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Non tremare quando leggi   storie di vampiri e non solo
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Non tremare quando leggi storie di vampiri e non solo

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Raccolta di alcuni dei miei racconti

Raccolta di alcuni dei miei racconti

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  • 1. NON TREMARE QUANDO LEGGI Racconti di vampiri e non soloINDICE- I demoni del buio- La bestia- Incontri notturni- Amore per sempre- Cè ancora- Giro giro tondo- La pendola- La strega nera- Karen- Il muro- Non dormire la notte- Quando apro gli occhi- Dolcetto o scherzetto?- La zucca- Linvitato- La fonte- Ritornando- La soffitta
  • 2. PREFAZIONE18 racconti del brivido. In alcuni sono protagonisti i vampiri del Maine(fanno parte del mio Ciclo Vampirica, serie Dorry), in altri oggetti chesembrano normali, come bambole o pendole, ma che in realtà sono statiprodotti dal diavolo. E poi fantasmi, streghe, pazzi stupratori, esseridellaltro mondo, mostri che si credeva che esistessero solo nella nostrafantasia di bambini. Storie che fanno paura, specialmente quando sileggono dal proprio e-reader la notte, con la finestra che emette dei flashdovuti ai lampi del temporale.E quando capita attenti che il vostro cuore regga quando sentite un passo insoffitta.Claudio Vasi
  • 3. I DEMONI DEL BUIO «Io penso a una cosa più banale... si chiama sopravvivenza».Tebe, Egitto, 7 aprile 2010Il sole, non ancora alto nel cielo, oggi scalda più del solito. Landolf sicopre con un parasole mentre cammina verso la tomba scoperta un meseprima. Accanto a lui cè il suo assistente egiziano, Hassan. La scoperta chehanno fatto è incredibile, e non per il fatto che la tomba è del parente diAmenofi IV, il faraone che venerava il dio Aton, il quale rappresentava tuttigli dei. Fu lunico caso, al tempo degli antichi egiziani, di enoteismo, cioèdi venerazione di un unico dio che però rappresenta tutti gli dei. Lascoperta è incredibile perché nella tomba di Ramesse, un lontano zio diAkhenaton, sono scolpiti dei geroglifici che parlano di strani dei, chiamatiDei del buio. A quanto pare gli egiziani in quel periodo oltre ad Atonveneravano anche questi. Nessun archeologo ha mai sentito parlare di loro.Landolf si avvicina alla porta della tomba camminando a fatica, mentre ilsudore gli appiccica la camicia sulla schiena. Un vento leggero solleva dipoco la sabbia, spostandola da una duna allaltra, eternamente. La tombanon è stata disseppellita del tutto ma lentrata principale è accessibile.Prima di entrare Landolf si volta per vedere se lassistente Hassan lhaseguito. Quando hanno scoperto lentrata, due settimane prima, chiusa daun grande blocco di marmo, egli aveva sconsigliato Landolf di entrare.Sulla porta infatti erano incisi dei geroglifici che intimavano i visitatori adandarsene. Se questi non avessero ubbidito la malasorte li avrebbe colpiti.Landolf si era messo a ridere ed aveva detto ad Hassan che nessunarcheologo può credere a quelle stupidaggini, scritte solamente per tenerelontani i ladri di tombe. E Hassan è uno dei più bravi usciti dalluniversitàdel Cairo.«Io... non so perché lho detto. Avete ragione voi, Landolf», aveva dettoHassan.Landolf ora guarda lantica porta della tomba, distesa sulla sabbia. Domani
  • 4. arriverà un camion e la porterà in un luogo sicuro. Sono riusciti a toglierlauna settimana prima con due catene ed un bulldozer. Landolf entra epercorre un basso corridoio in discesa. Nel casco ha una lampada ed inmano ha una torcia. Anche Hassan ha una luce fissata sul suo casco.Mentre ode i propri passi echeggiare, Landolf sente lodore di chiuso. Laprima volta che aveva percorso il corridoio aveva creduto di dover trovareuna finta tomba e di dover perdere tempo a cercare quella vera. Questo ealtri stratagemmi usavano gli egiziani per nascondere le spoglie deideceduti. Invece dopo il corridoio si era trovato nella tomba. E anche veroche Ramesse non era un faraone ma un sacerdote di Amon. Landolf avevavisto due statue, situate prima della porta che accede alla stanza dovèsepolto Ramesse. Ne era rimasto esterrefatto. Raffiguravano due mostri,metà umani e metà bestie; molto simili ai moderni lupi mannari. Il visoaveva poco di umano ma quello che laveva colpito di più erano i lunghidenti aguzzi e gli occhi senza pupilla. Erano ricoperti di pelo, avevanodegli zoccoli al posto dei piedi e alle mani dei lunghi artigli. Era convintoche fosse tutto uno scherzo. Probabilmente la tomba stessa era una grossaburla. Ma uno studio accurato delle due statue e la datazione col carbonio14 hanno rivelato che sono due autentiche statue della XVIII dinastia. Sonostate scolpite al tempo dellAntico Egitto. Entrati nella tomba hannoscoperto il sarcofago intatto ma mancavano molte delle reliquie che sitrovano di solito nelle tombe di quel genere. Evidentemente i ladri sonoriusciti ad entrare molto probabilmente già ai tempi di Ramesse e i suoifamiliari hanno chiuso la tomba con quella grande lastra di marmo. Questaè la teoria di Landolf. Oltre alle statue quello che più aveva colpitolarcheologo il giorno dellapertura della tomba erano i geroglifici sui muri,intatti tranne una piccola parte coperta da terra. In quella parete erariportato un testo che Ramesse aveva scritto quando era in vita. Parlava distrani esseri comparsi qualche anno prima in Egitto. Dei mostri checomparivano col buio (e che vivevano nei luoghi bui) e che attaccavano lepersone facendole a pezzi. Nessuna arma le feriva, solo la luce. Quella deifuochi bastava a tenerli lontano. Quegli esseri, chiamati «gli dei del buio»,si allontanavano con larrivo del sole. Ad un certo punto così comeranoapparsi, allimprovviso scomparvero. Gli stessi esseri che Ramesse ha
  • 5. voluto fare scolpire nella porta per spaventare i ladri. Facendo magaricredere che nella tomba ci fossero anche loro. Naturalmente secondoLandolf ed Hassan i geroglifici sono opera di fantasia di Ramesse o diqualcun altro. Una fiaba.«Più che dei mi sembrano demoni», aveva detto Hassan quel giorno.«La concezione di demoni esiste solo col cristianesimo», aveva rispostoLandolf.Da quella volta però li hanno chiamati così, «i demoni del buio».Ora Landolf vuole pulire lunica parte del muro rovinata dal tempio. Cèuna parola, che non si riesce a leggere. Col guanto Landolf comincia asfregare leggermente la terra che la copre. Hassan gli fa luce con unagrande torcia. Uno scarafaggio si avvicina alla sua mano. Esso provienedal deserto; è sicuramente entrato dallunica entrata aperta da due settimanedato che nessun insetto sarebbe riuscito a sopravvivere nella tomba chiusa.Landolf legge la parola e contemporaneamente colpisce con un dito, senzasapere, linsetto.«Ha!», urla Hassan alzandosi ed indietreggiando.«Non ti spaventare Hassan. Hai letto anche tu vero la parola? Non crederaiveramente a questa storia? E poi Ramesse mica era un veggente»«Non è per quello Landolf che mi sono spaventato. Guarda loscarafaggio», dice Hassan.Landolf gira il capo e guarda vicino alla sua mano. Lo scarafaggio è morto.Capovolto allinsù, è immobile.«E un brutto presagio», dice Hassan.Landolf guarda stupito prima linsetto e poi i geroglifici che formano laparola.Questultima è: «Torneranno».Ingolstadt, Germania, 10 Maggio 2010Udo, sorpreso, alza gli occhi dal libro che sta leggendo. Hanno suonato alcampanello ma non aspettava nessuna visita. Sua figlia dovrebbe arrivare atrovarlo domani. Udo è da tre anni divorziato da Crystal. La loro unicafiglia è stata lasciata in custodia a sua moglie. Ora Emma ha diciotto anni e
  • 6. viene da sola a trovarlo. Ha trovato un ragazzo e si è appena iscrittaalluniversità ma vive ancora con la mamma. Potrebbe venire a fargli visitaquante volte vuole ma più di una volta al mese Udo non la vede.Chi ha suonato allora?Udo si alza e va a vedere sul monitor accanto alla porta. Una telecamerainfatti inquadra le persone che sono davanti al cancello. Allinizio non loriconosce poi Udo si lascia sfuggire unesclamazione.«Ah... Landolf».Apre il cancello premendo un tasto poi esce in giardino ad attenderlo.«Landolf, che piacere vederti! Sono anni che non ci vediamo. Sei tornatoad insegnare?», dice Udo.«Ciao Udo. No, sono ancora un archeologo. Ho trovato una tombaimportante a Tebe», dice Landolf.«Lo so, lho letto sul giornale. Entra che ti offro qualcosa».Quando Landolf entra nella villa del suo vecchio amico pensa quasi diessere tornato a casa sua. Vede reperti archeologici da tutte le parti. Lamaggior parte saranno delle copie dato che i musei se li tengono stretti.«Non sapevo avessi messo un recinto e un cancello elettrico. In Baviera disolito non ci sono recinti o muri. I ladri sono rari e quei pochi vengonosubito arrestati dalla polizia», dice Landolf.«E una abitudine che ho portato dallAmerica», dice Udo.Udo è stato per qualche anno ad insegnare archeologia in California. Nonstava male là ma la nostalgia della Germania gli ha fatto cambiare idea ed ètornato ad Ingolstadt cinque anni prima. Insegna alla università della cittàed aiuta dei giovani archeologi che ha conosciuto. Ha anche pubblicato unlibro sugli antichi egizi.«Vorrei parlarti dei demoni del buio. Li conosci o ne hai mai sentitoparlare?», dice Landolf mentre segue Udo nel salotto.Udo fa accomodare nel divano il suo amico poi va verso una vetrina.«Vuoi qualcosa di forte o vado in cucina a prenderti una birra?», dice Udogirandosi, mentre tiene aperta la porta della vetrina.«Una birra, grazie», dice Landolf.Udo esce un attimo. Landolf vede dei libri sul tavolino di vetro e li prende.Legge i titoli. Rimane sorpreso quando vede il titolo di uno, «I demoni del
  • 7. buio» di Thomas Eichmann. Quando torna Udo con le due birre vede il suoamico bianco in volto e si preoccupa.«Coshai Landolf? Ti senti male?», dice.«No. E che pensavo sapessi solo io dellesistenza dei demoni del buio.Questo libro è stato scritto nel 1940 vedo. Evidentemente questi però nonsono gli stessi di cui ti volevo parlare. Quelli che conosco io sono descrittisu dei geroglifici in una antica tomba a Tebe», dice Landolf.Udo sorride poi si siede sulla poltrona ed appoggia sul tavolino due birreweizen in bottiglia da 50 cl e due grandi bicchieri.«Beh, quelli del libro che hai in mano sono creature che sono apparseallimprovviso nel 1940 in Germania, vicino a Berlino. Dei mostri metàuomini, metà animali che si muovono solo nel buio. Hanno ucciso,secondo Eichmann, molte persone facendole a pezzi. Non mangiavano levittime, provavano gusto solo ad uccidere. Rifuggivano la luce. E cosìcome sono apparsi...», dice sorridendo.«... sono scomparsi. Non è possibile sono gli stessi! Ora ti racconto quelloche ho visto io», dice Landolf.Larcheologo si versa nel bicchiere la birra, ne beve un sorso poi riepilogatutto quello che ha scoperto nella tomba di Ramesse. Man mano cheracconta Udo diviene sempre più serio e attento e il suo sorriso scompare.«Thomas Eichmann, che era uno scienziato, afferma che quelle creatureche lui, come te e Hassan, avete chiamato Demoni del buio, le ha visteveramente. Sono state solo qualche giorno, poi si sono dileguate. Non diceche erano una leggenda e specifica che il libro non è unopera di fantasia.Sono gli stessi certo. Sei sicuro che la tua tomba non sia una bufala?», diceUdo.«Assolutamente. Comunque non devi pensare che quello che dicaEichmann sia vero. Probabilmente aveva saputo della loro esistenza in unlibro che parlava dellAntico Egitto e da lì si è inventato tutto. Ha volutocontinuare la leggenda», dice Landolf.«Mai saputo niente sui demoni della notte prima di avere letto questo. E sìche mi ritengo abbastanza esperto sugli antichi egizi. Non come te, però...»«Posso tenerlo? Non cè scritto qualcosa di più su questi esseri?»«Beh. Secondo lui essi provengono da unaltra dimensione. Solamente
  • 8. quando il decimo pianeta si allinea alla terra ed il sole, essi riescono avenire nella Terra. Finito il breve allineamento scompaiono».Ladolf si mette a ridere. Poi beve un altro sorso.«Thomas era un bravo scrittore altro che scienziato. Da quando in qua cisono dieci pianeti nel nostro sistema solare? Adesso poi ce ne sono solootto di pianeti. Ma una volta era Plutone era considerato un pianeta non unpianeta nano», dice Landolf.«Sono pienamente daccordo con te. E poi secondo il suo libro il prossimoallineamento sarebbe proprio questo anno, nel 2010. Sono solo stupito chesono stati nominati in una tomba egiziana, tutto qui. Se vuoi il libro te lopresto, vedi te», dice Udo.«Sì, grazie. Te lo torno domani. Lo leggo stasera nella mia casa a Monaco.Non lho ancora venduta sai? Ci sono affezionato».«E una bella casa».«Ora devo andare Udo, grazie della birra. Devo vedere un archeologo cheoggi parla ad una conferenza sullAntico Egitto proprio nella tuauniversità».«Ha, Himmler. A me non piace, io non ci vengo. Torna quando vuoi e tieniil libro finché ti pare», dice Udo.«Grazie ancora. Daccordo», dice Landolf alzandosi in piedi.I due si stringono la mano. Landolf saluta e poi esce dalla casa.Dopo che ha visto il suo amico chiudere il cancello ed allontanarsi, Udoguarda il cielo. Si sta annuvolando, forse pioverà come ha detto il meteo.Udo chiude la porta e torna, pensieroso, verso il salotto. Ad un tratto lemanca Crystal. Così, di punto in bianco. Udo prende il telefonino daltavolino e fa il numero di sua moglie. Il telefono suona a vuoto. Lacomunicazione sinterrompe, lei ha respinto la telefonata. Udo getta ilcellulare sul tavolino poi va verso la vetrina dove tiene gli alcolici.Quando Landolf è uscito dalluniversità ha sentito dei tuoni in lontananza.Mentre torna con la propria Audi A8 verso casa, comincia a piovere escende il buio. E scoppiato un forte temporale. Landolf arriva casa, mettelauto nel garage ed entra in casa. Ripone nellarmadio il soprabito.Cammina verso la cucina e spegne la luce. Sente un tonfo alle proprie
  • 9. spalle. Larcheologo rabbrividisce e per un attimo pensa ai demoni. Mapotrebbe essere un ladro, più reale e più pericoloso della sua fantasia. Sivolta e nel buio vede che larmadio del guardaroba è lievemente aperto.Riaccende la luce e si avvicina allarmadio. Per un istante immagina sestesso mentre prende una delle ante, la tira a sé e viene assalito da undemone che si era nascosto dentro.Lo apre.Nellarmadio ci sono solo le sue giacche ed il soprabito che aveva appenaindossato, il quale è raggomitolato sul fondo. Ecco cosera quel rumore.Semplicemente un abito che è caduto. Landolf lo prende e lo rimettesullappendino.Landolf mette a bagnomaria (usando una delle poche pentole che ha nellacasa, le altre le ha portate con sé nel bungalow in Egitto) due wurstel e limangia. Poi sale nel suo studio, accende la lampada della scrivania espegne la luce principale. A lui piace leggere o lavorare con solo unapiccola luce proiettata sulla scrivania. Si mette a sfogliare il libro, leggendopiccole parti di brano a caso. Poi torna a pagina 1 e inizia a leggerlo. Fuorisente lululare del vento ed il ticchettio della pioggia sui vetri della finestra.Ogni tanto un forte tuono lo fa sobbalzare.Secondo il libro Thomas scoprì il decimo pianeta con un telescopio.Proprio quel giorno vide gli esseri, dalla terrazza su cui era, aggirarsi nelgiardino. Prese un fucile dallarmadio, controllò che tutte le porte e finestrefossero sprangate e poi si chiuse in camera con la luce accesa. Il giornodopo scoprirono molte persone uccise, sbranate o fatte a pezzi da quelli chechiamarono demoni del buio. Quella sera si salvò solo perché era presentead un falò di un suo amico. I demoni si avvicinavano ma avevano paura.Allinizio pensavano del fuoco ma poi scoprì che avevano paura della luce.Thomas, che aveva la propria arma con sé, sparò da vicino a molte diquelle creature ma nessuna morì. Landolf continua la lettura ma siassopisce sempre di più.Si sveglia allimprovviso. Era addormentato ma è stato svegliato da unrumore, come di un passo pesante. Si guarda in giro. Nellangolo dellastanza, dove cè lattaccapanni, gli pare di vedere una sagoma umana nelbuio. Lo studio è grande e la luce della lampada non arriva ad illuminare
  • 10. quella parte. Sembra proprio un uomo.«Chi sei?», dice ad alta voce.Nessuna risposta.Landolf vorrebbe alzarsi e andare ad accendere linterruttore della luceprincipale ma per farlo deve avvicinarsi allattaccapanni, posto accanto allaporta.«Di cosa ho paura? Mica dei demoni, che non esistono», pensa.Landolf guarda bene la sagoma. Forse è solo un cappotto che prima nonaveva notato. La sagoma non si è mai mossa da quando lintravista,neanche quando le ha parlato. Larcheologo si alza e si dirige versolinterruttore.La sagoma non si muove.Accende la luce.E solo un cappotto.«Che stupido che sono!», pensa.Un forte tuono lo fa sobbalzare. Il temporale non è diminuito dintensità,anzi. Landolf si avvicina alla finestra e scosta la tenda. Guarda sulla strada.Un lampo la illumina e vede un uomo peloso coprirsi gli occhi con lebraccia ed urlare. E nudo e sembra proprio uno di quei demoni.«Impossibile, devo aver bevuto troppi cocktail alla conferenza», pensa.Il lampo torna ad illuminare la strada. In quel breve istante vede tre esseripelosi, con artigli alle mani e zoccoli, camminare leggermente gobbi. Unodi loro alza la testa e lo guarda. Segue il tuono.Landolf chiude le tende.«Calmati. E uno scherzo sicuramente», pensa, non tanto convinto.Scosta di nuovo le tende e guarda nel giardino, che è illuminatoperennemente da luci a led. Vede delle sagome correre verso la casa. Sentenettamente rumori di zoccoli. Inoltre li ha visti bene: sembrano reali nondelle persone travestite. E in preda di unallucinazione? Sta forsesognando? Non si era addormentato mentre leggeva il libro sui demoni?Certo, è un incubo.Si guarda in giro. Non sembra che quello che veda non sia reale.Sente un botto. Qualcuno ha sfondato la porta dingresso.Il cuore gli si ferma. Sono loro.
  • 11. E oggi il giorno predestinato, ora lo sa. E non ha nessuna arma in casa.Corre verso linterruttore per accenderlo ma dallangolo dellattaccapanniqualcosa si muove verso lui. Si ferma immediatamente. Sente un bassoringhio e una sagoma si avvicina alla luce della lampada. Non è illuminatodel tutto ma Landolf riconosce il demone. Alto, ha lunghi artigli, zoccoli edue lunghi canini. Lessere ringhia nuovamente e mostra dei denti terribili,lunghi e storti. I suoi occhi senza pupilla sono orrendi. Landolf va verso laluce.«La lampada non fa abbastanza luce,dannazione!», pensa.Sente degli zoccoli dietro di sé. Si gira e vede unaltra sagoma avvicinarsilentamente. Apre un cassetto ed estrae una torcia. Laccende e gliela puntacontro, sul viso. Il demone urla e si sposta velocemente. Landolf ha tutta laschiena sudata e trema. Muove la torcia in tutta la stanza. Adesso ce nesono almeno dieci. Lintero studio echeggia di ringhi. Landolf sente unaltro tuono poi va via la luce.E mancata la corrente.«No!», urla.Sente degli zoccoli avvicinarsi velocemente e punta la torcia in quelladirezione. Un demone ringhia ed indietreggia. Larcheologo si volta e puntala luce verso un altro, il quale emana a sua volta un terribile verso.Questultimo assomiglia a quello di un giaguaro ferito ma con un suono piùacuto. Per un attimo vede la luce trapassare il corpo del demone chenellarea colpita dal fascio è diventato semitrasparente. Poi il demonescappa.Una mano gli prende la torcia e con uno strattone gliela prende. Landolfvede la luce carambolare nellaria poi la torcia si schianta sul muro,rompendosi.Tutto è buio.«No, lasciatemi, non ho fatto niente!», urla Landolf.Larcheologo è colpito da qualcosa di pesante e cade a terra. Uno di loro gliè saltato addosso.Poco dopo sente delle lancinanti ferite alla schiena.Lurlo di Landolf si sente fino in strada.I demoni lo sbranano.
  • 12. Una BMW si ferma davanti una casa. Immanuel è venuto a prendere il suoamico Christian. Assieme andranno nel solito pub a far due chiacchiere.Stasera è stanco, non vuole fare tardi. Immanuel ha avuto una giornatamassacrante. Nella azienda dove lavora come impiegato ha ricevuto moltetelefonate. Ora sta ascoltando una radio dove trasmettono musiche deglianni 80, le sue preferite con la luce dellabitacolo spenta. Si volta e vedeverso la casa del suo amico. La luce della cucina è spenta. Solo la luce inuna camera è accesa. Mentre arrivava con lauto Christian gli aveva inviatoun sms in cui diceva che stava finendo di cenare e che poteva aspettarlofuori poiché subito dopo lavrebbe raggiunto essendo già pronto. E stranoche non sia già uscito, pensa Immanuel, poiché Christian mangia veloce, incinque minuti ha già finito tutto. Lha visto di persona a casa sua una volta.Sarà tornato in camera per prendere qualcosa, forse il cellulare.Immanuel sgrana gli occhi. Sbaglia o la finestra della cucina è sfondata?Col buio della notte è difficile vedere. Alla radio fanno Wild Boys lacanzone dei Duran Duran che preferisce. Immanuel guarda lautoradio.Christian sarà salito in camera, tutto qua. E per quanto riguarda la finestraavrà visto male.Uno scoppio alla sua destra lo fa sobbalzare. Immanuel sente dei pezzettinidi vetri colpirgli il viso, pizzicandolo come punture di api. Si volta e vedeun uomo che entra dal finestrino allungando il braccio. Quando sente degliartigli penetrare nella carne della spalla urla e vede che quello che lhapreso non è un uomo.E un mostro.Il viso è umano ma ha il naso schiacciato simile a quello di un cane. Gliocchi sono senza pupilla e la bocca enorme mostra dei lunghi denti. Ilmostro urla poi tira. Immanuel sente un dolore lancinante alla spallamentre viene trascinato verso il finestrino. Tiene il braccio della creatura,tentando di toglierselo. Sente che attraversa il finestrino, delle schegge glifanno dei lunghi tagli alla pancia. Una mano del mostro infila le puntedelle dita sul suo sterno poi con un rapido movimento verso il basso gliapre il petto. Immanuel urla mentre sente litri di sangue caldo bagnargli legambe.
  • 13. Allan sta facendo lamore con sua moglie nel letto. E felice, le cose glistanno andando bene. Grazie a quelle azioni ha avuto abbastanza soldi peraprire un attività, un negozio di home theater, il suo sogno. Home TheaterDreamer ha avuto successo e non ha molti clienti durante la settimana maquei pochi gli comprano apparecchiature da migliaia di euro. Il sabatoinvece è pieno. Vuole molto bene a sua moglie, Bridget. Sua moglie ha unorgasmo, lui la segue poco dopo.Qualcuno lo prende per le spalle. Allan non capisce cosa succede, si sentevolare nella stanza e poi colpire il muro. Cade nelloblio, svenuto. Non sirisveglierà più.«Chi è? Cosè successo? Allan? Allan rispondi», urla Bridget.Lei sente un uomo saltarle addosso.«Lasciami bastardo!», urla Bridget.La donna crede di stare per essere violentata. Invece sente degli artiglipenetrarle nelle carni, muovendosi velocemente. La donna strilla mentre ildemone la fa a pezzi.Un urlo di donna proviene dalla strada. Amadeus, che stava guardando undocumentario sui leoni, gira il capo, sorpreso.«Cosera papà?», chiede Paula, sua figlia. Ha sedici anni. E bella ed halunghi capelli biondi.«Non lo so, ma non mi sembrava la televisione», dice alzandosi dal divanoe andando verso la finestra.«Era una persona, non la tv. Cosè successo?», dice Paula, bianca in volto.Amadeus la guarda.«Non preoccuparti, ora vedo», dice scostando la tenda.Dalla finestra vede la strada e, aldilà, la casa della vicina. In quellaabitazione abita unanziana, da sola. Dalla porta aperta escono tre figure.Nel buio non riesce a vedere chi sono. Si fermano e guardano nella suadirezione. Amadeus chiude la tenda.«Mi sembra che siano ladri. Paula telefona alla polizia», dice Amadeusandando nel suo studio.«Non lasciarmi sola, ho paura!», dice Paula.
  • 14. «Telefona!», dice suo padre dallaltra stanza.Paula prende il cordless e chiama il 118. Amadeus rientra nel soggiornocon una pistola Beretta in mano.«Papà, attento con quella pistola», dice Paula.«Sono un poliziotto, amore, so usarla. Allora con quel telefono?», diceAmadeus.«Una voce dice che tutte le linee sono occupate».«Impossibile, ci devessere una centralinista che smista le chiamate».«Ti dico che non funziona. Ho appena riprovato».Un grosso botto fa saltare Paula.«Pa! Hanno buttato giù la porta!»«Chiuditi nel mio studio a chiave, svelta! E chiudi la luce», dice Amadeus.«Ma... e tu?»«Vai!»Paula corre nello studio e chiude la porta a chiave, come suggerito.Amadeus allunga la mano sinistra (nella destra tiene la pistola alzata) espegne la luce. Una debole luce lunare penetra attraverso le tende.Amadeus si è messo con le spalle al muro tenendo alla sua destra lafinestra. Loro non sapranno dovè ma lui invece conosce benissimo il suosalotto. E lunica porta dove possono entrare, quella dallaltra parte dellastanza.La porta si apre di botto, sbattendo sul muro.Sua figlia urla.«Paula!», dice Amadeus.Una sagoma si avvicina a lui correndo. Amadeus spara. Il lampo illuminaun essere peloso e con grossi artigli. Non rallenta nemmeno. Luomo sparaaltre due volte. Una mano gli stringe la gola, lui lascia cadere la pistolaprendendo larto del mostro, istintivamente. Il mostro lo stringe a sé,tenendo la schiena delluomo a ridosso del suo petto. Gli mette laltra manosotto il mento, da sopra la testa.Poi tira.Amadeus urla. Nella stanza si sente un tremendo rumore di strappo, poi uncorpo cadere. Infine una cosa cade per terra, rotolando vicino alla poltrona.E la testa di Amadeus.
  • 15. 11 MaggioUdo si sveglia con un forte mal di testa. Ieri notte ha bevuto molto whisky.Ha pensato a sua moglie, a quanto la ama ancora... non contraccambiato.Crystal convive con un prete protestante. Ad un certo punto, barcollando,ricorda di essere venuto in camera. Poi niente.Rialzandosi si accorge che si era buttato a pesce sul letto. Si volta. La luceè accesa, non lha neanche spenta.«Maledizione, che stupido sono», pensa.Si guarda in giro. La porta è aperta anche se si ricordava di averla chiusa.Evidentemente non lha fatto; con la sbornia che ha avuto se nèdimenticato.Udo guarda la sveglia, deve andare alluniversità. Sono le dieci. Ha saltatouna lezione senza avvertire, gli studenti saranno inferociti. Prende ilcellulare vede che lha chiamato sua figlia, ieri notte. Riprova a chiamareanche se a questora forse è a una lezione. E cosi, non risponde, anche se èstranamente ha lasciato acceso il telefonino (evidentemente è silenzioso).Udo si alza, va verso la finestra e scosta la tenda. Guarda in strada. Sta pergirarsi quando qualcosa attira la sua attenzione. Un uomo è disteso su unmare di sangue davanti ad una macchina, sul marciapiede, di fronte alcancello dei vicini. Il finestrino è esploso. Udo scende velocemente le scaleed esce. Va verso quello che gli sembra un ragazzo.Udo si tiene sul muretto della casa del vicino e si gira, vomitando. Lebudella del ragazzo sono sparse sul marciapiede. La vittima ha gli occhispalancati e il viso è deformato dal terrore. Udo si allontana, perriprendersi. Sta quasi per svenire. Guarda nel giardino del vicino. Accantoad una finestra vede un braccio staccato di netto, sanguinante. Il mondo perlui diviene nero.Quando apre gli occhi gli sembra di essere in paradiso, sta vedendo unabellissima ragazza. Grandi occhi azzurri da cerbiatto, capelli castani corti acaschetto e nasino allinsù.«Signore, sta bene?», dice la ragazza.Non è un sogno, è la verità. Udo spera però che tutto quello che ha vistoprima sia stato un sogno. Dietro di lei vede la strada dove abita.
  • 16. «Io... non mi sono sentito bene», dice, poi gira il capo verso il corpostraziato.«Allora... non era un sogno», dice.«No, è tutto vero. Dei mostri hanno ucciso centinaia di persone stanotte.Ho guardato almeno tre case, di quelle con la porta aperta. Non ne vogliovedere più», dice la ragazza.Udo guarda la ragazza. Alta, magra, ha un fisico da modella e un lungocoltello che le spunta da sotto la corta giacca. E infilato nella cintura.«Ha notato il coltello? E per difendermi, non abbia paura», dice la ragazza.«Io... mi chiamo Udo Schmidt. Abito nella casa dietro di me. Per quantoriguarda i killer, è sicura che non siano uomini? Il ragazzo qua accanto...».«Le sembra possibile che sia stato un uomo a farlo? Comunque piacere, michiamo Jessica Heydrich. Abito nel quartiere successivo. Quasi tutte leabitazioni hanno la porta sfondata o aperta. Tutti i corpi sono sbranati,mutilati o fatti a pezzi. Sono sicura che non sono state delle persone... li hovisti».Per un attimo Udo pensa ai demoni del buio ma poi scarta lidea.«Sicura che non siano terroristi?», dice Udo.Jessika lo guarda malamente.«No, eh? Non lo penso neanche io», dice Udo ricordandosi che ha dormitocon la luce accesa.«Senti, Jessika. Ieri notte coshai visto o sentito? Io dormivo alla grossanon ho sentito niente», dice ancora Udo.«Non so se devo raccontare le mie cose personali ad uno sconosciuto»,dice Jessika.«Hai sentito lodore dellalcool, vero? E vero, ho bevuto ieri sera, perchémia moglie... Oh mio dio, Crystal ed Emma staranno bene? Devo andare,scusa»«No, signore, aspetti. Non voglio stare da sola», dice la ragazza.«Non volevi raccontarmi coshai visto ieri sera... e adesso vuoi venire conme in auto? Non ti capisco, Jessika»«Io... sono terrorizzata. E se quelle... cose sono ancora in giro?»Udo la guarda a bocca aperta. Ha ragione, non ci aveva nemmeno pensato.«Daccordo venga con me. Non ho armi però», dice andando verso il suo
  • 17. garage.Udo entra in casa, seguito dalla ragazza. Entrano in garage. Lui apre ilportone e poi la sua macchina, un Audi A8. Jessika ci entra veloce, come ilgarage stesse per bruciare. Udo prende un accetta e a sua volta sale in auto.Jessika lo guarda spaventata, mette una mano sulla maniglia della portiera.«Tranquilla è per difenderci. Non ho altro», dice Udo riponendola sulsedile posteriore.Jessika guarda lascia poi annuisce e toglie la mano dalla maniglia. Udo faretromarcia. Poi preme il telecomando e il portone si richiude. Esce instrada.«E poi tu hai un coltello», dice Udo.Jessika fa un mezzo sorriso e poi dice: «Le racconterò adesso cosho vistoieri sera, mentre guida.»Udo annuisce ma non dice niente, accelera.«Non corra troppo», dice Jessika.«Puoi darmi del tu, Jessika. Chiamami Udo. Ho fretta di vedere mia figlia.Non ci ammazzeremo tranquilla. Questa Audi è stabile ed ha quattro ruotemotrici», dice Udo.«Va bene, sign... Udo. Ieri notte mentre leggevo un libro ... Sonoalluniversità, sai... Beh, ho sentito delle urla. Sono scesa dal letto e andataalla finestra. Non ho acceso la luce principale ho lasciato acceso sololampada sul comodino. Attraverso il vetro ho visto delle sagomecamminare sulla strada....Jessika vede un uomo saltare addosso ad una persona e cominciare apicchiarla. Sono teppisti. No, non la sta malmenando... muove le braccia inmodo strano. Jessika si mette una mano sulla bocca. La sta sbranando. Nonè possibile! Jessika chiude la tenda, va nel soggiorno e accende la luce.Non vuole rimanere nel buio, ha troppa paura. Chi era quellassassino? Eraveramente un uomo?Controlla che la porta dellappartamento sia chiusa. La porta è blindata,laveva messa il proprietario, prima che decidesse di affittarla.Dal bagno sente la finestra andare a pezzi e un rumore. Poi dei passi.Jessika va in cucina e da un cassetto prende un lungo coltello da cucina,
  • 18. poi prende il cellulare che ha sul banco tra la cucina e il soggiorno. Con lasinistra digita il segnale del soccorso col centralino, il 118 1. Mentre lo faguarda con la bocca aperta la porta del bagno. Ha tanta paura.Ma essa rimane chiusa. Il centralino non risponde. Tenta di chiamaredirettamente la polizia. Una voce automatica dice che tutte le linee sonooccupate. Chiama i suoi genitori e il ragazzo ma entrambi non rispondono.Dal bagno non ci sono più rumori.Ma Jessika è sicura che ci sia qualcuno.Rimane in piedi, appoggiata al banco, per un periodo indeterminato. Ad uncerto punto si accorge che sta per addormentarsi, in piedi. Forse nel bagnonon cè nessuno: qualcuno avrà tirato, non si sa il perché, un sasso allafinestra del suo bagno e lavrà rotta. Jessika mette una sedia di traversosulla maniglia della porta del bagno per chiuderla, per sicurezza e tornanella sua camera. Accende la luce principale e sente un orribile urlo allasua sinistra. Si gira e vede un mostro, un umanoide con lunghi artigli allemani e zoccoli ai piedi. Spalancando la bocca esso mostra dei lunghi dentiappuntiti e storti. Jessika urla La creatura cerca di andare verso la finestra eman mano che corre diviene sempre più traslucido. Diviene trasparente eprima che tocchi la finestra scompare. Solo ora si accorge che la finestra èspalancata. Lha chiusa ed è rimasta per gran parte della notte con tutte leluci accese, sopra il letto, tremando. Le luci li uccidono. Ha sentito urla,spari in lontananza, rumore di zoccoli fuori dalla porta, come se ci fosse uncavallo in giardino e qualcuno parlare in una strana lingua. Il bagno èrimasto silenzioso. Poi si è addormentata.«Non mi crede, vero? Pensa che sia pazza. Lho creduto anchio stamaniquando mi sono svegliata», dice Jessika.«Ho detto che puoi darmi del tu. No, non penso che tu lo sia. Non dopoquello che ho visto. Da come hai descritto il mostro e il fatto che la lucelha ucciso mi ha fatto capire che purtroppo avevo ragione. Sono tornati idemoni della notte...», dice Udo.«Cosa... sono? Non li ho mai sentiti nominare».Udo schiva unauto ferma sulla sua corsia. La portiera è spalancata. Sotto lamacchina cè un lago di sangue. Udo la supera tranquillamente, dallaltra
  • 19. parte non arriva nessuno. In verità non ha incrociato unauto da quando èpartito. Jessika guarda dentro labitacolo quando ci passano vicino.Gira immediatamente la testa.«Forse il conducente è ancora vivo...», dice Udo, guardando la strada.Comincia a rallentare.«No... lho visto», dice Jessika.Udo accelera. Mentre guida dice tutto quello che sa sui demoni della notte.«Forse nessuno sapeva della loro leggenda perché è stata rimossa dallamemoria. Probabilmente lunico libro che parla di loro è quello di Thomas.I demoni fanno troppa paura...», dice.«Per favore non mi parli... di loro», dice Jessika con un tono di una che staper piangere.«Voleva sì o no sapere... scusa. Come vuoi. E già andata dai suoi genitori,vero?»«Sì... Cera solo mia mamma, mio padre è morto due anni fa di cancro. E ilmio ragazzo. La mamma... mio dio...», dice Jessika.«Va bene, non faccio ulteriori domande. Scusa se te lho chiesto», diceUdo.«Figurati. Sì, andiamo da tua moglie, forse riusciamo a salvare qualcuno».«Tutti quelli vivi di sicuro, basta dire loro di non stare mai al buio... Se cisono altre persone vive».«Io ho incrociato un uomo anziano mentre camminavo nella tua via...continuava a dire: Madge, Madge. Probabilmente il nome di sua moglie.Gli ho parlato ma era come se non esistessi. Ha tirato dritto...», diceJessika.Per la strada incontrano diverse macchine ferme in mezzo alla strada oparcheggiate con le portiere aperte o i finestrini sfondati. Non incrocianonessuno.Davanti alla casa di Crystal cè una macchina della polizia con le portiereaperte. Il lampeggiante è ancora in funzione ma lauto è spenta. Udoparcheggia e scende dallauto con laccetta in mano, poi corre, lasciandoaperta la portiera. Jessika gli corre dietro. In giardino vede Udo saltare uncorpo ed entrare nella porta della casa aperta. Jessika vede che il professore
  • 20. ha evitato un poliziotto morto. Il cadavere è senza testa. Urla e si tiene unamano in bocca. Poi sente lurlo di Udo. Jessika vorrebbe intervenire ma hauna paura matta dei demoni. Estrae dalla cintura il coltello da cucina erimane lì, ferma, a due passi dal morto. Poi sente singhiozzare. Salta ilpoliziotto ed entra nel corridoio. Nota che la luce è spenta, quindi laccendeimmediatamente. Udo nella foga di entrare non se nè accorto, ha rischiato.Secondo lui i demoni si rintanano nel buio, anche di giorno. In cucina,dovè Udo, la luce invece è accesa. Nel corridoio cè una poliziotta. Ha inmano una pistola. Ma le manca una gamba. Il professore è in ginocchio epiange sul corpo della moglie, steso su un lago di sangue. Jessika tornafuori e va a vomitare nel giardino, lontano dal poliziotto.La porta elettrica del garage si apre e da esso esce Udo con una pala inmano. Senza dirle niente e senza neanche guardarla comincia a scavare unafossa in giardino. Jessika le si avvicina.«Udo... e tua figlia?», dice Jessika mettendogli la mano sinistra sullaschiena.Lui smette di scavare.«E in camera...»Udo continua a scavare. Jessika ripone il coltello nella cintura dei jeanssenza chiedergli ulteriori informazioni.«Così hai ancora il coltello... non penso serva contro i demoni», dice Udo,senza girarsi.«Mi dà sicurezza...»«Sì, hai ragione», dice Udo gettando una badilata di terra.«Cè un altra pala?», dice Jessika.«Sì, nel garage. E illuminato», dice Udo.E illuminato, pensa Udo. E la nuova frase per dire che un posto è sicuro?Ma è così veramente? Saranno al sicuro? Basterà che entrino in casa altramonto e che tengano la luce accesa tutta la notte? E quanto dovrannoaspettare prima che la corrente sinterrompi? Quanti sono sopravvissuti? Equanto staranno nella Terra i demoni? Qualche giorno? Sempre?Queste e altre mille domande tormentano Udo mentre scava. E se le fa pernon pensare ai suoi cari. Proprio per lo stesso motivo Jessika lo staaiutando a scavare la fossa per Crystal ed Emma.
  • 21. Per non pensare.Finita la fossa hanno messo i corpi delle due povere donne in una coperta egettati nella loro tomba. Già che erano ci hanno gettato anche i corpi deipoliziotti. Prima di farlo si sono tenuti le loro pistole Beretta con uncaricatore di scorta. Una lha presa Jessika, la quale si è sbarazzata delcoltello. Ricoperta la fossa comune, Udo ha costruito una croce con duepezzi di legno. Sopra ha scritto con un pennarello indelebile i loro nomi. Sesopravvive farà una croce migliore.«Sei sicuro che non sia sopravvissuto nessuno? Cioè... magari ci sonoancora le pompe funebri», dice Jessika.«Non lo so. Tu sei stata in qualche casa oggi? Ne ho viste tante con la portaaperta o sfondata mentre guidavo», dice Udo.«Beh... sì. Ho trovato solo morti. In un giardino cera un filo della correntepenzolante. Era stato strappato. Lì non sono entrata. Lunico che ho vistovivo oltre a te è quelluomo di cui ti ho parlato».Il filo della corrente strappato non dice niente di buono, pensa Udo.«Vieni con me? Devo andare in un centro commerciale», dice.«Sì...»«Prima vorrei prendere unaltra arma, più efficace. Il padre di Crystal eraun cacciatore. Mia moglie ha tenuto di ricordo un fucile».Udo si avvia verso casa. Jessika lo segue. Luomo va verso una porta.«Aspetta, vai in cantina?», dice la ragazza.«Sì, perché?», dice Udo.«Puoi accendere la luce da fuori?»«No, però linterruttore è sulle scale, appena dietro la porta. Hai ragione,devo stare attento, potrebbero esserci dei demoni».Udo si avvicina alla porta e appoggia lorecchio sulla porta della cantina.Non sente nessun rumore. Estrae la pistola che aveva infilato nei pantalonie la tiene con la destra in alto, dopo aver tolto la sicura. Con la sinistra aprela porta.Non lha aperta neanche di venti centimetri che un grosso braccio pelosofuoriesce dal pertugio e lo prende per la manica. Il demone tira e Udofinisce sulla porta, chiudendola. Jessika urla. Udo tira il braccio più forte
  • 22. che può e riesce a strappare il giubbotto, poi chiude la porta. Per fortuna ilmostro lha preso per la manica e non per il braccio. Si allontana di qualchepasso poi spara tre volte sulla porta. Il rimbombo della pistola nella casa èfrastornante. Jessika si tiene le mani sulle orecchie mentre continua adurlare, per lemozione. Lodore della polvere da sparo è nauseante. Udorimane immobile, con un espressione stupita sul viso e il braccio destroallungato nellatto di mirare. Vede il fumo uscire dai buchi dei proiettili.Dubita che abbia fatto del male al demone anche se era dietro subito dietrola porta. Lodore della polvere da sparo ristagna nel corridoio.«Basta la pistola. Andiamo», dice Udo girandosi e avviandosi alluscita.«Non gli hai fatto niente», dice Jessika.La ragazza lo segue. E contenta di uscire alla luce del sole che ora è alto.«Come stai?», chiede a Udo.«Bene... un po scosso ma a posto a parte una manica rotta. Ma adesso nelnegozio potrò prendere un altro giubbotto», dice questultimo.I due salgono sullAudi e poi si allontanano. Nessuno dei due parla duranteil tragitto. Jessika guarda fuori dal finestrino le case con le finestre rotte ele porte aperte. Ogni tanto passano davanti un negozio con la vetrinasfondata dal quale suona un allarme. Ma sul marciapiede non vedononessuno.«Dici che dovremmo vedere se ci sono persone ferite?», dice ad un trattoJessika.«Non sono un dottore. Tu cosa studi?»,dice Udo guardandola per unattimo.Ogni volta che la guarda sembra sempre più bella.«Conservazione dei beni culturali alla tua università. Non sono un medico.E anche vero che per le ferite gravi non potremmo fare niente, però...»«Hai ragione, dovremmo cercare dei sopravvissuti. Ma non possiamoandare in giro casa per casa. Ce ne sono migliaia ad Ingolstadt»La macchina passa davanti allAudi Forum. Di solito nella sua piazza siintravedono dei visitatori che vanno verso il museo o lAudi Bar e dellemacchine come la sua parcheggiate davanti a questultimo. Oggi è deserto.«Io lavoravo part time in un negozio di vestiti in centro. Ho fatto anche labarista; il bar non era mio», dice Jessika.
  • 23. «Prima hai detto alla tua università. Mi hai visto là? Io non ti ho mainotata»«Io sì, ti ho visto passare una volta. Ma non mi hai vista evidentemente.Non eri un mio professore»Udo si ferma con lauto nel parcheggio di un grosso centro commerciale.Vedendo che è entrato storto nelle linee fa retro per allineare meglio lamacchina.«Non occorreva. Forse saremo solo noi i clienti in tutta la giornata.... anchese spero di no», dice Jessika.«La forza dellabitudine», dice Udo.Questultimo apre il cassetto e prende una torcia. Sceso dalla macchina sela mette nella tasca interna della giacca e si avvia verso lentrata conJessika al suo fianco. La ragazza ha notato che ha chiuso lauto, unaltracosa che forse non serviva, ma non dice niente. Il centro commerciale èchiuso, come pensava Udo. La porta a vetri principale però è sfondata.Lallarme suona ma nel parcheggio non cè nessuna macchina della polizia.Udo estrae la sua pistola e passa per lapertura, cautamente per nontagliarsi. Jessika lo segue.«Non si potrebbe, è chiuso», dice la ragazza.«Quello che prenderò lo pagherò appena tutto torna normale, se mai losarà», dice Udo.«Non dire così, sto cercando di non pensare che la nostra vita cambieràradicalmente. Se i sopravvissuti sono pochi ci vorranno anni per tornare acome eravamo prima. Bisogna vedere se sono sopravvissuti poliziotti epolitici. Riavviare in tal caso lintero sistema politico e di giustizia... se saràpossibile».«Io penso a una cosa più banale... si chiama sopravvivenza».Camminano nel corridoio principale ai cui lati ci sono negozi.«Per adesso dobbiamo pensare a vivere durante il giorno e sopravvivere lanotte», dice Udo.«Non penso che la tua pistola serva contro i demoni. E comunque le lucidel corridoio principale sono accese», dice Jessika.«Non è per i demoni che ho estratto la pistola. Non vorrei che fosse statoqualche delinquente a rompere il vetro. Cè sempre qualcuno che approfitta
  • 24. del caos».«Hai ragione».Jessika si guarda in torno. Guarda le vetrine chiuse dei negozi. Alcune sonoilluminate ma altre no. In questultime il vetro è sfondato e vede dellesagome muoversi nellombra.«Ci sono i demoni nei negozi bui. Siamo al sicuro vero?», dice.«Finché cè la luce sì», dice Udo.Il professore si rende conto solo adesso che è importante che facciano ilpiù presto possibile. Pensa al filo strappato nel giardino. Sono statisicuramente i demoni. Tolta la corrente, hanno avuto via libera in quellacasa. Sono intelligenti, come aveva scritto Thomas sul suo libro. Dovesono le cabine elettriche in questo centro? Spera non allinterno, ma nelparcheggio esterno. Basta però che uno di loro sia chiuso in una stanzabuia dove sono gli interruttori generali e che li senta camminare... Nonvuole pensarci. Con la sua torcia non li fermerebbe.«Non parliamo se non serve e cerchiamo di non fare troppo rumore», dicepiano Udo.«Va bene».I due giungono allingresso del supermercato principale, quello più grande.E illuminato. Udo mette via la pistola, prende un carrello e dice a Jessikadi prenderne una altro.«Perché?», dice lei.«Tu fai la spesa e prendi solo viveri a lunga conservazione. Io prendo dellecose che ci serviranno stanotte. Poi ti dico, fidati. Sbrighiamoci!»«Oki» Le porte a battenti automatiche sono spente quindi loro passano perluscita, che ne è priva. Non cè nessuno nel negozio.«Che strano vederlo così deserto. Fa impressione», dice Jessika.«Già».Jessika esegue le indicazioni di Udo, buttando nel carrello scatolette e altriviveri a lunga conservazione, senza soffermarsi sulla marca. Udo riempie ilcarrello di grosse torce e pile. Nel reparto vestiti si prende anche unagiacca nuova.Quando si incrociano lei dice: «Quante torce e pile! Perché?»
  • 25. «Io penso che i demoni prima o poi staccheranno la corrente principale allacasa dove andremo. Intendo dire il filo, quello in alto. E non so ripararlo.Le pile illumineranno la stanza»«Andremo?»«Vedi te Jessika se rimanere con me. Se vuoi ci spartiamo la roba. Pensavoche assieme fossimo più sicuri».«Certo che rimango con te... da sola stanotte non voglio stare. Ma nonnello stesso letto. Non pensare male»«Tranquilla non sono uno di quelli che ci prova appena può... anche se seimolto bella»«Grazie».«E poi i professori non dovrebbero andare coi propri studenti», dice Udospingendo il carrello.Jessika ride. Vanno in una cassa, che è vuota e spenta. Udo passa perprima. Jessika, prima di seguirlo, prende una manciata di barrette dicioccolata.«Lho sempre desiderato prenderne molte ma da bambina non avevo i soldie adesso non le prendevo per la dieta... ma oggi chi se ne frega... Andiamoa casa mia che è più piccola e quindi più facile da proteggere», diceJessika.«E quello che pensavo, se sei daccordo».«Daccordissima».La luce del corridoio per un attimo cala poi riprende.Jessika urla: «No!»«Sbrighiamoci. A me non è mai piaciuto stare tanto in un centrocommerciale», dice Udo correndo mentre spinge il carrello. In realtà luipensa alle luci, che potrebbero spegnersi.«Non è il momento di fare dello spirito...» dice Jessika imitandolo.Mentre corrono Jessika vede delle ombre dietro alle vetrine spente. Idemoni si stanno agitando. Le luci traballano ancora. Per uscire Udosfonda una parte della porta a vetri. Nessuno dei due si si ferisce. Lallarmesuona ancora.«Che fastidioso», dice Udo rallentando. Ora sono al sicuro.Jessika si gira verso lentrata principale del centro.
  • 26. Le luci si sono spente. Li vedo muoversi», dice.«Già... Non potremo più tornarci», dice Udo.«Non è lunico anche se era il più grande»,dice Jessika.Caricano lAudi, che non ha problemi di spazio, poi vanno dove abitaJessika, seguendo le sue indicazioni.Il suo condominio ha solo due piani ma lei abita al piano terra. Appenaentra a piedi nel giardino, Udo nota il prato tagliato, un bellissimo vecchioalbero e un motocoltivatore parcheggiato sulla destra, tra la casa e le altesiepi, accanto una finestra.«Stai vedendo il motocoltivatore? Lha parcheggiato là il mio vicino, sottoalla finestra della mia camera. Lo usiamo per tagliare lerba. Vedi lattrezzoattaccato dietro?», dice Jessika.«Sì», dice Udo.Entrano in casa.«Bello il tuo appartamento, anche se non è molto grande», dice Udo.«Tu dormirai sul divano letto. Stamani ho rischiato sai, andando in bagno.Ho tolto la sedia ed acceso la luce. Non cera nessuno. Il demone eraandato via ma non lo sapevo. Non sapevo neanche che ero una delle pochesopravvissute. Lho scoperto quando sono uscita dopo la colazione perandare alluniversità», dice Jessika.Guarda il professore per un attimo poi dice ancora: «Adesso riponi le cosementre preparo il pranzo», dice Jessika.Jessika vuole aprire il frigo ma ha un attimo di esitazione.«Non avere paura, Jessika. I demoni non sono così stupidi. Sanno che se sinascondono là dentro appena uno apre la porta viene investito dalla luceesterna e del frigo. E poi penso che respirino come noi... penso», dice Udo.Jessika ride.«Hai ragione. Che strana idea ho avuto. Un demone nel frigo», diceaprendolo.Sentono un botto e Jessika urla.Un contenitore di cartone con delle uova è caduto sul pavimento.«Lho messo male. Che stupida sono a spaventarmi sempre!», dice laragazza.
  • 27. «E naturale. Però abbiamo delle uova in meno. Alcune si sono rotte», diceUdo prendendo il contenitore e sorridendo.Jessika ride. Guarda nel frigo. Dentro ci sono formaggio, degli yogurt e laverdura. Nel freezer cè della carne.«Sono dei veri demoni o creature reali?», dice Jessika.«Non lo so».«Se sono demoni perché entrano sfondando le porte? E se hanno un corpofisico perché le pallottole li trapassano?»«I dont know».Jessika cuoce due bistecche e le mette su due piatti sul tavolo. Accantopone anche delle salse e una lattina di birra per Udo. Lei beve succo difrutta. Udo ringrazia di tutto. Mangiando diminuisce il loro nervosismo.«Stamani quasi ti prendeva quel mostro», dice sorridendo Jessika.«Lho scampata bella, sì. Come mai stamattina eri nella mia via?», diceUdo.«Camminavo a caso. Dopo quello che ho visto ero sotto shock. Hotelefonato a tutti i contatti che avevo nel cellulare ma nessuno mi harisposto. Poi ti ho visto cadere in lontananza. Pensi che ci siano altrepersone oltre a noi e al tizio che ho incontrato?», dice Jessika.«Sì. Vedi, molte persone avranno visto dalla finestra i demoni e magarisaranno rimasti barricati in casa con le luci accese. Però alcuni di lorosaranno stati presi nei corridoi e stanze buie e la maggior parte alla fine,sentendosi sicuri, avranno spento la luce per dormire... ad altri hannostaccato la luce, come hai visto. Quelli che non si sono accorti dei demonisemplicemente stavano dormendo»«Mio dio», dice Jessika.Udo diviene serio per un attimo. Ha pensato a sua moglie ed Emma.Jessika lo intuisce guardandolo e il ricordo va subito a sua madre e aLudwig, il suo ragazzo. Sparecchia la tavola, per non far capire a Udo chesta piangendo.«Sei figlia unica?»«Sì...»«Anche io. E sono orfano. I miei genitori sono morti in un incidente aereoquando avevo ventidue anni».
  • 28. «Mi dispiace molto».Dopo sparecchiato, mentre Jessika pulisce i piatti per riporli nellalavastoviglie, Udo pensa a come disporre le torce. Le mette in modo chenessuna parte dellappartamento sia al buio. Neanche in camera, bagno eripostiglio, le uniche stanze oltre alla cucina/soggiorno. Accanto a loromette delle pile di riserva.«Ecco fatto. Ogni tanto dovremo andare a recuperare altre pile. Neabbiamo quante ne vogliamo, ci sono parecchi negozi in città. Sperocomunque che i demoni non stacchino la luce. Comunque se nessuno badaalla centrale elettrica prima o poi mancherà la corrente in tutta la città»,dice Udo.Il professore comincia ad accendere tutte le pile, in tutte le stanze.«Facciamo una prova. Chiudi le persiane», dice.«Sei... sicuro?», dice Jessika.«Sì. Tanto fuori nel corridoio non ci sono demoni».Jessika chiude le persiane poi, assieme a Udo, spegne una alla volta tutte leluci delle stanze dellappartamento. Cè una fioca illuminazione ma pochezone buie. Jessika si guarda in giro, nervosa. Le pare di sentire un rumore.Udo riaccende la luce principale e riapre le finestre. Jessika si tranquillizza.«Ho visto dove sono le zone semibuie, faccio una piccola modifica», dice.Dopo aver sistemato e provato le torce i due escono dallappartamento. Se idemoni le prendono ne cercheranno altre. Prima di tutto hanno seppellito lamadre e lex ragazzo di Jessika poi sono andati dalla polizia per vedere sequalcuno di loro è ancora in vita.Dalla polizia hanno trovato soltanto cadaveri.«Forse alcuni di loro sono a casa», dice Udo.Hanno provato anche ad andare da alcuni dei loro amici, di quelli cheabitano in città, ma senza buon esito. E stato anche da Landolf ma lhatrovato con la schiena aperta. Il suo corpo era semivuoto. Nessunsopravvissuto.Scoraggiati hanno cominciato a vagare per Ingolstadt in auto. Hanno anchefatto una passeggiata in centro ma non hanno visto nessuno. Verso le settesono tornati in auto. Udo guarda lindicatore della benzina. Ha ancora unquarto. Meno male, ha paura di rimanere a piedi e in tal caso dovrebbero
  • 29. tornare a casa prima del buio, cioè verso le otto e i distributori dicarburante non funzionano. Tornati a casa hanno trovato le torce al loroposto.Mentre cenano Udo vede i raggi del sole di colore rosso fuoco attraverso lafinestra; sta tramontando. Le luci in casa sono già accese ma per sicurezzaUdo accende tutte le torce.«Torneranno?», dice Jessika.«Sì», dice Udo.«Sei sicuro che staccheranno la luce?»«No ma se lo faranno e le torce sono spente non avremo il tempo diaccenderle. Tanto di pile sono pieni i centri commerciali».Jessika accende la tv ma solo in un canale cè segnale. Stanno trasmettendoDerrick, un telefilm.«Probabilmente quella stazione sta trasmettendo automaticamente unasequenza di trasmissioni già registrata. Una volta terminata il computer lharipropone da zero. E impossibile che non trasmettano tg straordinari dopoquello che è successo», dice Udo.Jessika accende la radio del suo impianto stereo. Le stazioni sembranomute. Ad un certo punto si sente una voce femminile.«Per i pochi radiospettatori ancora in vita ripeto quello che ho già detto.Tenere sempre le luci accese. E la luce che tiene lontani quei mostri. Cosapensa che siano quelle creature, professore Himmler?»«Himmler! Lo conosco», dice Udo.«Sssst!», dice Jessika.«Non ne ho idea. Purtroppo tutti i miei conoscenti esperti su tale camposono morti...»«Non tutti, ci sono anchio... anche se non sono un vero e proprio esperto »,dice Udo.«...sembrano persone più che demoni. Hanno laspetto dei cosiddettidemoni del buio e hanno le loro stesse caratteristiche. Le pallottole litrapassano; nessuna arma li può fermare se non, come ha già ripetuto lei,la luce. Per me vengono da un altro mondo...»La voce passa alla donna.«Sta calando il buio, state pronti. Non avvicinatevi a porte e finestre che
  • 30. danno allesterno poiché essi sono in grado di spezzarle e di trascinarvifuori. Anche se si comportano da animali sono molto intelligenti..»«Qualcunaltro è rimasto in vita allora oltre alluomo che ho visto, bene»,dice Jessika.«Bene», ripete con un tono serio Udo.Le ombre si allungano sulla strada ma Sophie e suo marito Robert ancoranon hanno visto nessun movimento in giro. Sono bloccati nella loro auto.La benzina è finita a circa 30 chilometri da casa loro. Robert non haguardato lindicatore della benzina prima di partire dalla casa dei suoceri.Rischiamo di raggiungerli in paradiso, pensa Robert. Nellabitacolo èaccesa la luce.«Non riesci ad accendere la macchina, vero?», dice Sophie. Hacinquantanni.«No, te lho già detto, è finita la benzina. Spero che la luce dellabitacolobasti a tenerli lontani. In caso tu punta loro quella torcia che ti ho dato inmano. Purtroppo dobbiamo dormire qui, la casa più vicino era senzacorrente, hai visto anche tu», dice Robert.«E... se non vengono più? Forse se ne sono andati, è già buio e non vedoancora nessuno», dice Sophie.«Allora dormiamo qui comunque e poi domani cerchiamo un distributoresperando che la pompa funzioni. Spero proprio che tu abbia rag...»In quel momento sentono lauto scuotersi su è giù. Sophie urla. Qualcuno lasta sbattendo. Dal finestrino Robert vede che sono due di quei mostri. Iloro ruggiti sono terribili. Veloci come sono venuti scompaiono nel buio.La luce fa loro male.«Vogliono spaventarci per farci uscire. Stai tranquilla, hai sentito la radio.La luce li spaventa. Ho chiuso le portiere, no?», dice Robert con vocetremante.«Sì è... chiusa. Ma loro possono sfondare il finestrino. Hai visto comeraridotta la porta del nostro garage!»«Se ne vedi avvicinare uno punta la luce della torcia sul suo viso. Forse adun certo punto smetteranno di provarci e allora forse riuscirai a dormire».«Non riuscirò mai a farlo! Li senti? I loro maledetti zoccoli...»
  • 31. «Non capisco come hanno fatto ad avvicinarsi così silenziosamente ...»Lauto viene sollevata parzialmente dal davanti. Sophie urla. Si sente uncrac e il cofano viene alzato.«Cosa fanno, Robert? Ho paura».«La batteria!», urla Robert.Labitacolo cala al buio. Le portiere vengono divelte e gli sposi trascinatifuori.Albrecht guarda fuori dalla sua finestra. Li vede muoversi. Ma ha accesotutte le luci in casa, è al sicuro. Quei bastardi non riusciranno a fregarlo. Eriuscito a sopravvivere alla guerra, non morirà a causa di mostri cheparlano un lingua gutturale. Albrecht è un ex SS. In mano ha una LugerP08. Vede uno di loro arrampicarsi sul palo della corrente.«Sei furbo, mostro, ma adesso finirai fulminato, idiota», dice Albrecht.Albrecht vede che il demone strappa il filo ma rimane aggrappato sul palo,indenne. E nella casa scende loscurità. Dopo tanti anni ripiomba in lui lapaura che aveva durante la guerra. Di essere ucciso durante un azione diguerra, di un bombardamento, di essere catturato dai sovietici. La portadella stanza chiusa a chiave viene scardinata. Lui si volta e con le manitremanti mira alla sagoma che sta correndo verso di lui e fa fuoco.Jessika, che sta dormendo in camera, si sveglia a causa di un forte rumore.Attraverso la tenda della finestra entra un grosso braccio peloso. Il ruggitodel demone rintrona nella cameretta mentre Jessika urla. Poi la manoscompare velocemente, così comè apparsa. Per fortuna il letto è dalla parteopposta delle finestra. Jessika allunga la mano sul comodino e prende lapistola. In quel momento entra Udo con laltra in mano. Jessika si gira aguardarlo, bianca in volto.«Tutto bene?», dice Udo.«S...sì. Ma ho paura», dice Jessika.«Tranquilla anche se spengono la luce ci sono le torce. Abbiamo provatoprima, non possono raggiungerle e la loro luce copre tutto lappartamento».«Voglio dormire di là anchio. Non voglio stare da sola».«Dobbiamo disfare il letto e portarlo di là, è pesante...»
  • 32. «Non importa, faccio da sola se non vuoi aiutarmi».«No, ti aiuto, no problem».Jessika scende dal letto e comincia a togliere il piumone. Mezzora dopo ilsuo letto è accanto al divano letto.«Grazie Udo. Ora sono più tranquilla», dice Jessika.«Se ci attaccano io non posso fermarli. Non conosco formule magiche»,dice Udo.Jessika sorride.«Lo so», dice.Udo non riesce a dormire: sente continuamente i loro passi e il loroparlottare nella loro strana lingua. Non riesce a non pensare ai demoni. E acome riducono le loro vittime.Per distrarsi pensa a Jessika in pigiama. E veramente sexy, anche se non hatanto seno. La luce va via di colpo. Ma lappartamento è illuminato dalletorce.«Hanno staccato la corrente», dice Jessika.«Già. Come vedi cè abbastanza luce», dice Udo.Udo pensa che se verranno attaccati sparerà un colpo in testa a Jessika epoi a se stesso.13 MaggioIl giorno precedente hanno vagato in cerca di qualcuno e hanno fatto altraspesa. La stazione radio che trasmette 24 ore su 24 notizie sui demoni hadetto che le vittime si stimano sul 90% della popolazione della Baviera.Del resto del mondo ancora non si sa niente. Udo e Jessika non sonoriusciti a trovare il professore Himmler e la radio dove trasmettono.Internet poi non funziona più. Oltre che sapere dove si trova la radio,leggendo la frequenza sul web, potevano cercare altre informazioni suidemoni della notte.Saranno stati questultimi a bloccarlo.La stazione ha continuato a trasmettere fino alle 21. Poi è diventata muta.Anche lunica emittente tv ha cessato di trasmettere. Evidentemente idemoni le hanno tolto la corrente. La mattina Udo si sveglia con Jessika
  • 33. nel suo divano letto. Lui si gira a guardarla e lei si sveglia.«Buon... giorno. Non volevo dormire da sola. Non ti secca, vero?», diceJessika.«Scherzi? A chi non piacerebbe dormire con te? Che ora è?», dice Udogirandosi verso lorologio sulla parete.«Le nove», dice Jessika.«Beh, almeno non dovremo più lavorare, per un po».Jessika ride. E si avvicina a lui.«Ti piaccio?», dice Jessika.Lui come risposta la bacia. Poi fanno lamore.Quando lei esce dalla doccia, coperta dallaccappatoio, lui la trova ancorasexy.«Farsi la doccia con lacqua fredda non è il massimo. I demoni non hannostaccato solo la luce ma lintera corrente », dice Jessika.«Se tu avessi un fornello a gas potresti scaldarti lacqua in una pentola perriempire la vasca da bagno. Potremmo procurarcene uno per scaldarci ipasti», dice Udo.Lei lo guarda.«Per quanto riguarda quello che abbiamo appena fatto... non pensare che iosia una di quelle, Udo. E che... volevo scaricarmi. Ero sotto pressione. Conquesto non voglio dire che tu non mi piaccia», dice Jessika.«Lo so, è lo stesso per me. Tu mi sei piaciuta fin dallinizio. Comefacciamo per il caffè?», dice Udo.«Forse puoi berlo in qualche bar. A me basta qualche biscotto e un po dilatte... se non è andato già a male».«Dopo vado a fare un giro a cercare un bar. Ovviamente il caffè me lo faròda solo».«Non occorre vengo con te, se non ti secca che ti stia sempre attaccata».«Non mi secca, anzi. Ora vado io a lavarmi».Jessika lo ferma, poi lo bacia.«Io finisco di prepararmi», dice lei.«Prima di uscire ti dico dopo un idea che mi è venuta per dormire piùtranquilli. Ho paura che le torce si esauriscano mentre dormiamo...»«Va bene», dice lei entrando in camera.
