L’evoluzione storica ed i principi regolativi dell’economia civile: verso una nuova “Golden Age”?
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L’evoluzione storica ed i principi regolativi dell’economia civile: verso una nuova “Golden Age”? Document Transcript

  • 1. 1Università degli Studi di BolognaScuola di Economia, Management e StatisticaCorso di Laurea Magistrale in Economia e DirittoCorso di Economia Civile e Sistemi di WelfareProf. Stefano ZamagniL’evoluzione storica ed i principi regolatividell’economia civile: verso una nuova “GoldenAge”?diCarlo SignorGiugno 2013
  • 2. 2SommarioIntroduzione............................................................................................... 3Le radici dell’economia civile...................................................................... 4Il Medioevo: dalla cultura monastica al francescanesimo................................................................4L’umanesimo civile .........................................................................................................................................6La notte del civile............................................................................................................................................7L’età dell’oro dell’economia civile............................................................... 9Genovesi e la scuola napoletana...............................................................................................................9I concetti fondamentali dell’economia civile. .................................................................................... 10Declino del “civile” e affermazione dell’economia politica..........................13I punti in comune dell’umanesimo civile con la filosofia smithiana.......................................... 13La caesura tra economia civile ed economia politica ..................................................................... 14L’utilitarismo e la definitiva affermazione della political economy............................................ 15I principi regolativi dell’economia civile ....................................................18L’economia di mercato civile................................................................................................................... 18Gli ordini sociali e il principio di reciprocità....................................................................................... 20I beni relazionali ........................................................................................................................................... 22Le ragioni del ritorno della prospettiva di economia civile .........................23I limiti dell’economia politica................................................................................................................... 23La questione occupazionale e la crisi del welfare state ................................................................. 24La soluzione dell’economia civile........................................................................................................... 25Da welfare state a welfare society ......................................................................................................... 27I mercati di qualità sociale........................................................................................................................ 28Prospettive e conclusioni...........................................................................30Bibliografia ................................................................................................33
  • 3. 3IntroduzioneNegli ultimi anni, specialmente in concomitanza con la recente crisi economico-sociale, è tornato in auge, negli ambienti accademici e non solo, il modello diteoria economica dell’economia civile.Esso rappresenta un paradigma alternativo a quello, sino ad ora dominante,dell’economia politica di estrazione culturale anglosassone che, spesso, è risultatoincapace di rispondere, completamente ed efficacemente alle sfide di una societàsempre più complessa ed articolata. É inoltre, corretto parlare di “ritorno”, perchél’economia civile, sul piano cronologico, trova origine nel Medioevo per evolversi,embricandosi con la political economics, scandendo le fasi dello sviluppo delpensiero economico nei secoli e trovando i momenti di massima fioritura durantela prima fase dell’Umanesimo quattrocentesco e il Settecento napoletano, conl’economista Genovesi, prima di venir oscurata dall’economia politica.In realtà, la modernità e la capacità rinnovativa del modello teorico dell’economiacivile sono insite nei contenuti, in grado di intercettare molte esigenze dellasocietà contemporanea, ma anche nel linguaggio con il ricorrente utilizzo ditermini quali relazioni, reciprocità, fraternità, dono, gratuità, bene comune,felicità strettamente connessi con questioni che, ad oggi, si ritagliano un ruolonon marginale nel dibattito socio-economico.Tali considerazioni costituiscono i presupposti razionali per ipotizzare una nuovagolden age per l’economia civile e per l’approfondimento/riscoperta delle suepeculiari caratteristiche, specialmente nelle sue implicazioni operative per il XXIsecolo. Pertanto, tramite questo working paper, l’autore si pone i seguentiobiettivi:1. l’inquadramento storico di tale paradigma economico, indagandonel’integrazione evolutiva, fino alla sua sostituzione col più conosciutomodello dell’economia politica;2. la descrizione dei principi regolativi e fondanti di tale modello, forse ingrado di offrire alcune ipotetiche soluzioni alle gravi, talora drammatiche,problematiche economiche/sociali/antropologiche che oggi affliggono lenostre comunità.
  • 4. 4Le radici dell’economia civileIl Medioevo: dalla cultura monastica al francescanesimoLa tradizione dell’economia civile si distingue per aver radici profonde, intrecciateed in simbiosi con le vicende che hanno portato alla nascita della cosiddetta“società civile”, alternativa, seppur collegata, ai concetti di Stato e di individuo.(Bruni 2004)Se l’idea di società civile si diffonde ai tempi della polis greca o della civitasromana, essa sembra rivelare la sua essenza in seguito alla fioritura delcristianesimo e, quindi, è fondamentale ripercorrere gli eventi cronologici a partiredal Medioevo per meglio percepire l’evoluzione del paradigma sociale, economico,politico e filosofico dell’economia civile.In particolare, va considerato il ruolo essenziale svolto dal monachesimo, cherappresentò, dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente, un grande movimentospirituale europeo, e sul piano civile fu un faro di luce e di civiltà in secolistoricamente ritenuti bui.Monachesimo che, aldilà dell’essere la culla della neonata filosofia civile, è lostesso luogo di origine del primo vero lessico economico e commerciale, quindidell’economia moderna in sé; infatti, proprio all’interno delle abbazie, durante ilBasso Medioevo, si svilupparono le prime forme complesse di contabilità egestione che permisero la realizzazione, sebbene in forma primordiale, di ambientisociali e strutture economiche articolate. Ne è piena espressione il mottobenedettino “ora et labora”, non distante dalla cultura del lavoro e dell’economiache ancora oggi è principio fondante di ogni teoria e cultura economica. Un altropasso fondamentale fu il progressivo mutarsi del giudizio da parte dell’eticacristiana tra il II e l’VIII secolo nei confronti del rapporto con i beni e la ricchezza,non più condannati in sé, ma solo se usati con avarizia, che offre una primagiustificazione dell’economia intesa come relazione tra soggetti e beni.Altro punto di incontro con i principi dell’economia moderna che si può ricavaredall’esperienza dei monasteri è l’approccio alla vita e alla comunità. La vita deimonaci era volta allo scopo ultimo della salvezza, una sorta di mission aziendaleante litteram guardando la comunità del monastero come un’impresa moderna.Conseguentemente la loro vita era scandita e organizzata fin nei minimi dettagli
  • 5. 5secondo un’ottica di razionalità strumentale che è al cuore della cultura edell’economia occidentale (Max Weber).Ma, forse, la vera rivoluzione ha luogo nel momento in cui la cultura cristiana,ormai dominante in Europa, con i possedimenti dei monasteri, creò le condizioniper la legittimazione etica della proprietà privata, un istituto essenziale per lanascita dell’economia di mercato.Dall’altro lato, con l’apertura relazionale dei monasteri sulle città e l’obbligo delmonaco di assistere poveri e concedere prestiti ai bisognosi, si andò a profilare unprincipio chiave dell’economia civile: il dono.In definitiva, i monasteri fecero da humus per la nascita di linguaggio e culturache poi andranno a definire tutti i paradigmi economici moderni, ma proprio inqueste realtà sociali iniziò a profilarsi la prima idea di economia civile, unica ingrado di cogliere la stretta connessione tra caritas ed economia, tra dono econtratto, tra reciprocità e razionalità economica.1Un altro momento topico della storia del pensiero economico si ebbe con lanascita dei mercati e l’affermazione della classe dei mercanti a partire dal XIsecolo. In questo contesto a contribuire da un lato alla prima vera esperienza dieconomia civile e poi, paradossalmente, a rivelarsi la prima vera scuolaeconomica dalla quale emergerà il moderno spirito del capitalismo 2 è ilfrancescanesimo.Con il francescanesimo ebbe luogo il primo tentativo di una vera e propriariflessione economica. 3 In questa fase si ebbe una dettagliata riflessione sulsignificato del “possesso”, sulla cultura della povertà medievale, sull’usura, masoprattutto si assistette alla nascita dei “monti di pietà”, esperienza consideratala prima vera istituzione di economia civile, dai forti caratteri solidaristici e quindiriconducibile al principio di reciprocità.4Oggi queste organizzazioni potrebbero essere identificate come vere e propriebanche etiche, che oggi trovano una continuazione ideale nelle varie forme di1La successiva affermazione della cultura del contratto ai danni di quella del dono e dellarazionalità economica sulla reciprocità fu poi storicamente l’inizio del declino dell’economia civile.2 Contributi di Ockham, San Bernardino da Siena.3La scuola francescana superò sul piano dottrinale la proibizione dell’interesse con tutte leconseguenze commerciali e bancarie che ne derivarono.4 I monti di pietà sorsero nel Quattrocento in Umbria e nelle Marche per mano dei francescanicome mezzi di “cura” della povertà e di lotta all’usura.
