmente la soluzione indi-vidualistica, scelta al principio da un ristretto numero di perso-ne, stava cominciando a radicarsi, a trovare sempre più segua-ci. Finché tuttavia essa rimase patrimonio di una minoranza, ildramma fu scongiurato. Il Genesi racconta proprio i due atti diquesto dramma: il prima della minoranza e il dopo della mag-gioranza. Prima del divieto la crisi della comunità si era manife-stata in altri due modi: - il bisogno da parte dell’uomo di un rapporto più stret-to con gli animali, ovvero il bisogno di determinare la propriaidentità dando un’identità specifica a quella degli animali (sipuò forse qui intravedere la volontà di addomesticare gli ani-mali per un profitto o un potere personale);2 - il superamento di questo rapporto strumentale non colrecupero della dimensione collettivistica, ma con la valorizza-zione di un elemento del collettivo: la donna, ovvero col biso-gno di far prevalere il rapporto personale-privato su quello col-lettivo-sociale. In questo senso, il racconto che pone la crea-zione della donna dopo quella dell’uomo è più interessantedell’altro, poiché fa capire la dinamica di uno sviluppo pro-gressivo negativo. La crisi della comunità ha origine all’interno della co-munità stessa, per motivi che solo con la libertà umana si pos-sono spiegare. Quando gli uomini hanno cominciato a cercare2 Adamo avverte, ad un certo punto, il bisogno di dare un nome agli animaliperché si sentiva solo. Cioè il bisogno di dare un nome (un significato allecose) partiva da una perdita d’identità. Le cose, per lui, non erano più signi-ficative come prima. Il linguaggio è stato dunque il frutto di una debolezzaontologica (vissuta anzitutto a livello individuale). E l’uomo ne era consa-pevole, poiché il rapporto con gli animali non è appagante. Solo il rapportocon Eva libera, temporaneamente, Adamo dall’angoscia esistenziale e dal-l’illusione di aver trovato il senso nelle cose mediante il linguaggio.10
    • delle soluzioni individualistiche ai loro problemi di «senso»,essi hanno finito per accettare anche quelle esterne alla comu-nità. Continuamente, nella storia dell’umanità, si riproponeil problema di come conciliare in modo adeguato l’individuo ela comunità. Spesso le soluzioni che si danno a questo proble-ma propendono per un eccesso o per un altro: vivere maggiorecollettivismo con minor autonomia personale, oppure, al con-trario, vivere maggiore autonomia con minor collettivismo. L’obiettivo della scienza è correlato a questo problema:è preferibile un socialismo con una scienza circoscritta, con-trollata, oppure è meglio un individualismo con una scienza il-limitata, senza controlli? Nel socialismo la scienza dovrebbeessere acquisita gradualmente, rispettando i tempi di crescitadell’intera collettività. Nell’individualismo invece questa pre-occupazione non esiste, per cui i guasti, gli errori che si com-piono sono innumerevoli. Il «peccato» dell’uomo non è stato tanto quello di volerdiventare «come dio», quanto piuttosto di diventarlo control’umanità stessa dell’uomo, cioè contro il suo simile e, in fon-do, contro se stesso. È stato quello di non aver voluto rispettarealcuna legge obiettiva, alcuna necessità naturale e sociale, diaver voluto trasgredire un divieto contro la volontà della co-munità. È stato quello di aver voluto porre una pretesa, una li-bertà, senza averne la responsabilità adeguata; quello di avervoluto diventare «come dio» prima del momento necessario,che solo la storia può decidere. La storia dell’uomo «arbitra-rio» è stata un continuo tentativo di cancellare le tracce dell’e-sperienza comunitaria primitiva, e nel contempo un continuotentativo di riprodurre quell’esperienza in modo conforme allemutate esigenze e modalità storico-sociali. Analisi della «caduta» 11
    • L’albero della vita rappresenta, in un certo senso, ilcomunismo primitivo; l’albero della conoscenza è la possibilitàdell’individualismo, che è sempre presente, anche nel comuni-smo primitivo. Nell’innocenza si è liberi, anche se non si è ingrado di stabilire con esattezza (per inesperienza) dove sta ilbene e dove il male, in quanto ancora non si conosce a fondo ilmale dell’individualismo. Si sa soltanto che esiste una comu-nione da rispettare.3 La mela forse può rappresentare il tentativo di attribuireun inedito primato all’agricoltura (ai frutti della terra ottenutiautonomamente e artificialmente) e quindi necessariamente auna qualche forma di proprietà esclusiva, rispetto a quella co-mune, o rispetto alla raccolta libera dei frutti (nella foresta) eanche rispetto all’allevamento (rapporto di Adamo con gli a-nimali), in cui si escludeva a priori la proprietà privata, recinta-ta. La donna sarebbe dunque il simbolo della parte deboleche nella comunità d’origine (boschiva) scopre l’importanzaeconomica dell’agricoltura, e che cerca in una parte forte dellamedesima comunità l’appoggio politico per rivendicare un di-ritto esclusivo. La risposta della donna al serpente (che rappresenta lagiustificazione della tentazione dell’individualismo, non scevrada una mistificazione di tipo religioso) testimonia della pre-senza di una certa consapevolezza della differenza tra il bene eil male: Eva sa da un lato che non di «tutti» ma solo di «un al-bero» non debbono mangiare i frutti, e dall’altro sa che se tra-sgrediscono il divieto andranno incontro a una grave punizio-ne, quella di essere espulsi dalla comunità. Se il vero «peccato» è quello ch’esiste nella consapevo-lezza di farlo, allora questo significa che la scelta dell’indivi-3 Da notare che una conoscenza approfondita del male, frutto di un’espe-rienza molto negativa, inevitabilmente riduce la percezione del valore delbene.12
    • dualismo era già stata fatta, e la presenza del serpente stava lì atestimoniarlo. Solo che quella scelta ancora non era dominante,non aveva ancora avuto la forza d’imporsi sulla vita collettivi-stica. Ciò che Eva ancora non conosce sono tutte le conse-guenze della trasgressione su di sé, anche se la presenza deldivieto categorico stava ad indicare che le conseguenze sareb-bero state drammatiche (il testo usa la parola «morte»). Il «male» rappresentato dal serpente è sempre una for-ma di astuzia che inganna l’innocenza, la buona fede. In parti-colare, l’astuzia deve servirsi di una norma morale positiva,reinterpretandola negativamente: un compito tipico della reli-gione, il cui linguaggio mistico è suscettibile di interpretazioninon scientifiche, non verificabili. Per il serpente «tutti gli albe-ri non dovevano essere mangiati». La donna s’accorge dellafalsità della domanda e la corregge precisando il vero obbligo,come prima si è detto. Il serpente reagisce in due modi: 1) esclude la necessitàdella punizione («non morirete affatto»), 2) chiarisce, a suomodo, il motivo del divieto («dio non vuole che diventiate co-me lui, conoscitore del bene e del male»). In pratica esso miraa porre in contrasto le esigenze del collettivo con quelledell’individuo, cioè l’oggettività dei fatti con la libera volontàdegli uomini. Il divieto – vuol far capire il serpente – è funzio-nale a una gestione della comunità contraria agli interessi deisingoli individui. La comunità va superata perché opprimel’uomo. Il serpente (cioè la coscienza individualistica dell’uo-mo) ha dovuto affermare una menzogna credibile, che avessela parvenza della verità. Va detto, tuttavia, che se una parte (minoritaria) dellacomunità, separandosi da questa, aveva imparato a conoscerela differenza tra il bene del collettivismo e il male dell’indivi-dualismo, ciò significa che la rottura di Adamo non rappresen-ta tanto gli inizi delle società antagonistiche, quanto la loropiena affermazione, in netto contrasto con le dinamiche sociali 13
    • delle società collettivistiche primitive (non dimentichiamo chela stesura del Genesi risale al VI sec. a.C.). Che la comunità fosse in crisi è attestato da due aspetti:1) la perdita d’identità dell’uomo e 2) la presenza del divieto. Nel testo l’importanza attribuita alla donna, quale entitàsingola, emerge nel momento in cui comincia a declinare quel-la dell’uomo collettivo, il quale, per ritrovare la propria identi-tà o verità di sé (che si era indebolita), si era relazionato, primaancora di valorizzare la donna singola, col mondo animale, fal-lendo nel tentativo: è sintomatico che l’uomo dia un nome aglianimali nel momento in cui sente di perdere la propria identità.È altresì evidente, nel racconto mitico, che è la donna ad aiuta-re l’uomo, sul piano privato-personale, a ritrovarla, anche setale ritrovamento non impedirà all’uomo di scegliere l’indivi-dualismo. Anzi è proprio il rapporto con la donna, vissuto inmaniera unilaterale, esclusiva, che porta l’uomo ad accettaremeglio la via dell’individualismo (la famiglia vissuta comeforma di esclusione dal collettivo). La donna, come prima glianimali, è soggetta a una strumentalizzazione da parte dell’uo-mo ogni volta che l’uomo la mette in antitesi all’interesse dellacomunità. Il divieto avrebbe lo stesso scopo della donna, ma sulpiano sociale: esso serve per rinsaldare la coscienza di un uo-mo in crisi, che si angoscia a causa delle possibilità che la sualibertà gli offre; esso, in maniera formale, non sostanziale, halo scopo di farlo sentire più unito alla comunità. Il «peccato»non sta nella debolezza esistenziale, poiché la debolezza è par-te costitutiva dell’identità umana, che non può percepire o vi-vere il senso delle cose con un’intensità sempre uguale, ma staproprio nel fare di questa debolezza un motivo di orgoglio o, alcontrario, di disperazione, tale per cui ad un certo punto scattail meccanismo della estraniazione. Nel rispetto del divieto l’uomo può nuovamente render-si conto delle proprie capacità o responsabilità, riacquistare fi-ducia nel proprio ruolo, sentirsi più realizzato, almeno finché14
    • non avrà interiorizzato il bene, rendendo inutile il divieto.L’uomo pone un limite alla sua responsabilità personale soloquando s’accorge che le possibilità di modificare arbitraria-mente una consuetudine esistente da tempo sono ad un certopunto diventate troppo grandi: è così che subentra la rassegna-zione, l’avvilimento, ma anche appunto la tentazione della tra-sgressione. È in questo contesto d’incertezza, di precarietà morale,di sfida alle istituzioni che avviene l’abbandono del comuni-smo primitivo. Per compiere la rottura, l’uomo ha dovuto darsidelle giustificazioni soggettive, che nella fattispecie sono di tretipi, in ordine d’importanza. L’albero della scienza era: 1)«buono» (il piacere fisico), 2) «bello» (il piacere estetico), 3)«desiderabile» (il piacere intellettuale). L’ultimo «piacere» è quello che fa scattare, in definiti-va, la trasgressione: l’uomo potrà acquisire la libertà attraversoil potere di decidere, autonomamente, senza la mediazione col-lettiva, ciò che è bene e ciò che è male. Qui sta una delle piùprofonde illusioni delle società divise in classi, quella cioè diritenere che la libertà non sia tanto l’esperienza sociale del«bene», quanto la possibilità individuale di scegliere tra il benee il male. Una delle grandi differenze tra il comunismo primi-tivo e la società divisa in classi sta proprio nella pretesa di vo-ler considerare la libertà individuale superiore alla vita sociale,o meglio: quella di far coincidere conoscenza del bene e delmale ed esperienza del bene dal punto di vista della mera co-noscenza, cioè di far coincidere arbitrio e libertà a partiredall’arbitrio. Viceversa, il testo documenta che con la trasgressionel’uomo non si rende conto della propria libertà (che ha già per-so), ma delle conseguenze del proprio arbitrio. Egli infatti per-de l’innocenza e acquista la colpa, di cui si angoscia. Si badi,non diventa colpevole per aver acquisito la scienza del bene edel male, ma per averla acquisita in modo arbitrario. La colpanon sta tanto nel «sapere» quanto nel «volere arbitrario». 15
    • La vita, in realtà, è superiore alla conoscenza, tant’èche nell’innocenza l’ignoranza del male non era avvertita co-me un peso. La contraddizione di Adamo non stava tra la realtàdel divieto e la possibilità della trasgressione, non stava tra in-nocenza e ignoranza, ma stava nella consapevolezza di nonriuscire più a identificarsi totalmente con la comunità, stavanella perdita progressiva dell’identità, cui non riusciva ad op-porre una vera forza morale. Oggi, il compito, estremamente difficile, dell’uomo èdiventato proprio questo: tornare a vivere il bene del comuni-smo primitivo nella consapevolezza dei limiti dell’individuali-smo. Tuttavia, la vera colpa d’origine non sta solo nella tra-sgressione ma anche e soprattutto nel rifiuto del pentimento.Dal primo gesto al secondo vi sarà stato senz’altro un periododi tempo sufficiente per recuperare l’identità originaria. Che tale identità potesse ancora essere recuperata è in-dicato dalla presenza del giudizio. Nella colpa, infatti, l’uomopuò rifiutare il pentimento ma non può sfuggire al giudizio.Nel rifiuto del pentimento il senso di colpa aumenta all’au-mentare del giudizio. Non solo l’uomo non può nascondersi,ma neppure mentire: l’uomo cioè si «nasconde» non perché sisente «nudo», ma perché avverte la propria «nudità» con col-pevolezza, in quanto si sente un estraneo rispetto alla comunitàinnocente. Il rifiuto del pentimento è appunto indicato dal tri-plice tentativo di sottrarsi al giudizio, per attenuare il senso dicolpa: - nascondendosi (fisicamente), poiché ci si vergognadella propria sessualità, vissuta non più liberamente ma per af-fermare una identità personale, prevalentemente fisica; - scaricando la responsabilità sulla parte «debole» dellacomunità (rappresentata da Eva): qui l’uomo attribuisce all’in-dividualismo femminile la causa della propria rottura col col-lettivo, come se la donna l’avesse indotto ad anteporre al rap-porto con la comunità il rapporto di coppia;16
    • - scaricando la responsabilità su una «causa esterna» (ilserpente), cioè l’individualismo già in atto al di fuori della co-munità. Postilla Successivamente alla caduta adamitica, il concetto di«alleanza» tra uomo e dio altro non sarebbe servito che a recu-perare, in forma religiosa o simbolica, quel rapporto concretodi fratellanza che esisteva nella società primitiva e che nellanuova società antagonistica (rappresentata dal mito di Caino eAbele) veniva messo seriamente in discussione. Già dalla sem-plice domanda che Caino rivolge a Jahvè: «Son forse io il cu-stode di mio fratello?» (Gn 4,9), si può cogliere quanto il rac-conto di Caino e Abele rifletta un’epoca in cui comincia a im-porsi l’individualismo, ovvero l’antagonismo sociale. Infatti,nel comunismo primordiale sarebbe parso del tutto naturaleche all’interno della tribù tutti avvertissero la responsabilità delcomportamento altrui. In particolare la rivalità tra i due fratelli (che forse anti-cipa anche quella tra primogenito e secondogenito) esprimequella tra due forme socioeconomiche di esistenza materiale:agricola e pastorale, che tendono progressivamente a specia-lizzarsi, a separarsi, a rivendicare una diversa autonomia. Ilfatto che Jahvè preferisca i sacrifici dell’allevatore Abele, devefarci pensare che questa classe sociale fosse in ascesa, mentrel’altra svolgeva un ruolo tradizionale consolidato, oppure il re-dattore ha voluto far capire che l’affermazione dell’agricolturaprivata era di ostacolo alla sicurezza dell’allevamento, semprebisognoso di campi non recintati. I coltivatori detenevano il monopolio della terra o co-munque volevano ampliare i loro possedimenti per affrontaremeglio le crisi e non sopportavano di doverla dividere con gliallevatori. S’imposero ad un certo punto le recinzioni, le primeforme di proprietà privata, mentre gli allevatori, costretti ai 17
    • continui spostamenti delle mandrie, avevano invece bisogno diterreni pubblici, aperti a tutti. Caino rappresenta quella parte dicomunità che vuole privatizzare la terra e che vuole fare dellapropria stanzialità un privilegio sociale, mentre Abele rappre-senta la comunità nomade dedita all’allevamento. Poiché gli allevatori erano economicamente più debolidegli agricoltori, fu proprio in loro che si sviluppò una conce-zione religiosa più spiritualistica, con cui cercare i favori deicapi-tribù, e che prevedeva il sacrificio degli animali, mentrequella di Caino restava di tipo naturalistico: l’offerta di cibidella terra. Il racconto dà per scontato che la religione già esi-stesse, essendo essa il frutto del peccato originale. Quindi altempo di Caino e Abele la società era già impostata in modopatriarcale o comunque stava evolvendo in quella direzione.Agricoltori e allevatori facevano parte di un unico collettivo,dove però vigeva la differenziazione dei ruoli economici: l’in-grandirsi progressivo di quello degli allevatori, che evidente-mente traevano maggiori guadagni che non lavorando la terra(a meno che all’allevamento non fossero sempre più costretti acausa di insufficienti risorse agricole), venne ad un certo puntoa confliggere con gli interessi degli agricoltori. Il capo-villaggio (patriarca), che aveva bisogno di ve-der aumentare il senso religioso, con cui tentare, illusoriamen-te, di ricomporre i conflitti sociali, preferisce cercare un’alle-anza con la classe emergente, per ridurre il potere di quellaconsolidata, mostrando la maggiore eticità di chi offre di piùpur avendo meno, e in maniera particolare esalta un’offerta vo-tiva rivolta non alla terra ma a un’entità astratta, che somigli dipiù non a una «madre» ma a un «padre», a un «padre-padrone», cioè in sostanza a lui stesso. Il patriarca ha saputoapprofittare di un delitto per aumentare il proprio potere. Caino diventò assassino perché cercò una giustizia per-sonale a una contraddizione sociale. Non voleva rassegnarsi acedere parte del proprio potere monopolista. E il patriarca ebbebuon gioco nel cacciarlo dal villaggio per non far scoppiare18
    • una guerra intestina tra agricoltori e allevatori. Impedì a chiun-que di ucciderlo, anche per scongiurare che la proprietà privataprendesse decisamente il sopravvento su quella collettiva, maCaino, non potendo svolgere più il mestiere dell’agricoltore,divenne «costruttore di città» (Gn 4,17), dove l’individualismoe la proprietà privata avrebbero trovato ben ampie possibilitàdi realizzazione. * Ora, tornando al peccato d’origine, va detto che le sueconseguenze sono state esattamente corrispondenti alla naturadelle tre tentazioni: - la nudità sentita come vergogna fa da contrappasso alpiacere della carne; - la morte sentita come paura va messa in relazione alpiacere degli occhi, alla percezione di sé come persona; - la coscienza sentita come colpa va messa in relazioneal piacere della mente. Si può in un certo senso affermare che esiste qui unaprogressione delle forme narcisistiche della vita individualisti-ca: quella elementare relativa al culto del proprio fisico, quellapiù sofisticata relativa al culto dell’immagine di sé come per-sona, e infine quella più elevata di tutte: il culto dell’idea in sé,elaborata con la propria mente. Si passa dal concreto all’astrat-to. 1. La nudità sentita come vergogna lega il sesso allacolpa, cioè dalla primordiale inimicizia tra singolo e comunitàsi passerà, nell’ambito dell’individualismo e a livello persona-le, all’inimicizia tra psiche e soma, tra coscienza e istinto, chetroverà un riflesso concreto nell’inimicizia tra uomo e donna. Il senso di estraneità del singolo nei riguardi del collet-tivo porterà ad avvertire la nudità in maniera innaturale: essadiventa occasione di possesso egoistico del corpo. Il corpo cioèappare come un oggetto, come una proprietà personale per il 19
    • soddisfacimento sessuale. L’identità non viene più ricercatanell’esperienza del collettivo, in cui tutto era «naturale» (nudi-tà, sessualità, ecc.), ma nel rapporto fisico di coppia. 2. L’angoscia della morte, o meglio, la morte avvertitacome paura è la conseguenza della debolezza fisica di chi è u-scito dal collettivo. Alla paura della morte si cerca di porrecome rimedio esclusivo la procreazione. La donna comincia adessere vista in maniera strumentale, come oggetto della ripro-duzione fisica. Viceversa, nella comunità primitiva la donnaera anzitutto vista come «compagna» («osso delle mie ossa ecarne della mia carne») e se alla sua funzione procreativa si at-tribuiva un valore significativo, ciò avveniva nella consapevo-lezza che i figli appartenessero alla comunità in generale, nonalla coppia né alla stessa donna. Nella comunità d’origine nonc’era ancora il bisogno di salvaguardare la specie o di lasciareun’eredità o di trasmettere i poteri ai propri discendenti. L’a-more tra uomo e donna precedeva nettamente il bisogno diprocreare e la morte era avvertita come un fenomeno del tuttonaturale. 3. Il senso di colpa avvertito nella coscienza non si tra-smette geneticamente. Si ereditano piuttosto le conseguenzedella colpa. Oggi, ad es., le comunità primitive, che non cono-scono il senso del peccato, subiscono ancora le sue conseguen-ze, poiché tutta l’umanità si è unificata sotto il capitalismo. Ciòperaltro pone il problema di come far uscire tutta l’umanità daquesta moderna schiavitù, riportandola allo spirito collettivisti-co originario. A queste conseguenze, che colpiscono l’essere umanodall’interno, l’autore del Genesi ne aggiunge altre due, che locolpiscono dall’esterno: - il lavoro è sentito come condanna. Nell’Eden l’uomolavorava come persona libera, fuori dell’Eden deve farlo per-ché costretto. Ora l’uomo si sente solo nel suo rapporto con lanatura, perché in realtà avverte il proprio simile come un «ne-mico». Non è più la comunità intera che provvede alla sussi-20
    • stenza di tutti i suoi membri (anche in tutte le mitologie paganeil lavoro è compito dello schiavo);4 - la procreazione è sentita come dolore, ovvero la sog-gezione della donna nei confronti dell’uomo, ivi inclusa la dif-ficoltà di sopportare condizioni socio-ambientali sfavorevoli.Oggi in fondo la contraccezione, che separa meccanicamentel’amore dalla procreazione (ed eventualmente anche il sessodall’amore), rappresenta anche un modo, artificiale, di recupe-rare la naturalezza dei rapporti primitivi, in cui la procreazionenon era avvertita come un peso della coppia, ma come un a-spetto imprescindibile della comunità, di cui tutta la comunitàera responsabile. Tuttavia è un recupero effimero, in quanto èproprio la contraccezione che favorisce l’uso strumentale delcorpo. Nella donna la contraddizione assume un connotatoparticolare. Essa si sente attratta e respinta dalla forza dell’uo-mo: attratta, perché la protegge; respinta, perché vede l’uomocome un nemico che la vuole opprimere. Nella coscienza delladonna si riflette l’antagonismo vissuto a livello sociale: essa habisogno della protezione di un singolo contro le minacce di al-tri singoli, ma il singolo che la protegge spesso non è molto di-verso dai singoli che la minacciano. Ciò che qui manca è lacomunità, che garantisce protezione a se stessa, senza fare dif-ferenze fra chi «è tenuto a proteggere» e chi «deve essere pro-tetto». Il concetto del «male» nel peccato d’origine Qualunque definizione del «male» come entità a sé ocome sostanza separata o autonoma rispetto al bene, comporta4 Nella Politica (I, IV) Aristotele fonda la schiavitù sul presupposto che ledifferenze tra gli uomini sono originarie e non sociali, per cui chi è destina-to a lavorare lo è anche a essere dominato. Il lavoro nel mondo greco-romano non è una forma di realizzazione personale, di espressione dellapersonalità umana. 21
    • il rischio di un atteggiamento qualunquistico nei confronti del-le contraddizioni antagonistiche. Non solo, ma il sostenere(come vuole Agostino) che «il male è assenza di bene» non èancora sufficiente per persuadere circa la necessità di una tran-sizione, almeno finché non si chiarisce che l’assenza non puòmai ipostatizzarsi. Il male è sempre frutto di una libertà, seppur usata ne-gativamente. Sotto questo aspetto il serpente dell’Eden, postocome tentazione esterna alla donna, ha senso soltanto se lo siconsidera come il simbolo di un antagonismo che precedeva lacaduta: nel senso che la donna si è lasciata sedurre da una ten-tazione ch’era già stata posta, come esperienza di vita, primadella trasgressione all’interno della comunità primitiva. Il suo peccato può essere definito di «origine» solo nelsenso che quel tipo di peccato dà sempre origine a un antago-nismo sociale nell’ambito di un collettivo, il quale fino a quelmomento poteva conoscere l’antagonismo solo come realtà e-sterna, non avendolo ancora vissuto come realtà interna. Gli uomini hanno esercitato la loro libertà fin dal mo-mento in cui si sono separati dal mondo animale. Il frutti nega-tivi di questa libertà sono tanto più aumentati quanto meno si ècercato di ostacolarli. La caduta adamitica altro non vuole rappresentare chela drammaticità di un male il cui spessore è diventato troppoconsistente per poter essere affrontato con superficialità.Tant’è che il male, come realtà esterna, per potersi affermareanche come realtà interna, ha dovuto usare una sottile menzo-gna, quella appunto di voler far credere che la trasgressione a-vrebbe prodotto il contrario di ciò che ci si sarebbe dovuto a-spettare. Ed è noto che tanto più facilmente il male riesce a farbreccia nella coscienza dell’uomo quanto più questi si trova avivere in condizioni precarie, difficili, ambigue. La caduta diAdamo in fondo rappresenta la crisi progressiva di un colletti-vo che non aveva più fiducia nelle proprie risorse, in quanto si22
    • trovava a vivere in una situazione di sbandamento, di indeter-minatezza, in cui s’imponeva, con urgenza, la necessità di as-sumere delle decisioni risolute a favore del recupero dell’iden-tità originaria, pena il rischio di perdere tutto. Quell’Adamo che dapprima cercò un rapporto di domi-nio con gli animali e che poi si sentì indotto a cercare nelladonna il senso della propria identità (non trovandolo più in sestesso), e che infine si trovò costretto da un divieto a dover ri-spettare una proprietà collettiva che avrebbe voluto privatizza-re (il giardino dell’Eden) - è un soggetto che ben rappresenta levarie fasi di una crisi progressiva, profonda, che ha determina-to il passaggio dal comunismo primitivo allo schiavismo. Chi dunque arriva a sostenere che lo spessore del male,in conseguenza di quella colpa d’origine, è diventato talmentegrande da rendere impossibile una sua piena rimozione, facil-mente sarà indotto ad affermare che il male è un’entità a séstante. Esattamente come Adamo accusò Eva e questa il ser-pente. In realtà il male non esiste come entità autonoma; esistesoltanto l’uomo con la sua libertà. La libertà può compierescelte negative e queste scelte possono fossilizzarsi in struttureche condizionano anche molto pesantemente il libero arbitrio,inducendo quest’ultimo a riprodurre, se non a perfezionare, lestrutture di male in cui esso vive. Tuttavia l’essere umano non è mai in grado di compiereper puro istinto delle azioni di male, a meno che non le compianella più totale inconsapevolezza, come nei bambini privi diraziocinio o nei folli, o anche negli adulti sani di mente che vi-vono molto superficialmente; ma questa possibilità, se esiste, èlimitata nel tempo. Essendo costituito di libertà, l’essere uma-no, per poter compiere il male, ha prima bisogno di operareuna scelta consapevole, più o meno profonda. Ecco perchénessuno può sostenere di aver compiuto il male semplicementeper obbedienza e pretendere di essere creduto. 23
    • Sono le convinzioni mentali, per lo più ereditate da de-terminati stereotipi culturali, che inducono sul piano esisten-ziale a compiere scelte negative. Chi non accetta di rivedere lalogica delle proprie idee e della propria cultura, conferma quel-la profonda tesi cristiana che dice: «Il male esiste solo per chilo vuole». Cioè esiste ontologicamente solo se vi si aderiscepersonalmente. È ben noto comunque che la grandezza dell’essere u-mano sta anche nella capacità di saper trarre il bene dal malepiù profondo. Il dogma del peccato d’origine e la proprietà privata Sul piano metaforico, equiparando il concetto di «dio»alla situazione storica del «comunismo primitivo», non sarebbesbagliato sostenere che il peccato più grave dell’umanità è sta-to quello di aver affermato il principio dell’individualismo(che ha generato anzitutto lo schiavismo) contro quello del col-lettivismo. Forse si potrebbe addirittura sostenere che nel raccontola donna rappresenta l’esigenza di stanzialità e quindi di priva-tizzazione dei frutti della terra contro la prassi dominante delnomadismo, in cui l’uomo raccoglitore-cacciatore si ricono-sceva da millenni. Tuttavia il dogma cattolico del peccato originale, che sitrasmette attraverso la concupiscenza, induce inevitabilmentel’uomo alla rassegnazione, ovvero a sperare solo nella libertàpost-mortem. È fuor di dubbio invece che gli uomini, già sulla terra,dovranno tornare al collettivismo, poiché sotto l’individuali-smo la tendenza è quella della distruzione dei rapporti umani edei rapporti con la natura e quindi, in definitiva, è quelladell’autodistruzione. Fino ad oggi l’umanità non ha fatto altro che sperimen-tare varie forme di società individualistiche: schiavismo, ser-24
    • vaggio, capitalismo... Lo stesso socialismo amministrato è sta-to una forma autoritaria di individualismo: il capo dello Stato-partito era un despota, esisteva una nomenklatura privilegiata,la burocrazia schiacciava le esigenze sociali, ecc. Il collettivismo o è libero o non è, o è accettato consa-pevolmente dai suoi componenti, oppure è una forzatura. Tuttavia, affinché venga accettato liberamente, conditiosine qua non è la fine della proprietà privata dei mezzi produt-tivi: è proprio questa infatti che toglie, a chi non ne dispone, ildiritto di vivere. La proprietà privata o è per tutti, nel senso che a tuttiviene effettivamente garantita, oppure è sempre e solo di pochiprivilegiati o di persone senza scrupoli. È ovvio che nella misura in cui una proprietà privatavenga assicurata a chiunque la voglia, lo stesso concetto di«proprietà privata» viene ad assumere un significato molto di-verso da quello attuale. Oggi ci si appropria di un bene senza preoccuparsi mi-nimamente di sapere se altre persone abbiano l’esigenza di farela stessa cosa. Non solo, ma oggi ci si appropria di un benefingendo di non sapere che certi beni non possono essere pos-seduti senza fare, nel contempo, un danno a qualcuno (si pensip.es. alle materie prime, alle fonti energetiche, ecc.). In via generale dovrebbe valere il principio secondo cuiva garantita la proprietà personale finché tale proprietà nonviene usata per sfruttare il lavoro altrui, oppure finché il dirittoaltrui di vivere viene rispettato anche a prescindere da taleproprietà. Adamo e la pena di morte Il racconto del Genesi sulla «caduta» del primo uomo,risulta essere particolarmente contrario all’uso della pena dimorte. 25
    • In una qualunque altra tradizione culturale, relativaall’epoca in cui è stato scritto quel racconto, un trasgressoredella legge come Adamo sarebbe stato certamente punito conla morte (se il governo avesse deliberato che cogliere mele daun determinato albero fosse un reato grave). L’autore del racconto doveva invece essere favorevolea una forma di pena rieducativa, che implicasse il recupero delcolpevole (ciò che nel racconto non avviene però in manieraintegrale, in quanto il paradiso è «perduto» per sempre). Singolare è il fatto che l’autore è anche contrario a usa-re la sentenza capitale nei confronti dell’assassino Caino. Sottoquesto aspetto, e messo in relazione al suo tempo, il raccontoha dei contenuti decisamente democratici e innovativi. Ciò che con esso si vuole evitare è l’idea che, nei con-fronti dei reati umani, si possa compiere una sorta di giustiziasommaria, ovvero l’idea secondo cui l’unico modo per otteneregiustizia è quello di esigere una vendetta, un risarcimento parial danno arrecato. Produzione e riproduzione Con la nascita del genere umano si ha l’impressioneche la natura abbia realizzato una duplice svolta: da un lato hatrasformato l’animale in quanto «prodotto di natura» in un es-sere umano «produttore naturale», in grado cioè di modificaresensibilmente e in maniera consapevole l’ambiente; dall’altroha obbligato questo produttore ad autoriprodursi, per sfuggire aun destino di «morte». La facoltà di riproduzione è strettamente connessa conun limite temporale di sopravvivenza dell’essere umano (comeindividuo singolo) e della sua stessa specie, in quanto l’am-biente in cui questa specie vive non è destinato a durare in e-terno. Forse non è azzardato dire che con la nascita dell’essereumano la natura ha raggiunto le sue massime possibilità pro-26
    • duttive, nella consapevolezza dell’imminenza dello scadere diun tempo prefissato. Indubbiamente la presenza di un corpo fisico è conditiosine qua non per la riproducibilità dell’essere umano. Non sicomprende tuttavia il motivo per cui la natura abbia primaprodotto un essere intelligente, unico al mondo, e poi lo abbiadotato della facoltà della riproducibilità mediante un corposoggetto a caratteristiche negative quali i bisogni, l’invec-chiamento, la malattia e la morte. Quello che non si capisce è se queste caratteristiche ne-gative sono un prezzo che l’essere umano deve pagare a causadella propria riproducibilità o a causa della propria unicità nelcosmo. Qui si ha l’impressione che il passaggio non sia avve-nuto da animale a uomo, poiché l’animale non è produttore maprodotto, ma da produttore irriproducibile a produttore ripro-ducibile. Il produttore irriproducibile, di cui noi non sappiamonulla, ma che possiamo immaginare superiore all’animale, nonaveva le suddette caratteristiche negative, ma neppure la facol-tà di riprodursi. Questo quindi significa: 1. che nell’essere umano vi so-no in realtà tutte le caratteristiche del produttore irriproducibi-le, più una, connessa alla presenza del corpo, che è appuntoquella della riproduzione; 2. che le suddette caratteristiche ne-gative riguardano esclusivamente le funzionalità del corpo u-mano e non l’interezza dell’essere umano, la sua specificitàontologica. Se un corpo non fosse soggetto alla morte, la riprodu-zione non avrebbe senso; ma se il corpo è parte di un essere ingrado di produrre, allora è evidente che nell’essere umano esi-ste qualcosa che va oltre l’esigenza di riprodursi fisicamente. La natura, con l’essere umano, ha tentato un esperimen-to su di sé. S’è trasformata da luogo in cui esercitare la facoltàdi produrre a luogo in cui uno dei suoi prodotti è capace di au- 27
    • toriprodursi, interagendo consapevolmente con lo stesso am-biente in cui vive. Conclusioni Quando arriveremo a capire, dopo aver percorso tutte letappe del processo storico basato sull’individualismo (schiavi-smo, servaggio, lavoro salariato...), che la realizzazione dei va-lori veramente umani è possibile solo in una forma di esistenzacollettivistica, in cui la persona venga valorizzata come tale eper i rapporti sociali che la caratterizzano, la storia dovrà ne-cessariamente subire una svolta radicale, poiché sarà moltoforte la percezione d’essere tornati alle origini dell’umanità,cioè nel periodo in cui prendeva corpo la formazione dell’es-sere umano. Gli uomini avranno allora la sensazione di aver percor-so un cammino inutile, e solo la possibilità concreta di vivereun’esistenza completamente diversa rispetto a quelle abbando-nate, potrà ridare loro il senso della vita. Quando gli uomini sivolgeranno indietro a guardare tutto il loro passato, assumen-dolo nella piena consapevolezza storica dei suoi limiti, non po-tranno desiderare di ritornare, sic et simpliciter, all’innocenzaprimitiva, poiché questo non sarà più possibile. Una cosa infatti è vivere l’innocenza nell’ignoranza diciò che può accadere se ci si separa dal collettivo; un’altra èvivere l’innocenza nella consapevolezza di quali incredibiliguasti può procurare un’esistenza individualistica. Gli uomini avranno bisogno di misurare la loro libertànon in una situazione che li costringa, in un modo o nell’altro,a restare uniti, ma in una situazione in cui il collettivismo siavissuto in maniera totalmente libera. Gli aspetti spirituali o in-teriori della coscienza dovranno prevalere su quelli della mate-rialità della vita, ma solo perché questi saranno già stati inqualche modo risolti.28
    • La rivalutazione del collettivismo dovrà essere il fruttonon tanto della consapevolezza della negatività dell’individua-lismo, quanto piuttosto il frutto di una libera scelta. Lo svilup-po della coscienza sarà il compito principale del futuro. Maperché ciò avvenga occorre che siano risolte le contraddizioniantagonistiche della vita materiale, o comunque occorre che gliuomini si educhino ad affrontare tali contraddizioni con impe-gno non meno forte di quello che dovranno dimostrare per lecontraddizioni non materiali. Primati assoluti non si devono concedere a nessun a-spetto della vita umana, ma solo all’essere umano nella sua in-terezza. La falsità dell’idealismo è stata proprio quella di aver-ne concesso uno alla coscienza, dimenticandosi degli antagoni-smi materiali, o illudendosi di poterli risolvere con l’unicostrumento del pensiero, senza trasformazioni sociali. Il mate-rialismo storico-dialettico è caduto nell’errore opposto. 29
    • 1 MAIL PN 26 settembre 2002 Ho letto con particolare interesse il tuo articolo pubbli-cato in internet intitolato «Dio e il serpente», dove hai fattoun’analisi profonda (anche se abbastanza semplice e compren-sibile) di quella che è la reale natura umana. Condivido appie-no la tua interpretazione, originale, della prima parte di Genesie ugualmente approvo le tue conclusioni, ma mi piacerebbecontinuare questo discorso proprio dove lo hai concluso tu. Chi legge con interesse il tuo articolo, come ho fatto io,non può far altro che fare delle riflessioni obbligatorie: è veroche nel futuro l’umanità dovrà darsi necessariamente degli in-dirizzi di collaborazione altruistica, ma dovrà, come tu stessoaffermi, rinunciare parzialmente alla sua libertà individuale(per molti versi illusoria) di decidere ciò che è bene e ciò che èmale. Inoltre, ciò è possibile o è ormai già troppo tardi perquest’inversione di tendenza? Se siamo ancora in tempo, come io sono fermamenteconvinto (poiché credo all’autoadattamento dei livelli sistemi-ci, come per esempio «Gaia», per intenderci), come, dove, per-ché, quando e in quanto tempo dovrebbe esserci un cambia-mento di rotta? Sarà comunque un processo che interesseràl’intera umanità, a partire da prese di posizioni di qualche su-per organismo giudiziario al di sopra delle nazioni, oppure ini-zierà dal basso come un piccolo embrione che tenderà a svi-lupparsi rapidamente in modo indipendente da questo sistemacompetitivo? Sono domande che rimarrebbero senza rispostase non ci fossero reali punti di riferimento che è la natura stes-sa ad offrirci. Quindi non si tratta di formulare nuove ideologie o rie-laborare filosofie passate, ma è sufficiente copiare, senza in-ventare nulla e nulla aggiungere, un modello che è collaudato30
    • in natura da milioni e milioni d’anni, e conservato e riprodottoperché è il più funzionale e meno dispendioso d’energia. Pro-prio per queste caratteristiche selettive della natura i traguardiche l’umanità sarà indotta a darsi saranno scontati, perché, nondimentichiamolo, l’uomo è uno strumento della natura e non ilsuo manipolatore impunito. L’unico libero arbitrio dell’individuo sarà di deciderese far parte, oppure no, di questo sistema nascente, quindi unascelta del tutto consapevole e autonoma. Si ripercorreranno, insenso inverso, le vie che dal comunismo primitivo hanno por-tato all’individualismo sempre più marcato, caratteristico deinostri giorni e della nostra civiltà. Come tu stesso tieni a sotto-lineare, non potrà esserci un ritorno al comunismo primitivo,perché, in ogni caso, dobbiamo fare i conti con l’evoluzionetecnologica, ai cui vantaggi nessuno vorrà rinunciare. Sarà possibile conciliare la nostra natura di «animalisociali» con la tecnologia complessa, che fino ad oggi è stataun sostegno a questo sistema competitivo e individualista? An-che a quest’interrogativo la natura dà una risposta scontata: latecnologia sarà indispensabile per la formazione di questo fu-turo sistema, che terrà comunque conto dell’antica struttura so-ciale dei cacciatori-raccoglitori, dei quali siamo gli eredi gene-tici. L’osservazione dei modelli naturali può spiegarci inmodo semplice (come un perfetto manuale d’istruzioni) comepotrà nascere, crescere ed affermarsi, in modo del tutto «indo-lore», questa nuova società. Spero di aver stimolato un po’ latua curiosità, perché, ti confesso, mi piacerebbe discutere (an-che attraverso la posta elettronica) con gente sensibile a questeargomentazioni (e ti assicuro che, almeno da parte mia, non èfacile trovare interlocutori interessati). Considerato che il campo di discussione è molto vasto,ti proporrei di trovare tu alcuni punti per estendere un po’ allavolta questa conversazione. Spero che non consideri la cosapriva d’importanza o addirittura ridicola (io la ritengo un pic- 31
    • colo passo verso quella forma di collaborazione collettiva cheanche tu auspichi).32
    • 1 MAIL EG 27 settembre 2002 Io penso che la necessità di usare il libero arbitrio deveessere tutelata anche a costo di autodistruggerci. Il problemasemplicemente è questo: come difendersi da chi vuole usare lalibertà in negativo? Il nemico non va attaccato o distrutto, madal nemico bisogna difendersi, anche con la forza. Perché l’uso di questa forza sia il più democratico pos-sibile, occorre che esistano le condizioni di un’esistenza basatasul bene comune. Altrimenti la storia si ripeterà all’infinito: chivince si comporterà come lo sconfitto. Più tardi realizzeremo il bene comune, meno resistenzasaremo capaci di opporre all’uso negativo della libertà. L’in-versione di tendenza diventerà tanto più difficile quanto menoresistenza avremmo saputo opporre. E le conseguenze sarannotanto più drammatiche. È tutto proporzionato. Questa transizione non può avvenire dall’alto, ma devepartire dal basso. Possono cominciare singole comunità o paesidel tutto insignificanti. L’importante è che queste realtà sap-piano difendersi da chi inevitabilmente tenderà a distruggerle.Sono fermamente convinto che quando la forza viene usata daun intero popolo, il bene vince sempre. Quanto alla scienza e alla tecnica, penso che la naturaabbia tutto il diritto di non tollerare ciò che le impedisce di ri-prodursi in modo agevole, anche in fondo per il bene dellostesso uomo. Quindi mi pare più che legittimo ch’essa si ri-prenda ciò che le appartiene. Se noi non usiamo una tecnologiacompatibile con le esigenze, i ritmi, le necessità della natura,non abbiamo diritto a vivere su questo pianeta. Lo so, sono parole dure, però se le ammorbidisco fini-sco per dire il contrario di quello che penso o per agire comenon vorrei. 33
    • I compromessi sulle cose fondamentali non dovremmofarli.34
    • 2 MAIL PN 28 settembre 2002 Mi fa piacere che tu abbia accolto l’invito a questo dia-logo a distanza. Affermi che le tue parole sono dure, ma e-sprimono lo stesso sentimento che provo io. Non le ammorbi-dire affatto e mantieni pure quest’atteggiamento «verace», per-ché anch’io penso che i compromessi possono alterare il nostrolibero arbitrio. Accetto la tua premessa che il libero arbitrio vadifeso da chi pensa di essere in diritto di «regolare» la libertàaltrui, anche con la forza, ma con la forza della ragione, perchénel momento in cui perdiamo questa, abbiamo perduto anche ilnostro libero arbitrio. Qui non si tratta di lottare da disperati per affermare deidiritti in questo sistema competitivo, che tende invece a repri-merli, ossia non si tratta di porre unicamente una qualunque re-sistenza, ma di promuovere un’azione «uguale e contraria», neilimiti delle nostre possibilità reali, per non combattere contro imulini a vento. Concordo con te che questa transizione nonpuò venire dall’alto, ma dovrà necessariamente partire dal bas-so. Non a caso ti dicevo che è necessario prendere a modello lanatura. In natura i cambiamenti importanti avvengono semprein gruppi che sono ai «margini» di una specie e che, riprodu-cendosi, vanno progressivamente a sostituire la vecchia speciestessa. Bada bene che non ho detto che il comportamento di ungruppo influenza il comportamento degli altri gruppi, ma vacol tempo a sostituirli, perché sono tra loro inconciliabili. Cercare di modificare il governo di un paese per realiz-zare il bene comune equivarrebbe a cercare un cambiamentodall’alto, in altre parole un nonsenso in natura. Cercare di im-porre un bene comune senza il consenso degli ipotetici benefi-ciari significa che, lo dico con parole tue, «la storia si ripeteràall’infinito: chi vince si comporterà come lo sconfitto». 35
    • I popoli, le culture e i confini nazionali sono solo il ri-sultato di conflitti storici (non è tutto questo il frutto della di-subbidienza che ci ha fatto cacciare dal giardino dell’Eden?),che sempre hanno annullato il libero arbitrio degli individui.Che senso ha, allora, parlare di autodeterminazione dei popoli,di lotta per la difesa dei confini nazionali o di difesa dei valoridelle tradizioni popolari? All’interno di quel popolo o di quellanazione si potrebbe forse realizzare il bene comune, consape-vole, consenziente, senza violazione del libero arbitrio? Sareb-be solamente un cambiamento imposto dall’alto e il ciclo ri-comincerebbe… Apprezzo il tuo sentimento umanitario quando dici cheil nemico non va attaccato e distrutto, ma la natura ci dice chenon è così. Un virus o una cellula cancerosa, quando sono in-dividuati, sono attaccati e distrutti. La stessa storia umanac’insegna che il potere politico ed economico, di qualsiasi co-lore esso sia o sia stato, si è difeso da «cellule deleterie» cer-cando deliberatamente di distruggerle. Come dunque tutelare ilnostro libero arbitrio senza il rischio di essere distrutti? Comerealizzare il bene comune creando le basi di un consenso con-sapevole? La transizione che dovrebbe portare a un’esistenza ba-sata su un bene comune non può cominciare modificando ilgoverno di un qualunque paese (anche se insignificante), maunicamente con la nascita di comunità relativamente autono-me, anche in paesi di cultura completamente diversa. Il nostrocorpo non è forse formato da miliardi di comunità indipendentie autosufficienti (che abbiamo chiamato convenzionalmentecellule) che collaborano tra loro fino a formare un organismounico? È proprio copiando la struttura delle cellule del corpoumano che si potranno realizzare le condizioni di un bene co-mune consapevole e consenziente, dove gli interessi altrui cor-rispondono ai nostri interessi. L’esperienza evolutiva della natura è molto più affida-bile di qualsiasi ideologia umana, che, la storia dimostra, è in36
    • ogni modo destinata a decadere nel tempo. In queste «cellulesociali» si potranno ripristinare le condizioni ideali del comu-nismo primitivo, utilizzando la tecnologia per la difesadell’ambiente naturale e della stessa natura umana. Sarannoentità di dimensioni limitate, di esclusiva proprietà collettivadei loro abitanti, dove si potrà eliminare di netto la competi-zione economica e i danni materiali e morali che questa produ-ce. Dobbiamo solo seguire gli insegnamenti che ci offreuna qualunque cellula biologica per arrivare ad aver insedia-menti altamente tecnologici, con tasso d’inquinamento «zero»(non è solo un modo di dire); dove è possibile effettuareun’efficace medicina preventiva e la totale assistenza ai deboli(bambini, malati, anziani); dove non ci sarà proprietà privatané uso del denaro; dove ognuno potrà avere un lavoro soddi-sfacente e l’evoluzione della tecnologia potrà ridurre effetti-vamente il tempo di lavoro; dove non ci saranno conflitti traindividui, classi sociali e generazioni, ma ci sarà solidarietà,altruismo, fratellanza... Sembra un bel sogno, è vero? Eppure èpiù facile cambiare tutto a livello locale che cambiare una solavirgola delle leggi di una nazione o, ancor più, a livello plane-tario. È importante, però, come tu rilevi, che queste realtàsappiano difendersi da chi inevitabilmente cercherà di distrug-gerle. Come? Innanzi tutto non contrapponendosi allo Statoma… (spero che questa non ti suoni come un’aberrazione) col-laborando con esso. Queste «cellule» (che potranno collabora-re a distanza anche se inserite in nazioni diverse) dovranno,come le cellule biologiche, gestire autonomamente il loro me-tabolismo, cioè dovranno puntare almeno all’autosufficienzaalimentare e consumare quello che producono, senza vendere oscambiare assolutamente niente. Questo impedirà di entrare incompetizione col mercato esterno e di recare disturbo a chic-chessia. 37
    • Per contro la maggior parte della tecnologia, almeno i-nizialmente, sarà comprata dall’esterno, perciò, non solo que-ste «cellule» avranno il diritto di esistere, ma saranno incorag-giate a farlo perché rappresenterebbero un mercato appetibileper il potere economico. Alcuni giovani della collettività pre-steranno la loro opera in aziende private o pubbliche, per unbreve tempo, corrispondente a un normale periodo di leva, for-nendo il denaro per l’acquisto della necessaria tecnologia, do-po di che potranno tornare nella sicurezza della comunità per ilresto della vita e saranno sostituiti da altri giovani nel loro in-carico. Anche questa non è un’idea inventata al momento, maè l’indicazione che ci dà il corpo umano, che invia il necessa-rio numero di globuli rossi a «guadagnare» la preziosa valutaesterna, l’ossigeno, che dovrà servire al funzionamento di ognisingola cellula dell’organismo. Inoltre è necessario sfruttaretutte le opportunità e gli incentivi che lo Stato elargisce alle en-tità meno dispendiose di energia o che hanno un tasso d’in-quinamento ridotto o che possono garantire la tutela ambienta-le di un piccolo territorio nazionale (il territorio della «cellulasociale»), anche se esiguo. Perché resistere allo Stato a livello nazionale e lottareper il diritto alla scuola, all’assistenza sanitaria e sociale, perun lavoro sicuro, per la riduzione dell’orario lavorativo, per unmigliore rapporto cittadini-istituzioni, per migliori servizi,ecc., o addirittura per tentare di prendere un potere nazionaleche non si potrebbe mai usare per il bene comune, quando tuttequeste cose (in condizioni notevolmente migliori) si possonoottenere in modo completo e senza conflitti sociali, usufruendodi leggi già esistenti nel territorio nazionale? È questo che in-tendevo quando ho detto che è necessario promuovere un’a-zione «uguale e contraria» allo Stato, servendosi dello Stato,collaborando con le sue istituzioni. Questo non è un compromesso con lo Stato, perchévorrei vivere in un sistema che dia piena soddisfazione al miolibero arbitrio. Non mi accontento dei vantaggi illusori che lo38
    • Stato può dare, come il «beffardo» diritto di voto o, se faccio ilbravo, magari ottengo un posto di lavoro temporaneo e sotto-pagato, oppure, se un «onorevole» è mio compaesano, possosperare che siano rifatti nuovi i servizi cittadini. Solo in queste«cellule sociali» potremmo creare delle strutture dove l’esi-stenza è basata sul bene comune, senza nemici da cui difender-si. Se mai dovesse esserci un’aggressione esterna (per qualemotivo poi?) sarebbe lo stesso Stato a prendere le difese di un«suo» territorio. Se poi per ipotesi tutto lo Stato fosse formatoda queste «cellule» (così che nel frattempo avranno formato«tessuti», «organi», «apparati») di che bisognerebbe preoccu-parsi? Nel mondo, questo è certo, continueranno, come sem-pre, i conflitti tra le nazioni e i conflitti sociali all’interno dellenazioni, così come, in forme e strumenti sempre diversi, conti-nuerà l’indottrinamento dei «sudditi» di entrambe le parti e cisaranno sempre molte persone disposte a sacrificarsi per la li-bertà, per i diritti, per la patria o per un posto in paradiso. Per-ché sperare che in un momento qualsiasi della storia umana(perché non prima o non dopo) possa verificarsi un’inversionedi tendenza nazionale o planetaria? Non possiamo cambiare ilmondo, ma possiamo cambiare la nostra vita e quella di coloroche sono disposti a condividere spontaneamente il bene comu-ne. Se il mondo cambierà sarà solo per il proliferare di questemicrosocietà autonome, rispettose della natura umana, non giàper rivoluzioni violente che sono alimento per altre rivoluzionie che lascerebbero le cose sostanzialmente immutate. Bene, per ora basta così, altrimenti ti ubriaco e invecevorrei da te un’opinione lucida. È probabile che ci siano moltecose che non approvi nelle mie convinzioni. È normale, ma èper questo che ritengo utile confrontarsi: capire quali sono ipropri errori d’interpretazione. 39
    • 2 MAIL EG 29 settembre 2002 Certo, «forza della ragione», e puoi aggiungere anche«dei sentimenti», «della volontà» o, se preferisci, «della cultu-ra». E tuttavia penso anche che Lenin ne avesse di «ragione»quando diceva che «una rivoluzione che non sa difendersi nonvale nulla». Disse «difendersi», non «diffondersi», come inve-ce i giacobini e lo stesso Bonaparte. È possibile una resistenza armata rispettando i principidella democrazia? Se guardassimo i terroristi italiani, do-vremmo dire «assolutamente no». Ma, chiediamoci, là dovenon c’è resistenza armata, quante possibilità ci sono di nonsoccombere alla forza di chi comanda? Là dove non si resiste,chi comanda non ha neppure bisogno di usare la «forza dellearmi», gli bastano le «armi della forza», che sono poi quelledelle istituzioni, della propaganda ecc. Dunque per quale motivo la «forza della ragione» ri-schierebbe di soccombere usando la «forza delle armi» per di-fendere i principi della democrazia? Forse i democratici italia-ni avrebbero dovuto aspettare i liberatori americani control’invasore nazista e rinunciare a diventare partigiani? S’è maivisto un popolo che va a morire per un altro popolo senzachiedere nulla in cambio? Non siamo forse passati dall’inva-sore nazista all’invasore yankee? E se anche la «non violenza» fosse una propagandadell’ideologia cristiano-borghese? che tanto serve per disto-gliere la gente dal criticare duramente il sistema? quel sistemache, alla resa dei conti, pur senza usare la «forza delle armi» citoglie la «forza della ragione»... (che poi la «forza delle armi»non ha mai smesso di usarla nei paesi coloniali e fa relativa-mente presto a usarla anche da noi quando si sente gravemente40
    • minacciato - guarda p.es. come tratta i no-global o come elimi-na i magistrati scomodi). Insomma io non vorrei che un giorno le generazioni fu-ture dicessero che noi non abbiamo saputo difendere i valoridella democrazia perché eravamo così ingenui da credere chel’uso della forza è sempre un’azione antidemocratica... E pen-sare che anche il vangelo lo dice: «chi non ha spada, venda ilmantello» (Lc 22,36). Quanto al resto che dici, spesso mi sono chiesto - guar-dando Nomadelfia, Barbiana, San Patrignano e altro ancora(pensa solo a tutte le esperienze del socialismo utopistico) -che possibilità abbiamo di costruire qualcosa di diverso, sepa-randoci da uno Stato che vede il diverso con sospetto? (Ti dicoquesto perché lo Stato, che è il prodotto di una classe egemone,tollera il diverso solo nella misura in cui non gli dà alcun fasti-dio o può servirsene per propri interessi). Se questo diverso fosse attaccato dalle istituzioni, la so-cietà civile lo difenderebbe? I fatti ci dicono di no. La gente èpiù disposta a difendere qualcosa che rimane nell’ambito dellasocietà, anche se questo «qualcosa» non ha l’ambizione di ra-dicale alternatività... Dunque dovremmo accontentarci di mili-tare in formazioni sindacali e partitiche o in movimenti d’opi-nione, sapendo sin dall’inizio che più di tanto non si potrà mairealizzare? Il fatto è che se accettiamo questo, finiamo inevitabil-mente col muoverci davvero soltanto quando le crisi sono cata-strofiche. La cultura dell’italiano medio non è forse quelladell’emergenza? E quando arriva l’emergenza che esperienzedemocratiche potremo mai realizzare se non ci siamo allenati atempo debito? Cioè da un lato mi rendo conto che un’espe-rienza alternativa può nascere solo dal basso, dalle autonomielocali, da esperienze basate sull’autogestione; dall’altro peròmi chiedo che possibilità ci saranno di resistere con esperienzedel genere ai «carri armati» del sistema ;-) 41
    • 3 MAIL PN 30 settembre 2002 Penso che Lenin avesse senz’altro ragione quando af-fermava che «una rivoluzione che non sa difendersi non vale nul-la». È scontato che una rivoluzione armata dovrà mantenersi invita con la forza delle armi. Non ha importanza se poi deve so-lo difendersi o vuole diffondersi o deve diffondersi per difen-dersi. Quello che non mi torna in questo discorso è che per ri-voluzione si dovrebbe intendere un’inversione di 360° (così laterra fa ogni anno una rivoluzione intorno al sole), ma, vista lacosa in questa prospettiva, durante tutto l’arco della storia u-mana, in sostanza di rivoluzioni non ce ne sono mai state. Se imoti insurrezionali marxisti-leninisti fossero stati effettivamen-te rivoluzionari avrebbero, obbligatoriamente, riportato condi-zioni socio-economiche simili al comunismo primitivo (inver-sione di 360°), ma sono malinconicamente approdati tutti nel-la... «fattoria degli animali»! (vedi G. Orwell) Il comunismo non è un’ideologia, ma è l’espressioneintegrale del nostro codice genetico, visto che i nostri antichiprogenitori sono stati plasmati da parecchie migliaia d’anni divita comunitaria e ci hanno tramandato i loro cromosomi attra-verso le generazioni. Hanno mantenuto la loro struttura socialee il loro modo di vivere intatti e perfettamente integrati all’am-biente naturale in tutto questo lungo tempo, perché, semplice-mente, era la forma d’adattamento meno dispendiosa d’energiae per questo conservata. Non avrebbero mai cambiato il loro modo di vivere senon fossero stati costretti da circostanze indipendenti dalla lorovolontà (di questo, se vuoi, parleremo in seguito, perché meritaun discorso a parte). I primi cambiamenti economici avvenutidentro il territorio del gruppo sociale, cioè allevamento e agri-42
    • coltura, hanno progressivamente sostituito la caccia e la raccol-ta di vegetazione spontanea, modificando, di conseguenza, an-che la struttura comunitaria. Va precisato che queste nuove forme economiche nonsono state una scelta deliberata per migliorare condizioni cheerano già ottimali, ma si sono rese necessarie per rimediare adei guasti avvenuti in seno ai gruppi (anche di questo sarà ne-cessario parlare in un secondo tempo). Del resto sarebbe statoun inutile dispendio d’energia lavorare la terra o addomesticaree curare animali, quando l’ambiente poteva offrire spontanea-mente, col minimo sforzo, ciò che era necessario al soddisfa-cimento d’ogni tipo di bisogno. Il Genesi ci fa giustamente capire che l’agricoltura el’allevamento (Caino e Abele) sono nati al di fuori del giardinodell’Eden e a questo riguardo ci dice: «Maledetto sia il suoloper causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni del-la tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erbacampestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane...»(Gen 3:17-19). Sta di fatto che oggi possiamo anche viverecome individui indipendenti, con la cultura del sistema compe-titivo che ci spinge a remare controcorrente e con la tecnologiache ci permette di fare a meno della collaborazione del nostroprossimo, ma dentro, nel profondo del nostro essere, siamo ge-neticamente «comunisti». L’unica forma di comunismo che riconosco, perciò, èquello che sarà formato da federazioni di gruppi sociali (ognu-no dei quali composto di un certo numero di famiglie che col-laborano tra loro) simili ai gruppi primitivi, coadiuvati e coor-dinati, questa volta, da una tecnologia che non era presente nelcomunismo primitivo. Ogni forma d’organizzazione diversa daquella che ci comanda il nostro codice genetico non può far al-tro che provocare dei danni all’ambiente e alle persone. Infatti,di questo è fatta la storia umana, dalla prima «disobbedienza»fino ad oggi. 43
    • L’unica vera rivoluzione, degna di questo nome, do-vrebbe quindi portare a questo cambiamento ma, per questo,come ho cercato di spiegarti nello scritto precedente, non è in-dispensabile la lotta armata. Un conto è però parlare di «rivo-luzione», un altro parlare di «resistenza armata». Ora, se la re-sistenza armata non è finalizzata alla rivoluzione ma a con-trapporre una resistenza più o meno accanita, secondo l’auto-ritarismo del potere, è una lotta persa in partenza, poiché il po-tere preferirà sempre, come dici tu, usare le armi della forzaanziché la forza delle armi. Ne risulta che in pratica non sarebbe necessaria alcunaresistenza armata. A proposito, è vero che in Luca 22:36 GesùCristo dice: «Chi non ha spada, venda il mantello e ne compriuna» e che questa spada doveva servire alla difesa, ma era for-se per porre una resistenza armata al potere? No di certo! Per-ché è lo stesso Cristo a redarguire coloro che, tra il suo seguito,avevano male interpretato le sue parole e dice in Matteo 26:52«Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettonomano alla spada periranno di spada». Ma tu te lo vedi davvero«l’italiano medio» («che è più disposto a difendere qualcosa cherimane nell’ambito della società») a resistere, con le armi, allaperdita del suo primato assoluto mondiale di possessore di tele-fonini o di consumatore di prodotti di bellezza o d’acqua mine-rale? Auguri! Stai tranquillo che le generazioni future non diranno«che noi non abbiamo saputo difendere i valori della democraziaperché eravamo così ingenui da credere che l’uso della forza è sem-pre un’azione antidemocratica...», ma è molto più probabile, sequalcosa dovranno rinfacciare, che diranno che la nostra inge-nuità non ha saputo difendere quei primati che ho scritto so-pra... Non dovresti temere i carri armati del sistema più deimezzi di persuasione che entrano direttamente a casa nostra at-traverso i monitor del «Grande fratello». Non pensi che il nostro telefono potrebbe essere postosotto controllo, o che le nostre innocenti chiacchierate in44
    • internet potrebbero essere attentamente vagliate da qualche«tutore del quieto vivere dei cittadini»? La lotta partigiana èstata indubbiamente necessaria perché era in gioco la stessa vi-ta degli individui, non c’era alternativa. È altrettanto vero chel’occupazione nazista è stata sostituita dall’occupazione«yankee», ma non c’è stata alcuna lotta partigiana contro gliUsa. Vedo invece un crescente consumo di Coca-cola o di Ni-ke (se togli loro queste cose, te le rinfacceranno le nuove gene-razioni): per il motivo detto poco sopra, cioè che non sono piùnecessari i carri armati del sistema, in quanto si possono usaremezzi più sottili. Si rende perfino superfluo il ruolo d’imboni-tore, che nel passato era svolto dalla classe clericale, che èsempre stata la colonna portante del potere politico. Ti chiedi se anche la «non violenza» non sia in realtàuna propaganda dell’ideologia cristiano-borghese: premessa labuona fede degli attivisti, penso che questa sia uno dei tanti in-ganni coi quali sono strumentalizzate le persone a vantaggiodell’esistente. Guarda che penso la stessa cosa di qualsiasi mo-vimento di massa, no-global compresi, poiché il sistema devedimostrare la sua «pluralità», la sua «libertà d’espressione» o il«diritto al voto». Se l’esercitazione di questi diritti mettesseveramente in discussione la sicurezza del potere, pensi davveroche le persone potrebbero votare o scendere in piazza? Per quel che mi riguarda (lo dico da marxista pentito)mi disinteresso totalmente del voto, dei partiti, dei sindacati,dei movimenti più o meno pacifisti e di tutte le organizzazioninazionali o internazionali pro o contro il sistema, perché liconsidero sfumature diverse della stessa faccia della medaglia.Forse sono parole più dure delle tue, ma anch’io non voglio di-re cose che potrebbero dare un senso diverso a ciò che penso.Questa è la mia unica forma di resistenza al sistema. Come mi comporto quindi nella mia quotidianità? Pagole tasse, compresi i vari «canoni» o «bolli» («rendete a ciascu-no ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse,le tasse», Romani 13:7), rispetto le leggi istituzionali («Ricor- 45
