IndiceIntroduzione                                                             31 Conservazione della natura, biodiversità...
3.3     Sistemi Informativi Territoriali                                 1053.3.1   Cartografia tematica                  ...
Sic alid ex alio numquam desistet oriri                                            Vitaque mancipio nulli datur, omnibus u...
socio-ambientali e verificare la compatibilità tra gli attuali modelli di conservazione ele attività industriali presenti ...
1    Conservazione            della      natura,       biodiversità,         conflittiambientali1.1 La biodiversità tra im...
delle specie; deve essa attuarsi in situ o ex situ? Nonostante l’importanza cherivestono i musei e gli orti botanici, spec...
speculari ma asimmetriche: strumento per coloro che riconoscono il suo valore intermini economici da un lato o giocattolo ...
mutando la diversità della vita sul pianeta, e la maggior parte di questi cambiamenti sitraduce in perdita di biodiversità...
Fig. 1.1 Tassi di estinzione delle specie in tre intervalli temporali: passato lontano(documentazione fossile), passato re...
Anche in termini di produttività, la quantità netta di carbonio fissata dalle piante(KgC/m2) con la fotosintesi, principal...
cambiamenti climatici, cambio d’uso dei suoli, sovrasfruttamento delle risorse,introduzione di specie alloctone invasive, ...
dell’era industriale. I ritmi dei tempi storici e dei tempi biologici sono stati traspostisu scale enormemente differenti:...
ridurre i livelli di complessità naturale per poter consentire alla società di “erogare”servizi e beni utili (M.A, Ecosyst...
Come si evidenzia dalla tabella i meccanismi indiretti descrivono le attività socio-economiche, frutto delle strategie uti...
1.2 Modelli di conservazione della biodiversità:strategie, centri di biodiversità ed aree protette.La biologia della conse...
e si erano evolute per coltivarle/allevarle in condizioni artificiali: zoo, acquari, ortibotanici, banche del seme sono gl...
I principi fondamentali per stabilire i biodiversity hotspot sono legati a due criteri: iltasso di endemismo e la perdita ...
Fig. 1.3 Distribuizione dei Centri di Biodiversità (Biodiversity Hotspots) su scala globale.Fonte: Conservation Internatio...
A livello comunitario, per citare qualche esempio rilevante, è stata sottoscritta laDirettiva Uccelli 79/409/CEE e la Dire...
Il modello senz’altro più rappresentativo nell’ambito della conservazione, per tutto ilsecolo scorso, è stato il primo par...
sostenibile degli ecosistemi naturali (dalla categoria III, monumenti naturali, allacategoria VI, aree protette con gestio...
Per strutturare questo modello di area protetta l’UNESCO ha stabilito dei criteri alfine di effettuare zonazioni (zoning) ...
da quando è stato lanciato il Programma MAB a livello mondiale sono state istituite531 Riserve della Biosfera in 105 paesi...
E’ alle basse latitudini che si sono sviluppate le foreste tropicali (Tropical MoistRainforest) che da un lato sono refugi...
decelerazione dei cambiamenti climatici; secondo il terzo rapporto dell’InternationalPanel Climate Change (IPCC, in M.A., ...
dando luogo ad un doppio pettine. Lungo queste strade comincia la pratica“modernizzante” della foresta tropicale, portando...
di piantagioni industriali e monocolture intensive (piantagioni di palma da cocco,palma africana, cacao, albero della gomm...
Fig. 1.6 Pattern di deforestazione. Nelle due immagini superiori il modello a spina di pesce, nelleinferiori la sua evoluz...
Fig. 1.7 Distribuzione dei sistemi forestali originali e rimanenti. (fonte: UNEP, 2004)1.4 Biodiversità: un approccio ecos...
diritti su tali risorse (De Marchi, 2002). Tale problema entra nel merito delle strategieper la conservazione in situ ed e...
Nonostante la Convenzione sulla Diversità Biologica possa considerarsi unostrumento per la tutela dei diritti sulle risors...
L’insieme delle forme di gestione della biodiversità tramite modelli tradizionali cheintegrano l’uso dei saperi locali e t...
per le industrie agricole di USA, Australia, Nuova Zelanda ed Italia è di circa 1,5miliardi di dollari. Lo stesso meccanis...
ecuadoriane, brevettata dall’International Plant Medicine Corporation (IPMC) eutilizzata come farmaco sperimentale nelle t...
Il modo in cui i prodotti chimici del metabolismo secondario di molte specie vegetali(un meraviglioso esempio di coevoluzi...
multiattoriali (De Marchi, 2002). La biodiversità infatti, oltre che ad inquadrarsi inuna dimensione multiscalare, è da co...
analitici utili ad affrontare, nella complessità, la diversità biologica, la sua conservazionee la sua gestione.Conservazi...
interessante e esemplificativa definendo “competenze” quelle del sistema tradizionalee “conoscenze” quelle del sistema cod...
come uno stato, ad una più circoscritta, come una comunità locale. La localizzazioneporta benefici alla prima mentre fa pa...
hanno permesso loro di produrre e riprodurre loro stesse e il territorio con cuiinteragivano. Le popolazioni indigene, in ...
agire territoriale “che proietta sulla collettività, locale o più ampia, effetti più o menoprofondi o duraturi.” (Faggi, T...
De Marchi 2004), costituisce, con l’avanzamento delle grandi infrastrutture dicomunicazione, uno dei direct drivers nei pr...
Parco Nazionale Yasuní (1979) e la successiva Riserva della Biosfera, processocontemporaneo all’occupazione dello spazio a...
produttive agricole e petrolifere e la costruzione di grandi infrastrutture dicomunicazione hanno dato impulso alla canali...
Fig. 1.9 Dayuma, buffer zone della Riserva della Biosfera Yasuní. Importante fuoriuscita dipetrolio causata dalla rottura ...
2 Inquadramento geografico, ecosistemico e territoriale2.1 Ecuador: geografia, biodiversità ed ecosistemiL’Ecuador è un pi...
Fig. 2.1 Ecuador: Immagine satellitare. (Fonte: NASA, World Wind) e quadro d’insieme(elaborazione G.I.S.)Fig. 2.2 Ecuador,...
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Pappalardo Tesis Yasuni

  1. 1. IndiceIntroduzione 31 Conservazione della natura, biodiversità, conflitti ambientali 51.1 La biodiversità tra impatti antropici e paradigmi scientifici 51.2 Modelli di conservazione della biodiversità: strategie, centri di biodiversità ed aree protette 151.3 Foreste umide tropicali 241.4 Biodiversità: un approccio ecosistemico 291.5 Territorio, conflitti ambientali ed aree protette 362 Inquadramento geografico, ecosistemico e territoriale 462.1 Ecuador: geografia, biodiversità ed ecosistemi 462.2 Ecuador: società, comunità indigene, territorio 532.2.1 Aree Protette e territori indigeni 592.3 Area di studio 602.3.1 Regione Amazzonica Ecuadoriana: ecosistemi 602.3.2 La Riserva della Biosfera Yasuní: biodiversità e gestione dell’area protetta 662.3.3 La produzione petrolifera: impatti socio-ambientali 722.3.5 Vie di comunicazione terrestri all’interno dell’area di studio 792.3.6 Uso del territorio 822.3.7 Attori e poste in gioco 852.3.8 Definizione area di studio tramite analisi G.I.S. 933 Materiali e metodi 973.1 Indagine bibliografica e workshops sul campo 973.2 Attività di campo 983.2.1 Raccolta punti GPS 993.2.2 Interviste e raccolta dati da informatori privilegiati 1003.2.3 Problematiche di lavoro 103 1
  2. 2. 3.3 Sistemi Informativi Territoriali 1053.3.1 Cartografia tematica 1083.3.1 Immagini satellitari 1114 Risultati 1174.1 Introduzione 1174.2 Area di studio 1184.3 Input cartografici 1214.4 Carta tematica degli ecosistemi della RAE: input cartografico 1214.5 Sistemi idrografici della regione amazzonica ecuadoriana 1244.6 Comunità indigene, colonos e centri urbani: input cartografico 1284.7 Studio dei sistemi forestali amazzonici ed impatto antropico 1314.8 Ground truth, punti GPS e grafo stradale 1444.9 Via di comunicazione stradale Occidental Petroleum: analisi quantitativa 1454.10 Via Auca e bacino idrografico Curaray: analisi quantitativa e pattern di territorializzazione 1504.11 Riserva della Biosfera Yasuní (RBY) e produzione petrolifera: analisi geografica con approccio transcalare 1604.12 Installazioni per l’estrazione petrolifera e Riserva della Biosfera Yasuní: carta di densità 1654.13 Analisi comparativa ed overlay tra carta di densità delle installazioni petrolifere e Zona intervenida 1684.14 Risultati delle interviste ad informatori privilegiati 1715 Discussione e conclusioni 173Bibliografia 184Allegati 194Ringraziamenti 1982
  3. 3. Sic alid ex alio numquam desistet oriri Vitaque mancipio nulli datur, omnibus usu. (Lucrezio, De rerum natura)IntroduzioneIl lavoro di questa tesi nasce dall’esigenza personale di affrontare il tema dellaconservazione della natura nella sua complessità cercando di superare le barriere cheseparano l’uomo dall’ambiente per entrare nel vivo del problema.La ricerca è stata condotta in una delle venticinque regioni definite da Myers (2000)“centri di biodiversità” situata nella parte occidentale della foresta tropicaleamazzonica in un’area caratterizzata da un’elevata diversità biologica e dallapresenza di popolazioni indigene: La Riserva della Biosfera Yasuní.La scelta di tale area è legata sia alla volontà di consolidare le conoscenzenaturalistiche in una delle regioni più biologicamente sensibili del pianeta, sia aldesiderio di entrare in contatto con le comunità indigene che vi abitano percomprendere le problematiche che attraversano questa porzione di forestaamazzonica.L’area di studio, oltre ad essere stata istituita come Parco Nazionale IUCN (cat. II,IUCN, 1982), è inserita come area protetta all’interno dei programmi per laconservazione e lo sviluppo sostenibile dell’UNESCO (MAB, 1989, Man andBiosphere Program), costituendo per la comunità internazionale uno dei modelli piu’avanzati di compatibilità tra la tutela della biodiversità ad ogni livello organizzativo eattività umane sostenibili.Tuttavia, negli ultimi decenni, all’interno dell’area si sono sviluppate attivitàantropiche a carattere industriale legate prevalentemente alla produzione petroliferaed all’estrazione di legname per l’esportazione, influenzando sia i programminazionali ed internazionali per la conservazione della biodiversità, che le attivitàtradizionali e la vita stessa delle popolazioni indigene (Narvaez, 2004).Le attività per l’estrazione e la produzione petrolifera sono divise in aree lottizzateche si sovrappongono geograficamente alla Riserva della Biosfera ed ai territoriindigeni, producendo impatti sugli ecosistemi e sulle comunità locali che simanifestano nel cosiddetto conflitto ambientale (De Marchi, 2004).Cercando di mantenere un approccio ecosistemico sono state sviluppate sia attività dicampo che analisi quantitave di natura geografica, per approfondire le problematiche 3
  4. 4. socio-ambientali e verificare la compatibilità tra gli attuali modelli di conservazione ele attività industriali presenti nell’area.Lo scopo della tesi è stato quello di quantificare i cambiamenti della foresta umidatropicale per ciascuna formazione vegetale sostituita da attività antropiche,approfondire le dinamiche di interazione uomo-ambiente nell’area di studio everificare la sostenibilità socio-ambientale tra i modelli di gestione delle aree protettee la produzione petrolifera.Dopo aver sviluppato attività di campo volte ad acquisire dati geografici, rilievi GPSed informazioni raccolte tramite interviste non strutturate, sono state condotte, tramitel’uso di sistemi G.I.S. (Geographical Information Systems), analisi quantitative equalitative sulle relazioni spaziali tra le attività antropiche, gli ecosistemi, la Riservadella Biosfera Yasuní ed i territori indigeni. In particolare le analisi quantitativehanno preso in esame l’impatto antropico sulla copertura vegetale, lo stato diavanzamento delle vie di comunicazione terrestri all’interno della foresta primaria, ladensità delle installazioni petrolifere ed i pattern territoriali sviluppati dalle attivitàproduttive per l’estrazione petrolifera lungo un’asse stradale e dalle comunitàindigene Wuaorani e Quichua nell’area di influenza della Riserva della BiosferaYasuní.L’esperienza sul campo e le analisi quantitative prodotte hanno permesso dicomprendere come i diversi modi di percepire la natura e di tradurla in risorse dasfruttare possano portare a dimensioni di conflittualità ambientale tra i diversi attoriin gioco nel territorio.4