  • 34. Vanno a piedi, per risparmiare benzina. Vedere la città deserta è strano. AJessika è venuto in mente un bar che fa angolo, dalle cui vetratesicuramente entra la luce del sole. Il bar, che non ha saracinesche, sichiama Bar Italien. Quando arrivano Udo nota che aveva ragione lei:dentro è illuminato dai raggi solari. Udo nota che la porta dingresso è giàstata forzata.«Qualcuno è già entrato, forse i demoni», dice lui entrando e guardandosiin giro».«Non sono così brutto».La coppia si volta e vedono un uomo alto, con gli occhiali, che stasorridendo.«Buongiorno», dice Udo, mettendo la mano sotto la giacca.«Tranquillo, non voglio farvi del male. Sono entrato qui solo per bere uncaffè», dice luomo.Udo toglie la mano.«Anche noi. Io mi chiamo Udo Schmidt e lei è Jessika Eydrich», dice.«Il mio nome è Hans Bernstorff. Fa sempre piacere conoscere personenuove... specialmente quando si è solo una decina in tutta la città», diceHans.«Mi scusi se stavo per prendere la pistola. Ma qualcuno potrebbeapprofittare del caos per fare quello che vuole».«Ora faccio il caffè. Cè corrente, signor Bernstorff?», dice Jessika.«Sì. Chiamatemi per nome. Le formalità hanno poco peso adesso», diceHans.Mentre Jessika accende la macchina del caffè per scaldarla, i due uomini sistringono la mano poi si siedono ad un tavolo.«Il macina caffè è pieno. Che tipo di caffè volete?», dice Jessika.«Io un espresso, grazie», dice Hans.«Normale», dice Udo.Poco dopo arrivano i tre caffè. Jessika ha preso caffè con latte caldo. Lei eUdo raccontano la loro storia.«Ora vi racconto la mia. Tre sere fa ero nel mio ufficio. Sono un sistemista,dovevo finire un lavoro urgente per una ditta importante...», dice Hans.
  • 35. Hans torna da una banca dove hanno avuto problemi con un server. Devefinire un lavoro quindi vuole stare in ufficio ancora un poco. Mezzora civorrà, niente di più. Poi tornerà a casa e si stenderà subito sul letto. Dovelavora ci sono tre stanze divise da un corridoio più un bagno. Chiusa laporta principale accende la luce (è già scuro fuori) del corridoio, va nellastanza del server per accenderlo, spegne la luce del corridoio ed entra nellasua stanza. Brontola. La donna delle pulizie ha lasciato per lennesimavolta il cestino del collega che ha la scrivania accanto alla porta, dopoaverlo svuotato, accanto a questultima. Chi entra rischia di inciamparsi.Decide di metterlo a posto dopo, ora va al suo computer. Lo avvia e caricaMandriva 2011, una distribuzione di Linux. Dopo dieci minuti sente unurlo provenire dalla strada. Hans si alza e va a vedere dalla finestra a vetro.Non vede niente. Sente un rumore nel corridoio. Va a vedere.Quando è alla porta un enorme braccio si muove nellaria, come perprenderlo. Lui spaventato di scatto arretra la testa. Una grande mano pelosae con lunghi artigli sfonda la porta aperta, lui tocca con un piede il secchioe cade allindietro per terra. Rimane con la bocca aperta a vedere il braccioritirarsi nelloscurità del corridoio. Cosera? Sta sognando? Le sembra diessere in uno di quei terribili film dellorrore.Ma la porta sfondata è la prova che quello che è successo è reale. Siallontana subito da essa. Sente degli zoccoli nel corridoio. E un grugnito.Hans inghiotte la saliva. Sente altre urla provenire dalla strada.Cosa diamine sta succedendo?Hans rimane fermo a guardare la porta aperta, in piedi. Rimane così,immobile, sentendo i passi del mostro nel corridoio, per almeno mezzora.Poi capisce che quella creatura non vuole entrare. Pensa di essereimpazzito. Va verso il computer e si collega alla rete per sapere se esisteuna creatura come quella che ha visto. Non pensa di trovare niente.Invece vede che non è il solo ad essere stato attaccato. Tutti i forum neparlano. Non ce nè uno ma molti di quei mostri. A quanto pare hannopaura della luce.Hans guarda i suoi nuovi amici.«Sono rimasto attaccato al computer tutta la notte. Gli utenti collegati alle
  • 36. chat o ai forum hanno cominciato a scollegarsi. Finché non è rimasto quasinessuno», dice.«Quegli utenti sono morti. I demoni hanno staccato loro la corrente», diceJessika.«Esatto, lo penso anchio», dice Hans.«Sei stato nel tuo ufficio in questi ultimi due giorni?», dice Udo.«Sì. Non so perché ma là cè ancora elettricità», dice Hans.«La toglieranno. Ti conviene venire da noi. Usiamo delle torce cheilluminano tutto lappartamento. Prima abbiamo deciso che dora in poidormiremo a turni di tre ore. Mentre uno si riposa laltro controlla che letorce non si scarichino. Se una comincia soltanto a fare una luce fioca, chifa la guardia cambia la torcia con unaltra già pronta e sostituisce la batteriadi quella tolta. Non è il massimo perché nessuno dormirà più tutta lanotte... ma si è più sicuri. E adesso che non lavoriamo possiamo dormireanche durante il giorno», dice Udo.«Buona idea. Sì, mi unisco a voi così diminuiremo i turni. Tanto non homai dormito in queste notti. Lo facevo di giorno. Avete un letto per me?Altrimenti vado a casa mia a prenderlo. E piccolo, sono single», diceHans.«Puoi dormire sul suo. Da stanotte Jessika dormirà sul divano letto con me,è abbastanza grande».«Vi siete messi assieme?»Jessika sorride mentre sorseggia il suo caffè. Si è seduta accanto a loro.Guarda Udo e dice: «Sì».14 maggioI tre superstiti stanno facendo una colazione fredda.«I turni di guardia sono stressanti. Ho sentito rumori di zoccoli nelcorridoio che porta agli altri appartamenti tutta la notte, e anche ingiardino. Ma non si sono fatti vedere, per fortuna», dice Udo.«A me, da sui nervi quella loro strana lingua gutturale...», dice Jessika.Mentre Udo guarda la sua ragazza fissare nel vuoto la stanza sentonobussare alla porta. Si guardano con i visi stupiti. Udo va ad aprire con la
  • 37. pistola in mano. Non pensa sia un demone (il sole è già alto in cielo) ma hapaura che qualche sopravvissuto voglia approfittare dellapocalisse che ècapitata per derubare gli altri o detenere il potere. Non tutti sono buonicome loro.Udo guarda dallo spioncino, poi apre la porta.Un anziano coi vestiti sporchi e mal tenuti è sulluscio.«Non vi aspettavate di vedere un barbone ancora vivo, vero? Beh, a dire laverità sono sorpreso anchio di essere ancora in vita. Lho passata brutta»,dice.«Come ha fatto a trovarci?», dice Udo.«Vi ho visto dalla finestra. Mentre camminavo ho sentito della voci e horiconosciuto la macchina nel giardino. Vi ho già visti, laltro ieri, mentreuscivate con essa da un centro commerciale. Ma non mi avete visto», diceluomo.«Infatti. Piacere, Udo», dice linsegnante stringendogli la mano.«Piacere, Claus», dice il barbone.Dopo che tutti si sono presentati, decidono di andare al Bar Italien per bereun caffè. Lì Claus racconta la loro storia.«Ero con un mio amico, in un paese poco distante da Ingolstadt. Stavafacendo un enorme falò con dei vecchi bancali. Alle nostre spalle avevamounaltra catasta di bancali. Doveva bruciare anche quella ma ne avevaaccesa solo una. Ad un certo punto ha preso una stecca infiammata dalrogo e stava per accedere laltra pira quando ha guardato verso la sua stalla.«Coshai Jacob? Hai sentito la sirena della polizia? Siamo fottuti, è vietatoaccendere fuochi», dice Claus.«No. Sento il mio cavallo fuori dal recinto. E vicino a noi ma non lo vedo.Vado a vedere un attimo», dice Jacob andando verso la sua stalla tenendoalzata la stecca infuocata. Deve stare solo attento a non spaventarlo colfuoco.Claus prende una sigaretta dal suo pacchetto di sigarette che ha trovato perterra (quando lha trovata e ha visto che dentro cerano cinque sigarette, luiha commentato: «Che spreconi!») e laccende. Poi guarda il suo amico.Ad un tratto una mano pelosa prende questultimo per il braccio sinistro
  • 38. tirandolo nel buio. Il movimento è così repentino che gli cade di mano latorcia improvvisata. Subito dopo Claus sente delle grida strazianti. Clausvorrebbe aiutare il suo amico, che è stato aggredito da delinquenti, ma lesue urla non preannunciano nulla di buono. Nel buio vede qualcosamuoversi e sente dei sinistri strappi. Jacob non urla più. Una cosa rotolavicino al falo.La testa di Jacob.Claus si volta e sta per scappare quando, dove finisce la luce del falò, vedeun mostro. Un essere che Claus pensava esistesse solo nella fantasia deibambini. I suoi occhi non hanno pupilla. Claus si immobilizza, il suo cuorebatte rapidamente. Il mostro fa qualche passo indietro e torna nel buio.Dopo cinque minuti pensa che abbiano paura del fuoco quindi rimane il piùvicino ad esso, con una stecca infuocata. Quando il fuoco diminuisce luigetta sulla pira qualche altro bancale dal mucchio vicino.Claus si accende una sigaretta e li guarda.«Non si può fumare nei locali pubblici», dice Jessika.Claus ride.«Le regole non esistono più da quando sono venuti quei mostri. E poi sipoteva fino a qualche anno fa», dice Claus.«Disturba la mia ragazza... ma faccia come crede», dice Udo.Claus spegne la cicca sul tavolo. In quel punto si forma una macchia nera,sulla tovaglia di plastica. Poi la getta per terra. Udo lo guarda malamente.«Non è che perché le istituzioni non ci sono più bisogna esseremaleducati», dice Hans.«Lascia perdere, Hans. E così Claus sei sopravvissuto perché sei rimastonella tenue luce di un falò? Incredibile. Sai che avevano paura della luce enon del fuoco?», dice Udo.«Sì, lho capito dopo. Anchio mi meraviglio di non essere stato preso.Forse avevano sul serio anche paura del fuoco. Comunque nei giorniseguenti ho dormito in casa di Jacob. Accendendo la radio in casa sua hosentito che parlavano dei demoni. Poi mi sono trasferito in città. Possovenire a stare con voi? Sono abituato a stare da solo ma la compagnia èmeglio. Non bevo più, non preoccupatevi».
  • 39. «Solo se fuma in giardino», dice Udo.«Daccordo», dice Claus.Jessika fa un viso che dice tutto. Non è per niente contenta.Tornano a casa di Jessika. Quando Claus va a prendere le sue cose a piediHans si avvicina a Udo.«Non mi piace quel tipo. Non possiamo accettare tutti i superstiti», dice.«Neanche a me. E un barbone, Udo», dice Jessika.«E allora? E quello che più di tutti ha bisogno di aiuto. I suoi modi li haimparati dalla strada. Ovviamente non era così ma lo è diventato. A causadellamarezza che ha nel cuore. Non possiamo lasciarlo sbranare daidemoni ed è quello che gli capiterà se non mette come noi delle torce nellasua casa. Comunque lo terremo docchio. Se ci mette in pericolo o nonimpara leducazione lo scacceremo, tanto saprà come sopravvivere appenaglielo insegneremo», dice Udo.Mentre Claus torna con una valigia verso la casa dei suoi nuovi amicipensa a quella notte del falò. Quello che laveva innervosito non era tantola paura di essere preso ma il loro continuo parlare. Gli aveva fatto venireil mal di testa.E gli sembrava che stessero parlando proprio a lui.Quella sera decidono di bere un poco di whisky preso dal bar. Dopo avereriso per qualche ora raccontandosi aneddoti divertenti decidono di dormire.Claus appoggia la bottiglia sul pavimento. Decidono i turni, il terzo lo faràproprio lui. Prima di dormire Udo gli ricorda che dovrà cambiare le pileper sicurezza a quellora. Claus annuisce.Claus si accende una sigaretta. Spera che nessuno si svegli altrimenti locacciano. E quella ragazza gli piace. Deve trovare un attimo per stare dasolo con lei. Mentre soffia via il fumo Claus la guarda mentre dorme strettaal suo compagno. QuellUdo! Non gli sembra tanto in gamba anche selidea delle torce e dei turni non è malvagia.Il vagabondo guarda Hans, che ronfa alla grande. Quello stupido pensavache non si fosse accorto che lo stava spiando facendo finta di dormire. Masi è addormentato.Claus è seduto sul suo letto. Assieme agli altri ne hanno portato uno da un
  • 40. altro appartamento. Quando sono entrati Jessika non ha voluto seguirli,anche se le finestre erano tutte spalancate e cera luce. Ha detto che lacoppia che ci viveva aveva un bambino piccolo e non voleva vederlomorto. Di lui hanno trovato infatti solo il busto superiore ma nessuno hadetto niente a Jessika.Claus sente parlare in corridoio.Di nuovo loro. Vorrebbe urlargli di stare zitti ma sveglierebbe tutti. E poiquei mostri non capirebbero.O sì? Non sono intelligenti secondo Udo? Anche secondo me, pensa Clausalzandosi e andando in bagno a spegnere la sigaretta nel lavandino. Labutta nel water, chiude la porta e tira lacqua. Le voci continuano. Clausadesso ne è come ipnotizzato. Si avvicina alla finestra. Uno di loro staparlando proprio a lui.Hans si sveglia allimprovviso. Con orrore vede che metà stanza è al buio.Vede Claus avvicinarsi ad una torcia e spegnerla.«Riaccendi subito, carogna», dice Hans allungando le mani dove primaaveva messo la pistola. Ma questa non cè più.«Cercavi questa?» dice Claus sorridendo e puntandogli larma.«Bastardo, che intenzioni hai? Uccideranno anche te», dice Hans.Jessika e Udo si svegliano.«No, me lhanno promesso», dice Claus.«Mentono, lo fanno sempre», dice Udo.«Ti sei svegliato eh? Non importa, ora spengo le torce rimanenti e voi nonfarete niente se non volete essere uccisi con questa. Anzi, vi gambizzo se lofate, se vi sparo in testa la vostra morte sarebbe troppo dolce. Al restopenseranno loro», dice Claus.«Lo sapevo che eri malvagio», dice Hans.«Non lo è. Sono i demoni che lhanno ipnotizzato, non è in sè», dice Udo.«Zitto» dice Claus puntandogli la pistola «potrei iniziare da te».Jessika è terrorizzata. Vede già delle ombre nella stanza. I demoni.Claus si avvicina ad una torcia ma viene preso da un demone. La pistolacade per terra. La stanza si riempie di urla strazianti. Subito dopo i demonicominciano ad urlare strane parole. Sembra che rimproverino qualcuno.Evidentemente il demone che ha preso Claus non doveva farlo.
  • 41. «Che fine», dice Jessika.«Se lo meritava. Stava per farcela fare anche a noi», dice Hans.«Quel demone che lha ucciso ha sbagliato, avete sentito le urla deidemoni?», dice Udo cercando la propria pistola. Ma non la trova.Hans si alza e va a prendere la pistola che aveva Claus, poi torna subitonella luce. Una mano si protende dal buio ma non riesce a ghermirlo.«Cosa fai? Attento, resta nella luce», dice Udo.«Quale? Non vedete che le torce si stanno spegnendo?», dice Hans.In effetti la luce si è fatta più fioca. Una torcia abbassa per qualche secondola luminosità, poi si spegne.«Siamo cagati», dice Hans. Guarda la sua pistola.«Non farlo», dice Udo prendendo la bottiglia di whisky. Per terra vedelaccendino di Claus. Stappa la bottiglia, bagna un poco un fazzoletto con ilsuo contenuto, lo infila nel collo e gli dà fuoco. Si avvicina alla finestra elancia la bottiglia verso il grande albero. Essa esplode dandogli fuoco. Indue minuti lalbero è unimmensa torcia.«Venite, non abbiamo alternative, le pile di scorta le ha gettate Claus nellaparte buia della stanza», dice Udo.«Bastardo», dice Hans.I tre escono dalla finestra e corrono verso la luce dellalbero. Nessundemone era nel giardino vicino alla finestra. La siepe dietro lalbero prendefuoco.«Non è che rischiamo di bruciare anche noi?», dice Jessika.«Sì... ma non vedo cosa possiamo fare ora», dice Udo guardando i demoniavvicinarsi.Hans punta verso di loro la pistola. Fa fuoco. Le pallottole li attraversano,finendo sul muro della casa.«Non sprecarle!», dice UdoHans si gira a guardarlo.«Devo tenerne tre, vero?», dice.Udo fa un cenno di assenso. Jessika si stringe a Udo e piangesilenziosamente.Il calore delle siepi fa prendere fuoco il motocoltivatore. Esplode. La sua
  • 42. detonazione fa scoppiare il vetro della camera di Jessika. Dalla sua finestraesce fumo.«Sta prendendo fuoco anche la casa!», dice Jessika.«Meglio, avremo più luce», dice Udo.«Ma quanto durerà?», dice Hans.«La faremo durare», dice Udo.Il piccolo condominio comincia ad illuminare la notte. E difficile resistereal fumo. Fa tanta luce ma non si avvicinano troppo alla casa, è pericoloso. Itre si allontanano dalla macchina che ha preso fuoco. Non esplode.Lincendio comincia a diminuire. Udo con orrore si accorge che non cè piùniente da bruciare nelle vicinanze. La casa più vicina è a un centinaio dimetri, troppo lontana per dargli fuoco. I tre si siedono, guardando il fuoco.Meglio quello che lorda di assassini che si avvicina sempre piùcoraggiosamente.«Manca poco alla fine», dice Udo.«Siete stati dei grandi amici. Ci rivediamo nellaltro mondo», dice Hansappoggiando la canna sulla tempia e premendo il grilletto. La parte sinistradel suo cranio esplode, finendo sul giardino. La sua testa si piega di scattoverso quella direzione con tanta forza che si vede il suo collo piegarsi in unangolo innaturale. Poi il suo corpo si affloscia in avanti. Jessika urla.Udo prende la sua pistola e abbraccia la sua ragazza.«Calmati amore», le dice.«Udo... il fuoco... sta finendo», dice Jessika con le lacrime agli occhi.«Ti amo», dice Udo.«Anche io, tesoro» dice Jessika prima di baciarlo.Jessika gli prende poi la mano con la pistola e se la punta alla tempia. Udola abbraccia. Vorrebbe dirle che è più sicura di morire se se la mette inbocca ma non ne ha il coraggio. Guarda un demone avvicinarsi. Sorridemostrando dei denti lunghi e storti.Udo mette il dito sul grilletto.«Vai tesoro... Sono pronta. Ti amo», dice Jessika.Udo sta per premere il grilletto quando vede il demone diventaretrasparente. Il suo sorriso scompare. Anche un mostro posto dietro a luicomincia a diventare traslucido. Udo lascia il grilletto.
  • 43. I demoni scompaiono.Jessika, che aveva chiuso gli occhi, dice: «Amore, se non ne hai il coraggiolo faccio da sola».«Sono... scomparsi», dice Udo.Jessika apre gli occhi e scosta piano la pistola dalla sua tempia.«E già... lalba?», dice con una voce tremolante. Si guarda in giro.Il fuoco si spegne quasi del tutto, le braci illuminano debolmente i restidella casa. Loro due vengono avvolti dal buio.Nessuno si avvicina a loro. Regna un silenzio di tomba. Udo sente il cuoredi Jessika battere velocemente nella notte.I demoni sono tornati nel loro mondo, lallineamento col decimo pianeta èfinito. Ora Udo e Jessika si sono sposati e vivono in una casaperennemente illuminata. Un gruppo di continuità autonomo, posto in unastanza con delle luci di emergenza accese, dà corrente a tutta la casa incaso che essa manchi. I suoi cavi scorrono dentro casa di modo chedallesterno nessun estraneo possa spegnerlo o manometterlo. Sono riuscitia riattivare una centrale elettrica e una pompa di benzina. Ogni tanto vannoa mettere un fiore sulla tomba dei loro cari e di Hans. Udo pensa ogni tantoche se avesse aspettato soltanto un minuto adesso sarebbe ancora con loro.Nei giorni successivi hanno scoperto che nelle altre città della Germaniamolte persone sono sopravvissute. Udo è diventato il capo del gruppo chesi è formato per garantire la sicurezza delle persone. Molti sbandati hannoinfatti approfittato della tragedia per volere avere in proprio potere laregione in cui vivevano. Ma i tedeschi che si sono salvati non hanno piùpaura di niente e si sono opposti con successo. Intendono riportare tuttoalla normalità.Il mondo intero sta uscendo dal buio in cui ha passato. FINE Claudio Vasi 2008
  • 44. POSTFAZIONELidea mi è venuta pensando alla paura ancestrale che hanno gli uomini delbuio. Una teoria (da alcuni negata) dice che tale paura è dovuta al fatto chedecine di migliaia di anni fa luomo preistorico aveva paura del buio poichéè proprio in esso che i predatori, come i felini, si aggiravano in caccia dicarne umana. Da lì ho pensato ad un mostro che si aggirasse però SOLOcol buio. NOTE1 In Germania come in molti altri stati cè un unico numero per chiamaresoccorso medico, polizia e pompieri. Una centralinista smista le chiamate.Il numero è proprio il 118.
  • 45. LA BESTIA Dedicato a Sarah Scazzi e YaraQuesto racconto non ricostruisce la vicenda di Sarah ma ne racconta unadel tutto diversa, per suo rispetto. Tutti i fatti narrati, i nomi delle personee luoghi sono inventati. Eventuali avvenimenti realmente accaduti eomonimie sono puramente casuali.Unity è una piccola cittadina situata a nord-ovest di Dorry, la capitale diquesta contea del Maine. Dorry è più grande e più famoso, non tanto per lasua ottima università, riconosciuta come una delle migliori dAmerica, maper un bosco dove scompaiono le persone e dove dicono non ci sia vitaanimale. Ha una chiesa, una piazza e più bar che negozi. In proporzione cene sono più di Dorry nel quale non mancano di sicuro. Cè anche unpiccolo centro commerciale, a due miglia ad est e un cimitero a nord.Dicono che inizialmente lo volevano costruire, cento anni fa, a sud mahanno cambiato la locazione dalla parte opposta per evitare che sia troppovicino al bosco di Dorry, dove scompaiono le persone (dicono a causa diun elevato numero di Grizzly). Naturalmente ad Unity cè anche la scuolasuperiore che io e Sammy frequentiamo. Io e lei stiamo camminando sulmarciapiede. Il sole sta calando. Samantha guarda due innamorati baciarsisulla panchina del parco posto nellaltro lato della strada mentre io guardole vetrine dei pochi negozi di Unity. Samantha è la mia migliore amicanonché compagna di banco, e come me ha quindici anni. E carina magrassottella e questo la rende insicura, anche perché viene spesso presa dimira dai ragazzi, che sono stupidi. E molto intelligente e simpatica, anchese lei, come alcune compagne di classe, è invidiosa della mia bellezza. Nonsono molto alta e ho i seni meno sviluppati di Samantha ma sono magra,bella e con grandi occhi azzurri da cerbiatto. Io e Sammy, come la chiamoio, siamo andate a studiare in biblioteca, situata accanto alla scuola e doposiamo andate Da Carrie, la nostra caffetteria preferita. A me piace
  • 46. sopratutto perché ci va Norman, un ragazzo bellissimo che frequenta fuoricorso il college di Dorry ma abita ad Unity. Sammy dice sempre che ètroppo grande per me ma non mimporta. Norman è un amico di Lucy edha venticinque anni. Mia sorella però non mi lascia quasi mai uscire con isuoi amici quindi lo vedo raramente. Ogni tanto viene a casa nostra equando lo fa non lo lascio un secondo. Lucy dice che sono troppoopprimente e che così, anche se avesse letà giusta (non conta nellamore, iole dico sempre), non combinerei mia niente. Bisogna fare capire al ragazzoche tinteressa che ne sei attratta ma senza farlo vedere troppo e senza farlocapire agli altri. Lascia che sbavino loro, dice sempre riguardo ai ragazzi.“Oggi non cera Norman”, dico guardando un bel maglioncino rosa nelToms Clothes, il piccolo e unico negozio di vestiti di Unity.“Che palle con questo qua. Hai solo lui in testa. E troppo vecchio per te!”“Abbiamo dieci anni di differenza, mica venti”.“Ma alla nostra età è tanto, lui è un uomo... giovane, ma uomo. Freddy nonti piace? Si vede che ti adora”.“Mi segue come un cane, non ci sa fare. Uno così non minteressa. Quellonon mi mollerebbe un istante se mi mettessi con lui. E poi è basso”.“Ma bello... e ricco”.“Non minteressano i soldi. Normal è alto”.“Ma troppo magro. E Freddy?”.“Non ci vai dietro te?”, dico.“A me piace Mark”, dice Samantha.“Senti... dì quello che vuoi, per me sei solo invidiosa”.“Che sappia io Norman è pure fidanzato con Betty, e questo chiude ognitua porta”.“Se si sposa sì, altrimenti... chissà, io ho pazienza”.“Ma stai zitta. Con Frederick la tua storia è durata solo due mesi”.“Con Norman è diverso. E intelligente, simpatico e... bellissimo”.“Lhai... già... detto! Quando tinnamori diventi noiosa”.“Questa volta è una cosa seria”.“Come lultima insomma. Comunque ti consiglio di smettere di fissarloquando viene Da Carrie sopratutto quando viene con Betty, la sua ragazza.Così solo lo infastidisci”.
  • 47. “Di questo ti do ragione”.Sentiamo la sirena breve che fanno le auto della polizia mentre sullavetrina del negozio vedo riflessa la luce del lampeggiante. E lauto dellosceriffo di Dorry, la cui giurisdizione arriva fino a Unity. Io e Samantha cigiriamo, stupite. La luce della volante di solito è sempre spenta, ancheperché Gerry, lo sceriffo, ha poco lavoro in questo piccolo paese. Il papà lochiama “linutile divisa” e dice che non serve anche perché non accademai niente a Unity, a differenza di Dorry. A Unity cè solo un negozio divestiti ma ci sono cinque locali, tra bar e pub. In uno di questi, lEstern Bar,papà incontra ogni tanto Gerry di cui è conoscente ma non amico.Questultimo le ha raccontato che a parte qualche rissa e multa(questultima appioppata solo alle poche persone che gli sono antipatiche,Gerry infatti tende a lasciare perdere le infrazioni effettuate dai concittadiniper non farsi troppi nemici) non ha molto lavoro e di questo ne è contento.Non gli piace andare nei casini. La sua vita si è complicata, anche adiscapito di tutti gli abitanti di Unity, da quando sono scomparse treragazze: Anita, Florinda e Lara. La prima è sparita tre mesi fa, ad agosto.Aveva sedici anni e stava tornando dallabitazione dellamica il cuicompleanno aveva festeggiato, alle dieci di sera, distante solo un isolato.Non è più tornata a casa. Si pensava che fosse scappata, anche perchédiceva spesso alle sue amiche (me lha detto Lucy, mia sorella, le sueamiche sono pettegole specializzate) che voleva andare via da Unity, unpaese morto. Addirittura andrei a Dorry, diceva. Mentre però lì è usuale chele persone scompaiano, da noi no. Si è addirittura detto che fosse scappatacol suo ragazzo. Peccato che lui, assente in quel mese perché era invacanza con i suoi alle Hawaii, è ancora ad Unity. Col passare del tempo cisi è dimenticato di lei (e che addosso aveva solo un vestito da sera e con sésolo la sua borsetta) finché Florinda, una ragazza di quattordici anni, èscomparsa mentre andava a scuola. La mamma lha scoperto solo la sera,quando è tornata da lavoro e il fratellino le ha detto che Florinda non eratornata a casa. Vane sono state le sue ricerche, anche tra i suoi amici.Anche il suo ragazzo laspettava in classe (che frequentavano assieme).Anche di lei non si è saputo più nulla. Da quando Lara, quindici anni, èscomparsa quindi giorni fa mentre faceva jogging il paese è piombato nel
  • 48. terrore. Le mamme tengono a casa le figlie e le accompagnano a scuola.Mia mamma fa la dottoressa e mi porta ogni mattina ma dopo le lezionitorno da sola a casa, in bus o a piedi.Lo sceriffo esce dallauto. E grasso ma alto, ha circa quarantacinque annima ne dimostra di più.“Scusate il lampeggiante, lho azionato senza sapere. Ragazze, cè ilcoprifuoco che ci fate in giro a questora? Il sole sta tramontando”, dice.In effetti il campanile della chiesa è illuminato da una luce rossastra.“Stiamo andando a casa”, dico.“Vi accompagno se volete. Vi ho riconosciute, tu sei Deborah e laltra èSamantha”.Dallaltra parte della strada un uomo ci guarda. Lo riconosco, è Dennis, ilbidello della strada. Continua a camminare, senza badare a noi.“Indovinato. Io però devo andare al Bar al Bosco, mio padre mi aspetta là”,dice Sammy.In realtà deve comprare le sigarette. Giody, il vecchio e brutto proprietario,gliele vende anche se non potrebbe, cosi come vende gli alcolici achiunque glieli chieda. Le carte didentità sono inutili, dice sempre.“In quel postaccio?”, dice Gerry.“Beh... mi ha telefonato un attimo fa. E là per comprare le sigarette, vuoleaccompagnarmi proprio perché era preoccupato per me”, dice Samantha.“Va bene, te Deborah vieni con me? E meglio se ti accompagno lo sai cosasuccede a Unity. Le ragazze della vostra età scompaiono”.“Mi vuole spaventare?”, dico. Io cerco di non pensare al mostro e lui me lo ricorda. In verità sonoproprio preoccupata.“Scusa, Deborah. Non volevo”.Guardo Sammy. Mi fa cenno di sì. Vuole quindi che vada con lo sceriffo.Non capisco perché. Deve incontrare qualcuno al bar? Mark, il ragazzo chele piace?“Va bene”, dico allo sceriffo poi a Sammy “Ci vediamo domani a scuola,Samantha”.“Sì, ciao a domani. Grazie dellinteressamento, Ger... sceriffo”, diceSamantha.
  • 49. “Chiamami pure, Gerry, piccola. Stai attenta il bar è lontano un miglio”.“Poco, quindi. Deborah, ti chiamo dopo”, dice Samantha.Saluto lamica e salgo sulla volante. Appoggio lo zainetto tra i piedi, laparte posteriore è chiusa da una rete per sicurezza. Nei sedili posterioriinfatti lo sceriffo dovrebbe portare i delinquenti. Ci do unocchiata. I sedilisono sporchi di polvere, segno che sono poco usati. Spero lo siano quandoGerry troverà quel bastardo che rapisce le ragazze. Visto che non chiederiscatti ho paura che ci faccia delle cose brutte.Lauto parte.“Samantha è in gamba, penso che non accetti passaggi da sconosciuti”,dice sorridendo Gerry guardando nello specchietto la mia amica.“Se ti puntano una pistola devi farlo”, dico guardando la strada.Gerry si volta verso di me e mi guarda, stupito. Io lo guardo e sorrido.“Hai ragione, piccola. Sai, ti conosco poco... ricordi la festa sul lago?Eravamo nello stesso tavolo, io, te e i tuoi genitori...”“Sì, ricordo”Che noia quel giorno. Per fortuna è arrivata Samantha ed avevo avutoloccasione di sparire.“Tu eri sempre su quel telefonino ma quando dicevi una cosa... sì, mi seisembrata una bambina proprio intelligente”.“Ragazza”, dico.“Ragazza, ragazzina, bambina... la stessa cosa”.“Non è la stessa cosa”.“Deborah, anche sei sembri più matura sei uguale a tutte quelle della tuaetà. Vuoi sembrare grande ma non lo sei. Non ti sto facendo una colpa,vedrai che senza accorgerti sarai adulta. Non avere fretta e goditi la tuaetà”“Qualcuno non vuole farla godere a quelle come me. Mi riferisco almostro”.“Non pensarci, vedrai che lo troverò. Sto pensando a Kelvin... non dovevodirtelo, scusa”.“So chi è. E un vecchio, ex insegnante, ora alcolizzato. Ha i capelli e labarba bianca e beve sempre birra. Guarda i cu... i sederi delle bariste e facommenti. Lo so perché è capitato anche quando cero io”.
  • 50. “Anche a te?”“A me? No, a Kelvin piacciono le ventenni, lo sanno tutti. Per me non èlui... non so perché. E poi beve così tanto che dubito si svegli alle sette emezza, lora nella quale è scomparsa Florinda”“Hai ragione”, dice Gerry guardando la strada.Sembra che stia pensando. Forse le ho tolto un dubbio che aveva nellatesta. Che abbia ragione papà, che Gerry sia un “inutile divisa”? Però èsimpatico.Penso a Samantha. Dal bar arriva a casa in dieci minuti ma sonopreoccupata lo stesso. Ha letà delle ragazze scomparse e anche sesovrappeso non è brutta. Il bar stesso, come diceva lo sceriffo, è malfrequentato. Ci vanno solo vecchi e gli unici giovani che trovi lì dentrosono alcolizzati e drogati. Ma Samantha non può stare senza le sigarette eio non ne ho da prestargliele visto che ho lasciato senza sapere il miopacchetto a casa. Spero solo che la mamma non lo scopra o è capace dirinchiudermi in casa per un anno.“Esci sempre in coppia, come stavi facendo stasera”, dice Gerry mentreimbocca la via dove abito.Sì, e tu ci hai divise. Perché Sammy non ha voluto che restassi con lei?Bastava che mi facesse no, con la testa. Forse col sì intendeva dire cherimanessi? Non lo so, glielo chiederò dopo.Gerry ferma lauto di fronte a casa mia. Mentre accosta al marciapiedevedo Felix che seduto sul muretto della mia abitazione si sta leccando lezampe. Smette appena lauto si ferma e mi guarda. Mi ha riconosciuto.“Micio mao”, dico.“Cosa?”, dice Gerry.“Niente...”, dico arrossendo.Che figura. Smonto dalla volante e guardo la mamma che in giardino stacurando una delle sue piante. Lei ha il cosiddetto pollice verde e in testaoltre alle soap opera ha solo le piante. Ha i miei stessi grandi occhi azzurrima i capelli castani. I capelli li ho ereditati da papà. Mamma non èacculturata come mio padre, che scrive articoli per la Voce di Dorry e leggelibri ma è molto intelligente e accomodante.“Come mai scendi dallauto dello sceriffo, Deborah?”, dice mamma in tono
  • 51. serio.Come non detto.“Lho accompagnata io, signora. Sta venendo notte e non è sicuropasseggiare”, dice lo sceriffo scendendo dallauto.Mi avvicino a Felix e laccarezzo. Lui si gira e alza la coda e inarca laschiena facendo le fusa. Gerry rimane in piedi con la portiera aperta,appoggiandosi sul tettuccio dellauto.“Ah! Grazie sceriffo. Lha incontrata per caso?” dice mamma.“Sì, era con la sua amica, Samantha. Lei non ha voluto venire con noi.Lavrei portata volentieri”, dice Gerry.“Poteva insistere. Lo sa che ad Unity gira... quello là”, dice mammaabbassando gli occhi su di me.“Puoi dire il mostro, mamma. Lo dicono tutti i notiziari ed è scritto suigiornali”.“Leggi il giornale? Brava Deborah”, dice lo sceriffo rivolto a me, che sonoin piedi di fronte al cancelletto aperto.“No, me li legge papà... alcune notizie intendo”, dico.Sto ancora accarezzando Felix.“Comunque signora, ha ragione. Dovevo insistere. Ma oramai Samanthasarà a casa. Buonanotte, signora devo andare, mia moglie ha fatto lelasagne e non me le voglio perdere per niente al mondo”.Già, lo sceriffo è appassionato solo di pesca e di cibo, lo dice papà.“Arrivederci, sceriffo e buona cena”, dice la mamma alzando la mano.Gerry fa un gesto della mano, contento come se fosse stato salutato dalpresidente degli Stati Uniti in persona ed entra nella sua auto chevelocemente parte. Entro nel giardino e Felix con un balzo atterra sul pratodietro di me e mi segue.“E ora di arrivare? Ero in pensiero”, dice mamma.Felix si struscia sulle mie gambe.“Sì, ho visto la chiamata quandero sulla volante. Prima non lavevo sentita,lo giuro!”“Va bene, non dovevate andare solo a studiare in biblioteca? Se lavetefatto...”“Non sono una bugiarda. Certo, che abbiamo studiato. Poi siamo venute a
  • 52. piedi, per quello ci abbiamo messo molto”.“Unity non è grande, cosa vuol dire che siete venute a piedi? La verità èche vi siete fermati Da Carrie, come al solito. Non mi piacciono le ragazzeche frequentano i bar. Ci vanno solo i fannulloni”.Norman, che ci va, non lo è. Aiuta suo padre nel suo negozio di frutta everdura e il resto del tempo studia, me lha detto lui. E Da Carrie beve solocaffè. Lui è appassionato di computer, diventerà un informatico moltobravo e famoso, lo so.“Uffi! Posso andare a lavarmi prima di cenare, mamma?”“Va bene, vai. E pulisci il bagno, dopo”.“Lo faccio sempre, mamma”.Mia madre mi guarda pensierosa. Sa che quando la chiamo mamma invecedi ma vuole dire che sono nervosa. Mi ferma e mi sorride.“Ero solo preoccupata, piccola. Sai che a Unity cè il mostro”, diceaccarezzandomi una guancia.“Lo so, mamma”, dico sorridendo.Dopocena Lucy sta vedendo un reality show seduta sul divano. Io lesonoseduta accanto. I genitori sono a dormire. A me i reality show annoiano amorte e li ritengo stupidi. Sto studiando ma il volume della tv è troppoelevato. Lucy ride.La guardo.“Ti piacciono le sue battute? E uno stupido, quello”, dico.“Ma ricchissimo. Sai chi è?”, dice Lucy guardandomi.Lei è castana come mamma e anche lei ha gli occhi grandi ma neri comequelli di papà.“I soldi migliorano la vita ma non lintelligenza”.“E una battuta di papà”, dice Lucy guardandomi come se fossi una stupida.“Lo so, ma mi piace”, dico sorridendo.“Non distrarmi, ora lui parla con quella pettegola”, dice Lucy tornando adessere rapita dalla tv.La tv è una droga ed è la più stupida. Io vedo ogni tanto i cartoni animatima la maggior parte del tempo la passo a sentire musica, studiare e...sognare. Mi piace tanto farlo. Da adulta farò la scrittrice, ho tanta fantasia.
  • 53. Scrivere racconti damore è il mio hobby.“Domani passo io a prenderti a scuola, verso le cinque pomeridiane. Dopotorno subito a casa perché devo cambiarmi per andare a teatro con Antony.Deborah... pensi a Norman, vero?”, dice Lucy, seria.“Perché?”, dico, risvegliandomi dalla trance.“Avevi gli occhi da pesce lesso...”“Veramente sì... Lhai visto ultimamente? Come sta? E ancora con Betty?”“Calma, una risposta alla volta. Scordatelo, Deborah. E troppo grande perte, ha quattro anni più di me!”“Voglio solo essere suo amico. Lui mi parla quando lincontro ma... non micerca”.“Norman non cerca una bambina”, dice Lucy.“Non sono una bambina, ma una ragazza!”, dico.“Uffa... comunque ama Betty, mi spiace. Li vedo quando sono assieme”.“Si baciano?”“E poi non sei una bambina?”“Hai ragione, che stupida. Certo che lo fanno, come lamore”.“Di questo non devi sapere”.“Di questo tu mi hai parlato due anni fa. La prima volta lhai fatto giustoalla mia età!”“Tu però mi sembri meno impulsiva. Non avere fretta. Hai avuto dueragazzi e vedrai che troverai uno della tua età. E difficile che un rapportotra due di età molto diversa funzioni a lungo”.“Difficile ma non impossibile”.“Lasciami vedere LIsola per favore!”“Va bene, vado a dormire”, dico alzandomi.“Non rattristarti, anche a me è successo di avere un amore noncorrisposto”, dice mia sorella guardando la tv a led.“Veramente?”“Sì. Ero innamorata veramente di lui. Il brutto è che tutti dicevano che erasolo una cotta ma io e David (così si chiamava) lo sapevamo... di quelloche io provavo per lui naturalmente perché egli non era interessato a me esi è messo poi con unaltra. Il brutto è che quando lho conosciuto era singlee che io e quella mia ex amica labbiamo corteggiato assieme. David infine
  • 54. ha scelto lei. E una cosa bruttissima, stai molto male perché ti ritieni bruttae non piacente. Pensi di avere sbagliato ma innamorarsi non è una colpa.Insistere lo è... o almeno è una cosa controproducente”.“Non lo sapevo... mi spiace Lucy. Non sei brutta, è che non le piacevi, tuttoqua”.“Lo so, Deborah. Se sei triste ricordati che tutto passa... magari se seiinnamorata veramente devi aspettare di più ma alla fine lo dimenticherai.Specialmente se trovi un altro”.“Grazie, notte Lucy”.“Notte sorellina”.Mentre sto uscendo dal salotto mia sorella mi chiama. Mi giro verso di lei.“Comunque hai buoni gusti, Devorah. Norman è un figo e se non fossioccupata te lo ruberei”.Scoppiamo a ridere.Il cellulare di Lucy squilla. Risponde.“Sì... certo. Come mai vuoi venire con me? Sì, devo passare di là, esatto.No, non è un disturbo, figurati, Norman”.Mi ero girata e stavo per uscire dal salotto ma mi blocco. Norman? Mi giroverso mia sorella.“A domani, ok. Ciao, Norman. Sì, ovvio devo andare a prenderla a scuolaquindi ci sarà anche Deborah, che domande”.Norman chiede di me? Il cellulare mi cade a terra, producendo un colposecco sul parquet. Ma non lo prendo, guardo mia sorella a bocca aperta. Ilcuore batte a mille. Ha chiesto di me!Mia sorella mi guarda sorridendo.“Si parla del diavolo...”, dice.“Dimmi, cosa vuole?”, dico avvicinandomi a lei.“Era un telefonata privata”, dice mia sorella sorridendo.“Non fare la scema, dimmi! Ha chiesto di me!”, dico.“Non eccitarti troppo, Deborah. Ha solo chiesto se venivo a prenderti ascuola. Visto che la sua auto non va e non cè un bus per il ritornodalluniversità allora che smette di studiare mi ha chiesto se posso dargliun passaggio a casa. Quindi lo troverai in auto quando verrò a prenderti ascuola”.
  • 55. “Benissimo! Sarà solo? Senza Betty?”“Sì, perché lei sta poco bene, per quello non può darle lei un passaggio.Strano che non lha chiesto a un suo amico”.“Benissimo! Domani ti aspetto alle cinque p.m. allora. Buonanotte”, dicoabbassandomi e raccogliendo il cellulare.Mentre salgo le scale contenta mi ricordo di Samantha. La mia felicità sismorza allimprovviso e divengo seria. Un brivido mi percorre la schiena.Ho controllato ogni ora il telefonino e Sammy non mi ha ancora mandatoneanche un messaggio. Mi chiudo in camera, accendo lo stereo eascoltando i Muse mi distendo sul letto guardando il cell. Sammy non michiama. Non avrà mica incontrato il mostro? Magari va spesso in quel bar,non mi meraviglierei.Sono impazzita? A Sammy non può capitare, le voglio troppo bene. Nondevo pensarlo neanche per scherzo. Ora sarà a casa... lo spero.Il cellulare squilla. Ero così assorta che non me laspettavo. Mi spavento eil telefonino cade di nuovo questa volta sul letto. Lo cerco di prendere macade sul pavimento. Impreco. Lo raccolgo e guardo il display.E lei!“Pronto, Sammy? Come va?”, dico.“Bene. Scusa se non ti ho chiamata prima. Il cell era scarico e lho messosolo ora in carica. Quando sono tornata a casa i miei mi hanno prelevato diforza per andare a mangiare una pizza. Ma siamo stati pochissimo lamamma ha litigato col suo compagno”, dice Samantha.“Mi spiace”.“Ci sono abituata”.“Hai preso le cicche?”“Sì. Ma non lo sa ma se venisse a saperlo sarebbe capace di non lasciarmiuscire per un mese”.“Lo so me lhai già detto. Non hai visto nessuno di sospetto nel bar?”“No, per fortuna. Non portarmi scalogna, Deborah”.Rido.“Assolutamente. Sai lo sceriffo pensa che il mostro sia Kelvin”.“Che stupido, è assolutamente innocuo. Inoltre questi pazzi sono pericolosima non stupidi e lui Kelvin lo è”.
  • 56. “Già, Gerry è un inutile divisa”“Il telefono potrebbe essere controllato, Debby”.“Hai ragione.“Domani è prevista pioggia e abbiamo la partita. Tu sei nella squadra dellemajorette, io gioco a baseball. Spero che le previsioni non sianoazzeccate”.“Già... a proposito di domani, sai Lucy mi riaccompagnerà a casa dopo lascuola e in macchina con noi ci sarà Norman... da solo. Non ha chiaccompagnarlo a casa dalluniversità di Dorry, la stessa di mia sorella”.“So che tua sorella studia là. Non illuderti, Debby”.“Non milludo, non preoccuparti. Un sogno come lui non mi prenderebbemai in considerazione”.“Se tu avessi qualche anno in più... non so, a dire la verità le poche volteche vi ho visto assieme ho notato che Norman ti ha preso molto insimpatia, lho notato”.“Non dirmi così! Adesso ti lascio devo scegliere i vestiti per domani ascuola. Mi vedrai tirata...”“Non esagerare altrimenti capisce. Non metterti abiti da sera scollati o robadel genere”.“Lo so, Sammy. Ora vado, voglio anche studiare un poco”.“Non vedi la tv? Io lho accesa di fronte a me”.“No, ciao.Buonanotte Sammy”.“Notte Debby”.Appoggio il cellulare, apro larmadio e inizio a scegliere. Peccato chesiamo in ottobre non posso vestirmi troppo scollata. Ma devo fare colpo suNorman.La mattina dopo purtroppo, come previsto, piove. Il bus si ferma di frontealla scuola e tutte le ragazze, chi con lombrello in mano, chi con la giaccaper la pioggia, chi senza niente come me e Samantha, si affrettanoguardando in giro. Pensano che il brutto tempo non possa fermare il mostroe do loro ragione. Io e Sammy entriamo a scuola. Di solito stiamo fuori afumare nel retro ma oggi lo faremo in bagno, dopo avere preso un caffè nelbar della scuola. Manca mezzora allinizio delle lezioni. Nel corridoio
  • 57. incontro il bidello, Dennis. Ha quarantasei anni, ha la pelle di un coloritoscuro, è magro con occhi azzurri. Mi fa un grande sorriso. Non guardaneanche Samantha.“Ciao, Deborah. Come stai?”“Bene, tu?”, dico per cortesia.Non mi è simpatico, non so perché mi sono fermata a parlargli. Lui abbassalo sguardo per guardarmi la gambe. Sono con una minigonna veramentemini e un maglioncino rosa attillato. Sopra di esso ho una giacca che miarriva alla vita.“Ottimamente. Andate al bar?”“No, davanti alla nostra classe”.Arriva il preside un uomo alto e magro, con degli occhiali fuori moda.“Dennis, devi andare a pulire laula magna con Teresa. Ho indetto unariunione per proporre la mia idea a tutto il corpo degli insegnanti. Unaguardia che controlli chi entra ed esce dalla scuola, il cortile e naturalmentele ragazze. Dovrà anche dare un occhio al parcheggio e alla strada di frontealla scuola”.“Non bastiamo noi bidelli? Labbiamo sempre fatto”, dice Dennis.“E di questo ti ringrazio. Ma voi dovete anche pulire e adoperarvi per altremansioni. Ora va”“Noi andiamo, ciao”, dico.“Ciao Deborah. Ciao Samantha”, dice Dennis.“Salve ragazze, sbrigatevi o perdete la lezione”, dice il preside.Se mancano venticinque minuti. Mentre ci allontaniamo Samantha si giraverso Dennis e poi mi dice: “Adesso ti ha guardato il sedere! Per me è unpedofilo”.“Dici? No, è innocuo”, dico.“Per me, no. Hai fatto bene a mentirgli”.“Beh... ho notato anchio come guarda le ragazze. Un giorno stavafumando fuori e non si era accorto che lo stavo vedendo”.“Ha guardato anche te e con un occhio che non mi piaceva. Andiamoveloci o non riusciamo a fumare”.“Preferisco il bar se si deve scegliere”, dico.“Sei una fannullona, allora, come dice tua madre”, dice Sammy ridendo.
  • 58. Scoppio a ridere. Al bar cè Freddy. Mi passa il buonumore. Lui è nellaltrasezione ma conosce Samantha quindi quando può viene sempre da noi...per me naturalmente. E innamorato di me ma non è contraccambiato. Lui èseduto da solo nel tavolo. Di solito è con un suo amico ma lavrà scacciatoper attirarci da lui. Alza una mano e sorride quando ci vede. Ciavviciniamo e lui ci saluta. Io gli rispondo ma non gli sorrido. Lui non fauna piega.“Fate colazione con me?”, dice alzandosi in piedi.“Veramente avrei fretta”, dico.“Dai, siediti Deborah. Per una volta”, dice Samantha.“Sì, per una volta”, dice Freddy stando in piedi.Appena mi siedo lui appoggia il suo sedere sulla sedia accanto alla mia,che è opposta al posto dove stava seduto. Che palle!“Allora come va, Deborah? Oggi fai la majorette”, dice.“Sì, con la tuta da sub e la maschera”, dico seria.Sammy ride. Freddy mi guarda sorpreso per un istante poi ci arriva esorride.“Ordino io. Tre caffè?”, dice Sammy.“Vado io, se vuoi”, dico alzandomi.“No, stai tranquilla. Ci vado io. E offro”, dice Samantha girandosi eandando verso il banco.Questa me la paga. Mi ha lasciata con lui. Mi risiedo e guardo il cellulare.“Oggi piove, è vero. Ma forse poi smette. Ho saputo che tu e Sammyandate in biblioteca a studiare. Posso venire anchio quando ci tornate?”,dice Freddy.Che idiota! Uno normale mi avrebbe lasciato stare dopo aver capito che èinutile corteggiarmi. Anche il più innamorato prima o poi scompare se nonricambiato. Ma Freddy insiste.“Lingresso non è vietato ai maschi”, dico.“Alla biblioteca, dici? Lo so. Però quando anda... stavi scherzando, vero?”,dice Freddy.“Sì, Fred. Non lo so quando ci andrò. So che Samantha ci va spesso. Te lofarà sapere lei. Io non ho il tuo numero”, dico.“Ti do io il mio”, dice Freddy.
  • 59. “Va bene”, dico.Memorizzo il suo numero. Lui è visibilmente eccitato e mentre mi dice inumeri, che non ricorda a memoria e che legge dalla sua rubrica, dandomidi tanto in tanto unocchiata. Lo faccio per sapere se ha il coraggio diimportunarmi dato che il mio non glielo do neanche morta. Potrebbechiederlo a qualcuno però.“Adesso mi squilli”, dice Freddy.“Non ho detto che ti davo il mio numero. Senti, Fred... mi sei simpaticoma... lasciamo perdere”, dico alzandomi in piedi ed allontanandomi.“Ho detto qualcosa di male? Se è così scusa, Deborah”, dice Freddyalzandosi in piedi.“No, è che sto poco bene oggi, Fred. Scusa te, ciao”, dico allontanandomi.Samantha mi raggiunge,“Dove vai? E il caffè?”, dice.“Te ne offro due. E che... non lo sopporto”.“Va bene, lo calmo io. Si sarà intristito, adesso. Guardalo... che faccia”.“Poteva fare a meno di innamorarsi di me”.“Cosa dici, Deborah. Non si può scegliere. Quando capita, capita”.“Già, ma uno che ha cervello almeno ci prova a dimenticare lamata se ellanon lo ricambia. A lui non passa neanche per la mente... ed è la cosa piùstupida che si possa fare”.“OK, ci vediamo in classe. Ti vedo agitata. Pensa a Norman”.Sorrido. E vero. Tra qualche ora lo vedrò.“Ti si sono illuminati gli occhi. A dopo, Debby”, dice Sammy tornando daFreddy, che, seduto al tavolo, sta bevendo il suo caffè dalla tazza.“Ciao Deborah”, dice una voce alle mie spalle.Mi volto e guardo Larry, lamico di Freddy. E più alto di lui ed è bello. Hadiciottanni ed è allultimo anno mentre io sono al secondo. Mi tolgo icapelli dagli occhi.“Ciao”, dico.“Non ti unisci a noi?”, dice Larry.“Beh... devo parlare con un prof. Ciao”.“Come vuoi, ciao”, dice Larry sorridendo.Si siede al tavolo con Sammy e Freddy e incomincia a parlare con
  • 60. questultimo. Lui continua a fissarmi. Mi allontano. Larry mi è simpaticoma se torno al tavolo Freddy penserà che labbia ingannato anche se pensoche labbia già capito. Se non è stupido come sembra.Sono seduta in auto. Ha smesso di piovere. Norman si gira a guardarmi. Mitolgo i capelli dagli occhi mentre lui mi sorride. Ha gli occhi rossi.“Non prendertela. Succede, Norman”, dice Lucy che sta guidando.“Mi ha lasciato”, dice ancora Norman.Sembra in stato di shock. Gli sorrido. Poi mi rendo conto di quanto sonostupida. Lui sta soffrendo e io rido!“Mi dispiace, Norman”, dico.“Sei arrivato, Norman. A domani. Scusa ma ho fretta devo tornare a casaper partire subito per Castle Rock con Antony”, dice Lucy.“Grazie Lucy”, dice Norman guardandolo poi torna a rivolgere lattenzionesu di me “Deborah... vuoi che ti accompagni a casa?”Lucy ha la bocca aperta. Sto sognando, non può essere vero. Qualsiasi siail motivo perché vuole farlo sicuramente non è per quello che penso io.“Ma è in macchina con me e io a casa devo tornarci”, dice Lucy.“Lucy, ti prego! Sono solo due miglia”, dico.Mia sorella mi guarda e io le rivolgo uno sguardo del tipo, non ti aiuto inniente per almeno un mese se non mi lasci il permesso.“Va bene, scendete. Non capisco perché tu debba accompagnare miasorella”, dice Lucy rivolta a Norman..“Devo chiedere un consiglio a lei. Laccompagno e poi torno indietro, nonpreoccuparti. E in buone mani”.“Oki”, dice mia sorella mentre io sono già sul marciapiede.Lauto si allontana. Vedo Lucy che ci guarda con lo specchietto retrovisore,visibilmente sorpresa. Fa spallucce.Io e Norman ci incamminiamo. Lui subito mi prende per una mano. Il miocuore comincia a battere veloce. Sono come ubriaca, non capisco un cazzo.Non le chiedo neanche perché lo fa per paura che possa cambiare idea. Miguarda.“Posso tenerti per mano?”, dice ma lo sta già facendo.“Sì! Volevi dirmi qualcosa?”, dico stringendo di più la sua mano.
  • 61. “Betty mi ha lasciato perché ha capito che mi ero innamorato di unaltradonna. Una della quale non avrei mai sospettato”.Il mondo mi crolla addosso. Lui è stato appena lasciato e ha già trovatounaltra. Mi guarda.“Coshai, Deborah? Ti senti male?”, dice Norman.“No... no. Continua”, dico.“La donna in questione... sei tu, Deborah”.Mi fermo e lo fisso a bocca aperta. Lui continua a camminare, nonaccorgendosi che mi sono bloccata e tira la mia mano. Ma non mollo. Nonlo mollerò mai più.“Stai scherzando? Scusa... forse ho capito male”, dico.Lui mi guarda., sorridendo.“Hai capito benissimo, Debby”, dice.Mi mette un indice sotto il mento e lo alza. Ho la schiena gelata e dentro dime sto male.Lui si abbassa e mi bacia.“Bip! Bip!”Mi sveglio dal sogno. E il mio cellulare e lavevo lasciato acceso sotto albanco. Sono una sognatrice, spesso penso a situazioni come ho appenapensato.“Deborah!”, dice il professore dinglese.E alto, magro e con la barbetta come un professore degli anni 40.“Scusi”, dico guardando il cellulare.Che sogno bellissimo stavo facendo. E un messaggio di Lucy, ora lo leggoprima di spegnere il telefonino.Scusa tanto Debby, sopratutto per Norman. Antony mi è venuta a prenderea casa e assieme partiamo subito per Castle Rock dopo le lezioni ,senzatornare a casa. Norman è già stato avvertito un suo amico lo riporta acasa. Tu chiedi un passaggio a Samantha o qualcun altro o prendi il bus.NON TORNARE A PIEDI .Resto bloccata, a guardare il display, come intontita. Che razza di sfiga!
  • 62. “Ti è morto il gatto?”, dice Samantha ridendo.La guardo, arrabbiata.“Scusa, è una cosa seria”, dice Sammy.“Deborah, è un messaggio damore quello che stai leggendo o ti hannoinviato Guerra e Pace via sms?”, dice il prof. Leandri.In aula si spargono le risate. Non Samantha, che pare preoccupata.“E Norman”, dice un mio compagno.Io lo fulmino con gli occhi.“E mia sorella”, dico seccata.Spengo il cell e lo ripongo nella borsetta. Il prof arriva e allunga il palmodella mano. Sopra ci appoggio il telefonino.“Te lo ridò dopo. Rispondi dopo la mia ora, se non è unurgenza. Ma nonpenso altrimenti ti avrebbero telefonato”, dice il prof.“Non lo è”, dico, triste.Appena va verso la cattedra Sammy mi dice: “Dimmi, che è accaduto.Scommetto che Lucy non viene... e quindi addio Norman”.“Addio il caz.. Scusa, Sammy, sono nervosa. E proprio come dice tu. Chesfiga!”, dico.“Prima il cellulare ora parli. Vuoi uscire dallaula, signorina?”, dice Leandriarrabbiato.“Magari. Devo andare in bagno”, dico.In aula scoppiano di nuovo le risate. Sammy mi prende per una mano.“Non doveva uscire con te, Debby. Ed è già occupato”, dice.“Lo so. Sono... troppo sensibile. Sto facendo un grande casino per niente”,dico.Guardo fuori dalla finestra per attimo. Le gocce di pioggia accarezzano ivetri della finestra. Mi abbasso e prendo qualcosa dal mio zainetto.“Deborah, non si può fumare a scuola. Le pregherei di lasciare la sigarettanello zaino”.Risate. Alzo la mano e mostro un pacchetto di fazzoletti di carta.“Mi scusi. Vada, pure”.Esco dallaula con i fazzoletti. Sto male ma non perché Norman non vienema perché non è innamorato di me. Dal pacchetto di fazzoletti estraggo lasigaretta che ci avevo nascosto. Non ho laccendino però, non potevo
  • 63. nasconderlo perché non ho tasche avendo la minigonna. Vedo Dennis chesta fumando di fronte a una finestra aperta in corridoio. Mi avvicino a lui.“Dennis, mi puoi accendere? So che non si può fumare a scuola, andreiinfatti fuori, nel retro, al pianoterra. Non sporco te lo giuro”, dico.Dennis sorride e aspira una boccata di fumo.“Non si può, lo sai”, dice sorridendo.“Ti prego, non fumo da stamani”, dico.“Va bene”, dice Dennis accendendomi una sigaretta non dopo aver vistoche nessuna bidella o professore passi nel corridoio.Io cercando di tenere nascosta la sigaretta scendo le scale ma invece diandare nel retro della scuola vado nel bagno delle femmine di questopiano. Non mi va di dire a Dennis dove vado, non mi fido di lui. Mi haguardato le gambe più di una volta mentre stavo parlando con lui eaddirittura i miei seni.Mentre fuma nel bagno Deborah guarda dalla finestra. Da essa infatti sipuò vedere il luogo dove lei ha detto al bidello che andava. Vuole vedere sequel pedofilo va a cercarla. Mentre guarda pensa a Norman. Non semprenella vita avrai il ragazzo del quali ti innamori le ha detto sua sorella. Evero. Deborah sbuffa e vedendo che Dennis non esce dalla scuola butta lasigaretta in un water e tira lacqua. Quando esce dal bagno non si accorgedel bidello che esce nel retro della scuola e che si guarda intornocercandola. La pioggia non smette di scendere.Sono finite le lezioni. Molte ragazze passeggiano nel corridoio per uscireda scuola ridendo mentre parlano tra di loro. Non Deborah che è seria.Accanto a lei cè Samantha che cerca di tenerla su di morale.“Basta, Deborah. E capitato semplicemente che non lhai visto. E amico ditua sorella e vedrai che sarà lei stessa a creare loccasione per rincontrarlo”,dice.“Non è per quello che sono giù di morale. E che... ha la ragazza”, dico.“Che pizza, Debby! Lo sapevi già! Esci con Larry, il mio amico”.“Non interessa a te?”“No, te lo lascio. Non è che non mi piace... ma sono interessata a Mark”.
  • 64. “Grazie ma non voglio niente. E poi non posso decidere io. Se a Larry nonpiaccio come a Norman avrò unaltra batosta”.“Non è possibile perché tu sei ancora innamorata di Norman. Comunquenon è vero che non piaci a questultimo, è che lui ama unaltra e ti ritiene,forse, troppo piccola per lui”.“Togli il forse”, dico.“Vieni a casa con me? Vengono a prendermi dato che piove a dirotto”, diceSamantha.“No, prendo il bus. Voglio stare da sola. Intendo dire senza amici, il mezzopubblico sarà strapieno con questo tempo”.“Lavevo capito, fai come vuoi. Non hai neanche tu lombrello, vero?”“Corro fino alla pensilina, che è coperta”.“Oki, sicura di non venire con me? A a casa mia giocheremo con laplaystation”.“No, voglio andare a casa a fare una doccia. Mi rilassa. Poi ti raggiungo,non voglio stare da sola”.“Se ti comporti così adesso come farai quando sarai, che ne so, lasciata datuo marito? Naturalmente mi auguro che non ti capiti mai”, dice Samantha.“Non lo so e non voglio saperlo. Ma hai ragione è solo uno che non mivuole. Capita a tutte”,dico.“Non sai quante volte capita ai maschi. Sono le femmine che decidono seaccettarli o meno”.“Vedo”.Saluto Samantha, esco da scuola e mi metto a correre verso la pensilina.E bastata quella semplice corsa per bagnarmi. Piove a catinelle. Hoaspettato unora e il bus non è passato. Devessere successo qualcosa. Il miocellulare si è scaricato. Ieri notte ho pensato così tanto a Norman che misono dimenticata di caricarlo. Unauto si ferma di fronte a me. Si abbassa ilfinestrino dalla parte del passeggero. E Dennis, il bidello.“Deborah, sembra che il bus non passi. Vuoi uno strappo a casa?”, dicesorridendo.Lo guardo. Devo fidarmi di lui?“Dai, sono solo dieci miglia”, dice.“Va bene”, dico.
