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  1. Indice Introduzione pag. 2 Capitolo 1 – I rapporti economici internazionali pag. 5 1.1 Le teorie di base dello scambio internazionale pag. 5 1.2 Una rassegna delle principali teorie sugli investimenti diretti esteri pag. 10 1.3 Le nuove teorie del commercio internazionale pag. 22 1.4 Globalizzazione dell’economia e le imprese multinazionali pag. 31 1.5 Analisi dei rischi nel commercio internazionale pag. 47 Capitolo 2 - Le imprese agroalimentari italiane e lo scenario internazionale pag. 54 2.1 Ide e commercio internazionale nel settore agricolo pag. 54 2.2 Internazionalizzazione del sistema agroalimentare italiano pag. 66 2.3 La Politica Agricola Comunitaria e i suoi pilastri pag. 81 2.4 Politiche fiscali di incentivazione pag.112 Capitolo 3 - La struttura del sistema agroalimentare siciliano pag. 116 3.1 Il comparto ortofrutticolo nel sistema agroalimentare della regione pag. 116 3.2 Le politiche a favore delle imprese siciliane pag. 128 3.3 Analisi di un caso: Società Agricola Monterosso pag. 140 Conclusioni pag. 158 Bibliografia pag. 161 Sitografia pag.164 1
  2. Introduzione La nuova sfida a cui sono chiamate oggi le imprese è quella di essere competitive in un contesto sempre più internazionalizzato dove si rileva una maggiore pressione concorrenziale di carattere sovranazionale e dove è possibile accedere a nuovi mercati, trovando nuove opportunità di sviluppo. Per spiegare il concetto di internazionalizzazione è importante sottolineare come a lungo alcuni studiosi hanno utilizzato questo termine in un’accezione riduttiva, riferendosi implicitamente o esplicitamente all’aspetto puramente commerciale, quindi alla tendenza delle imprese a vendere i propri prodotti all’estero. Il fenomeno dell’internazionalizzazione presenta anche altri aspetti, oltre quelli più strettamente legati alla produzione, e deve essere inquadrato nell’ambito dei cambiamenti che interessano le strategie e le azioni di marketing. Per internazionalizzazione si intendono i processi evolutivi delle imprese industriali, essenzialmente quantitativi in quanto volti ad ampliare l’estensione geografica dello spazio economico. Quando si parla di globalizzazione si intende invece un processo qualitativamente differente, che non riguarda unicamente l’estensione geografica delle attività economiche, ma anche e soprattutto l’integrazione funzionale di queste attività distribuite a livello internazionale, per cui i manufatti ed i servizi prodotti esprimono un complesso insieme di legami in una catena di produzione che coinvolge numerosi paesi. La globalizzazione ha portato ad un crescente movimento di capitali a livello internazionale, alla diffusione di tecnologie di provenienza plurinazionale ed alla nascita di mercati sopranazionali, perciò viene coniato il termine villaggio globale. La globalizzazione implica una forma di produzione internazionalizzata in cui le attività generatrici del valore, possedute, controllate e gestite dall’impresa si distribuiscono su una pluralità di mercati per cui una 2
  3. quota crescente del valore della ricchezza è prodotta e distribuita tramite un complesso ventaglio di processi e di relazioni che integrano, tramite le imprese, le diverse economie nazionali. Tali nuovi tipi di relazioni non si esprimono nella mera espansione internazionale della singola impresa, bensì nello sviluppo di una divisione del lavoro tra imprese fondate in misura crescente sugli accordi e la cooperazione tra soggetti diversi. Il passaggio da un contesto aziendale nazionale a uno internazionale comporta un aumento di complessità. In un ambiente internazionale, il potenziale di vantaggio competitivo di un’azienda è determinato sia dalle proprie risorse e competenze, ma anche dalle condizioni dell’ambiente nazionale in cui opera, inclusi i prezzi dei fattori di produzione, i tassi di cambio e una molteplicità di altri elementi. Le forze trainanti del processo di internazionalizzazione sono, in primo luogo, i tentativi di sfruttare le possibilità offerte dai mercati esteri e, in secondo, il desiderio di sfruttare le opportunità produttive localizzando le attività dove possono essere gestite in modo più efficiente. In ogni caso, i benefici ottenibili da una delocalizzazione all’estero delle varie fasi della catena del valore di un’impresa devono essere confrontati con i maggiori costi legati al coordinamento di attività disperse a livello globale, inclusi quelli di trasporto e di magazzino. La globalizzazione dell’economia ha comportato e comporta la creazione di una rete internazionale di transazioni che riguarda merci, persone, capitali e servizi. Le imprese italiane denotano una certa difficoltà nel presenziare in contesti internazionali, mostrano un ritardo in termini di esportazione rispetto ai concorrenti dell’area euro. Una possibile spiegazione potrebbe risiedere nella fragilità del sistema produttivo italiano e nel cosiddetto “ nanismo ” tipico delle nostre imprese. Se consideriamo poi gli investimenti diretti all’estero questi costituiscono il 3.5 % del totale mondiale. Le opportunità offerte dai mercati mondiali aprono nuove 3
  4. possibilità alle imprese di poter accedere a processi produttivi innovativi e avanzati, a nuovi mercati e nuove risorse. La nostra attenzione è focalizzata sul sistema agroalimentare italiano nel contesto internazionale. Tale settore, ampiamente riconosciuto come uno dei settori fondamentali della nostra economia, fa parte di una delle “4 A” del made in Italy italiano, poiché tali prodotti sono ampiamente esportati e costituiscono un elemento di traino per l’economia nazionale. Le industrie agroalimentari sono orientate all’esportazione verso i paesi esteri piuttosto che agli IDE in quanto la produzione e la trasformazione dei prodotti agricoli deve essere svolta in un ambiente pedo – climatico favorevole come quello mediterraneo tipico dell’Italia. I dati analizzati fanno registrare un incremento delle esportazioni nei primi mesi del 2010 in presenza di un netto calo dei prezzi a livello internazionale. Le imprese agroalimentari italiane hanno avuto un notevole sviluppo internazionale negli ultimi anni, anche grazie al sempre più forte attaccamento ai brand italiani sinonimo di qualità. Il ruolo ricoperto dalle politiche europee di incentivazione delle imprese agroalimentari, con riferimento alla Pac ed ai suoi pilastri, ai fondi europei per lo sviluppo agricolo regionale ed alle politiche fiscali, fornisce un supporto fondamentale per le imprese sia di piccole che di grandi dimensioni operanti in tale settore che intendono sviluppare rapporti con il mercato estero. 4
  5. CAPITOLO 1 – I rapporti economici internazionali 1.1 Le teorie di base dello scambio internazionale L’internazionalizzazione delle imprese è uno degli effetti più evidenti dell’integrazione economica su scala mondiale e le imprese possono creare o acquistare facilmente attività produttive all’estero al fine di sfruttare i relativi vantaggi di costo. La globalizzazione è quel fenomeno di crescita a livello mondiale riguardante le interrelazioni fra i diversi sistemi economici e sociali, mediato da istituzioni economiche. I processi di internazionalizzazione sono da tempo studiati dalla teoria economica, indagando sia sulle ragioni del commercio tra paesi sia sulle motivazioni che spingono agli investimenti diretti all’estero (IDE). Il Fondo Monetario Internazionale, nel 1997, ha dato una definizione approssimata della globalizzazione, definendola come quella crescente interdipendenza economica tra paesi realizzata attraverso l’aumento del volume e delle varietà di beni e servizi scambiati internazionalmente, la crescita dei flussi internazionali di capitali e la rapida ed estesa diffusione della tecnologia. In altre parole, questa crescita degli scambi internazionali di beni, servizi e tecnologia congiuntamente a quella del flusso dei capitali stanno dando luogo ad una forte interdipendenza economica ossia ad un fenomeno che si può definire di globalizzazione. Numerosi storici fanno risalire questo fenomeno a svariati secoli precedenti, altri ritengono che risalga ai tempi della scoperta dell’America, mentre altri ancora ritengono che già prima della I e II guerra mondiale il fenomeno fosse già presente anche se poi disgregato dagli eventi bellici. Il commercio internazionale è un aspetto della teoria economica che applica modelli microeconomici all’analisi dell’economia internazionale e gli strumenti teorici utilizzati sono quelli classici della teoria dei prezzi e dei mercati. 5
  6. La finanza internazionale applica la macroeconomia all’economia internazionale, e si interessa pertanto di variabili quali il PIL, il tasso di occupazione, il saggio di interesse, il tasso di inflazione, il saldo della bilancia commerciale e così via. Un’impresa può agire sui mercati esteri in vari modi. I più comuni riguardano: - l’acquisto di prodotti e materie prime da fornitori esteri (scegliendo quindi mercati di approvvigionamento internazionali); -la produzione in unità localizzate all’estero, attraverso la costituzione di vere e proprie unità produttive in loco che richiede un notevole sforzo economico e gestionale, e/o la produzione da parte di terzi all’estero, in particolare in Paesi nei quali i costi del lavoro sono inferiori o in Paesi vicini ai mercati di approvvigionamento o di sbocco (con uno sforzo di carattere organizzativo ma senza esposizione economica); - la vendita dei propri prodotti su mercati esteri, che richiede un particolare impegno nel marketing: l’impresa deve infatti svolgere accurate ricerche di mercato per comprendere bisogni e comportamenti dei consumatori esteri, senza commettere l’errore di ritenere che i clienti esteri si comportino allo stesso modo dei clienti italiani e non riconoscendo differenze culturali. L’esportatore deve studiare e analizzare la concorrenza, i prezzi applicati sul mercato, i canali di distribuzione, i vantaggi e gli svantaggi di esportare in quel paese, i punti deboli e i punti vincenti, i prodotti complementari, le possibili barriere d’entrata (leggi, dazi doganali, ecc.). Diverso dalle esportazioni è il traffico di perfezionamento passivo che consiste in una operazione di esportazione di merci ed una successiva loro importazione, dopo che esse hanno subito trasformazione, lavorazione o riparazione (l’aggettivo passivo si deve al fatto che il regime doganale comporta una passività per il paese che lo effettua). 6
  7. Questo tipo di operazione rappresenta una forma di decentramento produttivo, che nel caso italiano viene applicato spesso nel settore del tessile – abbigliamento e calzaturiero. Esistono cinque fondamentali motivi per cui si ha commercio tra paesi diversi: a) differenze tecnologiche (nel modello ricardiano del vantaggio comparato il commercio è dovuto proprio alle differenze tecnologiche); b) differenze nella dotazione di risorse (nel modello di puro scambio e nel modello di Heckscher- Ohlin è questa la motivazione base); c) differenze nella domanda; d) esistenza di economie di scala; e) esistenza di politiche pubbliche. David Ricardo1 nel 1817 introduce la teoria neoclassica del vantaggio comparato, basata sulla immobilità del lavoro tra paesi e sulla perfetta mobilità interna, sostenendo che i paesi commerciano tra loro perché il lavoro ha una diversa produttività tra i paesi. Egli dimostra che contano i vantaggi comparati di costo: ogni paese tende ad esportare i beni che riesce a produrre nel modo più efficiente e importa quelli che produce in maniera inefficiente. Di conseguenza a ciascun paese conviene specializzarsi nella produzione di un solo bene, ovvero quello in cui il suo vantaggio è più elevato. Ricardo formulò la teoria del vantaggio comparato su di una serie di ipotesi semplificatrici: 1) solo due paesi e due beni; 2) libero scambio; 3) perfetta mobilità del lavoro all’interno di ciascun paese, ma completa immobilità da un paese all’altro; 4) costi di produzione costanti; 5) assenza di costi di trasporto; 6) assenza di mutamenti tecnologici; 7) la teoria del valore-lavoro. L’ultima ipotesi presenta particolari problemi quando si voglia generalizzare la teoria del vantaggio comparato, ad esempio perché il lavoro non è il solo fattore di produzione e non è un fattore omogeneo. La spiegazione della teoria del vantaggio comparato 1 Ricardo D. (1817), “Principles of Political Economy and taxation”, John Murray Edition, London, Cap. 2 pag. 5 – 28. 7
  8. sulla base della teoria del costo-opportunità, piuttosto che sulla base della teoria del valore-lavoro, assume maggiore generalizzabilità. Tuttavia questa teoria è stata modificata da Heckscher2 – Olhin3 nel corso degli anni ‘30, con l’intento di evidenziare l’importanza del fattore capitale. L’obiettivo di tale teoria è quello di spiegare le cause del vantaggio comparato e di esaminare gli effetti del commercio internazionale sulle remunerazioni dei fattori produttivi. Secondo la teoria le differenze nei costi relativi emergono dalle differenze nelle quantità relative di fattori disponibili nei due paesi. Un paese relativamente ricco in forza lavoro e povero in capitale si specializzerà nella produzione di prodotti ad alta intensità di capitale. Il modello si basa sui seguenti assunti: - due paesi; due fattori produttivi (lavoro e capitale) e due prodotti; - i produttori nei due paesi hanno lo stesso livello di informazione, tecnologie; - i fattori della produzione sono mobili all’interno del paese ma non tra paesi; - mobilità dei prodotti internamente ai paesi e anche tra paesi; - i mercati dei prodotti e dei fattori produttivi sono perfettamente concorrenziali - le preferenze dei consumatori nei due paesi sono le stesse.4 La dotazione fattoriale è dunque la causa dei vantaggi comparati ed il commercio internazionale sostituisce la mobilità internazionale dei fattori come meccanismo di pareggiamento dei rendimenti assoluti e 2 4 Heckscher E. (1919), “The effect of foreign trade on the distribuition of income”, in H. Ellis, L.A. Metzler (Eds.), “Readings in the theory of International trade”, Allen and Unwin, London, (1950), pag. 272 – 300. 3 Olhin B.,(1933), “Interregional and International trade”, ed. 1967, Harvard University Press, Cambridge (MA), pag. 7 – 20. Jetto – Gilles G. ( 2005), “Imprese transnazionali”, Carocci Editore, Roma, pag. 59 – 60. 8
  9. relativi dei fattori omogenei tra paesi. La teoria presentava un modello di equilibrio generale (benché limitato a due paesi, due prodotti e due fattori) poiché esamina l’equilibrio simultaneo dei mercati dei beni e dei fattori. L’analisi di Ohlin fa specifico riferimento agli investimenti di portafoglio e considera che i movimenti di capitale siano indipendenti dalla altre variabili dell’economia interna. Il suo obiettivo è quello di analizzare la nuova posizione di equilibrio che si viene a creare a seguito dei disturbi causati da movimenti di capitale. L’analisi è estesa agli effetti sui tassi di cambio, ragioni di scambio, importazioni ed esportazioni5. Uno dei principali limiti individuati in questo modello è che esso si concentra sul commercio di merci fra paesi senza alcuna considerazione delle imprese come soggetti competitivi, ovvero non si fa alcun riferimento ai cambiamenti tecnologici ed ai cambiamenti manageriali dell’impresa internazionale. In breve, la formulazione dei modelli tradizionali non corrisponde alla realtà dei mercati “imperfettamente concorrenziali”, in cui i divari tecnologici spiegano la diffusione e i ritardi tra le imprese e fra i paesi nella specializzazione produttiva, in cui le tecnologie e le informazioni non sono liberamente disponibili, in cui giocano un ruolo rilevante la differenziazione e la diversificazione dei prodotti per sfruttare economie di scala e innalzare le barriere all’entrata6. Dunque il problema principale nell’analisi neoclassica è legato all’ipotesi non realistica di concorrenza perfetta. Tale ipotesi rappresentava forse un’approssimazione non eccessivamente irragionevole della realtà nel momento in cui la teoria neoclassica è stata inizialmente applicata al commercio internazionale. Essa diventa, invece, troppo lontana dalla realtà quando si considerano le attività delle imprese transnazionali7. Mundell corregge il modello H-O introducendo 5 6 7 Jetto – Gilles G., op. cit.. pag 61. Valdani E. – Bertoli G. (2006), “Mercati internazionali e marketing”, Egea, Milano, pag 48. Jetto – Gilles G., op. cit. pag 63. 9
  10. per la prima volta i flussi di investimento internazionale e modifica due ipotesi: presenza di ostacoli nello spostamento dei beni da un paese all’altro; libertà di circolazione del capitale su scala internazionale. In queste condizioni, i flussi internazionali di capitale assicurano che venga raggiunto un equilibrio simile a quello del libero scambio, in cui i prezzi relativi dei fattori e dei prodotti sono identici nei due paesi. Se il capitale può circolare a livello internazionale, esso tenderà a spostarsi dal paese X, dove percepisce minore remunerazione, verso il paese Y, dove maggiore è il valore degli interessi, provocando un cambiamento della dotazione dei fattori nei due paesi e, quindi, anche delle loro possibilità produttive. I flussi di capitale si arrestano solo quando i prezzi relativi dei fattori sono identici nei due paesi, raggiungendo l’equilibrio nel punto di tangenza tra le curve che indicano le nuove frontiere delle possibilità produttive. L’uguaglianza dei prezzi relativi dei fattori conduce ad una progressiva convergenza anche dei prezzi relativi dei prodotti; nel contempo, però, il movimento internazionale del capitale provoca anche una riduzione della differenza nella dotazione fattoriale dei due paesi, erodendo i vantaggi comparati all’origine del commercio che, infatti, diminuisce progressivamente8. 1.2 Una rassegna delle principali teorie sugli investimenti diretti esteri La teoria di Hymer 9, sviluppata nella seconda metà del ‘900, parte dalla differenza tra investimento diretto e quello di portafoglio e indica nel controllo l’elemento di differenziazione fondamentale. L’investimento diretto conferisce all’impresa il controllo sulle attività economiche al 8 9 Scoppola M., (2000), “Le multinazionali agroalimentari” , Carocci Editore, Roma, pag. 126. Hymer S. H., (1960), “ The International operations of national firms: a study of direct foreign investments”, MIT Press, Cambridge (MA), pubblicato nel 1976, pag. 14 – 35. 10
  11. contrario di quello di portafoglio. Sottolinea che in quello diretto non ci deve necessariamente essere il trasferimento di fondi dal Paese di origine a quello ospitante, infatti l’investimento diretto potrebbe essere finanziato da prestiti accesi nel paese ospitante. Altro elemento tipico di quello diretto è la bidirezionalità dell’ investimento e il fatto che si concentra tendenzialmente in specifiche industrie. Hymer, dopo aver delineato la presenza dei vari costi tipici di un processo di internazionalizzazione, identifica nelle imperfezioni di mercato la determinante che porta le imprese a sviluppare la produzione internazionale piuttosto che una modalità esportativa. Tali imperfezioni di mercato possono riguardare i mercati dei beni, i mercati dei fattori produttivi, le economie di scala interne ed esterne e l’ interferenza dei governi nella produzione o nel commercio. Si pone il problema di verificare il momento in cui le imprese preferiscono realizzare investimenti diretti all’estero finalizzati alla produzione locale, piuttosto che il momento opportuno per continuare a sviluppare flussi di esportazioni di prodotti fabbricati nel paese di origine. Il modello di Hymer pone al centro dell’attenzione l’impresa e non il singolo prodotto partendo dalla constatazione che la teoria tradizionale, quella neoclassica, non riesce a spiegare l’esistenza di investimenti reciproci tra i paesi avanzati; egli ricerca, nelle caratteristiche dell’impresa le determinanti che influenzano il processo di internazionalizzazione. L’autore assegna all’impresa l’obiettivo di accrescere il proprio potere di mercato e la quota di mercato, in quanto a questa ultima si associa un tasso di redditività del capitale investito più elevato rispetto a quello dei concorrenti. La possibilità di aumentare la quota detenuta si collega alla capacità di erigere delle barriere all’entrata che scoraggino i nuovi concorrenti e che obblighino, in modo coatto, i produttori meno efficienti ad uscire dal mercato. 11
  12. Tali barriere riguardano il possesso di vantaggi competitivi di varia natura: il controllo tecnologico, le economie di scala, la notorietà della marca, il patrimonio di conoscenze e competenze e il controllo dei canali distributivi. Nella fase iniziale di sviluppo delle imprese, il mercato servito è quello interno, a causa delle difficoltà che si verificano nella vendita sui mercati esteri. L’impresa cresce a livello nazionale attraverso un processo di concentrazione (aumento delle quote di mercato, acquisizioni e fusioni) che le consente di ottenere profitti sempre maggiori. Ad un certo punto, tuttavia, il processo di concentrazione a livello locale non può più essere spinto oltre a causa di un numero ristretto di grandi imprese; pertanto, l’elevato profitto derivante dal grado di monopolio raggiunto è rimasto utilizzabile per gli investimenti diretti all’estero, i quali hanno come obiettivo l’estensione del processo di crescita dell’impresa oltre frontiera. Una volta scelta la produzione in loco nei confronti delle esportazioni, l’impresa dovrà decidere se intervenire direttamente (tramite IDE 10) oppure cedere licenze a produttori locali. Tale scelta sarà condizionata soprattutto dalla natura degli specifici vantaggi competitivi posseduti dall’impresa. In particolare, l’IDE risulterà favorito quanto più i vantaggi competitivi consistono nel possesso di conoscenze e competenze specialistiche, che difficilmente possono essere valorizzate attraverso la cessione di licenze o tramite accordi di collaborazione nella fase di ricerca/sviluppo e/o di produzione. A questo punto l’autore si pone il problema dei motivi per i quali l’impresa decide di sfruttare il proprio vantaggio competitivo tramite l’IDE anziché vendere il prodotto ad un’impresa locale tramite qualche forma di accordo contrattuale. 10 Investimento diretto estero. 12
  13. Secondo Hymer, un’ impresa, qualora decida di dar vita ad una propria unità organizzativa all’estero, è destinata ad incontrare una serie di svantaggi competitivi. Essa si trova ad affrontare costi connessi alla necessità di interagire con culture, con lingue e con sistemi amministrativi e sociali diversi che rendono più costosa la sua operatività rispetto alle aziende già presenti nel territorio. Inoltre, per un’ impresa estera, i costi per l’acquisizione di determinate conoscenze, soprattutto del mercato, possono essere rilevanti. Allora ci si chiede per quale motivo le imprese, nonostante la presenza di questi costi, decidono di realizzare ugualmente degli investimenti diretti all’estero. Le motivazioni sono da ricondursi, principalmente, al possesso di vantaggi di tipo oligopolistico riproposti dall’impresa stessa su scala internazionale. Più precisamente, quando un’ impresa decide di investire all’estero dovrà poter compensare i maggiori costi sostenuti con dei vantaggi competitivi durevoli, ed è proprio per l’ effetto di questi vantaggi che le aziende riescono ad essere competitive. Dunque, l’IDE può avvenire solo in presenza di imperfezioni di mercato tali da indurre le imprese a sostituire la tradizionale esportazione all’investimento diretto. La teoria seminale di Hymer rappresenta un punto di rottura rispetto alla tradizione sia precedente che successiva. Uno dei principali elementi della sua teoria è l’accento sulla rimozione dei conflitti dal mercato in cui operano le imprese. Secondo la sua concezione, le principali determinanti dell’investimento diretto estero sono in larga misura le stesse che generano l’investimento in generale, sia a livello nazionale che internazionale, in condizioni di oligopolio. Inoltre si riscontra un eccessivo accento sui costi delle operazioni all’estero. Questa è una posizione comprensibile negli anni Cinquanta e Sessanta; da allora però tali costi e rischi si sono notevolmente ridotti11. 11 Jetto – Gilles G., op. cit. pag. 72. 13
  14. Un'altra interessante teoria, che si distacca da quella di Hymer, è la “teoria del gap tecnologico” formulata per la prima volta da Posner 12 (1961) che si concentra sugli sviluppi dinamici che avvengono all’interno di un settore sotto il profilo del progresso tecnologico. Posner analizza i meccanismi attraverso i quali un’iniziale innovazione di prodotto in un paese porta a vantaggi tecnologici cumulativi e a vantaggi nel commercio internazionale. A differenza di Hymer, che focalizza la sua attenzione sull’impresa, Posner presta maggiore attenzione al prodotto ed al tasso di innovazione a questo collegato. La portata e la durata dei vantaggi del commercio dipenderanno dalla portata dei vantaggi cumulativi dell’ impresa innovatrice, dalla velocità con cui si diffonde la domanda per il nuovo prodotto e dalla velocità di reazione delle altre imprese nazionali e straniere nell’imitazione del nuovo prodotto13. Quindi Posner propone una spiegazione del commercio internazionale fondata sulle “differenze di costo comparato” generate dal differente tasso di innovazione nei settori tra i vari paesi. In particolare, i vantaggi economici di un’originaria innovazione in un settore industriale sono correlati alla durata dell’intervallo temporale durante il quale il settore innovatore usufruisce di una posizione monopolistica sui mercati internazionali. La durata di tale posizione è definita dalla differenza fra il tempo necessario alle imprese straniere per imitare i nuovi processi produttivi e il tempo occorrente ai consumatori esteri per manifestare la domanda di nuovi prodotti14. Tra l’altro i produttori operanti nel paese innovatore possono trarre il vantaggio di economie di scala e da qui deriva l’effetto che una prima innovazione può stimolare una “concentrazione” degli investimenti nel 12 13 14 Posner M. V., (1961), “ International trade and technical change”, in Oxford Economic Papers”, 13, pag. 323- 341. Jetto – Gilles G., op. cit. pag. 73. Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag. 50. 14
  15. settore. Ne consegue un flusso continuo di innovazioni sia di prodotto che di processo. Anche se il singolo prodotto frutto di innovazione sarà imitato dai produttori locali, facendo venire meno il flusso esportativo dal paese innovatore, se si considera il settore industriale innovativo nel suo complesso (comprendente più prodotti), sarà possibile avere un flusso esportativo stabile da parte di un paese all’avanguardia di settore verso gli altri paesi, proprio in quel un settore in cui esso ha per primo effettuato le innovazioni. Il contributo di Posner rappresenta senza dubbio un passo importante nella formulazione delle teorie di internazionalizzazione, tuttavia esso si concentra esclusivamente su fattori d’offerta, trascurando il ruolo dei fattori concernenti la domanda, nell’influenzare la capacità di produrre e di commercializzare un prodotto nuovo sui mercati internazionali. Linder15 sposta infatti l’attenzione su tali fattori; secondo l’autore, la varietà di beni manufatti potenzialmente esportabili è determinata dalla domanda interna:” condizione necessaria, ma non sufficiente, affinchè un prodotto sia potenzialmente un prodotto di esportazione è che esso sia consumato nel mercato interno”. Linder afferma che le funzioni di produzione non sono identiche in tutti i paesi, ma che le funzioni di produzione dei beni domandati all’interno sono quelle relativamente convenienti. Per ciò che riguarda, inoltre, le potenziali importazioni di un paese, queste ultime sono a loro volta determinate dalla domanda interna; di conseguenza, la gamma delle esportazioni potenziali è identica o inclusa in quella delle importazioni potenziali16. Se due paesi presentano la stessa struttura di domanda, tutti i beni importabili ed esportabili dall’uno lo sono anche per l’altro. La conclusione a cui si perviene è che quanto più è simile la struttura della 15 16 Linder B.S. (1961), “ An Essay on trade and transformation”, Almqvist & Wiksel, Stoccolma, traduzione Italiana: in Franco R. e Gerosa C., (1980) “Il commercio internazionale. Teorie e problemi”, Etas, Milano. Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag. 51. 15
  16. domanda di due paesi tanto più intenso è il commercio tra questi due. Ovviamente bisogna stabilire come fare ad individuare il grado di somiglianza delle strutture di domanda tra i due paesi; ci sono vari fattori: il clima e la struttura geografica, la cultura, il reddito pro capite, la distribuzione del reddito, variabili sociali e cosi via. Ovviamente tali paesi non effettuerebbero nessuno scambio reciproco se potessero produrre all’interno, ai medesimi prezzi relativi, i principali prodotti richiesti dal mercato. Le stesse forze che danno origine agli scambi all’interno di ciascuno dei due paesi creano anche gli scambi tra di essi. Il libero scambio tra due paesi che hanno livelli di reddito pro capite simili avrà gli stessi effetti del commercio interno. La teoria di Linder è stata soggetta a varie critiche. Il fatto che si riduce solo ai casi in cui due paesi abbiano livelli di reddito pro capite simili e il fatto di non spiegare la composizione merceologica dello scambio tra i paesi sono alcuni degli aspetti critici messi in evidenza. Tuttavia la teoria ha avuto un’ampia risonanza anche nel seguito della stessa evoluzione delle teorizzazioni sul modello del ciclo di vita internazionale. Vernon17 negli anni ‘70 indaga sulla scelta localizzativa che affrontano le imprese. L’autore sviluppa le sue argomentazioni usando una configurazione a tre stadi del “ciclo del prodotto”. Nel primo stadio egli considera che le imprese appartenenti ai paesi industrialmente più avanzati abbiano uguale accesso alle conoscenze scientifiche. Tuttavia, a parità di accesso a tali conoscenze non corrisponde una uguale probabilità di applicazione delle stesse nella concreta attività di produzione, poiché esiste un ampio divario tra la conoscenza di nuove teorie scientifiche e la loro utilizzazione per produrre nuovi prodotti o creare nuovi processi produttivi. 17 Vernon R., (1966), “ International investment and International trade in the product cycle”, in “Quarterly Journal of Economics”, 80, pag. 190 – 207. 16
  17. Vernon considera come modello il mercato statunitense, in virtù delle grandi opportunità di sfruttamento delle conoscenze che esso consente e per la loro incorporazione nei nuovi prodotti. Tra l’altro è un mercato in cui i consumatori dispongono di un reddito medio pro capite elevato, è un mercato di ampie dimensioni e anche con abbondanza di capitale. Secondo l’autore il prodotto innovativo troverà localizzazione proprio negli USA. In tale contesto, il prodotto, almeno inizialmente, non ha concorrenti visto che è nuovo e può essere venduto a prezzi più elevati. Un’offerta a prezzi così alti trova comunque una domanda corrispondente poiché i consumatori sono disposti a pagare prezzi elevati grazie alla loro disponibilità di redditi elevati. Il secondo stadio è caratterizzato sia dallo sviluppo e maturità del prodotto, sia da una domanda crescente, che consente alle imprese il conseguimento di economie di scala. Ne consegue una certa standardizzazione del prodotto. Tali condizioni fanno diminuire la presenza di barriere all’ingresso e di conseguenza aumentano i concorrenti. Inoltre, accanto alla domanda locale (USA) si sviluppa con molta probabilità una domanda diffusa anche nei paesi europei più avanzati. Per le imprese del paese innovatore si prospetta quindi l’opportunità di dare avvio ad un processo di internazionalizzazione. La domanda dei paesi europei sarà inizialmente soddisfatta dalle esportazioni statunitensi, tuttavia le imprese americane potrebbero preferire una produzione diretta all’estero per ovviare alla minaccia eventuale da parte dei concorrenti europei che iniziano ad imitare il prodotto e anche per la possibilità di sostenere la produzione a costi più bassi negli stessi paesi europei. Infatti la scelta tra esportazione e insediamento produttivo all’estero dipende anche da variabili di carattere economico: se la somma dei costi di produzione e di trasporto dei beni esportati è inferiore al costo medio previsto per produrre nel paese di importazione, è probabile che le 17
  18. imprese preferiscano evitare l’investimento diretto estero, privilegiando quindi i flussi esportativi. Tuttavia, il progressivo sviluppo della domanda e la costituzione nei vari paesi avanzati di un mercato interno di dimensioni adeguate possono costituire una condizione sufficiente per la successiva decisione di produrre direttamente all’estero18. Man mano che il prodotto diviene più standardizzato, esso richiederà processi produttivi che si concentrano su alta intensità di capitale e lavoro poco qualificato. In tale fase diventano più probabili i comportamenti imitativi e la concorrenza aumenta. Subentra così il terzo stadio (standardizzazione e declino del prodotto), che corrisponde alla scelta di localizzare la produzione in paesi sottosviluppati per contenere i costi di produzione visto il basso costo del lavoro di tali paesi. Quindi gli USA perderanno il loro vantaggio competitivo come localizzazione produttiva. A distanza di qualche anno Vernon revisiona la teoria analizzando le mutate condizioni dei paesi europei. In primis l’autore nota un deciso aumento dell’espansione geografica della rete delle operazioni delle imprese multinazionali e tra l’altro è anche diminuito il lasso di tempo tra l’introduzione di un nuovo prodotto negli USA e la sua diffusione in altri paesi. Dunque le fasi di imitazione del prodotto si sviluppano in tempi più rapidi rispetto a qualche decennio prima. In secondo luogo Vernon considera i cambiamenti di carattere macroeconomico dei paesi europei: le differenze tra Europa e USA si sono assottigliate, in termini di reddito pro capite, costo del lavoro, dimensione del mercato e gusti dei consumatori. Ciò lo induce a concludere che l’ambiente internazionale che aveva portato il ciclo di vita del prodotto stava scomparendo e che la teoria diventava sempre più meno applicabile. Non mancano le critiche al modello di Vernon. Innanzitutto il fatto che tale teoria offre una spiegazione dell’ origine dei vantaggi comparati 18 Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag. 55. 18
  19. limitata a un segmento particolare del commercio internazionale: quello di prodotti manufatti concepiti per soddisfare consumatori ricchi. Poi la sua analisi è criticata per essere limitata al caso delle innovazioni “labour saving”. Vernon non ha considerato come le imprese localizzate in paesi poco dotati di materie prime, come per esempio quelle europee, fossero interessate a introdurre innovazioni volte a risparmiare questo tipo di fattore produttivo piuttosto che quello del fattore lavoro. In ogni caso la teoria ha subito un logoramento, a causa dei profondi cambiamenti dell’ambiente internazionale al punto che essa è apparsa sempre meno in grado di fornire un’interpretazione adeguata dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Infatti, l’assunto che la maggior parte delle innovazioni tecnologiche provenissero da un unico paese (Stati Uniti), è stato superato con l’affermarsi delle imprese giapponesi ed europee sui mercati mondiali 19. Un'altra debolezza della teoria è data dall’enfasi eccessiva posta sul prodotto e sulla sua vita, a scapito dell’impresa in se, ciò impedisce un’adeguata analisi della diffusione dell’innovazione da prodotto a prodotto e dei relativi vantaggi in ambito tecnologico, manageriale e di marketing. Nonostante le critiche, l’accento posto sull’investimento diretto legato al divario tecnologico costituisce un notevole passo in avanti rispetto alle teorie precedenti20. Un altro autore che concentra i suoi studi sugli aspetti inerenti la localizzazione degli investimenti diretti esteri è Knickerbocker21. La sua analisi (1970) parte da considerazioni di carattere empirico. Il suo approccio teorico differisce da quello di Vernon in quanto si concentra sull’impresa piuttosto che sul prodotto e soprattutto sulle condizioni macro - economiche del 19 20 mercato che caratterizzano il commercio Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag. 56. Jetto – Gilles G., op. cit. pag. 82. 21 Knickerbocker F. T. (1973), ‘’Oligopolistic Reaction and Multinational Enterprise’’, Division of research, Graduate School of Business Administration, Harvard University, Cambridge (MA). 19
