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Prevenzione dei rischi negli insediamenti produttivi

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Prevenzione dei rischi negli insediamenti produttivi Document Transcript

  • 1. PREVENZIONE DEI RISCHI NEGLI INSEDIAMENTI PRODUTTIVILa messa in atto di efficaci procedimenti di prevenzione dei rischi negli ambienti di lavororiconosce, come primo ed essenziale momento, la conoscenza delle differenti tipologie di essi e, instretta connessione, delle cause efficienti alla determinazione e dei riferimenti ed obblighinormativi, che definiscono i range d’ammissibilità.Benché di solito le potenzialità del rischio scaturiscano da più condizioni, che agiscono conmeccanismi di sinergia o, per lo meno, d’interazione, per scopi di semplificazione nei percorsididattici e d’organizzazione in quelli di ponderazione del rischio, si è soliti adottare una distinzionecategoriale del rischio lavorativo in tre raggruppamenti: 1. rischio strutturale 2. rischio per la sicurezza 3. rischio igienico-ambientale (da alcuni Autori denominato “Biomedico”).In questo capitolo sono trattati i rischi strutturali e per la sicurezza, rimandando agli specificicapitoli la trattazione del rischio igienico-ambientale.RISCHIO STRUTTURALELa congruità strutturale di una struttura edificata, destinata ad insediamento abitativo produttivo e ditutte le altre destinazioni d’uso che prevedono la permanenza di persone e la fruizione di servizi, èconnessa con le caratteristiche portanti della struttura edilizia e con la rispondenza ai requisiti disicurezza degli annessi strutturali, fissi e mobili, definitivi e transitori.1. CONGRUITÀ EDILIZIANella valutazione della congruità edilizia si possono riconoscere processi valutativi comuni, cheriguardano la struttura edificata senza differenze tra le differenti destinazioni d’uso (ediliziaabitativa o produttiva) e procedimenti differenziati, che sono diretti a valutare non solo lacorrispondenza delle strutture edificate alle specificità della produzione o dell’erogazione diservizio cui esse sono destinate (si pensi, per esempio, alle caratteristiche edilizie di scuole edospedali), ma anche la compatibilità plani-volumetrica con il territorio e la rispondenza allecaratteristiche dellorganizzazione insediativa e di sviluppo di esso.I processi comuni riguardano la stabilità statica e l’agibilità delle strutture edificate. In questo sensoè opportuno ricordare che il concetto teorico d’agibilità e la conseguente applicazione pratica diesso sono differenti da quelli della fruibilità (abitabilità negli edifici comuni).A. AgibilitàL’agibilità considera la sola sicurezza delle strutture portanti. La concessione della certificazioned’agibilità edilizia è essenziale in tutte le strutture edificate; essa è preliminare alla realizzazione ditutti gli interventi di completamento edilizio, d’arredamento interno, d’allocazione di macchinari equant’altro necessario alla destinazione d’uso dell’edificio.La richiesta di concessione della certificazione d’agibilità deve essere inoltrata:  nei casi di nuove costruzioni  nei casi di modifiche strutturali di edifici già esistenti, anche senza variazioni dei volumi  nei casi di variazioni volumetriche di edifici già esistenti  nei casi di variazioni delle destinazioni d’uso di edificiLa valutazione d’agibilità consta della serie di elementi di seguito riportati: a. Elementi connessi con le strutture portanti: tipologia, eventuale presenza di danni b. Elementi connessi con strutture non portanti: regolarità e congruità della disposizione, eventuali danni c. Elementi di rischio derivanti da situazioni esterne: minacce alla staticità ed all’agibilità d. Fattori di rischio geotecnico: stato del terreno e del piano fondaleLe valutazioni sopra riportate sono di competenza di figure professionali con competenze tecnicheingegneristiche, spesso d’elevata specificità (Strutturisti e Geotecnici), la cui presenza nei Servizi di 1
  • 2. Prevenzione e Protezione e nelle Equipe di valutazione del rischio, diretta o consulenziale, èrequisito necessario.Nell’ambito dei procedimenti e delle funzioni di vigilanza, gli adempimenti sono rappresentati da:1. verifica dell’aspetto burocratico-normativo (presenza delle istanze, certificazioni d’agibilità)2. una serie di verifiche dirette, da eseguire mediante ispezioni e misurazioni di facile esecuzione.Gli elementi principali delle verifiche dirette sono costituiti da: • individuazione della presenza di lesioni sulle strutture verticali portanti o non portanti, che compromettono la staticità e la sicurezza • verifica dello stato di perpendicolarità degli orizzontamenti • valutazione dello stato di permeabilità delle coperture • valutazione dello stato d’imbibizione di pareti e strutture portantiB. Fruibilità delle strutture edificateI requisiti di fruibilità delle strutture edificate, che costituiscono i parametri dell’abitabilità nel casodelle strutture abitative, sono connessi con le dotazioni necessarie a rendere possibile la permanenzadelle persone, la protezione dagli agenti esterni, il rispetto delle esigenze vitali, il mantenimentodella sicurezza.I requisiti di fruibilità sono raggruppabili in due categorie: elementi strutturali ed accessori dellestrutture edilizie.Appartengono alla prima categoria: 1. le vie d’accesso e uscita 2. le scale fisse 3. le vie di transito 4. i vani d’ingresso d’aria e luceSono accessori delle strutture edilizie: 1. le porte e gli altri infissi 2. le pavimentazioni 3. gli impianti di fornitura di beni essenziali (impianti idrici), di smaltimento di reflui liquidi e solidi (condotte per liquami, aree smaltimento rifiuti), d’energia (elettricità, gas combustibile) 4. gli impianti tecnici d’erogazione di prestazioni e servizi (elevatori, riscaldamento, condizionamento dell’aria) e di sicurezza (impianti di messa a terra, parafulmini, impianti antincendio) Tutti i requisiti necessari alla fruibilità o abitabilità delle strutture edificate sono fissati daspecifiche normative di legge, con maggiore ricchezza di imposizioni e regole quando si tratta distrutture destinate ad insediamenti produttivi. Il rilascio delle certificazioni di fruibilità ècondizionato, pertanto, all’ottemperanza alle normative.Nell’ambito delle funzioni di coloro che si occupano della prevenzione ambientale, si possonoriconoscere competenze differenziate tra i responsabili tecnici della progettazione e della gestionedegli insediamenti produttivi ed i responsabili dei processi di validazione e verifica periodica.Ai primi compete la messa in atto dei provvedimenti necessari all’adeguamento alle norme dellestrutture e degli accessori nelle fasi di costruzione, completamento, trasformazione, riqualificazionee conversione produttiva e di destinazione d’uso. L’attività comprende non solo le fasi progettuali etecniche, ma anche quelle amministrativo-burocratiche della presentazione delle richiested’autorizzazione, di raccolta, organizzazione e conservazione delle concessioni autorizzative e delleeventuali concessioni in deroga dalle norme, temporali e/o di contenuto.Ai responsabili dei procedimenti di Vigilanza degli Enti pubblici preposti compete la verifica dellaregolarità delle certificazioni autorizzative, del contenimento entro i limiti temporali e/ocontenutistici delle eventuali deroghe, dell’attuazione delle modifiche e delle integrazioni impostedagli Enti preposti all’atto delle concessioni autorizzative. E’, altresì, compito dei responsabili dellaVigilanza verificare l’effettiva rispondenza degli elementi costitutivi della fruibilità ai dichiarati dei 2
  • 3. richiedenti le certificazioni autorizzative, nonché lo stato di manutenzione e di mantenimento dellacongruità di essi ad intervalli regolari e, in ogni modo, nelle occasioni di eventi intervenenti, chepossono modificare le situazioni preesistenti. REQUISITI DEI PRINCIPALI ELEMENTI STRUTTURALI ED ACCESSORI, NECESSARI ALLA CONCESSIONE DELLA FRUIBILITÀ DEGLI INSEDIAMENTI PRODUTTIVI: CONTENUTI E RIFERIMENTI NORMATIVI1. Vie d’uscita e fugaIl D.M. 10 marzo 1998, all’allegato III, ha stabilito i criteri minimi di dotazione e fruibilità delle vied’uscita nei luoghi di lavoro. Di seguito sono riportati i principali. a. Ogni luogo di lavoro deve disporre di vie d’uscita alternative agli ingressi (fanno eccezione i locali di piccola dimensione) b. Le vie d’uscita devono essere indipendenti e distribuite lungo lo spazio in modo da consentire rapidi allontanamenti dalle emergenze c. Le distanze delle vie d’uscita dalle zone praticate devono essere proporzionate all’intensità dei rischi da emergenze, incendio soprattutto, e tarate proprio sul rischio incendio (da un minimo di 15 m negli ambienti ad alto rischio ad un massimo di 45 m in ambienti a basso rischio) d. Le vie d’uscita devono sempre condurre a luoghi sicuri e. Devono essere evitati al massimo i percorsi unidirezionali d’uscita f. Le vie d’uscita devono essere adeguate in numero e dimensioni al numero di occupanti l’ambiente g. Le vie d’uscita e gli spazi d’accesso devono essere protetti e liberi da ingombri h. Le vie d’uscita d’emergenza devono essere segnalate con opportuna segnaletica, conforme alle norme nazionali di recepimento della Direttiva CEE 77/576Nello stesso decreto sono date le direttive sul numero e sulle dimensioni lineari delle vie d’uscita edi fuga. Il numero di vie d’uscita deve essere > 1 quando: 1.L’ambiente è affollato (> 50 persone, anche se occasionalmente) 2.La distanza tra le zone occupate e l’unica via d’uscita supera i valori indicati in precedenza 3.Nell’ambiente sono ipotizzabili alti rischi d’incendio o d’altra emergenza La larghezza delle vie d’uscita deve essere sufficiente a garantire un passaggio comodo, evitando l’intasamento. La dimensione ottimale della larghezza è desunta dalla formula: L in metri = A/50 x 0.60 Dove A = affollamento 50 = valore di riferimento 0.60 = valore di transito per personaIl rispetto delle indicazioni normative deve essere particolarmente rigoroso: 3