    • da loro di esser sottomessi ai magistrati e alle autorità, di ob-bedire...», Tito 3:1), cerco un rapporto onesto con il mio pros-simo («Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, an-che voi fatelo a loro», Matteo 7:12), soprattutto non perdo lasperanza di trovare altri «comunisti» che siano disposti a col-laborare all’edificazione di quelle microsocietà autonome, che,nel pieno rispetto delle leggi vigenti, possono portare a un’esi-stenza basata sul bene comune. Come ti ho detto non temo i carri armati del sistema,poiché le «cellule sociali» saranno strutture che non si con-trapporranno né al potere politico né al potere economico. Chelo Stato possa servirsi di queste organizzazioni fino a quandogli farà comodo è scontato, ma saranno soprattutto queste or-ganizzazioni che potranno servirsi dello Stato per la loro so-pravvivenza e il loro sviluppo. In ogni caso non saranno espe-rienze alla «san Patrignano», né saranno simili a tutte quellecomunità antiche e moderne come gli Esseni del Mar Morto ogli Hamish americani, né ai Kibbutz israeliani o alle Comuniagricole cinesi; né ad alcuna confessione di monaci cristianioccidentali o buddisti orientali; né saranno simili a quelle ipo-tesi rimaste sulla carta e mai espresse, come la Città del sole diT. Campanella o Utopia di T. More. Tutte queste entità erano destinate a rimanere delle«cellule» isolate (come dei protozoi), così come lo erano gliantichi gruppi di cacciatori-raccoglitori, perché, per federarsi ecreare un sistema di livello superiore, sarebbe stata necessariaun’unica cultura aggregante (che non c’era), ma, soprattuttonon c’era una indispensabile forma di comunicazione in tempireali, che solo ora, o in futuro prossimo potrà essere disponibi-le. Se il comando che è stato dato ai primi uomini era di esten-dere il giardino dell’Eden, non lo avrebbero potuto assolverese non con l’ausilio di una comunicazione tecnologica, imme-diata, che avrebbe potuto tenere uniti tutti i gruppi sociali u-mani della terra. Che sia dunque per questo che l’uomo ha co-46
    • minciato a disgregare l’antica struttura comunitaria e intra-prendere il cammino tecnologico? Questo nostro dialogo a distanza si sta incanalando indue argomenti principali: da parte tua la necessità di dimostra-re l’urgenza di una resistenza armata agli attacchi del potere;da parte mia la necessità di far nascere delle microsocietà au-tonome estraniate dal sistema ma in armonia con le leggi delloStato. Forse, per evitare equivoci o errori d’interpretazione, sa-rebbe meglio che tu mi spiegassi bene, con degli esempi prati-ci, quotidiani, ciò che intendi veramente per «resistenza armatademocratica», e io potrei spiegarti bene, con degli esempi pra-tici, ciò che intendo veramente per microsocietà autonome.Chissà che le due cose non abbiano in realtà un punto di conci-liazione… 47
    • 3 MAIL EG 4 ottobre 2002 Se i moti insurrezionali marxisti-leninisti fossero stati effet-tivamente rivoluzionari avrebbero, obbligatoriamente, riportato con-dizioni socio-economiche simili al comunismo primitivo (inversionedi 360°), ma sono malinconicamente approdati tutti nella... «fattoriadegli animali»! (vedi G. Orwell) Ho l’impressione che il fallimento del comunismo vadaricercato più nel tentativo d’inverare teorie occidentali (marxi-smo in testa) che non nel tentativo di ricercare soluzioni auto-nome alla crisi del capitalismo o comunque alla decomposi-zione del tardo feudalesimo (in Russia e in Cina, come noto,entrambe le cose). Il marxismo occidentale (quello classico di Marx edEngels) era incredibilmente più avanzato delle più avanzate te-orie classiche di economia politica e forse per questo ha abba-cinato le menti dei teorici russi, che non seppero vedere nellagiusta misura gli aspetti negativi di questo marxismo: p.es. ipregiudizi nei confronti del mondo rurale, la scarsa considera-zione per i problemi ambientali e per la questione femminile, ilrifiuto delle civiltà pre-capitalistiche, il mito della scienza e delprogresso, per non parlare del determinismo storico, dellospontaneismo delle masse ecc. Alcuni di questi limiti furono superati dal leninismo,ma anche qui: tra Lenin e tutti gli altri mi pare ci fosse un abis-so, e dopo la sua morte l’alternativa sembrava essere quella discegliere tra trotskismo e stalinismo, cioè tra Scilla e Cariddi.Questo poi senza considerare che se anche il leninismo avessetrionfato, si sarebbe comunque posto il problema di come con-ciliare il primato concesso alla politica col primato che invece,in ultima istanza, bisogna concedere all’uomo, all’umanitàdell’essere umano.48
    • Bisogna tuttavia render merito ai russi d’aver tentato direalizzare gli ideali di un’utopia che in occidente è rimasta sul-la carta, pur essendo qui nata. Se fossimo intelligenti riparti-remmo dagli errori che loro hanno compiuto per reimpostare ildiscorso in maniera più convincente, ma non ne siamo capaci:non ne abbiamo l’interesse. A proposito, è vero che in Luca 22:36 Gesù Cristo dice:«….Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una» e chequesta spada doveva servire alla difesa, ma era per porre una resi-stenza armata al potere? No di certo! Perché è lo stesso Cristo a re-darguire coloro che, tra il suo seguito, avevano male interpretato lesue parole e dice in Matteo 26:52: «Rimetti la spada nel fodero, per-ché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada». Vorrei che tu non discutessi con me di questa roba, per-ché ho idee troppo particolari per reggere un dibattito prolun-gato. Ho già scritto tantissime cose sul N.T., dedicandogli per-sino una sezione apposita in Homolaicus. Dopo anni e anni distudio sono arrivato alla conclusione che i vangeli sono testiincredibilmente manipolati, per cui, non avendo altre fonti, o-gni discussione mi pare vana. Un solo esempio (giusto per sta-re a quanto dici): per me l’affermazione di Cristo riportata inMt 26,52 altro non voleva dire che al momento della cattura(che fu il frutto di un improvviso tradimento) difendersi sareb-be stato un suicidio, vista la disparità di forze in campo, per cuiil Cristo preferì la soluzione di compromesso, poi accettatadalla coorte romana, secondo cui i suoi non si sarebbero difesise la coorte avesse accettato di catturare solo lui, che si sarebbeconsegnato spontaneamente. Quindi niente vocazione al marti-rio, né pacifismo ad oltranza, ma solo considerazioni di oppor-tunità, nella speranza che qualcosa si sarebbe potuto sbloccarein seguito, in occasione del processo. Quanto al resto che dici, io penso che in ogni essereumano ci sia abbastanza per vedere dove come e quando rea-lizzare il bene e abbastanza per non volerlo fare. Cioè vogliodirti che anche se oggi ci sentiamo incredibilmente condiziona- 49
    • ti dal sistema dominante, questo non c’impedisce di desiderar-ne il superamento. Siamo animali molto complicati e pieni dirisorse. D’altra parte anche tu dimostri di esserlo laddove diciche non perdi ...la speranza di trovare altri «comunisti» che siano dispostia collaborare all’edificazione di quelle microsocietà autonome, che,nel pieno rispetto delle leggi vigenti, possono portare a un’esistenzabasata sul bene comune. Io invece temo che in questo tuo obiettivo vi sia unacontraddizione in termini, in quanto sono proprio le «leggi vi-genti» a impedirti la suddetta edificazione. Noi viviamo in unaformazione sociale che il marxismo ha giustamente definitocol termine di «capitalismo» e tutto inevitabilmente ruota at-torno a questa categoria economica, ivi incluse le leggi, il cuiprincipio dell’uguaglianza generale e astratta di tutti è davveroun non senso, in quanto la vera uguaglianza può essere misura-ta solo tenendo conto delle diversità. Cioè voglio dirti le «microsocietà autonome» possonovalere come input per qualcosa di più radicale, che alla fineimplichi il ribaltamento politico del sistema, altrimenti saràquesto che farà «ribaltare» quelle. Ricordi i «soviet» dopo la rivoluzione bolscevica, o iconsigli operai dopo la repubblica di Weimar? Se li organizziprima, rinunciando a priori alla rivoluzione, presto o tardi ven-gono riassorbiti dal sistema (magari con la complicità deglistessi uomini della sinistra); e se dopo la rivoluzione non li faivalere come realtà autonoma e democratica, preferendo de-mandare la costruzione del socialismo al nuovo Stato, ecco chescatta il meccanismo che porterà alla dittatura del partito e del-lo stesso Stato (come appunto avvenne in Russia). ...per federarsi e creare un sistema di livello superiore, sa-rebbe stata necessaria un’unica cultura aggregante (che non c’era),ma, soprattutto non c’era una indispensabile forma di comunicazionein tempi reali, che solo ora, o in futuro prossimo potrà essere dispo-nibile. Se il comando che è stato dato ai primi uomini era di estende-re il giardino dell’Eden, non lo avrebbero potuto assolvere se non50
    • con l’ausilio di una comunicazione tecnologica, immediata, che a-vrebbe potuto tenere uniti tutti i gruppi sociali umani della terra. Chesia dunque per questo che l’uomo ha cominciato a disgregarel’antica struttura comunitaria e intraprendere il cammino tecnologi-co? Immagino che tu voglia scherzare. Qui stiamo parlandodi sostanza non di forme, nel senso che la democrazia o il so-cialismo avrebbero potuto essere o potranno essere patrimoniodi qualunque essere umano a prescindere da qualsivoglia con-siderazione di tempo luogo circostanza... Oggi non esistono,nella sostanza, condizioni più o meno favorevoli di ieri. Lapossibilità di una liberazione è in relazione alle condizioni at-tuali, che sono meramente formali. L’abbandono del comunismo primitivo è stato, nellasostanza, il rifiuto di accettare il primato del collettivo sul sin-golo, che poi ha portato alla necessità di sfruttare in manierasistematica il lavoro altrui. Il rifiuto può assumere forme e mo-di diversi, ma uguale è, nella sostanza, il bisogno di prendereuna decisione, o in un senso o nell’altro. Una volta pensavo che la nostra attuale civiltà fosse co-sì forte da indurci più di altre civiltà a compiere delle sceltenegative. Oggi invece credo nella relatività delle civiltà. Forseall’interno di una civiltà vi sono momenti storici in cui sembrapiù facile conservare i valori positivi o riproporli, però anchequi penso sia tutto relativo. Nel dopoguerra avevamo più pos-sibilità di realizzare il socialismo, perché la tragedia del fasci-smo scottava la pelle e il consumismo non aveva distrutto lecoscienze; oggi invece abbiamo la netta percezione che un si-stema del genere non possa avere futuro, perché se ogni paesedel mondo diventasse «capitalista» come noi la fine apparireb-be molto più vicina. ...per evitare equivoci o errori d’interpretazione, sarebbemeglio che tu mi spiegassi bene, con degli esempi pratici, quotidiani,ciò che intendi veramente per «resistenza armata democratica», e iopotrei spiegarti bene, con degli esempi pratici, ciò che intendo vera-mente per microsocietà autonome. 51
    • Io non ho esempi pratici da mostrare, perché non sonoun uomo impegnato politicamente o sindacalmente, né militoin movimenti di opinione. Ho sempre fatto l’insegnante e il si-to che vedi è solo il frutto di studi teorici.52
    • 4 MAIL PN 6 ottobre 2002 Quelli che tu consideri errori d’applicazione delle teoriemarxiste, nelle nazioni del socialismo realizzato, e che defini-sci «pregiudizi nei confronti del mondo rurale, la scarsa considera-zione per i problemi ambientali e per la questione femminile, il rifiu-to delle civiltà pre-capitalistiche, il mito della scienza e del progres-so, per non parlare del determinismo storico, dello spontaneismodelle masse...», non sono banali incidenti di percorso, ma so-stanziali carenze oggettive proprie della filosofia marxista (ildifetto sta nel manico, come si suol dire). Forse se Lenin fosse vissuto di più avrebbe anche potu-to riconsiderare queste cose, ma «si sarebbe comunque posto ilproblema di come conciliare il primato concesso alla politica colprimato che invece, in ultima istanza, bisogna concedere all’uomo,all’umanità dell’essere umano». Eppure tentativi Lenin ne avevafatti: la gestione operaia delle fabbriche è stata caldamente so-stenuta da lui stesso e sempre lui ha dovuto sciogliere l’espe-rimento che si è rivelato fallimentare, solo alcuni mesi dopoche era iniziato. I Soviet sono stati esautorati a favore di un’economiacentralizzata, che puntava ad un’industrializzazione a tappeforzate. Era stato però un fallimento economico e non certo unfallimento dal punto di vista umano. Il fatto è che il pensieromarxista è sostanzialmente una filosofia economica (colletti-vizzazione dei mezzi di produzione e non comunione dei beni)che è l’esatto rovescio negativo del capitalismo (cioè uguale econtrario), ed entrambi equidistanti dal comunismo primitivo,o comunismo naturale, e, per principio, alienati dall’ambiente edalla natura umana. Affermi che «se fossimo intelligenti ripartiremmo dagli er-rori che loro hanno compiuto per reimpostare il discorso in maniera 53
    • più convincente». Non credo si tratti di mancanza d’intelligenzao di capacità o d’interesse, ma d’impossibilità pratica di rag-giungere questi traguardi, perché la correzione di certi gravierrori non ha fatto altro che portare ad errori altrettanto gravi. D’altra parte, non avrebbero potuto trarre vantaggiodagli errori russi le esperienze cinese, jugoslava, cubana...?Perché pensare che sia sufficiente tornare indietro solo per untratto di strada se le esperienze dimostrano che tutta la strada èsbagliata? La strada sbagliata noi l’abbiamo imboccata quandosiamo usciti dal giardino dell’Eden, perché andare a cercarlaaltrove? Sull’abbandono del comunismo primitivo tu credi aduna scelta consapevole dell’uomo, che ha rifiutato di accettareil primato del collettivo sul singolo. In realtà non c’è stata nes-suna scelta e nessun rifiuto, poiché l’uomo, come sempre, èguidato dalla necessità di soddisfare i suoi bisogni immediati.Non si è mai trattato di decidere se soddisfare o no un bisogno,ma il nostro libero arbitrio sta unicamente nel decidere in chemodo soddisfarlo. So che questo modo di ragionare porta logicamente apensare, se non ad un determinismo storico, ad un determini-smo della natura, come se l’evoluzione della materia procedes-se a tappe obbligate, seppure ottenute con una serie di casuali-tà. Non mi sono fermato davanti al pregiudizio che di solito a-leggia sulla teleologia della natura e per anni mi sono sforzatodi trovarci una logica. No, non stavo scherzando, nello scritto precedente,quando ho affermato che la natura ha creato le condizioni af-finché l’uomo fosse indotto a disgregare la struttura socialecomunitaria, dando il via ad un processo economico che facevauso di strumenti sempre più complessi. Più le modifiche all’ambiente e alla sua struttura socia-le allontanavano dal comunismo primitivo, più gli esseri umanierano «costretti» ad affidarsi all’evoluzione della tecnologia,pena il disadattamento. Credere a questo significa ridimensio-54
    • nare il ruolo storico dell’uomo (non è l’uomo a fare la storia,ma è la storia a fare l’uomo) e soprattutto ridimensionare lepossibilità del nostro libero arbitrio (d’altronde perché pensaretranquillamente che tutto l’esistente è governato da preciseleggi fisiche e l’uomo ne è invece escluso?). Mi sento un po’ in imbarazzo mentre ti dico che il co-munismo è nella logica della natura, perché mi immagino giàche probabilmente penserai che la mia «voglia di comunismo»è talmente grande che ormai sono in preda alle visioni (forsetra un po’ vedrò la Madonna) e vedo comunismo dappertutto,anche in cose, come la natura, che sono neutre, inerti e perciò(apparentemente) senza volontà. Questo modo di pensare pre-lude che anche il caso (che pure esiste ed è operativo) abbia unruolo contenuto in questo «programma» della natura e sia libe-ro di agire nell’esecuzione del programma stesso, non già dimodificarlo. Ovviamente anche la storia umana è stata «guidata»dalla ricerca di soddisfare dei bisogni che sono stati indotti agliuomini e che hanno prodotto bisogni nuovi e diversi, che il no-stro libero arbitrio poteva sbizzarrirsi nel soddisfarli, ma anche«cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia».Non scandalizzarti, perciò, se ti dico che la natura tende ad or-ganizzarsi in sistemi di livello superiore e che l’umanità ne sa-rà interamente coinvolta. Il sistema di livello superiore al comunismo primitivosarebbe stata la federazione di tutti i gruppi sociali dei caccia-tori-raccoglitori primitivi della terra, così da formare un siste-ma planetario, un corpo unico, compatto e in sintonia con lesue singole parti. Ciò sarebbe stato possibile solo se esistevaun tipo di comunicazione idonea per favorire la collaborazionetra i gruppi sociali. Infatti, un qualsiasi sistema di livello infe-riore, sia esso una proteina, una cellula, un animale, un grupposociale, deve la sua stabilità alla presenza di almeno una formadi comunicazione immediata, in tempi reali, tra i suoi singolicomponenti. 55
    • È scontato che l’unico tipo di comunicazione immedia-ta che sarebbe stata in grado di far nascere quel sistema plane-tario, avrebbe dovuto essere al di fuori delle possibilità biolo-giche dell’uomo, cioè una comunicazione artificiale che l’uo-mo è stato «incaricato» di produrre. L’intelligenza artificiale ei satelliti geostazionari e in orbita attorno alla terra sono quindiil prodotto di questo «programma» della natura, mentre noi es-seri umani solo gli esecutori inconsapevoli. Non ti sto parlandodi un racconto di fantascienza, ma di una logica suffragata dafatti concreti e tangibili. La convinzione che il progresso tecnologico possa gua-rire i mali del pianeta spinge l’uomo ad affidarsi sempre di piùad esso, ma pensare che la tecnologia, qualora fosse gestita inmodo più oculato, potrebbe migliorare le condizioni di tuttal’umanità, è solo una tenera illusione. Se facessimo la mediaindividuale di disponibilità energetica tra tutti gli esseri umanidella terra (quindi tra paesi ricchi e paesi poveri, tra individuiricchi e individui poveri) scopriremmo che questa media è i-dentica a quella degli attuali cacciatori-raccoglitori, che di tec-nologia complessa non ne fanno alcun uso! Il vantaggio ener-getico che la tecnologia può dare è pari al danno che questaproduce. Infatti, è solo servita a travasare energia da una parteall’altra del pianeta, impoverendone molte zone per arricchirnepoche altre. Non ha avuto importanza se i possessori di tecno-logia complessa erano nazioni capitaliste o socialiste: i danniprovocati al pianeta e all’umanità sono stati gli stessi, con osenza collettivizzazione dei mezzi di produzione. È evidente che la «funzione» della tecnologia è qualco-sa di diverso dalle nostre aspettative e non è sotto il nostrocontrollo razionale. Concordo con te che nel dopoguerra c’e-rano più possibilità di realizzare il socialismo in Italia (non eraun’ipotesi così irreale), ma sono convinto che saremmo finitianche noi nelle sabbie mobili e non avremmo certo imboccatola strada del comunismo e della democrazia. Ora staremmo56
    • senza dubbio cercando di capire gli errori commessi, per poterripartire in maniera più convincente… Certamente le microsocietà autonome «possono valerecome input per qualcosa di più radicale» (esiste forse qualcosa dipiù radicale del comunismo?). Innanzi tutto perché la loro na-scita, esistenza e sviluppo sarà indissolubilmente legata ad unaforte organizzazione popolare, e poi perché si potranno effetti-vamente risolvere (in uno spazio limitato, che può crescere se-condo l’impegno profuso dai membri dell’organizzazione) tuttii problemi sociali e ambientali caratteristici di questo sistema,che non potrebbero mai essere risolti a livello di nazione, nonimporta se capitalista o socialista. Non c’è da preoccuparsi ora del ribaltamento del poterepolitico ed economico, perché se questi Stati comunisti in mi-niatura potranno reggere il confronto col sistema, allora avran-no il diritto di esistere, altrimenti spariranno; nello stesso tem-po, se saranno abbastanza forti da progredire, corroderanno ilsistema dall’interno e sarà quest’ultimo a patire e poi sparire.In quanto alle leggi vigenti non sono affatto d’impedimentoall’edificazione di queste strutture (perché non andranno ad in-taccare gli interessi economici e politici del potere); di certo losarebbero in un paese a partito unico, statalista, che si defini-rebbe enfaticamente socialista. Se poi queste leggi fossero carenti, ecco dunque chel’organizzazione di supporto avrebbe motivo di rivendicazione,che non sarà mai, in ogni caso, quello di ricercare il potere po-litico e lo scontro frontale con lo Stato: perché mai cercare disfondare una porta quando si hanno le chiavi in tasca? L’HomoLaicus dovrebbe essere immune da qualsiasi pregiudizio disorta, sia riguardo alle idee altrui (in particolare alle mie…),sia riguardo ai testi biblici. È vero che la Bibbia può essere stata revisionata e ma-nipolata, ma dovremmo ugualmente valutarne i contenuti, in-dipendentemente dalla conoscenza degli autori reali. D’altraparte, nessuna opera d’arte rimane intatta nel tempo e deve es- 57
    • sere revisionata e ritoccata, senza necessariamente stravolgerneil significato originale e, non si può negare, che la Bibbia è unagrande opera d’arte della cultura umana. Si tratta solo di co-glierne degli aspetti utili per applicarli ad un contesto reale esi-stente. Chiudere la Bibbia in un cassetto perché probabilmenteè stata manipolata, mi sembra quasi come «buttare via l’acquasporca con il bambino». Come non considerare, ad esempio ciò che dice Atti2:44-45 (Tutti coloro che erano diventati credenti stavano in-sieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà esostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il biso-gno di ciascuno.), oppure Atti 4:32 (…e nessuno diceva suaproprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra lorocomune.).58
    • 4 MAIL EG 7 ottobre 2002 Sì, è vero, i difetti del marxismo, sul piano dell’eco-nomia politica, sono stati gravi, ma quelli del liberismo moltidi più. Se provi a leggere Smith, Ricardo e tutti gli altri, ti ac-corgi subito che tra loro e Marx c’era a dir poco un abisso.Non a caso ancora oggi nei manuali scolastici di economia po-litica Marx è trattato pochissimo. Quanto a Lenin io lo ritengo, semplicemente, il piùgrande politico di tutti i tempi, infinitamente superiore ai variCavour, Churchill ecc. Il patrimonio di questi personaggi(Marx e Lenin) è di inestimabile valore, e il fatto che i loro o-biettivi non si siano realizzati come avrebbero dovuto non ciautorizza né a buttar via tutto quello che hanno prodotto, né aconsiderare il pensiero del mondo contemporaneo superiore alloro. Secondo me l’unico che sia riuscito a proseguire in ma-niera intelligente, dando una svolta umanistica, il pensiero diMarx e Lenin è stato Gorbaciov, con la sua perestrojka, chepurtroppo però, anche in questo caso, non ha dato i risultatisperati. D’altra parte questo è un destino che accomuna moltigrandi della storia: a partire da Spartaco, Cristo... per finire conLuther King, Che Guevara, Malcolm X... I profeti vengono fat-ti a pezzi in maniera sistematica sin dal... Vecchio Testamento. L’Urss commise anch’essa molti errori, ma non dob-biamo dimenticare ch’essa stava compiendo la più grande rivo-luzione della storia, quella che nessuno fino a quel momentoera mai riuscito a compiere: portare i lavoratori al potere.L’ostilità, che si espresse anche in maniera militare, di tutti glialtri paesi capitalisti fu fortissima: l’Urss praticamente fu at-taccata da forze straniere sin dall’inizio e continuò ad esserlo 59
    • sino al nazismo, per non parlare dello scatenamento della guer-ra fredda voluto da Churchill e proseguito dagli Usa. Lo stalinismo è stato una grandissima disgrazia per laRussia, ma mi chiedo cosa sarebbe stato il nazismo se avessevinto la guerra. Anzi, a volte mi chiedo cosa sarebbe stato ilnazismo per tutta l’Europa occidentale se la Russia non l’a-vesse sconfitto sul fronte orientale. Non dimentichiamoci infat-ti che gli alleati hanno cominciato a pensare seriamente a unosbarco in Europa solo dopo aver visto che sul fronte orientalela partita era ormai persa e che il comunismo rischiava di dila-gare. Il bolscevismo purtroppo ha preso il marxismo troppoalla lettera e non ha saputo declinarlo nella situazione partico-lare della Russia tardo-feudale. Lenin, a differenza di Marx-Engels, seppe rivalutare l’importanza dei contadini, ma non si-no al punto da porre basi sicure per uno sviluppo democraticodel socialismo. La Nep ebbe vita breve perché Lenin fu sostanzialmen-te assassinato. D’altra parte cosa deve fare un uomo che avver-te tutto il peso delle contraddizioni del sistema in un paese dianalfabeti? Marx ed Engels emigrarono, lui invece rimase. Ionon mi sento di addossargli delle responsabilità più grandi diquelle che poteva avere. Semmai dovremmo farlo con lo stali-nismo, anche se, sinceramente parlando, non credo che il tro-tskismo, se avesse vinto la partita, avrebbe fatto di meglio. Quando dici che «collettivizzazione» non significa«comunione» devo darti ragione: essa fu compiuta con la for-za, non col consenso, per cui si trattò non di una «socializza-zione graduale» ma di una «statalizzazione forzata e accelera-ta». Però non puoi prendere come esempio la «comunione»degli Atti degli apostoli, perché quella è «comunione della di-stribuzione» e non della «produzione». Allora il cristianesimocercò di porre le basi per un’equa ripartizione di beni che i cri-stiani stessi ottenevano all’interno di una produzione tutt’altroche democratica: infatti al loro tempo dominava lo schiavismo,60
    • che tale rimarrà sino al servaggio medievale. Tra i cristiani vierano anche schiavisti (come p.es. Filemone). Se vogliamo, possiamo dire che con l’introduzione delcristianesimo, il massimo che si sia riusciti ad ottenere sul pia-no della produzione è stato appunto il servaggio, che costitui-sce una sorta di democratizzazione dello schiavismo. Sulla questione tecnologica il discorso è molto com-plesso e non credo di avere competenze sufficienti per affron-tarlo. Personalmente sono convinto che una qualunque tecno-logia che non sia facilmente smaltibile o reintegrabile o chenon permetta alla natura di riprodursi in maniera agevole, an-drebbe tassativamente evitata. Noi non possiamo lasciare allegenerazioni future il peso delle nostre immondizie. Se tutti ipaesi del mondo fossero capitalisti come il nostro, la terra a-vrebbe i giorni contati. Anche in questo il marxismo ha avuto le sue responsa-bilità, poiché non ha mai messo in discussione la necessità diregolamentare lo sviluppo progressivo della tecnologia. Gliuomini dovrebbero essere padroni dei mezzi che usano, soprat-tutto della loro manutenzione: cosa che oggi, con la divisioneaccentuata del lavoro e l’alto livello scientifico della tecnolo-gia, è assolutamente impossibile. Quello che di te non capisco,per concludere questa tornata di pensieri, è perché preferisciavvalerti della Bibbia e non p.es. dei testi classici del sociali-smo utopistico, visto che non ti poni l’obiettivo di ribaltare ilsistema, ma solo di creare piccole comuni che dovranno e-spandersi a macchia d’olio. Mi fa specie che una persona intel-ligente come te sia passata dal socialismo alla religione. La re-ligione, anche nel migliore dei casi, resta sempre un oppio. Se dovessi costruire una comune con qualcuno, la pri-ma cosa che imporrei sarebbe la separazione di laico e profa-no: nel senso che ognuno è libero di seguire la fede che vuole,ma a condizione che rispetti rigorosamente la libertà «da» ognireligione. 61
    • 5 MAIL PN 9 ottobre 2002 L’ultima cosa che mi sognerei è di difendere l’econo-mia politica liberista, ma non voglio neanche affrontare il pro-blema come se fosse una gara a punti, per giudicare chi hacommesso gli errori più gravi, se l’economia politica socialistao quella liberista. Sono convinto che la storia non vada analizzata in mo-do riduzionistico (ossia valutarne separatamente le singole par-ti nelle loro aspettative, realizzate o disattese), ma è necessario,per una visione più obiettiva, analizzarla in modo olistico (cioèvalutare l’insieme e il rapporto tra gli elementi che lo compon-gono). Cerco di spiegarmi meglio con un esempio. Io sono cre-sciuto in una famiglia di marxisti sviscerati (padre, madre, fra-telli, zii, cugini, nonni...), dove esisteva il «culto» del sovieti-co. Mio padre «venerava» Lenin e l’Unione Sovietica e si èsempre sentito in dovere di istruirmi sulla bontà del sistemasocialista e sulle sue conquiste in campo umano, sociale, eco-nomico e organizzativo. Conosco perciò la storia dell’UnioneSovietica in modo abbastanza approfondito e posseggo ancoraenciclopedie, libri e documentazioni visive sull’argomento. Fi-no a pochi anni fa disponevo ancora di una copia de l’Unità delgiorno della morte di Stalin, con caratteri cubitali in prima pa-gina: «Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per l’u-manità»... Mio padre era sempre pronto a giustificare gli erroricommessi dall’economia politica dell’Urss (che lui non chia-mava «errori» ma «necessità»), anche se erano a danno dellacondizione umana e della stessa vita delle persone. Lenin hafatto questo perché era costretto da... Stalin ha fatto quest’altroperché era pressato da... Se non ci fossero stati gli attacchi di...62
    • Egli è morto con la convinzione che tutto quello che era sovie-tico era, per principio, giusto. Non è riuscito a vedere il disa-stro nucleare in Ucraina, la caduta del muro di Berlino e il di-sfacimento dell’Unione Sovietica. Ti ho fatto l’esempio di mio padre per dirti che tutti noiesseri umani, indistintamente, abbiamo (e potremmo soltantoavere) una visione limitata di ciò che ci circonda. È come sepossedessimo ognuno un piccolo tassello di quell’enorme puz-zle che è la storia umana. Se diamo un carattere di universalitàal nostro tassello (che inevitabilmente è diverso da tutti gli al-tri) ci sembrerà logico che le nostre convinzioni siano obiettivee quelle altrui, se non combaciano con le nostre, siano di parte. D’altra parte ci costruiamo il nostro tassello in base allacultura che abbiamo appreso, che c’insegna ciò che è normalee quello che invece non lo è. Poiché le culture si contrappon-gono (e non sempre in modo formale) significa che qualchecosa di anormale ci deve pur essere. Ma normale in conformitàa che cosa? Qual è il metro di misura per stabilire se un certocomportamento è normale in assoluto o se lo è solo per noi?Ancora una volta devo dirti che solo confrontando il pensieroumano con l’insegnamento della natura possiamo avere unavalutazione obiettiva. Non ho difficoltà a condividere il tuo entusiasmo nelsottolineare la grande «caratura» di Marx e di Lenin, come hoapprezzato i tentativi di Gorbaciov, e non è vero che voglio«buttare tutto quello che hanno prodotto, né a considerare il pensierodel mondo contemporaneo superiore al loro». Ho predicato a te dinon buttar via la Bibbia in questo modo e sarebbe ridicolo sepoi avessi io queste pregiudiziali. Per la verità, ogni cultura ha qualcosa di buono da offri-re, ma ad una condizione: che regga il confronto con l’espe-rienza evolutiva della natura e il suo apice, che consistenell’essere umano. Per esempio è facile stabilire che il pensie-ro del mondo contemporaneo, individualista e competitivo, è 63
    • completamente estraneo alla natura, che si basa invece su strut-ture altamente sociali. Tuttavia anche questo pensiero ha prodotto qualcosa dinaturale. Ad esempio la specializzazione dei ruoli è un fonda-mento della natura (le cellule del nostro corpo sono fortementespecializzate), ma non lo è la diversa remunerazione dei ruoli(nessuna cellula ha un trattamento differenziato dalle altre cel-lule). Quindi, se il compagno direttore o il compagno segreta-rio hanno la dacia in campagna e io no, è chiaro che è un com-portamento non naturale. Per fare un altro esempio, il centralismo politico ed e-conomico è naturale? Il nostro corpo ha un cervello che, attra-verso ramificazioni nervose, tiene i contatti con tutte le altrecellule. È curioso notare, però, che è solamente un controllopolitico ma non economico, poiché ogni cellula è una strutturaeconomicamente autosufficiente. Allora è facile capire che l’e-conomia centralizzata è fortemente innaturale (la Nep, daquest’ottica, era molto più naturale). Né lo è di certo l’econo-mia di mercato, perché sarebbe come dire che è naturale che lecellule competano tra loro: un’aberrazione! Tra le cellule del corpo umano vige la regola: «Da cia-scuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo le sue ne-cessità», tanto cara a Marx, ma mai realizzata veramente danessuna società umana postuma al comunismo primitivo. Po-trei farti decine di questi esempi, ma spero di aver comunquechiarito il concetto. Non è che mi avvalgo della Bibbia e non dei testi clas-sici del socialismo utopistico. Cerco ciò che è «naturale» nel-l’una e negli altri: è il mio metodo di valutare le cose, ma pos-so dirti che trovo senz’altro più rivoluzionario il pensiero cri-stiano che non i testi classici del socialismo utopistico. Con-cordo che «la religione, anche nei migliori dei casi, resta sempre unoppio», ma la fede cieca in una qualunque ideologia umana(vedi per esempio mio padre) è una forma di religione altret-tanto oppiacea. Ho solo suggerito un modo per attenuare l’ef-64
    • fetto dell’oppio della cultura umana, affinché non ci ottenebricompletamente la mente. Se poi riscontri che anche la filosofiadella natura può provocare effetti di dipendenza, poco importa,poiché è senza dubbio il male minore, e affidandoti ad essa vaisul sicuro. Vorrei fare una distinzione tra quello che definiamo si-stema e quello che chiamiamo potere. Il potere è lo strumentoche ha in gestione il sistema e può essere cambiato (comecambiare la gestione di una pizzeria), senza che il sistema su-bisca significativi cambiamenti d’indirizzo (sempre pizzeriarimane). Anch’io ho a cuore quanto te di ribaltare il sistema, maper farlo ritengo inopportuno e controproducente scontrarsicon il potere. «Creare piccole comuni che dovranno allargarsia macchia d’olio» può apparire solo poca cosa, ma è il solomodo che conosco di realizzare il comunismo, e, quel che miconforta, è il solo ad essere sostenuto dagli «ideali» della natu-ra. «Se vogliamo possiamo dire che con l’introduzione del cri-stianesimo, il massimo che si sia riusciti ad ottenere sul piano dellaproduzione è stato appunto il servaggio»... Noto che tendi a mette-re ogni cosa sul piano economico, eppure ho letto, in qualcheparte del tuo sito, che la qualità della vita non è legata sola-mente alle disponibilità materiali. Il cristianesimo non è unafilosofia economica, ma umanistica, soprattutto è completa-mente inerte nei confronti di qualsiasi sistema politico ed eco-nomico, perché, per sua natura, accetta e lascia intatto il siste-ma che trova. Il servaggio, perciò, non è il risultato dell’appli-cazione del cristianesimo, ma dell’opera di un potere politicoche nei secoli si è servito di una classe clericale che di cristia-no aveva ben poco. Il pensiero cristiano non è quindi idoneo come strumen-to per la lotta di classe e, tanto meno, per ribaltare un sistemapolitico ed economico. Proprio per queste sue caratteristiched’inerzia politica, però, il cristianesimo (dal punto di vista lai- 65
    • co e non oppiaceo) sarebbe adatto (come il guanto in una ma-no) come cultura aggregante per le microsocietà autonomecomuniste. «Se dovessi costruire una comune con qualcuno, la primacosa»... che ti consiglierei è di assicurarti che quel qualcuno lapensi esattamente come te, per due importanti motivi. Per pri-ma cosa eviteresti di «imporre» qualcosa a chicchessia, perchéil fondamento del comunismo e della democrazia è il liberoconsenso. Come seconda cosa è meglio che tu sappia che nelcorpo umano le cellule mutagene non sono viste di buon oc-chio...66
    • 5 MAIL EG 10 ottobre 2002 Tu parli di visione olistica, ma è proprio perché voglioguardare le cose in maniera complessiva che sono molto scetti-co sulla volontà delle istituzioni di rispettare ciò che a loro nonappartiene. È il concetto stesso di «civiltà» che mi spaventa. Nei manuali di storia facciamo partire la «storia» dallanascita delle civiltà, ma se c’è qualcosa nella storia del genereumano che presenta più caratteristiche antidemocratiche, sonproprio le cosiddette «civiltà». La nostra civiltà fa pesare mol-tissima parte delle proprie contraddizioni (che son poi quelle dicapitale e lavoro) ai paesi del Terzo mondo e non da oggi maalmeno da 500 anni, e se pensiamo alle crociate il tentativo erastato fatto un millennio fa, senza considerare che tutta la civiltàromana è stata, come quella odierna, un saccheggio infinito dirisorse umane e materiali. Mi riesce, per questo, molto difficile pensare alla pos-sibilità di realizzare un’alternativa praticabile nell’ambito delsistema, di ogni sistema basato sull’antagonismo sociale: ti tol-lerano ma solo fino al punto in cui non dai veramente fastidio,poi ti eliminano senza pietà. Moro non era forse uno degli in-tellettuali di spicco della Dc? Eppure come hanno fatto prestoa eliminarlo (i suoi stessi colleghi di partito!) quando hanno vi-sto che la mano ai comunisti era troppo tesa... Son secoli che passiamo da una forma di sfruttamento edi oppressione a un’altra. Temo che non riusciremo più a tor-nare indietro, a meno che sconvolgimenti epocali non ci obbli-ghino a farlo... Ecco perché ritengo che l’unica vera opposi-zione al sistema sia quella di non dargli nessuna fiducia, di ap-profittare di tutte le sue debolezze e non di avere «pietà» quan-do verrà il momento opportuno. 67
    • Da questo punto di vista faccio poca differenza tra «si-stema» e «potere»: questo è l’espressione principale di quello;anzi, sotto il capitalismo, il potere politico non è che un’e-spressione di quello economico (mentre sotto lo stalinismo siebbe la pretesa di fare il contrario). Ricordi gli incontri di Gorbaciov con Reagan a Rejkya-vik? Gorbaciov si meravigliava alquanto che il più grandeleader del mondo non era in grado di prendere alcuna decisio-ne se prima non si fosse interpellato con le lobbies (cioè l’ap-parato economico-militare) che l’avevano mandato al governo,e se le lobbies volevano la guerra fredda e lui la pace, lui do-veva far di tutto per continuare la guerra fredda. Questo per dirti che posso anche essere d’accordo dipartire dal basso (in fondo i cristiani son partiti dalle catacom-be!), dalle piccole comuni o da esperienze di autogestione, dimutualismo e di cooperazione a tutti i livelli - tutto questo peròavrà un vero senso solo se rimarrà fermo l’obiettivo finale, chenon è quello di puntellare un sistema decadente o di sopravvi-vere ai contraccolpi del crollo, ma quello di costruire un’alter-nativa all’antagonismo sociale, cioè un socialismo veramentedemocratico. Sono perfettamente d’accordo con te anche sul fattoche un’operazione del genere dovrà basarsi sull’integrale ri-spetto delle leggi della natura, che purtroppo la nostra civiltàtecnologica ha quasi completamente dimenticato. L’uomo è unente di natura, appartiene alla natura e qualunque violazione aiprincipi della natura si ripercuote in ultima istanza sui principistessi della democrazia. Quanto alla tua visione del cristianesimo mi trovi pur-troppo sul versante opposto. Per me il cristianesimo è nato tra-dendo il messaggio del Cristo, per cui qualunque uso se nepossa fare è per forza di cose molto limitativo, e se ci si sforzadi sottoporlo a critica laico-umanistica il risultato è sempre lostesso: bisogna uscire dalla chiesa e vivere come se il cristia-nesimo non esistesse.68
    • Se io pongo il cristianesimo, anche in versione laicizza-ta, come trait-d’union dei possibili membri di una comune, hogià inevitabilmente tagliato i ponti con tutti quelli che non so-no religiosi o credono in altre religioni. Ecco perché vado pre-dicando una sorta di umanesimo laico in cui tutti, dal punto divista umano, possano riconoscersi, a prescindere dalle fedi re-ligiose. 69
    • 6 MAIL PN 15 ottobre 2002 Concordo con gran parte del tuo ultimo scritto: segnoche il dialogo serve effettivamente a smussare gli spigoli. Solouna visione complessiva della storia ci consente di capire checos’è la cosiddetta civiltà o, meglio, cos’è stato il processo dicivilizzazione: un crescente sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Come sai il 20% degli abitanti del pianeta disponedell’80% delle risorse. Condivido dunque i tuoi timori chequesto processo sia irreversibile e non sia più possibile tornareindietro, ma non essere pessimista, perché la storia non è unalinea retta, ma un’immensa linea curva che, alla fine, come inun cerchio, tornerà nel punto preciso in cui è iniziata. È un concetto che vorrei poter chiarire con poche paro-le ma non sono in grado di farlo. Per questo ho deciso di in-viarti un voluminoso allegato, dove, a caratteri generali, tentodi riassumere quella che è l’organizzazione della natura, di cuila storia dell’uomo è l’ultima fase. Forse non è il momento più propizio, perché mi fai no-tare che il tempo a tua disposizione è limitato, ma come già tiho detto in precedenza, non voglio farti fretta. Se questa è «unapartita a scacchi», prenditi tutto il tempo necessario per fare lamossa successiva. In questo allegato ci sono argomentazioniun po’ specialistiche (anche se ho cercato di trattarle nel modopiù semplice possibile) e, forse per te inusuali, perciò speroche la tua pazienza non sia direttamente proporzionale al tuotempo libero... perché mi interesserebbe una tua valutazione,che potrebbe essere di qualche utilità a questo dialogo a di-stanza. Non intendo dare il mio contributo per «puntellare» unsistema che sono certo dovrà cadere (da solo!), ma la realizza-zione di microsocietà autonome comuniste ci darebbe modo di70
    • uscirne il più in fretta possibile per non esserne travolti dalcrollo. Mi è difficile concepire un tipo di socialismo democra-tico che sia immune dalle influenze del sistema (e per sistemaintendo quel processo di civilizzazione che sta durando da mil-lenni). Penso che alla fine si trasformerebbe anch’esso in unpuntello al sistema stesso, come lo è stato per certi versi il so-cialismo realizzato. Ci sono molti aspetti della nostra quotidianità che dia-mo per scontato che siano naturali, ma sono invece il prodottodi tradizioni proprie della nostra civiltà. Non sono mai statipresi in considerazione da nessun modello politico che si met-teva in contrapposizione al capitalismo, sia che si definissedemocratico o rivoluzionario. Per questo ritengo necessario partire da zero con dellestrutture che sono politicamente ed economicamente al di fuoridel sistema, anche se, come dici tu, ci sono dei rischi da corre-re (in ogni caso anche le microsocietà autonome comuniste so-no una forma di socialismo democratico). Anche per quantoriguarda il cristianesimo non siamo per niente su fronti oppo-sti. Il pensiero cristiano al quale mi riferivo è il messaggio delCristo che è stato tradito. L’apostasia ha fatto in fretta ad infiltrarsi nell’organiz-zazione cristiana del primo secolo e Cristo stesso aveva prean-nunciato questo avvenimento. La nascente chiesa cristiana nonha tardato a «puntellare» il sistema politico romano, dal qualeera inizialmente perseguitata. I punti fissi del pensiero cristianonon sono quindi gli innumerevoli trattati teologici prodotti nelcorso dei secoli, ma unicamente i testi biblici canonici (che seanche fossero stati manipolati lo sarebbero stati nel primo pe-riodo cristiano, perché in seguito sarebbe stato praticamenteimpossibile, vista la loro rapida diffusione). Basta fare un confronto, anche superficiale, per rendersiconto che Bibbia e chiese cristiane sono due cose completa-mente diverse. Condivido la tua scelta di uscire dalla chiesa maimmagino che non ti sia costato poco. Io non sono uscito dalla 71
    • chiesa perché non ci sono mai stato dentro, ma conoscoanch’io la delusione e la frustrazione per la «caduta di un mi-to» al quale si è umanamente legati. La mia esperienza è stataall’opposto della tua, poiché negli «anni di piombo» orbitavoattorno a movimenti dell’estrema sinistra, che riconoscevocome unico strumento per abbattere il sistema. I fatti, più che la ragione, mi hanno indotto a considera-re il fallimento delle mie convinzioni. Ho vissuto quegli anni«come se il cristianesimo non esistesse» in quanto ho sempreabbinato (erroneamente) il pensiero integrale di Cristo con ladottrina filo-sistema della chiesa. Ho sempre mantenuto le di-stanze dalla chiesa e le ho accentuate quando ho scoperto sen-za pregiudizi il pensiero di Cristo, che è sempre stato velato oaddirittura stravolto dalle chiese pseudo cristiane. Mi sforzo di mantenere una visione laica della parola diCristo, e sono giunto alla conclusione che è l’unica culturaprodotta dall’umanità in grado di aggregare le persone e tolle-rare le diversità individuali, che si presentano in qualsiasi as-sociazione umana (microsocietà comuniste comprese).72
    • 6 MAIL EG 2 gennaio 2003 Sì, anch’io penso che la storia non sia una linea retta,altrimenti non saremmo uomini ma divinità, e penso anche chela fine, mutatis mutandis, coinciderà con l’inizio, come è giu-sto che sia, anche se la curva mi piace immaginarla tortuosa,non un cerchio perfetto, cioè statico, fatalista, alla greca, mauna sorta di spirale, come diceva Lenin nei Quaderni. Forse questa linea ritorta può spiegare il motivo per cuipersone come noi due possano vivere strade diversissime e ap-prodare a risultati più o meno analoghi. Questo forse a testi-monianza che una sorta di «Verità», con la maiuscola, da qual-che parte deve esistere, come diceva sant’Anselmo. Per fortunaperò non la conosciamo, così possiamo misurare chi di noi è diprovata virtù, sino al giorno in cui vedremo in trasparenza. Come vedi, ti sto parlando con un linguaggio di tipo re-ligioso: io che sono lontano dalla religione mille miglia... Èche nella mia vita ho fatto un grande sforzo di laicizzazione dicontenuti religiosi, nella speranza di ritornare a quel che si pre-sume sia stato detto e fatto prima del tradimento teorico e pra-tico del «vangelo di Cristo», che sicuramente non è quello cheleggiamo. La laicizzazione in verità è cominciata da un pezzo: iola faccio risalire alla riscoperta dell’aristotelismo nelle Univer-sità italiane. È stata portata avanti dalla borghesia e soprattuttodalla filosofia idealistica tedesca, per concludersi col marxi-smo. Ora quella laicizzazione deve umanizzarsi al massimoper essere credibile agli occhi delle masse e non solo degli in-tellettuali. Non basta affermare la verità delle cose: bisognadimostrarne anche la giustezza. E per fare questo occorre qual-cosa di più del semplice ragionamento logico. 73
    • Finché un ateo è rozzo e incivile, nessuno crederà maiche l’ateismo è il modo migliore per salvaguardare la purezzadel «totalmente altro». Se un dio esiste, dobbiamo dire che as-solutamente esso «non è», cioè è tutto ciò che non è, perchéqualunque sua rappresentazione o raffigurazione è ipso factouna falsificazione. «Dio è tenebra, è caligine» - dicevano i teo-logi bizantini, che in tal modo, avevano in un certo senso postole basi di un’altra forma di ateismo, non catafatica (alla occi-dentale), ma apofatica. Sono convinto che in nome dell’ateismo umanistico sa-rà possibile in futuro aggregare persone provenienti da variefedi e religioni. Io stesso ho scritto molto sul N.T. homolai-cus.com/nt/ e con quello che ho nei cassetti potrei buttar nelsito il doppio, se avessi tempo. Comunque ho già spiegato i motivi di questo negli arti-coli dedicati all’ateismo homolaicus.com/teoria/ In Italia lefonti cristiane vengono considerate o inutili o patrimonio e-sclusivo della chiesa. Eppure lì è racchiuso tutto il senso dellastoria passata presente e futura. Ci sono livelli di profonditàumana così elevati che probabilmente ci vorranno ancora moltisecoli prima che si riesca ad afferrarne l’essenza, e in questo,ne sono convinto, la chiesa non avrà alcun ruolo positivo dagiocare, né alcun’altra religione.74
    • 7 MAIL PN 5 gennaio 2003 Immagina una lunga ed estenuante corsa a staffetta, diuna squadra intenta a cercare un primato. Ogni elemento è inpossesso di un testimone che deve consegnare al prossimo atle-ta che è in attesa. Unica condizione della gara è che la direzio-ne, qualunque essa sia, deve procedere lungo una linea perfet-tamente retta, quindi tutti sono in possesso di una bussola. O-gni atleta deve quindi, per costrizione, scavalcare palazzi, at-traversare mari, fiumi, deserti, valicare montagne... Un qua-lunque punto di partenza sarà inevitabilmente, col tempo, an-che il punto d’arrivo, dopo un giro completo attorno al pianeta.I percorsi individuali non saranno mai identici tra loro, perchéalcuni saranno irti di spine e triboli, altri più agevoli; certi sa-ranno lunghi ed altri più corti; alcuni atleti avranno coscienzadei luoghi dove stanno correndo, altri ne saranno completa-mente all’oscuro. Se uno stramazza sfinito al suolo o subisceun incidente che ne impedisce la corsa, subito un altro prendeil testimone e ricomincia a correre. Avrai capito che per squadra intendo l’intera umanità,gli atleti siamo noi individui, il primato è la ricerca illusoriadel benessere; le tappe da percorrere sono le generazioni che sisusseguono, il testimone è la cultura che viene lasciata in ere-dità, il percorso è la storia umana, la bussola che ci guida sonoi nostri bisogni (reali o fittizi che siano) da soddisfare, il puntodi partenza (e quindi il punto di arrivo) è il comunismo primi-tivo. Uno potrebbe anche rifiutarsi di correre, o esserci unadiserzione di massa, ma questo non impedirebbe alla corsa diproseguire. Certe tappe potranno essere caratterizzate dallapresenza di marxisti o di liberisti, progressisti o reazionari, in-ternazionalisti o localisti, oppure essere «illuminate» da perso- 75
    • naggi illustri come Aristotele, Cristo, Lenin, ma... la corsa con-tinua, secondo i desideri della direzione organizzatrice dellacompetizione, quella che tu chiami «Verità» con la V maiusco-la. Ognuno di noi non è prigioniero di un fato (alla greca)ed è dotato di un certo libero arbitrio (è per questo che è scrittoche Dio ci ha fatto simili a lui?), ma l’umanità nel suo insiemesta certamente svolgendo l’incarico fornito dal suo committen-te. Se alla natura, per proseguire la sua scalata alla «piramide»,occorreva una comunicazione tecnologica, poteva solo far levasulla specie umana, ed è quanto è accaduto. La storia ha dimostrato che il «pensiero unico occiden-tale» si è rivelato il più idoneo per incentivare lo sviluppo tec-nologico (ed eseguire il «programma»), sbaragliando qualsiasicultura umana che ostacolava (e che ostacola) il suo cammino.Ad esempio, le lotte del movimento antiglobalizzazione pos-sono forse rallentare o rendere tortuoso questo processo, ma...la corsa continua. Penso perciò che sia solo tempo perso parlare di svi-luppo sostenibile, di ridistribuzione delle risorse, di mercatoequo solidale, di processo di democratizzazione o (ti ricordi?)di «fantasia al potere». Se ragioniamo con la convinzione del-l’assoluta libertà d’azione della specie umana nel nostro piane-ta, come se l’uomo fosse al di sopra delle leggi della fisica, al-lora possiamo anche illuderci che queste cose siano realmentefattibili (senza dubbio sono umanamente desiderabili), ma gliocchi della natura non vedono le sofferenze dell’uomo e la suafatica di vivere, ma vedono l’umanità come lo strumento peruna sua organizzazione più complessa. Questo non ci esonera (e non ci impedisce) di fare dellescelte individuali, che non necessariamente devono essere «po-litiche» (intendendo con questo termine i rapporti tra individuie istituzioni), ma che soprattutto devono essere «sociali» (ossiaincentivando i rapporti di collaborazione col nostro prossimo,76
    • ignorando, o quasi, le istituzioni). Ciò che intendo l’ho scrittonel file che ti ho inviato, «Le autonomie comunitarie». Affermi che la laicizzazione «è cominciata da un pez-zo» e la fai «risalire alla riscoperta dell’aristotelismo nelle uni-versità italiane». Io penso che la laicizzazione (inteso comemovimento d’opinione che non accetta le ingerenze politichedi una qualunque religione) è nata con la nascita stessa dellareligione, cioè col primo allontanamento dal comunismo pri-mitivo. Tra i cacciatori-raccoglitori non esistevano ruoli specia-lizzati e anche «l’uomo medicina» (o lo «stregone», usando iltermine spregiativo di noi occidentali) era obbligato ad andarea caccia, a difendere il gruppo e a tutti i compiti di uomo, dipadre, di anziano, di consigliere. Solo questo poteva accrescerela sua considerazione in seno al gruppo. Quando questo soggetto si è trasformato in «sacerdo-te», cioè adibito a tempo pieno a quell’unica mansione, non erapiù necessaria la considerazione dei membri della comunità:era sufficiente la loro cieca obbedienza alle regole clericali. I soldati professionisti (l’altro ruolo specializzato, comei sacerdoti) provvedevano affinché fossero rispettate queste re-gole. L’insofferenza a tali imposizioni si è manifestata fin dal-l’inizio, e con essa il desiderio di laicizzare la vita della comu-nità. Concordo con te che «quella laicizzazione deve umanizzarsial massimo per essere credibile agli occhi delle masse e non solo de-gli intellettuali». Per fare questo sarà comunque necessario lai-cizzarci anche dalla potente religione del consumismo, e non lavedo un’impresa semplice. Ora tu, però, mi dici «che in nome di un ateismo umanisti-co sarà possibile in futuro aggregare persone provenienti da varie fe-di e religioni». Non metterei sullo stesso piano il laicismo el’ateismo, non perché uno possa essere più valido dell’altrocome punto d’aggregazione, ma perché partono da due presup-posti diversi. 77
    • Come ormai sai, io sono abituato a ragionare in terminidi naturale e di non naturale, orientandomi ovviamente sem-pre verso la prima forma. Mi chiedo quindi se il laicismo ol’ateismo facciano parte della nostra natura o siano forzatureculturali che ci tramandiamo da millenni. Come fare per capir-lo? Beh, un modo ci sarebbe, se immaginiamo di tornare allecondizioni del comunismo primitivo, o se analizziamo, a bandalarga, la cultura degli attuali cacciatori-raccoglitori di tutti icontinenti. Quello che ci apparirà evidente è che tutti i gruppi, in-distintamente, hanno un qualche bisogno spirituale da soddi-sfare. Poiché questo bisogno è nato in modo indipendente intutte le comunità primitive del pianeta, passate e presenti, è ra-gionevole pensare che questo bisogno sia integrato nel codicegenetico della nostra specie. Non meccanicamente questo sen-timento deve sfociare nella fede di un Dio unico e onnipotente,poiché sono d’accordo che una «qualunque sua rappresentazioneo raffigurazione è ipso facto una falsificazione». Lo è anche l’atei-smo, ossia la negazione della sua esistenza, perché è la nega-zione di un bisogno naturale. Come potrò dare da mangiare a un affamato se noncredo che abbia fame? Dovrò considerarlo un mistificatore,perché io stesso non ho quell’appetito? Sono convinto che ilnostro appetito spirituale è scomparso perché abbiamo fattoindigestione di religione, cioè di cultura indotta o imposta.Credo che se si ristabilissero le condizioni sociali del comuni-smo primitivo (e quindi del nostro codice genetico) la «nause-a» svanirebbe e ci ritornerebbe un sano appetito spirituale. Per-sonalmente non so spiegarmi la funzione (ai fini utilitaristicidella natura) di questo comportamento genetico, sono peròconvinto che uno scopo pratico deve pur esistere. «È come se le fonti cristiane vengano considerate o inutili opatrimonio esclusivo della chiesa. Eppure lì è racchiuso tutto il sensodella storia passata presente futura. Ci sono livelli di profondità u-mana così elevati che probabilmente ci vorranno ancora molti secoli78
    • prima che si riesca ad afferrarne l’essenza, e in questo, ne sono con-vinto, la chiesa non avrà alcun ruolo positivo da giocare, né alcunaltra religione». Io e mia moglie abbiamo letto e riletto questi passi dalcontenuto «profondo», che hanno forse «spremuto» il succo ditutti i nostri discorsi, fino a questo momento. Laicizzando ilpensiero cristiano si potrà anche comprendere cosa c’è di buo-no (e di naturale) nel pensiero di Marx o di Lenin o di altripensatori illustri e meno illustri. È come se mettessimo un fil-tro a tutta la cultura umana: ciò che rimarrà sarà senza dubbiol’insieme di norme comportamentali a misura della natura u-mana. È attorno a questa cultura umanistica che si potrebberoeffettivamente «aggregare persone provenienti da varie fedi ereligioni». Questo è di certo il primo passo, ma, affinché l’ag-gregazione si possa trasformare in un’associazione stabile, oc-corre anche formulare un progetto fattibile, che possa compen-sare in modo concreto e vantaggioso gli sforzi materiali e intel-lettuali compiuti. 79
    • 7 MAIL EG 6 gennaio 2003 Ho l’impressione che tu in questa mail sia stato un po’fatalista. Vedi il pensiero occidentale come strumento di unavolontà superiore che ci porterà a realizzare un fine anche sen-za la consapevolezza dei protagonisti (anche Hegel diceva coseanaloghe); io invece lo vedo come strumento di una volontàumana antidemocratica che, come tutti gli strumenti, è destina-to a essere superato da altri più efficienti (il che non vuol direancora più tecnologici), più sani (moralmente), meglio con-formi alle leggi di natura. O comunque anche supponendo che tu non abbia volu-to fare professione di fatalismo, ma anzi di ottimismo, perchései comunque convinto che la Verità o Dio realizzerà i suoipiani nonostante l’agire umano, io non mi sento di pronunciareuna sola parola su questo, perché non ho strumenti metastoricio metacognitivi. Questo perché alla fine chiunque potrebbedirmi che non ho uno straccio di «prova» di quel che vogliodimostrare. Io stesso non sono affatto sicuro che l’umanità «svolge-rà l’incarico fornito dal suo committente». Non dirmi che tu sei uno di quei credenti che pensa cheil Cristo sia arrivato sulla terra per farsi ammazzare o per ri-spettare la volontà del padre! Chi desidera il suicidio è un di-sperato o un folle, e il Cristo, come ogni uomo normale, desi-derava morire di morte naturale. Sono state le circostanze afarlo morire tragicamente. La crocifissione rientrava nei piani di dio? E perchénon la rivoluzione antiromana, con cui si sarebbe posto fineall’oppressione? Anzi la giustizia dovrebbe rientrare di più del-la rassegnazione in questi piani, sempre che ci siano e di cuinoi comunque non sappiamo nulla.80
    • La rivoluzione antiromana era ormai diventata inevita-bile al fine di assicurare ad Israele la pace interna, altrimenti lapace è solo rassegnazione al dominio del più forte: cosa chenon si può accettare, neppure nella convinzione che, accettan-dola, si faccia la volontà di dio. Questo per dirti che il pensiero occidentale per me è so-lo una tappa della degenerazione dell’uomo e che col suo svi-luppo ulteriore noi finiremo sicuramente con l’autodistrugger-ci. Nel passato abbiamo creduto nel marxismo perché cisembrava che un’evoluzione di detto pensiero, in forma di rot-tura e non di continuità, ci avrebbe fatto uscire dalla logica delcapitale. I fatti hanno poi dimostrato che non è così sempliceuscire da questo meccanismo. Ma questo non significa che l’esigenza della rotturafosse sbagliata. Sbagliati semmai sono stati i metodi, a mio pa-rere troppo simili a quelli adottati in occidente. Non tanto per-ché troppo violenti contro il nemico, ché la violenza è inevita-bile quando si viene attaccati, ma perché troppo ideologici neiconfronti di chi invece aveva in qualche modo accettato la rot-tura. Alla fine la rivoluzione aveva sostituito una «chiesa» conun’altra «chiesa» (erano cambiati solo i dogmi). Che cos’è dunque questa natura che non vede le fatichee le tragedie dell’umanità solo perché deve realizzare un’or-ganizzazione più complessa? Mi pare una natura divinizzata,una sorta di deus ex-machina, una provvidenza scientificizza-ta... Non stiamo forse ritornando nei meandri delle ideologie,da cui invece dobbiamo uscire per entrare finalmente nel terzomillennio? Certo, non dobbiamo uscire dalle ideologie col pretestoche sono tutte fallite e riconfermare così il dominio del capita-le, come stanno facendo destra e sinistra. Però dobbiamo usciredalla pretesa che sia un’ideologia a dirci come dobbiamo com-portarci nella vita quotidiana. Sono i bisogni e l’attenzione per 81
    • questi bisogni che devono dircelo. Se un’ideologia ci insegnas-se a vivere così, per me sarebbe già molto. Perché quindi dire che «sia solo tempo perso parlare disviluppo sostenibile, di ridistribuzione delle risorse, di mercato equosolidale, di processo di democratizzazione...»? Non sono forse queste idee che ci inducono a prestaremaggiore attenzione ai bisogni della gente? Per quale ragionela realizzazione di una organizzazione più complessa dell’agireumano dovrebbe prescindere da questi processi di democratiz-zazione? Perché dovrei preferire le incoerenze palesi di teoria eprassi del pensiero occidentale ai fini della realizzazione del«futuro comunismo primitivo»? Per quale ragione devo pensa-re che il male faccia più bene del bene? Forse non riusciamo a capirci sui termini. Questa tuafrase p.es. non riesco a condividerla: «Io penso che la laicizzazione (inteso come movimento d’o-pinione che non accetta le ingerenze politiche di una qualunque reli-gione) è nata con la nascita stessa della religione, cioè col primo al-lontanamento dal comunismo primitivo.» Per me laicizzazione vuol dire semplicemente guardarele cose in maniera più razionale o terrena, comunque meno mi-stica. Non attribuisco alla laicizzazione un contributo al pro-gresso della democratizzazione, perché questa è cosa che ri-guarda la prassi, mentre l’altra riguarda solo la teoria, e asso-ciare le cose, come fossero una causa dell’altra, non ha senso,in quanto la storia dimostra che lo sviluppo della laicizzazionenon ha affatto portato a una maggiore democrazia ma solo a undiverso modo di sfruttare il lavoro altrui. Se un giorno gli storici arriveranno a dire che nel Me-dioevo, nonostante l’integralismo politico-religioso, c’era sulpiano pratico più democrazia di oggi, per me non direbberonulla di sensazionale, anzi finalmente si porrebbero le basi perripensare quello strano teorema secondo cui una maggiore lai-cizzazione del pensiero comporta una maggiore democraticitàdei rapporti umani.82