  5. 5. 1 Conservazione della natura, biodiversità, conflittiambientali1.1 La biodiversità tra impatti antropici e paradigmi scientificiAffrontare oggi il tema della conservazione della natura e delle sue risorse, nella suacomplessità, si rivela quasi sempre impresa ardua e spinosa, soprattutto se le analisivengono spinte in profondità e se si tratta l’argomento insieme alle moltepliciimplicazioni che esso comporta.Quando si parla di conservazione, specialmente nell’ambito delle scienze naturali,spesso ci si riferisce all’idea ampia di preservare la natura, nel senso di recuperarespecie botaniche o zoologiche dai processi di estinzione, oppure di proteggere un’aread’interesse naturalistico per riportarla al suo stato originario. Ciò che principalmentepreoccupa gli addetti ai lavori della conservazione sono la frammentazione deglihabitat ed il cosiddetto effetto margine che, per le conseguenti minacce per le specieed le biocenosi, sono fenomeni sempre più studiati e rappresentati dai modelli dellabiogeografia delle isole e vengono ricondotti, direttamente o indirettamente, adinterventi antropici in termini di riduzione areale (Primack, 2004, pp. 132-139).L’aumento dei tassi di riduzione della biodiversità e la degradazione degli habitatsono indiscutibilmente riconosciuti come problemi attuali, legati prevalentemente alleattività antropiche su scala locale e globale. Sovente però il dibattito interno allescienze naturali si torce intorno alla cosiddetta conservazione in situ o ex situ,affrontando le problematiche all’interno del paradigma meramente conservazionistalegato alla perdita di una specie o alla perdita di un habitat. Anche se sono passatioramai trent’anni dall’uscita del celebre libro di Myers (1979) dove l’immaginedell’arca che affonda poneva per la prima volta al centro del dibattito i numeri e lestime dei tassi d’estinzione, a volte sembra che l’approccio alla questione ambientalein termini di riduzione di biodiversità debba essere confinato ai soli specialisti delsettore, preoccupati della potenziale estinzione di una specie per la perditadell’oggetto di ricerca o del valore naturalistico della stessa. Qui si annida inoltre ilproblema sulle strategie della conservazione naturalistica intorno alla salvaguardia 5
  6. 6. delle specie; deve essa attuarsi in situ o ex situ? Nonostante l’importanza cherivestono i musei e gli orti botanici, specialmente in termini di didattica e di ricercaspecifica ex situ, le scienze naturali, da qualche decennio a questa parte, si sonotrovate un po’ in difficoltà rispetto alla conservazione della natura in termini organicie complessivi. Questo accade non solo per la galoppante importanza e “quotazione”che l’approccio genetico-biochimico della biologia molecolare sta avendo all’internodelle scienze naturali, ma anche perché quest’ultima, da un po’ di tempo a questaparte, è passata nello spettroscopio della “Scienza Contemporanea”, frantumandosi inmolte discipline specifiche, relative alla natura sensu lato, “molecolarizzandosi” eprivandosi di una visione olistica che forse oggi dovrebbe avere la conservazionedella natura all’interno della cosiddetta questione ambientale (Cini, 1994).Anche dalle lontane Galapagos, studiando i meccanismi di speciazione dei celebrifringuelli che hanno aperto la strada alla teoria di Darwin, Peter Grant, biologoevoluzionista, si pone il quesito: “What does it mean to be naturalist at the end of theXX Century?” (Cosa significa essere naturalista alla fine del XX secolo?) (1999).Forse lo stesso Grant, citando Gentry (1989, p. 127), si accorge, dalla prospettivadella biologia evoluzionistica, che “lo straordinario tasso di speciazione delle piantenel bosco umido tropicale del’Ecuador, è accompagnato da un altrettantostraordinario ed elevato tasso di estinzione di locali endemismi dovuto alladeforestazione. Non è solo l’eredità biologica dell’umanità che si impoverisce, maanche la nostra stessa eredità intellettuale che viene erosa quando questi unici e attivilaboratori di speciazione scompaiono dalla faccia della terra. Inoltre quelli di noi chesono interessati ai processi evolutivi hanno un incentivo aggiunto per preservare ilnostro pianeta dalla distruzione delle restanti foreste tropicali. Abbiamo bisogno delleforeste tropicali se vogliamo veramente capire i processi di speciazione ed evoluzioneche hanno fatto incrementare la diversità della vita sulla terra.” (Grant, 1999). Inquesto caso, sicuramente sentita nel profondo da parte di chi studia i processievolutivi e la biologia delle popolazioni, la perdita di biodiversità rappresenta un serioproblema da affrontare e da far emergere dalla specificità delle discipline scientifichedelle scienze naturali. A volte però la generica perdita di diversità biologica legataall’impatto delle attività antropiche sull’ambiente si infrange su due immagini6
  7. 7. speculari ma asimmetriche: strumento per coloro che riconoscono il suo valore intermini economici da un lato o giocattolo nel modo urbano e occidentale di guardarealla complessità dei viventi dall’altro (De Marchi, 2002). Talora sono gli stessinaturalisti e scienziati che proiettano sulla diversità biologica, in manierainconsapevolmente semplicistica e semplificata, questa seconda immagine.Quest’ultimo approccio alla biodiversità ed alla sua degradazione può in qualchemodo ricollegarsi al paradigma che ha condizionato la scienza moderna, diderivazione galileiana-newtoniana, che applica largamente il metodo riduzionistico,isolando i singoli fenomeni ed interpretandoli come catene lineari causa-effetto(Pignatti, Trezza, 2000 pp. 20-31). Si tratta dello stesso paradigma scientifico che hamantenuto separato l’uomo dall’ambiente e che ha considerato quest’ultimo come uncontenitore da cui è comodo sottrarre “risorse” e in cui scaricare rifiuti. Un paradigma(o approccio) sistemico considera invece l’ambiente come un ecosistema: un sistemaauto-organizzante che accumula ordine sotto forma di materia organica (bio-massa) edi specie viventi (biodiversità) (Pignatti, Trezza, 2000).E’ infatti nella tipologia di relazioni che intercorrono tra comunità umane edecosistemi che si traducono nelle varie forme d’uso delle risorse naturali che vannoricercati e riscoperti gli approcci per sviluppare modalità di conservazione dellanatura organiche e complessive. Le relazioni tra comunità umane ed ecosistemi, cheinsieme costituiscono un sistema bimodulare, sono di tipo verticale e senza dubbiodanno luogo a compromissioni di natura ambientale e diventano morfogenesi dellereti trofiche (Vallega, 1995, pp. 71-77).La biodiversità è invece da considerarsi quindi come diversità multiscalaredell’organizzazione biologica (geni, popolazioni, specie ed ecosistemi) e può essereconsiderata ad ogni scala geografica (locale, regionale e globale) e la suaconservazione dovrebbe avere un approccio ecosistemico che si orienti all’interno diquesta concezione.E’ dalla Convenzione sulla biodiversità di Rio de Janeiro all’interno dell’EarthSummit (1992), che si delineano misure a carattere internazionale per la protezionedella diversità biologica ad ogni livello ed il suo uso sostenibile. E’ ormai acquisitoche le attività antropiche stanno fondamentalmente, e spesso in modo irreversibile, 7
  8. 8. mutando la diversità della vita sul pianeta, e la maggior parte di questi cambiamenti sitraduce in perdita di biodiversità (M.A., 2005), che da allora diventa sempre più respublica, anche se con differenti interpretazioni ed approcci spesso discordanti.Semplicemente usando una chiave di lettura ecologica si ritiene che qualsiasiintervento umano su un elemento del sistema vivente ai diversi livelli diorganizzazione, data la struttura interattiva di questo, è destinato ad influenzare glielementi connessi dello stesso sistema, in modo tanto più incisivo quanto più forte èl’intervento e quanto più numerose e strette sono le connessioni al livello diorganizzazione gerarchica pertinente e, eventualmente con altri, con esso collegati(Buiatti, 2000).Rifacendosi ai lavori commissionati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)ad oltre 1300 scienziati per lo stato globale degli ecosistemi, (Global EcosystemAssessments, 2005), è comunque utile rilevare, solamente in riferimento alla perditadi biodiversità in termini di estinzioni biologiche, che i dati e le proiezioni future nonsono tra i più rassicuranti.Tra il 10% ed il 50% dei taxa studiati (mammiferi, uccelli, anfibi, conifere e cicadi)sono attualmente sotto minaccia di estinzione, basandosi sui criteriadell’International Union for Conservation of Nature (IUCN, 2001, in M.A., 2005).8
  9. 9. Fig. 1.1 Tassi di estinzione delle specie in tre intervalli temporali: passato lontano(documentazione fossile), passato recente (estinzioni registrate), futuro (basato su piu’modelli). Fonte: Millennium Ecosystem Assessment, 2005Premesso che la biodiversità ad ogni livello segue su scala planetaria un gradientelatitudinale aumentando verso le fasce tropicali (Primack, 2004, pp. 38-40) e che diconseguenza gli “ambienti” più ricchi si ritrovano nelle foreste pluviali, (WCMC,1992) il cui bioma rappresenta più della metà delle specie esistenti al mondo con ilsolo il 7% della superficie terrestre (Whitemore, 1990) costituendo la più granderiserva della storia evolutiva del pianeta (M.A., p. 87), urge sottolineare comeattraverso lo studio di un ampio range di gruppi tassonomici la grandezza dipopolazione e la diversità biologica sono in declino (M.A., 2005).Anche i centri di endemismo sono concentrati ai tropici; centri di endemismo relativiai taxa di uccelli, mammiferi ed anfibi tendono qui a sovrapporsi (IUCN 2004, Redlist od threatened Species. A Global Species Assments. IUCN, Gland, Switzerland). 9
  10. 10. Anche in termini di produttività, la quantità netta di carbonio fissata dalle piante(KgC/m2) con la fotosintesi, principale fonte di energia della biosfera (M.A., Forestand Woodland Systems, 2005), e di biomassa le foreste tropicali esprimono elevatilivelli comparati con le foreste di conifere in zone temperate e boreali.Fig. 1.2 Comparazione della diversità tra gli otto regni biogeografici:A) Ricchezza specifica; B) Endemismi (fonte: M.A., 2005)Mentre nel passato le forti spinte di cambiamento e di modulazione della diversitàall’interno della biosfera sono state guidate da processi estrinseci alla vita stessa,come i cambiamenti climatici, i movimenti tettonici, ed eventi extraterrestri nel casodel Terziario, gli attuali trend di cambiamento sia sulla biodiversità che sui ciclibiogeochimici ed idrologici naturali (Primack, 2004) risultano da processi intrinsecialla vita sulla Terra, e quasi esclusivamente legati alle attività antropiche: rapidi10
