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50 meccanismi ambientali - Alberto Castagnola
 

50 meccanismi ambientali - Alberto Castagnola

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Presentazione di Alberto Castagnola alla Scuola Estiva di Decrescita a Pesariis (UD)

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    50 meccanismi ambientali - Alberto Castagnola 50 meccanismi ambientali - Alberto Castagnola Document Transcript

    • BOZZA IL PIANETA VIOLATO Uno strumento di comprensione dei meccanismi di dannoambientale Per una visione responsabile del comune futuro (A cura di Alberto Castagnola) 1
    • Roma, giugno 2011INDICEPresentazione1. La grande nube2. Aumento della temperatura causata da smog e consumo petrolio e gas3. Scioglimento dei ghiacci4. Aumento livello del mare5. Perturbazioni climatiche sempre più catastrofiche6. Aria cattiva nei centri urbani7. Ampliamento del buco nell’ozono8. Prosciugamento dei fiumi e dei laghi9. Scarsità idrica e abbassamento falde acquifere10. Desertificazione (siccità, guerre per il controllo delle fonti)11. Acidificazione e inquinamento degli oceani12. Il declino delle risorse ittiche13. La distruzione delle barriere coralline14. La riduzione delle foreste15. Le piogge acide16. Il degrado dei pascoli17. L’erosione del suolo18. L’inquinamento dell’acqua19. L’inquinamento da pesticidi, fertilizzanti e altri prodotti chimici20. L’estinzione delle specie animali e vegetali21. La scomparsa di una specie interrompe le catene alimentari22. L’aumento della omogeneità genetica23. La diffusione di organismi geneticamente modificati24. La cementificazione di fiumi, coste e aree urbane25. L’aumento dei rifiuti 2
    • 26. L’aumento dei rifiuti tossici e industriali27. L’accumulazione delle scorie nucleari28. L’inquinamento da inceneritori e gassifica tori29. Consumo eccessivo di materie prime industriali30. Consumo eccessivo di materie prime agricole per scopi industriali31. L’aumento di metalli pesanti nel sangue32. Aumento delle malattie causate da danni ambientali33. Diffusione malattie da virus ancora non curabili34. Aumento obesità e relative malattie35. Ambiente poco da “macho”36. Aumento rottami spaziali37. Aumento polveri sottili nell’aria38. Aumento delle due “isole” di plastica nel Pacifico39. L’aumento dei rifiuti elettronici40. L’inquinamento da radon41. Inquinamento acustico42. Inquinamento urbano43. Inquinamento da amianto44. Inquinamento da “coltan”45. Rischi connessi alle nanotecnologie46. I danni della produzione di agro carburanti47. La morte delle api48. Inquinamento elettromagnetico49. Inquinamento luminoso50. L’imbottigliamento delle acque da permafrost51. Le conseguenze per l’ambiente dei rifiuti alimentariDanni emergenti52. Sfruttamento dei giacimenti di litio53. Mercurio da lampadine54. Il controllo strategico sulle terre rare55. Il metano idrato sotto il permafrost 3
    • 56. Batteri mutanti resistenti agli antibiotici57. Quanto inquina Internet58. I parabeni, conservanti rischiosiIndicazioni bibliograficheStrumenti audio visualiSitologia 4
    • PRESENTAZIONE Quanto state per iniziare a leggere nasce come semplicissimo strumento per la formazione,cioè come una lista dei principali meccanismi di danno arrecati al pianeta da distribuire aipartecipanti dei corsi, utile per poter seguire il docente e come promemoria personale; quindi unindice meno che sommario per poter leggere una situazione globale sempre più grave e complessa. Nei mesi successivi al primo corso in cui è stato utilizzato, l’elenco dei meccanismi si è piùche raddoppiato ed è emersa la distinzione tra danni già da tempo in atto, e per i quali spesso nullasi è ancora fatto, e danni potenziali che le scelte economiche e tecnologiche in corso di adozione odi elaborazione lasciano già intravedere. In ogni occasione formativa, inoltre, venivano raccolti e spesso distribuiti, testiparticolarmente significativi che analizzavano i meccanismi di danno nelle loro cause econseguenze ed è nata l’idea di raccoglierli come documentazione sistematica all’interno della listagenerale; il tutto naturalmente concepito come lavoro da aggiornare continuamente e da integrareman mano che le analisi elaborate da esperti e scienziati diventano più approfondite e attendibili. I testi utilizzati, per una scelta precisa, sono quasi tutti apparsi sulla stampa quotidiana e sualcuni settimanali, quindi non sono fonti scientifiche o particolarmente qualificate, ma solo dei testipieni di dati e di informazioni, riportati da giornalisti capaci di realizzare una divulgazione accuratae attendibile, alla portata di lettori raramente in possesso di conoscenze specializzate. Non vi èquindi alcun rapporto tra il numero e le dimensioni dei testi raccolti e l’incidenza dei relativimeccanismi di danno sulla biosfera e sulle sofferenze umane prodotte; inoltre la selezione e ladatazione dei testi risente moltissimo delle priorità attribuite dai giornalisti ai temi legati allacronaca e alle “mode” e non è quindi raro il caso di meccanismi essenziali che vengono trascuratiper anni o sui quali si concentra l’attenzione solo per qualche giorno per poi ricadere neldimenticatoio. Si tratta quindi in pratica di una rassegna stampa selettiva, che permette, con uno sforzominimo, di acquisire una visione realistica, concreta e complessiva dei drammi che il nostro pianetasta sopportando e delle gravi preoccupazioni che oscurano le prospettive degli umani che abitanol’unica Terra che abbiamo a disposizione. L’obiettivo è quindi, molto semplicemente, quello di far avere ad un numero rapidamentecrescente di persone “comuni” una visione completa e non superficiale dei meccanismi di dannoche ogni giorno deteriorano il nostro ambiente, cercando di sottrarle ai tanti tentativi di mistificare onascondere le conseguenze di ognuno di questi meccanismi, realizzati negli ultimi anni da moltigoverni e da quasi tutte le organizzazioni internazionali. I motivi di questa scelta sono circoscritti ma hanno una rilevanza strategica non da poco.Negli ultimi anni le notizie si sono moltiplicate e apparentemente esiste un livello informativodiffuso piuttosto alto. In realtà la grande maggioranza delle popolazioni, anche nei paesi ritenuti piùavanzati, non accede a questo livello e viene alimentata dai notiziari ben più scarni ed elusivi delletelevisioni e delle radio. I flussi informativi, inoltre, sono ampiamente utilizzati da multinazionali egrandi imprese di servizi per proteggersi in anticipo da accuse e contestazioni e per imporre ulteriorimodelli di consumo ancora non certo rispettosi per l’ambiente. Durante il 2010, infatti, è iniziata lapresentazione pubblicitaria della “economia verde” che nella stragrande maggioranza dei casi,rappresenta solo il tentativo di prolungare nel tempo e sotto mentite spoglie i meccanismi di dannoambientale che hanno finora garantito i maggiori profitti e vantaggi alle strutture produttive. Chi sono quindi i destinatari desiderati di questo strumento di una conoscenza ne superficiale,ne ad alto livello scientifico e di specializzazione? In primo luogo i partecipanti a ogni corso cheintenda affrontare i problemi delle società contemporanee nell’ottica delle analisi economiche e 5
    • sociali e che quindi non può assolutamente trascurare la componente ambientale, specie per la suaimportanza cruciale per i futuri assetti delle società civili di tutti i paesi. Sarebbe poi auspicabile che proprio i limiti dello strumento stesso fossero considerati utili daorganizzazioni (istituzionali e di movimento) di una certa dimensione, per dotare i loro aderenti diuna conoscenza di base, non specialistica ma organica; ciò vale al momento e nel contesto italiano,per i maggiori organismi che operano nella cooperazione allo sviluppo come per le organizzazionidi massa e per quelle sindacali. Siamo convinti infatti che molte delle riconversioni, dei recuperi edelle scelte tecnologiche non dannose per l’ambiente non saranno adottate dal sistema dominantefinché le esigenze fondamentali e più urgenti non saranno avanzate e sostenute da basi socialimolto diffuse e attive. Molti sono convinti che presentare un quadro ampio, articolato e piuttosto completodell’insieme dei danni che stiamo infliggendo al pianeta Terra possa scoraggiare anche le persone dibuona volontà e che la lettura sortisca in ultima analisi un effetto negativo di spinta versol’indifferenza e di rimozione dei rischi che corriamo ogni momento delle nostre giornate; siamosicuri che questo risultato assolutamente negativo si otterrà in molti casi e le persone che sisottraggono alle loro responsabilità andranno perse, forse per sempre. In realtà restiamo convinti che tutte le persone minimamente curiose e potenzialmente prontead affrontare meccanismi di cambiamento radicale, potrebbero trovare, in una visione complessivadella attuale situazione del pianeta e della specie umana, la spinta a prendere finalmente atto deimeccanismi che ci stanno travolgendo e a darsi carico di una analisi cosciente e della necessità dicominciare a muoversi in modo responsabile verso forme di mobilitazione continuative. Solo unaconoscenza articolata e innegabile della situazione e delle prospettive reali dei popoli della Terrapuò far uscire dall’indifferenza profonda che ci pervade. Infine, è importante che questo lavoro sia rivisto, integrato, saccheggiato e aggiornato dachiunque voglia usarlo, sia cioè considerato non la proprietà intellettuale di qualcuno, ma solo comeun oggetto collettivo utile, che può trovare usi e riusi diversi. Sarà interessante vedere se le nuoveforme di volta involta assunte saranno a loro volta ridiffuse e riutilizzate con le stesse modalità,perché altri ne possano usufruire, condividendo atteggiamenti di responsabilità collettiva. (A. C. e quanti altri si riconoscono in questo tentativo…..) 6
    • Quadro generale dei principali danni ambientali(di A. Castagnola, lavoro in corso, da integrare)1. La grande nubeEffetto buio, ultima sfida al pianeta TerraUn’impalpabile coperta di smog sovrasta i cieli. Dal deserto del Sahel alle vette dell’ Himalaya L’hanno scoperta otto anni fa,una grande nuvola marrone che sovrastava un’ampia areadell’Asia meridionale. Densa di fuliggine, composti chimici e particelle di carbonio generate daltraffico, dall’inquinamento industriale e dalla combustione di carbone e biomasse. VeerabhadranRamanathan, scienziato indiano di stanza alla Scripps Institution of Oceanography dell’Universitàdella California, a San Diego, ha svelato col tempo che altre coltri oscurano i nostri cieli,spostandosi per migliaia di chilometri, oltre oceani e frontiere. Una coperta di smog, impedendo allaluce solare di raggiungere la superficie terrestre, ha portato negli ultimi 30 anni a una diminuzionepari al 10% della luminosità sul pianeta con punte del 37% in 50 anni a Hong Kong e a un lentoraffreddamento della superficie terrestre che ha in parte “mascherato”, limitandone i danni, ilsurriscaldamento provocato dai gas serra. E le tenebre avanzano con una media del 2-3% all’anno. Non è tutto. La caligine riduce anche la luce solare che si riversa sugli oceani, facendodiminuire l’evaporazione oceanica e perciò le precipitazioni. E l’ultima scoperta di Ramanathan èche gli stessi corpi nuvolosi d’inquinamento che raffreddano il suolo e innescano l’effetto buio el’effetto inaridimento, nei bassi strati dell’atmosfera dove essi vagano causano invece un fortesurriscaldamento, dovuto alle particelle di carbonio che assorbono le radiazioni e diffondono caloretutto intorno. Un calore, che secondo le pionieristiche ricerche del climatologo, sarebbe tra iprincipali responsabili dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya.” Per il pianeta è unaminaccia altrettanto letale dei gas serra”, avverte il professore. (…) Le nuvole marroni siconcentrano in alcuni punti caldi (hot spot) a livello regionale o di megalopoli. Combinando leosservazioni via satellite con modelli algoritmici e una capillare raccolta di dati al suolo, l’equipe diRamanathan è riuscita ad identificare cinque “punti caldi” regionali: 1) Asia orientale: Cinaorientale, Thailandia, Vietnam e Cambogia; 2) le pianure indo gangetiche dell’Asia meridionale: dalPakistan orientale attraverso l’India fino al Bangladesh e Myanmar; 3) Indonesia; 4) Africameridionale dalle zone sub sahariane allo Zambia e allo Zimbabwe; 5) Il bacino amazzonico in Sudamerica. A queste aree si aggiungono 13 mega hot spot,corrispondenti ad altrettante megalopoli: Bangkok, Pechino, Il Cairo, Dhaka, Karachi, Kolkata,lagos, Mumbay, Ne Delhi, Seul, Shanghai, Shenzen e Teheran. (…) Le nubi sono formate da aerosol di varia natura, in particolare solfati e nitrati, che agisconocome dei parasole sopra la Terra, riflettendo e disperdendo la luce solare nello spazio, e fuliggine(cioè aerosol di carbonio e idrocarburi incombusti) che invece assorbe la luce solare e rilascia calorenell’aria circostante. Di fatto, un cocktail di sostanze raffreddanti e riscaldanti, che si muove incontinuazione, spinto dalle correnti aeree e dai venti. “La ricerca ha rivelato l’esistenza di pennacchi di nuvole marroni in atmosfera che si spostanoattraverso e sopra gli oceani. L’inquinamento della costa orientale degli Stati Uniti in quattro ocinque giorni può arrivare in Europa e in una settimana dall’Europa va in Asia meridionale. Daproblema locale, diventa un problema regionale e globale; ogni paese diventa il cortile dei rifiuti diqualcun altro”, spiega il climatologo. Un circolo vizioso senza fine. Che non si ferma al termometrodi casa. 7
    • La combinazione dell’abbassamento delle temperature sulla superficie terrestre, delriscaldamento dell’aria e dell’alterazione delle precipitazioni regionali avrebbe effetti devastanti.Per esempio, minori precipitazioni sui continenti, fenomeni di siccità in Asia e Africa e gravi dannialle coltivazioni, come hanno dimostrato i recenti dati sul raccolto di riso in India (la produzionedegli ultimi venti anni è diminuita di circa il 15%) o le strane mutazioni nell’alternarsi dei monsoniindiani. “I modelli climatici attribuiscono proprio alle nuvole marroni, le atmospheric brown clouds,la causa principale della siccità nel Sahel e della desertificazione dei tropici negli ultimi 50 anni. L’ultimo stadio della ricerca di Ramanathan riguarda l’effetto riscaldamento in atmosfera.Utilizzando degli aeroplanini computerizzati e telecomandati per raccogliere i dati, la sua equipe hastudiato cosa avveniva intorno e all’interno di una nuvola marrone sospesa sull’Oceano Indiano,all’altezza delle Maldive, spessa ben tre chilometri: la concentrazione di particelle inquinanti efuliggine, la quantità di radiazione solare e quanta luce solare veniva intrappolata in atmosfera, ilvapore acqueo…Dopo una ventina di missioni aeree, ha confermato che le particelle di carboniocontribuivano almeno per il 50% al riscaldamento della bassa atmosfera, il resto essendo dovuto aigas serra. In base ad elaborati calcoli matematici, complessivamente l’effetto warming sarebbe paria 0,25° ogni decennio, sufficiente per spiegare ad esempio il drammatico “ritiro” dei ghiacciaihimalayani. La fuliggine, a queste altitudini, tra l’altro un doppio effetto: da un lato il già citatoriscaldamento atmosferico provocato dalla nube che tocca le vette, dall’altro il fatto che le particelledi carbonio si condensano e depositano sulle nevi e sul ghiaccio, aumentando la quantità di lucesolare assorbita. In questo quadro a tinte fosche, si intravede però una luce. A differenza dei gas serra, cherestano in atmosfera per centinaia di anni, la sopravvivenza della fuliggine è di poche settimane.“Se riusciamo a tagliare le emissioni, ne vedremo subito i benefici”, conclude Ramanathan. (…) (il testo completo in Corriere della Sera Magazine del 12 aprile 2008 con foto). Più verdi, più al verde Bangkok Ossidi di azoto, benzene, etanolo, tricloroetano, benzina, trementina. Sono iprincipali componenti delle nuvole di smog fotochimico che nelle giornate con poco ventoridipingono il cielo sopra Bangkok, la capitale della Thailandia, una delle città più inquinate delmondo. (…) (il testo completo in Corriere della Sera Magazine del 12 aprile 2008, con foto)<2. Aumento della temperatura causata da smog e consumo di petrolio e gas Il ciclo del carbonio sconvolto dal cambiamento climatico L’equilibrio dinamico che per molte centinaia di milioni di anni ha accompagnato il climadella Terra era legato a un ciclo del carbonio relativamente regolare. Come se un giocoliere lofacesse passare dallo stato solido a quello gassoso, dalla biosfera e dagli oceani all’atmosfera.Questo processo è stato destabilizzato dalla rivoluzione industriale, basata sulla combustione deicomposti di carbonio quali il petrolio, il carbone e il gas detto naturale. Decine di miliardi ditonnellate sepolte sotto la terra e gli oceani sono state così rilasciate nell’atmosfera modificando lequantità coinvolte nel ciclo del carbonio. Ci sono voluti milioni di millenni per farlo fossilizzare,ma solo poche diecine di anni per disperderlo nell’atmosfera. Per fortuna, il giocoliere ha degli assi nella manica che compensano un poco lo squilibrio:biosfera e oceano costituiscono infatti un immenso serbatoio di carbonio. Lo assorbonodall’atmosfera e lo integrano al suolo o lo precipitano sotto forma di carbonati (gli oceani). Hannocosì già assorbito quasi la metà dei rifiuti antropici. E’ il motivo per il quale li si definisce “pozzi dicarbonio”. Ma c’è un problema: la quantità di carbonio trattenuta nell’oceano diminuisce per….il 8
    • riscaldamento climatico! Può essere infatti che l’aumento delle temperature dell’oceano riduca lacapacità di sedimentazione, rallentando, se non, a certe latitudini, sopprimendo le correnti oceanicheresponsabili ( a livello della Groenlandia e nel Pacifico) del deposito dei sedimenti. D’altra parte, la deforestazione delle foreste tropicali e il cambiamento d’uso delle terre(sfruttamento agricolo o urbanizzazione) riducono ulteriormente il ruolo compensatorio dellabiosfera. E la desertificazione, accentuata dal riscaldamento in particolare nell’Africa subsahariana,non fa che aggravare il fenomeno. La biosfera (vegetazione, suolo e oceano) consente un margine dimanovra nella gestione delle nostre emissioni di CO2, ma limitato. Si calcola che possa riciclare in modo naturale 3,2 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) dicarbonio all’anno. Una quantità soggetta a evoluzione, a causa dell’alterazione del ciclo delcarbonio e del nostro sfruttamento della biosfera. Inutile, perciò, contare sui pozzi di carbonio per riassorbire il problema climatico. La solasoluzione è ridurre le emissioni di gas a effetto serra all’origine (“mitigazione”). Per evitare di raggiungere una soglia di riscaldamento pericolosa, è necessario fissare unobiettivo di stabilizzazione della concentrazione di questi gas. E’ quindi imperativo stabilire conprecisione il margine di manovra che ci concede l’atmosfera (3,5 gigatonnellate). La valutazione che ne consegue è che in cinquanta anni bisognerebbe dividere per quattro leemissioni complessive di gas a effetto serra. Si pone così la questione della ripartizione. Ridurre aun quarto in ogni paese? Fissare una quantità di carbonio annua per abitante (si parla di 0,5tonnellate di carbonio, cioè 1,8 tonnellate di CO2)? Comunque, anche se gli abitanti dei paesisviluppati dovessero assumersi le proprie responsabilità, questo non eviterà che anche i paesiemergenti (Asia, Sudamerica) partecipino allo sforzo generale. In conclusione, bisogna riconoscere che l’essere umano fa parte integrante del ciclo delcarbonio (sia per quanto incide che per quanto subisce), ma che non sembra averne ancora presopienamente coscienza. Scienziati in allarme “la politica nasconde la verità sul clima” “Due gradi in più? Le cose stanno peggio “sarebbe bello, ci metterei dieci firme, non una. Peccato sia irrealistico: i due gradi sono untraguardo che non è più alla nostra portata. Dirlo è un atto di onestà. Così come è un atto di onestàaggiungere che se non ci muoviamo subito, se non chiudiamo nel giro di pochissimi anni ilrubinetto dei gas serra, non riusciremo neppure a fermarci a 3 gradi”. Rank Raes, capo dell’Unitàcambiamenti climatici del Centro di ricerca della Commissione Europea, esprime ad alta vocequello che i migliori climatologi del mondo – da Stephen Schneide della Stanford University aJasan Lowe del Met Office – stanno raccontando a Copenhagen nelle riunioni parallele al negoziatodei governi. Nella bozza di accordo finale resa pubblica ieri, l’obiettivo di fermare il riscaldamento globalea due gradi in più viene sventolato come una bandiera. E’ il vessillo che dovrebbe indurre i Paesi atagli nelle emissioni di gas serra che vanno dal 50 al 90% entro il 2050. Ma per gli scienziati nonc’è rapporto tra i tempi della politica e i tempi della biosfera: con gli obiettivi oggi sul tappeto i duegradi restano un miraggio. Ecco il ragionamento dei climatologi: Primo punto: calcolando solo l’effetto dei gas serra già in atmosfera, si deve mettere in contoun aumento di temperatura di circa mezzo grado nei prossimi decenni. Secondo punto: Attivare l’economia virtuosa significa ripulire il cielo dallo smog. Il che faràbenissimo ai nostri polmoni, ma eliminerà “l’effetto schermo”delle radiazioni solari, che oggimaschera il reale aumento di temperatura : è un altro grado che va aggiunto. 9
    • Terzo punto: calcolando che c’è già stato un aumento di più di 0,8 gradi rispetto all’erapreindustriale, ( i due gradi hanno come punto di riferimento quel periodo) e che un aumentointorno a 1,5 per le ragioni precedenti è inevitabile, la barriera dei 2 gradi risulta già sfondata. Ma è ragionevole l’ipotesi di attestarsi appena sopra i due gradi? “ e’ tecnicamente fattibile,ma richiederebbe una volontà politica di cui oggi non si scorge traccia: dovremmo tagliare inmaniera draconiana tutte le emissioni di gas serra e azzerare la deforestazione”, continua Raes,“Uno scenario già considerato buono invece è un tagli robusto delle emissioni dei paesiindustrializzati e una crescita ridotta delle emissioni dei paesi in via di sviluppo. Ma anche così igas serra continueranno a crescere ed è molto difficile che si fermeranno prima che si raggiunga unaumento medio di 3 gradi. Poi, dopo qualche decennio, quando il motore della nuova economia avràingranato, le emissioni scenderanno”. Peccato che la natura non risponda con la stessa velocità della Borsa. “Andiamo incontro aperdite di ghiaccio molto importanti, in particolare in aree come la Groenlandia “, ha ricordato Jasan Lowe del Met Office. “E’ un cambiamento profondo che rafforzerà il processo diriscaldamento e innalzerà il livello del mare. Non possiamo pensare che dopo aver superato il piccodelle emissioni, quando finalmente riusciremo a riportare la concentrazione di CO2 in atmosfera avalori accettabili, tutto tornerà come prima: ci vorranno secoli e secoli”. Ma che significa in pratica un aumento medio di 3 gradi? In alcune aree e in alcuni periodi latemperatura salirà in maniera molto più consistente. Nelle aree artiche si prevede una crescitaalmeno doppia e soffriranno vaste zone come l’Africa e il Mediterraneo. Vuol dire che episodicome le ondate di caldo dell’estate del 2003 (70.000 morti aggiuntivi stimati dall’OMS in Europa)diventeranno frequenti. “Eppure ridurre in tempi brevi le emissioni è possibile”, osserva Stefano Caserini il docente alPolitecnico di Milano che ha appena pubblicato Guida alle leggende sul clima che cambia. “ma sereagiremo con troppa lentezza non potremo più limitarci a non inquinare. Dovremo immaginareanche il ricorso a misure che oggi appaiono fantascientifiche. Potremmo far crescere le piante,bruciarle per produrre energie e poi seppellire la CO2. Cioè riportare il carbonio in profondità, doveè restato per milioni di anni sotto forma di petrolio”. L’allarme viene dal cielo Cosa succederebbe se la temperatura del pianeta aumentasse di tre gradi? Uno studio recentedell’Università di Durham e della Royal Society for the Protection of Birds, condotto incollaborazione con BirdLife International, (la rete di associazioni che difendono gli uccelli, come laLIPU), racchiuso nell’Atlante climatico degli uccelli nidificanti in Europa, ha annunciatol’estinzione per ben 120 specie entro la fine del ventunesimo secolo. I ricercatori hanno disegnatouna mappa dei futuri “areali riproduttivi” (ossia l’area geografica in cui vive una specie) di moltespecie tra il 2070 e il 2090, in cui presumibilmente dovrebbe aumentare la temperatura del pianeta.LO scenario che se ne ricava è terrificante. In Europa, il 25% delle specie si estinguerà. L’aumentodelle temperature costringerà molte specie a spostarsi verso nord-est, in nuove aree più limitate. Afarne le spese saranno soprattutto le specie artiche, sub-artiche e iberiche, ma anche quelle adistribuzione limitata o molto limitata (endemiche), ad esempio : il canapino asiatico, il Verzellinofronte rossa, il Picchio Muratore corso e il Gallo cedrone del Caspio. In Italia, 15 specie sulle 262esaminate rischieranno l’estinzione. I nostri pronipoti rischieranno di non vedere l’Airone Bianco,oppure il Gabbiano Corso o la Pernice Sarda. Li sostituiranno altre specie provenienti da Spagna eGrecia. E per la prima volta nel nostro paese potrebbe nidificare il Nibbio bianco, l’Usignolod’Africa e la Gazza Azzurra. 10
    • “Lo spostamento medio delle varie specie sarà di circa 500 chilometri verso nord-est, - spiegaMarco Gustin, responsabile Specie e Ricerca di Lipu-BirdLife, i paesi del mediterraneo subirannouna diminuzione di specie di uccelli, mentre nei paesi del centro, ma soprattutto del nord Europa,aumenteranno. Se una specie come la Pernice Sarda, si trova bene a nidificare in un ambiente non cisarà più qui perché le condizioni del clima saranno cambiate, quindi non saranno più ideali. Moltespecie non avranno più zone idonee per riprodursi. Per questo diminuiranno, perché dovrannoconvivere in un’area più ristretta. (…) (E. Formisani, il testo completo su Carta del 15-21 febbraio 2008) Gas serra Nel 2010 sono state prodotte 30,6 miliardi di tonnellate equivalenti di Co2, pari ad unaumento del 5% delle emissioni rispetto al 2009. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia,l’anno scorso le emissioni di anidride carbonica sono state “le più alte della storia”. (tratto da “Internazionale” del 2 giugno 2011) E il clima continua a scaldarsi Brutte notizie hanno accolto i delegati dei circa 180 paesi firmatari della Convenzionedell’Onu sul clima, che ieri hanno cominciato due settimane di colloqui a Bonn, in Germania. E laprima delle brutte notizie è che le emissioni di anidride carbonica, il principale dei gas di serra chealterano il clima terrestre hanno toccato un nuovo record nel 2010. Così certifica l’ultimo rapportodiffuso dagli economisti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie). In altre parole, vent’annidi negoziati internazionali su come tagliare le emissioni provocate dall’uso di combustibili fossili(petrolio, carbone, gas) per ora hanno dato risultati molto scarsi, per non dire nulli: la quantità di gas“di serra” spediti nell’atmosfera terrestre non rallenta neppure la sua crescita. I dati sono allarmanti. L’anno scorso 30,6 gigatonnellate (Gt, ovvero miliardi di tonnellate) dianidride carbonica sono finite in aria, in gran parte prodotte dalla combustione di fossili: è unaumento di 1,6 Gt rispetto al 2009, anno in cui le emissioni erano scese (nel 2008 erano 29,3 Gt).Ovvero la crisi finanziaria e la recessione mondiale ha segnato solo una lieve flessione, poi leemissioni hanno ricominciato a crescere, e molto più in fretta di quanto chiunque si aspettasse, hadetto un allarmato Fatih Birol, capo degli economisti dell’Aie e considerato uno dei massimi espertimondiali di energia, al quotidiano The Guardian, ( che la settimana scorsa aveva anticipato leconclusioni del rapporto). Gran parte dell’aumento delle emissioni registrato nell’anno scorso, circatre quarti, è da attribuire a paesi “emergenti” (dove le economie crescono più che nel vecchiomondo industrializzato). E lo studio dell’Aie fa notare anche che l’8’% delle centrali termiche chesaranno attive nel 2020 sono già costruite o in costruzione, e quasi tutte usano combustibili fossili.Ovvero, il corso delle emissioni di anidride carbonica è già segnato. E questa è l’altra cattiva notizia: i dati diffusi dall’Aie indicano che le emissioni sonopressoché tornate al ritmo di crescita pre-crisi, fa notare il professor Nicholas Stern della LondonScool of Economics (è l’autore del noto “Stern Report” sui costi del cambiamento del clima). Ma se la crescita delle emissioni di gas di serra continua a questo ritmo “significa cheabbiamo il 50% di possibilità che la temperatura media aumenti di oltre 4 gradi centigradi al 2100”,ha detto Stern (sempre al Guardian). E questo sarebbe semplicemente una catastrofe: il Panelintergovernativo sul cambiamento del clima (Ipcc) considera la soglia dei 2 gradi di aumento dellatemperatura media come il limite oltre a cui i cambiamenti climatici diverranno irreversibili.Mantenere l’aumento della temperatura entro i 2° è quindi l’obiettivo formalmente adottato daipaesi firmatari della Convenzione Onu sul clima, durante l’ultima Conferenza sul clima a Cancun. 11
    • Ma con le emissioni che crescono a questo ritmo, dice un allarmatissimo Birol, quei 2° sono solo“una bella utopia”. E dire che secondo molti scienziati già solo 2° di aumento medio della temperatura avrannoun impatto devastante sul pianeta – molte isole e zone costiere sommerse, una grave crisidell’agricoltura mondiale. La signora Christiana Figueres, segretaria esecutiva della CovenzioneOnu sul clima, giorni fa ha rilanciato: “Il mondo deve darsi come obiettivo stare entro gli 1,5 gradi”. Con queste premesse, difficile aspettarsi molto dalla Conferenza incominciata a Bonn, uno deipassaggi preparatori in vista del prossimo vertice mondiale sul clima, a Durbans in dicembre, chedovrebbe mettere a punto una nuova politica mondiale sul clima: decidere il destino del protocollodi Kyoto dopo la sua scadenza nel 2012, delineare un nuovo sistema di obiettivi per ridurre leemissioni di gas di serra, indicare come raccogliere 100 miliardi di dollari per finanziare il “fondoper il clima”, lanciato dal vertice precedente per aiutare i paesi ad affrontare le conseguenze delcambiamento del clima.3. Scioglimento dei ghiacci Il ghiacciaio Tasman in Nuova Zelanda Il terremoto di magnitudo 6,3 che il 22 febbraio 2011 ha colpito Christchurch, in NuovaZeland, ha provocato anche il distacco di un pezzo di ghiaccio di 30 milioni di tonnellate dalGhiacciaio Tasman. Dopo essere caduto nel lago Tasman, il blocco di ghiaccio si è frantumato intanti iceberg più piccoli. Quando il radiometro Aster, a bordo del satellite Terra della Nasa, hascattato questa foto, gran parte degli iceberg si erano spostati verso il lato opposto del lago. (…) Situato a circa duecento chilometri a ovest di Christchurch, il ghiacciaio di Tasman è il piùlargo e il più lungo della Nuova Zelanda. Negli ultimi anni ha cominciato a ritirarsi, soprattuttoperdendo ghiaccio dal suo termine, cioè al confine tra il ghiacciaio e il suolo. Il terremoto ha soloaccelerato un processo che si sarebbe verificato comunque. Alla fine del 2007 l’istitutoneozelandese per l’acqua e le ricerca atmosferica (NIWA) ha annunciato che il ghiacciaio Tasman èarretrato di cinque chilometri dal 1976. L’accumulo di sedimenti, le morene, rivelano l’estensioneprecedente del ghiacciaio e circondano il lago. I ghiacciai delle Alpi meridionali neozelandesihanno perso l’11% del loro volume tra il 1976 e il 2007. Da allora sono rimasti stabili o sonoulteriormente arretrati. (Tratto da Internazionale n. 888 dell’11 marzo 2011, con foto)4. Aumento livello del mare Collasso dei poli, un primo atto è in Groenlandia Il livello medio del mare è salito di circa 17 centimetri dall’inizio del XX secolo e il fenomenova accelerandosi da una quindicina di anni. L’innalzamento è dovuto agli effetti congiunti delloscioglimento dei ghiacci, compreso quello delle calotte, e dell’espansione dell’acqua provocata dalriscaldamento della superficie degli oceani. Il volume del ghiaccio diminuisce attualmente su tutti icontinenti, a eccezione dell’Antartico. La banchisa artica, la calotta della Groenlandia e il permafrost (suolo gelato in permanenza),si trovano nelle altre latitudini dell’emisfero boreale., dove nel secolo scorso il riscaldamento delpianeta è stato dell’ordine del doppio della media mondiale. 12
    • Durante l’estate la banchisa artica si ritira ogni anno di più, al ritmo del 7,4 % ogni decennioda trent’anni. Il che fa prevedere la sua possibile scomparsa estiva alla fine del xxi secolo. Ilpermafrost, che è ripartito sui continenti circumpolari (attorno al bacino artico), con una profonditàcrescente verso il nord, ha perso il 15% della sua superficie primaverile dal 1900. Questa è resa spesso fluida o fangosa a causa del gelo che persiste al di sotto. Le alte terre della Groenlandia sono ricoperte da una calotta glaciale (inlandsis) che arriva a4020 metri. A una altitudine simile, il riscaldamento provoca un aumento della capacità igrometricadell’aria e quindi delle precipitazioni sotto forma di neve. Così il ghiaccio tenderebbe a ispessirsisulla maggior parte del paese. Sulle coste, scende per gravità in ghiacciai che si prolungano fino almare, dove si disperdono sotto forma di iceberg. Il problema del futuro della calotta dellaGroenlandia sta nella velocità di quest’ultimo fenomeno. Quando il mare si riscalda, come succededal XX secolo, il distacco si accelera e aumenta la velocità di discesa del ghiaccio provenientedall’alto. L’incognita attuale dipende dalla differenza tra apporti di neve e scioglimento del ghiaccio. Ilrisultato influenzerà l’altezza del livello marino, la quantità di acqua dolce liberata nell’oceanoAtlantico e, associato alla variazione del tasso di salinità dell’acqua, si ripercuoterà sulla correntemarina di superficie, la Corrente del Golfo, che a sua volta influenza il clima dell’Europa e lacircolazione oceanica. Alla fine del XX secolo, l’acqua di scioglimento della Groenlandia ha contribuitoall’innalzamento del livello marino. Secondo recenti ricerche, il disgelo di alcuni ghiacciai è piùrapido di quanto gli esperti non pensassero. Una tale liquefazione accelerata della Groenlandia, checomporta una diminuzione di volume della calotta, ha stimolato l’ipotesi di scenari catastrofici.Contribuirebbe fortemente all’innalzamento del livello marino medio: fino a 7 metri in caso discomparsa totale della calotta della Groenlandia, prevista nell’eventualità che l’innalzamento dellatemperatura media superasse i 2° C rispetto alla fine del XIX secolo. Segnale d’allarme. Il disastro potrebbe , inoltre, indurre una modifica della temperatura , e soprattutto dellasalinità dell’acqua, all’origine di un rallentamento della circolazione della Corrente del Golfo, il checomporterebbe due conseguenze: - da una parte, i climi dell’Europa occidentale, attualmenteaddolciti da una circolazione atmosferica proveniente da ovest, e che passa sopra la Corrente delGolfo, diventerebbero, con inverni più freddi ed estati più calde di ora, più continentali e più similia quelli della costa est del Canada e del nord degli Stati Uniti; - d’altra parte, la circolazione oceanica, legata alla corrente di superficie indissociabile,dovrebbe reagire in una maniera ancora non chiara. Questi scenari estremi sono per ora in attesa della convalida delle loro fondamentascientifiche. Tuttavia, rappresentano un segnale d’allarme rispetto all’idea di un cambiamentoclimatico a evoluzione graduale. Al di la di certe soglie, potrebbero verificarsi mutazioni repentine. Gli scienziati attualmentecercano tracce di eventi improvvisi e rapidi nei ghiacci e nei sedimenti che segnalino evoluzioninon lineari tali da ipotizzare l’applicazione della teoria del caos all’evoluzione del clima. (Tratto da “L’Atlante per l’Ambiente” di Le Monde Diplomatique-Il manifesto, 2008, conmappe e dati) 13
    • 5. Perturbazioni climatiche sempre più catastrofiche America Tra le macerie dell’Alabama: 321 i morti, migliaia i feriti Obama: devastazione mai vista e ora si teme il Mississippi Il Presidente nella zona dei 137 tornado. Prevista un’alluvione “Non ho mai visto una devastazione simile. Spezza il cuore” Parlando tra le macerie diTuscaloosa, la città dell’Alabama più duramente colpita dai 137 tornado che mercoledì hannodevastato dei Stati del Sud degli Stati Uniti, uccidendo 321 persone e ferendone gravementemigliaia, il presidente americano Barak Obama e la first lady Michelle ieri hanno cercato di ridatesperanza ad una America che a sei anni di distanza torna a rivivere il dramma di Katrina. (…) Sono stati i tornado più violenti nell’area dal 1974, quando 148 cicloni colpirono 13 Stati, uccidendo 315 persone. Il maltempo che ha colpito mercoledì e giovedì ha anche lasciato unmilione di utenti senza elettricità, chiudendo intere fabbriche e rendendo impraticabili strade eautostrade. Gli Stati più colpiti dovranno anche fare i conti con lo spettro delle inondazioni dallaportata storica, che secondo gli esperti potrebbero subissare la famigerata alluvione del Mississippidel 1927, la più grave nella storia degli Stati Uniti, che uccise 246 persone in ben 7 Stati,provocando danni per oltre 13 miliardi di dollari, una enormità per quei tempi. (…) (il testocompleto sul Corriere della Sera del 30 aprile 2011, con mappa e foto) Mississippi, la piena vista dal satellite In Louisiana la grande alluvione è cominciata. In Mississippi è attesa a ore. A causa delleintense piogge e dello scioglimento delle nevi il Mississippi si è ingrossato inondando ampie zonein Illinois, Missouri, Kentucky, Tennessee, Arkansas, Mississippi e Louisiana. Le autorità dellaLouisiana hanno aperto altre chiuse per far decrescere il livello dell’acqua, causando l’allagamentodi 12.000 chilometri quadrati nell’area della Morganza. (Corriere della Sera del 16 maggio 2011, con foto e immagini da satellite).6. Aria cattiva nei centri urbani Smog L’inquinamento atmosferico, e soprattutto le polveri sottili inferiori a 2,5 micrometri,riduce la speranza di vita degli abitanti delle grandi città. Abbassando la concentrazione di questepolveri, in Europa si potrebbero evitare 19.000 decessi all’anno, afferma lo studio Aphekom,condotto in 25 città europee. L’impatto delle polveri sottili: Mesi di speranza di vita guadagnati, perchi ha più di 30 anni, se la soglia dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità fosse rispettata:Bucarest (22,5), Budapest (19,3), Barcellona (13,7), Atene (12,8), Roma (12,1), Siviglia (10,2), ecc. (Tratto da Internazionale n.888, dell’11 marzo 2011, con tabella) Inquinamento Per il nono mese consecutivo a Roma polveri oltre i limiti L’OMS: L’aria cattiva delle città? Vivremo tutti nove mesi di meno Per il nono giorno consecutivo, i livelli di polveri sottili (PM10) nell’aria di Roma sono oltrei limiti. C’è inquinamento anche nei parchi. Il Campidoglio ordina per oggi un nuovo bloccoparziale della circolazione per i veicoli più inquinanti. In attesa che il meteo cambi, RobertoBertollini, direttore scientifico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Europa, avverte: “Diinquinamento muoiono 8 mila persone l’anno, e uno studio dice che a causa dell’aria cattiva ognipersona vive 8,6 mesi in meno”. (cfr articoli sul Corriere della Sera del 15 febbraio 2011) 14
    • A settanta all’ora sulle tangenziali per ridurre le polveri Manca un piano nazionale dell’aria. Quello che permetterebbe a Milano e alle altre cittàaffogate dallo smog di mettere in atto iniziative concertate contro le polveri sottili. A Milano si viveil trentaseiesimo giorno di sforamento dei limiti del Pm10 e il governatore della Lombardia chiamain causa il governo e il ministro dell’ambiente. (…) Una mancanza che oltre a non garantire unaprocedura comune a livello nazionale contro lo smog, ha provocato la decisione dell’UnioneEuropea di non concedere più deroghe all’Italia in fatto di inquinamento. Il paese continua arespirare veleni.(cfr. articoli sul Corriere della Sera del 9 e10 febbraio 2011)7. Ampliamento del buco nell’ozono Una ricostituzione lenta dello strato di ozono Lo strato di ozono, naturalmente presente nell’alta atmosfera, è vitale. Senza questa protezionei raggi ultravioletti del sole ucciderebbero qualsiasi tipo di vita sulle terre emerse. La sua scomparsacostringerebbe l’umanità a vivere rintanata nei rifugi, per poi scomparire. La Terra ritornerebbenelle condizioni di tre miliardi e mezzo di anni fa. Lo strato di ozono consente un delicatoequilibrio, in quanto agli umani occorre una piccola quantità di raggi ultravioletti B, che agisconocome catalizzatori della vitamina D, mentre una dose eccessiva favorisce varie forme di cancrodella pelle. Negli Stati Uniti, più di 9000 persone muoiono ogni anno a causa di questi tumori, e illoro numero è raddoppiato dal 1980 al 2000. Nel 2006, è stato battuto un record: la superficie delbuco d’ozono, misurata in ottobre alla fine dell’inverno australe, si è estesa da circa 3 a 4 milioni dikm. Quadrati. Al centro dell’Antartico, sono state misurate concentrazioni quasi nulle di ozono.Questa distruzione pressoché totale è dovuta principalmente alle condizioni climatiche dellaregione, la cui temperatura , a fine settembre 2006, è stata inferiore di circa 5° centigradi alle mediestagionali. Con un meccanismo fisico ben noto, il riscaldamento della bassa atmosfera prodottodalla concentrazione dei gas a effetto serra, causa un raffreddamento degli strati alti dell’atmosfera.Questo raffreddamento accentua a sua volta l’impoverimento dello strato di ozono. Utilizzati come gas propulsori negli aerosol, ma anche nei frigoriferi e nei climatizzatori, nelleschiume isolanti e nei prodotti usati per combattere gli incendi, i clorofluorocarburi (Cfc) sonoall’origine dell’impoverimento dello strato di ozono stratosferico. Queste molecole di sintesi,emesse da milioni di fonti nel mondo, si ritrovano nella stratosfera, tra i 15 e i 40 chilometri al disopra del livello del mare. Sottoposto all’azione del sole, il cloro dei Cfc si libera e distrugge lemolecole d’ozono. Il bromuro di metile, un pesticida utilizzato nei paesi del Sud, ha un effettoancora più devastante. Grazie al protocollo di Montreal per le sostanze che impoveriscono lo strato di ozono, (Ods),adottato nel 1989 sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato proibito l’uso dei Cfc e di altre sostanzeche degradano questa part dell’atmosfera. E, in effetti, ovunque nel mondo si osserva unadiminuzione nell’utilizzo di queste sostanze, ma l’effetto di distruzione dell’ozono stratosfericopersisterà per alcune diecine di anni , tanto più che in seguito all’entrata in vigore del protocollo diMontreal, il commercio illecito di Ods si è sviluppato tanto al Sud quanto al Nord. Non prima del 2065 L’ultimo rapporto 2006 dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) conferma lacorrelazione tra la riduzione delle emissioni di Ods e la parziale ricostituzione dello strato di ozono.Tuttavia, le emissioni dei sistemi di refrigerazione e delle schiume isolanti, permangono negliapparecchi per periodi tra i 15 e gli 80 anni. Una dinamica di emissione così lenta modifica leprevisioni sui tempi di ritorno all’iniziale equilibrio dell’ozono stratosferico: non prima del 2065,secondo gli scienziati. 15
    • Ma il tempo di vita delle molecole clorate, così come le loro proprietà di assorbimentodell’irradiazione solare hanno un’altra conseguenza. I gas frigorigeni riscaldano: i Cfc contribuiscono in modo significativo all’accrescimento dell’effetto serra di origine antropica. Il blocco progressivo della produzione dei Cfc ha prodotto una netta diminuzione delcontributo all’effetto serra da parte dell’insieme delle sostanze presenti nel protocollo di Montreal.Di fatto, le molecole fluorate (idrofluorocarburi, dette Hfc) hanno, in media, un potere diriscaldamento globale otto volte inferiore a quello dei Cfc, che sostituiscono. Gliidroclorofluorocarburi, (Hcfc, utilizzati nei sistemi di climatizzazione), sono fluidi di sostituzionefluorati che non presentano diminuzioni altrettanto significative dell’effetto riscaldante, anzi, peralcuni, è vero esattamente il contrario. La messa a punto di sostanze di sostituzione degli Hcfc, cherispondano sia a criteri di uso (sicurezza e prestazioni), che di neutralità ambientale, è in corso edovrebbe portare a fluidi che non distruggono lo strato di ozono e non contribuiscono, o moltopoco, a rafforzare l’effetto serra. Il testo completo, con immagini e schemi di flusso, ne “L’atlanteper l’ambiente” di Le Monde Diplomatique/ Il manifesto) Il gas da fermare Stati Uniti. Nel 1987 la firma del protocollo di Montreal ha fermato la produzione di clorofluorocarburi, igas che provocano il buco dell’ozono. Grazie a questa misura, il buco sopra l’Antartide hacominciato a ridursi. Ci sono però altri gas che distruggono l’ozonosfera, lo strato protettivo nellaparte alta dell’atmosfera terrestre. Secondo una ricerca pubblicata in anteprima sul sito di Scienze,il peggiore è il protossido di azoto, che è anche un gas serra, ed è quindi responsabile dell’aumentodelle temperature del pianeta. Proprio per questa sua doppia azione negativa, sarebbe importante controllare le emissioninell’atmosfera del protossido. A parte le fonti naturali, i principali produttori sono alcuni settori industriali, che usano combustibili fossili, ma anche biomasse e biocarburanti, considerati dei combustibiliecologici. Anche l’uso di fertilizzanti in agricoltura ha un ruolo importante. Se non ci sarà un fortecambiamento nei processi produttivi, il monossido di azoto è destinato a rimanere il gas anti ozonoper eccellenza. Il settimanale Science auspica almeno una riduzione delle emissioni del gas, peraccelerare la riparazione del buco antartico e limitare l’effetto sui cambiamenti climatici. (Tratto da “Internazionale” del 4 settembre 2009) Strato di ozono ridotto del 40% A causa del vento e del freddo lo strato di ozono ha registrato un assottigliamento sopra ilPolo Nord del 40% tra il marzo 2010 e il marzo 2011. L’ozono è lo strato di gas che avvolge ilpianeta e ci protegge dai raggi “uv” (ultravioletti) del sole (Corriere della Sera del 6 aprile 2011,con immagini da satellite a colori)8. Prosciugamento dei fiumi e dei laghi Il mare interno dell’Africa ha i giorni contati Dal 1960 la superficie del lago Ciad si è ridotta del 90%. Mentre i governi studiano progettifaraonici per salvare la distesa d’acqua, le popolazioni si sono adattate ai cambiamenti. Sulle rive del lago Ciad, nel villaggio di Guitè, alcune piroghe scaricano le loro merci, legali eillegali. Sulla terraferma i prezzi si contrattano in franchi Cfa e in naira, la moneta nigeriana. Ladistesa d’acqua che unisce Ciad, Niger, Nigeria e Camerun è una zona di intensi commerci 16