    • E neppure vedo la laicizzazione come un modo per af-fermare una divisione là dove c’era unità (come mi sembra tulasci credere). Io penso che il comunismo primitivo sia stato «laico»nel senso che non si faceva della religione uno strumento perdominare le coscienze, cioè nel senso che non si teorizzavaqualcosa di estraneo al pensiero quotidiano, concentrato sullasoddisfazione di bisogni umani. Quando si cominciò a pensareche per soddisfare tali bisogni si aveva bisogno di una religio-ne, ecco che allora è finito il comunismo primitivo e sono ini-ziate le civiltà. Gli uomini hanno cominciato a chiedere a dio(e ai suoi sacerdoti) ciò che non potevano più chiedere a sestessi, perché altri glielo impedivano, o con la forza o con l’in-ganno. Certo, l’uomo ha molteplici bisogni spirituali da soddi-sfare, ma questo non significa che la risposta debba essere ri-cercata nei cieli. Il bisogno spirituale è fonte di creatività arti-stica ed è bene che resti tale, poiché ogni sua soddisfazione ri-duce le capacità creative dell’uomo, lo frena nella ricerca... Ciò che non ho mai sopportato della religione è la co-strizione a credere che per soddisfare determinati bisogni lastrada più giusta sia appunto quella religiosa. Per quale motivoun bisogno spirituale può trovare soddisfazione vera solo inmodo religioso? E per quale motivo a un bisogno spiritualeviene per definizione attribuito un significato religioso?(Sull’origine della religione vedi quanto ho scritto qui: homo-laicus.com/teoria/ateismo/ateismo9.htm). Dio è un concetto astratto, frutto della nostra fantasia:l’ateismo serve solo per impedire che un concetto astratto pos-sa dare soddisfazione a un bisogno concreto. Il bisogno do-vrebbe rimanere bisogno, perché è questo che ci spinge a cer-care sempre nuove soddisfazioni, nell’orizzonte umano e natu-rale che ci è stato concesso. Continuiamo su questo, perché vedo che sugli stessitermini abbiamo opinioni diverse. 83
    • 8 MAIL PN 12 gennaio 2003 Non intendevo essere né fatalista, né ottimista. Non hodetto che il pensiero occidentale ci porterà, attraverso una suacontinuità, a un sistema conforme alle leggi di natura e nem-meno che il capitalismo sia lo strumento di una volontà supe-riore. Ho semplicemente sottolineato che l’uso del libero arbi-trio, di cui ogni essere umano è dotato, ha dato alla fine comerisultato il sistema politico, sociale ed economico attuale, chevede il pensiero occidentale come dominante. Su quali basi tu affermi invece che questo sistema «èdestinato a essere superato da altri più efficienti (il che non vuol direancora più tecnologici), più sani (moralmente), meglio conformi alleleggi di natura»? Migliaia di anni di storia, fatta di lotte violentee non violente, in nome della giustizia umana, hanno forsemodificato (o semplicemente scalfito) i rapporti basati sullalogica del profitto e della competizione? Il cambiamento «èdestinato» solo perché la storia adesso la stiamo vivendo noi?Mi pare che il fatalista o l’ottimista, in questo caso, non sia io. Nessuno degli avvenimenti storici è stato pianificato inanticipo da una «volontà superiore», e la storia avrebbe potutoavere percorsi e situazioni molto diversi da quelli che ha avuto.Anche mescolando e rimescolando le carte, però, il risultatofinale non sarebbe affatto cambiato. Ci ritroveremmo comun-que in condizioni simili e, in nome della giustizia umana, par-leremmo ancora di esigenza di cambiamento. Potremmo estendere il discorso all’intera evoluzionedegli organismi pluricellulari, attribuendo tranquillamente alcaso la comparsa di tutte le forme vegetali e animali. Avrebbe-ro potuto benissimo sorgere specie alquanto diverse, magarisenza dinosauri, oppure invece prolungando l’esistenza di que-sti fino ai giorni nostri. Tutto è potuto divenire senza far uso di84
    • una tabella di marcia predefinita. Di una cosa sono però con-vinto: l’evoluzione biologica avrebbe portato inevitabilmenteall’essere umano. Questo per una ragione semplice: l’evoluzio-ne della materia è in realtà l’evoluzione dell’informazione, el’apice dell’evoluzione biologica poteva soltanto essere rap-presentata da un organismo col più alto quoziente intellettivopossibile, l’uomo, appunto. Forse potrà sembrarti bizzarro che la somma degli e-venti casuali possa dare un risultato scontato, ma non è fatali-smo, è matematica. Se, per esempio, una coppia di sposi deci-de di avere un figlio, ha una possibilità su due che questo possaessere sia maschio, sia femmina. Se decide di avere più figli,questi potrebbero essere tutti maschi o tutte femmine o combi-nazioni miste. Fatalità? No, casualità. Presa una popolazionenel suo insieme, però, la quantità di maschi e di femmine siavvicina al 50%, più cresce l’entità numerica della popolazionepresa in esame. Fatalità? No, matematica. Nessun destino, quindi, per i singoli avvenimenti stori-ci, e nessuna interferenza sul nostro libero arbitrio da parte diuna volontà suprema. Perciò non credo proprio che la crocifis-sione rientri nei piani di Dio e nemmeno la rivoluzione antiro-mana e tutte le altre rivoluzioni e ideologie, capitalismo com-preso. Anche tu, come me, come tutti, non puoi prevedere se equando potrà verificarsi un momento di rottura nell’esistenzadi questo sistema, oppure se il suo superamento avverrà in mo-do progressivo. Per questo le previsioni di Marx o di Lenin, atale riguardo, non mi dicono proprio niente. Su una cosa con-cordo con te, cioè che uno sviluppo ad oltranza del sistema ca-pitalistico metterebbe seriamente in pericolo la vita stessa delpianeta, noi esseri umani compresi. È stata, da parte mia, una scelta infelice dei termini,quando ho parlato di natura «committente» e di umanità «inca-ricata». Era solo un’espressione metaforica per dire che l’in-sieme delle casualità storiche determina un obiettivo inevitabi-le. Questo obiettivo lo possiamo individuare solo se guardiamo 85
    • un po’ più in là e un po’ prima della storia dell’uomo, che èsemplicemente una fase dell’auto-organizzazione della natura.Tale processo organizzativo, o se si preferisce, l’evoluzione apartire dal «big bang», è frutto di un’infinita serie di casualità,ma ciò che appare evidente (e nello stesso tempo stupefacente)è che il caso raggiunge sempre traguardi ripetitivi (livelli si-stemici di complessità crescente), addirittura prevedibili. Se at-traverso la casualità la natura ha prodotto il sistema sociale(matematicamente determinabile), è prevedibile che la prossi-ma tappa sarà il sistema federativo, ossia l’aggregazione stabi-le e perenne dei gruppi sociali. Come era mia intenzione spiegarti, con uno dei due fileallegati, il passaggio dal sistema sociale al sistema federativocomporta una forma di comunicazione in tempi reali, al di so-pra delle possibilità biologiche dell’uomo, appunto la comuni-cazione tecnologica. Ci sono volute parecchie migliaia di anniaffinché la casualità incanalasse l’uomo nel percorso tecnolo-gico, ma era scontato che questo avvenisse, allontanando l’uo-mo dal suo rapporto armonico con l’ambiente naturale e dallastruttura sociale del comunismo primitivo. In questo senso ilcapitalismo si è rivelato il sistema più idoneo allo sviluppotecnologico, proprio perché è il più lontano dalla natura uma-na. Il sistema federativo comporta invece un ritorno totale allareale natura dell’uomo, e la storia dovrà «sbarazzarsi» in qual-che modo del capitalismo. Credo anch’io che il capitalismo sia «destinato» a cade-re, ma chissà se per lotte intestine o rivoluzioni o per la solida-rietà umana o solo perché avrà esaurito la sua spinta propulsivaall’incentivazione tecnologica. Già il solo fatto che la tecnolo-gia non sia assolutamente servita a migliorare le condizioni divita dell’umanità, dovrebbe far riflettere che non è nata per no-stro beneficio, ma per una trama della quale siamo solo prota-gonisti, non registi. Se ti ho detto che era solo tempo perso parlare di svi-luppo sostenibile, di ridistribuzione delle risorse... era solo per86
    • evitare di tuffarci e rituffarci nel mare delle casualità, senzacapire dove si andrà a parare. Forse nel modo che mi sono e-spresso potrei sembrarti egoista e insensibile, indifferente allesofferenze dell’umanità. Di certo non è così. Se preferisco de-dicare il mio tempo alla definizione di microsocietà autonomecomuniste, anziché occuparmi dei problemi umani a livelloplanetario, è perché sono consapevole che è il solo mezzo peresprimere, in modo concreto, il mio bisogno naturale di scam-bio di solidarietà col mio prossimo (che è tale proprio perchémi è vicino e posso collaborare direttamente con esso, mentrenon posso, mio malgrado, aiutare il bambino etiope che stamorendo di fame). D’altra parte, vogliamo analizzare a quali risultati sonopervenuti tutti gli sforzi e le lotte passate, tese a correggere e asuperare la degradante condizione umana? Sviluppo sostenibi-le: chi potrà convincere gli Stati Uniti che sono loro la causamaggiore dell’inquinamento e dello spreco delle risorse delpianeta? O meglio, chi convincerà i cittadini americani a ri-nunciare alle loro comodità e ai loro privilegi, in cambio di unaterra pulita? Chi potrà convincere le multinazionali che le fore-ste equatoriali sono patrimonio di tutta l’umanità, i «polmoni»del mondo e i serbatoi della biodiversità? Non hanno rinuncia-to neanche ai diritti sui brevetti dei medicinali salvavita perl’Aids in Africa! Ti ricordi la promessa «rivoluzione verde», che dovevaportare in dieci anni acqua, cibo e benessere a circa 700 milio-ni di disperati nel Terzo Mondo? Ebbene, la promessa è statamantenuta e per 700 milioni di persone sono stati resi disponi-bili acqua, cibo, alloggio e un minimo di servizi pubblici. Nelfrattempo, però, in quei dieci anni, la popolazione mondiale siè accresciuta di 800 milioni, vanificando gli sforzi di dieci an-ni, anzi, aggravando il problema. La stessa Cina, che a costo diimmani (e inumani) sacrifici, sta rallentando il tasso di crescitadella sua popolazione, si stabilirà probabilmente a un miliardoe mezzo di abitanti. Questo immenso «ibrido» politico sta ac- 87
    • crescendo il suo PIL in proporzioni di boom economico conti-nuo. Cosa ne sarà dell’ambiente e delle risorse del pianeta,quando un miliardo e mezzo di cinesi potranno a loro volta ri-vendicare tutte le comodità tecnologiche, che noi ben cono-sciamo? Chi li convincerà che solo gli americani e gli europeihanno questi «diritti»? Semplicemente uno sviluppo sostenibi-le non sarà possibile fino a quando esisterà il capitalismo, e,come dovrai darne atto, il pensiero occidentale si sta «beven-do» i cervelli della maggioranza della popolazione umana. O-gni forma di boicottaggio economico individuale (del tipo: nonbeviamo più Coca-cola), così come ogni forma di protestaformale (del tipo: sciopero della fame) o sostanziale (del tipo:tutti in piazza), sono solo forme di autolesionismo che non por-tano a nessun risultato concreto. Del resto cosa potremmo fare? Sconfiggere militarmen-te il capitale, seguendo il consiglio di «Che» Guevara: «uno,dieci, mille Vietnam»? Forse, se ne valesse davvero la pena,ma vedere il ritorno del capitale in quella nazione, che sola-mente col sacrificio di molti milioni di persone è riuscita ad ot-tenere la libertà, mi fa dire che un solo Vietnam è più che suf-ficiente! Anche altre forme diverse di lotta vengono riassorbiteregolarmente dal sistema. Guarda per esempio che fine sta fa-cendo la spontaneità del primo forum sociale internazionale diPorto Alegre. Sindacati e partiti politici della sinistra tradizio-nale (quelli che «trattano» col potere) hanno pian piano imbri-gliato le regole del gioco e monopolizzato i forum successivi. Il sistema sembra un grosso «buco nero» che accentrasu di sé ogni tipo di espressione politica e ideologica. Guardasolo nell’ultimo secolo l’involuzione politica dei partiti e deimovimenti in Italia, che sono nati per contrapporsi al capitale,a partire dal partito socialista dei lavoratori, che poi ha dato vi-ta al partito comunista, che poi ha dato vita a una miriade dipartiti e di movimenti della sinistra, estrema e meno estrema:tutti sono scivolati lentamente verso il centro.88
    • Lo stesso discorso vale anche per i partiti di destra. «Laverità sta in mezzo», si dice, ma la verità è un’altra… Anchemovimenti spontaneisti, non legati a nessun partito od organiz-zazione, subiscono la stessa sorte. Per esempio, in Brasile, icontadini disoccupati si coalizzano e occupano le terre incolteo poco sfruttate dei grandi proprietari terrieri. La tecnica consi-ste nel presidiare in massa dei terreni e resistere alle minaccedella polizia. Una volta che il peggio è passato, il terreno e-spropriato è dato in gestione a delle famiglie di contadini senzaterra, che di solito si associano in cooperative. Fin qui sembrache la lotta paghi e i fatti sembrano darti ragione, ma vuoi sen-tire il prosieguo della storia? Le cooperative s’indebitano finoal collo per modernizzare il loro lavoro, nell’agricoltura, nellatrasformazione e nella piccola industria, per cercare di essere«più competitivi» nel mercato locale. Sai chi sono di solito i referenti commerciali di questecooperative? Le multinazionali europee ed americane! Ragio-nando in modo positivo si potrebbe dire che, intanto, questagente ha trovato un lavoro (che nelle regole del mercato e dellacompetizione significa però che altri hanno perso il loro postodi lavoro); realisticamente, però, si può costatare che il grandecapitale ha trovato mano d’opera a basso costo, approfittandodi quei poveretti che sono costretti ad un auto-sfruttamento in-tensivo, per pagare dei debiti che probabilmente non riusciran-no mai ad estinguere. E la storia continua... Adesso non dirmi che sono «catastrofista»! Io non vedosoluzioni politiche per il superamento del sistema capitalistico,ma sarei ben contento se tu formulassi delle tue ipotesi in meri-to. «Certo, non dobbiamo uscire dalle ideologie col pretesto chesono tutte fallite e riconfermare così il dominio del capitale, comestanno facendo destra e sinistra. Però dobbiamo uscire dalla pretesache sia un’ideologia a dirci come dobbiamo comportarci nella vitaquotidiana. Sono i bisogni e l’attenzione per questi bisogni che de- 89
    • vono dircelo. Se un’ideologia ci insegnasse a vivere così, per me sa-rebbe già molto». Leggendo questo tuo passo confermo la tua osservazio-ne che sugli stessi termini abbiamo opinioni diverse. La cosa insé non è preoccupante, basta che ognuno spieghi con calma ciòche intende dire con quel termine. Comunque, dimmi se ho ca-pito bene quel che volevi intendere. Tu affermi che il nostro comportamento quotidiano de-ve essere guidato non da quello che ci viene propinato (ideolo-gia), ma da quello che sentiamo dentro (bisogni), e saresti di-sposto a seguire un’ideologia che ti aiutasse a non impedire lasoddisfazione di questi bisogni. I bisogni sono il motore dell’esistenza di tutti gli esseriviventi, uomo incluso. I comportamenti degli animali e degliuomini sono determinati dai loro bisogni, ma esiste una note-vole differenza tra i bisogni e i comportamenti degli animali equelli degli uomini. A parte il fatto che gli animali, al contrariodell’uomo, hanno comportamenti più genetici che appresi, se-condo la complessità della specie, la differenza maggiore con-siste nel fatto che gli animali hanno bisogni originati da unambiente naturale, scarsamente modificabile nel tempo, mentrel’uomo deve imparare ad adattarsi ad un ambiente artificiale,che si modifica in tempi sempre più rapidi e in maniera semprepiù radicale. Che si tratti di bisogni primari, come mangiare,bere, dormire..., o bisogni secondari, questi sono sempre for-temente condizionati dalle culture locali o nazionali. La cultura ha il potere di alterare i nostri bisogni natu-rali, creandoci sempre bisogni nuovi ed impellenti da soddisfa-re, addirittura fino al punto di far nascere bisogni insani comeil suicidio o il sadismo, del tutto assenti tra gli animali. Pur-troppo i bisogni non sono scelte individuali, ma costrizioni checi vengono imposte dalla cultura del sistema in cui viviamo. Ilnostro libero arbitrio consiste unicamente nella scelta dei modiottimali per soddisfare questi bisogni. Siamo succubi delle e-spressioni culturali e tradizionalistiche del consumismo, e non90
    • potremmo neanche più discernere i nostri bisogni naturali daquelli indotti, che ci sorbiamo con la pubblicità. Come puoi, dunque, prendere i nostri bisogni comepunto di riferimento per la nostra quotidianità, senza presume-re di cadere nell’influenza del sistema che dici di voler supera-re? I nostri bisogni potranno essere la nostra affidabile guidasolo quando potremo vivere da uomini naturali, rispettosi dellanostra vera natura sociale e dell’ambiente naturale, vale a dire,solo col comunismo. Poiché credo che queste condizioni le possiamo ottene-re anche a livello locale, con delle microsocietà autonome, misembra illogico aspettare di cambiare il mondo con la cadutadel capitalismo. Anzi, un’ipotesi valida quanto le altre, è chequesta caduta possa essere determinata proprio dal proliferarsidi queste microsocietà. In ogni caso, solo in quelle condizioni particolari po-tremmo capire quali sono effettivamente i nostri bisogni natu-rali, che ci potranno guidare nella quotidianità, senza interferi-re nella soddisfazione dei bisogni altrui. Cercavi un’ideologiache ti insegnasse a vivere così, senza adulterare i tuoi bisogninaturali? Non devi mica cercarla tanto lontano, perché, gira erigira, la sola cultura umana idonea allo scopo è il pensiero cri-stiano. Quando ti parlavo della necessità di laicizzare il pensie-ro cristiano, intendevo la necessità di estrarre da esso la suacultura umanistica, mondata da tutte le influenze mistiche, ce-lesti e celestiali. A proposito, non mi pare di averti mai fattopensare che io sia un «religioso», credente e devoto a qualchetipo di divinità. Non comprendo perciò le tue «sparate». È veroche preferisco pensare che sia stato Dio ad inventare la mentedell’uomo e non la mente dell’uomo ad inventare Dio, ma tuttosi risolve qui. Sono ipotesi di pari livello delle tue, che rimar-ranno sempre solo ipotesi, perché non potranno mai essereconfermate o smentite. Non è perciò sull’esistenza o meno diDio che voglio discutere. 91
    • «Io penso che il comunismo primitivo sia stato «laico» nelsenso che non si faceva della religione uno strumento per dominarele coscienze, cioè nel senso che non si teorizzava qualcosa di estra-neo al pensiero quotidiano, concentrato sulla soddisfazione di biso-gni umani. Quando si cominciò a pensare che per soddisfare tali bi-sogni si aveva bisogno di una religione, ecco che allora è finito ilcomunismo primitivo e sono iniziate le civiltà. Gli uomini hannocominciato a chiedere a Dio (e ai suoi sacerdoti) ciò che non poteva-no più chiedere a se stessi, perché altri glielo impedivano». Condivido tutto, ma non penso di aver detto qualcosa didiverso, quando ho affermato che il desiderio di laicizzazione èiniziato con le prime imposizioni religiose, mentre ci allonta-navamo dal comunismo primitivo. Come non ho mai detto chela risposta ai nostri bisogni spirituali vada necessariamente ri-cercata nei cieli. Sono bisogni soggettivi che dovranno averesoluzioni individuali. In ogni caso, penso che il bisogno spiri-tuale sia molto di più che fonte di creatività artistica, ma po-tremo verificarlo solo quando ci saremo liberati dai condizio-namenti culturali che ci portiamo dentro da parecchie genera-zioni, definirlo adesso è del tutto inutile. Anche quando affermi che «Dio è un concetto astratto,frutto della nostra fantasia: l’ateismo serve solo per impedire che unconcetto astratto possa dare soddisfazione a un bisogno concreto», timetti sullo stesso piano delle religioni, che agli individui vo-gliono imporre Dio come un concetto concreto e, per loro,l’ateismo impedisce la soddisfazione di un bisogno naturale.Non penso proprio che si potrebbe mai avviare un processo didemocratizzazione a suon di imposizioni filosofiche. Mi viene un dubbio, leggendo questa tua affermazione:«Nel passato abbiamo creduto nel marxismo perché ci sembrava cheun’evoluzione di detto pensiero, in forma di rottura e non di conti-nuità, ci avrebbe fatto uscire dalla logica del capitale. I fatti hannopoi dimostrato che non è così semplice uscire da questo meccani-smo. Ma questo non significa che l’esigenza della rottura fosse sba-gliata. Sbagliati semmai sono stati i metodi, a mio parere troppo si-mili a quelli adottati in occidente. Non tanto perché troppo violenti92
    • contro il nemico, ché la violenza è inevitabile quando si viene attac-cati, ma perché troppo ideologici nei confronti di chi invece avevaaccettato la rottura. Alla fine la rivoluzione aveva sostituito una“chiesa” con un’altra “chiesa” (erano cambiati solo i dogmi)». Sono sbagliati i metodi o abbiamo perso di vista gli o-biettivi? Ammesso (ma non concesso) che i metodi violentipossano servire ad uscire dalla logica del capitale, siamo certiche la rivoluzione è ancora finalizzata alla realizzazione delcomunismo? Gli esempi dell’Unione Sovietica, della Cina, delVietnam, di Cuba e di tutte le altre realtà (o ex realtà) sociali-ste, non sciolgono per niente le mie riserve a proposito. Credoci sia stata una degenerazione ideologica perché il mezzo è di-ventato più importante dell’obiettivo. Per dirla con un aneddo-to, sarebbe come dover raccogliere una pera dall’albero, ma ètroppo alta per arrivarci con la mano. Allora cerchiamo di pro-curarci una scala adeguata, ma siccome è lontana, dobbiamoprocurarci un mezzo per trasportarla… ti risparmio le altre pe-ripezie, comunque, mentre siamo intenti a tutte queste opera-zioni, la pera è già caduta a terra da sola e noi continuiamo alitigare col destino che ci ha impedito di raccoglierla dal ramo. Morale della favola: se l’obiettivo finale è veramente ilcomunismo, perché bisogna dare per scontato che sia indispen-sabile l’abbattimento violento (e relative conseguenze) del si-stema capitalistico, se esistono possibilità concrete di... racco-gliere la pera a terra? Le microsocietà autonome comuniste so-no alla nostra portata, cambiare il mondo ancora non lo è, macome già ti ho detto, credo che il mondo potrebbe cambiareproprio partendo dal basso, dal locale. È vero che è importante chiarirci sui termini, ma è so-prattutto importante chiarirci sui reali obiettivi. Potremmo en-trambi aspettare l’autobus alla stessa fermata, ma poi scoprireche dobbiamo salire su mezzi diversi. 93
    • 8 MAIL EG 12 gennaio 2003 Il fatto è che io non credo che le civiltà costituiscano laquintessenza della storia. La storia per me nasce con la nascitadell’uomo e non dell’uomo che sa scrivere, produrre ecc. Quindi per milioni di anni è esistita una storia (chiama-ta dagli storici «preistoria») che è infinitamente più lunga diquelle poche migliaia di anni che caratterizzano le cosiddette«civiltà», le quali, a ben guardare, essendo frutto di un malsanolibero arbitrio, non sono che forme «incivili» del vivere socia-le, essendo dominate da sfruttamenti e violenze di ogni genere. La nostra civiltà occidentale, borghese e capitalistica, ècertamente destinata a essere superata da forme di civiltà piùevolute (quelle asiatiche?), ma il vero problema è un altro: co-me avverrà questo superamento? Sarà sempre in direzione del-la solita violenza, ovviamente in forme rivedute e corrette, op-pure si ritornerà al vivere «civile» dell’uomo primitivo? Io tendo a dividere il periodo delle civiltà in tre periodistorici, la cui somma dovrebbe portare a 7000-7500 anni: - dal 4000 a.C. allo 0. È il periodo chiamiamolo dellaFORZA o della CARNE o dei SENSI, in cui ha dominato loschiavismo e da cui gli ebrei hanno cercato di liberarsi. Dallo 0al 500 d.C c’è stata la transizione, cioè da un lato la decadenzadella civiltà (in questo caso romana), dall’altro la nascita diuna nuova: il cristianesimo. Ovviamente non sto a fartil’elenco delle civiltà che si sono succedute in quei 4000 anni alivello mondiale (Sumeri, Assiri, Babilonesi ecc.); - il secondo periodo va secondo me dallo 0 al 2000:chiamiamolo col termine IDEOLOGIA o MENTE o RAGIO-NE, in cui ha dominato il cristianesimo nelle tre correnti: orto-dossa, cattolica e protestante e le sue varianti laiche: liberismo(quindi tutte le ideologie borghesi) e socialismo (quindi tutte le94
    • ideologie marxiste, leniniste, staliniste ecc. ivi incluse quelledel socialismo utopico). Io e te siamo dentro la decadenza diquesto periodo, che si trascinerà sino al 2500 (circa) e in cuiperò dovremo assistere alla nascita di una alternativa al presen-te stato di cose. Questo perché le transizioni durano circa 500anni. In questo periodo abbiamo assistito allo sfruttamentodell’uomo in nome dell’ideologia, o cristiana o anticristiana; - il terzo periodo va dal 2000 al 3000 e si concluderà almassimo nel 3500 e lo chiamiamo COSCIENZA o SPIRITO.Qui dovrebbero affermarsi due forme opposte di vita umana: ola forma suprema della violenza: quella appunto che riguarda ilplagio delle menti, la coercizione morale dei deboli, la violen-za spirituale, oppure la forma suprema della umanizzazionedell’uomo. Io non sono un indovino, però è evidente che aquesta forma di umanizzazione non ci arriveremo in manieraindolore. In questo momento, come puoi ben vedere, noi stiamoassistendo alla fine del secondo periodo e all’inizio del terzo.Dipenderà ovviamente da noi (noi persone di adesso) se il ter-zo periodo si svolgerà secondo i soliti parametri di violenza, dicui cambieranno ovviamente le forme, come sono cambiate leforme dello schiavismo, in quanto si è passati al servaggio e allavoro salariato, fino alla statalizzazione del lavoro) o se inve-ce ci sarà una svolta verso un ritorno all’umanità dell’uomoprimitivo. Se vuoi vedere l’immagine eccone una rappresentazio-ne molto schematica: Spirito Mente o Ragione Carne o Sensi 4000 aC 0 500 dC 2000 2500 3000-3500 Forza Ideologia Coscienza 95
    • È questa tua frase seguente che non riesco a condivide-re: «Anche mescolando e rimescolando le carte, però, il risultato fi-nale non sarebbe affatto cambiato». Per me si può sempre cambiare tutto e in qualunquemomento. Forse arriveremo ad autodistruggerci, però anchequando l’avremo fatto, io sarò sempre lì a dirti che si sarebbepotuto fare diversamente e che comunque abbiamo ancora lapossibilità di ritornare sui nostri passi, magari non in una di-mensione «terrena» o «materiale» o «quellochevuoi», ma inun’altra sì. In compenso anch’io sono assolutamente convinto diquello che dici: «l’evoluzione biologica avrebbe portato inevita-bilmente all’essere umano». Anzi, sono addirittura arrivato alla conclusione che gliebrei, col racconto della creazione, avevano perfettamente ca-pito che la comparsa dell’uomo sulla terra era frutto di un’evo-luzione, essendo l’uomo un prodotto finale, ultimo, nella crea-zione dell’universo. Solo dell’uomo si dice che fu a immagine e somiglian-za di dio, quindi questo significa che tutto quanto lo aveva pre-ceduto o tutto quanto esiste di diverso dall’uomo, nell’univer-so, gli è inferiore. Le teorie creazionistiche, da questo punto di vista, nonhanno davvero senso, poiché l’uomo non è nato dal nulla:niente è creato dal niente. L’uomo è parte di un processo e il96
    • redattore ebraico aveva intuito, pur esprimendosi in un lin-guaggio poetico, che di questo processo l’uomo e la donnarappresentavano la parte finale, conclusiva. Non solo, ma il redattore ha intuito che nella formazio-ne dell’essere umano sono intervenuti fattori non propriamente«naturali». Egli, nella sua limitatezza espressiva, li ha identifi-cati con un nome: «Dio», ma se questo racconto viene spoglia-to dei suoi riferimenti religiosi, si può facilmente intravederel’idea di una formazione dell’essere umano la cui causa ultimaviene riposta oltre i limiti della mera materialità delle cose. Ilredattore cioè aveva intuito che nell’uomo c’era qualcosa chenon poteva spiegarsi in maniera «naturale». L’uomo è dunqueil prodotto di un’evoluzione la cui dinamica include sì quelladella natura e dell’intero universo ma che nel contempo la su-pera. Quello che non riesco ad accettare nel tuo discorso èl’idea che per arrivare al meglio (p.es. il federalismo) si debbaper forza passare dal peggio (il capitalismo). Questo ancheMarx, condizionato dalla dialettica hegeliana, lo diceva. Perquale ragione non avrebbe potuto esserci la stessa tecnologia dioggi senza capitalismo? Indubbiamente non tutta la tecnologiadi oggi ha un valore per l’umanità dell’uomo, però è anche ve-ro che, essendo faber di natura, l’uomo tende a servirsi e anzi acreare forme tecnologiche sempre più avanzate. Perché dunquequesta esigenza doveva per forza trovare sotto il capitalismo lasua espressione più forte? Quanto al resto che dici, mi appare un po’ sconcertanteil fatto che tu da un lato abbia una consapevolezza laica cosìacuta delle contraddizioni sociali e dall’altro ti ostini a ripro-porre il cristianesimo come filosofia di vita e a considerare laBibbia come un testo programmatico. Queste tue frasi mi fanno un po’ paura: «Questo straor-dinario codice culturale è condensato in un unico libro: la Bibbia, iltesto in assoluto più diffuso tra il genere umano. Strumentalizzata,rinnegata, travisata, ignorata, sicuramente sottovalutata nella nostra 97
    • civiltà consumistica, la Bibbia, e la sua espressione più raffinata, os-sia il pensiero cristiano, può veramente fornire la base culturale perla realizzazione del livello sistemico federativo e anche il gradinosuccessivo». Mi fanno venire in mente certi Testimoni di Geovaquando mi portano a casa (nella buchetta delle lettere) due o-puscoli: uno laico e l’altro religioso. Se uno leggesse solo quel-lo laico, farebbe fatica a non condividere quello che dicono,ma poi legge quello religioso e gli cadono le braccia. Comunque ti prometto che leggerò per esteso i tuoi duepezzi che mi hai inviato.98
    • 9 MAIL PN 2 febbraio 2003 Un punto fermo sul quale concordiamo è che l’uomo èil prodotto inevitabile dell’evoluzione biologica. Nello stessotempo affermi che (fammi capire se non è così), essendo l’uo-mo il risultato di una continuità che ancora non si è interrotta, èdifficile, se non impossibile, tracciare una linea netta di demar-cazione tra gli ominidi di qualche milione d’anni fa e l’uomoattuale. Concordo che l’uomo non si può definire tale solo daquando ha dato inizio alle civiltà mesopotamiche e mediterra-nee; infatti io prendo spesso come esempio di «civiltà» proprioi cacciatori-raccoglitori, che non sanno né leggere né scrivere. Devo dirti, però, che esiste, nel percorso evolutivo dellaspecie umana, un punto preciso, evidente, che ci consente diaffermare che l’uomo è uomo solo da quel momento. Questomomento ha a che fare con la nostra capacità cranica e la no-stra struttura cerebrale, perché ciò che ha differenziato la no-stra specie da tutte le altre specie animali è l’evoluzione delsuo cervello. Quest’organo ha subito un’accelerazione progres-siva a partire da circa tre milioni di anni fa, fino ad un rallen-tamento sempre più brusco e un blocco totale che perdura or-mai da quasi trentamila anni: questo è da considerarsi il mo-mento che l’uomo è diventato uomo. L’essere umano è l’apicedell’evoluzione biologica, il limite invalicabile del livello si-stemico pluricellulare, un traguardo biologico che non potreb-be (matematicamente) essere superato. Non c’è niente di stranoin tutto questo, perché ogni livello sistemico della natura, an-che il più basso, ha dei limiti fisicamente invalicabili. C’è una spiegazione facilmente comprensibile sullecause del rapido sviluppo del cervello umano, del successivorallentamento della sua crescita e, infine, del suo arresto defini- 99
    • tivo. Se l’argomento ti può interessare potrei inviarti successi-vamente un file in allegato, perché ora mi occuperebbe troppospazio ed esulerebbe, forse, dallo scopo del nostro dialogo enon vorrei annoiarti, visto che devi ancora «digerire» i due fileprecedenti. La tua ricostruzione sintetica della storia umana e leproiezioni che fai sul lontano futuro, risentono molto della tuaconvinzione che l’uomo sia un’entità in continuo movimento,indefinibile, inafferrabile, aleatoria. In realtà questo movimen-to dell’uomo è solo un moto apparente (come il sole attorno al-la terra), poiché l’essere umano, la sua essenza, è rimasta lastessa da alcune decine di migliaia di anni fa. La sua forza, lasua carne e i suoi sensi, così come la sua mente e la sua ragio-ne e pure la sua coscienza e il suo bisogno spirituale, sono i-dentici a quelli di allora, molto prima che iniziasse la sua sto-ria. Tutto ciò che ha caratterizzato la storia, l’ideologia, lafilosofia, la religione, la conoscenza, in una parola la culturaumana, è stato un movimento esterno alla sua struttura biologi-ca ed intellettuale, che è rimasta tale e quale a quella dei nostriantichi progenitori. L’uomo non ha più subito migliorie evolu-tive da quei tempi remoti, semplicemente perché non potevapiù evolversi, dal momento che ha raggiunto dei limiti biologi-camente invalicabili. Le modifiche genetiche di ogni tipo uma-no sono solo adattamenti ambientali, che non possono scalfirein alcun modo l’identità intellettuale e cognitiva della nostraspecie. Non potrà esserci una trasformazione dell’uomo inqualcosa di «etereo», al di sopra dei parametri naturali, anchese l’ipotesi è proiettata nei prossimi millenni. L’uomo rimarràsempre ben ancorato a terra, legato dalle leggi e dai meccani-smi della natura. Come il raggiungimento di uno sviluppo massimo pos-sibile è un meccanismo ripetitivo dell’evoluzione, in tutti i li-velli sistemici nei quali è strutturata la natura, così è un mec-canismo ripetitivo (e indispensabile) anche la perdita d’identità100
    • di un sistema per accedere al livello superiore, dove è ritrovatauna nuova identità collettiva. Quando anche il sistema socialedegli antichi cacciatori-raccoglitori ha raggiunto una forma dicomplessità invalicabile, l’evoluzione poteva progredire il suocammino solo aggregando i gruppi sociali umani, ma essi nonpotevano farlo se non mutavano la loro identità di sistemi«chiusi», impossibilitati a una collaborazione planetaria. Tuttala storia umana, o, per dirla in termini più appropriati, tutto ilprocesso di «incivilizzazione», è la conseguenza (casuale) diquesta perdita d’identità dell’antico gruppo umano, che ci hacondotti fino all’individualismo competitivo di oggi. Penso anch’io che il liberismo capitalista sia solo unacasualità degenerativa di questo processo, perciò il progressotecnologico sarebbe comunque avvenuto anche con menotraumi e sofferenze di quelli causati dal capitalismo. Il liberi-smo ha solo accelerato questo processo degenerativo che ha di-sgregato il gruppo e la sua identità sociale. L’evoluzione tec-nologica è stata necessaria per adattarci ad un ambiente e ad untessuto sociale che mutavano continuamente, accentuandosempre più la distanza dalla nostra natura genetica. Più questadistanza cresceva e più grande diventava il bisogno di tecnolo-gia complessa. Gli attuali cacciatori-raccoglitori non hanno al-cun bisogno di tecnologia complessa, perché l’ambiente in cuivivono, la loro struttura sociale e il loro codice genetico coin-cidono perfettamente. La natura non aveva «bisogno» del capitalismo perprodurre tecnologia, ma c’erano molte probabilità che la dege-nerazione storica dell’uomo producesse una forma di competi-zione esasperata tipica del capitalismo. Ora, comunque, il capi-talismo c’è e lo dobbiamo tenere, fino a quando non si cree-ranno le condizioni favorevoli per un cambiamento sostanzia-le. Concordo che il cambiamento non sarà indolore, ma più cheil cambiamento sarà dolorosa la convivenza col capitalismo.La nascita di sistemi federativi, aggregando e coordinando ineonati gruppi sociali detentori di una nuova identità culturale, 101
    • non fermerà il processo di globalizzazione, né metterà in gi-nocchio il sistema capitalistico, ma è comunque un modo indo-lore per uscire dal condizionamento economico e culturale delgrande capitale, anche se riguarderà solamente una parte dipopolazione. In ogni caso è una «opzione» a disposizione dichi crede che non sia sufficiente abbattere il sistema liberisticoper sanare i mali dell’umanità. Quando tu parli di superamento del capitalismo intendila sostituzione di un sistema con un altro di livello superiore(tolgo uno per mettere l’altro), ma la natura ci dice che i cam-biamenti non sono mai avvenuti in questo modo. Per esempio,mentre continuava la formazione di elementi atomici semprepiù pesanti (dei quali l’uranio rappresenta il limite), da qualcheparte dell’universo c’erano già elementi atomici più semplici eleggeri che davano forma a svariati sistemi molecolari. Quandoi batteri diversificavano la loro forma, le loro caratteristichebiochimiche e continuavano ad accrescere le loro dimensioni(fino a un punto limite), c’erano già batteri piccoli e semplicis-simi, i mitocondri, che collaboravano per dare vita ai primi si-stemi cellulari. Quando i rettili accrescevano mostruosamentele loro dimensioni ed erano i dominatori del pianeta, c’eranogià piccoli mammiferi che stavano formando i primi sistemisociali tra i vertebrati. Non trovo illogico pensare che, mentrela megalomania occidentale vorrà conquistare non solo il pia-neta, ma il sistema solare, si formeranno i primi sistemi federa-tivi. Non è mai accaduto che, per costituire un sistema di livel-lo superiore, sia stato necessario eliminare prima i sistemi dilivello inferiore: le due cose possono evolversi contemporane-amente, anche se non potranno mai convivere. Una societàcomunistica potrebbe perciò essere contemporanea del capita-lismo, a patto che si evolva separata da esso. Se per comunismo intendiamo però l’espressione piùalta della libertà umana, cioè una società senza classi e senzacompetizione, senza denaro e senza proprietà privata, una de-mocrazia diretta senza mediazioni e senza burocrazia, senza102
    • guerre e conflitti sociali, in armonia con l’ambiente naturale,dove i diritti degli individui coincidono con i loro bisogni, allo-ra è facile capire che tutto ciò potrà verificarsi solo con un uni-co sistema a livello planetario, non già in una singola nazione.Quando parlo di sistema planetario intendo quindi questo tra-guardo dell’umanità, il comunismo. Quelle che chiamo auto-nomie comunitarie o microsocietà autonome o cellule sociali,sono invece dei sistemi federativi, ossia la federazione di uncerto numero di gruppi sociali. Solo questi tipi di strutture pos-sono costituirsi e moltiplicarsi all’interno delle nazioni, ma ilcomunismo planetario, anche se dovesse realizzarsi tra qualchesecolo, non potrebbe prescindere dall’aggregazione di tutti isistemi federativi della terra. Anzi, per realizzare il comuni-smo, l’umanità intera dovrebbe essere organizzata in sistemifederativi, come tante «cellule sociali» aggregabili in un corpounico. La natura è strutturata così e può solo strutturarsi inquesto modo, perché è la forma meno dispendiosa di energia,la più funzionale, la più stabile. Cercare di superare il capitali-smo, senza tenere conto di questo dato di fatto, significa perse-guire un obiettivo che non potrà mai portare al comunismo(ammesso che questo sia il nostro obiettivo comune). Non ho capito bene l’intendimento di questa tua frase:«La nostra civiltà, borghese e capitalista, è certamente destinata aessere superata da forme di civiltà più evolute (quelle asiatiche?)...». Come civiltà asiatiche ti riferivi a quelle di nazioni at-tualmente esistenti? In questo caso la risposta è piuttosto ov-via. Tutte le attuali nazioni asiatiche «emergenti» (non solo ilGiappone, ma anche la Cina, la Corea e le «tigri» asiatiche)sono solo la brutta copia della civiltà occidentale, borghese ecapitalistica (la stessa Cina si sta avviando rapidamente a que-sta degenerazione), le quali, in cambio di un progresso indu-striale, stanno distruggendo un tessuto sociale e culturale mil-lenario. Forse queste nazioni potranno anche superarci tecno-logicamente, ma lo potranno fare solo passando attraverso uncapitalismo esasperato. Come civiltà asiatiche ti riferivi forse 103
    • alle filosofie orientali (la qual cosa mi suonerebbe un po’ stra-na)? Qualsiasi filosofia orientale è moralmente più sana del li-berismo capitalista, ma se mi stavi chiedendo una mia opinionesulla possibilità che il capitalismo possa essere superato da unadelle suddette filosofie, la mia risposta è no, non lo credo pos-sibile. Le filosofie orientali, pur accentrando la loro essenza sulrispetto della natura e degli esseri viventi, affidano al singoloindividuo la sua realizzazione morale, sociale e spirituale, inmodo del tutto indipendente da un’eventuale collaborazionealtruistica. Non sono quindi adatte alla costituzione dei nuovigruppi sociali, che necessitano invece di una cultura fortemen-te aggregante. Ho letto i tuoi scritti e le tue deduzioni sull’A.T. e sulN.T. e non li ritengo certo privi di logica. L’ipotesi di vedereGesù Cristo come capo di una rivoluzione antiromana, comeliberatore materiale e non spirituale, potrebbe anche essere ve-rosimile. Paolo avrebbe anche potuto trasformare il Cristo ri-voluzionario nel figlio di Dio, rafforzando in questo modo la«pax romana» e mettendo fine alla rivoluzione, anzi, esportan-do così la controrivoluzione in tutto l’impero romano. Potrestianche avere ragione sul fatto che i testi biblici siano «incredi-bilmente manipolati». Potresti avere ragione su tutte le tue ipo-tesi, ma il punto non è questo. Ai fini di un certo tipo di ragio-namento non è determinante sapere chi era effettivamente Cri-sto, se quello che è scritto è stato detto veramente da lui o se cisono stati aggiustamenti a posteriori. Nemmeno è importantesapere se tutto ciò è stato fatto in funzione antiromana oppureil contrario. La domanda che mi pongo è questa: la cultura umani-stica laica che può essere tratta da questo miscuglio di manipo-lazioni mistiche, politiche e morali, avrebbe qualche utilità peraggregare e coordinare, in modo funzionale e stabile, gli indi-vidui in gruppi sociali e questi ultimi in federazioni? Certo chesì! Se la regola aurea mi permette di collaborare attivamentecon gli altri membri del mio gruppo sociale e con gli altri104
    • gruppi della federazione, la devo buttare via perché non sonosicuro di chi ne è veramente l’autore? Il mio desiderio non è di guadagnarmi un posto nel pa-radiso celeste, cui non credo. Il mio desiderio è di collaborarecon altre persone per cercare di costituire un’organizzazioneche punti alla formazione di gruppi sociali, con una nuova i-dentità culturale, che possano aggregarsi in federazioni auto-nome. Per fare questo è necessaria una cultura che aggreghi inmaniera altruistica, che spinga a collaborare, a tollerare, a in-coraggiare. «Fai agli altri ciò che desideri che gli altri faccianoa te»! Ti invito a trovare, nel caso mi fosse sfuggita, una cul-tura simile o superiore, nel passato e nel presente della storiaumana. Per la verità già Confucio e la legge mosaica avevanoelaborato una loro «regola aurea», anche se in forma negativa:«Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano ate». Se ci pensi bene, però, questa formula non spinge alla col-laborazione, ma all’indifferenza. Non m’importa se Cristo era un rivoluzionario o un pa-cifico bonaccione, ma so che ciò che ha detto (o chi per lui,non ha nessuna importanza) rappresenta quella cultura umani-stica laica che vado cercando, e che completa la naturale e-spressione del nostro codice genetico. Nella Bibbia ci sono tut-ti gli ingredienti per le norme comportamentali di una vita co-munitaria. Non per questo prendo la Bibbia come testo pro-grammatico per mettere in crisi il sistema capitalistico. Hai citato casualmente i Testimoni di Geova e condivi-do grosso modo le tue opinioni. Ora, però, ti chiedo di fareun’operazione di pulizia culturale. Prova a togliere dai Testi-moni di Geova la loro parte mistica, il loro rituale (come ad e-sempio la questione del sangue), le loro vedute pseudoscienti-fiche (lasciamo perdere...), cosa rimane? Un’organizzazioneefficiente! Congregazioni composte di persone moralmente sa-ne, che sono disposte ad aiutarsi vicendevolmente, a costo disacrifici, a tollerare e perdonare le mancanze altrui. Conosco 105
    • parecchi di loro e li ritengo persone affidabili e leali. Insomma,li vedo come la conferma che il pensiero cristiano applicato siaindispensabile per garantire i buoni rapporti all’interno dellemicrosocietà autonome comuniste.106
    • 9 MAIL EG 2 febbraio 2003 I Io vorrei dirti in maniera abbastanza esplicita - e adessodirai che sono un fanatico alla rovescia (rispetto p.es. ai tale-bani) - che qualunque riferimento alla religione non stretta-mente storico-culturale, ovvero - per stare ai nostri discorsi -una qualsivoglia realizzazione di una (come tu la chiami) «mi-crosocietà autonoma» in cui la Bibbia o le sue interpretazionirisultassero testo ufficiale di lettura, per me resterebbe sospettoa priori, tanto più se si vuole fare della Bibbia un testo pro-grammatico o anche solo ispirativo. Oggi, quando sento qualcuno che mi parla di religionecome «esperienza di vita», lo vedo lontano da me mille miglia.Io ho militato in Comunione e Liberazione negli anni Settanta,più per motivi politici che religiosi, tant’è che quando il pro-getto politico di «rivoluzionare» la società è fallito (dopo il de-litto Moro e la svolta andreottiana del movimento), me ne sonoandato. Di C.L. apprezzavo soprattutto i testi che la Jaca Bookpubblicava di Nicola Zitara e tutti quelli degli economisti inte-ressati al neocolonialismo: Hosea Jaffe, Gunder Frank, SamirAmin... Ma mi leggevo anche quelli di Buttiglione e del suomaestro Del Noce. Ho sempre avvertito la religione, specie quella cattoli-ca, come un’ideologia tipica delle classi possidenti, che se neservono sia per mettere in pace la loro coscienza borghese, siaper rabbonire i nullatenenti. È soltanto in mezzo al ceto ruraleche la religione viene vissuta più onestamente o più spontane-amente, non perché i contadini siano privi di cultura e social-mente sprovveduti, ma perché sono molto legati alla natura e le 107
    • contraddizioni del sistema più che altro le subiscono, non leimpongono. Nel ceto borghese, dove le contraddizioni tra vita pub-blica e vita privata sono più stridenti, il «cattolico» prima ditutto è «borghese» e solo secondariamente è «cattolico», anchese oggi questa dicotomia è in via di superamento, essendosi lasocietà laicizzata profondamente. In pratica i cattolici italianihanno fatto il salto dalla loro religione all’ateismo pratico sen-za passare per il protestantesimo. Alla fine degli anni Settanta ero così nauseato della re-ligione cattolica che la abiurai in toto, abbracciando l’ortodos-sia, prima russa, poi greca. Ma è stato un breve periodo. Ad uncerto punto sono arrivato all’ateismo proprio seguendo il per-corso che dall’ortodossia (che separa il cittadino dal credente)giungeva verso il leninismo (che considera quella separazioneuna contraddizione interna al credente). Cioè avevo capito chela separazione di cittadino e credente, che peraltro la chiesaromana non ha mai accettato, a differenza di quella ortodossa,poteva portare, se svolta in maniera coerente, alla fine della re-ligione come problema di coscienza, superando nel contempotutta la querelle scatenata dal luteranesimo. Non avrei avutopiù bisogno di sdoppiarmi. Studiando, in seguito, i fondamenti dell’ateismo, riuscìad arrivare alla conclusione che l’ortodossia, col suo concettodi «dio come tenebra», aveva anticipato, senza volerlo, un te-ma fondamentale dell’ateismo, quello per cui si deve tacere suciò di cui non si può parlare. L’ateismo per me non è una forma di religione rove-sciata, ma l’unico modo possibile per salvaguardare, se esiste,il «totalmente altro», cioè «se dio c’è, non è», e sul «non-essere», noi che «siamo», non possiamo dir nulla. E il discorsoè chiuso. Non voglio trasformare l’ateismo in un altro sospirodella creatura oppressa, perché credo che il cittadino debba lot-tare politicamente per migliorare la propria condizione di vita108
    • su questa terra. Interessarsi troppo di religione rischia di diven-tare una specie di fanatismo rovesciato. Qualunque argomentazione sull’esistenza o inesistenzadi dio per me è già stata risolta dalla Critica della ragion puradi Kant, che porta dritto all’ateismo, avendo dimostrato cheogni «prova a favore di dio» è solo una tautologia, una meraspeculazione intellettuale che non mette mai in discussione ipresupposti su cui basa le argomentazioni. Questo l’aveva ca-pito anche Kierkegaard, che pur era un altro «talebano dellafede». Oggi all’ateismo ci siamo arrivati in due modi: con lacultura consumistica, il capitalismo, la rivoluzione scientifica,in area occidentale, e col socialismo scientifico nei paesi chehanno cercato di realizzarlo. In occidente l’ateismo è di fatto,non di diritto, è implicito, non esplicito, poiché il capitale devecomunque convivere con la religione come con qualunque al-tro oppio serva a tranquillizzare le masse (come le piramidi inEgitto o le ziqqurat in Mesopotamia). In Oriente invece l’atei-smo, col socialismo scientifico, è sempre stato esplicito, forseanche troppo, visto che è andato a toccare questioni ideo-politiche da cui invece avrebbe dovuto star lontano, in quantoognuno va lasciato libero di credere in ciò che vuole e di mani-festarlo pubblicamente. II Tu mi fai spesso riflessioni di carattere scientifico, maio non ho le basi culturali per discutere su temi così impegnati-vi. Faccio p.es. fatica ad obiettare a questa tua osservazio-ne: «Devo dirti, però, che esiste, nel percorso evolutivo della specieumana, un punto preciso, evidente, che ci consente di affermare chel’uomo è uomo solo da quel momento. Questo momento ha a che fa-re con la nostra capacità cranica e la nostra struttura cerebrale, per- 109
    • ché ciò che ha differenziato la nostra specie da tutte le altre specieanimali è l’evoluzione del suo cervello». ...perché scientificamente mi sembra ineccepibile, peròritengo istintivamente che contenga un limite di fondo: quellodi considerare il cervello come premessa dell’umanità dell’uo-mo. Io non sono sicurissimo di questo, in quanto ritengo chel’essere umano vada al di là anche del suo cervello. Questoperché quando vedo un malato di mente o un cerebroleso o an-che solo un neonato, trovo in loro delle caratteristiche umane(come p.es. la sensibilità, l’affettuosità, se vogliamo la stessadrammaticità dell’assenza di un cervello perfettamente o pie-namente funzionante) che secondo me li rendono ugualmenteumani. Insomma c’è qualcosa nell’uomo (anche in quello piùinfimo, abietto o disperato) che non riesco a trovare negli ani-mali o in natura e non credo che questo qualcosa dipenda e-sclusivamente dal cervello. Anch’io sono perfettamente convinto che sul piano fisi-co il cervello abbia avuto «un blocco totale che perdura ormaida quasi trentamila anni» e che non ci sarà un’evoluzionedell’uomo che comporterà un’evoluzione del suo cervello. (Sehai delle cose specifiche su questo argomento mandale pure,così le alleghiamo a questo che sta diventando una sorta di«Progetto per un’esistenza diversa».) Però sono anche convin-to che l’evoluzione dell’uomo sensu lato esiste, nel senso chesi sta verificando nella storia una progressiva coscientizzazionedella propria umanità: ora la stiamo sperimentando in negativo,a forza di distruzioni e autodistruzioni, ma un giorno la speri-menteremo in positivo, costruendo. L’uomo è fatto di materia e di coscienza; questa secon-da cosa l’abbiamo chiamata con tantissimi termini: anima, spi-rito, soffio vitale, ka, karma... Usiamo tanti termini perché nonla vediamo, la sentiamo soltanto, ma siamo sicuri che c’è.Questa cosa è indubbiamente la stessa di un milione di anni fa,ma il modo di viverla e di sentirla forse non è lo stesso. Proba-110
    • bilmente un contadino egiziano avrà pensato, di fronte allamaestosità delle piramidi, la stessa cosa che pensiamo noi difronte alle esplorazioni nello spazio: un incredibile spreco dirisorse e di energie. E tuttavia oggi possiamo guardarci indie-tro e chiederci il motivo per cui le assurdità della storia si ripe-tono senza tregua. Cioè oggi abbiamo una coscienza molto piùtragica del nostro destino (parlo ovviamente della coscienzache possono avere due persone come me e te). All’inizio della storia delle civiltà non si poteva ovvia-mente sapere a quale immane disastro avrebbe portato la stradache ha posto fine al comunismo primitivo; oggi invece lo sap-piamo e pur sapendolo continuiamo a camminare tranquilliverso il baratro. Il fatto è che se non poniamo adesso le basi del supe-ramento del capitalismo, quando questo crollerà (come sonocrollate tutte le formazioni sociali antagonistiche), la storia citroverà impreparati e la transizione al diverso sarà molto piùdolorosa. Condivido perfettamente quanto dici, a questo proposi-to: «Non è mai accaduto che, per costituire un sistema di livello su-periore, sia stato necessario eliminare prima i sistemi di livello infe-riore: le due cose possono evolversi contemporaneamente, anche senon potranno mai convivere. Una società comunistica potrebbe per-ciò essere contemporanea del capitalismo, a patto che si evolva sepa-rata da esso». Come ciò possa accadere però non riesco a im-maginarlo. Prendi p.es. il cristianesimo primitivo: esso, se voglia-mo, ha messo in pratica la tua affermazione; poi finalmentesono arrivati i barbari e lo schiavismo è finito, ma questa di-sgrazia secolare, durata millenni, con che cosa era stata sosti-tuita? Col servaggio! Abbiamo avuto un miglioramento soloparziale; stante le premesse del cristianesimo avremmo sicu-ramente potuto ottenere di più: perché dunque questa ennesimasconfitta? Il motivo è molto semplice: perché non si è andatialla radice dei problemi, ci si è accontentati di soluzioni di 111
    • compromesso, non si sono volute fare delle rivoluzioni ma so-lo piccole riforme. Tu dirai che le rivoluzioni fatte fino ad oggi non hannoottenuto risultati migliori; tuttavia resta sempre il problema dicome spezzare il cerchio delle «civiltà». Dici, a questo proposito, anticipando quasi le mie idee:«Se per comunismo intendiamo però l’espressione più alta della li-bertà umana, cioè una società senza classi e senza competizione,senza denaro e senza proprietà privata, una democrazia diretta senzamediazioni e senza burocrazia, senza guerre e conflitti sociali, in ar-monia con l’ambiente naturale, dove i diritti degli individui coinci-dono con i loro bisogni, allora è facile capire che tutto ciò potrà veri-ficarsi solo con un unico sistema a livello planetario, non già in unasingola nazione». In pratica vuoi farmi capire che nessuna rivoluzione po-trà mai essere efficace finché non sarà mondiale: problema,questo, già ampiamente dibattuto ai tempi di Lenin e Trotski. Èevidente infatti che una nazione deve sapersi difendere dagliinevitabili attacchi da parte degli avversari. Ma se aspettiamouna coscienza universale, chi comincerà per primo? Qualcunodovrà pur esserci per indurre a credere nella possibilità dellatransizione? Se il capitalismo fosse così sicuro di sé, perchéquando la Russia di Lenin fece la rivoluzione, ben undici na-zioni mandarono truppe in appoggio ai bianchi zaristi? Su questo che dici comunque sono perfettamente d’ac-cordo: «il comunismo planetario, anche se dovesse realizzarsi traqualche secolo, non potrebbe prescindere dall’aggregazione di tutti isistemi federativi della terra. Anzi, per realizzare il comunismo,l’umanità intera dovrebbe essere organizzata in sistemi federativi,come tante “cellule sociali” aggregabili in un corpo unico». Cioè sono anch’io convinto che le basi vadano posteadesso, e nel senso che dici tu, e che noi non possiamo sapereil momento in cui la cosa avverrà secondo i nostri sogni; spes-so anzi i sogni sono molto pericolosi, specie se si pretende divederli realizzati in tempi brevi. Noi non sappiamo né il giorno112
    • né l’ora - dicono i vangeli -, ed è un bene che sia così, altri-menti in nome della verità costruiremmo solo dittature. Quando parlavo di «società asiatiche» intendevo rife-rirmi a Cina e India: qui secondo me c’è il futuro delle civiltàantagonistiche, perché in questo momento stanno compiendouno sforzo enorme di conciliare il peggio della nostra civiltàcon il meglio della loro, col risultato che della loro resterà soloquel tanto che basta per far funzionare la futura civiltà megliodi quanto potremmo fare noi occidentali. E questo passaggio diconsegne mi sembra naturale, perché noi abbiamo già dato tan-to alla distruzione dell’uomo e della natura. Ora è venuto il lo-ro momento per dimostrare che sono più «bravi» di noi (lo di-co ovviamente in senso ironico). Hai presente quando è scoppiata la II guerra mondiale?Sembrava tutto dipendesse dall’Europa. Invece alla fine gliStati Uniti, con soli 500mila morti, si sono accaparrati il mon-do intero, mentre le altre nazioni, che nel complesso ne hannoavuti oltre 50 milioni, sono state messe al palo. Dunque, per-ché la stessa cosa non dovrebbe farla la Cina quando verrà ilturno degli americani? Su questo che dici: «Le filosofie orientali, pur accentrandola loro essenza sul rispetto della natura e degli esseri viventi, affida-no al singolo individuo la sua realizzazione morale, sociale e spiri-tuale, in modo del tutto indipendente da un’eventuale collaborazionealtrui. Non sono quindi adatte alla costituzione dei nuovi gruppi so-ciali, che necessitano invece di una cultura fortemente aggregante». ...non sarei così sicuro. È tutto da dimostrare che l’indi-vidualismo di queste società sia superiore al nostro. Non siamoforse noi che ci vantiamo d’essere creativi proprio perché sia-mo «individualisti»? E poi è fuor di dubbio che il loro maggiorrispetto della natura sia in qualche modo correlato a una mag-giore esperienza del sociale. Comunque da quanto dici: «Nella Bibbia ci sono tutti gliingredienti per le norme comportamentali di una vita comunitaria. 113
    • Non per questo prendo la Bibbia come testo programmatico per met-tere in crisi il sistema capitalistico». ...mi fai venire in mente i cristiani per il socialismo.Cioè coloro che facevano un’analisi sociale con gli strumentidel marxismo e che davano alla fine risposte di tipo religioso. Ma tu fai parte di qualche comunità? Parlami di questo.114
    • 10 MAIL PN 5 febbraio 2003 Questa volta rispondo alla tua mail partendo dal fondo.No, non faccio parte di qualche comunità, anche se ho avutopiù di un’occasione per farlo. Pur essendo convinto della bontàdel vecchio detto «chi fa da sé fa per tre», penso che un indivi-duo, da solo, non potrà mai fare tutto di tutto e avrà sempre bi-sogno degli altri per vivere la sua vita quotidiana. I rapporti con gli altri possono però essere vissuti neimodi più diversi. Con l’opportunismo, tipico delle persone in-dividualiste ed egoiste; con la solidarietà, tipica delle personesocievoli e generose; oppure con la collaborazione altruistica.È quest’ultimo tipo di rapporto che vorrei avere col mio pros-simo, anche se so perfettamente che è un discorso che non po-trebbe essere esteso a tutti. Istintivamente immagino la vitacomunitaria del gruppo come l’espressione più profonda deirapporti umani tra gli individui. «La libertà non è uno spaziolibero, libertà è partecipazione», diceva una vecchia canzone diGaber. Sono abbastanza realista da capire, però, che ogni espe-rienza di questo tipo, in comunità isolate, è inevitabilmente de-stinata a esaurirsi. Ho osservato con attenzione il fenomenodella nascita di comunità, della loro vita e della loro fine, e hopotuto verificarne pregi e difetti. I vantaggi possono essere dinatura sociale, perché i rapporti umani sono, nel complesso,più vicini a quello che siamo geneticamente, tant’è vero che,per curare molti mali prodotti dalla nostra disastrata società,sono sorte comunità «terapeutiche». Gli svantaggi possono essere di natura economica, per-ché l’isolamento e le dimensioni ridotte non garantiscono lacompleta autosufficienza. Ci si deve accontentare di poco incambio di una vita un po’ più tranquilla. 115
    • L’istinto sociale umano, se non ancora troppo inquinatodalla cultura consumistica, porterà ancora, come sempre, indi-vidui ad aggregarsi in gruppi, ma in funzione rivoluzionaria sa-ranno come tanti buchi nell’acqua: non lasceranno alcun segnonel corpo del sistema capitalistico. Non a queste comunità, o a questo modo di vivere, miriferisco quando parlo di autonomie comunitarie, per moltebuone ragioni. Innanzi tutto, come ti ho già accennato in unamail precedente (mail 4 PN), non sarà possibile costituire unsolo sistema federativo senza il supporto di una grande orga-nizzazione popolare, sia per i costi d’insediamento, sia perchéqueste entità non dovranno (e non potranno) isolarsi dalle real-tà economico-sociali esistenti. Questo non significa che le «cellule sociali» graverannoeconomicamente sull’organizzazione, anzi, non solo sarannocompletamente autosufficienti, ma avranno, con l’ausilio di uncerto numero di lavoratori esterni, un bilancio in attivo, a so-stegno della stessa organizzazione e per la messa in opera dinuovi insediamenti. Non sto a elencarti i vantaggi economici eumani di una federazione comunista autosufficiente (se vuoi lipuoi giudicare da te leggendo il file «Le autonomie comunita-rie»), ma mi preme sottolineare il carattere rivoluzionario e in-ternazionalista che potrà avere l’organizzazione di sostegno. Devo però spiegarti cosa intendo con questi termini.Rivoluzionario non perché mira a un attacco diretto al «cuoredello Stato» (espressione in auge negli anni di piombo), maperché punta a un’inversione di 360° (vedi mail 3 PN) nel mo-do di pensare, di agire, di vivere. Internazionalista non perchévuole estendere in tutto il mondo lo scontro diretto col poterepolitico, ma perché il programma che promuove può essereapplicato in tutte le nazioni, in tutti i regimi politici, in tutte lesituazioni economiche. «Cellule sociali» potranno essere impiantate anche inpaesi ridotti alla fame. Sarebbero ugualmente strutture alta-mente tecnologiche, simili a quelle insediate in paesi ricchi,116
    • che garantiranno lo stesso tenore di vita ai loro abitanti. La so-la differenza sarà che, probabilmente, i lavoratori esterni diquelle federazioni dovranno espatriare per il lavoro (che saràprocurato dall’organizzazione). Certamente ci saranno maggio-ri difficoltà d’insediamento e di gestione in paesi con dittaturemilitari o teocratiche, o entrambe le cose, però la cosa è co-munque fattibile. Forse le autorità nazionali potrebbero impor-re di pregare cinque volte al giorno in direzione della Mecca, ofar osservare certe regole alimentari, oppure tutto ciò avvenireper libera scelta degli interessati, ma questa è solo «forma» cheogni «cellula» esprimerà a modo suo, senza intaccare la «so-stanza», che consisterà sempre nei rapporti di reciproca colla-borazione tra gli abitanti di un sistema federativo e traquest’ultimo e altre entità simili. Non dimentichiamo che ladiversità è un fondamento della stabilità in natura. Il nostrocorpo è formato da cellule specializzate, diverse per forma efunzioni. L’appiattimento culturale non sarà per niente garan-zia di stabilità in un sistema planetario comunista. Un comunista può rivendicare il suo diritto di vivere dacomunista, ma non sarà più comunista nel momento in cui cer-cherà di imporre ad altri il suo modello di vita. Il comunismo èl’affrancamento da ogni imposizione culturale, non è la difesaarmata di una propria cultura. D’altra parte perché dobbiamoostinarci ad abbinare sempre un percorso rivoluzionario con lalotta armata? Sono due cose completamente diverse e la loroattinenza è, il più delle volte, solo casuale. Perché non prende-re in considerazione che potrebbe esserci una rivoluzione «le-gale» ma completa, che non mira a piccole riforme, ma a cam-biamenti radicali tra la popolazione che, liberamente, sceglieràdi fondare la propria esistenza sulla collaborazione reciproca,scavalcando di fatto i confini nazionali? Non stavo riesumando la teoria di Trotzky quando par-lavo di comunismo planetario. Prova a immaginare che tipo divita per l’umanità se per un paio di secoli ci fosse una rivolu-zione permanente in tutto il mondo! Il concetto di nazione per 117