  20. internazionale e le scelte di localizzazione produttiva. Egli afferma che già nel secondo dopoguerra le imprese hanno affrontato processi di internazionalizzazione in misura sempre maggiore e che molte imprese (statunitensi) hanno mostrato la tendenza ad indirizzare i loro flussi di investimenti diretti esteri verso i medesimi paesi ospitanti; poi sostiene ancora che le imprese impegnate nell’espansione oltre frontiera appartengono a industrie caratterizzate da strutture oligopolistiche. Lo studioso propone la differenza tra investimenti aggressivi e difensivi: i primi indicano la costituzione della prima affiliata in una data industria in un certo paese ospitante, mentre con i secondi indica la creazione di affiliata da parte di altre imprese. Le imprese che operano in un sistema oligopolistico sono consapevoli del fatto che un atteggiamento aggressivo porterà a reazioni difensive e quindi si svilupperebbe una concorrenza distruttiva. Così, per evitare questo risultato, le imprese scarterebbero l’ipotesi di una guerra di prezzo a favore di una concorrenza basata su altri fattori, come ad esempio la pubblicità. Tuttavia, in quei settori in cui si verificano cambiamenti rapidi e caratterizzati da elevati tassi di crescita, le singole imprese potrebbero trovare conveniente adottare un comportamento aggressivo. A questo punto, l’autore, considerando che le sole reazioni oligopolistiche non sono sufficienti a spiegare il motivo della prima mossa dell’impresa, decide di collocare la sua teoria in un contesto più ampio. Egli parte dall’assunto base della teoria del ciclo di vita del prodotto di Vernon: a) il contesto economico statunitense ha portato a delle opportunità di sviluppo di nuovi prodotti; b) è probabile che i prodotti siano sviluppati e creati prima nel paese in qui sono stati ideati e poi all’estero. L’autore arriva ad affermare che le imprese statunitensi sono state molto abili nell’aprire la strada a nuovi prodotti, anche grazie allo sviluppo di particolari competenze in R&S, nelle strutture organizzative e nelle tecniche di marketing. I mercati e le economie europee restavano indietro rispetto a quelli 20
  21. statunitensi. Le esportazioni di prodotti statunitensi venivano seguite, in un secondo momento, da IDE, i quali in alcuni casi, venivano preceduti dalla concessione di licenze. Le imprese statunitensi ebbero anche vantaggi nel produrre all’estero. Il loro vantaggio nell’accumulazione di competenze manageriali, commerciali ed organizzative diede loro un totale vantaggio sulle imprese locali europee. Altre circostanze possono aver spinto le imprese statunitensi verso l’intrapresa di IDE piuttosto che verso licenze ed esportazioni. L’autore da riferimento all’esistenza di barriere, tariffarie e non, nei pesi europei, e al fatto che produrre vicino al mercato di sbocco permette alle imprese di offrire servizi di assistenza e di adattare il prodotto alle esigenze dei consumatori locali22. La motivazione di fondo è che gli imprenditori statunitensi mirano a cercare e sviluppare opportunità e capacità produttive presenti oltre frontiera. Bisogna ancora spiegare la scelta della mossa difensiva da parte dei concorrenti. L’investimento in un paese estero comporta un certo grado di incertezza, lo stesso vale per le imprese rivali; tuttavia queste corrono dei rischi anche se non investono: l’impresa che per prima ha rischiato investendo (quindi la first mover) può trarre vantaggi considerevoli che può usare per danneggiare i diretti rivali. Infatti tutte le competenze organizzative, commerciali e manageriali conseguite durante la prima mossa, potranno essere sfruttate per successive politiche aggressive. Tutti questi vantaggi possono mutare l’equilibrio competitivo, così le imprese concorrenti rispondono anch’esse con l’investimento diretto all’estero. Knickerbocker alla fine spiega il raggruppamento geografico degli IDE come il risultato di politiche difensive delle imprese tese a minimizzare i rischi nel contesto di strutture di mercato oligopolistiche23. 22 23 Jetto – Gilles G., op. cit. pag 87. Jetto – Gilles G.,op. cit. pag. 89. 21
  22. 1.3 Le nuove teorie del commercio internazionale Dopo la seconda guerra mondiale si sviluppa la teoria dell’investimento diretto estero e dell’impresa multinazionale. Nel corso degli anni ’80, dopo il declino del primato americano circa la presenza di imprese multinazionali, si registra lo stesso declino del modello di internazionalizzazione basato sulla multinazionale classica e si lascia spazio ai nuovi modelli basati sulla impresa transnazionale e l’impresa rete. Secondo l’autore Kojima24 gli investimenti creano commercio quando si spostano da un paese all’altro in funzione del costo relativo delle risorse, sempre sulla base dei vantaggi comparati dei paesi. Questi tipi di investimenti sono stati effettuati dalle multinazionali giapponesi, le quali hanno trasferito la produzione nei paesi limitrofi a basso costo del lavoro e con una dotazione di risorse più favorevole. In altri casi tali investimenti verrebbero effettuati per altri motivi quali ad esempio la presenza di distorsioni sui mercati come la concorrenza oligopolistica o le barriere tariffarie presenti nel paese che ospita l’investimento: tali condizioni indurrebbero le imprese internazionali a trasferire direttamente all’estero le produzioni. Tale sistema tuttavia ha determinato l’uso di tecnologie inappropriate in rapporto alle risorse locali del paese ospitante (come è accaduto nei processi di espansione delle multinazionali statunitensi) con la conseguente inefficiente allocazione delle risorse. Le imprese giapponesi, che dagli anni Ottanta fecero il loro ingresso sul mercato mondiale, dimostrano nella pratica la tesi di Kojima utilizzando strategie innovative sviluppate all’interno del proprio mercato e rivelatesi vincenti anche sui mercati internazionali. Le imprese giapponesi si concentrarono in investimenti diretti all’estero nei settori in cui il Paese vedeva ridursi i propri vantaggi competitivi a causa dell’incremento dei 24 Kojima K., (1978), “ Direct foreign investment: a Japanese Mode of Multinational Business Operations”, Croom Helm, London, pag. 21 – 47. 22
  23. salari, dei tassi di cambio e della mancanza di materie prime. Gli investimenti giapponesi erano quindi indirizzati verso i Paesi dell’area asiatica che permettevano loro di sfruttare le varie strategie sviluppate all’interno, ma avvantaggiandosi contemporaneamente dei minori costi di produzione. Ciò ha permesso ad imprese giapponesi prima sconosciute di diventare concorrenti diretti di multinazionali già presenti nel settore da diversi anni25. La teoria di Kojima è molto utile per comprendere gli sviluppi dei processi di internazionalizzazione delle imprese dal secondo dopoguerra in poi. In un primo momento le imprese sono diventate multinazionali soprattutto allo scopo di superare le barriere tariffarie ed hanno organizzato le loro operazioni internazionali secondo un modello organizzativo multi – domestic, ovvero trasferendo in ogni mercato estero l’intero processo produttivo e vendendo il prodotto localmente, sostituendo così le precedenti esportazioni. Successivamente le imprese hanno iniziato a localizzare ogni fase del processo produttivo in funzione del costo relativo dei fattori nei diversi paesi, vendendo poi il prodotto finale su tutti i mercati di consumo, adottando un modello organizzativo di tipo globale. La modalità tradizionale in cui si svolgono le operazioni economiche tra i paesi è invece il commercio internazionale, consistente nello scambio di merci, beni e servizi attraverso le frontiere nazionali. Il commercio internazionale rimane, a livello globale, il principale tipo di transazione economica oltre frontiera. Le attività delle imprese transnazionali hanno un impatto considerevole sulla distribuzione geografica del commercio; anche in considerazione del fatto che le imprese transnazionali, in virtù dei processi di integrazione verticale, determinano un considerevole sviluppo del commercio internazionale intra – aziendale. 25 Baronchelli G., (2008), “Delocalizzazione nei mercati internazionali, dagli IDE agli offshoring”, LED Edizioni Universitarie. 23
  24. Questo tipo di commercio consiste nello scambio di beni e servizi tra unità della stessa impresa operanti in paesi diversi. Si stima che esso rappresenti non meno di un terzo del commercio mondiale e che sia in aumento. Le attività di produzione e di commercio internazionale delle imprese transnazionali sono strettamente interrelate. Lo sviluppo dei mercati internazionali, la ricerca di vantaggi di costo, l’obiettivo di penetrare commercialmente nuovi paesi ha fatto si che le imprese tendessero ad investire direttamente all’estero creando rapporti di collaborazione con altre imprese del posto (licensing, franchising, joint ventures). Gli investimenti diretti esteri hanno avuto un notevole sviluppo sia nella forma di investimento di portafoglio (effettuato per ragioni tipicamente finanziarie, con riferimento all’acquisizione di azioni di una società straniera), sia nella forma diretta (IDE) ovvero il caso in cui l’investimento è tale da conferire il controllo nella società acquisita. Dai dati statistici si rileva che la maggior parte di IDE ha origine da società che hanno luogo in paesi sviluppati e sono diretti anche verso le stesse economie sviluppate. I paesi in via di sviluppo invece ricevono investimenti diretti, specie lì dove è possibile reperire le risorse per la produzione quali materie prime e forza lavoro a basso costo. In conclusione si può sostenere che con la crescita degli IDE si riduce il commercio intra – settoriale del bene finito, che viene spiazzato dalla produzione estera delle multinazionali; tuttavia gli IDE generano un intenso flusso di scambi intra – firm, sia di beni intermedi che di servizi generali. Quando le differenze nelle dotazioni tra i paesi sono così ampie da non consentire il pareggiamento dei prezzi dei fattori attraverso gli scambi dei beni, gli IDE possono diventare complementari al commercio. Secondo il modello teorico basato sulla ipotesi della prossimità – concentrazione, invece, i risultati sarebbero diversi: se i paesi sono identici sotto il profilo tecnologico, della domanda e della dotazione 24
  25. fattoriale, gli IDE sarebbero dovuti all’eccessivo peso dei costi di trasporto rispetto ai costi fissi degli impianti ed ai vantaggi che derivano da una più intensa utilizzazione delle risorse dell’impresa. In tal caso gli IDE sostituiscono i flussi commerciali intra – settoriali. In ogni caso, anche se i paesi differiscono tra loro, la comparsa delle multinazionali comporta una riduzione degli scambi intra – settoriali che non viene compensata da alcun nuovo flusso di scambio di beni: gli IDE, quindi, sostituiscono il commercio. Le nuove teorie sul commercio internazionale evidenziano il fatto che il commercio e la specializzazione sono dovuti a vantaggi di economie di scala, così come a tradizionali vantaggi comparati dovuti a differenze nella dotazione dei fattori. Commercio e specializzazione sono quindi guidati da alcuni elementi statici ed esogeni imputabili alla dotazione dei fattori, e da elementi più dinamici ed endogeni legati ai rendimenti crescenti. Un primo tipo di economie di scala, legato alla teoria della concorrenza monopolistica di Chamberlin, è interno all’impresa. Si ritiene che le economie di scala crescenti non siano compatibili con la perfetta concorrenza dato che l’impresa che realizza rendimenti crescenti ha costi decrescenti man mano che aumenta la sua dimensione; ciò le da un vantaggio rispetto ai concorrenti. Dunque questo tipo di economie di scala necessita di un modello di concorrenza monopolistica.Nell’applicazione di tale schema si assume in genere, che l’impresa operi con un singolo impianto produttivo, per cui livello di impresa e livello di impianto produttivo coincidono. Un secondo tipo di economie, quelle di tipo “marshalliano” considerano i rendimenti crescenti ottenibili tramite effetti di spillover da impresa ad impresa e dunque le economie si riferiscono all’industria nel suo complesso piuttosto che alla singola impresa26. 26 Jetto – Gilles G., op. cit. pag. 141- 142. 25
  26. In questo approccio le economie di scala rimangono compatibili con il modello di concorrenza perfetta perché la fonte dei rendimenti crescenti è la scala dell’industria e non quella dell’impresa/impianto produttivo. Le economie interne aumentano la probabilità che l’impresa si specializzi. L’esistenza di economie esterne fa sì che imprese appartenenti alla stessa industria si localizzino nella stessa area per godere dei benefici degli effetti di spillover. La concentrazione spaziale dell’industria può essere verticale oppure orizzontale. Quella verticale fa riferimento alla non commerciabilità di alcuni prodotti intermedi ( nel senso che alcuni prodotti intermedi sono specifici dell’impresa) e tale non commerciabilità può portare alla formazione di distretti industriali. Gli ulteriori sviluppi teorici modificano alcune assunzioni, soprattutto quella relativa alla immobilità del capitale. Infatti, le teorie sugli investimenti diretti all’estero si basano sulla sostanziale mobilità del capitale. Gli approcci sono riferiti sia agli IDE verso paesi in via di sviluppo che agli IDE in paesi sviluppati. Nel primo caso si considerano diversi paesi a diversi livelli di sviluppo e con differenti dotazioni di fattori e con presenza di economie di scala interne a livello di impianto e di impresa. Partendo da tali assunti si ha che la direzione degli IDE verso i paesi in via di sviluppo determina una integrazione di tipo verticale a livello internazionale; l’internazionalizzazione risulta essere favorita rispetto all’uso di licenze per via degli input congiunti, inoltre si sviluppa un commercio internazionale intra- aziendale. Con riferimento al secondo caso (teoria di Markusen27), ovvero con direzione degli IDE verso paesi sviluppati, gli assunti di base indicano che i due paesi sono entrambi sviluppati e con mercati ampi, la produzione internazionale è solo di tipo orizzontale (si producono prodotti simili in entrambi i paesi), i due paesi hanno simili dotazioni di 27 Markusen J. R., (1984), “ Multinationals, Multiplant Economies and the Gains from Trade”, in “Journal of International Economics”, 16, MIT Press, Cambridge (MA), pag. 205 – 224. 26
  27. fattori e quindi costi di produzione simili, esistono poi alti costi di trasporto e barriere al commercio (ma non agli IDE). Sulla base di tali assunti si determina una produzione internazionale di tipo orizzontale e gli investimenti diretti esteri si sviluppano tra paesi sviluppati preferendo la produzione diretta piuttosto che la concessione di licenze e con commercio internazionale intra – industriale. La tradizionale teoria del commercio internazionale non riesce pertanto a spiegare come possa avvenire un commercio intra-settoriale, cioè all’interno dello stesso settore industriale, e tra paesi molto simili per dotazione dei fattori produttivi necessari alla produzione di tali beni. A questo proposito, Krugman 28 ha contribuito a spiegare questo fenomeno introducendo, insieme ad altri economisti, le cosiddette “nuove teorie sul commercio internazionale”. Tali teorie spostano l’attenzione dal tipo di struttura produttiva presente in ciascun paese, ad altre variabili di tipo microeconomico, quali i diversi gusti dei consumatori, la presenza di economie per le imprese localizzate in un certo paese, il temporaneo monopolio tecnologico posseduto da chi presenta sul mercato un prodotto innovativo, ecc. Più in particolare, il contributo di Krugman afferma che il commercio internazionale esiste perché i gusti dei consumatori sono profondamente differenti anche in riferimento ad uno stesso prodotto e perchè le imprese hanno la possibilità di concentrare la produzione in un unico stabilimento per sfruttare economie di scala produttive. La prima determinante è molto importante per spiegare il nuovo beneficio del consumatore, che non è più in termini di prezzi ma bensì in termini di varietà di prodotti a disposizione. Tale beneficio aumenta con il procedere dell’integrazione economica europea in quanto i consumatori hanno a disposizione una maggiore varietà d’offerta (all’offerta nazionale si affianca anche l’offerta proveniente dai partner europei). La possibilità che ciascun paese si specializzi in una certa 28 Krugman P., (1991), “ Increasing returns and economic geography”, in “Journal of Political Economy” 99, pag. 483 – 499. 27
  28. varietà di prodotto, pur all’interno dello stesso settore produttivo, consente a tale paese di soddisfare la domanda di varietà che sorge anche negli altri paesi comunitari. Si considera, in questo modo, la cosiddetta differenziazione di prodotto: ciascun prodotto, per quanto uguale agli altri, è in realtà profondamente diverso per quanto attiene alla sue caratteristiche appariscenti o a quelle intrinseche. La differenza può essere quindi sostanziale, come tra un’auto di lusso o un’auto utilitaria, o puramente formale, come nei detersivi impacchettati in contenitori di diverso tipo, o indotta dalla pubblicità, o attribuibile al valore del marchio (a cui è associato un certo status symbol, o un certo contenuto qualitativo o tecnologico), e così via. Più i paesi hanno raggiunto lo stesso livello di sviluppo e più è probabile che i consumatori richiedano beni differenziati, e quindi più è probabile che nasca un commercio internazionale di prodotti diversi ma appartenenti allo stesso settore industriale. Le analisi empiriche condotte sul commercio comunitario indicano, per l’appunto, che i flussi commerciali tra i paesi europei sono soprattutto di tipo intra-settoriale, e che le dotazioni fattoriali dei vari paesi sono piuttosto simili (EC Commission, 1996), pur esistendo comunque alcune specializzazioni industriali di tipo nazionale. Dal punto di vista della politica economica all’interno dell’Unione Economica e Monetaria, se le strutture economiche sono simili, ciò implica anche un minor “costo di aggiustamento” per i paesi partner nel caso in cui si verifichino crisi economiche non generalizzate, ma concentrate in un solo paese (shock asimmetrici). Per esempio, se i consumatori europei modificassero improvvisamente i loro gusti e non volessero più acquistare auto di piccola cilindrata, il paese specializzato nella produzione di utilitarie dovrebbe “semplicemente” spostare i suoi lavoratori nella varietà delle auto di lusso (varietà che nell’esempio verrebbe molto richiesta dai consumatori). 28
  29. Tale spostamento rappresenta per il paese un costo di aggiustamento, perché occorre modificare in parte gli impianti e le tecnologie utilizzate nella costruzione delle auto, che sicuramente è inferiore al costo di aggiustamento che ci sarebbe stato se il paese avesse dovuto convertire la sua produzione in un altro settore (per esempio, passare dalle auto ai computer, o all’abbigliamento), cioè in una produzione più “distante” per quanto riguarda le caratteristiche dei fattori produttivi utilizzati. Per i paesi comunitari si assiste quindi ad un aumento dei flussi di commercio internazionale che provengono dagli stessi settori (flussi intra-settoriali) e che generano vantaggi per i consumatori in termini di minori prezzi di acquisto e di maggiori varietà di beni a disposizione. Tale commercio per differenziazione di prodotto viene a sua volta distinto dalla teoria economica tra commercio di prodotti simili ma differenti per qualità (cioè prezzo) o differenti semplicemente per la varietà del prodotto. Nel primo caso si tratta di differenziazione verticale di prodotto, nel secondo di differenziazione orizzontale. Dal punto di vista metodologico, la distinzione tra le due forme di differenziazione di prodotto nelle indagini empiriche utilizza il seguente criterio: si ha differenziazione verticale quando i valori unitari (cioè i prezzi) all’import o all’export dei flussi tra due paesi differiscono di più del 15%. I prodotti sarebbero invece differenziati per semplice varietà se i prezzi fossero meno distanti del 15%, cioè se possono essere considerati praticamente simili. Gli studi in materia indicano che la crescita del commercio intrasettoriale europeo è stata soprattutto tra prodotti differenti per qualità e prezzo. Si hanno anche facili evidenze di tale specializzazione dei paesi europei: i tedeschi sono specializzati nella produzione di auto di grossa cilindrata, mentre gli italiani sanno costruire bene le utilitarie; l’abbigliamento italiano è destinato ai segmenti di mercato medio-alti, mentre quello portoghese o spagnolo è diretto ai consumatori medio- 29
  30. bassi; mentre i vini francesi sono di alta qualità, e quindi destinati a consumatori esigenti, i vini greci o portoghesi sarebbero, in media, destinati ad un consumo più popolare; ecc. La seconda determinante del commercio internazionale, sempre con riferimento al contributo di Krugman, riguarda la possibilità che un’impresa sfrutti le economie di scala tecniche per produrre in un unico stabilimento la produzione destinata atutto il resto dell’Europa. Anziché aprire diversi stabilimenti in ogni paese europeo – come accadeva in precedenza al fine di superare le barriere protezionistiche, prima di tipo tariffario e poi di tipo non tariffario, che segmentavano il mercato europeo e ostacolavano il libero commercio – con l’Unione Economica e Monetaria l’impresa concentra la produzione in un unico sito, dove ottiene notevoli risparmi di costi di produzione. Le due determinanti del commercio derivanti dal contributo di Krugman, quella relativa alla varietà dei beni e quella relativa allo sfruttamento delle economie di scala sono apparentemente in contraddizione tra loro. Infatti, mentre la prima spiega l’aumento del commercio intra – settoriale, la seconda giustifica un aumento del commercio inter – settoriale. In realtà non è così, in quanto occorre tenere conto dell’unità di rilevazione del fenomeno di cui stiamo trattando: le esportazioni delle imprese, che vengono aggregate in esportazioni di settore e poi in esportazioni di un paese. Ma se consideriamo i dati a livello di impresa, possiamo notare come la specializzazione necessaria per raggiungere le economie di scala avviene generalmente all’interno di una certa varietà di bene. Per esempio, la Fiat si specializza nella produzione di auto di piccola cilindrata mentre le BMW nella produzione di auto sportive: si raggiungono economie di scala se la produzione si concentra in un unico stabilimento, ma i flussi tra la Germania e l’Italia sarebbero comunque intra – settoriali (all’interno del settore auto) e non inter settoriali, come un’errata interpretazione della teoria potrebbe suggerire29. 29 Vitali G. (2007) “L’integrazione commerciale europea e le nuove teorie sul commercio internazionale”, Rivista “Imprese e territorio, n°4. 30
  31. 1.4 Globalizzazione dell’economia e le imprese multinazionali Internazionalizzazione e globalizzazione sono fenomeni che denotano un accorciamento delle distanze culturali, economiche, sociali tra i paesi nel mondo. Tuttavia ci sono sfumature di significato diverse tra i due termini. Il processo di internazionalizzazione è legato ai fenomeni quali la riduzione delle barriere agli scambi commerciali ed eliminazione dei vincoli posti agli investimenti diretti esteri e indica quindi la progressiva integrazione economico - politica tra più mercati – paese. La globalizzazione indica la crescita del commercio mondiale, specie attraverso grandi compagnie che producono e commerciano beni e servizi in differenti paesi. È un fenomeno che fa riferimento alla similarità sia delle esigenze dei consumatori nei vari mercati nazionali, sia delle influenze sociali e culturali nelle varie parti del mondo. Un mercato globale ammette la libera circolazione di merci e capitali, che non esista nessun tipo di barriera agli scambi worldwide, un forte grado di omogeneità della domanda e dell’offerta. Levitt parla di globalizzazione come una convergenza di tutte le culture verso un’unica cultura globale; la diversità nelle preferenze culturali è un concetto superato e le esigenze, i gusti e i desideri dei popoli di tutto il mondo diventano sempre più simili e omogenei. La globalizzazione coinvolge consumatori, imprese, mercati, culture, istituzioni e stati. Tale processo ha raggiunto stadi differenti nei diversi mercati dell’economia mondiale; alcuni di questi tendono ad essere più vicini al globale di altri. I mercati business to consumer (B2C) tendono ad essere prevalentemente locali, nazionali o regionali per effetto di differenze socioculturali, politico – legislative, linguistiche e monetarie. 31
  32. I mercati business to business (B2B) tendono ad essere più regionali o quasi globali per effetto di economie nei costi o nei rendimenti dei fattori di produzione, di strategici opportunità localizzative (vicinanza a clienti operanti all’estero). Le opportunità del processo di globalizzazione riguardano la riduzione, l’annullamento di alcune voci di costo, l’incremento delle economie e dei ricavi. Negli ultimi decenni il numero delle imprese in grado di competere nel commercio globale è andato progressivamente aumentando sia in termini di esportazioni che di investimenti diretti esteri. Si può anche notare come le economie più aperte agli scambi internazionali crescano più rapidamente di quelle chiuse; si verifica inoltre come le performance reddituali delle imprese che operano sui mercati internazionali sono superiori a quelle nazionali. L'espressione "globalizzazione dell'economia" (Gde) risulta essere in definitiva piuttosto generica e non univoca. Infatti è utilizzata per connotare fenomeni differenti che presentano forti ambivalenze e che sono spesso contraddittori. Su questa base si propone di intendere con Gde tutti gli elementi che caratterizzano l'attuale fase di internazionalizzazione del capitale (il cui inizio può essere collocato intorno alla fine degli anni '60). Essa presenta contemporaneamente elementi di persistenza e di trasformazione e può essere interpretata come un processo che sviluppa contestualmente, ma in ambiti differenti, omogeneità ed eterogeneità. Non può essere analizzata come un fenomeno esclusivamente economico, né può essere interpretata esclusivamente attraverso gli strumenti conoscitivi delle discipline economiche. La Gde rappresenta una delle concrete determinazioni della dinamica di espansione e approfondimento del modo sociale di produzione capitalistico, essa non può non coinvolgere tutti gli altri ambiti rilevanti nella produzione/riproduzione sia a livello sociale che culturale. 32
  33. Secondo diversi autori alla Gde si assocerebbe una radicale trasformazione delle strategie produttive e dei processi lavorativi, alla quale dovrebbe corrispondere una trasformazione delle forme della regolazione sociale. Emerge su questo tema una generale condivisione, seppur da punti di vista anche radicalmente differenti, della tesi secondo la quale il mercato non rappresenta di per sé uno strumento di regolazione sociale sufficiente, quindi anche con la Gde continua ad essere necessario l'intervento di istituzioni politiche e sociali. Le posizioni ovviamente si divaricano in ordine all'ambito in cui si può collocare questo intervento (locale, regionale, nazionale, sovranazionale), ai suoi obiettivi contingenti e strategici, alle sue modalità. D'altronde la non prevedibilità delle future traiettorie della Gde è confermata da diverse cosiddetto evidenze: il carattere contraddittorio del "declino" dell'egemonia statunitense; l'ambivalenza del fenomeno della "finanziarizzazione" dell'economia la quale sembra indicare sia la incapacità ad individuare investimenti adeguati per i capitali eccedenti, sia una accresciuta competizione tra i territori per attirare denaro e investimenti produttivi; la difficoltà di individuare istituzioni sovranazionali in grado di regolare in forme cooperative l'economia globale. Su queste basi si può allora proporre l'ipotesi che la possibilità degli attori locali di progettare e sviluppo relativamente autonomi gestire percorsi di non è annientata dalla Gde. Questa possibilità e le caratteristiche assunte dallo sviluppo locale continuano ad essere connesse alla persistenza nella società di interessi e punti di vista eterogenei e quindi a dipendere dagli esiti, di per sé non definitivi, del loro conflitto. Si assume quindi che la categoria del conflitto - inteso come contraddizione, attuale o potenziale - sia centrale per offrire una rappresentazione adeguata del mutamento sia a livello globale che a livello locale. 33
  34. Per comprendere come l’internazionalizzazione modifichi le basi della concorrenza, bisogna estendere il modello di analisi per includervi l’influenza che l’ambiente nazionale esercita sulla singola impresa. Per conseguire un vantaggio competitivo deve esserci una corrispondenza tra le risorse e competenze dell’impresa e i fattori critici di successo del settore. I settori internazionali differiscono da quelli nazionali nelle fonti del vantaggio competitivo. Se le imprese sono localizzate in paesi diversi, le loro potenzialità in termini di vantaggio competitivo dipendono non solo dalle risorse e competenze interne a loro disposizione, ma anche dalle condizioni dell’ambiente nazionale30. La globalizzazione dell’economia si basa sui processi di multi nazionalizzazione - transnazionalizzazione delle imprese. Si può definire l'impresa multinazionale come un insieme di società ognuna delle quali opera secondo le norme dell'ordinamento giuridico del paese in cui è localizzata, essendo partecipate e coordinate con tutte le altre da un'altra società (la società madre), localizzata in un paese terzo, alle cui norme deve attenersi. La definizione mette in evidenza la possibilità di una contrapposizione di interessi tra imprese multinazionali e paese ospite. Nel caso in cui il complesso delle norme del paese ospite limita o intralcia le attività, la società madre potrà trovare più conveniente investire in un altro paese (questa flessibilità è però limitata quando l'impresa operi nel settore delle materie prime ). La sfera d'azione della impresa multinazionale più che uno spazio fisico, è uno spazio tecnico-economico: attraverso l'internalizzazione delle transazioni di mercato (quando i mercati sono inesistenti o troppo rischiosi) essa assimila nel proprio spazio economico lo spazio geografico – istituzionale degli stati. L'internalizzazione, leggibile come risposta alla "rigidità" degli stati, crea un'economia "parallela" caratterizzata dai prezzi di trasferimento. 30 Grant R., ( 2004),“ L’analisi strategica per le decisioni aziendali”, Il Mulino, Bologna, pag. 461. 34
  35. Nel secondo dopoguerra si possono distinguere, quattro diverse generazioni di impresa multinazionale, relativamente alla strategia adottata: I) quelle che si basano su investimenti supply oriented, tesi ad acquisire soprattutto materie prime, gli Stati del "centro" e le imprese hanno un reciproco interesse nell'espansione all'estero (prevale fino alla fine degli anni '60); II) quelle spinte dalla concorrenza oligopolistica verso nuovi mercati, sostituendo le esportazioni con IDE aggressivi (market oriented), i flussi di investimento si concentrano nei paese industrializzati (in particolare Usa-Europa), mentre nei "Paesi in via di sviluppo" (di seguito, Pvs) si sviluppa una polarizzazione tra aree di nuova industrializzazione e aree più fortemente periferizzate; III) quelle che si sviluppano a seguito dell'internazionalizzazione delle attività industriali che si accompagna a quella dell'indotto, per cui si sviluppano imprese multinazionali (soprattutto statunitensi) che forniscono servizi alle imprese (gli IDE nel settore dei servizi passano dal 25,2% del 1975, al 39,9% del 1985), il fenomeno interessa pochissimo i Pvs, salvo i "paradisi fiscali"; IV) quelle per le quali lo spazio fisico "diventa ininfluente" agli effetti delle decisioni strategiche in materia di localizzazione industriale dei grandi gruppi e anche dei medi. Si tratta delle imprese multinazionali "runaway": obiettivo strategico è la compressione dei costi aziendali attraverso il decentramento segmenti del ciclo tecnico di produzione nei di paesi che presentano le migliori opportunità di costo dei fattori utilizzati nella produzione. Si creano spazi aziendali integrati, con una distribuzione geografica strategica per l'impresa (ma non per il paese ospite). L'impresa multinazionale si sgancia progressivamente dal paese d'origine e contribuisce alla continua trasformazione della divisione internazionale del lavoro puntando alla ricerca di vantaggi comparati. Benché la multinazionalità sia spesso appannaggio della grande impresa, sono numerosissime anche le imprese multinazionali di media - piccola 35
  36. dimensione (in molti paesi sono la maggioranza), anche se si muovono su uno spazio economico limitato. In genere si ha un’internazionalizzazione graduale, poco diversificata, verso paesi limitrofi (prolungamento del mercato domestico), che evita localizzazioni in paesi a rischio politico (sono quasi assenti nei Pvs), e che tende a ridurre il rischio di investimento tramite joint-ventures. Il ruolo dell'impresa multinazionale ha registrato mutamenti sostanziali assumendo rilievo strategico nel riequilibrio di divari economici. Questa funzione di redistribuzione di risorse e opportunità tra i diversi paesi sarebbe assolta dalle multinazionali in differenti campi. Esse creano occupazione: impiegano oggi all'estero (e quindi anche nei Pvs) un numero di addetti superiore a quello occupato nei paesi d'origine. Attivano la crescita economica dei Pvs: non tanto attraverso gli IDE market-oriented quanto con quelli trade-creating per mezzo dei quali si razionalizza la produzione nel paese di origine spostando settori labour intensive (attraverso multinazionali runaway) in paesi a basso costo di manodopera, dove quindi si crea lavoro e sviluppo industriale. Crescono le esportazioni dei Pvs, anche quelli ad alta intensità di ricerca e di tecnologia. Al movimento internazionale delle merci si sta lentamente sostituendo un movimento internazionale dei fattori produttivi (capitale, forza lavoro, materie prime). Consideriamo il concetto proposto da Porter 31 di "catena del valore", attraverso il quale si può suddividere l'impresa nelle diverse attività che essa svolge quando progetta, produce, distribuisce e vende i suoi prodotti. Nella strategia internazionale la catena del valore ha due dimensioni: a) la localizzazione delle attività della catena; b) il coordinamento delle attività dislocate nei diversi paesi. Nell'impresa transnazionale la configurazione delle attività (risorse, responsabilità, decisioni) risulta diffusa, non solo per sfruttare meglio i differenziali nazionali, ma anche per offrire risposte migliori alle 31 Porter M.E., (1985), “ Competitive advantage: creating and sustaining superior performance”, NewYork, Free Press, ( trad. it.: “ Il vantaggio competitivo”, Milano, Comunità, 1986). 36
  37. domande specifiche dei mercati locali; in questa configurazione diffusa vi è la tendenza alla specializzazione delle risorse e delle capacità, e prevalgono le interdipendenze reciproche e l'interazione cooperativa tra le parti del sistema. La cooperazione inter-firm può essere rappresentata come una nuova modalità competitiva per affrontare la complessità. Una competizione globale più aperta fa diventare, secondo Porter, la base domestica non meno, ma più importante, mentre secondo Reich invece si avrebbe il risultato opposto: progressiva perdita di importanza della nazionalità delle aziende. Grandinetti e Rullani32 sostengono che una risposta adeguata alle tesi di Reich deve spostare l'analisi sul piano delle conoscenze e sul rapporto dialettico tra le sfere cognitive del locale e del globale 33. Allo stesso modo rifiutano la "tesi estrema" di Levitt, secondo il quale l'impresa globale può estendere a livelli prima impensabili la standardizzazione, le economie di scala e la produzioni di massa, data la progressiva omogeneizzazione del mercato e l'imporsi del consumatore globale. La varietà non viene ridotta e l'intensità della concorrenza favorisce le politiche di differenziazione degli out – put delle imprese. Un modello che sembra convincere i due Autori è quello proposto da Bartlett e Ghoshal34. La crescente complessità impone alle imprese di adottare un modello organizzativo transnazionale; l'impresa transnazionale sotto il profilo organizzativo si configura nella forma di una rete integrata; le filiali all'estero sono entità specializzate e interdipendenti, entro una logica sistemica "evoluta", sotto i due profili 32 Grandinetti R. – Rullani E. (1996) “Impresa transnazionale ed economia globale”, NIS Editore, Roma, pag . 114 – 149. 33 Barrucci P., (1998), “Economia globale e sviluppo locale. Per una dialettica della modernità avanzata”, Pisa, Felici. 34 Ghoshal S. – Bartlett C.A., (1998), “Innovation processes in multinational corporations”, in M.L. Tushman, W.L. Moore (eds.), “Readings in the management of innovation”, Ballinger Publishing Company, Cambridge (MA), pag. 499 – 518. 37