    • transfrontalieri. La nostra imbarcazione diretta all’isola di Kinasserom, un villaggio di pescatori,passa tra le canne e le piante di papiro. La vegetazione è ricca, si vedono molti uccelli e l’acqua siestende a perdita d’occhio: è difficile pensare che il lago e il suo ecosistema hanno i giorni contati.Alcuni scienziati avvertono che il “mare interno dell’Africa” potrebbe scomparire nei prossimi ventianni. E secondo i dati delle autorità ciadiane, basate sulle osservazioni della Nasa, la superficie dellago si è ridotta dai 25.000 chilometri quadrati del 1960 ai 2500. di oggi. Quest’anno le forti piogge sembrano scongiurare le previsioni più pessimiste. Alimentatodagli affluenti Chari e Logone, il bacino meridionale del lago ha riversato parte delle sue acque nelbacino settentrionale, il più colpito dalla siccità. Il lago non è più diviso in due parti ma è un’unica,profonda distesa di acqua. I pescatori, però, non sono contenti. Issaka Abacar, proprietario di unapiccola imbarcazione, sostiene che “la pesca non è più abbondante come prima. Con le acque piùalte, gli esemplari per la riproduzione si disperdono in mezzo alle piante”. Ma si lamenta anchedell’abbassamento delle acque del lago. “Vivo qui da più di venticinque anni. La quantità d’acquadiminuisce e i pesci anche”. Arrachid Ahmat Ibrahim, referente locale di un progetto di sviluppo,spiega che è anche colpa dei metodi di pesca “non regolamentari”: sbarramenti o reti a maglietroppo strette impediscono il passaggio ai pesci per la riproduzione. Secondo Ibrahim, in questaregione di undici milioni di abitanti, 300 mila persone traggono il loro sostentamento dalla pesca.La popolazione è in rapida crescita e le risorse diventano scarse. “nel 1984 a Kinasserom vivevanoduecento persone, ora siamo seimila”, osserva Adam Seid, il capo villaggio. Per assicurare la rinascita del lago, il governo ciadiano punta su un progetto faraonico: farconfluire parte delle acque del fiume Oubangui, che scorre tra la Repubblica Centrafricana e la Repubblica Democratica del Congo, nel Chari, il principale affluente del lago. Seid èreticente sull’argomento, ma non lo è Mahamat, un giovane abitante del villaggio: “Se l’acquaaumenta, dovremo lasciare le nostre case. Il governo ci ha interpellati, ma gli affari si concludonotra stato e stato. Noi comunque non siamo d’accordo”. I pescatori difendono i loro interessiimmediati, ribatte Brahim Hamdane, un funzionario del ministero per l’ambiente. “La priorità èsalvare il lago”. (…) ( tratto da Internazionale n. 874, 26 novembre 2010, con foto e mappa) Il lago di Aral Prima del 1960 il lago di Aral era il quarto lago del mondo. Da allora ha perso l’88% dellasuperficie e il 92% del volume di acqua. Da tempo le dimensioni del lago di Aral, al confine tra Uzbekistan e Kazachistan, dipendonodal fiume Amu Darya, che nasce sui monti del Pamir e sfocia nel lago dopo aver attraversato ildeserto. Anche il Syr Darya alimenta il bacino, ma l’Amu Darya è più grande e più incostante.Negli anni sessanta l’acqua del fiume cominciò a essere deviata per favorire lo sviluppo agricolo e illago cominciò a restringersi. L’immagine scattata il 26 agosto 2010 dal satellite Terra della Nasamostra lo stretto rapporto tra il lago di Aral e l’Amu Darya. E’ la foto più recente di una sequenza didieci anni pubblicata sul sito World of Change dell’Earth Observatory. Tra il 2000 e il 2009 il lago si è ridotto a un ritmo costante. Nel 2006 una grave una gravesiccità si è abbattuta sul bacino dell’Amu Darya. Nel 2007 l’acqua che ha raggiunto il lago è statapochissima e nei due anni seguenti non ne è arrivata affatto. Senza l’acqua dell’Amu Darya il lagosi è rapidamente rimpicciolito e nel 2009 il lobo orientale è scomparso. Nel 2010 però la situazione è un po’ migliorata : sul Pamir ha nevicato normalmente e l’AmuDarya ha raggiunto il lago. L’acqua fangosa si è depositata nel lobo orientale, facendolo appariremolto più grande di quanto non fosse nel 2009. (tratto da Internazionale n.874, 26 novembre 2010,con foto da satellite) 17
    • Così hanno ucciso un Lago greco Era largo 45 km quadrati (quasi come quello di Lugano) e profondo 5 metri. Oggi si puòattraversare camminando. Koronia, nel nord del paese, è stato prosciugato e la sua fauna distrutta.Nemmeno i soldi dell’Unione Europea sono serviti a salvarlo. Ma ora Atene è chiamata arispondere del disastro. La Commissione Europea ha avviato una procedura giudiziaria alla Corte di Strasburgo control’inazione del governo greco. Una serie di pali indica i vecchi confini del lago Koronia, a parecchiedecine di metri dalla riva attuale. Situato presso Salonicco (nella Macedonia greca) il quarto lagodel paese si estendeva su 45 chilometri quadrati. In trenta anni la sua superfice è diminuita di unterzo e la sua profondità è scesa da cinque a un metro e in certi punti anche a meno di un metro.Nell’estate del 2009, il lago, quasi prosciugato, si poteva attraversare a piedi. Nel cuoredell’Europa, Koronia sta scomparendo. Davanti a uno dei palisi trova una discarica, con vecchi televisori, mobili rotti, sacchi diplastica. Eppure, il sito fa parte di Natura 2000, la rete europea delle zone naturali protette.E’ anchesotto la protezione della Convenzione Internazionale di ramsar per la tutela delle zone umide.“organizziamo regolarmente campagne di risanamento, ma i rifiuti ritornano”, spiega fatalista,Marios Asteriou, del centro che gestisce Koronia e il vicino lago Volvi, più grande, più profondo ein migliori condizioni. Atene sotto l’accusa dell’UE Persa la pazienza, la Commissione europea ha deciso, il 27 gennaio scorso, di portare laGrecia davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non aver protetto il lago. Accusandoinoltre il governo di mancato rispetto delle direttive europee sugli uccelli e l’habitat, e anche sultrattamento delle acque urbane. Nel 2004, la Commissione aveva avallato un piano risanamento dellago, ed era pronta a finanziarlo al 75%, per l’importo di 20 milioni di euro. Sette anni dopo, soloun quarto del progetto è stato realizzato. Perché tale inerzia? “E’ difficile da capire, per chi non ègreco”, riconosce Vasso Tsiaousi, del Centro zone umide della Grecia. Il progetto dipende daquattro ministeri e dalla prefettura regionale di Salonicco, il che non facilita il suo avanzamento,vista l’inefficienza dell’amministrazione. Certe gare d’appalto per la realizzazione dei lavori sonostate contestate davanti alla giustizia, per il sospetto di favoritismi nell’attribuzione dei mercati. Iricorsi sono ancora in sospeso. La Commissione Europea oggi minaccia di rimettere in questione ilproprio finanziamento. I motivi di un disastro Le cause del disastro ecologico sono note da molto tempo. Situato in una regione agricola, illago ha sofferto negli anni ’80 del potenziamento dell’agricoltura intensiva, ma anchedell’industrializzazione. Le industrie, specialmente quelle tessili, molto inquinanti a causadell’utilizzazione di bagni coloranti, smaltivano le acque residue gettandole nel lago. Una parte di queste attività è stata poi delocalizzata in Bulgaria. Anche le acque residue dellavicina città di Lagada vengono scaricate nel lago. La stazione di depurazione, costruita nel 2001 conl’appoggio finanziario dell’UE, non è ancora stata raccordata alla città. Alla fine degli anni ’70, gli agricoltori passarono dall’orticultura del mais, più avida d’acqua,con la benedizione, all’epoca, di Bruxelles. E continuarono, come i loro genitori, ad attingere acquadal suolo, ma con pozzi elettrici – spesso illegali – che arrivarono fino a 50 metri di profondità. E’così che le acque del lago si sono abbassate e, alla fine degli anni ’90, tutti i pesci sono morti. Nel2004 si è tentato di ripopolarlo, ma invano. Del piano di risanamento è stata rispettata soltanto unaparte, quella della creazione di un bacino che consente di dirottare il corso di due fiumi nel lago. All’inizio di febbraio, il bacino era vuoto, per mancanza di precipitazione atmosferiche.Tuttavia, da un anno, il bacino ha consentito di mantenere il livello del lago a circa un metro. 18
    • “Questo non serve a niente. Bisogna finire la pulizia e la depurazione del lago prima di aggiungereacqua. Altrimenti, c’è il rischio di conseguenze disastrose per il lago Volvi”, spiega il deputatoeuropeo, ecologo, Michail Tremopoulos. Oggi, Koronia assomiglia a un lago, una vasta distesa di acqua, circondata da canneti, dovepassano numerosi uccelli. Ma “non è più un lago”, spiega Maria Moustaka, biologa pressol’università della città di Salonicco. Secondo lei, si tratta piuttosto di un ambiente che favorisce laproliferazione di alghe e microbi resistenti alle materie tossiche. Negli anni 1997, 2004 e 2007, migliaia di uccelli sono morti. Il lago protegge specieminacciate come l’aquila dalla coda bianca, il cormorano pigmeo o l’airone cenerino. In questomomento, l’acqua non sembra tossica per gli uccelli, “ma tutto può cambiare con molta rapidità”,aggiunge ancora Maria Moustaka, che procede regolarmente a prelievi. Talvolta, il lago è talmentesporco che c’è un livello di batteri alto quanto quello di un bacino di depurazione”. (…) (il testocompleto è nel Magazine del Corriere della Sera del 17 marzo 2011, con foto e cartine))9. Scarsità idrica e abbassamento falde acquifere L’acqua, dalla scarsità alla penuria Quasi 1,1 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 2,4 miliardi sono prive didepuratori; 1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno di infezioni trasmesse da acque infette.Milioni di donne sprecano ore ogni giorno per andare a cercare l’acqua. Milioni di abitanti dellebidonvilles (baraccopoli), la pagano da cinque a dieci volte più cara che i residenti delle zonecorrettamente urbanizzate. Quasi 450 milioni di giorni di scuola vengono persi annualmente perquesto motivo. L’Africa spreca ogni anno il 5% del suo prodotto interno lordo (PIL) a causa diqueste carenze. Nel 2000, l’Onu si era impegnata a dimezzare, entro il 2015, il numero di persone prive diquesti servizi vitali. Gli obiettivi del millennio per lo sviluppo (MDG) non saranno raggiunti.L’acqua non è prioritaria nelle spese pubbliche: gli Stati le dedicano meno dell’1% del loro Pil. Ilbudget militare del Pakistan è quasi 50 volte quello dell’acqua e della depurazione. Ma un miglioreaccesso all’acqua proteggerebbe in modo efficace gli 850 milioni di abitanti di zone rurali chesoffrono di malnutrizione e sono minacciati dal riscaldamento climatico. L’UNDP ha chiesto agliStati di mettere acqua e depurazione in testa alle loro priorità, nonché di raddoppiare l’aiutointernazionale, cioè 4 miliardi di dollari in più ogni anno. Supersfruttamento delle risorse L’agricoltura è la prima consumatrice di acqua, con l’80% dell’utilizzazione mondiale dellarisorsa, contro il 12% per l’industria e l’8% del consumo pubblico. Lo sfruttamento intensivo dellerisorse, con l’aumento delle superfici agricole irrigate, provoca l’abbassamento delle falde freatichee il prosciugamento dei fiumi, esaurendo le risorse indispensabili ai 6,5 miliardi di abitanti delpianeta, che diventeranno 8 miliardi nel 2030. Produrre un chilo di grano richiede 1500 litri di acqua, un chilo di carne industriale quasi10.000 litri… I comportamenti e le pratiche devono essere radicalmente modificati,anche nei paesiricchi, anch’essi minacciati dalla penuria. I cambiamenti climatici, le scomparsa delle zone umide,l’inquinamento crescente e una cattiva allocazione delle risorse contribuiscono all’insorgere disquilibri preoccupanti. L’urbanizzazione galoppante e la cementificazione massiccia rendono i suoliimpermeabili, provocando a valle piene e inondazioni. 19
    • Le acque sotterranee, il cui ritmo di rinnovamento può esigere diecine di migliaia di anni,sono letteralmente prese d’assalto, a scapito dei bisogni delle generazioni future. Ne dipende unamericano su due, mentre la metà delle falde acquifere nordamericane è già in situazione di stressidrico. Inoltre, ovunque nel mondo le reti di distribuzione pubblica accusano tassi di perdita dal 30al 50%. Diventa pertanto indispensabile aumentare la produttività dell’acqua, soprattutto nei paesi chenon dispongono dei mezzi tecnici e finanziari atti a captare una risorsa mobilizzabile. Occorresfruttare ogni goccia per trarne più derrate agricole, più carne, pesce o latte. Come migliorare laproduttività agricola? Ricorrendo all’acqua piovane, promuovendo varietà di cereali adatte allescarse quantità di acqua disponibile, o sviluppando tecniche di irrigazione economiche o piccoledighe. Preservare gli ambienti umidi E questo vale anche per i paesi ricchi: invece di investire in tecnologie curative sempre piùdispendiose, è tempo di preoccuparsi di preservare gli ambienti umidi e di evitare di ostacolare ilciclo naturale dell’acqua. I paesi nordeuropei hanno ridotto con successo l’utilizzazione di prodottifitosanitari. La Germania è al primo posto nel riciclo di acque piovane. Le riforme devono esseredrastiche. Il riscaldamento climatico modifica anche le caratteristiche idrogeologiche dei corsi d’acqua,a causa dell’aumento delle precipitazioni invernali e della loro diminuzione estiva. Ne consegue unariduzione dell’accumulo invernale di neve e un disgelo molto più precoce in primavera, il cheprovoca profonde modificazioni nei regimi idrogeologici dei bacini. Si potrebbe essere costretti alblocco forzato delle centrali nucleari, in mancanza di acqua con cui raffreddarle. Le pratiche agricole dovranno essere riviste per adattare la produzione a condizioniidrogeologiche degradate e a una evaporazione-traspirazione più intensa in estate. Il che rischiaanche di far aumentare i tassi di concentrazione dei Sali minerali nell’acqua e dunquel’inquinamento. (Tratto da “L’Atlante per l’Ambiente” di Le Monde Diplomatique-Il Manifesto, 2008, congrafici e tabelle) Più riso per l’Iraq Finalmente una buona notizia dall’Iraq: sulle rive dell’Eufrate si vedono campi di risorigoglioso e in questi giorni, nel pieno del raccolto annuale, il ministero dell’agricoltura faprevisioni ottimiste: il governo si prepara ad acquistare dai suoi agricoltori tra 150.000 e 175.000tonnellate del buon riso aromatico di prima qualità tipico di queste terre, un bel balzo dalle 119.000tonnellate raccolte l’anno scorso. Spiegano le autorità che la resa per ettaro è aumentata dell’11%rispetto all’anno scorso e del 18% rispetto a due anni fa, e questo grazie alla maggiore disponibilitàdi acqua, elettricità per far funzionare le pompe e irrigare i campi, fertilizzanti . Una buona notizia parziale, perché il consumo annuo di riso in Iraq ammonta a 1,2 milioni ditonnellate: il paese resta un importatore netto di riso e lo stesso vale per il grano. Anzi, quella cheuna volta era nota come la “mezzaluna fertile” è oggi uno dei dieci maggiori importatori di riso egrano al mondo. Il problema di fondo resta la penuria di acqua, che ha conseguenze a cascata. La terracoltivabile è sempre stata in Iraq quella compresa tra il Tigri e l’Eufrate – “la terra tra i due fiumi”,Mesopotamia, - mentre il resto, (il 78% del territorio iracheno) non è adatto agli usi agricoli, almassimo è pascolo. Ma Tigri ed Eufrate portano sempre meno acqua: in giugno l’Eufrate arrivavaalla frontiera con la Siria con una portata di 250 metri cubi al secondo, un record negativo. Anche il 20
    • Tigri ha una portata dimezzata rispetto a prima del 2003, da 1680 a 836 metri cubi al secondo. Diconseguenza sono bassi i reservoir alimentati dall’Eufrate (quello di Haditha, la diga di Mosul e illago Habaniyah). Gli ultimi tre anni di siccità hanno peggiorato la situazione. La mancanza di acquaha fatto aumentare la salinità dei terreni e questo ha costretto il governo l’anno scorso a dimezzarela superficie coltivata a riso, irrigata totalmente dall’acqua dell’Eufrate. E la scarsità di acqua da ilcolpo di grazia a una situazione già vulnerabile: l’agricoltura è stata paralizzata da decenni diinsicurezza, guerra, mancanza di investimenti, pressione umana. La somma di tutto questo hacostretto nei tre anni passati a quasi dimezzare la superficie coltivata a riso. Se questo raccolto èandato bene è perché, in primo luogo, si è allentata la siccità: il ministero dell’agricoltura hapromosso opere per catturare piogge e nevi dell’inverno scorso nei reservoir, così quest’estate ladisponibilità di acqua è stata maggiore. Allo stesso tempo, la fornitura di elettricità è leggermentemigliorata, permettendo agli agricoltori di far funzionale le pompe per irrigare i loro campi (“ilproblema è sempre che quando c’è acqua non c’è corrente elettrica e viceversa”, dice all’agenziaReuter un agricoltore della zona di Meshkhab, a sud di Bagdad). Aver diminuito la superficie neglianni passati ha permesso di concentrare gli input di acqua e fertilizzanti e aumentare il raccolto,dicono i responsabili del ministero dell’agricoltura: così la produzione si è consolidata nelleprovince centrali di Najaf, Diwaniya e Wassit. Ora molti pensano a espandere le coltivazioni: unbuon incentivo sta nel fatto che il governo – l’ente nazionale per i cereali, acquirente istituzionaledei raccolti iracheni – paga agli agricoltori 583 dollari per tonnellata di riso, ben più dei 420-430dollari pagati per tonnellata di riso importato dai mercati internazionali. Un buon auspicio, il raccolto di riso. Anche se resta un futuro incerto, per molte ragioni, nonultime le dighe in costruzione sul Tigri in Turchia. (M. Forti, su “Il manifesto” del 22 dicembre 2010) Energia Nucleare a secco Per funzionare le centrali nucleari hanno bisogno d’acqua. La siccità che ha colpito la Franciapotrebbe costringere 44 dei 58 reattori situati vicino ad un corso d’acqua a sospendere l’attività,sostiene l’Osservatorio sul nucleare. Le norme dovrebbero garantire la sicurezza, ma in caso diarresto degli impianti potrebbe mancare l’elettricità. E se le autorità dovessero concedere, come nel2003 e nel 2006, una deroga sulla temperatura massima delle acque di scarico, che non devonosuperare i 28 gradi, sarebbe un problema per la flora e la fauna. (Tratto da Internazionale del 20 maggio 2011)10.Desertificazioni (siccità, guerre per il controllo delle fonti) La via della sete Mongolia Di qui passava la Via della Seta. Ma quando Marco Polo la percorse, ottocento anni fa, nons’imbatté certo in un panorama così desolato. Questa regione, a metà strada tra Cina e Mongolia,diecimila chilometri quadrati di territorio ormai desertificato dalla siccità, porta ancora il nome dilago Juyan. Anche se di quel lago immenso che irrigò la pianure più rigogliose dell’imperomongolo, non è rimasta neppure una goccia d’acqua: le ultime, residue pozzanghere si sonoprosciugate alla fine degli anni Novanta. Il lago Juyan si è trasformato così in una delle lande piùaride del pianeta. Un eco disastro, perché oggi questo enorme serbatoio alimenta a sua voltatempeste di sabbia sempre più devastanti, che si abbattono sulle fertili pianure della Cina del Nord. 21
    • Trasformandole in deserto. E. Lucchini (testo tratto da “Io donna”, supplemento del Corriere dellaSera del 12 gennaio 2008, con foto) Grande sete, nuove guerre Quando le sollevazioni politiche del Medio oriente si saranno placate, continueranno per unbel pezzo a farsi sentire in molte sfide latenti che oggi non appaiono sulle pagine dei giornali. Tra queste primeggiano il rapido aumento della popolazione, la carenza sempre più diffusa diacqua e una crescente insicurezza alimentare. In alcuni paesi, la produzione di cereali si sta riducendo mano a mano che esauriscono le faldeacquifere, zone rocciose di acqua sotterranea. Dopo l’embargo petrolifero dei paesi arabi negli anno‘70, i sauditi si resero conto che, a causa della loro enorme dipendenza dall’importazione di cereali,erano vulnerabili ad un contro embargo cerealicolo. Utilizzando la tecnologia della perforazionepetrolifera, trovarono una falda acquifera piuttosto profonda nel deserto con cui produrre grano perirrigazione. In pochi anni, l’Arabia Saudita diventò autosufficiente per quanto riguarda il suoregime alimentare di base. Tuttavia, dopo più di venti anni di autosufficienza di grano, i sauditi annunciarono nel gennaiodel 2008 che questo deposito acquifero era quasi completamente esaurito e che la produzione digrano sarebbe stata gradualmente abbandonata. Fra il 2007 e il 2010 la produzione di quasi tremilioni di tonnellate si ridusse a meno di un milione. Al ritmo attuale, i sauditi potrebbero realizzareil loro ultimo raccolto di grano nel 2012 e passare a dipendere dall’importazione del cereale peralimentare una popolazione di quasi 30 milioni di persone. L’abbandono insolitamente rapido della coltivazione di grano in Arabia Saudita si deve a duefattori. In primo luogo, in questo paese arido esiste poca agricoltura che non sia di irrigazione. Insecondo luogo, l’irrigazione dipende quasi esclusivamente da una falda acquifera fossile che, adifferenza della maggioranza delle altre, non si ricarica in modo naturale, grazie all’apporto dellepiogge. Inoltre, l’acqua marina desalinizzata, che si utilizza nel paese per rifornire le città, è troppocostosa perfino per i sauditi per usarla in irrigazioni. La recente insicurezza alimentare dell’Arabia Saudita l’ha portata a comprare e affittare terrein vari paesi, fra cui due dei più colpiti dalla fame, : l’Etiopia e il Sudan. In effetti, i sauditi stannoprogrammando di produrre i loro alimenti con le risorse della terra e dell’acqua di altri paesi, perincrementare delle importazioni che aumentano sempre più rapidamente. Nel vicino Yemen, le falde che possono rialimentarsi vengono sfruttate al di sopra del lorotasso di riproduzione e gli acquiferi fossili più profondi si stanno esaurendo rapidamente. Gli indiciidrici dello Yemen stanno calando di circa due metri all’anno. Nella capitale Sana’a, che ospita duemilioni di abitanti, si distribuisce acqua corrente solo una volta ogni quattro giorni. A Taiz, una cittàpiù piccola nel sud del paese, l’erogazione avviene ogni venti giorni. Lo Yemen, con una delle popolazioni che cresce più velocemente nel mondo, sta diventandoun caso disperato, idrologicamente parlando. Con la caduta degli indici idrici, la produzione dicereali si è ridotta ad un terzo negli ultimi quaranta anni, mentre la domanda ha continuato adaumentare in maniera costante. Il risultato è che gli yemeniti importano più dell’80 % del cereale.Mentre calano le sue magre esportazioni di petrolio, senza nessuna industria che meriti questo nomee con quasi il 60% della popolazione infantile fisicamente atrofizzata e con malnutrizione cronica,questo paese, che è il più povero dei paesi arabi, si trova di fronte a un futuro tetro e potenzialmenteturbolento. Il probabile risultato dell’esaurimento degli acquiferi nello Yemen, che porterà ad unamaggiore contrazione dei raccolti ed estenderà la fame e la sete, è il collasso sociale. Essendo giàuno stato fallito, può ridiventare un insieme di feudi tribali che si fanno la guerra per le scarse 22
    • risorse idriche rimanenti. I conflitti interni dello Yemen potrebbero travalicare la sua estesafrontiera con l’Arabia Saudita, senza alcuna vigilanza. La Siria e l’Iraq, - gli altri due paesi popolosi della regione -, hanno anch’essi problemi conl’acqua. Alcuni provengono dalla portata ridotta dei fiumi Eufrate e Tigri, da cui dipendono perl’acqua destinata all’irrigazione. La Turchia, che controlla le sorgenti dei due fiumi, è impegnata inun importante programma di costruzione di bacini che provoca una riduzione dei flussi a valle.Sebbene i tre paesi hanno un programma comune per condividere l’acqua, i piani della Turchia diaumentare la generazione di energia idroelettrica e le sue zone irrigate si realizzano a spese dei suoidue vicini a valle. Visto l’incerto futuro degli approvvigionamenti idrici fluviali, gli agricoltorisiriani e iracheni stanno scavando più pozzi per l’irrigazione e questo sta provocando un eccesso diestrazione nei due paesi. La produzione cerealicola della Siria è calata di un quinto, dopo averraggiunto un culmine di circa 7 milioni di tonnellate nel 2001. In Iraq, il raccolto di cereali èdiminuito di un quarto, dopo aver raggiunto un massimo di 4,5 milioni di tonnellate nel 2002. La Giordania, con sei milioni di abitanti, sta al limite in termini di agricoltura. Quaranta annifa, più o meno, produceva più di trecentomila tonnellate di cereali all’anno. Oggi produce solosessantamila tonnellate e deve importare quindi più del 90% del suo grano. Solo il Libano è riuscitoad evitare un calo della sua produzione cerealicola. Cosicchè, nel Medio Oriente arabo, una regione in cui la popolazione cresce rapidamente, ilmondo sta assistendo alla prima collisione fra crescita demografica e rifornimento d’acqua su scalaregionale. Per la prima volta nella storia, la produzione di cereali sta diminuendo in una regione incui non si scorge nulla all’orizzonte che possa fermare questo calo. A causa del fallimento deigoverni nel coniugare le misure politiche che riguardano popolazione e acqua, ogni giorno chepassa ci sono 10.000 persone in più da alimentare e meno acqua da irrigazione per alimentarli. (Lester Brown, su “Il manifesto” dell’11 maggio 2011)11.Acidificazione e inquinamento degli oceani Acque acide Due terzi del pianeta sono coperti dagli oceani, essenziali nella regolazione del clima graziealla capacità di assorbire l’anidride carbonica. Ma l’acidificazione degli ecosistemi marini, causatadalle industrie, dalla combustione, dalla nostra stessa respirazione, mette a rischio la chimica deglioceani. Per scoprire l’impatto che questo processo avrà nei prossimi cento anni, è stato da pocoavviato il Progetto Epoca, un maxi studio che coinvolge cento scienziati di nove paesi europei.(L’Espresso del 13 settembre 2008) Rischio acidità Gli oceani assorbono la Co2 Gli oceani assorbono attualmente circa un terzo delle emissioni di anidride carbonica delPianeta. Questa capacità li sta rendendo sempre più acidi con ripercussioni su ecosistemi e biologiamarina. Proprio sugli impatti legati all’acidificazione degli oceani si è concentrato un incontro chesi è appena concluso in Giappone del gruppo intergovernativo di scienziati ONU, l’IPCC. Giàadesso, si legge sul sito dell’Ipcc, l’acidificazione delle acque degli oceani è riconosciuta come “unacomponente fondamentale del cambiamento globale, potenzialmente responsabile di una vastagamme di impatti sugli ecosistemi, con ulteriori conseguenze sui mezzi di sostentamento esicurezza alimentare”. Al nuovo rapporto Ipcc contribuirà l’Italia con Riccardo Valentini, anche presidente delSistema di osservazione globale, nel ruolo di coordinatore del capitolo sull’Europa che dedicheràparticolare attenzione al Mediterraneo. “Il processo del Quinto rapporto è iniziato –spiega 23
    • Valentini- e porterà alla fine del 2013 alla stesura del lavoro. Per ora si fa un grosso lavoro discreening della letteratura scientifica, per il solo capitolo sulla U.E. saranno esaminati circa 4.000documenti”. Negli incontri che si sono tenuti dall’11 al 14 gennaio in Giappone, osserva Valentini,si è cominciata a respirare “una nuova atmosfera. C’è una maggiore coscienza dell’importanza chquesti rapporti hanno sia per le scelte legate alle politiche energetiche e climatiche, sia perl’opinione pubblica. Per questo c’è la volontà di rendere tutto più trasparente”. (Corriere della Sera del 24 gennaio 2011)12.Il declino delle risorse ittiche Indagine Wwf: degrado e inquinamento di corsi e bacini italiani producono seri danni allafauna ittica Com’è amara l’acqua per i pesci L’85% delle specie di fiume e lago è candidata all’estinzione Fulco Pratesi Di tutte le classi di animali del nostro Paese, quella che presenta la maggiore percentuale dispecie a rischio d’estinzione è costituita dai pesci di acqua dolce, con l’85% di candidati allascomparsa, seguiti dagli anfibi (76%), rettili (69%), uccelli (66%), mammiferi (64%). Pur se pocopresenti nelle cronache e nelle denunce degli ambientalisti, come accade per i mammiferi e gliuccelli, questi componenti della fauna italica rivestono un notevole interesse, dal punto di vistascientifico ed economico. Una recente indagine condotta sul campo da 600 volontari del WWFlungo trenta fiumi dal Friuli alla Sicilia, ha fornito dati sconfortanti sullo stato di gran parte di essi. Prelievi, legali o abusivi, di acqua, distruzione della vegetazione riparia, inquinamenti,sottrazione di ghiaia e sabbia dagli alvei, discariche solide sulle rive, cementificazione delle sponde,bracconaggio, canalizzazioni e sbarramenti a scopi idroelettrici hanno quasi ovunque degradato icorsi d’acqua arrecando danni pesantissimi alla fauna ittica. Ma a queste aggressioni, più note evisibili, si accompagnano quelle determinate dall’invasione, nei corpi idrici, di specie ittiche aliene,che causano gravi danni a quelle indigene. E’ da tempo che i pescatori sportivi, (che hannocollaborato alla ricerca), denunciano i problemi provocati da immissioni, volontarie o meno, dielementi estranei alla nostra fauna in competizione ecologica con le specie indigene. Tra i pesciesotici – oltre a quelli già “naturalizzati” da anni come il persico trota, il persico sole e la trota irideaprovenienti dall’America del Nord – spiccano la lucioperca dell’Europa centrosettentrionale,l’abramide e soprattutto l’immenso e vorace siluro del Danubio, (due metri e mezzi di lunghezza efino a 300 chili di peso) grande distruttore di ciprinidi ma anche di piccoli mammiferi, anfibi egiovani uccelli acquatici. (…) I più in pericolo sarebbero la trota macrostigma del Meridione e delleIsole maggiori, la trota marmorata del Nord Italia, il carpione del Garda, la lampreda padana e lalampreda di ruscello, lo storione cobice dei fiumi Po, Adige, Brenta, Piave e Tagliamento, ilpanzarolo della Padania, il ghiozzo di ruscello dell’Italia centrale e il carpione del Fibreno (che vivesolo in un piccolissimo lago, di 0,29 km quadrati, a Fibreno in provincia di Frosinone). (…) (il testocompleto sul Corriere della Sera del 15 marzo 2011, con foto delle dieci specie a rischio)13. La distruzione delle barriere coralline Un vero e proprio ricchissimo forziere per la biologia marina, già ora profondamente segnatodall’inquinamento, dalla pesca intensiva e dal riscaldamento dell’acqua. Conseguenze sotto gliocchi di tutti: i coralli morti stecchiti e la barriera sbiancata e spettrale, come quella che ormai 24
    • delude i turisti ritardatari alle Maldive. …entro il 2020, anno totem ormai per l’ambientalismo, èobbligatorio portare dal 13 al 17% il totale delle terre emerse protetto in maniera integrale, e al 10 % , dall’attuale misero 1%, la superficie oceanica dichiarata riserva “no take”, cioèintoccabile. Proprio per salvare il salvabile dei reef più importanti. (Alessandro Cecchi Paone,Corriere della Sera Magazine, dicembre 2010, con foto)14. La riduzione delle foreste Quando le foreste emettono carbonio invece di catturarlo Le foreste sono di immensa importanza per la ricchezza della loro biodiversità. In realtà, sui50 o 100 milioni di specie che si ritiene siano presenti sul pianeta, ne sono state identificate solo 1,8milioni, cioè meno del 5%. I tre quarti si troverebbero nelle zone tropicali. Molto ambite a causa dellegno o per guadagnare nuove terre agricole, da qualche tempo le foreste sono diventate anche unargomento fondamentale nei dibattiti sul clima. Oltre ad una azione di regolatore locale, lavegetazione ricopre infatti, insieme ai suoli, un ruolo importante nel fissare una parte del carbonioatmosferico planetario. Suoli e vegetazione accumulano naturalmente 3,2 giga-tonnellate (Gt) dicarbonio l’anno. Il disboscamento provoca ogni anno 1,6 gt di rigetto di carbonio. Il saldo positivodi stoccaggio da parte della vegetazione e dei suoli è dunque di 1,6 Gt all’anno, ossia un quarto dei6,8 Gt emessi ogni anno dalle attività umane. Riassumendo, la vegetazione terrestre assorbe solo unquarto del carbonio eccedente liberato nel’atmosfera dalle attività umane – produzione d’energia,trasporti e messa a coltura delle terre. L’aumento di concentrazione di carbonio nell’atmosfera, così come le temperature più elevateosservate nell’ultimo secolo, hanno in un primo tempo, stimolato la produzione vegetale. Così,alcune foreste hanno avuto un aumento di produttività del 15% nel corso del XX° secolo. Questofatto ha portato a considerare le foreste come “pozzi di carbonio”: i paesi industriali potrebberoquindi compensare i rifiuti con piantagioni, in particolare nell’ambito del protocollo di Kyoto. Ilfatto che questa proposta sia stata vivamente osteggiata dagli ambientalisti fino al 2001, ha offertoagli Stati Uniti il pretesto per rifiutare di ratificare il protocollo. Dopo di allora, il rimboschimento èstato incluso nei meccanismi di Kyoto come srumento di compensazione per le emissioni di gas aeffetto serra, ma resta molto controverso a diversi livelli. La soglia del 2050 Le proiezioni indicano che la capacità della vegetazione di assorbire carbonio raggiungerà lasoglia verso il 2050. Dopo questa data, lo stress subito a causa del riscaldamento, così come ilproliferare di parassiti, dovrebbero far si che le foreste smettano di catturare il carbolio e anzi loemettano. I “pozzi “ forestali non costituiscono che un rinvio di qualche decennio, prima di unpeggioramento lasciato in eredità alle future generazioni. Dal momento che le foreste fitte sonoconsiderate in equilibrio, e quindi ormai incapaci di fissare carbonio, c’è chi pensa di tagliarle perutilizzarne il legname e di sostituirle con piantagioni di specie a crescita rapida come eucalipti,acacie e albizie, il che costituisce un netto impoverimento della biodiversità. La moda recente degliagro carburanti in sostituzione del petrolio ha indotto anch’essa un rilancio del dissodamento. Parallelamente, il riscaldamento riduce l’umidità nei sottoboschi e facilita il propagarsi degliincendi. Il fenomeno è stato osservato negli ultimi anni in Europa,Australia e Stati Uniti, mariguarda anche le regioni tropicali dell’Africa, dell’Amazzonia e dell’Asia. Lo sfruttamento industriale del legno, anche a scarso impatto, rende le foreste più fragili aprendo piste che prosciugano la vegetazione. 25
    • L’esempio più impressionante è la coincidenza tra il Nino e l’avvio delle concessioni forestaliin Indonesia. Dall’inizio degli anni ’80, vasti incendi hanno devastato periodicamente questeforeste, distruggendo in alcuni anni più di tre milioni di ettari, cioè la superficie del Belgio. Gliincendi del 1997-1998 avrebbero liberato nell’atmosfera 2,5 Gt di carbonio, vale a direl’equivalente delle emissioni annue europee. Direttamente legata agli incendi e ai dissodamenti per l’agroindustria, la combustione delcarbonio delle torbiere costituisce un’altra questione cruciale. Accumulata da centinaia di migliaiadi anni, la torba rappresenta su scala planetaria 500 Gt di carbonio, cioè circa settanta anni diemissioni antropiche. Il problema interessa soprattutto le foreste del Borneo e di Sumatra, i cui suoliconcentrano il 60% della torba mondiale. Tenuto conto di tali rifiuti, l’Indonesia diverrebbe il terzoemettitore di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina. (Tratto da “L’Atlante per l’ambiente”, Le Monde Diplomatique-Il manifesto, 2008, conmappe e grafici) Oggi in tutto il mondo si celebra il Giorno della Terra. L’obiettivo: un miliardo di “azioniverdi” entro il 2020 SOS Terra, le sette foreste da salvare Negli ultimi 25 anni è andato distrutto il 10% delle aree boschive. Le chiamano “le magnifiche sette” e sono tutte esotiche e misteriose. A preoccuparsi per lorosono in tanti, da Greenpeace al WWF. L’obiettivo è bloccarne l’impoverimento. Per mantenere illoro splendore, per tutelare la nostra salute. Se sparissero, infatti, saremmo investiti dai gas serrarilasciati dai 500 miliardi di tonnellate di carbonio che loro invece preservano nel suolo. Sono leforeste, già protagoniste nell’agenda dell’ONU, che ha dichiarato il 2011 “Anno Internazionaledelle Foreste”. A loro è dedicata anche la Giornata mondiale della Terra, 41 candeline e quasimezzo miliardo di persone che le spegneranno oggi in 192 paesi di tutto il mondo, con un desiderioda realizzare: raggiungere un miliardo di “azioni verdi” entro l’inizio del vertice ONU sullosviluppo sostenibile, previsto a Rio de Janeiro nel 2012. “Il 10% delle foreste è scomparso negliultimi 25 anni, a una media di 13 milioni di ettari l’anno dal 2000”, lancia l’allarme MassimilianoRocco del WWF. La perdita più alta riguarda la fascia neotropicale (centro e Sudamerica) con 5milioni all’anno; meno 3,4 milioni in Africa; meno 2,2 milioni in Asia. “Non ci rendiamo nemmenoconto del danno che facciamo quotidianamente con scelte irresponsabili” aggiunge Rocco. E ineffetti fa una certa impressione leggere i dati del CNR, secondo il quale negli uffici italiani siconsumano 1,2 milioni di tonnellate di carta, pari a 80 chili per dipendente, 240 miliardi di fogliutilizzati ogni anno che si traducono in quattro miliardi di anidride carbonica. Per risparmiare 1,3milioni di tonnellate di CO2 basterebbe usare la stampa fronte retro o eliminarla del tutto, quandonon è proprio indispensabile. Greenpeace sul suo sito avverte: ogni due secondi viene distrutta un’area di foreste grandequanto un campo di calcio. “Non possiamo distogliere l’attenzione dalle ultime sette foreste dellaTerra: l’Amazzonia, la Patagonia, le foreste indonesiane, quelle del bacino del Congo, la forestaboreale del Canada, la “foresta di babbo Natale” in Lapponia, infine le foreste russe.” Insiste ChiaraCampione di Greenpeace. Il patrimonio verde richiede millenni per formarsi. “E quando sentiamo parlare diriforestazione dobbiamo comunque stare attenti perché raramente questi progetti riescono aripristinare la biodiversità originaria”, precisa l’attivista. L’associazione ambientalista fornisce i numeri dell’emergenza. A causa degli incendi delleforeste torbiere indonesiane ogni anno vengono rilasciati nell’atmosfera 1,8 miliardi di tonnellate digas serra. In Congo dove gorilla, scimpanzé e bonobo (oltre a dieci milioni di persone), dipendonodalla foresta pluviale, sono stati stipulati in due anni cento contratti di taglio per 15 milioni di ettari 26
    • di verde: equivalgono a cinque volte il Belgio. (…) (Il testo completo sul Corriere della Sera del 22aprile 2011, con mappe) L’economia della foresta, di Marina Forti Si chiamano “prodotti minori della foresta” o anche “prodotti no timber”, non legno, tutto ciòche la foresta può dare finché è viva. Secondo stime della FAO, qualcosa come l’80% dellapopolazione dei paesi “in via di sviluppo” trae dalle foreste buona parte di ciò che serve allasopravvivenza quotidiana. Prendiamo Chaikur, un villaggio come migliaia di altri sulle pendici deiGhat orientali, dorsale montagnosa che percorre da nord a sud il versante orientale dell’India.Grandi alberi di tamarindo ombreggiano il villaggio, e qui sono anche la principale fonte di reddito.In gennaio-febbraio nei cortili delle case gruppi di persone lavorano attorno a grandi mucchi difrutti di tamarindo che assomigliano a grossi baccelli di colore scuro: vanno sbucciati, tolta lavenatura, messi da parte i semi (da cui si trae amido) e raccolta la polpa, che ha consistenza pastosa.La pasta di tamarindo è ingrediente essenziale nella cucina dell’India meridionale e di molti paesiasiatici. Altri “prodotti no timber” sono le fibre vegetali, certi fiori. O le foglie di tendu, quelle chesi arrotolano per fare le sigarettine indiane chiamate bidi, che andavano molto di moda tra glioccidentali negli anni passati. Di recente, le raccoglitrici di questi villaggi hanno formato cooperative, per non essere allamercé dei grossisti che fissano il prezzo. Ma l’intera economia della foresta è minacciata da unadeforestazione rampante. “Quasi ogni giorno i giornali riferiscono di qualche squestro di legnametagliato illegalmente, ma è solo la punta dell’iceberg” dice Iqbal Bhai, abitante della zona ecofondatore di un’associazione per salvare le foreste come bene comune. Il fatto,dice, è che “gli entigovernativi, quando ripiantano, mettono acacie e altri alberi che crescono in fretta, ma non specieindigene. Ad esempio, ci siamo opposti al progetto di fare una piantagione di pino tropicale, perprodurre polpa di cellulosa con un bel finanziamento della Banca Mondiale. Perchè questo va aspese delle specie indigene come il teak, il sal, alberi a crescita lenta”. Il sal è un albero importanteil suo nome botanico è Shorea Robusta, specie nativa dell’Asia meridionale, dalle pendicidell’Himalaya ai Ghat orientali, alla Birmania. Grande albero (raggiunge i 30 o 35 metri), con foglielarghe, nelle poche zone di foresta ancora vergine spesso è la specie dominante. E’ una delle piùimportanti fonti di legno duro in India, resinoso e duraturo -le case di questi villaggi hanno strutturedi sal. Ma se ne tagliava poco, una volta, perché agli abitanti qui è più utile da vivo. Le foglieintrecciate e seccate sono usate per fare piatti e scodelle usati per il cibo venduto nelle bancarelle;fresche servono per servire gli involtini di paan, con la noce di betel. Sono usa e getta, sì, mafiniranno mangiati dalle capre o dalle mucche ( è così che l’India finora si è difesa dall’invasionedel polistirolo). Infine si usano la resina, i semi e i frutti, da cui si estrae un olio per le lampade. E’un albero protetto, è preda dei tagliatori di frodo. Per gli abitanti locali è molto più utile da vivo, confoglie e resine. “come fanno a non rendersene conto , la Banca Mondiale e le altre organizzazioni chefinanziano questi progetti? Li chiamano “reafforestation”, ma che riforestazione è tagliare specieindigene e mettervi al posto alberi esotici?. Mi chiedo se davvero non capiscono che quandodistruggi la foresta nativa distruggi la sopravvivenza di tante persone” (tratto da Il Manifesto del 22 marzo del 2011). Dall’Amazzonia al Borneo. La società si difende: i nostri dossier sono corretti I dati gonfiati sulle foreste sparite Attacco verde ai super consulenti GreenPeace contro McKinsey: previsioni sbagliate per speculare sugli aiuti 27
    • Una società di consulenza che incoraggia ad abbatterele foreste e allo stesso tempo faintascare gli aiuti contro la deforestazione non può che essere molto amata dai governi. E infatti laMcKinsey ha prodotto dal 2007gli studi diventati di riferimento nella complicata materia dellariduzione del riscaldamento globale. Congo, Guyana o Indonesia aspirano a una fetta dei 4,6miliardi previsti dall’accordo internazionale di Cancun (2010) per salvare le foreste pluviali?Compilano dossier ispirati ai dati della McKinsey, marchio passpartout nel mondo degli affari edella governance mondiale, e sono quasi certi di ottenere gli aiuti desiderati. Solo che, secondo il rapporto “Bad influence” di GreenPeace, le carte distribuite dallaMcKinsey sono truccate, non hanno alcun valore scientifico. Risponderebbero, in realtà,all’esigenza di alcuni Stati di continuare lo sfruttamento economico del polmone verde del Pianeta,venendo pure pagati per farlo. La McKinsey, conosciuta anche come The Firm, fondata nel 1926 aChicago dal professore universitario James O. McKinsey, è la più influente società di consulenzadel mondo, con circa 16.000 dipendenti e una rete di “ex” impiantata ai più alti livelli della politicae dell’economia mondiale. Un bersaglio perfetto per GrenPeace, tradizionalmente poco tenera con igrandi nomi del capitalismo globalizzato. (…) oggi è la più grande associazione ambientalista conuffici in oltre 40 paesi e 2,8 milioni di donatori in tutto il mondo: nel rapporto “Bad Influence”appena pubblicato l’organizzazione della “pace verde”si lancia contro l’influenza nefasta diMcKinsey nella lotta alla deforestazione, citando alcuni casi significativi. Nella Repubblica Democratica del Congo McKinsey consiglia al governo di chiedererisarcimenti perché l’industria del legname raddoppierà l’abbattimento degli alberi entro il 2030.Uno sforzo da premiare, secondo la società di consulenza, altrimenti le piante tagliate potrebberotriplicare. In Guyana, in base ai dati di McKinsey, il tasso di deforestazione è del 4,3 all’anno; perevitare per evitare la totale sparizione della foresta pluviale entro il 2035, Paesi donatori comeNorvegia o Gran Bretagna dovranno versare oltre 400 milioni di euro all’anno alla piccolarepubblica sudamericana. Secondo GreenPeace, invece, il tasso di deforestazione attuale è moltopiù basso, attorno allo 0,1%; questo permetterà agli industriali del legno di aumentare gliabbattimenti, ed essere comunque risarciti. In Indonesia, per ridurre i danni alla foresta pluviale gli studi di McKinsey consigliano diarrestare la coltivazione della terra ad opera dei piccoli agricoltori, incoraggiando invecel’allargamento delle piantagioni di alberi, destinati però ad essere abbattuti. In questo modo,secondo McKinsey, si ottiene la stessa riduzione di biossido di carbonio, a costi 30 volte inferiori. A guadagnarci sono il governo e ancora una volta l’industria del legname, non certo icontadini indonesiani e neanche gli oranghi del Borneo, in via di estinzione. McKinsey ribatte alle accuse: “Siamo in totale disaccordo con i risultati del rapporto diGreenpeace e ribadiamo la validità del nostro lavoro e approccio- ha dichiarato la società in unanota-, assistendo i clienti del settore pubblico, suggeriamo misure che possono essere usate in uncomplesso dibattito nazionale sulle strategie per una crescita economica equa e a bassa produzionedi carbonio”. Una volta fugati i dubbi sull’esistenza stessa del riscaldamento globale, ecco l’incertezza suidati usati per combatterlo o fingere di farlo. Greenpeace chiede a McKinsey di rivelare la fonte deisuoi studi. McKinsey risponde che non può farlo: comprometterebbe il “rapporto di riservatezza”con i clienti. (S. Montefiori, sul Corriere della Sera del 10 aprile 2011, con grafici e mappe). Foreste più estese ma con meno specie, cosa perdiamo senza biodiversità La giornata di ieri, 22 maggio 2011, ha concentrato su di se diverse ricorrenze. In primoluogo, la Giornata Mondiale della Biodiversità, un utile richiamo al 2010, dedicato dall’ONUproprio a questo argomento. E il fatto che l’anno scorso sia stato, sempre dall’ONU, consacrato alle 28
    • foreste mondiali, rinforza il valore dell’appello. Infine, proprio ieri, la maggiore associazioneambientalista, che quest’anno ha festeggiato il suo 50° anniversario, ha aperto le sue oltre cento areeprotette in tutta Italia, per l’annuale Festa delle Oasi, incentrata quest’anno sulla difesa dei boschi edelle selve. Il questa occasione il WWF ha lanciato una grande raccolta fondi destinataall’acquisizione e alla gestione di tre aree forestali italiane (informazioni su www.wwf.it). Pur se la Rete Natura 2000 dell’Unione Europea protegge nei suoi 27 paesi 25.000 sitinaturalistici per una superficie superiore a quella del Bacino delle Amazzoni, il degrado el’erosione dei boschi prosegue – più che a danno della loro estensione, recentemente in aumento, ascapito della loro biodiversità, specialmente per quanto riguarda la fauna minore, ancora nontutelata da normative comunitarie. Tra le specie più a rischio, gli anfibi, colpiti anche da unarecente terribile malattia fungina, le farfalle e gli altri invertebrati, minacciati, oltre che dagliincendi boschivi (molte decine di migliaia di ettari l’anno), dalla frammentazione degli ecosistemi,dall’urbanizzazione, dall’uso dei pesticidi e dal collezionismo. A livello planetario, anche se in qualche grande nazione come la Cina e l’India le statisticheufficiali dichiarano un aumento delle aree boschive, le grandi piantagioni industriali di pioppi,eucalipti, acacie e pini per la polpa da carta, non possono in alcun modo compensare le irrimediabiliperdite di foreste naturali, sia per quanto riguarda la captazione dell’anidride carbonica, sia, ancorpiù, per la biodiversità forestale, distrutta per fare spazio alle piantagioni di palma da olio, in grandecrescita, soprattutto per la produzione di biocarburanti. (F. Pratesi. Sul Corriere della Sera del 23 maggio 2011)15. Le piogge acide Il fenomeno della deposizione acida, maggiormente noto al grande pubblico con il termine dipiogge acide, consiste nella deposizione acida umida ovvero la ricaduta dallatmosfera sul suolo diparticelle acide, le molecole acide diffuse nellatmosfera vengono catturate e deposte al suolo daprecipitazioni quali: piogge, neve, nebbie, rugiade, ecc.; Tale processo si distingue dal fenomenodella deposizione acida secca nella quale la ricaduta dall’atmosfera di particelle acide non èveicolata dalle precipitazioni ed avviene per effetto della forza di gravità. In questo caso si parlaquindi di depositi secchi. Una pioggia viene definita acida quando il suo pH è minore di 5, normalmente il pH dellapioggia assume valori compresi fra 5 e 6.5 ed è costituita prevalentemente da acqua distillata epulviscolo atmosferico, mentre la composizione delle deposizioni acide umide è data per circa il70% da anidride solforica, che reagisce in acqua dando acido solforico. Il rimanente 30% risultaprincipalmente costituito dagli ossidi di azoto. Emissioni Limmissione di taluni gas in atmosfera può innescare il processo di acidificazione, il gas piùimportante che porta allacidificazione è il biossido di zolfo SO2. Le emissioni di ossidi di azoto chevengono ossidati per formare acido nitrico sono di crescente importanza a causa di controlli piùrigorosi sulle emissioni di composti contenenti zolfo. Lemissione stimata si aggira intorno ad i 70Tg(S) allanno, sotto forma di SO2 proveniente dalla combustione di combustibili fossili edallindustria, 2,8 Tg(S) da incendi e fra i 7 e gli 8 Tg(S) per anno emessi dai vulcani. I principali fenomeni naturali che contribuiscono allimmissione di gas nellatmosfera sono leemissioni dei vulcani; Nei casi di massiva attività vulcanica si sono osservate precipitazioni conacidità anche a pH 2. La principale fonte biologica dei composti contenenti zolfo viene identificatanel solfuro di dimetile; lacido nitrico in acqua piovana invece è una fonte importante di azotofissato per la vita vegetale, a volte prodotto anche dallattività elettrica nellatmosfera, come peresempio le scariche dei fulmini, depositi acidi sono stati infine individuati nei ghiacci perenni. 29
