Fiabe e Filastrocche italiane - Presentation Transcript
Lavoro eseguito dagli alunni della classe I sez.B
1
Se amate fantasticare, se siete rimasti ancora un po' bambini, se nel vostro cuore c'e'
ancora un po' di spazio per la fantasia e per la magia...., qui troverete fiabe di tutte le
epoche e provenienti dall’’Italia. Potrete anche incontrare tanti amici, personaggi fantastici
che popolano il mondo della fantasia......
2
La cavallina del
Negromante
C'era una volta un pover'uomo rimasto vedovo,
con un figlio chiamato Candido; egli possedeva
per tutta fortuna un campicello e tre buoi.
Candido, che era un bimbo sveglio e
intelligente, giunti agli otto anni disse al padre:
- Vorrei andare a scuola...
- Non ho danaro sufficiente, figlio mio!
- Vendete uno dei buoi.
Il padre restò pensoso, poi si decise. Alla fiera
seguente vendette uno dei buoi e col danaro
ricavato mandò Candido alla scuola.
Candido imparava rapidamente e i maestri
erano sbigottiti della sua intelligenza.
Quando seppe leggere e scrivere, decise di mettersi pel mondo alla ventura. Si
vestì d'un abito nero da un lato, bianco dall'altro e si mise in cammino. Per via
incontrò un signore a cavallo:
- Dove vai, ragazzo mio?
- A cercar lavoro.
- Sai leggere?
- Leggere e scrivere.
- Allora non fai per me. -e il signore proseguì la via.
Candido restò sbigottito, poi si tolse l'abito, lo vestì a rovescio, corse
attraverso i campi fino a trovarsi una seconda volta sulla strada dello
sconosciuto; questi non lo riconobbe:
- Dove vai, ragazzo mio?
- A cercar lavoro.
- Sai leggere?
- Né leggere né scrivere.
- Sta bene. Sali in groppa, dietro di me.
Candido salì sul cavallo dello sconosciuto e dopo molti giorni di cammino
giunsero ad un castello circondato da mura altissime.
Nessuno venne a riceverli; discesero nel cortile deserto e il signore condusse
egli stesso il suo cavallo alla scuderia; poi disse a Candido:
- Non vedrai qui dentro persona viva; ma non t'inquietare; avrai ogni cosa che
ti talenta e un lauto stipendio.
- Quali sono le mie incombenze, signoria?
- Dovrai aver cura dei cavalli che ho nelle mie scuderie, non altro. Oggi devo
partire per un viaggio lunghissimo, e non ritornerò che fra un anno e un
giorno: il mio castello è nelle tue mani. Addio!
Il barone partì.
3
Candido, rimasto solo, curava diligentemente i cavalli. Quattro volte al giorno
trovava la mensa imbandita nella vasta sala da pranzo, senza mai vedere
anima viva né udir voce umana; mangiava, beveva, passeggiava per le sale e
pel parco.
Un giorno vide tra gli alberi trasparire una veste azzurra: era una fanciulla
bellissima che fuggiva verso le scuderie.
Candido la raggiunse e la principessa si rivolse a lui con volto supplichevole.
- Sono uno dei cavalli che voi avete in custodia: un pomellato bianco, il terzo a
destra di chi entra. Sono figlia del Re di Corelandia e il barone negromante
m'ha cangiata in cavallo perché non lo volli per marito... Se il barone, al suo
ritorno, sarà contento dei vostri servigi, per ricompensarvi vi dirà di scegliere
uno dei cavalli; e voi scegliete me, non avrete a pentirvene.
Candido promise e si diede a leggere i libri del barone e apprese i segreti della
negromanzia. Dopo un anno il barone era di ritorno al castello.
- Sono soddisfatto dei tuoi servigi, e poiché l'anno è passato, eccoti una borsa
di monete d'oro. Vieni nelle scuderie, dove potrai sceglierti un cavallo pel tuo
ritorno al paese.
Scesero nelle scuderie e Candido, dopo aver finto qualche esitazione, indicò il
pomellato bianco.
- Scelgo quello.
- Come? Quella rozza? Non sei veramente buon intenditore; guarda i magnifici
cavalli che le son vicini!
- Mi piace quella e non ne voglio altri.
- Sia pure disse il barone; e pensò: «Servo scaltro! Deve conoscere il mio
segreto; ma lo saprò raggiungere a mezza via!».
Candido prese la cavallina pomellata e partì. Appena fuori del castello, essa
riapparve nelle forme della principessa.
- Grazie, amico mio. Ritorna presso tuo padre, ed io ritorno alla Corte di
Corelandia, dove tu dovrai trovarti fra un anno e un giorno.
E disparve.
Candido si diresse al paese natìo.
Giunse dopo molti giorni alla capanna e si gettò nelle braccia del padre, che
stentava a riconoscerlo.
- Siamo ricchi, padre mio, e bisogna goderci il nostro danaro!
E gli presentò la borsa e incominciarono pei due giorni di felicità ed agiatezza.
Ma, poiché tutto ha una fine, anche il gruzzolo giunse all'ultimo scudo.
- Figlio mio, siamo ritornati alla miseria di prima!
Non inquietatevi! Domattina andremo alla fiera per vendere un magnifico
cavallo.
- Un cavallo? Dove lo posso prendere?
- Poco importa: domattina l'avrete e ne riceverete trecento scudi; ma badate di
non cedere la briglia al compratore.
- La briglia si cede con la bestia - osservò il vecchio .
- Non lasciate la briglia, vi ripeto, o mi esporrete ad un pericolo irreparabile.
- Sta bene, la riporterò a casa, benché non sia costume.
4
All'indomani il vecchio udì nitrire alla porta e vi trovò un
magnifico cavallo; ma cercò invano suo figlio perché
l'accompagnasse:
«Mi avrà forse già preceduto al mercato». E si mise in
cammino.
Giunto in paese non trovò suo figlio e fu circondato
subito dai compratori.
- Bello il vostro cavallo. Quanto volete?
- Trecento scudi e la briglia per me.
- Facciamo duecentocinquanta.
- Non cedo d'un soldo!
S'avanzò un mercante sconosciuto dai capelli rossi e dagli occhi di brace (era il
barone travestito) che fece l'offerta:
- È caro. Ma la bestia mi piace e non mercanteggio. Datemi la briglia ch'io lo
possa condurre.
- La briglia non la cedo a nessun patto.
- Allora non ne facciamo nulla.
E lo sconosciuto s'allontanò minaccioso.
Il cavallo fu venduto a un carrettiere che non pretese la briglia; condusse la
bestia per la criniera e la chiuse con altri cavalli nella sua scuderia.
Ma all'alba il cavallo non c'era più.
Era Candido che, grazie ai segreti appresi nei libri magici, s'era trasformato in
cavallo, poi in uomo ancora, per ritornarsene dal padre.
Padre e figlio godettero i trecento scudi e vissero lieti per molti giorni.
Giunti all'ultima moneta, Candido disse:
- Non c'è più danaro. L'altra volta mi trasformai in cavallo nero, domattina mi
trasformerò in cavallo bianco e mi porterete al mercato; ma badate bene di
non cedere la briglia, o tutto è finito per me.
All'alba il vecchio sentì nitrire nel cortile, e vide un cavallo bellissimo, candido
come la neve. Lo prese per la briglia e si diresse al mercato.
I compratori circondarono la bestia; s'avanzò il mercante sconosciuto, dai
capelli rossi e dagli occhi fiammeggianti.
- Bella bestia, la vostra; quanto volete?
- Cinquecento scudi.
- Sono troppi. Ma ve li do. Lasciatemela prima provare.
E lo sconosciuto salì in sella, cacciò gli speroni nei fianchi della bestia che fuggì
di galoppo, lasciando il povero vecchio senza cavallo e senza briglia.
Giunto dinanzi a un maniscalco lo sconosciuto scese di groppa, entrò nella
fucina:
- Maniscalco, il mio cavallo non è ferrato. Fategli all'istante quattro ferri di
quattrocento libbre ciascuno.
- Quattrocento libbre? Voi scherzate, signore!
- Non scherzo, eseguite senza commenti e sarete ben pagato.
Mentre il barone e l'uomo parlavano, il cavallo era stato legato ad un anello del
muro. Alcuni bimbi gli furono intorno e presero a tormentarlo.
- Staccatemi, bambini belli!
- Un cavallo che parla! e i piccoli esultarono di gioia.
- Che dice dunque?
5
- Dice di staccarlo.
- Sì, staccatemi, bambini, e vi divertirò con un bel giuoco.
Il più alto e il più audace staccò il cavallo, che si convertì subito in lepre e
disparve nei campi. Il barone uscì dalla fucina col maniscalco.
- Dov'è il mio cavallo?
- S'è mutato in lepre ed è fuggito attraverso i campi.
Il barone negromante si mutò in cane e si precipitò sulle sue tracce.
Candido, incalzato da presso, si mutò in airone e il negromante lo seguì
nell'aria sotto forma d'uno sparviero, e giunsero così nella capitale della
Corelandia; lo sparviero stava per ghermire l'airone quando questo si mutò in
un anello e infilò il dito della principessa che sospirava alla finestra del castello.
Il negromante riprese la sua forma umana e si presentò a palazzo per offrire le
sue cure al Re, che era sofferente d'un morbo insanabile.
- Prometto di guarirvi, Sire; ma ad un patto.
- Domandate e qualsiasi pretesa vostra sarà appagata.
- Voglio l'anello d'oro che porta in dito vostra figlia.
- Questo soltanto, volete? Io son disposto a ben altro!
- Non domando altro, Maestà.
Intanto la principessa aveva chiuse le finestre e stava togliendosi gli anelli;
quando si tolse quello d'oro le apparve Candido sorridente.
- Oh Candido! Come siete qui?
Candido narrò i casi suoi:
- Il negromante è nel castello ed ha promesso a vostro padre di guarirlo a
patto gli sia dato il vostro anello; voi acconsentite, ma nell'atto di passarlo al
dito del negromante, lasciatelo cadere in terra e tutto andrà per il meglio.
La principessa promise.
All'indomani il vecchio Re fece chiamare la figlia nella sala del trono e le
presentò il negromante travestito da medico.
- Figlia mia, questo medico famoso non domanda, per rendermi la salute, che il
tuo anello d'oro.
- Acconsento - disse la principessa, e fece atto di passare l'anello al dito del
negromante, ma lo lasciò cadere ad arte sul pavimento.
L'anello si cangiò in fava e il negromante in gallo, per inghiottirla, ma la fava si
cangiò in volpe e divorò il gallo.
Candido riprese la sua forma di prima, dinanzi a tutta la Corte sbigottita del
prodigio.
La principessa presentò al padre il suo liberatore e quel giorno stesso furono
celebrate le nozze.
di Guido Gozzano
6
La camicia della
trisavola
Un orfano detto Prataiolo, tardo e
trasognato, era tenuto da tutti per un
mentecatto.
Prataiolo mendicava di porta in porta ed era
accolto benevolmente dalle massaie e dalle
fantesche, perché tagliava il legno,
attingeva al pozzo; e quelle lo
compensavano con una ciotola di minestra.
Ma quando Prataiolo compì i diciott'anni, il
vicinato cominciò ad accoglierlo meno bene
ed a rimproverargli il suo ozioso
vagabondare.
Tanto che egli decise di lasciare il paese e di
mettersi pel mondo alla ventura.
Andò a salutare la sua sorella di latte,
Ciclamina, e questa gli disse:
- Voglio darti una piccola cosa, per mio
ricordo. Non sono ricca e non posso fare gran che. Aggiungerò al tuo fardello
una logora camicia della mia trisavola, che era negromante.
Prataiolo non poté nascondere un sorriso di delusione.
- Non sdegnare il mio dono, o Prataiolo. Ti sarà più utile che tu non pensi. Ti
basterà distendere la camicia per terra e comandare ciò che vorrai: e ciò che
vorrai sarà fatto.
Prataiolo prese il dono, abbracciò la sorella, e partì. Verso sera sentiva appetito
e trovandosi senza provviste e senza denaro, cominciava ad inquietarsi, perché
aveva ben poca fiducia nella tela miracolosa.
Volle provare, tuttavia; la distese in terra e mormorò:
- Camicia della trisavola, vorrei un pollo arrosto!
Ed ecco disegnarsi a poco a poco l'ombra di un pollo, leggiera dapprima e
trasparente, poi più densa e concreta, solida e dorata come un pollo naturale.
E un profumo delizioso si diffondeva intorno.
Prataiolo non osava toccarlo, temendo un malefizio. Poi si chinò, lo palpò, ne
strappò un'ala, la portò alla bocca.
Era un pollo autentico e squisito. Ordinò allora una torta allo zibibbo, un piatto
di pesche, una bottiglia di Cipro.
E tutto si disegnava leggiero, si concretava a poco a poco sulla camicia
miracolosa.
Prataiolo mangiava tranquillo, seduto sull'erba, quando vide sulla strada
maestra un mendicante che lo fissava muto e supplichevole.
- Posso offrirti, compagno?
7
Il vecchio non si fece pregare e divise il banchetto con lui.
Ma quando vide la comparsa meravigliosa delle portate, pregò il
ragazzo di donargli la tela magica.
- Ti darò questo mio bastone in compenso.
- E che vuoi che ne faccia?
- Se tu sapessi la virtù di questo mio bastone, accetteresti con gioia. Contiene
mille piccole celle ed ogni cella racchiude un cavaliere armato e un cavallo
bardato di tutto punto. Ogni volta che avrai bisogno d'aiuto ti basterà
comandare: « Fuori l'armata!».
Prataiolo aveva sempre sognato d'essere generale e non poté resistere a quella
tentazione: accettò il cambio e si mise in cammino. Ma dopo poche ore era già
pentito.
- Ho fame e non ho più la mia camicia! A che può giovarmi un 'armata quando
lo stomaco è vuoto?
L'appetito cresceva e per distrarsi egli puntò in terra il bastone e comandò:
- Fuori l'armata!
Ed ecco un fruscìo dal di dentro, poi aprirsi nel legno tante piccole finestre e da
ogni finestra uscir fuori un cosino minuscolo come un'ape; poi crescere in pochi
secondi, crescere, formare all'intorno una muraglia di cavalli scalpitanti e di
cavalieri armati.
Prataiolo guardava trasognato.
- Che cosa comandate, signor generale?
Egli ebbe un'idea.
- Che mi sia riportata la camicia della trisavola!
L'armata partì di gran galoppo, sparve all'orizzonte, e poco dopo era di ritorno
con la tela miracolosa.
- L'armata rientri in caserma! ...
Prataiolo puntò il bastone in terra. Cavalli e cavalieri presero a rimpicciolire, in
pochi secondi ritornarono minuscoli come api, rientrarono nelle cellette che si
rinchiusero sul legno senza lasciar traccia.
Prataiolo era felice.
Riprese la via e giunse ad un mulino.
Il mugnaio era sulla soglia e suonava il flauto: la moglie e i suoi nove figli
danzavano intorno.
Prataiolo sentì che avvicinandosi gli cresceva una voglia irresistibile di muover
le gambe; poi fu costretto da una forza ignorata a ballare con gli altri ballerini.
Sentiva intanto la moglie del mugnaio che danzando gridava furibonda al
marito:
- Basta! Basta! Uomo senza cuore! Dacci del pane invece che costringerci a
ballare!
Poi rivolgendosi a Prataiolo che ballava con loro:
- Vedete? Questo mascalzone di marito, quando lo si prega di sfamarci, prende
il suo flauto dannato e ci costringe a ballare!
Il mugnaio, quando gli piacque, smise di suonare e la moglie, i figli, Prataiolo
caddero sfiniti dalla ridda vertiginosa.
Prataiolo, riprese le forze, distese la camicia della trisavola e comandò un
pranzo magnifico. Invitò il mugnaio e la sua famiglia sbigottita a dividere il
pasto. Quelli non si fecero pregare, e giunti alle frutta il mugnaio disse:
8
- Cedimi la camicia ed io ti do il mio flauto.
Prataiolo accettò il cambio, già sicuro di ciò che doveva fare poco
dopo. Giunto, infatti, a dieci miglia dal paese, spedì i mille
cavalieri che gli riportarono la tela.
- Ed eccomi ora possessore della camicia, del bastone, del flauto
magico... Non posso desiderare di più.
Arrivò verso sera in una città e vide grandi annunci a vivi colori.
Si accordava la mano della figlia del Re a chi sapeva guarirla
della sua insanabile malinconia.
Prataiolo si presentò subito alla Reggia.
Il Re dava quella sera un banchetto di gala agli ambasciatori del
Gran Sultano, ma, udita la profferta dello sconosciuto, lo fece
passare all'istante.
Prataiolo entrò nella sala immensa, e fu abbagliato dallo sfolgorio
degli ori e delle gemme.
Sedevano a mensa più di cinquecento persone, con a capo il Re,
la Regina e la Principessa, bella ed assorta, pallida come un
giglio.
Prataiolo fece legare da un servo le gambe della Principessa,
senza che i commensali se n'avvedessero, poi si rifugiò in un angolo e cominciò
le prime note.
Ed ecco un agitarsi improvviso fra i commensali, un fremere di gambe e di
ginocchia... Poi tutti s'alzano d'improvviso, scostano le sedie, cominciano a
ballare guardandosi l'un l'altro, spaventati.
Principi, baroni, ambasciatori panciuti, baronesse pingui e venerabili, servi e
coppieri, e financo i veltri, i pavoni, i fagiani farciti nei piatti d'oro, tutti si
animarono, cominciarono a ballare la danza irresistibile.
- Basta! Basta! Per pietà! - gridavano i più vecchi e i più pingui.
- Avanti! Avanti ancora! - dicevano i più giovani, tenendosi per mano.
La Principessa, legata alla sua sedia, tentava anch'essa d'alzarsi e guardava gli
altri, e rideva giubilante.
Quando piacque a Prataiolo, il suono cessò e i cinquecento ballerini caddero
sfiniti sulle sedie e sui tappeti, le dame senza scarpette e senza parrucca. La
Principessa rise per un'ora e quando poté parlare disse al Re:
- Padre mio, costui mi ha risanata ed io sono la sua sposa.
Il Re acconsentì, ma Prataiolo esitava.
- Ho lasciata al paese la mia sorella di latte, bella come il sole e alla quale devo
la mia fortuna; vorrei farvela conoscere.
- Partite, dunque, e portatela fra noi - dissero i commensali.
I mille cavalieri comparvero, occupando la sala immensa, fra lo stupore
generale.
- Mi sia portata Ciclamina, la mia piccola sorella .
E l'armata attraversò la Reggia, le sale, gli scaloni, con gran fragore. Poco
dopo era di ritorno con la sorella Ciclamina. La fanciulla fu trovata così bella,
che un ambasciatore se ne innamorò all'istante.
E in uno stesso giorno furono celebrate le doppie nozze
9
di Guido Gozzano
La danza degli gnomi
Quando l'alba si levava,
si levava in sulla sera,
quando il passero parlava
c'era, allora, c'era... c'era...
... una vedova maritata ad un vedovo. E il
vedovo aveva una figlia della sua prima
moglie e la vedova aveva una figlia del suo
primo marito. La figlia del vedovo si chiamava
Serena, la figlia della vedova si chiamava
Gordiana.
la matrigna odiava Serena ch'era bella e
buona e concedeva ogni cosa a Gordiana,
brutta e perversa.
La famiglia abitava un castello principesco, a
tre miglia dal villaggio, e la strada
attraversava un crocevia, tra i faggi millenari
di un bosco; nelle notti di plenilunio i piccoli
gnomi vi danzavano in tondo e facevano beffe terribili ai viaggiatori notturni.
La matrigna che sapeva questo, una domenica sera, dopo cena, disse alla
figlia:
- Serena, ho dimenticato il mio libro di preghiere nella chiesa del villaggio:
vammelo a cercare.
- Mamma, perdonate... è notte.
- C'è la luna più chiara del sole!
- Mamma, ho paura! Andrò domattina all'alba...
- Ti ripeto d'andare! - replicò la matrigna.
- Mamma, lasciate venire Gordiana con me...
- Gordiana resta qui a tenermi compagnia. E tu va'!
Serena tacque rassegnata e si pose in cammino. Giunse nel bosco e rallentò il
passo, premendosi lo scapolare sul petto, con le due mani.
Ed ecco apparire fra gli alberi il crocevia spazioso, illuminato dalla luna piena.
E gli gnomi danzavano in mezzo alla strada.
Serena li osservò fra i tronchi, trattenendo il respiro. Erano gobbi e sciancati
come vecchietti, piccoli come fanciulli, avevano barbe lunghe e rossigne,
giubbini buffi, rossi e verdi, e cappucci fantastici. Danzavano in tondo, con una
cantilena stridula accompagnata dal grido degli uccelli notturni.
Serena allibiva al pensiero di passare fra loro; eppure non c'era altra via e non
poteva ritornare indietro senza il libro della matrigna. Fece violenza al tremito
che la scuoteva, e s'avanzò con passo tranquillo.
10
Appena la videro, gli gnomi verdi si separarono da quelli rossi e fecero ala ai
lati della strada, come per darle il passo. E quando la bimba si trovò fra loro la
chiusero in cerchio, danzando. E uno gnomo le porse un fungo e una felce.
- Bella bimba, danza con noi!
- Volentieri, se questo può farvi piacere...
E Serena danzò al chiaro della luna, con tanta grazia soave che gli gnomi si
fermarono in cerchio, estatici ad ammirarla.
- Oh! Che bella graziosa bambina! - disse uno gnomo.
Un secondo disse: - Ch'ella divenga della metà più bella e più graziosa ancora.
Disse un terzo:
- Oh! Che bimba soave e buona!
Un quarto disse: - Ch'ella divenga della metà più ancora bella e soave!
Disse un quinto: - E che una perla le cada dall'orecchio sinistro ad ogni parola
della sua bocca.
Un sesto disse: - E che si converta in oro ogni cosa ch'ella vorrà.
- Così sia! Così sia! Così sia!... - gridarono tutti con voce lieta e crepitante.
Ripresero la danza vertiginosa, tenendosi per mano, poi spezzarono il cerchio e
disparvero. Serena proseguì il cammino, giunse al villaggio e fece alzare il
sacrestano perché la chiesa era chiusa.
Ed ecco che ad ogni parola una perla le usciva dall'orecchio sinistro, le
rimbalzava sulla spalla e cadeva per terra.
Il sagrestano si mise a raccoglierle nella palma della mano. Serena ebbe il libro
e ritornò al castello paterno.
La matrigna la guardò stupita. Serena splendeva di una bellezza mai veduta:
- Non t'è occorso nessun guaio, per via?
- Nessuno, mamma.
- E raccontò esattamente ogni cosa. E ad ogni parola una perla le cadeva
dall'orecchio sinistro.
La matrigna si rodeva d'invidia.
- E il mio libro di preghiere?
- Eccolo, mamma.
La logora rilegatura di cuoio e di rame s'era convertita in oro tempestato di
brillanti.
La matrigna trasecolava.
Poi decise di tentare la stessa sorte per la figlia Gordiana.
La domenica dopo, alla stessa ora, disse alla figlia di recarsi a prendere il libro
nella chiesa del villaggio.
- Così sola? Di notte? Mamma, siete pazza?
E Gordiana scrollò le spalle.
- Devi ubbidire, cara, e sarò un gran bene per te, te lo prometto.
- Andateci voi!
Gordiana, non avvezza ad ubbidire, smaniò furibonda e la madre fu costretta a
cacciarla con le busse, per deciderla a partire.
Quando giunse al crocevia, inargentato dalla luna, i piccoli gnomi che
11
danzavano in tondo si divisero in due schiere ai lati della
strada, poi la chiusero in cerchio; e uno si avanzò porgendole il
fungo e la felce e invitandola garbatamente a danzare.
- Io danzo con principi e con baroni: non danzo con brutti rospi
come voi.
E gettò la felce e il fungo e tentò di aprire la catena dei piccoli ballerini con
pugni e con calci.
- Che bimba brutta e deforme! - disse uno gnomo.
Un secondo disse: - Ch'ella diventi della metà più ancora cattiva e villana.
- E che sia gobba!
- E che sia zoppa!
- E che uno scorpione le esca dall'orecchio sinistro ad ogni parola della sua
bocca.
- E che si copra di bava ogni cosa ch'ella toccherà.
- Così sia! Così sia! Così sia!... - gridarono tutti con voce irosa e crepitante.
Ripresero la danza prendendosi per mano, poi spezzarono la catena e
disparvero.
Gordiana scrollò le spalle, giunse alla chiesa, prese il libro e ritornò al castello.
Quando la madre la vide dié un urlo:
- Gordiana, figlia mia! Chi t'ha conciata così?
- Voi, madre snaturata, che mi esponete alla mala ventura.
E ad ogni parola, uno scorpione dalla coda forcuta le scendeva lungo la
persona.
Trasse il libro di tasca e lo diede alla madre; ma questa lo lasciò cadere con un
grido d'orrore.
- Che schifezza! È tutto lordo di bava!
La madre era disperata di quella figlia zoppa e gobba, più brutta e più perversa
di prima. E la condusse nelle sue stanze, affidandola alle cure di medici che
s'adoprarono inutilmente per risanarla.
Si era intanto sparsa pel mondo la fama della bellezza sfolgorante e della bontà
di Serena, e da tutte le parti giungevano richieste di principi e di baroni; ma la
matrigna perversa si opponeva ad ogni partito.
Il Re di Persegonia non si fidò degli ambasciatori, e volle recarsi in persona al
castello della bellezza famosa.
Fu così rapito dal fascino soave di Serena che fece all'istante richiesta della sua
mano.
La matrigna soffocava dalla bile; ma si mostrò ossequiosa al re e lieta di quella
fortuna. E già macchinava in mente di sostituire a Serena la figlia Gordiana.
Furono fissate le nozze per la settimana seguente. Il giorno dopo il Re mandò
alla fidanzata orecchini, smaniglie, monili di valore inestimabile.
Giunse il corteo reale per prendere la fidanzata.
La matrigna coprì dei gioielli la figlia Gordiana e rinchiuse Serena in un cofano
di cedro.
Il Re scese dalla carrozza dorata e aprì lo sportello per farvi salire la fidanzata.
Gordiana aveva il volto coperto d'un velo fitto e restava muta alle dolci parole
dello sposo.
- Signora mia suocera, perché la sposa non mi risponde?
- È timida, Maestà.
12
- Eppure l'altro giorno fu così garbata con me...
- La solennità di questo giorno la rende muta...
Il Re guardava con affetto la sposa.
- Serena, scopritevi il volto, ch'io vi veda un solo istante!
- Non è possibile, Maestà - interruppe la matrigna - il fresco della carrozza la
sciuperebbe! Dopo le nozze si scoprirà.
il Re cominciava ad inquietarsi.
Proseguirono verso la chiesa e già la madre si rallegrava di veder giungere a
compimento la sua frode perversa.
Ma passando vicino ad un ruscello, Gordiana, smemorata ed impaziente, si
protese dicendo:
- Mamma, ho sete!
Non aveva detto tre parole che tre scorpioni neri scesero correndo sulla veste
di seta candida.
Il Re e il suocero balzarono in piedi, inorriditi, e strapparono il velo alla sposa.
Apparve il volto orribile e feroce di Gordiana.
- Maestà, queste due perfide volevano ingannarci.
Il suocero e il Re fecero arrestare il corteo a mezza strada. Il Re salì a cavallo e
volle ritornare, solo, di gran galoppo, al castello della fidanzata.
Salì le scale e prese ad aggirarsi per le sale chiamando ad alta voce.
- Serena! Serena! Dove siete?
- Qui, Maestà!
- Dove?
- Nel cofano di cedro!
Il Re forzò il cofano con la punta della spada e sollevò il coperchio.
Serena balzò in piedi, pallida e bella. Il re la sollevò fra le braccia, la pose sul
suo cavallo e ritornò dove il corteo l'aspettava.