  • 4. A.Negli ambienti destinati ad accogliere utenze esterne e/o visitatori, oltre che lavoratori stanzialiB.Negli ambienti destinati a stanzialità di tipo alberghieroC.Negli ambienti che accolgono utenze “deboli”: bambini, anziani, donne gravide, ammalati,portatori di handicap sensoriali o motoriD.Negli ambienti ad alto rischio d’incendio per l’uso di prodotti infiammabili o esplosivi2. ScaleLe scale per l’accesso ai piani sovrastanti o sottostanti quello terreno devono:• Avere andamento regolare ed omogeneo per tutto lo sviluppo• Contenere un numero di rampe per piano tale da consentire un’inclinazione di un grave rigido, peresempio di una lettiga, non superio a 15°• Avere una pedata da 1,5 a 2 volte la lunghezza media di un piede adulto• Essere dotate di pavimentazione antisdrucciolo sulle pedate, eventualmente poste sullo spigolo• Avere alzate regolari, non alte per evitare affaticamento e perdita d’equilibrio• Avere una larghezza di almeno 1,2 metri• Essere dotate di parapetto d’altezza non < a 80 cm dal lato della tromba• Essere dotate di corrimano su entrambi i lati (nelle scale di ambienti frequentati da bambini, èopportuno prevedere l’allocazione di più corrimano a differenti altezze)• Essere dotate di fonti d’illuminazione naturale e/o artificiale, tali da garantire un illuminamentosufficiente del piano di pedata (adeguata luminanza delle sorgenti, assenza di fenomeni luminosiaccessori d’abbagliamento coassiale o laterale, manutenzione costante delle sorgenti artificiali alloscopo di evitare allucinazioni visive del tipo “effetto stroboscopio” da lampade a luminescenza infase d’esaurimento).3. Vie di transito o PercorsiI percorsi orizzontali devono:1.Avere andamento quanto più possibile continuo2.Ridurre al minimo le variazioni di livelloLe variazioni di direzione, se non evitabili, devono essere segnalate. Le variazioni di livello devonoessere colmate con gradini d’alzata contenuta, opportunamente segnalati, affiancati da pianiinclinati per i portatori di handicap.Le vie di transito devono avere illuminazione adeguata, naturale artificiale o mista, corrispondentead almeno 20 lux d’illuminamento nei percorsi liberi, da innalzare a 50 in quelli con ingombri, a100 se gli ingombri sono pericolosi.E’ opportuno che gli ostacoli siano evidenziati da segnalazioni luminose proprie.4. PortePorte d’accessoA battenti (preferenzialmente doppi), con obbligo d’apertura verso l’interno, con larghezza minimadi 80 cm se a battente unico, di 60 cm a battente nelle forme a battenti doppi.Negli ambienti di lavoro sono utilizzabili anche le porte con battenti con ritorno elastico.Non sono, invece, utilizzabili le porte girevoli, le serrande verticali (qualora siano presenti comechiusure accessorie, esse devono essere tenute aperte nelle ore di lavoro e afflusso).Le eventuali porte esterne, di sicurezza (porte blindate, cancelli) o d’estetica (porte vetrate), adapertura esterna, devono garantire il non ingombro delle piattaforme d’accesso (la soluzioneottimale è costituita dai tipi a fisarmonica). 4
  • 5. Porte d’uscita e/o fugaNegli ambienti di lavoro e nei locali d’afflusso di utenze (cinema, teatri, sale per conferenze, salonidi uffici pubblici) sono necessarie le porte a battenti, ad apertura verso l’esterno, a spinta o tramitebarre antipanico. Esse devono essere facilmente individuabili, sempre adeguatamente segnalate.Una specifica funzione di Vigilanza deve riguardare la constatazione dell’efficienza, dellaraggiungibilità, della non presenza di ingombri all’interno ed all’esterno di esse (sono, al riguardo,consigliabili, oltre alle valutazione ispettive, le verifiche di funzionamento).5. Vani d’aerazione e illuminazioneIl D.P.R. 303 del 1956 ha regolato i numeri e le dimensioni dei vani d’aerazione (art. 9) ed’illuminazione (art.10).AerazioneNegli insediamenti produttivi di nuova costruzione, la superficie totale dei vani aeranti non deveessere inferiore ad 1/8 di quella utile del pavimento, intendendo per superficie utile quella di pedata,anche se disposta su piani differenti (per esempio, la superficie totale di ambienti soppalcati).Nel calcolo delle superfici aeranti, devono essere computate quelle di finestre, porte e portoni adapertura verso l’esterno. L’allocazione ad altezza uomo non è un requisito indispensabile, purché,nei casi di collocazione ad altezze superiori, siano presenti sistemi d’apertura azionabili ad altezzauomo (sistemi meccanici ad aste telescopiche, aperture elettriche azionabili con pulsantiere).La presenza di aperture a vasistas modifica i termini del calcolo, giacché la superficie utile diciascun’apertura è ridotta alla metà di quella del vano, sempre che il battente formi un angolod’apertura con il piano verticale di almeno 30° goniometrici.In deroga a quest’imposizione rigida, si possono adottare i rapporti di superfici indicati nella tabelladi seguito riportata, che considera anche la variabile altezza dei locali. Altezza Superficie del pavimento 2 < 400 m 400 – 1.000 m2 > 1.000 m2 2 2 <4m 1/8 50 m + 1/12 della quota 100 m + 1/16 della quota eccedente i 400 m2 eccedente i 1.000 m2 >4m 1/12 33,3 m + 1/16 della quota 70,8 m2 + 1/20 della quota 2 eccedente i 400 m2 eccedente i 1.000 m2Oltre i valori in deroga delle superfici, la normativa consente, solo nei casi di comprovataimpossibilità tecnica alla realizzazione di superfici aeranti proporzionate, di fare ricorso ad impiantidi ventilazione forzata o di condizionamento.Un’analoga deroga può essere concessa nei casi di locali, ai quali sia richiesto un totale isolamentodall’esterno per differenti ragioni, quali la sicurezza rispetto a fonti d’inquinamento esterno(camere sterili, per esempio), o la sicurezza antifurto (caveau di banche e camere di sicurezza).Nelle strutture edilizie già esistenti, la superficie aerante può corrispondere a valori ridotti, maiinferiori al 50% di quelli riportati in tabella, ma sempre implementati da sistemi di ventilazioneartificiale.IlluminazioneI rapporti tra le superfici illuminanti e quelle utili sono gli stessi di quelli già riportati perl’aerazione.Nel calcolo delle superfici illuminanti bisogna considerare solo quelle dotate di totale diafania, cheè la proprietà di lasciarsi attraversare dalla luce senza determinare apprezzabili abbattimentid’intensità (vetri o altri materiali trasparenti). 5
  • 6. Negli ambienti di lavoro, possono essere utilizzati altri tipi di schermature dei vani illuminanti, peresigenze di sicurezza, resistenza meccanica, protezione da visione esterna. La caratteristica ottica diquesto tipo di schermi è il loro essere traslucidi, che corrisponde alla proprietà di lasciarsiattraversare dalla luce, senza, tuttavia, consentire di riconoscere i profili degli oggetti posti di là diessi rispetto all’occhio osservante. Appartengono a questa categoria i vetri retinati, quelli stampati opneumatici (vetri cattedrale), i plexiglas pluristrato, i policarbonati bollosi. Nel caso d’uso dischermature traslucide, al fine di garantire una corretta illuminazione bisogna adeguare il rapportotra le superfici illuminanti e quelle utili in funzione della percentuale d’abbattimento dell’intensitàluminosa rispetto al vetro piano diafano di pari spessore.Nelle valutazioni della congruità delle superfici illuminanti è, pertanto, necessario misurarel’estensione di esse, conoscere la natura dei mezzi schermanti e le percentuali d’abbattimento daessi realizzate. Questo ultimo dato può essere ricavato dalle schede tecniche dei materiali adoperati(è, infatti, necessario che gli scremi siano accompagnati dalle specifiche tecniche) o da misureeseguite sul campo. La misura dell’abbattimento luminoso può essere realizzata mediante: 1. il calcolo delle luminanze medie per unità di superficie (candela/cm 2) del mezzo diafano e di quello traslucido, posta uguale l’intensità della sorgente illuminante e la distanza di essa dai mezzi; 2. il calcolo dei flussi luminosi a distanze prefissate (lumen/metro o sottomultiplo) 3. il calcolo dell’illuminamento in lux di superfici piane equidistanti dai mezzi in esame, sempre poste uguali l’intensità della sorgente illuminante e la distanza di essa dai mezzi.Altri elementi strutturali degli insediamenti produttivi1. Altezza e cubaturaIl D.P.R. 303 del 1956, all’articolo 6, disciplina le altezze minime dei luoghi di lavoro. I criteriadoperati per la fissazione dei limiti sono improntati al numero di lavoratori occupanti ciascunambiente ed alle caratteristiche delle attività svolte in essi, con particolare riferimento alla presenzadi rischi derivati da agenti chimici, direttamente manipolati o reflui da processi di trasformazione.L’altezza minima imposta per un numero di occupanti da 5 in su è di 3 metri. Un analogo limite èimposto nei casi di lavori industriali esponenti a rischi chimici (art. 33 del citato D.P.R.).I locali destinati ad attività terziarie, commerciali o industriali non previste nell’articolo 33 possonoderogare dal limite di 3 m, essendo sufficiente un’altezza di m 2,70. Il limite può essere ridotto sinoa m 2,40 in spogliatoi e servizi igienici.Lo sviluppo volumetrico negli ambienti di lavoro deve consentire ai lavoratori di fruire di unospazio adeguato nelle tre dimensioni. In linea generale, è raccomandata una cubatura lorda noninferiore a 3 mc per lavoratore. Benché sia non specificamente previsto dalle norme in vigore, permotivi di sicurezza antinfortunistica e di tutela della salute, soprattutto nelle lavorazioni conesposizione ad agenti chimici, è consigliabile considerare il volume utile al netto dagli ingombri dimacchinari e arredi.Servizi igieniciL’articolo 39 del D.P.R. 303 ha imposto l’obbligo della creazione di servizi igienici nei posti dilavoro, in numero e con caratteristiche adeguate.S’intende per servizio igienico una struttura separata dall’ambiente di lavoro, ma ad esso prossima,ben confinata per il rispetto della privacy, costituita da un box accogliente un WC e da un localeantibagno, nel quale deve essere disponibile un lavabo ad acqua corrente. Il locale WC deve essereaerato naturalmente o munito di un sistema d’aspirazione forzata, in grado di garantire ricambid’aria pari a 6 volumi/ora se in espulsione continua, o 12 volumi/ora se in aspirazione temporizzata,con azionamento collegato all’impianto d’illuminazione.I requisiti obbligatori dei servizi igienici nei posti di lavoro e in tutti gli ambienti aperti allafruizione pubblica, sono: 1. la separazione per sesso 6