  • 6. 6microcredito, nelle casse rurali, il cui capitale si accumulava per mezzo di collettesottoscrizioni, eredità, donazioni, depositi vincolati e questue.L’umanesimo civileDal Quattrocento ebbe luogo quella grande rivoluzione che portò la societàoccidentale dal medioevo alla modernità, concomitante con l’umanesimo el’umanesimo civile in particolare.“Questa fase è vista come la fioritura della semina e della coltivazione medievale,quando si sviluppò la semantica di quel civile e di quell’economico che fiorìnell’umanesimo civile” (Zamagni 2004).Tuttavia, è bene precisare che la stagione dell’umanesimo civile non coincide conl’intero periodo dell’umanesimo, in quanto nella seconda fase, corrispondentealla seconda metà del Quattrocento, riprese il sopravvento l’anima individualistaplatonica, chiudendo di fatto la stagione del primo umanesimo sociale edaristotelico.Con l’umanesimo civile si assistette ad una forte rivalutazione, già iniziata nelmedioevo, della dimensione orizzontale e relazionale dell’essere umano, dallafamiglia alla città, allo Stato.Concetti come il “bene vivere” successivamente riconosciuti come i tratti distintividella discussione propria della tradizione economica civile del Settecentorichiamavano i contributi di Bruni, Alberti, Bernardino da Siena sulle tesimedievali dell’utilità sociale delle ricchezze.Rivoluzionario il nuovo approccio al lavoro umano, non più visto come attivitàmoralmente più bassa rispetto alla contemplazione, ma valorizzata e innalzata alrango di partecipazione all’attività creatrice di Dio.In questo contesto si sviluppò ulteriormente il valore del dono e il principio dellareciprocità come via al mercato, in quanto l’economia è civile solo se ne prendeparte tutta la città.
  • 7. 7Come contraltare, il povero ozioso è condannato perché si autoesclude dallareciprocità.5Infine è strettamente legata al paradigma di economia civile la discussione che sisviluppò in questa fase sul tema della felicità, che, sulla scia di Aristotele, vennevista come frutto delle virtù civiche e, quindi, di una realtà immediatamentesociale: non esiste felicità disgiunta dalla vita civile.La notte del civileCome già anticipato, durante la seconda fase dell’umanesimo si assiste al declinodel “civile”. In particolare nella seconda parte del Quattrocento e nei primi annidel Cinquecento si afferma la corrente di pensiero dell’individualismo che andò aminare le fondamenta dell’umanesimo civile. I suoi più importanti autori diriferimento sono Machiavelli, Hobbes e Mandeville.Machiavelli incarna perfettamente la crisi morale e politica del suo tempo (inizioXVI secolo): contesto caratterizzato dalla trasformazione delle repubbliche civili insignorie che diedero luogo a continue guerre lungo tutta la penisola italica.Nei contributi di Machiavelli si riconosce un radicale pessimismo antropologico,poiché, diversamente dalle convinzioni dei primi umanisti, le virtù civili si eranomostrate incapaci di creare e mantenere la pace e la coscienza nazionale.L’individuo è, pertanto, incivile, malvagio, pauroso e scaltro. Ne consegue che labase della vita in comune non può più essere l’amore reciproco, ma il reciprocotimore. In questo contesto diventa fondamentale la figura e il ruolo del princeps,del quale Machiavelli descrive le virtù politiche, in una concezionediametralmente opposta alle virtù civili, attraverso le quali egli libera i proprisudditi dai conflitti distruttivi riconducibili all’inciviltà insita dell’individuo. Tipodi approccio filosofico strettamente correlato al fenomeno di ricostituzione dellegerarchie, quali le società feudali e castali, che ricreano le fondamenta di unasocietà non più basata sul principio di uguaglianza, tipico dell’economia civile.5 Da una analisi attenta si può riconoscere in questa considerazione una delle principalimotivazioni di fallimento del welfare state.
  • 8. 8Un secolo dopo, sulla scia di Machiavelli, si distingue un altro importante autorele cui opere contribuiscono al declino del civile: Hobbes. “Gli uomini hanno incomune solo la loro uccidibilità generalizzata, ossia chiunque può essere uccisoda chiunque”. Il conflitto, la competizione, la lotta per sopraffare l’altro è lacondizione ordinaria degli uomini: la paura è, nuovamente, il fondamento dellavita in comune.Ma il più significativo contributo, e vero grande capolavoro, di Hobbes è ilLeviatano (1651). Hobbes scrive che l’essenza fortemente negativa dell’uomo loporta a dover stipulare con un entità esterna, il Leviatano appunto, un pattoartificiale che permetta di evitare la guerra di tutti contro tutti attraverso larinuncia dei rapporti interpersonali delegando la mediazione intersoggettiva alloStato-Leviatano.Prende forma il concetto di Stato, inteso come contrapposto all’individuo, che, inchiave moderna, si può ricondurre al conflitto tra interesse pubblico ed interesseprivato. Il pubblico è il luogo di ciò che è comune e il privato è il luogo di ciò che èproprio.Un altro radicale attacco agli autori civili fu quello sferrato da Mandeville, con lasua celebre “Favola delle api” del 1714.6 L’idea fondante è la sussistenza di unaconsecutio tra “vizi privati” e “pubblici benefici”: è un concetto rivoluzionario intotale contrasto rispetto alla filosofia civile, in quanto l’uomo non solo non è un“animale civile” portato di natura a relazionarsi con gli altri, ma se lo fosse o lodiventasse attraverso l’educazione e la cultura, dovrebbe tenere a freno le suevirtù poiché negative per la vita della società.A sintetizzare successivamente questa filosofia contribuì Kant, secondo cuil’uomo è essenzialmente egoista e solo la morale e la vita gli impongono obblighisociali, dunque si manifesta l’esclusione della reciprocità sia su dimensioneessenziale che antropologica dell’essere umano.Sembra evidente la stretta connessione tra questa nuova concezione dell’uomo edella società, secondo cui la socialità è qualcosa di estrinseco, di transitorio, diaccidentale, e la cultura che poi nell’età contemporanea si è rivelata dominante.6 La favola narra la storia di un alveare di api egoiste che, grazie alla loro avarizia e disonestà,vivevano nell’abbondanza e nel benessere. Ad un certo punto le api si convertono e diventanooneste, altruiste e virtuose. In breve tempo, l’alveare precipita nella miseria.