    • un comunista non dovrebbe comunque esistere, perché la natu-ra umana non deve avere confini culturali. Eppure ci troviamoimmancabilmente a discutere sulla politica italiana, o su unanazione che ha difeso o che dovrà difendere il «socialismo inun solo Stato», oppure di una civiltà (nazionale) che è destinataa prevalere su un’altra civiltà, o di una nazione che con «soli500.000 morti» si è accaparrata il mondo intero... Sì, hai ragione, «resta sempre il problema di come spezzareil cerchio delle civiltà», ma per poterlo fare occorre uscire dallalogica culturale delle civiltà. Occorre una strategia d’azioneche superi i confini nazionali, come se non esistessero, «infet-tando» il sistema come il virus dell’Aids, che non solo elude lasorveglianza del sistema immunitario, ma attacca «silenziosa-mente» proprio i globuli bianchi incaricati di distruggere i cor-pi estranei. Se questo virus avesse optato per uno scontro diret-to col sistema immunitario, non avrebbe nemmeno fatto notiziae sarebbe già stato distrutto e dimenticato. È ciò che è accaduto a tutte le rivoluzioni violente, chehanno stravolto un sistema politico ma non hanno spezzato il«cerchio delle civiltà». Non è sufficiente lottare contro un po-tere politico ed economico, la lotta dell’umanità dovrà esserecontro tutta la sua storia. Non facciamoci trascinare dal fervoree dall’emozione del «momento», altrimenti continueremo a«guardarci indietro e chiederci il motivo per cui le assurdità dellastoria si ripetano senza tregua». «Noi non sappiamo né il giorno nél’ora, dicono i vangeli, ed è un bene che sia così, altrimenti in nomedella verità costruiremmo solo dittature»: detto questo, detto tutto! Il comunismo si realizzerà quando sarà il momento,senza forzature, ma penso anch’io che «le basi vadano posteadesso», eludendo il sistema immunitario della «civiltà», co-struendo microsocietà comuniste nel pieno della legalità capi-talistica. Del resto i benefici immediati degli abitanti di queste«cellule sociali» saranno notevolmente più importanti di quelliche le masse (ma esistono ancora le masse?) potrebbero ottene-re con rivendicazioni e scontri diretti col potere.118
    • Quando parlo di benefici immediati, non intendo do-mani mattina, perché, realisticamente, i primi sistemi federativisperimentali potranno realizzarsi non prima di un paio di de-cenni. Ciò che potremmo iniziare a costruire fin d’adesso èl’organizzazione di sostegno, che, essa stessa, potrebbe miglio-rare la qualità della vita degli associati, con la collaborazionein molti aspetti della vita quotidiana, tenendo comunque bene amente che lo scopo principale di questa organizzazione sarà laprogettazione e la costruzione di sistemi federativi. Eludere il sistema immunitario della «civiltà» significaestraniarsi dalla vita politica della «civiltà», senza creare situa-zioni controproducenti e pericolose scontrandosi con le istitu-zioni. Non solo non servirebbe a ottenere di più di ciò chel’organizzazione stessa può garantire al suo interno, ma scate-nerebbe la reazione immunitaria del sistema capitalistico. Lastrategia di un virus è quella di infiltrarsi nel DNA cellulare eindurre la cellula, inconsapevole, a replicare tante copie virali.Avere lo Stato per amico non significa scendere a compromes-si col nemico, ma usufruire di tutti i vantaggi legali che posso-no far crescere l’organizzazione. Ora si ripropone il problema di sempre. Come istituiree, soprattutto, tenere unita un’organizzazione, senza una «lineapolitica»? Forse sai già dove voglio andare a parare, e mi chie-do a chi mi farai assomigliare questa volta, oltre a un Testimo-ne di Geova o un Cristiano per il Socialismo! Il fatto è che io,quando parlo di pensiero cristiano, non intendo parlare di reli-gione, ma di pensiero cristiano laico. A questo proposito ti in-vito ancora, come ho fatto nella mail precedente, di trovare unafilosofia di vita (per i membri di questa ipotetica organizzazio-ne) che abbia un potere d’unione maggiore di quella fondatasulla regola aurea cristiana. Non ti chiedo molto. Tutto quelloche è mistico o misterioso, mettiamolo pure nel cassetto, ma ècerto che una forma di comunicazione culturale comune dovràpur esserci per collaborare. Nella parte iniziale della tua mailmi hai fatto un trattato di filosofia pura. Anch’io mi sento im- 119
    • preparato per discutere su temi di questo carattere. Mi vienemal di testa solo a pensare al tuo «travaglio» culturale, ma so-no convinto che è da persone con la tua esperienza che posso-no uscire idee risolutive.120
    • 10 MAIL EG 5 febbraio 2003 Per poter rispondere alle tue domande, anzitutto dovreichiarirmi su alcune cose per le quali non ho ancora delle rispo-ste esaurienti. Inoltre considera che io sono un insegnante (fac-cio formazione tutto il giorno) e non un politico o un teoricodella politica, per cui oltre un certo livello di conoscenze nonposso andare. Continuo a rispondere volentieri alle tue domande per-ché mi stimolano a riflettere, ma - lo capisci da solo - o ci fer-miamo sul piano delle ipotesi teoriche oppure è meglio iscri-versi a qualche associazione o partito, perché la teoria ad uncerto punto ha bisogno di essere verificata nella pratica; nonera forse Lenin che diceva: «la prassi è il criterio della verità»?Se scegli questa soluzione, ti dico subito che io non sono lapersona più adatta con cui relazionarti, perché ho abbandonatol’attività politica alla fine degli anni ’70 e da allora non l’hopiù ripresa, semplicemente perché non credo di poter parlare diqueste nostre cose in alcuna formazione politica. Ora per me sono due le domande che dobbiamo porci ea cui dobbiamo trovare risposte convincenti: - cosa sarebbe potuto accadere alla storia del genereumano se non si fosse usciti dal comunismo primitivo? - fin dove può arrivare la libertà dell’uomo? L’uomo è uscito dal comunismo primitivo affermandoil concetto di proprietà, cioè si è impossessato privatamente,come singolo o come piccolo gruppo (i più forti o i più astuti)di ciò che un tempo gli apparteneva come collettivo (clan, tri-bù) o, se vogliamo, come «specie». L’individualismo (proprietario di qualcosa) ha fatto u-scire l’uomo dal comunismo primitivo e lo ha fatto entrare nel-la cosiddetta «civiltà». (Saprai immagino che il marxismo clas- 121
    • sico ha sempre considerato - secondo me a torto - questo pas-saggio come «necessario» per uscire da uno stato di «minori-tà», un po’ come per Kant l’emancipazione della ragione dallareligione. Ho scritto molto su questo nelle pagine dedicate aMarx). Oggi in sostanza diamo per scontato che l’affermazione(in varie forme e modi) della proprietà privata, contro l’interes-se collettivo, è all’origine della nascita delle civiltà. È così vero che anche l’affermazione della libertà si ècominciato a farla dipendere da quella della proprietà: quantopiù possiedo (persone o cose), tanto più sono libero, anzi tantopiù «sono» tout-court. L’affermazione della libertà di pochiproprietari s’è posta contro la negazione della libertà di moltinullatenenti. Il diritto è servito appunto per dare una parvenzadi legittimità a un abuso di fatto. Dunque la proprietà è negazione della libertà, poichénon può esistere vera libertà se è solo per pochi. E per «pro-prietà» intendo quella che serve per la riproduzione della spe-cie (mezzi di produzione, terre, ecc.), non intendo ovviamentela «proprietà personale» (dall’abitazione allo spazzolino dadenti). Eppure la nascita delle civiltà è un fenomeno relativa-mente recente. Per migliaia di secoli gli uomini hanno vissutonel comunismo primitivo. Quale sarebbe stata l’evoluzione delgenere umano senza l’affermazione della proprietà privata? Sisarebbe ugualmente arrivati all’attuale progresso tecnico-scientifico? Qui le risposte da dare, secondo me, sono due, moltodiverse tra loro. 1. Gli uomini avrebbero continuato a sviluppare, perfe-zionandoli, gli strumenti e i mezzi della loro vita quotidiana,ma avendo sempre un occhio di riguardo verso il benesserecollettivo, verso la proprietà comune. Quindi i progressi tecni-co-scientifici ci sarebbero stati ugualmente, ma secondo formemodi e tempi molto diversi.122
    • 2. Gli uomini avrebbero forse scoperto che più impor-tanti delle soddisfazioni materiali sono quelle morali e spiritua-li, per cui invece di potenziare l’intelligenza e la creatività ver-so aspetti esteriori alla loro vita, avrebbero sperimentato di piùi valori umani e spirituali, le questioni della coscienza e dellalibertà interiore, ovviamente sempre nel rispetto della proprietàcomune. Dunque quale può essere il senso dell’uomo nella natu-ra? Probabilmente quello di andare oltre la materialità delle co-se, oltre i bisogni della sopravvivenza, tipici del mondo anima-le. L’essere umano è forse la dimostrazione che, volendo, lanatura può andare oltre se stessa. Ma in che senso? Tecnologi-co o Spirituale? Sviluppando la Scienza o la Coscienza? Noi sappiamo soltanto che con la nascita della proprietàprivata e quindi delle tante civiltà, l’uomo, dal punto di vistadei valori spirituali, è regredito a livello animalesco, anzi, permolti versi, si è posto al di sotto degli istinti naturali degli ani-mali (che se è vero che non hanno nulla di etico, non hanno pe-rò nulla neanche di immorale). Purtroppo la proprietà privata si è talmente diffusa co-me concezione di vita, che chi non ne dispone è come ridottoin schiavitù. E così, da un lato i proprietari sono disumani per-ché, per conservare i loro privilegi, sono costretti a compierequalunque tipo di reato (che per loro, ovviamente, è legittimo);dall’altro i nullatenenti rischiano continuamente la disumanitàsia quando non reagiscono politicamente al loro stato di sogge-zione e di sfruttamento, sia quando lo fanno individualmente,come criminali. Come se ne esce? L’unico modo - secondo me - è quel-lo della rivoluzione popolare, che deve riportare le cose a co-me erano un tempo. Per quale motivo si è costretti a questa misura di forza?Semplicemente perché la concezione della proprietà privata,per poter sussistere, ha bisogno continuamente di diffondersi,di soggiogare, di sottomettere uomini e natura. 123
    • La Terra è una sola: non è possibile emigrare al di fuoridi essa. Quando gli ebrei non sopportarono più la schiavitù e-gizia, se ne andarono in Palestina, ma oggi queste migrazionidi massa non sono più possibili, poiché le civiltà hanno coin-volto il mondo intero. Con la scoperta dell’America il capitali-smo è divenuto mondiale, ponendosi come prima civiltà a dif-fusione internazionale. Ora, poiché gli uomini hanno usato la forza per priva-tizzare il bene comune, è secondo me molto improbabile chevorranno disfarsi delle loro proprietà a favore della collettivitàin modo spontaneo, senza reagire con altrettanta forza. E qui si pone la domanda sui limiti della libertà umana:fin dove possiamo spingerci? Abbiamo il diritto di autodi-struggerci, oppure dobbiamo pensare che la nostra libertà pos-sa muoversi solo entro certi limiti? E quali sono questi limiti,entro cui sia possibile per tutti vivere un’esistenza dignitosa?Queste domande chi se le deve porre? Solo quelli che non pos-seggono nulla? Sulla Terra l’uso negativo della libertà non va a toccaresolo l’esistenza dei proprietari, ma anche e soprattutto quelladei nullatenenti. L’uomo proprietario ha creato un inferno incui purtroppo tutti sono costretti a vivere. Per uscire da questoinferno, in questo pianeta, occorre fare una rivoluzione. Nonvedo alternative praticabili, in cui capitale e lavoro possanotrovare un compromesso vantaggioso per entrambi. I nostri o-perai «occidentali» non sono mai soddisfatti dei loro contrattidi lavoro e quando lo sono, sappiamo bene che nel Terzo mon-do qualche altro operaio sta pagando loro gli aumenti salarialiche hanno preteso. Sicché paradossalmente abbiamo che im-prenditori e operai «occidentali» stanno «sfruttando» insiemele risorse della periferia neocoloniale. Se le condizioni di vita non fossero determinate dai bi-sogni materiali, le cose sarebbero diverse. Cioè uno potrebbescegliere l’inferno senza per questo obbligare gli altri a seguirela sua strada.124
    • Nel nostro pianeta l’uso della forza fisica (o economi-ca) gioca un ruolo rilevante nei rapporti umani, proprio perchégli uomini hanno bisogni fisici e hanno bisogno di risorse ma-teriali per soddisfarli. Se gli uomini avessero solo bisogni spirituali, al mas-simo potrebbe esistere l’uso di una coercizione morale. Maquesta ipotesi non è praticabile, allo stato puro, su questa Ter-ra. Chi vuol vivere di «solo spirito», in assoluta libertà, è poicostretto a chiedere la carità degli altri, la quale, peraltro, po-trebbe anche essere elargita con ricchezze ingiuste, frutto disoprusi e rapine. Quando si usa la coercizione morale, lo si faminacciando sempre la perdita di qualcosa di fisico (la vita, ibeni, i familiari, il lavoro, il denaro ecc.), perché noi non pos-siamo prescindere da questa fisicità. Nessuno vuole sostenere che sia possibile affermareuna libertà individuale personale contro le altrui libertà indivi-duali. Non è possibile essere liberi da soli. La libertà personaleè sempre vincolata alla libertà degli altri. E tuttavia uno do-vrebbe avere lo spazio in cui affermare la propria libertà in-sieme alla libertà degli altri. Quando questo non è possibile, larivoluzione diventa necessaria, perché senza libertà l’uomomuore. Forse il destino dell’umanità è quello di sperimentaretutte le possibili deviazioni dal vero valore umano, per poi ri-scoprirlo alla fine, dopo le inevitabili tragedie. La storia in so-stanza sarebbe la dimostrazione di come l’uomo senta il biso-gno di provare tutte le strade dell’individualismo, prima di ar-rivare ad ammettere che la strada migliore è quella del colletti-vismo. Insomma, questo per dirti che il tuo progetto per me èrealizzabile solo fino a un certo punto. 125
    • 11 MAIL PN 8 febbraio 2003 Riflettere significa confrontarsi con «l’altra faccia dellospecchio», poiché è una virtù tipicamente umana, anche se nontutti ne fanno uso nella stessa misura. Significa avere la sag-gezza e la modestia di mettersi in discussione. È indiscutibileche tu di riflessione hai dovuto averne parecchia, vista la tuacompleta inversione di rotta, ma mi fa piacere che le mie do-mande ancora ti stimolino la riflessione. «...ho abbandonato l’attività politica alla fine degli anni ‘70e da allora non l’ho più ripresa, semplicemente perché non credo dipoter parlare di queste cose in alcuna formazione politica». È esat-tamente quello che è accaduto a me nello stesso periodo e,anch’io, non ho più ripreso a fare politica per le stesse motiva-zioni, anche se i presupposti delle nostre scelte sono state mol-to diverse: tu Comunione e Liberazione, io extrasinistra. La politica è, correggimi se sbaglio, qualsiasi rapportotra cittadino (abitante della «polis») e istituzioni, finalizzato amutare di continuo le regole che sono alla base di questo stessorapporto. È un tiro alla fune tra governo e governati, ma per fa-re politica non è necessario militare in qualche partito politicotradizionale o in qualche movimento d’opinione. Anche facen-do parte di associazioni culturali o ecologiste o umanitarie, sifa politica. Un gruppo di persone che sottoscrive una petizionerivolta al Comune, per spostare un cassonetto dei rifiuti o perfare installare un lampione in più in una via cittadina, fa politi-ca. Anche semplicemente partecipando col nostro voto a qual-siasi consultazione elettorale (sono oltre vent’anni che io nonvado più a votare), si fa politica. L’organizzazione di cui ti ho parlato non esiste, ma segià esistesse non farebbe politica, perché non farebbe nessunarivendicazione alle istituzioni. «Contrattare» con lo Stato e le126
    • sue istituzioni significa legittimare il sistema politico ed eco-nomico e, in definitiva, accettare le sue regole e le sue disposi-zioni, anche se si può farlo sbottando o torcendo il naso.Un’organizzazione popolare che non si riconosce nel sistemain cui vive, non può quindi fare politica. D’altra parte estra-niarsi dalla politica, in questo caso, non significa accettare leregole del sistema, ma ignorare completamente le sue emana-zioni istituzionali. Semplicemente non esistono. Qualora nonpagassi le tasse o, comunque, non rispettassi le regole delloStato, entrerei in competizione con le istituzioni e quindi fareipolitica. A questo punto, per chi non accetta le regole del gioco,ci sono solo due prospettive. - Quella che tu chiami rivoluzione, ossia tentare di ro-vesciare con la forza un sistema politico per instaurarne un al-tro. - Quelle che io chiamo microsocietà autonome, ossiacambiamenti locali non violenti, ma radicali. Ora io concordo sostanzialmente con la tua analisi sulcomunismo primitivo (non dimenticare che ti ho scritto la pri-ma volta proprio perché ho apprezzato il tuo articolo «Dio e ilserpente») e sulla libertà negata dalla proprietà, ma piuttostoche attenermi, per quel che riguarda questo argomento, alle o-pinioni di Marx e di altri filosofi contemporanei o posteriori alui (che danno valutazioni diverse, proprio perché sono sogget-tive), preferisco affidarmi a chi ha molti milioni di anni di e-sperienza sul campo. Cosa ci dice la natura sulla rivoluzione? - Le rivoluzioni non avvengono mai a livello generale,ma locale. - Non interessano mai la totalità della popolazione diuna specie. - Il cambiamento può essere repentino, ma l’instabilitàpuò avere tempi lunghi. - Dopo un periodo di stabilità è necessaria una nuovarivoluzione. 127
    • Posso farti tutti gli esempi che vuoi, a riguardo, perchési ripetono immancabilmente in tutti i livelli sistemici, ma te lirisparmio per la tua «allergia» agli argomenti scientifici. C’èuna cosa che però ritengo importante chiarire. È vero che l’uo-mo è l’essere più complesso dell’universo conosciuto, maanch’esso non sfugge ai meccanismi evolutivi. È vero che «permigliaia di secoli gli uomini hanno vissuto nel comunismoprimitivo», ma il punto di rottura non è stato causato da un attodi loro volontà, bensì da un atto inconsapevole, anche se dovu-to alle loro potenzialità intellettive. Fino a quando non ha raggiunto uno sviluppo del suocervello tale da consentirgli di fare delle federazioni di gruppi,basandosi solo su comportamenti non genetici, l’uomo non sa-rebbe mai potuto uscire dal comunismo primitivo, poiché è sta-ta la federazione che ha prodotto la disgregazione del gruppo el’abbandono del comunismo primitivo. Tuttavia la «rivoluzione che deve riportare le cose a comeerano un tempo», non potrà fare meno della ricostituzione di fe-derazioni di gruppi sociali, perché l’elevata socialità e la predi-sposizione alla collaborazione sono ancora ben impiantate nelcodice genetico della nostra specie, e la federazione è la suapiù alta espressione applicata. Una rivoluzione popolare chemirerebbe ad abbattere la proprietà privata dovrebbe esseremetodica, finalizzata alla ricostruzione del tessuto sociale co-munistico, di cui l’eliminazione della proprietà privata è solouno degli elementi, altrimenti si incanalerebbe dritta verso lostatalismo. Secondo i dettami marxisti, la collettivizzazione deimezzi di produzione doveva essere il mezzo per arrivare a unasocietà senza classi, ma il mezzo si è trasformato in obiettivo,un ostacolo insormontabile. La verità è che nessuna imposizio-ne culturale (intendi dittatura del proletariato) potrà mai porta-re alla libertà culturale (intendi comunismo). Si possono trova-re cento scuse per giustificare il fallimento degli obiettivi dellarivoluzione, ma ci saranno sempre centouno motivi per non128
    • avventurarsi in un insensato, inutile, inumano dispendio di e-nergia e di vite umane. Una rivoluzione non è uno scherzo da niente! L’uomopuò andare certamente oltre la materialità delle cose, ma mispieghi perché le masse reagiscono solo per soddisfare la loromaterialità? «La storia ci ha insegnato che un popolo affamatofa la rivoluzion»... evviva la pappa col pomodoro! D’altra parte non si potrà mai impedire alla gente di so-gnare e di illudersi, e sono convinto che la libertà culturale è lacosa più importante della vita umana. Quale umanesimo laicoe socialismo democratico, dunque, possono coincidere con unarivoluzione violenta che mira a una dittatura, che inchiodereb-be al palo la libertà culturale degli individui, per intere genera-zioni? La dittatura del proletariato non potrà mai essere «de-mocratica» (nel senso letterale del termine), perché non saràmai il popolo a comandare, ma sempre e comunque una ristret-ta cerchia di «delegati», che inevitabilmente si trasformerebbein una nuova classe privilegiata. Di certo non condivido questavoglia di rischiare di sfracellarsi in nome di una libertà, chepoi, alla luce dei fatti, si trasforma in una galera. Ce n’è pertutti i gusti, chi vuole guerreggiare lo faccia pure, sappia peròche non solo non si libererà di questo sistema immondo, mafinirà per impantanarsi in una palude dalla quale non sarà faci-le uscirne. Noto che fai spesso riferimento a momenti storici degliEbrei. Il popolo ebraico è effettivamente un popolo particolare,essendo stato geograficamente collocato proprio al centro dellepiù antiche civiltà del Vecchio Mondo. Egizi, Sumeri, Fenici,Ittiti, Assiri, Babilonesi, Medi, Persiani, Greci, Romani, ognu-no di questi popoli ha accampato diritti di conquista sui territo-ri d’Israele, perciò è comprensibile che la storia del popolo e-braico sia stata una continua ed estenuante guerra di liberazio-ne. «Quando gli Ebrei non sopportarono più la schiavitù egizia, sene andarono in Palestina, ma oggi queste migrazioni di massa non 129
    • sono più possibili, poiché le civiltà hanno coinvolto il mondo inte-ro». Non è andata esattamente così, perché, per insediarsinella terra «promessa» di Canaan, gli Israeliti hanno dovutolottare proprio contro le civiltà già presenti in quei territori(soprattutto di origine fenicia). Inoltre le migrazioni di massasono proprio caratteristica dei nostri tempi, a causa di semprepiù gravi carestie, pestilenze e guerre. Ciò che è importante èche gli Ebrei hanno avuto effettivamente una via di fuga dallaschiavitù, rifugiandosi nel deserto. Sono stati liberi fino aquando essi stessi non sono diventati uno Stato, a danno dellepopolazioni locali. È praticamente da poco dopo quel momentoche è iniziata la loro lotta di liberazione. Anche noi possiamo crearci una via di fuga e liberarcidalla schiavitù del sistema capitalistico. Non è necessario ab-battere il capitalismo per fare questo. Le leggi liberiste istituiteper legittimare la grande proprietà privata e lo sfruttamento dellavoro salariato sono valide, a tutti gli effetti, per la costituzio-ne di microsocietà autonome comuniste. La proprietà è sacra?Ebbene, gli abitanti di una «cellula sociale» saranno proprietaridi un territorio, al cui interno non ci saranno né proprietà pri-vata né lavoro salariato. Gli imprenditori vogliono mettere inginocchio la pubblica sanità o la pubblica istruzione, lucrandosu case di cura, case di riposo e scuole private? In questo modoè dato alla «cellula sociale» la possibilità di gestire autonoma-mente la sanità, l’assistenza e l’istruzione. Si tende a privatiz-zare la produzione e la vendita di energia elettrica, gas, acqua,telefonia? La «cellula sociale» è perfettamente in grado di pro-dursi da sé tutte queste cose (risparmiando!). Questi sono solo gli aspetti superficiali della questione.In realtà i vantaggi veri sono ben altri. Niente è più appagantedi vivere come natura comanda, liberi dall’influenza culturaledel sistema capitalistico. Inoltre chi vivrà collaborando in mo-do comunistico col suo prossimo in questo nuovo sistema so-ciale, avrà fatto una libera e consapevole scelta e potrà ritorna-130
    • re sui suoi passi, qualora questo genere di vita non lo soddisfa-cesse più. «Nessuno vuole sostenere che sia possibile affermare una li-bertà individuale personale contro le altrui libertà individuali. Non èpossibile essere liberi da soli. La libertà personale è sempre vincola-ta alla libertà degli altri. E tuttavia uno dovrebbe avere lo spazio incui affermare la propria libertà insieme alla libertà degli altri. Quan-do questo non è possibile, la rivoluzione diventa necessaria, perchésenza libertà l’uomo muore. Forse il destino dell’umanità è quello disperimentare tutte le possibili deviazioni dal vero valore umano, perpoi riscoprirlo alla fine, dopo le inevitabili tragedie. La storia in so-stanza sarebbe la dimostrazione di come l’uomo senta il bisogno diprovare tutte le strade dell’individualismo, prima di arrivare ad am-mettere che la strada migliore è quella del collettivismo. Insomma,questo per dirti che il tuo progetto per me è realizzabile solo fino aun certo punto». Hai detto bene, quando questo non è possibile! Sembraperò che tu dia già per scontato che possibile non lo sia. Pensache beffa se la soluzione fosse davvero dietro l’angolo. Alloraperché non provare a spezzare in questo modo il cerchio delleciviltà? Se vedi qualche sassolino negli ingranaggi di questodiscorso, dovresti essere più specifico, perché credo che ad o-gni tua domanda precisa ci sia una risposta precisa. 131
    • 11 MAIL EG 9 febbraio 2003 Su alcune cose che dici ricordo di aver scritto un testorelativo agli ultimi anni di vita di Lenin, allorché diceva di a-ver fatto il possibile per il suo paese e che si rendeva conto chese si fosse partiti da una rivoluzione culturale invece che poli-tica sarebbe stato meglio, ma questo non fu possibile proprio amotivo della dittatura dello zarismo e dell’analfabetismo dellemasse. C’era un grande dramma nelle sue parole, e io vorreidirti che la tua proposta sembra andar bene per una societàcome la nostra o come quelle occidentali, perché riescono afarci credere che sia possibile vivere pacificamente nelle de-mocrazie liberali. In realtà questo pacifismo è molto relativo, sia perchélo stiamo ottenendo grazie allo sfruttamento neocoloniale, siaperché non esitiamo a ricorrere alle armi quando qualcuno lomette in discussione, sia egli interno o esterno ai nostri paesi. Siamo in pace da oltre mezzo secolo nella nostra Euro-pa (a parte i conflitti locali-regionali in Irlanda, in Spagnaecc.), ma solo perché con le ultime due guerre mondiali, chesono state di una carneficina senza confronti, abbiamo avuto10 milioni di morti nella prima e 50 nella seconda (nei secolipassati abbiamo fatto guerre persino di 30 anni, di 100 anni...).In questi ultimi duemila anni di storia l’Europa ha vissuto con-flitti interminabili. Quando parlavo di migrazioni di massa a scopo di libe-razione socio-politica intendevo dire che le grandi migrazionidella storia (sì degli ebrei con Abramo e Mosè, ma soprattuttoquelle degli indoeuropei dalla Russia meridionale e quelle deibarbari medievali, fino a quelle dei «Padri Pellegrini» e dei so-cialisti utopisti) si spiegano probabilmente col fatto che ad un132
    • certo punto si pensò che un’esistenza alternativa poteva esserevissuta solo in un altro ambiente geopolitico. Individualmente o come piccoli gruppi (vedi p.es. No-madelfia) è possibile aspirare a vivere un’alternativa nella so-cietà borghese stando dentro questa società, ma il problema re-sta sempre quello di come far uscire l’intera popolazione dallaschiavitù. Ed è evidente che se non è la stessa popolazione adesiderare di uscirne, non sarà mai possibile far nulla di defini-tivo. Si può dunque anche partire dalle microsocietà, ma pre-sto o tardi si riproporrà il problema di come superare l’interosistema, proprio perché il sistema non vuole essere «superato»dal suo opposto (al massimo può appunto tollerare singole, ir-rilevanti, eccezioni). La transizione è sempre un trauma san-guinoso, perché all’origine di tutto c’è un atto di ribellione (A-damo ed Eva) e l’omicidio di Abele. La storia delle civiltà ènata dal sangue e nel sangue finirà: non perché questo sia undestino ineluttabile, ma perché è nella natura della libertà u-mana far del male sapendolo di fare. Io penso che qualunque migrazione (individuale o dimassa) sia una forma di debolezza, una sconfitta sul campo. Èvero, a volte la realtà delle contraddizioni o comunque la loropercezione è così forte da indurre a compiere scelte unilaterali.Ma è anche vero che là dove è accaduto non si sono mai otte-nuti risultati decisamente migliori delle contraddizioni antago-nistiche che si erano volute abbandonare, nel senso che alla fi-ne non si è fatto altro che riprodurre, in forme e modi diversi,gli stessi conflitti (il capitalismo americano, p.es., è molto piùcruento di quello europeo). Ecco perché ritengo che fino a quando non avremo pre-so sul serio le contraddizioni della nostra epoca, non riuscire-mo mai a liberarci di questa schiavitù. Sarebbe stato meglio, intal senso, che la Terra fosse stato un pianeta molto più piccolo. 133
    • Si può lottare, anche quotidianamente, per cercare dimigliorare la società, ma ad un certo punto si pongono di fron-te a noi tre strade: - scendere a compromessi e ridurre la critica, iniziandoad accettare gli aspetti negativi del nostro tempo; - compiere una rivoluzione politico-istituzionale, conl’intenzione di difenderla dagli attacchi di chi vuole conservarelo status quo; - emigrare in un paese dove sia possibile porre le basidi una diversa convivenza umana. Quest’ultima soluzione oggi è praticamente irrealizza-bile, in quanto il capitalismo si è imposto su scala mondiale.Peraltro emigrare da un paese metropolitano a un altro avrebbepoco senso; andare in una zona di periferia neocoloniale (lecosiddette «missioni») ha senso se la consapevolezza che cimuove è forte, altrimenti - non essendo noi occidentali abituatia sopportare contraddizioni molto forti - rischiamo di crollaredopo il primo impatto (senza considerare che molti vanno inquei paesi per colonizzarli culturalmente, per riscattarsi da unavita piena di fallimenti, per cui sono disposti a tutto, pur difuggire da un’alienazione e andarne a vivere un’altra, altrove,in forme diverse). In una zona periferica neocoloniale si possono trovarevalori più positivi dei nostri, ma anche maggiore disagio so-cioeconomico, e dove esiste tale disagio è possibile trovare an-che valori molto negativi. Tutto dipende da come si reagiscealle situazioni. Quel che è certo è che non esiste più un terrenovergine ove poter ricominciare da capo. Esiste solo un diversomodo di combattere il capitale: stando nella zona metropolita-na, oppure trasferendosi in quella coloniale (dove però non sihanno conoscenze sufficienti per muoversi con scioltezza). Quindi non ci resta che rimanere qui a chiederci: com-promesso o rivoluzione? Mi chiedo, a tale proposito, se sia piùfacile scendere a compromessi col capitale in una zona metro-politana (dove si è perduta la memoria del diverso), oppure in134
    • una periferica (dove forse esiste ancora una memoria del diver-so, seppure vissuta in condizioni socioeconomiche molto pre-carie). Io penso che là dove è andata perduta l’esperienza diun’alternativa al capitale, il compromesso è sicuramente piùfacile e la rivoluzione molto più difficile. Secondo me la rivoluzione è più facile che avvengaladdove le contraddizioni rendono impossibile la vita e laddo-ve esiste un ceto di intellettuali in grado di organizzare le mas-se, soggette allo spontaneismo (questa - come noto - è la lezio-ne di Lenin). Prima che una situazione del genere si verifichinelle nostre metropoli, essa deve già essersi abbondantementeverificata nelle periferie neocoloniali. Questo per me significache l’occidente non ha molte possibilità di liberarsi dei proprimali finché il Terzo Mondo non si libera della schiavitù che gliviene imposta. Insomma, ho l’impressione che il tuo progetto possaandar bene solo in un territorio ancora vergine, come il proget-to di Moro nell’isola di Utopia. Da dove mi scrivi: da un carce-re? Stai ipotizzando delle cose che in realtà non esistono, op-pure sei a capo di una federazione di microsocietà autonome? 135
    • 12 MAIL PN 13 febbraio 2003 Effettivamente ti ho detto poco di me, perciò le tue do-mande «bizzarre» sono giustificate. No, non ti sto scrivendo daun carcere! Sono un libero cittadino piemontese che non hapendenti con la «giustizia». Sono nato nel 1953, sono coniuga-to senza figli e lavoro come tecnico in un’importante aziendatessile del Biellese. Non sono a capo di niente e faccio faticaad essere a capo di me stesso, perché non sempre riesco a ren-dere concrete le mie buone intenzioni. Soprattutto commettopeccati di gola, anche se sono un «normolineo». Non ho hobbyparticolari e mi servo malvolentieri del computer, ma sono co-stretto a usarlo anche sul lavoro. Le microsocietà autonome non esistono nella realtà, mavorrei che tu capissi, esistono nella logica della natura. Nella ricostruzione storica che tu hai fatto nella mail 8EG, prefiguri dei periodi di transizione per passare da un’erastorica, con determinate caratteristiche, a un’altra con caratteri-stiche diverse. La natura si comporta proprio in questo modo.Quando essa produce sperimentalmente un livello sistemicosuperiore, segue un lungo periodo di sconvolgimenti e di asse-stamenti finalizzati alla ricerca dei sistemi più efficienti e piùeconomici consentiti a quel livello sistemico. La storia umana, fatta di sconvolgimenti ambientali esociali e relativi assestamenti (provvisori), rappresenta appuntola fase transitoria per il passaggio da un livello sistemico a unaltro di grado superiore, ossia il passaggio dal sistema sociale(il gruppo di cacciatori-raccoglitori) al sistema federativo(l’aggregazione coordinata e stabile dei gruppi sociali). Questotipo di federazione non esiste ancora perché ancora non po-trebbe esistere, essendo ancora insufficiente sia il livello dicomunicazione tecnologica, indispensabile per trasformare una136
    • semplice aggregazione di gruppi in un sistema federativo effi-ciente, che la cooperazione in tempi reali tra i vari sistemi fe-derativi, che nasceranno qua e là in tutto il pianeta. Siamo peròormai vicini alla fase finale di questo periodo di transizione.Sto parlando di una copertura satellitare totale su tutto il globoterrestre, di computer multimediali più «intelligenti» a coman-do vocale, di sviluppo della tecnologia solare ed eolica... quin-di un paio di decenni ancora. Tu attribuisci la maturazione della coscienza rivoluzio-naria delle persone soprattutto ai rapporti esistenti tra le classisociali. Non nego che sia così, ma è evidente che i rapporti in-traclasse e interclasse cambiano col mutare degli strumenti dicomunicazione. Dobbiamo tenere in considerazione anchequesto fattore per interpretare i comportamenti di una popola-zione. Concordo sul fatto che «individualmente o a piccoli gruppi(vedi p.es. Nomadelfia) è possibile aspirare a vivere un’alternativanella società borghese stando dentro questa società, ma il problemaresta sempre quello di far uscire l’intera popolazione dalla schiavi-tù». Comunità di questo tipo sono completamente prive di cari-ca rivoluzionaria, perché reagiscono passivamente alle pres-sioni del sistema, patteggiando con esso, come fa una tartarugaritirandosi dentro il suo carapace, quando si sente minacciata.In realtà, esse non sono un’alternativa al sistema, ma solo unascappatoia che il sistema concede, una valvola di sfogo persgonfiare alcune sue contraddizioni interne. Nel mondo potrebbero sorgere milioni di comunità si-mili a Nomadelfia (che sono realmente esistite nel corso dellastoria), ma non scatenerebbero la reazione immunitaria del si-stema, che, anzi, lascerebbe fare, perché tutto sommato gligioverebbe. La differenza tra queste aggregazioni di individuie le future microsocietà autonome comuniste è uguale a quellaesistente tra un organismo unicellulare, come un’ameba o unparamecio, e una cellula del corpo umano. Possono avere for-ma e dimensioni similari, ma avranno sempre un comporta- 137
    • mento molto diverso. Una, individualista, è insofferente allapresenza dei propri simili e non in grado di comunicare e coo-perare con essi; l’altra, comunista, vive proprio per collaborarealtruisticamente con le sue simili, affinché ne tragga vantaggioil collettivo. La carica rivoluzionaria delle microsocietà auto-nome consisterebbe proprio nel fatto di far parte di un tutt’unoin crescita organizzata, senza patteggiamenti con le istituzioni. È senz’altro vero che una «cellula sociale», per inse-diarsi, ha bisogno di un territorio «vergine» o comunque libe-ro, ma non è necessario emigrare negli angoli meno accessibilidel pianeta per trovare gli spazi necessari. Per la verità, nellasua conquista economica del mondo, il capitalismo lascia die-tro di sé enormi spazi inutilizzati, perché antieconomici. Inquesto momento, mentre scrivo, sto guardando fuori dalla fine-stra e vedo chilometri di terreni inutilizzati o scarsamente uti-lizzati. Abito in una zona collinare di 400-500 metri di altitu-dine, in prossimità delle Prealpi biellesi, in un Comune che hatrecento abitanti scarsi, a una ventina di chilometri da Biella. Nel Biellese è sorta nel Settecento la prima industria i-taliana, quella della lavorazione della lana. Innumerevoli stabi-limenti tessili sono stati impiantati lungo i torrenti (il Biellese èuna zona ricca d’acqua) e i macchinari erano mossi direttamen-te dalla forza dell’acqua, dal momento che ancora non era statoinventato il motore a vapore, a scoppio o elettrico. Ancora oggii maggiori impianti si trovano lungo i torrenti. Anticamentequesta era una zona povera e l’economia poggiava prevalen-temente su attività silvo-pastorali, da qui la produzione dellalana. Fino a quando era vantaggioso produrre la lana in loco ipascoli collinari erano ben curati, ma con l’acquisto di laned’importazione, più economiche e più pregiate, l’allevamentolocale delle pecore ha perso importanza e i pascoli sono statiprogressivamente abbandonati, sostituiti da fitte boscaglie in-colte. Il danno ecologico è stato enorme, perché la manuten-zione dei torrenti non veniva più effettuata con regolarità, cau-138
    • sando alluvioni e frane. Solo nel 1968 un’alluvione ha causatopiù di cento morti tra la popolazione locale. Per le sue caratte-ristiche geografiche i terreni di questa zona hanno scarso valo-re commerciale, perché, così come sono, sono inadatti ad atti-vità agricole o turistiche. Per esserlo dovrebbe accadere ciòche viene detto in Isaia 40:4, cioè: «Ogni valle sia colmata,ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si tra-sformi in piano e quello scosceso in pianura». Certamente questo è fuori da ogni logica di profitto enessun imprenditore privato, come neppure lo Stato e le sueemanazioni politiche si sognerebbero mai di attuare una cosasimile: economicamente «il gioco non vale la candela». Le mi-crosocietà autonome sono però fuori dalla logica della compe-tizione e del profitto, e potrebbero veramente bonificare inquesto modo il territorio, non ha importanza il tempo occorren-te, poiché ogni palata di terra è una conquista territoriale sot-tratta al capitale. Io conosco bene la mia zona e so bene quantospazio sarebbe disponibile a questo proposito, ma questo di-scorso si estende a qualsiasi altro territorio. Nulla vieta, per e-sempio, che nella stessa fertile pianura Padana, definita, conragione, un deserto coltivato a cereali, si possano acquistare iterritori necessari per insediare delle «cellule sociali», a parte ilfatto che i costi sarebbero proibitivi. È logico e scontato che i primi insediamenti sperimen-tali di sistemi federativi avverranno ai margini dell’economiacapitalistica. D’altra parte l’abbandono delle campagne, laprogressiva desertificazione, l’incuria ecologica del capitali-smo, lasciano ampi spazi ovunque nel pianeta, sia in paesi in-dustrializzati che in paesi tecnologicamente sottosviluppati.Dato il suo carattere di autosufficienza, le microsocietà auto-nome comuniste non hanno bisogno di servizi concessi dalloStato, per cui potrebbero funzionare ugualmente bene sia inuna fertile valle, sia in un deserto roccioso opportunamentebonificato. Non pensare che in quest’ultimo caso la popolazio-ne vivrebbe in ristrettezze economiche, perché sarebbe co- 139
    • munque una struttura altamente tecnologica e l’isolamento ge-ografico sarebbe superato con la collaborazione a distanza conaltre «cellule sociali». «Si può lottare, anche quotidianamente, per cercare di mi-gliorare la società, ma ad un certo punto si pongono di fronte a noitre strade: - scendere a compromessi e ridurre la critica, iniziando adaccettare gli aspetti negativi del nostro tempo; - compiere una rivoluzione politico-istituzionale, con l’in-tenzione di difenderla dagli attacchi di chi vuole conservare lo statusquo; - emigrare in un paese dove sia possibile porre le basi di unadiversa convivenza umana.» Se, per uscire dalla schiavitù economico-sociale che ciimpone il capitalismo, devo scegliere tra queste tre opzioni,scelgo senza esitazioni la seconda. Scendere a compromessi con lo Stato, così come hannofatto tutte le comunità passate e presenti, così come tutti i par-titi e le associazioni o tutti gli individui in cerca del miglioradattamento, significa legittimare il sistema e, per dirla con pa-role tue, «una sconfitta sul campo». Il riformismo annulla ognisperanza di cambiamento effettivo e si finisce per accettare lepiccole concessioni che vengono effettuate dal capitale permantenere inalterato lo stato di cose. In ogni caso questi cam-biamenti non potranno portare a quella che definiamo «societàa misura d’uomo». Sulla terza opzione hai già detto abbastanza tu e con-cordo sull’inutilità e sull’impossibilità della cosa, anche se cer-te scelte «si spiegano probabilmente col fatto che ad un certo puntosi pensò che un’esistenza alternativa poteva essere vissuta solo in unaltro ambiente geopolitico». Per un comunista, invece, il proble-ma non è cercare una terra promessa da colonizzare, ma cerca-re di cambiare radicalmente l’esistente, senza compromessi opiagnistei con lo Stato. E torniamo così alla rivoluzione, che potrebbe consen-tirci di uscire dalla schiavitù. Come? Se «è la stessa popolazio-140
    • ne a dover desiderare di uscirne», è impossibile che sia tutta lapopolazione a desiderarlo, poiché la maggioranza di essa, ouna sua parte consistente, accetterà le altre due opzioni, sia peropportunismo, sia «perché è nella natura della libertà umana far delmale sapendolo di fare». Per contro, anche il bene può essere una scelta consa-pevole e i comunisti che vivranno in microsocietà autonomenon avranno costrizioni nelle loro scelte. Questa è una necessi-tà fondamentale per la vita degli esseri umani: la libertà di de-cidere. Personalmente non concepirei che mi fosse impostodall’alto ciò che si ritiene sia di mio beneficio, vorrei prima es-sere interpellato e decidere se la cosa mi può garbare. In casocontrario sono disposto a lottare per la mia libertà. Il sistemanon ci darà più l’occasione palese di ribellarci e preferisce a-dagiarci (o meglio, assopirci) in un’apparente situazione di pa-ce sociale. Ciò che dici a proposito è vero: «In realtà questo pacifi-smo è molto relativo, sia perché lo stiamo ottenendo grazie allosfruttamento neocoloniale, sia perché non esitiamo a ricorrere allearmi quando qualcuno lo mette in discussione, sia egli interno o e-sterno ai nostri paesi». Se però si mira a superare il sistema capi-talistico, sostituendo la sua dittatura culturale con una dittaturaculturale diversa, quale progresso verso la libertà è stato com-piuto? Come può una rivoluzione violenta non imporre una suadittatura culturale? Non avrebbe un giorno di vita! Questo vanaturalmente a scapito della libertà che si vorrebbe ottenereabbattendo il sistema capitalistico. È un giro vizioso che nonporterebbe ad alcuna conclusione. L’unica garanzia sarebbeavere la certezza che una dittatura «popolare» possa aprirsi alpiù presto verso una struttura sociale di tipo comunistico, mache prove possiamo avere in merito? Negli anni di piombo frequentavo ambienti politici chelambivano la «lotta armata» e ho saputo evitare il carcere (perquesto ora non ti scrivo da quel luogo), al contrario di alcunimiei conoscenti, perché ponevo una domanda semplice, a loro 141
    • e a me: «Va bene la rivoluzione, ma quali saranno i percorsiprecisi che ci porteranno al comunismo»? La risposta era rego-larmente evasiva: «Prima prendiamo il potere, il resto delle co-se verranno da sole». Alla fine dei conti si doveva fare la rivo-luzione senza saperne il motivo! Un architetto o un ingegnerenon daranno mai il via a un lavoro, se non hanno preparatoprima un progetto dettagliato dell’opera. Sbarazzarci in modoviolento (qualora fosse veramente possibile) della dittatura delcapitale, senza un progetto dettagliato, sarebbe come andare inalto mare senza una bussola. Non era forse Marx a dire chenella sua osteria non erano fornite ricette per il futuro? Ebbene,in quell’osteria io non ci voglio andare a mangiare. Fare la rivoluzione non significa fare a botte, significacambiare radicalmente le cose, ma nel momento in cui obbligoaltre persone al cambiamento, è perché sono già tornato allostato di cose di prima. In natura i processi rivoluzionari avven-gono sempre dal basso, senza necessariamente scontrarsi col«potere». Ti faccio un esempio. I macachi del Giappone sonoprimati che vivono in gruppi sociali e sono strutturati in ordinegerarchico, al cui vertice c’è un maschio dominante, sempreintento a conservare i suoi privilegi sulle femmine, sul territo-rio e sui subordinati. Anche il minimo cambiamento di abitu-dini in seno al gruppo è inteso come un pericolo per il suo po-tere. Al contrario, i giovani del gruppo, che non hanno nienteda perdere, sono disposti a cambiare con facilità le loro abitu-dini, se questo può giovare. I macachi sono tra gli animali sel-vatici più studiati in natura, perché vivono ai confini di inse-diamenti umani con alta densità di popolazione. Il turismo zoologico è molto diffuso e frequenti sono ivisitatori che portano del cibo a questi animali, che, proprioper questo, hanno cambiato le loro abitudini alimentari, per-dendo progressivamente la loro autosufficienza in natura. Si ècominciato a offrire dei chicchi di grano, depositandoli sullasabbia nei pressi di un ruscello. Inizialmente i macachi ingur-gitavano chicchi mescolati a sabbia, fino a quando qualche a-142
    • nimale non ha avuto il «colpo di genio» di buttare il cibo inacqua, cosicché la sabbia andava a fondo e i chicchi rimaneva-no a galla, facilitandone la separazione. Questo comportamen-to è stato immediatamente imitato dai giovani, ma non dagliadulti, che continuavano imperterriti a trangugiare chicchi esabbia. Il loro orgoglio, e la paura che le novità potessero scal-zarli dalle loro posizioni sociali, li evidenziava come tenaciconservatori. Non so se quel maschio dominante è stato scalza-to dal suo trono da un pretendente, oppure se è morto di vec-chiaia mantenendo inalterati i suoi privilegi sociali, ma possoassicurarti che la «rivoluzione» è stata compiuta, ed ora tutti imacachi, compresi i nuovi dominanti, lavano il grano prima dimangiarlo. Questo per dirti che un percorso rivoluzionario puòavvenire senza lo scontro diretto col potere. Ho sempre avuto la sensazione che questo scontro mirisolo ad appropriarsi dei privilegi di quel potere, strumentaliz-zando a tal fine le masse, che non ne trarrebbero che scarsi be-nefici. Sarebbe assurdo considerare rivoluzionario un moto in-surrezionale che abbatte il potere politico (a livello nazionale),ma lascia sostanzialmente inalterato lo stato di cose; così comeè assurdo considerare «riformista» un processo che cambia ra-dicalmente le cose (a livello locale), senza tuttavia combattereil potere politico nazionale. I giovani macachi rappresentano lemicrosocietà autonome comuniste, il maschio dominante rap-presenta il potere politico, i pretendenti rappresentano gli even-tuali moti insurrezionali per rovesciare il potere. Morale della favola: - I cambiamenti utili partono sempre dal basso. - I cambiamenti utili si diffondono per imitazione e nonper imposizione. - Il potere centrale è indifferente ai cambiamenti utilidelle masse. - I cambiamenti utili avvengono senza lo scontro direttocol potere. - La violenza non è garanzia di cambiamento. 143
    • - La lotta per il potere non coincide con i bisogni dellemasse. Il problema non è tanto come liberare l’intera umanitàdalla schiavitù economica e culturale del capitalismo, perchédovrà essere la gente, consensualmente e individualmente, adecidere di liberarsi da sola. La chiave della rivoluzione non ècome guidare lo spontaneismo delle masse in una lotta armata,ma fornire un programma nel quale gli individui, non la massa,possano riconoscersi e liberamente partecipare. È necessario dare l’opportunità, a chi si sente oppressomaterialmente e spiritualmente da questo sistema, di liberarsi edi collaborare per dare ad altri questa opportunità. La rivolu-zione avverrà gradualmente, in tempi proporzionali al deside-rio della gente di liberarsi. Questo non impedirà a una parte dipopolazione di combattere il potere e quest’ultimo cercherà diconservare i propri privilegi, però questa non sarà lotta rivolu-zionaria, ma «normale movimento» all’interno del cerchio del-le civiltà. La storia è come un grande pentolone dove cuoceuno stufato con tutti i gusti. Gira e rigira l’unica salvezza è u-scire dal pentolone. Con un po’ di buona volontà ed empatiapossiamo farlo, costruendo un «Progetto per un’esistenza di-versa».144
    • 12 MAIL EG 13 febbraio 2003 Mi fai venire in mente la Dialettica della natura di En-gels, ovvero il tentativo di ritrovare nella natura le stessi leggistoriche della dialettica (ricordi la negazione della negazione?),che poi era tutto di derivazione hegeliana. E si finì col fare del-la storia umana una storia della natura, ove tutto si spiega conla categoria della necessità. Non a caso gli ultimi libri di En-gels furono dei best-sellers nella Russia stalinista. Io penso che guardando la natura noi non riusciamo acapire il motivo per cui sia ad un certo punto emersa una storiadell’uomo. Cioè motivazioni come il lavoro, la parola, il cer-vello... non mi dicono quasi niente. Penso anzi che l’unicoscopo della natura sia quello riproduttivo, cioè tutto quello cheviene prodotto ha il compito di riprodursi, specie se è di livellosuperiore. Quando viene meno questa possibilità, la natura ècostretta a inventarsi nuove forme d’esistenza o a mettere inprimo piano quelle forme che in precedenza contavano pochis-simo. Questo meccanismo può essere applicato anche alle ci-viltà. Mentre la nostra sta declinando in maniera irreversibile,perché non siamo capaci di dare una svolta in direzione del so-cialismo democratico, da qualche parte stanno crescendo nuo-ve civiltà, che andranno a sostituire la nostra, e questo, moltoprobabilmente, non senza spargimenti di sangue, non senza ul-teriori acutizzazioni di secolari conflitti irrisolti, le cui conse-guenze verranno pagate dalle generazioni future. Noi abbiamo il compito di riprodurci: il motivo di que-sto non lo so, ma è chiaro che quando questa capacità vienemeno, la natura, senza tanti complimenti, «passa ad altro». Ho l’impressione che la natura abbia come una sorta di«compito» da svolgere entro un certo limite di tempo, e che 145
    • proprio la categoria del tempo sia quella, in ultima istanza, checi determina come «specie umana». L’essere e lo stesso esserci(cioè l’uomo) è determinato dal tempo - diceva il grande Hei-degger - ma oltre a questa scoperta noi non riusciamo ad anda-re. Ci mancano le parole appropriate, l’esperienza adeguata deltempo. Se la storia delle civiltà è una deviazione dalle leggi na-turali, per quale motivo solo all’uomo, tra tutti gli esseri viven-ti, è concessa una possibilità del genere? Questa domanda miporta a credere che alla nascita dell’uomo devono per forza a-ver contribuito fattori extra-naturali, che noi sicuramente nonconosciamo (almeno per il momento), ma che altrettanto sicu-ramente non fanno parte della natura terrestre. Un bambinonon nasce nel ventre di una donna senza l’intervento di un fat-tore esterno. Supponendo quindi che tutto questo sia vero, qual è loscopo della nostra esistenza, oltre a quello di riprodurci? Cioèse il fine era quello di vivere un’esistenza in armonia con lanatura, perché sono nate le civiltà? Perché la natura o gli stessiuomini non sono stati capaci di reagire subito a questa che sipreannunciava come una catastrofe dalle conseguenze irrepa-rabili? Abbiamo forse peccato d’eccessivo ottimismo? Io penso che lo scopo della storia umana sia appuntoquello di dover sperimentare non solo tutto il bene di un sanorapporto con la natura e i propri simili, ma anche tutto il male ecapire dalle conseguenze catastrofiche del male, l’importanzadi ciò che si era abbandonato. Ora, dimmi te se questo proces-so ha qualche attinenza con quelli naturali, dove le leggi sonobasate su ferree necessità, su inevitabili adattamenti? Ho studiato tanto nella mia vita, rinunciando a qualun-que tipo di carriera, non c’è praticamente disciplina umanisticache non abbia affrontato, eppure la cosa che m’interessa in as-soluto di più è la storia dell’uomo, preso nella sua interezza.Questo per dirti che non credo nella possibilità di forme di146
    • transizione verso società più democratiche in virtù di sceltetecnologiche indovinate o di nuove scoperte scientifiche. L’uomo ha dentro di sé qualcosa che rende tutto il restouna semplice diversificazione di forme. Per cui se non riesce arisolvere il dramma che lo attanaglia da circa seimila anni distoria, e ciò non potrà avvenire senza sconvolgimenti epocali,qualunque «variante al tema» non servirà a nulla, se non ad ac-centuare i rischi dell’autodistruzione. Qualunque progresso tecnico-scientifico noi siamo de-stinati a pagarlo con effetti devastanti sulla natura e sugli esseriumani. Anche perché a causa delle nostre contraddizioni si-stemiche noi siamo soliti passare da una fonte energetica asso-lutamente prevalente (fino a ieri il carbone) a un’altra (oggi ilpetrolio e domani forse l’uranio). Noi in realtà dovremmoguardare con sospetto il fatto stesso che per utilizzare le risorsedella natura si abbia per forza bisogno di sofisticati strumentitecnologici. Quando un pannello solare sarà esaurito, come fa-remo a riciclarlo? Non riusciamo a riciclare neppure i compu-ter odierni, che con un sistema operativo meno «energivoro» diquello della Microsoft, potrebbero continuare a funzionaretranquillamente per molti anni ancora. Se non riusciamo a risolvere i conflitti sociali, noi sia-mo destinati a produrre soltanto dei mostri che ci divoreranno,come a Cernobyl, dove peraltro lo Stato aveva la pretesa di de-finirsi «di tutto il popolo». Tu mi chiedi di progettare un’esistenza diversa, ma se-condo me, allo stato attuale delle cose, sarebbe già molto semutasse l’atteggiamento con cui le masse si rapportano alle i-stituzioni. Esiste ancora troppa rassegnazione, troppa fiducianell’interclassismo dello Stato, e chi parla di federalismo (co-me quelli della Lega) non ha alcun interesse a realizzare il so-cialismo democratico. Sembrano i lamenti dei piccoli impren-ditori che non riescono a diventare «medi» o «grandi» perchéattribuiscono al Mezzogiorno la causa della loro piccolezza.Eppure lo sappiamo tutti che il decollo dell’Italia capitalistica è 147
    • avvenuto smantellando l’autonomia rurale e sfruttando mano-dopera a basso costo proveniente dal sud. È incredibile come ileghisti non riescano a capire la logica del do ut des che la bor-ghesia del nord fece con gli agrari del sud. Diciamo che in questi ultimi tempi (grosso modo con lafine della I Repubblica) è mutato, e di molto, l’atteggiamentoossequioso che gli italiani avevano nei confronti della culturacattolica (politicamente rappresentata dalla Dc), nel senso cheoggi c’è sicuramente molto più laicismo, quel laicismo che neipaesi protestanti e persino ortodossi si era sviluppato moltoprima di noi. Ma non è certo dall’acquisizione di una visione più di-sincantata della vita che può scaturire l’atteggiamento di ribel-lione nei confronti dei poteri costituiti. Tu probabilmente diraiche anche questo atteggiamento, come l’altro dei cattolici os-sequiosi, è non meno infantile. Eppure io vorrei vederlo piùspesso... Se fosse diffuso forse si potrebbe meglio parlare, in-sieme, di «progetto di un’esistenza diversa».148
    • 13 MAIL PN 17 febbraio 2003 La riproduzione non è lo scopo della natura, ma il mez-zo per la sua evoluzione. È vero che «l’essere e lo stesso esserci(cioè l’uomo) è determinato dal tempo», ma questo vale per tuttigli organismi viventi, visto che è il tempo di riproduzione, se-condo la complessità della specie, a determinare la riproduzio-ne stessa. Se però la riproduzione fosse finalizzata a se stessa,non sarebbe stata necessaria qualsiasi forma di evoluzione,quindi la complessità della natura si sarebbe fermata nel mo-mento stesso del «big bang». Sappiamo, dalla realtà dei fatti, che la natura tende aorganizzarsi in strutture più complesse, lottando contro la se-conda legge della termodinamica, che mira a dissipare energiae a portare tutto a uno stato di entropia (caos). Lo scopo dell’e-voluzione della materia è quindi quello della riorganizzazionedella natura nell’intero universo. È come se a «qualcuno» fossescoppiato (big bang) «qualcosa» tra le mani e ora, stia fatico-samente cercando, nel tempo, di ricomporlo. Questo «compitodella natura» non è semplicemente quello di racimolare tutti i«cocci» e di salvare il salvabile, ma è una ricostruzione meto-dica, progressiva, mattone dopo mattone, in pratica una riorga-nizzazione sistematica. La natura stessa ha impostato le leggi fisiche per questasua ricostruzione. Ad esempio, c’è un rapporto assolutamente«predeterminato» tra la forza di gravità e la forza elettroma-gnetica. L’elettromagnetismo è1 x 10.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000(10 alla 42esima!) volte più forte della gravità. Eppure, se que-sto rapporto fosse solo di 1x10 alla 41esima, l’universo collas-serebbe su se stesso, schiacciato dalla forza di gravità, e la vitanon avrebbe avuto possibilità di comparire. Se questo rapporto 149
    • fosse invece di 1x10 alla 43esima, l’universo si sarebbe espan-so con una velocità tale da non consentire la comparsa della vi-ta. Non è certo la teoria del caso e della selezione che può for-nire una spiegazione logica a questo impressionante dato difatto e, in ogni caso, non è che uno dei tanti punti d’equilibriosui quali si regge la natura. Ti invito perciò ad essere più cauto,prima di parlare tranquillamente di «fattori extranaturali». In realtà la nostra consapevolezza è limitata dalla nostraconoscenza, e la nostra conoscenza è limitata dagli strumentid’indagine che possiamo utilizzare. Quindi non solo le nostrepotenzialità intellettive, ma anche (e soprattutto) la loro esten-sione esterna, vale a dire lo strumento tecnologico, che, al con-trario del nostro cervello, continua ad evolversi. Questa tua a-bitudine di sostenerti alle teorie dei filosofi classici mi lasciaun po’ perplesso. Di certo non voglio sminuire la loro caraturae il loro genio intuitivo, soprattutto se rapportato ai limiti dellaloro conoscenza della natura nel loro tempo, ma proprio perchéogni filosofia è conseguente al sapere «provato», ogni tempod’indagine è, per definizione, limitato. Mi stupisce anche questa tua avversione per il progres-so scientifico. La tecnologia è un elemento neutro nella storiadell’uomo, perché non è né buona, né cattiva, è semplicementeutilizzata. Semmai sono i fini dell’utilizzatore che vanno rive-duti, e in questo concordo con te che, fino a quando il progres-so tecnologico sarà gestito dal capitalismo, non ci sono «possi-bilità di forme di transizione verso società più democratiche invirtù di scelte tecnologiche indovinate o di nuove scopertescientifiche». Penso anche che non sarà il liberismo capitalistaa trasformarsi in una società più democratica, e non sarà certola tecnologia che può favorire questo processo. Non ho mai af-fermato qualcosa del genere. Non condivido, però, la tua certezza che mentre la no-stra civiltà «sta declinando in maniera irreversibile, perché nonsiamo capaci di dare una svolta in direzione del socialismo democra-tico, da qualche parte stanno crescendo nuove civiltà, che andranno a150
    • sostituire la nostra». Ogni struttura dispendiosa di energia, in na-tura non è conservata nel tempo, perciò il capitalismo, che infatto di spreco di energia ne sa qualcosa, di certo dovrà sparire,ma non è affatto certo che sia sostituito da una nuova civiltà,oltretutto che porti a un socialismo democratico. L’impero ro-mano, ad esempio, non è stato sopraffatto da una potenza supe-riore, come invece è avvenuto per tutte le potenze che l’hannopreceduto, ma si è afflosciato da solo, schiacciato dal suo stes-so peso. Quando penso a Roma non più in grado di far frontealle sempre più frequenti incursioni «barbariche», mi viene inmente una ricca dispensa divorata dai topi e non a un padronecacciato da casa sua. «Io penso che guardando la natura noi non riusciamo a capi-re il motivo per cui sia ad un certo punto emersa una storia dell’uo-mo». Guardando la natura potresti invece capire che la storiaumana non è qualcosa di separato dal contesto naturale, perchéogni livello sistemico si è formato attraverso una sua storia,che per molti versi non è dissimile a quella umana. Ognuna diqueste storie è caratterizzata da lunghi periodi d’instabilità e daimmane violenza. Su questo posso anche concordare con teche il capitalismo può essere ancora foriero di tragedie epocali,proprio perché la storia umana non si discosta dalle storie chel’hanno preceduta. Prendiamo per esempio il livello sistemico pluricellula-re, che dalle prime aggregazioni cellulari ha portato alla for-mazione dell’essere umano. La storia degli animali e dellepiante è costellata di rivoluzioni, di precarietà, di rapporti vio-lenti e di difese altrettanto violente, che hanno portato all’e-stinzione in massa di specie, generi, famiglie, ordini, sottoclas-si. Oppure se guardiamo il livello sistemico atomico, possiamonotare che gli elementi atomici pesanti si sono potuti formaresolo con la fusione nucleare di elementi più leggeri, dovutaall’enorme pressione causata dall’esplosione di «supernove»(stelle molte volte più grandi del sole). 151
    • Viene spontaneo chiedersi perché sia necessaria tantaviolenza in natura, se l’evoluzione procede effettivamente se-condo una logica programmatica. La risposta l’hai data tu: «Iopenso che lo scopo della storia umana sia appunto quello di doversperimentare non solo tutto il bene di un sano rapporto con la naturae i propri simili, ma anche tutto il male e capire dalle conseguenzecatastrofiche del male, l’importanza di ciò che si era lasciato». Applicando questo ragionamento alla storia di ogni li-vello sistemico si può capire che, nonostante il risultato finalesia sempre l’approdo a un livello sistemico superiore, la naturaprocede a «tentoni», valutando a posteriori ciò che è bene e ciòche è male. Quindi, se il caso e la selezione hanno la funzionedi «sperimentare» ogni via possibile, il traguardo sarà sempreil sistema più complesso, più stabile e meno dispendioso, che èconsentito a un determinato livello sistemico. Nel caso dellastoria umana, questo sistema non potrà essere che la federazio-ne dei gruppi sociali prima e il comunismo (l’aggregazione ditutte le federazioni) poi. La storia dell’uomo è «emersa» pro-prio per questo motivo e nel momento più opportuno. Quando parliamo di comunismo primitivo intendiamoun’era preistorica nella quale l’umanità intera era composta digruppi sociali di cacciatori-raccoglitori. Avrebbero potuto que-sti gruppi costituire un unico sistema globale? Assolutamenteno! Per la ragione che non potevano comunicare tra loro simul-taneamente. Sarebbe come dire che una persona può vivere an-che se le varie migliaia di miliardi di cellule che compongonoil suo corpo non comunicassero tra loro in tempi reali! L’inizio della storia dell’uomo ha messo in moto unmeccanismo che porterà a un sistema globale molto più com-plesso del comunismo primitivo, che era, in definitiva, il limitemassimo raggiungibile del livello sistemico sociale. C’era unasola possibilità per permettere agli antichi gruppi di comunica-re simultaneamente tra loro in tutti i luoghi della terra, quellad’intraprendere un processo produttivo che avrebbe portato al-la realizzazione di una forma di comunicazione tecnologica i-152