  • 7. 2. la disponibilità di servizi adeguati ai portatori di handicap (D.P.R. 384 del 1978, “Regolamento d’attuazione dell’art. 27 della Legge 118 del 30 marzo 1971).In rapporto con il numero di lavoratori, vigono le seguenti parametrazioni del numero minimo diservizi:  < a 3 lavoratori  1 servizio  4-10 lavoratori  2 servizi  11- 40 lavoratori  3 serviziOgni incremento di almeno 30 lavoratori deve prevedere la dotazione di un servizio aggiuntivo.DocceLa messa a disposizione di docce è resa obbligatoria da esigenze di salubrità solo nelle lavorazioniche compromettono l’igiene personale (per esempio, la raccolta dei rifiuti) o espongono ad agentichimici imbrattanti (per esempio, lavori di lubrificazione, di scavo). La presenza, il numero e lecaratteristiche degli impianti doccia sono regolati dall’articolo 37 del D.P.R. 303.SpogliatoiNegli insediamenti produttivi, nei quali è richiesto l’uso obbligato di abiti di lavoro, l’articolo 40del D.P.R. 303/56 sancisce l’obbligo della dotazione di locali adibiti a spogliatoio. L’obbligatorietàscaturisce dall’esigenza di tutelare, assieme con la salute, la decenza e di salvaguardare la sferaprivata dei lavoratori. I locali spogliatoi, infatti, devono essere separati dall’ambiente di lavoro, madevono essere ad essi collegati direttamente, senza passaggi esterni o, nei casi in cui questo non siarealizzabile, mediante passaggi protetti. Al fine di garantire la riservatezza, gli spogliatoi devonoavere un’estensione in superficie sufficiente a non creare sovraffollamento e disagio soggettivo;essi, inoltre, devono essere dotati di armadietti per la conservazione degli indumenti propri diciascun lavoratore, di panche o sedie per facilitare le operazioni di vestimento e svestimento, dilavabi mensole e specchiere per rendere attuabili le fondamentali operazioni di decoro estetico.L’aerazione e l’illuminazione devono essere preferenzialmente naturali, con un rapporto ottimo travani aeranti e illuminanti e superficie utile calpestabile pari ad almeno 1/12. Sono, tuttavia,consentite deroghe alle immissioni naturali, purché siano resi disponibili sufficienti sistemi diventilazione e aspirazione forzata e d’illuminazione artificiale. I locali spogliatoi devono essereassoggettati a regolari attività di pulizia ordinaria, con periodici interventi di sanificazione. PROCEDIMENTI AUTORIZZATIVILa costruzione e la modifica strutturale di un insediamento produttivo e la messa in funzione di essorichiedono l’ottenimento da parte degli Enti locali, a diverso titolo competenti, di concessioniautorizzative.Considerando una successione ordinata delle fasi operative nella creazione dei nuovi insediamentiproduttivi, si perviene alla schematizzazione in ordine temporale delle priorità dei procedimentiautorizzativi, riportata di seguito.1. Concessione edilizia per l’insediamento produttivo, denominata anche come “Permesso dicostruire”, regolata da norme locali, conformi ai termini del D.P.R. 380/20012. Vidimazione della denuncia d’inizio delle attività edilizie, D.I.A., inoltrata secondo le direttivedelle Leggi regionali in materia di opere edilizie per insediamenti produttivi3. Approvazione delle certificazioni tecniche ovvero delle autodichiarazioni attestanti le conformitàalle norme igienico-sanitarie locali.4. Autorizzazione allo scarico idrico (liquami e acque industriali) in pubblica fognatura e/o insuolo, superficiale o profondo5. Acquisizione, qualora ne sia posta esplicita esigenza da norme locali e/o dalle caratteristichedell’insediamento produttivo, del parere positivo circa la compatibilità ambientaledell’insediamento produttivo (Valutazione d’impatto ambientale, V.I.A.).6. Certificazione di avvenuti collaudi tecnici del patrimonio edilizio 7
  • 8. 7. Acquisizione del certificato di prevenzione incendi8. Acquisizione di parere positivo nei termini della sicurezza degli impianti9. Acquisizione di pareri positivi circa la tutela sanitaria ed ambientale dell’insediamento produttivo10. Concessione delle autorizzazioni amministrative (iscrizione all’INPS, INAIL, CCIAA, ecc.) efiscali (codice fiscale e partita I.V.A.) all’inizio delle attività di produzione o erogazione di serviziNel merito delle autorizzazioni, il recente Decreto legge 23.03.2005 “Disposizioni urgentinell’ambito del Piano d’azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale” ha inteso operareuna notevole semplificazione, a sostegno e garanzia delle attività produttive, comprese quelleagricole e turistiche.Il Decreto ha sostituito alla mole delle certificazioni in precedenza richieste una dichiarazionecomplessiva dell’imprenditore o del suo legale rappresentante, corredata delle attestazioninormativamente richieste, anche nella forma di autocertificazioni ai sensi del D.P.R. 445 del28.12.2000, con la sola eccezione delle certificazioni autorizzative rilasciate dalle Amministrazionidella Difesa nazionale, della Pubblica Sicurezza, delle Finanze e della Giustizia, nonché quellerelative alla tutela della pubblica salute e incolumità, del patrimonio culturale e paesaggisticodell’ambiente.Tra i differenti procedimenti autorizzativi, meritano una descrizione più dettagliata, in rapporto conla complessità delle procedure necessarie all’ottenimento del rilascio di essi e delle operazioni diverifica della congruità:l’autorizzazione allo scarico in pubblica fognaturala valutazione d’impatto ambientale.SCARICO IN PUBBLICA FOGNATURALo scarico in pubblica fognatura delle acque reflue dai processi produttivi è attualmente regolato dalDecreto legislativo 11.05.1999, n° 152.In realtà, il Decreto si occupa in misura molto ampia, per molti aspetti anche complessa, dellaprotezione del suolo e delle risorse idriche, riguardando contemporaneamente gli scarichi inquinantidi provenienza civile, agricola ed insediativi-produttiva.Il Titolo III del Decreto “Tutela dei corpi idrici e disciplina degli scarichi” prevede, al Capo III“Tutela qualitativa della risorsa: disciplina degli scarichi” otto articolo diretti a disciplinare lamateria generale delle reti fognarie e quella particolare degli scarichi. Nel riquadro sono riportati icapoversi degli articoli. Art. 27 – Reti fognarie Art. 28 – Criteri generali di disciplina degli scarichi Art. 29 – Scarichi sul suolo Art. 30 – Scarichi nel sottosuolo e nelle acque sotterranee Art. 31 - Scarichi in acque superficiali Art. 32 - Scarichi di acque reflue urbane in corpi idrici ricadenti in aree sensibili Art. 33 – Scarichi in reti fognarie Art. 34 – Scarichi di sostanze pericolosePer l’ottenimento dell’autorizzazione allo scarico di un insediamento produttivo è necessarioprodurre agli Organismi competenti comunali:1. un estratto di mappa dettagliato, dal quale sia possibile ricavare le indicazioni del numero diparticella fondiaria o edificabile, la via di fronteggiamento dell’insediamento o d’indirizzo delloscarico fognario 8
  • 9. 2. una mappa della rete fognaria interna, ampiamente descrittiva (calibri delle tubazioni, materiali,piani di posa, pendenze), con l’indicazione: a. delle vie di deflusso dei differenti tipi di acque reflue (piovane, nere, industriali, civili) b. della presenza eventuale di pozzi perdenti e fosse biologiche c. degli eventuali impianti di trattamento e depurazione d. dell’eventuale presenza di vasche di prima pioggia e vasche volano e. della precisa ubicazione dei punti d’allacciamento alle fogne pubbliche e dei pozzetti d’ispezione3. un profilo del terreno e delle canalizzazioni realizzate4. un profilo dei dettagli strutturali e tecnici dei pozzetti d’ispezione5. una scheda tecnica dell’impianto 6. il progetto esecutivo e manutentivo dell’eventuale impianto di trattamento e depurazione,corredato dalla descrizione tecnica del funzionamento e dalle verifiche preliminari di esso.Com’è indicato nel tabulato, l’art. 34 del capo terzo del Decreto prevede esplicitamente laregolamentazione degli scarichi di sostanze pericolose. Nei casi di rilascio di sostanze pericolose,accanto al rispetto dei limiti d’ammissibilità previsti dal Decreto per lo scarico nelle reti fognarie, èfatta salva la possibilità degli Enti Locali di condizionare il rilascio dell’autorizzazione almantenimento dei reflui pericolosi a valori più bassi. Per alcune sostanze, elencate nelle tabelle 3/ae 5 dell’allegato 5, la concessione può essere condizionata all’eliminazione di queste sostanze dalliquame a monte del punto d’immissione nella fogna comune, mediante opportuni impianti disedimentazione di fanghi, il cui trattamento è omologato a quello dei rifiuti solidi tossici e nocivi.V.I.A. – VALUTAZIONE D’IMPATTO AMBIENTALELa variazione della qualità dell’ecosistema e della disponibilità di risorse ambientali, conseguenteagli interventi umani di modifica delle condizioni naturali, è definita “Impatto ambientale”.Sebbene concettualmente l’impatto ambientale non sia sinonimo solo di danno, giacché sonopossibili anche effetti migliorativi e promozionali del benessere umano (si pensi, per esempio, aglisbarramenti o alle deviazioni dei corsi d’acqua, finalizzati ad evitare le catastrofi naturali o aprodurre energia), l’evenienza più frequente è quella di una variazione peggiorativa dell’equilibrionaturale. A questo riguardo, è interessante notare come differenti culture abbiano elaboratodifferenti interpretazioni e demarcazioni del concetto d’impatto ambientale, improntate aconsiderare solo le modifiche dell’assetto fisico naturale o più largamente interessate a valutareanche le ricadute delle trasformazioni fisiche sulle sfere economiche e socioculturali degli aggregatiumani.Nella valutazione degli impatti ambientali si possono utilizzare differenti criteri di misura.Preliminarmente all’adozione di questi, è essenziale stabilire quale tipologia d’impatto s’intendevalutare, potendo essere considerarti: 1. gli impatti netti, corrispondenti agli effetti direttamente dipendenti dall’intervento di modifica ambientale; 2. gli impatti lordi, scaturenti dall’interazione tra le modifiche introdotte e le variazioni evolutive dell’ambiente.Il metodo di valutazione più semplice è fondato sull’uso di vere e proprie tecniche di misura diparametri esprimibili in unità ponderate e confrontabili con standard di riferimento. I casi più tipicisono costituiti dalla misura delle emissioni in atmosfera di agenti chimici, delle concentrazionisempre di agenti chimici in unità volumetriche d’acqua o ponderali di terreni, della diffusione dienergie (per esempio, quelle sonora e termica). Ovviamente, il metodo fornisce stime parcellizzatedegli impatti; infatti, sebbene le misure dirette consentano di definire con precisione le situazionirelative a ciascun parametro esaminato, rimane arduo integrare i dati in una visione d’assieme.Un’alternativa è rappresentata dall’uso di sistemi qualitativi, di tipo descrittivo o scaturentidall’integrazione tra differenti sistemi di raccolta di dati percettivi. Appartengono al metodo i 9