    • I suoli delle foreste di conifere risultano molto acidi, ciò si deve al fenomeno naturale dellospargimento degli aghi, questo fenomeno non deve essere confuso con lattività umana. Composti di zolfo e di azoto possono anche essere immessi nellambiente da attività umane,quali per esempio: la produzione di elettricità, le fabbriche e veicoli a motore, le centrali elettriche acarbone risultano fra le più inquinanti. Inoltre, lindustria animale svolge un ruolo importante, inquanto risulta responsabile di quasi i due terzi di tutte le emissioni di ammoniaca prodotta da attivitàantropiche, la quale contribuisce significativamente al fenomeno dellacidificazione. L’azione degli acidi che si formano direttamente in sospensione oppure al suolo provocal’acidificazione di laghi e corsi d’acqua, danneggia la vegetazione (soprattutto ad alte quote) e moltisuoli forestali. Oltre a questo, le piogge acide accelerano il decadimento dei materiali da costruzione e dellevernici; compromettono poi la bellezza ed il decoro degli edifici, delle statue e delle sculturepatrimonio culturale di ogni nazione. Da notare che, prima di raggiungere il suolo, i gas SOx e NOxe i loro derivati, solfati e nitrati, contribuiscono ad un peggioramento della visibilità ed attentanoalla salute pubblica. La consapevolezza del pubblico, e lattenzione mediatica sul fenomeno delle piogge acide,origina negli USA a partire dal 1970, dopo che il New York Times diffuse le relazioni del HubbardBrook Sperimentale Forest in New Hampshire dando amplio risalto agli effetti deleteri e dannosi ditali precipitazioni. Letture dei valori del pH in acque piovane e in nebbie inferiori a 2,4 sono state segnalate inaree industrializzate. Viene anche rilevato che piogge acide di origine industriale stanno avendo unnotevole impatto ambientale in Cina e in Russia; inoltre le aree geograficamente esposte sottoventoalla Cina stanno subendo danni da deposizioni acide pur non avendo ancora raggiunto un grado diindustrializzazione massivo. Viene riscontrato che limpatto ambientale delle piogge acide, non soloè aumentato a seguito dellespansione demografica e della crescita industriale, ma è sempre piùdiffuso anche in aree sottosviluppate. Luso di alte ciminiere per ridurre linquinamento locale hainfatti paradossalmente contribuito alla diffusione delle deposizioni acide con il rilascio di gas incircolazione atmosferica. Generalmente la deposizione avviene ad una notevole distanza sottoventorispetto ad i luoghi di emissione, le zone montane tendono a catturare la frazione maggiore delladeposizione, coerentemente con le maggiori precipitazioni a cui sono soggette queste regioni; Unesempio di questo fenomeno di dispersione atmosferica è il basso pH della pioggia che cade inScandinavia, rispetto ad i valori delle emissioni locali. Effetti Gli effetti delle deposizioni acide coinvolgono diversi livelli, sono stati riscontrati effettinegativi sulle foreste, acque dolci e terreni, su insetti acquatici e più in generale sulle forme di vitaacquatiche e vegetali, sulla salute umana ed anche a livello urbanistico danneggiando edifici siamoderni che storici. • A livello delle acque superficiali, gli animali acquatici, vengono a ritrovarsi in un ambienteil cui pH risulta più basso in concomitanza ad una maggior concentrazione di alluminio nelle acquesuperficiali, ciò causa danni ai pesci ed altri animali acquatici, il pesce in oltre entra nella catenaalimentare, danneggiando così anche gli animali che se ne nutrono, uomo compreso; A pH inferiorea 5 le uova della maggior parte dei pesci non si schiudono e pH inferiori a 5 possono arrivare aduccidere anche pesci adulti; Allaumentare dellacidità di laghi e fiumi la biodiversità si riduce;Laghi e fiumi risultano particolarmente interessati dai fenomeni di piogge acide, in quanto luoghidove naturalmente defluiscono le precipitazioni (trascinando con se anche la frazione acida), che livi si accumulano, sono state identificate diverse morie di animali acquatici imputateallacidificazione di fiumi e laghi. La misura in cui le piogge acide contribuiscono, direttamente odindirettamente, allacidificazione di laghi e fiumi dipende dalle caratteristiche del bacino stesso, i 30
    • bacini riforniti da sorgenti o fiumi sotterranei, a seguito dellazione filtrante del terreno, risentonomeno dei bacini aperti che invece ricevono acqua dal dilavamento delle colline circostanti, secondole analisi dellEPA, dei laghi e corsi dacqua presi in esame, le piogge acide hanno causatolacidificazione nel 75 % dei laghi acidi e circa nel 50 % dei flussi acidi, tuttavia lacidificazione del25% di laghi e di poco meno del 50% dei fiumi non sembra correlata alle precipitazioni. • A livello del terreno la biologia e la chimica dei suoli possono essere seriamentedanneggiate dal fenomeno di acidificazione; alcuni microbi non sono in grado di tollerareabbassamenti di pH e vengono uccisi, tale sterilizzazione del terreno colpisce anche imicroorganismi saprofiti o simbionti con le piante arrivando anche a poter danneggiare o ridurrelefficienza dei raccolti. Sempre a livello del suolo il processo di acidificazione mobilita gli ioniidronio ciò comporta la conseguente mobilitazione di sostanze tossiche come lalluminio, inoltre lamobilitazione sottrae nutrienti essenziali e minerali come il magnesio al terreno. Ciò comporta chela chimica del suolo possa essere drasticamente alterata, in particolare quando cationi basici, comecalcio e magnesio, vengono dilavati dalle piogge acide, danneggiando od uccidendo le speciesensibili, come lacero da zucchero (Acer saccharum). • A livello della vegetazione le piante ad alto fusto possono essere danneggiate dalle pioggeacide, ma leffetto sulle colture alimentari è ridotto al minimo grazie allapplicazione di fertilizzantiper ripristinare i nutrienti persi; Le aree coltivate, possono essere cosparse anche con soluzionitampone per mantenere il pH stabile, ma questa tecnica è in gran parte inutilizzabile in caso di terreselvagge. In molte piante, come anche nel caso dellabete rosso, le piogge acide alterano lintegritàstrutturale, rendendo le piante meno tolleranti al freddo, le piante compromesse generalmente nonriescono a superare i rigori dellinverno. • A livello della salute umana è stata avanzata una diretta correlazione fra persone che vivonoin aree soggette a deposizioni acide e danni alla loro salute. • A livello urbano la pioggia acida può anche danneggiare edifici e monumenti storici,soprattutto quelli edificati in rocce come il calcare e marmo, o comunque tutti quegli edificicontenenti grandi quantità di carbonato di calcio; Il danno diretto a queste strutture deriva dallareazione che si innesca fra gli acidi portati dalle precipitazioni con i composti contenenti calcionelle strutture. Leffetto di tale reazione può essere osservato su antiche lapidi, costruzioni o statueesposte alle intemperie; la pioggia acida aumenta anche il tasso di ossidazione dei metalli, inparticolare il rame e bronzo. Zone colpite Le aree geografiche nelle quali è stato accertato un impatto ecologico significativo dovuto alfenomeno dellacidificazione includono: • La maggior parte dellEuropa nord-orientale in particolare le aree corrispondenti allattualePolonia fino alla Scandinavia. • I territori orientali degli Stati Uniti e del sud-est del Canada. (Brani selezionati da Wikipedia, voce “Piogge acide”, la cui scheda comprende gli aspetti piùscientifici e le note)16. Il degrado dei pascoli Fao: l’insostenibilità degli allevamenti La fonte è insospettabile, accusata com’è spesso di “sostenere l’insostenibile”, incoraggiandola diffusione degli allevamenti. La Fao, Organizzazione delle Nazioni Unite, per alimentazione e 31
    • l’agricoltura, scavalca “a sinistra” gli ambientalisti e gli animalisti con il rapporto Livestock’s LongShadow- Environmental Issues and Options (La lunga ombra del bestiame. Questioni ambientali epossibili opzioni). Il rapporto, redatto con il sostegno dell’iniziativa multi-istituzionale Lead(Livestock, Environment and Development), mostra come gli animali allevati siano un importantecontributo ai maggiori problemi ambientali di oggi, e chiede azioni urgenti e importanti. Il guaio è che a livello mondiale la zootecnia aumenta più velocemente dell’agricolturavegetale perché le persone consumano ogni anno più carne, latte e derivati del latte. La produzionemondiale di carne era pari a 229 milioni di tonnellate nel 1999/2001 e le proiezioni la danno perraddoppiata (a 465 milioni di tonnellate) nel 2050; il settore lattiero-caseario potrebbe passare nellostesso lasso temporale, da 580 a 1043 milioni di tonnellate. D’altro canto, l’allevamento da reddito,principale o integrativo, a 1,3 miliardi di persone e contribuisce per il 40% al reddito agricolo totale.Per molti agricoltori poveri nel Sud del mondo è anche una fonte di energia rinnovabile (per illavoro nei campi) e il letame fertilizza le colture. Intanto, il bestiame produce globalmente più gas serra del settore dei trasporti: il 18% deltotale, in termini di CO2 equivalente. Se si includono le emissioni legate all’uso dei suoli e alcambiamento nell’uso dei suoli, il settore zootecnico è responsabile del 9% della CO2 imputabilealle attività umane, e di una percentuale molto maggiore di altri gas serra:il letame esala infatti il65% degli ossidi di azoto, il cui potenziale climalterante è 265 volte maggiore di quello della CO2.Inoltre, è responsabile del 37% del metano da attività umane, in gran parte prodotto dal sistemadigestivo dei ruminanti, e del 64% dell’ammoniaca, che contribuisce significativamente alle pioggeacide. Il bestiame utilizza il 30% dell’intera superficie terrestre; si tratta di pascolo permanente maanche del 33% dei suoli coltivabili, destinati a produrre mangimi per gli animali allevati, che comeè noto, hanno un basso rendimento energetico-proteinico (in altre parole molto si perde nelpassaggio tra proteine e calorie vegetali a proteine e calorie animali). Gli allevamenti sono tra iprincipali responsabili della deforestazione, ad esempio in America Latina dove il 70% delle exforeste in Amazzonia sono stte rease al suolo e sostituite da pascoli. Dolenti anche i capitoli suolo e acqua. Il 20% dei pascoli sono stati impoveriti, compattati ederosi dal sovrappascolo. La percentuale aumenta di parecchio nelle aree aride, dove una gestioneinappropriata degli stock di animali allevati contribuisce all’avanzata della desertificazione. La filiera zootecnica è poi uno dei settori che più pesano sulla crescente scarsità di risorseidriche, contribuendo sia al loro prelievo che al loro inquinamento, soprattutto per le deiezionianimali, i residui di antibiotici e di ormoni, le sostanze chimiche provenienti dalle concerie, e amonte i fertilizzanti e i pesticidi utilizzati per irrorare le colture da mangime. Anche il sovrappascolo disturba i cicli biologici riducendo la capacità di ricarica degliacquiferi di superficie e di falda. Si ritiene che il bestiame sia la maggiore causa dellacontaminazione da fosforo e azoto nel mar della Cina meridionale, una tragedia per la biodiversitàdegli ecosistemi marini. Oggi gli animali da carne e da latte rappresentano il 20% della biomassa terrestre. Econtribuiscono, con le loro esigenze, anche al declino della biodiversità: su 24 sistemi in crisisottoposti ad analisi, per 15 il colpevole è lui, uno zoccolo o meglio tanti zoccoli o meglio chi lialleva e chi li nutre. Per non parlare delle malattie che passano agli umani. I rimedi suggeriti (e indiscussione in questi giorni a Bangkok dove si svolge una riunione intergovernativa), sono molti:proibire il pascolo su aree fragili, risarcendo il mancato guadagno come servizio ambientale;migliorare la dieta animale per ridurre la fermentazione enterica e le emissioni di metano; creareimpianti di biogas per riciclare il metano; migliorare l’efficienza dei sistemi di irrigazione escoraggiare le concentrazioni di allevamenti vicino ai grandi centri. Sostiene la Fao che il costo 32
    • ambientale per unità produzione zootecnica dovrebbe essere almeno dimezzato. Basterà? Ebasteranno quelle misure tecniche, se continua ad aumentare il consumo? (M.Correggia su “Il manifesto” del 6 dicembre 2006)17.L’erosione del suolo La metà dei suoli coltivabili è deteriorata Un suolo è deteriorato quando perde una parte delle sue funzioni, come quella di alimentare lepiante, filtrare le acque o anche proteggere un’importante biodiversità. Dalle forme di degrado piùlievi a quelle più gravi, il fenomeno colpisce circa 1964 miliardi di ettari, cioè più della metà dellesuperfici coltivabili del mondo. Sono state identificate quattro principali forme di degrado, tutte aggravate, se non provocate, dall’azione dell’uomo. La prima è l’erosione idrica, processo in cui l’acqua stacca particelle di suolo e le porta via..Legata in gran parte al ruscellamento, quello delle acque piovane o delle acque di superficie, siaggrava con lo sfruttamento agricolo. La messa a coltura delle terre comporta infatti il loroprosciugamento, la diminuzione della vita biologica (organismi terricoli), o ancora la scomparsadella sostanza organica morta che le copriva. Tutti questi fattori impediscono una penetrazioneottimale dell’acqua nel suolo, il che fa aumentare il ruscellamento. Nel caso della erosione eolica, è per effetto del vento che il suolo si sfalda. Il processoriguarda soprattutto le zone peridesertiche, come le grandi pianure degli Stati Uniti, la frangia delSahel e gli altopiani del nord della Cina. Anche in questo caso, lo sfruttamento della terra è unfattore aggravante: un suolo arato sarà più soggetto all’erosione, per poi essere portato via dalvento. Un fenomeno a spirale Terzo tipo di degrado, l’alterazione della composizione chimica del suolo, che può avere piùforme. Ad esempio, l’assorbimento degli elementi minerali presenti nella terra coltivata, (azoto,fosfato, potassio…) provoca una diminuzione della sua fertilità, se non si compensa con l’apporto diconcimi. Ugualmente, l’acidificazione di un suolo (acidità naturale prodotta dalla crescita deivegetali) ne diminuirà il rendimento se non viene riequilibrata. La salinizzazione (accumulazione di sale) è un altro esempio di alterazione chimica, provocataquesta volta dall’utilizzazione di acqua leggermente salata per l’irrigazione. Infine, lo scarico dirifiuti industriali o il ruscellamento di acque cariche di elementi inquinanti possono alterareseriamente la composizione chimica di un suolo. Il quarto tipo di degrado è di natura fisica. Si spiega in particolare con il compattamento deisuoli, un fenomeno provocato dal passaggio di mezzi pesanti o, in minor misura dal calpestio deglianimali. Ora , in un suolo compatto, le radici si svilupperanno con maggiore difficoltà. Il fatto più grave è che tutti questi fattori possono cumularsi. Una terra coltivata tende adacidificarsi, a perdere sali minerali, compattarsi e a favorire il ruscellamento. A questo si aggiungela deforestazione (nei tre quarti dei casi connessa all’espansione agricola), che aumenta anch’essa ildeterioramento dei suoli accelerandone l’erosione. (…) Così, ogni anno, milioni di ettari spariscono,diventando inutilizzabili per l’agricoltura o perdendo le loro funzioni positive di depurazione delleacque, regolazione dei corsi d’acqua o accumulo di carbonio. Il livello del degrado dipende anche dalla natura del suolo (sabbioso, argilloso,….) e dalla suaposizione, a seconda che sia sottoposto a vento, umidità, ecc. Influisce anche il tasso diconcentrazione della popolazione, così come il livello di reddito. Infatti, i paesi in via di svilupposono più colpiti rispetto agli altri, come in tutti i luoghi in cui i contadini non hanno i mezzi 33
    • finanziari e tecnici per limitare gli effetti dell’erosione o della perdita di minerali. Tuttavia èpossibile migliorare la qualità del suolo utilizzando tecniche che mirino ad un loro utilizzosostenibile, invece che al massimo rendimento. Così la calcinazione (apporto di un ammendamentominerale basico che neutralizza l’acidità del suolo), il drenaggio, il terrazzamento o la coltivazionesotto copertura vegetale (il mais seminato in un campo di fagioli in Brasile). Per finire, un barlume di speranza viene dalla direttiva quadro per i suoli, emanata nelsettembre 2006 dalla Commissione Europea. Se venisse adottata dalle altre istituzioni europee,sarebbe il primo strumento legislativo a livello europeo che miri a proteggere l’ambiente naturale. (Il testo completo ne “L’Atlante per l’Ambiente”, Le Monde Diplomatique-Il manifesto, 2008,con mappe e grafici)18. L’inquinamento dell’acqua Arsenico e vecchi rubinetti In Italia sono 128 i comuni di sei regioni (Campania, Lazio, Lombardia, Toscana, TrentinoAlto Adige,Umbria), nei quali la concentrazione di arsenico nelle acque supera la soglia disicurezza, fissata dall’OMS in 10 microgrammi per litro. E l’arsenico è cancerogeno e causadiabete, ipertensione e malformazioni. In attesa che l’acqua sia bonificata, ciascuno può tentare diproteggersi attraverso la dieta, come dimostra l’American Journal of Epidemiology: più tuberi evegetali come le zucche e la papaya, che contengono selenio, vitamina A e acido folico, sostanzeprotettive. (A. Codignola, in L’Espresso) Lazio. Deroga UE per l’arsenico dai rubinetti La commissione Europea ha concesso la deroga chiesta dalla Regione Lazio per il tasso diarsenico contenuto nell’acqua potabile. Da oggi e fino al 31 dicembre 2012, il limite massimoammesso passa da 10 milligrammi per litro a 20 milligrammi/litro. “I cittadini subiscono gli effettidell’arsenico che, è bene ricordarlo, si accumula nell’organismo, da molto tempo prima dell’entratain vigore della direttiva europea nel 2003. Siamo convinti, quindi, che nonostante la deroga arrivatada Bruxelles l’emergenza non sia finita e sia necessario intervenire subito. Ma non ci sembra siaquesta l’intenzione del centro destra”, ha commentato il Presidente dei Verdi del Lazio NandoBonessio. (Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2011)19. L’inquinamento da pesticidi, fertilizzanti e altri prodotti chimici Rose magnifiche, per tutti. Ma chi le coltiva, sugli altopiani dell’Ecuador, ne ha un’ideadiversa. Veleni, sfruttamento, malattie professionali nascosti dietro gli splendidi petali. Rosa fresca. Aulentissima? “Mi spiace, ma nella floricoltura circolano troppi soldi e interessi perché io possa espormicosì, mondialmente, in una intervista; ci tengo troppo alla famiglia e al mio lavoro”. Il professorEmilio Granda, grigio burocrate latino americano, è sbrigativo e ci congeda rapidamente dal suoammuffito ufficio nell’Istituto agrario di Cayambe, di cui è preside. La scuola è circondata dacoltivazioni intensive di fiori; e i suoi studenti, che vi svolgono talvolta periodi di tirocinio,denunciano frequenti malesseri di varia natura. Intorno alla cittadina di Cayambe, sull’altopiano andino, ai piedi del ghiacciaio del vulcanoomonimo, si concentra un terzo delle piantagioni di fiori dell’Ecuador. Sulla linea equatoriale, a2800 metri d’altitudine si producono le condizioni di luminosità e temperatura ideali per la crescita 34
    • delle più belle ( e più costose) rose del pianeta. Le serre floricole si perdono a vista d’occhio. “Unavolta erano tutti campi coltivati e vi pascolava il bestiame, ci indica sconsolato Manuel Tutillo,giovane leader della comunità “Josefina” di Cayambe. “Certo, hanno portato tanta occupazione maanche un sacco di problemi”. Non sono proprio tutte rose e fiori. In pochi anni, partendo da zero, l’Ecuador è diventato il secondo esportatore di fiori (per i dueterzi rose) dell’America latina; un business da 350 milioni di dollari, superato solo da petrolio ebanane e che ha scavalcato il cacao. Ma una tale performance, per un prodotto così delicato, è statopossibile solo con un impiego massiccio di organo-fosfati e pesticidi vietati; gli stessi che, ci fanotare il tossicologo Patricio Ortiz, di Quito, “esordirono come armi chimiche nelle guerre di Coreae del Vietnam e oggi entrano nella nostra agricoltura per le vie del mercato nero”. Se si pensa chesolo 42 delle quasi 400 aziende agricole ecuadoriane sono certificate ambientalmente dal FlowerLabel Program (Flp), si fa in fretta a capire come il 65% dei lavoratori della floricoltura evidenzidisturbi di varia gravità per le fumigazioni applicate sistematicamente all’interno delle serre. Guardie armate Le piantagioni sono recintate e sorvegliate da guardie armate; l’accesso in quelle noncertificateci è stato ripetutamente negato; impossibile entrare. Per parlare di salute abbiamo allorariunito una dozzina di lavoratori di differenti imprese nella sede del Iedeca, una Ong locale che sioccupa di sviluppo locale sostenibile nelle aree indigene. Tutti riferiscono di mal di testa, nausea,dolori muscolari e alle articolazioni, di irritazioni agli occhi formicolii e senso di spossatezza.Margarita Fonte, indigena, raccoglitrice veterana, ci racconta: “Il più delle volte siamo senzamascherine e dobbiamo tapparci naso e bocca con i vestiti”; mentre il giovane Segundo Sopalodopo quattro anni si è licenziato: “Mi toccava fumigare senza scafandro, col puzzo e gli indumentiimpregnati di prodotti chimici”. “I sintomi riportati sono effetto dell’esposizione agli organo-fosfati, che colpiscono tutti isistemi dell’organismo umano; e non ci sono medicine possibili; l’unica cura, quandol’intossicazione si cronicizza, è andarsene”, certifica il dottor Ortiz. Ma come, se un altro lavoronon lo trovi? “Tocca resistere”, conclude rassegnata Juana Salcedo, altra anziana operaia. Il dottor Ortiz ci parla poi di disfunzioni sessuali, di elevati indici di aborti e di malformazionigenetiche. Come per le sorelle Irma e Maribel Quimbiamba, ragazze madri poco più che ventenni,che incontriamo con la loro mamma in un umile casetta della periferia di Cayambe, piena di poverimobili accatastati in attesa, chissà, di nuovi mariti. Le piccole che hanno in braccio sono nate unacon un ulcera all’occhio (risolta col trapianto della cornea) e l’altra con vesciche e bruciature sututto il corpo. Le sorelle Quimbiamba hanno avuto la fortuna di poter cambiare impresa e di esserestate assunte da una di quelle con il marchio verde Flp, dove si applicano solo fitofarmaciconsentiti, secondo severe norme di protezione (e periodici esami del sangue). Viene da chiedersi allora se siano almeno pagati dignitosamente i 60.000 occupati dellafloricoltura dell’Ecuador.Ma anche qui il quadro è inquietante. La paga base in tutto il settore è diun dollaro all’ora. Ciò che fa la differenza nelle aziende con il marchio verde Flp, fino a quasiraddoppiare il salario, è il puntuale pagamento di straordinari, indennità varie, premi, oltre ai servizidi mensa e trasporto. Nel caso migliore, si arriva a non più di 250 dollari al mese, ben al di sotto delpaniere dei generi di base fissato (nell’Ecuador dollarizzato) in 420 dollari per famiglia. Ma al peggio non c’è mai fine. Alla comunità “Josefina”, settanta famiglie che vivono nellefloricolture, incontriamo fuori orario un gruppetto di operai e operaie per parlare di condizioni dilavoro nelle aziende non certificate. Esordisce Manuel Farinango: “ Devi tagliare o selezionare uncerto numero di rose all’ora; se non ce la fai ti affibbiano multe da 3 a 10 dollari, altrimenti ti fermioltre l’orario fino a che non raggiunto l’obiettivo”. Felisa Quinbulco iporta invece che dove lavoralei “se non fai quel che dice il padrone ti insulta e ti prende a calci in culo”. Lourdes Cuellar dalcanto suo già vede arrivare l’epoca di San Valentino: “Ci toccherà lavorare fino alle due-tre di notte 35
    • per poi riprendere alle sette del mattino; una rosa che da voi è motivo di gioia , per noi vuol direnon vedere figli e marito per giorni”. Timida e in disparte, la giovane Carmen Quishpe ci raccontadi come sia stata licenziata dopo essere rimasta incinta. Arbitrio totale, insomma. E come se non bastasse, in tempi di globalizzazione sono arrivateanche le agenzie interinali che forniscono personale alle piantagioni con contratti fino a tre mesirinnovabili; come per il nostro Manuel Farinango. In tal modo le aziende di rose non devono piùrispondere di nulla. (…) Il fiore globale (…) Dall’Ecuador proviene l’8% delle rose importate in Italia ( a sua volta secondaproduttrice europea dopo l’Olanda). Una rosa ecuadoriana dal momento del taglio (se vienerispettata la catena del freddo) dura fino a tre settimane. Le aziende produttrici la vendono a circa35 centesimi di dollaro, dichiarando un guadagno intorno al 20 %. In tre-cinque giorni (passandodall’importatore al grossista) le rose arrivano ai nostri fioristi che le vendono fra i 3 e i 6 eurociascuna. Al momento non ci sono norme che impongano informazioni sulle aziende floricole diprovenienza (…) (G. Beretta, il testo integrale sul Corriere della Sera del 14 febbraio 2006) Ogm, l’erbicidio perfetto Pensate a 69 milioni di ettari di coltivazioni generosamente irrorate con un potente diserbante.Adesso provate a immaginare che il suddetto diserbante sia tossico, sia per gli animali sia perl’uomo. Beh, non dovete fare un grosso sforzo, perché, si sa, la realtà può superare di gran lungal’immaginazione. I 69 milioni di ettari in questione sono quelli coltivati con soia transgenica Roundup Ready,soprattutto negli Stati Uniti e in vari paesi dell’America latina, mentre l’erbicida di cui sopra è ilRoundup della Monsanto, copiosamente riversato su quelle coltivazioni per eliminare le erbeinfestanti. La Monsanto vende il pacchetto completo: da una parte il diserbante Roundup e,dall’altra, la soia geneticamente modificata per essere “pronta” (da qui il nome di Roundup Ready)a resistere all’erbicida, in modo che questo, sopprimendo le erbacce, non disturbi le piante coltivate. Ora però, dopo aver pensato al mondo vegetale, bisognerebbe forse preoccuparsi anche diquello umano e animale, visto che alcuni dei suoi esponenti (bambini nati da madri esposteall’irrorazione dei campi con glifosato, il principio attivo del diserbante Roundup, nonché progeniedi rane e galline, non si sono rivelati altrettanto “pronti”. Secondo uno studio appena pubblicato da Andres Carrasco, direttore del Laboratorio diEmbriologia Molecolare presso la Facoltà di medicina di Buenos Aires e membro del ConsiglioNazionale delle Ricerche, il glifosato è causa di malformazioni cranio-facciali negli embrioni dirane e polli, anche dopo esposizioni a dosi inferiori a quelle utilizzate nei campi e comparabili con illivello di residuo massimo autorizzato in Europa. Non è la prima volta che il glifosato viene associato a varie forme di tossicità e a difetticongeniti. Malformazioni simili a quelle riscontrate da Carrasco e dai suoi collaboratori, sarebberoinfatti già state riscontrate in neonati di donne esposte alle irrorazioni con Roundup in alcune areerurali dell’Argentina, come pure alterazioni del sistema endocrino in cellule umane a concentrazioni800 volte inferiori ai limiti dei residui presenti in alcune coltivazioni transgeniche usate perl’alimentazione animale negli Usa. Insomme, un lungo elenco di segnalazioni di effetti tossici,alterazioni, malformazioni che ha accompagnato negli anni la storia del glifosato e che adesso èstato raccolto in un report,”GM Soy: Sustainable? Responsible?”, realizzato da un pool diUniversità tra cui il King’s College London School of Medicine di Londra e le Università di BuenosAires e San Paolo del Brasile, che hanno passato in rassegna numerosi lavori scientifici etestimonianze documentate sulla tossicità del glifosato, tra cui, appunto, lo studio di Carrasco. Le 36
    • aziende produttrici, però, hanno sempre garantito l’innocuità del prodotto per la salute umana el’ambiente. “Una delle principali ragioni per cui il glifosato è stato ritenuto quasi innocuo – spiegaFabrizio Fabbri, direttore scientifico della Fondazione Diritti Genetici – risiede nella sua azionebiocida, che si espleta attraverso l’interferenza con un enzima assente negli animali, uomo incluso.Una visione riduzionista che non tiene però evidentemente conto di altri meccanismi metabolicipotenzialmente pericolosi per la salute umana e animale, che potrebbero essere alla base dei dannidocumentati in diverse ricerche scientifiche. Per questo serve prudenza” Visto che il 95% della soia transgenica e oltre il 75% degli altri Ogm sono quotidianamenteirrorati dal diserbante, potrebbe non essere una cattiva idea. (S. Galasso, su “Il manifesto” del 29 settembre 2010) La lista dei veleni Un altro nome si aggiunge alla lista dei veleni riconosciuti. E’ l’endosulfan, insetticida eacaricida a base di organoclorine, uno dei più tossici tra i pesticidi agricoli attualmente incircolazione: a partire dal 2012 la vendita e l’uso saranno vietati in tutto il mondo. Così hannodeciso la settimana scorsa i rappresentanti dei 127 paesi aderenti alla “Convenzione diStoccolmasugli inquinanti persistenti organici”, riuniti a Ginevra. L’endosulfan diventa così ilventiduesimo nome nella lista dei più pericolosi persistent organic pollutants banditi in tutto ilmondo. La proposta di bandire l’endosulfan era stata avanzata per la prima volta nel 2007: allora 50paesi l’avevano già vietato, oggi sono diventati 80 (tra cui tutta l’Unione Europea e gran parte deipaesi industrializzati). “La decisione di metterlo al bando è un omaggio a tutti quegli agricoltori,alle comunità contadine, e agli attivisti di tutto il mondo che hanno sofferto per l’endosulfan e sisono battuti per questo risultato”, ha commentato Meriel Watts, consigliere scientifico della retePesticide Action Network Asia e pacifico. Come per molte altre sostanze chimiche ci sono volutianni di osservazioni, numerosi casi di contaminazione collettiva e grandi battaglie perché la suatossicità fosse studiata e infine provata in modo scientifico. L’endosulfan è (o è stato) molto usato in tutto il mondo in un’ampia gamma di colture, e inparticolare nelle coltivazioni di cotone, caffè, the. E’ una sostanza neurotossica assai pericolosa siaper chi la usa, sia per chi vive nelle vicinanze delle zone trattate, in bambini e adulti : provocanausea, vomito, convulsioni, in alte dosi può provocare danni permanenti al cervello e dare perditadi coscienza o perfino la morte. Poi ci sono i danni a lungo termine: perché è anche persistente(ovvero rimane a lungo nell’ambiente), si bioaccumula (si accumula nei tessuti degli organismiviventi) ed è ormai accertato che interferisce con il sistema endocrino: quindi provoca danni alsistema riproduttivo e allo sviluppo, sugli animali e sugli umani, con difetti congeniti. Solo nel giugno 2010 l’Ente per la protezione ambientale degli Stati Uniti ha vietatol’usodell’endosulfan in tutta la nazione, dopo aver concluso che “pone un rischio inaccettabile ailavoratori agricoli e alla vita naturale, e può persistere nell’ambiente”. A oggi però resta molto usato in altri paesi, tra cui la Cina e soprattutto l’India: ed è qui che ladecisione della Convenzione di Stoccolma potrebbe segnare una svolta. L’India è forse uno deipaesi che ha sperimentato la più grande tragedia da endosulfan. In Kerala, dove era usato a pienemani nelle piantagioni di noccioline, nel 2001 è emerso un caso impressionante di esposizione dimassa, con migliaia di lavoratori contaminati e migliaia di bambini nati con malformazioni e dannial cervello: la situazione è stata definita “seconda per dimensioni solo alla tragedia del gas diBhopal”. Oggi, il Kerala è uno dei due stati indiani in cui l’endosulfan è vietato. E però l’India nelsuo insieme resta tra i più grandi utilizzatori e anche uno dei maggiori produttori mondiali(l’endosulfan è fuori da brevetto; è prodotto da bayer CropScience, dall’israeliana Makhteshim e datre imprese indiane: Excel Crop Care, Hindustan Insecticide Ltd e Coromandal Fertilizers, che nesfornano 4500 tonnellate annue per uso interno e altre 4000 tonnellate per l’export. Finora le 37
    • associazioni industriali indiane si sono opposte con successo ai tentativi di vietare l’usodell’endosulfan. Per questo la decisione presa a Ginevra è vista qui come una vittoria da tanteassociazioni ambientaliste e per la salute popolare. (P. Desai su “Il manifesto” del 10 maggio 2011) Cocomeri Più di 45 ettari di campi di cocomeri esplosi vicino Nanchino, nella Cina orientale, hannorichiamato l’attenzione sull’abuso di additivi chimici nell’agricoltura cinese. La rottura dei fruttisarebbe dovuta all’abuso di forchlorfenuron, un acceleratore della crescita (Tratto da “Internazionale” del 20 maggio 2011)20.L’estinzione delle specie animali e vegetali Ricerca USA: il tasso di sparizione delle specie vegetali e animali è oggi mille volte superioreal passato e colpisce ogni angolo del pianeta Mondo verde pallido, le piante sono sempre meno La loro estinzione altera l’equilibrio degli ecosistemi da cui dipende la vita dell’uomo Il tasso di estinzione delle specie animali e vegetali oggi è mille volte più veloce rispetto aquello storico. La biodiversità nel mondo è progressivamente minacciata. Riscaldamento globale,sottrazione degli habitat, impatto di altre attività umane, sono tra le cause che determinano questoimpoverimento Ma cosa significa perdere specie vegetali per il funzionamento degli ecosistemi dacui dipendono gli esseri umani per beni e servizi? Gli ecosistemi del nostro pianeta possonosopravvivere e mantenere le loro funzioni primarie con un numero di specie più limitato? Se lo domandano sulle pagine dell’American Journal of Botany molti degli esperti mondiali inmateria di biodiversità. Utilizzando i dati di circa 400 esperimenti, gli autori hanno trovato proveschiaccianti che indicano come l’effetto netto della perdita di specie (piante in ambienti terrestri ealghe in ambienti acquatici) riduca la quantità complessiva di biomassa (cioè la produzione dellamateria che costituisce le piante. Non è solo il fatto che vengono a mancare molte specie, è che laloro mancanza influenza tutto il sistema. “Questa sintesi fornisce la prova inequivocabile che ildeclino della biodiversità vegetale riduce la biomassa delle piante negli ecosistemi naturali, edegrada la loro capacità di utilizzare le sostanze nutritive biologicamente essenziali dal suolo edall’acqua, di produrre ossigeno e di rimuovere C02 dall’atmosfera”, afferma Bradley Cardinale,ecologo dell’Università del Michigan. E’ pur vero che ci sono molte piante più produttive edefficienti della media delle specie, ma gli autori hanno visto che una comunità maggiormentediversificata è decisamente più produttiva di una comunità fatta solo da specie “migliori” ad altorendimento. “Le comunità vegetali, -dicono- sono come una squadra di calcio che per vincere habisogno delle “stelle”, di attaccanti che possono segnare, ma è necessario anche un gruppo digiocatori di supporto che possono passare, difendere e tendere insieme all’obiettivo”. Su 375 osservazioni, il 37% ha suggerito che policolture diversificate hanno consentito diraggiungere una biomassa maggiore rispetto a quella sviluppata in una monocoltura da una speciesingola sia pur a più alto rendimento (per esempio una specie che avrebbe prodotto un maggiorraccolto o più legno). E un altro studio, frutto dei risultativi 44 esperimenti in tutto il mondo, chesimulavano l’estinzione di specie vegetali, ha dimostrato che gli ecosistemi con meno specieproducono fino al 50% in meno di biomassa vegetale rispetto a quelli con un livello più naturale didiversità. Gli autori spiegano che ci sono due motivi per cui le comunità altamente differenziatesono più produttive. Parte della spiegazione è che quando sono presenti tante specie di piante, laprobabilità che tra di esse vi siano”super-specie” (cioè altamente produttive ed efficienti a regolare iprocessi ecologici) è maggiore. L’altra ragione che molte specie svolgono ruoli unici e 38
    • complementari nel loro ambiente. Questa “divisione del lavoro” permette alle comunitàdiversificate di essere più produttive. Gli scienziati aggiungono: “Noi non facciamo una questione etica o estetica. Dobbiamoiniziare a dare risposte concrete e veloci sul numero e sul tipo di specie che sono necessarie persostenere i processi di base per la vita umana. Per esempio: in che modo la biodiversità incide sullaresa delle colture alimentari, il controllo dei parassiti e delle malattie, la depurazione delle acque ola produzione di legname, fibre e biocarburanti? Una cosa è certa:l’estinzione di specie vegetalicompromette la produttività che supporta gli ecosistemi della Terra”. Ma uno studio franceseaggiunge un dato singolare: la presenza di cervi, caprioli e cinghiali, animali di taglia cospicua inforte espansione (anche in Italia), contribuisce anche ad aumentare la biodiversità vegetale, inquanto forti dispersori di semi. Per esempio il fiore Cinoglosso (Cynoglossum officinale) non erapresente nel 1976 ma poi è apparso nel 1981 e da allora si è diffuso ampiamente dove i grandimammiferi forestali sono più rappresentati. (Massimo Spampani sul Corriere della Sera del 19aprile 2011, con foto di piante)21.La perdita di una specie causa l’interruzione delle catene alimentari Una catena alimentare o catena trofica è linsieme dei rapporti tra gli organismi di unecosistema. Ogni ecosistema ha una sua catena alimentare e, siccome un individuo può appartenerea più di una catena alimentare, si crea una vera e propria rete alimentare. Se degli organismi hanno lo stesso ruolo nella catena alimentare, appartengono allo stessolivello di alimentazione. Ad esempio al primo livello ci saranno i produttori primari, al secondo glierbivori (o consumatori primari)... Il trofico dei nutrienti, ovvero lassunzione della biomassa di organismi da parte di altriorganismi, comporta una dispersione di energia: per ogni passaggio della catena, circa 80-90%dellenergia potenziale viene dissipata sotto forma di calore; di conseguenza, catene alimentarilunghe (costituite da numerosi livelli trofici) dovranno avere alla base una copiosa produzioneprimaria. Lo stesso fattore comporta una sempre minore popolazione di una data specie, tanto piùelevato è il livello trofico a cui essa appartiene. Il passaggio di energia può avvenire anche traorganismi appartenenti allo stesso livello trofico. Le catene alimentari si dividono in: 1. catene alimentari di pascolo: vegetali ---> erbivori (o consumatori primari) ---> carnivori(o consumatori secondari) 2. catene alimentari di detrito: materia organica morta ---> microrganismi ed altriconsumatori di detriti (detritivori) ---> loro predatori La qualità delle risorse è importante almeno quanto la quantità di energia indirizzata nelledifferenti catene alimentari (es. la qualità di un estratto fotosintetico ottenuto da un fungomicorrizico è molto più elevata di quella delle foglie morte in termini di facilità di assimilazione).Tutte le catene alimentari possiedono un feed-back in cui i consumatori trasportano spesso nutrientio prodotti ormonali che possono incidere sulle risorse della pianta. È una sequenza che parte sempredai produttori. I produttori Alla base di ogni catena alimentare, ci sono i produttori, ossia degli organismi autotrofi,ovvero capaci di organizzare i composti chimici nel terreno (o nellacqua), così da produrreautonomamente riserve alimentari (zuccheri, amidi). Questo processo è attuabile tramite lenergiafornita dalla fotosintesi clorofilliana. I produttori sono infatti gli unici esseri viventi che riescono a 39
    • trasformare lenergia solare (energia luminosa + energia termica) in energia chimica (energia dilegame). I consumatori Dopo i produttori, ci sono i consumatori, ossia organismi eterotrofi non indipendenti nellaproduzione di cibo. Infatti questi organismi necessitano di mangiare altri organismi per assimilaresostanze nutritive. Nellambito dei consumatori si distinguono più livelli trofici, generalmente 3: • consumatori primari: erbivori che si cibano direttamente dei produttori; • consumatori secondari: carnivori che si cibano di erbivori; • consumatori terziari: carnivori che si cibano di carnivori. Ognuno di questi ordini rappresenta un livello trofico. Gli ordini di consumatori, comunque, sono virtualmente illimitati. La dispersione di energiaad ogni passaggio, però, comporta che la popolazione delle specie appartenenti a livelli troficielevati sia sempre e comunque limitata (le aquile, poste al sesto livello trofico di una catena troficaalpina, hanno un territorio di caccia molto ampio proprio per questo motivo). Una data specie può occupare più livelli trofici, a seconda della fonte di energia alimentare dicui si nutre. Gli onnivori, come gli orsi, non occupano un livello fisso, ma lo variano a seconda dicosa si cibano. Gli esseri umani, essendo gli unici in grado di decidere di cosa cibarsi - esistonoinfatti vegetariani, mangiatori di carne - non rientrano in questo tipo di classificazione; la parolaonnivoro ha senso infatti solo se indica un animale che si nutre sia di produttori, sia di consumatoriprimari seguendo listinto (idem dicasi per i carnivori o gli erbivori). I decompositori I bioriduttori sono generalmente dei batteri che decompongono i resti animali e vegetali insostanze riutilizzabili dai produttori. Hanno un ruolo molto importante perché determinando ladecomposizione della materia organica, rimineralizzano le sostanze nutritive (specialmente azoto efosforo) che sono riutilizzate dagli organismi autotrofi.22. L’aumento della omogeneità genetica Bestiame, a rischio estinzione il 20% delle razze. A suonare l’allarme è un recente rapporto della FAO, secondo il quale, delle oltre 7600 razzedi animali da allevamento censite nella sua banca dati, 190 si sono estinte dai primi anni ’90 ad oggie altre 1500 sono considerate in pericolo. Negli ultimi cinque anni sono andate perdute circa 60razze bovine, ovine, suine, equine e avicole e, al ritmo attuale, ogni mese sta scomparendo unarazza animale destinata all’alimentazione umana. Sotto accusa la globalizzazione del mercatozootecnico che, secondo la Fao, influisce negativamente sulla biodiversità. Il settore zootecnicocontribuisce alla sussistenza di oltre un miliardo di persone ; da esso dipende la sopravvivenza dioltre il 70% delle popolazioni rurali povere. Inoltre, in termini economici, il settore zootecnico rappresenta attualmente circa il 30% delprodotto interno lordo agricolo dei paesi in via di sviluppo, una percentuale destinata a raggiungerecirca il 40% nel 2030, a scapito dell’agricoltura vegetale, se è vero che , per ogni chilogrammo dicarne bovina vengono consumati dai 9 agli 11 chili di mangimi, in buona parte composti da mais,soia e orzo, prodotti altrettanto adatti all’alimentazione umana. Ma questo è un altro discorso. I sistemi di allevamento tradizionali hanno bisogno della diversità biologica delle razzeanimali, per finalità ed impieghi multipli in grado di fornire servizi diversi, perché il pool genico 40
    • animale esistente contiene risorse preziose per la sicurezza alimentare e lo sviluppo agricolo futuro,specialmente in condizioni ambientali difficili. I moderni sistemi di allevamento, invece, si basano sull’ottimizzazione delle caratteristiche dirazze che rispondono alla richiesta dei mercati, raggiungendo si straordinari incrementi dellaproduttività, ma riducendo la diversità genetica degli animali. Proprio come accade per le varietàdei semi in agricoltura. Solo 14 delle oltre 30 specie di mammiferi addomesticati (tra bovini,pecore, capre, maiali) e di pollame forniscono il 90% dell’alimentazione umana a base di carne,come scrive Irene Hoffmann, responsabile del servizio di produzione animale della Fao. Il documento dell’Organizzazione, curato da 150 esperti di 90 paesi, costituisce una primabozza del rapporto sullo stato delle risorse zoo genetiche mondiali. The State of the World’s Animalgenetic Resources, il primo studio globale sulla situazione delle risorse zoogenetiche, sulla capacitàdei paesi di gestire questo patrimonio in modo sostenibile e sugli interventi indispensabili perarrestare le perdite. “Il mantenimento della diversità genetica animale – afferma Josè EsquinasAlcazar, segretario della Commissione Fao sulle risorse genetiche per l’alimentazione el’agricoltura, consentirà alle generazioni future di selezionare lo stock genetico o di svilupparenuove razze capaci di rispondere all’emergere di nuove sfide, come il cambiamento climatico, ilsorgere di malattie e il cambiamento dei fattori socio-economici”. E analizzando l’interdipendenza dei paesi in materia di risorse zoogenetiche, per Esquinas èfondamentale facilitare lo scambio continuo di queste risorse e il loro sviluppo, per far sì che vi siauna condivisione equa dei benefici da parte degli allevatori, dei selezionatori, degli operatori delsettore, ma anche dell’intera umanità. Il testo definitivo dello studio-che fotografa la situazione con dati provenienti da 169 paesi emette in evidenza l’importanza del settore zootecnico per l’agricoltura, sarà presentato a Interlaken(Svizzera), il prossimo settembre in occasione della Prima conferenza tecnica sulle risorse zoogenetiche, che dovrebbe concludersi con l’adozione di una strategia globale e di un piano di azione A livello mondiale per fermare la perdita di diversità genetica animale e migliorarne lagestione, lo sviluppo e la conservazione sostenibile. (Marizen, su “Il manifesto” del 14 marzo 2007)22.La diffusione di organismi geneticamente modificati Guarda un po’ chi osa sfidare il gigante OGM (…) Le coltivazioni ogm nel mondo sono presenti in 16 paesi, su una superficie totale pari adue volte la Gran Bretagna. Sono soprattutto soia (62%), grano (21%), cotone (12%), colza (5%) 66% è la quota di coltivazioni ogm degli Usa sul totale mondiale. Alle loro spalle l’Argentinac’è l’Argentina (23%), quindi il Canada (6%), la Cina (4%), il Sudafrica (0,3%), e l’Australia(0,1%) 27% è l’incremento delle coltivazioni geneticamente modificate realizzato nell’ultimo annonei paesi in via di sviluppo. Nuovi mercati sono l’India (per il cotone), la Columbia e l’Honduras 40% è la crescita percentuale più prepotente del 2002: quella della Cina nel cotonetransgenico. Pari al 51% delle coltivazioni nazionalidi cotone, ha coinvolto 5 milioni di piccoliagricoltori (Tratto da articolo di V. Zincone su “Sette”, 2002) 41
    • Il Consiglio di Stato da incredibilmente il via libera alla coltivazione di un mais Monsanto.Esultano le lobby, insorgono gli ecologisti Il ministro Zaia a colpi di vanga contro una sentenza transgenica Salvate il ministro Zaia. O almeno non lasciatelo solo, tutto compresso com’è tra un governofilo ogm (il suo) e una regione pro bio tech come il Veneto (la sua) che a fine marzo potrebbesceglierlo come governatore. L’uomo, dicono gli ambientalisti, sembra essere in buona fede e anchein queste ore si sta battendo a colpi di vanga contro le lobby pro ogm che ormai dilagano. Come se non bastassero le tonnellate di redazionali mascherati da articoli che da mesiseminano propaganda sul Corriere della Sera e su Il Sole 24 Ore. Il colpo più basso è stato infertol’altro giorno da una incredibile sentenza del Consiglio di Stato che ha accolto il ricorso presentatoda un “contadino”, tal Silvano Dalla Libera, che tra le altre cose è anche vicepresidente di Futuragrae adesso si spaccia per “il primo agricoltore italiano che potrà seminare Ogm” 8oggi insieme ad altrimandanti del grave attentato al sistema agricolo italiano, festeggerà a Milano con una conferenzastampa). Cosa dice la sentenza? Che il ministro Zaia deve autorizzare la coltivazione di semimodificati già approvati a livello comunitario, e senza attendere la decisione delle linee guida cheogni paese è tenuto ad elaborare per stabilire le regole della coesistenza tra agricoltura Ogm eagricoltura tradizionale o biologica (principio cardine: chi inquina paga, perché gli Ogm infestano icampi limitrofi e questo è un fatto. Queste linee guida, ipotizzano gli ambientalisti, già esistono,solo che a due mesi dalle elezioni regionali nessun governatore potrebbe permettersi di sostenere lalinea pro biotech che sottotraccia ispira la filosofia di questo governo. Va precisato che l’unico Ogmautorizzato per la coltivazione in Europa è il mais Mon 810 di Monsanto. Prodotto con una famapessima. Oltre ai test che ne dimostrano la pericolosità (tanto che Francia, Austria, Ungheria,Germania, Grecia e Lussemburgo lo hanno bandito invocando la clausola di “salvaguardia”), la suaautorizzazione è scaduta nel 2008. Il ministro Zaia la sua parte la sta facendo, e per questo riscuote gli applausi del variegatosottobosco ecologista. “Rispettiamo la sentenza del Consiglio di Stato, ma ricorreremo in tutte lesedi. Faremo opposizione perché siamo convinti di rappresentare i tre italiani su quattro che nonvogliono Ogm”. Posizione che sfonda “a sinistra” si fa per dire. Francesco Ferrante (ala ecologistaisolata del PD) invita il ministro ad appoggiare un emendamento al decreto Milleproroghe chepropone di sospendere la “sperimentazione in campo aperto” e “l’avvio delle coltivazioni Ogmprima dell’adozione dei piani di coesistenza”. Nello di Nardo (IDV), parla di “sentenza devastanteche attenta alla biodiversità e al nostro ricco patrimonio agroalimentare”. E Mario Capanna,presidente della Fondazione Diritti Genetici, approfittando della generosa ospitalità che il Giornalegli concede ogni lunedì, si permette il lusso di importunare il padrone di casa, cioè Berlusconi:“Illustre Presidente, sugli Ogm il governo la pensa come Zaia?”. Ma attenzione, la pressione nostrana non basta. Perché non c’è argomento transnazionalecome questo. Domani, e dopo, per esempio, a Bruxelles si riuniscono i paesi produttori dimangimistica non-ogma (l’Europa importa 30 milioni di tonnellate di soia all’anno). Temafondamentale, poiché le lobby pro biotech si ostinano a dire che già pggi i nostri animali si cibanodi Ogm (ed è vero) per cui non avrebbe alcun senso vietarli. Ma il “cavallo di Troia” non sta inpiedi. Primo: un conto è importare i semi, un conto è coltivare un campo. Secondo: per sfamare lemucche che danno il latte al consorzio del Parmoggiano Reggiano , peer esempio, basterebbecambiare fornitore, servendosi dai paesi che garantiscono prodotti liberi da Ogm. (L. Fazio, 2 febbraio 2010) Piante di grano transgenico, con un gene che produce proteina insetticida, contaminano lafalda acquifera. Una ricerca pubblicata nel Proceedings of the National Academy of Science, granoogm che produce pesticidi nelle proprie fibre sta contaminando le riserve idriche nel Midwest Usa,secondo uno studio condotto dai ricercatori del Cary Institute of Ecosystem Studies e pubblicato nel 42