Serena prese posto nella berlina reale, tra il padre e il fidanzato.
Furono celebrate le nozze regali.
Della matrigna e della figlia perversa, fuggite attraverso i boschi, non si ebbe
più alcuna novella.
di Guido Gozzano
13
La fiaccola dei
desideri
Quando in quella che fuggì
settimana veritiera
si contò tre Giovedì
c'era, allora, c'era... c'era...
... un vecchio contadino che viveva in una
povera capanna. Questo contadino aveva un
figliuolo malaticcio, gobbo, distorto; e per
colmo d'ironia questo figliuolo si chiamava
Fortunato. Sui diciott'anni Fortunato decise di
lasciare la capanna paterna e di mettersi alla
ventura.
Salutò il padre, che lo benedì piangendo; si
fabbricò un paio nuovissimo di grucce scolpite
e prese la via di levante, attraversò monti e
pianure, patì la fame e la sete, in attesa sempre della fortuna. E la fortuna non
veniva.
Un giorno, sul crepuscolo, s'attardò per un sentiero sconosciuto, in una foresta
d'abeti.
Camminava in fretta, per giungere prima di notte a qualche capanna dove
riparare, e sentiva il cuore balzargli dal terrore alle prime grida degli uccelli
notturni, al primo ululato dei lupi.
Ad un tratto, tra la ramaglia e i tronchi diritti, gli parve di scorgere un chiarore
tremulo: affrettò il passo sulle stampelle, giunse ad una capanna di legno,
picchiò freddoloso.
La porta si aprì: una vecchietta minuscola, curva, canuta, grinzosa, apparve
nel vano, al chiarore del focolare.
- Buona donna, mi sono perduto; accoglietemi per carità.
- Vieni avanti, figliuolo mio.
Fortunato entrò nel tepore della capanna.
- Ti farò parte della mia cena; ti accontenterai di quel poco.
- Anche troppo, madre mia.
Si sedettero al desco.
La vecchia pose in mezzo un piattello ed una ciotola minuscola, con una
briciola e due chicchi di riso. Fortunato la guardava stupito.
«Non aveva torto» pensava tra sé «a dirmi che mi accontentassi del poco.»
Ma la vecchietta fece un segno imperioso con la mano destra: ed ecco la
briciola crescere, crescere, prendere la forma d'un passero, d'un colombo, d'un
pollo, d'un tacchino arrostito, dagli appetitosi riflessi d'oro. Ed ecco la ciotola
crescere, convertirsi in una zuppiera elegante, dove fumigava una minestra dal
soave profumo. Fortunato credeva di sognare.
Mangiò con appetito, meravigliato di sentire sotto i denti quei cibi creati
dall'arte magica. E guardava di sott'occhi l'ospite misteriosa.
14
Dopo cena la vecchietta fece sedere Fortunato presso gli alari, sotto la cappa
del camino, e gli si accoccolò di contro.
- Figliuolo, raccontami la tua storia.
Fortunato le disse delle sue vicende e del suo vano pellegrinare in cerca di
fortuna.
- Aiutatemi voi, che dovete essere una fata potente.
- Io non sono una fata potente e i miei incantesimi sono pochi... Ti gioverò
confidandoti un segreto che tutti ignorano. Ti indicherò la via che conduce al
castello dei desiderî...
All'alba del domani la vecchietta accompagnò Fortunato attraverso i
boschi, si fermò ad un crocevia, e gli indicò la strada da scegliere.
- Cammina tre giorni e tre notti senza voltarti indietro, qualunque cosa
tu senta. Da secoli nessuno osa affrontare il mistero di quelle mura.
Picchierai con questa pietra alla gran porta, che s'aprirà per incanto.
Attraverserai cortili e stanze, androni e corridoi. Nell'ultima stanza troverai un
vecchio addormentato in piedi, con il braccio teso, recante fra le dita un cero
verde; è quello il talismano che tu devi carpire e che esaudirà ogni tuo
desiderio. Bada che il castello è pieno di frodi magiche e di orrori diabolici. Ma
il negromante, i draghi, gli spiriti si addormenteranno dal mezzogiorno al
tocco. Se tu ti fermassi scoccato il tocco, saresti perduto...
Fortunato prese la pietra, ringraziò la vecchia e proseguì la strada sulle sue
stampelle. Verso sera si sentì chiamare alle spalle:
- Fortunato! Fortunato! Fortunato!
Non ricordò l'avvertimento della vecchia e si voltò. Ed eccolo ricondotto
d'improvviso al punto donde era partito.
- Pazienza, ricomincerò.
- Mi ammazzano! Aiuto! Giovine, per carità!
Si voltò impietosito, ed eccolo ricondotto al punto di partenza. Ebbe un moto
d'ira, poi riprese pazientemente il cammino sulle sue stampelle.
Camminò due giorni: al tramonto del secondo giorno sentì un fragore d'armi,
uno scalpitìo di cavalli; si voltò impaurito ed eccolo ricondotto al crocevia di
partenza.
- Sono inganni che mi tende il negromante; ma saprò come fare.
E si turò le orecchie con batuffoli di stoppa e proseguì tranquillo la strada,
sordo ai richiami. Dopo tre giorni giunse al castello disabitato. Attese lo
scoccare delle dodici e picchiò con la pietra.
La porta immensa, scolpita a disegni favolosi, s'aprì per incanto.
Fortunato indietreggiò, inorridito. Aveva innanzi un cortile pieno di salamandre
gigantesche, di rospi, di vipere, di scorpioni colossali. Ma tutti dormivano e
Fortunato si fece animo, passò con le stampelle tra i dorsi viscidi, le code, le
corazze, i tentacoli inerti.
Attraversò cortili, androni, corridoi, giunse ad una sala tutta coperta di monete
d'argento: si chinò e se ne empì le tasche.
Giunse ad una seconda sala piena di monete d'oro: si chinò, gettò le monete
15
d'argento e raccolse le monete d'oro.
Giunse ad una terza sala, ingombra di alte piramidi di gemme: vuotò le tasche
dell'oro e le empì di brillanti.
Attraversò altri cortili, altri corridoi, giunse in un'ultima sala immensa ed
oscura.
Il negromante decrepito, dalla barba lunga e candida, dormiva in piedi,
recando nella mano protesa il cero verde.
Fortunato lo guardava stupito, guardava stupito le mille cose del laboratorio
diabolico.
Poi si sovvenne del tempo che passava, tolse il cero di mano al negromante,
ritornò indietro di corsa, si smarrì pei corridoi... Il tocco doveva essere
imminente e s'egli non usciva prima, era perduto... Ritrovò finalmente le sale
dei diamanti, dell'oro, dell'argento, attraversò il cortile delle belve
addormentate, passò colle sue stampelle tra i dorsi e le code viscide, raggiunse
la porta immensa.
I battenti si rinchiusero alle sue spalle, con fragore sordo.
Il tocco suonò nell'istante.
Un clamore spaventoso s'alzò dietro le mura del castello: gracidii, urla roche e
furenti; erano i mostri guardiani che s'accorgevano del furto. Ma Fortunato era
salvo.
Subito accese il cero e comandò:
- Mi sparisca la gobba, mi si raddrizzino le gambe!
E la gobba disparve e le gambe si raddrizzarono. Fortunato gettò via le grucce,
spense il cero, perché consumava rapidamente, e si diresse alla città.
Giunse in città a notte fatta, scelse un'altura spaziosa e vi comandò un palazzo
più bello di quello reale.
All'alba i cittadini guardarono trasecolati l'edificio meraviglioso, le sue torri, le
logge, le scalee, i terrazzi, gli orti pensili fioriti in una sola notte. Fortunato
stava ad un balcone, vestito da gran signore.
Il Re, ch'era un tiranno malvagio, arse di sdegno e d'invidia per l'ignoto
forestiero e gli mandò un valletto intimandogli di recarsi a Corte.
- Direte al Re che non m'inchino a nessuno. Se crede bene venga lui da me.
Il Re fece decapitare il valletto che ritornò con tale risposta, e giurò odio eterno
al forestiero misterioso.
Fortunato viveva la vita del gran signore, eclissando con lo sfoggio delle vesti,
delle cavalcature, dei levrieri la magnificenza della Corte Reale.
Gli bastava accendere pochi secondi il cero verde e subito ogni suo desiderio
era appagato. Ma intanto il cero s'accorciava sempre più e Fortunato
cominciava ad inquietarsi e a diradare i comandi.
E non era felice. Sentiva che una cosa gli mancava e non sapeva quale.
Un giorno, cavalcando per la città, vide ad una loggia della reggia la figlia unica
del Re. La principessa sembrava sorridergli benevola, ma era circondata dalle
dame e guardata a vista dai paggi e dai cavalieri.
Il giorno dopo Fortunato passò ancora sotto la loggia e rivide la principessa fra
16
le sue donne accennargli un sorriso
compiacente.
Fortunato s'innamorò perdutamente di lei.
Una sera di plenilunio egli stava sul più alto
dei suoi giardini pensili, appoggiato ai
balaustri che dominavano la città.
- Forse il cero potrebbe appagarmi anche in
questo...
E meditò a lungo come esprimere il suo desiderio.
- Cero, bel cero, voglio che la principessa sia fatta invisibile e venga
trasportata all'istante nel mio giardino.
Fortunato attese col cuore che gli palpitava forte...
Ed ecco apparire la figlia del Re, vestita di una tunica bianca e con le chiome
scomposte.
- Aiuto! Aiuto! Dove sono? Chi siete voi?
La principessa tremava, folle di terrore. Si era sentita sollevare dal suo letto,
trasportare a volo attraverso lo spazio.
Fortunato s'inginocchiò, baciandole il lembo della tunica.
- Sono il cavaliere che passa ogni giorno sotto i vostri balconi, principessa, e se
vi feci trasportare qui, non è con fine malvagio, ma per potervi umilmente
parlare -.
E Fortunato le dichiarò il suo amore e le disse che voleva presentarsi al Re per
chiederla in isposa.
- Non fate questo! Mio padre vi odia perché siete più potente di lui. Se vi
presentate vi farebbe uccidere all'istante.
Dopo quella sera Fortunato faceva convenire sovente sui suoi terrazzi la
principessa Nazzarena.
Essa appariva al richiamo dello sposo, non più pallida e tremante, ma
sorridendo, improvvisa come un'apparizione celeste. Passeggiavano sotto i
palmizi, fra le rose e i gelsomini, e guardavano la città addormentata. All'alba
Fortunato comandava al cero verde di trasportare la principessa nelle sue
stanze e questa si ritrovava, pochi attimi dopo, nel suo letto d'alabastro. ma
un'ancella malevola si era accorta di queste assenze notturne e riferì la cosa al
Re. - Se non è vero ti faccio appiccare - aveva detto il Sovrano minaccioso.
- Sacra Corona, potete accertarvene con gli occhi vostri.
La sera dopo il Re si nascose dietro i cortinaggi, spiando la figlia addormentata.
Ed ecco, verso la mezzanotte, una voce remotissima che dice: - Cero, bel cero,
portami Nazzarena!
Ed ecco la figlia farsi invisibile e la finestra aprirsi per incantesimo. Il Re era
furente.
E quando all'alba Nazzarena riapparve dormendo nel suo letto, il padre l'afferrò
per le trecce d'oro:
- Dove sei stata, disgraziata?
- Nel mio letto. Ho dormito tutta notte, padre mio.
Il Re si calmò.
- Allora si tratta di un malefizio che tu stessa ignori e che saprò bene scoprire.
Si consigliò con un negromante.
Questi consultò invano la sua scienza profonda.
17
- Non c'è che un solo espediente, Sacra Corona. Appendete alle vesti della
principessa Nazzarena una borsa forata piena di farina: all'alba scopriremo la
traccia del suo cammino.
Con l'aiuto della fantesca fu appesa alla tunica notturna della principessa la
borsa forata piena di farina.
All'alba il Re armò tutto il suo esercito e con la spada in pugno seguì la sottile
traccia candida... E la traccia lo condusse al palazzo del forestiero misterioso.
Irruppe nelle stanze di Fortunato che dormiva. Prima che questi potesse
ricorrere al cero salvatore, lo fece legare, trasportare al palazzo reale,
rinchiudere nei sotterranei, per decretarne la pena.
Fu condannato a morte e il giorno del supplizio tutto il popolo s'accalcava sulla
gran piazza. Ai balconi del palazzo reale stava tutta la Corte, col Re, la Regina,
la principessa pallida e disperata. Fortunato salì tranquillo il palco del supplizio.
Il carnefice gli disse:
- Com'è usanza nel regno, potete esprimere a Sua Maestà un ultimo desiderio.
- Chiedo soltanto mi sia recato un piccolo cero verde, che ho dimenticato a
palazzo, in un cofano d'avorio. È un caro ricordo e vorrei baciarlo prima di
morire. - Gli sia concesso - disse il Re.
Un valletto ritornò col cofano d'avorio e, fra l'attenzione di tutto il popolo,
Fortunato trasse il cero verde, lo accese mormorando: - Cero, bel cero, che
tutti i qui presenti, che tutti i sudditi del regno, eccezion fatta della principessa,
sprofondino in terra fino al mento. Ed ecco la folla, la Corte, il Re, la regina,
inabissarsi d'improvviso.
La piazza e le vie della città apparivano coperte di teste che stralunavano gli
occhi e invocavano aiuto. Fortunato distinse fra le innumerevoli teste brune,
bionde, calve, canute, la testa coronata del Re che rotava gli occhi a destra e a
sinistra e ordinava imperiosamente d'essere dissepolto. Ma in tutto il regno
non era rimasto in piedi un suddito solo! Fortunato prese Nazzarena al braccio
e s'appressò alla testa regale.
- Maestà, ho l'onore di chiedervi la mano della principessa Nazzarena.
Il Re guardò Fortunato con occhi irosi e non fece motto.
- Se tacete, partirò oggi stesso con lei e lascerò voi e i vostri sudditi sepolti
fino al mento.
Il Re guardò Fortunato, lo vide giovine e bello, pensò che era più potente di lui,
e che sarebbe stato un buon successore.
- Maestà, vi chiedo la mano di Nazzarena.
- Vi sia concessa - sospirò il re.
- Parola di Re?
- parola di Re.
Fortunato comandò al cero il disseppellimento di tutti e tutti risorsero per
incanto...
E nel giorno stesso, invece della condanna feroce, furono celebrate le nozze.
di Guido Gozzano
18
(Italo Calvino)
IL CONTADINO ASTROLOGO
C'era una volta un re che aveva perduto un anello prezioso. Cerca qua,
cerca là, non si trova. Mise fuori un bando che se un astrologo gli sa dire
dov'è, lo fa ricco per tutta la vita.
C'era un contadino senza un soldo, che non sapeva né leggere
né scrivere, e si chiamava Gàmbara. "Sarà tanto difficile
fare l'astrologo? -si disse- Mi ci voglio provare". E andò dal
Re.
Il Re lo prese in parola, e lo chiuse a studiare in una stanza. Nella stanza
c'era solo un letto e un tavolo con un gran libraccio d'astrologia, e penna
carta e calamaio. Gambara si sedette al tavolo e cominciò a scartabellare il
libro senza capirci niente e a farci dei segni con la penna. Siccome non
sapeva scrivere, venivano fuori dei segni ben strani, e i servi che
entravano due volte al giorno a portarglì da mangiare, si fecero l'idea che
fosse un astrologo molto sapiente.
Questi servi erano stati loro a rubare l'anello, e con la coscienza sporca
che avevano, quelle occhiatacce che loro rivolgeva Gambara ogni volta che
entravano, per darsi aria d'uomo d'autorità, parevano loro occhiate di
sospetto. Cominciarono ad aver paura d'essere scoperti e, non la finivano
più con le riverenze, le attenzioni: "Si, signor astrologo! Comandi, signor
astrologo!"
Gambara, che astrologo non era, ma contadino, e perciò malizioso, subito
aveva pensato che i servi dovessero saperne qualcosa dell'anello. E pensò
di farli cascare in un inganno.
Un giorno, all'ora in cui gli portavano il pranzo, si nascose sotto il letto.
Entrò il primo dei servi e non vide nessuno. Di sotto il letto Gambara disse
forte: - E uno!- il servo lasciò il piatto e si ritirò spaventato. Entrò il
secondo servo, e sentì quella voce che pareva venisse di sotto terra: - E
due! - e scappò via anche lui. Entrò il terzo, - E tre! -
I servi si consultarono: - Ormai siamo scoperti, se l'astrologo ci accusa al
Re, siamo spacciati. Cosi decisero d'andare dall'astrologo e confessargli il
furto.
- Noi siamo povera gente, - gli fecero, - e se dite al Re quello che avete
scoperto, siamo perduti. Eccovi questa borsa d'oro: vi preghiamo di non
19
tradirci.
Gambara prese la borsa e disse: - lo non vi tradirò, però voi fate quel che
vi dico. Prendete l'anello e fatelo inghiottire a quel tacchino che c'è laggiù
in cortile. Poi lasciate fare a me.
Il giorno dopo Gambara si presentò al Re e gli disse che dopo lunghi studi
era riuscito a sapere dov'era l'anello.
- E dov'è? –
- L'ha inghiottito un tacchino. -
Fu sventrato il tacchino e si trovò l'anello. Il Re colmò di ricchezze
l'astrologo e diede un pranzo in suo onore, con tutti i Conti, i Marchesi, i
Baroni e Grandi del Regno.
Fra le tante pietanze fu portato in tavola un piatto di gamberi. Bisogna
sapere che in quel paese non si conoscevano i gamberi e quella era la prima
volta che se ne vedevano, regalo di un re d'altro paese.
- Tu che sei astrologo, - disse il Re al contadino, - dovresti sapermi dire
come si chiamano questi che sono qui nel piatto. Il poveretto di bestie così
non ne aveva maiviste né sentite nominare. E disse tra sé, a mezza voce: -
Ah, Gambara, Gambara… sei finito male! –
Bravo! - disse il Re che non sapeva il vero nome del contadino. - Hai
indovinato: quello è il nome: gamberi! Sei il più grande astrologo dei mondo.
-
(Italo Calvino)
IL RE IN ASCOLTO
Lo scettro va tenuto con la destra, diritto, guai se lo metti giù, e del resto
non avresti dove posarlo, accanto al trono non ci sono tavolini o mensole o
trespoli dove tenere, che so, un bicchiere, un posacenere un telefono; il
trono è isolato, alto su gradini stretti e ripidi, tutto quello che fai cascare
rotola e non si trova più.
Guai se lo scettro ti sfugge di mano, dovresti alzarti, scendere dal trono
per raccoglierlo, nessuno lo può toccare tranne il re ; e non è bello che un
re si allunghi al suolo, per raggiungere lo scettro finito sotto un mobile, o
la corona, che è facile ti rotoli via dalla testa, se ti chini.
20
L'avambraccio puoi tenerlo appoggiato al
bracciolo, così non si stanca: parlo sempre della
destra che impugna lo scettro; quanto alla
sinistra resta libera; puoi grattarti se vuoi; alle
volte il manto di ermellino trasmette un prurito al
collo che si propaga giù per la schiena, per tutto
il corpo.
Anche il velluto del cuscino, scaldandosi, provoca una sensazione irritante
alle natiche, alle cosce. Non farti scrupolo di cacciare le dita dove ti
prude, di slacciare il cinturone con la fibbia dorata, di scostare il collare,
le medaglie, le spalline con le frange. Sei Re, nessuno può trovarci da
ridire, ci mancherebbe anche questa.
La testa devi tenerla immobile, non dimenticarti che la corona sta in bilico
sul tuo cocuzzolo, non la puoi calzare sugli orecchi come un berretto in un
giorno di vento; la corona culmina in una cupola più voluminosa della base
che la regge, il che vuol dire che ha un equilibrio instabile: se ti capita
d'appisolarti, di adagiare il mento sul petto, finirà per ruzzolare giù e
andare in pezzi, perché è fragile, specie nelle parti di filigrana d'oro
incastonate di brillanti.
Quando senti che sta per scivolare devi avere l'accortezza di correggere
la sua posizione con piccole scosse del capo, ma devi stare attento a non
tirarti su troppo vivamente per non farla urtare contro il baldacchino, che
la sfiora coi suoi drappeggi.
Insomma, devi mantenere quella compostezza regale che si suppone
connaturata alla tua persona. Del resto, che bisogno avresti di darti tanto
da fare? Sei re, tutto quello che desideri è già tuo. Basta che alzi un dito
e ti portano da mangiare, da bere, gomma da masticare, stuzzicadenti,
sigarette di ogni marca, tutto su un vassoio d'argento; quando ti prende il
sonno il trono è comodo, imbottito, ti basta socchiudere gli occhi e
abbandonarti contro la spalliera, mantenendo in apparenza la posizione di
sempre: che tu sia sveglio o addormentato non cambia nulla, nessuno se ne
accorge...
Insomma tutto è stato predisposto per evitarti qualsiasi spostamento. non
21
avresti nulla da guadagnare, a muoverti, e tutto da perdere. Se t'alzi, se
t'allontani anche di pochi passi, se perdi di vista il trono anche per un
attimo, chi ti garantisce che quando torni non ci trovi qualcun altro seduto
sopra? Magari uno che ti somiglia, uguale identico. Va poi a dimostrare che
il re sei tu e non lui! Un re si distingue dal fatto che siede sul trono, che
porta la corona e lo scettro.
Ora che questi attributi sono tuoi, meglio che non te ne stacchi nemmeno
per un istante.
C'è il problema di sgranchirti le gambe, d'evitare il formicolio, l'irrigidirsi
delle giunture: certo è un grave inconveniente. Ma puoi sempre scalciare,
sollevare i ginocchi, rannicchiarti sul trono, sederti alla turca,
naturalmente per brevi periodi, quando le questioni di Stato lo
permettono.
Ogni sera vengono gli incaricati della lavatura dei piedi e ti tolgono gli
stivali per un quarto d'ora; alla mattina quelli del servizio deodorante ti
strofinano le ascelle con batuffoli di cotone profumato.
Insomma, il trono, una volta che sei stato incoronato, ti conviene starci
seduto sopra senza muoverti, giorno e notte.
Tutta la tua vita di prima non è stata altro che l'attesa di diventare re; ora lo sei;
non ti resta che regnare. E cos'è regnare se non quest'altra lunga attesa?
L'attesa del momento in cui sarai deposto, in cui dovrai lasciare il trono, lo scettro,
la corona, la testa.
(Italo Calvino)
Il principe che sposò una rana
22
C'era una volta un Re che aveva tre figli in età da prender
moglie.
Perché non sorgessero rivalità sulla scelta delle tre spose,
disse:
- Tirate con la fionda più lontano che potete: dove cadrà la
pietra là prenderete moglie.
I tre figli presero le fionde e tirarono.
Il più grande tirò e la pietra arrivo sul tetto di un Forno ed
egli ebbe la fornaia.
Il secondo tirò e la pietra arrivò alla casa di una tessitrice.
Al più piccino la pietra cascò in un fosso.
Appena tirato ognuno correva a portare l'anello alla fidanzata.
Il più grande trovò una giovinotta bella soffice come una focaccia, il mezzano
una pallidina, fina come un filo, e il più piccino, guarda guarda in quel fosso,
non ci trovò che una rana.
Tornarono dal Re a dire delle loro fidanzate.
"Ora - disse il Re - chi ha la sposa migliore erediterà il regno.Facciamo le
prove"-
e diede a ognuno della canapa perché gliela riportassero di lì a tre giorni filata
dalle fidanzate, per vedere chi filava meglio.
I figli andarono delle fidanzate e si raccomandarono che filassero a puntino; e
il più piccolo tutto mortificato, con quella canapa in mano, se ne andò sul ciglio
del fosso e si mise a chiamare:
- Rana, rana!
- Chi mi chiama?
-L'amor tuo che poco t'ama.
- Se non m'ama , m'amerà
quando bella mi vedrà.
E la rana salto fuori dall'acqua su una foglia.
Il figlio del Re le diede la canapa e disse che sarebbe ripassato a prenderla
filata dopo tre giorni.
Dopo tre giorni i fratelli maggiori corsero tutti ansiosi dalla fornaia e dalla
tessitrice a ritirare la canapa.
La fornaia aveva fatto un bel lavoro, ma la tessitrice - era il suo mestiere -
l'aveva filata che pareva seta.
E il più piccino? Andò al fosso:
- Rana, rana!
- Chi mi chiama?
- L'amor tuo che poco t'ama.
- Se non m'ama , m'amerà
quando bella mi vedrà.
Saltò su una foglia e aveva in bocca una noce.
Lui si vergognava un po' di andare dal padre con una noce mentre i fratelli
avevano portato la canapa filata; ma si fecero coraggio e andò.
Il Re che aveva già guardato per dritto e per traverso il lavoro della fornaia e
della tessitrice, aperse la noce del più piccino, e intanto i fratelli
sghignazzavano. Aperta la noce ne venne fuori una tela così fina che pareva
tela di ragno e tira tira, spiega spiega, non finiva mai , e tutta la sala del trono
23
ne era invasa.
"Ma questa tela non finisce mai!" disse il Re,
E appena dette queste parole la tela finì.
Il padre, a quest'idea che una rana diventasse regina, non voleva rassegnarsi.
Erano nati tre cuccioli alla sua cagna da caccia preferita, e li diede ai tre figli:
"Portateli alle vostre fidanzate e tornerete a prenderli tra un mese: chi l'avrà
allevato meglio sarà regina".
Dopo un mese si vide che il cane della fornaia era diventato un molosso grande
e grosso, perché il pane non gli era mancato; quella della tessitrice, tenuto più
a stecchetto, era venuto un famelico mastino.
Il più piccino arrivò con una cassettina, il Re aperse la cassettina e ne uscì un
barboncino infiocchettato, pettinato, profumato, che stava ritto sulle zampe di
dietro e sapeva fare gli esercizi militari e far di conto.
E il Re disse:
"Non c'è dubbio; sarà re mio figlio minore e la rana sarà regina".
Furono stabilite le nozze, tutti e tre i fratelli lo stesso giorno.
I fratelli maggiori andarono a prendere le spose con carrozze infiorate tirate da
quattro cavalli, e le spose salirono tutte cariche di piume e di gioielli.
Il più piccino andò al fosso, e la rana l'aspettava in una carrozza fatta d'una
foglia di fico tirata da quattro lumache.
Pres
ero ad andare: lui andava avanti, e le lumache lo seguivano tirando la foglia
con la rana.
Ogni tanto si fermava ad aspettare, e una volta si addormentò.
Quando si svegliò, gli s'era fermata davanti una carrozza d'oro, imbottita di
velluto, con due cavalli bianchi e dentro c'era una ragazza bella come il sole
con un abito verde smeraldo.
"Chi siete?" disse il figlio minore.
"Sono la rana", e siccome lui non ci voleva credere, la ragazza aperse uno
scrigno dove c'era la foglia di fico, la pelle della rana e quattro gusci di lumaca.
"Ero una Principessa trasformata in rana, solo se un figlio di Re acconsentiva a
sposarmi senza sapere che ero bella avrei ripreso la forma umana."
Il Re fu tutto contento e ai figli maggiori che si rodevano d'invidia disse che chi
non era neanche capace di scegliere la moglie non meritava la Corona.
Re e regina diventarono il più piccino e la sua sposa.
di Italo Calvino
24
Quando (il tempo non ricordo!)
cani, gatti, topi a schiera
ben si misero d'accordo
c'era, allora, c'era... c'era...
u
... n orfano detto Prataiolo, tardo e trasognato, tenuto da tutti per un mentecatto. Prataiolo
mendicava di porta in porta ed era accolto benevolmente dalle massaie e dalle fantesche, perchè
tagliava il legno, attingeva al pozzo; e quelle lo compensavano con una ciotola di minestra. Ma
quando Prataiolo compì i diciott'anni, il vicinato cominciò ad accoglierlo meno bene ed a
rimproverargli il suo ozioso vagabondare.