  • 65. Lui apre la portiera. Salgo e appoggio lo zaino ai miei piedi. Lauto parte.Lui mi sorride poi abbassa lo sguardo sulle mie gambe. Ci appoggio sopralo zainetto. Che cazzo ho fatto a fidarmi di lui? Ho un bruttopresentimento.Sento le portiere bloccarsi.“Cosa succede?”, gli chiedo.“Dopo una certa velocità le portiere si bloccano da sole”.“Hai ragione. Certe auto lo fanno”, dico.Ma non sono tranquilla. Lui guarda la strada (e non so come fa con questodiluvio, anche con i tergicristalli azionati alla massima velocità non si vedeun tubo) ma spesso mi guarda. Mi accarezza una coscia.“Che fai?”, dico, arrabbiata.“Scusa, era un gesto di amicizia”, dice lui.“Non sei un mio amico, sei il bidello”.Dennis ride.“E un bidello non può esserlo?”“Solo il mio ragazzo può toccarmi”, dico, seccata.“Il tuo cellulare è simile a quello di mia nipote”.“Hai una nipote? Non lo sapevo”.Dopo qualche secondo lo guardo. E un trucco. Vuole che glie mostri iltelefonino e lui me lo ruberà. Comincio ad avere paura. Il cuore comincia apulsare sul mio collo quando vedo che sta andando nella direzionesbagliata.“Hai superato la mia via. Torna indietro, Dennis. Abito in via Lincoln”,dico.“Andiamo a casa mia”, dice.“Perché? Fammi scendere”, dico tentando di aprire la porta.Ma non ci riesco, è bloccata.“Anche se la aprissi ti faresti molto male buttandoti da unauto lanciata a50 miglia orarie”, dice Dennis.“Meglio che stare con te. Rispondimi. Perché mi porti a casa tua?”Ho una paura del diavolo ma non voglio farglielo capire. Prendo il miocellulare. E scarico. Lui me lo ruba.“Dammelo!”, dico cercandolo di prenderlo.
  • 66. Qualcosa mi colpisce con violenza sul naso e batto la nuca sul finestrinodella portiera. E successo tutto così di fretta che non me ne sono accorta.La testa mi fa molto male dietro e vedo sfocato. Dopo un poco mi riprendoe mi accorgo che scende molto sangue dal naso.“Me lhai... rotto”, dico cominciando a piangere.Non devo piangere. Non devo piangere.Ma non riesco a trattenermi.“Ti prego... non ti ho fatto niente... lasciami andare... ti prego”, dicopiangendo.Il naso mi brucia da morire e sento che la testa dietro si sta già gonfiando.Lui guarda il cellulare poi lo butta sul sedile dietro.“Non provarti a prenderlo o ti do un altro pugno. E più forte”, dice.“Tanto è scarico”, dico.Inutile nasconderglielo, tanto lui poi lo getterà. E di me che farà? Miviolenterà? E poi? Nessuna ragazza è tornata a casa. Ho paura.Tanta paura.“Lasciami... Dennis”, dico.Non frigno più ma le lacrime continuano a scendermi. Guardo fuori. Ilbrutto tempo non mi aiuta, le strade sono deserte. No, una persona stacamminando con un ombrello in mano. Sto per battere sul finestrinoquando lui mi tira per i capelli con una mano. Che bruciore!“Lasciami!”, urlo.Del sangue, che ancora cola dal naso, mi finisce in gola. Tossisco.“Non provarti ad avvertire nessuno o fai una brutta fine”, dice Dennis.E il mostro. Mio Dio. E il mostro.“Tanto mi ucciderai lo stesso”, dico.Sono finita. La mia vita terminerà a quindici anni. Per mano di un bastardo.“Non lo so. Dipende da te”, dice Dennis, guardando sempre la strada.“Non ti credo”.Lui non risponde, diminuisce la velocità dellauto. Guardo fuori. Che sfiga,abita in una casa distante almeno trecento metri da quella più vicina. Lautoè ferma. Dennis preme un pulsante del suo telecomando. Tento di aprire laporta inutilmente. Lui mi tira ancora i capelli.“E inutile, puttana. Le portiere sono bloccate”, dice Dennis.
  • 67. “Lasciami, mi fai male!”, dico.Un cancello si apre. La casa è circondata da un alto muro. Dennisparcheggia la sua auto in un garage. Il portellone si chiude da solo. Sentoun click.Una lama lunga venti centimetri si avvicina al mio collo. Mimmobilizzo.Mi piscio addosso. Lui ride.“Te la sei fatta, eh, puttanella?”“Non... uccidermi. Ti prego”.“Io voglio solo divertirmi con te. Ti piacerà. Non ti torturerò. Faremolamore”.“Ma ho solo quindici anni! Ti scongiuro. Sono vergine”.“Non lo sarai più. Ora ascolta. Se urli, tenti di scappare o cerchi di farequalsiasi altra cosa che non mi piace ti taglio la gola. Hai capito?”Non rispondo.“HAI CAPITO?”, urla.“SÌ! HO CAPITO”, urlo.Mi sono mossa troppo. Guardo la lama. Per fortuna non mi sono tagliataanche se era a un cm dal mio collo. Piango.“Non piangere. Ora io scendo dallauto. Ti avverto che se ti chiudi dentroio riaprirò dato che con me porto le chiavi. Se cerchi di suonare il clacsoncome ha fatto... se ci provi sai cosa ti succede”.Ora ne sono sicura. E il pazzo assassino. Ha detto come ha fatto... Chidelle tre povere ragazzine? Non mi vuole fare scendere prima di lui perchépotrei cercare di scappare o di prendere qualcosa da usare come arma.Guardo in giro. A parte lauto non cè niente. Forse è accaduto quello cheho appena pensato. Una delle ragazze avrà preso un oggetto per difendersi.Inutilmente.“Poi ti apro la portiera e tu scendi, con calma. Se tenti di fare qualsiasi altracosa fai una brutta fine, carina”.Carina. E la prima cosa gentile che mi dice da quando si è scoperto. Nonche ne tragga un vantaggio.Lui scende dallauto. Potrei spingere la portiera con tutte le forze quandolui me la apre. Forse non riuscirò a salvarmi ma provare è meglio chemorire di sicuro. Lui gira attorno allauto ma dalla parte posteriore poi apre
  • 68. la portiera stando vicino alla portiera posteriore. Furbo, così non possoattuare il mio piano. Anche questo devessere stato tentato da parte di unavittima.Vittima, mio Dio.Io smonto dallauto. Lui mi punta una pistola. Non so da dove lha estratta.“Adesso ti giri, metti le braccia dietro la schiena e stai buonina. Se ticomporti bene dopo ti lascio libera. Ovviamente se dici qualcosa su di me ituoi genitori moriranno”.Non sono una scema. Sono tutte balle.Obbedisco. Lui mi lega stretti i polsi. Stringe troppo.“Ahia!”, dico.Lui ride. Sento la canna della pistola, fredda come il mio destino, calcarmicontro la nuca.“Aiutami, Norman”, dico.“Cosa dici, stupida? Zitta”, dice Dennis.Lui mi copre la bocca con un fazzoletto. Il panico mi coglie. Cerco discappare ma lui mi colpisce duramente con la pistola.Quando mi risveglio mi trovo sdraiata supina su un pavimento freddo.Purtroppo non è stato un sogno. Ho le mani legate dietro la schiena. I polsimi bruciano e le braccia mi fanno male. La testa mi gira ancora e perfortuna lui mi ha tolto il fazzoletto anche se non capisco il perché. Miguardo in giro. Siamo in cantina. Una scala di legno scende dietro di me esotto ci sono delle botti. Una lunga cassapanca è posta sulla mia sinistraassieme ad altri oggetti rotti e sporchi. Dietro una grossa colonna intravedosul muro una finestrella così bassa che Dennis ci arriva con la testa.Riuscirei a passarci, anche se è stretta. Cè un rastrello appoggiato accanto.Cè Dennis e sta facendo qualcosa sul muro alla mia destra. Sta preparandodue funi che passano su degli anelli fissati al muro e che si fissano su altridue. Altre due corde sono fissate in basso e sono di lunghezza fissa. Sulpavimento ci sono tracce di sangue rappreso. Ho capito! Vuole legarmi conle mani e le gambe ad X per approfittare di me! Cerco di alzarmi ma non ciriesco. Lui si gira e ride. Estrae dai calzoni la pistola che ci aveva infilato eme la punta.
  • 69. “Buona, Deborah. Ti piacerà. Alle altre è piaciuto”.“Non è vero!”, urlo.Scoppia a ridere. E completamente pazzo. Sono morta. Non posso fareniente. Niente.Mi aiuta ad alzarmi in piedi ma ovviamente mi lascia legata. Sento unodore, come di decomposizione. Le vittime sono ancora qui.Lui viene da me e mi mette una mano tra le gambe. Io arretro e lui mipunta la pistola.“Non muoverti, puttanella”, dice Dennis.Sto per dirgli su di tutto quando sento suonare alla porta.“E lo sceriffo” dico bluffando “Lui doveva venire a prendermi, comelaltro giorno. Ti avrà seguito”, dico.“Non è vero. Sarebbe entrato con la forza, senza suonare”, dice Dennis.“E che ne sa che sei un pedofilo di merda?”Mi colpisce alla bocca con uno schiaffo. Io ricado supina. Batto la testa.Urlo.“Chiudi quella bocca, troia! Non dovrebbe sentirti nessuno ma se urliuccido chiunque sia poi scendo e tu fai una bruttissima fine”, dice Dennis.Non dico niente. Velocemente sale le scale. Ma cè cascato. Speravo lofacesse. E stupido. Bastava che aspettasse che chiunque fosse stato asuonare si allontanasse ma gli ho insinuato in testa il dubbio che fosse statolo sceriffo a farlo. Devo avere tempo per liberarmi. Poi penserò cosa fare.Sento la porta della cantina chiudersi a chiave poi sento dei passi sulla miatesta. Cerco di alzarmi in piedi. Non ci riesco.Calmati, Deborah. Calmati.O sei morta.Sono riuscita a dalzarmi. Mi sono girata a faccia in giù, mi sono messa inginocchio e poi mi sono alzata. Meno male che non mi ha legato anche ipiedi. Cosa posso fare? Vado verso il rastrello e lo prendo con le manilegate. Mi sfugge. Cadendo fa un casino infernale. Impreco. Spero che ilpazzo non mi abbia sentito. Mi metto di nuovo in ginocchio, ma non riescoad abbassarmi con le mani abbastanza per prenderlo e sono di spalle. Midistendo di fronte al manico del rastrello e strisciando cerco di afferrare il
  • 70. manico. Ci riesco. Mi rialzo tenendo il manico in orizzontale. Per adesso lecose vanno bene.Ma il bastardo potrebbe tornare giù in qualsiasi momento. Se lo fa nonvoglio essere violentata. Lui poi mi uccide, lodore di morte che sento nellacantina lo conferma. Gli correrò addosso sperando che mi spari. Per unamajorette come me è facile voltarlo dallaltra parte mettendo i denti versolalto. Spacco la finestrella. Lascio il rastrello, che con le mani dietro laschiena non è unarma efficace, e cerco di vedere dove sono finiti i pochipezzi di vetro che sono rimbalzati indietro. La maggior parte infattisaranno stati proiettati fuori.Sento un urlo provenire dal piano di sopra. Ne trovo uno e cerco di tagliarela corda. Non minteressa di rischiare di tagliarmi. Ho poco tempo, lui avràsentito la finestrella rompersi.Dennis chiude la porta della cantina a chiave e nasconde la pistola dietro laschiena, sotto al maglione. Va ad aprire. Non è lo sceriffo bensì unvenditore ambulante.“Sparisci, bastardo!”, urla Dennis.Richiude la porta poi guarda dalla finestra. Il venditore sta andando viavelocemente, visibilmente spaventato. Dennis sorride. Poi sente il rumoredi una finestra che si rompe. Il venditore si gira. Io esco nel giardino.“Vuoi andartene?”, urlo.Lui scappa. Dennis aveva dimenticato il cancello aperto. Certo, sonosettimane che la chiusura automatica non si attiva. Lo richiude col pulsantepoi va verso la finestrella rotta della cantina con la pistola in pugno. Laragazza non ha cercato di scappare. Per fortuna è lunica finestra dellacantina. Non che abbia possibilità di fuga se riesce ad uscire di casa datoche lintera abitazione è circondata da un alto muro e il cancello ormai èchiuso. Stando attento che lei non lo colpisca col rastrello Dennis guardaattraverso la finestrella. Non vede nessuno. La cantina è deserta. Il rastrelloche prima era appoggiato sul muro ora è sul pavimento.Dennis rientra in casa e va ad aprire la porta della cantina. Da essa emanaun forte olezzo di decomposizione. La puttana deve avere aperto lacassapanca. Dennis scende con la pistola in mano.
  • 71. “Lhai voluto te. Prima di violentarti ti procurerò qualche taglio, comhofatto con Lara. Non urlerai di piacere come Florinda, te lassicuro”, diceDennis avvicinandosi alla colonna.Ci guarda dietro. Non cè nessuno.“Nessuna può urlare di piacere scopando con te, lurido bastardo”.Dennis si gira ridendo. Lha detto apposta per farla venire allo scoperto.Sono riuscita a liberarmi. Prendo il rastrello. Mi avvicino alla cassapanca.Lodore di carogna aumenta. Appoggio un attimo larma ma prima guardole scale. Non cè nessuno. Sento un urlo provenire dal piano di sopra. Ilbastardo sta inveendo contro qualcuno. Apro la cassapanca. Subito un forteodore disgustoso mi colpisce con tale forza che quasi svengo. Dentro cisono tre cadaveri senza vestiti in avanzato stato di decomposizione, stipatiuno sullaltro. I vermi si muovono nella carne gonfia e la pelle secca.Richiudo la cassapanca. Il sangue che cè sotto alle corde non devesseresolo quello dei genitali delle povere vittime. Deve averle torturate. Ma noncè nessun coltello qua si vede che usa quello che prima mi aveva puntatoalla gola. Lurida carogna. Sento un altro urlo. Vado verso la finestrella. Mipare che qualcuno si stia avvicinando ad essa. Mi nascondo dietro lacolonna. Un minuto dopo sento dei passi sul soffitto.Sta tornando.Prendo il rastrello e vado sotto alle scale. Lui le scende poi si avvicina allacolonna. Mi avvicino velocemente, col rastrello alzato in aria.“Lhai voluto te. Prima di violentarti ti farò qualche taglio, comho fattocon Lara. Non urlerai di piacere come Florinda, te lassicuro”, dice Dennisguardando dietro la colonna.“Nessuna può urlare di piacere scopando con te, lurido bastardo”, dico.Lui si volta ridendo ma abbasso il rastrello e colpisco la mano con lapistola. Essa cade per terra e rimbalza mentre lui urla. Dovevo colpirlosulla testa, lui prende il manico dellattrezzo che ho in mano e con forza misbatte sul muro alla sua sinistra, proprio sotto alla finestrella rotta. Misfugge il rastrello di mano. Lui lo alza, cerco di ripararmi ma quel coglionecolpisce il muro. Il rastrello si rompe e gli sfugge di mano. Urla dal dolore.Col contraccolpo si è fatto male alla mano. Cerco di rialzarmi ma mi dà un
  • 72. calcio alladdome. Il dolore è fortissimo. Non riesco a respirare. Lui siabbassa e cerca di soffocarmi con le mani. Inutilmente cerco di staccarglile mani dal mio collo che stringe con così forza da farmi male. Allungo lamano cercando il rastrello, il quale rompendosi era caduto accanto a me.Trovo un pezzo di vetro con la mano sinistra. I polmoni mi bruciano. Lasensazione di soffocamento è bruttissima. Dennis mi guarda con odio. Trapoco sfonda la trachea. Cerco di colpirlo ma lo ferisco alla schiena. Luiurla. Lo colpisco al collo, nella parte destra. Uno grande schizzo di sangueparte da esso. Urla di nuovo e mi lascia il collo. Si tocca la ferita. Mi sferraun pugno ma colpisce il duro pavimento, a meno di un centimetro dal miovolto. Poi si ritocca la ferita. Dalle sue dita esce molto sangue. Devoavergli reciso la carotide. Io boccheggio. Il collo mi fa male e non riesco arespirare nemmeno ora che mi ha lasciato. Lui cade su di me. Disperatascosto la sua testa ma non riesco a liberarmi di lui. Il suo sangue continuaad uscire dal suo collo bagnarmi il petto e il viso. Vedo tutto nero.Un grande botto mi risveglia. I polmoni mi bruciano e non vedo niente. Poiil buio viene rischiarato dalla debole e vecchia lampadina a incandescenza,la quale è coperta da un uomo alto e grosso. Esso si abbassa su di me.“Lasciami”, voglio dire ma non ci riesco.La voce è bassa e roca, come se avessi i polmoni pieni di catarro.“Sono lo sceriffo, Deborah. E tutto finito. Come stai?”, dice dopo averespostato il corpo di Dennis che era ancora su di me.“Il collo”, dico.Ora sento la voce più alta e chiara. Ma quando parlo mi fanno male lecorde vocali.“E tutto gonfio. Quel bastardo ha cercato di strangolarti”, dice Gerry.“S...sì”, dico.“Non parlare se ti fa male”.Lo sceriffo mi aiuta a mettermi a sedere, appoggiandomi al muro. La testami gira. Vomito sulle mie gambe. Già ero tutto sporca di sangue. Chissà inche condizioni terribili sono agli occhi di Gerry.“Scusa, Deborah. Mi ero dimenticato della posizione di sicurezza”, dice.Faccio cenno di no con la testa, per fargli capire che non importa. Mi sento
  • 73. male. Lo sceriffo chiama qualcuno con la radio.“Francesca, chiama unambulanza e mandala al... dove abita quel cazzutodi bidello della Unity High School. Come perché cazzuto? E il mostro. No,è disteso prono per terra. Non so se è morto ma ho una pistola in mano. Sesi muove si ritrova le sue cervella sparse sul pavimento della sua cantina.Deborah, la ragazza la cui scomparsa è stata denunciata dai genitori è quicol collo gonfio ma penso che se la caverà. Sì, mandala subito. Chiamatutti gli agenti e mandali qui. No, tu non puoi venire qualcuno deverimanere in centrale per rispondere alle chiamate. E un ordine!”, diceGerry.Guarda in giro e nota le corde fissate su una parete e il sangue rappreso perterra.“Mio Dio”, dice.Hanno scoperto che Dennis da giovane era stato rifiutato da una ragazzina,quando aveva la sua stessa età. Questo trauma, superabile da chiunque,aveva peggiorato i suoi disturbi mentali. La sua domanda di assunzionealla Unity High School stranamente è stata accettata, dopo che aveva fattoaltri lavori, come il cameriere e lo stradino. Ma nessuno aveva letto la suascheda redatta dal suo psichiatra. Se luomo che lha assunto lavesse fattoavrebbe scoperto che era un pedofilo di tipo efebofilico, ossia che haattrazione sessuale per le teenager oltre ad avere seri problemi mentali. Elavorava in una scuola superiore! Ma il suo grado di intelligenza eraabbastanza elevato da nascondere questi disturbi. Tutti a scuola loconsideravano strano ma nessuno, compresa me, pensava che fosse capacedi violentare, torturare e ammazzare delle ragazzine. I test del DNA hannoconfermato che i tre cadaveri in avanzato stato di decomposizioneappartenevano alle tre ragazze scomparse. Come pensavo quel bastardo lelegava alle corde, una per arto, ad X e poi stracciava loro i vestiti e noncopriva loro la bocca con un fazzoletto per sentirle urlare. Le violentava edinfine le uccideva col coltello. Due erano state anche seviziate. La pistolanon è mai stata usata se non per tramortire le povere vittime. Dennis haaspettato Anita in una via vicino a quella dovera la casa dellamica e lharapita puntandole la pistola. A Florinda, come me, ha dato un passaggio ma
  • 74. non a scuola ma verso la morte. Lara lha rapita nel parco, mentre facevajogging prima di cena, avvicinandosi e puntandole il coltello. Nel rapportofinale, per quanto riguarda la morte del bastardo hanno scritto che luomo,inciampato sul rastrello rotto, ha colpito la finestrella rompendola e si èreciso la carotide con i vetri. Non capisco perché mi abbiano coperta anchese la mia è stata solo legittima difesa. Probabilmente perché ne uscissi deltutto pulita e perché le autorità si sentivano in colpa di non essere riuscitiprima a catturare il colpevole (ucciso tra laltro dallultima ragazza rapita).Lo sceriffo mi aveva trovato poiché era stato fermato da un venditoreambulante mentre con la sua volante percorreva la via dove abitavaDennis. Egli aveva affermato di aver sentito rompersi una finestra dellacantina quandera nella villa del bidello ed era stato scacciato in malo mododa questultimo. Questo laveva insospettito. Gerry, dopo aver suonatoinutilmente il campanello di Dennis, ha parcheggiato a ridosso del muroesterno della casa e salendo sul tettuccio ha scavalcato il muro con lapistola in mano. Poi ha sfondato una finestra e in una stanza ha visto unaporta aperta e sentito rumori di colluttazione.Per fortuna lesofago non è stato lesionato ma hanno riscontrato una costolaincrinata, dovuta al calcio del bastardo e il naso rotto. Una clinica me lharimesso come prima, non si vede neanche che ho effettuato unoperazionedi chirurgia plastica. Quandero in ospedale Larry veniva a trovarmi ognigiorno. Norman è giunto solo una volta.Ora sono nel cimitero e ho deposto tre rose bianche sulle tombe delle treragazze uccise dal mostro. Per mano sto tenendo la mano del mio ragazzo,Larry. Ora provo attrazione per lui e mi rendo conto che è la persona giustaper me. FINE
  • 75. INCONTRI NOTTURNI Dedicato alle vittime dello stuproIl sole lambisce lorizzonte illuminando di rosso la strada deserta. Laragazza con i lunghi capelli castani cammina veloce nel marciapiede. Haventidue anni ed è alta. I suoi grandi occhi verdi guardano nervosamente ingiro. Il vento soffia da nord, facendola rabbrividire. Nessun passante laincrocia, né nessun automobile passa lungo la strada. Sa che nella città daqualche tempo le ragazze vengono violentate. Una è stata picchiata cosìtanto che è rimasta in coma per un mese. Adesso è guarita ma la questioneè grave. La polizia durante il giorno pattuglia come può ma la notte levolanti rimangono nel garage. La ragazza si ferma.Ha sentito dei passi.Si gira e vede due ragazzi che si avvicinano, sorridendo. Uno è alto emagro e ha due lunghe basette, mentre laltro è basso e muscoloso. Laragazza si ferma un attimo e li guarda, spaventata.Accelera il passo, forse sono solo due ragazzi che stanno tornando a casaraccontandosi stupidaggini tra di loro per ridere. La ragazza inghiotte dellasaliva. Guarda un attimo un negozio di vestiti, dallaltra parte delle stradapoi svolta nel vicolo posto di fronte ad esso. Ella vuole tagliare per arrivarea casa prima. Si mette a correre.Ma si ferma dieci metri dopo. Un ragazzo biondo con le lentiggini laguarda, sorridendo. Si gira e vede quello che teme. Gli altri due le hannochiuso le vie di fuga, entrando nel vicolo.“Dove vai a questora ragazzina? Lo sai che è scattato il coprifuoco”, diceil ragazzo muscoloso.“A casa. Lasciatemi andare, vi prego”, dice la ragazza.“Vi prego... Oh! Oh! Oh! Forse se ci supplichi”.“Vi supplico” dice la ragazza mettendosi a piangere.“Certo che torni a casa, ragazza. Ma prima ti divertirai con noi”.“Lasciatemi andare. Sta facendo buio”.“E nel buio che ci si diverte... Ha! Ha! Ha!”, dice il muscoloso.
  • 76. “Come ti chiami?”, dice quello alto.La ragazza non risponde, tenta di correre in mezzo ai due ragazzi di frontea loro ma viene colpita con uno schiaffo dal muscoloso finendo addosso aun bidone della spazzatura, che si ribalta. Sul fianco di questultimo cèunammaccatura. Il muscoloso si tiene la mano. E dolorante, è come seavesse colpito una statua. Dalla bocca della ragazza esce sangue.“Aiuto! AIUTO!”, urla.La ragazza si rialza e tenta di scappare verso il biondo, che però la ferma ela blocca, girandola verso i suoi amici.“Lasciatemi!”, urla.Il ragazzo alto le mette una mano nella bocca mentre il biondo stringe lebraccia della ragazza lungo i fianchi. Lei si dimena più che può.“Mmmmmmm!!!”“Tenetela stretta. Me la faccio così, in piedi”, dice il muscoloso, che siavvicina e le strappa con un solo gesto la gonna.La ragazza mugola e piange non riuscendo a liberarsi dalla stretta. Ilmuscoloso le strappa le mutandine rosa e si abbassa la patta.Appena si avvicina lei gli stringe le gambe sui fianchi, allaltezza dellosterno. Il ragazzo ride.“Brava... collabori”, dice.La paura dagli occhi della ragazza svanisce. Essi sembrano schernire ilviolentatore. Lei smette di agitarsi e si mette a ridere.Il ragazzo muscoloso la guarda sorpreso per un istante.“E impazzita”, dice sorridendo.Il suo sorriso muore sulle labbra. La pressione delle gambe della ragazzasulle costole aumenta. Egli tenta di allargare le gambe della ragazza manon ci riesce. Sente una fitta ai fianchi.“Ah!!! Lasciami, puttana!”.La pressione aumenta, assieme al dolore.Cr...rack!“AHHHHH!!!!”Le costole sono fratturate. La ragazza molla il delinquente che crolla aterra.“Che succede? Matt!”, dice il ragazzo alto.
  • 77. “Non dire nomi, deficiente!”, dice il biondo.La ragazza morde la mano del ragazzo alto. Un canino lungo quattrocentimetri sbuca tra lanulare e il medio mentre laltro si conficca nelmignolo. Si sente lo stesso rumore di quando si rompono i grissini.“Aaaaahhh!!!”, urla il ragazzo alto.La donna con uno strattone si libera dellaltro ragazzo e con uno scattodella testa strappa due dita dalla mano di quello alto.“AAAHHHH!”Il ragazzo guarda la sua mano, dalla quale manca lanulare e il medio èstrappato a metà. Il sangue schizza. Il bruciore è insopportabile. Il mignoloè rotto. Il biondo scappa lungo il vicolo, verso la strada. La ragazza sputale dita che ha in bocca le quali colpiscono alla testa il ragazzo che stacorrendo il quale finisce tramortito a terra. Matt è ancora a terra e si statenendo i fianchi.“Le costole... che male. Ahhh!”“Perché voi bestie non fate male alle ragazze, approfittando di loro? Lepicchiate, le violentate, le umiliate”, dice la ragazza.“Dennis... Paul... aiutatemi”, dice Matt.La voce della ragazza è cambiata, ha un tono più basso, quasi da uomo. Isuoi canini sporchi di sangue sbucano dal labbro superiore e i suoi occhiora sono senza vita. La ragazza volta la testa verso quello alto cosìvelocemente che pare istantaneo. Il violentatore le tira un pugno con lasinistra. La testa della vampira non si muove di un millimetro mentre sisente uno scrocchio.“Ah! Mi sono rotto la mano!”, dice Dennis.“Volevi sapere il mio nome? E Carrie”, dice la vampira.Questultima prende per la nuca Dennis e lo sbatte sul muro del vicolo. Sisente un forte rumore. Il muro si deforma verso linterno, rompendosi. Iltorace di Dennis è sfondato. Col colpo ha anche fratturato il braccio manon sente dolore poiché la sua testa è rotta. Il suo corpo inerme cade aterra. Sul muro rimane una chiazza di sangue.Carrie si rivolge a Matt, che trascinandosi cerca di scappare ma ad ognimovimento le costole lo fanno urlare dal dolore. Una gli buca un polmone.“Aiuto! Che male!... Coff! Coff!”, dice Matt sputando sangue.
  • 78. Si volta verso di lei.“Mordimi... così divento come te... mordimi”, dice.La ragazza si abbassa velocemente e con una mano gli strappa i cosiddetti.Matt urla.“Ti piace? Non potresti più fare niente alle ragazze... se ora non tiammazzassi”, dice Carrie.Matt sa di essere spacciato. Un polmone è bucato e almeno tre costole sonofratturate. Sente che almeno due di esse sbucano dal torace. Anche losterno devessere sfondato. Respira a fatica.Eppure dice: “No... ti prego”.“Quante ragazze te lhanno detto?”“Io...”“QUANTE RAGAZZE TE LHANNO DETTO, LURIDO BASTARDO!”Matt non risponde. Paul si alza e incerto si mette a correre. Mentre Carrieguarda questultimo spiaccica la testa di Matt col piede facendoglielaesplodere come un cocomero gettato dai piani alti. Poi in un secondoprende Paul per un braccio e mette laltra mano sulla spalla.“Ora non terrai ferma più nessuna povera ragazza”, dice Carriestrappandoglielo come una coscia da un pollo fritto.“Ahhh!Il sangue schizza dal moncherino. Carrie prende Paul e lo scaraventa inaria, facendolo volare per cinquanta metri. Egli si schianta sulla vetrina delnegozio di vestiti, sfondandola. Lallarme suona.“Ora è finita. Le notti di Dorry sono di nuovo nostre”, dice Carrieguardando le luci del negozio accendersi e spegnersi.Con un balzo scompare nel buio.FINE
  • 79. AMORE PER SEMPREGuardo lorizzonte. Il sole è poco sopra le montagne, sta scendendorapidamente. Le ombre si allungano sul cimitero. Apro la porta della criptae accendo la lampada ad olio, poi prendo i miei attrezzi. Scendo le scalebuie, immerso in un odore di chiuso e terra. Per un istante ricordo lodoredel prato fiorito, quando io e Bea correvamo sui prati tenendoci per mano,ridendo. Eravamo felici e innamorati, follemente. Quando guardavo i suoibellissimi occhi azzurri il mio cuore sospirava. Certe volte ridevamo senzamotivo e in quei prati, baciati dallerba, spesso amoreggiavamo.Lultima volta lei mi aveva detto: «Voglio rimanere con te... per sempre».Io lavevo baciata e poi avevamo fatto lamore.Ora questi ricordi di sole e felicità sono coperti dal buio della cripta e dalsuono dei miei passi sugli scalini scivolosi. Un odore di decomposizionearriva dal basso. Arrivato nella cripta giro la rotella della lampada e la lucesi intensifica, assieme al tanfo di morte. Da una finestrella si vede che laluce del giorno si è abbassata e di molto. In mezzo alla stanza, su un tavolodi marmo, sta la bara di pietra di Bea. La sua vita si è spenta un mese fa,dopo essersi persa col cavallo nel bosco. Bea.Era sorella di Danita, una delle ragazze più antipatiche del villaggio.Spesso questultima mi prendeva in giro per la mia bruttezza. A Bea questodifetto non le era importato quando mi aveva chiesto un giorno diaccompagnarla oltre il bosco. Aveva paura dei briganti, di giorno i vampirinon vagano tra gli alberi. Ci eravamo conosciuti e da lì era sbocciato ilfiore dellamore, calpestato crudelmente dal destino.Ora illumino la pesante copertura della bara, spostata. Ciò facilità il lavoroche devo fare col mio leverino. Appoggio la sacca con gli altri strumenti ela lampada poi lo inserisco tra la bara e il coperchio. Questultimo si aprefacilmente. Non penso sia venuto un trafugatore di tombe, ho paura che ilmio sospetto sia fondato. Abbasso il leverino e sposto il coperchio. Unrumore gracchiante, fastidioso, echeggia nella cripta. La copertura cadeproducendo un forte boato e alzando della polvere. Guardo verso le scale.Qualcuno avrà sentito? Ho lasciato la porta aperta. Eventualmente ci
  • 80. penserà il reverendo Voicu a distrarre loccasionale visitatore del cimitero.Questultimo fa la guardia per me.Il tanfo di decomposizione aumenta. Guardo il corpo della mia amata.Mentre prendo la lampada noto che la finestrella proietta una luce dorata.Sta tramontando, devo sbrigarmi.Illumino Bea. La sua pelle è bianca come il latte ma, come il resto delcorpo, è integra. Capitano casi simili di lenta decomposizione, lo so io chesono un dottore, ma penso che la causa sia dovuta a qualcosaltro. Guardoil suo corpo aggraziato, che accarezzavo e palpavo; i suoi grandi emagnifici occhi aperti, cui dietro non scorgo più la felicità che lacaratterizzava; il suo collo che baciavo, nel quale si vedono nettamente...Avvicino la lampada. Sì, ci sono due piccoli fori, segno che la sua animanon è in paradiso ma è stata rubata dal diavolo. Continuo lesplorazione delsuo corpo, dimenticando che il tempo scorre. Ora mi fermo sulle suelabbra, dal gusto della pesca, nel cui angolo spiccano delle gocce di sanguerappreso. I suoi capelli, neri come la notte, con i quali giocavo, i suoi...denti, che ora si vedono tra le labbra dischiuse. I canini scendono fin sottoil labbro inferiore. Prendo velocemente il mio punteruolo di faggio e glieloappoggio sul suo cuore, infranto come il mio, poi alzo la mano destra,brandendo un mazzuolo. Cè unalternativa a quello che sto per fare?Distruggendo il suo corpo non cancellerò limmagine che avevo di lei?Potrei scappare, e se lei mi lascia stare quando si alzerà da questo lettoeterno, potrei uccidermi lanciandomi dal ponte sulla gola. Solo così la miapena forse finirebbe realmente.Abbasso il martello.Dalla cripta esce un urlo tanto straziante che un lupo che vagava tra letombe scappa terrorizzato.Voicu mi vede arrivare con il paletto in una mano e il mazzuolo nellaltra.«Lhai fatto... Ricorda che aveva ucciso sua madre e Danita. Ora la suaanima non è persa.», dice.«Ma è perduta la mia».«Uccidere un angelo del diavolo non ti sporca lanima»«Ma mordere un prete, sì», dico.
  • 81. «Cosa stai dicend...»Sorrido, mostrando i miei lunghi canini. Solo ora il reverendo, bianco involto e con gli occhi strabuzzati, nota che il paletto che ho in mano non èsporco di sangue. Rido.La mia voce echeggia nella foresta, come un demone infuriato.«Era lunico modo per stare con lei per sempre», dico.Voicu è ancora paralizzato dalla paura. Mette una mano nella tasca perprendere una croce ma una mano forte gli blocca il braccio. E quella diBea, che è accanto a lui.Nella cripta ho lasciato cadere dalla mano il mazzuolo allultimo istante,colpendo il corpo ed evitando il mazzuolo. Bea si è alzata a sedere e io misono lasciato mordere sul collo. La sensazione allinizio è stata di unfortissimo dolore, tanto che mi sono messo ad urlare. Ma pochi secondidopo questo è scomparso sostituito da una sensazione di benessere,rilassamento ed infine eccitazione.Ora sono come lei.Il nostro amore ora è eterno. FINE
  • 82. CE ANCORAC’è ancora.Ci sono luoghi, come boschi o case, che rimangono. Il passare del temponon li cancella.Ci costruiscono case attorno, si forma un paese, si amplia, diventa unacittà. Ma quei luoghi sono ancora lì, invecchiati ma integri. E’ come se unamagia invisibile o un dio pagano li proteggesse non solo dalla malattia deldegrado ma da eventi programmati. Come se chi avesse il potere diabbattere o demolire non si accorgesse dell’esistenza di quei luoghi… oforse perché proprio questi ultimi vogliono così. La villa c’è ancora,rinfrescata da alti alberi. Non per niente si chiama Villa degli Alberi.E’ posta in mezzo ad un mare di grano, isolata. La casa è come una bellatomba di famiglia in un vecchio cimitero: resta muta ad attendere un ignarovisitatore.Quell’ignaro visitatore ero io. L’unica via d’accesso dà su una strada disecondaria importanza, che collega un paese dall’altro, distanti tra loroalmeno sei chilometri. Ricordo ancora quando da bambino entrai in quellavia con la mia bici.Sto percorrendo il vialetto d’accesso. E’ lungo, alti aceri lo costeggiano.Così alti che se guardi la loro cima dalla base ti gira la testa.Ecco Villa degli Alberi.Delle grandi querce circondando la villa in un immenso abbraccio. Dovevofare i miei bisogni nei campi ma sono stati appena mietuti, allora hopensato di venire dietro ad uno di questi grossi e begli alberi. Esaudito ilbisogno, mi giro verso la villa, a guardarla. E’ una bella casa, moltogrande. Davanti a me c’è l’entrata principale, una grande porta sopra trescalini, ornati da eleganti corrimani in marmo ai lati. Le finestre sono tuttechiuse da scuri. Solo ad una ne manca uno (lo scuro è sul terreno), l’altropende, quasi che ti faccia l’occhiolino. Evidentemente un cardine haceduto, gli scuri erano solo chiusi vicino, non serrati: il vento ha fatto ilresto. La villa è sporca e vecchia… ma stupenda. Come una bella ragazza
  • 83. che col tempo è invecchiata, perdendo attrattiva. Di Villa degli Alberi miha parlato anche mio padre, poco tempo fa. Quel giorno eravamo in auto.Mio padre mi stava riaccompagnando a casa da scuola.Il mezzo corre lungo una strada secondaria, immersa nel silenzio deicampi.Dal finestrino dell’auto, in una curva, noto una grande e bella casa. Chiedoa mio padre cos’è.«Quella è una vecchia casa abbandonata, non devi andarci. Non è un postoin cui andare a giocare, capito, Claudio?», dice mio padre mentre staguidando.«Potresti trovarci uno sbandato, uno che non gradisce visite, e…pentirtene. Oppure non c’è nessuno ma ti ferisci e ti viene il tetano. Puòanche crollare una parte della casa, le scale per esempio. E molto vecchia,c’era già quando ero bambino,ed era già lasciata in stato di abbandono. Tiproibisco di andarci», dice mio padre mentre guida.Eccomi qui invece. Ho disobbedito. Si sa benissimo che proibire ad unbambino di andare in un posto è come dirgli… vacci. Comunque sonovenuto solo nello spiazzo anteriore, un grande cerchio ricoperto di ghiaia, icui bordi sono aggrediti dallerba.Non si sente nessun rumore se non il mormorio del vento tra gli alberi.Sembra che questi dica: «Non entrare… non entrare…». Una cosa strana èl’assenza degli uccelli. Nessun verso di animale o insetto turba la quiete diquesto cortile. Al centro dello spiazzo di ghiaia c’è una bella fontana, tuttasporca, con in mezzo una statua di un bambino con un secchio sulla spalladestra. Da esso non sgorga più acqua come sicuramente faceva un tempo.Un poco di acqua è rimasta nella fontana ma è malsana, nera. Mi avvicinoalla casa e appoggio la bici al muro, alla destra della porta principale.Salgo gli scalini, metto la mano sulla maniglia della porta principale.Immagino la scena: apro la porta e dentro vedo un vecchio che si gira. Hagli abiti sporchi, strappati e con le mani rugose e sporche mi fa cenni diandarmene.«Che ci fai qua, ragazzo?», dice con la sua voce roca.
  • 84. Ha gli occhi rossi, iniettati di sangue. Si sente un cattivo odore. Poi ride,mostrandoti i suoi denti gialli. Si avvicina a te e il tanfo aumenta.«Adesso ti insegno a disturbare un vecchio».Giro la maniglia.Ma non si apre, è chiusa a chiave. Scendo dagli scalini e vado alla finestraa sinistra della porta. Gli scuri sono aperti ma i vetri della finestra sonosporchi di polvere. Li pulisco con la mano, sperando di non intravedere unviso anziano, cattivo, con occhi rossi e denti gialli, che sorride.Non vedo niente.La stanza è vuota e in penombra. Si intravede solo un quadro nella pareteopposta, il ritratto di un uomo con un cappello. Ma il buio lo nasconde, nonlo si vede bene. Torno alla porta principale.Dovrei tornare a casa, perché devo entrare? Mi guardo in giro. Non cènessuno, neanche nei campi. Se cè qualcuno e mi prende non possoneanche urlare. Nessuno mi sentirebbe. La casa più vicina è a trechilometri.La curiosità è troppo forte. Mi volto di nuovo verso lentrata principale.Certe volte si riprova anche sapendo che non serve. Giro la maniglia e… laporta si apre. Si vede che prima la porta era bloccata dall’umidità.no, era chiusaLa spalanco. Tanto se c’è qualcuno sto poco a prendere la mia bici e afilare come un razzo.Non c’è nessuno. Un’ampia sala buia s’intravede oltre la porta. Entro.Indietreggio con un balzo.Un topo scappa sotto a delle scale.In alto c’è un bellissimo lampadario, sporco. Di fronte manca la porta, mac’era, si vedono i cardini. Al di là c’è una stanza completamente al buio. Asinistra partono delle graziose scale in marmo (sotto le quali si è rifugiatol’unico sbandato che ho trovato finora, il topo), che accompagnate da unabalaustra ornata riccamente, salgono fino al primo piano. Lassù s’intravedeun bagliore. Evidentemente entra luce da una finestra aperta nel corridoio oda un’altra stanza. Sulla mia destra c’è una porta chiusa; a sinistra, primadelle scale, una porta aperta mostra la stanza che vedevo prima attraversola finestra. Per il resto la sala è completamente vuota. Tutto è immerso
  • 85. nella semioscurità. Sto in silenzio ad ascoltare. Se c’è qualcuno potreisentirlo.Non odo nessun rumore, incombe un silenzio opprimente.Provo l’interruttore sulla destra. Clic. Niente, come pensavo. Non c’ècorrente. Di sopra non mi va di andare, potrei non avere possibilità di fugase qualcuno mi trova mentre perlustro una stanza. Vado nella stanzaaccanto, per vedere il quadro, poi vado via. Non mi sento a mio agio inquesta casa.La stanza doveva essere un salottino. E’ ben illuminata adesso, scorgo beneil quadro.Un momento! Prima era molto buia, com’è possibile che adesso il quadrosi veda bene, mentre dalla finestra si vedeva a malapena che era un ritratto?Forse i miei occhi si sono abituati alla luce. Il ritratto raffigura un uomocon un cappello verde scuro e un maglione a righe rosse e gialle. Gli occhigrigi sembrano fissarti. E’ di quei quadri nel quale sembra che il ritratto,ovunque ti sposti nella stanza, ti guardi. Ma è una cosa normale, è unillusione ottica. Eppure quel viso, anche se sconosciuto, mi ricordaqualcosa. Un brivido gelido mi percorre la schiena. Di quella persona hosentito parlare in un bar. E successo una settimana fa.Sono seduto al tavolo coi miei genitori. Bevo una coca, i miei sorseggianodue caffè. Due anziani parlano di una storia in un tavolo vicino davanti adue bicchieri di vino.«Quel vecchio pazzo. Portava sempre un vecchio cappello verde scuro e unmaglione a righe gialle e rosse. Aveva gli occhi grigi. Ha spinto giù suamoglie dalle scale, uccidendola. Era una bella ragazza. Appena ha scopertoche è morta è andato in camera e si è ucciso impiccandosi. E’ successomolto tempo fa, lei non aveva nessun parente. Lui ha un fratello inAmerica. Costui è rimasto la. Non è venuto neanche ai loro funerali.Adesso la villala villa… la villa…non può toccarla nemmeno il comune visto che è del fratello», dice uno deidue sorseggiando il bicchiere.
  • 86. Toc.Un passo. Ho sentito un passo.Deglutisco. La casa è vecchia, sono normali dei rumori. E’ il legno. Oppurec’è un gatto o un topo. A casa mia una volta ho creduto che qualcunocamminasse fuori dalla camera ed invece ho poi scoperto che era il miomicio.Toc. Toc.No, sono dei passi!Di nuovo un brivido mi corre lungo la schiena. Guardo nell’atrio dallaporta. Nessuno. Provo piano, senza far rumore, ad aprire la finestra. Nonmi va neanche di tornare nell’anticamera per uscire dalla porta principale.Non si apre, è bloccata. Un tonfo, come se una sedia cadesse. Un rumorestrano, un gemito. Una corda! E’ il crepitio di una corda che dondola.è’ andato in camera e si è ucciso impiccandosiVia, devo andare via. Ma un fracasso infernale mi fa urlare. Qualcosa cadedalle scale, qualcuno. Esco nell’anticamera. Ai piedi delle scale c’è unaragazza distesa. Ha lunghi capelli neri e un bel vestito bianco, di quelli chele donne usavano almeno cinquant’anni fa. Il collo è piegato in un angoloinnaturale. Anche la gamba destra è girata in modo strano, è sicuramentespezzata. Ma chi è stato? Guardo in alto. Nessuno, buio totale.Il mio cuore sembra fermarsi. Le finestre. Le finestre erano tutte chiuseappena arrivato. Poi dopo aver appoggiato la bici una si è aperta,silenziosamente, quella nella stanza che adesso è alle mie spalle. La portaera chiusa ma si è aperta da sola. Appena entrato ho visto una luce sullescale, ora c’è buio. Certo. La casa voleva che salissi le scale ed andassi disopra, quindi aveva aperto unaltra finestra. Magari avrei visto nella stanzasopra il salottino una camera. E dentro un impiccato oscillare, un vecchiocon il cappello verde scuro ancora in testa ed un maglione a righe gialle erosse. Avrebbe aperto di scatto gli occhi grigi e mi avrebbe fissato.La ragazza si muove, muove un braccio. Distende le braccia alzando ilbusto, i suoi bei capelli nascondono il viso. Si gira. Il viso, che in vitadoveva sicuramente attirare tanti ragazzi tanto era bello, ora non è che unamaschera bianca. Bianca come il latte. Gli occhi neri sono senza vita. Miguardano. Si alza, barcollando. La sua gamba destra è girata verso destra
  • 87. ma lei sta in piedi lo stesso. Alza le sue mani bianche con lunghe dita eallunga le braccia. Incomincia a camminare verso di me, zoppicando. Lasua testa è piegata a destra, con il collo spezzato. I capelli non sono piùbelli, sono stopposi e le pendono. Non riesco a muovermi, ne ad urlare.Sono paralizzato dalla paura. Si avvicina, comincio a sentire un odore difoglie marce, come di immondizia. Lei mi taglia la strada, se corro riesco ascappare dalla porta, sempre se lei invece di camminare lentamente comefa adesso non si mette a correre. Incespicando si avvicina, il fetoreaumenta. Con la testa che le pende sorride. Allunga le mani.Quella… cosa vuole toccarmi.Un tonfo. Slam! Buio totale.Tutti gli scuri si sono chiusi da soli. Sento dei passi a meno di un metro dame, so che quelle mani deformi mi stanno cercando nel buio. Il tanfonauseabondo è insopportabile. Mi sveglio dal torpore all’improvviso ecorro verso l’uscita. Gli occhi si sono parzialmente abituati al buio, vedouna sagoma che può essere una porta. Giro la maniglia. Niente. E’ chiusa achiave.Scuoto la porta con tutta la forza che ho, tentando di aprirla. Mi metto apiagnucolare. Sento della mani gelide sul collo. Scaravento via la donna.Uno s’immagina i fantasmi come nei racconti, immateriali, che ci passiattraverso. Quello che spingo invece è un corpo reale, almeno nella miamente. Ma proprio questo fatto mi salva la vita. Mi sveglio del tutto esenza esitazione corro verso il salottino; adesso ci vedo abbastanza adessonel buio. Mentre entro nella stanza sento qualcuno scendere le scale. Aprola finestra e gli scuri.Il sole! E’ cosi bello!In un attimo scavalco il balcone, sono fuori, corro verso la bici. Pedalo atutta fretta verso casa.Mia madre ha intuito che è successo qualcosa, mi vede terrorizzato. Hascoperto anche che ho qualche capello bianco. M’invento che un barboneha cercato di prendermi. Le nascondo la verità. La nascondo a tutti.Successivamente ho capito quello che è successo. L’aver sfidato ilfantasma ha tolto la magia: la finestra si è sbloccata ma la porta, una voltache si era richiusa a chiave, non poteva riaprirsi da sola. Sicuramente è
  • 88. sempre stata chiusa, l’ha aperta la casa quando ho voluto entrare. Mentrescappavo dalla finestra ho sentito qualcuno scendere le scale. Eracertamente il marito della povera donna.Negli anni successivi ho pensato che fosse stato tutto un sogno. Poi l’hoscordato completamente.«Hai visto che abiti proprio vicino la casa dei fantasmi? Ricordi di quellavilla dove sono morte due persone? Ti avevo proibito di andarci, ricordi?Ti dissi che c’erano i fantasmi. Eccola la, la vedi, dalla finestra? La si vedebenissimo da qua», dice mio padre.Siamo nella camera della mia nuova casa. Mi guarda sorridendo, poicontinua.«I miei amici, quand’eravamo bambini, ci sono stati tante volte manessuno di loro è mai entrato. Mi hanno raccontato che se da fuoriindugiavi nella porta principale, dentro sentivi un gran rumore, come sequalcuno cadesse dalle scale. Era la moglie che cadeva, spinta dal maritoche si è ucciso. Il suo fantasma. E poi certe volte la porta era chiusa, altrevolte la trovavi socchiusa. Leggende di ragazzini, io ci sono stato un solavolta. Non pensare che creda a quelle storie!», dice ridendo mio padre.Nei suoi occhi però non leggo la verità. Do le spalle alla finestra. Miopadre esce dalla stanza, richiamato da mia madre.nessuno di loro è mai entratoMa lui si, c’è entrato. Ecco perché non mi ha detto dei fantasmi quand’erobambino, perché non ci andassi attirato come una mosca dallo zucchero.Ecco perché ha raccontato la storia del vagabondo. E’ entrato e ne è uscitoilleso come me. Mi volto verso la finestra e guardo la villa, a circa trecentometri di distanza. Questa casa è bella, grande, piace un sacco a mia moglie.Ma non ho notato la villa quando sono venuto a comprare questaabitazione.La stessa nella quale sono entrato diciotto anni fa. Da qua sembra identicaa quella volta. Tolgo lo sguardo. Non vorrei vedere spuntare da una suafinestra una ragazza che mi guarda. E’ abbastanza lontana? E’ vero quellalegge non scritta da nessuno secondo cui i fantasmi restano nella dimorache prediligono?
  • 89. Mi sveglio di soprassalto nel letto. Ho avuto un incubo. Ho sognato che lamia nuova casa è stata costruita vicino alla villa dei fantasmi. No, non è unsogno, è vero.Ci sono venuto ad abitare da un mese.Mi passo una mano sulla fronte. Guardo l’orologio, sono le due delmattino. Mi girò verso mia moglie. Non c’è, ricordo ora che è in Americaper lavoro, mi ha telefonato alle nove, da San Diego.Il cuore quasi mi si ferma.Sto sentendo dei passi incespicanti nel corridoio. FINE
  • 90. GIRO GIRO TONDOKelly mi passa un vassoio di plastica col pranzo, lo do al ragazzosuccessivo. Il profumo di pollo arrostito sulla griglia non è male. Sononella tenda cucina dei boyscout e sto aiutando, assieme a Mary, a dare ilpranzo. Siamo circa una trentina di ragazzi, non molti, e cinque istruttoriboyscout. Il ragazzo grassottello a cui porgo il vassoio sembra contento,anche se si tratta solo di due pezzi di pollo e delle patate fritte sulla piastra.Guardo alla mia sinistra Mary, una ragazza graziosa, con i capelli rossi e lelentiggini. Mi sta aiutando, dando due vassoi alla volta, velocemente. Migiro e prendo un altro vassoio. E lultimo, un ragazzo basso e con gliocchiali.«Grazie», dice.«Prego», dico.Guardo Kelly. Sta già mangiando, parlando con Mark. Guardo Maryridendo.«Ora possiamo mangiare anche noi. Questo buon odore di pollo ma hafatto venire una fame...», dico sorridendo a Mary.«Hai sempre fame... Paul, volevo chiederti una cosa...», dice.«Dimmi», dico.«Ho notato che servivi girandoti verso sinistra poi ti rigiravi verso destra,sempre. Non hai mai fatto un giro completo...».«Non cè un motivo...», le dico.Vado verso la panca sulla quale Kelly ha messo i vassoi per me e Mary.In realtà non giro mai su me stesso. Non so perché... penso porti sfortuna.Guardo il monitor spento. Mi metto una mano sul viso.Sono passati diciottanni da quella volta. Mary è stata per cinque anni lamia ragazza, poi ho conosciuto Hillary, che è rimasta mia amica da allora.Solo amica. Lauren lho conosciuta alluniversità.Mi è rimasta impressa quella stupida scena, perché riguarda in parte la mia
  • 91. ultima scoperta. Sono dieci anni che studio una mia teoria e solo ora sonoriuscito a dimostrarla matematicamente. Pensavo fosse una pazzia ma imiei studi lhanno confermata... se non ho fatto errori.Sulla mia scrivania cè la trottola di Kathrine, che ha la forma di unaballerina col costume bianco che balla. La tocco, quasi con timore. Poi lafaccio ruotare.La sua gamba alzata ruota veloce mentre muove tutto il corposbilanciandosi a destra e a sinistra. Inghiotto della saliva. La fermo con lamano.La casistica rende impossibile la mia teoria a meno che...«Papà, hai te la mia trottola. Non la trovavo».Mi giro. Kathrine ha sei anni e dei bei cappelli lunghi e biondi, come suamadre. Gli occhi azzurri li ha ereditati però da me. Lauren ha dei bei occhigrandi e neri.«Ti avevo detto di non lasciare giocattoli sulla scrivania quando guardiinternet con tua mamma», dico.«E vero, scusa, papi», dice Kathrine prendendo la trottola.Entra Lauren. E alta, magra, ha i capelli corti.«Vieni Katy, dobbiamo andare a scuola», dice mia moglie.«Non voglio... non mi piace la scuola», dice Kathrine.«Ci vai lo stesso».«Vedrai che quando andrai a lavoro la rimpiangerai», dico sorridendo eaccarezzandole i suoi soffici cappelli.«No», dice lei correndo verso la mamma.«Lascia a casa la trottola, non ti serve a scuola», dice Lauren.Mia moglie mi guarda.«Vai tu a prenderla allora alle quattro?»Katy ha ancora in mano la trottola.«Sì, torno prima oggi. Devo parlare con Gregory di una mia scoperta... maandrò a prendere Katy lo stesso», dico alzandomi e andando verso di lei.«Va bene. Pensavo fossi già andato al lavoro», dice mia moglie.«No, dovevo prendere dei fogli prima alla scrivania e mi sono messo asfogliarli».Mi avvicino poi metto una mano sulla sua guancia, accarezzandola.
  • 92. «Coshai?», dice Lauren.La sento tremare sotto la mia guancia.«Niente, voglio solo salutarti. Oggi sono di buonumore», dico baciandoladolcemente.Lauren sorride.«Non è il nostro anniversario», dice.«Ci devessere per forza un motivo?», dico.«No, ciao amore», dice Lauren sorridendo.Le mie donne escono. Vado alla scrivania e prendo la mia cartella. Fuoridalla porta di casa cè Kathrine che gira su se stessa, cantando. Lauren staaprendo il portellone del garage col telecomando.«Smettila, Katy!», dico.Mia figlia mia guarda a bocca aperta.«Scusa... volevo dire che devi andare con tua madre, disturbi i vicinicantando», dico.«Non stavo urlando papà! Cantavo piano», dice Kathrine.Lauren esce dal garage con lauto.«Ora vai, tesoro», dico.Kathrine sale sullauto, guardandomi. Lauto si ferma, mia moglie abbassail finestrino.«Cosè successo?», dice.«Niente. Vai pure» dico «Ciao, Katy», dico.«Ciao», dice lei.Lauto parte.Poco dopo sono anchio nel traffico che da Brooklyn va a New York, dovelavoro, in un palazzo della E93 Street. Sono un ricercatore scientifico. Lamia ditta, la Atom Star, lavora anche per la N.A.S.A. Veniamo tutti dauniversità di cervelloni e il minimo ammesso come voto della laurea peressere assunti è il 110. Mia moglie lavora come impiegata in un ufficio diun avvocato, un certo Larry Kleine, nella West 16a Street, vicino alla 7aAvenue. Lauren è laureata in matematica e giurisprudenza. Passato il pontemi inoltro in una Avenue pensando alla mia teoria. Passo accanto ad unasilo. Fermo nel rumoroso traffico guardo un aquilone sfuggito ad unbambino. Si è impigliato ad un ramo di un albero e si dibatte come un cane
  • 93. legato ad una catena, ruotando su se stesso. Vedo un bambino piangere euna maestra consolarlo. Dietro di loro altri bimbi con la bocca apertaguardano la scena. Ancora più in là altri bambini si tengono per manogirando in circolo. Anche se col rumore del traffico e dei clacson non lisento so già che stanno cantando «Giro... Giro... Tondo...».Non dovrebbero girare su se stessi.Tin. Push. VrrrrrrrMentre aspetto che il caffè della macchinetta sia pronto guardo i mieiappunti.«Ciao, Paul. Siamo il 16 giugno oggi?».Mi volto. E Hillary. Alta e magra ha due occhiali con la montatura nerache nascondono la sua bellezza. Non è proprio bella ma è carina. Ha deilunghi capelli castani.«Ciao, sì, il 16. Tutto ok?», dico.«A me sì. Non mi sembra a te. Stai bene?», dice.«Veramente sembro strano? Di salute va tutto bene però... vorrei parlarti diuna cosa, da soli. Non riguarda noi né le nostre famiglie. Riguarda una miarecente scoperta scientifica».«Beh... sì, certo. Perché non ne parli dopo anche a Gregory, il capo?».«No... Vedrò. Andiamo adesso a bere un vero caffè da Chuckys?», dico.«Va bene, sbrighiamoci, Gregory arriva tra mezzora», dice Hillary.«Le pause sono ammesse. Andiamo».Dieci minuti dopo siamo al bar della nostra strada, non distante dal nostrograttacielo. In questultimo ci sono diversi bar ma Chuckys è più bello eservono ottimi dolci. Dal tavolo poi mi piace osservare le numerosepersone che camminano sul marciapiede attraverso lampia vetrata.Ordiniamo un caffè, io lo prendo nero, Hillary col latte freddo.«Dimmi tutto, Andres. Perché vuoi parlare solo con me se è solo unascoperta scientifica?», dice Hillary.«Perché è unidea che potrebbe sembrare stramba. Vorrei sapere il tuoparere e poi se secondo te devo divulgarla o addirittura abbandonarla»,dico.«Riguarda gli alieni?», dice lei sorridendo.
  • 94. «Fuochino. Ti ricordi di quella volta che ti avevo detto che da piccolopensavo che portasse sfortuna girare su se stessi...», dico.«Sì, unidiozia. Non mi dirai...»«Aspetta. Secondo la mia scoperta ogni volta che noi o un altro oggettoqualsiasi ruota su se stesso, si passa in un universo alternativo, identico alnostro. Tutto rimane uguale perciò non ce ne accorgiamo...»Arriva la graziosa cameriera e ci porge i caffè.«Dai, hai bevuto per caso? So della teoria degli universi alternativi... ma ilfatto che girando si passi ogni volta in uno di esso... è dura da buttare giù.O stai scherzando?», dice Hillary.«Per niente. Lo sapevo che mi davi per pazzo. Ho rivisto più volte i mieicalcoli... forse potrei dimostrarlo...», dico bevendo un poco di caffè. Lobevo senza zucchero.«Forse».«Allora per te non devo andare avanti. Mi manca solo la partedimostrativa, lesperimento che confuta ogni dubbio».«Vedi tu. Potresti spiegarmi come potrebbe accadere quello che hai dettoma sopratutto come hai fatto a scoprirlo?», dice Hillary sorseggiando dallatazza«E lungo da spiegare. Cè un problema però. Un pericolo che ci riguardatutti».«Di che tipo?»«Nello 0,00000000000000001% dei casi potrebbe accadere, in via teorica,che luniverso nel quale si passa sia diverso».«Beh... questa è grossa. Mi dispiace Paul, non posso credere duna cosa delgenere. Per quanto bassa, dato linfinito numero di oggetti che ruotano,compresa la Terra, è una percentuale comunque alta. Dovrebbe essereaccaduto ad una persona».«Sai quante persone scompaiono?»«Sì, certo, molte sono state uccise o rapite, le altre si sono trasferite di lorospontanea volontà o hanno avuto dal governo unidentità segreta. Non sonocerto scomparse in universi alternativi o sono stati rapiti dagli alieni».Mi alzo.«Sapevo che avresti pensato così. Ma non importa, non sono contrariato.
  • 95. Torno al lavoro. A casa rivedrò tutto con calma per la 100esima volta»,dico.«Mi dispiace Paul. Ti renderai conto anche tu che è una teoria assurda. Daquanto tempo non vai... lasciamo perdere», dice Hillary alzandosi anchelei.«Dallo psicanalista intendi dire? Da parecchi mesi. Non dire in giro dellamia teoria, almeno finché non ti do il mio via libera. E non pensarci più, faiconto che non ti ho detto niente».«Va bene, Paul. Scusa se per caso ti ho offeso».Le stringo leggermente un braccio.«Figurati, ci conosciamo da undici anni. Le tue parole non mi scalfiscono.Sono più preoccupato del fatto che Lauren venga a sapere del nostro caffè.E cosi gelosa...», dico.«Dai, dopo tutto questo tempo!»«E sì che la conosco da meno di te. Semplicemente le dico che non civediamo al di fuori del lavoro».«Daccordo, ora torno su in ufficio. Offro io questo giro».«Neanche per idea, ti ho invitato io quindi tocca a me».«Va bene».«Non insisti,eh?»Hillary rompe il silenzio del bar con la sua solita risata esplosiva.La sera sono davanti al computer a controllare la mia teoria. In effetti èabbastanza assurda, Hillary ha ragione: tutto nelluniverso ruota quindi laprobabilità di passare ad un universo alternativo diverso dovrebbe esserealta, anche se la percentuale di probabilità fosse ancora più bassa di quellache ho calcolato.«Papà, guarda ho disegnato un cerchio perfetto!»Mi volto. E Kathrine. Le prendo il disegno che ha fatto con un grossopennarello rosso. In effetti il cerchio sembra fatto da un compasso. Se nonsapessi che Katy non sa adoperarlo, crederei che labbia usato. A lei piacemolto disegnare, da grande diventerà unartista secondo lei... secondo mepotrebbe lavorare anche come grafica o architetta. E da maestra.«Sei una Giotta!», dico.
  • 96. «Cosa significa?»Mi metto a ridere.«Giotto era un bravissimo artista italiano del 13simo e 14esimo secolo.Disegnò, secondo una leggenda, un cerchio perfetto», dico.«Ah! Sì sono come lui...anzi meglio», dice Kathrine sorridendo.Torno a ridere.«Katy, non hai fatto i compiti di casa!», urla Lauren dal salotto.Kathrine si gira.«Non mi va!», dice.«Vai subito a farli», dico sorridendo.«Sì, papi!», dice Kathrine voltandosi e guardandomi. Corre in salotto.Appoggio il disegno e il pennarello sulla scrivania, dimenticandomi diridarli a mia figlia.La mia teoria è una cazzata, quasi quasi cancello il file. Muovo il mouseper selezionare licona del file colpendo il pennarello che finisce sulpavimento.«Merda!», dico.Mi giro e mi abbasso repentinamente per prenderlo ma muovendomi cosìdi scatto butto giù il disegno che finisce sulla mia sinistra. Preso ilpennarello mi giro e prendo il disegno di Katy poi li rimetto sulla scrivania.Mi sono appena seduto che vedo la scrivania infossarsi come se fosse digomma e qualcuno la spingesse dallalto, deformandola.«Che cavolo...», dico, indietreggiando con la sedia a rotelle.La scrivania si apre in due, tirandosi e deformandosi come un elastico elasciando in mezzo, dal soffitto al pavimento una linea di demarcazione,come se vedessi uno strano effetto ottico con delle lenti.«Cosa succede?», urlo alzandomi.Tutto torna a posto ma mi siedo coprendomi gli occhi.Ha ragione Lauren, lavoro troppo.«Papà, mi dai il disegno?», dice Kathrine.«Coshai fa urlare, papi?», dice Kathrine.Non ha detto le due frasi una dopo laltra ma assieme. Che diavolo stasuccedendo?Mi volto e vedo che mia figlia ha due teste. Una sta guardando il disegno
  • 97. col cerchio, tenendolo con la mano, laltra mi guarda incuriosita.Urlo.Mi gira la testa, cado dalla sedia. Chiudo gli occhi.«Papà, come stai?»«Papà coshai», dice Kathrine.Ho sentito due voci contemporaneamente quindi la mia allucinazione cèancora.«Caro, coshai?»Questa è Lauren ed ho sentito solo una voce. Apro gli occhi sorridendo madivento subito serio.Anche mia moglie ha due teste, che mi stanno guardando con apprensione.Mi sento male. Vedo tutto nero.Mi risveglio su un lettino che mi sta portando sicuramente in uno studiodel dottore. Dallodore e dai rumori devo essere in ospedale. Ho gli occhichiusi.«Mi sente, Paul?», dice un uomo.Devessere il dottore. Lo sento sulla mia sinistra quindi a spingere labarella deve essere uninfermiera. Il dottore mi prende il polso sinistro, percontrollare le pulsazioni.«Sì...». Tengo chiusi gli occhi.«Come sta?»«Meglio...ho avuto delle tremende allucinazioni, per quello sono svenuto»,dico tenendo chiusi gli occhi.«Veramente brutte, dai suoi sintomi è in un forte stato di shock. Può dirmicosha visto?».«Lauren... mia moglie... e mia figlia Kathrine hanno due teste», dico.«Cosa cè di strano?», dice il dottore.Apro gli occhi. Anche il dottore, un nero, ha due teste. Con una testa staguardando la mano destra per il controllo delle pulsazioni mentre laltra mista guardando.«Niente. Sto solo impazzendo, tutto qua», dico.Richiudo gli occhi, deciso a riposare.Non mi sveglio in uno studio ma in una stanza dospedale. Ci sono solo io.
