JOSEPHINE ANGELINI                                goddess                               Il destIno della dea              ...
“Siediti, per favore. Prima di svenire…” disse lui con dolcezza. Apparvero due seggiolinepieghevoli imbottite: Helen lasci...
Il mondo cambiò e Helen sentì la mano enorme di Ade sollevarla e tirarla fuori dagli Inferi,deponendola con delicatezza su...
Invece non fece in tempo a muoversi che Helen riapparve. Il corpo esalava l’aria mefiticadell’Inferno.   Daphne batteva i ...
“Torno subito,” bisbigliò. Ariadne batté le palpebre, che si quietarono non appena cadde in unsonno profondo. Lui fece cor...
Lei cercò di abbracciarlo di nuovo. Per un attimo ebbe l’impressione che lui facesse resistenza,ma non fu così. Le prese l...
Aveva gli occhi color ambra. Un fulmine azzurro lampeggiò al centro cupo delle pupille. L’aquilagridò, facendo gelare il s...
adiacente. Per un attimo Helen cercò di soffocare quelle voci e lasciare loro la dovuta privacy, mal’urgenza del dialogo n...
Alla fine Menelao cadde in ginocchio, senza nemmeno più la forza di pestarla. L’altra Helen erasemplicemente troppo forte ...
Matt scrutò l’orizzonte buio. Il vento che soffiava era freddo e il cielo era così trapuntato di stelleda sembrare una cit...
“Enea!” gridò Ettore alle proprie spalle e poi contemplò inorridito il corpo insanguinato inbraccio ad Afrodite. Una copia...
verso Enea: tutti quanti silenziosamente concordarono sul fatto che non potevano dire di no,nonostante le conseguenze alle...
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Primo capitolo Goddess di Josephine Angelini

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Primo capitolo Goddess di Josephine Angelini

  1. 1. JOSEPHINE ANGELINI goddess Il destIno della dea Capitolo uno Traduzione di Marco Rossari Helen vedeva quello che doveva essere il fiume Stige poco più in là sulla sua sinistra. Era untorrente in piena, zeppo di blocchi di ghiaccio. Nessuna persona sana di mente avrebbe provato aguadarlo a nuoto. Sentendosi in trappola, cominciò a fare avanti e indietro nonostante zoppicasse.Un’occhiata veloce all’orizzonte le confermò che in quella pianura desolata non c’era anima viva. “Maledizione!” inveì tra sé e sé, con voce rotta. Le corde vocali non erano ancora guarite deltutto. Meno di un’ora prima Ares le aveva tagliato la gola e, anche se parlare le faceva male,imprecare serviva a farla stare meglio. “La solita storia.” Aveva fatto una promessa al suo amico Zach. Mentre spirava fra le sue braccia, gli aveva giuratoche nell’aldilà si sarebbe abbeverato al Fiume della Gioia. Zach si era sacrificato per aiutarla e negliultimi istanti di vita le aveva dato l’indizio giusto per uccidere Automedon e salvare Lucas e Orion. Helen era intenzionata a mantenere la promessa, a costo di trasportare in braccio il cadavere diZach fino ai Campi Elisi e alle sponde del Fiume della Gioia, nonostante le costole rotte, la gambamalferma e tutto il resto. Ma per qualche ragione il solito trucco per muoversi agli Inferi nonfunzionava. Di solito le bastava dire cosa voleva a voce alta e semplicemente accadeva. Lei era il Discensore e questo voleva dire che era una dei pochissimi Discendenti in grado dicalarsi agli Inferi in carne e ossa, e non solo in spirito. Poteva addirittura modificare il paesaggio,fino a un certo punto, ma ovviamente proprio adesso che aveva bisogno di quel dono ecco chefaceva cilecca. Era davvero una cosa da greci. Uno degli aspetti di essere una Discendente che aHelen dava più fastidio era l’incredibile quantità di ironia che comportava. Helen strinse le labbra livide per la frustrazione e lanciò un grido rauco verso il cielo. “Ho detto:voglio riapparire accanto all’anima di Zach!” “Ce l’ho io quell’anima, nipotina.” Helen girò su se stessa e vide Ade, il Signore dell’Inferno, a una certa distanza. Alto ed elegante, era avviluppato dalle ombre che si diradavano intorno a lui come dita di nebbia inprocinto di allentare la presa. L’Elmo delle Tenebre e le infinite pieghe della toga nera che portavagli oscuravano il volto quasi del tutto, ma riusciva quasi a distinguerne la bocca carnosa e il mentosquadrato. Il resto della toga drappeggiava il suo corpo come se ripensandoci avesse deciso diabbellirlo. Metà del petto glabro, le braccia nerborute e le gambe possenti restavano scoperti. Helendeglutì e si sforzò di metterlo a fuoco con gli occhi gonfi. 1
  2. 2. “Siediti, per favore. Prima di svenire…” disse lui con dolcezza. Apparvero due seggiolinepieghevoli imbottite: Helen lasciò cadere il corpo ferito sopra una, mentre Ade si accomodavasull’altra. “Sei ancora ferita. Perché sei venuta qui? Dovresti cercare di guarire…” “Devo scortare un amico in paradiso. È lì che deve stare.” La voce di Helen tremava per lapaura, anche se Ade non le aveva mai fatto nulla di male. A differenza di Ares, il dio che l’avevaappena torturata, Ade era sempre stato relativamente gentile. Certo, restava pur sempre il Signoredei Morti e dalle ombre che lo avvolgevano saliva il lamento inquietante degli spettri. “Cosa ti fa credere di sapere qual è il posto giusto per l’anima di Zach?” domandò. “È stato eroico… Forse non all’inizio, quando si è comportato da stronzo, ma alla fine sì. Èquesto che conta, no? E gli eroi meritano di stare nei Campi Elisi.” “Non stavo mettendo in dubbio il valore di Zach,” la corresse gentilmente Ade. “Ho chiesto solo:cosa permetterebbe a te di giudicare la sua anima?” “Io… eh?” balbettò Helen, confusa. Quella notte aveva già preso troppi colpi in testa e non era ingrado di sorbirsi una lezione di semantica. “Senti, io non sono qui per giudicare