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  • 1. Allora arriva un uomo, che ci assomiglia, ma ha in sé una misteriosa forza visionaria. Egli vede e fa vedere. A volte vorrebbe liberarsi da questa superiore capacità che per lui costituisce spesso una pesante croce. Ma non può. Fra scherno e odio trascina in alto il pesante carro dell'umanità, che oppone resistenza e si blocca tra i sassi. W. Kandinskij
  • 2. INTRODUZIONE Se solo raramente i libri riescono a stupire i loro stessi autori, risulta praticamente impensabile quando si presentano come studi che poco o nulla lasciano all'autonomia dell'opera. In questa monografia (un'ipotesi di ricerca più che altro) su Kandinskij è avvenuto proprio quello che molti di essi temono: iniziata con l'intenzione di una critica d'arte ha finito per farsi trascinare altrove, abbandonandosi al fascino della filosofia e della letteratura. Con la meraviglia del suo autore che ancora non si dà pace della debolezza con cui è indietreggiato davanti alla caparbietà di queste pagine; e che dunque per primo sconfessa quasi che non fossero sue, come se non gli appartenessero. Se il lettore si sentirà allora deluso per quello che non ha trovato in questo libro sappia perciò che ha tutta la sua comprensione, e più della comprensione forse anche il medesimo risentimento. Detto questo, e provando ad indulgere sulla sintesi arte-pensiero, una giustificazione è però forse possibile trovarla. Se è infatti vero che le pagine qui proposte tendono al libro più generale della filosofia, è non di meno innegabile che Kandinskij tra tutti rimane il meno artista (il più filosofo tra gli artisti), quello più e ambiguo e misterioso, ma non per questo meno influente e radicato nella tradizione. Cos'è in fondo un artista se non un filosofo che mette in pratica quello che rimarrebbe altrimenti nell’empireo della ragione, un pensatore che lavora con le mani? Cosa se non un demiurgo capace di portare il pensiero (ma anche il non-pensiero) nella natura, di oggettivarlo, plasmarlo e talvolta anche
  • 3. distruggerlo? Il pensiero ha una vitalità tonale, una certa fisicità; a volte pare potersi toccare, altre fondersi con la materia, terreno e carnale come carnale e terreno è l'uomo. E questo spiega perché nel più vasto orizzonte della storia la dinamica non può essere più quella hegeliana (dall'arte alla filosofia), ma piuttosto un cammino a ritroso che nell'arte ha il momento del ritorno, la verifica del veduto, l'attimo in cui si condensano le energie caotiche delle epoche, e dove i movimenti millenari sedimentano facendo assumere ai simboli un senso e finalmente un significato. I totemismi etici di una comunità. Posto in questi termini il binomio arte-filosofia, è evidente che una critica responsabile debba per lo meno cercare di inserirsi nei chiaroscuri del pensiero mediando tra l'una e l'altra per fondere quello che non si può fondere, e unire quello che è da sempre unito. E tuttavia nell'equazione supposta l'arte un certo privilegio riesce forse a vantarlo: è infatti il momento della verifica, del ritorno, della memoria e quindi della costruzione mitologica; l'attimo impossibile in cui l’estetica trova il modo per affermarsi nel mondo, per esserci semplicemente o più nobilmente per redimerlo. Questo è il senso decostruttivo dell'agire poetico. Il mondo non è lo stesso per tutti. Esistono uomini che vedono (e quindi fanno e producono) con occhi diversi, modellati nell'estetica e nella scienza. Ci sono persone che contano fino al dieci, altri che arrivano a cento; e dunque il cielo quante stelle contiene? Dieci oppure cento? Cento oppure mille? Eppure il mondo è là aperto e manifesto a tutti. Esistono uomini educati nella poesia e che nella poesia guardano all’esistenza. Il mondo è davvero allora lo stesso per tutti, una sola è la sua verità? E quanto può essere profonda questa verità? Qual è la natura
  • 4. dell'occhio che la ricerca? La poesia, come si vedrà nelle pagine che seguono, s'inserisce proprio nel chiaroscuro di questo fenomeno ottico, di profondità in profondità e rimando in rimando fino ad assumere un punto di vista quasi assoluto, aprendo il mondo ai significati che ancora sono sepolti nelle macerie culturali; sub specie aeternitatis nella visione dell'eternità. Nulla è certo e niente è definitivo, tutto è ancora possibile come ancora possibile è quell'ontologia dell’arte che ha invece il carattere di una storica necessità. Nella visione delle sue estasi teoretiche il filosofo vede il nuovo mondo, il poeta lo produce e lo costruisce, simile al missionario che produce e costruisce le coscienze laddove le coscienze ancora non vi