  • 98. Forse adesso tutto tornerà normale. In caso contrario la mia mente èpartita... oppure sono passato in un universo alternativo. Certo, mi sonogirato quando ho preso il disegno e il pennarello di Katy.Ma è possibile?Entra il dottore, sempre con due teste. Una sta guardando i miei dati su unacartella laltra mi sta guardando sorridendo.«Come sta?»«Bene, adesso. Sono calmo».«Ho letto le sue informazioni cliniche e ho telefonato sia al suo medico cheal suo psicanalista. Niente di anormale. Anzi, lo psicanalista le avevaconsigliato di tornare per un controllo addirittura il prossimo anno. Non hamai avuto, secondo lui, allucinazioni», dice il dottore.Parla solo una testa, laltra mi guarda. Adesso torna a guardare i miei dati.Il nome del dottore è Brown, è scritto sulla targhetta con foto... dovespiccano due teste.«Mai, esattamente», dico.«Perché vedere due teste secondo lei è strano? E per quello che intendevadire prima che stava impazzendo?», dice.«E normale in questo mondo», dico.«In questo mondo? E meglio se rimane qualche giorno qui Paul, dopoandrà a fare delle visite specialistiche. Pensa di essere in un altro mondo?»,dice Brown.Universo, penso, ma non lo dico.«Non occorre, mi sento meglio. Sì, è normale che tutti abbiamo due teste,lo so... Non so cosa mi sia capitato. Andrò domani stesso dal miopsicanalista, non occorrono cure. Provengo da un unico mondo, questo!»,dico.E meglio se faccio finta di niente.«E sicuro?», dice Brown.«Mi sembrava sincero quando ha fatto le sue strane affermazioni, signor.Callaghan.», dice laltra testa.«Sono sicuro. Posso rimanere qui a riposare stanotte?», dico.Stare vicino a quei due mostri che sono a casa mia non mi farebbe stare amio agio. Almeno finché non mi abituo. Sono sempre Lauren e Kathrine...
  • 99. però doppie.«Certo, adesso vado. Ha cenato, signor. Callaghan?», dice Brown.«No, non ho fame. Non mi faccia mandare la cena. Grazie comunque»,dico.«Rinunciare ai pasti non fa bene, piuttosto è meglio mangiare meno».«Se fa portare qualcosa rimane sul vassoio».«Come vuole, torno domattina. Buon riposo».«Grazie, molto gentile, dottor. Brown».Brown sta per uscire ma lo fermo.«Scusi, dottore. Che giorno è oggi?», chiedo.«Il 16 giugno», dice il dottore.Non commento, il dottore se ne va. Resto a pensare. Mi viene un atrocedubbio. Giro il capo verso la spalla sinistra poi verso quella destra. Nonvedo niente. Non ho due teste a quanto sembra. Mi alzo e vado in bagno.Lo specchio è più largo, il perché è ovvio.Ho solo una testa. Tiro un sospiro di sollievo. Sarei impazzito veramente incaso contrario. Torno a letto. Sto per assopirmi quando sento una bambinaurlare.«Ciao papà!».La voce è quella di Kathrine. E lei, con Lauren.«Ciao, Katy», dico.Mi abbraccia. Una delle sue teste si appoggia al mio addome mentre laltrami guarda ridendo.«Bleah!», dico spostandomi e scendendo dal letto.«Che ti prende, Paul?», dice Lauren. Una delle sue teste.Guardo Kathrine. In mano stringe la sua bambola preferita, la Barbie. Conorrore noto che ha due teste anche essa. Katy mi sta guardando conentrambe i visi a bocca aperta.«Non lo so... Non lo so Lauren» dico a mia moglie.«Scusa Katy», dico poi a mia figlia.Kathrine non dice niente. Risalgo sul letto poi le accarezzo una delle dueteste. I capelli soffici sono identici a quelli del suo clone, nel mio universo.Sono sempre più convinto che non stia impazzendo, che questa sia unarealtà, anche se non quella che conosco.
  • 100. Ma potrei sbagliarmi.«Voglio chiederti una cosa, Lauren. So che ti sembrerà ovvia, sopratuttoper il fatto che tu pensi che io la sappia già, ma te la chiedo lo stesso»,dico.«No, non stai bene», dice laltra testa di Lauren.Noto che ha i capelli lunghi fino alle spalle. Laltra li ha più corti. Edifficilissimo guardarla senza provare ribrezzo... o almeno impressione.Eppure sento che dovrei provare gli stessi sentimenti di prima. Dal loropunto di vista non dovrei comportarmi in questo modo. E forse sono loro avedermi come un mostro. No, Lauren non mi avrebbe sposato in questocaso.«Dimmi, amore», dice Lauren.«Quante persone hanno una sola testa come me?».«Dovresti saperlo. Non importa. La maggior parte delle persone sonobiteste ma ogni tanto nasce una persona con una mal... con una sola. Io nonsono razzista...Razzista ha detto? E che dovrei dire io? Devo mettermi però nei loropanni.«...ho già avuto fidanzati con una sola», dice Lauren.Con una malformazione intendeva? Di quello pensano delle persone conun solo capo?Ho un flash. Un uomo con una testa le lecca la passera, con laltra linguine.Lei che gode. Che stronzate, torno in me.«Daccordo. Rimango qui a dormire. Domani riesci tu ad andare a prendereKaty a scuola?», dico.«Certo, di solito ci vado sempre io», dice Lauren.«Non esci dallo studio alle 20?», dico.«No... esco alle 15.00, appunto per andare a prendere la bimba. Tu esci alle16», dice.«Alle 16? Non lavori con lavvocato Kleine?», dico.«Kleine? No, che dici, Paul? Lavoro da quasi dieci anni con te», dice.«Sì, è vero... non so perché ho detto quelle cose, scusa. Non mi sento bene.Domani rimango a casa», dico.Lo dico apposta, per tranquillizzarla. Voglio fare finta che tutto sia
  • 101. normale, per essere lasciato in pace. Voglio studiare la mia teoria, se esistein questo universo. E un modo per tornare al mio, se esiste.«Allora vado. Domani mattina vado dal parrucchiere, se torni a casa dopole 10 mi trovi alle 12. Alle 13 vado al lavoro», dice Lauren.Sembra fredda. Probabilmente non le piace che voglia rimanere qua. Hanotato una certa diffidenza nei suoi confronti. Che ci posso fare? Vederedelle persone con due teste, anche se identiche a persone che ami, non èfacile. Anche perché non sono le stesse.«Ciao tesoro», dico guardandola.Lei mi guarda. Si aspetta un bacio. Certo, anche nellaltro universo Paulbaciava sua moglie spesso.«Non mi sembri la stessa persona. Ho fatto qualcosa?», dice Lauren. Ha gliocchi rossi.«Cosa dici? No, non hai fatto niente. E tutto questo lavoro. Sono anni chelavoro alla mia teoria...»Vediamo se esiste in questo mondo.«Quella sugli universi paralleli, identici? E sul fatto che ci si può cascare sesi gira su se stesso. Ne abbiamo già parlato...»Ne ho parlato con lei, non con Hillary in questo universo. Chissà sequestultima esiste. Penso di sì.«Mi sembra unidea balzana», dice laltra testa.«Ciao Katy», dico a mia figlia.Con una testa mi sta guardando, laltra vede la sua bambola. Mi guarda.«Ciao papi».Lauren si avvicina e mi bacia, con una testa.«Ciao, torna in te presto, tesoruccio», dice.Tesoruccio! Lo diceva anche laltra Lauren. Ho io gli occhi rossi. Maquando tornerò nellaltro universo probabilmente laltro me tornerà qui.Già. Chissà se il Paul che questa doppia Lauren conosce è al posto mio. Intal caso quando vedrà che tutti hanno una testa che penserà? Comunque, ameno che Lauren non gli facesse strani giochi erotici, starà meglio di me.Lauren e Kathrine si allontanano. Questultima non mi ha baciato come fadi solito laltra, il suo clone. Non le è piaciuto il disgusto che ho avutoquando con una delle sue teste si è appoggiata a me.
  • 102. Il giorno dopo mi dimetto. Firmo una carta da una segretaria normale (perme) e carina e mi allontano. Nel corridoio incrocio un punk con due teste.Una è rasata laltra ha un cresta alta e rossa. Sbatte apposta contro di me,facendomi quasi cadere.«Ehi, attento?», dico.«Vuoi qualcosa monotesta di cazzo?», dice la testa con la cresta.Laltra ride.Ci chiamano monotesta.E chiaro che cerca rissa. Mi allontano senza dirgli niente. Non mi segueper fortuna. Non mi piace vedere una persona con due teste, ancora menoquando una di queste fa una cosa diversa dallaltra. Ma se dovrò rimanerequi dovrò abituarmi. Luomo si adatta a tutto, se vuole.Prendo un taxi per vederli il meno possibile. Il tassista è un bitesta ma nonimporta. Chiudo gli occhi e rifletto. La mia casa per fortuna è identica, aparte la posizione del televisore (che per me, a parte i vecchi telefilm deglianni 70 e 80, rimane sempre chiusa), anzi dei tv. Sono due, affiancati.Certo, vedono due programmi contemporaneamente. Kathrine stadisegnando con due mani, ogni testa ne segue una. Questi biteste quindisaranno più efficienti nel lavoro. E nello sviluppare un problema starannomeno, anche perché magari le teste si parleranno tra loro. In che universoassurdo sono capitato. Saluto mia figlia e Lauren poi salgo nel mio studio.E identico cambia solo la marca del monitor, che è più grande. Mi mettosubito a riflettere. In internet digito bitesta in wikipedia. A quanto paresono sempre stati loro i più numerosi. Noi monotesta siamo considerati unamalformazione e nel passato eravamo perseguitati e addirittura resi schiavi.Ora cè la parità ma chiaramente il razzismo è rimasto. Gli universi sonotutti uguali.Ceno con i miei famigliari.«Come stai? Da quando sei tornato ti sei chiuso nel tuo studio», diceLauren.«Bene. Sto pensando ancora alla teoria di cui avevamo discusso. Noncentrate voi due. Vi dedicherò più tempo», dico sorridendo e mangiando labistecca che mia moglie ha preparato.
  • 103. E buona. Lauren le fa come il suo clone.«Comè andata a scuola, Katy?», dico.«Bene, ho preso 10 in aritmetica», dice.10! La mia Katy aveva 8. La mia teoria forse è giusta. I bitesta sono piùintelligenti.Dopo cena rimango con Lauren che vede una soap opera mai vista. Ilsecondo tv è spento. Cè il caso di un monotesta che si innamora di unabitesta ricca.«Vedi anche tu? Non odi le soap opera?», dice una testa di Lauren. Laltracontinua a vedere la tv.«Volevo stare con te. Sono stanco, vado a dormire», dico.«Ok», dice la testa che mi stava parlando.«Grazie, tesoro», dice laltra.Mi ama molto. Mi spiace molto per il Paul che ho sostituito, che lameritava.A letto sento che lei entra sotto le coperte. Si mette attaccata a me, nuda.Mi eccito. Allungo una mano. Ha due seni. Lei mi bacia la bocca. Laltrasua testa mi bacia il collo. Non lo sopporto.Esco dal letto.«Coshai?», urla Lauren arrabbiata.«Ti dico la verità, che ci credi o no. Vengo da un altro universo, ricordi lamia teoria? Da noi abbiamo tutti una sola testa», dico.«Mi stai prendendo in giro», dice una testa.«Sì, hai unamante», dice laltra.«Non sopporto sopratutto quanto parlate assieme, e non intendo dire te matutti i bitesta. Mi dispiace è troppo... difficile per me. Non è niente dipersonale, te lo giuro... e non sono il tuo Paul no so dove si trovi ora»,dico.Mi vesto ed esco. Sento Lauren piangere. Una testa, laltra urla: «Sì,vattene via, stronzo!».Incrocio Kathrine in pigiama, nel corridoio. Mi guarda spaventata.«Ciao, Katy», dico accarezzandole la testa. Vado verso le scale.«Oltre che a me non vuoi bene alla mamma?», dice.Mi fermo e mi volto guardandola.
  • 104. «No, vi voglio bene ma... beh, voglio stare da solo per un po», dico.Dormo in un hotel con un proprietario monotesta. Il giorno dopo passeggionel Central Park. Mi ha sempre rilassato anche se è distante da casa mia.Mi siedo su una panchina. Il cielo è sereno e tira una leggera brezza. Pensoalla Lauren di questo universo. Mi dispiace molto averla trattata così.Tornerò a scusarmi. Poi nel mio studio girerò su me stesso. Spero ditornare indietro anche se le probabilità sono quasi nulle. Sento cinguettaregli uccelli. Ne vedo uno su un albero. Ha due teste. Mi alzo e mi metto acamminare. Un bambino sta parlando con tutte e due le teste. Sua madre,che gli sta camminando accanto, lo rimprovera.«Non si parla mai con tutte e due le teste contemporaneamente. Una dopolaltra o solo con una», dice.Sorrido. Che assurdità. Il bambino mi addita. Sua madre torna a sgridarlo.Probabilmente mi aveva indicato perché sono monotesta, un diverso. Unragazzo sta disteso su una ragazza sopra una coperta in mezzo al prato.Con una testa le bacia la bocca ad un testa con laltra bacia il collo allaltra.Un bambino sta piangendo con una testa e sorridendo con laltra. Duebarboni stanno litigando. Uno sta mordendo il braccio allaltro con tutte edue le teste.Non sopporto più questo mondo.Una ragazza bitesta mi sta venendo incontro correndo. E Hillary! Chissà semi conosce in questo universo.«Ciao, Hillary!», dico.«Ciao, anche tu hai chiesto qualche giorno di ferie? Non me lavevi detto»,dice fermandosi e ansimando.Mi conosce, bene. Gli dico tutto quello che mi è successo. Non sembracredermi.«Dal tuo viso sembra che ti abbia raccontato una palla, lo vedo», dico.Comincio ad arrabbiarmi.«Vengo sempre preso per fesso, da tutti!», urlo.«Cosa stai dicendo, Paul. Assolutamente no, mettiti nei miei panni», diceHilary.«E nei miei chi si mette?», dico ad alta voce.Vado in mezzo al prato e comincio a ruotare su me stesso.
  • 105. «Cosa fai, Paul? Le probabilità che passi alluniverso di prima sonopraticamente nulle», dice Hillary.«Giro... Giro... Tondo... Giro... Giro... Tondo...».La mia mente sta vacillando. Cado per terra, la testa mi gira. Sento che laterra cede, come se fosse una coperta stesa sul vuoto e mi stesseinghiottendo mentre sprofondo. Poi vedo di nuovo il mondo stirarsi edividersi in due, con la stessa linea verticale che avevo già visto.Funziona!Chiudo gli occhi. Sento gli uccelli cinguettare. Hillary si avvicina.«Ha funzionato?», dice.Apro gli occhi.Hillary ha tre teste.FINE FINEClaudio Claudio Vasi Vasi
  • 106. LA PENDOLATac... tac... tac...Heinrich batte sul vetro della porta del negozio di antiquariato. Non vedenessuno dentro, forse è giù chiuso pensa. Guarda lora sul suo orologio.Sono le 6.50 e lantiquario chiude alle 7.00. Heinrich guarda ancora dentro,dal nulla spunta un uomo. Ma da dovè uscito?Luomo apre la porta chiusa a chiave.«Scusate, visto che oggi ho avuto pochi clienti ho pensato di chiudere inanticipo», dice luomo.Avrà sui sessantanni, capelli ed occhi grigi. E vestito in modo elegantema allo stesso tempo sobrio. Si vede che è uno che sa quello che vuole.Sorride ma i suoi occhi cinerei sono freddi, sembra che ti penetrino finonellanima.«Ha... come vuole, in caso torno domani», dice Heinrich.«No, si accomodi, la gaffe è mia», dice luomo inchinandosi.Quando la porta si chiude Heinrich alle spalle sente il tintinnare dellecampanelle, come nei negozi di un tempo. Non che si trovi in unomoderno: è un negozio di antiquariato nel centro di Norimberga, addobbatocome nei primi dell800. Lodore stesso sembra quello di quellepoca, e seHeinrich non vedesse la sua Audi A3 attraverso la vetrina penserebbe diessere tornato a quellepoca. Dappertutto si vedono oggetti di tutti i tipi.Quadri, bambole, giocattoli, tavoli, posate... cè di tutto, esattamente comeKetti ha riferito a Heinrich. Oltre a quello la sua amica gli ha detto che inquel negozio si trova un antico orologio a pendolo. Per quello Heinrich è lì,per la prima volta.«Buongiorno, mi chiamo David Schmidt, sono il proprietario del negozio.In cosa posso aiutarla? Sa cosa vuole o è interessato a dare solounocchiata?», dice il signore.I suoi occhi sono come delle morse, non smettono di fissare Heinrich.Questultimo si sente a disagio.«Piacere, mi chiamo Heinrich. Una mia amica, Ketti, è venuta nel suonegozio e mi ha detto che ha visto...», dice Heinrich guardandosi in giro.
  • 107. Interrompe il suo discorso quando vede lorologio a pendolo. E in piediaccanto ad un bancone, una pendola del fine 800.«Mi scusi...», dice e si avvicina allorologio. E intarsiato magnificamente ela porta ha un vetro attraverso il quale si vede il pendolo muoversiritmicamente. Heinrich nota che lora è quella esatta. E uno stupendoesemplare, varrà almeno 5000 euro.«Ah! E interessato allorologio a pendolo. Ha ragione, è proprio bello. Homesso io lora esatta, in questo modo, a mio parere, i clienti vengonoattirati di più. Un orologio sbagliato o fermo perde interesse», diceSchmidt.«Ha ragione. Di che epoca è?», dice Heinrich.«Del 1870. Non ha mai sbagliato un minuto, almeno da quando lho avutoin possesso io. Era tenuto da un certo Heydrich, un amatore come penso sialei».«E vero, gli orologi a pendolo sono la mia passione. Ne posseggo soloquaranta ma tutti di valore e tutti funzionanti. Posso... toccarlo?», diceHeinrich che da quando ha visto la pendola non le ha più tolto gli occhi didosso.«Certo».Heinrich si avvicina, tocca il legno con il quale è fatto lorologio, locontrolla.«E autentica. Non si offenda, Schmidt, non avevo dubbi sulla sua parolama poteva essere lei stesso vittima di un imbroglio», dice.«Sono un esperto quanto lei ma non mi offendo. Il cliente ha sempreragione», dice Schmidt.«A quanto lo vende? Sempre se non lo tiene solo per esposizione», diceHeinrich.«No, è in vendita. 3000 euro vanno bene?», dice Schmidt sorridendo.«Cosa? Personalmente... non è che sono così stupido da voler pagare di piùma...», dice Heinrich rivedendo la pendola.«So cosa intende dire. Quellorologio a pendolo ha molto valore, lo so. Mavoglio farle unofferta. E per quello che ho molti clienti come quello di cuimi ha parlato... Ketti, della quale però sinceramente non ricordo», diceSchmidt.
  • 108. «Ketti è venuta una sola volta ed ha comprato delle bambole. Va bene,accetto signor Schmidt. Mi fido di lei».«Ha fatto un affare».«Hai fatto un errore», dice Kathrine.Heinrich guarda sua moglie. Hanno appena posato assieme la pendola sulpianerottolo delle scale che dal piano terra vanno al primo piano.«In che senso?», dice Heinrich.«Per me è meglio se lo metti in salotto, è così bello», dice Kathrine.«Ce ne sono già tre di orologi a pendolo in salotto, tutti dei primi dell800.Per me è meglio posato in questo posto. Quando uno entra dalla portaprincipale e vede le scale, subito lo noterà».«Come vuoi, caro».Kathrine guarda suo marito, un appassionato di orologi e ancora di più dipendole. E proprietario di una compagnia di assicurazioni che gli fruttamolti soldi allanno. Già quando laveva fondata aveva comunque moltisoldi, ereditati dalla famiglia. Una cosa che lha colpita assieme alla suasimpatia e intelligenza. Lei lavora con lui, come socia minore.Heinrich guarda il pendolo sbattere di qua e di là.Tac... tac... tac...«Sono sicuro che non perde un secondo. E svizzero, il signor Schimidt mene ha parlato dopo che glielo avevo già comprato. Una persona simpatica,anche se misteriosa...», dice Heinrich.«Ciao papi, ciao ma. Vado»Heinrich si volta. Sua figlia Laila è sulla porta. Ha sedici anni ma è svegliaè intelligente oltre che molto bella, come sua madre.«Ciao, cerca di studiare non di giocare alla playstation con Betty», diceKathrine.«Sì, mamma», dice la ragazza aprendo la porta.Nel giardino cè lauto della madre della sua amica Betty. Laila le ha apertoil cancello automatico. La ragazza si blocca sulluscio.«E in casa. Come ha fatto ad entrare?», dice a qualcuno che non si vede.«Con chi sta parlando?», dice Heinrich.«Beh, il cancello era aperto. Sono un vecchio amico di Heinrich», si sente
  • 109. dire.Dal pianerottolo non si vede linterlocutore di sua figlia.«Pa! Cè un signore che vuole vederti. E entrato dal cancello...», urla Laila.«Non urlare, ho sentito. Vai pure, se hai fretta. Vengo giù adesso», diceHeinrich scendendo le scale.Heinrich va alla porta. Vede sua figlia salire sulla Bmw X5 di Leila, lamadre di Betty. Di fronte a lui cè un uomo. Allinizio non lo riconosce poisul viso di Heinrich compare un sorriso. E Gustav, un compagno diuniversità. A quei tempi lui, Heinrich e Kathrine erano sempre assieme.Entrambi andavano dietro a questultima; alla fine ha vinto Heinrich.«Ciao Gustav! Scusa non ti avevo riconosciuto», dice Heinrich.«Ciao Heinrich. Era tua figlia quella bella ragazza bionda con gli occhiverdi?», dice Gustav.«Sì, si chiama Laila. Come stai? Ti vedo... bene».«Sono ingrassato per quello non mi hai riconosciuto subito. Tua figlia miha detto che non dovevo entrare con lauto senza suonare. Il cancello eraaperto...»«Non devi scusarti, hai fatto benissimo a parcheggiare la tua macchina nelgiardino. E quella là?», dice Heinrich indicando una Porsche Turbo.«Sì, ora sono diventato manager di una nota ditta bavarese, vicino aMonaco. Manager del web», dice Gustav.«Sapevo che saresti diventato qualcuno nellinformatica. Ti appassionavafin da allora quando i computer avevano un mega di ram».«Esatto. Ho saputo che hai aperto una compagnia di assicurazioni, laParsel. Ho letto di te in un articolo su un giornale di finanza».«Esattamente, la Parsel. Anche Kathrine ne è socia».«Ciao Gustav», dice Kathrine che si è affacciata alluscio.«Ciao Katy. Tutto bene?», dice Gustav.«Sì, adesso io e Heinrich siamo sposati».«Lo so, lho letto sul giornale».«Entra che ti mostro la mia casa», dice Heinrich.Appena Gustav entra si guarda in giro.«Wow, come dicono i giovani doggi. Hai mobili antichi autentici, daquello che sembra. E arredata veramente bene», dice.
  • 110. «A questo ci ha pensato Kathrine, che è più brava di me. I mobili, che sonoautentici come hai detto, li abbiamo scelti assieme ma la disposizione ètutto merito suo», dice Heinrich.«Non è vero, il merito è di entrambi», dice Kathrine.Gustav guarda verso le scale.«Bello quellorologio a pendolo», dice.«Vieni su un attimo a guardare, lho comprato da poco», dice Heinrich.Gustav sale le scale col suo amico e osserva la pendola.«Veramente bella. E funziona. Di che anno è?», dice.«1872», dice Heinrich.«Magnifici questi intarsi», dice Gustav toccandoli. Tocca anche il vetrodella porta.«Vieni in salotto che ti offro qualcosa?», dice Heinrich.«Certo, grazie. Non ho molto tempo ma ne sarò lieto», dice Gustav.Quando vede il salotto fa altri complimenti allamico e a sua moglie, poi sisiede sul divano.«Avete buon gusto. Qua ci sono altri tre orologi a pendolo», dice.«E lhobby di Heinrich. Fa collezione di pendole antiche e funzionanti»,dice Kathrine.«Cè Agathe?», dice Heinrich.«No, ho dato alla domestica qualche ora di permesso. Me la chiesto lei»,dice Kathrine.«Non importa, offrirò io da bere a Gustav», dice Heinrich alzandosi eandando verso larmadio degli alcolici.«Come sei diventato manager?», dice ancora aprendo larmadio.«Grazie, sei ne hai preferirei un poco di vino italiano», dice Gustav.«Sì, ho dellottimo cabernet friulano, del nord Italia».«Conosco il friaul. Sono andato spesso a Lignano. Ricordi che ho fatto lastage per la Kurl? E quella la ditta che poi mi ha assunto. Ci siamo persi divista dopo che tu e Kathrine avete preso la laurea, pochi mesi unodallaltro...»«Ha, è vero, ricordo! Bei tempi quelli delluniversità. Se non ti avessiconosciuto a questora Kathrine non sarebbe mia moglie. Me lhaipresentata tu, ricordo», dice Heinrich sedendosi nella poltrona di fronte al
  • 111. suo amico.Versa un poco di vino nel bicchiere dellospite e altrettanto nel suo. Gustavbeve un sorso. Kathrine si siede accanto a lui.«Buono... Sì, è così. Te lho presentata a quella festa a Monaco, ricordi?»,dice Gustav.«Certo», dice Heinrich guardando sua moglie. Lei e Gustav erano ottimiamici.Heinrich si è laureato in scienze economiche mentre Gustav e Kathrine iningegneria. Gustav successivamente ha preso, anni dopo, una laurea anchein informatica. Heinrich ha conosciuto Gustav tramite suo cugino chestudiava nella stessa università. Kathrine era compagna di corso di Gustav.«Tu invece, come mai ti sei trasferito da Norimberga a Wachendorf?», diceGustav.«Kathrine è di qua, non ricordi? A me piace, è un bel paesino, cè anche laferrovia. Da qui stai poco anche col treno ad arrivare a Norimberga. In autosono ventidue chilometri», dice Heinrich.«Bene, sono contento di averti visto» dice Gustav finendo di bere il suobicchiere «ora devo andare. Devo parlare con un proprietario di una ditta diocchiali. Vuole parlarmi del suo sito di persona, non gli piace mettersidaccordo di queste cose via telefono. La ditta non è qua ma lui abita a norddi Wachendorf, oltre la linea ferroviaria», dice Gustav.«Daccordo, come vuoi. Sono contento anchio di averti rivisto», diceHeinrich alzandosi e stringendo la mano al suo amico.«Come hai fatto a trovarci?», dice Kathrine. Sono tutti e tre in piedi.«Veramente sono andato alla vostra compagnia a Norimberga. La direttricemi ha detto che il sabato pomeriggio finisci di lavorare e torni a casaassieme a tuo marito», dice Gustav.«Sì, lasciamo tutto nelle mani di Holda, la direttrice. E una donna ingamba. Preferiamo riposarci il sabato pomeriggio e la domenica. La Parselrimane aperta fino alle 16. Hai una compagna?», dice Kathine.«Lavevo... ma ci siamo lasciati due anni fa. Ora devo proprio andare, dinuovo arrivederci», dice Gustav.Il loro amico esce dalla villa, sale sulla sua Porsche, poi si allontana conessa.
  • 112. Mentre chiude la porta Heinrich dice: «Che sorpresa, vero Katy?»«Veramente, erano anni che non lo vedevamo. Era un ottimo amico», diceKathrine.«Già», dice Heinrich salendo le scale. Guarda da vicino la porta del suoorologio a pendolo.Poi le scende e va verso la cucina. Kathrine lo segue, tanto deve andarcianche lei. Heinrich prende uno straccio ed un panno asciutto.«Che fai?», dice Kathrine.«Devo pulire una ditata sul vetro della pendola», dice Heinrich.«Perché lha toccato Gustav, vero? Sei fissato».«Non sono fissato e non ce lho col mio amico. Voglio solo pulire quelladitata. Può capitare, non ho niente da recriminargli».Heinrich sale le scale mentre Kathrine va in salotto e si siede al tavolo.Deve controllare alcuni conti con il notebook. Heinrich pulisce il vetrodellorologio poi lo asciuga.Intanto Gustav si sta avvicinando al passaggio a livello a nord diWachendorf. Sta parlando col vivavoce alluomo che deve vedere. Gli stadicendo che sa dove abita poiché ha il navigatore. La luce rossa delpassaggio a livello fa due lampeggi poi si spegne. Un treno passeggeri staarrivando al passaggio a livello ma le sbarre rimangono alzate. Ilmacchinista del treno fa emettere un fischio al suo mezzo.Heinrich sta guardando il suo pendolo.Tac... tac... tac...Gustav non si è accorto che il treno sta sopraggiungendo al passaggio alivello e che le sbarre sono rimaste alzate. Sta ancora parlando al telefono.Tac... ta...c ta...Il pendolo si ferma... Heinrich smette di asciugare lorologio e fissa ilpendolo. Le lancette sono immobili sulle 15 e 54.Gustav passa il passaggio, gira il volto a sinistra e rimane a bocca aperta. Iltreno centra la sua macchina lateralmente sfondandogliela. La portiera sipiega e lairbag laterale e quello frontale esplodono. Il forte urto però glispezza tutte le ossa. Lauto gira tre volte su stessa, il serbatoio si rompe,perdendo benzina. Quando lauto si ferma accanto a degli alberi, tuttacontorta, un cavo della batteria fa scintilla ed innesca un incendio. Lauto
  • 113. prende fuoco rapidamente. Quando il treno, che sta frenando, la raggiunge,questa esplode. Il macchinista ha inserito il freno di emergenza, ilconvoglio si ferma in poche decine di metri.Le lancette riprendono a girare. Lorologio si è sbloccato.Tac... tac... tac...«Sei ancora lì? Ricordati che tra due ore devi andare a prendere Laila. Lasignora Leila non la riporta qua», dice Kathrine.«Arrivo, cara. Le lancette della pendola si erano fermate. Ora si muovono.Molto strano. Dovrò far controllare lorologio da un tecnico. Una pendolamalfunzionante o rotta ha meno valore di una che funziona perfettamente»,dice Heinrich scendendo le scale.Heinrich torna con Laila verso le sei e mezza. Agathe lo aiuta a togliersi ilgiubbotto.«Grazie, Agathe. E andata tutto bene in pomeriggio?», dice Heinrich.«Magnificamente, signore».«Ti ho detto mille volte di chiamarmi per nome. Kathrine è in salotto?«Sì, sign... Heinrich. Sta vedendo il notiziario locale», dice Agathe.Agathe ha sui quarantanni, la loro età ed è una brava domestica. Occhineri, è sovrappeso.«Grazie».Laila sale in camera sua per cambiarsi. Appena entra in salotto Heinrichvede sua moglie seduta sul divano a vedere la tv. Gli dà le spalle.«Sai cara, è successo un incidente nel passaggio a livello, un tipo... non sochi, è stato investito dal treno mentre attraversava il passaggio a livello.Sembra che le sbarre non abbiano funzionato. La sua macchina si èbruciata, con lui dentro. Ho chiesto alla polizia chi era ma non mi hannodetto niente. Abbiamo notato un gran trambusto, sai la casa di Betty èvicino la linea ferroviaria...», dice Heinrich.Kathrine si gira verso di lui. Ha gli occhi rossi.«E Gustav... lhanno appena detto alla tv. I tecnici non si spiegano perchéle sbarre non si sono alzate. Le hanno controllate, funzionanoperfettamente», dice Kathrine con una voce triste.«Scherzi... Gustav... sì, doveva oltrepassare il passaggio a livello, laveva
  • 114. detto... Oh, mio dio...», dice Heinrich sedendosi accanto a sua moglie.Lei lo abbraccia.«Mi sono ricordata i begli anni delluniversità. Era simpatico, vero?», diceKathrine.«Non so cosa dire. Una disgrazia... ne stanno ancora parlando?», diceHeinrich.Allka tv si vede una giornalista. Ella dice: «... lincidente sembra che siaavvenuto alle 15.54. Lorologio della vittima è stato trovato fermo aquellora».Quellora ricorda qualcosa a Heinrich ma non sa cosa. Si alza e vanellarmadio degli alcolici. Si versa un poco di Campari in un bicchiere e ciaggiunge del ghiaccio.«Bevo un poco di Campari. Ne vuoi anche te, tesoro?», dice Heinrich.«Sì, grazie... ne ho bisogno. Il servizio giornalistico è finito».Heinrich dà il bicchiere a sua moglie, poi gli dà un leggero colpetto colsuo.«Al povero Gustav», dice, poi beve un lungo sorso.In quel momento si ricorda a cosa si riferissero le 15 e 40.Era lora in cui lorologio a pendolo si era fermato.Il sole scalda tanto alle 16, a Monaco. Heinrich è al funerale di Gustav. Sirende conto dellerrore che ha fatto quando ha deciso di mettersi unacamicia marrone scura. Sta sudando. Accanto a lui cè Kathrine. Loro figliaè rimasta a casa con Agathe. Ci sono parecchie persone al funerale del loroamico. Heinrich capisce che era molto conosciuto. La messa è finita, orasono accanto alla sua tomba. I due anziani esili che piangono sono i suoigenitori. Heinrich è già stato a fare loro le condoglianze. Quando suamamma lo ha riconosciuto lha abbracciato e si è messa a piangere. Ora staguardando la fossa, dove alcuni parenti stanno gettando della terra.«Ciao, Heinrich»Heinrich si gira e vede Beatrice. Era stata la sua ragazza fino a due anniprima che conoscesse Kathrine, quando era nel primo anno di studidelluniversità. Una mora con capelli lunghi fino al sedere, diversa daKathrine che è bionda con gli occhi azzurri ed i capelli lunghi fino alle
  • 115. spalle. I suoi occhi neri ed intelligenti lo studiano, il suo bel sorriso,sicuramente sincero, indica che è contenta di vederlo.«Sono tanti anni... che non ci vediamo», dice Heinrich.«Almeno 15. Come stai... a parte la morte di Gustav?», dice Beatrice.Lui la chiamava sempre Bea.«Bene, tutto bene. Conoscevi anche tu Gustav?», dice Heinrich.«Sì, ma non lo frequentavo sempre. Mi sono trasferita a Norimberga treanni fa. Oggi è il mio giorno di libertà, lavoro in uno studio di grafica. Ieriho visto la notizia dellincidente alla tv e allora oggi sono venuta. Gustavmi era simpatico», dice Bea.«Non solo a te. E... Jonas come sta? State ancora assieme?»«Ceravamo sposati ma ci siamo divorziati tre anni fa. Da quella volta sonorimasta single. Ho scoperto che mi tradiva, quel bastardo. Scusa, per leparole, non si dicono in un funerale. Che stupida».«Non importa. Se era un playboy hai fatto bene a lasciarlo».Heinrich pensa ai tempi in cui Bea era sempre con lui. Si vedevano quasiogni giorno, a differenza di Kathrine che nei primi tempi vedeva due voltealla settimana. Quella giornata alle giostre con Bea se la ricorda ancorabenissimo. Quel giorno è stato il momento più felice con lei. Quanto hannoriso!Poi è venuto Jonas e lei, almeno con lui, si è spenta. E si sono lasciati, asuo malincuore.Kathrine, che era andata a fare le condoglianze alla mamma di Gustav, siavvicina.«Ciao, Kathrine. Come va?»Kathrine è seria. Lui ha fatto lerrore una volta di dirle tutto su Bea.Kathrine è gelosa e quella volta che le ha raccontato sulla sua precedentevita amorosa è andata in escandescenze. Conosceva Beatrice di vista aitempi delluniversità. Heinrich poi non le ha più parlato di lei.«Bene, tu Beatrice?», dice Kathrine.«Non male. Adesso vivo nella casa di mia mamma a Norimberga. Pensache cerano ancora i mobili vecchi, di quando mia madre era giovane.Dovrò cambiarli», dice Beatrice.Heinrich si incammina verso la macchina, il funerale è terminato. Bea va al
  • 116. suo fianco.«Ho tante spese, adesso, Heinrich. Ho dovuto dare dei soldi a quel... aJonas. Non posso nemmeno cambiare gli elettrodomestici. Pensa che usoancora quel vecchio fornello a gas, quello senza sicurezza. Laveva regalatomio zio, quello italiano, alla mamma. Per ricordarlo lo teneva, diceva lei.Per me, perché era tirchia», dice Beatrice.«E morta?»«Da due anni, di cancro».«Mi dispiace».Kathrine si mette nellaltro fianco di Heinrich.«Ora dobbiamo andare, abbiamo un impegno. Ciao, stammi bene,Beatrice», dice Kathrine.Bea saluta Heinrich, poi questultimo va verso il parcheggio con suamoglie. Appena in auto Heinrich si gira verso Kathrine.«Sei ancora gelosa dopo tutto questo tempo! Mah!», dice Heinrich.«Non capisco perché ti si era appiccicata addosso, tutto qua», diceKathrine.«Era anche mia amica, oltre che la mia ragazza. Ha dei problemi, adesso».«Affari suoi».«Certe volte non ti riconosco, Kathrine».«Non parliamone più».Sì, forse è meglio, pensa Heinrich.Heinrich ha pulito ha tolto la polvere da suo nuovo orologio a pendolo. Suamoglie gli ha ricordato che lo fa ogni giorno Agathe. Lui le ha risposto chelo sapeva, non ha niente da recriminare alla loro domestica. In realtà luilha fatto per controllare lorologio: ha paura che si blocchi ancora. Cosìnon è stato. Lorologio, dopo che lha rimesso allora esatta (tratta da un sitoin internet), ha funzionato regolarmente. Ha scoperto una scritta dentroallorologio, vicino al pendolo. Il costruttore è un certo Hans Himmler.Heinrich sta ancora guardando dentro la cassa. Chiude lo sportello poiosserva lorologio. Oltre lora e la data la pendola mostra anche un lunario.Il suo cellulare squilla. E Beatrice. Come ha avuto il suo numero?Beatrice è a casa sua, ha messo una pentola piena dacqua sul fornello e lha
  • 117. acceso. Vuole cucinare dei wurstel. Il suo cellulare si è messo a squillare.E la sua amica Klaudia. Siccome ha poco campo si è spostata in salotto.Dopo avere parlato una mezzora con la sua amica decide di telefonare aHeinrich. Beatrice non sa che mentre parlava a Klaudia lacqua sullapentola ha cominciato a bollire ed uno schizzo ha spento la fiamma delfornello. Il gas ha cominciato ad uscire.Heinrich non sembra contento, lo capisce dal tono della voce.Probabilmente ha paura di sua moglie che è gelosa, lha capito al cimiteroche non era contenta di vederla.«Scusa se ti disturbo, Heinrich. Volevo chiederti della casa assicuratriceche hai fondato te. E... conveniente? Lo so che sembra una domandastupida, non potresti dire di no...», dice Beatrice.Heinrich capisce che è solo una scusa per vederlo.«Se chiami alla Parsel delle gentili ragazze ti spiegano tutto quello chevuoi. O cercavi qualcosa di particolare?», dice Heinrich salendo le scale.Va in terrazza. La giornata è molto calda, per essere giugno. Heinrichguarda il Rolex che ha al polso. Sono le 20.20. Il sole sta tramontando e leombre si stanno avvicinando. La terrazza dà ad ovest. Nel grande giardinovede sua figlia con un amico. Si stanno baciando. Heinrich ha una fitta digelosia.Sua figlia può avere un ragazzo, che gli prende?«Veramente era una scusa per parlarti... da amica. Certe volte mi sentosola», dice Bea.Laila ha ancora la bocca incollata al ragazzo. Lui non lha mai visto. Chicavolo è? Il ragazzo ha i capelli lunghi ed una maglia con disegnata unamoto ed una scritta che dalla terrazza non si vede.«Senti, Bea... non è per mandarti via, ma è ora di cena e devo andare. Saicomè Kathrine, se sa che mi hai telefonato...», dice Heinrich«Non posso chiamarti neanche per lavoro?», dice Bea.«Ti telefono domani, sicuro. Ci vediamo da qualche parte», dice Heinrichguardando sua figlia.«Daccordo! Bene. Ci tengo. Senti Heinrich... non voglio riprovarci con te,non pensare male. Voglio chiederti un consiglio, tutto qui. E lassicurazionenon centra».
  • 118. «Ok. Ciao, a domani».«Ciao Bea».Il ragazzo con sua figlia le mette una mano sul seno. Questo è troppo!Heinrich chiude il cellulare e chiama sua figlia. I ragazzi si allontanano dicolpo, come se avessero preso la scossa. Heinrich esce dalla terrazza etorna sulle scale.Beatrice chiude il telefonino. La cucina è piena di gas. Mentre telefonavala luce del sole è calata, le ombre sono avanzate. Bea va in cucina.Heinrich sul pianerottolo guarda la pendola. Il pendolo comincia arallentare. Heinrich si ferma a guardare.Tac... ta...c ta...Il pendolo si ferma. Il quadrante dellorologio indica le 20.50. Beatriceaccende la luce della cucina.Accanto alla casa di Beatrice un uomo grasso sta parlando con un altro,magro. Sono due suoi vicini. Il magro, che si chiama Christian, estrae unasigaretta da una tasca.In quellistante sentono un enorme esplosione. Il marciapiede trema comese ci fosse un terremoto. Vedono una grande nuvola di fumo uscire dallacasa vicina e pezzi di vetro, pietra e legno volare. A Christian è caduta lasigaretta per terra. Luomo obeso, che si chiama Joseph guarda la casa abocca aperta. Ha un piccolo taglio sulla guancia causato da un detrito. Lacasa di Beatrice ha preso fuoco.«In quella casa abita una donna!», dice Christian.«Lo so, si chiama Beatrice», dice Joseph correndo verso un enormeapertura che si è formata nel muro. Tra il fumo vedono la sagoma di unapersona a terra. Christian corre e si avvicina ad essa. E girata verso unaparete. La volta. Gira la testa da unaltra parte, poi prende il corpo e conJoseph la trascinano fuori.«Come... sta?», dice Joseph.«E stata maciullata dallesplosione. Non guardare...»Ma le alte fiamme illuminano il viso di Bea. E gonfio è pieno di buchi ebruciature. Le manca un occhio, esploso a causa di una scheggia delfornello che lha colpito in pieno.
  • 119. Le lancette riprendono a muoversi. La pendola si era bloccata nuovamente,pensa Heinrich.E morto qualcunoChe cavolo, pensa? Perché dovrebbe essere morto qualcuno? La pendola siè bloccata nella stessa ora di quando è morto il suo amico Gustav, ma èsuccesso casualmente. E strano, ma possibile. Una volta ha letto in unarivista: quando una cosa può capitare, allora accade. Mentre scende le scaleHeinrich comunque si memorizza lora nella quale il pendolo si è fermato,le 20.50. Apre la porta ed esce. Sua figlia sta parlando con il ragazzo diprima. Appena lo vede si avvicina.«Perché hai urlato, papà? Non occorreva, ti sentivo dal giardino», diceLaila.«Ho visto... che ti baciavi...» dice Heinrich sentendosi un fesso.«E allora? Patrick è il mio ragazzo», dice Laila.«Piacere, io mio chiamo Heinrich, sono suo padre», dice Heinrichstringendo la mano al ragazzo.Da vicino nota che ha un piercing sul naso.«Piacere, Patrick. Avevo capito che è il suo papà. Non facevo niente dimale... pensavo che Laila gli avesse detto che stiamo insieme», dicePatrick.«Assolutamente no. Comunque lasciamo perdere... vieni dentro, Laila? Equasi ora di cena», dice Heinrich.«Tra cinque minuti».«Va bene», dice Heinrich entrando in casa.Quel ragazzo sembra educato ma non gli piace per niente come si veste.La mattina dopo, Heinrich prima di fare colazione va a prendere il giornaleche il postino lascia presto nella sua buca delle lettere, nel cancello. Dàunocchiata veloce ai titoli principali poi torna in casa. Mentre mangia unpoco di prosciutto crudo e pane nero legge il giornale. Kathrine stabevendo un poco di latte con caffè. Vuole seguire la colazione italiana.Anche Laila è seduta al tavolo.«Attento a non sporcarlo, quel giornale», dice Kathrine.«Me lo dici ogni mattina», dice Heinrich.«E tu non mi ascolti. E successo qualcosa di nuovo?»
  • 120. «Sto leggendo un articolo su una cucina esplosa a causa di una fuga di gas.Pensa, cè ancora gente che non ha il fornello elett...», dice Heinrich che sialza in piedi, facendo cadere il coltello per terra. Laila, che stavaripassando un libro scolastico (quella mattina devessere interrogata), loguarda a bocca aperta.«Coshai, papà, stai male?», dice.«No... la donna morta è Beatrice Steiner!», dice Heinrich sedendosi emettendosi una mano sui cappelli.«Mio dio! Mi dispiace Heinrich... veramente», dice Kathrine.Heinrich la guarda. Kathrine sarà gelosa ogni tanto ma non è cattiva. Esincera. Luomo torna a leggere il giornale.«Chi è Beatrice?», dice Laila.«La sua ex», dice Kathrine.«In due giorni ho perso sue amici», dice Heinrich.«Ha, quella Beatrice. Il papà me ne aveva parlato», dice Laila.«Veramente?», dice Kathrine.«Comè successo lincidente papi?», dice Laila, non badando a sua madre.«Probabilmente la fiamma del fornello si è spenta e quando lei è rientrataha acceso la luce, doveva essere buio a quellora. Nel giornale è scritto cheè successo verso le 21. La scintilla dellinterruttore...»E successo alle 20.50, quando si è fermato il pendolo«...ha innescato la detonazione», dice Heinrich.«Povera, mi dispiace papà», dice Laila.«Vado al lavoro, adesso. Vieni dopo, amore?», dice Heinrich alzandosi.«Sì... non pensarci, caro», dice Kathrine.Heinrich non risponde, esce dalla cucina, prende la sua borsa portanotebook, il giornale e va verso lentrata principale. Prima di uscire dàunocchiata alla pendola. E li che fa dondolare il suo pendolo, facendofinta di niente.Sarà morta quando il suo orologio si è fermato? Non lo sa.Heinrich va dal suo amico e ispettore di polizia Simon. Nel giornale erascritto che a lui è stato dato lincarico delle indagini (che sono già statechiuse) sulla morte di Beatrice. E stato un incidente.Trova il suo amico nel suo ufficio. Bussa alla porta, Simon con una voce
  • 121. roca dice «Avanti».Heinrich entra.«Ciao Heinrich, è parecchio che non passi a salutarmi e a bere assieme unabirra», dice Simon.«Ciao Simon, come va?», dice Heinrich.«Ho appena chiuso un brutto caso, una tragedia capitata ad una donna...»«Quella morta a causa di una fuga di gas? Era una mia ex».«Cosa? Stai scherzando?»«No, Simon. Beatrice era la ragazza che ho avuto prima di Kathrine. Seilibero adesso?»«Mi dispiace. Adesso dovrei leggere il dossier sul nuovo caso affidatomima vengo con te alla birreria qua sotto. Dieci minuti, non di più», diceSimon.«Bastano, grazie», dice Heinrich.Mentre si avviano alla birreria Haus Wolf, Heinrich gli chiede a Simoncome sta la sua famiglia. Il locale è una birreria tipica tedesca. Le biondedietro al banco sono belle ma grassocce, non si curano come fanno leodierne ragazze tedesche.I due si sono seduti al banco e hanno ordinato una birra. Simon va inbagno. Quando torna a sedersi sullo sgabello Heinrich chiede al suo amico:«Sai per caso lora esatta in cui è morta Beatrice?»Simon, che stava per bere la sua birra, lo guarda un attimo perplesso, con ilbicchiere a pochi centimetri dalla bocca.«Non dovrei dirtelo», dice Simon. Beve un sorso dal bicchiere.«Dai, Simon, cosa cambia? E stata una tragedia, mica un omicidio».La colpa è della pendola«Hai ragione. Sì, la conosco. Lorologio della vittima, uno swatch, si èfermato con lo spostamento daria o forse dopo lurto causato dalla suacaduta. Segnava le 20.50», dice Simon.Le 20.50!«Grazie, ora vado, devo andare al lavoro. Alla prossima, qua pago io», diceHeinrich.«Troppo tardi, ho già pagato», dice Simon bevendo.«Riesci sempre a fregarmi! Grazie, Simon, ciao», dice Heirich sorridendo e
  • 122. dando una pacca sul braccio al suo amico.«Ciao, io finisco la birra», dice Simon.Heinrich esce perplesso dalla birreria. Anche adesso gli orari coincidono.E veramente un caso che la sua pendola si fermi quando muore un suoamico? O no? E cosa intende dire col fatto che non è una casualità? Che ilsuo orologio a pendolo è maledetto? Che stronzate.La sera Heinrich sposta lorologio a pendolo e apre lo sportello posteriore.La chiave era dentro la pendola. Vede degli ingranaggi rovinati col tempo;alcuni sono arrugginiti. Tutti comunque si muovono regolarmente. Lamolla e la ruota dentata che regolano lo scappamento, il meccanismo checrea il moto del pendolo, sembrano in buone condizioni. Chiude losportello.Che diavolo pensava di trovare? Ali di pipistrello e sangue di vergine? Oscritte maledette in una lingua antica quanto sconosciuta?Rimette il pendolo al suo posto poi scende le scale per cercare la suavecchia rubrica nei cassetti del suo studio. In quella del computer non cè ilnumero di telefono della madre di Bea. Vuole farle le condoglianze echiederle quando faranno il funerale. Vuole andarci sperando di nonincontrare nessun vecchio amico. Ultimamente ciò porta loro sfortuna.Heinrich guarda lorologio. Sono le tre e sua moglie è ancora in ufficio.Aveva detto che aveva molto lavoro. E sabato e Heinrich sta controllando idati di un cliente. In realtà sta ancora pensando alla pendola. Quellamattina è andato a Norimberga da una ditta famosa che ha chiesto diparlare direttamente con lui, di persona, per stipulare unassicurazione. Giàche era è passato da quel negozio di antiquariato dove ha preso la pendola.Voleva chiedere a Schmidt se le poteva dire di più su Heydrich, ilprecedente proprietario dellorologio, ma ha trovato chiuso. Il funerale diBea è stato ieri. Cerano poche persone, tra le quali anche Jonas, il suo exmarito.Heinrich chiude il laptot e va nelle scale. Le sale e poi guarda lorologio apendolo.Le persone muoiono quando si ferma il pendolo o quando lui vede che siferma? Una soluzione in questultimol caso sarebbe semplicemente
  • 123. metterlo nel magazzino, dove tiene le altre cinquanta pendole.Heinrich sorride. Che cazzo pensa? Sta diventando matto? Ha visto sololui lorologio a pendolo bloccarsi, per poi ripartire. Magari neanche si erafermato.«Papà, vado»Heinrich si volta. Sua figlia ha uno zaino in una mano ed una borsetta rosanellaltra. Va in piscina con il suo boyfriend, Patrick.«Sì, stai in acqua fino alle quattro, il sole è troppo alto. E stai attenta», diceHeinrich.«Non sono una bambina. A cosa dovrei stare attenta? So nuotare e poi cèPatrick», dice Laila.«Alle sue mani devi stare attenta».Laila ride.«Vado, pa», dice lei aprendo la porta.Heinrick sente il rombo della BMW M3 di Patrick. Lui ha diciannove anni,ha la patente.E se la pendola la facesse morire... non pensarlo nemmeno per scherzo!Heinrich si volta e guarda lorologio della pendola. Segna le tre e quindici.In quellistante sua moglie è al loro ufficio, al quinto piano di un palazzo.Sta leggendo una richiesta di risarcimento da parte di un cliente che haavuto un incidente dauto. Sbadiglia poi vede lora nella barra delloschermo del computer. E tardi. Spegne il computer poi si rivolge ad unuomo con gli occhiali che è seduto in una scrivania vicino.«Vado a casa, Peter, ciao», dice Kathrine.«Ciao, Kathrine. Buon weekend», dice Peter.«Altrettanto», dice Kathrine prendendo il suo notebook e la sua borsa.Appena fa qualche passo ondeggia incerta. Odia le scarpe con i tacchi aspillo: alcune sue amiche arrivano addirittura a correre ma lei non riesce aportarle bene. Oggi le ha messe solo perché doveva incontrare una personaimportante. Saluta anche gli altri impiegati poi va nel corridoio, versolascensore. In mano ha ancora il foglio con la richiesta, la sta leggendo.Heinrich sta osservando il pendolo.Kathrine preme il pulsante dellascensore. Mentre aspetta legge il foglio.Il pendolo rallenta il movimento.
  • 124. Tac... ta..c ta...Si ferma alle 15.36.La porta dellascensore si apre.«Ciao Kathrine».Kathrine si volta e vede Eva, una ragazza che lavora nella sua compagnia.Era uscita per andare alla macchinetta del caffè che è situata nel corridoio.Ha ancora in mano un bicchiere di plastica fumante.«Ciao Eva», dice Kathrine, poi si muove in avanti. Non vede la cabina mala tromba dellascensore vuota e buia. Urla e si blocca allimprovviso ma itacchi la tradiscono e cade in avanti. Tenta di puntellarsi sulla pareteopposta della tromba dellascensore ma anche se riesce a toccarla cade lostesso. Urla come una pazza mentre vola nel vuoto; i fogli le volano dimano.Vede una luce bianca.Poi più nulla.Eva saluta Kathrine. Vede la sua amica che sta per entrare nellascensore, siblocca urlando poco prima e poi cade in avanti.«Che succede?», pensa per un attimo Eva. Sente un urlo agghiaccianteseguito poco dopo da un enorme botto. Le cade di mano il bicchiere dicaffè, versando il contenuto nel pavimento.Mio dio, non cera lascensore! Eva corre verso questultimo. La porta èancora aperta, la cabina non cè. Guarda nel buio della tromba ma non vedeniente. Corre in ufficio e dice quello che è successo. Alcuni non le credono.Lei si mette ad urlare.«Calmati, Eva! Io ti credo. Andiamo a vedere nei piani inferiori. Si sarà...fermata sullascensore se esso non era al piano di sopra», dice Peteralzandosi dalla sedia.«Il display segna il primo piano, non è al sesto», dice Eva, bianca in volto.Peter le prende una mano.«Calmati, va tutto bene. Seguimi», dice Peter.«Sì, Peter...»I due scendono al primo piano con le scale. Un uomo grasso, quello cheaveva detto a Eva che non le credeva, li segue. Delle persone stanno
  • 125. guardando lascensore. Un uomo con gli occhiali sta telefonando.«Venite, presto!»Peter intuisce che ha chiamato lambulanza. Una ragazza è svenuta e unadonna con gli occhiali sta cercando di rianimarla. Peter si avvicina.«Non faccia così, signora. La lasci in pace, se è solo svenuta. La metta inposizione di sicurezza e chiamiamo unambulanza», dice Peter alla donna.«Ragazzo, è già stata avvertita. La metta lei in posizione di sicurezza, ionon...»Eva urla. Peter fa un sobbalzo e guardando verso la sua collega non puònon vedere linterno dellascensore. Kathrine ha sfondato con la testa lacabina ed è rimasta con la parte superiore del corpo incastrata dentrolascensore. Le gambe non si vedono. Dala testa esce un rivolo di sangueche dalla testa scende lungo il suo braccio destro disteso verso il basso finoa gocciolare sul pavimento della cabina. Il viso di Kathrine è sconvolto,pieno di graffi e tagli; ha ancora la bocca aperta nellatto di urlare e gliocchi sono spalancati.E morta.Lorologio sporco di sangue nel suo braccio indica le 15 e 36.Quando Heinrich riceve la telefonata è nel suo studio deciso a non pensarealla pendola. Come le altre volte dopo qualche minuto ha ripreso afunzionare. Appena sente squillare pensa ad una tragedia ma scopre che èsolo uno degli impiegati migliori che lavora per lui.«Cosa vuoi, Peter?», dice Heinrich.«Non so come dirtelo... te lo dico e basta: tua moglie... è successa unadisgrazia... è morta», dice Peter al telefono.Heinrich rimane a bocca aperta a fissare il monitor.«Stai scherzando?», dice.«Purtroppo no. Stava per tornare a casa. Le porte dellascensore si sonoaperte ma la cabina non cera. Lei si è distratta, non se nè accorta ed ècaduta nella tromba dellascensore. Mi dispiace... qua siamo tutti confusi...Cè la polizia. Se vieni subito è meglio».«Certo che vengo subito. Kathrine! Sei sicuro che sia lei?»«Mi spiace molto Heinrich. Siamo tutti scossi».
  • 126. «A che ora è successo?»«Erano passate da poco le tre e mezza mi pare».«Arrivo. Avvisa i tuoi colleghi che non chiamino Laila, mia figlia, miraccomando. Sarà distrutta... Glielo dico io», dice Heinrich.Maledetta bastarda di pendola«Certo, Heinrich, ciao», dice Peter.Heinrich chiude il telefono, esce dallo studio e sale le scale. Prende lapendola e la sbatte con forza col muro.«Sei stata tu, carogna! Non so come... ma sei stata tu!», urla.Heinrich si gira, mettendosi una mano sul viso. Lorologio a pendolo èspostato ed ammaccato sul retro. Le lancette continuano a girare.Quando Heinrich apre gli occhi vede Agathe che lo fissa a bocca aperta infondo alla scale. Heinrich le discende ed esce senza dire niente alla suadomestica. Lei ha notato che ha gli occhi rossi e non capisce il perché. Salein macchina e va verso il suo ufficio. Telefona a Laila. Ha il cellularespento, prova con Patrick.Laila è sullo sdraio della piscina, sta parlando con Patrick. E un tipo un postrano ma che fisico che ha... ed è un bravo ragazzo anche se va semprevestito da metallaro, pensa la ragazza. Sentono un tonfo, un uomo si ètuffato in piscina. Lo schizzo dellacqua spostata arriva sino a loro. Leiurla. Si mettono a ridere.«Adesso mi tuffo io. Vedrai, sono brava», dice Laila.«Lo so», dice Patrick.Laila si alza in piedi. Patrick guardandola pensa ancora una volta che èfortunato. Ha proprio un bel fisico.«Vado, tu rimani lì e guarda», dice Laila.«Ok. Mi alzo in piedi però, è da quando siamo arrivati che stiamo sullasdraio».«Come vuoi ma non andare in acqua».Patrick si alza in piedi. Mentre Laila sale le scale del trampolino squilla iltelefonino di Patrick. Lui lo prende dalla borsa da bagno. Casualmentepassa la ragazza che lui ha notato appena arrivati al bordo vasca. E unabiondona con due seni prosperosi. Laila gli aveva tappato gli occhi quando
  • 127. aveva notato che la stava fissando.«Perché?», le aveva detto lui.«Non guardare così le altre!», aveva detto Laila.La donna passa e Patrick si volta verso di lei senza guardare Laila che èappena salita sul trampolino. Questultima ha notato la scena ed èarrabbiata.«Chi parla?», dice Patrick.«Sono Heinrich, il padre di Laila. Il numero me lha dato lei, scusa. Tuttobene, lì?»«Sì è tutto ok. Siamo al bordo vasca, adesso Laila si tuffa. Vuole parlarecon lei?»Agathe sale le scale e rimette a posto la pendola che il suo datore di lavoroha stupidamente sbattuto non sa il perché sul muro. Non ha mai vistoHeinrich arrabbiato o a fare una cosa così stupida. Guarda un attimo ilpendolo. Il suo moto rallenta.Tac... ta...c ta...Le lancette si bloccano alle 16.12Laila cammina verso la fine del trampolino guardando arrabbiata Patrichche sta telefonando a non so chi... guardando quella sgualdrina! Scivola colpiede sinistro sulla pedana e cade allindietro. Cade dalla pedana. Sta perurlare quando batte la testa sul bordo piscina e cade in acqua.«No... volevo solo sapere, tutto qua. Non pensare che vi controlli...»Certo che ci controlla, pensa Patrick.Guarda il suo orologio. «...sta attento a lei, che non le capiti niente, tutto qui. Ciao», dice Heinrichchiudendo il telefono.Laila sarà distrutta nei giorni seguenti, è inutile dirgli subito che è morta lamamma e rovinarle la giornata. Per quello ha soltanto chiesto cosafacevano, pensa Heinrich.Patrick chiude il cellulare, si volta e vede che molte persone sono in piedi estanno guardando verso il trampolino. Sembrano agitate. Un uomo si tuffae nuota verso di esso. Laila si è già tuffata, non la vede. Patrick nota una
  • 128. chiazza di sangue nellacqua e... una ragazza immobile che galleggia sulfondo della piscina. Vede che luomo sta nuotando verso di lei. Sul bordovasca cè unaltra chiazza di sangue. Patrick capisce, getta il telefoninosulla sua sdraio e si tuffa a sua volta nella piscina.Agathe vede che le lancette sono rimaste ferme, lorologio si è bloccato.Lei non se ne intende, se ne occuperà Heinrich quando tornerà. Forse il suodatore di lavoro era arrabbiato perché la pendola non funziona bene. Macosa intendeva dire con «sei stata tu, carogna?» e con chi laveva? ConKathrine? Non lo sa. Agathe riprende il suo lavoro.Heinrich ha già visto sua moglie. Riceve unaltra telefonata proprio mentresta parlando ad un poliziotto. Sta per chiudere quando vede il mittente. Ilsuo cuore fa un sobbalzo. Non deve preoccuparsi per Laila, adesso lui nonè a casa a vedere lorologio a pendolo. Il poliziotto vede il viso di Heinrichtrasformarsi in una maschera di sorpresa.«No! Dimmi che non è vero! Dimmelo!», urla.«Mi dispiace... sono addolorato quanto lei... era la mia ragazza!», dicePatrick.Era mia figlia idiota di un metallaro!«E caduta dalla pedana ed ha battuto la testa Il medico ha detto che èmorta sul colpo. Non è affogata...»Heinrich chiude la telefonata e corre in macchina. Chiederà scusa a Patrickma ora è troppo sconvolto. Non può essere vero: perdere la moglie e lafiglia nello stesso giorno!Heinrich apre la porta e la sbatte. Agathe, che stava preparando la cena faun sobbalzo. Va nellanticamera a vedere. Heinrich corre sulle scale e vedelora ferma alle 16.12. La stessa ora che gli ha detto Patrick. Così come le15.36 è lora in cui è morta sua moglie, come ha visto dal suo orologio. Lelancette riprendono a muoversi.«Ora vedrai che fine farai!», dice Heinrich prendendo la pendola.Lorologio a pendolo pesa ma luomo dalla rabbia la porta facilmente su perle scale.«Cosa fa, signore?», dice Agathe.Heinrich non bada a lei e va in terrazza. Corre e la scaglia oltre il parapetto
  • 129. ma nella foga cade anche lui oltre.«Nooooooo!», urla.Mentre cade Heinrich vede chiaramente che le lancette della sua pendolasono ferme.Agathe, che ha visto tutto, scende le scale correndo e prende il cordless.Esce e chiama unambulanza poi va dal suo datore di lavoro. E disteso afaccia in giù sul selciato, gli occhi sono aperti. Gli tocca il collo. Il cuorenon batte. La pendola è sfondata, il vetro della porta è sparpagliato nelgiardino assieme a pezzi di legno e rotelle. Il quadrante è storto.Ma le lancette si muovono ancora. FINE COMMENTOLidea di questo racconto mi è venuta pensando alla scena dell»Esorcista»,nella quale un orologio a pendolo si blocca. Ho ideato allora la storia di unpendolo che quando si ferma causa una morte. Il negozio che compareallinizio è gestito da un demone e vende oggetti che causano morte odisgrazia. Il negozietto del signor Schmidt compare in altri miei racconticome in Le bambole e Lalbero di Natale.
