Un limoncello all'inferno

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Quel 27 gennaio mio papà mi ha liberata dalle zavorre della nostalgia; mi ha permesso di accettare la mia identità composta da due anime, da due culture, da due patrie: non potrei consistere senza una delle due.

Storia di un reduce dai campi di sterminio nazisti, fra i molti che racchiude, è questo forse il messaggio conclusivo del libro memoria-romanzo di Centonze. Quello che condensa i caratteri del suo animo esuberante e mette in luce il legame profondo con il padre. Legame che non è banale attaccamento al genitore preferito, ma elogio della paternità – il senso acuto della responsabilità sopravvissuto in uomo pur così ferito e segnato da una esperienza atroce - e della maternità. Perché Cosetta (colei che scrive in prima persona) l’ha preso veramente per mano, come quei bambini che si sono persi in un contesto non più familiare, e che il sentimento materno spinge a raccogliere per “riportare a casa”. Rapporto unico ed esemplare sul quale fiorisce come sentimento maturo il perdono di Lui ai suoi aguzzini e la sapiente - sperimentata sulla sua carne - fraternità di Lei.

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Un limoncello all'inferno

  1. 1. Postfazione 9
  2. 2. 10
  3. 3. Caro papà sta notte ti ho sognato: non accade spessissimo; per lo meno non così spesso come vorrei. Nel sogno camminavamo insieme e tu eri così giovane che stentavo a starti dietro. La tua “vita” mi è apparsa così piena che quasi ero offesa che tu non mi chiedessi niente di noi: dei tuoi adorati nipoti, della mamma, di Miranda. “Senti papà…” Tu continuavi a sorridere: forse mi incoraggiavi? “Senti papà…” Ma l’espressione del tuo viso era così appagata che non ho avuto il coraggio di dirti niente. Al risveglio ho riletto una tua lettera dalla prigionia e le informazioni che ho avuto attraverso il sito degli schiavi di Hitler: “Lo stammlager VIII B di Teschen si trovava nel distretto militare di Breslau (Breslavia) in Polonia; il nome attuale dovrebbe essere Cieszyn.” Caro papà, non so dove tu ti trovi, ma sono contenta che tu non sia qui. Non potevi immaginare, quando ci hai lasciato 17 anni fa, quello che sarebbe diventata l’Italia: un luogo in cui tutti odiano tutti, dove garbo, educazione, buoni costumi non contano più nulla. 11
  4. 4. La libertà, la giustizia, l’equità, te lo dico in un orecchio come non ho osato fare nel sogno, tutto è stato spazzato dalla prepotenza e dall’ignoranza. Viviamo in un postribolo in cui chi più calpesta gli altri, più si fa la ragione. Be’ sono proprio contenta di non averti detto niente di tutto ciò. Forse, papà, con l’indirizzo stretto nella mano verrò a cercare i segni del tuo passaggio, della tua giovinezza sacrificata per tutte quelle belle cose che oggi in Italia non possiamo nemmeno più nominare. Cosetta Centonze figlia dell’aviere Luigi Centonze matricola 4752 stalag VIII B Teschen insignito il 27 gennaio 2010 della medaglia d’onore. 12
  5. 5. 13
  6. 6. 14
  7. 7. Preambolo 15
  8. 8. 16
  9. 9. Nella nebulosa in cui consisté la mia coscienza infantile si mossero suoni, espressioni, sapori, atmosfere che, soltanto dopo essere stati etichettati come ricordi, si composero in una scena coerente: avevo sei anni e a sera la nostra casa si riempiva di amici, di compari e di qualche don, tutti venuti ad ascoltare mio padre che raccontava della guerra, della prigionia, del ritorno- in gran parte a piedi- dal lager ai confini con la Cecoslovacchia- fino a Lecce. In quegli incontri mio padre Palmiro ci offriva una razione di quella disperazione assoluta che, come imparai con il tempo, non le catastrofi naturali o gli accidenti casuali, ma soltanto gli esseri umani sanno procurare ad altri esseri umani. Quando sembrava che, per quella sera, si fosse giunti al massimo dell'efferatezza, mamma si dava da fare ad improvvisare un rinfresco: tirando sospiri di sollievo, si sgranocchiavano taralli e si bevevano passiti al tuo ritorno. Non potevo fare a meno di associare quel rinfresco al rito del consolo, il banchetto funebre, che i parenti più stretti e gli amici più intimi offrono ai familiari di un defunto. La guerra di mio padre, quindi, si legò alIe reminiscenze vaghe, ma orrorose dei funerali 17
  10. 10. delle mie nonne cosicché quell’amalgama aveva il sapore stranito di festa macabra. I più sensibili, tra i presenti, spendevano una pacca amichevole dicendo: "Coraggio, Palmiro, ora sei qui: dimentica!" Mio padre sembrava infastidito da quel richiamo alla realtà e continuava a rimuginare nomi stranieri e fatti atroci e si guardava attorno smarrito fissando i volti, persino quello di mamma, come fossero estranei e remoti. Forse capiva di non essere riuscito a farci varcare il diaframma della realtà per introdurci nel suo incubo e che per questo era condannato alla solitudine. Subito mi rimproveravo per essermi distratta e provavo l'impulso di farmi avanti e di dirgli: "Papà, sono qui io: voglio condividere la tua pena." Avevo il sentimento, ma non le parole. Intanto il suo pubblico dava segni di stanchezza: sbadigliavano, si distraevano, chiedevano l’ora. Nonostante i taralli ed il passito, le presenze si diradarono fino a scomparire. Palmiro si ritrovò a dover smettere di raccontare la sua guerra e di cercare amici e parenti per depositare nelle loro orecchie distratte e nel loro animo indifferente i mozziconi di sofferenza, nella speranza che la condivisione rendesse più lieve il suo fardello. 18
  11. 11. Così si diede e ci diede ad una vita assai risentita, fatta di serate silenziose. 19
  12. 12. 20
  13. 13. PRIMA STAZIONE 21
  14. 14. 22
  15. 15. In una di quelle serate credo di averti fatto il primo di tutti i doni che ti ho offerto nel corso della nostra vita. Fu quasi involontario: mentre facevo i compiti, ti incapricciasti di un foglio del mio album da disegno. Era perfettamente candido e se ne stava innocente tra l’astuccio di legno, il libro di lettura e le matite colorate. Mi domandai se era possibile che, al pari di te, anche la grattugia, l’imbuto, il setaccio lo schiacciapatate e lo schiaccianoci, dall’alto dei loro appendini, su cui ordinatamente mamma li schierava, ambissero a quello stesso biancore. Era, la cucina, il regno di una libertà relativa, il luogo sulla cui soglia si fermavano gli interrogativi che mi assillavano nelle altre stanze: sporcherò?” “Danneggerò?” “Disturberò”? Era quasi un paradiso, quindi, o un mezzo purgatorio. Allora io non conoscevo i concetti né dell’uno, né dell’altro: sapevo soltanto che lì potevo rilassarmi un po’. Avevo scoperto, infatti, che, se leggevo o studiavo, mia mamma allentava il suo controllo e così per me leggere e studiare divenne tutt’uno con la libertà e, quindi, con la felicità. Io studiavo, dunque, mamma si affaccendava a 23
  16. 16. stirare, orlare, rammendare, ricamare o preparare conserve come il limoncello che era diventato la sua specialità. A te era consentito l’accesso naturalmente durante i pasti e, al massimo, per il tempo di leggere il giornale. Così tu ed io, di solito, eravamo nella stessa posizione: a testa china sulle pagine stampate. Talvolta provavo a darti una sbirciatina per via del sospetto che entrambi ci proteggessimo in quella trincea di carta dalla sola idea di sporcare o disturbare o dall’urtare le regole ferree della signora del limoncello. Quel giorno messo via il giornale cominciasti a girare attorno al tavolo e già una certa insofferenza si insinuava nel silenzio della signora del limoncello. Io, torturata dall’una e dall’altra, inquietudine tua ed impazienza sua, speravo che tu ti preparassi per tornare a lavoro, in ufficio – come mamma preferiva si dicesse- o che lei ti guardasse con l’espressione adorante che, di tanto in tanto, prendeva il posto del suo rigore sorprendendomi come una rivelazione. La ridda di emozioni e mozziconi di razionalità mi invitavano ad incamminarmi su un terreno enigmatico in cui l’incompiutezza dell’infanzia indovina l’esistenza delle contraddizioni degli adulti. Sapevo che in presenza della signora del limoncello controllavi la tenerezza che provavi 24
  17. 17. per me e nascondevi l’intimità nata dalle nostre affinità. Se mi ammalavo ti fermavi sulla soglia della mia camera, occhieggiando il mio letto e scuotevi la testa con una espressione ansiosa che cercavi di correggere in una smorfia di sorriso con l'intenzione di fare coraggio: non so se a me o a te stesso. Al massimo mi concedevi e ti concedevi qualche carezza nei giorni migliori, quando non gravava su di te quella egritudine spessa che intorbidiva la casa non appena facevi ritorno da lavoro. Così il tuo tessermi attorno una sorta di tela, come se mi cercassi o volessi qualcosa da me, mi scombussolava allegramente. Finalmente mi chiedesti: "Che lezioni hai, Cosetta?" "Devo disegnare l'autunno." Tacesti e osservasti il mio disegno che presentava tutte le stigmate della malinconica stagione: "Bello! Hai visto Prisca?" Ti rivolgevi a mamma, ma continuavi però ad accarezzare con tenerezza l’album bianco. E poiché in certi tuoi atteggiamenti eri scoperto come un bambino, ti trattai da coetaneo; te lo offrii: "Lo vuoi? Te lo do." Ma erano tempi in cui la parsimonia, e non lo spreco, regolava l'andamento domestico e mia 25
  18. 18. madre intervenne: "Lasciaglielo Palmiro: ne avrà bisogno per un'altra volta!" Tu, deluso, ritirasti la mano ed io, mortificata per te, mi impicciai per dartela vinta: "La maestra ha detto che il mio album ha i fogli troppo lisci per il disegno ornato. Me lo ripete ogni volta ed io mi vergogno." Mia madre mi rimproverò: "Perché non me lo hai detto subito? Sarei andata da donna Rirì a farmelo cambiare. Adesso toccherà comprarne uno nuovo." Prosperava la bottega di donna Rirì, situata nel cuore più antico della città dove noi bambini crescevamo nel recinto di monumenti ocra, tenacemente protetti da ogni contatto con la vita e la natura. Allora, il tempo non esisteva. La sua scansione era lenta e i cicli si confondevano in un'armonia rassicurante. La bottega era un emporio pieno di ogni sorta di mercanzia: dalle ferramenta ai casalinghi, alla chincaglieria e ai sacchi di coloniali. In disparte, sugli scaffali più alti, si custodivano oggetti di cancelleria e qualche articolo da speziale come chiodi di garofano, mignatte, citrato. In certi pomeriggi ascoltavamo il battibecco tra l'emporio e la pioggia: questa cercava di persuadere quello a prendere una sfumatura grigia e smorta, ma l'emporio non se ne dava 26
  19. 19. per inteso e con i colori delle sue mercanzie costringeva all'allegria il suono di lei: cric scip, cric scip come il frizzare dei chicchi di citrato nelle nostre bocche e il ritmo delle natiche di donna Rirì. Mia madre intratteneva con tutti gli esercenti una sorta di sfida; partiva nelle mattine, ancora libere da incrostazioni di scippi, con la borsa di rafia ed il borsellino con la chiusura a scatto per la sua quotidiana missione: ridimensionare i prezzi del mercato. Prisca era abilissima a dimezzarli e a dare loro un'ulteriore sforbiciata. Quindi se ne tornava, tutta un trionfo, con le masserizie per la nostra famigliola nella sporta e il borsellino, stretto nell'altra mano, ancora mezzo pieno. Tra tutti gli esercenti donna Rirì aveva accettato giocosamente quella sfida con mia madre ed erano diventate amiche. Per questo io, Cosetta, mentre sedevo su uno dei sacchi di coloniali assieme ai bambini del vicinato, mi sentivo a mio agio più degli altri compagniucci. Trascorrevamo gran parte di quella felice condizione a meditare sulla natura dei chiodi di garofano, delle mignatte e del citrato che debellavano tutti i malanni del rione in cui regnava una salute fiorente. Quando non c'erano clienti, donna Rirì si metteva in ascolto delle nostre fantasie 27
