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This document has been prepared for the residential workshop organised by MuseImpresa in Parma (30 September - 1 October 2011). It tries to take some hype away from the term "museum apps", and to give some guidelines to choose among the offers museum professionals may receive.

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  • Ap p s n el mu s eo – q u a l i p ro s p etti v e? I l ca s o d el MACRO Alessandro Califano1 “…ci facciamo un App?” “Perché no? Per me con ghiaccio…”In tempi di “vacche magre”, con budget dedicati ai beni culturali – mostre “blockbuster” escluse –sempre più ridotti e sponsor sempre più guardinghi, il fenomeno delle apps museali sembra da unlato acquistare interesse e, dall’altro costituire la nuova frontiera per l’offerta di servizi ai musei.“Farsi un’app” può diventare così la risorsa tanto cercata per promuovere la propria istituzionemuseo in un quadro finanziariamente stagnante o, mai sia!, in recessione. “Proporre un’app”, d’altrocanto, significa – per un’impresa – cercare di accreditarsi come tecnologicamente vitale, innovativae – perché no? – à la page.Siamo dunque in presenza di una nuova opportunità irrinunciabile? Della chiave di volta checonsentirà ad un settore da tempo asfittico di risorse ed opportunità di tornare a volare alto, diacquisire nuovi pubblici e diversificare la propria offerta culturale? O si tratta invece di una nuovamoda, di un hype costoso e di utilità dubbia? Forse, per rispondere a questa domanda – nienteaffatto secondaria, se consideriamo l’esigenza assoluta, come istituzione museale, di investire almeglio le scarse risorse disponibili – dobbiamo fare un passo indietro.Il mondo dell’IT (Information Technology) è costituito da un lato da quello che è definito hardwaree, dall’altro, di ciò che è detto software. In un’ottica museologica, potremmo rispettivamente parlaredi beni materiali (l’HW) e di patrimonio immateriale (il SW). A sua volta, il software puòconcettualmente suddividersi da un lato in strumenti di programmazione e sistemi operativi e,dall’altro, in software applicativo. Le apps (abbreviazione del termine applications, ovvero“applicazioni”) sono un altro modo di chiamare il software applicativo.Come definire, dunque, le apps? Probabilmente, sia sulla base di ciò che esse non sono, sia sullabase di ciò che esse, invece, sono. Non sono linguaggi (cioè protocolli di comunicazione codificatauomo/macchina), né sistemi operativi (i “motori”, cioè, che muovono i sistemi). Sono, invece,strumenti che consentono ad uno o più utenti di “fare” cose con i dati – permettendo di visualizzarli,modificarli, distribuirli e così via. Tuttavia, perché possano venire utilizzati, tali strumenti devonotener conto di ciò che essi stessi non sono – e cioè dei linguaggi e dei sistemi operativi, nell’ambitodei quali, e subordinatamente ad essi, si trovano ad operare. Non necessariamente uno strumentocostruito per funzionare nell’ambito di un determinato linguaggio o di un sistema operativo saràinfatti utilizzabile anche in un altro.Occorre, a questo punto, ricordare un vecchio aforisma relativo al mondo dei computer, che recita:“Rubbish in – rubbish out” (potremmo renderlo con un “se immetti spazzatura, esce spazzatura”).La qualità del risultato di uno strumento per fare cose con i dati (cioè di un’app), dipende in buonaparte anche dalla qualità dei dati stessi, cioè dal contenuto su cui vi intende operare. E, a questoproposito – riconducendo la questione al mondo dei musei – occorre chiedersi, in particolare: chifornisce tale contenuto? Come lo fornisce? Perché lo fornisce? Con quali finalità?E’ soltanto sulla base di risposte soddisfacenti a questi interrogativi, e tenendo a mente il quadrogenerale precedentemente descritto, che potremo considerare – sulla base della consueta analisi dicosti e benefici – se l’app che ci viene proposta, o che può venirci in mente di sviluppare in ambitomuseale, abbia o meno una propria validità. In particolare, dovremmo chiederci:Seminario residenziale Museimpresa – Parma e dintorni (30 settembre – 1 ottobre 2011) MUSEO E ARCHIVIO 2.0 – Social network e interattività per musei e archivi d’impresa Pagina 1
