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degli stati occidentali, talvolta alla luce dei cambiamenti economico-sociali derivati dall’avvento e dallo sviluppo dell’...
In un testo pubblicato nel 20013 (e tradotto per la prima volta in Italianel 2004), David Garland, attuale docente di soci...
Le tecniche che derivano da questa “criminologia della vitaquotidiana”, per esempio i sistemi di videosorveglianza, i meta...
Un terzo tipo di approccio è quello riconducibile a Jonathan Simon,situato a un livello distante a entrambi gli altri due ...
Simon analizza poi i diversi ambiti di applicazione di questoparadigma di governance: potere esecutivo, giurisprudenza, fa...
un’autopoiesi teoricamente infinita attraverso le relazioni quotidianetra gli individui.Passerò dunque in rassegna prima i...
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La mediatizzazione della criminalità (e dei relativi provvedimenti percontrastarla) ha una duplice funzione: da un lato è ...
recentemente entrate prepotentemente nel dibattito politico),profiling genetico dei criminali, maggior potere e risorse al...
criminalità tali da giustificare il proliferare di questo tipo di misure dicontrollo sociale11.Riporto due dati che mi sem...
I dati così presentati fanno legittimamente pensare che questiprocessi siano allora effettivamente utili a qualche cosa d’...
precedenza, riaffermano un valore autoritario dello Stato, incontrotendenza rispetto ai dettami neoliberisti.14Passando si...
produzione fordista e socialmente vulnerabile dalla distruzione delle residueprotezioni sociali a questo associate.17Si de...
membri per garantire al gruppo dominante che risiede nei paraggi la“monopolizzazione dei beni e delle opportunità material...
sono stato spesi oltre 52 miliardi di dollari in sicurezza privata,contro i 30 miliardi spesi per le forze di polizia fede...
che si individui il valore della democrazia americana nelle suecaratteristiche di libertà o di uguaglianza, il governo att...
Inoltre, sempre a proposito delle gated communities e dellaprivatizzazione della sicurezzaun’insistenza così pesante sulla...
Inoltre, una dimensione importante del controllo sociale è quellatemporale: infatti i suoi dispositivi sono sempre proiett...
questo tipo di problematiche. Ancora, le diverse teorie, dibattevanose non fosse meglio modificare i contesti sociali all’...
pecca era tuttavia quella di non tenere conto degli innumerevolimutamenti sociali che stavano investendo le società occide...
Gli stessi istituti preposti alla verifica dei risultati, non guardano piùsoltanto ai livelli di criminalità, ma anche ai ...
semplice articolo su una rivista scritto da uno scienziato dellapolitica e da un criminologo statunitensi, George L. Kelli...
alla lettera i precetti della zero tolerance e della broken windowstheory; ora, è senz’altro veritiero che la polizia newy...
improvvisamente ritrovato la retta via perché respiravano un’aria di civiltà.Non è così che funziona. Gli stupratori e gli...
che vedremo in parte anche nel capitolo successivo) pesantementesull’agenda e sul discorso dei politici.Questo fa sì che a...
Questi dati, seppur parziali, testimoniano come i roboanti proclamisul disastro della sicurezza in Italia perpetuati costa...
Questo dato, che rappresenta un sentore comune, seppur supportatoda alcuni studi statistici, tra cui quello commissionato ...
Certo è che il tasso di presenza dei migranti nelle carceri italiane èincredibilmente sovra-rappresentato rispetto all’inc...
di base sembra essere quella di enfatizzare da un lato i criminiquando commessi da immigrati, dall’altro sottolineare i ca...
Il teatrino morale scatenato di volta in volta dagli episodi di violenzaurbana, piuttosto che dal rumeno che ubriaco alla ...
CAPITOLO 2      Comunicazione, sistema politico e cittadiniIntroduzioneLa società moderna, quella per intenderci nata dopo...
comunicazioni nel contesto politico istituzionale e, soprattutto, suisuoi effetti nella popolazione.Dopo aver definito i c...
2.1 Il campo della comunicazione politicaA questo proposito è utile iniziare con alcune definizioni dei treattori principa...
massificata), così come le teorie lazarsfieldiane sugli effetti limitatidei media che non colgono appieno le dinamiche dii...
Ma non trascuriamo nemmeno i partiti, i sindacati, i movimentisociali e di base, i single issue movements, e via dicendo c...
Questo modello risulta, dicevamo, contraddetto dai fatti, in favoredel secondo tipo di modello che vede ogni scambio comun...
tendono a creare allarmismi sulle (vere o presunte) emergenze-sicurezza/ordine pubblico.Per fare ciò credo che soffermarsi...
Dobbiamo dunque ricercare l’origine della mediatizzazione dellapolitica nella mediatizzazione della società: è un processo...
setting/agenda building e frammentazione dell’informazionepolitica.Parlando di spettacolarizzazione della politica, possia...
Il linguaggio politico (inteso in senso foucaultiano come sistema dipratiche linguistiche che contribuiscono alla costruzi...
dalle élite politiche) dei cittadini e le teorie, come ad esempio quelledi Lazarsfield, che predicano gli effetti minimi (...
Sicurezza o libertà? Mediatizzazione e uso politico dell'insicurezza diffusa
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  1. 1. Università degli studi di Modena e Reggio Emilia Facoltà di Scienze della Comunicazione e dell’Economia Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione a.a. 2008/2009 Tesi di laurea Sicurezza o libertà? Mediatizzazione e uso politico dell’insicurezza diffusaRelatore: Prof. Andrea RapiniLaureando: Emiliano Martinelli
  2. 2. 4
  3. 3. RingraziamentiDesidero ringraziare, in ordine sparso: la mia compagna SilviaBasini per la pazienza e per aver degnamente sopportato lacondizione stressante del mio lavoro, la mia famiglia per il supportoche non è mai venuto a mancare, il prof. Andrea Rapini per ladisponibilità, i preziosissimi suggerimenti e per avermi aperto gliocchi sul giusto modo di affrontare alcune questioni, infine i fratelli ele sorelle del Laboratorio Aq16 per darmi sempre nuovi stimoli eincanalare positivamente la mia rabbia.Dedico questo lavoro a quelli che stanno ai margini della società e a quelli che trovano giusto ribellarsi, in nome della libertà 5
  4. 4. 6
  5. 5. IndiceRingraziamenti......................................................................p.5I. L’epopea sicuritaria: origini e sviluppi da una spondaall’altra dell’Atlantico..........................................................p.9Introduzione (p.9) – 1.1 War on crime (p17) – 1.2 Latrasformazione da Stato Sociale a Stato Penale (p.29) – 1.3Europa e Italia come banchi di prova (e di tenuta) dei nuoviparadigmi sicuritari (p.36) – Conclusioni (p.41)II. Comunicazione, sistema politico ecittadini................................................................................p.43Introduzione (p.43) – 2.1 Il campo della comunicazionepolitica (p.45) – 2.2 Modelli della comunicazione politica(p.47) – 2.3 Sistema dei media e sistema politico (p.49) –2.4 Sistema dei media e cittadini (p.52) – Conclusioni (p.55)III. Reggio Emilia: da città dell’accoglienza a città dellapaura?..................................................................................p.57Introduzione (p.57) – 3.1 La sicurezza paga nelle urne? (p.58)– 3.2 Reggio Emilia è davvero un nuovo Bronx? (p.66) -3.3 Profili criminali (p.72) – Conclusioni (p.76)Bibliografia..........................................................................p.81 7
  6. 6. 8
  7. 7. CAPITOLO 1 L’epopea sicuritaria: origini e sviluppi da una sponda all’altra dell’AtlanticoIntroduzione«Emergenza sicurezza. Pronte misure drastiche dall’esecutivo»,«Tolleranza zero verso stupratori e immigrati clandestini»,«Recintato il parco dello spaccio, soddisfazione dei residenti».Questi sono soltanto esempi a titolo indicativo di decine e decine dititoli che ci capita di scorgere ogni giorno leggendo i quotidiani.Se ci guardassimo bene indietro, se facessimo ricerche tra gli archividei quotidiani o recuperassimo i servizi dei notiziari televisivi, cirenderemmo conto che fino a qualche tempo fa in Italia, finogrossomodo alla fine degli anni Ottanta, i problemi ai quali venivanoriservati gli spazi maggiori nelle politiche di newsmaking, eranoprevalentemente di tipo politico, sociale, economico.Ora il clima è diverso: assistiamo ogni giorno ad uno stillicidiomediatico sull’insicurezza diffusa, sui problemi dellamicrocriminalità, il tutto corredato da interviste ai cittadini su quantosi sentano insicuri a passeggiare nelle proprie città.Fanno parte dell’esperienza quotidiani di ciascuno di noi servizi neitelegiornali e intere pagine dei quotidiani sulle misure di sicurezzapredisposte da questo o quel governo o dalle amministrazioni locali,dalle sempre più fantasiose ordinanze dei sindaci delle grandi cittàfino ad arrivare ai più piccoli comuni, il tutto condito con una salsadi compiacimento e plauso dei cittadini per il ristabilimentodell’ordine in zone degradate.I fatti di cronaca nera sembrano ormai gli unici per i quali valga lapena di spendere pagine e pagine di approfondimenti catastrofistici.Certo, si può tranquillamente obiettare che la cronaca nera esiste daquando esiste la carta stampata, ed è sicuramente vero. 9
  8. 8. Ma perché da qualche anno a questa parte il tema della sicurezzadomina le pagine dei quotidiani e i servizi dei telegiornali? Perchéabbiamo avuto un’impennata della percezione dei pericoli che cicircondano (o che ci potrebbero circondare)?Se guardiamo con attenzione alle statistiche sulla criminalità nonvediamo aumenti dei tassi di delittuosità così marcati da giustificareun tale allarmismo. E nel corso di questo capitolo lo vedremo ancorameglio.Citando Zygmunt Bauman possiamo concordare sul fatto cheogni epoca della storia si è differenziata dalle altre per aver conosciutoforme particolari di paura; o piuttosto, ogni epoca ha dato un nome dipropria invenzione ad angosce conosciute da sempre1e possiamo tranquillamente affermare che anche la nostra epoca ha leproprie peculiarità in questo senso.In un mondo che mai come ora sta conoscendo nuovi scenari diinstabilità a livello planetario (terrorismo internazionale, crisifinanziaria, mutamenti climatici) e a livello individuale(precarizzazione del mercato del lavoro, desocializzazione delsalario), ecco che si delinea una società che ha un estremo bisogno diforme di rassicurazione materiale e simbolica.Quale miglior rassicurazione allora che la concentrazione verso i“nemici interni”, quelli più vicini e immediatamente percepibilicome minacce alla nostra incolumità e a quella dei nostri cari?Qual è la soluzione più semplice se non pensare alla propriaesistenza come una quotidiana lotta per la sopravvivenza fisica,minacciata da orde barbariche pronte ad assalirci e a darci la cacciaper puro divertimento o per due soldi?Il rischio è sempre stato una componente dell’agire umano,dall’economia alla vita sociale quotidiana, la differenza sta nel fattoche oggi minacce come la microcriminalità e la violenza urbana, chein ogni società e in ogni tempo sono state presenti seppur con1 Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999,pag.9910
  9. 9. intensità e tassi di incidenza diversi, sono trattate dai mass-media contoni a dir poco catastrofistici.Di fronte all’emergere di nuovi rischi ancora non conosciuti (si pensiai cambiamenti climatici, al terrorismo internazionale, alle mutazionigenetiche, alle pandemie virali, alle prospettive nefaste causate dallacrisi economica globale, ecc…) chi detiene il potere legittima sestesso reinventandosi problematiche già conosciute attraversolinguaggi, stili e forme nuove, declinando così vecchi problemi innuovi termini, allo scopo di esercitare quello che in sociologia vienecomunemente detto “controllo sociale”.Queste tesi potrebbero sembrare rivelatrici di un approcciocatastrofista, o peggio ancora, mi si passi il termine, complottista, manon è così.Indagare sulle nuove forme dell’insicurezza sociale equivale achiedersi perché, di fronte ad emergenze che sembrano puramentemediatiche, si risponde con un agire politico che di mediatico ha benpoco, ripercuotendosi immediatamente sulle vite dei cittadini.Ma non voglio andare oltre in questa introduzione, sperando che leipotesi qui accennate possano avere riscontro nelle pagine cheseguono.Nel corso di questo capitolo esporrò lo “stato dell’arte” delle ricerchenel campo dell’insicurezza sociale e delle politiche che neconseguono.Sono diverse le prospettive attraverso le quali gli studiosi che più sisono concentrati su questo tipo di problematiche hanno analizzato ilproblema.Mi concentro su tre autori in particolare che mi sembranofondamentali per capire l’oggetto di studio di questa tesi, LoïcWacquant, David Garland e Jonathan Simon. Di questi autori hoapprezzato particolarmente la critica radicale, nei termini di rapportotra politiche sicuritarie e democrazia, che apportano alla visioneattualmente dominante delle politiche criminologiche e delladevianza dei paesi occidentali. Seppur con sfumature differenti tutti etre questi autori denunciano i pericoli che questo tipo di politichepenali e ordine di pubblico rappresentano alla struttura democratica 11