  38. del coordinamento e dell'apprendimento. La capacità di apprendere in modo diffuso e di trasferire conoscenze diventa una leva competitiva sempre più importante per le imprese che operano nei settori globali. La specializzazione implica la differenziazione dei ruoli e delle responsabilità delle consociate, recuperando sia i benefici della divisione internazionale del lavoro, sia una superiore flessibilità nell'operare in diversi mercati-paese comunque globalmente interdipendenti. Secondo Bartlett e Ghoshal la differenziazione interna e l'integrazione non gerarchica delle parti sono le fondamentali risposte strategiche e organizzative dell'impresa multinazionale alla continua sfida della complessità/globalità35. In definitiva il modello di Bartlett e Ghoshal riconosce che è la varietà dei paesi il dato da organizzare, attraverso il coordinamento di consociate autonome che possono attingere a tale varietà e alimentare con questa le competenze, le strategie e le fasi di sviluppo nei mercati esteri dell'impresa multinazionale. Il dibattito attuale, secondo Grandinetti e Rullani, sembra polarizzarsi su due posizioni: a) quella dell'organizzazione multi - domestica, che riconosce autonomia alle filiali o alle consociate su una base di tipo territoriale (con un'autonomia strategica delle unità nazionali o continentali); b) quella dell'impresa globale (secondo la lettura di Levitt) che identifica centri globali di responsabilità per funzione, i quali hanno autorità sulle attività delle imprese ovunque localizzate. Rispetto a questa polarizzazione la soluzione "transnazionale" di Bartlett e Ghoshal rappresenterebbe il superamento della rappresentazione dicotomica locale-globale, prendendo così le distanze sia dal modello che valorizza in modo unidimensionale le autonomie locali, sia da un modello riduttivamente"globale". Fondamentale, secondo i due Autori, diventa il riferimento alle economie di scala a livello di conoscenza. La scelta di concentrare le conoscenze in 35 Grandinetti R. – Rullani E. (1996) “Impresa transnazionale ed economia globale”, NIS Editore, Roma, pag. 115 – 136. 38
  39. un unico punto significa legare le innovazioni possibili al sapere contestuale di un singolo paese. Mentre va sottolineato che la conoscenza contestuale prodotta nei diversi paesi è una risorsa, sia come arricchimento delle conoscenze già codificate, sia per la ricontestualizzazione e l'utilizzazione del sapere codificato nei diversi paesi. L'autonomia locale può allora entrare in gioco in due modi: a) diventando una specificazione interna della posizione globale, ossia di reti che sono unificate globalmente per competenza distintiva, ma articolate in una varietà di soluzioni che utilizzano il sapere contestuale delle consociate. Il criterio globale risponde alla logica della rete dove i nodi centrali possono risiedere nelle consociate e non necessariamente nella casa-madre; b) le consociate sono collegate in una rete come un insieme di "business unit autonome", le quali costruiscono le loro linee di divisione del lavoro con altre consociate estere, ma anche con imprese indipendenti. A queste relazionale business unit è affidata la funzione comunicativa e con tutto il contesto nazionale di riferimento. In questo modo, il modello organizzativo transnazionale, superando la dicotomia centralizzazione/decentramento, opera innanzitutto all' interno dell'organizzazione una distribuzione selettiva del processo decisionale, e quindi dei luoghi in cui si gestisce il coordinamento, tramite sistemi formali e informali. Quando la densità delle relazioni di scambio nell'ambito dell'insieme organizzativo locale della consociata è alta, ad essa deriva un potere nei confronti della casa- madre alla quale risulta difficile rispondere in base al principio gerarchico. D'altra parte, un'elevata densità nel network esterno corrisponde tipicamente a un elevato livello di interazioni tra le consociate della multinazionale. In sintesi Grandinetti e Rullani sostengono che le reti globali rappresentano un modo di organizzare il sistema cognitivo della 39
  40. produzione internazionale, un integratore specifico (diverso dai mercati e dalle gerarchie) su cui può reggersi la divisione del lavoro cognitivo su scala internazionale. In particolare, nell'internazionalizzazione tipica dell'epoca post– fordista, la divisione del lavoro si appoggia a reti trans– contestuali, trasferendo così la conoscenza tra i tanti mondi locali che partecipano all'economia globale36. Da una recente analisi di alcuni gruppi multinazionali europei emergerebbe un quadro in qualche misura coerente con l'approccio dei due Autori: non sarebbe individuabile un unico modello di internazionalizzazione; si hanno invece soluzioni organizzative differenziate, all'interno delle quali variano i compiti affidati alle consociate. Queste avrebbero maggiore autonomia nella gestione delle risorse umane e nello stesso tempo assumerebbero comportamenti più omogenei sulla base dell'accelerata internazionalizzazione del management. L'omogeneità aumenta nelle effettive modalità di funzionamento delle organizzazioni, in quanto la spinta competitiva alla maggiore efficienza rivaluta il ruolo delle economie di scala e la capacità di ottimizzare su scala globale la divisione del lavoro. Aumenta l'importanza delle divisioni verticali e quindi della capacità di gestire e valorizzare le differenze in un'ottica globale. Da ciò deriverebbe la necessità per l'impresa di sviluppare un management con un forte radicamento locale, ovvero una struttura tipicamente etnocentrica al fine di connettere più culture regionali e creare la rete di rapporti sui quali costruire i vantaggi competitivi derivanti dal processo di internazionalizzazione. Ciononostante i due Autori (così come nella interpretazione della globalizzazione), anche in processo di riferimento alla specifica analisi del trans – nazionalizzazione, sembrano prospettare una troppo facile e pacifica convergenza tra le morfologie e le strategie 36 Grandinetti R. – Rullani E., op. cit., pag. 147 – 149. 40
  41. transnazionali, da una parte, e le caratteristiche e le possibilità di autodirezione dei contesti locali, dall'altra. In questo modo, nonostante l'enfasi sulla varietà,vengono di fatto sottovalutate le differenze sia tra i processi di trans – nazionalizzazione, sia tra i contesti locali, i quali presentano in realtà differenti concentrazioni di capacità e di risorse con le quali poter affrontare gli attori e i vari processi di sviluppo internazionale. Un altro limite ricorrente della proposta è riscontrabile nel modo con cui è tematizzato il ruolo della conoscenza. La conoscenza e le informazioni che in un determinato contesto sono valutate come "rilevanti" rappresentano indubbiamente nell'attuale fase dello sviluppo capitalistico un bene fondamentale. Certamente questo bene trova nelle "reti" trans – nazionali un canale di circolazione preferenziale. Ma che nell'economia trans – nazionale la conoscenza rappresenterebbe il meccanismo di integrazione più adeguato (rispetto alla gerarchia e al mercato) è un'affermazione difficilmente sostenibile. Grandinetti e Rullani sostanzialmente suggeriscono la tesi secondo la quale la conoscenza è un "integratore" al pari della fiducia, della reciprocità, delle relazioni tipo clan. Al contrario la conoscenza, proprio in quanto bene prezioso, è trattata come una merce, oppure circola incorporata nelle merci (forzalavoro compresa). In quanto merce è scambiata sul mercato con denaro e il suo prezzo dipende dal suo livello di standardizzazione/innovatività e da altri fattori (ad esempio i rapporti di forza tra i contraenti). Ovviamente all'interno della impresa transnazionale la conoscenza, oltre a poter assumere la forma di merce scambiata nel mercato interno tra filiali e tra queste e la casa-madre, è un fattore di produzione che, al pari degli altri fattori di produzione, viene collocato nei modi più adeguati per massimizzare le performance dell'impresa stessa. Il controllo della conoscenza è un terreno di conflitti assai aspri sia nella dialettica locale/globale (nella relazione tra impresa transnazionale e contesto locale ), sia nei rapporti di produzione. Nella dialettica 41
  42. locale/globale è verosimile che le forze globali dispongano di maggiori risorse rispetto ai soggetti locali, per cui per le prime sarà più facile tradurre le "conoscenze contestuali" (frutto dell'esperienza) in conoscenze astratte e formalizzate, viceversa i secondi incontreranno maggiori difficoltà, pur avendo acquistato una determinata merceconoscenza, a tradurre il suo contenuto astratto nello specifico contesto di utilizzazione. Non a caso le imprese trans – nazionali riescono nel commercio di tecnologie - a imporre ai contraenti più deboli l'acquisto di interi pacchetti di conoscenza, in quanto all'utente manca spesso il know-how potenzialità di necessario o di base per un singolo segmento sfruttare a pieno le di conoscenza. Nell'ambito dei rapporti di produzione il capitalista e i suoi agenti hanno bisogno, per legittimare il loro potere sociale, di mantenere il più alto controllo possibile del processo lavorativo, di conseguenza alla forza – lavoro verranno "cedute" esclusivamente le conoscenze e le informazioni necessarie per garantire determinati risultati produttivi (e questo vale sia nella "vecchia" organizzazione taylorista, sia nella "nuova" organizzazione toyotista), viceversa attraverso le più "moderne" e "sofisticate" tecniche di gestione delle risorse umane (paternalismo, coercizione, ricatto, ecc.) la direzione di impresa cercherà di ottenere gratuitamente le conoscenze e le informazioni che vengono costantemente prodotte e fatte circolare sulle linee di produzione dalla forza-lavoro. In un processo di internazionalizzazione è di assoluto rilievo per l’impresa individuare e scegliere i paesi verso cui orientare la propria attività. Le due variabili fondamentali sono il grado di attrattività di un paese che deve ospitare i flussi commerciali o gli IDE e il grado di accessibilità dello stesso. Per quanto riguarda l’analisi della attrattività, questa va valutata rispetto alle dimensioni del paese, alle caratteristiche della domanda ed al grado di accettazione del prodotto. L’analisi si basa su una serie di screening successivi in modo da individuare un gruppo di 42
  43. paesi potenziali verso cui estendere l’attività internazionale dell’impresa. Con il primo screening si individua infatti un primo gruppo di paesi per i quali ancora non sia possibile esprimere un giudizio negativo, quindi individuare quelli in ordine ai quali non sia da escludersi l’interesse per l’impresa(paesi accettabili). Con il secondo screening si cerca di individuare il mercato potenziale in ciascuno dei paesi presi in considerazione e quindi un terzo e ultimo screening teso ad individuare quei paesi in cui si prospetta una maggiore coerenza tra la domanda primaria e la specifica offerta aziendale. Tutto il processo di selezione di basa sull’analisi di un insieme di variabili macro-ambientali: fisico – geografiche, demografiche, economiche, tecnologiche. Circa le variabili demografiche bisogna considerare l’entità numerica della popolazione, la densità abitativa, la dispersione geografica e la tendenza allo spostamento. Una popolazione molto numerosa non è detto che sia attraente, se pensiamo ad un paese molto popoloso ma caratterizzato da una crescita economica marginale logicamente non sarà reputato come un’area interessante sulla quale poter investire. Le variabili economiche da considerare riguardano il prodotto interno loro, la disponibilità di fonti energetiche, il potere di acquisto della popolazione, la distribuzione del reddito e la propensione al consumo. Dopo aver delineato le determinanti che rendono un paese più o meno attrattivo, bisogna verificare il grado di accessibilità ed eventualmente correlarlo al grado di attrattività dello stesso. L’accessibilità dipende da due ordini di fattori: quelli relativi alle barriere artificiali che le imprese devono affrontare qualora vogliano avviare un processo di internazionalizzazione e poi quelli relativi all’ambiente competitivo tipici del paese verso il quale orientare la propria offerta commerciale. L’ambiente competitivo comprende l’analisi della concorrenza reale e potenziale ( considerando le loro risorse a disposizione, la strategia 43
  44. perseguita, i loro obiettivi), le caratteristiche della domanda e le variabili del marketing mix da adottare ( variabili relative alle caratteristiche dei canali distributivi, alle politiche di comunicazione, al pricing). Per quanto riguarda le barriere artificiali, queste solitamente sono distinte in tariffarie e non tariffarie 37. Quelle tariffarie indicano l’imposizione di una tariffa specifica il cui pagamento è obbligatorio da parte delle imprese che vogliono introdurre le loro merci in altri paesi che non fanno parte dell’unione doganale. Ciò implica logicamente un’aggravio dei costi per l’impresa che diventa anche meno competitiva rispetto alla produzione delle imprese locali. La barriera tariffaria per eccellenza è il dazio doganale che consiste in una imposta indiretta sui beni che circolano da uno Stato ad un altro e viene riscossa nel momento in cui una merce fa ingresso nel territorio doganale dello Stato. Nonostante l’OMC abbia cercato di abbassare e di armonizzare i dazi doganali per rendere più efficiente il sistema economico internazionale, i prelievi daziari rimangono ancora piuttosto diffusi riducendo il vantaggio competitivo di costo di cui un impresa potrebbe disporre. Per evitare che il costo del dazio si rifletta sul prezzo della merce al consumo, le imprese sono costrette ad accollarsene l’onere riducendo i propri margini. I dazi a scopo fiscale hanno l’intento di conseguire un’entrata tributaria colpendo i consumi delle merci provenienti dall’estero, mentre i dazi a scopo protettivo intendono impedire od ostacolare l’ingresso di alcuni prodotti stranieri. Per quanto riguarda il criterio di calcolo del dazio si distinguono i dazi ad valorem, ad pesum e misti. I dazi ad valorem sono prelievi proporzionali, con aliquota percentuale, al valore imponibile della merce importata, mentre per quelli ad pesum l’aliquota è fissa per ogni unità di 37 Valdani E. – Bertoli G., op cit. pag. 143 – 144. 44
  45. bene importato a prescindere dal prezzo. I dazi misti integrano i due sistemi su riportati. Altro strumento tariffario sono i diritti integrativi di confine: un insieme di tributi imposti dalle autorità doganali che riproducono gli stessi meccanismi di funzionamento del dazio; tra questi elenchiamo l’IVA, i diritti di monopolio, tasse di varia natura, diritti di magazzinaggio e facchinaggio, le tasse di imbarco e di sbarco, le tasse di ispezione della merce. Passando ad analizzare le barriere di carattere non tariffario iniziamo a discorrere sul contingentamento delle importazioni: consiste in un provvedimento delle autorità competenti che mira a stabilire una limitazione quantitativa all’approvvigionamento estero di determinate merci. La conseguenza di un simile limite alle importazioni è quella di generare incrementi dei prezzi delle merci al consumo. Altro tipo di barriera sono gli embarghi e i divieti di esportazione che vanno oltre le ragioni di carattere economico, spesso infatti vi sono motivi di carattere politico come per esempio la garanzia della sicurezza nazionale lì dove ad esempio alcune merci potrebbero essere applicate in campo militare. Una tipica barriera non tariffaria è costituita dalle regole tecniche e standard di prodotto. Per commercializzare un prodotto agricolo o industriale, infatti, non è sufficiente pagare un dazio doganale ma occorre che il prodotto nazionale o importato sia sicuro. Per determinare la sicurezza di un prodotto, molti paesi hanno sviluppato nel corso degli anni delle regole tecniche che indicano le caratteristiche che i prodotti devono possedere o i modi di produzione che devono essere seguiti. Accade così che un’impresa che voglia internazionalizzarsi debba seguire una pluralità di prescrizioni normative in materia di caratteristiche tecniche di base che devono essere assicurate nei prodotti collocati all’estero. 45
  46. Oltre alle regole tecniche ci possono essere altri requisiti di carattere non obbligatorio il cui rispetto è necessario al fine di beneficiare di un trattamento commerciale in qualche modo più favorevole. Grazie all’azione condotta soprattutto dall’ISO (International Standard Organization), si è creato un processo di armonizzazione delle regole e degli standard tecnici relativi ad una pluralità di settori merceologici38. Altro tipo di barriera non tariffaria è costituita dai calendari di importazione che stabiliscono determinati periodi dell’anno in cui può essere liberamente effettuata l’introduzione di nuovi prodotti all’interno dello Stato, mentre viene bloccata in altri periodi. Tendenzialmente l’accesso delle merci è reso possibile nei periodi della bassa stagione agricola, cioè proprio nel momento in cui la produzione stagionale interna ha già trovato assorbimento sul mercato nazionale. Ultimo tipo di barriera non tariffaria è data dalle misure di carattere valutario e finanziario, tra tali misure ricordiamo: le restrizioni valutarie consistono in un controllo statale sui cambi delle valute in modo da incidere sul costo dei beni importati; autorizzazioni governative per acquisire valuta estera; soppressione o temporanea sospensione della convertibilità. Altri strumenti affini sono i cambi valutari multipli che pongono implicitamente un limite all’ingresso delle merci straniere poiché l’autorità monetaria nazionale discrimina i cambi di acquisto e di vendita delle valute. La discriminazione dei cambi riferita all’importazione può consentire l’attuazione di una politica economica tendente a rincarare le merci estere non considerate di prima necessità ed a rendere convenienti quelle giudicate di elevato grado di utilità per l’economia nazionale39. Sulla base dell’analisi della attrattività di un paese e della sua accessibilità, le imprese che vogliono internazionalizzare la propria attività dovranno stimare il numero di paesi verso i quali orientarsi, la 38 Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag. 157 – 158. 39 Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag. 163. 46
  47. tempistica dello sviluppo internazionale e la posizione competitiva acquisibile. 1.5 Analisi dei rischi nel commercio internazionale Negli ultimi decenni il commercio internazionale è cresciuto a un ritmo doppio di quello della crescita del PIL globale, il flusso internazionale di capitali finanziari e investimenti diretti esteri è più che raddoppiato nell’ultimo decennio ( in rapporto al PIL mondiale), la ricerca di economie di scala e di diversificazione ha indotto le imprese ad investire capitali e tecnologie all’estero, ad acquisire know – how dall’estero, ad approvvigionarsi di beni e servizi dovunque sia più utile e conveniente40. Dal lato delle imprese che si internazionalizzano, si tratta sempre di decisioni complesse, accompagnate da un processo di trasformazione aziendale fondamentale e spesso irreversibile e va sottolineato che le attività economiche internazionali sono soggette a tutti i rischi che caratterizzano ogni business. Per identificare le categorie di rischio è opportuno partire dalle fonti, esaminandole sotto il profilo delle differenze che si presentano tra i paesi coinvolti. Si tratta di differenze di natura geografico – climatica, culturale, politico – legislativa41. Per gli stati le cui imprese affrontano processi di internazionalizzazione, le implicazioni possono essere in termini di competizione a livello di paese o di area regionale nell’attrazione di investimenti internazionali, in termini di permeabilità delle economie nazionali ai fenomeni di instabilità finanziaria ed economica e quindi in termini di politiche protezionistiche a livello di mercati – regione. 40 Pagliacci M., (2010),“Rischi finanziari nelle operazioni commerciali”, Franco Angeli, Milano, pag 84. 41 Pagliacci M., op cit. pag 85. 41 47
  48. Un problema importante, che una impresa che si internazionalizza deve affrontare, è quello relativo alla gestione della diversità. La diversità è connessa a tutta una serie di rischi: - Rischio paese: identifica il rischio del mancato o negativo esito dell’operazione d’affari a causa di eventi politici, sociali , economici, finanziari del paese ove la controparte opera. - Rischio di cambio: è generato dalla volatilità delle monete di riferimento, in relazione al valore della propria moneta. - Rischio variabilità delle condizioni di domanda/offerta: si manifesta quando le condizioni inizialmente previste subiscono un cambiamento significativo per ragioni politico-normative, per una crisi economica o per l’entrata di nuovi prodotti o concorrenti. - Rischio di incremento dei costi e/o variabilità dei prezzi: tali eventi sono particolarmente problematici quando si manifestano in presenza o a causa di controparti pubbliche, quando gli spazi di trattativa e di rinegoziazione dei contratti sono ridotti o esclusi. - Rischio legale: si manifesta anche in relazione alla difficile o controversa interpretazione delle normative locali, ma soprattutto quando si incorre in liti giudiziarie con soggetti locali42. Un particolare tipo di rischio è quello fisico nelle fasi di trasporto, magazzinaggio e nella gestione complessiva della compravendita. I trasferimenti espongono le merci a tutta una serie di rischi che possono compromettere il buon esito dell’operazione, determinando danni all’integrità della merce. Per quanto avanzati possano essere i vettori utilizzati e perfezionate le tecniche di imballaggio, il trasferimento di una merce difficilmente potrà evitare il rischio che l’originaria integrità o altri termini della consegna vengano meno. Da un lato ci sono tutti i rischi relativi ad eventi naturali o fortuiti non controllabili dall’uomo, dall’altro lato ci sono i cosiddetti “atti umani” che comprendono gli atti incolpevoli ( imprevedibili e che provocano 42 Pagliacci M.. op. cit., pag. 86. 48
  49. incidenti ai mezzi di trasporto); atti colpevoli i quali per fatto colposo provocano incidenti ai mezzi dei vettori o perdite, avarie e ritardi alle merci; atti dolosi, come furti, manomissioni o danneggiamenti internazionali. Il rischio fisico può essere ricondotto anche alla combinazione degli elementi sopra considerati43. Si procede ora ad una descrizione delle principali metodologie che la dottrina e la pratica hanno elaborato in questa materia. Particolare rilevanza assume il rischio politico, il quale si riconnette a possibili provvedimenti adottati dalle pubbliche autorità del paese estero, in grado di compromettere lo sviluppo delle attività dell’impresa nel mercato di riferimento. I provvedimenti possono essere adottati, oltre che per motivazioni politiche, per motivazioni di carattere economico, come per esempio quando un paese si trova ad affrontare una situazione di recessione o di iperinflazione. Root considera il rischio politico suddiviso in quattro classi: rischi di instabilità, rischi sul controllo della proprietà dell’investimento, rischi operativi, rischi di trasferimento. I rischi di instabilità riguardano l’eventuale insorgere di conflitti nel paese estero, la eventuale instabilità del governo oppure l’avvio di ostilità verso altri paesi. Invece i rischi relativi al controllo della proprietà riguardano quelle situazioni in cui i beni di una impresa potrebbero essere oggetto di provvedimenti restrittivi ( espropriazione, requisizione, collettivizzazione), oppure delle rinegoziazioni contrattuali con ridefinizione di norme e provvedimenti. I rischi operativi derivano dalle conseguenze negative indotte da normative su regimi fiscali più stringenti o sui limiti imposti al personale proveniente dal paese di origine dell’impresa, oppure normative su vincoli all’import – export di materiali, controlli pubblici sui mezzi. 43 43 Caroli M. (2008),“Economia e gestione delle imprese internazionali”, McGraw-Hill, Milano, pag 232- 232. 49
  50. Infine i rischi di trasferimento sono relativi alla eventualità che l’autorità locale imponga restrizioni in materia di trasferimento di capitali. I rischi qui indicati possono determinare una condizione di vulnerabilità dell’impresa che è legata ai seguenti fattori: - qualità dei rapporti che il paese di origine intrattiene con quello ospite; - tipo di prodotto offerto e/o la tecnologia di cui l’impresa dispone; - dimensioni aziendali, nel senso che di solito la percezione “minacciosa” associata all’impresa è tanto più elevata quanto maggiori sono le sue dimensioni; - visibilità aziendale, nel senso che la vulnerabilità dell’impresa aumenta al crescere della visibilità. Del pari, la forza contrattuale del governo ospite sta nell’importanza del proprio mercato, nel grado di controllo di accesso al mercato, nella disponibilità di fattori produttivi a basso costo. Tra le varie problematiche che i processi di sviluppo internazionale presentano possiamo considerare la più elevata complessità dell’ambiente internazionale, specie in riferimento alla varietà degli ambienti socio – culturali e, quindi, la compresenza di differenti modelli di comportamento di consumo e di differenti modalità di risposta alle scelte dell’impresa. Un’altra problematica può riguardare l’esistenza di politiche, atteggiamenti comportamenti delle autorità nazionali nei confronti delle imprese estere che possono restringere le modalità di ingresso, oppure innalzare il grado di rischio dell’investimento minacciando azioni ostili o adottando misure di protezione a favore delle imprese locali. Ancora risulta problematico il fatto che le decisioni di investimento e i programmi di allocazione delle risorse siano resi più complessi, e i loro esiti meno prevedibili, a causa delle diverse velocità che caratterizzano i processi di crescita delle economie dei singoli paesi. Infine altro aspetto problematico è la contemporanea presenza, per un medesimo business, di diversi livelli di tensione competitiva; a livello 50
  51. internazionale, infatti, l’impresa è chiamata a confrontarsi sia con imprese locali che con imprese internazionali44. I settori internazionali differiscono da quelli nazionali nelle fonti del vantaggio competitivo. Il ruolo svolto dalla disponibilità di risorse a livello nazionale nella competitività internazionale è oggetto della teoria del vantaggio comparato; tale espressione si riferisce all’efficienza relativa nella produzione di beni diversi. Tradizionalmente la teoria ha posto l’accento sul ruolo svolto dalle risorse naturali, dalla manodopera e dalla disponibilità di capitali nel determinare il vantaggio. Tuttavia le ricerche empiriche sottolineano la rilevanza delle risorse “sviluppate internamente”, tra le quali spicca per importanza la conoscenza e le risorse necessarie a commercializzare la conoscenza45. Per comprendere come le condizioni nazionali delle risorse influiscano sulle strategie di internazionalizzazione, dobbiamo esaminare due tipi di decisione strategica: le decisioni relative alla localizzazione della produzione e quelle relative alle modalità di entrata in un mercato straniero. Una delle più forti motivazioni in favore di una strategia multinazionale è la possibilità di accedere a risorse disponibili in altri paesi. Le decisioni circa la localizzazione della produzione devono tenere conto di vari fattori: a) la disponibilità delle risorse: le imprese dovrebbero localizzare l’attività dove le condiziono sono più favorevoli; b) specificità del vantaggio competitivo; c) la trasferibilità dei beni: la possibilità di localizzare la produzione lontano dal mercato di destinazione dipende dalla trasferibilità del prodotto, infatti, alti costi di trasporto, forti preferenze nazionali dei consumatori e la presenza di barriere allo scambio favoriscono la produzione locale. Le decisioni di localizzazione devono tenere conto del fatto che l’offerta di un qualunque bene o servizio è composta da una catena verticale di attività, le cui caratteristiche variano notevolmente. Di conseguenza, è 44 45 Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag. 97 – 100. Grant R. M., op. cit., pag. 462 – 463. 51
  52. possibile che paesi diversi offrano vantaggi differenti in ciascuno stadio della catena del valore. In linea di principio, un’impresa può identificare le risorse necessarie in ciascuna fase della catena del valore e quindi determinare quali paesi offrono tali risorse al costo più basso. Per esempio Nike ha localizzato design e R&S negli Stati Uniti, produzione di tessuti, gomma e componenti di plastica per calzature in Corea, Taiwan e Cina, e assemblaggio in India, Cina, Filippine e Indonesia46. In ogni caso, i benefici ottenibili da una delocalizzazione all’estero delle varie fasi della catena del valore devono essere confrontati con i maggiori costi legati al coordinamento di attività disperse a livello globale. Bisogna anche considerare i costi di trasporto e di magazzino. Per esempio, per un’impresa che punti alla rapidità delle consegne sarà costretta a rinunciare ai vantaggi di costo legati alla catena del valore de localizzata a livello internazionale e dovrà sviluppare le varie operazioni di produzione e tutto il resto attraverso un sistema integrato basato anche sulla prossimità geografica e con un rapido accesso al mercato finale. Molti studiosi hanno cercato di elaborare set di indicatori specifici con l’intento di evidenziare ed analizzare il grado di rischio presente in un paese. Ci sono sistemi qualitativi i quali non hanno formule precostituite, ma si basano su valutazioni soggettive e di conseguenza c’è una certa difficoltà nell’effettuare le comparazioni tra paesi. I sistemi quantitativi a lista di controllo (check – list) tendono a identificare singoli fattori politici, sociali ed economici ritenuti capaci di esercitare una significativa influenza sul rischio paese. A ciascuno di tali fattori viene associato uno o più indicatori, a cui far corrispondere una misurazione quantitativa e una ponderazione; ciò rende possibile l’attribuzione di punteggi parziali per ciascun settore dell’analisi, per giungere a un punteggio totale. 46 Grant R. M., op. cit., pag.468 – 469. 52
  53. Altri sistemi quantitativi, quali i modelli econometrici, sono costruiti e utilizzati per la loro capacità di segnalare con sufficiente anticipo il potenziale insorgere di difficoltà debitorie. Qualunque sia la metodologia applicata, essa deve basarsi su un completo set di informazioni quanto più attendibile possibile. In definitiva , le metodologie qualitative possono andare bene se l’obiettivo è una valutazione di tipo politico o amministrativo; l’analisi quantitativa è consigliabile quale supporto di decisioni aziendali. 53
  54. CAPITOLO 2 - Le imprese agroalimentari italiane e lo scenario internazionale 2.1 IDE e commercio internazionale nel settore agricolo La nuova situazione internazionale richiede alle imprese la presenza sui mercati esteri, sia con investimenti diretti esteri sia attraverso flussi di esportazione orientati verso i mercati più profittevoli. Pertanto l’operazione di esportazione è sempre più spesso affiancata e/o sostituita da ulteriori alternative strategiche di internazionalizzazione. Emergono così nuove necessità: dalla costituzione all’estero di nuove filiali commerciali all’investimento in impianti fuori i confini nazionali. L’ampliamento dell’area d’influenza della competizione internazionale si estende ben oltre le semplici operazioni di scambio commerciale comprendendo, con diversa intensità, anche altre funzioni aziendali (importazione delle materie prime, delocalizzazione dei processi produttivi, joint venture, ecc). E’ inoltre necessario sottolineare come la scelta relativa all’internazionalizzazione assuma sempre più chiaramente i connotati di una strada obbligata per le imprese e non dunque quelli di una pura iniziativa discrezionale. I processi di internazionalizzazione affrontati dalle imprese sono anche influenzati dai notevoli cambiamenti degli stili di consumo dei consumatori. Anche nel settore alimentare si evidenzia una maggiore segmentazione e articolazione del target dei consumatori i quali ricercano prodotti sempre più specifici, di alta qualità e provenienti da particolari zone geografiche. Questa tendenza è accompagnata dalla presenza di un altro fenomeno strettamente connesso: la globalizzazione dei gusti e delle preferenze. In questo nuovo contesto i prodotti alimentari e in particolare quelli agro alimentari hanno acquisito un’importanza crescente, soprattutto in termini di servizi incorporati attraverso il processo di trasformazione 54
  55. delle materie prime agricole e della dimensione “immateriale” del prodotto finito, ovvero l’insieme di informazioni, conoscenze, abilità e valori in esso contenuti. Quest’ultimo aspetto è particolarmente evidente nei prodotti agro – alimentari tipici che assommano appunto una serie di attributi non solo di tipo materiale (specificità delle materie prime, attributi del prodotto), ma anche immateriale ( patrimonio di conoscenze relative al processo produttivo e alle sue modalità, know – how specifico delle risorse umane impegnate nella produzione, legame con il territorio e/o con la tradizione di un dato luogo, capitale reputazionale del prodotto e/o della sua origine geografica). Vanno inoltre prese in considerazione le profonde trasformazioni che interessano la struttura dell’agricoltura e dell’industria di trasformazione dovute all’avvento di nuove tecnologie di produzione e di gestione dell’informazione, della comunicazione e dei trasporti che agevolano in maniera sostanziale rapporti internazionali. Emerge anche la tendenza a favorire una diversa localizzazione territoriale delle varie ed eterogenee funzioni che l’azienda è chiamata a svolgere, richiedendo una particolare attenzione alla modalità di combinazione di queste in modo da consentire una gestione armonica e coordinata dell’intera struttura dell’impresa, soprattutto se la delocalizzazione è di portata internazionale. Le aziende dunque si trovano di fronte ad uno scenario sempre più complesso che sono chiamate ad affrontare effettuando una scelta tra diverse alternative strategiche che variano in base ad un complesso di fattori di diversa natura, a partire da quelli di tipo strutturali fino ad altri specifici del singolo caso aziendale. In linea generale alle aziende impegnate nei processi di internazionalizzazione è richiesto di: - scegliere se immettere un prodotto standardizzato oppure differenziato a seconda dei vari paesi target delle imprese (oppure un prodotto intermedio tra questi); 55
  56. - ricercare quali funzioni localizzare nel paese d’origine e quali disperdere tra i paesi dove l’impresa è presente o intende essere presente; - valutare per quali funzioni esiste l’opportunità di operare in collaborazione con partner locali; - valutare le alternative di crescita interna oppure esterna, ossia scegliere tra costituire ex novo oppure acquisire la nuova unità produttiva all’estero; - decidere lo spazio di autonomia gestionale dell’ unità all’estero ( una maggiore autonomia dell’unità deve essere valutata alla luce delle necessità di coordinamento dell’intera struttura internazionale). La nuova situazione internazionale comporta altresì la necessità per le aziende di dotarsi di una funzione di esportazione più complessa47. La dimensione strategica va valutata anche per le operazioni di vendita all’estero: bisogna scegliere tra diverse strategie a seconda della natura del prodotto, dei costi di produzione e di commercializzazione, dell’intensità della concorrenza nel paese estero, dei gusti e delle consuetudini dei consumatori, oltre a valutare opportunamente la struttura dei canali di uscita del prodotto e della distribuzione alimentare nel paese target. Nel caso dei prodotti agroalimentari, il fulcro delle modalità di internazionalizzazione è costituito dalla funzione commerciale. Ciò deriva in particolare dalla natura e dalle caratteristiche stesse dei prodotti (in particolare se con denominazione di origine tipica o protetta): ovvero si tratta di produzioni strettamente legate al territorio di origine (provenienza delle materie prime utilizzabili, luogo in cui avvengono le successive fasi di lavorazione e trasformazione), le cui caratteristiche sono codificate nell’ambito del disciplinare di produzione, uno dei documenti fondamentali per il riconoscimento della denominazione. 47 www.innovazione.arsia.toscana.it 56
  57. A monte del processo di organizzazione della funzione di esportazione, le imprese decidono se intraprendere un progetto di vendita sui mercati internazionali sulla base di una richiesta di fornitura proveniente da un cliente estero, cogliendo in sostanza un’opportunità di vendita, oppure a seguito di preordinate strategie di sviluppo delle vendite sui mercati esteri. Nel primo caso la scelta di sfruttare un’opportunità di vendita emersa senza alcun intervento da parte dell’azienda produttiva non prevede generalmente l’assunzione di particolari rischi finanziari e la necessaria programmazione di investimenti futuri in quanto l’alternativa di vendere il proprio prodotto all’estero non ha un impatto diretto sulla strategia globale dell’azienda. Nel caso in cui, invece, l’azienda persegua un obiettivo di crescita e di sviluppo sui mercati internazionali, allora sarà realizzata una strategia per l’export a partire dalla scelta del Paese di destinazione attraverso studi di mercato, seguita dalla definizione del tipo di clientela target, delle modalità con cui sviluppare i contatti con i clienti, del prodotto da collocare, del suo sistema distributivo e del suo prezzo di vendita, oltre che dalla determinazione del piano finanziario delle risorse da investire nel progetto. A prescindere dalla motivazione che spinge un’azienda ad essere presente sui mercati internazionali, la funzione di esportazione comporta una serie di attività in parte comuni ad entrambi gli scenari appena descritti e necessarie per il raggiungimento dell’obiettivo di vendita. Agli estremi di tale processo incontriamo da un lato l’azione di raccolta delle informazioni necessarie per esportare in relazione al Paese da servire, dall’altro invece le azioni per la riscossione del credito derivante dall’operazione di vendita. Tra questi due estremi si collocano una serie di interventi che possono variare a seconda delle decisioni che l’impresa di produzione è chiamata a prendere. Ogni passaggio successivo alla decisione di attivare il processo di esportazione verrà caratterizzato 57
