Your SlideShare is downloading. ×
Sicurezza o libertà? Mediatizzazione e uso politico dell'insicurezza diffusa
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×

Thanks for flagging this SlideShare!

Oops! An error has occurred.

×
Saving this for later? Get the SlideShare app to save on your phone or tablet. Read anywhere, anytime – even offline.
Text the download link to your phone
Standard text messaging rates apply

Sicurezza o libertà? Mediatizzazione e uso politico dell'insicurezza diffusa

1,230
views

Published on

Published in: Education

0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total Views
1,230
On Slideshare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
1
Actions
Shares
0
Downloads
19
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

Report content
Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
No notes for slide

Transcript

  • 1. Università degli studi di Modena e Reggio Emilia Facoltà di Scienze della Comunicazione e dell’Economia Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione a.a. 2008/2009 Tesi di laurea Sicurezza o libertà? Mediatizzazione e uso politico dell’insicurezza diffusaRelatore: Prof. Andrea RapiniLaureando: Emiliano Martinelli
  • 2. 4
  • 3. RingraziamentiDesidero ringraziare, in ordine sparso: la mia compagna SilviaBasini per la pazienza e per aver degnamente sopportato lacondizione stressante del mio lavoro, la mia famiglia per il supportoche non è mai venuto a mancare, il prof. Andrea Rapini per ladisponibilità, i preziosissimi suggerimenti e per avermi aperto gliocchi sul giusto modo di affrontare alcune questioni, infine i fratelli ele sorelle del Laboratorio Aq16 per darmi sempre nuovi stimoli eincanalare positivamente la mia rabbia.Dedico questo lavoro a quelli che stanno ai margini della società e a quelli che trovano giusto ribellarsi, in nome della libertà 5
  • 4. 6
  • 5. IndiceRingraziamenti......................................................................p.5I. L’epopea sicuritaria: origini e sviluppi da una spondaall’altra dell’Atlantico..........................................................p.9Introduzione (p.9) – 1.1 War on crime (p17) – 1.2 Latrasformazione da Stato Sociale a Stato Penale (p.29) – 1.3Europa e Italia come banchi di prova (e di tenuta) dei nuoviparadigmi sicuritari (p.36) – Conclusioni (p.41)II. Comunicazione, sistema politico ecittadini................................................................................p.43Introduzione (p.43) – 2.1 Il campo della comunicazionepolitica (p.45) – 2.2 Modelli della comunicazione politica(p.47) – 2.3 Sistema dei media e sistema politico (p.49) –2.4 Sistema dei media e cittadini (p.52) – Conclusioni (p.55)III. Reggio Emilia: da città dell’accoglienza a città dellapaura?..................................................................................p.57Introduzione (p.57) – 3.1 La sicurezza paga nelle urne? (p.58)– 3.2 Reggio Emilia è davvero un nuovo Bronx? (p.66) -3.3 Profili criminali (p.72) – Conclusioni (p.76)Bibliografia..........................................................................p.81 7
  • 6. 8
  • 7. CAPITOLO 1 L’epopea sicuritaria: origini e sviluppi da una sponda all’altra dell’AtlanticoIntroduzione«Emergenza sicurezza. Pronte misure drastiche dall’esecutivo»,«Tolleranza zero verso stupratori e immigrati clandestini»,«Recintato il parco dello spaccio, soddisfazione dei residenti».Questi sono soltanto esempi a titolo indicativo di decine e decine dititoli che ci capita di scorgere ogni giorno leggendo i quotidiani.Se ci guardassimo bene indietro, se facessimo ricerche tra gli archividei quotidiani o recuperassimo i servizi dei notiziari televisivi, cirenderemmo conto che fino a qualche tempo fa in Italia, finogrossomodo alla fine degli anni Ottanta, i problemi ai quali venivanoriservati gli spazi maggiori nelle politiche di newsmaking, eranoprevalentemente di tipo politico, sociale, economico.Ora il clima è diverso: assistiamo ogni giorno ad uno stillicidiomediatico sull’insicurezza diffusa, sui problemi dellamicrocriminalità, il tutto corredato da interviste ai cittadini su quantosi sentano insicuri a passeggiare nelle proprie città.Fanno parte dell’esperienza quotidiani di ciascuno di noi servizi neitelegiornali e intere pagine dei quotidiani sulle misure di sicurezzapredisposte da questo o quel governo o dalle amministrazioni locali,dalle sempre più fantasiose ordinanze dei sindaci delle grandi cittàfino ad arrivare ai più piccoli comuni, il tutto condito con una salsadi compiacimento e plauso dei cittadini per il ristabilimentodell’ordine in zone degradate.I fatti di cronaca nera sembrano ormai gli unici per i quali valga lapena di spendere pagine e pagine di approfondimenti catastrofistici.Certo, si può tranquillamente obiettare che la cronaca nera esiste daquando esiste la carta stampata, ed è sicuramente vero. 9
  • 8. Ma perché da qualche anno a questa parte il tema della sicurezzadomina le pagine dei quotidiani e i servizi dei telegiornali? Perchéabbiamo avuto un’impennata della percezione dei pericoli che cicircondano (o che ci potrebbero circondare)?Se guardiamo con attenzione alle statistiche sulla criminalità nonvediamo aumenti dei tassi di delittuosità così marcati da giustificareun tale allarmismo. E nel corso di questo capitolo lo vedremo ancorameglio.Citando Zygmunt Bauman possiamo concordare sul fatto cheogni epoca della storia si è differenziata dalle altre per aver conosciutoforme particolari di paura; o piuttosto, ogni epoca ha dato un nome dipropria invenzione ad angosce conosciute da sempre1e possiamo tranquillamente affermare che anche la nostra epoca ha leproprie peculiarità in questo senso.In un mondo che mai come ora sta conoscendo nuovi scenari diinstabilità a livello planetario (terrorismo internazionale, crisifinanziaria, mutamenti climatici) e a livello individuale(precarizzazione del mercato del lavoro, desocializzazione delsalario), ecco che si delinea una società che ha un estremo bisogno diforme di rassicurazione materiale e simbolica.Quale miglior rassicurazione allora che la concentrazione verso i“nemici interni”, quelli più vicini e immediatamente percepibilicome minacce alla nostra incolumità e a quella dei nostri cari?Qual è la soluzione più semplice se non pensare alla propriaesistenza come una quotidiana lotta per la sopravvivenza fisica,minacciata da orde barbariche pronte ad assalirci e a darci la cacciaper puro divertimento o per due soldi?Il rischio è sempre stato una componente dell’agire umano,dall’economia alla vita sociale quotidiana, la differenza sta nel fattoche oggi minacce come la microcriminalità e la violenza urbana, chein ogni società e in ogni tempo sono state presenti seppur con1 Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999,pag.9910
  • 9. intensità e tassi di incidenza diversi, sono trattate dai mass-media contoni a dir poco catastrofistici.Di fronte all’emergere di nuovi rischi ancora non conosciuti (si pensiai cambiamenti climatici, al terrorismo internazionale, alle mutazionigenetiche, alle pandemie virali, alle prospettive nefaste causate dallacrisi economica globale, ecc…) chi detiene il potere legittima sestesso reinventandosi problematiche già conosciute attraversolinguaggi, stili e forme nuove, declinando così vecchi problemi innuovi termini, allo scopo di esercitare quello che in sociologia vienecomunemente detto “controllo sociale”.Queste tesi potrebbero sembrare rivelatrici di un approcciocatastrofista, o peggio ancora, mi si passi il termine, complottista, manon è così.Indagare sulle nuove forme dell’insicurezza sociale equivale achiedersi perché, di fronte ad emergenze che sembrano puramentemediatiche, si risponde con un agire politico che di mediatico ha benpoco, ripercuotendosi immediatamente sulle vite dei cittadini.Ma non voglio andare oltre in questa introduzione, sperando che leipotesi qui accennate possano avere riscontro nelle pagine cheseguono.Nel corso di questo capitolo esporrò lo “stato dell’arte” delle ricerchenel campo dell’insicurezza sociale e delle politiche che neconseguono.Sono diverse le prospettive attraverso le quali gli studiosi che più sisono concentrati su questo tipo di problematiche hanno analizzato ilproblema.Mi concentro su tre autori in particolare che mi sembranofondamentali per capire l’oggetto di studio di questa tesi, LoïcWacquant, David Garland e Jonathan Simon. Di questi autori hoapprezzato particolarmente la critica radicale, nei termini di rapportotra politiche sicuritarie e democrazia, che apportano alla visioneattualmente dominante delle politiche criminologiche e delladevianza dei paesi occidentali. Seppur con sfumature differenti tutti etre questi autori denunciano i pericoli che questo tipo di politichepenali e ordine di pubblico rappresentano alla struttura democratica 11
  • 10. degli stati occidentali, talvolta alla luce dei cambiamenti economico-sociali derivati dall’avvento e dallo sviluppo dell’orientamentocosiddetto neoliberista.Loïc Wacquant, studioso francese, allievo di Pierre Bourdieu edocente all’università di Berkeley in California, propone dicombinare l’analisi materialista di stampo marxista-engelsiana (chepropone di studiare l’insorgenza del discorso sicuritario alla luce deiradicali e moderni cambiamenti dei sistemi di produzione capitalista)e l’analisi dei simboli, mutuata da Émile Durkheim e Pierre Bourdieu(volta a determinare come lo Stato adotta simboli, linguaggi e metodidi persuasione per tracciare e determinare i confini della realtà)2.Wacquant vede un legame strutturale tra il sistema di produzionepostfordista, e dunque del neoliberismo, e la nascita di uno “statopenale” che sorgerebbe dalla ceneri dello stato sociale.L’autore riassume le caratteristiche di questo cambiamento nelsistema economico e del lavoro: precarizzazione del lavoro,desocializzazione del salario, intensificazione dello sfruttamento neiconfronti dei settori più marginali e dequalificati della forza lavoro,espansione della povertà nelle inner cities statunitensi.L’ipertrofia del sistema carcerario e l’ascesa del nuovo stato penaleviene dunque letta alla luce di questi cambiamenti, come unparadigma di governo delle popolazioni urbane povere e delleminoranze razziali (da qui il titolo del testo “Punire i poveri”).Proprio sull’aspetto razziale delle nuove politiche delle penaamericane si concentra Wacquant, che spiega come l’emergenzacriminalità si sia sviluppata definitivamente come reazione alle lotteper i diritti civili che hanno infiammato i ghetti urbani per undecennio tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70.2 Loïc Wacquant, Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dellostato penale nella società neoliberale, Milano, Feltrinelli, 2000; LoïcWacquant, Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale,Roma, DeriveApprodi, 200612
  • 11. In un testo pubblicato nel 20013 (e tradotto per la prima volta in Italianel 2004), David Garland, attuale docente di sociologia presso laNew York University School of Law, adotta una prospettiva“culturalista”, che mette in relazione i cambiamenti in materia dipolitica della pena e della sanzione enfatizzando la dimensionesociale delle devianze. Un altro interessante aspetto osservato daGarland è dato dalla correlazione tra l’attuale costruzioni socialidelle devianze (e di conseguenza il loro trattamento) e i complicatiprocessi di trasformazione culturale osservabili nelle societàoccidentali contemporanee. Queste trasformazioni (disgregamentodel valore della famiglia, stili di vita non conformisti,flessibilizzazione del lavoro, ecc…) creerebbero, secondo l’ipotesi diGarland, una situazione di percezione dell’insicurezza diffusa e unorientamento dei governi rispetto alle politiche della pena di tipoanti-welfarista.Questi orientamenti anti-welfaristi sarebbero riconducibili da un latoalla rottura del compromesso politico e, soprattutto, fiscale sul qualesi reggeva lo stato sociale, dall’altro da un’insoddisfazione diffusanei confronti di quelle strategie tipiche dell’assistenzialismo dellostato, causata a sua volta da un aumento dei tassi di criminalitàregistrata proprio negli anni di massimo sviluppo del trattamentosociale delle devianze.Per questa serie di ragioni i saperi criminologici e le tecnologierivolte al trattamento e al recupero dei criminali sono statiampiamente riconsiderati in un’ottica penalista.I fattori così considerati creerebbero una nuova “cultura delcontrollo” (dalla quale, appunto, il titolo del libro) che declina ilcrimine come un fenomeno normale – con il quale, cioè siamocostretti a fare i conti nella quotidianità – e al contempo mostruoso.Si svilupperebbe così una sorta di “criminologia della vitaquotidiana” (aspetto normale della criminalità) che pervaderebbeogni aspetto del vivere civile e sociale e una “criminologia dell’altro”dai caratteri fortemente neo-autoritari (aspetto mostruoso dellacriminalità).3 David Garland, La cultura del controllo, Milano, Il Saggiatore, 2004 13
  • 12. Le tecniche che derivano da questa “criminologia della vitaquotidiana”, per esempio i sistemi di videosorveglianza, i metaldetector nei luoghi pubblici o le gated communities residenziali,svolgono la funzione di controllo sociale discreto, ma continuo,inserito nell’ordinato fluire delle esistenze delle persone in quantoproduttori e consumatori.Questo primo aspetto delle nuove politiche sicuritarie abituerebberoil cittadino, secondo l’autore, a considerare la criminalità come unrischio endemico, come il traffico o le malattie.Le politiche che derivano dalla “criminologia dell’altro”, sembranoentrare in contraddizione con i dettami neoliberali di alleggerimentodello Stato, mostrando apertamente il volto severo e punitivo dellalegge. Secondo Garland il principio che ispira queste politiche penalinon è più la riabilitazione, bensì la vendetta nei confronti di chicommette il crimine.I linguaggi che supportano questo tipo di pratiche esibiscono, come èfacile immaginare, i tratti tipici dei discorsi neo-autoritari, quali laristabilizzazione dell’ordine e della difesa della società minacciatadal male.Garland prende dunque in esame alcuni delle tecniche penali che sirifanno alla “criminologia dell’altro”: la reintroduzione in alcuni statidella pena di morte anche per i malati psichiatrici, la reintroduzionedei lavori forzati, la pubblicazione di elenchi con i nominativi degliex detenuti per reati sessuali, il three strikes and you’re out4, ecc.Garland conclude, in accordo con l’approccio “culturalista” del qualeè fautore, che tale insieme di politiche hanno un significatofortemente simbolico: da un lato tendono a offrire una rassicurazioneai cittadini e dall’altro vanno in controtendenza rispetto ai dettamineoliberali di cui sopra. Per questo motivo Garland rifiuta una letturacausale, al contrario ad esempio di Loïc Wacquant, del rapporto tranuove politiche sicuritarie e processi di ristrutturazione capitalista insenso neoliberale.4 Misura legislativa che impone ai giudici statali di condannare a un periodoobbligatorio e prolungato di carcere persone che siano state condannate perun reato penale grave in tre o più distinte occasioni.14
  • 13. Un terzo tipo di approccio è quello riconducibile a Jonathan Simon,situato a un livello distante a entrambi gli altri due approcci.Simon, infatti, compie un’accurata analisi sociologica, giuridica epolitica delle razionalità di governo consolidatesi negli Stati Unitidall’assunzione di centralità della questione criminale nell’opinionepubblica e nel discorso politico.L’ipotesi di Simon è di un governo attraverso la criminalitàanalizzato attraverso i differenti piani dei processi di governo (insenso foucaultiano di “condotta di condotta”) consolidatisi dopol’acquisizione di centralità della questione criminale. Citandodirettamente Simon:Quando governiamo attraverso la criminalità, rendiamo il crimine e leforme di sapere a esso storicamente associate – diritto penale, letteraturapopolare sulla criminalità, criminologia – disponibili al di là del lorolimitato ambito d’origine, facendone uno strumento efficace con il qualeinterpretare e inquadrare tutte le forme di azione sociale come questioni digovernance.5Il testo di Simon ripercorre le tappe fondamentali dello sviluppo diquesto governo attraverso la criminalità, passando in rassegna alcunimomenti fondamentali per la storia dei discorsi politici6 (cita adesempio le cicliche guerre alla criminalità di Nixon, Reagan, Bushpadre, fino alla war on terror di Bush figlio). Questi processidiscorsivi porterebbero, secondo l’ipotesi di Simon, a individuarenuove pratiche di governance i cui scopi ultimi sarebberol’individuazione e la neutralizzazione del rischio criminale.5 Jonathan Simon, Il governo della paura. Guerra alla criminalità edemocrazia in America, Milano, Cortina Raffaello, 2008, pag. 226 Ancora una volta il riferimento a Michel Foucault è evidente, Simonconsidera il discorso politico come atto linguistico, capace di descrivere (eprescrivere) la realtà, dando luogo a pratiche, tecniche e razionalità digoverno. 15
