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Nozioni generali di iigiene del lavoro
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Nozioni generali di iigiene del lavoro

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  • 1. L’espletamento delle attività lavorative comporta, inevitabilmente, l’esposizione a rischi. I luoghi fisici, in cui il lavoro è effettuato, le sostanze adoperate e/o prodotte, le energie utilizzate o liberate, le apparecchiature utilizzate, i modi e tempi, con i quali il lavoro è organizzato, sono condizioni in grado di determinare effetti sull’omeostasi biologica e psichica delle persone che lavorano. Evidentemente diventa necessario prevedere che il lavoro possiede potenzialità perturbanti, se non francamente morbigene, al fine di mettere in atto una serie di azioni, che abbiano il fine di contenere adeguatamente le potenzialità negative. La sicurezza nel lavoro è, infatti, la risultante di più procedimenti, che agiscono con meccanismo sinergico. La conoscenza teorica dei rischi connessi con il lavoro è il presupposto essenziale all’attuazione di processi di contenimento. Conoscere i rischi significa possedere le informazioni generali sulla natura di essi, sui modi attraverso i quali si possono manifestare gli effetti non desiderabili, sui tipi d’effetti attendibili, sulle condizioni favorenti e/o determinanti la comparsa d’effetti. Un ulteriore processo conoscitivo è rappresentato dalla ponderazione dei rischi. Come vedremo più dettagliatamente in seguito, l’effetto dei rischi è funzione di più variabili, che agiscono con meccanismi agonisti. Ponderare i rischi significa non solo individuarne la presenza, secondo un criterio analitico di sola valutazione qualitativa, ma anche misurane l’efficienza, attraverso procedimenti che, connettendo le differenti variabili agoniste, consentono di interpretare ciascun rischio secondo sistemi numerici. La messa in atto di procedimenti di contenimento dei rischi lavorativi costituisce il contenuto operativo della prevenzione. Questa scaturisce sia da valutazioni scientifiche, in cui intervengono le acquisizioni delle differenti branche che si occupano dei rapporti tra salute e rischi lavorativi, sia da indicazioni normative. Esiste, infatti, un corpo di leggi e di decreti, che si occupa di definire la congruità degli ambienti di lavoro rispetto alla salvaguardia della salute e che obbliga all’attuazione di criteri preventivi. La formazione culturale, in ogni ordine e tipo di corso formativo, non può prescindere dal possesso di adeguate conoscenze dei problemi, cui si va incontro nell’espletamento della propria futura attività. Per questi motivi ho ritenuto di indirizzare il corso verso l’acquisizione delle conoscenze all’uopo indispensabili e che schematizzo nell’elenco seguente. Che cosa è il rischio lavorativo? Quali sono i principali tipi di rischio? In quali maniere i rischi vanno individuati e ponderati? Quali sono gli adempimenti necessari al contenimento dei rischi? Quali sono le indicazioni normative? CONCETTO DI RISCHIO
  • 2. Benché comunemente la parola "Rischio" sia utilizzata per definire un’eventualità negativa "Faccio ogni cosa a mio rischio e pericol o", il suo significato reale è, esclusivamente, quello di "probabilità". L'assunzione di un comportamento "a rischio" può condurre ad eventi il cui risvolto non è, necessariamente, negativo. Compero i biglietti della lotteria per correre il rischio di vincere ed il fatto, certamente, non mi dispiace. Guido pericolosamente, senza cinture di sicurezza, ed allora posso incorre nel malaugurato rischio di gravi incidenti: la cosa dovrebbe, a dir poco, preoccuparmi. Se rischio è sinonimo di semplice "probabilità", quello che definiamo "fattore di rischio" non è costituito da altro che dal contenuto (elemento descrittivo della qualità del rischio). Implicitamente il fattore di rischio, inteso come elemento contenutistico della probabilità di un evento, identifica le persone che lo possiedono rispetto ad altre che, simili in tutto, si differenziano esclusivamente dalle prime per il mancato possesso del fattore di rischio. E’ da questo essenziale assunto che deriva la valutazione statistico-epidemiogica del “rischio relativo”. S’intende, per rischio relativo, la differente probabilità di accadimento di un evento negativo in coloro che posseggono un rischio o sono esposti ad esso, rispetto a coloro che non posseggono il rischio o non sono esposti ad esso. Un esempio calzante è costituito dalla differente probabilità del fumo di sigaretta di indurre il tumore del polmone. In questo caso, calcolare il rischio relativo significa verificare se e quante volte è superiore l’incidenza del tumore tra soggetti fumatori e non fumatori. Evidentemente, se il numero dei casi tra le due categorie a confronto è uguale, il fumo non costituisce un fattore di rischio per il tumore. Se, invece, il numero di casi registrati nella popolazione di fumatori è più alto, ed il rapporto tra il numero di casi nei fumatori e quello nei non fumatori è superiore a 1, il rischio relativo è reale e la sua entità è tento maggiore quanto più alto è il valore del rapporto. Il passaggio dallo stato di potenzialità a quello di attualità è dato dal prodotto tra la concentrazione del fattore di rischio (intensità) per la durata (arco di tempo della presenza del rischio). Vinco una lotteria o ho la possibilità di vincerla se moltiplico: l'acquisto del biglietto (fattore di rischio specifico) moltiplicato per il numero di biglietti acquistati per ciascuna lotteria (intensità) per il numero di lotterie alla cui estrazione partecipo (reiterazione delle probabilità o parametro temporale). Posso ammalare di malattia respiratoria da fumo se moltiplico: il fumo sigarette per il numero giornaliero per gli anni di abitudine al fumo. Nell'uno e nell'altro esempio, la popolazione, che può incorrere nell'evento di attualizzazione del rischio, possiede il relativo fattore. Infatti, io potrò vincere la lotteria con maggiori probabilità se avrò acquistato un elevato numero di biglietti ed avrò partecipato a tutte le lotterie (prodotto tra intensità e tempo) ma risulta evidente che mai potrò arricchirmi per un colpo di fortuna se non avrò versato l'obolo per l’acquisto anche di un solo biglietto (se, insomma, non sarò possessore del fattore di rischio). 2
  • 3. Una volta definito il concetto di rischio, possiamo analizzare la natura di quelli connessi con il lavoro e le possibilità attraverso le quali essi manifestano il loro effetto. LAVORO E DANNI AL BENESSERE PSICO FISICO Le alterazioni del benessere psico fisico in dipendenza del lavoro sono determinate dalla presenza di fattori di rischio. Questi possono essere distinti, in funzione della loro natura e diffusione, in: «Rischi specifici è sono propri di ciascun’attività lavorativa e dipendono da fattori a cui sono esposti esclusivamente soggetti che lavorano «Rischi non specifici è sono fattori di rischio che, pur caratterizzando anche gli ambienti di vita ed interessando soggetti che non lavorano in contesti specifici o lavorano affatto, per effetto di alcune attività lavorative realizzano intensità e durate espositive efficienti a manifestare danni più intensi e più precoci nei lavoratori dediti a tali attività rispetto alla popolazione generale. Il rischio lavorativo trae origine da una serie di variabili che interferiscono tra esse, spesso in maniera sinergica. Sebbene non sia propriamente corretto distinguere le variabili tra esse, ne propongo, tuttavia, una schematizzazione a fini puramente didattici, riservando all'attenzione del Discente la funzione di assemblaggio dei dati. Le variabili in grado di determinare i rischi lavorativi possono essere elencate come di seguito: 1. sostanze e/o energie adoperate; 2. sostanze e/o energie prodotte; 3. sostanze e/o energie indesideratamente liberate; 4. apparecchiature utilizzate; 5. modalità operative; 6. tipologia degli ambienti di lavoro; 7. condizioni micro e macroclimatiche; 8. durata del lavoro (tempi e turni); 9. fattori organizzativi del lavoro; 10. fattori individuali dei lavoratori. Una prima rapida operazione di assemblaggio dei dati porta ad individuare tre grandi capoversi, così schematizzabili: rischi di natura chimico-fisica (dal punto uno al punto tre); rischi di natura tecnica (dal punto quattro al punto sette); rischi di natura organizzativa (punti otto e nove). Come si può evincere immediatamente, non è possibile considerare gli uni prescindendo dagli altri in quanto non esistono attività lavorative in cui non sia presente almeno una delle variabili elencate nei capoversi sopra riportati. Inoltre, la variabile individuale è sempre presente. Età, sesso, condizioni fisiologiche e patologiche, variabili che rendono gli individui diversi tra loro, influenzano la portata dei rischi lavorativi, sebbene sia affatto corretta l’impostazione sia attribuisce a questi aspetti il ruolo principale nella trasformazione da potenzialità a certezza del rischio da lavoro. 3
  • 4. L’attualizzazione del rischio o dei rischi lavorativi (passaggio dallo stato di potenzialità a quello di lesione manifesta) può realizzarsi con modalità differenti nelle quali la variabile temporale ha un ruolo identificativo di importanza fondamentale. La lesione manifesta, infatti, può avere una dipendenza regolare e definita rispetto al tempo di durata dell'esposizione al rischio o può, invece, insorgere in maniera temporalmente imprevista sebbene, in questo secondo caso, sia pur sempre possibile estrapolare anche una connessione temporale. In altre parole, vi sono condizioni di attualizzazione del rischio in cui la variabile tempo gioca il ruolo fondamentale, condizione per la quale diventa maggiormente possibile attuare una prevenzione a lungo termine, contrapposte ad altre in cui è lo specifico contenuto del lavoro a possedere le potenzialità patogene, per le quali è necessario un intervento preventivo sin dall'inizio dell'attività a rischio. EFFETTI DEI RISCHI I rischi specifici sono causa di malattia professionale o di infortunio lavorativo mentre quelli aspecifici sono causa di malattia o di infortunio da causa di lavoro. Da quanto sopra riportato derivano le seguenti schematizzazioni. Si definisce "malattia professionale" un’alterazione dello stato di salute che deriva dall’esposizione protratta ad uno o più rischi connessi con l'espletamento di attività lavorative. Questi rischi possono essere rappresentati da sostanze o da energie (frequentemente, coesistono entrambe le forme di rischio). Per esigenze puramente didattiche, riporterò una schematizzazione delle caratteristiche che consentono di definire le malattie professionali rispetto a malattie di altra natura e rispetto agli infortuni. Le malattie professionali sono caratterizzate da: 1. specificità della causa efficiente; 2. dimostrabilità diretta ed indiretta della presenza degli agenti eziologici nell'organismo umano; 3. dimostrabilità del rapporto causa-effetto tra il lavoro e la malattia (presenza dei rischi lavorativi e comparsa dei quadri patologici); 4. latenza temporale. Per quanto attiene al primo punto, la patogenesi delle malattie professionali deriva dall’interferenza tra gli agenti esogeni, chimici e/o fisici, ed i meccanismi di regolazione biologica dell'organismo umano (meccanismi biochimici e biofunzionali). In quanto tali, le malattie professionali hanno carattere di "specificità" nel senso che l’esposizione protratta ad un determinato rischio esita in un quadro patologico definito, non confondibile con forme patologiche che abbiano differenti origini. Sintetizzando, la malattia professionale è "un’alterazione dello stato di equilibrio psico- fisico strettamente connessa con i rischi chimici e fisici del lavoro, la cui probabilità di comparsa aumenta sensibilmente con l'incremento della durata di esposizione ai rischi stessi". La malattia professionale è prevedibile ma non ineluttabile. Se s’interviene opportunamente sulle concentrazioni dei rischi, fino ad annullare un dei fattori del binomio, è evidente che il prodotto si approssima o eguaglia lo zero escludendo la possibilità di attualizzare il rischio attraverso la comparsa della malattia professionale. E' questa la funzione della prevenzione di cui tratterò più dettagliatamente in seguito. Al contrario, si può definire l'infortunio sul lavoro come "un’alterazione dell'equilibrio psico- fisico che è sfugge ad ogni prevedibilità temporale". 4
  • 5. Un infortunio può realizzarsi in qualsiasi momento dell'attività lavorativa essendo un evento molto concentrato nel tempo nel senso che le cause scatenanti, i rischi, passano dallo stato di potenzialità a quello di attualità senza alcuna possibilità di previsione temporale. Poiché l'infortunio è maggiormente connesso con i fattori organizzativi del lavoro, alcuni aspetti di questo possono farne prevedere una maggiore concentrazione in alcuni periodi rispetto ad altri. Sono considerati efficienti fattori "infortunigeni": 1. le nuove tecnologie; 2. i periodi di superlavoro (straordinari); 3. le dispersioni di sostanze neurotossiche; 4. la rumorosità imprevistamente elevata; 5. la conflittualità intraziendale; 6. la conflittualità interpersonale; 7. il disadattamento al lavoro. La ricerca delle connessioni temporali tra l’emergenza del fenomeno infortunistico e fenomeni contingenti rimane confinata, tuttavia, al calcolo delle probabilità e richiede, pertanto, un'attenta stima di tutte le variabili in gioco. Sui calcoli probabilistici sono costruite le tabelle di attesa degli eventi infortunistici che possono fornire un ausilio agli Esperti di sicurezza allorquando essi provvedono ad organizzare temporalmente i diversi tipi di lavoro. Esistono anche tabelle oggettive di rilevazione dei numeri di infortuni occorsi che si basano sulle denuncie fatte all'Istituto assicuratore. Esse consentono di ricavare gli indici di infortunio (numero di ore perse per infortunio sul totale di ore lavorate), le distribuzioni per settori, le distribuzioni per anni, per settori geografici ed, infine, quelle per gravità. Queste tabulazioni sono utili ad individuare i settori ed i periodi a maggior rischio infortunistico (numero e qualità degli infortuni) ed a regolamentare le norme antinfortunistiche a carattere nazionale, in cui si considerano anche i risvolti che gli infortuni massivi hanno sugli ambienti extra lavorativi. Nell'ambito dei singoli contesti lavorativi, queste "tabulazioni a posteriori" dimostrano come l'infortunio sia un fenomeno maggiormente legato all'organizzazione spaziale del lavoro. Se ne deduce che l’attenzione antinfortunistica deve essere riservata all’ottimizzazione dei cicli lavorativi attraverso il contenimento di quei fenomeni imponderabili e temporalmente imprevedibili che possono scatenare sequenze seriate di infortuni. Un'ultima attenzione va riservata al fenomeno infortunistico quando questo diventa la causa dell’innesco di una patologia che si manifesta a distanza. Esistono, infatti, infortuni che non hanno un valore per le conseguenze immediate bensì per quelle a distanza in quanto attraverso un evento traumatico, sia pure di portata estremamente limitata, può realizzarsi la penetrazione di sostanze che alterano in maniera più significativa lo stato di salute di chi abbia subito l'infortunio. Si parla, in questo caso, di complicanze dell’infortunio: la più significativa è quell’infettiva. Senza entrare nel merito specifico, ritengo di dover sottolineare come questo fenomeno sia divenuto sempre più preoccupante per alcune categorie di lavoratori tanto da indurre ad emanare una normativa di fornitura di vaccinazione gratuita contro le principali malattie infettive per quelli maggiormente sposti a rischio (per esempio, vaccinazione gratuita contro l'epatite virale per i lavoratori del settore sanitario, per gli addetti alla rimozione di rifiuti urbani, per gli addetti allo spurgo di fogne ed al trattamento di liquami, per gli organi di Polizia Giudiziaria). 5