  • 9. 9È proprio in questa fase che sembra profilarsi la vera frattura tra umanesimocivile e modernità: la vita civile si riscopre fragile.Tuttavia, il momento che apparentemente sembra il più buio per l’economiacivile, poiché minata alle sue fondamenta dell’essenza dell’uomo, in realtà non èaltro che il prologo per la successiva esplosione di quella che può essere definitala vera “età dell’oro del civile”. Difatti, sarebbe riduttivo sentenziare chel’economia moderna nasca emancipandosi dall’etica. In realtà, le due forme dipensiero che poi successivamente si svilupparono, l’economia politicaanglosassone e l’economia civile italiana, ebbero come principale punto incomune il tentativo di rifondazione di una nuova struttura sociale checonsentisse all’economia di tornare civile. Gli stessi filosofi dell’economia classicacercarono a loro modo di oltrepassare le teorie antropologiche di Machiavelli,Hobbes, Mandeville tentando di costruire una società civile come insieme diazioni, regole, istituzioni per orientare l’uomo con la sua “insocievole-socievolezza” verso il bene comune indagando quei meccanismi capaci direndere compatibili l’interesse personale, da cui l’uomo è antropologicamente edistintualmente spinto, e l’interesse comune.L’età dell’oro dell’economia civileGenovesi e la scuola napoletanaIl momento di massima fioritura dell’economia civile è il Settecento, precisamentein Italia tra Napoli e Milano. Il Settecento è caratterizzato da un periodo disostanziale assenza di conflitti, soprattutto per Napoli l’avvento di Carlo III diBorbone e poi di Ferdinando IV scandirono le fasi di una primavera del civile.Una stagione breve, ma che creò l’ambiente culturale nel quale riapparvero i temitipici dell’umanesimo e in cui fiorì la tradizione napoletana dell’economia civile.Relazioni sulla felicità e le sue interconnessioni con l’economia e la socialitàrestano la più grande eredità di questa fase storica. Si sviluppa il concetto di“pubblica felicità”, secondo cui la felicità, diversamente dalla ricchezza, può
  • 10. 10essere goduta solo e grazie agli altri. Felicità pubblica, poiché non riguarda lafelicità dell’individuo in quanto tale, ma ha a che fare con le precondizioniistituzionali e strutturali che permettono ai cittadini di sviluppare la loro felicitàindividuale.L’economista leader della scuola napoletana, e in un certo senso dell’intera Italia,è il salernitano Antonio Genovesi (1713-1769). Una personalità fondamentale, inquanto fu lo stesso Genovesi a coniare ed utilizzare il termine di economia civile. Ilsuo principale trattato economico, del 1765-67, venne intitolato “Lezioni dieconomia civile” e occupò la cattedra di “Economia civile e meccanica”.I concetti fondamentali dell’economia civile.La grande novità dell’illuminismo napoletano è l’idea di un’economia come luogodi civiltà e come mezzo di incivilimento per migliorare il “bene vivere” dellepersone e dei popoli. Allo stesso tempo, la vita civile è pensata come il luogo in cuila felicità può essere raggiunta pienamente grazie alle buone e giuste leggi, alcommercio e ai corpi civili nei quali gli uomini esercitano la loro socialità.La visione di Genovesi dell’economia civile è riconducibile a dei concetti chiaveche poi nei secoli resteranno i punti di riferimento irrinunciabili di questoparadigma.Commerciare.La tradizione napoletana considera l’attività economica come un’espressione dellavita civile, il “commercio” come un “fattore civilizzante”. Il luogo di scambio nonsolo non si contrappone alle virtù, ma è vista come il luogo in cui le virtù possonofiorire in pubblica felicità. Kant successivamente sentenziava come lo spirito delcommercio potesse fungere da strumento per evitare la guerra.Rimane il forte senso di valore che viene attribuito, dunque, al commercio, ma éaltresì vero che la lode per lo stesso e per le civili ricchezze non fanno dimenticareagli autori della scuola napoletana che i beni non fanno, di per sé, la felicità. Unappunto fortemente innovativo che viene fatto da Filangieri e Bianchini, autori
  • 11. 11riconducibili all’illuminismo napoletano, è che l’incivilimento significa soprattuttoequa distribuzione della ricchezza, definizione più che mai moderna ed attualein una chiave di lettura sociale.Fiducia.Un’altra parola chiave dell’economia civile italiana è la “fede pubblica”, la fiducia,vista anche come la vera precondizione dello sviluppo economico. La fiducia è ilvero fondamento dell’economia e delle relazioni in senso più ampio. Il commercionon può prescindere dalla reciproca “fede” nei confronti della controparte.Ma aldilà del ruolo centrale che la fiducia svolge all’interno di qualsiasi ambienteeconomico, Genovesi si sofferma particolarmente sull’idea di “fiducia pubblica”,che trova la sua ragion d’essere nella necessità di amore genuino e nonstrumentale per il bene comune.Oggi sarebbe definita “social capital”, ossia il tessuto di fiducia e di virtù civili chefa sì che lo sviluppo umano ed economico possa partire e mantenersi nel tempo.La fede pubblica si sviluppa principalmente nella società civile, in un ottica di“principio di sussidiarietà”, principio basilare ormai di tutti gli ordini socialicontemporanei.Reciprocità.Alla base della teoria economica e civile della scuola napoletana, troviamo laconcezione della “socialità basata sulla reciprocità” che può essere considerata laparola chiave di tutto l’impianto antropologico e sociale dell’economia civile, unimpianto che porta a considerare la società derivante direttamente dalla “civilnatura dell’uomo”.Per Genovesi lo stesso mercato è un luogo dove prestarsi reciproco aiuto, perpraticare l’assistenza reciproca. Tale è la reciprocità. Il mercato è, come ogniambito della vita civile, fondato sulle virtù. Palese sembra il contrasto con lafilosofia dell’individualismo che ha preceduto l’illuminismo napoletano, ma lostesso Genovesi, tenendo in considerazione le opere fortemente pessimistiche diMachiavelli, Hobbes e Mandeville sull’egoismo insito nell’uomo, mutua questadefinizione dichiarando che l’uomo è un essere sospinto certamente dall’amor
  • 12. 12proprio, ma anche dall’amore per gli altri. Individua dunque una sorta dibidimensionalità di ogni individuo ed ogni azione umane è funzionale ad essa.Genovesi in particolare definisce queste due tendenze dell’uomo “forzaconcentrativa” e “forza diffusiva” dove quest’ultima non rientra nella sfera dellabenevolenza, nelle fattispecie di altruismo o filantropia, ma ha a che fare con irapporti interpersonali, e il suo elemento base è la capacità di simpatia, intesavirtù naturale.Felicità.Parola che al giorno d’oggi è a volte abusata in certi ambienti, maparadossalmente ancor più spesso dimenticata e oscurata all’interno degli organidecisionali di politiche economico-sociali e nei luoghi di pensiero e filosofia.Durante l’illuminismo napoletano, invece, è principio e valore inamovibile,soprattutto se intesa come costitutivamente relazionale.La visione della felicità nella tradizione umanista e civile affermano la necessitàdell’educazione, in modo che “ciascuno resti persuaso, che per rinvenire il propriobene bisogna cercarlo nel procurarle quello de’ suoi simili” (Palmieri, 1788).Ancora “Chi desidera il bene altrui scopre che la felicità degli altri è la fonte piùgenerosa per la propria felicità” (Ferguson, 1792).Una “vita buona” non può essere vissuta se non con e grazie agli altri, facendo“felici gli altri”. In questo senso, essendo incontrollabile la felicità, l’essere umanoha bisogno, per realizzarsi, della reciprocità, attraverso la gratuità, senza la qualela vita comune non fiorisce.