  10. 10. degli stati occidentali, talvolta alla luce dei cambiamenti economico-sociali derivati dall’avvento e dallo sviluppo dell’orientamentocosiddetto neoliberista.Loïc Wacquant, studioso francese, allievo di Pierre Bourdieu edocente all’università di Berkeley in California, propone dicombinare l’analisi materialista di stampo marxista-engelsiana (chepropone di studiare l’insorgenza del discorso sicuritario alla luce deiradicali e moderni cambiamenti dei sistemi di produzione capitalista)e l’analisi dei simboli, mutuata da Émile Durkheim e Pierre Bourdieu(volta a determinare come lo Stato adotta simboli, linguaggi e metodidi persuasione per tracciare e determinare i confini della realtà)2.Wacquant vede un legame strutturale tra il sistema di produzionepostfordista, e dunque del neoliberismo, e la nascita di uno “statopenale” che sorgerebbe dalla ceneri dello stato sociale.L’autore riassume le caratteristiche di questo cambiamento nelsistema economico e del lavoro: precarizzazione del lavoro,desocializzazione del salario, intensificazione dello sfruttamento neiconfronti dei settori più marginali e dequalificati della forza lavoro,espansione della povertà nelle inner cities statunitensi.L’ipertrofia del sistema carcerario e l’ascesa del nuovo stato penaleviene dunque letta alla luce di questi cambiamenti, come unparadigma di governo delle popolazioni urbane povere e delleminoranze razziali (da qui il titolo del testo “Punire i poveri”).Proprio sull’aspetto razziale delle nuove politiche delle penaamericane si concentra Wacquant, che spiega come l’emergenzacriminalità si sia sviluppata definitivamente come reazione alle lotteper i diritti civili che hanno infiammato i ghetti urbani per undecennio tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70.2 Loïc Wacquant, Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dellostato penale nella società neoliberale, Milano, Feltrinelli, 2000; LoïcWacquant, Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale,Roma, DeriveApprodi, 200612
  11. 11. In un testo pubblicato nel 20013 (e tradotto per la prima volta in Italianel 2004), David Garland, attuale docente di sociologia presso laNew York University School of Law, adotta una prospettiva“culturalista”, che mette in relazione i cambiamenti in materia dipolitica della pena e della sanzione enfatizzando la dimensionesociale delle devianze. Un altro interessante aspetto osservato daGarland è dato dalla correlazione tra l’attuale costruzioni socialidelle devianze (e di conseguenza il loro trattamento) e i complicatiprocessi di trasformazione culturale osservabili nelle societàoccidentali contemporanee. Queste trasformazioni (disgregamentodel valore della famiglia, stili di vita non conformisti,flessibilizzazione del lavoro, ecc…) creerebbero, secondo l’ipotesi diGarland, una situazione di percezione dell’insicurezza diffusa e unorientamento dei governi rispetto alle politiche della pena di tipoanti-welfarista.Questi orientamenti anti-welfaristi sarebbero riconducibili da un latoalla rottura del compromesso politico e, soprattutto, fiscale sul qualesi reggeva lo stato sociale, dall’altro da un’insoddisfazione diffusanei confronti di quelle strategie tipiche dell’assistenzialismo dellostato, causata a sua volta da un aumento dei tassi di criminalitàregistrata proprio negli anni di massimo sviluppo del trattamentosociale delle devianze.Per questa serie di ragioni i saperi criminologici e le tecnologierivolte al trattamento e al recupero dei criminali sono statiampiamente riconsiderati in un’ottica penalista.I fattori così considerati creerebbero una nuova “cultura delcontrollo” (dalla quale, appunto, il titolo del libro) che declina ilcrimine come un fenomeno normale – con il quale, cioè siamocostretti a fare i conti nella quotidianità – e al contempo mostruoso.Si svilupperebbe così una sorta di “criminologia della vitaquotidiana” (aspetto normale della criminalità) che pervaderebbeogni aspetto del vivere civile e sociale e una “criminologia dell’altro”dai caratteri fortemente neo-autoritari (aspetto mostruoso dellacriminalità).3 David Garland, La cultura del controllo, Milano, Il Saggiatore, 2004 13
  12. 12. Le tecniche che derivano da questa “criminologia della vitaquotidiana”, per esempio i sistemi di videosorveglianza, i metaldetector nei luoghi pubblici o le gated communities residenziali,svolgono la funzione di controllo sociale discreto, ma continuo,inserito nell’ordinato fluire delle esistenze delle persone in quantoproduttori e consumatori.Questo primo aspetto delle nuove politiche sicuritarie abituerebberoil cittadino, secondo l’autore, a considerare la criminalità come unrischio endemico, come il traffico o le malattie.Le politiche che derivano dalla “criminologia dell’altro”, sembranoentrare in contraddizione con i dettami neoliberali di alleggerimentodello Stato, mostrando apertamente il volto severo e punitivo dellalegge. Secondo Garland il principio che ispira queste politiche penalinon è più la riabilitazione, bensì la vendetta nei confronti di chicommette il crimine.I linguaggi che supportano questo tipo di pratiche esibiscono, come èfacile immaginare, i tratti tipici dei discorsi neo-autoritari, quali laristabilizzazione dell’ordine e della difesa della società minacciatadal male.Garland prende dunque in esame alcuni delle tecniche penali che sirifanno alla “criminologia dell’altro”: la reintroduzione in alcuni statidella pena di morte anche per i malati psichiatrici, la reintroduzionedei lavori forzati, la pubblicazione di elenchi con i nominativi degliex detenuti per reati sessuali, il three strikes and you’re out4, ecc.Garland conclude, in accordo con l’approccio “culturalista” del qualeè fautore, che tale insieme di politiche hanno un significatofortemente simbolico: da un lato tendono a offrire una rassicurazioneai cittadini e dall’altro vanno in controtendenza rispetto ai dettamineoliberali di cui sopra. Per questo motivo Garland rifiuta una letturacausale, al contrario ad esempio di Loïc Wacquant, del rapporto tranuove politiche sicuritarie e processi di ristrutturazione capitalista insenso neoliberale.4 Misura legislativa che impone ai giudici statali di condannare a un periodoobbligatorio e prolungato di carcere persone che siano state condannate perun reato penale grave in tre o più distinte occasioni.14
  13. 13. Un terzo tipo di approccio è quello riconducibile a Jonathan Simon,situato a un livello distante a entrambi gli altri due approcci.Simon, infatti, compie un’accurata analisi sociologica, giuridica epolitica delle razionalità di governo consolidatesi negli Stati Unitidall’assunzione di centralità della questione criminale nell’opinionepubblica e nel discorso politico.L’ipotesi di Simon è di un governo attraverso la criminalitàanalizzato attraverso i differenti piani dei processi di governo (insenso foucaultiano di “condotta di condotta”) consolidatisi dopol’acquisizione di centralità della questione criminale. Citandodirettamente Simon:Quando governiamo attraverso la criminalità, rendiamo il crimine e leforme di sapere a esso storicamente associate – diritto penale, letteraturapopolare sulla criminalità, criminologia – disponibili al di là del lorolimitato ambito d’origine, facendone uno strumento efficace con il qualeinterpretare e inquadrare tutte le forme di azione sociale come questioni digovernance.5Il testo di Simon ripercorre le tappe fondamentali dello sviluppo diquesto governo attraverso la criminalità, passando in rassegna alcunimomenti fondamentali per la storia dei discorsi politici6 (cita adesempio le cicliche guerre alla criminalità di Nixon, Reagan, Bushpadre, fino alla war on terror di Bush figlio). Questi processidiscorsivi porterebbero, secondo l’ipotesi di Simon, a individuarenuove pratiche di governance i cui scopi ultimi sarebberol’individuazione e la neutralizzazione del rischio criminale.5 Jonathan Simon, Il governo della paura. Guerra alla criminalità edemocrazia in America, Milano, Cortina Raffaello, 2008, pag. 226 Ancora una volta il riferimento a Michel Foucault è evidente, Simonconsidera il discorso politico come atto linguistico, capace di descrivere (eprescrivere) la realtà, dando luogo a pratiche, tecniche e razionalità digoverno. 15
  14. 14. Simon analizza poi i diversi ambiti di applicazione di questoparadigma di governance: potere esecutivo, giurisprudenza, famiglie,scuole, luoghi di lavoro.Dal lato del potere esecutivo, ad esempio, queste pratiche politichecreerebbero un modello di autorità e di rappresentanza che l’autoredefinisce “complesso accusatorio”, nel quale la leadership politica siconfigura come estensione e diretta emanazione della “pubblicaaccusa”; ognuno di queste cariche politiche, in questo contesto, devequotidianamente ricercare e segnalare le fonti di rischio criminale euna volta individuate commissionare (e quando non è possibile,invocare) sanzioni adeguate.Dall’altro lato, quello del cittadino comune, emerge la tendenza aconsiderare, e dunque a considerarsi, una vittima: la vittima delcrimine è diventata il modello principale di cittadino.Questo fa si che il bene della vittima (e dunque per estensione delcittadino) porti al concetto di pena come vendetta, che deve esseredura e degradante, per ottenere quella forma simbolica dirassicurazione della popolazione già descritta da David Garland.In questo contesto, e grazie soprattutto all’ascesa del modello di“complesso accusatorio”, viene quasi naturale constatare come lafunzione che dovrebbe essere propria dei tutori della legge, lafunzione “giudicante”, è costantemente sotto attacco: infatti, ricordaSimon, nelle cicliche guerre alla criminalità, l’autonomia dei giudiciè sempre stata attaccata duramente. I giudici vengono considerati,all’interno del discorso politico sicuritario, come “complici” deicriminali e lassisti in virtù del loro ruolo istituzionale, ovvero quellodi soppesare la ragioni della vittima e del presunto criminale. Lelegislazioni three strikes7 e i minimi di pena obbligatori, ad esempio,sono espressione della volontà di limitare l’autonomia dei giudici edelle corti di giustizia statunitensi.Il quadro tracciato da Simon è quindi quello di una svolta punitivaconsiderata non soltanto come episodio storico circoscritto, bensìcome processo sociale, politico e istituzionale capace di7 Vedi nota n. 4, infra16
  15. 15. un’autopoiesi teoricamente infinita attraverso le relazioni quotidianetra gli individui.Passerò dunque in rassegna prima il contesto storico nel quale sisono sviluppate queste nuove tendenze in termini di politiche dellapena, ovvero negli Stati Uniti nella a cavallo tra la fine degliSessanta e la metà degli anni Settanta, in seguito cercherò diapprofondire alcuni elementi-chiave di queste nuove strategiesicuritarie. Il tutto cercando di utilizzare i tre approcciprecedentemente citati al fine di cogliere gli elementi che misembrano più salienti della svolta punitiva americana e confrontarlicon quelli che si riversano sulla società e la politica italiana, verofocus di questo testo. Bisogna infatti ricordare che tutti e tre gliautori presi in esame svolgono un’analisi approfondita del sistemapenale e politico statunitense, che rappresenta i tratti diun’incubatrice del discorso sicuritario poi tramandatosi nellamaggior parte dei sistemi occidentali, ma al contempo presentaalcune differenze strutturali e culturali con i modelli europeo editaliano.Un paragrafo a parte sarà poi destinato a quello che con De Giorgipossiamo chiamare paradigma attuariale della criminologia penale,che vede lo svilupparsi di correnti di pensiero criminologico chedanno vita ad uno Stato sempre meno sociale e sempre più penale.Concluderò il capitolo con uno sguardo più approfondito verso larealtà italiana, prendendo quello che mi sembra il caso paradigmaticodi declinazione del discorso sicuritario nei nostri territori: il casodella criminalizzazione mediatica dei migranti irregolari.1.1 War on crime: politiche di controllo e criminalizzazione della società americanaDalla metà degli anni ’70 negli Stati Uniti è nata una nuovaemergenza: la criminalità, specialmente quella di strada e quella 17