  11. 11. cambiamenti climatici, cambio d’uso dei suoli, sovrasfruttamento delle risorse,introduzione di specie alloctone invasive, agenti patogeni e inquinanti. Tali processi,che si legano tra loro in relazioni complesse e che spesso agiscono in manierasinergica, sono considerati come fattori antropogenici che danno impulso e guidano icambiamenti sopraccitati; tali processi sono conosciuti come anthropogenic directdrivers (M..A., 2005 cap. 4. Biodiversity, p. 96). Tra i più importanti impatti diretti epervasivi sulla biodiversità ricordiamo: la distruzione degli habitat (M.A., cap. 4), ilsovrasfruttamento delle risorse naturali, (M.A., 2005 cap. 4), l’introduzione di speciealloctone invasive (alien species) Primack, 2004), agenti patogeni (M.A., cap. 4Biodiversity, 2005) ed inquinanti ed infine, ma non irrilevante, i cambiamenticlimatici (M.A., cap. 9, 2005 ).L’evoluzione di nuove specie e l’estinzione di altre sono in sé un processo naturale.La diversità biologica, in termini di specie, che è attualmente presente rappresentaappena il 2% di quelle che sono vissute sulla terra (Primack, 2004). Attraverso itempi biologici di evoluzione, il cui ordine di grandezza è di milioni di anni, c’èsempre stato un netto eccesso di speciazione nei confronti dell’estinzione che haportato alla enorme diversità biologica sperimentata oggi sulla terra. Ciò che èimportante rilevare è che i processi di cambiamento che determinano ladegradazione/perdita di habitat, la riduzione della biodiversità ad ogni livello, ed icambiamenti climatici, condizionati direttamente dai sopraccitati anthropogenicdirect drivers, si svolgono su una scala temporale differente.E’ infatti all’interno della scala dei tempi storici, quella che racchiude l’evoluzioneculturale, tecnologica e socio-economica dell’Homo sapiens, che i processi ditrasformazione della biosfera, dell’idrosfera e della atmosfera (e inevitabilmente dellageosfera) acquistano un ritmo ed una velocità assai rilevante; sono state le grandiinnovazioni tecnologiche ed il loro uso dettato ed imposto dai sistemi politico-economici a diventare determinanti spartiacque all’interno della scala dei tempistorici (Rifkin, 2000).I tempi storici dell’uomo hanno attraversato le prime rivoluzioni tecnologiche delneolitico, in cui si sono sviluppate le prime attività agricole stazionarie, l’allevamentoe l’accumulo di proprietà, fino alla grande rivoluzione tecnologica-produttiva della 11
  12. 12. dell’era industriale. I ritmi dei tempi storici e dei tempi biologici sono stati traspostisu scale enormemente differenti: l’ordine di grandezza è di centinaia d’anni nel primocaso, di milioni o miliardi nel secondo. Con i modelli di sviluppo e di produzionedominanti e con l’attuale livello tecnologico impiegato, le capacità di modificareecosistemi, paesaggi e cicli biogeochimici sono notevolmente aumentate in funzionedel tempo e dello spazio. Il tempo sta quindi cambiando unità di misura nel rapportouomo-natura. La scala sottesa ai tempi storici dell’uomo è di tipo logaritmico,aumenta in serie geometrica, con crescita esponenziale. La scala dell’evoluzionebiologica invece è la misura dei processi evolutivi ed è dell’ordine di grandezza dimilioni/miliardi di anni (Tiezzi, 2001). Quando si affrontano le problematiche relativealla biodiversità, oltre alla sua dimensione multiscalare, il valore ecologico puramenteintrinseco si esprime anche attraverso la sua stessa storia, prodotto di una complessitàed un’evoluzione incredibili di tre miliardi e mezzo di sperimentazioni di forme divita (Shiva, 2001).Per meglio comprendere però da un’altra prospettiva, non escludente ma includente,la questione della biodiversità è opportuno approcciarsi ad essa con gli strumentianalitici propri della geografia della complessità (Turco, 1988).Se da un lato anche il rapporto del Millenium Ecosystem Assessments ha preso inesame e sviluppato numerose analisi quantitative degli impatti antropici sullabiodiversità prevalentemente a livello di specie e/o habitat, l’insieme dei fattori chedeterminano l’andamento dei processi causali sui sistemi ambientali è di più difficilevalutazione, specialmente se la scala è a livello di ecosistema o di meta-ecosistema.(De Marchi, 2000).Ecosistemi e società si evolvono nel tempo in relazioni reciproche che, interagendoportano alla costruzione dei sistemi complessi territoriali. L’interazione nel tempo enello spazio tra società ed ambiente da luogo ad un sistema bi-modulare i cuisottosistemi sono caratterizzati da una propria auto-organizzazione ed autonomia purmantenendo le capacità di interazione tra loro (Vallega, 1995).I sistemi territoriali sono quindi prodotti dalle interazioni continue e reciproche trasocietà umane ed ambiente e sono dipendenti da processi continui di produzione edistruzione di biodiversità ad ogni livello organizzativo. L’ecosistema originario deve12
  13. 13. ridurre i livelli di complessità naturale per poter consentire alla società di “erogare”servizi e beni utili (M.A, Ecosystem Services, 2005) in maniera costante e per poterriprodurre le azioni nel tempo. Tali operazioni si traducono in semplificazionidell’ecosistema: modificazioni delle caratteristiche fisiche del paesaggio perconsentire spostamenti, conversione in allevamenti o attività pastorizia, coltivazionidi solo alcune piante selezionate (monocolture), attività produttive, insediamenti (DeMarchi, 2000). Queste attività sono sempre state sviluppate nel corso della storiadell’uomo, ma con modulazioni notevoli in intensità ed estensione, specialmente apartire dal secolo scorso. E’ proprio all’interno di questi interventi antropici chevanno cercati i meccanismi ed i processi delle interfacce società-natura, cheinfluiscono sulla biodiversità e che direttamente o indirettamente costituisconoimpatti sui sistemi ambientali.I processi che esercitano in qualche modo influenza sulla biodiversità possono essereindividuati in meccanismi diretti ed indiretti che, per la loro genericità estandardizzazione possono essere utilizzati in diversi contesti territoriali. (De Marchi,2000).Sono state individuate sei famiglie di meccanismi diretti che agiscono sullabiodiversità e sei famiglie di meccanismi indiretti; Meccanismi diretti Meccanismi indiretti Organizzazione sociale Sfruttamento delle popolazioni naturali Crescita della popolazione Cambiamenti dell’agricoltura, della Modelli di consumo selvicoltura, della pesca Commercio globale Introduzione di organismi e patologie alloctone Sistemi economici e politiche incapaci di valutare il reale valore Inquinamento del suolo, dell’acqua dell’ambiente e delle risorse naturali e dell’atmosfera Modelli iniqui di proprietà e gestione dei flussi di benefici provenienti Cambiamenti climatici globali dall’uso e dalla conservazione delle risorse naturaliTab. 1.1 De Marchi (2000) 13
  14. 14. Come si evidenzia dalla tabella i meccanismi indiretti descrivono le attività socio-economiche, frutto delle strategie utilizzate dalle società nel relazionarsi conl’ambiente; i meccanismi indiretti agiscono sui meccanismi indiretti.E’ implicito che i meccanismi utilizzati sono stati generalizzati e che le dinamicheuomo-ambiente dipendono dal tipo di relazione tra società ed ambiente. Anche semolto spesso viene enfatizzata la crescita demografica come problema principale neiprocessi di perdita di biodiversità, è opportuno evidenziare che nell’insieme dellecause i meccanismi legati al mercato globale, ai sistemi economici,all’organizzazione sociale, alla ineguale distribuzione dei benefici delle risorse, aimodelli di consumo, sono fortemente responsabili nel determinare l’intensità el’estensione dei processi che influiscono sulla perdita di biodiversità (De Marchi,2000).I meccanismi indiretti sono strettamente collegati con le dinamiche di cambio dellacopertura ed uso del suolo (land cover/ land use). Questi due dinamiche appartengo adue modi distinti di percepire e descrivere le dinamiche di cambiamento dellamorfologia del suolo: land cover è spesso usato per lo stato fisico del suolo, spesso intermini di copertura vegetale o in analisi geomorfologiche (solitamente impiegatanell’ambito delle scienze naturali); land use invece rappresenta l’uso del suolo anchein termini qualitativi (impiegata in geografia, antropologia, pianificazione territoriale,economia). L’intreccio analitico dei due approcci, contemporaneamente consente unarappresentazione più completa delle dinamiche che interfacciano sistemasociale/sistema ambientale (De Marchi, 2000).Quando si affrontano le problematiche relative alla biodiversità quindi è utileeffettuare le analisi all’interno di un modello concettuale ecosistemico che collega illivelli della diversità dei viventi, le funzioni degli ecosistemi e le dinamiche landuse/land cover (De Marchi, 2000).14
  15. 15. 1.2 Modelli di conservazione della biodiversità:strategie, centri di biodiversità ed aree protette.La biologia della conservazione ha mantenuto per molto tempo un approccio di tipoclassico per salvaguardare la biodiversità, soprattutto a livello di specie e dipopolazione, esprimendo una prospettiva romantica e forse un po’ naive nelpreservare il maggior numero di specie nella maggior area possibile. Tale pensieroperò poco si concilia con l’uso delle risorse naturali, le popolazioni locali e con isistemi economici e produttivi odierni locali e globali.A causa di tali evidenze gli stessi biologi della popolazione hanno convalidato ilconcetto di Shaffer (1981) di minima popolazione vitale (MPV) definito come la “lapiù piccola popolazione isolata avente il 99% di probabilità di persistere per 1000anni nonostante gli effetti prevedibili di eventi demografici, ambientali e geneticicasuali e le catastrofi naturali”. Dopo aver definito il MPV, all’interno del qualevengono condotte stime quantitative sul numero di specie indispensabile per nonevolvere in processi di estinzione (dimensione della popolazione, tipo di habitat,cambiamenti ambientali), è stata introdotta “la minima area dinamica” (MAD), ossial’unità areale minima per garantire la minima popolazione vitale (Menges, 1991, inPrimack 2000). In questa definizione, oltre all’orientamento alla conservazioneimpostato unicamente a livello di specie, traspare anche l’impronta concettuale di tipodeterministico-riduzionista, che considera l’ambiente da proteggere come un sistemaisolato e descrive i fattori demografici ed ambientali determinabili in un meccanismolineare di probabilità (Cini, 1999).Tali concetti e studi per preservare la biodiversità a livello di specie si esprimono instrategie di conservazione del tipo in situ che permettono cioè di tutelare le specie e lepopolazioni all’interno del loro stesso habitat. Indubbiamente per gli obiettivi propri ecircoscritti della biologia della conservazione a livello di specie/popolazioni, è stata lastrategia più accolta, in quanto le specie sarebbero in grado in continuare i processievolutivi di adattamento all’interno del loro habitat selvatico.L’altra strategia di conservazione contemplata e praticata dai biologi è la cosiddettaconservazione ex situ, ossia portare le specie fuori dall’ecosistema nel quale vivevano 15
  16. 16. e si erano evolute per coltivarle/allevarle in condizioni artificiali: zoo, acquari, ortibotanici, banche del seme sono gli esempi più noti. (inserire la validità comestrumenti didattici )Se da un lato, ai fini limitati della biologia della conservazione e,nei casi estremi in cui le specie sono seriamente minacciate e versano in processiirreversibili di estinzione, la conservazione ex situ è una strategia forse comprensibile,dall’altro questa modalità è sovente al centro di critiche e dibattiti per le numeroseimplicazioni di carattere socio-economico che essa comporta.Risvolti delicati e complessi dal punto di vista socio-economico sono le banche delgermoplasma, dove vengono conservati e gestiti i patrimoni genetici di piante (nonsolo minacciate), provenienti dalla biodiversità locale selvatica di ogni regione delpianeta (specialmente dai PVS tropicali dove si concentra la maggior diversitàbiologica) e dai cultivar selezionati dalle popolazioni rurali. Tale argomento cheimplica doverose riflessioni sui diritti di proprietà, sull’accesso e sulla gestione dellerisorse fitogenetiche all’interno delle banche del germoplasma verrà approfondito nelparagrafo successivo.Rispetto alla conservazione ex situ è lo stesso Primack (1998) che, dalla suaprospettiva di biologo della conservazione, riconosce seri limiti biologici, genetici edetologici intrinseci alla strategia appena menzionata: per non incorrere in derivegenetiche e fenomeni di inbreeding le specie ex situ dovrebbero essere assainumerose (alcune centinaia); le specie conservate al di fuori dal loro ecosistemapossono costituire solo una parte del pool genico della popolazione poiché prelevatesolo in una certa area geografica; le popolazioni conservate negli zoo per moltegenerazioni possono adattarsi geneticamente alle condizioni artificiali; le speciezoologiche in cattività possono modificare la loro etologia e, qualora rilasciate innatura, avere difficoltà nel procacciarsi cibo, poiché in cattività non è stato maiappreso (Primack, 2004, pp. 246-260).Su scala globale la World Conservation Monitoring Center (WCMC), BirdlifeInternational e la Conservation International hanno individuato le aree prioritarie perconservazione della biodiversità a livello di specie e le maggiormente compromessesotto il profilo della degradazione degli habitat. Tali zone sono state chiamate centricaldi per la biodiversità, ossia biodiversity hotspot (Myers et al., 2000).16