  • 13. 13Declino del “civile” e affermazione dell’economia politicaI punti in comune dell’umanesimo civile con la filosofiasmithianaFino ad ora sembrano dunque profilarsi delle prime frizioni, del tutto fisiologicheper via delle diverse influenze culturali e geografiche, tra economia civile edeconomia politica ma ancora sussiste una certa connessione tra le due filosofie dipensiero che poi, successivamente, si ritroveranno a percorrere stradediametralmente opposte.Infatti, a ben vedere, lo stesso Adam Smith, conosciuto anche dai non addetti ailavori come il primo filosofo dell’economia politica che poi trovò maggioraffermazione nell’economia capitalistica in era contemporanea, presenta, nei suoiscritti, più di un richiamo ai principi dell’umanesimo civile napoletano.In definitiva non è Adam Smith, nel suo The wealth of nations (1776), la veracaesura tra i diversi paradigmi delle scienze economiche, ma le conclusioniraggiunte dalle generazioni successive dei filosofi di estrazione culturaleanglosassone.In realtà fino ai primi decenni del Novecento l’economia civile, la sua visioneantropologica e sociale, ha avuto una certa fioritura, seppur limitata rispettoall’esperienza italiana, anche in Gran Bretagna. L’economia classica da Smith aMarshall non risulta, attraverso una visione più attenta, troppo lontana dallatradizione umanista.Smith non dimentica l’egoismo istintuale dell’uomo, secondo cui niente è dato perniente, ma dall’altro lato sottolinea come già la propensione allo scambio siariconducibile a quegli originari principi tipici della natura umana che richiamanouna tendenza alla relazione con gli altri.Lo scambio con gli altri è un’espressione della socievolezza della natura umana,che nella società civile si può esprimere nella sua pienezza grazie alla divisionedel lavoro che costringe ognuno a dipendere dagli altri.Un altro fondamentale punto di incontro tra la filosofia smithiana e l’umanesimocivile è la constatazione che per un buon funzionamento del mercato sianoessenziali elementi quali prudenza e giustizia, riconducibili alla sfera delle virtùcivili. Inoltre, il mercato in sé, istituzione fondamentale per Smith, è luogo che
  • 14. 14lascia ampio spazio anche all’assistenza reciproca nei bisogni. Il mercato dunqueè una delle principali espressioni della società civile poiché l’unico vero luogo incui si possano sperimentare rapporti umani liberi, superando la logicaalleato/nemico. Il mercato è un momento importante nella vita civile, che edifica enon distrugge le virtù civili.La caesura tra economia civile ed economia politicaNaturalmente riconoscere dei punti di contatto tra umanesimo civile e la scienzaeconomica smithiana non può distrarre dal fatto che The wealth of nations sia lapietra miliare su cui fa perno l’intero assetto dell’economia politica dellatradizione anglosassone.Già dal titolo dell’opera, Smith devia lo sguardo dalla “pubblica felicità” o “scienzadel bene vivere” alla “scienza della ricchezza”.Inoltre sussiste uno strano strabismo tra la teoria morale e la teoria economicasmithiana dove, in quest’ultima, non sembra trovare spazio la reciprocità.Strabismo che negli occhi dei suoi seguaci, tra cui Bentham, diventa cecità,poiché questi costruiscono l’assetto della political economy come il regno dei solirapporti strumentali, tralasciando qualsiasi riferimento riconducibile al “civile”.Un filosofo di spicco che si posiziona sulla traiettoria del pensiero moderno chesmarrisce il senso del civile è Hegel.Per Hegel nella società civile, cioè economica, i rapporti tra i soggetti sonopuramente auto-interessati e il fine di ogni individuo é di conseguenzaesclusivamente “egoistico”.L’economia viene sganciata dal civile e dal principio di reciprocità viene cosìdefinita “incivile”, non preoccupandosi più del bene comune.Si torna al conflitto tra interesse pubblico ed interesse privato, tra Stato edindividuo, già incontrato nella “notte del civile” con Hobbes. Allo “Stato etico”hegeliano viene attribuito il compito esclusivo di sedare gli inevitabili conflitti chescoppiano nel mercato e per portare ai cittadini giustizia e pace, questione di cuiil singolo individuo non deve preoccuparsene minimamente.
  • 15. 15L’utilitarismo e la definitiva affermazione della politicaleconomyUn altro passaggio importante in questa fuga dall’economia civile è l’utilitarismodi Bentham, il momento in cui la “felicità” diventa “piacere” e la “pubblica felicità”la somma dei piaceri individuali, perdendo così ogni contatto con le virtù civili.7Le parole chiave dell’economia con Bentham diventano pleasure nell’intendere lafelicità e utility da cui prende il nome la filosofia dell’utilitarismo.“Per utilità si intende quella proprietà di ogni oggetto per mezzo del quale essotende a produrre beneficio, vantaggio, piacere, bene o felicità”.8Dunque, utilità è la proprietà della relazione tra un soggetto e il bene/servizio,mentre felicità è la proprietà della relazione tra persona e persona (relazione conl’altro da cui non si prescinde). Con l’avvento dell’utilitarismo, utilità coincidecon felicità, concetto che influenzerà tutta la scienza economica neoclassica,producendo l’eclissi della “felicità” come oggetto dagli studi dell’economia.Una continuità di tale approccio si può riconoscere anche in Wicksteed, la cuiteoria della socialità ribadisce l’economia come luogo di relazioni anonime eimpersonali. La sfera economica, secondo Wicksteed, è quella caratterizzata dairapporti puramente anonimi, spersonalizzati e, quindi, strumentali. L’altruismoesiste, ma in ambiti diversi da quello economico, nel quale non trova dunquespazio la reciprocità.Appare evidente che, a partire dalla metà, circa, dell’Ottocento, la visione civiledel mercato inizia a scomparire dalla scena sia della ricerca scientifica sia deldibattito politico-culturale. Le cause sono, da un lato, la penetrazione e diffusionedegli ambienti culturali europei dell’utilitarismo di Bentham come filosofiavincente e, dall’altro, l’affermazione piena della civiltà industriale con laRivoluzione Industriale di fine Settecento.Si ricorda che l’Utilitarismo trova fondamento nel Consequenzialismo, secondocui le scelte delle azioni individuali vanno valutate rispetto alle conseguenze:7 Da “An introduction to the principles of morals and legislation”, pubblicato nel 1789.8Bentham 1998, 90-91, corsivi aggiunti.
  • 16. 16 il valore dell’azione è interamente ed esclusivamente determinato dal valoredelle sue conseguenze a prescindere dalle intenzioni e dalle disposizionidell’agente; la bontà della conseguenza è funzionale alla soddisfazione del soggetto chel’ha posto in essere; la sola base eticamente giustificabile per valutare le conseguenze è ilbenessere, espresso sulla base dell’utilità.Altro aspetto determinante nella teoria utilitarista è quello relativo ai meccanismidi calcolo del benessere collettivo, inteso come semplice aggregazione delbenessere dei singoli. La sommatoria delle utilità individuali è lo strumento perscegliere tra opzioni alternative. Non trova espressione nell’orizzontedell’utilitarismo la giustizio distributiva.Ulteriore sostegno alla cultura, ormai dominante, dell’utilitarismo viene dato dalPositivismo di fine Ottocento, fondamentale nel suo impatto sulla scienzaeconomica. Il contributo maggiore al distacco dall’economia civile avviene nelmomento in cui l’economia viene innalzata a scienza esatta (determinanti i lavoridi Vilfredo Pareto), quindi libera dall’etica.Anche la Rivoluzione Industriale rappresenta un evento fondamentale nellosviluppo del paradigma utilitarista, poiché con essa nasce la società industriale.Si tratta di un nuovo modello di ordine sociale che si colloca agli antipodi delmodello di civiltà cittadina che contraddistingueva la società civile.Con l’avvento del sistema di fabbrica si diffonde, nella società occidentale, unostile di vita basato sulla separazione non solo concettuale, ma anche pratica traproduzione e consumo testimoniata dalla separazione tra uomo-lavoratoreportatore di forza produttiva e uomo-consumatore portatore di bisogni.Nascono nuovi termini all’interno dell’universo economico: efficienza,ottimizzazione, massimizzazione della produzione.Lo sviluppo tecnologico e l’evoluzione dell’economia produttiva portano ad unasempre più definita divisione del lavoro, tra ruoli e funzioni all’interno dellafabbrica. Questa ripartizione dei compiti ha come conseguenza la divisione inclassi, categorie all’interno della società. Tale fenomeno ritrova le sua fondamentateoriche nel taylorismo, nel quale ci si avvia sempre più verso una progressivadequalificazione e spersonalizzazione del lavoratore. Si assiste all’esclusione
  • 17. 17dell’individuo come soggetto pienamente attivo e determinante nella produzione,con il fenomeno di alienazione dell’operaio e del suo lavoro rispetto al beneprodotto (Karl Marx). Quello stesso lavoro che, ormai non più valore, è unasemplice variabile, peraltro sempre più marginale, nel calcolo della funzione diproduzione.Sorge, in questa epoca, la prima forma di consumo opulento che, poi nelventesimo secolo, diverrà la cultura dominante nel mondo occidentale. Prende ilsopravvento un modello di società di mercato assai diversa da quella dellatradizione di pensiero dell’economia civile. Il mercato è un’istituzione che poggiasu un ben definito sistema normativo, che tuttavia non impedisce icomportamenti opportunistici. Alla luce di ciò diventa dominante un altroconcetto che in precedenza nell’economia non aveva tale visibilità: lacompetizione.Ha luogo una vera scissione tra sfera dell’economia e sfera del civile, dovequest’ultima trova spazio esclusivamente all’interno della famiglia, della societàcivile e delle organizzazioni non profit. Il mondo delle relazioni esterne ècompetizione, è selezione. Da questa nuova visione della realtà sociale, da un latova a definirsi il modello dell’homo oeconomicus9 e dall’altro il modello dell’homosociologicus.L’individuo agisce sospinto esclusivamente dal self-interest. L’unico valore degnodi nota all’interno dei confini del mercato diventa l’efficienza, ossia l’adeguatezzadei mezzi rispetto al fine, l’interesse di chi li realizza. Non c’è più spazio perqualche forma di etica, se non esclusivamente nel rispetto della legge.9L’homo oeconomicus è un individuo razionale spinto dal self-interest. Egli persegue comeobiettivo la massimizzazione del proprio benessere, intesa in linguaggio matematico, comefunzione di utilità. Egli si impegna nel perseguire un certo numero di obiettivi cercando direalizzarli in maniera più ampia possibile e con costi minori.