Tanto che egli decise di lasciare il paese e di mettersi pel mondo alla ventura.
Andò a salutare la sua sorella di latte, Ciclamina, e questa gli disse:
- Voglio darti una piccola cosa, per mio ricordo. Non sono ricca e non posso fare gran che.
Aggiungerò al tuo fardello una logora camicia della mia trisavola, che era negromante.
Prataiolo non potè nascondere un sorriso di delusione.
- Non sdegnare il mio dono, o Prataiolo. Ti sarò più utile che tu non pensi. Ti basterà distendere la
camicia per terra e comandare ciò che vorrai: e ciò che vorrai sarà fatto.
Prataiolo prese il dono, abbracciò la sorella, e partì Verso sera sentiva appetito e trovandosi senza
provviste e senza denaro, cominciava ad inquietarsi, perchè aveva ben poca fiducia nella tela
miracolosa.
Volle provare, tuttavia; la distese in terra e mormorò:
- Camicia della trisavola, vorrei un pollo arrosto!
Ed ecco disegnarsi a poco a poco l'ombra di un pollo, leggiera dapprima e trasparente, poi più
densa e concreta, solida e dorata come un pollo naturale. E un profumo delizioso si diffondeva
intorno.
Prataiolo non osava toccarlo, temendo un malefizio. Poi si chinò, lo palpò, ne strappò un'ala, la
portò alla bocca.
Era un pollo autentico e squisito. Ordinò allora una torta allo zibibbo, un piatto di pesche, una
bottiglia di Cipro.
E tutto si disegnava leggiero, si concretava a poco a poco sulla camicia miracolosa.
Prataiolo mangiava tranquillo, seduto sull'erba, quando vide sulla strada maestra un mendicante
che lo fissava muto e supplichevole.
- Posso offrirti, compagno?
Il vecchio non si fece pregare e divise il banchetto con lui.
Ma quando vide la comparsa meravigliosa delle portate, pregò il ragazzo di donargli la tela
magica.
- Ti darò questo mio bastone in compenso.
- E che vuoi che ne faccia?
25
- Se tu sapessi la virtù di questo mio bastone, accetteresti con gioia. Contiene mille piccole celle ed
ogni cella racchiude un cavaliere armato e un cavallo bardato di tutto punto. Ogni volta che avrai
bisogno d'aiuto ti basterà comandare: Fuori l'armata!
Prataiolo aveva sempre sognato d'essere generale e non potè resistere a quella tentazione:
accett� il cambio e si mise in cammino. Ma dopo poche ore era già pentito.
- Ho fame e non ho più la mia camicia! A che può giovarmi un 'armata quando lo stomaco è
vuoto?
L'appetito cresceva e per distrarsi egli puntò in terra il bastone e comandò:
- Fuori l'armata!
Ed ecco un fruscio dal di dentro, poi aprirsi nel legno tante piccole finestre e da ogni finestra uscir
fuori un cosino minuscolo come un'ape; poi crescere in pochi secondi, crescere, formare all'intorno
una muraglia di cavalli scalpitanti e di cavalieri armati.
Prataiolo guardava trasognato.
- Che cosa comandate, signor generale?
Egli ebbe un'idea.
- Che mi sia riportata la camicia della trisavola!
L'armata partì di gran galoppo, sparve all'orizzonte, e poco dopo era di ritorno con la tela
miracolosa.
- L'armata rientri in caserma! ...
Prataiolo puntò il bastone in terra. Cavalli e cavalieri presero a rimpicciolire, in pochi secondi
ritornarono minuscoli come api, rientrarono nelle cellette che si rinchiusero sul legno senza lasciar
traccia.
Prataiolo era felice.
Riprese la via e giunse ad un mulino.
Il mugnaio era sulla soglia e suonava il flauto: la moglie e i suoi nove figli danzavano intorno.
Prataiolo sentì che avvicinandosi gli cresceva una voglia irresistibile di muover le gambe; poi fu
costretto da una forza ignorata a ballare con gli altri ballerini.
Sentiva intanto la moglie del mugnaio che danzando gridava furibonda al marito:
- Basta! Basta! Uomo senza cuore! Dacci del pane invece che costringerci a ballare!
Poi rivolgendosi a Prataiolo che ballava con loro:
- Vedete? Questo mascalzone di marito, quando lo si prega di sfamarci, prende il suo flauto
dannato e ci costringe a ballare!
Il mugnaio, quando gli piacque, smise di suonare e la moglie, i figli, Prataiolo caddero sfiniti dalla
ridda vertiginosa. Prataiolo, riprese le forze, distese la camicia della trisavola e comand� un
pranzo magnifico. Invitò il mugnaio e la sua famiglia sbigottita a dividere il pasto. Quelli non si
fecero pregare, e giunti alle frutta il mugnaio disse:
- Cedimi la camicia ed io ti do il mio flauto.
Prataiolo accettò il cambio, già sicuro di ciò che doveva fare poco dopo. Giunto, infatti, a dieci
miglia dal paese, spedì i mille cavalieri che gli riportarono la tela.
- Ed eccomi ora possessore della camicia, del bastone, del flauto magico... Non posso desiderare di
più.
Arrivò verso sera in una città e vide grandi annunci a vivi colori. Si accordava la mano della figlia
del Re a chi sapeva guarirla della sua insanabile malinconia.
Prataiolo si presentò subito alla Reggia. Il Re dava quella sera un banchetto di gala agli
ambasciatori del Gran Sultano, ma, udita la profferta dello sconosciuto, lo fece passare all'istante.
Prataiolo entrò nella sala immensa, e fu abbagliato dallo sfolgorio degli ori e delle gemme.
Sedevano a mensa più di cinquecento persone, con a capo il Re, la Regina e la Principessa, bella
ed assorta, pallida come un giglio.
Prataiolo fece legare da un servo le gambe della Principessa, senza che i commensali se
n'avvedessero, poi si rifugiò in un angolo e cominciò le prime note. Ed ecco un agitarsi improvviso
fra i commensali, un fremere di gambe e di ginocchia... Poi tutti s'alzano d'improvviso, scostano le
26
sedie, cominciano a ballare guardandosi l'un l'altro, spaventati.
Principi, baroni, ambasciatori panciuti, baronesse pingui e venerabili, servi e coppieri, e financo i
veltri, i pavoni, i fagiani farciti nei piatti d'oro, tutti si animarono, cominciarono a ballare la danza
irresistibile.
- Basta! Basta! Per pietà! - gridavano i più vecchi e i più pingui.
- Avanti! Avanti ancora! - dicevano i più giovani, tenendosi per mano.
La Principessa, legata alla sua sedia, tentava anch'essa d'alzarsi e guardava gli altri, e rideva
giubilante. Quando piacque a Prataiolo, il suono cessò e i cinquecento ballerini caddero sfiniti sulle
sedie e sui tappeti, le dame senza scarpette e senza parrucca. La Principessa rise per un'ora e quando
potè parlare disse al Re:
- Padre mio, costui mi ha risanata ed io sono la sua sposa.
Il Re acconsentì, ma Prataiolo esitava.
- Ho lasciata al paese la mia sorella di latte, bella come il sole e alla quale devo la mia fortuna;
vorrei farvela conoscere.
- Partite, dunque, e portatela fra noi - dissero i commensali.
I mille cavalieri comparvero, occupando la sala immensa, fra lo stupore generale.
- Mi sia portata Ciclamina, la mia piccola sorella -. E l'armata attraversò la Reggia, le sale, gli
scaloni, con gran fragore. Poco dopo era di ritorno con la sorella Ciclamina. La fanciulla fu trovata
così bella, che un ambasciatore se ne innamorò all'istante.
E in uno stesso giorno furono celebrate le doppie nozze.
La camicia dell'uomo contento
Un Re aveva un figlio unico e gli voleva bene come alla luce dei suoi occhi. Ma questo Principe era
sempre scontento. Passava giornate intere affacciato al balcone, a guardare lontano. Ma cosa ti
manca? - gli chiedeva il Re. - Che cos'hai? Non lo so, padre mio, non lo so neanch'io. Sei
innamorato? Se vuoi una qualche ragazza dimmelo, e te la farò sposare, fosse la figlia del Re più
potente della terra o la più povera contadina! No, padre, non sono innamorato.E il Re a riprovare tutti
i modi per distrarlo! Teatri, balli, musiche, canti; ma nulla serviva, e dal viso del Principe di giorno in
giorno scompariva il color di rosa.Il Re mise fuori un editto, e da tutte le parti del mondo venne la
gente più istruita: filosofi, dottori e professori. Gli mostrò il Principe e domandò consiglio. Quelli si
ritirarono a pensare, poi tornarono dal Re. Maestà, abbiamo pensato, abbiamo letto le stelle; ecco
cosa dovete fare. Cercate un uomo che sia contento, ma contento in tutto e per tutto, e cambiate la
camicia di vostro figlio con la sua.Quel giorno stesso, il Re mandò gli ambasciatori per tutto il
mondo a cercare l'uomo contento.Gli fu condotto un prete: - Sei contento? - gli domandò il Re.- Io si,
Maestà!- Bene. Ci avresti piacere a diventare il mio vescovo?- Oh, magari, Maestà! Va' via! Fuori di
qua! Cerco un uomo felice e contento del suo stato; non uno che voglia star meglio di com'è. E il Re
prese ad aspettare un altro. C'era un altro Re suo vicino, gli dissero, che era proprio felice e
contento: aveva una moglie bella e buona, un mucchio di figli, aveva vinto tutti i nemici in guerra, e il
paese stava in pace. Subito, il Re pieno di speranza mandò gli ambasciatori a chiedergli la camicia.Il
Re vicino ricevette gli ambasciatori, e: - Si, si, non mi manca nulla, peccato però che quando si
hanno tante cose, poi si debba morire e lasciare tutto! Con questo pensiero, soffro tanto che non
dormo alla notte!- E gli ambasciatori pensarono bene di tornarsene indietro.Per sfogare la sua
disperazione, il Re andò a caccia. Tirò a una lepre e credeva d'averla presa, ma la lepre, zoppicando,
scappò via. Il Re le tenne dietro, e s'allontanò dal seguito. In mezzo ai campi, sentì una voce d'uomo
che cantava la falulella . Il Re si fermò: " Chi canta cosi non può che essere contento! " e seguendo il
canto s'infilò in una vigna, e tra i filari vide un giovane che cantava potando le viti. - Buon di, Maestà,
- disse quel giovane. - Così di buon'ora già in campagna? - Benedetto te, vuoi che ti porti con me alla
capitale? Sarai mio amico. - Ahi, ahi, Maestà, no, non ci penso nemmeno, grazie. Non mi cambierei
neanche col Papa.- Ma perché, tu, un cosi bel giovane... - Ma no, vi dico. Sono contento così e basta.
27
" Finalmente un uomo felice! ", pensò il Re. - Giovane, senti: devi farmi un piacere. - Se posso, con
tutto il cuore, Maestà. - Aspetta un momento, - e il Re, che non stava più nella pelle dalla contentezza,
corse a cercare il suo seguito: - Venite! Venite! Mio figlio è salvo! Mio figlio è salvo -. E li porta da
quel giovane. - Benedetto giovane, - dice, - ti darò tutto quel che vuoi! Ma dammi, dammi... - Che
cosa, Maestà? - Mio figlio sta per morire! Solo tu lo puoi salvare. Vieni qua, aspetta! - e lo afferra,
comincia a sbottonargli la giacca. Tutt'a un tratto si ferma, gli cascano le braccia.L'uomo contento
non aveva camicia.
La fiaba dei gatti
- fiaba della Puglia -
Una donna aveva una figlia e una figliastra, e questa figliastra la teneva come un ciuco da
fatica, e un giorno la mandò a cogliere cicorie. La ragazza va e va, e invece di cicoria trova un
cavolfiore: un bel cavolfiore grosso grosso. Tira il cavolfiore, tira, tira, e quando lo sradicò, in
terra s'aperse come un pozzo. C'era una scaletta e lei discese. Trovò una casa piena di gatti,
tutti affaccendati. C'era un gatto che faceva il bucato, un gatto che tirava acqua da un pozzo,
uno che cuciva, un gatto che rigovernava, un gatto che faceva il pane. La ragazza si fece dare
la scopa da un gatto e l'aiutò a spazzare, a un altro prese in mano i panni sporchi e l'aiutò a
lavare, all'altro ancora tirò la corda del pozzo, e a uno infornò le pagnotte. A mezzogiorno
venne fuori una gran gatta, che era la mamma di tutti i gatti, e suonò la campanella: - Dalin,
dalon! Dalin, dalon! Chi ha lavorato venga a mangiare, chi non ha lavorato venga a guardare!
Dissero i gatti: - Mamma, abbiamo lavorato tutti, ma questa ragazza ha lavorato piú di noi.
-Brava, - disse la gatta, - vieni e mangia con noi -. Si misero a tavola, la ragazza in mezzo ai
gatti e Mamma Gatta le diede carne, maccheroni e un galletto arrosto; ai suoi figli invece
diede solo fagioli. Ma alla ragazza dispiaceva di mangiare da sola e vedendo che i gatti
avevano fame, spartí con loro tutto quello che Mamma Gatta le dava. Quando si alzarono, la
ragazza sparecchiò tavola, sciacquò i piatti dei gatti, scopò la stanza e mise in ordine. Poi disse
alla Mamma Gatta: - Gatta mia, ora bisogna che me ne vada, se no mia mamma mi sgrida.
Disse la gatta: - Aspetta, figlia mia, che voglio darti una cosa -. Là sotto c'era un grande
ripostiglio, da una parte era pieno di roba di seta, dalle vesti agli scarpini, dall'altra pieno di
roba fatta in casa, gonnelle, giubbetti, grembiuli, fazzoletti di bambace, scarpe di vacchetta.
Disse la gatta: - Scegli quel che vuoi. La povera ragazza che andava scalza e stracciata, disse: -
Datemi un vestito fatto in casa, un paio di scarpe di vacchetta e un fazzoletto da mettere al
collo. -No, - disse la gatta, - sei stata buona coi miei gattini e io ti voglio fare un bel regalo -.
Prese il piú bell'abito di seta, un bel fazzoletto grande, un paio di scarpini di raso, la vesti e
disse: - Ora che esci, nel muro ci sono certi pertugi; tu ficcaci le dita, e poi alza la testa in aria.
28
La ragazza, quandò uscí, ficcò le dita dentro quei buchi e tirò fuori la mano tutta inanellata,
un anello piú bello dell'altro in ogni dito. Alzò il capo, e le cadde una stella in fronte. Tornò a
casa ornata come una sposa. Disse la matrigna: - E chi te le ha date tutte queste bellezze? -
Mamma mia, ho trovato certi gattini, li ho aiutati a lavorare e m'hanno fatto dei regali, - e le
raccontò com'era andata. La madre, l'indomani, non vedeva l'ora di mandarci quella
mangiapane di sua figlia. Le disse: - Va' figlia mia, cosí avrai anche tu tutto come tua sorella. -
Io non ne ho voglia, - diceva lei, da quella malallevata che era, - non ho voglia di camminare,
fa freddo, voglio stare vicino al camino. Ma la madre la fece uscire a suon di bastonate. Quella
ciondolona cammina cammina, trova il cavolfiore, lo tira, e scese dai gatti. Al primo che vide
gli tirò la coda, al secondo le orecchie, al terzo strappò i batti, a quello che cuciva sfilò l'ago, a
quello che tirava l'acqua buttò il secchio nel pozzo: insomma non fece altro che dispetti per
tutta la mattina, e loro miagolavano, miagolavano. A mezzogiorno, venne Mamma Gatta con
la campanella: - Dalin, dalon! Dalin, dalon! Chi ha lavorato venga a mangiare, chi non ha
lavorato venga a guardare! -Mamma, - dissero i gatti, - noi volevatno lavorare, ma questa
ragazza ci ha tirato la coda, ci ha fatto un sacco di dispetti e non ci ha lasciato far niente!
-Bene, - disse Matnma Gatta, - andiatno a tavola -. Alla ragazza diede una galletta d'orzo
bagnata nell'aceto, e ai suoi gattini maccheroni e carne. Ma la ragazza non faceva altro che
rubare il mangiare dei gatti. Quando s'alzarono da tavola, senza badare a sparecchiare né
niente, disse a Mamma Gatta: - Be', adesso dammi la roba che hai dato a mia sorella. Mamma
Gatta allora la fece entrare nel ripostiglio e le chiese cosa voleva. - Quella veste là che è la piú
bella! Quegli scarpini, che hanno i tacchi píú alti! Allora, - disse la gatta, - spogliati e mettití
questa roba di lana unta e bisunta e queste scarpe chiodate di vacchetta tutte scalcagnate -. Le
annodò un cencio di fazzoletto al collo e la congedò dicendo: - Adesso vattene, e mentre esci,
ficca le dita nei buchi e poi alza la testa in aria. La ragazza uscí, ficcò le dita nei buchi e le si
attorcigliarono tanti lombrichi, e piú faceva per staccarseli, piú s'attorcigliavano. Alzò il capo
in aria e le cadde un sanguinaccio che le pendeva in bocca e lei doveva dargli sempre un
morso perché s'accorciasse. Quando arrivò a casa cosí conciata, piú brutta di una
scoppiettata, la mamma ne ebbe tanta rabbia che morí. E la ragazza a furia di mangiar
sanguinaccio, morí lei pure. Mentre la sorellastra buona e laboriosa, se la sposò un bel
giovane. Cosí stettero belli e contenti, drizza le orecchie che ancora li senti.
La principessa bugiarda
C'erano una volta un re e sua figlia. La ragazza era talmente bugiarda che non se ne
trovava un'altracome lei in tutto il regno. Il padre decise che se avesse trovato un
ragazzo in grado di farle dire la verità, egli avrebbe avuto la principessa in moglie e
metà del regno da governare. Il re volle che il suo messaggio arrivasse a tutti i ragazzi
dell'età di sua figlia. Mandò in tutto il regno e anche fuori, dei soldati a cavallo che
dovevano diffondere il bando. Da qual giorno in poi, furono centinaia i ragazzi che
chiedevano udienza dal re per incontrare la principessa. Molti tentavano di cambiare
il carattere della ragazza, ma nessuno ci riusciva. Un giorno arrivarono al regno tre
fratelli, con l'intento di conquistare la pricipessa e il regno. I due più grandi
provarono a parlare con la ragazza, ma senza successo. Il più giovane, che aspettava
fuori dal castello, incontro' la principessa vicino alle stalle, mentre stava riportando
la sua cavalla dopo una passeggiata. " Buongiorno" disse lui. " Buongiorno" rispose
lei."Hai fatto un giro nella stalla? Hai visto che grandi tori abbiamo? Sai, ogni giorno
mungiamo ettolitri di latte" disse lei. Allora lui le rispose: "Non sai che cosa mi è
29
capitato qualche giorno fa. Mi sono arrampicato fin sulle nuvole, poi mi sono lasciato
portare dal vento del Nord che mi ha fatto atterrare nella tana di una volpe. Ho
raccontato all'animale che sarei venuto a trovarvi e lei mi ha raccontato che la tua
mamma ha dato una botta in testa a tuo padre. Così gli ha fatto cadere tutti i fichi che
gli crescevano in testa". La principessa scosse la testa ed esclamò: "Non e' vero! Mio
padre non ha fichi in testa!". In questo modo, la ragazza disse la verita', in giovane
vinse la scommessa, sposo' la principessa ed eredito' il regno.
LE ARANCE D'ORO
C’era una volta un re che possedeva un giardino con moltissimi alberi.
Erano tutti belli, ma il piu’ pregiato era quello dalle arance d'oro. Il re
controllava spesso che nessuno rubasse le arance, ma c’era un
cardellino che faceva addormentare chiunque facesse la guardia,
anche il re in persona. Allora il re fece annunciare che avrebbe dato
una ricompensa a chi gli avrebbe portato vivo o morto quel cardellino
dispettoso. Un giorno, al castello, si presento’ un contadino, che voleva
la mano della principessa in cambio del cardellino . Il re non era
d’accordo, ma accetto’ lo stesso. Quando il giovane torno’ col
cardellino, il re pero'non mantenne la parola data , perche’ non voleva
per genero uno zoticone. Il re comincio’ a fare i dispetti al cardellino,
per farsi dire dov’erano nascoste le arance. "Sono nella grotta delle
sette porte, custodite dal mercante col berretto rosso e bisogna sapere
il motto, conosciuto solo dal mercante e dal contadino". Il re, allora,
mando’ a chiamare il contadino e gli disse che in cambio del motto gli
avrebbe dato in sposa sua figlia, la principessa. Il giovane che non
aspettava altro gli rivelo’ la frase: "Secca risecca! Apriti, Cecca". Il Re
ando’ alla grotta e ci trovo’ molti diamanti grossi e bellissimi ed anche
le arance d'oro. Ma uscito dalla grotta, dove il contadino lo stava
aspettando, di nuovo non mantenne la sua parola. Quando arrivo’ a
palazzo al posto delle arance d’oro trovo’ arance marce e i diamanti
erano diventati dei gusci di lumaca. Il re allora riprese a far dispetti al
cardellino, che gli disse: "Per riavere le arance, devi conoscere un altro
motto, e lo sanno due sole persone : il mercante e il contadino". Il re
mando’ a chiamare il giovane contadino e gli propose un altro patto. Il
contadino era molto innamorato della principessa e cosi’ accetto’. Il re
fece molti viaggi alla grotta e torno’ piu’ volte coi sacchi colmi di
arance d'oro, ma nemmeno questa volta mantenne la parola che aveva
dato al giovane. Un giorno la principessa disse al re che avrebbe voluto
tenere il cardellino nella sua stanza e fu accontentata, ma il cardellino
smise di cantare. Spiego’ alla principessa che non cantava perche’ il
suo padrone era sempre triste e piangeva pensando a lei. E aggiunse
che il contadino era molto piu’ generoso e signore dello stesso Re . La
principessa disse "Se e’ vero, va a chiamarlo che lo voglio sposare ".
30
Ma una volta libero, il cardellino non ritorno' più . Arrivo' invece un
ambasciatore del Re di Francia che la chiedeva in moglie, ma la
principessa disse decisa che non voleva sposarsi e non cambio’ idea
nemmeno quando il Re di Francia giunse al palazzo . Il re era molto
imbarazzato e il pretendente disse "Portate questo regalo alla
principessa". Era una scatolina tutto d'oro e di brillanti, ma la
principessa che piangeva sempre lo poso’ sul comodino senza neppure
aprirlo. "Cardellino traditore, tu e il tuo padrone" si lamentava. "Non
siamo traditori, ne’ io, ne’ il mio padrone", rispose il cardellino dalla
scatolina . Quando il re seppe chi era in realta’ il contadino, diede in
dote alla figlia l'albero dalle arance d'oro. Il giorno dopo si celebrarono
le nozze e la principessa e il re di Francia vissero felici e contenti.
31
Le Fate
C'era una volta una vedova che aveva due figliuole. La maggiore somigliava
tutta alla mamma, di lineamenti e di carattere, e chi vedeva lei, vedeva sua
madre, tale e quale. Tutte e due erano tanto antipatiche e così gonfie di
superbia, che nessuno le voleva avvicinare. Viverci insieme poi, era impossibile
addirittura. La più giovane invece, per la dolcezza dei modi e per la bontà del
cuore, era tutta il ritratto del suo babbo... e tanto bella poi, tanto bella, che
non si sarebbe trovata l'eguale. E naturalmente, poiché ogni simile ama il suo
simile, quella madre andava pazza per la figliuola maggiore; e sentiva per
quell'altra un'avversione, una ripugnanza spaventevole. La faceva mangiare in
cucina, e tutte le fatiche e i servizi di casa toccavano a lei.
Fra le altre cose, bisognava che quella povera ragazza andasse due volte al
giorno ad attingere acqua a una fontana distante più d'un miglio e mezzo, e ne
riportasse una brocca piena.
Un giorno, mentre stava appunto lì alla fonte, le apparve accanto una povera
vecchia che la pregò in carità di darle da bere.
"Ma volentieri, nonnina mia..." rispose la bella fanciulla "aspettate; vi sciacquo
la brocca..."
E subito dette alla mezzina una bella risciacquata, la riempì di acqua fresca, e
gliela presentò sostenendola in alto con le sue proprie mani, affinché la
vecchiarella bevesse con tutto il suo comodo.
Quand'ebbe bevuto, disse la nonnina:
"Tu sei tanto bella, quanto buona e quanto per benino, figliuola mia, che non
posso fare a meno di lasciarti un dono".
Quella era una Fata, che aveva preso la forma di una povera vecchia di
campagna per vedere fin dove arrivava la bontà della giovinetta. E continuò:
"Ti do per dono che ad ogni parola che pronunzierai ti esca di bocca o un fiore
o una pietra preziosa".
"Mamma, abbi pazienza, ti domando scusa...", disse la figliuola tutta umile, e
intanto che parlava le uscirono di bocca due rose, due perle e due brillanti
grossi.
"Ma che roba è questa!...", esclamò la madre stupefatta, "sbaglio o tu sputi
perle e brillanti!... O come mai, figlia mia?..."
Era la prima volta in tutta la sua vita che la chiamava così, e in tono
affettuoso. La fanciulla raccontò ingenuamente quel che le era accaduto alla
fontana; e durante il racconto, figuratevi i rubini e i topazi che le caddero già
32
dalla bocca!
"Oh, che fortuna...", disse la
madre, "bisogna che ci mandi
subito anche quest'altra. Senti,
Cecchina, guarda che cosa esce
dalla bocca della tua sorella
quando parla. Ti piacerebbe
avere anche per te lo stesso
dono?... Basta che tu vada alla
fonte; e se una vecchia ti
chiede da bere, daglielo con
buona maniera."
"E non ci mancherebbe
altro!...", rispose quella sbadata. "Andare alla fontana ora!"
"Ti dico che tu ci vada... e subito", gridò la mamma.
Brontolò, brontolò; ma brontolando prese la strada portando con sé la più bella
fiasca d'argento che fosse in casa. La superbia, capite, e l'infingardaggine!...
Appena arrivata alla fonte, eccoti apparire una gran signora vestita
magnificamente, che le chiede un sorso d'acqua. Era la medesima Fata
apparsa poco prima a quell'altra sorella; ma aveva preso l'aspetto e il vestiario
di una principessa, per vedere fino a quale punto giungeva la malcreanza di
quella pettegola.
"O sta' a vedere...", rispose la superba, "che son venuta qui per dar da bere a
voi!... Sicuro!... per abbeverare vostra Signora, non per altro!... Guardate, se
avete sete, la fonte eccola lì."
"Avete poca educazione, ragazza...", rispose la Fata senza adirarsi punto, "e
giacché siete così sgarbata, vi do per dono che ad ogni parola pronunziata da
voi vi esca di bocca un rospo o una serpe."
Appena la mammina la vide tornare da lontano, le gridò a piena gola:
"Dunque, Cecchina, com'è andata?".
"Non mi seccate, mamma!...", replicò la monella; e sputò due vipere e due
rospacci.
"O Dio!... che vedo!...", esclamò la madre. "La colpa deve essere tutta di tua
sorella, ma me la pagherà..."
E si mosse per picchiarla. Quella povera figliuola fuggì via di rincorsa e andò a
rifugiarsi nella foresta vicina.
Il figliuolo del Re che ritornava da caccia la incontrò per un viottolo, e
vedendola così bella, le domandò che cosa faceva in quel luogo sola sola, e
perché piangeva tanto.
"La mamma...", disse lei, "m'ha mandato via di casa e mi voleva picchiare..."
Il figliuolo del Re, che vide uscire da quella bocchina cinque o sei perle e
altrettanti brillanti, la pregò di raccontare come mai era possibile una cosa
tanto meravigliosa. E la ragazza raccontò per filo e per segno tutto quello che
le era accaduto.