    • Proceedings of the National Academy of Science. La notizia compare nella pubblicazione svizzeraEc Planet. Lo studio è stato condotto sul grano transgenico che porta un gene dai batteri del Bacillusthuriengensis (Bt) che produce una proteina insetticida, la Cry1Ab. I ricercatori dopo aver testato217 fiumi dellIndiana per cercare tracce di Cry1Ab lavrebbero trovata nel 13 % dei corsi dacqua.La notizia grave è che i fiumi contaminati si trovano distanti 500 metri dalle coltivazioni. E neglistati del Midwest come Indiana, Illinois e Iowa, dove è massiccia la produzione del mais, il 90 %dei fiumi e corsi dacqua si trova a 500 metri dalle coltivazioni. Di conseguenza vi sarebbero159.000 miglia di corsi dacqua a rischio di contaminazione da BT. "La nostra ricerca aggiunge, al crescente corpo di evidenze, che i derivati del raccolto di maispossono essere dispersi attraverso una rete di fiumi e che i composti associati ai raccolti ogm, comele proteine insetticide, possono entrare nei corsi dacqua adiacenti" ha spiegato la ricercatrice EmmaRosi-Marshall. ( da Ecologia politica, 5 marzo 2011) Antimafia: pericolo dall’erba ogm Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso lancia l’allarme-giovani sui rischi dellamarijuana caucasica, “geneticamente modificata dai narcotrafficanti per ampliare il principio attivoche ha effetti nuovi e pericolosi: bisognerebbe controllare questa sostanza intervenendo ai raveparty dove più elevato è il rischio della sua messa in circolazione”. Secondo Grasso lo stessoallarme riguarda le foglie di coca ogm. Ha spiegato: “Esperti delle tossicodipendenze hanno visitatoin Russia persone che avevano fato uso di marijuana caucasica constatandone gli effetti deleteri”.Grazie alla genetica biologica i narcotrafficanti riescono a ottenere dai sei agli otto raccolti di cocal’anno, mentre prima ne facevano solo due. (Tratto dal Corriere della Sera del 1 dicembre 2009) Patatrack-ogm Commissione nuova, vita nuova, a partire dagli Ogm.Dopo 12 anni di moratoria, ieril’esecutivo Barroso Bis ha riaperto le porte della UE agli organismi geneticamente modificati,rompendo una lunga stasi nelle autorizzazioni e facendo infuriare una buona parte del panoramapolitico europeo. Come ariete la super patata Amflora della BASF, benedetta dall’Efsa, l’Agenziaper la sicurezza alimentare europea di Parma, ma vista con un certo sospetto tanto dall’OMS,l’organizzazione mondiale della salute, quanto dall’Emea, l’Agenzia UE del farmaco. Oltre allasuperpatata della multinazionale tedesca, per cui viene permessa la coltivazione per uso industrialee l’utilizzazione come mangime animale, via libera anche all’importazione e allacommercializzazione di tre specie di mais ogm della Monsanto – Mon 863, Nek603 e Mon 810 –utilizzabili tanto per l’alimentazione umana che per quella animale. Che si tratti di un vero e proprio strappo con il recente passato, di una nuova strategiaaggressiva in un settore quanto mai sensibile per l’opinione pubblica, lo dimostrano non solo i fatti ,ma anche le parole del maltese Joseph Dalli, nuovo commissario UE alla salute. L’obiettivo è una“revisione della normativa UE” sugli Ogm, in modo da lasciare ai 27 più spazio di manovra nellascelta se coltivare o meno prodotti biotech nel loro territorio. “Intendo procedere nella direzioneindicata dalla Commissione precedente e dal Presidente Barroso, -ha affermato ieri Dalli- e daquando ho assunto questo incarico mi sono occupato prevalentemente di questo dossier”. Appare così chiaro che il cambio di stratega di ieri andava covando da mesi, solo che Barroso,in attesa di essere rieletto dal parlamento (in gran parte contrario agli Ogm) non poteva spingereprima per una decisione simile. Per una revisione della legislazione comunitaria ci vorranno più omeno un paio d’anni, ma già dall’estate, ha lasciato intendere Dalli, gli Stati potrebbero avere unamaggiore autonomia decisionale. Dietro alla rapida decisione di ieri c’erano d’altronde anche le 43
    • insistenze di Germani, Repubblica Ceca, Svezia e Olanda, che hanno spinto per settimane a favoredella superpatata, in modo da poterla piantare già nella campagna 2010. La posta in palio supera però il mero valore di un raccolto ed acquista il peso di una vittoriaimportante per la lobby del biotech. La Commissione e i governi, - a favore sono anche la Spagna,prima per ettari coltivati a Ogm, Romania, Slovacchia, Polonia e Regno Unito – sentono il fiato deicampioni del settore, le tedesche Basf e Bayern, la svizzera Syngenta e le statunitensi Monsanto ePioneer. E tra loro e la politica, si muove con successo l’universo di organizzazioni e lobby chepatrocinano gli Ogm nei corridoi delle istituzioni UE. Su tutte EuropaBio, l’associazione delleindustrie biotech , impegnate direttamente sul campo. Quindi c’è chi fa lobby per interesse indirettocome Coceral, i rappresentanti degli importatori e commercianti agricoli, la Fefac per i concimi,Fediol, attiva nel settore della trasformazione delle sementi per i biocombustibili, e la Aaf, fan lasuperpatata perché raccoglie i produttori di amido. L’amflora è infatti appetita perché ben più ricca di amido di quanto non lo siano le patatetradizionali, e, quindi, molto più conveniente per l’industria della carta, ma, e da qui nasce il corodei no, presenta anche un gene “marker” che conferisce resistenza ad un antibiotico importante perla salute umana. Un dettaglio, che secondo la direttiva UE 2001/18 dovrebbe impedirnel’approvazione. “La Commissione cede una nuova volta alle esigenze delle multinazionali – attaccano i verdidel Parlamento UE – nel mercato esistono già delle patate sviluppate in maniera convenzionale conun alto tenore di amido: le modificazioni genetiche non sono quindi necessarie”. Sotto accusa ancheil sistema di decisione che alla fine, dopo anni di blocco tra i governi, lascia la Commissione liberadi decidere, , come ha fatto ieri, prendendo una via che è considerata imprudente da una buona fettadell’opinione pubblica europea. Dalli ribatte assicurando che la procedura è stata rispettata, che tutte le questioni scientifichesono state scrupolosamente analizzate e che qualsiasi rinvio della decisione sarebbe statoingiustificato. “Parliamo – ha affermato ancora il Commissario – di una semente, una patata, che hapochi rischi di dispersione”, si tratta, ha concluso, di “innovazione responsabile”. Per chi non crede alle sue parole, c’è una via, quella della clausola di salvaguardia. Ognigoverno può imboccarla per rifiutare la coltivazione di un Ogm sul suo territorio., l’hanno già fattoAustria, Germania, Francia, Lussemburgo, Grecia e Ungheria per il mais Monsanto Mon 810,l’unico predecessore della superpatata. Potrebbe invocarla ora l’Italia ( il cui ministro Zaia si èdichiarato contrario agli Ogm), sempre che a Bruxelles non si cambino anche le regole sullasalvaguardia. (A. d’Argenzio, su……del 3 marzo 2010)23.La cementificazione di fiumi, coste e aree urbane Minacce sulle isole, le coste e le foci Speculazione immobiliare,erosione aggravata dalle conseguenze del cambiamento climatico, asua volta dovuto ad eccessi di origine umana:il cemento avanza, il mare divora. Come dire che lezone costiere sono ad alto rischio In Francia, secondo l’Institut Francais de l’Environnement (Ifen, Istituto francese perl’ambiente), l’erosione colpisce un quarto del litorale, cioè 1720 chilometri, in cui vivono settemilioni di abitanti. Questa cifra è in costante aumento. La delegazione interministeriale per l’assettoe la competitività (Dicact, che ha assorbito l’ex Datar) prevede che il litorale francese, entro il 2030,accoglierà 3,4 milioni di abitanti in più – rappresenta solo il 4% del territorio, ma attira il 10% dellapopolazione. In Europa, un quinto delle spiagge e delle falesie – cioè 20.000 chilometri – è colpito 44
    • dall’erosione; i paesi più interessati sono Polonia, Lettonia, Cipro e Grecia. Nel mondo, isolecoralline, foci, mangrovie sono tra i territori più esposti. Anche se la mobilità delle coste è un fenomeno naturale a causa delle onde, delle correnti edella natura stessa delle coste, le attività umane lo amplificano. L’aumento dei porti, moli e opere diprotezione, sconvolge oggi fortemente le correnti marine e il trasporto di sedimenti. Esattamentecome le dighe e gli argini realizzati sul bacino versante dei fiumi. L’esempio più evidente, piùmediatizzato, più semplice e perciò più difficile da ignorare, riguarda isole e scogli corallini, zoneparticolarmente vulnerabili all’innalzamento del livello del mare e alle tempeste sempre piùfrequenti. E’ il caso delle isole Tuvalu, nel sud del Pacifico, la cui altitudine massima è di cinquemetri e dove sono scomparsi, nel corso dell’ultimo decennio, tre metri di battigia. A più riprese,durante le maree di plenilunio o novilunio, gli abitanti hanno dovuto evacuare temporaneamente leisole. In gran numero hanno ormai lasciato l’arcipelago. La minaccia che pesa sulle foci, invece, è meno conosciuta e più complessa. Nasce dallacatastrofica combinazione tra lavori di sistemazione, assenza di loro manutenzione, spinta urbana epeggioramento di eventi meteorologici estremi legati al riscaldamento. Nel 2005, le conseguenzedel ciclone Katrina, uno dei più violenti che gli Stati Uniti abbiano conosciuto – 1500 morti, dannicalcolati in diecine di miliardi di dollari – erano abbastanza prevedibili nel delta del Mississippi, cheda decenni si sapeva infossato e mal protetto. Katrina ha segnato per sempre New Orleans, laLouisiana e gli stati limitrofi. Resta un simbolo. Da Venezia allo Yangzi jiang Il caso del Bangladesh, paese-delta sovrappopolato e spazzato da cicloni sempre più frequenti,non è molto diverso. La sua parte occidentale è infatti a serio rischio di inondazioni. Inoltre, le suerisorse di gas naturale l’espongono a un futuro problematico, perché lo sfruttamento del petrolio edel gas amplifica l’affossamento naturale del suolo, proprio come nel caso della Louisiana. Altra circostanza aggravante, i pompaggi d’acqua nelle grandi metropoli che contribuiscono alloro affossamento. Questo è quanto accade in una città come Bangkok, costruita sul delta del ChaoPhraya e costantemente colpita da inondazioni. O di Venezia, una delle città più belle del mondo euna delle più minacciate, soprattutto a seguito dello sfruttamento del metano alla foce del Po. Non si contano più le coste erose nei delta. Quello del Nilo, in Egitto, che paga leconseguenze della costruzione della diga di Assuan. Quello del Volta, in Africa occidentale, doveintere aree di Keta, una città del Ghana, scompaiono vittime della diga di Akosombo. La listapotrebbe continuare a lungo: include i delta dell’Ebro in Spagna, del Danubio, del Senegal, del SaoFrancisco in Brasile, del Rodano in Camargue, ecc. In Cina, la costruzione della diga delle Tre Gole rischia di provocare conseguenze analoghesul delta dello Yangzi Jiang (Fiume Azzurro). Il fenomeno dell’erosione delle coste non è nuovo, ma sta accelerando. Fin dal 1992, il grandegeografo specialista di zone costiere, Roland Paskoff, lanciava l’allarme in un libro choc, intitolatoCotes in danger. Indicava con chiarezza le pesanti responsabilità del riscaldamento globale, maconsigliava più flessibilità nella risposta all’erosione. Meno scogliere artificiali, meno pontili, menofrangionde, più arretramento ragionato. E accusava, oltre alla spinta urbana, l’inadeguatezzadell’arsenale giuridico francese che, allo stato attuale delle cose, finisce con il distruggere invece dipreservare le zone umide, in particolare gli stagni marittimi, fondamentali come fonte di vita e didiversità bilogica, eppure drasticamente bonificati da secoli. Così scompaiono gli spazi naturali, irresistibilmente erosi. Succede in Francia, malgrado lalegge sui litorali, che proibisce di costruire in una fascia di 100 metri lungo la riva e che viene peròsistematicamente aggirata in molti comuni. E malgrado gli sforzi del Conservatoire du Littoral,organismo pubblico creato nel 1975 con il compito di acquisire terreni per sottrarli 45
    • all’urbanizzazione, il cui bilancio è tuttavia troppo modesto rispetto alla portata degli interessieconomici in gioco. (Tratto da L’Atlante per l’Ambiente, Le Monde Diplomatique - Il Manifesto, 2008, con foto ecartine) La perdita delle coste LItalia ha ottomila chilometri di coste: la metà circa di queste coste è costituita da spiaggesottili, coperte di sabbia o piccoli ciottoli, laltra metà è costituita da coste rocciose. Le spiaggehanno un grande valore estetico ed economico, sono belle e attraggono le persone che vogliono fareil bagno o prendere il Sole. Davanti alle spiagge il livello del mare degrada lentamente per cuipossono fare il bagno anche quelli che non sono esperti nuotatori; per questo le spiagge sono cosìfrequentate da persone di tutte le età. Purtroppo quasi tutte le spiagge, di anno in anno, siaccorciano, come se ci fosse uno spirito maligno. Non colpa della forza delle onde, che più o menoè sempre uguale ogni anno, e non sono neanche le forze del mare che, anche quando è tranquillo, fascorrere grandi masse di acqua parallelamente alle coste, spostando la sabbia del fondo da un postoallaltro. Nel corso del Novecento lItalia, rispetto ad una superficie totale di circa 300.000 chilometriquadrati, ha perduto da 200 a 400 chilometri quadrati di coste sabbiose, si è "ristretta", di unmillesimo della sua superficie. Questo restringimento della superficie italiana, più rapido da unventennio a questa parte, sta preoccupando amministratori pubblici e operatori turistici. La Puglia,questa penisola con circa settecento chilometri di coste, esposte al mare da tutte e due le parti, e laBasilicata, vedono sparire spiagge e crollare edifici costieri e pezzi di strade. Sarà anche un pocolpa dei cambiamenti climatici ma ci deve pur essere qualche altra ragione per questa perdita diricchezza ecologica e economica. Le ragioni dellerosione sono abbastanza note: la spiaggia sabbiosa nasce da un insieme diazioni fisiche e geologiche ed assume un volto mutevole nel tempo, ospita vegetazione e molteforme di vita, e rappresenta un ecosistema di grande interesse naturalistico. La spiaggia, in quantointerfaccia fra mare e terra, è molto bella e attrae il turismo e quindi ha un grande valore anche"economico". Nelluso delle spiagge a fini ricreativi lintervento umano apporta inevitabilimodificazioni che possono compromettere la stabilità di tale ecosistema. Dapprima si insediano delle cabine con gli ombrelloni, poi le cabine diventano di cemento e sitrasformano in palazzine, poi nascono ristoranti e alberghi e per raggiungere la spiaggia e i ristorantie i nuovi edifici bisogna realizzare strade per le automobili e piazzole di sosta e porticcioli turistici,spianando le dune, quelle ondulazioni sabbiose formate ad opera del vento e del moto ondoso chegarantiscono la sopravvivenza della spiaggia. In questa operazione viene distrutta la vegetazionespontanea, che la natura ha predisposto proprio a difesa della costa. Se su una costa si intervienecreando ostacoli stabili, come la diga di un porto, il movimento delle acque viene frenato e le sabbiesi accumulano da una parte della diga e vengono asportate dalla parte opposta. Molti porti oporticcioli turistici, insediati nel posto sbagliato, ben presto si riempiono della sabbia asportata dallecoste vicine, e così si spendono soldi per svuotare i porti dai depositi e si spendono soldi perricostruire le spiagge erose. La conseguenza delle presenze umane invadenti ed esigenti, per ragioni "economiche" a brevetermine, è la graduale scomparsa delle spiagge e delle coste, cioè della base naturale di tale manieradi intendere leconomia. Particolarmente delicate sono le coste sabbiose che offrono, a chi le vuoleguardare, innumerevoli sorprese. La sabbia che troviamo in riva al mare è un insieme di granuli,aventi diametro variabile fra sei centesimi di millimetri fino a due millimetri, che nel corso dimillenni le acque hanno trasportato dallinterno delle terre emerse fino al mare. La forza di urtodellacqua delle piogge disgrega le rocce delle montagne e colline; i frammenti, rotolando verso 46
    • valle, si frantumano in pezzetti sempre più piccoli che vanno a creare lalveo dei fiumi, le pianurealluvionali, e le parti più "leggere" di tali frammenti arrivano fino al mare depositandosi sulle coste. Chi guarda sulla spiaggia, linsieme dei granuli di sabbia vede facilmente come essi sianodiversi e tale osservazione potrebbe permettere la ricostruzione della storia naturale di ciascungranulo. I principali costituenti delle sabbie sono materiali calcarei o silicei, spesso miscelati aseconda del percorso dei fiumi o delle direzioni del vento che li ha trasportati; talvolta si incontranosabbie di cui è facile riconoscere lorigine sapendo quali rocce sono state attraversate dai fiumi chehanno trasportato la sabbia al mare. Si può quasi dire che i granuli di sabbia "parlano", raccontanola propria storia: i granuli scintillanti di quarzo vengono da rocce granitiche; su alcune coste, quellelaziali e quella di Manfredonia, si trovano sabbie contenenti magnetite i cui cristalli vengono attrattida una calamita. Durante lautarchia fascista qualche bella mente aveva proposto di recuperare ferroda tali sabbie. Oltre agli interventi "economici" direttamente sulle spiagge, che alterano il ricambio dellesabbie portate dal mare, laltra importante causa dellarretramento delle spiagge è rappresentata dagliinterventi sui fiumi, come la creazione di sbarramenti artificiali che trattengono le sabbie e neimpediscono larrivo sulla costa, o lescavazione dal greto dei fiumi della sabbia occorrente per lecostruzioni di edifici e strade o per la produzione di materiali industriali. Grandi sforzi di cervelli edi soldi vengono investiti per cercare di frenare lerosione delle spiagge o, meglio, di ricostruire lespiagge mediante "ripascimento". I principali tentativi consistono nella creazione di barriereartificiali nel mare per frenare la parte dellerosione che è dovuta al moto ondoso. Talvolta le barriere vengono create depositando mucchi di grosse pietre paralleli alla costa; chipercorre in treno la costa adriatica da Foggia a Rimini vede numerosi esempi di tali barriere che noncreano nuove spiagge, ma spostano un po di sabbia da una parte allaltra della costa. Altri hannoproposto delle barriere sommerse, parallele alla costa a qualche diecina di metri dalla riva; per talibarriere alcuni hanno proposto di riempire dei sacchi di plastica con ciottoli e pietrisco, con leffettoche il mare ha stracciato i sacchi di plastica e la spiaggia ha continuati ad arretrare, con i ciottolisparsi sul fondo del mare. Altri hanno proposto delle barriere di massi di pietra perpendicolari allacosta, con leffetto che la spiaggia è cresciuta da un lato delle barriere a spese della spiaggia dallaparte opposta. Non penso che lingegneria idraulica aiuti gran che. Forse la vera soluzione sarebbe una svolta nella politica degli insediamenti. Nel 1985 fuemanata una legge, che porta il nome dello storico Giuseppe Galasso (sottosegretario ai beniculturali nel I e II governo Craxi) che ha fissato un divieto di costruzioni entro una fascia di trecentometri dalla riva del mare e dei fiumi. Guardatevi in giro e osservate come questa legge è statasistematicamente violata; non possiamo allora lamentarci se lItalia si restringe, con lassalto ediliziodelle coste che cè stato sempre più arrogante e sempre più condonato. (G. Nebbia, La Gazzetta del Mezzogiorno, sabato 11 dicembre 2010.25. L’aumento dei rifiuti Il gran rifiuto Le pattumiere degli europei L’Europa produce 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno (527 chili per persone). Il nordricicla e si ingegna, il sud li sotterra. Il miglior rifiuto è quello che non esiste. Tutti (industrie, grande distribuzione, consumatori,politici) dovrebbero partire da questo assunto per cercare di spezzare un circolo vizioso: per ridurrei rifiuti bisogna produrre e consumare meno e meglio. I dati che provengono dalla “spazzatura”Europa sono impressionanti, eppure, soprattutto nei paesi del nord, si sta tentando di riorganizzare 47
    • la catena la catena di produzione e consumo in modo da ridurre il volume dei rifiuti da smaltire.Escludendo i rifiuti dell’agricoltura, il vecchio continente ogni anno produce 1,3 miliardi ditonnellate di rifiuti. Questa produzione, però, non va confusa con quello che finisce nelle pattumieredi casa: il 29% dei rifiuti è dovuto all’attività estrattiva (materie prime), il 26% all’attivitàmanifatturiera (fabbriche), il 22% alle attività di costruzione e demolizione, il 4% alla produzione dienergia. Solo il 14% ai rifiuti urbani (in Europa sono 198 milioni di tonnellate all’anno). Significache ogni cittadino europeo produce 527 chili di rifiuti e significa anche che il problema andrebbeaffrontato alla fonte: è la produzione e non il consumo che sta seppellendo il pianeta con i suoimateriali di scarto. Ma cosa contiene la pattumiera di un cittadino europeo? Ben il 27% è rappresentato dagliimballaggi (in Italia da soli costituiscono il 40% del peso totale dei rifiuti urbani e più del 60% delvolume); il nostro paese produce 11 milioni 262 mila tonnellate di imballaggi (18% in più solo nelquadriennio 1997-2001), l’Inghilterra 9 milioni 314 tonnellate (7% in meno). E questo è uno dei parametri su cui si può sicuramente intervenire, a patto di cambiareradicalmente le strategie di marketing, che puntano quasi esclusivamente sulla confezione pervendere il prodotto. Un altro 10% della spazzatura è carta, il 9 % è composto da materiali dacostruzione, un altro 9% da prodotti diversi (tessuti, elettronica…). Infine, ben il 27% di quello chebuttiamo via è cibo, cui bisogna aggiungere il 18% di rifiuti da giardino: vuol dire che il 45% dellanostra spazzatura di casa è materia organica umida e quindi facile da smaltire perché“compostabile”. Eppure in Italia solo pochissimo comuni fanno la raccolta differenziata dell’umido. Che fine fanno tutti i rifiuti urbani d’Europa? La stragrande maggioranza riposa in discarica,con evidenti differenze tra paese e paese. Tra i primi della classe, come sempre, i nord europei. InOlanda viene interrato meno del meno del 5% dei rifiuti (in Italia il 63%, solo Grecia e Inghilterrafanno peggio, con rispettivamente il 91 e il 78%); in Austria circa il 40% della spazzatura vienesmaltito con il compostaggio (da noi meno del 10%); i paesi più “ricicloni” sono nell’ordine Svezia, Germania, Belgio, Danimarca, e Finlandia (attorno al 30%, il Italiacirca il 15%); il paese che più ricorre agli inceneritori è la Danimarca (circa il 50%), seguita daSvezia, Olanda, Belgio (40%), e Francia (più del 30%): in Italia, dove gli inceneritori creanoscompiglio, si brucia solo il 7% dei rifiuti urbani. Considerando che la rivoluzione non è dietro l’angolo (la decrescita è l’opposto di ciò che staaccadendo), non resta altro che ingegnarsi per gestire meglio una montagna di rifiuti che non smettedi crescere. Ecco solo qualche esempio singolare: In Svizzera, nelle Fiandre e in qualche comunefrancese, chi ricicla di più paga meno tasse sui rifiuti. La Germania è l’unico Stato europeo cheeffettua la raccolta differenziata sui treni. Le demolizioni di strade e palazzi producono milioni ditonnellate di terra difficile da stoccare e per evitare che si volatilizzi nell’aria, a Ginevra hannopensato di riciclarla per fare il cemento. A Lille, (Francia) è attivo un impianto di metanizzazioneche trasforma i rifiuti in concime per i terreni e in biogas che serve come carburante per gli autobuscittadini. Sempre in Francia, (ma anche in Svizzera), sono state studiate soluzioni “individuali”- neisingoli comuni ma anche appartamento per appartamento -, per stoccare i rifiuti urbani.Emblematico il caso di Saint Philbert de Bouaine (Francia), 3000 abitanti, che si sono opposti ad uninceneritore e oggi autogestiscono un centro di compostaggio collettivo di 2500 metri quadri, doveconfluisce l’80% dei loro rifiuti umidi. Nuova Zelanda Come fare la guerra ai rifiuti La Nuova Zelanda dal 2002 ha adottato un piano nazionale denominato “Rifiuti zero”, con loscopo di ridurre la produzione di rifiuti, l’impiego di energia e di materie prime, lo spreco el’inefficienza. Nel giro di pochi anni la raccolta differenziata è decollata, la quantità di rifiuti è 48
    • diminuita, sono stati creati posti di lavoro, ed è stata istituita un’accademia per studiare casi diproduzione sostenibile e formare manager, tecnici e specialisti del marketing. Analoga l’esperienza dell’Oregon, (USA), dove è stata creata “L’alleanza Rifiuti zero”,associazione pubblico-privata gestita dal governatore insieme ad ecologisti, imprese produttrici ericercatori. (L. Fazio, sul Corriere della Sera del 4 gennaio 2008) Il sacchetto va in pensione a 56 anni Ambiente Dal 1° gennaio 2010 anche in Italia non si useranno le borse della spesa in plastica,inquinanti, per lasciare spazio a materiali vegetali. La ricerca nel nostro paese è in vantaggio, ma ègià scoppiata una guerra internazionale. La guerra alla plastica è già avviata. Una raccomandazione contenuta nella finanziaria 2007dissuade commercianti e consumatori dall’uso dei sacchetti della spesa, a partire dal primo gennaio2010. Il polietilene, materiale oggi impiegato, dovrebbe cedere il posto a polimeri di originevegetale che hanno forti vantaggi dal punto di vista ambientale: sono biodegradabili e vengonoricavati da materie prime agricole, con una dispersione di anidride carbonica durante la produzioneinferiore a metà di quella che comporta fabbricarne un’uguale quantità in polietilene. Sono molti adubitare che questa piccola grande rivoluzione venga messa in atto nei limiti stabiliti, soprattuttoperché non sono previste sanzioni per gli inadempienti. Il senatore Francesco Ferrante del Partito Democratico, autore dell’emendamento inFinanziaria, interpellato da Panorama, dice però:” Non occorre che sia specificata la sanzione dalmomento che un magistrato può far rientrare il commercio di sacchetti di plastica in un quadro piùgenerico, ossia la vendita di beni vietati dalla legge. A quel punto applicherà la sanzione prevista inquel caso. A meno di proroghe, la norma entrerà in vigore nei tempi stabiliti”. Australia, Taiwan, Bangladesh, e il comune di San Francisco hanno già vietato i sacchetti conil vecchio materiale; in Cina dal primo giugno 2008 sono bandite le buste di spessore più sottile,cioè quelle più difficilmente riciclabili, e resteranno solo le più robuste.; in Giappone è stataimposta una tassa; la Francia ha già messo in atto il divieto, ma sarà costretta ad apportaremodifiche sostanziali perché non è coerente con le norme europee; Belgio e Irlanda hanno applicatoingenti imposte, come sicuramente farà la Francia; in Gran Bretagna se ne discute mentre la catenadi supermercati Sainsbury’s usa già la cosiddetta bioplastica. Queste decisioni politiche hanno dato il via in tutto il mondo a una corsa per conquistare laquota più ampia possibile del mercato delle nuove tecnologie per produrre sacchetti di nuovo tipo.L’Italia può avere un ruolo rilevante,se sarà all’altezza della tradizione nelle materie plasticheinnovative. Fu un chimico italiano, Giulio Natta, nel 1954, a inventare il polipropilene, una plasticamolto efficiente che gli valse il premio Nobel nel 1963. proprio dalla sua scuola, diventata poiquella della Montedison, è nata nel 1990 la Novamont, azienda prima nel mondo a capire cometrasformare materie prime vegetali in bioplastiche efficienti e a basso impatto ambientale. Fino adiventare un’azienda di 135 dipendenti, per il 30% circa ricercatori, che detiene circa 800 brevettiinternazionali. La sfida maggiore inizia adesso. Le aziende concorrenti, pur non possedendo lo stessopatrimonio di conoscenze, hanno già fatto grandi passi. In Francia, la Rochette ha appena investito92 milioni in ricerca sulla bioplastica, dei quali 48 provengono da fondi europei. In Cina esiste unadozzina di aziende che producono sostituti della plastica. La più importante,la EatwareGlobal,produttrice da anni di contenitori usa e getta per cibo e bevande, fabbricherà i contenitori di panini ebibite per Mcdonald’s e Starbucks. Ha investito 13 milioni di dollari in ricerca e marketing, che lehanno permesso di ricavare piatti, bicchieri e contenitori biodegradabili dalla canna da zucchero edal bambù. 49
    • Non sembra però che la qualità sia paragonabile con quella italiana, afferma MarioMalinconico, ricercatore del CNR, Istituto di chimica e tecnologia dei polimeri di Pozzuoli(Napoli), dal momento che queste aziende non hanno una lunga ricerca alle spalle. Secondo CataBastioli, ricercatrice e amministratore delegato della Novamont, “l’Italia ha un vantaggio in terminidi conoscenze e tecnologie e ciò le permette di compiere progressi molto più in fretta deiconcorrenti”. La qualità dei prodotti biodegradabili cinesi è bassa perché “non basta aggiungere un po’ diamido al polietilene per affermare che il risultato è la biodegradabilità al 100%”. Il timore è unaltro:”Nel nostro paese abbiamo bisogno di rapidità, oltre alla trasparenza e alla cultura diffusa. Il2010 sembra una data lontane, ammesso che non vi siano ulteriori rinvii. In questo periodo il fattorecritico sarà la capacità produttiva italiana di assorbire e mettere a sistema le innovazioni tecniche eambientali più d’avanguardia” aggiunge Bastioli. Il principale prodotto sviluppato dalla Novamontè il Mater-Bi, ottenuto con variazioni della struttura molecolare dell’amido di mais o delle patate,che ne rafforzano la resistenza all’acqua e conferiscono proprietà strutturali adatte ai sacchetti per laspesa. Le stessa ricerche hanno portato alla creazione di nano particelle di amido capaci dirinforzare le gomme dei copertoni, una volta sostituite a normali riempitivi come nerofumo e silice.Le gomme devono infatti essere abbastanza rigide da non piegarsi troppo sotto il peso del veicolo,costringendo il motore a maggiore sforzo, maggiori consumi e maggiore dispersione di anidridecarbonica. Un danno evitato per l’ambiente e per le tasche. Alla Novamont inoltre sono da pocoentrate in produzione bioplastiche ottenute con oli vegetali derivati da girasoli e brassicacee (cavoli,rape). Il grande vantaggio è che si tratta di piante capaci di vivere in terreni marginali, consumareazoto e acqua in quantità irrisorie ed essere coltivate in varie combinazioni che possono favorirne lacrescita e e diminuire le sostanze necessarie alla loro vita. Oltre a quello economico, c’è un secondo fronte della guerra alla plastica, e si combatte nellaricerca, a partire da alcune idee di base. “Possiamo dividere le plastiche dei sacchetti in duecategorie, quelle a bassa densità e quelle ad alta” spiega Malinconico, “Con le prime si fanno isacchetti della spesa e dell’immondizia, con i secondi i sacchetti più pregiati come quelli forniti dainegozi di abbigliamento”. Un’altra molecola, il polipropilene, forma strutture più rigide e trasparenti, come per esempionegli involucri dei pacchetti di sigarette. “Sono sempre di atomi di carbonio e idrogeno combinati inlunghissime catene e ramificazioni. Il numero e le variazioni di queste ultime determinano lecaratteristiche principali della plastica”, dice Malinconico. Ricavare un materiale simile al polietilene è in linea di principio possibile lavorando lacellulosa di qualunque pianta, ovvero usando come base i poli saccaridi. Le piante che si prestano dipiù sono patata, mais, cocco, bambù, girasole, pomodoro. “I sistemi usati nel mondo sono diversi.C’è chi trasforma per mezzo di enzimi i polisaccaridi formando acido polilatrico, alla base di alcuneplastiche più rigide. Si possono anche usare batteri che consumano zucchero producendo al lorointerno un poliestere.”, aggiunge Malinconico. La plastica è diventata un nemico per un motivosemplice: “stiamo acquistando consapevolezza che occorre salvaguardare l’ambiente e nonpossiamo più ignorare i molti svantaggi di questo materiale. Ha una vita media di migliaia di anni esu ben 220.000 tonnellate di sacchetti prodotti in un anno solo 100mila vengono riciclati e termovalorizzati. Non c’è da meravigliarsi allora se due anni fa sulla rivista Science si leggeva che unricercatore dell’Università di Plymouth aveva analizzato i sedimenti di venti spiagge inglesi ,valutando che circa un terzo fosse costituito da polimeri sintetici. E secondo la Marine ConservationSociety “ i sacchetti di plastica uccidono fino a un milione di uccelli marini ogni anno e 100.000mammiferi acquatici, che li ingeriscono scambiandoli per delle prede. La plastica non èbiodegradabile perché da quando è stata creata non c’è stato tempo per l’evoluzione deimicroorganismi in grado di degradarla. Non resta quindi che sostituirla. E, dal momento che laricerca italiana è sempre stata all’avanguardia , sarebbe bello che fosse protagonista della nuovarivoluzione dei sacchetti. 50
    • Nasce dal petrolio e finisce in discarica La vita di un sacchetto ha origine dal petrolio: dagli idrocarburi (sostanze che contengono solocarbonio e idrogeno) vengono preparati i monomeri, una o più sostanze dalla cui reazione originanotutti gli anelli che formano i polimeri. • Con una reazione i monomeri vengono uniti a formare lunghe catenemolecolari • Vengono aggiunti una serie di additivi, come i coloranti e gli antiossidanti,per evitare che il sacchetto si degradi troppo velocemente alla luce del sole • Il polimero e gli additivi vengono quindi mandati ad un estrusore, unaspecie di macchina per la pasta, che lavora a caldo, fondendo la miscela e soffiandola come unchewing gum, fino a che diventa un cilindro sottilissimo, che viene avvolto in continuo e raccolto inbobine, da cui infine si ottengono i sacchetti • I sacchetti arrivano agli esercenti e ai supermercati e infine nelle case • Delle 220.000 tonnellate di sacchetti prodotti ogni in Italia, circa 100.000vengono riciclate o termo valorizzate. Le altre finiscono nelle discariche. o disperse nell’ambiente. • Per il riciclaggio il sacchetto vien frantumato, lavato e utilizzato,per laproduzione di una nuova busta. Solitamente, poiché con l’utilizzo la struttura del polimeroinvecchia, al materiale riciclato si aggiunge una quantità variabile di materiale vergine percompensare la riduzione delle proprietà Tonnellate di problemi 200.000 tonnellate di sacchetti sono prodotte ogni anno in Italia 100.000 le tonnellate che vengono riciclate 20 miliardi i sacchetti di plastica (polietilene) consumati in un anno in Italia 200.000 le tonnellate di polietilene necessarie a produrre i sacchetti consumati in un anno Per produrre un chilogrammo di polietilene si rilasciano due chilogrammi di anidridecarbonica Per produrre un chilogrammo di polimero vegetale si rilascia meno di 1 chilogrammo dianidride carbonica (L. Sciortino in “Panorama” del 7 febbraio 2008) Più riuso vuol dire meno plastica “La migliore bottiglia di plastica è quella che non viene prodotta” ha affermato WolfgangSachs. Le materie plastiche sono sostanze artificiali generate dall’industria utilizzando soprattuttopetrolio. Ma la “lobby della plastica”, strettamente connessa con quella del greggio, è molto potentetanto da condizionare tutto il sistema di gestione dei rifiuti, spingendolo verso l’incenerimento (cherichiede molta plastica) con tutte le preoccupazioni del caso, ambientali ma anche sanitarie. Nei rifiuti urbani figurano ogni anno, circa 5 milioni di tonnellate di materie plastiche, il 40%delle quali è costituita da imballaggi (fonte Corepla) Ridurre La prima mossa per una corretta gestione dei rifiuti di materie plastiche è produrnedi meno. Bisogna ridurre l’utilizzo di prodotti con imballaggi in plastica. La sua principalecaratteristica è la difficile degradazione, per cui è un controsenso utilizzare la plastica per prodottiuso e getta. Ad esempio, in molti paesi al mondo, dalla Svezia al Costarica, si riutilizzano numerose 51
    • volte le bottiglie di plastica per bevande con il sistema del “vuoto a rendere” che in Italia èmisteriosamente quasi estinto: il risparmio energetico che si ottiene è di gran lunga maggiorerispetto all’energia che si ricava dal loro incenerimento e superiore al semplice riciclaggio. Differenziare E’ necessario differenziare la plastica dagli altri rifiuti. Nelle nostre case,quando separiamo i rifiuti, è importante assicurarsi che gli imballaggi non contengano residui.Inoltre, per ridurne il volume, è consigliabile schiacciare bottiglie e contenitori di plastica in sensoorizzontale, mentre per migliorare la qualità della raccolta, è bene lavarli e separarli dai tappi. Recuperare Il sistema del Consorzio Nazionale Imballaggi riunisce diversi consorziobbligatori, tra cui il COREPLA, Consorzio per il Recupero della Plastica (2249 impreseconsorziate). Tra i consorziati figurano i produttori, i distributori e gli utilizzatori degli imballaggiin plastica. Dal riciclo di PET,PVC e PE è possibile ottenere nuova materia da riutilizzare. Con ilPET riciclato, ad esempio, oltre a nuovi contenitori, si ottengono fibre per imbottiture, maglioni,“pile”, moquette, interni per auto. Con il PVC riciclato, invece, si producono tubi, scarichi perl’acqua piovana, raccordi, passacavi e prodotti per il settore edilizio. A sua volta, dal PE riciclato,oltre ad ottenere nuovi contenitori per i detergenti per la casa o per la persona, derivano tappi, filmper isacchi della spazzatura, pellicole per imballaggi, casalinghi e così via. Riciclare Attraverso il riciclaggio, il destino della plastica si trasforma: da scarto difficile dasmaltire può diventare materia per realizzare nuovi manufatti: sedie, panchine, parchi giochi,recinzioni, cartelloni stradali, arredi urbani, e contenitori, . A tutto questo si deve aggiungere ilrisparmio energetico indiretto che si guadagna evitando nuove estrazioni di materie prime(petrolio). A oggi, in Italia, attraverso la raccolta differenziata, si recupera il 20,5% degli imballaggiin plastica ma solo una parte viene riciclata. Riuso Per costruire una barca a vela (bastano 116bottigliette di PET), per produrre una felpain pile (27 bottiglie di PET). Persino una sedia (due flaconi di PE) una panchina (45 vaschette inplastica e qualche metro di pellicola in LDPE) possono essere fatte di plastica riciclata. Per nonparlare di capi che magari indossiamo utilizziamo tutti i giorni come un maglione (70% lana e 30%PET) o una coperta (venti bottiglie in PET). Provincia di Roma Nel 2006 la maggior parte della plastica veniva destinata agli impiantidella Romana maceri SpA. Dal giugno 2007 la plastica ha come principale destinazione l’impiantoRemaplast di Pomezia in grado di trattare 40.000 tonnellate /anno. (15 volte quanto raccolto nel2006 nella provincia di Roma). L’impianto, centro di selezione che opera per conto di Corepla, è ingrado di trattare le quantità di raccolta differenziata degli imballaggi in plastica provenientidall’intera regione Lazio. (Tratto da scheda informativa della Provincia di Roma, vicepresidenza Assessorato alla TutelaAmbientale, apparsa su Carta)26. L’aumento dei rifiuti tossici e industriali Gli intrecci tra economia legale e criminalità Camorra in discarica Re Mida, Humus, Greenland, Murgia violata, Cassiopea. Sono questi i nomi di alcuneinchieste giudiziarie che hanno fatto luce nell’ultimo decennio sull’immeso giro di affari del cicloillegale dei rifiuti. Informazioni preziose per comprendere come sia possibile in un paese“moderno”, che una delle nostre principali aree metropolitane affondi nella spazzatura. LaCampania, che oggi rifiuta violentemente la riapertura di alcune discariche, è stata per lungo tempoil terminale tirrenico di un flusso incontrollato di rifiuti industriali proveniente dal Centro-Nord. 52
    • Quello stesso che oggi chiude le sue discariche all’emergenza campana. Il territorio saturo di rifiutiviene da lontano e racconta una storia non edificante che riguarda l’intera comunità nazionale. Il ciclo illegale dei rifiuti è un business che la criminalità organizzata ha affinato negli ultimidieci/quindici anni. “Buttiamoci sui rifiuti: trasi munnezzi e niesci oro” affermava un capocosca inun’ intercettazione. Ma la malavita è l’anello finale di una catena legata indissolubilmenteall’economia legale, ogni attività genera rifiuti e deve disfarsene possibilmente a costi bassi.Secondo il Comando Tutela Ambientale dei carabinieri e Legambiente, almeno 12-14 milioni ditonnellate spariscono ogni anno nel nulla, cioè al di fuori del circuito legale di smaltimento, unamontagna alta 1500 metri e con una base di tre ettari. Il giro d’affari stimato (1993-2002) ènell’ordine dei 27 miliardi di euro. Lo smaltimento abusivo costa anche l’80% in meno di unagestione corretta. La malavita, grazie alle grandi quantità trattate, può accontentarsi di un marginemolto piccolo. Il resto è sconto per i produttori, con effetti paragonabili al taglio del 10% dell’Irap. La lunga strada del rifiuto illegale parte dal produttore, sia esso un’attività industriale eproduttiva o una attività civile. Nel suo percorso il rifiuto cambia natura: nei centri di stoccaggioavviene la prima trasformazione “virtuale”, attraverso una sostituzione delle bolle diaccompagnamento o l’applicazione del “codice prevalente”, con cui l’intero carico di rifiuti vieneclassificato in base ai materiali maggiormente presenti. Il momento “clou” è quello in cui il rifiutoviene classificato per essere destinato a certi impianti o al recupero. Miscelazione di materiali, bollefalse, analisi chimiche travisate. L’amico giusto nel posto giusto: la manina del funzionario doveserve, il tecnico che chiude un occhio. Una sapiente distribuzione territoriale, che fa sì che tutto sisvolga in un luogo in cui l’attenzione è bassa (pare che la centrale della logistica edell’intermediazione si collochi nella ridente Toscana). Riclassificato, miscelato, il rifiuto prosegue il suo viaggio, con una nuova identità e lapossibilità di essere smaltito con standard di sicurezza più bassi. In tutte queste fasi, tre sono lefigure cruciali: l’intermediario che stabilisce i contatti tra il produttore di rifiuti e le prime fasi delciclo illegale, i consulenti tecnici che certificano le apparenti metamorfosi dei rifiuti, e itrasportatori che movimentano i materiali fino alle destinazioni finali. Mentre una figura brillaspesso per assenza, le autorità di controllo. In questa fase finale molte sono le soluzioni adottate:discariche abusive, vecchie cave abbandonate, impianti di compostaggio, cantieri edili, aziendeagricole. La malavita con la pistola è essenziale in quest’ultima fase. Il capillare controllo delterritorio, il dominio del consenso, le permettono di fare il lavoro sporco senza proteste e senzaverifiche. Ma anche in questo le organizzazioni criminali si sono evolute. Non più solo discaricheabusive, quelle in fondo sono facili da scoprire. Ci vogliono tutte quelle attività che possonolecitamente ricevere, trasformare, utilizzare, rifiuti o materiali derivati dai rifiuti – dai laterizi allemassicciate stradali; dall’agricoltura alla bonifica delle cave e dei siti dismessi, dall’esportazione di“materiali secondari” verso i paesi in via di sviluppo all’affondamento doloso di cargo imbottiti discorie. Nessuna parte del territorio nazionale, ad eccezione di Trentino e Val d’Aosta, può chiamarsifuori, in base ai risultati delle molte inchieste giudiziarie, da questo scempio. Una forte e coordinataazione di contrasto e repressione si può e si deve portare avanti e la meritoria attività del NOE edella magistratura, alleati con la società civile, ne dimostra l’efficienza. Un ruolo e una assunzionedi responsabilità delle organizzazioni imprenditoriali, analoga a quella che vede oggi Confindustriaimpegnata in Sicilia nella denuncia del pizzo, appare urgente e necessaria, per ridurre all’origine ilflusso dei rifiuti che prende la strada dello smaltimento illegale. Ed è sulla filiera, sulla zone grigiadi passaggio, che occorre concentrare l’attenzione. Accanto a questo, si rende necessaria una riflessione seria e dettagliata che sappia incidere eridurre i costi dello smaltimento legale, comprimendo i margini e la convenienza del ricorso alcircuito al di fuori delle regole. Questo richiede di muoversi su molti fronti. Occorreresponsabilizzare gli enti locali, anche con adeguati incentivi, verso una gestione integrata e uno 53
    • sviluppo della raccolta differenziata. Occorre poi eliminare eventuali eccessi di iper -regolamentazione che gonfiando i costi della gestione legale, creano in realtà spazio per i trafficiillegali. Spesso chi deve smaltire si trova prigioniero di un labirinto di regole inapplicabili,adempimenti paralizzanti, norme contraddittorie, che andrebbero razionalizzate. Occorre svilupparealternative alla discarica, con le quali difficilmente le organizzazioni criminali sarebbero in grado dicompetere, ma che richiedono, oltre agli investimenti, anche una nuova capacità di gestire ilconsenso. Spesso l’offerta di alternative lecite, oltre a dover fronteggiare la concorrenza sleale delleattività illegali, si trova frenata per l’opposizione sociale agli impianti. Non a caso, è la stessacamorra a pilotare le rivolte contro i termovalorizzatori, i veri concorrenti che possono darlefastidio. (Tratto da il Corriere della Sera del 14 gennaio 2008) “Riciclo-logia” Giorgio Nebbia – La Gazzetta del Mezzogiorno -- Proposta per la rubrica CheAmbienteFa dimartedì 23 novembre 2010. Propongo di chiamare riciclo-logia quel capitolo della Merceologia che si occupa dellatecnologia del riciclo dei materiali usati e delle proprietà dei prodotti riciclati. Chi volesse svolgerequesto corso in una Università ha oggi a disposizione un apposito trattato chiamato: “L’Italia delriciclo”, pubblicata nei mesi scorsi dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, una organizzazionepresieduta da Edo Ronchi che è stato Ministro dell’ambiente nel governo Prodi (1996-1998) e cheha legato al suo nome al primo decreto moderno e organico sul trattamento dei rifiuti. Come taledecreto ben specifica, la prima azione da fare per diminuire la massa dei rifiuti che finiscono nellediscariche e negli inceneritori consiste nel riutilizzare le materie di cui le merci, i prodotti usati ebuttati via (quelli che “rifiutiamo” e per questo si chiamano “rifiuti”), sono fatti. Si tratta di farresuscitare in forma di nuovi prodotti quelli che vengono rifiutati: una impresa che dovrebbemobilitare scienziati, chimici, ingegneri e merceologi, ma che in realtà viene attuata ben poco.Tanto per cominciare bisognerebbe sapere di che cosa è fatto ciascun prodotto. Ad esempio, si fapresto a dire carta, ma per ricavare carta nuova dalla carta straccia bisognerebbe sapere qualiinchiostri e quali additivi e quali tipi di cellulosa sono stati impiegati nella fabbricazione di ciascunpezzo di carta e cartone buttato via. Nonostante le molte carenze nelle informazioni, molte cose sipossono fare per ricavare merci ancora utili dai quasi 40 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbanie dai circa 150 milioni di tonnellate di rifiuti “speciali”. Il libro citato all’inizio fornisce molte utiliindicazioni proprio merceologiche spiegando la provenienza, alcuni caratteri e il risultati di alcuniprocessi di riciclo di vari rifiuti. Il primo capitolo riguarda la carta: nel 2008 sono stati immessi alconsumo circa 11 milioni di tonnellate di carte e cartoni, circa la metà dei quali sotto forma diimballaggi: del totale la raccolta differenziata è stata di circa 6 milioni di tonnellate, ma di questesono state avviate al riciclo circa 3 milioni di tonnellate, soprattutto di imballaggi che sono raccoltidiligentemente dai supermercati e dai negozi: avrete visto che la sera accanto al cassonetto, davantiai negozi, ci sono cartoni ben ripiegati che saranno raccolti e che sono destinati al riciclo, unprocesso che produce anche lui dei residui e rifiuti. Nel complesso di tutta la carta e i cartoniconsumati circa il 40 percento va perduto, il che mostra quanto ancora si possa migliorare nelcampo delle raccolta differenziata e del riciclo di questa frazione merceologica. Un po’ megliovanno le cose per il vetro; rispetto ad un consumo nazionale di vetro di circa 4,5 milioni ditonnellate nel 2009, il consumo di imballaggi è stato di circa 2 milioni di tonnellate, di cui sono statiraccolti circa 1,5 milioni di tonnellate; di questi poco più di 1,3 milioni di tonnellate vengono dallaraccolta differenziata, la quale peraltro fornisce soltanto poco più di 1,1 milioni di tonnellate dimateriale veramente riutilizzato nella produzione di nuovo vetro; parte del vetro raccoltoimpropriamente insieme agli altri rifiuti di plastica, metalli, eccetera, va perduto. Lo studio citatoindica bene quanta strada vada ancora fatta per una raccolta degli imballaggi di vetro da soli, unavera, e non finta, raccolta differenziata; solo così si possono effettivamente usare di meno materieprime (sabbia, carbonato sodico, marmo, eccetera), meno acqua ed energia. Gli altri interessanti 54