  • 6. La tutela assicurativa contro il rischio da complicanze infettive dell'infortunio è prevista dal sistema legislativo italiano. Esso, però, prevede una precisa regolamentazione che consenta di risalire al rapporto tra un eventuale patologia comparsa e la causa traumatica che l'ha determinata. Per rimanere nel solo campo della patologia infettiva, un infortunio anche di lieve entità (una puntura con ago di siringa usato o un taglio con materiale potenzialmente infetto) deve essere: 1. certificato da personale sanitario autorizzato; 2. denunciato al datore di lavoro o all'organismo che ne ha le funzioni 3. denunciato all'organo di polizia giudiziaria potendosi innescare un meccanismo di lesione colposa da parte del datore di lavoro. IGIENE DEL LAVORO L'Igiene del Lavoro rappresenta la componente applicativa fondamentale della Medicina del Lavoro giacché si occupa della valutazione qualitativa della congruità degli ambienti di lavoro. Il concetto di congruità si fonda su parametri ben definiti, quantizzabili e giudicabili, che possiamo schematizzare nella seguente maniera: • adeguatezza degli spazi fisici in cui sono espletate le diverse attività lavorative; • sicurezza delle apparecchiature adoperate dal punto di vista antinfortunistico; • assenza, o contenimento entro limiti di accertabilità e garanzia per i lavoratori, dell’inquinamento chimico e/o fisico dell'aria all’interno degli ambienti di lavoro; • ottimizzazione dell’organizzazione del lavoro (tempi, durata, richieste energetiche, formazione di gruppi, compiti, gerarchia ecc.) al fine di ridurre o eliminare gli effetti stancanti a livello fisico (maggiorazione della fatica muscolare), a livello psichico (riduzione o alterazione delle performance mentali) ed a livello relazionale (alterazione della socialità dei lavoratori). Da quanto sopra esposto, si evince che i momenti applicativi dell’Igiene del Lavoro sono, sostanzialmente, due e che essi corrispondono a differenti momenti della vita di ciascun contesto lavorativo. Per schematizzare, possiamo affermare che questi due momenti corrispondono: • alla fase di installazione di ogni nuovo contesto produttivo, lavorativo in senso lato, o alle fasi di ristrutturazione in cui sono apportate modifiche strutturali agli ambienti di lavoro e/o organizzative ai cicli lavorativi (rifacimenti di insediamenti lavorativi o introduzione di nuove tecnologie); • alle fasi di ordinario funzionamento degli insediamenti produttivi. Nel primo caso, la funzione dell'Igiene del Lavoro è preminentemente preventiva sebbene essa assuma anche potenzialità deliberative, suffragate da precise disposizioni normative. In questa fase, l'Igiene del Lavoro supporta il suo operato con conoscenze ed esperienze di natura tecnologica ed impiantistica e tiene in costante considerazione le indicazioni delle Normative vigenti circa i criteri che bisogna preliminarmente rispettare per realizzare ambienti di lavoro congrui con l’esigenza di salvaguardia dei lavoratori. 6
  • 7. Evidentemente, per questa fase operativa non sono solo sufficienti le impostazioni teoriche, di ordine tecnico o legislativo, essendo, altresì, fondamentali l’osservazione e la valutazione qualitativa diretta. In pratica, se è necessario sapere quali sono i criteri di disposizione spaziale di apparecchiature che producono rumore (distanze minime da rispettare, altezze degli ambienti che le accolgono), non è sufficiente limitarsi a valutare che tali criteri sono stati rispettati per emettere un giudizio di congruità. Numerose variabili possono interferire con la diffusione del rumore, maggiorandone le intensità rispetto a quelle prodotte dalle sole fonti produttrici. Questo richiede un intervento di ponderazione diretta dal quale solo può scaturire il giudizio di congruità ovvero una serie di indicazioni di correttivi necessari all’ottenimento di un’idoneità, primitivamente non conferibile al contesto lavorativo oggetto di deliberazione. Chiaramente, quanto sopra riportato ha un valore esemplificativo. Il metodo proposto deve essere considerato esteso a tutti i fattori di rischio ed anche alle caratteristiche del luogo fisico e dell’organizzazione del lavoro, parametri indispensabili alla definizione di congruità. Il controllo periodico dello stato di salubrità degli ambienti di lavoro rappresenta il momento di intervento costante dell'Igiene del Lavoro. In questo caso, si tratta di interventi mirati a tenere sotto controllo le situazioni ambientali in termini logistici ed in termini di inquinamento chimico-fisico dell'aria nei contesti produttivi. Le finalità preventive del controllo ambientale sono facilmente intuibili. Si tratta di verificare, con regolarità temporale, la qualità globale degli ambienti lavorativi al fine di mantenere la presenza dei rischi lavorativi ad uno stato di potenzialità, impedendo il viraggio alla fase di attualizzazione. La Legge 833 "Riforma del Sistema Sanitario Nazionale" ha, per prima, stabilito il valore della prevenzione rispetto alla medicalizzazione delle patologie da lavoro insistendo sulla necessità dell’individuazione di Presidi di Igiene pubblica e del Lavoro in ogni singola USSL La Riforma Sanitaria è una Legge Quadro che ha dato direttive a livello nazionale ed ha rimandato alle Istituzioni Locali (Regioni) il compito di elaborare i propri piani sanitari regionali all'interno dei quali avrebbero dovuto essere individuati i numeri, le qualità, le risorse e le funzioni specifiche locali dei Servizi di Igiene del Lavoro. La completezza intenzionale della Legge 833 è stata indicata anche dalla sottolineatura della necessità di estendere le funzioni di controllo dei rischi derivanti dai contesti produttivi al di fuori dei soli luoghi fisici in cui essi sono ubicati. In altre parole, una volta riconosciuta la potenzialità patogena del lavoro per le persone specificamente addette, non bisogna trascurare gli impatti che i rischi lavorativi possono avere sull’ambiente generale, qualora essi contribuiscano ad incrementare l'inquinamento degli ambienti di vita. Purtroppo, in tema di Igiene e Medicina del Lavoro, la Legge 833 è stata disattesa completamente da molte regioni italiane ed anche dove se n'è avuta un’applicazione, si è trattato di forme parcellizzate, inefficienti a realizzare una completa prevenzione dei rischi da lavoro. Dopo questa valutazione di ordine generale sui contenuti e sui compiti dell'Igiene del Lavoro, mi sembra opportuno passarne rapidamente in rassegna le principali metodologie applicative. Per questo scopo, diventa necessario relativizzare tutto quanto sopra riportato, limitando la definizione di "Igiene del Lavoro" a quella di disciplina che si occupa della valutazione 7
  • 8. dell'inquinamento dell'aria attraverso l’elaborazione di criteri di misurazione e di parametri di riferimento. I primi hanno lo scopo di individuare i metodi di misurazione delle differenti sostanze ed energie che possono avere un'azione "inquinante" e di tradurre i risultati di tali misurazioni in valori facilmente interpretabili, più diffusamente di tipo numerico. I secondi corrispondono alla necessità di interpretare i dati emergenti dalla ponderazione degli inquinanti ambientali in funzione di criteri di permissibilità ovvero di ricavare riscontri immediati circa la congruità o meno degli ambienti esaminati rispetto al fine di contenere od impedire che i rischi lavorativi, o più latamente ambientali, passino da una stato di potenzialità ad uno di attualizzazione. L'Igiene del Lavoro si occupa dell’inquinamento dell'aria. Diventa necessario, allora, definire questa condizione individuandone le diverse sfaccettature. La variazione quali-quantitativa della composizione media dell'aria prende il nome definito di "Inquinamento" allorquando la sua entità o la sua natura sono tali da arrecare danno alla salute degli uomini e delle altre forme viventi animali o vegetali. Ancora più estesamente, l’utilizzazione di una definizione di inquinamento come condizione in grado di determinare effetti diretti ed indiretti sull'uomo prende in considerazione anche gli eventuali danni arrecati al suolo, edificato o meno. Per comprendere il valore della variazione anche semplicemente quantitativa della composizione dell'aria come causa di inquinamento, basti considerare che l'aumento della concentrazione di anidride carbonica, che pure è un normale costituente dell'aria ambiente, diventa un fattore inquinante quando supera i limiti di tollerabilità (per esempio quando in un ambiente rigidamente confinato sostino per molte ore molte persone in assenza di ricambi d'aria). La presenza nell'aria di sostanze naturalmente non presenti, per esempio di solventi, rappresenta sempre un fattore potenzialmente inquinante, sebbene sia necessario il raggiungimento di valori critici perché comincino a comparire gli effetti sull'uomo e sulle altre forme viventi. Le concentrazioni critiche presuppongono il superamento di un valore soglia, cioè di un limite di concentrazione necessario e sufficiente alla realizzazione di effetti sulla salute. L'Igiene ambientale, e quella del lavoro nel caso specifico degli ambienti lavorativi, si occupano, preliminarmente, di fissare, per i singoli inquinanti chimici e fisici, questi valori soglia (valori al di sotto dei quali le potenzialità patogene dei rischi non hanno possibilità di attualizzarsi fino a determinare effetti). Per esigenze di schematizzazione temporale, potremmo identificare questa fase operativa con le componenti sperimentali delle discipline igieniche. Successivamente, l'Igiene provvede al controllo periodico dello stato di inquinamento sia come valore assoluto sia come rapporto con i prestabiliti limiti di accettabilità. Sempre per esigenze di schematizzazione, quest’attività corrispondono alle fasi meramente applicative della disciplina. Infine, l'Igiene del Lavoro si occupa di proporre i correttivi ambientali più idonei al contenimento dei rischi negli ambienti di lavoro qualora la loro ponderazione abbia fatto riscontrare una situazione di precarietà. Questa fase operativa, che ha evidenti implicazioni di tipo preventivo, richiede la sequenzialità delle fasi precedenti e la conoscenza dell’applicabilità delle soluzioni proposte. 8
  • 9. Come si può ben comprendere, l'Igiene del Lavoro è una disciplina che richiede, per una corretta pratica ed un'efficace proposizione del suo contenuto esperenziale, conoscenze di: epidemiologia e statistica; chimica e fisica; tecnica di laboratorio; tossicologia industriale; tecnologia industriale; ergonomia. legislazione specifica. L'Igiene del Lavoro è stata la prima disciplina ad elaborare modelli analitici delle condizioni di inquinamento dell'aria dei contesti produttivi ed ad elaborare criteri di riferimento a valori massimi accettabili (si tratta di quanto ho prima definito come "criteri di misurazione" e "parametri di riferimento". Tale metodologia operativa è stata, successivamente, assunta a norma operativa anche dall’Igiene pubblica (basti pensare ai limiti di accettabilità per gli inquinanti da traffico veicolare, purtroppo tristemente trascurati oggi giorno). PARAMETRI DI RIFERIMENTO L'inquinamento chimico e/o è individuato qualitativamente dalla valutazione delle sostanze aereo disperse e/o delle energie diffuse e quantitativamente dal riferimento ai limiti di tollerabilità. In Igiene del lavoro questi limiti di tollerabilità sono rappresentati dal MAC (massima concentrazione accettabile) e dal VLP (valore limite ponderato). Benché i valore limite riguardino anche gli inquinanti fisici (energie di varia natura), più comunemente essi sono riferiti all'inquinamento chimico ed utilizzati per individuare la tollerabilità dell’aereodispersione di sostanze. Si definisce "MAC" la "massima concentrazione accettabile di una data sostanza in un volume standard di aria, generalmente un metro cubo, garante del fatto che, per valori di concentrazione ad esso inferiori, l'organismo umano riesce a mettere in funzione i meccanismi di detossicazione e, quindi, a non risentire gli effetti negativi". I MAC sono stati fissati da organismi internazionali di Esperti e recepiti dalle Autorità deputate alla salvaguardia della salute dei lavoratori e dei cittadini per ciascuna Nazione, che, in alcuni casi, li hanno trasformati in limiti di Legge. I criteri che hanno portato all’individuazione dei MAC sono stati basati primitivamente sulla comparsa di effetti critici, cioè di patologie dell'organo considerato bersaglio dell'azione della sostanza tossica. Per questi motivi, nell’evoluzione dell’Igiene del Lavoro non è evento infrequente la constatazione del fatto che alcuni MAC si sono notevolmente ridotti negli anni in funzione dell'affinamento delle metodiche analitiche e dell'acquisizione di nuove esperienze circa la tossicità di alcune sostanze. Basti, al riguardo, l'esempio del cloruro di vinile monomero il cui MAC è stato progressivamente ridotto a mano a mano che si sono acquisite conoscenze più ampie sul suo profilo tossicologico. La progressiva acquisizione di dati epidemiologicamente probanti le differenti potenzialità patogene del cloruro di vinile monomero ha condotto a ridurre il suo MAC da valori a tre cifre in parti per milione sino al valore "Zero" allorquando n’è stata messa in evidenza l’oncogenicità (angiosarcoma epatico). In linea generale, una notevole differenziazione nella fissazione dei valori di MAC è scaturita dall'adozione di differenti criteri di misurazione degli effetti. 9