  17. 17. I principi fondamentali per stabilire i biodiversity hotspot sono legati a due criteri: iltasso di endemismo e la perdita di habitat. Non avendo disponibilità di dati su unampio range tassonomico, per quanto riguarda il tasso di endemismo, sono state presein considerazione le piante vascolari, che devono rappresentare almeno lo 0,5% dellespecie finora note; per quanto concerne la perdita di habitat gli hotspots devono averperso almeno il 70% delle formazioni vegetali originarie (Myers et al., 2000).Su scala globale quindi sono stati al momento rilevati venticinque hotspots chesoddisfano questi requisiti e che coprono l’1,4% della superficie delle terre emerse.L’insieme dei venticinque hotspots costituisce il 44% delle piante vascolari sul totaledi quelle conosciute, il 28% delle specie di uccelli, il 30% delle specie di mammiferi,il 38% delle specie di rettili il 54% delle specie di anfibi (Myers et al., 2000).E’ importante segnalare come su venticinque hotspots 12 siano situati negli ambientidi foresta umida tropicale, tra cui l’area del mediterraneo e le Ande tropicali perl’elevato tasso di piante endemiche (13.000 specie pari al 4,3% e 20.000 specie, parial 6,7% della flora mondiale) sono state classificati come hyper-hotspots, ossiahotspots speciali (Primack, 2004 p. 311).All’interno della tassonomia conservazionista sono state classificate inoltre tre zonedi foresta umida tropicale che non avendo perso il 70% della vegetazione originalenon possono rientrare nella categoria biodiversity hotspots, pur contenendo oltre il15% delle specie vegetali mondiali; tali zone vengono denominate major wildernessareas, ossia grandi aree selvatiche incontaminate (Myers et al., 2000).Un’altra interessante classificazione che le organizzazioni conservazioniste hannoadottato è quella relativa ai Paesi dove è concentrata la maggior biodiversità a livellodi specie: i Paesi Megadiversi (Megadiversity Countries). Sono stati definiti 17 PaesiMegadiversi di cui cinque all’interno della foresta pluviale del bacino amazzonico(Primack, 2004, p. 313).Le discriminanti per la definizione di questi centri di biodiversità sono rispetto allabiodiversità a livello di specie e non di ecosistema. (Myers et al., 2000). 17
  18. 18. Fig. 1.3 Distribuizione dei Centri di Biodiversità (Biodiversity Hotspots) su scala globale.Fonte: Conservation International (2004)Per valutare lo stato di conservazione l’IUCN, attraverso metodi quantitativi, haelaborato un sistema di classificazione in base allo stato di rischio a cui le specie sonoesposte e generando le note categorie in cui racchiuderle. Sulla base di questedivisioni, attraverso il censimento delle specie minacciate, il WCMC hasuccessivamente redatto a livello mondiale le note liste rosse e le liste blu, ripartiteper aree geografico-politiche e suddivise per gruppi tassonomici.La minaccia di estinzione delle specie sollevata dall’IUCN e altre società scientifichenonchè l’emergere dei problemi ambientali legati alla riduzione di biodiversitàspecifica hanno dato impulso, nella seconda metà del secolo scorso, alla proposta ditrattati ed accordi che sono stati sottoscritti a livello nazionale ed internazionale. Alivello internazionale la prima ad essere approvata è la Convenzione di Washington,compilata nel 1973 dall’United Nation Environment Programme (UNEP), conosciutacome CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of WildFauna and Flora), che regolamenta esclusivamente il commercio transnazionale dispecie animali e vegetali sotto minaccia d’estinzione, e la convenzione di Bonn(1979), riguardante le specie migratrici appartenenti alla fauna selvatica.18
  19. 19. A livello comunitario, per citare qualche esempio rilevante, è stata sottoscritta laDirettiva Uccelli 79/409/CEE e la Direttiva habitat 92/43/CEE.Questo tipo di approccio alla conservazione, oltre che ad essere riduttivo e pocoefficace, rivela i suoi limiti e le sue contraddizioni proprio per la difficoltà nelseparare concettualmente le specie dagli ecosistemi (Pignatti, Trezza, 2000). Perquesto parte delle organizzazioni conservazioniste hanno ritenuto necessario spostarel’attenzione sulla biodiversità nella sua dimensione multiscalare ed attuare strategieper la conservazione a livello di comunità/ecosistemi (Reid, 1992 in Primack, 2000).E’ attraverso un diverso approccio alla tutela della biodiversità che emergono nuoviaccordi internazionali per la conservazione, innalzando la protezione da livello dispecie ad habitat.Il primo accordo sulla protezione degli habitat è la Convenzione di RAMSAR (1971)che tutela le zone umide (wetlands), aree di notevole importanza ecologica per gliuccelli migratori; nel 2002 la Convenzione di Ramsar veniva sottoscritta da 133 paesisu 194.Nel 1979 viene stipulata la Convenzione di Berna per la conservazione della VitaSelvatica e dell’Ambiente Naturale in Europa, ratificata nel 2002 da 45 Paesi europeied africani, nonché dalla Comunità europea.Nello stesso periodo UNESCO, IUCN e Consiglio Internazionale per i Monumenti e iSiti, promuovono la Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale eNaturale mondiale, mettendo in relazione il patrimonio biologico ed ecologico aquello culturale. Esempi nostrani di siti dichiarati “Patrimonio dell’Umanità” sonol’Orto Botanico di Padova o l’arcipelago delle isole Eolie.Gli strumenti impiegati per mettere in campo la conservazione, sia essa a livello dispecie o di habitat, si sono tradotte frequentemente nella delimitazione di parchi,riserve ed aree naturali protette. Così dalla realizzazione delle prime riserve in Africaagli inizi del XX secolo, create dai coloni inglesi per garantirsi la selvaggina nellebattute di caccia, al boom nella seconda metà del secolo scorso, dei parchi nazionali,pur con differenti propositi ed utilizzi, le aree naturali protette si sono rapidamentediffuse su scala mondiale (Adams, Hutton, 2007, pp. 152-156). 19
  20. 20. Il modello senz’altro più rappresentativo nell’ambito della conservazione, per tutto ilsecolo scorso, è stato il primo parco nazionale ufficialmente istituito negli Stati Unitinel 1872: the Yellowstone National Park. Il modello di tale parco si muoveconcettualmente intorno all’idea di delimitare un’area naturale “selvaggia” eoriginaria (the pristine nature) che deve essere distinta e fisicamente separatadall’ambiente esterno, comprese le attività umane. Da questo modello diconservazione traspare il paradigma del pensiero scientifico illuminista, dalla cuil’enfatizzazione della separazione tra uomo ed ambiente si sono sviluppati i concettidi riserve, parchi ed aree protette. In questo modello concettuale l’idea suprema edestrema di parco naturale è quella della “protezione integrale”, evitando qualunqueinterferenza o rumore di fondo di carattere antropico (Adams and Hutton, 2007).A partire dall’istituzione ufficiale del primo parco nazionale si sono rapidamentediffusi numerosi parchi nazionali su scala globale, facendo diventare il YellowstoneNational Park un typus ed un modello dominante per la creazione di aree naturaliprotette ispirate alla pristine nature.Proprio in seguito alla rapida ed enorme diffusione di parchi nazionali, riserve ed areeprotette worldwide ed al loro diverso utilizzo e finalità l’IUCN, tramite laCommissione Internazionale sui Parchi Nazionali ed Aree Protette (CNPPA), haritenuto opportuno riorganizzare e ridefinire il sistema di classificazione, pubblicandonel 1978 il primo rapporto su “Categorie, Obiettivi e Criteri”.Dopo una serie di revisioni ed aggiornamenti (Perth, 1990; Caracas 1992) l’IUCN haritenuto opportuno far chiarezza ridefinendo ed aggiornando (standardizzando) lecategorie relative alle aree protette pubblicando le linee guida come orientamento perle politiche internazionali e nazionali sull’istituzione di aree protette (IUCN, 1994).Le categorie contenute nel sistema di classificazione corrente dell’IUCN sisviluppano su una serie progressiva di aree protette (dalla categoria I alla VI) in baseal grado di protezione e di inclusività delle attività antropiche (IUCN, 1994). Mentrele categorie I e II rispecchiano il classico modello di parco nazionale, (da strictprotected reserve/wilderness area a national park) le suddivisioni di ordine superioremodulano progressivamente il flusso di prodotti e servizi di ecosistema, fino all’uso20
  21. 21. sostenibile degli ecosistemi naturali (dalla categoria III, monumenti naturali, allacategoria VI, aree protette con gestione sostenibile delle risorse) (IUCN, 1994).Le indicazioni contenute nelle linee guida dell’IUCN sull’istituzione e lacategorizzazione delle aree protette rimangono, tuttavia, dei semplici suggerimenti econsigli rispetto alle politiche ambientali che vengono sviluppate da ciascun Paese inbase anche a questioni squisitamente politiche e socio-economiche. Basti pensare che,secondo uno studio condotto dall’IUCN (1994), in Sudamerica l’84% delle areeprotette non corrisponde alle categorie sopraccitate.E’ all’interno della categoria VI definita dal CNPPA dell’IUCN che sono stateinserite le Riserve del Programma per l’Uomo e la Biosfera dell’UNESCO (Man andBiosphere Program, MAB). Tale programma è stato lanciato in via sperimentale agliinizi del 1970 e si è rivelato, almeno sulla carta, uno dei più avanzati tra i modelli diaree protette, delineando così un nuovo approccio alla conservazione della natura. Ilprogramma MAB infatti è “finalizzato ad integrare le attività umane, la protezionedell’ambiente naturale, la ricerca scientifica e l’ecoturismo nella stessa area” (Batisse,1997 in Primack, 2004), enfatizzando le relazioni reciproche tra uomo ed ambiente.In questo modo i protocolli di ricerca MAB concettualizzano e traducononell’istituzione delle Riserve della Biosfera modelli di compatibilità tra protezionedegli ecosistemi minacciati e lo sviluppo sostenibile a beneficio delle popolazionilocali, riconoscendo da un lato il ruolo dell’uomo nel modellare il paesaggio,dall’altro l’esigenza di trovare le modalità con cui l’uomo possa usare le risorsenaturali in modo sostenibile senza degradare l’ambiente (Primack, 2004, pp. 397-406).Anche per quanto riguarda il modello concettuale di “area protetta” i piani MABesprimono elementi decisamente innovativi. La riserva non è concepita come una“campana di vetro” che protegge gli ecosistemi isolandoli dall’ambiente circostante,bensì come un sistema che interagisce con il mondo circostante integrando nellagestione e nella pianificazione le esigenze e le culture delle popolazioni locali(Campagna UNESCO, Parigi, 1981). L’area protetta passa quindi da sistema isolato asistema aperto, permettendo scambi di “materia ed energia” con l’ambiente esterno,purché siano garantiti i meccanismi di sostenibilità ambientale e sociale. 21
  22. 22. Per strutturare questo modello di area protetta l’UNESCO ha stabilito dei criteri alfine di effettuare zonazioni (zoning) a diversi gradi di influenza antropica (vedi fig.5): un nucleo centrale (core area) a protezione integrale a causa dell’elevato grado disensibilità e di minaccia dell’ecosistema; una zona di rispetto (buffer zone) all’internodella quale sono consentite attività tradizionali (orti tradizionali, raccolta di prodottiforestali come frutti o piante medicinali) e attività di ricerca; un’area più esterna,(transition area) all’interno della quale sono concesse alcune forme di svilupposostenibile come progetti di agroecologia a piccola scala, uso di risorse a bassoimpatto ambientale ed attività di ricerca sperimentale. Questa zonazione consente daun lato di preservare alcuni paesaggi modellati dall’uomo e l’integrità degliecosistemi, dall’altro le zone cuscinetto possono aiutare ed facilitare la dispersionedegli animali ed il flusso genico tra il nucleo centrale e sistemi più esterni (Primack,2004, p. 345).Fig. 1.4 Modello di zonazione delle Riserve della Biosfera (da MAB France, modificato.)Così come le categorie delle aree protette (IUCN, 1994) le Riserve della Biosferasottostanno a giurisdizione e sovranità nazionale e sono state inserite all’interno dellaRete Mondiale delle Riserve della Biosfera (World Network of Biosphere Reserve);22
