Scritti Persiani
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Scritti Persiani Document Transcript

  • 1. Normale e “altro” nel diritto del lavoro. Primi appuntidi Lorenzo Gaeta1. Premessa. – 2. Un passato. Il diritto del lavoro come selezione degli interlocutori. – 3.Un futuro. Contro la mercantilizzazione del diritto del lavoro.1. PremessaLo scopo di questo brevissimo contributo è praticamente impossibile: si tratta, infatti, di darconto dei rapporti tra normalità e diversità, tra “ordinario” e “speciale”, nei vari momentidell’ormai lunga storia del diritto del lavoro e di tracciare qualche linea di previsione e diauspicio per il futuro più immediato.Davanti all’enormità di un compito del genere, risponderò in un modo assolutamenteparziale, sicuramente discutibile e volutamente provocatorio. Forte di qualche precedentenella materia (quando, con l’aiuto di valenti amici, ho studiato il “diritto diseguale” cheveniva fuori dalla legislazione sulle azioni positive ed ho inquadrato le innumerevolisfaccettature dell’“alterità” nel lavoro e nel diritto), cercherò in primo luogo di leggere ilnesso tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi è tutelato e chi è escluso, se non discriminato, inuna prospettiva diacronica. Ipotizzerò – per fare questo – una particolare traccia di riletturadel complesso percorso storico del diritto del lavoro: di alcuni suoi momenti si proporràuna sorta di (personalissima) istantanea da cui risulterà, ora più nitido ora più sfocato, unmodello che tiene conto di alcune costanti. Infatti, come punto di partenza immagino ildiritto del lavoro alla stregua di un complesso di regole posto sempre e comunque da unestablishment – anche se spesso corretto dalle istanze rappresentative dei contropoterisociali – in relazione a determinati obiettivi di volta in volta giudicati meritevoli di essereperseguiti. Perciò, e schematizzando al massimo, il diritto del lavoro è ripercorribile in ognisuo momento per il fatto che si è deciso di volta in volta di individuare, definire ecircoscrivere sostanzialmente due tipi di “interlocutori”: dei soggetti collettivi, investiti di unpotere di rappresentanza, coi quali relazionarsi nei modi più diversi allo scopo dideterminare ed emanare le regole; tanti soggetti per lo più individuali, che sono idestinatari delle regole, e dai quali ci si aspetta un determinato comportamento, sempre inragione del perseguimento di un obiettivo o di una funzione di fatto svolta, ora più orameno consapevolmente, emanando regole lavoristiche selettive.2. Un passato: il diritto del lavoro come selezione degli interlocutoriA) In principio era la libertà contrattuale: questa formula magica occulta – nemmeno tantobene – la potestà assoluta di chi detiene gli strumenti di produzione nei confronti di chi, aseguito dell’industrializzazione, si è visto spossessato della sua tecnica e del suo tempo,ed è costretto a inurbarsi nelle strutture delle grandi fabbriche. Perciò, il diritto del lavorodelle origini presenta già, verso la fine del XIX secolo, il marchio caratteristico di tutela delcontraente debole. La “legislazione sociale”, costituita da tanti interventi frammentati escoordinati, non consente certo di individuare una categoria teorica in qualche modo
  • 2. come può esserlo un fuorilegge. Si tratta ancora di un diritto del lavoro brutalmentearcaico, che sembra voler ammorbidire le rigidità eccessive dell’approccio privatistico, maalla fine svolge più che altro la funzione di favorire il decollo industriale e il consolidamentodelle prime grandi realtà capitalistiche, per una via in qualche modo controllata epianificata.B) Nei primi decenni del Novecento il diritto del lavoro, al di là delle sue primeconsapevolezze di incarnare una materia “antagonista”, si sviluppa nel senso diconsolidare il destinatario privilegiato. Sul versante dell’individuale, si fanno largoprepotentemente – sulla scia della fondamentale opera di Lodovico Barassi – leteorizzazioni a tutto campo, che cominciano a dar vita alla categoria “fondante” dellasubordinazione, con la conseguente creazione di un “prototipo” ben individuato, che èancora il lavoratore della grande fabbrica industriale, questa volta assurto, però, aidealtipo di natura generale. Questa tendenza vira poi gradualmente verso un altro vicinoobiettivo, quando comincia a tessersi una rete di tutele che poco alla volta avvolge lefasce impiegatizie, con l’evidente scopo di accattivarsi i ceti medi. Si agisce, poi, sulladefinizione dell’collettivo, innestando i primi meccanismi di riconoscimento “selettivo” dellalibertà sindacale, della contrattazione collettiva e dell’autotutela, in un sapiente gioco didivieti e aperture condizionate; il riconoscimento opera più di fatto che “di diritto”, mariesce comunque – o proprio per questo – a perseguire il suo obiettivo. Entrambi i tipi diindividuazione (di sicuro il