Il Principe reale se ne innamorò subito e considerando che il dono della Fata
valeva più di qualunque grossa dote che potesse avere un'altra donna, la
condusse senz'altro al palazzo del Re suo padre e se la sposò.
Quell'altra sorella frattanto si fece talmente odiare da tutti, che sua madre
33
stessa la cacciò via di casa; e la disgraziata dopo aver corso invano cercando
chi acconsentisse a riceverla andò a morire sul confine del bosco.
MORALE
Gli smeraldi, le perle, ed i diamanti
Abbaglian gli occhi col vivo splendore;
Ma le dolci parole e i dolci pianti
Hanno spesso più forza e più valore.
ALTRA MORALE
La cortesia che le bell'alme accende,
Costa talora acerbi affanni e pene;
Ma presto o tardi la virtù risplende,
E quando men ci pensa il premio ottiene.
di Carlo Collodi
La lepre d'argento
34
Quando il filtro e la sortiera
preparavano gl'incanti
(ascoltate tutti quanti!)
c'era, allora, c'era... c'era...
... un principe chiamato Aquilino, che aveva
vent'anni e voleva condurre in moglie la più bella
principessa del mondo. Pubblicò un bando di nozze
e giunsero centinaia di ritratti, ch'egli fece esporre
nelle gallerie del castello; e là meditava sulle belle
sorridenti dalle grandi cornici dorate.
La scelta cadde su Nazzarena, principessa di
Bikarìa, e per mezzo ad ambasciatori furono
concertate le nozze.
Nel castello di Aquilino si fecero grandi preparativi
per la cerimonia e all'alba del giorno sospirato il
principe era già sulla torre più alta, alle vedette. Il corteo doveva giungere tra
poco; tra poco avrebbe visto per la prima volta quella bellezza famosa.
Ma il corteo non giungeva.
Si vide apparire una sola carrozza e ne scese un vecchietto gobbuto e barbuto.
- Io sono il Re di Bikarìa. E questa è la mia figliuola Nazzarena che chiedete per
moglie.
La principessa era nana, pallida, vizza, per nulla rassomigliante al ritratto della
scelta.
Il vecchietto se n'avvide.
- La stanchezza del viaggio e l'emozione l'hanno sfinita. Si rimetterà e la
ritroverete bella.
Aquilino voleva disdire le nozze, ma la parola era data e bisognava mantenerla.
Chiese che la cerimonia fosse rimandata di due giorni e ospitò il vecchio e la
figlia nel castello.
Al mattino seguente, per distrarsi dallo sconcerto e dalla delusione, uscì a
caccia, solo, con una bella spingarda d'oro, costellata di gemme.
Camminò per campi e prati, giunse in una foresta millenaria.
Attraverso un sentiero gli apparve una lepre d'argento che brucava l'erba e lo
guardava fisso, per nulla spaurita di lui.
Il principe puntò l'arma e fece fuoco. Ma il fumo del fuoco si dissipò e la lepre
riapparve al medesimo posto, incolume e tranquilla.
Il principe s'avanzò. La lepre fuggì, si arrestò dopo un tratto, fissandolo coi
suoi calmi occhi umani. Aquilino sparò ancora. Il fumo si dileguò e la lepre
riapparve ancora calma ed intatta, seduta sulle sue zampe, un orecchio su e
l'altro giù, con gli occhi supplichevoli, col muso palpitante, proteso verso di lui.
Ma come il principe gettò l'arme e s'avanzò, essa dié un balzo e disparve fra i
tronchi degli abeti. Aquilino restò perplesso.
35
Si trattava di un malefizio.
S'appoggiò al tronco d'un albero gigantesco, ripensando lo sguardo dolce
della vittima invulnerabile. E gli parve di sentire dietro di sé, dall'interno del
tronco, una eco lontana di musiche e di voci; si volse, fece il giro
dell'albero: nessuno.
Si riappoggiò al tronco. E riudì il suono e le voci.
Picchiò la corteccia col pugno impaziente.
La corteccia cigolò, s'aprì a due battenti, e al principe sbigottito apparve una
scala abbagliante.
Egli salì i primi scalini, trasognato, udì il colpo della porta che si chiudeva.
Il palazzo era immenso. Le scale, gli atrii, i corridoi, le logge, le sale si
succedevano senza fine, ricche di marmi, di porfido, di diaspro, di gemme.
Aquilino s'avanzava trasognato.
Si faceva notte e nessuno appariva nel palazzo incantato. Solo due
mani lo precedevano: l'una recando una lucerna, l'altra facendogli
segno di seguirla.
Giunsero così in una sala vastissima da pranzo; Aquilino si sedette a tavola. E
le due mani cominciarono a recar cibi e vini prelibati.
Egli guardava quelle due mani isolate, volanti, cercava di afferrarle quando le
aveva vicine, ma quelle deponevano i piatti e guizzavano via come farfalle.
Mangiò, poi si sentì prendere dal sonno, s'alzò per andare a dormire. Le due
mani lo precedettero in una camera di damasco vermiglio, gli fecero un gesto
d'addio e d'augurio, disparvero.
Egli si cacciò fra le lenzuola fini, e si addormentò. Sognava di riveder la
principessa Nazzarena, non quella condotta dal gobbo barbuto, ma quale gli
era apparsa nel quadro, bellissima e bionda.
Quand'ecco uno schiamazzo lo svegliò. Socchiuse gli occhi. La stanza era
illuminata e molte paia di mani, eguali a quelle della sera prima, guizzavano,
s'intrecciavano, accennando verso di lui.
- A che giuoco si gioca?
- Alla palla.
- Giochiamo alla palla con quel tale che dorme?
- Chi dorme?
- Là, nel letto, non lo vedete?
E attraverso le ciglia socchiuse, il principe vide le mani avvicinarsi. Afferrarono
le lenzuola e, tenendole tese agli orli, cominciarono a farlo sbalzare con risa
rauche e sibili acuti.
Egli teneva le ciglia chiuse, fingendo di dormire.
- Non vuole svegliarsi!
- Lo sveglieremo! Lo sveglieremo!
E raddoppiarono la foga del gioco crudele.
Al primo canto del gallo le mani lo sbalzarono nel letto e disparvero.
Aquilino si palpava le ossa indolenzite, quando udì un fruscio e si vide accanto
la lepre d'argento.
Invece delle quattro zampe aveva due piedi e due mani bianchissime di donna.
- Principe Aquilino, io sono la principessa Nazzarena, quella che il vostro cuore
scelse per compagna. Quando giunsi col mio corteo nel bosco, un mago mi
trasformò, imprigionandomi con la mia gente in questo castello. Sarò salva se
36
passerete qui dentro tre notti simili a questa. Il mago è quegli stesso che si
presentò al vostro cospetto tentando di farvi sposare la sua nanerottola.
La lepre disparve.
Aquilino attese ansioso la seconda sera. Mangiò, servito dalle due mani volanti,
andò a letto, s'addormentò. Si svegliò allo schiamazzo: molte mani lo ripresero
dal letto, sollevarono le lenzuola, cominciarono il gioco, più furenti della sera
innanzi.
- Non vuole svegliarsi!
- Se non si sveglia siamo perduti!...
Allora le mani lo sbalzarono un'ultima volta, appiccandolo a un chiodo delle
travi. E disparvero sibilando.
Aquilino aprì gli occhi, vide la lepre d'argento. Aveva ormai tutto il corpo di
donna; solo la testa restava di lepre e lo guardava con dolci occhi umani.
- Povero principe! Soffrite per amor mio ancora una notte e saremo salvi.
Giunse la terza notte. Riapparvero le mani più furiose che mai.
- Si gioca?
- Giochiamo!
- Ma questa notte dobbiamo finirlo!
- Dobbiamo finirlo!
E cominciò il rimbalzello crudele.
Aquilino giungeva al soffitto, picchiava, restava aderente come una tartina di
pasta, ricadeva nel lenzuolo teso, rimbalzava ancora tra le risa infernali. E non
apriva gli occhi per amor di Nazzarena.
- Non si sveglia! Siamo perduti!
- Siamo perduti!
- È l'alba! Siamo perduti!
Le mani furibonde s'appressarono alla finestra, tesero le lenzuola, sbalzarono
Aquilino ad un'altezza vertiginosa.
Egli salì, salì, cadde per dieci minuti, picchiò sull'erba, si tastò le ossa peste,
aprì gli occhi, ancora vivo. Si trovava ai piedi dell'albero incantato.
Presso di lui stava la sua vera fidanzata Nazzarena, bella di una bellezza mai
più vista. E aveva il suo seguito di carrozze, di dame, di cavalieri liberati con lei
dal malefizio del mago.
Il principe li condusse al suo castello, adunò tutta la Corte nella sala del Gran
Consiglio, fece condurre il gobbo barbuto e la figliuola laida, e rivoltosi ai
ministri disse:
- Avevo ordinato un cofano d'oro e di gemme; un malandrino me lo tolse
strada facendo e lo sostituì con un altro di legno tarlato. Fortuna vuole che io
ritrovi il primo. A quale darò la preferenza?
- Al primo! - sentenziò la Corte.
- E del ladro e del cofano tarlato che dovrò farne?
- Bruciarli sulla stessa catasta!
Così fu fatto. E la sentenza e le nozze ebbero luogo fra gli applausi di tutto il
popolo.
di Guido Gozzano
37
Nevina e
Fiordaprile
Quando il sughero pesava e
la pietra era leggera
come il ricciolo dell'ava
c'era, allora, c'era...
c'era...
... una principessa
chiamata Nevina che viveva
sola col padre Gennaio.
Lassù, nel candore
perpetuo, abbagliante,
inaccessibile agli uomini, il
Re Gennaio preparava la
neve con una chimica nota
a lui solo; Nevina la
modellava su piccole forme
tolte dagli astri e dagli
edelweiss, poi, quando la
cornucopia era piena, la
vuotava secondo il
comando del padre ai
quattro punti
dell'orizzonte.
E la neve si diffondeva sul mondo.
Nevina era pallida e diafana, bella come le dee che non
sono più: le sue chiome erano appena bionde, d'un
biondo imitato dalla Stella Polare, il suo volto, le sue
mani avevano il candore della neve non ancora caduta,
l'occhio era cerulo come l'azzurro dei ghiacciai.
Nevina era triste.
Nelle ore di tregua, quando la notte era serena e stellata
e il padre Gennaio sospendeva l'opera per dormire
nell'immensa barba fluente, Nevina s'appoggiava ai
balaustri di ghiaccio, chiudeva il mento tra le mani e
fissava l'orizzonte lontano, sognando.
Una rondine ferita che valicava le montagne, per recarsi
nelle terre del sole, era caduta nelle sue mani, che
avevano tentato invano di confortarla; nei brividi
dell'agonia la rondine aveva delirato, sospirando il mare,
i fiori, i palmizi, la primavera senza fine. E Nevina da
quel giorno sognava le terre non viste.
Una notte decise di partire. Passò cauta sulla barba
fluente di Gennaio, lasciò il ghiaccio e la neve eterna,
prese la via della valle, si trovò fra gli abeti. Gli gnomi
38
che la vedevano passare diafana, fosforescente nelle
tenebre della foresta, interrompevano le danze,
sostavano cavalcioni sui rami, fissandola con occhi
curiosi e ridarelli.
- Nevina!
- Nevina! Dove vai?
- Nevina, danza con noi!
- Nevina, non ci lasciare!
E gli Spiritelli benigni le facevano ressa intorno,
tentavano di arrestarle il passo abbracciandole con tutta
forza la caviglia, cercavano di imprigionarle i piedi
leggeri entro rami d'edera e di felce morta.
Nevina sorrideva, sorda ai richiami affettuosi, toglieva
dalla cornucopia d'argento una falda di neve, la
diffondeva intorno, liberandosi dei piccoli compagni di
gioco. E proseguiva il cammino diafana, silenziosa,
leggera come le dee che non sono più.
Giunse a valle, fu sulla grande strada.
L' a r i a s i m i t i g a va . U n s e n s o d ' a f f a n n o o p p r i m e va i l c u o r e
di Nevina; per respirare toglieva dalla cornucopia una
falda di neve, la diffondeva intorno, ritrovava le forze e
il respiro nell'aria fatta gelida subitamente.
Proseguì rapida, percorse gran tratto di strada. Ad un
crocevia sostò in estasi, con gli occhi abbagliati. Le si
apriva dinnanzi uno spazio ignoto, una distesa azzurra e
senza fine, come un altro cielo tolto alla volta celeste,
disteso in terra, trattenuto, agitato ai lembi da mani
invisibili.
Nevina proseguì sbigottita. La terra intorno mutava.
Anemoni, garofani, mimose, violette, reseda, narcisi,
giacinti, giunchiglie, gelsomini, tuberose, fin dove
l'occhio giungeva, dal colle al mare, mal frenati dai muri
e dalle siepi dei giardini, i fiori straripavano come un
fiume di petali dove emergevano le case e gli alberi.
Gli ulivi distendevano il loro velo d'argento, i palmizi
svettavano diritti, eccelsi come dardi scagliati
nell'azzurro.
Nevina volgeva gli occhi estasiati sulle cose mai viste,
dimenticava di diffondere la neve; poi l'affanno la
riprendeva, toglieva una falda, si formava intorno una
zona di fiocchi candidi e d'aria gelida che le ridava il
respiro. E i fiori, gli ulivi, le palme guardavano pur essi
con meraviglia la giovinetta diafana che trasvolava in un
turbine niveo e rabbrividivano al suo passaggio.
Un giovane bellissimo, dal giustacuore verde e violetto,
apparve innanzi a Nevina, fissandola con occhi inquieti,
vietandole il passo:
- Chi sei?
39
- Nevina sono. Figlia di Gennaio.
- Ma non sai, dunque, che questo non è il regno di tuo
padre? Io sono Fiordaprile, e non t'è lecito avanzare
sulle mie terre. Ritorna al tuo ghiacciaio, pel bene tuo e
pel mio!
Nevina fissava il principe con occhi tanto supplici e dolci
che Fiordaprile si sentì commosso.
- F i o r d a p r i l e , l as c i a m i ava n z a r e ! M i f e r m e r ò po c o. Vo g l i o
toccare quella neve azzurra, verde, rossa, violetta che
chiamate fiori, voglio immergere le mie dita in quel cielo
capovolto che è il mare!
Fiordaprile la guardò sorridendo; assentì col capo:
- Andiamo, dunque. Ti farò vedere tutto il mio regno.
Proseguirono insieme, tenendosi per mano, fissandosi
negli occhi, estasiati e felici. Ma via via che Nevina
avanzava, una zona bigia offuscava l'azzurro del cielo,
un turbine di fiocchi candidi copriva i giardini
meravigliosi.
Passarono in un villaggio festante; contadini e contadine
danzavano sotto i mandorli in fiore. Nevina volle che
Fiordaprile la facesse danzare: entrarono in ballo; ma la
brigata si disperse con un brivido, i suoni cessarono,
l'aria si fece di gelo; e dal cielo fatto bigio cominciarono
a scendere, con la neve odorosa dei mandorli, i petali
gelidi della neve, la vera neve che Nevina diffondeva al
suo passaggio.
I due dovettero fuggire tra le querele irose della brigata.
Giunti poco lungi, volsero il capo e videro il paese di
nuovo festante sotto il cielo rifatto sereno...
- Nevina, ti voglio sposare!
- I tuoi sudditi non vorranno una regina che diffonde il
gelo.
- Non importa. La mia volontà sarà fatta.
Avanzarono ancora, tenendosi per mano, fissandosi negli
occhi, immemori e felici... Ma ad un tratto Nevina s
'arrestò coprendosi di un pallore più diafano.
- Fiordaprile! Fiordaprile! ... Non ho più neve!
E tentava con le dita - invano - il fondo della
cornucopia.
- Fiordaprile! ... Mi sento morire! .. . Portami al
confine... Fiordaprile!... Non reggo più!...
Nevina si piegava, veniva meno. Fiordaprile tentò di
sorreggerla, la prese fra le braccia, la portò di peso,
correndo verso la valle.
- Nevina! Nevina! Nevina non rispondeva. Si faceva
diafana più ancora. Il suo volto prendeva la trasparenza
iridata della bolla che sta per dileguare. - Nevina!
40
Rispondi!
Fiordaprile la coprì col mantello di seta per difenderla
dal sole ardente, proseguì correndo, arrivò nella valle,
per affidarla al vento di tramontana.
Ma quando sollevò il mantello Nevina non c'era più.
Fiordaprile si guardò intorno smarrito, pallido, tremante.
D o v ' e ra ? L' a v e va p e r d u t a p e r v i a ? A l z ò l e m a n i a l v o l t o,
in atto disperato; poi il suo sguardo s'illuminò.
Vide Nevina dall'altra parte della valle che salutava con
la mano protesa in un addio sorridente.
Un suo vecchio precettore, il vento di tramontana, la
sospingeva pei sentieri nevosi, verso il ghiaccio eterno,
verso il regno inaccessibile del padre Gennaio.
41
Il paese
dove non si
muore mai
C'era una volta un
giovane che, salutati i
genitori e gli amici, partì
per cercare il paese dove
non si muore mai. A tutti
quelli che incontrava
chiedeva:
"Sapete dove si trova il
paese in cui non si muore
mai?".
Ma nessuno sapeva
rispondergli.
Un giorno, incontrò un vecchio che spingeva una carriola piena di pietre.
"Non vuoi morire? - chiese il vecchio - Resta con me! Non morirai finché io non
avrò trasportato tutta questa montagna con la mia carriola, pietra dopo
pietra".
"Quanto tempo occorrerà?".
"Almeno 100 anni".
"E dopo morirò?".
"Naturalmente".
"Allora non è ciò che desidero". Il giovane proseguì e giunse in una vasta
foresta; un vecchio stava tagliando i rami con un falcetto.
"Se non vuoi morire, rimani con me; non potrai morire prima che io abbia
finito di tagliare tutta questa foresta con il mio falcetto".
"E quanto occorrerà?".
"Almeno 200 anni".
"E dopo morirò? Non è quello che voglio". Il giovane ripartì e arrivò in riva al
42
mare; trovò un vecchio che stava osservando un'anatra che beveva l'acqua del
mare.
"Non morirai finché l'anatra non avrà bevuto tutta l'acqua del mare" disse il
vecchio.
"E quanto ci vorrà?".
"Almeno 300 anni".
"E dopo dovrò morire?".
"Ovvio". "Allora non è ciò che desidero". Una sera, giunse presso un magnifico
palazzo. Bussò e comparve un vecchio.
"Sapete dirmi dove si trova il paese in cui non si muore mai?".
"È questo! Finché abiterai qui non morirai!". Il giovane rimase con il vecchio
per lunghi anni senza rendersi conto del tempo passato. Un giorno disse:
"Mi piacerebbe andare a vedere cosa è successo ai miei genitori.".
"Sono morti, ormai" disse il vecchio.
"Vorrei rivedere il mio paese".
"Allora prendi il cavallo bianco che corre veloce come il vento e fai attenzione:
non mettere i piedi per terra per nessun motivo, altrimenti morirai!".
Il giovane montò sul cavallo e partì.
Al posto del mare, c'era una grande prateria. "Ho fatto bene a non rimanere
qui!" si disse il giovane.
Dove si trovava la foresta c'era un terreno spoglio, senza neppure un albero. E
nel luogo in cui si ergeva la montagna, ora c'era una pianura.
Giunse nel suo paese: tutto era cambiato. Cercò la sua casa ma non trovò
neppure la strada. Chiese notizie della sua famiglia e dei suoi amici, ma
nessuno se ne ricordava.
"Non mi resta che tornare da dove son venuto" pensò.
Sulla strada del ritorno, vide, fermo su un lato della strada, un carretto colmo
di vecchie scarpe, trainato da un bue.
Il carrettiere gli disse: "Signore, per favore, aiutatemi. La ruota è rimasta
incastrata".
"Ho fretta - disse il giovane - e poi, non posso mettere i piedi per terra".
"Vi prego; il giorno sta per finire e non posso procedere".
Il giovane ebbe pietà e scese da cavallo, ma appena ebbe posto un piede per
terra il carrettiere lo afferrò per il braccio:
"Finalmente ti ho preso! Sono la Morte e tutte le scarpe che vedi nel carretto le
ho consumate per inseguirti; ma è inevitabile che voi tutti cadiate prima o poi
tra le mie mani, tu come gli altri: non c'è modo di sfuggirmi!".
E il giovane fu costretto a morire come tutti gli altri uomini.
43
Il palazzo della
regina dannata
Viveva nei tempi passati una
vecchia vedova che faceva la
filatrice, e aveva tre figliole,
filatrici pure loro. Per quanto
s'affaticassero a filare mattino e
sera, le tre filatrici non giungevano
mai a mettere da parte un
centesimo, perché il guadagno
bastava appena alle loro spese.
Intanto, alla vecchia venne una
gran febbre, e in due o tre giorni
la ridusse in fin di vita. Chiamò
intorno al letto le figliole tutte in lagrime, e disse:
- Non piangete; sono vecchia e piú che vecchia non si campa, sicché un giorno
o l'altro vi doveva toccare di vedermi morta. Quello che mi rincresce è di
lasciarvi cosí povere, ma avete un mestiere e potete campare; io intanto
pregherò Dio che vi aiuti. Di dote non posso lasciarvi altro che i tre gomitoli di
canapa filata che sono nell'armadio, - e detto questo, la madre spirò.
Dopo qualche giorno le sorelle discorrevano tra loro.
- Domenica è Pasqua, - dissero. - E non abbiamo da fare un pranzo come si
deve.
Disse Maria, che era la maggiore:
- Venderò il mio gomitolo e ci compreremo il pranzo -.
Difatti, il giorno di Pasqua, portò il gomitolo al mercato. Era canapa filata come
si deve, e lo vendette molto bene. Comprò pane, un quarto d'agnello e il vino.
Tornava a casa con tutta questa roba, quando le corse addosso un cane, le
addentò il quarto d'agnello e il pane, ruppe il fiasco, e scappò via, lasciandola
mezza tramortita dalla paura. Maria tornò a casa a raccontare il fatto alle
sorelle, e per quel giorno si sfamarono con un po' di pane nero.
- Domani voglio andare io, - disse Rosa, la mezzana, - vedremo se il cane mi
darà noia.
Andò, vendette il suo gomitolo, comprò una coratella, il pane e il vino, e
s'avviò a casa per un'altra strada. Ed ecco che quel cane corse addosso anche
44
a lei, portò via la coratella e il pane, ruppe il fiasco e scappò. Rosa, che era piú
coraggiosa di Maria gli corse dietro, ma non poté raggiungerlo e tornò a casa
trafelata, a raccontare tutto alle sorelle. Anche quel giorno bisognò che
facessero pranzo col pane nero.
- Domani ci andrò io, - disse Nina, la piú piccola, - e vediamo se il cane riesce
a farla anche a me.
La mattina dopo, piú presto delle altre volte, prese il suo gomitolo, lo vendette
e fece una buona provvista. Mentre tornava a casa per un'altra strada, le andò
addosso quel cane, ruppe il fiasco e portò via tutto il resto. Nina prese a
corrergli dietro, e corri, corri lo vide entrare in un palazzo.
Nina pensò: " Se mi vede qualcuno di qui dentro, gli dirò del cane che ci ha
rubato il pranzo per tre giorni e mi farò ridare il danaro ", e cosí pensando
entrò.
Salí le scale e c'era una bella cucina col fuoco acceso, e roba che bolliva in
pentole e in tegami e uno spiedo con un quarto d'agnello. Nina alzò il coperchio
d'una pentola e ci vide la carne che aveva comprato poco prima; guardò in un
tegame e vide cuocere la coratella; nella madia c'erano i tre pani. Continuò a
girare la casa e non vide anima viva; ma in tinello c'era una tavola
apparecchiata per tre. " Pare proprio che ci abbiano apparecchiato il pranzo, -
pensò Nina, - e con la nostra roba, per giunta! Se ci fossero le mie sorelle mi
metterei a tavola! "
In quel momento sentí passare un barroccio per la strada; s'affacciò alla
finestra e siccome il barrocciaio era uno di sua conoscenza, lo pregò d'avvisare
le sue sorelle che le aspettava lí, e che c'era pronto un bel pranzo.
Quando le sorelle arrivarono, Nina raccontò loro ogni cosa e disse:
- Mettiamoci a tavola. Se vengono i padroni, spiegheremo che mangiamo del
nostro.
Le sorelle non si fidavano tanto, ma la fame stringeva dappresso, cosí si
misero a tavola. Era venuto buio, e d'improvviso le tre ragazze videro chiudere
le finestre e accendersi i lumi. Non s'erano ancora riavute dalla meraviglia,
quando videro il pranzo venire a posarsi da sé sulla tovaglia.
- Chiunque sia che ci risparmia la fatica, - disse Nina, - noi lo ringraziamo. E
ora, sorelle mie, buon appetito, - e addentò l'agnello.
Le sorelle, con la paura in corpo che avevano, masticavano a fatica, e si
guardavano intorno aspettandosi che da un momento all'altro saltasse fuori
qualche mostro.
Nina invece diceva: - Se non ci volevano a pranzo qui, non dovevano
apparecchiare per noi, accenderci i lumi, e servirci a tavola.
Dopo cena, cominciarono ad aver sonno e Nina le portò in giro per la casa,
finché non trovarono una camera con tre bei letti preparati. - Ora andiamo a
dormire, - disse.
-0 piuttosto, - dissero le sorelle, - torniamo a casa nostra, perché qui abbiamo
paura.
-Brave grulle! - disse Nina. - S'è trovato il verso di star bene e dovremmo
andarcene! Io per me vado a letto, sarà quel che sarà!
Le aveva già convinte a restare, quando dal fondo delle scale si sentí una voce:
- Nina, fammi lume.
Le sorelle si spaventarono. - Gesummaria! Chi sarà? Non ci andare, Nina!
45
-Io ci vado, - disse Nina. Prese il lume e scese le scale. Si trovò in una stanza
dov'era una Regina incatenata che buttava fuoco dalla bocca dagli orecchi e dal
naso.
-Nina, dimmi: vuoi far fortuna? - disse la Regina, parlando tra le fiamme.
- Sí.
-Ma bisogna che t'aiutino anche le tue sorelle.
-Glíelo dirò.
-Ma bada che dovete fare cose terribili, e se vi viene paura morirete.
- Le persuaderò.
-Va bene. Apri quei tre cassoni: sono pieni di vestiti da regina, tutti d'oro e di
gemme. Sappi che io ero la Regina di Spagna; m'innamorai d'un giovane di
questa città ed è per colpa sua che mi trovo dannata. Ora, dopo il male che
m'ha fatto, vorrebbe sposarsi un'altra, ma io voglio che venga a soffrire con
me com'è giusto. Domani mettiti il mio abito, acconciati a mia immagine e
somiglianza, e poi affacciato alla ringhiera con un libro in mano. Vedrai che a
una cert'ora passerà quel giovane e ti dirà: " Signora, gradisce una mia visita?
" Tu digli di sí, invitalo a prendere il caffè, e dàgli questa tazza avvelenata.
Quando cadrà morto portalo quaggiú, apri questo cassone, buttalo dentro, e
accendigli intorno quattro candele. lo ero ricchissima: questo è il libro dei miei
beni, col quale potrai rilevarli dalle mani dei fattori, che ora mi scroccano ogni
cosa.
Nina tornò su e raccontò tutto alle sorelle. - Giurate d'aiutarmi, se no guai a
voi! -
La mattina dopo si vestí da regina, divenne tutta simile alla morta e si affacciò
alla ringhiera sfogliando un libro.
A una cert'ora senti un cavallo: veniva avanti un bel giovane e si fermò a
guardarla. Nina gli fece un cenno di saluto.
-Gradirebbe una visita, Signora?