nessuno. Ho fattouna promessa e voglio solo mantenerla.” “Già, però sono io quello che prende le decisioni qui. Non tu.” Helen non aveva nessun buon argomento con cui ribattere. Questo era il mondo di Ade. Tuttoquello che poteva fare era fissarlo implorante. La bocca morbida di Ade s’increspò in un vago sorriso e lui sembrò prendere in considerazionequello che Helen aveva detto. “Il modo in cui hai gestito la liberazione delle Furie dimostra che saiprovare compassione. È già qualcosa… Ma temo che la compassione non basti, Helen. Ti ci vuoleun po’ di comprensione.” “Allora quello delle Furie era solo un esame?” Una nota di rimprovero s’era insinuata nella suavoce mentre Helen ricordava quello che lei e Orion avevano passato durante l’ultima spedizioneagli Inferi. Si arrabbiò ancora di più quando pensò a quello che avevano passato le Furie stesse. Sequelle tre povere ragazze erano state tormentate migliaia d’anni solo per vedere se Helen era unapersona compassionevole, allora c’era qualcosa di terribilmente sbagliato nell’universo. “Un esame.” L’adorabile boccuccia di Ade si arricciò intorno a quella parola con una smorfia,come se riuscisse a leggerle nel pensiero e fosse d’accordo con lei. “Se la vita è un esame, allorasecondo te i voti chi li dà?” “Tu?” tirò a indovinare lei. “Ancora non ci arrivi,” sospirò lui. “Non capisci nemmeno cos’è tutto questo…” fece un gestoper indicare quello che avevano intorno. Gli Inferi. “O cosa sei tu. Ti chiamano il Discensore perchépuoi venire qui quando ti pare, ma l’abilità di scendere agli Inferi è il sintomo meno importante deltuo potere. Devi sapere prima bene chi sei tu per giudicare gli altri.” “Allora aiutami.” All’improvviso ebbe il desiderio di guardarlo negli occhi, quindi si sporse inavanti, cercando di inclinare la testa per vedere sotto la toga che ne oscurava il viso. “Vogliocapire.” Le ombre vorticarono di nuovo, nascondendolo, e si alzò un mormorio di rimprovero da partedei morti. A Helen si gelò il sangue e scattò indietro. “I Maestri delle Ombre…” balbettò Helen. “È da te che ottengono il loro potere?” “Tanto tempo fa c’era una donna chiamata Morgan La Fey, della Casa di Tebe, che aveva il tuostesso dono – quello che ti permette di scendere agli Inferi. Mi diede un figlio di nome Mordred eda allora quel fardello ha perseguitato la Casa di Tebe.” La voce venne meno per il dispiacere, poilui si alzò e allungò una mano verso di lei. Lei fece scivolare la mano nella sua e si fece aiutare adalzarsi. “Adesso devi tornare indietro. Passa a trovarmi quando vuoi, nipotina, e farò del mio meglioper illuminarti.” Ade inclinò la testa e ridacchiò tra sé e sé. Dischiuse le labbra, rivelando degliincisivi a forma di diamante. “Ecco perché ho concesso a te e a quelli con il tuo stesso dono di avereaccesso al mio regno: per conoscere voi stessi. Ma in questo momento sei ferita troppo gravementeper restare qui.” 2
  3. 3. Il mondo cambiò e Helen sentì la mano enorme di Ade sollevarla e tirarla fuori dagli Inferi,deponendola con delicatezza sul suo letto. “Aspetta! E Zach?” domandò. Mentre Ade la lasciava andare, Helen sentì che le bisbigliavaall’orecchio. “Zach si abbevera al Fiume della Gioia, te lo assicuro. Adesso riposa, nipotina.” Helen allungò una mano per diradare le tenebre davanti al suo volto, ma Ade s’era già dileguato.Allora cadde in un sonno profondo, mentre il corpo ferito entrava in letargo nel tentativo di guarire. * Dopo che Ares era stato sigillato nel Tartaro e il crepaccio nel terreno si era chiuso, Daphneaveva raccolto con cautela il corpo ferito della figlia mentre Castor e Hector portavano,rispettivamente, Lucas e Orion a casa dei Delos. Daphne aveva appena cominciato a correre che lafiglia le si era addormentata in braccio. Per un attimo aveva temuto il peggio. Le ferite di Helenerano davvero spaventose – di rado Daphne ne aveva viste di così profonde – ma quando avevaprovato ad auscultarne il cuore, l’aveva sentito battere. Lento ma regolare. Era passata da poco l’alba quando erano arrivati a Nantucket dalle grotte del Massachusetts.Nella luce del primo mattino, Daphne salì le scale di casa Delos con Helen in braccio e percorse ilcorridoio fino alla prima stanza che, di primo acchito, potesse ricordare quella di una ragazza.Guardò dispiaciuta la bellissima trapunta di seta che la sua figliola imbrattata di sangue stava perrovinare. Non che importasse. La Casa di Tebe aveva tanti di quei soldi che non avrebbe avutoproblemi a comprarne un’altra. Una fortuna che, in parte, un tempo era appartenuta a Daphne e allaCasa di Helen: la Casa di Atreus. Tantalus poteva gridare alla “guerra santa” e blaterare che era arrivato “il turno dei Discendenti”per governare come pareva a loro, ma non avrebbe mai ingannato i Capi delle altre Case.L’Epurazione di una ventina d’anni prima era un tentativo di conquistare le ricchezze delle altreCase tanto quanto conquistare l’immortalità. La profezia che aveva avviato l’Epurazione diceva che quando le Quattro Case sarebberodiventare Una Casa Sola, in seguito a uno spaventoso spargimento di sangue, allora Atlantidesarebbe riemersa. La formulazione esatta che Daphne aveva memorizzato affermava che nellanuova Atlantide i Discendenti avrebbero potuto trovare l’immortalità. A dire il vero la profezia nondiceva che i Discendenti sarebbero diventati immortali – diceva solo che lì avrebbero trovatol’immortalità. Daphne non era così ottimista da darla per scontata, ma Tantalus sì, e avrebbe usatoquesta profezia per radunare i Cento Cugini di Tebe e far fuori tutte le altre Case. Stando a Daphne, l’intera faccenda era una mistificazione, benedetta