  • 130. LA STREGA NERAPrimavera. Una primavera molto calda del 1580. Gli uccelli cantano enell’aria aleggia l’odor dei fiori. La donna, con un secchio d’acqua inmano, prima ancora di arrivare in cima alla collina sente uno calpestio dizoccoli, come se nei pressi di casa sua ci fosse un cavallo. Un cavalloferrato, quindi non il suo. Arriva in cima e scorge un cavaliere davanti casasua. La sta fissando. E’ alto, moro con occhi castani, porta una giacca senzamaniche sul vestito e una spada in un fodero nella schiena. Si vede ilmanico spuntargli dietro la spalla sinistra e la punta del fodero dietro ilbacino, sulla destra. Il cavallo bianco ha un drappo rosso con lo stemmadell’inquisizione. La donna si avvicina, incuriosita. L’uomo scende dacavallo.«Buongiorno. E’ lei Maria Ferro?»Il cavaliere nota l’avvenenza della ragazza. Ha sui venticinque anni, èmolto bella. Una di quelle ragazze che ti piacciono subito. Bionda, grandiocchi azzurri, bel corpo alto e snello, vestita bene. Al contrario dellamaggior parte delle ragazze di bassa classe sociale è pulita. Ha una croce alcollo.«Buongiorno. Scusi lei chi è?», dice la ragazza. Ha anche una bella voce,pensa l’uomo.«Mi chiamo Paolo Bonavento. Vorrei solo farle qualche domanda.»«La manda la Santa Inquisizione? Qualcuno a Triora mi ha denunciato? Seè venuto perché le hanno detto che sono una strega allora le dico subito chesono sospettosi nei miei confronti solo perché mi faccio vedere raramentein città. In realtà sono più religiosa di loro.»Il cavaliere ride.«Vorrei solo parlarle. Si, il parroco l’ha denunciata come una sospettaeretica. Ma al contrario di altri famigli, prima di portare una donna allaSanta Inquisizione voglio vederci chiaro. Troppe donne perché vecchie,povere, pazze o soltanto perché solitarie sono state ingiustamenteincolpate. Io sono uno dei pochi a procedere così.»
  • 131. La donna sorride. Un bellissimo sorriso nota Paolo, che la rende ancora piùbella.Direi unico.«Ha mangiato? Il sole è alto, sarà mezzogiorno», dice la donna.«Si, le campane hanno battuto da poco. Perché?»«La invito a mangiare un piatto di minestrone. Sono una buona cuoca, sa?»Paolo esita ma poi fa un cenno di assenso.«Volentieri», dice Paolo guardando la casetta in muratura.E’ piccola ma ben fatta, con un camino sul lato destro. A fianco di questoc’è un pollaio nel quale si vedono scorrazzare vivaci galline. Il cavallo delfamiglio nitrisce nervosamente e scarta, spaventato.«Buono. Il mio cavallo da qualche giorno è nervoso. Forse anche lui sa chesiamo a Triora, la terra delle streghe», dice Paolo sorridendo.«Io non ne ho visto neanche una. Metta il cavallo dietro la casa, vicino almio. Intanto porto l’acqua dentro e le preparo da mangiare.»Il cavaliere prende per le briglie il suo cavallo e gira attorno al pollaio.Dietro alla casa c’è una tettoia e legato ad una sbarra c’è un grande cavallonero non ferrato. Nitrisce e fissa il nuovo arrivato con occhi cattivi. Paoloscopre un sentiero seminascosto nel bosco. Solo da pochi passi lo si nota,nascosto com’è da alti cespugli. Il cavallo nero gli dà contro ma luomoriesce a legare il suo accanto. La porta sul retro si apre e spunta la bellaragazza.«Non badi a lui, è scontroso con gli stranieri», dice sorridendo.Appena entrato lei sbarra la porta con un legno di traverso. La casa ècomposta da ununica grande stanza. Quello che colpisce subito l’uomo è lapulizia e l’ordine… e che nell’aria si sente un buon odore di minestronesopra ad un altro aroma, di fiori. Alla sua sinistra nel muro c’è uncaminetto. Un pentolone è appeso sopra le braci. Sulla sommità delcaminetto c’è un vaso di gelsomini ed appeso sopra a questultimo, sulmuro, cè una grande croce. Sulla destra del caminetto cè una scansia sullaquale sono posati quattro libri. Sotto a questa c’è un tavolo con stoffe edutensili per cucire e due sedie, della quale una colma di vestiti piegati. Sulmuro della porta dalla quale luomo è entrato ci sono due anelli, in uno deiquali è appesa per le zampe una gallina morta da poco. Lungo il muro alla
  • 132. sua destra c’è un letto con sopra una immagine della Madonna. Vicino adun cassettone, appeso al soffitto non troppo alto, c’è una gabbia con uncanarino giallo dentro, che canta come se gli stesse dando il benvenuto. Inmezzo alla stanza c’è un tavolo con due sedie. Paolo si avvicina ai libri.L’odore del minestrone aumenta.«Sembra proprio gradevole, è la mia giornata fortunata.»Il pentolone, piuttosto grande anche per due persone, è pieno per tre quarti.«Lo mangio per tutta la settimana per quello ce nè così tanto», dice laragazza.Paolo alza gli occhi verso i libri. Uno è un abbecedario mentre gli altrisono un libro di preghiere, una bibbia e un libro in francese. Apre il libro infrancese mentre Maria si avvicina e versa in un piatto un mestoloabbondante di minestrone.«Grazie, basta così”, dice Paolo mentre sfoglia il libro in francese.«Sembra un libro di poesie.»«Esattamente, in francese.»«Bella! E’ miniata questa bibbia. Da chi l’ha comprata?», chiede Paolo.«Era di mio marito, come questa casa. Ma venga al tavolo, è pronto», diceMaria mentre si versa anche per se un piatto. Ha un profumo moltogradevole.Paolo si gira e si avvicina al tavolo con la bibbia in mano. La posa sultavolo e si toglie il fodero della spada. Lo appoggia al muro e si siede nellasedia che da le spalle alla porta principale.«E’ scomoda la spada» – dice Paolo – «Ma serve con i briganti.»Oltre ad un cucchiaio c’è anche una brocca di vino, del pane in un belcestino e una ciotola.Mentre sfoglia la bibbia Paolo chiede: «Dov’è adesso suo marito, se possopermettermi?»«E’ morto. L’ha colto la peste.»Paolo spalanca gli occhi.«Non si preoccupi è successo tre anni fa, sarei già morta se l’avessi presa»,dice Maria mentre posa il piatto e si siede anche lei. Sorridendo, luicomincia a mangiare.«Vuole formaggio nella minestra? In Francia lo usiamo», chiede Maria.
  • 133. «Si, è buona col formaggio.»La ragazza butta una manciata di formaggio a scaglie nel piatto di Paolo, ilquale strappa un pezzo di pane e lo assaggia.«Molto buono il pane, l’ha fatto lei?», dice Paolo«No! Non ho il forno come lei vede. Quello che possiedo l’ha già vistotutto», dice Maria«Lei non è povera come sembra. Ha un cavallo. Ed è francese, se non hocapito male».La donna sorride e dice: «Non so cosa le hanno detto in paese, ma qualchesoldo l’ho ereditato da mio marito.»«Non mi hanno detto niente, non ho trovato il parroco. Ho chiesto ad unabitante di Triora dove abitava. Sembrava sorpreso. Mi ha indicato la viada intraprendere», dice Paolo.Maria lo fissa, pensierosa. Paolo guarda i suoi bei grandi occhi blu.«Le dispiace se mi racconta la sua storia? Non si preoccupi, tutto misembra tranne una strega», dice Paolo mentre intinge il pane nelminestrone e lo mangia. La ragazza ride piano.«Va bene. Sono italiana ma sono nata in Francia. Lì ho incontrato miomarito, aveva un negozio di stoffe che gli rendeva molto. A causa di unproblema di soldi ha dovuto chiudere il negozio e ci siamo trasferiti qua.Avevo diciotto anni, ne ho venticinque adesso. Lui aveva trascorso molteestati qua a Triora, a casa di amici, e gli piaceva molto. Per quello ha sceltol’esilio. Ma giunti qua ci siamo accorti che la gente del luogo èestremamente diffidente con gli stranieri. Stavamo male nella casa cheavevamo, in mezzo alla città. Allora l’ha venduta ed ha speso i soldi che glirimanevano per costruire questa casetta qua, nel bosco, a tre chilometri daTriora. Tutto qua. Lui è poi morto.»«Posso sapere come mai suo marito ha perso i soldi che aveva in Francia?Se non sono indiscreto», dice Paolo mangiando il minestrone,«Il gioco. Era il suo vizio. Lassù giocano tutti. Certo che lei è gentile peressere un inquisitore, di solito voi interrogate in modo brutale le persone.Lo sanno tutti.»«Non io. Ha imparato bene l’italiano. Buono questo minestrone. C’è anchecarne. Come vive?», chiede l’uomo.
  • 134. «Cucio e rammendo. Quando ho problemi di soldi prendo l’arco e le freccee vado a caccia. In queste terre non è proibito, non appartengono al conte.Sono di un marchese morto dieci anni fa, senza eredi. Del resto lo fannoanche i cittadini. Nessuno si è fatto avanti per dichiarare che sono di suapropriet໫Non conosce nessun altro che viva nei boschi da queste parti?», dicePaolo con la bocca piena.«No. Beh, una signora vive a qualche chilometro da qua, da sola»«Forse è lei la Strega Nera», dice Paolo.Il famiglio smette di mangiare e la guarda, con interesse.«Riguardo a lei, non ha paura a vivere da sola al di fuori delle mura? Unabella ragazza come lei in balia dei briganti...», dice ancora riprendendo ilcucchiaio.«No, so badare a me stessa come vede. E come avrà notato in casod’emergenza esco da dietro e in un lampo sono sul sentiero col miocavallo. Lo sa che pochi del luogo lo conoscono? Mio marito quando l’hascoperto l’ha percorso per una decina di metri e ha subito capito che era indisuso da anni. Per quello ha costruito qui la casa».«Era intelligente. Come lei del resto, che è pure bella. E sa leggere,l’abbecedario è suo penso», dice rompendo un pezzo di pane.«Grazie. Sì non solo so leggere e scrivere, ho fatto gli studi superiori», dicelei facendo un altro dei suoi magnifici sorrisi.«Però! Come mai va raramente a Triora? Il parroco dice, nella lettera, chenon l’ha mai vista ad alcuna funzione religiosa.»«A me piace pregare da sola. Ho la bibbia e il libro di preghiere. Ogni tantovado anche in chiesa ma il parroco non c’è mai, è sempre in taverna. Equesto glielo può dire chiunque in paese. Anche a messa vado ogni tantoma evidentemente non mi ha mai notato.»«Le credo, le credo.»La donna lo guarda con curiosità mentre lui si mette in bocca unacucchiaiata di minestrone.«Ora posso farle qualche domanda io? O solo l’inquisizione può?»L’uomo si fa serio e dice: «Di solito sì, ma chieda.»«Da dove viene? Perché questo lavoro?»
  • 135. «Lavoro con l’inquisitore di Genova, dove abito. La lettera mi è arrivatadue settimane fa. Lo sa che i famigli sono inquisitori laici?»La ragazza fa un cenno di assenso.«Comunque lo sono da quando una strega ha unto con la peste il paesedove abitavano i miei genitori. Sono morti. Per quello aiutol’Inquisizione.»«Mi spiace» - fa lei - «Posso dirle una mia teoria? Sperando che non midenunci?»«Dica», dice Paolo, ma è tornato serio.«Beh, voi arrestate una donna accusata di stregoneria e se lei non confessadi essere una strega glielo estorcete con la tortura…»«Esattamente», dice Paolo mentre beve dal bicchiere in cui poco prima leiha versato del vino. Buono, pensa.«Ma non avete mai pensato che magari la donna è innocente e confessa unacosa non vera per far sì che la tortura cessi? So che genere di tormenti fatee penso che nessuno sopporti il dolore. Nemmeno voi. Avete mai provatoad essere torturato?»«No. Ma che centra questo? Se una è innocente sopporta il male, per nonessere uccisa. Lei dice che confessano il falso sapendo che così verrannoarse vive? Io non penso.»«Cambiamo discorso. Ora torna direttamente a Genova? Spero che non miporti con lei», dice Maria sorridendo. «Si torno a Genova e non si preoccupi, non la porto con me. Ma primapasso dal vescovo per dirgli che si è sbagliato e poi torno alla mia città.»«Non le conviene andare direttamente a Genova? Da qui la strada è piùcorta. Arriverebbe prima di notte alla prima locanda, altrimenti devedormire a Triora… se non vuol dormire con gli spiriti. All’aperto intendo.»«Ha! Ha! Ha! Non credo ai fantasmi. No, vado prima dal vescovo. E’ laprassi.»«Forse non ha mai incontrato una vera strega», dice Maria.Sbaglio o la voce le è cambiata? E’ più bassa. Inoltre i suoi denti, primaperfetti, ora sono storti, pensa Paolo.Forse ha guardato male prima.«Non lo so, io penso che quelle che ho denunciato lo erano», risponde, e
  • 136. butta uno sguardo alla sua destra. Il pollo, che prima sembrava appenaucciso è secco, ora è solo pelle e ossa. E l’odore gradevole di fiori cheaveva sentito appena entrato è scomparso, sostituito da un odore didecomposizione. Torna a guardarla e nota che i suoi grandi occhi azzurrisono rimpiccioliti e sono diventati neri.«Il pollo sta marcendo, non dovrebbe tenerlo lì», dice Paolo, mentremangia un pezzo di pane.C’è qualcosa di strano, pensa.«E’ il suo posto , anche se di solito non appendo polli a quegli anelli», diceMaria sorridendo.Paolo nota che i suoi denti ora sono tremendamente storti e gialli. Il visonon sembra più quello di una venticinquenne ma di una quarantenne.Anche la pelle prima bella candida, ora è più gialla. Le mani, che primaerano piccole si sono allungate così come le unghie, che sono diventatenere. A Paolo il pane che sta mangiando pare più croccante e sente unsapore disgustoso in bocca. Gli pare anche di una diversa forma. Sentequalcosa che gli tocca le labbra. Con la coda dell’occhio vede una cosanera e una zampina che dimenandosi gli tocca un labbro. Sputa quello cheha in bocca per terra, disgustato. Stava mangiando un grosso scarafaggionero. Getta via il corpo, reciso a metà. A terra vede che le zampe simuovono ancora. L’intero cestino brulica di grossi scarafaggi neri, alcunine escono girando per la tavola. Si gira a destra, rovesciando senza saperecon la mano sinistra il bicchiere e vomita per terra, mentre il vino gli bagnala mano.La strega ride, sente la sua voce, ora stridula e da vecchia.Nel suo vomito nero Paolo vede dei vermi che si dimenano.Vomita ancora. Sta male. Guarda il piatto, nel quale in una brodaglia neraquegli esseri schifosi si contorcono. Uno cade dal bordo del piatto sullatavola.Butta il piatto per terra col braccio sinistro e così facendo rovescia ilbicchiere, che lo bagna. Sente un odore dolciastro nella mano sinistra. Laguarda: è sporca di sangue. Non era vino. La strega ride ancora.Dal bicchiere rovesciato esce sangue, tutto il tavolo ne è sporco e un rivolocade dal bordo del tavolo per terra. E lui l’ha bevuto. Di nuovo rigetta.
  • 137. Poi si riprende un poco e guarda la strega, che sta ancora ridendo.Ora la sua voce è da vecchiaccia.Le unghie nere si sono allungate ancora di più. I suoi capelli sono bianchicome la neve, lunghi e sporchi. La pelle è ingiallita, invecchiata eraggrinzita, assomiglia ora una vecchia di ottant’anni. Il naso si è allungatoe storto. Anche i canini sono più lunghi. Guarda la bibbia e scopre che oraè un libro scritto in una lingua mai vista prima. E si che lui ne conosce treoltre al latino. E’ un libro di stregoneria, come tutti gli altri, pensa. E… lecroci. Quella al collo della strega nota che è rovesciata e anche quella sulcaminetto. Al posto del vaso di gelsomini c’è un teschio umano. Vero,sembra.«Mi hai avvelenato?», le chiede Paolo, ancora nauseato.«No, caro. Ma devo ucciderti comunque visto che vuoi andare dal vescovo.Hi!, Hi!, Hi!».«Mi hai raccontato un mucchio di fandonie!»«No, è tutto vero. Ho solo tralasciato che in Francia avevo un amante, unesperto di magia nera. Lui mi ha introdotto alla verità. Poi quando non miserviva più… l’ho ucciso. Da quel giorno sono divenuta una vera strega.»La sua voce è bruttissima e ogni volta che apre la bocca l’uomo sente untremendo fetore. Nella stanza l’odore di decomposizione è aumentato.«Un momento… la Francia, l’amante… sei allora tu la Strega Nera! Ma èuna leggenda, io pensavo che non esistesse veramente!»«Ha! Ha! Ha! Io ho fatto in modo che diventasse una leggenda. Di unaleggenda si dubita che sia vera. Un modo per nascondermi. Tu mi haitrovata… ma ero già pronta quando sei sceso da cavallo. Se mi aggredivi titiravo il secchio.»«Ma la gente del posto… sa chi sei?»Mentre parla Paolo sta pensando quanto è distante da lui la spada. E’ allesue spalle, appoggiata al muro. Dalla sua parte per fortuna.«No. Sanno che sono una strega potente. Una volta due uomini armati sonovenuti per uccidermi. Erano gustosi, ma tutta pelle e ossa. Ha! Ha! Ha!»«Sei un mostro», dice l’inquisitore alzandosi dalla sedia.La strega ora assomiglia ad una di cent’anni, la pelle è secca, piena digrinze. Non sembra avere carne ma solo pelle e ossa. Anche due denti sotto
  • 138. sono divenuti aguzzi e lunghi..Sta seduta, ridendo.«Le persone mi vedono come mi hai vista tu ma in verità il Diavolo mi haconciata come mi vedi ora»«Non sei giovane, vero? Per quello non vuoi che vada dal vescovo. Lui sala tua vera età» e dicendo così, Paolo indietreggia di un passo.La strega si alza, lentamente. L’inquisitore sente un urlo stridulo alla suasinistra, si gira e vede che nella gabbia c’è un pipistrello, non un canarino.Il quadro sopra il letto non è più la madonna ma un brutto dipinto di unuomo con le corna e gli occhi rossi.Il Diavolo.I colori sono scuri e tetri.«Ho sessantanni. Ma posso vivere fino a centocinquanta», dice la donna,tornando ad attirare la sua attenzione.Paolo da unocchiata alla porta principale per vedere quanto è distante. E’sprangata. Non arriva ad aprirla senza che lei lo aggredisca. E sicuramenteè veloce a dispetto del suo aspetto. Il cavallo è dall’altra parte ma c’è lastrega in mezzo. Indietreggia ancora, lentamente.«Certo, ma alla fine la tua anima andrà al Diavolo!», dice l’inquisitore.«E già sua!”, urla la strega mentre gira lentamente attorno al tavolo.Paolo si gira e prende la spada, ma la sente leggera, diversa. E’ una scopanon una spada, la getta a terra. La sua spada non c’è più. La strega ridementre si avvicina camminando. L’uomo estrae dalla giacca un pugnale eglielo punta.«Non avvicinarti o la leggenda della Strega Nera finisce oggi!»«Hi! Hi! Hi! Pensi che abbia paura di te? Perché hai quell’arma? Voi dellaSanta Inquisizione vi credete furbi. E io vi dico che nel futuro la gentecrederà che eravamo innocenti, che noi confessavamo le nostre colpe soloa causa della tortura! Che siamo vittime!», dice la strega avvicinandosi diun altro passo.«No, non è vero», dice Paolo e si getta verso la strega. Ucciderla è la suaunica speranza.La strega col braccio destro gli prende il polso, lui sente una stretta fortecome una morsa. Poi lei velocemente con la mano sinistra lo colpisce al
  • 139. collo con le unghie. Lui sente un grande getto di un liquido caldo colarglidal collo, innaffiandogli il vestito.La giugulare!Il pugnale gli cade sul pavimento. Gli gira la testa, la strega molla il polso.Si ritrova disteso sulle vecchie assi, mentre sente il suo liquido vitalesgorgare dal collo. Vede una chiazza rossa allargarsi sempre di di più. Conil viso a terra Paolo guarda la sua spada sfocarsi. Tutto è buio e mentresente la risata della Strega Nera guarda verso la scopa... che in realtà era lasua spada. L’ultima illusione della strega.La strega non ride più. Si china e raccoglie il pugnale, poi con il piedescalzo e sporco tocca la testa dell’Inquisitore. E’ morto. Poi si gira verso ilpipistrello ridendo.«Stasera amico mio mangio carne umana. Ha! Ha! Ha!» FINE COMMENTOQuesto racconto lho scritto per un concorso di unopera scritta ambientataa Triora al tempo delle streghe. Tale cittadina infatti non solo è nota peravere avuto numerosi casi di stregoneria ma il comune se ne vanta, peraumentare il turismo.
  • 140. KARENLa pioggia batte delicatamente le sue dita sulla vetrata della taverna pocoilluminata. In strada non passa nessuno. La luce ondeggiante della fiammadella candela illumina il bel viso di Karen. Ha sempre avuto la carnagionechiara, ora è ancora più bianca. Forse perché è ancora spaventata da quelloche gli è successo. I suoi capelli neri le sono cresciuti. La parte sinistra delviso è coperta da loro. Indossa un cappotto grande, non sembra il suo. Lei èbassa. Sento odore di sangue, proviene dalla mia bistecca. Mentredegustiamo una birra, sentendo i rumori sordi delle freccette checolpiscono il bersaglio alle nostre spalle, lei racconta. Era un mese che nonla vedevo, mi ero già rassegnato.«Mi sono persa nella foresta, Amos. Ero uscita per cercare bacche per latorta di mia mamma. Ho visto un cerbiatto. Era bellissimo. Lho seguitosilenziosamente. Finché non mi sono resa conto di essermi persa. Hovissuto mangiando bacche e... me ne vergogno, resti di animali morti. Poiho avuto lidea di risalire un torrente, dal quale bevevo, e mi sono trovata aCluj. Da lì sono tornata a Turda. Sono viva per miracolo, Amos», diceKaren.Non ha toccato la sua birra. Io al contrario lho quasi finita. Ne sorseggioun altro poco guardando i suoi bellissimi e grandi occhi neri. Nonsembrano indicare né tristezza né felicità. Non riesco a leggerglieli.Lamavo da morire.Vorrei chiederle se anche lei ha ancora gli stessi sentimenti. Invece le dico:«Non hai sete, amore?»«No...», dice ma prende la birra e ne beve un poco. Non sembraapprezzarla come una volta. Ma ha appena passato linferno, ècomprensibile. E un miracolo che non sia stata presa dai briganti.«Quando ti ho vista entrare prima mi sembravi un fantasma. Quando haisorriso ti ho riconosciuta... il tuo magnifico sorriso», dico.Karen sorride, illuminando il suo volto.«I tuoi genitori mi hanno detto che eri qua, con i tuoi amici a giocare afreccette. Lavori ancora nella scuderia di tuo padre?», dice Karen.
  • 141. «Certo. Quando sei tornata?»«Due ore fa. I miei erano già a dormire. Non hai idea di quanto erano felicidi rivedermi»«Lo credo. Che farai ora? Torni ad insegnare?», dico.«Penso di sì. Ma prendo qualche giorno di riposo»«Ordino unaltra birra, per festeggiare», dico voltandomi.Una persona vestita di nero con una grande barba fissa malamente Karen.Un maniaco sicuramente. Ma da adesso è tornata sotto la mia protezione edè al sicuro. Il barista, Karl, non è dietro il banco mi alzo e mi avvicino adesso. Karl torna e versa un poco di rum al barbuto.«Ecco, Mark», dice appoggiando la bottiglia sul banco.Mark. Allora è quel tipo che gira per il paese cianciando quelle cose suivampiri. Di non uscire di notte, di mettere una croce in ogni stanza efesserie di quel genere. Che ci fa in giro in questa notte buia e piovosa?Forse ha regalato qualche croce a Karl, il quale è ateo.Ordino la birra e poi torno al tavolo con Karen.«Tra noi... qualcosa è cambiato?», dico.Lei guarda il tavolo giocando con le mani, poi alza gli occhi.«No», dice.Allungo il viso e la bacio teneramente. Ha le labbra ghiacciate. Sorrido e letocco una mano. Gelida.«Che mani fredde che hai», dico sorridendo.«Ho dimenticato i guanti. Dovremo stare più vicino al fuoco», dicesorridendo.«Il locale è pieno ma se vuoi ci alziamo e ci avviciniamo ad esso», dico.«No, mi accompagni a casa? Ho riconosciuto quel tipo strano con labarba», dice Karen.«Forse è Mark, quel cacciatore di vampiri», dico.«Esatto. Che stupidaggini dice. Io le prime notti nel bosco avevo una pauraterribile. Ho dormito sugli alberi, per paura che un vampiro passasse disotto. Che stupida ero. Comunque mi avrebbero trovata. E non ho vistonessuno».«Hai corso pericolo con i lupi ed i briganti. I vampiri non esistono. Sonofelice che tu sia qui, Karen»
  • 142. «Anchio», dice lei baciandomi.Per un attimo sento nella sua bocca un sapore disgustoso, di avariato. Lesue labbra sono ancora gelide. Poi guardo i suoi occhi e sorrido. Sarà labirra, le sue labbra hanno ancora il sapore della pesca. Ci alziamo, vado apagare. Non ho più fame, lascio la bistecca ai topi. Loro ne approfitterannoquando Karl la getterà nel retro. Se non ne approfitterà lui.Stiamo per avviarci alla porta quando Mark ci ferma.«State attenti. E notte di vampiri. Avete una croce?», dice estraendone unadal cappotto. Karen è girata verso la vetrata. Non ha mai sopportato Mark.Lei lo conosce, io no.«No, sono cattolico ma non ci serve. I vampiri non esistono. Grazie delconsiglio», dico freddamente.«Ti sbagli», dice allungando la mano con la piccola croce.La prendo e la metto in tasca, poi usciamo. Karen si volta e lo saluta.«Non mi è mai piaciuto, anche se so che lo fa per aiutare gli altri e non chenon è cattivo», dice Karen.Mi prende la mano, è ancora fredda.«Vuoi che ti dia i guanti?», dico.«No, grazie tesoro».Le vie sono poco illuminate. La pioggia cade ancora, ma non è forte.Corriamo ridendo come ragazzini. Non cè nessuno per strada. Molte casesono sbarrate dallinterno e sugli usci sono appese delle collane daglio.Sono persone che credono a Mark.«Che schifo, aglio», dice ridendo Karen.A lei non è mai piaciuto. Non hai mai voluto baciarmi quando sapeva cheche ne avevo mangiato. Arriviamo a casa sua. Karen non bussa masemplicemente spinge la porta.«Era aperta, strano», le dico.Appena entrati Karen spranga la porta.«Vieni in cucina, che rivedi i miei genitori», dice Karen.Cammina nel buio. Io prendo una lampada ad olio da un mobile e laccendocon un cerino appoggiato lì accanto. Giro una manopola e ravvivo lafiamma della lampada per fare più luce.«Aspetta, che fai? Giri nel buio?», dico ridendo.
  • 143. «Sempre», dice lei dalla cucina.La raggiungo. Appena entro vedo che il fuoco del caminetto era acceso masi è quasi spento. Karen è in piedi davanti a me nel buio. Faccio due passi emi inciampo su qualcosa. E un corpo riverso di donna in camicia da notte.E sua madre, Avelina. E morta.Mi abbasso e punto la torcia su di lei. Karen mi guarda rimanendo in piedi,indifferente. Il viso di sua mamma è bianco come il latte ma ha un sorrisoestasiatico, come se poco prima di morire avesse avuto un orgasmo. Tuttoil collo, la parte superiore del torace e una parte del viso sono sporchi disangue. Anche il pavimento ne è imbrattato. Abbasso la lampada vicino alcollo. Come pensavo nella parte destra del collo, in corrispondenza dellagiugulare, ci sono due minuscoli fori. Alzo il viso e vedo che nella cucina,vicino al caminetto cè anche il corpo di un uomo. Mi alzo e vado a vedere.E Ermak, suo padre; è in pigiama. Anche lui ha i fori nel collo ed è sporcodi sangue. Alzo la testa, guardando Karen, che è in piedi dietro di me. Mifissa, seria.«Sai cosè successo qui, vero? Forse... Mark ha ragione. I tuoi genitori sonostati uccisi dai vampiri... mi dispiace Karen...», dico alzandomi in piedi egirandomi verso di lei.«A me no», dice con calma Karen.«Tu...», dico.«Vuoi che ti racconti quello che è successo qui?», dice.«Sì...»Qualcuno bussa alla porta.Toc! Toc! Toc!La porta si scuote con forza, quasi si sfonda. Ho scaraventato in mezzo alvicolo la corona daglio. Che schifo. Volto la testa e guardo la luce delgiorno che ormai è sopraffatta dalla notte. E finito da poco il crepuscolo.La finestra del piano superiore si apre e compare una luce.«Sono io, mamma! Sono tornata!», urlo.«Avelina, chiudi la finestra! Potrebbe essere uno di quei mostri», si senteurlare da dentro la camera.Vedo un braccio che tiene una lampada ed una figura femminile che mi sta
  • 144. guardando.«Oh, mio dio, è proprio Karen!», urla la donna.La finestra si chiude ma sento lo stesso mio padre che dice: «Karen èmorta, cosa vuoi fare?»La porta si apre. Mia mamma, alta quasi come la porta, è sulluscio incamicia da notte bianca, in mano ha una lampada. Mi guarda a boccaaperta.«Ciao, mamma!», le dico sorridendo.Lei mi abbraccia forte. Quando si allontana vedo che piange.«Io... noi... ti credevamo morta. Sei scomparsa da quando sei andata nelbosco da più di un mese», dice la mamma.«Posso entrare?»«Certo», dice mamma.Entro, dietro di lei vedo mio padre, mi fissa serio. Poi mi abbraccia.«Sei gelida! Chissà quanto freddo hai preso!», dice.«Sì, papi. Anzi, posso andare in cucina a riscaldarmi?»«Subito», dice Avelina chiudendo la porta di casa.Mio padre accende le lampade in cucina e subito dopo mette dei pezzettinidi rami nel caminetto per accendere il fuoco. La mamma prende una broccae mi versa del latte in una tazza di legno. Io sono in piedi dopo la tavola, ilpapà è di fronte a me. Sul tavolo cè una piccola forma di formaggio. Miavvicino al tavolo e bevo un sorso di latte.Disgustoso.«Non ti piace, Karen? Ti piaceva così tanto il latte», dice la mamma.«E freddo ed è andato un po a male. Ma è normale, saranno le tre dinotte», le dico, girata verso di lei.Mio padre si avvicina.«Racconta quello che ti è capitato, se vuoi. Se sei stanca puoi farlodomattina, non preoccuparti», dice.«No, papà ve lo dico adesso. Ho passato dei brutti momenti. Le prime sereavevo paura dei vampiri. Poi ho scoperto che non esistevano e che dovevotemere cose più reali, come lupi o briganti. Ho dormito sugli alberi pertimore dei lupi. Ho mangiato bacche», dico.«Come hai trovato la via di casa?», dice ma.
  • 145. «Ho seguito un torrente. Sono contenta di rivedervi»«E il signore che te la mostrato, per riportarti a Turda», dice la mamma.La guardo. Non ho raccontato loro la verità. Il papà è alle mie spalle.«Vedo che non avete ancora messo una croce in cucina. Strano»Il papà va alla credenza e apre un cassetto.«Eccome una», dice estraendola una e mostrandomela.Mi volto. E stato così veloce che non ho fatto in tempo a spostare gliocchi. Urlo e mi copro gli occhi, girandomi dallaltra parte, verso lamamma.«Coshai, cara? Ti senti sconvolta dopo essere stata tanto tempo senzaDio?», dice la mamma.«No... è che ho fame», dico.Velocemente abbraccio mia mamma con la sinistra e le mordo il collo. Leiurla e si irrigidisce. Dopo un minuto si rilassa completamente. Dal suocorpo scendono dei rivoli di sangue che sporcano il pavimento.«Sei un mostro! E tua madre! Lasciala!», urla mio padre.Sento i suoi passi che si avvicinano a me. Qualcosa mi colpisce allaschiena con violenza. Indietreggio e vedo che la punta di un coltello,sporca di sangue, spunta dal mio esile torace. Non ho sentito dolore. Ivampiri lo sentono solo se vedono una croce, vengono a contatto conlaglio, col fuoco, la luce del sole o se vengono uccisi col paletto difrassino.Mi giro, mio padre lascia il manico. Rimango a guardarlo col coltello chemi spunta dal corpo, sorridendo. Lui mi guarda a bocca aperta, fissando imiei lunghi canini sporchi di sangue. Gli tremano le mani. Lo fisso. Papàalza la croce. Mi avvicino e lui me la schiaccia sul viso, sulla guanciasinistra. Urlo, brucia da morire. Sento lodore della carne bruciata. Gli doun manrovescio che lo scaraventa accanto al caminetto acceso. Faccio unbalzo di tre metri e immobilizzo il suo capo con la destra. Mio padre èmolto forte, sarebbe capace di alzare due uomini della sua stessacorporatura. Ma io con il mio esile braccio lo tengo inchiodato al suolo.«Karen... non farlo, sono tuo padre!», dice.«Appunto... è più divertente!», dico.Mi abbasso e lo vampirizzo.
  • 146. Mi tocco il collo con la mano, quasi che così facendo lo potessi proteggere.E sudato. Sento il battito del mio cuore sulla giugulare. Anche la schiena ètutta bagnata. Karen è una vampira. Ed è a pochi passi da me. Ecco perchéaveva le mani fredde e il cappotto di sua madre. Doveva nascondere laferita del coltello.Guardo il corpo di suo padre. In mano ha ancora la croce. Guardo la mia exragazza. Ride. Dalla sua bocca sporgono dei canini lunghi tre centimetri.Capisco perché alla taverna avevo sentito prima un sapore disgustosobaciandola e poi il suo originale. Lei mi aveva ipnotizzato dopo avereposato le sue labbra sulle mie. I vampiri sono capaci anche di quello.Sento da qua il fetore che proviene dalla sua bocca.Il suo sapore è dolcissimo. Alzo la testa e guardo Karen. Sorride.Siamo distesi sul prato in fiore. Sono felicissimo. Sarò banale, ma penso diessere luomo più felice della Terra. Abbiamo appena fatto lamore.Lei si riveste mentre mi siedo sullerba.«E bello qui», dico guardandole i seni.Sono piccoli ma ben fatti.«Sì... un posto stupendo», dice lei rimettendosi il reggipetto.Poco dopo siamo distesi a guardare le nuvole. A lei piace da matti. A medopo un poco danno fastidio gli occhi.«Mi amerai davvero per sempre?», dice Karen.Io la guardo.«Certo».Ci baciamo.Poco dopo corriamo sul prato tenendoci per mano, come due adolescenti.Quasi non facciamo rumore.Il baccano è insopportabile. Stanno tentando di sfondare la porta.«Aprite! So che siete lì dentro, vampiri schifosi! Abbiamo le torce e le armida fuoco. Non abbiamo paura di voi», urlano.«Mark è riuscito a reclutare qualche coraggioso. Incredibile», dice Karen.La sua bellissima voce da bambina le è rimasta. I suoi canini lambiscono il
  • 147. labbro inferiore.Mi abbasso repentinamente e tento di strappare la croce dalla mano di suopadre. Non ci riesco ha già il rigor mortis. Ricordo che ne ho una in tasca.La estraggo.«Non credere che quella misera croce basti a tenermi lontana», dice Karen,che è dietro di me.Mi giro verso di lei. E ancora ferma vicino a sua mamma. Non si è mossa.Del resto se tento di scappare mi blocca subito. I vampiri sono velocissimie fortissimi.«Mi avevi detto... che volevi stare per sempre con me. Ti... amo», diceKaren.Rimango stupito. Un vampiro può provare amore? Dubito. Sta solotentando di convincermi anche se non ne capisco il motivo visto che è leiin vantaggio. Sento un fruscio. Mi volto.Suo padre è in piedi e mi sta guardando. Dalla sua bocca escono due lunghicanini. Ha il viso cinereo e gli occhi senza vita. Torno a guardare Karen.«Anchio ti amavo... ma prima che tu diventassi quello che sei ora», dico.Lei si avvicina. I suoi cappelli si spostano ed io vedo la bruciatura che hasul viso, a forma di croce. Io alzo la mia.Suo padre me la strappa rapidamente poi la butta assieme alla sua nelcaminetto, dove alcune braci stavano illuminando debolmente la stanza. Lecroci prendono subito fuoco; forse per la magia di questi mostri. Quandovolto il viso di nuovo davanti a me vedo sua mamma in piedi.E Karen a meno di un passo da me.«Daremo fuoco alla casa!», dicono le urla.«Siamo spacciati», dico.«Ti mordo e poi ti portiamo con noi. Sappiamo volare. Saremo unafamiglia... la mia e la tua», dice Karen.«NO! E vero... avevi detto che hai chiesto ai miei dovero... cosa hai fattoloro?»«Quello che pensi»«Karen... No...»Guardo i suoi occhi. Non sono per niente belli ora che sono privi di vita.Sono quelli di un morto. Inghiotto un poco di saliva. Sbaglio o sta
  • 148. piangendo?Mi dà un tenero bacio. Io sento il sapore di un cadavere.«Il giorno stesso che mi sono persa sono stata morsa da un vampiro. Lasera sono salita su un albero e mi sono addormentata. Ma mi sono svegliataquando il non morto mi ha morso. Si chiamava Adam. Non so dovèadesso. Sono tornata perché avevo fame... e perché avevo bisogno di te».«Del mio sangue», dico.«No, del tuo amore».Ora piango anchio. Non per me ma per i miei genitori e per Karen, che erauna ragazza tanto bella quanto buona. Sento odore di fumo, Mark e gli altrihanno dato fuoco alla casa.Lei mi bacia il collo. Poi mi lascio mordere.Allinizio non sento un dolore tanto forte ma quando comincia a succhiarela fitta al collo è atroce. Urlo. In pochi secondi il dolore sparisce e al suoposto compare una sensazione di benessere e rilassamento totale, che sitrasforma rapidamente in estasi sessuale. Mi eccito a tal punto cheraggiungo lorgasmo.Poi il buio.Sono nella foresta. Accanto a me cè Karen, tenendoci per mano ciavviciniamo a Turda.Siamo dietro gli alberi, vicino alla prima casa. Da una via sintravede unapiazza. Da qui vediamo che è completamente al buio. Non si vedonocacciavampiri. Mi volto e guardo il mio amore a pochi passi da me. Misorride.La ricambio, mostrandole i miei lunghi canini.Quella notte siamo scappati da una finestra volando. Io ero morto ma mi haportato Karen. Il nascondiglio della sua famiglia è in un vecchio cimiteroin mezzo alla foresta. Nessun umano osa avvicinarsi. Dei miei genitori hoperso traccia. Karen ha abbandonato la sua famiglia e ora sta sempre conme. Dormiamo assieme in un profondo pozzo, situato sul monte Omer. Digiorno siamo nello stato dormiente, quindi vulnerabili. La sera quindicontrolliamo che non ci siano tracce di umani. In tal caso cambieremmoposto.
  • 149. Karen mi tocca un braccio e indica la piazza. Da dove siamo si vede ilvicolo e la sua casa, che è andata a fuoco. Delle rovine annerite contorteindicano la luce morente della luna. Hanno bruciato tre case solo percercare di ucciderci.Un uomo cammina, guardandosi in giro, a trecento metri da noi. In manoha una croce. La mia vista si è acutizzata. Corriamo verso il paese,abbiamo fame.Il nostro amore adesso durerà veramente per sempre.FINE
  • 150. IL MUROLa guida entra nella stanza. Si gira verso di noi, alzandosi per lennesimavolta gli occhiali sul naso.“Perché non se li inchioda nel naso?”, dice mia figlia.“Carol, zitta!”, dico.Lei ride e mi guarda. E una ragazza graziosa, con occhi neri e capellicastani scuro. Ma è birbante.Siamo in un gruppo che visita un castello. Sono quasi tutti bambini con iloro genitori. La nostra casa di Londra dista 100 miglia. La stanza dovesiamo è costruita con muri di sassi e ci troviamo nelle segrete. E illuminatada una piccola lampadina incastonata su un vecchio porta fiaccole. Il miocuore ha un sobbalzo. Ogni tanto lo fa, dovrei tornare dal dottore.“Qui” dice la guida indicando la parete sulla destra ”dicono sia statasepolta viva Antonietta III...”.“Si narra, ragazzi...” e qui la guida si abbassa, parlando a bassa voce perspaventare i bambini “che i custodi non passino per qua la notte poiché laragazza, giovane e bellissima, batte da dentro il muro, perché sia liberata”.Carol ride.“Che cazzate”, dice.“Non dire parolacce!”, le dico.“Sì, papi”, dice con il tono di una che le dirà lo stesso.La guida si allontana e passa attraverso una porta di legno robusta con unpiccola finestrella. E seguita dal resto del gruppo. Carol si avvicina almuro.“Vieni?”, dico.“Un attimo”, dice lei.Carol comincia a battere sui sassi, con le nocche.Toc! Toc! Toc!“Cosa fai?”, dico.“Vedrai che risponde”, dice lei sorridendo.“Non dire stupidaggini. E buio ormai fuori, però...”Tac Tac
  • 151. Il rumore proviene dal muro.Carol mi guarda incuriosita, con i suoi begli occhi grandi.Ribatte.Toc... Toc... TocTac TacCarol ride. Di nuovo qualche ragazzo ha risposto a lei, dallaltra parte delmuro.“Dai, andiamo, Carol. Perdiamo la guida”, dice.“Non mimporta di quel grassone. Non mi è simpatico”, dice continuando abattere.“Devi imparare a portare rispetto alle persone”, dico.“Vai a vedere chi è nellaltra stanza, mentre continuo”, dice.Sbuffo ma obbedisco. So che è sbagliato educare così un bambino. Nondeve avere tutto quello che vuole altrimenti non solo diventa viziato maperde il rispetto nei tuoi confronti. Ma oltrepasso la porta e rimangosorpreso quando vedo un muro. La porta conduce in uno stretto corridoio,illuminato da lampade simili a delle fiaccole, quelle che usano nei cimiteri.Dopo qualche metro ci sono dei ripidi scalini, simili a quelli che ci hannoportato quaggiù.Sorrido. Ci sarà una stanza dallaltra parte del muro, è logico.Tac Tac Tac... Tac“Papà! Adesso batte anche se io non lo faccio più. Chi è?”, dice Carol.“Cè un corridoio dopo quella porta, non ho visto nessuna stanza ma cideve essere dietro al muro... e dentro ci sarà un ragazzo che ti risponde”,dico.“Si trova solo della terra dietro ad esso, lha detto prima la guida. In questedue stanze siamo sottoterra. Nientaltro ci circonda”, dice Carol.E vero. Ma non può esserci altra spiegazione. A meno che uno batta daqualche altra stanza e il rumore, per conduzione, arrivi qui.Tac Tac Tac TacQuel ticchettio minnervosisce. Carol ride mettendo lorecchio sul muro.“Basta! Chiunque tu sia!”, urlo.“Sta... grattando”, dice Carol.Non sorride più.
  • 152. “Basta Ka...”Un piccolo sasso schizza via, rotolando sul pavimento e passando a menodi dieci centimetri dal mio piede sinistro. Faccio un salto allindietro. Miafiglia urla.“Andiamo”, dico.Ma Carol osserva il sasso come se fosse un alieno. Non si muove. Non ridepiù.I colpi aumentano dintensitàTump! Tump! Tump!“Andiamo, Carol!”, urlo e la prendo per il suo magro torace.Ma altri due sassi, di cui uno grande come una palla da calcio, fuoriesconodal muro. Io e mia figlia urliamo assieme. Devessere uno scherzo. Nonpuò essere altro. Una di quelle trasmissioni del cazzo che trasmettono allatv britannica.Ad ogni colpo vedo la parete muoversi e della sabbia cadere lungo laparete, sbuffando nellaria polvere. Ora sono anche io ipnotizzato,guardando il muro. Mia figlia si stringe a me e guarda la parete.Tump! Tump!Una grossa porzione de muro cade e spunta un braccio bianco. O meglioquello che ne sembra. La pelle è secca e ritirata e sembra come della cartaavvolta su una scopa. Da delle aperture sulla pelle vedo le ossa del braccio.Nellaria si spande lodore di cadavere.Ma io e mia figlia rimaniamo fermi, come ipnotizzati. Nessuno è tornatoindietro a cercarci.Altri colpi e altre pezzi di muro crollano sul pavimento in pietra. Compareuna lunga gonna, lercia e bucata. Sopra di essa corrono le larve. I piedisono quelli di uno scheletro.Tre sassi cadono e dal muro fa capolino un teschio coperto da uno strato dipelle secca, deformata. Uno squarcio fa vedere la dentatura della bocca,curata per essere quella di una morta nel medioevo. Quella di una contessa.Elisabetta III.La parete crolla e la defunta è allo scoperto. Le orbite dei suoi occhi sonovuote. Sono orientate verso di me.Carol urla.
  • 153. In quellistante la morta mi salta addosso. Sento lodore del cadaverementre vengo avvolto dalla polvere e cado sul pavimento.“Nooooo!”, urlo.Mia figlia continua a urlare. Non riesco a liberarmi di questo fantasma.Una fitta corre lungo il braccio sinistro, bloccandomi. Un infarto.Mentre la cosa mette una mano scheletrica sul mio collo il buio pianopiano mi avvolge. COMMENTOQuesto è il primo racconto che ho deciso di scrivere tratto da un sogno cheho effettuato. Tutto è cominciato dopo avere letto nelle guida LonelyPlanet dellInghilterra di un castello dove avevano murato viva una persona(e ce ne sono tanti!). La notte del 5 gennaio 2010 ho sognato che unabambina batteva sul muro in risposta a dei battiti di una persona murataviva secoli prima. In poche parole il sogno (a parte il fatto della guida, chenon cera nel sogno) è il racconto che avete appena letto fino a che ilcadavere non esce dal muro. Poi mi sono svegliato.E qualcosa ha bussato sul muro della mia camera.FINE
  • 154. NON DORMIRE LA NOTTEUn rumore.Volto il capo e nel buio della mia camera scorgo una sagoma nera che simuove velocemente verso di me. Non riesco a vederne il viso ma lasagoma è quella di un uomo molto sottile, esattamente come pensavo fosselUomo Nero quando ero bambino. Allungo la mano destra per accedere lalampada ma proprio in quellistante due mani fredde come il ghiaccio mistringono forte il collo. La presa è talmente forte che sento le sue ditasprofondare nella pelle in profondità, quasi per bucarla. Fa male ma la cosapeggiore è la sensazione di soffocamento. Prendo le sue due mani e tentodi toglierle ma non ci riesco. La sagoma continua a stringere forte. Vedo ilsuo corpo piegato verso di me, il suo capo sottile e lungo che mi guarda,immobile. I miei polmoni bruciano da morire, mi dimeno più non posso,per tentare di allentare la presa e magari per sgusciare da quegli artimortali. Con una mano riesco ad accendere la luce. E lui.E lUomo Nero.Un uomo tutto nero, dalla pelle del colore del carbone, senza occhi, nénaso, né bocca. Non ho più la forza di muovermi, continuo inutilmente atentare di spostare le sue mani. Mugugno, non posso urlare per chiamareaiuto. Lentamente scende il buio.Mi sveglio allimprovviso, tirando su il capo. Sono prono sul letto, avevo ilcollo appoggiato sul cuscino per quello la mia mente aveva generatoquellincubo. Era solo un sogno.Il mio cuore batte veloce, lo sento sul collo. Inghiotto della saliva poi mivolto supino. Mentre lo faccio noto una sagoma nera nelloscurità. Quasiurlo e accendo la luce.Ma sono solo i miei vestiti sullappendiabiti.Delle persone urlano nella strada. Sento la sirena della macchina dellapolizia che si avvicina. Poco dopo vedo le sue luci correre sul soffitto. Lasirena si spegne. Forse ha fermato quelli che facevano confusione. Bagnole mie labbra con la lingua. Da quando sono tornato dal Messico, dalla
  • 155. regione dello Yucatan, spesso faccio terribili incubi.Uno di quei giorni ero con un mio amico, Gert Schindler, uno storico comeme, in una delle tante città abbandonate dagli antichi Maya, i discendenti diquelli attuali. Eravamo accompagnati da una guida, un certo Pedro, chedoveva stare con noi alcuni giorni. La città era situata in un luogoabbastanza abbandonato, lontano molti chilometri da un centro abitato. Ilvano in pietra di una porta, situato in un muro quasi del tutto crollato,aveva attirato la mia attenzione. Avvicinatomi, ho visto degli strani simbolisullarco del vano. Aldilà della soglia cera un cortile con erba alta. Ho fattoqualche passo poi ho sentito urlare. Ho sussultato e mi sono girato sullamia destra. Lì cera la nostra guida, che guardava i miei piedi a boccaaperta. Ho abbassato il capo. Temevo avessi vicino al piede un serpente asonagli, invece la mia scarpa era su una piccola statua, raffigurante ungiaguaro con tre occhi. Lho subito spostata, poi ho guardato Pedro.«Scusa, non volevo rovinarla», dico. Il mio amico Gerl intanto si eraavvicinato, incuriosito.«Non è per quello... porta male farlo», ha detto Pedro.Ho riso.«Non credo alle superstizioni», ho detto.La guida si è girata e in pochi secondi è scomparsa tra le rovine. Gert eraaccanto a me.«Non capisco la sua reazione» ho detto abbassandomi «non mi pare che ioabbia rovinato la statua».«Non è per quello, conosco il dio che raffigura quella statua. E poco noto,si chiama Getho. Si dice che sia il dio degli Incubi. E un umanoide metàuomo e metà giaguaro, con tre occhi. Calpestare la sua figura, anche se sitratta solo di pietra, porta molto male, secondo i Maya», ha detto Gert.Ho scattato qualche foto alla statua. Ero nervoso e ciò era abbastanzastrano. Non sono un tipo che simpressiona facilmente. Cercammo la nostraguida per tutta la città ma non la trovammo. Il suo cavallo era sparito. Perfortuna Gert, che è più bravo di me nellorientamento, ci ha riportatoindietro. Il mio amico era stupito quanto me per il comportamento diPedro.Non labbiamo più rivisto.
  • 156. Mentre penso a questo mi riaddormento. Non faccio più incubi.La mattina dopo, mentre verso dellacqua nel bollitore elettrico del tè,penso al sogno della sera prima. Sono nervoso, questi continui incubi nonmi fanno dormire o addirittura mi fanno passare la notte in bianco. Inquestultimo caso vedo dei documentari alla tv o leggo dei libri di storia.Mi metto giacca e cravatta, scendo le scale, prendo la valigia col computered esco da casa. Entro in garage, salgo sulla mia Audi per andare alavorare. Mentre percorro la via dove abito noto che cè una macchina dellapolizia e parecchie persone davanti la casa di un mio vicino. Alcuni uominiparlano tra di loro. Dei poliziotti li allontanano gentilmente. Sul cancellosono attaccati dei lembi di adesivo, di quelli che le forze dellordinemettono in caso di omicidio. Metto la freccia e parcheggio due case prima.Scendo, incuriosito. Mentre mi avvicino riconosco Christian, il mio vicino.«Cosa succede?», gli dico.«Ciao, Holm. Isaak è stato strozzato nella notte, mentre dormiva. La suavicina, Kathrina, mentre chiudeva le finestre della sua camera ha visto unuomo alto e magro, vestito di nero uscire dal suo giardino. Ha chiamato lapolizia. Stamani i poliziotti sono venuti a chiedermi se avevo vistoqualcosa. Allora dopo sono venuto a curiosare ma ho trovato già dellepersone davanti la casa di Isaak».un uomo alto e magro, vestito di nero«Non lhanno preso, questo misterioso uomo?», dico.«No, a quanto pare», dice Christian.«E perché lha fatto? Hanno rubato qualcosa?»«I poliziotti non me lhanno detto ma ho sentito dire ad una di loro, unadonna, che nessun oggetto è stato toccato in casa».Un poliziotto grasso e una sua collega riescono convincere due persone adallontanarsi. Una terza, che in mano ha una fotocamera, scattaunistantanea della casa. Sarà un giornalista. Non vedo ambulanze, il corpodevessere stato portato via ieri sera.La poliziotta, una donna corpulenta, si avvicina a noi. Saluto Christian poivado al lavoro.
  • 157. La sera, dopo cena, esco in giardino e guardo bene in giro e nella strada.Non cè nessuno.Ho paura di quellassassino? DellUomo Nero?Scuoto la testa sorridendo e rientro in casa. Accendo la tv. Parlanodellomicidio di oggi. Non sanno chi potrebbe essere stato, niente è statosottratto, né toccato nella casa della vittima. Intervistano la vicina propriodavanti la casa di Isaak; è notte, si vede che sono illuminati da unlampione. Il giornalista chiede alla donna cosha visto.«Lho già ripetuto alla polizia. Un uomo tutto nero», dice Kathrina.«Un negro coi vestiti scuri?», dice il giornalista.«Non saprei... lho visto passare sotto il lampione. A me sembrava tuttonero, come se avesse una calzamaglia scura o una cosa del genere. Eramolto magro e alto».Spengo la tv e leggo un libro a letto. Alle 23 ripongo questultimo sulcomodino. Per dormire prendo del sonnifero. Non fa bene ma non vogliosognare altri uomini neri. Mi addormento quasi subito.Mi sveglia un fracasso al piano terra. Non so perché ma mi ricorda quelsogno avuto da bambino, dopo aver visto quel film sui lupi mannari.Nellincubo un licantropo correva sulle scale e veniva a sbranarmi, dopoaver sfondato la porta.Ma questo è un ladro, non un mostro. Accendo la luce, preoccupato. Cosafaccio?E lUomo NeroSto per prendere il telefono quando sento qualcuno correre su per le scale.Il mio cuore si ferma. Smetto di respirare. Non è possibile.«Chi è?», urlo.Ho ancora la cornetta in mano quando la porta della mia camera si apreviolentemente. Sobbalzo. Un essere col corpo di uomo, ricoperto di pelochiazzato come i giaguari entra velocemente. Ha dei grandi artigli nelleestremità delle sue lunghe dita pelose delle mani e dei piedi. La sua testa èquella di un giaguaro con tre occhi gialli. Getho. Mentre corre emana untremendo ruggito, spalancando la sua bocca dalla quale spuntano lunghezanne. Lodore che sento nella stanza è di bestia. Urlo e mi metto,infantilmente, sotto le coperte. La mia vescica si libera, sento un liquido
  • 158. caldo scorrere sulle gambe. Poi qualcosa artiglia le coperte, violentemente.Sento i suoi artigli penetrare nella carne. Urlo ancora e mentre quella cosami fa a pezzi sento un dolore atroce e odore di sangue.Il mio.Lena mette la sua mano sulla mia.Siamo in un Cafè. Lena lavora con me ed è da molti anni la mia miglioreamica, alla quale confido tutto. Ha dei bellissimi capelli lunghi e castani,occhi azzurri e seni prosperosi. Abbiamo finito il turno di lavoro. Bevo unpoco di caffè. Accanto alla tazzina cè il giornale di oggi.«Non pensarci era solo un sogno», dice Lena.«Lo so... vorrei solo che gli incubi smettessero. Avevo preso unsonnifero!», dico.«Se vuoi ti presto qualche pastiglia delle mie. Le prendo ogni tanto, soffrodinsonnia».«Non me lavevi mai detto».«Non importa».Prendo il giornale e rileggo uno degli articoli in prima pagina.MISTERIOSO OMICIDIO A MONACO. UOMO TROVATOSBRANATO IN CAMERANellarticolo è scritto che probabilmente qualcuno ha sfondato la porta conun calcio e ha poi liberato dei cani. Questi lavrebbero sbranata. Dallaposizione del corpo si ritiene che questultimo fosse stato sotto le coperte.Uno dei medici legali ha affermato che per lui non era un cane. Ilgiornalista conclude larticolo dicendo: «Se non è stato un cane, chi è stato?Un uomo con grandi artigli agganciate alle mani, in stile Wolverine?»Ripongo il giornale.«E un caso che lomicidio sia avvenuto nella stessa identica maniera deltuo sogno», dice Lena.«Ma è la seconda volta», dico.«Allora? A cosa vuoi arrivare? Che i tuoi sogni si avverano? Alloradovresti, scusa tocca ferro, morire tu».
  • 159. Mi tocco in quel posto e poi muovo la testa in segno negativo.«No, hai ragione. Ho detto una idiozia, non stare ad ascoltarmi».«Andiamo al Club Puccini? Beviamo qualcosa e poi vieni a casa mia che tipresto il sonnifero», dice Lena.«Daccordo, ma non bevo alcolici, fa male farlo prima di prendere dellepastiglie», dico.«Sei troppo preciso», dice Lena.Trascorriamo una bella serata divertente al Club. Ho mentito alla miaamica, bevo tre cocktail e lei altrettanti. Arriviamo a casa sua ridendo escherzando. Lena tiene meno di me, è ubriaca.«Entra, accomodati , Holm. Cerco i sonniferi»Mi fa sedere sul divano e poi cerca qualcosa sul televisore.«Cerchi le pastiglie? Non occorre, basta che tu accenda la tv. I programmidi oggi sono soporiferi», dico.Io e Lena scoppiamo a ridere.«Aspetta, sono sul quel tavolino», dice lei spostandosi.Inciampa sul tappeto e mi cade addosso, ridendo. E scollata e mi eccita damorire. Sento i suoi seni premere su di me. Io rido cercando di far finta diniente. E lei però a fare la prima mossa.«Vuoi farlo? Ne ho voglia», dice lei. Ha ancora i suoi seni su di me.«Non roviniamo... lamicizia?», dico«No», dice lei mettendo una mano sul mio coso, che era già duro.Ci spogliamo e facciamo lamore.Durante la notte sento una mano che mi tocca. Apro gli occhi e vedo ilcorpo di Lena che sale sul mio. E calda. Torno subito a eccitarmi.«Coshai Lena? Vuoi farlo ancora?», dico.Lei accende la luce. I suoi occhi si sono come spenti, come se fosseimpazzita o fossero senza vita. Sorride, mostrando due lunghi canini.«Adesso ho fame. Sai, tesoro, ieri sera in camera è venuto a trovarmi unbelluomo e dopo aver fatto lamore con me mi ha baciato sul collo. E statobellissimo. Ora lo farò io a te», dice Lena.Il suo sorriso è divenuto un ghigno demoniaco. Il suo alito è lodore di uncadavere in decomposizione. Il suo corpo ora lo sento freddo e anche lamano destra, che ora mi stringe un braccio. Lena è un vampiro.
  • 160. «No, lasciami!», urlo.Lei fa uno scatto con la testa e mi morde forte il collo. Il dolore è atroce.Sento che il mio sangue viene succhiato. Non sento più male e il mio corposi rilassa. Ora sento una bellissima sensazione, che mi porta velocementeallorgasmo.Mi sveglio, urlando, nel letto. Qualcosa si muove alla mia destra. Urloancora. Una luce si accende e vedo Lena che mi guarda, preoccupata.«Coshai, Holm? Stai bene?», dice.«Io...»La guardo aspettandomi da un momento allaltro che i suoi canini spuntinodalle sue belle labbra.«Ho fatto un brutto sogno», concludo.Lei mi abbraccia.«Dai, torna a dormire, rilassati. Qui ci sono io», dice.Mi distendo; lei mette una mano sul mio petto. Mi rilasso. Sento le copertebagnate. Lorgasmo lho avuto realmente.«Ora non siamo più amici», dico.«Perché no?», dice Lena.Mentre digito al computer del mio ufficio unemail per un cliente ripensoalla sera prima. La prima parte del sogno era accaduta realmente, poi tuttosi è tramutato in incubo. Si rischia di impazzire a continuare così. Dovròandare da uno psicologo. Probabilmente è la suggestione della maledizionedel dio Getho. Il mio telefono squilla.«Pronto?», dico.«Ciao, sono Lena. Hai una radio in ufficio?», dice.«No, è successo qualcosa?»«Un altro di quegli strani omicidi e la vittima è sempre un uomo».«Accidenti. Aspetta, metti giù che vengo lì».«Ok», dice Lena, che poi chiude la telefonata.Mi alzo, esco dallufficio e vado verso quello di Lena. Apro la porta e larichiudo subito. La radio della mia amica è accesa, potremmo disturbare uncollega. Lena mi fa cenno di stare zitto.
  • 161. Alla radio cè il notiziario di Monaco. In effetti parlano di un uomo trovatomorto a letto. Le sue lenzuola erano bagnate di sangue. Era molto pallidoin volto. Il medico ha scoperto che la vittima ha perso molto sangue. Sulcollo aveva due minuscoli fori. Il giornalista riferisce unaffermazione fattada un poliziotto.«Se non esistessero, direi che sono stati proprio i vampiri», ha dettoIl servizio finisce.«Che assurdità», dico.«Pensi sia la stessa persona a uccidere?», dice Lena.«Beh... non ci avevo pensato. Non lo so».Lena sorride e mi accarezza la pancia.«Dopo ci vediamo?», dice a bassa voce.«Scusami tanto Lena. Non mi sento molto bene. Preferirei dormire da soloquesta notte, ok? Non ti spiace?», dico.«Affatto. Telefonami se vuoi compagnia».«Daccordo, ora torno al lavoro altrimenti è il nostro capo che uccide me, everamente», dico.Lena ride. Faccio per girarmi per uscire ma la mia amica da letto mi ferma.«Aspetta. Hai sognato che ti uccidessero come è successo a quelpoveruomo?», dice.«Sì».Sono in piedi vicino ad un tavolino di un bar panoramico. Al di là delcorrimano si staglia Monaco con le sue case, i palazzi, LOlympiapark elEnglischer Gartner. Indosso il mio completo da lavoro.In mano ho un lungo coltello affilato.Mi volto verso un uomo che, come me, sta vedendo il panorama. Egli è ilmio amico Gert ed è seduto su un tavolino, mi dà le spalle. Sul tavolo cèuna tazza di caffè. Mi avvicino a lui. Alzo il coltello.Una ragazza urla, Gert si gira verso di lei. Lei è seduta sul tavolo alla suadestra. Gert continua a non guardarmi. La ragazza invece mi indica, con labocca spalancata. Gert fa per girarsi verso di me ma in quellistanteabbasso la lama, la quale entra nella base del suo collo, nella schiena. Nellamia camicia sento un gettito di liquido caldo. Gert urla e con uno scatto si
  • 162. aggrappa al braccio nel quale ho il coltello. Io mi allontano, a bocca aperta.Ho tutto il braccio destro, la camicia, la giacca e la cravatta sporchi disangue. Il mio amico cade dalla sedia e ribalta il tavolino. Sento rompersila tazzina del caffè. La ragazza urla nuovamente. Gert ha tutto il collo e laschiena coperti di sangue. Ora che è riverso in avanti, questultimo gli colasul viso e sulla sua giacca. Gert emana dei terribili versi, di sofferenza. Conun braccio si tiene sul pavimento mentre con laltro tenta inutilmente ditogliersi il coltello. Rovina in avanti, su una pozzanghera di sangue. Unaparte di esso sta colando dalla terrazza. Lentamente, Gert, che è ancoravivo, gira il volto verso di me. Un uomo sulla sessantina accanto a me miprende un braccio.Apro gli occhi e mi ritrovo in camera da letto. Il mio braccio destro è sulcomodino, è appoggiato sul medesimo punto dove luomo del sogno mistringeva. Mi alzo a sedere, ansimando. Mi guardo in giro, disorientato. Mibutto allindietro.Maledetti incubi. Vorrei non dormire la notte! Neanche i farmaci miaiutano adesso.Alle sette mi alzo e mi lavo. Dopo la doccia mi sento molto meglio. Mivesto per andare a lavoro. Siccome sono in anticipo decido di fermarmi nelmio solito bar. Ci entro e vado nella terrazza, dove cè un bellissimopanorama. Appena esco mi blocco.E il bar del sogno.Rimango imbambolato per qualche attimo, finché non mi accorgo che duebelle ragazze mi stanno osservando,incuriosite. Volevo uscire ma cambioidea: mi siedo su un tavolo, accanto al parapetto. Ordino un caffè. Lacameriera, una bella bionda, appoggia la mia ordinazione sul tavolo. Civerso dentro dello zucchero, mescolo, poi appoggio il cucchiaino e guardoil panorama.Allimprovviso sento urlare una ragazza accanto a me. Mi volto. E una diquelle del tavolo accanto, sta guardando e indicando qualcuno alle miespalle. Sto per voltarmi quando sento qualcosa colpirmi con forza nellabase del collo; contemporaneamente sento una fitta di dolore micidiale.Urlo.