  58. a seconda delle decisioni dell’unità di produzione, nonché dalle condizioni del mercato di destinazione e della tipologia di prodotto da esportare. Generalmente il passo successivo prevede la definizione di un’organizzazione relativa alla funzione di esportazione che può coinvolgere personale interno oppure esterno all’impresa. L’azienda è poi chiamata a scegliere una o più modalità perseguibili per realizzare le strategie di esportazione o per cogliere opportunità di vendita all’estero. Qui di seguito descriviamo brevemente le strutture e i metodi principali che si possono adottare per esportare: 1. Grossisti e commissari esportatori: rappresenta una tra le più note modalità di esportazione particolarmente adottata dalle imprese di piccola – media dimensione che si affidano a degli intermediari per esportare il proprio prodotto. Se da un lato questa modalità richiede minimi impegni per le unità di produzione (soprattutto dal punto di vista finanziario) dall’altro comporta un’attenta selezione degli intermediari, in modo da ridurre i rischi connessi a questa modalità distributiva (affidabilità degli operatori e loro presenza nell’ambito dei circuiti distributivi del Paese di destinazione). 2. Importatori stranieri: è un tipo di strategia simile a quella precedente, con la differenza che in questo caso la scelta di operare con un intermediario estero comporta il vantaggio per l’azienda di produzione di affidarsi a un operatore in grado di conoscere meglio il mercato di destinazione, da confrontare con le difficoltà che possono scaturire dalla distanza geografica e dalle barriere linguistiche, specialmente nel caso di piccole aziende produttive che incontrano difficoltà nell’attivare rapporti commerciali con l’estero (conoscenza delle lingue e dell’uso del computer). 58
  59. Questa modalità è frequentemente adottata dalle piccole-medie imprese oppure da quelle che intendono conoscere a fondo un mercato prima di effettuare investimenti diretti. 3. Accordi commerciali con catene distributive estere per la fornitura di private label: in questo caso la vendita del prodotto in un paese estero avviene sotto il contrassegno di marche di operatori commerciali del paese target, in particolare quelli della GDO, note con il nome di private label . Tra gli aspetti positivi questa strategia consente di raggiungere risultati rapidi in base alla capillarità della catena distributiva e alla sua importanza in termini di riferimento per il consumatore finale, non comportando per i produttori la necessità di stanziare investimenti per infrastrutture di vendita o per attivare e sostenere determinate politiche di promozione del prodotto e/o del marchio. Allo stesso tempo questa modalità comporta però una sostanziale riduzione del potere contrattuale dell’impresa produttrice, spesso costretta a sottostare ai criteri imposti dalle grandi aziende di distribuzione, aumentando il rischio di incorrere in una bassa remunerazione del prodotto oppure in una rapida esclusione dal mercato in caso di mancato rinnovo del contratto da parte dell’acquirente straniero. 4. Consorzi per le esportazioni tra imprese: è una strategia che prevede l’istituzione di un organismo consortile specializzato per la promozione, realizzazione e gestione delle operazioni di esportazione dei prodotti realizzati dalle aziende consorziate. La creazione di appositi organismi risulta utile in particolare per le piccole e medie imprese, ossia quelle unità di produzione che spesso non possono affacciarsi sui mercati internazionali a causa dei limiti di tipo dimensionale. Il Consorzio per le esportazioni si occupa di raccogliere e fornire informazioni sui mercati 59
  60. esteri e di effettuare un’ attività di ricerca di importatori. Tramite questa strategia difficilmente si riescono a realizzare e perseguire politiche di marketing aggressive. In linea generale l’area d’azione di questi Consorzi è piuttosto ridotta a causa del limitato impiego di capitale e per la mancanza di controllo dei principali elementi del marketing mix da parte delle imprese aderenti. 5. Società di commercializzazione all’estero: questa modalità di commercializzazione all’estero comporta la costituzione di una società da parte di diverse imprese produttrici, oppure tra le aziende di produzione e gli importatori al fine di curare la commercializzazione dei prodotti in uno o più mercati geografici. Oltre a un forte impegno organizzativo e finanziario, tale strategia richiede la presenza di collaboratori di alto livello professionale relativamente alla conoscenza del mercato e alla gestione amministrativa, finanziaria e commerciale, insieme alla capacità di sostenere gli oneri connessi. Visto il livello di competitività su scala internazionale, ci si potrebbe chiedere quale sia il ruolo che le imprese multinazionali rivestono nei diversi mercati agroalimentari. Un’opinione diffusa le ritiene responsabili di distorsioni nei mercati agroalimentari: l’imponente struttura transnazionale consentirebbe frequenti comportamenti oligopolistici, di fronte ai quali produttori agricoli, imprese nazionali e gli stessi governi non avrebbero sufficiente potere contrattuale. Nei mercati agricoli le imprese multinazionali sono innanzitutto degli importanti traders internazionali che svolgono il ruolo di intermediari tra paesi esportatori e paesi importatori. In molti casi, esse hanno anche intrapreso processi di integrazione verticale: prima hanno acquistato le strutture necessarie per il commercio internazionale (sistemi di trasporto marittimo e fluviale, impianti di stoccaggio e di conservazione della merce) poi si sono ramificate nei settori finanziario e bancario, per 60
  61. garantirsi l’approvvigionamento del capitale di anticipazione necessario a finanziare le operazioni di trading; infine, hanno esteso le loro attività a valle nei settori della trasformazione delle commodities e, in alcuni casi, anche a monte nella produzione agricola e dei mezzi tecnici48. Nel settore agricolo, sebbene in termini assoluti poco interessato dall’ondata di IDE che ha investito gli altri settori, prevalgono flussi in una sola direzione, provenienti soprattutto dai paesi avanzati e destinati ai paesi non – OCSE e ad alcuni paesi avanzati. In agricoltura assumono particolare importanza le varie dotazioni naturali dei paesi: una parte consistente degli investimenti delle multinazionali si è indirizzata verso alcuni paesi in via di sviluppo, perché caratterizzati da un ambiente pedo – climatico più favorevole ad alcune produzioni e da una maggiore disponibilità di terra. Il problema di questo settore è che certe risorse tipiche del mercato di origine non sono facilmente, se non addirittura per nulla trasferibili o replicabili in mercati stranieri. In alcune circostanze, le imprese multinazionali hanno effettuato IDE anche nella produzione agricola. Questo è il caso di numerosi beni tropicali, come le banane, il cacao, il caffè, lo zucchero e il cotone, produzioni nelle quali le multinazionali dei paesi sviluppati hanno acquistato piantagioni nelle ex - colonie, allo scopo di riesportare i prodotti nei mercati di origine; ancora oggi controllano segmenti consistenti dell’economia agricola dei paesi in via di sviluppo, gestendo parte delle esportazioni agricole che spesso costituiscono le principali voci attive della bilancia commerciale. Viceversa, nell’emisfero boreale gli IDE in agricoltura sono meno diffusi49. Le imprese multinazionali sono presenti nei diversi stadi finali della filiera agroalimentare, dall’industria alimentare, al settore distributivo, fino alla ristorazione. L’industria alimentare si caratterizza per un livello 48 49 Scoppola M., (2000), “Le multinazionali agroalimentari”, Carocci Editore, Roma, pag. 61- 62 Scoppola M., op. cit., pag. 63. 61
  62. di “multinazionalizzazione” delle imprese generalmente elevato. In questo settore la crescita degli IDE è iniziata nel dopoguerra e proseguita fino ai giorni nostri ad un ritmo sostenuto, concentrandosi soprattutto nei paesi avanzati. Per esempio le imprese hanno alimentari statunitensi inizialmente intrapreso processi di integrazione orizzontale “in senso stretto”, stabilendo nuove filiali all’estero che producevano lo stesso bene prodotto negli Stati Uniti e privilegiando, tra le varie destinazioni, i mercati europei. Successivamente sono cresciute le multinazionali europee e giapponesi che hanno localizzato una parte consistente delle proprie filiali nel mercato statunitense. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta le multinazionali hanno consolidato la loro presenza nell’industria alimentare occupando posizioni di leadership in diversi mercati50. Infine, in alcuni casi le ragioni degli IDE devono essere ricercate nell’evoluzione dei rapporti tra l’industria alimentare e la distribuzione, tra le quali è recentemente emersa una forma di competizione verticale: la crescente concentrazione nell’industria alimentare ha infatti generato un indebolimento del potere contrattuale dei settori a valle. Anche gli IDE sono frutto della competizione verticale: a seguito dei diffusi fenomeni di internazionalizzazione delle imprese alimentari le imprese del settore distributivo hanno espanso la loro attività all’estero allo scopo di aumentare il proprio potere contrattuale. La distribuzione geografica di IDE in agricoltura si distingue da quella che prevale nell’industria alimentare, denotando il diverso operare in termini di localizzazione nei due settori. Nel settore agricolo, anche i flussi di IDE tra paesi sviluppati sono determinati dalla diversa dotazione delle risorse, per esempio Stati Uniti e Australia che presentano vantaggi naturali per la produzione agricola costituiscono le principali destinazioni delle principali multinazionali alimentari51. 50 51 Scoppola M., op. cit., pag. 63- 65. Scoppola M., op. cit., pag. 166. 62
  63. Dunque la disuguaglianza nella dotazione delle risorse rappresenta un importante fattore di localizzazione degli IDE in agricoltura, anche se tendenzialmente le imprese hanno preferito investire nei mercati relativamente più vicini sotto il profilo sia della distanza geografica che di quella linguistico – culturale per ridurre i costi di insediamento all’estero. Non è un caso, infatti, che le imprese europee abbiano preferito stabilire le proprie filiali nelle ex – colonie. Tra l’altro, anche i governi dei paesi ospiti hanno inciso sulla localizzazione degli IDE agricoli, adottando spesso delle politiche non neutrali nei confronti delle multinazionali. Alcune variabili che in altri settori sono ritenute importanti fattori di localizzazione degli IDE in agricoltura, invece, non hanno avuto un’influenza di rilievo. Trascurabile è, ad esempio, l’incidenza di eventuali barriere tariffarie alle importazioni di prodotti agricoli nei paesi ospiti: infatti, nella maggioranza dei casi le imprese multinazionali hanno stabilito aziende agricole con lo scopo di riesportare il prodotto su altri mercati piuttosto che per rifornire il mercato locale per aggirare i condizionamenti derivanti da eventuali barriere52. Gli IDE nel settore agricolo sono investimenti che creano commercio; sono stati determinati in molti casi non tanto dalla necessità di superare le distorsioni dei mercati esteri, quanto piuttosto dalle differenti dotazioni fattoriali nei vari paesi, infatti la localizzazione delle filiali estere è orientata dalle risorse naturali. A differenza degli IDE del settore agricolo, quelli che si sviluppano a livello di industria alimentare sono caratterizzati da flussi incrociati tra paesi sviluppati, ovvero IDE intra – settoriali e tra paesi simili ( America del Nord, Europa, Giappone). In questo caso non c’è un’influenza delle dotazioni fattoriali ma delle caratteristiche del mercato estero e si configurano quindi come investimenti “market oriented”, per cui la localizzazione geografica è scelta sulla base della dimensione del 52 Scoppola M., op. cit., pag. 168. 63
  64. mercato estero, sulla base della domanda e della prossimità al mercato di consumo. In questo caso le barriere commerciali sono rilevanti e influiscono sulle scelte di localizzazione degli IDE dell’industria alimentare. Le multinazionali hanno spesso trasferito gli impianti di produzione proprio in quei mercati protetti da barriere commerciali sia per conservare nel paese estero le precedenti quote di mercato (che sarebbero spiazzate dal dazio), sia perché hanno usufruito di un prezzo locale artificialmente elevato e della protezione dalla concorrenza internazionale. Infine, da alcuni studi empirici si è riscontrata una correlazione positiva tra i tassi di cambio e IDE, vale a dire, in periodi di deprezzamento (apprezzamento) della valuta del paese ospite sarebbero aumentati (diminuiti) i flussi di IDE in entrata. Nel breve periodo gli IDE sono correlati con le variazioni del tasso di cambio solo se le imprese adottano assetti intermedi tra quello multi - domestic e globale, mentre in caso contrario le fluttuazioni dei cambi non inciderebbero sui profitti53. Quindi gli IDE delle imprese alimentari seguono il principio della prossimità – concentrazione e pertanto essi si configurano come sostituti del commercio poiché la produzione estera spiazzerebbe del tutto le precedenti esportazioni e i prodotti di consumo finale sono venduti prevalentemente sul mercato locale. Tuttavia, giungere a delle conclusioni definitive non è possibile dal momento che esistono ipotesi discordanti circa i rapporti tra IDE e commercio estero. Il tema della sostituibilità tra IDE e commercio è molto dibattuto e controverso poiché accanto alle ipotesi del rapporto di sostituibilità se ne affiancano altre che fanno leva su una complementarità, infatti Malanoski per esempio ha individuato una correlazione positiva per gli IDE destinati ai paesi non – OCSE e per le imprese caratterizzate da una elevata differenziazione di prodotto, mentre Overend solo per alcune tipologie di imprese. 53 Scoppola M., op. cit., pag. 170 – 171. 64
  65. Nel processo di crescita degli IDE ha rivestito una particolare importanza il ruolo delle barriere commerciali. Iniziamo ad analizzare gli effetti dei dazi in presenza di imprese multinazionali. L’imposizione di un dazio nei flussi commerciali verso l’estero fa scattare la convenienza a produrre direttamente nel paese protezionista, questo meccanismo è chiamato “tariff jumping” in quanto l’impresa salta il dazio producendo direttamente all’estero. In questo modo gli IDE diventano sostituti del commercio internazionale per cui le precedenti esportazioni vengono sostituite con la produzione diretta all’estero. A parità di dazio, la convenienza dell’impresa a esportare, produrre localmente, o combinare le due strategie di vendita del prodotto sul mercato estero, dipende dalla differenza tra i costi marginali nel paese estero e quelli nel mercato di origine: quanto maggiore è tale differenza, tanto minore sarà la convenienza per l’impresa a spostare la produzione all’estero54. Tuttavia non è detto che l’imposizione di un dazio sia uno strumento sempre valido per favorire lo sviluppo di IDE, ciò dipende anche dalla struttura del settore in cui le imprese operano, dalla presenza di concorrenti locali che possono avere vantaggi di costo non irrilevanti rispetto all’impresa estera. I negoziati internazionali per la liberalizzazione commerciale, avviatisi a partire dall’ultimo dopoguerra, hanno subito negli anni più recenti una notevole accelerazione, con la diffusione di accordi di varia natura: dagli accordi multilaterali come il GATT, a quelli preferenziali, alla proliferazione delle aree di libero scambio e delle unioni doganali. La rimozione dei dazi di per sé genera un incremento degli scambi commerciali e, qualora il dazio protegga dei monopoli interni, la liberalizzazione può portare ad un aumento della concorrenza sul mercato. 54 Scoppola M., op. cit., pag. 198. 65
  66. Inoltre, la liberalizzazione può condurre allo sfruttamento delle piene economie di scala, in quanto favorisce la concentrazione della produzione nelle zone in cui i costi sono più bassi. Tuttavia l’eliminazione del dazio non è detto che comporti un aumento della concorrenza poiché crescerebbero le importazioni ma diminuirebbe la produzione interna. Bisogna considerare che se un impresa nazionale detiene il monopolio nel paese protezionista, la rimozione del dazio comporta un aumento della concorrenza perché entrano nuovi rivali attraverso le importazioni; qualora il monopolista sia la filiale di una multinazionale, invece, la liberalizzazione non comporta alcuna riduzione del potere di mercato55. La creazione di unioni doganali, come nel caso dell’Unione Europea, ha determinato un ampliamento delle dimensioni dei mercati, all’interno dei quali non ci sono barriere agli scambi, diminuiscono i costi di trasporto e di transazione per le imprese che vi operano. In ogni caso, in tale mercato allargato, le imprese possono sfruttare le economie di scala concentrando gli impianti in un unico paese riducendo i costi di produzione. Come conseguenza, le imprese internazionali esterne all’Unione vi investirebbero non tanto per difendere le loro quote di mercato, quanto per mantenere un adeguato livello di competitività nei confronti delle imprese interne all’Unione. 2.2 L’ internazionalizzazione del sistema agroalimentare italiano Le imprese del comparto agroalimentare italiano sono caratterizzate da una forte polverizzazione e difficilmente tendono alla cooperazione, ciò pone delle difficoltà sia di relazioni con il settore a valle sia in termini di capacità competitiva dei prodotti italiani sullo scenario internazionale. In particolare, la GDO ha necessità di prodotti agricoli di qualità, ma anche quantitativamente adeguati alle proprie esigenze di continuità dei flussi di vendita. 55 Scoppola M., op. cit., pag. 218 – 220. 66
  67. Le aziende italiane, pur stando nel gruppo di testa sulla scena mondiale, hanno difficoltà competitive rispetto ad altri operatori internazionali e soffrono di costi legati alle economie di scala e ciò si traduce in costi più elevati e difficoltà di capacità di risposta alle sollecitazioni del mercato. Questa ridotta capacità aziendale è avvertita con maggiore problematicità in considerazione delle difficoltà infrastrutturali in molte parti del paese. Nella tabella 1 sono indicati i risultati dell’analisi SWOT condotta dall’INEA. - TABELLA 1. Analisi SWOT del settore agroalimentare italiano. Fonte: INEA (2008) 67
  68. L’Italia è un paese strutturalmente deficitario negli scambi agroalimentari: il comparto, infatti, rappresenta una delle principali voci passive della nostra bilancia commerciale con l’estero, seconda solo a quella dell’energia. Negli ultimi due decenni, tuttavia, si è assistito ad un tendenziale miglioramento del saldo agroalimentare, trainato soprattutto dal cosiddetto made in Italy, ovvero da quella parte delle esportazioni di prodotti agroalimentari trasformati, a saldo commerciale stabilmente positivo, che richiamano all’estero la dieta alimentare italiana e che hanno visto crescere le quote di mercato sia nei confronti dei partner tradizionali dell’Italia (Unione Europea, USA) che nei mercati più giovani (Giappone, Australia, Sud Est asiatico). Il nostro paese si colloca sul mercato internazionale di prodotti agroalimentari come forte importatore di materie prime agricole, mentre invece il deficit è molto più contenuto se si guarda alla sola industria alimentare. In particolare, l’Italia si approvvigiona in gran parte dall’estero per quei prodotti, prevalentemente agricoli, ma anche della prima trasformazione, che vengono reimpiegati come materie prime per l’industria alimentare, mentre il paese è meno dipendente dai mercati internazionali per quanto riguarda i prodotti destinati al consumo alimentare diretto. Il commercio internazionale dell’Italia negli ultimi anni è progressivamente cresciuto fino a superare i 700 miliardi di euro nel 2008. Il saldo della bilancia commerciale è passato da una condizione positiva ad una posizione debitoria di oltre 4 miliardi. Questo trend negativo è causato principalmente dalla crescita rilevante delle importazioni che, dal 1995 al 2008, sono più che raddoppiate passando da 173 ad oltre 362 miliardi di euro. Le esportazioni, pur aumentando nel suddetto periodo, sono cresciute meno delle importazioni. Il saldo commerciale del comparto 68
  69. agroalimentare è quindi migliorato passando da –9,4 miliardi di euro a -6,7 miliardi56. Anche il sistema agroalimentare nazionale nel corso degli ultimi decenni ha visto crescere l’importanza degli scambi commerciali e quindi del suo grado di apertura verso i principali paesi europei ed extraeuropei. L’apertura dell’Italia verso il resto del mondo si è concretizzata con un forte aumento degli scambi commerciali dei prodotti agricoli ed alimentari che nel 2008, registrano un valore complessivo(agricoltura ed industria alimentare) superiore ai 32 miliardi per le importazioni e attorno a 25 miliardi per le esportazioni. - Grafico 1.Gli scambi agroalimentari dell’Italia (Var. % sul corrispondente trim. anno precedente) Fonte: INEA (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana” 56 www.bologna.confcooperative.it 69
  70. La situazione per le esportazioni agroalimentari italiane, illustrata nel Grafico 2 riportato in basso, indica come nei primi tre mesi del 2010 sono aumentate le vendite all’estero verso quasi tutte le aree. Come per le importazioni, un ruolo centrale è svolto dai partner europei, ma in questo caso sono tutte le principali aree di destinazione a mostrare (nel primo trimestre 2010) un’inversione di tendenza rispetto all’andamento fortemente negativo registrato nello stesso periodo dell’anno precedente e, più in generale, in tutto il 2009. Il trend positivo per le esportazioni trova conferma nell’analisi dei singoli paesi: dei dieci principali clienti, ai quali viene destinato oltre il 70% delle esportazioni agroalimentari italiane, solo per la Svizzera non si riscontrano variazioni, con le componenti quantità (+6,7) e prezzo (-6,4%) che si compensano; in tutti gli altri casi, nonostante la riduzione dei prezzi, si riscontrano incrementi, in valore, compresi tra il 3,4 % (Grecia) e il 18,8% (Austria)57. - Grafico 2. Destinazione delle esportazioni agroalimentari italiane (Var. % I Trimestre). La dimensione delle sfere rappresenta il peso delle esportazioni AA destinate ad una determinata area rispetto alle esportazioni AA complessive dell’Italia, in riferimento ai primi 3 mesi del 2010. Fonte: Istat (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana” 57 INEA (2010),“Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag 45. 70
  71. Le imprese globali che sono conosciute in Italia per avere un brand e un approccio globale e che notoriamente affrontano i mercati internazionale con lo stesso prodotto o tendenzialmente con un prodotto uniforme sono tra le più sensibili al tema della configurazione del coordinamento delle decisioni. Altro aspetto interessante è che risulta fortemente prioritario per queste aziende lavorare sulla centralizzazione e sulla socializzazione; quindi molte di queste imprese credono di poter portare avanti il loro approccio storico, tipicamente di tipo etnocentrico, in virtù del quale definire le proprie strategie sulla base del mercato interno per poi internazionalizzare il sistema, limitandosi a verificare che non esistano ostacoli. Un approccio di questo tipo viene portato avanti centralizzando le decisioni e presupponendo un minimo di coordinamento ai fini della verifica finale della mancata esistenza di vincoli all’implementazione. Le imprese italiane, specie le multinazionali che sviluppano investimenti diretti esteri, riescono in qualche modo ad avere approcci globali. La globalizzazione delle attività di marketing non è quindi impossibile. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che le aziende italiane hanno sovente successo sulla base di fattori largamente noti alla letteratura, ovvero grazie al fatto che i prodotti italiani sono molto differenziati e peculiari, indipendentemente dal settore a cui ci riferiamo. Lo stile, il gusto e il design diventano così fattori di differenziazione esclusiva e quando un’impresa ha prodotti tendenzialmente unici, che non entrano in collisione diretta con i prodotti della concorrenza, ha normalmente di fronte segmenti transnazionali. L'approccio globale è favorito anche dalla riconoscibilità dei prodotti e dal fatto che le imprese pongono il loro focus sulle similarità transnazionali, senza scadere in un approccio globale di massa. La presenza delle imprese italiane sui mercati esteri evidenzia seri segnali di difficoltà, resi palesi dalla flessione della quota italiana sulle esportazioni mondiali, scesa dal 5% dei primi anni Novanta a meno del 3% attuale. 71
  72. Le imprese italiane non solo hanno perso terreno a vantaggio dei diretti concorrenti asiatici, ma sono anche in ritardo rispetto alle esportazioni di alcuni dei tradizionali concorrenti europei (Francia, Germania e Spagna). Le cause di tali difficoltà di inserimento nel circuito internazionale del commercio sono molteplici, ma due sono particolarmente rilevanti: la struttura dimensionale del sistema produttivo italiano e la forte specializzazione settoriale delle nostre imprese. Anche sotto il profilo degli IDE il ruolo delle imprese italiane risulta piuttosto marginale: gli investimenti diretti all’estero infatti costituiscono solo il 3,5% del totale mondiale, una quota inferiore rispetto a quella tipica dei concorrenti europei. Risulta anche limitato il ricorso alle nuove forme di internazionalizzazione come le joint venture o l’instaurazione di accordi di natura commerciale con operatori esteri. È necessario, per le imprese italiane, non prescindere da un costante miglioramento della loro capacità di presidio del mercato internazionale al fine di difendere la competitività del paese. L’instabilità della presenza internazionale delle imprese italiane si associa alla limitata capacità delle stesse di diversificare i mercati di sbocco e cioè di essere contemporaneamente presenti in più aree. Da qui la concentrazione delle vendite in pochi mercati, quelli territorialmente più vicini. Basti pensare che, secondo i dati disponibili, la quota delle imprese monomercato, benché in tendenziale flessione, è ancora elevata. E non a caso le imprese monomercato sono anche le più piccole58. Le imprese italiane hanno dimostrato eccellenti capacità di adattamento dei loro prodotti alle esigenze espresse dai mercati locali, con tempestività e flessibilità non di rado superiori rispetto ad altri concorrenti internazionali. Di contro, le imprese giapponesi hanno dimostrato l’efficacia della politica degli “incrementalismi”, ovvero dei 58 Valdani E. – Bertoli G., op. cit. pag 111. 72
  73. costanti miglioramenti apportati alla tecnologia e alla configurazione dei loro prodotti. Queste tendenze inducono le imprese agroalimentari a sperimentare presenze in mercati esteri sia europei che non. Le principali modalità di ingresso nei flussi commerciali internazionali sono quelle esportative con eventuali rapporti con grossisti – importatori stranieri che acquisiscono la merce dai produttori italiani. Infatti la bilancia commerciale del settore agroalimentare è migliorata dal 2005: si tratta di una tendenza di segno opposto a quella del commercio estero complessivo che ha pagato gli effetti dell’apprezzamento dell’euro sul dollaro e del caro petrolio. Il buon risultato dell’agroalimentare è da attribuirsi all’aumento delle esportazioni ed al contemporaneo rallentamento delle importazioni. Tra i principali paesi esportatori di tali prodotti, l’Italia occupa ancora un posto di rilievo, con una quota di mercato mondiale consistente, maggiore di quella di paesi a forte vocazione agroalimentare quali Canada, Brasile, Cina. Nell’ambito della U.E. l’Italia ha una quota di circa il 7% dell’export agroalimentare interno all’area. L’andamento delle ragioni di scambio negli ultimi anni è stato più favorevole per l’agricoltura per effetto della crescita accentuata dei prezzi all’export dei prodotti agricoli. Ciò indica non solo una tendenza positiva ad esportare prodotti di maggiore valore unitario (quindi maggiore qualità) rispetto a quelli importati; ma grazie al potere di mercato degli esportatori è stato possibile in questi anni scaricare sui prezzi esteri la forte crescita dei prezzi all’origine dei prodotti agricoli. Osservando il fenomeno della internazionalizzazione, si rileva che l’industria alimentare italiana è uno dei settori più attivi in termini di internazionalizzazione e un ruolo fondamentale lo giocano la produzione e la qualità. 73
  74. Anche la capacità di innovare è un fattore determinante per il successo imprenditoriale e permette di creare vantaggi competitivo a livello settoriale tra i vari paesi poiché favorisce l’aumento della produttività e migliora le performance di impresa. Da una valutazione dedotta attraverso l’indicatore sintetico dell’innovazione, proposto dalla Commissione Europea, l’industria alimentare italiana è in linea con la capacità innovativa del settore riscontrata in Europa59. Sul tema del made in e della valenza competitiva legata al marchio sui propri prodotti, il marchio di origine è ritenuto un fattore di successo. Sono soprattutto le aziende di minori dimensioni a considerare il made in Italy un fattore particolarmente determinante per la propria strategia di internazionalizzazione, come evidenzia il saldo delle risposte per le imprese con meno di 50 addetti. Gli investimenti diretti esteri giocano un ruolo importante nella crescita economica e nello sviluppo territoriale. Con il notevole aumento dei flussi IDE nel settore agroalimentare a livello mondiale l’attenzione si è concentrata sul dibattito relativo alle determinanti che spingono alla scelta di un territorio piuttosto che un altro. Non esiste ancora un lavoro definitivo ed univoco sulle determinanti degli IDE. Alcune delle più frequenti analisi sui fattori che influenzano gli IDE includono: l’entità del mercato, il costo del lavoro, i tassi di interesse, le barriere protezionistiche, tassi di cambio, predisposizione all’export, struttura del mercato, distanze geografiche, stabilità politica e affinità culturale. Nel corso dell’ultimo decennio il valore aggiunto dell’agricoltura italiana si è ridotto, mostrando un settore in affanno e che va valutato con preoccupazione. La produttività del lavoro dell’agricoltura è molto 59 www.ministeroattivitàproduttive.areainternazionalizzazione.it 74
  75. più bassa, circa la metà, rispetto a quella dell’economia nel suo complesso. Tutto ciò può essere attribuito a fattori strutturali, quali le ridotte dimensioni delle aziende agricole che caratterizzano il territorio italiano. La riduzione dei prezzi agricoli all’origine è da ricollegare all’andamento dell’offerta. Il problema è che i prezzi di vendita dei prodotti agricoli sono più bassi nella fase di origine, mentre lo stesso non si è verificato nel resto dell’economia, dove i costi relativi ai mezzi di produzione, ai prodotti energetici ed ai concimi hanno subito un aumento. I consumi domestici di prodotti alimentari delle famiglie italiane, hanno avuto negli ultimi anni un andamento stagnante, poiché si è registrata una crescita dei prezzi al consumo e un calo dei volumi, infatti la contrazione delle quantità acquistate ha riguardato tutti i gruppi di prodotti, con riduzioni notevoli per gli ortaggi, per la frutta fresca e trasformata. Tra i principali paesi esportatori di prodotti agroalimentari nel mondo, l’Italia occupa ancora un posto di rilievo, con una quota di mercato mondiale consistente, maggiore di paesi a forte vocazione agroalimentare quali Canada, Cina e Brasile. I primi mesi del 2010 sembrano mostrare segnali di ripresa per gli scambi con l’estero dell’Italia, sia per la bilancia complessiva che per il settore agroalimentare, dopo un 2009 caratterizzato dal crollo dei flussi internazionali di beni come conseguenza della crisi economica mondiale. Nel 2009, infatti, dopo il trend positivo registrato negli ultimi anni, le esportazioni si sono ridotte dell’8%, mentre per le importazioni la contrazione ha raggiunto il 10%. Tali riduzioni significative del settore agroalimentare sono decisamente più contenute complessivo percentuali, del commercio dell’Italia che si riduce, infatti, di oltre venti punti determinando un aumento del peso del settore agroalimentare che raggiunge l’8,5% delle esportazioni e supera il 10% delle importazioni totali del Paese60. 60 INEA (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag 42. 75
  76. Nel primo trimestre 2010, per quanto riguarda la bilancia commerciale complessiva, tornano a crescere sia le importazioni (+14,3%) che le esportazioni (+9,4%) dopo una contrazione, nello stesso periodo del 2009, vicina al 23% per entrambi i flussi. Anche gli scambi con l’estero dei prodotti agroalimentari evidenziano, nel primo trimestre, un trend positivo dopo il calo, nello stesso periodo dell’anno precedente, del 10,6% per i flussi in entrata e del 5,7% per quelli in uscita. Le importazioni agroalimentari si attestano a 8.036 milioni, con un incremento dell’8,3%, mentre crescono di oltre dieci punti percentuali le esportazioni, pari a 6.433 milioni di euro. Ne consegue, per il settore, una sostanziale stabilità del deficit commerciale, che passa da 1.590 milioni (I trim. 2009) a 1.603 milioni di euro (I trim. 2010), mentre migliora di un punto percentuale il saldo normalizzato19, che si attesta a -11,1%. Questi risultati acquistano maggiore rilievo se confrontati con la performance degli scambi complessivi al netto dell’agroalimentare: in questo caso, infatti, il saldo commerciale peggiora di quasi 4 miliardi di euro, attestandosi a -6.798 milioni, mentre il saldo normalizzato (-4,7%) peggiora di oltre il 2% nel trimestre considerato61. Grafico3. Principali clienti dell’Italia Grafico 4. Principali fornitori dell’Italia Fonte: INEA (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”. 61 INEA (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 43 – 45. 76
  77. Nel complesso, quindi, la performance degli scambi con l’estero dei prodotti agroalimentari sembra essere positiva: dopo aver mostrato, nel corso del 2009, una maggiore tenuta in un periodo di congiuntura fortemente negativa per l’economia mondiale, il settore agroalimentare italiano, nei primi mesi del 2010, sembra reagire meglio di altri settori, mostrando maggiori segnali di ripresa negli scambi internazionali. Analizzando le componenti che hanno determinato questo trend positivo emerge che sono quasi esclusivamente i volumi scambiati ad essere cresciuti mentre si assiste ad un netto calo dei prezzi. Alla crescita degli scambi agroalimentari, registrata all’inizio del 2010, si associa quindi una preoccupante riduzione dei prezzi delle vendite che, dopo essersi contratti di cinque punti percentuali nel corso del 2009, si riducono dell’8,6% nei primi tre mesi del 2010 (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente)62. A livello mondiale, secondo il rapporto della FAO 63, la caduta dei prezzi dei cereali e dello zucchero è stato uno dei principali fattori a determinare il declino dei prezzi registrato nei primi mesi del 2010; in particolare, il prezzo dello zucchero si è quasi dimezzato, rispetto al picco raggiunto all'inizio dell'anno, a causa delle prospettive di un aumento significativo della produzione. In generale, il calo dei prezzi è in parte attribuibile all’aumento generale dell’offerta: il boom dei prezzi di alcune produzioni, registrato nel biennio 2008 - 2009, ha portato ad una ripresa delle scorte ed un aumento del rapporto stock/utilizzo e secondo la FAO questa tendenza prevarrà anche nel 2011. Analizzando la tabella 2 che indica i primi 5 comparti di esportazione negli scambi agroalimentari dell’Italia, è evidente come, dal lato delle esportazioni, i principali comparti hanno mostrato un andamento negativo nel 2009; un’eccezione è rappresentata dagli ortaggi trasformati 62 63 INEA (2010),“ Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 43 – 44. www.fao.org/newsroom/it. 77
  78. per i quali le vendite all’estero sono cresciute del 5,5%: in realtà le quantità vendute di ortaggi trasformati si sono ridotte del 3%, anche se compensate dal marcato aumento dei prezzi (+8,5%). Particolarmente rilevante la contrazione delle vendite, in valore, per la frutta fresca (-20,1%) che, per i principali prodotti, ha subìto il più pesante calo dei prezzi (-18%). Per questo ultimo comparto l’analisi trimestrale mostra una ulteriore contrazione, sebbene molto contenuta, mentre una netta inversione di tendenza si riscontra per le esportazioni di bevande che, dopo essersi ridotte del 5,8% nel 2009, tornano a crescere di oltre il 14% nei primi tre mesi del 2010. - Tabella 2.Primi 5 comparti di esportazione negli scambi agroalimentari dell’Italia Fonte: INEA( 2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”. 78