  • 14. Simon analizza poi i diversi ambiti di applicazione di questoparadigma di governance: potere esecutivo, giurisprudenza, famiglie,scuole, luoghi di lavoro.Dal lato del potere esecutivo, ad esempio, queste pratiche politichecreerebbero un modello di autorità e di rappresentanza che l’autoredefinisce “complesso accusatorio”, nel quale la leadership politica siconfigura come estensione e diretta emanazione della “pubblicaaccusa”; ognuno di queste cariche politiche, in questo contesto, devequotidianamente ricercare e segnalare le fonti di rischio criminale euna volta individuate commissionare (e quando non è possibile,invocare) sanzioni adeguate.Dall’altro lato, quello del cittadino comune, emerge la tendenza aconsiderare, e dunque a considerarsi, una vittima: la vittima delcrimine è diventata il modello principale di cittadino.Questo fa si che il bene della vittima (e dunque per estensione delcittadino) porti al concetto di pena come vendetta, che deve esseredura e degradante, per ottenere quella forma simbolica dirassicurazione della popolazione già descritta da David Garland.In questo contesto, e grazie soprattutto all’ascesa del modello di“complesso accusatorio”, viene quasi naturale constatare come lafunzione che dovrebbe essere propria dei tutori della legge, lafunzione “giudicante”, è costantemente sotto attacco: infatti, ricordaSimon, nelle cicliche guerre alla criminalità, l’autonomia dei giudiciè sempre stata attaccata duramente. I giudici vengono considerati,all’interno del discorso politico sicuritario, come “complici” deicriminali e lassisti in virtù del loro ruolo istituzionale, ovvero quellodi soppesare la ragioni della vittima e del presunto criminale. Lelegislazioni three strikes7 e i minimi di pena obbligatori, ad esempio,sono espressione della volontà di limitare l’autonomia dei giudici edelle corti di giustizia statunitensi.Il quadro tracciato da Simon è quindi quello di una svolta punitivaconsiderata non soltanto come episodio storico circoscritto, bensìcome processo sociale, politico e istituzionale capace di7 Vedi nota n. 4, infra16
  • 15. un’autopoiesi teoricamente infinita attraverso le relazioni quotidianetra gli individui.Passerò dunque in rassegna prima il contesto storico nel quale sisono sviluppate queste nuove tendenze in termini di politiche dellapena, ovvero negli Stati Uniti nella a cavallo tra la fine degliSessanta e la metà degli anni Settanta, in seguito cercherò diapprofondire alcuni elementi-chiave di queste nuove strategiesicuritarie. Il tutto cercando di utilizzare i tre approcciprecedentemente citati al fine di cogliere gli elementi che misembrano più salienti della svolta punitiva americana e confrontarlicon quelli che si riversano sulla società e la politica italiana, verofocus di questo testo. Bisogna infatti ricordare che tutti e tre gliautori presi in esame svolgono un’analisi approfondita del sistemapenale e politico statunitense, che rappresenta i tratti diun’incubatrice del discorso sicuritario poi tramandatosi nellamaggior parte dei sistemi occidentali, ma al contempo presentaalcune differenze strutturali e culturali con i modelli europeo editaliano.Un paragrafo a parte sarà poi destinato a quello che con De Giorgipossiamo chiamare paradigma attuariale della criminologia penale,che vede lo svilupparsi di correnti di pensiero criminologico chedanno vita ad uno Stato sempre meno sociale e sempre più penale.Concluderò il capitolo con uno sguardo più approfondito verso larealtà italiana, prendendo quello che mi sembra il caso paradigmaticodi declinazione del discorso sicuritario nei nostri territori: il casodella criminalizzazione mediatica dei migranti irregolari.1.1 War on crime: politiche di controllo e criminalizzazione della società americanaDalla metà degli anni ’70 negli Stati Uniti è nata una nuovaemergenza: la criminalità, specialmente quella di strada e quella 17
  • 16. percepita come problema che potrebbe toccare, con buonaprobabilità, indistintamente ciascuno dei membri della middle class.Il contesto storico nel quale nasce questa emergenza criminalità negliStati Uniti è il periodo immediatamente successivo alle rivolterazziali degli afroamericani dei ghetti per l’ottenimento dei diritticivili. È anche il periodo nel quale entra in crisi il modello del NewDeal, nel quale sembra insomma vacillare la capacità del governofederale nel mantenere una gestione economica che negli anniCinquanta e Sessanta causò un incremento del benessere.Questi due elementi possono dare, secondo la lettura di JonathanSimon, una chiave di lettura in senso storico dell’emersione delproblema.Per quanto riguarda il primo di questi fattori, si assistette, negli annia cavallo tra il 1950 e il 1970 ad importanti sviluppi riguardanti lasegregazione razziale negli Stati Uniti. I movimenti per i diritti civilidelle minoranze afroamericani ottennero importanti vittorie presso laCorte Suprema e il Congresso, vittorie concretizzatesi poi conl’emanazione del Civil Rights Act del 1964.Alcuni studiosi8 individuano proprio nella questione razziale lalacuna più importante del New Deal: infatti il presidente Franklin D.Roosevelt aveva deliberatamente escluso gli afroamericani dallaprincipali protezioni sociali del nuovo corso americano (questo pernon inimicarsi le correnti democratiche del Sud, sicuro bacino divoti, per le quali la questione razziale era ancora un tabù). Lo stessopresidente Lyndon B. Johnson, succeduto a Kennedy dopol’assassinio di Dallas del 1963, si schierò a favore del movimento peri diritti civili promettendo di impegnarsi per realizzarne ilprogramma. Bisogna ricordare, tuttavia, che buona parte dei politicistatunitensi guardavano con sospetto, quando non addiritturatentarono di ostacolare esplicitamente, i progressi ottenuti dalmovimento per i diritti civili. Infatti i primi a strumentalizzare lacriminalità, dandole i connotati di una prerogativa degli8 Ad esempio Katherine Beckett, Making crime pay: law and order incontemporary American politics, New York, Oxford University Press, 199718
  • 17. afroamericani, furono politici bianchi del Sud in cerca di argomentipiù validi per contrastare il movimento afroamericano, di quantofossero le ragioni segregazioniste.L’incendiaria campagna elettorale di Barry Goldwater, candidatorepubblicano per le presidenziali del 1964, incentrata sui temidell’anticomunismo e della guerra alla criminalità ne è un esempiolampante.Se le conseguenze del movimento contro la segregazione razzialecontribuiscono a fare emergere la criminalità come statoemergenziale, è la crisi del modello del New Deal a fare da scenarioallo sviluppo delle “emergenze criminali”.Il New Deal fu, sinteticamente, quella serie di misure statalipredisposte dal presidente Roosevelt per risollevare gli Stati Unitidalla crisi finanziaria del 1929. L’intervento statale nell’economiacon la realizzazione di importanti infrastrutture, la creazione di unwelfare state in grado di sostenere i lavoratori che persero il lavoro, euna serie di misure che permisero di rilanciare l’economia instagnazione, furono il cardine degli interventi della presidenzaRoosevelt.Questo modello entra in crisi con l’avvicinarsi agli anni Settanta, inconcomitanza con l’emergere del problema criminalità come uno deipiù importanti problemi che la politica avrebbe dovuto affrontare.Così abbiamo un forte depotenziamento dello stato sociale, causatosecondo Wacquant da una reazione ai movimenti progressisti deglianni Sessanta.L’ipotesi di Simon9 è che la nascita dell’emergenza criminalità sia daleggere all’interno di questi due fenomeni storici, come risposta deipolitici a questi avvenimenti che rischiavano, di fatto, di rendereingovernabile il paese.Dopo la sua nascita, dunque, la nuova emergenza criminalità vienepoi sempre più frequentemente spettacolarizzata ed esaltata dai massmedia, così come gli interventi di war on crime delle classi dirigentidel paese.9 Jonathan Simon, Il governo della paura, cit. 19
  • 18. La mediatizzazione della criminalità (e dei relativi provvedimenti percontrastarla) ha una duplice funzione: da un lato è funzionale adaccrescere la percezione di insicurezza delle classi medie americaneche si sentono così costantemente minacciate e sotto assedio;dall’altro emerge la faccia severa e punitiva dei governi contro icriminali così come quella protettiva e paternale verso le “vittime”.Si tratta di quello che Wacquant definisce come “pornografiapenale”, ovvero quel processo per cui il crimine e le azioni sicuritariedevono essere mostrati, esibiti e ritualizzati, al pari degli amplessinelle produzioni pornografiche.Assistiamo così ai roboanti proclami dei tutori dell’ordine, agliinseguimenti in diretta televisiva, alle dichiarazioni di tolleranzazero, alle continue lodi alle forze dell’ordine e ai biasimi neiconfronti dei giudici (ormai ultimo baluardo del trattamento socialedelle devianze) definiti lassisti e quasi “complici” dei criminali.La sicurezza e la guerra alla criminalità sono state il leitmotiv dellecampagne elettorali da Nixon in avanti, di volta in volta declinate inbase a quella che viene percepita come la minaccia presente piùpericolosa; nel mondo del presente il tema principe risulta essere,ovviamente, la war on terror inaugurata dall’amministrazione diGeorge W. Bush.I tratti distintivi di queste nuove politiche sicuritarie sembrano esserecomuni a tutte le esperienze del genere sia negli Stati Uniti che inEuropa10; in primo luogo esse attaccano frontalmente il crimine,considerato soltanto come devianza immorale e spostando il focusdalle cause che lo creano alle persone che lo commettono: così il“criminale” è un deviante irrecuperabile (lo vedremo meglio quandoparleremo del paradigma attuariale del trattamento delle devianze) lacui unica prospettiva deve essere il carcere, pena il disordine socialee l’insicurezza generalizzata.Ancora, è ben visibile il proliferare di dispositivi di controlloinimmaginabili fino a pochi anni fa: telecamere per lavideosorveglianza, comitati di quartiere (le italiane “ronde”,10 Questa affermazione trova il suo fondamento nell’analisi di Wacquant sul“Fac-simile europeo”, contenuta in Loïc Wacquant, Punire i poveri, cit.20
  • 19. recentemente entrate prepotentemente nel dibattito politico),profiling genetico dei criminali, maggior potere e risorse alle forzedell’ordine, centri di detenzione specializzati, test antidroga nellescuole, ecc…Un altro tratto distintivo di queste politiche è il fatto di suddividerenei discorsi politici (intesi nel senso tramandatoci da Foucault comeatti linguistici, capaci di segmentare e ridefinire la realtà) i cittadini-vittime, quelli buoni per intenderci, dai cittadini-criminali, dei qualisi può già intuire un profilo base: neri, provenienti dai quartieripopolari in declino, tossicodipendenti e via dicendo.Di conseguenza il carcere non è più visto come passaggio penaleverso il reinserimento in società, al contrario, l’amministrazionecarceraria è ormai considerata soltanto una contabilità di flussi inentrata e uscita e dei relativi costi di gestione.Questo tipo di politiche sono sostenute ed alimentate da una rete didiscorsi pubblici allarmisti e catastrofisti, tesi a tracciare unadescrizione dei centri urbani come “zone di guerra” (non a caso illessico militare è quello prediletto dai mass media nel trattare iproblemi della criminalità e della sicurezza) e l’intervento dei tutoridell’ordine come il pugno di ferro del potere senza il quale non visarebbe risoluzione dei conflitti; i rimedi proposti sono drastici ma alcontempo semplicistici, generalizzano le questioni sociali delladevianza e appiattiscono i livelli di problematicità insiti nel trattareun tema tanto delicato, quanto complesso come la criminalità.Ultimo tratto distintivo, e in parte conseguenza diretta di quellitrattati poco sopra, è il rafforzamento delle reti poliziesche,l’incremento vertiginoso delle popolazioni carcerarie e la volontà diaccelerare i tempi della giustizia.Questa serie di pratiche politiche trovano l’appoggio indiscriminatodi tutti gli schieramenti politici, quasi a sottolineare che non vi è altravia d’uscita, se non le politiche sicuritarie, alla presunta emergenzacriminalità.Ora, se si analizzano le statistiche criminali del periodo nel qualequesti discorsi si sviluppano, non ci sono tassi di crescita della 21
  • 20. criminalità tali da giustificare il proliferare di questo tipo di misure dicontrollo sociale11.Riporto due dati che mi sembrano i più rilevanti per capire la portatadi quello che da trent’anni a questa parte sta succedendo negli StatiUniti.Il primo di questi dati riguarda il numero di persone sottoposte aqualche tipo di misura penale (carcere, libertà vigilata, libertàcondizionale): se nel 1980 il totale di queste persone era di circa 1milioni e 842 mila, nel 1995 sono diventate 5 milioni e 343 mila, conun aumento del 190% in quindici anni.12L’altro dato fondamentale riguarda i tassi di criminalità registrati nelperiodo 1975-1995: il tasso nazionale di omicidi è rimasto stabile (8casi ogni 100.000 abitanti), i furti con aggressione oscillavano tra i200 e 250 casi su 100.000 abitanti (questi dati non rivelano unatendenza all’aumento né alla diminuzione), il tasso di vittime dilesione è rimasto stabile al valore di 30 casi su 100.000 abitanti, lafrequenza della violenze si è abbassata da 12 a 9 su 100.000. Icrimini contro la proprietà sono nettamente calati, scendendo dai 550su 100.000 abitanti del 1975 a meno di 300 vent’anni dopo.13Questi dati testimoniano che l’insorgenza e lo sviluppo del discorsosicuritario non sono in alcun modo collegati ad un aumento dellacriminalità. Va ricordato, infatti, che le principali misure legislativeorientate alla war on crime, in particolare il modello New York delsindaco Rudolph Giuliani, vengono attuate dopo il 1994, quando,come abbiamo visto, la criminalità era già in netto calo da oltrevent’anni, per di più manifestando una concreta tendenza aun’ulteriore diminuzione.11 Si vedano, ad esempio, le statistiche del Bureau of Justice Statistics delDipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America(www.ojp.usdoj.gov/bjs)12 Bureau of Justice Statistics, Correctional populations in the United States1995, Washington, Governement Printing Office, 199713 Bureau of Justice Statistics, Criminal victimization in the United States1975-1995, Washington, U.S. Governement printing office, 199722
  • 21. I dati così presentati fanno legittimamente pensare che questiprocessi siano allora effettivamente utili a qualche cosa d’altro.Se, infatti, andiamo a vedere, con una semplificazione estrema,quello che sul piano materiale e simbolico si sta sviluppando conl’ascesa dei nuovi paradigmi neoliberisti del mercato e della societàpossiamo intravedere una possibile spiegazione dell’insorgenza deldiscorso sicuritario.Partendo dal piano prettamente simbolico, vediamo come nellasocietà teorizzata dai massimi esponenti del neoliberismo, del qualel’America è punta di diamante, lo Stato deve avere un ruolo semprepiù marginale all’interno del panorama politico-economico e sociale.Gli interventi statali devono essere ridotti ai minimi termini, noninterferire con i processi economici se non in termini normativi, loStato deve diventare uno stato “leggero”, sempre meno presente evisibile, il suo ruolo deve essere relegato a quello di merosupervisore di processi autopoietici che vivono già di vita propria.Lo Stato verrebbe così a perdere quella funzione di autorità superioreche tradizionalmente aveva acquisito nelle democrazie occidentali,perde in ultima analisi le sue funzioni proprie, perde di potere eautorità.Ecco allora che uno Stato forte contro il crimine e le devianzeriafferma la propria autorità in ambito sociale, restituendociun’immagine che legittima e controbilancia l’amputazione delbraccio economico statale dettata dall’avvento del neoliberismo.Sempre rimanendo sul piano simbolico, la progressiva erosione divalori quali la famiglia patriarcale, il lavoro stabile e continuativo, lostesso indebolimento dello stato-nazione hanno contribuito adelegittimare il sistema di strategie di governo dei problemi socialilegate al welfare, dunque anche della stessa devianza. Lo stessowelfare è ormai percepito dai cittadini statunitensi come un sistemaassistenzialista inutile, sprecone e che “premia chi non se lo merita”.Questo ha fatto sì che la criminalità non fosse più percepita come unqualcosa da arginare riabilitando i devianti, bensì un qualcosa daeliminare con politiche repressive dure e inflessibili. Queste politichehanno un alto valore simbolico, dunque, perché, come detto in 23
  • 22. precedenza, riaffermano un valore autoritario dello Stato, incontrotendenza rispetto ai dettami neoliberisti.14Passando sinteticamente al piano prettamente materialistico nonpossiamo che soffermarci sui profondi cambiamenti che hannoinvestito il mondo dell’economia, tipicamente negli aspetti dellaflessibilizzazione e precarizzazione del lavoro che il nuovo ordineeconomico è venuto a creare.Secondo Wacquantl’irresistibile ascesa dello stato penale americano non contraddice certo ilprogetto neoliberale di deregolamentazione e snellimento del settorepubblico, anzi si potrebbe dire che ne rappresenta il negativo – in sensofotografico, rilevatore ma “al contrario” – in quanto esprime una politica dicriminalizzazione della misera funzionale all’imposizione della condizionesalariale precaria e sottopagata come obbligo di cittadinanza e allaconcomitante riformulazione dei programmi sociali in senso punitivo.15Per lo studioso francese, così come ad esempio per l’italianoAlessandro De Giorgi16, esiste un nesso “verticale” di causalità trapolitiche della pena e nuovo ordine economico neoliberista (opostfordista nel lessico di De Giorgi).Questa causalità e data dalla sostituzione dello stato sociale (welfare)con uno stato penale teso a inserire forzatamente i cittadini piùpoveri nel sistema di produzione capitalista del lavoro salariatoflessibile e desocializzato (workfare).Questi processi altro non fanno se non contribuire ad ungoverno della vasta popolazione urbana, povera e in larga maggioranza nonbianca, resa economicamente superflua dalla crisi del modello di14 David Garland, La cultura del controllo, cit.15 Loïc Wacquant, Parola d’ordine: tolleranza zero, cit., 2000, pag. 7016 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza. Strategie e pratiche della societàdi controllo,Roma, Derive Approdi, 2000; oppure in: Alessandro De Giorgi,Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine,Verona, Ombre Corte, 200224