  20. 20. scambiando qualche sorriso con Porfirio, il pappagallo sapiente che abitava la gabbia appesa vicino al finestrone. Un tentativo dopo l'altro, carpendo nozioni dal sussidiario e nomi da racconti di filò e dalle conversazioni degli adulti, componemmo una leggenda. Totò parlò di terre lontane, vulcaniche - precisai io - in cui sbocciavano garofani di straordinaria bellezza; ma - deliberò Maria Venusta destinati ad un'esistenza brevissima. Le proprietà medicamentose dei loro stami potevano essere preservate dalla corruzione purché, notte tempo, uomini pietosi come eremiti- aggiunse Vincenzo - li cogliessero, ad uno ad uno, per consegnarli a chi ne avrebbe rifornito le botteghe del mondo. Quanto alle mignatte io dissi che abitavano in abissi azzurrini in cui muovevano con felice agilità la loro massa diafana. Anche esse, come i garofani, potevano essere portate in superficie solo da palombari prescelti. E seguivamo, sognando di uscire dal recinto barocco, carovane avvolte da rena, e navi che veleggiavano fino a noi con il loro carico salvifico. A quel punto la proprietaria dell'emporio decideva che la nostra innocente fantasia andava salvaguardata e gettava un panno sulla gabbia di Porfirio, fonte di tutte le verità più sguaiate o sgradevoli, che si metteva a 28
  21. 21. gracidare: "Mannaggia bah! Mannaggia bah!" Quelle interruzioni ci impedivano di procedere nelle nostre indagini a cui ogni volta aggiungevamo un particolare. "E il citrato?" Chiese Sarina impettita nella sua curiosità. Il citrato curava le intemperanze mangerecce degli adulti, ma era anche il dono che ci consolava da un eventuale bernoccolo, dava sollievo a mal di pancia ed emicranie; curava svogliatezza e capricci. Proprio a causa dei suoi molteplici utilizzi stabilimmo che doveva trattarsi di una polvere magica, monopolio felice della bottega. Ci convincemmo che a recarlo era l' uomo con il moncherino che veniva a raccogliere periodicamente stracci e cartoni. Egli scambiava un sorriso ed una strizzatina d'occhio con donna Rirì e questo ci parve un segno chiarissimo d'intesa. Mi distolsi dal pensiero felice della bottega e della bottegaia per venirti in aiuto. "Tieni." Dissi, sospingendo il foglio. Mamma strinse le labbra in una rima sottile, e dovette trascrivere sul libro nero che certamente esisteva riguardo mio padre e me, quel soffio di alleanza. Mi guardasti e prendesti il cartoncino mostrando una contentezza ed una 29
  22. 22. soddisfazione che mi imbaldanzì. Via, via mi sembrò di capire che ciascuno viene al mondo diversamente abile; reca con sé un qualche svantaggio con cui deve fare i conti e che deve cercare di superare. Quello di mio padre Palmiro erano i ricordi della prigionia, durata due anni, in un campo di concentramento: lì alcuni erano morti; altri se n’erano fatti in qualche modo una ragione; ma c’era anche chi ne usciva vivo solo a metà: era il tuo caso. Lo dimostravano quel ricascare, nei primi anni dal tuo ritorno, sulla tua iliade e sulla tua odissea: le bombe, il lager, le miniere, la famiglia di Pasian di Prato che ti aveva nascosto ai repubblichini, che ancora imperversavano nel nord dell’Italia, l'abbraccio con tua madre, vedova, che ti aspettava perché le rare lettere dal lager avevano sostenuto in lei la speranza del tuo ritorno. Eri ancora prigioniero nonostante lo scorrere di avvenimenti felici: il matrimonio con Prisca che ti aveva atteso anche lei, la mia nascita, la vita , insomma, che si prendeva la rivincita sulla guerra e la morte, ma che non riusciva a cancellare, o almeno a mitigare le sofferenze, gli orrori, le iniquità patiti da te. Capivo che quello era lo svantaggio con cui avresti dovuto fare i conti tu. Ed io che ruolo potevo avere? Quello di una guida ignara di un viandante 30
  23. 23. accecato dal dolore? Mi sembrava un compito così dolce che non ne coglievo la sproporzione velleitaria e diventavo sempre più determinata nel pretendere di salvarti specialmente dopo aver attinto serenità nella bottega di donna Rirì e nella lettura. Dopo il regalo del cartoncino da disegno, Prisca iniziò a ricamare una tovaglia a punto rinascimento sciorinando i suoi volumi di lino su spalliere e braccioli di sedie quasi che volesse ristabilire la sua sovranità sul focolare e prendere le distanze dai nostri capricci infantili. Mentre intagliava il candore del lino, cercava forse un motivo per perdonare la nostra scapataggine? Era solitudine anche la sua? Da quel momento tu ed io avemmo il tavolo tutto per noi. Cominciasti a prendere misure con una precisione che rasentava la pignoleria, ed io mi domandavo cosa progettassi. Qualche sera dopo mettesti fuori due boccette di inchiostro di china, una rossa e una blu. Mamma si fece più indietro per proteggere la tovaglia da quei due colori minacciosi e ti domandò: “Da dove esce fuori quell’inchiostro? Non lo avrai portato a casa dall’ufficio? E se ti scoprissero? E se prendessero provvedimenti contro di te? E se ti licenziassero?” 31
  24. 24. Non rispondesti. Scrollasti le spalle per scacciare quelle domande che incrinavano la tua meditazione. Alla parola licenziamento, il cuore mi diede un tuffo; rividi l’immagine del libro di lettura che rappresentava un accattone. Per educarci all’idea che il lavoro e non il gioco è degno dell’uomo, la didascalia spiegava che quella era la fine che meritava chi non si assoggetta a tale norma. Ma mi ostinai nel persistere a condividere quella novità che mi faceva toccare vertici di ebbrezza: la tua giocosa incoscienza. Così le serate presero un nuovo andamento: lettura, ricamo, inchiostro di china. Forse l’ipotesi che la donna del limoncello aveva fatto riguardo alla provenienza dell’inchiostro e le ombre spaventose che questo aveva fatto addensare sulle nostre teste, ti rendevano esitante nel dare inizio all’utilizzo del foglio. Una sera Prisca disse: "Verrà fuori una bella scacchiera." Finalmente avevo scoperto a cosa serviva il mio cartoncino e mi sorprese che mia mamma lo dichiarasse con tanta sicurezza mostrando di conoscerti bene, meglio di me. Prisca aveva deciso di interpretare il tuo capriccio come una sua vittoria: grazie a questa tua bizzarra occupazione, infatti, non avresti passato le tue serate in balia di uno dei tuoi 32
  25. 25. “vizi”, il gioco, che ti tratteneva, di sera e la domenica mattina, al dopolavoro. Erano sere in cui Prisca rimproverava persino il mio respiro, benché cercassi di diventare invisibile e di farmi scudo con i libri de “La Scala d'oro” . In realtà, invece, ero tutta tesa a cogliere dalla strada i segni del tuo rientro. Quanto più il tempo passava, più Prisca si faceva scura in volto e più io dovevo lottare con il mio intestino. Ora, invece, questa idea della scacchiera ti aveva strappato al cral. La signora del limoncello canticchiava a mezza voce ed io mi sentivo fiera del dono che ti avevo fatto e che per la prima volta sembrava darti ad un’attività. Apparivi proprio contento: fischiettavi mentre ti dedicavi con impegno alle misurazioni con squadra e riga e precisione maniacale. Quando tornavi a casa mi prendevi in braccio per baciarmi: cosa di cui ti credevo incapace e che mi dava una felicità assoluta come quando vi sorprendevo a scambiarvi tenerezze. Furono i giorni in cui fui quasi bambina. Tuttavia ero sempre vigile e spiavo il tuo ritorno dal lavoro già esperta a decifrare il tuo umore. Ma la scacchiera fece progressi, nonostante il tuo perfezionismo. Ora il cartoncino bianco era solcato da linee nere perfettamente incrociate. 33
  26. 26. Ti preparavi a passare le mani di inchiostro sui quadrati, ma esitavi: una sera il pennino non ti sembrava idoneo e impiegasti tempo alla ricerca del pennino perfetto disdegnando la bottega di donna Rirì. Un'altra sera provavi e riprovavi le mani di colore su un foglio a parte, ma il blu ed il rosso non ti convincevano. Prima di andare a dormire riponevi boccette e pennini in una scatola a scatto. E quello scatto convinse Prisca e me che anche le boccette d’inchiostro provenivano dall’ufficio. Era un furto? Sembrava di sì da come mia mamma nascondeva la scatola sotto vecchie coperte. Dunque qualcuno avrebbe bussato in pieno giorno, anzi nel buio della notte per accusarti di quella appropriazione indebita? Attribuivo quella preoccupazione anche ai miei genitori specialmente nelle sere in cui tornavi ad essere cupo e ti tenevi lontano dal cartoncino. Mia madre, forse consapevole delle nuove paure di cui ti aveva caricato, girava la manopola della radio e tutta la vita, che scorreva fuori dal nostro modesto consistere, si precipitava nella stanza con i suoni sguinci, i sibili, le parole straniere, la musica, le canzoni di Gino Latilla. Quando Prisca si accorgeva che né io leggevo, né tu disegnavi, smetteva di ricamare, 34
  27. 27. spegneva la luce del lampadario e ci lasciavamo ninnare dall'occhio giallo della radio. Tuttavia il ristagnare del tuo lavoretto cominciò ad incrinarmi il piacere che mi dava la lettura de "La leggenda dei Nibelunghi". Ne ero distolta per tornare a prendermi cura di te e del tuo malumore. Cercai in qualche modo di sollecitarti. Ti chiedevo: "Mi insegnerai a giocare a dama?" Facevi segno di sì ma, con i pugni alle tempie e i gomiti sul tavolo, continuavi ad osservare il cartoncino fino a quando mia madre stabiliva che era ora di andare a dormire. Dal mio letto, che occupava una parete della sala e che, di giorno, fungeva da divano, mi mettevo in ascolto sperando- giacché i bambini sanno tutto dell'amore anche se poi lo dimenticano e qualcuno insegna loro cose sbagliate- che fosse il corpo di mia madre a darti una felicità maggiore di quella che avevo creduto avresti trovato nella scacchiera. Il cartoncino abbozzato, tuttavia, continuava a suscitare in te attenzione e studio giacché ti intrattenevi di fronte a lui, appena potevi, ma sempre perplesso. Dovevo assolutamente mettermi alla ricerca di un altro dono che ti rasserenasse! Una breve tregua la conoscemmo la volta in cui tornasti, al limite del crepuscolo, con un pacco 35
  28. 28. di cibi vinti in una riffa tenuta da un venditore ambulante. Giocare e vincere, anche cose modeste, ti dava un'esaltazione e ti ringalluzziva contro la malasorte da cui ti sentivi perseguitato. Per questo la provocavi con ogni sorta di sfida e di gioco e ti capitava spesso di vincere, se il premio era modesto, e di perdere "per un punto", se c'era in palio qualcosa di valore. Quella sera mia madre non ti rinfacciò il gioco e subito allineò i barattoli nella dispensa per quando ci sarà “l’occasione di figurare” Ci concesse di aprire. tra tutto il bottino vinto, la boite di sottaceti e si bevve. Persino a me era stato concesso un dito di vino e quel liquido rosso e profumato mi donò un'allegrezza immotivata. Tu riprendesti la scacchiera e la osservasti come se intendessi rimetterti all'opera. Invece, ti vidi impallidire: mi accostai a te e mi misi anch’io ad osservare il cartoncino. Non so come, ti accorgesti di me e mi accarezzasti la testa. E sotto le tue carezze vidi quello che vedevi tu: le linee non erano quelle di un'embrionale scacchiera, ma le sbarre di una prigione oltre le quali c'erano i campi brulli, le sentinelle, le loro grida tedesche, il loro accento aspro, il filo spinato, i kapò, la punta aguzza delle armi, i tuoi compagni e tu stesso sospesi tra la vita e la morte a seconda dell'arbitrio dei vostri carnefici 36
  29. 29. o l'esito di battaglie che avvenivano lontano per decisione di uomini a cui era rimasta la voglia di giocare alla guerra. Nel corso di serate simili io mi addentrai tra quelle presenze ostili che riconoscevo grazie ai tuoi racconti di un tempo, andai oltre ed intuì alla cieca il dolore, le umiliazioni, le torture, la disperazione, la nostalgia, la ribellione. Soprattutto capii come la paura possa vertiginosamente trasformarsi in terrore. E da quello passai a sfiorare un altro stato d’animo tenebroso e più orribile della paura. Della prima avevo esperienza e potevo sguazzarci: ci sguazzai assieme a te! Il secondo, invece, mi era sconosciuto e non sapevo dargli un nome, ma sentivo tutta la sua potenza malefica come un mostro pronto ad imbizzarrirsi se non tenuto d’occhio. Soltanto quando lessi la riduzione della storia dei Nibelunghi compresi che era il sentimento del nano Ninive e di Hagen ed aveva un suo proprio nome. Si chiamava odio. Al momento non lo volli frequentare, ma mi specializzai nella prima. La paura era una fosca signora, elegante con la sua veletta ed i suoi mezzi guanti: ti seguiva ovunque. Aveva fermato lo scorrere del tempo, si era impadronito della tua mente, respirava accanto a te o attraverso te fino al punto che il seguito 37