  • 10. I criteri che hanno portato all’individuazione dei MAC sono stati basati primitivamente sulla comparsa di effetti clinici, cioè di patologie dell'organo considerato bersaglio dell'azione della sostanza tossica, e successivamente su effetti biochimici e biofunzionali. Il M.A.C. ed il successivo T.L.V. sono limiti di permissibilità, cioè livelli massimi di concentrazioni ambientali di sostanze o energie a cui non corrispondono effetti dannosi sull'organismo vivente. Praticamente, possiamo considerare che essi sono, concettualmente, complementari alle "dosi minime efficienti" dei farmaci nel senso che queste stabiliscono qual è il valore minimo di efficienza di una sostanza e quelli quale il valore massimo di inefficienza. Come ho detto prima, i MAC sono stati primitivamente dedotti dalla non comparsa di patologie conclamate, che possiamo identificare con la dizione di "effetti d'organo". Il passaggio dalla fase clinica a quell’analitica di tipo biochimico ha consentito di individuare le tappe metaboliche dell'azione tossica di svariate sostanze: in queste modo è diventato possibile individuare quale sia l'alterazione biochimica scatenante le ulteriori alterazioni biochimiche sino alla comparsa di effetti clinici che corrispondono a lesioni d'organo (si pensi all’inibizione delle colinesterasi da parte degli esteri fosforici). L'effetto biochimico, che nella gran parte dei casi è di tipo inibitore rispetto ad uno o più sistemi enzimatici, è denominato "effetto critico". La fissazione di dosi ambientali massime accettabili in funzione della non comparsa di effetti critici mantiene, ancora, significativi limiti dal punto di vista della prevenzione dei danni da esposizione lavorativa. Questi limiti possono essere così schematizzati: • applicabilità solo a sostanze chimiche; • specificità rigorosa dell'effetto da parte della sostanza al fine di evitare i falsi positivi ed i falsi negativi; • comparsa, in concomitanza di un effetto critico, comunque di un danno, ancorché precoce e reversibile. Un ulteriore affinamento del criterio di fissazione delle massime tollerabilità ambientali di sostanze si fonda sulla comparsa di "effetti subcritici". Questi effetti corrispondono all'attivazione dei sistemi di detossicazione da parte dell'organismo che viene in contatto con sostanze esterne al suo corredo bio-molecolare attraverso secrezioni di pool di enzimi con funzione detossicante, specifica ed aspecifica. La produzione di enzimi di detossicazione aspecifica compare in occasione di assorbimento di tutte le sostanze estranee ed è tanto più intensa quanto più complessa strutturalmente è la sostanza e più biochimicamente "subdola" nel senso che essa ha una formula chimica molto vicina a molecole biologiche ed è, contemporaneamente, inerte dal punta di vista dei legami chimici, evento che la rende inattaccabile (comunemente, si parla di sostanza non biodegradabile). Appartengono a questa categoria di sostanze, tutti i prodotti di sintesi alogenata degli idrocarburi alifatici ciclici e ciclizzati, dai policlorofenili alle diossine. Essendo molto precoce e non corrispondendo a quella che è l'azione biochimica specifica della sostanza, prodromica all'effetto d'organo, la valutazione della non comparsa di effetti subcritici consente di stabilire livelli di permissibilità di aereodispersioni di sostanze molto contenuti e validamente prudenziali. Chiaramente, sussiste il limite dell'applicabilità esclusiva ai fattori di rischio di tipo chimico. Un criterio di assolta garanzia è stato basato sulla valutazione di effetti subliminali consistenti nella variazione dei riflessi condizionati di Pavlov. I riflessi condizionati si modificano per concentrazioni di gran lunga inferiori a quelle efficienti a determinare effetti subcritici. Un gran vantaggio del criterio dell'alterazione dei riflessi condizionati deriva dal fatto che esso può essere validamente applicato ai fattori di rischio di tipo chimico e fisico. Per 10
  • 11. quanto attiene a questi ultimi devo assicurare che, nella maggior parte dei Paesi e rispetto al maggior numero di inquinanti fisici, sono utilizzati i criteri troppo permissivi, basati sugli effetti di organo. Al riguardo di quest'ultima affermazione, devo fare un breve cenno al fatto che la prevenzione dei danni da lavoro attraverso il contenimento dei fattori di rischio non sempre è realizzata secondo i criteri che la scienza elabora. Nel caso del lavoro in maniera molto evidente si scontrano interessi di tipo economico con motivazioni di ordine scientifico e molto spesso i primi finiscono con il prevalere sulle seconde. Senza incorrere in allarmismi o facili demagogie, posso affermare che per molti fattori di rischio i livelli di permissibilità sono adeguati a contenere eventi indesiderati nell'uomo che lavora ma rimangono, almeno, due grosse riserve: • la fissazione dei livelli di accettabilità non sempre si fonda sulla non comparsa di effetti subcritici nel caso delle sostanze chimiche e quasi mai sull'alterazione dei riflessi condizionati nel caso di agenti fisici; • l'utilizzazione di un criterio statistico che conferisce valore alla media gaussiana dei soggetti esposti lascia una quota di soggetti non tutelati, per i quali è fatto un rimando ad una presupposta maggiore "suscettibilità individuale". Rimane, infine, il problema della potenzialità mutagena o, francamente, oncogena delle sostanze chimiche. In questo caso, diventa difficile se non impossibile stabilire quale sia la dose minima efficiente, motivo per il quale si dovrebbe tendere all’azzeramento del fattore di rischio. Risulta evidente che non si può incorrere nel rischio del protezionismo esasperato che annulla molte attività lavorative ed elimina molte sostanze, pur tuttavia il concetto di "carcinogeno certo" (sostanza o energia che da solo un tipo di neoplasia) appare piuttosto limitato e poco orientato alla prevenzione. Non a caso le malattie neoplastiche sono in netto aumento negli ambienti di lavoro. Solo recentemente, con l'emanazione del D.L. 626/94 è stata dedicata una maggiore attenzione alla cancerogenesi professionale individuando un’ampia gamma di sostanze sospettate di possedere potere mutageno o francamente oncogeno, classificate nelle categorie R45 o R49 (le prime manifestano effetti per esposizione percutanea e le seconde per inalazione). Per queste sostanze è indicata l'esigenza della sostituzione (non utilizzazione) e, nel caso in cui questo non sia possibile, di lavorazione a ciclo rigidamente chiuso in modo da non consentire aereodispersioni. Una volta esposti i criteri di fissazione dei MAC, possiamo introdurre l'elaborazione successiva che il concetto di massima accettabilità di concentrazione dei fattori di rischio negli ambienti di lavoro ha subito in funzione della durata lavorativa. Essendo il MAC un valore fisso, esso presenta un limite applicativo notevole dal punto di vista metodologico in quanto non tiene conto della variabilità delle immissioni di inquinanti nell'aria di ambienti confinati e della durata di un’attività lavorativa. Il superamento di un tale limite metodologico è stato realizzato con l'introduzione del concetto di VLP (valore limite ponderato). Per "VLP" s’intende la media ponderata delle concentrazioni di un qualsivoglia inquinante per otto ore di esposizione giornaliera. Quando il lavoro ha caratteri di discontinuità temporale nel senso che una determinata sostanza o energia è presente per archi di tempo inferiori ad un singolo turno lavorativo ma la sua comparsa riguarda, comunque, tutti i giorni lavorativi, allora si applica il criterio del VLP40, cioè il calcolo del valore ponderato su 40 ore settimanali (8 ore per giorno, per cinque giorni). 11
  • 12. Trattandosi di una media, il VLP consente di avere delle escursioni sopra il valore prestabilito purché esse siano compensate da escursioni al di sotto, della stessa durata e della stessa intensità: il limite superiore dell'escursione, però, non deve mai superare il MAC, definito anche come VLP tetto (TLV ceiling con terminologia anglosassone).Ad esempio, se la concentrazione media ammissibile di Toluene (VLP) è di 100 ppm, è ammissibile che, per un intervallo, la concentrazione nell'aria di quest’inquinante sia anche di 150 ppm purché, per un analogo intervallo, esso sia di sole 50 ppm. Ovviamente la durata temporale dell’escursione in eccesso deve essere tanto più brevi quanto più elevata è l'intensità raggiunta dalla concentrazione dell'inquinante rispetto al suo specifico VLP. In realtà, esiste una precisa regolamentazione circa il numero di escursioni ammissibili di VLP. Per VLP contenuti entro il valore di 1 mg di sostanza per metro cubo d'aria, il valore limite può essere superato di tre volte, di due volte per valori limite fino a 10 mg per metro cubo d'aria, di 1.5 volte per valori fino a 100 mg per metro cubo e 1.25 volte per valori limite superiori a 100 mg per metro cubo. Poiché il VLP è un valore dinamico, che tiene conto della variabilità delle concentrazioni di sostanze aereo disperse, evento inevitabile negli ambienti produttivi, esiste anche una possibilità di considerare momenti di concentrazioni ancora più elevate nell'aria. Si parla, in questo caso, del VLP Stel, valore superiore significativamente al VLP della sostanza in questione. Il raggiungimento del valore Stel è. però, condizionato a variabili temporali: non può realizzarsi per periodi superiori ad 1/4 di ora e non più di quattro volte per giorno. L’escursione può essere elevata, ma comunque deve essere inferiore al valore Ceiling o tetto e deve, comunque, rispondere a queste caratteristiche tossicologiche: • non avere azione irritante; • non determinare alterazioni tissutali irreversibili; • non avere effetto narcotico. Un ultima considerazione relativa ai VLP è quella sul potenziale sinergismo tra più inquinanti aereo disperdibili, evento abbastanza frequente nel caso degli ambienti di lavoro. In tali circostanze si ricorre all'utilizzazione del VLP per miscele, che è la somma dei rapporti tra le concentrazioni di ciascun inquinante ed il relativo VLP. Questo valore, che è la somma delle frazioni C/VLP dove C è la concentrazione della sostanza in questione e VLP il relativo limite ponderato, deve mantenersi al di sotto dell’unità per essere garante della non comparsa di effetti sinergici. Sia nel caso che si tratti di sostanze singole o che ci si trovi di fronte ad un pool di inquinanti, il mantenimento di valori di dispersione ambientale entro il limite dei VLP non riesce ad escludere che soggetti particolarmente recettivi possano incorrere in manifestazioni patologiche specifiche del rischio. In tali casi si può trattare di soggetti particolarmente predisposti o per alterazioni genetiche, presenti sin dalla nascita, o per alterazioni acquisite per intercorsa malattia già determinata da precedenti esposizioni o per malattia di origine diversa. Quest’evenienza, insieme con la considerazione che un organismo umano è in continua evoluzione, tale cioè da potere avere ad ogni momento reazioni imprevedibili di fronte agli agenti patogeni esterni, impone l'obbligatorietà del controllo periodico della salute dei lavoratori alla presenza di una condizione di potenziale rischio ambientale anche quando questa è mantenuta entro i limiti prudenziali previsti dalle acquisizioni della Tossicologia industriale e, frequentemente, anche sanciti dalle Normative di legge. 12
  • 13. Anche per gli inquinanti fisici vanno adoperati i parametri di riferimento che corrispondono alle massime quantità che l'organismo umano può assorbire o a cui può essere esposto senza avere danni. Poiché gli inquinanti fisici sono energie, le cui diffusione sono strettamente riferite ai tempi (spazi percorsi nelle unità di tempo), la fissazione dei VIP deve, inevitabilmente, tenere conto del parametro "tempo" in stretto rapporto con i contenuti energetici. In pratica, il più tipico inquinante fisico, l’energia sonora, è riferito ad un TLV che scaturisce dall’integrazione tra le energie sonore per un tempo definito di otto ore. Anche la misurazione dei contenuti energetici non è semplice. Essendo essi sempre dedotti dagli effetti diretti o indiretti che le energie determinano, si può ricorrere a più unità di misura in rapporto con la maggiore semplicità di uso e la maggiore enfasi che si voglia riservare ad un effetto rispetto che ad un altro. Così, mentre l'energia sonora, che convenzionalmente è misurata in decibel, può essere ponderata più correttamente in unità di misure pressorie Bar e Pascal (pressione esercitata dall'onda sonora su superfici), l'energia delle radiazioni ionizzanti o delle infrarosse può essere ponderata come effetto termico in Calorie per Kg di massa (variazione assoluta) o delta di gradi (variazione relativa). Per una più ampia trattazione dell'argomento, rimando ai testi di fisica. In questa sede mi pare d'uopo sottolineare che i VLP degli inquinanti fisici adoperano unità di misura e parametri di riferimento che, di caso in caso, sono di più facile utilizzazione e di maggiore significatività rispetto all'effetto determinato sull'uomo (si pensi, per esempio, al rumore che, correttamente dal punto di vista fisico, dovrebbe essere misurato in Bar o Pascal ma che è misurato in Decibel per indicare il solo effetto sonoro). LUMINOSITA' L'espletamento di attività lavorative e le attività di vita di relazione in ambienti confinati richiedono la fruizione di sufficienti quantità di luce, necessarie a non creare affaticamento visivo. In realtà, la congruità luminosa non è definita esclusivamente dalla quantità di luce bensì da una serie di parametri che riporto di seguito: 1. intensità luminosa, esprimibile in differenti maniere; 2. qualità della luce in senso direzionale; 3. qualità della luce in senso di composizione spettrale; 4. qualità della luce in senso di presenza di eventuali fenomeni accessori in grado di creare fastidi visivi. L'intensità luminosa esprime la quantità di luce di cui un ambiente dispone. Essendo ogni ambiente confinato una struttura tridimensionale, l'intensità luminosa non è riducibile ad un valore unico in quanto è funzione dei piani orizzontali sui quali essa può essere misurata, di quelli orizzontali e verticali attraverso i quali si diffonde e di quelli corrispondenti alle sorgenti di illuminazione. L'intensità luminosa risulta, pertanto, costituita da differenti parametri: 1. luminanza- essa definisce la quantità di energia luminosa emessa da un corpo che si comporta autonomamente da sorgente luminosa oppure quella emessa da un corpo 13
