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I limiti: i 12 principi  (fiom)
 

I limiti: i 12 principi (fiom)

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Materiale a supporto della Scuola Estiva di Decrescita 2011 a Pesariis (UD)

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    I limiti: i 12 principi  (fiom) I limiti: i 12 principi (fiom) Document Transcript

    • Testi da premettere o da inserire come riquadri nel testo successivo“Non possiamo comandare sulla natura se non obbedendole” Francesco Bacone, filosofo (1561-1626).Edward Wilson, della Harward University,“Consideriamo l’essenza dell’ambientalismo come è stata definita dalla scienza. La Terra, adifferenza degli altri pianeti del sistema solare, non è in equilibrio fisico. Dipende dal suo guscioche è vivo e crea le particolari condizioni in cui la vita è sostenibile. Il suolo, l’acqua e l’atmosferasulla superficie si sono evoluti nel corso di centinaia di milioni di anni fino alla loro condizioneattuale grazie all’attività della biosfera, uno strato meravigliosamente complesso di creature viventile cui attività sono collegate tra loro in cicli globali precisi, ma gracili, di energia e materia organicatrasformata. La biosfera ricrea il nostro mondo speciale ogni giorno, ogni minuto e lo mantiene inun eccezionale e scintillante disequilibrio fisico. Di questo disequilibrio la specie umana ècompletamente schiava.Quando modifichiamo la biosfera in una qualsiasi direzione, allontaniamo l’ambiente dalla danzadelicata della biologia. Quando distruggiamo ecosistemi e annientiamo le specie, degradiamo il piùgrande patrimonio che questo pianeta abbia da offrire e in tal modo minacciamo la nostra stessaesistenza. Non siamo scesi su questo mondo come esseri angelici. Ne siamo alieni che hannocolonizzato la Terra. La nostra specie si è evoluta qui, una fra molte, nel corso di milioni di anni edesiste in quanto miracolo organico, collegato ad altri miracoli organici.L’ambiente naturale che trattiamo con tanta insensata ignoranza e sconsideratezza è stata la nostraculla, il nostro asilo, la nostra scuola e la nostra unica casa. Siamo profondamente adattati alle sueparticolari condizioni, in ogni singola fibra del corpo e in ogni singolo processo biochimico che cida la vita. Questa è l’essenza dell’ambientalismo, il principio ispiratore di quanti si occupano dellasalute del pianeta. Ma non è ancora una visione del mondo molto diffusa; evidentemente è ancoratroppo poco persuasiva per distogliere molti dai diversivi prioritari dello sport, della politica, dellareligione e delle ricchezze personali” [Bologna, pag. 25]Fairfield Osborne, New York Zoological Society, nel suo libro del 1948, “Il pianeta saccheggiato”“L’idea di scrivere questo libro mi balenò verso la fine della seconda guerra mondiale. Misembrava, in quei giorni, che l’umanità fosse impegnata in due tremendi conflitti e non solo inquello che echeggiava in ogni testata di giornale, in ogni radio, nella mente, nel cuore e nellesofferenze dei popoli di tutto il mondo. All’altra guerra, silenziosa, inavvertita, ma alla fine, piùmicidiale ancora, l’uomo si è abbandonato da tempo incalcolabile, ciecamente, inconsapevolmente.Vasta come il mondo, questa guerra continua ed è foriera per la razza umana di sciagure piùlargamente diffuse di quelle di qualunque conflitto armato. Contiene in sé la possibilità di undisastro finale superiore perfino a quello dell’uso dell’energia atomica applicata alla distruzione.E questa guerra è la guerra dell’uomo contro la natura” [ Bologna, pag. 27]Edward Wilson“Anche se nessuno lo desiderava, siamo la prima specie a essere diventata una forza geofisica ingrado di alterare il clima della Terra, ruolo precedentemente riservato alla tettonica, alle reazioni 1
    • cromosferiche e ai cicli glaciali. Dopo il meteorite di dieci chilometri di diametro che 65 milioni dianni fa precipitò nello Yucatan ponendo fine all’era dei rettili, i più grandi distruttori della vitasiamo noi. Con la sovrappopolazione ci siamo creati il pericolo di finire il cibo e l’acqua. Ci attendequindi una scelta tipicamente faustiana: accettare il nostro comportamento corrosivo e rischiosocome prezzo inevitabile della crescita demografica ed economica, oppure rianalizzare noi stessi eandare alla ricerca di una nuova etica ambientale” [Bologna, pag. 27]“Agli inizi del secolo scorso, nel 1900, impiegavamo giornalmente solo l’equivalente di pochi barilidi petrolio per ottener l’energia utilizzata a livello mondiale. Oggi consumiamo ogni giorno oltre 80milioni di barili di petrolio.Sempre nel 1900 utilizzavamo metalli per una ventina di milioni di tonnellate l’anno e ora siamopassati a oltre 1,2 miliardi di tonnellate.Il consumo di carta è passato da 4 milioni di tonnellate nel 1900 a circa 160 milioni di tonnellate nel1998.La produzione di materie plastiche, praticamente sconosciuta nel 1900, ha raggiunto i 131 milioni ditonnellate nel 1995.L’economia umana attinge oggi a tutti i 92 elementi chimici presenti nella tavola periodica deglielementi, mentre nel 1900 ne utilizzava solo una ventina” [Bologna, pag. 30]“Oggi utilizziamo dagli 80.000 ai 100.000 composti chimici di origine antropogenica, derivanti daattività industriali, dei quali ignoriamo gli effettisui sistemi naturali e sul nostro organismo. Soltantodi un 2% circa di questi è stata analizzata le eventuale cancerogenicità”. [Bologna, pag. 32]Nicholas Georgescu Roegen“il guaio è che lo stock di energia e materia terrestre accessibile è necessariamente finito. E inoltrela termodinamica, sostenuta da irrefutabili dimostrazioni storiche, insegna che la materia-energiadisponibile si degrada continuamente e in modo irreversibile in “rifiuti”, una forma di materia-energia inutile dal punto di vista degli usi umani.La radice della scarsità economica risiede nelle leggi della termodinamica, che può essereconsiderata la fisica del valore economico, come ha dimostrato Sadi Carnot nel suo famoso saggiodel 1824. In un mondo in cui esistessero le leggi della termodinamica, la stessa energia potrebbeessere usata più volte e nessun oggetto materiale si consumerebbe. Ma in un mondo come questo,non potrebbe esistere la vita quale oggi la conosciamo.La conclusione è chiara e ineludibile. L’attività industriale in cui è oggi impiegata gran partedell’umanità accelera sempre di più l’esaurimento delle risorse terrestri, fino ad arrivareinevitabilmente alla crisi. Prima o poi, la “crescita”, la grande ossessione degli economisti standarde marxisti, deve per forza finire. La sola questione aperta è “quando”. Negli ultimi dieci anni [1967-1977, n.d.r.] circa, sono emersi sintomi evidenti dei limiti ambientali alla crescita. L’inquinamentosi è diffuso ovunque” (In “Bioeconomia”, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag. 116-117) 2