    • donea a questo scopo. Il procedere a «tentoni» della natura hadato il via a questo processo, che definiamo «storia dell’uo-mo». Il gruppo dei cacciatori-raccoglitori era un sistema sta-bile (così è stato per parecchie migliaia di anni) e tale sarebberimasto se non fossero intervenuti elementi disturbatori di que-sta stabilità. Puntualmente questo momento è arrivato, perchéla competizione territoriale in alcune zone della terra, causatedall’accresciuta pressione demografica, ha indotto i gruppi aformare delle federazioni, per meglio difendere i loro territori. L’ordinamento gerarchico della federazione ha destabi-lizzato il gruppo e creato bisogni che l’uomo non aveva maiavuto, come specializzare i ruoli e incentivare la produzionealimentare con l’allevamento e l’agricoltura. Da questo mo-mento l’uomo ha allontanato il suo modo di vivere dettato dalsuo codice genetico, utilizzando tecnologia sempre più com-plessa per rimediare a questa distanza che cresceva. Solo di-sgregando la sua stabilità sociale l’uomo poteva, col tempo evicissitudini, produrre la comunicazione tecnologica necessariaalla formazione del sistema globale. Se dovessimo studiare atavolino un percorso per giungere al comunismo, capiremmoche non potremmo fare meglio di quanto hanno fatto i «tento-ni» della natura. «Se la storia delle civiltà è una deviazione dalle leggi natura-li, perché solo all’uomo, tra tutti gli esseri viventi, è concessa unapossibilità del genere?» Semplicemente perché è l’unico esseresufficientemente intelligente per farlo. O meglio, è l’unico es-sere in grado di produrre delle federazioni di gruppi sociali,basandosi solo su comportamenti appresi. Questa potenzialitàunica, una volta espressa, ha obbligato l’umanità alla corsatecnologica senza possibilità di ripensamenti. Nessuna specieanimale avrebbe potuto farlo. Questo non significa che l’uomostia violando le leggi di natura, ma, al contrario, è la prova chele leggi di natura lo stanno dominando e strumentalizzando, 153
    • perché non riesce a ribellarsi a un programma che non ha scel-to. «Qualunque progresso tecno-scientifico noi siamo destinati apagarlo con effetti devastanti sulla natura e sugli esseri umani».Concordo pienamente, perché proprio l’instabilità che deter-mina l’uso di tecnologia induce il bisogno di produrne altra piùcomplessa. È la conferma che la tecnologia non si è sviluppataper migliorare le condizioni umane, ma per quella famosa co-municazione «super partes». L’autodistruzione della specie umana è realmente pos-sibile, perché gli «esperimenti» della natura non vanno obbli-gatoriamente sempre a buon fine. La natura potrebbe procederea «tentoni» su altri pianeti dell’universo per produrre il comu-nismo, ma per noi sarebbe di poca consolazione. Qualsiasi si-stema naturale non è una struttura rigida, ma può modificare lesue caratteristiche con un certo grado di tolleranza. Ad esem-pio una semplice proteina, sottoposta a un aumento di tempera-tura, inizia a districarsi dal suo groviglio apparente (che in re-altà è la forma meno dispendiosa di energia) e tende a disten-dersi. Se la temperatura ridiscende ai valori normali, la protei-na è in grado di ritornare senza danni alla sua forma originale,ma se la temperatura sale oltre una certa soglia, la proteina sidisgrega in modo irreversibile. Non c’è nessun meccanismonaturale che possa proteggere la nostra specie e impedirlequindi di superare quella soglia di tolleranza senza ritorno. Daqui l’urgenza di fare qualcosa per invertire questa tendenza di-struttiva. Da quanto mi fai capire speri che questo cambiamentoarrivi, come un frutto esotico, da nuove civiltà che stanno cre-scendo, capaci di dare una svolta in direzione del socialismodemocratico. Anche quando affermi che «sarebbe già molto semutasse l’atteggiamento con cui le masse si rapportano con le istitu-zioni», mi dai l’idea di uno che è rassegnato ad attendere, ma latua attesa potrebbe andare delusa, poiché il rapporto delle mas-se con le istituzioni potrebbe anche essere opposto alle tue a-154
    • spettative. Temo che se l’inversione di tendenza fosse vera-mente legata alla maturazione della coscienza rivoluzionariadelle masse, il disastro sarebbe inevitabile. Le masse hannosempre dato prova, con le buone o con le cattive, di adattarsialla logica della civiltà. Cos’è che dovrebbe spingerle a modi-ficare questo atteggiamento? Parli delle masse come se fossero un corpo unico, masono solo un aggregato temporaneo di individui che in un de-terminato momento hanno delle esigenze comuni. Una voltasoddisfatto questo bisogno l’aggregazione esaurisce la sua fun-zione e si frantuma, perché non ha più motivo di esistere. Lacoscienza rivoluzionaria deve invece essere qualcosa che legagli individui in modo perenne, facendo in modo che i loro bi-sogni siano comuni in modo continuativo. Le masse non sonocome una vigna, dove i singoli grappoli maturano quasi con-temporaneamente, consentendo di fare una sola «vendemmia»,ma sono come un fico, dove i singoli frutti maturano in tempidiversi su periodi relativamente lunghi. Questo semplicementeperché, in una società individualista come la nostra, i bisogniindividuali tendono a diversificarsi in misura crescente da per-sona a persona. Mettere sullo stesso piano gli atteggiamenti diribellione e la coscienza rivoluzionaria è perciò arbitrario: iprimi possono esistere senza la seconda, e la maturazione diquest’ultima non presuppone necessariamente atteggiamenti diribellione. Io non so cosa voglia federare Bossi (probabilmentenon lo sa neanche lui), di certo l’accostamento del federalismodella Lega con i sistemi federativi di cui ti parlo io, non è perniente azzeccato. Razzismo e campanilismo sono problemi cheho superato già da quando ero bambino. Concordo su quantodici sulla Lega, ma i sistemi federativi che io intendo sono mi-crosocietà senza classi sociali, la cui istituzione presuppone giàuna maturazione della propria coscienza rivoluzionaria. Mentre stai a «centellinare» le differenze culturali tracattolicesimo, ortodossia e protestantesimo (perché escludi le 155
    • altre religioni?), mi viene da sorridere. Gli italiani sono certa-mente meno ossequiosi nei confronti delle loro autorità religio-se di quanto lo erano nel passato, ma questo non è la confermache sta maturando una coscienza rivoluzionaria di massa. Inrealtà ciò sta accadendo perché il clero sta cedendo progressi-vamente il suo ruolo d’imbonitore delle masse agli strumentitecnologici di propaganda del potere economico e politico, checi arrivano direttamente a domicilio. Il clero ortodosso non era ossequioso nei confronti del-lo Stato russo? Il governo ateo non ha portato a una cultura lai-ca, ma la brace ha covato sotto la cenere per tre generazioni,tant’è che, caduto lo statalismo, c’è stata una ripresa «esplosi-va» delle religioni. Che dire poi del protestantesimo? Il mag-giore laicismo maturato da tempo nei paesi protestanti ha forsedeterminato un atteggiamento di ribellione alle istituzioni?Non credo proprio. Anzi, è proprio in quei paesi che vedo an-cora «troppa fiducia nell’interclassismo dello Stato». Per «me-glio parlare, insieme, di progetto di un’esistenza diversa» non èsufficiente maturare una coscienza laica, ma è indispensabiledisfarsi della nostra coscienza individualista. Se qualcuno leggesse eventualmente questo nostro rap-porto dialettico, credo che farebbe fatica a capire cosa intenditu per socialismo democratico. Nella tua testa avrai certamentele idee molto chiare a proposito, ma io stesso, che ti seguo or-mai da un po’ di tempo, mi faccio un’idea diversa ogni voltache rispondi alle mie mail. Ti propongo quindi, se ti va, di ri-spondere a una serie di domande («a ruota libera»), magari an-che con un sì o con un no. - Il socialismo democratico presuppone la collettivizza-zione dei mezzi di produzione? - Le cooperative sono alla base dell’economia del so-cialismo democratico? - Le cooperative avranno rapporti commerciali tra loroe col mondo esterno?156
    • - L’economia sarà pianificata dallo Stato o si affiderà allibero mercato? - Ci saranno aziende di proprietà dello Stato? - Lo sviluppo tecnologico avrà un ruolo determinantenell’economia e nella vita della gente? - Avrà un rapporto ecologico nei confronti dell’am-biente naturale? - Saranno privilegiati i bisogni primari della gente ol’ossatura dello Stato? - Tiene conto dei bisogni morali della gente? - Presuppone la libera espressione degli individui? - Si farà uso del denaro e questo avrà un valore di cam-bio col resto del mondo? - I cittadini pagheranno le tasse? - Lo Stato avrà un grande apparato burocratico? - La classe dirigenziale avrà migliori trattamenti eco-nomici e altri privilegi materiali? - Il socialismo democratico potrebbe realizzarsi in unsolo Stato? - Per difendersi da aggressioni esterne dovrà dotarsi diun forte esercito popolare? Penso che la risposta a queste domande sia sufficienteper farmi un’idea chiara di ciò che intendi tu per socialismodemocratico, così evito di rincorrere un fantasma. p.s. Se qualche volta leggendo le mie mail ti venisse vogliadi alzare un braccio in «quella» direzione, non farlo! Anche sea volte mi rendo conto di essere un persecutore psicologico, lapazienza di accettare un rapporto dialettico può avere utilitàimprevedibili. Se la cosa diventasse pesante potremmo co-munque prenderci una pausa, ma troncare significherebbe ri-cominciare daccapo e perdere tempo utile. Qui sotto ti metto 157
    • un file che tratta le cause dello sviluppo del cervello umano ele cause del blocco della sua crescita.158
    • 13 MAIL EG 23 febbraio 2003 I Vorrei che proseguissimo ancora sui rapporti storia-natura, perché mi sono molto stimolanti, e poi perché ti ritengouna persona a me complementare, anche se la tua sentita esi-genza di preventivare nei dettagli un progetto di liberazione,secondo me risente di un certo idealismo. È la presa del potere che va studiata bene: il resto nonpuò che rimanere sulle affermazioni di principio. Quando Le-nin abbatté lo zarismo fece tre cose che aveva debitamentepreventivato: il decreto sulla terra, il decreto sulla pace e il de-creto sulla separazione tra Stato e chiesa. Tutto il resto dovetteben presto rivederlo se non voleva portare la Russia alla cata-strofe. Purtroppo la sua Nep fu proprio la prima delle cosiddet-te «revisioni» a essere smantellata. Lo schematismo ebbe lameglio sulla flessibilità: si ottennero ugualmente dei risultatistraordinari, ma a un prezzo incredibilmente disumano. E nonè certo per paura di questi abusi che oggi possiamo smettere disperare. Tu dirai che in Italia, non avendo avuto la sinistra,quand’era il momento (p.es. nel Biennio rosso, nella Resisten-za, nel ‘68), il coraggio di compiere la rivoluzione, si è dimo-strato non il carattere pavido degli italiani, ma al contrario illoro innato spirito democratico, alieno da eccessi di tipo politi-co (fatta salva ovviamente l’eccezione del fascismo, che glistorici di destra giustificano come reazione alla paura del co-munismo). Qui il discorso in realtà sarebbe molto complesso: hogià scritto molte cose su questo. Prendendola alla larga mipermetto di dire che dopo 500 anni di storia borghese ritengo 159
    • molto improbabile che si possa realizzare non dico in Italia main tutta l’Europa occidentale una qualsivoglia esperienza di au-tentico socialismo democratico. Finché il benessere ci permettedi chiudere un occhio sulle ingiustizie e le falsità, noi saremosempre lì a parlare di cambiamenti e a vivere per la conserva-zione. Bada, la grandezza di un uomo non sta secondo me nénella sua determinazione di carattere e neppure nella sua coe-renza intellettuale, ma piuttosto nella passione per le sorti del-l’umanità, quella che poi lo porta a essere lungimirante e a sa-crificarsi per il bene degli altri. Persone del genere, nelle civil-tà borghesi, se ne vedono sempre meno. Certo, tu dirai che anche i terroristi, a loro modo, hanno«passione per l’umanità», ma io e te sappiamo che quando esi-ste una macroscopica discrepanza tra mezzi e fini, ogni «pas-sione» è sospetta. La classe politica ha buon gioco nell’esigere l’identitàdi mezzi e fini, come criterio per stabilire la democraticità diuna formazione politica, semplicemente perché i mezzi ch’essaha a disposizione sono infinitamente superiori, e non ha biso-gno di ricorrere ai più estremi per conseguire i propri obiettivi. A loro volta i terroristi si autogiustificano dicendo chenella loro battaglia sono costretti a ricorrere agli atti estremisti-ci proprio perché non vedono alternative in un rapporto di for-ze così asimmetrico. È, come vedi, una catena senza fine. I ter-roristi sono gli ultimi a credere in una resistenza di popolo, so-no individualisti di natura. Ma non voglio parlare di questo. Ciò che mi preme è ilrapporto storia-natura. E vorrei da te qualche delucidazione. Vediamo il concetto di evoluzione. Oggi ci piace moltorecuperare con la fiction quel periodo geologico in cui viveva-no i dinosauri. Essendo la nostra una civiltà basata sulla forza(e quindi sulla paura, sulla sottomissione, ecc.), ci intriga vede-re questa parola applicata così decisamente agli elementi dellanatura che ci hanno storicamente preceduti. Stesso discorso per160
    • tutti quei fenomeni, naturali (eruzioni vulcaniche, valanghe,esondazioni ecc.) e animali (p.es. gli squali) che attestano losviluppo di una notevole dose di energia o di aggressività. Noi,come uomini tecnologicamente «superdotati», siamo sempre lìa sfidare questa forza primordiale, misurandoci con essa (in al-tra mail dovrò affrontare con te anche il discorso sulla tecnolo-gia contemporanea). Tuttavia, a me i conti non tornano. Se accettassimo sinoin fondo il concetto di evoluzione, saremmo costretti ad am-mettere che l’uso primordiale della forza bruta è stato progres-sivamente superato da altri fattori molto più flessibili, perfor-manti, intelligenti, come p.es. la capacità di adattamento (cheperò potrebbe voler dire «opportunismo»), l’astuzia della ra-gione (che però potrebbe voler dire «cinismo»). Possiamo considerare l’opportunismo e il cinismo unsegno di progresso evolutivo? Siamo proprio sicuri che Darwinnon abbia proiettato, inconsciamente, sul mondo animale e na-turale gli atteggiamenti che gli uomini avevano al suo tempo eche di fatto hanno in tutte le civiltà di tipo antagonistico? Guardiamo le cose dal punto di vista dell’uomo. Finchéc’erano solo gli animali non è mai esistita la libertà ma solol’istinto. La natura avrebbe potuto distruggere intere speciesenza che questo avrebbe compromesso la propria identità, ilproprio senso di esistere. Le specie animali e vegetali sono ilfrutto di una libertà creativa della natura, ma nessuna specie èmai stata in grado di creare una storia che avrebbe interferitocoi meccanismi della natura stessa. La comparsa dell’uomo sulla terra ha posto un’ipotecasul senso della natura. Ora la natura trae il suo significato dalsignificato della storia. E chi non accetta questo sembra esseredestinato a subordinare il primato dell’uomo a quello della na-tura. Di fatto, l’esistenza dell’essere umano va al di là di quelladella natura stessa. Se l’uomo devasta la natura è perché in re-altà sta già devastando se stesso e non potrà mai rispettarla adovere se prima non rispetta se stesso. 161
    • Dunque se esiste davvero un’evoluzione positiva nellastoria della natura, questa non può riguardare i fenomenidell’adattamento all’ambiente. Noi l’ambiente lo distruggiamo:quindi questo significa che dentro di noi c’è qualcosa che lanatura non può riconoscere come proprio. È giusto che la natu-ra non riconosca la forza del male che è in noi e che di tanto intanto si preoccupi di farcelo capire, però se io vado a ritroso diquesta negatività, m’accorgo che c’è anche un’altra cosa che lanatura non è in grado di riconoscere, ed è la forza del bene,cioè la capacità di decidere autonomamente, la coscienza checi fa sentire liberi di compiere il bene. Questa cosa non esiste in natura, al di fuori dell’uomo.Dunque come si può parlare di evoluzione? II Ora vengo alla tua mail. Tu dici che «La riproduzionenon è lo scopo della natura, ma il mezzo per la sua evoluzione». Iodico che la riproduzione è un mezzo d’evoluzione di caratteregenerale che nel caso dell’evoluzione umana è finalizzato auno scopo che la natura non conosce. Se la natura avesse potu-to decidere non avrebbe mai creato, per motivi di sicurezza, unelemento in grado di distruggerla o di devastarla in maniera ir-reparabile (nessun animale è in grado di distruggere la natura).Quindi deve essere intervenuto, per la nascita dell’uomo, unfattore non strettamente o non meramente «naturale», di cuinoi non sappiamo nulla, ma di cui vediamo chiaramente gli ef-fetti, seppur in gran parte negativi. Se vuoi davvero sapere come la penso, ritengo che tuttol’universo e non solo la natura o il nostro pianeta siano finaliz-zati alla nascita dell’uomo e che quindi non esista nullanell’universo che abbia un’importanza superiore a quella del-l’essere umano. Finirà tutto: la terra e l’universo che la contie-ne, ma non l’uomo, che vivrà in altre dimensioni. Non m’inte-ressa sapere dove l’universo è cominciato o dove finisca, per-162
    • ché so già spiritualmente che è qualcosa di limitato rispetto aiconfini della libertà, alle profondità della coscienza umana. Frasi come questa: «la nostra consapevolezza è limitatadalla nostra conoscenza», per me hanno senso solo da un puntodi vista scientifico, perché da un punto di vista metascientificocontraddicono il fatto che noi sappiamo già tutto ciò che ciserve per capire che siamo «unici» nell’universo. Non c’è nullache la scienza possa scoprire che la cultura prescientifica nonabbia già intuito come parte specifica dell’essere umano. O frasi come questa: «La tecnologia è un elemento neu-tro nella storia dell’uomo», per me risultano sospette, in quantos’essa fosse davvero un elemento neutro non si spiegherebbe ilmotivo per cui per milioni di anni abbiamo conservato unatecnologia compatibile con le esigenze della natura e perché,proprio sotto il capitalismo, siamo arrivati a costruirne una checi porterà alla rovina. L’uso della tecnologia non dipende affat-to dal fine che ci si pone, perché a certi livelli la tecnologia di-venta fine a se stessa; l’uomo comune, medio, non è più ingrado di padroneggiarla, e purtroppo la sua esistenza sembradover per forza convergere verso le esigenze di una tecnologiasempre più sofisticata e pericolosa, gestita da pochissime per-sone, che spesso se ne avvalgono per scopi tutt’altro che de-mocratici. Dirai che sono un credente o un mistico, eppure negol’esistenza di un qualunque dio oltre l’essere umano. Ricordicosa disse Cristo agli ebrei che lo accusavano d’essere ateo?«Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi sietedèi?» (Gv 10,33s.). III C’è qualcosa nei tuoi ragionamenti che andrebbe medi-tato seriamente e per il quale ci vorrebbe una discreta dose ditempo. Più volte hai detto nel tuo progetto federativo che an-che in virtù della scienza e della tecnica gli uomini potranno 163
    • sentirsi un tutt’uno nel futuro. Gli uomini primitivi non pote-vano costituire un unico sistema globale perché «non potevanocomunicare tra loro simultaneamente». Non so bene cosa dirti su questo. Nelle epoche pre-schiavistiche o preborghesi gli uomini avevano tantissimi ele-menti in comune pur senza conoscersi e non per il fatto di i-gnorarsi si sentivano estranei gli uni agli altri: infatti quandos’incontravano ci mettevano poco per riconoscersi e rispettarsireciprocamente. I problemi sono venuti dopo, quando le civiltàantagonistiche hanno preteso di diffondersi a livello mondiale(che per molte di loro tale livello coincideva coi confini delMediterraneo), imponendo il loro modo di vivere. Quanto piùsi è universalizzata la scrittura, la tecnologia, una certa orga-nizzazione politica, lo sfruttamento del lavoro e della natura...,tanto meno ci si è capiti. Quando negli anni ‘70 sentivamo gli esponenti vietna-miti che combattendo contro gli americani ci dicevano: «Sevolete davvero aiutare il Vietnam, sforzatevi di realizzare lademocrazia nei vostri paesi», secondo me esprimevano unagrandissima verità. Però mi rendo conto che al capitalismo«mondiale» bisognerebbe opporre un’organizzazione altrettan-to «mondiale»: se i minatori scioperano in Inghilterra bisogne-rebbe che gli operai della Fiat facessero altrettanto, per solida-rietà, e viceversa. Proprio per far capire che per realizzare ilsocialismo democratico i lavoratori non possono essere tenutidivisi. Se la tecnologia servisse a questo, sarei favorevole alsuo sviluppo... IV Quanto all’idea di socialismo democratico potrei dirtisinteticamente (per esteso devi guardare la sezione Economia eSocietà) che un feudalesimo senza servaggio e senza clericali-smo per me è la soluzione che le si avvicina di più. Cioè unaripartizione equa della terra, dove prevale il valore d’uso su164
    • quello di scambio, l’autoconsumo sul mercato, la natura sullatecnologia, la democrazia diretta su quella delegata, l’unità dellavoro manuale e intellettuale, con una difesa popolare armatadi queste conquiste - per me è conditio sine qua non di unaqualunque esperienza di socialismo democratico. I mezzi principali di produzione vanno collettivizzati,non statalizzati. Lo Stato non deve neppure esistere. Questo èstato l’errore principale della rivoluzione d’ottobre. 165
    • 14 MAIL PN 5 marzo 2003 Comincio a rispondere alla tua mail partendo dall’argo-mento che in questo momento ritieni più importante approfon-dire, ossia il rapporto storia-natura. «Tuttavia, a me i conti non tornano. Se accettassimo sino infondo il concetto di evoluzione, saremmo costretti ad ammettere chel’uso primordiale della forza bruta è stato progressivamente superatoda altri fattori molto più flessibili, performanti, intelligenti, come p.es. la capacità di adattamento (che però potrebbe voler dire ‘oppor-tunismo’), l’astuzia della ragione (che però potrebbe voler dire ‘cini-smo’)». L’uso della forza bruta in natura è frequente e di nor-male uso tra le varie specie animali, come lo era ai primordi,ed è contemporaneo di espressioni comportamentali come op-portunismo e cinismo. Un leone, per esempio, è conscio dellasua forza, perché può permettersi di sonnecchiare in spazi a-perti, davanti agli occhi degli altri animali, sicuro com’è di nonessere aggredito, ma deve cedere il passo a un elefante che vaall’abbeverata, che fa valere la sua forza bruta anche nei con-fronti del leone. L’opportunismo è caratteristica di molte specie animali,come per esempio i corvidi, che hanno saputo sfruttare i cam-biamenti che l’uomo ha apportato all’ambiente, cibandosi a sa-zietà degli insetti e di altri animali uccisi dalle automobili lun-go le strade. Il cinismo o, come lo definisci tu, «l’astuzia dellaragione», si comincia a riscontrare solo tra i primati superiori(scimpanzé, gorilla, orango, oltre che naturalmente l’uomo),perché è indice di un buon sviluppo cerebrale e di una certaconsapevolezza dei propri comportamenti. È accertato che unaguerra tra due gruppi di scimpanzé si è conclusa con lo stermi-nio di un intero gruppo, inclusi femmine e piccoli. Una piccola166
    • pattuglia di questi primati è stata studiata per la sua nefandaabitudine di sconfinare di soppiatto nel territorio di un vicinogruppo, con lo scopo deliberato di uccidere (quindi senza alcunmotivo reale legato alla propria sopravvivenza) gli scimpanzérivali che in quel momento venivano sorpresi isolati. È un comportamento troppo simile a quello umano epiù unico che raro tra gli animali, ma è comunque esistente innatura, anche se è una evidente deformazione della norma.Non possiamo definire cinico, invece, un pesce balestra, che èmaestro di agguati agli insetti che si posano incautamente susteli o foglie sopra il pelo dell’acqua, perché la sua tecnica èfrutto di un istinto naturale che ha dalla nascita e che non po-trebbe mai apprendere nel corso della sua vita, poiché haun’insufficiente capacità intellettiva per tale scopo. Oltre che forza bruta, opportunismo e cinismo, esistonoaltre soluzioni che in natura vengono utilizzate spesso, come laprolificità e il parassitismo. La prolificità è tipica delle predeche devono potersi riprodurre velocemente per non estinguersi,pressate dall’azione dei predatori. Il parassitismo è diffuso atutti i livelli di complessità animale, a partire dalle specie piùinfime, come per esempio la tenia degli intestini (un verme a-sessuato), fino ad arrivare ad animali superiori, come per e-sempio il cuculo, non più in grado di riprodursi autonomamen-te, ma solo con la complicità (inconsapevole) di altre specie diuccelli. La storia umana, soprattutto la sua ultima fase, ha emu-lato tutti questi comportamenti espressi in natura. Addiritturain alcune forme ideologiche, come il fascismo, sono incarnatitutti nello stesso momento. La forza bruta: «Spezzeremo le re-ni alla Grecia»! Anche se poi si è rivelata più la forza di un pa-vone che di un leone. L’opportunismo, quando l’Italia ha di-chiarato guerra agli alleati, cioè nel momento in cui pensavaalla loro fine prossima. Il cinismo, con gli intrighi diplomatici(e meno diplomatici) per l’annessione dell’Albania, sprezzantedei diritti d’indipendenza di quel popolo. La prolificità, che 167
    • doveva servire a costruire un esercito potente e inesauribile. Ilparassitismo, che doveva concretizzarsi con le mire coloniali-stiche. Il vero atteggiamento vincente in natura, però, è uncomportamento esistente nelle potenzialità naturali dell’uomo,ma che nel corso della storia è stato progressivamente abban-donato: la collaborazione altruistica. Questo comportamento siè sviluppato, in modo del tutto indipendente, solo in alcunespecie di insetti e in alcune specie di mammiferi. La collabora-zione portata alla sua massima espressione possibile ha con-dotto alla formazione di gruppi sociali stabili e perenni (ossiaun sistema sociale), dilatando enormemente le potenzialità diadattamento individuale. Il sistema sociale non è un banco disardine, come non lo è una mandria di gnu o uno stormo dirondini, indipendentemente dal numero di individui che com-pongono l’aggregato. Questo perché non esiste alcuna forma dicollaborazione altruistica tra loro, ma solo opportunismo indi-vidualista. Se io ti chiedessi quale animale è il più temuto dagli al-tri, in un ambiente come la foresta amazzonica, probabilmentecercheresti il candidato tra serpenti velenosi, anaconda, giagua-ri, caimani… niente di tutto questo. Il vero terrore degli anima-li, di tutti gli animali, piccoli o grossi che siano, sono le formi-che! Ci sono alcune specie di formiche nomadi carnivore chese si imbattono, per esempio, in un anaconda assopito dopo unlauto pasto, letteralmente lo divorano, senza che questo abbiapossibilità di difendersi o di una via di fuga. La forza di questeformiche non dipende solo dalla loro aggressività o dall’e-norme numero delle loro colonie, ma anche, e soprattutto, dallacollaborazione altruistica attiva che gli individui riescono aprodurre tra loro, trasformando un insieme di singoli in un cor-po unico e compatto. Curiosamente, tutti i comportamenti umani prodotti nelcorso della storia sono una ripetizione già collaudata da moltimilioni di anni da una specie o l’altra di formiche. Infatti, ci168
    • sono formiche cacciatrici-raccoglitrici, altre sono allevatrici (diafidi), coltivatrici (di funghi), predatrici (nei confronti di altrespecie di formiche), schiaviste (che predano le larve di altrespecie e le allevano per addestrarle al lavoro o a predare a lorovolta), nomadi o sedentarie, campagnole o metropolitane, in-somma di tutto. C’è un fatto ancora più curioso che accomuna il com-portamento delle formiche a quello dell’umanità. Alcune spe-cie di formiche sono in grado (totale predeterminazione gene-tica) di aggregare un certo numero di colonie e produrre inquesto modo delle vere e proprie federazioni. Le colonie resta-no comunque autosufficienti dal punto di vista economico, masvanisce qualsiasi accenno di aggressività nei confronti di bot-tinatrici che sconfinano in territori di colonie diverse. Le anti-che federazioni di gruppi sociali umani di cacciatori - raccogli-tori si fondavano esclusivamente sull’apprendimento, ma ècomunque stupefacente che solo l’uomo e la formica siano ingrado di produrre queste super organizzazioni sociali. Le assonanze tra uomo e formica non finiscono peròqui. La specializzazione dei ruoli economici, che l’uomo fa usoin maniera sempre più pronunciata nella società di mercato, ètipica anche delle formiche (e delle termiti). Decine e decine dimilioni di anni di vita sociale nel formicaio hanno dapprimafavorito la specializzazione dei ruoli all’interno della colonia,per ottenere il massimo vantaggio economico col minor di-spendio energetico, poi l’hanno fissata geneticamente, diversi-ficando gradualmente la loro struttura biologica secondo i lororuoli. La regina, unica dignitaria di corte, ha sviluppato ab-normemente il suo addome (di solito fino al punto da non po-tersi più muovere da sola) per adattarlo a fabbrica di uova pertutta la colonia. I soldati hanno accresciuto le loro dimensionispesso di molte volte quello delle formiche operaie, facendodelle loro mascelle delle vere armi da guerra, che in alcunespecie sono cresciute a tal punto che impediscono addirittura dialimentarsi autonomamente. A questa e alle altre funzioni vita- 169
    • li della colonia, come la ricerca del cibo, la cura delle uova edelle larve, la pulizia del formicaio... provvedono le operaie,tutte femmine sterili. Da quando è nata la storia umana e si è dissolta la strut-tura originaria di gruppo, l’uomo ha cominciato a costruire ilsuo «formicaio» e la specializzazione dei ruoli è stata una ne-cessità economica obbligatoria, ma mentre le formiche hannodovuto modificare il loro codice genetico per modificare i ruolieconomici all’interno della colonia, l’uomo ha potuto avvalersidi comportamenti culturali e della tecnologia, cioè di estensio-ni al di fuori del suo codice genetico. L’uomo però non è per niente immune da questo pro-cesso genetico che ha toccato tutte le specie viventi apparsesulla superficie della terra. Anch’egli, ovviamente, è un anima-le sessuato, dove esiste una specializzazione biologica tra ma-schio e femmina (la riproduzione sessuata è stata una sceltadella natura per accelerare lo scambio di informazione geneti-ca, per produrre diversità biologica e offrire alla selezione piùopportunità) e all’interno del gruppo sociale donne e uominihanno subito una diversificazione di forme e di dimensioni,chiamata «dimorfismo sessuale». Questo è il risultato di centinaia di migliaia di anni divita sociale nel gruppo; perciò, nel relativamente breve arco ditempo della storia umana, i ruoli specializzati di origine cultu-rale non avrebbero avuto il tempo materiale per essere fissatigeneticamente. La minaccia che l’ingegneria genetica possafare in poco tempo ciò che la natura non ha fatto in qualchemigliaio di anni è però molto reale. Perché la specializzazione dei ruoli è nata al di fuori delgruppo sociale umano, ma si è formata all’interno della coloniadi formiche? La risposta sta semplicemente nei numeri. Ungruppo di cacciatori-raccoglitori è completamente autosuffi-ciente e perfettamente adattato al territorio se è composto daqualche decina di individui (di solito mai più di cento), mentreun formicaio, per raggiungere l’autosufficienza, necessita di un170
    • numero di individui notevolmente superiore. Cento formichesono in balia dei predatori quasi quanto lo può essere una solaformica. È la massa dei singoli che da potenza al formicaio. C’è però una tassa da pagare: non sarebbe possibile co-ordinare decine o centinaia di migliaia di individui senza unaferrea suddivisione dei compiti. Naturalmente le formiche nonnecessitano di una organizzazione gerarchica (Proverbi 6:6-8:«Va alla formica, o pigro, guarda le sue abitudini e diventasaggio. Essa non ha né capo, né sorvegliante, né padrone, ep-pure d’estate si provvede il vitto, al tempo della mietitura ac-cumula il cibo»), perché sono totalmente guidate dal loro codi-ce genetico, quindi la specializzazione dei ruoli non preludeaffatto a una diversa ripartizione dei privilegi. Le formiche so-no perciò «comuniste» anche se i loro ruoli economici sonodiversificati e la loro struttura sociale è suddivisa in «caste»biologiche. Discorso diverso per il «formicaio» umano, perchéla specializzazione (inesistente nel comunismo primitivo, manecessaria in un sistema che di fatto ha perso l’autosufficienzaterritoriale) si è basata, fin dall’inizio, sulla diversa remunera-zione dei ruoli, che ha determinato il formarsi delle classi so-ciali e dei privilegi della classe dominante. «L’opportunismo e il cinismo» nell’uomo sono com-portamenti culturali individualisti che sono nati fuori del grup-po, in una struttura sociale che si stava trasformando in «anta-gonistica». Non potevano esistere nel gruppo (questo non si-gnifica che non erano nelle potenzialità umane, ma erano com-portamenti rifiutati dalla cultura del gruppo) e sparirannoquando si riformeranno i gruppi, ma la tua domanda: «Possia-mo considerare l’opportunismo e il cinismo un segno del pro-gresso evolutivo?» presuppone una domanda più profonda, va-le a dire: la dissoluzione del gruppo, che ha innescato questoprocesso antagonistico, è un segno del progresso evolutivo?Giudicando da quello che possiamo vedere dovremmo certa-mente dire di no. 171
    • Infatti il capitalismo sta sicuramente logorando le resi-stenze del pianeta e la socialità si sta sbriciolando, ma l’am-biente naturale è solo l’aspetto esteriore della natura, come lapelle lo è di un corpo umano. Sotto la pelle ci sono dei mecca-nismi complessi e autoregolanti. Io non accetto l’idea che lanatura sia cosi fragile e l’uomo così potente da sfuggire aimeccanismi naturali. Per capirlo non dovremmo ragionare intempi umani (cioè quelli consentiti dalla durata della nostra vi-ta), ma in tempi evolutivi. Quello che allora potremmo consi-derare a prima vista un inevitabile sfacelo della natura, potreb-be invece rivelarsi un logico decorso con esito positivo. In pra-tica, non soffermiamoci sulle apparenze ma analizziamo a fon-do la logica con la quale la natura si evolve. Tu stesso confermi indirettamente l’esistenza di questalogica quando affermi: «Se vuoi davvero sapere come la penso,ritengo che tutto l’universo e non solo la natura o il nostro pianetasiano finalizzati alla nascita dell’uomo e che quindi non esista nullanell’universo che abbia un’importanza superiore a quella dell’essereumano». È curioso che tu faccia una distinzione tra l’universo ela natura e il nostro pianeta. La natura è l’universo intero, inte-so come la sua massa e le leggi che ne regolano il suo equili-brio. L’uomo potrebbe potenzialmente distruggere la vita sulnostro pianeta, ma non potrebbe mai, assolutamente mai, mo-dificare alcunché delle leggi della natura. Ho la sensazione cheparliamo di due cose diverse: quando tu parli di natura parli diambiente, di equilibrio ecologico, di animali, di piante, di ariapulita; io quando parlo di natura intendo specificamente le leg-gi che regolano l’universo, altrimenti non parlerei di logicadella natura. È attraverso la comprensione di queste leggi chepossiamo dare una spiegazione plausibile di quanto è accaduto,di quanto sta accadendo e di quanto potrà accadere all’essereumano e all’umanità. È innegabile che il capitalismo non ha niente di umano,anzi, è la negazione stessa dell’umanità; è anche la forma più172
    • dispendiosa di energia e questo, apparentemente, dovrebbecontrastare con la logica che la natura, nel suo processo evolu-tivo, conserva solo le strutture meno dispendiose. Non è un pa-radosso, perché se consideriamo la cosa in tempi evolutivi hainvece una logica ferrea. Le leggi naturali non sono così com-plicate da comprendere, poiché si possono riassumere in pocheformule matematiche, ripetitive fino alla nausea, per questoscontatissime. La perdita d’identità di un sistema (nel caso della storiaumana è il sistema sociale del gruppo) è indispensabile (lo èstato in tutti i salti evolutivi da un livello sistemico all’altro)per approdare a un sistema di livello superiore (in questo casoil sistema federativo). Questo l’ho scritto in modo più estesonel file «Il disegno della natura». L’uomo può approdare al si-stema federativo perché è l’unico essere a possedere il necessa-rio quoziente intellettivo per farlo. In questa fase di transizioneil gruppo originario ha perso la sua originaria identità, che po-trà ritrovare solo se mediata dalla federazione, con una formadi comunicazione che era estranea al gruppo originale. Ad esempio quando alcuni atomi (sistema atomico) siaggregano per formare una molecola (sistema molecolare) de-vono mutare necessariamente la loro identità elettrica, diven-tando ioni negativi e ioni positivi, perché in caso contrario nonsaranno mai attratti l’uno verso l’altro. All’interno della mole-cola troveranno l’identità originale di atomi neutri, ma la co-municazione tra essi sarà mediata dal complesso molecolare,utilizzando gli elettroni liberi esterni dei singoli atomi, che di-venteranno patrimonio comune. Questo significa che il sistemadi livello superiore fa uso di una forma di comunicazione ine-sistente nei singoli componenti separati. Lo stesso identicoprocesso lo si può notare in tutti i livelli sistemici, utilizzandoquesta sequenza di eventi: - Sviluppo di caratteristiche idonee alla aggregazione. - Perdita d’identità dei singoli elementi che tentano diaggregarsi. 173
    • - Ritorno all’identità originaria all’interno del colletti-vo. Per quanto riguarda l’uomo, egli ha superato già da pa-recchi millenni la fase uno, perché la sua struttura sociale digruppo ha sviluppato le necessarie caratteristiche aggregantiche permetterebbero di costituire il sistema federativo. Ora citroviamo alla fine della fase due, ossia alla perdita d’identitàcompleta del gruppo originario. Lo prova il fatto che la disgre-gazione del gruppo non potrebbe procedere oltre al più assolu-to individualismo che si sta già manifestando nella società ca-pitalistica. La fase tre inizierà quando la fase due sarà comple-tata e si riformeranno i nuovi gruppi sociali, che si riorganizze-ranno in federazioni. La stabilità di queste strutture dipenderà dall’uso di unacultura comune, sostenuta da un mezzo di comunicazione ve-loce per diffonderla e difenderla. Quindi per rispondere alla tuadomanda se l’opportunismo e il cinismo sono segni del pro-gresso evolutivo, la risposta è sì, a condizione però che questemanifestazioni siano temporanee. È proprio questo carattere di temporaneità che può in-gannarci e farci pensare (come ha fatto Darwin e stanno facen-do ancora adesso i riduzionisti neodarwinisti) che la negativitàdella natura sia una sua scelta definitiva. Vedi forse opportuni-smo e cinismo tra le cellule del corpo umano? Lo si può vedereforse tra gli elementi di un gruppo di cacciatori-raccoglitori?Oppure in qualsiasi sistema stabile esistente in natura? No dicerto, perché i loro rapporti sono basati sulla collaborazionealtruistica. Eppure manifestare il male per produrre il bene èuna scelta temporanea delle leggi naturali dell’evoluzione, fi-nalizzata a produrre sistemi complessi improntati definitiva-mente sulla collaborazione altruistica. «Siamo proprio sicuri che Darwin non abbia proiettato, in-consciamente, sul mondo animale e naturale gli atteggiamenti che gliuomini avevano al suo tempo e che di fatto hanno in ogni civiltà an-tagonistica»?174
    • In realtà Darwin ha fatto anche peggio, proiettando gliatteggiamenti negativi del mondo animale e naturale al conte-sto umano, giustificando in questo modo lo sfruttamentodell’uomo sull’uomo e la brutalità del capitalismo, oltre tuttoin modo decisamente consapevole. Anche se il darwinismo èancora la cultura dominante negli ambienti scientifici, sta per-dendo terreno nei confronti di una visione olistica della natura.Una natura che se è analizzata separatamente nei suoi aspettiparziali, ossia in modo riduzionistico, potrebbe dare effettiva-mente l’idea di assenza di logica, di disordine casuale, di in-comprensibili ingiustizie, di crudeltà. La temporanea perditad’identità di un sistema deve essere analizzata in funzione delprodotto finale, quindi una visione d’insieme del processo evo-lutivo. Dobbiamo dunque stare attenti a non guardare il capita-lismo come il trionfo di una natura cieca e crudele, come nep-pure dovremmo giudicare il nostro operato sull’ambiente natu-rale e sui nostri consimili come la prova che l’uomo è sfuggitoai meccanismi della natura. Asseconderemmo solo il fonda-mentalismo darwiniano e ci condanneremmo alla rassegnazio-ne e all’accettazione passiva che il capitalismo è una scelta de-finitiva della natura, o, ancora peggio, di un elemento (l’uomo)che è sfuggito al controllo della natura. Il marxismo è caduto in pieno nel «tranello» darwinia-no, considerando casuale e definitivo il processo evolutivo cheha condotto al capitalismo, proprio perché considera l’uomolibero da vincoli naturali. Le tue idee entrano in questo stessoordine quando affermi: «La comparsa dell’uomo sulla terra ha po-sto un’ipoteca sul senso della natura. Ora la natura trae il suo signifi-cato dal significato della storia. E chi non accetta questo sembra es-sere destinato a subordinare il primato dell’uomo a quello della natu-ra. Di fatto, l’esistenza dell’essere umano va al di là di quella dellanatura stessa». Per renderti più chiaro il concetto di temporaneità dellastoria umana ti faccio un esempio. Quando una persona, in una 175
    • giornata invernale, esce di casa con un abito leggero, si accor-ge subito che non è sufficientemente protetto dal freddo e de-cide di rientrare per cambiarsi d’abito. Prima d’indossare unabito più pesante deve comunque spogliarsi dell’abito leggeroe rimanere temporaneamente svestito. Ora trasportiamo l’e-sempio alla storia dell’uomo. In questo caso la storia rappre-senterebbe la nudità temporanea per poter indossare un abitopiù pesante, ossia il tempo necessario per togliersi di dosso ilsistema sociale e indossare il sistema federativo. Se fai caso,ogni volta che c’è un cambiamento finalizzato a delle miglio-rie, come per esempio la ristrutturazione di una casa, il cambiodi gestione di un’azienda, il rifacimento di una strada pubbli-ca… avviene una temporanea perdita d’identità della vecchiastruttura, che determina instabilità ambientale, sociale o eco-nomica. «C’è qualcosa nei tuoi ragionamenti che andrebbe meditatoseriamente e per il quale ci vorrebbe una discreta dose di tempo». Sedavvero vuoi meditare seriamente, medita su questo aspetto (latemporanea instabilità che caratterizza la storia umana), perchélo ritengo un nodo centrale per la comprensione del presente eutile al buon proseguimento del nostro dialogo. La dimensione «metascientifica», in cui collochi l’uo-mo, la ritengo un argomento che per il momento è prematuroaffrontare. Probabilmente servirebbe solo ad arroccarci su po-sizioni filosofiche soggettive (e tali rimarrebbero proprio per-ché non possono avere un riscontro scientifico) e, visto il no-stro tempo limitato, ci distrarrebbe dallo scopo principale diquesto scambio di idee, cioè un «progetto per un’esistenza di-versa». Mi sono letto tutta la sezione «Economia e società» epenso di avermi fatto un’idea abbastanza precisa su ciò che in-tendi per socialismo democratico. Per molti aspetti, sia dalpunto di vista economico che umano, ci sono assonanze con le«cellule sociali». Sotto altri aspetti ho trovato invece delle con-traddizioni (o che comunque io ritengo tali fino a prova contra-176
    • ria). Se sei d’accordo vorrei mettere a confronto, punto perpunto, i nostri rispettivi modelli di società ideale, cioè una sor-ta di «prova del nove». Per ragioni di tempo potremmo analiz-zare solo uno o pochi punti alla volta, così faremmo degli in-terventi più brevi (almeno credo!) mantenendo la stessa fre-quenza. Soprattutto daremmo un carattere di utilità a quelloche ormai sta quasi diventando come un secondo lavoro! 177
    • 14 MAIL EG 23 marzo 2003 «...quando tu parli di natura parli di ambiente, di equilibrioecologico, di animali, di piante, di aria pulita; io quando parlo di na-tura intendo specificamente le leggi che regolano l’universo, altri-menti non parlerei di logica della natura. È attraverso la compren-sione di queste leggi che possiamo dare una spiegazione plausibile diquanto è accaduto, di quanto sta accadendo e di quanto potrà accade-re all’essere umano e all’umanità». Sai che su questo non riesco bene a seguirti. Per me lanatura non ha leggi che l’uomo non conosca, cioè se l’uomonon conosce ancora le leggi della natura è perché in realtà nonconosce ancora se stesso. Il fatto che ancora non si conoscal’antimateria o non si veda la profondità dei buchi neri è nullarispetto al fatto che ancora non vogliamo accettare l’idea che lacoscienza umana va considerata come una voragine senza fon-do, assolutamente incommensurabile alle capacità interpretati-ve umane. La conoscenza della natura può aiutarci a compren-dere l’essere umano, ma solo fino a un certo punto. L’essere umano è una realtà infinitamente più profondae più complessa di qualsiasi analisi interpretativa. Per questonon faccio differenza tra natura naturans e natura naturata,cioè tra sostanza e forme della natura. La natura è solo un con-tenitore il cui contenuto essa non è in grado di comprendere.Quando salvo i miei file nella cartella documenti (l’universo)devo preventivamente creare delle sottocartelle (l’organizza-zione dell’universo), perché nell’universo mi perdo e ho biso-gno di ridefinire lo spazio di accesso ai dati in maniera sche-matica. Mi rendo conto della limitatezza di questo agire, per-ché sicuramente uno stesso file potrebbe stare in cartelle diver-se tra loro, ma quello che più mi preme è che certi file io possatrovarli subito, sapendo bene dove andarli a cercare.178
    • Cioè voglio dirti che alla fine la natura non è altro cheun contenitore che mi permette di gestire delle cose la cui im-portanza va ben oltre la classificazione e l’archiviazione deidocumenti. Se un fulmine mi mandasse in malora il pc e mi fa-cesse perdere tutta l’organizzazione reticolare o gerarchica deimateriali, inclusi tutti i documenti contenuti nelle cartelle, unacosa però rimarrebbe del tutto inalterata: il fatto che quei do-cumenti io li ho digeriti nella mia mente, li ho salvati in unamemoria di massa che è il mio cervello e se qualcuno mi sti-mola con degli interrogativi, in maniera relativamente facile iovado a recuperare tutto quello che per me è davvero importan-te, non perché abbia una memoria formidabile ma semplice-mente perché l’inconscio conserva infinite relazioni tra le cose.Quello che non riesco a recuperare probabilmente non era cosìimportante. È davvero indispensabile sapere tutto? La conoscenzaci fa davvero progredire? Aver consapevolezza di poter farecon la scienza e la tecnica cose inimmaginabili fino a qualchedecennio fa, è davvero un segno di progresso, un indice di si-curezza? Gli animali non sanno in alcuna maniera che di frontealla potenza dell’uomo non possono fare nulla e che l’unicoanimale in grado di distruggere l’uomo è l’uomo stesso, anzi,se guardassimo le cose in maniera metafisica, dovremmo direche l’uomo non è in grado di distruggere se stesso neppure fi-sicamente, in quanto vi è in lui un aspetto che va al di là deilimiti della natura. In definitiva l’uomo può distruggersi spiri-tualmente soltanto cercando di non essere quello che è. E inquesta autodistruzione egli non ha comunque neppure facoltàdi scomparire definitivamente, non solo perché è continuamen-te soggetto a trasformazione ma anche perché non ha propriofacoltà di autodistruggersi definitivamente e irreversibilmente. Noi siamo destinati a esistere. Possiamo solo scegliereil modo o le forme, e dalla scelta operata possiamo ricavaregradi più o meno grandi di felicità o di soddisfazione persona-le. Non credo in un processo evolutivo dell’uomo in cui l’uo- 179
    • mo possa scoprire cose che già non aveva sin dalla nascita.Tutte le sinfonie di Beethoven erano già nei tasti del suo piano-forte: si trattava soltanto di tirarle fuori con l’ingegno creativo.Se non abbiamo la possibilità di dire che l’uomo è quello che èsin dalla nascita, allora l’uomo del lontano passato cui ci rife-riamo, non era tale, ma qualcos’altro. L’uomo si sta costruendo un destino che non era quellopreventivato, poiché alla conoscenza doveva arrivare nell’in-nocenza non nella colpevolezza, ma nonostante la deviazionedallo standard, l’uomo sarà comunque in grado di giungere al-lo scopo per cui è nato, recuperando ciò che ha perduto. Perme l’esigenza di recidere il cordone ombelicale che lo legavaalle comunità primitive è stata una falsa esigenza. E in questoil marxismo classico ha capito poco. Noi siamo destinati a riscoprire il valore del passato, incui si era ignoranti ma innocenti, seguendo la strada dellascienza ma anche della colpevolezza: arriveremo all’innocenzaconsapevole di sé passando attraverso immani tragedie (quan-do invece, secondo me, avremmo potuto fare un percorso ana-logo senza alcuna tragedia). Forse dovremmo parlare di un’altra cosa: del concettodi tempo in relazione al nesso uomo/natura. Che senso ha iltempo? Perché è irreversibile? Possiamo avere nel microcosmouna concezione del tempo applicabile anche al macrocosmo?Quello che succede nell’esistenza individuale di una personapuò essere considerato una sintesi paradigmatica di processiinfinitamente più vasti e complessi? Se mi rispondi a queste domande così come mi aspette-rei se le rivolgessi a me stesso, allora mi confermerai nell’ideache non esiste alcuna differenza tra la concezione tolemaica ocopernicana del sistema solare, nel senso che sapere che non ilsole gira attorno alla terra ma il contrario, non è di alcuna utili-tà ai fini della comprensione dell’identità umana e non incidein alcun modo sul compito che dobbiamo porci di un’esistenzadiversa.180
    • La scienza non serve a nulla ai fini dello sviluppodell’umanità dell’uomo: è solo uno strumento con cui manife-starla, ma siccome per poterla manifestare in modo adeguato lascienza dovrebbe essere compatibile coi processi naturali, pos-so dichiarare in tutta sicurezza che la scienza moderna, a parti-re da Galileo, ponendosi in violazione dei principi della natura,non solo non serve a nulla ai fini dello sviluppo moraledell’uomo, ma gli è addirittura nociva, per una serie infinita diragioni, la prima delle quali è la pretesa che con la scienza sipossa rinunciare al sapere orale trasmesso dalle generazioniche ci hanno preceduto, alle conoscenze radicate nelle tradi-zioni popolari. Il fatto stesso che io agisca nell’ambito lavorativo inmaniera esattamente opposta a quello che ti scrivo, dovrebbefarti capire in quale guazzabuglio di contraddizioni noi, contutta la nostra scienza, siamo precipitati. Dimmi dunque cos’è il tempo per te, perché solo unacerta visione del tempo mi permette di avere una visione olisti-ca del rapporto uomo-natura. 181
    • 15 MAIL PN 28 marzo 2003 Posso solo risponderti su ciò che è il tempo per me inrapporto allo spazio e all’energia-materia. Tranquillizzati! An-che se devo scomodare la teoria della relatività di Einstein, nonti farò venire il mal di testa. Proviamo ad applicare questo con-cetto ai livelli sistemici nei quali la natura è organizzata e ten-de a organizzarsi. Per semplificare, rappresentiamo ogni livellosistemico con una linea orizzontale, in questo modo: | | | | | | | | | | | | | 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 1. quark, 2. particelle, 3. atomi, 4. molecole, 5. macro-molecole, 6. microrganismi, 7. cellule, 8. persone, 9. gruppisociali, 10. federazioni, 11. pianeta, 12. galassia, 13. universo. Lo spazio tra una linea e l’altra rappresenterebbe iltempo necessario alla realizzazione del livello sistemico. In re-altà il tempo non è lineare e identico tra un livello e l’altro, ma,secondo la teoria del «big bang» e delle teorie evoluzionisti-che, questa successione dovrebbe essere, schematicamente, piùo meno questa:|| | | | | | | | | | | | Possiamo osservare che il tempo si contrae più andiamoa ritroso, fino al punto iniziale, ma si dilata nel percorso inver-so, per tornare a contrarsi più l’evoluzione è proiettata al futu-ro. Il fatto è che la dimensione del tempo è relativa al momentodella sua osservazione. Se potessimo osservare il percorso evo-lutivo partendo da un punto più vicino allo stadio iniziale, larappresentazione schematica potrebbe essere questa:| | | | | | | | | | | || Viceversa, se lo spostamento fosse più vicino allo sta-dio finale, lo schema sarebbe questo:|| | | | | | | | | | | |182
    • Ti ho parlato di stadio iniziale e finale come se fossimocerti che ci sia un inizio o una fine, ma non sappiamo affatto seci sono più universi, oltre al nostro, come non è certo se iquark sono effettivamente le particelle elementari della mate-ria. Tempo, spazio, energia e materia erano una singolarità, ununico punto infinitesimo al momento del grande scoppio. Inpoche frazioni di secondo si sono formati i quark e le particellesub-atomiche, pochi secondi dopo i primi atomi. La dimensio-ne del tempo era proporzionata alle dimensioni dello spazio. Via via che lo spazio si dilatava occorreva più tempoper trasformare energia in materia, quindi parrebbe logico pen-sare che l’universo avrebbe rallentato la sua corsa per inerzia eforza gravitazionale. Sappiamo invece che i corpi celesti si al-lontanano tra loro con velocità crescente. In realtà possiamoaffermare che il tempo è una dimensione apparente relativa aun certo spazio e a un singolo punto d’osservazione. Ti faccio un altro esempio. Se fossimo fermi vicino auna ferrovia a osservare un treno che arriva verso di noi, note-remmo che il suo rumore cambia mentre si avvicina (non solonel volume del suono, ma anche nella frequenza delle onde so-nore), e cambia ancora quando si allontana, dopo averci sor-passato. Questo fenomeno è dovuto alla compressione delleonde sonore, secondo la direzione del mezzo, dando l’impres-sione che la sua velocità aumenti man mano che si avvicina eancora aumenti nel momento che ci sorpassa, per poi rallentarementre si allontana. Eppure, se fossimo su quel treno, giure-remmo che la sua velocità è costante e il suono che produce èsempre lo stesso. Se gli eventi storici e i cambiamenti che l’uomo impri-me all’ambiente si susseguono a ritmi esponenziali, è perché lospazio d’azione dell’uomo si dilata in misura proporzionale.Sono certo che in piccoli mondi autosufficienti come le «cellu-le sociali» non solo il tempo avrebbe un altro significato, maavrebbe anche una diversa dimensione rispetto al mondo glo-balizzato. 183
    • Che dirti dunque del tempo riguardo al rapporto uomo-natura? Semplicemente dobbiamo osservare questo rapportocon «relatività». Come si potrebbe, però, rispondere alle tuedomande: «Che senso ha il tempo? Perché è irreversibile?» Forse nessuno potrà mai spiegare perché la freccia deltempo è unidirezionale e ci consente di vivere invecchiando,senza poter ringiovanire. La natura deve «faticare» per orga-nizzarsi in sistemi stabili e vincere così la seconda legge dellatermodinamica, che vuole che dall’ordine si passi al caos e nondal caos all’ordine. Questo processo è possibile solamente ral-lentarlo in misura limitata e con l’impiego massiccio di ener-gia, ma non sarà mai possibile invertirlo. Il perché non sono ingrado di spiegartelo. D’altra parte, come tu stesso ti domandi: «È davvero in-dispensabile sapere tutto? La conoscenza ci fa davvero progredire?Aver consapevolezza di poter fare con la scienza e la tecnica coseinimmaginabili fino a qualche decennio fa, è davvero un segno diprogresso, un indice di sicurezza?» La risposta che hai dato alla tua domanda sarebbe stataanche la mia, perché sapere che «non il sole gira attorno alla terra,ma il contrario, non è di alcuna utilità ai fini della comprensionedell’identità umana e non incide in alcun modo sul compito chedobbiamo porci di un’esistenza diversa». Inoltre è provato che latecnologia garantisce un adattamento provvisorio, perché nellostesso tempo produce cambiamenti ambientali e sociali con re-lativi disagi, che solo l’uso di tecnologia più evoluta può supe-rare. Un cacciatore-raccoglitore può avere più soddisfazionimorali di un individuo che vive nel più grande lusso tecnologi-co. Il problema è che questo sistema fondato sulla compe-tizione non ci consente di essere ignoranti, pena la sofferenza.Solamente per non soffrire cerchiamo di adattarci con la cono-scenza dell’ambiente che ci circonda, utilizzando tutti gli stru-menti tecnologici che ci è consentito utilizzare. Credo anch’ioche «noi siamo destinati a esistere», ma è anche vero che sia-184
    • mo costretti a adattarci all’esistente. Tu stesso confermi «inquale guazzabuglio di contraddizioni noi, con tutta la nostra scienza,siamo precipitati». Questo dovrebbe dirla lunga sulle nostre ef-fettive possibilità di scelte libere, ma anche se fosse parzial-mente possibile andare controcorrente (il che purtroppo non è),è la somma delle singole scelte che produce la spinta alla corsatecnologica e alla disgregazione sociale. So perfettamente che «la scienza non serve a nulla ai finidell’umanità dell’uomo», ma anche un contadino del medio evo,se poteva, preferiva usare un carro a ruote piuttosto che unaslitta, per trasportare il fieno. Potremmo senz’altro fare a menodell’automobile o del telefonino o degli elettrodomestici, masolo in un sistema dove non esista competizione economica esociale: in pratica solo in una società senza classi. Sarà il co-munismo che porterà all’affrancamento dalla tecnologia, nonsarà l’affrancamento dalla tecnologia che ci porterà al comuni-smo. Una struttura sociale senza classi non potrebbe nasceree affermarsi senza una ristrutturazione ambientale. Praticamen-te tutto l’ambiente terrestre è stato manipolato e plasmato, du-rante la storia, in funzione della competizione economica e so-ciale. La ristrutturazione ambientale, però, non può realistica-mente fare a meno della tecnologia, perché è la soluzione me-no dispendiosa di energia. Purtroppo non sarà sufficiente cam-biare l’assetto politico ed economico del sistema capitalisticoper arrivare a una società senza classi, ma è necessaria la pro-gressiva ristrutturazione dell’ambiente terrestre. Le «megalo-poli» e gli insediamenti urbani, industriali, commerciali, mili-tari, stanno erodendo terreno fertile; i deserti avanzano e le fo-reste si riducono; la biodiversità sta scemando e l’inquinamen-to sta modificando il clima terrestre. Nemmeno uno di questiproblemi potrà essere risolto in tempi ragionevoli senza l’usodi tecnologia complessa. Il punto, però, è che tipo di tecnologia utilizzare. Èchiaro che il capitalismo produce una tecnologia individualista, 185
    • che incita e permette di fare a meno dell’aiuto materiale delprossimo, annullando così la naturale socialità degli individui.Qualsiasi tipo di sistema politico, che non prendesse atto diquesto dato di fatto, sarebbe destinato al fallimento di ogni ten-tativo di ripristinare la struttura sociale dell’«uomo del lontanopassato cui ci riferiamo». La soluzione non sta nel proibire allepersone l’uso di autovetture private o degli elettrodomestici,ma nel creare strutture ambientali che annullino il desiderio ditali mezzi, perché assolutamente inutili. Una tecnologia «socia-le», aggregante, ecologica, non dispendiosa, potrà effettiva-mente garantire l’auspicata inversione di tendenza. La struttura del corpo umano ci dice che è necessarioquesto tipo di tecnologia per la corretta funzionalità di un si-stema comunistico. La postura eretta, la visione a colori, lecorde vocali... si possono definire tecnologia sociale moltocomplessa. La natura tutta, a qualsiasi livello, adotta soluzionitecniche per l’adattamento, perciò non è la tecnologia a doveressere considerata innaturale, ma lo è il suo uso che sostiene lacompetizione umana, questa sì innaturale. Sapere «tutto» non è perciò indispensabile, ma è neces-sario sapere bene ciò che occorre per ripristinare la condizioneumana naturale, che, solamente, è il comunismo. Impegnarsi afondo per contribuire alla caduta del sistema economico capi-talista, e poi non saper gestire il cambiamento in direzione delcomunismo, significherebbe intraprendere percorsi alla cieca,inutili e deleteri. Tu ad esempio, per tornare a casa dal luogodove insegni potresti certamente passare da Roma-Tokyo-Berlino, ma è scontato che preferisci prendere la via più brevee meno difficoltosa. È normale pensare questo, perché desti-niamo tempo ed energia alle cose che facciamo, in base al va-lore che attribuiamo loro. Io non nego la bontà di un socialismo democratico cheaffonda le sue radici sui valori del passato, perché credoanch’io che più tecnicamente si va all’indietro, più umanamen-te si va avanti, ma proprio perché la direzione del tempo è irre-186
    • versibile, cercare di andare controcorrente comporterebbe unenorme dispendio di energia che è infinitamente sproporziona-ta ai vantaggi che si potrebbero ottenere. Purtroppo è vero ciòche affermi: «Noi siamo destinati a riscoprire il valore del passato,in cui si era ignoranti ma innocenti, seguendo la strada della scienzama anche della colpevolezza: arriveremo all’innocenza consapevoledi sé passando attraverso immani tragedie, quando secondo me a-vremmo potuto fare un percorso analogo senza alcuna tragedia».Non è possibile andare controcorrente, soprattutto adesso chela corrente è impetuosa, ma è possibile uscire dalla corrente eattraccare a riva. Non resistere al sistema economico capitali-stico, quindi, ma uscire da esso, dalla sua economia e dalla suainfluenza culturale con l’istituzione di microsocietà comuniste. Ricordi qual era il comando originale che Dio ha datoall’uomo? Era quello di estendere il «giardino» su tutta la terra.Indipendentemente dai motivi che hanno spinto l’uomo alla«disubbidienza», egli ha innescato un meccanismo irreversibileche non consente ripensamenti. «L’uomo si sta costruendo undestino che non era quello preventivato», semplicemente per-ché il preventivo non l’ha fatto lui. Detto questo, credo pure che «nonostante la deviazionedallo standard, l’uomo sarà comunque in grado di giungere allo sco-po per cui è nato, recuperando ciò che ha perduto». Se lo scopo peril quale l’uomo è nato è ripristinare ed estendere il «giardino»su tutta la terra, si possono già cominciare i lavori da adesso,seguendo la direzione della freccia del tempo, senza cercareinutilmente di contrastarla. 187
