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Lezione magistrale in occasione del decennale della struttura per la formazione continua dell'AOU di Udine

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  • 1. VIVENZIA La coltivazione di sé Gian Piero QuaglinoPubblicato in “FOR”, N. 88, 2011, pp. 16-20
  • 2. La coltivazione di séDi Gian Piero Quaglino Da sé e di sé Autoformazione. Cioè formazione da sé? Certamente. Assegniamoall’autoformazione l’idea e il proposito di rappresentare quello che si è da sempreindicato nel cammino dell’autodidatta. Di chi sa fare tesoro della sua esperienza,che anzi se la impone, la rincorre, la sfida, per costruire da sé il sapere che lo rende“preparato” al compito che si è scelto. Di chi si è costruito da sé lo stesso saper faretesoro dell’esperienza, come modo singolare, in certi casi del tutto originale, direalizzare l’apprendere. In definitiva, di chi ha proceduto senza guide e maestri:senza insegnamenti e istruzioni, senza aiuti e conforti, che provenissero da altri senon da se stesso. Dunque, in un certo senso, “da solo”, essendosi fatto docente eallievo allo stesso tempo, per necessità o forse anche per ambizione, e, come beneha detto Duccio Demetrio, “soltanto fidando nella propria volontà, nella caparbiaconvinzione […] di essere capaci (o di esserlo stati) di mettersi al mondo”1. Autoformazione, tuttavia, anche come formazione di sé: di se stessi, comeindividuo, come “soggetto al singolare”, al di là di qualunque determinazioneancorata a un qualsiasi compito, al di là di qualunque appartenenza vincolata a unqualsiasi contesto. Autoformazione, cioè, come cammino di interrogazione eascolto personale, rivolto a un sapere altro: meglio, a un sapere che non ènient’altro che il sapere proprio. Anzi, il più “proprio” che possa essere pensato. Ilsapere che più ci appartiene e che, in un certo senso, più ci riguarda. Il sapere di ciòche è interiore, più profondamente e più autenticamente: non quello della nostrapresunta identità, ma piuttosto quello della nostra esclusiva individualità. Ilsapere, in definitiva, comprensibilmente difficile da afferrare dei pensieri e deisentimenti che, dal di dentro, segnano la nostra vita, ma ancheincomprensibilmente facile da lasciarselo sfuggire ogni volta, tanto da valere unavita intera. In queste pagine, guardo all’autoformazione soprattutto da questo secondopunto di vista. Che possa essere anche formazione da sé è altra questione. Almenoall’inizio, il compito è arduo: occorre una guida per muovere il passo. Occorre unaguida che sia un aiuto nel momento in cui, scelto il cammino, ci si debba farcoraggio nell’avanzare. Se è la conoscenza di sé che si ricerca, non si possonoescludere inevitabili, comprensibili, “umane” resistenze. Anzi, su queste occorre farleva. Esse ci danno la prima misura di noi stessi. Offrono il primo sguardo sullimitare del mondo interiore. Esse ci dicono che non ci sarà esito per il nostrocammino senza esitazione. Esse ci invitano a diffidare dei facili entusiasmi. Sevogliamo andare a fondo, occorrerà considerare anzitutto ciò che ci ritrae, anzichéciò che ci attrae: il passo “dentro” non è pensabile senza mettere in conto il passo“indietro”. Come ha ricordato Carl Gustav Jung, si tratta semplicemente di reculerpour meiux sauter (“semplicemente”, beninteso, in senso eufemistico)2. 2