    • La Terra è un pianeta finito, non si possono usare senza limiti le risorse naturaliNegli anni 2006-2007 si sono moltiplicati i rapporti, le immagini, i dati relativi ai danni spessoirrecuperabili che l’uomo sta arrecando alla natura nella quale siamo immersi. La percezione dellareale gravità della situazione stenta invece a diventare cultura diffusa, mentre le strategie e le misureeconomiche adottate finora sono lontanissime dal delineare radicali miglioramenti possibili neitempi sempre più stretti che ci separano da esiti letali.In questo particolare momento abbiamo sentito la necessità di individuare alcuni principifondamentali che dovrebbero essere seguiti a scala globale per garantirci un futuro ben diverso. Puressendo basati su una attenta analisi delle informazioni scientifiche disponibili, i principi sonodiretti alle persone più coscienti e ai decisori politici che non vogliano evitare di prendere inconsiderazione aspetti così cruciali della storia dell’umanità. Sono delle linee guida facilmentecomprensibili, non ancora una strategia complessiva o una selezione di scelte fondamentali eurgenti. Vogliono stimolare reazioni e riflessioni, suggerire comportamenti, evitare dimenticanze inpersone responsabili e attive, forse non ancora sufficientemente coscienti. Dodici principi per la sopravvivenza dell’uomo e del pianeta 1. Il concetto di limite Risalgono ai primi anni ’70 i richiami ad una concezione apparentemente banale della Terra intesa come pianeta di dimensioni e consistenza ben delimitate, ma che per lunghi decenni era stata cancellata dal continuo sovrapporsi e espandersi di produzioni che utilizzavano le risorse naturali come se fossero assolutamente infinite. Si può infatti risalire alla fine degli anni ’60, con l’inizio del cosiddetto “consumismo”, per individuare l’avvio di politiche statuali e strategie industriali che imposero la moltiplicazione degli oggetti e delle merci da consumare come modello generalizzato, sia per la struttura produttiva che per le nuove abitudini di consumo. Si è infatti verificata una vera e propria “mutazione” del sistema economico dominante, che è passato dalla produzione di oggetti corrispondenti a bisogni reali (alimenti essenziali, abbigliamento necessario per le diverse stagioni, auto da cambiare una volta giunte al temine della loro vita di funzionamento, divertimenti non costosi commisurati al reddito e al tempo libero) ad una possibilità di accesso percepita come illimitata ad un numero rapidamente crescente di oggetti e servizi sempre più distanti dai bisogni umani, ma resi indispensabili dalla pressione sempre più accentuata della pubblicità e delle strategie di commercializzazione. Questa scelta del sistema dominante (presente ovviamente non solo in Italia, anzi iniziata con qualche anno di anticipo nei paesi più industrializzati) ha garantito un lungo periodo di espansione produttiva, di nuovi investimenti per la fabbricazione di beni di consumo e di diffusione all’estero di impianti sostenuti da incentivi locali e dai bassissimi salari dei lavoratori. Questo immenso processo di moltiplicazione di oggetti, sempre percepiti come “necessari” per i condizionamenti ormai acquisiti dai consumatori, è ancora in atto e le spinte all’ulteriore espansione non accennano a ridursi (anche in presenza negli ultimi anni di “crisi”, spesso dovute però a meccanismi di tipo finanziario). Pochi peraltro si rendono conto del fatto che è proprio il consumismo, basato su consumi sempre più lontani da esigenze umane reali, la molla che ha portato a utilizzare senza limiti le risorse naturali (minerali, alimentari, energetiche) del pianeta e che è all’origine di gran parte dei danni ambientali. I collegamenti sono sotto gli occhi di chi vuole vederli: cibo in eccesso e diffusione di obesità e malattie; mezzi di trasporto sempre più diffusi e formazione di inquinamento atmosferico che genera effetto serra; buco nella fascia di ozono causato dai gas contenuti nei frigoriferi sempre più grandi e potenti; specie animali e 3
    • vegetali che spariscono con una rapidità impressionante, e la lista dei danni continua adallungarsi suscitando solo allarmi verbali.L’estrazione di risorse naturali dalle montagne e dai mari, le riduzione delle terre coltivabili acausa della cementificazione, della deforestazione e della desertificazione e i livelli diinquinamento dell’acqua e dell’aria non hanno finora incontrato limiti percettibili, in quanto legrandi imprese multinazionali sono finora riuscite a non farsi vincolare in alcun modo e benpochi sono gli Stati che hanno difeso il loro stesso territorio.Già nel 2002, le ricerche dell’IGBP, il Programma Internazionale per la Geosfera e la Biosfera,meglio conosciuto come Programma per il Cambiamento Globale, evidenziavano che: • in poche generazioni l’umanità ha consumato le riserve di combustibile fossile generate in centinaia di milioni di anni, avvicinandosi alla soglia dell’esaurimento; • la concentrazione nell’atmosfera di diversi gas che incrementano l’effetto serra naturale, in particolare l’anidride carbonica e il metano, è aumentata pericolosamente, innescando rapidi cambiamenti climatici; • circa il 50% della superficie terrestre è stata modificata direttamente dall’intervento umano, con significative conseguenze sulla ricchezza della vita sulla Terra (biodiversità), per il ciclo dei nutrienti, per la struttura del suolo e per il clima; • la quantità di azoto fissato sinteticamente dalle attività agricole attraverso i fertilizzanti chimici è oggi superiore a quella fissata naturalmente negli ecosistemi terrestri nel ciclo naturale di questo elemento; • più della metà della quantità dell’acqua dolce accessibile è utilizzata in modo diretto o indiretto dalla nostra specie, e le riserve idriche sotterranee si stanno rapidamente esaurendo in moltissime aree del pianeta (dalla Cina agli Stati Uniti, dall’India all’Iran; • gli ecosistemi marini e costieri si stanno drammaticamente alterando. Sono stati distrutti il 50% degli ambienti di mangrovie e il 50% delle zone umide; • circa il 22% delle zone marine di pesca sono state ipersfruttate o esaurite, e il 44% è al limite dell’esaurimento; • i tassi di estinzione delle forme di vita sono notevolmente aumentati, sia negli ecosistemi marini che in quelli terrestri. Siamo nel mezzo di un grande evento di perdita di biodiversità , provocato, per la prima volta nella storia della vita sulla Terra, dalle attività di una singole specie vivente: la nostra.Negli ultimi mesi, numerosi e ben documentati rapporti internazionali hanno finalmentequantificato l’entità dei danni, la velocità di progressione dei meccanismi distruttivi e la quantitàdi risorse che sarebbero necessarie per interrompere l’espansione illimitata e recuperareparzialmente alcuni danni che non hanno ancora superato la soglia di non ritorno. I limiti delpianeta sono emersi con chiarezza e la necessità di intervento immediato per evitare le catastrofiha assunto dimensioni ben determinate.Questi limiti, cioè la pratica impossibilità di procedere come se l’uomo avesse a disposizione unnumero infinito di pianeti, e non fosse confinato in una biosfera fortemente danneggiata,dovrebbero ora essere tradotti (e in tempi molto stretti) in una serie di misure nazionali einternazionali dirette a interrompere i meccanismi di danno, a ricostituire ove possibile le risorsenaturali deteriorate o sovrasfruttate, a costruire processi produttivi e di consumo rigorosamentecommisurati alle risorse utilizzabili in modo non distruttivo. Tutti questi processi dovrebberoinoltre tenere conto delle esigenze ben diverse esistenti nei differenti paesi e soprattuttodell’implacabile ritmo dell’aumento demografico, in quanto il pianeta dovrà offrire condizionidi sopravvivenza ad oltre 9 miliardi di persone nel giro di poco più di tre decenni.Può sembrare un compito immane, specie per i paesi che in meno di 40 anni hanno spinto l’usodelle risorse (in particolare di quelle energetiche come il petrolio e l’uranio) senza curarsi divalutare gli effetti su un sistema complesso come quello che lega gli equilibri dell’atmosfera alle 4