  • 163. E così forte che mi paralizza, sono sicuro che morirò allistante. Alzo ilbraccio destro e tocco qualcosa che si è infilato nel collo, sembra unmanico di un coltello. Sulla schiena e il collo sento scorrere un liquidocaldo. Il sogno!Mi giro e cado in avanti. La sedia e il tavolo si ribaltano; questultimo buttaper terra la mia tazza di caffè, la quale si rompe. La ragazza urla ancora.Ho tutta la schiena e il collo bagnato di sangue. Questultimo ora mi colasul viso e nel torace. Mi sto tenendo con un mano mentre con laltra tentoinutilmente di estrarre il coltello. Il dolore è terribile spero di morire presto.Ho freddo e mi lamento. Crollo in avanti, sul mio stesso sangue. Guardochi mi ha accoltellato, alzando la testa con fatica.E Getho.Vengo avvolto dalle tenebre. FINE
  • 164. QUANDO APRO GLI OCCHIBuio.Buio totale. Non so dove sono, so solo che non vedo un accidente e che mi pare sia unposto senza aria. Strano, però non sento nessuna sensazione soffocante.Penso sia un posto chiuso e angusto ma sono a mio agio, perfettamenterilassato. Sembra quasi che non respiri. Che fame! Ho una fame terribile.Allungo la mano. C’è una parete di legno sopra di me, il suono prodottodal mio tocco è cupo. Muovo le mani. Sono in una cassa, chiuso. Unabara? Non è possibile. A meno che non stia sognando. Ora ho un flash.Ricordo che stavo guidando e poi ho superato quella macchina che andavatroppo piano. Che nervi! Era mezz’ora che le stavo dietro, in quelladannata strada di montagna. Da un bel pezzo l’autoradio rompeva conquella storia della cometa che passava troppo vicino alla terra. Secondo gliscienziati stranamente non accadeva nulla. Nessuna ripercussione sullaterra.Meglio, no? E rompono per quello? Perché non succede niente?Volevo soltanto raggiungere mia moglie allo chalet ed ero in ritardo. Ad uncerto punto avevo deciso di superarla, e mentre lo facevo, da dietro lacurva è sbucata una Porsche dalla direzione contraria. Poi non ricordo piùnulla. Sono morto? Non lo so, non penso. Eppure mi sembra di essere inuna bara.Sono rinvenuto? Che morte orribile sarebbe!Mi sento benissimo però, non ho paura e sto bene anche se dovreisoffocare. Mi tocco la giugulare. Che freddo il mio dito! Gelido. Il cuorenon batte. Voglio uscire!Un rumore.Mi sembra di sentire un rumore cupo, come dei battiti. E’ un sogno. Vogliouscire da qui. Ma da una bara non si esce, sempre se sono dentro essa. Larisposta al dilemma del come uscire mi viene da un grosso pezzo di legno
  • 165. che mi cade nel viso. La bara è marcia, allungo una mano e sento il terrenofradicio. E’ terra, ma è bagnata. Provo a rompere il coperchio con le mani eci riesco. Poi scavo. La terra mi cade in bocca e la sputo ma continuo a nonsentire nessuna sensazione di soffocamento. Il terreno è più molle diquanto credessi. Dopo qualche metro il mio braccio sbuca all’aria aperta.Finalmente! Poi esco con la testa e vengo accecato dal sole, dopo tutto quelbuio. E’ un cimitero. Mi hanno creduto morto allora, dopo quell’incidente.O lo sono veramente?Ma i morti non resuscitano, da quel che ne so. Sono sicuro di essere statoalmeno mezz’ora sottoterra, da quando mi sono risvegliato e chissà quantotempo sono stato prima. Sento un urlo, giro la testa e vedo una vecchia chelascia a cadere dei fiori per terra, fissandomi spaventata. Poi gira la testa,guarda qualcos’altro ed urla ancora. Provo odio per quella donna e… fame,ho ancora tanta fame, di carne cruda. Sembra strano ma è così. La vecchiasi gira e corre via.No. Ho fame, non andare via. Esco dal terreno con l’altro braccio e mentremi tiro fuori capisco perché sono riuscito ad uscire da quella prigioneeterna. Davanti a me c’è un rubinetto, di quelli comuni in tutti i cimiteri.Deve esserci una perdita dal tubo e ha fatto marcire la mia bara. Mi guardo.Ho una bella giacca, ma è tutta marcia e lacerata. Ricordo che me laregalata Marta, mia moglie! Solo adesso penso a lei. Ma non m’importa.Guardo la mano, è bianca come la neve e gonfia. Gonfia dalladecomposizione. Mi apro la camicia. Tutto il ventre è gonfio dallaputrefazione, non c’è dubbio. Sono morto.Continuo a non capire. In effetti adesso sento un fetore. Deve provenire dalmio corpo, ma non mi da fastidio. Sento qualcosa in bocca che si muove,lo sputo in una mano. E’ una larva di mosca. Resto in piedi bene quindil’incidente non mi ha fratturato una gamba. Provo a tastarmi. Sento unbuco nel torace in alto a sinistra dove le costole sicuramente si sonospezzate. Mi tasto anche in testa e trovo un buco in alto, sopra la fronte.Anche la testa mi sono rotto, l’incidente allora c’è stato. Getto a terra ilverme e mi guardo attorno. E’ il cimitero dove sono morti i miei genitori,non è tanto grande. Guardo la tomba. C’è solo il mio nome, mia moglie èancora viva. Abbiamo richiesto infatti che alla nostra morte fossimo
  • 166. seppelliti nella stessa tomba. Accanto c’è la tomba dei miei genitori. Sentoancora muoversi qualcosa in bocca, ma non m’importa. Capisco perchéquella donna ha urlato ancora, dopo avermi visto uscire. Solo adessom’accorgo che non sono il solo ad essere uscito. Comprendo anche cos’eraquel rumore sottoterra: era un morto che voleva uscire da una bara, magariuna bara nuova, per niente marcia. Forse è ancora là. Davanti a me c’è unvecchio molto pallido, che cammina strascicando verso l’uscita delcimitero, con i vestiti tutti sporchi di terra e strappati, come i miei. Il suosguardo è senza vita. Si gira verso me e mi guarda. Ho la conferma che nonè soltanto un vecchio barbone malaticcio. La parte sinistra del viso èputrefatta, c’è ancora molta carne attaccata al viso, è rosea, e un orbitavuota spicca al posto dell’occhio. Accanto un grassone, vestito con abitipoco costosi, cammina con lo stesso sguardo vacuo. Non è grosso soltantoperché quando era in vita doveva aver mangiato tanto o era malato, lo èanche a causa della putrefazione. Mi giro a destra. Uno scheletro, conattaccati molti capelli bianchi e sporchi e vestito con un abito cencioso,lacerato, cammina, a qualche metro da me. A differenza del vecchio non sigira neanche, va avanti. Allora mi muovo anch’io. Mi muovo condifficoltà, zoppicando, come tutti gli altri. Adesso sono sicuro che sonomorto. Non è un sogno. Qualcosa ci ha risvegliato, forse quella cometa,come in quel film di George Romero. Che fame! Della donna non c’è piùtraccia. Urla, delle tremende urla provengono da fuori il cimitero. Esco dalportone e vedo tre zombie che lottano con la vecchia di prima. Altro chelotta, la stanno mangiando viva. Uno le ha appena strappato un pezzo dibraccio con un morso. I denti sono l’unica cosa che non si decomponeassieme alle ossa. Do un accenno di sorriso. Gli altri due le hanno aperto ilventre e le estraggono le budella. Mi avvicino anch’io, ho fame! E’ come inquel film, sì, dove i morti mangiano i vivi perché è l’unico istinto che gli èrimasto. Ma in quel film gli scheletri non c’erano, senza cervello infattimorivano. Nuovamente.Odo un improvviso e lacerante sparo, mi ritrovo per terra, supino. Unragazzo, a pochi passi da me, mi ha sparato. Ha gli occhi spaventati ed ècosì pallido che sembra lui stesso uno zombie. Ma non lo è, si vede. E’nervoso e tiene la pistola ancora puntata verso me. Ma non mi ha fatto
  • 167. male, per niente. Mi ha solo stupito. Guardo la ferita sul ventre. Un buco,niente sangue. Mi tocco la schiena: un grande foro d’uscita, largo comeuna pigna. Non mi stupisco mi ha sparato a bruciapelo, di fronte a me madalla mia sinistra poco oltre la coda dell’occhio, per quello non l’ho notato.E poi ero distratto. Si accorge dell’errore che ha fatto e punta la pistolaverso gli zombie che stanno massacrando quella che, secondo me, è unasua parente. Sua nonna, probabilmente. Da come tiene la pistola è unpoliziotto, comero io, in borghese. Ha accompagnato sua nonna, non èsceso dalla sua macchina, che si intravede dietro a lui e ha visto dei pazziaggredirla. Spara ancora e la testa di uno zombie va in pezzi spargendoschegge di cranio e frammenti di carne bianca. Dal rinculo viene gettato aterra, in bocca ha un pezzo di carne insanguinato, che gli cade. E’ quelloche ha strappato un pezzo del braccio. Lo zombie non è morto. Gira latesta, la cui parte superiore manca e stupito guarda chi è stato. Poi si alza eva verso il ragazzo. Lo imito. Non ho pietà per il ragazzo. Per niente. Loraggiungo prima dell’altro e gli tengo lontana la pistola con il bracciosinistro. Non ho paura che mi faccia male ma mi da fastidio quella pistola.Apre la bocca come per dire qualcosa, ma è senza fiato dalla paura. In pocotempo è fatto a pezzi da me e dal il mio compagno di pasto. Ricordo doveabitavo con mia moglie e m’incammino verso casa mia, tutto sporco disangue. Ho ancora fame. Non ho rimorsi per quello che ho fatto.Del resto i morti viventi non ne hanno. FINE COMMENTOQuesto racconto è finito nella selezione finale del concorso Nero Premioindetto dal portale horror La Tela Nera. Volevo scrivere un raccontooriginale sugli zombie (in realtà per un altro concorso, non vinto) e hopensato al fatto delluomo che si ritrova come tale in una bara.
  • 168. DOLCETTO O SCHERZETTO?La porta del garage si apre ed entra un uomo. Si dirige verso un bambinoche sta lavorando il legno con una piccola sega elettrica portatile.“Sei sempre qua, Devin. Diventerai un ottimo falegname”, dice luomo.Il bambino, piccolo e magro, guarda suo padre. Lui sì che è un bravofalegname, altro che me, pensa.“Sì, papà. Ti piace il tavolino che ho costruito?”, dice il bambino.“Sì, peccato che manca una gamba”, dice il padre.“Pa! La sto tagliando a misura, era troppo alta”.“Così comera sarebbe diventato un tavolo traballante, senza aver bisognodi un terremoto”, dice ridendo il padre.“Papà!”“Scherzo. Esci stasera con i tuoi amici per Halloween?”“Certo, come ogni anno”, dice Devin, che guarda lora.“Cazzo, è tardi! Vado a vestirmi”, dice.“Devin! Quante volte ti ho detto di non dire le parolacce?”, dice il padre.“Tante. Scusa, vado”.Il bambino ha così fretta che si dimentica di lasciare nel garage la sega.Suo padre mezzora dopo sta parlando con sua moglie in cucina.“Devin dovrebbe frequentare di meno tuo fratello Allan. Questultimo dicesempre parolacce... e poi una volta lho visto che gli insegnava a usare lapolvere da sparo”, dice il padre.“Veramente, Paul? Gliene dirò quattro! E pericoloso!”, dice la donna.Suo fratello lavora in una impresa di demolizione. Entra Devin in cucina.“Ha! Un lupo mannaro!”, dice la mamma, facendo la finta spaventata.Devin ride. Ha una maschera di licantropo. Sulla schiena ha uno zaino.“Dove vedi Brandon?”, dice Paul.“A qualche isolato da qui. Mi starà aspettando, ciao”, dice Devin.“Non tenere chiuso il cellulare come laltra volta e mi raccomando... oandate nei quartieri sicuri o unitevi ad altri vostri amici”.“Va bene, pa. Vado. Ciao mamma”.“Attento ai proiettili dargento”, dice il padre.
  • 169. “E porta tanti dolcetti, come lanno scorso”, dice la madre.Quando la porta si chiude Paul dice: “Sarà al sicuro?”“Sì, Paul non preoccuparti”.Devin non ha mai detto che ad Halloween gira da solo altrimenti nonlavrebbero lasciato uscire. Ogni anno Brandon in cambio di cinque dollariaccetta di mentire per confermare ai genitori di Devin che sono uscitiassieme. Ma per due motivi Devin non va col suo amico o con altri.Uno è che a lui quella notte piace girare da solo.Dopo molte case nelle quali ha avuto un dolcetto Devin si avvicina ad unarossa. Alla finestra vede un gatto nero, che rizza la schiena e fa le fusamentre un vecchietta lo accarezza. Il bambino suona alla sua porta.Questultima si apre e compare lanziana, visibilmente seccata.“Dolcetto o scherzetto?”, dice Devin sorridendo.“Sono già passati decine di ragazzi, non ho più niente”, dice sbattendo poila porta.Non tutte le vecchiette sono gentili, pensa Devin.Lanziana torna in cucina e vede che il gatto è saltato in giardino. Dovràfare i bisogni, come ogni notte, e poi ritornerà dentro.Che seccatori, quei bambini, pensa andando verso la tv è accendendola.Che palle, fanno solo film horror la sera di Halloween. Lanziana odiaquella festa, sopratutto per via dei bambini.Il gatto però non torna dentro, strano. Forse è in amore, pensa la donnaandando verso la finestra per vedere se Black (il nome del suo gatto) è ingiardino.Quando è a pochi passi dalla finestra aperta qualcosa la colpisce con forza,bagnandola.Lanziana urla.Il suo gatto, con la gola tagliata, è ai suoi piedi. Sembra un pupazzo e ha ilcollo sporco di sangue, come il vestito della donna. Ella non smette digridare.Dopo aver trovato una famiglia che lha riempito di dolci Devin suona adunaltra casa. Nessuno apre ma la luce della finestra che dà sul giardino èaccesa. Aspetta due minuti poi suona ancora. Niente.
  • 170. Devin si guarda in giro poi scavalca lo steccato e va alla finestra aperta eaccesa. Intravede una cucina; un uomo di mezzetà grasso sta aprendo ilfrigo per prendere delle ciambelle.“Scherzetto o dolcetto?”, urla Devin.“Che ci fai nella mia proprietà, piccolo bastardo? Vattene subito o prendo ilmio fucile”, dice luomo, arrabbiato.Devin si allontana, contrariato. Luomo va alla finestra, con le ciambelle inmano e guarda il raagazzo mentre scavalca il recinto e si allontana. Poiprende la panna dal frigo aperto e con tutto il malloppo glicemico va insalotto. Si siede sulla poltrona, dietro alla quale cè una finestra aperta econtinua a vedere quel vecchio film su Halloween, dove un ragazzo uccidele sue amiche. Per lui è una cazzata ma le piace vedere quelle ragazze.Spruzza della panna sulla ciambella. Sta per morderne una quando sente uncappio calargli sul collo. Sembra un cordino.“Che cazz...”, dice prendendolo.In quellistante qualcuno tira la corda e lui cade per dietro, trascinandosiappresso la poltrona. Il cappio si stringe al collo. La sensazione disoffocamento è bruttissima. Tenta di togliersi il cordino dal collo ma essoviene teso. Sente qualcosa rompersi nel collo poi cade nel buio.Il suo corpo senza vita cade sulla poltrona rovesciata mentre una manosbatte su una delle ciambelle rovesciate sul pavimento. Il suo collo ègonfio e rosso e i suoi occhi spalancati non vedono più niente.Devin in due ore ha racimolato molte caramelle e cioccolate ma anche sesarebbe ora di tornare a casa vuole provare almeno in unaltra casa. Nevede una isolata, a duecento metri dallultima della via, circondata in trelati dai campi. E delimitata da uno steccato basso bianco. Il cancello dilegno è chiuso. Lo scavalca e va verso la porta, stando attento che non cisiano cani. Non vuol dire niente che nello steccato non sia appeso uncartello che avvisa di starci attento. Sale quattro gradini di legno cheportano ad un ballatoio coperto da una tettoria. Suona al campanello cheintravede. Non apre nessuno. La luce nella stanza al primo piano però èaccesa, pensa Devin. Risuona.Un uomo in mutande apre la porta.“Che cosa vuoi seccatore? Perché sei entrato nel giardino scavalcando lo
  • 171. steccato?”Per risposta Devin dice: “Dolcetto o scherzetto?”“Un calcio in culo, ecco cosa ti do se non ti allontani. Stavo facendo ilbagno, devo uscire tra poco”, urla luomo che avrà sui trentanni.Devin scappa via. Dopo mezzora luomo esce da casa indossando unvestito completo e sale sulla sua auto, poi apre il cancelletto di legnoelettrico e si allontana.Tre ore dopo ritorna dalla festa nella quale è stato. Nella sua auto cè unadonna, che sta ridendo.“Che stronzo sei, Carter!”, dice.Carter apre il cancello e parcheggia la propria auto nel garage conlapertura automatica. Poi si avvia alla porta principale, sorretto dalladonna.“Ho paura... di aver... bevuto troppo”, dice lui ridendo.“Vivi solo?”, dice lei.“Certo, te lavevo... già detto.... non ricordi?”, dice lui.Le cade il mazzo di chiavi nel giardino. Le riprende poi per non cadere sitiene sul fianco della donna, che quasi crolla con lui al suolo.“Carl... buona la scusa per toccarmi”, dice lei.“Lara... non penserai... che a questora ti porti in casa... per bere un caffè...voglio scoparti... e anche tu lo vuoi”.“Carl!”Lui ride. La donna sorridendo sale i gradini di legno ma lui la ferma e laprecede. La parte superiore del ballatoio di legno ha dei grossi buchicircolari.“Che cazzo...” dice lui avvicinandosi per vedere meglio.Il ballatoio cade. La donna urla poi sente Carl gridare. Corre sulle scale pervedere.Carl è trafitto da due pali acuminati di legno le cui punte escono dallaschiena. Sotto il ballatoio ce ne sono altri quattro.La donna urla.Devin fischiettando torna verso casa ma prima suona ad una casa con laluce accesa. Nessuno apre. Suona a lungo ma la luce si spegne. Laproprietaria è una donna di mezzetà che vive da sola. Il campanello non
  • 172. smette di suonare. Quel moccioso ha messo dello scotch sul pulsante. Se lobecco lo riempio di schiaffi, pensa la donna mentre esce di casa. Non vedenessuno. Il moccioso sarà scappato, pensa. Va verso il cancelletto e vedeche aveva ragione riguardo lo scherzo. Mentre toglie lo scotch vede unascatola di scarpe sul marciapiede. Sopra ci sono dei chiodi che coprono unascritta. Alza la scatola e la legge.SCHERZETTOcè scritto.La donna sente un esplosione ed urla mentre viene scaraventata sulgiardino. Dimena le braccia e ne avvicina una al collo, dove si è impiantatoun chiodo. Mentre dalla bocca le esce sangue vede con orrore che ha piùnessuna delle sue mani e che ha altri tre chiodi impiantati nelladdome. Ladonna si accascia, supina.Devin torna a casa. Il secondo motivo per cui va da solo la notte diHalloween è che le piace vendicarsi delle persone che non le danno idolcetti.Quando arriva a casa i suoi lo sgridano per lora tarda nella quale èarrivato.“Guarda però quanti dolci mi hanno dato, pa!”, dice a suo padre.“Vai a dormire adesso, Devin”, dice Paul.Mentre il bambino sale le scale Paul dice a sua moglie che, anche se tornaogni anno tardi, è proprio un bravo ragazzo.FINE __/__/_ _||| |||| / || __/ |____/FINE
  • 173. LA ZUCCASabato 28 ottobre 2006E’ buio nell’orto di Andrew. Il bambino sta camminando, guardando lastaccionata in fondo. Non riesce a vedere dove mette i piedi. Si guarda ingiro, impaurito. Sente una presenza maligna, ma non sa dov’è. Nel buiovede solo la sagoma scura della staccionata, l’albero e, dietro di sé, la suacasa, anch’essa a lumi spenti. Nello scuro non riesce ad intravedere lafinestra della sua camera.Sente un passo.Andrew inghiotte un po’ di saliva, guardandosi freneticamente in giro. Isuoi battiti aumentano. Un sudore freddo gli scende lungo la schiena.Un altro passo.«Chi… chi c’è?», chiede.Qualcosa gli afferra la caviglia ed Andrew urla guardando verso il basso.Una pianta gli è avvolta nel piede. Una grossa zucca, in cui sono incavatigli occhi, il naso e la bocca tipica di Halloween lo sta guardando, ridendo.L’interno è illuminato di arancione.«Scherzetto o dolcetto?», dice la zucca.Andrew urla.Poi si sveglia.Si guarda intorno. Non è nell’orto ma in camera sua. Ha avuto un incubo.Nella penombra della stanza intravede il poster del vampiro. Andrewinghiotte della saliva e poi si passa una mano nella fronte. Sorride. Haavuto una paura enorme nel sogno ma in fondo era solo una zucca. Andrewguarda la tenda nera accostata davanti alla finestra. Dai lati fuoriesconodue raggi di luce. All’improvviso si disegna un rettangolo di luce nellatenda, qualcuno ha aperto la porta. Il bambino si gira.E’ suo padre.«Ti ho sentito urlare. Quando la smetterai di leggere quei libri dell’orrore?La notte accendi tutte le luci quando vai in bagno, non ti ho mai vistoentrare nella tua cameretta al buio. Sono quelle cose che leggi che ti
  • 174. impressionano», dice.Da quando è morta la mamma suo padre è diventato più severo.«Ora vestiti. Devi andare a scuola, stavo giusto venendo a svegliarti».Un suono fa trasalire Andrew. E’ la sua sveglia, a fianco del display unfantasmino illumina gli occhi e ride.Ha! Ha! Ha! Ha!... Ha! Ha! Ha! Ha!Andrew spegne la sveglia ed accende la luce della cameretta. Suo padrechiude la porta. Mentre si veste Andrew guarda i suoi mostri sullo scaffale.C’è la mummia, la strega, il mostro della laguna, un altro vampiro… E poivede la zucca di terracotta che ha fatto alle elementari come regalo allamamma per Halloween. Era stata contenta del pensiero.Una lacrima gli scende lungo la guancia.Il bambino va verso la finestra e scosta la tenda. Viene inondato dalla lucesolare. Chiude gli occhi per un attimo e gira la finestra. Il suo sguardo cadesul calendario dei morti viventi. Il 29 ottobre. Fra due giorni è Halloween.Andrew sorride. Non vede l’ora. Poi guarda l’orto sul retro. Sbatte gliocchi.«Sbaglio o ieri non c’era quella zucca?»”, pensa guardando una grandezucca in mezzo all’orto.«Scherzetto o dolcetto?»L’immagine della zucca del sogno gli si forma nel cervello per un istante.Ieri era entrato per il cancello posteriore ed era passato per l’orto. Il suogatto stava dormendo sulle zucche. Aveva visto qualche zucca piccola maquella non l’aveva proprio notata. Strano.Sembra proprio la zucca del sogno.Andrew sorride e si gira, dirigendosi verso l’uscita della camera, perandare in bagno a lavarsi. Forse è vero che legge troppi libri e fumettidell’orrore.Mezz’ora dopo Andrew è in cucina e sta mangiando due uova strapazzatecon bacon. Suo padre sta leggendo il giornale.«Con chi vai ad Halloween?», dice suo padre senza togliere gli occhidall’articolo che sta leggendo.E’ la prima volta che gli parla da una settimana.«Non so, forse con Matthew», risponde Andrew.
  • 175. Il bambino allunga la mano e prende il succo d’arancia, poi ne beve unsorso.«E di cosa ti vesti quest’anno?»«Non lo so, pa. Ci sto ancora pensando».«Dopo stai attento quando attraversi la strada».«Lo so pa, me lo dici ogni giorno».Da quando la mamma è morta in quell’incidente stradale glielo ripete ognisanto giorno. Ma lei non è stata investita mentre attraversava, stavacamminando sul marciapiede quando all’autista di un camion è venuto unmalore ed è finito sul marciapiede. E’ salito con la ruota destra, la mamma,che stava leggendo un sms, si è girata è l’ha visto all’ultimo momento.L’urto la scaraventata in avanti ed ha fatto qualche giro su stessa. Poi unaruota gli è passata sulla testa. Quando il camion si è fermato, andando asbattere contro un’auto in sosta, spostandola di tre metri, c’era un lago disangue nell’asfalto. La testa era tutta schiacciata. Questo non gliel’hannodetto ma l’ha saputo da un suo amico, Mark. Questultimo era con suopadre e assieme stavano camminando nell’altro marciapiede quando èsuccesso e poi Mark gli ha poi raccontato tutto. Suo padre è accorso persalvare sua madre ma non ha potuto fare niente. Ha visto solo il corpo conuna «cosa» che sembrava la sua testa, la sua borsetta volata in strada contutto il contenuto sparpagliato (gli effetti personali sono la cosa peggiore inun incidente mortale: vederli ti fa ricordare di quando la vittima era invita), il suo cellulare fatto a pezzi. Il camion gli era passato sopra. E poi ilpadre dell’amico ha visto un nugolo di persone avvicinarsi alla vittima.Una ragazza ha urlato. Qualcuno ha aperto la porta del camion, per vederecome stava l’autista. Solo che lui aveva preceduto la mamma. Era giàmorto quando il camion ha fatto il sinistro sobbalzo sulla sua testa. Mentrepensava a questo Andrew non si è accorto che suo padre si è alzato.«Ciao, non stare troppo a lungo in giro dopo la scuola. E dai da mangiare aPitty», dice suo padre.«Sì, pa».E’ sulla porta con la sua valigetta. Andrew saluta e poi si gira verso ilpiatto. Poco dopo sente il tonfo della porta che si chiude. Andrew siprepara e prende il suo zaino, legandoselo alto sulle spalle. I suoi compagni
  • 176. lo tengono basso ma non sanno che così lo zaino pesa molto di più. Essodeve essere tenuto alto e adiacente alla schiena. Il bambino sta per usciredall’ingresso, dov’è andato fuori suo padre, quando si ferma. Si gira e vaverso l’uscita posteriore. Mentre cammina verso il cancelletto guarda lazucca, grande due volte un pallone da rugby. Si ferma ad osservarla. Senteuna presenza malvagia, qualcosa di orribile nell’orto. Si guarda intorno,poi osserva la zucca, aspettandosi da un momento all’altro che parli e dica:«Scherzetto o dolcetto?».Ma la zucca non parla. Andrew cammina svelto verso il cancello. Nonvuole rimanere in quel posto. Probabilmente è solo soggezione ma non gliimporta, vuole andare a scuola. Stranamente lo preferisce.Suo padre si ferma al bar, come fa ogni mattina prima di entrare nellaredazione del giornale dove lavora. Appena entrato sente una vocefemminile che lo chiama.«Paul. Ehi, Paul!»Si volta. E’ Mary, la sua collega. E’ molto carina ma è anche sposata ed hauna figlia al college. E non è tanto vecchia visto che l’ha avuta quandoaveva sedici anni. Mary ha dei lunghi capelli ricci neri e grandi occhi verdi.Gli fa cenno di sedersi. Ogni tanto fanno colazione insieme. Lui beve soloun caffè, la colazione la fa sempre prima a casa. Lei comincia a parlarglidel più o del meno. Lui non ascolta, sta pensando a sua moglie, Karen.Ancora non riesce a dimenticarla. Non parlava troppo ma neanche troppopoco, non le rompeva ma non era neanche di quelle donne cheobbediscono come un cane. Era indipendente, sicura di sé, intelligente. Elo amava, senza ombra di dubbio. Lui alza gli occhi è guarda Mary quandole sente dire una strana cosa. Cos’ha detto? Demoni?«Cos’hai detto, scusa?», dice Paul mentre vede la giovane camerieraposare la tazzina di caffè davanti a sé.Mary sta mangiando un toast farcito. Accanto al piatto ha un bicchiere disucco d’arancia. Paul dubita che mangi altro durante il giorno tanto èmagra. Strano, la maggior parte delle persone sono grasse nella sua città,Abywa. Lui ha qualche chilo in più ma non è obeso. Evidentemente leisegue quelle diete europee che tanto vanno di moda adesso in America.Non che sia un male; vedere delle donne magre con un seno e sedere del
  • 177. volume giusto è un piacere per gli occhi. Al giorno d’oggi non vale la penaguardare le donne che passeggiano in giro se non quando passi davanti adun college (a meno che tu non abbia strani gusti). La maggior parte dellegiovani ragazze si tengono meglio.«Stavo parlando di quella popolazione che abitava dov’è adesso Abywa,20.000 anni fa. Li hanno chiamati Baje. L’ha scoperta una celebre studiosa.Me l’ha raccontato ieri mia figlia. Come si chiama? Non ricordo.Comunque sembra che avessero una strana religione ed evocassero deidemoni. Quando mi parlava mi sembrava di sentire una storia di quelloscrittore… come si chiama… non ricordo…», dice Mary con in mano iltoast. Un poco di formaggio fuso le cade nel piatto di plastica. Lei non ci facaso, sta ancora pensando.«Lovecraft», dice Paul.«Sì, lui!».Paul finisce il caffè con un sorso, si alza e dice: «Scusa Mary, ora devoandare al lavoro. Pago io tutto».«Grazie Paul. Dopo a pranzo offro io allora. Ti raggiungo tra un attimo»,dice Mary.«Dirò quello che mi hai raccontato ad Andrew. A lui piacciono questecose».Domenica 29 ottobreE’ notte. Andrew spegne la luce e ripone il fumetto che stava leggendo sulcomodino. Una debole luce lunare striscia da dietro la tenda nera. Andrewaccende la luce e va verso la finestra. La apre e guarda il cielo.La luna è a due quarti ma riesce ad illuminare debolmente il quartiere.Andrew abbassa poi lo sguardo. Riesce a distinguere nel buio la sagomadella zucca.La zucca apre gli occhi arancioni e lo guarda. Poi apre la bocca e gli siforma il naso. La sua luce illumina di arancione le piante vicine. Ride.Andrew emette un gemito e chiude le tende. Sta sognando?Riapre le tende. La zucca è tornata normale.«Che sia lo scherzo di qualcuno? Magari Eddie, il mio compagno, che ce
  • 178. l’ha tanto con me?», pensa.La guarda ancora per un attimo ma la sagoma resta nera. Qualche oraprima voleva parlare della zucca a suo padre. Voleva dirgli che fino a duegiorni prima non cera. Ma poi ha visto Dead Show, quel telefilmdell’orrore che le piace tanto e se n’è dimenticato.Andrew apre il cassetto e ne estrae una torcia. Poi esce dalla camera eguarda verso quella di suo padre. Sente un ticchettio. Sta scrivendo col suoportatile in camera. Ogni tanto lo fa. Gli viene in mente un’idea permigliorare un articolo e quindi si mette a pigiare i tasti sul suo computer.Andrew, camminando scalzo, lentamente per non farsi sentire, va verso ilsalotto. Neanche se esplodesse la cucina a causa di una perdita di gas suopadre smetterebbe di scrivere, concentrato com’è, pensa Andrew. Quandovolte la mamma gli urlava che il caffè era pronto e lui non sentiva.Andrew cammina piano nel buio del salotto e va verso la porta finestra cheda nell’orto.«Ma perché sto facendo questo? Sono impazzito a voler uscire la notteprima di Halloween nel buio dell’orto per vedere una zucca che ha appenaaperto gli occhi? E se per caso mi prende una caviglia come nel sogno distamattina?», pensa Andrew accendendo la torcia ed illuminando l’ortoattraverso la porta vetro. Era un’allucinazione, ne è sicuro. A lui piaccionole storie dell’orrore e qualche volta fa incubi o rimane immobile nel lettosenza respirare, per non fare rumore ed ascoltare meglio i suoni, dopo cheha appena udito un passo o un colpo sordo in casa (che si rivela sempreessere causato dal gatto, Pitty). Ma sa benissimo che i fantasmi nonesistono. E ha riso quando Betty, la sua compagna, le ha raccontato diquella volta che nella casa abbandonata adiacente alla sua vede ogni tantoalla finestra dei visi bianchi che la osservano. Sarò stato qualche barbone,le ha detto ridendo quella volta.Soltanto adesso si rende conto che per la prima volta ha camminato nelbuio, senza averne paura. Che stia crescendo? Andrew punta la torcianell’orto. Il fascio di luce illumina la zucca. E’ normale. Visto che ha avutoil coraggio di camminare nel buio perché non andarle vicino?Andrew gira la chiave nella toppa. Lo scatto della serratura, nel silenziodella casa, rimbomba. Andrew si gira per vedere se la luce del corridoio
  • 179. s’illumina, a significare che suo padre l’ha sentito. Non se ne preoccupa,anche se lo scoprisse e dovesse rinunciare all’uscita nell’orto, puòbenissimo andarci l’indomani mattina.Mentre apre la porta, silenziosamente, si domanda perché non lo fa.Nell’orto sente quella presenza maligna che c’è da ieri.Tale sensazione è sì paurosa, ma lo attrae verso la zucca. Piano, piano siavvicina. Suo padre non può vederlo, la sua camera è nel lato destro dellacasa e comunque tiene sempre le tende chiuse. Il bambino si avvicina allazucca. A parte il fascio di luce che sta proiettando, è tutto uguale al suosogno.Ma continua.Arrivato alla zucca, continua ad illuminarla. E’ sopra di lei. Manaturalmente non apre gli occhi, pensa. E’ un frutto ed essi non.…La zucca spalanca gli occhi, che compaiono dal nulla assieme al resto delviso. La loro forma affusolata e le finte sopracciglia formate con un taglio,le formano un’espressione di cattiveria. Andrew urla e corre verso casa.Chiude la porta, sbattendola e dà due mandate con la chiave. La luce delsalotto si accende. Suo padre è lì.«Perché ti sei messo a correre nel giardino? E perché diavolo ci sei andatoa quest’ora e con le luci spente? Da principio avevo pensato ad un ladro,visto che avevo visto il salotto al buio. E hai urlato», dice Paul.«Sono uscito un attimo e… ho visto qualcuno nell’orto. Ma non chiamarela polizia papà, ha saltato la recinzione ed è scappato», dice Andrew.Non gli piace mentire a suo padre ma non può raccontargli della zucca.«La chiamo invece», dice Paul aprendo la porta.«Non andare fuori, potrebbe essere lì ad aspettarti».«Leggi troppi fumetti, Andrew. Se è scappato appena ha visto un bambinodubito che attacchi un adulto», dice suo padre prendendogli dalla mano latorcia ed uscendo nel giardino posteriore.Punta la luce in tutte le direzioni. Inconsapevolmente passa sull’orto. Siferma proprio vicino alla zucca, per scrutare meglio il cancelletto con latorcia. Andrew ha paura che la zucca prenda suo padre. Non saprebbe cosafare in tal caso. Ma la zucca rimane immobile e non apre gli occhi. Paulrientra in casa, chiudendo di nuovo la porta a chiave e andando ad attivare
  • 180. l’antifurto esterno.“Ho attivato l’antifurto, Andrew. Così adesso dormi sonni tranquilli. Nonuscire e non aprire la finestra. Non ho visto nessuno anche se…»«Anche se cosa?»«“Nell’orto ho avuto una strana sensazione».Lunedì 30 ottobreQuando Andrew torna a casa da scuola, il bus si ferma dietro casa. Disolito fa poi il giro ed entra per davanti. Suo padre non vuole che attraversil’orto, potrebbe calpestare qualche pianta e comunque sporcare ilpavimento di casa.Mentre cammina per fare il giro, Andrew guarda l’orto per vedere la zuccamagica, come la chiama lui. Pitty è sdraiato vicino a questultima. Non stadormendo acciambellato come fa di solito ma ha le zampe anterioriappoggiate sul terreno, con gli occhi spalancati. Andrew torna indietro,apre il cancelletto ed entra nell’orto.«Ciao Pitty, coma va?», dice Andrew sorridendo.Andrew ama i gatti, li adora. Ha persino un’enciclopedia su di loro. Non hamai sgridato Pitty, nemmeno quando ha trovato la sua maglietta tuttagraffiata. Pitty si era fatto le unghie su di lei. Ha imprecato ma non gli hadetto niente.Pitty lo guarda, soffia e poi scappa. Fa un salto e si aggrappa con le zampeanteriori sulla staccionata. Poi si aiuta con quelle posteriori e la oltrepassa.Poi scompare.Andrew è stupito. E’ la prima volta che vede il suo gatto così aggressivo. Ilbambino guarda la zucca. Che sia colpa sua?Quella sera Paul rientra a casa dall’ufficio. Non ne può più di Halloween edelle sue zucche. Lungo la strada ha visto in ogni cortile di casa una zuccailluminata, dall’ultima tecnologica, illuminata e che ride quando uno glipassa davanti, a quella classica intagliata e con una candela dentro. Emostri in tutti i negozi. Strano che Andrew non ne abbia già intagliato una.Paul entra in salotto. Suo figlio ha qualcosa in mano. E’ seduto sul divanodavanti al caminetto acceso. Sul suo grembo dorme Pitty, il loro gatto nero.
  • 181. «Guarda, papà!», dice Andrew voltandosi. Pitty salta giù dalle sue gambe.In mano ha una zucca intagliata. Non è tanto grande.«Stavo giusto pensando a quando l’avresti fatta. Hai deciso di cosa vestirtiquest’anno?», dice Paul.«Pensavo a quella maschera di licantropo che ho in soffitta. Tanto percambiare», dice Andrew.«Va bene. Hai mangiato?»«No. Non la cena...», dice Andrew.Paul guarda suo figlio. E’ grassottello e bruttino, con gli occhiali. Ha dodicianni ma ancora non ha trovato un’amichetta. A scuola lo canzonerannosicuramente. Per quello sta sempre in camera a studiare, leggere libri efumetti dell’orrore invece di giocare con gli amici, anche se ne haqualcuno. Perché gli altri lo prendono in giro.Paul spera che un giorno si svegli e abbia più sicurezza di sé. Stupido nonè.Andrew è stato in casa tutto il giorno e non ha mai avuto il coraggio diandare nel giardino posteriore. La zucca che ha intagliato l’ha comprata alsupermercato.«Sai, venendo qui ho incontrato Fred, quello che abita a qua vicino.Quell’anziano. Mi ha detto che ha visto il nostro gatto sulla sua automobileed invece di scappare quando l’ha scacciato, come fa di solito, gli è saltatosul viso è l’ha graffiato. Io gli ho detto che non poteva essere Pitty. Lui hagiurato che era lui. Io gli ho detto che se trovava le prove allora loripagavo. Se n’è andato arrabbiato. Aveva tutto il viso graffiato», dice Paul.«Non è possibile, non ha mai graffiato nessuno. Anche quando aveval’ulcera e per sbaglio gli ho toccato lo stomaco non l’ha fatto. Hamiagolato, ha soffiato ma non mi ha fatto niente», dice Andrew.«Tu sei il suo padrone. Comunque neanchio ci credo».Quella notte Paul esce di casa per andare a comprare le sigarette. Quando èuscito di casa suo figlio stava dormendo. Appena Paul si è allontanatoAndrew si alza dal letto e va alla finestra. La zucca ha gli occhi spalancatie lo fissa. Il bambino la guarda a sua volta, imbambolato, come in trance.Rimane immobile a fissarla.
  • 182. Martedì 31 ottobre. Halloween.«Happy Halloween, Andrew», dice Paul appena vede suo figlio entrare incucina per fare colazione.«Grazie, papà. Happy Halloween anche a te», dice Andrew guardandolo.Al posto delle uova o della bistecca ci sono dei dolcetti a forma di zuccasul tavolo. Un pacco regalo è vicino ai dolci.«Mangiane qualcuno mentre ti preparo la colazione», dice Paul.«Non ho tanta fame. Mi accontento dei dolci stamani. In caso mangio dipiù all’una a scuola», dice Andrew sedendosi.«Sei sicuro?»«Sì, pa», dice Andrew scartando il regalo.Paul guarda stranamente suo figlio. E’ la prima volta, a parte quando si eraammalato, che rifiuta la colazione.«Ti preparo almeno del caffèlatte».«Va bene, grazie».Nel pacco c’è l’ultimo libro di Stephen King.«Grazie, papà, è quello che volevo!», dice Andrew alzandosi dal tavolo ecorrendo ad abbracciare suo padre.Paul ricambia l’abbraccio ma ha notato qualcosa di strano in suo figlio.Che gli nasconda qualcosa? Che abbia scoperto Pitty morto in giardino?Non è possibile, pensa. Quando ha trovato il suo corpo la mattina, Andrewera ancora a dormire. Era uscito per raccogliere il giornale che il paperboygli aveva tirato per sbaglio nel giardino posteriore. Si era abbassato perraccogliere il giornale quando aveva scoperto due cose. La prima era cheda tanto tempo che non curava il suo orto, la seconda che il loro gatto eramorto. Aveva intravisto un’enorme macchia di sangue; aveva spostato gliocchi e lì accanto, nell’erba alta adiacente alla striscia di terra dov’haseminato, c’era Pitty. Morto. Aveva un foro nel corpo ed un grossoematoma in testa. Non è la prima volta che nel loro quartiere si trova ungatto morto ma Andrew non ha mai voluto tenere Pitty chiuso in casa.«Preferisce uscire», ha detto una volta.Paul ha buttato il gatto in un bidone, nell’altro isolato. Avrebbe preferitoseppellirlo ma avrebbe dovuto dire la verità a suo figlio e sarebbe rimasto
  • 183. malissimo. Almeno così crederà che sia scappato e soffrirà di meno, hapensato.Ora, mentre guarda Andrew che legge la trama del libro nel risvolto dellacopertina, sta pensando se non ha sbagliato, magari avrebbe volutoseppellirlo. Ma non può tornare indietro, gli spazzini sono già passati aprendere le immondizie.Quella sera Paul entra in camera di suo figlio. Entra senza bussare e lovede che sta guardando fuori dalla finestra. Sta fissando qualcosa.«Cosa guardi, Andrew? Hai rivisto il ladro? O la ragazzina della casa difronte si sta spogliando alla finestra?», dice sorridendo Paul.Andrew si gira. Ha gli occhi spalancati ed il viso imbambolato.«Cos’hai? Stai bene?», dice Paul.A suo figlio torna l’espressione normale. Sbatte gli occhi.«No, sto benissimo. Stavo guardando delle mascherine che stavanopassando. Sto aspettando Bobby. Tra poco mi vesto ed usciamo. Tu vai daltuo amico Kevin?», dice Andrew.«Sì, passerò la serata con loro. Mi sono stati molto vicini quando… beh, losai. Sei allora sicuro di restare a casa da solo? Oggi ti sei comportatostranamente, non è che ti sei ammalato?»«Sto benissimo, pa. Non resto a casa, vado in giro con Bobby. E non staròsu per molto. Sai che i suoi non vogliono che stia in giro oltre lamezzanotte. A quell’ora mi faccio riaccompagnare a casa. Se non sei a casachiudo tutto ed attivo l’allarme, come mi hai detto. In caso lo disattivi tucon il telecomando che hai fra le chiavi».«Non che avrai paura a stare da solo? E comprensibile di questi tempi».«No, papà, ho quasi tredici anni, sono un uomo. Non leggerò racconti ofumetti dell’orrore, se rimango da solo. Vedrò i cartoni sul canale otto».«Va bene, mi fido di te. Ora vado e… attenti quando girate per le strade.Lasciate perdere le case in cui sono appesi cartelli con sopra scritteminacce contro gli estranei e non entrate nei cortili dov’è scritto ATTENTIAL CANE se non siete prima sicuri che sia legato o accanto a lui ci sia ilpadrone che lo tiene al guinzaglio. Se una casa vi sembra troppo fatiscente,lasciate perdere. Meglio ancora sarebbe se andaste nelle stesse casedell’altro anno…»
  • 184. «Basta così, pa! Non occorre dirmi altro. Staremo attenti».Paul sorride. Si ricorda come da piccolo si seccava quando sua madre gliraccomandava le stesse cose. Pensava sempre che comunque non glisarebbe mai capitato niente.«Vado, ciao Andrew».«Un momento, papà. Sai dov’è finita la zucca di terracotta? Stamani nonl’ho vista sullo scaffale e l’ho cercata dappertutto. E’ un caro ricordo dellamamma».«Non lo so, Andrew. Non lo sapevo neanch’io che era sparita. Lo sai chenon entro mai nella tua camera senza il tuo permesso e che la puliscisempre tu».«Cercherò meglio. Ciao, papà».«Ciao», dice Paul voltandosi.Esce dalla camera, chiudendo la porta. Si allontana. Andrew si siede sulletto e ascolta i passi che si allontanano lungo il corridoio. Poi sente iltonfo della porta principale che si chiude. Infine l’auto che esce dalgiardino anteriore e si allontana.Ha mentito a suo padre.Non sta aspettando Bobby. Non ha chiamato nessuno con cui girare perHalloween. Quest’anno non ne ha nessuna voglia. Non voleva andare conpapà e se gli avesse detto che voleva stare da solo gliel’avrebbe impedito.Gli sarebbe infatti parso strano che rinunciasse alla notte di Halloween equindi l’avrebbe costretto ad andare con lui. E poi è triste: non trova lazucca e in tutto il giorno non ha visto Pitty. Prima di cena l’ha cercatodappertutto, in casa e nell’isolato. Non era mai successo che non rincasasseper pranzo. Suo padre gli ha detto che ogni tanto i gatti si allontanano,anche per giorni, per poi riapparire. Andrew lo spera. Non gli ha ancoradetto della zucca improvvisamente cresciuta nell’orto.Si avvicina alla finestra. La zucca naturalmente lo sta fissando. Oggi ascuola ha raccontato della zucca a Bobby, facendo finta che fosse unastoria letta in un fumetto. Poi gli ha chiesto se per lui potrebbe esserepossibile che accada veramente. Bobby ha detto di no. Ha anche detto cheil ragazzo in questione (del fumetto) potrebbe essere matto.In quel momento Andrew si sta chiedendo se non lo sia.
  • 185. No, non lo sei.«Chi ha parlato?», dice Andrew girandosi. Nella camera non c’è nessuno.Lo sai chi ha parlato.«Non è possibile. Le zucche non parlano. Sono io che sono pazzo», diceAndrew guardando la zucca.Non sei matto. Ti sto parlando io. Non preoccuparti, mi senti solo tu. Ma ticonsiglio di non parlare altrimenti chi passa e ti vede alla finestrapotrebbe pensare che sei pazzo. Io leggo nel pensiero, puoi anche pensarequello che vuoi dirmi.«Chi mi vede parlare da solo potrebbe anche pensare che sto telefonandocol bluetooth», pensa Andrew.Allora perché adesso hai pensato quello che volevi dirmi invece diparlare?Quando la zucca parla Andrew vede nettamente la sua bocca intagliatamuovere le labbra. Dai suoi fori esce la solita luce arancione.«Cosa vuoi da me? Perché mi parli?», pensa Andrew.Perché hai chiesto a tuo padre dov’è Pitty? Lo sai benissimo cosa gli èsuccesso ieri sera. Al massimo ti sarai chiesto stamattina dov’è adesso ilsuo corpo.«Non so di cosa parli. Non so cosa gli è successo. Tu lo sai? Non gli avraifatto del male?»Io no.Ad Andrew gira la testa. Si mette una mano sulla fronte e si appoggia conla mano sinistra all’armadio. Si allontana dalla finestra e si siede sul letto.Ora ricorda.La vigilia di Halloween, la sera prima. Andrew è in camera e si sveglia; siera addormentato vestito sul letto. Suo padre è appena uscito, ha sentito lasua auto allontanarsi. Starà andando a prendere le sigarette, pensa. Ora è dasolo, con il micio acciambellato sulle sue gambe che le fa le fusa.E la zucca magica.Alzati e vieni alla finestra.Andrew si alza di scatto, il gatto salta giù dal letto. Il bambino va allafinestra e fissa la zucca. Non si meraviglia che abbia parlato. Ogni tanto lo
  • 186. fa. E quando lo fa Andrew la ascolta. Quando quest’ultimo torna in sé nonsi ricorda di niente.Un tonfo ed un rumore di un oggetto di vetro che si rompe. Andrew si gira,sempre in trance. La zucca che ha fatto alle elementari per sua mamma ècaduta e si è rotta. In alto, sullo scaffale, il colpevole, Pitty. E’ la primavolta che lo vede salire fino lassù. Il gatto lo guarda e miagola nonrendendosi conto del guaio che ha causato.Hai visto cosa ti ha fatto? Uccidilo!«Stai scherzando? Ha rotto la mia zucca ma non l’ha fatto apposta. Nonsapeva quanto ci tenevo altrimenti non sarebbe neanche salito sulloscaffale», pensa Andrew, guardando il suo gatto, che ora torna indietro,camminando tra i mostri. Ne fa cadere uno sul letto.Ma era la tua zucca, quella che hai fatto con le tue mani per la tuaadorata mammina. Dall’alto ti starà rimproverando perché non fai nullaper punire il colpevole. Ci teneva alla tua zucca. Tantissimo. Aveva sorrisoquando gliel’avevi regalata ma in realtà ci teneva moltissimo, lo sai bene.Pitty ha anche graffiato il tuo vicino.«Basta, io voglio bene ai gatti e più di tutti al mio Pitty!»La zucca non risponde. Il gatto salta sul letto e da lì sul pavimento. Sistruscia sulle gambe di Andrew facendo le fusa.Voltati e guardami.«No! So cosa vuoi fare!»Andrew piange. Chiude gli occhi. Cerca di resistere.Voltati!Andrew si gira. Fissa per due minuti la zucca. Pitty si struscia ancora perun minuto sulle sue gambe, poi si acciambella accanto a lui.Andrew si volta all’improvviso e gli dà un calcio. Il gatto emette un fortemiagolio poi scappa dalla porta aperta della camera. Andrew lo segue,correndo. Va in salotto.«Pitty? Pitty dove sei?», dice Andrew prendendo l’attizzatoio appeso alcaminetto, quello che serve per muovere le braci. I suoi occhi sonospalancati, il bambino è in trance.Il gatto esce da dietro il divano e si avvicina a lui. Andrew sorride al suogatto. Accarezza Pitty. Lui chiude gli occhi e fa le fusa. Andrew va in
  • 187. cucina, col ferro in mano. Prende la ciotola di Pitty e la riempie di latte poila appoggia sul pavimento. Il suo gatto, che l’ha seguito, beve. Andrewalza l’attizzatoio e lo sbatte sulla testa di Pitty. Il rumore che si sente èquello di una noce rotta. Il muso del gatto sbatte sulla ciotola, che si ribaltasporcandolo di latte. Il gatto non emette nessun suono. Rimane immobilementre del sangue gli esce dal naso. Ha gli occhi chiusi. Andrew non hanessuna reazione. Si abbassa mettendo la mano sinistra nel latte spanto perla cucina. Ascolta il suo cuore tenendo il viso appoggiato al suo corpo.Batte ancora. Andrew alza l’attizzatoio, tenendolo con le due mani, con lapunta rivolta verso il basso. Vuole trafiggerlo.Un passante che cammina vicino a casa sua sente un forte urlo. Gli èsembrato un bambino piccolo. Non sono affari suoi, pensa allontanandosi.Andrew sta piangendo. Ha ricordato tutto. Anche di quando ha gettato ilcorpo del povero Pitty nell’orto, pulito l’attizzatoio, la cucina e buttato vianel cassone i pezzi del regalo della mamma. Ed è poi tornato a dormire.Ora si alza e va dalla zucca.«Perché mi hai fatto fare questo! Io volevo bene a Pitty, bastarda!», urlaAndrew rivolto alla zucca.La casa di fronte ha la luce della finestra del primo piano accesa. Da essa laragazzina, Jenny, lo sta fissando.«Chissà a chi sta urlando», sta pensando.Andrew sta fissando con odio la zucca, che non parla più. Ma sorride.L’hai ucciso tu mica io.Andrew va in salotto e prende lo stesso ferro che ha usato per uccidere ilsuo gatto. Esce nell’orto e si dirige verso la zucca. Jenny lo sta spiando.«Ma che fa?», pensa.«Jenny, non vuoi uscire con Abbie? E’ mezz’ora che ti sta aspettando»,dice sua madre, entrando.Jenny, travestita da vampira, si gira.«Cosa guardi alla finestra? Vai, che è ansiosa di ricevere dolci. Comepenso anche tu».«Va bene», dice Jenny abbassando la persiana. Non vuole che sua madreveda Andrew con un ferro in mano nell’orto e pensi male di lui. Non sa
  • 188. perché si sta comportando così ma gli è simpatico. Forse sta facendo unascenetta con il suo amico Bobby, come ha visto fare loro una volta. Jennyscende, seguita da sua madre.Andrew è sopra la zucca.«Ora ti distruggo, carogna!», dice.La zucca lo fissa. Andrew si rende conto di quanto è stato stupido. Dovevaavvicinarsi, chiudere gli occhi e farla in mille pezzi. Andrew spalanca gliocchi, imbambolato. Apre la mano e il ferro gli cade in terra. Si sentonodelle voci femminili. Andrew alza la testa. Jenny e la sua amica Abbiepassano per la strada. Stanno ridendo e parlando tra di loro, ma non si sonoaccorte di lui.Travestiti anche tu e puniscile. Abbie ti ha sempre preso in giro,chiamandoti grassone e secchione.«Jenny mi è simpatica però. Non mi ha mai preso in giro», pensa Andrew.Ma quando l’altra ti scherniva rideva anche lei. Pensaci se non è vero.Andrew si abbassa e prende la zucca. La strappa dalla pianta e la porta incasa. Essa non dice niente. La apre da sotto e la svuota, con un grandecoltello. Poi fa gli occhi, il naso, la bocca. Infine se la infila in testa. Poiesce di casa.Con in mano il coltello.Jenny cercando una casa, per suonare e dire al proprietario la solita frase:«Scherzetto o dolcetto?». E’ stata solo un’ora con Abbie poi quest’ultimaha ricevuto una telefonata da sua madre ed ha dovuto tornare a casa. Jennyavrebbe dovuto tornare subito a casa, i suoi genitori non vogliono che girida sola nella notte di Halloween. Gia sua madre le ha chiesto più di unavolta, prima che Abbie venisse a casa sua, perché uscivano solo loro due.Ma Jenny non vuole tornare a casa. Starà fuori fino alle undici poi torneràindietro.Sente dei passi, dietro di lei.Si gira, non vede nessuno. La strada alle sue spalle è deserta. Sta pensandoa quello che le ha detto sua madre riguardo alle strade di notte. Girano tipipoco raccomandabili. Mai uscire da sola.Non ode più niente. Se li sarà immaginati.Altri passi, qualcuno sta correndo. Jenny, pensando che vogliano prenderla,
  • 189. scappa voltando l’angolo. Si trova allimprovviso di fronte ad un bambino.Jenny urla. Il suo sacchetto di caramelle cade nella strada. Qualcuna rotolanell’asfalto. Jenny fissa il bambino. Ha una zucca in testa ed una manodietro la schiena.«Mi hai… spaventata. Chi sei?», dice Jenny abbassandosi e raccogliendo ilsuo sacchetto.«Andrew».«Ha, sei tu! E’ bella la tua maschera», dice Jenny pensando che in realtànon è affatto originale. Ma non vuole farlo star male dicendoglielo.«Adesso non riderai più”, dice Andrew, tranquillo.«Cosa stai dic..», dice Jenny.Andrew tira fuori la mano da dietro la schiena e velocemente le infila illungo coltello nell’addome. Jenny urla. Urla. Urla. Urla. Urla. Urla.Mercoledì 1 Novembre, giorno di OgnissantiPaul è seduto sullo scalino della porta vetro di casa sua, a guardare l’orto.In mano ha una bottiglia di whisky, semivuota. L’altra metà la bevuta lui.Ha passato tutta la notte a spiegare ai poliziotti che non poteva essere statosuo figlio ad uccidere quella bambina. Non ha mai fatto male a nessuno.Un giorno, ha raccontato all’ispettore che lo stava guardando come se fosseil più grande bugiardo della terra, ha visto Andrew guardare da vicino unragno, accanto al cuscino.«Non lo uccidi?», gli ha detto.Suo figlio ha risposto: «No, i ragni mi sono simpatici».«Non dico che l’ha fatto in piena coscienza. Penso che suo figlio sia…ehm», ha detto l’ispettore.«Schizzato? Questo vuole dire? Se ha fatto quello che ha dettosicuramente. Ma state sbagliando persona», ha detto lui.«Una donna è uscita sentendo le urla della ragazzina. Ha visto un ragazzocon una zucca in testa. Questo ragazzo si è tolto la zucca ed ha fissatoJenny. Dal suo racconto la ragazza era distesa in un bagno di sangue. Silamentava, non era ancora morta. Il bambino si è messo una mano inbocca, bianco in volto ed ha lasciato cadere il coltello. Abbiamo poi
  • 190. esaminato quest’ultimo, sopra ci sono le impronte di suo figlio. La donnaha chiamato la polizia, poi è uscita per vedere se il ragazzo era scappato.Per sicurezza con sé ha portato una pistola. Ma il bambino era sedutoaddossato ad un lampione e piangeva. Poi col coltello ha fatto a pezzi lazucca che aveva come maschera. In quel momento è passato un camion. Siè alzato in piedi e lha gardato il camion. Per me buttarsi sotto ma poi hacambiato idea. Il ragazzo è stato identificato da questa donna…»«Sì, lo so. Era Andrew, mio figlio, me l’ha già detto. E nelle sue mani avetetrovato il sangue di Jenny».«La quale è la vostra vicina», dice l’ispettore mettendo una monetina nellamacchina del caffè.Paul beve un altro sorso pensando a quando dopo ha potuto vedere suofiglio.«E’ stata la zucca, papà. Non è colpa mia. E’ stata la zucca che cresce nelnostro orto», gli ha ripetuto molte volte.Era in stato di choc. Comincia a convincersi che forse si è proprioammalato nella mente, come ha detto l’ispettore.L’erba dell’orto è cresciuta molto ed è diventata secca, nota Paul. Lui eKaren hanno voluto seminare zucche perché a loro piacciono molto. AdAndrew no ma quando maturavano gli piaceva svuotarle per la festa diHalloween.In mezzo all’orto è cresciuta una grande zucca. Che suo figlio si riferisse aquella quando diceva è colpa sua? Sapeva che stavano crescendo dellezucche ma non aveva mai notato che una fosse diventata così grande. Enon ha la minima idea del perché Andrew dia la colpa a quel frutto.Non è colpa mia, infatti. E’ colpa sua. Ed è stato lui ad uccidere Pittyperché gli ha rotto la zucca di terracotta che aveva fatto per la mammaPaul, che si era appena acceso una sigaretta ed aveva appoggiato labottiglia al suo fianco, alza lo sguardo, sorpreso. Si guarda in giro ma nonvede nessuno.Ho parlato io. La zucca. Ti dico io perché Andrew è diventato così. Lacolpa è del tuo amico Kevin,.Paul è esterrefatto. Alla zucca è comparso il classico viso di Halloween.Dall’interno si sprigiona un bagliore arancione. Essa ha parlato ma Paul
  • 191. non ha udito niente, le voci le si sono formate nel cervello.«Chi parla? Questi scherzi non mi piacciono. Andrew è malato, non haassolutamente colpa. E Kevin non centra per niente», dice Paul a vocealta. Ma sta guardando la zucca.Non è nessuno scherzo. Sono io che parlo, non mi vedi? Sono unamica diAndrew.Paul rimane a bocca aperta. La sigaretta accesa gli si è consumata a metà,tra le dita. Ha visto la bocca della zucca muoversi ed l’ha sentitanuovamente parlare. Penserebbe di essere pazzo se non ricordasse cos’hadetto Andrew. Ora comincia a capire cos’è successo. Non sa cos’è quellacosa ma potrebbe essere lei che ha trasformato così suo figlio.Mary. Il suo racconto sui demoni evocati dai Baje, gli antichi popoli diAbywa.Non è come pensi.Paul ha capito che il demone le mente di continuo. Ora sta fissando gliocchi della zucca, in stato di trance.«Paul! Ehi, Paul!»Paul si sveglia come da un torpore. E’ Kevin. L’uomo si alza e va verso ilsuo amico, il quale è fermo dietro la staccionata assieme a sua moglie,Christine. Passa vicino alla zucca, che è tornata normale. Paul è contento. Iveri amici si vedono nel momento del bisogno. Sicuramente Kevin hasaputo quello che è successo da suo figlio Robert, che lavora alla centraledella polizia. L’ha incontrato infatti la notte scorsa. Paul si avvicina aKevin. Si volta a guardare la zucca, poi l’attenzione torna al suo amico«Robert ci ha detto tutto. Ci dispiace molto e ti diciamo subito checrediamo nella sua innocenza. Ma non parliamo di questo. Vuoi venire apranzo con noi al King’s Chicken? Magari poi facciamo anche unapasseggiata», dice Kevin.«D’accordo. Aspetta solo quindici minuti che mi preparo e vengo. Vuoientrare?», dice Paul.«No, non vogliamo disturbare, aspettiamo qui».Paul spegne la sigaretta nella staccionata, poi va verso casa, tenendo lacicca in mano. Mentre lo fa da un’occhiata veloce alla zucca.«E’ normale, adesso», pensa.
  • 192. «E’ meglio se mangiamo a casa nostra, mi è sembrato un po’ alticcio», diceChristine.«Hai ragione, cara. Sì, glielo dico adesso. Penso che a lui vada bene lostesso», dice Kevin.Venti minuti dopo Paul esce di nuovo dal retro e fa un largo giro per nonpassare sulle piante e sporcarsi le scarpe. Apre il cancelletto, poi lo chiudea chiave. Kevin spiega il cambio di programma a Paul, il quale èd’accordo. Quest’ultimo in mano ha un’altra sigaretta, che ha acceso incasa. La butta nell’orto, senza pensarci. Sale sull’auto del suo amico. Siallontanano.La cicca buttata è finita su un vecchio fazzoletto di carta che Andrew avevaperso nell’orto, seminascosto nell’erba. Il fazzoletto prende fuoco, e a suavolta brucia l’erba secca. Un leggero venticello innesca un fuoco chepresto diventa un incendio. Il vicino, l’unico presente nelle case adiacenti,se ne accorge dopo mezz’ora, quando è appena rincasato da un acquistoeffettuato in un negozio.Un’ora dopo, racconta a Paul di quanto le fiamme erano alte e di quandoha visto un’esplosione nel giardino posteriore e la casa prendere ancora piùfuoco. Colpa della bottiglia di whisky, pensa Paul. Il vicino nel suoracconto ha omesso solo un particolare.Tra le fiamme ha visto una specie di ectoplasma librarsi nell’aria escomparire. FINE COMMENTONella prima versione di questo racconto Paul vendeva la sua casa ad unacoppia di anziani che gli diceva che stava per venire a trovarli un nipotinoche ha la stessa età di Andrew. Mostrando la casa si accorgeva di unagrossa zucca, cresciuta nel campo. Poi ho pensato al povero Andrew... evolevo che in qualche modo fosse vendicato.