  30. 30. della tua esistenza il presente e il futuro non te ne avevano liberato; tutti, di riflesso, eravamo sotto la sua guardia stretta proprio come il tesoro dei Nibelunghi custodito dal drago. Soltanto nei momenti in cui essa mollava la presa ci era concessa una vita equa con baluginii di semplice contentezza che pure alludevano a smerigli iridescenti della felicità che era lì a portata di mano. E anche quella sera, mentre noi festeggiavamo la tua vincita e aprivamo il barattolo dei sottaceti, facevamo onore alla cena di Prisca, la fosca signora era rimasta sempre là, in attesa, con il suo sorriso falsamente triste, giacché sapeva del proprio trionfo. A pensarci bene rassomigliava a qualche figura intravista su un vecchio album pieno di fotografie sfocate che ritraevano prozie impettite nella posa di inizio secolo. Che una di loro, la più corrucciata, fosse discesa dalla foto per curiosare nella nostra vita aggrondata quanto lei? Forse fu il vino che eccitò la mia fantasia, forse fu il ricordo di una tua lettera scritta dal lager che Prisca conservava e su cui distrattamente mi aveva fatto esercitare nella lettura, prima che tu volessi per me l'acquisto della "Scala d'oro". L'avevo imparata a memoria senza accorgermene ed ora la richiamavo divenendo consapevole di quanto tormento c'era dietro 38
  31. 31. quelle righe: Theschen "30/1/44 Mia adorata mamma, a distanza di pochi giorni ti scrivo nuovamente per darti mie notizie riguardo alla mia condizione fisica e morale e sono sempre le medesime. Ti prego di non preoccuparti e affliggerti per la mia salute; ti giuro che godo ottima salute, e ringrazio il Signore che fino ad oggi mi ha protetto e spero che mi protegga fino al giorno del mio ritorno a casa. Spesso lo prego che mi conservi in buona salute la mia cara mamma, mio unico tormento in questi tristi giorni di prigionia che noi tutti italiani abbiamo molta speranza che presto finiranno. Non ricordo di preciso quante lettere e cartoline ti ho scritto senza averne ricevuta una che mi dia la gioia e mi tranquillizzi alquanto di sapere tue notizie e cioè che la mia cara mamma attende sempre con fede il ritorno del suo Palmiro. Saluti a tutti; accludo anche un caro saluto al nostro bel cielo vivificato dal caldo sole italiano che da queste parti è molto pigro a farsi vedere. Tanti baci dal tuo affezionatissimo Palmiro." La mia intuizione trovava conferme: il tuo spirito era rimasto imprigionato laggiù nel lager, si 39
  32. 32. aggirava in quel labirinto e qui con noi in città, tra i compari e i don, c'era solo il tuo corpo sbilenco ed indebolito a causa di quella scissione. Era da essa che provenivano il tuo malessere e le tue angustie. Fu allora che decisi che avrei trovato la chiave, il chiavino, il chiavistello che ti avrebbero restituito intero alla vita, alla realtà, a noi, e a te stesso. Tanto più mi sentivo investita da questo compito quanto più mia madre appariva inconsapevole di tutto quel travaglio. D'altra parte c'erano pure momenti in cui sembravi trasformarti in ciò che avresti dovuto essere: un giovane uomo pieno di speranze. Se faccio il conto degli anni, mi intenerisco al pensiero che allora, quando io avevo sei anni, tu ne avevi solo trenta: quasi l'età che hanno oggi i ragazzi quando terminano gli studi universitari e cercano un'occupazione. Tu invece a trent'anni avevi già il tuo lavoro di contabile nella fabbrica di cordami, una moglie bella, e abile a tirare sui prezzi, e me. Talvolta avemmo accesso a quegli sprazzi abbaglianti di vita autentica. Ricordo una mattina: era estate e c'eravamo levati presto, spossati dal caldo patito durante tutta la notte; ce ne andammo tutti e tre al vicino giardinetto pubblico e come spuntino avevamo una confezione di biscotti. 40
  33. 33. C'erano i viali curati del parco, c'erano le siepi, c'erano le panchine, c'eravamo noi tre, c'erano i wafer e non c'era la paura. L'aveva forse messa in fuga il sole che saliva dall'orizzonte, arroventato e trionfante su ogni sorta di bruma? Siamo stati felici: l’ armonia che aleggiava su tutti e tre era parimenti percepita. Non so dire se è stata l'unica volta o l'ultima volta che ci capitò quella perfetta condizione. Mi sembra, tuttavia, che, subito dopo il miracolo di quella mattina, mia madre moltiplicasse le visite alla sua famiglia. Di rado ai tuoi racconti erano state presenti le zie, sorelle di mia madre. Si diceva che fossero molto impressionabili e preferivano evitare quegli incontri, anzi silenziosamente rimproveravano il cognato di scuotere i loro nervi. Le sorelle di Prisca, due nubili e una vedova, erano diventate la tua famiglia, poiché non avevi fratelli; le zie, però, trovavano da ridire sul tuo modo di vivere. Prisca sarebbe stata una donna semplice e concreta con tutte le qualità migliori di una popolana, se le sue pretenziose sorelle non l'avessero condizionata. Inoltre, mamma era più giovane di parecchi anni rispetto alle altre tre che a me apparivano decrepite e tanto dissimili da lei. Zia Naida scuoteva la testa e stringeva le 41
  34. 34. labbra avvicinandosi di più al telaio del filet. Zia Estrella, la modista, elencava: "Il gioco al cral, il fumo, il calcio. Io che, per via del negozio tratto con le migliori famiglie di Lecce, temo di fare una cattiva figura a riconoscerlo come cognato." E zia Renata: "Mio marito, buon anima, dispiaceri così non me ne ha dati mai!" Di nuovo zia Estrella: "Ma si rende conto del cattivo esempio che dà alla figlia?" Mia madre accennava di sì ed io mi intenerivo sulla tua innocenza mascherata di vizio e mi stupivo che Prisca desse loro ragione: non si ricordava più dei baci che vi davate, di quando vi lasciavate cadere sul letto corpo contro corpo? Senza malizia mi domandavo se mai le zie fossero avessero giaciuto nella tenerezza avvolgente di un altro corpo. Mia madre percorreva la strada del ritorno, gonfia di risentimento nei tuoi confronti, strattonandomi. A casa mi rifugiavo di nuovo nei libri per cercare di non sentire gli sbatacchi delle pulizie che la signora del limoncello accompagnava con un silenzio carico di rabbia. Quando aveva terminato di rassettare, accendeva la radio, ma ora dava un’occhiata all'orologio ora alla tua cena lasciata in caldo. 42
  35. 35. Infine sospirava spegneva la radio e andavamo a dormire. O meglio mia madre si addormentava ed io aspettavo sveglia, immobile sotto le coperte, il tuo ritorno dal dopolavoro. Tiravo un sospiro di sollievo quando ti sentivo arrivare; ero quasi tentata di abbandonarmi, finalmente, al sonno e, tuttavia, i miei sensi continuavano a seguirti mentre ti aggiravi in cucina e riscaldavi la cena che stava lì ad aspettarti e a rimproverarti. Al mattino le tue accurate abluzioni ti portavano via troppo tempo per mettere le carte in tavola, quindi la discussione avveniva il giorno dopo, all'ora di pranzo. Prisca riferiva la conversazione avuta con quegli oracoli delle mie zie. "Estrella ha detto... Renata non sa cosa dire... Naida pensa..." Tu ti chiudevi in mutismo o scendevi in cortile e facevi a gara con i ragazzi del vicinato nel tirare pallonate che si sentivano in tutto il rione. Io mi facevo piccola, piccola per il disagio mentre Prisca tratteneva il pianto in una smorfia e affettava le verdure per il minestrone serale. Non c'era verso che su quell'argomento si facesse pace. Giungeste al punto di farvi dispetti. La domenica tu cominciasti a tralasciare la visita alle tue cognate che avveniva di regola dopo la messa. 43
  36. 36. All'uscita dalla chiesa ci lasciavi sul sagrato senza complimenti. Mia madre in ghingheri, ma con il pianto che le andava su e giù nella gola ed io, nel vestitino con il corpetto a nido d'ape e la collana e il braccialetto d’oro, andavamo da sole dalle zie che non facevano commenti, ma erano tutte contente per quella nuova prova della tua scapataggine. Io mi tenevo pronta, seduta in punta di sedia, a prendere le tue difese. E quando lo feci mi alienai per sempre la loro approvazione: “Tuttasuopadre!” Dopo che per diverse domeniche avevi marinato la visita alle cognate, Prisca credette bene castigarti. Tornate a casa mamma cominciò a smettere gli abiti da passeggio per riporli con cura; e mentre io stavo per fare altrettanto mi fermò “Aspetta!” Disse con una luce perfida nello sguardo: “Non cambiarti. Devi riuscire!” Nella fretta di svolgere il suo piano Prisca aveva dimenticato di togliersi gli orecchini a forma di stella: io la guardavo e la trovavo bellissima. Sempre avevo giudicato mia madre bella, ma ora, con il suo viso intenso di vendetta, i suoi occhi neri, i suoi capelli ondulati sottolineati dai colori vivaci del vestito da casa e gli orecchini a 44
  37. 37. forma di stella, mi appariva una visione di insopportabile bellezza a cui la concentrazione della sua espressione donava un tocco inquietante. La sua richiesta era precisa e dettagliata: “Vai a cercare tuo padre! Certamente passeggia con qualche collega e va da un bar all’altro: beve troppo caffè fino a diventare nervoso… nervoso con le zie. Se mi darai ascolto non ti perderai; basta che ti punti in mente le edicole: qui di fronte c’è quella della Madonna delle ciliegie che conosci bene; volta a destra fino a giungere all’edicola di San Vito; prendi sempre alla sua destra e prosegui fino all’edicola della Madonna di Montevergine nella corte dei Patarnello. La corte sembra senza sbocco, ma se osservi bene, vedrai che alla sua sinistra si apre un vicolo, imboccalo e percorrilo tutto: ti troverai in piazza Sant’ Oronzo. Sbircia in tutti i bar che si affacciano nella piazza.” Tacque per un po’: “Ti sembra complicato? Si tratta soltanto di tre nomi: Madonna delle ciliegie, San Vito e Madonna di Montevergine; sei brava a scuola, impari presto.” “ E se non lo trovo?” Prisca si incupì, mi volse le spalle forse per nascondere la sua amarezza, forse per non ammettere la mia inadeguatezza di fronte al 45
  38. 38. compito di cui mi investiva e rispose seccamente: “Allora cercalo al cral: sai come arrivarci dalla piazza.” Sedette sulla sedia eccitata e contenta: “Mi raccomando, devi tornare con lui. Inventa qualcosa...digli… digli che mi sento male. Vai! Ricorda: la Madonna delle ciliegie, San Vito e la Madonna di Montevergine; ripeti i nomi mentre cammini! E, mi raccomando, non chiedere informazioni a nessuno. Con la scusa di venirti in aiuto, un giostraio potrebbe portarti via." Fu un'avventura: anche se Lecce, sul finire degli anni cinquanta, era una piccola e tranquilla città in cui i bambini crescevano di norma per le vie. Io stessa mi recavo a scuola da sola ed ero abituata ad uscire per piccole incombenze, ma questa era una novità sia per i luoghi, sia per l’oggetto della ricerca in sé: una bambina alla ricerca di un adulto da riportare a casa! Così partii e la città si dilatava e si dilatava di fronte ai miei passi: i palazzi barocchi con i loro profili andalusi si stagliavano contro il cielo perfettamente azzurro; ora scampanava una chiesa ora un'altra; la gente scemava da un luogo sacro ad una pasticceria. Avrei voluto restare per sempre tra la normalità 46
  39. 39. di quella allegra confusione, ma mi era stato dato un compito ed io non ero tipo da mancare ad un impegno. Di te non trovai traccia nei bar del centro. Certo ciò sarebbe stato un duro colpo per mamma: la conferma delle tue debolezze, dei tuoi vizi, delle tue colpe. Provavo qualche remora a cercarti al dopolavoro che era un posto per uomini, doveimmaginavo- si alzava la voce e si sbattevano le carte sul tavolo. “Come in una bettola.” Questa definizione mi venne da un anfratto della memoria che accoglieva i commenti acidi di zia Estrella. Era mai possibile che mamma, Prisca, la signora del limoncello, tutte e tre insieme mi inviassero in un posto simile? Prisca doveva essere esasperata! E che figura ci avresti fatto, poi, tu di fronte agli amici e colleghi riportato a casa per la cavezza tenuta da una bambina? Ebbi fortuna; percepii la tua essenza: le scarpe lucidate perfettamente, il vestito che figurava sul tuo corpo snello, i capelli ricci sulla testa di giovane Ottaviano. E seguii quella scia intravedendoti proprio mentre giravi l'angolo che portava al dopolavoro. O che i tuoi sensi di colpa ti avessero reso vigile, o che anche tu mi avessi annusata, ti 47