  79. - Tabella 3 . Primi 5 prodotti di esportazione negli scambi agroalimentari dell’Italia Fonte: INEA (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”. Nel 2009 i prodotti del made in Italy64, nonostante una contrazione significativa delle esportazioni (-5,9%), sembrano tenere meglio rispetto agli altri comparti dell’agroalimentare. La maggiore riduzione si riscontra nel made in Italy “agricolo”, a causa del citato crollo dei prezzi per la frutta fresca. Per il made in Italy “trasformato” e “dell’industria alimentare”, invece, il calo è stato inferiore al 4%. Tra i prodotti maggiormente colpiti dagli effetti della crisi economica troviamo la pasta (-9,8%) e l’olio d’oliva (-21,4%), mentre nettamente positivo è il risultato dell’export di pomodoro trasformato che, grazie all’impennata dei prezzi registrata nel 2009, ha mostrato una crescita in valore pari all’8%. 64 L’INEA, sulla base dei dati Istat, realizza l’aggrega il Made in Italy in tre componenti: agricolo, trasformato e dell’industria Alimentare. 79
  80. L’analisi dell’andamento dei vini confezionati, principale voce di esportazione del made in Italy, permette di rilevare come i vini non VQPRD, grazie ad un discreto incremento delle quantità vendute, abbiano tenuto meglio rispetto ai vini di qualità, per i quali al calo dei prezzi si è sommata la contrazione dei volumi esportati. Nel corso dei primi tre mesi del 2010 anche il made in Italy, come l’agroalimentare nel complesso, mostra una ripresa, in valore, delle esportazioni (+9,4%); anche per questi prodotti bisogna, però, riscontrare un calo dei prezzi di vendita (-6,5%) che, sebbene meno marcato rispetto ad altri settori, potrebbe destare preoccupazioni data la necessità di un corretto riconoscimento sul mercato, attraverso la componente prezzo, della maggiore qualità di questi prodotti. Uno dei principali mercati di sbocco per questi prodotti è rappresentato dagli Stati uniti, verso i quali le esportazioni agroalimentari italiane sono cresciute, nel primo trimestre 2010, di oltre otto punti percentuali grazie anche all’apprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro. È interessante evidenziare l’andamento, nell’ultimo periodo, dei due principali prodotti di esportazione verso gli USA, entrambi appartenenti al made in Italy e con un’incidenza complessiva vicina al 25% sulle vendite agroalimentari italiane destinate a quest’area: i vini rossi e rosati di qualità e l’olio di oliva vergine ed extravergine. Per entrambi i prodotti le vendite, nel corso del 2009, si sono ridotte tra il 12% e il 15%; mentre nei primi tre mesi del 2010 tale contrazione è stata in parte recuperata con incrementi tra l’8% e il 6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Altro mercato di grande interesse è quello cinese che, sebbene rappresenti “solo” lo 0,5% delle esportazioni agroalimentari italiane, risulta in forte sviluppo negli ultimi anni. Nel 2009 la Cina è stata sostanzialmente l’unico dei principali 30 clienti verso cui siano 80
  81. aumentate le esportazioni agroalimentari e tale incremento è stato di oltre 35 punti percentuali65. 2.3 La politica agricola comunitaria e i suoi pilastri Un fatturato di circa 73 miliardi di Euro, di cui oltre 14,5 esportati, 460 mila addetti che operano in 70 mila imprese. Questi i dati aggregati del “made in Italy” agroalimentare al 2010, il terzo in Italia dopo quelli della meccanica e del tessile- abbigliamento. Ma oltre i dati il patrimonio enogastronomico italiano è l’essenza stessa della cultura, dello stile di vita e delle tradizioni del nostro Paese. Oggi il mercato mondiale offre sfide ed opportunità straordinarie a questo comparto che dovranno trovare nelle istituzioni interlocutori attenti, reattivi e propositivi. Il panorama aperto dalle positive risoluzioni del vertice WTO di Doha sulla salvaguardia dei prodotti di qualità crea le premesse per avviare una seria politica mondiale di contrasto alla contraffazione ed imitazione dei prodotti eno - alimentari a denominazione registrata ed allo stesso tempo offre un eccezionale elemento di identificazione per rendere più efficace e produttiva la promozione pubblica e le politiche di penetrazione aziendali. In questo quadro di maggiore certezza internazionale, il Ministero delle Attività Produttive, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e le Regioni sono concordi nell’operare congiuntamente ed in sintonia per una promozione e valorizzazione di sistema che, rispettando le specificità, consenta di unificare ed ottimizzare le immense risorse promozionali oggi disperse in troppi canali. La ricchezza del patrimonio agroalimentare italiano, costituito da grandi imprese e da piccole aziende, da specialità tipiche e da produzioni industriali, è tale da poter essere promosso con efficacia sui mercati esteri, a condizione di identificare le priorità da 65 raggiungere, le INEA (2010), “ Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 48- 49. 81
  82. strategie di intervento da adottare, i mercati da interessare, i soggetti da coinvolgere, le risorse da utilizzare. In questo contesto, è quindi indispensabile uno strumento di confronto costante e concreto fra le categorie produttive, le istituzioni e tutte le parti coinvolte, al fine di poter ricondurre ad ed unitaria la politica una visione nazionale promozionale sui mercati esteri che segua la linea logica: obiettivi – strategie – strumenti – interventi – risultati. Il sostegno al settore primario nel nostro Paese si articola su diversi livelli di competenze e responsabilità, utilizzando strumenti finanziari e regolativi altamente differenziati tra loro sia in termini di dotazione di risorse, sia per obiettivi e finalità. La Politica Agricola Comune (PAC) è la maggiore componente di spesa dell’Unione Europea, nonché uno dei maggiori driver dell’agricoltura e dell’economia delle aree rurali europee. La PAC (Politica Agricola Comune o Comunitaria), fin dal suo inizio si era prefissata due obiettivi: 1) Soddisfare gli agricoltori grazie al prezzo di intervento. Questo era il prezzo minimo garantito per i prodotti agricoli stabilito dalla Comunità Europea. Il prezzo delle produzioni non poteva scendere al di sotto di questo; 2) Orientare le imprese agricole verso una maggiore capacità produttiva (limitando i fattori della produzione, aumentando lo sviluppo tecnologico e utilizzando delle migliori tecniche agronomiche). Il primo pilastro della PAC è la sezione Garanzia del FEOGA (Fondo europeo di orientamento e garanzia in agricoltura) che finanzia i pagamenti diretti agli agricoltori e le misure di gestione dei mercati agricoli attuate nell’ambito delle Organizzazioni comuni di mercati (OCM) che rappresentano il primo pilastro della PAC e costituiscono lo strumento fondamentale di regolazione dei mercati nella misura in cui disciplinano la produzione e il commercio dei prodotti agricoli degli 82
  83. Stati-membri: eliminando gli ostacoli che possono inibire gli scambi intracomunitari di prodotti agricoli e mantenendo una barriera dognale comune nei confronti dei paesi terzi con i quali si interagisce. In seguito alla riforma della PAC del 2003, la maggior parte delle OCM sono sottoposte al nuovo sistema di pagamento unico per azienda e di disaccoppiamento. Gli Stati membri che fanno parte dell' Unione sin dal 1° maggio 2004 partecipano direttamente al nuovo sistema. Inoltre modifiche sono state introdotte nei meccanismi di gestione delle crisi e nella qualifica ambientale delle aziende. La PAC dovrebbe contribuire a mantenere un sistema agricolo diversificato sul territorio, in particolar modo nelle aree remote, e assicurare la fornitura di beni Comunitaria ha costituito, pubblici. La Politica fin dal Trattato di Roma, Agricola uno degli strumenti principali per la costruzione dell’Unione europea. Oggi, a cinquant’anni dal suo avvio, è innegabile il ruolo della PAC come catalizzatore nei processi di integrazione economica e sociale nei Paesi dell’Unione. Progressivamente nel tempo, talvolta con una velocità non del tutto allineata con i cambiamenti degli obiettivi da raggiungere, sono stati modificati compiti e funzioni. I processi di revisione degli strumenti a disposizione della PAC sono stati accompagnati da conseguenti rettifiche finanziarie che hanno sostanzialmente ridotto il budget a disposizione, passando dall’89% di peso nel bilancio comunitario (comprensivo delle spese dello sviluppo rurale) del 1970 al 44% dell’attuale quadro finanziario ( come evidenzia il Grafico 5, indicando l’andamento dal 1970 sino alle previsioni relative al 2013)66. Tale evoluzione si è resa necessaria anche a seguito della 66 De Castro P., (2010), “European agriculture and new global challenges”, Donzelli Editore, pag 98 83
  84. revisione degli obiettivi di coesione dell’Unione e del suo progressivo allargamento, mediante un maggiore ruolo assegnato alle politiche di sviluppo regionale. - Grafico 5. Evoluzione della spesa comunitaria per capitoli agricoli (% sul totale) Fonte: De Castro P., (2010), “European agriculture and new global challenges”, Donzelli Editore, pag. 98. Il secondo pilastro della PAC è rappresentato dagli investimenti in favore dello sviluppo rurale, finanziati per la programmazione 20072013 dal Fondo Europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (FEASR). Come si è visto in precedenza il budget a disposizione dello sviluppo rurale ha assunto quote crescenti nel bilancio comunitario, e 84
  85. attualmente pesa per quasi il 10% del totale. Per la programmazione 2007-2013 le risorse assegnate allo sviluppo rurale sono state incrementate rispetto all’iniziale assegnazione a seguito degli effetti della modulazione obbligatoria (anni 2007 e 2008) e dell’attuazione dell’Health Check (dal 2009). Sulla base di questi incrementi, attualmente, il nostro Paese conta su una dotazione comunitaria (fonte FEASR) di quasi 9 miliardi di euro (pari al 9% del budget complessivo assegnato a tutti gli Stati Membri), a cui si aggiungono altri 8,6 miliardi di euro di spesa pubblica nazionale e regionale per il periodo 2007-2013. Quindi, quasi 18 miliardi di euro rappresentano il capitale a disposizione delle aree rurali per conseguire gli obiettivi del rafforzamento della competitività (asse I), miglioramento delle condizioni ambientali (asse II), innalzamento della qualità della vita e sostegno alla diversificazione del reddito (asse III) e supporto alla creazione e mantenimento di forme di governance locali (asse IV)67. Le risorse aggiuntive FEASR derivanti dalla modulazione obbligatoria, dalla riforma vino, dall’Health Check (HC) e dal Recovery Plan (reg. CE n. 473/2009 per il miglioramento delle infrastrutture per internet a banda larga per le aree rurali) sono state complessivamente per tutti i 27 Stati dell’Unione pari a 5,2 miliardi di euro, e 694 milioni di euro sono stati destinati al nostro Paese. Questo nuovo ammontare di risorse ha comportato nel corso del 2009 una revisione degli strumenti programmatori che danno attuazione alla politica di sviluppo rurale (il PSN e i PSR), secondo procedure complesse e con uno sforzo organizzativo che, a volte, appare sproporzionato, tanto più se si considera che in molti casi gli obiettivi richiamati dalle nuove sfide dell’Health Check risultano già integrati nei documenti di programmazione approvati. Le risorse aggiuntive dell’HC sono state trasferite con un vincolo di destinazione alle cosiddette “nuove sfide” e 67 INEA (2010),“Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 52 – 54. 85
  86. nel nostro Paese le scelte finanziarie fatte nei programmi hanno attribuito il 20% delle nuove risorse agli investimenti per la banda larga e alle risorse idriche, il 19% alla biodiversità, il 18% alla ristrutturazione del settore lattiero caseario, il 17% ai cambiamenti climatici e, infine, il 6% alle energie rinnovabili. Il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) è uno strumento, istituito dal regolamento (CE) n. 1290/2005, che mira a rafforzare la politica di sviluppo rurale dell’Unione e a semplificarne l’attuazione. Migliora in particolare la gestione e il controllo della nuova politica di sviluppo rurale per il periodo 2007-2013. Il presente regolamento stabilisce le norme generali per il sostegno comunitario a favore dello sviluppo rurale finanziato dal FEASR. Definisce inoltre gli obiettivi della politica di sviluppo rurale e il quadro in cui essa si inserisce. Il Fondo contribuisce a migliorare: - la competitività del settore agricolo e forestale; - l’ambiente e il paesaggio; - la qualità della vita nelle zone rurali e la diversificazione dell’economia rurale. Il Fondo fornisce un’assistenza complementare alle azioni nazionali, regionali e locali che contribuiscono alle priorità della Comunità. La Commissione e gli Stati membri vigilano inoltre sulla coerenza e la compatibilità del Fondo con le altre misure di sostegno finanziate dalla Comunità. Ogni Stato membro elabora un piano strategico nazionale conformemente agli orientamenti strategici che sono stati adottati dalla Comunità. Ogni Stato membro trasmette in seguito il proprio piano strategico nazionale alla Commissione prima di presentare i propri programmi di sviluppo rurale. Il piano strategico nazionale copre il periodo che intercorre tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2013, e comprende: 86
  87. - una valutazione della situazione economica, sociale e ambientale, e delle possibilità di sviluppo; - la strategia adottata per l’azione congiunta della Comunità e dello Stato membro,le priorità tematiche e territoriali; - un elenco dei programmi di sviluppo rurale destinati ad attuare il piano strategico nazionale e la ripartizione delle risorse del FEASR tra i vari programmi; - i mezzi volti ad assicurare il coordinamento con gli altri strumenti della politica agricola comune, il FESR, il FSE, il FC, il Fondo europeo per la pesca e la Banca europea per gli investimenti; - eventualmente, l’importo della dotazione finanziaria destinata al raggiungimento dell’obiettivo «convergenza»; - la descrizione delle modalità di attuazione della rete rurale nazionale che raggruppa le organizzazioni e le amministrazioni operanti nel settore dello sviluppo rurale e l’importo destinato alla sua attuazione. I piani strategici nazionali sono attuati mediante programmi di sviluppo rurale che presentano una serie di misure raggruppate intorno a 4 assi: -Asse 1: miglioramento della competitività dei settori agricolo e forestale; -Asse 2: miglioramento dell’ambiente e dello spazio rurale; -Asse 3:qualità della vita in ambiente rurale e diversificazione dell’economia rurale; -Asse 4: Leader (attuazione di strategie locali di sviluppo tramite partenariati pubblico-privati denominati «gruppi d’azione locale). Le strategie applicate a territori rurali ben delimitati devono conseguire gli obiettivi di almeno uno dei tre assi precedenti; i gruppi d’azione locale hanno inoltre la possibilità di attuare progetti di cooperazione interterritoriali o transnazionali. Il FEASR è dotato di un bilancio di 96,319 miliardi di euro (prezzi correnti) per il periodo 2007-2013, ossia il 20% dei fondi destinati alla 87
  88. PAC. Su iniziativa degli Stati membri, il Fondo può finanziare azioni relative alla preparazione, alla gestione, alla sorveglianza, alla valutazione, all’informazione e al controllo dell’intervento dei programmi, entro il limite del 4% dell’importo totale di ciascun programma. L’importo del sostegno comunitario allo sviluppo rurale, la sua ripartizione annuale e l’importo minimo da assegnare alle regioni che possono beneficiare dell’ obiettivo "convergenza" sono stabiliti dal Consiglio, il quale delibera a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, conformemente alle prospettive 2013 e all’ accordo interistituzionale finanziarie 2007 – sulla disciplina di bilancio e il miglioramento della procedura di bilancio. Per la programmazione gli Stati membri tengono altresì conto degli importi provenienti dalla modulazione. La Commissione vigila inoltre affinché il totale degli stanziamenti provenienti dal FEASR e da altri Fondi comunitari come il Fondo europeo di sviluppo regionale, il Fondo sociale europeo e il Fondo di coesione, rispetti determinati parametri economici. Nell’ambito della gestione condivisa tra la Commissione e gli Stati membri, questi ultimi devono designare, per ciascun programma di sviluppo rurale, un’autorità di gestione, un organismo pagatore e un organismo di certificazione. Essi sono inoltre responsabili dell’informazione e della pubblicità relative alle operazioni cofinanziate. Ciascuno Stato deve altresì creare un comitato di sorveglianza che accerti l’efficacia dell’attuazione del programma. L’autorità di gestione di ogni programma deve inoltre trasmettere alla Commissione una relazione annuale relativa alla esecuzione del programma. La politica e i programmi di sviluppo rurale sono oggetto di valutazioni ex ante, intermedie ed ex post, intese a rafforzare la qualità, l’efficienza e l’efficacia dell’attuazione dei programmi di sviluppo rurale. 88
  89. Queste valutazioni saranno volte a trarre insegnamenti sulla politica di sviluppo rurale, identificando i fattori che hanno contribuito al successo o al fallimento dell’attuazione dei programmi, gli impatti socioeconomici e gli impatti sulle priorità comunitarie. Al termine del negoziato con Bruxelles, il quadro complessivo dei PSR risulta essere il seguente. Al primo asse, che è finalizzato al rafforzamento complessivo del settore attraverso investimenti diretti all’innalzamento della competitività, viene dedicato quasi il 40% del budget pubblico complessivo. Il secondo asse che ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni ambientali, in prevalenza tramite l’erogazione di premi aziendali, assorbe un altro 40% e il rimanente 20% si divide tra il terzo e quarto asse. Nel dare attuazione alla Politica di sviluppo rurale, un ruolo centrale nelle procedure di funzionamento è dedicato alla capacità di spesa. Già dalla passata programmazione era stato introdotto per tutti i fondi strutturali (compreso il fondo di sviluppo regionale e fondo sociale europeo) il meccanismo del disimpegno automatico. Secondo tale meccanismo, se nei due anni successivi all’iscrizione nel bilancio comunitario delle risorse finanziarie queste non vengono spese per i programmi per i quali sono state impegnate, tali risorse vengono stornate dal programma di riferimento e ritornano a Bruxelles per venire reimpiegate. La capacità di spesa, intesa come rapporto tra le risorse programmate e quelle erogate, pertanto, diventa non solo un indicatore di efficienza amministrativa ma anche uno strumento premio/penalità68. Nel corso del 2010 si è intensificato il dibattito sulla forma che dovrà assumere la Politica agricola comunitaria dopo il 2013. Nel giugno del 2010 è stata aperta dalla Commissione europea la consultazione pubblica, anche con un forum on-line, finalizzato a raccogliere 68 INEA (2010), “ Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 55 – 60. 89
  90. contributi, idee e pareri da parte di istituzioni, stakeholder e cittadini, ed entro il 2010 è prevista la comunicazione della Commissione. La discussione si incentra su tre aspetti fondamentali: gli obiettivi che la politica dovrà porsi, alla luce di un quadro economico profondamente mutato negli ultimi cinque anni, le risorse finanziarie su cui potrà contare, in un’ottica di revisione complessiva del bilancio comunitario, i meccanismi di funzionamento che dovrà adottare, coerenti con il nuovo scenario di riferimento. - Tabella 4. Risorse finanziarie FEASR e Spesa pubblica per regione (milioni di e articolazione per asse) 90
  91. In questo paragrafo cerchiamo di delineare gli aspetti salienti della discussione, tralasciando le ipotesi di budget, in quanto queste ultime saranno frutto di un ripensamento più complessivo delle politiche europee. Partendo dagli obiettivi di carattere più generale, la nuova PAC dovrà essere coerente con quanto previsto dalla “Strategia 2020” approvata dal Consiglio europeo del 25 e 26 marzo 2010, e formalmente adottata il 17 giugno 2010, che stabilisce tre priorità di intervento: a) crescita intelligente: sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione; b) crescita sostenibile: promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva; c) crescita inclusiva: promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale. La PAC, a prima vista, è poco “citata” nella Strategia 2020; tuttavia, è necessario incorporare ed esplicitare gli obiettivi della PAC in un’ottica di sviluppo sostenibile ed evidenziare il possibile contributo dell’agricoltura europea al conseguimento stesso degli obiettivi della Strategia. Tra i temi tipici della PAC che maggiormente confluiscono nella Strategia 2020 si ritrovano: il sostegno alle tecnologie “verdi” e innovative; gli investimenti in competenze, formazione e 91
  92. imprenditorialità; la gestione sostenibile delle risorse naturali; la produzione di energie rinnovabili; la creazione di beni pubblici di natura ambientale; lo sviluppo di un’economia rurale a basse emissioni di carbonio. Va ricordato, inoltre, che la PAC incide profondamente sulle prospettive di sviluppo regionale in quanto investe il 47% della superficie europea e coinvolge oltre 18 milioni di occupati, con una distribuzione territoriale non omogenea. In questo contesto, la PAC riveste un ruolo fondamentale per contribuire allo sviluppo di comunità rurali redditizie e dinamiche, garantendo, allo stesso tempo, uno sviluppo socio-economico sostenibile ed equilibrato del territorio europeo69. Sulla base dei discorsi ufficiali del Commissario europeo e della documentazione di carattere “istituzionale”, la nuova PAC dovrà essere pensata per rispondere alle diverse agricolture che contraddistinguono il territorio allargato dell’Unione e dovrà conseguire gli obiettivi legati alla sicurezza alimentare, il cambiamento climatico, la protezione dei suoli e delle risorse naturali, la crescita economica delle aree rurali. Gli strumenti a disposizione della PAC dovranno, pertanto, essere rivisti. Riguardo agli strumenti di applicazione, in primo luogo vi sono alcune considerazioni di carattere generale che riguardano la semplificazione della PAC, la sicurezza alimentare e il riconoscimento di un valore di esistenza dell’agricoltura in economie fortemente sviluppate come quelle europee. Il peso amministrativo e la complessità di regole costituiscono un ostacolo all’utilizzo efficiente delle risorse disponibili. Per il caso italiano basti pensare quanto detto in precedenza sull’avanzamento della politica di sviluppo rurale. La possibilità di poter disporre di un quadro finanziario nazionale all’interno del quale collocare i programmi regionali potrebbe senza dubbio rappresentare una 69 Istituto per studi ricerche e informazioni sul mercato agricolo (2004); “L’impatto della riforma PAC sulle imprese agricole e sull’economia italiana”, Franco Angeli, Milano. 92
  93. soluzione che permetterebbe di utilizzare al massimo le risorse assegnate al nostro Paese. Il valore della sicurezza alimentare attiene sia la quantità di risorse disponibili per un paese che la qualità di tali risorse. Oggi più che mai la sicurezza alimentare si associa ai concetti di salubrità alimentare e di qualità dei prodotti agricoli, ma la crescente volatilità dei prezzi ha rimesso al centro dell’attenzione politica anche il problema del fabbisogno alimentare di conseguenza, di strumenti che in qualche modo possano garantire stabilità alle produzioni di alimenti. Collegato a questo aspetto è quello del valore di esistenza del settore primario in contesti sviluppati dove il declino proprio dell’agricoltura, associato alla età avanzata degli agricoltori e la forte competizione della terra verso altre attività rischia di far scomparire l’agricoltura e con sé la tradizione produttiva, sociale e culturale propria dei contesti agricoli e rurali. Entrando nel merito dei singoli strumenti, si possono considerare gli aspetti legati agli aiuti diretti, alle misure di mercato anche per favorire la stabilità dei redditi e allo sviluppo rurale. Di seguito ciascun elemento viene esaminato riportando i principali aspetti oggetto di discussione e qualche riflessione per il nostro paese. Per quanto concerne gli aiuti diretti,l’orientamento è quello di proseguire sulla strada degli aiuti disaccoppiati, anche se sarà necessario rivedere i parametri con i quali gli aiuti vengono assegnati. Il modello storico utilizzato dall’Italia, che di fatto mantiene inalterato lo status quo della distribuzione degli aiuti, non potrà essere mantenuto, soprattutto nel momento in cui si assegnano obiettivi specifici ai premi, come la remunerazione della produzione di beni pubblici. In termini molto generali, il tema vede la discussione incentrarsi su un livello di aiuti base, il flat rate, calcolato su base regionalizzata tra tutti gli Stati membri, a cui possono essere associati aiuti integrativi in relazione a: 93
  94. - la localizzazione aziendale (come nel caso di aree svantaggiate o con svantaggi specifici); - la situazione economica generale del Paese (si pensi alle disparità di potere di acquisito esistenti); - gli impegni specifici, perlopiù di carattere ambientale, che l’azienda si assume; - la remunerazione legata alla produzione di esternalità positive e beni pubblici “europei” (cioè non altrettanto producibili a livello locale). Quest’ultimo aspetto si collega ai temi della produzione di beni pubblici legati alla conduzione dell’attività agricola. Il sostegno, in questa logica, è dettato dalla necessità di assicurare e mantenere le varie esternalità positive che l’agricoltura genera: paesaggio, gestione delle risorse naturali, implicazioni di carattere ambientale e lotta al cambiamento climatico, biodiversità, occupazione e vitalità delle aree rurali, salubrità degli alimenti, tipicità e riconoscibilità geografica dei prodotti, ecc. Il tema degli aiuti diretti è particolarmente sentito nel nostro Paese, in quanto da una comparazione con gli altri Stati membri emerge come in Italia il contributo dei pagamenti diretti alla formazione del reddito sia piuttosto modesto, come illustrato nel Grafico 670. - Grafico 6 - Peso dei pagamenti diretti e degli altri sussidi comunitari al reddito agricolo (2006 – 2008). 70 INEA (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag 61. 94
  95. In riferimento alle misure di mercato da impostare per la PAC dopo il 2013, queste dovranno rispondere ad una serie di esigenze dell’agricoltura, prima tra tutte la stabilità dei redditi. L’elevata volatilità dei prezzi di questi ultimi due anni ha determinato forti scompensi nel settore, con una forte instabilità nei redditi agricoli e un sostanziale squilibrio nei rapporti tra gli attori della filiera agroalimentare. Le misure di mercato, in questo contesto possono essere fortemente ripensate da un lato per disporre di adeguati strumenti di gestione del rischio e dall’altro per migliorare le relazioni lungo la filiera produttiva e una più equa ripartizione del valore aggiunto. Il dibattito su questo fronte è piuttosto aperto a partire dalle esperienze di progressiva revisione delle OCM. In particolare, si evidenziano i risultati 95
  96. del lavoro del “Gruppo di alto livello” costituito nell’Ottobre 2009 per fronteggiare la crisi che ha colpito il settore lattiero caseario, anche in previsione dello smantellamento del sistema delle quote latte (il 1° aprile 2015). Il gruppo ha concluso i suoi lavori il 15 giugno 2010 ed ha formulato sette raccomandazioni, che possono rappresentare un orientamento anche per gli altri comparti. In sostanza le raccomandazioni formulate sono: a) il rafforzamento dei rapporti contrattuali tra produttori e trasformatori, promosso anche da linee guida con carattere vincolante; b) il consolidamento di una contrattazione collettiva dei produttori, volta a negoziare collettivamente le condizioni contrattuali; c) l’utilizzo di organizzazioni interprofessionali con lo scopo di garantire la concentrazione dell’offerta; d) la trasparenza nella filiera, con una sorveglianza sui prezzi dei prodotti alimentari; e) l’esame di possibili strumenti “compatibili con la scatola verde” per ridurre la volatilità del reddito; f) la tutela delle norme di commercializzazione e dei marchi di origine; g) l’innovazione e la ricerca, ricercando complementarità con le iniziative promosse nell’ambito dello sviluppo rurale e dei programmi quadro della ricerca. Particolare attenzione dovrà essere dedicata alle questioni legate alle stabilità del reddito, non solo per la volatilità dei prezzi ma anche per le condizioni atmosferiche e generali di produzione. Su questo argomento il dibattito è particolarmente acceso e riguarda, principalmente, le modalità di assicurazione dell’esercizio dell’attività agricola. Anche su questo argomento, la riflessione dovrà partire sulle esperienze maturate sul tema, come nel caso dell’applicazione dell’art.68 e di alcune iniziative sperimentate a livello europeo, come schemi assicurativi pubblici sulle perdite di reddito o di profitto o attivazione del mercato dei future. 96
  97. Per l’Italia l’insieme degli strumenti da attivare all’interno del contenitore “misure di mercato” dovrebbero portare al riconoscimento del “modello agroalimentare europeo”, con lo scopo ultimo di rafforzare la competitività internazionale delle produzioni attraverso il riconoscimento della qualità e della diversificazione dei prodotti piuttosto che attraverso una mera competizione di prezzo. Il rispetto delle norme in materia di sicurezza alimentare, qualità, ambiente, benessere degli animali si traduce, infatti, in uno svantaggio competitivo nei confronti di chi non è sottoposto alle stesse regole e ai costi che ne conseguono. Per lo sviluppo rurale, dalle discussioni e prime proposte presentate dalla Commissione, gli obiettivi che la politica di sviluppo rurale post 2013 intende porsi ricalcano la struttura dell’attuale assetto, con una maggiore integrazione con la Strategia 2020 e riguardano: 1) sviluppare un settore agricolo competitivo, migliorando l’efficienza delle risorse: accanto alla modernizzazione e ristrutturazione uno speciale focus dovrebbe essere dedicato alle tecnologie verdi, all’adattamento ai cambiamenti climatici e allo sviluppo di energia rinnovabile. Gli all’innovazione, strumenti da trasferimento di utilizzare fanno tecnologie, riferimento acquisizione di competenze, investimenti “verdi”; 2) Conservare le risorse naturali, che si declina nella mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, la gestione sostenibile del territorio al fine di conservare gli ecosistemi, la gestione delle risorse naturali, biodiversità, acqua e suolo. I mezzi previsti per sostenere questo obiettivo sono pagamenti ai gestori del territorio per i beni pubblici forniti, formazione e servizi di consulenza; 3) Sviluppare le aree rurali, con la valorizzazione del potenziale locale e l’inclusione sociale. In questo ambito trovano collocazione investimenti e mobilizzazione del capitale sociale (cooperazione, networking, strategie place based) per diversificare l’economia rurale, sviluppare le infrastrutture locali, mobilitare e collegare gli attori locali, compreso il partenariato pubblico-privato71. 71 INEA (2010), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 62 – 63. 97
  98. La posizione italiana sullo sviluppo rurale è stata presentata il 13 aprile 2010. La politica di sviluppo rurale viene considerata il principale veicolo per il conseguimento di obiettivi legati alla competitività e all’occupazione, con un ruolo centrale dell’agricoltura nel produrre beni e servizi pubblici, anche di carattere sociale. La posizione italiana affronta gli aspetti legati agli obiettivi da conseguire con la politica di sviluppo rurale, e suggerisce alcuni strumenti per la gestione. Riguardo agli obiettivi, la competitività non deve essere affrontata in una sola visione aziendale, ma dovrà essere utilizzata una logica territoriale (intesa come l’insieme delle tecniche produttive, delle relazioni tra soggetti, dal paesaggio alla cultura), che permette alla qualità agroalimentare di affermarsi sui mercati. Il richiamo all’approccio territoriale permea la posizione italiana nel suo complesso, in quanto afferma che le diverse priorità tematiche dovranno essere meglio ancorate ai fabbisogni di ciascun territorio. Mantenendo gli obiettivi degli attuali Assi III e IV alle competenze dello sviluppo rurale, il secondo pilastro dovrà avere una visione integrata e di supporto sia nelle aree rurali più remote, sia in quelle periurbane, dove maggiori sono i richiami e la competizione esercitata dai settori non agricoli. Infine, un’importanza rilevante viene assegnata al potenziamento della governante, Nel 2005 ha preso avvio la più importante riforma della Politica Agricola Comunitaria (PAC) dalla sua istituzione. Una riforma radicale che ha introdotto una nuova modalità di sostegno al settore agricolo: il pagamento unico per azienda (PUA), disaccoppiato dalla produzione (disaccoppiamento), subordinato al rispetto di norme di gestione ambientale e del territorio (condizionalità). I principali punti della politica comunitaria sono riassumibili cosi: 98
  99. - Disaccoppiamento: un pagamento unico per azienda agli agricoltori dell’UE, indipendente dalla produzione; gli agricoltori, in linea di principio, riceveranno il pagamento unico per azienda sulla base delle somme percepite nel periodo di riferimento 2000-2002. - Condizionalità: il pagamento sarà condizionato al rispetto delle norme in materia di (cross-compliance) salvaguardia ambientale, sicurezza alimentare, sanità animale e vegetale e protezione degli animali, nonché all’obbligo di mantenere la terra in buone condizioni agronomiche ed ecologiche. - Modulazione: riduzione dei pagamenti diretti allo scopo di finanziare la nuova politica di sviluppo rurale; la modulazione si applica alle aziende con più di 5000 euro/anno di pagamenti diretti, nelle seguenti percentuali: 3% nel 2005, 4% nel 2006, 5% dal 2007 in poi. - Rafforzamento del secondo pilastro PAC: potenziamento della politica di sviluppo rurale, nuove misure a favore dell’ambiente, della qualità e del benessere animale, nonché per aiutare gli agricoltori ad adeguarsi alle norme di produzione in vigore nell’UE. La politica nazionale di supporto all’agricoltura risente dell’influenza di diversi fattori: - il ruolo preponderante delle Politica agricola comunitaria e di sostegno allo sviluppo rurale, che definisce regole, investimenti ammissibili e condizioni finanziarie, così come si è visto nel capitolo precedente; - l’assetto istituzionale, che conferisce alle Regioni specifica competenza in materia agricola; - l’assottigliamento progressivo e costante delle risorse pubbliche nazionali disponibili per promuovere politiche positive nel settore, particolarmente sentito negli ultimi anni. Partendo dall’ultimo punto, oltre a diverse disposizioni contenute nel recente dl 31 maggio 2010, n. 78 recante “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” che 99
  100. rappresentano l’ultimo tassello di una politica pubblica restrittiva per fronteggiare gli squilibri di bilancio, da dicembre 2008 e nel corso del 2009 il CIPE ha azzerato le risorse assegnate al Fondo Aree Sottoutilizzate per il Piano attuativo Nazionale (PAN) “Competitività dei sistemi agricoli e rurali”. Il Piano consisteva nel rilancio del settore a partire da tre obiettivi di fondo: il rafforzamento della filiera e della qualità delle produzioni, il ricambio generazionale e la ricerca e l’innovazione, con una dotazione complessiva di 875 milioni di euro. Anche gli altri strumenti più di carattere tradizionale hanno subìto decurtazioni nelle fonti di finanziamento, in particolare: - il Fondo di Solidarietà Nazionale, per il quale i tagli sono stati in qualche misura compensati dall’utilizzo dell’art.68 del reg. (CE) n. 73/2009, mediante l’articolo 11 del Decreto MiPAAF del 29 luglio 2009 (GU 220 del 22/09/09) e le risorse dell’’OCM Vino; - il Piano Irriguo Nazionale, che ha mostrato forme di razionalizzazioni della spesa nella misura del 10% per impegni già assunti, ottenute grazie alla rimodulazione di progetti esistenti e con riduzioni nella misura del 45% per nuovi investimenti dal 2011 al 2025, riducendo di fatto la possibilità di nuovi investimenti; - gli investimenti di assistenza tecnica nazionale, quasi del tutto azzerati in parte per carenza di fondi e in parte per trasferimento di competenze alle Regioni. A fronte di queste rilevanti riduzioni, le forme di sostegno al settore derivano sostanzialmente da benefici di carattere fiscale e previdenziale, grazie a un sistema contributivo più leggero rispetto agli altri settori. La stessa definizione di Imprenditore Agricolo Professionale, costituisce un’opportunità rilevante per una fetta di produttori che possono beneficiare di effettivi risparmi di imposte. In realtà, la politica fiscale e contributiva costituisce, attualmente, il principale strumento di sostegno nazionale del settore. Se anche quest’ultimo fosse messo in discussione senza dubbio si creerebbe uno scompenso settoriale con ripercussioni di rilievo su produzione, occupazione e reddito. 100