    • capitoli di questo trattato di riciclologia riguardano la materie plastiche; la gomma e i pneumaticifuori uso; il legno; l’alluminio e gli altri metalli non ferrosi; i rottami ferrosi e gli imballaggi diacciaio come le “lattine” usate per bevande e molti alimenti; i cosiddetti RAEE, cioè i rifiuti dielettrodomestici, frigoriferi, lavatrici, ma anche di apparecchiature elettroniche come computer,televisori, eccetera. In Italia nel 2009 sono stati immessi in commercio frigoriferi, condizionatori diaria e scaldabagni per un peso di 120.000 tonnellate; si può immaginare che più o meno la stessaquantità sia stata buttata via, ma i rifiuti di queste apparecchiature identificati sono stati di circa60.000 tonnellate, il che fa pensare che una grande quantità sia finita in discariche abusive. Nellostesso anno sono state immesse in commercio 74.000 tonnellate di televisori e monitor e ne sonostate raccolte per 58.000 tonnellate. Mentre il riciclo di merci “semplici”, come carta, vetro,plastica, è relativamente facile, il recupero di materiali da merci complesse come elettrodomestici erifiuti elettronici comporta delicati problemi anche ambientali perché talvolta contengono sostanzetossiche, molte delle quali sconosciute in quanto talvolta si tratta di apparecchi fabbricati anni fa,non si sa come. Una parte dei rifiuti elettronici, per esempio, viene esportata in Africa, India, Cina,Estremo Oriente, dove innumerevoli mani pazienti smontano (spesso senza precauzioni per la salutee l’ambiente) le apparecchiature nelle loro componenti fino a recuperare metalli preziosi nascosti inmezzo a plastica e altri materiali. Simili problemi si hanno nello smaltimento dei veicoli fuori uso(nel 2009 è stato di 1,2 milioni di tonnellate il peso di quelli destinati alla demolizione) e delle pile eaccumulatori. La legge prevede la raccolta differenziata non solo degli oli lubrificanti usati, chevengono in parte riciclati, ma anche degli oli e grassi alimentari residui dopo la frittura nelleindustrie e nei locali di ristorazione; nel 2009 ne sono state raccolte 42.000 tonnellate, una quantitàdestinata ad aumentare. Si stima che ogni anno circa 280.000 tonnellate di grassi di frittura venganobuttati via (senza contare quelli che vengono buttati via nel settore domestico) e questa massa digrassi usati, immessi impropriamente nelle fogne, rendono più difficile il funzionamento deidepuratori delle acque, quando invece potrebbero, con opportuni trattamenti, diventare lubrificanti eanzi carburanti per motori diesel. C’è della ricchezza nei rifiuti e nelle fogne. (Giorgio Nebbia – La Gazzetta del Mezzogiorno -- Proposta per la rubrica “CheAmbienteFa”di martedì 23 novembre 2010.) ECOMAFIE La tratta dei rifiuti Legambiente: nel 2010 traffici illeciti per 11.400 tonnellate . Secondo i dati resi noti il 7 giugno dal Rapporto annuale sull’Ecomafia, la quantità di rifiutidestinati al traffico illecito, sequestrata dall’Agenzia nazionale delle Dogane, è triplicata passandoda 4.800 tonnellate del 2009 alle 11.400 tonnellate nel 2010. Eppure carta, plastica, vetro e tutti i metalli dall’alluminio al rame, dopo il loro primo ciclo divita, attraverso la raccolta differenziata casalinga ed industriale, il trattamento di recupero ad operadei consorzi di riciclo, potrebbero ritornare come nuovi. Non più rifiuti ma vere e proprie “materieprime seconde”. Un processo ideale riassumibile nelle ormai famose tre R: «Riduci. Riusa.Ricicla», ancora lontano dal compiersi, però. E che spalanca, così, le porte al traffico illecito dirifiuti. Le direttrici del traffico illecito Tossici e non trattati, come lo scarto delle lavorazioni industriali. O come la plastica e la cartache impregnate di sostanze nocive, stipate in navi-container, raggiungono, via mare, il Sud delmondo. Attività totalmente illegali, stando al Trattato internazionale di Basilea, varato nel 1989 e 55
    • tuttora vigente, che proibisce ai Paesi europei aderenti all’Ocse di esportare rifiuti nei Paesi in via disviluppo. La rotta verso l’Africa. «Ad oggi sono due le direttrici del traffico illecito che partonoproprio dal Mediterraneo e dalle nostre coste», ha raccontato Antonio Pergolizzi, coordinatorenazionale dellOsservatorio ambiente e legalità di Legambiente. «I rifiuti ferrosi, come le carcassed’auto non bonificate o i Raee di grandi dimensioni come lavatrici e frigoriferi, vanno dal Nord alSud, in Africa. Mentre metalli, plastiche e carta, da qualche anno passano dalla direttrice Ovest-Est,dall’Europa al Sud Est asiatico e alla Cina». Così nei porti di Venezia, Genova, Gioia Tauro e Napoli si sono intensificati i controlli degliufficiali dell’Agenzia nazionale delle Dogane, in collaborazione con il Comando carabinieri per latutela ambientale e la Guardia di finanza. I sequestri Cresce anche il traffico illegale di rifiuti Raee come televisori ed elettrodomestici. Tanto che negli ultimi tre anni le quantità di materiali sequestrati è triplicata. Secondo i dati diEcomafia 2011, il dossier presentato il 7 giugno a Roma, che fotografano annualmente le storie e inumeri della criminalità ambientale, siamo passati dalle 4.800 tonnellate del 2008 alle oltre 7.400del 2009 fino ai ben 11.400 dell’ultimo anno. Un aumento proporzionale al considerevole flusso dimerci che è stato movimentato nei porti italiani durante il 2010, pari a circa 4,4 milioni di container. Come un ago in un pagliaio. «Sequestri che non vengono effettuati a campione», haprecisato Pergolizzi, «sarebbe come cercare un ago in un pagliaio, ma dopo un’intensa attività diintelligence». Gli investigatori studiano, infatti, i flussi di merci fatturate e descritte nei documentiper l’esportazione come materie prime seconde. Scarti di lavorazione industriale. Categorie merceologiche che hanno avuto un incrementotra il 150% e il 200%, solo nell’ultimo triennio. «In realtà avanzi e scarti di lavorazione industrialeche vengono esportati in uno o più Paesi europei per poi arrivare in un Paese extra-Ue».Meccanismo attraverso cui i trafficanti cercano di aggirare le regole comunitarie, con vere e proprietriangolazioni. «E che si potrebbe fermare, paradossalmente, solo bloccando il libero commercio dimerci tra i Paesi membri». Giocattoli e computer Ma che fine fanno plastica e metalli? «Anche se non bonificati vengono impiegati da Paesi increscita esponenziale come la Cina, come se fossero materie prime, rientrando nel ciclo produttivoindustriale di prodotti elettronici e giocattoli». O bruciati negli inceneritori per produrre energia,con enormi danni ambientali ed umani. Smaltimenti illegali in Ghana. «Vere e proprie officine dell’orrore dove donne, uomini ebambini lavorano senza alcuna protezione, respirando e toccando materiali cancerogeni e velenosi»,ha concluso Pergolizzi. Tragedie che accomunato Paesi e città da una parte allaltra del pianeta. Dalla capitale delGhana, Accra dove arrivano i prodotti elettronici dei Paesi ricchi, smaltiti da giovani che vivono fraveleni e fumi tossici. Allo Yantgtze e nei laghi circostanti, in Cina dove sono ormai stoccati oltreventi miliardi di tonnellate di rifiuti. Eludere le norme di sicurezza. Intanto proprio la Cina e il Sud Est asiatico realizzanogiocattoli, computer o telefonini prodotti senza le norme di sicurezza e qualità che vanno adalimentare il mercato della contraffazione internazionale. Ritornando poi sulla “piazza” europea eitaliana. Con un altro risvolto amaro. «Il recentissimo recepimento dell’ultima direttiva Ue, la2008/99/Ce in materia di reati ambientali, pur istituendo la responsabilità giuridica delle aziende», 56
    • ha concluso Pergolizzi, «lascia che, dopo il sequestro lo smaltimento resti a carico delle regioni odelle provincie autonome, quindi della collettività». Il risultato è che rifiuti tossici e merce non conforme agli standard, in attesa dei procedimentipenali, rimangono stoccati nelle aree portuali. L’oro rosso: dai treni ai super conduttori Secondo Legambiente il rame, che viene trafugato da reti ferroviarie e stazioni, è spesso fusoin lingotti e destinato al mercato asiatico. Un capitolo a sé merita, invece, uno dei metalli che è da tempo al centro delle cronacheitaliane: il rame. Primo elemento metallico conosciuto e usato dall’uomo, dopo l’oro, è tutt’oradiffusissimo. Se per la sua resistenza agli agenti atmosferici e al suo potere batteriostatico è adattoall’utilizzo in edilizia e per le tubature di acqua e gas, grazie all’alta conducibilità elettrica èindispensabile per la produzione di qualsiasi oggetto abbia all’interno contatti elettronici, come imicroprocessori di computer e cellulari. Ed è altrettanto fondamentale per la creazione di super-conduttori e leghe speciali a memoria. Quotazioni mondiali in salita. Caratteristiche che, in concomitanza con l’aumento dei costiestrattivi, hanno provocato la salita della sua quotazione sul mercato internazionale, arrivata fino a9.000 dollari la tonnellata. Tutti fattori che hanno inciso sull’aumento di furti sul territorio italiano e comunitario. Furti sulla rete ferroviaria. Colpendo principalmente reti ferroviarie e stazioni, dovevengono trafugati cavi elettrici «anche se bisogna distinguere tra bande di piccolo cabotaggio el’attività della criminalità organizzata», ha precisato Pergolizzi. «In ogni caso, il rame viene fuso inlingotti da fonderie compiacenti e destinato anch’esso al mercato asiatico». Tanto che, secondo un’ultima indagine di Anie, la Federazione nazionale Aziendeelettrotecniche ed elettriche, tra le imprese associate, nell’autunno 2010 sono aumentati i tentatividi furto direttamente a depositi e siti produttivi che impiegano il prezioso “oro rosso”. (R. Battaglia, Legambiente, rapporto di martedì 7 Giugno 2011)27. L’accumulazione delle scorie nucleari Nuke e carbone, costi segreti Energia negli Stati Uniti: il rapporto “Benefits of Beyond Bau. Human, Social andEnvironmental Damages Avoided through the Retirement of the US. Coal Fleet”, redatto daglispecialisti della Synapse Energy Economics per l’istituto non profit Civil Society Institute (Csi) èmolto chiaro sui costi umani, sociali e ambientali delle attuali modalità di produzione dell’energiaelettrica, che nello scenario attuale prevedono un ampio ricorso a carbone e nucleare. Il carbone, intanto. Certo appare una fonte energetica economica, ma ogni anno le emissioni digas e particolato dalle centrali provocano migliaia di morti premature, per un costo alla collettività (volendo monetizzare la vita!) di circa 272 miliardi di dollari; quattro volte il costodell’energia elettrica prodotta con il carbone. Secondo la United States Geographic Survey, (Usgs),i prelievi di acqua da parte delle centrali termoelettriche costituivano (nel 2005) il 49% dei prelievitotali nella nazione; oltre 200 miliardi di galloni di acqua; solo per raffreddare gli impianti. E poi: 57
    • circa 100 milioni di tonnellate di scarti di carbone sono già sepolti in discariche o lagune. E ancora:due miliardi di tonnellate di Co2 sono emesse da simili centrali. Passiamo all’energia nucleare. Senza che ci sia ancora un piano di lungo periodo per lostoccaggio delle scorie radioattive, una tipica centrale nucleare da 1000 megawatt può produrrecirca 30 tonnellate di scorie ad alto livello di radioattività. Gli Usa hab104 reattori per una capacitàtotale di 101.000 Mw e la produzione annuale di scorie può arrivare a 3.000 tonnellate, in gran partestoccate sul posto o in luoghi temporanei. Ma 64 centrali non sanno più dove metterle Problematicoil trasporto così pericolosi a un eventuale sito unificato. Anche la fase estrattiva ha un pesante impatto ambientale e produce significative quantità discarti: una miniera richiede molta acqua e circa 100 ettari di terra che sarà in permanenzacontaminata. Quanto ai rischi di incedente nucleare , prosegue il rapporto, non sono quantificabili e anchepaesi con norme stringenti non possono dirsi immuni da potenziali disastri. Di fronte a questi immani danni del carbone e del nucleare, nel 2010 la stessa agenzia Synapseha elaborato, sempre per il Civil Society Institute, un rapporto centrato su uno scenario ditransizione per il 2010-2050, secondo il quale gli Usa dovrebbero investire il più possibile nellatecnologia dell’efficienza in ogni settore, il che ridurrebbe il consumo di elettricità del 40% rispettoallo scenario prevedibile nel “business as usual”. Così il paese potrebbe ritirare l’intero insieme diimpianti a carbone senza costruirne di quelli cosiddetti di nuova generazione. E si risparmierebberole decine di miliardi altrimenti necessarie per il controllo dell’inquinamento. Le emissioni di Co2del settore elettrico si ridurrebbero dell’80% . Le emissioni di biossido di zolfo quasi siannullerebbero e quelle di ossidi di azoto calerebbero del 60%. Al tempo stesso, si potrebbe ridurre velocemente del 28% (così poco?) la capacità nucleare .Le energie rinnovabili – solare, eolico, geotermico,biomasse – potrebbero arrivare a soddisfare il50% del fabbisogno elettrico. L’uso del gas naturale nel settore elettrico crescerebbe piùlentamente. Conclude il Csi mentre la Casa Bianca e il Congresso dibattono su quello che chiamano “lostandard dell’energia pulita”, occorre una riflessione su cosa si intende con quell’aggettivo:“pulita”, appunto. (M. Correggia, su “il manifesto” del 2 febbraio 2011)28. L’inquinamento da inceneritori e gassificatori Idee sostenibili L’inceneritore con il soprabito verde Sembra fantascienza e invece è Danimarca. Amagerforbraending è il nuovo inceneritorepensato per la periferia di Copenhagen. 91.000 metri quadri vestiti di verde a firma di BjarkeAngels Group. Dicono gli architetti: Molti degli impianti costruiti di recente sono scatole avvolte inuna costosa carta da regalo. A noi interessava aggiungere una funzione”. Parco d’estate, d’invernoAmagerforbraending diventerà una pista da sci artificiale, con 31 mila metri di discese. Dagliascensori che portano alla cima, si potranno scorgere, attraverso la facciata, gli impianti dismaltimento. E riflettere sul senso di questa montagna di rifiuti. Bella e orrifica (L.F.) (con foto) 58
    • 29. Consumo eccessivo di materie prime industriali I piani dell’ENI in Congo contestati dagli ambientalisti L’azienda italiana vuole estrarre il petrolio dalle sabbie bituminose congolesi. Ma gliambientalisti insorgono: così si distruggono le foreste pluviali e un’area ricca di biodiversità. Nel maggio del 2008 l’ENI, il gigante dell’energia italiano, ha annunciato un progetto perl’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose del Congo. Ma i suoi piani sono stati contestatidagli ambientalisti, preoccupati per il futuro di una delle foreste pluviali più grandi del mondo. Secondo l’ENI, le attività di estrazione riguarderebbero solo un’area coperta dalla savanaerbosa, senza danneggiare l’ambiente circostante. Ma uno studio pubblicato il 9 novembre 2009dalla Fondazione Heinrich Boll, il think tank dei Verdi tedeschi, rivela che la zona interessata èoccupata per più della metà dalla “foresta vergine e da alcune aree con una grande biodiversità”. Ilprogetto dell’ENI in Congo sarebbe il primo tentativo compiuto fuori dal Canada di ottenere ilpetrolio contenuto nelle sabbie bituminose (una miscela di sabbia, argilla, acqua e bitume, un oliopesante). Come dichiara una delle autrici dello studio , l’attivista britannica Sarah Wykes, è “unprocesso molto inquinante, che comporta l’emissione di quantità elevate di anidride carbonica. E losi vorrebbe applicare in una zona molto sensibile dal punto di vista ecologico. Il rischio è troppoalto”. L’ENI ha risposto ad una serie di domande via e.mail, assicurando che il progetto disfruttamento delle sabbie bituminose non comporterà “la distruzione della foresta vergine originariao l’occupazione di terreni agricoli, ne avrà un impatto sulle aree caratterizzate da notevolebiodiversità e sulla popolazione locale, che non sarà costretta a trasferirsi”. In canada le sabbie bituminose si trovano in un’area molto estesa della foresta boreale nellaregione dell’Alberta. Grazie a questa risorsa il paese è diventato un importante produttore dipetrolio e può contare su 174 miliardi di barili di greggio ancora da estrarre. Queste operazioni, tuttavia, prevedono un grande dispendio di acqua e di energia. Alcuniscienziati hanno calcolato che per estrarre un barile di bitume si genera un volume di anidridecarbonica tre volte superiore a quello prodotto nell’estrazione di un barile di petrolio con metodiconvenzionali. Inoltre l’acqua usata per separare dalla sabbia viene scaricata in bacini didecantazione altamente tossici, che in alcuni casi sono talmente estesi da essere visibili dallo spazio.Enormi tratti di foresta sono stati abbattuti per far posto agli impianti di sfruttamento delle sabbiebituminose. Il costo elevato di questi progetti non scoraggia però le grandi aziende energetiche occidentali.Molte stanno prendendo di mira la fascia dell’Orinoco, un vasto giacimento di bitume in Venezuela.In Congo l’ENI ha ricevuto il permesso di esplorare, in cerca delle sabbie bituminose, due zone chesi estendono su un’area complessiva di 1790 chilometri quadrati – Tchikatanga e TchiKatanga-Makola, da cui ritiene di poter estrarre diversi milioni di barili di petrolio. Allo stesso tempo si èimpegnata a costruire una nuova centrale elettrica e a creare delle piantagioni di palme da olio. L’ENI è attiva da anni in Congo, il quinto produttore di petrolio dell’Africa Subsahariana,dove gestisce il giacimento petrolifero onshore di M’boundi e pensa di usare il gas naturale estrattoda questo bacino – che al momento viene bruciato nell’atmosfera, - per alimentare l’impianto diraffinazione delle sabbie bituminose. Da molti mesi, però, il nuovo progetto dell’ENI è contestato. Il 60% del territorio congolese èricoperto da foreste tropicali di pianura in gran parte intatte. Questi boschi sono di importanza vitaleper l’assorbimento dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera. 59
    • Un impatto da calcolare Nel corso dell’ultimo anno, l’azienda italiana ha cercato di stimare l’entità del giacimento disabbie bituminose attraverso le prove sismiche, le immagini satellitari e le trivellazioni. Sta inoltrecalcolando il possibile impatto socio ambientale delle attività estrattive attraverso uno studio ancorain corso. Nello studio pubblicato dalla fondazione Heinrich Boll si cita un documento dell’ENI del 31marzo 2009, che sarebbe circolato tra i dirigenti dell’azienda italiana. Secondo il documento, a cuiha avuto accesso anche il Wall Street Journal, dalle rilevazioni satellitari e topografiche della florarisulterebbe che “la foresta tropicale e altri sensibilissimi settori della biosfera (per esempio le areepaludose) coprono dal 50 al 70% circa dell’area dove dovrebbero avvenire le esplorazioni”. (G. Chazan, tratto da “Internazionale “ del 17 novembre 2009, con foto) Non spaccate quelle rocce In Europa l’estrazione del gas di scisto, conosciuto anche con il termine inglese gas shale, haconosciuto un nuovo stop. Dopo il divieto momentaneo imposto in Francia, nei giorni scorsi anchel’Inghilterra ha deciso di sospendere le attività di esplorazione. Il provvedimento è stato preso a seguito del ripetersi di fenomeni tellurici direttamentecollegati alle operazioni per “stanare” il gas di scisto dal sottosuolo. Nei pressi di Blackpool, nellaregione del Lancashire, (Inghilterra settentrionale), le scosse di terremoto registrate sono state senzadubbio di modestissima entità, 1,5 e 2,3 della scala della scala Richter, ovvero 12 miliardi di voltemeno potenti di quella che ha devastato il Giappone lo scorso 11 marzo. Ciò non toglie cheentrambe si sono verificate in contemporanea con il fracking messo in atto dalla compagniaenergetica Cuadrilla Resources, come confermato dagli esperti del British Geological Survey, chehanno evidenziato un nesso di causalità quasi certo tra i due fenomeni. Il fracking consiste nell’iniettare ingenti quantità d’acqua mischiata a vari agenti chimici nelleviscere della terra così da portare al massimo la pressione e causare l’esplosione delle rocce checonservano al loro interno il gas. Una tecnica molto controversa importata dagli Stati Uniti, dove trail 2009 e il 2010 la produzione di gas di scisto è raddoppiata, passando da 63 a 138 miliardi di metricubi. Eppure proprio negli Usa, nello stato di New York e nella Pennsylvania, è stato imposto ildivieto di cavare gas di scisto dal terreno. Non a caso, gli studi condotti nelle località interessatehanno dimostrato che nelle falde acquifere la presenza di metano era di 17 volte superiore allanorma. Motivo per cui sono già circolati su internet inquietanti filmati di persone che davanoletteralmente fuoco all’acqua… Val la pena sottolineare che in Inghilterra l’alt ai lavori potrebbe durare solo poche settimane– è stato un provvedimento cautelativo, il Comitato sui cambiamenti climatici della Camera deiComuni ha già fatto sapere che “non ci sono prove che il fracking sia insicuro” e il blocco delleprospezioni è arrivato su iniziativa della stessa Cuadrilla Resources. In Francia, invece, unamoratoria iniziale si dovrebbe invece trasformare in uno stop vero e proprio, sull’onda lunga dellabattagli intrapresa dalla popolazione della regione di Languedoc-Roussillon. Lì, insieme alla quasitotalità della popolazione locale, per contrastare l’operato delle numerose compagnie energeticheche avevano già ottenuto i permessi dal governo centrale, è sceso in campo anche Josè Bovè. Laprotesta è stata massiccia e ben strutturata, con forti argomentazioni legali a sostegno delle istanzepresentate e gruppi di appoggio un po’ in tutto il paese. Lo stesso ministro dell’ambiente, Jean-Louis Borloo, che aveva siglato gli accordi per le concessioni, ha dovuto ammettere di avercommesso un errore. In Europa non sembra volersi fare troppi scrupoli la Polonia, che di gas shale ne ha parecchioe sta provvedendo ad estrarlo il più possibile . Anche Irlanda, Austria e Germania stanno provandoa battere del gas non convenzionale, che al di fuori del Vecchio Continente è molto popolare in 60
    • Cina, Australia e British Columbia. IL Canada è già il primo produttore mondiale di sabbie bituminose, fonti “anomale” che prevedono emissioni di gas serra dalle tre alle cinque volte superiori a quelle del petrolio. E che, come il gas di scisto, scombussolano vaste aree di territorio e inquinano le falde acquifere. (L. Manes su “Il manifesto” dell’8 giugno 2011) Aziende troppo avide I profitti da record dei giganti minerari australiani – Bhp Billiton, Rio Tinto e Xstrata – dimostrano la loro avidità. Nell’ultimo decennio le loro entrate sono aumentate del 530 %, una crescita otto volte superiore a quella dei salari degli operai del settore. Con una campagna multimilionaria, le aziende minerarie sono riuscite a far ridurre l’imposta sugli utili da 40 al 30%. La tassa originaria, proposta dell’ex premier Kevin Rudd, avrebbe fruttato 99 miliardi di dollari, che potevano essere investiti nella sanità, nell’istruzione e nelle energie rinnovabili, mentre la Mineral resource rent tax del governo di Julia Gillard ridurrà la cifra a 38,5 miliardi. Una ricerca del dipartimento delle imposte, inoltre, dimostra che il settore minerario ha pagato meno tasse del dovuto. Come se non bastasse, le aziende minerarie, già complici del degrado ambientale del paese, hanno mostrato una totale indifferenza di fronte ai tentativi del governo di trovare le risorse per ricostruire le zone colpite dalle recenti alluvioni. “L’unica soluzione è nazionalizzare il settore minerario” conclude il settimanale Green Left Weekly. (Tratto da “Internazionale” dell’ 11 marzo 2011, con piccola foto)30. Consumo eccessivo di terreni e materie prime agricole per scopi industriali India Industrie contro terra: lo “sviluppo”crea i suoi conflitti Il governo dell’India ha deciso di autorizzare la costruzione di una grande acciaieria sulla costa del Golfo del Bengala, in uno stato noto per i suoi grandi giacimenti minerari e per la povertà del suo sviluppo sociale. Un mega-progetto: il gruppo sud coreano Posco, quarta azienda mondiale della siderurgia, ci metterà 12 miliardi di dollari. “Infine il più grande investimento diretto straniero ha avuto il via libera”, ha scritto il Times of India: è salva la reputazione del paese come destinazione per mega investimenti. La notizia è rimbalzata sulla stampa finanziaria internazionale – per Bloomberg News “è un incoraggiamento per aziende, nazionali e straniere, allarmate dalla linea dura tenuta da governo in materia ambientale. Di rado un progetto industriale aveva suscitato tanta attenzione. E non è solo per le dimensioni dell’investimento o la sua valenza economica e strategica (sembra che il primo ministro Manmohan Singh abbia premuto personalmente per mandare avanti l’affare). Il punto è che quel progetto è fermo da ben cinque anni, bloccato dall’opposizione degli abitanti della zona designata: venticinquemila persone che vivono di agricoltura e non vogliono perdere la terra a favore della nuova industria. Ed è questo che rende il caso Posco emblematico di decine, centinaia, di conflitti simili in tutta l’India – ricorda il caso Singur, in Bengala Ocidentale, la rivolta dei villeggi che hanno rifiutato di cedere la terra alla fabbrica in cui Tata, l’azienda automobilistica partner di Fiat, avrebbe costruito la sua nuova utilitaria. L’india è una delle “storie di successo” dell’economia globalizzata. Da quasi un decennio il prodotto interno lordo cresce oltre l’8% annuo; superata la recessione mondiale con appena una piccola flessione, il 2010 si è chiuso con nuovi record – crescono export, produzione industriale, borsa, mercato immobiliare. E’ la nona destinazione per gli investimenti mondiali. Per il 2011 si fanno previsioni di crescita al 10% - l’India vuole essere riconosciuta come una nuova potenza mondiale. 61
    • Sempre più spesso però, lo sviluppo economico- industrie, miniere, grandi infrastrutture –trova l’opposizione delle popolazioni costrette a sfollare. E questo è il rovescio della “storia disuccesso”. L’economia globale chiede materie prime e l’India ne è ricca: ma la mappa deigiacimento minerari coincide con la mappa delle foreste, delle popolazioni native (“tribali” nelvocabolario indiano), della povertà rurale. Poli industriali spuntano tra le risaie e i delta più fertili. Ela spinta a moltiplicare miniere, industrie, centrali energetiche e “zone economiche speciali” siscontra con centinaia di movimenti per la terra, contro le requisizioni, anti-displacement. A voltesulle proteste popolari si inserisce il movimento armato di ispirazione maoista diffuso inquell’ampia regione di montagne e foreste: allora lo scontro cambia valenza. Spesso la presenza delmovimento armato, vera o presunta, diventa alibi per reprimere organizzazioni della società civile emovimenti di massa. E’ questo che ha fatto delle acciaierie Posco un caso test. La pressione degli “investitori” èforte. “Quanto amichevole verso gli investitori è l’India?” si chiedeva un mese fa The Economist aproposito del caso Posco. Per aver discusso alcuni investimenti il ministro dell’ambiente JairamRamesh è tacciato di “oltranzismo”. Lui si difende “Io applico le leggi”, ci ha detto. Con sollievo dei “global player” il progetto Posco ora ha il nullaosta ambientale, sebbene conmolte condizioni. Ma il conflitto non è chiuso, gli abitanti di quei villaggi sono pronti alle barricate.L’India, ci ha detto il portavoce del movimento contro l’acciaieria Posco, “sta bruciando di migliaiadi conflitti” (M. Forti su “il manifesto” del 16 febbraio 2011, con un altro articolo e una intervista e alcunefoto)31. L’aumento di metalli pesanti nel sangue Studio pubblicato a Oxford: ferro e radon oltre i livelli massimi L’Etna che fa ammalare “Troppi metalli nell’acqua” La media più alta al mondo di tumori alla tiroide Catania – Ci si ammala di tumore alla tiroide a Catania, più che ogni altra parte del mondo euna delle cause potrebbe essere l’acqua potabile che arriva dall’Etna, ricca di metalli pesantipotenzialmente pericolosi. E’ stata accertata la presenza di ferro, boro, manganese e vanadio oltreche di radon con livelli spesso al di sopra della massima concentrazione ammissibile. Che Cataniadetenesse il primato per un tumore che colpisce soprattutto le donne si era capito da tempo. Mafinalmente si riesce a scoprire il motivo. Sul Journal National Cancer Institute di Oxford, una dellepiù importanti riviste internazionali di oncologia, è stata pubblicata una ricerca realizzata dagliistituti di endocrinologia siciliani in collaborazione con l’osservatorio epidemiologico e l’Arpa,l’Agenzia per l’Ambiente. Nel periodo 2002-2004 i ricercatori hanno accertato che l’incidenza ditumori alla tiroide in provincia di Catania è stata di 31,7 casi ogni cento mila abitanti nelle donne edi 6,4 per gli uomini. Contro una media della metà nel resto dell’isola (simile a quella italiana) :14,1casi e 3 per gli uomini. Nell’area etnea quindi c’è qualche fattore di rischio. Altre ricerche avevano evidenziato chequesta zona dell’isola e le Hawaii sono accumunate dall’alto numero di tumori della tiroide ed erastato immediato il collegamento con l’unica cosa che hanno in comune, cioè un vulcano. Ma se finoad ora si era data molta importanza alle emissioni di vapori lo studio pubblicato sulla rivistaamericana analizza anche la qualità dell’acqua. Per una ragione: “Ci siamo accorti – spiegaRiccardo Vigneri, direttore dell’Istituto di Endocrinologia di Catania – che l’incidenza di tumori 62
    • alla tiroide in provincia di Catania è alta anche nei comuni che sono lontani dal vulcano. Mentrenon è così in aree della provincia di Messina che sono più vicine all’Etna. Da qui gli accertamentisull’acqua che è l’unico elemento che accomuna i residenti della provincia. Ma cosa c’è dipericoloso nell’acqua dell’Etna? Le analisi hanno accertato livelli di metalli pesanti e radon troppospesso al di sopra del cosiddetto “mac” (massima concentrazione consentita) Così per il vanadio, in193 campioni di acqua sui 280 esaminati, fino al radon che supera il Mac in 48 campioni su 119. Equesto per un bacino idrico enorme. Ben 1700 milioni di metri cubi di acqua utilizzata da 750.000persone. Ecco perché gli stessi ricercatori vogliono evitare allarmismi. Nell’acqua ci sono metalli pesanti potenzialmente pericolosi – spiega Gabriella Pellegriti,responsabile esecutivo della ricerca – ma attenzione: non abbiamo la dimostrazione scientifica di unrapporto causa-effetto tra queste sostanze e l’insorgenza dei tumori. C’è invece una linea di ricercasulla quale occorre continuare a lavorare”. Lo studio ha accertato l’aumento di un particolare tipo ditumore alla tiroide cosiddetto “capillifero”. “Spesso – spiega la Pellegriti – l’insorgenza di questotumore è correlata ad una mutazione genetica di un gene chiamato “braf”. Nei tumori tiroidei diCatania questa alterazione è più frequente che altrove ed è possibile che sia dovuta alla presenza diun carcinogeno ambientale di natura vulcanica presente nell’aria o nell’acqua”. La ricerca sta suscitando grande interesse nella comunità scientifica soprattutto in altre areedel mondo in cui ci sono vulcani attivi. (A. Sciacca; il testo completo con foto e mappe sul Corriere della Sera del 9 novembredel 2009)32. Aumento delle malattie causate da danni ambientali Da Nord a Sud i malati ambientali aumentano Il degrado dell’ambiente a causa di fattori tossici, epidemici o sociali, è responsabile di unquarto delle malattie e causa 13 milioni di decessi l’anno nel mondo. Questo fardello è più pesanteper i paesi del Sud, dove si cumulano i rischi di infezioni e di inquinamento. Le politiche di igiene condotte nei paesi occidentali hanno quasi eliminato le malattieinfettive, che ancora un secolo fa rappresentavano il 20% delle cause di mortalità. Attualmente, essesono responsabili soltanto del 2% dei decessi. Al contrario, i paesi del Sud soffrono contemporaneamente di infezioni, intossicazionicroniche e carenze di cure. La prima causa è la cattiva qualità dell’acqua bevuta. Questa provocadiarree, dissenterie, colera, infezioni tifoidee e contaminazioni da vermi intestinali. L’insalubrità,con un gran numero di pozze d’acqua stagnante, favorisce gli insetti che trasmettono parassitiestremamente pericolosi: malattia di Chagas, oncocercosi, dengue, lesmaniosi, febbri emorragiche ochikungunya sono in piena recrudescenza. La malaria, da sola, uccide quasi un milione di personel’anno. A queste minacce si aggiungono oggi le sostanze inquinanti, che si diffondono nei suoli, neglialimenti o nell’aria. In città, gli abitanti respirano ossidi i zolfo, residui di piombo, (eliminati nellecittà del Nord), particelle fini che fuoriescono da veicoli e fabbriche. I sistemi di riscaldamento chenon eliminano in modo corretto i fumi (monossido di carbonio), così come il consumo di tabacco,favoriscono bronchiti croniche o enfisemi, complessivamente definite malattie polmonari cronicheostruttive (Mpoc). L’incidenza di queste patologie, come quella dei tumori e delle malattie cardio-vascolari, è in aumento. In sostanza, l’ambiente infetto o intossicato è ritenuto responsabile del 25% dei morti nei paesiin via di sviluppo, contro il 17% nei paesi industrializzati. Il numero di anni di vita in buona salute 63
    • per abitante, persi a causa dell’ambiente, è quindici volte più elevato nei paesi in via di sviluppo cheal Nord. Nei paesi industrializzati, è l’inquinamento a essere principalmente sotto accusa, in particolarenelle città, dove lo si ritiene responsabile, nella sola Francia, i un numero di decessi fra i 6000 e i9000 l’anno. L’asma colpisce un bambino su dieci. I tumori che costituiscono con le malattiecardiovascolari il 60 % delle cause di mortalità, aumentano in particolare nei ragazzi (più 1% ognianno). Colpiscono un uomo su due e una donna su tre, e la metà ne morirà. Il numero di nuovi casi,in Francia ad esempio, è aumentato del 63% negli ultimi venti anni. Dall’amianto al mercurio Questo aumento non è dovuto unicamente all’invecchiamento: nel 35% dei casi può essereimputato all’effetto di sostanze cancerogene. Catrami, amianto e diverse particelle fini induconocancri del polmone ; il benzene e l’ossido di etilene sono responsabili del 2% delle leucemie; leaflatossine (microscopici funghi dei semi) scatenano cancri del fegato e dei reni…. Si osserva anche un aumento delle malattie autoimmuni (sclerosi a placche….), dell’obesità,delle difficoltà a procreare (diminuzione accentuata della quantità e della qualità degli spermatozoi),manifestazioni che possono spiegarsi con dei disordini ormonali causati da prodotti chiamati“perturbatori endocrini”. Questa categoria comprende molecole molto diverse che entrano nellacomposizione di detergenti, plastificanti, solventi o pesticidi, che costituiscono “cocktail” difficilida controllare. Perché l’industria chimica non ha frenato la sua crescita: ogni anno nel mondo si producono400 milioni di tonnellate di prodotti chimici, contro un milione nel 1930. Le contaminazioni sidiffondono attraverso tutti gli ambienti (suoli, fiumi, mari, sangue umano, latte materno….), maanche attraverso il pianeta: così gli Inuit assorbono un elevato tasso di mercurio attraverso i pesciche mangiano. Il mercurio, proveniente dai rifiuti industriali, valutati in 4500 tonnellate l’anno, èneurotossico come altri metalli pesanti come piombo, arsenico e cadmio. Sono i bambini a pagare il tributo più pesante a questi inquinamenti, ne muoiono 4 milioniogni anno. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2004 ha lanciato un appello, audapest, per “proteggere i bambini dimeno di 5 anni (cioè il 10% della popolazione mondiale) suiquali si riversa ogni anno il 40% delle malattie legate all’ambiente, soprattutto perché assorbono unecceso di sostanze nocive rispetto al loro peso corporeo”. Infine, anche ambienti di vita traumatizzanti o carenti creano danni: dalle sordità e insonniedovute al rumore, alle sofferenze psichiche, fino alla mancanza di attività fisica che facilita crisicardiache o diabeti. (Tratto da “Atlante per l’Ambiente” , Le Monde Diplomatique – Il manifesto, 2008, conmappe e grafici) La tendenza. Un fenomeno costante in tutto il mondo, legato al miglioramento dellecondizioni igieniche, alimentari e abitative. Ma anche all’inquinamento Le allergie aumentano per colpa del benessere. La vita “sterile” manda in tilt il sistemaimmunitario. Non sono pochi quelli che temono la primavera come il peggiore degli incubi, perché sannoche si ritroveranno a starnutire in continuazione, con gli occhi che lacrimano e il naso che cola. C’èchi va al ristorante con la paura che una piccola quantità di cibo “proibito” possa scatenare unoshock anafilattico. C’è chi si ritrova con prurito e la pelle arrossata solo per aver toccato qualcosache non tollera. Non è una vita facile quella degli allergici e siccome la fantasia del nostro sistemaimmunitario, che “decide” di rispondere in maniera anomala a sostanze di per se innocue, non halimite, di allergie ce n’è per tutti i gusti: ai pollini, agli alimenti, agli insetti, ai farmaci, a sostanze di 64
    • ogni genere con cui si può venire in contatto. E l’esercito degli interessati è imponente:secondo idati riferiti dal Libro Bianco della World Allergy Organization, Asthma and Immunology, nelmondo ci sono oltre trecento milioni di asmatici, 400 milioni di persone con rinite allergica,centinaia di milioni di allergici “vari” ( gli intolleranti a qualche alimento sono stimati in mezzomiliardo). Quello che più preoccupa gli esperti è il continuo incremento delle allergie non solo nelmondo occidentale, ma ora anche nei paesi in via di sviluppo: soprattutto nei centri urbani negliultimi 30 anni la frequenza di alcune forme di allergia, come l’eczema atopico, è raddoppiata otriplicata. “In Italia si prevede che entro il 2020 un bambino su due soffrirà di rinite allergica –spiega Giorgio Walter Canonica, unico italiano fra i quattro responsabili del Libro Bianco edirettore della Clinica di Malattie respiratorie e allergologia dell’Università di Genova -,il perché ditutto questo è legato allo stile di vita. Il nostro modo di vivere è molto cambiato, tanto che leallergie vengono ora considerate il prezzo per il miglioramento della qualità della vita degli ultimidecenni. Cinquant’anni fa i bambini giocavano all’aperto, mangiavano “più sporco”, perché nonc’erano tante delle norme di sicurezza che oggi impediscono il consumo di cibi non perfettamenteconservati. Magari si pativa qualche gastroenterite in più, ma c’erano molte meno allergie. Oggi iragazzi vivono una vita più “sterile”; passano la maggior parte del tempo al chiuso e la loro florabatterica intestinale è cambiata, per le modificazioni nella dieta. E il sistema immunitario“impazzisce” più facilmente.” (…) Se a tutto questo si aggiunge la qualità dell’aria che respiriamo,peggiorata per colpa dello smog e anche per il fumo di sigaretta, ecco spiegato il maggior pericolodi asma e allergie: un sistema immunitario già “indebolito” esposto continuamente a polveri e gascon effetti pro-infiammatori, prima o poi deraglia. “ Nelle grandi città, i bimbi che vivono al primo piano, più vicini alla strada, hanno unmaggior rischio di asma e allergie rispetto a quelli che abitano gli ultimi piani riprende Canonica -, inostri ambienti domestici, inoltre, sono “sigillati” rispetto all’esterno e questo crea le condizioni lecondizioni ideali per il proliferare di acari e muffe. L’inquinamento poi sta33. Diffusione malattie da virus ancora non curabili Ebola fa strage, anche tra i gorilla Ebola è uno dei virus più letali noti all’umanità: uccide tra il 50 e il 90% degli individui cheinfetta, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ebola provoca febbri emorragicheviolente, si trasmette facilmente – attraverso il contatto con sangue, saliva, secrezioni e fluidicorporali – e non esiste una cura nota, mentre il lavoro per preparare un vaccino non ha ancora datofrutti: per tutto questo chi si ammala di Ebola ha poche probabilità di sopravvivere. Ebola però non uccide solo gli umani. Ogni volta che si registra un’esplosione della malattiatra gli umani, nelle foreste vicine al luogo dell’epidemia sono state trovate carcasse di gorilla oscimpanzé. Così, da tempo molti sospettano che un virus analogo ad Ebola colpisca anche i primati,-anzi, molti hanno ipotizzato che le popolazioni di primati costituiscano un “serbatoio” da cui ilvirus passa agli umani, i quali vengono a contatto con gli animali attraverso la caccia el’alimentazione. Ora un gruppo di scienziati conferma che Ebola colpisce , anzi : fa strage tra i primati. Ungruppo di ricercatori spagnoli e tedeschi ha osservato che negli ultimi quattro anni almeno 5000gorilla sono morti nella sola regione del Lossi Sanctuary, un’area naturale protetta nella parte nord-occidentale della repubblica del Congo al confine con il Gabon (dove il gruppo ha condotto il suostudio): a ucciderli è stato il ceppo Zaire del virus Ebola (detto Zebov, uno dei quattro ceppiriconosciuti del virus). Pubblicato dalla rivista Science,lo studio è stato guidato dalla primatologaMagdalena Bermejo dell’Università di Barcellona, in Spagna, e dall’istituto Ecosystemes Forestiersd’Afrique Centrale, che ha sede in Gabon. 65
    • E’ uno studio importante: in primo luogo perché conferma che il virus colpisce anche lapopolazione dei primati e in proporzioni molto più alte di quanto non sisia mai pensato, quindi checi sia un’alta incidenza del contagio da gorilla a gorilla (o da scimpanzè a scimpanzè). A partiredall’agosto 2002, e poi per tutto il 2003, circa la metà della popolazione di gorilla (stimati in 1200)che viveva dentro e intorno al Santuario Lossi è risultata uccisa da Ebola. Uno degli indicatori sonoi nidi usati dai gorilla in una zona di circa 52 mila chilometri quadrati attorno all’area protetta; ilnumero di quelli occupati è crollato del 96%. Su questa base gli scienziati hanno stimato la cifra dicirca 5000 gorilla della regione uccisi da Ebola da quando è cominciata l’infezione nel 2002. Ilceppo Zaire ha infettato le popolazioni umane in Gabon e nella Repubblica del Congo a partire dal1994, fanno notare i ricercatori: loro ipotizzano che un quarto della popolazione mondiale di gorillasia morta della malattia d allora, anche se insistono che è una stima – nessuno sa esattamente quantigorilla vivono ancora e quanti sono stati uccisi dall’infezione. Nell’articolo in cui riferiscono irisultati del loro studio però scrivono che se alla decimazione causata dal virus “si aggiunge lacaccia commerciale, abbiamo la ricetta per una rapida estinzione ecologica” dei gorilla: “Le speciedi primati che erano abbondanti ed ampiamente distribuite un decennio fa si stanno rapidamenteriducendo a piccole popolazioni residuali”. Lo studio fa notare che ci dev’essere una via di trasmissione da primate a primate, ma non èancora noto come esattamente i gorilla prendano il virus. Un’ ipotesi è che il “serbatoio naturale” dacui il virus passa ai primati sia la popolazione di pipistrelli mangiatori di frutta, che abita la densaforesta pluviale congolese in cui vivono anche i primati: osservazioni di laboratorio mostrano che ipipistrelli infettati non muoiono del virus Ebola, e questo fa pensare che abbiano un ruolo nelmantenere il virus. I risultati dello studio nel Lossi Sanctuary sono coerenti con un altro studio, che saràpubblicato nel prossimo gennaio sul giornale scientifico Transactions of the Royal Society ofTropical Medicine and Hygiene, dove si dimostra che la trasmissione del virus Ebola tra animali èmolto più pervasiva di quanto si pensasse. “Ebola si diffonde sia all’interno della stessa specie chetra specie diverse di animali, “ con grande facilità, commenta Sally Lahm, del Institute for Researchin Tropical Ecology, a Makokou (Gabon), che ha diretto lo studio (citata dal notiziarioEnvironment News Service del 7 dicembre). Dice anche che l’incidenza dell’infezione e della morteper Ebola aumenta nei periodi di clima secco : lo stress ambientale sembra facilitare la diffusionedella malattia. Da cui si vede che la sorte della popolazione dei primati e quella degli umani èstrettamente legata. (M.Forti su “Il manifesto” del 9 dicembre 2006)34. Diffusione obesità e relative malattie Il consiglio comunale dichiara guerra al cibo supercalorico: in Figueroa Street si allineano 20locali in appena 400 metri Los Angeles, stop ai fast food “Un abitante su tre è obeso” Il distretto sud, più popoloso e povero: niente licenze per due anni Per due anni niente più nuovi “fast food” a South Los Angeles. Se martedì il consigliocomunale voterà l’ordinanza presentata da Jan Perry, attivissima amministratrice del distretto piùpopoloso e povero della metropoli californiana, per la prima volta le grandi catene della ristorazione- da McDonald’s a Pizza Hut, da Taco Bell a Burger King - dovranno fronteggiare in una grandecittà americana un veto all’apertura di nuovi esercizi per motivi legati alla salute dei cittadini.Nell’America che non cucina più e consuma cibi troppo grassi e zuccherati, l’obesità è infatti ormaidiventata una vera e propria epidemia. E South Los Angeles è uno degli epicentri di questa crisi. 66