  23. 23. da quando è stato lanciato il Programma MAB a livello mondiale sono state istituite531 Riserve della Biosfera in 105 paesi (UNESCO, MAB, 2008).E’ opportuno inoltre sottolineare come questo modello avanzato di area protetta,nonostante le indicazioni dell’UNESCO e le numerose realizzazioni a livellomondiale, rimanga spesso un progetto virtuale che si scontra con le dinamicheterritoriali, con lo stato giuridico e con le condizioni polico-economiche dei Paesi nelquale è realizzato. All’interno della Riserva della Biosfera Yasuní (UNESCO, 1989)presa in esame come caso di studio, non si presenta alcuna caratterista dei ProgrammiMAB (David Romo, 2006, comunicazione personale) e non esiste nessuna zonazioneal suo interno. L’unica zonazione presente è quella effettuata dal Ministerodell’Energia che ha suddiviso la riserva in 12 aree per le attività estrattive legateproduzione petrolifera (vedi elaborazione GIS, fig. 2.6, pag 81).Fig. 1.5 Distribuzione delle Riserve della Biosfera su scala planetaria. Fonte: UNESCO– MAB1.3 Foreste umide tropicaliCome si è accennato nel paragrafo precedente il gradiente di biodiversità èlatitudinale ed aumenta dai poli alle zone temperate fino ai tropici, per raggiungerelapice nella fascia equatoriale dove si concentra la massima diversità biologica. 23
  24. 24. E’ alle basse latitudini che si sono sviluppate le foreste tropicali (Tropical MoistRainforest) che da un lato sono refugia estremamente importanti per la biodiversitàterrestre dall’altro una tra le componenti fondamentali nei sistemi biogeochimici dellaterra. Esse inoltre con le loro risorse naturali (fondamentalmente biodiversità eprodotti forestali), provvedono al sostentamento ed alla riproduzione sociale di moltepopolazioni locali, tra le quali considerevoli quote di popolazioni indigene.L’IUCN ha stimato che il 12,5% delle specie vegetali mondiali, il 44% degli uccelli,il 57% degli anfibi, l’87% dei rettili ed il 75% dei mammiferi sono seriamenteminacciati dalla crescente degradazione degli ecosistemi forestali tropicali (IUCN1996, 1997).Myers definisce la regione biogeografica della foresta umida tropicale come “forestesempreverdi, o parzialmente sempreverdi, in aree che ricevono non meno di 100 mmdi precipitazione mensile con un regime pluviometrico uniforme nel corso dell’annoed una temperatura annuale media di 24° Celsius; le formazioni vegetali si estendonosolitamente in aree al di sotto dei 1400 metri di quota ed, in esempi di foresta matura,è possibile distinguere diversi livelli di stratificazione” (Myers, 1980 in Perry, 1982).Attualmente i processi di deforestazione e la degradazione delle foreste coinvolgonol’8.5% dei rimanenti sistemi forestali naturali su scala globale, di cui circa la metàsono in Sudamerica (M.A., p. 75).Nel corso dei tempi storici le foreste, globalmente, hanno subito una imponenteriduzione e degradazione: negli ultimi tre secoli si sono ridotte approssimativamentedel 40% di cui 3/4 durante gli ultimi duecento anni (M.A., Drivers of EcosystemChange, 2005 p. 597).L’insieme delle attività antropiche infatti sta determinando processi di alterazionedella superficie terrestre ad un tasso ed una scala che non hanno precedenti nellastoria dell’uomo, concorrendo in magnitudo solamente con le transizioni dei periodiglaciali/interglaciali (NAS in Gutman et al., 2004); a tal proposito è moltosignificativo il termine coniato da alcuni scienziati per definire l’attuale Erageologica: l’Antropocene (Crutzen, 2005).E’ da tenere presente inoltre che i sistemi forestali, globalmente, giocano un ruolofondamentale nel ciclo del carbonio e conseguentemente nell’accelerazione e24
  25. 25. decelerazione dei cambiamenti climatici; secondo il terzo rapporto dell’InternationalPanel Climate Change (IPCC, in M.A., 2005) le proiezioni rispetto al riscaldamentoglobale (global warming) prevedono un innalzamento della temperatura tra i 1.4°-5.8° Celsius 2100, variazione molto più alta rispetto all’intervallo temporale 1990-2001 (IPCC., 2001 in M.A., 2005).Anche se va rilevato che in Europa e negli Stati Uniti il trend di disboscamento èstato invertito in parte grazie alla consapevolezza ed alle politiche ambientali diriforestazione, non si può dire lo stesso per quanto riguarda le foreste naturalitropicali. Il disboscamento di foreste primarie ai tropici continua con un tasso annualedi dieci milioni di ettari: un’area paragonabile alla Grecia, oppure tre volte il Belgio(M.A., 2005, p. 587).E’ infatti ampiamente confermato che da nessuna parte come ai tropici i processi dideforestazione legati al cambiamento d’uso del suolo ed alla copertura vegetale hannodirette implicazioni nel bilancio globale del budget di carbonio sulla base di modelli(Houghton et al., 2000 in M.A. 2005) e misure atmosferiche (Ciais et al., 1995, 1995,in M.A. 2005).Le attività legate al cambio di copertura vegetale ed uso del suolo (land cover e landuse) sono tra i principali processi antropogenici che, degradando e sostituendo leformazioni vegetali originarie, determinano un elevato impatto ambientale nellaforesta amazzonica, la cui conversione in terreni agricoli ed aree urbanizzate crea undisturbo ecologico a scala regionale e sovra regionale, anche a notevole distanza dallearee colpite (Walker, Solecki, 1999, in M.A., 2005).Pertanto la deforestazione tropicale è collegata ad attività antropiche comel’espansione della “frontiera” agricola che, richiedendo il cambio d’uso del suolo,conduce alla sostituzione della copertura forestale. A quest’ultima sono da aggiungerele attività estrattive quali lo sfruttamento del legname e l’estensione delleinfrastrutture produttive e di comunicazione terrestre (Gomez-Pompa, 1991, in M.A.,2005) che sempre più stanno coinvolgendo le foreste primarie tropicali. Leinfrastrutture di comunicazione stradali che si propagano all’interno della forestatropicale costituiscono il primo input di deforestazione, contemporaneamente,utilizzando l’asse stradale principale si attivano processi disboscamento ortogonale 25
  26. 26. dando luogo ad un doppio pettine. Lungo queste strade comincia la pratica“modernizzante” della foresta tropicale, portandosi dietro, a seconda dei casi, leattività produttive (De Marchi, 2004). Come verranno prese successivamente inesame all’interno del caso di studio nel cap. 6, queste pratiche di costruzione delterritorio lungo un’asse stradale portante rispecchiano le cosiddette logiche di terra(Bertoncin, 2004) e determinano un processo di territorializzazione per sostituzionedella foresta primaria lasciando spazio ad attività prevalentemente agricole edestrattive. I processi di colonizzazione agricolo-estrattiva lungo via principaleall’interno della foresta determinano l’apertura di processi ortogonali all’asseportante, dando come risultante un pattern a “spina di pesce”.Contrariamente al detto ecologico che “la diversità promuove stabilità” appare ormaiconfermato che i sistemi forestali ad elevata complessità, come le foreste tropicali,sono dinamicamente fragili e che può essere assai difficile rigenerarsi anche unpiccolo disturbo (May, 1975, in Perry, 1982).Dal punto di vista ecologico e della sostenibilità è fondamentale mettere in luce che lespecie arboree tropicali sembrano essere adattate alla riproduzione solamente sotto lecondizioni dello stato primario. Queste caratteristiche e la bassa densità delledifferenti specie per ettaro hanno portato alcuni ricercatori a concludere che le forestetropicali sono essenzialmente risorse non rinnovabili (Gomez-Pompa, 1991).Rispetto anche al caso di studio ed alle analisi sviluppate successivamente in questatesi è importante sottolineare come processi di cambiamento land use/land coverpresenti all’interno del bacino amazzonico abbiano un ruolo significante anche suscala globale, andando ad influenzare l’idrologia, il clima ed i cicli biogeochimiciglobali (Crutzen et al., in M.A., 2005).Anche se la deforestazione delle foreste tropicali è legata genericamente alle attivitàdi cambio d’uso del suolo e di copertura vegetale è importante distinguere tra attivitàlocali di coltivazione transitorie (shifting cultivation), tra cui la pratica slash-and-burn (taglia e brucia), e attività legate ai sistemi economici e produttivi globali. Traquesti le attività con ruolo importante nella deforestazione tropicale, presenti anchenell’area di studio successivamente presa in analisi, sono l’estrazione di legname aduso industriale (spesso da esportare a basso costo nei paesi occidentali ), la creazione26
  27. 27. di piantagioni industriali e monocolture intensive (piantagioni di palma da cocco,palma africana, cacao, albero della gomma, tek, etc.), grandi aree per gli allevamentibovini ed estrazione mineraria e petrolifera (Primack, 2004, pp. 122-123).L’intensità e l’estensione areale delle attività estrattive ed agro-industriali sopracitatesono direttamente collegate alle dinamiche economiche e produttive su scala localema soprattutto globale.E’ fondamentale ricordare inoltre che i sistemi forestali, specialmente nei Paesi in Viadi Sviluppo (PVS) delle zone tropicali, garantiscono con le loro risorse lasopravvivenza di molte popolazioni a tal punto che solamente la raccolta di prodottiforestali contribuisce al 50% del consumo alimentare (Cavedish, 2000, in Primack,2004). E quindi opportuno evidenziare come i popoli indigeni che vivono all’internodelle foreste tropicali abbiano ereditato un elevato patrimonio culturale di conoscenzedi natura ambientale e che la loro stessa sopravvivenza si basi sulla gestione dinumerose risorse biologiche utilizzate nell’ambito alimentare, medico e religioso.Una forte degradazione dell’ecosistema forestale o una sua riduzione areale laddovesi sovrappongono territori indigeni hanno importanti ricadute sulla loro stessa vita eriproduzione sociale. Tale impatto quindi, oltre ad essere di natura ambientale, hadelle serie implicazioni sulle popolazioni locali che, utilizzando sistemi e conoscenzetradizionali, hanno sviluppato un pacchetto di strategie diversificate, spessosostenibili, per sopravvivere (Shiva, 2001). 27
  28. 28. Fig. 1.6 Pattern di deforestazione. Nelle due immagini superiori il modello a spina di pesce, nelleinferiori la sua evoluzione. Amazzonia peruviana. Fonte: Google Earth.28
  29. 29. Fig. 1.7 Distribuzione dei sistemi forestali originali e rimanenti. (fonte: UNEP, 2004)1.4 Biodiversità: un approccio ecosistemicoIl superamento del modello conservazionista classico e del suo approccio allabiodiversità unicamente livello di specie comincerà ad avviarsi nei lavori sulla“questione ambientale” all’interno del Summit della Terra di Rio de Janeiro(UNCED, 1992). E’ qui infatti che, con la stesura della Convenzione sullaBiodiversità (CBD), la diversità biologica comincia ad assumere importanza nella suamultiscalarità (dai geni ai metaecosistemi) e nella sua complessità. Oltre allaprotezione della biodiversità a tutti i livelli, tra gli obiettivi principali dellaConvenzione vengono inseriti anche “l’uso durevole dei suoi componenti e laripartizione giusta ed equa dei benefici derivanti dall’utilizzazione delle risorsegenetiche […]” (CBD, 1992). Sono proprio questi due obiettivi che, introducendo perla prima volta l’importanza del concetto di sostenibilità della gestione della diversitàbiologica e dell’equa ripartizione dei benefici derivati dalle risorse genetiche dellespecie selvatiche e domestiche, aprono il dibattito sulla complicata questione dei 29