  • 23. produzione fordista e socialmente vulnerabile dalla distruzione delle residueprotezioni sociali a questo associate.17Si delineerebbe dunque un complesso sistema commercial-carcerario-assistenziale, secondo la stessa definizione di Wacquant,il cui compito è di triplice valenza: da un lato deve sorvegliare lepopolazioni povere che non vogliono rientrare nei nuovi modelli diproduzione lavorativa postfordisti, dall’altro deve soggiogare questestesse classi povere e infine punire e neutralizzare chi devia dalnuovo ordine economico-sociale.Probabilmente l’intuizione più azzeccata di Wacquant consiste nelmettere l’accento sulle connotazioni razziali e di classe del sistemapenale, che replicano in toto le disuguaglianze sociali dellapopolazione urbana.Ad oggi oltre 2 milioni di persone su 275 milioni di cittadinistatunitensi sono in carcere, e il numero aumenta se consideriamo icittadini sottoposti a un qualche tipo di tutela penale (probation,parole, ecc…) il numero aumenta a oltre 6 milioni. Questo significache oltre il 2% della popolazione statunitense è sotto l’egida delcontrollo penale.Questa ipertrofia denota, come sottolineato da Wacquant, unadimensione razzista e classista del sistema penale: infatti, statistichedel 1995 dicono che su 22 milioni di neri maggiorenni, 767milaerano in prigione, 999mila in libertà vigilata e 325 rilasciati sullaparola. Oltre il 60% della popolazione carceraria è composta daminoranze etniche e i dati su questo punto si sprecano.Wacquant arriva addirittura a sostenere che la prigione è diventataormai un sostituto del ghetto, infatti, secondo lo studioso franceseil ghetto funge da prigione etno-razziale: chiude in gabbia, per così dire, ungruppo privo d’onore e riduce drasticamente le possibilità di vita dei suoi17 Alessando De Giorgi, Prefazione in: Jonathan Simon, Il governo dellapaura, cit. 25
  • 24. membri per garantire al gruppo dominante che risiede nei paraggi la“monopolizzazione dei beni e delle opportunità materiali e spirituali”.18Un carcere, a sua volta, serve a tenere sotto controllo unapopolazione denigrata, funge da “preservativo urbano” control’infamia che provocherebbe il venire a contatto con la popolazionecolpevole di aver commesso un crimine.Il ghetto servirebbe anche ad «agevolare lo sfruttamento economicodella categoria segregata»19, così come la prigione che costringe lapopolazione carceraria ai lavori forzati e al successivo reinserimentonegli strati più bassi del nuovo lavoro salariato precario.Non bisogna poi dimenticare, altre conseguenze, prettamenteeconomiche, dell’insorgenza del discorso sicuritario e dellapersecuzione delle politiche di zero tolerance e war on crimesviluppatesi negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni.Da un lato l’industria carceraria americana produce una tale quantitàdi ricchezza, stimata intorno ai 20 miliardi di dollari all’anno, che sicompone di oltre 100 imprese edili che si occupano esclusivamentedi costruzione e manutenzione di prigioni, le carceri private sonooltre 160 in continua espansione. Questi pochi dati soltanto perrendere l’idea della mole di affari del “Correctional Business”:ovviamente politiche della pena sempre più severe comportanoancora maggiori ricchezze per gli operatori dell’economia carceraria.Dall’altro lato la marcata diffusione del senso di insicurezza tra icittadini della middle class ha fatto sì che si sia sviluppato un floridoe redditizio mercato della sicurezza privata, nuova branca delbusiness dell’insicurezza sociale; non è un caso che proprio negliStati Uniti in questi ultimi trent’anni siano cresciute a dismisura lespese per la sicurezza privata, dalle guardie armate per sorvegliare leimprese o gli accessi alle gated communities (interi quartieri i cuiaccessi sono sbarrati per i non residenti), fino agli impianti divideosorveglianza privati. Solo per riportare alcuni dati a supporto diqueste affermazioni, si pensi che nel solo anno 1990, negli Stati Uniti18 Loïc Wacquant, Punire i poveri, cit., pag. 21019 Ibidem, pag. 21026
  • 25. sono stato spesi oltre 52 miliardi di dollari in sicurezza privata,contro i 30 miliardi spesi per le forze di polizia federali; più di10.000 compagnie di private security impiegano 1 milione e 500mila guardie, circa il triplo rispetto ai 554 mila uomini delle forzedell’ordine federali e locali.20Una conseguenza culturale importante dello sviluppo e attuazionedelle politiche sicuritarie consiste nella cosiddetta “vittimizzazionedel cittadino”.Negli USA, il cittadino non è più visto come un attore sociale nelsenso classico del termine: il cittadino ora è una potenziale vittima diun crimine, seguendo Simon:La democrazia americana è minacciata anche dall’emergere della vittimadel crimine come modello dominante del cittadino in quanto rappresentantedella gente comune, i cui bisogni e le cui capacità definiscono la missionedel governo rappresentativo. Una serie di nuove forme di conoscenza portaadesso la “verità” delle vittime all’interno del sistema penale e al di là diquesto. Le verità di queste vittime sono potenti, e spesso travolgono ilsignificato emotivo di altre questioni. Esse minano le forme di solidarietà edi responsabilità necessarie alle istituzioni democratiche.21L’esame di questi autori delinea dunque il quadro di un’America chesi riscopre in qualche misura razzista e classista, insicura e dominatada un discorso politico dai caratteri fortemente neo-autoritari, nelquale le ragioni dell’economia neoliberale hanno la meglio rispetto aquelle sociali e del welfare-state.Le conseguenze, delineate efficacemente da Jonathan Simon, diquesto Governo attraverso la criminalità, sulla democrazia sonoenormi:20 Nils Christie, Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag,Milano, Elèuthera, 199621 Jonathan Simon, Il governo della paura, cit., pag. 9 27
  • 26. che si individui il valore della democrazia americana nelle suecaratteristiche di libertà o di uguaglianza, il governo attraverso lacriminalità ha prodotto effetti negativi.22In primo luogo la trasformazione dal cosiddetto “stato sociale” allo“stato penale” a causa delle ingenti risorse finanziare tolte al sistemawelfaristico e dirottate verso il sistema punitivo e penale; inoltre ildistaccamento dai principi neoliberali di uno stato “leggero” infavore di uno stato forte e autoritario.L’ipertrofia del sistema penale e la sua connotazione razziale sonoanch’esse parte delle conseguenze della war on crime tanto decantatada questo o da quel governo.Per la prima volta dall’abolizione della schiavitù, un gruppo definito diamericani vive, su basi più o meno permanenti, in una condizione giuridicadi non-libertà – in virtù di una singola condanna all’ergastolo, di ripetuteincarcerazioni, oppure delle conseguenze a lungo termine di una condannapenale; non solo, ma tra questi una sconcertante percentuale discende daquegli schiavi liberati.23Tutto ciò poi, e questo è il dato forse più importante, non ha prodottoalcun tipo di risultato in termini di riduzione dei tassi di criminalità odi percezione dell’insicurezza tra i cittadini: come si evince dai datiriportati precedentemente, la criminalità negli Stati Uniti è in netto econtinuo calo dalla metà degli anni Settanta ad oggi. L’unicorisultato conseguito è stato quello di stigmatizzare una popolazionegià vessata dalla povertà.Anche la middle class, come già accennato prima, subisceconseguenze importanti: con la “vittimizzazione dei cittadini” essi sisentono assediati e vivono in un continuo stato di tensione emotiva edi paura dell’altro; non a caso numerose ricerche testimoniano comedecisioni importanti della vita famigliare, come ad esempio dovemandare i figli a scuola o dove lavorare, sono prese in base al rischiopercepito.22 Ibidem, pag. 723 Ibidem, pag. 828
  • 27. Inoltre, sempre a proposito delle gated communities e dellaprivatizzazione della sicurezzaun’insistenza così pesante sulla fortificazione rende queste comunità ancorapiù dipendenti da una polizia aggressiva e dallo stato penale per la tuteladelle norme di civiltà. Infatti, il nuovo ambiente securizzato tende adalimentare alcune routine circoscritte, ma quando si presentano situazioniinedite, esso tende a creare ciò che gli economisti chiamano (in modoappropriato, nel nostro caso) “dilemma del prigioniero”: vale a dire ungioco in cui i giocatori non possono collaborare, e possono avere la megliosolo se si fanno predatori per primi. L’ultimo che resta fuori perde.241.2 La trasformazione da Stato Sociale a Stato Penale: excursus storico sul trattamento delle devianze e sul controllo sociale.Quando, nella maggior parte degli studi criminologici effettuatiprima dell’avvento dei nuovi paradigmi sicuritari, si studia ilrapporto tra devianza e controllo sociale, si tende a mantenere unnesso causale con una doppia direzione: da un lato viene ricercatauna causa della devianza (che può essere la situazione sociale, lamalvagità individuale, povertà, ecc…). Dall’altro lato si pensa che ilcontrollo sociale sia una conseguenza della devianza, per cui “chidevia sottoposto a controllo sociale”.Tuttavia, già la sociologia classica aveva rigettato la logica causaleper i processi sociologici, vedendo questi processi non comesemplici rapporti causa-effetto, ma come situazioni che scaturisconoda un’innumerevole serie di fattori correlati tra di loro. Lacriminologia, al contrario, sembra essere rimasta ferma, fino circaalla metà degli anni Ottanta, a questo tipo di luoghi comuni.2524 Ibidem, pag. 925 In verità esistono numerose correnti critiche della criminologia cherigettarono a tempo debito il nesso causale dei processi sociali, come adesempio le labelling theory (teorie dell’etichettamento) che vedono la 29
  • 28. Inoltre, una dimensione importante del controllo sociale è quellatemporale: infatti i suoi dispositivi sono sempre proiettati nel futuro,tendono a voler neutralizzare comportamenti possibili nell’arcotemporale successivo a quello della propria messa in opera.Ora, se l’idea intuitiva di controllo sociale è sicuramente immediata,non è tale la sua definizione in termini scientifici; numerosi sociologihanno dato le più svariate definizioni del termine, e tutte peraltro conun’accezione differente.Quella che mi sembra più azzeccata, rispetto al discorso che stiamotrattando, è quella di Alessandro De Giorgi (di chiara ispirazionefoucaultiana), contenuta in un saggio il cui tema principale è proprioil controllo sociale:Il controllo sociale è senza dubbio definibile come un insieme di funzioniattribuite a certi apparati o a certe strutture storicamente determinate, la cuicaratteristiche mutano nello spazio e nel tempo. Queste funzioni, in unalettura molto semplificata, consistono nel ridurre le possibilità dicomportamento di un individuo, determinando quindi vincoli, dispositivi discoperta dell’infrazione e di punizione.26La criminologia recente ha subito un brusco cambiamento per quantoconcerne lo studio e la prevenzione delle devianze: negli anni acavallo fra il 1960 e il 1980 la devianza, come dicevamo, erasostanzialmente concepita come l’effetto di una o più cause (di voltain volta psicologiche, sociali, ecc…). Le varie teorie sidifferenziavano soltanto per l’attribuzione della preminenza dellecause a fattori individuali o sociali.Ciò che senz’altro ci lasciano questo tipo di teorie è il fatto disostenere la possibilità di un intervento di eliminazione delle causeche fanno scaturire il comportamento deviante come risoluzione didevianza come il prodotto di un complicato processo di definizioni da partedegli altri individui o della collettività. Per una rassegna delle principaliteorie criminologiche si veda: Augusto Balloni, Criminologia inprospettiva, Bologna, Clueb, 1983 oppure il più recente Dario Melossi,Stato, controllo sociale, devianza, Milano, Bruno Mondadori, 200226 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., pag. 2330
  • 29. questo tipo di problematiche. Ancora, le diverse teorie, dibattevanose non fosse meglio modificare i contesti sociali all’interno dei qualiavvenivano i comportamenti devianti, oppure trasformare gliindividui affinché venisse neutralizzata la propria carica deviante.Si assiste, in pratica, alla diffusione del “modello correzionale”, unmodello per il quale la penalità, che rimaneva comunque necessariaper sanzionare i comportamenti criminali, avrebbe dovuto mantenereuna funzione dominante: quella riabilitativa.E questo divenne presto il paradigma dominante sia in criminologia,quanto in politica.Infatti, per quanto concerne le politiche di welfare, esse tendevanoalla diminuzione della popolazione delle istituzioni totali (carceri,manicomi, ecc…) e al trattamento dei devianti all’interno di altreistituzioni, come la famiglia, il servizio sociale, il lavoro e viadicendo.La diffusione di queste politiche produce, da un lato, una considerevoleriduzione della popolazione carceraria, che in Italia (ma anche negli StatiUniti) conosce i suoi minimi storici nei primissimi anni Settanta; dall’altro,un allargamento di fatto delle reti del controllo, nel senso che sempre piùindividui sono soggetti a qualche forma di trattamento, di gestione da partedi istituzioni o strutture dell’assistenza sociale, dell’intervento comunitario,della libertà vigilata.27Con il finire degli anni Settanta, il modello correzionale entra incrisi, essenzialmente per due ordini di ragioni: da un lato questo tipodi modello sembra non funzionare, dall’altro la società vieneinvestita da una crisi delle finanze statali che comporta una drasticariduzione delle spese sociali, in barba al modello keynesiano fino adallora dominante.Sul perché questo modello sembra non funzionare, la spiegazione èmolto semplice: gli unici parametri adottati dalle istituzioni stataliper valutare il buon funzionamento o meno di queste strategie,risultavano essere i tassi di recidiva. In base a questi dati, la cui27 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., corsivo mio. 31
  • 30. pecca era tuttavia quella di non tenere conto degli innumerevolimutamenti sociali che stavano investendo le società occidentali inquegli anni, la criminalità non solo non era diminuita, per giuntaaumentavano i crimini di strada e il conseguente senso di insicurezzasociale percepito.La crisi delle finanze statali ha dato il colpo di grazia definitivo aquesto modello: a fronte della crisi si sviluppano infatti politiche didrastica riduzione dei fondi destinati ai servizi sociali e più ingenerale alle politiche di welfare, di conseguenza si preferiscefinanziare soltanto gli interventi immediati e repressivi nei confrontidella criminalità.Si sviluppa allora una nuova scuola di criminologi28 che abbandonadel tutto il paradigma causale (l’eziologia) della devianza. Per questistudiosi il criminale è un individuo, dotato di normali capacitàintellettive, che decide razionalmente di compiere un atto deviante.Le condizioni sociali, lo status economico, il contesto nel quale ilsoggetto agisce non hanno di colpo più alcuna importanza.Una conseguenza più che scontata di questo nuovo tipo di approccioè data dal fatto che se prima si ricorreva alla pena a scoporiabilitativo, ora la pena ha valore deterrente e intimidatorio.29Questo nuova ondata di teorie si basa semplicemente sull’analisicosti-benefici tipica del mondo economico. Una strategia è valida secomporta costi bassi e guadagni (in termini di abbassamento dei tassidi criminalità) elevati.28 Si vedano ad esempio: Ernest Van Den Haag, Punishing criminals, NewYork, Basic Books, 1975 e James Q.Wilson, Thinking about crime, NewYork, Vintage, 1977 (tra l’altro quest’ultimo è stato anche consigliere delpresidente degli USA Ronald Reagan)29 “…i malvagi esistono. La sola cosa che si può fare è separarli dagliinnocenti. E molti, che non si trovano né in una categoria né nell’altra, mache, in disparte, osservano e fanno calcolo delle proprie opportunità,soppesano attentamente la nostra reazione alla malvagità come un segnaledi ciò che essi potrebbero, con profitto, intraprendere. Noi non abbiamoconsiderato con la dovuta attenzione i malvagi, ci siamo presi beffa degliinnocenti e abbiamo incoraggiato i calcolatori” Ernest Van Den Haag,Punishing criminals, cit., pag.24032
  • 31. Gli stessi istituti preposti alla verifica dei risultati, non guardano piùsoltanto ai livelli di criminalità, ma anche ai costi sostenuti.Ora, come nota giustamente De Giorgi, considerare il delinquentecome homo economicus, razionale, che soppesa rischi e profitti dellasua attività criminale equivale a far sì chele politiche punitive [siano] tanto più efficaci, quanto meno chi ne èdestinatario dispone di risorse di potere. Ciò che nell’ottica della criminalitàimprenditoriale costituisce solo un costo aggiuntivo dell’attività d’impresa,da punto di vista del microcriminale di strada è invece un danno grave. […]questa teoria si rivolge comunque alla criminalità dei deboli piuttosto che aquella dei potenti. 30La pena diventa quindi il modo attraverso il quale chi detiene ilpotere di punire lo esercita allo scopo di eliminare il soggetto dallocontesto sociale; questo tipo di sanzione viene legittimata dal fattoche il soggetto artefice di un comportamento criminale merita ilcastigo.La funzione riabilitativa è definitivamente scomparsa.Questo per quanto riguarda la punizione del soggetto che avviene inseguito ad un comportamento criminale.Ma a ben vedere, queste teorie, affrontano anche il nodo dellaprevenzione del crimine in special modo, della violenza urbana.La teoria più in voga su questo tema è senz’altro quella ereditatadalla coppia di tutori dell’ordine e fautori della zero tolerancerappresentata da Rudolph Giuliani (sindaco di New York tra il 1994e il 2001) e il commissario del New York Police Department BillBratton.La coppia Giuliani-Bratton ha applicato appieno, nella New York deiloro mandati, il concetto di zero tolerance: controlli severi ad ogniangolo della strada, superpoteri alla polizia, controllo delle gangs,tutela del decoro urbano e via dicendo.La broken windows theory è stata la “bibbia” dei fautori dellatolleranza zero: questa teoria - più che una teoria è in verità un30 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., pag. 32 33