  16. 16. percepita come problema che potrebbe toccare, con buonaprobabilità, indistintamente ciascuno dei membri della middle class.Il contesto storico nel quale nasce questa emergenza criminalità negliStati Uniti è il periodo immediatamente successivo alle rivolterazziali degli afroamericani dei ghetti per l’ottenimento dei diritticivili. È anche il periodo nel quale entra in crisi il modello del NewDeal, nel quale sembra insomma vacillare la capacità del governofederale nel mantenere una gestione economica che negli anniCinquanta e Sessanta causò un incremento del benessere.Questi due elementi possono dare, secondo la lettura di JonathanSimon, una chiave di lettura in senso storico dell’emersione delproblema.Per quanto riguarda il primo di questi fattori, si assistette, negli annia cavallo tra il 1950 e il 1970 ad importanti sviluppi riguardanti lasegregazione razziale negli Stati Uniti. I movimenti per i diritti civilidelle minoranze afroamericani ottennero importanti vittorie presso laCorte Suprema e il Congresso, vittorie concretizzatesi poi conl’emanazione del Civil Rights Act del 1964.Alcuni studiosi8 individuano proprio nella questione razziale lalacuna più importante del New Deal: infatti il presidente Franklin D.Roosevelt aveva deliberatamente escluso gli afroamericani dallaprincipali protezioni sociali del nuovo corso americano (questo pernon inimicarsi le correnti democratiche del Sud, sicuro bacino divoti, per le quali la questione razziale era ancora un tabù). Lo stessopresidente Lyndon B. Johnson, succeduto a Kennedy dopol’assassinio di Dallas del 1963, si schierò a favore del movimento peri diritti civili promettendo di impegnarsi per realizzarne ilprogramma. Bisogna ricordare, tuttavia, che buona parte dei politicistatunitensi guardavano con sospetto, quando non addiritturatentarono di ostacolare esplicitamente, i progressi ottenuti dalmovimento per i diritti civili. Infatti i primi a strumentalizzare lacriminalità, dandole i connotati di una prerogativa degli8 Ad esempio Katherine Beckett, Making crime pay: law and order incontemporary American politics, New York, Oxford University Press, 199718
  17. 17. afroamericani, furono politici bianchi del Sud in cerca di argomentipiù validi per contrastare il movimento afroamericano, di quantofossero le ragioni segregazioniste.L’incendiaria campagna elettorale di Barry Goldwater, candidatorepubblicano per le presidenziali del 1964, incentrata sui temidell’anticomunismo e della guerra alla criminalità ne è un esempiolampante.Se le conseguenze del movimento contro la segregazione razzialecontribuiscono a fare emergere la criminalità come statoemergenziale, è la crisi del modello del New Deal a fare da scenarioallo sviluppo delle “emergenze criminali”.Il New Deal fu, sinteticamente, quella serie di misure statalipredisposte dal presidente Roosevelt per risollevare gli Stati Unitidalla crisi finanziaria del 1929. L’intervento statale nell’economiacon la realizzazione di importanti infrastrutture, la creazione di unwelfare state in grado di sostenere i lavoratori che persero il lavoro, euna serie di misure che permisero di rilanciare l’economia instagnazione, furono il cardine degli interventi della presidenzaRoosevelt.Questo modello entra in crisi con l’avvicinarsi agli anni Settanta, inconcomitanza con l’emergere del problema criminalità come uno deipiù importanti problemi che la politica avrebbe dovuto affrontare.Così abbiamo un forte depotenziamento dello stato sociale, causatosecondo Wacquant da una reazione ai movimenti progressisti deglianni Sessanta.L’ipotesi di Simon9 è che la nascita dell’emergenza criminalità sia daleggere all’interno di questi due fenomeni storici, come risposta deipolitici a questi avvenimenti che rischiavano, di fatto, di rendereingovernabile il paese.Dopo la sua nascita, dunque, la nuova emergenza criminalità vienepoi sempre più frequentemente spettacolarizzata ed esaltata dai massmedia, così come gli interventi di war on crime delle classi dirigentidel paese.9 Jonathan Simon, Il governo della paura, cit. 19
  18. 18. La mediatizzazione della criminalità (e dei relativi provvedimenti percontrastarla) ha una duplice funzione: da un lato è funzionale adaccrescere la percezione di insicurezza delle classi medie americaneche si sentono così costantemente minacciate e sotto assedio;dall’altro emerge la faccia severa e punitiva dei governi contro icriminali così come quella protettiva e paternale verso le “vittime”.Si tratta di quello che Wacquant definisce come “pornografiapenale”, ovvero quel processo per cui il crimine e le azioni sicuritariedevono essere mostrati, esibiti e ritualizzati, al pari degli amplessinelle produzioni pornografiche.Assistiamo così ai roboanti proclami dei tutori dell’ordine, agliinseguimenti in diretta televisiva, alle dichiarazioni di tolleranzazero, alle continue lodi alle forze dell’ordine e ai biasimi neiconfronti dei giudici (ormai ultimo baluardo del trattamento socialedelle devianze) definiti lassisti e quasi “complici” dei criminali.La sicurezza e la guerra alla criminalità sono state il leitmotiv dellecampagne elettorali da Nixon in avanti, di volta in volta declinate inbase a quella che viene percepita come la minaccia presente piùpericolosa; nel mondo del presente il tema principe risulta essere,ovviamente, la war on terror inaugurata dall’amministrazione diGeorge W. Bush.I tratti distintivi di queste nuove politiche sicuritarie sembrano esserecomuni a tutte le esperienze del genere sia negli Stati Uniti che inEuropa10; in primo luogo esse attaccano frontalmente il crimine,considerato soltanto come devianza immorale e spostando il focusdalle cause che lo creano alle persone che lo commettono: così il“criminale” è un deviante irrecuperabile (lo vedremo meglio quandoparleremo del paradigma attuariale del trattamento delle devianze) lacui unica prospettiva deve essere il carcere, pena il disordine socialee l’insicurezza generalizzata.Ancora, è ben visibile il proliferare di dispositivi di controlloinimmaginabili fino a pochi anni fa: telecamere per lavideosorveglianza, comitati di quartiere (le italiane “ronde”,10 Questa affermazione trova il suo fondamento nell’analisi di Wacquant sul“Fac-simile europeo”, contenuta in Loïc Wacquant, Punire i poveri, cit.20
  19. 19. recentemente entrate prepotentemente nel dibattito politico),profiling genetico dei criminali, maggior potere e risorse alle forzedell’ordine, centri di detenzione specializzati, test antidroga nellescuole, ecc…Un altro tratto distintivo di queste politiche è il fatto di suddividerenei discorsi politici (intesi nel senso tramandatoci da Foucault comeatti linguistici, capaci di segmentare e ridefinire la realtà) i cittadini-vittime, quelli buoni per intenderci, dai cittadini-criminali, dei qualisi può già intuire un profilo base: neri, provenienti dai quartieripopolari in declino, tossicodipendenti e via dicendo.Di conseguenza il carcere non è più visto come passaggio penaleverso il reinserimento in società, al contrario, l’amministrazionecarceraria è ormai considerata soltanto una contabilità di flussi inentrata e uscita e dei relativi costi di gestione.Questo tipo di politiche sono sostenute ed alimentate da una rete didiscorsi pubblici allarmisti e catastrofisti, tesi a tracciare unadescrizione dei centri urbani come “zone di guerra” (non a caso illessico militare è quello prediletto dai mass media nel trattare iproblemi della criminalità e della sicurezza) e l’intervento dei tutoridell’ordine come il pugno di ferro del potere senza il quale non visarebbe risoluzione dei conflitti; i rimedi proposti sono drastici ma alcontempo semplicistici, generalizzano le questioni sociali delladevianza e appiattiscono i livelli di problematicità insiti nel trattareun tema tanto delicato, quanto complesso come la criminalità.Ultimo tratto distintivo, e in parte conseguenza diretta di quellitrattati poco sopra, è il rafforzamento delle reti poliziesche,l’incremento vertiginoso delle popolazioni carcerarie e la volontà diaccelerare i tempi della giustizia.Questa serie di pratiche politiche trovano l’appoggio indiscriminatodi tutti gli schieramenti politici, quasi a sottolineare che non vi è altravia d’uscita, se non le politiche sicuritarie, alla presunta emergenzacriminalità.Ora, se si analizzano le statistiche criminali del periodo nel qualequesti discorsi si sviluppano, non ci sono tassi di crescita della 21
  20. 20. criminalità tali da giustificare il proliferare di questo tipo di misure dicontrollo sociale11.Riporto due dati che mi sembrano i più rilevanti per capire la portatadi quello che da trent’anni a questa parte sta succedendo negli StatiUniti.Il primo di questi dati riguarda il numero di persone sottoposte aqualche tipo di misura penale (carcere, libertà vigilata, libertàcondizionale): se nel 1980 il totale di queste persone era di circa 1milioni e 842 mila, nel 1995 sono diventate 5 milioni e 343 mila, conun aumento del 190% in quindici anni.12L’altro dato fondamentale riguarda i tassi di criminalità registrati nelperiodo 1975-1995: il tasso nazionale di omicidi è rimasto stabile (8casi ogni 100.000 abitanti), i furti con aggressione oscillavano tra i200 e 250 casi su 100.000 abitanti (questi dati non rivelano unatendenza all’aumento né alla diminuzione), il tasso di vittime dilesione è rimasto stabile al valore di 30 casi su 100.000 abitanti, lafrequenza della violenze si è abbassata da 12 a 9 su 100.000. Icrimini contro la proprietà sono nettamente calati, scendendo dai 550su 100.000 abitanti del 1975 a meno di 300 vent’anni dopo.13Questi dati testimoniano che l’insorgenza e lo sviluppo del discorsosicuritario non sono in alcun modo collegati ad un aumento dellacriminalità. Va ricordato, infatti, che le principali misure legislativeorientate alla war on crime, in particolare il modello New York delsindaco Rudolph Giuliani, vengono attuate dopo il 1994, quando,come abbiamo visto, la criminalità era già in netto calo da oltrevent’anni, per di più manifestando una concreta tendenza aun’ulteriore diminuzione.11 Si vedano, ad esempio, le statistiche del Bureau of Justice Statistics delDipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America(www.ojp.usdoj.gov/bjs)12 Bureau of Justice Statistics, Correctional populations in the United States1995, Washington, Governement Printing Office, 199713 Bureau of Justice Statistics, Criminal victimization in the United States1975-1995, Washington, U.S. Governement printing office, 199722