  • 193. LINVITATOOgni riferimento a fatti e persone realmente esistenti e omonimie ètotalmente casuale. Dorry ed Unity non esistono. Mi scuso per laclassificazione delle classi delle scuole superiori americane. Non sapendocome sono numerate ho messo lalfabeto seguito da un numero.E proprio fantastica la villa della mia amica Kerri. Del resto lei, o megliosuo padre, è molto ricca. Ha organizzato una bella festa di Halloween. Io,vestito da Jason, il protagonista di una serie di film splatter, suono allaporta. Con me ci sono Alfred e Bob, i miei amici. Il primo è vestito da lupomannaro il secondo da zombie. Veramente due costumi originali... non cheil mio lo sia. Chissà quanti nella villa avranno la maschera da hockey sulviso. Suoniamo alla porta. La musica house giunge fino a qui. Sulla sogliaappare un cameriere. Avrà sui cinquantanni, alto e magro.“Prego, quali sono i vostri nomi?”.Da dietro compare Kerri. E alta, bella, con lunghi capelli castano scuro eocchi azzurri. Indossa un vestitino nero semitrasparente che lasciaintravedere un reggiseno che nasconde i suoi piccoli seni e un bel pancino.La gonna, dello stesso colore, invece è opaca ma lascia intravedere lamaggior parte delle sue belle gambe. Il viso è truccato di modo che sembripiù bianco del solito e ha una sbavatura di rossetto fatta apposta in unangolo della sua boccuccia dalla quale spuntano due lunghi canini diplastica. E vestita da vampira. Ride. Si toglie la dentiera.“Alfred! Bob! Tu allora... sei Ben!”, urla Kerri.Mi tolgo la maschera.“Certo, dolcezza”, dico sorridendo.“Dolcezza... belle parole per un pazzo assassino”, dice Kerri ridendo.“Sì, Jason lo è”, dico sorridendo.Mi prende per una mano e mi tira dentro casa. Dentro di me divampo.Kerri è corteggiata da tutti i suoi compagni ma io ne sono innamorato.Pazzamente.
  • 194. Sorridendo, mi guarda e mi accompagna, sempre tenendomi per manonella sua villa. Lanticamera è grande come la mia cucina. In alto è appesoun lampadario di vetro mentre sulla destra ci sono degli armadi. Ilcameriere prontamente ci toglie i giubbotti e li appende sugli appendiabitiposti negli armadi. Quando guardo il resto della villa resto di sasso. Hastanze altissime e grandissime e mobili antichi che varranno decine dimigliaia di dollari. Per non parlare dei quadri, la maggior parte dei qualisaranno autentici e non copie. Dopo un corridoio accediamo ad una grandesala dove una grande scalinata di marmo sale ai piani superiori. Noiproseguiamo diritto. Noto una bella porta di legno sulla destra; non so inquale stanza si accede attraverso essa. Percorriamo ora un lungo corridoio,che non fa parte della villa. La sua parete sinistra è fatta di vetri eattraverso di essa si intravede una piscina. In lontananza vedo che ilcorridoio termina in unaltra costruzione la cui parete di fronte è fatta divetro. Sopra ad essa si vedono una fila di finestre. E più bassa quindi dellavilla a tre piani anche se in totale sarà alta dodici metri.“Stiamo andando nelle ex scuderie, ora spostate in unaltra costruzione.Sopra, anticamente, cerano gli alloggi degli addetti alla scuderia e dei servidi mio nonno”, dice Kerri.La guardo. Se non fosse così bella, simpatica e intelligente varrebbe lapena corteggiarla anche solo per i soldi. Ma io con lei starei anche se fossefiglia di una addetta alle pulizie. Sono pazzo di lei.Ci sono delle armature ogni tanto. La villa è un mix, ottenutomagnificamente, di antico e moderno. Sento della musica a tutto spianoprovenire dalla porta in fondo al corridoio. Attraverso ad essa accediamo auna piccola anticamera. Sulla parete di destra intravedo degli specchi. Da lìsbuchiamo in un grande salone. Dentro ci saranno cinquanta ragazzi...forse più. Alcuni stanno prendendo le tartine e i dolci nelle lunghe tavoleantiche situate ai lati della stanza. Altri bevono il punch chiacchierando,altri ancora sono seduti sulle poltrone o sedie. In mezzo alla stanza granparte ballano.“Che stra...fi...ga... ta!”, dico.“Certo, Ben. Sono contenta che ti piaccia. Sopra abbiamo le camere per gliospiti... quelli che non stanno nella villa. Questo salone lo usiamo per le
  • 195. feste. Mio fratello più grande si è sposato qua”, dice guardandomi.Kerri ha due fratelli, Robert, che viene dopo di lei ed ha ventunanni, eMichael, quello che si è sposato, che ne ha ventotto. Kerri ancora non miha mollato la mano. E per niente al mondo gli ricorderò che lo sta facendo.Mi dirige verso il tavolo sulla destra. Dietro di esso vedo una alta porta divetro, in stile francese, aperta.“Se vuoi fumare, vai fuori. Ci sono anche i portacenere”.“I tuoi ci lasciano fumare?”, dico.“Sicuro”, dice Kerri ridendo.Mi indica il punch e io riempio subito un bicchiere che le porgo.“Per me? Grazie”, dice Kerri.“Prego”, dico riempiendomene uno anche per me.Buonissimo, anche se ha troppo alcool.“Non ho mai visto una vampira così bella”, dico.Certo, i succhiasangue lo sono... avrai letto Twilight”.“Lho visto al cinema. Già sono tutti bellissimi”, dico.Arrivano i miei amici. Sembrano invidiosi di me. Hanno capito che stasera(lo spero con tutto il cuore) combinerò io con Kerri. Sorridono e vanno abere il punch. E ci fissano.Noto che su un tavolo ballano due ragazze, semisvestite, stile cubiste.Cazzo, che roba. Kerri mi tira per una mano, vuole ballare. Accetto. Lei èmille volte meglio delle ragazze provocatrici che si dimenano sul tavolo.Appoggio la mia maschera sul tavolo e la seguo. Mi prende nuovamenteper mano. E proprio una serata fortunata.Balliamo come scatenati per unora. Quando il deejaj (un amico di Robert)fa ascoltare una musica lenta di Robbie io e Kerri balliamo stretti lunoallaltra. Sto impazzendo. Le piacerò o starà giocando con me? Alcuneragazze lo fanno.Dopo questo ballo Kerri mi dice: “Andiamo a bere un altro punch. Hosete”Peccato, sarei rimasto a ballare con lei... tutta la vita.Kerri versa un bicchiere a me poi a sé stessa. Mentre versa il punch colmestolo arriva Katherine, lamica del cuore della mia amata.“Kerri, è venuto un bellissimo ragazzo. Devi vederlo! Lhai invitato tu?”.
  • 196. Dentro di me si accende un piccolo fuocherello di gelosia. Non dovrei,Kerri non è la mia ragazza.“Calmati, se non mi dici chi è o non me lo descrivi come faccio asaperlo?”, dice Kerri ridendo.“Si chiama Joshua. Si è presentato a Lauraine, poco fa e cero anchio.Quella svitata ci si è buttata appena lha visto... che pazza”, dice Katherine.“No, io no. Forse qualcuno che conosciamo. Che importa, tutti gli amicidegli amici sono ben accetti... specialmente se carini”, dice Kerri.Katherine ride. E sempre agitata, non lho mai vista calma. Speriamo cheKerri non vada a vedere sto Joshua. Nessuno deve soffiarmela stasera. Nonche io faccia niente nel caso lei vada con qualcun altro ma spero nonaccada!Kerri si allontana con lamica e io la seguo, incuriosito. Guardo verso imiei amici. Lultima volta li avevo visti abbuffarsi al buffet, guardando mee Kerri ballare abbracciati. Vedo un gruppo di ragazze che sta parlando conqualcuno. Kerri si fa strada.“Ah!”, dice spalancando gli occhi.E rimasta rapita dallinvitato. In effetti è un bel ragazzo ma non capiscoche abbia per attirare le ragazze come mosche al miele. E alto, magro,moro con due occhi verde chiaro. E vestito da vampiro. Non ha la classicamantella di Dracula ma indossa una giacca e cravatta nera con una sciarparossa e dalla bocca sbucano due denti di plastica, di quelli che si applica suicanini, non una dentiera come ha Kerri. Sembra un fighetto, mi sta giàsulle palle.Costui sorride appena vede Kerri. Questultima rimane bloccata, a boccaaperta. Lintruso (lo è per me) si avvicina alla mia amica.“Scusa, stai bene?”Kerri si accorge che sta facendo la figura dellidiota.“Eh... come? Ah, sì... scusami te. Stavo pensando a dove ti ho già visto...”,dice.“Alla Dorry High School forse. Io ti ho vista una volta, tu sei in quarta B1.Io sono in quinta F2”, dice il ragazzo.“Conosco quella classe... sì, ti ho visto là. Come ti chiami?”.Io sono in quinta F1 e non ricordo di averlo mai visto nelle aule adiacenti
  • 197. ma posso non averlo notato. Strano, però.“Joshua. Tu, bellezza?”“Grazie! Kerri... mi chiamo Kerri”, dico.“Splendido nome per una splendida ragazza”.Le ragazze che ancora sono attorno a lui, guardano la mia amica con odio,dimenticandosi che la festa è stata organizzata da lei per loro.“Grazie!”Che coglione. Kerri non si accorge che fa i complimenti solo per farsivedere? Si vede lontano un miglio. E poi che frase banale ha detto!Josua prende per mano Kerri e si allontana con lei. In pochi secondi la miaamata sparisce tra i numerosi presenti. Per lei non esisto più. Sono deluso...fortemente deluso.Una mano si appoggia sulla spalla.“Mi dispiace”, dice Bob ridendo.Accanto a lui cè Alfred, che lo sta imitando.“Che cazzo avete da ridere?”, dico guardando i miei amici che si stannoprendendo gioco di me.“Lascia perdere, Ben. Se è così put... poco seria, non ti perdi niente. Tu seimeglio di quel tipo magro come un chiodo. E se cerchi tra le numeroseinvitate vedrai che trovi una che la pensa come me”, dice Ben.“Grazie del conforto... ora vi vedo come veri amici”.“Non si direbbe che ti abbiamo confortato. Hai una faccia da funerale”,dice Alfred.“Andiamo a bere un punch”, dico.“Certo... il settimo”, dice Bob.“Ne hai bevuto sette? Lho trovato particolarmente alcolico”, dico.“Ne abbiamo bevuti sette”, dice Alfred ridendo.Dal tavolo vedo che Kerri balla abbracciata a Joshua. Questultimo le dicequalcosa nellorecchio. Lei ride. Che testa di cazzo quel Joshua!Kerri tira per una mano, come aveva fatto con me, lintruso. La mia amataindica il grande salone. Poi va verso la piccola anticamera. Forse vuoleaddirittura mostrargli la villa. Cosa che non ha mai fatto con me! La seguo.Lo so che sbaglio ma voglio vedere se Kerri ha il coraggio di farlo. Dopoavermi illuso tutto il giorno e prima non mi stupirei che addirittura
  • 198. simboscassero. Le ragazze! Kerri può fare quello che vuole ma io nonlavrei mollata dopo il ballo per nessuna, neanche se da me fosse venutaShakira. E vero anche che io sono innamorato mentre lei di mee... non loso.I due si fermano prima dellanticamera, ne approfitto per avvicinarmi. Soche non si accorgerebbero di me neanche se stessi vicino a loro meno di unmetro. Il ragazzo sta per entrare, guarda a sinistra e il suo sorriso muoresulle sue labbra. Si ferma. Non vuole proseguire. Kerri lo tira, dicendoglidi proseguire. Lui diniega con la testa. Kerri gli dà uno strattone e luiobbedisce.Accade tutto in un un minuto. Guardo a sinistra e mi blocco, rimanendo abocca aperta. Kerri, che stava trascinando Joshua mi vede e sarrabbia.“Cosa fai? Mi segui?”, mi dice.“Veramente io... no”, dico.“Sì, sei geloso. Solo perché abbiamo ballato assieme non significa cheadesso devo stare solo con te”.“E chi lha detto, Kerri?”“Chi è quello?”, dice Joshua.Non mi aveva neanche notato prima, quando era attorniato da quel nugolodi ragazze.“Un amico”, dice Kerri.Incredibile, mi considera amico, pensavo stesse per dire conoscente.“Io cercavo solo il bagno ma tolgo subito il disturbo”, dico girando su mestesso e allontanandomi.“Divertiti”.Mi giro. E stato Joshua a dirlo. Mi guarda sorridendo. Che figlio diputtana. Chiudo la grande porta e torno nel salone. Voglio ubriacarmi colpunch. Forse qualcuno ha portato del whisky... anzi di sicuro. In questefeste cè sempre. Una bella ragazza con lunghi capelli mori si volta verso dime. Ma quando si accorge che la sto guardando torna a rivolgerelattenzione alla sua amica grassa.Ad inizio serata pensavo che questultima sarebbe stata una delle più belledella mia vita. E il contrario. Non è una notte per andare a ragazze. Sonodepresso. Ma della mora non mimporta niente. Amo Kerri. E la perderò. I
  • 199. miei amici si avvicinano.“Ben, Josua è sparito con Kerri.Sparito è il termine giusto.Quando ho guardato gli specchi ho visto riflesso me e Kerri. Questultimateneva le mani in aria, come per tirare qualcuno. Ma Joshua non cerariflesso.“Ben. Abbiamo chiesto a tutti, nessuno sa da dove viene”, dice Bob.“E di sicuro non dalla quinta F2. Ho incontrato Charlie e lui è nella stessaclasse. Non cè nessun Joshua. Manco la descrizione gli torna”.“Kerri!”, dico.Corro verso lanticamera. Sbatto contro la ragazza mora di prima e lefaccio cadere il punch.“Scusa”, urlo ma non rallento.Lei mi urla un insulto ma faccio finta di non sentire. Schivo una coppiettache sta limonando in piedi e arrivo alla porta dellanticamera. La apro. Noncè più nessuno ovviamente. Corro lungo il corridoio. Guardo ancheallesterno. Lungo il corridoio infatti da alcune porte si accede al cortileesterno. Arrivato alla sala del lampadario vedo una porta aperta sullasinistra. Sento una risata femminile provenire dallinterno.Poi un forte urlo.Spalanco la porta e mi ritrovo in una grande biblioteca, immersa nellapenombra. Ci sono alcuni tavoli con sedie e anche un piccolo salottino dalettura. Del vento gelido sta spirando da una finestra stile europeo, con leante aperte verso linterno, facendo sollevare i bei capelli di Kerri. Joshuasta baciando questultima sul collo mentre lei sta cercando di liberarsi. Ilsuo urlo è di dolore.“Lasciala!”, urlo.Il grido di orrore di Kerri si tramuta in una risata. Il suo viso mutarapidamente, dalla paura passa alla catatonia poi alla felicità ed infinesembra quasi che stia godendo.“Ah!!!”.Sì, è un orgasmo. Joshua la lascia e lei cade come un sacco di patate. Lui sigira e ride. Dagli angoli della sua bocca cadono due rivoli di sangue. Ridee solo allora mi accorgo che i suoi non sono denti di plastica ma veri. I suoi
  • 200. occhi ora sono senza vita. Dietro di essi leggo solo malvagità. La sua risatarintrona nella biblioteca. Non sembra importargli niente di Kerri. Fa unamossa, vedo qualcosa muoversi alla velocità della luce, passare attraversouna finestra aperta. Quel qualcosa fa sbattere le finestre con violenza. Ioaccendo la luce e mi avvicino a Kerri. Lilluminazione a neon sembra farscomparire latmosfera diabolica e irreale che ha pervaso la stanza. Ma aricordarmi che tutto è accaduto è Kerri, distesa supina sul pavimento. Dallato destro del collo esce molto sangue, che le ha sporcato anche il graziosovestitino. La macchia si sta ampliando. La sua bocca è aperta.I suoi bellissimi occhi sembrano guardarmi. In realtà non vedono niente.Kerri è morta.Il sangue cessa di colare dal collo. Tutto conferma la mia teoria.Joshua era un vampiro. Ha succhiato quasi tutto il sangue da Kerri. Escappato, lasciando me, da solo, nel salone. Allora esistono. Delle lacrimescendono lungo le mie gote.Kerri.Ti amavo più della mia stessa vita.“Cosa hai fatto?”Mi volto e vedo il cameriere magro.“Niente! Non lho neppure toccata. Sono appena entrato. Avevo sentito unurlo”, dico.“E perché non eri alla festa?”“Cercavo il bagno”, dico.Il cameriere mi prende per un braccio, mi porta in unaltra stanza, apre unaporta e mi ci chiude. E un piccolo sgabuzzino. Certo, crede che sia stato io.E cosa posso dirgli per fargli cambiare idea? Che lho vista con Joshua?Certo, alcuni confermeranno che li hanno visti uscire assieme dal salone. EJoshua dovè adesso, mi chiederanno tra le tante cose. Tra le quali: comemai non ho avvertito subito qualcuno?E passata una settimana e i poliziotti mi hanno rilasciato ma non devolasciare Dorry. Kerri ha solo due piccoli buchi, allaltezza della carotide ele manca l80% del sangue. Tutti credono sia stato io a uccidere Kerrianche se non sanno come. Su di lei hanno trovato le mie impronte e quelle
  • 201. di una persona della quale non esiste unidentità. Certo, ho ballato con lei.Ai poliziotti ho raccontato che lho trovata nella biblioteca dopo chelavevo vista assieme a Joshua. Lavevo cercata e lho trovata. Peccato chenon esista nessun abitante di Dorry che alla nostra età si chiama Josua.Stanno cercando nella vicina Unity. Quando mi hanno chiesto se ero gelosodi Kerri ho negato. Mi era simpatica ma non mi piaceva, ho detto loro. Nonmi hanno interrogato a lungo, però. So che se lo faranno, e quando accadràdirò loro di Joshua. Nessuno resiste agli interrogatori dei poliziotti. Micrederanno pazzo.Ma non mi hanno tenuto in prigione grazie allavvocato di mio padre.Manca il movente e sopratutto la modalità dellomicidio e quindi larma.“Non penserete che le abbia succhiato il sangue?”, ha detto lavvocato aigiudici.Non io.Ora entrerò in un luogo dove la polizia non mi cercherà. Dove forse nontornerò indietro neanchio.Ma non mimporta. Forse sono sciocco ma senza di lei non vale la penavivere.Il posto è il bosco a ovest di Dorry. Dove le persone scompaiono. Dovenessuno ci mette piede. Dove non si sente nessun uccello cantare, nessunmammifero muoversi nel sottobosco, nessun insetto volare. Nel bosco diDorry ci sono solo alberi secolari e strani fiori.E loro. FINE Claudio Vasi 27 ottobre 2010Buon Halloween
  • 202. LA FONTE Non tutti i desideri si possono avverareNorimberga, 10 giugno 2008Elias spalanca la bocca come se volesse divorare la sua camera da letto. Inrealtà è solo uno sbadiglio; stiracchia i suoi muscoli e allunga le braccia,guardando la debole luce del sole forare la sua tenda. Gira il capo e guardala sveglia: sono le 5 e 24. E presto, troppo presto. Elias scende dal letto,infila le ciabatte poi va verso il bagno per urinare. Urta la sedia dove lasera butta i suoi indumenti. Non è molto ordinato, anche se è tedesco. Va ingabinetto per espletare i suoi bisogni. Mentre li fa guarda dalla finestra, laquale ha la tenda scostata. In lontananza vede i palazzi di Norimbergainondati dalla luce rossastra dellalba. Accanto agli alti palazzi nota le murache circondano il bellissimo centro storico della città. Elias si guarda allospecchio. Le rughe solcano il suo viso da quarantenne. Alza le spalle, tiralacqua e poi torna a dormire. Domani deve lavorare.Elias chiude la porta della sua casa e si dirige verso lorfanotrofio dovelavora come psicologo. E situato in una via distante appena tre chilometrida dove abita. Visto che la sua pancia si stava ingrossando ha deciso ungiorno di andare a piedi a lavorare. Sono passati tre anni da quelladecisione ed adesso è visibilmente dimagrito. Naturalmente non soloperché va a piedi, mangia di meno, elimina quasi del tutto i grassi (ognitanto una bella griglia mista con gli amici non se la lascia scappare), bevedi meno e va in palestra a fare corpo libero. La sua vita è cambiata inmeglio, si sente più forte e più giovane di quando, come massimo sforzo,alzava il sacco delle immondizie. Nel braccio ha la borsa in cui tiene idocumenti e il suo portatile in cui ha installato linux. Mentre passa vicino adelle vecchie case vede i fori dei proiettili che risalgono alla secondaguerra mondiale. Il comune li ha riempiti con la malta ma non cancellati, insegno di ricordo delle battaglie che la città ha vissuto negli anni 40. Oratutti i tedeschi hanno cancellato dalla memoria quei brutti momenti e
  • 203. nessuno (a parte certi fanatici) si riconosce nelle ideologie di quegli anni.Elias svolta nella strada dove ci sono altre alte case. In fondo, sulla destra, ipalazzi finiscono e compare una grande villa con un ampio giardino;lorfanotrofio Bartels. Dietro la casa cè un piccolo campo di calcio dove ibambini si divertono. E sempre pieno, i ragazzi sono molto tristi dentroquindi si sfogano con lo sport... o o picchiando i loro coetanei. Accanto alcampo cè un grande dormitorio, dipinto di bianco. Tutto è curato eperfetto. Elias arriva allorfanotrofio e suona il campanello. La porta siapre, dalla telecamera accanto al portoncino il custode lha visto ericonosciuto. Elias entra nel giardino e poi nella villa. Incontra Maria, unadonna del personale. Ha ventitré anni ed è molto carina; abita ad Erlangen,una città che dista 24 km da Norimberga.«Ciao Maria».«Buongiorno, Elias, tutto bene?», dice Maria sorridendo.E sempre sorridente, è molto simpatica.«Sì, per un single che lavora tutto il giorno con dei bambini scalmanati,tutto ok», dice Elias.«Lo so che scherzi, ti piacciono i bambini. Non me la dai a bere».«Hai ragione, Maria. Successo niente di nuovo?»«Beh, Adam è sempre triste. Gli mancheranno i genitori. Glielho chiestomolte volte ma ha sempre negato», dice Maria.«Vado a parlargli. E nel campetto?», dice Elias.«Sì».Lo psicologo esce dalla villa e va nel campo di gioco. Seduto su unapanchina cè Adam, un ragazzo sovrappeso con molti brufoli e capelli neri.Si sta tenendo un dito su cui è appiccicato un cerotto. Appena vede Eliasarrivare lo saluta.«Buongiorno signor Richter», dice Adam.«Giorno, ti ho detto molte volte che puoi chiamarmi Elias. Come mai staiseduto e non giochi con gli altri? Mi pareva che ti piacesse il calcio», diceElias.«Sì, mi piace. Ma adesso non mi va».«Dimmi qualè il problema. Ti fa male il dito?»«No».
  • 204. «Ti manca tua mamma?»«Anche. Ma non è quello il problema. Nessuno può risolverlo».«Non è detto. Ti prendono in giro gli altri bambini?»«No, non è per quello», dice Elias.Lo psicologo guarda gli altri bambini che rincorrono un loro compagnocon la palla in mano. Urlano e si spingono. Mark, un ragazzo alto e biondo,fa lo sgambetto a Christian. Questultimo cade per terra, imprecando. Eliastorna a guardare Adam.«Sono mesi che non lo dico a nessuno. Sono triste perché tra qualche mesemorirò», dice Adam.«Il medico ha detto che stai benissimo. Hai una malattia di cui nonsappiamo niente?»«Sto ringiovanendo Elias. Cinque anni fa ho bevuto una fonte digiovinezza e sto ringiovanendo. Diventerò sempre più piccolo, fino amorire».«Diventerò un neonato. Ad un certo punto il mio corpo, che dovrebbetrovarsi nel grembo di una donna, morirà. Anche se mi mettessero in unincubatrice o una qualsiasi macchina, il mio corpo retrocederà fino adiventare un feto e poi una cellula. Inutile dire che, anche se sopravvivessia questi processi il passo successivo sarebbe la mia morte. Per fortuna giàverso i tre anni comincerò a non rendermi più conto di quello che mi stacapitando. Mi sono informato molto, mesi fa...», dice Adam.«Hai tanta fantasia, Adam, potresti sfondare come scrittore», dice Eliassorridendo.«Purtroppo è la verità e pochi di quelli a cui lho detta la prima volta mihanno creduto, compresa la mia ragazza, Renette».«Hai una ragazza?»«Era linfermiera di mia moglie quando avevo quarantuno anni».«Le storie fantasiose mi piacciono ma non chi mi prende in giro. Nonpenserai che creda alla storia che stai ringiovanendo?»Adam, guarda Elias. Non è né arrabbiato, né dispiaciuto, come se non fossela prima volta che vede una reazione come la sua.«Non mimporta se non mi crede. Se racconterò la mia storia a qualcuno
  • 205. forse starò meglio. Vuole ascoltarla?», dice Adam.«E lunga?»«Sì».Elias guarda lorologio.«Va bene, ma non raccontarmi fandonie»«Non voglio che tu mi creda, voglio solo che mi ascolti. Lo farò però a duecondizioni. Non interrompermi e non farmi domande, qualsiasi cosa tusenta», dice Adam.«Daccordo. Se questo ti farà stare meglio».«Ero un ingegnere della Miesens, una azienda che progettava cantieri perle miniere. La ditta lavorava per conto di ditte o di privati. Qualsiasi cosaquesti cercassero la Miesens studiava dove e come effettuare gli scavi econ quali apparecchiature. Io progettavo le miniere, come fare le gallerie,gli ascensori, come rispettare i parametri di sicurezza, una cosa a cui laMiesens ci teneva molto. Insomma un lavoro difficile e di responsabilità.Beh... per quello ero pagato bene. Nel 1984 lavoravo in Perù, per cercareuna vena dargento alternativa alla famosa miniera di Cerro de Pasco. Ilpaese si trova a circa 40 chilometri da Cerro. Lazienda mineraria per cuilavorava la Miesens si chiamava Specaz, mi pare. Un nome ridicolo. AYanabamba avevo conosciuto un sacerdote di una religione locale. Nonricordo quale ma so che si vantava che discendeva dagli antichi Incas. Sichiamava Alonso Atau ed aveva due anni meno di me, cioècinquantanni...»«Nel 1984 avevi cinquantadue anni? Ma se ne hai dieci adesso? Non seidel 1998 quindi ma del 1932», dice Elias.«Sì, mi lasci continuare. Una sera di luglio faceva molto caldo, eravamonel secondo bar (ce nerano solo due) del paese. Su un palco suonava unabanda, una musica molto allegra. Il locale era pieno di minatori chelavoravano nella mia miniera...»Yanabamba, 13 Luglio 1982La musica scatena gli animi dei minatori e delle ragazze, accorse per laloro presenza. Sono tutte in minigonna e scollate. Unimpudenza... e dopo
  • 206. si meravigliano se qualche minatore ubriaco gli mette le mani addosso.I loro corpi sensuali danzano, sculettando. La luce delle lampadine rifletteil loro sudore. Non posso negare di essere eccitato. La musica è bella. Leperuviane mi piacciono molto, anche il Perù non è male.Allungo la mano verso il bicchiere di whisky e ne bevo un sorso. Alonsosta ridendo, col bicchiere in mano, e sta guardando la ballerina.Il mio sguardo cala su un ragazzo che sta parlando con unaltra bellaperuviana.«Vedi quel ragazzo, Alonso? Quello che parla con quella ragazza carina? Sichiama Fausto Capac ed è uno dei caposquadra che lavora alla Specaz.Potessi tornare alla sua eta ci proverei anchio con una delle sue amiche. Levedi? Sono da sole, sedute in quel tavolo. Si capisce che conoscono quellaragazza», dico.«Sì, ho visto tutta la scena. La ragazza era proprio con loro, poi si èavvicinato quel tipo che conosci e lha invitata a ballare. Ora le ragazzesono là, in quel tavolo, a parlare», dice Alonso.Sorseggia il suo whisky.«Mi piace la vostra bevanda», dice poi sorseggiando altro whisky.«Non è nostra, è americana. Beh.. è stata inventata in Europa», dico.«Già», dice Alonso guardando Fausto. Questultimo sta baciando laragazza.«Non è che conosci una vecchia magia che fa ringiovanire?», dico al mioamico.«No, e se la sapessi fare lapplicherei su di me».Scoppio a ridere. Lui non dice niente ed osserva ancora la coppia. Noncapisco perché, è una scena vista mille volte in questo bar di notte. Ad uncerto punto si gira verso di me.«Conosci la leggenda della fonte?», dice prendendo la bottiglia di whisky eversandosene un poco nel bicchiere.«No, di cosa stai parlando?»«Pochi sanno che prima degli Inca cera un popolo primitivo che basava lapropria esistenza sulla religione e ladorazione di molti dei. I Kuzpac eranopluriteisti...», dice Alonso.«Mai sentiti nominare. E sì che ho studiato il Perù e gli Inca alluniversità»,
  • 207. dico.«Veramente? Ma non sei ingegnere?»«Lo sono diventato dopo, con la seconda laurea. Te li sei inventati iKuzpac?»«No. Pochi, te lho detto, sanno della loro esistenza. Veniamo alla leggendadella fonte, della quale sono venuto a conoscenza da dei loro antichi scritti(i Kuzpac sapevano leggere e scrivere). Si narra che un loro dio burlone,Mincas, abbia voluto esaudire il desiderio del capo della tribù e sacerdote,il quale voleva ringiovanire. Il capo, Zukas, aveva sessantanni quando fecequesta richiesta a Mincas. Il dio esaudì la sua richiesta creando una fonteproprio sulla montagna dove lavori te. Zukas bevve lacqua e ringiovanì»,dice Alonso«Beh, della fonte della giovinezza si è sempre parlato. Peccato che nonesista. Del resto se non morissimo di vecchiaia nel mondo ci sarebberotroppe persone. Moriremmo di fame», dico.«Alcuni dicono che la leggenda non sia una storia e la fonte esista.Secondo il mio amico Pablo si trova accanto al Salto del Diavolo. Unsentiero, che parte poco lontano dalla tua miniera, scende accanto allacascata e termina proprio in una fonte che esce dalla montagna, fa un girosui sassi e ripiomba nel sottosuolo attraverso un pozzo. Per quello nessuno,a meno che non vada là, può bere lacqua. Scompare negli abissi».«Ah! Ah! Ah! Pablo ha davvero molta fantasia».«Beh, lui lha vista e ha detto che è acqua normalissima. Bah, in fondoringiovanire non è utile, torneresti a fare sbagli», dice Alonso.«Non ne sono sicuro, sapendo quali sono stati i tuoi errori non liripercorresti».«La fonte della giovinezza non esiste quindi mettiamoci il cuore in pace».Annuisco e continuo a bere la birra. Quella notte non sono riuscito adormire, come nei giorni precedenti, ma non per gli insetti o il caldo. Lapromessa che ho fatto ad Alonso non lho mantenuta. Ho continuato apensare alla fonte.Il giorno dopo sono arrivato prima alla miniera di Specaz, verso le sei.Sono sceso dalla mia jeep e ho notato che i capocantieri erano già allavoro. I minatori arrivano alle sette. Vedo anche Cisco che sta fumando
  • 208. una sigaretta mentre vede la cartella dove cè scritto il programma dellegiornata. Lui dirige tutti i capocantieri della miniera. E un uomo grasso econ degli enormi baffi.«Ciao Adam».«Buongiorno Cisco. Tutto bene?»«Abbiamo problemi con la galleria sedici. Le travi allentrata sono tuttepiegate», dice Cisco.«Hai mandato a controllare?»«Certo».«Non ci sono minatori in quella galleria, vero?»Cisco ride.«Tu sei solo un ingegnere. Fai parte anche della sicurezza per caso?»«No. Quindi hai mandato lo stesso i minatori. E molto pericoloso lo sai.Gli incidenti sono frequenti in miniera, è inutile cercarseli», dico.«Li ha mandati Edmundo, io non centro», dice Cisco.«Va bene, io faccio un giro».«Quanto stai qua?».«Rimango qualche giorno».«Il tuo lavoro è finito», dice guardandomi con occhi duri.Cisco non è mai stato simpatico, mi ha sempre trattato duramente, anche seio non gli ho mai dato occasione per farlo. Quando uno si comporta cosìvuol dire che è invidioso di te. Cosa gli importa di me poi, lo sa solo lui.Non dico niente e mi allontano, sapendo di avere i suoi occhi di ghiacciosu di me. Vado verso il Salto del Diavolo. Per arrivarci devi passare inmezzo a degli alti cespugli. Prima di vederlo senti il rumore della cascata.Essa si chiama così perché fa un salto di 150 metri, cadendo in uncanalone. Sento un rombo. Rallento poiché da un momento allaltro sarò suun dirupo alto trecento metri. Mi fermo.Sulla mia destra vedo la cascata, che inizia una ventina di metri sopra dovesono io. Sulla sua sinistra si alza una parete. Davanti di me, a meno di unmetro, cè il salto. Mi avvicino ancora al precipizio. Devo stare attento, icespugli nascondono il baratro. Eccolo.Vedo la cascata che rimbalza una trentina di metri su una piccola conca poifa un altro salto, quello definitivo. Non vedo nessun sentiero. Sulla sinistra
  • 209. il pezzo di roccia dove sono termina col burrone. Per di là non cè di sicuro.Eppure quel sentiero deve essere per di qua.Se esiste.Ma che cavolo sto facendo? Non crederò alla storia della fonte?«Adam, Adam!»Mi giro. E Hilario, lavora con la Miesens.«E successo qualcosa? Ti vedo preoccupato»«Lentrata della galleria sedici è crollata. Un carrello pieno di terra è uscitodalle rotaie e ha colpito le travi in pieno. Sono bloccate trentaduepersone!»«Dannazione!»Norimberga, 10 giugno 2008«Interessante questa storia. E così strana che sembra vera», dice Elias.«E vera. Mi aveva promesso...»«Va bene, va bene. Non hai trovato la fonte della giovinezza allora?», dicesorridendo Elias.«No, sono dovuto tornare indietro. Per colpa di Cisco sono morte trentaduepersone...», dice Adam.«Mi spiace. La storia continua?», dico guardando lorologio.«E appena allinizio», dice Adam mettendo una mano in tasca.Ne estrae un pacchetto di chewingum. Ne offre uno ad Elias, il quale fa uncenno negativo con la testa. Adam ne prende uno e se lo mette in bocca.«A trentanni avevo perso labitudine di mangiare chewingum. Non soperché», dice.Elias deve andare in ufficio, è tardi. Sta per dirlo quando si blocca. Non saperché ma è interessato alla storia dellorfano.«La storia continua nel giugno del 2003. Non ti avevo detto che avevo unamoglie che viveva qui, a Norimberga, dove avevo la mia casa. Purtroppo civedevamo poco, ero sempre via per lavoro. Nel 2003 ero in pensione giàda dieci anni. Ero riuscito ad anticipare alletà di sessantanni. In quegli anniera difficile ma ancora possibile...», dice Adam.«Tu avevi settantanni allora... Hai trovato quel mese la fonte? In sette anni
  • 210. allora sei ringiovanito di sessantanni!», dice sorridendo Elias.«La smetta di sorridere, è tutto vero, anche se assurdo!», dice Adam.Il bambino smette di parlare e guarda linsegnante.Dopo un attimo dice: «Scusi, da bambino e da giovane in generale ero...sono impulsivo. Io stesso certe volte penso sia tutto un sogno, figurati cosane potrebbe pensare qualcunaltro... Non sbaglia... volevo dire... non labiasimo», dice Adam.«Continua la tua storia».«In quel mese ero tornato a Yanabamba in ferie con Laura. Era il nome dimia moglie. Aveva sessantatré anni. Lho conosciuta alluniversità e lhosposata pochi mesi dopo la laurea. Quella volta non si aspettava molto.Torniamo alla vacanza. Avevo deciso di rivedere la mia vecchia miniera eil paese. Non volevo stare molto, al massimo due giorni, facendo dellebrevi camminate con Laura. Io ero in piena forma, correvo ogni mattinacome ho sempre fatto. Da piccolo ero grasso ma a sedici anni hocominciato a mangiare di meno e a praticare sport.Mia moglie non poteva affaticarsi per problemi di cuore. La mattina del 20aveva mal di testa. Ne aveva sempre avuti ma da qualche settimana eranofrequenti e molto forti. Volevo rimanere accanto a lei ma si era riempita ditranquillanti. Dormendo, diceva, aveva meno male. Lei stessa tra laltro miaveva detto che potevo andare. In caso di bisogno avrebbe suonato ilcampanello dellalbergo o mi avrebbe telefonato al cellulare. Non lo sapevausare bene ma conosceva lutilizzo dei tasti della chiamata rapida.Premendo un tasto mi avrebbe telefonato in automatico. Uscii dallalbergo.Non ricordo come si chiamava, era uno dei due del paese. Quando cilavoravo io diciottanni prima cera solo uno, ci dormivano tutti i dirigentidella Specaz e Miesens. Gli operai dormivano in una specie di casermacomprata dalla Specaz.Uscii dallalbergo...»Yanabamba, 20 giugno 2003Appena uscito vedo un campetto situato di fronte. Dei bambini stannogiocando a pallone. Da piccolo mi piaceva tanto ma ho perso la voglia di
  • 211. rincorrere una palla da cinquanta anni. Smetto di guardare la partita. Iragazzi potrebbero pensare che quel vecchio coi capelli bianchi che li fissasia un maniaco. Salgo sul fuoristrada preso a noleggio ed esco daYanabamba. Ricordo ancora la strada. E situata appena fuori dal paeseverso sud, sulla destra. Eccola, rallento e la imbocco. Quella volta era unastrada di terra ora è asfaltata. La strada comincia a salire in pendenza,snodandosi in stretti tornanti. Man mano che mi allontano da Yanabambalasfalto diventa sempre più rovinato. In molti punti si è crepato ed ognitanto ci sono addirittura dei buchi. Spesso le mie ruote schiacciano dei filiderba che sono cresciuti attraverso le fessure. E come se la minieraportasse disgrazia ed avesse lei rovinato la strada. Molte persone sonomorte quando ci lavoravo nel 1984. Non incontro nessuno per la strada edè un bene visto che è rimasta stretta, i camion ci passavano appena. Inoltrenon ho più i riflessi di quando lavoravo qua. Arrivo dopo tre quarti doraalla miniera.Come pensavo, è chiusa è abbandonata. Lunico stabile in legno ha le portee finestre chiuse. Lerba è cresciuta dappertutto. Mi viene in mente la storiadella fonte.Sono tornato per quel motivo? Credo di trovarla e che bevendone lacquaringiovanisca?Che assurdità. Sono tornato per curiosità. E Laura vuole vedere il Perù.Dopodomani andiamo a Lima. Non possiamo andare a Machu Picchuperché la via per andarci è troppo dura per lei. Io ci sarei riuscito. Sonotornato anche per Alonso. Un suo amico, che ho trovato nel Charlie, nelmitico bar dove andavamo io e Alonso a bere (non dove mi ha raccontatodella leggenda, quello è il Rocky Bar), mi ha detto che era fuori città.Spero di incontrarlo prima di ripartire. Dovrebbe avere sessantotto anniadesso, aveva due anni meno di me.Fermo il fuoristrada davanti limboccatura della miniera, la quale è chiusada un enorme cancello. Poco male là dentro non ci sarei entrato. Erapericoloso diciannove anni fa figurati adesso.Mi dirigo verso il Salto del Diavolo. Sento il rombo della cascata. Lei nonha chiuso, continua a rigettare valanghe dacqua nel canalone, fino al fiumesottostante. Mentre vago tra la vegetazione mi chiedo perché faccio questo.
  • 212. Anche se trovassi la fonte e funzionasse, a che pro? Ormai ho accettato lamorte da molti anni. Vivo ogni giorno cercando di essere più felicepossibile.Ritrovo il posto, più o meno, dove mi ero fermato quel giornodellincidente alla miniera. Sotto di me cè dove la cascata si abbatte. Miguardo in giro ma come quella volta non riesco a vedere nessun sentiero.Era solo una leggend...Il mio piede destro cede allimprovviso e cado in avanti. Mi ritrovo nelvuoto. Altro che ringiovanire morirò stupidamente così a settantanni,precipitando nel Salto del Diavolo.Colpisco qualcosa che mi punge nel corpo. Urlo. Sprofondo in quello chesembra un cespuglio.Apro gli occhi. Sono caduto in un grosso cespuglio. Sono fortunato. Misono fatto molti tagli e graffi ma sono vivo. Da sopra sembrava che sotto cifosse solo la conca della cascata e invece cera questo enorme cespuglio.Sono penetrato molto dentro la pianta, vedo solo foglie e rami. Esco piano,tenendomi forte sui rami grossi, non voglio precipitare nel vuoto. Davanti ame vedo la montagna. Sopra di me vedo il pezzo di roccia da cui sonoscivolato. Lerba su cui ho appoggiato il piede cresce proprio sul bordodella roccia e da dovero non si vedeva, con tutta la vegetazione che cera.Il cespuglio è cresciuto in una sporgenza di roccia. Di fronte ad esso cè unsentiero, largo neanche mezzo metro. E sulla parete e non cè nessunappiglio su cui posso contare per percorrerlo in sicurezza. Da una parte vaverso la cascata, che è alla mia sinistra, ne sento il rumore; dallaltra sale,sicuramente verso la miniera. Che fare?Se vado verso la cascata rischio di ammazzarmi per niente. Guardo verso ilbasso poi guardo le mie mani che mi bruciano dai graffi. Hanno dellerughe, non sono belle come quando avevo ventanni.Con fatica mi alzo e comincio a percorrere con cautela il sentiero verso lafonte della giovinezza. Guardo bene dove mettere i piedi poiché sulla miasinistra cè un salto di trenta metri e poi cè la conca dove la cascatarimbalza prima di effettuare il salto finale. Il sentiero comincia a salire,finisco per trovarmi sopra la cascata. Lacqua infatti esce da un grande
  • 213. grotta non da un fiume. Inghiotto della saliva. Se cado mi sfracello sullaconca. Superata la cascata il sentiero segue laltro versante del canalone maper una decina di metri inverte la direzione e va verso la cascata. Miavvicino alla cascata, il rombo aumenta. Ad un certo punto riprende ladirezione originale. In quel punto però le gocce della cascata lo bagnano erischio di scivolare giù. Decido di tenermi nel sentiero e di calarmi nellaparte sottostante. E pericoloso ma non mi fido del tornantino bagnato, hole scarpe di ginnastica. Sento le gocce della cascata colpirmi. Mi calo, conprudenza.I miei piedi non toccano il sentiero sottostante, maledizione!Mi lascio andare, non ho la forza di tirarmi su, sono troppo vecchio.Finisco sul sentiero ma rimbalzo in malo modo, perdendo lequilibro.Riesco a non cadere ma impreco.Il sentiero continua a seguire il canalone e ora comincia a salire, girandoattorno alla montagna. Ora la cascata è alle mie spalle. Dopo quasi unorafinisco in un altipiano sul quale cresce un fitta foresta. Comincio acamminare tra gli alberi convinto che la sorgente deve trovarsi da qualcheparte. Sto per rinunciare e tornare indietro quando sento un rumore diacqua. Dun tratto vedo un torrente che mi passa davanti. Lacqua, dopoqualche metro da me, scompare in un pozzo.Se lacqua fosse magica si spiegherebbe il fatto che pochi sanno delle sueproprietà oltre che dellubicazione: il torrente rientra nella montagna eprobabilmente si disperde. Rido. Non esistono fonti della giovinezza.Probabilmente è però la sorgente dalla quale gli antichi Kuzpac hannoinventato la leggenda. Risalgo il torrente fino alla montagna, dove vedo lasorgente. Magia o non magica questa camminata mi ha messo sete quindidecido di berla. Ho dimenticato la borraccia.Sento degli scricchiolii tra gli alberi. Qualcosa si sta avvicinando a me.Listinto mi dice di andare dietro alla folta vegetazione e così faccio. Misono appena nascosto che dagli alberi vedo sbucare un giaguaro. Inghiottodella saliva e rimango immobile, sperando che non senta il mio odore, chescappi o comunque che mi lasci perdere. Se non sono affamati e attaccati igrandi felini tendono ad ignorarti. Da giovane, nel periodo in cui studiavoalluniversità, lavoravo in uno zoo. Lì ho imparato letà dei felini. E quello
  • 214. che ho di fronte deve avere almeno diciotto anni, quindi è molto vecchio.Lo vedo sopratutto dal pelo.Lanimale si muove ondeggiando, con poca grazia, altro segno della suaetà. Dietro di lui spunta un cucciolo. Esso corre fino alle zampe anterioridellanziana madre e si struscia su di lei. Lei ringhia, per dirgli di lasciarlastare, poi si avvicina alla fonte. Si ferma allimprovviso e si guarda in giroalzando il muso.Che abbia sentito il mio odore? Comincio a sudare freddo. Se mi vedesicuramente mi attacca, per proteggere il suo piccolo.Il giaguaro smette di guardare e continua a camminare; si avvicina colmuso alla sorgente. Ne beve un poco. Con una zampa tiene lontano il suocucciolo che vorrebbe assetarsi anche lui.Perché? E forse veramente la fonte della giovinezza e vuole tornaregiovane per accudire il suo cucciolo? Lo tiene lontano perché è giàpiccolo?Il giaguaro ha un brivido, poi prende per la collottola suo figlio, appena intempo: stava per bere anche lui. Poi si gira e corre via veloce, senzaindecisione. Il suo movimento ora non sembra quello di un vecchio felino.Non ne sono sicuro ma mi è sembrato che anche il suo pelo è cambiato,dimostrando ora circa dieci anni. Che sia ringiovanito?Aspetto una mezzora, voglio essere sicuro che il giaguaro non torni suisuoi passi. Esco dal mio nascondiglio e mi avvicino alla fonte. Metto unamano nellacqua. E gelida.Di cosa ho paura? Se fosse soltanto acqua almeno mi disseterei.Sicuramente è più buona e sana di quella dellacquedotto di Norimberga.Mi abbasso e ne bevo qualche sorso.E fredda ma buonissima. Ho un brivido. Mi guardo le mani. Le rughe cisono ancora.Rido. Che cosa credevo? Di ringiovanire veramente? Che mi è preso? Nonho mai creduto alle magie e superstizioni. Sono quel genere di persone chescrolla le spalle se un gatto nero gli attraversa la strada o gli cade il sale perterra.E poi forse non fa subito effetto. Torno sui miei passi, mia moglie sarà inpensiero. Sono stato via più di quello che le avevo detto. Mentre cammino
  • 215. mi sento più forte e agile. Sento molto meno la fatica e procedo, alcontrario di prima, più veloce sul sentiero. Ma forse è la mia suggestione.Quando arrivo al punto dove il sentiero è bagnato dalla cascata mi tiro sucon le braccia con poca fatica. Sto la metà del tempo per tornare indietro. Ilbaratro sulla mia destra non mi fa paura ma comunque procedo conaccortezza, anche se più spedito dellandata. Passo di fianco agli arbustiche mi hanno salvato la vita. Il sentiero finisce in un grande cespuglio, incima al monte. Loltrepasso e mi ritrovo nel prato che è accanto allaminiera. Vado verso la macchina e ridiscendo la strada, senza incrociarenessuno. Arrivo in paese verso mezzogiorno. Entro nellalbergo e vadosubito in camera nostra. Mia moglie non cè, devessere scesa a pranzare.La trovo proprio in un tavolo.«Ciao, scusa il ritardo. Girando attorno alla miniera ho scoperto un sentieroe lho percorso. Come stai?», dico.«Adesso bene. Sei stato a tingerti i capelli?», dice.La guardo, sorpreso.«Ordino il pranzo anchio al cameriere e poi torno, tra qualche minuto.Vado in bagno a lavarmi», dico.Raggiungo il bagno e mi guardo allo specchio.I miei capelli bianchi ora sono neri.Norimberga, 10 giugno 2008Elias sorride.«Sei ringiovanito di ventanni?»,dice.«Non lo so. Dopo aver bevuto penso di essere ringiovanito di almenoquindici anni. Io ho avuto i capelli neri fino a sessantacinque anni. Ilprocesso di ringiovanimento rallentava e aumentava. Ad un certo punto hocominciato a ringiovanire di un anno ogni mese. Comunque moltovelocemente. Mi sentivo ogni giorno più forte, veloce. I miei acciacchiscomparvero e anche i dolorini. La lunghezza del percorso delle mie corsemattutine aumentò. Anche la mente ringiovanì, anche se a dire la veritàsono sempre stato un tipo sveglio. La storia ora passa nel 2005 quandoavevo quarantuno anni. Era come se fossi ringiovanito dal quel 2003 di un
  • 216. anno ogni giorno, anche se in realtà non era accaduto così. Mia moglie eracontenta di vedermi più agile e sveglio e dava la causa ai miei allenamentie al fatto che leggevo molto. Leggere stimola molto il cervello. Le sueemicranie non scomparvero anzi aumentarono. Ad un certo punto cominciòa guardarmi stranamente, cominciava a sospettare qualcosa. Del resto io lovedevo quasi ogni giorno allo specchio. Le mie rughe si stavanoassorbendo e la mia pelle migliorava. Però i suoi mal di testa siacutizzarono e aveva troppo male per pensare a me. Andò dal medico, ilquale le fece fare una tac alla testa. Scoprirono un tumore maligno alcervello. Le fecero un intervento ma non servì a niente. Aveva ormai almassimo due anni di vita...», dice Adam.«Mi spiace», dice Elias.«Io stavo malissimo. Ringiovanivo ogni giorno e allo stesso tempo vedevolei che dimagriva e invecchiava sempre di più. Ma non era solo laspettofisico, era la sua mente. Si era spenta. Stava tutto il giorno a vedere la tv,senza leggere i suoi libri damore. Non parlava quasi mai e aveva vicino alei sempre le sue pillole. Sono convinto che in realtà avessero pocoeffetto...»Elias vede delle lacrime scendere lungo le guance di Adam. Che dica laverità? Impossibile, non esiste il siero della giovinezza, pensa Elias.«Mia moglie si spostava sempre dallospedale a casa e viceversa. Citrasferimmo nella casa in collina, vicino Schambach, in collina, nellanostra casa di vacanza. Eravamo in pensione, potevamo starci quantovolevamo. Avevo convinto Laura ad andarci, a lei era sempre piaciutomolto quel posto. Non che lei godesse molto di quella vacanza. Glielaleggevo negli occhi la sua tristezza. Sapeva che stava per morire. E in unbrutto modo. Quel giorno la trovai in terrazza...»Schambach, 12 Novembre 2005Laura è seduta sulla sdraio sulla terrazza. Sta guardando il magnificopanorama. La nostra villa è situata sulla sommità di una collina, circondatidal bosco. Ha una coperta distesa sopra il suo corpo. Non fa tanto freddoma è pur sempre novembre.
  • 217. «Laura, qua fuori fa freddo perché non torni in casa? Dalla parte est delsalotto cè pure la parete a vetro. Cè un bel panorama anche là», dico.«Non mimporta di ammalarmi. Ormai mimporta di poco», dice Lauracontinuando a guardare il panorama.«Non dire così», dico avvicinandomi.Lei mi stringe una mano e si gira verso di me.«Una di quelle cose sei tu», dice.«Grazie amore».«Sai, certe volte penso che la mia malattia faccia dei brutti scherzi alla miamente. Mi sembra che tu abbia quarantanni e non settanta».Inghiotto della saliva.«Oggi è una di quelle giornate buone?»«Sì. Non mi fa male», dice Laura girandosi di nuovo verso il panorama.«Signor Feuerbach».Mi volto. E Renette, linfermiera. Si occupa lei di mia moglie quando sonofuori per le mie corse o per fare la spesa. Lho assunta un anno fa, quandomia moglie aveva delle crisi anche peggiori di quelle di adesso. Haventanni ed è molto bella, è bionda ed ha gli occhi azzurri.«Sì, Renette? Cerca qualcosa in casa?», dico.«No, voglio parlarle, in privato. Cinque minuti e poi mi occupo di suamoglie», dice Renette.«Va bene, arrivo. Ciao Laura», dico girandomi verso mia moglie.Questultima si è voltata un attimo a guardare.«Daccordo, a dopo», dice tornando a vedere il panorama.Entro in casa con linfermiera, la quale chiude la porta della terrazza.«Laura deve tornare in casa, fuori fa freddo», dice.«Lo so, glielavevo appena detto ma si è rifiutata. Mi ha chiamato perquello?», dico.«No, veramente volevo chiederle una cosa da parte di mia madre. Cavolo,come sono imbarazzata», dice Renette ridendo.Sembra un ragazzina, da come si comporta. E sì che nel lavoro è seria.«Dica pure».«Puoi darmi del tu. Ormai è un anno che ci conosciamo. La domanda èquesta... In che clinica ti sei fatto il lifting? Lo vuole sapere mia mamma»,
  • 218. dice Renette.Rimango di sasso. Ha ragione, non penso quasi mai a quello che gli altrivedono.«Non vorrà dirmi che non lha fatto? Sembra un quarantenne ma in realtàha settantunanni. Lho chiesto a sua moglie», dice.Non solo. Un giorno mentre scrivevo al computer lho vista che venivaverso di me col mio taccuino in mano. Lavevo perso. Lei aveva detto chelaveva trovato in camera. Sicuramente aveva letto la mia età nella cartadidentità.«Daccordo, la clinica è...» mi metto a pensare «Ohne Alter».Ho visto per caso il nome della clinica su un pannello della pubblicitàmentre tornavo a casa da Schambach, quando ho comprato il giornale.«Ora porto dentro Laura, sono quasi le quattro comincia a fare freddo»,dice Renette sorridendomi.Mentre vado nel mio studio per cercare un libro sul Perù penso alla miasituazione. Tutti vorrebbero ringiovanire, ma questo provoca anche guaioltre che felicità. Ringiovanendo le persone non mi riconoscono più. I tuoidocumenti perdono di valore. Potrebbero anche pensare che mi spaccio peril signor Feuerbach per ereditare i soldi di Laura. Ci potrebbe esserelesame del DNA a testimoniare la mia identità, ma sarebbe difficile lostesso. Dei grattacapi non facili da risolvere, visto che non si può dire laverità. Ci crederebbero, poi? Certo, il mondo intero poi correrebbe allafonte. E tutti sarebbero felici. Magari lo farò, ma prima voglio testare su dime le proprietà dellacqua. Mi domando solo quando smetterò diringiovanire.Entro nello studio, chiudo la porta e cerco il libro.Trovo il libro. E scritto da un peruviano ed è uno dei saggi più famosi delmondo. Lo usano alle università nei corsi in cui si studia il Sudamerica.Sintitola semplicemente «Perù». Mi siedo alla mia poltrona e mi immergonella lettura. Non trovo niente che parli del popolo Kuzpac, figurati deiloro dei. Eppure una spiegazione scientifica è altrettanto improbabilequanto la storia della leggenda. A meno che non si tratti di una specie didegenerazione... No, non penso.
  • 219. Toc! Toc!Qualcuno bussa.«Avanti», dico.Si affaccia la bella Renette.«Volevo dirle che esco unoretta. Ho già chiesto a Laura. Prendo anche deimedicinali comunque», dice.«Certo, rimango io con mia moglie. E in salotto?»«Sì, vede la tv».«Ora porto il libro là. Arrivederla, signorina... volevo dire, Renette», dico.«Ciao», dice lei, sorridendomi. Ho come limpressione che gli piaccia.Norimberga, 10 giugno 2008Adam guarda di fronte a sé.«Certo che non ci avevo mai pensato. Se ringiovanisci, rischi che nessunoti riconosca più. Un guaio anche per le banche», dice Elias.Adam si volta verso il suo insegnante.«Mi sta prendendo in giro?», dice.«Assolutamente. Continua».«Due mesi dopo Laura morì. Al funerale cera anche Renette. Stette tutto iltempo accanto a me. Finita la cerimonia, ebbi un giramento di testa. Stavoquasi per cadere ma lei mi trattenne. Si propose di accompagnarmi allamacchina....»Cimitero di Norimberga, 5 gennaio 2006Un mio vecchio amico, Wilbur, si avvicina a me. E un anziano magro, congli occhiali ed un bastone.«Ciao, Adam. Come stai?», dice.«Sono distrutto», dico guardando il selciato del cimitero. I miei occhi sonoperennemente bagnati dalle lacrime.Mi mette una mano sulla spalla.«Lo so che te lavranno già detto tutti ma te lo dico anchio. Sii forte», diceWilbur.
  • 220. «E vero quello che dicono su di te», dice.«Cosa?», dico alzando la testa e guardando. Una lacrima cade a terra.«Che sei andato in una clinica che fa miracoli. Sembri davvero unquarantenne. Allinizio pensavo che tu fossi un tuo figlio», dice.«Già, adesso però non ho voglia di parlarne, Wilbur», dico.«Certo. Non sono comunque interessato alla clinica, anzi ora devo andareho un impegno, ciao».Wilbur è stato sempre un tipo molto fedele alla chiesa, simpatico echiacchierone. E strano che scappi così, proprio oggi. Eravamo moltoamici. Certo che sono passati almeno sei mesi dallultima volta che cisiamo visti. Si avvicina unaltra mia amica, Mariam.Renette mi sta tenendo la mano.«Condoglianze, Adam. Tua figlia?», dice indicando con la testa Renette.«No, era linfermiera di Laura. Siamo rimasti amici, comunque», dico.Renette mi lascia la mano.«Volevo chiederti una cosa? Riguarda te, non tua moglie...»«Basta con questa clinica!», dico.Alcune persone che stavano chiacchierando accanto a noi si girano verso dime.Mariam mi guarda, stupita.«Scusa Mariam. E che... Laura mi manca. Ora devo andare. Ciao»«Ciao», dice Miriam e alcune delle persone che stavano vicino a noi.Mi allontano con Renette accanto. Vorrei scostarla, molti penseranno che èla mia amante ma non posso farlo. Mi è stata molto vicina e mi ha aiutatoanche prima quando a causa del mio mancamento stavo per cadere su unalapide.Renette è divenuta veramente la mia amante. Sono passati otto mesi, ora hotrentanni. Non vedo più nessuno dei vecchi amici. Mi farebbero troppedomande. Ringiovanire è come entrare allinferno. Tutti che ti chiedono inche clinica sei andato, come hai fatto ma sopratutto molti dubitano dellatua identità. Del resto avevo settanta anni e adesso ne ho trenta. Non vadopiù in banca o al comune, uso sempre internet. E ho il terrore che la poliziami fermi e non mi riconosca nella foto della patente, la quale non posso
  • 221. rifare per ovvi motivi. Laltro giorno un uomo mi ha urlato: «Farabutto. Tunon sei Adam, sei suo figlio e continui a spacciarti per lui».Non ho risposto.Ora sono disteso sul letto e penso ai miei problemi. Ho appena fattolamore con Renette. Mi chiedo quando smetterò di ringiovanire. Aventanni? Oppure il processo è già terminato? Rimarrò giovane o torneròad invecchiare? Anche in questo caso comunque avrei parecchio tempodavanti.«Ho controllato i tuoi documenti. Ti ho anche preso un poco di sangue elho fatto analizzare», dice Renette.«Cosa? Scherzi?», dico.«Non prendermi in giro, Adam. Credi che le persone non si accorgano dicome tu sia ringiovanito? Dimostri trentanni. Dubitavo fin dallinizio dellafatidica clinica ma ora ne sono certa. Il tuo segreto è un altro. Un mioamico ha controllato il tuo DNA, lho preso dalla tua spugna. Gli ho poiportato lorologio che tua moglie ti ha regalato quando avevi sessantanni esu quello ha trovato dei piccoli pezzi di pelle. Il DNA corrisponde»«Anche fosse?», dico.«Voglio sapere come hai fatto. Hai venduto lanima al diavolo?»Rido, ma dentro tremo tutto. Perché non ci ho pensato prima. E sequellacqua fosse demoniaca?Ricordo Wilbur che si allontanava di fretta. Forse ha pensato la stessa cosadi Renette.«Daccordo, te lo dico. E una fonte, una sorgente che ti fa ringiovanire...»Norimberga, 10 giugno 2008«Feci lo sbaglio di dirle anche dovera la sorgente», dice Adam.«Renette andò a bere?», dice Elias.«Un attimo. Renette mi propose di fare una vacanza a Yanabamba nelmaggio del 2007. Avevo ventuno anni. Ormai quasi ogni giorno michiedevo quando il processo di ringiovanimento sarebbe terminato. Avevoaccettato perché volevo vedere se Alonso era ancora vivo e chiederglielo.Avrebbe dovuto avere settantadue anni. Mentre Renette era nella piscina
  • 222. dellalbergo feci un giro. Le dissi che andavo al mercatino. Invece andai acasa di Alonso. Rimasi di stucco quando vidi che al posto della sua piccolacasa cera un condominio...»Yanabamba, 16 maggio 2007«Hai visto Adam? Adesso abito in uno di quelli»Mi giro. E lui, Alonso. Me lo ricordo quando aveva cinquantanni. Dopoquellestate non lho più visto perché ho lasciato la miniera e nel 2003quando ero tornato non lavevo trovato.«Ciao, Alonso», dico.«Scusi, per un attimo ti avevo scambiato per una persona che conoscevo...Non so perché tu sei molto giovane, che stupido che sono», dice Alonso.«Sono proprio io, Adam», dico.Alonso rimane a fissarmi a bocca aperta.«Mi stai prendendo in giro? Adam dovrebbe avere settantaquattro anniadesso », dice.«Ho bevuto dalla fonte di cui parlavi. Non so se ti ricordi, nel lontano1984...»«Sì, ricordo. Ora ti credo. Vedo che sotto il collo hai ancora quellacicatrice», dice Alonso.«Tu sapevi».«Non dovevo dirtelo e tu non dovevi bere», dice Alonso.«Non sono il primo, vero?», dico.«No, sei uno dei pochi che lha trovata».«Quando smetterò di ringiovanire?»«Alla tua morte. Quando sarai così piccolo che non sarai in grado disopravvivere», dice Alonso.«Stai scherzando, vero?», dico.«Perché ti pare così incredibile? Ti è parso normale ringiovanire?», diceAlonso.«Dici che diventerò bambino e poi... sempre più giovane?»«Mi dispiace, così è accaduto a quelli che conosco che hanno bevuto la
  • 223. fonte della giovinezza»«Non dovevi parlarmene quel giorno, nel 1984».«Ero ubriaco. Non pensavo la cercassi ne tanto meno la trovassi. Laccessoal sentiero è nascosto ed è un brutto percorso, tutto su un alto dirupo, senzanessuna ferrata a cui agganciarsi».«Non cè un modo per fermare il processo?»«Con uno che conoscevo ho tentato una magia ma non ha funzionato. Sichiamava Pedro. Siamo andati da una mia amica, Agueda. Non hafunzionato. Penso sia morto. Mi dispiace».«Devi tentare con me, ti prego».Sudo e mi batte il cuore. Dentro di me pensavo che il processo forse erairreversibile ma mi ero sempre detto che non era possibile. Come sepassare da settanta a ventanni fosse una cosa normale.«Va bene, Adam. Non ho detto di no a nessuno, non vedo perché devo dirloa te. Agueda ha sessantanni ma è molto brava, vieni, andiamo a piedi non èmolto distante di qua. Vieni adesso?», dice Alonso.Guardo lora.«Sì, la mia ragazza si preoccuperà ma non importa. Mi scuserò», dico.«Non avevi una moglie? Si chiamava Laura».«E morta di cancro al cervello nel 2006».«Mi dispiace», dice Alonso girandosi ed incamminandosi.Ci dirigiamo verso la periferia. Molti uomini sono in piedi, fuori dai bar, afumare. Ci guardano. Non mi sento sicuro in queste vie, ma non vogliorinunciare. Quello che ha detto Alonso è terribile. Lunica cosa positiva èche ad una certa età sicuramente non ti renderai più conto di quello che tista accadendo. Sono ancora scioccato dalle sue parole, mi sembra di vivereun sogno. Purtroppo è tutto vero.«Non avevi detto niente a tua moglie della fonte, vero?»«No. Avevo pensato che forse se le facevo bere quellacqua sarebbe guarita.Poi ho pensato che sarebbe ringiovanita, ma forse il tumore sarebberimasto».«Avevi perfettamente ragione. Uno di quelli che ha bevuto lacqua, unadonna, pensava la stessa cosa. Aveva una malattia rara. Lacqua ti faringiovanire ma non ti fa tornare indietro nel tempo».