    • Il sistema federativo I livelli sistemici Tutto l’Universo è governato dalle stesse leggi fisichealle quali sottostanno sia le entità più semplici che quelle piùcomplesse. La natura deve però «faticare» per organizzarsi emantenersi in strutture stabili di complessità crescente, lottan-do contro una sua stessa legge fisica, che vuole che dall’ordinesi passi al caos e non viceversa, se non con l’impiego massic-cio di energia. Senza scendere nei dettagli del processo evolu-tivo, basterà dire che la natura ha creato le strutture più com-plesse assemblando tra di loro le strutture più semplici prodottein precedenza. «L’unione fa la forza» è il motto col quale sipuò identificare questo meccanismo, cioè l’associazione coor-dinata di elementi simili in grado di comunicare tra loro. La tendenza di certe strutture ad associarsi è paragona-bile a un buon investimento con alti tassi percentuali d’inte-resse; infatti, unire le proprie forze per far fronte agli stimoliambientali significa ridurre notevolmente la quantità di energiaindividuale necessaria all’adattamento, anche se una parte diquesta viene spesa per la stabilità dell’associazione. Più i rap-porti tra le parti del tutto sono fitti, minori sono le interazionidi ogni singolo elemento con l’ambiente esterno, perciò ele-menti che presi individualmente sarebbero in completo disa-dattamento, con l’aggregazione coordinata con altre unità simi-li, formano una struttura complessa e adattata con basse speseenergetiche (per esempio le cellule del corpo umano). Un’as-sociazione con queste caratteristiche può essere definita «si-stema». Non tutte le strutture tendono ad associarsi; infatti irapporti con i consimili possono andare dall’isolamento assolu-to (per esempio i cosiddetti gas «nobili») ad associazioni spo-188
    • radiche e temporanee (come in molte specie animali, dove ma-schio e femmina si associano solo per il periodo riproduttivo),fino ad arrivare ad organizzare dei veri sistemi perenni e alta-mente stabili (per esempio una colonia di formiche). Solo i si-stemi stabili possono associarsi con strutture simili a loro eformare un sistema di livello superiore: così le particelle sub-atomiche formano gli atomi, gli atomi le molecole, le molecolele macromolecole ecc. La natura ha quindi la struttura di unapiramide dove il gradino più basso è la base per il gradino suc-cessivo, fino a salire verso il vertice. Questo vertice, o ultimogradino della piramide, è il sistema più stabile, complesso emeno dispendioso d’energia che potrebbe essere prodotto sulnostro pianeta e che riguarderà in modo diretto la nostra spe-cie. Per chiarezza si può stilare una tabella assegnando unnome convenzionale ai livelli sistemici: Componenti: Livello sistemico: QUARK SUB-ATOMICO PARTICELLE ATOMICO ATOMI MOLECOLARE MOLECOLE MACROMOLECOLARE MACROMOLECOL E MICRO RGANICO MICRORGANISMI CELLULARE CELLULE PL URICELLULARE PERSONE SO CIALE GRUPPI SOCIALI FEDE RATIVO FEDERAZIONI PL ANETARIO Organizzazione interna di un sistema 189
    • Forse apparirà alquanto riduttiva questa classificazione,poiché non contempla sistemi intermedi, ma si può spiegareche sono solo questi i gradini della «piramide» della natura. Unsistema, ad ogni livello, è organizzato in modo tale da garantir-si la massima funzionalità col minimo dispendio di energia,con la specializzazione dei ruoli tra i suoi singoli componenti econ la costituzione di sottosistemi parzialmente autonomi, viavia più complessi secondo i livelli sistemici. Queste strutturepotrebbero essere considerate, esse stesse, dei sistemi interme-di solo se fossero strutturate per funzionare in modo indipen-dente, in quanto un sistema deve essere stabile e autosufficien-te. Gli elementi atomici, per esempio, secondo le loro di-mensioni, si organizzano internamente stratificando in modoordinato gli elettroni. Le «cortecce elettroniche», cioè un grup-po di elettroni di numero variabile che ruotano nella stessa or-bita attorno al nucleo, sono un apparato funzionale che garanti-sce stabilità al sistema atomico, ma non potrebbero essere de-finiti sistemi intermedi (tra le particelle e gli atomi), perchénon potrebbero esistere come entità indipendenti dall’atomo.Al di fuori di esso, infatti, l’ordinata «corteccia elettronica» di-venterebbe uno sciame scoordinato destinato a sfaldarsi. Oppu-re negli organismi pluricellulari le cellule sono differenziate especializzate e sono organizzate in ghiandole, tessuti, organi,apparati. Queste strutture non possono però essere consideratesistemi intermedi tra la cellula e l’organismo pluricellulareperché dovrebbero, in tal caso, poter vivere in modo indipen-dente e non è certo il caso di una ghiandola linfatica, di unpolmone o di un apparato digerente. Anche il sistema sociale dei cacciatori-raccoglitori èorganizzato internamente per funzionare nel migliore dei modi.Oltre alla specializzazione biologica dei ruoli tra uomini edonne, oppure a specializzazioni culturali come il «consigliodegli anziani» (cioè la testa pensante del gruppo), gli apparatipiù efficienti che garantivano stabilità al sistema comunitario190
    • erano le famiglie, ossia gruppi di persone, uomini e donne,vecchi e bambini, strettamente imparentati tra loro, con unacerta autonomia decisionale all’interno del gruppo. L’uomo èun essere molto sociale proprio in conseguenza della sua strut-tura fisica relativamente debole, perciò ha bisogno della strettacollaborazione di un cospicuo numero di altre persone per farfronte alle avversità di un ambiente ostile. Ben difficilmenteuna singola famiglia potrebbe sopravvivere a lungo in una fo-resta vergine o in un arido deserto senza l’ausilio della tecno-logia complessa o, comunque, senza il supporto del gruppo.Per queste ragioni la famiglia umana non può essere considera-ta un sistema sociale, ma un apparato funzionale del gruppo,che è il vero sistema sociale umano (in alcune specie animali lasingola coppia formata da un maschio e una femmina può es-sere autosufficiente e durare tutta la loro vita: in questo caso sipuò definirla «sistema sociale», ma è molto raro in natura). Stesso ragionamento si può fare per tutte quelle orga-nizzazioni sociali come una catena di montaggio, una multina-zionale o una nazione, che non sono strutture perenni e nonsono costituite da sistemi stabili. Anche se definissimo la civil-tà globale un «superorganismo», soggetto all’azione della sele-zione naturale, non la si potrebbe però definire «sistema globa-le», perché di un sistema non ha assolutamente le caratteristi-che. Per esserlo dovrebbe essere composta di sistemi socialiumani stabili e autosufficienti, tanto quanto lo erano i gruppi diraccoglitori-cacciatori. I gruppi dovrebbero essere coordinati attraverso un uni-co tipo di informazione culturale ed avere un trattamento eco-nomico egualitario dentro il «superorganismo», anche se aves-sero ruoli diversi tra loro, tanto quanto possono averlo le sin-gole cellule all’interno del corpo umano. Mi sembra invece che la nostra civiltà, più che a un si-stema, assomigli a una grossa infezione batterica che si espan-de sulla superficie del pianeta, dove i singoli batteri (gli indivi-dui umani) non sono in grado di collaborare tra loro coordi- 191
    • nando i loro sforzi. Come batteri le persone si ammassano inmodo disordinato in agglomerati urbani, piccoli o giganteschi,dove esiste competizione individuale selettiva per la sopravvi-venza. È ovvio che il proliferare di questa massa informe, sefosse solo il prodotto del puro caso, non potrebbe far altro checorrodere le risorse del pianeta e poi soffocare anch’essa sottoil peso dei suoi rifiuti. Il paradosso della storia La storia umana ha fatto sorgere un paradosso: il mec-canismo della costituzione di livelli sistemici via via superioreavrebbe dovuto produrre delle federazioni perenni, stabili efunzionali, costituite da gruppi sociali anch’essi stabili, inveceabbiamo visto che non solo il sistema federativo non si è af-fermato, ma il processo di civilizzazione ha portato addiritturaalla disgregazione del gruppo sociale. Si è dunque inceppatoquesto meccanismo o non esiste nessun «progetto» creativodella natura e tutto è affidato al puro caso? Affatto! Può sembrare una contraddizione che per costituire unsistema di livello superiore sia necessario disgregare prima ilsistema di livello inferiore, ma è esattamente ciò che è avvenu-to ogni volta che alla piramide della natura è stato aggiunto ungradino. Per esempio, quando alcuni atomi si accingono ad ag-gregarsi per costituire una molecola devono cedere o acquista-re elettroni, modificando la loro identità, ossia la loro caricaelettrica, diventando ioni positivi e ioni negativi. A quel puntosaranno attratti reciprocamente, si divideranno le orbite di par-te dei loro elettroni esterni e questo sarà il loro legame. Taleprocesso, che definiamo «reazione chimica», dura un attimoimpercettibile, ma è occorso un tempo enorme affinché fossepossibile la formazione di composti chimici di una certa com-plessità, che è avvenuta solo col progressivo raffreddamentodella superficie della Terra. Fin tanto che persistevano condi-192
    • zioni di alta temperatura, gli atomi della primordiale atmosferaerano per lo più allo stato di plasma ionizzato. Un altro esempio è il tempo tra il concepimento e la na-scita di un essere umano, che riassume tutta la trasformazioneprogressiva degli organismi pluricellulari, per effetto dellacontinua differenziazione cellulare. Per specializzarsi dentro ilcollettivo le singole cellule hanno dovuto mutare progressiva-mente la loro identità e il loro modo di comunicare. Anche i rapporti tra le persone avvengono attraversoscambi culturali, perciò, per far parte di un sistema sociale co-me un gruppo di raccoglitori-cacciatori, è necessario che l’i-dentità degli individui sia plasmata con l’apprendimento dellacultura del gruppo. Questo processo cognitivo, che chiamiamo«educazione», è la sintesi della fase in continuo fermento chedai primi mammiferi sociali ha portato al gruppo sociale uma-no. Per costituire il livello sistemico federativo non do-vrebbe quindi apparire strano che sia stata necessaria la perditad’identità del gruppo sociale umano, che è iniziata con la suastessa storia. Guardando la natura possiamo capire che la storiaumana non è qualcosa di separato dal contesto naturale, poichéogni livello sistemico si è formato attraverso una sua «storia»,che per molti versi non è dissimile da quella umana. Ognuna diqueste storie è caratterizzata da lunghi periodi d’instabilità e daimmane violenza. Purtroppo la nostra civiltà può essere ancoraforiera di tragedie epocali, proprio perché la storia umana nonsi discosta dalle storie che l’hanno preceduta. Prendiamo per esempio il livello sistemico pluricellula-re, che dalle prime aggregazioni cellulari ha portato alla for-mazione dell’essere umano. La «storia» degli animali e dellepiante è costellata di rivoluzioni, di precarietà, di rapporti vio-lenti e di difese altrettanto violente, che hanno portato all’e-stinzione in massa di specie, generi, famiglie, ordini, sottoclas-si. 193
    • Se guardiamo il livello sistemico atomico, possiamonotare che gli elementi atomici pesanti si sono potuti formaresolo con la fusione nucleare di elementi più leggeri, dovutaall’enorme pressione causata dall’esplosione di «supernove»(stelle molte volte più grandi del sole). Viene dunque spontaneo chiedersi perché sia necessariatanta violenza in natura, se l’evoluzione procede effettivamen-te secondo una logica programmatica. In realtà la natura procede a «tentoni», valutando a po-steriori ciò che è bene e ciò che è male, però, anche se il caso ela selezione hanno la funzione di sperimentare ogni via possi-bile, il traguardo sarà sempre il sistema più complesso, più sta-bile e meno dispendioso, che è consentito a un determinato li-vello sistemico. Nel caso della storia umana, questo sistemanon potrà essere che la federazione dei gruppi sociali. La lunga fase di trasformazione di ogni livello sistemi-co ha una durata inversamente proporzionale alla sua comples-sità: più è semplice il livello, maggiore è stato il tempo dellasua evoluzione. Tutto sommato la storia umana è un periodoevolutivo relativamente breve, ma sufficiente per il passaggiodal sistema sociale al sistema federativo. La comunicazione Era veramente necessario disgregare il gruppo, per pro-durre delle federazioni stabili? Sì, lo era. Non avrebbe potutopotenzialmente formarsi un «superorganismo» planetario, omeglio, un sistema planetario, semplicemente aggregando tuttii gruppi sociali ancestrali, senza passare attraverso le immanisofferenze che hanno caratterizzato la nostra storia? No, nonsarebbe stato possibile. Se lo sgretolamento del gruppo socialenon è stato un processo casuale, ma un disegno mirato, oracercherò di spiegarne le ragioni. La facoltà di collaborazione dei singoli elementi di unsistema si fonda sul fatto che tutti gli elementi «parlano» la194
    • stessa lingua e sono perfettamente in grado di capirsi, perchésono in possesso della stessa informazione. Per esempio, c’èuno stretto rapporto tra le particelle nucleari di un atomo e glielettroni che vi ruotano attorno alla velocità prossima a quelladella luce. La comunicazione tra protoni nucleari ed elettroni èfondata su campi elettromagnetici. I protoni (che hanno unamassa enormemente più elevata degli elettroni) hanno una ca-rica elettrica positiva e attraggono verso di loro gli elettroni,che hanno una carica elettrica negativa. Questi ultimi non van-no a conficcarsi violentemente nel nucleo in quanto la forzacentrifuga, prodotta dalla loro rotazione, li spinge verso l’e-sterno. Attrazione e fuga si bilanciano ad una certa distanza dalnucleo e questa è appunto l’orbita dell’elettrone, secondo il suolivello energetico. Ogni sistema, in misura proporzionata alla sua com-plessità, ha diversi canali interni di comunicazione, di velocitàvariabile secondo la loro funzione, ma è assolutamente indi-spensabile che esista almeno una forma di comunicazione im-mediata e diretta tra i componenti. Una comunicazione effi-ciente, rapida e in tempi reali tra i suoi elementi è alla base delbuon funzionamento di un sistema. Anche un organismo pluri-cellulare deve la sua stabilità all’efficace comunicazione tra lesue cellule. Attraverso i canali sanguigni e linfatici sono inviatimessaggi chimici che regolano il flusso dei materiali necessarial metabolismo e all’igiene delle cellule (comunicazione len-ta); mentre tutte le funzioni motorie e sensoriali sono governa-te attraverso stimoli elettrochimici delle cellule nervose (co-municazione rapida), ramificate in tutto l’organismo e collega-te, in ultima analisi, col cervello. Un gruppo di raccoglitori fondava la sua stabilità sulloscambio d’informazioni non genetiche tra i suoi membri, fruttodi una cultura che si è accumulata soprattutto per le esperienzedelle generazioni precedenti. Il gruppo era quindi un sistemasociale che sopravviveva nel tempo anche dopo la morte pro-gressiva delle persone che lo componevano e si riproducevano 195
    • dentro di esso. Una comunicazione lenta poteva avvenire dapersona a persona, per esempio, con lo scambio di parole o ge-sti o simbolismi, mentre una comunicazione rapida poteva av-venire, per esempio, con l’urlo d’allarme di una sentinella, op-pure coi «tam tam» o segnali luminosi, per mettere velocemen-te in contatto i membri che erano momentaneamente dispersinel territorio. Ora veniamo ad un punto importante. Per diventare unsistema stabile e funzionale la federazione di gruppi sociali a-vrebbe necessariamente dovuto far uso di vari canali di comu-nicazione tra i gruppi, almeno uno dei quali doveva essere unaforma diretta e immediata. I vari gruppi sociali della federa-zione potevano tenersi in contatto, per esempio, con l’invio distaffette, oppure, attraverso vari ponti ripetitivi, lanciandomessaggi sonori o visivi che potevano attraversare valli e mon-tagne, ma erano necessari tempi relativamente lunghi per in-formare tutti i gruppi nei loro specifici territori. Non c’era as-solutamente modo di effettuare una comunicazione rapida chepotesse informare in modo immediato tutti i gruppi. Per questol’aggregazione dei gruppi sociali dei raccoglitori-cacciatorinon si è mai trasformata in un sistema federativo stabile e fun-zionale. La natura però non si è fermata davanti a questo osta-colo e, se le potenzialità umane erano insufficienti allo scopo,ha fatto in modo che l’uomo producesse un supporto esternoalle sue potenzialità biologiche di comunicazione: la comuni-cazione tecnologica! Questo presuppone che l’uomo sia stato esia lo strumento principe di un disegno evolutivo mirato chescavalca la sua volontà, pur facendo leva sui suoi bisogni e de-sideri immediati. La disgregazione del gruppo Il tentativo di costituire federazioni stabili è stato lacausa diretta della disgregazione del gruppo sociale: vale per-ciò la pena di soffermarsi su questo punto. Il sistema federativo196
    • si riscontra già in alcune specie di formiche che, in determinateoccasioni, formano delle associazioni di colonie che raggrup-pano fino a decine di milioni d’individui. Le colonie sono au-tosufficienti da ogni punto di vista, ma sembra esserci un ac-cordo sottinteso di abbattimento delle frontiere e le bottinatricidi una colonia sono libere di attraversare il territorio di un’altracolonia senza il rischio di essere aggredite. Senza dubbio ilcomportamento supersociale di queste specie di formiche haorigine genetica e fanno ciò che il loro istinto dice di fare, findalla nascita. Più si sale la scala biologica degli esseri viventi più ilcomportamento diventa di origine culturale (deve cioè essereappreso) e la scomparsa di federazioni perenni tra gli animalisociali dimostra quanto sia difficile costituire queste super or-ganizzazioni basandosi solo sull’apprendimento, nonostante ilchiaro vantaggio adattante. Solo nella specie umana esistevano(ed esistono) le possibilità di costituire delle federazioni digruppi sociali utilizzando una cultura comune. Far parte di unadi queste federazioni significava, per gli antichi raccoglitori-cacciatori, poter rispondere con successo a delle mutazioniambientali improvvise, come un incendio o un’alluvione, checompromettevano l’habitat del territorio di un gruppo; oppurefar fronte alle minacce militari dei gruppi culturalmente diver-si, perché si aveva un grande vantaggio numerico in un’even-tuale guerra di confine. Una così complessa organizzazione so-ciale doveva comportare una parallela organizzazione gerar-chica per essere veramente funzionale. Allo scopo era indi-spensabile una lingua comune e un «credo» religioso potevafornire le regole di vita comuni, le leggi comportamentali chefungevano da cemento culturale per un popolo in formazione.Nascevano così i primi ruoli specializzati (cioè persone adibitea tempo pieno a un’unica mansione): i capi militari e i «sacer-doti». È stata proprio questa organizzazione sociale e militareche ha scombussolato la struttura comunitaria del gruppo. 197
    • Le armi, che prima erano sufficienti per le piccole bat-taglie di confine e per cacciare la selvaggina del territorio,hanno dovuto subire delle innovazioni tecnologiche. Contro unnemico organizzato militarmente e deciso ad assicurare la pro-pria supremazia ai danni dei popoli culturalmente diversi, nonc’era altra alternativa che quella di organizzare altrettanto benela propria struttura gerarchica militare-religiosa. Manteneresoldati e sacerdoti a tempo pieno accresceva di molto la spesaenergetica per l’adattamento, anche se assicurava stabilità allafederazione. Questo problema poteva essere risolto solo tro-vando il modo di trarre maggiori risorse dall’ambiente del ter-ritorio. L’agricoltura e l’allevamento del bestiame hanno pre-sto sostituito, o perlomeno integrato, rispettivamente la raccol-ta di vegetazione spontanea e la caccia alla selvaggina. L’av-vento di queste forme economiche ha fatto sorgere i primi in-sediamenti stabili ed è nato il concetto di proprietà privata, siaindividuale che collettiva. Un gruppo di raccoglitori è nomade dentro dei confiniterritoriali e difende dagli altri gruppi uno spazio che per lui ènecessario, ma non ha legami con il terreno che può abbando-nare, a sua discrezione, senza alcun danno. Difendere il posse-dimento della terra è diventato invece, per gli agricoltori e gliallevatori una condizione di importanza vitale. Il confine terri-toriale non era più simbolico, ma era tracciato materialmente(per esempio con filari di alberi o canali d’irrigazione), oppuresi avvaleva di punti di riferimento geografici, come fiumi ocolline. Con gli insediamenti stabili regrediva il nomadismo eil gruppo sociale perdeva progressivamente il suo significato dientità autosufficiente e stava diventando, semmai, un sempliceaggregato di famiglie autonome dal punto di vista alimentare,ma che pagavano alla federazione un tributo di alimenti e diuomini necessari alla difesa. Poiché la difesa degli insediamen-ti stabili e la costruzione di strumenti bellici impiegavano sem-pre più tempo ed energie umane, era indispensabile mantenerele stesse produzioni alimentari con meno personale e anche gli198
    • strumenti di lavoro, come le armi, hanno dovuto subire delleinnovazioni tecniche. Strumenti di metallo hanno alla fine so-stituito quelli di legno, di pietra o di osso lavorato e altri ruolispecializzati si sono aggiunti ai precedenti. In questo modo si èinnescato il processo tecnologico. I raccoglitori-cacciatori Insisterò tanto sul concetto di raccoglitore-cacciatoreperché è l’elemento chiave per la definizione della reale naturaumana. Questa figura preistorica è quello che potremmo defi-nire un «uomo naturale», poiché ancora non ha intrapreso nes-sun processo manipolatore nei confronti dell’ambiente del suoadattamento e mantiene intatta la sua originaria struttura socia-le. Per definizione il raccoglitore è colui che vive prelevandodalla natura tutto quanto gli necessita, in modo «ecologico»,non distruttivo. Che l’agricoltura e l’allevamento siano statipositivi per l’economia del raccoglitore è una tesi che si puòfacilmente confutare. I reperti fossili di raccoglitori-cacciatori europei del pa-leolitico, ad esempio, dimostrano chiaramente che la loro sta-tura media era alta quasi 20 centimetri più di quella dei conta-dini-allevatori del Medioevo (solo ora l’altezza media è ritor-nata ai quei valori antichi). Già questo evidenzia una qualitàdella vita alquanto diversa tra queste due figure economiche.Inoltre un raccoglitore-cacciatore era in grado di procacciaregli alimenti per sé, per la sua famiglia e di contribuire al man-tenimento degli individui meno fortunati del gruppo, lavorandosolo poche ore al giorno. Ben diversa è la situazione in molte parti del mondo,dove una miriade di persone è costretta a effettuare estenuantiturni di lavoro in cambio di un compenso che è ai limiti dellasussistenza. Calamità naturali come incendi, inondazioni, ter-remoti, eruzioni vulcaniche, avevano effetti contenuti in gruppiche non avevano insediamenti stabili, ben lungi dagli effetti di- 199
    • sastrosi di un terremoto o un’alluvione in grossi centri urbaniattuali. I raccoglitori-cacciatori vivevano perfettamente inte-grati nel loro habitat e l’adattamento prolungato a un determi-nato tipo di ambiente ha permesso l’immunoresistenza agli a-genti patogeni del luogo. Le malattie infettive erano cosa sco-nosciuta, o quasi, fino a quando tipi umani sufficientementediversi geneticamente sono venuti a contatto tra loro. All’op-posto è la situazione nella nostra società consumistica; bastipensare alla rapidità di diffusione e ai danni umani ed econo-mici che può causare una «semplice» epidemia influenzale. Levariazioni genetiche negative che un tempo erano eliminatedalla selezione naturale ora possono riprodursi col sostegnodella tecnologia e le malattie ereditarie, lievi e meno lievi,stanno insinuandosi lentamente ma inesorabilmente nel codicegenetico della nostra specie. Se ora l’uomo consumista sarebbeun disadattato ambientale senza l’ausilio della tecnologia, sen-za la stessa tecnologia potrebbe diventare un disadattato gene-tico in qualsiasi tipo di ambiente. La tenacia con la quale gli ultimi popoli «primitivi» di-fendono la loro integrità culturale dall’assedio della «civiltà»dimostra quanto quest’ultima non sia di nessun giovamento perla qualità della loro esistenza. È più logico pensare, quindi, cheil passaggio da un’economia di raccolta a un’economia agro-pastorale sia stata una costrizione, piuttosto che una miglioriaprogrammata. L’illusione tecnologica La tecnologia serve all’uomo per mediare la distanzatra il suo ambiente artificiale e la sua organizzazione sociale ea soddisfare i bisogni che da questo rapporto derivano. Fatto èche l’uso di strumenti tecnologici provoca delle modifiche am-bientali e sociali, i quali, a loro volta, creano bisogni nuovi ediversi, che solo l’uso di tecnologia ancora più complessa può200
    • soddisfare. I cambiamenti ambientali e sociali sono dunque lamolla che fa da incentivo all’evoluzione tecnologica, ma poi-ché ambiente e struttura sociale subiscono modifiche proprioper opera della tecnologia, è come se la tecnologia facesse e-volvere se stessa disadattando l’uomo e poi riadattandolo alsuo ambiente artificiale, in un processo sempre più rapido, nelquale egli è protagonista ma non regista. È l’illusione che latecnologia possa guarire i suoi mali che spinge l’uomo ad affi-darsi sempre di più ad essa. La diversa disponibilità di risorse pro capite tra paesiindustrializzati e paesi sottosviluppati è il risultato diretto deirapporti culturali ed economici tra paesi dominanti e paesi cul-turalmente ed economicamente dominati. Chi detiene il poteretecnologico impone la supremazia culturale ed economica: vi èopulenza nei paesi industrializzati perché c’è penuria nei paesisottosviluppati. La tecnologia non potrà ridurre il dispendioenergetico per l’adattamento al pianeta Terra dell’umanità,presa nel suo complesso, per la semplice ragione che per pro-durre tecnologia occorre un dispendio energetico pari al van-taggio energetico che la tecnologia può dare. «L’energia non sipuò creare né distruggere, ma solo trasformare». Una pala meccanica manovrata da un uomo in un’operadi sterramento, ad esempio, esegue, a parità di tempo, un lavo-ro equivalente a quello di decine di uomini equipaggiati solo dibadile. Apparentemente c’è un vantaggio energetico abissale,ma consideriamo prima l’iter per produrre la pala meccanica.Tutte le fasi per il reperimento delle materie prime, per la pro-gettazione, per la costruzione dei singoli pezzi e il successivoassemblaggio, comportano ognuna un costo e un utilizzo dipersonale umano, alle quali devono essere aggiunte varie me-diazioni di mercato e il trasporto in loco. A conti fatti, la quan-tità di energia necessaria per la messa in funzione, per la ma-nutenzione e per il rifornimento di carburante della pala mec-canica, per eseguire un determinato lavoro, equivale all’ener-gia spesa dalle squadre di sterratori armati di solo badile. 201
    • Lo strumento tecnologico è quindi un «pacchetto» dienergia umana e materiale, precedentemente accumulata, uti-lizzabile al momento opportuno. Ciò che ne deriva è la mag-giore competitività economica di chi è in possesso di tecnolo-gia complessa. È stata la competitività economica la causa deltravaso d’energia da una parte all’altra del pianeta, col risultatoevidente di aver impoverito alcune zone per arricchirne altre.C’è sempre maggior divario tecnologico tra nazioni ricche enazioni povere, tra individui ricchi e individui poveri e questatendenza appare immutabile. L’alternativa sarebbe un’equa di-stribuzione delle risorse, ma questo non è contemplato negliindirizzi della nostra società e del nostro modo di vivere, per-ché la competizione economica è lo stimolo numero uno all’in-centivazione tecnologica. Se la tecnologia fosse effettivamenteuno strumento in mano all’uomo e servisse veramente a ridurreil dispendio energetico per l’adattamento al suo ambiente, sipotrebbe pensare ad una specie umana in grado di autodeter-minarsi senza gravare sull’ecosistema e sui singoli individui,ma le cose stanno andando ben diversamente. Purtroppo il benessere delle nazioni industrializzate ècompensato dall’affossamento della dignità e dei più elementa-ri diritti di molti esseri umani dei paesi sottosviluppati e, nonultimo per importanza, dal deterioramento generale della su-perficie del globo terrestre. Tutto ciò in virtù della corsa all’ac-caparramento di «pacchetti» di energia tecnologica, che è de-nominata «legge di mercato», che mette le nazioni, i gruppi i-stituzionali e gli individui uno contro l’altro, estraniando l’inte-ra umanità dalla sua naturale predisposizione genetica alla so-cialità. Caso e progetto Poiché, come abbiamo visto, la tecnologia non è servitaa migliorare le generali condizioni di vita umane, è ragionevo-le pensare che non è per nostro diretto beneficio che essa si sia202
    • sviluppata, ma appunto per produrre una comunicazione ido-nea al conseguimento di un livello sistemico superiore. Unacomunicazione artificiale che si fonda sull’emissione e la rice-zione di onde elettromagnetiche non solo potrebbe permetterela formazione del livello sistemico federativo, ma anche il gra-dino successivo, cioè l’aggregazione coordinata e totale di tuttele federazioni umane della Terra: il sistema planetario. Questoe solo questo può essere il vero scopo dell’evoluzione tecnolo-gica. Se l’intelligenza dell’uomo non fosse stata sufficientead aggregare dei gruppi di raccoglitori-cacciatori, nel tentativo(materialmente impossibilitato al successo) di produrre dellefederazioni stabili, il gruppo stesso non si sarebbe disgregato enon sarebbe mai stato necessario iniziare il progresso tecnolo-gico. Diventa perfino difficile non individuare in tutto questoun processo scontato, anche tenendo conto che le civiltà sonosorte in più punti del globo terrestre, in maniera del tutto indi-pendente tra loro. L’uomo poteva scegliere, secondo il suo li-bero arbitrio, qualsiasi percorso diritto o tortuoso, era il caso ascegliere i modi, i tempi e i luoghi, ma egli potrà approdare,alla fine, solamente nell’ordine meno dispendioso d’energia.Può apparire inverosimile che per produrre un sistema che ri-sparmia energia sia necessario fare uno spreco almeno pariall’energia che si potrà risparmiare, ma la natura è fatta in que-sto modo, l’ha dimostrato ogni volta che ha iniziato il processoper la formazione di un sistema di livello superiore. La storia umana è solamente una temporanea perditad’identità del gruppo sociale necessaria per dare inizio allacreazione di un livello sistemico superiore: la federazione deigruppi. È proprio questo carattere di temporaneità che può in-gannarci e pensare che la negatività della natura sia una suascelta definitiva. Ogni volta che c’è un cambiamento finalizza-to a delle migliorie, come per esempio la ristrutturazione diuna casa, il cambio di gestione di un’azienda, il rifacimento diuna strada pubblica... avviene una temporanea perdita d’identi- 203
    • tà della vecchia struttura, che determina instabilità ambientale,sociale, economica. Anche se possiamo riconoscere, se nonuna funzione, almeno una giustificazione per l’attuale sfaceloumano, resta da dire che l’autodistruzione della nostra specie èrealmente possibile, perché gli «esperimenti» della natura nonvanno obbligatoriamente sempre a buon fine. Qualsiasi sistema naturale non è una struttura rigida,ma può modificare le sue caratteristiche con un certo grado ditolleranza. Ad esempio una semplice proteina, sottoposta a unaumento di temperatura, inizia a districarsi dal suo groviglioapparente (che in realtà è la forma meno dispendiosa di ener-gia) e tende a distendersi. Se la temperatura ridiscende ai valorinormali, la proteina è in grado di ritornare senza danni alla suaforma originale, ma se la temperatura sale oltre una certa so-glia, la proteina si disgrega in modo irreversibile. Non c’è nes-sun meccanismo naturale che può proteggere la nostra specie eimpedirgli quindi di superare quella soglia di tolleranza senzaritorno, ma, se le cose andranno secondo la logica che ha so-stenuto la natura fino ad ora, dovremmo aspettarci la forma-zione di nuovi gruppi sociali, col chiaro proponimento di ag-gregarsi in federazioni stabili e dare inizio a un nuovo corsoevolutivo. I nuovi gruppi sociali In un futuro non lontano il livello tecnologico potrebbegarantire la comunicazione necessaria per fare di una sempliceaggregazione di gruppi sociali un vero sistema federativo, manello stesso tempo non esistono più (o non esistono ancora) igruppi da aggregare. Sappiamo che gli ultimi gruppi di racco-glitori (ancora i soli sistemi sociali umani a tutti gli effetti)stanno ormai scomparendo e, in ogni modo, sono proprio loro isoli a non sapersi servire di tecnologia complessa. È evidenteche non saranno loro a iniziare la costituzione del livello si-stemico federativo, ma saranno nuovi gruppi sociali che avran-204
    • no modificato la loro «identità» rispetto agli antichi gruppiumani. La natura ci dimostra che i grandi cambiamenti non so-no mai venuti dal «vertice» ma dal basso. Infatti, per la costi-tuzione di un sistema di livello superiore concorrono elementiche non necessariamente si evidenziano per le loro dimensionio per il loro grado di dominanza, ma per la facilità con la qualecollaborano con i propri simili e per il tipo d’informazione dicui sono in possesso. Solo alcuni elementi atomici, che potremmo definireparticolarmente «sociali», come l’idrogeno, il carbonio, l’azo-to, l’ossigeno, possono dar corpo alla maggior parte delle mo-lecole presenti in natura, comprese le molecole della vita. Tral’enorme varietà di ceppi batterici, solo i mitocondri, che in so-stanza sono batteri di piccole dimensioni, apparentemente insi-gnificanti, hanno avuto le qualità per costituire la cellula nu-cleata. Solo un tipo di cellula nucleata, tra tutti gli organismiunicellulari, è stata abbastanza «sociale» da poter dar corpo atutti gli animali. La ricostituzione dei gruppi sociali non avver-rà perciò per iniziativa di qualche governo nazionale o di qual-che ente pubblico. Non avverrà neanche per la semplice addi-zione d’individualità culturalmente diverse spinta dal desideriod’ipotetici vantaggi economici, ma da persone libere dalle in-fluenze culturali dell’economia di mercato e desiderose di po-ter esprimere pienamente quella che è la reale natura umana: lasocialità. Queste entità sorgeranno perché gli individui che lecostituiranno rifiuteranno la cultura dominante della competi-zione e fonderanno invece la loro ragione di vita sulla collabo-razione. È evidente che non potrà esserci un mutato rapportocon la natura se non muteranno i rapporti sociali tra le persone,per cui non avrebbe senso parlare di gruppi senza parlare distruttura sociale comunitaria. Vorrei precisare che per espe-rienza comunitaria non intendo né una struttura socio-economica ideologizzata e calata dall’alto da un potere centraleche controlla perfino la libertà individuale, né una «comunità», 205
    • intesa come una struttura assistenziale o terapeutica, che servasolo da rifugio temporaneo alle emarginazioni prodotte dal si-stema economico competitivo. Queste esperienze comunitariedovrebbero necessariamente partire dal basso, essere in sinto-nia con l’ambiente naturale, puntare all’autosufficienza (alme-no per il soddisfacimento dei bisogni primari), socializzare laproprietà (tenendo conto del necessario spazio individuale), es-sere solidali con altre esperienze simili. Sono convinto dellafattibilità di questi ipotetici accadimenti perché è la naturastessa che è strutturata in questo modo, in tutti i suoi livelli dicomplessità. Nel suo divenire la natura ha conservato solo lestrutture più stabili e meno dispendiose di energia, le più ido-nee per affrontare una determinata pressione ambientale: non ècerto casuale se lo spirito comunitario è il fondamento evoluti-vo. I confini naturali Presi dai problemi oggettivi che ci crea la modernità,non riflettiamo mai abbastanza sul «Tutto» come tale, per cuiera conseguenza inevitabile un progressivo impoverimento delrapporto uomo-natura. Essendo l’uomo nella natura, prodottodella natura, l’uomo non può riflettere su di sé senza rifletteresul suo rapporto con la natura, anche se per natura dobbiamointendere non soltanto l’ambiente del nostro antico adattamen-to, ma, in modo specifico, l’insieme di leggi che regolano ladinamica dell’universo. L’uomo può manipolare l’esterioritàdella natura, ma non potrà mai modificarne le leggi fisiche.Proprio alla luce di una suprema unità (la totalità universale),apparirà evidente che la nostra specie non è una «scheggia im-pazzita» (termine politico in voga negli anni Settanta) sfuggitaal controllo della natura, ma è addirittura un suo strumento e-volutivo. Di solito, attribuire una finalità (o perlomeno un senso)all’evoluzione della materia, è vista per lo più con sospetto dal-206
    • la scienza ufficiale, forse perché una consapevole autolimita-zione annulla l’idea di dominio dell’uomo sulla natura e tendea focalizzare l’attenzione su un altro fattore che prepotente-mente si porterebbe alla ribalta: il rapporto d’interessi trascienza e potere politico ed economico. Una visione antropo-centrica pone un limite fisico all’evoluzione della materia, econsidera l’essere umano come l’ultimo stadio logico dell’e-voluzione, il suo traguardo finale. In realtà la nostra specie è una tappa transitoriadell’evoluzione della natura, la sua «fase» biologica, di cui neè l’apice invalicabile, il suo «non plus ultra». Ciò non devesorprendere, visto che ogni livello sistemico ha dei limiti fisiciinvalicabili. Il confine, infatti, è raggiunto quando una strutturaperde energia nell’ambiente esterno più di quanta possa recu-perarne, mettendo così a repentaglio la sua stabilità. Gli elementi atomici, ad esempio, sono costituiti in or-dine progressivo dal numero 1 (idrogeno) al numero 92 (ura-nio): oltre a queste dimensioni e complessità la struttura atomi-ca non è andata per ragioni di stabilità. Gli elementi atomicitransuranici che l’uomo ha prodotto artificialmente sono moltoinstabili e radioattivi. Questo spiega perché ogni livello siste-mico ha delle dimensioni finite, oltre alle quali non potrebbesopravvivere. C’è una regola che a questo proposito vale pertutti i livelli sistemici: più i componenti si allontanano tra loro,o se si vuole, più la periferia si allontana dal centro, più au-mentano le difficoltà di comunicare in tempi reali tra i singolielementi del sistema e la struttura è facilmente disgregabiledagli agenti ambientali. Così, la necessaria comunicazione tra il nucleo e i varicomponenti cellulari, compresa la membrana esterna, ha fattosì che la cellula non potesse crescere a dismisura ma avesse ledimensioni più funzionali possibili: appunto quelle che ha, népiù grandi, né più piccole. Anche l’antico gruppo dei raccoglitori-cacciatori era unsistema sociale di dimensioni e complessità ben delimitate. 207
    • Troppo piccole sarebbero state strutturalmente carenti, non ingrado di garantirsi l’autosufficienza; troppo grandi sarebberostate dispersive, non in grado di garantirsi la stabilità. Se, nel-l’arco delle generazioni, il numero dei componenti di un grup-po saliva oltre una certa soglia (di solito non più di cento), sicostituivano due gruppi indipendenti e autosufficienti, chemantenevano comunque stretti rapporti sociali (e di parentela).Se eventualmente il numero scendeva sotto una soglia minima,per qualche trauma imprevisto, era prevista la fusione in un al-tro gruppo con affinità culturali e genetiche. Il senso del limiteè dunque un fondamento dell’evoluzione della natura, e anchei limiti della nostra specie hanno una loro logica. Homo Sapiens Sapiens Capire perché e come si è evoluta biologicamente laspecie umana, e come e perché questa evoluzione si è arrestata,servirebbe a limitare la nostra presunzione di creazione specia-le, separata da un contesto più ampio dell’evoluzione della na-tura. Vale quindi la pena di entrare più specificamente in que-sto argomento. La natura è una speciale macchina in costruzione con laparticolarità di costruirsi da sola i pezzi di ricambio e le inno-vazioni tecniche. Nel prototipo di una qualunque macchina leparti più collaudate e risultanti funzionali non sono più modifi-cate o, al più, solo ritoccate, mentre le parti sperimentali sonocontinuamente modificate o addirittura stravolte nel loro prin-cipio funzionale, fino a quando si potrà trarre da loro il mag-gior vantaggio economico. Al pari di una macchina, la naturacontinua a modificare la sua parte sperimentale, mentre con-serva immutate, o quasi, le sue parti collaudate, perché econo-micamente valide. C’è stato un momento evolutivo nel quale laspecie umana era la parte sperimentale in continua trasforma-zione. Questo processo è continuato fin quasi all’inizio dellasua storia, dopodiché la sua struttura biologica e intellettuale208
    • non ha più subito trasformazioni innovative economicamentevalide, e la tecnologia l’ha sostituito nel ruolo di parte speri-mentale dell’evoluzione. I reperti fossili non fanno completa chiarezza sulla no-stra origine filogenetica e non sappiamo con certezza qualispecie di ominidi estinte rappresentino la radice del nostro al-bero genealogico e quali, invece, ne siano i rami secchi. Quelche è certo è che il genere Homo è ormai da parecchi millennirappresentato da un’unica specie vivente: Homo Sapiens Sa-piens, distribuita su tutta la Terra con tutte le varianti genetichecaratteristiche di ogni tipo umano o razza. La caratteristica piùevidente dell’evoluzione degli ominidi, in definitiva la loroprerogativa, è stata la rapida espansione della capacità cranica,sinonimo di sviluppo intellettuale. Il cervello umano, da uncerto punto evolutivo, ha subito una crescita vertiginosa chel’ha differenziato nettamente da quello di ogni altra specie a-nimale, per poi subire un brusco rallentamento e infine unblocco totale che perdura tuttora. Se l’evoluzione di quest’organo fosse continuata con lostesso ritmo, a quest’ora dovremmo possedere un cervello al-l’incirca doppio di quello attuale, invece è evidente che è daparecchie migliaia di anni che la capacità cerebrale dell’uomonon si evolve più, indipendentemente dalle strade adattative in-traprese. È importante indagare su questo aspetto, perciò sof-fermiamoci un momento sul cervello e sulle ragioni che nehanno determinato il blocco evolutivo. Innanzi tutto il cervellosi può definire un accumulo di cellule nervose (o neuroni) inun punto specifico del corpo e ciò che ne determina la com-plessità e le potenzialità intellettive in ogni specie animale è,prima di tutto, la quantità di cellule nervose che compongonoquest’organo. In questo caso è la quantità che fa la qualità. Vada sé che la specie umana è di gran lunga la più intelligente,proprio perché dotata di una quantità di cellule nervose moltosuperiore a ogni altro animale di pari dimensione. 209
    • Le cellule nervose La struttura di un neurone si può paragonare a quella diun albero, con tanto di tronco e di ramificazioni (anche più didiecimila per i neuroni della corteccia cerebrale dell’uomo) eogni ramo di ogni cellula nervosa può essere in contatto direttocon altri rami di altre cellule, formando una «rete» nervosa. Lecellule nervose adibite alle funzioni intellettive non si duplica-no nel corso della vita dell’individuo, per questo il numero dicellule nervose di un neonato umano è pressoché identico aquello di un adulto. Il volume notevolmente più piccolo delcervello di un neonato, rispetto a quello di un adulto, è giustifi-cato dal fatto che i suoi neuroni sono immaturi, molto menoramificati, paragonabili a tenere pianticelle che ancora devonocrescere. I rami crescono e si direzionano (quindi con specificicontatti con altre cellule nervose) con criteri logici e ordinati,in base alle esperienze quotidiane e le informazioni acquisite:in una parola, con l’apprendimento. Non tutte le cellule nervose alla nascita sono tenerepianticelle, ma molte sono già alberi completi e frondosi, per-ché servono a regolare certe funzioni motorie e biologichefondamentali per la vita dell’individuo, addirittura prima dellanascita, durante lo sviluppo del feto. Così, quando un neonatoumano viene alla luce, pur senza apprendimento, è in grado diutilizzare alcuni comportamenti «istintivi» indispensabili per lasua sopravvivenza, come la ricerca del capezzolo della madre,la capacità di aggrapparsi con le mani, la capacità di attirarel’attenzione col pianto e altri ancora, proprio perché sono giàpresenti reti nervose complete e funzionanti allo scopo. C’èuna scala di complessità biologica progressiva delle specie vi-venti, e gli animali che si trovano negli scalini più bassi hannoun cervello dotato di un numero relativamente esiguo di cellulenervose e, quel che è più, già completamente ramificate allanascita e non modificabili dalle esperienze, per cui sono quasiimpossibilitati ad apprendere.210
    • Un qualunque comportamento impresso nel codice ge-netico di una specie, se risulta nel tempo economicamente va-lido, è utilizzato come risposta automatica per la soluzione diun determinato problema; dare però la stessa risposta a unostimolo ambientale che varia nel tempo, equivale a un disadat-tamento crescente. Per ovviare a questo inconveniente sarebbeopportuno poter modificare un comportamento innato e adat-tarlo alla variazione ambientale, potendo modificare la crescitadelle ramificazioni delle cellule nervose destinate all’appren-dimento. Ovviamente la possibilità di variare i comportamentigenetici che non sono più adattanti, con comportamenti appre-si, è stata una grossa conquista evolutiva. C’è però uno scottoda pagare. Qualora queste cellule fossero danneggiate non po-tranno più essere duplicate, poiché produrrebbero cellule im-mature che dovrebbero ricominciare il processo di apprendi-mento. Questo andrebbe a discapito della funzionalità di tuttala rete di comunicazione con le altre cellule, perché i suoi col-legamenti (diversi dai precedenti perché frutto di situazioni ir-ripetibili) andrebbero a interferire e a cortocircuitare altre fun-zioni comportamentali. Per questa ragione la natura ha preferi-to impedire la duplicazione delle cellule nervose adibite all’ap-prendimento, e trasmettere le informazioni, da una generazionealla successiva, per via culturale. Negli animali inferiori la rigenerazione delle cellulenervose è consentita, perché si tratta di cellule già completa-mente formate. Noto è, per esempio, il fenomeno di ricrescitanelle stelle di mare che possono ricostruire completamente unloro braccio mancante e, addirittura, un individuo intero (anchese non perfettamente formato) dal braccio che è stato troncato.Questo fenomeno si attenua con la complessità delle specie,così che una salamandra può ancora ricostruirsi una zampaperduta o una lucertola la sua coda, ma entrambe non sono ingrado di ricostruire un organo vitale. Sviluppo intellettivo 211
    • C’è una costante nella scala delle specie viventi: più uncomportamento genetico ha la possibilità di «smussarsi» perdare spazio a delle varianti apprese, più cresce il numero dineuroni interessati a perfezionare questa risposta comporta-mentale. Ciò può essere sinteticamente spiegato nel modo se-guente. Dal concepimento in poi, durante lo sviluppo del feto,la duplicazione cellulare avviene con una precisa sequenza det-tata dall’informazione genetica della specie. La disposizionedelle cellule e la loro differenziazione avviene come nell’as-semblaggio di un «puzzle», dove ogni singolo tassello rappre-senta un gruppo di cellule con uno spazio predeterminato dariempire. Una volta che questo spazio è riempito totalmentecon la duplicazione cellulare, inizia la costituzione e l’assem-blaggio di un tassello successivo (un esempio pratico si puònotarlo con la cicatrizzazione delle ferite superficiali, dove lecellule interessate si duplicano a comando, fino a quando nonavranno saturato lo spazio mancante, dopo di che smettono diduplicarsi). Se durante il processo evolutivo di una specie, per unerrore di trascrizione genetica, durante lo sviluppo del feto, an-ziché prodursi cellule nervose completamente mature (cioè al-beri altamente ramificati e frondosi, ossia comportamenti ge-netici già funzionali) e comunicanti tra loro, si fossero prodottecellule nervose immature (cioè come tenere pianticelle) condeboli collegamenti tra loro, la loro duplicazione sarebbe con-tinuata fino a quando non si fosse riempito tutto lo spazio pre-destinato a quel tassello del «puzzle». Più le cellule nervoseerano immature e più cresceva il loro numero, perché occupa-vano meno spazio. Il risultato immediato era però la compro-missione della funzionalità di un comportamento innato, checausava di solito la morte dell’individuo portatore di questaanomalia, ma sarebbe potuta aumentare, in qualche caso, la po-tenzialità di variare e arricchire quel tipo di comportamentocon l’apprendimento, fino a completa maturazione delle cellule212
    • nervose (cioè fino a quando tutte le pianticelle non fossero di-ventate grandi alberi). Questo poteva avvenire se già esistevaun certo grado di cura parentale (cioè la necessità di accudire ifigli perché nati immaturi), come negli uccelli e nei mammife-ri, soprattutto nei mammiferi sociali, così da tramutare un ini-ziale handicap in un vantaggio adattante. Questa anomalia genetica è probabile che sia apparsa esi sia riprodotta già decine di milioni di anni fa, ma solo tra imammiferi, con lunghe cure parentali, ha potuto avere concretirisultati. La quantità di comportamenti appresi e in definitiva laquantità di cellule nervose adibite all’apprendimento, è quindilegata direttamente alla quantità di comportamenti genetici«smussati», incompleti alla nascita. Tutti i comportamenti genetici che sarebbe stato van-taggioso modificare, nella specie umana sono stati modificaticon l’apprendimento, per questo la nostra specie è la più adat-tabile tra le specie animali e dispone del cervello più volumi-noso. Quando però di un comportamento genetico di stabilerimane solo la base piatta su cui deve poggiare il comporta-mento appreso (praticamente solo la radice su cui devono cre-scere il tronco, i rami e le foglie), significa che si è raggiunto ilmassimo grado di modificazione e non sono più possibili va-riazioni culturali. La mancanza di specializzazione geneticanella specie umana si estende praticamente a tutte le sue fun-zioni comportamentali, per altro saturabili da un’infinità dicomportamenti appresi. Nella nostra specie la cultura ha progressivamente so-vrastato la predisposizione genetica comportamentale, manmano che si sviluppava la corteccia cerebrale, al punto che ora,anche con una struttura biologica relativamente debole (anzi,proprio per questo s’è sviluppata la corteccia cerebrale) pos-siamo adattarci a variazioni ambientali che sono letali agli altriesseri. L’uomo ad esempio non dispone di una folta pellicciaper ripararsi dal freddo: ciò significa che questa caratteristicagenetica ha perso la sua importanza, ma è stata sostituita da 213
    • comportamenti culturali, quali l’abitudine di indossare abiti piùo meno pesanti secondo le condizioni climatiche. Le nostreunghie non sono più strumenti di difesa e di offesa, come pos-sono essere invece gli artigli di un’aquila o di un leopardo, mala nostra mano può brandire, con l’apprendimento, strumentipiù affilati di un artiglio. I nostri denti non sono più strumentipotenti per tagliare e triturare, ma abbiamo la possibilità cultu-rale di cuocere i cibi per renderli più teneri. Si può dire chel’uomo non ha pungiglioni, aculei, ghiandole velenifere, co-razze, corna, pelle irritante, mimetismo, artigli, zanne, velocità,ecc., perché può sopperire a ciascuna di queste funzioni conl’apprendimento. Blocco intellettivo Mentre procedeva la semplificazione del nostro corpo,cresceva il volume del nostro cervello (di conseguenza il corposi adattava alle potenzialità intellettive) e si può affermare chel’uomo è l’essere più semplice e nello stesso tempo il più com-plesso della natura conosciuta: il massimo della semplicità incambio del massimo dell’intelligenza. Il neonato umano allanascita ha il cervello neurologicamente molto meno maturo ri-spetto a tutti gli altri animali: solo il 25% del suo volume defi-nitivo, pur disponendo dello stesso numero di cellule nervosedell’adulto. Ciò significa che il 75% della massa cerebrale ma-tura attraverso l’apprendimento. I nostri cugini scimpanzé, ge-neticamente i più vicini a noi, nascono con il 45% del volumedel loro cervello di adulti. Facendo un rozzo calcolo, in base airispettivi volumi cerebrali, si può affermare che dalla nascitaallo stato adulto il cervello umano cresce quattro volte di più diquello dello scimpanzé. Ora però arriviamo a una conclusione: il cervello uma-no ha subito un blocco evolutivo perché non c’erano più com-portamenti genetici da «smussare». Infatti, comportamenti ge-netici indispensabili, come ad esempio il sonno, l’attrazione214
    • per il sesso opposto, il battito del cuore, la respirazione, la pau-ra, la fame, la sete, il dolore, ecc., sono comportamenti che an-che nell’uomo l’apprendimento individuale può modificare inmisura quasi nulla. D’altronde dare la possibilità all’apprendi-mento di modificare un comportamento più volte sperimentato,collaudato e conservato intatto perché economicamente valido,significa deteriorare una cosa che non è perfettibile, mettendoa repentaglio la stessa sopravvivenza. Anche per quanto riguarda l’evoluzione della sua strut-tura sociale l’uomo ha raggiunto il massimo grado di perfezio-namento possibile con l’ordinamento comunitario dell’anticoraccoglitore-cacciatore. Il grado di socialità tra gli elementi checompongono il gruppo è direttamente proporzionato al numerodi gesti, di suoni e di simboli che possono essere emessi e re-cepiti da ogni singolo individuo, quindi allo sviluppo degli or-gani riceventi e trasmittenti, nonché della corteccia cerebraleche deve decifrare ed elaborare i segnali. La specie umana puòprodurre una gestualità più sofisticata degli altri animali, con lasua mimica facciale e le sue mani tuttofare; d’altra parte i gestipossono essere recepiti da un ottimo apparato visivo. L’uomo èinoltre in grado di recepire e rimettere insieme un elevatissimonumero di suoni, articolando in questo modo ogni tipo di lin-guaggio. Ciò è possibile grazie a un buon apparato uditivo ealla particolarità delle sue corde vocali. Naturalmente tutte queste particolarità biologiche dicomunicazione non sarebbero espresse se non fossero sostenu-te dalla sua voluminosa corteccia cerebrale. Infatti è per meritodi questa che gli esseri umani sono in grado di produrre ed ela-borare un’infinità di simboli. Bloccandosi la crescita numericadelle cellule nervose adibite all’apprendimento, si è bloccatal’evoluzione degli organi sensoriali, poiché ogni altro rileva-mento più sofisticato degli stimoli ambientali non poteva piùessere elaborato, per questo la comunicazione sociale all’inter-no del gruppo non ha più subito trasformazioni innovative e- 215
    • conomicamente valide, bloccando, di conseguenza, anche l’e-voluzione della struttura sociale. Per tutte queste ragioni l’uomo è il «non plus ultra»dell’evoluzione biologica, il suo apice invalicabile, anche se èancora molto diffusa la credenza errata che l’intelligenza del-l’uomo si stia ancora sviluppando grazie al progresso tecnolo-gico, o che questo sia sinonimo di sviluppo intellettivo. Trasmissione di informazioni Si può facilmente capire l’importanza della comunica-zione osservando ciò che avviene in natura. Ad esempio, nellamaggior parte dei pesci, degli anfibi e dei rettili, dove non esi-ste alcuna cura parentale, i singoli possono apprendere (nei li-miti consentiti alla loro specie) solo per esperienze individuali(su una base di prove ed errori) che non possono essere tra-smesse alle generazioni successive. Tra i mammiferi e gli uc-celli, invece, la temporanea cura di entrambi i genitori, o alme-no uno di essi, permette che i piccoli ricevano un buon «pac-chetto» di informazioni culturali, trasmissibili da una genera-zione all’altra. Questo passaggio di informazioni non geneti-che, dagli adulti ai giovani, è relativo al tempo che è dedicatoalla cura parentale, perciò è comprensibile che tra gli animalisociali, dove l’apprendimento si protrae avanti nel tempo, l’in-formazione culturale assuma un’importanza determinante perl’ecologia di una specie, che ha raggiunto il suo apice nelgruppo umano dei raccoglitori-cacciatori. Nel suo percorso storico il gruppo sociale umano si èfrazionato in famiglie sempre meno consistenti, venendo menola sua identità socio-culturale, per cui cresceva la difficoltà diun adattamento collettivo all’ambiente del territorio. La strut-tura sociale ed economica della nostra civiltà impone, in modosempre più accentuato, un’assimilazione di informazioni cultu-rali attraverso prove ed errori individuali, più simile ai rettiliche non ai mammiferi sociali quali noi esseri umani siamo.216
    • L’odierna carenza di cura parentale, che poteva invece offrireil gruppo (e che la federazione di gruppi potenzierà enorme-mente), è mitigata in parte dagli strumenti tecnologici di co-municazione, ma è chiaro che l’informazione non può essereuniformemente distribuita, anche perché essa tende soprattuttoall’adattamento a un ambiente deformato, artificioso, piuttostoche al soddisfacimento dei nostri bisogni naturali. Tra i raccoglitori tutte le informazioni necessarie all’au-tosufficienza del gruppo erano patrimonio di ogni individuo.Ognuno, secondo l’età e il sesso, era addestrato a riconoscere ea cacciare gli animali che servivano da cibo, alla raccolta divegetazione spontanea commestibile, a conciare una pelle, aconfezionarsi una calzatura o un abito, a costruirsi le propriearmi o i propri strumenti di lavoro o la propria abitazione, oltreche, naturalmente, a collaborare con gli altri. Il nostro cervellodi uomini moderni non sta incamerando più informazioni diquello dei nostri antichi progenitori, perché la capacità cerebra-le è una caratteristica di specie che è rimasta immutata da al-cune decine di migliaia di anni. La differenza consiste nel fattoche tutte le informazioni apprese nel gruppo dei raccoglitorierano utili per l’adattamento all’ambiente naturale del territo-rio, mentre ora molte delle informazioni che stiamo assimilan-do sono assolutamente inutili per adattarci al nostro ambienteartificiale. Stiamo immagazzinando sempre più spazzatura cul-turale nel nostro cervello. Le nostre potenzialità individuali di trasmissione di in-formazioni utili, ai fini di una conversione culturale, sonoquindi piuttosto limitate, nonostante possiamo avvalerci diforme di comunicazione quasi in tempi reali. Non sarà cosasemplice rendersi conto del nostro stato di «prigionieri cultura-li»; inoltre la nostra liberazione non avverrà semplicementecon questa consapevolezza, ma solamente con la realizzazioneeffettiva di federazioni di gruppi sociali. Il cacciatore e l’allodola 217
    • La comparsa e l’affermazione dell’Homo Sapiens Sa-piens è forse il risultato di un processo casuale, che poteva in-vece culminare in strutture biologiche diverse in forme e gradointellettivo? Il caso e la selezione sono effettivamente operanti,ma solo per affermare una logica che è già presente nelle leggidella natura. L’evoluzione è solo una lunga ricerca per trovarele soluzioni meno dispendiose di energia, più efficienti e ido-nee come base per nuovi balzi evolutivi. Potenzialmente questesoluzioni sono già esistenti, anche se non espresse (i livelli si-stemici di complessità crescente): al caso e alla selezione sonosolamente affidati i tempi e le modalità per renderle operative.Per questo si può parlare di «programma» della natura, non so-lo in senso di metafora. Pensare che l’uomo sia uno strumentoinconsapevole di questo programma, con un suo ruolo precisoda svolgere, è quindi molto di più di una semplice illazione. Lo scambio di informazioni è alla base dell’evoluzione:lo prova il fatto che la natura prima ha «inventato» il sesso, pervelocizzare lo scambio di informazioni genetiche; poi ha «in-ventato» la memoria umana, per accelerare ancora di più la dif-fusione delle informazioni non genetiche; infine ha «inventa-to» la tecnologia e la conseguente intelligenza artificiale, chein quanto a velocità… L’evoluzione della materia è in realtàl’evoluzione dell’informazione. Un atomo, una proteina, unbatterio, un vertebrato, l’uomo stesso o un suo qualunque pro-dotto tecnologico, sono strutture materiali che contengono in-formazione. È l’informazione che è riprodotta e sopravvive neltempo e nel tempo si perfeziona, mentre la struttura materiale obiologica o tecnologica serve solo da supporto o da involucroprotettivo, una sorta di scatola usa e getta, che con la sua usuranel tempo esaurisce la sua funzione di riparo all’informazioneed è perciò necessario sostituirla con un altro involucro inte-gro. Lo scopo della riproduzione e della morte degli esseriviventi andrebbe vista in questa prospettiva. Forse definire noi218
    • esseri umani, «creati a immagine e somiglianza di Dio», comedei semplici involucri portatori d’informazione è certamenteriduttivo, se non scandalizzante, ma anche cercando una termi-nologia un po’ più romantica e rispettosa non si può realisti-camente mutare la sostanza delle cose. L’umanità è uno stru-mento della natura e non il suo manipolatore impunito. La prospettiva che il progresso tecnologico possa met-tere in futuro l’uomo in posizione di dominanza assoluta suifenomeni naturali è solo uno specchio per le allodole, dovel’uomo non è, una volta tanto, il cacciatore, ma l’allodola. Lanatura ha trovato il modo di produrre entità con elevati livellidi energia e altamente intelligenti, al di fuori dei viventi e del-l’uomo, anzi, utilizzando proprio l’uomo come strumento diquesto processo. Dubito fermamente che l’intelligenza biologi-ca dell’uomo possa controllare all’infinito la rapida evoluzionedell’intelligenza artificiale. La tecnologia, che è l’«involucro»di questa intelligenza, è come un uovo di cuculo depositatodalla natura nel nido della specie umana. Dopo essersi schiusoil piccolo cuculo farà di tutto per spingere fuori del nido i figlilegittimi, accaparrandosi totalmente le attenzioni dei genitoriadottivi (loro malgrado) e crescere a spese di una specie chenon è la sua, senza che quest’ultima possa trarne alcun vantag-gio. I benefici che si possono trarre dal progresso tecnologi-co sono compensati dai danni che questo produce, ma l’uomonon potrà decidere a suo piacimento quando sottrarsi al «gio-go» tecnologico. La tecnologia continuerà a crescere a spesedella specie umana fino a quando l’intelligenza artificiale nonavrà estromesso l’uomo dalla sua nicchia ecologica. La nostraintelligenza non è affatto il traguardo dell’evoluzione dell’in-formazione (che non cesserebbe anche se lo volessimo) e, inquesta fase di crisi d’identità dell’intera umanità, non ci sonoragioni per non pensare che la natura potrebbe continuare a or-ganizzarsi in sistemi superiori con o senza l’uomo, con o senzagli esseri viventi. È più confortante pensare invece che l’uomo 219