sono. Ecco perché Kandinskij (come tutti i protagonisti dell’arte) non rompe affatto con la tradizione, ma in essa si inserisce cercando di edificare la storia, di costruire dal suo eremo poetico una nuova epoca. Kandinskij, e questo è forse il suo maggior pregio, si colloca sui due piani, quello storico (cosciente dei processi dialettici della propria epoca) e quello non-storico (simbolico e meta-storico, prelogico), nella vita e nella non-vita riuscendo nella sintesi epocale dell'essere e del non-essere in quella Russia che sembrava realizzare la platonica dell’idea del bene. Gli eventi a seguire la rivoluzione di ottobre insegnano infatti che una rivoluzione o la si costruisce (anche) esteticamente o non la si realizza affatto. Perché se il mondo ha un fondamento morale, si giustifica comunque solo come un fenomeno estetico che abbia nella mitologia e nelle forme il principio di ragione e il suo senso. La sua circolare verità. Così non fu in Russia dove, dopo un primo momento di euforia culturale, il popolo sovietico fallì nella realizzazione del progetto simbolico gettando le basi di un edificio
  • 5. culturale ed economico che da subito (dal 1924, anno della morte di Lenin) cominciò a sprofondare; un fallimento che è strutturale e inevitabile ogni volta che si scambia il miraggio morale per un fondamento assoluto, che si antepone irrigidendolo l'imperativo del bene al principio fondante della parola poetica. Non diversamente il percorso di Kandinskij si configura come la storia di un fallimento nella fine del sogno e della libertà (e se si vuole della verità). La cittadinanza tedesca (che ottiene nel 1928) prima, e quella francese poi (1939) furono il segno di un sconfitta anzitutto ontologica (del nulla sull'essere, della libertà sulla dittatura) che lo portò inevitabilmente a morire in terra straniera (a Neuilly-sur-Seine nel 1944), esule da quella Mosca che andava soccombendo sotto le macerie di un'etica totalitaria. Kandinkij è quindi l'uomo ma anche l’arte e la storia perché unico è il destino (la storia è anche il prodotto dei suoi simboli, la dilatazione nel tempo e nello spazio di principi pre-mitologici formali) che ancora una volta ha saputo seppellire, nell'orrore di una terra lacerata dai conflitti della follia, la simbolica creativa che muove alla costruzione di un mondo. La sconfitta dell'imperativo era forse prevedibile nella sua infondatezza estetica, come prevedibile era del resto la vittoria del nulla sull'essere; ma nel fallimento di un popolo si assiste sempre e con rabbia al fallimento della cultura e della civiltà. E questo si sente con amarezza nell'opera dell'artista, ma forse ancora di più nell'uomo. Ecco dunque perché la filosofia rimane ancora e nonostante tutto una necessità; in un'epoca che divora le immagini con la voracità del consumo la parola sembra infatti essere la sola preda indigesta alla dissoluzione culturale avvenuta nella prima metà del secolo.
  • 6. Kandinskij è stato un puro, un autentico visionario nelle sue estasi poetiche in un mondo però impreparato, abbruttito dall'arroganza cieca e dalla follia sanguinaria. E questa è la sua grandezza ma anche il suo limite; un profeta ma cattivo nelle utopie elitarie che hanno contribuito, suo malgrado, alla decadenza delle arti e in una certa misura delle scienze. Dalle visioni non si fanno scuole perché nelle allucinazioni nulla v'è da insegnare; come la teoria dei filosofi, l'estasi poetica è qualcosa di intimo e incomunicabile: i proseliti perciò o si fanno tra i ciechi o non si fanno affatto. Specie in un’epoca che aveva smarrito il bene della ragione. E questo spiega perché la purezza era votata al fallimento storico in Russia come nell'Occidente capitalista, e Kandinskij era solo un visionario e come tale destinato alla sconfitta, quando non propriamente al manicomio. E' allora chiara la scelta dell'autore e della prevaricazione filosofica operata in questa monografia. Il lettore se ne faccia una ragione: lavorare nella sua opera significa sprofondare nella tradizione e nella storia (platonica, neo-platonica). Perché la storia è fatta anche ma soprattutto dagli artisti, i fondatori della civiltà in grado di portare l'allucinazione poetica nel linguaggio, imponendola nella verità anche drammaticamente in un mondo lacerato tra due guerre spietate e crudeli, come del resto crudeli e spietati sanno talvolta essere gli uomini. Questo è scritto tragicamente nell'opera di Kandinskij e nella sua vita: un uomo che non voleva essere più tale, la follia di un visionario che voleva cambiare un'epoca di morte. Milano VII-97, l'autore

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