  30. 30. diritti su tali risorse (De Marchi, 2002). Tale problema entra nel merito delle strategieper la conservazione in situ ed ex situ.La conservazione della diversità biologica ex situ, ad esempio, è uno degli aspetti piùcontroversi e dibattuti non solo in termini di tutela delle specie minacciate, ma anchein termini di diritti di proprietà intellettuale. Il materiale genetico delle specievegetali, selvatiche o cultivar, viene conservato e gestito all’interno delle banche delgermoplasma sia per una “archiviazione” a scopi scientifici sia per incrementare lavariabilità genetica tramite incroci infraspecifici e l’impiego di tecnologie del DNAricombinante. Questi procedimenti sono indispensabili e assai preziosi per le industriefarmaceutiche, agro-alimentari e biotecnologiche che operano sulla produzione e sulmercato globale. I geni delle varietà locali o delle specie selvatiche fornisconosostanzialmente il materiale genetico e chimico di base per tali industrie. Nel passatole banche del germoplasma, coordinate dall’ente internazionale per l’agricoltura (ilConsultive Group in International Agricolture Research CGIAR) e localizzateprevalentemente nei PVS, raccoglievano gratuitamente semi e tessuti vegetali e liconsegnavano ai centri di ricerca ed alle industrie. I benefici e gli enormi profittioriginati dalla commercializzazione dei prodotti derivati dalle risorse biologiche nonvenivano ripartiti od indirizzati localmente.Non è cosa di poco conto rilevare che circa il 96% della variabilità geneticanecessaria a soddisfare la produzione farmaceutica, agricola e biotecnologica su scalaglobale provenga direttamente dai PVS delle fasce tropicali, laddove si concentra lamaggior parte della diversità biologica (Primack, 2004, pp. 246-262).La Convenzione sulla Biodiversità discussa a Rio de Janeiro ha pertanto innescato unacceso dibattito, specialmente tra i Paesi industrializzati ed i PVS che possiedono lerisorse biogenetiche, facendo emergere enormi difficoltà sulle misure da prendererispetto alla proprietà intellettuale sulle risorse biologiche (De Marchi, 2002 p.3). LaCBD è stata attualmente ratificata, non con poche riserve e complicazioni, da 170Paesi; il Congresso degli Stati Uniti ha notevolmente tardato a sottoscriverla a causadei limiti che venivano imposti alla crescente industria biotecnologica all’interno delpaese (Primack, 2004, p. 407).30
  31. 31. Nonostante la Convenzione sulla Diversità Biologica possa considerarsi unostrumento per la tutela dei diritti sulle risorse biogenetiche le misure da adottare nonsono facilmente attuabili alle banche del germoplasma istituite perlopiù nei PVS.Alcune ricerche infatti hanno dimostrato che circa il 65% del materiale geneticoraccolto nelle banche del seme e del germoplasma è privo delle certificazioni di basesui dati e sulle loro caratteristiche (Croucible group, 1995 p. 29).Un altro dei nodi che il CBD tramite l’organo decisionale (Conferenza delle Parti,COP) e l’Organo Sussidiario di Consulenza Scientifica e Tecnologica (SBTT) stacercando di scogliere è quello relativo alla perdita di biodiversità intesa come“riduzione qualitativa o quantitativa di componenti, a lungo termine o in manierapermanente, ed il loro potenziale di fornire beni e servizi che possono essere misuratia livello globale, regionale o nazionale” (COP VII/30, 2004).E’ proprio il potenziale della biodiversità di fornire beni e servizi, ben sintetizzatinell’insieme degli ecosystem services (Cap. Ecosystem Services, in MA 2005) che sitraduce nella capacità dell’ecosistema di soddisfare le esigenze delle società rurali edelle comunità indigene dei PVS.La stessa perdita di biodiversità, all’interno del rapporto Biodiversity acrossScenarios, viene considerata non solo come riduzione in servizi di ecosistema intermini di misure di abbondanza di specie, ma anche come erosione delle risorsegenetiche da cui dipendono le stesse attività di sussistenza delle società rurali (M.A.,2005, p. 403).E’ stato stimato che la biodiversità locale riesce soddisfare i nove decimi delfabbisogno di base per la sopravvivenza attraverso l’erogazione di ecosystemservices, di cui la metà non deriva direttamente da forme di agricoltura stabile oitinerante, ma da biodiversità conservata in orti semiselvatici, lungo le zone riparialidei fiumi o all’interno della stessa foresta umida tropicale.La biodiversità riesce quindi, localmente, a soddisfare le necessità basiche in terminidi cibo, medicine, piante aromatiche ed essere associata a valori culturali ed esteticiper le comunità rurali (Mooney, 1997). E’ con l’insieme delle conoscenze locali chele società rurali e le comunità indigene riescono a gestire le risorse biologiche. 31
  32. 32. L’insieme delle forme di gestione della biodiversità tramite modelli tradizionali cheintegrano l’uso dei saperi locali e tecnologia a basso impatto ambientale garantisconoalle società rurali di vivere al di sotto della capacità di carico degli ecosistemi locali, esono intrinsecamente ecologici (Shiva, 2001).Questo insieme di strategie diversificate, sviluppate per garantire la produzione eriproduzione sociale del territorio in ecosistemi locali a bassa capacità di carico comequelli della foresta umida tropicale (De Marchi, 2004) configurano quelli cheDasmann (1988) ha chiamato “Gente degli Ecosistemi”. Tale categoria vienecontrapposta a “Gente della Biosfera” che vive al di sopra delle capacità di caricodegli ecosistemi locali utilizzando “risorse provenienti da tutti gli ecosistemi dellaterra attraverso elevati costi energetici e materiali” (De Marchi, 2004). Se da un latonella “Gente degli Ecosistemi” la produzione e riproduzione sociale del territorio èbasata su un controllo prevalentemente simbolico sulle risorse naturali, dall’altronella “Gente della Biosfera” viene usata una strategia complessiva basata sulcontrollo materiale delle risorse, espansione dello spazio di raccolta ed alta possibilitàdi sostituzione sia dei prodotti che dei luoghi (De Marchi, 2002, p. 3). E’ in questomodo, ad esempio, che anche Paesi dichiarati “Megadiversi” come il Brasileottengono 2/3 delle calorie umane derivate da piante alimentari che provengono daspecie vegetali coltivate in altri continenti (Crucible group, 1995).In questo contesto si inserisce il ruolo delle strategie della conservazione ex situ edelle banche del germoplasma diventa ambiguo, in particolar modo per quellelocalizzate nei PVS.Un caso significativo è quello del Centro per il Miglioramento del Mais e delFrumento (International Maize and Wheat Improvement Centre, CIMMYT), situatoin Messico, che svolge attività di miglioramento della variabilità genetica di questicereali e la mette a disposizione delle industrie agroalimentari su scala globale. E’ inquesto modo che il 60% della varietà genetica del frumento per la produzione dellapasta italiana viene selezionata in Messico. E’ difficile quantificare globalmente qualesia il contributo economico in germoplasma ed in conoscenze locali provenienti daicontadini del Sud del Mondo per l’agricoltura dei Paesi industrializzati, ma alcunistudi eseguiti proprio sul CIMMYT hanno stimato che l’ammontare complessivo solo32
  33. 33. per le industrie agricole di USA, Australia, Nuova Zelanda ed Italia è di circa 1,5miliardi di dollari. Lo stesso meccanismo si riproduce nel caso dell’IstitutoInternazionale per la Ricerca sul Riso (International Rice Research Institute, IRRI),situato a Manila, dal quale provengono le varietà di riso coltivate in Italia (Mooney,1997, p. 53) e i cui benefici non tornano agli agricoltori filippini che hanno effettuatoil lavoro di selezione unendo i saperi locali alla diversità biologica vegetale (DeMarchi, 2002). Anche se i dati provengono da studi condotti in passato e non sonoaggiornati, esprimono comunque valori di tendenza e, su tali tematiche, va preso attoche non è facile reperire lavori recenti e pubblici.Lo stesso dispositivo, dalla scala locale a quella globale, coinvolge i processi per laproduzione di farmaci a livello industriale. Almeno 7000 principi attivi appartenentialla farmacopea occidentale (dall’aspirina alle pillole contraccettive) sono ottenuti daprocessi di chimica di sintesi da materiale vegetale ed il loro valore complessivo èstato stimato tra i 35.000 ed i 47.000 milioni di dollari (Croucible Group, 1995;UNEP 1992).La medicina tradizionale indigena, che coniuga i saperi locali con l’utilizzo dellerisorse biologiche nell’ambito della salute, contribuisce a quasi tre quarti dellaproduzione di farmaci a base vegetale disponibili oggi sul mercato (Rifkin, 1998).Numerosi sono i casi documentati, tra cui si riportano: il caso della pianta chiamatadagli indigeni della regione amazzonica ecuadoriana “Sangre de Drago” (Croton sp.,Euphorbiaceae), utilizzata nella medicina tradizionale e passata attraverso il canale“The healing forest” (una organizzazione no-profit per la conservazione dellabiodiversità e dei saperi indigeni) alla compagnia statunitense ShamanPharmaceuticals“ e trasformata in “semilavorato industriale” per l’industriafarmaceutica (Mooney 1997, p. 152; De Marchi, 2002) che nonostante gli accordi di“reciprocità” ha pagato con poche migliaia di dollari lo scambio; il caso del Barbasco(Clibadium silvestre, Asteraceae), una pianta ben conosciuta dalle popolazioniindigene amazzoniche ed usata nella medicina tradizionale ed in agricoltura, chel’impresa Foundation for Etnobiology ha brevettato e venduto alle compagniefarmaceutiche Zeneca e Glaxo; il caso dell’Ayahuasca (Banisteriopsis caapi,Malpighiaceae) usata nella medicina tradizionale e nelle ritualità shamanico-indigene 33
  34. 34. ecuadoriane, brevettata dall’International Plant Medicine Corporation (IPMC) eutilizzata come farmaco sperimentale nelle terapie psichiatriche; il celeberrimo casodel chinino, un principio attivo usato come farmaco nella prevenzione e nella curadella malaria, derivato da piante arboree ed arbustive tropicali del genere Cinchona(Raven, 1997, p. 574); il caso del curaro (chondrodendron tomentosum ) che, raccoltolungo le sponde del fiume Curaray (Amazzonia ecuadoriana) ed usato dallepopolazioni Wuaorani come veleno per stordire le prede, è diventato oggi unimportante anestetico chirurgico e distensivo muscolare.Il ruolo quindi di biologi, antropologi, chimici e farmacisti, diventa talvolta delicatoed esula dalle competenze disciplinari specifiche allorché i finanziamenti per laricerca provengono dalle grandi imprese che sponsorizzano spedizioni in tuttol’emisfero meridionale, in cerca di caratteristiche genetiche che potrebbero avere unvalore commerciale. L’insieme delle attività che derivano da “bioprospezioni”finalizzate a scopi commerciali è quello che Rifkin chiama “pirateria biologica”(Rifkin, 1998).Fig. 1.8 Preparazione dell’estratto di Ayauasca ( Banisteriopsi caapi), a cura di unoshamano Wuaorani, Ecuador.34
  35. 35. Il modo in cui i prodotti chimici del metabolismo secondario di molte specie vegetali(un meraviglioso esempio di coevoluzione biochimica delle piante con i loropredatori) si combina con le conoscenze locali delle popolazioni indigene trasforma larisorsa biogenetica in “semilavorato industriale” (Raven, 1997, p.573; De Marchi,2002).Tuttavia è doveroso segnalare che esistono rari esempi di conservazione e gestionepartecipativa delle risorse biogenetiche ex situ, come la banca del seme indianaNadvanja, che sono istituite per il beneficio delle comunità locali e la conservazionedella biodiversità (Shiva, 2001, p. 56).Sarà solo successivamente, nel quinto incontro a Montreal del SBTTA della CBD(2000), che si assumerà formalmente l’approccio ecosistemico come metodologiagenerale per la realizzazione della Convenzione sulla Diversità Biologicariconoscendo che “le società umane, con la loro diversità culturale sono unacomponente integrale del sistema” (SBSTTA, Montreal 2000).Questo è stato un cambiamento di paradigma molto importante anche per laconservazione della natura, determinando il passaggio dall’approccio alla biodiversitàa livello di specie all’approccio ecosistemico.Tra i punti cardine emersi nell’incontro del SBTT di Montreal viebe ribadito che lecomunità locali sono responsabili della biodiversità nel loro intorno e devono esseredirettamente coinvolte nei processi decisionali riguardo l’uso delle risorse naturali edevono prendere parte nella ripartizione dei benefici che ne conseguono.Anche il concetto di sostenibilità è stato rivisitato articolandolo su tre livelli:ambientale, economico e socio-culturale. Affinché la gestione di una risorsa naturalesia durevole, la sostenibilità deve essere mantenuta in tutti e tre gli ambiti. E’opportuno segnalare inoltre come, ai fini di una gestione sostenibile dellabiodiversità, vadano tenute in considerazione tutte le informazioni rilevanti,includendo le conoscenze scientifiche, le conoscenze indigene e tradizionali,l’innovazione e le pratiche ( SBSTTA, Montreal, 2000, De Marchi, 2002)Il tema della biodiversità e della sua conservazione quindi è difficilmente affrontabilecon un approccio a livello di specie o con atteggiamento riduzionistico, ma richiedeuna visione sistemica del ruolo della diversità biologica anche per le sue dinamiche 35