da un mucchio dichiacchiere senza senso blaterate dall’ultimo Oracolo – che, come sapevano tutti, era impazzitodopo la prima profezia. Però funzionava. Molti Discendenti si erano lasciati alle spalle le loro proprietà per farsi saccheggiare dalla Casadi Tebe al fine di essere dati per morti ed evitare una carneficina – come Dedalus e Leda, i genitoridi Orion. Come Daphne stessa. Ma a Daphne non era mai importato del denaro. E poi non s’era maifatta troppi problemi morali sul prendere i soldi quando ne aveva bisogno. Altri Discendenti, comeOrion e i suoi genitori, si facevano degli scrupoli a rubare e avevano arrancato per tutto l’ultimoventennio mentre la Casa di Tebe viveva nel lusso. Ricordandosi questo, Daphne adagiò Helen sulletto e sciupò la bellissima trapunta con un sorrisino. Prima che Daphne potesse girarsi a prendere dell’acqua e delle garze per pulire le ferite in via diguarigione, Helen sparì e un gelo che faceva passare la voglia di vivere ne prese il posto. Immaginòche fosse scesa agli Inferi. Il tempo passava. Daphne rimase in attesa: l’angoscia aumentava a ognisecondo. Credeva che i viaggi all’Inferno fossero istantanei, che il tempo si fermasse. Passò cosìtanto tempo che Daphne cominciò a chiedersi se non fosse il caso di svegliare il resto della casa. 3
  4. 4. Invece non fece in tempo a muoversi che Helen riapparve. Il corpo esalava l’aria mefiticadell’Inferno. Daphne batteva i denti, non per il freddo, ma per i ricordi paurosi che l’odore di quell’ariarisvegliava in lei. Aveva rischiato di lasciarci la pelle così tante volte che avrebbe potuto indovinarein quale zona esatta dell’Inferno fosse passata. L’odore non era abbastanza intenso da corrisponderealle terre aride e c’era un po’ di fango umido incrostato tra i piedi di Helen. Questo voleva forsedire che era arrivata fino agli argini dello Stige. “Helen…” sussurrò Daphne. Lisciò i capelli della figlia e le guardò il viso raggelato. Helen era rimasta gravemente ferita nella lotta contro Ares, ma se avesse rischiato la vita sarebbestata già morta, Daphne lo sapeva. Doveva avere usato la sua abilità per scendere volontariamenteagli Inferi, probabilmente per accompagnare il suo amico, morto da poco, quel ragazzo invidiosoche purtroppo s’era fatto schiavizzare da Automedon. Una volta Daphne si era imbarcata in un viaggio simile per Ajax, ma non aveva il talento di suafiglia per salire e scendere a piacimento. Per andarci aveva rischiato la pelle. Dopo che Ajax erastato ucciso, aveva perso la voglia di vivere, ma sapeva che uccidersi non l’avrebbe ricongiunta almarito perduto. Doveva morire in battaglia come lui, altrimenti non sarebbe mai finita nello stessogirone infernale. Il posto degli eroi era nei Campi Elisi. I suicidi andavano chissà dove… Si eralanciata in tutte le battaglie onorevoli che avesse trovato. Stanò i Discendenti nascosti e prese ledifese di deboli e giovani a spada tratta, proprio come aveva fatto per Orion quando era piccolo.Diverse volte era quasi stata uccisa in battaglia ed era partita per gli Inferi, sempre alla ricerca disuo marito in riva al fiume Stige. Ma aveva trovato solo Ade. L’enigmatico, ostinato Ade che non avrebbe riportato in vita suomarito, prendendo lei in cambio, poco importava quanto lo implorasse o quanto gli offrisse. IlSignore dei Morti non scendeva a patti. Sperava che Helen non fosse andata all’inferno nellasperanza di far resuscitare il suo amico. Sarebbe stato un viaggio a vuoto, almeno per ora. MaDaphne aveva lavorato quasi vent’anni per cambiare le cose. “Non ti vedo…” mormorò Helen e piegò le dita, come se cercasse di afferrare qualcosa. Daphnecapì al volo. Anche lei aveva cercato disperatamente di vedere Ade e aveva provato a toglierglil’Elmo delle Tenebre. Alla fine, quando Daphne aveva rischiato di morire un numero sufficiente divolte da saldare il debito di sangue e liberarsi dalle Furie, Ade le aveva finalmente mostrato il volto. Era stato riconoscere Ade che aveva messo in moto il piano. Il progetto che aveva spezzato ilcuore della sua unica figlia separandola da chi amava. “Scusate…” disse Matt sulla porta, facendo sobbalzare Daphne, che era sovrappensiero. Siasciugò il viso e, quando si girò, vide che Matt teneva Ariadne, accasciata, fra le sue braccia. Avevaun viso cinereo che faceva spavento ed era mezza svenuta, esausta dopo il tentativo di guarire Jerry.“Voleva dormire in camera sua.” “C’è posto per entrambe, ne sono sicura,” disse, accennando al lettone. “Non sapevo doveportare Helen.” “A quanto pare, c’è una persona ferita in ogni angolo della casa,” disse Matt. Entrò con Ariadnee la adagiò delicatamente accanto a Helen. Che ragazzo forte, pensò Daphne, fissando l’amico di Helen. “Sarà comunque più facile curarle insieme,” disse Daphne, ancora intenta a guardare Matt. Certo, si era irrobustito e aveva messo i muscoli rispetto all’ultima volta che l’aveva visto, maAriadne era una ragazza formosa, non un fuscello come Helen, e dopo averla portata in braccio perquel lungo corridoio Matt non aveva nemmeno il fiatone. Ariadne borbottò qualcosa di incomprensibile a Matt prima che si staccasse. La ragazza mise ilbroncio come se non volesse lasciarlo andare. Lui si fermò ad accarezzarle i capelli. Daphneriusciva quasi a sentire l’odore dell’amore che emanava e riempiva la stanza, come un dolcesquisito messo in forno a cuocere. 4