-Sì...
Il giovane smontò di cavallo e sali le scale.
-Ora berremo assieme una tazza di caffè.
-Volentieri -. Bevve dalla tazza avvelenata e cadde morto.
Nina chiamò le sorelle perché l'aiutassero a portar giú il cadavere, e poiché
quelle si rifiutavano, disse:
- Se non venite ammazzo anche voi! -
Lei prese il morto per il capo, le sorelle per le gambe, scesero le scale, e c'era
il cassone chiuso con le quattro candele accese ai lati.
Le sorelle tremavano e volevano lasciar cadere il morto e fuggire.
- Provate a scappare, - disse Nina, - e vedrete cosa vi faccio!
Le sorelle, che l'avevano vista alla prova, sapevano che non scherzava, e le
obbedirono.
Nina aperse il cassone: dentro c'era la Regina seduta su un trono di fiamma.
Le misero vicino il suo innamorato e lei lo prese per mano e gli disse:
- Vieni con me all'Inferno, scellerato. Cosí non m'abbandonerai mai piú.
E in quel momento il cassone si rinchiuse e sprofondò sotto terra con un gran
frastuono.
Nina soccorse le sorelle che s'erano svenute, le riportò su e le fece riavere.
Poi rivendicarono tutti i beni dalle mani dei fattori e restarono padrone d'ogni
46
cosa.
Le sorelle dopo qualche anno presero marito
e Nina diede loro una dote da principesse; poi
prese marito anche lei, e stette come una
regina.
La pietra del gallo
C'era una volta nella città di Grottanera un
tale che si chiamava Mineco: tutta la sua
ricchezza era un galletto, ma un giorno, che
aveva una fame da non vederci più, decise di
andare a venderlo al mercato.
Là trovò due maghi che glielo comprarono:
gli dissero però di portarlo fino a casa perché
non avevano soldi con loro. I due maghi si
avviarono, lui era dietro ed il gallo in mano e li sentiva parlare tra loro:
"Chi l'avrebbe detto che avremmo avuto quest'incontro. Questo gallo sarà la
nostra fortuna, con la pietra che ha in testa; la faremo subito montare su di un
anello e potremo avere quello che vogliamo".
"Zitto", disse l'altro, "che ancora non ci credo. Siamo ricchi! Non vedo l'ora di
spaccar la testa al gallo!".
Mineco, capito di che si trattava, voltò per una stradina, prese il largo, e arrivò
dritto dritto a casa sua. Qui torse il collo al gallo e, apertali la testa trovò una
pietra; la fece montare su di un anello di ottone, e poi chiese:
"Voglio diventare giovanotto".
Appena pronunziate queste parole il sangue gli tornò più vivo, i nervi più saldi,
i muscoli più forti, le gambe più ferme, i capelli d'argento si fecero d'oro, la
bocca si riempì di bei denti bianchi, insomma divenne un bellissimo giovane.
Allora continuò:
"Desidero un palazzo magnifico e la figlia del re per sposa".
Ed ecco comparire un palazzo ricchissimo con statue e colonnati, l'argento
riluceva dappertutto, l'oro si calpestava a terra, brulicava di servitori, cavalli e
carrozze a bizzeffe. Tanto che il re che si era accorto di tanta magnificenza
decise di dare in moglie sua figlia a quel signore.
Ma i maghi, che conoscevano l'origine di tanta fortuna, decisero di toglierla di
mano a Mineco. Costruirono una bella bambola che si muoveva tutta, rideva e
piangeva, e andarono dalla figlia di Mineco, per venderla. La bambina chiese
quanto volevano, loro risposero che non c'era prezzo che poteva pagarla, ma
gliel'avrebbero data se avesse fatto loro il piacere di mostrare come era
montato l'anello del padre, che ne volevano uno uguale.
La bambina accettò subito e disse di tornare l'indomani che si sarebbe fatta
dare l'anello.
47
Così la sera la bambina disse al padre tante cosine dolci e gli fece tante
carezze che lui acconsentì a prestargli l'anello.
Il giorno dopo i maghi avuto l'anello sparirono in un baleno, andarono in un
bosco e tolsero l'incantesimo al vecchio ringiovanito.
Mineco che in quel momento stava chiacchierando con il re, cominciò ad
arruffarsi tutto, poi i capelli sbiancarono, la faccia raggrinzì, la bocca si
sdentò,la gobba si alzò e gli abiti divennero stracci.
Il re vedendo quel vecchio pezzente conversare con lui lo fece cacciare a male
parole e quando il povero Mineco andò dalla figlia e si sentì raccontare la burla
che gli avevano fatto, per poco non si buttò giù dalla finestra per la
disperazione.
Poi decise di andare a cercare i maghi per riprendersi il suo anello.
E cammina cammina arrivò nel regno dei topi, Buconero; ma lì fu preso per
una spia dei gatti e fu portato davanti al re, che gli chiese chi era e da dove
veniva.
Mineco tirò fuori dalla sua bisaccia un gran pezzo di lardo per il re, poi,
raccontò tutta la sua storia e concluse che non avrebbe avuto pace finché non
trovava i due maghi col suo anello, che lo avevano derubato tutto insieme della
bellezza, della gioventù e dell'amore.
A questo racconto il re si sentì muovere a pietà e chiamò i topi più vecchi a
consiglio chiedendo il loro parere attorno alla disgrazia di Mineco. Per fortuna
c'erano lì due topi che avevano vissuto a lungo nelle cantine di una locanda che
dissero:
"Stai allegro amico, le cose vanno meglio di quanto tu creda. Un giorno che
eravamo nell'osteria passarono due uomini che raccontavano di uno scherzo
fatto a un vecchio di Grottanera, a cui avevano trafugato una pietra di grandi
virtù".
Mineco chiese ai due topi di accompagnarlo nel paese dei maghi per fargli
recuperare l'anello, e per ricompensa avrebbe dato loro un'intera forma di
formaggio e carne salata in quantità. I due furono d'accordo e partirono.
Dopo un lungo viaggio arrivarono alla casa dei maghi e videro che il più
vecchio non si toglieva mai l'anello dal dito.
Quando sopraggiunse la notte, i maghi dormivano, i topi entrarono nella casa e
cominciarono a rosicchiare il dito su cui era infilato l'anello. Il mago, sentendosi
dolere si tolse l'anello dal dito e lo ripose sul comodino; il topo allora se lo mise
in bocca e in quattro salti fu da Mineco; questi subito subito fece tramutare i
due maghi in asini: su uno montò e l'altro lo caricò di formaggio e carne per i
topi, e tornò a Buconero.
Dopo aver ringraziato il re e suoi consiglieri ritornò a Grottanera più bello di
prima e fu accolto dal re e dalla principessa con le migliori carezze del mondo.
Illustrazione di Warwick Goble
di Gianbattista Basile
48
I
Piumadoro era orfana e viveva col nonno nella capanna del bosco. Il nonno era carbonaio ed essa
lo aiutava nel raccattar fascine e nel far carbone. La bimba cresceva buona, amata dalle amiche e
dalle vecchiette degli altri casolari, e bella, bella come una regina.
Un giorno di primavera vide sui garofani della sua finestra una farfalla candida e la chiuse tra le
dita.
- Lasciami andare, per pietà!...
Piumadoro la lasciò andare.
- Grazie, bella bambina; come ti chiami?
- Piumadoro.
- Io mi chiamo Pieride del Biancospino. Vado a disporre i miei bruchi in terra lontana. Un giorno
forse ti ricompenserò.
E la farfalla volò via.
Un altro giorno Piumadoro ghermì, a mezzo il sentiero, un bel soffione niveo trasportato dal vento,
e già stava lacerandone la seta leggera.
- Lasciami andare, per pietà!...
Piumadoro lo lasciò andare.
- Grazie, bella bambina. Come ti chiami?
- Piumadoro.
- Grazie, Piumadoro. Io mi chiamo Achenio del Cardo. Vado a deporre i miei semi in terra
lontana. Un giorno forse ti ricompenserò.
E il soffione volò via.
Un altro giorno Piumadoro ghermì nel cuore d'una rosa uno scarabeo di smeraldo.
- Lasciami andare, per pietà!
Piumadoro lo lasciò andare.
- Grazie, bella bambina. Come ti chiami?
- Piumadoro.
- Grazie, Piumadoro. Io mi chiamo Cetonia Dorata. Cerco le rose di terra lontana. Un giorno forse
ti ricompenserò.
E la cetonia volò via.
49
II
Sui quattordici anni avvenne a Piumadoro una cosa strana. Perdeva di peso.
Restava pur sempre la bella bimba bionda e fiorente, ma s'alleggeriva ogni giorno di più.
Sulle prime non se ne dette pensiero. La divertiva, anzi, l'abbandonarsi dai rami degli alberi
altissimi e scender giù, lenta, lenta, lenta, come un foglio di carta. E cantava:
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
Ma col tempo divenne così leggera che il nonno dovette appenderle alla gonna quattro pietre
perchè il vento non se la portasse via. Poi nemmeno le pietre bastarono più e il nonno dovette
rinchiuderla in casa.
- Piumadoro, povera bimba mia, qui si tratta di un malefizio!
E il vecchio sospirava. E Piumadoro s'annoiava, così rinchiusa.
- Soffiami, nonno!
E il vecchio, per divertirla, la soffiava in alto per la stanza. Piumadoro saliva e scendeva, lenta
come una piuma.
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Soffiami, nonno!
E il vecchio soffiava forte e Piumadoro saliva leggera fino alle travi del soffitto.
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Piumadoro, che cosa canti?
- Non son io. è una voce che canta in me.
Piumadoro sentiva, infatti, ripetere le parole da una voce dolce e lontanissima.
E il vecchio soffiava e sospirava:
- Piumadoro, povera bimba mia, qui si tratta di un malefizio!...
III
Un mattino Piumadoro si svegliò più leggera e più annoiata del consueto.
Ma il vecchietto non rispondeva.
- Soffiami, nonno!
Piumadoro s'avvicinò al letto del nonno. Il nonno era morto.
Piumadoro pianse.
Pianse tre giorni e tre notti. All'alba del quarto giorno volle chiamar gente. Ma socchiuse appena
l'uscio di casa che il vento se la ghermì, se la portò in alto, in alto, come una bolla di sapone...
Piumadoro gettò un grido e chiuse gli occhi.
Osò riaprirli a poco a poco, e guardare in giù, attraverso la sua gran capigliatura disciolta. Volava
ad un'altezza vertiginosa.
Sotto di lei passavano le campagne verdi, i fiumi d'argento, le foreste cupe, le città, le torri, le
50
abazie minuscole come giocattoli...
Piumadoro richiuse gli occhi per lo spavento, si avvolse, si adagiò nei suoi capelli immensi come
nella coltre del suo letto e si lasciò trasportare.
- Piumadoro, coraggio!
Aprì gli occhi. Erano la farfalla, la cetonia ed il soffione.
- Il vento ci porta con te, Piumadoro. Ti seguiremo e ti aiuteremo nel tuo destino.
Piumadoro si sentì rinascere.
- Grazie, amici miei.
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Chi è che mi canta all'orecchio, da tanto tempo?
- Lo saprai verso sera, Piumadoro, quando giungeremo dalla Fata dell'Adolescenza.
Piumadoro, la farfalla, la cetonia ed il soffione proseguirono il viaggio, trasportati dal vento.
IV
Verso sera giunsero dalla Fata dell'Adolescenza. Entrarono per la finestra aperta.
La buona Fata li accolse benevolmente. Prese Piumadoro per mano, attraversarono stanze
immense e corridoi senza fine, poi la Fata tolse da un cofano d'oro uno specchio rotondo.
- Guarda qui dentro.
Piumadoro guardò. Vide un giardino meraviglioso, palmizi e alberi tropicali e fiori mai più visti.
E nel giardino un giovinetto stava su di un carro d'oro che cinquecento coppie di buoi trascinavano
a fatica. E cantava:
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
- Quegli che vedi è Piombofino, il Reuccio delle Isole Fortunate, ed è quegli che ti chiama da tanto
tempo con la sua canzone. è vittima d'una malïa opposta alla tua. Cinquecento coppie di buoi lo
trascinano a stento. Diventa sempre più pesante. Il malefizio sarà rotto nell'istante che vi darete il
primo bacio.
La visione disparve e la buona Fata diede a Piumadoro tre chicchi di grano.
- Prima di giungere alle Isole Fortunate il vento ti farò passare sopra tre castelli. In ogni castello ti
apparirà una fata maligna che cercherò di attirarti con la minaccia o con la lusinga. Tu lascerai
cadere ogni volta uno di questi chicchi.
Piumadoro ringraziò la Fata, uscì dalla finestra coi suoi compagni e riprese il viaggio, trasportata
dal vento.
V
Giunsero verso sera in vista del primo castello. Sulle torri apparve la Fata Variopinta e fece un
cenno con le mani. Piumadoro si sentì attrarre da una forza misteriosa e cominciò a discendere
lentamente. Le parve distinguere nei giardini volti di persone conosciute e sorridenti: le compagne e
le vecchiette del bosco natio, il nonno che la salutava.
Ma la cetonia le ricordò l'avvertimento della Fata dell'Adolescenza e Piumadoro lasciò cadere un
chicco di grano. Le persone sorridenti si cangiarono subitamente in demoni e in fattucchiere
51
coronate di serpi sibilanti.
Piumadoro si risollevò in alto con i suoi compagni, e capì che quello era il Castello della
Menzogna e che il chicco gettato era il grano della Prudenza.
Viaggiarono due altri giorni. Giunsero verso sera in vista del secondo castello.
Era un castello color di fiele, striato di sanguigno. Sulle torri la Fata Verde si agitava furibonda.
Una turba di persone livide accennava tra i merli e dai cortili, minacciosamente.
Piumadoro cominciò a discendere, attratta dalla forza misteriosa. Terrorizzata lasciò cadere il
secondo chicco. Appena il grano toccò terra il castello si fece d'oro, la Fata e gli ospiti apparvero
benigni e sorridenti, salutando Piumadoro con le mani protese. Questa si risollevò e riprese il
cammino trasportata dal vento; e capì che quello era il grano della Bontà.
Viaggia, viaggia, giunsero due giorni dopo al terzo castello. Era un castello meraviglioso, fatto
d'oro e di pietre preziose.
La Fata Azzurra apparve sulle torri, accennando benevolmente verso Piumadoro.
Piumadoro si sentì attrarre dalla forza invisibile. Avvicinandosi a terra udiva un confuso clamore
di risa, di canti, di musiche; distingueva nei giardini immensi gruppi di dame e di cavalieri
scintillanti, intesi a banchetti, a balli, a giostre, a teatri.
Piumadoro, abbagliata, già stava per scendere, ma la cetonia le ricordò l'ammonimento della Fata
dell'Adolescenza, ed ella lasciò cadere, a malincuore, il terzo chicco di grano. Appena questo toccò
terra, il castello si cangiò in una spelonca, la Fata Azzurra in una megera spaventosa e le dame e i
cavalieri in poveri cenciosi e disperati che correvano piangendo tra sassi e roveti. Piumadoro,
sollevandosi d'un balzo nell'aria, capì che quello era il Castello dei Desideri e che il chicco gettato
era il grano della Saggezza.
Proseguì la via, trasportata dal vento.
La pieride, la cetonia ed il soffione la seguivano fedeli, chiamando a raccolta tutti i compagni che
incontravano per via. Così che Piumadoro ebbe ben presto un corteo di farfalle variopinte, una nube
di soffioni candidi e una falange abbagliante di cetonie smeraldine.
Viaggia, viaggia, viaggia, la terra finì, e Piumadoro, guardando giù, vide una distesa azzurra ed
infinita. Era il mare.
Il vento si calmava e Piumadoro scendeva talvolta fino a sfiorare con la chioma le spume candide.
E gettava un grido. Ma le diecimila farfalle e le diecimila cetonie la risollevavano in alto, col
fremito delle loro piccole ali.
Viaggiarono così sette giorni.
All'alba dell'ottavo giorno apparvero sull'orizzonte i minareti d'oro e gli alti palmizi delle Isole
Fortunate.
VI
Nella Reggia si era disperati.
Il Reuccio Piombofino aveva sfondato col suo peso la sala del Gran Consiglio e stava immerso
fino alla cintola nel pavimento a mosaico. Biondo, con gli occhi azzurri, tutto vestito di velluto
rosso, Piombofino era bello come un dio, ma la malïa si faceva ogni giorno più perversa.
Ormai il peso del giovinetto era tale che tutti i buoi del Regno non bastavano a smuoverlo d'un
dito.
Medici, sortiere, chiromanti, negromanti, alchimisti erano stati chiamati inutilmente intorno
all'erede incantato.
Non altre adoro - che Piumadoro...
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
52
E Piombofino affondava sempre più, come un mortaio di bronzo nella sabbia del mare.
Un mago aveva predetto che tutto era inutile, se l'aiuto non veniva dall'incrociarsi di certe stelle
benigne.
La Regina correva ogni momento alla finestra e consultava a voce alta gli astrologhi delle torri.
- Mastro Simone! Che vedi, che vedi all'orizzonte?
- Nulla, Maestà... La Flotta Cristianissima che torna di Terra Santa.
E Piombofino affondava sempre.
- Mastro Simone, che vedi?...
- Nulla, Maestà... Uno stormo d'aironi migratori...
- Mastro Simone, che vedi?...
- Nulla, Maestà... Una galea veneziana carica d'avorio.
Il Re, la Regina, i ministri, le dame erano disperati.
Piombofino emergeva ormai con la testa soltanto; e affondava cantando:
Oh! Piumadoro,
bella bambina - sarai Regina.
S'udì, a un tratto, la voce di mastro Simone:
- Maestà!... Una stella cometa all'orizzonte! Una stella che splende in pieno meriggio!
Tutti accorsero alla finestra, ma prima ancora la gran vetrata di fondo s'aprì per incanto e
Piumadoro apparve col suo seguito alla Corte sbigottita,
I soffioni le avevano tessuta una veste di velo, le farfalle l'avevano colorata di gemme. Le
diecimila cetonie, cambiate in diecimila paggetti vestiti di smeraldo, fecero ala alla giovinetta che
entrò sorridendo, bella e maestosa come una dea.
Piombofino, ricevuto il primo bacio di lei, si riebbe come da un sogno, e balzò in piedi libero e
sfatato, tra le grida di gioia della Corte esultante.
Furono imbandite feste mai più viste. E otto giorni dopo Piumadoro la carbonaia sposava il
Reuccio delle Isole Fortunate.
53
Pollicino
C’erano una volta un vecchio uomo e una vecchia donna,senza figli. Erano molto tristi
per questo e ogni giorno pregavano Dio di dare loro un bambino. "Andra' bene anche se
sara' minuscolo, alto come un pollice".E infatti un giorno trovarono davanti alla porta
di casa una piccolissima culla con dentro un neonato piccino piccino. "Lo chiameremo
Pollicino", disse la donna. I genitori erano molto felici, perche' volevano tanto avere un
figlio.Pollicino comincio' a parlare, ad andare a scuola e ad aiutare il padre in negozio
(contava i soldi nel cassetto), ma non cresceva di statura. Mangiava, mangiava ma non
si alzava. Gentile e generose, Pollicino aveva un grande dono: sapeva cantare benissimo.
Quando compi' 18 anni decise di andare in citta' in cerca di fortuna. Si trovo' subito a
fronteggiare un grande pericolo. Cosi' piccolo com'era, rischiava di essere pestato
dalla gente che camminava. Imparo' allora a passare tra le scarpe dei passanti. Lungo
la strada, aveva incontrato un uomo gentile che gli aveva suggerito di farsi presentare
al direttore del teatro. Quando arrivo' nel grande palazzo, venne visto dalla figlia del
responsabile del teatro, che lo volle tenere con se'. La aiutava a leggere, voltando le
pagine, cantava per lei, la faceva ridere e la seguiva ovunque, nascosto nei guanti. Un
giorno la ragazza venne aggredita. Un bandito la voleva uccidere e derubare. Pollicino
e Serena, questo era il nome della giovane, scapparono nel bosco. Naturalmente si
persero e quando arrivo' la notte erano ancora in cammino. Arrivarono davanti a una
casa molto bella, ma piccolissima. Pollicino ando' a bussare alla porta e gli basto'
un'occhiata per capire che la donna che gli aveva aperto, era in realta' la sua vera
madre. Dopo alcuni momenti di commozione, la donnina rivelo' a figlio che se voleva
poteva crescere. Bastava bere una pozione magica. Pollicino, che amava Serena, la
bevve. Usci' di casa velocemente e divento' alto, alto, quasi un metro e ottanta! Un
mago cattivo lo aveva rapito dalla casa della madre,appena nato, ma le aveva lasciato il
filtro magico. Pollicino e Serena si sposarono e vissero felici e contenti.
54
PREZZEMOLINA
C'era una volta, lontano
lontano, una donna incinta
stava affacciata a una finestra
che dava sul giardino di un'orca,
e siccome vide un bel
quadratino di prezzemolo gliene
venne tanta voglia che si sentì
svenire. Così, non potendo
resistere, guardò che non ci
fosse l'orca e andò a prenderne
un bel ciuffo. Ma quando l'orca
ritornò a casa pensò di fare la
salsa verde, e andando a
cogliere il prezzemolo si accorse
che qualcuno lo aveva
strappato.
Disse fra sé e sé: "Che io possa
schiantare se non afferro questa mano lesta e non la faccio pentire, dovrà
imparare a sue spese a mangiare nel suo piatto senza inzuppare di nascosto
nelle pentole degli altri".
La povera donna incinta con quella voglia di prezzemolo continuava a scendere
nell'orto, e una mattina l'orca ce la prese, e tutta arrabbiata e inviperita le
disse:
"Ti ho acchiappato, ladra matricolata! Mi paghi forse l'affitto dell'orto, per
venire a cogliere la roba quando ti pare e piace? Ti giuro che questa volta non
la passi liscia!".
La donna disperata cominciò a chiedere scusa, dicendo che non aveva ceduto
alla tentazione perché fosse golosa o ingorda, la sua colpa dipendeva dal fatto
che era incinta e aveva paura che non soddisfacendo quella voglia la creatura
che aveva in seno avrebbe potuto nascere con le voglie di prezzemolo su tutto
il corpo.
"Queste sono solo chiacchere," tuonò l'orca, "e non pensare di accontentarmi
con parole a vanvera! Preparati a pagare la tua colpa con la vita, a meno che
tu non prometta di darmi quello che ti nascerà, maschio o femmina che sia".
La povera donna, per scampare al pericolo mortale in cui si trovava, accettò
questo patto, e l'orca la lasciò andare.
Quando venne il tempo, nacque una bambina così bella che ci si rallegrava a
guardarla, e siccome aveva un ciuffetto di prezzemolo disegnato in mezzo al
petto, si chiamò Prezzemolina.
La bambina cresceva benissimo, e quando ebbe sette anni cominciò ad andare
55
da una maestra. Ma tutte le volte che usciva per strada incontrava l'orca che le
diceva:
"Dì alla tua mamma di ricordarsi della promessa!".
La mamma si confondeva a forza di sentirsi ripetere questo discorso, e un
giorno che non ne poteva più disse a Prezzemolina:
"Se incontri un'altra volta la solita vecchia e ti ripete le stesse parole, tu dille 'e
pigliatela!'".
La bambina, che era all'oscuro di tutta la faccenda, incontrando l'orca che le
disse:
"Dì alla tua mamma di ricordarsi della promessa!", le ripose innocentemente
come le aveva insegnato la mamma: "E pigliatela!".
Allora l'orca l'afferrò per i capelli e se la portò in un bosco dove il sole non
entrava mai, perché gli alberi erano torppo fitti, e la chiuse in una altissima
torre che aveva fatto apparire lì per lì con un incantesimo.
Questa torre non aveva porte né scale, ma solo un finestrino, attraverso il
quale l'orca entrava e usciva, e per scendere e salire si attaccava alle trecce di
Prezzemolina, che erano lunghissime e bionde.
Dopo un po' di tempo successe che mentre l'orca non era nella torre e
Prezzemolina aveva sciolto le trecce al sole, passò il figlio di un re, che
vedendo quei capelli scintillanti come l'oro si fermò incantato, poi alzando gli
occhi vide il viso della fanciulla, e gli piacque tanto che le dichiarò il suo amore.
Prezzemolina si sentì subito conquistata dalla grazia del principe, e passarono
un bel po' di tempo scambiandosi parole dolci, sospiri e promesse.
Continuarono allo stesso modo per qualche tempo, finché decisero di trovare il
modo di guardarsi più da vicino: quella notte lei avrebbe dato un sonnifero
all'orca e il principe sarebbe salito in cima alla torre con i capelli di
Prezzemolina.
Con questo accordo, quando venne l'ora stabilita, il principe arrivò ai piedi della
torre e fece un fischio, la fanciulla calò le trecce, lui si attaccò con tutte e due
le mani e disse:
"Ora!"
Lei lo tirò su e quando fu in cima il principe con un salto entrò dal finestrino e
si abbracciarono stretti. Poi, prima che si facesse giorno, lui scese giù
servendosi della stessa scala d'oro e tornò al suo palazzo.
Erano così contenti di trovarsi insieme che continuarono a fare la stessa cosa
per molte notti, ma un'amica dell'orca se ne accorse e andò subito a dirle di
stare attenta, perché nella sua torre c'era un traffico che lei nemmeno se lo
immaginava, col rischio che Prezzemolina prendesse il volo.
L'orca ringraziò la sua amica per il consiglio e le disse:
"Ci penso io a chiuderle la strada, in ogni caso non può scappare, perché le ho
fatto un incantesimo. Ci sono tre ghiande nascoste in una trave della cucina, e
senza avere quelle in mano Prezzemolina non ha nessuna possibilità di
sfuggirmi".
Ma mentre facevano questi discorsi la fanciulla, che stava sempre con le
56
orecchie ben aperte, sentì tutto, così quella notte quando venne il principe lo
fece salire sulla trave a cercare le ghiande. Lui le trovò e le diede a
Prezzemolina, che essendo stata fatata dall'orca sapeva cosa farne, poi
intrecciarono una scala di spago, scesero insieme dalla torre, e appena
toccarono terra si diedero alla fuga a gambe levate.
L'amica li vide e cominciò a strillare per avvertire l'orca, e a forza di urlare
riuscì a svegliarla.
Quando sentì che Prezzemolina era scappata, l'orca scese dalla torre lungo la
stessa scala di spago e cominciò a rincorrere i due innamorati.
Loro, quando se la videro dietro che correva come un cavallo matto, si
sentirono perduti, ma Prezzemolina si ricordò delle tre ghiande e ne buttò una
in terra. Ecco che in un batter d'occhio apparve un cagnone terrificante, che
abbaiando e spalancando l'enorme bocca si stava avventando sull'orca per
mangiarla in un boccone.
Ma lei, che ne sapeva una più del diavolo, si mise una mano in tasca, tirò fuori
una pagnotta e la buttò al cane, che abbassò la coda e si mise a mangiarla
buono buono.
L'orca si rimise a correre a tutta potenza dietro ai fuggitivi e Prezzemolina,
vedendo che si avvicinava, buttò in terra la seconda ghianda: ne uscì un
ferocissimo leone che, frustando il terreno con la coda e scuotendo la grande
criniera, era pronto a ingoiare l'orca nella sua gola immensa. Vedendo il leone
l'orca tornò indietro, scuoiò un asino che pascolava su un prato, e dopo essersi
messa la sua pelle addosso corse verso il leone, che credendola un asino si
impaurì e scappò lontanissimo.
Superato anche questo ostacolo, l'orca riprese a inseguire a gran velocità i due
poveri giovani, che vedendo un'immensa nuvola di polvere capirono che stava
di nuovo per raggiungerli.