  21. 21. I dati così presentati fanno legittimamente pensare che questiprocessi siano allora effettivamente utili a qualche cosa d’altro.Se, infatti, andiamo a vedere, con una semplificazione estrema,quello che sul piano materiale e simbolico si sta sviluppando conl’ascesa dei nuovi paradigmi neoliberisti del mercato e della societàpossiamo intravedere una possibile spiegazione dell’insorgenza deldiscorso sicuritario.Partendo dal piano prettamente simbolico, vediamo come nellasocietà teorizzata dai massimi esponenti del neoliberismo, del qualel’America è punta di diamante, lo Stato deve avere un ruolo semprepiù marginale all’interno del panorama politico-economico e sociale.Gli interventi statali devono essere ridotti ai minimi termini, noninterferire con i processi economici se non in termini normativi, loStato deve diventare uno stato “leggero”, sempre meno presente evisibile, il suo ruolo deve essere relegato a quello di merosupervisore di processi autopoietici che vivono già di vita propria.Lo Stato verrebbe così a perdere quella funzione di autorità superioreche tradizionalmente aveva acquisito nelle democrazie occidentali,perde in ultima analisi le sue funzioni proprie, perde di potere eautorità.Ecco allora che uno Stato forte contro il crimine e le devianzeriafferma la propria autorità in ambito sociale, restituendociun’immagine che legittima e controbilancia l’amputazione delbraccio economico statale dettata dall’avvento del neoliberismo.Sempre rimanendo sul piano simbolico, la progressiva erosione divalori quali la famiglia patriarcale, il lavoro stabile e continuativo, lostesso indebolimento dello stato-nazione hanno contribuito adelegittimare il sistema di strategie di governo dei problemi socialilegate al welfare, dunque anche della stessa devianza. Lo stessowelfare è ormai percepito dai cittadini statunitensi come un sistemaassistenzialista inutile, sprecone e che “premia chi non se lo merita”.Questo ha fatto sì che la criminalità non fosse più percepita come unqualcosa da arginare riabilitando i devianti, bensì un qualcosa daeliminare con politiche repressive dure e inflessibili. Queste politichehanno un alto valore simbolico, dunque, perché, come detto in 23
  22. 22. precedenza, riaffermano un valore autoritario dello Stato, incontrotendenza rispetto ai dettami neoliberisti.14Passando sinteticamente al piano prettamente materialistico nonpossiamo che soffermarci sui profondi cambiamenti che hannoinvestito il mondo dell’economia, tipicamente negli aspetti dellaflessibilizzazione e precarizzazione del lavoro che il nuovo ordineeconomico è venuto a creare.Secondo Wacquantl’irresistibile ascesa dello stato penale americano non contraddice certo ilprogetto neoliberale di deregolamentazione e snellimento del settorepubblico, anzi si potrebbe dire che ne rappresenta il negativo – in sensofotografico, rilevatore ma “al contrario” – in quanto esprime una politica dicriminalizzazione della misera funzionale all’imposizione della condizionesalariale precaria e sottopagata come obbligo di cittadinanza e allaconcomitante riformulazione dei programmi sociali in senso punitivo.15Per lo studioso francese, così come ad esempio per l’italianoAlessandro De Giorgi16, esiste un nesso “verticale” di causalità trapolitiche della pena e nuovo ordine economico neoliberista (opostfordista nel lessico di De Giorgi).Questa causalità e data dalla sostituzione dello stato sociale (welfare)con uno stato penale teso a inserire forzatamente i cittadini piùpoveri nel sistema di produzione capitalista del lavoro salariatoflessibile e desocializzato (workfare).Questi processi altro non fanno se non contribuire ad ungoverno della vasta popolazione urbana, povera e in larga maggioranza nonbianca, resa economicamente superflua dalla crisi del modello di14 David Garland, La cultura del controllo, cit.15 Loïc Wacquant, Parola d’ordine: tolleranza zero, cit., 2000, pag. 7016 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza. Strategie e pratiche della societàdi controllo,Roma, Derive Approdi, 2000; oppure in: Alessandro De Giorgi,Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine,Verona, Ombre Corte, 200224
  23. 23. produzione fordista e socialmente vulnerabile dalla distruzione delle residueprotezioni sociali a questo associate.17Si delineerebbe dunque un complesso sistema commercial-carcerario-assistenziale, secondo la stessa definizione di Wacquant,il cui compito è di triplice valenza: da un lato deve sorvegliare lepopolazioni povere che non vogliono rientrare nei nuovi modelli diproduzione lavorativa postfordisti, dall’altro deve soggiogare questestesse classi povere e infine punire e neutralizzare chi devia dalnuovo ordine economico-sociale.Probabilmente l’intuizione più azzeccata di Wacquant consiste nelmettere l’accento sulle connotazioni razziali e di classe del sistemapenale, che replicano in toto le disuguaglianze sociali dellapopolazione urbana.Ad oggi oltre 2 milioni di persone su 275 milioni di cittadinistatunitensi sono in carcere, e il numero aumenta se consideriamo icittadini sottoposti a un qualche tipo di tutela penale (probation,parole, ecc…) il numero aumenta a oltre 6 milioni. Questo significache oltre il 2% della popolazione statunitense è sotto l’egida delcontrollo penale.Questa ipertrofia denota, come sottolineato da Wacquant, unadimensione razzista e classista del sistema penale: infatti, statistichedel 1995 dicono che su 22 milioni di neri maggiorenni, 767milaerano in prigione, 999mila in libertà vigilata e 325 rilasciati sullaparola. Oltre il 60% della popolazione carceraria è composta daminoranze etniche e i dati su questo punto si sprecano.Wacquant arriva addirittura a sostenere che la prigione è diventataormai un sostituto del ghetto, infatti, secondo lo studioso franceseil ghetto funge da prigione etno-razziale: chiude in gabbia, per così dire, ungruppo privo d’onore e riduce drasticamente le possibilità di vita dei suoi17 Alessando De Giorgi, Prefazione in: Jonathan Simon, Il governo dellapaura, cit. 25
  24. 24. membri per garantire al gruppo dominante che risiede nei paraggi la“monopolizzazione dei beni e delle opportunità materiali e spirituali”.18Un carcere, a sua volta, serve a tenere sotto controllo unapopolazione denigrata, funge da “preservativo urbano” control’infamia che provocherebbe il venire a contatto con la popolazionecolpevole di aver commesso un crimine.Il ghetto servirebbe anche ad «agevolare lo sfruttamento economicodella categoria segregata»19, così come la prigione che costringe lapopolazione carceraria ai lavori forzati e al successivo reinserimentonegli strati più bassi del nuovo lavoro salariato precario.Non bisogna poi dimenticare, altre conseguenze, prettamenteeconomiche, dell’insorgenza del discorso sicuritario e dellapersecuzione delle politiche di zero tolerance e war on crimesviluppatesi negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni.Da un lato l’industria carceraria americana produce una tale quantitàdi ricchezza, stimata intorno ai 20 miliardi di dollari all’anno, che sicompone di oltre 100 imprese edili che si occupano esclusivamentedi costruzione e manutenzione di prigioni, le carceri private sonooltre 160 in continua espansione. Questi pochi dati soltanto perrendere l’idea della mole di affari del “Correctional Business”:ovviamente politiche della pena sempre più severe comportanoancora maggiori ricchezze per gli operatori dell’economia carceraria.Dall’altro lato la marcata diffusione del senso di insicurezza tra icittadini della middle class ha fatto sì che si sia sviluppato un floridoe redditizio mercato della sicurezza privata, nuova branca delbusiness dell’insicurezza sociale; non è un caso che proprio negliStati Uniti in questi ultimi trent’anni siano cresciute a dismisura lespese per la sicurezza privata, dalle guardie armate per sorvegliare leimprese o gli accessi alle gated communities (interi quartieri i cuiaccessi sono sbarrati per i non residenti), fino agli impianti divideosorveglianza privati. Solo per riportare alcuni dati a supporto diqueste affermazioni, si pensi che nel solo anno 1990, negli Stati Uniti18 Loïc Wacquant, Punire i poveri, cit., pag. 21019 Ibidem, pag. 21026
  25. 25. sono stato spesi oltre 52 miliardi di dollari in sicurezza privata,contro i 30 miliardi spesi per le forze di polizia federali; più di10.000 compagnie di private security impiegano 1 milione e 500mila guardie, circa il triplo rispetto ai 554 mila uomini delle forzedell’ordine federali e locali.20Una conseguenza culturale importante dello sviluppo e attuazionedelle politiche sicuritarie consiste nella cosiddetta “vittimizzazionedel cittadino”.Negli USA, il cittadino non è più visto come un attore sociale nelsenso classico del termine: il cittadino ora è una potenziale vittima diun crimine, seguendo Simon:La democrazia americana è minacciata anche dall’emergere della vittimadel crimine come modello dominante del cittadino in quanto rappresentantedella gente comune, i cui bisogni e le cui capacità definiscono la missionedel governo rappresentativo. Una serie di nuove forme di conoscenza portaadesso la “verità” delle vittime all’interno del sistema penale e al di là diquesto. Le verità di queste vittime sono potenti, e spesso travolgono ilsignificato emotivo di altre questioni. Esse minano le forme di solidarietà edi responsabilità necessarie alle istituzioni democratiche.21L’esame di questi autori delinea dunque il quadro di un’America chesi riscopre in qualche misura razzista e classista, insicura e dominatada un discorso politico dai caratteri fortemente neo-autoritari, nelquale le ragioni dell’economia neoliberale hanno la meglio rispetto aquelle sociali e del welfare-state.Le conseguenze, delineate efficacemente da Jonathan Simon, diquesto Governo attraverso la criminalità, sulla democrazia sonoenormi:20 Nils Christie, Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag,Milano, Elèuthera, 199621 Jonathan Simon, Il governo della paura, cit., pag. 9 27
  26. 26. che si individui il valore della democrazia americana nelle suecaratteristiche di libertà o di uguaglianza, il governo attraverso lacriminalità ha prodotto effetti negativi.22In primo luogo la trasformazione dal cosiddetto “stato sociale” allo“stato penale” a causa delle ingenti risorse finanziare tolte al sistemawelfaristico e dirottate verso il sistema punitivo e penale; inoltre ildistaccamento dai principi neoliberali di uno stato “leggero” infavore di uno stato forte e autoritario.L’ipertrofia del sistema penale e la sua connotazione razziale sonoanch’esse parte delle conseguenze della war on crime tanto decantatada questo o da quel governo.Per la prima volta dall’abolizione della schiavitù, un gruppo definito diamericani vive, su basi più o meno permanenti, in una condizione giuridicadi non-libertà – in virtù di una singola condanna all’ergastolo, di ripetuteincarcerazioni, oppure delle conseguenze a lungo termine di una condannapenale; non solo, ma tra questi una sconcertante percentuale discende daquegli schiavi liberati.23Tutto ciò poi, e questo è il dato forse più importante, non ha prodottoalcun tipo di risultato in termini di riduzione dei tassi di criminalità odi percezione dell’insicurezza tra i cittadini: come si evince dai datiriportati precedentemente, la criminalità negli Stati Uniti è in netto econtinuo calo dalla metà degli anni Settanta ad oggi. L’unicorisultato conseguito è stato quello di stigmatizzare una popolazionegià vessata dalla povertà.Anche la middle class, come già accennato prima, subisceconseguenze importanti: con la “vittimizzazione dei cittadini” essi sisentono assediati e vivono in un continuo stato di tensione emotiva edi paura dell’altro; non a caso numerose ricerche testimoniano comedecisioni importanti della vita famigliare, come ad esempio dovemandare i figli a scuola o dove lavorare, sono prese in base al rischiopercepito.22 Ibidem, pag. 723 Ibidem, pag. 828
  27. 27. Inoltre, sempre a proposito delle gated communities e dellaprivatizzazione della sicurezzaun’insistenza così pesante sulla fortificazione rende queste comunità ancorapiù dipendenti da una polizia aggressiva e dallo stato penale per la tuteladelle norme di civiltà. Infatti, il nuovo ambiente securizzato tende adalimentare alcune routine circoscritte, ma quando si presentano situazioniinedite, esso tende a creare ciò che gli economisti chiamano (in modoappropriato, nel nostro caso) “dilemma del prigioniero”: vale a dire ungioco in cui i giocatori non possono collaborare, e possono avere la megliosolo se si fanno predatori per primi. L’ultimo che resta fuori perde.241.2 La trasformazione da Stato Sociale a Stato Penale: excursus storico sul trattamento delle devianze e sul controllo sociale.Quando, nella maggior parte degli studi criminologici effettuatiprima dell’avvento dei nuovi paradigmi sicuritari, si studia ilrapporto tra devianza e controllo sociale, si tende a mantenere unnesso causale con una doppia direzione: da un lato viene ricercatauna causa della devianza (che può essere la situazione sociale, lamalvagità individuale, povertà, ecc…). Dall’altro lato si pensa che ilcontrollo sociale sia una conseguenza della devianza, per cui “chidevia sottoposto a controllo sociale”.Tuttavia, già la sociologia classica aveva rigettato la logica causaleper i processi sociologici, vedendo questi processi non comesemplici rapporti causa-effetto, ma come situazioni che scaturisconoda un’innumerevole serie di fattori correlati tra di loro. Lacriminologia, al contrario, sembra essere rimasta ferma, fino circaalla metà degli anni Ottanta, a questo tipo di luoghi comuni.2524 Ibidem, pag. 925 In verità esistono numerose correnti critiche della criminologia cherigettarono a tempo debito il nesso causale dei processi sociali, come adesempio le labelling theory (teorie dell’etichettamento) che vedono la 29