  • 3. Nel volgersi a sé, la resistenza appare d’altro canto ben giustificata:ammettiamo facilmente che ciò che conosciamo di noi è sempre ben poco rispettoalla conoscenza che possediamo di un qualunque argomento che possa essereoggetto del nostro interesse. Ma anche quando il ben poco diventasse un po’ di più,esso resterebbe comunque meno di ciò che potremmo conoscere: anche questoriusciamo ad ammettere con altrettanta facilità. Pur essendo consapevoli di questonodo inestricabile, di questa sorta di empasse, non siamo tuttavia completamenteal riparo dalla possibilità di nutrire illusioni e speranze. L’illusione e la speranzasono, per l’appunto, la migliore delle resistenze. La questionedell’accompagnamento e del sostegno, o forse anche solo dell’incoraggiamento edella “sorveglianza”, si pone dunque inevitabilmente. E siccome in queste paginenon si riuscirà a parlarne, è bene in ogni caso tenerla presente. Coltivarsi Se è di formazione di sé che si sta parlando, ma si potrebbe dire ugualmente seè di “educazione di sé”, le espressioni che valgono, e che sono ormai ben conosciutenelle formule della ricerca, della conoscenza, della cura o della edificazione di sé,vanno tutte benissimo. Ovviamente, tra l’una e l’altra di queste espressioni sipossono pure cogliere intonazioni differenti: la ricerca di sé intende anzitutto ladirezione di un cammino volto ad afferrare le ragioni più profonde che ci abitano,mentre la conoscenza di sé vorrebbe sottolineare il valore e il limite al tempo stessoche è rappresentato dal sapere interiore; d’altro canto, la cura di sé esalta più chealtro l’attenzione e la custodia, la partecipazione e la sollecitudine, la cautela el’“assistenza” che una simile destinazione richiede; mentre l’edificazione di sé sipropone di evidenziare, in particolare, l’etica del compito sotteso, la tensionevirtuosa, l’ancoraggio ai valori. A tutte queste espressioni, che pure apprezzo e faccio mie, preferisco tuttavial’idea contenuta nella formula di una coltivazione di sé. Mi pare che in questaformula siano adeguatamente riassunte e soddisfacentemente riassumibilil’orientamento della ricerca, il traguardo della conoscenza, il modo della cura el’ideale dell’edificazione. Senza altre perifrasi, evitando pure di forzare antitesi, perdifferenza o per contrasto, il senso del coltivarsi si impone alle altre espressioni apartire dalla considerazione che il nostro mondo interiore è pensabile erappresentabile negli stessi termini di quello che riconosciamo come il mondo dellanatura. Non solo perché così è in quanto dimensione sostanziale ed essenziale della“nostra natura”, ma perché, di fatto, esso resta comunque, per sua stessa natura,sempre opponibile al mondo esteriore dell’artificio e del marchingegno,dell’ingegneria e della tecnica, ma anche dell’utile e del profittevole, dell’efficientee dell’organizzato. Si tratta in altre parole di guardare a questo nostro mondo interiore, al di là diogni forzatura o pretesa, come al “terreno” della nostra soggettività, cioè al luogoin cui sono insediati, e germogliano, maturano, appassiscono, e anche ramificano,fecondano, fruttificano, e ancora si radicano, si diffondono, si propagano, i nostripensieri e sentimenti, così come i significati e i simboli, le immagini e i sogni, lestorie e i racconti che “verdeggiano” i noi. Il nostro mondo interiore è il loropaesaggio. E formare sé è, per l’appunto, immergersi in questo paesaggio, come 3
  • 4. nella osservazione e nell’ascolto di ogni altro luogo di natura, e d’altra partedisporsi ad assecondarne movimenti, a provocarne mutamenti, senza tuttaviaalcuna intenzione di addomesticamento, alcun interesse di coltivazione intensiva.Un formare sé che è un coltivarsi con ostinata pazienza o paziente ostinazione,senza volontà di sottomissione ad alcuno dei principi che viceversa regolano il“dare forma” del mondo esteriore. Nella formazione di sé, ciò che è ricerca e conoscenza, cura ed edificazione,interroga il prendere forma, non il dare forma. È esattamente come Gilles Clémentdescrive nel suo richiamo al Terzo paesaggio: a quel luogo dell’incolto sottratto aqualunque valore di funzione, a qualunque vantaggio di rendita, e piuttostosaldamente ancorato al principio del rifugio