  • 10. sistemi basati sull’elaborazione di questionari mirati, che raccolgono dati provenienti dallepopolazioni interessate alle innovazioni o trasformazioni strutturali e di destinazione d’uso diterritori, conglobando item differenti, relativi alle percezioni di attacchi alla salute ed al benessere,all’equilibrio relazionale con l’ambiente, alle implicazioni positive o negative sugli assettidemografici, economici e culturali dei luoghi (un esempio molto noto è rappresentato daiquestionari elaborati per la valutazione della percezione di sicurezza e di tranquillità dellepopolazioni intorno ai grandi aeroporti).Norme italiane in tema d’impatto ambientale.La prima definizione dell’obbligo di valutare l’impatto ambientale degli insediamenti produttivi inItalia è stata costituita dal DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) 377 del10.08.1988 “Regolamento delle procedure di compatibilità ambientale di cui all’art. 6 della Legge 8luglio 1986, n° 349”. Il Decreto accolse, peraltro con notevole ritardo, le indicazioni delle DirettiveCEE 337/85 e 97/11, sebbene con molte limitazioni rispetto a quanto proprio delle citate Direttive.Rimandando a testi specialistici la trattazione dell’intera normativa elaborata in Italiasuccessivamente al citato DPCM, è necessario ricordare che: 1. con il D.P.R. 12.04.1996 è stata introdotta una prima compartimentazione tra le competenze statali e quelle regionali in tema di valutazione d’impatto ambientale; 2. il più recente Decreto, DPCM 3 settembre 1999, entrato in vigore il 27 dicembre dello stesso anno, ha modificato gli allegati al D.P.R. 12 aprile 1996, introducendo altre 12 nuove categorie di opere da sottoporre a V.I.A.Adempimenti e procedure generali di V.I.A.Fatti salvi gli allargamenti introdotti dal DPCM 3 settembre 1999, gli adempimenti cui sonoobbligati i contesti produttivi per la valutazione d’impatto ambientale sono delineati ancora dalD.P.R. 12.04.1996 e dalle leggi regionali ad esso collegate.La procedura di V.I.A. è obbligatoria per tutti i contesti produttivi, di prima realizzazione o ditrasformazione della produzione, previsti negli allegati al DPCM 3 settembre 1999, per la cuielencazione si rimanda alla già citata letteratura specializzata.Una procedura di V.I.A. può essere obbligatoria anche nei casi di modifiche di impianti o diallocazioni in aree protette e sensibili di insediamenti produttivi non previsti negli allegati al D.P.R.12.04.1996. In questi casi, la procedura può esaurirsi nel cosiddetto “Processo di screening”, che sibasa su valutazioni formali delle documentazioni certificate, esibite dal contesto produttivo inesame. L’omissione della risposta da parte delle Autorità competenti nel termine di sessanta giorniequivale ad un silenzio-assenso, che esclude il contesto produttivo da ulteriori procedure di V.I.A. Le fasi di una procedura di V.I.A. consistono:1. nella trasmissione alle Autorità competenti statali (Ministero dell’Ambiente e Ministero per i benie le attività culturali) ed a quelle locali (Assessorati regionali all’Ambiente e alle Attivitàproduttive, o d’altra denominazione, ma di corrispondenti competenze) di una richiesta di pronunciadi compatibilità ambientale da parte del proponente contesto produttivo, corredata di tutte leinformazioni sul progetto dell’opera e di uno Studio d’impatto ambientale, S.I.A.2. nella trasmissione d’analoga richiesta e documentazione alla Provincia di pertinenza territoriale,ai Comuni interessati e, nel caso di aree protette e sensibili, agli Enti di gestione di esse3. nell’emissione, entro i termini di sessanta giorni, del parere di compatibilità4. nell’eventuale richiesta da parte delle Autorità competenti di integrazioni alla documentazioneesibita, soprattutto della S.I.A., alla cui ricezione è condizionata l’emissione del parere dicompatibilità (la richiesta di implementazioni documentali può essere avanzata una sola volta)5. nell’attuazione di misure di pubblicità, consistenti: a. nel deposito presso gli uffici V.I.A. di una sintesi chiara, esposta in forme di facile intelligibilità, del progetto dell’insediamento e dello studio d’impatto ambientale, ai fini della pubblica consultazione 10
  • 11. b. dell’annuncio su due quotidiani, uno a diffusione nazionale e l’altro regionale o provinciale, dell’avvenuto deposito della S.I.A.6. nella conservazione del parere di congruità espresso e nella messa a disposizione degli Entipreposti alle attività e funzioni di vigilanza e controllo dell’intero pacchetto documentale LA SICUREZZA NEGLI INSEDIAMENTI PRODUTTIVILa messa in sicurezza degli insediamenti produttivi ed il mantenimento di essa scaturiscono dallasuccessione e dall’interazione di differenti momenti, i cui contenuti, progettuali ed operativi sono dinatura tecnica, ma sui quali un complesso corpo normativo esercita funzioni d’indirizzo e controllo.Nella prassi procedurale si distinguono: 1. i collaudi 2. le manutenzioni 3. la qualità delle prestazioni1. CollaudiI collaudi sono costituiti dall’assieme delle verifiche tecniche, finalizzate alla valutazionedell’efficienza delle opere e degli impianti realizzati, che consentono di individuare le omissioni, leincongruità ed i punti critici di un sistema.I processi di collaudo consentono, altresì, di valutare se nelle fasi di progettazione, realizzazione ecompletamento di opere ed impianti siano state rispettate le imposizioni normative e siano statetenute in conto le esigenze della sicurezza.Gli esiti dei collaudi consistono in certificazioni idoneative, necessarie all’abilitazione all’uso diopere e impianti. L’esito positivo del collaudo ha valore non solo sul piano prestazionale, giacchécostituisce l’elemento essenziale all’utilizzabilità dell’opera, ma anche su quello economico,essendo un indicatore immediato del valore di un investimento.L’abilitazione all’inizio di attività di un insediamento produttivo è condizionata all’esito positivodei collaudi statico, degli impianti, delle attrezzature e macchinari.1a. statico – verifiche e prove tecniche di rispondenza delle opere tecniche alle prescrizioniprogettuali e di contratto, che consentano di ottenere il Certificato di collaudo statico ai sensidell’articolo 7 della Legge n° 1086 del 5.11.19711b. degli impianti – eseguiti ai sensi della Legge n° 46 del 5.03.1990 e dei D.P.R. n° 447 del6.12.1991 (art. 1) e n° 392 del 18.04.1994, i collaudi degli impianti riguardano edifici ad usi civilied industriali. Sono assoggettati ad obbligo di collaudo, che deve esitare in certificazioni abilitative:  gli impianti di produzione, trasporto, distribuzione ed utilizzazione dell’energia elettrica all’interno delle strutture edificate e degli spazi perimetrali, a valle dei punti di allaccio alla rete del distributore-fornitore dell’energia  gli impianti radiotelevisivi ed elettronici, le antenne, gli amplificatori di segnale, i trasmettitori e gli impianti di captazione delle scariche atmosferiche (parafulmini)  gli impianti di riscaldamento e climatizzazione, alimentati a gas, combustibili solidi e liquidi  gli impianti idrosanitari e quelli di trasporto, trattamento, accumulo d’acqua all’interno delle strutture edificate e degli spazi perimetrali, a valle dei punti di allaccio alla rete del distributore-fornitore del bene  gli impianti di trasporto e utilizzazione di gas, aeriforme o liquido, all’interno delle strutture edificate e degli spazi perimetrali, a valle dei punti di allaccio alla rete del distributore- fornitore del bene  gli impianti di sollevamento e trasporto orizzontale di persone o cose (ascensori, montacarichi, scale mobili, carrucole ad azionamento elettrico o pneumatico, nastri trasportatori)  gli impianti di protezione antincendio1c. di macchinari e attrezzature – verifiche e prove tecniche d’affidabilità delle macchine e delleattrezzature, previste nei differenti articoli del D.P.R. 547 del 27.04.1955, ripresi ed ampliati dal 11