  • • Si tratta di un software “proprietario” (sviluppato cioè da una determinata impresa e solo da quella)? Di un software commerciale (sviluppato da una determinata impresa, ma secondo standard condivisi, riproducibili anche da altri)? Di un software FOSS (free & open source software, realizzato in condivisione e trasparenza, distribuito – in genere – gratuitamente)? • Che livello di portabilità ha? E’ condivisibile – cioè – tra sistemi operativi e piattaforme diverse (Linux, UNIX, MS Windows, Mac OS, ma anche – considerando i sistemi operativi di apparecchiature mobili, quali ad esempio gli smartphone – Android, iOS, Symbian)? • E’ trasparente, rispetto al sistema operativo ed anche rispetto agli altri software applicativi in uso o installati? O costringe piuttosto a modificare alcuni dei parametri correntemente in uso, al fine di poterlo utilizzare? • Ha un ciclo di vita definito? In quanto tempo si prevede che divenga obsoleto, con il mutare della tecnologia? Sono disponibili o previste versioni di aggiornamento? Si prevede che la loro installazione richiederà operazioni particolari da parte dell’utente? Chi effettuerà una eventuale manutenzione dell’applicazione nel corso della sua validità? • L’applicazione ed i dati da essa derivabili sono condivisibili, riutilizzabili, integrabili con altri dati o altre applicazioni? In particolare, tali dati sono riutilizzabili in un documento redatto a posteriori con un’applicazione diversa, o che debba girare su di una diversa piattaforma? Debbono rilanciarsi – pensiamo ad un social network, un wiki o un forum – così come sono, o possono trasformarsi in un’opera derivata, integrandoli con altri elementi non derivati dall’elaborazione dell’applicazione stessa? • La condivisibilità va a scapito della privacy dell’operatore? Ed è o non è possibile scegliere il livello di riservatezza preferito? • Ed ancora, rispetto ai dati: si tratta di dati statici o modificabili? Vi è la possibilità, da parte dell’utente (nel nostro caso, l’istituzione museo) di stabilire quali sono i dati più pertinenti, quelli ripetitivi, quelli del tutto pleonastici? Chi ha il controllo di selezione e di immissione dei dati? Si tratta di un procedimento congiunto impresa/museo, o di un “pacchetto” chiuso?E’ rispondendo – e soprattutto: pretendendo una chiara risposta – a questi quesiti che può aversi unagriglia di valutazione delle apps. Più ancora: fissando dei diversi valori a ciascuna opzione (ed allarispettiva presenza o assenza di esse) si potrà avere un benchmarking della app presa in esame,rispetto al massimo di appetibilità cui esse devono (ciascuna nel proprio ambito di utilizzo) tendere.Potremmo così, tanto per fare un esempio parziale, ma concreto, stabilire i seguenti punteggi: 1. per il tipo di software: software proprietario, 0 punti; software commerciale, 1 punto; software FOSS, 2 punti; 2. riguardo alla portabilità: 1 punto per ognuno dei sistemi operativi su cui l’applicazione può girare (al massimo 7, sulla base di quelli più sopra elencati; 3. per la trasparenza: 2 punti, se l’app è del tutto trasparente rispetto a sistema operativo e altro software installato; 1 punto, se richiede qualche aggiustamento minore; 0 punti, se richiede aggiustamenti più complessi.Avremmo così un punteggio ottimale pari a 11 (2+7+2), con il quale l’app proposta ad un museodovrà concretamente confrontarsi. Un punteggio medio od ottimo in ciascuna delle voci sarà – aparità di contenuto, sua selezione e condivisibilità – una buona base di partenza per prendere inconsiderazione la app stessa, mentre un punteggio scarso (o medio nel complesso, ma con picchiSeminario residenziale Museimpresa – Parma e dintorni (30 settembre – 1 ottobre 2011) MUSEO E ARCHIVIO 2.0 – Social network e interattività per musei e archivi d’impresa Pagina 2