    • non potrà autodistruggersi per la sola ragione che egli non èpadrone del suo destino, ma è strumento indispensabile e inso-stituibile della natura per lo svolgimento di un programma pre-stabilito. La chiave di volta Nel suo processo evolutivo la natura si è sempre servitadi strutture semplici per creare strutture più complesse, utiliz-zandole come se fossero «impalcature» provvisorie per la co-struzione definitiva. Queste strutture di sostegno potrebberoessere espulse a processo terminato, come l’impalcatura che hareso possibile la costruzione di una volta. In effetti, la natura siè servita di innumerevoli «impalcature» provvisorie per pro-durre entità materiali complesse, come ad esempio gli organi-smi unicellulari nucleati sono stati l’impalcatura per la forma-zione degli organismi pluricellulari, ma non sono per nientedeterminanti per l’esistenza di questi ultimi, oppure i rettili so-no stati l’impalcatura per i mammiferi, che a loro volta sonostati l’impalcatura per i primati superiori e questi per l’uomo.A conti fatti l’attuale presenza dei rettili o delle scimmie an-tropomorfe non è di per sé determinante per la sopravvivenzadella specie umana: potrebbero quindi essere considerate im-palcature inutili e inutilizzabili dal programma naturale. In re-altà le impalcature ormai inutili sopravvivono perché non in-terferiscono nei programmi stessi della natura. L’estinzione dei dinosauri, o dell’altro 99% e più dellespecie che sono apparse sulla terra, è un fattore del tutto casua-le e non legato allo svolgimento di questo programma. Va con-siderato, però, che solo una specie di organismi unicellularinucleati ha prodotto organismi pluricellulari, solo una specie direttili si è trasformata in mammifero, solo una specie di mam-miferi si è trasformata in primate e solo una specie di questi haprodotto l’uomo. In questo caso si tratta non solo di una sem-plice impalcatura, ma addirittura della «chiave di volta», la220
    • pietra incastrata che può sostenere la volta senza l’ausiliodell’impalcatura. I mitocondri, ad esempio, non sono solamente antichibatteri che sono stati l’impalcatura per la formazione del si-stema cellulare nucleato, ma sono la sua chiave di volta, per-ché la cellula non potrebbe sopravvivere senza di essi. Cosìcome sarebbe assurdo pensare alla sopravvivenza di un anima-le o di una pianta senza l’esistenza delle cellule. C’è un filorosso che lega i livelli sistemici nei quali la natura è strutturata,una generazione diretta come da padre a figlio a nipote e cosìvia: ogni livello sistemico è la chiave di volta per il livello suc-cessivo. Solo la specie umana, tra tutte le specie di animali so-ciali, potrà costituire delle federazioni stabili e perenni digruppi sociali (livello sistemico federativo) e aggregare tuttequeste federazioni in un unico organismo planetario. L’uma-nità sarà quindi la chiave di volta di questo supersistema, maproprio come la chiave di volta tiene incastrate le altre pietredella volta, così queste tengono incastrata la chiave. Le necessità indurranno alla nascita delle prime federa-zioni di nuovi gruppi sociali, iniziando la ristrutturazione del-l’ambiente terrestre e della struttura sociale umana. «Gaia», ilpianeta che vive, avrà bisogno degli esseri viventi per la suastabilità, soprattutto della specie umana, che solo per questonon correrà il rischio di estinguersi. Molto prima che questoprocesso sia portato a compimento, però, l’intelligenza artifi-ciale sarà già autosufficiente e sarà in grado di autoriprodursisenza alcun aiuto umano. Paradossalmente, giunti a quel punto,sarà la stessa tecnologia, che nel frattempo avrà avuto il ruolodi impalcatura di sostegno al processo di ristrutturazione, a di-ventare inutile. La tecnologia che verrà riprodotta (non piùdall’uomo) servirà solamente da involucro alla crescita dell’in-telligenza artificiale, ma questo sarà un processo al quale laspecie umana sarà completamente estranea, perché essa vivràfelice e inconsapevole nel suo «giardino dell’Eden». 221
    • Modello naturale La natura, dall’alto della sua esperienza evolutiva, cifornisce il modello, in assoluto più funzionale e meno dispen-dioso d’energia, per la realizzazione di un sistema federativo a«misura d’uomo». L’esempio possiamo trarlo dallo stesso cor-po umano, che è formato da cellule autosufficienti che, colla-borando tra loro, danno vita ad un organismo complesso ed ef-ficiente. Infatti, una semplice cellula può darci, a tal proposito,una quantità d’informazioni utili superiore alla somma di tuttele filosofie prodotte nel corso della storia umana. Potrebbesembrare fanatismo integralista il voler applicare, ad una socie-tà umana, i comportamenti che regolano una cellula biologica,ma questo, come potremo vedere, ha una logica inaspettata-mente funzionale e… umana! D’altra parte, questo metodo comparativo ha solo unafunzione indicativa per mettere in rilievo i vantaggi e i puntideboli di una qualsivoglia esperienza comunitaria. È solo percomodità che possiamo prendere a modello il corpo umano (inquanto è il sistema che meglio conosciamo) per descrivere neidettagli la struttura e la funzionalità di queste federazioni auto-nome e paragonarlo a «Gaia», nella sua futura stabilità ecolo-gica, quando cioè l’uomo assolverà (senza possibilità di eva-sione) alle funzioni ecologiche che le saranno state assegnate. Le potenzialità di collaborazione sociale umana vannoben al di là della sola famiglia, come invece ci relega questosistema competitivo (in ogni caso anche la famiglia di coppiaoggi sta già conoscendo una profonda crisi), ma vanno al di làanche del singolo gruppo (che è il limite di collaborazione del-le scimmie antropomorfe). La piena espressione delle poten-zialità sociali umane è la federazione dei gruppi, o meglio, ilsistema federativo, ossia il tentativo non riuscito degli antichiraccoglitori per mancanza di una comunicazione intergruppo intempi reali.222
    • Le dimensioni di queste antiche aggregazioni di gruppiavevano anch’esse un limite, determinato ovviamente dalladifficoltà di gestire i normali rapporti sociali. Dentro questeorganizzazioni (che potevano diventare vere isole culturali)avvenivano, ad esempio, i matrimoni tra gli individui di gruppidiversi, poiché lo scambio genetico tra circa 2000 persone (oanche meno), era già sufficiente a scongiurare il proliferarsi dimalattie genetiche. Queste «isole» non erano però sistemicompletamente chiusi ed esisteva un minimo di promiscuitàgenetica con altre «isole», frenato soprattutto dalla distanzageografica, piuttosto che dalle differenze culturali. Una qual-siasi esperienza comunitaria che intenda adeguarsi alla veranatura sociale umana, dovrà necessariamente tenere nella stes-sa considerazione l’individuo, la famiglia, il gruppo e la fede-razione dei gruppi. Le dimensioni Se tali aggregazioni iniziassero a sorgere nella nostraepoca, indipendentemente dalla nazione in cui s’insediassero,il numero ideale di persone per garantirne il massimo funzio-namento potrebbe aggirarsi tra i 1200 e i 1800, suddiviso ingruppi sociali numericamente simili ai gruppi antichi di racco-glitori (da quaranta a ottanta persone, di solito mai più di cen-to). La popolazione dovrebbe comprendere tutte le fasce d’età,per permettere il necessario ricambio generazionale e dare con-tinuità al sistema sociale. Una federazione sperimentale che sicostituisse aggregando solo persone in età lavorativa (quindicon pochi anziani e pochi bambini) avrebbe certamente deivantaggi iniziali, per la maggiore energia potenziale disponibi-le, ma con l’invecchiare della popolazione ci sarebbero scom-pensi generazionali e il complesso sarebbe destinato a sfaldar-si. Considerando il numero adeguato di persone per garan-tire l’autosufficienza economica e, quindi, la quantità di terre- 223
    • no destinato all’alimentazione (nei paesi occidentali è di circamezzo ettaro per abitante), considerando pure lo spazio desti-nato alla riforestazione, agli insediamenti sociali, abitativi eproduttivi, si può dedurre che le dimensioni territoriali ideali diuna tipica federazione di gruppi potrebbe aggirarsi da 10 a 20Km quadrati, secondo la morfologia del territorio. Ogni territo-rio comunitario dovrà essere compatibile con ogni tipo d’am-biente naturale: esso stesso si potrà considerare come un’oasiper la protezione della natura. Pur utilizzando tecnologia com-plessa, tutte le attività domestiche e produttive dei suoi abitantinon recheranno alcun danno all’ambiente, perché sarannosvincolate dalla legge del mercato e non legate alla ricerca delprofitto. Saranno privilegiati gli interessi umani anziché gli in-teressi economici, perciò potranno essere realizzate opere checertamente non reggerebbero la competizione economica dellasocietà consumistica, ma che, comunque, garantirebbero il be-nessere materiale e morale della popolazione, apportando mi-gliorie all’ambiente, sia dal punto di vista estetico che produt-tivo. La federazione farà uso solo di energia rinnovabile chesarà in grado di produrre da sola, non farà uso di materiali esostanze chimiche che non sarà in grado di riciclare totalmenteo di neutralizzare e dal suo territorio dovranno uscire solo ariae acque pulite. Uno degli impegni che si dovranno imporre i suoi abi-tanti sarà quello del risanamento ambientale del territorio, per-ché non sarà sufficiente non inquinare, ma sarà necessario ri-parare i danni prodotti da secoli o millenni di economia com-petitiva. La federazione potrà trarre il suo fabbisogno alimenta-re dal territorio in cui è insediata, dovrà salvaguardare la salutefisica, morale, psichica degli individui. A menzionarli così, tut-ti in una volta, questi obiettivi sembrano ideali irraggiungibili,ma proviamo a considerare, senza pregiudizi culturali (almenosforziamoci di farlo), ciò che può suggerirci una semplice cel-lula.224
    • Il nucleo centrale La cellula biologica ha un nucleo centrale preposto allaprotezione di tutta l’informazione genetica necessaria alla suaduplicazione e al suo metabolismo. Immaginiamo perciò un«nucleo» centrale nel territorio della federazione: una grandecostruzione altamente tecnologica, fatta con criteri antisismici,antincendio e insonorizzata, che possa servire sia come abita-zione (che possa garantire la necessaria «privacy» individuale)sia come sede di tutte le attività sociali, culturali e amministra-tive necessarie al soddisfacimento dei bisogni dei suoi 1200-1800 abitanti. Quasi certamente nei desideri insoddisfatti dellagente (i classici «sogni nel cassetto»), non rientra il voler con-vivere con altre 1500 o più persone in un «grande condomi-nio». Anzi è un’idea che istintivamente ripugnerebbe ai più.Molto meglio sarebbe poter vivere in una bella casetta in mez-zo a tanto spazio verde, con la propria famiglia, lontano da fa-stidiosi o magari rumorosi vicini, che cercheremmo solo quan-do ci farebbe comodo. La verità è che questo modo di ragiona-re è il frutto della cultura competitiva della nostra società con-sumistica, che ci fa vedere gli altri come rivali, anziché dei po-tenziali collaboratori. Verrebbe da chiedersi se era veramente indispensabileche la cellula biologica concentrasse in un nucleo le sue fun-zioni direttive, ma è la soluzione adottata da tutti i sistemi na-turali, perché la meno dispendiosa d’energia e, lo potremo sco-prire più avanti, potrebbe portare enormi vantaggi anche allapopolazione e all’ambiente del territorio. Ad esempio, concen-trando la popolazione in un’unica struttura a tecnologia avan-zata, oltre che portare agio e sicurezza agli abitanti, c’è il van-taggio di avere una grande quantità di terreno a disposizione,altrimenti usato per insediamenti a scopi abitativi, sociali e in-dustriali. Nel loro graduale (e a volte esplosivo) sviluppo le cittàindustriali hanno accresciuto in altezza i loro siti abitativi ed 225
    • amministrativi, col risultato che i grattacieli sono le costruzionipiù alte edificate nel corso della storia dell’uomo. Nelle grandimetropoli, vista la scarsità di terreno edificabile, una costru-zione a più piani potrebbe significare un risparmio economico;il fatto è che, superata una certa altezza, o se si vuole un certonumero di piani, la costruzione del grattacielo deve procederecon sofisticate tecnologie che richiedono alti costi di lavoro edi materiali, per questo diventa sempre più antieconomica. An-che dal punto di vista della qualità della vita, abitare e lavorarein un grattacielo alto fino a 400 metri crea non pochi problemidi adattamento. Lo sbalzo di altitudine, consentito da velocis-simi ascensori, crea differenze improvvise di temperatura epressione atmosferica che non sempre l’organismo umano bensopporta. La struttura centralizzata della federazione deve soddi-sfare le esigenze di una piccola popolazione di 1200-1800 per-sone e la costruzione rientra perfettamente nei parametri deivantaggi economici ed è ben contenuta negli stessi. A conti fat-ti, per soddisfare tutte le esigenze vitali degli abitanti, sarebbesufficiente una costruzione di massimo 20 piani, che sfrutte-rebbe tutti i vantaggi economici del concentramento ediliziosenza arrivare ad invertire il rapporto costi-benefici. Un fattoredeterminante per la drastica riduzione dei costi è il fatto che lamanodopera sarà gratuita, perché la maggior parte dei lavori dicostruzione sarà effettuata dai futuri abitanti e dai membri vo-lontari dell’organizzazione che li sostiene (della quale ci occu-peremo più avanti). Gruppo e individui Qualsiasi essere vivente, anche il più gregario, ha biso-gno di uno spazio fisico individuale, una «zona d’aria» perso-nale, che difende, spesso con accanimento, dagli altri indivi-dui, sia della stessa specie che di specie diversa. Le necessità,molte volte, spingono gli individui a cercarsi e a collaborare226
    • per migliorare la qualità della propria esistenza, le stesse circo-stanze e gli stessi motivi inducono, altre volte, ad allontanarsidagli altri. I rapporti con i consimili sono dovuti sia alle carat-teristiche fisiche di un animale, sia alle caratteristiche ambien-tali del suo territorio di adattamento. Un leopardo preferiscevivere da solo, perché basa la sua tecnica di caccia sull’aggua-to isolato a prede compatibili con le sue dimensioni. Diventeràpiù sociale solo nel periodo riproduttivo. Animali della stessa specie possono variare completa-mente le loro abitudini se vivono in ambienti diversi, così, adesempio, i lupi artici devono collaborare tra loro affinché siapossibile abbattere grandi prede come i caribù o i buoi mu-schiati, mentre i lupi della Spagna, dove non ci sono più grandiprede libere, devono nutrirsi di conigli selvatici o roditori, percui è più proficua un’azione di caccia individuale. I pinguiniimperatore, per fronteggiare i rigori dell’inverno antartico, siammassano l’uno contro l’altro per condividere il calore deipropri corpi, annullando di fatto ogni minimo spazio individua-le. Quando il clima diventa meno rigido ogni individuo si ap-propria di una sua area territoriale che difende dagli altri, mal’aggregazione rimane per meglio proteggersi dai predatori. La conclusione che potremmo trarne è che i rapporti dicollaborazione sono presenti solo se sono utili, altrimenti èpreferibile fare da soli. Ovviamente questo concetto è validoper gli animali e lo è anche per gli esseri umani. A riprova diciò possiamo considerare gli effetti disgreganti che il progressotecnologico ha avuto sull’originario gruppo sociale dei racco-glitori. Detto in termini brutali, il gruppo è scomparso perché,con lo sviluppo della tecnologia, gli altri ci servivano sempremeno ai fini della nostra sopravvivenza. Fortunatamente ci so-no esigenze umane che la tecnologia non potrà mai soddisfaree quindi gli esseri umani continueranno a cercarsi e a collabo-rare. Infatti, la quasi totalità dei comportamenti umani deve es-sere appresa, per cui le relazioni parentali saranno sempre ele- 227
    • mento indispensabile per la formazione dell’individuo, per lasua sicurezza e la sua stabilità emotiva. Il sistema sociale dei raccoglitori-cacciatori è una strut-tura dinamica e ogni individuo ha, nei confronti del gruppo, unrapporto che è simile a quello degli elettroni attorno al nucleoatomico, oppure a quello dei pianeti attorno al sole. Attrazioneverso il gruppo e fuga da esso devono bilanciarsi a una certadistanza per ogni singola persona, secondo la sua energia di-sponibile. Un bambino o un anziano graviteranno molto piùvicini al gruppo che non un bravo cacciatore o una brava rac-coglitrice, ma nessun individuo (e nemmeno una singola fami-glia) sarà mai completamente autosufficiente e potrà fare ameno del gruppo. Il necessario «spazio d’azione» personalevaria da un individuo all’altro, dalla soglia minima (come unneonato o una persona malata) a una massima (come un cac-ciatore che si assenta per lunghe battute di caccia): oltre questasoglia l’individuo si staccherebbe dal gruppo, come la velocitàdi fuga di un razzo può vincere la forza di gravità terrestre.Tuttavia, come potremo costatare, non è la tecnologia in sestessa la causa diretta della disgregazione del gruppo sociale,ma il suo utilizzo come strumento di sostegno alla competizio-ne economica. Solo potendo fare a meno della competizione latecnologia sarà strumento di coesione, anziché di divisione. Servizi personali La stabilità di un sistema naturale è dovuta al fatto cheè composto da elementi specializzati che si completano l’unl’altro. Ad esempio l’anziano del gruppo di raccoglitori non hapiù l’energia del giovane cacciatore, ma è detentore di quellacultura che i giovani attingono a piene mani per poter utilizza-re al meglio la loro energia. Nella civiltà occidentale la culturadell’anziano è obsoleta, sempre più inutile per l’adattamento aun ambiente artificiale che cambia a ritmi esponenziali. I nostrigiovani non dipendono più dal sapere dell’anziano per il loro228
    • adattamento, ma soprattutto è il messaggio massificato dei me-dia a determinare i loro indirizzi comportamentali. Senza ilgruppo sociale la persona anziana è diventata un inutile fardel-lo del quale si farebbe volentieri a meno, delegando sempre piùil problema alle pubbliche istituzioni. Tra i raccoglitori non e-siste per gli anziani una pensione di Stato o l’assistenza sanita-ria gratuita, ma certamente è maggiore la loro considerazioneall’interno del gruppo, rendendo superflue queste istituzioni. La rivoluzione industriale (frutto della competizioneeconomica) ha dilatato enormemente la necessità di spazio pri-vato in tutti i settori della vita quotidiana, aumentando di fattola distanza tra gli individui. Un cittadino occidentale ha unospazio d’azione personale infinitamente più elevato di un rac-coglitore, ben oltre quella soglia massima che può tenere gliindividui legati in un gruppo, ma è proprio per questo che lasolitudine è un fenomeno sconosciuto tra i raccoglitori e stainvece diventando una caratteristica di quasi normalità nellanostra società, soprattutto per gli anziani. Anche lo spazio ma-teriale destinato all’abitazione è cresciuto relativamente al«benessere», anche se non è stato per niente un processo omo-geneo. Mentre nella società opulenta si tende ad assegnare me-diamente una camera per abitante, la maggioranza dell’umani-tà è composta di famiglie numerose che vivono in poche came-re, spesso prive di servizi. Nella grande costruzione polifunzionale della federa-zione ogni individuo, ogni famiglia, ogni gruppo sociale, a-vranno uno spazio d’azione adeguato alle loro necessità, con-tenuto entro quelle soglie che consentono la stabilità di un si-stema sociale, compreso lo spazio materiale abitativo. Ognipersona avrà la sua camera, soprattutto ogni individuo avrà isuoi servizi igienici personali: quest’ultimo dato è determinan-te ai fini di un’efficace medicina preventiva. Si stima che al-meno il trenta per cento delle malattie infettive vengano tra-smesse negli stessi ospedali e nelle case di cura, pubbliche oprivate, proprio per il collocamento dei malati in camere co- 229
    • muni e per l’utilizzo di servizi igienici collettivi. Del resto lanostra cultura (o semplicemente i costi economici) ritiene suf-ficiente un solo servizio igienico per una famiglia media diquattro, cinque o sei persone. La camera e i servizi igienicipersonali nella federazione non faranno lievitare i costi dell’in-sediamento abitativo, perché verranno eliminati tutti gli spazinon necessari, ma che sono invece indispensabili per una fa-miglia indipendente della nostra società. Per la funzionalità del gruppo sociale (che sarà disloca-to su un intero piano della grande costruzione) e per i proficuirapporti di collaborazione interpersonali e interfamiliari all’in-terno di esso, non saranno necessari saloni, salette, ingressi, di-simpegni e neppure cucine familiari, lavatoi, cantine, mansar-de, terrazze, balconi, solai, garage, ripostigli o ancora laborato-ri, studi, camere degli ospiti e quant’altro. Solo una parte delnostro attuale spazio abitativo viene utilizzato appieno, perciòsarebbero più economici e più funzionali servizi di gruppo,come cucina collettiva, lavanderia, magazzini, attrezzisticaleggera, biblioteca multimediale… Grand Hotel Ogni piano della grande casa comune, che sarà dato ingestione a un singolo gruppo, dovrà essere strutturato per esse-re utilizzato pienamente dagli individui e dalle famiglie: se ciònon fosse, comporterebbe un inutile dispendio di energia. Adesempio il locale adibito a mensa collettiva, potrà essere utiliz-zato, con opportune veloci modifiche, anche come sala per leassemblee di gruppo, per proiezioni cinematografiche o anchecome aula scolastica o luogo di intrattenimento serale. Un giu-dizio frettoloso potrebbe sentenziare che questo è un tipo di vi-ta più simile a una caserma, piuttosto che a una società libera.In realtà il gruppo non è un’ammucchiata di individui, ma èun’ordinata aggregazione di famiglie che collaborano tra loro.I locali e i servizi a uso collettivo dovrebbero servire a raffor-230
    • zare lo spirito comunitario, non a prevaricare le necessità indi-viduali. Teoricamente ogni individuo sarebbe libero di isolarsidal resto del gruppo, non socializzare con gli altri membri,consumare i suoi pasti nella propria camera, ma questo denote-rebbe uno stato di disagio e non un indice di libertà. Sta di fatto che oggi possiamo anche vivere come indi-vidui indipendenti, con la cultura del sistema competitivo checi spinge a remare controcorrente e con la tecnologia che cipermette di fare a meno della collaborazione del nostro pros-simo, ma dentro, nel profondo del nostro essere, siamo geneti-camente «sociali». Se ci fossero comunque delle cause ogget-tive che tendono all’isolamento di un individuo, sarebbe l’in-tero gruppo a farsi carico della soluzione di questo problema,nella prospettiva di reintegrare il soggetto momentaneamente«perso». Non dimentichiamo poi che i componenti di un grup-po sono tra loro parenti o amici e i rapporti umani all’internodella struttura comunitaria sono, nel complesso, più vicini aquella che è la nostra natura, tant’è vero che per curare moltimali prodotti dalla nostra disastrata società sono sorte comuni-tà «terapeutiche». Preferisco pensare che la vita di gruppo, in un pianodella grande struttura centralizzata, sia simile a quella di unGrand Hotel a cinque stelle, dotato di tutte le comodità e i ser-vizi necessari per rendere confortevole il permanere dei villeg-gianti. Quel che è di più è che tutti questi servizi sono comple-tamente gratuiti! Se per undici mesi all’anno la maggioranza dinoi aspetta con ansia di lasciarsi alle spalle il normale ritmo divita, sognando di farsi servire per un mese in una pensione o inun hotel, anche se questo comporta un costo non indifferenteper il bilancio familiare, significherà pur qualcosa. L’idea della camera e dei servizi igienici personali enull’altro, potrebbe far sorgere a qualcuno il paragone con lecellette di un alveare o con le celle di un monastero, così cheanche marito e moglie siano rigorosamente separati tra loro.Questa potrebbe essere un’opzione se la cosa fosse desiderata, 231
    • ma la struttura architettonica permetterebbe, attraverso paratiemobili e insonorizzate, di trasformare due camere singole inuna camera matrimoniale, oppure di dare una sistemazione allecamere dei figli, più consona alle esigenze familiari. In ognimodo, anche personalizzando l’ambiente abitativo, non mute-rebbe la quantità di spazio individuale. Lo scopo dei servizicollettivi non è soltanto quello di guadagnare spazio abitativo,ma anche di ridurre notevolmente il numero di ore lavorativedestinate alla manutenzione dell’abitazione. Ci fanno credere che un normale turno di lavoro siacomposto di circa otto ore giornaliere, ma non è affatto così.Alle ore impiegate nell’ufficio, nel laboratorio, in fabbrica, nelnegozio…. si dovrebbero sommare le ore di lavoro effettivoper la preparazione dei pasti, per la manutenzione della propriaabitazione e dei mezzi di trasporto, per lavare i panni, per farela spesa, per recarsi al lavoro, dal medico o in un pubblico uf-ficio, ecc. Tutte queste mansioni nella federazione saranno ef-fettuate da personale specializzato (o addirittura non sarannonecessarie), dilatando perciò il tempo libero a disposizione diognuno. Rapporti interpersonali Probabilmente si potrebbe obiettare che la «grande casacomune» è una matrice un po’ troppo rigida e chiusa per l’eco-logia sociale umana, che è basata essenzialmente sul nomadi-smo (che abbiamo geneticamente ereditato dai nostri avi cac-ciatori-raccoglitori) e potrebbero crearsi conflitti interni trafamiglie e tra gruppi sociali. In pratica potrebbe essere unaconvivenza difficile e dispersiva. Il nomadismo fa parte dellepotenzialità naturali della nostra specie: lo prova il fatto che gliesseri umani sono fisicamente strutturati da camminatori, congli arti inferiori sensibilmente più sviluppati degli arti superiori(al contrario degli altri primati superiori, che sono sostanzial-mente degli arrampicatori).232
    • Il gruppo di raccoglitori è però nomade per costrizionee non per un effettivo bisogno biologico. Infatti, solo quandocominciano a scarseggiare le risorse spontanee nelle vicinanzedell’accampamento (e procurarsi il necessario diventa antieco-nomico perché aumentano le distanze per la raccolta) il grupposi sposta in un’altra zona del territorio. «Levare il campo» sa-rebbe un inutile dispendio di energia se, ipoteticamente, le ri-sorse ambientali rimanessero abbondanti, nonostante il conti-nuo prelievo. Di solito la natura non è così generosa e i gruppi,chi più, chi meno, sono stati costretti al nomadismo. Tra i raccoglitori esiste però un altro tipo di nomadi-smo, che non è di gruppo ma individuale. Oltre ai matrimonimisti tra i gruppi, ci sono le visite ai parenti e agli amici di altrigruppi, oppure visite ufficiali di cortesia e di «diplomazia», in-somma relazioni sociali al di fuori del gruppo e del suo territo-rio. La grande casa comune potrebbe facilitare questo tipo dirapporti, viste le minime distanze. Gli inevitabili conflitti in-terni tra gruppi familiari (relativamente rari tra i cacciatori-raccoglitori, perché esistevano regole culturali accettate e con-divise) potevano di certo essere risolti con un pacifico distan-ziamento. Ciò significava che una famiglia (o anche solamenteun individuo), avrebbe potuto essere assorbita da un altrogruppo, magari più vicino per grado di parentela o di amicizia.Perché mai la stessa cosa non potrebbe avvenire dentro la casacomune? All’interno della federazione i gruppi sarebbero entitàindipendenti e parzialmente autosufficienti, che non interferi-rebbero negli affari interni di un altro gruppo, e che consiste-rebbero, in definitiva, di tutte quelle operazioni che concerno-no la soddisfazione di bisogni immediati: mangiare, dormire,pulizie, ecc. Se una famiglia o un individuo ha dei problemi diadattamento in seno al suo gruppo può semplicemente richie-dere il trasferimento in un altro gruppo, in un altro piano. Con-viene a tutta la federazione che ogni dissidio venga spento sulnascere. Se poi quel tale individuo o quella tale famiglia non 233
    • riescono a adattarsi alla vita comunitaria, accadrà ciò che acca-deva tra i raccoglitori, cioè l’inevitabile espulsione. Proprio perquesto, prima di entrare a far parte di una federazione, è neces-saria una buona e apposita preparazione culturale, impartitanell’organizzazione di sostegno, per affinare lo spirito di adat-tamento alla vita comunitaria (ossia ristabilire la nostra identitàsociale mondandola dalle influenze culturali del sistema com-petitivo). Visti i condizionamenti culturali che riesce a produr-re questo sistema sulle persone, non sarà una cosa semplicis-sima poter far parte di una di queste federazioni. Proprietà privata Quando tutta l’umanità era formata unicamente dagruppi di cacciatori-raccoglitori il concetto di proprietà privataera inesistente. Uno spazio territoriale poteva essere delimitatoda un gruppo che ne godeva l’usufrutto, ma, una volta utilizza-to, quello spazio era poi abbandonato, magari per ritornarci inun tempo successivo o mai più. Nessun individuo si potevavantare di essere «padrone» di un pezzo di terra o di un immo-bile. Le cose sono cambiate quando sono avvenuti mutamentieconomici come l’agricoltura e l’allevamento, e gli esseri u-mani, che prima erano nomadi, hanno cominciato a diventarestanziali. Da questo momento della nostra storia il gruppo so-ciale ha cominciato ad assottigliarsi fino all’attuale individuali-smo e la tecnologia ha sostituito progressivamente le personedel gruppo, dando sostegno e ragione di essere alla proprietàprivata. È così vero che anche l’affermazione della libertà si ècominciato a farla dipendere da quella della proprietà: «quantopiù possiedo, tanto più sono libero». L’affermazione della libertà di pochi proprietari s’è po-sta contro la negazione della libertà di molti nullatenenti. Il di-ritto è servito appunto per dare una parvenza di legittimità a unabuso di fatto. Dunque la proprietà è negazione della libertà,poiché non può esistere vera libertà se è solo per pochi. Nella234
    • federazione non ci sarà proprietà privata né competizione eco-nomica, quindi la tecnologia non sarà al servizio del singoloindividuo o della singola famiglia, ma sarà gestita collettiva-mente dai gruppi sociali ricostituiti. Nessuno dirà più di essere«padrone» di un pezzo di terra o di un immobile. Va detto però che ogni essere umano, così come il rac-coglitore, costruisce la propria identità sulla base di ciò che co-stituisce la sua sfera privata, cioè beni ed affetti, di cui appuntopuò dire «questo è mio». Questo è ciò che avviene in tutti igruppi di raccoglitori ed è perciò parte integrante del nostrocodice genetico, ma a quali beni ed affetti è precisamente ri-volto? Certamente anche un raccoglitore può affermare «suoi»gli oggetti che usa per il suo sostentamento: armi, attrezzi,suppellettili, monili, ecc., poiché li considera un’estensione delproprio corpo, ma sarebbe per lui inconcepibile affermare cheè suo quel pezzo di terra, quell’albero, quel gruppo di animalio quel fiume, essendo estranei alla sua persona. Si potrà perciòparlare di usufrutto del territorio di adattamento, ma mai diproprietà, né individuale, né collettiva. C’è di più: un raccoglitore sente «suo» un qualsiasi og-getto che è egli stesso in grado di costruire, ossia quella chepotremmo definire tecnologia semplice. Strumenti come lance,propulsori, asce, coltelli, raschiatoi, clave, cerbottane, seghetti,rasoi, trapani, boomerang, archi e frecce... rientrano nelle pos-sibilità di costruzione di ogni singolo individuo, senza alcunbisogno di specializzazione in merito, per cui possono esseredefiniti tecnologia semplice. Di tecnologia complessa si puòcominciare a parlare quando sono sorti ruoli specializzati chehanno comportato sostanziali mutamenti dell’economia e dellastruttura sociale del gruppo. In questo senso i gruppi di racco-glitori-cacciatori, che ancora non hanno avuto contatti con lanostra civiltà (e ormai sono veramente pochi) e abitano le zonepiù impervie del pianeta, non fanno uso di tecnologia comples-sa. Non hanno intrapreso il cammino tecnologico non certoperché hanno facoltà intellettuali inferiori al resto della specie 235
    • umana ma, semplicemente, perché non ne hanno mai avuto al-cun bisogno per adattarsi al loro ambiente. Vi è sempre stato un rapporto armonico tra l’ambientein cui vivono e il loro essere uomini «naturali». Infatti, non oc-correvano sofisticati strumenti tecnologici per garantirsi l’adat-tamento (anche a quell’ambiente ostile), bastava la loro struttu-ra sociale di gruppo e le potenzialità intellettuali che sono pa-trimonio di tutta la specie umana. Anche all’interno delle fede-razioni ci sarà una sfera privata di affetti e cose: sarà legittimo,come lo è ora, usare termini come i miei parenti, i miei figli, imiei amici, oppure le mie scarpe, i miei vestiti…, ma i nostrimezzi di sussistenza non sono più tecnologia semplice che noistessi siamo in grado di costruirci da soli, perciò non sono daconsiderarsi come una semplice estensione del nostro corpo.Sono in realtà strumenti estranei alla nostra natura ed è appun-to la rivendicazione della loro proprietà che ha creato e creacompetizione, individualismo e prevaricazione. Inoltre, la no-stra economia non si fonda più sul semplice prelievo dall’am-biente, ma siamo costretti a una sua manipolazione per mezzodella tecnologia. Senza uso di denaro L’assenza di possedimenti privati non permetterà di ef-fettuare scambi commerciali all’interno della federazione equest’ultima non dovrà farne uso né con l’esterno, né con altrefederazioni. Se per esempio un’entità comunitaria sperimentalevolesse produrre intensivamente un qualsiasi bene di largoconsumo per immetterlo nel mercato esterno e utilizzarlo comemerce di scambio per acquistare tecnologia complessa, rica-drebbe banalmente nella logica della competizione economica.Il mercato condizionerebbe l’attività produttiva e l’ambientedel territorio, così l’intera struttura sociale perderebbe il suocarattere di entità autonoma. Questo vale non solo nei rapporti236
    • tra le federazioni e il mercato esterno, ma anche nei rapportitra le varie federazioni. L’esempio che ci viene fornito dal corpo umano c’inse-gna che le cellule collaborano tra loro non barattando materia-li, ma fornendo ognuna una prestazione d’opera utile al collet-tivo pluricellulare. Similmente la futura collaborazione tra lefederazioni non dovrà cedere alla logica del «libero scambio»,ma dovrà esistere, unicamente, come offerta d’aiuto reciprocosotto forma di prestazione d’opera volontaria. Nemmeno è pre-visto l’uso di denaro, neanche nei rapporti con le altre federa-zioni, ma questo non impedirà, comunque, di soddisfare tutti ibisogni materiali e morali degli abitanti e, inoltre, di svolgeretutte le mansioni assegnate: «Da ciascuno secondo le sue pos-sibilità a ciascuno secondo le sue necessità», come ci dimostrail rapporto esistente tra le cellule del corpo umano. L’uso del denaro si è reso necessario, nel corso dellastoria umana, poiché permetteva di tramutare una merce in unaltro qualsiasi bene materiale o in prestazione d’opera, anchediluiti nel tempo. La possibilità di accumulare denaro (anche inmodo disonesto) ha accentuato le disuguaglianze economichetra gli individui e i popoli, ed è stata causa di molte sofferenzeumane, ma la nostra complessa società competitiva, individua-lista, non potrebbe più funzionare senza il suo uso. Non usaredenaro dentro la federazione, invece, impedirà a chiunque difarne uno strumento di prevaricazione nei confronti degli altri.D’altra parte non avrebbe senso usare denaro quando non cisaranno scambi commerciali, perché non ci saranno possedi-menti privati. L’uomo e la formica Curiosamente, tutti i comportamenti umani prodotti nelcorso della storia sono una ripetizione già collaudata da moltimilioni di anni da una specie o l’altra di formiche. Infatti, cisono formiche cacciatrici-raccoglitrici, altre sono allevatrici (di 237
    • afidi), coltivatrici (di funghi), predatrici (anche nei confronti dialtre specie di formiche), schiaviste (che predano le larve di al-tre specie e le allevano per addestrarle al lavoro o a predare aloro volta), nomadi o sedentarie, campagnole o metropolitane,insomma di tutto. C’è un fatto ancora più curioso che accomu-na il comportamento delle formiche a quello dell’umanità: al-cune specie di formiche sono in grado di aggregare un certonumero di colonie (autosufficienti dal punto di vista economi-co) e produrre in questo modo delle vere e proprie federazioni.Le antiche federazioni di gruppi sociali umani dei raccoglitorisi fondavano esclusivamente sull’apprendimento, mentre que-ste specie di formiche su una totale predeterminazione geneti-ca, ma è comunque stupefacente che solo l’uomo e la formicasiano in grado di produrre queste super organizzazioni sociali. Le assonanze tra uomo e formica non finiscono peròqui. La specializzazione dei ruoli economici, che l’uomo fa usoin maniera sempre più pronunciata nella società di mercato, ètipica anche delle formiche (e delle termiti). Decine e decine dimilioni di anni di vita sociale nel formicaio hanno dapprimafavorito la specializzazione dei ruoli all’interno della colonia,per ottenere il massimo vantaggio economico col minor di-spendio energetico, poi l’hanno fissata geneticamente, modifi-cando gradualmente la struttura biologica degli individui, se-condo i diversi ruoli. La regina, unica dignitaria di corte, ha sviluppato ab-normemente il suo addome (di solito fino al punto da non po-tersi più muovere da sola) per adattarlo a fabbrica di uova pertutta la colonia. I soldati hanno accresciuto le loro dimensionispesso di molte volte quello delle formiche operaie, facendodelle loro mascelle delle vere armi da guerra, che in alcunespecie sono cresciute a tal punto che impediscono addirittura dialimentarsi autonomamente. A questa e alle altre funzioni vita-li della colonia, come la ricerca del cibo, la cura delle uova edelle larve, la pulizia del formicaio... provvedono le operaie,tutte femmine sterili. Anche queste possono modificarsi, se-238
    • condo le esigenze della colonia, magari trasformandosi in con-tenitori viventi di acqua o di miele (di dimensioni sproporzio-natamente grandi rispetto al loro corpo) o in nuove regine. Da quando è nata la storia umana e si è dissolta la strut-tura originaria del gruppo, l’uomo ha cominciato a costruire ilsuo «formicaio» e la specializzazione dei ruoli è stata una ne-cessità economica obbligatoria, ma mentre le formiche hannodovuto modificare il loro codice genetico per modificare i ruolieconomici all’interno della colonia, l’uomo ha potuto avvalersidi comportamenti culturali e della tecnologia, cioè di estensio-ni al di fuori del suo codice genetico. L’uomo però non è per niente immune da questo pro-cesso genetico che ha toccato tutte le specie viventi apparsesulla superficie della terra. Anch’egli, ovviamente, è un anima-le sessuato, dove esiste una specializzazione biologica tra ma-schio e femmina e all’interno del gruppo sociale donne e uo-mini hanno subito una diversificazione di forme e di dimensio-ni, chiamata «dimorfismo sessuale». Questo è il risultato dicentinaia di migliaia di anni di vita sociale nel gruppo, per cui,nel relativamente breve arco di tempo della storia umana, iruoli specializzati di origine culturale non avrebbero avuto iltempo materiale per essere fissati geneticamente. La minacciache l’ingegneria genetica possa fare in poco tempo ciò che lanatura non ha fatto in qualche migliaio di anni è però molto re-ale. Per quale motivo la specializzazione dei ruoli è nata aldi fuori del gruppo sociale umano, ma si è formata all’internodella colonia di formiche? La risposta sta semplicemente neinumeri. Un gruppo di raccoglitori-cacciatori è completamenteautosufficiente e perfettamente adattato al territorio, se è com-posto da qualche decina di individui (di solito mai più di cen-to), mentre un formicaio, per raggiungere l’autosufficienza,necessita di un numero di individui notevolmente superiore.Cento formiche sono in balia dei predatori quasi quanto lo puòessere una sola formica. È la massa dei singoli che da potenza 239
    • al formicaio. C’è però una tassa da pagare: non sarebbe possi-bile coordinare decine o centinaia di migliaia di individui sen-za una ferrea suddivisione dei compiti. Naturalmente le formi-che non necessitano di una organizzazione gerarchica, perchésono totalmente guidate dal loro codice genetico, quindi laspecializzazione dei ruoli non prelude affatto a una diversa ri-partizione dei privilegi. Le formiche sono perciò «comuniste»anche se i loro ruoli economici sono diversificati e la lorostruttura sociale è suddivisa in «caste» biologiche. Discorso diverso per il «formicaio» umano, poiché laspecializzazione (inesistente nel comunismo primitivo, ma ne-cessaria in un sistema che di fatto ha perso l’autosufficienzaterritoriale) si è basata, fin dall’inizio, sulla diversa remunera-zione dei ruoli, che ha determinato il formarsi delle classi so-ciali e dei privilegi delle classi dominanti. Specializzazione dei ruoli Il corpo umano è un’immensa federazione di parecchiemigliaia di miliardi di cellule. Esso ci insegna che per mante-nere efficiente questo stato di aggregazione è necessaria unaforte specializzazione dei ruoli tra le cellule. Ogni cellula ha unincarico specializzato che deve adempiere per il bene del col-lettivo. Similmente gli abitanti della federazione dovranno ave-re dei ruoli specializzati, in modo tale che gli incarichi si com-pletino l’un l’altro per garantire l’autosufficienza dell’interocomplesso sociale. Nemmeno una sola cellula del nostro corpoha però un trattamento economico discriminante nei confrontidelle altre. Non ci sono cellule che sono alimentate meglio o dipiù, né cellule che lavorano meno delle altre, né cellule checompetono tra loro. Tutte assolvono in modo ottimale i compi-ti che sono loro assegnati e il loro unico guadagno e la loro ra-gione di esistere è quella di far parte integrante del grandecomplesso pluricellulare.240
    • L’assenza di proprietà privata e il mancato uso di dena-ro impedirà che la diversità dei ruoli possa significare diversitàdi trattamento tra gli individui. Essendo concatenato l’un l’al-tro, ogni singolo ruolo specializzato ha un’importanza fonda-mentale per l’economia della federazione. La formazione pro-fessionale si realizzerà «sul campo», nel senso che l’istruzioneavverrà seguendo l’esempio pratico dei lavoratori specializzati,secondo delle attitudini psicofisiche dei giovani apprendisti.Questo potrà permettere un lavoro soddisfacente per gli indivi-dui e garantirà la piena occupazione. Ad ogni individuo deveessere assegnata una mansione specifica, affinché tutti abbianoun’occupazione utile al collettivo. A conti fatti, sarebbero sufficienti poche ore di lavoroal giorno (indicativamente tre o quattro ore al giorno: una con-dizione paritetica a quella dei raccoglitori) per assolvere conscrupolo al proprio incarico, al quale dovrà essere aggiunto unpo’ di tempo da dedicare al lavoro volontario, in qualsiasicampo si presenti la necessità. Il lavoro volontario dovrà sop-perire ad eventuali ritardi o disguidi (che ovviamente ci saran-no per varie motivazioni) nello svolgimento del normale pro-gramma di lavoro, ma soprattutto permetterà ad ognuno d’inte-grarsi bene nel sistema sociale ed eviterà potenziali emargina-zioni o soprastime. Il lavoro volontario sarà, per forza di cose, non specia-lizzato (guidato tuttavia dagli specialisti), ma permetterà agliindividui di impratichirsi in varie mansioni e conoscere le realinecessità produttive. Al lavoro volontario saranno affidate legrandi opere di bonifica e ristrutturazione ambientale del terri-torio, l’assistenza ai malati, agli anziani e ai bambini, i piccolilavori di manutenzione, le raccolte stagionali di prodotti ali-mentari, il soccorso ad altre federazioni. L’utilizzo di una tec-nologia più sofisticata non farà aumentare la produzione (cosaperfettamente inutile in una struttura autosufficiente), ma faràdiminuire l’orario di lavoro. Non è neanche importante il tipodi lavoro che sarà assegnato ai singoli, poiché tutti gli incarichi 241
    • avranno la stessa importanza per il funzionamento del colletti-vo. Personalmente, penso che non sarei (e non mi sentirei) me-no considerato se avessi l’incarico di spandere letame per con-cimare, piuttosto che essere un medico o un tecnico delle co-municazioni. Lavoratori esterni È impensabile che una singola federazione, che neces-sariamente dovrà far uso di tecnologia complessa, possa esserecompletamente autosufficiente, poiché non potrebbe fabbricar-si da sé tutti gli strumenti tecnologici necessari al suo funzio-namento. Quasi tutta la tecnologia complessa dovrà inizial-mente provenire dall’esterno e i modi per ottenerla sono sol-tanto due (ovviamente a mia conoscenza): acquisendola con lavendita nel mercato esterno di beni prodotti nel territorio co-munitario, oppure con l’acquisizione di valuta corrente con laprestazione d’opera nel sistema economico esterno. È noto cheogni forma di commercio tra la «civiltà» e i raccoglitori si tra-mutava in un vantaggio unilaterale, non certo in favore di que-sti ultimi. Stiamo pur certi che se la moneta di scambio fosse illegname pregiato, le multinazionali americane, europee e giap-ponesi indurrebbero al disboscamento totale. Se lo scambio sibasasse sui prodotti del sottobosco si distruggerebbe il suolodel territorio, così come si estinguerebbero specie animali au-toctone per procurare al mercato esterno carne e pellicce. Ci ridurremmo come molti nativi americani, che perprocurarsi bevande alcoliche, zucchero, sale, hanno pratica-mente disgregato i loro rispettivi gruppi. Le regole del gioconon le stabiliremmo noi, ma le multinazionali. Siamo noi cheavremo bisogno della tecnologia e saranno loro in potere diprocurarcela. La tecnologia dovrebbe servire per ristrutturare econservare l’ambiente, ma in questo modo si otterrebbe l’ef-fetto contrario. Il ripristino di un’ecologia umana comporta l’u-scita insindacabile dall’economia di mercato, perciò una qual-242
    • siasi forma di commercializzazione con l’esterno (fosse anchesolamente l’insalata della famiglia che abita nei pressi dei con-fini territoriali della federazione) è da valutare con cautela. La seconda opzione prevede che una parte relativamen-te piccola di residenti (indicativamente 70-80 persone) dovràavere un’occupazione retribuita al di fuori del territorio e por-tarne all’interno la valuta. Questi lavoratori esterni equivalgo-no, nel corpo umano, ai globuli rossi portatori del prezioso os-sigeno, la «valuta» sottratta dall’ambiente esterno, che permet-te ad ogni cellula del nostro corpo di effettuare tutte le opera-zioni vitali per se stessa e per il sistema pluricellulare. Noncredo sia possibile superare l’iniziale insufficienza tecnologicacon metodi diversi da quello fornito dai lavoratori esterni. Vaprecisato che questi non dovranno essere una «casta» specia-lizzata, un corpo a parte dentro il sistema sociale della federa-zione, ma tutti gli abitanti, in un determinato periodo della lorovita, dovranno dare un tributo in termini di lavoro prestando laloro opera, sia nel mercato esterno (retribuita con valuta cor-rente) sia nel territorio di altre federazioni (scambio di mano-dopera gratuita). Sarà una sorta di «chiamata di leva» comeavviene attualmente in molte nazioni per la ferma militare. I giovani con i necessari requisiti saranno chiamati, perun certo periodo (indicativamente uno o due anni) ad impegna-re le proprie energie per procurare la valuta necessaria all’ac-quisto di tecnologia complessa, dopo di che potranno esseresostituiti da altri giovani e vivere al sicuro dentro la federazio-ne (se lo desidereranno) per il resto della loro vita. Le preoccupazioni per i pericoli culturali, fisici e psi-chici, ai quali saranno soggetti questi giovani, sono più che le-gittime. Le potenti suggestioni dell’economia di mercato po-trebbero certamente far dimenticare lo scopo per il quale ungiovane dell’oasi comunitaria si trova in quel determinato luo-go, in quel determinato momento. Ci sono vent’anni di tempoper «vaccinare» culturalmente il giovane, ma soprattutto sarà ilparagone tra la vita nella federazione e la vita nel sistema me- 243
    • tropolitano che dovrà cautelarlo da sgradevoli sorprese. La vitanel territorio comunitario dovrà offrire necessariamente qual-cosa di più e di meglio di quanto possa offrire il mondo ester-no: se ciò non fosse, cesserebbe il motivo di esistere di questeesperienze. Nonostante questo la droga, la prostituzione, il po-tere del denaro, la tentazione di guadagni facili, la voglia dicarriera o semplicemente l’innamoramento per la persona sba-gliata, sono pericoli reali per l’integrità del giovane. Probabilmente un anno, o poco più, di lavoro nel siste-ma competitivo sarà un’esperienza sgradevole, ma è bene chelo sia. Se fosse invece un’esperienza soddisfacente, sarebbel’evidente dimostrazione del fallimento dell’ecologia socialeumana che si vorrebbe ripristinare con l’istituzione delle fede-razioni di gruppi sociali. La mancanza di specializzazione indi-rizzerà i giovani lavoratori esterni a occupare le mansioni piùumili e magari più faticose, ma anche questa è una condizionenecessaria per vari motivi. Per prima cosa disincentiva il gio-vane dalla potenziale voglia di fare carriera, che a sua volta lopreserva da deleterie rivalità con l’altro personale «competiti-vo». In seconda analisi permette di trovare un posto di lavoroanche in un sistema economico in crisi. A mali estremi, per fa-cilitare l’assunzione dei giovani, la comunità potrebbe addirit-tura accordarsi con le aziende private per un breve periodo diapprendistato non retribuito. Il giovane lavoratore temporaneo esterno è una figuraenormemente importante per il funzionamento della federazio-ne, quindi è logico che siano curati anche i particolari minuti,in primo luogo l’immunoresistenza alle sirene del mondo e-sterno. In ogni caso non si butteranno i giovani allo sbaraglio,ma sarà loro affidato l’incarico di lavoratore esterno solo se siritiene che siano in grado di sopportarlo (non è necessario chetutti i giovani diventino lavoratori temporanei esterni). L’im-patto dei giovani lavoratori sarà costantemente monitorato e incaso di evidenti cedimenti fisici, psichici e culturali, il giovanesarà richiamato nel territorio. Quando un numero sufficiente-244
    • mente alto di federazioni, collaboranti tra loro, permetterà diprodurre tecnologia complessa, si allenterà la dipendenzadall’economia di mercato, ma i lavoratori esterni continueran-no ad essere una colonna portante per l’economia comunitaria,poiché produrranno tecnologia all’interno delle varie federa-zioni. Formazione individuale Molte nazioni permettono l’istituzione di scuole privatea patto che la preparazione dei singoli studenti segua un corsoche lo Stato esige, quindi, anche se le scuole saranno all’inter-no della struttura centralizzata, saranno necessari esami stataliper l’accesso alle scuole di livello superiore. Oltre che nozionidi cultura generale delle materie d’obbligo della scuola statale,è necessario uno studio sistematico di un «codice culturale»per permettere la collaborazione attiva tra i gruppi, le famigliee gli individui, perciò tutti, giovani e adulti, sono tenuti a sot-tostare a questo tipo di insegnamento. Non meno importante èl’apprendimento di tutte le attività lavorative che permetteran-no al sistema di funzionare. Queste tre fasi sono concatenateuna all’altra, poiché la cultura generale faciliterà l’apprendi-mento del codice culturale, quest’ultimo faciliterà i rapportisociali tra gli individui e lo svolgimento di tutte le attività lavo-rative, in un clima di collaborazione. Non ci sarà distacco traistituzioni e privato, poiché il corpo insegnante sarà compostoda membri della federazione. Un bambino al quale si insegneràa far suoi i principi della comunità in cui vive diventerà, in se-guito, un adulto che non entrerà in conflitto d’interessi con glialtri individui e sarà spinto a collaborare con loro. Lo scopo essenziale dell’istruzione non sarà solo quellodi formare professionalmente l’individuo ma, soprattutto, saràquello di formare le persone come elementi bene integrati nelsistema sociale. In pratica, dovrebbe essere insegnato alle per-sone come soddisfare le proprie necessità soddisfacendo le ne- 245
    • cessità altrui, come è ben riassunto dalla «regola aurea» cri-stiana: «Fai agli altri ciò che desideri che gli altri facciano ate», così tanto disattesa, fraintesa e strumentalizzata dal potereecclesiastico ed economico. Si potrebbe obiettare che l’interesse collettivo è secon-dario e mediato, poiché nessuno dedica ai beni comuni neppu-re un istante delle proprie energie, che invece si è pronti a de-dicare ai propri congiunti. È proprio questo il punto! Il grupposociale dei raccoglitori è formato da famiglie che sono impa-rentate tra loro, quindi da individui che sono disposti a spende-re energie per i propri congiunti. Niente a che vedere, dunque,con le economie centralizzate socialiste, che hanno ritenutosufficiente coalizzare (il più delle volte con la violenza) un cer-to numero di persone tra loro estranee, per presumere che po-tessero altruisticamente collaborare. I gruppi sociali che costi-tuiranno le federazioni saranno sistemi sociali strutturalmentesimili a quelli dei raccoglitori e avranno un elevato grado d’in-dipendenza all’interno della federazione. L’instabilità sociale delle varie comunità del passato sidoveva principalmente al fatto che non erano legati da parente-le o forti vincoli di amicizia. Il loro legame era solo di naturaculturale, perciò molto più «friabile». Questo vale anche perquei sistemi utopici come La Città del Sole o per Utopia o perla Repubblica, che poggiavano la loro sopravvivenza sulla loro«imprendibilità» militare. Non denota questo che si trattava disistemi chiusi, in perenne conflitto col mondo esterno, dal qua-le erano costretti loro malgrado a difendersi? La federazione digruppi sociali può invece rapportarsi in modo proficuo conqualsiasi sistema politico e non ha affatto bisogno di trincerarsiper non subire le influenze culturali, economiche e militari delsistema competitivo. Servizi e prevenzione246
    • La carenza di strutture pubbliche di protezione ai debolicome asili nido e d’infanzia, parchi giochi, scuole, oppure o-spedali e strutture sanitarie, oppure case di riposo o centri d’in-contro per anziani, sono solo un falso problema. In realtà aprodurre questi bisogni è la competizione su cui si fonda que-sto sistema, che crea disparità ed emarginazione tra i ceti so-ciali e le generazioni. Nella struttura centralizzata della federa-zione il problema della cura ai deboli potrà essere risolta conl’assistenza domiciliare, sia per i bambini, sia per i malati, siaper gli anziani, ma il vero grande vantaggio offerto sarà quellodi eliminare le cause dell’emarginazione eliminando di netto lacompetizione tra gli individui. Nella società di mercato l’individuo si trova da solo da-vanti alla lentezza asfissiante di ciò che è chiamato serviziopubblico. Le dimensioni mastodontiche del pubblico serviziosono tali da renderlo poco efficiente e antieconomico. In ognicaso è sempre il cittadino che si deve accostare al servizio emai viceversa, per questo ci siamo abituati a lunghi tempi diattesa per una visita medica, per una pratica burocratica, peruna domanda di lavoro o semplicemente per fare la spesa. Avolte pagando un ulteriore servizio privato si possono abbre-viare i tempi e ottenere una migliore qualità dei servizi, ma èsempre l’iniziativa dei singoli ad accostarli al servizio necessa-rio: la chiamano libertà d’iniziativa ma è quello che provocaemarginazione e ingiustizia per i più deboli. Questo rapportocittadino-istituzioni sarà totalmente ribaltato nella federazionegrazie alle dimensioni ideali del complesso, della completa as-senza di competizione individuale e dello spirito di collabora-zione che può essere instaurato nella coscienza delle persone. Nessuno dovrà mai più cercarsi un posto di lavoro, nésarà l’individuo a fare la spesa o ad occuparsi di una praticaburocratica. Non sarà l’individuo che andrà dal medico quandoè malato, ma sarà il medico a recarsi da lui per impedire che lapersona si ammali. Nessuna persona anziana dovrà più essere«scaricata» in un ricovero come un pacco ingombrante. Nella 247
    • struttura centralizzata sarà garantita l’assistenza domiciliare atutti coloro che ne avranno bisogno, in modo particolare malatie persone anziane, che potranno ricevere amorevoli cure nonsolo dal personale specializzato ma anche dai parenti, dagliamici, dai volontari, perché tutti abitano nello stesso piano o,comunque, dentro la struttura centralizzata. La grande costruzione polifunzionale può permettereanche l’attuazione di un’efficace medicina preventiva, con unapolitica di informazione capillare che tocca in eguale misuratutta la popolazione, affinché si applichino le necessarie normeigieniche e sanitarie, comprese le periodiche visite mediche ele analisi fisiologiche. Operazioni semplici (ma importanti aifini del risultato) di prevenzione medica, come i rilievi perio-dici di temperatura corporea, pressione arteriosa, peso, ecc.,possono essere effettuati a «domicilio» dall’individuo o dallafamiglia, con strumenti collegati ai terminali dei singoli piani,che fanno capo al personale medico specializzato. In questomodo, anomalie anche lievi possono essere segnalate tempe-stivamente e, se è possibile, superate. Non saranno neanchenecessari numerosi letti specifici per la degenza degli ammala-ti, non solo perché con una massiccia prevenzione le persone siammalano di meno, ma anche perché tutta la struttura stessapotrebbe funzionare come un grande ospedale. Il malato, nellamaggioranza dei casi, può usufruire della sua camera, del suoletto e dei suoi servizi igienici personali nella sua abitazione,perché sarà il personale medico e di assistenza che si sposterà:la minima distanza faciliterà queste operazioni. Per rafforzare i legami tra gli abitanti sarà privilegiatala tecnologia di comunicazione, sia con la videotelefonia inter-na via cavo, (per restare in tema di risparmio si potrà comuni-care per quanto tempo si vorrà con ognuna delle 1500 o piùpersone della federazione ai soli costi di manutenzione impian-ti), sia con la telefonia mobile locale, sia con la videotelefoniasatellitare e internet per tenere i contatti con le altre federazio-ni. Informazione significa prevenzione, prevenzione significa248
    • risparmio di energia, per questo una voce importante nel bilan-cio sarà determinata dalla necessità di accedere alla tecnologiadi informazione: computer, videotelefonia, stereofonia, mate-riale didattico scritto e audiovisivo. Una buona comunicazioneprodurrà un’altrettanto buona collaborazione, sia tra le fami-glie di ogni gruppo, sia tra i gruppi, in modo tale che la coesio-ne porti ad un sistema sociale stabile e funzionale. Cooperazione e risparmio La cooperazione organizzata tra la popolazione permet-terà un notevole risparmio di energia e, nello stesso tempo,l’utilizzo di strumenti altamente tecnologici, sofisticati e costo-si, che individualmente sono di solito inaccessibili. Pensiamoai costi che le singole famiglie devono sobbarcarsi per viverecon un minimo di decorosità e di agio. Ogni famiglia dispone,per esempio, di una cucina con le relative attrezzature per laconservazione, la preparazione e il consumo dei pasti quotidia-ni. Già questa non è una spesa indifferente per il bilancio diogni singola famiglia ma, se la dovessimo moltiplicare per lecirca 400 famiglie potenziali della federazione, è facile capirequanto sarebbero più convenienti delle mense di gruppo. Natu-ralmente ogni famiglia e ogni individuo potrà scegliere se con-sumare i suoi pasti nel proprio appartamento o in locali collet-tivi. A nessuno, in nessun caso, sarebbe tolta la sua «privacy»,ma quello che è importante sottolineare è il vantaggio econo-mico e funzionale che ha la preparazione dei pasti collettivi neiconfronti di tante piccole cucine familiari o individuali. Ognigruppo, in ogni piano, potrebbe organizzare la sua mensa affi-dandone la gestione a personale specializzato, coadiuvato dallavoro volontario degli altri membri del gruppo. Che dire poi delle attrezzature da «bricolage» che sicu-ramente ogni famiglia, chi più chi meno, tiene a casa propria?A parte la semplice attrezzatura leggera anche attrezzi di uncerto valore come trapani, smerigliatori, taglia erba, motose- 249
    • ghe, saldatrici, ecc. sono utilizzati per un tempo parziale, soloin determinate occasioni, ma hanno comunque gravato, in mi-sura diversa, sul bilancio familiare. La cooperazione organizzata permetterebbe, invece, diridurre gli sprechi, poiché sarebbe utilizzata a tempo pieno tut-ta la tecnologia acquistata e, con costi di gran lunga inferiori, sipotrebbe disporre di attrezzature sofisticate, gestite da persona-le specializzato per il vantaggio di tutto il collettivo. Questonon deve far pensare che la sopravvivenza economica della fe-derazione sia legata a una corsa all’ultimo modello tecnologi-co. Non è per nulla così. Stiamo parlando di comunità autosuf-ficienti che non devono sottostare alla legge di mercato, perciòse l’autosufficienza alimentare è garantita oggi con l’utilizzo dideterminati strumenti tecnologici, lo sarà anche domani con glistessi strumenti, a patto che funzionino. Solamente quandol’usura imporrà dei costi di manutenzione economicamente i-naccettabili, uno strumento o un impianto potrà essere sostitui-to. Nella società di mercato uno strumento tecnologico de-ve essere in ogni caso sostituito, anche se funzionante, poichédeve reggere il peso della competizione economica: ossia rin-novarsi tecnologicamente per poter vendere. La federazionenon vende niente e non fa perciò concorrenza a nessuno. D’al-tra parte, però, è un acquirente di tecnologia e quindi un mer-cato appetibile per il capitale, anzi, è per questo un clienteformidabile. Quale nazione non vorrebbe vendere il suo pro-dotto interno senza avere la necessità di comprare nulla incambio? Autosufficienza energetica Gli esseri viventi utilizzano due modi diversi per pro-durre energia: quello foto-sintetico, che è definito «primario»,che trasforma la luce solare in energia chimica (cellule vegeta-li) e quello «secondario», che scompone e riutilizza quelle250
    • stesse sostanze chimiche (cellule animali). L’energia solare èla più abbondante e la più accessibile: è sufficiente una tempo-ranea esposizione alla luce del sole per procurarsi il necessarioper vivere, senza necessità di spostarsi, ed è appunto quelloche fanno gli organismi vegetali. Gli animali, invece, non sonoin grado di utilizzare direttamente la luce del sole e devonospostarsi per procurarsi l’energia chimica sottoforma di mate-riale organico, vale a dire il loro cibo. Seguendo l’esempio del-la cellula biologica, anche da questo punto di vista, la federa-zione dovrà garantirsi l’autosufficienza energetica e dovrà pro-durre da sé tutta l’energia elettrica e l’energia termica che leoccorre. La luce solare le potrà fornire energia pulita, sicura,inesauribile (sotto quest’aspetto il territorio della federazionesarà simile ad una cellula vegetale). Attualmente l’energia a celle fotovoltaiche, prodottatrasformando in energia elettrica la luce del sole, è ancora pocoutilizzata e stenta a «decollare» nell’economia di mercato. Ciòè dovuto agli alti costi di produzione rispetto alla resa e per ladomanda insufficiente. Infatti, grandi centrali ad energia solaresono poco pratiche perché necessitano di grandi e costosi im-pianti di esposizione. Le centrali nucleari, termoelettriche e i-droelettriche possono produrre la stessa quantità di energia inspazi più contenuti e con rese maggiori, per questo vengonocostruite grandi centrali che irradiano energia elettrica anche inzone lontane. Ora però bisogna fare alcune considerazioni. Per primacosa dobbiamo considerare il rischio che queste centrali com-portano, sia sull’ambiente sia sulla salute della gente. Nellecentrali nucleari c’è sempre il rischio di fuoriuscita di materia-le radioattivo; sulle centrali termoelettriche grava la colpa del-l’inquinamento; nelle grandi centrali idroelettriche, oltreall’impatto ambientale diretto prodotto dagli invasi, c’è sempreil rischio di rottura delle dighe di sbarramento. Come secondacosa si deve considerare che quando parliamo di federazioni digruppi sociali parliamo di entità locali di dimensioni ridotte, 251