  • 14. illuminato per fenomeni di riflessione della luce oppure la sommatoria di entrambe queste energie; 2. luminanza media - essa definisce la media delle luminanze di tutte le sorgenti luminose; 3. flusso luminoso - esso definisce la diffusione della luce proveniente dalle sorgenti luminose nelle direzioni rettilinee ortogonali; 4. illuminamento- esso definisce la quantità di luce che investe i corpi sprovvisti di luce propria ortogonalmente alle sorgenti luminose. In pratica, poiché l'illuminamento esprime la quantità di luce che è presente sui piani di lavoro e di calpestio, la luminosità degli ambienti di lavoro e di vita è espressa con questo parametro. L'illuminamento si misura in Lux. Un Lux equivale all’energia luminosa che colpisce una superficie di un mq provenendo da una sorgente luminosa puntiforme che emette energia luminosa pari ad una Candela internazionale. Quest'ultima corrisponde alla quantità di luce emessa da un cm cubo di platino portato alla temperatura di fusione. Se la quantità di luce presente in un ambiente può essere ridotta, per comodità di misurazione, al solo illuminamento, non si devono tralasciare le valutazioni di altri due fenomeni che possono determinare discomfort visivo. Il primo parametro è rappresentato dalla direzionalità della luce. La luce naturale proviene dal sole ed orienta circa il 90 per cento dell'energia luminosa in direzione perpendicolare ai piani di illuminamento nel momento di maggiore altezza della sorgente solare rispetto all'orizzonte (mezzogiorno, con sole allo zenit). La presenza di fasci luminosi non rigidamente perpendicolari dà luogo ai fenomeni di luci ed ombre degli oggetti. L'esempio più tipico è sempre dato dalle variazioni dei coni d'ombra prodotti dal sole in funzione delle variazioni latitudinali, stagionali e giornaliere. Per effetto della presenza di zone illuminate e zone in ombra, si possono determinare forti divergenze tra le luminanze di alcuni oggetti, quelle delle sorgenti luminose e quella media di tutti gli oggetti illuminati. Queste divergenze danno luogo ad un fenomeno fastidioso che prende il nome di abbagliamento. L'abbagliamento scaturisce da un’eccessiva stimolazione luminosa rispetto a quella a cui l'occhio è adattato. Esso può derivare da un'eccessiva luminanza della o delle sorgenti luminose: in questo caso si parla di abbagliamento coassiale. Un soggetto che guardi normalmente in avanti e poi sollevi il volto verso la sorgente luminosa può andare incontro ad un abbagliamento coassiale. L'abbagliamento può anche scaturire dalla presenza di fonti luminose il cui fascio di propagazione della luce proviene da direzioni ortogonali a quello della sorgente principale. In questo caso si parla di abbagliamento indiretto. L'esempio più tipico è quello che si realizza in un ambiente confinato nel quale, oltre ai lampadari a soffitto, sono presenti fari alle pareti che trasmettono luce in direzione orizzontale. Infine l'abbagliamento può essere di tipo riflesso. L'origine è dovuta all'utilizzazione di piani di lavoro riflettenti (abbagliamento riflesso coassiale) oppure alla presenza di superfici riflettenti poste ortogonalmente al fascio di luce proveniente dall'alto (abbagliamento riflesso indiretto). L'esempio più tipico del primo caso è quello che si realizza in occasione della lettura su fogli lucidi, quello del secondo caso è quanto si realizza in un ambiente in cui si trovano superfici riflettenti a specchio. Per valutare l'eventualità di abbagliamento negli ambienti confinati diventa necessaria la misurazione della luce diffusa. 14
  • 15. Nel caso degli ambienti confinati un parametro da non trascurare è quello relativo alla qualità della luce. La luce solare, che rappresenta il parametro di riferimento, scaturisce dalla sommazione di radiazioni a lunghezza d'onda progressivamente crescente che, isolatamente, hanno sette colori ben definiti (colori dell'iride). Miscelati tra loro, i colori dell'iride danno origine ad una luce che è identificata come bianca. Le luci artificiali devono tendere alla somiglianza alla luce solare quanto più è possibile, devono, cioè, tendere ad essere omologabili ad una luce bianca. Le sorgenti di luce artificiali sono di vario tipo a secondo del meccanismo fisico che determina l'emissione luminosa. Le più comuni lampade artificiali sono ad incandescenza, a fluorescenza, a luminescenza ed a vapori di alogeni. Scartando le sorgenti a fluorescenza perché monocromatiche e quelle ad alogeni perché troppo termoproducenti e dispendiose nell'esercizio, l'illuminazione artificiale migliore si può realizzare con le lampade ad incandescenza e a luminescenza. Le prime producono una luce prevalentemente localizzate nella banda del rosso e giallo. Utilizzando opportune schermature diafane si può trasformare la luce in modo da avere una buona somiglianza con il bianco. Le lampade ad incandescenza sono, infatti, racchiuse in globi o tubi di vetro (lampadine); il mezzo diafano può essere reso di colore latteo attraverso smerigliature del vetro. In misura migliore si possono adottare combinazioni di colori complementari tra la sorgente ad incandescenza ed il mezzo diafano (filamento a luce rossa e vetro azzurro, filamento a luce gialla e vetro azzurro indaco). Le lampade a luminescenza, che erroneamente sono definite "lampade al neon", sono le migliori dal punto di vista del rapporto qualità della luce, resa in luminanza e costo di gestione. Per questo motivo sono le più diffuse negli ambienti di lavoro. Tuttavia esse presentano un limite qualitativo notevole. In base al meccanismo che consente il loro funzionamento, la luce non è continua bensì ha un’intermittenza con intervalli tanto rapidi che l'occhio umano, in condizioni normali, non riesce a cogliere. Quando, però, le lampade a luminescenza illuminano oggetti in rapido movimento o quando le lampade tendono ad esaurirsi, l’entità dell'intermittenza diventa più ampia e può essere colta dall'occhio umano dando origine ad un discomfort visivo che si chiama "effetto stroboscopico". Questo consiste in una percezione irregolare del movimento sino alla percezione paradossa di inversione della direzione del moto (per l'effetto stroboscopico, le pali di un ventilatore, quando raggiungono una velocità di rotazione asincrona rispetto all'intermittenza luminosa, appaiono ruotare in senso contrario a quello effettivo). L'effetto stroboscopico può essere causa di infortunio. L'analisi della luminosità ambientale deve riguardare le misurazioni dell’illuminamento e della luce diffusa e la valutazione qualitativa delle luce emessa dalle sorgenti luminose. Nella tabella annessa sono riportati i livelli di illuminamento minimo per l'espletamento ottimale di differenti tipi di attività lavorativa senza creazioni di discomfort visivo, proposti dall’Associazione degli Igienisti Industriali Americani. Al riguardo devo dire la Normativa italiana è molto carente: il DPR 626 non ha fatto alcuna menzione ai livelli di luminosità ed è rimasta una generica indicazione di almeno 100 Lux per i piani di lavoro di ufficio. Illuminamento in Lux richiesto per diversi tipi di lavoro Lavoro Grado di visibilità eccel. buon Discr medioc re scarso cattivo 15
  • 16. Gros.no 200 100 50 20 10 5 Medio 500 200 100 50 20 10 Fine 1000 500 200 100 50 20 Finis.mo 2000 1000 500 200 100 50 A questa tabella vanno aggiunte le indicazioni relative ai percorsi, il cui congruo illuminamento è diretto alla prevenzione di eventi infortunistici aspecifici (caduta, urto). Per i percorsi in piano sono richiesti almeno 5 Lux a livello del pavimento; nel caso di gradini sono necessari almeno 10 Lux. In presenza di ostacoli alla normale deambulazione (percorsi non liberi per la presenza di materiale stipato), oltre ad un livello minimo di 10 Lux, è necessario che anche gli ostacoli siano adeguatamente illuminati per poter essere riconosciuti: essi, però, non devono essere investiti da luce diretta nel caso in cui siano riflettenti, al fine di evitare abbagliamenti. Per la misurazione della luminosità si adoperano i rilevatori luxmetri o luxmetri. Nelle versioni più semplici, i luxmetri sono misuratori di illuminamento. Essi consentono di misurare direttamente l'illuminamento sui piani di lavoro e di calpestio quando la sonda luxmetrica è poggiata su di essi, nelle posizioni ortogonali ai fasci di propagazione della luce. Nelle versioni più sofisticate, i luxmetri dispongono di sonde globofotometriche. Si tratta di sfere di vetro di colore bianco latte nelle quali la sonda luxmetrica è posta al centro. L'illuminamento misurato non corrisponde solo a quello che proviene ortogonalmente alla sonda rilevatrice ma alla quantità di luce che, presente nell'ambiente e riportata in un ambiente più piccolo nel quale il centro è equidistante dalle superfici, corrisponde alla luce diffusa. La contemporanea misurazione degli illuminamenti diretti (illuminamenti ortogonali) e della luce diffusa consente di prevedere i fenomeni di abbagliamento tra sorgenti di luce di differente intensità e sorgenti isolate e luminosità diffusa. Un ulteriore affinamento dei luxmetri consente ad essi di effettuare anche valutazioni qualitative della luce attraverso l'identificazione percentuale della quantità di luce bianca presente nella luminosità originata da sorgenti artificiali di luce. MICROCLIMA Il microclima può considerare solamente la condizione termica di un ambiente confinato come insieme delle condizioni fisiche che costituiscono il clima. Possono essere ascritte al capitolo del microclima anche le qualità chimiche dell'aria degli ambienti confinati, almeno per quanto attiene alle concentrazioni variabili dei principali componenti dell'aria ambiente (valori percentuali di ossigeno azoto e anidride carbonica). Le definizioni di microclima sono, pertanto, di due tipi: 1. Definizione termica per cui "il microclima è la condizione climatica di un ambiente confinato"; 2. Definizione igienico-ambientale per cui "il microclima è l'insieme dei parametri energetici e chimici che regolano gli scambi termici tra l'ambiente e l'uomo". Considerando il microclima solo dal punto di vista fisico, scaturisce naturalmente che esso risente delle condizioni climatiche esterne, giacché sono inevitabili gli scambi tra un ambiente chiuso e l'aria esterna, nonché delle fonti artificiali di produzione di calore o refrigerazione presenti nell'ambiente confinato. 16
  • 17. I parametri che caratterizzano il microclima sono i seguenti: 1. Temperatura radiante: è quella prodotta da fonti dotate di un calore proprio che si trasmette senza interposizione di mezzi solidi o fluidi; 2. Temperatura dell'aria secca: è la temperatura dell’aria che non tiene conto dei decrementi di calore indotti dall'evaporazione dell'acqua in conseguenza dei movimenti di masse d'aria; 3. Temperatura dell'aria umida: è il valore che tiene conto del decremento termico provocato dall’evaporazione dell’acqua in conseguenza dei movimenti dell'aria; 4. Umidità assoluta: è la quantità ponderata di vapore acqueo contenuta in un volume stabilito di aria; 5. Umidità relativa: è il rapporto tra quantità di vapore acqueo presente in un volume d'aria e la quantità massima possibile nello stesso volume agli stessi valori di temperatura e pressione atmosferica; 6. Ventilazione: è la velocità di spostamento delle masse d'aria da zone a pressione maggiore a zone a pressione minore. Questi parametri sono definiti indici bruti del microclima. L'insieme dei parametri microclimatici condiziona lo scambio termico tra ciascun individuo e l'ambiente in cui egli vive ed opera e la realizzazione o meno del benessere termico. Quest'ultimo è la condizione indispensabile e prioritaria per il conseguimento del benessere generale. Per le sue caratteristiche termiche, il corpo umano è omologabile ad una macchina termica il cui combustibile è costituito dagli alimenti energetici (lipidi, glicidi ed alcool) la cui resa calorica viene in parte trasformata in lavoro (mediamente dal 10 al 20 %) e nella restante parte in calore. Il corpo umano è una macchina omeotermica che tende a mantenere una temperatura interna costante con scarse possibilità di scarto. Il mantenimento di una temperatura costante si realizza sia attraverso la produzione di calore interno che l'assorbimento o dispersione di quello esterno. La produzione di calore e/o l'assorbimento portano al riscaldamento del corpo. Per valutare l'entità del riscaldamento di un corpo bisogna considerare: 1. il calore specifico, cioè la quantità di calore in kilocalorie necessaria ad incrementare di un grado la temperatura dell'unità di massa del corpo stesso; 2. la dispersione specifica, cioè la velocità di cessione del calore allo spazio circostante. Nel caso del corpo umano, il calore specifico non ha elevato significato nel determinare il riscaldamento mentre è molto più significativa la dispersione specifica. Un’elevata dispersione può richiedere alte quote kilocaloriche per il mantenimento della temperatura corporea o può determinare un rapido raffreddamento. La dispersione specifica è influenzata da: 1) Età; 2) Sesso; 3) Razza; 4) Abitudini alimentari; 5) Abbigliamento; 6) Eventuale utilizzazione di termoisolanti. I punti 1, 2 e 3 sono fattori interni all'individuo mentre gli altri dipendono da condizioni esterne e sono, pertanto, modificabili. 17
  • 18. Gli scambi di calore tra l'uomo e l’ambiente avvengono per convezione (riscaldamento delle masse d'aria a contatto con il corpo), irraggiamento (trasferimento del calore senza interposizione di mezzi fluidi), contatto (meccanismo poco significativo nel caso del corpo umano) ed evaporazione del sudore. Attraverso la convezione, il contatto e l’irraggiamento, il corpo umano può sia acquistare sia cedere calore mentre la sudorazione e la successiva evaporazione dell'acqua servono solo a perdere calore. Questi processi sono alla base dei meccanismi naturali di termo assunzione o termo dispersione. In condizioni standard (organismo sano) si considerano l'irraggiamento come principale via di assorbimento del calore e la convezione e l’evaporazione del sudore come vie di dispersione. Per irraggiamento l'uomo acquista dal 45 al 50 % del calore mentre la convezione e l’evaporazione del sudore portano rispettivamente alla perdita del 25 - 30% e 20 - 25% del calore. Tra i diversi meccanismi di termo dispersione, merita un accenno più dettagliato quello relativo alla sudorazione. Attraverso l’evaporazione del sudore è perduto calore: l’evaporazione è, infatti, una reazione endotermica che sottrae calore alla cute. La perdita totale di calore attraverso l’evaporazione del sudore è individuata dalla formula: H8 - H, dove H8 è il calore totale di evaporazione e H è il calore latente, cioè quello necessario al passaggio del sudore dallo stato liquido a quello di vapore. La quantità di calore perduto con la sudorazione è stimata pari a 600 kilocalorie per litro di sudore evaporato. In caso di condizioni climatiche particolarmente avverse per eccesso di caldo o di freddo entrano in azione meccanismi di termoregolazione accessoria che consentono di innalzare o ridurre le quote di calore prodotto o disperso. Ci riferiamo all'aumento del calore metabolico attraverso il brivido ed alla vasocostrizione o, nel caso opposto, alla vasodilatazione ed alla sudorazione profusa. L'insieme dei processi di assunzione o cessione di calore, che costituisce l'equilibrio termico, è definito dalla formula: B = M +- P +- C +- R - E dove B è uguale a bilancio o equilibrio termico M è uguale a calore metabolico P è uguale a calore scambiato per conduzione C è uguale a calore scambiato per convezione R è uguale a calore scambiato per irraggiamento E è uguale a calore perso per evaporazione. Tutti questi parametri sono misurati in Kilo Calorie per ora (Kcal/h). Con maggiore precisione, il valore di M deve essere distinto in M1 ed M2, dove il primo indica il calore metabolico non influenzabile dalla componente volontaria ed il secondo la quota che può essere regolata volontariamente (aumento o riduzione dell’attività fisica). Come ho già detto in precedenza e come si evince dall’equazione del bilancio termico, il valore complessivo di M (M1 + M2) è sempre positivo, quello di E sempre negativo e gli altri possono essere positivi o negativi. Con maggiore semplicità, la formula del bilancio o equilibrio termico può essere espressa nella seguente maniera: 18