  36. 36. multiattoriali (De Marchi, 2002). La biodiversità infatti, oltre che ad inquadrarsi inuna dimensione multiscalare, è da collocarsi all’interno delle dinamiche multiattoriali,dove soggetti portatori di interessi, con differenti logiche d’agire utilizzano strategiediverse per effettuare un controllo, simbolico o materiale, sulla diversità biologica.(Bertoncin 2004, De Marchi, 2002).1.5 Territorio, conflitti ambientali ed aree protetteCome già è stato accennato nel precedente paragrafo, all’interno del processo aperto aRio de Janeiro della CBD (1992) la visione meccanicistica della natura vienesuperata: da semplice ambiente esterno, distaccato, giunge ad essere considerata unsistema complesso che “comprende i processi essenziali, le funzioni e le interazionitra organismi e il loro ambiente e tra ecosistemi, includendo le società umane comecomponente integrante degli ecosistemi” (SBSTTA, 2000). All’interno di questosistema complesso bimodulare è possibile riconoscere un modulo fisico, formatodalle componenti biotiche ed abiotiche, ed un modulo umano, costituito dai sistemisociali e dalla loro organizzazione, che si interfacciano e si influenzanoreciprocamente, creando un sistema bimodulare società-natura (Vallega 1990; 1995).Tale interfaccia società-ambiente configura le interazioni e le diverse forme di utilizzodelle risorse, ben rappresentate degli ecosystem services, servizi indispensabili per lariproduzione della vita delle comunità umane. Questo “punto di cerniera” tra modulofisico e modulo umano diventa lo spazio nel quale si strutturano i sistemi territoriali che,dotati di propria auto-organizzazione ed autonomia, costituiscono un sistema interagente(De Marchi, 2002). Il territorio quindi è considerato come sistema complesso cheinterfaccia società e natura mantenendo le caratteristiche proprie di sistema: multistabilità, resilienza, emergenza, auto-organizzazione ed omeostasi (Turco, 1988; Faggi,1991).E’ nel quadro della geografia umana, spazio di saldatura tra le discipline delle scienzenaturali e delle scienze sociali, e nell’approccio ecosistemico che si trovano gli strumenti36
  37. 37. analitici utili ad affrontare, nella complessità, la diversità biologica, la sua conservazionee la sua gestione.Conservazione e gestione della biodiversità determinano l’inserimento diquest’ultima in dinamiche di carattere territoriale facendola diventare “posta ingioco” per soggetti che hanno interessi e valori diversi e che attuano strategiedifferenti nel rapportarsi alle risorse naturali.Le strategie adottate nel binomio conservazione-gestione della biodiversità, per ledifferenti razionalità sociali connesse, possono comportare dinamiche conflittuali ocooperative tra i vari soggetti chiamati in causa. La biodiversità, per il suo valoremultiscalare, da semplice bene naturalistico da tutelare e proteggere si può evolverein “posta in gioco” contesa tra diversi soggetti. Questo è reso evidente, ad esempio,quando la si è paragonata a “semilavorato” per l’industria agro-alimentare ebiotecnologica, diventando materia vivente oggetto di controversie, da collocarsi piùin un’arena di contesa ambientale che in un ambito circoscritto alla conservazione. E’in questo modo che le comunità e le società rurali indiane, per tutelare i propri dirittisulla biodiversità, organizzando le proprie banche del germoplasma (Nadvanja,Shiva, 2001) tramite processi partecipativi e comunitari, producono una progettualitàalternativa a quella di altri soggetti (le industrie farmaceutiche, agroalimentari ebiotecnologiche), che si rende visibile attraverso la conflittualità ambientale. Inquesto caso la posta in gioco non è solamente la biodiversità a livello di specie o digeni, ma la sua associazione alle conoscenze locali che derivano da un altro modo dipercepire e usare la diversità biologica. Senza infatti i saperi sviluppati dallepopolazioni indigene nel loro modo di percepire e rappresentare la biodiversità ecostruire il territorio, le risorse genetiche sarebbero un insieme di codici e proteinesintetizzate non facilmente utilizzabili dall’industria farmaceutica, biotecnologica edagroalimentare (De Marchi, 2002).In entrambe le rappresentazioni la biodiversità diventa risorsa da sfruttare soloquando alla materia vivente viene attribuito un significato e le vengono associateproprietà e caratteristiche: se accanto ad una attribuzione di significato conoscitivo siassocia una progettualità si rende palese lo “scontro” tra due logiche differenti, ossiail sapere tradizionale ed il sapere scientifico. Turco (1988) usa una chiave di lettura 37
  38. 38. interessante e esemplificativa definendo “competenze” quelle del sistema tradizionalee “conoscenze” quelle del sistema codificato dalla modernità . Le prime si originanonella pratica, attraverso sperimentazioni, riscontri ed errori, le seconde attraversoprocessi verificati tramite il metodo scientifico, che spesso si basano sull’acquisizionedelle competenze delle società rurali e dei saperi locali.Le comunità indigene e le società rurali infatti mostrano quanto mai come esistanopercezioni diverse della natura e diversi modi di conoscerla e rappresentarla; se perun verso la si può considerare come una sommatoria di componenti biotiche,abiotiche e relazioni in uno spazio fisico dall’altro diventa una costruzione socialeche l’uomo costruisce edifica in un processo di esplorazione e conoscenza; “l’uomonon è spettatore, ma un attore, non sta fuori dal mondo, ma dentro. […] La naturaresta alla base di tutte le sue realizzazioni successive: è questo mondostraordinariamente complesso che egli scruta e che plasma, per farne alfine il luogodel suo abitare, una geografia, la sua dimora” (Faggi, Turco, 2001).E’ quindi dallo status più o meno consapevole di uomo-abitante che l’attore socialediventa il fondamento di ogni processo di costruzione del territorio (Bertoncin, 2004)e che, attraverso un valore che Hewitt chiama people’s geography si determinano ipossibili scenari di conflitto ambientale. Infatti, attraverso tendenze innate diaffettività dell’uomo verso il topos e il bios (alcuni autori la chiamano topofilia ebiofilia), la dimensione ambientale va oltre lo spazio geografico fisico-biologico,portando all’espressione di una posizione di rifiuto delle trasformazioni delle qualitànaturali di un luogo, causate da un cambio d’uso delle risorse, dall’alterazione delpaesaggio o dall’occupazione di uno spazio (Faggi, Turco, 2001 pp. 12-18; Primack2004, p.16).Tale rifiuto, concretamente, si può manifestare contro la costruzione diun’infrastruttura di trasporto, di un oleodotto, di un inceneritore o, paradossalmente,nella realizzazione o gestione di un’area naturale protetta. In entrambi i casi vengonosollevati i problemi di chi paga i costi e chi ne trae i benefici contrapponendo due opiù attori: un attore che trae i benefici della localizzazione, un altro che paga i costiambientali. In alcuni casi la dimensione può contrapporre una collettività più ampia,38
  39. 39. come uno stato, ad una più circoscritta, come una comunità locale. La localizzazioneporta benefici alla prima mentre fa pagare i costi ambientali alla seconda.Il conflitto ambientale, genericamente, ha come posta in gioco la natura, sensu lato, evede in competizione soggetti (gruppi, stati, imprese, comitati) che con strategie edinteressi diversi, devono soddisfare le proprie esigenze e necessità accedendo allerisorse naturali (Faggi, Turco, 2001 p. 11-75).Persino le strategie impiegate nella conservazione della natura attraverso l’istituzionedi parchi ed aree protette possono portare a dimensioni di conflittualità ambientale. Ilrifiuto si esplica non tanto per l’avversità ai programmi di conservazione, quanto perl’esclusione delle comunità locali dai processi decisionali, di pianificazione e gestionedell’area protetta. L’istituzione e la realizzazione di un’area protetta, solitamente,passa attraverso l’individuazione del valore ambientale da proteggere (specie, habitato ecosistema), sua perimetrazione fisica, e l’attuazione attraverso i processi giuridico-istituzionali del caso.La problematicità spesso consiste nella mancanza di processi preliminari, mafondamentali, di partecipazione e condivisione, che permettano alle richieste tecnico-scientifiche, giuridiche, politiche ed economiche di intrecciarsi con il consenso el’appoggio delle comunità locali (Faggi, Turco, pp. 13-14).E’ utile ricordare come anche sulla base dei concetti di pristine nature o wildernessarea, dominanti del pensiero conservazionista del secolo scorso, sia stato adottato ilYellostone National Park come modello di parco nazionale da esportare, con l’unicoobiettivo della conservazione e valorizzazione della “natura selvaggia” da preservareed escludendo di fatto le società rurali dalle modalità di gestione dell’area protetta senon persino dallo stesso spazio fisico nel quale vivevano (Holmes, 2007).Le società rurali, che spesso conoscono e vivono il loro status di uomo abitanteaffermando i valori della people’s geography, vengono quindi escluse dalla gestioneambientale dell’area protetta (talvolta anche manu militari o con dislocamenti forzatidalle aree protette), vedendosi negato l’accesso alle indispensabili risorse naturali.Questo processo di netta demarcazione e separazione degli spazi per la conservazionedelle wilderness areas e per le attività umane, conduce inevitabilmente al fatto che lecomunità non riescono ad accedere a quegli ecosystem services che per molto tempo 39
  40. 40. hanno permesso loro di produrre e riprodurre loro stesse e il territorio con cuiinteragivano. Le popolazioni indigene, in molti casi dei PVS, venivano attaccatemilitarmente o giuridicamente per essere espulse dall’area come viene riportato neicasi di studio di questo tipo in Africa: il Nechesar National Park e l’Omo NationalPark (Etiopia, 2004) la cui realizzazione ha comportato l’allontanamento fisico di500 persone e le ha costrette a re-insediarsi al di fuori di esso(Adams, Hutton, 2007).Nello studio di caso preso in esame in questa tesi, l’istituzione nel 1979 del ParcoNaturale Yasuní (IUCN, 1982) e il successivo innalzamento a livello di Riserva dellaBiosfera (1989) nella pianificazione e gestione dei programmi MAB (UNESCO,MAB, 2004), hanno comportato la ridefinizione dei territori indigeni Wuaorani eQuichua e la loro riubicazione delle comunità attraverso l’uso di elicotteri edislocamenti forzati. Tali dinamiche per la realizzazione della Riserva della BiosferaYasuní hanno innescato i primi segnali di rifiuto da parte degli attori locali indigeniverso la perimetrazione dell’area protetta (Vallejo, 2003 p. 40).In questi casi le aree naturali protette pongono importanti questioni da affrontare conun approccio sistemico: quali siano le comunità da escludere, tramite quale autorità,quali siano i benefici e verso chi siano indirizzati, e soprattutto a quali costi (Faggi,Turco, 2001).Le modalità di realizzazione delle aree protette, con le loro logiche territoriali emultiattoriali, diventano percorsi che portano a possibili scenari di conflittoambientale. Tali conflitti, oltre a coinvolgere due o più attori territoriali ed avere unao più “poste in gioco” legate alla natura, possono esprimersi in quelle che sonochiamate arene di contesa ambientale.Le arene di contesa sono degli spazi concettuali dove gli attori si esprimono edifendono i propri interessi, determinando le occasioni del conflitto e le modalitàprincipali attraverso cui questo si sviluppa (Faggi, Turco, 2001).La genesi dei conflitti ambientali passa spesso attraverso le arene di contesaambientale che sono in rapporto alle controversie ideologiche, scientifiche,giuridiche, economiche, politiche.Il conflitto ambientale sottende quindi un problema legato alla locazione fisica chetraduce una dinamica sociale generata da una geografia, ossia da una modalità di40