primo) convergono nella creazione di figure in certo qual modo“solide” e disponibili, che si possano rivelare in seguito possibili interlocutori morbidi eaffidabili. E il ceto “imperturbabilmente borghese” della dottrina dominante si impone comerotagonista di molte selezioni che condizioneranno indelebilmente il futuro applicativo delletutele, segnando il solco tra “normale” e “speciale” per tutti gli anni a venire. Il diritto dellavoro dei due primi decenni del XX secolo cerca di farsi spazio come materia molto piùmatura e più solida, autoconsapevole e irresistibilmente liberale; la sua è ora quella dirafforzare e radicare su solide basi, teoriche e non solo, il potere economico di uno Statoormai più che cinquantenario, rivolgendosi ad una controparte non addomesticata, maragionevole e comprensiva.C) Il diritto del lavoro corporativo si limita a rafforzare in senso autoritario le funzioni giàsolidamente acquisite nel periodo liberale. Il destinatario individuale della tutela lavoristicaprivilegiata muta quasi impercettibilmente: le regole della politica sociale fascistaselezionano tra i ceti medi quell’interlocutore ragionevole che nel contempo assicuri epropagandi il consenso al regime. Contemporaneamente viene attivato un meccanismopiù forte di selezione, che emargina di fatto o addirittura espelle senza mezzi termini interefasce considerate di rango inferiore, prima con la disincentivazione e ghettizzazione dellavoro femminile, poi con le vere e proprie discriminazioni razziali. Ma è sul versante dellascelta dell’interlocutore collettivo che il fascismo giuridico rivela il suo volto più tipico,procedendo alla puntuale creazione di un soggetto sindacale questa volta davveroaddomesticato, che viene incorporato nelle strutture stesse dell’economia statale. Unpuntello giuridico è fornito da meccanismi già collaudati e patrocinati da un compiacenteceto giuridico in periodo liberale, solo riproposti ora in una variante “autoritaria”:l’inderogabilità del contratto collettivo e il divieto dello sciopero, per citare solo i piùimportanti. Mentre un supporto imprescindibile alla politica sociale del consenso è dato
  • 3. D) La Costituzione, “antagonista” rispetto allo sconfitto regime, non riesce a trovarecittadinanza nel mondo del lavoro. Anzi, il diritto del lavoro degli anni ’50 (e della primametà degli anni ’60) del secolo scorso è orientato all’annichilimento delle sue garanzie,che restano “di carta”, consentendo la mano libera alle imprese e i comportamenti piùvessatori nei confronti di una classe ormai arroccata sulla più estrema difensiva. Ilversante collettivo è dominato dalla negazione dei diritti sindacali, soprattutto all’internodei luoghi di lavoro; nella logica della guerra fredda, la posizione nei confrontidell’interlocutore collettivo è talmente di forza che spesso non si ha bisogno di dialogarecon esso. Sul versante individuale, di conseguenza, il destinatario della tutela tipica èpreferibilmente il lavoratore “decostituzionalizzato”, privato dei diritti che pure avrebbe esuccube del libero potere imprenditoriale: è lui a ricevere qualche blando favore – spessodi natura clientelare – che lo lega all’establishment in cambio della “pace sociale”. Leteorie giuridiche che prendono rapidamente il sopravvento, anche grazie all’autorevolezzadei loro paladini (in primo luogo, Francesco Santoro Passarelli), propongono una visioneneoprivatistica del diritto del lavoro, anche come reazione alla pubblicizzazione spinta delcorporativismo; ma spesso finiscono col fornire lo spunto a letture (più o menoconsapevolmente) riduttive dei diritti del lavoratore, soprattutto in campo sindacale.Operando queste selezioni, il diritto del lavoro del dopoguerra fa palesemente da sostegnoalla ricostruzione delle fabbriche e dell’economia, e poi alla realizzazione di un “boom”spesso fittizio e solo per i ceti medio-alti. Sulla carta è un diritto aperto, nella prassi èsubdolamente forte; la sua ricerca dell’interlocutore accomodante segue percorsi contorti etalvolta sotterranei, ma alla fine efficaci.E) L’era della contestazione generale pare aprire un momento davvero nuovo per il dirittodel lavoro, che sembra ora mutare decisamente funzione. Sul versante collettivo, ilsindacato – quello unitario – è uscito rafforzato dalle lotte “calde” di quegli anni e riesce afarsi cucire addosso una legislazione lavoristica su misura per il suo sostegno. Sul pianoindividuale la scelta dell’interlocutore è indirizzata in buona sostanza all’esaltazione dellarealtà di vertice del conflitto sociale, ovvero l’operaio massa della fabbrica industrialemedio-grande, che diventa il vero e proprio eroe protagonista di quel poema epico che permolti è, e resterà, lo Statuto dei lavoratori. Ma tutto il resto dell’universo lavorativo nonesiste, o emerge poco, in quei tempi di rigide certezze disegnate coi tratti forti di un dirittodel