  • 224. «E quello che ho pensato».«Hai una donna adesso?», dice Alonso.«Convivo con lex infermiera di mia moglie. E giovane, ha ventanni».«Ha! Siamo quasi arrivati».Ci inoltriamo in vicolo dove aleggia puzza dimmondizia, durina e vomito.Incrociamo un tipo che non sembra per niente a posto. Mi fissa con degliocchi vacui, come se fosse drogato ed ha i pantaloni sporchi durina.Non devo badarci, devo seguire Alonso.Ad un certo punto il mio amico si ferma e bussa alla porta. Sto pensandoche forse è una trappola. Magari vuole derubarmi.Come se mi leggesse nel pensiero Alonso dice: «Non preoccuparti, lo soche ti ho portato in un postaccio. Ho consigliato molte volte ad Agueda atrasferirsi ma non ne ha voluto sapere. Vieni, entra».Mi affaccio alla porta e guardo dentro. Vedo solo un corridoio. Alonso giraa sinistra. Potrei allontanarmi velocemente, magari uscendo dallaltra partedel vicolo, senza correre, per non attirare lattenzioneInvece entro.Lascio la porta aperta. Entro nella stanza e vedo unanziana seduta ad unasedia, che sta cucendo una maglia. Ha i capelli bianchi. Di anni nedimostra ottanta.«Buongiorno», dice.«Buongiorno, piacere mi chiamo Adam, sono un amico di Alonso», dico.«Lo so. Altrimenti non saresti qui. Qualè il tuo problema?»«Ha bevuto dalla fonte», dice Alonso.Agueda si volta verso il mio amico.«Lo sai che non sono in grado di curarli. Ci ho già provato».«Fallo per me», dice Alonso.«Daccordo. Ho nella credenza un poco di quella acqua magica. A dire laverità in questi anni ho pensato ad una pozione che potrebbe funzionare mami serviva quellacqua. Ho mandato Jerry a prenderne un poca duesettimane fa. Non ne ha bevuto», dice Agueda.«Come fai a saperlo?», dico.«Ha ancora lo stesso aspetto, non è ringovanito. Ascolta, Adam. Torna tratre giorni e ti darò quella pozione», dice Agueda.
  • 225. «Daccordo. Quanto vuoi? Con me non ho molto denaro ma posso fartenetrasferire nel tuo conto».«Mi bastano trecento dollari, non voglio arricchirmi. Lo faccio soltanto peraiutare te ed eventualmente qualche altro incosciente che beva quella fonte.Nessuno pensa che è stata creata da Mincas, un dio burlone. Il suo scherzoè stato creare una sorgente che fa sì ringiovanire, ma il cui processo non hatermine».«Lo so, purtroppo. Daccordo, ci vediamo sabato», dico.«Quando esci vai a sinistra, ti ritrovi al mercato. E più sicuro che andareper le stradine in cui ti avrà sicuramente portato Alonso», dice Agueda.«Perché mi hai condotto per quelle strade?», dico rivolto al mio vecchioamico.«Era la strada più breve da casa mia. Ora andiamo, scusa il disturbo», diceAlonso.«Figurati. Il tuo amico, nella sua sfortuna, è capitato nel momento adatto.Proverà la mia pozione», dice Agueda.«Non ha effetti collaterali, vero? Non che io abbia problemi di cuore oquantaltro, è per chiedere», dico.«Non lho mai provata ma penso che al massimo ti girerà un poco la testaper via del sangue dello scorpione. Non ha effetti collaterali, tranquillo. Almassimo non fermerà il processo».«Quello che temo. Ciao Agueda», dico girandomi e andando verso luscita.Fuori dalla sua abitazione saluto e ringrazio anche Alonso. Prima diripartire mi farò vivo, gli dico. Gli do il mio numero di cellulare in casovoglia contattarmi. Il vicolo lo passo con lui ma non abbiamo più nessunstrano incontro.Allalbergo non trovo Renette. Sarà uscita a fare delle spese, penso mentremi cambio e mi metto in costume accanto alla piscina per prendere il sole.Oggi questultimo scalda molto. Unora dopo la vedo entrare in piscina incostume. Mi fa un cenno di saluto sorridendo poi si tuffa in acqua. I suoischizzi mi bagnano. Fa qualche bracciata poi comincia a nuotare con foga.Fa una vasca, poi torna indietro. Di seguito ne esegue altre due. Sapevo chenuota bene ma non da professionista. Quando esce dallacqua molti uominisi girano e la guardano. Ha un bellissimo corpo ed ha dimostrato di essere
  • 226. anche una sportiva. Si asciuga e si siede accanto a me. Vedo che cercaqualcosa nella sua borsetta.«Dove sei stata?», le dico.«A prendere qualche souvenir. Tu hai trovato il tuo amico Alonso?», diceRenette.«Sì, tra qualche giorno una specie di maga di nome Agueda mi dà unapozione che dovrebbe fermare il processo. Almeno lo spero», dico.«Non vuoi più essere giovane?»«Alonso mi ha detto che il processo è inarrestabile. Divieni sempre piùgiovane fino a morire».Renette mi guarda con un viso spaventato.«Sei preoccupata? Forse risolviamo la faccenda», dico.«Non si rimane allora per sempre ventenni», dice, seria.«No, amore».Un ragazzo vestito con pantaloni corti e maglietta si avvicina a noi. Renettelo guarda a bocca spalancata.«Renette, hai dimenticato gli occhiali da sole nella mia jeep», dice,porgendogli una scatola portaocchiali.«Grazie Pablo...», dice Renette.«Buongiorno, tu devi essere suo marito», dice il giovane.«Cosa significa questo? Chi è?», dico, con tono arrabbiato.«Non è come pensi tu. Mi ha accompagnato alla miniera dove lavoravi, poimia lasciata sola per qualche ora, come gli avevo detto io. Non è unamante», dice Renette.«Ha! Il tuo uomo non lo sapeva. Mi avevi detto il contrario, Renette. Nonsi preoccupi signore, ho fatto soltanto la guida alla sua ragazza», dicePablo.«Va bene, va bene», dico guardando male Renette.Pablo si allontana mentre la mia ragazza indossa gli occhiali da sole.«Sei andata a cercare la fonte, vero?», le dico.«Sì, e ne ho bevuto. Voglio rimanere giovane», dice sdraiandosi.«Ti rendi conto di quello che hai fatto?»«Sì, quello che hai fatto tu, stronzo!»E la prima volta che la sento dire parolacce. Non è quello che sembrava.
  • 227. Mi guardo in giro perché nessuno mi senta. Cè una coppietta americanama è tre lettini distanti da noi. Dallaltra parte è deserto.«Ora ringiovanirai fino a... mah! Proverai anche te la pozione», dico.Lei si alza arrabbiata.«Non credo alla tua assurda teoria. Non bevo nessuna pozione», diceRenette.Si alza e va a sdraiarsi in un lettino lontano. Io la guardo. Dentro di mesono molto triste. Non dovevo raccontarle la verità. Forse ho distruttounaltra vita. Aspetterò che si calmi e poi la convincerò a bere la pozione.Sperando che questultima faccia effetto.Sono entrato nel vicolo dove abita la maga dalla via del mercato ma non misento sicuro lo stesso. Ho incrociato due uomini. Uno di loro dava unabustina allaltro. Sicuramente era droga. I due mi hanno guardato moltomalamente. Ho fatto finta di niente. Avevo paura che cercassero una scusaper aggredirmi ma per fortuna si sono limitati a fissarmi. Ora vedo dinuovo quelluomo con i vestiti sporchi e gli occhi vacui. Mentre passoaccanto a lui sento ancora la puzza di orina. Ecco la casa di Agueda, lariconosco.Busso.La porta si apre e compare Agueda.«Tu sei Adam, lamico di Alonso, vero?», dice.«Sì, la pozione è pronta?», dico.«Non si parla di queste cose in strada, entra».Le obbedisco, lei chiude subito la porta. Poco dopo, in cucina, mi da unabottiglietta di acqua minerale con dentro un liquido rosso.«Devo bere... questa roba?», dico.Lei scoppia a ridere. Una risata stridula; come quelle che penseresti sentireda una strega.«Non è un veleno, ti ho già detto che al massimo ti gira la testa.Dopodiché, se fa effetto, il processo si interrompe e tu ricominci adinvecchiare, alla velocità normale», dice Agueda.«Va bene», dico togliendo il tappo alla bottiglia.Ingoio metà del contenuto. Il sapore è disgustoso, mi trattengo per non
  • 228. sputarlo; sono in casa di Agueda.«Può bastare. Si vede che non ti è piaciuto», dice sorridendo Agueda.Il mio sguardo cade su un piccolo teschio appoggiato sulla mensola, delquale lultima volta non avevo fatto caso. Speriamo bene.«E... disgustoso!», dico.La testa comincia a girarmi, mi appoggio al tavolo. Forse la pozionecomunque impedirà che ringiovanisca... uccidendomi. Agueda mi tiene perun braccio. Mi siedo.«Quando mi accorgerò che farà effetto... sempre se funzionerà?», dico.«Nei prossimi mesi non dovresti ringiovanire. Se non fa effetto te neaccorgi subito, se hai detto che diminuisci di un anno ogni mese», diceAgueda.«Hai ragione. Posso tenere la bottiglia col resto della pozione?».«Certo, è tua. Mi devi trecento dollari».Glieli do poi la saluto. Mi augura la buona fortuna ed esco dalla sua casa.Sulla mia sinistra vedo che nel vicolo cè ancora quello strano uomo. Mi staguardando. Vado verso destra.Norimberga, 10 giugno 2008«Ovviamente non ha fatto effetto», dice Elias.«Già. Ma non me la presi né con Agueda né col mio amico Alonso. Io e luicomunque rimanemmo in contatto», dice Adam guardando davanti a sé.«E la tua ragazza?»«Volevo arrivare a quello. Sette mesi dopo ha bevuto anche lei la pozioneanche se aveva visto che a me non aveva fatto effetto....»Schambach, luglio 2007Renette è sdraiata sulla terrazza, proprio dove Laura amava trascorrere legiornate negli ultimi mesi. Ha tredici anni adesso, mentre io ne ho sedici.Sembriamo due piccioncini lasciati soli da genitori. Sorrido. In fondo èproprio così.Quando ci siamo conosciuti avevamo più di 45 anni di differenza. Ora solo
  • 229. tre. E una fortuna che la pensione sia collegata al mio conto della bancadalla quale prelevo ormai solo col bancomat. Spero che la banca non miscopra altrimenti mi chiuderebbe il conto. Non crederebbe mai alla miastoria. Mi avvicino a lei, è disperata. Ha appena bevuto la pozione, labottiglia è accanto a lei. Mi sdraio accanto a lei, guardando il bellissimopanorama. Mi guarda.«Non farà effetto, lo so. Ma provare non costa, Adam», dice Renette con lasua vocina.«Già. Non preoccuparti, mi prenderò sempre cura io di te. Almeno fino ache potrò», dico.Da un occhio azzurro di Renette scende una lacrima.«Allinizio ti odiavo. Non posso più vedere i miei genitori, gli amici,neanche i semplici conoscenti. Per tutti sono unestranea e sarà sempre cosìnei prossimi mesi. Anche se mi faccio un amico tra anche solo due mesinon mi riconoscerà più. E se ci trova la polizia, Adam?»«Ci mette in orfanotrofio. Tranquilla, Renette. Per fortuna esiste internet.Quello che posso lo comprò così, pagando prima. Una firma la accettanosempre i corrieri anche da un ragazzino. Anche quando faccio la spesa nonho problemi», dico.«Per adesso. Quando avrai sei anni? O forse già quando ne avrai otto. Enon intendo dire soltanto per il fatto che la cassiera non ti darà nienteperché vorrà la tua mamma. Intendo dire che ragionerai come un bimbo»,dice Renette.«Lo so benissimo. Infatti cerco di non pensarci».«Certe volte penso che dovrei gettarmi da questa terrazza e farla finita.Maledetta la volta che mi ha parlato di quella fonte», dice Renette.Ultimamente cambia rapidamente di umore. Del resto è difficile viveresapendo che diventerai un bambino rimbambito.Non le rispondo, giro il viso e guardo le magnifiche colline di fronte a noi.Norimberga, 10 giugno 2008«Le cose sono poi peggiorate. Un giorno hanno suonato alla porta e hoaperto, stupidamente, senza vedere chi era dallo spioncino. Era la
  • 230. polizia...», dice Adam guardando Elias.«Vi hanno portato allorfanotrofio, vero?», dice Elias.«Sì, purtroppo non solo, ci hanno separato. Non sono riuscito...» Adaminghiotte della saliva «... a mantenere la promessa di proteggerla». Unalacrima gli solca il viso.«E poi?»«Penso che la vedranno ogni mese ringiovanire e si chiederanno il perché.Almeno per qualche mese, poi penseranno sia scappata. Lei dirà ogni voltache Renette è lei e quelli dellorfanotrofio non le crederanno ma lachiameranno in quel modo. Non troveranno i documenti di quella nuovabambina che dimostrerà cinque anni anche se nella scheda cè scritto che neha sette».«E successo a te, vero?»«Sì, io avevo quattordici anni quando sono stato preso», dice Adam.Elias smette di guardare il bambino e osserva di fronte a se, pensieroso.Sbuffa.«E difficile che uno creda alla tua storia. E davvero fantasiosa», dice.«Lo sapevo che dicevi così. E meglio che io torni a giocare», dice Adam.«Sì, vai», dice Elias.Adam si alza e si mette a correre. Elias nota che qualcosa è caduto alragazzo. E il suo cerotto.Elias va in camera di Adam. Non cè nessuno. Non gli piace frugare nellaroba degli altri ma vuole indagare. Non sa il perché ma crede a quelbambino. Apre i cassetti. Trova una foto molto vecchia, in bianco e nero.Cè una coppietta e sotto un bambino. Potrebbe essere Adam coi suoigenitori ma da come sono vestite le due persone sembrano essere vestiticome nei fine anni 30. Linsegnante gira la foto. «Adam a sei anni» cèscritto, sembra una scrittura di una donna. Se fossero i suoi genitoricorrisponderebbe al racconto di Adam. Quando aveva sei anni era il 1938.Adam, secondo lui, è nato nel 1932. Assurdo. Ci sono altre foto, in cuicompaiono diversi uomini. Dietro ognuna cè scritta una data e degli anni.Elias guarda bene. E sempre lui, a diverse età. In una aveva quarantanni,nellaltra trentatré. Si è documentato la trasformazione.
  • 231. Elias sorride. Non può essere vero. Ha unidea. Suo figlio Erich potrebbeaiutarlo, e anche Matthias.La mattina dopo Elias si avvicina ad Adam. Sta parlando con dei ragazzi.«Adam, vieni con me, ti devo mostrare una persona che è venuta atrovarti», dice Elias sorridendo. Adam va verso di lui e poi lo segue. Esorpreso e curioso.«Prima di mostrartela devo dirti una cosa», dice Elias fermandosi.«Cioè?», dice Adam.«Ho fatto una ricerca e ho trovato un tuo orologio. Lo possedeva Mariam,la sorella di Laura. Sono andato da lei e le ho detto che ero un tuo amico eche avevi detto che non trovavi un orologio. Ho azzeccato. Mi ha mostratoun orologio che diceva che apparteneva a te. Ovviamente non me lha dato.Ha detto che le mancavi e che non sapeva che fine avevi fatto. Sapeva cheabitavi a Schambach. Sono tornato da lei lindomani e me lo sono fattovedere unaltra volta. La sorella di Laura è anziana e non si è accorta chelho sostituito. Ho fatto analizzare il tuo DNA poi quello che avevi nelcerotto...», dice Elias.«E vero mi sono accorto laltra settimana mentre giocavo che lavevoperso...», dice Adam.«Poi ho spedito il tuo orologio a Marian. Il DNA corrisponde».«Te lavevo detto».«Ho fatto anche unaltra ricerca. Vieni adesso», dice Elias.Appena Adam entra nel sala dellingresso vede un uomo anziano con unabambina di sette anni.La bambina corre e abbraccia Adam.«Ti ho ritrovato!», urla lei.«Renette! Fantastico! Come stai?», dice Adam.Adam non lama più come una volta. Le vuole però tanto bene.«Bene, sono stata adottata da Alonso, guarda!», dice ad alta voce Renette.Adam guarda meglio lanziano. Sì, è proprio Alonso. Deve averesettantacinque anni adesso.«Ha adottato anche te, Adam», dice Elias. Il bambino si gira verso Elias e corre ad abbracciarlo.
  • 232. «Grazie, grazie! Potrò stare con Renette fino... potrò stare con lei», diceAdam.«Ho parlato con lui. E un bravuomo. Ora andate, », dice Elias.«Ciao», dice Adam, uscendo con Alonso e Renette.«Ciao Adam», dice Elias.Linsegnante esce dallorfanotrofio e guarda i tre allontanarsi. Avevapensato di tenersi in contatto con Adam ma non lo farà. Nei prossimi mesiRenette diventerà troppo giovane finché anche Alonso non potrà gestirla. Aquel punto dovrà lasciarla in un ospedale. Elias ha già parlato con lui, inquel caso dovrà abbandonarla altrimenti i medici potrebbero chiedergli dadove arriva quella bambina. Poi accadrà lo stesso ad Adam.Il sole sta scendendo lungo lorizzonte colorando di rosso laria. La luceaccarezza i due bambini che si stanno tenendo la mano.FINE Claudio Vasi 23 luglio 2008 POSTFAZIONELidea mi è venuta per caso. E se la fonte della giovinezza esistesse ma unavolta che la si è bevuta si ringiovanisce fino a diventare una cellula? E iproblemi che sorgono tornando giovani?
  • 233. RITORNANDO1 agosto 2007, ore 4 pmFuori il tempo non è per niente bello. Le gocce ticchettano sulla finestradellospedale. Scivolano sul vetro come le lacrime di Paul sulla suaguancia.«Pa, piove, vero?»Paul si gira e guarda sua figlia sul letto dellospedale. Karen ha otto anni. Ebianca in viso e debole. Sta morendo, lentamente. La cosa assurda è che siè ammalata soltanto perché ha deciso di lasciare il sentiero lungo il CentralPark per correre sullerba. E successo un mese fa. Paul e Jenny si sonoseparati e toccava a lui tenere Karen. A lei piace il verde e Paul ha avuto lapessima idea di rimanere in città, invece di portarla nei boschi. Stavanocamminando vicino, tenendosi per mano.2 luglio 2007, ore 1.40 pm«Papà, guarda quel cane!», dice Karen.La bambina bionda indica un cane che sta giocando col suo padrone nelparco. Questultimo è una donna e sta inseguendo il suo animale ridendo. Ilcane poi si gira e fa la stessa cosa.«Sì, è un labrador», dice Paul.Paul vede un anziano in piedi alla sua destra parlare al telefono, da loro lespalle. Accanto a lui cè una panchina con una valigetta. Luomo nonsembra preoccuparsene molto, mentre gesticola. Non sa che al Central Parkè pericoloso lasciare incustodita la roba. Mentre passano non si accorge diloro. Il sentiero curva e luomo scompare dalla vista. Sta ancoragesticolando. La bambina si mette a correre sul prato. Paul ride. A Karenpiace molto correre. Poi sua figlia urla, si ferma e si abbassa. Paul corre pervedere cosè successo. Si è slogata un piedino, pensa?Con orrore Paul vede sua figlia togliersi una siringa dal piede e gettarla via,sul prato.
  • 234. «Karen, che è successo?», dice Paul.«Quella siringa mi ha punto», dice Karen alzandosi in piedi.Ride, lei non ha mai avuto paura di niente, e piange raramente. Paul vedeun buco nel terreno e accanto un pezzo di carta rosso. La siringa devesserecaduta nel buco, rimanendo con lago verso lalto.«Maledizione!», dice Paul.Prende un suo fazzoletto e raccoglie la siringa stando attento a non bucarsi.«Vieni, Karen», dice avviandosi verso un cestino dei rifiuti, distante unadecina di metri. Guarda lora, sono le due. La bambina lo segue, senzabadare al piccolo bruciore al piede. Paul esce dal parco con sua figlia poichiama un taxi fermo dalla parte opposta della strada e ci sale sopraassieme a Karen. Poi dice allautista di andare allospedale.Mentre la macchina sfreccia Paul guarda dal finestrino il Central Park.Lanziano ora e seduto sulla panchina e sta guardando qualcosa nellavaligetta. Da loro le spalle.Paul si gira e dice alla bimba: «Andiamo a fare un controllo allospedaleper il tuo piccolo incidente. Andrà tutto bene Karen».1 agosto 2007, ore 4 pmMa così non è stato. Karen ha preso LAIDS. In un mese la suasieropositività si è trasformata in malattia. E questione di giorni, ha detto ilmedico, è morirà.Tutto per colpa di un coglione tanto insicuro di sé e della vita che hapensato di tirarsi su iniettandosi della eroina. E tanto stupido da lasciare lasiringa nel prato, non di gettarla negli appositi contenitori. Per colpa suaKaren morirà.Paul non guadagna male, è nei servizi segreti, ma fosse anche il più riccodella Terra non può fare assolutamente niente.«Sì, amore. Piove», dico.«Mi piace sentire la pioggia. Mi rilassa e mi fa dormire», dice Karen.Lunica vitalità che ha gliela leggo nei suoi bellissimi occhi azzurri.Beep BeepTriiin
  • 235. Bepp Beep BeepTriinn«Papi, sto male», dice Karen.Il suo macchinario emette dei beep mentre il cellulare di Paul suona. Lhadimenticato acceso.Beep BeepTriiinnJeanny rientra nella camera. Era uscita per sfogarsi e piangere nelcorridoio. Poco dopo entra anche uninfermiera, una nera. Guarda ilmonitor sullapparecchiatura vicina a Karen. Linfermiera esce gridando«Dottore!».Beep BeepTriiinPer fortuna questultimo era nel corridoio. Entra nella camera correndoassieme allinfermiera. Il dottore confabula con lei mentre il cuore di Karencontinua a battere a ritmi elevati. Tachicardia. Paul spegne il cellulare maprima guarda il numero. Era Frank.Il medico ha iniettato qualcosa alla piccola. La macchina smette di suonare.Il cuoricino di Karen torna a battere normale.«Come sta?», chiede Paul al dottore.«Sono arrivato in tempo», dice il dottore, un cinese alto.Fa cenno a Paul di seguirlo fuori. Jeanny tiene le mani di sua figlia e leparla mentre escono. Appena fuori dalla stanza il medico si gira.«Il suo cuore sta cedendo, mi spiace. Non possiamo fare molto», dice ilcinese.Paul fa un cenno affermativo con la testa. Il medico gli mette una manosulla spalla.«Dovrebbe riposarsi, è stanco», dice.«Sì, mi scusi devo fare una telefonata. Lo so che non si può usare ilcellulare in ospedale ma è una cosa importante», dice Paul allontanandosi eaprendo il guscio del suo telefonino.Il medico guarda con severità luomo mentre compone un numero, poirientra nella camera di Karen.«Frank, cosa volevi? Lo sai che sono allospedale, Karen sta male», dice
  • 236. Paul.«Sì, lo so... mi dispiace molto per tua figlia. E che il Timer è arrivato.Lhanno costruito, Paul, veramente. Non so se funziona ma... è qui, difronte a me», dice Frank.«Veramente? E lhanno portato nella nostra agenzia?»«Esattamente».«Vengo tra poco ma non rimango a lungo, mezzora al massimo».«Daccordo. Adesso di solito vado in pausa ma ti aspetto. Salutami Jeannyse è lì».«Ok, ora spengo le infermiere mi stanno guardando male. Ciao», dice Paulchiudendo il guscio.Paul rientra e dice a Jeanny che deve allontanarsi per unoretta e che losaluta Frank.«Pensi solo al tuo ufficio! Non vedi come sta Karen?», dice Jeanny.«Non fare scenate davanti a lei», dice Paul.Poi si rivolge a sua figlia.«Ciao piccola, esco un attimo. Poi torno con i cioccolatini», dice Paul.«Sì, papi!», dice Karen.«Non so se può mangiarli», dice Jeanny.Paul la guarda. Dai suoi occhi Jeanny capisce cosa vuole dire. Ormai nonha importanza.Luomo esce dalla camera. Le lacrime riprendono a scorrergli sulle gote.Jeanny è convinta che lui lavori in una azienda che vende e compra case. Inrealtà è nella CIA. Da un poco di tempo giravano delle voci che unoscienziato ha creato un particolare macchinario. I servizi segreti lhannocontattato e Frank ha detto che probabilmente i primi a vedere la macchinasarebbero stati quelli della loro sezione. Questo perché suo cugino fa partedella sezione che ha contattato per primo lo scienziato. Poi dovrebberopassarlo ai militari. Per telefono ha detto che era di fronte a lui. Timer è ilnome in codice di una straordinaria invenzione. Mentre Paul guida la suaBMW in mezzo al caotico traffico di New York pensa che se è vero èproprio incredibile. Sta per vedere la prima macchina del tempo.
  • 237. La sezione in cui lavora è mascherata da una ditta di vendita di case fuoriNew York. La ditta è posta al primo piano in un palazzo posto accanto alCentral Park, alla 97 E. Il luogo dove si è ferita Karen non è molto distantedalla House of Life, la sua ditta. Se una persona entra negli uffici dellaHouse of Life trova delle belle ragazze che laiutano nella ricerca della casaideale per stare lontano dallo smog del centro. In realtà una delle portevicino ai loro uffici, posta dalla parte opposta della stanza rispetto ai bagniper non dare nellocchio, da alla loro agenzia. La porta non ha maniglia, siapre mettendo la mano su un riquadro. La serratura elettronica legge leimpronte digitali. La porta è posta dietro un angolo, coperta da un muro. Ilresto degli uffici sono invece in vetro, modernissimi. Lentrata principaleallagenzia comunque è dai corridoi, attraverso una porta normale, blindata.Unaltra entrata è posta nel cortile.Mentre corre lungo la 5th Avenue Paul incrocia un furgoncino volkswagen.Sulle fiancate è scritto il nome della sua ditta. La macchina del temposicuramente è stata trasportata con esso, senza scorta per non darenellocchio. Paul svolta nella 97th E e poi ad un certo punto di nuovo in unvicolo. Si ferma davanti un portone. Una telecamera nascosta stainquadrando Paul nella sua auto. Questultimo alza la mano e saluta. Unportone si apre. Paul abbassa il finestrino e saluta un uomo in piedi, cheaspettava in piedi dietro il portone. Dal cortile sale direttamente in ufficio.Cinque minuti dopo è di fronte a Frank.«Che caldo, fa. Vorrei stare in maglietta invece di indossare questa giacca»,dice Paul.«Ed io che porto anche la cravatta. Vieni», dice Frank.Lo seguo nel corridoio fino al bagno. Frank tocca una piastrella sul muro,accanto allo specchio. Essa scorre a destra. Cè un incavo nel muro, ilcollega di Paul ne tocca il fondo. Una porta nascosta nella parete alla lorodestra scorre. Dietro cè nè unaltra, blindata, sulla quale ci sono dei tastinumerici. Frank digita un codice e anche questa si apre.«Lanno messa nella stanza segreta», dice Frank entrando.Appena Paul entra la porta si chiude da sola. Ovviamente non si esce senzail codice.«Guarda. È questa qua. Mark mi ha spiegato come funziona e le sue
  • 238. caratteristiche. Labbiamo avuta noi per prima e non lesercito. Che fortuna!Devessere trasferita, penso direttamente allesercito. A noi non servirebbepiù di quel tanto», dice Frank.A quanto pare Frank è così agitato che non si è accorto di quanto giù dimorale è Paul. Ora lo nota.«Come va con Karen?», dice.«Male», dice Paul. Sta per continuare quando vede la macchina. A lui latecnologia è sempre piaciuta.Ha la forma di un uovo schiacciato e non è tanto grande. Ci stanno duepersone strette dentro, pensa.«Hai visto che figata? John mi ha detto che è capace anche di galleggiarein una mare in tempesta senza affondare. Può resistere in acque bollenti manon alla lava. Ha un climatizzatore che ricrea la nostra atmosfera per iviaggi che si effettuano a milioni di anni fa. In tale caso si rimane dentro.Volendo la carrozzeria nella parte superiore diviene trasparente. Può volaretramite dei getti daria posti sotto e va ad energia solare. Premendo un tastodiviene invisibile così la puoi nascondere dove vuoi...», dice Frank.«Stai scherzando?», dice Paul.«Assolutamente. Dentro inoltre ha in soluzione liquida cibo ed acqua perun mese ed i sedili sono così confortevoli che puoi dormirci dentro. Ha unGPS aggiornato dalla scoperta dellAmerica ad oggi così se ti sposti, che neso, duecento anni fa, sai più o meno dove andare. Il computer ha inmemoria tutti gli avvenimenti importanti e dove sono...»«Dimentichi la funzione per la quale è stata creata. Andare indietro o avantinel tempo».«Sì, ti faccio vedere, entra», dice Frank toccando lo sportello.Esso si alza da solo.«Ha un riconoscimento delle impronte altrimenti non si apre. Ho messoanche le tue, se vuoi entrarci. Non si può usarla però, divieto assoluto»,dice Frank.«E allora perché lei hai messe?», dice Paul.«Per poterci entrare e vedere il menù della macchina».«E pericoloso viaggiare nel tempo. Chi sa cosa succede se si cambia (e permodificarlo basta solo che una persona del periodo in cui si va noti la
  • 239. nostra presenza) qualche avvenimento importante già accaduto? Uncollasso dello spazio tempo? Si modifica il presente? Tornando indietro, seandiamo nella nostra casa, troviamo un nostro clone? E se modifico la miavita scompaio, a causa del destino che potrebbe portarmi alla morte? Cisono parecchi misteri su questo».Paul si siede nella cabina, che ha i sedili molto comodi ed è moderna.Frank non sembra averlo sentito, da fuori preme il grande display nelcruscotto e si accende un quadro. Nel riquadro cè scritta la data presente esotto a destra, in un riquadro verde cè scritto GO. A sinistra di questo unogiallo dice INFO. «Solo chi ha limpronta può accenderlo. Se digiti un annoe premi INFO conosci gli avvenimenti più importanti di quellanno in tuttoil mondo...»«Un momento, come hai fatto ad avere il permesso di memorizzare lenostre impronte?»«Lascia perdere ed ascolta. Cè un chip che contiene tutte le informazioniper ricostruirla di modo che se la lasci in un posto e la trovi distruttapossiamo ricrearla, ai giorni nostri. La macchina non si apre né si accendesenza le impronte ma anche riuscissero a farlo, senza chip tutti i circuitiinterni si autodistruggono se si preme GO senza che esso sia presente. Lospegnimento è automatico e per avviarla basta aprirla. Il chip è estraibile eper prenderlo devi premere in modalità mappa lo schermo in basso asinistra e digitare tre codici. Ovviamente non esce se non riconoscelimpronta», dice Frank dandomi dei cartoncini con dei numeri stampatisopra.«E veramente una figata. Posso modificare la data e lora premendo con ledita?», dice Paul avvicinando la mano allo schermo.«Sì, premi sopra la cifra per aumentarla e sotto per diminuirla altrimentiusi le cifre stampate sotto, premendo prima il numero e poi cambiandolo.Sotto ci sono i tasti delle migliaia e dei milioni di anni. La macchina verràcon te scomparendo da questa epoca ma si troverà nel medesimo puntodovè adesso. Metti che ne so, la data dellIndipendenza Americana, il 2Luglio 1776? Così puoi andare a vedere la dichiarazione in persona».«Il 2 Luglio è il giorno in cui si è ferita Karen, prendendo lAIDS», dicePaul.
  • 240. Frank appoggia la mano sulla Time Machine, come lhanno chiamata.Timer in codice.«Non fare quello che hai in mente, Paul. Cambiare la linea del tempopotrebbe cambiare il presente, lhai detto tu stesso. Comunque non ne hai ilpermesso. Un mio amico, uno che ha fatto parte del team che lha costruita,ha fatto in modo che la potessimo vedere portandola a pezzi con dei pacchie assemblandola. Ma in realtà avrebbe dovuto essere portata direttamenteai militari...», dice Frank.«Potrei salvare Karen...»«No! E...», dice Frank. Viene interrotto dallo squillo del suo cellulare.Si alza e si gira.«Ciao Leonard. Come? Avete catturato il capo, Ivan? Bene. Con lui avetetrovato il suo miglior agente, il vecchio Dorian? Benissimo», dice Frank.Paul apre lo schermo e digita la data dellincidente di Karen e mettequaranta minuti prima dellora di quando è successo. Scendendo dalpalazzo ed attraversando la strada per arrivare al Central Park dovrebbearrivare in quindici minuti circa. Si gira verso Frank. Sta parlando altelefono. Tocca lo sportello, che si chiude, poi preme GO.Frank si gira per avvertire della lieta notizia Paul ma vede solo una stanzavuota. Nessuna traccia della Time Machine.2 luglio 2007, ore 1 pmAppena ha premuto il tasto Paul legge sullo schermo compare la scritta.Actual location: New York, 96th E 34, USAActual date and time: July 2 2007, 1pm 13:00.01Ci sono anche le coordinate geografiche.«Ma mi sono spostato nel tempo? Non ho avvertito nessuna sensazione, névisto nulla», pensa. Tocca lo sportello, che si apre. E sempre nella stanzasegreta ma Frank non cè. Paul esce dalla Time Machine.«Funziona. Frank devessere a mangiare. Non posso lasciare la macchinaqua, devo nasconderla», pensa Paul.
  • 241. Torna sulla Time Machine ed apre la schermata Movement. Avvia la partedei movimenti. La cloche esce automaticamente di una quindicina dicentimetri, si chiude lo sportello da solo e si alza dal pavimento,galleggiando ad una ventina di cm dal pavimento. Paul prova a premere ilpedale sinistro e subito si muove in avanti, di scatto. Paul per la paurapreme quello sinistro, sperando sia il freno. La macchina si ferma e luiquasi sbatte sul display. Sullo schermo compare la scritta «Allacciarsi lacintura di sicurezza» ed esce un suono elettronico. Non sa come alzarla daterra, vuole metterla nella parte alta della stanza e renderla trasparente. Hasbagliato a mettere come ora di arrivo solo quaranta minuti primadellincidente, Karen è in pericolo. Per fortuna nel menu Parking trovalopzione Security Parking.Prova a premerlo. La macchina si alza da sola velocemente. Paul si mettele mani in testa ma la Time Machine si ferma da sola, poco distante dalsoffitto, poi si muove verso langolo e diviene trasparente. Paul sispaventa, sembra quasi che sia scomparsa e lui stia per cadere da unmomento allaltro. Ma sotto di se sente il sedile anche se non lo vede.Prova a toccare e sente labitacolo sotto le proprie mani. Davanti a se vedeun tasto con il disegno del chip. Lo preme ed questi esce automaticamente.Lo mette in tasca. A sinistra vede un riquadro rosso semitrasparentegalleggiare nellaria. Indica lo sportello, sicuramente. Lo preme: sente ilrumore dello sportello che si apre, cioè un leggerissimo soffio. Deve saltareda due metri e mezzo circa. Potrebbe scendere con la macchina e ripremereil tasto Security Parking ma non ha tempo. Salta giù. Non si fa niente ma famolto rumore toccando il pavimento. Apre la porta (anche lui sa il codice).Qualcuno è in uno dei bagni, sicuramente è John, che passa il tempo aleggerci libri. Esce nel corridoio ma non scorge nessuno. Sono tutti inpausa.Appena esce dal palazzo ha unamara sorpresa, la strada è chiusa a causa diun incidente. Non laveva notato quel giorno. Tenta di passare ma unpoliziotto lo ferma. Paul gli dice che è un agente dei servizi segreti.«Non dica sciocchezze. Se lo foste non me lo direbbe solo per passare unposto di blocco causato da un incidente. O le interessa questultimo?», diceil poliziotto.
  • 242. E un nero, alto e abbastanza grasso.«No, devo solo passare», dice Paul.«Niente da fare».Paul non vuole perdere tempo, si mette a correre per aggirare lisolato.Quando arriva alla 5th Avenue vede che è in ritardo. Mancano solo dodiciminuti. Attraversa correndo la strada. Sente suonare alla sua destra e giàimmagina sentire un enorme colpo e un lampo bianco. Invece quando toccail marciapiede sente solo un fruscio dietro la schiena mentre la folata divento quasi lo fa cadere. Lauto, una Crysler, suona ancora. Paul non si giranemmeno, entra nel parco. Lha fatto molte volte e quindi sa dovè il puntodove sta per accadere lincidente a Karen. Si maledice per non aver messounora prima nella Time Machine. Avrebbe spiegato tutto a Frank, quandolavrebbe visto comparire davanti alla sua scrivania dal nulla, poi avrebbeavuto tutto il tempo che vuole!Passa accanto alla panchina dovè lanziano. Egli sta telefonando, si gira elo vede. In quellistante luomo si blocca e fissa Paul. Questultimo nonbada a lui e continua a correre. Vede la sua bambina che sta già correndosul prato. Merda!Vede anche un uomo che la sta guardando, ridendo, dal sentiero. E lui.E ovvio, lui era con sua figlia quando è successo. Il suo clone lo staguardando malamente ma lui non rallenta. Da dovè Paul riesce a vedere ilpezzo di carta rossa accanto alla quale cè la siringa.Karen lha quasi raggiunta. Il suo clone si mette a correre.Paul prende in braccio la sua bambina. Lei ride. Paul guarda nel prato.A neanche un metro cè il pezzo di carta rossa e la siringa. Cè mancatopoco.«Lasciala stare!»Paul si gira e rimane di sasso. Vedere se stessi non è di tutti i giorni. Ancheil suo clone rimane sorpreso, ed inghiotte della saliva.«Eccoti Karen. Non farla giocare sul prato, è pieno di siringhe di drogati.Cè nè proprio lì, dove stava per andare Karen. Tornate a casa», dice Paul.«Tu... mi assomigli. Sembri quasi un gemello, ma io non ne ho mai avuti,sono figlio unico», dice Paul 2.«Lascia perdere, devo andare», dice Paul.
  • 243. Torna a piedi verso il sentiero, tranquillamente visto che adesso non ha piùfretta. Si gira e vede il clone andare verso luscita che ha preso quel giornoper prendere il taxi. Passa accanto al pezzo di carta rossa ma non accadenulla. Paul si ferma a guardarlo. Il clone si gira e a sua volta lo fissa. Poiassieme a Karen entra nellaccesso alla metropolitana.Paul sorride. Karen è salva.Lagente si gira e vede lanziano di prima che cammina nella sua direzione.Non lo sta guardando, anzi guarda il grande lago alla sua sinistra. A Paulsembra di averlo già visto. E il suo disinteresse nei suoi confronti parestrano. Lha appena visto correre in giacca nel Central Park e ora non lodegna di unocchiata. Paul sincammina dalla parte da cui è venuto. Si giraper vedere se lanziano lo sta guardando. No, sta continuando a camminare.Attraversa le strisce e cammina verso un centro commerciale. Si volta e lovede. Sta facendo finta di vedere una vetrina di cellulari. Ma si è scoperto.Stava camminando verso la parte opposta, come mai è tornato indietro? Unanziano che vede poi una vetrina di cellulari?Lo sta seguendo.E difatti per questo Paul non è andato verso il suo ufficio o inmetropolitana (lì cè il clone, che non deve assolutamente scoprire). Entranel centro commerciale, che sa che è sempre pieno, anche nei giorni feriali.Unora dopo ne esce, da un altra porta. Dentro ha intravisto il vecchio ma èriuscito a seminarlo. Si guarda in giro, non cè. Rimane a guardare perqualche minuto luscita del centro. Non lo vede. Torna in ufficio.Incontra Frank nel suo ufficio è gli spiega tutto. Non gli crede.«Non hai ancora visto vero la macchina del tempo?», dice Paul.«No. E vero che ho chiesto a mio cugino di farla venire nella nostrasezione ma dubito lo facciano», dice.Paul sorride.«Vieni nella stanza segreta», dice Paul, portandosi dietro una sedia.«Che cavolo fai?», dice Frank.«Seguimi».Frank lo segue. Paul apre la porta segreta, entra.Mette una sedia sotto il punto in cui cè la Time Machine e spera che
  • 244. accada quello che pensa. Tocca la macchina ed essa compare come dalnulla. Frank, che era seduto, rimane a bocca aperta. La macchina scendeautomaticamente alla sua altezza.«Allora... lhanno costruita veramente!», dice Frank.Paul prova a guidarla. Facilmente fa un mezzo giro poi plana davanti alcollega.«E la seconda volta che la uso e... guarda! E facile da usare», dice Paul.«Ma... hai salvato tua figlia?»«Sì, anche se facendolo ho attirato lattenzione di una spia. Non ne sonosicuro. Un vecchio che ti segue però può essere solo quello», dice Paulguardando il suo amico.«Cosa? E pericoloso modificare il passato. Alla conferenza del mesescorso lo scienziato Jerold ha detto che, tornando indietro nel tempo, anchesolo guardando se stessi al passato si potrebbe causare un conflitto nellospazio tempo», dice Frank.«Io lho incontrato e non è successo niente».«No, ma hai già modificato la linea del tempo. Pensavo ne esistesse solouna ma evidentemente da una se ne possono diramare altre, questo spiegacome possono esistere nello stesso tempo e luogo due persone identiche».«Io sono preoccupato per la spia. Non mi ha seguito, ne sono sicuro mavoglio guardare il database per vedere chi è», dice Paul.Chiude la macchina ed esce dalla stanza segreta col collega. Va nel suouffici e si siede alla scrivania. Accende il computer, digita le tre password ecomincia a cliccare col mouse.«Dopo rientri nella macchina e torni... al primo agosto?», dice Frank.«Sì ma prima voglio vedere chi era quella persona», dice Paul digitandoqualche tasto al computer.«Beh... hanno inventato una macchina del tempo però. Ed è una macchinastraordinaria da quanto mi hai detto», dice Frank.«Più avanti ti telefonerà Mark e te lo spiegherà anche meglio di me. Melhai detto tuo il primo agosto».«Assurdo. Ma allora adesso cè unaltra Time Machine», dice Frank.«Sì, quella che non dovrò più usare... strano, allora questa dovrebbescomparire», dice Paul.
  • 245. «Io la vedo ancora qui».«Eccolo, si chiama Dorian Levinsky. E lui», dice Paul indicando ilmonitor.«Certo, è luomo che voi avreste arrestato se non fossi tornato indietro!Non si è nemmeno camuffato. Evidentemente non sapeva dove abitavo. Erimasto sorpreso quando mi ha visto e poi se lavesse saputo non miavrebbe seguito, mi avrebbe aspettato a casa per torturarmi e farmi direquello che so sulla Time Machine».«Dici che punta a quello?»«Sì... ma non è abile come credevo».Frank va verso la finestra che dà al cortile, dove cè più luce, per pulirsi gliocchiali.«Sta arrivando il nostro furgone. Chissà cosa porta?», dice Frank.Paul si alza e va alla finestra, dietro di lui.Vede una macchina, una vecchia mercedes, dietro al furgone della sezione.«Quella macchina non la conosco. E strano che labbiano fatto entrare»,dice Paul.Due uomini si avvicinano alla macchina. Sono Lance e Matt, Frank liriconosce.Un uomo mai visto esce dal furgone e si avvicina alla porta del cortile.Paul nota che è chiusa. Dal comportamento dei colleghi ha capito lautonon era prevista quindi questi lavranno richiusa per sicurezza. Matt siabbassa per parlare al passeggero della mercedes. Poi dalla sua nucaschizza un getto di sangue e cervella e cade allindietro per terra. Gli hannosparato al viso. Lance estrae una pistola ma incomincia a ballare mentre dalsuo corpo esplodono tante nuvole di sangue. Luomo sceso dal furgoncinogli ha sparato con un mitra col silenziatore. Dallauto scende il guidatore, ilportellone del furgoncino si apre e scendono quattro uomini armanti. Unoha in mano una scatola.Esplosivo.« Dorian mi ha seguito!», dice Paul premendo linterfono.«Nicole, ci stanno attaccando», dice.Paul sente un enorme esplosione, sia nel citofono che nella realtà.«Sono entrati, hanno fatto esplodere la porta! Stanno salendo, li sento...»,
  • 246. dice Nicole.Paul sente il rumore di un cassetto che si apre. Nicole sta prendendo unapistola. Degli spari, poi il rumore di qualcosa che cade.Il corpo di Nicole.«Maledizione! Doner deve avermi seguito! Sono stato uno stupido, dovevofarmi seguire in un vicolo e immobilizzarlo!», dice Paul.I due corrono nella stanza segreta. Paul sale nella Time Machine.«Aspetta, mi lasci qua?», dice Frank.«Rimani qua, al sicuro. Facendo in modo che la spia non mi veda oarrestandola farò in modo che quello che è successo oggi non accada», dicePaul.Paul preme lo schermo, compare la schermata di guida. Si vede nelloschermo lufficio, ripreso tramite una telecamera nascosta. Sotto in piccolocè scritto «Time».Paul sente dei colpi di mitragliatore ovattati (la porta è blindata) nel bagno.La parete vibra, è stata colpita.Nel diplay sono comparsi la data e lora attuale. Sotto cè la stessa data eora del viaggio di prima, 2 luglio 2007, ore 1 pm. Paul mette 12 pm.Paul sente unesplosione e la porta vola via, sfiorando la macchina.Colpisce in testa Frank il quale viene sbattuto contro il muro. Sulloschermo compre la scritta rossa «Warning!». Paul guarda il suo amicoinerme sul pavimento mentre viene avvolto dal fumo.Preme GO.Il frastuono cessa allimprovviso. Paul inghiotte della saliva. Apre la porta.La stanza è intatta. Solo adesso si rende conto della potenza della TimeMachine. La guarda. La carrozzeria è rovinata dallesplosione ma intatta.Deve salvare il suo amico e tutti i suoi colleghi.Preme la funzione Security Parking e la macchina torna in alto nellangoloe diviene trasparente.La strada di fronte alluscita nella 97 è libera, lincidente non è ancoraaccaduto. Per sicurezza Paul fa il giro dallisolato dalla parte opposta aquella che ha fatto nel precedente viaggio ed entra nel bar posto di frontealluscita più vicina al luogo dellincidente di Karen. Spera di non
  • 247. incontrare Doner o dovrà fermarlo. Non cè nel bar. Si siede, ordina uncaffè e guarda lorologio. Dieci minuti prima che accada lincidente aKaren, Paul esce dal bar, va nel parco e si nasconde dietro a degli alberi.Ricorda del vecchio col telefono nel parco. Era Doner e costui lha notatosolo quando lui è tornato per fermare Karen altrimenti lattacco allufficionon sarebbe accaduto prima e sarebbe stato arrestato assieme a Leonard,come invece ha detto Frank poco prima che tornasse indietro nel tempo laprima volta.Dieci minuti dopo circa vede arrivare nel sentiero un uomo ed unabambina. Non vede arrivare nessun uomo correndo. Infatti modificando lalinea del tempo bloccando lincidente di Karen, il Paul che torna indietroper salvarla non esiste. Questo vuol dire che riuscirà a salvarla. Esce dalnascondiglio contento. Sua figlia è uscita dal sentiero ma la ferma. Karenlo guarda stranamente, poi si volta e vede laltro Paul. Non sa cosa dire.«Tranquilla sono tuo zio. Non mi hai mai visto», dice Paul.«Non ho zii. Però somigli molto a mio papà», dice la piccola guardandolo.Il clone lo guarda, meravigliato.«Ti spiegherò tutto tra poco. Ora chiama un taxi e manda Karen da Jenny.Poi andiamo alla nostra sezione che ti spiego tutto», dice Paul guardandodietro di lui. Se compare Doner, devo fermarlo.«Perché dovrei farlo?», dice il clone.«Io sono quello che tu pensi», dice Paul.Paul fa un cenno affermativo.«E stato inventato il Timer allora?»«Sì, manda Karen da sua mamma», dice Paul.Il clone va verso la strada, chiama un taxi ed obbedisce. Poi fa unatelefonata e torna indietro.«Ora dobbiamo arrestare Doner. E nella panchina dietro a quegli alberi. Senon lo troviamo dobbiamo essere certi che non ci possa seguire altrimentila nostra agenzia sarà attaccata da un gruppo di terroristi», dice Paul.«Per quello sei tornato indietro nel tempo?», dice Frank.«Anche per Karen, ti spiegherò. Ora andiamo».«Beh, potremo semplicemente tornare al quartiere generale senza farcivedere da lui. Uno dei nostri agenti lo catturerà».
  • 248. «E troppo rischioso, potrebbe vederci e in tal caso potrebbe scappare.Inoltre, anche se sappiamo che i suoi uomini attaccheranno una dellesezioni della CIA, rischiamo che nellarresto si faccia male qualcuno», dicePaul.«Cambiamo ancora la linea del tempo allora».Paul estrae una sigaretta da un pacchetto e la mette in bocca. Appenagirano gli alberi vedono un anziano che cammina nel sentiero. E Doner esta andando dalla parte opposta. Come nella prima linea del tempo, pensaPaul. Quella volta non laveva visto perché stava telefonando, quindiandava da qualche parte.«E lui?», dice a voce bassa il clone.Doner si gira. Paul soffia. Dalla finta sigaretta esce un ago.La spia si tiene una mano sul collo, gemendo. Poi crolla a terra.«Come ben sai il sonnifero lo tramortisce ma non lo fa dormire. Dobbiamoportarlo nella nostra agenzia. Ci seguirà come un agnellino ma dovremotenerlo sotto le braccia ed aiutarlo», dice Paul.«Sì, lo so benissimo di cosa parli, sei me. Lho capito. Sei arrivato con la...con il Timer».«Esattamente».I due uomini aiutano Doner ad alzarsi. Mezzora dopo è chiuso nella celladella loro agenzia. Frank, seduto nellufficio pensa al problema del fattoche ci sono due Paul. Entrambi sono seduti davanti a lui.«Non posso tornare al tempo in cui sono partito, la linea del tempo è giàstata cambiata. Me ne andrò in un altro stato. Il governo potrebbe fare degliesperimenti su di noi per vedere se siamo la stessa persona», dice Paul.«Non essere drammatico. Basterà confrontare i due DNA», dice Frank.Paul si alza.«Vado nel mio ufficio un attimo», dice.Frank lo guarda, pensieroso. Paul va nella stanza segreta. Guarda la TimeMachine. E larma più potente che luomo abbia mai creato. E a quello cheha pensato nellufficio di Frank. Questultimo va nella stanza segreta percontrollare. Apre la porta.La Time Machine è scomparsa. Probabilmente, pensa, assieme a Paul.
  • 249. COMMENTOPensando ai numerosi fatti di cronaca in cui delle persone passeggiandosfortunatamente capita loro di venire punte da una siringa ho pensato aduna parte della trama: una bambina viene punta, sammala di AIDS e ilpadre torna indietro nel tempo per impedire che lincidente accada. Da lì hosviluppato tutta la trama.
  • 250. LA SOFFITTATum!Mi sveglio di soprassalto. Sbaglio od ho sentito un rumore?Tum!Non mi sbagliavo. Non sono dei rumori, ma dei passi, e provengono dallasoffitta, sopra la mia camera. Guardo la sveglia con Paperino, sulcomodino alla mia destra. Le sue braccia fosforescenti mostrano le tre edun quarto di notte. Non è possibile che ci sia qualcuno in soffitta e nonpossono essere i miei, sono a dormire adesso. Ci vanno sempre, alle undici,dopo aver visto la Tv. Che sia un topo? Il papà ha detto che ce ne sono.Tum!Tum!Due passi. Quelli non sono passetti da ratti, a meno che non siano Topidappartamento. Ma i ladri di solito non entrano dalla soffitta.I passi continuano, questa volta evidenti. Il mio petto si blocca. Ma chi puòessere?Una cassapanca si sposta, grattando sul pavimento di legno.I fantasmi!Vado sotto le coperte, inghiottendo della saliva. La paura comincia acrescere. Nella camera si sente solo il battito del mio cuore.La mia porta.Accendo la lampada del comodino. La luce, anche se tenue, mi dà un pocodi coraggio. Vado alla porta e la chiudo a chiave. Ora mi sento più sicuro.Non che una porta chiusa tenga lontano i fantasmi. E se è...No! LUomo Nero non esiste, me lha detto mio padre. Ha ragione, leggotroppi libri di paura, devo leggere più Topolino e meno racconti di StephenKing.La mattina dopo mi sveglio sotto le coperte. La mia sveglia trilla, vibrandosul comodino. Esco dal mio rifugio e la spengo, poi accendo la luce e micambio.Oggi è domenica, giorno di festa. Bene.Mi ricordo dei passi e mi siedo sul letto, ad ascoltare, guardando il soffitto.Niente.
  • 251. Esco dalla camera. Dopo quella dei miei genitori, che si trova sulla miadestra, in fondo al corridoio, cè il bagno del piano di sopra. Prima di esso,sulla destra, ci sono le scale. Fra le scale ed il bagno, sulla parete, cè unaporta di legno. E quella che conduce in soffitta.Ed è aperta.Inghiotto della saliva mentre sento dei brividi. Ma forse è solo il freddo delcorridoio. Non abbiamo riscaldamento di sopra, è rotto. Mentre guardo laporta ripenso a quando labbiamo scoperta, un mese fa, due settimane dopoche avevamo appena traslocato qua.Mia madre si era sempre chiesta doverano la botola o le scale che portanoalla soffitta. La casa labbiamo presa anche per questo. Mio padre volevauna mansarda. Abbiamo quattro stanze sotto e tre sopra. E al secondo pianocè una vecchia soffitta, dal giardino si vedono le finestre sbarrate, quadratee piccole, con le persiane. Quando le ho viste la prima volta sembravanodegli occhi maligni nellatto di fissarmi.Ci eravamo praticamente arresi alla sua ricerca, quando mio padre hadeciso di appendere un quadro sul muro accanto al bagno di sopra. Connostra sorpresa (io ero accanto a lui), abbiamo visto uscire, dal buco chepapà stava facendo con un trapano, della segatura e calcestruzzo, nonpolvere di mattoni. Mio padre ha scoperto che dietro una parete non spessadi calcestruzzo, cera una porta di legno, sbarrata con assi e chiusa a chiave.Questultima labbiamo trovata nel ripostiglio attiguo al garage, in giardino.«Ma perché lhanno murata?», ha detto mio padre, quel giorno.«Che il proprietario di prima abbia chiuso dentro un mostro?», ho detto io.Il papà si è messo a ridere. Io sono arrossato, anche perché in mano avevoun fumetto dellhorror e sapevo che lui mi dice sempre che mi facciocondizionare da loro.Dietro la porta cerano delle scale di legno che portavano in soffitta. In essacera... solo un mucchio vecchia roba da buttare. Dei mobili antichi, comecassapanche, armadi, scatoloni pieni di libri, una vecchia bici, foglisparpagliati dappertutto e... un mucchio di polvere e ragnatele.Nessun mostro.Da quel giorno i miei hanno sempre detto che avrebbero ripulito tutto. Al
  • 252. massimo mio padre avrebbe dato unocchiata ai libri prima di buttarli.Ma tutta la roba è ancora la. Non so perché ma non ci sono ancora stati, e sìche papi voleva una mansarda. Comunque non è normale che uno chiuda laporta sbarrandola così. Più di una volta ho sentito parlare i miei genitoriproprio di questo. La mamma dice che il precedente proprietario, unvecchio di nome Federico, era evidente un pazzo. Quando lhannoacquistata io cero e lho visto: per me era un normale vecchio.Quella volta mio padre aveva detto: «Forse aveva paura dei topi». Lamamma ed io ceravamo messi a ridere.Ora Federico è morto.Allungo la mano per chiudere la porta che conduce in soffitta.Di notte non mi avvicino alla porta mai e poi mai. Però probabilmente lachiuderei se la trovassi aperta, forse.Io sono convinto, dentro me stesso, che qualcosa abita lassù.Non so dove si nasconde ma cè. Qualcosa che preferisce la notte alla lucedel giorno. E quando vado in bagno dopo il tramonto (poche volte, miporto un vasetto per la pipì in camera, che lascio fuori dalla porta), purchiudendomi dentro a chiave, ho sempre paura di sentire qualcuno correregiù dalle scale di legno della soffitta e aprire la mia porta.Mentre adesso chiudo la porta immagino una mano nera come la pece chemi stringe forte il polso, sbucando da dietro la porta.Nessuna mano mi afferra. Chiudo la soffitta e scendo le scale per farecolazione. In cucina ci sono i miei.«Papà, ho sentito dei passi questa notte in soffitta», dico mentre mi siedo.La mamma mi mette una tazza di caffellatte davanti.«Avrai sentito me. Sono andato in soffitta prima...», dice il papà.Ecco perché era aperta.«...per vedere dei topi. Avrai sentito quelli».«A me parevano passi», dico.«Di topo, certo. Sentivi come un tamburellare, vero?»«No. Ed erano le tre di notte, ho guardato la sveglia».«Allora hai sognato. Mi hai già detto di aver sognato una volta di svegliartie che poi venivi assalito da un mostro. Ti eri accorto, dopo, che anche
  • 253. quello era parte del sogno. E normale. E successo anche a me», dice ilpapà.«Sì. Può darsi. Non hai visto nessuno in soffitta?», dico.«No, ma ho sentito un rumore, come di ratti. Devono essere tornati. Dopovado a vedere se nel ripostiglio ho del veleno. La prima volta ho messodelle trappole. Ora le ho tolte. Devo provare ad avvelenarli».«Roberto, adesso vai a cercare Fancy, dobbiamo farle la puntura e sai cheogni volta scappa. Non so come fa a sapere quella gatta che dobbiamofargliela. Ogni volta scappa o non si fa trovare», dice la mamma.Esco dalla cucina e comincio a cercarla. Al piano terra non cè e nemmenofuori. Dopo che ho guardato dappertutto entra mio padre dal giardinodicendo che non lha vista.«Prova a guardare di sopra, Roberto», dice la mamma.Salgo le scale. Guardo nella camera dei miei ma non la trovo. Non cèneanche nella mia. Guardo il mio letto. Quandero più piccolo pensavo chesotto ci abitasse un mostro, il quale aspettava solo che mettessi le gambe ole braccia fuori dalle coperte per ghermirmi, e solo nel buio.Vedo sotto il letto.Cè solo il calzino che cercavo due giorni fa.Mentre torno verso le scale per guardare in bagno, noto che la porta dellasoffitta è aperta.Ma era chiusa! Lavevo accostata io. E la serratura non ha problemi, laporta non si apre da sola.I brividi tornano a scuotermi mentre il cuore comincia a battereallimpazzata.Mi avvicino alla porta. Se si è aperta forse la gatta è andata lassù...Ma come ha fatto ad aprirsi?Accendo la lampadina delle scale della soffitta. Essa illumina solo le scale.Il bagliore illumina parzialmente una piccola parte della soffitta, la quale èquasi tutta in penombra.I mostri non esistono, lo dice sempre mio padre.Mi dico questo mentre salgo le scale.Forse la porta non lavevo chiusa.Lavevi chiusa.
  • 254. Quando la mia testa supera il livello del pavimento, guardo nelloscuritàdella soffitta.Si vedono solo i soliti mobili e le ragnatele. Ma perché mia madre, che mifa una testa così se non pulisco a perfezione la mia camera, lascia tuttoquesto sporco?Oltre alla cassapanca si staglia larmadio, piegato a sinistra, a causa delcedimento delle gambe. Una volta ho detto a mio padre che la soffittasarebbe un posto ideale per un mostro per nascondersi e quando glielhodetto pensavo proprio a quellarmadio. Lui si è messo a ridere e mi ha dettoche dovrei fare lo scrittore. Ne ho di fantasia. Gli unici abitanti dellesoffitte sono i ragni ed i topi, mi ha poi detto.«Fa...Fancy», dico a voce bassa.Ho quasi paura ad alzare la voce, come se attirassi lattenzione di chissàcosa.«Fancy!», dico urlando.Da dietro larmadio sbuca qualcosa.Un grosso topo.Corre verso di me. Io mi giro e scappo, scendendo velocemente le scale inlegno. Il topo fa un un largo giro e torna indietro, per nascondersi.Appena sceso chiudo la porta a chiave.«Mamma, mamma, ho visto un topo in soffitta! Ce ne sono!», dicocorrendo giù dalle scale che portano al piano terra.«Va bene, va bene. Abbiamo trovato Fancy. Aiutaci a tenerla», dice lamamma, in cucina.Papi sta tenendo la gatta per la collottola e per la schiena. Vado ad aiutarlo.La mamma estrae la siringa, toglie il cappuccio e la infila nella bottigliettadella medicina premendo il pulsante. Poi la estrae e fa fuoriuscire laria.La gatta morde mio padre che la lascia andare. Io non riesco a tenerla. Èsuccesso tutto così velocemente.«Quella bastarda mi ha morso!», dice mio padre mostrando il morso sullamano come se qualcuno gliela avesse mozzata.«Non si parla così di Fancy, caro!», dice la mamma irata.Quel «caro» lo dice solo quando è arrabbiata.«Vai a cercarla mentre mi disinfetto, Roberto. Spero almeno che la sua
  • 255. malattia non sia infettiva», dice il papi.«Non lo è!», dice mia madre appoggiando la siringa sul tavolo.Vado dove lho vista scappare, su per le scale. Mentre corro sento le vocidei miei genitori provenire dalla cucina.«Ricordati invece del veleno, dopo. Roberto ha visto un topo in soffitta»,dice la mamma.«Lui vede sempre cose strane dappertutto. E sente passi, voci. In soffittalunica cosa che ho visto di strano prima è che la cassapanca mi sembravaspostata da dove lho vista laltro giorno», dice mio padreVedo Fancy nel corridoio del secondo piano. E seduta e sta guardandoverso il bagno. Si gira, mi vede e scappa. Quando arrivo di sopra vedo chela porta della soffitta è aperta. Guardo nelle scale e vedo che la gatta stacorrendo su per le scale in legno. La inseguo.Torno tra la polvere. Cercando di vedere i suoi occhi fluorescenti nel buiodella soffitta la chiamo a gran voce.«Fancy, Fancy! Lo facciamo per il tuo bene», grido, cercandola.Mi fermo, pensando a certi particolari.«...la cassapanca mi sembrava spostata da dove lho vista laltro giorno»La porta era chiusa a chiave. A chiave...Sulla mia destra cè, a terra, la vecchia bici. Sulla destra, a qualche metroda me, cè larmadio. Sulla mia sinistra cè un vecchio ritratto appoggiatoalla parete. Ha il vetro rotto e raffigura un anziano signore con gli occhigrigi, il quale sembra che mi stia guardando torvo.Gneek!La porta dellarmadio si è aperta.Faccio un sobbalzo allindietro, la mia testa va in una ragnatela. Me letolgo nervosamente, fissando larmadio.Dentro non cè niente, la porta si è aperta perché larmadio è leggermentepiegato in avanti.Faccio qualche passo in avanti e torno a fermarmi. Dietro la pendolaappoggiata alla parete, a quattro metri di distanza sulla sinistra, dopolarmadio, vedo un ombra lunga, a forma di uomo. Mi si blocca il fiato.Sintravede solo la forma umana,Inghiotto un poco di saliva. Sembra proprio un uomo nascosto, immobile,
  • 256. per non farsi notare. La forma della testa, il corpo.No, non può essere, penso avvicinandomi. Do un calcio a qualcosa,sobbalzo.E una torcia. Forse lha dimenticata mio padre. Mentre mi abbasso perraccoglierla guardo lombra, che è sempre immobile. Larmadio è ancora difronte a me, più vicino.Accendo la torcia e gliela punto.Lombra non cè più, si è come dissolta. Cè solo la pendola e, vicino... cèqualcosa.Un topo morto. Sembra proprio quello che ho visto prima. Ma mio padrenon ha ancora messo il veleno.La gatta sbuca da non so dove correndo, finendomi tra i piedi, io mispavento e mi muovo di scatto, sbilanciandomi. Cado nel pavimento. Vedola gatta scappare verso le scale.«Fancy! Cosa fai? Aspetta», urlo.Una mano gelata mi prende la caviglia.Il cuore quasi mi si ferma.Mi giro.Un uomo completamente nero mi ha preso la gamba. E uscito da dietrolarmadio. Non ha vestiti, è nudo, ed è buio come la notte. Non halineamenti sul viso, non parla. Mentre allunga laltra mano urlo.Mario nota che al tavolo accanto, nel bar stanno parlando animatamente.Chiede al suo amico Leandro cosa succede.«Stanno quasi tutti parlando delle scomparsa del figlio dei Peressini,Roberto. Sai, la casa in cima alla collina, quella che dicevano che erastregata, prima che loro la comprassero. E salito in soffitta, almeno diconoi genitori, e il bimbo non è più tornato. Svanito nel nulla».«I fantasmi non esistono, quelli non sono stati di sicuro», dice Mario.Mario saluta il suo amico, paga ed esce dal bar, pensando.Lui conosce la casa in cima alla collina perché ci ha abitato. Roberto non èstato rapito dai fantasmi.E stato preso dallUomo Nero.
  • 257. COMMENTODa piccolo abitavo in una grande casa simile a quella del racconto. Avevopaura che dalle scale che vanno in soffitta, di notte, scendesse chissà qualemostro. Eppure di giorno ci andavo!