  41. 41. agire territoriale “che proietta sulla collettività, locale o più ampia, effetti più o menoprofondi o duraturi.” (Faggi, Turco, 2001).A volte queste due tipologie di rifiuto alle trasformazioni territoriali, siano esse per lacostruzione di infrastrutture o per la realizzazione di aree protette, si combinanodando luogo ad una vasta gamma di percorsi possibili e scenari di conflittoambientale.I conflitti ambientali presi in esame si contestualizzano nella Regione AmazzonicaEcuadoriana (RAE) e gravitano dentro ed intorno la Riserva della Biosfera Yasuníistituita nel 1989 (UNESCO, MAB, 2004). LEcuador, dichiarato Paese Megadiverso(WCMC, UNEP, 2004) e incluso nell’area definita biodiversity hotspot nelle Andetropicali (Primack, 2004), ha attualmente in corso ventidue conflitti ambientalidocumentati (Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali, CDCA, 2009)rivelandosi, per le poste messe in gioco, per gli attori e per il ruolo che ricopre alivello internazionale nella conservazione della biodiversità, un paese ad alta criticitàambientale e sociale (Fontaine, 2003). Le poste in gioco all’interno della RAEpossono essere per semplicità differenziate ma esse si intrecciano e si sovrappongononella complessità delle dinamiche territoriali, determinando una genesi del conflittoambientale articolata e complessa, con percorsi plurali e di diplomazia multipla (DeMarchi, p.108). Le poste in gioco dei conflitti ambientali sviluppati all’interno dellaRAE sono messe in relazione alle seguenti risorse naturali: le risorse forestali, lerisorse genetiche, le risorse idriche, le risorse minerarie, e le risorse idrocarburiche(Fontaine, 2004).Lo sviluppo delle attività petrolifere cominciato agli inizi del 1960 (Varea et al.,1997) con la costruzione della prima via di comunicazione terrestre (la Shell road,1962) che collegava la RAE alle Ande e il contemporaneo sviluppo dellacolonizzazione agricola della RAE (legge di Riforma Agraria e Colonizzazione,1967) promosso dallo stato ecuadoriano, hanno dato inizio a processi diterritorializzazione per sostituzione, basati principalmente su attività industrialiestrattive quali il legname ed il petrolio (Vallejo, 2003). L’espansione della frontierapetrolifera nell’Amazzonia ecuadoriana ed il degrado ambientale da essa provocato,documentato in numerosi studi nei PVS (Turco, 1997; OTCA, 2004; Narvaez 1996; 41
  42. 42. De Marchi 2004), costituisce, con l’avanzamento delle grandi infrastrutture dicomunicazione, uno dei direct drivers nei processi di degradazione degli ecosistemiforestali tropicali e nelle dinamiche di cambiamento in rapporto alle modalità landuse/land cover (Forest and Woodlands System, M.A. 2005, p. 607), alimentandol’ampliamento e l’intensificazione delle attività agricole e dell’estrazione di legnamead uso commerciale su piccola e grande scala (Narvaez, 2000). Gli indirect drivers(Forest and Woodlands Systems, M.A. 2005, p. 609) nei processi di degradazione econversione delle formazioni forestali sono da riferirsi alle dinamiche dei sistemisociali e alle politiche agricole ed economiche che esercitano un elevato grado diinfluenza sui direct drivers (si veda la tab. 1.0 pag. 9).All’interno dello spazio amazzonico ecuadoriano concorrono quindi, in manierasinergica, diversi processi di territorializzazione condotti dai diversi attorisintagmatici (Faggi, Turco, 2001), legati all’istituzione ed alla gestione della Riservadella Biosfera Yasuní, all’espansione della frontiera agricola ed all’insieme delleattività industriali per la produzione petrolifera (Narvaez, 1998).La conflittualità ambientale messa in relazione all’area protetta risale all’ istituzionedel Parco Yasuní nel 1979 (IUCN, 1982) la cui delimitazione si è sostanzialmentebasata sull’individuazione di ampie wilderness areas (con copertura vegetale“intoccata”) tramite voli aerei e fotointerpretazione, utilizzando un approccio alterritorio letteralmente desde arriba.(dall’alto) (Moran, 2005).In realtà tali ampie wilderness areas di “foresta vergine” erano utilizzate edattivamente modificate da diverse comunità umane che abitano la pianuraamazzonica, in particolare gli indigeni Wuaorani, Quechua, Shuar, Cofan e contadiniprovenienti da altre aree (i colonos) (Vallejo, 2003).Le pratiche di territorializzazione sviluppate dalle comunità locali amazzoniche sonoperò morbide e prevalentemente simboliche, mediate dal corpus di conoscenze ecompetenze sviluppate nel rapporto con l’ambiente naturale (De Marchi, 2004, p.140). Le attività delle comunità indigene amazzoniche, consistendo in agricolturaitinerante, caccia, pesca e raccolta, risultavano di poca incidenza sulle dinamiche landuse/ land cover (Brownrigg, 1997), pertanto non facilmente visibili o individuabilitramite immagini satellitari e fotografie aeree (Vallejo, 2003). La perimetrazione del42
  43. 43. Parco Nazionale Yasuní (1979) e la successiva Riserva della Biosfera, processocontemporaneo all’occupazione dello spazio amazzonico per lo sviluppo delle attivitàagricole e petrolifere della RAE (Narvaez, 1996), ha contribuito alla rotturadell’assetto territoriale e dell’integrità culturale delle popolazioni indigene portando,nel 1989, alle prime condizioni conflittuali tra gli attori coinvolti nell’area: comunitàindigene, militari, compagnie petrolifere, missionari (Vallejo, 2003).A seguito del boom delle attività petrolifere innescatosi con la scoperta di grandigiacimenti a partire dal 1970 (Fontaine, 2006) e della crisi del modello agro-esportatore ecuadoriano (Vallejo, 2003) si sviluppano sempre più le infrastrutture dicomunicazione terrestri e comincia a configurarsi il nuovo territorio amazzonico,tramite processi di “modernizzazione” di quell’area geografica costituita al 96% daforesta umida tropicale (Narvaez, 1996): installazioni ed industrie petrolifere,oleodotti e polidotti, centri per il processamento del greggio (vedi fig. 4.12) ed attivitàagricole commerciali e permanenti sviluppate su piccola e grande scala (Narvaez,2000).Il processo costruttivo di tale configurazione territoriale e l’occupazione dello spaziogeografico amazzonico, tramite l’assegnazione delle licenze d’uso del suolo per laproduzione petrolifera e la realizzazione del complesso infrastrutturale perl’estrazione, trasporto e smaltimento del petrolio, ha avuto notevoli implicazioni sottoil profilo ecologico e sociale che hanno fortemente contribuito allo sviluppo delconflitto che, con periodi di latenza e di visibilità, è al giorno d’oggi ancora inevoluzione (Narvaez 2000; Vallejo, 2003; Fontaine, 2004).Gli impatti ambientali della produzione petrolifera nell’Amazzonia ecuadoriana sonoprincipalmente legati alle deforestazione di circa il 30% delle formazioni forestalitropicali ed alla loro frammentazione (Gomez, 1991), all’inquinamento della reteidrografica e delle falde acquifere (Narvaez, 1996, p. 12; International WaterTribunal, 1994, in De Marchi, 2004), all’erosione del suolo ed alla perdita dibiodiversità (Haller et al., 2007; Narvaez 2000).Inoltre la colonizzazione della regione amazzonica, ed il suo processo unilaterale diintegrazione fisica e territoriale alla modernità ecuadoriana ha comportato ancheimpatti a livello sociale (Santos 1991, in Narvaez, 1996). L’espansione delle attività 43
  44. 44. produttive agricole e petrolifere e la costruzione di grandi infrastrutture dicomunicazione hanno dato impulso alla canalizzazione dei flussi migratori all’internodella RAE ed alle conseguenti nuove pratiche di territorializzazione nello spazioamazzonico (Narvaez, 1996).Se da un lato gli stessi impatti ambientali, soprattutto gli effetti sulle risorse idriche ebiologiche, hanno influenzato qualitativamente e quantitativamente gli ecosystemservices disponibili alle comunità locali, dall’altro il processo di territorializzazioneattraverso la rete viaria utilizzata per le attività produttive ha comportato unasovrapposizione tra le logiche d’agire differenti: quella delle popolazioni indigeneinfluenzata dalle logiche d’acqua e adattata al denso reticolo idrografico dei bacinifluviali amazzonici, l’altra dei nuovi attori che costruiscono il territorio lungo leinfrastrutture di comunicazione terrestri. (Bertocin, 2004). Quest’ultimo agireterritoriale determina lo sviluppo di processi di territorializzazione per sostituzione,nei quali le formazioni forestali originarie vengono sostituite attraverso laparcellizzazione per lagricoltura estensiva (prevalentemente monocolture di palmaafricana), nuove forme di agricoltura stabile e l’occupazione dello spazio fisicoimpiegato per le installazioni dell’industria petrolifera (De Marchi, 2004).Per la sua sovrapposizione geografica e territoriale ai processi appena descritti laRiserva della Biosfera Yasuní è, sia direttamente che indirettamente, coinvolta nelledinamiche del conflitto ambientale, trasformandola da area protetta a livellointernazionale in una delle poste in gioco nella complessità del conflitto.44
  45. 45. Fig. 1.9 Dayuma, buffer zone della Riserva della Biosfera Yasuní. Importante fuoriuscita dipetrolio causata dalla rottura di un oleodotto situato in prossimità del corpo d’acqua. (attività dicampo del 12/04/2006;-coordinate geografiche 0.646° Sud e 76.855° Ovest; sistema di riferimentoWGS84) 45
  46. 46. 2 Inquadramento geografico, ecosistemico e territoriale2.1 Ecuador: geografia, biodiversità ed ecosistemiL’Ecuador è un piccolo stato del Sudamerica che si affaccia sull’oceano pacifico e lacui superficie giace esattamente nell’intersezione tra l’equatore e la catena montuosadelle Ande. I limiti politico-amministrativi sono compresi tra le coordinategeografiche 1°21’06’’ Nord e 5°0’56’’ Sud e tra le longitudini 75°11’49’’ e 81°040’’Est. La superficie attuale è di 256.370 Km2 per la regione continentale e di 371 km2per la regione insulare che comprende l’arcipelago delle isole Galápagos, situatenell’oceano pacifico a 965 Km dalla costa ecuadoriana (FAO, 2000; IstitutoGeografico Militar de Ecuador, 2006). A causa delle storiche dispute territoriali conil confinante stato peruviano (dal 1941 al 1998), per il controllo dell’area amazzonicae dei giacimenti petroliferi situati nel sottosuolo della regione, i limiti di stato sulversante orientale sono stati ridefiniti nel 1998 con la cessione di 14.000 Km2 diforesta umida tropicale al Perù, portando l’Ecuador all’attuale estensione geografica.(MAE, 2008; Galeano, 1997).Nonostante la sua posizione geografica lo collochi all’interno della fascia equatorialeil clima dell’Ecuador varia enormemente da una regione all’altra a causa dellapresenza della Cordigliera delle Ande e dell’influenza delle correnti oceaniche freddedi Humboldt in estate e di quelle calde del Niño in inverno (McCoy, 2003, FAO,2000).I rilievi topografici dominanti sono costituiti dalla doppia catena montuosa delleAnde, la Cordigliera Occidentale e la Cordigliera Orientale, che dividono l’Ecuadorcontinentale in tre regioni biogeografiche distinte, caratterizzate da sistemi ecologici esociali differenti (MAE, 2008, FAO, 2000):- la regione pacifica, comunemente denominata La Costa- la regione interandina compresa tra la cordigliera occidentale e quella orientale,chiamata Sierra- la regione amazzonica che, estendendosi per tutta l’area ad est della Cordiglieradella Ande, viene chiamata el Oriente.46
  47. 47. Fig. 2.1 Ecuador: Immagine satellitare. (Fonte: NASA, World Wind) e quadro d’insieme(elaborazione G.I.S.)Fig. 2.2 Ecuador, le tre regioni biogeografiche: la Costa, la Sierra, lAmazzonia. (Fonte: MAE,2008) 47

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