  40. 40. voltasti nell'accenderti una sigaretta e mi scorgesti. Avesti un momento di esitazione: ma né tu, né io avemmo il coraggio di essere noi stessi: tu recitasti la parte dello scapestrato ed io dell'aguzzino che ti controllava. Mi sono seduta su una panchina di Piazzetta Santa Chiara in attesa. Le porte a vetri del cral ci permettevano di sbirciarci. Tu giocavi a scala quaranta ed io, per passare il tempo, ripassavo a mente la lezione di storia per il giorno dopo. Esitavo tra Orazio Coclite e Muzio Scevola e la”cavallina storna”. La poesia con la sua cantilena era più adatta a rilassarmi, come la ripetizione monotona di un rosario permette di allontanarsi verso confini atemporali. Arrivai a giudicare con severità quel padre così sbadato da lasciarsi uccidere. Tuttavia ti limitasti ad una sola partita; venisti fuori e non sapevi dove dirigere il tuo sguardo. "La mamma sta poco bene." Ti dissi mentre mi passavi davanti. “Ah sì? Poteva chiamare le sue sorelle invece di mandare una bambina della tua età a cercarmi tra pericoli di ogni specie!” Camminavi rapido come se la notizia ti avesse messo in apprensione o forse fu un mero dispetto perché io non camminassi al passo 48
  41. 41. con te. Mi rassegnai a starti dietro. In verità, di tanto in tanto, ti soffermavi ad allacciarti una scarpa o ad accenderti una sigaretta cosicché riuscivo ad accorciare le distanze, ma non potei mai camminarti alla pari. Nel tragitto mi domandai se a casa avrei assistito ad una catastrofe: che peccato che fosse domenica e la bottega di donna Rirì non potesse offrirmi un rifugio! "Che ti senti?" Chiedesti bruscamente a Prisca, ma non aspettasti nemmeno che lei rispondesse e aggiungesti: "Eccomi qua, se è questo che volevi! Non ti venga più in mente di mandare Cosetta in giro per nulla. Io non mangio; tra poco passa Nino e andiamo a vedere la partita." “Benissimo- disse Prisca- anzi di bene in meglio! Dove arriverai di questo passo? Dove ci precipiterai?” Tu non rispondevi e anzi mettevi tutta la tua cura nel prepararti ad andare allo stadio. Ci furono altre scaramucce, altre coalizioni tra le sorelle per salvarti dal cral e da tutti i tuoi altri innumerevoli vizi. A volte ti rimettevi davanti al cartoncino della scacchiera che era rimasta incompiuta e facevi orecchio da mercante alle critiche che Prisca ti riportava. 49
  42. 42. Non so di cosa tu avessi più paura: se di quello che vedevi nella scacchiera o del clima di rimbrotti continui che si stava creando attorno a te. Di lì a poco a Prisca venne la smania per la casa nuova. Bastava che un'amica o un'ex compagna di scuola andassero ad abitare in un quartiere 50
  43. 43. nuovo, frutto della ricostruzione che ferveva nel dopoguerra, che lei cominciava a parlartene: "Se si facessero un po' di economie, se tu smettessi di buttare il denaro per il gioco, per andare allo stadio e per le sigarette, potremmo anche noi… magari con l'aiuto delle mie sorelle che sarebbero dispostissime se solo tu fossi un po' più rispettoso... potremmo lasciare questa vecchia casa piena di topi." Prisca sbandierava la trappola che di tanto in tanto conteneva un sorcetto. “Vendendo questa casa ricaveremmo qualcosa per l’anticipo.” “A vendere questa casa non ci penso proprio: ci sono nato, qui mia madre ha atteso il mio ritorno.” “Non per questo è diventata monumento nazionale.” Non facesti caso alla rispostaccia di mamma, ti rivolgesti a me carezzevole: “Neanche a te, Cosetta, piace abitare qui?” “Per me è bellissima.” Certo la signora del limoncello pensò che volessi farle un dispetto, ma io spiegai: “Mi piace per via delle due terrazze: quella dopo la prima rampa, piena di piante di gelsomino; e poi quella più in alto dove stendi il bucato, le lenzuola che sbattono come volessero afferrare il cielo.” Per quel giorno mia madre lasciò perdere, ma a pena si presentava l’occasione tornava a 51
  44. 44. battere quel chiodo. Anche il semplice piacere di una passeggiata ci fu guastato dalla vista di cantieri che ponevano le fondamenta. Forse fu per questo che un giorno decidesti di non alzarti per andare a lavorare? Quando mamma venne a chiamarti, ti rivoltasti nel letto e le dicesti di avvisare in ufficio. Io, che frequentavo il turno di pomeriggio, fui mandata alla fabbrica di cordami con un bigliettino per l'usciere che a sua volta avvisasse che eri in malattia. Di fronte all’ingresso degli uffici esitavo a rivolgermi all'usciere. Stavo là tra il vai e vieni degli operai e degli impiegati temendo e sperando che qualche collega di mio padre mi riconoscesse e mi venisse in aiuto. Fu l'usciere, invece, che si accorse di me; mi osservò un po', infine si decise ad affacciarsi: "Ehi tu, bambina, che c'è?" "Sono la figlia del ragioniere." Ma lo dissi a voce tanto bassa che l'usciere dovette ripetere la domanda. Ogni volta io provavo ad alzare un po' la voce, ma egli dovette venire fuori dalla guardiola, mi alzò il mento e si fece ripetere il nome. Disse- “va bene”- prese il biglietto e aggiunse, non so se per rispetto a te o per tenerezza nei miei confronti: "Fai attenzione per strada." 52
  45. 45. Quando venne il dottore per la visita fiscale facesti molto bene la parte del malato tanto che il medico trovò un'etichetta- "Esaurimento"- e ti diede tempo due settimane per guarirne. Mia madre, in cucina, a voce bassissima mi mise a parte del vergognoso segreto: "Non ha niente; è solo un lavativo. Se la mia famiglia sapesse... mia madre, buonanima, aveva ragione: un giocatore e un fannullone è..." Io invece pensavo: "Povero papà: è colpa della guerra, del campo di concentramento; ah se mamma avesse visto quello che ho visto io nella scacchiera!" Ma non osavo contraddirla tanto più che mi degnava di quelle amare confidenze che mi spingevano a provare pietà anche per lei Anzi la consolavo, magari portandole da scuola un bel voto. Ogni giorno speravo di trovarti in piedi, ma l’esaurimento ti aveva tolto le forze. E, mentre donna Rirì saliva a farti due iniezioni al giorno, mi domandavo cosa sarebbe accaduto di noi se tu non fossi guarito e se fossi rimasto per sempre “esaurito”. Mi recavo a scuola per il turno di pomeriggio lasciandoti in quella condizione di abbattimento; mi voltavo per salutare mia madre, che mi seguiva con lo sguardo dal balcone e a quel punto la casa e tutta la strada e tutto il rione subivano una metamorfosi: ogni cosa diventava 53
  46. 46. ostile e sconosciuta, e durante le lezioni stavo con il pranzo sullo stomaco per la paura di trovare al mio ritorno un immane sconvolgimento. A casa mi appoggiavo allo stipite della porta della vostra camera e ti osservavo come facevi tu quando ero malata io. Un giorno mi sorridesti ed io mi sentii sollevata. Quindi cominciasti ad alzarti: ti aggiravi per la casa tutto scarmigliato e con la barba lunga da far paura a me che quasi non respiravo, mentre 54
  47. 47. mia madre, addirittura, ti parlava di calcio, ti regalava un pacchetto di sigarette. Cosicché man mano il tuo malessere si scioglieva e ricominciavi a parlare, a farti la barba, a sedere a tavola assieme a noi come se fossi in convalescenza da una malattia lunga e seria. Quella bravata di startene a letto senza un malanno che fosse misurabile con termometri e analisi aveva molto impressionato Prisca che, smarrita, dovette trovare insufficienti i consigli delle sue sorelle e cercò altre fonti di sostegno. Lo seppi la mattina in cui, scaduta la licenza per malattia, tornasti in ufficio tirato a nuovo con il tuo bel personale ed i capelli ricci domati. Sentivo che il nostro universo era tornato in ordine: tu a lavoro da buon padre di famiglia; mamma sfaccendava e lavorava di ago, lavorava di ago e sfaccendava. Io ero incastrata nell’odiato turno di pomeriggio: odiato sia perché durante la mattinata Prisca mi obbligava a ripetere ad alta voce ogni lezione fino a raggiungere una assoluta perfezione. Oppure dovevo ascoltarne incomprensibili confidenze, indispettiti sfoghi. Sia perché il turno pomeridiano, invertendo i miei ritmi rispetto a quelli degli amichetti, mi esiliava dalla bottega di donna Rirì e dalla mia banda di amici con i quali condividevo il mistero delle pignatte, dei fiori di garofano e, soprattutto, del citrato. 55
  48. 48. Tuttavia i miei genitori erano tornati nel meraviglioso ordine che li collocava in un punto preciso e decoroso del sistema solare, dell’universo, forse dell’infinito! Da quell’ordine io rimanevo esclusa a causa della mia infanzia saputa e di tutti quegli interrogativi per i quali non potevo domandare consiglio ai miei distratti genitori. Forse avrei dovuto rivolgermi a Porfirio, il pappagallo sapiente, per sciogliere nodi ed enigmi. La signora del limoncello, dunque, si arrovellava nella ricerca di un sostegno a cui aggrapparsi. E così quella mattina: “Ascoltami Cosetta.” Eravamo sedute sul mio letto-divano quando lei mi spiegò: “Dobbiamo pregare per tuo padre!” Annaspai nel gelo che di colpo mi serrò. “Perché? E’ ancora malato?” “Mi hanno detto che facilmente potrebbe avere delle ricadute. L’esaurimento nervoso è così!” “Così come?” Mamma faceva di sì con la testa e mi sembrava che fosse in possesso sia dell’ ineluttabilità di una veggente, sia della competenza di un medico. E continuava: “E’ qualcosa che ha intaccato il suo cervello per sempre: la cicatrice c’è e può sanguinare di 56
  49. 49. nuovo. Può darsi che il male non si ripresenti più, ma può darsi che si ripresenti ancora.” Ripeté con fermezza: L’esaurimento nervoso è così! ” La bellezza del suo volto si era arricchita dello ardire di una martire pronta ad affrontare tutte le evenienze di quel tuo stato imprevedibile e sfuggente. “Le zie… sanno?” “Certo! Povere! Mi hanno ascoltata con gli occhi sbarrati Non trovavano le parole. E’ stata zia Estrella, che, lavorando in modisteria, ne conosce di gente, a spiegarmi il meccanismo di questa malattia. Tra le sue clienti ce ne sono di quelle che di questo male si sono ammalate! Alcune ci sono ricascate: loro o qualcuno tra gli amici ed i parenti. La signora del limoncello rivolse il suo profilo bellissimo e severo altrove e sospirò: “Guarda cosa ci doveva capitare.” Pianse un po’ qualche lacrima silenziosa, poi di nuovo si rivolse a me. “Devi sapere che le preghiere degli innocenti sono sempre ascoltate da Dio.” Quella premessa mi sembrò una richiesta; una richiesta più impegnativa del cercarti al cral o recare all’usciere la richiesta di malattia. Prisca mi avrebbe imposto di recarmi 57
  50. 50. personalmente ai piedi dell’Altissimo che per me faceva tutt’uno con l’odore dell’incenso della domenica di Pasqua? Lei proseguiva ripetendosi: “Per questo devi essere molto buona! Pregare per il papà, per la sua salute mentale: Non immagini quanti di questi malati hanno sterminato la famiglia nel sonno! Devi essere buona e… pura! E leggere con fede una preghiera per il papà.” Assentii e d’altra parte avrei fatto qualunque cosa per te e per non essere sgozzata nel sonno. Tuttavia Prisca non aveva pace: aveva gettato un sasso in uno stagno e il suo vortice si moltiplicava senza trovare un consistere. Mamma possedeva un libro di preghiere e di canti sacri ed, ora, a pena poteva lo sfogliava. Aveva preso l’abitudine di girare per edicole e chiese e in ciascuna carpiva una preghiera, una supplica che inseriva tra le pagine del libro. Schierava i santini e mi chiamava per aiutarla nella ricerca. Scoprii che esistevano innumerevoli tipi di preghiere: per i malati e per gli studenti, per i moribondi e per avere un figlio, per allontanare da una casa spiriti maligni, per vincere un terno e per trovare marito. Ci dicevamo che non poteva non esistere la preghiera specifica per conservare la salute mentale da cui, inoltre, tutto l’ordine costituito 58
  51. 51. dipendeva!. Un pomeriggio domenicale, mentre tu eri allo stadio, andammo a far visita a donna Rirì. La saracinesca era calata a metà e quello fu certamente un segno propizio. “Se venite per una grattata, siete in anticipo! La ghiacciaia è ancora vuota! Ci vorranno altri due mesi per una granatina!” Ci disse donna Rirì dal fondo della bottega: da dove iniziava il suo appartamentino. “Ma capisco dalla tua faccia, cara Prisca, che non sei in cerca di una granita!” A me piaceva quel parlare schietto e contemporaneamente allusivo della padrona del citrato più di quello schematico della maestra e del sussidiario che oramai erano scaduti come fonti di sapere. “Vedete, donna Rirì, cerco una preghiera per il cervello di Palmiro, perché non gli venga un altro esaurimento nervoso!“ Mi aspettavo una reazione arguta, invece donna Rirì restò tranquilla come se le avessimo domandato un tot delle sue merci. “Una preghiera per l’anima o per il corpo?” Nella mia mente si presentò la pagina del sussidiario che riproduceva il cervello ed il sistema nervoso: dove poteva collocarsi quella benedetta cicatrice in agguato nella testa di mio padre? Mamma esitò, poi disse in un soffio: : “Per l’anima.” 59