    • emissioni artificiali create dagli uomini. Forse però in questi mesi la presa di coscienza delladrammatica situazione in cui ci ha spinto il mancato rispetto dei limiti fisici del pianeta stacominciando a diffondersi in termini realistici; il mondo delle responsabilità politiche ancoranon ha reagito in misura adeguata alla gravità dei problemi da affrontare, ma forse gli eventiclimatici e quelli che colpiscono la superficie terrestre costringeranno quanto prima le societàpiù responsabili a modificare il loro atteggiamento.2. Il principio di ricostituzione dei cicli biologiciUno dei danni maggiori finora arrecati alla natura è costituito dagli interventi distruttivieffettuati sui cicli biologici che caratterizzano le specie che vivono sul pianeta, azioni che sisono oltretutto prodotte nel giro di pochi anni, senza quindi lasciare il tempo a piante ed animalidi adattarsi alle nuove situazioni. Ogni volta che si è distrutta una foresta primaria senza primaeffettuare una accurata indagine sulle specie che la popolavano, sono spariti centinaia o migliaiadi esemplari di specie non conosciute o rare, che potevano celare sostanze utili per l’uomo oconoscenza di comportamenti e capacità che avrebbero potuto arricchire il nostro patrimonioscientifico e tecnologico. Ogni volta che abbiamo introdotto una varietà ibrida o geneticamentemutata in un area di diversificazione genetica, abbiamo causato la sparizione delle specievegetali originarie locali e abbiamo aumentato l’omogeneità del patrimonio naturale che fino aqualche decennio fa era a nostra disposizione. Ogni volta che si sono introdotte in un lago o nelmare specie abituate ad ambienti diversi, molto più aggressive e resistenti, si è determinata lasparizione di alcune specie diventate il cibo preferito dei nuovi venuti. Ogni volta che si èdepredata senza alcun limite una pianta o un animale tipici di un luogo, si è interrotta una catenaalimentare e si è causata la perdita di tutte le specie che facevano parte della stessa catena.I dati sono impressionanti e ogni giorno vengono rese pubbliche, tra l’indifferenza generale,ulteriori informazioni che tracciano un quadro complessivo sempre più drammatico. Si disponedi diversi rapporti che danno notizia , in relazione alla conoscenza fin qui raggiunta, di quale sialo stato della biodiversità. Secondo un recente rapporto predisposto dal Centro per ilmonitoraggio della conservazione nel mondo, il WCMC del Programma delle Nazioni Unite perl’Ambiente, il numero delle specie finora descritte è di 1.750.000, mentre quelle ritenuteesistenti, ma non ancora conosciute alla scienza, dovrebbe essere di 14 milioni. La ricerca inquesto settore è particolarmente arretrata: ogni volta che si analizza in profondità un chilometrocubo di foresta, individuando tutte le specie animali e vegetali in esso contenute, le stimeesistenti si modificano in misura consistente. Ciò significa anche che in Amazzonia o inqualunque altra zona ad alta intensità di biodiversità, ogni volta che disboschiamo un’areadistruggiamo con gli alberi anche tutte le specie a noi ancora sconosciute che la abitavano,prima ancora di averle potute studiare.Questo è uno dei motivi per cui è molto difficile calcolare oggi quante sono le specie viventiminacciate di estinzione, proprio perché manca un elenco completo di quelle che realmenteesistono. Ogni anno inoltre si aggiungono 13000 specie all’elenco di quelle studiate econosciute; tuttavia, poiché spesso si descrivono come nuove specie in realtà già studiate inpassato, forse il numero più attendibile di nuove specie aggiunto all’elenco è di circa 10.000all’anno. La comunità scientifica che studia i sistemi naturali e la biodiversità è concorde nelritenere che l’intervento umano stia provocando una sesta estinzione di massa (le altre 5 hannoavuto bisogno di centinaia di milioni di anni), che ha però la caratteristica di essere l’unicacausata da una specie che condivide con le altre il nostro pianeta. Esiste una documentazioneche riguarda circa 1000 specie che si sono estinte dal 1500 ad oggi a seguito dell’interventoumano. In genere ogni specie comprende un certo numero di popolazioni (anche se esistonospecie con una sola popolazione) e una prima valutazione ha calcolato in via approssimativa intre miliardi il numero di popolazioni esistenti. Non dobbiamo però dimenticare, ad esempio, che 5
    • è sufficiente una riduzione dello 0,08 degli ambienti tropicali per provocare la perdita di circa16 milioni di popolazioni.Per quanto riguarda le specie minacciate di estinzione, una recente “lista rossa” dell’IUCN,elenca 15.589 specie minacciate: il 12% di quelle di uccelli, il 23% di quelle dei mammiferi; il32% di quelle di mammiferi. Le stime delle estinzioni sono piuttosto variabili: si va dalle 40.000all’anno (circa 100 al giorno) di Myers, alle 27.000 di Wilson (circa 74 al giorno).Invertire questa tendenza appare un compito particolarmente difficile, anche perché finora gliinterventi di recupero e di ricostituzione del patrimonio preesistente non hanno ottenuto mezzi emisure giuridiche sufficienti. Il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile nel 2002 ha indicatoin modo esplicito la necessità di ridurre significativamente entro il 2010 il tasso di progressivaperdita della biodiversità sul nostro pianeta. L’Unione Europea invece è stata più ambiziosa e haparlato di fermare entro la stessa data il tasso di perdita della biodiversità.In termini di attuazione, si può registrare la moltiplicazione delle aree protette (quantificate direcente in 102.102) ma questo numero non tranquillizza perché non comporta automaticamentela protezione delle specie che vivono al loro interno. Guerre, incursioni delle popolazioni locali,rifugiati, bracconaggio, introduzione di specie aliene, deforestazione, miniere, infrastrutture,cambiamenti climatici indotti dall’uomo minano quotidianamente tantissime aree protette espesso ne compromettono il futuro.3. La salvaguardia della capacità di riassorbimentoUna volta accertato il continuo aumento di elementi dannosi all’interno della biosfera esoprattutto la scarsità di interventi e di politiche volti a contenere in misura significativa questiaumenti, uno dei principi che andrebbe rispettato a qualunque costo è quello della salvaguardiadelle capacità del pianeta di assorbire questi elementi dannosi e di ridurre le conseguenze dellaloro presenza sempre maggiore. Nel caso dell’anidride carbonica diffusa nell’aria e dell’effettoserra da essa provocato (riscaldamento che ha una molteplicità di conseguenze dannose, primafra tutte lo scioglimento dei ghiacciai e il conseguente aumento del livello dell’acqua del mare)viene considerato assolutamente necessario e prioritario un intervento massiccio diriforestazione. Tuttavia, a giudicare dai dati sulla sparizione incessante delle foreste primarie etropicali e sulle azioni di ricostituzione di boschi (troppo pochi e troppo artificiali anche solo percompensare la deforestazione in atto), gli scienziati sono convinti che “l’eventuale creazione di“serbatoi” per assorbire la crescita dell’anidride carbonica nell’atmosfera (attraverso, adesempio, azioni di riforestazione) potrebbe solo rallentare il riscaldamento globale e questotema è oggetto di diffusa attività di ricerca e di proposte di linee guida” (Cfr. il Rapporto 2003dell’IPCC).Secondo G. Bologna, “la questione della riforestazione è particolarmente delicata, in quantosappiamo che la deforestazione produce immissione di ossido di carbonio , soprattutto sederivata da incendi di foreste , e comunque indebolisce le capacità del manto vegetale diassorbire lo stesso biossido di carbonio a causa della eliminazione diretta degli alberi, deldegrado dl suolo e della perdita di biomassa in generale. Oggi è prioritario proteggere le foresteesistenti e non solo per la loro capacità di trattenimento del biossido di carbonio, ma perché leforeste più antiche sembrano essere le più efficaci in questo ruolo. Le attività di riforestazionesignificative per il trattenimento del biossido di carbonio sono quelle che hanno luogo su terrenidi per se già poveri di sostanza organica, come le terre abbandonate dalle pratiche agricole, learee a rischio di erosione o di desertificazione e persino le aree industriali dismesse o le zoneperiurbane, dove il recupero della vegetazione rappresenta una operazione molto utile anche peraltri motivi, dalla lotta alla desertificazione al recupero del verde nelle periferie. Inoltre è datenere presente che l’incremento di situazioni di particolare caldo e siccità può trasformare leforeste da “serbatoi di carbonio” a “emettitori “dello stesso, poiché la fase di respirazione delle 6
    • piante, quando emettono il biossido di carbonio assorbito durante la fotosintesi, è moltosensibile al calore e ciò può aumentare l’emissione.La capacità di assorbimento da parte del pianeta entra in gioco anche per numerose altresostanze, per molte delle quali la biodegradabilità è esclusa, almeno per le caratteristiche che letecnologie finora adottate hanno imposto ai prodotti. Lo sversamento in un fiume di sostanzechimiche tossiche può distruggere i pesci ma arriva fino al mare; il solo lavaggio in alto maredelle petroliere (quando non addirittura il loro naufragio) può contaminare per anni chilometri dicosta. I rifiuti tossici e pericolosi interrati senza precauzione possono inquinare oltre al suolo lefalde acquifere sotterranee anche a molta distanza. La lista delle sostanze inquinanti è moltolunga e le quantità disperse nell’ambiente senza controlli aumentano sempre più.La capacità di metabolizzazione e di assorbimento da parte dei terreni e delle acque è statafinora praticamente considerata come illimitata, mentre con la crescita dei centri urbani e lariduzione delle terre coltivate gli spazi disponibili per la biodegradabilità naturale si restringonorapidamente.Secondo G.Bologna: “Una concezione di sviluppo sostenibile che pretenda di basarsi sulconcettosi continua crescita, materiale e quantitativa, dei nostri flussi di materia ed energiaall’interno degli ecosistemi globali, è certamente impraticabile e costituisce, anzi, una vera epropria contraddizione in termini. Sostenibilità, al contrario, significa individuare queidelicatissimi equilibri dinamici che consentono la rigenerazione dei sistemi naturali epreservano la loro capacità di assorbimento dei nostri scarti”.Purtroppo siamo ancora molto lontani dall’aver percepito correttamente la drammaticità deirapporti tra i processi naturali e le azioni umane, e malgrado gli sforzi della ricerca scientifica,non sono ancora stati definiti dei percorsi per adeguare le tecnologie, le produzioni e i consumiai ritmi e agli equilibri, alle capacità di rigenerazione e di assimilazione di una molteplicità disistemi naturali che interagiscono tra loro.4. L’uso multiplo di una risorsa naturale limitataOgni risorsa che estraiamo dalla Terra e dal Sole per utilizzarla ai nostri scopi (non sempregiustificabili in termini umani od etici) deve essere utilizzata più volte prima di trasformarla inresidui non più reimpiegabili in nessuna forma, ma soprattutto prima di reimmetterlinell’ambiente senza pensare ad attivare processi di metabolizzazione o biodegradabilità cheimpediscano di danneggiare la terra, le acque o l’aria.In sostanza, il fatto di aver estratto senza limiti risorse naturali in se limitate e di aver portatoalcune di esse sull’orlo della definitiva sparizione, impone di limitare il danno già fatto,impiegando più e più volte quanto già trasformato in materie prime agricole e industriali,riciclandole e riusandole ed evitando in tal modo di continuare ad estrarre (sempre senza limiti)le risorse originali ancora nascosta nella terra.Queste soluzioni, che richiedono innovazioni tecnologiche particolari negli usi primari emetodologie avanzate di raccolta e selezione dei rifiuti (da considerare in larghissima misuradelle “materie seconde”) non sono ancora molto diffuse, anche se abbondantemente teorizzate.Alcune di esse, ad esempio il recupero dei materiali ferrosi dalle navi in disarmo trascinate sullespiagge dell’India, o la raccolta di cartoni e lattine nelle discariche del Sud del mondo, hannovisto nascere categorie di lavoratori ad altissimo rischio e a paghe bassissime, fortementeemarginati, che pure svolgono compiti di rilevante interesse anche per la parte riccadell’umanità.Molto deve essere ancora studiato e ricercato nella fase a monte di quasi tutte le materie prime(specie quelle utilizzate per trasformare in usi utili l’energia solare), affinché il riciclo e il riusosiano previsti fin dalle fasi iniziali di uso delle materie prime, onde ridurre in particolare i costi 7
    • successivi, ad esempio non mescolando metalli difficilmente separabili o continuando apreferire plastiche non biodegradabili.L’applicazione di questo principio si rivelerà particolarmente utile per le materie prime in via diesaurimento, prolungando la loro vita economica attraverso le successive trasformazioni. E’anche evidente che i costi specie energetici del riciclaggio saranno sempre più sopportabili manmano che si avvicinerà il momento della sparizione definitiva della materia prima sfruttata inmodo assolutamente eccessivo.I consumatori finali, a loro volta, dovranno essere sempre più coscienti della necessità dirifuggire dai prodotti usa e getta e di dare le loro preferenze a prodotti che per la loro qualità siprestano maggiormente a usi ripetuti e a trasformazioni successive. Tale comportamento dovràessere immediatamente liberato dalla patina di pauperismo che gli è stata imposta dalle tecnichecommerciali e pubblicitarie del consumismo e dovrà invece assumere l’aspetto di scelta positivae rispettosa della natura.5. Il principio di conservazioneL’entità dei danni complessivamente inflitti all’ambiente ha determinato una serie di studi direttiad individuare lo stato di conservazione della superficie del pianeta sotto l’azione ininterrotta esempre più rapida delle attività degli uomini, definita “impronta umana” (diversa dall’improntaecologica elaborata da W. Rees e M. Wackernagel) e calcolata con un “indice dell’influenzaumana”. Questo indice dedica molta attenzione a fattori come la densità della popolazioneumana, la trasformazione fisica del suolo, la presenza di infrastrutture, l’accessibilità dei sisteminaturali, dovuta a d esempio alle strade, e trascura invece gli effetti di fenomeni globali come lemodificazioni del clima, l’inquinamento e l’assottigliamento della fascia di ozono. In effetti latrasformazione della superficie del suolo provoca danni notevoli in termini di perdita eframmentazione degli ecosistemi.L’applicazione di questo indicatore alle situazioni concrete nel 2002 porta a concludere chel’83% della superficie terrestre è influenzata dai fattori presi come riferimento. Sempre su talebase conoscitiva vennero individuate 568 aree dove è ancora presente una situazione che si puòdefinire “selvatica”. L’anno successivo, l’associazione Conservation International, utilizzandocriteri diversi, individuò 37 aree che possono ancora definirsi “selvagge”, che rappresentano il43% della superficie terrestre ma ospitano solo il 2,4 % della popolazione mondiale.In realtà il concetto di conservazione allo stato originario (sul quale vengono poi individuate lealtre regioni più antropizzate), è relativamente significativo a causa del rapido peggioramentodegli altri danni che deteriorano la biosfera nel suo insieme.Le ricerche in corso, specie quelle volte a individuare con precisione le aree di massimadiversificazione genetica originale, dove si possono ancora incontrare le piante originarie, ormaiquasi ovunque soppiantate dalle varietà ad alto rendimento e da quelle geneticamentemodificate, sono invece di estrema importanza per la salvaguardia del patrimonio genetico che èancora a disposizione dell’umanità nel suo complesso.In questa prospettiva l’idea di realizzare un deposito sotterraneo in un area molto fredda eisolata (Isole Svalbard), dove conservare tutti i semi che permettano la riproduzione di ognipianta utile in un futuro in cui il clima sarà fortemente modificato, lascia piuttosto perplessi,anche perché al progetto partecipano alcune multinazionali che riproducono i semi per venderlia livello mondiale.Più interessante, in termini di conservazione delle risorse naturali, è la proposta presentatadall’Ecuador nel 2007, di non avviare l’estrazione del petrolio nella sua area amazzonica incambio di un contributo finanziario della comunità internazionale, che compensasse i suoimancati guadagni. In sostanza sembra si stia facendo strada l’ipotesi di non arrivareall’esaurimento completo di una risorsa come il petrolio, ma di lasciare intatti alcuni giacimenti, 8
    • che in futuro potrebbero rivestire per l’umanità una utilità molto maggiore dell’uso delle fontifossili come combustibile.E’ da sperare che nei prossimi anni il principio della conservazione possa riguardare tutte lerisorse naturali non rinnovabili.6. La riconquista della percezione degli elementi costitutivi della naturaE’ passato molto tempo da quando si discuteva della cosiddetta Ipotesi di Gaia, elaborata dalchimico inglese James Lovelock a partire dal 1979, che consisteva nel concepire l’interabiosfera come una unità autoregolata, capace di mantenere vitale, cioè in grado di ospitare lavita, il nostro pianeta, mediante il controllo dell’ambiente chimico e fisico. In alcune situazioni,tuttavia, questa visione molto ottimistica di una continua, reciproca e sinergica relazione tra vitae non vita sulla Terra, è stata usata come una giustificazione a qualsiasi azione distruttivaprovocata dalla specie umana ai sistemi naturali.Il primo a mettere in parte in discussione la visione di Lovelock è stato Crutzen sulla base dellesue ricerche sugli effetti devastanti dei clorofluorocarburi sulla fascia di ozono: “Questa vicendaci insegna che bisogna valutare con cautela e lungimiranza l’impatto delle nostre azionisull’ambiente, perché i danni si possono verificare nei luoghi più impensati: i poli sonolontanissimi dai luoghi dove i CFC venivano prodotti e usati”.Secondo G. Bologna, il pericolo più grave che oggi gli scienziati avvertono, come minacciadella funzionalità e della vitalità dei sistemi naturali, è costituito dalla loro frammentazionedovuta all’incessante e pesante intervento umano. La frammentazione ambientale è quelprocesso dinamico di origine antropica a causa del quale un’area naturale subisce unasuddivisione in frammenti più o meno disgiunti e progressivamente più piccoli e isolati.Se si esce dalla ristretta cerchia degli scienziati e degli ambientalisti, l’immagine che ancoraregna sovrana è quella iniziale di Gaia, la Terra vista e percepita come un organismo immenso earmonioso, perfettamente adeguato alle esigenze della sola razza umana, e soprattutto capace diassorbire tutte le sostanze e i rifiuti prodotti dal “progresso tecnologico” perseguitoincessantemente dagli esseri umani. Ormai è però evidente che la situazione è ben diversa, che idanni già arrecati sono estremamente rilevanti, ma soprattutto che non possiamo confidareciecamente negli automatismi della biosfera per ritornare in una situazione di equilibrio.Vi è poi un altro aspetto della percezione della natura da parte degli esseri umani che è statoprofondamente intaccato dai processi economici spinti all’estremo. In larga misura nei paesitecnologicamente dominanti, in misura più contenuta in quelli considerati sottosviluppati, donnee uomini dedicano una attenzione decrescente ai ritmi e alle bellezze di Madre Natura. Nelmaggio 2007 si è calcolato che più della metà della popolazione mondiale vive nei centri urbani(almeno un miliardo nelle baraccopoli che li circondano) e che il processo di inurbazione nonaccenna a decrescere. Un numero crescente di persone non conosce una vera foresta o si èbagnato in acque non inquinate, i ritmi delle stagioni e delle produzioni agricoli sono fortementealterati, piante e animali selvatici sono sconosciuti ai più. Anche l’aria pulita sta diventando unbene solo apparentemente comune.E invece proprio in questo momento ci sarebbe bisogno di mobilitare moltitudini che amanoprofondamente la natura che li circonda affinché la difendano e la sorveglino come un beneprezioso di interesse comune. Il recupero di una percezione profonda dai valori naturali è quindiun obiettivo urgente e che non può essere mancato, pena l’emergere precipitoso di squilibri econtraddizioni che continuano a maturare ogni giorno.Le soluzioni di cui più si parla sono idee al limite del ridicolo (seminare piante su tetti e balconi,creare strutture metalliche sovrastate da pannelli solari e piene di fiori e di piante, ecc. maall’interno di megalopoli sommerse dallo smog) oppure città –giardino ovviamente riservate airedditi più alti, ipotesi del tutto inadeguate rispetto all’entità degli inquinamenti. 9
    • Sono invece le persone diventate coscienti e responsabili che devono riconquistare il contattocontinuo con la Terra e con i suoi frutti, ma soprattutto devono comprendere i nuovi compiti cheli attendono: fare una passeggiata, ricercare cibi di stagione, far affermare le produzionibiologiche come la cultura dominante del prossimo decennio. Risentirsi in armonia con i ritmibiologici del pianeta è un imperativo al quale nessuno può più sottrarsi.7. Il reinserimento dell’uomo nel ciclo del carbonioTutti i dati oggi disponibili dimostrano che stiamo stravolgendo il ciclo di alcuni elementiessenziali per la vita, come quelli del carbonio e dell’azoto.Si stima che tra atmosfera, oceani e biosfera siano in circolazione circa 42.000 miliardi ditonnellate di carbonio. La quantità precisa riscontrabile in ciascuno di questi “serbatoi” è tuttorasoggetta a incertezze e gli scienziati ritengono che molti flussi importanti possano variare inmodo significativo di anno in anno. Dal 1750 circa, con l’inizio della rivoluzione industriale, ilconsumo di combustibili fossili è stato sempre più in grande scala; così da allora oltre 270miliardi di tonnellate sono andate a finire nel “serbatoio” atmosferico. Solo a causa dell’uso deicombustibili fossili per le attività economiche ogni anno immettiamo in atmosfera oltre 7miliardi di tonnellate di carbonio. Questo incremento continuo sta variando la piccolissimapercentuale di anidride carbonica presente nella nostra atmosfera (0,03%), tanto da alterare gliequilibri energetici, modificare in tempi brevi le dinamiche climatiche e, quindi, provocare nonpochi problemi alle nostra economie e alle capacità di risposta al mutamento accelerato da partedei sistemi naturali.Sempre seguendo il testo di G. Bologna, riguardo al ciclo dell’azoto, la specie umana produce alivello industriale circa 160 milioni di tonnellate di azoto reattivo all’anno, una cifra superioreall’azoto fissato biologicamente nei sistemi naturali terrestri ( che è di circa 90-120 milioni ditonnellate annue). L’attività umana sta quindi alterando in modo radicale il ciclo globaledell’azoto con la produzione energetica e alimentare. L’eccesso di azoto crea problemi all’aria,all’acqua, al suolo nonché alla complessiva salute degli ecosistemi e degli esseri umani.“L’uomo sta evolvendo come un parassita malaccorto o inadatto che sfrutterà il suo ospite fino adistruggere se stesso”: queste parole sono state scritte nel 1983 da E.P. Odum e oggi descrivonouna realtà di cui non abbiamo ancora una chiara percezione.Anzi si continuano ad avviare processi deleteri per i due cicli biologici qui richiamati e comeesempio siA metà del 2008 si è evidenziata una crisi alimentare a scala mondiale, causata dagli aumenti diconsumi in paesi come la Cina e dagli incrementi demografici mondiali, ma l’elementoscatenante è stata sicuramente la decisione del presidente americano di imprimere un nuovoimpulso alla produzione di piante da trasformare in carburanti vegetali per le auto e gli impiantiindustriali.Anche la Commissione Europea ha emanato il 23 gennaio 2008 una direttiva, in base alla qualei paesi europei dovranno adottare misure adeguate per sostituire il 10% del carburante usato daimezzi di trasporto con combustibili provenienti dalle piante. Il provvedimento impone che laproduzione di biocarburanti non deve causare la distruzione di foreste primarie, di terrenitradizionalmente destinati al pascolo e di zone umide; in sostanza dovrebbero essere utilizzatisolo terreni già coltivabili e quindi nasce la possibilità di una concorrenza con la produzionealimentare.E’ quindi nel settore agricolo che questa svolta politica ha avuto degli effetti molto rilevanti enon certo positivi, mentre i danni all’ambiente sembrano essere ancora più gravi di quellicausati dalle emissioni di anidride carbonica provenienti dal traffico su strada.In effetti, anche prendendo in considerazione le fonti a più alta produttività, come le piantagionidi canna da zucchero delle savane nel centro del Brasile, esse creano un debito di carbonio cherichiede 17 anni per essere restituito. La fonte peggiore, palme da olio piantate distruggendo 10
    • foreste tropicali, produce un debito di carbonio che richiede circa 840 anni per essere riprodotto.Perfino quando si produce etanolo da un granturco cresciuto su terre arabili “lasciate in riposo”(dette “set aside” in Europa e “riserve di conservazione” negli Stati Uniti, e concepite in genereper regolamentare le produzioni agricole in modo da non deprimere i redditi degli agricoltori),sono necessari 48 anni per ripagare il debito di carbonio. In sostanza, poiché dovremmo ridurrefortemente le nostre emissioni di carbonio proprio in questo periodo, l’effetto complessivo deiraccolti per produrre carburanti è quello di rendere ancora più gravi le modifiche al clima che siregistrano oggi.Per questo motivo, alcuni esperti suggeriscono di utilizzare per la produzione di biocarburantisoltanto i residui dei raccolti (foglie, fusti, piccoli rami), in modo da non incidere sulle terrearabili.Purtroppo occorre tener conto del fatto che queste parti delle piante rappresentano unnutrimento essenziale per garantire la produttività dei suoli. Secondo uno studio recente, larimozione di questi residui delle coltivazioni moltiplicherebbe di 100 volte l’erosione del suolo.Se poi si tenta di ricostituire la qualità dei terreni distribuendo fertilizzanti chimici, secondo ilPremio Nobel Paul Crutzen si produce, nei processi industriali per fabbricarli, ossido diidrogeno, un gas 296 volte più potente dell’anidride carbonica.Queste considerazioni relative ai danni e agli squilibri ambientali non devono far dimenticare glieffetti economici immediati di una misura che viene presentata come una misura ecologica,diretta a ridurre l’uso del petroli: la diversa destinazione delle piante di granturco ha causatoimmediata scarsità di questo prodotti sui mercati internazionali e l’aumento dei prezzi ha colpitoduramente le popolazioni più povere, impossibilitate ad acquistare un alimento base. La crisiiniziata in Messico si è poi estesa in numerosi paesi causando sommosse e repressioni.La necessità di ricondurre il ciclo del carbonio almeno alle sue dimensioni complessive deglianni precedenti la seconda guerra mondiale è ormai diventa urgente e inevitabile.8. Il principio di precauzioneIl concetto nella sua essenza può sembrare addirittura banale, ma purtroppo è stato fortementetrascurato negli ultimi decenni causando una lunga serie di danni, mentre non si può certoaffermare che il principio sia già stato accettato e venga applicato con serietà e costanza. Inparole povere si afferma che se una innovazione o una scelta possono presentare dei rischi, nondovrebbero essere adottate e inserite nell’ambiente, finché non sia stato accertato, con ricerche esperimentazioni, che tali rischi sono da escludere. La realtà del sistema economico dominante èben diversa: un gran numero di prodotti e di soluzioni tecnologiche vengono messi inproduzione e in vendita senza che vi sia una assoluta sicurezza che non possono provocaredanni. Solo a titolo di esempio si devono richiamare i prodotti medicinali, che vengonodistribuiti se si rivelano efficaci dopo le tre fasi classiche della ricerca (ricerca esperimentazione in laboratorio, sperimentazione sugli animali, sperimentazione su esseriumani), mentre la quarta fase, quella della sperimentazione di massa, viene effettuata nelmercato, sugli acquirenti e gli utilizzatori ignari del fatto che non tutti i rischi sono stati esclusi.Questo modo di procedere ha assunto dimensioni e conseguenze decisamente insostenibili nelcaso delle tecnologie nucleari (spinte dagli interessi militari alla disponibilità di plutonio perarmare le testate atomiche), che sono state impiegate senza sapere come distruggere o isolare lescorie dopo i circa 25 anni di vita di ogni impianto. Ancora oggi, dopo oltre 60 anni daHiroshima, le scorie vagano sulla superficie del pianeta senza che si profili all’orizzonte la tantoattesa soluzione del problema. Oggi, addirittura, si ripropone il massiccio ricorso all’energia diorigine nucleare, nascondendo senza esitazioni le pesanti conseguenze che possono derivare perl’ambiente e le popolazioni dai nuovi impianti, definiti “sicuri” per aver aumentato i sistemi di 11
    • sicurezza, ma senza aver verificato in concreto la possibilità di escludere i rischi in modoscientifico.Il principio di precauzione è stato precisato negli ultimi anni in molte sedi istituzionali e diricerca. Nel 1992, il principio 15 della Dichiarazione di Rio, emersa dalla Conferenza delleNazioni Unite su ambiente e sviluppo, afferma:”Al fine di proteggere l’ambiente, gli Statiapplicheranno largamente, secondo le loro possibilità, l’approccio precauzionale. In caso dirischio di danno grave e irreversibile, l’assenza di certezza scientifica assoluta non deve servireda pretesto per rinviare l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi,dirette a prevenire il degrado ambientale”.Il testo di G. Bologna aggiunge altre informazioni: “Il concetto di fondo contenuto nel principioprecauzionale – in sintesi: evitare di intraprendere iniziative che potranno generare rischisignificativi – è stato anticipato da altre dichiarazioni internazionali prima di essereesplicitamente formalizzato in uno dei principi della Dichiarazione di Rio nel 1992. Adesempio, la Dichiarazione Ministeriale della Seconda Conferenza Internazionale sullaProtezione del Mare del Nord del 1987 stabilisce di “accettare che per proteggere il mare delNord dai possibili effetti nocivi delle sostanze più pericolose sia necessario adottare un principiodi precauzione, che può richiedere il controllo delle immissioni nell’ambiente di tali sostanzeancor prima che un nesso causale tra esse ed eventuali danni sia stato dimostrato dainequivocabili prove scientifiche”.Una analoga Dichiarazione Ministeriale della Conferenza Economica delle Nazioni Unite perl’Europa del 1990afferma che: “per raggiungere una condizione di sviluppo sostenibile sidovrebbero basare gli orientamenti politici sul principio di precauzione (…) Dove vi sia ilpericolo di danni gravi o irreversibili, la mancanza di certezze scientifiche complete nondovrebbe essere usata come pretesto per ritardare l’adozione di misure che prevengano ildegrado ambientale”.A sua volta, in Europa, l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), ha prodotto un interessanterapporto sul principio precauzionale, che riporta, tra l’altro, numerosi documenti dove questoapproccio viene richiamato. Oltre a quelli già citati, compaiono: il Protocollo di Montreal del1987 sulle sostanze che depauperano la fascia di ozono; la Convenzione quadro suicambiamenti climatici del 1992; il Trattato dell’Unione Europea (Trattato di Maastricht del1992) in seguito ripreso dal Trattato di Amsterdam; il Protocollo sulla Biosicurezza diCartagena, del 2000, della Convenzione sulla diversità biologica; la Convenzione di Stoccolmasugli inquinanti persistenti organici (i cosiddetti POPs, Persistent Organic Pollutants).Sempre seguendo il testo di G. Bologna, il 2 febbraio 2000 la Commissione europea hapresentato una comunicazione al Consiglio che si propone di illustrare la strategia da adottarenell’utilizzo del principio di precauzione sia all’interno della Comunità, sia a livellointernazionale. In questo documento il principio di precauzione “comprende quelle specifichecircostanze in cui le prove scientifiche sono insufficienti, non conclusive o incerte e vi sonoindicazioni, ricavate da una preliminare valutazione scientifica obiettiva, che esistonoragionevoli motivi di temere che gli effetti potenzialmente pericolosi sull’ambiente e sulla saluteumana, animale o vegetale, possono essere incompatibili con il livello di protezione prescelto”.Lo stesso rapporto approfondisce, in specifici capitoli, alcuni esempi storici di casi affrontati ingrande ritardo rispetto ad avvertimenti che non sono stati presi in giusta considerazione. Ilrapporto riferisce quindi delle questioni legate alle radiazioni, con i primi segnali di allarmeavutisi nel 1896, dell’incredibile sfruttamento delle aree da pesca, del benzene, dell’amianto, deipoliclorobifenili (PCB), delle sostanze che riducono la fascia di ozono nell’atmosfera,dell’anidride solforosa, del DES (detilstilbestrolo), del MTBE (metilterbutiletere) usato comesostituto del piombo nelle benzine, dell’encefalopatia spongiforme bovina (sindrome muccapazza), ecc. Altri prodotti particolarmente pericolosi sono il cianuro usato per l’estrazionedell’oro, il piombo utilizzato in diverse lavorazioni, ecc. Queste vicende, e le lezioni che ne 12
    • sono derivate, se tenute a mente quali esempi negativi, sono senz’altro molto utili e istruttive perevitare di incorrere nel futuro in casi analoghi.Invece si deve constatare che il principio di precauzione non è ancora stato adottato alla scala incui sarebbe necessario, accompagnato da un sistema di controlli preventivi e da pene rilevantirigorosamente applicate.Inoltre si incontrano ancora oggi casi in cui sarebbe stato necessario adottare il principio (dalladiffusione non autorizzata e non sorvegliata di prodotti geneticamente modificati ai farmaci checontinuamente vengono ritirati per “sopravvenuti” rischi non previsti). Sarebbe ormai anchenecessario aumentare le precauzioni, data la gravità delle situazioni che caratterizzano tantespecie animali e vegetali e tante regioni del globo e che potrebbero dare luogo a conseguenze diestrema gravità per un pianeta che ha difficoltà crescenti a sostenerle (effetti moltiplicatori deirischi).9. La conversione all’ambiente di produzioni e consumiE’ ormai necessario prevedere che alcune produzioni e alcuni processi e tecnologie diproduzione possano rivelarsi non più sostenibili per il pianeta. All’origine di situazioni di questotipo possono trovarsi sostanze la cui pericolosità ambientale e per la salute degli organismiviventi è ormai accertata senza che si possano trovare modifiche o adattamenti risolutivi, oppurela difficoltà tecnica ed economica di stoccare in modo e in siti sicuri i residui e le scorie diproduzione o gli stessi prodotti una volta terminato il loro ciclo di vita utile, o ancora laimpossibilità per la Terra di diluire o riassorbire le sostanze inquinanti. Gli esempi sono molti,anche tralasciando quello eclatante degli impianti nucleari: il ciclo del mercurio e dell’arsenico,la diffusione del piombo, i pesticidi che ancora contengono i dodici principi attivi più velenosi,cancerogeni, mutageni e teratogeni, i metalli pesanti sempre più presenti negli organismi umani,ecc. La diossina è forse un caso a parte: in Italia il 50% della popolazione è esposto a livelli dicontaminazione da diossina e da sostanze simili superiori alla dose tollerabile stabilitadall’Unione Europea (due picogrammi tek/kg di peso corporeo al giorno, la media italiana è2-2,2). Gli alimenti ,soprattutto pesce, latte e prodotti caseari, rappresentano oltre il 90% deiveicoli di contaminazione. Un recente studio della FAO (“Diossine nella catena alimentare”)chiarisce che dei 419 tipi di composto correlati alla diossina identificati, solo 30 hanno unatossicità significativa. Si tratta di inquinanti ambientali pervasivi o inquinanti organicipersistenti che resistono alla degradazione fisico-chimica e biologica. Una volta entrati negliorganismi, compresi gli esseri umani, si accumulano nei tessuti grassi. A dosi elevate, oltre aessere cancerogeni, causano una gran varietà di effetti tossici, ai quali sono sensibili il sistemaendocrino, riproduttivo e dello sviluppo. In particolare le diossine sono prodotte dalle sorgentidi combustione, grandi e piccole (uno dei motivi dell’opposizione agli inceneritori) e entranonel ciclo vitale degli animali che mangiano su terreni o in acque fortemente inquinate (quindinon sempre gli animali ruspanti sono di per se più sicuri).In tutti questi casi è ormai urgente prevedere delle politiche di riconversione degli impianti e disostituzione dei prodotti, adottando tecnologie non inquinanti e spostando se possibile (magariin parte) le strutture produttive verso oggetti utili per la salvaguardia dell’ambiente.Adottare queste politiche di prevenzione permetterebbe di ridurre i danni all’ambiente degliStati ospiti e di mettere a punto delle strategie di riconversione (e relativi brevetti) che possonoessere imitate da altri Stati con notevoli vantaggi economici per lo Stato che avesse anticipatotali politiche.La convenienza di affrontare i costi della riconversione deve essere accuratamente calcolata inrelazione ai costi della riabilitazione delle aree e del rimborso dei danni arrecati alla popolazione(tenendo conto dell’esperienza dell’amianto). 13
    • E’ da prevedere che un orientamento politico in questa direzione potrà emergere solo quando laspinta esercitata da campagne organizzate per la tutela dei consumatori avrà raggiuntodimensioni ragguardevoli. Ogni ricerca sui danni arrecati agli ignari consumatori e ognicampagna informativa sui danni in atto potrà dare un sostegno decisivo alle iniziative diriconversione preventiva degli impianti massimamente pericolosi.Se poi almeno una parte di tali impianti potesse essere diretta alla fabbricazione di sostanze eprodotti compatibili con l’equilibrio del pianeta e utili per la salvaguardia dell’ambiente, iproblemi del mantenimento dei posti di lavoro potrebbero ridimensionarsi. Non devono poiessere dimenticate le esigenze di effettuare ricerche preliminari (studi di fattibilità, valutazionidi tecnologie alternative, ecc.) che a loro volta potrebbero offrire nuove possibilitàoccupazionali.10. La riprogettazioneNella prospettiva di un rapido adeguamento della struttura produttiva alle esigenze disalvaguardia dell’ambiente ormai innegabili, sarà necessario anche prevedere una completarevisione dei danni ambientali causati da prodotti che creano eccessivi rifiuti o che si sonoormai rivelati indistruttibili (o comunque non biodegradabili in tempi brevi). Gli oggetti inplastica, ad esempio, continuano ad accumularsi sulla terra e nei mari, laghi e fiumi con granderapidità, dato che non è stato posto ancora alcun limite all’uso e alla produzione e soprattuttoalla dispersione incontrollata nell’ambiente. E’ noto che nell’Oceano Pacifico sono statiindividuati due grandi ammassi di contenitori in plastica, trasportati dalle correnti e concentratiin due isole galleggianti, ciascuna di una estensione pari a quella degli Stati Uniti e in continuoaumento. Ai consumatori sono offerti ogni giorno nuovi oggetti in plastica adatti ad una infinitàdi usi, e nelle case e nei territori si accumulano questi prodotti del petrolio praticamenteineliminabili, mentre nelle discariche occupano spazi crescenti, una delle cause del rapidoesaurimento della loro ricettività.Sembra assolutamente necessario prevedere l’avvio in tempi brevi di strategie di nuovaconcezione degli oggetti realmente indispensabili, mentre tutti gli oggetti oggi in uso (siaindustriali che di consumo) andrebbero riprogettati alle origini, per ridurre al massimo il lorocontenuto di rifiuti non biodegradabili e le loro esigenze di imballaggi (che oggi rappresentanocirca il 40% dell’ammontare complessivo dei rifiuti da riciclare o da eliminare senza creareulteriori danni).Riprogettare tutti gli oggetti che hanno alimentato i meccanismi del consumismo e quindi delconsumo illimitato di risorse naturali, può apparire una impresa titanica, ma forse un impegnoconsistente e immediato in questa direzione costituisce la via maestra per uscire dalla tragicacontraddizione che caratterizza il modello oggi dominante di produzione e di consumo, chesupera ormai di molte volte le capacità del pianeta. Abbiamo urgente bisogno di prodotti di“qualità ambientale garantita”, che interrompano in tempi brevi il degrado del pianeta e apranouna fase completamente nuova di utilizzo delle risorse naturali adeguato alla capacità dellaTerra di sostenere l’intervento umano.La priorità degli studi e delle ricerche dovrebbe essere attribuita agli oggetti (e ai relativiprocessi produttivi) più inquinanti e più dannosi per la salute degli esseri viventi, ma soprattuttodi uso più comune e diffuso anche in culture diverse. La nuova progettazione e i piani esecutividovrebbero essere affidati a organismi in grado di garantire l’effettiva innovazione e una realesostenibilità ambientale. Molte imprese già oggi presentano auto e fonti energeticheapparentemente modificate, che hanno solo spostato i danni a monte e a valle o li ripresentanocon accurati mascheramenti che permettono di usare ancora senza limiti le risorse naturali e diinfliggere altre ferite ad un ambiente già duramente provato. Le imprese che invece decidesserodi modificare radicalmente il loro modo di produrre introducendo tecnologie e materie prime 14
    • totalmente rispettose dell’ambiente dovrebbero essere inserite in un settore oggi quasiinesistente: i produttori “amici della natura” e i loro prodotti dovrebbero essere trasparenti,tracciabili e continuamente controllati, ma soprattutto venduti in reparti ben separati da quellitradizionali.E’ evidente che gruppi di cooperative e aziende a controllo pubblico potrebbero fare dabattistrada al resto del mondo industriale, ma le loro buone intenzioni dovrebbero essereaccuratamente controllate e seguite (da una apposita Agenzia?) per evitare trucchi ben noti eulteriori danni camuffati.Infine, si deve sottolineare che le molteplici attività richieste da una riprogettazione diffusapossono offrire un flusso di nuovi posti di lavoro (nella ricerca scientifica, nei centri disperimentazione, nei centri studi aziendali, nella realizzazione dei prototipi, nelle produzioni disondaggio e poi nelle linee di produzione e nelle strutture commerciali specializzate) forseaddirittura superiore a quello attuale, fortemente esposto a multe e blocchi per evitare danniambientali.11. Adeguare i bisogni alle dimensioni del pianetaL’altro grande filone di analisi e di strategie operative che dovrebbe essere rapidamente avviatoe perseguito è rappresentato dalle valutazioni dei bisogni reali della popolazione mondiale inrapporto alle risorse del pianeta effettivamente utilizzabili senza intaccare i meccanismifondamentali della biosfera. Dovrebbero essere calcolati i fabbisogni alimentari essenziali neipaesi poveri e in quelli ricchi, in tutte le fasce di popolazione, e dovrebbero essere valutati i“distacchi” tra le strutture attuali di consumo e i livelli minimi essenziali, come pure le“eccedenze” tra i livelli minimi e i livelli predominanti e massimi dei consumi “opulenti”.Analoghi calcoli dovrebbero essere effettuati per i consumi non alimentari, procedendo adelineare, per approssimazioni successive, strutture di consumo al quale possono corrisponderesoluzioni tecnologiche e produttive che implichino, per ogni regione, un massimo di produzioneche però non intacchi minimamente gli equilibri della biosfera e le capacità di riproduzione eassorbimento del suolo e delle acque. Su questa base conoscitiva sarà poi necessario ipotizzaredelle diverse combinazioni delle produzioni fondamentali (grano, riso, granturco, ecc. ma anchesoia, cotone, ecc.) e conseguentemente dei flussi di scambio equilibrati a prezzi contrattati incondizioni di parità.Questo complesso di operazioni dovrà poi essere proiettato nel futuro per tenere conto delrapido aumento della popolazione mondiale, che aumenterà di 75 milioni di persone all’annofino a raggiungere la cifra complessiva di 9,2 miliardi di persone fra 38 anni circa (previsionemedia dell’ONU).Quanto precede è naturalmente uno schema molto semplificato, ma che dovrà essere realizzatoda esperti con le dovute competenze in tempi molto brevi, perché finora gli studi ambientalidelle organizzazioni internazionali hanno dato la priorità ai meccanismi di danno al pianeta ( acome fermarli o rallentarli, a come innestare processi non dannosi, ecc.) trascurando in qualchemisura gli immensi squilibri tra i consumi di oltre metà della umanità attuale e quelli di meno diun miliardo di persone immerse nel consumismo senza limiti dei paesi più ricchi. Questosquilibrio incide paurosamente sullo sfruttamento delle risorse del pianeta e tenderà adaumentare i suoi effetti negativi e violenti man mano che gli incrementi demografici(concentrati quasi esclusivamente nelle fasce più povere delle popolazioni mondiali)aumenteranno la forza delle rivendicazioni degli esclusi. Questi processi devono invece essereprevisti ed affrontati fin da subito, parallelamente alle analisi e agli interventi di salvaguardiaambientale.In ogni caso la prospettiva qui delineata attribuisce nuovi ruoli e importanza ancora maggiorealle politiche del “consumo critico” e alla diffusione di modelli di consumo responsabile in un 15
    • paese come l’Italia, pochissimo attento a modulare le caratteristiche dei consumi per rispettarele più urgenti esigenze dell’ambiente.12. Elaborare un modello per ogni culturaUn ultimo principio, sul quale occorre riflettere molto profondamente, riguarda i rapporti tra usoeccessivo delle risorse naturali, risorse disponibili in ciascun territorio (tenendo conto deglieffetti fortemente distorsivi introdotti da politiche di tipo coloniale e dall’azione di sfruttamentodelle imprese multinazionali) e modelli di consumo tradizionali e indotti dai processi diglobalizzazione. Per raggiungere gli equilibri generali accennati nel punto precedente saràassolutamente necessario far elaborare da ogni cultura un suo modello di consumo strettamenteaderente alle risorse correttamente utilizzabili del suo territorio. Per ridurre al massimo iconsumi energetici legati agli inutili, massicci spostamenti di prodotti (specie alimentari) saràsicuramente necessario valorizzare al massimo i consumi tipici tradizionali, attivando dei flussidi esportazione solo quando i fabbisogni locali saranno stati soddisfatti e le risorse in eccedenzasiano particolarmente utili per popolazioni che abbiano abitudini alimentari, e di consumo ingenere, analoghe o molto simili.La elaborazione di una pluralità di modelli di consumo incontrerà particolari difficoltà in moltesituazioni sociali, già fortemente influenzate da prodotti e abitudini derivate o imposte da paesilontani. Sarà necessario recuperare usi e costumi abbandonati o dimenticati, guadagnando peròin adesione alle produzioni del proprio territorio e in minore dipendenza da importazioni quasisempre non liberamente scelte.D’altra parte, è assolutamente necessario che ogni popolazione, anche povera di mezzi, diventiresponsabile della salvaguardia e della sorveglianza dell’ambiente nel quale le loro vite sonoinserite. Ogni modello locale deve però anche essere elaborato in modo creativo e denso diimmaginazione, in riferimento ai miti e alle tradizioni dei luoghi, per aumentare il piacere divivere in un contesto naturale non danneggiato e in società che si evolvono in armonia con lavita del pianeta.La fonte principale alla quale abbiamo fatto riferimento è il testo fondamentale di GianfrancoBologna, del WWF: Manuale della sostenibilità Idee, concetti, nuove discipline capaci difuturo, Edizioni Ambiente, Milano, dicembre 2005Altri testi essenziali utilizzati:IPCC, Climate Change 2007, Mitigazione dei cambiamenti climatici, Sintesi per i decisoripolitici , ENEA, Roma, 2008D. Rosner e G. Markovitz, The Politics of Lead Toxicology and the DevastatineConsequences for ChildrenS. Gandolfi, Diossina? Ovunque, Magazine del Corriere della Sera, giovedì primo maggio2008M. Correggia, Miniere illegali, cianuro e l’invenzione dell’oro, Terraterra, Il Manifesto, 31gennaio 2008 16
    • M. Forti Tutti i veleni dei Grandi Laghi americani, Terraterra, Il Manifesto, 12 febbraio2008AAVV L’Atlante per l’ambiente, analisi e soluzioni, Le Monde Diplomatique e Il Manifesto,Roma, novembre 2007AAVV Il pianeta impazzito, Atlante de La Repubblica, Roma, maggio 2007AAVV Il pianeta rovente, come salvarsi dal riscaldamento globale, National Geographic,Roma, marzo 2008-05-08M.V. Sbordoni Cambiamenti climatici: tempi duri per lo sviluppo sostenibile, VIS, Roma,2008 17