L'orca, temendo di ritrovarsi davanti al leone, non si era ancora levata la pelle
d'asino; quando Prezzemolina buttò in terra la terza ghianda ne uscì un
terribile lupo, che senza darle il tempo di trovare un'altra soluzione, credendola
un asino inghiottì l'orca in un batter d'occhio.
Così gli innamorati uscirono dal pericolo e piano piano andarono al reame del
principe, che con la benedizione di suo padre sposò Prezzemolina, e vissero
sempre in allegria e prosperità.
57
Il principe granchio
Una volta c'era un pescatore che non
riusciva mai a pescare abbastanza da
comprare la polenta per la sua
famigliola.
Un giorno, tirando le reti, sentì un peso
da non poterlo sollevare, tira e tira ed
era un granchio così grosso che non
bastavano due occhi per vederlo tutto.
- Oh, che pesca ho fatto, stavolta!
Potessi comprarmici la polenta per i miei
bambini!
Tornò a casa col granchio in spalla, e
disse alla moglie di mettere la pentola al
fuoco che sarebbe tornato con la
polenta. E andò a portare il granchio al
palazzo del Re.
- Sacra Maestà, - disse al Re, - sono
venuto a vedere se mi fa la grazia di
comprarmi questo granchio. Mia moglie
ha messo la pentola al fuoco ma non ho
i soldi per comprare la polenta.
Rispose il Re: - Ma cosa vuoi che me ne
faccia di un granchio? Non puoi andarlo a vendere a qualcun altro?
In quel momento entrò la figlia del Re : - Oh che bel granchio, che bel
granchio! Papà mio, compramelo, compramelo, ti prego. Lo metteremo nella
peschiera insieme con i cefali e le orate.
Questa figlia del Re aveva la passione dei pesci e se ne stava delle ore seduta
sull' orlo della peschiera in giardino, a guardare i cefali e le orate che
nuotavano. Il padre non vedeva che per i suoi occhi e la contentò.
Il pescatore mise il granchio nella peschiera e ricevette una borsa di monete d'
oro che bastava a dar polenta per un mese ai suoi figlioli.
La Principessa non si stancava mai di guardare quel granchio e non
s'allontanava mai dalla peschiera. Aveva imparato tutto di lui, delle abitudini
che aveva, e sapeva anche che da mezzogiorno alle tre spariva e non si sapeva
dove andasse.
Un giorno la figlia del Re era lì a contemplare il suo granchio, quando sentì
suonare la campanella.
S'affacciò al balcone e c'era un povero vagabondo che chiedeva la carità.
Gli buttò una borsa di monete d' oro, ma il vagabondo non fu lesto a prenderla
al volo e gli cadde in un fosso. Il vagabondo scese nel fosso per cercarla, si
cacciò sott' acqua e si mise a nuotare. Il fosso comunicava con la peschiera del
Re attraverso un canale sotterraneo che continuava fino a chissà dove.
58
Seguitando a nuotare sott'acqua, il vagabondo si trovò in una bella
vasca, in mezzo a una gran sala sotterranea tappezzata di tendaggi, e
con una tavola imbandita.
Il vagabondo uscì dalla vasca e si nascose dietro i tendaggi.
A mezzogiorno in punto, nel mezzo della vasca spuntò fuori dall' acqua una
Fata seduta sulla schiena d' un granchio.
La Fata e il granchio saltarono nella sala, la Fata toccò il granchio con la sua
bacchetta, e dalla scorza del granchio uscì fuori un bel giovane. Il giovane si
sedette a tavola, la Fata batte la bacchetta, e nei piatti comparvero le vivande
e nelle bottiglie il vino.
Quando il giovane ebbe mangiato e bevuto, tornò nella scorza di granchio, la
Fata lo toccò con la bacchetta e il granchio la riprese in groppa, s'immerse
nella vasca e scomparve con lei sott'acqua.
Allora il vagabondo uscì da dietro ai tendaggi, si tuffò anche lui nella vasca e
nuotando sott'acqua andò a sbucare nella peschiera del Re.
La figlia del Re che era lì a guardare i suoi pesci, vide affiorare la testa del
vagabondo e disse:
- Oh: cosa fate voi qui?
- Taccia, padroncina, - le disse il vagabondo, - ho da raccontarle una cosa
meravigliosa -. Uscì fuori e le raccontò tutto.
- Adesso capisco dove va il granchio da mezzogiorno alle tre! - disse la figlia
del Re. - Bene, domani a mezzogiorno andremo insieme a vedere.
Così l'indomani, nuotando per il canale sotterraneo, dalla peschiera arrivarono
alla sala e si nascosero tutti e due dietro i tendaggi. Ed ecco che a mezzogiorno
spunta fuori la Fata in groppa al granchio. La Fata batte la bacchetta e dalla
scorza del granchio esce fuori il bel giovane e va a mangiare.
Alla Principessa, se il granchio già le piaceva, il giovane uscito dal granchio le
piaceva ancora di più, e subito se ne sentì innamorata.
E vedendo che vicino a lei giaceva la scorza del granchio vuota, ci si cacciò
dentro, senza farsi vedere da nessuno.
Quando il giovane rientrò nella scorza di granchio ci trovò dentro quella bella
ragazza.
- Cos'hai fatto? - le disse, sottovoce, - se la Fata se n'accorge ci fa morire
tutt'e due.
- Ma io voglio liberarti dall'incantesimo! - gli disse, anche lei pianissimo, la
figlia del Re. - Insegnami cosa devo fare.
- Non è possibile, - disse il giovane. - Per liberarmi ci vorrebbe una ragazza
che m' amasse e fosse pronta a morire per me.
La Principessa disse: - Sono io quella ragazza!
Intanto che si svolgeva questo dialogo dentro la scorza di granchio, la Fata si
era seduta in groppa, e il giovane manovrando le zampe del granchio come al
solito, la trasportava per le vie sotterranee verso il mare aperto, senza che
essa sospettasse che insieme a lui era nascosta la figlia del Re.
Lasciata la Fata e tornando a nuotare verso la peschiera, il Principe - perché
59
era un Principe spiegava alla sua innamorata, stretti insieme dentro la scorza
di granchio, cosa doveva fare per liberarlo:
- Devi andare su uno scoglio in riva al mare e metterti a suonare e cantare. La
Fata va matta per la musica e uscirà dal mare a ascoltarti e ti dirà: «Suoni,
bella giovane, mi piace tanto>>. E tu risponderai: « Sì che suono, basta che lei
mi dia quel fiore che ha in testa". Quando avrai quel fiore in mano, sarò libero,
perché quel fiore è la mia vita.
Intanto il granchio era tornato alla peschiera e lasciò uscire dalla scorza la
figlia del Re.
Il vagabondo era rinuotato via per conto suo e, non trovando più la
Principessa, pensava d'essersi messo in un bel guaio, ma la giovane
ricomparve fuori dalla peschiera, e lo ringraziò e compensò lautamente. Poi
andò dal padre e gli disse che voleva imparare la musica e il canto.
Il Re, che la contentava in tutto, mandò a chiamare i più gran musici e cantanti
a darle lezioni.
Appena ebbe imparato, la figlia disse al Re: - Papà, ho voglia d'andare a
suonare il violino su uno scoglio in riva al mare.
- Su uno scoglio in riva al mare? Sei matta? - ma come al solito la accontentò,
e la mandò con le sue otto damigelle vestite di bianco.
Per prevenire qualsiasi pericolo, la fece seguire da lontano da un po' di truppa
armata.
Seduta su uno scoglio, con le otto damigelle vestite di bianco, su otto scogli
intorno, la figlia del Re suonava il violino.
E dalle onde venne su la Fata. - Come suona bene! - le disse. - Suoni, suoni
che mi piace tanto!
La figlia del Re le disse: - Sì che suono, basta che lei mi regali quel fiore che
porta in testa, perché io vado matta per i fiori.
- Glielo darò se lei è capace d' andarlo a prendere dove lo butto.
- E io ci andrò, - e si mise a suonare e cantare. Quando ebbe finito, disse: -
Adesso mi dia il fiore.
- Eccolo, - disse la Fata e lo buttò in mare, più lontano che poteva.
La Principessa lo vide galleggiare tra le onde, si tuffò e si mise a nuotare.
- Padroncina, padroncina! Aiuto, aiuto! - gridarono le otto damigelle ritte sugli
scogli coi veli bianchi al vento.
Ma la Principessa nuotava, nuotava, scompariva tra le onde e tornava a galla,
e già dubitava di poter raggiungere il fiore quando un'ondata glielo portò
proprio in mano.
In quel momento sentì una voce sotto di lei che diceva:
- Mi hai ridato la vita e sarai la mia sposa. Ora non aver paura: sono sotto di te
e ti trasporterò io a riva. Ma non dire niente a nessuno, neanche a tuo padre.
Io devo andare ad avvertire i miei genitori ed entro ventiquattr'ore verrò a
chiedere la tua mano.
- Sì, sì, ho capito, - lei gli rispose, soltanto, perché non aveva più fiato, mentre
il granchio sott' acqua la trasportava verso riva.
Così, tornata a casa, la Principessa disse al Re che s' era tanto divertita, e
nient' altro.
L'indomani alle tre, si sente un rullo di tamburi, uno squillo di trombe, uno
scalpitìo di cavalli: si presenta un maggiordomo a dire che il figlio del suo Re
60
domanda udienza.
Il Principe fece al Re regolare domanda della mano della Principessa e poi
raccontò tutta la storia.
Il Re ci restò un po' male perché era all' oscuro di tutto; chiamò la figlia e
questa arrivò correndo e si buttò nelle braccia del Principe:
- Questo è il mio sposo, questo è il mio sposo! - e il Re capì che non c' era altro
da fare che combinare le nozze al più presto.
da Fiabe Italiane di Italo Calvino
61
Puccettino
C'era una volta un taglialegna e una taglialegna, i quali avevano sette figliuoli,
tutti maschi: il maggiore aveva dieci anni, il minore sette. Farà forse caso di
vedere come un taglialegna avesse avuto tanti figliuoli in così poco tempo: ma
egli è, che la sua moglie era svelta nelle sue cose, e quando ci si metteva, non
faceva meno di due figliuoli alla volta.
E perché erano molto poveri, i sette ragazzi davano loro un gran pensiero, per
la ragione che nessuno di essi era in grado di guadagnarsi il pane.
La cosa che maggiormente li tormentava, era che il minore veniva su delicato e
non parlava mai: e questo che era un segno manifesto di bontà del suo
carattere, lo scambiavano per un segno di stupidaggine.
Il ragazzo era minuto di persona; e quando venne al mondo, non passava la
grossezza di un dito pollice; per cui lo chiamarono Puccettino.
Capitò un'annata molto trista, nella quale la carestia fu così grande, che quella
povera gente risolvettero di disfarsi de' loro figliuoli.
Una sera che i bambini erano a letto, e che il taglialegna stava nel canto del
fuoco, disse, col cuore che gli si spezzava, alla sua moglie:
"Come tu vedi, non abbiamo più da dar da mangiare ai nostri figliuoli: e non mi
regge l'animo di vedermeli morir di fame innanzi agli occhi: oramai io sono
risoluto a menarli nel bosco e farveli sperdere; né ci vorrà gran fatica, perché,
mentre essi si baloccheranno a far dei fastelli, noi ce la daremo a gambe,
senza che abbiano tempo di addarsene".
"Ah!", gridò la moglie, "e puoi tu aver tanto cuore da sperdere da te stesso le
tue creature?"
Il marito ebbe un bel tornare a battere sulla miseria, in cui si trovavano; ma la
moglie non voleva acconsentire a nessun patto. Era povera, ma era madre:
peraltro, ripensando anch'essa al dolore che avrebbe provato se li avesse
veduti morire di fame, finì col rassegnarvisi, e andò a letto piangendo.
Puccettino aveva sentito tutti i loro discorsi: e avendo capito, dal letto, che
ragionavano di affari, si levò in punta di piedi, sgattaiolando sotto lo sgabello di
suo padre, per potere ascoltare ogni cosa senz'esser visto.
Quindi ritornò a letto, e non chiuse un occhio nel resto della nottata,
rimuginando quello che doveva fare. Si levò a giorno, e andò sul margine di un
ruscello, dove si riempì la tasca di sassolini bianchi: poi chiotto chiotto se ne
tornò a casa.
62
Partirono, ma Puccettino non disse nulla ai suoi
fratelli di quello che sapeva.
Entrarono dentro una foresta foltissima, dove
alla distanza di due passi non c'era modo di
vedersi l'uno coll'altro. Il taglialegna si messe a
tagliar legne, e i ragazzi a raccogliere delle
frasche per far dei fastelli.
Il padre e la madre, vedendoli intenti al lavoro,
si allontanarono adagio adagio, finché se la
svignarono per un viottolo fuori di mano.
Quando i ragazzi si videro soli, si misero a
strillare e a piangere forte forte.
Puccettino li lasciò berciare, essendo sicuro che a ogni modo sarebbero tornati
a casa; perché egli, strada facendo, aveva lasciato cadere lungo la via i
sassolini bianchi che s'era messi nella tasca.
"Non abbiate paura di nulla, fratelli miei", disse loro, "il babbo e la mamma ci
hanno lasciati qui soli; ma io vi rimenerò a casa: venitemi dietro."
Essi infatti lo seguirono, ed egli li menò per la stessa strada che avevano fatta,
andando al bosco. Da principio non ebbero coraggi d'entrarvi: e si messero in
orecchio alla porta di casa per sentire quello che dicevano fra loro, il padre e la
madre.
Ora bisogna sapere che quando il taglialegna e sua moglie rientrarono in casa,
trovarono che il signore del villaggio aveva mandato loro dieci scudi, di cui era
debitore da molto tempo, e sui quali non ci contavano più. Questo bastò per
rimettere un po' di fiato in corpo a quella povera gente, che era proprio a tocco
e non tocco per morir di fame.
Il taglialegna mandò subito la moglie dal macellaro. E siccome era molto
tempo che non s'erano sfamati, essa comprò tre volte più di carne di quella
che ne sarebbe abbisognata per la cena di due persone.
Quando furono pieni, la moglie disse:
"Ohimè! dove saranno ora i nostri figliuoli? se fossero qui potrebbero farsi
tondi coi nostri avanzi! Ma tant'è, Guglielmo, se' stato tu che hai voluto
smarrirli: ma io l'ho detto sempre che ce ne
saremmo pentiti. Che faranno ora nella foresta?
Ohimè! Dio mio! i lupi forse a quest'ora l'hanno
bell'e divorati. Proprio non bisogna aver cuore,
come te, per isperdere i figliuoli a questo
modo!...".
Il taglialegna perse la pazienza, perché la moglie
tornò a ripetere più di venti volte che egli se ne
sarebbe pentito, e che essa l'aveva di già detto e
ridetto: e minacciò di picchiarla se non si fosse
chetata.
Questo non voleva dire che il taglialegna non
potesse essere anche più addolorato della
moglie; ma essa lo tormentava troppo: ed egli
somigliava a tanti altri, che se la dicono molto
colle donne che parlano con giudizio, ma non
63
possono soffrire quelle che hanno sempre ragione.
La taglialegna si struggeva in pianti, e seguitava sempre a dire:
"Ohimè! dove saranno ora i miei bambini? i miei poveri bambini?".
Una volta, fra le altre, lo disse così forte, che i ragazzi, che erano dietro l'uscio,
la sentirono e gridarono tutti insieme: "Siamo qui! siamo qui!".
Essa corse subito ad aprir l'uscio e, abbracciandoli, disse:
"Che contentezza a rivedervi, miei cari figliuoli! Chi lo sa come siete stanchi, e
che fame avete! e tu, Pieruccio, guarda un po' come ti sei inzaccherato! vien
qua, che ti spillaccheri".
Pieruccio era il maggiore dei figliuoli e la madre gli voleva più bene che agli
altri, perché era rosso di capelli come lei.
Si messero a tavola e mangiarono con un appetito, che fecero proprio
consolazione al babbo e alla mamma, ai quali raccontarono, parlando quasi
tutti nello stesso tempo, la gran paura che avevano avuta nella foresta.
Quella buona gente era tutta contenta di rivedere i figliuoli in casa; ma la
contentezza durò finché durarono i dieci scudi. Quando questi finirono,
tornarono al sicutera delle miserie, e allor decisero di smarrirli daccapo; e per
andare sul sicuro, pensarono di condurli molto più lontani della prima volta.
Peraltro di questa cosa non poterono parlarne con tanta segretezza, che
Puccettino non sentisse tutto; il quale pensò di cavarsene fuori col solito
ripiego: se non che, quantunque si alzasse sul far del giorno per andare in
cerca di sassolini bianchi, rimase proprio come quello, e non poté far nulla,
perché trovò l'uscio di casa serrato a doppia mandata.
Egli non sapeva davvero che cosa stillarsi, quando ecco che la madre dette a
ciascuno di loro un pezzo di pane per colazione. Allora gli venne in capo che di
quel pane avrebbe potuto servirsene, invece dei sassolini, seminando i
minuzzoli lungo la strada per dove sarebbero passati. E si messe il pane in
tasca.
Il padre e la madre li condussero nel punto più folto e più oscuro della foresta:
e quando ci furono arrivati, essi presero una scappatoia e via. Puccettino non
se ne fece né in qua né in là, perché sapeva di poter ritrovare facilmente la
strada coll'aiuto dei minuzzoli sparsi; ma figuratevi come rimase, quando si
accorse che i minuzzoli glieli avevano beccati gli uccelli.
Eccoli dunque tutti afflitti, perché più camminavano e più si perdevano nella
foresta. Intanto si fece notte e si alzò un vento da far paura. Pareva ad essi di
sentire da tutte le parti urli di lupi, che si avvicinavano per mangiarli. Non
avevano fiato né per discorrere, né per voltarsi indietro.
Venne poi una grand'acqua che li bagnò fin sotto la pelle: a ogni passo
sdrucciolavano e cascavano nella mota: e quando si rizzavano tutti infangati,
non sapevano dove mettersi le mani.
Puccettino montò in cima a un albero per vedere se scuopriva paese; e
guardando da ogni parte, vide un lumicino piccino, come quello di una candela,
il quale era lontano lontano, molto al di là della foresta.
Scese dall'albero: e quando fu in terra, non vide più nulla. Questa cosa gli
diede un gran dolore.
Nonostante, camminando innanzi coi suoi fratelli, verso quella parte dove
aveva veduto il lumicino, finì col rivederlo da capo mentre usciva fuori del
bosco. Arrivarono finalmente alla casa dove si vedeva questo lume: non senza
64
provare delle grandi strette al cuore, perché di tanto in tanto lo perdevano di
vista, segnatamente quando camminavano in qualche pianura molto bassa.
Picchiarono a una porta: una buona donna venne loro ad aprire, e domandò
loro che cosa volevano.
Puccettino disse che erano poveri ragazzi che s'erano spersi nella foresta, e
che chiedevano da dormire per amor d'Iddio.
La donna, vedendoli tutti così carini, si messe a piangere, e disse:
"Ohimè! poveri miei figliuoli, dove siete mai capitati? Ma non sapete che questa
è la casa dell'Orco che mangia tutti i bambini?".
"Ah, signora", rispose Puccettino, il quale tremava come una foglia, e così i
suoi fratelli. "Che cosa volete che facciamo? Se non ci pigliate in casa, è sicuro
che i lupi stanotte ci mangeranno. E in tal caso, è meglio che ci mangi questo
signore. Forse se voi lo pregate, potrebbe darsi che avesse compassione di
noi."
La moglie dell'Orco, sperando di poterli nascondere a suo marito fino alla
mattina dopo, li lasciò entrare e li menò a riscaldarsi intorno a un buon fuoco,
dove girava sullo spiede un montone tutt'intero, che doveva servire per la cena
dell'Orco.
Mentre cominciavano a riscaldarsi, sentirono battere tre o quattro colpi
screanzati alla porta. Era l'Orco che tornava.
In men d'un baleno, la moglie li nascose tutti sotto il letto ed andò ad aprire.
L'Orco domandò subito se la cena era lesta e il vino levato di cantina: e senza
perder tempo si mise a tavola. Il montone non era ancora cotto e faceva
sempre sangue, e per questo gli parve anche più buono. Poi, fiutando di qua e
di là, cominciò a dire che sentiva odore di carne viva.
"Sarà forse", disse la moglie, "quel vitello che ho spellato or ora, che vi mette
per il naso quest'odore."
"E io dico che sento l'odore di carne viva", riprese l'Orco guardando la moglie
di traverso, "e qui ci deve essere qualche sotterfugio!..."
Nel dir così si alzò da tavola e andò difilato verso il letto.
"Ah!", egli gridò, "tu volevi dunque ingannarmi, brutta strega? Non so chi mi
tenga dal fare un boccone anche di te. Buon per te, che sei vecchia e tigliosa!
Ecco qui della selvaggina, che mi capita in buon punto per far trattamento a
tre Orchi miei amici, che verranno da me in questi giorni."
E li tirò fuori di sotto il letto, uno dietro l'altro.
Quei poveri bambini si buttarono in ginocchio, chiedendogli perdono, ma
avevano da fare col più crudele di tutti gli Orchi, il quale, facendo finta di
sentirne compassione, li mangiava di già cogli occhi prima del tempo, dicendo
alla moglie che sarebbero stati una pietanza delicata, in specie se gli avesse
accomodati con una buona salsa.
Andò a prendere un coltellaccio, e avvicinandosi a quei poveri figliuoli, lo
affilava sopra una lunga pietra che egli teneva nella mano sinistra.
E ne aveva già agguantato uno, quando la moglie gli disse:
"Che ne volete voi fare a quest'ora? non sarebbe meglio aspettare a domani?".
"Chetati, te!", riprese l'Orco. "Così saranno più frolli."
"Ma ve ne avanza ancora tanta della carne! C'è qui un vitello, un montone e un
mezzo maiale..."
"Hai ragione", disse l'Orco, "rimpinzali dunque per bene, perché non abbiano a
65
smagrire, e portali a letto."
Quella buona donna, fuor di sé dalla contentezza, dette loro da cena: ma essi
non poterono mangiare a cagione della gran paura che avevano addosso.
In quanto all'Orco, ricominciò a bere, soddisfattissimo di aver trovato di che
regalare ai suoi amici. Vuotò una dozzina di bicchieri di più del solito, finché il
vino gli die' al capo e fu obbligato ad andare a letto.
L'Orco aveva sette figliuole, che erano sempre bambine, le quali erano tutte di
un bel colorito, perché, come il padre, si cibavano di carne cruda; ma avevano
degli occhiettini grigi e tondi, e il naso a punta e una bocca larghissima, con
una rastrelliera di denti lunghi, affilati e staccati l'uno dall'altro.
Non erano ancora diventate cattive: ma promettevano bene, perché di già
mordevano i fanciulli per succhiare il sangue.
Le avevano mandate a dormire di buon'ora, ed erano tutte e sette in un gran
letto, ciascuna con una corona d'oro sulla testa.
Nella stessa camera c'era un altro letto della medesima grandezza. Fu appunto
in questo letto che la moglie dell'Orco messe a dormire i sette ragazzi; e dopo
andò a coricarsi accanto a suo marito.
Puccettino, che s'era avviso che le figlie dell'Orco portavano una corona d'oro
in capo, e che aveva sempre paura che l'Orco non si ripentisse di averli
sgozzati subito, si levò verso mezzanotte, e prendendo i berretti dei fratelli ed
il suo, andò pian pianino a metterli sul capo delle sette figlie dell'Orco, dopo
aver loro levata la corona d'oro, che pose sul capo suo e de' suoi fratelli,
perché l'Orco li scambiasse per le proprie figlie, e pigliasse le sue figlie per i
fanciulli che voleva sgozzare.
E la cosa andò appuntino com'egli se l'era figurata; perché l'Orco, svegliatosi
sulla mezzanotte, si pentì di aver differito al giorno dopo quello che poteva
aver fatto la sera stessa.
Saltò dunque il letto bruscamente, e prendendo il coltellaccio:
"Andiamo un po' a vedere", disse, "come stanno queste birbe; e facciamola
finita una volta per tutte".
Quindi salì a tastoni nella camera delle sue figlie, e si avvicinò al letto dove
erano i ragazzi, i quali dormivano tutti, meno Puccettino, che ebbe una gran
paura quando sentì l'Orco che gli tastava la testa, come l'aveva già tastata ai
suoi fratelli.
L'Orco sentendo la corona d'oro, disse:
"Ora la facevo bella davvero! Si vede proprio che ieri sera ne ho bevuto mezzo
dito di più".
Allora andò all'altro letto, e avendo sentito i berretti dei ragazzi:
"Eccoli", disse, "questi monellacci! Lavoriamo di fine".
E nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliuole.
Contentissimo del fatto suo, andò di nuovo a coricarsi accanto alla moglie.
Appena che Puccettino sentì l'Orco che russava, svegliò i suoi fratelli e disse
loro di vestirsi subito e di seguirlo. Scesero in punta di piedi nel giardino e
scavalcarono il muro. Corsero a gambe quasi tutta la notte, tremando come
foglie, e senza sapere dove andavano.
Quando l'Orco si svegliò, disse alla moglie:
"Va' un po' a vestire quei monelli di ieri sera".
L'Orchessa restò molto meravigliata della bontà insolita di suo marito, e non le
66
passò neanche dalla mente che per vestirli egli volesse intendere un'altra cosa,
credendo in buona fede di doverli andare a vestire. Salì dunque di sopra, e
rimase senza fiato in corpo, vedendo le sue sette figliuole scannate e immerse
nel proprio sangue.
Cominciò subito dallo svenirsi, essendo questo il primo espediente, a cui in
simili casi ricorrono tutte le donne.
L'Orco, temendo che la moglie non mettesse troppo tempo a far quello che le
aveva ordinato, salì di sopra anche lui per darle una mano; e non rimase meno
sconcertato alla vista di quello spettacolo orrendo.
"Ah! che ho mai fatto?", gridò. "Ma quei disgraziati me la pagheranno, e
subito!"
E senza mettere tempo in mezzo, gettò una brocca d'acqua sul naso della
moglie, e così avendola fatta tornare in sé:
"Dammi subito", disse, "i miei stivali di sette chilometri, perché io li voglio
raggiungere".
E uscì fuori all'aperta campagna, e dopo aver corso di qua e di là, finalmente
infilò la strada che battevano per l'appunto quei poveri ragazzi, che erano forse
distanti non più di cento passi dalla casa paterna.
Essi videro l'Orco che passava di montagna in montagna, traversando i fiumi
colla stessa facilità come se fossero stati rigagnoli.
Puccettino avendo occhiata una roccia incavata, lì vicino al luogo dove si
trovavano, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si nascose anch'esso, senza
perdere peraltro di vista tutte le mosse dell'Orco.
L'Orco che cominciava a sentirsi rifinito dalla strada fatta (perché gli stivali di
sette chilometri son molto faticosi per chi li porta), pensò di ripigliar fiato, e il
cielo volle che andasse per l'appunto a sedersi sopra la roccia, dove quei
ragazzi si erano nascosti.
E siccome era stanco morto, dopo essersi sdraiato si addormentò, e si messe a
russare con tanto fracasso, che i poveri ragazzi ebbero la stessa paura di
quando lo videro col coltellaccio in mano, in atto di far loro la festa.
Ma Puccettino non ebbe tutta questa paura, e disse ai fratelli di scappare a
gambe verso casa, mentre l'Orco dormiva come un ghiro; e di non stare in
pena per lui.
Essi non se lo fecero dir due volte, e in pochi minuti arrivarono a casa.
Puccettino intanto si avvicinò all'Orco: gli levò adagino gli stivali, e se l'infilò
per sé.
Questi stivali erano molto grandi e molto larghi, ma perché eran fatati,
avevano la virtù d'ingrandirsi e di rimpicciolirsi, secondo la gamba di chi li
calzava: per cui, gli tornavano precisi, come se fossero stati fatti per il suo
piede.