  • 32. semplice articolo su una rivista scritto da uno scienziato dellapolitica e da un criminologo statunitensi, George L. Kelling e il giàcitato James Q. Wilson - avanza l’ipotesi che eliminare il degradourbano in una città sia la chiave di volta per eliminare la vera epropria criminalità.31Secondo gli autori, un territorio sporco, degradato, disordinato (lametafora della “finestra rotta” è così spiegata) contribuisce adaumentare la criminalità, questo a causa di un sentimento dipercezione di lontananza delle autorità che si instaurerebbe nellepersone che vivono nell’ambiente degradato.Per questa ragione gli interventi della polizia newyorkese, durantel’amministrazione Giuliani-Bratton, che più rappresentarono il“modello New York” furono diretti all’eliminazione deicomportamenti di “devianza non criminale”, come ad esempio illavaggio dei vetri delle vetture ai semafori, i graffiti, il barbonaggio,l’elemosina e via dicendo.I dati sulla criminalità sembrerebbero aver dato ragione alla coppiaBratton-Giuliani32, ma in verità ad un’attenta lettura, gli stessi datidimostrano che la criminalità a New York era già in netto calo daalmeno tre anni prima dell’applicazione dei precetti della tolleranzazero. Inoltre, non solo a New York, ma in tutti gli Stati Uniti, anchenelle città e negli stati in cui non è stata applicata la teoria dellefinestre rotte e la tolleranza zero, la criminalità è diminuita, il che fapensare più a una regressione fisiologica dei crimini che ai miracolidella zero tolerance.Inoltre, risulta difficile immaginare come, date le risorse adisposizione della polizia del NYPD, possano essere stati applicati31 La broken windows theory è apparsa la prima volta in forma di articolosulla rivista “Monthly Rewiew” del marzo 1982. Si può visionare l’articolooriginale dall’archivio della rivista (http://www.theatlantic.com/doc/198203/broken-windows )32 Complessivamente nel periodo 1994-1996 i reati denunciati a New Yoksono calati del 30%, mentre gli omicidi sarebbero diminuiti addirittura del40%. Allo stesso tempo il 73% degli abitanti di New York si dichiaranosoddisfatti dell’operato della polizia e dicono di sentirsi più sicuri, dato chesupera del 32% la media nazionale.34
  • 33. alla lettera i precetti della zero tolerance e della broken windowstheory; ora, è senz’altro veritiero che la polizia newyorkese abbiariorientato i propri obiettivi verso l’ottica di tutelare l’ambiente fisicodal degrado, cosa che prima non era deputata a fare, ma il rapportocausa-effetto così come presentato dagli apologeti della tolleranzazero non è dimostrabile. Infatti è più probabile che la polizia abbiapotuto orientare la propria attenzione verso il disordine proprioperché i crimini di strada erano già in netto calo dai periodiprecedenti. In definitiva, sembra più probabile che non siano iprecetti della zero tolerance ad aver ridotto la criminalità, bensì lariduzione (già in atto) della criminalità ad aver permessol’applicazione della tolleranza zero.Per verificare il funzionamento dell’applicazione della tolleranzazero e della “finestra rotta”, bisognerebbe confermare tre ipotesi: 1)che nella New York di Giuliani-Bratton si siano realmente applicatequeste disposizioni, 2) che il calo della criminalità si sia verificatoesattamente in corrispondenza dell’applicazione di questoorientamento e 3) che il calo della criminalità si sia verificatosoltanto a New York. Come abbiamo visto nessuna delle tre ipotesipuò essere confermata.Tuttavia, uno sguardo al dibattito politico italiano attuale, soprattuttoper quanto riguarda le talvolta stravaganti ordinanze delleamministrazioni comunali sparse sui territori in merito alle strategiedi contenimento della criminalità e del degrado, dà l’idea di quanto laportata di questo tipo di teorie si rifletta anche sulla nostra società,pur essendosi ormai consolidata come fallimento in altre parti delmondo.Le stesse parole di Jack Maple, braccio destro di Bratton presso ilNYPD, riportate fedelmente da Wacquant, dimostrano come la teoriadelle finestre rotte sia soltanto un’invenzione politico-mediatica tesaad aumentare la percezione di sicurezza e di vicinanza delle autoritàverso la popolazione:“[In seguito a numerosi] reportage che registrano un sensibile calo dellacriminalità violenta a New York, molti ne hanno attribuito il merito allanozione della “finestra rotta”, secondo la quale i malviventi avrebbero 35
  • 34. improvvisamente ritrovato la retta via perché respiravano un’aria di civiltà.Non è così che funziona. Gli stupratori e gli assassini non si spostano versounaltra città quando si accorgono che nella metropolitana scompaiano igraffiti. Lo squeegeman [il lavavetri] qualunque non si mette ad accettareomicidi su commissione quando percepisce una maggiore tolleranza per lasua attività. Chiedere l’elemosina non apre la strada agli assassini. […] Lapolitica di “qualità della vita” riduce il crimine perché consente di catturarei delinquenti quando non sono all’opera, come quando un esercito attaccagli aerei del nemico prima ancora del decollo” (Jack Maple) .331.3 Europa e Italia come banchi di prova (e di tenuta) deinuovi paradigmi sicuritari.Sarebbe forse sorpreso Jack Maple nel leggere i quotidiani eascoltare le notizie dei telegiornali italiani ed europei. Quelle teorie eprassi che egli stesso ha bollato come “inutili”, sono oggi all’ordinedel giorno nelle agende politiche degli amministratori locali e deigoverni dei principali paesi europei, con l’Italia a fare da capofila.Non a caso, i leitmotiv dei quotidiani e dei telegiornali nazionali,caratteristica comune a quasi tutti i paesi europei, non perdonooccasione per tracciare mappe catastrofiste delle violenze urbane,accomunano bullismo da cortile di scuola, scippatori, omicidi emigranti clandestini in un unico calderone mediatico sensazionalista,attento allo scoop, al retroscena e spettacolare. La “pornografiasicuritaria” citata in precedenza è, in Europa, la punta di diamantedel giornalismo di cronaca.Venendo al caso italiano, si può notare, in perfetta armonia con letendenze degli altri paesi europei34, che gli effetti di questo tipo ditrattamento delle notizie di cronaca nera si riflette (con i meccanismi33 Jack Maple e Chris Mitchell, The crime figher: how you can make yourcommunity crime-free, New York, Broadway Books, 1999 pp.154-155 cit.in: Loïc Wacquant, Punire i poveri, cit., pag.26034 Come, ancora una volta, evidenziato da Loïc Wacquant nel capitolo “Fac-simile europeo” di Punire i poveri,cit., pp.241-28236
  • 35. che vedremo in parte anche nel capitolo successivo) pesantementesull’agenda e sul discorso dei politici.Questo fa sì che ad oggi esista un super-schieramento ideologico cheabbraccia l’intero arco parlamentare (ricordiamo che i partiti diestrema sinistra parlamentare, gli unici che si sono opposti insieme aimovimenti sociali e sindacali all’implementazione di queste politichesicuritarie, sono usciti dal Parlamento con le elezioni politiche del2008) dedito alla promozione e al sostegno delle politiche di zerotolerance, seppur con sfumature differenti.35Tutto questo clamore suscitato dalla presunta emergenza criminalitàin Italia è contraddetto nei numeri da un’importante inchiesta di unaserie di istituzioni internazionali preposte allo studio dellavittimizzazione nei vari paesi europei (ICVS, International CrimeVictimization Survey).Questo studio36 mostra come i livelli di criminalità, o meglio, lapercentuale di persone che sono state vittime di un crimine in Italiasia in costante diminuzione dal 1992 ad oggi: infatti se nel 1992 lapercentuale di persone vittime di uno tra i 10 crimini considerati piùcomuni era di oltre il 20%, il valore si è attestato stabilmente intornoal 12% nel 2004.I livelli di criminalità nel nostro paese sono sotto la media dellamaggioranza degli altri paesi europei, ad esclusione di Spagna,Ungheria, Portogallo, Francia, Austria, Grecia.La percentuale di popolazione vittima di un reato37 in Italia nel 2004è intorno al 12%, quando la media europea si attesta intorno al 15%.35 Sulla svolta punitiva degli schieramenti progressisti europei: per il casoitaliano di rinnovamento della sinistra in materia penale è utile citareSalvatore Verde, Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo stato penale,Roma, Odradek, 2002.36 L’ultima inchiesta, datata 2004, è disponibile in versione integrale al sitohttp://www.europeansafetyobservatory.eu/downloads/EUICS_The%20Burden%20of%20Crime%20in%20the%20EU.pdf37 I reati presi in considerazione dall’indagine ICVS citata sono: furti diveicoli, rapine, furti, truffe, violenze sessuali, atti di violenza, frodi. Hocitato questa indagine perché incentrata proprio sul modello della vittimacome esempio di cittadino. 37
  • 36. Questi dati, seppur parziali, testimoniano come i roboanti proclamisul disastro della sicurezza in Italia perpetuati costantemente da massmedia e politici, sembrino infondati.Al pari degli Stati Uniti, vera mecca per i manager dell’ordinepubblico nostrani, è probabile che il modello della tolleranza zero,non porti significativi miglioramenti sul piano della riduzione dellacriminalità, o, per lo meno, non ne sia una causa diretta.Come abbiamo visto in precedenza, infatti, il “modello New York”tanto decantato anche dai politici italiani, lascia aperti innumerevolidubbi sulla sua efficacia, a detta degli stessi suoi promotori edesecutori.Il caso che mi sembra paradigmatico rispetto allo sviluppo eattuazione di queste politiche in Italia al giorno d’oggi è quello delcontrollo sulle popolazioni migranti.Partendo dai dati a nostra disposizione38 vediamo come lapercentuale della popolazione immigrata residente in Europa sia parial 6,2% sul totale dei residenti, mentre il dato italiano si attestaintorno al 6.5%, quindi senza particolari differenze rispetto al datoeuropeo.Già questo dovrebbe far pensare alle quotidiane esagerazioni deipolitici italiani (in special modo degli esponenti della Lega Nord) sulpresunto “stato d’assedio” nel quale si troverebbe il nostro paese.Ora, i processi, le cause e le trasformazioni dei flussidell’immigrazione sono molto complessi e non è questa la sede peruna disamina completa di questo tipo di dinamiche, certo è che ilsentore di un’esagerazione mediatica ad opera di una certa partepolitica, soprattutto nei toni dei propri discorsi, rispetto al temadell’immigrazione è molto forte.Un altro dato interessante riguarda il fatto che oltre 6 italiani su 10pensano che la presenza degli immigrati in Italia sia la causa di unaumento della criminalità.3938 Di cui il “Dossier statistico 2009” a cura di Caritas/Migrantes rappresentaforse la fonte più completa e aggiornata39 Dati confermati dalle ricerche di Transcrime (centro inter-universitario distudio sulla criminalità transazionale dell’Università di Trento e della38
  • 37. Questo dato, che rappresenta un sentore comune, seppur supportatoda alcuni studi statistici, tra cui quello commissionato dal Ministerodell’Interno curato da Marzio Barbagli40, ci fa capire come il temadell’immigrazione sia percepito in stretta correlazione con il temadella criminalità.Infatti, una lettura parziale dei dati statistici ci consegnaun’immagine di un rapporto sproporzionato tra le percentuali deglistranieri residenti, e delle stime sulla presenza di irregolari, (6,5%) ele percentuali di crimini commessi da stranieri rispetto al totale deicrimini commessi (33,4%).Ora, esistono numerosi studi a tal proposito che rigettano in totol’ipotesi che l’immigrazione sia di per sé la causa di un aumentodella criminalità.41 Una ricerca in particolare, commissionata nel2008 dalla Banca d’Italia, basata sulle statistiche del Ministerodell’Interno dal 1990 al 2003, testimonia “l’assenza di una relazionecausale diretta tra immigrazione e crimine”.42Secondo Melossi43 è in atto un processo di etichettamento o di stigmafondato ad estendere agli immigrati la stessa considerazione che untempo veniva riservata ai poveri.Cattolica di Milano), di Ismu-Eurisko, di Makno per il Ministerodell’Interno e della Demos con la Coop.40 Si vedano a proposito: Marzio Barbagli, Immigrazione e sicurezza inItalia, Bologna, Il Mulino, 2008 e Marzio Barbagli (a cura di), Rapportosulla criminalità in Italia, 2008 (scaricabile dal sitohttp://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf )41 Per esempio gli studi di Dario Melossi (uno su tutti Dario Melossi, Ilgiurista, il sociologo e la “criminalizzazione” dei migranti: cosa significaetichetta mento oggi?, in: Subordinazione informale e criminalizzazione deimigranti. Studi sulla questione criminale, III, 3/208, 9-23) sono un esempiodi un approccio moderno alle labelling theory criminologiche.42 Paolo Bonanno e Paolo Pinotti, “Do immigrants cause crime?” in: ParisSchool of Economics Working Paper N. 2008-0543 Dario Melossi, Il giurista, il sociologo e la criminalizzazione” deimigranti: cosa significa etichettamento oggi?, cit. 39
  • 38. Certo è che il tasso di presenza dei migranti nelle carceri italiane èincredibilmente sovra-rappresentato rispetto all’incidenza sullapopolazione: gli immigrati rappresentano il 37% dell’interapopolazione carceraria italiana, contro una percentuale di residentidel 6,5% sul totale.Viene dunque da chiedersi se esiste o no un parallelismo o meno trala connotazione razziale delle carceri americane così comeevidenziata da Loïc Wacquant e le carceri italiane.Viene naturale chiedersi, insomma, perchéin Italia, in Europa e negli Stati Uniti il carcere è sempre più nero. 44Le politiche restrittive sull’immigrazione, ricordiamo non da ultimal’introduzione del “reato di clandestinità” già giudicatoanticostituzionale da diverse sentenze, fanno sì che si crei unabbondante numero di persone che vengono stigmatizzate aprescindere dal fatto che esse abbiano compiuto o meno un reato.Per capire la portata di questo tipo di provvedimento legislativo, ilreato di clandestinità, basta riportare che, dalla sua entrata in vigore,pochi mesi or sono, oltre il 20% sul totale della popolazionecarceraria di origine straniera si trova in carcere per avercontravvenuto a questo provvedimento.45Questo da un lato tende ovviamente a favorire l’entrata di questepersone nelle economie illegali di strada come uniche fonti di redditoe di sopravvivenza, dall’altro crea ampi margini di sfruttamentoeconomico per chi decide comunque di impegnarsi in un’attivitàlavorativa “sommersa”, quella del lavoro nero. Il migrante è spessocostretto a lavorare “in nero”, per pochi spiccioli e con margini diricattabilità enormi: se ci si ribella allo sfruttamento, ecco prontal’espulsione o, dall’emanazione del Pacchetto Sicurezza, il carcereper immigrazione clandestina.Il tutto, ovviamente, accompagnato da una sorta di processomediatico continuo nei confronti delle popolazioni migranti. L’idea44 Alessandro De Giorgi, Zero tolleranza, cit., pag. 5045 Fonte: Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria40
  • 39. di base sembra essere quella di enfatizzare da un lato i criminiquando commessi da immigrati, dall’altro sottolineare i casi diintegrazione dell’immigrato con reportage e servizi speciali, permostrare “quanto è bravo questo immigrato” (che è un caso isolato, adifferenza della maggior parte dei suoi conterranei).È forte dunque il dubbio che la creazione di questo “nemico interno”sia decisamente funzionale a distogliere l’opinione pubblica dai realiproblemi della società e della politica.Oltre alla questione migrante, sicuramente più articolata e complessadi come è stata trattata in questo testo, ma che serve dare spunti diriflessione e non ad una trattazione completa del tema, nuovenormative sicuritarie hanno investito gli altri strati della società.La recente approvazione del “Pacchetto Sicurezza” ha in sé tutte lecaratteristiche della propaganda mediatico-politica delle paroled’ordine della zero tolerance.Nonostante questo tipo di norme si sia dimostrato di dubbia utilitànegli Stati Uniti ecco che con quasi vent’anni di ritardo si tenta unaloro applicazione alla legislazione italiana.Quindi vediamo possibilità di sanzioni pesanti per chi sporca i luoghipubblici con graffiti o prodotti fisiologici, la possibilità disperimentare la “sicurezza partecipata” (le cosiddette ronde), vienepunito l’accattonaggio, sono aggravate le pene per furti e rapine, ecosì via.ConclusioniPossiamo allora affermare che, ancora una volta, i temi e le azioni digoverno, e più in generale della politica, tendono ancora a non tenerconto delle migliaia di pagine spese in studi sociologici, statistici ecriminologici sull’impatto negativo dei nuovi paradigmi sicuritarisulla democrazia. 41
  • 40. Il teatrino morale scatenato di volta in volta dagli episodi di violenzaurbana, piuttosto che dal rumeno che ubriaco alla guida investe euccide una ragazza, o dai drammi famigliari, è all’ordine del giorno,si sprecano le interviste ai leader politici che infiammano le piazze(mediatiche) chiedendo maggior severità e repressione.I periodici pullulano di inchieste sulle “zone proibite della città” osulle “mappe della criminalità”, mischiando sensazionalismo emoralismo.Dappertutto, dai bar di quartiere al Parlamento, si sentono ripetere isoliti discorsi su quanto siano inadeguate le politiche lassiste egarantiste della magistratura, sull’indignazione e insicurezza deicittadini perbene di fronte all’ondata criminale e così via.Abbiamo visto come le emergenze mediatiche impattano sull’agendapolitica e come la politica assorbe queste questioni facendone unproprio cavallo di battaglia teso ad aumentare, sul piano simbolico,l’autorità dello Stato in un momento di crisi della forma-stato stessascaturita dai dettami neoliberali.Il populismo che stravince dentro alle cabine elettorali è la chiave divolta di questi processi demistificatori e semplicisti, verso i qualisembra ormai legittimo il sospetto di loro utilizzo “altro” rispettoall’aumento della sicurezza urbana nelle nostre città.Sembra che la politica adotti la strategia “legge e ordine” comemeccanismo di semplificazione delle problematiche, di ben altraportata, scaturite dall’avvento dei paradigmi postfordisti prima edalla crisi finanziaria planetaria oggi.Detto questo non posso che auspicare un cambiamento di rotta neglianni che si susseguiranno al nuovo scenario globale che ci siprospetta davanti, qualora la crisi venga superata. Già il nuovo corsodella politica statunitense, dopo quasi 10 anni di populismoautoritario targato Bush jr., lascia aperti margini di cambiamento,verso un approccio alla criminalità, alla devianza e più in generalealla politica, serio e preciso nell’analizzare i cambiamenti sociali edeconomici della popolazione e che non si serva di feticci quali i“nemici interni” e le presunte emergenze criminalità per legittimarel’estensione delle pratiche di dominio sulle classi meno abbienti.42