  • 12. D.P.R. n° 459 del 24.07.1996 “Regolamento d’attuazione delle Direttive 89/392 CEE, 91/368,93/44 e 93/68 concernenti il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relativi allemacchine”. Le principali verifiche indicate nel D.P.R. 547 riguardano:  gli ingranaggi (art. 59) – ingranaggi, ruote e segmenti dentati devono essere ingabbiate o protette da schermi ricoprenti  gli organi di comando (art. 76) – ogni macchina deve disporre di leve o pulsanti d’avvio ed arresto ben visibili, facilmente raggiungibili ed azionabili  segnali di preavviso di funzionamento (art. 80) – le macchine, soprattutto quelle a struttura complessa e a conduzione multipla, devono recare un dispositivo di segnalazione acustica d’inizio funzionamento  i blocchi di fermo (art. 82) – le macchine per il cui funzionamento è richiesta la periodica introduzione delle mani e, in ogni modo, uno spostamento del corpo del lavoratore all’interno dello spazio di funzionamento devono essere provviste di blocchi di fermo  le protezioni da trucioli e schegge (art. 109) – le macchine produttrici di trucioli di lavorazione devono essere provviste di schermi di protezione  la sicurezza delle apparecchiature di sollevamento, spostamento, impilatura e immagazzinamento di pezzi – i sistemi per l’effettuazione delle operazioni devono garantire la stabilità del mezzo e del carico (art. 169), l’imbracatura del carico (art. 181), l’ergonomia del posto di lavoro e la buona visione (art. 182) 2. Le Manutenzioni E’ definita “manutenzione” l’assieme dei procedimenti diretti ad evitare l’accadimento d’anomaliedi funzionamento, a mantenere elevati standard di qualità e resa, a contenere i costi di eventualiinterruzioni e danni.La definizione sopra riportata appare indicativa di una funzione preventiva, i cui esiti non possonoche essere positivi sul versante della sicurezza e della qualità.Nonostante il valore anche nei termini economici e promozionali dell’immagine e della qualità, nonsempre la manutenzione costituisce una prassi ordinaria. Da questo deriva che, in parziale antitesicon l’assunto concettuale appena espresso, si riconoscono differenti momenti e contenuti delleattività manutentive.2a. Manutenzione ad evento – Messa in atto di interventi manutentivi e riparativi in seguito allasegnalazione di un malfunzionamento, di un blocco parziale o totale. La resa in termini economici èscarsa, per il sopravvenuto blocco parziale o totale, così come scarsa è l’efficacia in termini disicurezza del processo.2b. Manutenzione preventiva – Si tratta di una forma di manutenzione esercitata ad intervalliregolari, stabiliti in funzione di un periodismo basato su stime teoriche del deterioramento dimacchinari ed attrezzature. Essa, infatti, è definita anche con l’aggettivo “calendariale”, perchérisponde più ad uno scadenzario temporale che non ad un’effettiva necessità d’intervento. Benchéconsenta di evitare i blocchi indesiderati della produzione e delle attività in genere, finisce conl’essere onerosa in termini di costi gestionali per il verificarsi di interventi manutentivisovrabbondanti e per la previsione di periodiche interruzioni di attività.2c. Manutenzione predittiva – E’ la forma maggiormente efficace nei termini del rapporto costi-benefici e della sicurezza. Essendo fondata su misure ed analisi continue del funzionamento dimacchinari ed attrezzature, la manutenzione predittiva consente di individuare con adeguataattendibilità i momenti ed i punti di criticità, consentendo la realizzazione di interventi manutentivitemporalmente e contenutisticamente mirati.La manutenzione delle macchine è sancita dal D.P.R. n° 459 del 24.07.1996, noto come “DirettivaMacchine”. Relativamente alle manutenzioni dei macchinari, il citato D.P.R., al capo 1.6.1. sanciscel’obbligo che “Gli elementi delle macchine automatizzate che devono essere sostituitifrequentemente, soprattutto in seguito ad un cambiamento della fabbricazione o quando sono 12
  • 13. sensibili agli effetti dellusura o soggetti a deterioramento in seguito ad un incidente, devono esserefacilmente smontabili e rimontabili in condizioni di sicurezza. Laccesso a questi elementi deveconsentire di svolgere questi compiti con i mezzi tecnici necessari (attrezzi, strumenti di misura,ecc.) secondo il metodo operativo definito dal costruttore”.3. La qualità delle prestazioniLa qualità delle prestazioni di un insediamento produttivo di qualsiasi genere, costruzione diprodotti commercializzazione ed erogazione di servizi ad utenze, non è un requisito intrinseco dellasicurezza, ma costituisce un valido indicatore indiretto di essa. E’, infatti, poco probabile che unsistema, che eroga servizi o immette sul mercato prodotti d’alta qualità ed affidabilità, nel quale ilrapporto efficacia-efficienza è egualmente alto, sia carente sul versante della sicurezza.A differenza di quelle autorizzative in precedenza riportate, le certificazioni di qualità non sonoregolate da norme di legge, ma scaturiscono da standard di qualità elaborati da un organismo nongovernativo con sede a Ginevra, l’International Organization for Standardization, cui aderiscono14° Nazioni.Le norme elaborate dall’ISO specificano quali requisiti devono essere posseduti dal sistema digestione della qualità di un’organizzazione che “intenda dimostrare la capacità di fornire conregolarità prodotti che ottemperino ai requisiti dei clienti e che desideri accrescere lasoddisfazione dei clienti”. I requisiti, di cui deve essere dotato un sistema di gestione della qualitàper l’ottenimento della certificazione ISO, sono connessi con il tipo e le peculiarità di ciascunsettore, produttivo commerciale o d’erogazione di servizi (si pensi, per esempio, agli standard dicertificazione di qualità dei Servizi d’assistenza sanitaria).Attualmente sono in vigore le Norme ISO 2000, definite in Europa come EN 2000 e in Italia comeUNI-EN (la sigla UNI identifica l’Ente d’Unificazione italiano). Esse sono costituite da:Norme UNI EN ISO 9000 – 1/2/3 – elencano gli standard sui quali devono essere fondati i Sistemidi gestione della QualitàNorma UNI EN ISO 9004-1 – contiene le linee guida sugli elementi di Qualità nell’organizzazionee nel governo del sistema aziendaleNorme UNI EN ISO 9001/2/3 – proposizione dei modelli di verifica dei Sistemi di Qualità,finalizzati a consentire ai fruitori delle prestazioni aziendali l’effettiva misura dell’operatività delSistema. 13
  • 14. MOMENTI E METODI DELLA PREVENZIONE DEI RISCHI NEGLI INSEDIAMENTI PRODUTTIVILa prevenzione dei rischi negli ambienti di lavoro scaturisce dall’assieme delle procedure, ideateverificate e messe in atto allo scopo di evitare l’accadimento di danni alla salute dei lavoratori,come risultanti di eventi accidentali o di esposizioni protratte.Qualunque sia la forma utilizzata per rendere comprensibile il concetto di prevenzione, rimanestabile l’assunto semantico di procedimento anticipatorio, in altro modo di azione messa in attoprima che un evento accada, con lo specifico scopo di evitarne l’occorrenza. Da questo deriva che ilvero esercizio della prevenzione dei rischi lavorativi ed ambientali consiste nell’evitarne la presenzao, per lo meno, nel contenerne le potenzialità entro i limiti della non efficienza.La distinzione della prevenzione ambientale in differenti livelli non può essere, pertanto, ricondottasolo all’esigenza di una proposizione classificativa, finalizzata al processo didattico. Nelladistinzione dei diversi livelli si associano, infatti, le valutazioni di carattere tecnico-scientifico circal’efficacia dei procedimenti per il prefissato fine di evitare i danni, e le implicazioni etiche circa ilgrado di protezione e tutela, cui si vuole realmente pervenire. L’utilizzazione di un sistema digraduazione ordinale, che riconosce livelli primari secondari e terziari, individua innanzitutto lepriorità temporali e procedurali degli interventi preventivi, ma costituisce altresì una sorta digerarchia dei valori, certamente nei termini dell’efficacia, ma anche in quelli della natura e dellacompletezza dei risultati da perseguire.1. PREVENZIONE PRIMARIALa prevenzione primaria dei rischi lavorativi consiste nella creazione di ambienti di lavoro, neiquali i rischi sono mantenuti di sotto i livelli d’efficienza alla determinazione dei danni, o, per lomeno, contenuti entro livelli d’accettabilità.Il concetto appena esposto lascia chiaramente intendere che questo tipo di prevenzione si attua nellafase di progettazione e realizzazione degli insediamenti produttivi, prima dell’inizio delle attività.La prevenzione primaria è definita anche con gli aggettivi progettuale e tecnico impiantistica, checonsentono di delimitarne meglio i contenuti ed i momenti applicativi.1a. Prevenzione progettuale  Comprende tutte le fasi di studio necessarie alla realizzazione diambienti e sistemi di lavoro (strutture edilizie, macchinari, cicli ed organizzazioni del lavoro) arischio ponderato e contenuto. Essa si fonda sulla conoscenza e sull’integrazione di differenticompetenze scientifico-applicative, che si riferiscono all’Ingegneria progettuale, alle Scienze dellecostruzioni, all’Ergonomia, all’Igiene ambientale, alle Scienze tecniche economiche manageriali esociologiche applicate al mondo del lavoro, alla Giurisprudenza.1b. Prevenzione tecnico-impiantistica  Immediatamente connessa con quella progettuale, daessa non scindibile, la prevenzione tecnico-impiantistica si concretizza nella messa in atto delleconoscenze e delle strategie preventive, elaborate nelle fasi dello studio progettuale. Nella pratica,essa consiste nella realizzazione concreta di ambienti e sistemi di lavoro a rischio ponderato econtenuto, fase nella quale deve essere resa possibile la convergenza tra le esigenze produttive equelle della tutela della salute e del benessere. La prevenzione impiantistica richiede ilcoinvolgimento delle competenze tecniche dei Progettisti e di quelle delle figure professionalideputate all’esercizio della prevenzione, Medici del Lavoro, soprattutto nella specifica funzione diMedici Competenti, Igienisti del Lavoro, Tecnici della Prevenzione.Gli aspetti più significativi della prevenzione impiantistica sono costituiti da:  garanzia della sicurezza delle strutture, degli impianti e dei sistemi  ottimizzazione delle risorse spaziali in funzione della natura delle caratteristiche e della complessità delle lavorazioni  strutturazione ed organizzazione delle postazioni lavorative secondo criteri ergonomici  scelta dei macchinari e delle tecnologie a minore impatto sull’ambiente e sulla salute 14