Eglì andò di carriera alla casa dell'Orco, dove trovò la moglie che piangeva per
le figlie uccise.
"Vostro marito", le disse Puccettino, "si trova in un gran pericolo: è cascato fra
le mani di una banda di assassini, che hanno giurato di ucciderlo, se non
consegna loro tutto il suo oro e il suo argento. Mentre gli stavano col pugnale
alla gola, esso mi ha visto, e mi ha pregato di venir qui per avvertirvi della sua
trista condizione e per invitarvi a darmi tutto quello che egli possiede di
prezioso, senza ritenervi nulla, perché caso diverso, lo uccideranno senz'ombra
67
di misericordia. E siccome il tempo stringe, egli ha voluto che prendessi i suoi
stivali di sette chilometri, come vedete, e non solo perché mi spicciassi, ma
anche perché possiate accertarvi che non sono un imbroglione."
La buona donna, tutta spaventata, gli diede ogni cosa che aveva; perché
l'Orco, in fin dei conti, era un buon marito, quantunque fosse ghiotto di
bambini.
Puccettino, col carico addosso di tutte le ricchezze dell'Orco, tornò a casa del
padre, dove fu accolto con grandissima festa.
C'è per altro della gente che non crede che la cosa finisse così; e pretendono
che Puccettino non commettesse mai questo furto a danno dell'Orco: e che
solo non si facesse scrupolo di prendergli gli stivali di sette chilometri, perché
egli se ne serviva unicamente per dare la caccia ai ragazzi.
Questi tali accertano di aver saputo la verità proprio sul posto, per essersi
trovati a mangiare e bere nella stessa casa del taglialegna.
Raccontano, dunque, che quando Puccettino ebbe infilato gli stivali dell'Orco,
se ne andò alla Corte, dove stavano tutti in gran pensiero per un'armata, che
era in campagna alla distanza di duecento chilometri, e per l'esito di una
battaglia data pochi giorni avanti.
Dimodoché Puccettino andò a trovare il Re e gli disse che se lo desiderava
avrebbe potuto portargli le notizie dell'armata, prima del calar del sole. E il Re
gli promise una grossa somma, se egli fosse stato da tanto.
La sera stessa Puccettino ritornò colle notizie dell'armata; e questa prima corsa
avendolo messo in buona vista, guadagnava quel che voleva; perché il Re lo
pagava profumatamente, valendosi di lui per portare i suoi ordini al campo; e
un'infinità di signore gli davano quel che chiedeva, per aver le nuove dei loro
amanti; e questo fu il guadagno più concludente di tutti gli altri. Ci furono
anche alcune mogli che gli consegnarono delle lettere per i loro mariti; ma
esse pagavano coi gomiti, e il profitto era così meschino, che egli non si degnò
nemmeno di segnare nel libro degli utili i piccoli benefizi che gli pervenivano
per questo titolo.
Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere del corriere, e avere ammassato
grandi ricchezze, ritornò alla casa di suo padre, dove non è possibile
immaginarsi la festa che gli fecero nel rivederlo fra loro.
Egli messe la sua famiglia nell'agiatezza; comprò degl'impieghi, di recente
fondazione, per il padre e per i fratelli: formò a tutti uno stato conveniente; e
gli rimase sempre un ritaglio di tempo, tanto da fare il damerino colle signore.
La storia di questo piccolo eroe, che i francesi chiamano Petit Poucet, perché
era grande appena come il dito pollice, è stata forse inventata apposta per dar
ragione e autorità a quell'antico proverbio che dice: "Gli uomini non si
misurano a canne!".
di Carlo Collodi
68
Ranocchino
Questa è la bella storia di Ranocchino porgi il ditino, e sentirete qui appresso
perché si dica così.
Si racconta dunque che c'era una volta un povero diavolo, il quale aveva sette
figliuoli, che se lo rodevano vivo. Il maggiore contava dieci anni, e l'ultimo
appena due.
Una sera il babbo se li fece venire tutti dinanzi.
- Figliuoli - disse - son due giorni che non gustiamo neppure un gocciolo
d'acqua, ed io, dalla disperazione, non so più dove dar di capo. Sapete che ho
pensato? Domani mi farò prestar l'asino dal nostro vicino, gli porrò le ceste e vi
porterò attorno per vendervi. Se avete un po' di fortuna, si vedrà.
I bimbi si misero a strillare; non volevano esser venduti, no! Solo l'ultimo,
quello di due anni, non strillava.
- E tu, Ranocchino? - gli domandò il babbo, che gli avea messo quel nomignolo
perché era piccino quanto un ranocchio.
- Io son contento - rispose.
E la mattina quel povero diavolo se lo prese in collo, e cominciò a girare per la
città.
- Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino!
Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
S'affacciò alla finestra la figlia del Re.
- Che cosa vendete, quell'uomo?
- Vendo questo bimbo, chi lo vuol comprare.
La Reginotta lo guardò, fece una smorfia e gli sbatacchiò le imposte sul viso.
- Bella grazia! - disse quel povero diavolo. E riprese ad urlare:
- Chi mi compra Ranocchino! Chi mi compra Ranocchino!
Ma nessuno lo voleva, un cosino a quella maniera!
Quel povero diavolo non avea coraggio di tornare a casa, dove gli altri figliuoli
lo aspettavano come tant'anime del purgatorio, morti di fame.
69
Ranocchino intanto gli s'era addormentato addosso.
Allora lui pensò ch'era meglio ammazzarlo, piuttosto che vederlo patire: gli
avrebbe ammazzati tutti, quei figliuoli, ad uno ad uno; e cominciava da questo!
Era già sera: e, uscito fuor di città, si ridusse in una grotta, dove non poteva
esser veduto da nessuno. Adagiò per terra il bimbo che dormiva
tranquillamente, e prima d'ammazzarlo si mise a piangerlo:
- Ah, coricino mio!
E debbo ammazzarti con queste mani, debbo ammazzarti!
Ah, Ranocchino mio!
E non ti vedrò più per la casa, non ti vedrò!
Ah, coricino mio!
E chi fu la strega che te lo cantò in culla, chi fu?
Ah, Ranocchino mio!
E debbo ammazzarti con queste mani, debbo ammazzarti!
Spezzava il cuore perfino ai sassi.
- Che cosa è stato, che piangi così?
Il povero diavolo si voltò e vide una vecchia seduta a traverso la bocca della
grotta, con un bastoncello in mano.
- Che cosa è stato! Ho sette figliuoli piccini e moriamo tutti di fame. Per non
vederli più patire, ho deliberato d'ammazzarli; e comincio da questo.
- Come si chiama?
- Si chiama Beppe; ma noi gli diciamo Ranocchino.
- E Ranocchino sia!
La vecchia toccava appena il bimbo col bastoncello, che quegli era già
diventato un ranocchio e saltellava qua e là.
Il povero padre rimase spaventato.
- Fatti coraggio! - gli disse la vecchia - Fruga in quel canto; c'è del pane e del
formaggio: mangerete per questa sera. Domani a mezzogiorno, aspettami
sotto le finestre del palazzo reale: sarà la tua fortuna.
Quando i figliuoli lo videro tornare senza il fratellino, si misero a strillare.
- Zitti! Ecco del pane e del formaggio.
- Ma Ranocchino dov'è?
- È morto!
Disse così per non esser seccato.
E il giorno appresso, prima dell'ora fissata, andava ad appostarsi sotto le
finestre del palazzo reale. Aspetta, aspetta, la vecchia non compariva. La figlia
del Re era a una finestra, che si pettinava. Lo riconobbe e gli domandò, per
canzonatura:
- O quell'uomo, e Ranocchino ve l'han comprato?
Ma prima che quello rispondesse, ecco la vecchia con una coda di gente dietro.
La gente fece crocchio e la vecchia, nel mezzo, diceva:
- Ranocchino, porgi il ditino!
E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli altri
avevano un bel dirgli: - Ranocchino, porgi il ditino -; non se ne dava per
inteso. Una meraviglia non mai vista. E tutti pagavano un soldo.
La Reginotta fece chiamar la vecchia sotto la finestra; voleva veder anche lei.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Rimase ammaliata. E corse subito dal Re.
70
- Babbo, se mi vuoi bene, devi comprarmi quel Ranocchino.
- Che vorresti tu farne?
- Allevarlo nelle mie stanze: mi divertirò.
Il Re acconsentì.
- Buona donna, quanto volete di quel Ranocchino?
- Maestà, lo vendo a peso d'oro. È quel che vale.
- Voi canzonate, vecchia mia.
- Dico davvero. Domani varrà il doppio. Ranocchino, porgi il ditino!
E Ranocchino stendeva la zampina e porgeva il ditino alla vecchia. Gli altri
avevano un bel dirgli: - Ranocchino, porgi il ditino -; non se ne dava per
inteso.
- Vedi? - disse il Re alla Reginotta. - Occorre anche la vecchia.
La Reginotta non s'era provata.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Ranocchino spiccò un salto, le fece una bella riverenza e le porse il ditino.
Allora bisognò comprarlo: se no, la Reginotta non si chetava.
Posero Ranocchino in un piatto della bilancia e un pezzettino d'oro nell'altro,
ma la bilancia non lo levava. Possibile che quel Ranocchino pesasse tanto?
Colmarono d'oro il piatto ma la bilancia non lo levava. La Reginotta e la Regina
si tolsero gli orecchini, gli anelli, i braccialetti e li buttarono lì. Nulla! Il Re si
tolse la cintura, ch'era d'oro massiccio, e la buttò lì. Nulla!
- Anche la corona! Vorrei ora vedere!...
Allora la bilancia levò esatta; non mancava un pelo.
La vecchia si rovesciò quel mucchio d'oro nel grembiule e andò via.
Quel povero diavolo l'attendeva all'uscita.
- Tieni!
E gli riempì le tasche.
- Però bada! Spendi tutto a tuo piacere; ma la corona reale, se tu la vendi o la
perdi, guai a te!
La Reginotta si spassava, tutto il giorno, con Ranocchino.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Era una bellezza. Lo teneva sempre in mano, lo portava seco dovunque. A
tavola, Ranocchino dovea mangiare nel piatto di lei.
- Una cosa sconcia! - diceva la Regina.
Ma quella era figlia unica, e le perdonavano tutti i capricci.
Arrivò il tempo che la Reginotta dovea andare a marito. L'avea chiesta il
Reuccio del Portogallo, e il Re e la Regina n'eran contentissimi. Lei disse di no:
Voleva sposare Ranocchino!
Poteva darsi? Intanto non c'era verso di persuaderla.
- O Ranocchino, o nessuno!
- Te lo do io Ranocchino!
E il Re, afferratolo per una gambetta, stava per sbatacchiarlo sul pavimento;
ma entrò un'aquila dalla finestra che glielo strappò di mano e sparì.
La Reginotta piangeva giorno e notte. Povera figliuola, faceva pena! E tutta la
corte stava in lutto.
Intanto in casa di Ranocchino pareva tutti i giorni carnovale. Spendi e spandi;
mezzo vicinato banchettava lì e i danari andavano via a fiumi. Finalmente non
ci fu più il becco d'un quattrino.
71
- Babbo, vendiamo la corona reale.
- La corona reale non si tocca!
- Si dee crepar di fame? Vendiamola!
- La corona reale non si tocca.
Quel povero diavolo tornò nella grotta in cerca della vecchia, e si mise a
piangere.
- Che cosa è stato?
- Mammina mia, i quattrini son finiti e quei figliuoli vorrebbero vendere la
corona reale; ma io non l'ho permesso.
- Fruga in quel canto. C'è del pane e del formaggio; mangerete per questa
sera. Domani a mezzogiorno, aspettami sotto le finestre del palazzo reale: sarà
la tua fortuna.
Tornò a casa, e trovò una tragedia! Cinque figliuoli erano stesi morti per terra
in un lago di sangue; uno respirava appena:
- Ah, babbo mio! È venuta un'aquila forte e picchiò alla finestra. «Ragazzi,
fatemi vedere la corona reale.» «Il babbo la tiene sotto chiave.» «E dove l'ha
riposta?» «In questa cassa.» Allora, a colpi di becco, cominciò a scassinarla; e
siccome noi ci si opponeva, ci ha tutti ammazzati.
Detto questo, spirò.
Quel povero diavolo si sentì rizzare i capelli. I figliuoli morti e la corona sparita!
Il giorno dopo, quando vide la vecchia, le raccontò ogni cosa.
- Lascia fare a me! - rispose quella.
La Reginotta stava malissimo. I medici non sapevano più quali rimedi
adoprare.
- Maestà, - dissero, all'ultimo - qui ci vuol Ranocchino, o la Reginotta è
spacciata.
Il Re si disperava:
- Dove prenderlo quel maledetto Ranocchino? L'aquila lo avrà già digerito da
un pezzo.
Si presentò la vecchia:
- Maestà, Ranocchino ve lo farei trovare io; ma ci vuole un gran coraggio.
- Mi lascerei anche fare a pezzi rispose il Re.
- Prendete un coltello di diamante, il più bel bue della mandria, una corda
lunga un miglio, e venite con me.
Il Re prese il coltello di diamante, il più bel bue della mandria, una corda lunga
un miglio, e partì insieme colla vecchia. Nessuno dovea seguirli.
Camminarono due giorni, e al terzo, verso il tramonto, giunsero in una
pianura. Lì c'era la torre incantata, senza porte e senza finestre, alta un miglio.
- Ranocchino è qui! - disse la vecchia. - Quegli uccellacci che aliano attorno alla
cima, sono i suoi carcerieri. Bisogna montare lassù.
- O come?
- Maestà, ammazzate il bue e vedrete.
Il Re ammazzò il bue.
- Maestà, scorticatelo e lasciate molta carne attaccata al cuoio.
Il Re lo scorticò e lasciò molta carne attorno al cuoio.
- Ora rivolteremo questo cuoio - disse la vecchia. - Io vi ci cucirò dentro.
Scenderanno gli uccellacci e vi porteranno lassù. La notte, spaccherete il cuoio
col coltello di diamante; e la mattina quando l'aquila e gli uccellacci saranno
72
andati via per la caccia, attaccherete la corda alla cima, prenderete
Ranocchino e la corona reale, metterete il coltello fra i denti e vi lascerete
andar giù.
Il Re esitava.
- E se la corda si spezzasse?
- Tenendo il coltello fra i denti non si spezzerà.
Il Re, per amor della figliuola, si lasciò cucire dentro il cuoio. E, subito, ecco gli
uccellacci di preda che lo afferrano cogli arti gli e se lo portano lassù. La notte,
spaccò il cuoio col coltello di diamante e andò a nascondersi in fondo a uno
stanzino. Quando fu giorno, aspettò che l'aquila e gli uccellacci di preda
andassero a caccia, attaccò la corda alla cima della torre, prese Ranocchino e
la corona reale, e si lasciò andar giù. E il coltello? L'aveva dimenticato.
Allora la corda cominciò a nicchiare:
- Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
Come rimediare? Il Re si morse una vena del braccio e ne fece schizzar il
sangue. Intanto scivolava giù.
Ma poco dopo la corda da capo:
- Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
Il Re si morse la vena dell'altro braccio e ne fece schizzar il sangue. Intanto
scivolava giù.
Ma la corda da capo:
- Ahi, ahi! Mi spezzo! Dammi da bere.
Il Re, visto che ci voleva pochino a toccar terra:
- E spezzati! - rispose.
Infatti si spezzò; ma lui, per sua fortuna, se la cavò con qualche ammaccatura.
Per le vene ferite delle braccia la vecchia cercò un'erba, e gliele medicò con
essa, e gli sanarono a un tratto.
Appena visto Ranocchino, la Reginotta cominciò a riaversi.
- Ranocchino, porgi il ditino!
E Ranocchino porgeva il ditino, e a lei soltanto.
Il Re, per finirla, voleva far subito le nozze. Ma la vecchia gli disse:
- Bisogna aspettare ancora un mese. Intanto fate preparare una caldaia d'olio
bollente.
- A che farne?
- Lo saprete poi.
Quando fu il giorno, l'olio bolliva nella caldaia. Venne la vecchia e dietro a lei
quel povero diavolo con un carro, su cui erano distesi i cadaveri dei sei figliuoli.
- Reginotta, - disse la vecchia - volete sposare Ranocchino? Bisogna prenderlo
per un piede e tuffarlo tre volte in quell'olio. La Reginotta esitava.
- Tuffami, tuffami! - le disse Ranocchino.
Allora lei lo tuffò. Uno, due! Ma la terza volta le scappa di mano e casca in
fondo alla caldaia. La Reginotta si svenne. Il Re voleva far ammazzare la
vecchia; ma questa, afferrati in fretta in fretta quei morticini e buttatili nell'olio
bollente, cominciò a rimestare col suo bastone, e intanto cantava:
Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.
73
Infatti ecco il figlio maggiore che salta fuori vivo, il primo.
Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.
E rimestava. Ed ecco saltar fuori il secondo. Così tutti e sei i fratellini.
- Oh, il bel ranno! Oh, il bel ranno!
Presto fuori salteranno.
E rimestava. Ma Ranocchino venne soltanto a galla e non saltò.
La Reginotta, appena lo scorse, tentò d'afferrarlo; la vecchia la trattenne.
- Voleva scottarsi? Doveva fare come al solito.
- Ranocchino, porgi il ditino!
Ranocchino porse il ditino alla Reginotta..., e chi uscì fuori? Un bel giovane che
pareva un Sole.
La Reginotta lo riconobbe pel bimbo che quel povero diavolo volea vendere, e
gli domandò scusa d'avergli sbatacchiato le impòste sul viso. Ranocchino, si
capisce, le aveva già perdonato.
Si fecer le nozze con magnifiche feste, e Ranocchino, a suo tempo, ebbe la
corona reale.
Chi la vuol cruda, chi la vuol cotta;
Chi non gli piace, me la riporti.
di Luigi Capuana
La Reginotta
C'era una volta un Re e una Regina che
avevano una figliuola più bella della luna
e del sole.
Un giorno, dopo il pranzo, il Re disse alla
Regina:
- Maestà, guardate qui, tra i capelli. Sento
qualche cosa che mi morde.
La Regina osservò, scostando i capelli
colle dita, e trovò un pidocchio che era
74
uno stupore. Stava per ischiacciarlo.
- No - disse il Re. - Proviamo d'allevarlo.
E misero il pidocchio in uno scatolino piccino piccino.
Gli davan da mangiare ogni giorno, e quello cresceva e ingrassava. Presto
dovettero levarlo via di lì perché non ci capiva più, così grosso s'era fatto.
Il Re, curioso di vedere fin dove sarebbe arrivato, lo trattava bene, e insieme
alla Regina, andava tutti i giorni ad osservarlo in quella stanza del palazzo
reale dove lo tenevano nascosto.
Il pidocchio cresceva, cresceva. Furon costretti a levarlo via anche da
quell'altro scatolino; era più grosso d'un pugno: si stentava a riconoscere che
fosse un pidocchio.
Insomma, cresci, cresci, diventò quanto una gallina e poteva appena muoversi,
dalla gran ciccia che avea addosso.
Allora il Re lo ammazzò, lo scorticò e ne conciò la pelle. E fece un bando:
- Chi indovina che pelle di animale sia questa, avrà la Reginotta mia figliuola in
isposa. Chi non sa indovinarlo, gli si taglia la testa.
La Reginotta era angustiata.
- Che marito le sarebbe toccato in sorte?
E piangeva. Ma il Re voleva così e bisognava ubbidire!
Accorsero parecchie persone da tutti i punti del regno. Chi disse la pelle essere
d'un animale, chi d'un altro; ed ebbero, senza misericordia, tagliate le teste.
Si provarono altri. L'idea di sposar la Reginotta era una gran tentazione, e
pareva cosa facile il conoscere una pelle d'animale. Però, quand'erano lì,
rimanevano. E il Re, senza misericordia, gli faceva tagliare le teste.
Finalmente, ecco un bel giovane.
- Peccato! Verrà fatta la festa anche a lui!
Tutti ne aveano compassione vedendolo così giovane e così bello. Perfino il Re
gli disse di pensarci due volte prima d'esporsi al cimento. Ma quegli, ostinato,
entrava nella sala dov'era esposta la pelle.
- È pelle di pidocchio!
- Bravo! - gli disse il Re. - Tu sposerai la Reginotta.
L'abbracciò, lo ritenne a pranzo e ordinò feste per tutto il regno.
La Reginotta era contenta. Lo sposo, giovane e bello, pareva anche d'alto
lignaggio.
- Chi sei? - gli domandò il Re a tavola.
- Son carne battezzata e ho sangue reale nelle vene.
- E dov'è il tuo paese?
- Il mio paese? È lontano, lontano. Per andarvi ci si mette un anno, un mese e
un giorno, e chi ci arriva non fa più ritorno.
La Reginotta sgomentossi.
Il Re e la Regina piangevano, pensando che la loro figliuola doveva vivere in
quel paese lontano, lontano, che per andarvi ci si metteva un anno, un mese e
un giorno, e chi ci arriva non fa più ritorno. Ma parola di Re non va indietro.
E fatte le nozze, la Reginotta e il bel giovane, con un gran seguito, si misero in
viaggio. Centinaia di carri e di cavalli portavano la dote di lei, tutta in gioie e
quattrini, e il corredo e i magnifici regali ricevuti dal Re e dalla Regina.
Cammina, cammina, cammina, non arrivavano mai!
- Dov'è il tuo paese?
75
- Dietro quelle montagne.
Oltrepassaron le montagne e non s'arrivava ancora!
- Dov'è il tuo paese?
- Più in là di quelle foreste.
Oltrepassaron le foreste e non s'arrivava ancora!
- Dov'è il tuo paese?
- In fondo a quella pianura.
Traversarono la pianura e non si arrivava ancora!
La Reginotta intanto non si dava pace. Pensava al babbo e alla mamma che
non avrebbe più riveduti.
Quel paese, così lontano lontano che non ci s'arrivava mai, le metteva un
grande sgomento.
- Vuoi tu fare in fretta? - le disse lo sposo.
- Sì.
- Ti prenderò in collo e vedrai.
E la Reginotta lo lasciò fare. E non gli si è attaccata al collo colle braccia, che il
bel giovane si trasforma in un Orco, alto, grosso, peloso, dagli occhi di brace,
con certe zanne e certe granfie!...
- Ah, Vergine santa! Ah, mamma mia!
La Reginotta avea chiuso gli occhi, si sentiva come portar via da un vento
furioso.
L'Orco, nella sua corsa, faceva rintronar le vallate e le montagne:
- Auhiii! Auhiii!
Pareva un terremoto dovunque passasse, pareva un tempesta.
Quando la Reginotta aperse gli occhi, capì che era già arrivata nel castello
dell'Orco suo sposo.
Si sentì stringere il cuore.
Il castello era tutto circondato da mura così alte che si vedeva a mala pena un
po' di cielo. Stanzoni freddi e bui; catenacci dappertutto; dappertutto ceffi di
guardie che avrebbero messo spavento anche al più coraggioso del mondo.
- Che fare? Bisognava rassegnarsi!
L'Orco le usava grandi riguardi. La mattina andava via per la caccia e tornava
la sera carico di preda. La Reginotta riconosceva quell'alito a dieci miglia di
distanza. La preda consisteva sempre in poveri cristiani, parte uccisi, parte
vivi, che l'Orco poi divorava mezzo crudi, uno a colazione, uno a pranzo, uno a
cena.
Per la Reginotta invece portava pietanze squisite, pasticcini, torte, dolciumi di
ogni sorta.
- Mangia! Hai paura?
- No.
- Mangia dunque!
- Non ho appetito.
- Mangia!!...
E bisognava mangiare, perché l'Orco s'offendeva del rifiuto e digrignava i
denti.
- Bevi! Hai paura?
- No.
- Bevi dunque!
76
- Non ho sete.
- Bevi!!...
E bisognava bere, perché l'Orco s'offendeva del rifiuto e digrignava i denti.
Ma torniamo al Re e alla Regina.
Un giorno, dopo che il vincitore e la Reginotta eran partiti, arrivò un giovinetto:
voleva, anche lui, tentar la prova della pelle.
- Troppo tardi, bel giovinetto! La prova fu vinta.
- E da chi, Sacra Maestà?
- Da uno che abita un paese così lontano, che per andarci ci si mette un anno,
un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa più ritorno.
- È un Orco! Ahimè, la Reginotta è alle mani d'un Orco!
Figuriamoci il dolore del Re, della Regina e di tutta la corte a questa brutta
notizia!
Il giovinetto andò via lamentandosi che la sua cattiva sorte lo avesse fatto
arrivare troppo tardi. Era innamorato della Reginotta soltanto perché gli
avevano detto che era più bella della luna e del sole; ed ora, pensando che lei
si trovava alle mani di quella bestiaccia, provava un dolore di morte.
E camminava, senza saper dove andasse: i suoi occhi parevano due fontane.
Giunto in una pianura, stanco del cammino fatto, si sedette sopra un sasso,
continuando a rammaricarsi.
Passava una vecchia con un fastello di legna sulle spalle.
- Che hai bel giovinetto?
- Che volete che abbia, vecchiarella mia?
E narrò il tristo caso della Reginotta e dell'Orco.
La vecchia non rispose nulla e riprese il cammino col suo fastello sulle spalle.
- Voi siete stanca, povera donna - disse il giovinetto. - Date a me cotesto
fastello. Faremo strada insieme.
- Grazie, figliuolo!
Il giovinetto si caricò il fastello e riprese la via insieme alla vecchia. Quel
fastello era pesante.
- Nonna, la vostra abitazione è molto lontana di qui?
- Un albero che balla e un uccellin che parla; appena gli avremo incontrati e
saremo giunti a casa mia.
Il fastello aumentava di peso. Il giovinetto stentava a reggerlo, sudava,
ansava. E intanto il sole era tramontato; faceva già scuro.
- Nonna, la vostra abitazione è molto lontana di qui?
- Un albero che balla e un uccellin che parla; appena gli avremo incontrati e
saremo giunti a casa mia.
Era notte; ci si vedeva poco. Ed ecco pel prato un albero che andava saltelloni
e pareva ballasse, come se fosse stato una persona viva.
- Hai fatto buona guardia, ora basta - gli disse la vecchia.
E l'albero cessò di saltellare. Il giovinetto si era fermato, stupito.
- Avanti, figliuolo; c'è ancora qualche tratto.
77
Intanto il fastello aumentava di peso.
Il giovinetto non ne poteva più!
Stava per maledire l'ora e il punto che lui avea
fatto quella carità a quella vecchia, quand'ecco
uno sbattere di ali.
Era l'uccellino che parlava.
- Bene arrivata la mammina mia! Bene arrivato
chi viene con lei!
Il giovinetto, dalla paura, cominciò a tremare.
- Siamo giunti - disse la vecchia.
Ed entrarono in casa.
Quello si tolse di spalla il fastello, ch'era
ridiventato leggiero, e lo posò accanto al
focolare.
Allora la vecchia prendeva due ramicelli di
legna, accendeva il fuoco, preparava la
minestra; poi stendeva la tovaglia e metteva i
piatti sulla tavola.
E quando tutto fu pronto:
- Cricrì, cricrì, cricrì!
L'uccellino diventava una bella ragazza.
Si misero a mangiare.
Il giovinetto aveva ribrezzo di toccar le pietanze; temeva fossero incantate.
- Dove vai, giovinetto, così sperso pel mondo? Se tu volessi fermarti qui, ti
darei le mie ricchezze e questa bella figliuola in isposa.
- Ah, nonna mia, lasciatemi andare! Cerco la Reginotta del mio cuore e vo'
trovarla, ad ogni costo. Se non la troverò monaco mi farò.
- Poverino! Ma tu non sai la via del paese dell'Orco. È lontano, lontano! Per
andarvi ci si mette un anno, un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa più
ritorno!
- Che importa? La mia vita è della Reginotta; se morrò per lei, tanto meglio!