  • 41. CAPITOLO 2 Comunicazione, sistema politico e cittadiniIntroduzioneLa società moderna, quella per intenderci nata dopo la RivoluzioneIndustriale, è stata da molti definita come la societàdell’informazione. Se in precedenza il ruolo delle comunicazioni eraessenzialmente circoscritto ad uno spazio dialogico tra élite politichee sociali, al giorno d’oggi rappresenta la possibilità di connetterestrati differenti delle popolazioni, annullare le distanze fisiche,abbattere i limiti temporali dei flussi di informazione.Si pensi soltanto al ruolo decisivo che ha avuto la televisione italiananel processo di alfabetizzazione delle classi sociali inferiori, o allamoderna funzione di Internet come strumento che permette(virtualmente) di connettere luoghi fisicamente lontanissimiattraverso, appunto, i flussi di informazione.Questi esempi solo per rendere l’idea della potenza del sistema deimedia nella nostra società.I rapporti tra mass-media, sistema politico e cittadino rientranonell’analisi complessa del filone della “comunicazione politica”.Se si vuole indagare il contesto entro il quale le nuove tendenzesicuritarie si inseriscono e se, come è mia intenzione, vogliamosviluppare un ragionamento intorno alla drammatizzazione dellacriminalità e al perché assistiamo a una sempre più marcatacreazione dell’insicurezza tra i cittadini, non si può non affrontareseppure in modo sintetico il nodo dei rapporti tra il sistema dellecomunicazioni e il sistema politico, nonché il rapporto tra questi e icittadini.Proprio perché queste nuove tendenze sono amplificate eampiamente trattate dai quotidiani e dalle televisioni, credo sianecessario fermarsi un momento a riflettere sul ruolo delle 43
  • 42. comunicazioni nel contesto politico istituzionale e, soprattutto, suisuoi effetti nella popolazione.Dopo aver definito i concetti di comunicazione politica e averpresentato attori e modelli della comunicazione politica, andrò adesaminare i rapporti e i flussi comunicativi che permettono a questiattori di interagire all’interno dello spazio pubblico (mediatizzato).Infine esaminerò le ultime tendenze nel campo della comunicazionepolitica, per tracciare una panoramica più moderna eimmediatamente riscontrabile del ruolo dell’informazione sugli altridue sistemi.Questo capitolo vuole essere una sorta di ponte che collega la partespecificatamente teorica affrontata nel capitolo precedente, che èandata ad esaminare la nascita di concetti come zero tolerance e lenuove politiche di trattamento delle devianze alla luce deicambiamenti sociali ed economici avvenuti nel mondo occidentalenegli ultimi 30 anni, con il capitolo di ricerca empirica sulla città diReggio Emilia, città sotto questo aspetto particolare per due motivi:da un lato vediamo come quella da sempre definita come “fortezzarossa”, esempio del buon governo della sinistra, sia assediata dallaminaccia Lega Nord, che fa della retorica populista e sicuritaria ilproprio cavallo di battaglia.Dall’altro lato notiamo la tendenza, da parte degli amministratori dicentrosinistra, ad abbracciare le logiche della tolleranza zero a frontedella minaccia di un’insicurezza (e quindi di un giudizio elettoralenegativo nei confronti del governo della città) percepita diffusamentedai cittadini.Intendo questo breve capitolo, dunque, come inquadramento teorico-pratico della ricerca che presenterò nella terza parte di questo testo,come una sintetica traccia utile a definire le linee guida del lavoroempirico successivo, ossia utile a cogliere appieno, anche se inestrema sintesi, i meccanismi che regolano la comunicazionepolitica.44
  • 43. 2.1 Il campo della comunicazione politicaA questo proposito è utile iniziare con alcune definizioni dei treattori principali di qualsiasi modello della comunicazione politica:sistema politico, sistema dei media e cittadini, infatti, sono soggettile cui differenti modalità di intreccio vanno a configurare diversiaspetti del problema che si vuole trattare in questo testo.Lo sviluppo del concetto di comunicazione politica (le cuicaratteristiche di interdisciplinarità lo rendono ancora un concettodagli incerti confini) deriva dall’evoluzione e dalla trasformazione diquel modello di sfera pubblica borghese, nell’accezione di JurgenHabermas, che vede nel pubblico dei cittadini il depositario dellestrutture e dei processi della democrazia, riconoscendo nel modellodella polis greca l’ideale di partecipazione del pubblico alla sferapolitica democratica.Un primo fondamentale tratto del concetto di comunicazione politicava dunque ricercato nella profondità del suo legame con lademocrazia.Gli esperimenti totalitari o dittatoriali, così come i regni, i principatio le monarchie, non possono dunque essere considerati come sistemial cui interno viene sviluppata una vera e propria comunicazionepolitica, poiché prevedono un modello di pubblico senza voce,inerme di fronte alle scelte del leader.Ora, numerose critiche possono essere mosse alla concezionehabermasiana di sfera pubblica borghese che presuppone un pubblicodi cittadini ben informati, culturalmente attivi, critici e partecipanti apieno titolo nell’esperienza politica democratica, cosa che sembraovvio non essere, ma possiamo mantenere valido il concetto comestrumento euristico.46Mi sembra altresì ragionevole rigettare le pessimistiche critiche,pervenute soprattutto dalla scuola francofortese, che vedono ilcittadino inerme di fronte alla potenza manipolatrice dei mass media(vedi ad esempio le teorie ipodermiche della comunicazione46 Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, Laterza,2008 (prima ed. originale del 1962) 45
  • 44. massificata), così come le teorie lazarsfieldiane sugli effetti limitatidei media che non colgono appieno le dinamiche diinfluenza/ricezione dei media sul pubblico. Credo essere più centrataun’analisi che vede nel sistema dei media un attore importante dellacomunicazione politica, un mediatore non neutrale della dialettica trapolitica e cittadini, in grado di trasformare quello che storicamente(prendendo l’agorà greca come esempio paradigmatico) era lospazio pubblico, in spazio pubblico mediatizzato.All’interno dello spazio pubblico mediatizzatoi media vengono ad occupare il ruolo di perno della comunicazioneascendente e discendente tra il pubblico dei cittadini e sistema della politica[…]. Lo spazio pubblico dei mass media non esaurisce, tuttavia, lo spaziopubblico perché esiste un territorio, quello della “società civile” al cuiinterno nascono sensibilità verso issues (per esempio la pace, il nucleare, ilterzo mondo, il femminismo e le questioni etniche), si sviluppa un dibattitotra intellettuali, piccoli gruppi, viene raccolto e diffuso da associazioni e dauna stampa specializzata, si trasforma lentamente in movimenti e nuovesubculture e finalmente raggiunge per mezzo dei mass media l’opinionepubblica più ampia, interessando lo spazio pubblico generale.47Abbiamo dunque circoscritto il campo di azione della comunicazionepolitica ad un limitato e ben preciso contesto, lo spazio pubblicomediatizzato.A tal proposito, prima di vedere quali sono i due principali modelliteorici della comunicazione politica, conviene definire sinteticamentegli attori che in questi modelli agiscono e interagiscono:1) Sistema politico: per sistema politico in generale si intendequell’insieme di istituzioni politiche che costituiscono lo scheletrodella vita politica di un paese. Per il caso italiano dunque parliamo dimembri del sistema politico quando ci riferiamo al parlamento, algoverno, al presidente della repubblica, la magistratura, enti questiche solitamente producono comunicazione istituzionale.47 Gianpietro Mazzoleni, La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino,2004, pag. 1946
  • 45. Ma non trascuriamo nemmeno i partiti, i sindacati, i movimentisociali e di base, i single issue movements, e via dicendo cherientrano anch’essi a pieno titolo nel sistema politico, ma cheproducono un altro tipo di comunicazione: quella “politico-partitica”.2) Sistema dei media: quando parliamo di sistema dei media ciriferiamo a tutte quelle istituzioni mediali che svolgono attività diproduzione e distribuzione del sapere (informazioni, idee, cultura).48Ovviamente rientrano in questa categoria i mass media tradizionali, inuovi media (come Internet e le nuove infrastrutture informatico -comunicative), i periodici, i quotidiani di partito, ecc.3) Cittadini: rientrano in questa categoria tutte le persone cherisiedono nel paese, questa categoria è forse la più problematica dadefinirsi perché estremamente disomogenea, il che fa emergerenotevoli difficoltà quando si tratta di definire un concetto comequello di opinione pubblica49.2.2 Modelli della comunicazione politicaI due principali modelli della comunicazione sono quello«pubblicistico-dialogico» e quello «mediatico».Il primo, oggi ormai contraddetto dalle evidenze empiriche sulconcetto di comunicazione politica, vede i tre attori principali in uncontinuo scambio dialettico e dialogico tra di loro: esistonoessenzialmente quattro spazi di comunicazione: a) tra sistemapolitico e sistema dei media, b) tra sistema dei media e cittadini, c)tra sistema politico e cittadini e d) lo spazio politico mediatizzato cherisulta dall’interazione tra tutti e tre questi sistemi.48 Denis McQuail, Sociologia dei media, IV ed. aggiornata, Bologna, IlMulino, 200149 Per una panoramica dei principali contributi teorici sul tema: StefanoCristante, L’onda anonima, Roma, Meltemi, 2004 47
  • 46. Questo modello risulta, dicevamo, contraddetto dai fatti, in favoredel secondo tipo di modello che vede ogni scambio comunicativo trasistema politico e cittadini inserito all’interno del sistema dei mediail che tiene conto dell’ormai comprovato peso specifico maggiore deimedia rispetto agli altri due attori (l’avvento della televisione è unesempio emblematico a riguardo).Il modello «mediatico» dunque tiene conto della concettualizzazione,già fatta in precedenza, di spazio pubblico mediatizzato, ossia delfatto che i media sono il veicolo principale del dibattito politico.Secondo alcuni, addirittura, l’arena politica corrisponde in toto alsistema dei media, non ci sono altri spazi di dialettica politica.Tengo a precisare che questi tipi di modelli, riflettono unaconcezione, derivata chiaramente dalla teoria dei sistemi sociali diNiklas Luhmann50, che sembrerebbe vedere ognuno di questi sistemie le relazioni che creano tra di essi come perfettamente equilibrati eomogenei al loro interno. Ovviamente si tratta di una concezioneteoricamente limpida e formalmente ineccepibile, salvo poi noncorrispondere esattamente a ciò che accade nella realtà.Lo stesso Luhmann denuncia questo rischio, prevedendo comunquela possibilità di conflitti all’interno degli stessi sistemi econfermando come le situazioni di equilibrio sono fortementeinstabili e mutevoli.51Ci resta dunque da vedere in che modo si articolano i rapporti traquesti tre attori politici e, soprattutto, quali sono le nuove tendenze infatto di comunicazione politica (mediatizzata).Per articolare un discorso esauriente sulle nuove politiche sicuritarieparto dall’ipotesi, immediatamente riscontrabile nel senso comune,che siano i mass media ad amplificare le voci degli attori politici che50 La teoria dei sistemi sociali di Luhmann è presente in tutta la sua opera,possiamo citare, come maggiormente pertinente al tema che stiamotrattando: Niklas Luhmann, La realtà dei mass media, Milano, FrancoAngeli, 200051 Niklas Luhmann, La realtà dei mass media, cit.48
  • 47. tendono a creare allarmismi sulle (vere o presunte) emergenze-sicurezza/ordine pubblico.Per fare ciò credo che soffermarsi sui rapporti tra sistema dei media esistema politico (in entrambe le direzioni dei flussi comunicativi) etra sistema dei media e cittadini (nei termini di ricezione/influenza)sia sufficiente per dare una base teorica alla presentazione deirisultati della ricerca condotta sulla città di Reggio Emilia.Decido consapevolmente di tralasciare il discorso del rapporto direttotra sistema politico e cittadini perché facilmente concepibile comeflusso comunicativo che in una direzione è rappresentato dallecomunicazioni istituzionali, dalla propaganda e dalle campagneelettorali, mentre dall’altro consiste essenzialmente nel voto comemezzo di partecipazione dei cittadini alla politica.Per un’esauriente trattazione di questo, come degli altri temi presentiin questo capitolo, rimando ancora all’esauriente testo di Mazzoleni.522.3 Sistema dei media e sistema politico (ovvero gli effettisistemici della mediatizzazione della politica)Il processo, oramai ampiamente riconosciuto dalla comunitàscientifica, della cosiddetta «mediatizzazione della politica», ovverol’interdipendenza del sistema politico e del sistema dei media neitermini di reciproco scambio e di costante ricerca di equilibrio trapolitica e «fourth branch of governement»53, è una direttaconseguenza della potenza dei media anche come istituzione che sisostituisce alle tradizionali agenzie di socializzazione (chiesa, scuola,partiti).52 Giampiero Mazzoleni, La comunicazione politica, cit.53 Concetto efficacemente spiegato in: Timothy E. Cook, Governing withthe news, Chicago, Chicago University Press, 1998, oppure in:Bartholomew J. Sparrow, Uncertain guardians, Baltimore, Johns HopkinsUniversity Press, 1999 49
  • 48. Dobbiamo dunque ricercare l’origine della mediatizzazione dellapolitica nella mediatizzazione della società: è un processo ormainormale quello che si verifica nelle società a capitalismo avanzato,dove persino alcune relazioni sociali sono mediatizzate (si pensiall’utilizzo in continua espansione dei social networks o delle chat-lines).Abbiamo volutamente parlato di interdipendenza del sistema politicoe del sistema dei media: infatti, ad oggi, nessuno dei due sistemi èriuscito (o ha avuto l’intenzione di) sopraffare l’altro; il sistemapolitico ha bisogno del sistema dei media per veicolare le proprieinformazioni non meno di quanto il sistema dei media ha bisogno diun sistema politico che produca informazioni politiche da veicolare.Niklas Luhmann identifica il potere nella comunicazione come«facoltà di influenzare la selezione dei simboli e degli atti»all’interno delle interazioni sociali54, intendendo la comunicazionedel sistema politico al sistema dei media come espressione di unrapporto di potere con il quale il sistema politico intende influenzareil sistema dei media attraverso processi di regolamentazione (leggimirate a governare i media), media e news management (tentatocondizionamento delle attività dei media).Al contempo il sistema dei media si protegge da queste influenze coni processi di mediatizzazione (imposizione del linguaggio dei mediaai linguaggi della politica), watch dogging (media come “cani daguardia” nei confronti del sistema politico e a favore delle istanze deicittadini).Seguendo ancora Mazzoleni55 possiamo suddividere gli effettisistemici del sistema dei media sul sistema politico (e viceversa) indue categorie: 1) Effetti mediatici e 2) effetti politici.Per quanto concerne la prima categoria possiamo elencaresinteticamente questo tipo di effetti in spettacolarizzazione, agenda54 Niklas Luhmann, Potere e complessità sociale, Milano, Il Saggiatore,197955 Giampiero Mazzoleni, La comunicazione politica, cit.50
  • 49. setting/agenda building e frammentazione dell’informazionepolitica.Parlando di spettacolarizzazione della politica, possiamo giàintuitivamente capire di cosa si tratta, ovvero di unadrammatizzazione della retorica, dei simboli, dei linguaggi e dei ritidella politica, sempre sotto l’occhio vigile dei media (soprattuttodella televisione).La frammentazione dell’informazione politica si riferisce alfenomeno di impoverimento del discorso politico in virtù delleesigenze dei media: si pensi ad esempio ad un comune telegiornale,difficilmente si riesce a comprendere appieno un discorso politico,alle volte anche molto complesso, tramite servizi di 60-120 secondi.La frammentazione dell’informazione politica comporta unimpoverimento e “banalizzazione” della politica agli occhi deglispettatori/lettori.L’effetto forse più interessante per quel che riguarda il fenomeno dideriva sicuritaria che stiamo cercando di analizzare consistesenz’altro nella costruzione dell’agenda politica. I mass mediainfluenzano in maniera decisiva quanti e quali temi verranno trattatidal sistema politico e saranno a loro volta al centro del dibattitopubblico.I politici sono così obbligati a fare dichiarazioni, interventi sui temiscottanti dell’agenda costruita dal sistema dei media. Nel nostrocaso, i direttori di quotidiani e telegiornali sanno bene che iltrattamento di eclatanti casi di cronaca nera, di presunti allarmicriminalità, possono fare impennare le vendite dei propri prodottimediali; sono questioni che entrano nell’intimo dei cittadini che sivedono così costretti a confrontarsi con le proprie paure piùrecondite, quelle che entrano nel recinto della propria vita privata edella propria incolumità percepita.I politici e gli amministratori devono necessariamente intervenire suidibattiti intorno alla sicurezza e, quasi sempre, intervengonorichiedendo o promettendo di attuare misure drastiche di contrastoalla criminalità, sottolineando bene ai cittadini-elettori che questopuò avere un costo anche sull’esercizio delle libertà individuali. 51