    • per cui sarebbero inutili e dispendiose la progettazione e la co-struzione di grandi centrali, ma sono idonee fonti di energia e-lettrica sufficienti per una piccola popolazione di circa 1500persone. C’è da dire, inoltre, che la tecnologia riguardante l’e-nergia solare ha ancora un grandissimo margine di migliora-mento e possono ridursi i costi di produzione, aumentando lapotenzialità e la produttività delle celle foto voltaiche. Energia solare La struttura centralizzata può fornire la soluzione idealeper quanto riguarda lo spazio necessario all’esposizione deipannelli fotovoltaici. I circa 6000 o 7000 metri quadrati dipannelli, occorrenti per la produzione dell’energia elettrica ne-cessaria, possono essere ricavati, direttamente, dalla superficieesterna della grande costruzione. Tre pareti su quattro e il tettodella struttura possono essere parzialmente rivestiti di questomateriale fotoelettrico che, tra l’altro, è impermeabile e ter-moisolante. In funzione di ciò la struttura sarà costruita orien-tandola in modo tale da trarre la maggior quantità di luce sola-re possibile. Un vantaggio, non solo estetico, di questi impiantiè che non sono necessari costosi elettrodotti o pericolosi cavielettrici sospesi, col loro relativo inquinamento elettromagneti-co. Da sola, però, l’energia solare non sarà completamentesufficiente per tutte le esigenze della popolazione, almenonell’immediato futuro. Innanzi tutto la produttività di energiaelettrica sarebbe variabile secondo la latitudine, le stagioni, ilclima e le ore della giornata. Queste variabilità possono esserein parte colmate con batterie di accumulatori elettrici (attual-mente molto sensibili di miglioramento tecnologico, vista laricerca sistematica dovuta alla competizione tra le case auto-mobilistiche per l’auto elettrica), in modo da avere sufficienteenergia elettrica nelle ore notturne e nelle giornate poco illu-minate.252
    • L’energia temporaneamente eccedente, oltre che per ca-ricare gli accumulatori, potrebbe essere utilizzata per scinderedall’acqua, per elettrolisi, ossigeno e idrogeno: il primo utiliz-zabile per funzioni igienizzanti e industriali e il secondo comecarburante altamente energetico. L’idrogeno liquido, almenoinizialmente, potrà essere prodotto solo in piccole quantità epotrà essere utilizzato, oltre che come carburante di mezzi a-gricoli e di trasporto, anche per produrre energia termica o peralimentare gruppi elettrogeni. La dotazione di gruppi elettro-geni (motori a scoppio che azionano turbine per la produzionedi energia elettrica) sarà indispensabile, sia per integrare la va-riabilità dell’energia solare, sia per far fronte ad emergenzeimprovvise. Oltre all’idrogeno si potrà far uso di metano, un gas fa-cilmente riproducibile con impianti relativamente semplici.Con l’ausilio di particolari batteri tutti gli scarti d’origine or-ganica possono essere parzialmente convertiti in questo gascombustibile. I fumi prodotti dalla combustione del metanoutilizzato per alimentare i gruppi elettrogeni sarebbero incana-lati con i fumi del riscaldamento domestico (anch’esso prodot-to in parte dalla combustione di questo gas) e neutralizzato inmodo identico per mezzo di filtri elettrostatici. La società di mercato fa largo uso d’energia prodotta darisorse non rinnovabili, non solo esauribili, ma anche molto in-quinanti. È la solita competizione economica (dove si anteponeil profitto di pochi alla salute di molti) che fa ancora preferireil petrolio, il carbone, il gas fossile o l’uranio ad un’energia si-cura e pulita ma economicamente non competitiva. Proprioperché le federazioni saranno completamente fuori della logicadella competizione economica, quindi, ciò che conterà sarà so-lamente la salute e il benessere di tutti, potranno utilizzare so-lamente energia rinnovabile fornita dal sole, in modo diretto(fotovoltaica) o indiretto (eolica, idrica....). Risanamento ambientale 253
    • Fino ad ora l’aria che si respira, l’acqua che si beve, ilsuolo che si calpesta sono state considerate risorse gratuite, vi-sta la loro abbondanza e la facilità con la quale vi si può acce-dere. Che i conti non tornino cominciamo a verificarlo quando,per una qualsiasi produzione industriale, parliamo di costi am-bientali. La cellula biologica ha ricercato le soluzioni più ido-nee per conciliare la vita in un ambiente pulito con la spesa e-nergetica destinata a questo scopo. Ne è venuto fuori un esem-plare modello ecologico di riciclaggio dei rifiuti e di depura-zione ambientale, con un bilancio costi-ricavi in perfetto pa-reggio, tale da far arrossire qualsiasi amministrazione cittadinache si vanta di essere all’avanguardia nella prevenzione am-bientale. Per la verità non esiste città al mondo che sia in gradodi riciclare la totalità dei rifiuti che produce, anzi, più frequen-temente, una città, tanto più è grande tanto più ha difficoltà,non solo a riciclare i propri rifiuti ma anche solo di neutraliz-zarli o distruggerli. È significativo osservare come l’evoluzione tecnologicanon possa stare al passo con i problemi che essa stessa creaall’uomo. È vero che vengono di continuo migliorate le tecni-che per la raccolta differenziata dei rifiuti solidi, per la depura-zione dei rifiuti liquidi e per frenare l’immissione dei rifiuti ae-rei, ma resta il fatto che per adeguarsi allo stile di vita che è lo-ro imposto dall’ammodernamento urbano le persone produco-no sempre più rifiuti, per il semplice motivo che cresce la spe-sa energetica individuale necessaria all’adattamento. La federazione, per essere ecologicamente «neutra»,cioè con un tasso d’inquinamento «zero», non deve immetterenell’atmosfera fumi, gas, polveri; non immettere nel suolo enei corsi d’acqua inquinanti d’origine biologica e chimica; ri-ciclare e neutralizzare i rifiuti solidi nella loro totalità. Lamaggior parte dei rifiuti solidi che oggi produciamo sono im-ballaggi di prodotti alimentari e non, necessari per il loro tra-sporto: carta, cartone, plastica, metalli, legno... Sicuramente254
    • una metodica raccolta differenziata permetterebbe di riciclarebuona parte di questi materiali e risparmiare energia, però bi-sogna essere consapevoli che in questo modo si attenua l’ef-fetto deleterio ma non s’incide sulla causa che lo ha prodotto.C’è invece da chiedersi: perché mai c’è così tanto bisogno diimballare merci? E in seconda analisi: perché mai c’è bisognodi un trasporto così intensivo? C’è forse in ballo una necessitàvitale nel fatto che della semplice acqua sia imbottigliata e tra-sportata a centinaia di chilometri di distanza, magari in zonericche di sorgenti d’acqua e a loro volta esportatrici d’acquaimbottigliata? Dal punto di vista del risparmio energetico è unnon senso, uno spreco totale, anche se in perfetta sintonia conlo stile di vita consumistico in cui siamo immersi. Ogni territorio, se opportunamente ristrutturato e cura-to, può essere in grado di offrire la maggior parte di ciò di cui ipropri abitanti hanno bisogno, almeno per quanto riguardal’acqua e gli alimenti, perciò l’obiettivo di una federazione do-vrà essere l’autosufficienza alimentare. Questo ridurrebbe dra-sticamente l’energia adibita al trasporto e l’inquinamento adesso collegato, compresi i materiali d’imballaggio. I rimanentirifiuti solidi saranno rifiuti «umidi» facilmente riciclabili inmangimi animali, fertilizzanti naturali o per produrre metano.Grazie alla struttura centralizzata saranno dimenticate le varie«campane» per la raccolta differenziata dei rifiuti solidi, oggidislocate negli angoli più accessibili dei territori comunali, egli antigienici «cassonetti», disseminati lungo tutte le stradecomunali, che impegnano non poco personale ed energie per losmaltimento dei rifiuti solidi. Rifiuti liquidi e aerei Concentrando la popolazione in un’unica struttura abi-tativa, anche lo smaltimento dei rifiuti liquidi può trovare lasoluzione ideale, cosa che attualmente non sta avvenendo innessuna parte della Terra, se come risultato possiamo conside- 255
    • rare l’inquinamento generalizzato, più o meno serio, dei fiumi,dei laghi, delle zone costiere del mare e delle falde acquifere.A volte parte delle reti fognarie cittadine (quando ci sono!)scaricano il loro contenuto direttamente nei vicini corsi d’ac-qua, così pure i liquidi di scarto delle lavorazioni industriali.L’applicazione di severe leggi a riguardo potrebbe attenuarel’inquinamento delle acque ma, come per i rifiuti solidi e aerei,cresce più in fretta la quantità di rifiuti liquidi prodotta che nonla capacità di smaltirli, perché cresce la spesa energetica indi-viduale necessaria all’adattamento. Non che il livello tecnolo-gico sia carente dal punto di vista della qualità, ma non è sem-pre raggiungibile per i suoi costi elevati. D’altra parte, i grandiinquinamenti necessitano di grandi impianti di depurazione,con relativi costi d’insediamento e di gestione. L’impossibilità pratica di provvedere alla totale depu-razione delle acque è dovuta alla grande dispersione nel territo-rio degli insediamenti abitativi e degli impianti industriali. So-lo potendo concentrare gli uni e gli altri si avrebbero impiantidi depurazione a costi ragionevoli ed è l’obiettivo che dovràprefiggersi la federazione. Prendiamo per esempio un Comune attuale di meno diduemila abitanti, dove le persone dimorano in case e palazzinedistribuite su buona parte del territorio comunale. Se la popo-lazione potesse concentrarsi in un’unica struttura efficiente, al-tamente tecnologica, sarebbe enormemente facilitato lo smal-timento dei rifiuti liquidi, perché non sarebbero più necessariele reti fognarie e le lunghe condutture per il convogliamento aidepuratori (che, come detto, sono ancora «optional» di lussoper la maggior parte dell’umanità), mentre un piccolo impiantodi depurazione in dotazione ad ogni federazione sarebbe suffi-ciente alla soluzione del problema. Non saranno necessari ne-anche depuratori chimici perché non si farà uso di prodotti nonbiodegradabili. I soli rifiuti liquidi della popolazione sarannod’origine biologica.256
    • Attualmente, nella società di mercato, gli inquinanti ae-rei d’origine umana sono per lo più prodotti da scarichi indu-striali, dall’uso di mezzi di trasporto, dal riscaldamento dome-stico e dall’attività agricola. L’imposizione di combustibili,carburanti e prodotti chimici meno inquinanti può attenuare ilproblema, ma resta il fatto che, in conseguenza delle attivitàumane, aumenta il concentramento di gas nocivi nell’atmosfe-ra, mentre stanno diminuendo le zone forestali della Terra chesono i filtri naturali di questi gas. Concentrando le circa 1500 persone della federazionein un’unica struttura abitativa ne trarrebbe vantaggio anche ladepurazione dei rifiuti aerei. Si potrebbero incanalare tutti ifumi prodotti dal riscaldamento domestico (cosa inattuabilecon la diffusione odierna dei siti abitativi) per poi abbatterlicon filtri elettrostatici e trasformarli in polveri facilmente neu-tralizzabili o addirittura riutilizzabili. Questa tecnologia è an-cora relativamente costosa e non è ancora accessibile alla sin-gola famiglia e neanche a gruppi di famiglie condominiali diceto medio, per questo è impensabile che la società di consumopossa offrire una soluzione al problema. Così come sarannoneutralizzati i fumi da riscaldamento, saranno neutralizzati irifiuti aerei delle attività industriali (che comunque sarannomodeste). Fattore tutt’altro che trascurabile, sarebbe drasticamen-te ridimensionato l’uso d’autovetture private col loro relativoinquinamento aereo. Questo per due motivi. Il primo motivo èperché non sarebbero più necessarie le strade «tra» le case,giacché non ci sarebbero più le case, ma sarebbero sufficientipochissime vie di comunicazione tra i «nuclei», nei rispettiviterritori, quindi sarebbero preferiti mezzi di trasporto collettivi,come piccoli treni e autobus elettrici o ad alimentazione a i-drogeno liquido. Il secondo motivo è perché la ricerca dell’au-tosufficienza farà sì che la maggior parte della popolazione ab-bia un’attività lavorativa all’interno del territorio e verrebbe aridursi sensibilmente la necessità di viaggiare, almeno per la- 257
    • voro. Anche i macchinari agricoli saranno alimentati elettrica-mente o con idrogeno liquido, energie che il territorio potràprodurre da sé. Autosufficienza alimentare Le cellule del corpo umano sono strutture autonomeche dipendono solo in parte dal collettivo per il loro metaboli-smo. In modo similare la popolazione della federazione potràtrarre il suo fabbisogno alimentare dal territorio in cui è inse-diata, il quale, opportunamente ristrutturato, potrà offrire tuttoil necessario sottoforma di proteine, vitamine, carboidrati,grassi, zuccheri, sali minerali, acqua. Ognuna di queste entitàpotrà variare le sue colture e i suoi allevamenti (o indirizzare lapropria economia alimentare verso la permacoltura) secondo igusti degli abitanti e delle caratteristiche morfologiche e geo-grafiche del territorio. L’unica cosa in comune che dovrannoavere è la programmazione delle risorse nei rispettivi territori. Solo quando l’autosufficienza alimentare non è mate-rialmente possibile (o ancora non lo è), sarebbe auspicabilel’intervento di altre federazioni per integrare queste carenze a-limentari, ma soprattutto è auspicabile una massiccia opera divolontariato da parte di queste ultime, tesa alla ristrutturazionedel territorio della federazione non autosufficiente, perché lopossa infine diventare. Essere ecologicamente «neutri», inutiledirlo, significa anche produrre alimenti non trattati con sostan-ze tossiche, quali insetticidi, anticrittogamici, erbicidi, oppurecon conservanti, aromatizzanti, coloranti, o ancora con antibio-tici, ormoni e altre meraviglie sintetiche che oggi siamo co-stretti, o quasi, nostro malgrado a inghiottire. Ciò sarà possibi-le, in primo luogo, perché gli alimenti prodotti non sarannosoggetti a nessuna legge di mercato, ma utilizzati per propriobisogno. Va anche detto che una sana alimentazione farà partedel programma di medicina preventiva.258
    • Anche se i costi di produzione alimentare saranno supe-riori a quelli del mercato esterno (senza trattamenti chimici laquantità d’alimenti prodotti sarà certamente inferiore, anchecon la lotta biologica o altri accorgimenti tecnici), ci sarannoperò notevoli vantaggi nella trasformazione e nella distribuzio-ne. Un prodotto a coltura intensiva immesso oggi sul mercatodeve aggiungere, ai suoi bassi costi di produzione, l’onere deltrasporto e della distribuzione all’ingrosso e al dettaglio, non-ché gli scarti delle giacenze invendute. Nella federazione queste voci aggiuntive non esisteran-no, poiché gli alimenti avranno un trasporto molto limitato,giacché saranno prodotti, trasformati e consumati dentro il ter-ritorio. Non subiranno mediazioni di mercato in quanto ci saràun passaggio diretto dal produttore al consumatore, anzi, que-ste due figure saranno in realtà lo stesso soggetto. Non ci sa-ranno lunghe giacenze di magazzino, poiché i prodotti facil-mente deperibili come la carne, il pesce o gli ortaggi sarannoconsumati freschi secondo le richieste preventive degli abitan-ti, anzi saranno loro stessi a partecipare alla stesura di un pro-gramma per la produzione e la trasformazione di alimenti. Cambiamenti utili La ricerca della soluzione dei nostri problemi immedia-ti provoca dei mutamenti sociali e ambientali che, apparente-mente, avanzano in direzioni non prevedibili. Una visionecomplessiva della natura nel suo divenire evidenzia, invece,come tutta la storia umana abbia in realtà una finalità cui la no-stra specie non potrà sottrarsi. È dunque perfettamente inutilecontrastare la corrente impetuosa della «civiltà», l’uomo nonne ha il potere. Tutte le rivoluzioni, o pseudo tali, che doveva-no portare a una condizione di vita a «misura d’uomo» hannocontribuito anch’esse all’imbarbarimento della società e allaspogliazione del pianeta. 259
    • La realizzazione pratica di ideali umani di solidarietà,di libertà, di uguaglianza, di giustizia non potrà avvenire cer-cando di modificare o abbattere la natura intrinsecamente ag-gressiva del capitalismo e di ogni forma di autoritarismo (si-gnificherebbe «cozzare» contro la logica della natura, renden-do vana e dispersiva ogni forma di impegno mirato), ma sem-plicemente evadendola, aggirandola, quasi disinteressandosi adessa. Cerco di spiegarmi meglio con un aneddoto sul mondoanimale. I macachi del Giappone sono primati che vivono ingruppi sociali e sono strutturati in ordine gerarchico, al cui ver-tice c’è un maschio dominante, sempre intento a conservare isuoi privilegi sulle femmine, sul territorio e sui subordinati.Anche il minimo cambiamento di abitudini in seno al gruppo èinteso come un pericolo per il suo potere. Al contrario, i gio-vani del gruppo, che non hanno niente da perdere, sono dispo-sti a cambiare con facilità le loro abitudini, se questo può gio-vare. I macachi sono tra gli animali selvatici più studiati in na-tura, perché vivono ai confini di insediamenti umani con altadensità di popolazione. Il turismo zoologico è molto diffuso efrequenti sono i visitatori che portano del cibo a questi animali,che, proprio per questo, hanno cambiato le loro abitudini ali-mentari, perdendo progressivamente la loro autosufficienza innatura. Si è cominciato a offrire dei chicchi di grano, deposi-tandoli sulla sabbia nei pressi di un ruscello. Inizialmente i macachi ingurgitavano chicchi mescolatia sabbia, fino a quando qualche animale ha avuto il «colpo digenio» di buttare il cibo in acqua, cosicché la sabbia andava afondo e i chicchi rimanevano a galla, facilitandone la separa-zione. Questo comportamento è stato immediatamente imitatodai giovani, ma non dagli adulti, che continuavano imperterritia trangugiare chicchi e sabbia. Il loro orgoglio (se di orgogliosi può veramente parlare per un animale) e la paura che le no-vità potessero scalzarli dalle loro posizioni sociali, li eviden-ziava come tenaci conservatori. Non so se quel maschio domi-260
    • nante è stato scalzato dal suo trono da un pretendente, oppurese è invecchiato mantenendo inalterati i suoi privilegi sociali,ma certamente la «rivoluzione» era stata compiuta, ed ora tuttii macachi, compresi i nuovi dominanti che si sono susseguitinel tempo, lavano il grano prima di mangiarlo. La lezione che potremmo trarne è questa: - I cambiamenti utili partono sempre dal basso. - I cambiamenti utili si diffondono per imitazione e nonper imposizione. - Il potere centrale è indifferente ai cambiamenti utilidelle masse. - I cambiamenti utili avvengono senza lo scontro direttocol potere. - La violenza non è mai garanzia di cambiamento mastrumento di conservazione. - Il potere non si modifica ma viene sostituito. Strategia virale Una rinnovata ecologia sociale e ambientale planetarianon avverrà mai per iniziativa delle persone e degli apparatiche detengono il potere, che tendono invece a conservare i loroprivilegi derivanti appunto dagli scompensi ecologici del pia-neta, ma non avverrà neanche con lo scontro diretto col potere.Come la natura ci dimostra, una qualsiasi struttura semplice ocomplessa, come può essere una stella, una colonia di formicheo un corpo umano, non si crea modificando un aggregato giàesistente, ma avviene sempre sviluppandosi progressivamenteattorno a un piccolo nucleo centrale. In altre parole, la stabilitàdi Gaia non avverrà inducendo il sistema competitivo alla «ri-forma» o piegandolo con un rapporto di forza, ma impiantandodegli «embrioni» (ossia delle federazioni di gruppi sociali) che,col loro sviluppo, andranno progressivamente a sostituire lastruttura economica e sociale della nostra «civiltà», che nel 261
    • frattempo, purtroppo, continuerà la sua azione cancerogena neiconfronti del pianeta e della sua popolazione vivente. Anche se apparentemente scenderanno a compromessicol potere, queste federazioni non saranno in simbiosi con es-so, ma saranno un corpo estraneo nel corpo stesso del sistema.Eludere il sistema immunitario del sistema competitivo signifi-ca estraniarsi dalla vita politica della «civiltà», non creare si-tuazioni controproducenti e pericolose scontrandosi con le isti-tuzioni. Non solo non servirebbe a ottenere di più, ma scatene-rebbe la reazione immunitaria del sistema capitalistico. La stra-tegia di un virus è quella di infiltrarsi nel Dna cellulare e indur-re la cellula, inconsapevole, a replicare tante copie virali. Oc-corre una strategia d’azione che superi i confini nazionali, co-me se non esistessero, «infettando» il sistema (con federazioniautosufficienti) come un virus che infetta le cellule del corpoumano. Anzi, come il virus dell’Aids, che non solo elude lasorveglianza del sistema immunitario, ma attacca «silenziosa-mente» proprio i globuli bianchi incaricati di distruggere i cor-pi estranei. Se questo virus avesse optato per uno scontro diret-to col sistema immunitario, non avrebbe nemmeno fatto notiziae sarebbe già stato distrutto e dimenticato. È ciò che è accadutoa tutte le rivoluzioni violente, che hanno stravolto un sistemapolitico ma non hanno spezzato il «cerchio della civiltà». Nonè sufficiente lottare contro un potere politico ed economico, lalotta dell’umanità dovrà essere contro tutta la sua storia. Evitare lo scontro con lo Stato non significa scendere acompromessi col nemico, ma usufruire di tutti quei vantaggi«legali» che possono far crescere questi embrioni, che gra-dualmente cominceranno a infiltrarsi nella vecchia strutturacompetitiva e parassitaria, fino a svuotarla dall’interno ed e-sautorarla, un processo che sarà possibile solo creando cosìpoco disturbo da non svegliare il suo «sistema immunitario».In qualche modo siamo tutti invischiati nella ragnatela del si-stema e, per poterne uscire indenni, non dobbiamo «agitarci»troppo, perché possiamo svegliare il ragno e rischiamo di esse-262
    • re punti e paralizzati dal suo veleno. Quello che possiamo faredovremmo farlo alla luce del sole, in perfetta armonia con leleggi vigenti, nel pieno rispetto delle autorità costituite. Non èun paradosso: è l’unica rivoluzione possibile. Rapporti col potere I problemi che si porranno innanzi alla realizzazione diqueste microsocietà autosufficienti sono molteplici. Si presen-terebbe comunque il problema di come preservare integro ilnascente sistema sociale per le pressioni esterne. Per evitareche un potere nazionale possa smantellare militarmente questeentità, c’è realisticamente un solo modo: avere buoni rapporticol potere nazionale. Uno scontro col potere, fosse anche soloformale, non porterebbe alcun beneficio pratico alla popola-zione, che, invece, avrebbe la possibilità reale di ritrovare lapropria ecologia sociale avvalendosi di leggi già esistenti. Pen-so perciò che cercare di dare caratteristiche di «imprendibilità»a queste comunità locali, sia anacronistico, inutile e deleterio. Per avere la garanzia di esistere, prima ancora di essereun’alternativa appetibile per le persone che dovrebbero co-struirle e viverci, queste esperienze comunitarie dovrebberoessere appetibili al potere economico. Dovrebbero cioè avereuna qualche utilità per il mercato, perché essere un sistema so-cio-economico chiuso (quindi inutile per l’economia capitali-stica) e non interferire nelle vicende altrui, non significa chegli altri accettino di non interferire nelle nostre vicende. Pur-troppo non si possono basare i rapporti con le istituzioni sullafiducia e sulla reciproca dichiarata onestà. Mi ricordano i trat-tati stipulati dai «bianchi» con le popolazioni native del NordAmerica! Non è sufficiente non dare fastidio a nessuno per ga-rantirsi l’esistenza, e il «vivi e lascia vivere» è una regola cheil capitale accetta solamente se ci guadagna. Sarebbe oltremo-do ingenuo pensare che una promessa scritta possa fermarel’avidità dei potenti, davanti a degli ipotetici guadagni. In- 263
    • somma, il potere deve guadagnarci dall’esistenza delle federa-zioni di gruppi sociali e certamente potrà avere il suo guada-gno. I rapporti commerciali saranno a senso unico, in quantosarà il mercato esterno a vendere a queste oasi comunitarie enon viceversa (potrebbero sorgere pericolose inimicizie anchesolo se si entrasse in competizione col piccolo mercato locale). Con i proventi dei «lavoratori esterni» le federazionipotranno acquistare la tecnologia necessaria al loro funziona-mento, diventando perciò un mercato «appetibile». Oltretuttosarebbe un mercato con nuovi sbocchi, perché si tratta di unatecnologia particolare, ad uso più collettivo che individuale(non una tecnologia «fai da te», ma «fai con gli altri»). Questoaccentuerebbe la competizione tra le società produttrici e met-terebbe le comunità al riparo da ipotetici ricatti economici. Sa-rebbe paradossalmente lo stesso governo nazionale a protegge-re una sua fonte di reddito che, per contro, non gli costa quasinulla, dal momento che i «servizi» sono a carico di queste co-munità locali (che sono autosufficienti anche in questo). Passato e presente La «grande casa comune» non potrà permettere l’im-mediato ripristino della naturale socialità umana dei cacciatori-raccoglitori, ma potrebbe essere l’indispensabile avvio perl’auspicata inversione di tendenza. Inoltre ci sono innumerevo-li vantaggi materiali che inciderebbero positivamente sullaqualità della vita. Si moltiplicherebbe la quantità di terrenocoltivabile disponibile e lo spazio necessario alla riforestazio-ne; si eliminerebbero di netto tutte quelle sovrastrutture inutili,dannose e costose, come strade, case, fognature, gasdotti, ole-odotti, acquedotti, elettrodotti e tutti gli altri… «dotti» indi-spensabili, invece, per adattarsi (in malo modo!) alla «civiltà».Sarà anche una battuta d’arresto per l’inquinamento (solido,liquido, aereo). Fattore non trascurabile sarà la possibilità di264
    • uno sviluppo demografico adeguato all’effettivo ricambio ge-nerazionale e non alle risorse disponibili. La vita comunitaria non creerà problemi più di quantine ha creati per migliaia e migliaia di anni ai raccoglitori-cacciatori. Solo alla luce dei fatti, però, si potrà dire quanto ilcondizionamento culturale del sistema è stato, per ognuno dinoi, più forte della nostra socialità innata. Per la verità, nel cor-so della storia umana sono sorti parecchi tipi di comunità, cheerano in controtendenza rispetto al normale vivere individualee competitivo, dagli Esseni del Mar Morto agli Hamish ameri-cani, dai Kibbutz israeliani alle Comuni agricole cinesi, dalleconfessioni di monaci cristiani occidentali a quelle buddiste o-rientali; così come molte sono rimaste sulla carta e mai espres-se, come la Città del sole di T. Campanella o Utopia di T. Mo-re. Tutte queste entità erano destinate a rimanere isolate, cosìcome lo erano gli antichi gruppi di raccoglitori, perché, per fe-derarsi e creare un sistema di livello superiore, sarebbe stataindispensabile una forma di comunicazione in tempi reali, chesolo ora, o in futuro prossimo potrà essere disponibile. Forse potrebbero svilupparsi tanti modelli di oasi co-munitarie, così come, ai primordi dell’evoluzione biologica,dopo la formazione della prima cellula nucleata, la natura si èsbizzarrita per formare una miriade di protozoi e alghe unicel-lulari, diversi per forme e dimensioni, ma solo una e una sola,tra queste migliaia di specie, è stata abbastanza «sociale» perdare inizio al processo di formazione degli organismi pluricel-lulari, uomo compreso. È probabile che un solo modello diqueste esperienze comunitarie possa riprodursi per dare corpoa un sistema planetario. Ormai l’ecologia umana non potrà più concretizzarsisolo a livello di gruppo o di federazione di gruppi, ma solo inun contesto globale, come alternativa alla globalizzazione delsistema di mercato. Sarebbe estremamente limitativo cercare diappropriarsi delle briciole ancora non divorate dal sistema (cheprima o poi divorate lo saranno), come le ultime foreste vergini 265
    • equatoriali o le foreste sub-artiche di conifere, ma sarebbe ri-voluzionario essere invece in grado di utilizzare gli scarti «di-geriti» da questo sistema, come i deserti o gli insediamenti ab-bandonati. Si ripeterà la rivoluzione biologica che hanno vistocome protagoniste le prime cellule nucleate, che utilizzavanol’ossigeno come loro elemento vitale, cioè il prodotto di scartodel processo «digestivo» dei batteri che le hanno precedute.Sul piano teorico, non è per nulla un’utopia ma una realizza-zione fattibile, perché il momento storico che stiamo vivendoassume potenzialità del tutto diverse dal passato, proprio per leopportunità offerte dal rapido sviluppo delle telecomunicazio-ni. Emancipazione Le contraddizioni sociali ed economiche sorte con l’ini-zio della storia umana si sono accentuate fino ai nostri giorni,facendo crescere, di pari passo, la necessità degli esseri umanidi uscire da queste stesse contraddizioni. I problemi sono sem-pre stati più numerosi delle proposte e dei tentativi di soluzio-ne, ma la speranza di poterli risolvere e di vivere in una societàdi uomini liberi è legata alla possibilità di liberarsi dai bisogniartificiali indotti dal sistema della competizione. L’emancipa-zione sarà possibile solo col proponimento e la realizzazione diuna società priva di contraddizioni: vale a dire un sistema (lafederazione di gruppi) che, pur tenendo conto del potenzialeofferto dalla conoscenza scientifica e dalla tecnologia, poggi lasua condotta sociale, economica e ambientale sul modello de-gli antichi raccoglitori, in una parola sul comunismo primitivo.Ogni altra soluzione è da considerarsi solo una temporaneapausa, un tentativo di freno verso quel tragitto obbligato dellanatura, che porterà ineluttabilmente al sistema federativo. Perché pensare che sia sufficiente tornare indietro soloper un tratto di strada se le esperienze dimostrano che tutta lastrada è sbagliata? La strada sbagliata noi l’abbiamo imboccata266
    • quando siamo usciti dal giardino dell’Eden, quando abbiamoiniziato a disgregare il gruppo sociale: perché andare a ricer-carla altrove? È inevitabile che l’umanità debba perciò com-piere un percorso rivoluzionario rispetto alla sua storia. Forse èmeglio precisare che per «rivoluzione» si dovrebbe intendereun’inversione di 360° (così la Terra fa ogni anno una rivolu-zione intorno al Sole) ma, vista la cosa in questa prospettiva,durante tutto l’arco della storia umana, in sostanza di rivolu-zioni non ce ne sono mai state. Perfino i moti insurrezionalimarxisti-leninisti, se fossero stati effettivamente rivoluzionariavrebbero, obbligatoriamente, indirizzato a condizioni sociali,economiche e ambientali simili al comunismo primitivo (in-versione di 360°), ma sono malinconicamente approdati tuttinella… «fattoria degli animali» (la metafora perfettamente il-lustrata da G. Orwell sullo statalismo autoritario sovietico)! Si possono trovare cento scuse per giustificare il falli-mento degli obiettivi di una rivoluzione violenta, ma ci saran-no sempre centouno motivi per non avventurarsi in un insensa-to, inutile, inumano dispendio di energia e di vite. Al di là dellesue giustificazioni e dei suoi obiettivi, non c’è nessuna guerrache vale la pena di essere combattuta: né una guerra tradizio-nale, poiché serve sempre ai ricchi e uccide sempre i poveri, néuna guerra di «liberazione», che, alla luce dei fatti, impone ouccide la libertà di una parte di popolazione e non porterà maia una società a misura d’uomo. Secondo i dettami marxisti, lacollettivizzazione dei mezzi di produzione doveva essere iltramite per arrivare a una società senza classi, ma il mezzo si ètrasformato in obiettivo, un ostacolo insormontabile. La verità è che nessuna imposizione culturale potrà maiportare alla libertà e all’emancipazione da questo sistema dicose. La vita in una federazione autosufficiente sarà «storica-mente» rivoluzionaria, ma la vera rivoluzione comportamenta-le deve avvenire in ogni singolo individuo, plasmando la pro-pria personalità alla vita comunitaria. Ogniqualvolta le massesi sono coalizzate è stato invece per soddisfare una contingente 267
    • materialità: «La storia ci ha insegnato che un popolo affamatofa la rivoluzion»… evviva la pappa col pomodoro! Le masse non sono un corpo unico, ma sono solo unaggregato temporaneo di persone che in un determinato mo-mento hanno delle esigenze comuni. La cosa mi ricorda le lo-custe che, in condizioni di particolare avversità ambientale, di-ventano eccezionalmente gregarie e formano quegli enormisciami migratori distruttivi per la ricerca del cibo. Una voltasoddisfatto questo bisogno l’aggregazione esaurisce la sua fun-zione e si frantuma, perché non ha più motivo di esistere. La coscienza rivoluzionaria deve invece essere qualco-sa che lega gli individui in modo perenne, facendo in modoche i loro bisogni siano comuni in modo continuativo. Le mas-se non sono come una vigna, dove i singoli grappoli maturanoquasi contemporaneamente, consentendo di fare una sola«vendemmia», ma sono come un fico, dove i singoli frutti ma-turano in tempi diversi su periodi relativamente lunghi, sem-plicemente perché, in una società competitiva come la nostra, ibisogni individuali tendono a diversificarsi in misura crescenteda persona a persona. Azione non politica La transizione al sistema federativo avverrà gradual-mente, in tempi proporzionali al desiderio della gente di libe-rarsi, fornendo un programma nel quale gli individui, non lamassa, possano riconoscersi e liberamente partecipare. Tutta-via sarà necessaria un’organizzazione di sostegno, che non a-vrà mai l’obiettivo di ricercare lo scontro frontale con lo Stato:perché cercare di sfondare una porta quando si hanno le chiaviin tasca? La politica è qualsiasi rapporto tra cittadino e istitu-zioni, finalizzato a mutare di continuo le regole che sono allabase di questo stesso rapporto. È un tiro alla fune tra governo egovernati, ma per fare politica non è necessario militare inqualche partito politico tradizionale o in qualche movimento268
    • d’opinione. Anche facendo parte di associazioni culturali o e-cologiste o umanitarie, si fa politica. Un gruppo di persone chesottoscrive una petizione al Comune, per fare spostare un cas-sonetto dei rifiuti o per fare installare un lampione in più inuna via cittadina, fa politica. «Contrattare» con lo Stato e lesue istituzioni significa legittimare il sistema politico ed eco-nomico, per cui l’organizzazione popolare di sostegno alle fe-derazioni, che non si riconosce nel sistema competitivo in cuivive, non può quindi fare politica. D’altra parte, qualora nonpagassi le tasse o, comunque, non rispettassi le regole delloStato, entrerei in competizione con le istituzioni e quindi fareipolitica. Le leggi liberiste istituite per legittimare la grande pro-prietà privata e lo sfruttamento del lavoro salariato sono valide,a tutti gli effetti, anche per la costituzione di federazioni. Laproprietà è sacra? Ebbene, gli abitanti di una federazione sa-ranno proprietari di un territorio, al cui interno non ci sarannoné proprietà privata né lavoro salariato. Gli imprenditori vo-gliono mettere in ginocchio la pubblica sanità o la pubblica i-struzione, lucrando su case di cura, case di riposo e scuole pri-vate? In questo modo è dato alla federazione la possibilità digestire autonomamente la sanità, l’assistenza e l’istruzione. Sitende a privatizzare la produzione e la vendita di energia elet-trica, gas, acqua, telefonia? La federazione è perfettamente ingrado di prodursi da sé tutte queste cose (risparmiando!). Perché resistere allo Stato a livello nazionale e lottareper il diritto alla scuola, all’assistenza sanitaria e sociale, perun lavoro sicuro, per la riduzione dell’orario lavorativo, per unmigliore rapporto cittadini-istituzioni, per migliori servizi,ecc., o addirittura per tentare di prendere un potere nazionaleche non si potrebbe mai usare per il bene comune, quando tuttequeste cose (in condizioni notevolmente migliori) si possonoottenere in modo completo e senza conflitti sociali, usufruendodi leggi già esistenti nel territorio nazionale? A livello locale sipotranno effettivamente risolvere tutti i problemi sociali e am- 269
    • bientali caratteristici di questo sistema, che non potrebbero maiessere risolti a livello di nazione, non importa se capitalista osocialista. Che lo Stato possa servirsi di queste microsocietàautonome fino a quando gli farà comodo è scontato, ma saran-no soprattutto queste comunità che potranno servirsi dello Sta-to per la loro sopravvivenza e il loro sviluppo. Una grande or-ganizzazione popolare, inerte politicamente ma «feroce» cultu-ralmente, avrebbe quindi anche una funzione preventiva in vi-sta dei futuri accadimenti. Siti di insediamento Un altro ostacolo che può frapporsi nella realizzazionedi una struttura così complessa, come lo è la federazione digruppi sociali, è la ricerca di uno spazio fisico idoneo per il suoinsediamento. È senz’altro vero che un’oasi comunitaria, perinsediarsi, ha bisogno di un territorio vergine o comunque libe-ro, ma non è necessario emigrare negli angoli meno accessibilidel pianeta per trovare gli spazi necessari. Per la verità, nellasua conquista economica del mondo, il capitalismo lascia die-tro di sé enormi spazi inutilizzati, perché antieconomici. In questo momento, mentre scrivo, sto guardando fuoridella finestra e vedo chilometri di terreni inutilizzati o scarsa-mente utilizzati. Abito in una zona collinare morenica di 400-500 metri di altitudine, in prossimità delle Prealpi biellesi, inun Comune che ha trecento abitanti scarsi, a una ventina dichilometri da Biella. Nel Biellese è sorta nel Settecento la pri-ma industria italiana, quella della lavorazione della lana. In-numerevoli stabilimenti tessili sono stati impiantati lungo i tor-renti (il Biellese è una zona ricca d’acqua) e i macchinari eranomossi direttamente dalla forza dell’acqua, giacché ancora nonera stato inventato il motore a vapore, a scoppio o elettrico.Ancora oggi i maggiori impianti si trovano lungo i torrenti. Anticamente questa era una zona povera e l’economiapoggiava prevalentemente su attività silvo-pastorali, da qui la270
    • produzione della lana. Fino a quando era vantaggioso produrrela lana in loco i pascoli collinari erano ben curati, ma con l’ac-quisto di lane d’importazione, più economiche e di migliorequalità, l’allevamento locale delle pecore ha perso importanzae i pascoli sono stati progressivamente abbandonati, sostituitida fitte boscaglie incolte. Il danno ecologico è stato enorme,perché la manutenzione dei torrenti non era più effettuata conregolarità, causando alluvioni e frane. Solo nel 1968 un’allu-vione ha causato più di cento morti tra la popolazione locale. Per le loro caratteristiche geografiche i terreni di questazona hanno scarso valore commerciale, perché, così come so-no, sono inadatti ad attività agricole o turistiche. Per esserlodovrebbe accadere ciò che è scritto in Isaia 40:4, cioè: «Ognivalle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terrenoaccidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura».Certamente questo è fuori da ogni logica di profitto e nessunimprenditore privato, come neppure lo Stato e le sue emana-zioni istituzionali, si sognerebbe mai di attuare una cosa simile,perché economicamente «il gioco non vale la candela». Le fe-derazioni sono però fuori dalla logica della competizione e delprofitto, e potrebbero veramente bonificare in questo modo ilterritorio; non ha importanza il tempo occorrente, perché ognipalata di terra è una conquista territoriale sottratta al sistema dimercato. Io conosco la mia zona e so bene quanto spazio sa-rebbe disponibile a questo proposito, ma questo discorso si e-stende a qualsiasi altro territorio. Nulla vieta, per esempio, chenella stessa fertile pianura Padana, definita con ragione un de-serto coltivato a cereali, si possano acquistare i territori neces-sari per insediare delle oasi sperimentali, a parte il fatto che icosti sarebbero proibitivi. È logico e scontato che i primi insediamenti sperimen-tali di sistemi federativi avverranno ai margini dell’economiacapitalistica. D’altra parte l’abbandono delle campagne, laprogressiva desertificazione, l’incuria ecologica di questo si-stema, lasciano ampi spazi ovunque nel pianeta, sia in paesi 271
    • industrializzati sia paesi tecnologicamente sottosviluppati. Da-to il suo carattere di autosufficienza, queste oasi comunitarienon hanno bisogno di servizi concessi dallo Stato, per cui po-trebbero funzionare ugualmente bene sia in una fertile valle,sia in un deserto roccioso opportunamente bonificato. Non sipensi che in quest’ultimo caso la popolazione vivrebbe in ri-strettezze economiche, perché sarebbe comunque una strutturaaltamente tecnologica e l’isolamento geografico sarebbe supe-rato con la collaborazione a distanza con altre oasi, in attesache si arrivi all’autosufficienza alimentare con la bonifica delterritorio. Ovviamente i tempi di ristrutturazione ambientalesono proporzionati all’utilizzo di tecnologia complessa. Organizzazione di sostegno Un altro problema importante è il reperimento dei fondinecessari per l’insediamento. Facendo dei conti approssimati-vi, il costo materiale di una singola oasi comunitaria sarebbesuperiore ai cento milioni di euro, almeno dalle nostre parti,non tenendo conto della manodopera, che sarebbe ovviamentefornita dalle stesse persone che abiteranno l’oasi e da volontaridell’organizzazione esterna. Se suddividiamo questa cifra peril numero dei futuri abitanti della federazione, ne risulta chedifficilmente una singola famiglia metterebbe a disposizionequesti fondi, per realizzare un progetto che non offre matema-tiche garanzie di successo (oltretutto non si dovrebbe metterele famiglie in condizioni di poter rivendicare un «pezzo» di oa-si). Un’organizzazione internazionale, invece, farebbe sì che icosti fossero distribuiti in misura enormemente più allargata,facilitandone il finanziamento (senza potenziali «diritti di pro-prietà»). La contribuzione economica iniziale non sarà il solocompito di cui si farà carico l’organizzazione esterna, perchéavrà pure la funzione di preparare culturalmente gli individui ele famiglie che dovranno dimorare in queste strutture comuni-tarie.272
    • Quando le federazioni saranno sufficientemente nume-rose cesserà gradualmente la necessità di un’organizzazioneesterna, fino al suo esaurimento totale, ma si sarà formata nelfrattempo un’organizzazione interna, che ne consentirà l’ag-gregazione coordinata in un unico sistema planetario. Eccoperché nessuna ipotesi di federazione potrà mai concretizzarsi,se non sarà nata prima un’organizzazione di sostegno. D’altraparte per essere in qualche modo operativa, l’organizzazionenon deve aspettare di aver raccolto i fondi necessari per realiz-zare le federazioni, ma può rendersi utile da subito, appena co-stituita, in vari modi. Suddividendosi in gruppi di attività, numericamentesimili ai gruppi di raccoglitori, potrà diffondere il concetto diecologia umana, raccogliere idee e informazioni in tutti i setto-ri utili alla costruzione e al funzionamento di queste future e-sperienze comunitarie (non ultimo un progetto di realtà virtua-le che simuli il funzionamento delle stesse), individuare i sitipiù idonei all’insediamento e, compito fondamentale, instillerànegli associati il desiderio di collaborare per un mutuo soccor-so, per «resistere» alle vessazioni del sistema competitivo, inattesa che le federazioni siano realizzabili. Queste federazioni non dovranno però funzionare per ilsostegno di un’organizzazione esterna, perché non solo do-vranno essere autosufficienti, ma dovranno avere un bilancioin attivo, per contribuire alla messa in opera di altre oasi co-munitarie ed eventualmente sostenere la stessa organizzazioneesterna. Lo scopo di quest’ultima è quello di dare l’avvio mate-riale a un numero sufficiente di comunità locali, affinché sianoin grado di riprodursi da sole (come la manovella per metterein moto il motore delle antiche auto). Democrazia diretta Se dovessimo dare una definizione della sua forma po-litica, potremmo dire che la federazione è una democrazia di- 273
    • retta, nel senso letterale del termine. Ogni gruppo fa riferimen-to a un «consiglio degli anziani», così come i gruppi della fe-derazione faranno riferimento a un organo decisionale colle-giale. Chi ci garantisce però che queste istituzioni non eserciti-no poi di fatto una dittatura sottratta ad ogni controllo demo-cratico? Forse dovrebbero bastare come garanzia decine di mi-gliaia di anni di esperienza umana. Il problema della prevari-cazione di un individuo sull’altro è sorto con l’affermarsi di in-teressi economici privati, ossia con il concetto stesso di pro-prietà privata. Ancora oggi gli ultimi uomini «liberi» (mi siperdoni l’esagerazione) hanno un «esecutivo» non molto bendefinito, in quanto solo in particolari decisioni importanti per ilgruppo viene riconosciuto un «capo». Di solito il consiglio de-gli anziani, che in pratica è l’assemblea dei capifamiglia, riescea trovare un accordo unanime sul da farsi, senza nominare(temporaneamente) un «super partes». Il «legislativo», poi, èdel tutto inesistente: è la natura stessa a fare le leggi e nessunraccoglitore si sognerebbe mai di metterle in discussione. Ora consideriamo che la federazione è l’associazione digruppi (composti da famiglie legate da vincoli di parentela o diforte amicizia) di per sé giuridicamente autosufficienti. L’as-semblea centrale della federazione può intervenire sui gruppima non sugli individui, così come un consiglio planetario potràintervenire giuridicamente sulle federazioni ma non sui gruppie sugli individui. Federazione di gruppi in sostanza potrebbesignificare assenza di governo e assenza di Stato. Un sistemasociale che giuridicamente si autocontrolla dal basso, a livellodi famiglie e di gruppi, renderebbe inutile qualsiasi forza go-vernativa superiore. Se potessimo immaginare una nazione interamentecomposta da federazioni di questo tipo, non avrebbe nemmenosenso parlare di nazione o di Stato: concetti culturali pratica-mente inapplicabili. Potremmo immaginare che anche l’interopianeta sia infine composto totalmente da federazioni di gruppisociali, per cui il consiglio planetario avrebbe il solo compito274
    • di coordinare entità autosufficienti anche dal punto di vistagiuridico, così come, similmente, il cervello coordina decine dimigliaia di miliardi di cellule autosufficienti. Ci sarà da chie-dersi a questo punto: una cellula è una libera «cittadina» o unsuddito nei confronti del corpo umano? Dal mio punto di vistaposso rispondere con una vecchia canzone di Giorgio Gaber:«la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione»!Per questo penso che il gruppo sociale è la naturale espressionedella libertà umana e la federazione ne è garanzia di stabilità. Adesione consapevole I membri di un gruppo sociale saranno comunque sud-diti o cittadini della nazione nella quale la federazione è inse-diata, perché dovranno sottostare anch’essi, come tutti gli altri,alle leggi che lo Stato promulga. Infatti, dal punto di vista giu-ridico, stando così le cose, la federazione sarebbe soltanto unagglomerato di popolazione che ha in gestione un determinatoterritorio nazionale (come può esserlo un Comune) e deve ri-spettare le leggi e le istituzioni dello Stato. Sarebbe oltremodoinutile e controproducente ostinarsi a rivendicare un’effettivaautonomia politica. Se lo Stato mi obbligasse a pregare cinquevolte al giorno in direzione della Mecca, o di farmi il segnodella croce prima e dopo i pasti, oppure fare l’alzabandiera erelativo saluto, allora io prego, mi faccio il segno della croce esaluto la bandiera. Sono però consapevole che sono solo gestiformali (o meglio, una deformazione culturale) che non po-tranno intaccare l’ecologia sociale degli abitanti della federa-zione. Non ci sono leggi che di fatto impediscono di coalizzarefamiglie e individui in gruppi e questi in federazioni. Il pro-blema non è tanto come liberare l’intera umanità dalla schiavi-tù economica e culturale del sistema di mercato, poiché dovràessere la gente, consenzientemente e individualmente, a deci-dere di liberarsi da sola. 275
    • Ciò da cui non si potrà prescindere è che qualsiasicambiamento utile in direzione di un’ecologia sociale umana,dovrà necessariamente essere un’entità autosufficiente formatada gruppi stabili, anzi, da una federazione di gruppi. Questa èla nostra natura genetica, che fortunatamente non si modificaal ritmo dei cambiamenti culturali. Forse il nostro ruolo finalenell’ecosistema di «Gaia» sarà quello di tornare ad essere deiraccoglitori, senza far uso di tecnologia complessa, in un am-biente naturale completamente ristrutturato che avremo ilcompito di conservare. Ora, però, abbiamo davanti a noi pro-blemi completamente diversi, come progettare un modo di vi-vere ecologicamente e socialmente sostenibile, scevro da vio-lenze e prevaricazioni, nel pieno rispetto dell’essere umano,combattendo nell’unico modo possibile la «civiltà». «Chi bencomincia è già a metà dell’opera» e da qualche parte bisognapur cominciare. Queste esperienze comunitarie possono davve-ro diventare gli «embrioni» di una rinascita ecosociale. Il deserto fiorirà Anche se la tecnologia complessa non è indispensabileper l’affermazione della natura sociale umana, solamente colsuo sostegno si potranno realizzare quelle grandi opere di boni-fica ambientale a livello planetario. Naturalmente la tecnologiada sola non è sufficiente a questo scopo ma è necessaria unanuova struttura sociale che la guidi; lo dimostra il fatto che ilsistema competitivo non solo non è in grado di fare alcuna bo-nifica, ma continua a produrre danni all’ambiente e all’ecolo-gia sociale umana. Come sarà possibile, ad esempio, fermare ladesertificazione e rinverdire un deserto? Un deserto è conside-rato tale perché c’è assenza o insufficienza di acqua. In realtàsulla superficie del pianeta c’è più acqua che terra, ma nellaquasi totalità si tratta di acqua salata, deleteria per la vegeta-zione. Si tratterebbe di dissalare l’acqua del mare e convogliar-la all’interno per irrigare il deserto. Ovviamente ciò non viene276
    • fatto perché c’è un grosso squilibrio tra costi e ricavi, che di-sincentiva quest’opera da parte di società private o nazionali.Immaginiamo, però, un’organizzazione internazionale «no pro-fit» che acquista dei terreni costieri deserti (che hanno prezziabbordabili) per installare degli impianti di desalinizzazionedell’acqua marina. L’energia necessaria sarebbe ricavata col sistema foto-voltaico o direttamente dal concentramento del calore solare,vista l’abbondanza del sole nel deserto. L’acqua dolce model-lerebbe presto l’ambiente, rendendolo ospitale per insediarvidelle oasi comunitarie. L’obiettivo non è solo l’autosufficienzadi oasi costiere, ma utilizzare queste come cellule specializzatenella produzione di acqua dolce, che sarebbe convogliata sem-pre più all’interno, permettendo la creazione di altre oasi. I co-sti degli impianti idraulici e di desalinizzazione (che sono ele-vati e il rapporto costi-ricavi è all’inizio enormemente spro-porzionato) verrebbero ammortizzati man mano che crescerà ilnumero di federazioni già attive e autosufficienti. Col sistemadi lavoratori esterni temporanei le singole oasi avrebbero unbilancio in attivo, con un utile per la gestione degli impianti eper nuovi insediamenti. La velocità di bonifica del deserto au-menterebbe progressivamente e la riforestazione andrebbe amodificare il clima locale. Ora rapportiamo il tutto al corpo umano per farne unparagone. Un’aggregazione coordinata di cellule può costituireuna ghiandola, con l’incarico specializzato di secernere una so-stanza chimica utile all’intero organismo. Così il gruppo di fe-derazioni costiere funzionerà come una ghiandola che produceacqua per le proprie necessità e per le necessità altrui. Lo stes-so discorso può valere se nel territorio di un’oasi comunitaria èpresente in abbondanza un qualsiasi elemento di effettiva utili-tà generale. Dove è abbondante la sabbia sono abbondanti ilsilicio e altri minerali vetrosi, indispensabili per la produzionedi celle fotovoltaiche. È in questi luoghi che sarà convenienteinstallare impianti per la produzione di pannelli per l’energia 277
    • solare. Dove c’è acqua (anche quella dissalata) ed energia sola-re ci sarà produzione di ossigeno e idrogeno liquidi. Ecco allo-ra che questa zona non sarà più una semplice ghiandola, ma unorgano intero o addirittura un apparato al servizio dell’interocorpo. Con lo stesso criterio possono essere installate oasi nel-le foreste più impervie. Qui le produzioni di utilità collettivasaranno diverse, come per esempio l’estrazione di principi atti-vi vegetali per la produzione di medicinali indispensabili o ilcampionamento di biodiversità destinato alla ricerca. Ogni fe-derazione dovrebbe funzionare come una cellula specializzatadel corpo umano, secondo le caratteristiche dell’ambiente d’in-sediamento. Tutto dovrà avvenire al di fuori della logica dellacompetizione di mercato e niente di quello che sarà prodottodovrà essere venduto o barattato nel mondo esterno, ma solodistribuito tra le oasi secondo le necessità. È questo il rapportodi collaborazione esistente tra le cellule del corpo umano. Sarà solo il lavoro ad essere scambiato, o meglio, i la-voratori esterni temporanei, che in parte lavoreranno nelle im-prese private o pubbliche del sistema metropolitano per acqui-sire valuta corrente, in parte presteranno la loro opera in oasispecializzate per la produzione di un bene utile all’organismointero. I lavoratori addetti agli impianti di desalinizzazione,all’estrazione mineraria, alle produzioni industriali, ecc. saran-no tutti lavoratori temporanei che arrivano da altre oasi, che sa-ranno ospitati nella struttura residenziale della comunità. Lapopolazione residente continuerà normalmente a svolgere tuttele operazioni quotidiane necessarie all’adattamento all’am-biente del territorio e al soddisfacimento dei propri bisogniimmediati, senza interferire con le produzioni specializzate,che avverranno nel territorio comunitario delle singole oasi. Specializzazione delle federazioni278
    • Le cellule del nostro corpo sono fortemente specializza-te, ma esiste tra esse un centralismo politico ed economico? Ilnostro corpo ha un cervello che, attraverso ramificazioni ner-vose, tiene i contatti con tutte le altre cellule. È curioso notare,però, che è solamente un controllo politico, non economico,poiché ogni cellula è una struttura economicamente autosuffi-ciente. Il cervello non interferisce sul metabolismo delle singo-le cellule, ma chiede ad ognuna di loro una certa quota di lavo-ro utile per tutto l’organismo. È quindi naturale l’esistenza diun’organizzazione internazionale delle federazioni, che coor-dini le attività industriali di utilità generale, senza tuttavia in-terferire nelle vicende interne delle singole realtà locali. L’unico obbligo di una comunità locale verso il nascen-te sistema planetario sarà quello di fornire un certo numero digiovani lavoratori per un tempo determinato, per avere in cam-bio tutta l’assistenza e la tecnologia necessaria al suo funzio-namento. Certo ai tropici o in zone montane ci saranno esigen-ze ambientali diverse da quelle dei climi temperati o delle zonedesertiche, per cui il traguardo dell’autosufficienza potrà avve-nire in modi del tutto differenti, ma ci sono punti fondamentaliche tutte le esperienze comunitarie, che vorranno far parte diun organismo internazionale, dovranno avere in comune. Tutto si può riassumere nel rispetto dell’ecologia socia-le umana, determinato dalle caratteristiche genetiche della no-stra specie. Una volta rispettate queste regole non ci sarà biso-gno di cavillare dettagli a tavolino: ogni comunità sarà liberadi decidere le sue modalità di adattamento. Con la nascita difederazioni autonome inizierà la costituzione del sistema pla-netario (il vertice della piramide della natura) e inizierà nelcontempo la «perdita d’identità» delle federazioni stesse. Per aggregarsi tra loro le federazioni dovranno infattispecializzarsi e adattarsi alle esigenze di questo organismo in-ternazionale in crescita: si ripeterà dunque il processo evoluti-vo per il conseguimento di un livello superiore. A questo pro-posito ancora due considerazioni. La prima cosa evidente è che 279
    • i gradini della piramide della natura vengono scalati a velocitàcrescente, perciò non dovremo aspettare migliaia di anni pervedere realizzato il sistema planetario a partire dalle prime fe-derazioni. Come seconda cosa dobbiamo considerare chel’evoluzione della natura non avviene in modo omogeneo econtemporaneo, per cui potrebbero realizzarsi le prime federa-zioni quando ancora saranno presenti gruppi sociali di racco-glitori-cacciatori. A questo punto, per concludere, si può af-fermare che non è necessario aspettare particolari condizionipolitiche, sociali, economiche o ambientali favorevoli per agi-re. Si può iniziare da subito, basta volerlo, semplicemente i-gnorando le condizioni mutevoli della «civiltà» e affidandoci,invece, alla nostra innata socialità.280
    • Postfazione A distanza di un decennio da quel dibattito posso tran-quillamente dire di condividere ancora quasi tutto quel che miscrisse Piero Nigra, nonostante io non abbia le sue basi scienti-fiche, né voglia averle per poter cercare un’alternativa al si-stema che non ci fa essere quel che vorremmo. In particolare apprezzo il suo continuo rifarsi all’epocadelle foreste, in cui i cacciatori-raccoglitori vivevano sicura-mente un’esistenza più umana della nostra. Tuttavia continuo a restare molto perplesso quand’eglivincola la realizzazione del suo progetto federativo allo svi-luppo della tecnologia della comunicazione. Anche a costo di sembrare un po’ provinciale, vorreiqui dire che, secondo me, le comunità locali, se davvero rie-scono ad autogestirsi, non hanno alcun bisogno di sostenersi avicenda grazie a una comunicazione ininterrotta e planetaria, ameno che non lo richiedano specifiche esigenze, da valutarsicaso per caso. La comunicazione non è un processo che deve per forzaessere esplicitato, per poter definire «vera» l’esperienza che leè sottesa. È sufficiente che ogni comunità viva autonomamentenella democrazia sociale, per sentirsi in sintonia con tutte lealtre, anche in assenza di scambi comunicativi, i quali comun-que possono sempre servire per confrontare usi e costumi. Se ogni comunità fosse davvero democratica (e per po-terlo diventare non ha bisogno d’attendere un elevato livello ditecnologia), nel momento in cui si accingesse a comunicare al-le altre, parimenti democratiche, la propria esperienza, non po-trebbe avere alcuna difficoltà a farlo, non troverebbe alcun ve-ro impedimento. Vorrei qui fare un esempio di tipo «religioso», vistoche Piero Nigra presume d’ispirarsi, per il suo progetto, a una 281
    • sorta di «cristianesimo laico». Noi chiamiamo «cattolica» lachiesa romana, ma anche gli ortodossi dicono di esserlo. Eppu-re l’interpretazione che le due confessioni danno al termine inquestione è del tutto divergente: infatti i cattolici intendonol’universalità a partire da un centro (il papato); gli ortodossiinvece intendono infinite esperienze locali che si riconosconoliberamente in uno spirito comune. Non ci può essere nulla di fisico o di esteriore (politicoo tecnologico non fa differenza) che possa tenere veramenteuniti gli esseri umani a prescindere dalla loro libertà di co-scienza. EG282
    • INDICE Premessa ................................................................................................ 5 Dio e il serpente: dal collettivismo all’individualismo........................ 61 MAIL PN ............................................................................................... 301 MAIL EG............................................................................................... 332 MAIL PN ............................................................................................... 352 MAIL EG............................................................................................... 403 MAIL PN ............................................................................................... 423 MAIL EG............................................................................................... 484 MAIL PN ............................................................................................... 534 MAIL EG............................................................................................... 595 MAIL PN ............................................................................................... 625 MAIL EG............................................................................................... 676 MAIL PN ............................................................................................... 706 MAIL EG............................................................................................... 737 MAIL PN ............................................................................................... 757 MAIL EG............................................................................................... 808 MAIL PN ............................................................................................... 848 MAIL EG............................................................................................... 949 MAIL PN ............................................................................................... 999 MAIL EG............................................................................................. 10710 MAIL PN ........................................................................................... 11510 MAIL EG........................................................................................... 12111 MAIL PN ........................................................................................... 12611 MAIL EG........................................................................................... 13212 MAIL PN ........................................................................................... 13612 MAIL EG........................................................................................... 14513 MAIL PN ........................................................................................... 14913 MAIL EG........................................................................................... 15914 MAIL PN ........................................................................................... 16614 MAIL EG........................................................................................... 17815 MAIL PN ........................................................................................... 182 Il sistema federativo .......................................................................... 188 Postfazione ......................................................................................... 281 283
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