  101. Da questo punto di vista, con particolare attenzione occorrerà seguire gli sviluppi della Legge 5 maggio 2009, n. 42 "Delega al Governo in materia di federalismo fiscale,in attuazione dell' articolo 119 della Costituzione", con la quale si stabiliscono in via esclusiva i principi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, e disciplina l'istituzione del fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante. La difficoltà finanziaria nel promuovere politiche positive, che sembrano essere non sostenibili in quanto utilizzano risorse scarse, viene in qualche misura bilanciata da un sistema regolativo che punta a sostenere, da un lato, la trasparenza e l’efficienza dei mercati e, dall’altro, scelte sempre più consapevoli del consumatore. Nel corso del 2009, infatti, diversi provvedimenti sono stati orientati proprio a definire i sistemi di qualità certificati e sistemi di tracciabilità in vari comparti. Tra questi si ricordano: - lo sviluppo di progetti sulla tracciabilità dei prodotti e in particolare dell’olio; il decreto attuativo del reg. (CE) n. 182/2009 del 10 novembre 2009 sulle norme di commercializzazione dell’olio d’oliva; - il D. leg. n. 61 dell’8 aprile 2010, che sostituisce la Legge 164 sulla denominazione dei vini, decreto reso necessario dalla riforma OCM vino. In questo caso l’applicazione della politica comunitaria ha avviato un processo di revisione sostanziale a livello nazionale e ha introdotto delle novità non solo per rispondere alla legislazione comunitaria ma anche ad esigenze specifiche nazionali; - la circolare attuativa del 31/03/2010 del sistema di tracciabilità degli oli vegetali puri per la produzione di energia elettrica; - la definizione, in corso di realizzazione, dei Sistemi di qualità nazionali ai sensi del reg. (CE) n. 1974/2006; - per passare al secondo aspetto, l’assetto istituzionale, le iniziative di vigilanza, semplificazione, controllo e regolazione a livello centrale costituiscono elementi di confronto e concertazione con le 101
  102. Amministrazioni Regionali, che, come si è detto in precedenza hanno competenze esclusive in materia. Questo aspetto talvolta agevola la realizzazione di iniziative nazionali largamente condivise; in altri casi, però, può rappresentare un punto di debolezza del sistema regolativo in quanto le responsabilità sono frammentate tra diversi soggetti, e con difficoltà si riesce a riconoscere l’interesse nazionale. Inoltre, in numerosi casi i temi trattati hanno bisogno del coinvolgimento di altri ministeri competenti (Salute, Ambiente, Sviluppo Economico ecc.) e le iniziative possono subire rallentamenti nei processi decisionali e perdita di efficacia. A questo riguardo, proprio per rappresentare la necessità di un raccordo con gli altri Ministeri competenti, si segnala che nel marzo 2009 è stato presentato dal MiPAAF il disegno di Legge n. 2260, di concerto con il Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, con il Ministro per i Rapporti con le Regioni e con il Ministro per le Politiche Europee, che ha per oggetto “Disposizioni per il rafforzamento della competitività del settore agroalimentare”. I sette articoli di cui si compone il disegno di legge mirano, da un lato, a rilanciare il settore mediante i contratti di filiera e di distretto e, dall’altro, a rafforzare il sistema di tracciabilità delle produzioni e a contrastare le frodi con un potenziamento complessivo del sistema e delle sanzioni72. L’evoluzione degli ultimi anni del settore primario italiano e le recenti dinamiche negative che hanno interessato l’economia nel suo complesso e l’agricoltura in particolare costituiscono i segnali di un profondo processo di ristrutturazione che dovrà interessare il settore nel prossimo futuro. A livello nazionale vi sono due grandi aree di lavoro. La prima riguarda il riconoscimento di temi e fabbisogni su cui è opportuno avere una visione ampia e che rifletta i temi di rilevanza nazionale, mentre 72 INEA (2010),“Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag 65- 66. 102
  103. la seconda si fonda sulla necessità di trovare migliori strumenti di governance istituzionale proprio per fronteggiare la frammentazione di competenze e rendere il sistema nel suo insieme più efficiente. Riguardo ai fabbisogni di valenza nazionale, è sempre più evidente la percezione che i prossimi anni saranno caratterizzati da una progressiva scomparsa di aziende non capaci di stare sul mercato. Questa fuoriuscita comporta la necessità di attivare strumenti per governare il processo, in modo tale che non vi sia un semplice abbandono. In primo luogo, poiché i valori fondiari sono superiori alle possibilità di remunerazione dall’attività agricola, potrebbero essere adottati sistemi che agevolino l’affitto dei terreni e la loro mobilità in termini di impiego produttivo. Un secondo importante passaggio è costituito dalla capacità delle produzioni italiane di competere in uno scenario dove i prezzi oscillano senza che il produttore possa minimamente influenzarne l’andamento. Tale capacità si costruisce sulla differenziazione del prodotto, la qualità e l’organizzazione in filiera. Questi strumenti si basano tutti sul concetto di “tracciabilità” delle produzioni, che costituisce, se vogliamo, il livello minimo della qualità. La tracciabilità è anche un importante strumento di comunicazione e sensibilizzazione per il consumatore. Se è vero che in periodi di crisi economica l’attenzione del consumatore è prevalentemente rivolta al prezzo, è pur vero che una fascia di consumo è stabilmente attratta dalla salubrità e dalla qualità della produzione. Su questo tema, pertanto, l’attenzione va rivolta a rafforzare i sistemi di tracciabilità e le iniziative di educazione del consumatore. Su questi due aspetti possono essere poi costruite strategie di filiera e commerciali (in particolare i rapporti con la grande distribuzione organizzata). In questi ultimi tempi è emerso con forza il molteplice ruolo dell’agricoltura nell’ offrire beni e servizi oltre che produzioni alimentari. 103
  104. Le bio-energie, l’agricoltura sociale, la vendita diretta costituiscono delle opportunità di reddito e occupazione di rilievo proprio per quelle realtà che non riescono ad essere competitive sul mercato. Infine, per evitare un abbandono con gravi conseguenze negative sull’ambiente, un compito specifico va assegnato alle iniziative di ricerca, di sviluppo, di assistenza tecnica e formazione. Il passaggio progressivo da un’agricoltura intensiva ad una estensiva, le innovazioni necessarie a ridurre i costi di produzione, la necessità di adottare pratiche più sostenibili dal punto di vista ambientale e del risparmio idrico ed energetico, creano una domanda di ricerca che deve confrontarsi con uno scenario profondamente mutato nel corso degli ultimi cinque anni. Le stesse attività di assistenza tecnica e formazione, in relazione a temi di rilevanza nazionale, possono costituire delle valide opzioni di supporto, senza per questo interferire su competenze di natura regionale73. Questo tema apre il campo alla seconda area di lavoro: il miglioramento degli strumenti di governance delle politiche agricole. A dieci anni dalla riforma del titolo V della Costituzione, sono intervenuti importanti cambiamenti nella definizione delle politiche agricole che vanno dal sempre maggiore ruolo della Politica Comunitaria nell’orientare e condizionare le scelte nazionali, con flussi finanziari che rappresentano oltre i 2/3 di quelli dedicati al settore, alla riduzione delle disponibilità di fondi pubblici per sostenere specifiche iniziative nazionali. Inoltre, le nuove funzioni assegnate all’agricoltura assieme con i processi di federalismo fiscale (si veda quanto detto nelle pagine seguenti in tema di politica regionale) complicano un quadro articolato di competenze, strutture organizzative e amministrative di riferimento. Non si vuole entrare nel dettaglio in un tema tanto delicato, tuttavia è opportuno avviare una riflessione, da un lato, sull’utilizzo di modelli di 73 INEA (2010), “ Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 65 – 67. 104
  105. concertazione più efficienti, capaci di superare situazioni di vischiosità istituzionale, e, dall’ altro, su soluzioni organizzative e gestionali che permettano di utilizzare al meglio i flussi finanziari generati dalle politiche comunitarie. La competenza regionale in materia agricola, come è noto, si incrocia con altri livelli di competenza sia in quanto la materia agricola non riguarda più solo l’aspetto “produttivo” ma è direttamente connessa alla tutela dell’ambiente e del paesaggio, all’alimentazione, al governo del territorio, ecc. sia per la complessa interazione tra le politiche comunitarie, nazionali e regionali attuate attraverso una pluralità di strumenti di programmazione sia di carattere generale che settoriali. La maggiore autonomia in materia agricola ha prodotto a livello regionale diversi approcci, che si sono concretizzati in diverse scelte normative e giuridico - istituzionali. Se si analizza l’intervento regionale nel settore agricolo e agroalimentare, nel corso del 2009, è possibile individuare le linee direttrici principali delle politiche regionali: - il rafforzamento e la semplificazione del quadro normativo che disciplina l’attività agricola; - il sostegno al consumo di prodotti regionali; - gli interventi di tipo agro - ambientali; - la gestione del rischio per le emergenze per fitopatie e danni da incendi o condizioni climatiche avverse (alluvioni, grandinate, ecc.); - il sostegno all’economia locale attraverso un miglioramento dell’accesso al credito e della fiscalità. L’impianto strategico portato avanti nella maggioranza delle Regioni, riprende, almeno in parte, le grandi priorità della Politica di sviluppo rurale per la programmazione 2007/2013 (competitività dell’agricoltura, gestione del territorio, diversificazione delle zone rurali/qualità della vita, governance locale). Più in particolare, dopo l’approvazione dei PSR dalle varie Regioni sono state avviate le procedure di attuazione delle misure quali l’apertura dei 105
  106. bandi, la raccolta delle domande e della relativa documentazione tecnica, fino ad arrivare alla concreta erogazione dei fondi comunitari. Molte Regioni hanno avviato, nel corso del biennio 2009-2010, il pagamento di spese riconducibili ai cosiddetti trascinamenti (misure agro ambientali, investimenti nelle aziende agricole, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli e agriturismo), al pacchetto giovani (comprendente misure relative ad investimenti aziendali, alla formazione, consulenza, agriturismo e sistemi di qualità), alle indennità compensative e alle misure forestali. Per quanto riguarda l’assetto strutturale della legislazione, molte Regioni hanno proseguito l’opera di sistemazione e adeguamento del quadro normativo e regolamentare avviata negli anni precedenti, aumentando altresì le procedure di valutazione degli effetti delle leggi e/o delle politiche. La semplificazione normativa e il riordino sono obiettivi inseriti, già da tempo, nell’agenda politica delle Regioni al fine di ridurre la numerosità e migliorare la qualità/leggibilità della propria produzione normativa che rende difficile a cittadini e operatori l’individuazione della regola da applicare 74. Ciò ha comportato, da un lato, una riduzione del numero di leggi prodotte e, dall’altro, una maggiore attenzione delle Regioni per i processi di riordino e razionalizzazione normativa soprattutto in seguito ad un’aumentata propensione, rispetto ai primi anni dopo le riforme amministrative e costituzionali, delle stesse sia a legiferare in alcune delle materie di nuova attribuzione sia all’introduzione di Testi unici di settore. A ciò si aggiunge, nel corso degli ultimi anni il passaggio dall’utilizzo di norme di “manutenzione” riguardanti interventi di modifica e integrazione di leggi preesistenti rispetto a leggi che disciplinano interamente una determinata materia. 74 INEA (2010) ,“Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 68 – 69. 106
  107. D’altro canto però, continuano ad avere un certo rilievo le leggi di tipo “intersettoriale” che condizionano il settore agricolo e la legge finanziaria regionale quale legge “contenitore”, che, al di là del numero degli articoli, fa registrare un ampliamento del suo contenuto “tipico”. Tale legge, infatti, oltre ad autorizzare il rifinanziamento delle leggi regionali di spesa relative ai diversi settori di intervento e a dettare disposizioni sia di natura patrimoniale e produttiva sia sul contenimento della spesa, dispone anche su profili ordinamentali, organizzativi o microsettoriali. A tale legge si affiancano i numerosi interventi che, nel corso degli ultimi, anni hanno inciso sul riordino territoriale e sul conferimento di funzioni e compiti amministrativi al sistema delle autonomie locali. La conoscenza e l'utilizzo dei prodotti agricoli e agroalimentari di qualità, l'accesso diretto del consumatore al mercato di tali prodotti, nonché la riduzione dei consumi energetici e delle emissioni inquinanti legate al loro trasporto sono alla base degli interventi di sostegno al consumo di prodotti regionali. In tale ottica, assumono primaria importanza gli interventi volti al rafforzamento della produzione e del consumo di prodotti agricoli e agroalimentari di prossimità, di qualità riconosciuta e certificata e biologici, nonché l'organizzazione di filiere corte di tali prodotti, tramite misure di politica economica volte alla valorizzazione sia delle produzioni locali che del territorio regionale, alla divulgazione e comunicazione in all’innovazione e ambito agricolo, agroalimentare allo sviluppo integrato e delle zone forestale, rurali e dell’economia locale. Si tratta di atti normativi evidentemente accomunati dallo scopo strategico di avvicinare domanda e offerta dei prodotti agricoli, agendo anche in forma indiretta sui processi di filiera e sulla disciplina dei distretti rurali e agroalimentari di qualità, sul sostegno delle produzioni tipiche locali e del loro consumo, sulla promozione della 107
  108. vendita diretta, sugli accordi per l’integrazione delle filiere e delle filiere corte, sulla tutela delle piante, delle risorse genetiche, razze e varietà locali di interesse agrario, sull’istituzione di enoteche regionali, strade del vino e dell’olio, sulla tutela e la promozione dell’apicoltura, dell’agriturismo, delle fattorie didattiche e sociali. Al fine di assicurare condizioni di tutela e valorizzazione dell’ambiente, salvaguardandone le componenti naturali e biologiche favorevoli all’insediamento umano e allo sviluppo della flora e della fauna, le Regioni adottano una serie di provvedimenti sia relativi al settore agricolo in senso stretto sia a valenza ambientale ma con potenziali effetti sul sistema delle imprese agricole, o riguardanti il settore forestale e della pesca, quali: istituzione di parchi e riserve regionali, norme per la pianificazione paesaggistica e la valorizzazione del paesaggio, la tutela della piccola fauna, della flora e della vegetazione spontanea, incentivi per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, l’istallazione di impianti eolici e fotovoltaici, nonché interventi in materia di bonifica, finalizzate alla difesa e al deflusso idraulico e alla tutela del paesaggio agricolo e rurale, vallivo e lagunare, alla provvista e all’utilizzazione delle acque a uso prevalente irriguo, alla conservazione e valorizzazione del patrimonio idrico. Particolarmente rilevanti sono stati negli ultimi anni gli interventi volti a consolidare/limitare le esposizioni debitorie e agevolare l’accesso al credito delle piccole e medie imprese agricole e agroalimentari. Più in particolare, in numerose Regioni sono stati approvati interventi in funzione anti-crisi per favorire la ripresa dell’economia locale, promuovere lo sviluppo economico e rilanciare la competitività del sistema produttivo locale, attraverso finanziamenti agevolati per la formazione di scorte, finalizzati all'acquisto di prodotti e materiale di consumo funzionali all'esercizio dell'attività agricola (mezzi tecnici di produzione a logorio totale, cioè quei prodotti/materiali di consumo che esauriscono il loro effetto nel corso dell’annata di riferimento); credito 108
  109. agrario di esercizio a tasso agevolato, al fine di migliorare l'efficienza economica e produttiva delle aziende in considerazione delle condizioni climatiche avverse, nonché della perdurante crisi congiunturale. Vengono concessi, nei limiti del regime “de minimis”, il concorso nel pagamento degli interessi sui prestiti agrari di conduzione e sui prestiti agrari pluriennali, destinati alla ristrutturazione dei debiti di natura agraria a breve termine. Altri interventi riguardano il consolidamento delle passività onerose in agricoltura, i contributi prestiti di esercizio, consolidamento per il pagamento comprese le passività degli interessi sui arretrate, e per il delle passività onerose gravanti sulla gestione e derivanti da operazioni creditizie in essere. Di seguito, vengono riportati i dati, relativi alle risorse di politica agraria (restano escluse rispetto al sostegno pubblico complessivo le agevolazioni), media 2002-2008, ripartiti per fonti e per regioni. Le spese di politica agraria (escluse le agevolazioni) dagli anni 2000 in poi hanno registrato una media di 11,2 miliardi di euro, anche se dal 2006 al 2008 il sostegno non ha mai superato la soglia degli 11 miliardi di euro, con l’eccezione dell’anno 2001 quando è salito a 12,4 miliardi, si registra nel complesso un trend decrescente della spesa pubblica per l’agricoltura. Con riferimento all’ultimo anno disponibile (ovvero il 2008) il consolidato complessivo (trasferimenti e agevolazioni) assomma a 16,1 miliardi di euro, dei quali 10,4 miliardi (64,5%) dovuti ai trasferimenti e 5,7 miliardi alle agevolazioni (35,5%)75. Negli ultimi quattro anni il sostegno derivante da trasferimenti di origine comunitaria si è attestato intorno al 50% circa del totale, mentre quelli di origine statale (Ministeri e enti nazionali quali Sviluppo Italia, ISMEA, ISA) hanno registrato una diminuzione costante passando dai 18,5 miliardi di euro del 2005 ai 12,2 miliardi del 2008, diminuzione 75 INEA (2010), “ Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”, Roma, pag. 70 – 72. 109
  110. compensata in parte dall’aumento della componente regionale soprattutto nelle annualità 2006 e 2008, quando il peso di queste risorse si è attestato al 38% circa. Se si fa riferimento alle sedi dove si decide la destinazione dei trasferimenti, la componente comunitaria supera peraltro quella nazionale: 54,1% UE , 45,9% Italia. Più in particolare, le spese FEAGA (1° Pilastro PAC) rappresentano il 49% del totale, quelle FEASR (sviluppo rurale) solo il 5%, le spese regionali il 38% e quelle dei Ministero e degli enti nazionali l’8%. - Grafico 7 - Composizione dei trasferimenti di politica agraria, (2005-2008) Fonte: INEA (2009), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”. - Tabella 5. Spese di politica agraria suddivise per fonti e per Regioni,media (2002 – 2008). 110
  111. 111
  112. I trasferimenti su base regionale evidenziano, nel periodo che va da 2002 al 2008, un sostegno medio annuale abbastanza simile sia per il Nord (44% pari a 4.823 miliardi di euro) che per il Sud e le Isole (41,9% pari a 4.606 miliardi), mentre al Centro i trasferimenti hanno un incidenza minore (14,2% pari a 1.555 miliardi). - Grafico 8 - Spesa media per trasferimenti di politica agraria suddivise per circoscrizioni (media 2002-2008) Fonte: INEA (2009), “Rapporto sullo stato dell’agricoltura italiana”. In estrema sintesi, si rileva un trend decrescente della spesa pubblica per l’agricoltura. I dati del consolidato evidenziano a livello nazionale, in conseguenza a politiche di contenimento della spesa pubblica, una riduzione della spesa, non legata al cofinanziamento comunitario, per il settore agricolo. Le Regioni, quindi, sempre più, incontrano importanti vincoli di cassa – riconducibili al patto di stabilità – e a prevalenti esigenze di spesa, in particolare quelle relative alla sanità. 2.4 Politiche fiscali di incentivazione 112
  113. La precedente finanziaria del 2008, in campo agroalimentare, ha implementato una serie di disposizioni a livello fiscale volte ad incentivare l’attività delle imprese agricole e alimentari. Sono riportati qui in basso i principali punti indicanti le agevolazioni fiscali per gli imprenditori: 1. La soluzione del Contenzioso Cooperative/INPS: viene prevista la possibilità di rateizzare i contenziosi pagando il 100%, senza sanzioni, in venti anni e versamento degli interessi legali. Per chi ha già versato, viene riconosciuto un credito previdenziale del 40% maggiorato degli interessi legali. E’ una norma che riguarda numerose cooperative agricole, anche di grandi dimensioni; 2. Agevolazioni per l’acquisizione d’impresa (art. 1 comma 46): viene prevista un’imposta sostitutiva dell’IRES e dell’IRAP, del 12% per i maggiori valori da acquisizione fino a 5 milioni di euro, 14% fino a 10 milioni, 16% oltre i 10 milioni: inoltre l’imposta sostituiva è versata ratealmente. Si tratta di un significativo incentivo alla concentrazione anche per le piccole e medie imprese agroalimentari, che può essere di interesse cooperativo. 3. L’esclusione dall’IRAP dei premi comunitari erogati per la ristrutturazione del settore bieticolo-saccarifero, insieme a 50 mln di euro per il 2008; le riconversioni degli stabilimenti sono facilitate; 4. L’applicazione dell’aliquota agevolata IRAP agricola anche alle cooperative forestali; 5. Lo sviluppo della multifunzionalità agroforestale attraverso l’applicazione di norme per le cooperative per affidamento di lavori da parte di enti pubblici ed enti locali. A proposito del credito d’imposta per l’internazionalizzazione, lo schema di decreto legislativo approvato recentemente in via preliminare 113
  114. dal Consiglio dei Ministri, con il quale sono state recepite le richieste della Commissione europea per rendere operativa la norma, ha reso l’incentivo molto più favorevole per le imprese cooperative agricole, eliminando la riduzione ad un terzo del beneficio per tali imprese prevista dalla finanziaria 2007, in modo che le cooperative agricole possano beneficiare del credito d’imposta in misura piena. Con la finanziaria 2007 sono state introdotte importanti misure di sostegno, rese operative nei mesi scorsi: dalla riduzione del cuneo fiscale agli incentivi alle imprese recati dal Fondo investimenti del Ministero dello sviluppo economico, all’incremento del fondo Made in Italy. Nel decreto legge “Milleproroghe”, recentemente convertito in legge 31/2008, sono stati destinati 150 milioni di euro al regime di aiuti per l’agro - industria gestito da ISA Spa, un regime molto gradito dalla Cooperazione agricola. Inoltre ISA potrà contare su ulteriori risorse grazie all’incorporazione di Buonitalia spa. - Grafico 9 – Destinazione spese ISA S.p.a. per settore.) Fonte: ISA S.p.a. (2009) 114
  115. Anche questo potrà favorire l’internazionalizzazione delle imprese cooperative. Con il recente decreto interministeriale sul riordino degli incentivi del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, poi, è possibile il rilancio dei contratti di filiera e di distretto, grazie ai fondi accantonati dal Fondo aree sottoutilizzate per le finalità del settore agroalimentare. Si ricorda che la legge finanziaria per il 2007 (n. 296/06), aveva previsto incentivi fiscali alla internazionalizzazione del sistema agroalimentare. In particolare, ai commi da 1088 a 1090, viene previsto un credito d’imposta di un importo pari al 50% del valore degli investimenti in attività di promozione pubblicitaria realizzati da imprese agricole e agroalimentari, anche in forma cooperativa, in mercati esteri. L’agevolazione riguarda gli investimenti realizzati in eccedenza rispetto alla media di quelli analoghi fatti nei tre periodi di imposta precedenti. Essa è stata efficace per i periodi d’imposta 2008 e 2009. Sotto il profilo soggettivo l’incentivo ha riguardato le imprese, anche cooperative, operanti nel settore agricolo e agroalimentare che, negli esercizi 2008 e 2009, hanno effettuato investimenti in attività di promozione e di marketing sui mercati internazionali76. Per determinare l’ammontare dell’incentivo fiscale occorre confrontare gli investimenti in attività promozionale su mercati esteri realizzati nel periodo di imposta e nei due successivi con la media di investimenti analoghi realizzati nei tre periodi di imposta precedenti. Pertanto, ai fini della determinazione dell’agevolazione per il periodo d imposta 2009, la media riguarda gli investimenti effettuati nel periodo 2006-2008. In ogni caso, il comma 1090 precisa che possono beneficiare dell’incentivo fiscale alla internazionalizzazione delle imprese agricole e agroalimentari anche quelle che hanno iniziato l’attività da meno di tre anni, purché fossero già in attività al primo gennaio 2007. 76 www.gazzettaufficiale.it 115
  116. In tal caso la media da considerare è quella risultante dagli investimenti effettuati nei periodi di imposta precedenti a quello in corso al primo gennaio 2008 o 2009. In sostanza per i contribuenti in attività da meno di tre anni si deve assumere la media facendo riferimento agli anni di attività precedenti a quello dell’investimento. Rientrano nella agevolazione le campagne promozionali attuate mediante comunicazione diretta, quali la stampa, i cartelloni pubblicitari, messaggi televisivi, le ricette culinarie, l’organizzazione di eventi e di promozione di fiere, le manifestazioni e varie azioni di comunicazione diretta rivolte ai consumatori stranieri. Sono inoltre agevolate le spese sostenute per la locazione e l’installazione di stand e quelle destinate ai servizi forniti anche da consulenti esterni. Sono invece non agevolate le spese sostenute per l’esportazione vera e propria di prodotti agricoli all’estero. Il credito d’imposta potrà essere utilizzato soltanto in compensazione di altre imposte o contributi a debito ai sensi dell’articolo 17 del Dlgs n. 241/1997. In sostanza mediante il credito d’imposta potranno essere non versate le imposte dirette che risulteranno dalle dichiarazione, l’Iva, l’Irap e i contribuiti previdenziali dei lavoratori dipendenti o del titolare e comunque limitatamente alle imprese individuali77. L’articolo 5 del decreto 24 luglio 2009 dispone che il credito d’imposta non concorre a formare il reddito ai fini delle imposte dirette e dell’Irap. Quindi le imprese agroalimentari tassate a bilancio, non dovranno assoggettare a imposte la sopravvenienza attività corrispondete al credito d’imposta78. 77 78 www.agricoltura24.com www.politicheagricole.it/ministero 116
  117. CAPITOLO 3 - La struttura del sistema agroalimentare siciliano 3.1 Il comparto ortofrutticolo nel sistema agroalimentare della regione Prima di introdurre l’analisi del settore agroalimentare siciliano sembra opportuno indicare la differenza tra agricoltura e industria agroalimentare. L'agricoltura è l'attività economica che consiste nella coltivazione di specie vegetali. La finalità principale dell'agricoltura è di ottenere prodotti dalle piante da utilizzare a scopo alimentare o non, ma sono possibili anche altre finalità che non prevedano necessariamente l'asportazione dei prodotti. Tradizionalmente, nella cultura italiana, l'agricoltura è popolarmente riferita allo sfruttamento delle risorse vegetali a fini alimentari, mentre lo sfruttamento delle corrispondenti risorse di origine animale, l'allevamento, ne è quasi ritenuta antitetica. A fini scientifici e giuridici, comunque, entrambe le materie sono comunemente riunite nella più vasta accezione di agricoltura, che abbraccia la coltivazione delle piante (arboree, erbacee), l'allevamento degli animali e lo sfruttamento delle foreste. A differenza della semplice raccolta dei prodotti naturali della terra, l'agricoltura è una tecnica che interviene modificando i fattori naturali della produzione vegetale allo scopo di incrementare, in qualità e quantità, il prodotto. La raccolta, infatti, sfrutta la produzione naturale del tutto subordinata alle esigenze specifiche delle piante e alle dinamiche dell'ecosistema senza alcun intervento dell'uomo. L'agricoltura prevede invece l'intervento dell'uomo nel correggere, a suo favore, le condizioni intrinseche ed estrinseche che determinano la produzione vegetale. 117
  118. L'industria agroalimentare è un settore che si occupa della trasformazione, della conservazione e della commercializzazione dei prodotti agricoli e alimentari. La trasformazione agroalimentare consiste in un processo tecnologico ed economico in grado di creare valore aggiunto ad un prodotto agricolo. Il prodotto agroalimentare può avere forma e condizioni diversi rispetto al prodotto agricolo ( materia prima). L'industria agroalimentare comprende tutte le imprese che operano a monte o a valle della produzione agricola ed alimentare. Molte delle imprese agricole e agroindustriali del Sud - Italia affrontano difficoltà finanziarie rilevanti soprattutto nei rapporti con la grande distribuzione, la quale si avvantaggia di un potere contrattuale maggiore rispetto ai produttori, determinando la conseguente perdita di quote di mercato per le imprese produttrici e/o trasformatrici di prodotti agricoli. Le principali cause vanno rintracciate nella eccessiva frammentazione del sistema produttivo meridionale e nelle ridotte dimensioni delle imprese che operano sia nelle fasi a monte della filiera, sia in quelle più a valle e poi nella scarsa collaborazione attuata tra i vari imprenditori, che, ricorrendo all’associazionismo, avrebbero la possibilità di accrescere il loro potere contrattuale e porsi in maniera più integrata con la grande distribuzione. Nonostante negli ultimi anni siano aumentate le nuove denominazioni e marchi di origine, le produzioni meridionali continuano ad essere prevalentemente “unbranded”. Il settore primario siciliano è stato da sempre il volano dell’economia regionale. Tuttavia nell’ultimo decennio la crisi a livello nazionale, che ha investito il settore dell’agricoltura, ha assunto dimensioni notevoli: 500.000 sono le aziende che in Italia, tra il 2000 e il 2010, hanno chiuso i battenti. Solo nel 2010, sono state 20 mila le imprese scomparse dal mercato. Secondo una stima della Cia79, entro il 2013 potrebbero 79 www.cia.sicilia.it 118
  119. chiudere altre 150 mila aziende. Solo in Sicilia, dal 1990 a oggi, gli ettari coltivati sono passati da 1,6 a 1,25 milioni. Nello stesso periodo, le imprese agricole siciliane che hanno chiuso i battenti sono state 184 mila. Se nel 1990, c’erano in tutta l’Isola 18 mila allevamenti, oggi sono circa 7 mila. Gli agricoltori siciliani si trovano schiacciati da un lato dall’aumento dei costi di produzione, dall’altro dalla contrazione del valore della produzione. Tra il 2005 e il 2010, la Cia ha calcolato aumenti del 30 per cento del costo dei fertilizzanti, del 22,4 per i mangimi e del 7,4 per i carburanti. Più o meno nello stesso periodo, tra il triennio 2006-2008 e il 2009, secondo l’assessorato regionale all’Agricoltura, i redditi derivanti dalla coltivazione dei cereali sono scesi in media del 38 %. Un trend negativo che riguarda quasi tutte le produzioni: l’olio (-24 per cento), l’uva da vino (-46 per cento), l’uva da tavola (-25 per cento), le arance (-17 per cento). Crollano anche i redditi delle produzioni zootecniche, con una riduzione del 41 per cento nel settore ovi-caprino e del 39 per le carni bovine80. A conclusione del 2009 l’anagrafe delle imprese siciliane chiude in pareggio, ma artigianato e agricoltura sono i settori più in difficoltà. Questo è quanto risulta dall’ultimo studio condotto da Infocamere 81, la società consortile che si occupa di rilevare per ogni trimestre i tassi di natalità e mortalità che riguardano le imprese italiane. Gli ultimi dati confermano la tendenza già in atto da tempo e cioè che le società di capitale stanno crescendo in maniera sostenuta a fronte di una riduzione progressiva delle ditte individuali. In effetti, è stata proprio la diversa forma giuridica delle imprese a determinare il crollo di determinati comparti economici e, per contro, lo sviluppo di altri. Ciò è chiaramente osservabile nel caso delle imprese che operano nel settore dell’artigianato e dell’agricoltura la cui componente principale è costituita dalle ditte individuali o società di persone che stanno subendo i duri colpi della crisi. 80 81 www.cia.sicilia.it www.infocamere.sicilia.it 119
  120. Molti sono i fattori che concorrono a causare le suddette difficoltà e pare che il problema non sia tanto la crisi produttiva quanto la scarsità dei mezzi per commercializzare i prodotti agricoli e artigianali in modo da renderli competitivi sui mercati nazionali ed esteri. In sostanza, imprese molto piccole, come nel caso di ditte individuali, mancano di personale specializzato e hanno una scarsa attitudine all’innovazione. Altri fattori da considerare sono il difficile rapporto tra imprese di piccole dimensioni e banche, soprattutto per quanto riguarda l’accesso al credito, e la necessità di sviluppo dei processi di internazionalizzazione82. Le imprese meridionali dovrebbero puntare alla differenziazione del prodotto, enfatizzandone la qualità e il processo di identificazione con il territorio di origine.I dati ISTAT sull’andamento dell’export testimoniano che, nonostante la ricchezza di offerta sul mercato internazionale, la forza di immagine dei prodotti non consente al Mezzogiorno di fare quel salto competitivo necessario ad instaurare un processo di sviluppo e di crescita adeguato. Le imprese agroindustriali del sud hanno mostrato livelli di crescita economica e dimensionale differenti e non omogenei a causa della struttura industriale preesistente. Come conseguenza, le politiche di sviluppo messe in atto dalle varie autorità regionali hanno avuto un impatto diverso da regione a regione. Nel caso della Sicilia, le politiche di incentivazione piuttosto che spingere verso la creazione di forme associative, come è avvenuto in maggior misura nelle altre regioni meridionali, hanno avuto l’effetto di incrementare le immobilizzazioni tecniche che hanno inciso sull’aumento del fatturato medio83. Il Coreras84 nel corso del 2004 ha condotto un’interessante indagine sulle 82 83 84 85 www.infocamere.sicilia.it Coppola F.S., Capasso S., Ferrara O., (2005) “Il sistema agroalimentare nel Mezzogiorno :le sfide dell’industria agroalimentare”, Rassegna Economica n° 2, dicembre, Napoli 84 www.coreras.it 120
  121. imprese del comparto agroalimentare siciliano che sono certificate ISO 9001 e ISO 14001 in parte. Il campione di imprese considerato si adatta bene all’universo complessivo delle aziende agroalimentari siciliane in quanto molte di queste risultano essere certificate secondo gli standard internazionali, anche per rispondere meglio a quelle esigenze di sicurezza alimentare proprie dei consumatori. Dai risultati dell’indagine è emerso che il settore agroalimentare siciliano, in linea generale, è costituito da imprese di tipo tradizionale, con una struttura organizzativa accentrata nella persona dell’imprenditore. Le forme giuridiche più comuni sono infatti l’impresa individuale e la società di persone (società semplice o di fatto, società in nome collettivo, società in accomandita semplice). Le imprese rilevate che adottano le certificazioni ISO 9001, ISO 14001, UNI 10939 ed 11020, sono invece prevalentemente (58,3% del totale), pur con alcune differenziazioni, società di capitale (società per azioni e società a responsabilità limitata). Questa peculiarità è indice di un elevato livello di solidità economica ed organizzativa che consente di far fronte agli impegni economici e gestionali legati all’acquisizione ed al mantenimento della certificazione. Le società di capitale si riscontrano in tutti i settori ed in particolare per le attività più “industrializzate” (vitivinicolo e conserve vegetali e succhi), mentre sono meno frequenti nelle attività più “agricole” quali quelle che lavorano il prodotto fresco (agrumi, ortofrutticolo). Infatti nel settore agrumario la forma giuridica più rappresentata è la società di persone (50% del totale attività). L’impresa associativa invece è predominante nel settore ortofrutticolo (45,5% del totale attività), mentre il settore olivicolo si divide fra l’impresa individuale e la società di capitale. Nelle imprese rilevate, risultano occupati a pieno tempo 1.607 addetti, dei quali 7,9% indipendenti e 91,4% dipendenti, a cui si aggiungono 1.806 stagionali. Il cospicuo numero dei dipendenti lascia intendere che si tratta 121