  28. 28. Inoltre, una dimensione importante del controllo sociale è quellatemporale: infatti i suoi dispositivi sono sempre proiettati nel futuro,tendono a voler neutralizzare comportamenti possibili nell’arcotemporale successivo a quello della propria messa in opera.Ora, se l’idea intuitiva di controllo sociale è sicuramente immediata,non è tale la sua definizione in termini scientifici; numerosi sociologihanno dato le più svariate definizioni del termine, e tutte peraltro conun’accezione differente.Quella che mi sembra più azzeccata, rispetto al discorso che stiamotrattando, è quella di Alessandro De Giorgi (di chiara ispirazionefoucaultiana), contenuta in un saggio il cui tema principale è proprioil controllo sociale:Il controllo sociale è senza dubbio definibile come un insieme di funzioniattribuite a certi apparati o a certe strutture storicamente determinate, la cuicaratteristiche mutano nello spazio e nel tempo. Queste funzioni, in unalettura molto semplificata, consistono nel ridurre le possibilità dicomportamento di un individuo, determinando quindi vincoli, dispositivi discoperta dell’infrazione e di punizione.26La criminologia recente ha subito un brusco cambiamento per quantoconcerne lo studio e la prevenzione delle devianze: negli anni acavallo fra il 1960 e il 1980 la devianza, come dicevamo, erasostanzialmente concepita come l’effetto di una o più cause (di voltain volta psicologiche, sociali, ecc…). Le varie teorie sidifferenziavano soltanto per l’attribuzione della preminenza dellecause a fattori individuali o sociali.Ciò che senz’altro ci lasciano questo tipo di teorie è il fatto disostenere la possibilità di un intervento di eliminazione delle causeche fanno scaturire il comportamento deviante come risoluzione didevianza come il prodotto di un complicato processo di definizioni da partedegli altri individui o della collettività. Per una rassegna delle principaliteorie criminologiche si veda: Augusto Balloni, Criminologia inprospettiva, Bologna, Clueb, 1983 oppure il più recente Dario Melossi,Stato, controllo sociale, devianza, Milano, Bruno Mondadori, 200226 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., pag. 2330
  29. 29. questo tipo di problematiche. Ancora, le diverse teorie, dibattevanose non fosse meglio modificare i contesti sociali all’interno dei qualiavvenivano i comportamenti devianti, oppure trasformare gliindividui affinché venisse neutralizzata la propria carica deviante.Si assiste, in pratica, alla diffusione del “modello correzionale”, unmodello per il quale la penalità, che rimaneva comunque necessariaper sanzionare i comportamenti criminali, avrebbe dovuto mantenereuna funzione dominante: quella riabilitativa.E questo divenne presto il paradigma dominante sia in criminologia,quanto in politica.Infatti, per quanto concerne le politiche di welfare, esse tendevanoalla diminuzione della popolazione delle istituzioni totali (carceri,manicomi, ecc…) e al trattamento dei devianti all’interno di altreistituzioni, come la famiglia, il servizio sociale, il lavoro e viadicendo.La diffusione di queste politiche produce, da un lato, una considerevoleriduzione della popolazione carceraria, che in Italia (ma anche negli StatiUniti) conosce i suoi minimi storici nei primissimi anni Settanta; dall’altro,un allargamento di fatto delle reti del controllo, nel senso che sempre piùindividui sono soggetti a qualche forma di trattamento, di gestione da partedi istituzioni o strutture dell’assistenza sociale, dell’intervento comunitario,della libertà vigilata.27Con il finire degli anni Settanta, il modello correzionale entra incrisi, essenzialmente per due ordini di ragioni: da un lato questo tipodi modello sembra non funzionare, dall’altro la società vieneinvestita da una crisi delle finanze statali che comporta una drasticariduzione delle spese sociali, in barba al modello keynesiano fino adallora dominante.Sul perché questo modello sembra non funzionare, la spiegazione èmolto semplice: gli unici parametri adottati dalle istituzioni stataliper valutare il buon funzionamento o meno di queste strategie,risultavano essere i tassi di recidiva. In base a questi dati, la cui27 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., corsivo mio. 31
  30. 30. pecca era tuttavia quella di non tenere conto degli innumerevolimutamenti sociali che stavano investendo le società occidentali inquegli anni, la criminalità non solo non era diminuita, per giuntaaumentavano i crimini di strada e il conseguente senso di insicurezzasociale percepito.La crisi delle finanze statali ha dato il colpo di grazia definitivo aquesto modello: a fronte della crisi si sviluppano infatti politiche didrastica riduzione dei fondi destinati ai servizi sociali e più ingenerale alle politiche di welfare, di conseguenza si preferiscefinanziare soltanto gli interventi immediati e repressivi nei confrontidella criminalità.Si sviluppa allora una nuova scuola di criminologi28 che abbandonadel tutto il paradigma causale (l’eziologia) della devianza. Per questistudiosi il criminale è un individuo, dotato di normali capacitàintellettive, che decide razionalmente di compiere un atto deviante.Le condizioni sociali, lo status economico, il contesto nel quale ilsoggetto agisce non hanno di colpo più alcuna importanza.Una conseguenza più che scontata di questo nuovo tipo di approccioè data dal fatto che se prima si ricorreva alla pena a scoporiabilitativo, ora la pena ha valore deterrente e intimidatorio.29Questo nuova ondata di teorie si basa semplicemente sull’analisicosti-benefici tipica del mondo economico. Una strategia è valida secomporta costi bassi e guadagni (in termini di abbassamento dei tassidi criminalità) elevati.28 Si vedano ad esempio: Ernest Van Den Haag, Punishing criminals, NewYork, Basic Books, 1975 e James Q.Wilson, Thinking about crime, NewYork, Vintage, 1977 (tra l’altro quest’ultimo è stato anche consigliere delpresidente degli USA Ronald Reagan)29 “…i malvagi esistono. La sola cosa che si può fare è separarli dagliinnocenti. E molti, che non si trovano né in una categoria né nell’altra, mache, in disparte, osservano e fanno calcolo delle proprie opportunità,soppesano attentamente la nostra reazione alla malvagità come un segnaledi ciò che essi potrebbero, con profitto, intraprendere. Noi non abbiamoconsiderato con la dovuta attenzione i malvagi, ci siamo presi beffa degliinnocenti e abbiamo incoraggiato i calcolatori” Ernest Van Den Haag,Punishing criminals, cit., pag.24032
  31. 31. Gli stessi istituti preposti alla verifica dei risultati, non guardano piùsoltanto ai livelli di criminalità, ma anche ai costi sostenuti.Ora, come nota giustamente De Giorgi, considerare il delinquentecome homo economicus, razionale, che soppesa rischi e profitti dellasua attività criminale equivale a far sì chele politiche punitive [siano] tanto più efficaci, quanto meno chi ne èdestinatario dispone di risorse di potere. Ciò che nell’ottica della criminalitàimprenditoriale costituisce solo un costo aggiuntivo dell’attività d’impresa,da punto di vista del microcriminale di strada è invece un danno grave. […]questa teoria si rivolge comunque alla criminalità dei deboli piuttosto che aquella dei potenti. 30La pena diventa quindi il modo attraverso il quale chi detiene ilpotere di punire lo esercita allo scopo di eliminare il soggetto dallocontesto sociale; questo tipo di sanzione viene legittimata dal fattoche il soggetto artefice di un comportamento criminale merita ilcastigo.La funzione riabilitativa è definitivamente scomparsa.Questo per quanto riguarda la punizione del soggetto che avviene inseguito ad un comportamento criminale.Ma a ben vedere, queste teorie, affrontano anche il nodo dellaprevenzione del crimine in special modo, della violenza urbana.La teoria più in voga su questo tema è senz’altro quella ereditatadalla coppia di tutori dell’ordine e fautori della zero tolerancerappresentata da Rudolph Giuliani (sindaco di New York tra il 1994e il 2001) e il commissario del New York Police Department BillBratton.La coppia Giuliani-Bratton ha applicato appieno, nella New York deiloro mandati, il concetto di zero tolerance: controlli severi ad ogniangolo della strada, superpoteri alla polizia, controllo delle gangs,tutela del decoro urbano e via dicendo.La broken windows theory è stata la “bibbia” dei fautori dellatolleranza zero: questa teoria - più che una teoria è in verità un30 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., pag. 32 33
  32. 32. semplice articolo su una rivista scritto da uno scienziato dellapolitica e da un criminologo statunitensi, George L. Kelling e il giàcitato James Q. Wilson - avanza l’ipotesi che eliminare il degradourbano in una città sia la chiave di volta per eliminare la vera epropria criminalità.31Secondo gli autori, un territorio sporco, degradato, disordinato (lametafora della “finestra rotta” è così spiegata) contribuisce adaumentare la criminalità, questo a causa di un sentimento dipercezione di lontananza delle autorità che si instaurerebbe nellepersone che vivono nell’ambiente degradato.Per questa ragione gli interventi della polizia newyorkese, durantel’amministrazione Giuliani-Bratton, che più rappresentarono il“modello New York” furono diretti all’eliminazione deicomportamenti di “devianza non criminale”, come ad esempio illavaggio dei vetri delle vetture ai semafori, i graffiti, il barbonaggio,l’elemosina e via dicendo.I dati sulla criminalità sembrerebbero aver dato ragione alla coppiaBratton-Giuliani32, ma in verità ad un’attenta lettura, gli stessi datidimostrano che la criminalità a New York era già in netto calo daalmeno tre anni prima dell’applicazione dei precetti della tolleranzazero. Inoltre, non solo a New York, ma in tutti gli Stati Uniti, anchenelle città e negli stati in cui non è stata applicata la teoria dellefinestre rotte e la tolleranza zero, la criminalità è diminuita, il che fapensare più a una regressione fisiologica dei crimini che ai miracolidella zero tolerance.Inoltre, risulta difficile immaginare come, date le risorse adisposizione della polizia del NYPD, possano essere stati applicati31 La broken windows theory è apparsa la prima volta in forma di articolosulla rivista “Monthly Rewiew” del marzo 1982. Si può visionare l’articolooriginale dall’archivio della rivista (http://www.theatlantic.com/doc/198203/broken-windows )32 Complessivamente nel periodo 1994-1996 i reati denunciati a New Yoksono calati del 30%, mentre gli omicidi sarebbero diminuiti addirittura del40%. Allo stesso tempo il 73% degli abitanti di New York si dichiaranosoddisfatti dell’operato della polizia e dicono di sentirsi più sicuri, dato chesupera del 32% la media nazionale.34
  33. 33. alla lettera i precetti della zero tolerance e della broken windowstheory; ora, è senz’altro veritiero che la polizia newyorkese abbiariorientato i propri obiettivi verso l’ottica di tutelare l’ambiente fisicodal degrado, cosa che prima non era deputata a fare, ma il rapportocausa-effetto così come presentato dagli apologeti della tolleranzazero non è dimostrabile. Infatti è più probabile che la polizia abbiapotuto orientare la propria attenzione verso il disordine proprioperché i crimini di strada erano già in netto calo dai periodiprecedenti. In definitiva, sembra più probabile che non siano iprecetti della zero tolerance ad aver ridotto la criminalità, bensì lariduzione (già in atto) della criminalità ad aver permessol’applicazione della tolleranza zero.Per verificare il funzionamento dell’applicazione della tolleranzazero e della “finestra rotta”, bisognerebbe confermare tre ipotesi: 1)che nella New York di Giuliani-Bratton si siano realmente applicatequeste disposizioni, 2) che il calo della criminalità si sia verificatoesattamente in corrispondenza dell’applicazione di questoorientamento e 3) che il calo della criminalità si sia verificatosoltanto a New York. Come abbiamo visto nessuna delle tre ipotesipuò essere confermata.Tuttavia, uno sguardo al dibattito politico italiano attuale, soprattuttoper quanto riguarda le talvolta stravaganti ordinanze delleamministrazioni comunali sparse sui territori in merito alle strategiedi contenimento della criminalità e del degrado, dà l’idea di quanto laportata di questo tipo di teorie si rifletta anche sulla nostra società,pur essendosi ormai consolidata come fallimento in altre parti delmondo.Le stesse parole di Jack Maple, braccio destro di Bratton presso ilNYPD, riportate fedelmente da Wacquant, dimostrano come la teoriadelle finestre rotte sia soltanto un’invenzione politico-mediatica tesaad aumentare la percezione di sicurezza e di vicinanza delle autoritàverso la popolazione:“[In seguito a numerosi] reportage che registrano un sensibile calo dellacriminalità violenta a New York, molti ne hanno attribuito il merito allanozione della “finestra rotta”, secondo la quale i malviventi avrebbero 35