lavoro “ad una dimensione”, che non ha altro riferimento se non la fabbrica. In questoscenario propizio, si fanno largo teorie giuridiche – i cui iniziatori sono Gino Giugni eFederico Mancini – che mettono in primo piano i risvolti sociali e politici dei temi affrontati,attente anche a quel che succede fuori dei confini nazionali. Il diritto del lavoro è diventatopiù aperto e garantistico, anche se – con ogni probabilità – si tratta dell’unica rispostasensata che l’establishment può dare in quel momento per tenere a bada il peso enormedell’azione collettiva; il garantismo, ancora una volta, è però estremamente mirato. Èl’esaltazione del diritto del lavoro monolitico, granitico, tutto d’un pezzo. Tutto dura solopochi anni, anche se – come spesso accade – certe eredità diventano poi forti e, perqualcuno, anche ingombranti.F) Molte cose cambiano con la crisi degli anni più bui. Il diritto del lavoro degli “anni dipiombo” fa, spesso bruscamente, marcia indietro. Davanti all’appello a rimboccarsi tuttiinsieme le maniche, il soggetto collettivo forte è costretto ad attestarsi sulla difensiva, e
  • 4. “perdente” – l’eroe degli anni d’oro sconfitto da imperscrutabili forze esterne – si puòcucire addosso un diritto del lavoro molto più segmentato, studiato per il caso singolo,derogabile, a termine, con eccezioni, cavilloso, che cerca di assolvere, dove può, all’unicafunzione di rattoppare una situazione che le imprese sentono come molto grave. Eppure èlui il destinatario privilegiato della materia, o meglio di quel poco che si può ancoradistribuire; chi è fuori non vive tempi molto felici.G) La situazione viene soltanto raffinata quando negli anni ’80 parte la stagione dellaconcertazione. Il sindacato viene neocorporativamente richiamato nelle istituzioni, e(anche per questo) continua a perdere consensi, ora ancora a favore delle istanzeautonome, ora però anche per una contestazione “da sinistra”, che qualche volta cominciaa privilegiare la pistola alla dialettica anche dura. La normativa erosiva dei diritti non è piùcalata dall’alto dopo una contrattazione (anche se forzatamente accondiscendente), ma èconcordata in accordi trilaterali che hanno natura giuridica e politica ben diversa, e che –per inciso – colorano gradatamente alcuni istituti, segnatamente il contratto collettivo, disuggestioni pubblicistiche. Il nuovo diritto del lavoro tende a ricompattarsi, l’interlocutorecollettivo selezionato è diventato talmente affidabile che lo si lascia entrare nella stanzadei bottoni, anche se si ha cura che non possa premerne molti. Il punto di riferimentoindividuale su cui si addensa l’interesse del diritto del lavoro di questo momento è ora quellavoratore che riesce a rimanere, o ad entrare, all’interno di una cittadella sempre piùselettiva nelle ammissioni (pur se ancora zeppa di imbucati e “portoghesi”) e fortificata nelrespingere gli assalti esterni. Fuori di essa, infatti, preme un intero universo –assolutamente disomogeneo – di soggetti esclusi, che possono essere forti (talvoltafortissimi) e non più bisognosi di tutele, ma che sono soprattutto deboli, talvoltadebolissimi: il diritto del lavoro troppo spesso finge di non vederli e di non riconoscerlicome lavoratori degni di beneficiare a pieno delle sue cogenti garanzie.H) Questa funzione del diritto del lavoro ad un certo punto si intreccia con quellaframmentata del diritto del lavoro postmoderno, che si sviluppa non solo (o non tanto) perl’invasione delle nuove tecnologie quanto per un più complessivo riflusso neoliberista dellasocietà e di un mondo del lavoro sempre più multiculturale, globalizzato e flessibile. Lamateria è ormai esplosa, qualcuno ne preconizza addirittura la fine, proprio per il venirmeno del suo punto storico di riferimento (non accorgendosi che il diritto del lavoro èsempre stato molto bravo a cambiare pelle, adattandosi ad ogni mutamento). Tutto èplurale, ogni cosa va per proprio conto. Non c’è più una tutela, ma le tutele; non c’è più lasubordinazione, ma le subordinazioni; perciò, non c’è più un interlocutore ma tantiinterlocutori, rispetto a molti dei quali gli strumenti giuridici adoperabili paiono extra-lavoristici, con operazioni che si risolvono sostanzialmente nel ripescaggio del contratto. Ildiritto del lavoro in senso stretto – che ormai presenta i tratti di disciplina meno garantistae più derogabile – esiste solo per fasce sempre meno rilevanti di soggetti, individuali ecollettivi; il resto è fuori, se è tutelato lo è da qualcos’altro che col diritto del lavoro haqualche parentela, spesso neanche ravvicinata. Si intensificano gli appelli a ripensare e arinnovare la materia, pena la sua estinzione, o la trasfigurazione in qualcosa di diverso. Eproprio in questo contesto appare la sinistra scia del “diritto del lavoro insanguinato”,segnato dal martirio di Massimo D’Antona e Marco Biagi, pacificatori sociali.