  • 19. E = Ca/Cd dove E è uguale all'equilibrio termico Ca è uguale al calore assorbito Cd è uguale al calore disperso. In questa formula molto semplificata, l'equilibrio termico corrisponde ad un valore di rapporto unitario. Un rapporto superiore all'unità corrisponde ad una sensazione di caldo ed uno inferiore alla sensazione di freddo. Il mantenimento dell'equilibrio termico è condizione indispensabile. A questo risultato l'uomo può pervenire senza mettere in atto meccanismi di termoregolazione accessori e questo configura uno stato di comfort termico. L'utilizzazione dei meccanismi termoregolativi accessori colloca ancora in una situazione compatibile con il benessere termico anche se viene a mancare la sensazione soggettiva di confortevolezza. Solo in caso di esaurimento delle potenzialità di adattamento della regolazione termica, s’instaura uno stato di discomfort termico. Le rilevazioni microclimatiche consentono di ponderare le condizioni climatiche degli ambienti confinati al fine di individuare se esse siano compatibili con le potenzialità di adattamento del corpo umano al caldo o al freddo e attraverso quali meccanismi. Le rilevazioni microclimatiche consentono di individuare una serie di parametri strumentali che indicheremo di seguito e che prendono il nome di indici bruti o grezzi del microclima. Per ciascuno di loro daremo una breve illustrazione anche delle apparecchiature più recenti utilizzate per rilevarli. 1. Temperatura radiante: misura il calore trasmesso per irraggiamento da una o più fonti dotate di elevato calore interno (per esempio, il calore della radiazione solare o di una stufa). Si misura con il globo termometro che è costituito da una sfera nera al cui centro è posizionata la sonda termometrica (il colore nero evita la riflessione del calore e la forma sferica assicura l'equidistanza della sonda da tutti i punti della superficie). 2. Temperatura radiante media: corrisponde al valore medio di calore ceduto ed assorbito in un ambiente confinato dai differenti elementi che lo costituiscono. Nel caso di un ambiente munito di una stufa, appena questa è accesa si ha una temperatura radiante elevata ed una radiante media più bassa perché gli altri corpi si comportano esclusivamente da recettori; successivamente le temperature tendono ad eguagliarsi. La temperatura radiante media si misura egualmente con il globo termometro. 3. Temperatura dell'aria secca: misura il calore dell'aria escludendo la possibilità che i movimenti dell'aria determinino decrementi termici. Si misura con il termometro a bulbo secco che è una sonda termometrica riparata dai moti convettivi dell'aria. 4. Temperatura dell'aria naturalmente ventilata: misura il decremento termico che l’aria subisce per effetto della ventilazione naturale. Si misura con il termometro a bulbo umido naturalmente ventilato che è una sonda termometrica collegata con una muffola bagnata. Il divario tra le temperature dell'aria secca e dell’aria umida naturalmente ventilata è tanto maggiore quanto maggiori sono i movimenti delle masse d'aria. 5. Temperatura dell'aria forzatamente ventilata: misura il grado di umidità in quanto quantizza il decremento termico prodotto dall’evaporazione dell'acqua in funzione di un movimento standard dell'aria. Si misura con lo psicrometro che è una sonda termometrica che alternativamente rileva la temperatura dell'aria secca e di quell’umida forzatamente ventilata. Poiché la variabile "movimento dell'aria" è standard, il valore differenziale tra le due 19
  • 20. temperature è funzione della possibilità dell'acqua di evaporare cioè della tensione di vapore acqueo presente nell'ambiente. Se i valori delle due temperature sono vicini tra loro, ci si trova in un ambiente con elevata umidità relativa; inversa è la situazione se i valori sono lontani tra loro. 6. Velocità dell'aria: misura la velocità di spostamento delle masse d'aria in metri al secondo. La sonda rilevatrice è l'anemometro a filo caldo. La velocità dell'aria è direttamente proporzionale all'entità del raffreddamento dell'anemometro. Quando l'anemometro è utilizzato con un cilindro di copertura del filamento caldo, esso si comporta da anemoscopio nel senso che consente di individuare anche la direzionalità degli spostamenti delle masse d'aria. Tale direzionalità è espressa in gradi rispetto allo zero che corrisponde al Nord oppure secondo l'orientamento della rosa dei venti. Gli indici bruti misurano tutti i parametri microclimatici ma non consentono di estrapolare rapidamente una visione di assieme. Per questo fine essi sono integrati in indici complessi che consentono meglio di definire, attraverso un valore unico, la condizione climatica di un ambiente confinato per individuare lo stato di benessere termico che in esso vige. Gli indici integrati rappresentano approcci differenziati al problema microclimatico e pertanto non sono sostituibili l'uno all'altro ma vanno considerati globalmente per pervenire al giudizio complessivo sulla qualità termica di un ambiente confinato. Essi si distinguono in due grandi categorie: 1) indici di stress calorico; 2) indici di benessere termico. Per desumere i valori degli indici integrati occorre introdurre altre variabili accanto agli indici bruti, rilevati dalle centraline microclimatiche. Queste variabili si riferiscono agli individui e, in quanto tali, sono generalizzabili solo per grandi linee e categorie. Le principali variabili di cui bisogna tenere conto per il calcolo degli indici microclimatici integrati sono: 1. il consumo calorico, cioè la quantità di energia consumata per l'espletamento delle diverse attività lavorative; 2. il rendimento, cioè il rapporto tra il consumo calorico necessario al mantenimento delle funzioni organiche e quello trasformato in lavoro (questo parametro è connesso con il tempo di effettiva operatività); 3. l'indice "cloth" cioè la valutazione preliminare dell'effetto termo proteggente esercitato dall’abbigliamento. Per quanto attiene a quest’ultimo punto, è noto che l'abbigliamento può favorire o no la dispersione del calore prodotto dal corpo umano e facilitare o no l'assunzione di quello esterno, soprattutto trasmesso per irraggiamento. L'azione termo protettiva dei tessuti era in passato attribuita esclusivamente alla natura delle fibre tessili per cui la lana era considerata la fibra migliore per il periodo freddo ed il lino per quello caldo. Più recentemente Gagge ha evidenziato che l'azione termo protettiva degli indumenti dipende più significativamente dalla strettezza dell'orditura del tessuto per cui il cotone ritorto, che può essere ordito in maniera da lasciare spazi liberi estremamente piccoli, è da considerare il tessuto migliore per la fabbricazione di tute da lavoro per il periodo freddo. Il colore dei tessuti ha valore nel determinare la maggiore ritenzione del calore trasmesso per irraggiamento. Il bianco è quello maggiormente termo riflettente ed il potere di ritenzione 20
  • 21. termica aumenta progressivamente con il decrescere della quota di bianco presente nei differenti colori sino al nero puro. Gli indici di stress calorico conglobano tutte le variabili precedentemente descritte in un valore unico che indica lo stress esercitato dall’ambiente sull'individuo. L'escursione al di fuori di range di accettabilità degli indici di stress calorico ingenera un rischio specifico per la salute di coloro che vi siano esposti. Gli indici di benessere termico servono a valutare la sensazione soggettiva avvertita nell'ambiente esaminato: repertarne valori al di fuori degli intervalli consigliati è indicativo di uno stato di discomfort termico. Comunemente gli indici integrati maggiormente utilizzati sono i seguenti: 1) Indici di stress: WBGT e TEC; 2) Indici di benessere termico: TE. La temperatura effettiva TE può essere definita come il valore corrispondente ad un ambiente saturo di vapore in cui le pareti abbiano la stessa temperatura dell'aria e vi sia, praticamente, assenza di ventilazione. Essa si basa su giudizi soggettivi istantanei di soggetti che si spostano da un ambiente con un valore fisso di temperatura dell'aria secca e con umidità 100% ad un altro in cui sia possibile variare i valori di temperatura dell'aria secca e di umidità. Quando i giudizi soggettivi si eguagliano, si può affermare che la relazione tra umidità relativa e temperatura dell'aria secca può essere assunta a valore di Temperatura effettiva. La Temperatura effettiva corretta TEC è concettualmente analoga alla precedente ma sostituisce il valore della temperatura dell'aria secca con quello della temperatura radiante. E’ considerata un indice di stress in quanto la presenza della temperatura radiante consente di definire meglio gli scambi termici che intercorrono tra uomo e ambiente. Il WBGT (Wet bulbe globe temperature) è un indice di stress esclusivamente da caldo. Esso connette i valori degli indici bruti con variabili umane quali l'attività e l'abbigliamento. Al giorno d'oggi ha un valore limitato in quanto costruito sulle sensazioni soggettive di marine americani, impegnati in attività militari, e con divise invernali o estive di quel corpo militare. Altri indici integrati sono utilizzati per definire con un valore unico la condizione microclimatica di un ambiente confinato. Citando solo i più significativi, abbiamo: 1) P4SR; 2) PMV e PPD; 3) Entro area invernale ed estivo. 4) Temperatura operativa; 5) Temperatura di conforto; 6) Temperatura differenziale. Il P4SR (Predicted four hours sweat rate) calcola la probabilità di sudorazione a 4 ore in un ambiente in cui siano note le temperature radiante ed a bulbo umido e la velocità dell'aria. Naturalmente il calcolo del P4SR ha bisogno dell’introduzione delle variabili umane (calore metabolico, rendimento e indici cloth). Il PMV ed il PPD sono indici soggettivi che valutano il voto medio e la percentuale di soggetti insoddisfatti da una determinata situazione microclimatica. Questi indici si basano su valutazioni comparative tra giudizi di centinaia di soggetti esposti sperimentalmente a 21
  • 22. situazioni microclimatiche molto diverse tra loro e situazioni microclimatiche riscontrate. Evidentemente, perché la comparazione sia omogenea occorre che siano omogenee le variabili individuali (attività, rendimento, abbigliamento). La situazione microclimatica di un ambiente confinato può essere considerata soddisfacente se la percentuale di insoddisfatti (PPD) non è superiore al 5 %. Gli entro area esprimono il rapporto percentuale di somiglianza tra la situazione microclimatica e quella macroclimatica. Il loro valore è utile a prevedere l'occorrenza degli sbalzi termici, cioè di quegli eventi determinati dai passaggi repentini tra zone con temperature dell'aria varianti di almeno 10 ° C. In presenza di entro area invernali molto bassi (fenomeno tipico di ambienti molto riscaldati in regioni fredde) diventa necessario prevedere una fase di acclimatazione nel passaggio interno-esterno. Viceversa, un basso entro area estivo indica che il condizionamento eventuale dell'aria è troppo spinto per cui diventano necessari l'acclimatazione nei passaggi esterno-interno e la correzione delle situazione microclimatica che è improntata ad eccessiva refrigerazione. La temperatura operativa indica il valore di temperatura effettiva o effettiva corretta più idoneo al mantenimento dell'equilibrio termico in funzione delle richieste energetiche delle differenti attività. Per il suo calcolo è necessario conoscere con esattezza il valore del consumo energetico delle attività lavorative (esistono, per questo, opportune tabelle). La temperatura di conforto corrisponde al valore al quale la media gaussiana dei soggetti realizza uno stato di benessere termico. E', pertanto, un indice assolutamente soggettivo non in rapporto con gli indici bruti rilevati ma deducibile dai valori di attività metabolica, rendimento ed indici cloth. Connessa con i valori degli indici microclimatici bruti, serve ad individuare il valore della temperatura differenziale. La temperatura differenziale è il valore delta, positivo o negativo, che si riscontra tra i valori di temperatura effettiva o effettiva corretta e quello di temperatura di conforto. Accanto a questi indici integrati, alcuni indici bruti devono essere considerati singolarmente per definire la congruità climatica di un ambiente confinato. L’umidità relativa in un ambiente confinato può avere oscillazioni comprese tra 30 e 70 %. Al di sopra o al di sotto, anche se gli altri indici portano a valori di TE o TEC accettabili, l'ambiente non è compatibile con il benessere termico. La velocità dell'aria negli ambienti confinati può oscillare tra 0.15 e 0.25 metri al secondo. Essa deve avere un orientamento frontale agli operatori e mai provenire dal loro lato posteriore per non ingenerare un sensazione di fastidio. Per questo motivo, l'adozione dei sistemi a ventilazione forzata non rappresenta un sistema conveniente per il raffreddamento di ambienti con elevate temperature. Anche l'andamento nello spazio delle temperature deve rispondere a criteri ben definiti che prendono il nome di "gradienti termici". Il gradiente termico orizzontale indica la differenza di temperatura dell'aria secca tra le pareti ed il centro di un ambiente confinato. Esso non deve essere superiore a 10°C ed, inoltre, 22
  • 23. non deve prevedere pareti riscaldate ed altre totalmente sprovviste di fonti di riscaldamento. In un ambiente confinato riscaldato con piaste radianti (più di una), sarà opportuno disporre queste su pareti opposte e tali da non ricevere l'effetto della radiazione solare. Il gradiente termico verticale definisce le differenze di temperatura tra pavimento e soffitto. Poiché l'aria calda tende a salire verso l'alto, non bisogna creare situazioni in cui la differenza di temperatura dell'aria secca al pavimento ed al soffitto sono superiori a 5°C. In pratica, il sistema di riscaldamento migliore prevede la collocazione delle piastre radianti in basso o direttamente sotto il pavimento. RISCHI DA ENERGIE Gli inquinanti fisici, energie, che possono interessare gli Addetti ai laboratori di analisi, non sono rappresentati dalle radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, dall’elettricità, da condizioni ambientali microclimatiche poco favorevoli e da illuminazione irregolare. RADIAZIONI IONIZZANTI Si definiscono ionizzanti quelle radiazioni che sono capaci di determinare ionizzazione ovvero di produrre coppie di ioni nei materiali attraversati. La ionizzazione è dovuta all’allontanamento di un elettrone orbitale dal nucleo atomico, cui esso è legato. L’entità della ionizzazione è funzione dell’energia posseduta dalla radiazione: una coppia di ioni si forma se l’energia posseduta dalla radiazione supera l’energia di legame dell’elettrone Le radiazioni ionizzanti sono prodotte da atomi naturalmente instabili, che possono emettere particelle di massa differente (raggi alfa o beta) o radiazioni elettromagnetiche (raggi gamma). Le radiazioni ionizzanti sono prodotte da atomi naturalmente instabili, che possono emettere particelle di massa differente (raggi alfa e beta) o radiazioni elettromagnetiche (raggi gamma). I raggi alfa hanno massa corrispondente a due neutroni e due protoni; l’emissione di essi da un atomo muta questo nell'elemento che lo precede di due posti Es.: U238 = Th 234 + particella alfa I raggi beta corrispondono all'emissione di un elettrone per effetto della preventiva trasformazione di un neutrone in protone e della successiva emissione di un elettrone per esigenza di pareggiamento di cariche. L'emissione di un elettrone muta l'atomo radioattivo in quello immediatamente seguente Es.: C14= N14+ particella beta I raggi gamma sono radiazioni elettromagnetiche di lunghezza d'onda molto piccola, emesse da atomi in surplus energetico. L’emissione di radiazioni gamma non da luogo a mutazioni dell'atomo emittente. Come abbiamo visto, l’emissione di radiazioni determina la trasformazione del radionuclide in un nuovo tipo di nuclide oppure in un atomo non radioattivo. E’ denominato "emivita" il tempo necessario a che la quantità di radionuclidi inizialmente presente si dimezzi. Il tempo di vita degli isotopi radioattivi può variare da secondi ad migliaia di anni Es.: C14 emivita di 5.760 anni. TIPI DI RADIAZIONI IONIZZANTI Direttamente ionizzanti 23