  • negativi in qualcuna delle voci) dovrebbe mettere in guardia da subito sull’opportunità di investirvitempo e risorse.Nel caso della App museale, realizzata per il MACRO nel giugno di quest’anno, purtroppo, i dati diun esame che prenda in considerazione un numero sufficiente di parametri, come quelli che sonostati qui in precedenza descritti, non portano ad un benchmarking esaltante. L’app – scaricabiledall’App Store di iTunes a partire dal 27 luglio 2011 – è disponibile soltanto per iPhone ed iPad,piattaforme che utilizzano il sistema operativo Mac OS. Offre informazioni generali sul Museod’Arte Contemporanea di Roma, e qualche approfondimento (a pagamento) sulle mostre del cicloMACRO Summer 2011. Al di là delle affermazioni della società che ha realizzato il prodotto(LOG607) – “particolarmente efficace e interessante la visione delle immagini” (passi per l’iPad,ma a cosa mi serve focalizzarmi sulle immagini, se devo visualizzarle, quasi fossero thumbnails,sullo schermo di un iPhone?) – si tratta in buona sostanza di un catalogo con qualche possibilità diapprofondimento multimediale, qualche indice, e la possibilità di prendere proprie annotazioni. Lapossibilità di rilanciare le diverse pagine su social network sembra però effettuata più nel senso diuna promozione dell’app stessa, che non come occasione di rielaborazione, integrazione ecommento di dati di patrimonio comune.Un’occasione sprecata, dunque? Forse non del tutto, se l’obiettivo era solo quello di realizzare uncatalogo per telefonia mobile delle iniziative realizzate per l’estate/autunno 2011 (ma lo si sarebbepotuto realizzare più comodamente e adeguatamente in HTML su web, a costi senz’altro moltominori, e per una serie di piattaforme molto più ampia). Sicuramente sì, se si voleva andare al di làdel nome trendy da conferire ad un prodotto non particolarmente innovativo e sostanzialmentestatico. Non basta mascherare un catalogo on-line dietro una definizione modaiola per trasformarloin un prodotto nuovo, né – tantomeno! – adeguato alle potenzialità interattive e innovative di unWeb 2.0. Siamo assai lontani, insomma, dalle potenzialità della locative art (Drew Hemment),come descritte ad esempio, magistralmente, da William Gibson in “Guerreros” (Spook Country,2007), applicate al mondo museale.Ecco dunque, per ritornare al brevissimo dialogo che introduce la presente relazione, che lo scambiodi battute acquista un significato ben più profondo di quello immediatamente apparente. Se sirammenta che il termine inglese per “ghiaccio” – ice – sta anche per Intrusion CountermeasuresElectronics, termine cyberpunk (utilizzato da Tom Maddox e, in seguito, da William Gibson –ancora lui! – in Burning Chrome e Neuromancer, rispettivamente del 1982 e del 1984) riferito aisistemi di protezione dei dati, termine ripreso dalla IBM per il sistema di protezione di personalcomputer e server denominato BlackICE (uscito di produzione a fine settembre del 2008), e dallasigla ICE dell’Information Concealment Engine, un sistema per la protezione dei dati tramite la lorocifratura a blocchi (Kwan, 1997), possiamo reinterpretare così il dialogo: una app (per il museo oaltro utente) va bene, purché essa preveda (oltre alle molte altre cose descritte sin qui) anche unaefficace protezione dei dati trattati.1 Alessandro Califano (1953), fotografo, museologo, orientalista – è Curatore presso il CRDAV (CentroRicerca e Documentazione Arti Visive) di Roma dal 1999, nonché Cultural Consultant dellUNESCO inAfghanistan. Membro della Canadian Museums Association, di ICOM Italia e di ICOMOS-UK, fa partedella Commissione Nazionale Grandi Rischi per i Beni Culturali e, a partire dal 1981, si occupa di tecnologieavanzate applicate ai musei e alle altre istituzioni del patrimonio culturale.Seminario residenziale Museimpresa – Parma e dintorni (30 settembre – 1 ottobre 2011) MUSEO E ARCHIVIO 2.0 – Social network e interattività per musei e archivi d’impresa Pagina 3