  • 18. 18I principi regolativi dell’economia civileL’economia di mercato civileFin qui è stata fatta chiarezza sui percorsi, diversi senz’altro, ma spessointrecciati tra economia civile ed economia politica. Si è dimostrato,riorganizzando gli eventi cronologici che hanno segnato la storia del pensieroeconomico, la totale infondatezza di un opposizione chiara e definita, secondouna visione manichea, tra questi due paradigmi teorici. I punti d’incontro sonomolti, ma è inutile dall’altro lato negare l’evidenza di due visioni della realtàeconomica alternative tra loro.Infatti “l’economia civile non rappresenta nient’altro che un punto di vistaalternativo, ma non contrario, rispetto al paradigma dominante nella teoriaeconomica” (Zamagni).Aldilà delle influenze filosofiche, del percorso evolutivo delle due teorieeconomiche, dei principi fondamentali dell’economia civile, delle giustificazionistorico-sociali del dominio della political economics, finora esposti, è necessariodare una definizione più precisa di economia civile attraverso la rassegna dei suoiprincipi regolativi.In primo luogo, a conferma della sussistenza di fondamenta comuni su cui sibasano la political economics e la civil economics, anche quest’ultima può esseredefinita un’economia di mercato. Già questa affermazione è rivoluzionaria, inquanto il termine di economia di mercato è comunemente utilizzata comesinonimo di economia capitalistica nella sua visione dualistica di economialiberista di mercato e economia sociale di mercato.Ogni economia di mercato si fonda su una serie di principi:1. Il concetto di divisione del lavoro, ovvero la specializzazione dellemansioni che ha come conseguenza la realizzazione di scambi endogeni(differenti da quelli “esogeni”, derivanti dall’esistenza di un surplus) che,quindi, vanno ad aumentare la produttività del sistema in cui si inseriscono(Francescanesimo del 1300, ma anche Adam Smith nel 1700);2. L’idea di sviluppo che, da un lato, presuppone l’esistenza di solidarietàintergenerazionale, ovvero di interesse da parte della generazione presente
  • 19. 19nei confronti di quelle future, mentre, dall’altro, si lega a quello diaccumulazione (Umanesimo del 1400);3. Concetto di libertà d’impresa, secondo il quale chi è in possesso di dotiimprenditoriali deve essere lasciato libero di iniziare un’attività. Per dotiimprenditoriali si intendono: la propensione al rischio (ovverol’impossibilità di avere garanzia dei risultati derivanti dall’attivitàimprenditoriale), l’innovatività o creatività (ovvero la capacità di aggiungerein maniera incrementale conoscenza al prodotto/processo produttivo), l’arscombinatoria (l’imprenditore, conoscendo le caratteristiche dei partecipantiall’attività imprenditoriale, le organizza per ottenere il risultato migliore).Questo principio introduce gli individui alla competizione;4. il fine, ovvero la tipologia di prodotto (bene o servizio) da ottenere.È in particolare quest’ultimo principio a differenziare l’economia civiledall’economia di mercato capitalistica: se, infatti, quest’ultima ha assunto comefine proprio del suo agire l’ottenimento del cosiddetto bene totale, l’economiacivile persegue, invece, ciò che va sotto il nome di bene comune.La differenza tra i differenti fini perseguiti dalle due suddette economie di mercatosi può sintetizzare come segue. Il bene totale può essere calcolato comesommatoria dei livelli di benessere (utilità) dei singoli:Il bene comune, invece, tende all’ottenimento della produttoria dei livelli dibenessere dei singoli:I due concetti differiscono per il fatto che nel primo caso il bene di qualcuno puòessere annullato senza cambiare il risultato finale; viceversa, nel caso del benecomune, essendo esso il risultato di una produttoria, annullando anche uno solodei livelli di benessere si annulla il risultato finale. Traspare in maniera evidente
  • 20. 20come, secondo la teoria civile, principi come quelli di equità e giustizia non sianofini a loro stessi ma, secondo questo modello di calcolo, fondamentali per ilperseguimento del benessere collettivo. In questo senso sembra profilarsi già unamaggior sensibilità da parte dell’economia civile, attraverso la forma dell’economiacivile di mercato, nei confronti di temi etici quali equità sociale, coinvolgimentodegli individui, benessere diffuso, rispetto alle fattispecie dell’economia liberista dimercato e dell’economia sociale di mercato orientati prevalentementeall’accumulazione di benessere totale.Gli ordini sociali e il principio di reciprocitàSi è citata l’economia di mercato secondo i suoi principi fondanti e le sue diversesfaccettature, ma è necessario fare un passo indietro nella definizione stessa dimercato. Il mercato, in una visione ormai matura, non è un semplice meccanismodi allocazione delle risorse, ma è un’istituzione sociale che si regge su specifichenorme basate su convenzioni e prassi culturali.Con l’economia civile, il mercato subisce la socialità umana e ingloba lareciprocità all’interno di una normale vita economica, partendo dal presuppostoche possano esistere principi aggiuntivi al profitto e allo scambio strumentale.Ne deriva che la sfida dell’economia civile è quella di far coesistere, all’interno delmedesimo sistema sociale, tutti e tre i principi regolativi riconducibili all’ordinesociale.Questi principi sono:1. lo scambio di equivalenti di valore: le relazioni si basano su un prezzo,che è l’equivalente in valore di un bene/servizio scambiato. Si tratta delprincipio che garantisce l’efficienza del sistema;2. il principio di redistribuzione: per essere efficace, il sistema economicodeve redistribuire la ricchezza tra tutti i soggetti che ne fanno parte per darloro la possibilità di partecipare al sistema stesso. Si tratta del principioche garantisce l’equità del sistema;
  • 21. 213. la reciprocità: è il principio fondante dell’economia civile ed ècaratterizzato dalla presenza di tre soggetti, di cui uno (homo reciprocans)compie un’azione nei confronti di un altro mosso non da "pretesa" diricompensa dell’azione stessa, bensì da aspettativa, pena la rottura dellarelazione tra le due.Negli scambi, governati da quest’ultimo principio, si susseguono una serie ditrasferimenti bi-direzionali, indipendenti, ma allo stesso tempo interconnessi. Ilfatto che gli scambi siano indipendenti implica la volontà, la libertà in ognitrasferimento, in modo tale che nessuno di questi possa essere un prerequisito diuno successivo.La bi-direzionalità dei trasferimenti, inoltre, permette di differenziare lareciprocità dal mero altruismo 10 , che si manifesta attraverso trasferimentiunidirezionali, pur avendo a che fare, in entrambi i tipi di scambio, contrasferimenti di natura volontaria.L’ultima caratteristica degli scambi regolati dal principio di reciprocità èla transitività: la risposta dell’altro può anche non essere rivolta versa colui cheha scatenato la reazione di reciprocità, bensì è ammissibile che sia indirizzataverso un terzo soggetto.Attuando questi comportamenti l’homo reciprocans non solo agisce mettendo inprimo piano le emozioni (la cosiddetta intelligenza emotiva), bensì riesce anche arendere la razionalità "ragionevole", in modo tale che i sentimenti possano esseremaggiormente rilevanti rispetto alla pura e semplice razionalità, intesa comel’utilità caratteristica dell’homo oeconomicus.Il fine della reciprocità è l’affermazione della fraternità, principio che permetteagli “uguali” di essere “diversi” "e" postula, di conseguenza, il pluralismo, il qualepermette ad una società di garantirsi un futuro e di non scomparire.10 La filantropia, a cui si ricorre nel mondo capitalista, non ha nulla a che vedere con lareciprocità.