per la diversità. Perché formare sé èanzitutto questo: l’attenzione e l’interrogazione del prendere forma del nostropaesaggio interiore, per ciò che può essere naturalmente singolare e unico, primache non per ciò che deve essere “artificialmente” condiviso e partecipato,approvato e concordato. Uniformato a sé, dunque, e non già a una qualche attesa opretesa, richiesta o ingiunzione, obbligo o ordine che provenga da altri. Come dire,proprio, un movimento lasciato a ciascuno di noi, a seconda dell’“incitamento delmondo”, in assenza di ogni decisione di altri: un territorio indeciso per vocazione,indocile per carattere e indeterminato per necessità. La coltivazione di sé che vuole essere la formazione di sé richiede così dimisurarci (di misurare il nostro apprendere, dovremmo finalmente dire) con tuttociò che di accidentale e di accidentato rappresenta la natura del paesaggiointeriore. Con ogni accidentale che è avvenimento della nostra vita e del nostro“caso”, così come con ogni accidentato che è difficoltà del nostro cammino e dellanostra storia. Sono l’accidentale e l’accidentato la misura della nostra profondità,ed è la nostra profondità a essere misura del nostro paesaggio interiore: del suomutare che è la nostra trasformazione. Nessuna organizzazione impostaall’apprendere che interessa al mondo esteriore, nessun programma, nessunobiettivo, nessun metodo, nessun risultato, possono essere modello di formazione,se è di sé che ci si occupa. Il paesaggio del mondo interiore è e restapermanentemente chiaroscurale. La coltivazione di sé non si conforma ad alcunprincipio di organizzazione: essa si consegna e si affida al principio di sorpresa. Un pensiero senza indirizzo Se la formazione di sé assume il carattere di questa coltivazione improvvisata,il modo che le sarà proprio non è da chiedere al governo del pensiero indirizzato,del pensiero dell’io che si pone al centro della scena e della le sue condizioni. Quellesolite, quelle che conosciamo sin troppo bene e che resistiamo ogni volta adabbandonare, salvo poi ritrovarci scoraggiati dagli esiti. Il pensiero dell’io è ilpensiero che l’io coltiva, ma non coltiva noi. È il pensiero sin troppo preoccupatodi eseguire la “dirittura” di un qualche ragionamento, anziché di inseguirel’“inclinazione” di una qualche passione: sin troppo preoccupato di abitare ilterritorio delle affermazioni, delle deduzioni e delle dimostrazioni che parlano(parlerebbero) da sé per accorgersi, così facendo, di non riuscire più a parlare dinoi. Certo, il pensiero indirizzato ha sempre i suoi successi: è il pensiero che 4
  • 5. convince. Ma la formazione di sé cerca il pensiero che avvince, non quello checonvince. Ciò che ci avvince, ciò che ci afferra – essendo che, come ha scritto Jung,“‘afferra’ solo colui che viene ‘afferrato’”3 –, non è quasi mai la prodezza delpensiero indirizzato. Non è la vittoria della mente limpida, che parla per concetti,per modelli, per teorie. Su questo equivoco la formazione dovrebbe esercitarsi, emolto, quando vuole essere realmente formazione di sé. Perché, in questo caso, lachiarezza della mente non è che l’abbaglio del pensiero: come ancora Jung haaffermato: “La mia mente è un tormento, distrugge il mio sguardo interiore,vorrebbe sezionare e disfare ogni cosa. Sono ancora vittima del mio pensare”4. Ciòche ci avvince e ci prende, consentendoci di giungere così in prossimità di ciò che èautenticamente “all’interno”, non scaturisce affatto dalle regole di un procedereben governato, ma comunque assoggettato alle condizioni di un principio che siimpone dall’esterno. Il pensiero illuminato non fa luce dentro di noi. Se si vuole percorrere la strada che conduce dentro di noi, occorre affidarsidunque a un differente pensiero: a un pensiero, per così dire, “senza indirizzo”. Aun