  34. 34. improvvisamente ritrovato la retta via perché respiravano un’aria di civiltà.Non è così che funziona. Gli stupratori e gli assassini non si spostano versounaltra città quando si accorgono che nella metropolitana scompaiano igraffiti. Lo squeegeman [il lavavetri] qualunque non si mette ad accettareomicidi su commissione quando percepisce una maggiore tolleranza per lasua attività. Chiedere l’elemosina non apre la strada agli assassini. […] Lapolitica di “qualità della vita” riduce il crimine perché consente di catturarei delinquenti quando non sono all’opera, come quando un esercito attaccagli aerei del nemico prima ancora del decollo” (Jack Maple) .331.3 Europa e Italia come banchi di prova (e di tenuta) deinuovi paradigmi sicuritari.Sarebbe forse sorpreso Jack Maple nel leggere i quotidiani eascoltare le notizie dei telegiornali italiani ed europei. Quelle teorie eprassi che egli stesso ha bollato come “inutili”, sono oggi all’ordinedel giorno nelle agende politiche degli amministratori locali e deigoverni dei principali paesi europei, con l’Italia a fare da capofila.Non a caso, i leitmotiv dei quotidiani e dei telegiornali nazionali,caratteristica comune a quasi tutti i paesi europei, non perdonooccasione per tracciare mappe catastrofiste delle violenze urbane,accomunano bullismo da cortile di scuola, scippatori, omicidi emigranti clandestini in un unico calderone mediatico sensazionalista,attento allo scoop, al retroscena e spettacolare. La “pornografiasicuritaria” citata in precedenza è, in Europa, la punta di diamantedel giornalismo di cronaca.Venendo al caso italiano, si può notare, in perfetta armonia con letendenze degli altri paesi europei34, che gli effetti di questo tipo ditrattamento delle notizie di cronaca nera si riflette (con i meccanismi33 Jack Maple e Chris Mitchell, The crime figher: how you can make yourcommunity crime-free, New York, Broadway Books, 1999 pp.154-155 cit.in: Loïc Wacquant, Punire i poveri, cit., pag.26034 Come, ancora una volta, evidenziato da Loïc Wacquant nel capitolo “Fac-simile europeo” di Punire i poveri,cit., pp.241-28236
  35. 35. che vedremo in parte anche nel capitolo successivo) pesantementesull’agenda e sul discorso dei politici.Questo fa sì che ad oggi esista un super-schieramento ideologico cheabbraccia l’intero arco parlamentare (ricordiamo che i partiti diestrema sinistra parlamentare, gli unici che si sono opposti insieme aimovimenti sociali e sindacali all’implementazione di queste politichesicuritarie, sono usciti dal Parlamento con le elezioni politiche del2008) dedito alla promozione e al sostegno delle politiche di zerotolerance, seppur con sfumature differenti.35Tutto questo clamore suscitato dalla presunta emergenza criminalitàin Italia è contraddetto nei numeri da un’importante inchiesta di unaserie di istituzioni internazionali preposte allo studio dellavittimizzazione nei vari paesi europei (ICVS, International CrimeVictimization Survey).Questo studio36 mostra come i livelli di criminalità, o meglio, lapercentuale di persone che sono state vittime di un crimine in Italiasia in costante diminuzione dal 1992 ad oggi: infatti se nel 1992 lapercentuale di persone vittime di uno tra i 10 crimini considerati piùcomuni era di oltre il 20%, il valore si è attestato stabilmente intornoal 12% nel 2004.I livelli di criminalità nel nostro paese sono sotto la media dellamaggioranza degli altri paesi europei, ad esclusione di Spagna,Ungheria, Portogallo, Francia, Austria, Grecia.La percentuale di popolazione vittima di un reato37 in Italia nel 2004è intorno al 12%, quando la media europea si attesta intorno al 15%.35 Sulla svolta punitiva degli schieramenti progressisti europei: per il casoitaliano di rinnovamento della sinistra in materia penale è utile citareSalvatore Verde, Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo stato penale,Roma, Odradek, 2002.36 L’ultima inchiesta, datata 2004, è disponibile in versione integrale al sitohttp://www.europeansafetyobservatory.eu/downloads/EUICS_The%20Burden%20of%20Crime%20in%20the%20EU.pdf37 I reati presi in considerazione dall’indagine ICVS citata sono: furti diveicoli, rapine, furti, truffe, violenze sessuali, atti di violenza, frodi. Hocitato questa indagine perché incentrata proprio sul modello della vittimacome esempio di cittadino. 37
  36. 36. Questi dati, seppur parziali, testimoniano come i roboanti proclamisul disastro della sicurezza in Italia perpetuati costantemente da massmedia e politici, sembrino infondati.Al pari degli Stati Uniti, vera mecca per i manager dell’ordinepubblico nostrani, è probabile che il modello della tolleranza zero,non porti significativi miglioramenti sul piano della riduzione dellacriminalità, o, per lo meno, non ne sia una causa diretta.Come abbiamo visto in precedenza, infatti, il “modello New York”tanto decantato anche dai politici italiani, lascia aperti innumerevolidubbi sulla sua efficacia, a detta degli stessi suoi promotori edesecutori.Il caso che mi sembra paradigmatico rispetto allo sviluppo eattuazione di queste politiche in Italia al giorno d’oggi è quello delcontrollo sulle popolazioni migranti.Partendo dai dati a nostra disposizione38 vediamo come lapercentuale della popolazione immigrata residente in Europa sia parial 6,2% sul totale dei residenti, mentre il dato italiano si attestaintorno al 6.5%, quindi senza particolari differenze rispetto al datoeuropeo.Già questo dovrebbe far pensare alle quotidiane esagerazioni deipolitici italiani (in special modo degli esponenti della Lega Nord) sulpresunto “stato d’assedio” nel quale si troverebbe il nostro paese.Ora, i processi, le cause e le trasformazioni dei flussidell’immigrazione sono molto complessi e non è questa la sede peruna disamina completa di questo tipo di dinamiche, certo è che ilsentore di un’esagerazione mediatica ad opera di una certa partepolitica, soprattutto nei toni dei propri discorsi, rispetto al temadell’immigrazione è molto forte.Un altro dato interessante riguarda il fatto che oltre 6 italiani su 10pensano che la presenza degli immigrati in Italia sia la causa di unaumento della criminalità.3938 Di cui il “Dossier statistico 2009” a cura di Caritas/Migrantes rappresentaforse la fonte più completa e aggiornata39 Dati confermati dalle ricerche di Transcrime (centro inter-universitario distudio sulla criminalità transazionale dell’Università di Trento e della38
  37. 37. Questo dato, che rappresenta un sentore comune, seppur supportatoda alcuni studi statistici, tra cui quello commissionato dal Ministerodell’Interno curato da Marzio Barbagli40, ci fa capire come il temadell’immigrazione sia percepito in stretta correlazione con il temadella criminalità.Infatti, una lettura parziale dei dati statistici ci consegnaun’immagine di un rapporto sproporzionato tra le percentuali deglistranieri residenti, e delle stime sulla presenza di irregolari, (6,5%) ele percentuali di crimini commessi da stranieri rispetto al totale deicrimini commessi (33,4%).Ora, esistono numerosi studi a tal proposito che rigettano in totol’ipotesi che l’immigrazione sia di per sé la causa di un aumentodella criminalità.41 Una ricerca in particolare, commissionata nel2008 dalla Banca d’Italia, basata sulle statistiche del Ministerodell’Interno dal 1990 al 2003, testimonia “l’assenza di una relazionecausale diretta tra immigrazione e crimine”.42Secondo Melossi43 è in atto un processo di etichettamento o di stigmafondato ad estendere agli immigrati la stessa considerazione che untempo veniva riservata ai poveri.Cattolica di Milano), di Ismu-Eurisko, di Makno per il Ministerodell’Interno e della Demos con la Coop.40 Si vedano a proposito: Marzio Barbagli, Immigrazione e sicurezza inItalia, Bologna, Il Mulino, 2008 e Marzio Barbagli (a cura di), Rapportosulla criminalità in Italia, 2008 (scaricabile dal sitohttp://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf )41 Per esempio gli studi di Dario Melossi (uno su tutti Dario Melossi, Ilgiurista, il sociologo e la “criminalizzazione” dei migranti: cosa significaetichetta mento oggi?, in: Subordinazione informale e criminalizzazione deimigranti. Studi sulla questione criminale, III, 3/208, 9-23) sono un esempiodi un approccio moderno alle labelling theory criminologiche.42 Paolo Bonanno e Paolo Pinotti, “Do immigrants cause crime?” in: ParisSchool of Economics Working Paper N. 2008-0543 Dario Melossi, Il giurista, il sociologo e la criminalizzazione” deimigranti: cosa significa etichettamento oggi?, cit. 39
  38. 38. Certo è che il tasso di presenza dei migranti nelle carceri italiane èincredibilmente sovra-rappresentato rispetto all’incidenza sullapopolazione: gli immigrati rappresentano il 37% dell’interapopolazione carceraria italiana, contro una percentuale di residentidel 6,5% sul totale.Viene dunque da chiedersi se esiste o no un parallelismo o meno trala connotazione razziale delle carceri americane così comeevidenziata da Loïc Wacquant e le carceri italiane.Viene naturale chiedersi, insomma, perchéin Italia, in Europa e negli Stati Uniti il carcere è sempre più nero. 44Le politiche restrittive sull’immigrazione, ricordiamo non da ultimal’introduzione del “reato di clandestinità” già giudicatoanticostituzionale da diverse sentenze, fanno sì che si crei unabbondante numero di persone che vengono stigmatizzate aprescindere dal fatto che esse abbiano compiuto o meno un reato.Per capire la portata di questo tipo di provvedimento legislativo, ilreato di clandestinità, basta riportare che, dalla sua entrata in vigore,pochi mesi or sono, oltre il 20% sul totale della popolazionecarceraria di origine straniera si trova in carcere per avercontravvenuto a questo provvedimento.45Questo da un lato tende ovviamente a favorire l’entrata di questepersone nelle economie illegali di strada come uniche fonti di redditoe di sopravvivenza, dall’altro crea ampi margini di sfruttamentoeconomico per chi decide comunque di impegnarsi in un’attivitàlavorativa “sommersa”, quella del lavoro nero. Il migrante è spessocostretto a lavorare “in nero”, per pochi spiccioli e con margini diricattabilità enormi: se ci si ribella allo sfruttamento, ecco prontal’espulsione o, dall’emanazione del Pacchetto Sicurezza, il carcereper immigrazione clandestina.Il tutto, ovviamente, accompagnato da una sorta di processomediatico continuo nei confronti delle popolazioni migranti. L’idea44 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., pag. 5045 Fonte: Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria40