  • 22. 22I beni relazionaliUn importante elemento di novità introdotto dall’economia civile è rappresentatoda un tipo di bene alternativo a quelli presi in considerazione comunemente nellateoria economica classica: il cosiddetto bene relazionale. Si tratta di un bene lacui utilità per il soggetto che lo consuma dipende, oltre che dalle suecaratteristiche intrinseche ed oggettive, dalle modalità di fruizione con altrisoggetti.Il bene relazionale è una tipologia di bene con determinate caratteristiche: esso,infatti, postula la conoscenza dell’identità dell’altro, in cui i soggetti coinvolti siconoscono a fondo; si tratta, inoltre, di un bene anti-rivale, il cui consumoalimenta il bene stesso, e che richiede un investimento di tempo, bensì non dimero denaro.Pertanto, la produzione di beni relazionali non può essere lasciata all’agire delmercato in quanto non può avvenire secondo le regole di produzione dei beniprivati, perché nel caso dei beni relazionali non si pone solo un problema diefficienza, ma anche di efficacia. Al contempo, essa non può avvenire nemmenosecondo le modalità di fornitura dei beni pubblici da parte dello Stato, anche se ibeni relazionali hanno tratti comuni con i beni pubblici.Per tale ragione, le nostre società hanno bisogno di soggetti di offerta che fannodella relazionalità la loro ragione di esistere: in questo senso nasce assiemeall’economia civile un nuovo tipo di impresa: l’impresa civile. Sostanzialmente sitratta di una sorta di espressione della società civile che riesce ad inventarsi unassetto organizzativo capace, per un verso, di liberare la domanda dalcondizionamento, talora soffocante, dell’offerta, facendo in modo che sia la primaa dirigere la seconda e, per l’altro verso, di acculturare il consumo facendo inmodo che questo, entrando nella produzione, costituisca un avere per essere.La funzione obiettivo di un’impresa civile è, allora, quella diprodurre intenzionalmente, nell’ammontare più elevato possibile, esternalitàsociali, che rappresentano uno dei più rilevanti fattori di accumulo di capitalesociale. Esempi efficaci di imprese civili sono le organizzazioni non-profit e tuttoil mondo aziendale riconducibile al cosiddetto terzo settore, alternativo ai duemondi del mercato-privato e del pubblico-stato.
  • 23. 23Allo stesso modo le imprese civili rappresentano la più grande rappresentazionein termini di organismo sociale della filosofia del civile che si è evoluta nei secolied è una sorta di punto di arrivo di tale percorso.Le ragioni del ritorno della prospettiva di economia civileI limiti dell’economia politicaSussistono due insiemi di ragioni fondamentali nel ritorno dell’economia civile intempi recenti. Da un lato la presa d’atto, da parte degli economisticontemporanei, che una comprensione adeguata dell’odierno processo economicopostula il superamento del carattere riduzionista di gran parte della teoriaeconomica moderna. L’applicazione della political economics non trova piùrisultati soddisfacenti rispetto alle nuove esigenze sociali, culturali, economiche.Basandosi spesso su assunzioni teoriche particolarmente forti, ma fonti difenomeni distorsivi, tra le altre l’individuo come homo oeconomicus, dannosoluzioni semplici rispetto alla complessità della realtà economico-sociale.Per esempio, la teoria economica non sembra essere in grado di far presa suinuovi problemi che tormentano le nostre società quali la salvaguardia ambientale,le disuguaglianze sociali in aumento, il senso di insicurezza che colpisce icittadini nonostante l’aumento delle ricchezze, la perdita di senso delle relazioniinterpersonali.Dall’altro lato, sussiste la consapevolezza che di fronte a questioni cruciali qualila crisi del modello tradizionale di welfare state e le difficoltà crescenti diassicurare a tutte le persone un’attività lavorativa gratificante, sia necessarioriflettere sulle caratteristiche di fondo dell’attuale modello di crescita, piuttostoche continuare ad affrontare tali questioni con manovre spesso tampone o diripiego.
  • 24. 24La questione occupazionale e la crisi del welfare stateTra le altre, merita senza dubbio, una più approfondita riflessione la questioneoccupazionale. Il welfare state, spesso riconducibile al modello più efficace inchiave di equità e giustizia, non sembra più lo strumento efficace nella risoluzionedi tali problematiche in una realtà ormai globale e altamente competitiva.Benché i valori che lo hanno sorretto fin dal suo nascere e benché rappresentiuna delle più alte manifestazioni del progresso democratico e civile entro ilcontesto della civiltà industriale, lo Stato Sociale è in crisi.Il problema non è di natura fiscale, ma deriva dall’incapacità di un modello diconiugare in maniera armonica valori fondamentali quali equità e libertà. Nonsembra in grado di trovare la collocazione ottimale nel trade-off tra sicurezza elibertà.L’aspetto principale dello Stato Sociale è la socializzazione dell’incertezza inchiave assistenzialista. Il passaggio dalla società fordista a quella postfordistaperò causa un mutamento della natura dell’incertezza. Un esempio lampante è laquestione relativa all’occupazione: il lavoro cambia natura attraverso laseparazione tra attività lavorativa (work) e posto di lavoro (job). Per lungo tempoattività lavorativa e posto di lavoro hanno significato la stessa cosa, ma con ilpassaggio a una società soggetta al fenomeno del de-jobbing il posto di lavorofisso non esiste più.Il disagio di questi tempi deriva dal fatto che la flessibilità lavorativa odierna dàopportunità e valorizza talenti ma, allo stesso tempo, nella precarietà dellecondizioni del passaggio da un’attività lavorativa ad un’altra, genera insicurezza.In passato invece il posto fisso, nonostante potesse essere alienante ed inficiare lalibertà, almeno dava certezze.Le soluzioni adottate dal sistema di welfare state scontano la loro inefficacia acausa del fenomeno della globalizzazione e all’apertura a nuovi mercati,imponendo, come unica chiave di successo nella creazione di posti di lavoro, ilricorso a politiche manageriali orientate alla competitività selvaggia.