  • 15.  allocazione dei macchinari e d’ogni sorta d’apparecchiatura in modo da ridurre al minimo gli impatti avversi sull’ambiente e sulla salute  organizzazione corretta dei cicli lavorativi, delle successioni spaziali e temporali delle operazioni, in modo da evitare la maggiorazione del rischio e gli impatti negativi sulla salute delle maestranze2. PREVENZIONE SECONDARIALa prevenzione secondaria dei rischi lavorativi raggruppa due categorie d’intervento: lasorveglianza sui rischi e sulle condizioni lavorative e la dotazione di sistemi atti a contenere lapotenzialità dei rischi di determinare danni ai lavoratori.2a. Attività di Sorveglianza sui rischiLa Sorveglianza sui rischi lavorativi, da alcuni anni denominata con l’anglismo “Survay”, consistenella serie di procedure atte ad esercitare un controllo costante della presenza, della natura edell’intensità dei rischi connessi con l’ambiente di lavoro e con le caratteristiche delle differentiattività.Il primo momento operativo del processo di Survay è costituito dalla Valutazione dei rischi, V.R..L’opportunità di avere una stima dei rischi insiti nelle attività lavorative era stata già presente nelD.P.R. 303 del 1956. A tutti gli effetti, il D.P.R. 303 ed il precedente D.P.R. 547 del 1955 possonoessere considerati i capisaldi del sistema di prevenzione dei rischi lavorativi: per molti anni,entrambi i Decreti hanno collocato l’Italia in una posizione culturalmente e normativamente moltaavanzata rispetto all’esigenza di tutela della salute nei luoghi di lavoro.Nonostante la riferita ampiezza culturale, i decreti sopra citati sono stati caratterizzati dalla presenzadi incompletezze sul versante applicativo, che ne hanno certamente limitato l’efficacia ai finipreventivi. In tal senso sono da considerare: 1. la limitazione concettuale delle valutazioni dei rischi a procedimenti per lo più enunciativi (va, tuttavia, considerato che i decreti sono stati prodotti in epoche, nelle quali le disponibilità di metodologie d’analisi e di risorse umane ed economiche erano ridotte) 2. la mancanza di un obbligo oggettivo delle valutazione, se non altro per una non precisa definizione dei procedimenti sanzionatori 3. il mantenimento della discrezionalità delle Strutture lavorative rispetto all’istituzione di organismi intraziendali, deputati all’esercizio della prevenzione (si pensi al fatto che solo le Grandi Fabbriche istituirono le figure dei Responsabili della Sicurezza e che più frequentemente le competenze e le azioni relative alla prevenzione ambientale furono considerate corollari delle prestazioni assistenziali sanitarie, organizzate nei Servizi di Medicina aziendale) 4. la frammentazione delle funzioni della Vigilanza pubblica sulla sicurezza negli ambienti di lavoro tra Enti con differenti competenze (ENPI, Ispettorato del Lavoro, INAIL), cui ha corrisposto per anni una scarsa omogeneizzazione delle procedure di controllo.Il primo passaggio al sistema dell’obbligo valutativo di tipo ponderato, in altro modo ad unavalutazione del rischio che possiamo definire di tipo “numerico”, è stato rappresentato dal D.P.R.277 del 1991. Sebbene nella prima emanazione il Decreto fosse limitato a due solo agenti chimici, ilpiombo e l’amianto, ed ad una sola energia, il rumore, furono introdotti due aspetti essenziali ai finidella prevenzione dei rischi lavorativi: 1. i rischi devono essere misurati e riferiti a standard d’accettabilità 2. le misurazioni non devono costituire un procedimento “una tantum”, giacché esse devono essere aggiornate in rapporto con le modifiche dei cicli lavorativi e con ogni altro elemento di variazione, ma anche per tenere sotto controllo e prevenire i fenomeni d’usura delle strutture e dei macchinari di lavoro.Con il D.P.R. 277/91 è definito per la prima volta un obbligo di sorveglianza sui rischi, necessariaalla messa in atto dei provvedimenti preventivi ed all’ottimizzazione dei programmi di SorveglianzaSanitaria dei Lavoratori esposti (si pensi, per esempio, al fatto che l’obbligo del controllo 15
  • 16. audiometrico dei lavoratori esposti a rumore e la frequenza di esso sono fatti scaturire dai livelli didose di rumore assorbito, ricavabili evidentemente solo dalla misurazione diretta).La sistematizzazione dell’attività di Survey è stata conseguente all’emanazione del Decretolegislativo 626 del 1994, di recepimento di numerose Direttive Europee, dalla 391/89 alla 679/90.Il Decreto 626 ha sancito: 1. l’obbligo d’istituzione di un Servizio di Prevenzione, in ottemperanza alla Direttiva 391/89 2. l’obbligo di organizzazione delle valutazioni del rischio nel Documento della Sicurezza 3. l’obbligo d’elaborazione di un Piano della Sicurezza, nel quale sono individuate le strategie correttive delle insufficienze e delle criticità riscontrate, prestabilendo di esse i contenuti e le temporizzazioni.All’attività di Survey partecipano le figure professionali della prevenzione, con le proprie specifichecompetenze. Fatte salve situazioni particolari e parcellizzate, si può identificare nel Servizio diPrevenzione e Protezione, S.P.P., l’organismo competente per la gestione delle attività e la sede dicoordinamento delle differenti figure impegnate.Una schematizzazione a fini didattici delle competenze di differenti figure professionalinell’attuazione dei programmi di Survey è riportata di seguito, sebbene sia necessario precisare chela compartimentazione dei ruoli non è rigida, perché frequentemente sono richieste interazioni trapiù settori di competenza e di attività. Tecnici delle strutture e degli impianti  Sorveglianza sui rischi strutturali degli impianti edelle forniture, sui rischi delle apparecchiature e dei macchinari (collaudi, manutenzioni,riparazioni, dotazioni tecnico-esplicative aggiornate e puntuali) Igienisti del Lavoro  Elaborazione dei programmi di controllo (contenuti, tecniche ecalendarizzazioni) dei rischi chimici, fisici ed igienico ambientali [è opportuno ricordare che ilcontrollo del rischio da radiazioni ionizzanti compete ad una figura professionale specifica, laureatain Fisica e denominata “Esperto qualificato] Ergonomi  Elaborazione ed attuazione dei programmi di sorveglianza sui rischi ergonomicied organizzativi del lavoro (i cosiddetti “rischi trasversali) Tecnici della Prevenzione ambientale Esecuzione dei programmi di controllo dei rischi epartecipazione alla programmazione degli interventi analitici e correttivi Medici Competenti  Partecipazione all’elaborazione dei programmi di sorveglianza suirischi, validazione dei documenti di V.R. e dei Piani della sicurezza, organizzazione e modulazionecontenutistica della Sorveglianza Sanitaria in funzione delle emergenze dai processi di valutazione esorveglianza sui rischi (ovviamente nel rispetto delle indicazioni e degli obblighi normativi nei temidei contenuti e dei periodismi).Nelle procedure di Sorveglianza sui rischi, è utile riportare schematicamente quali sono lecompetenze delle figure professionali esterne agli ambienti di lavoro, che sono chiamate adesercitare su essi funzioni di Vigilanza. Esse possono essere schematizzate in:Funzioni di verifica burocratica-normativa  sussistenza e aggiornamento periodico deidocumenti di V.R. e dei piani della sicurezzaFunzioni di verifica contenutistica  rispondenza delle V.R. alle situazioni oggettivamentepresenti, alle modifiche eventualmente introdotteFunzioni impositive  aggiornamenti delle V.R. e dei piani di sicurezza, arricchimenti dicontenuti, attuazione di correttiviFunzioni di controllo sull’attività dei Medici Competenti  regolarità della SorveglianzaSanitaria, periodica e di contenuto in funzione della natura dei rischi, rispetto delle norme in tema disopralluoghi negli ambienti di lavoro, di partecipazione alle riunioni per la sicurezza, di stesuradelle relazioni epicrtiche dell’attività di S.S. 16
  • 17. 2b. Dotazioni di dispositivi di protezione dai rischiUna componente molto importante della prevenzione secondaria è caratterizzata dall’adozione diartifici tecnici e/o procedurali, che modificano l’entità dell’esposizione ai rischi lavorativi, con ilfine di ridurne la potenzialità di danno.Gli artifici tecnici e/o procedurali sono definiti Dispositivi di Protezione.I dispositivi di protezione sono classificabili con differenti criteri, in funzione dei modi attraverso iquali riducono le potenzialità avverse dei rischi, dei momenti e delle sedi sulle quali questariduzione si manifesta.In rapporto con i modi d’antagonizzazione dell’effetto avverso dei rischi, si possono distinguere: 1. dispositivi d’abbattimento dei rischi (per esempio, le barriere fonoassorbenti) 2. dispositivi d’ausiliazione ai lavoratori (per esempio, i sollevatori meccanici)La classificazione per sedi è quella maggiormente diffusa, almeno a livello della conoscenza dimassa, certamente nella sfera della regolamentazione normativa. Secondo questo criterio siriconoscono: 1. i dispositivi di protezione ambientale, siglati D.P.A., diretti a contenere i rischi alla fonte attraverso l’abbattimento dell’intensità, attivi contemporaneamente su tutti i lavoratori operanti nello stesso ambiente e nello stesso tipo d’attività 2. i dispositivi di protezione individuale, siglati in D.P.I, diretti a determinare un isolamento, parziale o totale, del singolo lavoratore dai rischi, in modo da ridurre l’intensità di essi.Una categoria “border-line” tra le due sopra enunciate è quella dei dispositivi di protezioneorganizzativa, siglati in D.P.O. Si tratta di misure prevalentemente procedurali, che riguardanol’organizzazione spaziale e temporale del lavoro, la regolamentazione dei carichi fisici e mentali, lastrutturazione dei compiti lavorativi e dei profili di mansione.Un terzo criterio di classificazione è fondato sul tipo d’evento avverso antagonizzato. In questamaniera, i dispositivi di protezione sono distinti in presidi antinfortunistici, denominati anche “disicurezza”, e presidi di contenimento.Per comprendere quali sono e come agiscono i dispositivi antinfortunistici, è necessario un breveaccenno ai concetti d’incidente e d’infortunio.L’incidente è un evento successivo alla modifica o alla perdita dell’equilibrio tra le parti di unsistema, naturale o artificiale, prodotto da cause naturali non controllabili, da processi d’usura, dacause antropiche. L’accadimento di un incidente microscopicamente manifesto è funzionecombinata dell’intensità degli eventi turbativi dell’equilibrio, della durata di essi, della resistenzainerziale del sistema all’azione perturbante.L’infortunio è un evento dannoso sull’uomo, più ampiamente sulle forme viventi, conseguente allaperdita dell’equilibrio di un sistema, con il quale la forma vivente è in diretto contatto. Anchel’accadimento dell’infortunio richiede la combinazione di variabili quantitative d’intensità e durata,quest’ultima intesa soprattutto come reiterazione del contatto con sistemi in equilibrio precario. Adesse va aggiunta una variabile qualitativa di gran rilevanza, rappresentata dal modo con il qualeavviene il contatto con il sistema suscettibile di perdita dell’equilibrio, comunemente definita come“sicurezza nell’esposizione”.Da quanto esposto deriva che i presidi di protezione antinfortunistica possono essere di tipodifferente, a secondo del fine che essi si prefiggono di realizzare. Si possono, pertanto, distinguere: 1. stabilizzatori dell’equilibrio dei sistemi  si tratta di dispositivi tecnici atti a ridurre l’accadimento di incidenti e/o a ridurne l’entità (per esempio, le costruzioni antisismiche, i parafulmini, gli impianti di messa a terra dei circuiti elettrici) 2. sistemi di contenimento spaziale ed energetico degli effetti di incidenti  artifici tecnici in grado di contenere le energie e tutte le altre cause di danno, liberate in caso d’incidente entro aree delimitate, che impediscono il contatto con le forme viventi (per esempio, gli 17