  39. 39. di base sembra essere quella di enfatizzare da un lato i criminiquando commessi da immigrati, dall’altro sottolineare i casi diintegrazione dell’immigrato con reportage e servizi speciali, permostrare “quanto è bravo questo immigrato” (che è un caso isolato, adifferenza della maggior parte dei suoi conterranei).È forte dunque il dubbio che la creazione di questo “nemico interno”sia decisamente funzionale a distogliere l’opinione pubblica dai realiproblemi della società e della politica.Oltre alla questione migrante, sicuramente più articolata e complessadi come è stata trattata in questo testo, ma che serve dare spunti diriflessione e non ad una trattazione completa del tema, nuovenormative sicuritarie hanno investito gli altri strati della società.La recente approvazione del “Pacchetto Sicurezza” ha in sé tutte lecaratteristiche della propaganda mediatico-politica delle paroled’ordine della zero tolerance.Nonostante questo tipo di norme si sia dimostrato di dubbia utilitànegli Stati Uniti ecco che con quasi vent’anni di ritardo si tenta unaloro applicazione alla legislazione italiana.Quindi vediamo possibilità di sanzioni pesanti per chi sporca i luoghipubblici con graffiti o prodotti fisiologici, la possibilità disperimentare la “sicurezza partecipata” (le cosiddette ronde), vienepunito l’accattonaggio, sono aggravate le pene per furti e rapine, ecosì via.ConclusioniPossiamo allora affermare che, ancora una volta, i temi e le azioni digoverno, e più in generale della politica, tendono ancora a non tenerconto delle migliaia di pagine spese in studi sociologici, statistici ecriminologici sull’impatto negativo dei nuovi paradigmi sicuritarisulla democrazia. 41
  40. 40. Il teatrino morale scatenato di volta in volta dagli episodi di violenzaurbana, piuttosto che dal rumeno che ubriaco alla guida investe euccide una ragazza, o dai drammi famigliari, è all’ordine del giorno,si sprecano le interviste ai leader politici che infiammano le piazze(mediatiche) chiedendo maggior severità e repressione.I periodici pullulano di inchieste sulle “zone proibite della città” osulle “mappe della criminalità”, mischiando sensazionalismo emoralismo.Dappertutto, dai bar di quartiere al Parlamento, si sentono ripetere isoliti discorsi su quanto siano inadeguate le politiche lassiste egarantiste della magistratura, sull’indignazione e insicurezza deicittadini perbene di fronte all’ondata criminale e così via.Abbiamo visto come le emergenze mediatiche impattano sull’agendapolitica e come la politica assorbe queste questioni facendone unproprio cavallo di battaglia teso ad aumentare, sul piano simbolico,l’autorità dello Stato in un momento di crisi della forma-stato stessascaturita dai dettami neoliberali.Il populismo che stravince dentro alle cabine elettorali è la chiave divolta di questi processi demistificatori e semplicisti, verso i qualisembra ormai legittimo il sospetto di loro utilizzo “altro” rispettoall’aumento della sicurezza urbana nelle nostre città.Sembra che la politica adotti la strategia “legge e ordine” comemeccanismo di semplificazione delle problematiche, di ben altraportata, scaturite dall’avvento dei paradigmi postfordisti prima edalla crisi finanziaria planetaria oggi.Detto questo non posso che auspicare un cambiamento di rotta neglianni che si susseguiranno al nuovo scenario globale che ci siprospetta davanti, qualora la crisi venga superata. Già il nuovo corsodella politica statunitense, dopo quasi 10 anni di populismoautoritario targato Bush jr., lascia aperti margini di cambiamento,verso un approccio alla criminalità, alla devianza e più in generalealla politica, serio e preciso nell’analizzare i cambiamenti sociali edeconomici della popolazione e che non si serva di feticci quali i“nemici interni” e le presunte emergenze criminalità per legittimarel’estensione delle pratiche di dominio sulle classi meno abbienti.42
  41. 41. CAPITOLO 2 Comunicazione, sistema politico e cittadiniIntroduzioneLa società moderna, quella per intenderci nata dopo la RivoluzioneIndustriale, è stata da molti definita come la societàdell’informazione. Se in precedenza il ruolo delle comunicazioni eraessenzialmente circoscritto ad uno spazio dialogico tra élite politichee sociali, al giorno d’oggi rappresenta la possibilità di connetterestrati differenti delle popolazioni, annullare le distanze fisiche,abbattere i limiti temporali dei flussi di informazione.Si pensi soltanto al ruolo decisivo che ha avuto la televisione italiananel processo di alfabetizzazione delle classi sociali inferiori, o allamoderna funzione di Internet come strumento che permette(virtualmente) di connettere luoghi fisicamente lontanissimiattraverso, appunto, i flussi di informazione.Questi esempi solo per rendere l’idea della potenza del sistema deimedia nella nostra società.I rapporti tra mass-media, sistema politico e cittadino rientranonell’analisi complessa del filone della “comunicazione politica”.Se si vuole indagare il contesto entro il quale le nuove tendenzesicuritarie si inseriscono e se, come è mia intenzione, vogliamosviluppare un ragionamento intorno alla drammatizzazione dellacriminalità e al perché assistiamo a una sempre più marcatacreazione dell’insicurezza tra i cittadini, non si può non affrontareseppure in modo sintetico il nodo dei rapporti tra il sistema dellecomunicazioni e il sistema politico, nonché il rapporto tra questi e icittadini.Proprio perché queste nuove tendenze sono amplificate eampiamente trattate dai quotidiani e dalle televisioni, credo sianecessario fermarsi un momento a riflettere sul ruolo delle 43
  42. 42. comunicazioni nel contesto politico istituzionale e, soprattutto, suisuoi effetti nella popolazione.Dopo aver definito i concetti di comunicazione politica e averpresentato attori e modelli della comunicazione politica, andrò adesaminare i rapporti e i flussi comunicativi che permettono a questiattori di interagire all’interno dello spazio pubblico (mediatizzato).Infine esaminerò le ultime tendenze nel campo della comunicazionepolitica, per tracciare una panoramica più moderna eimmediatamente riscontrabile del ruolo dell’informazione sugli altridue sistemi.Questo capitolo vuole essere una sorta di ponte che collega la partespecificatamente teorica affrontata nel capitolo precedente, che èandata ad esaminare la nascita di concetti come zero tolerance e lenuove politiche di trattamento delle devianze alla luce deicambiamenti sociali ed economici avvenuti nel mondo occidentalenegli ultimi 30 anni, con il capitolo di ricerca empirica sulla città diReggio Emilia, città sotto questo aspetto particolare per due motivi:da un lato vediamo come quella da sempre definita come “fortezzarossa”, esempio del buon governo della sinistra, sia assediata dallaminaccia Lega Nord, che fa della retorica populista e sicuritaria ilproprio cavallo di battaglia.Dall’altro lato notiamo la tendenza, da parte degli amministratori dicentrosinistra, ad abbracciare le logiche della tolleranza zero a frontedella minaccia di un’insicurezza (e quindi di un giudizio elettoralenegativo nei confronti del governo della città) percepita diffusamentedai cittadini.Intendo questo breve capitolo, dunque, come inquadramento teorico-pratico della ricerca che presenterò nella terza parte di questo testo,come una sintetica traccia utile a definire le linee guida del lavoroempirico successivo, ossia utile a cogliere appieno, anche se inestrema sintesi, i meccanismi che regolano la comunicazionepolitica.44
  43. 43. 2.1 Il campo della comunicazione politicaA questo proposito è utile iniziare con alcune definizioni dei treattori principali di qualsiasi modello della comunicazione politica:sistema politico, sistema dei media e cittadini, infatti, sono soggettile cui differenti modalità di intreccio vanno a configurare diversiaspetti del problema che si vuole trattare in questo testo.Lo sviluppo del concetto di comunicazione politica (le cuicaratteristiche di interdisciplinarità lo rendono ancora un concettodagli incerti confini) deriva dall’evoluzione e dalla trasformazione diquel modello di sfera pubblica borghese, nell’accezione di JurgenHabermas, che vede nel pubblico dei cittadini il depositario dellestrutture e dei processi della democrazia, riconoscendo nel modellodella polis greca l’ideale di partecipazione del pubblico alla sferapolitica democratica.Un primo fondamentale tratto del concetto di comunicazione politicava dunque ricercato nella profondità del suo legame con lademocrazia.Gli esperimenti totalitari o dittatoriali, così come i regni, i principatio le monarchie, non possono dunque essere considerati come sistemial cui interno viene sviluppata una vera e propria comunicazionepolitica, poiché prevedono un modello di pubblico senza voce,inerme di fronte alle scelte del leader.Ora, numerose critiche possono essere mosse alla concezionehabermasiana di sfera pubblica borghese che presuppone un pubblicodi cittadini ben informati, culturalmente attivi, critici e partecipanti apieno titolo nell’esperienza politica democratica, cosa che sembraovvio non essere, ma possiamo mantenere valido il concetto comestrumento euristico.46Mi sembra altresì ragionevole rigettare le pessimistiche critiche,pervenute soprattutto dalla scuola francofortese, che vedono ilcittadino inerme di fronte alla potenza manipolatrice dei mass media(vedi ad esempio le teorie ipodermiche della comunicazione46 Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, Laterza,2008 (prima ed. originale del 1962) 45
  44. 44. massificata), così come le teorie lazarsfieldiane sugli effetti limitatidei media che non colgono appieno le dinamiche diinfluenza/ricezione dei media sul pubblico. Credo essere più centrataun’analisi che vede nel sistema dei media un attore importante dellacomunicazione politica, un mediatore non neutrale della dialettica trapolitica e cittadini, in grado di trasformare quello che storicamente(prendendo l’agorà greca come esempio paradigmatico) era lospazio pubblico, in spazio pubblico mediatizzato.All’interno dello spazio pubblico mediatizzatoi media vengono ad occupare il ruolo di perno della comunicazioneascendente e discendente tra il pubblico dei cittadini e sistema della politica[…]. Lo spazio pubblico dei mass media non esaurisce, tuttavia, lo spaziopubblico perché esiste un territorio, quello della “società civile” al cuiinterno nascono sensibilità verso issues (per esempio la pace, il nucleare, ilterzo mondo, il femminismo e le questioni etniche), si sviluppa un dibattitotra intellettuali, piccoli gruppi, viene raccolto e diffuso da associazioni e dauna stampa specializzata, si trasforma lentamente in movimenti e nuovesubculture e finalmente raggiunge per mezzo dei mass media l’opinionepubblica più ampia, interessando lo spazio pubblico generale.47Abbiamo dunque circoscritto il campo di azione della comunicazionepolitica ad un limitato e ben preciso contesto, lo spazio pubblicomediatizzato.A tal proposito, prima di vedere quali sono i due principali modelliteorici della comunicazione politica, conviene definire sinteticamentegli attori che in questi modelli agiscono e interagiscono:1) Sistema politico: per sistema politico in generale si intendequell’insieme di istituzioni politiche che costituiscono lo scheletrodella vita politica di un paese. Per il caso italiano dunque parliamo dimembri del sistema politico quando ci riferiamo al parlamento, algoverno, al presidente della repubblica, la magistratura, enti questiche solitamente producono comunicazione istituzionale.47 Gianpietro Mazzoleni, La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino,2004, pag. 1946
  45. 45. Ma non trascuriamo nemmeno i partiti, i sindacati, i movimentisociali e di base, i single issue movements, e via dicendo cherientrano anch’essi a pieno titolo nel sistema politico, ma cheproducono un altro tipo di comunicazione: quella “politico-partitica”.2) Sistema dei media: quando parliamo di sistema dei media ciriferiamo a tutte quelle istituzioni mediali che svolgono attività diproduzione e distribuzione del sapere (informazioni, idee, cultura).48Ovviamente rientrano in questa categoria i mass media tradizionali, inuovi media (come Internet e le nuove infrastrutture informatico -comunicative), i periodici, i quotidiani di partito, ecc.3) Cittadini: rientrano in questa categoria tutte le persone cherisiedono nel paese, questa categoria è forse la più problematica dadefinirsi perché estremamente disomogenea, il che fa emergerenotevoli difficoltà quando si tratta di definire un concetto comequello di opinione pubblica49.2.2 Modelli della comunicazione politicaI due principali modelli della comunicazione sono quello«pubblicistico-dialogico» e quello «mediatico».Il primo, oggi ormai contraddetto dalle evidenze empiriche sulconcetto di comunicazione politica, vede i tre attori principali in uncontinuo scambio dialettico e dialogico tra di loro: esistonoessenzialmente quattro spazi di comunicazione: a) tra sistemapolitico e sistema dei media, b) tra sistema dei media e cittadini, c)tra sistema politico e cittadini e d) lo spazio politico mediatizzato cherisulta dall’interazione tra tutti e tre questi sistemi.48 Denis McQuail, Sociologia dei media, IV ed. aggiornata, Bologna, IlMulino, 200149 Per una panoramica dei principali contributi teorici sul tema: StefanoCristante, L’onda anonima, Roma, Meltemi, 2004 47