  52. 52. E sei venuta qui? Pensi che una preghiera simile esca fuori da un sacco di fagioli? Prisca sospirò e ripeté ciò che aveva detto a me: “L’esaurimento é qualcosa che ha segnato il suo cervello lasciando una cicatrice e la cicatrice può riaprirsi. ” “Allora cerchi una preghiera per il corpo!” Mamma continuava: “Può darsi che non sanguini più, ma può anche darsi il contrario: non si può sapere con certezza. L’esaurimento nervoso è così!” “Come lo sai?” “Renata che, lavorando in modisteria, ne conosce di gente, sa per certo che tra le sue clienti ce ne sono sia quelle che sono guarite definitivamente da questo male, e chi invece ci è ricascato. Loro o qualcuno dei loro amici e parenti.” “Benedetta Renata! Ti ha fatto proprio coraggio! Tua sorella si riferiva certamente alle svenevolezze di gente viziata che fa i capricci e li chiama esaurimento!” “No, no: il microbo è attecchito con la fine di questa guerra come la spagnola attecchì dopo la prima. Non dà febbre, diarrea, bronchiti – magari!- ma è come un bruco che baca una mela che , fin quando non la giri, ti sembra bella e intatta.” Prisca quasi s’impuntava per non perdere 60
  53. 53. l’onore di un malanno tanto aristocratico. Fortuna che donna Rirì con la sua natura pratica non cascava facilmente nella rete dei si dice e fu lei a sottoporre Prisca ad un interrogatorio. “Ma tu, tu… fai felice Palmiro? Fai felice tuo marito?” E donna Rirì aveva nel viso certe movenze espressive a cui alternava occhiate verso di me come per tenermi a bada.” Vidi mia madre arrossire. “Allora? Rispondi? Non sarà che sei tu il baco, il tarlo che lo ammorba?” Prisca arrossì fino al margine della camiciola. Era bellissima ed io preferivo lasciarmi cullare dalla sua bellezza piuttosto che sfinirmi nel tentare di decifrare quel dialogo inestricabile. “Abbiamo già una figlia.” Disse Prisca abbassando gli occhi. Donna Rirì: “Eccolo lì il tarlo, ecco il microbo della seconda guerra!” Non capivo il trionfo di donna Rirì, né tanto meno se in quel trionfo ci fosse dello sberleffo o dell’amarezza! “Ragazza mia, fai bene ad arrossire! Di vergogna, però e non di pudore! Siete belli, siete giovani, godetevi l’uno l’altra! Quella delle malattie alla moda è proprio una malattia! Renata mi sentirà!” 61
  54. 54. “Per carità- interruppe mia madre- per carità! Se mi siete amica non ditele niente, niente! Poverelle le mie sorelle mettono da parte le loro tragedie per sostenermi!” Porfirio che da un po’ starnazzava, ripeté: “Mi sentirà, mi sentirà, per carità, per carità” “Per carità- ripeteva mia madre- per carità ed era sul punto di scoppiare a piangere quindi donna Rirì le fece la carità di ricoprire la gabbia. “Vedi che Porfirio ne sa più di te e delle tue sorelle della vita! Quelle tre, con le loro tragedie portate in punta di naso e messe in mostra di qui e di là, ti stanno indicando la loro stessa strada. Sareste una bella quadriglia!” Prisca oramai piangeva apertamente. “Ma dico io, vale la pena di avvelenarsi con le fantasie di ciò che forse accadrà o che non accadrà mai! Ma vuoi crescere anche questa qui- e indicò me- nel vostro clima di gramaglie? Quale donna non è stata abbandonata o ha abbandonato? Quante sono rimaste vedove? Quante non hanno ricevuto nemmeno uno sguardo da parte di un uomo? Io stessa, guardami, sono sempre stata ignorata da qualunque maschio e sì che tante altre più brutte di me, più mal fatte di me, qualcuno che le sposasse lo hanno trovato. Io niente di niente quasi fossi uno gnomo senza 62
  55. 55. sesso. E perché? Mistero! Fino a quando ho ereditato la bottega di mio padre ed ho dimostrato di saperci fare, quando con gli uomini ho trattato da uomo, ho cominciato ad esistere… anche se soltanto come bottegaia! Ma non c’è niente da fare: voi volete il monopolio del dolore! Per le vostre tragedie, per i vostri abbandoni, per i vostri lutti non sono state inventate le parole! Ah mamma mia! Che teste! Ed ora anche tu! Ora ci voleva la malattia speciale per Palmiro e la preghiera speciale perché non diventi matto! Io di preghiere per i matti no ne ho! Ma eccolo il mio libro con tutti i santi e le preghiere. Te lo regalo!” Non avevo mai visto donna Rirì così decisa se non quando trattava con gli altri commercianti; Né tanto meno avevo visto ridurre mia mamma allo stato di una bambina piagnucolosa che si lagnava per sciocchezze. Quel rigurgito di dati incomprensibili sulle zie, poi, mi colpiva proprio per la leggerezza con cui esse e le loro vicende misteriose venivano trattate dalla mia amica. Ma non era finita! Nello sbattere il libro di preghiere, questo si era aperto e donna Rirì, obbligata dalla scena da lei stessa creata ed interpretata, si sporse sulla 63
  56. 56. pagina aperta. “Guarda, guarda tu stessa, ragazza! Disse con una calma che sottolineava il suo trionfo. Guarda la pagina aperta! Sai leggere no? E’ la preghiera a Sant’ Anna per impetrare un parto felice. Fai tu.” Prisca, però era di nuovo padrona dei suoi nervi e pentita di quel pomeriggio: “Siete una brava persona, donna Rirì; ma ho approfittato troppo della vostra amicizia! Scusatemi il mio sfogo che vi ha scombussolata fino a farvi dire cose che non pensate delle mie povere sorelle e di noi tutte. Il libro di preghiere, poi, mi sembra troppo: privarvi delle vostre orazioni, alla vostra età. E poi se non dovesse esserci la preghiera che cerco io… a che pro?” Sentivo il veleno della vendetta nelle parole di mia madre che trattava la signora del citrato da vecchia esaltata e impicciona. Ma la mia amica se ne rideva e continuava ad offrirle la magia del libro di preghiere. “Il libro è tuo se lo vuoi: io le preghiere le conosco a memoria e se ne ho dimenticate alcune vuol dire che non mi riguardavano. Prendilo, Prisca! Prova a recitare tutte le suppliche, i tridui e le novene: qualcosa ne verrà fuori. Per me, basterebbe un pater, ave e gloria con il cuore, se proprio ti è venuta questa fissazione: 64
  57. 57. potrebbe darsi che curi te più che Palmiro.” Mia madre non seppe resistere alle potenzialità magiche del libro di devozioni e lo accettò. Fu così che, ogni volta che tu uscivi da casa, Prisca mi faceva recitare una preghiera che si concludeva sempre con la stessa richiesta: che tu non perdessi la ragione.. Io obbedivo e pregavo. Pregavo e pensavo alle sciagure delle zie di cui avrei voluto sapere di più. Pregavo e mi accorgevo che, come aveva suggerito donna Rirì, mia madre ti faceva contento. Aveva smesso di addurti ad ogni piè sospinto le sue sorelle ed usava ogni precauzione per non urtare la tua suscettibilità. Capivo che per mia madre lo spaventato Palmiro si stava lentamente trasformando in un orco che occorreva blandire più che amare. Un giorno sembrò che le mie preghiere avessero raggiunto lo scopo. Tornasti con la faccia di uno che è uscito da un labirinto in cui ha arrancato per molto tempo senza accorgersi che l’uscita era a portata di 65
  58. 58. mano. Avvolgesti mamma in uno di quegli abbracci di fronte a cui io abbassavo lo sguardo forse perché non ero abituata e quella perfetta felicità, o perché d’istinto sentivo che un abbraccio così portava ad un’unità vertiginosa per la quale non ero ancora pronta. Lodasti ogni cibo: “Ah questi cardi con le patate! Era da tanto che ne avevo voglia! Come lo hai capito, Prisca? E’ l’amore -non è vero?- che fa capire due persone senza che si parlino!” “E la loro stagione, Palmiro: ora i cardi sono saporiti e a buon prezzo. Questi vengono dagli orti con la terra sabbiosa.” “Ma non è soltanto questo: anche le patate. Un sapore di patate così non lo sentivo da prima della guerra!” “Patate novelle!” “Di’ quello che vuoi, ma c’è di tuo: la quantità dell’olio, del sale, la cottura delle cipolle!” “Mi fa piacere. Speriamo che la pietanza non ti deluda.” Anche Prisca stava al gioco. “Pensi che ho perduto l’olfatto? E’ così, Cosetta, tua madre pensa che ho perduto l‘olfatto. E allora facciamo un gioco: bendatemi- lasciò le posate- bendatemi e io vi dirò esattamente che cosa bolle in pentola. 66
  59. 59. Eh ho sentito tutto da quando ho messo piede in casa: l’odore dei cardi con le patate e l’altro. Allora mi bendate?” “Chiudi gli occhi: è uguale.” Ti dissi io. Serrasti gli occhi verdi e noi prendemmo parte al gioco.. “Aaah che aromi, che combinazione di aromi! Perché una buona cuoca- e tu, Prisca, lo sei senz’altro- non deve sommare i sapori in una mappata, un intruglio. Il piatto cotto bene deve conservare nell’amalgama i sapori distinti, peculiari! E’ per questo che la lingua ha papille gustative diversificate per il dolce, per l’agro, per l’amaro, per il saporito etc. “ Eri così vitale che io pensavo al potere della mia innocenza che aveva fatto dirompere quello delle preghiere; alla fortuna che mi era capitata di non avere il turno di pomeriggio in quel periodo; a quella tua allegria in cui mi ostinavo a percepire, forse per abitudine, uno stridere di fondo come quando in un cielo perfettamente sereno ed innocente passa il grido di un’aquila e subito l’innocenza indietreggia di fronte a quel presagio di violenza. “Allora?” Ti sollecitava Prisca. “Qui c’è, qui c’è… alloro!” “Verissimo!” “Quel giusto che aromatizza.” 67
  60. 60. “E poi?” “C’è l’olio del compare. E sì questo è olio padronale! Non è un olio che si può comprare ovunque. E’ un privilegio di cui si gode per via dei compari generosi.” “E’ proprio così: il compare è generoso.” Quella osservazione di mamma ti infastidì e la scacciasti via come un moscone. “Sì, sì: l’olio è del compare generoso! E poi c’è pomodoro, ma non pomodoro qualsiasi, ma i fiaschettini a grappolo che si conservano nelle cantine e maturano assieme all’aglio e al vino. E poi…” “E poi?” “C’è sale e pepe…” Ti divertivi a protrarre il gioco per tenere sulla corda mamma. “Che scoperta!” “Il sale è proprio quello delle saline e non salgemma…” “Ma dai…” “Poi… poi ci sono dei bei tranci di pesce spada freschissimo!” Apristi gli occhi verdi e ridemmo tutti: tutti contenti. E mangiaste con un gusto, con una lentezza, commentando e confrontando altri pranzi, e altri pesci. “E’ questa la vita- pensavo io- semplice e naturale. 68
  61. 61. Chissà perché la dobbiamo condire con bronci e dispetti.” Prisca aveva le mani nella saponata dei piatti, quella saponata che gliele segnava precocemente e che lei curava con creme a buon mercato. Tu in bagno ti preparavi a tornare a lavoro. Io non avevo bisogno di trincee di libri e continuavo a gustare il sapore del pece spada insieme alla gioia del pomeriggio che avrei trascorso tra i sacchi di coloniali fino al prossimo turno pomeridiano. Tutta quella serenità finì con l’eccitarmi e darmi un’agitazione febbrile in cui quasi sragionavo: “E adesso cosa accadrà?”- pensavo- “Fino a quando resisterà questa armonia? Che cosa la cancellerà?” Forse ero troppo abituata alla tetraggine, forse, come un nano vetusto, soffrivo di preveggenza: fatto sta che di fatti ci fu uno scotto. Mi baciasti e accarezzasti; abbracciasti Prisca stringendola da dietro alla vita. Era passione o richiesta di perdono? Era entrambi? Finalmente accendesti una sigaretta e mentre i capelli ti si arricciavano dicesti: "Be' ho una grossa novità: si tratta del lavoro." Attendesti compiacendoti di vedere Prisca e me pendere dalle tue labbra. "Sono andato dal caporeparto e gli ho detto che con il mio esaurimento non posso continuare a 69
  62. 62. lavorare là, all'interno di quello stanzone, insieme a tanta gente. E poi che gente! Quando si va a prendere il caffè non fanno altro che chiedere a questo e a quello cosa hanno mangiato a pranzo o spettegolare sulle mogli di tutti... Non li sopporto! E non tollero più nemmeno lui, il caporeparto, che al di là del vetro della sua stanza osserva se qualcuno alza la testa da una pratica e lo fissa come un guardiano... ma questo non gliel'ho detto." Mamma impallidì: "Nostra Signora dei Turchi...ti sei licenziato! Ah me lo diceva il cuore! E io che pensavo di entrare in una cooperativa per la casa..." Prisca era sul punto di piangere anche se in un modo diverso da quello con cui aveva a lungo pianto nella bottega di donna Rirì; ed io non sapevo di chi avere più pietà, chi consolare, a chi dare maggiore ascolto. Tu continuasti: "Aspetta, fammi andare avanti e ti troverai contenta. Il caporeparto si è grattato la testa e mi ha mandato direttamente dal proprietario. Questi, che ha un figlio disperso in Russia, ha capito che, malato come sono, lì dentro non ci posso rimanere.” Le tue erano affermazioni che non 70