  • 24. Si tratta di particelle corpuscolari, dotate di carica. • Particelle beta - • Particelle beta + • Elettroni • Protoni • Particelle alfa • Positroni L'effetto ionizzante è dovuto all’interazione coloumbiana con le cariche degli elettroni orbitali. L'energia delle radiazioni corpuscolate è misurata in ellettron volt eV e relativi multipli e l'effetto ionizzante dall’energia rilasciata nel materiale attraversato, LET o linear energy transfer, è misura in eV/m. Indirettamente ionizzanti Si tratta di radiazioni elettromagnetiche di piccola lunghezza d'onda ed elevata frequenza, e di elevata energia. • Neutroni è corpuscoli privi di carica • Raggi gamma è di origine naturale • Raggi X è di origine artificiale Il valore energetico di 12 eV è quello discriminante tra le radiazioni elettromagnetiche in grado di determinare ionizzazione e quelle non ionizzanti. UNITÀ DI MISURA DELLE RADIAZIONI Esistono due sistemi di misura delle radiazioni, il primo detto "convenzionale" ed il secondo, di più recente introduzione, detto SI (sistema internazionale). Misura della radioattività delle sostanze. Misurazione della attività radioattiva delle sostanze naturali o radionuclidi, cioè della potenzialità di esse a dare origine a radiazioni ionizzanti. • Curie è numero di disintegrazioni in un grammo di radio in un secondo (1Ci = 3,7 x 10 alla decima disintegrazioni/ sec) • Bequerel è una disintegrazione al secondo, da cui 1 Ci = 3,7 x 10 alla decima Bq. Misura della esposizione, "E" Misurazione dell'effetto ionizzante delle radiazioni, espressa come quantità di ioni prodotta in una massa unitaria di aria • Roentgen è numero di coppie di ioni per grammo di aria, da cui 1 R = 2,082 x 10 alla nona coppie di ioni per 0,001 g di aria • Coulomb/Kg di aria è 1 C/Kg = 3876 R Misura della dose assorbita, "D" Misurazione della quantità di energia ceduta in una massa unitaria di tessuto 24
  • 25. • Rad è misura l'energia ceduta in forma di lavoro; è espressa come numero di erg per grammi di sostanza irradiata nel punto stesso della irradiazione; un Rad corrisponde a 100 erg • Gray è misura l'energia ceduta in forma di calore; l'unità di misura diventa lo Joule ed un Gay equivale a 1 Joule per Kg; 1 Gy = 100 Rad Misura della dose equivalente, "H" Corrisponde alla possibilità di misurare gli effetti biologici delle radiazioni in rapporto con l'energia ceduta e con il tipo di radiazione. La misura della dose equivalente si ottiene moltiplicando la dose assorbita per il fattore di ponderazione di ogni singola radiazione (Wr). L’equazione della dose assorbita è: H (unità di dose equivalete) = D (dose assorbita) x Wr (fattore di ponderazione della radiazione) • REM (Roentgen equivalent man) è dose di radiazioni in grado di produrre un effetto biologico pari a quello di un Rad di raggi roentgen • Siviert è 1 Sv = 100 Rem Poiché il fattore di ponderazione delle radiazioni beta gamma ed x è uguale ad 1, per tali radiazioni H e D sono valori coincidenti. Misura della dose efficace, "DE" Corrisponde alla differente suscettibilità degli organi irradiati rispetto alla comparsa di effetti stocastici. Si misura in Siviert e si ottiene dalla dose equivalente moltiplicata per un fattore di ponderazione specifico di ciascun organo Misura della dose collettiva "DC" Misura la dose assorbita da una popolazione irradiata. L'unità di misura è il Siviert/uomo. Uno Sv/uomo corrisponde al raggiungimento di un Siviert come somma delle dosi assorbite da ogni elemento umano della popolazione irradiata. NATURA E CAUSE DEL RISCHIO DA IRRADIAZIONE Una prima distinzione della natura delle sorgenti di irradiazione riguarda la localizzazione di esse. Si distinguono: Sorgenti esterne è Uso di isotopi naturali e di apparecchiature produttrici di radiazioni Sorgenti interne è Contaminazione interna da isotopi Sorgenti interno-esterne è Irradiazione da soggetti contaminati CLASSIFICAZIONE DELLE SORGENTI DI RADIAZIONI Sorgenti sigillate • Generatori di Raggi X per uso diagnostico medico metallografico e difrattometrico, acceleratori di particelle (sorgenti esterne) • Sorgenti gamma per teleirraggiamento ad uso terapeutico ed industriale (sorgenti esterne) Sorgenti non sigillate 25
  • 26. • Medicina nucleare • Laboratori di analisi e di ricerca RIA • Centrali termonucleari • Motori a propulsione nucleare • Ordigni bellici a testata nucleare Irradiazione di fondo E’ definita in questa maniera la dose di radiazioni assorbita prescindendo dalla esposizione diretta alle sorgenti sopra menzionate. Essa è stimata corrispondente a 2 mSv (200 mRem) e deriva da: • Radioattività cosmica (raggi cosmici) è 14 % • Radioattività del suolo è 19 % • Cibi* è 17 % • Gas radioattivi dell'aria e dei materiali di costruzione è 37 % • Media delle radiazioni assorbite per pratiche diagnostiche è 11,5 % • Combustione di carburanti naturali, attività industriali, centrali termonucleari è 1,5 % Secondo un'altra e più dettagliata tabulazione le dosi assorbite di radiazioni per anno, espresse in micro Siviert, sarebbero le seguenti, in rapporto con le sorgenti Sorgenti naturali 1. Raggi cosmici 500 2. Radioattività terrestre 150 3. Edifici** 45 4. Aria 5 5. Acqua e cibi* 25 Sorgenti artificiali 1. Radiologia medica (per il paziente) 600 2. Tubi televisivi 4 3. Centrale termonucleari nel raggio di 1 Km 5 4. Centrali nucleari tra 1,1 e 5 Km 0,5 *La radioattività di acqua e cibi è dovuta alla presenza in essi di Iodio 131 Cesio 134 e Cesio 137 ** La radioattività terrestre e dei materiali di costruzione degli edifici è dovuta alla liberazione di Radon IL PROBLEMA DEL RADON Il Radon è un gas pesante, con una densità è di circa 8 volte superiore a quella dell'aria. La produzione di Radon avviene nel sottosuolo per decadimento dell'Uranio contenuto nelle rocce vulcaniche. I prodotti terminali del Radon, non più radioattivi, sono il piombo ed il bismuto. La presenza di Radon nel sottosuolo è maggiore in rocce ignee poco compatte (rocce tufacee), in graniti giovani ed in basalti. La turbolenza del sottosuolo, la presenza di falde 26
  • 27. acquifere e le variazioni climatiche sono condizioni in grado di incrementare la liberazione del gas. Il Radon è un alfa emittente. Le particelle alfa non sono dotate di grande energia ma, per la natura gassosa dell'isotopo, tendono a concentrarsi nel polmone. I locali di natura tufacea diretta (cavità naturali) o indiretta (costruiti con tufo) si caratterizzano per una maggiore presenza di Radon nell'aria, soprattutto negli strati più bassi di essa. Le condizioni favorenti la presenza del gas sono rappresentate da: 1. soluzioni di continuità delle pavimentazioni o mancanza delle stesse nelle fondamenta; 2. cavità naturali ed artificiali inserite nei tessuti urbani; 3. inquinamento delle falde freatiche. Radioattività da Radon nelle principali cita italiane, espresse in milliRem Bologna 80 Firenze 77 Genova 75 Milano 82 Napoli 213 Palermo 90 Potenza 31 Reggio Calabria 28 Roma 58 Torino 86 Venezia 77 EFFETTI DELL'ASSORBIMENTO DI RADIAZIONI IONIZZANTI MECCANISMI PATOGENETICI 1) Danno chimico Diretto è Interazione tra radiazioni e molecole biologiche con eccitazione termica delle molecole e formazione di radicali liberi per rottura di legami covalenti nelle molecole critiche. Indiretto è Formazione di radicali liberi di natura perossidica idrogeniosa per effetto della radiazione sulla componente acquosa degli organismi viventi. I radicali perossidici (composti con un elettrone spaiato nell'orbita esterno) interagiscono con le molecole biologiche con meccanismi ossidante o riducente (rispettivamente assunzione o cessione di un elettrone). Intervallo di comparsa: da 10 alla meno 9 sec ad alcune ore 2) Effetto ossigeno L'ozonizzazione dell'ossigeno spiega la maggiore sensibilità all'azione delle radiazioni dei tessuti ricchi dell'elemento. 3) Danno biomolecolare Destrutturazione di proteine ed acidi nucleici Intervallo di comparsa: da pochi minuti ad alcune ore 27
  • 28. 4) Danno biologico precoce Morte cellulare, morte animale Intervallo di comparsa: da poche ore ad alcune settimane 5) Danno biologico tardivo Induzione neoplastica, mutazioni genetiche Intervallo di comparsa: da anni a secoli (in questo caso ci si riferisce alla mutazioni genetiche evidenti nelle generazioni successive). TIPI DI EFFETTI Gli effetti delle radiazioni possono essere classificati in funzione di differenti variabili. Variabile tempo: • Effetti precoci • Effetti tardivi Gli effetti precoci compaiono dopo irradiazioni forti e di breve durata; richiedono il superamento di un valore soglia e l’intensità di essi è graduata (cresce in rapporto con l'intensità delle dosi di radiazioni); sono deterministici nel senso che interessano tutti i soggetti colpiti dalle radiazioni. Gli effetti tardivi non hanno un valore soglia; la frequenza della comparsa è maggiore a dosi più elevate tuttavia non sono di tipo graduato, cioè rispondono solo alla legge del sì o no (variabile qualitativa). Variabile zona irradiata • Sindromi da irradiazione parziale o localizzata • Sindromi da pan irradiazione Le sindromi da irradiazione localizzata sono, generalmente, di natura lavorativa e costituiscono una tipica "malattia professionale" Le sindromi da pan irradiazione costituiscono un evento infortunistico grave. Variabile dose assorbita: • Effetti dose dipendenti o non stocastici • Effetti dose indipendenti o stocastici (probabilistici) Sedi degli effetti dose dipendenti: • i danni a tessuti parenchimali (danni precoci) e a ai tessuti connettivali (danni tardivi) nelle irradiazioni localizzate; • i danni alla sopravvivenza cellulare fino alla morte cellulare ed alla morte animale nelle pan irradiazioni. Sedi degli effetti non dose dipendenti: • l'induzione neoplastica (leucemie e tumori) • le mutazioni genetiche dominanti, intermedie e recessive 28
  • 29. • le aberrazioni cromosomiche, numeriche e strutturali Variabile soggetto interessato: • Effetti somatici, riguardanti il soggetto irradiato • Effetti genetici, riguardanti le generazioni successive SCHEMATIZZAZIONE DEI PRINCIPALI EFFETTI SOMATICI PRECOCI, DI NATURA NON STOCASTICA: 1. Effetti cutanei e mucosi èeritema, desquamazione, perdita di annessi, ulcerazioni 2. Effetti sull'apparato emopoietico ègranulocitopenia, linfopenia, piastrinopenia, anemia 3. Effetti sull'apparato gastrointestinale è necrosi cellulare, disepitelializzazione dei villi, ulcerazioni 4. Effetti sulle gonadi è sterilità 5. Effetti sul prodotto del concepimento èeffetti letali, malformazioni SCHEMATIZZAZIONE DEI PRINCIPALI EFFETTI SOMATICI TARDIVI, DI NATURA STOCASTICA E NON STOCASTICA: 1. Leucemie e tumori solidi di varia natura ed in sedi di deposito preferenziale dei nuclidi 2. Malattie degenerative di natura vascolare 3. Cataratta da radiazioni 4. Accorciamento della vita PRINCIPI DI RADIOPROTEZIONE Gli obiettivi della protezione dei lavoratori esposti professionalmente alle radiazioni ionizzanti devono essere indirizzati a: 1. evitare esposizioni non giustificate 2. limitare l’assorbimento di radiazioni nei luoghi e nelle occasioni i cui l’evento è giustificato 3. valutare l’entità delle dosi assorbite 4. valutare gli effetti sulla salute delle dosi assorbite Le normative di legge differenziano due forme di sorveglianza, sebbene la differenziazione abbia solo un carattere pratico identificativo: • Sorveglianza fisica → riguarda l’ambiente di lavoro e le fonti di produzione e diffusione delle radiazioni; è gestita da una figura professionale specifica, laureata in fisica e abilitata dai Ministeri della Sanità e del Lavoro all’esercizio della professione di “Esperto qualificato” • Sorveglianza sanitaria → riguarda gli effetti sulla salute dei lavoratori ed è gestita da un medico, specialista in Medicina del Lavoro ed abilitato dal Ministero della sanità all’esercizio dell’attività di “Medico autorizzato” 29
  • 30. Sorveglianza fisica 1) Identificazione delle zone a rischio (applicazione del DPR 185/1964 e della Direttiva CEE 15.07.1980) • Zona controllata: luogo di lavoro ben delimitato, in cui sono presenti sorgenti di R.I. ed in cui si realizza un’esposizione probabile dei lavoratori superiore ad 1,5 rem all’anno • Zona sorvegliata: luogo limitrofo e confinante con la zona controllata, in cui esiste un pericolo di superamento della dose massima assorbibile. Secondo la direttiva CEE • Zona controllata: possibile assorbimento di 3/10 della dose massima assorbibile • Zona sorvegliata: possibile assorbimento di 1/10 della dose massima assorbibile 2) Classificazione dei lavoratori esposti • Professionalmente esposti: lavoratori che effettuano abitualmente attività in zone controllate • Gruppi particolari: lavoratori che occasionalmente si trovano ad operare in zone controllate o che operano stabilmente in zone limitrofe a quelle controllate 3) Dosi massime ammissibili La fissazione delle dosi massime assorbibili tiene conto di due differenti criteri: • Criterio temporale: riguarda il periodo in cui si realizza l’esposizione • Criterio di zona irradiata: riguarda le sedi e gli organi esposti liberamente all’assorbimento di radiazioni LIMITI STABILITI IN ITALIA Zone irradiate Dosi in Rem Anno solare 13 settimane continuative Corpo intero 5 3 Gonadi 4m – 5f 3m – 2f Cristallino 15 4 Pelle e tessuto osseo 30 8 Estremità 60 15 Elettricità 30