  • 50. Il linguaggio politico (inteso in senso foucaultiano come sistema dipratiche linguistiche che contribuiscono alla costruzione socialedella realtà) viene così centrato sui temi dettati dai media, con toniallarmistici, spettacolari e drammatizzanti.Per quanto concerne, invece, l’altra tipologia di effetti che il sistemadei media ha sul sistema politico (i cosiddetti effetti politici),possiamo definirla come quell’insieme di effetti che si ripercuotonosulle interazioni tra le componenti del sistema politico stesso.Essi sono consistono essenzialmente in tre processi: leaderizzazione,personalizzazione e selezione delle élite.La personalizzazione e la leaderizzazione della politica sono duefacce della stessa medaglia: la logica dei media prevede un interessemaggiore alle gesta di un personaggio o di un leader piuttosto alnoioso discorso politico. L’insieme di questi due effetti producealcune delle sfumature più evidenti del populismo, fenomenoimportantissimo della realtà politica italiana dal post-tangentopoli adoggi.Il sistema premia i candidati più carismatici, telegenici e dalla battutapronta, rispetto a politici magari più preparati, ma con scarsapersonalità e poca attitudine al mondo dello spettacolo.2.4 Sistema dei media e cittadini (ovvero gli effettipsicosociali della mediatizzazione della politica)Se vogliamo, per concludere, tracciare un percorso completo sullacomunicazione politica non possiamo tralasciare gli effetti dellamediatizzazione della politica sul cittadino-elettore.Proprio perché, nelle democrazie, è il cittadino che funge dadepositario e garante delle regole democratiche, attraverso larappresentanza, è necessario indagare al fine di cogliere questo tipodi effetti, rimanendo in equilibrio tra le teorie pessimistiche chevedono nei media un potente manipolatore (a sua volta manipolato52
  • 51. dalle élite politiche) dei cittadini e le teorie, come ad esempio quelledi Lazarsfield, che predicano gli effetti minimi (di rinforzo dipredisposizioni già esistenti) dei media sui cittadini.56Nei modelli della comunicazione politica visti in precedenza, ilcittadino-elettore ha un peso nettamente minore rispetto a sistemapolitico e sistema dei media, ma questo non significa comunquenegare in toto l’importante ruolo che svolge all’interno dello spaziopolitico mediatizzato.Infatti, è generalmente il “popolo” che elegge i politici chegestiranno poi il potere, ed è lo stesso “popolo” che legittima, scegliee dà fiducia ai media attraverso il consumo di prodotti mediali.Nella scienza politica moderna, poi, si parla giustamente di “crisidella rappresentanza”, concetto che meriterebbe un adeguatoapprofondimento, per il quale possiamo comunque rimandare ad unsaggio di Giovanni Sartori che traccia le linee guida del dibattitosulla rappresentanza.57Gli effetti più importanti dei media sul cittadino sono riassumibili in:effetti sulla socializzazione politica, effetti sulla conoscenza politicaed effetti sulla partecipazione politica.Per quanto riguarda il primo tipo di effetti, è innanzitutto necessariodefinire il concetto di socializzazione politica, come quel processoattraverso il quale i bambini apprendono le norme valoriali ecomportamentali rispetto alla politica.I mass media, in questo senso, rivestono un ruolo importante:abbiamo già detto che nella fase sociale e politica nella quale ci56 Per quanto riguarda il primo tipo di teorie sugli effetti dei media (teorieipodermiche) si veda: Charles Wright Mills, Power, politics and people,New York, Oxford University Press, 1967. Per il secondo tipo di teorie(degli effetti minimi) si veda: Paul F. Lazarsfeld et al., The people’s choice:the media in a political campaign, New York, Columbia University Press,1944; oppure: Paul F. Lazarsfeld e Elihu Katz, L’influenza personale nellecomunicazioni di massa, Torino, Eri, 1968. Per una esauriente panoramicasulle teorie di sociologia della comunicazione: Sara Bencivenga, Teoriedelle comunicazioni di massa, Roma-Bari, Laterza, 200357 Giovanni Sartori, Elementi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1995 53
  • 52. troviamo, essi si sostituiscono sempre più alle tradizionali agenzie disocializzazione primaria (chiesa, scuola, partiti, ecc...) e ovviamentequesto avviene anche nell’ambito della socializzazione politica.Dai mass media i bambini e gli adolescenti ricevono un “imprinting”importante soprattutto riguardo ai toni e alle modalità di fare politica(la dinamica urlata del talk show, per intenderci) piuttosto che sulleissues vere e proprie.Il secondo tipo di effetti, quello che concerne la conoscenza politica,è forse quello che ci interessa maggiormente. Donatella Campus, inuno studio dal titolo «L’elettore pigro»58, ci rivela come l’elettorenon sia quel prototipo di homo economicus che le democrazie liberaliesaltano, bensì sia un soggetto che viene a conoscenza delleproblematiche e delle tematiche politiche attraverso “scorciatoieinformative”, tipiche della mediatizzazione della politica vista inprecedenza.Il cittadino moderno dunque riceve stimoli incompleti e parziali esoltanto a partire da questi forma la propria conoscenza politica.A questo tipo di conoscenza concorre senz’altro l’attuale crisi che staattraversando la forma-partito: negli anni di massima espressionedella potenza dei partiti, il cittadino era maggiormente informato(attraverso il partito nel quale militava, seppur con differentiintensità), mentre oggi si parla di un cittadino che sceglie le“informazioni pratiche” che gli servono maggiormente in undeterminato momento59 e che derivano da un ambiente informativoampio e diversificato.Il cittadino è dunque sottoposto ad una serie potenzialmente infinitadi flussi informazione (non solo i media, ma anche le relazionipersonali, la famiglia, ecc... anche se sicuramente i mass media sonol’ente che contribuisce maggiormente alla formazione degliorientamenti politici) tra i quali deve “scegliere” quelli che ritiene58 Donatella Campus, L’elettore pigro, Bologna, Il Mulino, 200059 Pippa Norris, A virtuous circle. Political communications inpostindustrial societies, Cambridge, Cambridge University Press, 200054
  • 53. maggiormente utili ai fini della propria sopravvivenza sociale e dellapropria conoscenza politica.ConclusioniAbbiamo visto, in modo sintetico e non del tutto esauriente, leprincipali questioni che stimolano le riflessioni degli studiosi dellacomunicazione politica.Come questo filone di studi si leghi all’insorgenza dell’epopeasicuritaria appare abbastanza evidente.Il cittadino ed il sistema politico sono sottoposti ad un flussopressoché continuo di informazioni di carattere emergenziale suitemi caldi della sicurezza urbana.La cronaca nera, gli stupri, le rapine, gli episodi di violenza urbana ingenere sono uno dei prodotti più vendibili all’interno dell’industriadei prodotti mediali.Questo tipo di informazioni prende al cuore del cittadino che si senteassediato da innumerevoli fonti di pericolo (vedremo nel capitolosuccessivo che, in particolare sull’esempio di Reggio Emilia, glistereotipi che vanno per la maggiore sono sui migranti) che minanola propria tranquillità e la possibilità, ad esempio, di uscire la sera,passeggiare per le vie del centro storico, pena la sicura aggressioneda parte del “solito” extracomunitario che, alla meglio, vuolespacciare la propria dose di stupefacenti o, al peggio, ti punta ilcoltello alla gola per pochi spiccioli.Allo stesso tempo questa serie di stimoli è colta come efficacestrumento di propaganda per le formazioni politiche, ma anche daicomitati di quartiere e da varie realtà dell’associazionismo sociale,che fanno del populismo il proprio cavallo di battaglia politico.Possiamo definire, sinteticamente, il populismo come quellatendenza ad una retorica politica che esalta le virtù del popolo incontrapposizione alle élites e che viene usata strumentalmente a fini 55
  • 54. politici. Il politologo Marco Tarchi, ricostruisce la storia delpopulismo italiano individuando i periodi di maggior influenza diquesta pratica retorica nei momenti di maggior sfiducia della gentecomune nei confronti dei politici (seconda guerra mondiale etangentopoli/crisi della prima Repubblica). Tarchi si sofferma poi inparticolare sui due partiti politici più “schiettamente populisti”,ovvero il Partito dell’Uomo Qualunque e la Lega Nord.60In questo senso i dati relativi alle elezioni amministrative del 2009 nesono un esempio che non esito a definire paradigmatico. La LegaNord, forza politica espressione del populismo moderno, ha quasiquintuplicato i voti ricevuti per l’elezione del consiglio comunale,passando da un 3,64% del 2004 al 15,99% del 2009.L’altra faccia della medaglia consiste nel fatto che, per non affondaresotto i colpi del populismo sicuritario, anche le formazioni politichee sociali che da sempre hanno cercato di riportare il dibattito sullasicurezza urbana entro limiti di serietà e di realtà (dati alla mano),sono costrette a perseguire politiche di zero tolerance e diinvocazione di maggior severità, pena la costante perdita diconsenso.Viene tracciato dunque un profilo inquietante, una spirale della qualenon si intravede la fine, dove la tolleranza zero richiama ancoraminor tolleranza e dove a suon di ordinanze, leggi, e proclamipolitici si crea il rischio di una limitazione importante e difficilmentereversibile delle libertà democratiche ed individuali dei cittadini.60 Marco Tarchi, L’Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi,Bologna, Il Mulino, 200356
  • 55. CAPITOLO 3 Reggio Emilia: da città dell’accoglienza a città della paura?IntroduzioneQuesto capitolo vuole cercare di fare luce sui processi politici emediatici visti nei capitoli precedenti, rapportando gli approcciillustrati alla situazione di Reggio Emilia.La scelta di Reggio Emilia è data, oltre ovviamente dal suo essere lacittà nella quale vivo, dal fatto che ravviso nella situazione localealcune particolarità rispetto al quadro emerso negli Stati Uniti primae in Italia poi in merito alle politiche per la sicurezza urbana.Da un lato assistiamo ogni giorno ad uno stillicidio mediatico (la“pornografia penale” di Wacquant) che declina la criminalità ad unlivello emergenziale, con particolare insistenza sugli immigrati.Dall’altro lato la situazione politica locale presenta alcuneparticolarità in merito a questo tema: come abbiamo visto negli StatiUniti sono in particolare i conservatori a calcare la mano sullaretorica sicuritaria, seguiti a ruota dai democratici che si trovanocostretti ad adeguarsi a questo tipo di discorso politico (e di condottadi governo). A Reggio Emilia, storica “città rossa” governata peroltre 60 anni dalla stessa parte politica, il centro-sinistra si trova adaffrontare i discorsi sicuritari perché minacciata a destra dallasorprendente avanzata della Lega Nord che, come vedremo, fa dellaretorica emergenziale sull’insicurezza diffusa il proprio cavallo dibattaglia politico.In questo quadro assistiamo ad un discorso politico delle forze digoverno sicuramente moderato nei toni, ma che di fatto nelle pratichedi amministrazione della città fa propria la retorica sicuritaria. 57
  • 56. La domanda che viene posta allora è: in che modo i discorsi politici,visti attraverso il filtro dei media, sulla sicurezza urbana possonoinfluire sugli equilibri politici della città?Al contempo, al pari degli Stati Uniti, sono le persone socialmente edeconomicamente disagiate ad essere le vittime di queste politiche;nel caso di Reggio Emilia mi sembra emblematico il caso deimigranti. Perennemente sottoposte ad un processo di etichettamentonegativo ad opera dei mass media, finiscono per diventare le verevittime delle misure anti-criminalità?Condurrò dunque una breve ricerca per verificare queste ipotesi,partendo da una lettura approfondita dei due quotidiani locali amaggior tiratura (“La Gazzetta di Reggio” e “Il Resto del Carlinoedizione di Reggio”) per capire come e soprattutto in che misura leretoriche sicuritarie attraversano il sistema dei mass media, il sistemapolitico e che effetti portano sulle libertà dei cittadini.Per quanto concerne la verifica della prima ipotesi, ho gettato unosguardo sulle ultime tre campagne elettorali per le elezioniamministrative, ho selezionato gli articoli dei due quotidiani inesame per i 30 giorni precedenti ogni elezione (1999, 2004, 2009),svolgendo alcune analisi che presenterò nel paragrafo successivo.Per verificare la seconda ipotesi ho scelto di campionare casualmentealcuni articoli di cronaca, tra il 2002 e il 2009, e verificare in quantidi questi articoli il protagonista era un immigrato.3.1 La sicurezza paga nelle urne?Il primo aspetto che mi preme affrontare consiste nel verificare seesiste o meno un nesso relazionale tra i discorsi politici,l’atteggiamento dei mass media nei confronti del tema dellasicurezza urbana e i risultati delle elezioni amministrative. Questaesigenza nasce dall’interesse particolare nel cercare di dare una58
  • 57. possibile spiegazione all’exploit elettorale della Lega Nord allecomunali del 2009, proprio alla luce dei processi visti in precedenza.Come ho rilevato da un’attenta lettura dei quotidiani, sono proprio letematiche sicuritarie ad aver avuto il ruolo principale nella campagnaelettorale (almeno quella vista attraverso l’occhio dei media locali)del partito di Bossi a Reggio Emilia e questo fatto potrebbecontribuire61 alla spiegazione del massiccio spostamento di voti afavore proprio della Lega Nord, che sicuramente rappresental’evento più interessante ai fini della nostra indagine.Oltre a questo ho verificato un aumento della rilevanza dei temi dellasicurezza anche per le altre forze politiche: se nella campagnaelettorale del 1999 erano i temi economici e dello sviluppo urbano adominare la scena politica locale, nel 2004 e ancor più nel 2009 èstato il tentativo di dare risposte alla paura della criminalità adassumere un’importanza crescente tra i temi affrontati dai partiti.62Questo fenomeno può essere spiegato a partire da alcune indaginisulla vittimizzazione, curate dalla Regione Emilia-Romagna, cheindicano come la criminalità, dal 2003 ad oggi, sia la maggiorpreoccupazione dei cittadini; prima di questa data, infatti, erano ladisoccupazione e i problemi legati al reddito a preoccuparemaggiormente le persone.6361 Ovviamente non si può trattare di un nesso causale diretto, ma con tuttaprobabilità l’aver costruito il proprio discorso politico mantenendo lacentralità sui temi della sicurezza urbana potrebbe essere stato rilevante aifini dell’exploit della Lega Nord alle amministrative 200962 La sicurezza non diventa l’unico tema delle ultime due campagneelettorali, ma sicuramente riveste un ruolo di accresciuta importanzaattribuitagli dai partiti. Fanno eccezione in questo senso le liste di estremasinistra (Partito della Rifondazione Comunista, Partito dei ComunistiItaliani) e nel 2009 la Lista 5 Stelle che declinano la criminalità non tantocome problema di ordine pubblico da arginare con politiche repressive,bensì come problema di ordine sociale, da limitare con politiche diaccoglienza e integrazione.63 Regione Emilia-Romagna, Servizio Promozione e sviluppo per lepolitiche della sicurezza e della polizia locale, Politiche e problemi dellasicurezza in Emilia Romagna. XIII rapporto annuale 2009, Bologna, 2010 59
  • 58. Per questo motivo la paura della criminalità e le politiche sullasicurezza diventano centrali ai fini della competizione elettorale;qualsiasi partito che avesse voluto presentare una lista per concorrereall’elezione in consiglio comunale, non ha potuto più tralasciarequesto tema nella propria campagna elettorale.La peculiarità della lista della Lega Nord consiste nel tipo diproposte in merito alle politiche sicuritarie: organizzazione di una“sicurezza partecipata” (le cosiddette ronde), la dotazione di armialla Polizia Municipale, maggiori controlli sulle attività commercialigestite da stranieri (call-center, alimentari e ristoranti kebab),maggiori poteri al Sindaco e contrasto inflessibile all’immigrazione.La ricerca, per delimitare il campo di indagine, è stata riferitasoltanto alle pagine dei quotidiani riguardanti il Comune di ReggioEmilia, tralasciando per fattori di semplicità le pagine della cronacadella provincia.I periodi presi in esame sono: 1) dal 10/05/1999 al 16/06/1999 (vittoria di Antonella Spaggiari - DS) 2) dal 10/05/2004 al 16/06/2004 (vittoria di Graziano Delrio - ULIVO) 3) dal 03/05/2009 al 10/06/2009 (vittoria di Graziano Delrio – PD)Dopo aver conteggiato gli articoli delle pagine locali, sono statisuddivisi in 4 categorie: 1) Articoli di politica locale; 2) Articoli riguardanti la sicurezza e lordine pubblico; 3) Articoli riguardanti sicurezza e ordine pubblico rientrati nel dibattito politico/elettorale; 4) Altri articoli(serie storica)60
  • 59. E bene ora fare una precisazione metodologica: nella secondacategoria (articoli di sicurezza e ordine pubblico) ho volutamentetralasciato quelle notizie di cronaca che non raggiungono il lettorecreando un senso di insicurezza, ma in un certo modo rimangono“distanti” dalla sfera individuale, ovvero storie di violenza privata,familiare, malasanità, incidenti stradali, mentre ho monitorato gliarticoli riguardanti microcriminalità, furti, scippi, rapine, violenzaurbana, turbativa dellordine pubblico, spaccio e uso di sostanzestupefacenti. Questa scelta trova il suo fondamento in diverseindagini64 sulla vittimizzazione in Emilia Romagna, che testimonianocome i reati contro il patrimonio e i reati violenti siano quellipercepiti dai cittadini come i più pericolosi e frequenti.Ancora, nella 3° categoria (articoli riguardanti sicurezza/ordinepubblico nel dibattito politico) sono stati inseriti sia articoli nei qualiun esponente politico, sindacale, clericale o di unassociazione dicategoria è intervenuto a commentare un fatto di cronaca, siacommenti politici sul tema della sicurezza.Per capire se esiste o meno un’aumentata importanza del tema dellasicurezza nel dibattito politico locale, possiamo partire conl’analizzare i dati quantitativi a disposizione dopo la lettura deiquotidiani e il relativo conteggio e categorizzazione degli articoli.Il primo procedimento che sembra utile allo scopo consiste nelvedere in che misura, nel corso delle diverse campagne elettorali,aumenta o diminuisce il numero di interventi politici a mezzo stampasul tema della sicurezza.Si nota, a tal proposito, un aumento costante della percentuale diarticoli che riguardano le politiche sicuritarie rapportati al totaledegli articoli che trattano di politica e di campagna elettorale.Infatti se prendiamo a riferimento “La Gazzetta di Reggio” vediamoche la percentuale di articoli relativi a interventi politici sul temasicurezza è rispettivamente: il 15% del totale nel 1999, il 31% nel2004 e il 34% nel 2009.64 Regione Emilia-Romagna, Servizio Promozione e sviluppo per lepolitiche della sicurezza e della polizia locale, Politiche e problemi dellasicurezza in Emilia Romagna. XII rapporto annuale 2006 61