  122. di imprese moderne con una struttura organizzativa suddivisa in reparti e con una attribuzione definita delle competenze e delle responsabilità. La maggiore presenza di addetti a pieno tempo si riscontra nei settori lattiero-caseario, vitivinicolo e delle conserve vegetali e succhi, che insieme ragguagliano il 61,5% del totale addetti. La gran parte degli stagionali viene assorbita da quei settori in cui le lavorazioni si concentrano in alcuni periodi dell’anno: infatti il 74,4% degli stagionali è occupato nell’agrumario fresco e nell’ortofrutticolo, segue il settore vitivinicolo e delle conserve vegetali e succhi (insieme 19,7%)85. Le società di capitale assorbono la quasi totalità degli addetti a tempo pieno: l’analisi per settore economico infatti, mette in evidenza che soltanto nell’ortofrutticolo e nell’olivicolo si conta una buona percentuale di impiegati nelle società cooperative (40,2%) e nelle imprese individuali (34,2%). I risultati mettono in evidenza che le imprese oggetto dell’indagine sono per lo più di piccole e medie dimensioni e che le certificazioni volontarie di sistema e di prodotto hanno una scarsa diffusione tra le imprese di piccolissime dimensioni (a conduzione familiare, con un numero di addetti inferiore a 6 e fatturato inferiore a 500 mila euro); le quali, gravate da vecchi e nuovi adempimenti legislativi, come l’Haccp, il regolamento 178/2000 sulla tracciabilità ed i più recenti regolamenti sugli Ogm e sugli allergeni, non sono in grado di affrontare i costi aggiuntivi derivanti dall’acquisizione e mantenimento di una certificazione volontaria. Una conferma della prevalenza della piccola e media dimensione delle imprese rilevate si ha facendo riferimento alla ripartizione per classe di fatturato. Risulta che ben il 65 % delle imprese rilevate ha indicato un 85 Il Consorzio regionale per la Ricerca Applicata e la Sperimentazione (Coreras), ha condotto questa indagine nel corso del 2004 in collaborazione con l’Assessorato regionale Agricoltura e Foreste della Regione Sicilia. 122
  123. fatturato compreso tra i 2,5 milioni e i 25 milioni di euro (si tratta sopratutto di imprese vitivinicole, ortofrutticole ed agrumarie).Le imprese con un fatturato inferiore ai 2,5 milioni di euro ragguagliano invece il 28,3%: il settore maggiormente rappresentato è quello olivicolo.86 Analizzando altri dati del Coreras, risulta che l’export dei prodotti agricoli siciliani è calato negli ultimi dieci anni. Flessione che si è acuita nel biennio 2008-2009 a causa della crisi economica internazionale. Di contro, dal 2000 a oggi è aumentata l’importazione, e se questo doppio fenomeno dovesse continuare la bilancia commerciale siciliana andrà in pareggio, mentre finora è sempre stata in attivo (attualmente per circa 80 milioni di euro). Secondo i dati elaborati in vari studi dal Coreras87, negli ultimi dieci anni le esportazioni dei prodotti dell’agricoltura siciliana sono calati del 2,5% con un segno fortemente negativo dei prodotti dell’industria agroalimentare (-11%), mentre i prodotti agricoli venduti sfusi hanno fatto registrare un incremento del 6%. Al contrario l’import è aumentato del 16% con un balzo del 30% per quanto riguarda l’industria alimentare. Il biennio della crisi, invece, ha registrato solo segni negativi sia per l’export (- 17% in totale, con i prodotti agricoli a - 25% e quelli dell’industria agroalimentare a – 6%) che per l’import (-9%). La Sicilia non è una regione dove si può consumare tutto ciò che si produce, anzi ha una vocazione all’internazionalizzazione: soltanto il 30% dei prodotti può rimanere in Sicilia, il resto dovrebbe andare fuori, tuttavia oggi solo il 10% supera i confini nazionali. Nello specifico, il comparto ortofrutticolo, costituisce il punto di forza di intere aree agricole, rappresentando il 23 % circa del valore della 86 87 www.coreras.it www.coreras.it 123
  124. produzione agricola regionale ai prezzi di base (865.967 milioni di euro, Istat, media 2000-2006). In Sicilia la vocazione pedo-climatica rappresenta un vantaggio competitivo soprattutto nelle fasce costiere, sia per le colture protette sia per quelle di pien’aria, di conseguenza, le produzioni siciliane possono essere presenti sui mercati interni ed esteri con un esteso calendario stagionale ed una vasta gamma di produzioni orto–frutticole. L’orticoltura si sviluppa su una superficie di circa 90.000 ettari (Istat, media 2000-2006), pari al 6% circa della superficie agricola utilizzata. In Sicilia, secondo l’ultimo censimento dell’Istat (5° Censimento Generale dell’Agricoltura - anno 2000), le aziende orticole ammontano a circa 29.604 con una superficie investita pari a 24.000 ettari, di cui 24.013 operano in pien’aria con una superficie totale di 17.444 ettari e 6.376 in ambiente protetto (quasi esclusivamente in serra) con una superficie di 6.687 ettari. Si evidenzia una notevole riduzione delle aziende orticole (-27,6%) e delle superfici investite (-27,3%)88. La diminuzione del numero delle aziende e delle superfici investite dovuta probabilmente dall’uscita dal mercato degli operatori più deboli, lascia tuttavia inalterato il problema della polverizzazione aziendale. Con il Reg. CE n.1182/2007 (del Consiglio del 26 settembre 2007), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 273 del 17 ottobre 2007, sono state messe in atto delle strategie al fine di risolvere le problematiche inerenti la frammentazione aziendale e l’offerta produttiva e tali da favorire la programmazione, la valorizzazione, la concentrazione e la commercializzazione della produzione, determinando l’aggregazione dell’offerta all’interno del settore ortofrutticolo. In Sicilia operano complessivamente 68 strutture associative (dati aggiornati al 25/05/2007) di cui: 53 OP (Organizzazioni di Produttori) riconosciute ai sensi dell’art. 11, e 15 Gruppi di produttori riconosciute ai sensi dell’art. 14; delle 68 88 www.agrinnovazione.regione.sicilia.it/reti/Orticoltura 124
  125. associazioni solo 21 operano nel settore degli ortaggi (tutte le altre trattano quasi esclusivamente agrumi). La quantità di ortaggi concentrata dagli organismi associativi è modesta e si aggira intorno al milione di quintali (6% della produzione orticola regionale) destinata quasi esclusivamente al mercato nazionale. Il sistema agroindustriale è caratterizzato da una struttura tradizionale basata su un elevato numero di aziende agricole e di imprese agroalimentari di modesta dimensione economica così come il sistema distributivo, che appare frammentato ed economicamente debole. La Sicilia nel periodo 2000-2006 ha rafforzato la sua posizione nell’interscambio dei prodotti orticoli freschi mostrando una sensibile crescita del valore del saldo commerciale (+9%). Il valore medio annuo del saldo degli ortaggi è stato di circa 102 milioni di €, ed è costituito soprattutto dal pomodoro che con 83 milioni di € detiene l’81% del valore delle esportazioni siciliane degli ortaggi. I volumi di pomodoro esportato ammontano in media all’anno a 56.000 tonnellate, pari al 16% della produzione regionale di pomodoro. Fra gli altri prodotti, le patate, carote, navoni e barbabietole da insalata che costituiscono insieme il 17% del saldo ( 16,8 milioni di €). Precocità e caratteristiche organolettiche sono i requisiti che caratterizzano l’orticoltura siciliana, ma che, da sole, non sono sempre sufficienti a mantenere i mercati o a guadagnarne di nuovi, anche in considerazione del fatto che la domanda è sempre più controllata dalla Grande Distribuzione e dalla Distribuzione Organizzata89. Tutto ciò impone la produzione di “prodotti riconoscibili” (Prodotti a Marchio), ad alto contenuto salutare (Integrato – biologico) e a “percorso noto” (rintracciabilità). Ad oggi l’orticoltura siciliana può contare solamente di una attestazione di qualità: il pomodoro di Pachino Igp, per il quale sono state riconosciute, al 2006, circa 160 aziende produttrici e 89 www.agrinnovazione.regione.sicilia.it/reti/Orticoltura 125
  126. una produzione certificata di 600 tonnellate, mentre sono in corso di riconoscimento a DOP: il pomodoro, la melanzana e il peperone di Vittoria Per quanto riguarda le colture biologiche, dal 2003 sono stati coltivati 1.702 ettari (il 15% della SAU nazionale a biologico) per una produzione di oltre 41 mila tonnellate (22% della produzione nazionale biologica), anche se dal 2001 il comparto è in diminuzione la Sicilia vanta il primato su tutte le altre regioni italiane. In particolare le colture che incidono maggiormente sulla superficie a coltivazione biologica risultano: la patata (30%), la carota (19%) e il melone (17%), mentre sulla produzione risultano: pomodoro (27%), carota (24%), patata (18%) e cavolo (14%)90. Il settore orticolo siciliano grazie alla coesistenza di attività di pieno campo e di attività sotto serra consente di esprimere un mix produttivo particolarmente ampio che rappresenta un potenziale vantaggio concorrenziale per l’accesso alla Grande Distribuzione, esigente nel richiedere forniture puntuali di una vasta gamma di prodotti orticoli per un arco temporale più lungo possibile. Negli ultimi anni, attraverso la ricerca scientifica e i tecnici di settore, sono state perfezionate le tecniche colturali e ridotti i costi di manodopera con conseguente incremento della qualità delle produzioni e delle rese per ettaro . L’analisi SWOT , riportata di seguito, mette in risalto i punti di forza e di debolezza, le opportunità e le minacce del settore agroalimentare sicliano. PUNTI DI FORZA: aree a forte vocazione produttiva; potenziale idoneità all’export; propensione all’innovazione; buone capacità professionali nella fase di produzione; produzioni di elevata qualità suscettibili di riconoscimenti (IGP, DOP); calendario di raccolta molto esteso; potenziale specializzazione distrettuale. Dal punto di vista della 90 www.agrinnovazione.regione.sicilia.it/reti/Orticoltura 126
  127. struttura della filiera, il pregio e la tipicità dei prodotti siciliani sta agendo come potente aggregante; attorno ad essi si stanno infatti costruendo delle realtà che non sono solo caratterizzate dall'alta qualità del prodotto, ma anche dalla capacità di affrontare il mercato in maniera efficace e competitiva, cercando di supplire alle debolezze che derivano della dimensione mediamente piccola della aziende. PUNTI DI DEBOLEZZA: polverizzazione aziendale; carenza della produzione, conservazione e miglioramento del materiale di propagazione; carenza di manodopera specializzata; limitata presenza di figure manageriali nelle imprese; scarsa differenziazione del prodotto finito; scarsa organizzazione dell’offerta e difficoltà nella creazione di consorzi e strutture associative; scarsa integrazione di filiera; insufficiente valorizzazione dei prodotti a marchio (DOP, IGP). A causa della polverizzazione aziendale la filiera si trova ad affrontare una serie di problematiche che dovranno essere affrontate costruendo una rete di relazioni in grado di sopperire alla mancanza di imprese forti, capaci di guidare la filiera. Tra questi problematiche: − l'offerta di prodotti scarsamente concentrata e poco organizzata; − i costi di produzione elevati a causa delle difficoltà e del ritardo nella implementazione di tecniche innovative da parte delle imprese, soprattutto nell'ambito delle coltivazioni in ambiente protetto; − la carenza di strategie volte a differenziare il prodotto o ad allargare il proprio mercato verso l'estero, dovuta alla mancanza di imprenditorialità e di orientamento al mercato; - lo scarso coordinamento tra le imprese della filiera e la frammentazione delle politiche sul territorio e delle azioni di marketing mirate solo su singoli prodotti o aziende91. 91 www.resintsicilia.net 127
  128. OPPORTUNITA’: aumento della domanda nei mercati emergenti; aumento dei consumi di prodotti di quarta e quinta gamma; crescente sensibilità dei consumatori per prodotti sani e di qualità; affermazione dei sistemi di qualità; apprezzamento al consumo dei prodotti mediterranei e di provenienza siciliana; valorizzazione nell’ambito del turismo enogastronomico. Vista la crescente attenzione dei consumatori alla qualità dei prodotti, il riconosciuto pregio delle produzioni ortofrutticole siciliane offre già da sé l'opportunità alla filiera siciliana di avere un ruolo di primo piano nel mercato italiano ed internazionale. Inoltre la filiera siciliana ha già iniziato ad implementare azioni volte a rendere i propri prodotti ancora più distinguibili, approfittando delle norme sulla tutela dei prodotti e della disponibilità di risorse finanziarie comunitarie, nazionali e regionali. Ma l'eccellenza dei prodotti non è sufficiente. È infatti necessaria un'altrettanto eccellente struttura produttiva e di accesso al mercato. La creazione di consorzi e distretti, che ha caratterizzato l'evoluzione della filiera ortofrutticola siciliana negli ultimi anni, potrebbe proprio essere la strada giusta per colmare, attraverso una fitta rete di relazioni, le carenze dovute alla polverizzazione aziendale. Attraverso questa rete sarà possibile intraprendere progetti, troppo complessi e costosi per le singole piccole imprese, volti a migliorare la produzione, la promozione e la commercializzazione, anche all'estero, dei prodotti tipici della Sicilia. Sarà inoltre opportuno puntare ad ottenere un prodotto differenziato e di altissima qualità, adatto a soddisfare le esigenze di un mercato di nicchia, così eludendo la concorrenza dei prodotti ortofrutticoli di bassa qualità e basso prezzo presenti in grande quantità nel mercato dei prodotti ortofrutticoli92. 92 www.resintsicilia.net 128
  129. RISCHI: accordi multilaterali che favoriscono l’ingresso sul mercato di prodotti dei paesi extra UE; aumento della concorrenza di prodotti a basso prezzo provenienti dai paesi emergenti sia sul mercato nazionale che internazionale; perdita di quote di mercato per il mancato accesso alla grande distribuzione; impoverimento del patrimonio genetico e delle produzioni tipiche93. Tuttora, la scarsa imprenditorialità, la mancanza di una efficace organizzazione comune, indispensabile soprattutto in un contesto così frammentario, rischia di disperdere le potenzialità di cui gode la filiera ortofrutticola siciliana, facendole perdere quote di mercato che saranno difficili da recuperare in futuro. Le difficoltà sono acuite dall' aumento della competitività dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo; la pressione dei prodotti concorrenti potrebbe ridurre i margini di guadagno delle imprese ortofrutticole siciliane a livelli insostenibili, dati anche gli alti costi di produzione sostenuti a causa del mancato adeguamento alle innovazioni tecnologiche. 3.2 Le politiche a favore delle imprese siciliane Le imprese agroalimentari siciliane, che hanno intrapreso la strada virtuosa dei marchi volontari, possono fare riferimento ad una serie di strumenti finanziari messi a disposizione dalle normative comunitarie, nazionali e regionali. Questi incentivi, dedicati appunto al sostegno economico di quelle iniziative volte all’acquisizione delle certificazioni volontarie di sistema e di prodotto, si concretizzano in varie forme dal contributo in conto capitale a quello in conto interessi, dal credito d’imposta al bonus fiscale. Accade tuttavia che, visto il carattere “locale” di alcune di queste iniziative, manchi un quadro di unione coerente a cui fare riferimento per acquisire informazioni: l’operatore 93 www.agrinnovazione.it 129
  130. rischia, pertanto, di mancare ad importanti opportunità di finanziamento94. La politica dei governi regionali, nazionali e della Comunità Europea in questi ultimi anni è stata lontana dall’affrontare le problematiche dell’agricoltura in generale e di quelle della fascia trasformata, che va da Pachino e Vittoria a Gela e Licata, in particolare. Senza un vero progetto agricolo e agroalimentare le istituzioni locali, regionali, nazionali ed europee, si sono limitate a gestire, di volta in volta, in modo notarile, interventi tradizionali di emergenza, sponsorizzazioni di diverse sagre, programmi inconcludenti di valorizzazione dei prodotti tipici e iniziative sostanzialmente propagandistiche ed elettoralistiche. Nessun nodo strutturale è stato realmente affrontato; la serricoltura sta rapidamente morendo, centinaia di imprese agricole falliscono e chiudono. Unica politica portata avanti dai governanti è stata quella di tirare la volata alle grandi imprese che hanno deciso di de-localizzare le produzioni, di accettare un mercato senza regole che condiziona la vita di migliaia di piccole imprese contadine ( la formazione del prezzo del prodotto ortofrutticolo deve essere trasparente e il dumping non può essere consentito), di una totale assenza di leggi sul credito agevolato alle piccole imprese contadine. Tra i vari obiettivi da perseguire per le aree agricole della regione si individuano: - Potenziamento e riqualificazione delle strutture mercantili dotando di strumenti operativi, a partire dai regolamenti, le società di gestione mista pubblico – privata, al fine di avviare la realizzazione di servizi per i produttori, per i commissionari, per i commercianti e per i consumatori, certificazione per la tracciabilità, la salubrità e quanto possa servire alla identificazione del prodotto con il territorio. - Il sostegno alla Filiera Corta, al fine di favorire il rapporto diretto tra produttori agricoli e consumatori, attraverso la valorizzazione della 94 www.coreras.it 130
  131. vendita diretta in azienda o in spazi attrezzati dei Comuni; la filiera corta realizza, a parità di qualità, vantaggi economici sia per il produttore che per il consumatore. - Ricerca e formazione che, nella competizione basata sulla qualità del prodotto e sull’innovazione, rivestono un particolare valore strategico; - La grande realtà della serricoltura iblea, con prodotti orticoli e floricoli di grande valore, merita ed esige in tempi rapidissimi un Centro di Ricerca, altamente qualificato, capace di sostenere e orientare il processo già in atto di riconversione qualitativa e di innovazione competitiva delle aziende serricole; - Occorre conoscere ed analizzare la concorrenza straniera per consentire la costruzione di strategie mirate, valorizzando le peculiarità dei territori e cogliendo le opportunità del mercato. Suggerire orientamenti produttivi in funzione delle dinamiche commerciali e produttive a livello europeo; - Creare sinergie tra tutti gli attori della filiera produttiva che comincia dai fornitori di genetica (ditte sementiere) fino ai commercianti, alla GDO (grande distribuzione organizzata) ai consumatori finali dei nostri ortaggi. Esiste una legge della Regione Sicilia (17/2004) che prevede iniziative miranti alla migliore conoscenza del processo di formazione del prezzo finale di vendita, anche mediante l’apposizione del doppio prezzo (origine e consumo) e la riattivazione dell’osservatorio regionale dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli; - Integrare le piccole realtà produttive in un sistema che consenta a queste aziende stesse, responsabilizzandole, di interagire con il sistema agricolo produttivo e commerciale, così da competere con concorrenti di dimensioni e risorse finanziarie maggiori. - Avviare un profondo processo di riorganizzazione e ristrutturazione degli enti e degli istituti strumentali della Regione Sicilia per l’agricoltura, 131
  132. sopprimendo enti come l’ESA, riformando i Consorzi di Bonifica riducendo il loro numero; - Dare vita ad iniziative per contrastare la criminalità nelle campagne e l’infiltrazione mafiosa nelle grandi strutture di commercializzazione. Per il settore agricolo il POR Sicilia prevede finanziamenti a tasso agevolato ed a fondo perduto per la commercializzazione dei prodotti dell’Agricoltura e della Zootecnia. Il POR Agricoltura Sicilia ha per scopo l’aumento della competitività delle aziende di produzione alimentare e la commercializzazione dei loro prodotti 95. I finanziamenti alle imprese agroalimentari in Sicilia possono arrivare fino al 90% dell’investimento complessivo. Vi sono anche finanziamenti agevolati rivolti ai giovani imprenditori agricoli, che subentrano ad un parente in un’azienda agricola, per l’acquisto di macchine agricole. È prevista anche l’incentivazione di quelle attività agricole che attrezzano i propri fabbricati rurali per la recettività turistica (ospitalità e ristorazione). Vi sono in arrivo anche finanziamenti a tasso agevolato per scorte, carburanti e manodopera agricola. La Regione Sicilia ha sempre riconosciuto all’agricoltura un ruolo fondamentale per l’economia regionale. Per le imprese agroalimentari della Sicilia, Invitalia offre un pacchetto di finanziamenti per gli imprenditori che vogliono avviare l’attività o che puntano ad inserirsi nella filiera. La L. R. 13/86 prevede finanziamenti per i conduttori di imprese agrarie e zootecniche in Sicilia. I prestiti a tasso agevolato per l’agricoltura in Sicilia hanno la durata massima di 12 mesi ed importi massimi che variano in relazione al beneficiario e all’annata agricola. Il credito agrario viene erogato direttamente dalle banche convenzionate con l’Assessorato Regionale dell’Agricoltura. 95 www.regionesicilia.it/Agricolturaeforeste 132
  133. Nonostante la regione siciliana presenti un’economia caratterizzata da una realtà agricola molto sviluppata e variegata, a livello industriale e distributivo rimane fortemente confinata nell’ambito delle piccole imprese (“filiera spezzata”). Le azioni sulle quali puntare potrebbero essere quelle di aggredire le problematiche infrastrutturali, migliorando gli aspetti legati alla logistica; collegare in un ottica di vera filiera la realtà agricola commerciale e a quella industriale distributivo; affrontare senza tralasciare il problema l’aspetto della piccola dimensione con adeguate forme di incentivazione e di formazione culturale ed imprenditoriale; riorientare le risorse destinate allo sviluppo, ponendo maggiore attenzione alla ricerca e alla innovazione e infine puntare maggiormente sui marchi di impresa. In un contesto competitivo come quello odierno, in cui le spinte alla globalizzazione e alla interdipendenza dei mercati si fanno sempre più forti, le imprese meridionali si trovano a dover rispondere con delle strategie di delocalizzazione, investimenti in nuovi impianti, creazione di economie di scala ma anche e soprattutto puntare sulle strategie di commercializzazione internazionale e di marketing. Sono infatti le grandi reti commerciali che consentiranno alle imprese di ottenere la necessaria presenza sullo scenario internazionale e l’incremento delle vendite. La tempesta finanziaria mondiale degli ultimi due – tre anni, con la conseguente caduta della domanda e dei prezzi dei prodotti alimentari, ha ulteriormente aggravato la situazione di crisi che attanaglia l’agricoltura siciliana da oltre un decennio. Diverse sono le cause esterne alla regione, come diverse sono le cause interne, anche se riconducibili ad un’unica essenza. Delle prime, costituendo variabili indipendenti, bastino solo pochi cenni tematici: la globalizzazione dei mercati, con sempre minori vincoli e protezione e con aumento esponenziale della competitività fra imprese e 133
  134. fra paesi, quale conseguenza della evoluzione delle politiche internazionali; la profonda modifica della PAC, che da un forte sostegno ai prezzi dei prodotti ed a pesanti interventi di mercato è passata al pagamento unico aziendale ed alla piena libertà imprenditoriale; la profonda e diversificata evoluzione della domanda alimentare, in modo speciale nei paesi ad economia avanzata, che ha provocato il mutamento negli stili di vita e di consumo e la richiesta sempre più esigente di sicurezza, qualità, trasparenza di informazione. In questo contesto risulta competitivo il paese, il territorio, l’impresa che realizza sul mercato una gestione razionale e d’insieme degli approvvigionamenti a partire dal processo di produzione agricola, a seguire con la trasformazione agroalimentare, la commercializzazione e la distribuzione alimentare, fino ad arrivare al mercato finale, dove impera il consumatore, soggetto principe i cui bisogni e convinzioni sono da soddisfare. I fenomeni appena accennati negli ultimi 25-30 anni hanno determinato un profondo cambiamento (complessità) nei rapporti fra settori e fra imprese e contemporaneamente una più forte interrelazione fra essi. Diventa così prevalente la funzione della distribuzione moderna, la quale per soddisfare la domanda del consumatore, abbisogna di prodotti confezionati ed etichettati, rilevanti nelle quantità, differenziati nella gamma tipologica, di qualità costante e garantita, consegnati con puntualità e con calendario piuttosto ampio. Ne deriva un approccio fra le imprese della filiera opposto alla logica neoclassica o tradizionale di domanda/offerta, basata su politiche orientate al prodotto, ovvero quasi esclusivamente alle sue caratteristiche tecniche, e si affermano sempre più, nei rapporti produttivi e commerciali, politiche di impresa definite in rapporto ai bisogni dei consumatori ed all’interno della catena del valore al fine di soddisfare il consumatore96. 96 www.PSRsicilia.it 134
  135. Sono dunque ormai i settori agricolo e industriale, o per meglio dire l’impresa agricola e l’industria agroalimentare, a dover rapportarsi ed adeguarsi alle esigenze delle imprese distributive, le quali per effetto della globalizzazione diventano sempre più società multinazionali. E non il viceversa come avveniva qualche decennio fa. In definitiva nel corso dei passati decenni si è modificata l’impostazione strutturale ed organizzativa del settore agricolo trasformandolo in sistema agroalimentare, dove risulta ampliata non solo la rete delle relazioni con il mercato, ma anche con quella dei servizi e con altre attività territoriali. Le strutture, l’organizzazione e le modalità comportamentali e strategiche delle imprese agricole, agroalimentari ed alimentari per stare sul mercato sono ormai quelle dettate dalle politiche di marketing. E’ questo dunque il contesto di riferimento per l’agricoltura e l’agroalimentare della Sicilia. Per cui, al fine di individuare le cause interne della crisi profonda in cui versa, è da chiedersi: l’operatività del settore agricolo e del sistema agroalimentare regionale è coerente in termini strutturali, organizzativi, gestionali, culturali al contesto produttivo, competitivo, distributivo e della domanda al consumo (senza riferimenti territoriali) ? O più esplicitamente e precisamente, l’offerta agroalimentare siciliana (e per conseguenza tutto il suo sistema a monte) è coerente con la domanda espressa dal/i segmento/i di mercato (target) a cui potenzialmente i suoi prodotti agricoli sono destinati, per caratteristiche genetiche delle specie e varietà coltivate, per caratteristiche pedo -climatiche degli ambienti in cui sono coltivati, per le vicende storiche e culturali vissute nella molteplicità dei secoli dalle popolazioni e dai territori dell’isola? Nel mondo globalizzato la destinazione dei suoi prodotti è il target che si colloca nella fascia medio alta del reddito dei consumatori? Secondo la organizzazione dei processi produttivi e di filiera si possono inoltre distinguere due diverse tipologie d’agricoltura: 1) L’agricoltura tradizionale che limita il processo alla produzione di derrate agricole di massa, destinate al mercato regionale e nazionale ed a consumatori a reddito medio basso; adotta nei processi anche tecnologie 135
  136. industrialmente moderne per la produzione e per la difesa del prodotto, ma non estende questi processi, in tecnologia e soprattutto in organizzazione, fino alla fase finale del prodotto finito in modo che possa minimizzare il costo totale di filiera; non ha dimensioni di offerta dell’impresa tali da operare nei canali commerciali corti (produzionegrande dettaglio) e pertanto opera nei canali commerciali lunghi (produzione - intermediazione- dettaglio). Questa condizione comporta elevati costi di transazione e pertanto elevati costi di filiera che allargano il differenziale prezzi alla produzione-prezzi al dettaglio; non ha la capacità di valorizzare il grande patrimonio genetico di prodotti tipici, tradizionali, storici, ecc. che l’ambiente naturale, la storia e la civiltà millenaria del mediterraneo hanno nei secoli accumulato, ma piuttosto tende a disperderlo introducendo specie e varietà (in tutti i comparti produttivi) sostitutive, non sempre esprimenti le specificità che derivano dall’ambiente pedo-climatico, territoriale, paesaggistico e dalla storicità dei beni culturali ed enogastronomici. Questa Sicilia agricola tradizionale rappresenta la parte preponderante della produzione: in quantità l’85-90%, in valore il 70-75% della produzione agricola di base. La struttura produttiva è costituita dall’azienda agricola individuale, condotta da agricoltori in età avanzata. Solo in alcuni comparti (specialmente il vitivinicolo) si riscontra l’organizzazione associativa, che però (fatte poche e talvolta importanti eccezioni) adotta processi di lavorazione che si limitano alle prime fasi della trasformazione industriale e/o del commercio; e pertanto, pur concentrando l’offerta del prodotto primario, non opera nei mercati esteri e non adotta politiche di qualità e di marketing. Questa agricoltura ha presenza quasi esclusiva sui mercati regionale e nazionale di massa, affollati da competitors (anche stranieri, persino nei comparti tradizionali per la Sicilia, come quelli ortofrutticolo e 136
  137. agrumario) più forti ed efficienti nella fase commerciale e nei rapporti con la grande distribuzione organizzata (GDO)97. In questa agricoltura le crisi economiche e di mercato sono divenute ormai ricorrenti, sia nei comparti che fino a poco tempo fa erano il fiore all’occhiello della sicilianità (come il comparto serricolo), sia nei comparti oggi emergenti (come quello vitivinicolo). Questa è la Sicilia agricola che, per sopravvivere, necessariamente ha dovuto basare la sua operatività sugli aiuti regionali e comunitari previsti dalle politiche agricole e dalle organizzazioni comuni di mercato (OCM) sui prodotti. E che non è stata capace dopo quattro generazioni di politiche comunitarie strutturali di modificare la sua struttura fisica, la sua struttura giuridica e soprattutto l’organizzazione e l’assetto produttivo nel passaggio epocale da agricoltura-settore ad agroalimentare-sistema, che invece ha caratterizzato i paesi ad economia sviluppata dell’Europa negli ultimi trent’anni. 2) L’agricoltura moderna ed orientata al marketing che organizza processi di filiera fino alla realizzazione del prodotto confezionato, spesso certificato, per il consumatore e per segmenti di mercato a reddito medio alto; ha dimensioni di offerta o immette nel mercato prodotti di qualità tali da operare nei canali corti (produzione confezionata - grande distribuzione organizzata) e/o direttamente nei canali HORECA (in diverse tipologie di ristorazione e catering); ha come mercati di riferimento quello nazionale e per quote anche rilevanti quelli esteri (area industrializzata dell’Europa, del Nord America, del Giappone e paesi emergenti del Sud Est asiatico, Russia e recentemente anche Cina ed India); realizza prodotti di qualità e valorizza i prodotti tipici, tradizionali, storici, ecc.; valorizza con la multifunzionalità i beni ambientali e culturali, l’artigianato, il turismo enogastronomico, l’agriturismo ed in definitiva la linea slow food dei sapori e dei saperi. 97 www.PSRsicilia.it 137
  138. Questa Sicilia agroalimentare rappresenta in quantità il 10- 15% ed in valore il 25- 30% della produzione agricola di base. In questi quantità e valore di prodotti confezionati per il consumatore sono compresi i prodotti di qualità, tipici con o senza denominazione riconosciuta (DOP, IGP, DOC, DOCG, IGT), storici, tradizionali, biologici, con o senza marchio collettivo, con o senza certificazione di qualità. La struttura produttiva è costituita dall’impresa agroalimentare con diverse forme giuridiche: individuale (in prevalenza), associata, società di capitali, ecc.; applica, seppur a diversi gradi, politiche e strategie di marketing perché mirate a soddisfare la domanda del consumatore moderno in diversi segmenti del mercato nazionale ed in parte consistente del mercato estero. La sua capacità competitiva si può considerare (seppur a diversi gradi) elevata sia per la organizzazione dei processi e per i rapporti con i buyers, sia per la specificità delle produzioni siciliane (vino, olio, arancia rossa, orticoli di qualità e di gusto, pistacchio, formaggi e latticini, conserve alimentari, ecc.), che nel segmento di mercato differenziato e specifico assumono caratterizzazioni di concorrenza monopolistica. In questa Sicilia agricola le crisi economiche e di mercato o non si verificano o sono sopportabili; i successi di fatturato e di profitto portano le imprese continuamente ad ampliarsi e/o ad innovarsi, utilizzando con efficacia le opportunità (risorse finanziarie e servizi) regionali, nazionali ed europee. Molte di queste imprese agroalimentari sono sorte e/o evolute per l’intraprendenza di giovani imprenditori e/o professionisti (anche donne), il cui successo ha fatto da richiamo agli imprenditori di altre regioni italiane o a personaggi dello spettacolo specialmente nel comparto vitivinicolo. Il fattore differenziale fra queste due agricolture è costituito dal capitale umano, ossia dalla cultura professionale e dalla capacità innovativa dei soggetti che gestiscono ed operano nell’impresa, nella ricerca, nelle istituzioni pubbliche, nel territorio. 138
  139. Ed è dalla qualità del capitale umano che dipende la capacità di fare impresa e di avere rapporti con il mercato moderno, di produrre e di adottare le innovazioni, di supportare con azioni, servizi e politiche le imprese nel contesto del mercato e nei rapporti con la società, di salvaguardare e valorizzare l’ambiente ed il territorio per la qualità della vita della collettività e quale plus per la produzione alimentare. La crisi strutturale ed economica riscontrabile in tutti i comparti dell’agricoltura regionale ha dunque come causa primordiale il lentissimo passaggio evolutivo da agricoltura - settore ad agroalimentare - sistema. La lentezza di questo passaggio è direttamente proporzionale alla velocità di evoluzione spontanea della cultura professionale degli operatori del sistema (agricoltori, imprenditori, manager, maestranze, operai, tecnici, funzionari pubblici, ecc.). Non si spiega diversamente, se non con questa lentezza di evoluzione spontanea della cultura professionale, il fenomeno degli enormi ritardi nella realizzazione dei progetti d’investimento previsti almeno dal 2000 ad oggi dalle misure POR, dai PIT, dai Patti Territoriali, dai Contratti di Programma, dagli APQ, che coinvolge in un insieme i programmatori nell’elaborare processi di sviluppo reali e moderni, gli imprenditori nell’individuare in quest’ambito le idee progettuali produttive, i tecnici nel dare corpo progettuale all’idea, i funzionari pubblici nell’istruire e nel controllare la realizzazione del progetto. E’ la mancanza di scienza e conoscenza a creare inefficienza nel sistema del sostegno allo sviluppo e non (almeno spesso) la carenza di risorse finanziarie, se addirittura non si riesce a spendere nei tempi tecnici necessari neppure quelle disponibili. L’Agenda di Lisbona ha indicato come obiettivi dello sviluppo la qualità e la competitività. Questi termini per avere significato operativo abbisognano di interventi mirati al miglioramento ed alla evoluzione della cultura professionale (bene pubblico) non facilmente producibile e/o reperibile sul mercato delle professioni perché abbisogna di un 139
  140. processo lungo nel tempo e diffuso nel territorio, le cui determinanti sono: ricerca e sperimentazione, assistenza tecnica ed organizzativa, divulgazione, formazione professionale ed imprenditoriale. Il prodotto della cultura professionale moderna è l’innovazione (continua, dinamica, interagente) di processo, di prodotto, di organizzazione, di norme, regole, di cultura tecnica, informatica, logistica, imprenditoriale capace di superare tutti i gap del territorio, come appunto dimostrano le imprese nazionali ed estere che in gran copia approvvigionano il mercato alimentare al dettaglio della Sicilia, specialmente nella sua forma GDO98. Al centro del sistema c’è dunque l’impresa orientata al marketing (non l’azienda agricola), che ha capacità d’investimento strutturale e produttivo per il consumatore moderno (target-obiettivo) e per il cittadino fruitore delle risorse territoriali ed ambientali. L’impresa agroalimentare orientata al marketing richiede e valorizza il lavoro tecnico ed intellettuale, specialistico e professionale, richiede e produce innovazioni, crea e cura rapporti e legami con i mercati finali al consumo nazionale ed estero, con il territorio naturale, agrario, urbano, con le attività extra agricole (artigianato, beni culturali e turismo). Purtroppo occorre constatare che stiamo vivendo anni in cui la politica non approfondisce i temi dello sviluppo, insistendo spesso più sulle formulazioni che sull’essenza dei processi, e nell’affrontare le problematiche emergenti e le crisi strutturali sembra limitarsi agli aspetti fisici, dato che gli interventi sono rivolti quasi sempre agli investimenti materiali, mentre l’impegno a migliorare con l’Alta Formazione il capitale umano è flebile o insufficiente sia a livello regionale che nazionale. L’occasione per modificare incisivamente al meglio l’attuale situazione nell’agroalimentare regionale è data dalla prossima riforma della PAC; nel calendario politico amministrativo di Bruxelles ne è prevista l’approvazione nel 2012 e l’entrata in vigore con il 2013. 98 www.PSRsicilia.it 140
  141. 3.3 Analisi di un caso: la Società Agricola Monterosso Un interessante caso aziendale di internazionalizzazione commerciale di prodotti agroalimentari è quello della Società Agricola Monterosso. L’impresa, con sede a Chiaramonte in provincia di Ragusa, si occupa di trasformazione di prodotti della filiera agricola per renderli direttamente fruibili ai consumatori finali. L’azienda nasce come produttrice di semilavorati per conto di grosse aziende italiane per poi evolversi producendo prodotti finiti da destinare direttamente al consumatore. Oggi l’Azienda produce in minima parte semilavorati per altre aziende e si è specializzata nella produzione e commercializzazione, in vari modi, del pomodorino ( ciliegino ), attività in cui sono adesso i leader mondiali. Fra i prodotti che l’azienda produce troviamo sul mercato la salsa pronta di ciliegino (confezionata nella tradizionale e caratteristica bottiglia di birra in vetro scuro), salsa al piccantino, crema di carciofi, crema di olive e confezioni di pomodorino semisecco. L’Azienda fornisce prodotti ai grandi marchi della distribuzione come Esselunga, Conad, Sisa, Sidis, Despar e a tutta la GDO in genere. Il core business dell’azienda si basa essenzialmente sulla produzione della famosa salsa di ciliegino imbottigliata nelle classiche confezioni in vetro da 330ml. L’azienda ha anche una propria produzione di ciliegino oltre che la diretta fornitura su base locale. Iniziamo ad analizzare da vicino la storia, la struttura e l’evoluzione della Società Agricola Monterosso. Alla base dello sviluppo dell’azienda c’è l’impegno di 2 generazioni della famiglia Arestia. Dalla metà degli anni 70 ad oggi ogni componente della famiglia ha messo la propria dedizione e la propria creatività al servizio dell’impresa. - Figura 1- Stabilimento dell’azienda (Chiaramonte Gulfi – RG) 141
  142. Fonte: Fonte: www.agromonte.it Alle origini c’è stata l’intuizione di conservare gli ortaggi, soprattutto peperoni, in salamoia. In seguito poi all’exploit della coltivazione in ambiente protetto (serre) del pomodorino ciliegino e del pomodoro a grappolo, la famiglia Arestia ha voluto andare ben oltre sperimentando la parziale essicazione dei prodotti e la relativa conservazione in olio. Il risultato è che oggi la Società Agricola Monterosso è leader nella produzione del Pomodorino Ciliegino e del Pomodoro semisecco. L’azienda si trova nel comune di Chiaramonte Gulfi, area a forte connotazione agricola, essa si espande su una superficie coperta di 4.500 mq all’interno della quale tecnologiche attrezzature e sapienti maestri danno vita alla gamma Agromonte. Con un organico di 100 dipendenti tra fissi e stagonali, la società Monterosso si è posta tra gli obiettivi da raggiungere nel 2011 l’ampliamento delle quote di mercato estero inserendo il proprio prodotto nella GDO estera. Attualmente l’azienda è presente sul mercato 142
  143. estero ma con il proprio marchio collegato ai marchi dei gruppi di riferimento presenti in tutto il mondo . - Figura 2. Salsa di ciliegino in bottiglia di vetro da 330 ml. Fonte: www.agromonte.it L’intenzione è quella di passare alla distribuzione diretta con il proprio marchio, ma senza per questo abbandonare le attività odierne con i grossisti e di catering. La Società Agricola Monterosso lega il proprio nome alla qualità e alla genuinità per garantire un eccellente servizio ai consumatori. La mission è “permettere alle persone di assaporare i prodotti della nostra terra, sapientemente preparati a regola d’arte secondo le ricette tradizionali”. Una costante ricerca delle migliori materie prime disponibili tutto l’anno. Lo scrupoloso controllo della filiera ci permette di mantenere alti gli standard qualitativi. La politica della qualità si traduce quotidianamente in un’accurata selezione della materia prima disponibile tutto l’anno grazie alla coltivazione in ambiente protetto. L’azienda, certificata B.R.C. e con 143
  144. sistema I.F.S., segue un rigoroso piano di auto controllo igienico sanitario seguendo il sistema HACCP, redatto da tecnici specializzati. Il BRC (British Retail Consortium, l’insieme delle organizzazioni che rappresenta gli interessi degli operatori della Grande Distribuzione in Gran Bretagna) ha pubblicato lo standard BRC, che stabilisce i requisiti minimi di standard igienici negli stabilimenti di lavorazione dei prodotti alimentari. Lo standard nasce perciò con lo scopo di uniformare e mettere in comune i criteri a fronte dei quali le organizzazioni della Grande Distribuzione e/o gli organismi di certificazioni accreditati effettuano le verifiche di conformità dei fornitori. Lo standard si adatta a qualsiasi realtà produttiva senza vincoli di prodotto o del paese in cui avviene la lavorazione. La rispondenza ai requisiti dello standard non è un requisito legale ma è fortemente raccomandata dagli operatori della Grande distribuzione inglese. La società Agricola Monterosso, anche in virtù della sua massiccia presenza nei mercati della grande distribuzione inglese, ha ritenuto di prioritaria importanza conseguire questo tipo di certificazione, a dimostrazione della grande attenzione per la qualità e la soddisfazione del cliente – consumatore. Lo stesso principio ispiratore venne adottato dal BDH (l’associazione che rappresenta gli interessi degli operatori della Grande distribuzione tedesca) che ha emesso lo standard IFS (International Food Standard). L’azienda, che dal 2008 al 2010 è passata da un fatturato di 4 a 6 milioni di euro, risulta essere leader per la produzione di Pomodori Ciliegino tipo e Pomodori semisecchi, prodotti del tutto innovativi nel panorama delle specialità del pomodoro. Agromonte, marchio da anni specializzato in tale produzione, vanta un’esperienza pluriennale nel settore agro-alimentare. Occupando un ruolo di leadership in Italia per la qualità e la genuinità dei prodotti, la gamma Agromonte comprende: specialità, bruschette, grigliati, pesti, sottolio, spalambili. 144
  145. I prodotti Agromonte, tutti certificati e garantiti, sono vanto ed espressione del made in Sicily; tanti prodotti buoni e gustosi, ideali per condire primi piatti o per guarnire sfiziosi contorni. I prodotti a marchio Agromonte, rigorosamente siciliani, richiesti e apprezzati in tutto il mondo hanno una risonanza a livello globale. Agromonte è un marchio di prodotti genuini selezionati e successivamente lavorati utilizzando metodi tradizionali. Il vantaggio competitivo della società è costituito dal fatto di essere i soli, o quasi, a produrre un prodotto tipico della zona: la salsa di ciliegino. A tale vantaggio si accompagna una strategia di diversificazione del portafoglio prodotti, che vanno dal ciliegino semisecco ai prodotti spalmabili, dai sott’oli ai grigliati sottaceto come accennato prima. La struttura dell’impresa si è evoluta nel corso del tempo mantenendo sempre la tipica tradizione familiare integrata però con un organico più ampio e comprendente le varie figure manageriali ai vari livelli direzionali, fondamentali per il funzionamento dell’impresa. L’azienda è dotata di un Presidente, di un Amministratore Delegato, di un direttore vendite per la vendita in Italia e un direttore vendite per le esportazioni, una sezione produzione, sezione acquisti, personale e consulenti per la parte finanziaria. I principali ruoli dirigenziali sono occupati dalla famiglia del titolare. Il reparto della produzione è quello con il maggior numero di addetti tra capireparto e operai che si occupano delle varie fasi di analisi del prodotto (ciliegino e non solo) in entrata, la verifica delle caratteristiche del prodotto, la prima lavorazione, quindi il successivo imbottigliamento della salsa. Gli altri settori dell’ azienda comprendono il responsabile della qualità,di fondamentale importanza per garantire la sicurezza al consumatore, il direttore dell’area commerciale che si occupa della gestione delle vendite, del pricing, della proposta del prodotto in nuove aree geografiche, dell’analisi delle quote di mercato, nonché delle politiche di marketing e di comunicazione del prodotto. 145
  146. Si aggiungono a tali figure il responsabile amministrativo e il responsabile della logisitca e del magazzino, il quale si occupa della gestione delle scorte e della ottimizzazione dei flussi logistici di trasporto sia in entrata (materia prima da lavorare), sia un uscita ( out – put da esportare nelle piattaforme sia italiane che estere per conto dei grossisti – distributori). Il prodotto utilizzato per fare la salsa è il ciliegino proveniente esclusivamente dalle coltivazioni locali e anche dalla produzione che avviene direttamente a livello aziendale che per l’appunto gestisce ettari di coltivazioni. Questo è senza dubbio un importante punto di forza poiché consente all’azienda di utilizzare un prodotto sempre fresco e facile da reperire, ottenibile con prezzi vantaggiosi dal mercato locale grazie ai buoni rapporti con i fornitori che l’azienda è in grado di gestire e grazie ai bassissimi costi di trasporto. Il rapporto con i fornitori si sviluppa nel contesto del noto mercato ortofrutticolo di Vittoria, bacino di utenza di centinaia di rivenditori di prodotti agro – alimentari, crocevia di commercianti e grossisti del mondo dell’ortofrutta non solo siciliano. Il pomodoro in arrivo alla fabbrica viene stoccato in cella o nel piazzale coperto in funzione del tempo medio di attesa. Le cassette con il pomodoro sono rovesciate manualmente sul nastro di cernita, dove alcune operatrici provvedono all’operazione di sgrappolatura e depicciolatura del prodotto, nonché ad una sua cernita qualitativa. Il pomodoro cernito viene posto nella vasca di lavaggio, dove viene lavato con il sistema del borbottaggio. Il prodotto lavato viene scottato in acqua calda per un periodo variabile. L’operazione di scottatura, oltre a bonificare il prodotto dal punto di vista batteriologico, rende più morbidi i tessuti e crea sulla pelle della bacca delle lacerazioni che in un secondo tempo favoriranno la fuoriuscita del siero. 146
  147. Il prodotto scottato viene poi trattato in passatrice ottenendo succo e scarti rappresentati da bucce e semi. Il succo dopo un momentaneo stoccaggio è fatto affluire alla pentola di cottura dove si assiste alla miscelazione con olio e altri aromi. Si procede quindi alla fase di concentrazione del prodotto che ha una durata variabile in funzione del grado brix che si vuole ottenere nel prodotto finito (9/10 gradi brix). Una volta pronta la salsa viene pompata nel serbatoio isolato posto sopra la dosatrice che riempirà a 90°C i vasi. Il vaso pieno viene quindi tappato e pastorizzato nelle apposite vasche. I tempi di pastorizzazione sono di circa 10 minuti a 85°C, terminati i quali si procederà al raffreddamento sino a raggiungere i 40/45 gradi al cuore. Il vaso verrà lavato, poi asciugato ed etichettato. Sull’etichetta vengono stampati il lotto e la data di scadenza. I vasi vengono quindi confezionati in termo-pack e posti su bancali pronti per la spedizione. L’azienda è fortemente orientata al consumatore ed ai bisogni da questo espressi, e alla creazione di una clientela fidelizzata. Obiettivo infatti è quello di acquisire sempre nuove fasce di clienti, anche in ambiti geografici diversi da quelli abituali in cui il prodotto potrebbe avere una risonanza ancora maggiore viste le differenti abitudini alimentari che esistono tra un paese e un altro e vista anche la tendenza di configurare la dieta mediterranea come quella più seguita per i vantaggi che apporta. Proponendo il prodotto attraverso fiere e degustazioni si consente ai potenziali clienti di poter testare il prodotto direttamente cogliendone le sue qualità; allo stesso tempo l’azienda cerca di mantenere i clienti di sempre proponendo anche nuovi prodotti (custode acquisition e custode retention). - Figura 3 – Strategia di orientamento al cliente (acquisizione e fidelizzazione) 147
  148. Fonte: www.agromonte.it Le numerose certificazioni sono un importante segnale di riconoscimento di qualità del prodotto che consentono all’azienda di conquistare anche quelle fasce di mercato più esigenti e attente alla qualità e sicurezza del prodotto. L’azienda ha partecipato al Piano Qualità Farm formando il personale sui temi della Comunicazione, del lavoro di Squadra e del Marketing, mettendo 15 dipendenti in formazione. Dai dati elaborati si registra un buon rapporto con le risorse umane dell’azienda, la passione per il lavoro viene motivata grazie al riconoscimento dei meriti dei lavoratori a tutti i livelli e ad un adeguato rapporto salario-competenze. La cultura aziendale si rispecchia nel motto “l’azienda è di tutti e siamo tutti importanti”. I dati risultanti dall’orientamento ci danno conferma che l’azienda sta attraversando una fase di cambiamento sia strutturale (impianti e forme di energia alternative) che organizzativo . Rispetto l’items “Ci sono riunioni periodiche di verifica dell’azienda”, il risultato delle percentuali si attesta con un 50% che dichiara “per niente” e il restante 50% che afferma “poco”. Si tratta sicuramente di un dato che va posto in rilievo per quanto concerne l’aspetto della comunicazione interna aziendale, nonché i momenti di condivisione dei processi operativi e organizzativi. Tuttavia tale risultato va visto e interpretato alla luce dei risultati degli items ricadenti in questa area: per esempio alla domanda “Accetto facilmente i 148
  149. cambiamenti” è da notare come il 67% risponde “abbastanza” e un buon 33% risponde “poco”. La scarsa o insufficiente frequenza di incontri interni, frena il processo di comunicazione e condivisione delle informazioni rendendo la posizione del lavoratore meno flessibile rispetto processi di cambiamenti, tuttavia il risultato degli items registra una situazione di propensione dei lavoratori ad eventuali fasi di riorganizzazione. Se andiamo ad analizzare i successivi items “ Mi stimola affrontare nuovi incarichi” e “ Conosco il percorso di crescita professionale”, risulta una ottima propensione alla crescita professionale nonché il riconoscimento della vision e mission aziendale, per tali ragioni i lavoratori richiedono quindi maggiori opportunità di verifiche e incontri interni. L’Item inerente la soddisfazione professionale, dai risultati prodotti, fa emergere un buon grado di soddisfazione di ciascun lavoratore (l’83 % si dichiara abbastanza soddisfatto) e proseguendo col successivo item “la mia vita personale è bilanciata con quella professionale” fa emergere sicuramente un clima generale di soddisfazione, elemento determinante per la produzione e produttività dell’azienda. Si registra un forte clima di collaborazione e propensione a lavorare in gruppo. La propensione ad aiutare a inserirsi nell’ambiente viene confermata infatti dalle seguenti percentuali: il 50% risponde “molto”, mentre il restante 50% risponde “abbastanza”. La capacità di comunicazione è fondamentale per muoversi a proprio agio in un ambiente di lavoro in cui le relazioni con i colleghi e con gli altri settori possono risultare determinanti. Saper collaborare e, quindi, saper spiegare agli altri le nostre richieste, è fondamentale sia nell'organizzazione del lavoro interna che nei rapporti con i clienti. 149
  150. Passando ad analizzare l’ambiente competitivo, il contesto geografico di riferimento permette di poter identificare una vasta gamma di concorrenti. Tuttavia non possiamo dire che si tratti propriamente di concorrenti diretti quanto piuttosto di potenziali entranti. Premettendo che una effettiva concorrenza non esiste , in quanto le caratteristiche del prodotto “ Salsa di ciliegino” sono uniche, possiamo ravvisare dei potenziali entranti nel business di riferimento considerando soprattutto le imprese operanti nel contesto siciliano che producono prodotti simili e che effettuano esportazioni all’estero. L’azienda Ottagono s.r.l. rappresenta in primis uno dei potenziali concorrenti in quanto la gamma prodotti “Siciliano” potrebbero insidiare le quote di mercato dell’azienda Monterosso. I prodotti “Siciliano”sono il risultato di ricerche condotte nell’ambito di un progetto comunitario (azione 7.1 del PRAI - Programma Regionale di Azioni Innovative Innovazione Sicilia FESR 2000 - 2006 - Progetti innovativi e Reti di cooperazione), sviluppato grazie alla costituzione di una ATS (Associazione Temporanea di Scopo) formata da una rete di cooperazione, la “Rete Ottagono”. Quest'ultima prende il nome dal numero di entità presenti nel corso del suddetto progetto: sei aziende ortofrutticole siciliane, un ente di ricerca di Palermo ed uno studio di consulenze di Ragusa che ha coordinato le attività. La ricerca vera e propria si è sviluppata ad Ispica (RG), dove la Rete Ottagono ha allestito un laboratorio pilota, diretto da un Tecnologo Alimentare, per sviluppare innovazione di prodotto e di processo tramite la trasformazione di ortofrutticoli freschi forniti dalle aziende della rete. In un anno di ricerche sono stati elaborati quasi 500 prodotti innovativi per originalità e tecnologie produttive, al punto da rendere tale lavoro uno dei migliori quaranta progetti analoghi avviati in Europa. Anche i risultati ottenuti dalle varie prove di degustazione, effettuate al Vinitaly di Verona (2006) con la Regione Sicilia e all'estero (Svezia, 150
  151. Svizzera, Germania, ecc.), hanno condotto parte dei componenti della rete a capitalizzare i risultati formando la nuova società: Ottagono Srl. Altra impresa che potrebbe rappresentare un concorrente è “Ortobarocco”, specializzata nella produzione di salsa di ciliegino. L’impresa, ubicata a Scicli, in provincia di Ragusa, si trova in una zona caratterizzata da un ambiente pedo – climatico molto favorevole alla produzione del ciliegino e quindi poi alla sua lavorazione – trasformazione in salsa. L’impresa è stata costituita dai fratelli Morana e dalle due mogli, come continuazione dell’esperienza familiare nella produzione di ortofrutta in genere. Negli ultimi anni poi, si è specializzata nella coltivazione di pomodoro ciliegino (più comunemente conosciuto come pachino) diventando leader del settore, e di recente è stata avviata la trasformazione del pomodorino presentandosi sul mercato nazionale ed internazionale, con la famosa “ salsa di pomodoro ciliegino”. Nasce così il marchio "Casa Morana" . L’impresa si occupa solo della trasformazione del proprio pomodoro ciliegino ed opera solo nei mesi estivi (da giugno a settembre) poiché in estate il pomodoro ciliegino raggiunge il max grado di dolcezza necessario per ottenere delle ottime trasformazioni in termini di gusto e sapore. Obiettivo principale di Casa Morana è quello di portare sulle tavole di tutto il mondo il prodotto made in Italy, di fare conoscere le mille sfaccettature del pomodoro ciliegino siciliano all’insegna della genuinità e tradizione siciliana. Altro potenziale concorrente che opera nel mercato locale può essere costituito dall’azienda Lucifora che produce la salsa di ciliegino oltre ai vari prodotti sott’olio e sott’aceto. L’azienda ragusana propone aromi che vengono utilizzati quotidianamente nella cucina tradizionale mediterranea:prezzemolo, origano, menta, peperoncino piccante. Lucifora è un’impresa che si impegna nel proporre ai propri clienti i migliori ingredienti per conservare intatte le proprie ricette, senza uso di 151
  152. conservanti: carciofi, pomodori, pomodorini, olive, capperi, peperoni, melanzane, funghi. Da qui nasce la scelta di usare olio extra vergine d’oliva che garantisce un sapore inconfondibile. L’azienda Lucifora, produce e confeziona, da oltre 40 anni, salsa di ciliegino, sott’oli, sott’aceti, sughi pronti, caponate di altissima qualità. I prodotti utilizzati, come l’olio extra - vergine d’oliva e tutte le materie prime, con la loro genuinità, mantengono i sapori tradizionali siciliani nel tempo, senza utilizzo di alcun conservante. Gli ingredienti sempre freschi di stagione, garantiscono una indiscutibile qualità dei prodotti ancora oggi lavorati e farciti a mano secondo la ricetta di Giovanni Lucifora, fondatore dell’azienda. Anche se non si tratta di un concorrente diretto in quanto non fa della salsa il suo principale prodotto, tale azienda potrebbe rappresentare un potenziale nuovo entrante nel business tipico della Società Agricola Monterosso. Altra concorrente locale è l’Azienda Agricola Biologica Sant'Antonio Abate che nasce nel 1977 ad Ispica, in provincia di Ragusa, sulla costa sud - orientale della Sicilia. L'Azienda si estende su una superficie di 60 ettari di terra interamente coltivata secondo il metodo di agricoltura biologica ad ortaggi, agrumeti, oliveti. Integralmente certificata "Biologico" dal 1995 l'Azienda è specializzata nella produzione di ortaggi, nella loro trasformazione, essiccazione e conservazione sott'olio extra vergine d'oliva e di salse di pomodoro. La filosofia aziendale è produrre specialità genuine e naturali, prive di conservanti, coloranti ed esaltatori chimici di sapori, garantendo la naturalezza. Il processo di essiccazione a cui sono sottoposti gli ortaggi (essiccazione naturale in serre / 5000 mq di essiccatoi coperti) fa sì che essi mantengano inalterata la propria struttura, i principi nutritivi e 152
  153. caratteristiche organolettiche. Ciò consente di avere un prodotto di qualità e soprattutto sicuro, caratteristiche fondamentali per mantenere o acquisire nuovi clienti nel mercato. L'azienda produce gli aromi per condire gli ortaggi sott'olio extra vergine di oliva ed è proprietaria di un uliveto, sempre coltivato con metodo Biologico, dal quale ottiene l'olio per la conservazione degli ortaggi e delle salse. Una produzione che grazie al completo controllo della filiera è garantita "dalla terra alla tavola". La Società Agricola Monterosso è una realtà imprenditoriale che ha sempre mirato ad ampliare i propri orizzonti commerciali non solo verso tutto il territorio italiano ma anche in tutto il globo, consapevole dell’unicità del proprio prodotto e della forte tradizione del settore agroalimentare tipica della nostra regione. I mercati esteri privilegiati sono quelli europei per un fattore di vicinanza e di immediatezza nel comunicare il prodotto e gli attributi ad esso legati, per non parlare poi delle tradizioni alimentari che possono essere molto diverse passando da un continente all’altro. - Figura 4 – La mission di Agromonte. Fonte: www.agromonte.it 153
  154. Proprio il caso delle differenti abitudini alimentari e della impossibilità di produrre un prodotto simile in contesti come quelli nord europei, ha fatto incrementare le richieste del prodotto “ salsa di ciliegino” nei vari paesi esteri, obiettivo della Società Agricola Monterosso. Questo aspetto diventa uno dei principali fattori critici di successo che consente all’impresa di acquisire rilevanti quote di mercato anche oltre – oceano, sia nel mercato asiatico che in quello americano. Nello specifico, il 67% della produzione è destinato al mercato italiano, da nord a sud, il restante 33% è invece destinato all’estero. Di questo 33%, il 60% sono esportazioni a livello europeo mentre la restante percentuale è destinata ai mercati extra – comunitari. I principali paesi importatori sono Irlanda, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Francia, Svizzera. Interessanti sono i rapporti con gli altri continenti: si verificano flussi esportativi anche in USA, Giappone e Cina. - Grafico9 – Quote di mercato estero (2010) quote exp. mercato estero( dati 2010) 10% 11% Nord EU centro EU Sud EU Asia America 35% 14% 30% Fonte: Soc. Agricola Cooperativa Monterosso (2010). Come si desume dal Grafico 9, si nota che il prodotto di base dell’ azienda (salsa di ciliegino) è conosciuto in tutto il mondo. Il mercato privilegiato è quello del Nord e Centro Europa (Danimarca, 154
  155. Irlanda, Germania, Inghilterra, Francia, Svezia, Svizzera), ciò può essere dovuto alla minore concorrenza presente in tali contesti geografici e alla grande attenzione dei clienti ad un prodotto di qualità e non facile da reperire sul mercato. Si aggiungono inoltre le quote di mercato a livello extra – europeo, nell’ambito asiatico (Giappone) e americano (USA). Come sostenuto in precedenza, mancano dei veri e propri concorrenti effettivi in quanto il prodotto è pressoché unico considerando le sue proprietà organolettiche e le modalità di produzione, nonché il tipo di prodotto (ciliegino) utilizzato per produrre la salsa. Questo permette all’impresa di avvantaggiarsi di un forte potere contrattuale nei confronti dei buyers sia nazionali che esteri. Analizzando i punti di forza e di debolezza possiamo individuare il posizionamento dell’impresa in riferimento al settore in cui opera. Circa i punti di forza, gioca un ruolo propulsivo, e quindi favorevole allo sviluppo, la voglia di crescere e migliorare, condivisa da tutto il personale dell’azienda. “Agromonte” dalla data di fondazione ad oggi ha avuto una crescita di fatturato del 300-400%. Vige un ottimo rapporto con le risorse umane dell’azienda; la passione per il lavoro viene motivata grazie al riconoscimento dei meriti dei lavoratori a tutti i livelli e grazie anche ad un adeguato rapporto salario - competenze. La cultura aziendale si rispecchia nel motto “L’azienda è di tutti e siamo tutti importanti”. Interessante punto di forza è la capacità innovativa non solo in termini di prodotto, ma anche di processo: l’azienda sta conducendo degli studi per poter applicare degli impianti di produzione orientati alla green economy, impianti e forme di energia alternative infatti sono ancora sotto studio al fine di accertarsi che gli eventuali costi aggiuntivi diano risultati economicamente validi. Tra i punti di debolezza possiamo indicare: il contesto sociale in cui opera “Agromonte”; dove emerge una bassa propensione ad associarsi in 155
  156. consorzi, da qui ne deriva una competizione negativa che non favorisce le aziende presenti sul territorio. L’eccessiva presenza di imprese isolate in centinaia di nuclei, fa si che la loro offerta perda forza sul mercato dovendosi confrontare con il potere della grande distribuzione, decisamente più competitiva. Per essere all’altezza di competere con la grande distribuzione bisognerebbe che le numerose aziende presenti sul territorio si consorziassero in un unico centro che unisca le numerose unità produttive, accedendo al mercato attraverso una voce unica che li rappresenti tutti. Esistono anche, talvolta, elementi ostativi da parte di amministratori poco competenti o politicizzati. A causa dell’opposizione di un comune amministrato dalla destra, fallì, solo per ripicche di ordine politico, il tentativo di aprire nella città di Vittoria un centro per confezionare prodotti ortofrutticoli freschi. Elementi ostativi provengono anche dalla difficoltà che le aziende trovano nel ricevere i necessari aiuti dagli istituti di credito. Un altro elemento di difficoltà si rintraccia nella presenza sul mercato di prodotti, per la maggior parte provenienti dalla Cina, di bassissimo costo con i quali è difficile competere. L’Azienda si difende dalla concorrenza di questi ultimi puntando molto sulla qualità. Una bottiglietta di salsa di pomodorino “Agromonte” ha un prezzo sul mercato che oscilla tra 1.59 e 1.80 euro per un peso di 330 grammi. Una confezione di pelati di provenienza cinese ha un prezzo che oscilla tra 0.60 e 0.90, centesimi di euro per una confezione di peso pari a 660 o 720 grammi. Naturalmente il prodotto proveniente dai mercati cinesi ha una qualità pessima, esso viene ottenuto miscelando acqua e concentrato di pomodorino. Questo fa si che oltre a non essere di qualità paragonabile al prodotto “Agromonte”, se ci si fa attenzione, non risulta neanche conveniente, poiché, una volta messo in padella e cucinato perderà la metà del proprio peso e in più bisognerà anche necessariamente condirlo. 156
  157. La modalità utilizzata per penetrare i mercati internazionali è l’esportazione diretta verso i paesi che richiedono il prodotto. L’azienda ha creato una vasta rete di rapporti commerciali con i vari grossisti i quali importano la merce per rivenderla ai vari distributori (D.O., G.D., normal trade) e dettaglianti in un secondo momento. Quindi la Società Agricola Monterosso non possiede piattaforme distributive all’estero, né filiali di produzione, né crea accordi di collaborazione con altre imprese estere. Tutta la produzione avviene a livello locale al fine di dare un’immagine di originalità, genuinità e unicità al prodotto commercializzato. Per quanto riguarda le strategie di marketing, la Società Agricola Monterosso si affida a delle politiche di comunicazione dirette ed efficaci che garantiscono una percezione del prodotto tra i vari acquirenti esteri fortemente legata alla grande tradizione alimentare italiana, sinonimo di qualità del prodotto. Esso viene destinato in tutti i mercati in modo standardizzato, senza applicare eventuali adattamenti del prodotto in rapporto alle variabili etno – culturali sempre presenti nei vari contesti geografici di esportazione. Proprio per questo il prodotto è in forte espansione su scala mondiale e conta delle quote di mercato rilevanti. La classica modalità di marketing è quella diretta che si basa sulla vendita personale, trattandosi di un’impresa operante nel business to business, il personal selling si adatta bene alla circostanza, ovvero presentando direttamente i prodotti aziendali agli acquirenti potenziali (grossisti e distributori) allo scopo di realizzare la vendita. Questa modalità consente di far conoscere nei minimi dettagli il prodotto ai buyers che potrebbero essere anche sottoposti a delle influenze da parte dei salespersons, in modo da ottenere una maggiore efficacia nella proposta del prodotto. Un grande supporto alle strategie di marketing applicate è dato dalle molteplici manifestazioni fieristiche svolte in ambito agroalimentare nei vari paesi esteri: addirittura è stimato che, a livello B2B, le 157
  158. partecipazioni fieristiche rappresentino una quota pari al 50 – 70 per cento del budget di comunicazione complessivo. Si tratta di strumenti di comunicazione molto efficaci dando risposte professionalizzate e specifiche alle esigenze degli acquirenti. La manifestazione fieristica diventa come una vetrina per l’impresa che mostra la gamma dei prodotti affiancando una comunicazione specializzata in rapporto ai vari potenziali acquirenti presenti. Altra modalità di marketing diretto sono le campagne promozionali effettuate direttamente nei punti di vendita (ipermercati, supermercati, superstore) con corner assortiti dei vari prodotti Agromonte, con l’intento di avere un riscontro diretto con il consumatore. L’Azienda ritiene particolarmente importante il marketing, essa investe costantemente anche nelle forme tradizionali di pubblicità, specie nella carta stampata, facendo sì che il marchio “Agromonte” sia presente in diverse riviste e giornali, per citarne alcune: Panorama, Donna Moderna, TV sorrisi e canzoni, Chi, Visto, Gambero Rosso, Food, Cucina Moderna, Economy. In programma è la presenza anche a livello televisivo. L’azienda è presente anche sulla rete attraverso il proprio sito web. - Figura 5. Campagna pubblicitaria Agromonte (aprile 2010). 158
  159. Fonte: www.agromonte.it CONCLUSIONI La globalizzazione dell’economia è un processo che oggi giorno tutte le imprese sono chiamate ad affrontare. I vantaggi competitivi ottenibili dal commercio estero o dagli IDE fanno si che per le aziende diventi di prioritaria importanza orientarsi al mercato internazionale, sia per quanto riguarda la fase di produzione, sia per quanto concerne la vendita degli out – put. Nel presente lavoro si è cercato di individuare la situazione del sistema agroalimentare italiano nell’ambito internazionale. L’industria alimentare italiana è uno dei settori dell’economia nazionale più attivi in termini di internazionalizzazione, in questo ambito giocano un ruolo importante le produzioni di qualità, le quali hanno evidenziato negli 159
  160. ultimi anni performance ancora più soddisfacenti sui mercati esteri rispetto a quello interno. L’incremento delle esportazioni registratosi nel 2010 è un segnale positivo per il settore, non a caso l’Italia occupa un posto di grande rilievo tra i principali paesi esportatori di prodotti agroalimentari a livello mondiale, con una quota di mercato consistente maggiore rispetto a quella di paesi a forte vocazione agro – alimentare quali Canada, Cina e Brasile. L’Italia è anche tra i primi paesi a livello europeo a godere di un elevato numero di sussidi e di incentivi a favore delle imprese agroalimentari. Come è stato evidenziato nel secondo capitolo infatti, si nota la grande importanza della PAC e dei sui tre pilastri: 1) le politiche agricole comunitarie costituite soprattutto dal fondo FEOGA (Fondo europeo di orientamento e garanzia in agricoltura) che finanzia i pagamenti diretti agli agricoltori e le misure di gestione dei mercati agricoli attuate nell’ambito delle Organizzazioni comuni di mercati (OCM), e dal Fondo europeo per lo sviluppo rurale (FEASR) articolato in 4 assi che è destinato a finanziare i programmi di sviluppo rurale; 2) le politiche di sviluppo rurale, che sono a sostegno dello sviluppo socio – economico delle comunità rurali; 3) la politica delle strutture, per migliorare la qualità e la sicurezza dei prodotti alimentari. La PAC dovrebbe contribuire a mantenere un sistema agricolo diversificato sul territorio, in particolar modo nelle aree remote, e assicurare la fornitura di beni pubblici. Per quanto riguarda lo stato del settore agroalimentare siciliano viene confermata una situazione critica. A pesare sui produttori siciliani sono stati il perdurante clima di incertezza e la riduzione della capacità produttiva del settore. Ma il 2010 e’ stato segnato anche da altro, come la flessione degli investimenti e la preoccupante stagnazione dei consumi alimentari così come dalle possibili tensioni sui mercati internazionali. Il “caro-gasolio”ha condizionato i bilanci 160
  161. di molte aziende, soprattutto di quelle serricole che nel distretto ragusano dell’ortofrutta e del florovivaismo rappresentano valori economici di tutto rispetto nel paniere produttivo regionale. Uno scenario complesso quello dell’anno produttivo ed economico appena concluso dal quale emerge ancora una volta che è mancato un vero ricambio generazionale nei campi. Le principali cause inerenti le difficoltà finanziarie delle imprese agricole siciliane vanno rintracciate nella eccessiva frammentazione e polverizzazione del sistema produttivo e nelle ridotte dimensioni delle imprese che operano sia nelle fasi a monte della filiera, sia in quelle più a valle e poi nella scarsa collaborazione attuata tra i vari imprenditori, che, ricorrendo a strutture quali consorzi e associazioni potrebbero fare valere un maggiore potere contrattuale nei confronti della grande distribuzione. Le possibili soluzioni sono da rintracciare dunque nello sviluppo di consorzi e forme associative di gruppi di imprese e nella capacità di creare prodotti a marchio riconosciuti a livello sia nazionale che estero, puntando comunque alla denominazione di origine tipica e/o protetta. Il presente lavoro cerca anche di fornire un supporto per quelle imprese che volessero intraprendere la via dell’internazionalizzazione mettendo in evidenza non solo il piano delle riforme comunitarie e dei programmi di intervento a supporto delle imprese operanti nel settore, ma evidenziando anche le modalità e le problematiche relative all’ accesso nei mercati stranieri, sia in termini di produzione diretta sia in termini di sola commercializzazione, facendo riferimento alle varie opzioni possibili circa la creazione di accordi con imprese straniere, aperture di filiali all’estero, creazione di canali commerciali internazionali e/o sviluppo di piattaforme distributive. In ultima analisi il caso aziendale offre un concreto esempio pratico circa tali modalità di commercializzazione dei prodotti dell’industria alimentare nel contesto internazionale, mettendo in evidenza l’impossibilità sia di coltivare i prodotti agricoli direttamente all’estero, 161
  162. in quanto è necessaria la presenza di un ambiente pedo – cimatico favorevole quale quello del mediterraneo, sia di sviluppare IDE per le fasi di lavorazione dei prodotti agricoli in unità aziendali estere con basso costo di manodopera poiché il prodotto perderebbe in qualità durante il trasporto. Non a caso la società analizzata preferisce acquisire i prodotti da lavorare direttamente in loco e attivare la produzione a livello locale per trasformare il prodotto. In un secondo momento vengono attivati i flussi commerciali internazionali solo in riferimento ai mercati di sbocco piazzando il prodotto finito. Ciò consente di avere prodotti freschi pronti per la lavorazione e di operare verso i mercati esteri con la sola attività di commercializzazione del prodotto. BIBLIOGRAFIA - Armani, M. Mondelli, S. Paone, F.G.M. Sica (2005)“I consorzi italiani per l’esportazione”, nota dal C.S.C. - Baronchelli G. (2008), “Delocalizzazione nei mercati internazionali, dagli IDE agli offshoring”, LED Edizioni Universitarie - Barrucci P. (1998), “Economia globale e sviluppo locale. Per una dialettica della modernità avanzata”, Pisa, Felici - Bartlett C.A., Ghoshal S. (1989), “ Management globale: la soluzione trans - nazionale per la direzione d’impresa”, (trad. it.), ETAS, Milano - Caroli M. (2008),“Economia e gestione delle imprese internazionali” McGraw – Hill, Milano 162
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