  • 31. Le esposizioni ad elettricità possono avvenire per cause naturali (fulmini), in ambiente domestico e per motivi professionali. Le esposizioni professionali interessano numerose categorie lavorative che comprendono gli elettricisti e gli addetti agli impianti di produzione e di trasformazione dell’energia elettrica, cui bisogna aggiungere tutti gli operatori, operai tecnici sanitari artigiani, che, nell’espletamento del loro lavoro, possono accidentalmente entrare in contatto con circuiti elettrici. In ambito ospedaliero sono esposti i radiologi, che usano le apparecchiature di TAC e RMN, i medici ed i tecnici elettrocardiografisti, gli odontoiatri nell’uso dei trapani elettrici, i chirurghi nell’uso del bisturi elettrico, gli addetti alla crioconservazione dei materiali biologici ed in generale tutto il personale che può venire in contatto con apparecchiature a funzionamento elettrico. La patologia da elettricità è in grado di dare tre tipi di conseguenze: ♦ Inabilità temporanea → assenza dal lavoro superiore a 3 giorni con guarigione clinica senza postumi permanenti, in altre parole con postumi permanenti che riducono l’attitudine al lavoro in misura inferiore all’11%; ♦ Inabilità permanente → da persistenza di postumi e/o comparsa di sindromi tardive tali da ridurre l’attitudine al lavoro in misura uguale o superiore all’11%; ♦ Morte. Definizione e caratteristiche fisiche della corrente elettrica Per corrente elettrica intendiamo un moto ordinato di cariche con direzione dall’uno all’altro estremo di un conduttore: le cariche + migrano verso l’anodo e viceversa. Tale moto in un conduttore è sostenuto da una differenza di potenziale (ddp) ai due estremi dello stesso ed il verso della c.e. va convenzionalmente dal punto a maggiore potenziale a quello a minore potenziale. Si definisce continua quella corrente in cui l’intensità si mantiene costante nel tempo; alternata quando la stessa è variabile nel tempo, con legge armonica e percorre il circuito alternativamente nei due versi. La c.e. prodotta da qualsiasi centrale è di tipo alternato e dopo invio ad un trasformatore elevatore, che ne riduce l’intensità e ne aumenta la tensione per ridurre le perdite energetiche per effetto joule, è trasportata a distanza a mezzo di linee ad alta tensione. Data la pericolosità della corrente ad alta tensione, essa non può essere direttamente distribuita agli utilizzatori, abitazioni, impianti industriali, impianti ospedalieri, per cui è convogliata in cabine di trasformazione dove, a mezzo di opportuni trasformatori-riduttori, è trasformata in c.e. a bassa tensione (220 volt). Le caratteristiche della corrente elettrica sono  Intensità - Numero di cariche elettriche che attraversa la sezione di un conduttore nell’unità di tempo; si misura in Ampere (A); 1 A corrisponde ad 1 Coulomb che passa in 1 sec. nel conduttore. Matematicamente l’intensità è esprimibile con la formula:  I=V/R (Legge di Ohm) dove : I=Intensità , V=ddp ed R=Resistenza  Tensione - Corrisponde alla ddp e si misura in volt. Si dice che la ddp è di 1 volt quando le forze del campo elettrico compiono il lavoro di un joule per spostare da A a B una carica di 1 Coulomb. Si considera generalmente sicura, al fine di evitare conseguenze mortali, una tensione di 25-50 V. 31
  • 32.  Frequenza - Influisce sulla resistenza corporea nel senso che , aumentando la frequenza si ha una diminuzione della resistenza. A ciò si aggiunge un innalzamento della soglia di eccitabilità muscolare ed effetti di tipo termico.  Tipo - La corrente continua non si rende generalmente responsabile di infortuni gravi mentre ,a parità di altri fattori, quella alternata presenta una pericolosità 3-4 volte maggiore. Infortuni elettrici La gravità delle lesioni conseguenti agli effetti della c.e. è in funzione di numerose variabili, di cui alcune dipendenti dalle caratteristiche fisiche della stessa, altre dalle condizioni fisiopatologiche del soggetto colpito. Ciò significa che anche c.e. di entità non elevata possono, in particolari condizioni di scarsa resistenza del soggetto, risultare dannose. Nel caso in cui tra c.e. e organismo vivente si crea un contatto accidentale, questo può essere di due tipi: ♦ Unipolare → l contatto tra un conduttore e la terra ♦ Bipolare → contatto in due punti diversi con due conduttori distinti e con diversa tensione. In entrambi i casi gli effetti sull’organismo sono dovuti al generarsi di una ddp mentre la gravità degli stessi è in funzione di parametri fisici e fisiopatologici, legati rispettivamente alla c.e. ed all’organismo investito. Effetti dell’elettricità I modi con cui l’elettricità può causare danni più o meno gravi alle persone sono sostanzialmente due: 1) attraverso la scossa elettrica o elettrocuzione 2) provocando incendi. La gravità delle lesioni è determinata da numerose variabili: ♦ Caratteristiche della corrente ♦ Modi del contatto ♦ Tipi di contatto : quello bipolare causa lesioni più gravi; ♦ Durata del contatto: maggiore è il contatto, maggiore sono i danni; ♦ Ampiezza della superficie di contatto: quanto più è estesa, tanto più gravi sono gli effetti; ♦ Sede del contatto e tragitto della corrente: la gravità delle lesioni, a parità degli altri fattori, è in funzione della resistenza opposta dalla maggiore o minore lunghezza del percorso e soprattutto dal passaggio o meno attraverso organi vitali, quali il cuore ed il cervello. Resistenza dei tessuti. Può essere considerata come la somma complessiva della resistenza interna del corpo e di quella offerta dalla superficie cutanea. Dipende da numerosi fattori: ♦ Zona di contatto: in rapporto ai diversi distretti cutanei la resistenza cambia notevolmente. La fronte e il giugulo sono zone di bassa resistenza, il dorso delle mani e dei piedi e la superficie estensoria dell’avambraccio sono zone ad alta resistenza; ♦ Condizioni cutanee: maggiore resistenza in caso di ispessimenti cutanei (callosità), minore in caso di ferite o abrasioni; 32
  • 33. ♦ Temperatura tissutale: il suo aumento determina una riduzione della resistenza a causa della produzione di sudore; ♦ Età del soggetto: con il suo aumento si determina un aumento della resistenza, dovuto a riduzione della perfusione sanguigna e a disidratazione, entrambe direttamente conseguenti ai processi senili. ♦ Altri fattori: uso di calzature più o meno isolanti, presenza di pavimento a maggiore o minore conduttività, presenza di vapore acqueo o di gas ionizzabili nell’ambiente di lavoro, impiego di sostanze corrosive che possono alterare sia l’integrità cutanea sia quella dei rivestimenti isolanti dei conduttori stessi. Ciascuna variabile può assumere, come fattore concausale, un ruolo più o meno rilevante nel determinismo degli effetti nonché dei danni specifici. Sintomatologia La clinica è in rapporto all’intensità della c.e. : ♦ I<10-15 mA : solo sintomatologia soggettiva reversibile: sensazione di calore con scossa e dolore ♦ I>15 mA : contrazioni muscolari con caduta a terra o attaccamento spastico al conduttore. La sintomatologia soggettiva comprende sensazione angosciosa e dolore ♦ I>20 mA : alterazioni di particolare entità fino alla morte. La morte da c.e. o folgorazione è preceduta da morte apparente; essa interviene per arresto del respiro e/o del circolo con interessamento di diversi organi. Alla corrente elettrica, soprattutto del tipo ad alta tensione, sono stati anche attribuiti effetti di tipo elettromagnetico riferibili alle frequenze estremamente basse (50 Hz). Gli effetti consisterebbero in turbe psichiche, alterazioni endocrine, riduzione della fertilità maschile, induzione di seminomi e leucemie Allo stato attuale non è possibile, per la mancanza di prove certe, incriminare specificamente la c.e. come causante delle sud dette patologie. Mentre poco o nulla è possibile attuare sul piano terapeutico immediato in caso di elettrocuzione, ad eccezione dell’interruzione immediata del circuito e della messa in atto di una terapia sintomatica con respirazione artificiale, massaggio cardiaco, cardioversione elettrica, reinfusione di liquidi, controllo dell’equilibrio elettrolitico ed acido-base, molto importante è il ruolo svolto da un’idonea prevenzione tecnica, i cui criteri informatori sono reperibili sia nella normativa nazionale sia internazionale. In linea di massima la prevenzione tecnica si avvale di opportuna realizzazione della messa a terra e dell’installazione di interruttori differenziali, interruttori “Salvavita”, che generalmente intervengono quando si rileva uno squilibrio tra la c.e. d’ingresso e quella di uscita usualmente > di 30mA. All’attuazione dei criteri di prevenzione tecnica negli ambienti di lavoro deve comunque essere costantemente affiancata un’efficace ed idonea informazione e formazione del personale. LA PREVENZIONE IN MEDICINA DEL LAVORO In Medicina generale, così come in ogni altra disciplina che si occupi della custodia e della programmazione della vita dell'uomo, la prevenzione è l'attuazione di tutte le misure necessarie ad evitare che l'uomo stesso incorra in eventi turbativi del suo benessere. 33
  • 34. Come indica chiaramente il dizionario, il verbo "prevenire" e tutti i sostantivi o aggettivi ad esso collegati sottendono un concetto di temporalità nel senso che indicano una anticipazione di azioni rispetto ad altre. Prevenire non significa solamente "venire prima" nel classico rapporto spazio-tempo quanto maggiormente, secondo una affermata consuetudine di uso lessicale traslato, anticipare eventi attraverso assunzione di comportamenti che consentano di razionalizzarne e contenerne gli effetti. Il significato di anticipazione temporale è insito anche nell'ulteriore uso traslato del verbo prevenire, malamente utilizzato nella lingua parlata come sinonimo di valutazione pregiudiziale. Non appiano strane queste nozioni di ordine filologico in una trattazione di ordine medico. Esse vogliono richiamare l'attenzione sul valore della prevenzione in una branca, qual’è la Medicina del Lavoro, in cui sono ben noti i rischi contro i quali bisogna indirizzare la propria attenzione anticipativa. Tanto predetto, la prevenzione in Medicina del Lavoro è la messa in opera di tutti i presidi in grado di evitare che i rischi inevitabilmente connessi con le attività lavorative virino da uno stato di potenzialità ad un altro di attualità. La condizione utopica sarebbe quella di ambienti di lavoro e lavorazioni a "rischio zero" ma, poiché nella pratica questo è impossibile, la condizione da realizzare è quella del massimo contenimento delle potenzialità patogene. A differenza della vita comune, il lavoro ha una dimensione spaziale quasi sempre ben definita come definiti, anche se talvolta irregolarmente, sono i tempi di lavoro. Da questo deriva che la circoscrizione dei rischi che derivano all'uomo dalle attività lavorative può essere meglio definita per cui meglio può essere indirizzato l'interesse preventivo. Considerando che il lavoro presuppone due realtà, l'ambiente e l'uomo, possiamo individuare una prima distinzione dell'intervento preventivo sebbene sia necessario sottolineare che essa ha più valore schematico in quanto, sempre, uomo ed ambiente sono in connessione troppo stretta per giustificare separazioni. La prima distinzione può essere così schematizzata: Œ prevenzione espletata sul lavoro;  prevenzione espletata sull'uomo lavoratore. Altre schematizzazioni prevedono la utilizzazione di aggettivi derivati da numeri ordinali per cui la prevenzione è classificata in "primaria, secondaria" etc. Frequentemente, poi, sono utilizzate definizioni plurifattoriali che associano sequele numeriche ad aggettivi identificativi. Premettendo che la utilizzazione di aggettivi di derivazione numerica non contiene suggestioni di diverso merito e diversa dignità, possiamo dire che una utile classificazione prevede le identificazioni in: Œ prevenzione primaria o ambientale;  prevenzione secondaria o individuale. La prevenzione primaria è diretta all'ambiente di lavoro. Essa ha la funzione di contenere o eliminare i rischi derivanti dalle attività lavorative. Essa può essere distinta in funzione dei momenti applicativi e dei metodi utilizzati. Nel caso di riferimento al momento applicativo, possiamo distinguere una: Œ prevenzione preliminare;  prevenzione periodica. Nel secondo caso, in cui si fa riferimento alle modalità operative, possiamo identificare una: Œ prevenzione impiantistica; 34
  • 35.  prevenzione ambientale sussidiaria. La prevenzione preliminare, che è definibile anche strutturale, consiste nella progettazione di ambienti di lavoro consoni con le esigenze di salvaguardia della salute dei lavoratori. Per questo tipo di prevenzione sono necessarie cognizioni di ordine igienico e cognizioni di ordine ingegneristico parallelamente alla conoscenza ed al costante riferimento alle indicazioni normative vigenti. La prevenzione delle malattie o dei disturbi connettibili con il lavoro prevede, innanzi tutto, la congruità degli ambienti lavorativi rispetto alle esigenze fisiologiche dei lavoratori, indipendentemente dal tipo di attività espletata. Accanto alla eventualità di emergenza di rischi specifici, gli ambienti di lavoro si caratterizzano per una concentrazione forzata in spazio e tempo di condizioni generali di vita capaci di interagire con il benessere dei lavoratori, proprio in funzione della citata concentrazione spazio-temporale. Mi riferisco agli aspetti dei luoghi confinati o semi confinati che sono, generalmente, oggetto di interesse dell'Igiene generale. Spazi, percorsi, clima, ricambi di aria, luminosità sono condizioni generiche che acquisiscono particolare valore negli ambienti di lavoro per almeno tre motivazioni: Œ la permanenza negli ambienti di lavoro ha caratteri di temporalità definita, che sfugge alla volontarietà ed alla codificazione individuale;  la incongruità di uno o più aspetti può potenziare, in maniera spesso significativa, la portata dei rischi specifici di ciascuna attività lavorativa; Ž l'evento infortunistico è notevolmente più frequente in ambienti che non realizzano una condizione generale di congruità. La prevenzione preliminare ha la funzione di validare i contesti produttivi genericamente come ambienti di vita e specificamente in funzione del tipo di attività espletata con tutto il corredo di rischi specifici che le sono propri. Il DPR 303 del 1956 "Norme igieniche generali dei posti di lavoro" ha stabilito i criteri minimi a cui gli ambienti di lavoro devono rispondere ai fini del rispetto delle esigenze oggettive e soggettive dei lavoratori. La prevenzione strutturale richiede che ogni ambiente di lavoro risponda a generici criteri di rispetto di spazi, percorsi, condizioni climatiche, ricambi di aria e luminosità nonché di fruibilità di spazi di servizio e di ristoro. Evidentemente, una buona prevenzione strutturale va al di là delle indicazioni generiche del DPR adeguando le condizioni di ogni singolo contesto lavorativo all'attività in esso svolta. E', infatti, evento frequente che le indicazioni normative siano insufficienti. Un lavoro ad alto rischio richiede, sicuramente, spazi individuali e collettivi superiori a quelli previsti dal DPR (10 mq per persona) come un lavoro che richieda acuità visiva (si pensi alla recente informatizzazione del lavoro terziario) ha bisogno di una luminosità maggiore dei piani di lavoro rispetto ai previsti 500 lux. La prevenzione periodica rappresenta il più consistente momento applicativo della Igiene del Lavoro. Essa consiste nel controllo periodico della qualità degli ambienti di lavoro dal punto di vista dell'inquinamento di natura chimica e fisica e della sicurezza contro l'insorgenza del fenomeno infortunistico e nella individuazione dei correttivi da applicare nel caso di situazioni non compatibili con il mantenimento del benessere. La qualità degli ambienti di lavoro scaturisce da parametri soggettivi ed oggettivi. Nel primo caso, si tratta di prendere in considerazione le indicazioni di benessere o malessere riferiti dai lavoratori considerati globalmente come gruppi omogenei di persone che, espletando 35