    • Fin qui ben poche comunità hanno osato sfidare le multinazionali del cibo; Concord inMassachussets e Calistoga, una cittadina della Napa Valley, hanno messo al bando tutti i fast food,ma per motivi architettonici: non vogliono “megamangerie” che rovinerebbero il fascino dei lorocentri storici ben preservati. L’anno scorso, Joel Rivera, che a New York è capo della maggioranzain consiglio comunale e presidente della Commissione Sanità, ha tentato senza successo di bloccarela crescita esponenziale della ristorazione industriale in una metropoli anch’essa afflitta, neiquartieri poveri, da obesità e diabete ormai a livello di emergenza. Ora ci prova Los Angeles: nella parte meridionale della città, quella con la maggioreconcentrazione di fast food, gli adulti considerati obesi sono oltre il 30%, rispetto a una medianazionale del 21%. Molti considerano quella che verrà votata dopodomani una misura demagogicae una manifestazione di impotenza: non sarà certo una moratoria di due anni nell’apertura di nuovipunti di ristorazione a modificare i costumi alimentari della gente in un quartiere nel quale l’arteriaprincipale, Figueroa Street, allinea 20 fast food in appena 400 metri. Non è nemmeno detto che alla fine la sospensione delle licenze venga effettivamenteapplicata. Quella dei fast food è ormai una industria potente, con un giro di affari di 134 miliardi didollari l’anno, che ha dato vita a una lobby molto aggressiva. Ogni volta che la politica cerca diporre limiti alla vendita di cibi industriali nelle scuole, di vietare la pubblicità televisiva di questiprodotti o l’uso dei grassi “trans” nella preparazione dei pasti, schiere di consulenti si alzno perprotestare contro i regolatori, definiti “food nazi”, nazisti del cibo, e per rivendicare il pieno dirittodel cittadino di scegliersi il pasto che preferisce: sia esso un’insalata o un super hamburger da 2000calorie. Anche a Los Angeles, alla vigilia del voto, si è mobilitata la schiera dei consulenti. “Comesi fa a concedere licenze solo ai ristoranti nei quali i clienti stanno seduti e vengono serviti aitavoli?” protesta Dennis Lombard , responsabile della Food Service Strategies alla WD Partners.“E’ come proibire di vendere Chevrolet perché si vuole che la gente compri Mercedes”. Ragionamento rozzo, ma dietro il quale c’è un pezzo di verità: se i quartieri nord della città –quelli ricchi di Beverly Hills, Santa Monica, e Hollywood – sono pieni di ristoranti tradizionali,mentre a sud imperversano le “mangerie” industriali, ciò non dipende dalla perfidia dellemultinazionali dei pasti, ma dalla domanda di una popolazione più povera che trova nei fast foodcibo gustoso che costa poco in ambiente nel quale spesso ci sono anche giochi per i bimbi che chitorna tardi dal lavoro non riesce a portare al parco. Per modificare questa situazione bisognerebbecambiare la cultura alimentare degli americani e sradicare la povertà. Del resto anche l’industria i suoi sforzi li ha fatti: negli ultimi anni ha smesso di pubblicizzarein tv cibi destinati ai bambini ad alto contenuto di zucchero e grassi, ha accettato di vendere nellescuole succhi invece di bibite gasate e merendine a base di frutta invece di quelle fritte. Convinteche i giovani ingrassino non solo per quello che mangiano, ma anche perché si muovono poco, leimprese del settore hanno poi sponsorizzato in molte città la realizzazione di nuovi parchi giochi. Lecatene di fast food hanno poi cominciato a proporre anche insalate e altri cibi a basso contenutocalorico, mentre ai bambini si cercano di offrire “happy meal” nei quali le patatine fritte sonosostituite da frutta affettata e caramellata. Qualcuno ora indica nel menù il contenuto calorico deipiatti offerti. Sono tutti passi verso la costruzione (o ricostruzione) di una coscienza alimentare, ma sonopiccoli passi, rispetto alle dimensioni del problema. Per questo a Los Angeles ora vogliono adottaremisure più drastiche : “Limitare i fast food non è di per se una soluzione”, riconosce MarkVallkianatos, direttore del del centro per l’Alimentazione e la Giustizia dell’Occidental College,“ma è un pezzo del puzzle”. L’Amministrazione cittadina ha, infatti, varato un sistema di incentiviper spingere gli empori agli angoli delle strade a vendere più frutta e verdura e sta cercando difavorire l’apertura di trattorie tradizionali anche nei quartieri meno ricchi della città. Misure che per l’America liberista hanno il sapore della pianificazione e del dirigismo. Gliassessori di Los Angeles South replicano che quello di garantire piena libertà di scelta al cittadino- 67
    • consumatore è un principio senz’altro valido che però, nel loro distretto, è di fatto limitato , oltreche dalla esiguità del reddito, dal fatto che quelli che vogliono evitare la ristorazione industriale,devono prendere l’auto (se ce l’hanno) e percorrere le 10-15 miglia che li separano dalle trattorie diLong Beach o Santa Monica. I numeri McDonald’s 30.000 ristoranti in oltre 65 paesi; un milione e mezzo di dipendenti; 52 milionidi clienti al giorno; 21,79 miliardi di dollari di fatturato. Burger King 11.202 ristoranti in oltre 65 paesi; 340.000 dipendenti; 7,9 milioni di clienti algiorno; 1,94 miliardi di dollari di fatturato; Yum Riunisce Taco Bell, Pizza Hut, Kfc e altri; 34.000 ristoranti in oltre 100 paesi; 850.000dipendenti; 22 miliardi di dollari di fatturato. (M. Gaggi, sul Corriere della Sera del 16 settembre 2007, con foto e tabelle) Bye Bye mio grasso fast food L’America fa i conti con un’epidemia incontrollabile di obesità fra bambini e adolescenti(soprattutto neri e ispanici). Imputati numero 1? Hamburger e patatine fritte. Dalla California partela controffensiva contro il “cibo spazzatura”. Ma il resto del mondo scopre ora il ketchup Il dato più clamoroso sull’epidemia di obesità che affligge l’America è dell’Associazione deichirurghi plastici: l’anno scorso quasi 5000 adolescenti americani si sono sottoposti allaliposuzione, oltre a quattrocentomila adulti. Un quadro reso ancor più inquietante da una ricercadell’Università del Minnesota: per dimagrire l’83% degli adolescenti e il 57% delle adolescentisovrappeso saltano i pasti, usano pillole dietetiche, fumano. Tutto di nascosto. Riferisce Alan Lake,pediatra della Scuola di medicina all’Università John Hopkins: “Il 17% dei nostri ragazzi è obeso eun altro 17% è molto sovrappeso. Cresce il numero dei diabetici che, a vent’anni o poco più,svilupperanno gravi malattie, innanzitutto cardiache”. La metà dei bambini obesi alle elementari el’80% degli adolescenti obesi “combatteranno la malattia per tutta la vita: per la prima volta nellastoria rischiamo di allevare una generazione che vivrà meno a lungo di quella dei genitori”. Comeper gli adulti, nell’America che non si ferma mai, neanche a tavola, il maggiore responsabile diquesta epidemia è il fast food, la giungla delle alte calorie. Gli americani, spiega la nutrizionista Marlene Schwartz del centro di politica alimentare all’Università di Yale, “ingurgitano oltreun terzo delle loro calorie nei ristoranti fast food”. Catene come McDonald’s, Burger King,Kentucky Fried Chicken, Pizza Hut, Taco Bell e via dicendo, negli ultimi anni, dopo adulti eadolescenti hanno preso a bersaglio i bambini.”Quelli sotto i 12 anni sono bombardati da ben 7600spot televisivi all’anno di fast food e dolci”, osserva la Schwarts. Sono le stesse catene di ciborapido che hanno già contribuito a fare degli americani il popolo più obeso della terra: è sovrappesoil 65%, oltre 180 milioni di persone, e obeso il 31%, circa 90 milioni. Le minoranze povere ,ispano-americani e neri in testa, sono le più colpite: i fast food sono i più economici, il cibo ègustoso. Insomma, è il loro regno.(…) “Un ambiente tossico” I prodromi della rivolta risalgono ad una diecina di anni fa, quando la rivista “Time” dedicò lacopertina a David Ludwig, il primario della clinica pediatrica di boston, titolo “Il guerriero control’obesità”. La rivolta stentò a decollare, nonostante l’allarme dato nel ’99 John Jackie e KeithSculle, due studiose dell’Università Hopkins, con Fast food, una ricerca epocale sui carichi calorici:dai Big Mac, ancora a 99 centesimi fino alle patatine fritte. Fu Schlosser, con una spietata analisidella ristorazione industriale, basata sulle parti di scarto e sugli immigrati clandestini, “la carneumana”, a sensibilizzare l’opinione pubblica ai pericoli del fast food. E un numero sempre maggioredi statistiche avallò la sua tesi, cioè che si tratta di un “ambiente tossico”. Nel ’70 l’America spese 68
    • 66 miliardi di dollari nei fast food, oggi ne spende 134 miliardi, più che per l’istruzione o il cinemao le auto. E nonostante sia indubbio il ruolo della genetica nell’obesità e più in generale nei dannicollegati al “mangiar male”, per colpa di questo tipo di alimentazione in trent’anni l’obesità èraddoppiata e ogni anno costa 117 miliardi di dollari in cure e visite mediche, oltre a provocare,secondo alcune stime, 300.000 morti premature. Ancora alla fine degli anni ’90 il fast food celebrava i suoi trionfi a un congresso a Las Vegas,capitale del gioco d’azzardo, con l’ex leader sovietico Mikhail Gorbaciov come conferenziere..Adesso, oltre venti Stati e città dibattono disegni di legge e ordinanze che impongono a tutti iristoranti, non solo fast food, di precisare quante calorie contenga ciascun piatto, (unsuperhamburger ne contiene 2000): (….) Il modello: lo slow food italiano Secondo il dottor Ludwig, tuttavia, non bastano nuove normative perché la rivoluzioneculturale abbia successo: “Per neutralizzare la bomba alimentare nucleare del fast food, dellebevande gassate e dei dolciumi occorrono anche modifiche della condotta sociale e terapie digruppo”. Il pediatra cita uno studio del New England Journal of Medicine su oltre 2000 persone,durato 32 anni: chi frequenta gli obesi ha il 57% di probabilità in più di diventare obeso a sua volta,il 71% se si tratta di amici molto stretti o familiari. Ludwig suggerisce una campagna educativa sulmodello dello slow food italiano : I genitori che lavorano non devono portare fast food a casa perguadagnare tempo. Devono cucinare cibi sani e dare l’esempio ai figli. Aumentano i siti internet,rileva, dove i bambini invitano i coetanei a rinunciare all’hamburger: come il bambino di sette anniche disegna McDonald’s come un mostro a caccia di piccoli. (….) Inevitabilmente, c’è chi si oppone al mutamento. Devin Alexander, critico culinario, haappena pubblicato il libro Fast Food fix (Iniezione di fast food), un elogio delle frequentitrasgressioni da un’alimentazione che etichetta come “salutista”. Ma la tendenza al pasto salubrepare irreversibile. In settemila scuole elementari si applica il programma Catch (afferra) che insegnaagli alunni selezionare le vivande in base ai tre colori del semaforo: avanti con le verdi(legumi),adagio con le gialle (pizza), fermi con le rosse (hamburger). E vari atenei hanno adottato ilprogramma “Pianeta salute” dell’Università di Harvard, che propone meno tv, più esercizio fisico eun vitto che rafforzi cellule e ossa. A 70 anni esatti dalla nascita di McDonald’s, non è ancoratroppo tardi per tornare alle sane abitudini di un tempo, quando il picnic era preparato dalle mammee i bambini non avevano la pressione alta (oggi sono due milioni). I baby boomers, i figli del boomdelle nascite nel dopoguerra, sono stati la generazione più indulgente con se stessa. Quella nuovasembra aver imparato la lezione. ( E. Caretto, sul Corriere della Sera Magazine, settembre 2007, con foto e grafici).35. Ambiente poco da “macho” Il calo di testosterone riguarderà un numero sempre maggiore di uomini e con effetti semprepiù evidenti. Questo perché negli ultimi decenni la produzione media dell’ormone nel maschioadulto è globalmente calata: un quarantenne di oggi parte già in svantaggio rispetto ad un uomo dicento anni fa, che aveva un capitale ormonale iniziale maggiore. Per questo è destinato ad arrivareprima al di sotto della soglia di deficit. “I motivi sono vari. Da una parte lo stile di vita, che rispettoal passato richiede una minor produzione di testosterone: non dobbiamo più cacciare, la maggiorparte di noi trascorre vite sedentarie, - dice Andrea Lenzi – Inoltre, l’uomo vive oggi in un ambientepermeato di sostanze simili agli estrogeni, dai semi di soia ai derivati degli idrocarburi. Si tratta disostanze poco attive, che però “femminilizzano” l’uomo portandolo in una condizione costante diipogonadismo, che poi, con l’età, si manifesta in maniera eclatante” (Corriere della Sera, 20-2-2011) 69
    • Salute. I ricercatori: in crescita le donne colpite dalla patologia La menopausa a trent’anni per colpa dell’inquinamento Sui forum femminili è tema ormai ricorrente: menopausa precoce o Pof (prematurian ovarianfailure). Gli ovuli terminano e il ciclo della fertilità, che mediamente è di circa 40 anni, va in tilt. Inanticipo e a sorpresa. (…) Decine e decine di ragazze che si interrogano su quello che , nella realtà,tanto raro non appare. In blog, forum, discussioni sul web. Oggi la Pof colpisce ufficialmente 10ogni mille donne fertili. E almeno una ha meno di 30 anni. Ma secondo alcuni studiosi il numeroreale è di 40-50 ogni mille, 4-5 con meno di trenta anni. Fenomeno, quindi, tutt’altro che raro. Dairisvolti psicologici importanti, perché spesso interessa donne ancora senza figli. Tra le cause c’è anche l’endometriosi, altra patologia femminile dei tempi moderni. E’ quantohanno dimostrato gli italiani. Lo studio verrà pubblicato sulla rivista scientifica “Frontiers inBioscience”: nelle donne con endometriosi , l’incidenza sale a 80 su mille, otto volte di più deinumeri ufficiali. Studio firmato da Pietro Giulio Signorile, presidente della Fondazione ItalianaEndometriosi (Fie), che ha sede a Roma, presso l’American Hospital. E tra le cause c’è l’assunzionedi inquinanti ambientali (diossina o bisfenolo A, presente in bottiglie e contenitori di plastica)durante la gestazione di una figlia femmina. Sarà lei, da adulta, a rischiare endometriosi e Pof. “Hotrovato anche quindicenni con un impoverimento ovarico”, commenta Signorile. Campanello d’allarme è l’aumento dei livelli nel sangue di due ormoni: l’Fsh, o follicolostimolante, e l’Lh, luteinizzante. Basta un esame del sangue a verificare (….) Una ricerca condotta in India, dall’Istituto per i Cambiamenti Sociali ed Economici, (Isec) diBangalore, su 100.000 donne nella fascia di età 15-50 anni, ha rilevato dati drammatici: quasi il 4%era in menopausa già tra i 29 e i 34 anni; l’8% tra i 35 e i 39. Più colpite le caste elevate, più colte ericche. E con la Pof le donne rischiano prima osteoporosi, malattie cardiache, diabete, ipertensione, ecancro al seno. Insomma disturbi e rischi della post-menopausa contrastabili con ormoni sostitutivio con rimedi naturali tipo i fito-estrogeni. (Mauro Pappagallo, sul Corriere della Sera del 21 marzo 2011)36. Aumento rottami spaziali Spazzatura celeste L’allarme degli scienziati : ci sono sostanze tossiche Il mega satellite impazzito Dal cosmo pioggia di oggetti Pesa 10 tonnellate, non si sa dove cadrà. Con altri 11.000 Questa notte un masso roccioso lungo 600 metri e largo 200, passerà ad appena 537.000chilometri dalla Terra. A guardarlo nelle foto trasmesse dagli astronauti il globo azzurro della Terra sembra ungioiello incastonato nel cielo, inviolato. Niente di più falso; corpi naturali e artificiali loaggrediscono, a cominciare dalle 3000 tonnellate di polveri cosmiche che ogni giorno cadononell’atmosfera. Ben diverso è quando la minaccia si chiama asteroidi o satelliti allo sbando. Questanotte un masso roccioso, l’asteroide 2007TU24 , lungo 600 metri e largo 200, passerà a 537.000chilometri dalla Terra, cioè poco oltre la Luna, che dista in media 385.000 chilometri. Basta unpiccolo telescopio amatoriale per poterlo vedere prima che scompaia nel buio. “Un oggetto di tagliasimile così vicino transiterà ancora, in teoria, solo nel 2027”, nota Don Yeomans del Jet Propulsion 70
    • Laboratory della NASA. In teoria, appunto, perché le sorprese con i cosiddetti NEO, Near EarthObject, vale a dire i corpi che volano nei pressi del nostro pianeta sono frequenti. Tra noti e ignoti sipensa ne esistano circa 7000. Dei 700 ben individuati, 140 sono giudicati dalla NASA ad altorischio e tenuti sotto continua osservazione perché potrebbero con un minimo cambiamento d’orbitacaderci addosso, come sembra intenzionato a fare Aphophis nel 2029 (o2036). Il TU 24 che ci fa visita questa notte, non sarà comunque, fonte dei guai raccontati anche inalcuni film. Per fortuna, perché il suo scontro con la Terra scatenerebbe un’energia pari ad unaatomica da 1500 megatoni (Hiroshima era appena di 15 chiloton) lasciando un cratere di cinquechilometri di diametro. Ma non c’è solo un rischio celeste naturale. Qualche volta cadono anche i veicoli spaziali. Trala fine di gennaio e i primi di marzo un satellite militare americano “di grandi dimensioni”precipiterà sulla Terra. Non si può sapere dove, perché è fuori controllo e quindi non può esserepilotato sopra l’oceano Pacifico come solitamente avviene quando questi robot sono alla fine dellaloro vita. John Pike, direttore della società di ricerca americana per la difesa Global security, stimail peso del satellite in 10 tonnellate e la taglia analoga a quella di un autobus. Per il momento nonsembra contenere generatori atomici di energia come il satellite russo Cosmos 954 schiantatosi inCanada nel gennaio 1978, trent’anni fa e impegnato nell’inseguire la flotta statunitense. “Però imateriali di cui è costituito, ad esempio berillio, possono essere rischiosi per l’uomo” aggiungePike. [A bordo aveva un carico di 50 chili di uranio. La causa dell’incidente non è mai stata chiarita.Per alcuni giorni, la Terra fu minacciata da una catastrofe atomica.] “Le agenzie governativecoinvolte nel problema stanno monitorando la situazione e intanto valutiamo le potenziali opzioniper mitigare ogni possibile danno portato dal satellite” ha laconicamente precisato Gordon JohnDroe, portavoce del National Security Council. Ma c’è un piccolo mistero, perché nelle scorsesettimane il Pentagono aveva confermato la caduta di un satellite radar sperimentale di soli 3400chilogrammi. Ce ne sono dunque due? Intorno alla Terra ruotano 873 satelliti attivi su orbite diverse, appartenenti alle varie nazioni.Quasi la metà sono americani. Tuttavia di pezzi intorno azzurro, più grandi di 10 centimetri, trasatelliti “morti” e spazzatura, se ne contano 11.000. Per fortuna gran parte di questo materiale ,attratto dalla gravità, si disintegra. E se qualcosa sopravvive?. L’ONU ha varato dei trattatisottoscritti dalle “nazioni spaziali”, proprio per tutelare le popolazioni dai pericoli celesti. Ma dallacaduta imprevedibile nessuno può difenderci. G. Caprara (Teso apparso sul Corriere della Sera del29 gennaio 2008 con mappe e foto) Rifiuti in orbita La Terra e i detriti spaziali che la circondano in un immagine diffusa dall’agenzia spazialeeuropea (ESA). Dei circa dodici mila oggetti fabbricati dall’uomo che attualmente si trovanonell’orbita terrestre, solo 800 sono satelliti funzionanti. Gli altri sono vecchi satelliti, razzi eframmenti di astronavi esplose o abbandonate. Il primo satellite artificiale fu lanciato il 4 ottobre1957 con il programma spaziale sovietico Sputnik. Da allora sono stati effettuati più di 4600 lanci.(Tratto da “Internazionale” del 15 aprile 2008, con foto). Spazio I detriti che oscurano i satelliti Discarica in cielo Niente più telefonate satellitari, ne Gps, o foto dall’alto delle nuvole in arrivo sul weekend. E’quello che rischiamo se non si bonificherà una discarica meno vistosa di quelle di Napoli: lo spaziointorno alla Terra. I residui di razzi e satelliti dismessi e disintegratisi stanno invadendo inparticolare le orbite più basse, fino a mille chilometri sulle nostre teste, dove circola gran parte deisatelliti per le telecomunicazioni e per le prospezioni civili e militari. 71
    • Anche un frammento di un centimetro, alle velocità orbitali, può distrugger un satellite.Creando migliaia di nuovi frammenti e innescando una cascata micidiale. Negli ultimi anni sonobastati due eventi a moltiplicare la spazzatura spaziale: i cinesi hanno distrutto un proprio satelliteper sperimentare un’arma, e una collisione fortuita ha frantumato due satelliti per letelecomunicazioni. Pare quindi ora di fare pulizia. Le proposte non mancano, da robot che aggancino uno a uno isatelliti in disuso per spingerli su orbite innocue o negli oceani, a un laser orbitale che vaporizzi inparte i frammenti maggiori: un solo laser completerebbe la pulizia in tre anni. (Giovanni Sabato, inL’Espresso n.11, del 17 marzo 2011), con foto.37. Aumento polveri sottili nell’aria Italia, repubblica fondata sullo smog La polveri sottili sono fuorilegge ovunque, ma dalla Lombardi a Napoli, nessuno è in grado difermare le auto. Anzi, si finisce spesso con il favorire l’effetto opposto Centoventisei. E’ il numero di giorni di superamento dei livelli consentiti di polveri sottili(Pm10) a Milano da gennaio. Si chiamano sottili, danno l’idea di leggerezza, ma inquinano l’aria ela fanno diventare irrespirabile. In molti casi provocano malattie e morte. Secondo il rapportodell’OMS ( i cui dati sono stati confermati due settimane fa in Commissione ambiente del senato)sono almeno 8000 i decessi provocati ogni anno dall’inquinamento in Italia. A Milano la situazione è più grave che altrove. Basti pensare che negli ultimi tre anni la mediadi sforamenti sui livelli consentiti dalla norma (35), è stata di 130. Il Comune, sul suo sito, haammesso che la vita dei milanesi è diminuita di un anno proprio a causa delle polveri. In terminiambientali e sanitari Milano è fuorilegge. Tanto che la UE ha dato un ultimatum: o si mette inregola o paga la multa di 820 milioni di euro. Non si tratta più di slogan o battute cinematografiche (in Johnny Stecchino, Benigni dice che aPalermo il problema è il traffico). Ormai è una certezza scientifica: le auto sono la causa di moltemalattie e problemi respiratori, le cui emissioni producono i velenosi Pm10 e Pm 2,5. Ha fatto il giro del mondo la notizia che pure il Cenacolo, il capolavoro di Leonardo Da Vinci,rischia di essere rovinato dalle polveri. Eppure sono anni che singoli cittadini, associazioniecologiste, istituti di ricerca e professori universitari denunciano i rischi per la salute e lancianoallarmi. Sorretti, almeno in teoria, dalle promesse di amministratori, di piccole e grandi città, circapiani faraonici di lotta all’inquinamento. Considerati però i livelli di polveri e di ozono, viene ilsospetto che le strategie adottate sono sbagliate oppure carenti. Secondo il Bipe (istituto di studi economici francese), l’aumento del prezzo della benzina hafatto diminuire, dal 2004, l’uso dell’auto privata in tutta l’Europa. Tranne che in Italia: nel 2006circolava lo stesso numero del 1996. Il motivo? Per gli esperti francesi va ricercato nella mancanzadi alternative: l’offerta dei mezzi pubblici non è adeguata. Nel 2015 il trend crescerà dell’1,5%,mentre scenderà del 2% in Europa. Numeri? Si può credere o meno alle statistiche, ma a Firenze,città governata da sinistra e ambientalisti, il problema esiste, eccome (Pm10 costanti, in crescita Pm2,5). Addirittura la città vanta una ztl (zona a traffico limitato) tra le più grandi di Europa. Ilproblema? Le 200.000 auto dei pendolari, gli automobilisti che aggirano le telecamere, i permessi inderoga, i pullman che scaricano migliaia di turisti. (…) La biologa cellulare: perché misurare il Pm10 non basta “Metalli e idrocarburi arrivano fino al cuore” 72
    • Tutto è cominciato, tredici anni fa, con il polverino che rilasciano gli pneumatici sfregandosull’asfalto. “Il detrito da usura delle gomme ha una composizione estremamente complessa, moltosimile al particolato atmosferico: una componente inorganica, i metalli, e una organica, gliidrocarburi policiclici aromatici. Abbiamo iniziato testando questi elementi su linee cellularipolmonari umane”. Marina Camatini, docente di biologia cellulare al Dipartimento di scenzeambientali dell’Università Bicocca, ha quindi trasferito il test dalle gomme al Pm atmosferico. Unaricerca che ha ora unito intorno allo stesso tavolo Provincie, Regione e Comune: è nato così ilprogetto Vespa per l’analisi dell’impatto del particolato sulla salute umana. “Vogliamo capire qual èla soglia di rischio delle componenti assemblate. Oltre all’inquinamento primario, dovuto aiprocessi di combustione, dobbiamo considerare che le polveri in sospensione si rimescolano conaltri elementi presenti in atmosfera, quali pollini, gas naturali, radiazioni ultraviolette”. Lascommessa è passare da una valutazione quantitativa ad una qualitativa. E abbassare la soglia deifiltri. “in molte città europee le centraline monitorano Pm 2,5 e Pm1, in Italia siamo fermi alPm10”. Il fattore dimensione, conferma la biologa, gioca un ruolo fondamentale: “Il Pm10difficilmente supera la barriera cellulare, Pm2,5 e Pm1 entrano facilmente e fanno danno”. Gli elementi che preoccupano di più? “Metalli e idrocarburi. Più in generale, il particolatodelle auto diesel, aumentando l’esposizione delle cellule in vitro, aumenta il numero di cellule chemuoino e anche l’espressione di interleuchina, che segnala un processo di infiammazione in corso. E sono sempre più evidenti i danni a nucleo e Dna”. A livello degli alveoli, le particelle limitano il trasporto di ossigeno scatenando deficitrespiratori. “Ma a volte vanno oltre i polmoni, entrano nella circolazione del sangue e arrivanoall’apparato cardiocircolatorio dove possono provocare ischemie”. Il rischio si valuta a lungotermine: alcune stime parlano di un aumento complessivo della mortalità del 3-8% e un aumentodell’incidenza delle bronchiti negli adulti del 25% (35% nei bambini). Per questo bisogna agiresubito. “Milano è ad altissimo rischio. Per la sua posizione in una conca non è destinata ad averericambio d’aria ne ora, ne nei prossimi 15 anni”. Un microcosmo alieno ci invade Un vorticare di innumerevoli particelle microscopiche si può osservare quando un raggio disole penetra nell’oscurità di una stanza. Queste rappresentano la parte non gassosa dell’aria. Puòtrattarsi di particelle solide o di gocce microscopiche e rappresentano un microcosmo, dove c’èletteralmente di tutto, dai pollini alle spore batteriche e vegetali, dai virus alle uova di artropodi, dalle particelle di carbone ai nitrati e ai solfati. Sono tantissime, di tante dimensioni eprovenienze diverse, e vengono oggi chiamate collettivamente Pm, particulate matter, e distinte intre-quattro sottoclassi sulla base delle loro dimensioni espresse in micron, come dire micrometri,cioè millesimi di millimetro. Si tratta delle famose e famigerate polveri sottili, la cui densità ècontinuamente misurata in molte delle nostre città e che di tanto in tanto causano il blocco deltraffico automobilistico. Le polveri Pm10, ad esempio, hanno dimensioni non superiori ai 10micron, le polveri fini Pm 2,5 sono inferiori a 2,5 micron, mentre le polveri ultrafini Pm0,1 sonoinferiori a 0,1 micron. La loro azione, comunque non positiva se la densità supera certi livelli,dipende dalle loro dimensioni e dalla loro composizione chimica, e può arrecare un dannomeccanico o ostruttivo, causare una irritazione, una infiammazione o una vera e propria allergia. Per quanto riguarda i distretti corporei che le polveri possono raggiungere, l’elementofondamentale è la loro dimensione: più minuscole sono, più a fondo penetrano. Una particellamaggiore di 7-8 micron si fermerà nel cavo orale o nelle primissime vie respiratorie; una didimensioni comprese tra i 3 e i 5 micron penetra nei bronchi, dove si addentra sempre più adimensioni inferiori, fino a che non entra direttamente negli alveoli se inferiore a un micron. Il danno può essere immediato o protratto. Forse quest’ultimo è il caso peggiore. Lapermanenza di tali corpuscoli nelle sottilissime vie respiratorie terminali può causare 73
    • un’infiammazione cronica che può talvolta risolversi in una formazione tumorale. Fortunatamentequesta è una evenienza rara; meno rara è invece l’induzione di risposte allergiche checontribuiscono a rendere difficoltosa le respirazione, soprattutto in persone di una certa età. Ciò accade perché il sistema immunitario commette errori in misura crescente con gli anni esempre più spesso attacca i propri tessuti, invece degli invasori esterni (Edoardo Boncinelli) (A.Gramigna, testo integrale sul Corriere della Sera Magazine del 21 novembre 2007 con fotoe dati) L’allergologa: Patologie in aumento “Gas e zolfo, alleati dell’asma” “E’ ormai ampiamente documentato che i gas di scarico e il microparticolato dieselpotenziano la risposta immunitaria a livello respiratorio, dunque possono peggiorare l’allergia già inatto o favorirne la comparsa. Se per esempio i pollini o altri agenti allergenici si legano in atmosferacon il Pm10 da un lato hanno un effetto irritante diretto sulle cellule della mucosa e allo stessotempo agiscono sui linfociti, stimolando cioè le cellule della risposta immunitaria e aumentando lareazione patologica: ossia l’allergia”. La dottoressa Giselda Colombo, responsabile del centro diallergologia al San Raffaele di Milano, vive ogni giorno, in corsia, il costante aumento di allergie eforme asmatiche. E cita uno studio epidemiologico che conferma il comune sentire dei meneghini:“Gli extracomunitari appena arrivati a Milano manifestano nuove forme allergiche e, dopo qualcheanno, la percentuale di allergici in una comunità di immigrati pareggia quella dei milanesi dinascita: insomma esiste una predisposizione genetica ma altrettanto se non più importante èl’ambiente in cui si vive”. Tra i metalli, un sorvegliato speciale è lo zolfo: “Se contenuto in alcune molecole come isolfiti, può indurre irritazione e asma , o comunque peggiorare la risposta infiammatoria in unsoggetto allergico”. Il nichel, invece, scatena patologie allergiche al livello cutaneo, quali ledermatiti da contatto (che affliggono, per esempio, il 50% delle donne che non possono utilizzareorecchini con nichel): “Teoricamente, simili reazioni possono peggiorare se l’aria è ricca di questesostanze o se ingeriscono alimenti che ne contengono in quantità rilevanti”. Stesso discorso per ilbicromato di potassio, contenuto nel cemento, che a volte provoca reazioni allergiche nei muratori.Di per se, comunque, un metallo semplice , una sostanza inorganica difficilmente induce allergia.Diverso il discorso se si lega in atmosfera con altre molecole. (Tratto da Il Corriere della Sera Magazine del 21 novembre 2007) Inquinamento record a Corso Francia, Roma Polveri sottili, nel 2007 i limiti superati 784 volte I limiti delle polveri sottili, nel 2007, sono stati superati 784 volte. E in nove centraline sudieci è accaduto per più dei 50 giorni consentiti dalla legge. In particolare, Tiburtina e CorsoFrancia, 116 giorni; Fermi 98; largo Prenste 87; Magna Grecia 82; largo Arenula (disattivata il 22novembre) 69; Cipro 66; Cinecittà 65; Bufalotta 52. Unica stazione a non varcare la soglia è stataquella di villa Ada, che ha registrato 33 giorni di PM10 in eccesso. Problemi anche per il biossidod’azoto, che ha infranto i limiti dei superamenti annuali nelle centraline Tiburtina (19),Cipro (13),Cinecittà (9), Fermi e magna Grecia (3), Bufalotta (2), e corso Francia (1). (Dal Corriere della Sera del 6 gennaio 2008) 74
    • 38. Aumento delle due “isole” di plastica nel Pacifico La pattumiera dell’oceano Pacifico Da anni il capitano Moore e un gruppo di ricercatori solcano i mari a caccia di plastica: penne,bidoni, palloni. E tonnellate di minuscoli frammenti inquinanti. Charles Moore conserva le sue scoperte più belle in un armadio in fondo al suo giardinodavanti all’oceano Pacifico, a Long Beach, in California. E’ da dieci anni, che a bordo di Alguita, ilsuo catamarano, da ostinatamente la caccia a una preda molto particolare, la plastica finitanell’oceano. E ne trova di tutti i tipi: “Gli oggetti di plastica che preferisco sono i manici diombrello”, dice sorridendo. Ha anche una grande quantità di spazzolini da denti, penne, recipientideformati dai morsi degli squali. Un pallone a forma di cuore. Dei caschi. Ma gli oggetti identificabili sono pochi, poiché nessun oggetto rimane intatto a lungo. Ilgrosso della collezione è meno spettacolare, ma più preoccupante. Sono particelle più piccole di ungranello di sabbia, il resto del deterioramento degli oggetti. Ci sono anche tonnellate di granulatiplastici, che servono da materia prima all’industria. Moore ha appena scaricato dall’Alguita 50 campioni di “zuppa di plastica” pescati al largo.Questo suo interesse è nato per caso. Nel 1997, tornando da una regata tra Los Angeles e Honolulu,decise di prendere una rotta normalmente evitata dai marinai perché attraversa una zona di altapressione, senza vento, dove le correnti si avvolgono in senso orario:il vortice del nordPacifico.”Passavano i giorni e non vedevo un delfino, una balena, un pesce.Vedevo solo plastica”,ricorda. Così si prese a cuore questo luogo sperduto. Creò una fondazione e con l’aiuto di scienziatispecializzati nell’inquinamento marino, mise a punto un metodo di quantificazione dei rifiuti, primadi ritornare nella zona. I primi risultati sono stati pubblicati sul Marine Pollution Bulletin, nel 2001. L’equipe hacontato mediamente 334,271 frammenti di plastica per chilometro quadrato ( fino a un massimo di969.777 per chilometro quadrato) per un peso medio di cinque chili per chilometro quadrato. Lamassa di plastica era sei volte più elevata della massa di plancton raccolta. Il vortice intrappola iframmenti. Il sito dove vengono effettuati i prelievi, grande quanto il Texas, è chiamato EasternGarbage Patch, la “discarica dell’est” del Pacifico. Qual è la superficie totale della “discarica”?“Non lo sappiamo”, spiega Moore, . “L’acqua è sempre in movimento, l’inquinamento è difficile damisurare. Ho percorso 150.000 chilometri a bordo dell’Alguita nel nord Pacifico e non ho trovatoaltro che plastica, ovunque”. Un materiale indistruttibile I frammenti prelevati durante l’ultimo viaggio dell’Alguita saranno selezionati e classificati in128 categorie, in funzione del tipo (filo, pellicola, spuma, frammento, granulato) della dimensione edel colore. Moore non ha una formazione da scienziato, ma il suo lavoro è molto apprezzato dagliesperti perché si spinge dove nessun altro va, nel bel mezzo dell’oceano. “Ha dimostrato che questoinquinamento esiste, è un pioniere, “, commenta Anthony Andrady, esperto in polimeri delResearch Triangle Institute. Secondo Andrady, l’impatto di questo tipo di inquinamento èsottostimato. Nel 2006 nel mondo sono state prodotte circa 245 milioni di tonnellate di plastica. Una parte,difficile da quantificare, raggiunge il mare, soprattutto tramite i fiumi e i sistemi di scarico delleacque urbane. Senza dimenticare i rifiuti abbandonati sulle spiagge. Circa l’80% della plasticatrovata in mare viene dalla terraferma. Solo il 20% dalle imbarcazioni. La plastica ha tante qualità. Costa poco ed è molto resistente. Troppo, quando sfugge aicircuiti di raccolta e smaltimento dei rifiuti. In natura sembra indistruttibile. “Nessuno sa quantotempo ci mette a scomparire del tutto”, spiega Andrady. “Può frammentarsi al punto da trasformarsiin polvere, ma rimane lì. Nessun microorganismo è in grado di degradarla completamente. Tutta la 75
    • plastica che si è dispersa nell’ambiente da quando si è cominciato a produrla c’è ancora”. Pulirel’Oceano è impossibile. “Sarebbe come passare al setaccio il Sahara”, sostiene Moore. L’unicasoluzione, afferma, è sviluppare la plastica riciclabile, biodegradabile, attualmente poco diffusa ecambiare le nostre abitudini. “Dovremmo usare la plastica solo per gli oggetti che davverovogliamo far durare”. G. Dupont, Le Monde (tratto da “Internazionale” del 16 maggio 2008, con cartina) Un iceberg di rifiuti più grande del Texas galleggia nel Pacifico puntando sulle Hawaii. Pescie uccelli che se ne nutrono morendo soffocati. E Greenpeace lancia l’Sos. Un mare di plastica Guardate questa impressionante massa di plastica che galleggia nelle acque dell’Oceano: sonosacchi della spazzatura, bottiglie, giocattoli, spazzolini, contenitori di vario genere che le ondehanno spinto al largo, nel pacifico. Le correnti dell’oceano, creando un “effetto vortice”, hannoconcentrato tonnellate e tonnellate di spazzatura in un’area precisa, estesa più del Texas, a centinaiadi miglia dalle coste della California. “ Un immenso iceberg di plastica spalmato in orizzontale, e inbalia dei venti, che si dirige verso le Isole Hawaii”, denuncia Greenpeace nel “Rapporto sui rifiuti diplastica nei mari” appena pubblicato dal gruppo ambientalista. Tartarughe marine, foche, balene, pesci di diecine di specie diverse sono venuti a contatto conl’iceberg di plastica: molti animali sono soffocati dopo aver ingerito shopper e pezzi di cellophane.Una colonia di albatross che si nutre dei rifiuti galleggianti rischia di andare incontro a una morteatroce, per fame: saziandosi dei detriti raccolti tra le onde , gli uccelli non ingeriscono sostanzenutrienti a sufficienza. Un inchiesta di “Science” che, se non si porrà freno a dispersione di plasticae a pesca intensiva, le riserve ittiche del pianeta si esauriranno entro il 2048. E. Lucchini (Tratto dalMagazine “Io Donna” del Corriere della Sera, con foto) I detriti dello Tsunami nell’oceano. Quelle storie del Giappone alla deriva Case, auto, e ricordi: in tre anni la massa arriverà sulle coste della California. Automobili, barche distrutte, intere case con tutti i mobili, migliaia di oggetti di plastica. E’ una gigantesca isola galleggiante quella che sta fluttuando nelle acque dell’OceanoPacifico, al largo del Giappone. Dopo il terremoto, lo tsunami dell’11 marzo scorso ha travolto oltre200.000 case finite in mare. La massa dei relitti si sta lentamente muovendo seguendo le correnti,rendendo molto pericolosa la navigazione. Per gli esperti, i primi resti dello tsunami come barche dapesca e tutto ciò che non assorbe acqua raggiungeranno la California entro un anno, mentre glioggetti domestici navigheranno per tre anni prima di spiaggiarsi. Il primo pensiero che ti viene è che dietro quel tetto, quel pezzo di casa, quell’automobilec’era una famiglia, un uomo, una storia. Ma subito dopo penso a un’altra cosa , che è ancora piùgrave, perché riguarda il futuro, riguarda la vita che sarà ancora messa in pericolo. Le migliaia didetriti dello tsunami che ha colpito le coste giapponesi l’11 marzo scorso fluttueranno verso laCalifornia, l’Oregon, l’Alaska, le Hawaii prima di tornare indietro impiegando sei anni,cambieranno consistenza, forma e saranno scambiate per cibo dai pesci e dagli uccelli. E’ undisastro ambientale di dimensioni epocali, senza precedenti, senza misure di intervento possibili. Il problema non è solo di chi rischia la vita navigando in quelle acque (pescherecci, navimercantili, barche da diporto), dato che è pressoché impossibile evitare ostacoli semi sommersi (gliamericani stanno addirittura pensando di riscrivere le rotte delle loro navi nel nord del Pacifico). In gioco è l’ecosistema di tutto un oceano. Trasformato in spazzatura da milioni di piccoliframmenti di plastica. Alcuni finiranno sulle coste della California, altri verranno risucchiati dallaGreat Pacific Garbage Patch, “l’isola di plastica” o anche “isola della spazzatura”. E’ unosterminato concentratori rifiuti che ha cominciato a formarsi negli anni cinquanta, ha raggiunto lo 76
    • spessore di un metro e si stima occupi il 3% della superficie del Pacifico. Non l’ho mai vista. Ma mifa impressione l’idea di questo buco nero che per via delle correnti catalizza gran parte dellaplastica galleggiante che c’è nel mare. E la plastica non è un problema da poco. Quasi tutti i pesci , icetacei e gli uccelli trovati morti sulle spiagge di tutto il mondo hanno la pancia piena di pezzi diplastica. Che scambiano per calamari o altri cibi per loro appetitosi. E’ successo anche in Italia neldicembre 2009, quando un gruppo di capodogli si spiaggiò sulle coste della Puglia e l’autopsiadimostrò che la causa della morte era l’ingente quantità di plastica che era stata mangiata. (…) (Giovanni Soldini, velista; l’intero articolo sul Corriere della Sera del 9 aprile 2011, con variefoto e proiezioni sulla rotta dei detriti)39. L’aumento dei rifiuti elettronici Cellulari Negli Usa anche usati sono un gran business In pochi anni il mercato dell’usato rappresenterà un quinto delle vendite di cellulari negli StatiUniti. ReCellular, il colosso del settore, ha rivenduto e riciclato 5,2 milioni di cellulari lo scorsoanno, in crescita rispetto ai 2,1 milioni di cinque anni fa. E per approfittare delle potenzialità delsettore ha ora deciso – riporta il quotidiano Wall Street Journal – di procedere al’acquisto direttodei telefonini usati dai consumatori e non solo da rivenditori e associazioni di beneficienza (Corriere della Sera del 25 febbraio 2011) Migliaia di tonnellate di rifiuti elettronici La faccia nascosta della corsa all’hi-tech L’altra faccia dello switch off, il passaggio della tv dall’analogico al digitale. Nel corso del2010 è stato calcolato che circa una famiglia italiana su tre ha cambiato il proprio televisore,passando nella maggior parte dei casi dal vecchio tubo catodico agli schermi piatti. Il che hagenerato circa 300.000 tonnellate di rifiuti costituiti da vecchie tv, che insieme ai monitor dacomputer vanno a costituire la categoria R3 dei cosiddetti Raee –“Rifiuti apparecchiature elettricheed elettroniche” – che in Italia incide per terzo del totale contro il 18% della media europea. I Raeesono il rovescio dell’elevato consumo di tecnologia di questi anni, con un rapporto quasi di uno auno. Secondo i dati anticipati da ReMedia, uno dei principali soggetti italiani che si occupano dellagestione dei rifiuti elettronici, a fronte di un milione di tonnellate di prodotti immessi sul mercatonel 2010, 245.000 tonnellate di rifiuti sono state avviate al riciclo. Cifra che corrisponde a una media di 4 chili per ogni abitante, raccolta che ci pone a d unanotevole distanza dall’Europa: nei paesi del Nord, per esempio, il riciclo arriva a 10 chili pro capite. Le cause sono da ricercare nella partenza tardiva (era il 2008) della gestione eco-sostenibile diquesta tipologia di rifiuti “ricchi” – si possono recuperare ferro e acciaio, ma anche metalli preziosicome oro e argento – e nella bassa diffusione del servizio di ritiro da parte dei rivenditori dielettronica, dell’apparecchiatura usata che viene sostituita con i nuovi acquisti. Se attualmentequindi in Italia si raccoglie poco più di un quarto dei Raee prodotti – il resto finisce in discarica oviene esportato illegalmente – entro il 2016si dovrà arrivare all’ 85%, il nuovo obiettivo fissatodall’Unione Europea. (F.Cella sul Corriere della Sera del 26 febbraio 2011) Elettrodomestici in discarica Peschiera del Garda. Arrestata dai carabinieri di Peschiera del Garda una banda di ghanesidediti al furto di elettrodomestici di scarto dalle isole ecologiche, rivenduti poi come merce di lussonel loro paese. Le indagini dei militari hanno messo in evidenza un fenomeno di tendenza, in 77
    • costante aumento. «Vengono rubati piccoli elettrodomestici come forni a microonde, televisori,videoregistratori, frullatori e soprattutto motori di frigoriferi e lavatrice - spiega il comandantecapitano Mario Marino - il più delle volte perfettamente funzionanti, o i televisori sostituiti perquelli lcd, che non sono più considerati trend». Gli elettrodomestici, ripuliti e rimessi in efficienza,trovano un fiorentissimo mercato nelle loro comunità… sia in Italia che, sopratutto, nei paesiafricani dove un televisore o un frigorifero sono considerati un lusso alla portata di pochissimepersone. «Nelle isole ecologiche dove sono stati sottratti questi beni - afferma Marino - è attivo ilriciclo che porta vantaggio economico ai comuni, impadronirsene quindi costituisce furto, come talepunito dalla legge». (Notizia internet maggio 2011)40. L’inquinamento da radon Vivere senza radon L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha reso noto i nuovi limiti di sicurezza per il radondomestico: 100 becquerel per metro cubo di aria, contro i mille indicati nel 1996. Il drasticoabbassamento del valore soglia è dovuto al fatto che negli ultimi anni il ruolo di questo gas del tuttoinodore,incolore e insapore nell’insorgenza di tumori polmonari è stato dimostrato al di là di ognidubbio, al punto che oggi esso è considerato la seconda causa della malattia dopo il fumo dellasigaretta, nonché un elemento di rischio aggiuntivo molto importante per chi già fuma. Vista la significativa riduzione, l’OMS ha affermato di ritenere accettabili, in situazioniparticolari, anche valori intorno ai 300 becquerel, ma solo per periodi di tempo limitati, perché ogni100 becquerel in più rispetto al limite equivale a un aumento del rischio di cancro del 16%. Il radon è il prodotto del decadimento naturale dell’uranio ed esce spontaneamente dal terreno,soprattutto nelle zone ricche del minerale. Molti studi ne hanno confermato la pericolosità: il piùrecente, apparso su “Science of the Total Environment”, ha messo in luce la presenza di alti livellidi radon in alcune aree della Romania e della Spagna. In metà circa delle circa 90 case dove sonostate effettuate misurazioni prolungate, la concentrazione di radon è risultata doppia rispetto allasoglia attuale così come i decessi per tumori polmonari tra i non fumatori. Per difendersi dal radon la misura più semplice è quella di areare spesso gli ambienti e dicercare, per quanto possibile, di dormire e di passare più tempo ai piani alti degli edifici; oggi,inoltre, sono disponibili efficaci materiali-barriera da impiegare nelle costruzioni nuove e kit per ildosaggio del radon nell’aria di casa. (A. Codignola su “L’Espresso” del 20 dicembre 2009)41. Inquinamento acustico Rumori molesti L’inquinamento acustico causato da aerei e automobili pregiudica il normale sviluppocognitivo dei bambini, spiega The Lancet. L’indagine è stata condotta su più di 2800 bambini, tra inove e i dieci anni,di 89 scuole situate nelle vicinanze di tre grandi aeroporti europei in GranBretagna, Olanda e Spagna. Secondo i test, il rumore degli aerei ritarda l’apprendimento dellalettura e ne compromette la capacità; inoltre, una esposizione ad alti livelli di inquinamentoacustico peggiora la qualità della vita e aumenta lo stress nei bambini. (Tratto da “Internazionale” del 10 giugno 2005) 78
    • 42. Inquinamento urbano Chi patisce di più in mezzo al traffico delle città Sta meglio chi pedala di chi usa l’auto Il ciclista urbano, irrorato dai gas di scarico degli automobilisti si consoli: perché sono loro,non lui, a respirare più veleni. Incredibile ma vero. L’auto in realtà non è uno scudo, ma una trappola: una volta entrati i gase le particelle generate soprattutto dagli onnipresenti diesel, si accumulano esponendo i forzati dellequattro ruote a quantità industriali di smog. La notizia arriva da una ricerca appena pubblicata dallarivista Atmospheric Environment e condotta dall’Università della California sui pendolari di LosAngeles, dichiarata qualche mese fa la città più inquinata degli Stati Uniti. L’indagine sostiene che più della metà dell’esposizione agli inquinanti avviene durante glispostamenti in auto e che quindi i pendolari sono particolarmente a rischio: fatte le dovuteproporzioni, è probabile che situazioni analoghe si in Italia sulle tangenziali di Milano o sul granderaccordo anulare di Roma. Gli esperti statunitensi hanno monitorato per tre mesi le principali arteriestradali e autostradali della regione di Los Angeles. Sebbene l’automobilista medio della cittàcaliforniana trascorra in auto solo il 6% del suo tempo (circa un’ora e mezzo), quel periodo èresponsabile del 35-45% dell’esposizione a diesel e particelle ultrafini. In causa sarebberosoprattutto i camion alimentati a diesel. L’altro fattore critico è l’accelerazione dei veicoli dopo unostop, fenomeno che si reitera continuamente nelle lunghe code a singhiozzo. Che fare allora perridurre l’esposizione? “L’unica è andare meno in automobile. Può aiutare guidare a bassa velocità,intorno ai 40 all’ora, ma non risolve il problema. Così come non è efficace tenere i finestrini chiusie bloccare il ricircolo dell’acqua: l’inquinamento da micro particelle, che è quello più pericoloso perpolmoni e cuore, diminuisce di poco, -spiega Scott Fruin, docente di Salute Ambientaleall’Università del Sud California, autore dello studio, - dopo il fumo questi lunghi spostamenti inauto rappresentano il maggior fattore di rischio”. A questo punto c’è da chiedersi anche quale sia ilvantaggio di chi si trasferisce nei suburbi - più verdi e tranquilli – se poi ogni giorno deve farsi ilpieno di nervosismo e di gas di scarico per entrare in città. Diversa e sostanzialmente migliore invece la situazione dei ciclisti, almeno per quantoriguarda l’inalazione di schifezze. Uno studio australiano ha misurato, utilizzando dosimetripersonali, la quantità di benzene assorbita da ciclisti, automobilisti, pedoni e utenti di treni eautobus a spasso per Sidney. Risultato: il ciclista assorbe metà inquinanti rispetto a chi va inmacchina. Meglio ancora però andare in treno o camminare. Anche perché pedalare aumenta ilritmo del respiro e i litri d’aria inspirati. Tuttavia, se si considera che in bicicletta si fa più in frettache a piedi e si resta quindi meno tempo esposti all’inquinamento, le due ruote si rivelano piùsalubri della semplice passeggiata. (…) (L. Carra sul Corriere della Sera del 18 novembre 2007, con altri articoli, dati e immagini)43. Inquinamento da amianto Amianto per poveri “Non c’è più posto nel mondo per questa industria di morte e morente”. Così ripetonoall’International Ban Asbestos Secretariat-Ibas, la rete che coordina l’attività di decine di Comitatinazionali per la messa al bando mondiale dell’amianto. O asbesto: due nomi per un solo terribileminerale; in greco infatti amianto significa “incorruttibile” mentre asbesto sta per “inestinguibile”. A livello mondiale da tempo le avvelenate fortune dell’asbesto sono in declino. Dopo un piccodei 4,79 milioni di tonnellate del 1977, l’anno scorso la produzione è stata di “soli” 1,97 milioni ditonnellate. Sono 55 i paesi che hanno messo al bando ogni uso generico del minerale, compresi i 79