  63. 63. ammettevano discussioni e aggiungevi altri argomenti: “E poi anche se faccio il contabile non ne ho il titolo perché, per colpa della guerra, non ho terminato gli studi di ragioneria ed ora ci sono ragazzi diplomati che hanno più diritto." "Ti manca poco.- lo interruppe mia madreBasterebbe presentarsi come privatista: con tutta la pratica che hai fatto in questi anni... otterresti il diploma con il titolo in regola! Dammi retta! Per una volta!" Ma tu non ascoltavi e continuavi: "No! E’ deciso: io farò il fattorino: su e giù in banca, in pretura, in posta! All'aria aperta! E in più quattro pomeriggi liberi: come oggi ad esempio!" Non c'era verso che ti si potesse rovinare l'umore se era buono, come non lo si poteva migliorare se era cattivo e quindi la ragionevolezza di Prisca passò inascoltata. “Te lo sentivi, eh Prisca! Te lo sentivi che avevo una novità: ecco perché mi hai accolto con un pranzetto speciale.” Te ne andasti a fumare sul balcone lasciandoci alle nostre perplessità. Mamma era tanto confusa che mormorò: “D'altra parte almeno non è stato licenziato. Non siamo sul lastrico. Non siamo al punto di dover chiedere altro aiuto alle mie povere sorelle… “ Sedette e continuò a parlottare senza 71
  64. 64. preoccuparsi della mia presenza. “Come glielo dirò alle mie sorelle che Palmiro non è più ragioniere?” Anche io me lo domandavo perché capivo che nel loro sistema di valori tu scadevi ulteriormente. Continuavo ad ascoltare, senza darlo a vedere, le riflessioni della signora del limoncello che , forse, nei pomeriggi solitari – quando io ero a scuola- ricamando la tovaglia a punto rinascimento si era sbizzarrita nell’immaginare la casa nuova come quella delle sue amiche, tra i quartieri che spuntavano attorno al cuore barocco. Ora invece si trovava con quella novità da comunicare alle “povere zie”. Oramai usavo abitualmente quella espressione, tanto più da quando avevo dato una sbirciatina al loro romanzo attraverso le parole della mia amica bottegaia. Il peso di quella rivelazione dovette divenire insostenibile se, terminato in fretta di rigovernare, Prisca si preparò ad uscire. Per portare quella notizia terribile alle sue sorelle indossò persino il cappello riservato alla domenica. Si accingeva a condurmi con sé, ma tu, che eri rientrato dal balcone, le dicesti: "Lasciami la piccola. E' una giornata così bella! La porterò a fare un giro." Prisca si impennò: 72
  65. 65. “Era una giornata bella!” Si diede subito un contegno e ti liquidò quattro buoni motivi: "Deve fare le lezioni; oggi poi ha anche dottrina. Lo sai quanto ci tiene l’arciprete alle presenze. Dopo tre assenze, legge i nomi dei lavativi a messa." “Neanche fossero infedeli! Sai cosa penso? Che c’è rimasta la paura degli attacchi dei Turchi! Per lo meno è rimasta ai preti!” Ridesti, ma ti frenasti subito perché Prisca ti guardò come uno scomunicato. "Per questa volta l’arciprete se ne farà una ragione e per le lezioni è così brava che le sbrigherà al ritorno. Lasciala con me." Io era lusingata sia perché tu avevi riconosciuto il mio successo scolastico sia perché ero mi contendevate: volevate forse proteggermi l’una dall’altro? Prisca cedette subito: pensava forse che senza la mia presenza lei e le zie avrebbero potuto darti addosso più liberamente? Uscimmo tutti e tre insieme, ma poi ci dividemmo: il cappello di mamma scomparve presto all'orizzonte e noi due restammo lì come se aspettassimo qualcuno. Infatti dopo un po' giunse un macchinone con tanto di chauffeur e montammo su. Sapevo, da certi commenti di mamma, che avevi una propensione tutta tua a cercare 73
  66. 66. compagnie nuove, fuori dal nostro ambiente. Ad esse, mi chiedevo, narravi ancora della guerra? A dire di mia madre preferivi persone modeste o per lo meno, a suo avviso, più modeste di noi. Erano persone che si ostinavano, nonostante tu ti negassi, a chiamarti ragioniere, e vi scambiavate piccoli favori. Tra gli altri avevi come amico questo chauffeur, autista di una contessa. La contessa abitava nel suo palazzo in un paese della Grecia salentina, ma veniva periodicamente a Lecce. Mi raccontasti, nell'attesa del suo arrivo, che quel giorno lo chauffeur aveva accompagnato in città la contessa, ma che la nobildonna si sarebbe fermata fino a sera ad assistere una parente malata. Quindi il tuo amico era libero per tutto il pomeriggio. Libero e a nostra disposizione. Dunque montammo sull’auto. Tu prendesti posto accanto al tuo amico e, appena ti si presentò l'occasione, attaccasti a parlargli della prigionia. Io avevo immaginato di andare a zonzo in bicicletta con te e, nonostante la novità e l'impressione che suscitava l'autovettura, ero un po' delusa. D'altra parte ammettevo con me stessa, con un po' di vergogna, che quando noi due eravamo insieme sentivo sempre il pesante obbligo di 74
  67. 67. prendermi cura di te. Ora la presenza dell'autista mi tranquillizzava giacché, almeno, c'era un adulto. Il movimento della macchina mi cullava ed io chiusi gli occhi seguendo la tua voce e rivedendo le immagini rivelatemi dalla scacchiera magica. Ascoltavo di campi, ricoperti di neve, che si perdevano a vista d'occhio e, in tutto quel rigore, di prigionieri che venivano svegliati brutalmente per essere contati; di piedi insanguinati senza scarpe, del lavoro in miniera, del cibo che scarseggiava. "Certo che se te ne capitasse qualcuno per le mani...eh Palmiro?" Silenzio tuo e quello insisteva: "Sapresti, dico, come conciarlo." Ancora silenzio tuo. "Che cosa gli faresti?" "L'orrore mi paralizzerebbe." "Se avessi un'arma e l'impunità assicurata, di' che faresti?" "Lo terrei prigioniero.” “Tutto qui?” “Ogni giorno lo guarderei dal pertugio. Una volta tanto poi aprirei la porta della cella. Per un bel po’ rimarrei in silenzio ad osservare la speranza accesa nei suoi occhi; poi lo schernirei per il suo disgustoso degrado. Infine gli direi: domani ti libero! Lui ricadrebbe nella sua cuccia piena di pulci, si 75
  68. 68. nasconderebbe nel suo corpo piagato, tornerebbe ad annusare l’odore dei propri escrementi, ad annaspare cercando cibo e ad aspettarmi.” Il silenzio calò nell’autovettura. Tu avevi mostrato il tuo costato ed io inorridivo di fronte alla perversione che ti aveva infettato. Ti vedevo sfigurato dallo stesso odio di Ninive e di Hagen. Come se fossi solo ribadisti in sintesi la stessa tortura: “Andrei ogni volta che lo volessi, farei un gran rumore con le chiavi e quello spererebbe. Mi sederei di fronte a lui e lo osserverei per vedere se è fatto di paura. Poi gli direi che per quel giorno no, non mi va di liberarlo e tornerei a rinchiuderlo e così per sempre." "Ti basterebbe, Palmiro?" Domandò lo chauffeur. "E ti pare poco? Tu non immagini cosa significa essere alla mercé degli altri: è peggio della morte." "Proprio per questo credevo che chissà che cosa il tuo odio ti avrebbe suggerito..." Io ora guardavo fuori dal finestrino la campagna piena di ulivi e viti e tabacco per distrarmi da quel lerciume di cui ti eri dichiarato capace. Decisi che l’autista non mi piaceva, non per gli stessi motivi che avrebbe addotto Prisca, ma perché le sue domande ed il suo modo di fare 76
  69. 69. smascheravano il carnefice che eri pronto a diventare, la crudeltà dissennata allevata dal tuo stesso essere stato vittima. L'odore improvviso del mare mi distolse da pensieri così grevi. Anzi, appena scesa dalla millequattro, presi a correre tanta era la felicità irrazionale che provavo quando mi trovavo in compagnia degli elementi, invece che in balia degli esseri umani. "Cosetta, Cosetta!" Mi venivi dietro divertito e meravigliato per il mio comportamento da bambina spensierata. Poi ti sedesti sotto un pino mediterraneo mentre io continuavo la mia scorribanda sulle dune che declinavano dolcemente verso il mare. Lo chauffeur era rimasto vicino alla macchina e vedevo con la coda dell'occhio la sua divisa. Io saltavo e correvo, mi arrischiavo fino a giungere al bagnasciuga quasi ad essere lambita dall'acqua. Quella lasciava la sua spuma, bianca come il pizzo dello strascico di una sirena che mi invitava a seguirla. Esitavo e, intanto, raccoglievo manciate di sabbia che poi lasciavo scivolare tra le dita. La marea, di nuovo, tornava ad invitarmi ed io feci per togliermi le calze. "No, Cosetta, non bagnarti: hai mangiato da poco. Ti sentirai male." Intervenne lo chauffeur: “Cosa vuoi che le accada? Avrà mica mangiato 77
  70. 70. un bisonte? Lascia che si abitui: ne conosco di persone che si calano interi dopo il pasto e non ne ho visto mai morire nessuno! Di, tu, bambina hai mangiato il pranzo del Vescovo il giorno del patrono?” Io non rispondevo. “Cosa hai mangiato oggi?” Stavo con la testa sul mento un po’ per timidezza un po’ perché come te detestavo quelle domande sul cibo. “Va là che non avrai nello stomaco più di qualche intingolo con l’olio del compare…” Sentivo diverse note stonate: ora anche questo riferimento all’olio del compare mi sembrava una brutta cosa: quell’uomo sapeva troppe cose sulla nostra famiglia e forse troppo maliziose. Mi rimisi calze e scarpe e mi avvicinai a te che avevi una faccia scura, mentre lo chauffeur cantava una canzone francese. Capisti che eravamo accomunati dallo stesso disagio: mi prendesti per mano e mi portasti verso il faro. Nel percorso raccolsi conchiglie e telline che, non sapendo dove riporle, rilanciavo in mare. "Saliamo?" Mi chiedesti appena giunti sotto il faro. La scala era meglio conservata della parte esterna e così giungemmo su, su, fino alla cima attorno a cui garrivano i gabbiani. Mi sembrava che non ci fosse nient'altro al 78
  71. 71. mondo oltre quel pinnacolo ed il cielo azzurrissimo: immaginavo che i gabbiani fossero incaricati di portare tra i loro becchi quel lenzuolo turchino, incaricati dalle stesse potenze misteriose che presiedevano alle mignatte, ai fiori di garofano e al citrato di donna Rirì. In basso potevo guardare la spiaggia in tutta la sua estensione, così diversa da come appariva d'estate, quando, di domenica, ci si andava in pullman stipato di gente e di stanati pieni di parmigiana che quasi segavano le gambe a chi era rimasto in piedi. Allora la presenza umana distraeva dalla bellezza dello spettacolo naturale, ora la spiaggia deserta appariva solenne ed intatta. Da allora ho prediletto i fari e ho desiderato viverci forse quanto Prisca desiderava l’appartamento moderno. Mi tirasti su, su un cassonetto che era ancorato alla parete; mi prendesti in braccio stringendomi forte mentre io mi sporgermi dalla finestra; mi indicasti al di là del mare, che faceva beccheggiare il riflesso del sole, un'unghia di terra che a tuo dire si vedeva perché l'orizzonte era sereno: "Quella è l'Albania, c'è Durazzo; lì mi trovavo poco prima dell'otto settembre. E là sono stato fatto prigioniero." “Non potevi scappare, papà?” “I soldati erano armati, la loro lingua era 79
  72. 72. sconosciuta, tutta la faccenda inaspettata!” Ti accendesti una sigaretta e sentii che ti assentavi perché il tuo sguardo verde era privo di espressione: ecco che eri lontanissimo da me, ancora al di là del filo spinato, sempre prigioniero. Aspettai paziente che compiuta la visita al lager, onorati i compagni, maledetti gli aguzzini, tornassi. La malia forse fu interrotto dalle canzoni che lo Chauffeur cantava giù sulla spiaggia presso un posto di ristoro. Eri ritornato, ma ancora malconcio tanto che ti sfuggì detto: “Non c’è cataclisma o malattia che possa procurare le stesse sofferenze che gli uomini procurano agli uomini.” Il faro era un avamposto da cui tentavi di dare una sbirciatina al lager che odiavi, ma da cui non riuscivi a staccarti. Il lager, benché tanto lontano, continuava a tenerti legato a sé come un idolo perverso che maledicevi, ma a cui continuavi a pensare. Mi domandai che fine avesse fatto la scacchiera magica. Immaginavo che di notte, mentre mamma ed io eravamo immerse nel più inconsapevole dei sonni, tu la tirassi fuori dal suo nascondiglio, accendessi un lume e alla sua luce ti mettessi in osservazione fino a quando le linee non si trasformavano in sbarre e tu tornavi a sbirciare 80
  73. 73. il truce spettacolo. La fosca signora si metteva accanto a te nella stessa posizione che avevo preso io quella sera, ed era lei ad accarezzarti la testa riconducendoti in prigione. Altre volte, invece, immaginavo che tu, di nascosto per farci una sorpresa, stessi ultimando la scacchiera e che prima o poi me l'avresti presentata perfettamente utilizzabile, con i suoi scacchi rossi e blu, e mi avresti insegnato a giocare a dama. Ciascuno usò quello scampolo di pomeriggio a suo modo. Ridiscendemmo ed acquistasti il gelato nel torroncino da un posto di ristoro ambulante dove si era fermato lo chauffeur a cantare e a bere gassosa tenuta in fresco tra blocchi di ghiaccio. Mentre io ero attentissima a non sporcarmi con il gelato, sentii il tuo amico chiederti: “Hai dato un’occhiata alla tua prigione?” Dunque lo chauffeur sapeva anche questo; ne fui scombussolata: mi infastidiva l’idea che quell’uomo sapesse fatti tuoi che credevo segreti confidati soltanto a me. Rispondesti: “Oggi, grazie al maestrale, la lingua di terra dirimpetto è chiarissima.” “Sai che ti invidio? Sì ti invidio per tutte quelle vicende che hai attraversato, che ti hanno coinvolto e da cui sei 81
  74. 74. uscito. Quando avrò dei nipoti e non ci sarà più nessuno a ricordare che, per via della mia gamba sono stato riformato, mi piacerebbe raccontarli come fatti accaduti a me! Ti seccherebbe, Palmiro?” Tu sbottasti: “E se invece, per salvarmi dalla deportazione, mi fossi unito ai repubblichini, ti piacerebbe anche quest’altro film?” “Con il tempo può darsi che sarà diventato indifferente da che parte si è combattuto e sofferto: si fa presto a dimenticare e a confondere torti e ragioni, e il perché un’idea sia giusta ed un’altra sbagliata… “ “Non ci credo- gridasti quasi- il tempo può distruggere certo, ma non può cancellare giusto e sbagliato perché giusto e sbagliato sono eterni!” Ti agitavi: “E’ impossibile! La storia non esisterebbe più! Fortuna che ci sono i libri di storia.” Ti rivolgesti a me: “E’ vero Cosetta, che tu sei appassionata di storia?” “Sì, sì! La storia è tutto!” Quasi non sapevo quello che dicevo, ma parteggiavo per te contro quell’uomo che per via della sua gamba era rimasto a casa, a terra, sullo scoglio salvifico come se Ulisse non fosse mai esistito. 82
  75. 75. Lo Chauffeur si rese conto di averti indispettito, tu di aver alzato troppo la voce: così per fugare il disagio cominciaste a giocare: lanciavate in mare le telline più grosse. E tu lo facevi con tale forza come se le lanciassi sullo chauffeur stesso. Tornammo indietro; nell’auto silenziosa la facevano da padrone la sonnolenza del mare, l’imbarazzo che lo chauffeur mascherava canticchiando, il tuo broncio. Il mattino successivo, all’ora della preghiera per la tua salute mentale, io ero pronta, in ginocchio, secondo il rito voluto da mamma, con tutta la mia innocenza a portata di mano. Prisca scosse la testa corvina: “Lascia perdere, Cosetta. Oramai è chiaro che è esaurito per sempre: altrimenti non avrebbe fatto quella sciocchezza di farsi demansionare!” Eravamo vicine, vicine mentre mi abbottonava il grembiule nero con le tre strisce rosse della terza elementare sulla manica. “Le tue zie, le mie povere sorelle, sì che mi sono state di conforto quando ho portato questa notizia. Hanno compreso a fondo la mia mortificazione che , poi, è anche la loro. Altro che donna Rirì: lei fa tutto facile! Voglio proprio vedere come abbellirà questa bravata di tuo padre! D’altra parte é preferibile, come dicono le mie 83
  76. 76. sorelle, non farlo sapere a nessuno. In seguito, con il tempo, se capiterà che si sappia in giro, vedremo. Tu, Cosetta, non lo dire a donna Rirì, né ai ragazzetti che frequentano la bottega, né a scuola. Promettimelo!” “Nemmeno alla maestra?” “Nemmeno alla maestra! I segreti di famiglia mi avviluppavano. Prisca continuava nelle sue rimostranze: “Quanti nelle sue stesse condizioni, con un esame pro forma si sono confermati nel ruolo di prima. Anzi guerra e dopo guerra hanno semplificato alcune pratiche, almeno per i reduci, per gli ex deportati come tuo padre. Gli spetterebbe una pensione, un risarcimento. Zia Estrella me ne ha portati di esempi di ex internati che hanno fatto valere gli anni di prigionia! Ma tuo padre ci ha messo sopra una riga e ha dimenticato.” “Dimenticato no!” Mi scappò detto. “Parla, racconta, è vero, ma quando si tratta di ricavarne qualcosa, sta zitto come una lumaca. A volte penso che le cose terribili che racconta, non sono mai accadute nella realtà. Una guerra come tante, sofferenze normali in tempo di guerra.” Non potevo sopportare che Prisca si mettesse alla stessa stregua dello chauffeur e del suo 84
  77. 77. cinismo che ti aveva tanto addolorato. Per questo, prendendo la cartella, insistetti: “Forse abbiamo sbagliato preghiera. Hai guardato bene nel libro di donna Rirì? C’erano troppe preghiere e troppi santi: non è colpa tua se hai scambiato supplica.” Ottenni, però, soltanto di irritare la signora del limoncello. “Ma cosa ne sai tu! “ La rabbia le fece brillare una fiammella negli occhi: “Tu che avresti dovuto farlo guarire con la tua innocenza! Non ti sei concentrata nella preghiera o… peggio non sei innocente.“ E mi guardò terribile nella sua bellezza, ostile nei confronti della mia tenacia a scusarti, ed ora anche sospettosa riguardo alla mia innocenza. Tutto ciò era al di sopra delle mie forze e me ne andai a scuola che era il cantuccio in cui mi potevo abbandonare ai problemi che si risolvevano sulla lavagna con il gesso o tra le pagine del sussidiario. Ignoravo che avevo seminato nella testa di mia madre e nella sua rappresentazione del mondo e che presto avrei saputo di quale messe si trattava. 85
  78. 78. Un notte scorsi Prisca seduta accanto al mio sommier: se ne stava immobile osservandomi alla luce fioca che penetrava dalle stecche delle veneziane. Certamente sognavo. Le visite notturne, però, proseguirono: lei nel baluginare incerto giungeva dalla vostra camera, dal vostro letto e si posizionava al mio capezzale. Forse ero malata e mamma veniva a vegliarmi? A volte mi riaddormentavo; altre fingevo e, sfidando il torpore, le tenevo testa per il tutto il 86
  79. 79. tempo che lei mi dedicava prima di ritornare da te. Al mattino, mentre alle mie spalle abbottonava il grembiule ed io la sentivo vicina, vicina come durante la notte, né lei né io parlavamo di quelle visite. Durante la ricreazione, a scuola, tornavo a pensarci e avrei voluto raccontarlo alla maestra, ma con quali parole? E la maestra, poi, mi avrebbe creduto? E se avesse deciso di convocare i miei genitori per capirci qualcosa? No! Era preferibile tenere tutto per me. Intanto però quegli interrogativi mi rendevano svogliata e taciturna. Donna Rirì se ne accorse e mi offriva buone dosi di citrato. Io mi sforzavo di convincermi che il rimedio magico funzionasse come sempre e che quella notte Prisca non mi avrebbe fatto visita. Invece la signora del limoncello tornava puntuale notte dopo notte. Avevo imparato a percepire il momento in cui la notte nera si trasformava nel manto Della sua testa bruna che avanzava. Con il passare delle settimane smise di essere una presenza silenziosa ed immobile; mi scostava via le coperte ed osservava la mia posizione rannicchiata con le mani strette tra le ginocchia. 87
  80. 80. Quindi mi ricopriva. Eppure i pranzi, le cene, le conversazioni erano serene; e tu, poi, a cui il nuovo lavoro dava occasione di incontrare persone e personaggi, avevi sempre novità da raccontarci. Forse avrei potuto allentare la tutela che mi ero assunta e prendermi cura di me, della mia piccola vita, abbandonarmi ai piaceri dello studio e alla ricerca delle origini del citrato. Ma non mi era possibile perché persisteva l’enigma di quelle visite notturne. Cercai risposte nei libri de “La scala d’oro”. Provai a leggere “Il giardino segreto”, ma, nonostante il titolo, nemmeno quello mi fu d’aiuto a sbrogliare il mio personale mistero. Proseguii con “Il piccolo lord”, “I ragazzi della via Pal”, “Sara Crewe”, “Otto cugini” e “Piccole donne”. Quei mondi bellissimi lenivano sì la mia solitudine, ma non avevano la chiave per spianare la realtà. Così cercavo le risposte da me. E se Prisca mi vegliasse per proteggermi? Era l’ipotesi più consolante. Dagli zingari? Dai giostrai? A chi poteva interessare superare il muro di cinta del cortile, penetrare nella nostra casa per rapire proprio me? No: Prisca intendeva proteggermi da qualcuno della stessa casa; e non c’eri che tu… La signora del limoncello non aveva forse 88
  81. 81. affermato che gli “esauriti” possono compiere stragi nei confronti degli stessi familiari? Così ti immaginava mentre, con gli occhi iniettati di sangue e armato del coltellaccio per tranciare la carne, fare casamicciola come in un’illustrazione del libro “Cuore” in cui il crudele ragazzo, datosi al male, uccide la nonna implorante. Cercavo di calmarmi: era vero che avevo scoperto che potevi diventare un aguzzino, ma da questo a sterminare noi ne passava! Una vocina che mi sembrava quella di zia Estrella insisteva categorica: “Chi è pazzo, è capace di tutto.” E allora mi tiravo le coperte sopra la testa e mi ripromettevo di non dormire mai. Di giorno nell’armonia che regnava tra voi e nella casa, mi rimproveravo dei miei terrori: Prisca era adulta e gli adulti hanno i loro motivi incomprensibili ad una bambina. Tanto valeva che mi tranquillizzassi. Ma subito dopo rammentavo l’ immagine dell’ aguzzino che con diligenza sbircia il suo prigioniero. Ero forse prigioniera di Prisca che si faceva un dovere di venirmi a spiare di notte? Ma perché Prisca avrebbe dovuto spiarmi? Di colpo capii che io stessa involontariamente glielo avevo suggerito. A Prisca che non poteva dubitare della pietà di Dio, non restava che dubitare di me e della 89
  82. 82. famosa innocenza. Non ero ferrata sull’innocenza e, di conseguenza, sulla mancanza di essa. Pensai, quindi, che la notte, rendendo tutto indistinto con il suo fosco pulviscolo, induceva Prisca a credere che niente di innocente potesse accadere nei letti. Ebbi la conferma la notte in cui, dopo avermi tolto le coperte, mi cavò via le mani che io, nella mia posizione preferita, stringevo tra le ginocchia. Mi sussurrò: “Stai composta! Distenditi supina e tieni le mani a loro posto, lontane dal corpo. Non devi toccarti!” Giungeva in punta di piedi, la chioma avvoltolata in boccoli neri si stagliavano anche nel nero della notte stessa, e mi soffiava addosso sospetti, malignità, malvagità. Non era mai soddisfatta anche se mi trovava con le mani penzoloni fuori dal letto. Cercava prove certe: arrivò ad annusarmele. Per un po’ si accontentò di questo esame, ma evidentemente anche lei era incalzata dal suo tarlo o il suo fiuto mi tradì. Allora arrivò a farmi alzare e a condurmi in gabinetto per lavare le mani. Al mattino non sapevo da che parte guardare per la vergogna e cominciavo a chiedermi chi di noi tre fosse il più malato. 90
  83. 83. Il nuovo impiego ti allontanò dai vecchi colleghi e, di conseguenza, smettesti di frequentare il cral. Mi chiedevo se questa vittoria sul vizio del gioco poteva essere una compensazione sufficiente a lenire la delusione di Prisca per la tua decisione di scendere dal rango di ragioniere a quello di fattorino. E le zie? “Povere zie!” Ripetevo tra me ricordando la sventagliata di donna Rirì quella sera che eravamo andate da 91
  84. 84. lei in cerca della preghiera perfetta. Forse, primo o poi, la mia amica del citrato sarebbe sbottata nuovamente e avrei potuto mettere insieme sprazzi del romanzo delle zie. Le zie, da quando eri tornato a frequentarle, non avevano mai fatto parola della tua malattia e di quel colpo di testa di voler diventare fattorino da ragioniere che eri. Anzi erano diventate più complimentose nei tuoi confronti: ma ti aspettavano al varco di un nuovo scandalo. Infatti ti desti al cinema. Avevi la passione per i film americani, specialmente di guerra o western, e non te ne perdevi uno. Tornavi rigenerato giacché la tua vita si era tutta trasferita nel film e ti eri preso così le tue soddisfazioni e le tue rivalse sui cattivi ed i tiranni. Eri molto bravo a raccontarli a me e a Prisca. E se mamma riusciva, per carattere, a tenere i piedi sempre saldi a terra io, invece, mi infervoravo dei tuoi racconti e ne covavo a lungo l'impressione. A volte ne mettevo assieme pezzi diversi in un unico grande film in cui riuscivo a fare qualcosa di molto speciale per te: qualcosa che ti rendesse giustizia. Ero ammirata della tua capacità di pronunciare i nomi stranieri indicandomeli sui manifesti. Tutto quel mondo che ci portavi in casa finì con 92
  85. 85. il sollecitare la curiosità di mamma o risvegliare il desiderio di evadere dal suo orticello. Era la prima volta che condividevate un interesse che non fosse i conti del mese o uno dei soliti passatempi come la passeggiata domenicale e le visite ai parenti. Vi sentivo confabulare: "Ha solo otto anni, non possiamo lasciarla da sola." "E se la chiudessimo ben, bene a chiave?" "E se scoppiasse un incendio?" "Vai a chiedere a donna Rirì se ce la tiene lei." "Se lo sapessero le mie sorelle che ho chiesto questo favore ad un'estranea invece che a loro... e donna Rirì , poi, mi sembra così bislacca…" Sentirli parlare così fitto, fitto nel tentativo di trovare una collocazione per quell'unico impiccio che era costituito dalla mia presenza, mi rivelava un'intimità ed un accordo che da una parte mi rassicuravano, dall'altra mi bruciavano perché mi sembrava che mia madre prendesse il mio posto. Anzi mi chiedevo come mai non ti passasse per la mente la soluzione più logica: sarei venuta io al cinema assieme a te; mentre, mamma, che poteva badare a se stessa, sarebbe rimasta a casa. Si addormentavano discutendo, ma non ne venivano mai a capo sia per gli scrupoli che Prisca aveva nei miei confronti, sia per la 93
  86. 86. soggezione che aveva nei confronti delle sue sorelle che avrebbero disapprovato quell'uso voluttuario del denaro. Era evidente che le zie, che ci avevano fatto di tanto in tanto dei prestiti, avevano acquisito il diritto di mettere becco nel nostro modo di amministrare il denaro. Prisca, imprigionata da ruoli ed economie, non si decideva. Almeno una volta alla settimana tu andavi al cinema guardando mamma con un'espressione che voleva dire “vieni via con me”. Nonostante fossi ancora risentita con la signora del limoncello per le sue lezioni di innocenza, pensai che era venuto il momento di adoperarmi per favorire le vostre uscite. Frequentavo più spesso l'emporio e raccontavo quanto donna Rirì fosse gentile e accorta con noi bambini, come mi trovassi bene con lei e via discorrendo. Tutte cose vere, ma che io sottolineavo affinché mia madre si decidesse a fuggire con te concedendovi all’amore, alla giovinezza, alla gioia. Non so se ebbi un effettivo merito nella decisione di mamma, fatto sta che il rigore di Prisca ebbe un cedimento. Prisca parlò con donna Rirì; donna Rirì trovò la cosa fattibile e simpatica: "Andate, andate colombi. Godetevi la vita! Be' io, che non ho avuto né marito, né famiglia 94
  87. 87. sono la meno competente in queste cose, ma il buon senso mi dice che non è giusto sacrificare anche le cose più innocenti per i figli. Siete giovani, spassatevela un po'.” La bottegaia non smetteva più di parlare tanto era la felicità per quella uscita. Parlava sempre con quel suo modo accattivante perché l’eccessiva franchezza e le punte di sarcasmo erano bilanciate da quel tratto di bonomia che vi mescolava. “Cara mia, chiunque con un po' di sale in zucca ti direbbe che sei prima moglie e poi madre! E poi non lasci mica tua figlia ad un'estranea. Le tue sorelle abitano troppo lontane: sarebbe un traffico per voi e un disturbo per loro che sono buone persone, ma tanto delicate, poverelle! Mi sarei offesa se tu non avessi pensato a me: Cosetta con me starà benissimo." Così fu. Da allora ogni volta che veniva programmato "un filmone" -come dicevi tu- io ero affidata a donna Rirì. Con l'avanzare dell'inverno la gentile commerciante saliva da noi per evitare che io prendessi freddo. Forse fu invogliata anche dal fatto che mia madre, per esprimerle la propria riconoscenza, le faceva trovare qualche pietanza calda e ben presentata. Donna Rirì alla fine di una giornata di lavoro 95
  88. 88. non aveva voglia di mettersi ai fornelli quindi gradì e corrispose a quell'attenzione con il suo buon appetito. Terminata la cena rigovernava, lasciando la cucina in ordine come piaceva a Prisca. Ero perfettamente a mi agio con la signora del citrato perché mi raccontava delle bellissime storie di filò. Parlavano di gente partita per viaggi meravigliosi in cui avevano trovato felicità e ricchezze; ad un certo punto della storia, però, il vento della fortuna mutava direzione ed il protagonista cadeva in una nera miseria tanto da non avere nemmeno il coraggio di tornare nel luogo di origine e si accontentava di aggirarsi nelle sue vicinanze vivendo come un barbone. A volte la mia dama di compagnia dimenticava a quale punto della storia fosse giunta e l’eroe riprendeva ad avventurarsi per il mondo ripetendo l’avvicendarsi di buona e cattiva sorte. Quando donna Rirì si accorse che cominciava a ripetersi si diede a girare la manopola della radio fino a quando trovava un'opera lirica. Allora sembrava proprio appagata: si sfilava le scarpe che le costringevano i piedi gonfi e accompagnava le romanze con la sua voce: “Ebben?... Ne andrò lontana. Come va l’eco della mia campana… 96
  89. 89. Là, fra la neve bianca! Là fra le nubi d’or!” Oppure: “Sola … perduta… abbandonata! In landa desolata!... Orror!” Ancora: “Nacqui all’affanno, al pianto Soffrì tacendo il core; ma per soave incanto del’età mia nel fiore, come un baleno rapido la sorte mia cangiò.” Anche io ascoltavo e apprendevo i foschi intrighi dei melodrammi e la mia fantasia li incamerava assieme alle trame dei romanzi e dei film e dei racconti di filò. Peccato che la bottegaia fosse inflessibile riguardo l'ora in cui dovevo andare a letto. Io cercavo di prolungare l’emozionanti serate, ma tutto sommato non mi dispiaceva infilarmi sotto le coperte sotto la custodia della padrona del citrato. Mentre dalla cucina giungeva attutito il suono di quelle arie appassionate, mi davo al gioco di comporre e scomporre storie inverosimili che presto si confondevano con i fantasmi del 97
  90. 90. sonno ora che le visite notturne dopo aver raggiunto l’acme erano cessate: le uscite serali avevano distratto Prisca da quella pratica. Fu un periodo felice anche perché era donna Rirì che prestava ai miei i soldi per il cinema e così non si rischiavano altre complicazioni con le zie. Poi mia madre ricominciò a mostrarsi riluttante ad uscire di sera; aveva sempre sonno ed una pacifica svogliatezza. Sembrava preferire le chiacchierate o i silenzi con donna Rirì che oramai saliva da noi anche quando non occorreva che mi facesse da balia. Tu eri silenzioso; certamente l'assiduità di donna Rirì ti infastidiva poiché, in sua presenza, avevi un certo pudore a mettere fuori la scacchiera: sia che tu volessi usarla come cannocchiale, sia che volessi ultimarla. Ti dedicavi a complicati solitari che giustificavano il tuo silenzio. Arrivasti persino a giocare a scala quaranta con tre "morti": eri tu l'unico vivo? Alla bottegaia, invece, piaceva giocare a tombola che sfortunatamente era l'unico gioco che detestavi. Così mia madre, la signora del citrato ed io giocavamo a tombola, puntando fagioli, sotto la cappa dei tuoi silenziosi giochi con le carte. Io pensavo che prima o poi donna Rirì si sarebbe risentita per il tuo mutismo e avrebbe desistito dal salire, ma la bottegaia, vecchia 98
  91. 91. amica di tua madre, non dava alcun peso al tuo modo di fare e continuava a venirci a trovare. Addirittura stirava al posto di Prisca che , ultimamente, si stancava con facilità anche se sembrava ancora più giovane di prima ed aveva un aspetto fiorente. Inoltre era diventata straordinariamente mite e accondiscendente e non trovò niente da ridire quando volesti riprendere la passione per il cinema. Venne in tuo aiuto la proiezione di un cartone animato “Biancaneve” adatto, quindi, alla mia età. Prima di ogni uscita, Prisca mi abbottonava la catenina e il braccialetto d’oro come mi abbottonava il grembiule di scuola: era quel tocco di distinzione che le piaceva tanto. Riprendemmo, quindi, il filo interrottosi dopo la gita al mare. Il film con il suo tratto gotico, i colori intensi, la deformità della natura e dei nani, la metamorfosi della regina mi avviluppò. Desideravo, desideravo diventare un grande disegnatore o trovare la miniera di parole che mi avrebbero permesso di dare vita ad un universo altrettanto grottesco. Giacché la signora del limoncello e quella del citrato filavano d’amore e d’accordo e insieme avevano preso ad occuparsi della tovaglia a 99
  92. 92. punto rinascimento che Prisca aveva accantonata mesi o anni prima, divenni la tua compagna di svaghi serali. Amavi l’America e tutto ciò che era americano perché a quel tempo la maggior parte degli adulti erano convinti che gli americani fossero buoni e facessero tutt’uno con la vittoria finale in cui il male dell’universo sarebbe rimasto schiacciato sotto gli zoccoli di un drago. Non ci avevano forse liberato? Non ci avevano riempito le case di cioccolato e formaggio giallo? Non ci avevano disinfestato dai parassiti con il ddt? Ed ora noi aprivamo le porte a John Wayne, a Jerry Lewis, a Dean Martin. Il loro mondo appariva equo e giusto, semplice e divertente; pieno di una quantità imprecisata di boccoli, di tendine vaporose e di torte di mele sfornate dalle mamy negre. Se non era il Paradiso certamente gli somigliava: ci risarciva di ogni ingiustizia passata e presente, ci rassicurava per il futuro. Anche io, per la durata della proiezione, prendevo congedo da te e gracchiavo i semi di zucca. C’erano tuttavia i tuoi capelli a darmi qualche preoccupazione. Erano rivelatori dei tuoi stati d’animo perché tendevano ad arricciarsi quando il tuo umore si incrinava. 100
  93. 93. Sera dopo sera diventavano più crespi e, quindi, nonostante i divertimenti serali, le tue risate, la tua passione americhina, sentivo che incombeva un mutamento. Si trattava di un’altra puntata dell’infido esaurimento? Che l’ effetto ristoratore del cambiamento di lavoro fosse svanito? Ne era consapevole Prisca mentre ricamava e chiacchierava con donna Rirì? Ebbi una conferma che qualcosa in te si era nuovamente inceppato la sera in cui entrasti a caso nel primo cinematografo che ti capitò. Ti ci volle una mezz'ora e un buon numero di sigarette per renderti conto che la pellicola che si proiettava non era adatta a me. Come se ti fossi risvegliato di botto, mi conducesti via raccomandando: "Non diciamo niente a mamma. Mi dispiace di aver buttato via i soldi dei due biglietti, ma non credevo che..." Tuttavia, per non dare spiegazioni a Prisca, dovevamo aspettare che si facesse un'ora non sospetta. Inoltre, per evitare incontri imbarazzanti, occorreva mantenersi in periferia. Dunque costeggiammo le mura cinquecentesche ricoperte di fiori di cappero. Proprio lì stazionava un piccolo circo o accolita di saltimbanchi che si accingevano a bandire il loro spettacolo in città. 101
  94. 94. Ci accodammo: forse ti sembrò opportuno confonderci tra la fauna circense, tra pennacchi e pernacchie, pagliacci con una sola lacrima, i mangia fuoco, banditori con la voce stentorea. Oppure ad attrarti fu la confusione piena di vitalità caotica che rianimava anche te che ti adeguavi ai loro versi e ai loro scherzi. Mi guardavi spensierato e sorridente e sorridevo anche io. In realtà avevo timore di ogni forma di maschera e concentrai la mia attenzione sui due giovani che si esibivano sui trampoli. Nel chiasso che montava, sentii a stento la tua riflessione: “Ma guarda che bella occasione, Cosetta! Questo spettacolo non è più interessante di una pellicola? E a gratis poi! Se ci vedessero le tue zie chissà che facce e che musi lunghi!” Cominciasti a ridere senza freni a quell’idea ed io vedevo le zie inorridire e far finta di non conoscerci. Ridevi troppo e senza allegria. Cosa avresti fatto se quella serpentina di circensi, attratta da un pifferaio magico, avesse proseguito oltre ed oltre? Li avresti lasciati fare e sia tu che io saremmo diventati parte della loro vita? Era chiaro persino a me che necessitavi di mutamenti frequenti alla ricerca di una libertà sempre maggiore e poteva darsi che ti 102

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