  5. 5. “Torno subito,” bisbigliò. Ariadne batté le palpebre, che si quietarono non appena cadde in unsonno profondo. Lui fece correre le labbra lungo le guance, sfiorandole con il più fuggevole deibaci. Si girò verso Daphne e abbassò gli occhi verso Helen. “Hai bisogno di qualcosa?” “Me la sbrigo da sola. Tu vai pure. Fai quello che devi fare.” Lui le lanciò un’occhiata grata e leilo osservò uscire a passo marziale dalla camera: la schiena dritta e le spalle squadrate nella primaluce del mattino. Come un guerriero. * Helen vide se stessa correre lungo una spiaggia verso il più grande faro mai trovato in vita sua. All’inizio era strano. Com’era possibile che guardasse se stessa come se fosse un film? Nonsembrava un sogno. Nessun sogno era mai sembrato così reale e logico. Senza riuscire a capire cosastesse accadendo, Helen si fece prendere dalla storia e cominciò a seguire il sogno. La Helen del Sogno portava un lungo diafano vestito bianco, stretto da una fascia finementericamata. Un velo trasparente si staccò dai fermagli nei capelli e si perse alle sue spalle mentrecorreva. Sembrava spaventata. Mentre il faro gigante incombeva sempre più vicino, Helen vide ilsuo io-onirico riconoscere una figura in piedi davanti a uno degli angoli della base ottagonale. Videun lampo di bronzo mentre la figura si slacciava le fibbie intorno al collo e alla vita, e lasciavacadere il pettorale sulla sabbia. Si osservò gridare per la gioia e accelerare il passo. Dopo essersi liberato di metà armatura, il giovanotto alto e bruno si girò perché aveva sentitoquella voce e corse verso di lei, raggiungendola a metà strada. I due amanti si abbracciarono dislancio. Lui la strinse al petto e la baciò. Helen si guardò lanciargli le braccia al collo e ricambiare ilbacio, per poi staccarsi e potergli baciare il viso in una decina di punti diversi, come se volessecoprire ogni centimetro della sua pelle. La mente di Helen vagò sempre più vicina alla coppiaavvinghiata, sapendo già chi era il giovanotto che l’altra Helen stava baciando. Lucas. Era vestito in modo strano e aveva una spada appesa alla cinta. Portava dei sandali aipiedi e le mani erano avvolte da lacci di cuoio logorato e coperte da guanti di bronzo, ma era lui.Non si poteva sbagliare. Era sua perfino la risata che fece quando l’altra Helen lo coprì di baci. “Mi sei mancato!” gridò l’altra Helen. “Una settimana è davvero troppo,” concordò lui, con dolcezza. Non parlavano in inglese, ma Helen capiva ugualmente tutto. Il significato le echeggiava nellatesta, così come il sollievo di essersi congiunta al suo amore riverberava dentro di lei – come sefosse il suo corpo a premere contro quello di Lucas. All’improvviso Helen capì che quello eradavvero il suo corpo o almeno lo era stato un tempo. Aveva già parlato quella lingua e aveva giàsentito quel bacio. Questo non era un sogno. Sembrava più un ricordo. “Allora verrai con me?” la incalzò lui, prendendole il viso tra le mani e costringendola aguardarlo. Aveva gli occhi pieni di speranza. “Lo farai?” L’altra Helen ci rimase male. “Perché parli sempre al futuro? Non possiamo godere di questomomento?” “La mia nave salpa domani.” La lasciò andare e si scostò da lei, ferito. “Paride…” “Sei mia moglie!” gridò lui, camminando in cerchio e passandosi una mano fra i capelli propriocome faceva Lucas quand’era frustrato. “Ho dato ad Afrodite la mela d’oro. Ho scelto l’amore, hoscelto te al posto di tutto ciò che mi veniva offerto. E anche tu hai detto di volermi.” “L’ho fatto. Ed è ancora così. Ma mia sorella non capisce niente di politica. Afrodite nonpensava che fosse importante riferire che tu non eri un pastore, come credevo, ma un principe diTroia, anche se quel giorno badavi al gregge.” L’altra Helen trattenne un sospiro esasperato per suasorella e poi scosse il capo, rinunciandoci. “Le mele d’oro e i pomeriggi rubati non importano. Nonposso venire con te a Troia.” 5
  6. 6. Lei cercò di abbracciarlo di nuovo. Per un attimo ebbe l’impressione che lui facesse resistenza,ma non fu così. Le prese la mano e la tirò a sé come se non riuscisse proprio a fare a meno di lei,nemmeno quand’era arrabbiato. “Allora scappiamo. Lasciamoci tutto alle spalle. Smetteremo di essere nobili e ci dedicheremoalla pastorizia.” “Non c’è niente che desidero di più,” rispose lei, ardentemente. “Ma poco importa doveandremo, io resterò sempre la figlia di Zeus e tu il figlio di Apollo.” “E se avremo dei figli, avranno il sangue di due Olimpici,” disse, con l’impazienza che gliarrochiva la voce. A quanto sembrava, aveva già ascoltato innumerevoli volte questo argomento.“Pensi davvero che questo basterà a creare una Tiranno? La profezia dice qualcosa sul mescolare ilsangue di quattro case che discendono dagli dèi. Non è per nulla chiaro.” “Io non le capisco le profezie, ma tutti hanno paura che gli dèi mescolino il sangue,” disse lei.Tutto a un tratto la voce le venne meno. “Ci daranno la caccia fino ai confini del pianeta.” Lui le passò le mani sul ventre, stringendolo con le mani a coppa, possessivamente. “Potresti giàessere incinta…” Lei gli bloccò le mani. Aveva un’espressione triste e, solo per un attimo, disperata. “È la cosapeggiore che possa capitarci.” “O la migliore.” “Paride, basta!” rispose Helen con fermezza. “Mi fa male anche solo pensarci.” Paride annuì e appoggiò la fronte alla sua. “E se il tuo padre putativo, il re di Sparta, prova adarti in sposa a un barbaro greco come Menelao? Quanti sono i re che in questo momento chiedonola tua mano? Dieci o venti?” “Non m’importa. Li rifiuterò tutti,” disse l’altra Helen. Poi fece un sorriso. “Nessuno puòcostringermi, capisci?” Paride rise e la guardò negli occhi. “No. Anche se vorrei vederne un paio che ci provano. Midomando se i greci hanno un odorino migliore quando vengono inceneriti da un fulmine. Puzzarepeggio di così è sicuramente impossibile.” “Non ammazzerei nessuno con i