pensiero che, rinunciando a invocare la sua stessa necessità come unico modopossibile per risolvere casi, assumere decisioni, formulare leggi, enunciare verità(tutto ciò che non ha fondamento nel profondo del mondo interiore, tutto ciò chenel mondo interiore suona “infondato”), si disponga piuttosto a una pazienteesplorazione, senza traguardo e senza mèta. Si disponga, cioè, a un girovagare daTerzo paesaggio (per dirla ancora con Gilles Clément), tra ciò che il pensieroordinato disdegna come “scarti”, consegnandoli alla rimozione: l’irrilevante adesempio, l’incerto, l’indefinito, l’irregolare, l’incidentale e, in primo luogo,l’inconsapevole. Sono proprio questi, invece, gli scarti che fanno il paesaggio dellanostra vita interiore: sono proprio queste le pietre di scarto che fanno l’architrave. Tra gli scarti che costituiscono quel residuo e quel rifugio di “comprensione”che è ciò che la formazione di sé deve coltivare, il pensiero senza indirizzo si muoveerratico, nomade e vagabondo. Non sarà la sua capacità di astrazione a darcisicurezza, ma la sua capacità di estrazione: la sua capacità cioè di penetrare ilvissuto in cui quegli scarti si sono “interrati”, hanno messo radice e germogliano,senza alcuna forzatura, senza alcuna prepotenza che li recida e li metta “incornice”: li circoscriva, li delimiti, li confini in una qualche “bella forma”. Ilpensiero senza indirizzo che cerca l’apprendere che ci forma è il pensare e ilripensare che ci fa assorbiti e assorti in ciò che ci ri-guarda. In ciò che ci osserva e ciinterroga da un differente punto di vista, da un differente angolo di riflessionerispetto a ciò che deve essere pensato nel nome di un qualche sapere istituito: ilsapere preordinato è sempre in qualche misura sovraordinato a noi stessi. Il pensiero senza indirizzo esige così che l’io taccia. Che l’io sia accantonato,sospeso, confinato al “sussidiario”. Per la formazione di sé, l’io resta uninsuperabile manipolatore, di cui è bene non fidarsi: un manipolatore che ognivolta che parla del “sé”, in realtà, non intende altro che il “me stesso”. Perl’autentica formazione di sé, l’io, che pretende sempre di sapere sin troppo bene ciòche cerca e vuole è da abbandonare: perché ciò che cerca e vuole è sempre solo ciòche conferma e afferma, e ciò che conferma e afferma non è mai la misura di ciò che“comprende”. Per l’autentica formazione di sé, nessun sapere è cercato per far sìche l’io perori all’infinito la sua causa: è cercato piuttosto il pensiero di ciò che,essendo “scarto”, consenta per vie traverse, per deviazioni e diversioni e curvature, 5
  • 6. di giungere altrove. Non là dove l’“affermazione” dell’io è la parola dellaformazione, ma dove la formazione è il silenzio dell’affermazione dell’io. La scuola della vita La formazione di sé, che è la coltivazione di sé, è la scuola della vita. È lo spazioin cui gli eventi e i casi della vita rappresentano il filo sottile che traccia il nostrocammino di formazione. Nient’altro che questo. Tuttavia, non la scuola dei saperiapplicati alla vita, ma la scuola dei pensieri a cui la vita si applica: la vita diciascuno e di tutti, in tutte le “forme” in cui si dà (in cui “può darsi”): avventure edisavventure, accidenti e incidenti, circostanze e contingenze, coincidenze ecombinazioni, peripezie e traversie, congiunture e fatalità5. Non la scuola in cui sipretende di istruire la vita, ma la scuola in cui la vita prova a “istruire” se stessa.In tutto ciò che cerca e vuole, attende e pretende, interroga e sfida, fatica econquista: per tutto ciò che accetta e rifiuta, sottrae e restituisce, contrasta esostiene, ferisce e lenisce, soccorre e abbandona6. In definitiva, non il luogo di ciòche è bene sapere, ma prima ancora il luogo di ciò che è bello pensare7. Guardiamo dunque