    • membri dell’Unione Europea e l’Italia, dove il procuratore Raffaele Guariniello continua il suoottimo lavoro. Ma rimangono i paesi meno “sviluppati” soprattutto in Asia , e la Cina e l’ex UnioneSovietica. Proprio dalla Russia sono arrivate le più recenti accuse all’Ibas di “ecoterrorismo” e di“pseudo ambientalismo pagato dalle potenti lobby industriali che si oppongono all’amianto”. Nonmale per il paese che incassa attualmente di più dalla produzione ed esportazione della sostanza. Intanto in Canada è stata nuovamente rinviata la decisione politica sulla richiesta da parte diun imprenditore al governo del Quebec di accordare- informa il New York Times – un prestito di 58milioni di dollari per la riapertura di una miniera nella città di….Asbestos, nata nel 1879 intornoalla miniera che ha funzionato per oltre cento anni. La città non ha cambiato nome, malgradol’associazione chiarissima fra asbesto e malattie mortali quali mesoteliomi e asbestosi. L’industriadell’asbesto è stata un simbolo del Quebec e la miniera – ora chiamata Jeffrey – ha giocato un ruoloimportante nella storia politica della provincia. Ora qualcuno, scrive il New York Times, spera diattrarre investitori e rivitalizzare il settore. A quale scopo, visto che il Canada sta spendendo fior didollari per rimuovere il minerale dagli edifici? La strategia sarebbe esportare verso India, Pakistan, Vietnam, realtà nelle quali l’economicitàdell’asbesto da usare nelle case e nei luoghi di lavoro fa passar sopra ai rischi. Come denuncial’Ibas, sarebbe in corso uno “tsunami amianto” diretto all’India, il principale acquirente del crisotilo(amianto bianco). Di recente una nutritissima delegazione di imprenditori del Quebec è volata inIndia con l’obiettivo di decuplicare le vendite che nello scorso decennio sono ammontate a 700.000tonnellate. Critiche sia in Canada che a Mumbai, dove vittime dell’amianto e attivisti hannodenunciato “il doppio standard canadese”: niente uso in patria e grandi esportazioni in India. Come argomenta l’Ibar, il crisotilo non si presta affatto a quell’uso “safe” (senza rischi),ventilato dai canadesi. E non solo da loro: a Muzzaffarpur, in Bihar, la popolazione locale continuaad ostacolare con coraggio (ultima manifestazione il primo febbraio scorso) l’apertura di unafabbrica di cemento-amianto della Balmukund Cement & Roofing Ldt., una compagnia di Kolkataspecializzata in materiali da costruzione per tetti, muri e rivestimenti. La buona notizia di questi giorni è che in Brasile il movimento per la messa al bandodell’amianto ha ottenuto una vittoria giudiziaria importante pochi giorni fa: un tribunale federale habloccato alcune navi in partenza da un porto di San Paolo con la motivazione che nello stato non èsolo l’uso dell’amianto a essere vietato ma l’intero ciclo, compresa l’esportazione. (M. Correggia, su “Il manifesto” dell’8 febbraio 2011) Quei 75.000 ettari di amianto che chiedono un piano serio E’ presto per dire se sarà il processo del secolo. Certamente quello che si è aperto ieri a Torinocontro gli ex capi dell’Eternit, multinazionale elvetica dell’amianto, ha per ora il raccapriccianteprimato delle parti lese: più di 2800 persone colpite dal tumore. Al tribunale il compito di faregiustizia. Ma la faccenda dell’amianto non può finire qui. Mentre i magistrati torinesi indossavano latoga, il senatore Francesco Ferrante descriveva in una interrogazione parlamentare una situazioneagghiacciante, e non solo per “i 2056 morti e gli 853 malati accertati di mesotelioma pleurico”. Ilfatto è, ricorda Ferrante, che l’Italia è ancora piena di quel materiale killer. Tanto che fra tettoie,canne fumarie, serbatoi e rivestimenti sarebbe necessario bonificare 75.000 ettari inquinatidall’amianto. Avete presente? E’ una superficie paragonabile a quella dell’intera provincia di Lodi.Ci sono scuole piene di amianto. Condomini tappezzati di amianto. Perfino, è accaduto a roma,motrici della metropolitana zeppe di amianto, che hanno trainato vagoni con milioni di passeggerifino al 2006. Cioè quando i pericoli che correva la salute a causa di quel materiale erano noti datempo immemore. Per esempio, il piano per smantellare il palazzo Berlaymont , la sede della 80
    • Commissione europea a Bruxelles, e bonificarlo completamente dall’amianto, risale al 1991: quasi18 anni fa. Ma i primi allarmi erano stati lanciati dalla comunità scientifica internazionaleaddirittura alla metà degli anni Sessanta. Un paese serio avrebbe fatto prima un censimento serio.Poi un piano serio. Quindi avrebbe preso dei provvedimenti seri, anche finanziari, per affrontare erisolvere il problema. Soprattutto in fretta. Non vale nemmeno la giustificazione che non c’erano isoldi per concedere aiuti o sgravi, per questo scopo: nessuno è in grado di dire quanto questatragedia sia già costata alla collettività. E quanto ancora purtroppo costerà. Speriamo soltanto che ilprocesso di Torino, oltre ad accertare eventuali colpe, possa servire anche a risvegliare un minimodi senso di responsabilità. Ci accontenteremmo di un minimo. (S. Rizzo, sul Corriere della Sera dell’11 dicembre 2009)44. Inquinamento da “coltan” La columbite-tantalite o columbo-tantalite (per contrazione linguistica congolese Coltan) èuna miscela complessa di columbite e tantalite, due minerali della classe degli ossidi che si trovanomolto raramente come termini puri. La columbo-tantalite pur essendo un minerale duro, è molto fragile e tende facilmente asfaldarsi e disgregarsi formando una polvere nera-rosso bruna. La columbite-tantalite è il mineraledi estrazione primario del tantalio di cui fornisce la quasi totalità della produzione mondiale e ilminerale di estrazione secondario del niobio (dal 10 al 15% della produzione mondiale). Il niobio si usa nellindustria metallurgica per la preparazione di leghe metalliche con elevatopunto di fusione, per aumentare la resistenza alla corrosione in alcuni tipi di acciai inossidabili e,infine, nella preparazione di superconduttori elettromagnetici. Il tantalio si usa sotto forma di polvere metallica nellindustria elettronica e dei semiconduttoriper la costruzione di condensatori ad alta capacità e dimensioni ridotte che sono largamente usati intelefoni cellulari e computer. Coltan (contrazione per columbo-tantalite) è il nome comune e colloquiale usato in Africa(nella regione geografica del Congo) e, talvolta, dallindustria mineraria in Africa per unacolumbite-tantalite a relativamente alto tenore di tantalio. Il termine coltan ha ottenuto un particolare riscontro da parte dei mass media per leimplicazioni sociali, etiche e politiche che assume, nellAfrica congolese e in Rwanda, lestrazione ela vendita para-legale e non controllata di columbo-tantalite. Il minerale estratto in questi paesi èusato come una redditizia fonte economica da parte di diversi movimenti di guerriglia e concorre,quindi, indirettamente ad alimentare la guerra civile nella regione del Congo. Produzione e disponibilità I maggiori giacimenti minerari di columbo-tantalite sono localizzati in Australia occidentale,Nigeria e, soprattutto, Brasile, dove essendo concentrati anche i maggiori giacimenti mondiali dipirocloro (il minerale di estrazione primario) si realizza la massima produzione mondiale di niobiocon 29.900 tonnellate totali. Oltre il 95% delle riserve totali mondiali di niobio (5.200.000tonnellate di riserve stimate, 4.300.000 economicamente sfruttabili) sono costituite dal pirocloro edalle columbiti-tantaliti brasiliane. Nel 2005, la produzione annuale di niobio in Brasile a partire dalla sola columbite-tantaliteassomma a circa 3.000 tonnellate; segue lAustralia con circa 300 tonnellate e altri paesi con valorimolto più modesti (qualche decina di tonnellate). La varietà di columbo-tantalite con un alto tenore di tantalio (quella che viene chiamatacolloquialmente coltan in Africa meridionale) ha le maggiori coltivazioni in Australia dove sono 81
    • state prodotte, nel 2005, 1200 tonnellate di tantalio con riserve totali stimate per 80.000 tonnellate(40.000 sfruttabili economicamente). La compagnia mineraria australiana Sons of Gwalia Ltdrappresenta, con due miniere, il maggior estrattore mondiale di tantalio. Le miniere in Brasile hanno fornito, al 2005, una produzione di sole 215 tonnellate annue ditantalio, ma si stimano riserve per 73.000 tonnellate. Il maggior produttore africano è il Mozambicocon 260 tonnellate annue. Altri produttori africani sono Repubblica Democratica del Congo(provincia del Katanga), Nigeria, Rwanda, Uganda e Etiopia con produzioni annue inferiori alle 50tonnellate. Lentità delle riserve totali in Africa non è stata ancora stimata. La sproporzione fra la produzione mondiale totale di niobio (34.000 tonnellate comprendendoanche il pirocloro) e tantalio (circa 1900 tonnellate) è un indicatore della rarità in natura del tantaliocome elemento chimico. Il coltan nellAfrica congolese Il valore commerciale del tantalio è molto elevato e, di conseguenza, anche una bassaproduzione, come quella congolese, può fornire elevati proventi economici. Con laumento dellarichiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari eguerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Unarea particolarmente interessata èla regione congolese del Kivu (sul confine centro-orientale della Repubblica Democratica delCongo) e i due stati confinanti, Rwanda e Uganda; gli intermediari che trattano la vendita del coltanin questi due paesi si approvvigionerebbero, infatti, dai giacimenti minerari congolesi. I proventi delcommercio semilegale di coltan (così come di altre risorse naturali pregiate) attuato dai movimentidi guerriglia che controllano le province orientali del Congo, alimentano la guerra civile in questiterritori. Tuttavia, il fatto che gruppi armati o comunque non rappresentanti società statali eindustrie, si impossessino del minerale e lo vendano con grossi introiti ad acquirenti principalmenteoccidentali od asiatici non costituisce di per se un reato in nessuno dei tre stati interessati, rendendopiù controversa la situazione. Allacquisto di columbo-tantalite congolese si sarebbero interessate,come intermediarie, anche organizzazioni criminali europee ed asiatiche dedite al traffico illegale diarmi, che verrebbero scambiate con il minerale. La questione dello sfruttamento incontrollato dellerisorse congolesi ha raggiunto un livello di gravità tale da interessare lONU che ha pubblicato,nellottobre 2002, un rapporto(1) che accusava le compagnie impegnate nello sfruttamento dellerisorse naturali del paese africano - tra cui il coltan - di favorire indirettamente il prosieguo dellaguerra civile. Nellinchiesta in merito allacquisto di columbite-tantalite venne coinvolta anche laH.C Starck, una sussidiaria della Bayer che si occupa della raffinazione di metalli di transizionequali il molibdeno, niobio, tantalio, tungsteno e renio e della produzione per il mercatodellelettronica, dei semiconduttori e dei superconduttori, di parti di precisione in leghe speciali ecomponenti ceramici. Il rapporto del 2002 fu alla base di una condanna di ordine generale da parte del Consiglio diSicurezza delle Nazioni Unite , nel 2003, in merito allo sfruttamento delle risorse naturali dellaRepubblica Democratica del Congo che comprendono, oltre alla columbite-tantalite, anchediamanti, smeraldi, uranio, oro e altri metalli preziosi. Il Tantalum-Niobium International Study Centre - unorganizzazione internazionale con sedein Belgio che raggruppa i maggiori produttori, raffinatori e intermediari mondiali di tantalio eniobio - ha esortato i suoi associati ad evitare lapprovvigionamento di columbo-tantalite congolesee rwandese denunciando come eticamente inaccettabile tale commercio in quanto la vendita delminerale in quei paesi finanzia e ha finanziato la guerra civile oltre ad aver creato danni ambientalia causa dello sfruttamento minerario indiscriminato. (1)Final report of the Panel of Experts on the Illegal Exploitation of Natural Resources andOther Forms of Wealth of the Democratic Republic of the Congo ONU Panel of Experts Reportsdellottobre 2002. 82
    • (Sintesi da Wikipedia)45. Rischi connessi alle nanotecnologie La morte di due operaie cinesi attribuita alla inalazione delle micro sostanze Nanoparticelle, prima accusa di omicidio Due operaie cinesi uccise dalle nano particelle? Lo riferisce uno studio pubblicatodall’European Respiratory Journal, cui ha dato eco planetaria la prestigiosa rivista Nature. Se cosìfosse davvero si tratterebbe del primo caso documentato al mondo. Nell’apparato respiratorio delle due donne è stata rinvenuta un’alta concentrazione diparticelle nanoscopiche ( cioè del diametro di un milionesimo di millimetro) e diversi granulomiriconducibili al tentativo del sistema immunitari odi eliminarle. Le nano particelle sono state inalatedalle due operaie durante la lavorazione di materie plastiche. Ma la loro morte è stata causata proprio da questi corpuscoli “infinitesimali”? La discussione,in realtà, è aperta. Per alcuni esperti non ci sono dubbi, per altri non si può esserne affatto sicuri. Secondo questaseconda ipotesi, nonostante la loro presenza sul luogo del delitto, le nanoparticelle non avrebberopremuto il grilletto. La causa della morte, - sostiene il fronte nanoinnocentista – sarebbe da attribuire a microparticolato inalato con il vapore della lavorazione o ad altre sostanze chimiche. L’unica certezza èche le operaie lavoravano in totale assenza di sicurezza (impianto di ventilazione guasto, nientemascherine, una sola porta nella stanza.). Me perché è così importante stabilire se se le nano particelle sono o no responsabili di questedue morti? Perché le nanotecnologie si avviano a diventare uno dei più importanti fronti scientifici eindustriali dei prossimi anni, con prospettive difficili persino da immaginare; ma sul loro utilizzopesano già molti timori, legati alla sicurezza per l’uomo e per l’ambiente. Senza scomodare le pauredeclinate da Michael Crichton nel romanzo “Preda”, c’è da scommettere che lo scontro saràparecchio aspro. (L. Ripamonti, sul Corriere della Sera del 13 settembre 2009)46. I danni della produzione di agro carburanti Agrocarburanti, un rimedio peggiore del male Una risposta seria alla prevista penuria energetica? Un contributo importante alla riduzionedelle emissioni di gas a effetto serra? Di fatto gli agro carburanti, abusivamente chiamatibiocarburanti, non potranno mai sostituirsi ai carburanti convenzionali. La loro capacità di ridurre ilriscaldamento climatico è molto contestata. Su scala mondiale, le superfici agricole rappresentano 1,4 miliardi di ettari. Calcolando unatonnellata di agro carburanti per ettaro coltivato, e supponendo che cessi qualunque produzionealimentare, potremmo teoricamente produrre un massimo di 1,4 miliardi di tonnellate di equivalentepetrolio, mentre il consumo mondiale è oggi di 3,5 miliardi di tonnellate. In questa ipotesi,evidentemente assurda (perché i bisogni alimentari non sono comprimibili) non potremmocomunque soddisfare più del 40% dei nostri bisogni di carburante. Questo semplice calcolodimostra che, contrariamente a certe premesse, gli agro carburanti non possono rappresentare cheun aiuto marginale ai bisogni energetici. 83
    • In Francia, l’obiettivo molto ambizioso di incorporare il 10% di agro carburanti nei carburanticonvenzionali presuppone la messa a coltura di qualcosa come 2-3 milioni di ettari, cioè circa il20% delle superfici arabili. Ne nascerà una concorrenza feroce tra produzione alimentare eproduzione energetica, che condurrà necessariamente all’importazione di etanolo da canna dazucchero brasiliana e da olio di palma indonesiano o malese. Circoleremo in modo piùpulito…grazie alla deforestazione massiccia dell’Amazzonia e delle foreste tropicali asiatiche. IL brasile, come l’Indonesia, sono infatti pronti ad accaparrarsi i mercati di agro carburantiperché i loro costi di produzione sono irrisori rispetto ai costi europei. Inoltre, l’efficienzaenergetica della trasformazione in etanolo della canna da zucchero o dei frutti della palma da olio èmolto superiore alla trasformazione del grano francese, del mai o della barbabietola. Perché lacanna da zucchero è una pianta perenne, che dura da otto a dieci anni, (e la palma cinquant’anni), ilche riduce notevolmente i costi energetici della lavorazione del terreno e della messa a dimoraannuale. Sovvenzioni mascherate D’altra parte, contrariamente alle filiere europee, i sottoprodotti della canna servono dacombustibile alle unità di fermentazione e distillazione, che consumano una parte notevoledell’energia prodotta. Oltre alle centinaia di litri d’acqua necessari per l’irrigazione, bisogna poiiniettare un litro di petrolio per produrre 1,3 litri di equivalente petrolio sotto forma di etanolo, dimais, di grano o barbabietola, contro una produzione di 5 litri per l’etanolo brasiliano. In Francia,come negli Stati Uniti, le filiere di agrocarburanti industriali sono in realtà sovvenzioni mascherateai produttori di cereali. IL Brasile si dice pronto a mettere colture energetiche su altri 14 milioni di ettari, (cioè,praticamente, la superficie arabile francese). Naturalmente queste superfici saranno sottratte allaforesta, con tutte le conseguenze prevedibili sulla biodiversità, sull’erosione dei suoli e sul regimedelle piogge. Il secondo aspetto importante riguarda le emissioni di gas a effetto serra. Si sentespesso dire che sarebbero neutre, perché il carbonio emesso dalla combustione degli agrocarburantiproverrebbe dall’atmosfera, via fotosintesi. Questo sarebbe vero, se non ci fossero i trattori perarare, i concimi e i pesticidi da spargere, le macchine per raccogliere e trasportare i raccolti versogli stabilimenti di trasformazione, e se poi questi funzionassero con energia rinnovabile. Così non è,ovviamente, e il bilancio non può quindi essere neutro. Secondo l’Agenzia per l’Ambiente e il controllo dell’energie (Ademe), dall’aratura allacombustione nei motori, gli agrocarburanti riducono dal 30 al 40% le emissioni nette rispetto allabenzina. Ma, se provengono da colture tropicali, il bilancio sarà catastrofico: la deforestazionetramite debbiatura, si traduce nello sprigionamento nell’atmosfera del carbonio organico degli albericosì come nella mineralizzazione dell’humus della vecchia foresta. Secondo il Global CanopyProgramme, la deforestazione rappresenta il 25% delle emissioni totali del carbonio e costituisceuna delle principali fonti di gas a effetto serra. Gli agrocarburanti sono presentati come una delle soluzioni ecologiche del futuro. Con ladeforestazione indispensabile per soddisfare simultaneamente i bisogni alimentari e quellienergetici, potrebbero essere ancor peggio delle energie fossili e far perdere di vista la cosaessenziale: la necessità di bloccare la deforestazione, rivedere le necessità di trasporto e diminuire ilconsumo energetico. (Tratto da “Atlante per l’Ambiente, Le Monde Diplomatique – Il manifesto, 2008, con schemafiliera e tavole) 84
    • 47. La morte delle api Api a rischio estinzione, l’umanità potrebbe scomparire assieme a loro “Se dovessero scomparire le api dalla superficie della Terra, all’uomo non rimarrebbero più diquattro anni di vita. Senza le api non si ha impollinazione e quindi l’uomo sarebbe condannatoall’estinzione”. La teoria di Albert Einstein, famosissimo fisico statunitense di origine tedesca,preoccupa il mondo. A 55 anni dalla sua scomparsa, infatti, le sue parole sembrano trovare riscontronella realtà degli eventi. A confermarlo un team di scienziati che sostiene che dal 1965 ad oggi,nell’Europa centrale il numero degli alveari si è ridotto in maniera drammatica. Secondo iricercatori, il cui lavoro è stato coordinato dal dottor Simon G. Potts, dell’Università di Reading, nelRegno Unito, le api da miele, come anche le api selvatiche e le mosche bianche, stannoletteralmente lottando per la sopravvivenza. Per l’equipe di scienziati i risultati evidenziano unimminente collasso del sistema dell’impollinazione che avrà conseguenze catastrofiche anche nellecoltivazioni. La scoperta, pubblicata integralmente sulla rivista Journal of Apicultural Researchconferma un problema già segnalato dagli apicoltori. L’importanza dei risultati sta nel fatto che essiriguardano la maggior parte dell’Europa, non soltanto i singoli paesi. Gli scienziati hanno analizzatodati disponibili nelle relazioni nazionali e nelle riviste specialistiche degli apicoltori. E grazie aquesti hanno potuto determinare il numero complessivo di alveari e di apicoltori. Sulla base diquesti dati, il team ha ricostruito la situazione degli alveari in 14 paesi europei tra il 1965 e il 1985,e in 18 paesi europei tra il 1985 e il 2005 (esclusi Spagna, Francia e alcuni stati membri dell’EuropaOrientale). Le loro scoperte rivelano che i paesi dell’Europa occidentale e orientale hanno vistodiminuire il numero dei loro alveari a partire dal 1965. Nella Repubblica ceca, in Norvegia,Slovacchia e Svezia è stato osservato un affievolirsi dei numeri dal 1985. In alcuni paesi si registra un fenomeno inverso. Al contrario, in Europa meridionale, inparticolare Grecia, Italia e Portogallo, è stato registrato un aumento del numero di alveari tra il 1965e il 2005. La maggior parte degli scienziati ipotizza che la causa va cercata nei mutamenti sociali edeconomici: l’apicoltura non è più quella di una volta. Il lavoro manuale è stato sostituito dallemacchine e la richiesta di maggiori guadagni da parte della popolazione rurale ha reso i prodottibasati sullo zucchero economicamente più appetibili. “I costi del trattamento delle malattie delle api sono cresciuti in maniera tale che a volte untrattamento può costare l’equivalente dell’intero guadagno annuale di un alveare, rendendo quindinon redditizia quest’attività su scala ridotta,.ha detto Potts, inoltre il problema delle malattie – inparticolare quella causata dal V. Destructor (un acaro parassita esterno che colpisce le api)– haprobabilmente anche ridotto l’attrattiva dell’apicoltura come passatempo”. Nonostante i risultati dello studio, sono comunque necessarie ulteriori ricerche. !Dal momentoche le prove a disposizione sono poche, non è possibile individuare uno stimolo efficace per ovviarealla diminuzione degli alveari in Europa e neanche si è in grado di rispondere alla tendenza negativarelativa ad alveari e apicoltori – ha spiegato il coautore dottor Josef Settele del Centro Helmholtzper la ricerca sull’ambiente (UFZ). Questo crea ovviamente un urgente bisogno di normalizzazionedei metodi di valutazione, soprattutto riguardo al numero degli alveari. Tali metodi, normalizzati eaffidabili, dovranno costituire la base di qualsiasi ricerca tesa a chiarire e a mitigare la perdita deglialveari. Al progetto, denominato “Alarm” (Assessing large-scale environmental risks with testedmethods) hanno collaborato 200 ricercatori di 35 paesi e 68 organizzazioni partner. (Testo su internet Tiscali Notizie del 12 febbraio 2010) 85
    • 48. Inquinamento elettromagnetico Appello del Consiglio d’Europa. L’OMS: sicuro “Bandite il wi-fi almeno nelle scuole” Il Consiglio d’Europa teme che si ripetano gli errori del passato, commessi con l’asbesto, ilfumo di sigaretta, e il piombo della benzina, e avverte: i cellulari, i sistemi wireless (wi-fi) e itelefoni cordless, potrebbero essere dannosi per la salute. E invita a bandire, almeno nelle scuole,questi strumenti, per proteggere i più piccoli. Secondo l’organizzazione di Strasburgo (che raccoglierappresentanti di 47 Stati membri e ha il compito, fra le altre cose, di promuovere i diritti dell’uomoe la ricerca di soluzione ai problemi sociali), le onde elettromagnetiche emesse da questi dispositivi,potrebbero provocare danni soprattutto ai più giovani, stando alle ultime evidenze della ricercascientifica. In particolare, potrebbero interferire con lo sviluppo del cervello e aumentare il rischio dicancro. Ma non tutti sono d’accordo: l’Organizzazione Mondiale della Sanità assicura che l’uso diquesti dispositivi non rappresenta alcun pericolo. E come spesso succede, quando si parla di nuovetecnologie, (basti pensare agli organismi geneticamente modificati, gli Ogm), e di effetti sullasalute, prendono forma due partiti contrapposti: quello dei “tecnologi fiduciosi” (che ovviamenteinclude chi ha interessi nel campo: uno studio del 2007, promosso dalla Britain’s MobileTelecommunications, per esempio, ha escluso rischi da cellulare) e quello dei “sospettosiprecauzionisti” (che trova oggi grande spazio nei blog e nei social network). Le risposte certe dovrebbero arrivare dalla ricerca scientifica, ma questa tecnologia è troppogiovane e ancora non si riescono a valutare gli effetti a distanza. Studi condotti nel breve periodo (dieci anni), e pubblicati l’anno scorso hanno escluso ilrischio tumore, ma secondo gli esperti è ancora tutto da valutare l’impatto sullo sviluppo cognitivo esul sonno. Nel frattempo, c’è, appunto, chi non rinuncia al progresso e chi invoca il principio diprecauzione e propone una limitazione dell’uso prima che faccia danni (anche se soltanto ipotetici). La risoluzione del Consiglio d’Europa (che comunque andrà approvata dall’AssembleaGenerale e rappresenta soltanto un indirizzo per gli Stati membri) suggerisce tre o quattro cose,nell’ottica di una “precauzione morbida”: chiare etichettature sui prodotti che sottolineino i rischidei campi elettromagnetici, bando nelle scuole di cellulari e sistemi wi-fi, promozione di campagnesui rischi e di ricerche che studino dispositivi meno dannosi. (A. Bazzi, sul Corriere della Sera del 16 maggio 2011) Sanità Gli operatori: standard di sicurezza affidabili L’allarme dell’OMS “I cellulari potrebbero provocare il cancro” Lo studio di 31 scienziati sulle radiofrequenze L’OMS ci ripensa. Dopo aver sostenuto in precedenza che non esiste alcun legame scientificoaccertato tra uso dei cellulari e tumori, l’Agenzia Onu per la salute ieri ha cambiatoimprovvisamente registro, suggerendo che l’uso di cellulari potrebbe essere classificato come“potenzialmente cancerogeno” per l’uomo. “Esistono possibili correlazioni tra il cancro e leradiazioni elettromagnetiche di cellulari, forni a microonde e radar” sostiene Jonathan Samet, acapo del team di 31 ricercatori di 14 paesi, tra cui l’Italia, riunitisi per una settimana a Lione, inFrancia, per discutere uno degli enigmi che da anni divide ricercatori e consumatori. Secondo gli scienziati dell’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Oms (Iarc), le radiazionielettromagnetiche dei cellulari aumenterebbero il rischio di contrarre il glioma, una tipologia dicancro maligno e spesso mortale che colpisce il cervello. 86
    • Nel corso del gruppo di lavoro, gli esperti hanno consultato decine di studi già pubblicati,osservando gli effetti di lungo periodo dell’esposizione alle radio frequenze. Spiega Samet: “ leprove che continuano ad accumularsi sono sufficientemente valide da giustificare l’inclusione deicellulari nella categoria 2B di una scala che va da 1 a 5, dove uno sta per le sostanze certamentecancerogene, 5 per quelle non cancerogene” Un ampio studio pubblicato nel 2010 e condotto nel corso di 10 anni su un campione di13.000 persone non ha mostrato alcun legame certo fra cellulari e cancro. “Non ci convince” fu larisposta dei gruppi in difesa dei consumatori,soprattutto negli Stati Uniti, decisi a continuare la lorocrociata per far luce sui potenziali rischi. Ma l’Oms ha dovuto riesaminare la letteratura scientificaanche alla luce della centralità della questione per la salute pubblica mondiale. Secondo unsondaggio del 2010, il numero di persone che hanno un cellulare ha toccato quota 5 miliardi, (circacento milioni in Italia, quasi due a testa). L’uso è in espansione soprattutto tra bambini egiovani.”E’ importante che ulteriori ricerche vengano condotte nel lungo periodo”, precisa ildirettore dell’Iarc, Christopher Wild. Il problema maggiore è che “spesso servono molti anni diesposizione prima di vedere le conseguenze di questi fattori ambientali”, come ha spiegato alla CnnKeith Black, capo del dipartimento di neurologia al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles. Inattesa di uno studio definitivo,i consumatori sono invitati a “trovare il modo per ridurre la loroesposizione”. “Nell’effettuare telefonate, tenere il telefono ad una distanza di almeno un centimetroe mezzo dal corpo” si legge già da tempo sul manuale dell’iPhone4, mentre il Blackberry suggerisce“una distanza di almeno 2 centimetri e mezzo”. La notizia ha subito conquistato le prime pagine in America dove una conferma definitiva delpotenziale cancerogeno potrebbe avere un esito devastante sul mercato. “la classificazione Iarc nonsignifica che i cellulari provocano il cancro- ribatte John Walls, portavoce dell’Associazione deglioperatori americani del settore Ctia – nella stessa categoria di cancerogeni potenziali rientranoanche caffè, cloroformio, piombo e cetrioli sotto aceto”. La Gsma, l’associazione che rappresentagli operatori di telefonia mobile nel mondo, afferma che “gli standard di sicurezza rimangonovalidi” (A. Farkas, sul Corriere della Sera dell’1 giugno 2011, con foto e dati relativi allo studiosvedese del 2007 e intervista scientifica a Maria Rossini, oltre al commento di M. Pierotti a pag.52) I precedenti I ricercatori danesi Nel 2009 la Società di oncologia danese analizza i tassi di incidenza annuale di due tipi ditumori al cervello tra i venti e i 79 anni di età, tra 1974 e 2009: nessun chiaro cambiamentononostante la diffusione dei cellulari. Lo studio svedese Poco dopo una ricerca dell’Università di Orebro, in Svezia, riscontra una correlazione tra l’usodei cellulari e l’aumento della transtiretrina, una proteina che protegge il cervello da influenzeesterne. Nel 2007 lo stesso ateneo aveva invece rilevato che usare un cellulare per più di dieci anniraddoppierebbe il rischio di tumori cerebrali. Contro l’Alzheimer A gennaio 2010 la rivista Journal of Alzheimer’s Diseases pubblica una ricerca in base a cui leonde elettromagnetiche proteggerebbero dall’Alzheimer e farebbero regredire i segni tipici delmorbo, le placche amiloidi. Le versioni dell’Oms L’Organizzazione mondiale della sanità aveva in passato sostenuto che i telefonini fossero“innocui”, a fine 2009 si ricrede: “Facilitano l’insorgenza dei tumori al cervello”. 87
    • Missione Cosmos Coordinato dall’Imperial College di Londra , lo studio lanciato ad aprile 2010 coinvolgerà250.000 “cavie” europee per 20-30 anni, per stabilire in via definitiva se usare il cellulare siadannoso. Primi risultati previsti in 5 anni. Radio Vaticana Elettrosmog , in procura altri 23 casi di leucemia Altri 23 casi di leucemia per colpa dell’elettrosmog. Accusano ancora una volta RadioVaticana a Cesano e il radar della Marina Militare a La Storta i cittadini di Roma Nord, chechiedono alla procura di insistere nelle indagini e di contestare un reato più grave di quelloipotizzato finora, l’omicidio colposo. In fondo al triste elenco c’è per adesso una signora di 48 anni,sconfitta dal cancro a gennaio scorso. I suoi familiari non hanno ancora deciso se affidarsiall’autorità giudiziaria, al contrario dei genitori di altre due vittime, un bimbo malato di sei anni diSanta Maria di Galeria e un ragazzo di 26 anni di Anguillara morto due anni fa. Sono queste leultime due denunce finite sul tavolo del Pm Stefano Pesci, mentre il comitato “Bambini senza onde”ha consegnato al magistrato le cartelle cliniche di nove pazienti colpiti da leucemia, linfoma emieloma dal 2006 ad oggi, tutti residenti nelle zone di Cesano, Anguillara, La Storta e Formello.Per gli altri 11 casi l’associazione sta completando la raccolta della documentazione medica. “Bambini senza onde” ha iniziato a raccoglier i nuovi dati dopo la perizia epidemiologicadisposta dal gip Zaira Secchi per verificare il ruolo delle onde elettromagnetiche nella morte di 19bambini tra la fine degli anni ’80 e il 2003. “Lo studio – ha sottolineato il perito Andrea Micheli –suggerisce che vi sia stata un’associazione importante, coerente e significativa tra esposizioneresidenziale alle strutture di Radio Vaticana ed eccesso di rischio di malattia e che le strutture di“Mari Tele” (il radar ndr) in modo limitato e additivo, abbiano presumibilmente contribuitoall’incremento di quel rischio”. Cinque gli indagati nell’inchiesta, fra cui quelli dell’emittente dellaSanta Sede già coinvolti nel primo processo “per getto pericoloso di cose”: a febbraio la Cassazioneha dichiarato prescritte le condanne, ma ha confermato il diritto al risarcimento dei danni allevittime. Ora si attende la motivazione. (L. Di Gianvito, sul Corriere della Sera dell’8 giugno 2011)49. Inquinamento luminoso Linquinamento luminoso è unalterazione dei livelli di luce naturalmente presentinellambiente notturno. Questa alterazione, più o meno elevata a seconda delle località, provocadanni di diversa natura: ambientali, culturali ed economici. La definizione legislativa più utilizzata(vedi sotto) lo qualifica come "ogni irradiazione di luce diretta al di fuori delle aree a cui essa èfunzionalmente dedicata, ed in particolare verso la volta celeste". Tra i danni ambientali si possono elencare: difficoltà o perdita di orientamento negli animali(uccelli migratori, tartarughe marine, falene notturne), alterazione del fotoperiodo in alcune piante,alterazione dei ritmi circadiani nelle piante, animali ed uomo (ad esempio la produzione dellamelatonina viene bloccata già con bassissimi livelli di luce). Recentemente (2001) è stato scopertoun nuovo fotorecettore che non contribuisce al meccanismo della visione, ma regola il nostroorologio biologico. Il picco di sensibilità di questo sensore è nella parte blu dello spettro visibile.Per questo le lampade con una forte componente di questo colore (come i LED) sono quelle chepossono alterare maggiormente i nostri ritmi circadiani. Le lampade che fanno meno danno daquesto punto di vista sono quelle al sodio ad alta pressione e, ancora meno dannose, quelle a bassapressione. 88
    • Il danno culturale principale è dovuto alla sparizione del cielo stellato dai paesi più inquinati,cielo stellato che è stato da sempre fonte di ispirazione per la religione, la filosofia, la scienza e lacultura in genere. Fra le scienze più danneggiate dalla sparizione del cielo stellato vi è senza dubbio lastronomiasia amatoriale che professionale; un cielo troppo luminoso infatti limita fortemente lefficienza deitelescopi ottici che devono sempre più spesso essere posizionati lontano da questa forma diinquinamento. Il danno economico è dovuto principalmente allo spreco di energia elettrica impiegata perilluminare inutilmente zone che non andrebbero illuminate, come la volta celeste, le facciate degliedifici privati, i prati e i campi a lato delle strade o al centro delle rotatorie. Anche per questomotivo uno dei temi trainanti della lotta allinquinamento luminoso è quello del risparmioenergetico. La spesa energetica annua per illuminare lambiente notturno è dellordine del miliardodi euro, non contando le spese di manutenzione degli apparecchi, sostituzione delle lampade,installazione di nuovi impianti. La disciplina dellinquinamento luminoso in Italia. Alla data attuale la prevenzione dellinquinamento luminoso non è regolamentata da una leggenazionale: benché essa sia stata più volte sottoposta al parlamento, non è mai giunta alla discussionein aula. Le singole regioni e la provincia autonoma di Trento hanno tuttavia promulgato testinormativi in materia, mentre la norma Uni 10819 disciplina la materia laddove non esista alcunaspecifica più restrittiva. A seconda del regolamento tecnico richiamato i testi normativi possonoessere classificati in: 1.Disposizioni basate sulla norma Uni 10819: Valle dAosta, Basilicata, Piemonte. Nessunadisposizione di questo tipo è posteriore allanno 2000. 2.Disposizioni basate su specifiche più severe della norma Uni 10819: Toscana, Lazio,Campania, promulgate o modificate nelle forma definitiva tra il 1997 (Veneto, ora aggiornata comeal punto seguente) ed il 2005. 3.Disposizioni basate sul criterio "zero luce verso lalto": fanno riferimento ai contenuti dellaLegge Regionale Lombardia 17/2000 e successive modifiche. Sono basate sul criterio per cui salvopoche e ben determinate eccezioni nessun corpo illuminante possa inviare luce al di sopradellorizzonte. Sono state promulgate da Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia,Umbria, Marche, Abruzzo, Puglia, Sardegna, Liguria, Veneto e dalla provincia autonoma di Trento.Tutte le disposizioni successive al 2005 si basano su tali fondamenti. La regione Veneto, la primaad essersi dotata di una legge per combattere linquinamento luminoso, ha adeguato la normativanellestate 2009 rendendola molto più efficace. Nellottobre 2006 lassociazione dei produttori di apparecchi illuminotecnici (ASSIL) hasottoscritto con lInternational Dark Sky Association e lUnione Astrofili Italiani un protocollo diintesa finalizzato a migliorare lefficienza dellilluminazione, definendo i criteri cui devonosottostare gli impianti di illuminazione ed i singoli punti luce a seconda del luogo di installazione(centri storici, territorio ordinario, zone sensibili allinquinamento luminoso). Tale protocollo diintesa è il primo importante accordo firmato sia dai produttori che dagli astrofili. Tuttavia, è dasottolineare come tale accordo sia stato rifiutato in blocco da CieloBuio - coordinamento per laprotezione del cielo notturno (lassociazione che ha promosso la LR17/00 Lombardia), che lo ritienedel tutto inadeguato nel contesto della lotta allinquinamento luminoso. (Sintesi da Wikipedia) 89
    • 50. L’imbottigliamento delle acque fossili da permafrost La Terra trema I ghiacci perenni si sciolgono? Imbottigliamoli C’è un’isola frigorifero, in Groenlandia, che il permafrost aveva mantenuto intatta: Disko,riserva planetaria di risorse naturali vasta quanto la Corsica. Oggi, mille anni dopo Enrico il Rosso,su questo paradiso dell’Antartide sbarcano nuovi Vichinghi a caccia di un impagabile tesoro:l’acqua. Purissima acqua primordiale che lo scioglimento dei ghiacci perenni regala al mare.Un’azienda svizzera imbottiglia la preziosa minerale d’annata, in sofisticati contenitori di plastica,(sul business dell’acqua, vedi il reportage “La campagna del tubo”, n. 41 di IO Donna), etichettaticome “acqua dell’incontaminata Groenlandia”. Incontaminata sì, fino all’altro ieri. (E.L)51. Le conseguenze per l’ambiente dei rifiuti alimentari Il pranzo finisce nei rifiuti Negli Stati Uniti la quantità di cibo che finisce nella spazzatura è raddoppiata del 1974 adoggi. Il contenuto energetico degli scarti alimentari è passato da 900 chilo calorie procapite algiorno a 1400. Questo spreco ha un impatto ambientale : per produrre il cibo che finisce nellaspazzatura servono più di un quarto dell’acqua consumata e 300 milioni di barili di petrolioall’anno. Inoltre la decomposizione degli alimenti produce metano e CO2. (Tratto da “Internazionale” del 4 dicembre 2009, con grafico) Storie Ottobre è il mese dell’alimentazione: oggi la FAO ci dirà che un miliardo di personenon ha da mangiare: il 10 abbiamo saputo che ci sono 300.milioni di obesi. Nessuno parla mai deglisprechi alimentari. Il pane buttato Oggi la Fao ci dirà quante donne e uomini sono denutriti e sottoalimentati. Probabilmente lacifra sarà tornata sopra il miliardo, come già annunciato da un enorme striscione, come giàannunciato da un enorme striscione appeso sulla facciata della sede a Roma (…) Contrariamente a quanto molti credono, gli obesi stanno aumentando vertiginosamente nonnei paesi industrializzati ma soprattutto nelle economie in via di sviluppo, non solo nelle zoneurbane. Che significa tutto questo? Purtroppo che il peggior modello di consumo (e di vita) deipaesi industrializzati sta diventando veramente globale. Complessivamente due miliardi di persone(un terzo della popolazione mondiale non mangia, mangia poco oppure mangia male e troppo. Mac’è di più: miliardi di persone sprecano cibo che con una gestione più accorta basterebbe a sfamarechi ha problemi di alimentazione. I dati sono impressionanti. Negli ultimi 35 anni lo spreco alimentare nel mondo è aumentatodel 50%. Negli Stati Uniti il 25% degli alimenti perfettamente commestibili viene distrutta,incenerita. Calcolando una spesa campione di 42 dollari, 14 vengono spesi per l’acquisto di prodotti nonnecessari. Ma non sono solo gli Stati Uniti, (padri degli obesi) a sprecare cibo. In Gran Bretagnaogni anno si gettano 6,7 milioni di tonnellate di cibo ancora consumabile con uno spreco di diecimiliardi di sterline. In Svezia in media ogni famiglia getta il 25% del cibo acquistato. Non va meglio in Italia: lo spreco di prodotti alimentari ancora commestibili ammonta –sostiene Andrea Segrè , preside della facoltà di Agraria e presidente di Last Minute Market con sedenella opulenta Bologna – a 20 milioni di tonnellate , pari ad un valore di mercato di 37 miliardi di 90
    • euro. Il 3% del Pil. Con questo cibo sprecato potrebbero mangiare 44 milioni di persone. Di più.Aggiunge Segrè: ogni anno finiscono nella discariche o negli inceneritori il 19% del pane, il 4%della pasta. E ancora: il 39% dei prodotti freschi come latte, uova, carne, mozzarella, yoghurt e il17% della frutta e della verdura. Tutto questo ha un costo economico non indifferente: ogni nucleofamiliare getta via ogni anno 515 euro in prodotti alimentari, oltre il 10% della spesa mensile cheammonta in media a 450 euro. Evidente che se proiettiamo le cifre italiane e quelle statunitensi suscala globale (cioè gli sprechi alimentari comuni a tutti i paesi sviluppati) otterremmo una quantitàdi cibo sufficiente a eliminare la carenze di cibo tra la popolazione mondiale affamata. Come si puòfare? Non è facile ma bisogna provarci. “Un anno contro lo spreco 2010” è una campagna promossada Last Minute Market e dalla facoltà di Agraria assieme al Parlamento Europeo con lo scopo –apparentemente limitato – di sensibilizzare l’opinione pubblica e cercare di ridurre lo spreco dialmeno il 50% entro il 2025. (…) E’ stato calcolato che la distribuzione al dettaglio italiana (l’ultimo anello di una catena cheparte dai produttori agricoli, dalle organizzazioni dei produttori, dall’industria e dai centriagroalimentari) ogni anno spreca oltre 244.000 tonnellate di prodotti alimentari il 40% dei qualisono prodotti ortofrutticoli. Il valore totale (calcolando un prezzo medio di 3,8 euro al chilo) siaggira sul miliardo di euro. Recuperando questi alimenti sarebbe possibile dar da mangiare (tre pastial giorno) a 636.000 persone (l’equivalente di una città come Genova) e su base annua sarebbepossibile recuperare 580 milioni di pasti. Alcune catene della grande distribuzione hanno aderito alla campagna di recupero deglialimenti che finiscono al macero. Altri, invece, più disinvoltamente, (come ci dicono le cronache),modificano la data di scadenza. Però il problema rimane. E’ forte nella fase di produzione edistribuzione degli alimenti, ma su questo versante si può fare molto perché la collaborazione nonmanca. L’anello debole è però il comportamento individuale, la frenesia consumistica ( che diventaspesso un comportamento compulsivo) alimentata frequentemente dalle imprese. Sconfiggerlo nonè facile: è una questione di educazione (quella alimentare è scarsa) cultura, solidarietà e civiltà. I”vecchi” dicevano: “si mangia per vivere, non si vive per mangiare”. Forse dovremmo riscoprire unvecchio/nuovo modello di sviluppo, diverso dall’attuale. (Galapagos, il testo integrale su “Il manifesto” del 16 ottobre 2010; altri dati sul Corriere dellaSera del 2 novembre 2010)Danni emergenti52. Lo sfruttamento dei giacimenti di litio La rinascita della Bolivia Scenari Nel Salar de Ayuni sull’altopiano Sotto un mare di sale il litio, la grande speranza Mentre nel mondo ci si danna l’anima per trovare una alternativa credibile ai veicoli a petrolioe l’opzione dell’etanolo come combustibile “verde” non convince affatto, la Bolivia confida nellesue riserve di litio per lanciare una nuova fonte energetica. E, di lì, dopo il secolare saccheggiodell’argento e dello stagno (oltre a quelli sventati dalle lotte popolari, dell’acqua e del gas) fruire diuna nuova (e preziosa) risorsa e di un nuovo peso politico. Come la recente scoperta di enormidepositi di petrolio al largo della costa di San Paolo potrebbe cambiare la storia del Brasile, così legrandi riserve di litio sull’altopiano boliviano potrebbero cambiare la storia della poverissima (perquanto ricchissima) Bolivia. 91
    • Per verificare l’attendibilità di queste speranze, la BBC ha spedito il suo inviato Peter Day nelSalar de Uyuni, la più grande e famosa delle distese di sale di cui è costellato l’altipiano. Uyuni il cielo è di un blu intenso, la terra perfettamente piana è di un bianco accecante, finoalla linea lontana dei vulcani sullo sfondo. Questo, scrive Peter Day, è il fulcro di un progettopotenzialmente enorme su cui la Bolivia sta puntando le sue speranze di riscatto. A 3700 metridell’altipiano andino nel sud-ovest del paese, le notti sono sotto zero ma i giorni sono caldi anchenel pieno dell’inverno. Il sole nel cielo senza nubi si riflette sulla superficie della più grande distesasalina del mondo: il Salar de Uyuni. E’ un deserto spettacolare (…) sono ingegneri e uomini d’affaridi alcune delle più importanti compagnie minerarie e chimiche del mondo. Arrivano ormai ognisettimana, e sono attratti verso quella distesa salina da ciò che trova sotto la crosta di sale e fangodura come il ghiaccio. La sotto giace una grande riserva di acqua salmastra e, in quel liquido salato,i più grandi depositi al mondo del più leggero dei metalli: il litio. Per anni il litio è servito per cose molto speciali, come le ceramiche o le pillole antidepressive. Ma improvvisamente oggi c’è una nuova ed enorme domanda potenziale. Negliultimissimi anni molti hanno avuto l’occasione di salire su automobili elettriche ricaricabili. Molticostruttori vecchi e nuovi, per rispondere agli alti prezzi del petrolio o ai danni procuratiall’ambiente, stanno provando a cercare dei sostituti ai tradizionali motori a scoppio. Grandisperanze sono riposte sulle batterie basate sul leggerissimo litio, molto più rapide a caricare escaricare potenza- dicono- di qualsiasi altra batteria tradizionale. Se questo tipo di auto prendessepiede, il litio potrebbe diventare una delle materie prime vitali di una rivoluzione automobilistica. E proprio nel Salar de Uyunu, racchiuse in questi vasti e nascosti laghi di acqua salmastra , gliesperti ritengono che la poverissima Bolivia detenga il 50% delle riserve totali di litio del mondo. Ecco perché Marcelo Castro, che alleva galline e conigli su quella piana desolata, ha deciso dicostruire un impianto-pilota per imparare come si fa ad estrarre il litio da queste distese di sale, epoi come far evaporare l’acqua salmastra e separare il prezioso metallo dal sale. (….) Ed Evo Morales non ha perso tempo a spostare il baricentro del potere verso la gente da cuiproviene. Ha nazionalizzato i vertici dell’economia, compresi il petrolio e il gas. Si è mosso perrompere i grandi latifondi di terra. Morales ha già affermato che la nuova manna, il litio, non saràpreda delle “multinazionali capitaliste e predatrici che vengono da fuori” ma sarà sfruttata dalloStato a beneficio della Bolivia (come è accaduto con il gas). Questa è una posizione che provoca orgoglio ed entusiasmo fra i sostenitori di Morales.Indossando il caratteristico cappello delle donne indie, preso dalle tradizionali bombette inglesi piùdi un secolo fa, Domitila Machaca racconta come negli anni ’90 la gente del posto abbia marciatoper centinaia di chilometri verso la capitale La Paz per bloccare lo sfruttamento straniero di questedistese di sale e sorride a tutti denti accennando alla strategia di Morales per lo sfruttamento“domestico” di questa ricchezza. Una volta tornati a La Paz, facendo notare, con il filo di fiatolasciato dall’altitudine, al Ministro delle Miniere Luis Echazu che la Bolivia si prende un bel rischiose davvero vuole diventare, come dice qualcuno, la “Arabia Saudita del litio”, la risposta è stato unsecco “no”: “Noi vogliamo molto di più. Non vogliamo soltanto processare il metallo, vogliamoanche costruire le batterie”. Ma per raggiungere questo obiettivo ci vorranno soldi ed expertise , che la Bolivia dovràprendere da fuori, e le multinazionali tradizionalmente diffidano dei paesi socialisti che danno ungrosso ruolo allo Stato. (…) (Il testo completo su “Il manifesto” del 20 agosto 2009, con foto) 92