fulmini,” ridacchiò lei, intrecciando le braccia intorno al suocollo e strofinando il corpo contro il suo. “Magari gli darei giusto una scottatina.” “Allora ti prego non farlo! I greci scottati potrebbero puzzare ancora peggio che cucinati apuntino,” disse Paride, con la voce che diventava sempre più cupa mentre le sorrideva.All’improvviso il buonumore svanì dai loro sguardi e venne rimpiazzato dal dispiacere. “Come faròa salpare senza di te, domattina?” L’altra Helen non sapeva cosa rispondere. Le labbra di lui trovarono le sue e le passò le dita neicapelli, rovesciandole la testa all’indietro e sollevandola mentre lei gli si abbandonava. Propriocome faceva Lucas. A Helen mancava così tanto che si struggeva per lui perfino nel sonno. Soffriva a tal punto che sisvegliò e si rigirò, lamentandosi non appena si appoggiò troppo alle ossa, ancora in via diguarigione. “Helen?” domandò Daphne con dolcezza, la voce a pochi centimetri da lei nel buio. “Haibisogno di qualcosa?” “No,” rispose Helen, e lasciò che le palpebre stanche si richiudessero. Il sogno che la attendevale fece rimpiangere di non essere rimasta sveglia, nonostante le ferite. Una donna terrorizzata stava lottando con un enorme artiglio stretto intorno alla vita. Aliimmense, contornate di piume grandi più di una persona, solcavano l’aria mentre l’uccello gigantela trasportava nel cielo notturno. Lo skyline di New York scorreva accanto mentre la donna sidivincolava. Helen vide l’uccello chinare il capo per guardare la donna ghermita fra gli artigli. Per un attimo,l’occhio minaccioso dell’aquila divenne più rotondo fino a ricordare quello di un essere umano. 6
  7. 7. Aveva gli occhi color ambra. Un fulmine azzurro lampeggiò al centro cupo delle pupille. L’aquilagridò, facendo gelare il sangue nelle vene a Helen che rabbrividì nel sonno. L’Empire State Building si stagliava davanti a lei, poi più niente. Orion stava urlando come un ossesso. A quel suono Helen saltò su, spinse da parte sua madre e cominciò a correre. Si catapultò nelcorridoio buio e irruppe nell’altra stanza. Lucas era una macchia indistinta accanto a lei, poi siresero conto della situazione e si fermarono. “Ma che diavolo…?” ruggì Hector dalla branda sistemata accanto a quella di Orion. Accese laluce. Orion era in piedi sul materasso, portava solo un paio di bermuda e indicava una piccola sagomaoscura accovacciata nello spiraglio tra i due letti. Era Cassandra, rannicchiata sul parquet durosenza altro che un cuscino e una copertina per la notte. “Che cosa ci fai qua?” protestarono diverse voci in direzione di Cassandra. Castor, Pallas eDaphne erano apparsi sulla porta alle spalle di Helen e Lucas. “Mi hai morsicato!” gridò Orion, che ballava ancora sul letto, in preda al panico. Noel, Kate eClaire, che avevano il passo lento degli esseri umani, arrivarono poco dopo e riempirono la stanza. “Mi dispiace!” gemette Cassandra. “Ma tu mi avevi calpestata!” “Pensavo che fossi un gatto e poi io… io ti ho quasi staccato la testa! Avrei potuto ucciderti!”ringhiò Orion di rimando, senza badare a tutti quelli che aveva intorno. “Non ti avvicinare mai piùcosì di soppiatto!” All’improvviso Orion si portò le mani al petto e si piegò in due per il dolore. Hector si feceavanti con un balzo per afferrarlo prima che cadesse, ma ormai tutti se n’erano accorti. Aveva dueferite aperte sul petto e sullo stomaco dovute allo scontro con Automedon. Erano di un rossoacceso, ma stavano guarendo in fretta e nel giro di un paio di giorni sarebbero sparite senza lasciaretraccia. Ma ciò che attirò l’attenzione di tutti non erano le ferite recenti, ma le lunghe cicatrici chegli sfiguravano il fisico, altrimenti perfetto. Una gli attraversava il petto e un’altra gli tagliava la coscia sinistra. Mentre si accasciava fra lebraccia di Hector, senza più un briciolo di forza, tutti videro quella più spaventosa sulla schiena.Helen fissò l’oscena fenditura biancastra che correva parallela alla spina dorsale. Come se qualcunoavesse provato a tagliarlo in due per lungo. Sentì Lucas prenderle la mano e lei gliela strinse, quasivi si aggrappò. “Tutti fuori!” ordinò Hector quando si accorse del silenzio e degli sguardi scioccati. Piegando lespalle, cercò di fare scudo a Orion con il proprio corpo. “Anche tu, piccola peste!” disse sottovoce aCassandra, ancora accovacciata per terra. “No,” protestò lei. La spessa treccia nera che le scendeva sulla schiena si stava sciogliendo inciuffi scomposti e il suo viso era una maschera di pelle color alabastro, occhi di brace e labbra rossofuoco. “Resto qua. Potrebbe avere bisogno di me.” Hector annuì e, con riluttanza, accettò. Poi riadagiò il corpo svenuto di Orion sul letto. “Fuori,”disse, rivolto agli altri alle sue spalle, questa volta senza alzare la voce. Tutti eseguirono. Mentre uscivano dalla porta, Helen e Lucas si sostennero a vicenda, perché entrambi risentivanodelle ferite e ora che la scarica di adrenalina era passata avevano bisogno di un appoggio. Mainvece di lasciare che si aiutassero a vicenda, Pallas aiutò Lucas e Daphne sostenne Helen,allontanandoli. “Tu sapevi di quelle ferite?” domandò Lucas prima che venissero trascinati in direzioni opposte. “No. Non l’avevo mai visto nudo,” rispose lei, troppo scioccata per non essere diretta. Si ricordòche aveva visto Morfeo nei panni di Orion, seminudo, ma non Orion in persona. Lucas annuì, ilviso scuro per la preoccupazione. “Torna a nanna, Helen,” disse la madre, severa, e la sollecitò a entrare in camera. Helen lasciò che la madre la mettesse a letto, accanto alla sagoma floscia di Ariadne. QuandoHelen chiuse gli occhi e cercò di prendere sonno, sentì Noel e Castor confabulare nella camera 7
  8. 8. adiacente. Per un attimo Helen cercò di soffocare quelle voci e lasciare loro la dovuta privacy, mal’urgenza del dialogo non avrebbe permesso nemmeno a un mortale dotato di un normale udito diignorarli. “Come se le è procurate quelle cicatrici, Castor?” chiese Noel, con voce tremula. “Non ho maivisto una cosa simile. E sì che ne ho viste di tutti i colori.” “Un Discendente può procurarsi una cicatrice simile in un solo modo: prima di diventaremaggiorenne,” disse Castor, cercando di abbassare la voce. “Ma i nostri ragazzi facevano sempre la lotta da piccoli. Ti ricordi di quella volta che Jason hainchiodato Lucas al soffitto con il giavellotto? E non hanno nemmeno un graffio,” ribatté Noelperdendo il controllo, troppo agitata per seguire il consiglio di Castor e parlare sottovoce. “Ai nostri ragazzi il cibo non è mai mancato, così come un posto tranquillo dove guarire dopoche se le erano date di santa ragione.” “E a Orion sì? È questo che stai dicendo?” Noel era sull’orlo del pianto. “Sì. Probabilmente è questo.” Helen sentì un silenzio fatto di fruscii e sospiri profondi, come se Castor avesse abbracciato forteNoel al petto. “Quelle cicatrici significano che Orion era molto giovane quando gli hanno fatto quelle bruttecose. In seguito deve avere patito la fame e la sete, senza che ci fosse nessuno a prendersi cura dilui. Non hai mai visto delle cicatrici simili su un Discendente perché la maggior parte nonsopravvivrebbe a una cosa simile.” Helen strinse i denti e nascose il viso nel cuscino, sapendo che tutti quanti al piano di sopraavevano sentito quello scambio di battute tra Noel e Castor. Il viso le si accalorò quando pensò chemolto probabilmente tutti stavano compatendo Orion, impietositi dal ragazzino pestato eabbandonato di un tempo. Invece Orion si meritava di più. Si meritava amore, non compassione. Helen sapeva anche chesua madre la stava guardando mentre provava, senza riuscirci, a non piangere per la pietà che anchelei provava per quel ragazzino. Si coprì il viso con le coperte. Daphne la lasciò piangere finché non cadde in un sonno profondo. Helen vide l’altra se stessa che veniva linciata da una folla inferocita lungo una strada sterrata. Il vestito dell’altra Helen era sbrindellato e tutto coperto di macchie dovute ai frutti marci che leavevano scagliato addosso. Il sangue sgorgava da un brutto taglio sulla testa, dalla bocca e daipalmi delle mani che si era abrasa cadendo ripetutamente. La folla si strinse intorno a lei,raccogliendo le pietre dal ciglio della strada, sempre più vicina. Un energumeno biondo, con il doppio dei suoi anni e dei suoi chili, si lanciò in avanti pertempestarla di pugni, come se la sua rabbia avesse bisogno di uno sfogo più immediato rispetto alsemplice lancio di una pietra. Sembrava che dovesse usare il proprio corpo per farle del male esentirsi appagato. “Ti ho amata più di tutti! Il tuo padre putativo ti ha affidata a me!” gridava, come impazzito,mentre la colpiva. Aveva gli occhi fuori dalle orbite e la bava alla bocca. “Ucciderò il bambino cheporti in grembo a suon di cazzotti e ti amerò lo stesso!” Helen sentiva la folla incitarlo: “Uccidila, Menelao!” e “Potrebbe partorire il Tiranno! Non devirisparmiarla!” L’altra Helen non reagì né sfruttò i fulmini per difendersi da Menelao. Helen guardò l’altra sestessa andare al tappeto così tante volte da perdere il conto, eppure ogni volta riuscire ad alzarsi.Helen riusciva a sentire i colpi sordi contro la schiena e anche i grugniti di Menelao per lo sforzo,ma l’altra Helen non piangeva e non lo implorava di smettere. Non faceva proprio alcun suono, aparte gli ansimi che le strappavano i pugni contro i polmoni. Helen sapeva che effetto facevano quei colpi, sapeva addirittura che odore aveva Menelaomentre la picchiava. Se lo ricordava. 8
  9. 9. Alla fine Menelao cadde in ginocchio, senza nemmeno più la forza di pestarla. L’altra Helen erasemplicemente troppo forte per morire per mano sua, anche se a Helen sembrava evidente chemorire era proprio quello che lei aveva cercato per tutto il tempo. Quando la prima pietra la colpì, non si rannicchiò e non provò a ripararsi. Calarono altre pietre,una sassaiola che la investì da ogni lato, finché la folla non rimase a mani vuote. Eppure proprionon voleva saperne di morire. Ormai spaventata, la folla cominciò a indietreggiare. Un silenzio disgustato scese sul gruppo mentre contemplavano lo spettacolo truculento di cuierano responsabili. Ancora viva, l’altra Helen ebbe uno spasmo e tremò in mezzo alle pietre caduteintorno, la pelle macellata e scorticata sulle ossa rotte. Cominciò a canticchiare tra sé e sé, un cantolamentoso dovuto alla necessità disperata di non pensare al dolore che provava. Oscillò avanti eindietro, barcollando come un ubriacone. Non riusciva a trovare sollievo in nessuna posizione, cosìondeggiava mentre canticchiava per consolarsi. Helen se lo ricordava quel dolore. E avrebbepreferito che non fosse così. La folla cominciò a mormorare: “Decapitala. È l’unico modo. Non morirà mai se non ladecapitiamo”. “Sì, prendi una spada…” gorgogliò debolmente l’altra Helen, con le parole impastate nella boccasanguinante. “Per favore.” “Qualcuno abbia pietà e la uccida!” gridò disperatamente una donna e il grido riecheggiò nellafolla. “Una spada! Abbiamo bisogno di una spada!” Un giovanotto, poco più che un adolescente, si fece avanti tra la folla, con le lacrime che glirigavano il viso, bianco come un cencio alla vista dell’altra Helen. Sguainò la spada, la fece rotearesopra la testa e la fece calare sulla poltiglia sanguinolenta che