  • 5. indeterminato, segnano il passaggio dalla dimensione collettiva all’individualizzazione, unadisgregazione in cui prevale, di fronte al lavoratore, il cittadino. Via via, però, questoprocesso di individualizzazione determina l’impoverimento di una concezione “politica” deidiritti di cittadinanza; la solidarietà che è alla base del sistema di sicurezza sociale cede ilpasso a forme mercantilizzate di assistenza.Ed è proprio il difficile e problematico impatto con il mercato, con le sue leggi difunzionamento, a determinare o quantomeno rafforzare, così come ormai riconosciuto daipiù avvertiti economisti, diseguaglianze ed emarginazioni, mettendo quindi in discussionecategorie teoriche per il passato univoche. È il caso del binomio lavoro-sviluppo che haacquistato una poliedricità di senso e di significati tale da determinare la “rottura” di unlegame per il passato considerato inscindibile: maggior sviluppo equivale a maggior lavoroe viceversa. È qui emblematico il dibattito sulle nuove figure e i nuovi modelli diorganizzazione del lavoro, il lavoro che “diminuisce” e il lavoro che “cresce”. Lasubordinazione del lavoro al mercato, alle leggi ed alle logiche dei consumi, con l’unicapropensione al massimo profitto e con l’abbandono delle ragioni “nobili” della politica edella morale rende arido il lavoro, alimentando la costruzione di identità “disumanizzate”,dominate dalla necessità o dalla propensione al consumo di beni. Nella definizione oridefinizione delle varie figure emergenti di lavoro – a tempo parziale, temporaneo,autonomo nelle sue varie forme – si riscopre la necessità di guidare e controllare, nelpiccolo spazio che residua ai governi ed ai sistemi nazionali, le politiche complessive disviluppo, di intervento, di distribuzione, per evitare che esse, univocamente orientate allesole esigenze di mercato, creino diseguaglianze intollerabili.In una prospettiva analoga si colloca tutta la problematica, appena accennata sopra, deirapporti con quella che non è certo una “minoranza”, ovvero l’universo femminile, che hastoricamente, però, sempre espresso posizioni deboli che richiedono ed in alcuni casirivendicano una maggior tutela: da quello che è stato definito “diritto diseguale” fino allepiù recenti strategie di mainstreaming, per individuare misure idonee a garantire la tuteladel lavoro femminile e delle pari opportunità con interventi mirati di politica attiva. El’elenco delle “diversità”, esterne ed interne, potrebbe durare davvero all’infinito.Conclusivamente, la problematica dell’alterità costituirà di sicuro un nodo essenziale deldibattito scientifico nel prossimo futuro; un dibattito reso attuale dai processi diglobalizzazione e di interdipendenza che superano lo spazio fisico e temporale di undialogo prossimo tra estranei. Si renderà necessario un impegno a cui non si riuscirà a farfronte con la predisposizione di modelli giuridici, rigidi e predefiniti, di tutela indifferenziatadel lavoratore da parte dello Stato; questo è chiamato piuttosto ad assumere un ruolo digarante delle politiche concertative di sviluppo e di tutela delle situazioni soggettive ingioco. La creatività della riflessione scientifico-giuridica si rivolgerà quindi allaconfigurazione di un sistema che sappia declinare in modo vario ed articolato il principio di“eguaglianza non omogenea”.Ed al centro di questo futuro dibattito, l’incontro con l’altro che si manifesta sulla scenapubblica e nello specifico di una relazione lavorativa con tutto il suo bagaglio di tradizioni edi cultura, e reclama il riconoscimento della cittadinanza, impegnerà non poco la vigileattenzione di quanti si pongono in atteggiamento critico verso forme di mercantilizzazioneliberista generatrici di diseguaglianza e di emarginazione. L’obiettivo è, allora, quello dellaelaborazione di un modello normativo che, cercando modi di coesistenza con razionalità(anche “interne”) ad esso estranee, faccia del riconoscimento dell’eguale valore dell’altro