  46. 46. Questo modello risulta, dicevamo, contraddetto dai fatti, in favoredel secondo tipo di modello che vede ogni scambio comunicativo trasistema politico e cittadini inserito all’interno del sistema dei mediail che tiene conto dell’ormai comprovato peso specifico maggiore deimedia rispetto agli altri due attori (l’avvento della televisione è unesempio emblematico a riguardo).Il modello «mediatico» dunque tiene conto della concettualizzazione,già fatta in precedenza, di spazio pubblico mediatizzato, ossia delfatto che i media sono il veicolo principale del dibattito politico.Secondo alcuni, addirittura, l’arena politica corrisponde in toto alsistema dei media, non ci sono altri spazi di dialettica politica.Tengo a precisare che questi tipi di modelli, riflettono unaconcezione, derivata chiaramente dalla teoria dei sistemi sociali diNiklas Luhmann50, che sembrerebbe vedere ognuno di questi sistemie le relazioni che creano tra di essi come perfettamente equilibrati eomogenei al loro interno. Ovviamente si tratta di una concezioneteoricamente limpida e formalmente ineccepibile, salvo poi noncorrispondere esattamente a ciò che accade nella realtà.Lo stesso Luhmann denuncia questo rischio, prevedendo comunquela possibilità di conflitti all’interno degli stessi sistemi econfermando come le situazioni di equilibrio sono fortementeinstabili e mutevoli.51Ci resta dunque da vedere in che modo si articolano i rapporti traquesti tre attori politici e, soprattutto, quali sono le nuove tendenze infatto di comunicazione politica (mediatizzata).Per articolare un discorso esauriente sulle nuove politiche sicuritarieparto dall’ipotesi, immediatamente riscontrabile nel senso comune,che siano i mass media ad amplificare le voci degli attori politici che50 La teoria dei sistemi sociali di Luhmann è presente in tutta la sua opera,possiamo citare, come maggiormente pertinente al tema che stiamotrattando: Niklas Luhmann, La realtà dei mass media, Milano, FrancoAngeli, 200051 Niklas Luhmann, La realtà dei mass media, cit.48
  47. 47. tendono a creare allarmismi sulle (vere o presunte) emergenze-sicurezza/ordine pubblico.Per fare ciò credo che soffermarsi sui rapporti tra sistema dei media esistema politico (in entrambe le direzioni dei flussi comunicativi) etra sistema dei media e cittadini (nei termini di ricezione/influenza)sia sufficiente per dare una base teorica alla presentazione deirisultati della ricerca condotta sulla città di Reggio Emilia.Decido consapevolmente di tralasciare il discorso del rapporto direttotra sistema politico e cittadini perché facilmente concepibile comeflusso comunicativo che in una direzione è rappresentato dallecomunicazioni istituzionali, dalla propaganda e dalle campagneelettorali, mentre dall’altro consiste essenzialmente nel voto comemezzo di partecipazione dei cittadini alla politica.Per un’esauriente trattazione di questo, come degli altri temi presentiin questo capitolo, rimando ancora all’esauriente testo di Mazzoleni.522.3 Sistema dei media e sistema politico (ovvero gli effettisistemici della mediatizzazione della politica)Il processo, oramai ampiamente riconosciuto dalla comunitàscientifica, della cosiddetta «mediatizzazione della politica», ovverol’interdipendenza del sistema politico e del sistema dei media neitermini di reciproco scambio e di costante ricerca di equilibrio trapolitica e «fourth branch of governement»53, è una direttaconseguenza della potenza dei media anche come istituzione che sisostituisce alle tradizionali agenzie di socializzazione (chiesa, scuola,partiti).52 Giampiero Mazzoleni, La comunicazione politica, cit.53 Concetto efficacemente spiegato in: Timothy E. Cook, Governing withthe news, Chicago, Chicago University Press, 1998, oppure in:Bartholomew J. Sparrow, Uncertain guardians, Baltimore, Johns HopkinsUniversity Press, 1999 49
  48. 48. Dobbiamo dunque ricercare l’origine della mediatizzazione dellapolitica nella mediatizzazione della società: è un processo ormainormale quello che si verifica nelle società a capitalismo avanzato,dove persino alcune relazioni sociali sono mediatizzate (si pensiall’utilizzo in continua espansione dei social networks o delle chat-lines).Abbiamo volutamente parlato di interdipendenza del sistema politicoe del sistema dei media: infatti, ad oggi, nessuno dei due sistemi èriuscito (o ha avuto l’intenzione di) sopraffare l’altro; il sistemapolitico ha bisogno del sistema dei media per veicolare le proprieinformazioni non meno di quanto il sistema dei media ha bisogno diun sistema politico che produca informazioni politiche da veicolare.Niklas Luhmann identifica il potere nella comunicazione come«facoltà di influenzare la selezione dei simboli e degli atti»all’interno delle interazioni sociali54, intendendo la comunicazionedel sistema politico al sistema dei media come espressione di unrapporto di potere con il quale il sistema politico intende influenzareil sistema dei media attraverso processi di regolamentazione (leggimirate a governare i media), media e news management (tentatocondizionamento delle attività dei media).Al contempo il sistema dei media si protegge da queste influenze coni processi di mediatizzazione (imposizione del linguaggio dei mediaai linguaggi della politica), watch dogging (media come “cani daguardia” nei confronti del sistema politico e a favore delle istanze deicittadini).Seguendo ancora Mazzoleni55 possiamo suddividere gli effettisistemici del sistema dei media sul sistema politico (e viceversa) indue categorie: 1) Effetti mediatici e 2) effetti politici.Per quanto concerne la prima categoria possiamo elencaresinteticamente questo tipo di effetti in spettacolarizzazione, agenda54 Niklas Luhmann, Potere e complessità sociale, Milano, Il Saggiatore,197955 Giampiero Mazzoleni, La comunicazione politica, cit.50
  49. 49. setting/agenda building e frammentazione dell’informazionepolitica.Parlando di spettacolarizzazione della politica, possiamo giàintuitivamente capire di cosa si tratta, ovvero di unadrammatizzazione della retorica, dei simboli, dei linguaggi e dei ritidella politica, sempre sotto l’occhio vigile dei media (soprattuttodella televisione).La frammentazione dell’informazione politica si riferisce alfenomeno di impoverimento del discorso politico in virtù delleesigenze dei media: si pensi ad esempio ad un comune telegiornale,difficilmente si riesce a comprendere appieno un discorso politico,alle volte anche molto complesso, tramite servizi di 60-120 secondi.La frammentazione dell’informazione politica comporta unimpoverimento e “banalizzazione” della politica agli occhi deglispettatori/lettori.L’effetto forse più interessante per quel che riguarda il fenomeno dideriva sicuritaria che stiamo cercando di analizzare consistesenz’altro nella costruzione dell’agenda politica. I mass mediainfluenzano in maniera decisiva quanti e quali temi verranno trattatidal sistema politico e saranno a loro volta al centro del dibattitopubblico.I politici sono così obbligati a fare dichiarazioni, interventi sui temiscottanti dell’agenda costruita dal sistema dei media. Nel nostrocaso, i direttori di quotidiani e telegiornali sanno bene che iltrattamento di eclatanti casi di cronaca nera, di presunti allarmicriminalità, possono fare impennare le vendite dei propri prodottimediali; sono questioni che entrano nell’intimo dei cittadini che sivedono così costretti a confrontarsi con le proprie paure piùrecondite, quelle che entrano nel recinto della propria vita privata edella propria incolumità percepita.I politici e gli amministratori devono necessariamente intervenire suidibattiti intorno alla sicurezza e, quasi sempre, intervengonorichiedendo o promettendo di attuare misure drastiche di contrastoalla criminalità, sottolineando bene ai cittadini-elettori che questopuò avere un costo anche sull’esercizio delle libertà individuali. 51
  50. 50. Il linguaggio politico (inteso in senso foucaultiano come sistema dipratiche linguistiche che contribuiscono alla costruzione socialedella realtà) viene così centrato sui temi dettati dai media, con toniallarmistici, spettacolari e drammatizzanti.Per quanto concerne, invece, l’altra tipologia di effetti che il sistemadei media ha sul sistema politico (i cosiddetti effetti politici),possiamo definirla come quell’insieme di effetti che si ripercuotonosulle interazioni tra le componenti del sistema politico stesso.Essi sono consistono essenzialmente in tre processi: leaderizzazione,personalizzazione e selezione delle élite.La personalizzazione e la leaderizzazione della politica sono duefacce della stessa medaglia: la logica dei media prevede un interessemaggiore alle gesta di un personaggio o di un leader piuttosto alnoioso discorso politico. L’insieme di questi due effetti producealcune delle sfumature più evidenti del populismo, fenomenoimportantissimo della realtà politica italiana dal post-tangentopoli adoggi.Il sistema premia i candidati più carismatici, telegenici e dalla battutapronta, rispetto a politici magari più preparati, ma con scarsapersonalità e poca attitudine al mondo dello spettacolo.2.4 Sistema dei media e cittadini (ovvero gli effettipsicosociali della mediatizzazione della politica)Se vogliamo, per concludere, tracciare un percorso completo sullacomunicazione politica non possiamo tralasciare gli effetti dellamediatizzazione della politica sul cittadino-elettore.Proprio perché, nelle democrazie, è il cittadino che funge dadepositario e garante delle regole democratiche, attraverso larappresentanza, è necessario indagare al fine di cogliere questo tipodi effetti, rimanendo in equilibrio tra le teorie pessimistiche chevedono nei media un potente manipolatore (a sua volta manipolato52
  51. 51. dalle élite politiche) dei cittadini e le teorie, come ad esempio quelledi Lazarsfield, che predicano gli effetti minimi (di rinforzo dipredisposizioni già esistenti) dei media sui cittadini.56Nei modelli della comunicazione politica visti in precedenza, ilcittadino-elettore ha un peso nettamente minore rispetto a sistemapolitico e sistema dei media, ma questo non significa comunquenegare in toto l’importante ruolo che svolge all’interno dello spaziopolitico mediatizzato.Infatti, è generalmente il “popolo” che elegge i politici chegestiranno poi il potere, ed è lo stesso “popolo” che legittima, scegliee dà fiducia ai media attraverso il consumo di prodotti mediali.Nella scienza politica moderna, poi, si parla giustamente di “crisidella rappresentanza”, concetto che meriterebbe un adeguatoapprofondimento, per il quale possiamo comunque rimandare ad unsaggio di Giovanni Sartori che traccia le linee guida del dibattitosulla rappresentanza.57Gli effetti più importanti dei media sul cittadino sono riassumibili in:effetti sulla socializzazione politica, effetti sulla conoscenza politicaed effetti sulla partecipazione politica.Per quanto riguarda il primo tipo di effetti, è innanzitutto necessariodefinire il concetto di socializzazione politica, come quel processoattraverso il quale i bambini apprendono le norme valoriali ecomportamentali rispetto alla politica.I mass media, in questo senso, rivestono un ruolo importante:abbiamo già detto che nella fase sociale e politica nella quale ci56 Per quanto riguarda il primo tipo di teorie sugli effetti dei media (teorieipodermiche) si veda: Charles Wright Mills, Power, politics and people,New York, Oxford University Press, 1967. Per il secondo tipo di teorie(degli effetti minimi) si veda: Paul F. Lazarsfeld et al., The people’s choice:the media in a political campaign, New York, Columbia University Press,1944; oppure: Paul F. Lazarsfeld e Elihu Katz, L’influenza personale nellecomunicazioni di massa, Torino, Eri, 1968. Per una esauriente panoramicasulle teorie di sociologia della comunicazione: Sara Bencivenga, Teoriedelle comunicazioni di massa, Roma-Bari, Laterza, 200357 Giovanni Sartori, Elementi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1995 53

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