  • 18. incapsulamenti di ingranaggi e taglienti meccanici, gli impianti antincendio ad attivazione automatica) 3. sistemi di protezione attivi direttamente sulle forme viventi, soprattutto sugli uomini  artifici tecnici che incrementano le resistenze inerziali agli effetti avversi degli incidenti (per esempio, le tute ignifughe ed adiabatiche, i guanti antitaglio, i caschi anticolpo). DISPOSITIVI DI PROTEZIONE AMBIENTALEI D.P.A. sono costituiti da artifici tecnici diretti a contenere la comparsa di effetti avversi daesposizione a rischi negli ambienti di lavoro.Il potere protettivo dei D.P.A. è notevolmente più alto rispetto agli altri tipi di dispositiviutilizzabili. Facendo proprio un criterio di stima dell’entità di copertura dei rischi esercitata dalle trecategorie di dispositivi di protezione, fondato su dati statistici d’occorrenza di eventi avversi,emerge che ai D.P.A. compete la potenzialità di copertura di circa il 50% del rischio teorico. Laconseguenza diretta è che i D.P.A. non sono sufficienti da soli a coprire completamente il rischio,ma che la mancanza totale di essi o le molte insufficienze lasciano il rischio residuo a livelli di nonaccettabilità, pur alla presenza di un corredo completo di D.P.I e D.P.O.Nella distinzione categoriale dei dispositivi di protezione ambientale si riconoscono i presidi tecnicidiretti a contenere l’intensità del rischio, la propagazione di esso nello spazio o entrambe lecondizioni e quelli d’ausiliazione dei lavoratori.Limitando la trattazione ai principali dispositivi di entrambe le categorie, si riportano alcuneannotazioni circa la natura e la destinazione d’uso di essi.A. RIDUTTORI D’INTENSITÀA1. Dispositivi di protezione acusticaSi distinguono in due principali categorie: i fonassorbenti ed i fonoisolanti.Il fonoassorbimento consiste nella riduzione o nel totale evitamento dei fenomeni di riflessione erifrazione del suono. La presenza di questi fenomeni sonori accessori è frequentemente responsabiledella maggiorazione dell’intensità sonora in ambienti confinati, nella propagazione di alte sonoritàin zone normalmente non interessate dalla presenza di fonti sonore. La riduzione al minimodell’evento costituisce, dunque, un’esigenza irrinunciabile nel controllo dell’inquinamento sonoro.Il fonoassorbimento è altresì utile per ridurre un altro fenomeno sonoro accessorio, costituito dalladistorsione del suono. Benché la distorsione sia nella maggior parte dei casi ipoenergetica o, al più,isoenergetica, la variazione maggiormente significativa è costituita dalla modifica degli spettrifrequenziali. Le strutture rigide, soprattutto quelle metalliche, spostano il suono in bandefrequenziali più alte (distorsione epienergetica), finendo con il dare origine ad intensità sonoreallocate in bande maggiormente responsabili d’otolesività. In aggiunta, la distorsione innalzal’irregolarità di smorzamento del suono, contribuendo a creare una maggiore cacofonia rispetto aquello prodotto dalla sorgenti sonore, con l’evidente innalzamento della fastidiosità soggettiva.I mezzi fonoassorbenti sono dispositivi anelastici, che oppongono resistenza alla messa invibrazione, in modo da non dare origine ad un suono di riverbero o di produrne uno d’intensitàtanto bassa da averne lo smorzamento completo entro distanze talmente brevi da non rendereapprezzabili i fenomeni di sommazione.La natura dei mezzi fonoassorbenti è varia, potendosi riconoscere tra essi composti naturali (legno,sughero, stoffe) e composti di sintesi (espansi polimerici).Anche se tridimensionalmente i fonoassorbenti possono essere costituiti da schermi mobili epennellature, la maggiore utilità è connessa con l’uso di essi nella forma di rivestimenti di pareti,controsoffittature, coperture di piani di calpestio e d’allocazione di macchinari.Il fonoisolamento consiste nella disposizione di mezzi solidi lungo il percorso delle onde acustiche,in grado di ridurre l’intensità sonora emergente da essi. L’entità del fonoisolamento è funzione dellanatura del mezzo interposto, dello spessore e della dimensione di esso, della distanza dalla sorgente 18
  • 19. sonora e, soprattutto, dalla lunghezza d’onda del suono incidente. Per quanto attiene alla natura delmezzo, vanno distinti gli effetti determinati dalla natura chimica di esso, la cosiddettamicrostruttura, dalla disposizione tridimensionale delle molecole e dal numero di molecole d’ariaimbrigliate nelle maglie, la cosiddetta macrostruttura. Mediante una formula di calcolo che integratutte le variabili citate, è possibile valutare l’entità dell’abbattimento energetico di un suono operatada un mezzo interposto.L’entità del fonoabbattimento, in altro modo l’intensità del suono emergente dal mezzo, è moltoinfluenzata dalla lunghezza d’onda: a maggiori lunghezze devono corrispondere maggioridimensioni delle maglie d’aria per realizzare percentuali apprezzabili d’abbattimento sonoro.Poiché la macrostruttura è modificabile entro intervalli ampi, ma non estremi, risulta evidente che isuoni a frequenze basse o molto basse, che hanno lunghezze d’onda superiori agli intervalli dimaglia, sono poco isolabili.Il fonoisolamento può essere bidirezionale, essendo destinato sia ad evitare la propagazione deisuoni all’esterno di una struttura fonoproduttrice, sia a proteggere particolari tipi di ambienti dallesonorità esterne (in questo senso, i comuni infissi costituiscono un elementare sistema difonoisolamento).I fonoisolatori possono essere costituiti da materiali naturali, utilizzati come tali o sottoposti atrattamenti di pneumatizzazione (multistrato di fibra di legno), o, con maggiore resa, da espansipolimerici di sintesi (il più utilizzato è il polistirolo espanso). Tridimensionalmente i fonoisolantipossono essere organizzati come pannelli isolanti, schermi mobili, controparti e controsoffitti,intercapedini di pavimenti, pareti, soffitti.A.2 AspiratoriGli aspiratori sono presidi tecnici destinati all’allontanamento di agenti chimici dall’aria di ambienticonfinati, in modo da evitare il raggiungimento di concentrazioni critiche di essi, efficienti alladeterminazione di danni.Nella gran parte dei casi, gli aspiratori sono di tipo vacuometrico. Essi, infatti, aspirano l’aria consistemi meccanici da ambienti confinati, favorendo la sostituzione con aria “pulita”, che compensala depressione realizzata.In tutti i tipi d’aspiratore citati, la potenza dell’aspirazione, denominata “velocità di cattura”, èfunzione diretta della depressione esercitata e dei calibri delle condotte, secondo l’equazione delteorema della portata. Combinando opportunamente le due variabili, diventa possibile realizzaresistemi d’aspirazione di gas, vapori, particolati pulverulenti e, addirittura, microtrucioli.Le forme più semplici di aspiratori vacuometrici soni le ventole meccaniche, denominateelettroventole quando i rotori sono azionati da energia elettrica. Esse sono collocate in continuitàcon l’esterno, su fori nelle pareti o nelle superfici vetrate. La potenza dell’aspirazione, che dipendedal numero e dalla dimensione delle pale e dalla velocità di rotazione, non è, in ogni modo, alta. Perquesto motivo, l’uso è limitato ad ambienti di cubatura contenuta, nei quali è necessario garantire iricambi d’aria, piuttosto che una vera e propria aspirazione di agenti chimici.Le forme a complessità intermedia sono costituite dagli aspiratori mobili a gruppo unico, dove ilconcento di unicità corrisponde alla coesistenza in un’unica unità del motore vacuometrico e dellabocca d’aspirazione (un esempio domestico è rappresentato dall’aspiratore di povere). I modellid’alta potenza aspirante possono essere proficuamente utilizzati in campo industriale, per realizzareaspirazioni in postazioni lavorative itineranti. In questi casi è necessario che gli aspiratori portatilisiano dotati di sistemi interni di captazione e intrappolamento dei composti aspirati con l’aria, solidi(filtri meccanici e/o chimici) o liquidi (acqua con eventuali aggiunte di fissanti), e di riduttori internidi pressione, di modo da evitare che eccessive velocità e turbolenze dell’aria in uscita diano originead un’aerodispersione forzata dei composti in precedenza aspirati.Le forme più complesse sono rappresentate dai sistemi d’aspirazione centralizzata, che agiscononegli ambienti mediante orifizi d’aspirazione costituiti da griglie, a soffitto o a pavimento, da 19
  • 20. bocchette fisse a calibro d’ingresso regolabile, da canne mobili di lunghezza regolabile, lecosiddette proboscidi, con orifizi prossimali a fenditura.Gli aspiratori centralizzati sono collegati con sistemi d’abbattimento dei prodotti aspirati, le cuistrutture e caratteristiche di funzionamento sono variabili in funzione dello stato d’aggregazione edella natura degli aspirati (filtri meccanici e chimici, precipitatori elettrostatici, vasche disedimentazione a setti separatori).Un’ulteriore forma d’aspiratore di agenti chimici è rappresentata dalla cappa d’aspirazione. Percappa s’intende un sistema d’aspirazione localizzata di volumetria definita, fisso, costituente unsistema unico con il banco sul quale avviene la lavorazione. A secondo della direzione dei flussid’aria dall’esterno ai sistemi aspiranti, le cappe possono essere a deflusso verticale verso l’alto, aflusso laminare, a grigliatura apirante sul piano di lavoro. Il convogliamento dell’aria può avveniredirettamente all’esterno, oppure su filtri chimici costituiti da materiali fissanti e inertizzanti. Inrapporto con la pericolosità degli agenti chimici da aspirare e inertizzare, le cappe devono possederedifferenti caratteristiche di velocità di cattura, tipo di flusso, natura e spessore dei filtri chimici.Secondo le norme tedesche DIN 12924, accettate nei Paesi della Comunità Europea, le cappeaspiranti sono distinte in tre classi in funzione della pericolosità degli agenti da spirare:Cappe di classe 1  sostanze molto tossiche, mutagene e cancerogeneCappe di classe 2  sostanze tossiche e/o probabilmente mutagene e cancerogeneCappe di classe 3  sostanze nocive, caustiche, irritanti o d’odore sgradevoleTutti i sistemi d’aspirazione citati costituiscono validi sistemi di prevenzione del rischio da agentichimici, purché essi siano corrispondenti ai tipi di agenti da allontanare (natura, statod’aggregazione, pericolosità, modi e luoghi di dispersione) e, soprattutto, siano utilizzaticorrettamente e siano sottoposti a regolari interventi di verifica del funzionamento e dimanutenzione.Rispetto a questo tipo di dispositivo di protezione, sono compiti degli Organi di Vigilanza: 1. l’accertamento dell’esistenza e della rispondenza ai requisiti richiesti 2. la verifica delle certificazioni di collaudo 3. la verifica della regolarità d’uso, dell’informazione dei lavoratori sul funzionamento e della formazione ad un uso corretto ed adeguato ai bisogni 4. la verifica dell’effettuazione dei programmi di manutenzione periodica (misura della velocità di cattura, sostituzione dei filtri esausti ad intervalli regolari, pulizia delle condotte d’aspirazione e delle “tasche” di raccolta)B. DISPOSITIVI D’AUSILIAZIONESi tratta di artifici tecnici che hanno lo scopo di ridurre la fatica fisica e facilitare l’esecuzione diattività pesanti (si pensi all’introduzione della ruota come primo ed eccezionale esempio dellacapacità umana di trovare soluzioni tecniche ai suoi bisogni!)Escludendo le apparecchiature ed i macchinari che, pur determinando la riduzione dei carichilavorativi, sono stati introdotti soprattutto ai fini di incrementare qualitativamente equantitativamente le produzioni umane, sono considerati ausiliatori tutti i presidi tecnici che non sisostituiscono completamente all’uomo nell’esecuzione di funzioni e di attività, ma che riducono lafatica e l’impegno, finendo con l’esercitare un’azione antagonista rispetto alla comparsa di danni dausura.Tra i principali dispositivi d’ausiliazione si riconoscono: 1. i dispositivi di facilitazione del sollevamento di gravi, dalle leve manuali agli elevatori elettromeccanici 2. i dispositivi di facilitazione dello spostamento dei gravi, dalle carriole ai carrelli ad autotrazione 3. i dispositivi a funzione mista di sollevamento e trasporto, tra i quali si riconoscono forme variabili dai carrelli pallettizzatori agli argani mobili e alle gru 20
  • 21. 4. i dispositivi di facilitazione delle attività di demolizione e scavo, dalle pale meccaniche agli escavatori sollevatori movimentatori DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALEIl titolo IV del Decreto legislativo 626/94 definisce come dispositivo di protezione individualeD.P.I. “qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore a scopo diproteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciare la salute e la sicurezza durante illavoro”.Il fine dei D.P.I. è quello di escludere l’accadimento di eventi avversi, ma l’impiego è subordinatoalla concreta verifica dell’impossibilità di evitare il rischio mediante sistemi di prevenzionesull’ambiente o, addirittura, mediante l’eliminazione a monte del rischio stesso. Il D.P.I. è, dunque,un sistema di protezione da riservare ai casi in cui non sia stato possibile pervenire in altro modo adun rischio residuo accettabile. Il D.P.I. può, altresì, costituire un utile presidio di protezione per queilavoratori che, per proprie individuali suscettibilità, non sono adeguatamente protetti da valori dirischio residuo, che garantiscono la tutela della salute degli altri lavoratori.L’uso dei D.P.I. come dispositivo di protezione è regolato da precise e puntuali indicazioninormative. I D.P.I. devono possedere il requisito essenziale di essere adeguati ai rischi presentinell’ambiente di lavoro ed alle protezioni da realizzare. Essi, inoltre, devono essere adattabili alleesigenze dei lavoratori, di modo da non creare difficoltà oggettive nella realizzazione dell’attività esoggettive di fastidio e isolamento.La messa a disposizione da parte dei datori di lavoro e l’uso da parte dei Lavoratori sonoassoggettati a regole precise, che corrispondono ad altrettanti articoli del Decreto 626.I principali obblighi dei datori di lavoro sono elencati di seguito: • Scelta di D.P.I. adeguati ai rischi • Acquisto di D.P.I. dotati di dichiarazione di conformità CE, di marcatura Ce, e corredati di nota informativa del fabbricante • Dotazione di D.P.I in numero sufficiente a garantire una disponibilità personale a ciascun lavoratore • Assunzione di comportamenti adeguati al rispetto delle esigenze igienico sanitarie nei casi di uso promiscuo dei D.P.I • Informazione diretta ai lavoratori sul significato protettivo dei D.P.I • Formazione all’utilizzazione corretta dei D.P.I • Fornitura di istruzioni adeguate, meglio se costituite da schede tecniche, sull’uso e la manutenzione dei D.P.I • Verifica dell’uso regolare e corretto, per il cui mancato rispetto è obbligo comminare ammende • Mantenimento in efficienza igienica e funzionale dei D.P.I, con sostituzione immediata di quelli usurati e non più adatti all’usoSono obblighi dei Lavoratori: • La partecipazione ai programmi d’informazione e formazione • L’uso regolare dei D.P.I, conforme alle istruzioni ricevute • Il Mantenimento e la cura dei D.P.I avuti in dotazione • La segnalazione immediata di carenze, rotture, inconvenienti tecnici, difficoltà d’uso • L’esclusione da ogni intervento autogestito di modifica della configurazione dei D.P.I Il Servizio di Prevenzione e Protezione, come istituzione in staff del Datore di Lavoro e per le suecompetenze tecniche, è responsabile della scelta, della messa a disposizione, della cura emanutenzione dei D.P.I. Nell’individuazione dei D.P.I necessari, coloro che sono preposti, Datori diLavoro e Collaboratori Consulenti in staff, devono fare innanzitutto riferimento alle indicazionidella Direttiva CEE 89/686, che impongono l’approvvigionamento di D.P.I. provvisti dei necessari 21
  • 22. marchi CE e di altre marcature di Enti ed Organizzazioni nazionali, quando queste sono richieste enon sono discordanti da quelle dell’Unione Europea. Sempre nelle fasi di scelta, devono essererecuperati i ruoli e le esperienze dei Lavoratori, secondo il criterio della partecipazione al processodi gestione della sicurezza, posto in grande enfasi dalle Direttive CEE e dal recepimento di esse nelDecreto 626 e successive integrazioni e modifiche. Nella pratica, i Rappresentanti dei Lavoratoriper la Sicurezza, R.L.S., partecipano all’intero processo di scelta e dotazione dei D.P.I,d’informazione e formazione all’uso, potendo richiedere variazioni delle strategie d’interventopreviste, anche comportanti maggiori oneri di spesa (per esempio, per acquisto di altri e differentiD.P.I., per implementazioni di contenuti e tempi dei processi informativo-formativi), purché levariazioni non siano in antitesi con le norme in vigore, abbiano adeguate giustificazioni tecniche erispondano all’esigenza di innalzare i livelli di sicurezza.I criteri di classificazione dei D.P.I. sono fondanti:sul grado di protezione esercitatasulla parte corporea protettasulla natura del rischio antagonizzatoIn rapporto con il grado di protezione esercitata, i D.P.I. sono distinti in tre categorie:1a – dispositivi semplici, che esercitano protezioni localizzate2a – dispositivi non inseriti nella prima e terza categoria, di struttura più complessa3a – dispositivi complessi, formati da almeno due sistemi congiunti (per esempio, le mascherinefiltranti con setti granulari interni e valvole di sfiato)Rimandando alle consultazioni della normativa per le informazioni più dettagliate, si può partire dauno schema sinottico, che connette i differenti D.P.I ai rischi da antagonizzare RISCHI FISICI Rumore Tappi auricolari fonoassorbenti Cuffie Calore - Fiamme Guanti Indumenti protettivi adiabatici e ignifughi Freddo Indumenti di protezione Accessori di vestiario Elettricità Guanti e scarpe isolanti Occhiali e visiere parascintille Radiazioni Guanti e grembiuli in laminato di Pb Ionizzanti Radiazioni Occhiali con lenti scure Luminose, I.R. e U.V. Visiere con lenti scure e diatermiche Energie meccaniche Guanti antitaglio Scarpe e altre protezioni di parti corporee Caschi antiurto e anticaduta massi 22
  • 23. RISCHI CHIMICIAerosol Maschere Occhiali e visiere antispruzzoGas e vapori Maschere Indumenti protettivi (manichette)Liquidi Maschere Guanti Indumenti protettivi RISCHI BIOLOGICIIndumenti Camici, sovracamici, manichette, cuffieGuanti Latice (assistenza), Nitrile (farmaci antitumorali), Antitaglio (Anatomia patologica, attività peritale)Maschere A strato semplice o doppio A filtrazione (sale operatorie) 23