  • 60. Fa eccezione in questo caso la campagna elettorale 2004 vista da “IlResto del Carlino”, infatti notiamo un calo della percentuale diquesto tipo di articoli in quell’anno (20% contro un 27% e un 28%rispettivamente per gli anni 1999 e 2009). (cfr. Tab.1 e Fig.1)Tab. 1 – Percentuale articoli sulle politiche per la sicurezza / tot. articolipolitica Il Resto del Carlino La Gazzetta di Reggio Reggio 1999 27% 15% 2004 20% 31% 2009 28% 34%Fig. 1 – Grafico percentuale articoli sulle politiche per la sicurezza / tot.articoli politica Andamento medie articoli sicurezza+politica / tot. art. politica 40% 30% Il Resto del Carlino Reggio 20% La Gazzetta di Reggio 10% 0% 1999 2004 2009 Anni di riferimentoNotiamo lo stesso tipo di andamento per quanto riguarda la mediaaritmetica degli articoli presi in esame. (cfr. Tab.2 e Fig.2)62
  • 61. Tab. 2 – N° medio articoli su politiche per la sicurezza Il Resto del Carlino La Gazzetta di Reggio Reggio 1999 2,03 1,08 2004 1,32 2,29 2009 2,03 3,10Fig. 2 – N° medio articoli su politiche per la sicurezza N° medio articoli sicurezza+politica per testata nel tempo 3,50 3,00 2,50 1999 2,00 2004 1,50 2009 1,00 0,50 - Il Resto del Carlino Reggio La Gazzetta di ReggioIl dato sicuramente fondamentale rimane comunque una tendenzaall’aumento del numero di articoli, dello spazio e del risalto dato ainterventi di personaggi politici sul tema della sicurezza, dato questoche può essere un indizio dell’ipotesi che si cerca di dimostrare.Ora, per capire se esiste o meno una relazione tra l’atteggiamento deimass media, in campagna elettorale, rispetto al tema della sicurezza ela loro influenza in ambito politico, è bene presentare una sintesi deidati delle ultime tre tornate elettorali (cfr. Tab. 4), che sono quelleche ho preso a riferimento per analizzare i quotidiani locali in meritoa questi problemi. Nella tabella sono presentati i risultati per 63
  • 62. l’elezione diretta del Sindaco delle tre liste principali (Centro-sinistra, Centro-destra e Lega Nord) suddivisi per lista e per anno.65Tab. 4 – Percentuali voti di lista per elezione del sindaco, elezionicomunali 1999, 2004, 2009 Centro- Centro- Lega sinistra destra Nord1999 62,28% 26,20% 3,98%2004 63,24% 12,71% 3,58%2009 52,45% 14,78% 18,24% Ovviamente il dato che salta all’occhio riguarda la percentuale divoti validi assegnati alla Lega Nord nell’anno 2009, in questa tornataelettorale il partito di Bossi ha quasi sestuplicato i voti rispetto alleelezioni precedenti; il numero di voti per il centro-sinistra rimanesostanzialmente invariato nelle elezioni del 1999 e del 2004 eregistra un calo di oltre 10 punti percentuali in quelle del 2009,mentre il centro-destra fa registrare un netto calo tra il 1999 e il2004, rimanendo poi su questi ultimi valori nelle ultime elezioni.Anche il grafico che segue (cfr. Fig.4) rende ancor più l’idea dellaportata di questo cambiamento negli equilibri politici della città diReggio Emilia65 I dati elettorali sono tratti dalla Banca Dati Elettorale, un progetto dellaPrefettura, della Provincia e del Comune di Reggio Emilia(http://elezioni.provincia.re.it/)64
  • 63. Fig. 4 – Grafico andamento elettorale per le tre liste principali perl’elezione del Sindaco Andamento elettorale per le tre liste principali per l’elezione del Sindaco 70,00% 60,00% % voti validi 50,00% Centro-sinistra 40,00% Centro-destra 30,00% 20,00% Lega Nord 10,00% 0,00% 1999 2004 2009 AnnoCome sottolineato in precedenza, non possiamo ovviamente inferireun nesso causale tra l’aumento della centralità del tema dellasicurezza urbana sui quotidiani locali e questi nuovi equilibri politicicittadini, possiamo però notare una correlazione.A ulteriore conferma della possibilità di una correlazione di questotipo, è possibile citare ancora dagli studi della Regione Emilia-Romagna sulla vittimizzazione dei cittadini, che vedono nella pauradella microcriminalità la maggior causa di insicurezza collettiva.Infatti questi dati confermano come, dal 1999 ad oggi, si è verificatoun costante aumento della rilevanza attribuita al fenomeno dellamicrocriminalità all’interno del panorama delle problematichemaggiormente percepite come importanti. La microcriminalità e lasicurezza urbana sono dal 2003 ad oggi la prima preoccupazione deicittadini emiliano-romagnoli.6666 Serie storica indagini sulla percezione dell’insicurezza a cura dellaRegione Emilia-Romagna, Servizio Promozione e sviluppo per le politichedella sicurezza e della polizia locale scaricabile da:http://www.regione.emilia- 65
  • 64. 3.2 Reggio Emilia è davvero un nuovo Bronx? Lacriminalizzazione dei migranti sui quotidiani locali.Un paragrafo a parte merita, a mio parere, un approfondimento:dall’analisi che ho svolto tramite la lettura dei quotidiani localiemerge un dato fondamentale, quello relativo alla criminalizzazionedei cittadini migranti. Infatti, come vedremo, le pagine della stampalocale sono costantemente infarcite di stereotipi sulle popolazioniprovenienti da altri paesi, in particolare dai paesi non appartenentiall’Unione Europea, e tendono a dare un’immagine dei migranticome una popolazione più soggetta a compiere crimini e checomporta un rischio per la sicurezza urbana.Come già ricordato (cfr. par.1.3, cap.1, infra), il problemadell’immigrazione investe tutto il territorio italiano e Reggio Emilianon fa eccezione.Sempre più spesso i crimini compiuti da cittadini migranti sonoenfatizzati e sovrarappresentati nei quotidiani locali.Ora, la città di Reggio Emilia è una delle città con i più alti tassi diimmigrazione, gli stranieri residenti sono (a dicembre 2008) pariall’11,4% sul totale della popolazione, ma la cifra aumenta con lestime riguardanti la popolazione immigrata irregolare (che parlano diuna cifra compresa tra le 15.000 e le 20.000 persone) 67, salendo finoal 15,5% circa.68 Di questi, il 48,9% sono donne e il 25,8% minori.Le nazionalità maggiormente rappresentate sono Albania, Marocco eCina, rispettivamente al 15,1%, al 13,3% e al 11,5% sul totale degliimmigrati residenti.69romagna.it/wcm/sicurezza/sezioni/strumenti_di_lavoro/statistiche/dati_percezione.htm67 Fonte: indagine de Il Sole 24 Ore 27.05.200968 Dati Istat, contenuti nel Dossier statistico 2009 di Caritas/Migrantes, cit.69 Dati demografici Istat ( http://demo.istat.it/ ), tutti i dati demograficiriportati in questo paragrafo sono tratti dai database e dalle tavolepubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica.66
  • 65. Il fenomeno migratorio, almeno quello in proporzioni tali da essereconsiderato altamente rilevante ai fini della nostra indagine, è unfenomeno abbastanza recente a Reggio Emilia.Infatti abbiamo, prima del 2002, un’immigrazione già importante,ma sicuramente moderata, con percentuali di immigrati residenti chesi attestano intorno al 5%. Dal 2002 al 2007 assistiamo invece ad unaumento vertiginoso del fenomeno, calcolato intorno al 159,4% insoli sei anni. Per di più, soltanto tra il 2007 e il 2008 abbiamo unulteriore aumento del 13,4%.Proprio in corrispondenza di questo aumento dell’immigrazione sinota la tendenza dei quotidiani ad occuparsi del tema, legandolocostantemente ai problemi di ordine pubblico, di criminalità e disicurezza.Questa affermazione trova le sue fondamenta nell’analisi svolta dalsottoscritto sulle principali testate locali (“La Gazzetta di Reggio” e“Il Resto del Carlino edizione di Reggio Emilia”) in merito proprioal problema della criminalizzazione dei migranti che passa attraversoi media e il sistema politico. Ho scelto queste due testate perchérappresentano le maggiori in città per tiratura e copie vendute.70Il metodo seguito è il seguente: ho campionato in modo casuale 6copie di ogni quotidiano per ogni anno, in un periodo compreso tra il2002 e il 2009, per un totale di 8 anni, quindi in totale 96 edizioni deisuddetti quotidiani, 48 copie de “La Gazzetta di Reggio” e altrettantede “Il Resto del Carlino”. Questa scelta è dettata, come abbiamovisto poco sopra, dall’individuazione di questo periodo come il piùrilevante rispetto ai flussi migratori nella città di Reggio Emilia.Per ogni testata, ovviamente, ho selezionato le stesse edizioni (glistessi giorni di pubblicazione) di modo che le notizie trattate fosserocirca le stesse per entrambe. Questo procedimento mi pare garantiscaun sufficiente tasso di casualità nella raccolta dei dati, casualitànecessaria per capire un processo che, presumibilmente, ha picchi divalori differenti e non equamente distribuiti. Banalmente, nonsempre accadono fatti di cronaca criminale e altrettanta variabilità èda tenere in considerazione per le decisioni dei direttori editoriali di70 Dai dati Audipress 2008 ( http://www.audipress.it ) 67
  • 66. pubblicare alcune notizie, per cui è necessario un campionamentocasuale, i cui risultati di analisi possano essere sufficientementegeneralizzati.Da queste edizioni selezionate ho letto e contato gli articoli dellacronaca cittadina. Ho tralasciato per motivi di semplicità la pagineriguardanti la Provincia, per concentrarmi maggiormente sulfenomeno del Comune di Reggio.Da questi articoli di cronaca ho poi ulteriormente selezionato quelliin cui spiccava la figura di uno o più migranti coinvolti in atticriminosi.La mia intenzione è quella di verificare se esista o meno unasovrarappresentazione (rispetto ovviamente ai dati ufficiali sullacriminalità in città) ad opera dei media, nei confronti dei cittadinimigranti autori di un crimine.Ho dunque selezionato dalle due testate scelte gli articoli di cronaca,per un totale di 464 articoli: in media oltre il 51% di questi articolivedono come protagonista della vicenda criminosa raccontata unapersona proveniente da un paese differente dall’Italia (cfr. Tab.5).Tab. 5 – Valori assoluti articoli di cronaca selezionati e articoli dicronaca riguardanti uno o più immigratiAnno N° N° articoli % art. cronaca articoli su su migranti/tot. di migranti art. cronaca cronaca2002 50 16 32%2003 42 16 38%2004 58 19 33%2005 60 24 40%2006 58 31 53%2007 59 35 59%2008 68 50 74%2009 69 47 68%Totali 464 238 51%68
  • 67. Oltre a ciò, analizzando la serie temporale della percentuale diarticoli di cronaca nera che coinvolgono cittadini migranti, vediamocome questo valore aumenta vertiginosamente con il passare deltempo, se nel 2002, infatti, il numero totale di articoli in questioneera di 16 articoli (32%), nel 2008 raggiunge il picco massimo di 50articoli (74%), registrando solo un lieve calo nell’ultimo anni presoin esame (cfr. Fig.5).Fig. 5 – Grafico serie temporale % articoli di cronaca che riguardanomigranti % articoli cronaca nei quali viene citato un migrante su totale degli articoli di cronaca 80% 74% 68% 60% 59% 53% % articoli cronaca cit. 40% 38% 40% 32% 33% migranti/tot.cronaca 20% 0% 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 AnnoQuesti dati preliminari dovrebbero già far riflettere in primo luogosull’aumentata attenzione dei media locali agli avvenimenti dicronaca nera, quindi legati alla problematica della sicurezza urbana,e in secondo luogo alla centralità riservata dai giornalisti agli episodiche vedono come protagonisti negativi, quindi come criminali, gliimmigrati.Ora, appurato questo, si tratta di verificare se esistano o meno dellecorrispondenze tra l’aumento degli episodi di cronaca legati agliimmigrati, così come riportato dai quotidiani, e le statistiche suicrimini commessi dagli stranieri a Reggio Emilia.Per fare questo, ovviamente, è necessario porre l’attenzione allestatistiche criminali. 69
  • 68. È bene però fare una precisazione: i dati a disposizione, ricavati dallebanche dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, sono di duplicenatura; da un lato abbiamo i dati relativi ai delitti penali denunciatidalle forze dell’ordine all’Autorità Giudiziaria, dall’altro i delitti peri quali l’Autorità Giudiziaria ha iniziato l’azione penale.Che differenza c’è tra le due categorie e come possiamo interpretare idati al fine della nostra indagine? Notiamo preliminarmente che ilnumero del primo tipo di delitti è decisamente più elevato rispetto aquelli del secondo tipo. Questo è facilmente comprensibile poichénon tutti i reati, o sarebbe meglio a questo punto dire i presunti reati,accertati dalle forze dell’ordine finiscono in un’aula di tribunale;capita spesso (circa nel 50% dei casi) che il giudice per le indaginipreliminari chiuda il caso prima del primo appello in caso di nonsussistenza del reato.Inoltre l’Istat mette a disposizione i dati relativi alle denunce delleforze dell’ordine fino al 2007, mentre i dati riguardanti i reati chefiniscono effettivamente a processo sono disponibili fino all’anno2005. Anche questo aspetto risulta di facile interpretazione: i tempiche intercorrono tra una denuncia e il rispettivo processo possonoessere anche molto lunghi.C’è quindi la necessità di trovare una sintesi per questi dati di naturacosì diversa; il procedimento che mi sembra possa semplificarequesto inconveniente consiste nel calcolare la media della variazionetra delitti denunciati e delitti per i quali viene aperto il procedimentopenale e applicare questa variazione standard ai dati sui delittidenunciati alle forze dell’ordine negli anni 2006 e 2007, ovvero pergli anni nei quali non sono disponibili i dati sui procedimenti. Inquesto modo otteniamo una misura, seppur meno attendibile diquella reale, sul numero di reati che i giudici per le indaginipreliminari hanno valutato come passibili di procedimento, chequindi hanno verosimilmente più significato al fine di indagare ilreale tasso di criminalità della città di Reggio Emilia.Dopo questa precisazione metodologica, andiamo ad analizzare i datieffettivi della criminalità degli immigrati nella città di Reggio70
  • 69. Emilia, per verificare l’esistenza o meno di una corrispondenza con ilquadro tracciato dai quotidiani locali.Come si evince dalla Tab.6, i delitti penali registrati dall’AutoritàGiudiziaria e compiuti sul territorio reggiano, passano dai 6.951 del2002 agli oltre 10.000 del 200771, facendo dunque registrare unaumento di 46 punti percentuali in 5 anni; la percentuale dellepersone straniere denunciate, sempre per reati penali, è in media del36% sul totale delle denunce.Tab. 6 – Criminalità a Reggio Emilia e % di stranieri denunciatiall’Autorità GiudiziariaAnno Tot. delitti % stranieri denunciati denunciati2002 6.951 28%2003 7.539 35%2004 7.220 35%2005 9.948 40%2006 9.130 35%2007 10.156 41% Totali 50.944 36%Ora possiamo confrontare i dati visti in precedenza sullo spazio datodai quotidiani locali alle notizie di cronaca che hanno comeprotagonista (negativo) un immigrato (cfr. Tab.5) con questi ultimidati sulla criminalità a Reggio Emilia.È sufficiente notare la differenza di oltre 20 punti percentuali tra ilvalore dell’indice di esposizione mediatica dei migranti e il tasso dicriminalità degli immigrati per confermare l’ipotesi di unasovraesposizione dei migranti che delinquono sui media locali.71 Come già accennato, il 2007 è l’ultimo anno per il quale sono disponibili idati Istat 71
  • 70. 3.3 Profili criminali: caratterizzazione dei migranti suiquotidiani locali e nel discorso politicoUn altro aspetto utile a capire l’impatto che i media possono avere, intermini di definizione di categorie concettuali che circoscrivono unfenomeno complesso come quello della criminalità degli stranieri,riguarda le caratterizzazioni prevalenti che adottano i media neldescrivere gli immigrati che compiono un reato.Come abbiamo visto nel capitolo precedente, il linguaggio dei media(così come il linguaggio politico) è in grado di costruire deglistereotipi sociali in grado di penetrare nelle culture nelle qualivengono perpetuati, fino ad essere interiorizzati e assunti comecategorie di giudizio per gli avvenimenti che si presentano agli occhidelle persone.72Risulta allora utile, in quest’ottica, analizzare il tipo dicaratterizzazione che prevale nel linguaggio negli articoli di cronacadei due quotidiani presi in esame, quando si tratta di descriverel’immigrato che ha compiuto un determinato reato.Dalla lettura degli articoli selezionati emergono sostanzialmentequattro categorie di connotazione prevalente: ci sono articoli neiquali viene sottolineato lo status di irregolarità del migrante comecentrale ai fini della descrizione del criminale (clandestinità), articolinei quali il tratto prevalente è quello relativo allo status sociale e allecondizioni economiche (povertà/disagio), articoli nei quali si utilizzala religione praticata, tipicamente quella islamica, come etichetta peril migrante e, infine, articoli nei quali la caratterizzazione è neutra.Come possiamo vedere dalla Fig. 6, nel 69% di questi articoli vieneutilizzata la prima categoria, quella relativa allo status di clandestinodel migrante in oggetto, nel 10% degli articoli esaminati il trattoprevalente riguarda la situazione di disagio economico e socialedell’autore del crimine, nel 18% abbiamo una sostanziale neutralitànelle descrizioni. Rimane un residuale 3% di articoli nei quali lostatus di criminale viene associato alla religione praticata: quellaislamica nella totalità dei casi.72 Walter Lippmann, L’opinione pubblica, Roma, Donzelli Editore, 199572