aveva ai piedi. Un braccio sottile deviò la lama prima che colpisse. Apparve una donna: era inondata di una luce d’oro e cambiava aspetto di continuo. Era giovanee vecchia, grassa e magra, scura e chiara di pelle. In un attimo si tramutava in ogni donna delpianeta e tutte erano bellissime. Sembrava che per scelta si fosse fermata su un aspetto molto similea quello di Helen. “Sorella mia!” gridò affranta, raccogliendo la ragazza ferita dalla polvere. Singhiozzando,Afrodite cullò l’altra Helen fra le braccia, pulendole il sangue dal viso con il suo velo scintillante. La folla indietreggiò mentre la dea piangeva, colpita nel profondo dalla sua magia. Helen vedevale loro facce diventare maschere di dolore mentre il loro cuore si spezzava insieme a quello diAfrodite. “Lasciami andare,” l’altra Helen implorò la dea. “Mai,” promise Afrodite. “Preferirei vedere una città rasa al suolo piuttosto che perderti.” L’altraHelen provò a protestare, ma Afrodite la zittì e si alzò con lei, cullandola a sé, come se fosse unabambina. La Dea dell’Amore si girò verso la folla, fulminandoli con lo sguardo. Gli occhi e la boccabrillavano mentre li malediceva tutti con voce tonante: “Me ne vado da questo posto! Nessun uomoproverà più desiderio e nessuna donna potrà portarne i frutti. Morirete tutti senza amore e senzaprole.” Helen percepì le suppliche della folla al di sotto mentre si sentiva decollare insieme alla dea.All’inizio le implorazioni erano timide, confuse. Ben presto si trasformarono in lamenti, mentre lafolla capiva quanto sarebbe diventato cupo il loro futuro a causa di quelle poche parole pronunciateda una dea inferocita. Afrodite volò sopra l’acqua con l’amata sorella in braccio, lasciandosi allespalle quel posto maledetto. Lontano lontano, all’orizzonte, c’era l’albero di una grande nave – una nave troiana, ricordavaHelen. La dea puntò dritta verso quel punto, portando con sé entrambe le Helen. * 9
  10. 10. Matt scrutò l’orizzonte buio. Il vento che soffiava era freddo e il cielo era così trapuntato di stelleda sembrare una città appesa al contrario. Era appena sopravvissuto ai due giorni più lunghi dellasua vita, ma non era stanco. Almeno non fisicamente. I muscoli non gli facevano male e le gambenon erano fiacche. Anzi, non si era mai sentito così bene in vita sua. Matt abbassò lo sguardo sull’antico pugnale che stringeva nella mano. Era di bronzo e, perquanto assurdamente arcaico, ancora affilatissimo e perfettamente bilanciato dal codoloall’impugnatura. Matt soppesò quell’oggetto meraviglioso sul palmo di una mano e lo osservòaderire ai muscoli come se fossero fatti l’uno per l’altro. Ma quale per quale, pensò amaramente. Il sangue di Zach era stato sciacquato via dalla lama, ma a Matt sembrava ancora di vederlo.Qualcuno che Matt conosceva da tutta la vita era morto con questo pugnale piantato nel cuore primache lui lo ricevesse. Ma tanto tempo prima era stato di un personaggio molto più famoso. I greci pensavano che l’anima di un eroe risiedesse nella sua armatura. L’Iliade raccontava diguerrieri che avevano combattuto a morte per una corazza. Alcuni si erano addirittura ricoperti divergogna pur di mettere le mani sulle spade e sui pettorali degli eroi più gloriosi, al fine di assorbirel’anima e la grandezza di quell’eroe. Aiace il Grande, uno dei combattenti più rispettati sul frontegreco, aveva fatto di tutto per impossessarsi dell’armata di Ettore. Quando rinsavì, rimase cosìinorridito da come aveva infangato il proprio buon nome che cadde sulla propria spada e si uccise.Matt era rimasto sempre perplesso da quella parte dell’Iliade. Non avrebbe mai combattuto perun’armatura, nemmeno se questo l’avesse trasformato nel più grande guerriero mai apparso sulpianeta. La gloria non gli interessava. Matt lanciò il pugnale nell’acqua ribollente, il più lontano possibile. Roteò a lungo. Lo guardòallontanarsi impossibilmente lontano e veloce. Parecchi secondi dopo, nonostante il suono dellamarea, Matt sentì il leggero tonfo che fece il pugnale inabissandosi. Era umanamente impossibile lanciare qualcosa tanto lontano e ancora di più sentirne il tuffo inacqua. Matt aveva sempre fatto affidamento sulla logica per risolvere i problemi e la logica gli stavadicendo qualcosa di così incredibile che la logica non vi si applicava più. In cuor suo ci aveva sperato. Ma non così. Non se questo era il ruolo che avrebbe dovutoimpersonare. Matt proprio non capiva… Perché lui? Aveva imparato a combattere perché volevaaiutare i suoi amici, non per fare del male agli altri. Il suo unico desiderio era di proteggere lepersone indifese. Non era un assassino. Non aveva niente a che vedere con il primo proprietario diquel pugnale. Un’onda lambì i piedi di Matt, lasciando qualcosa di splendido e luccicante sulla sabbia. Fucostretto a raccoglierlo per capire cosa fosse. Per tre volte aveva lanciato il pugnale nell’acqua e pertre volte era tornato a lui alla velocità della luce. Ormai le Parche avevano messo gli occhi su di lui e Matt non poteva più nascondersi. * La nave aveva le vele quadrate e bianche. Sopra, a garrire nel vento dall’albero più alto, c’era unpennone triangolare rosso con un sole dorato a sbalzo. File di remi spuntavano dai lati della nave.Perfino dall’alto, Helen sentiva il battito ritmato di un timpano, che teneva il tempo delle remate. L’acqua non era del cupo blu marina tipico dell’Atlantico, ma di un azzurro chiaro estupefacente. Lo stesso degli occhi di Lucas, pensò Helen. Ancora aggrappata a un brandello dicoscienza, l’altra Helen mugolò in braccio ad Afrodite mentre la dea scendeva insieme a lei sulponte della nave. Quando atterrò, si alzarono delle voci spaventate. Dal posto di comando dietro alla barra deltimone, un tizio grande e grosso si fece avanti. Helen lo riconobbe subito. Hector. Uguale identico a lui, a parte la pettinatura e il tipo di vestiti. Questo Hector aveva icapelli più lunghi di quello che Helen conosceva a Nantucket e portava un succinto straccio di linolegato intorno alla vita con una cinta di cuoio. Intorno alle mani aveva delle cinghie e appeso alcollo un grosso catenone d’oro. Perfino mezzo nudo trasudava nobiltà. 10