  • 36. la stessa attività e sottostando alla stessa organizzazione del lavoro, sono sottoposti agli stessi rischi. L'esito di tale considerazione è la costruzione di mappe soggettive di rischio, cioè di elaborati periodicamente aggiornati che contengono le informazioni sulla emergenza di fenomeni disturbanti, conseguenti allo svolgimento di specifici lavori. I parametri oggettivi, invece, scaturiscono da valutazioni teoriche e da ponderazioni dirette fatte da Igienisti ambientali direttamente negli ambienti di lavoro. Le valutazioni teoriche presuppongono: t la conoscenza dei cicli tecnologici delle diverse attività; t i sopralluoghi conoscitivi periodici all'interno delle singole unità produttive; t la elaborazione dei dati emergenti dalle denuncie soggettive di rischio da parte dei lavoratori. In altre parole, per approcciare correttamente i problemi di ciascun ambiente di lavoro ed attuare una prevenzione bisogna conoscere i rischi teorici che in esso possono essere presenti e verificarne la effettiva sussistenza attraverso valutazioni dirette e indicazioni di coloro che li vivono quotidianamente. Il controllo periodico si basa, pertanto, su basi teoriche e su indicazioni pratiche. Esso non deve incorrere in facili suggestioni (essere "tirato" dalla volontà dei lavoratori) ma non deve nemmeno incorrere nel rischio della sottostima, derivante dalla presunzione teorica che nega il valore dell'esperienza diretta. Operativamente, esso si basa sulla effettuazione di misurazioni dell'entità dello inquinamento fisico-chimico presente in ciascun ambiente di lavoro, sulla misurazione dei parametri "vitali" di detti ambienti (clima, luminosità, ricambi di aria) e sulla valutazione della sicurezza antinfortunistica delle strumentazioni adoperate. Il fine del controllo periodico è la valutazione della rispondenza delle condizioni chimico- fisiche rispetto ai parametri di qualità che garantiscono il mantenimento del benessere, almeno per la media gaussiana dei lavoratori. Mi riferisco agli standard di qualità rappresentati dai MAC e dai VLP per sostanze e per energie di cui ho già riferito in precedenza. Gli ambienti di lavoro andrebbero controllati: Œ periodicamente, al fine di avere un'indicazione costante della situazione ambientale;  occasionalmente, in concomitanza di riferimenti di particolari percezioni di nocività, di incrementi dei carichi di lavoro o di introduzione di nuove tecnologie all'interno di contesti lavorativi già strutturati. Benché la pratica del controllo periodico della qualità degli ambienti sia raccomandata da anni dalle Commissioni Internazionali di Esperti in Igiene del Lavoro (A.G.G.I.H., Associazione degli Igienisti Industriali Americani, e dalle Organizzazioni Istituzionali di Medicina del Lavoro dei diversi Paesi), la attuazione regolare è evento poco frequente, almeno in Italia. Se è vero che esistono generiche raccomandazioni normative, che hanno portato ad elaborare valori limite di riferimento o VLP per tutte le sostanze e le energie che si possono riscontrare negli ambienti di lavoro, è altrettanto vero che, in mancanza di precisi obblighi di legge, la introduzione routinaria del controllo periodico ambientale è rimasta confinata a fattori vertenziali o alla esigenza di controllare situazioni contingenti. Soltanto recentemente (agosto del 1991) è stato emanato il DPR 277 che riconosce la priorità del controllo ambientale rispetto a quello sanitario per i rischi derivanti dalla esposizione lavorativa al piombo, all'amianto ed al rumore. 36
  • 37. Per quanto attiene, invece, alla sicurezza antinfortunistica, la funzione del controllo periodico è quella di verificare lo stato di efficienza dei sistemi preventivi adoperati e, soprattutto, il loro adeguamento alla variazioni di ordine tecnologico ed organizzativo a cui ciascun ciclo lavorativo può essere andato incontro. Come abbiamo visto, il primo momento della prevenzione ambientale richiede la valutazione della esistenza dei rischi e la ponderazione degli stessi. Il momento preventivo vero e proprio si realizza nella rimozione o, comunque, nel contenimento della loro portata, cioè nello allontanamento della fase di attualizzazione. A livello ambientale, questo può essere realizzato: 1) eliminando la causa di rischio, laddove questo sia possibile; 2) contenendo la diffusione libera dei rischi; 3) riducendo la durata temporale della esposizione. Per spiegare questi concetti, dobbiamo riprendere le identificazioni in "prevenzione impiantistica e prevenzione sussidiaria" riportati in precedenza con sola funzione di schematizzazione. La prima forma di prevenzione consiste nella eliminazione delle cause di rischio. Poiché inevitabilmente l'espletamento di alcune attività crea condizioni di rischio, diventa indispensabile, sin dalla fase progettuale, creare ambienti di lavoro in cui sia possibile ridurre al minimo la loro portata. Prendiamo ad esempio il rischio da rumore. Sarebbe un'utopia proporre un ambiente di lavoro industriale privo di rumore. Ciononostante, è possibile ridurre al minimo necessario la quantità di rumore semplicemente adeguandosi a criteri preventivi basati sulle leggi della fisica. Il suono prodotto da una sorgente unica si attenua nello spazio secondo un rapporto inverso intensità- distanza a cui il suono stesso è raccolto. Questo significa che il suono, o rumore, non si somma se due apparecchiature che lo producono sono messe ad una distanza opportuna, corrispondente alla intensità sonora che esse liberano. Il rispetto delle distanze minime rappresenta una forma di prevenzione ambientale di tipo impiantistico. Un analogo discorso può essere fatto per altri inquinanti energetici o per gli inquinanti chimici. Un altro esempio di prevenzione ambientale primaria, che riguarda sempre la fase progettuale del lavoro, consiste nella sostituzione di sostanze o energie dotate di spiccata tossicità con altre meno a affatto tossiche, ovviamente quando la cosa sia possibile. Questo procedimento preventivo diventa elettivo qualora le sostanze dimostrino sicura azione oncogena per cui diventa impossibile fissare un tetto di accettabilità ambientale. La recente eliminazione dell'amianto dai cicli industriale ed anche dagli usi civili rappresenta il più efficace esempio al riguardo. Il contenimento della diffusione libera dei rischi consiste nell'adozione di misure idonee a limitare l'entità dell'inquinamento generale. Queste misure possono andare dalle lavorazioni a ciclo chiuso che non espongono i lavoratori ai fattori di rischio, alla identificazione di barriere che, confinando le zone delle lavorazioni a rischio, limitano gli spazi in cui il rischio è presente ed il numero di persone che ad esso è esposto. Un esempio del primo tipo è rappresentato dalle lavorazioni completamente automatizzate mentre, per il secondo caso, dobbiamo pensare alle pannellature fono assorbenti ed alle schermature che impediscono la libera diffusione di radiazioni elettromagnetiche. 37
  • 38. Sempre a questo tipo di prevenzione competono i sistemi di aerazione e rimozione forzata dell'aria (aspirazioni) che si dimostrano efficienti nel contenere o eliminare i rischi di aereo dispersione di sostanze chimiche. Poiché questo tipo di prevenzione si realizza attraverso l'adozione di mezzi accessori rispetto a quelli necessari all'attività produttiva, esse prende anche il nome di prevenzione sussidiaria. La sua utilità è legata alla impossibilità di realizzare, nella maggior parte dei casi, una prevenzione primaria di tipo impiantistico. In casi del genere, diviene indispensabile l'adozione dei presidi ambientali sussidiari che contengono o rimuovono i fattori di rischio. Sebbene non sia strettamente correlata a parametri strutturali, la riduzione dei tempi di esposizione deve essere egualmente considerata una prevenzione di tipo ambientale. Essa prevede una riduzione dei tempi di lavoro nelle lavorazioni maggiormente a rischio con l'alternanza di periodi di pausa (non necessariamente non lavorativi). La codificazione dei tempi di pausa, che più correttamente vanno considerati di non esposizione, è desunta dalla valutazione della gravità dei rischi e dalle dosi di assorbite. Chiaramente essa va attuata quando non sia possibile contenere ulteriormente la portata dei rischi e, comunque, dopo aver attuato tutte le altre misure di prevenzione ambientale. Il più significativo esempio di questo tipo di prevenzione è rappresentato dalla correlazione tra dosi assorbibile e tempi di esposizione negli addetti alla utilizzazione di radiazioni ionizzanti (per esempio, gli addetti ai servizi radiologici). La prevenzione realizzata sul lavoratore può essere così schematizzata: 1) adozione di mezzi di protezione individuale; 2) sorveglianza sanitaria. Nel primo caso si tratta di realizzare un isolamento, più o meno completo, del lavoratore rispetto ai rischi da lavoro; nel secondo caso si tratta di controllare gli effetti dei rischi sull'equilibrio biopsichico. L'adozione dei mezzi di protezione rappresenta la applicazione all'uomo dei criteri di prevenzione ambientale. Parallelamente alla rimozione dei rischi dagli ambienti di lavoro, si mira ad isolare il lavoratore mediante l'adozione di presidi individuali che limitano la intensità dei rischi a cui egli è esposto. Senza entrare nel merito della loro efficacia e della loro accettabilità, possiamo dire che i mezzi di protezione individuale possono essere diretti a contenere eventi imprevedibili (infortuni) o rischi certi (malattie professionali). Nel primo caso, i mezzi di protezione individuale hanno caratteri di aspecificità nel senso che sono comuni contesti lavorativi anche se possono presentare differenti caratteristiche in funzione della ipotizzabile intensità degli eventi infortunistici (per esempio, sono differenti le scarpe antinfortunistiche nell'industria siderurgica ed in quella chimica). Nel secondo caso, i mezzi di protezione individuale mirano a contenere elettivamente il fattore di rischio contro cui sono diretti. In quanto tali, hanno caratteristiche definite (tipologia o destinazione di uso) e competono solo a i lavoratori a rischio specifico (maschere per saldatori, autorespiratori per palombari etc.). Benché non completamente efficiente, la utilizzazione dei mezzi di prevenzione individuale ha un suo valore a fini preventivi purché non mistifichi la non volontà di contenere i rischi da lavoro in maniera più globale (e, spesso, più dispendiosa). Potremmo dire che essa rappresenta 38
  • 39. una soluzione surrettizia la cui applicazione esclusiva andrebbe limitata ai casi di lavori fortemente discontinui nel tempo (lavori con occasionalità temporale). La prevenzione sanitaria scaturisce dalla esigenza di controllare gli effetti dei rischi lavorativi. Come tale, risulta evidente che essa dovrebbe avere una regolarità periodica. In realtà, l'obbligo di controllo periodico vige solo per l'esposizione a rischi lavorativi per i quali esiste una indicazione di legge, scaturita da valutazioni di tipo epidemiologico. La ultima regolamentazione della materia assistenziale in Medicina del Lavoro risale al DPR 482 del 1975 "Nuova tabella delle malattie professionali dell'industria e dell'agricoltura". Questo DPR prevede la identificazione dei fattori di rischio chimico e fisico (prima colonna), delle lavorazioni in cui è presumibile che questi rischi possano essere presenti (seconda colonna), degli intervalli di tempo entro i quali devono essere espletati i controlli periodici. Pur rappresentando una linea guida su cui indirizzare gli interventi, il sistema della tabulazione presenta numerose lacune che possiamo così schematizzare: Œ tutte le sostanze di nuova introduzione non figurano nel sistema tabellato;  anche in presenza di sostanze tabellate, esistono molte lacune per quanto attiene alla indicazione delle mansioni a rischio; Ž per quanto attiene ai controlli periodici, non si fa alcuna menzione del corredo di analisi necessarie a controllare effettivamente i rischi, lasciando al Medico visitatore la discrezionalità della decisione. Alle indicazioni del DPR 482 va, invece, riconosciuto il merito di indicare periodismi abbastanza ristretti, cioè intervalli di tempo tra i diversi controlli adeguati a cogliere precocemente le alterazioni dello stato di salute imputabili ai rischi specifici. Il D.P.R 277/91 regolamenta meglio il controllo sanitario, indicando anche i tipi di indagini mirate alla evidenziazione e quantizzazione degli effetti dei rischi, sebbene limitatamente al piombo ed al rumore. Sarebbe, tuttavia, limitativo ed impreciso affermare che il controllo sanitario risponde solo alle indicazioni normative specifiche. La esigenza della salvaguardia della salute dei lavoratori, affermato genericamente dalla Costituzione repubblicana dal Codice Civile e dalla Riforma Sanitaria, conduce quasi sempre alla effettuazione, più o meno regolare, di controlli sanitari sui lavoratori dei diversi comparti lavorativi anche in assenza di precise indicazioni normative. In occasione del controllo periodico sono valutate le emergenze di patologie cliniche o di condizioni sub cliniche derivanti dalla esposizione ai rischi lavorativi. La funzione di questi riscontri è duplice: Œ valutazione della idoneità del singolo lavoratore a permanere nella sua attività ovvero della opportunità di una interruzione temporanea o definitiva dell'attività a rischio;  valutazione della congruità degli ambienti di lavoro attraverso la stima dell'emergenza di patologie specifiche in numeri statisticamente significativi di lavoratori. Senza prescindere dalla utilità della valutazione della situazione singola, i controlli sanitari periodici servono a convalidare o contraddire quanto emerge dai controlli ambientali. In tal senso, ne costituiscono un valido completamento. E', infatti, possibile costruire graduazioni di pericolosità degli ambienti di lavoro non solo in funzione dei parametri ambientali ma anche in funzione del numero di casi positivi ai riscontri tossicologici e specialistici eseguiti periodicamente. Ed ancora, accanto agli indici numerici di incidenza di eventi patologici, la distribuzione in differenti gradi di intensità delle patologie diventa utile ad individuare i livelli di incongruità degli ambienti di lavoro. 39
  • 40. La funzione preventiva dei controlli periodici eseguiti sui lavoratori si estrinseca: Œ nella risoluzione dei problemi individuali;  nell'approccio ai problemi collettivi; Ž nell'approccio ai problemi ambientali, qualora questi non siano stati preventivamente considerati. Un ultimo vantaggio del controllo sanitario è connesso con situazioni individuali imponderabili. La probabilità che alcuni lavoratori manifestino maggiore suscettibilità verso fattori di rischio contenuti al di sotto dei limiti di tollerabilità non può essere evidenziata con il solo monitoraggio ambientale. In questi casi, il controllo sanitario rimane l'unico presidio efficace per prevenire i danni che non sarebbero ipotizzabili in funzione di dati ambientali compatibili con il benessere della maggior parte dei lavoratori esposti. Oltre a quello periodico, è pratica preventiva sottoporre i lavoratori ad un controllo preliminare prima di consentire l'esposizione a rischi lavorativi. Anche per questo tipo di controllo si possono individuare due tipi di funzioni preventive: Œ valutare la esistenza di condizioni di handicap generico che potrebbe potenziare gli effetti di rischi specifici;  limitare o escludere dalla esposizione a rischi specifici i portatori di patologie a carico degli organi o degli apparati che di quei rischi sono tipicamente bersaglio. 40