alla scuola della vita anzitutto come alla scuoladell’esperienza non del mondo esteriore, ma del mondo interiore. Non del mondoesteriore comprovato dai fatti e dalle loro ragioni, ma piuttosto del mondointeriore messo alla prova dagli eventi e dai nostri sentimenti. Per la scuola dellavita, l’esperienza non si ritrova in ciò che è stato progettato di fare accadere e cosìsperimentato, ma in ciò che è accaduto da sé e così “ci sperimenta”, ci “saggia”.Per la scuola della vita, l’esperienza sempre si dà come aperta condizione diaccadimenti e casi, per i quali il pericolo può condurre alla perizia (essendoentrambi, per nodo di etimologia, allacciati e intrecciati all’esperienza stessa), mala perizia non può precludere il pericolo. Qui, la formazione di sé non fa tesorodell’esperienza come rendiconto di ciò che è stato attraversato, ma piuttosto comemessa in conto di ciò che siamo disposti ad attraversare. Per la scuola della vita, la formazione di sé è così un cammino che si avviadall’accidentale del mondo esteriore e si inoltra nell’accidentato del mondointeriore. Ha una direzione questo cammino? Se non una direzione, almeno unitinerario: un primo passo nel territorio della riflessione, come luogo diripiegamento su di sé, come luogo in cui ciò che è accaduto sollecita il pensiero dinoi; un secondo passo nel territorio dell’interpretazione, come terreno di sfida diogni certezza nella molteplicità dei significati, e di riappropriazione di ciò che, peril tramite dell’accaduto, può essere il significato di noi; un terzo passo nel territoriodell’immaginazione, come spazio di attesa di ciò che si riesce appena aintravvedere, sino a prendere forma nel prefigurare un contorno, almeno, o unprofilo di immagine di noi; un ultimo passo nel territorio della narrazione, comeatto finale di travestimento di ciò che è stato appreso in pensiero, significato eimmagine ad opera di una storia, di un racconto di noi. La scuola della vita non è, in definitiva, l’edificio in cui si dà la formazione disé. Semplicemente, è la strada che vi conduce. Semplicemente, è la strada perarrivarci. Perché il principio di sorpresa, che guida la formazione di sé, è banditodall’edificio (così, del resto, da ogni altro edificio che sia una “scuola”) e abita lastrada. La scuola della vita non è, dunque, per coloro che sono alla ricerca di 6
  • 7. conoscenze e di contenuti già “confezionati e perfezionati”, e di metodi e tecniche“efficienti ed efficaci”: non è per coloro che sono alla ricerca di un apprendere“utile”, nemmeno quando esso si offra “dilettevole”, né per coloro che sono lì peravere risposte da destinare agli altri, oltre che a sé. La scuola della vita è,piuttosto, per coloro che cercano le domande da rivolgere a sé, prima che non aglialtri: che prediligono l’esplorazione e l’avventura del pensare, che ne cercano il“riflesso” dentro di sé, che non hanno timore di avanzare nel labirinto deisignificati, che accolgono le immagini come un dono e che custodiscono, delnarrare, il segreto trasformativo. La scuola della vita è per tutti coloro che sannoche, come ha scritto Ernst Jünger, “il bello della scuola [è], più di tutto, la stradaper arrivarci”8. 7
  • 8. 1 D. Demetrio, “Autoformazione: le cifre, le pratiche”, in: “FOR”, N. 53, 2002, p. 18.2 C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni (1961), BUR, Milano 1992, p. 377.3 C.G. Jung, Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo (1958), in Opere, Vol. 10-2, Bollati Boringhieri, Torino 1986,p. 202.4 C.G. Jung, Il Libro Rosso (1914-1930), Bollati Boringhieri, Torino 2009, p. 238.5 G.P. Quaglino, La scuola della vita. Manifesto della terza formazione, Raffaello Cortina, Milano 2010, p. 15.6 Ivi, p. 14.7 Ivi, p. 144.8 E. Jünger, Tre strade per la scuola (1991), Guanda, Milano 2007, p. 7.