  11. 11. “Enea!” gridò Ettore alle proprie spalle e poi contemplò inorridito il corpo insanguinato inbraccio ad Afrodite. Una copia carbone di Orion, senza la cicatrice che gli sfigurava la spalla destra,si fece avanti e si mise sull’attenti alla destra di Ettore. “Vai sotto coperta e sveglia i miei fratelli.” “Sbrigati, figlio mio,” bisbigliò Afrodite a Enea. “E porta il miele.” Lui annuì rispettosamente es’incamminò con passo deciso, ma non riuscì a distogliere lo sguardo dall’altra Helen.L’espressione del viso esprimeva una tristezza indicibile. “Acqua!” sbraitò Ettore, e all’istante gli altri si diedero una mossa per obbedire. Un attimo dopo,Paride emerse da sotto coperta, con Giasone a ruota. Come le altre versioni antiche degli uominiche conosceva, Giasone era uguale identico a Jason, fatta eccezione per i vestiti. Uno strano grido soffocato esplose da Paride quando si rese conto dello spettacolo atroce cheaveva davanti e corse verso l’altra Helen con passo incerto. Gli tremavano le mani mentre prendevail suo corpo dalle braccia di Afrodite, con il viso che impallidiva nonostante l’abbronzatura. “Troilo,” disse Ettore a Giasone, ordinando con un cenno del mento al fratello più giovane diprendere il secchio d’acqua che era appena arrivato. Ma l’altra Helen quando Paride cercò diportarle l’acqua alle labbra lo spinse debolmente via. “Cos’è successo, Signora?” domandò Troilo ad Afrodite quando fu chiaro che Paride nonavrebbe voluto o potuto parlare. “Menelao e il resto della città le si sono rivoltati contro non appena hanno scoperto delbambino,” rispose semplicemente la dea. Paride alzò la testa di scatto, il viso pietrificato per l’incredulità. Ettore ed Enea si scambiaronouna veloce occhiata disperata e poi si girarono entrambi a guardare Paride. “Lo sapevi, fratello?” domandò gentilmente Ettore. “Lo speravo,” ammise, la voce rauca per l’emozione. “Ma lei mi aveva mentito.” Tutti gli uomini tranne Paride annuirono, come se potessero capire la scelta di Helen. “Il Tiranno.” Enea bisbigliò appena quella parola, ma era ovvio che era sulla bocca di tutti.“Madre, come ha fatto Menelao a scoprire che Elena era incinta?” Afrodite passò teneramente le dita sulla spalla della sua sorellastra. “Elena ha aspettato che lavostra nave scomparisse all’orizzonte e poi l’ha detto lei stessa a Menelao.” Paride cominciò a tremare da capo a piedi. “Perché?” domandò all’altra Helen, la voce striduladovuta allo sforzo di trattenere le lacrime. L’altra Helen passò la mano insanguinata sul torace diParide, cercando di calmarlo. “Mi dispiace,” bisbigliò e si accarezzò la pancia. “Ci ho provato, ma non ci sono riuscita. Nonsono riuscita ad ucciderci.” Troilo si sporse verso il fratello, per sostenerlo, mentre tutti guardavano Elena con un misto ditimore e sgomento. “Non piangere, Paride. Il tuo bambino è vivo,” disse Afrodite. “Crescerà e assomiglierà allabellissima Elena e sua figlia, a sua volta, crescerà e assomiglierà alla madre – e così via digenerazione in generazione. Me ne sono occupata io, di modo che anche quando la mia sorellaquasi mortale se ne sarà andata, potrò sempre guardare in faccia la persona che amo di più almondo.” Il bagliore dorato della dea si intensificò e guardò i guerrieri troiani uno per volta, con la voceche prendeva il timbro di un tuono in lontananza. “Dovete tutti giurarmi che proteggerete mia sorella e la sua bambina. Se Elena e la suadiscendenza muoiono, non avrò più niente da amare sulla Terra,” disse, con gli occhi che per unattimo si fermarono sul figlio Enea per scusarsi e poi si indurirono nuovamente. Lui chinò il capocon aria ferita e Afrodite si rivolse a Ettore. “Finché mia sorella e le sue figlie ci saranno, ci saràanche amore nel mondo. Lo giuro sul Fiume Stige. Ma se lascerai morire mia sorella, tu Ettore iltroiano, figlio d’Apollo, me ne andrò da questo mondo e porterò via l’amore con me.” Gli occhi di Ettore si chiusero per un attimo mentre prendeva atto dell’enormità di quellasentenza. Quando li riaprì aveva un’aria sconfitta. Avevano altra scelta? Si girò verso i fratelli e 11
  12. 12. verso Enea: tutti quanti silenziosamente concordarono sul fatto che non potevano dire di no,nonostante le conseguenze alle quali sarebbero andati incontro. “Lo giuriamo, Signora,” rispose Ettore convinto. “No, sorella. Non farlo. Menelao e Agamennone hanno stretto un patto con gli altri re greci.Verranno a Troia con i loro eserciti,” mugolò l’altra Helen con urgenza. “Sì, è così. E li affronteremo in battaglia,” disse Paride cupo, come se avesse già davanti le navida guerra con le vele spiegate verso le loro sponde. Sollevò Elena e lei si divincolò piano fra le suebraccia. “Buttami fuori bordo e lasciami annegare,” implorò lei. “Ti prego. Finiscila prima che abbiainizio.” Paride non le rispose. Tenendola stretta fra le braccia, la portò sotto coperta fino alla suacuccetta. L’altra Helen finalmente svenne e la visita di Helen in questo terribile sogno o visione oqualsiasi cosa fosse terminò di colpo mentre tornava a dormire con regolarità. 12

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