    • “Dal litio alla rete elettrica, patto tra Italia e Germania per lanciare la ricostruzionedell’Afghanistan di Karzai” ….sigla di protocollo di intesa tra i due Stati per la collaborazione economica su dieci temi,dall’energia alle infrastrutture, passando per lo sfruttamento dei minerali, delle terre rare (c’èabbondanza di litio), del marmo…….(il testo completo dell’articolo sul Corriere della Sera del 13aprile 2011). Mobilità in Cina “Auto elettriche per tutti” La Byd (Build your dreams, costruite i vostri sogni) di Shenzhen è una delle perledell’industria cinese moderna. E’ nata poco più di dieci anni fa come azienda specializzata incomponenti elettronici ma con il passare del tempo si è specializzata nelle batterie, soprattutto a ionidi litio. Oggi nel mondo un computer portatile su due ha una batteria della Byd. Lo stesso vale per icellulari. Nel 2003 Wang Chuanfu, il proprietario, ha deciso di puntare sul settore automobilistico eoggi il gruppo Byd è un protagonista assoluto nel settore delle auto elettriche. Il piano di espansionedella Byd sul mercato ha delle proporzioni cinesi: 400.000 veicoli venduti nel 2009, il doppio nel2010, il quadruplo nel 2011 e così via fino al 2015, quando “la Byd sarà diventata, spiegano i suoidirigenti, il numero uno mondiale davanti alla General Motors. La differenza rispetto agli americaniè che noi produciamo. Il nostro modello al cento per cento elettrico, la e-6, è pronto. E ha unaautonomia di 300 chilometri, il doppio del migliore dei nostri concorrenti”. Hanno una risposta atutto. “Il litio? Ce n’è tantissimo in Tibet, a casa nostra. Il cobalto? Andremo a cercarlo in Congo,sono nostri amici. Tutto questo farebbe sorridere se non avesse già convinto un investitorelungimirante come Warren Buffett, che nel 2008 ha comprato per 230 milioni di dollari un decimodel capitale della Byd. Oggi la sua partecipazione vale dieci volte tanto. La Cina infatti è diventatapochi mesi fa il primo mercato automobilistico del mondo. Il problema è che il petrolio non èeterno: “Ecco perché dobbiamo elettrificare la mobilità”. L’auto elettrica è il mercato di domani sucui tutti gli occidentali puntano. La Cina invece non aspetta. E Pechino sta investendo molto nelsettore. (S. Enderlin, su Internazionale del 20 maggio 2011)53. Il mercurio da lampadine Lampadine a basso consumo: sono una buona idea? Una delle prime lampade a filamento incandescente di Edison. Questa è del 1878. Dopo quasiun secolo e mezzo di onorato servizio, nel 2009 queste lampade sono state messe fuori legge dallacommissione europea in quanto giudicate troppo energivore. Questa potrebbe essere stata unadecisione un po’ affrettata. Nel suo romanzo “Le ceneri di Angela” Frank McCourt ci racconta di quando era bambino inIrlanda, negli anni 1930 e 1940. Uno dei suoi ricordi è di quando viveva in casa da suo zio, il qualesi portava con se al lavoro, ogni mattina, i fusibili dell’impianto elettrico di casa. Era perrisparmiare sulla bolletta evitando che suo nipote accendesse la luce per leggere nella nebbiosaLimerick. Lo zio di Frank McCourt non era di certo un ecologista. Era semplicemente uno che cercavadi risparmiare in un’epoca in cui il costo dell’elettricità era ben superiore a quello attuale, in terminirelativi. Le cose sono ben diverse, oggi, e credo che tutti possiamo raccontare di familiari econoscenti che lasciano accesa la luce tutta la notte; “tanto costa poco”. In effetti, per quanto cozzi contro la coscienza ecologica di molti di noi, è vero chel’illuminazione è una voce molto piccola sui consumi domestici. In un post di Gianluca Ruggeri suASPO-Italia troviamo che, in media, l’illuminazione rappresenta circa il 12% dei consumi elettrici 93
    • domestici. A loro volta, i consumi elettrici rappresentano circa il 16% dei consumi energeticidomestici, quindi l’illuminazione rappresenta meno del 2% del totale in termini di quantità dienergia usata in casa. In termini monetari è un po’ di più dato che l’energia elettrica costa più caradi altre forme, ma è comunque una frazione molto piccola. Un modo alternativo di quantificare lecose è di considerare che i consumi elettrici domestici, secondo Federconsumi, sono circa il 23%del totale dei consumi elettrici in Italia. Ovvero, l’illuminazione domestica rappresenta meno del3% dei consumi elettrici totali. Nonostante questa piccola incidenza sui consumi, sembra che la Commissione Europea abbiaconsiderato molto importante risparmiare in quest’area ed è andata a promulgare un decretodecisamente pesante in merito: dal 1 Settembre 2009 in tutta l’Unione Europea è vietata la venditadelle tradizionali lampadine a filamento di tungsteno. Si possono commerciare soltanto lelampadine a basso consumo, principalmente di tre tipi: fluorescenti, alogene o a LED. Nella pratica,quasi tutte le nuove lampadine sono fluorescenti compatte, con un risparmio sui vecchi tipi afilamento di circa il 70%-80%. Considerato questo fattore e assumendo che il “parco lampade”esistente sia tutto a incandescenza, il risparmio totale del provvedimento è di circa il 2% deiconsumi elettrici totali e poco più dell’1% dei consumi energetici domestici. Non è che sia una cosa entusiasmante e, in effetti, leggiamo sul “Sole 24 ore” che il risparmiosulla bolletta domestica per una famiglia dovrebbe “aggirarsi intorno ai 20 euro” all’anno con lelampade a basso consumo. Non è una cosa che risolva il problema di far quadrare il bilanciofamiliare e, decisamente, non sono più i tempi dello zio di Frank McCourt che per risparmiare sullabolletta si portava via i fusibili di casa. Inoltre, queste stime potrebbero essere molto ottimistichedato che non tengono conto dei fattori legati al cosiddetto “paradosso di Jevons”. In pratica, sel’illuminazione costa meno va a finire che si tengono le lampadine accese per più tempo e non sirisparmia niente o quasi. Valeva la pena, allora, intervenire così pesantemente sul mercato per ottenere dei vantaggicosì limitati (e forse inesistenti)? Si potrebbe rispondere con il vecchio detto Toscana, “meglio chenulla, marito vecchio”. Tuttavia, come spesso succede, il diavolo sta nei dettagli. Risparmiare vabene, ma quali sono gli effetti collaterali? C’è prima di tutto un problema di inquinamento: le lampade a basso consumo, come abbiamodetto, sono quasi tutte a fluorescenza e le lampade a fluorescenza contengono mercurio. Di quantomercurio stiamo parlando? Beh, si stimano circa 4 mg di mercurio per lampada. Allora, se inEuropa ci sono – diciamo – 5 lampade a persona per 350 milioni di europei, questo vuol dire circaun miliardo e mezzo di lampade. Ammesso che durino 10 anni l’una, si parla di sostituirne 150milioni l’anno, ma il realtà i dati disponibili parlano di 200 milioni e oltre all’anno. Fatti i dovuticonti, in totale, si crea un giro di quasi una tonnellata di mercurio all’anno soltanto in Europa. Secondo il “Consorzio Ecolamp“ il mercurio si può recuperare quasi al 100% nellosmaltimento di queste lampade (vedi anche questo articolo dell’Environment Protection Agency).Siccome il mercurio costa caro, conviene recuperarlo. Però, ogni lampadina ne contiene talmentepoco che il suo valore economico è praticamente zero. Quindi, con tutta la buona volontà, non tuttele lampade fluorescenti verranno smaltite correttamente. E’ difficile dire quante di queste lampadefiniranno nei cassonetti dei rifiuti, ma sicuramente parecchie. Questo è specialmente vero per quellelampade che andranno a finire nei paesi del terzo mondo dove mancano le risorse per mettereinsieme sistemi di smaltimento moderni. Sia da noi che nei paesi poveri, le lampade non smaltitecorrettamente andranno a finire in discarica, oppure in un inceneritore. Ammesso chedall’inceneritore il mercurio non finisca nell’atmosfera, finirà comunque in discarica come cenerida incenerimento. Inoltre, un certo numero di lampade finirà rotto durante l’uso, disperdendo ilmercurio nell’ambiente domestico. Non è chiaro quali effetti questo potrà avere sulla salute umana,ma sicuramente il mercurio è un veleno molto potente. Ne bastano nanogrammi per millilitro nel 94
    • sangue per avere effetti dannosi e il contenuto di mercurio in una singola lampada è più chesufficiente per arrivare a queste concentrazioni in un essere umano. Una lampada rotta in un ambiente poco ventilato potrebbe fare seri danni, ma –fortunatamente – dovrebbe essere un evento raro. In ogni caso, è probabile che con le lampadefluorescente sparpaglieremo qualcosa come mezza tonnellata di mercurio all’anno nell’ambiente,nella sola Europa. In termini relativi, è una quantità limitata. Tanto per dare un’idea, la produzionemondiale attuale di mercurio è di circa 1000 tonnellate l’anno e le emissioni di mercurio da parte diprocessi di combustione – principalmente le centrali a carbone – sono molto superiori. Si calcolache una lampada a fluorescenza contiene meno mercurio di quello che emetterebbe una centrale acarbone per alimentare una lampada a filamento di pari potenza. In realtà, tuttavia, questi calcolisono fatti per paesi dove ci sono molte centrali a carbone e non valgono per l’Italia; dove ce ne sonopoche. Da noi si usa principalmente il gas naturale, che non contiene mercurio. Lo stesso vale seusiamo energia rinnovabile. Insomma, queste tonnellate di mercurio sparse nell’ambiente nonfaranno (forse) gravi danni, ma il concetto di spargerle va contro il principio di base che dice“primo non nuocere”. C’è poi un altro problema. In questi ultimi tempi, ci stiamo focalizzando al 100% sull’energiasenza considerare l’altro gravissimo problema che ci sta di fronte: quello del graduale esaurimentodelle materie prime (vedi per esempio il mio articolo su “The Oil Drum”). Allora, abbiamoabbastanza mercurio per tutte queste lampade? In un articolo scritto insieme a Marco Pagani abbiamo notato come la produzione mondiale dimercurio abbia piccato ormai da decenni. Siamo scesi oggi a una produzione, come dicevo , di circa1000 tonnellate all’anno. Ora, se tutto il mondo usasse lampade a fluorescenza, avremmo bisogno disolo qualche decina di tonnellate all’anno di mercurio, ma la produzione tende a scendere e a lungoandare ci troveremo in difficoltà. In secondo luogo, stiamo sparpagliando nell’ambiente risorseminerali in forme che non saranno mai più recuperabili. Probabilmente, di mercurio per le lampadene avremo ancora per parecchi decenni ma, comunque vada, lasceremo senza mercurio i nostridiscendenti, qualunque uso ne vogliano fare. In confronto, una lampadina a incandescenza tradizionale è tutta un’altra cosa: rame, vetro e ilfilamento di tungsteno. Tutto materiale facilmente riciclabile quasi al 100%. Anche se è finito indiscarica si può recuperare lo stesso senza pericolo per chi lo fa (non dall’inceneritore, però). Ineffetti, esiste già oggi una fiorente industria che recupera il tungsteno dalle lampadine scartate. Sesmettiamo di incenerire, possiamo continuare per secoli a fare lampadine a incandescenza senzaprivare i nostri discendenti di nessuna risorsa, anzi facendogli trovare tungsteno in forma metallicae facilmente utilizzabile. In sostanza, la lampada fluorescente nasce da ottime intenzioni e – a breve termine – porta deivantaggi innegabili, anche se modesti. Nella pratica, tuttavia, è una di quelle soluzioni che a lungoandare portano problemi difficili da risolvere. Prima di forzare i cittadini europei a usare questelampade, si sarebbe potuto e dovuto investigare un po’ di più sulle conseguenze a lungo termine diquesta scelta. Ovviamente, non ci sono solo le lampade a fluorescenza fra quelle a basso consumo. Ce nesono almeno altri due altri tipi: quelle dette “alogene” e quelle dette “a LED” dove “LED” sta per“light emitting diode”. I LED sono ancora per certi versi sperimentali, ma si stanno sviluppandorapidamente. Hanno il vantaggio rispetto alle fluorescenti di non contenere materiali velenosi. Ilproblema è che quasi tutte fanno uso di metalli molto rari e in via di esaurimento: quasi sempregallio, spesso indio. Mancano dati sulle quantità di gallio usate, che sono comunque molto piccole.In ogni caso, il recupero del gallio e dell’indio dalle lampade, al momento, non sembra possibile.Anche qui, dunque, stiamo utilizzando risorse non rinnovabili in modo insostenibile. 95
    • Rimangono le lampade alogene; discendenti dirette delle vecchie lampade a filamento.Contengono un alogeno (iodio) che permette di tenere il filamento a temperature più alte,migliorando l’efficienza delle emissioni. Lo iodio è, in principio, un elemento abbastanzaabbondante anche se viene estratto da riserve limitate. Anche qui è difficile dire esattamente quantosia sostenibile il suo uso nelle lampade. Probabilmente il problema è meno grave che negli altri duecasi di lampade a basso consumo, ma esiste comunque. Ma, allora, esiste un’illuminazione veramente sostenibile e a basso consumo? Ci sonotantissimi modi di eccitare materiali a emettere luce, ma pochi che siano a basso costo, pratici, e chesi possano avvitare su un portalampade. Se potessimo trovare il modo di fare dei LED basati sulsilicio, avremmo una sorgente basata su un materiale abbondante. Purtroppo, la cosa è moltodifficile per via di certi problemi intrinseci con la struttura elettronica del silicio che rendono il LEDal silicio poco efficiente. Ci sono anche lampade fluorescenti senza mercurio ma, alla fine dei conti,non sono più efficienti delle lampade tradizionali a filamento. Alla fine dei conti, se in futuro avremo energia rinnovabile abbondante e a basso costo cipotrebbe convenire tornare alle vecchie lampadine a incandescenza. Saranno poco efficienti ma noninquinano e si riciclano. Se usate con parsimonia, non ci sarà bisogno di mettersi i fusibili di casa intasca tutte le mattine, come faceva lo zio di Frank McCourt. E se non avremo l’energia rinnovabile? Beh, ci dovremo contentare di olio di balena o grassodi foca. (U. Bardi, 30 settembre 2009; il testo integrale con commenti sul sito di ASPO Italia)54. Le Terre rare Tensioni Molta pressione sui listini, prezzi anche decuplicati e ora minacce di protezionismo.Così negli Stati Uniti si riaprono alcune vecchie miniere. Hi-tech L’ultima bolla? I materiali strategici La Cina ne limita l’export. Usa e Germania in campo sugli elementi che sono alla base dilaptop, schermi, iPod Prezzi alle stelle, bolla speculativa in Borsa, paura di vendette protezioniste. La disputa sulle“terre rare” tra la Cina, che ne detiene il quasi monopolio, e il resto del mondo, ha scatenato unanuova tempesta sui mercati, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza al quadro della deboleripresa economica. L’Unione Europea, gli Stati uniti, il Giappone stanno valutando come risponderealla decisione di pechino di tagliare le esportazioni di questi minerali diventati preziosissimi per ilcrescente utilizzo che ne fa l’industria dell’alta tecnologia (vedere tabella in fondo). Il ministrodell’economia tedesco, Rainer Bruderle ha chiesto all’Organizzazione Mondiale del Commercio(Wto) di intervenire e il parlamento americano sta valutando il varo di incentivi e assistenza per laricerca e sviluppo di fonti alternative domestiche. Crisi orientale La crisi delle terre rare si è aggravata a settembre, quando ha assunto anche una valenzapolitica tra Cina e Giappone in rapporto a una disputa sulle rispettive acque territoriali. Le autoritàdi Tokio avevano arrestato il capitano di un peschereccio cinese che aveva speronato la barca di unaguardia costiera giapponese vicino ad un’ isola contesa tra i due paesi. L’incidente diplomatico (nonancora risolto) ha preso una piega economica con lo stop delle esportazioni di terre rare dalla Cinaal Giappone. Pechino nega di aver deciso l’embargo, ma gli operatori del settore confermano che laconsegna delle materie prime si è fermata. 96
    • Prima di questo, la Cina aveva comunque scelto di ridurre l’esportazione di questi minerali,spiegandolo con “motivi ambientali” e scatenando una ridda di interpretazioni sui veri motivi. La ragione più benigna – secondo il Wall Street Journal – è mostrare i muscoli per rintuzzarele tentazioni protezioniste dei partner commerciali e soprattutto degli Stati Uniti, dove in vista delleelezioni politiche di domani, marted’ 2 novembre, molti candidati hanno alzato i toni polemicicontro la Cina, accusandola di concorrenza sleale e promettendo contromisure. Alta tecnologia Un’altra lettura invece parte dalla constatazione che dietro il made in China dei prodotti piùsofisticati – proprio quelli che usano le terre rare come i laptop o gli iPod – c’è una catenaproduttiva dove i segmenti a più alto valore aggiunto non sono controllati dai cinesi, ma da chi creae sviluppa quei prodotti in altri paesi. La scommessa di Pechino può allora far leva sui preziosiingredienti per costringere le multinazionali a muovere in Cina anche il resto del processoproduttivo: una strategia pericolosa per le altre nazioni, anche dal punto di vista della sicurezza,visto che le terre rare sono utilizzate fra l’altro per la produzione di componenti di armi“intelligenti”. Geopolitica e affari “Le materie prime sono diventate un problema geopolitico, ne abbiamo bisogno comedell’aria che respiriamo”, ha confermato il presidente della Confindustria tedesca Hans-Peter Keitel.Ma il direttore generale del WTO Pascal Lamy ha già fatto sapere che sulla materia la suaorganizzazione ha le mani legate: il WTO può intervenire sulle restrizioni alle importazioni, ma ilcontrollo delle esportazioni di risorse naturali attiene alla sovranità nazionale. Intanto dall’estate scorsa i prezzi delle Terre rare sono triplicati o addirittura decuplicati , aseconda dell’elemento in questione. E parallelamente sono decollate in Borsa le quotazioni dellecompagnie minerarie che vantano il possesso di giacimenti in Usa, Canada e Australia. Anchequesti paesi infatti hanno queste risorse e le avevano sfruttate fino agli anni Novanta, quandol’estrazione si era fermata perché troppo costosa in confronto all’offerta proveniente dalla Cina. Via alle riaperture Ora riavviare quelle miniere e aprirne altre può essere di nuovo redditizio. La societàaustraliana Lynas (+ 120% il prezzo delle sue azioni negli ultimi tre mesi) sostiene di essere prontaa iniziare la produzione di terre rare nel 2011; anche l’americana Molycorp (+ 150%) dice di poterriaprire l’anno prossimo una miniera che era stata chiusa nel 2002 per motivi ambientali e perché iprezzi allora erano troppo bassi; mentre l’avvio dei lavori di estrazione sembra lontano per lecanadesi Ucore rare metals (+50%) e Rare Elements Resources (+ 300%), che vantano giacimentirispettivamente in Alaska e in Wyoming. Alcuni analisti mettono in guardia sui rischi di questo boom delle quotazioni: in alcuni casi irialzi sono motivati da promesse di affari per ora solo sulla carta. Per esempio secondo il rapporto diuno short seller (speculatore al ribasso) citato da Canadian Business Online, il giacimento inWyoming di Rare Elements Resources era stato esplorato da altre tre compagnie minerarie,abbandonato da tutte e tre e non presenta alcun segno di attività (vi lavorano due dipendenti el’azienda vi ha investito meno di 7000 dollari negli ultimi tre anni). Per che cosa si sta cominciando a contendere Le basi della predominanza materiale dei cinesi rispetto all’Occidente. Gli elementi, le loro applicazioni Scandio Lampade ad alta intensità 97
    • Ittrio Schermi piatti al plasma e LCD di TV e PC, luci fluorescenti compatte Lantanio Schermi piatti al plasma, e LCD di Tv e PC, auto ibride, catalizzatori per il cracking del petrolio Cerio Schermi piatti al plasma e LCD di Tv e PC Praseodimio Schermi piatti al plasma e LCD di TV e PC, memorie PC, CD, DVD magneti per speaker iPod e altri MP3 player, auto ibride Neodimio Memorie PC, CD, DVD, magneti per speaker iPod e altri MP3 player auto ibride Promezio Batterie nucleari Samario Lampade ad arco per il cinema Europio Schermi piatti al plasma e LCD di TV e PC, luci fluorescenti compatte Gadolinio Dispositivi a microonde, televisori a colori, CD e memorie PC Terbio Schermi piatti al plasma e LCD di TV e PC Disprosio Batterie per auto ibride, laser e CD Olmio Barre di controllo per reattori nucleari, laser e microonde Erbio Fibre ottiche, metalli speciali Tidio Magneti ceramici Itterbio Acciaio e dispositivi laser Lutezio Catalizzatori per il cracking del petrolio (M.T. Cometto su Corriere Economia del 1° novembre 2010, con dati sui prezzi e altroarticolo) E’ cominciato il “grande gioco” geopolitico sulle “terre rare”, i metalli indispensabili perla fabbricazione di apparecchi ad alta tecnologia. Una produzione mondiale dominata dalla Cina chene limita l’esportazione. Per rafforzare il suo controllo su questi minerali strategici, Pechino haadottato quello che il capitalismo mondiale rifiuta, una politica industriale di lungo periodo. Le terre rare sono un gruppo di 17 metalli dalle proprietà uniche, utilizzati in modo sempre piùmassiccio nell’industria moderna e di alta tecnologia. Laser, telefoni portatili, schermi a cristalliliquidi, contengono questi minerali e la prestazioni dei terminali di ultima generazione di“connessione di massa”, dall’iPhone ai tablet touchscreen, si basano in parte sulle proprietà diquesti elementi. Anche le nuove industrie “verdi” conoscono questa dipendenza: batterie per veicoliibridi, pannelli solari, lampade a basso consumo o turbine eoliche dipendono da questi metalliparticolari come il neodimio, il lutezio, il disprosio, l’europio o il terbio, molto promettenti anche intermini catalisi per la raffinazione del petrolio. L’industria della difesa, infine, utilizza le terre rareper sistemi molto importanti come i missili da crociera, i proiettili teleguidati, i radar o lecorazzature reattive. La domanda mondiale di terre rare cresce ad un ritmo superiore al 10% annuo ed è passata inun decennio da 40.000 a 120.000tonnellate annue. (…) In linea generale, più un modello industrialeè innovativo (resistente, leggero, di dimensioni ridotte, “ecocompatibile”), più aumenta la suadipendenza dalle terre rare. Il Giappone è un caso tipico: le sole batterie della Prius della Toyotarichiedono per essere assemblate diecimila tonnellate di terre rare all’anno. L’avvento dell’industria 98
    • “verde” potrebbe far crescere la domanda mondiale annua a 200 mila tonnellate; in una sola turbinaeolica di grandi dimensioni si trovano diverse centinaia di chili di terre rare. Secondo l’Us Geological Survey, Pechino avrebbe solo fra il 40 e il 50% delle riservemondiali. Concentrazioni importanti di questi minerali esistono in molti altri paesi, dagli Stati Unitiall’Australia, dal Canada al Kazachistan o al Vietnam. Cosa spiega allora il nervosismo giapponesee di altri paesi su questi materiali? Il motivo è semplice, nel 2010 il 97% delle 125.000 tonnellate diossidi di terre rare estratte annualmente in tutto il mondo proviene dalla Cina. Un monopolioassoluto e piuttosto recente. (…) Fra il 1978 e il 1989 la produzione cinese cresce ad un ritmo del40% annuo e supera la produzione americana, che al contrario tende progressivamente a ridursi.Sfruttando l’accessibilità e l’abbondanza delle loro riserve in Mongolia interna, che permettono lorodi vendere per anni a basso prezzo le terre rare, i cinesi schiacciano progressivamente gli altriproduttori che preferiscono applicare la legge del vantaggio comparato abbandonando la filieraattraverso un “disinvestimento competitivo” e alcune delocalizzazioni in Cina. La progressiva scomparsa dei concorrenti stranieri negli ultimi venti anni si spiega anche conla pesantezza della filiera: le operazioni di separazione e di valorizzazione di questi elementirichiedono grandi capitali e sono nocive per l’ambiente. La separazione delle terre rare necessitainfatti l’utilizzo di sostanze chimiche estremamente inquinanti e produce rifiuti radioattivi.Sacrificando la salute degli operai delle miniere di Baotou e l’ambiente, solo la Cina havolontariamente scelto di sviluppare di sviluppare una produzione di massa nonostante queste“esternalità negative”. Lo sversamento delle miniere della Baotou Steel nel Fiume Giallo costituisceormai un problema enorme. Il tasso di tumori fra gli operai ha raggiunto un livello estremamentealto. Un economista presso l’Ufficio di ricerche geologiche e minerarie (Brgm) e affermatospecialista del settore, Christian Hocquard, osserva “un paradosso evidente fra l’utilizzo delle terrerare per le energie rinnovabili e queste procedure di estrazione inquinanti”. (…) Il monopolio prende forma. Alcuni esperti ritengono che la Cina potrebbe progressivamentemodificare la sua politica delle terre rare e passare da una strategia di dipendenza a una distrangolamento. In questa ipotesi Pechino comincerebbe a ridurre progressivamente il volume dellesue esportazioni, con due obiettivi: da un lato far crescere i prezzi e così rendere più redditizio il suomonopolio di fatto (nell’agosto 2010 il neodimio ha raggiunto i trentaduemila dollari latonnellata,un aumento del 60% in un anno), dall’altro riservare le sue terre rare alla produzioneindustriale interna. La Cina, infatti, dopo aver prodotto terre rare “grezze” o prodotti semilavorati edessersene assicurata il monopolio, vorrebbe ormai fabbricare dei prodotti finiti a più alto valoreaggiunto, con obiettivo di avere una filiera completamente integrata. Accompagnata daun’interruzione quasi totale delle esportazioni di questi minerali, la combinazione le darebbe unvantaggio strategico considerevole. I sacrifici ambientali – che la contrario di quello che si pensa laCina non prende affatto alla leggera – troverebbero in questo modo la loro giustificazione di lungoperiodo, sempre che un tale disastro possa giustificarsi con delle ragioni economiche. (…) Di conseguenza, un insieme di ragioni complementari al tempo stesso volute (strategia diinfluenza politica, ambizioni industriali) e subite (crescita del mercato interno dei consumi), hannospinto la Cina a ridurre effettivamente del 40% le sue esportazioni di terre rare negli ultimi setteanni, e ad annunciare nel luglio 2010 che queste ultime si sarebbero ridotte di oltre il 70% nelsecondo semestre dell’anno, passando a 8000 tonnellate rispetto alle 28 mila dello stesso periododell’anno precedente. (…) Per mantenere a tutti i costi il monopolio, Pechino incoraggerebbe i suoiindustriali ad assumere il controllo capitalistico di alcune compagnie straniere che si interessano davicino (imprese di estrazioni australiane o metallurgiche canadesi) o da lontano (imprese ditrasformazione europee) al settore delle terre rare. Così nel 2009, la China Investment Corp. Ha rilevato il 17% della Teck Resources LTD., unasocietà molto importante nel campo minerario in Canada. In Australia l’aggressività cinesenell’assumere il controllo della Lynas Corporation ha fatto reagire Canberra alla fine del 2009. Ma 99
    • questo non ha impedito nello stesso anno a un’altra impresa cinese di comprare il 25% di unproduttore locale di terre rare, l’Arafura Resources Ltd.. Anche il Mountain Pass, il principalegiacimento “dormiente”di terre rare americano, ha rischiato di passare sotto il controllo cinese: nel2005, poco dopo la chiusura della miniera californiana, la China National Offshore Oil Corporation(Cnooc) aveva presentato una offerta per comprare la società petrolifera americana Unocal.Apparentemente la cosa non presentava legami diretti, ma in realtà l’Unocal – attraverso laMolycorp acquisita nel 1978 – era di fatto la proprietaria di Mountain Pass. Alla fine l’Unocal èrimasta americana in seguito alle vive proteste del Congresso americano e dell’opinione pubblicasulla questione dell’autonomia petrolifera degli Stati Uniti, ma pochi osservatori si sono resi contoche con questa offerta la Cina era sul punto di ottenere due piccioni con una fava (petrolio e terrerare). (…) L’esempio americano è particolarmente illuminante: tra il 1965 e il 1985 gli Stati Uniticontrollavano l’integralità della filiera delle terre rare. L’anello in “basso” (il sito californiano diMountain Pass) riforniva l’anello in “alto” (( ad esempio l’impresa Magnequench nell’Indiana, unafiliale della della General Motors, produttrice di magneti a base di neodimio-ferroboro, oggiindispensabili per l’impresa automobilistica moderna. Il successivo sviluppo dell’economia cinese ha provocato una forte pressione sui prezzi. Nel 1985, mentre questo dumping rendeva semprepiù difficile l’attività del Mountain Pass, costretto a fare i conti anche con dei problemi ambientali,due imprese cinesi, alleate per l’occasione a un investitore americano, hanno presentato un’offerta per comprare la Magnequench. Il governo degli Stati Uniti ha finito per dare l’assenso, acondizione che i cinesi accettassero di conservare l’impresa in territorio americano per cinque anni.Ma allo scadere del termine i dipendenti sono stati licenziati e l’impresa è stata letteralmentesmontata e traslocata a Tianjin, in Cina. Nel frattempo anche altri produttori, tedeschi e giapponesi,chiudono le loro imprese americane e si trasferiscono in Cina. Così, oggi sul territorio americanoquesto settore è praticamente inesistente. (…) (Il testo completo su Le Monde Diplomatique del novembre 2010, con note e tavole) Una notizia del 10 gennaio 2011: Terre rare da riciclare. La necessità aguzza l’ingegno. Ecosì la decisione della Cina di restringere nel 2011 le sue esportazioni di terre rare – i minerali usatiper produrre, fra l’altro, iPod, laptop, auto ibride e turbine eoliche, di cui oggi Pechino ha ilmonopolio – ha spinto i colossi giapponesi dell’elettronica a trovare alternative. Hitachi, che usa600 tonnellate di terre rare all’anno, ha avviato un processo di riciclaggio di elettrodomestici, da cuiestrae le terre rare: pensa di soddisfare in questo modo il 10% del suo fabbisogno entro il 2013, silegge nell’articolo Rare Earths from Japan’s Junk Pile (terre rare dal mucchio della spazzatura inGiappone) su Business Week/Bloomberg. Il riciclaggio e l’apertura di nuove miniere di terre rare inAustralia e anche negli USA finiranno con l’erodere il monopolio cinese. (M.T.C) Germania, Un’alleanza per i metalli rari. L’industria tedesca è sempre più affamata di materie prime e soprattutto di metalli rari, peresempio il palladio e il litio, indispensabili nella realizzazione di molti prodotti avanzati comecellulari e batterie di auto elettriche. “Per questo”, spiega Der Spiegel, nei piani alti dei ministeri diBerlino e della Confindustria tedesca, molti cominciano a pensare alla fondazione di unapiattaforma che assicuri una fornitura costante di metalli”. Le aziende dovrebbero unirsi in unaspecie di gruppo di acquisto, attraverso il quale aumentare il loro potere contrattuale con i paesifornitori. Potrebbero perfino comprare partecipazioni al capitale di gruppi minerari. Già a settembreil capo degli industriali tedeschi, Hans-Peter Keitel, ha istituito un gruppo di esperti che ha ilcompito di elaborare un piano d’azione. L’obiettivo è la nascita della Deutsche Rohstoff NewCo,una società di cui potranno far parte sia le imprese private sia lo Stato. Finora hanno dimostratointeresse per l’iniziativa grandi gruppi tedeschi come Thyssen Krupp, Siemens e Basf. “Tuttavia,conclude il settimanale, “non è ancora chiaro come faranno a convivere gruppi che hanno interessidifferenti. Cosa succederà se più aziende punteranno alle stesse risorse, soprattutto se concorronosullo stesso mercato? Non sarà facile stabilire chi ha la precedenza”. 100
    • (Tratto da “Internazionale” n.887, del 4 marzo 2011, con grafico) Baotou, velenoso bacino Il risparmio energetico è un giacimento pulito al quale attingere senza controindicazioni.Invece, pensare di soddisfare l’obesità energetica del Nord globale (cioè la media degli abitantidell’Occidente e le elite del Sud) senza ridimensionarla ma semplicemente rivolgendosi a nuovefonti, produce inquinamento da qualche altra parte del mondo. Il sito di Ecological Internet www.climateark.org, ci riferisce di un reportage effettuato dagiornalisti britannici nella città di Baotou, non lontano dalla quale è cresciuto negli anni un desolatobacino tossico largo cinque miglia. La regione è la Inner Mongolia, che ha il 90% delle riserve legali mondiali di terre rare,soprattutto il neodimio, elemento necessario a fabbricare i magneti per (fra l’altro) le turbineeoliche. Estrarre e lavorare il neodimio ha un pesante impatto ambientale. Baotou, area dalla qualeproviene metà dell’offerta mondiale di terre rare, è una città dall’aria acre e metallica dove lamaggior parte delle persone portano le mascherine ovunque, nell’illusione di proteggersi. Gli operai delle fornaci che trasformano i minerali lavorano praticamente senza protezione edavanti a forni roventi, anche se la compagnia statale Baogang sostiene di investire molto nellaprotezione ambientale. Le scorie industriali, mescolate con acqua, vengono pompate ogni giorno dacondutture rugginose nel bacino. In un anno sono sette milioni di tonnellate di sostanze a finire là.Una visione da incubo. I rifiuti tossici e radioattivi sono sormontati da una crosta scura; le polverisono respirate dagli abitanti del villaggio di Dalahai e altri. Quelle persone da anni soffrono di chiari sintomi di avvelenamento Cinque anni fa, studimedici ufficiali hanno confermato nel villaggio tassi di tumori, osteoporosi, e malattiedermatologiche e respiratorie superiori alla media. E che i livelli di radiazioni del bacino sono diecivolte più alti di quelli delle zone più lontane. Ma i risultati degli studi sono stati tenuti a lungosegreti e le autorità hanno rifiutato di riconoscere l’esistenza di pericoli per la salute. In effetti il processo di estrazione e trasformazione delle terre rare è disastroso per l’ambiente.Per estrarle bisogna pompare acidi nel terreno, e per trasformarle occorrono altri acidi e sostanzechimiche. Alla fine gli scarti sono scaricati in lagune spesso costruite senza regole ne protezione.Nel processo una quantità di acidi tossici, metalli pesanti e altri veleni sono emessi nell’aria e vannoa contaminare il suolo e le acqua che i contadini usano per le necessità domestiche e per irrigare. Illago mortale di Baotou non è lontano dal bacino del Fiume Giallo che fornisce acqua a molta partecella della Cina del Nord. L’agricoltore Yan Man Jia Hong, intervistato dai reporter, è un maoista di74 anni che ricorda i campi di grano di prima e accusa i giovani funzionari e gli imprenditori di oggiper le distruzioni che hanno favorito. Delle 17 “terre rare” (l’aggettivo deriva dal fatto che iminerali non si trovano in depositi concentrati ma piuttosto sparsi) il neodimio è usato perfabbricare i magneti più potenti, dunque i più adatti a rendere efficienti motori e generatori nei qualisono utilizzati. In piccole quantità viene usato da tempo in tecnologie quali gli altoparlanti hi-fi, ilaser e simili. Ma solo con la crescita delle fonti alternative di energia il neodimio è diventatodavvero importante sia per le auto ibride che per le turbine. (M. Correggia, su “Il manifesto” del primo febbraio 2011) 101
    • 55. Il metano idrato sotto il permafrost A togliere il sonno agli studiosi del clima è il disgelo delle grandi distese artiche, ricoperte ditorba. “La fusione del permafrost avrebbe conseguenze terrificanti”. Di recente, una equipe diricercatori russi e americani ha calcolato che tutto il permafrost presente sul pianeta contiene circa1000 miliardi di tonnellate di carbonio, più che in tutta l’atmosfera(circa 700 miliardi), e in tutta lavegetazione del pianeta (circa 650 miliardi), mentre l’uomo ne emette solo 6,5 miliardi all’anno. Glistudi dimostrano che, a causa del disgelo e della decomposizione della ricca materia organica che viè intrappolata, alcune aree di permafrost cominciano ad emettere anidride carbonica e metano. Siteme che una volta avviato il disgelo il permafrost rilascerà carbonio nell’atmosfera a ritmi piuttostorapidi, amplificando l’effetto delle emissioni umane fino a indurre cambiamenti climatici gravi einarrestabili. (J.K Bourne, in “ Il pianeta rovente”, National Geographic, I grandi speciali, 2008)56. Batteri mutati resistenti agli antibiotici Il killer è alle porte Un gene mutato. E un’intera famiglia di batteri diventa resistente a tutti gli antibiotici. E’ ormai arrivato in Austria. E bisogna bloccarlo. In attesa di un farmaco efficace. E’ inevitabile. Arriveranno presto anche in Italia: parola di Giuseppe Ippolito, direttorescientifico dell’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, che monitora passodopo passo l’avvicinamento alle nostre frontiere dei batteri resistenti a tutti i singoli antibioticiconosciuti che hanno colpito in Asia l’estate scorsa. India, Pakistan, e Regno Unito, e oggil’Austria, come ha appena riportato “Emerging Infection Disease: arrivano i batteri mutati con ilgene denominato NDM-1 che causano infezioni urinarie e gastriche, polmoniti e infezionisistemiche contro le quali non ci sono antibiotici efficaci. (…) Il responsabile della resistenza ai farmaci è un gene che consente ad alcuni ceppi dienterobatteri, microbi che si trovano in abbondanza nell’apparato digerente, di esprimere unaproteina che respinge l’attacco degli antibiotica. La sostanza è una metallo-beta-lattamasi e il gene,isolato per la prima volta in India, per questo si chiama New Delhi Metallo 1. Ma dal paziente Zero i casi si sono andati moltiplicando: almeno 140 tra India e Pakistan,piùdi 35 in Inghilterra, 3 negli Stati Uniti, e poi, nei giorni scorsi, i due casi austriaci. E di questi è inparticolare un malato a spaventare i medici, in quanto indica la presenza di un nuovo focolaio nonidentificato. (….) “Non abbiamo nuovi antibiotici su cui contare, spiega Ippolito, si è creduto che lalotta contro i batteri fosse stata vinta e gli investimenti si sono rivolti altrove, per esempio verso gliantivirali. Ma la vera emergenza, quella scientifica, sono le infezioni batteriche”. Insomma, i batterimutano, sviluppano resistenze ai farmaci in commercio e per contrastarli bisognerebbe produrresempre nuovi antibiotici. Ma non accade: lo dimostra un rapporto del gruppo di esperti di“Extending the Cure”, negli ultimi 30 anni lo sviluppo di nuovi antibiotici si è notevolmenterallentato. In più, la maggior parte di quelli che hanno trovato la via della commercializzazionefanno parte di classi già presenti sul mercato. Come denuncia un articolo apparso sul “BritishMedical Journal” lo scorso maggio, al momento sono solo due le nuove molecole allo studio inquesto campo. E sono entrambe nei primissimi stadi della sperimentazione, quindi non è affattocerto che si dimostrino alfine efficaci. Per evitare di ritornare nelle condizioni dei nostri nonni, quando ancora non esisteva lapenicillina, l’Infectious Disease Society statunitense ha quindi lanciato la campagna “Dieci nuoviantibiotici entro il 2020”, che prevede il finanziamento di studi con l’obiettivo di trovare nuove 102
    • classi di farmaci, nuovi target per quelli già esistenti e nuovi test diagnostici. Nella speranza chenon sia troppo tardi. (L’Espresso, 3 marzo 2011)57. Quanto inquina Internet Nel 2020 Internet inquinerà più dei trasporti Avviso ai naviganti. Non tutti i siti sono uguali. A differenziarli non è solo la grafica, l’utilitào la navigabilità. Alcuni inquinano poco, altri hanno un impatto ambientale più alto. Analizzandogli effetti prodotti da ogni utente, dall’infrastruttura e dal server, un team del Centre for sustainablecommunications di Stoccolma è riuscito a calcolare l’impronta carbonica di portali e indirizzi web.L’equipe, partendo dal servizio di Google che consente di analizzare le statistiche sui visitatori di unsito, ha creato il software “green analytics”, in grado di monitorare le emissioni prodotte dagliutenti. Risultato? Inquinano meno che si può: basta una buona architettura telematica e in pochi clicsi raggiunge qualsiasi contenuto all’interno del sito, con un’emissione di “soli” 0,13 kg. di Co2 630 i milioni di tonnellate di Co2 prodotte nel 2009 dagli utenti web 72 i milioni di tonnellate di Co2 prodotte nel 2002 20 i milligrammi di emissioni di carbonio generate dal tempo impiegato a leggere due paroledi un articolo 2 la percentuale di emissioni di Co2 provenienti dall’uso di internet rispetto al totale mondiale 40 la percentuale che deriva dall’elettricità per l’illuminazione degli schermi 23 la percentuale che deriva dall’utilizzo dei server 2020 l’anno in cui l’inquinamento di server e centri di elaborazione dati supererà quello deitrasporti 11 i miliardi di dollari che si spenderanno nel 2020 per alimentare e raffreddare i data center (M.S. su “Sette” del Corriere della Sera del 4 novembre 2010)58. I parabeni, conservanti rischiosi Sostanze indesiderabili La camera francese ha votato una bozza di legge che proibisce l’uso dei parabeni, iconservanti usati nei farmaci e nei cosmetici. Il sospetto è che siano dannosi alla salute. Circa 400 prodotti farmaceutici, alcuni molto usati, contengono parabeni. La tossicità e ipossibili effetti cancerogeni di questi conservanti sono al centro di un intenso dibattito scientifico eil 3 maggio l’assemblea nazionale francese li ha vietati. La lista dei prodotti che contengonoparabeni compilata da Le Monde (bit.ly/moGn7j) va dai dentifrici agli antitumorali. Tra i prodotti più usatici sono molti cosmetici per neonati, creme come la Biafine, numerosisciroppi per la tosse (Clarix, Codotussyl, Hexapneumine, Humex, Pectosan, Rhinathiol ), antiacidigastrici (Maalox, Gaviscon); antibiotici in sospensione bevibile (Josacine, Zinnat); farmaci per idisturbi del transito intestinale (Motilium) o contro la nausea e il vomito (Primperan), medicinaliper i disturbi cardiovascolari (Cozaar, Vastarel), contro il dolore e la febbre (genericidell’ibuprofene e del paracetamolo); i trattamenti per l’astenia (Sargenor); e i vari farmaciequivalenti a questi prodotti. 103
    • I parabeni sono presenti in migliaia di prodotti cosmetici, alimentari e medicinali per evitare losviluppo di funghi e microrganismi che potrebbero essere nocivi per la salute delle persone. Questiconservanti hanno anche l’obiettivo di impedire il deterioramento del medicinale e la riduzionedella sua efficacia, o addirittura la sua nocività. Tuttavia, il 3 maggio i deputati francesi hannoadottato a sorpresa, contro il parere del governo, la proposta di legge di Yann Lachaud, del NuovoCentro, che vieta l’uso degli ftalati, dei parabeni e degli alchilfenoli, tre categorie di sostanze cheinterferiscono con il sistema endocrino. Il testo deve ancora essere votato al senato, ma nel settore la preoccupazione è forte: se lalegge passasse in via definitiva, i produttori sarebbero obbligati a trovare delle sostanze alternative. L’agenzia francese per la sicurezza dei farmaci (Afssap) in collaborazione con diversilaboratori farmaceutici sta conducendo uno studio tossicologico: “I 400 prodotti farmaceuticicontenenti parabeni, sotto forma di metile o propile, riguardano circa 80 imprese”, spiega VincentGazin, responsabile dell’unità di tossicologia clinica dell’Afssap, e coordinatore dello studio, i cuirisultati sono attesi per novembre. Alterazione ormonale L’Afssap si è occupata dei parabeni già nel 2004, seguito alla pubblicazione di uno studiobritannico, condotto dall’equipe di Philippa Darbre, che aveva trovato dei parabeni intatti nei tumorial seno, in particolare parabene di metile. “questo dimostra che almeno una parte dei parabeni neicosmetici, negli alimenti e nei farmaci può essere assorbita e trattenuta nei tessuti del corpo umano”senza essere trasformata. Però i ricercatori precisavano che fino a quel momento non erano statideterminati la fonte e il percorso seguito dai parabeni trovati nei tessuti umani. In compenso,ipotizzavano un effetto in grado di favorire lo sviluppo dei tumori attraverso l’azione esercitata daiparabeni simile a quella degli estrogeni, una funzione nota fin dal 1998. Lo studio di Philippa Darbre è stato oggetto di diverse critiche, ma nel giugno del 2004l’Afssap ha avviato una valutazione sulla sicurezza dei parabeni, chiedendo il parere ad un gruppodi esperti. Un anno dopo, il Bollettino di vigilanza dell’Afssap indicava che i parabeni “sono pocotossici e ben tollerati, anche se su alcune persone possono provocare reazioni allergiche”. Tuttavia, il gruppo di scienziati aggiungeva che alcuni studi avevano”stabilito che questiconservanti potrebbero essere all’origine di una lieve alterazione del sistema endocrino”.Precisavano, però, che i dati a disposizione non permettevano di definire ne di quantificare ilrischio, in particolare da un punto di vista cancerogeno, associato all’alterazione endocrina”. Inoltre il rapporto sottolineava gli effetti tossici sulla riproduzione dei giovani topi riscontratida un’equipe giapponese. “La valutazione del 2004 aveva lasciato delle zone d’ombra e lo studiogiapponese presentava dei difetti. Quindi abbiamo deciso di rifare uno studio sui topi”, spiegaGazin. Anche se i parabeni da soli non sono in grado di alterare in modo significativo il sistemaormonale, rimane il problema di un effetto cumulativo con l’esposizione ad altri interferentiendocrini. (P.Benkimoun su “Internazionale” del 2 giugno 2011) 104
    • Ma se proprio volete approfondire… In modo assolutamente incoerente rispetto ai criteri che hanno guidato la raccolta di articoliche precede, si è anche pensato a chi fosse interessato a conoscere più a fondo i meccanismi finoraindividuati. Non si può infatti proprio escludere che qualche persona, magari stimolato dalla letturadelle pagine precedenti, senta la necessità di approfondire la conoscenza di alcuni aspetti che lohanno particolarmente colpito. Le indicazioni che seguono sono sempre ridotte all’essenziale per rendere meno onerosa lalettura o la visione e sono limitate a testi e mezzi audiovisivi di facile comprensione, moltoaggiornati e rapidamente reperibili e ovviamente sempre in italiano. I numeri tra parentesi quadra infondo ad alcune indicazioni si riferiscono alla lista dei meccanismi sopra utilizzata, in modo dafacilitare l’eventuale percorso di approfondimento, anche se naturalmente uno stesso testo puòcontenere elementi di conoscenza relativi a più meccanismi. a) Riguardo al clima in generale Daniel Tanuro, “L’impossibile capitalismo verde”, il riscaldamento climatico e le ragionidell’eco-socialismo, Edizioni Alegre, Roma, 2010 [1 -7] Luca Mercalli, “Che tempo che farà”, Rizzoli RCS libri, 2009 “Il pianeta rovente”, come salvarsi dal riscaldamento globale, National Geographic, b) Sui temi relativi alle fonti di energia Mirco Rossi, “Energia e futuro, le opportunità del declino”, EMI, Bologna, secondaedizione, giugno 2011 P. Tronconi, M. Agostinelli, L’energia felice, Socialmente ed. Granarolo dell’Emilia,Bologna, 2009 Guido Viale, “La conversione ecologica”, N.d.A Press, Rimini, 2011 M. Agostinelli, R. Meregalli, P. Tronconi, “Cercare il sole, dopo Fukushima”, EDIESSE,Roma 2011 c) Sui danni ambientali in generale “State of the World”, Nutrire il pianeta, Edizione ambiente, Roma, 2011 ( e anniprecedenti) WWF Italia, “Il Living Planet Report 2010” (in italiano) 105
    • Se invece di leggere….referite vedere un film… a) Riguardo al clima in generale Ultime notizie dalla Terra Il punto sul riscaldamento globale, DVD NationalGeographic [1-7] “Sei gradi possono cambiare il mondo”, DVD National Geographic, 2008 [1 – 7] “Ultime notizie dalla Terra”, DVD National Geographic, 2006 b) Riguardo ai problemi ambientali in generale Una scomoda verità Una minaccia globale. La denuncia di Al Gore dei rischi ambientali Paramount DVD [1-55] L’incubo di Darwin Un film di Hubert Sauper Feltrinelli Real Cinema DVD e libro,2004 “2210, civiltà al collasso”, DVD National Geographic, 2010 c) Sui problemi dell’acqua “Water makes money”, come le multinazionali fanno profitti sull’acqua, DVD, ATTAC,2011 (in italiano) d) Su altri meccanismi ambientali McLibel La storia di due attivisti che non vennero condannati a risarcire la McDonald’s,DVD Syriana Petrolio significa denaro, tanto denaro. Prima Visione, Panorama, DVD Blood Diamonds Diamanti di sangue Un film d’azione….che chiarisce il funzionamentodel monopolio dei diamanti della De Beers e) Sui danni ambientali in Italia Ecofollie, M.Gabbanelli, Bur Rizzoli, Senza Filtro, RAI Trade, Report, 2009 BeppeGrillo.it spettacolo registrato a Roma il 28 aprile 2005, DVD, Casaleggio Associati,www.casaleggio.it Sitologia delle principali fonti di informazione in Italia a) Le associazioni ambientaliste WWF Legambiente 106
    • Greenpeaceb) i principali dossier periodiciLe Monde Diplomatique – Il manifesto (mensile)“Internazionale” (settimanale)Le Monde Diplomatique – Il manifesto, “L’Atlante per l’ambiente” (annuale)“Green” (supplemento del Corriere della Sera, settimanale)Living Planet (in inglese e italiano, annuale)Atlante de La Repubblica (annuale) 107