  • 25. 25Tuttavia questa nuova regola aurea dell’occupazione11 risulta insostenibile nellungo periodo. Infatti, se una società registra aumenti costanti di produttivitàmedia, al fine di mantenere immutato il livello di impiego, deve aumentare allostesso ritmi i propri consumi. Allo stesso tempi però, l’aumento dell’intensità delconsumo riduce l’utilità degli individui, soprattutto nella fase post-industriale incui gran parte del benessere è già stata ottenuta (Linder 1970).Allo stesso tempi il rischio è quello che la competizione si trasformi incompetizione posizionale (Hirsch 1976), la quale si esprime sui beni posizionali12.È una competizione distruttiva perché peggiora il benessere individuale e sociale,in quanto, mentre genera lo spreco da opulenza, lacera il tessuto sociale.La soluzione dell’economia civileDunque, il limite del welfare state è quello di non poter affrontare in manierarisolutiva la piaga della disoccupazione. Gli strumenti adottati rischiano digenerare pericolosi trade-offs per le società: per distribuire un lavoro a tutti siimpone uno stile di vita neoconsumista, oppure si legittima nuove forme dipovertà (working poors13), oppure si restringono gli spazio di libertà dei cittadini eciò nella misura in cui non si consente loro di concorrere a determinare il menùdei beni da consumare. Tutto ciò è inaccettabile sotto il profilo etico e certamentenon sostenibile sotto quello economico.In questo senso, nei prossimi paragrafi verrà descritta una possibile soluzionealla problema occupazionale ricorrendo ai principi su cui si fonda l’economiacivile.Tutto parte dalla separazione concettuale tra posto di lavoro e attività di lavoro.L’intuizione dell’economia civile è che restando nell’ambito del solo mercato deibeni privati è impensabile sperare di dare lavoro a tutti quello che vengono11 I posti di lavoro aumentano con l’aumento dei margini di competitività dell’impresa: solamenteimprese competitive possono nascere e crescere e così facendo possono creare impiego.12 Sono quei beni che possono essere consumati solamente se distribuiti in modo ineguale tra unapluralità di soggetti. Per esempio i beni socialmente scarsi, richiesti in quanto mezzi di distinzioneo di prestigio.13 Individui che lavorando ottengono un reddito sotto la soglia di povertà.
  • 26. 26“liberati” a seguito degli aumenti di produttività senza che ciò scateni i problemidi sostenibilità precedentemente descritti.È necessario incanalare il lavoro liberato verso attività che producono beni che ilmercato privato non ha interessi a produrre, per sua stessa natura. Tra questibeni ricadono i beni relazionali, i beni di merito e diverse tipologie di benipubblici, tutti beni a cui risulta impensabile applicare la logica dello scambiodegli equivalenti.Bisogna superare l’assunto che identifica il lavoro come solo quello che transitasul mercato privato. Invece, il lavoro è definibile come quell’insieme di attivitànecessarie alla crescita umana, ma dell’uomo inteso nella globalità delle suedimensioni.È necessario aggiungere alle attività monetarizzate, che passano attraverso ilmercato privato, le attività non monetarizzate e, soprattutto, iniziare acontabilizzarle.È fondamentale superare il dualismo che contrappone produzione e lavoro aconsumo e tempo libero, attraverso il riconoscimento di una nuova categoria disoggetti riconducibile alla società post-industriale: i prosumers.I prosumers auto-producono una parte del proprio consumo. In questi nuovisoggetti si può riconoscere la convergenza tra lavoro e consumo.Il consumatore diventa un attore sociale che scopre di detenere un potere diinfluenza non solo nei confronti di cosa si produce, ma anche di come lo siproduce. L’era post-industriale ci direziona verso un nuovo modello di crescitaormai riconducibile ad una specifica domanda di qualità della vita.Non è una mera domanda di beni manifatturieri ben fatti, ma piuttosto unadomanda di attenzione, di cura, di servizio, di partecipazione, insomma direlazionalità. La qualità richiesta non è tanto quella dei prodotti oggetto diconsumo, quanto piuttosto di qualità delle relazioni umane.
  • 27. 27Da welfare state a welfare societyLa soluzione dell’economia civile si esprime attraverso la trasformazione delmodello tradizionale di welfare state nel modello di welfare society.Prima di definire nel dettaglio le modalità di realizzazione di una società delbenessere è bene richiamare il presupposto fondamentale secondo cui il welfareva mantenuto su basi universalistiche. Buchanan (1997) definisce unademocrazia stabile dal momento in cui i suoi programmi di welfare si ispirano aprincipi di generalità, cioè di universalismo. Programmi di welfare chediscriminano tra i gruppi sociali finiscono per indebolire il sostegno della societàall’intero processo politico.Universalismo che, tuttavia, è assunzione necessaria ma non sufficiente, per ilbuon funzionamento di un modello di welfare, in quanto la questionefondamentale coincide con il rischio che il sistema degeneri in assistenzialismo.14Per evitare ciò, è bene richiamare la triplice funzione dello stato-regolatore: ladefinizione del pacchetto dei servizi sociali, con i relativi standard qualitativi, chesi intendono assicurare ai cittadini; la fissazione delle regole d’accesso alleprestazione e i conseguenti interventi in chiave redistributiva finalizzati allafruizione effettiva di tutti i cittadini; l’esercizio delle forme di controllo sulleerogazioni effettive delle prestazioni.La teoria definisce sostanzialmente tre modelli di welfare society.Il modello neostatalista secondo cui lo Stato deve conservare il monopolio dellacommittenza, pur rinunciando, in tutto o in parte, al monopolio della gestione deiservizi di welfare. Il cosiddetto welfare mix, in quanto nell’erogazione del servizio,l’ente pubblico si avvale della collaborazione fattiva delle imprese civili. Il ruolo delterzo settore è dunque quello di risorsa supplementare e/o complementareall’intervento dell’ente pubblico.Il secondo modello è quello del compassionate conservatorism che si affida alfenomeno della filantropia e all’azione volontaria, che, tuttavia, già deficita delprincipio universalista. Questo modello, favorito dal pensiero liberal-individualsta, vede il terzo settore come segmento minore del mercato privato.14 L’assistenzialismo è una delle concause della crisi in corso.
  • 28. 28Il terzo modello è quello civile, secondo cui alle organizzazioni della società civileva riconosciuta la capacità di diventare partner attivi nel processo diprogrammazione degli interventi e nell’adozione delle conseguenti sceltestrategiche.Si presuppone però la necessità di una nuova regolamentazione di taliorganizzazioni a cui va riconosciuta una soggettività, non solamente giuridica, maanche economica. Per perseguire tale obiettivo, tuttavia, bisogna garantirel’indipendenza economico-finanziaria per gli enti del terzo settore.Un metodo è la creazione di una nuova categoria di mercati, i mercati di qualitàsociale.I mercati di qualità sociale.Affinché il welfare civile possa essere adottato è necessario attivare una specificatipologia di mercati, in cui si opera in maniera diversa dai privati: i mercati diqualità sociale. Nei mercati di qualità sociale le risorse che lo Stato ottiene dallafiscalità generale e che decide di destinare al welfare vengono utilizzate perinterventi di promozione e sostegno della domanda di servizi sociali. I fondipubblici dunque vengono utilizzati per finanziare la domanda invece chel’offerta.15Dall’altro lato, bisogna intervenire sul lato dell’offerta dei servizi, con misurelegislative e amministrative per assicurare la pluralità dei soggetti di offerta deivari servizi in modo da scongiurare monopoli, posizioni di rendita e consentireuna reale libertà di scelta da parte dei cittadini. In definitiva il mercato di qualitàsociale inserisce la dimensione sociale dentro il mercato, invece che a monte(welfare mix) o a valle (compassionate conservatorism).Un mercato di qualità sociale poggia su tre pilastri:- l’ente pubblico finanzia il portatore di bisogni allo scopo di trasformare unadomanda di servizi potenziale in una domanda effettiva;15 Gli strumenti adottabili possono essere buono-servizi alla deducibilità fiscale, alla promozionedi forme di mutualismo diffuso sul territorio ecc.
  • 29. 29- l’ente pubblico, onde evitare fenomeni distorsivi legati ad asimmetriainformativa, procede ad accertare la reale capacità dei soggetti di offerta afornire le prestazioni alle quali costoro sono interessati;- l’esercizio della libertà di scelta da parte dei portatori di bisogni realizzauna sorta di competizione tra soggetti di offerta dei servizi alla persona subase qualitativa.16Il mercato di qualità sociale si smarca dal mercato capitalistico dal momento chepuò essere definito una sorta di mercato relazionale, nel quale vengono prodottie scambiati beni che non sono monetizzabili e che postulano l’adozione dipratiche relazionali.Il mercato di qualità permette, in definitiva, di applicare a livello pratico ilprincipio di reciprocità, pilastro dell’economia civile, presupponendo un altroprincipio fondamentale: il principio personalista, secondo cui l’essere umano nonè solo individuo, realtà distinta e autosufficiente, ma è soprattutto persona, cioèdiventa pienamente se stesso nel rapporto di reciprocità con l’altro.Attraverso l’adozione del principio di reciprocità, il coinvolgimento maggiore delterzo settore e la salvaguardia delle imprese civili, la creazione di mercati diqualità va a profilarsi la proposta di riforma del nostro sistema di welfare e,conseguentemente, del nostro sistema socio-economico.16 De Vincenti e Gabriele 1999.
  • 30. 30Prospettive e conclusioniPer decenni il dibattito economico, espressione di filosofie sociali, antropologichee politiche si è focalizzato sul dualismo tra Stato, nell’ideologia socialista, emercato privato, nell’ideologia capitalista. Una contrapposizione poi diventatascontro violento durante il Ventesimo Secolo. Da un lato il mercato, in cuivengono perseguiti gli scopi degli individui e in cui il principale strumento diregolazione è il contratto, dall’altro lo Stato che si esprime attraverso il monopoliodell’azione politica con l’emanazione delle leggi.Una contrapposizione che, tuttavia, si è bilanciata, in discreto equilibrio, nelmantenimento dell’ordine sociale. Il rapido susseguirsi della crisi del modellosocialista, del fenomeno della globalizzazione e dell’attuale crisi del modellocapitalista, hanno portato alla peggior crisi economica della storia moderna,scompaginando e disgregando, a tutti i livelli, sovrastrutture socioeconomicheapparentemente solide e profilando la necessità di seguire altre strade.In effetti, in breve tempo, i paradigmi dell’economia politica, le sue assunzioniteoriche e le dedotte ricette economico-sociali, sono andati incontro ad undeclinare delle loro “quotazioni/gradimenti”. Soprattutto, nel mondo occidentale,il delicato equilibrio tra capitalismo e democrazia sembra essersi rotto. Sebbenedeclinato in modo diverso in America ed Europa, questo equilibrio si basava suun capitalismo in grado di arricchire tutti e di una democrazia che rinunciava aglieccessi redistributivi per garantire il prosperare del sistema di mercato. A sigillarequesto patto contribuiva un sistema fiscale e previdenziale che gratificava legenerazioni presenti, trasferendo i costi su quelle future. Fintantoché legenerazioni future erano più numerose e più ricche, il peso di questotrasferimento era minimo: il cosiddetto free lunch.Ora questo gioco non trova più partecipanti e le sue regole non sono piùlargamente condivise come prima.La crisi economica e l’evidente insostenibilità di lungo periodo hanno minato perla prima volta in maniera seria un modello teorico vincente per secoli.Ma è anche vero che i momenti più bui, di maggior sfiducia ed incertezza, si sonorivelati spesso preambolo di vere e proprie età di rivoluzione civica; esempiocitabile è quello dato dei fenomeni dell’Umanesimo e del Rinascimento dopo il
  • 31. 31Medioevo. Fase storica che tra l’altro coincide anch’essa con un periodo difioritura dell’economia civile.La riproposizione dell’economia civile è riconducibile alle nuove esigenze dellasocietà moderna: un ritorno ai principi valoriali, agli ideali di benessere, alleregole comportamentali di un ordine sociale che vadano a definire una “civiltàcittadina”.Per certi versi, si tratta di un passo indietro per seguire un sentiero che nei secolisi era abbandonato, nel tentativo di ricercare un modello che si contraddistinguaper un funzionamento sostenibile della società, attraverso la definizione di unanuova prospettiva culturale da cui gettare le basi per una diversa teoriaeconomica. Ne consegue la possibile nuova Golden Age dell’economia civile che,si badi bene, non è in contrapposizione all’economia politica, ma un punto divista alternativo, non contrario rispetto al paradigma dominante della teoriaeconomica. Si sono potuti identificare diversi punti di incontro, a partire daipercorsi evolutivi, spesso intrecciati, per arrivare alla condivisione di diversiprincipi regolativi, ma, allo stesso tempo, non mancano evidenti differenze.L’economia civile è anch’essa economia di mercato al pari dell’economia liberistadi mercato e dell’economia sociale di mercato riconducibili al paradigma dellapolitical economics, ma il fine è completamente diverso: vi è un orientamento versoil bene comune piuttosto che il bene totale, introducendo nei meccanismi dicalcolo economico, valori quali giustizia, equità, redistribuzione.Con l’economia civile il mercato incorpora la reciprocità all’interno della vitaeconomica, raggiungendo un equilibrio con lo scambio di equivalenti di valore e ilprincipio di redistribuzione quali fondamenti regolativi dell’ordine sociale.Si presentano nuovi termini e nuovi soggetti tra cui l’homo reciprocans che siesprime attraverso il dono ricucendo il principio di reciprocità al principio dicontratto.Tali concetti hanno sofferto una netta separazione andando a definire formealternative di organizzazione della vita in comune, ciascuno con il proprio ambitodi applicazione esclusiva: il mercato per il contratto e tutto il resto per lareciprocità. Principio di reciprocità rimasto confinato alla vita privata anchedurante il Novecento con l’avvento del “palliativo” principio di redistribuzionedella ricchezza. Questa separazione e successiva sostituzione hanno portato ad
  • 32. 32un profondo distacco dell’economia contemporanea dalla tradizione dell’economiacivile, attraverso l’emarginazione della reciprocità dalla vita economica.Finora, infatti, in nessuna società contemporanea i tre principi regolativi hannotrovato terreno fertile dal punto di vista culturale ma anche regolamentare percoesistere.Ma allo stesso tempo l’evidenza empirica dimostra come lo stesso mercato, perpoter funzionare ed essere sostenibile, abbia bisogno naturalmente dello scambiostrumentale, ma anche di gratuità, di redistribuzione del reddito, di relazionalità.Ci si rende dunque conto di come la ricerca scientifica in campo socio-economicodebba applicarsi nell’allargare gli orizzonti al fine di poter essere in grado dirispondere alle nuove esigenze e nuove sfide che contraddistinguono una societàormai evoluta.La necessità di ridefinire e rendere più efficaci strumenti quali il welfare statedeve spingere gli studiosi prima, i legislatori poi e ancora di più ogni individuo acambiare strategie decisionali e tecniche comportamentali.La creazione dei mercati di qualità sociale, il coinvolgimento del terzo settore, laregolamentazione e conseguente salvaguardia delle imprese civili costituisconoesempi di come un paradigma teorico come l’economia civile, alternativo almodello finora dominante, possa dare soluzioni pratiche nella proposta di riformadel nostro sistema di welfare e garantire risultati validi nella gestione del nostrosistema socio-economico.Restano evidenti le difficoltà e le insidie insite nella traduzione pratica dellaprospettiva dell’economia civile. Pensare che processi di trasformazione o ditransizione non rechino tassi anche elevati di conflittualità sarebbe ingenuo.D’altro canto è proprio nei momenti di crisi ed incertezza, quali quello odierni, incui si può rinvenire il terreno più fertile per la ricerca e l’adozione di nuoviprincipi filosofici, modelli teorici, strumenti pratici volti all’attuazione di soluzionifinalizzate alla ricerca del benessere sociale.
  • 33. 33BibliografiaBruni, L., Zamagni, S., Economia Civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, IlMulino, Bologna, 2004.Bruni L. e Zamagni S. (a cura di), Dizionario di Economia Civile, Città Nuova,2009.Bruni L., L’impresa Civile, Università Bocconi Editore, 2009.Bruni L., Abecedario dell’Economia Civile, in Communitas n.33 5/2009, 2009.Guala F., Filosofia dell’economia: modelli, causalità, previsione, Il Mulino, 2006.Pelligra V., I Paradossi della Fiducia, Il Mulino, 2007.Sacco P. L. e Zamagni S. (a cura di), Complessità Relazionale e ComportamentoEconomico, Il Mulino, 2002.Sacco P.L. e Zamagni S. (a cura di), Teoria Economica e Relazioni Interpersonali, IlMulino, 2006.