  • 71. Fig.6 - Tratti prevalenti di connotazione dei migranti coinvolti inepisodi di cronaca TRATTI PREVALENTI DI CONNOTAZIONE DEI MIGRANTI COINVOLTI IN EPISODI DI CRONACA 18% Clandestinità 3% Povertà/disagio 10% Religione Connotazione neutrale 69%Il quadro che emerge da quest’ultima analisi presenta alcuni fattori amio parere rilevanti: in primo luogo è evidente la tendenza aconsiderare l’immigrato clandestino tendenzialmente un criminale.Sentire (o nel nostro caso leggere) la parola “clandestino”, comportaimmediatamente l’associazione con un’immagine della persona chesi ricollega a sua volta alla criminalità e al senso di insicurezzapercepito. Questo aspetto si lega a pieno titolo con le nuovidisposizioni di sanzione e criminalizzazione degli irregolaricontenute nel cosiddetto Pacchetto Sicurezza (Legge 24 luglio 2008,n. 125) recentemente entrato in vigore, che contiene una disposizioneche punisce severamente l’ingresso illegale in territorio italiano,nonché introduce il reato di clandestinità.Mi preme ovviamente ricordare che questo tipo di processi dietichettamento negativo (e delle sue conseguenze legislative) siabbattono anche su persone che non hanno commesso alcun reatocontro la proprietà piuttosto che la persone, se non, appunto, il nonavere il permesso di soggiorno.In secondo luogo è possibile notare una tendenza al considerare levariabili sociali, in questo caso disagio o povertà, come pocorilevanti per il senso comune nello spiegare i fenomeni criminali, 73
  • 72. mentre abbiamo visto che esse rivestono un ruolo fondamentale aquesto fine.73Abbiamo dunque tracciato un quadro che sicuramente non esauriscele questioni di immensa complessità del tema in questione, ma chepuò dare spunti di riflessione in merito alla potenza dei mass medianell’etichettare e stigmatizzare una popolazione già vessata daenormi problematiche sociali e politiche, come quella dei migranti.Non solo i mass media, ma anche il sistema politico contribuisce acostruire discorsi (ancora una volta in senso foucaultiano) chetendono a declinare il problema immigrazione come problema disicurezza e ordine pubblico. Infatti da un’ulteriore analisi, sempreincentrata sugli articoli pubblicati sui due quotidiani presi inconsiderazione in precedenza, viene confermata questa tendenza.Per effettuare una disamina di questo problema, ho considerato gliarticoli pubblicati durante le ultime tre campagne elettorali perl’elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale della città diReggio Emilia.74Ora, quello che ci interessa in questo paragrafo è capire quanto siapresente il tema dell’immigrazione rapportato alle problematiche disicurezza urbana nei discorsi dei politici in un periodo sensibilecome la campagna elettorale.Per fare ciò, ho selezionato, dalla terza categoria di articoli citata inprecedenza (articoli riguardanti sicurezza e ordine pubblico rientratinel dibattito politico/elettorale), quelli nei quali un esponente politicolegava il tema sicurezza al tema immigrazione, più precisamentequelli nei quali l’esponente politico metteva al primo postol’immigrazione come problema prioritario per quanto riguarda il piùvasto problema della sicurezza urbana.73 Cito ancora una volta Loïc Wacquant, Punire i poveri, cit. per ilfondamentale contributo nell’illustrare lo sviluppo dei think tanks sicuritarialla luce dei cambiamenti nelle politiche di assistenzialismo sociale deglistati occidentali.74 Gli articoli presi in esame sono gli stessi utilizzati per l’analisi incentratasulle tematiche sicuritarie del paragrafo precedente74
  • 73. I risultati emersi (cfr. Tab.7) sono abbastanza eloquenti: su un totaledi 432 articoli esaminati, 236 contenevano interventi di politici incampagna elettorale tesi a tracciare un’immagine dell’immigrazionecome emergenza per la sicurezza dei cittadini. In media il 55% degliinterventi politici delle campagne elettorali in tema di sicurezza dal1999 ad oggi vertevano sul problema immigrazione.Tab. 7 – Criminalizzazione dei migranti nel discorso politico sullasicurezzaAnno articoli N° articoli % articoli politicicampagna politici su politici sicurezza sicurezza+immigrazioneelettorale sicurezza +immigrazione1999 96 23 24%2004 136 68 50%2009 200 145 73%Tot. 432 236 55%Come già è evidente dalla tabella la dimensione temporale di questofenomeno ci può dare ulteriori informazioni su questo fenomeno:abbiamo un aumento costante dell’incidenza del discorsosull’immigrazione come problema di sicurezza; da tema importanteper i politici locali, diventa un tema che acquista una centralitàassoluta nelle ultime due campagne elettorali (cfr. Fig. 7).Fig.7 – Grafico livelli di criminalizzazione dei migranti nel discorsopolitico sulla sicurezza Criminalizzazione migranti nel discorso politico sulla sicurezza 80% 74% Gazzetta di Reggio immigrazione 51% % interventi sicurezza e 60% politici su 71% 27% 40% 49% Il Resto del 20% Carlino 22% Reggio 0% 1999 2004 2009 Anno campagna elettorale 75
  • 74. Il dato fondamentale che emerge da queste analisi è sicuramentel’importanza attribuita dagli attori politici al tema dell’immigrazione,che sempre più viene declinato come mero problema di criminalità esempre meno come problematica sociale, in perfetta armonia con ledisposizioni legislative, e i discorsi politici nazionali, tese adalimentare un’immagine dello straniero come potenziale criminalepiuttosto che come risorsa per l’economia e per lo scambio culturale.Questa serie di dinamiche (sovraesposizione e caratterizzazionemediatica del migrante negli articoli di cronaca e utilizzodell’immigrazione come problema di sicurezza nel discorso politico)contribuiscono, con i processi illustrati nel secondo capitolo diquesto testo, a creare nei cittadini una serie di pregiudizi e diatteggiamenti verso gli immigrati, che potrebbero avere una certainfluenza sulle decisioni di voto.Infatti, oltre il 51% degli emiliano romagnoli pensa che gli immigratiapprofittino degli aiuti dello stato sociale e oltre il 75% pensa che lapresenza di stranieri contribuisca molto o abbastanza ad aumentare ilivelli di criminalità sul territorio.75ConclusioniQueste brevi analisi ci consegnano un’immagine di Reggio Emiliache va in perfetta tendenza con i dettami delle nuove sperimentazionisicuritarie importate dagli Stati Uniti e applicate al contestoitaliano.7675 Regione Emilia-Romagna, Servizio Promozione e sviluppo per le politichedella sicurezza e della polizia locale, Politiche e problemi della sicurezza inEmilia Romagna. XII rapporto annuale 2006, cit.76 Cfr. cap.1 della presente tesi di laurea76
  • 75. Da un lato abbiamo la tendenza da parte del sistema politico adamplificare il problema della criminalità e dell’insicurezza percepitadai cittadini.Dall’altro il sistema dei media, nel dar voce ai candidati e nellanormale pratica di newsmaking, contribuisce a descrivere unasituazione emergenziale che sembra non essere confermata dai datisulla criminalità.Il cittadino si trova così costantemente bombardato da notizie dicronaca nera tesi ad aumentare il livello di insicurezza percepita e dainterventi politici che promettono il ristabilimento dell’assioma“legge e ordine”.D’altronde creare paura fra i cittadini li rende facilmente piùgovernabili: tutti sappiamo che affinché sia garantita maggiorsicurezza dobbiamo rinunciare ad alcune libertà; maggiore è il livellodi controllo sociale esercitato, maggiormente la popolazione è gratadi quelle forme di rassicurazione materiale e simbolica che vengonoattribuite a chi governa il territorio.In questo senso viene spiegata la mutua esclusività del rapporto trasicurezza e libertà, come sottolineato dal titolo del presente lavoro.Per le forze che stanno all’opposizione (che a Reggio Emilia sono leforze del centro-destra e della Lega Nord), invece, i leitmotivsicuritari sono terreno di scontro politico aspro nonché motivo dicontinuo attacco al governo cittadino, accusato di non fareabbastanza, di essere troppo tollerante nei confronti dei delinquenti,soprattutto se immgirati, e via dicendo.Due sono, a mio parere, le conseguenze più gravi: la prima sta nelfatto che le logiche sicuritarie sono ormai interiorizzate da buonaparte dei cittadini, e questo è un chiaro effetto delle campagnemediatiche a riguardo77.D’altro canto le stesse logiche sono promosse, in pieno accordobipartisan, da tutti i partiti politici che abbiano lo scopo di concorrere77 Rimando ancora una volta alle indagini della Regione Emila-Romagnasulla vittimizzazione: Regione Emilia-Romagna, Servizio Promozione esviluppo per le politice della sicurezza e della polizia locale, Politiche eproblemi della sicurezza in Emilia Romagna, cit. 77
  • 76. alle elezioni: non inserire nei propri programmi elettorali misure inqualche modo riconducibili alla zero tolerance, comporta lacuneincolmabili, che sempre più sovente danno luogo a clamorosedébâcles nelle urne.Nello spiegare, in ottica psicosociale, il grande successo della LegaNord nelle ultime elezioni, Piergiorgio Corbetta e Nicoletta Cavazzascrivono:gli elettori percepiscono una minaccia incombente, alle porte, ma ancorafuori dalla propria comunità, sentendo che è ancora possibile fare qualcosaper difendere il proprio territorio. Quando diventa sentimento collettivo,l’insicurezza promuove la chiusura delle comunità a tutto ciò che è altro,esterno, diverso. […] L’insistenza sulla pericolosità del mondo e sullaprecarietà delle condizioni di tutti amplifica le preoccupazioni e le ansie,rendendole sempre meno facilmente gestibili con gli ordinari strumenticulturali.78Questi fattori (insistenza dei mass media sulla cronaca nera, discorsidei politici ed effetti sui cittadini) possono contribuire a dare unaspiegazione e una cornice agli effetti della comunicazione politicasulla sicurezza, così come rilevato dalle analisi svolte finora.Ovviamente, sul piano del governo effettivo della città questi effettihanno prodotto conseguenze importanti. Negli ultimi anni abbiamonotato un continuo proliferare di ordinanze che rientrano appienonelle logiche sicuritarie viste in precedenza.Dalle ordinanze per la chiusura anticipata dei ristoranti kebab gestitida immigrati alle norme cosiddette “anti-accattoni” (divieto dielemosinare), dal divieto di tenere manifestazioni politiche in centrostorico per tutto il fine settimana alle retate e ai controlli massicci espettacolarizzati nei quartieri con più alta densità di immigrati (viaRoma e la zona della stazione ferroviaria solo per citare i due esempisaliti alla ribalta delle cronache cittadine).78 Piergiorgio Corbetta e Nicoletta Cavazza, Quando la difesa del territoriodiventa voto, Bologna, Rivista Il Mulino n° 3, maggio-giugno 200878
  • 77. Nell’anno 2002, anno nel quale sono iniziati i lavori per gli impiantidi videosorveglianza cittadini, il Comune ha speso oltre 4 milioni dieuro per implementare questo servizio, facendo di Reggio Emilia lacittà con il più alto numero di telecamere in Italia (1 ogni 600abitanti).79Assistiamo insomma ogni giorno all’applicazione, anche i questiterritori, dei precetti e delle applicazioni della zero tolerance descrittinel capitolo 1, corredata dal supporto dei media locali ad influiresull’agenda politica e a declinare la criminalità (e soprattuttol’immigrazione), in termini di emergenza.A mio parere la criminalità a Reggio Emilia, dati alla mano, èrimasta a livelli comunque accettabili o se non altro non cosìmarcatamente allarmanti quali quelli descritti dai mass media.Quello a cui mi pare di assistere è una drammatizzazione edesasperazione di un problema che sì va controllato ed arginato, masenza promuovere dispositivi di controllo sociale così marcatamentepopulisti né tantomeno limitando a tal punto alcune libertàfondamentali dei cittadini.Lavorare sul tema della sicurezza implica un’analisi e uno studio cheesula dalla semplice gestione della criminalità e dell’ordine pubblico;sui rischi insiti nell’approccio attualmente dominante sono statespese migliaia di pagine dagli scienziati sociali e politici, manonostante questo i governi delle città continuano sulla rottatracciata.Agire sulla sicurezza equivale a chiedersi anche che tipo di società sivuole costruire attraverso la pubblica amministrazione: stiamoassistendo ad una deriva che porta la città a chiudersi a riccio per lapaura della criminalità e al contempo mette ai margini chi è ritenutopiù soggetto a creare problemi per la sicurezza.Credo, per concludere, che non vi sia maggior sicurezza se nonquella dei diritti: promuovere politiche di inclusione e di cittadinanzadei migranti, cercare soluzioni contro la povertà e il disagio sociale,attivarsi per contrastare la precarizzazione del mercato del lavoro edella diffusione della povertà sono pratiche che, se ben condotte,79 Delibera di Giunta n° 395/2002 79
  • 78. penso possano apportare notevoli miglioramenti ai problemi dellasicurezza.80
  • 79. BIBLIOGRAFIAAmendola, G., Città, criminalità, paure. Sessanta parole chiave percapire e affrontare l’insicurezza urbana, Napoli, Liguori Editore,2008Balloni, A., Criminologia in prospettiva, Bologna, Clueb, 1983Barbagli, M., Immigrazione e sicurezza in Italia, Bologna, Il Mulino,2008Barbagli, M. (a cura di), Rapporto sulla criminalità in Italia, 2008Battistelli, F. e Paci, M., Sicurezza e insicurezza nella societàcontemporanea, in: Sociologia e Ricerca Sociale n° 85, Milano,Franco Angeli, 2008Bauman, Z., La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999Bauman, Z.,Paura liquida, Roma-Bari, Laterza, 2008Beckett, K., Making crime pay: law and order in contemporaryAmerican politics, New York, Oxford University Press, 1997Beha, O., I nuovi mostri. Nelle fauci di un’informazione truccata,Milano, Chiare Lettere, 2009Belluati, M., L’in/sicurezza dei quartieri. Media, territorio epersecuzioni d’insicurezza, Milano, Franco Angeli, 2004Bencivenga, S., Teorie delle comunicazioni di massa, Roma-Bari,Laterza, 2003Bonanno, P. e Pinotti, P., “Do immigrants cause crime?” in: ParisSchool of Economics Working Paper N. 2008-05, pp. 1-31 81
  • 80. Bureau of Justice Statistics, Correctional populations in the UnitedStates 1995, Washington, Governement Printing Office, 1997Bureau of Justice Statistics, Criminal victimization in the UnitedStates 1975-1995, Washington, U.S. Governement printing office,1997Campus, D., L’elettore pigro, Bologna, Il Mulino, 2000Caritas/Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2009. XIXrapporto., Roma, 2009Christie, N., Il business penitenziario. La via occidentale al Gulag,Milano, Elèuthera, 1996Cook, T.E., Governing with the news, Chicago, Chicago UniversityPress, 1998Corbetta, P. e Cavazza, N., Quando la difesa del territorio diventavoto, Bologna, Rivista Il Mulino n° 3, maggio-giugno 2008, pp. 441-448Cristante, S., L’onda anonima, Roma, Meltemi, 2004David Garland, La cultura del controllo, Milano, Il Saggiatore, 2004De Giorgi, A., Zero tolleranza. Strategie e pratiche della società dicontrollo,Roma, Derive Approdi, 2000De Giorgi, A., Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllodella moltitudine, Verona, Ombre Corte, 2002Foucault, M., Sorvegliare e punire: la nascita della prigione,Torino, Einaudi, 199382
  • 81. Habermas, J., Storia e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari,Laterza, 2008Lazarsfeld, P.F. et al., The people’s choice: the media in a politicalcampaign, New York, Columbia University Press, 1944Lazarsfeld, P.F. e Katz, E., L’influenza personale nellecomunicazioni di massa, Torino, Eri, 1968Lippmann, W., L’opinione pubblica, Roma, Donzelli Editore, 1995Luhmann, N., Potere e complessità sociale, Milano, Il Saggiatore,1979Luhmann, N., La realtà dei mass media, Milano, Franco Angeli,2000Maple, J. e Mitchell, C., The crime figher: how you can make yourcommunity crime-free, New York, Broadway Books, 1999Mazzoleni, G., La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino, 2004McQuail, D., Sociologia dei media, Bologna, Il Mulino, 2001Melossi, D., Stato, controllo sociale, devianza, Milano, BrunoMondadori, 2002Melossi, D., Il giurista, il sociologo e la “criminalizzazione” deimigranti: cosa significa etichettamento oggi?, in: Subordinazioneinformale e criminalizzazione dei migranti. Studi sulla questionecriminale, Carocci Editore, III, 3/2008, pp. 9-23Norris, P., A virtuous circle. Political communications inpostindustrial societies, Cambridge, Cambridge University Press,2000 83
  • 82. Regione Emilia-Romagna, Servizio Promozione e sviluppo per lepolitiche della sicurezza e della polizia locale, Politiche e problemidella sicurezza in Emilia Romagna. XII rapporto annuale 2006,Bologna, 2006Regione Emilia-Romagna, Servizio Promozione e sviluppo per lepolitiche della sicurezza e della polizia locale, Politiche e problemidella sicurezza in Emilia Romagna. XIII rapporto annuale 2009,Bologna, 2010Sartori, G., Elementi di teoria politica, Bologna, Il Mulino, 1995Selmini, R., La sicurezza urbana, Bologna, Il Mulino, 2004Simon, J., Il governo della paura. Guerra alla criminalità edemocrazia in America, Milano, Cortina Raffaello, 2008Sparrow, B.J., Uncertain guardians, Baltimore, Johns HopkinsUniversity Press, 1999Tarchi, M., L’Italia populista. Dal qualunquismo ai girotondi,Bologna, Il Mulino, 2003Van Den Haag, E., Punishing criminals, New York, Basic Books,1975Verde, S., Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo statopenale, Roma, Odradek, 2002.Vianello, F. (a cura di), Ai margini della città. Forme del controllo erisorse sociali del nuovo ghetto, Roma, Carocci, 2006Wacquant, L., Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazionedello stato penale nella società neoliberale, Milano, Feltrinelli, 200084
  • 83. Wacquant, L., Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezzasociale, Roma, DeriveApprodi, 2006Wilson, J.Q., Thinking about crime, New York, Vintage, 1977Wright Mills, C., Power, politics and people, New York, OxfordUniversity Press, 1967Siti internet consultatiAudipress (http://www.audipress.it)Banca Dati Elettorale di Provincia, Comune e Prefettura di ReggioEmilia (http://elezioni.provincia.re.it/)Bureau of Justice Statistics del Dipartimento di Giustizia degli StatiUniti d’America (www.ojp.usdoj.gov/bjs)Comune di Reggio nell’Emilia (http://www.comune.re.it)ICVS – International Crime Victimisation Survey(http://www.europeansafetyobservatory.eu)ISTAT – Istituto nazionale di statistica (http://www.istat.it)Ministero dell’Interno (http://www.interno.it)Monthly Rewiew (http://www.theatlantic.com)Regione Emilia-Romagna (http://www.regione.emilia-romagna.it/)SAPPE – Sindacato autonomo di polizia penitenziaria(http://www.sappe.it) 85
  • 84. Altre fonti“La Gazzetta di Reggio” e “Il Resto del Carlino edizione ReggioEmilia”, da 1999 a 2009, disponibili presso la SezioneConservazione della Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia86