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BOZZA   IL PIANETA VIOLATO   Uno strumento di comprensione dei meccanismi di dannoambientale   Per una visione responsabil...
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50 meccanismi ambientali - Alberto Castagnola
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Presentazione di Alberto Castagnola alla Scuola Estiva di Decrescita a Pesariis (UD)

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  1. 1. BOZZA IL PIANETA VIOLATO Uno strumento di comprensione dei meccanismi di dannoambientale Per una visione responsabile del comune futuro (A cura di Alberto Castagnola) 1
  2. 2. Roma, giugno 2011INDICEPresentazione1. La grande nube2. Aumento della temperatura causata da smog e consumo petrolio e gas3. Scioglimento dei ghiacci4. Aumento livello del mare5. Perturbazioni climatiche sempre più catastrofiche6. Aria cattiva nei centri urbani7. Ampliamento del buco nell’ozono8. Prosciugamento dei fiumi e dei laghi9. Scarsità idrica e abbassamento falde acquifere10. Desertificazione (siccità, guerre per il controllo delle fonti)11. Acidificazione e inquinamento degli oceani12. Il declino delle risorse ittiche13. La distruzione delle barriere coralline14. La riduzione delle foreste15. Le piogge acide16. Il degrado dei pascoli17. L’erosione del suolo18. L’inquinamento dell’acqua19. L’inquinamento da pesticidi, fertilizzanti e altri prodotti chimici20. L’estinzione delle specie animali e vegetali21. La scomparsa di una specie interrompe le catene alimentari22. L’aumento della omogeneità genetica23. La diffusione di organismi geneticamente modificati24. La cementificazione di fiumi, coste e aree urbane25. L’aumento dei rifiuti 2
  3. 3. 26. L’aumento dei rifiuti tossici e industriali27. L’accumulazione delle scorie nucleari28. L’inquinamento da inceneritori e gassifica tori29. Consumo eccessivo di materie prime industriali30. Consumo eccessivo di materie prime agricole per scopi industriali31. L’aumento di metalli pesanti nel sangue32. Aumento delle malattie causate da danni ambientali33. Diffusione malattie da virus ancora non curabili34. Aumento obesità e relative malattie35. Ambiente poco da “macho”36. Aumento rottami spaziali37. Aumento polveri sottili nell’aria38. Aumento delle due “isole” di plastica nel Pacifico39. L’aumento dei rifiuti elettronici40. L’inquinamento da radon41. Inquinamento acustico42. Inquinamento urbano43. Inquinamento da amianto44. Inquinamento da “coltan”45. Rischi connessi alle nanotecnologie46. I danni della produzione di agro carburanti47. La morte delle api48. Inquinamento elettromagnetico49. Inquinamento luminoso50. L’imbottigliamento delle acque da permafrost51. Le conseguenze per l’ambiente dei rifiuti alimentariDanni emergenti52. Sfruttamento dei giacimenti di litio53. Mercurio da lampadine54. Il controllo strategico sulle terre rare55. Il metano idrato sotto il permafrost 3
  4. 4. 56. Batteri mutanti resistenti agli antibiotici57. Quanto inquina Internet58. I parabeni, conservanti rischiosiIndicazioni bibliograficheStrumenti audio visualiSitologia 4
  5. 5. PRESENTAZIONE Quanto state per iniziare a leggere nasce come semplicissimo strumento per la formazione,cioè come una lista dei principali meccanismi di danno arrecati al pianeta da distribuire aipartecipanti dei corsi, utile per poter seguire il docente e come promemoria personale; quindi unindice meno che sommario per poter leggere una situazione globale sempre più grave e complessa. Nei mesi successivi al primo corso in cui è stato utilizzato, l’elenco dei meccanismi si è piùche raddoppiato ed è emersa la distinzione tra danni già da tempo in atto, e per i quali spesso nullasi è ancora fatto, e danni potenziali che le scelte economiche e tecnologiche in corso di adozione odi elaborazione lasciano già intravedere. In ogni occasione formativa, inoltre, venivano raccolti e spesso distribuiti, testiparticolarmente significativi che analizzavano i meccanismi di danno nelle loro cause econseguenze ed è nata l’idea di raccoglierli come documentazione sistematica all’interno della listagenerale; il tutto naturalmente concepito come lavoro da aggiornare continuamente e da integrareman mano che le analisi elaborate da esperti e scienziati diventano più approfondite e attendibili. I testi utilizzati, per una scelta precisa, sono quasi tutti apparsi sulla stampa quotidiana e sualcuni settimanali, quindi non sono fonti scientifiche o particolarmente qualificate, ma solo dei testipieni di dati e di informazioni, riportati da giornalisti capaci di realizzare una divulgazione accuratae attendibile, alla portata di lettori raramente in possesso di conoscenze specializzate. Non vi èquindi alcun rapporto tra il numero e le dimensioni dei testi raccolti e l’incidenza dei relativimeccanismi di danno sulla biosfera e sulle sofferenze umane prodotte; inoltre la selezione e ladatazione dei testi risente moltissimo delle priorità attribuite dai giornalisti ai temi legati allacronaca e alle “mode” e non è quindi raro il caso di meccanismi essenziali che vengono trascuratiper anni o sui quali si concentra l’attenzione solo per qualche giorno per poi ricadere neldimenticatoio. Si tratta quindi in pratica di una rassegna stampa selettiva, che permette, con uno sforzominimo, di acquisire una visione realistica, concreta e complessiva dei drammi che il nostro pianetasta sopportando e delle gravi preoccupazioni che oscurano le prospettive degli umani che abitanol’unica Terra che abbiamo a disposizione. L’obiettivo è quindi, molto semplicemente, quello di far avere ad un numero rapidamentecrescente di persone “comuni” una visione completa e non superficiale dei meccanismi di dannoche ogni giorno deteriorano il nostro ambiente, cercando di sottrarle ai tanti tentativi di mistificare onascondere le conseguenze di ognuno di questi meccanismi, realizzati negli ultimi anni da moltigoverni e da quasi tutte le organizzazioni internazionali. I motivi di questa scelta sono circoscritti ma hanno una rilevanza strategica non da poco.Negli ultimi anni le notizie si sono moltiplicate e apparentemente esiste un livello informativodiffuso piuttosto alto. In realtà la grande maggioranza delle popolazioni, anche nei paesi ritenuti piùavanzati, non accede a questo livello e viene alimentata dai notiziari ben più scarni ed elusivi delletelevisioni e delle radio. I flussi informativi, inoltre, sono ampiamente utilizzati da multinazionali egrandi imprese di servizi per proteggersi in anticipo da accuse e contestazioni e per imporre ulteriorimodelli di consumo ancora non certo rispettosi per l’ambiente. Durante il 2010, infatti, è iniziata lapresentazione pubblicitaria della “economia verde” che nella stragrande maggioranza dei casi,rappresenta solo il tentativo di prolungare nel tempo e sotto mentite spoglie i meccanismi di dannoambientale che hanno finora garantito i maggiori profitti e vantaggi alle strutture produttive. Chi sono quindi i destinatari desiderati di questo strumento di una conoscenza ne superficiale,ne ad alto livello scientifico e di specializzazione? In primo luogo i partecipanti a ogni corso cheintenda affrontare i problemi delle società contemporanee nell’ottica delle analisi economiche e 5
  6. 6. sociali e che quindi non può assolutamente trascurare la componente ambientale, specie per la suaimportanza cruciale per i futuri assetti delle società civili di tutti i paesi. Sarebbe poi auspicabile che proprio i limiti dello strumento stesso fossero considerati utili daorganizzazioni (istituzionali e di movimento) di una certa dimensione, per dotare i loro aderenti diuna conoscenza di base, non specialistica ma organica; ciò vale al momento e nel contesto italiano,per i maggiori organismi che operano nella cooperazione allo sviluppo come per le organizzazionidi massa e per quelle sindacali. Siamo convinti infatti che molte delle riconversioni, dei recuperi edelle scelte tecnologiche non dannose per l’ambiente non saranno adottate dal sistema dominantefinché le esigenze fondamentali e più urgenti non saranno avanzate e sostenute da basi socialimolto diffuse e attive. Molti sono convinti che presentare un quadro ampio, articolato e piuttosto completodell’insieme dei danni che stiamo infliggendo al pianeta Terra possa scoraggiare anche le persone dibuona volontà e che la lettura sortisca in ultima analisi un effetto negativo di spinta versol’indifferenza e di rimozione dei rischi che corriamo ogni momento delle nostre giornate; siamosicuri che questo risultato assolutamente negativo si otterrà in molti casi e le persone che sisottraggono alle loro responsabilità andranno perse, forse per sempre. In realtà restiamo convinti che tutte le persone minimamente curiose e potenzialmente prontead affrontare meccanismi di cambiamento radicale, potrebbero trovare, in una visione complessivadella attuale situazione del pianeta e della specie umana, la spinta a prendere finalmente atto deimeccanismi che ci stanno travolgendo e a darsi carico di una analisi cosciente e della necessità dicominciare a muoversi in modo responsabile verso forme di mobilitazione continuative. Solo unaconoscenza articolata e innegabile della situazione e delle prospettive reali dei popoli della Terrapuò far uscire dall’indifferenza profonda che ci pervade. Infine, è importante che questo lavoro sia rivisto, integrato, saccheggiato e aggiornato dachiunque voglia usarlo, sia cioè considerato non la proprietà intellettuale di qualcuno, ma solo comeun oggetto collettivo utile, che può trovare usi e riusi diversi. Sarà interessante vedere se le nuoveforme di volta involta assunte saranno a loro volta ridiffuse e riutilizzate con le stesse modalità,perché altri ne possano usufruire, condividendo atteggiamenti di responsabilità collettiva. (A. C. e quanti altri si riconoscono in questo tentativo…..) 6
  7. 7. Quadro generale dei principali danni ambientali(di A. Castagnola, lavoro in corso, da integrare)1. La grande nubeEffetto buio, ultima sfida al pianeta TerraUn’impalpabile coperta di smog sovrasta i cieli. Dal deserto del Sahel alle vette dell’ Himalaya L’hanno scoperta otto anni fa,una grande nuvola marrone che sovrastava un’ampia areadell’Asia meridionale. Densa di fuliggine, composti chimici e particelle di carbonio generate daltraffico, dall’inquinamento industriale e dalla combustione di carbone e biomasse. VeerabhadranRamanathan, scienziato indiano di stanza alla Scripps Institution of Oceanography dell’Universitàdella California, a San Diego, ha svelato col tempo che altre coltri oscurano i nostri cieli,spostandosi per migliaia di chilometri, oltre oceani e frontiere. Una coperta di smog, impedendo allaluce solare di raggiungere la superficie terrestre, ha portato negli ultimi 30 anni a una diminuzionepari al 10% della luminosità sul pianeta con punte del 37% in 50 anni a Hong Kong e a un lentoraffreddamento della superficie terrestre che ha in parte “mascherato”, limitandone i danni, ilsurriscaldamento provocato dai gas serra. E le tenebre avanzano con una media del 2-3% all’anno. Non è tutto. La caligine riduce anche la luce solare che si riversa sugli oceani, facendodiminuire l’evaporazione oceanica e perciò le precipitazioni. E l’ultima scoperta di Ramanathan èche gli stessi corpi nuvolosi d’inquinamento che raffreddano il suolo e innescano l’effetto buio el’effetto inaridimento, nei bassi strati dell’atmosfera dove essi vagano causano invece un fortesurriscaldamento, dovuto alle particelle di carbonio che assorbono le radiazioni e diffondono caloretutto intorno. Un calore, che secondo le pionieristiche ricerche del climatologo, sarebbe tra iprincipali responsabili dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya.” Per il pianeta è unaminaccia altrettanto letale dei gas serra”, avverte il professore. (…) Le nuvole marroni siconcentrano in alcuni punti caldi (hot spot) a livello regionale o di megalopoli. Combinando leosservazioni via satellite con modelli algoritmici e una capillare raccolta di dati al suolo, l’equipe diRamanathan è riuscita ad identificare cinque “punti caldi” regionali: 1) Asia orientale: Cinaorientale, Thailandia, Vietnam e Cambogia; 2) le pianure indo gangetiche dell’Asia meridionale: dalPakistan orientale attraverso l’India fino al Bangladesh e Myanmar; 3) Indonesia; 4) Africameridionale dalle zone sub sahariane allo Zambia e allo Zimbabwe; 5) Il bacino amazzonico in Sudamerica. A queste aree si aggiungono 13 mega hot spot,corrispondenti ad altrettante megalopoli: Bangkok, Pechino, Il Cairo, Dhaka, Karachi, Kolkata,lagos, Mumbay, Ne Delhi, Seul, Shanghai, Shenzen e Teheran. (…) Le nubi sono formate da aerosol di varia natura, in particolare solfati e nitrati, che agisconocome dei parasole sopra la Terra, riflettendo e disperdendo la luce solare nello spazio, e fuliggine(cioè aerosol di carbonio e idrocarburi incombusti) che invece assorbe la luce solare e rilascia calorenell’aria circostante. Di fatto, un cocktail di sostanze raffreddanti e riscaldanti, che si muove incontinuazione, spinto dalle correnti aeree e dai venti. “La ricerca ha rivelato l’esistenza di pennacchi di nuvole marroni in atmosfera che si spostanoattraverso e sopra gli oceani. L’inquinamento della costa orientale degli Stati Uniti in quattro ocinque giorni può arrivare in Europa e in una settimana dall’Europa va in Asia meridionale. Daproblema locale, diventa un problema regionale e globale; ogni paese diventa il cortile dei rifiuti diqualcun altro”, spiega il climatologo. Un circolo vizioso senza fine. Che non si ferma al termometrodi casa. 7
  8. 8. La combinazione dell’abbassamento delle temperature sulla superficie terrestre, delriscaldamento dell’aria e dell’alterazione delle precipitazioni regionali avrebbe effetti devastanti.Per esempio, minori precipitazioni sui continenti, fenomeni di siccità in Asia e Africa e gravi dannialle coltivazioni, come hanno dimostrato i recenti dati sul raccolto di riso in India (la produzionedegli ultimi venti anni è diminuita di circa il 15%) o le strane mutazioni nell’alternarsi dei monsoniindiani. “I modelli climatici attribuiscono proprio alle nuvole marroni, le atmospheric brown clouds,la causa principale della siccità nel Sahel e della desertificazione dei tropici negli ultimi 50 anni. L’ultimo stadio della ricerca di Ramanathan riguarda l’effetto riscaldamento in atmosfera.Utilizzando degli aeroplanini computerizzati e telecomandati per raccogliere i dati, la sua equipe hastudiato cosa avveniva intorno e all’interno di una nuvola marrone sospesa sull’Oceano Indiano,all’altezza delle Maldive, spessa ben tre chilometri: la concentrazione di particelle inquinanti efuliggine, la quantità di radiazione solare e quanta luce solare veniva intrappolata in atmosfera, ilvapore acqueo…Dopo una ventina di missioni aeree, ha confermato che le particelle di carboniocontribuivano almeno per il 50% al riscaldamento della bassa atmosfera, il resto essendo dovuto aigas serra. In base ad elaborati calcoli matematici, complessivamente l’effetto warming sarebbe paria 0,25° ogni decennio, sufficiente per spiegare ad esempio il drammatico “ritiro” dei ghiacciaihimalayani. La fuliggine, a queste altitudini, tra l’altro un doppio effetto: da un lato il già citatoriscaldamento atmosferico provocato dalla nube che tocca le vette, dall’altro il fatto che le particelledi carbonio si condensano e depositano sulle nevi e sul ghiaccio, aumentando la quantità di lucesolare assorbita. In questo quadro a tinte fosche, si intravede però una luce. A differenza dei gas serra, cherestano in atmosfera per centinaia di anni, la sopravvivenza della fuliggine è di poche settimane.“Se riusciamo a tagliare le emissioni, ne vedremo subito i benefici”, conclude Ramanathan. (…) (il testo completo in Corriere della Sera Magazine del 12 aprile 2008 con foto). Più verdi, più al verde Bangkok Ossidi di azoto, benzene, etanolo, tricloroetano, benzina, trementina. Sono iprincipali componenti delle nuvole di smog fotochimico che nelle giornate con poco ventoridipingono il cielo sopra Bangkok, la capitale della Thailandia, una delle città più inquinate delmondo. (…) (il testo completo in Corriere della Sera Magazine del 12 aprile 2008, con foto)<2. Aumento della temperatura causata da smog e consumo di petrolio e gas Il ciclo del carbonio sconvolto dal cambiamento climatico L’equilibrio dinamico che per molte centinaia di milioni di anni ha accompagnato il climadella Terra era legato a un ciclo del carbonio relativamente regolare. Come se un giocoliere lofacesse passare dallo stato solido a quello gassoso, dalla biosfera e dagli oceani all’atmosfera.Questo processo è stato destabilizzato dalla rivoluzione industriale, basata sulla combustione deicomposti di carbonio quali il petrolio, il carbone e il gas detto naturale. Decine di miliardi ditonnellate sepolte sotto la terra e gli oceani sono state così rilasciate nell’atmosfera modificando lequantità coinvolte nel ciclo del carbonio. Ci sono voluti milioni di millenni per farlo fossilizzare,ma solo poche diecine di anni per disperderlo nell’atmosfera. Per fortuna, il giocoliere ha degli assi nella manica che compensano un poco lo squilibrio:biosfera e oceano costituiscono infatti un immenso serbatoio di carbonio. Lo assorbonodall’atmosfera e lo integrano al suolo o lo precipitano sotto forma di carbonati (gli oceani). Hannocosì già assorbito quasi la metà dei rifiuti antropici. E’ il motivo per il quale li si definisce “pozzi dicarbonio”. Ma c’è un problema: la quantità di carbonio trattenuta nell’oceano diminuisce per….il 8
  9. 9. riscaldamento climatico! Può essere infatti che l’aumento delle temperature dell’oceano riduca lacapacità di sedimentazione, rallentando, se non, a certe latitudini, sopprimendo le correnti oceanicheresponsabili ( a livello della Groenlandia e nel Pacifico) del deposito dei sedimenti. D’altra parte, la deforestazione delle foreste tropicali e il cambiamento d’uso delle terre(sfruttamento agricolo o urbanizzazione) riducono ulteriormente il ruolo compensatorio dellabiosfera. E la desertificazione, accentuata dal riscaldamento in particolare nell’Africa subsahariana,non fa che aggravare il fenomeno. La biosfera (vegetazione, suolo e oceano) consente un margine dimanovra nella gestione delle nostre emissioni di CO2, ma limitato. Si calcola che possa riciclare in modo naturale 3,2 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) dicarbonio all’anno. Una quantità soggetta a evoluzione, a causa dell’alterazione del ciclo delcarbonio e del nostro sfruttamento della biosfera. Inutile, perciò, contare sui pozzi di carbonio per riassorbire il problema climatico. La solasoluzione è ridurre le emissioni di gas a effetto serra all’origine (“mitigazione”). Per evitare di raggiungere una soglia di riscaldamento pericolosa, è necessario fissare unobiettivo di stabilizzazione della concentrazione di questi gas. E’ quindi imperativo stabilire conprecisione il margine di manovra che ci concede l’atmosfera (3,5 gigatonnellate). La valutazione che ne consegue è che in cinquanta anni bisognerebbe dividere per quattro leemissioni complessive di gas a effetto serra. Si pone così la questione della ripartizione. Ridurre aun quarto in ogni paese? Fissare una quantità di carbonio annua per abitante (si parla di 0,5tonnellate di carbonio, cioè 1,8 tonnellate di CO2)? Comunque, anche se gli abitanti dei paesisviluppati dovessero assumersi le proprie responsabilità, questo non eviterà che anche i paesiemergenti (Asia, Sudamerica) partecipino allo sforzo generale. In conclusione, bisogna riconoscere che l’essere umano fa parte integrante del ciclo delcarbonio (sia per quanto incide che per quanto subisce), ma che non sembra averne ancora presopienamente coscienza. Scienziati in allarme “la politica nasconde la verità sul clima” “Due gradi in più? Le cose stanno peggio “sarebbe bello, ci metterei dieci firme, non una. Peccato sia irrealistico: i due gradi sono untraguardo che non è più alla nostra portata. Dirlo è un atto di onestà. Così come è un atto di onestàaggiungere che se non ci muoviamo subito, se non chiudiamo nel giro di pochissimi anni ilrubinetto dei gas serra, non riusciremo neppure a fermarci a 3 gradi”. Rank Raes, capo dell’Unitàcambiamenti climatici del Centro di ricerca della Commissione Europea, esprime ad alta vocequello che i migliori climatologi del mondo – da Stephen Schneide della Stanford University aJasan Lowe del Met Office – stanno raccontando a Copenhagen nelle riunioni parallele al negoziatodei governi. Nella bozza di accordo finale resa pubblica ieri, l’obiettivo di fermare il riscaldamento globalea due gradi in più viene sventolato come una bandiera. E’ il vessillo che dovrebbe indurre i Paesi atagli nelle emissioni di gas serra che vanno dal 50 al 90% entro il 2050. Ma per gli scienziati nonc’è rapporto tra i tempi della politica e i tempi della biosfera: con gli obiettivi oggi sul tappeto i duegradi restano un miraggio. Ecco il ragionamento dei climatologi: Primo punto: calcolando solo l’effetto dei gas serra già in atmosfera, si deve mettere in contoun aumento di temperatura di circa mezzo grado nei prossimi decenni. Secondo punto: Attivare l’economia virtuosa significa ripulire il cielo dallo smog. Il che faràbenissimo ai nostri polmoni, ma eliminerà “l’effetto schermo”delle radiazioni solari, che oggimaschera il reale aumento di temperatura : è un altro grado che va aggiunto. 9
  10. 10. Terzo punto: calcolando che c’è già stato un aumento di più di 0,8 gradi rispetto all’erapreindustriale, ( i due gradi hanno come punto di riferimento quel periodo) e che un aumentointorno a 1,5 per le ragioni precedenti è inevitabile, la barriera dei 2 gradi risulta già sfondata. Ma è ragionevole l’ipotesi di attestarsi appena sopra i due gradi? “ e’ tecnicamente fattibile,ma richiederebbe una volontà politica di cui oggi non si scorge traccia: dovremmo tagliare inmaniera draconiana tutte le emissioni di gas serra e azzerare la deforestazione”, continua Raes,“Uno scenario già considerato buono invece è un tagli robusto delle emissioni dei paesiindustrializzati e una crescita ridotta delle emissioni dei paesi in via di sviluppo. Ma anche così igas serra continueranno a crescere ed è molto difficile che si fermeranno prima che si raggiunga unaumento medio di 3 gradi. Poi, dopo qualche decennio, quando il motore della nuova economia avràingranato, le emissioni scenderanno”. Peccato che la natura non risponda con la stessa velocità della Borsa. “Andiamo incontro aperdite di ghiaccio molto importanti, in particolare in aree come la Groenlandia “, ha ricordato Jasan Lowe del Met Office. “E’ un cambiamento profondo che rafforzerà il processo diriscaldamento e innalzerà il livello del mare. Non possiamo pensare che dopo aver superato il piccodelle emissioni, quando finalmente riusciremo a riportare la concentrazione di CO2 in atmosfera avalori accettabili, tutto tornerà come prima: ci vorranno secoli e secoli”. Ma che significa in pratica un aumento medio di 3 gradi? In alcune aree e in alcuni periodi latemperatura salirà in maniera molto più consistente. Nelle aree artiche si prevede una crescitaalmeno doppia e soffriranno vaste zone come l’Africa e il Mediterraneo. Vuol dire che episodicome le ondate di caldo dell’estate del 2003 (70.000 morti aggiuntivi stimati dall’OMS in Europa)diventeranno frequenti. “Eppure ridurre in tempi brevi le emissioni è possibile”, osserva Stefano Caserini il docente alPolitecnico di Milano che ha appena pubblicato Guida alle leggende sul clima che cambia. “ma sereagiremo con troppa lentezza non potremo più limitarci a non inquinare. Dovremo immaginareanche il ricorso a misure che oggi appaiono fantascientifiche. Potremmo far crescere le piante,bruciarle per produrre energie e poi seppellire la CO2. Cioè riportare il carbonio in profondità, doveè restato per milioni di anni sotto forma di petrolio”. L’allarme viene dal cielo Cosa succederebbe se la temperatura del pianeta aumentasse di tre gradi? Uno studio recentedell’Università di Durham e della Royal Society for the Protection of Birds, condotto incollaborazione con BirdLife International, (la rete di associazioni che difendono gli uccelli, come laLIPU), racchiuso nell’Atlante climatico degli uccelli nidificanti in Europa, ha annunciatol’estinzione per ben 120 specie entro la fine del ventunesimo secolo. I ricercatori hanno disegnatouna mappa dei futuri “areali riproduttivi” (ossia l’area geografica in cui vive una specie) di moltespecie tra il 2070 e il 2090, in cui presumibilmente dovrebbe aumentare la temperatura del pianeta.LO scenario che se ne ricava è terrificante. In Europa, il 25% delle specie si estinguerà. L’aumentodelle temperature costringerà molte specie a spostarsi verso nord-est, in nuove aree più limitate. Afarne le spese saranno soprattutto le specie artiche, sub-artiche e iberiche, ma anche quelle adistribuzione limitata o molto limitata (endemiche), ad esempio : il canapino asiatico, il Verzellinofronte rossa, il Picchio Muratore corso e il Gallo cedrone del Caspio. In Italia, 15 specie sulle 262esaminate rischieranno l’estinzione. I nostri pronipoti rischieranno di non vedere l’Airone Bianco,oppure il Gabbiano Corso o la Pernice Sarda. Li sostituiranno altre specie provenienti da Spagna eGrecia. E per la prima volta nel nostro paese potrebbe nidificare il Nibbio bianco, l’Usignolod’Africa e la Gazza Azzurra. 10
  11. 11. “Lo spostamento medio delle varie specie sarà di circa 500 chilometri verso nord-est, - spiegaMarco Gustin, responsabile Specie e Ricerca di Lipu-BirdLife, i paesi del mediterraneo subirannouna diminuzione di specie di uccelli, mentre nei paesi del centro, ma soprattutto del nord Europa,aumenteranno. Se una specie come la Pernice Sarda, si trova bene a nidificare in un ambiente non cisarà più qui perché le condizioni del clima saranno cambiate, quindi non saranno più ideali. Moltespecie non avranno più zone idonee per riprodursi. Per questo diminuiranno, perché dovrannoconvivere in un’area più ristretta. (…) (E. Formisani, il testo completo su Carta del 15-21 febbraio 2008) Gas serra Nel 2010 sono state prodotte 30,6 miliardi di tonnellate equivalenti di Co2, pari ad unaumento del 5% delle emissioni rispetto al 2009. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia,l’anno scorso le emissioni di anidride carbonica sono state “le più alte della storia”. (tratto da “Internazionale” del 2 giugno 2011) E il clima continua a scaldarsi Brutte notizie hanno accolto i delegati dei circa 180 paesi firmatari della Convenzionedell’Onu sul clima, che ieri hanno cominciato due settimane di colloqui a Bonn, in Germania. E laprima delle brutte notizie è che le emissioni di anidride carbonica, il principale dei gas di serra chealterano il clima terrestre hanno toccato un nuovo record nel 2010. Così certifica l’ultimo rapportodiffuso dagli economisti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie). In altre parole, vent’annidi negoziati internazionali su come tagliare le emissioni provocate dall’uso di combustibili fossili(petrolio, carbone, gas) per ora hanno dato risultati molto scarsi, per non dire nulli: la quantità di gas“di serra” spediti nell’atmosfera terrestre non rallenta neppure la sua crescita. I dati sono allarmanti. L’anno scorso 30,6 gigatonnellate (Gt, ovvero miliardi di tonnellate) dianidride carbonica sono finite in aria, in gran parte prodotte dalla combustione di fossili: è unaumento di 1,6 Gt rispetto al 2009, anno in cui le emissioni erano scese (nel 2008 erano 29,3 Gt).Ovvero la crisi finanziaria e la recessione mondiale ha segnato solo una lieve flessione, poi leemissioni hanno ricominciato a crescere, e molto più in fretta di quanto chiunque si aspettasse, hadetto un allarmato Fatih Birol, capo degli economisti dell’Aie e considerato uno dei massimi espertimondiali di energia, al quotidiano The Guardian, ( che la settimana scorsa aveva anticipato leconclusioni del rapporto). Gran parte dell’aumento delle emissioni registrato nell’anno scorso, circatre quarti, è da attribuire a paesi “emergenti” (dove le economie crescono più che nel vecchiomondo industrializzato). E lo studio dell’Aie fa notare anche che l’8’% delle centrali termiche chesaranno attive nel 2020 sono già costruite o in costruzione, e quasi tutte usano combustibili fossili.Ovvero, il corso delle emissioni di anidride carbonica è già segnato. E questa è l’altra cattiva notizia: i dati diffusi dall’Aie indicano che le emissioni sonopressoché tornate al ritmo di crescita pre-crisi, fa notare il professor Nicholas Stern della LondonScool of Economics (è l’autore del noto “Stern Report” sui costi del cambiamento del clima). Ma se la crescita delle emissioni di gas di serra continua a questo ritmo “significa cheabbiamo il 50% di possibilità che la temperatura media aumenti di oltre 4 gradi centigradi al 2100”,ha detto Stern (sempre al Guardian). E questo sarebbe semplicemente una catastrofe: il Panelintergovernativo sul cambiamento del clima (Ipcc) considera la soglia dei 2 gradi di aumento dellatemperatura media come il limite oltre a cui i cambiamenti climatici diverranno irreversibili.Mantenere l’aumento della temperatura entro i 2° è quindi l’obiettivo formalmente adottato daipaesi firmatari della Convenzione Onu sul clima, durante l’ultima Conferenza sul clima a Cancun. 11
  12. 12. Ma con le emissioni che crescono a questo ritmo, dice un allarmatissimo Birol, quei 2° sono solo“una bella utopia”. E dire che secondo molti scienziati già solo 2° di aumento medio della temperatura avrannoun impatto devastante sul pianeta – molte isole e zone costiere sommerse, una grave crisidell’agricoltura mondiale. La signora Christiana Figueres, segretaria esecutiva della CovenzioneOnu sul clima, giorni fa ha rilanciato: “Il mondo deve darsi come obiettivo stare entro gli 1,5 gradi”. Con queste premesse, difficile aspettarsi molto dalla Conferenza incominciata a Bonn, uno deipassaggi preparatori in vista del prossimo vertice mondiale sul clima, a Durbans in dicembre, chedovrebbe mettere a punto una nuova politica mondiale sul clima: decidere il destino del protocollodi Kyoto dopo la sua scadenza nel 2012, delineare un nuovo sistema di obiettivi per ridurre leemissioni di gas di serra, indicare come raccogliere 100 miliardi di dollari per finanziare il “fondoper il clima”, lanciato dal vertice precedente per aiutare i paesi ad affrontare le conseguenze delcambiamento del clima.3. Scioglimento dei ghiacci Il ghiacciaio Tasman in Nuova Zelanda Il terremoto di magnitudo 6,3 che il 22 febbraio 2011 ha colpito Christchurch, in NuovaZeland, ha provocato anche il distacco di un pezzo di ghiaccio di 30 milioni di tonnellate dalGhiacciaio Tasman. Dopo essere caduto nel lago Tasman, il blocco di ghiaccio si è frantumato intanti iceberg più piccoli. Quando il radiometro Aster, a bordo del satellite Terra della Nasa, hascattato questa foto, gran parte degli iceberg si erano spostati verso il lato opposto del lago. (…) Situato a circa duecento chilometri a ovest di Christchurch, il ghiacciaio di Tasman è il piùlargo e il più lungo della Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha cominciato a ritirarsi, soprattuttoperdendo ghiaccio dal suo termine, cioè al confine tra il ghiacciaio e il suolo. Il terremoto ha soloaccelerato un processo che si sarebbe verificato comunque. Alla fine del 2007 l’istitutoneozelandese per l’acqua e le ricerca atmosferica (NIWA) ha annunciato che il ghiacciaio Tasman èarretrato di cinque chilometri dal 1976. L’accumulo di sedimenti, le morene, rivelano l’estensioneprecedente del ghiacciaio e circondano il lago. I ghiacciai delle Alpi meridionali neozelandesihanno perso l’11% del loro volume tra il 1976 e il 2007. Da allora sono rimasti stabili o sonoulteriormente arretrati. (Tratto da Internazionale n. 888 dell’11 marzo 2011, con foto)4. Aumento livello del mare Collasso dei poli, un primo atto è in Groenlandia Il livello medio del mare è salito di circa 17 centimetri dall’inizio del XX secolo e il fenomenova accelerandosi da una quindicina di anni. L’innalzamento è dovuto agli effetti congiunti delloscioglimento dei ghiacci, compreso quello delle calotte, e dell’espansione dell’acqua provocata dalriscaldamento della superficie degli oceani. Il volume del ghiaccio diminuisce attualmente su tutti icontinenti, a eccezione dell’Antartico. La banchisa artica, la calotta della Groenlandia e il permafrost (suolo gelato in permanenza),si trovano nelle altre latitudini dell’emisfero boreale., dove nel secolo scorso il riscaldamento delpianeta è stato dell’ordine del doppio della media mondiale. 12
  13. 13. Durante l’estate la banchisa artica si ritira ogni anno di più, al ritmo del 7,4 % ogni decennioda trent’anni. Il che fa prevedere la sua possibile scomparsa estiva alla fine del xxi secolo. Ilpermafrost, che è ripartito sui continenti circumpolari (attorno al bacino artico), con una profonditàcrescente verso il nord, ha perso il 15% della sua superficie primaverile dal 1900. Questa è resa spesso fluida o fangosa a causa del gelo che persiste al di sotto. Le alte terre della Groenlandia sono ricoperte da una calotta glaciale (inlandsis) che arriva a4020 metri. A una altitudine simile, il riscaldamento provoca un aumento della capacità igrometricadell’aria e quindi delle precipitazioni sotto forma di neve. Così il ghiaccio tenderebbe a ispessirsisulla maggior parte del paese. Sulle coste, scende per gravità in ghiacciai che si prolungano fino almare, dove si disperdono sotto forma di iceberg. Il problema del futuro della calotta dellaGroenlandia sta nella velocità di quest’ultimo fenomeno. Quando il mare si riscalda, come succededal XX secolo, il distacco si accelera e aumenta la velocità di discesa del ghiaccio provenientedall’alto. L’incognita attuale dipende dalla differenza tra apporti di neve e scioglimento del ghiaccio. Ilrisultato influenzerà l’altezza del livello marino, la quantità di acqua dolce liberata nell’oceanoAtlantico e, associato alla variazione del tasso di salinità dell’acqua, si ripercuoterà sulla correntemarina di superficie, la Corrente del Golfo, che a sua volta influenza il clima dell’Europa e lacircolazione oceanica. Alla fine del XX secolo, l’acqua di scioglimento della Groenlandia ha contribuitoall’innalzamento del livello marino. Secondo recenti ricerche, il disgelo di alcuni ghiacciai è piùrapido di quanto gli esperti non pensassero. Una tale liquefazione accelerata della Groenlandia, checomporta una diminuzione di volume della calotta, ha stimolato l’ipotesi di scenari catastrofici.Contribuirebbe fortemente all’innalzamento del livello marino medio: fino a 7 metri in caso discomparsa totale della calotta della Groenlandia, prevista nell’eventualità che l’innalzamento dellatemperatura media superasse i 2° C rispetto alla fine del XIX secolo. Segnale d’allarme. Il disastro potrebbe , inoltre, indurre una modifica della temperatura , e soprattutto dellasalinità dell’acqua, all’origine di un rallentamento della circolazione della Corrente del Golfo, il checomporterebbe due conseguenze: - da una parte, i climi dell’Europa occidentale, attualmenteaddolciti da una circolazione atmosferica proveniente da ovest, e che passa sopra la Corrente delGolfo, diventerebbero, con inverni più freddi ed estati più calde di ora, più continentali e più similia quelli della costa est del Canada e del nord degli Stati Uniti; - d’altra parte, la circolazione oceanica, legata alla corrente di superficie indissociabile,dovrebbe reagire in una maniera ancora non chiara. Questi scenari estremi sono per ora in attesa della convalida delle loro fondamentascientifiche. Tuttavia, rappresentano un segnale d’allarme rispetto all’idea di un cambiamentoclimatico a evoluzione graduale. Al di la di certe soglie, potrebbero verificarsi mutazioni repentine. Gli scienziati attualmentecercano tracce di eventi improvvisi e rapidi nei ghiacci e nei sedimenti che segnalino evoluzioninon lineari tali da ipotizzare l’applicazione della teoria del caos all’evoluzione del clima. (Tratto da “L’Atlante per l’Ambiente” di Le Monde Diplomatique-Il manifesto, 2008, conmappe e dati) 13
  14. 14. 5. Perturbazioni climatiche sempre più catastrofiche America Tra le macerie dell’Alabama: 321 i morti, migliaia i feriti Obama: devastazione mai vista e ora si teme il Mississippi Il Presidente nella zona dei 137 tornado. Prevista un’alluvione “Non ho mai visto una devastazione simile. Spezza il cuore” Parlando tra le macerie diTuscaloosa, la città dell’Alabama più duramente colpita dai 137 tornado che mercoledì hannodevastato dei Stati del Sud degli Stati Uniti, uccidendo 321 persone e ferendone gravementemigliaia, il presidente americano Barak Obama e la first lady Michelle ieri hanno cercato di ridatesperanza ad una America che a sei anni di distanza torna a rivivere il dramma di Katrina. (…) Sono stati i tornado più violenti nell’area dal 1974, quando 148 cicloni colpirono 13 Stati, uccidendo 315 persone. Il maltempo che ha colpito mercoledì e giovedì ha anche lasciato unmilione di utenti senza elettricità, chiudendo intere fabbriche e rendendo impraticabili strade eautostrade. Gli Stati più colpiti dovranno anche fare i conti con lo spettro delle inondazioni dallaportata storica, che secondo gli esperti potrebbero subissare la famigerata alluvione del Mississippidel 1927, la più grave nella storia degli Stati Uniti, che uccise 246 persone in ben 7 Stati,provocando danni per oltre 13 miliardi di dollari, una enormità per quei tempi. (…) (il testocompleto sul Corriere della Sera del 30 aprile 2011, con mappa e foto) Mississippi, la piena vista dal satellite In Louisiana la grande alluvione è cominciata. In Mississippi è attesa a ore. A causa delleintense piogge e dello scioglimento delle nevi il Mississippi si è ingrossato inondando ampie zonein Illinois, Missouri, Kentucky, Tennessee, Arkansas, Mississippi e Louisiana. Le autorità dellaLouisiana hanno aperto altre chiuse per far decrescere il livello dell’acqua, causando l’allagamentodi 12.000 chilometri quadrati nell’area della Morganza. (Corriere della Sera del 16 maggio 2011, con foto e immagini da satellite).6. Aria cattiva nei centri urbani Smog L’inquinamento atmosferico, e soprattutto le polveri sottili inferiori a 2,5 micrometri,riduce la speranza di vita degli abitanti delle grandi città. Abbassando la concentrazione di questepolveri, in Europa si potrebbero evitare 19.000 decessi all’anno, afferma lo studio Aphekom,condotto in 25 città europee. L’impatto delle polveri sottili: Mesi di speranza di vita guadagnati, perchi ha più di 30 anni, se la soglia dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità fosse rispettata:Bucarest (22,5), Budapest (19,3), Barcellona (13,7), Atene (12,8), Roma (12,1), Siviglia (10,2), ecc. (Tratto da Internazionale n.888, dell’11 marzo 2011, con tabella) Inquinamento Per il nono mese consecutivo a Roma polveri oltre i limiti L’OMS: L’aria cattiva delle città? Vivremo tutti nove mesi di meno Per il nono giorno consecutivo, i livelli di polveri sottili (PM10) nell’aria di Roma sono oltrei limiti. C’è inquinamento anche nei parchi. Il Campidoglio ordina per oggi un nuovo bloccoparziale della circolazione per i veicoli più inquinanti. In attesa che il meteo cambi, RobertoBertollini, direttore scientifico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Europa, avverte: “Diinquinamento muoiono 8 mila persone l’anno, e uno studio dice che a causa dell’aria cattiva ognipersona vive 8,6 mesi in meno”. (cfr articoli sul Corriere della Sera del 15 febbraio 2011) 14
  15. 15. A settanta all’ora sulle tangenziali per ridurre le polveri Manca un piano nazionale dell’aria. Quello che permetterebbe a Milano e alle altre cittàaffogate dallo smog di mettere in atto iniziative concertate contro le polveri sottili. A Milano si viveil trentaseiesimo giorno di sforamento dei limiti del Pm10 e il governatore della Lombardia chiamain causa il governo e il ministro dell’ambiente. (…) Una mancanza che oltre a non garantire unaprocedura comune a livello nazionale contro lo smog, ha provocato la decisione dell’UnioneEuropea di non concedere più deroghe all’Italia in fatto di inquinamento. Il paese continua arespirare veleni.(cfr. articoli sul Corriere della Sera del 9 e10 febbraio 2011)7. Ampliamento del buco nell’ozono Una ricostituzione lenta dello strato di ozono Lo strato di ozono, naturalmente presente nell’alta atmosfera, è vitale. Senza questa protezionei raggi ultravioletti del sole ucciderebbero qualsiasi tipo di vita sulle terre emerse. La sua scomparsacostringerebbe l’umanità a vivere rintanata nei rifugi, per poi scomparire. La Terra ritornerebbenelle condizioni di tre miliardi e mezzo di anni fa. Lo strato di ozono consente un delicatoequilibrio, in quanto agli umani occorre una piccola quantità di raggi ultravioletti B, che agisconocome catalizzatori della vitamina D, mentre una dose eccessiva favorisce varie forme di cancrodella pelle. Negli Stati Uniti, più di 9000 persone muoiono ogni anno a causa di questi tumori, e illoro numero è raddoppiato dal 1980 al 2000. Nel 2006, è stato battuto un record: la superficie delbuco d’ozono, misurata in ottobre alla fine dell’inverno australe, si è estesa da circa 3 a 4 milioni dikm. Quadrati. Al centro dell’Antartico, sono state misurate concentrazioni quasi nulle di ozono.Questa distruzione pressoché totale è dovuta principalmente alle condizioni climatiche dellaregione, la cui temperatura , a fine settembre 2006, è stata inferiore di circa 5° centigradi alle mediestagionali. Con un meccanismo fisico ben noto, il riscaldamento della bassa atmosfera prodottodalla concentrazione dei gas a effetto serra, causa un raffreddamento degli strati alti dell’atmosfera.Questo raffreddamento accentua a sua volta l’impoverimento dello strato di ozono. Utilizzati come gas propulsori negli aerosol, ma anche nei frigoriferi e nei climatizzatori, nelleschiume isolanti e nei prodotti usati per combattere gli incendi, i clorofluorocarburi (Cfc) sonoall’origine dell’impoverimento dello strato di ozono stratosferico. Queste molecole di sintesi,emesse da milioni di fonti nel mondo, si ritrovano nella stratosfera, tra i 15 e i 40 chilometri al disopra del livello del mare. Sottoposto all’azione del sole, il cloro dei Cfc si libera e distrugge lemolecole d’ozono. Il bromuro di metile, un pesticida utilizzato nei paesi del Sud, ha un effettoancora più devastante. Grazie al protocollo di Montreal per le sostanze che impoveriscono lo strato di ozono, (Ods),adottato nel 1989 sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato proibito l’uso dei Cfc e di altre sostanzeche degradano questa part dell’atmosfera. E, in effetti, ovunque nel mondo si osserva unadiminuzione nell’utilizzo di queste sostanze, ma l’effetto di distruzione dell’ozono stratosfericopersisterà per alcune diecine di anni , tanto più che in seguito all’entrata in vigore del protocollo diMontreal, il commercio illecito di Ods si è sviluppato tanto al Sud quanto al Nord. Non prima del 2065 L’ultimo rapporto 2006 dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) conferma lacorrelazione tra la riduzione delle emissioni di Ods e la parziale ricostituzione dello strato di ozono.Tuttavia, le emissioni dei sistemi di refrigerazione e delle schiume isolanti, permangono negliapparecchi per periodi tra i 15 e gli 80 anni. Una dinamica di emissione così lenta modifica leprevisioni sui tempi di ritorno all’iniziale equilibrio dell’ozono stratosferico: non prima del 2065,secondo gli scienziati. 15
  16. 16. Ma il tempo di vita delle molecole clorate, così come le loro proprietà di assorbimentodell’irradiazione solare hanno un’altra conseguenza. I gas frigorigeni riscaldano: i Cfc contribuiscono in modo significativo all’accrescimento dell’effetto serra di origine antropica. Il blocco progressivo della produzione dei Cfc ha prodotto una netta diminuzione delcontributo all’effetto serra da parte dell’insieme delle sostanze presenti nel protocollo di Montreal.Di fatto, le molecole fluorate (idrofluorocarburi, dette Hfc) hanno, in media, un potere diriscaldamento globale otto volte inferiore a quello dei Cfc, che sostituiscono. Gliidroclorofluorocarburi, (Hcfc, utilizzati nei sistemi di climatizzazione), sono fluidi di sostituzionefluorati che non presentano diminuzioni altrettanto significative dell’effetto riscaldante, anzi, peralcuni, è vero esattamente il contrario. La messa a punto di sostanze di sostituzione degli Hcfc, cherispondano sia a criteri di uso (sicurezza e prestazioni), che di neutralità ambientale, è in corso edovrebbe portare a fluidi che non distruggono lo strato di ozono e non contribuiscono, o moltopoco, a rafforzare l’effetto serra. Il testo completo, con immagini e schemi di flusso, ne “L’atlanteper l’ambiente” di Le Monde Diplomatique/ Il manifesto) Il gas da fermare Stati Uniti. Nel 1987 la firma del protocollo di Montreal ha fermato la produzione di clorofluorocarburi, igas che provocano il buco dell’ozono. Grazie a questa misura, il buco sopra l’Antartide hacominciato a ridursi. Ci sono però altri gas che distruggono l’ozonosfera, lo strato protettivo nellaparte alta dell’atmosfera terrestre. Secondo una ricerca pubblicata in anteprima sul sito di Scienze,il peggiore è il protossido di azoto, che è anche un gas serra, ed è quindi responsabile dell’aumentodelle temperature del pianeta. Proprio per questa sua doppia azione negativa, sarebbe importante controllare le emissioninell’atmosfera del protossido. A parte le fonti naturali, i principali produttori sono alcuni settori industriali, che usano combustibili fossili, ma anche biomasse e biocarburanti, considerati dei combustibiliecologici. Anche l’uso di fertilizzanti in agricoltura ha un ruolo importante. Se non ci sarà un fortecambiamento nei processi produttivi, il monossido di azoto è destinato a rimanere il gas anti ozonoper eccellenza. Il settimanale Science auspica almeno una riduzione delle emissioni del gas, peraccelerare la riparazione del buco antartico e limitare l’effetto sui cambiamenti climatici. (Tratto da “Internazionale” del 4 settembre 2009) Strato di ozono ridotto del 40% A causa del vento e del freddo lo strato di ozono ha registrato un assottigliamento sopra ilPolo Nord del 40% tra il marzo 2010 e il marzo 2011. L’ozono è lo strato di gas che avvolge ilpianeta e ci protegge dai raggi “uv” (ultravioletti) del sole (Corriere della Sera del 6 aprile 2011,con immagini da satellite a colori)8. Prosciugamento dei fiumi e dei laghi Il mare interno dell’Africa ha i giorni contati Dal 1960 la superficie del lago Ciad si è ridotta del 90%. Mentre i governi studiano progettifaraonici per salvare la distesa d’acqua, le popolazioni si sono adattate ai cambiamenti. Sulle rive del lago Ciad, nel villaggio di Guitè, alcune piroghe scaricano le loro merci, legali eillegali. Sulla terraferma i prezzi si contrattano in franchi Cfa e in naira, la moneta nigeriana. Ladistesa d’acqua che unisce Ciad, Niger, Nigeria e Camerun è una zona di intensi commerci 16
  17. 17. transfrontalieri. La nostra imbarcazione diretta all’isola di Kinasserom, un villaggio di pescatori,passa tra le canne e le piante di papiro. La vegetazione è ricca, si vedono molti uccelli e l’acqua siestende a perdita d’occhio: è difficile pensare che il lago e il suo ecosistema hanno i giorni contati.Alcuni scienziati avvertono che il “mare interno dell’Africa” potrebbe scomparire nei prossimi ventianni. E secondo i dati delle autorità ciadiane, basate sulle osservazioni della Nasa, la superficie dellago si è ridotta dai 25.000 chilometri quadrati del 1960 ai 2500. di oggi. Quest’anno le forti piogge sembrano scongiurare le previsioni più pessimiste. Alimentatodagli affluenti Chari e Logone, il bacino meridionale del lago ha riversato parte delle sue acque nelbacino settentrionale, il più colpito dalla siccità. Il lago non è più diviso in due parti ma è un’unica,profonda distesa di acqua. I pescatori, però, non sono contenti. Issaka Abacar, proprietario di unapiccola imbarcazione, sostiene che “la pesca non è più abbondante come prima. Con le acque piùalte, gli esemplari per la riproduzione si disperdono in mezzo alle piante”. Ma si lamenta anchedell’abbassamento delle acque del lago. “Vivo qui da più di venticinque anni. La quantità d’acquadiminuisce e i pesci anche”. Arrachid Ahmat Ibrahim, referente locale di un progetto di sviluppo,spiega che è anche colpa dei metodi di pesca “non regolamentari”: sbarramenti o reti a maglietroppo strette impediscono il passaggio ai pesci per la riproduzione. Secondo Ibrahim, in questaregione di undici milioni di abitanti, 300 mila persone traggono il loro sostentamento dalla pesca.La popolazione è in rapida crescita e le risorse diventano scarse. “nel 1984 a Kinasserom vivevanoduecento persone, ora siamo seimila”, osserva Adam Seid, il capo villaggio. Per assicurare la rinascita del lago, il governo ciadiano punta su un progetto faraonico: farconfluire parte delle acque del fiume Oubangui, che scorre tra la Repubblica Centrafricana e la Repubblica Democratica del Congo, nel Chari, il principale affluente del lago. Seid èreticente sull’argomento, ma non lo è Mahamat, un giovane abitante del villaggio: “Se l’acquaaumenta, dovremo lasciare le nostre case. Il governo ci ha interpellati, ma gli affari si concludonotra stato e stato. Noi comunque non siamo d’accordo”. I pescatori difendono i loro interessiimmediati, ribatte Brahim Hamdane, un funzionario del ministero per l’ambiente. “La priorità èsalvare il lago”. (…) ( tratto da Internazionale n. 874, 26 novembre 2010, con foto e mappa) Il lago di Aral Prima del 1960 il lago di Aral era il quarto lago del mondo. Da allora ha perso l’88% dellasuperficie e il 92% del volume di acqua. Da tempo le dimensioni del lago di Aral, al confine tra Uzbekistan e Kazachistan, dipendonodal fiume Amu Darya, che nasce sui monti del Pamir e sfocia nel lago dopo aver attraversato ildeserto. Anche il Syr Darya alimenta il bacino, ma l’Amu Darya è più grande e più incostante.Negli anni sessanta l’acqua del fiume cominciò a essere deviata per favorire lo sviluppo agricolo e illago cominciò a restringersi. L’immagine scattata il 26 agosto 2010 dal satellite Terra della Nasamostra lo stretto rapporto tra il lago di Aral e l’Amu Darya. E’ la foto più recente di una sequenza didieci anni pubblicata sul sito World of Change dell’Earth Observatory. Tra il 2000 e il 2009 il lago si è ridotto a un ritmo costante. Nel 2006 una grave una gravesiccità si è abbattuta sul bacino dell’Amu Darya. Nel 2007 l’acqua che ha raggiunto il lago è statapochissima e nei due anni seguenti non ne è arrivata affatto. Senza l’acqua dell’Amu Darya il lagosi è rapidamente rimpicciolito e nel 2009 il lobo orientale è scomparso. Nel 2010 però la situazione è un po’ migliorata : sul Pamir ha nevicato normalmente e l’AmuDarya ha raggiunto il lago. L’acqua fangosa si è depositata nel lobo orientale, facendolo appariremolto più grande di quanto non fosse nel 2009. (tratto da Internazionale n.874, 26 novembre 2010,con foto da satellite) 17
  18. 18. Così hanno ucciso un Lago greco Era largo 45 km quadrati (quasi come quello di Lugano) e profondo 5 metri. Oggi si puòattraversare camminando. Koronia, nel nord del paese, è stato prosciugato e la sua fauna distrutta.Nemmeno i soldi dell’Unione Europea sono serviti a salvarlo. Ma ora Atene è chiamata arispondere del disastro. La Commissione Europea ha avviato una procedura giudiziaria alla Corte di Strasburgo control’inazione del governo greco. Una serie di pali indica i vecchi confini del lago Koronia, a parecchiedecine di metri dalla riva attuale. Situato presso Salonicco (nella Macedonia greca) il quarto lagodel paese si estendeva su 45 chilometri quadrati. In trenta anni la sua superfice è diminuita di unterzo e la sua profondità è scesa da cinque a un metro e in certi punti anche a meno di un metro.Nell’estate del 2009, il lago, quasi prosciugato, si poteva attraversare a piedi. Nel cuoredell’Europa, Koronia sta scomparendo. Davanti a uno dei palisi trova una discarica, con vecchi televisori, mobili rotti, sacchi diplastica. Eppure, il sito fa parte di Natura 2000, la rete europea delle zone naturali protette.E’ anchesotto la protezione della Convenzione Internazionale di ramsar per la tutela delle zone umide.“organizziamo regolarmente campagne di risanamento, ma i rifiuti ritornano”, spiega fatalista,Marios Asteriou, del centro che gestisce Koronia e il vicino lago Volvi, più grande, più profondo ein migliori condizioni. Atene sotto l’accusa dell’UE Persa la pazienza, la Commissione europea ha deciso, il 27 gennaio scorso, di portare laGrecia davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non aver protetto il lago. Accusandoinoltre il governo di mancato rispetto delle direttive europee sugli uccelli e l’habitat, e anche sultrattamento delle acque urbane. Nel 2004, la Commissione aveva avallato un piano risanamento dellago, ed era pronta a finanziarlo al 75%, per l’importo di 20 milioni di euro. Sette anni dopo, soloun quarto del progetto è stato realizzato. Perché tale inerzia? “E’ difficile da capire, per chi non ègreco”, riconosce Vasso Tsiaousi, del Centro zone umide della Grecia. Il progetto dipende daquattro ministeri e dalla prefettura regionale di Salonicco, il che non facilita il suo avanzamento,vista l’inefficienza dell’amministrazione. Certe gare d’appalto per la realizzazione dei lavori sonostate contestate davanti alla giustizia, per il sospetto di favoritismi nell’attribuzione dei mercati. Iricorsi sono ancora in sospeso. La Commissione Europea oggi minaccia di rimettere in questione ilproprio finanziamento. I motivi di un disastro Le cause del disastro ecologico sono note da molto tempo. Situato in una regione agricola, illago ha sofferto negli anni ’80 del potenziamento dell’agricoltura intensiva, ma anchedell’industrializzazione. Le industrie, specialmente quelle tessili, molto inquinanti a causadell’utilizzazione di bagni coloranti, smaltivano le acque residue gettandole nel lago. Una parte di queste attività è stata poi delocalizzata in Bulgaria. Anche le acque residue dellavicina città di Lagada vengono scaricate nel lago. La stazione di depurazione, costruita nel 2001 conl’appoggio finanziario dell’UE, non è ancora stata raccordata alla città. Alla fine degli anni ’70, gli agricoltori passarono dall’orticultura del mais, più avida d’acqua,con la benedizione, all’epoca, di Bruxelles. E continuarono, come i loro genitori, ad attingere acquadal suolo, ma con pozzi elettrici – spesso illegali – che arrivarono fino a 50 metri di profondità. E’così che le acque del lago si sono abbassate e, alla fine degli anni ’90, tutti i pesci sono morti. Nel2004 si è tentato di ripopolarlo, ma invano. Del piano di risanamento è stata rispettata soltanto unaparte, quella della creazione di un bacino che consente di dirottare il corso di due fiumi nel lago. All’inizio di febbraio, il bacino era vuoto, per mancanza di precipitazione atmosferiche.Tuttavia, da un anno, il bacino ha consentito di mantenere il livello del lago a circa un metro. 18
  19. 19. “Questo non serve a niente. Bisogna finire la pulizia e la depurazione del lago prima di aggiungereacqua. Altrimenti, c’è il rischio di conseguenze disastrose per il lago Volvi”, spiega il deputatoeuropeo, ecologo, Michail Tremopoulos. Oggi, Koronia assomiglia a un lago, una vasta distesa di acqua, circondata da canneti, dovepassano numerosi uccelli. Ma “non è più un lago”, spiega Maria Moustaka, biologa pressol’università della città di Salonicco. Secondo lei, si tratta piuttosto di un ambiente che favorisce laproliferazione di alghe e microbi resistenti alle materie tossiche. Negli anni 1997, 2004 e 2007, migliaia di uccelli sono morti. Il lago protegge specieminacciate come l’aquila dalla coda bianca, il cormorano pigmeo o l’airone cenerino. In questomomento, l’acqua non sembra tossica per gli uccelli, “ma tutto può cambiare con molta rapidità”,aggiunge ancora Maria Moustaka, che procede regolarmente a prelievi. Talvolta, il lago è talmentesporco che c’è un livello di batteri alto quanto quello di un bacino di depurazione”. (…) (il testocompleto è nel Magazine del Corriere della Sera del 17 marzo 2011, con foto e cartine))9. Scarsità idrica e abbassamento falde acquifere L’acqua, dalla scarsità alla penuria Quasi 1,1 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 2,4 miliardi sono prive didepuratori; 1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno di infezioni trasmesse da acque infette.Milioni di donne sprecano ore ogni giorno per andare a cercare l’acqua. Milioni di abitanti dellebidonvilles (baraccopoli), la pagano da cinque a dieci volte più cara che i residenti delle zonecorrettamente urbanizzate. Quasi 450 milioni di giorni di scuola vengono persi annualmente perquesto motivo. L’Africa spreca ogni anno il 5% del suo prodotto interno lordo (PIL) a causa diqueste carenze. Nel 2000, l’Onu si era impegnata a dimezzare, entro il 2015, il numero di persone prive diquesti servizi vitali. Gli obiettivi del millennio per lo sviluppo (MDG) non saranno raggiunti.L’acqua non è prioritaria nelle spese pubbliche: gli Stati le dedicano meno dell’1% del loro Pil. Ilbudget militare del Pakistan è quasi 50 volte quello dell’acqua e della depurazione. Ma un miglioreaccesso all’acqua proteggerebbe in modo efficace gli 850 milioni di abitanti di zone rurali chesoffrono di malnutrizione e sono minacciati dal riscaldamento climatico. L’UNDP ha chiesto agliStati di mettere acqua e depurazione in testa alle loro priorità, nonché di raddoppiare l’aiutointernazionale, cioè 4 miliardi di dollari in più ogni anno. Supersfruttamento delle risorse L’agricoltura è la prima consumatrice di acqua, con l’80% dell’utilizzazione mondiale dellarisorsa, contro il 12% per l’industria e l’8% del consumo pubblico. Lo sfruttamento intensivo dellerisorse, con l’aumento delle superfici agricole irrigate, provoca l’abbassamento delle falde freatichee il prosciugamento dei fiumi, esaurendo le risorse indispensabili ai 6,5 miliardi di abitanti delpianeta, che diventeranno 8 miliardi nel 2030. Produrre un chilo di grano richiede 1500 litri di acqua, un chilo di carne industriale quasi10.000 litri… I comportamenti e le pratiche devono essere radicalmente modificati,anche nei paesiricchi, anch’essi minacciati dalla penuria. I cambiamenti climatici, le scomparsa delle zone umide,l’inquinamento crescente e una cattiva allocazione delle risorse contribuiscono all’insorgere disquilibri preoccupanti. L’urbanizzazione galoppante e la cementificazione massiccia rendono i suoliimpermeabili, provocando a valle piene e inondazioni. 19
  20. 20. Le acque sotterranee, il cui ritmo di rinnovamento può esigere diecine di migliaia di anni,sono letteralmente prese d’assalto, a scapito dei bisogni delle generazioni future. Ne dipende unamericano su due, mentre la metà delle falde acquifere nordamericane è già in situazione di stressidrico. Inoltre, ovunque nel mondo le reti di distribuzione pubblica accusano tassi di perdita dal 30al 50%. Diventa pertanto indispensabile aumentare la produttività dell’acqua, soprattutto nei paesi chenon dispongono dei mezzi tecnici e finanziari atti a captare una risorsa mobilizzabile. Occorresfruttare ogni goccia per trarne più derrate agricole, più carne, pesce o latte. Come migliorare laproduttività agricola? Ricorrendo all’acqua piovane, promuovendo varietà di cereali adatte allescarse quantità di acqua disponibile, o sviluppando tecniche di irrigazione economiche o piccoledighe. Preservare gli ambienti umidi E questo vale anche per i paesi ricchi: invece di investire in tecnologie curative sempre piùdispendiose, è tempo di preoccuparsi di preservare gli ambienti umidi e di evitare di ostacolare ilciclo naturale dell’acqua. I paesi nordeuropei hanno ridotto con successo l’utilizzazione di prodottifitosanitari. La Germania è al primo posto nel riciclo di acque piovane. Le riforme devono esseredrastiche. Il riscaldamento climatico modifica anche le caratteristiche idrogeologiche dei corsi d’acqua,a causa dell’aumento delle precipitazioni invernali e della loro diminuzione estiva. Ne consegue unariduzione dell’accumulo invernale di neve e un disgelo molto più precoce in primavera, il cheprovoca profonde modificazioni nei regimi idrogeologici dei bacini. Si potrebbe essere costretti alblocco forzato delle centrali nucleari, in mancanza di acqua con cui raffreddarle. Le pratiche agricole dovranno essere riviste per adattare la produzione a condizioniidrogeologiche degradate e a una evaporazione-traspirazione più intensa in estate. Il che rischiaanche di far aumentare i tassi di concentrazione dei Sali minerali nell’acqua e dunquel’inquinamento. (Tratto da “L’Atlante per l’Ambiente” di Le Monde Diplomatique-Il Manifesto, 2008, congrafici e tabelle) Più riso per l’Iraq Finalmente una buona notizia dall’Iraq: sulle rive dell’Eufrate si vedono campi di risorigoglioso e in questi giorni, nel pieno del raccolto annuale, il ministero dell’agricoltura faprevisioni ottimiste: il governo si prepara ad acquistare dai suoi agricoltori tra 150.000 e 175.000tonnellate del buon riso aromatico di prima qualità tipico di queste terre, un bel balzo dalle 119.000tonnellate raccolte l’anno scorso. Spiegano le autorità che la resa per ettaro è aumentata dell’11%rispetto all’anno scorso e del 18% rispetto a due anni fa, e questo grazie alla maggiore disponibilitàdi acqua, elettricità per far funzionare le pompe e irrigare i campi, fertilizzanti . Una buona notizia parziale, perché il consumo annuo di riso in Iraq ammonta a 1,2 milioni ditonnellate: il paese resta un importatore netto di riso e lo stesso vale per il grano. Anzi, quella cheuna volta era nota come la “mezzaluna fertile” è oggi uno dei dieci maggiori importatori di riso egrano al mondo. Il problema di fondo resta la penuria di acqua, che ha conseguenze a cascata. La terracoltivabile è sempre stata in Iraq quella compresa tra il Tigri e l’Eufrate – “la terra tra i due fiumi”,Mesopotamia, - mentre il resto, (il 78% del territorio iracheno) non è adatto agli usi agricoli, almassimo è pascolo. Ma Tigri ed Eufrate portano sempre meno acqua: in giugno l’Eufrate arrivavaalla frontiera con la Siria con una portata di 250 metri cubi al secondo, un record negativo. Anche il 20
  21. 21. Tigri ha una portata dimezzata rispetto a prima del 2003, da 1680 a 836 metri cubi al secondo. Diconseguenza sono bassi i reservoir alimentati dall’Eufrate (quello di Haditha, la diga di Mosul e illago Habaniyah). Gli ultimi tre anni di siccità hanno peggiorato la situazione. La mancanza di acquaha fatto aumentare la salinità dei terreni e questo ha costretto il governo l’anno scorso a dimezzarela superficie coltivata a riso, irrigata totalmente dall’acqua dell’Eufrate. E la scarsità di acqua da ilcolpo di grazia a una situazione già vulnerabile: l’agricoltura è stata paralizzata da decenni diinsicurezza, guerra, mancanza di investimenti, pressione umana. La somma di tutto questo hacostretto nei tre anni passati a quasi dimezzare la superficie coltivata a riso. Se questo raccolto èandato bene è perché, in primo luogo, si è allentata la siccità: il ministero dell’agricoltura hapromosso opere per catturare piogge e nevi dell’inverno scorso nei reservoir, così quest’estate ladisponibilità di acqua è stata maggiore. Allo stesso tempo, la fornitura di elettricità è leggermentemigliorata, permettendo agli agricoltori di far funzionale le pompe per irrigare i loro campi (“ilproblema è sempre che quando c’è acqua non c’è corrente elettrica e viceversa”, dice all’agenziaReuter un agricoltore della zona di Meshkhab, a sud di Bagdad). Aver diminuito la superficie neglianni passati ha permesso di concentrare gli input di acqua e fertilizzanti e aumentare il raccolto,dicono i responsabili del ministero dell’agricoltura: così la produzione si è consolidata nelleprovince centrali di Najaf, Diwaniya e Wassit. Ora molti pensano a espandere le coltivazioni: unbuon incentivo sta nel fatto che il governo – l’ente nazionale per i cereali, acquirente istituzionaledei raccolti iracheni – paga agli agricoltori 583 dollari per tonnellata di riso, ben più dei 420-430dollari pagati per tonnellata di riso importato dai mercati internazionali. Un buon auspicio, il raccolto di riso. Anche se resta un futuro incerto, per molte ragioni, nonultime le dighe in costruzione sul Tigri in Turchia. (M. Forti, su “Il manifesto” del 22 dicembre 2010) Energia Nucleare a secco Per funzionare le centrali nucleari hanno bisogno d’acqua. La siccità che ha colpito la Franciapotrebbe costringere 44 dei 58 reattori situati vicino ad un corso d’acqua a sospendere l’attività,sostiene l’Osservatorio sul nucleare. Le norme dovrebbero garantire la sicurezza, ma in caso diarresto degli impianti potrebbe mancare l’elettricità. E se le autorità dovessero concedere, come nel2003 e nel 2006, una deroga sulla temperatura massima delle acque di scarico, che non devonosuperare i 28 gradi, sarebbe un problema per la flora e la fauna. (Tratto da Internazionale del 20 maggio 2011)10.Desertificazioni (siccità, guerre per il controllo delle fonti) La via della sete Mongolia Di qui passava la Via della Seta. Ma quando Marco Polo la percorse, ottocento anni fa, nons’imbatté certo in un panorama così desolato. Questa regione, a metà strada tra Cina e Mongolia,diecimila chilometri quadrati di territorio ormai desertificato dalla siccità, porta ancora il nome dilago Juyan. Anche se di quel lago immenso che irrigò la pianure più rigogliose dell’imperomongolo, non è rimasta neppure una goccia d’acqua: le ultime, residue pozzanghere si sonoprosciugate alla fine degli anni Novanta. Il lago Juyan si è trasformato così in una delle lande piùaride del pianeta. Un eco disastro, perché oggi questo enorme serbatoio alimenta a sua voltatempeste di sabbia sempre più devastanti, che si abbattono sulle fertili pianure della Cina del Nord. 21
  22. 22. Trasformandole in deserto. E. Lucchini (testo tratto da “Io donna”, supplemento del Corriere dellaSera del 12 gennaio 2008, con foto) Grande sete, nuove guerre Quando le sollevazioni politiche del Medio oriente si saranno placate, continueranno per unbel pezzo a farsi sentire in molte sfide latenti che oggi non appaiono sulle pagine dei giornali. Tra queste primeggiano il rapido aumento della popolazione, la carenza sempre più diffusa diacqua e una crescente insicurezza alimentare. In alcuni paesi, la produzione di cereali si sta riducendo mano a mano che esauriscono le faldeacquifere, zone rocciose di acqua sotterranea. Dopo l’embargo petrolifero dei paesi arabi negli anno‘70, i sauditi si resero conto che, a causa della loro enorme dipendenza dall’importazione di cereali,erano vulnerabili ad un contro embargo cerealicolo. Utilizzando la tecnologia della perforazionepetrolifera, trovarono una falda acquifera piuttosto profonda nel deserto con cui produrre grano perirrigazione. In pochi anni, l’Arabia Saudita diventò autosufficiente per quanto riguarda il suoregime alimentare di base. Tuttavia, dopo più di venti anni di autosufficienza di grano, i sauditi annunciarono nel gennaiodel 2008 che questo deposito acquifero era quasi completamente esaurito e che la produzione digrano sarebbe stata gradualmente abbandonata. Fra il 2007 e il 2010 la produzione di quasi tremilioni di tonnellate si ridusse a meno di un milione. Al ritmo attuale, i sauditi potrebbero realizzareil loro ultimo raccolto di grano nel 2012 e passare a dipendere dall’importazione del cereale peralimentare una popolazione di quasi 30 milioni di persone. L’abbandono insolitamente rapido della coltivazione di grano in Arabia Saudita si deve a duefattori. In primo luogo, in questo paese arido esiste poca agricoltura che non sia di irrigazione. Insecondo luogo, l’irrigazione dipende quasi esclusivamente da una falda acquifera fossile che, adifferenza della maggioranza delle altre, non si ricarica in modo naturale, grazie all’apporto dellepiogge. Inoltre, l’acqua marina desalinizzata, che si utilizza nel paese per rifornire le città, è troppocostosa perfino per i sauditi per usarla in irrigazioni. La recente insicurezza alimentare dell’Arabia Saudita l’ha portata a comprare e affittare terrein vari paesi, fra cui due dei più colpiti dalla fame, : l’Etiopia e il Sudan. In effetti, i sauditi stannoprogrammando di produrre i loro alimenti con le risorse della terra e dell’acqua di altri paesi, perincrementare delle importazioni che aumentano sempre più rapidamente. Nel vicino Yemen, le falde che possono rialimentarsi vengono sfruttate al di sopra del lorotasso di riproduzione e gli acquiferi fossili più profondi si stanno esaurendo rapidamente. Gli indiciidrici dello Yemen stanno calando di circa due metri all’anno. Nella capitale Sana’a, che ospita duemilioni di abitanti, si distribuisce acqua corrente solo una volta ogni quattro giorni. A Taiz, una cittàpiù piccola nel sud del paese, l’erogazione avviene ogni venti giorni. Lo Yemen, con una delle popolazioni che cresce più velocemente nel mondo, sta diventandoun caso disperato, idrologicamente parlando. Con la caduta degli indici idrici, la produzione dicereali si è ridotta ad un terzo negli ultimi quaranta anni, mentre la domanda ha continuato adaumentare in maniera costante. Il risultato è che gli yemeniti importano più dell’80 % del cereale.Mentre calano le sue magre esportazioni di petrolio, senza nessuna industria che meriti questo nomee con quasi il 60% della popolazione infantile fisicamente atrofizzata e con malnutrizione cronica,questo paese, che è il più povero dei paesi arabi, si trova di fronte a un futuro tetro e potenzialmenteturbolento. Il probabile risultato dell’esaurimento degli acquiferi nello Yemen, che porterà ad unamaggiore contrazione dei raccolti ed estenderà la fame e la sete, è il collasso sociale. Essendo giàuno stato fallito, può ridiventare un insieme di feudi tribali che si fanno la guerra per le scarse 22
  23. 23. risorse idriche rimanenti. I conflitti interni dello Yemen potrebbero travalicare la sua estesafrontiera con l’Arabia Saudita, senza alcuna vigilanza. La Siria e l’Iraq, - gli altri due paesi popolosi della regione -, hanno anch’essi problemi conl’acqua. Alcuni provengono dalla portata ridotta dei fiumi Eufrate e Tigri, da cui dipendono perl’acqua destinata all’irrigazione. La Turchia, che controlla le sorgenti dei due fiumi, è impegnata inun importante programma di costruzione di bacini che provoca una riduzione dei flussi a valle.Sebbene i tre paesi hanno un programma comune per condividere l’acqua, i piani della Turchia diaumentare la generazione di energia idroelettrica e le sue zone irrigate si realizzano a spese dei suoidue vicini a valle. Visto l’incerto futuro degli approvvigionamenti idrici fluviali, gli agricoltorisiriani e iracheni stanno scavando più pozzi per l’irrigazione e questo sta provocando un eccesso diestrazione nei due paesi. La produzione cerealicola della Siria è calata di un quinto, dopo averraggiunto un culmine di circa 7 milioni di tonnellate nel 2001. In Iraq, il raccolto di cereali èdiminuito di un quarto, dopo aver raggiunto un massimo di 4,5 milioni di tonnellate nel 2002. La Giordania, con sei milioni di abitanti, sta al limite in termini di agricoltura. Quaranta annifa, più o meno, produceva più di trecentomila tonnellate di cereali all’anno. Oggi produce solosessantamila tonnellate e deve importare quindi più del 90% del suo grano. Solo il Libano è riuscitoad evitare un calo della sua produzione cerealicola. Cosicchè, nel Medio Oriente arabo, una regione in cui la popolazione cresce rapidamente, ilmondo sta assistendo alla prima collisione fra crescita demografica e rifornimento d’acqua su scalaregionale. Per la prima volta nella storia, la produzione di cereali sta diminuendo in una regione incui non si scorge nulla all’orizzonte che possa fermare questo calo. A causa del fallimento deigoverni nel coniugare le misure politiche che riguardano popolazione e acqua, ogni giorno chepassa ci sono 10.000 persone in più da alimentare e meno acqua da irrigazione per alimentarli. (Lester Brown, su “Il manifesto” dell’11 maggio 2011)11.Acidificazione e inquinamento degli oceani Acque acide Due terzi del pianeta sono coperti dagli oceani, essenziali nella regolazione del clima graziealla capacità di assorbire l’anidride carbonica. Ma l’acidificazione degli ecosistemi marini, causatadalle industrie, dalla combustione, dalla nostra stessa respirazione, mette a rischio la chimica deglioceani. Per scoprire l’impatto che questo processo avrà nei prossimi cento anni, è stato da pocoavviato il Progetto Epoca, un maxi studio che coinvolge cento scienziati di nove paesi europei.(L’Espresso del 13 settembre 2008) Rischio acidità Gli oceani assorbono la Co2 Gli oceani assorbono attualmente circa un terzo delle emissioni di anidride carbonica delPianeta. Questa capacità li sta rendendo sempre più acidi con ripercussioni su ecosistemi e biologiamarina. Proprio sugli impatti legati all’acidificazione degli oceani si è concentrato un incontro chesi è appena concluso in Giappone del gruppo intergovernativo di scienziati ONU, l’IPCC. Giàadesso, si legge sul sito dell’Ipcc, l’acidificazione delle acque degli oceani è riconosciuta come “unacomponente fondamentale del cambiamento globale, potenzialmente responsabile di una vastagamme di impatti sugli ecosistemi, con ulteriori conseguenze sui mezzi di sostentamento esicurezza alimentare”. Al nuovo rapporto Ipcc contribuirà l’Italia con Riccardo Valentini, anche presidente delSistema di osservazione globale, nel ruolo di coordinatore del capitolo sull’Europa che dedicheràparticolare attenzione al Mediterraneo. “Il processo del Quinto rapporto è iniziato –spiega 23
  24. 24. Valentini- e porterà alla fine del 2013 alla stesura del lavoro. Per ora si fa un grosso lavoro discreening della letteratura scientifica, per il solo capitolo sulla U.E. saranno esaminati circa 4.000documenti”. Negli incontri che si sono tenuti dall’11 al 14 gennaio in Giappone, osserva Valentini,si è cominciata a respirare “una nuova atmosfera. C’è una maggiore coscienza dell’importanza chquesti rapporti hanno sia per le scelte legate alle politiche energetiche e climatiche, sia perl’opinione pubblica. Per questo c’è la volontà di rendere tutto più trasparente”. (Corriere della Sera del 24 gennaio 2011)12.Il declino delle risorse ittiche Indagine Wwf: degrado e inquinamento di corsi e bacini italiani producono seri danni allafauna ittica Com’è amara l’acqua per i pesci L’85% delle specie di fiume e lago è candidata all’estinzione Fulco Pratesi Di tutte le classi di animali del nostro Paese, quella che presenta la maggiore percentuale dispecie a rischio d’estinzione è costituita dai pesci di acqua dolce, con l’85% di candidati allascomparsa, seguiti dagli anfibi (76%), rettili (69%), uccelli (66%), mammiferi (64%). Pur se pocopresenti nelle cronache e nelle denunce degli ambientalisti, come accade per i mammiferi e gliuccelli, questi componenti della fauna italica rivestono un notevole interesse, dal punto di vistascientifico ed economico. Una recente indagine condotta sul campo da 600 volontari del WWFlungo trenta fiumi dal Friuli alla Sicilia, ha fornito dati sconfortanti sullo stato di gran parte di essi. Prelievi, legali o abusivi, di acqua, distruzione della vegetazione riparia, inquinamenti,sottrazione di ghiaia e sabbia dagli alvei, discariche solide sulle rive, cementificazione delle sponde,bracconaggio, canalizzazioni e sbarramenti a scopi idroelettrici hanno quasi ovunque degradato icorsi d’acqua arrecando danni pesantissimi alla fauna ittica. Ma a queste aggressioni, più note evisibili, si accompagnano quelle determinate dall’invasione, nei corpi idrici, di specie ittiche aliene,che causano gravi danni a quelle indigene. E’ da tempo che i pescatori sportivi, (che hannocollaborato alla ricerca), denunciano i problemi provocati da immissioni, volontarie o meno, dielementi estranei alla nostra fauna in competizione ecologica con le specie indigene. Tra i pesciesotici – oltre a quelli già “naturalizzati” da anni come il persico trota, il persico sole e la trota irideaprovenienti dall’America del Nord – spiccano la lucioperca dell’Europa centrosettentrionale,l’abramide e soprattutto l’immenso e vorace siluro del Danubio, (due metri e mezzi di lunghezza efino a 300 chili di peso) grande distruttore di ciprinidi ma anche di piccoli mammiferi, anfibi egiovani uccelli acquatici. (…) I più in pericolo sarebbero la trota macrostigma del Meridione e delleIsole maggiori, la trota marmorata del Nord Italia, il carpione del Garda, la lampreda padana e lalampreda di ruscello, lo storione cobice dei fiumi Po, Adige, Brenta, Piave e Tagliamento, ilpanzarolo della Padania, il ghiozzo di ruscello dell’Italia centrale e il carpione del Fibreno (che vivesolo in un piccolissimo lago, di 0,29 km quadrati, a Fibreno in provincia di Frosinone). (…) (il testocompleto sul Corriere della Sera del 15 marzo 2011, con foto delle dieci specie a rischio)13. La distruzione delle barriere coralline Un vero e proprio ricchissimo forziere per la biologia marina, già ora profondamente segnatodall’inquinamento, dalla pesca intensiva e dal riscaldamento dell’acqua. Conseguenze sotto gliocchi di tutti: i coralli morti stecchiti e la barriera sbiancata e spettrale, come quella che ormai 24
  25. 25. delude i turisti ritardatari alle Maldive. …entro il 2020, anno totem ormai per l’ambientalismo, èobbligatorio portare dal 13 al 17% il totale delle terre emerse protetto in maniera integrale, e al 10 % , dall’attuale misero 1%, la superficie oceanica dichiarata riserva “no take”, cioèintoccabile. Proprio per salvare il salvabile dei reef più importanti. (Alessandro Cecchi Paone,Corriere della Sera Magazine, dicembre 2010, con foto)14. La riduzione delle foreste Quando le foreste emettono carbonio invece di catturarlo Le foreste sono di immensa importanza per la ricchezza della loro biodiversità. In realtà, sui50 o 100 milioni di specie che si ritiene siano presenti sul pianeta, ne sono state identificate solo 1,8milioni, cioè meno del 5%. I tre quarti si troverebbero nelle zone tropicali. Molto ambite a causa dellegno o per guadagnare nuove terre agricole, da qualche tempo le foreste sono diventate anche unargomento fondamentale nei dibattiti sul clima. Oltre ad una azione di regolatore locale, lavegetazione ricopre infatti, insieme ai suoli, un ruolo importante nel fissare una parte del carbonioatmosferico planetario. Suoli e vegetazione accumulano naturalmente 3,2 giga-tonnellate (Gt) dicarbonio l’anno. Il disboscamento provoca ogni anno 1,6 gt di rigetto di carbonio. Il saldo positivodi stoccaggio da parte della vegetazione e dei suoli è dunque di 1,6 Gt all’anno, ossia un quarto dei6,8 Gt emessi ogni anno dalle attività umane. Riassumendo, la vegetazione terrestre assorbe solo unquarto del carbonio eccedente liberato nel’atmosfera dalle attività umane – produzione d’energia,trasporti e messa a coltura delle terre. L’aumento di concentrazione di carbonio nell’atmosfera, così come le temperature più elevateosservate nell’ultimo secolo, hanno in un primo tempo, stimolato la produzione vegetale. Così,alcune foreste hanno avuto un aumento di produttività del 15% nel corso del XX° secolo. Questofatto ha portato a considerare le foreste come “pozzi di carbonio”: i paesi industriali potrebberoquindi compensare i rifiuti con piantagioni, in particolare nell’ambito del protocollo di Kyoto. Ilfatto che questa proposta sia stata vivamente osteggiata dagli ambientalisti fino al 2001, ha offertoagli Stati Uniti il pretesto per rifiutare di ratificare il protocollo. Dopo di allora, il rimboschimento èstato incluso nei meccanismi di Kyoto come srumento di compensazione per le emissioni di gas aeffetto serra, ma resta molto controverso a diversi livelli. La soglia del 2050 Le proiezioni indicano che la capacità della vegetazione di assorbire carbonio raggiungerà lasoglia verso il 2050. Dopo questa data, lo stress subito a causa del riscaldamento, così come ilproliferare di parassiti, dovrebbero far si che le foreste smettano di catturare il carbolio e anzi loemettano. I “pozzi “ forestali non costituiscono che un rinvio di qualche decennio, prima di unpeggioramento lasciato in eredità alle future generazioni. Dal momento che le foreste fitte sonoconsiderate in equilibrio, e quindi ormai incapaci di fissare carbonio, c’è chi pensa di tagliarle perutilizzarne il legname e di sostituirle con piantagioni di specie a crescita rapida come eucalipti,acacie e albizie, il che costituisce un netto impoverimento della biodiversità. La moda recente degliagro carburanti in sostituzione del petrolio ha indotto anch’essa un rilancio del dissodamento. Parallelamente, il riscaldamento riduce l’umidità nei sottoboschi e facilita il propagarsi degliincendi. Il fenomeno è stato osservato negli ultimi anni in Europa,Australia e Stati Uniti, mariguarda anche le regioni tropicali dell’Africa, dell’Amazzonia e dell’Asia. Lo sfruttamento industriale del legno, anche a scarso impatto, rende le foreste più fragili aprendo piste che prosciugano la vegetazione. 25
  26. 26. L’esempio più impressionante è la coincidenza tra il Nino e l’avvio delle concessioni forestaliin Indonesia. Dall’inizio degli anni ’80, vasti incendi hanno devastato periodicamente questeforeste, distruggendo in alcuni anni più di tre milioni di ettari, cioè la superficie del Belgio. Gliincendi del 1997-1998 avrebbero liberato nell’atmosfera 2,5 Gt di carbonio, vale a direl’equivalente delle emissioni annue europee. Direttamente legata agli incendi e ai dissodamenti per l’agroindustria, la combustione delcarbonio delle torbiere costituisce un’altra questione cruciale. Accumulata da centinaia di migliaiadi anni, la torba rappresenta su scala planetaria 500 Gt di carbonio, cioè circa settanta anni diemissioni antropiche. Il problema interessa soprattutto le foreste del Borneo e di Sumatra, i cui suoliconcentrano il 60% della torba mondiale. Tenuto conto di tali rifiuti, l’Indonesia diverrebbe il terzoemettitore di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina. (Tratto da “L’Atlante per l’ambiente”, Le Monde Diplomatique-Il manifesto, 2008, conmappe e grafici) Oggi in tutto il mondo si celebra il Giorno della Terra. L’obiettivo: un miliardo di “azioniverdi” entro il 2020 SOS Terra, le sette foreste da salvare Negli ultimi 25 anni è andato distrutto il 10% delle aree boschive. Le chiamano “le magnifiche sette” e sono tutte esotiche e misteriose. A preoccuparsi per lorosono in tanti, da Greenpeace al WWF. L’obiettivo è bloccarne l’impoverimento. Per mantenere illoro splendore, per tutelare la nostra salute. Se sparissero, infatti, saremmo investiti dai gas serrarilasciati dai 500 miliardi di tonnellate di carbonio che loro invece preservano nel suolo. Sono leforeste, già protagoniste nell’agenda dell’ONU, che ha dichiarato il 2011 “Anno Internazionaledelle Foreste”. A loro è dedicata anche la Giornata mondiale della Terra, 41 candeline e quasimezzo miliardo di persone che le spegneranno oggi in 192 paesi di tutto il mondo, con un desiderioda realizzare: raggiungere un miliardo di “azioni verdi” entro l’inizio del vertice ONU sullosviluppo sostenibile, previsto a Rio de Janeiro nel 2012. “Il 10% delle foreste è scomparso negliultimi 25 anni, a una media di 13 milioni di ettari l’anno dal 2000”, lancia l’allarme MassimilianoRocco del WWF. La perdita più alta riguarda la fascia neotropicale (centro e Sudamerica) con 5milioni all’anno; meno 3,4 milioni in Africa; meno 2,2 milioni in Asia. “Non ci rendiamo nemmenoconto del danno che facciamo quotidianamente con scelte irresponsabili” aggiunge Rocco. E ineffetti fa una certa impressione leggere i dati del CNR, secondo il quale negli uffici italiani siconsumano 1,2 milioni di tonnellate di carta, pari a 80 chili per dipendente, 240 miliardi di fogliutilizzati ogni anno che si traducono in quattro miliardi di anidride carbonica. Per risparmiare 1,3milioni di tonnellate di CO2 basterebbe usare la stampa fronte retro o eliminarla del tutto, quandonon è proprio indispensabile. Greenpeace sul suo sito avverte: ogni due secondi viene distrutta un’area di foreste grandequanto un campo di calcio. “Non possiamo distogliere l’attenzione dalle ultime sette foreste dellaTerra: l’Amazzonia, la Patagonia, le foreste indonesiane, quelle del bacino del Congo, la forestaboreale del Canada, la “foresta di babbo Natale” in Lapponia, infine le foreste russe.” Insiste ChiaraCampione di Greenpeace. Il patrimonio verde richiede millenni per formarsi. “E quando sentiamo parlare diriforestazione dobbiamo comunque stare attenti perché raramente questi progetti riescono aripristinare la biodiversità originaria”, precisa l’attivista. L’associazione ambientalista fornisce i numeri dell’emergenza. A causa degli incendi delleforeste torbiere indonesiane ogni anno vengono rilasciati nell’atmosfera 1,8 miliardi di tonnellate digas serra. In Congo dove gorilla, scimpanzé e bonobo (oltre a dieci milioni di persone), dipendonodalla foresta pluviale, sono stati stipulati in due anni cento contratti di taglio per 15 milioni di ettari 26
  27. 27. di verde: equivalgono a cinque volte il Belgio. (…) (Il testo completo sul Corriere della Sera del 22aprile 2011, con mappe) L’economia della foresta, di Marina Forti Si chiamano “prodotti minori della foresta” o anche “prodotti no timber”, non legno, tutto ciòche la foresta può dare finché è viva. Secondo stime della FAO, qualcosa come l’80% dellapopolazione dei paesi “in via di sviluppo” trae dalle foreste buona parte di ciò che serve allasopravvivenza quotidiana. Prendiamo Chaikur, un villaggio come migliaia di altri sulle pendici deiGhat orientali, dorsale montagnosa che percorre da nord a sud il versante orientale dell’India.Grandi alberi di tamarindo ombreggiano il villaggio, e qui sono anche la principale fonte di reddito.In gennaio-febbraio nei cortili delle case gruppi di persone lavorano attorno a grandi mucchi difrutti di tamarindo che assomigliano a grossi baccelli di colore scuro: vanno sbucciati, tolta lavenatura, messi da parte i semi (da cui si trae amido) e raccolta la polpa, che ha consistenza pastosa.La pasta di tamarindo è ingrediente essenziale nella cucina dell’India meridionale e di molti paesiasiatici. Altri “prodotti no timber” sono le fibre vegetali, certi fiori. O le foglie di tendu, quelle chesi arrotolano per fare le sigarettine indiane chiamate bidi, che andavano molto di moda tra glioccidentali negli anni passati. Di recente, le raccoglitrici di questi villaggi hanno formato cooperative, per non essere allamercé dei grossisti che fissano il prezzo. Ma l’intera economia della foresta è minacciata da unadeforestazione rampante. “Quasi ogni giorno i giornali riferiscono di qualche squestro di legnametagliato illegalmente, ma è solo la punta dell’iceberg” dice Iqbal Bhai, abitante della zona ecofondatore di un’associazione per salvare le foreste come bene comune. Il fatto,dice, è che “gli entigovernativi, quando ripiantano, mettono acacie e altri alberi che crescono in fretta, ma non specieindigene. Ad esempio, ci siamo opposti al progetto di fare una piantagione di pino tropicale, perprodurre polpa di cellulosa con un bel finanziamento della Banca Mondiale. Perchè questo va aspese delle specie indigene come il teak, il sal, alberi a crescita lenta”. Il sal è un albero importanteil suo nome botanico è Shorea Robusta, specie nativa dell’Asia meridionale, dalle pendicidell’Himalaya ai Ghat orientali, alla Birmania. Grande albero (raggiunge i 30 o 35 metri), con foglielarghe, nelle poche zone di foresta ancora vergine spesso è la specie dominante. E’ una delle piùimportanti fonti di legno duro in India, resinoso e duraturo -le case di questi villaggi hanno strutturedi sal. Ma se ne tagliava poco, una volta, perché agli abitanti qui è più utile da vivo. Le foglieintrecciate e seccate sono usate per fare piatti e scodelle usati per il cibo venduto nelle bancarelle;fresche servono per servire gli involtini di paan, con la noce di betel. Sono usa e getta, sì, mafiniranno mangiati dalle capre o dalle mucche ( è così che l’India finora si è difesa dall’invasionedel polistirolo). Infine si usano la resina, i semi e i frutti, da cui si estrae un olio per le lampade. E’un albero protetto, è preda dei tagliatori di frodo. Per gli abitanti locali è molto più utile da vivo, confoglie e resine. “come fanno a non rendersene conto , la Banca Mondiale e le altre organizzazioni chefinanziano questi progetti? Li chiamano “reafforestation”, ma che riforestazione è tagliare specieindigene e mettervi al posto alberi esotici?. Mi chiedo se davvero non capiscono che quandodistruggi la foresta nativa distruggi la sopravvivenza di tante persone” (tratto da Il Manifesto del 22 marzo del 2011). Dall’Amazzonia al Borneo. La società si difende: i nostri dossier sono corretti I dati gonfiati sulle foreste sparite Attacco verde ai super consulenti GreenPeace contro McKinsey: previsioni sbagliate per speculare sugli aiuti 27
  28. 28. Una società di consulenza che incoraggia ad abbatterele foreste e allo stesso tempo faintascare gli aiuti contro la deforestazione non può che essere molto amata dai governi. E infatti laMcKinsey ha prodotto dal 2007gli studi diventati di riferimento nella complicata materia dellariduzione del riscaldamento globale. Congo, Guyana o Indonesia aspirano a una fetta dei 4,6miliardi previsti dall’accordo internazionale di Cancun (2010) per salvare le foreste pluviali?Compilano dossier ispirati ai dati della McKinsey, marchio passpartout nel mondo degli affari edella governance mondiale, e sono quasi certi di ottenere gli aiuti desiderati. Solo che, secondo il rapporto “Bad influence” di GreenPeace, le carte distribuite dallaMcKinsey sono truccate, non hanno alcun valore scientifico. Risponderebbero, in realtà,all’esigenza di alcuni Stati di continuare lo sfruttamento economico del polmone verde del Pianeta,venendo pure pagati per farlo. La McKinsey, conosciuta anche come The Firm, fondata nel 1926 aChicago dal professore universitario James O. McKinsey, è la più influente società di consulenzadel mondo, con circa 16.000 dipendenti e una rete di “ex” impiantata ai più alti livelli della politicae dell’economia mondiale. Un bersaglio perfetto per GrenPeace, tradizionalmente poco tenera con igrandi nomi del capitalismo globalizzato. (…) oggi è la più grande associazione ambientalista conuffici in oltre 40 paesi e 2,8 milioni di donatori in tutto il mondo: nel rapporto “Bad Influence”appena pubblicato l’organizzazione della “pace verde”si lancia contro l’influenza nefasta diMcKinsey nella lotta alla deforestazione, citando alcuni casi significativi. Nella Repubblica Democratica del Congo McKinsey consiglia al governo di chiedererisarcimenti perché l’industria del legname raddoppierà l’abbattimento degli alberi entro il 2030.Uno sforzo da premiare, secondo la società di consulenza, altrimenti le piante tagliate potrebberotriplicare. In Guyana, in base ai dati di McKinsey, il tasso di deforestazione è del 4,3 all’anno; perevitare per evitare la totale sparizione della foresta pluviale entro il 2035, Paesi donatori comeNorvegia o Gran Bretagna dovranno versare oltre 400 milioni di euro all’anno alla piccolarepubblica sudamericana. Secondo GreenPeace, invece, il tasso di deforestazione attuale è moltopiù basso, attorno allo 0,1%; questo permetterà agli industriali del legno di aumentare gliabbattimenti, ed essere comunque risarciti. In Indonesia, per ridurre i danni alla foresta pluviale gli studi di McKinsey consigliano diarrestare la coltivazione della terra ad opera dei piccoli agricoltori, incoraggiando invecel’allargamento delle piantagioni di alberi, destinati però ad essere abbattuti. In questo modo,secondo McKinsey, si ottiene la stessa riduzione di biossido di carbonio, a costi 30 volte inferiori. A guadagnarci sono il governo e ancora una volta l’industria del legname, non certo icontadini indonesiani e neanche gli oranghi del Borneo, in via di estinzione. McKinsey ribatte alle accuse: “Siamo in totale disaccordo con i risultati del rapporto diGreenpeace e ribadiamo la validità del nostro lavoro e approccio- ha dichiarato la società in unanota-, assistendo i clienti del settore pubblico, suggeriamo misure che possono essere usate in uncomplesso dibattito nazionale sulle strategie per una crescita economica equa e a bassa produzionedi carbonio”. Una volta fugati i dubbi sull’esistenza stessa del riscaldamento globale, ecco l’incertezza suidati usati per combatterlo o fingere di farlo. Greenpeace chiede a McKinsey di rivelare la fonte deisuoi studi. McKinsey risponde che non può farlo: comprometterebbe il “rapporto di riservatezza”con i clienti. (S. Montefiori, sul Corriere della Sera del 10 aprile 2011, con grafici e mappe). Foreste più estese ma con meno specie, cosa perdiamo senza biodiversità La giornata di ieri, 22 maggio 2011, ha concentrato su di se diverse ricorrenze. In primoluogo, la Giornata Mondiale della Biodiversità, un utile richiamo al 2010, dedicato dall’ONUproprio a questo argomento. E il fatto che l’anno scorso sia stato, sempre dall’ONU, consacrato alle 28

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