Datemi un cantuccio per dormire, e domani svegliatemi all'alba; vo' mettermi
in cammino.
La vecchia lo condusse in una cameretta così bella da star bene anche in una
reggia. Ma il giovinetto non poteva dormire. Pensava alla sua Reginotta e a
quell'Orco, si svoltava di qua e di là fra le lenzuola e sospirava.
- Cricrì, cricrì, cricrì!
Entrava in camera l'uccellino e subito diventava una bella ragazza, quella di
poco prima.
- Perché non dormi, giovinetto? Perché sospiri?
- Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.
- Prendi me. Sono bella, sono ricca, sono di sangue reale. Dove vorresti
trovare una fortuna migliore?
- Ah, ragazza mia, lasciatemi andare! La mia sorte vuol così.
- Cricrì! Cricrì! Cricrì!
La bella ragazza ritornava uccellino.
- Strappa una penna da questa coda, strappa due penne da queste ali. Nei
momenti di gran pericolo, prendine una in mano e comanda. Sarai ubbidito.
78
Il giovinetto esitava:
- Poteva essere un tranello!
Ma quello, di nuovo:
- Strappa una penna da questa coda, strappa due penne da queste ali. Nei
momenti di gran pericolo, prendine una in mano e comanda. Sarai ubbidito.
- Allora!... - disse il giovinetto.
E, rassicurato, gli strappò quelle penne dalla coda e dalle ali e se le mise in
serbo nelle tasche.
La notte era lunga e lui non poteva conciliar sonno. Pensava alla sua Reginotta
e a quell'Orco, si rivoltava di qua e di là fra le lenzuola e sospirava.
Entrò in camera la vecchia.
- Perché non dormi, giovinetto? Perché sospiri?
- Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.
- Sposa la mia figliuola. È bella, è straricca, è di sangue reale.
- Ah, nonna, lasciatemi andare! La mia sorte vuol così.
- Tu sei un cuore fedele! Prendi questa nocciuola. Nei momenti di gran pericolo
schiacciala fra i denti e comanda. Sarai ubbidito.
All'alba il giovinetto partì.
Cammina, cammina, giorno e notte, arrivava in mezzo a una foresta dove non
c'era un segno di strada. Alberi di qua, alberi di là, macchie, siepi, spine. Non
poteva più andare né avanti, né indietro.
- Ah!... Questo è il paese dell'Orco! - esclamava ad un tratto.
Provò una grande allegrezza. Prese in mano quella penna della coda
dell'uccellin che parlava, e:
- Penna mia, penna mia, presto, aprimi la via!
Il bosco s'aperse. Ed ecco una strada larga, diritta, che non finiva mai. Più lui
s'inoltrava e più la strada s'allungava. Il giovinetto avea terminato il pane e
l'acqua portati con sé; e lì non c'era acqua, non c'era frutta, nulla! Cominciava
già a provare tutti gli strazii della fame. Intanto annottava; una notte senza
stelle, buio come in gola; e si sentivano pel bosco gli urli dei lupi affamati...
- Questa volta è finita. I lupi mi divoreranno!
Ma ecco laggiù, in fondo, in fondo, un lumicino che si vedeva e non si vedeva.
Il giovinetto si fece coraggio, raccolse le sue forze e tirò innanzi. Il lumicino
restava sempre in fondo, che si vedeva e non si vedeva. Finalmente, come Dio
volle, il poverino giunse dove quel lume luccicava dalla fessura d'un uscio, e
picchiò.
Non rispose nessuno.
Lui tornava a picchiare.
- Aprite, anime cristiane! Ricoveratemi per questa notte!
Ma non riceveva risposta.
- Era dunque arrivato in terra di pagani?
E picchiava di nuovo, questa volta più forte.
- Chi sei?
Quella vocina fioca fioca veniva di cima della casa.
79
- Sono un viandante smarrito. Fate la carità, in nome di Dio! Ricoveratemi per
questa notte!
- Zitto, non rifiatare, se ti è cara la vita! Aspetta che io ti cali giù le treccie dei
miei capelli e afferrati ad esse.
Il giovinetto s'afferrava a quelle treccie venute giù, e si sentiva tirar in alto
come una secchia. Un braccio l'aiutava ad entrare per la finestra, e lui si
trovava faccia a faccia con una bella donzella, che lo guardava sorpresa.
- Come sei venuto fin qui? Ci si mette un anno, un mese e un giorno, e chi ci
arriva non fa più ritorno!
- Ah! Dunque si trovava nel castello dell'Orco! E quella donzella era la sua
amata Reginotta!
Si mise a piangere dalla contentezza.
E quando disse chi era e come e perché venuto, piansero insieme.
Ma già stava per aggiornare. Il castello rintronava degli urli dell'Orco che si
preparava ad andar a caccia. La Reginotta fece nascondere il giovinetto in un
armadio e finse di ricamare.
L'Orco diè un calcio all'uscio. E appena entrato nella camera, cominciava a
fiutare intorno intorno.
- Perché fiutate?
- Mucci, mucci, sento odor di cristianucci!
- Andate là! Avete fatto colazione or ora e n'avete piene le narici.
L'Orco s'acchetava e partiva per la sua caccia:
- Auhiii! Auhiii!
- Fuggiamo - disse il giovinetto appena l'Orco fu partito.
- Ah, poveri a noi! Di qui non s'esce. Potessimo anche uscirne, non sapremmo
ritrovare la strada in mezzo al bosco che per cento miglia circonda il castello.
Allora il giovinetto ricorreva all'altra penna dell'uccellin che parlava.
- Penna mia, penna mia, tutti e due portaci via!
E di botto si sentirono come presi in collo, per aria, e, in men che non si dica,
si ritrovarono ben oltre le cento miglia dal bosco.
Camminarono a piedi per tutta la giornata; e quando furono stanchi, veduto un
pagliaio abbandonato, andarono a ricoverarsi lì e s'addormentarono
saporitamente.
La mattina di buon'ora, ripresero il cammino.
Ma dopo un pezzetto, ecco da lontano un rumore sordo sordo, che s'avvicinava
crescendo:
- Auhiii! Auhiii!
Era l'Orco che li inseguiva!
Affrettarono il passo, anzi si misero a correre; ma l'Orco gli aveva già scoperti
da lontano e gli veniva addosso più lesto del vento.
Il giovinetto prese in mano l'ultima penna dell'uccellin che parlava e:
- Penna, pennina, lei fontana ed io anguilla!
L'Orco s'arrestò, stupito di non più vederli.
La fontana, limpida come il cristallo, gorgogliava allato della strada, e l'anguilla
guizzava nell'acqua dimenando la coda.
L'Orco ebbe il sospetto che si fossero trasmutati l'una in fontana e l'altro in
anguilla.
- Fontana, ti berrò! Anguilla, ti prenderò!
80
Ma, bevi, bevi, quella fontana era sempre allo
stesso punto, e quell'anguilla gli sguizzava
sempre di mano.
L'Orco s'era già pieno lo stomaco d'acqua, ne
avea fino alla gola. Non poteva più articolar la
mano, tanto s'era stancato.
Si riposava un momento e poi daccapo:
- Fontana, ti berrò! Anguilla, ti prenderò!
E tornava a bere, sforzandosi.
E cercava di afferrare quella maledetta anguilla
che gli sguizzava sempre di mano. Finalmente
buttossi per terra, morto dalla fatica, oppresso
da quel peso dello stomaco, e subito
s'addormentò.
La Reginotta e il suo compagno, visto che
l'Orco dormiva, ripresero la strada.
Avevano camminato tutta la notte e metà del
giorno appresso, quand'ecco nuovamente:
- Auhiii! Auhiii!
L'Orco gli inseguiva, più furioso di prima.
- Ferma! Ferma!
Pareva che tuonasse.
La povera Reginotta si perdette d'animo e svenne. L'Orco era a pochi passi; già
arrotava i dentacci:
- Auhiii! Auhiii!
Allora il giovinetto schiacciò la nocciuola.
- Nocciuola, nocciuola, trasmutaci in roccia e in farfalla che vola!
E l'Orco si trovò davanti a una roccia scoscesa e brulla, che s'alzava a picco
sulla campagna.
Una magnifica farfalla svolazzava qua e là colle sue ali dorate e andava, di
tanto in tanto, a posarsi su quella.
L'Orco ebbe il sospetto che si fossero trasmutati l'uno in roccia e l'altra in
farfalla.
- Roccia, t'atterrerò! Farfalla, t'acchiapperò!
E si diè a scalzare la roccia, scavando la terra colle ugne; ma non riusciva a
spostare nemmeno un sassolino.
Avea le mani tutte scorticate, le ugne tutte rotte; e scavava, scavava. Poi
lasciava di scavare e dava la caccia alla farfalla. Ma quella volava in alto e non
si lasciava acchiappare.
Morto dalla fatica, sdraiossi per terra, sotto la roccia, e si addormentò.
A un tratto la roccia gli si lasciava cader addosso tutta d'un pezzo.
- Auhiii! Auhiii! - urlava l'Orco, dando gli ultimi tratti.
Così la Reginotta e il suo compagno poterono rimettersi in viaggio tranquilli, e
finalmente arrivarono ai confini del loro paese.
Quando il Re e la Regina ricevettero la notizia del loro prossimo arrivo,
bandirono feste per tutto il regno.
Uscirono ad incontrarli fuori le porte della città con tutta la corte e un immenso
popolo dietro, e ordinarono subito i preparativi per le nuove nozze della
81
Reginotta col suo liberatore.
Ma lui disse:
- Debbo fare un viaggio. Se fra otto giorni non sarò ritornato, piangetemi per
morto.
La Reginotta si disperava:
- Anderai dopo, sposo mio!
- Anderete dopo, figliuolo mio!
Ma la Reginotta, il Re, la Regina non riuscirono a persuaderlo.
Partì, e si trovò nella pianura deserta dove avea incontrato quella vecchia.
Aspettava un pochino, ed ecco la vecchia, anche questa volta col suo fastello di
legna sulle spalle.
- Mi riconoscete, vecchiarella mia?
- Si, figliuolo, ti riconosco. O che vieni a fare da queste parti?
- Ve lo dirò dopo; datemi intanto il vostro fastello. Faremo strada insieme.
Questa volta il fastello era leggiero leggiero.
- Son venuto per ringraziarvi e per invitarvi alle mie nozze.
- Bravo figliuolo che tu sei!
E, detto questo, la vecchia si trasfigurava. Era diventata una bellissima
signora, risplendente più d'una stella, con una verga d'oro nel pugno.
Sorrise e sparì.
Allora lui comprese che quella era una Fata. Ritornò, tutt'allegro, al palazzo
reale, e la stessa sera vennero celebrate le nozze.
Così furono marito e moglie:
e lui ebbe il frutto e noi le foglie.
illustrazioni di Sulamith Wulfing
di Luigi Capuana
Il Reuccio Gamberino
Tre giorni ancora e il Reuccio Sansonetto compiva diciott'anni, età che,
secondo le leggi del regno, gli permetteva di cogliere moglie. Egli stava ad una
loggia del palazzo reale, raggiante ed impaziente di sposare Biancabella
reginetta di Pameria, con la quale era fidanzato fin dall'infanzia. Ingannava il
82
tempo mangiando ciliege e scagliando i noccioli sui passanti, con una piccola
fionda. I beffati alzavano il volto incolleriti, ma l'inchinavano tosto, ossequiosi,
appena riconoscevano il reale schernitore.
E il Reuccio rideva e i cortigiani ridevano con lui. Passò una vecchina dai capelli
candidi, dal naso enorme e paonazzo e il Reuccio cominciò a beffeggiarla:
- Oh, comare Peperona! Oh, comare Peperona!...
E come l'ebbe a tiro la colpì con un nocciolo sul naso. La vecchietta si grattò il
naso dolente, si chinò tremante, raccolse, strinse il nocciolo tra il pollice e
l'indice e lo rinviò all'erede al trono. Le grida sdegnate della Corte scagliarono
cento guardie sulle tracce della strega Nasuta, ma quella aveva svoltato
l'angolo della via, ed era scomparsa. Al tocco aspro del nocciolo il Reuccio
Sansonetto vacillò, come preso da vertigini; poi cominciò a ridere, premendosi
gli orecchi con le mani.
I cortigiani lo guardavano sbigottiti ed inquieti:
- Che cosa vi sentite?
- Sento... sento...
E il Reuccio rideva, rideva senza poter rispondere.
- Che cosa vi sentite?
- Sento... sento il tempo che va indietro! Il tempo che va indietro! Che cosa
buffa! Ah, se provaste! Che cosa buffa!...
La Corte lo credeva ammattito. Quando poi fece per muoversi e lo videro
camminare a ritroso, tutti scoppiarono dalle risa.
- Reuccio, che cosa è questo?
- È... è che non posso più andare avanti!...
E rideva, e per quanto tentasse di avanzare il piede non gli riusciva di fare un
passo innanzi, ed era costretto a retrocedere come un gambero. Poi riprendeva
a premersi gli orecchi, a chiudere gli occhi, come preso da vertigini.
- Il tempo che va indietro! che strano effetto, che cosa buffa, amici miei!...
E i cortigiani ridevano ed egli rideva con loro...
E tutti lo credevano ammattito. Ma non era ammattito. I più famosi medici del
regno constatarono veramente che il Reuccio Sansonetto ringiovaniva.
Era una malattia nuova e inesplicabile, contro la quale la scienza non aveva
rimedio.
Il Reuccio ringiovaniva.
Compì i diciassette, poi i sedici, poi i quindici anni. Prese a decrescere di giorno
in giorno, scomparvero i piccoli nascenti baffetti biondi. Il suo volto
riacquistava un aspetto sempre più fanciullesco. Sansonetto era disperato.
Le nozze di Biancabella di Pameria erano state contramandate, poi rotte del
tutto. Il Re di Pameria aveva ritirato la mano della figlia.
- Ragazzo mio, come volete ch'io vi conceda Biancabella? Fra qualche anno
sarete un marito bambino, poi un marito lattante, poi nascerete; cioè
morirete... scomparirete nel nulla...
Biancabella fu costretta dal padre a rendere il suo anello di nozze; ma
congedandosi piangeva, e promise a Sansonetto eterna fedeltà.
- Vi aspetterò finché sarete guarito di questa malattia. Tenete intanto l'anello e
portatelo in dito; esso vi stringerà più forte, quando la mia fedeltà sarà in
pericolo...
83
Sansonetto era disperato. Correva a ritroso per le stanze e pei giardini reali,
piangendo, strappandosi le chiome bionde.
Bisognava rintracciare la vecchietta beffata, supplicarla di ritornarlo a
diciott'anni, di risanarlo da quella malìa.
Il Re e la Regina avevano fatto un bando con mezzo il regno di premio per chi
desse notizie della vecchietta che aveva incantato il figliuolo. Ma nessuno
l'aveva più vista.
Sansonetto andava sovente a caccia, per distrarre la sua malinconia.
Galoppava a ritroso, perché la malìa gamberina s'appiccicava pure alla sua
cavalcatura.
I contadini che vedevano passare, scomparire all'orizzonte quel cavaliere
piumato, sul cavallo che galoppava all'indietro, si faceva il segno della croce
temendo un'apparizione diabolica.
Un giorno il Reuccio giunse in un bosco, e vide tra gli abeti centenari una
casetta minuscola, con una sola porta e una sola finestra. E alla finestra
riconobbe il volto della vecchietta che lo guardava sorridendo. Sansonetto
s'inginocchio sulla soglia.
- Ah! vecchina, vecchina! restituitemi il giusto andazzo del tempo e del
camminare!
- Bisogna riportarmi il nocciolo di quel giorno...
- Se non è che questo, l'avrete...
Sansonetto ritornò a palazzo. Ma come ritrovare proprio il nocciolo di
quattr'anni prima?...
Pensò di prenderne uno qualunque, lo portò nel bosco, lo fece vedere sulla
palma della mano. La vecchietta l'osservò dalla finestra.
- Figliuolo mio, non è quello! quello porta incise intorno certe parole che so
io...
Il Reuccio capì che non era caso di inganni, ritornò a palazzo, prese commiato
dal Re e dalla Regina e si pose in cammino, alla ricerca del nocciolo salvatore.
Si ricordava confusamente d'averlo visto rimbalzare nel rigagnolo della via.
Seguì il rigagnolo fin dove questo metteva foce nel torrente. Ma innanzi a
quelle spume turbinose si sentì prendere dallo sconforto. Una libellula passò,
librandosi su di lui con bagliori di smeraldo.
- Che c'è, bambino bello?
Lo chiamavano già bambino! Come ringiovaniva in fretta!... Sansonetto
sospirò:
- C'è che divento sempre più giovane!
- Poco male, ragazzo mio!
- Molto male! Fra qualche anno sarò un bambino lattante, poi nascerò,
scomparirò del tutto. Mi può salvare soltanto il nocciolo della Fata Nasuta. L'hai
visto passare?
- Io no. Ma ne sentii parlare dai miei vecchi: un nocciolo strano, che portava
scritte intorno certe parole cabalistiche... Ha preso la via del mare.
Sansonetto si pose in cammino, seguì il torrente fino al fiume, il fuome fino al
mare. Dinanzi a quall'azzurro infinito la speranza gli cadde dal cuore e si
84
abbandonò sulla spiaggia.
Piangeva e guardava le onde accartocciarsi ribollendo; e le lacrime gli
cadevano nell'acqua, ad una ad una.
- Che c'è, bambino bello?
Era un'asteria, una stella di mare che strisciava lentissima sulla sabbia d'oro.
- C'è che divento sempre più giovane.
- Poco male, figliuolo mio!
- Molto male. Nascerò, scomparirò del tutto se non trovo il nocciolo della Fata
Nasuta.
- Un nocciolo strano, inciso di parole che non ricordo... L'ho visto qualche anno
fa. L'ha inghiottito un fenicottero mio amico. Se attendi, te lo mando qui...
Il Reuccio attese tre giorni. Apparve il fenicottero bianco e roseo, sulle due
gambe lunghissime.
- Sì, ho inghiottito il nocciolo; ma poi emigrai nel mezzogiorno e lo rimisi nei
giardini del gigante Marsilio, fra i monti della Soria... il gigante è feroce ed
invincibile; lo potrà vincere soltanto chi gli strapperà un capello verde fra i folti
capelli rossi.
Il Reuccio s'imbarcò su una galea di mercanti e giunse dopo sette settimane in
Soria. Ma quando chiedeva del gigante Marsilio, la gente lo guardava stupita e
impallidiva.
- Il gigante non lascia passare nessuno nei suoi dominî. Ogni giorno fa strage
di cavalieri temerari che vogliono affrontarlo.
- Lo affronterò anch'io e vincerò, se questa è la
mia sorte.
E il Reuccio Sansonetto proseguiva la via.
Giunse al regno del gigante Marsilio.
A picco nella valle dominava il Castello dalle
Cento Torri; si stendevano sotto i giardini
immensi circondati da alte mura, e attorno
biancheggiavano le ossa dei temerari che
avevano sfidato il mostro.
Sansonetto suonò il corno di sfida, invitando il
gigante a battaglia.
Una delle porte immense si aprì e apparve il
gigante seminudo e senz'arme.
Come vide il reuccio sorrise di scherno.
Questi si scagliava a ritroso volteggiando la sua
spada affilata; tagliava ora un braccio, ora una
mano, ora il naso, ora il mento del gigante, ma il
gigante si chinava tranquillo, raccattava il pezzo
amputato rimettendolo a segno.
Sansonetto mirava alla testa, spiccando salti sul
suo cavallo focoso. Già due volte glie l'aveva
fatta cadere, ma il mostro si chinava, la
raccoglieva, la riappiccicava all'istante sulle
spallacce robuste. Una terza volta il reuccio glie la troncò; e appena in terra fu
pronto a spingerla con le due mani sull'orlo d'un declivio, rotolandola a valle.
Poi si mise a cercare in fretta il capello verde nella folta chioma rossa. Sentiva
85
alle spalle il mostro decapitato che correva,
brancolando qua e là; lo sentiva avvicinarsi, e cercava
e non trovava il capello micidiale.
Allora trasse la spada, rasò in pochi colpi la testaccia
dalla fronte alla nuca; e il capello verde fu reciso con
tutta la chioma.
La testa impallidì, gli occhi dettero un guizzo
spaventoso e il gigante che brancolava all'intorno,
cadde con un tonfo sordo. Era morto.
Il Reuccio Sansonetto ebbe libero il passo nel regno di Marsilio. Cercò nei
giardini; trovò il luogo indicato dal fenicottero.
Ma in cinque anni il nocciolo era diventato un ciliegio altissimo, tutto carico di
frutti rossi e lucenti come rubini.
Sansonetto ne mangiò uno, poiun altro, e un altro ancora; e osservò i noccioli,
e ogni nocciolo portava inciso attorno: «grano dell'irriverenza»...
Ad un tratto il Reuccio ebbe come una specie di vertigine e socchiuse gli occhi.
Quando li riaprì si trovò dinanzi alla casetta della Fata Nasuta e la vecchietta gli
sorrideva.
Si guardò, si palpò, era ritornato come alla vigilia delle nozze, con la sua alta
statura diciottenne e i piccoli nascenti baffettini biondi.
Provò a dare qualche passo: era risanato dalla buffa andatura gamberina.
- Il tuo errore è espiato - disse la vecchietta - conserva i noccioli del ciliegio
salvatore, e seminali nei tuoi giardini.
- Grazie, vecchietta mia!
Il Reuccio baciò la buona fata, ma sentiva l'anello donatogli da Biancabella di
Pameria stringergli il dito.
- Ah! fata mia, la fedeltà della mia sposa corre pericolo.
- Forse. ma fa' cuore, mettiti in armi e corri alla Corte. Dal canto mio t'aiuterò.
Sansonetto s'armò di tutto punto e partì di gran galoppo.
Sentiva l'anello stringergli, stringergli il dito sempre più...
- Si sarà stancata di questa lunga attesa! Purché arrivi in tempo ancora!
Giunse in Pameria e vide la capitale imbandierata e festante. Chiese perché.
- Da una settimana è aperto un torneo a Palazzo Reale. Il Re ha imposto alla
figlia la scelta d'uno sposo. E cento cavalieri si contendono la mano di
Biancabella. Ma v'è un cavaliere sconosciuto che li abbatte tutti; e si prevede
che pel tramonto di quest'oggi avrà sbaragliato i rivali.
Sansonetto accorse alla giostra, scese tra gli spettatori.
Il cavaliere misterioso, tutto rivestito di una corazza d'acciaio chermisi, stava
86
sbalzando di sella l'ultimo avversario e già il popolo lo proclamava di diritto
sposo di Biancabella.
Ma Sansonetto calò la visiera e, fra lo stupore generale, scese in lizza. Ed ecco
che al primo colpo di Sansonetto l'invincibile campione chermisi dà suono
metallico e cupo e cade disteso.
Fu scosso, rialzato, aperto. Era vuoto.
Il cavaliere chermisi era una semplice corazza che la buona Fata Nasuta aveva
animata d'uno spirito benigno e inviata alla giostra per sopprimere gli altri
combattenti e dar modo al Reuccio di giungere in tempo.
Il reuccio Sansonetto alzò la visiera, e s'inchinò sugli arcioni, dinanzi alla loggia
della sposa.
Biancabella quasi venne meno dalla gioia improvvisa; e il Re abbracciò come
figliuolo il giovinetto risanato.
Furono celebrate nozze splendidissime.
E i noccioli favolosi, seminati nei giardini reali, crebbero con gli anni e
formarono un boschetto detto dell'«irriverenza».
di Guido Gozzano
SALTACAVALLA
87
C'era una volta due
carbonai, marito e moglie,
che vivevano in mezzo a un
bosco, in una capanna di
legno. Lui abbatteva gli
alberi, li scheggiava, e la
moglie raccoglieva la legna,
la portava nel posto e
preparava la catasta, con la
rocchina attorno per tenerla
ben legata, e vi stendeva
su la pelliccia con piote o
piallacci. Il marito l'aiutava
a far la bocca in alto alla
catasta e i buchi per darle
sfogo, e appiccava il foco.
Lavoravano così tutta
l'annata, contenti di
guadagnarsi il pane
onestamente. Sarebbero
stati felici se avessero
avuto un figliolo.
E mentre la catasta ardeva,
sdraiati per terra, essi
facevano tanti bei castelli in
aria:
- Quando avremo un
bambino...
- O una bambina...
- Tu prenderai un garzone.
- E tu starai in bottega, in città.
- Tu condurrai il carbone...
- E tu lo venderai...
- Se sarà un bambino, gli faremo apprendere un altro mestiere.
- Se sarà una bambina...
Carbonaia, carbonaina,
Sotto il nero, pelle fina.
Tra piallacci e tra piote,
Voi ci avete una bella dote;
Ne faremo una Regina,
Carbonaia, carbonaina!
La moglie cantava cosi; le parole erano allegre, ma la cantilena era triste. E il
marito ripigliava:
Carbonaio, carbonaino,
Sotto il nero, viso fino.
88
Tra piallacci e tra piote,
Tu ci avrai una bella dote;
Ne faremo un Principino,
Carbonaio, carbonaino!
Le parole erano allegre ma la cantilena era triste.
Di tanto in tanto, egli si alzava per osservare l'andamento del loco, e
soggiungeva:
- La catasta arde bene.
Otto giorni dopo, tornando dalla città dov'era andato a vendere il carbone, il
marito portava un grosso involto sotto il braccio.
- Che bel regalo mi hai comprato, marito mio?
- Indovina, moglie mia.
- Una veste di mussola?
- Ma che!
- Un coscetto di abbacchio?
- Ma che!
Lasciami vedere. Che sarà mai, se lo posi con tanta cautela sul letto?
- Ti ho portato un figliolino.
- Di cenci?
- Di carne e ossa. Guarda!
Era davvero un bel bambino roseo, biondo, che dormiva saporitamente,
avvolto in pannilini finissimi, orlati di trine.
- E chi te l'ha dato?
- L'ho trovato tra l'erba, su l'orlo di un fosso.
- Sarà la nostra fortuna.
- Gli vorremo bene come a vero figliolo.
- Ma, per allattarlo?...
- Compreremo una capra.
La capra, in poco tempo, si affezionò talmente al bambino, che andava a
porgergli i capezzoli assai meglio di una nutrice. La carbonaia glielo posava per
terra su una coperta di lana e quella, appena lo sentiva vagire, accorreva e
sceglieva la posizione più comoda perché il bambino poppasse. Ciò pareva un
miracolo al marito e alla moglie, che, al veder crescere quella creaturina sana,
vispa e bella, ripetevano ogni giorno:
- Sarà la nostra fortuna!
La donna ora, dovendo badare al bambino, non poteva più aiutare, come
prima, il marito nel far la catasta, la rocchina per tenerla ben legata, né a
stendervi su la pelliccia con piote e piallacci. Avevano preso un garzone.
Il bambino, cresciuto, era diventato un frugoletto. Correva qua, montava là, si
arrampicava agli alberi, non stava cheto un momento. E spiccava certi salti,
come una cavalletta; per questo, col nome di una di esse, lo chiamarono
Saltacavalla. Più cresceva e più frugolo diventava.
- Dov'è Saltacavalla?
- Era qui un momento fa. - Tu non lo tieni d'occhio abbastanza!
- E tu lo vizi con le carezze!
- È così buono!
- È così buffo certe volte!
89
- Ora appicco foco alla catasta.
- Ehi! Ehi| Adagino, ci sono io!
Dov'era andato ad accovacciarsi? In cima alla catasta, dentro la buca. Aveva
preso di mira il garzone e gliene faceva di ogni specie. Gli nascondeva le
scarpe nei mucchi di carbone; gli faceva sparire la camicia o i calzoni, che
andava ad appendere in cima a un albero, dove non poteva arrampicarsi altri
che lui. E dopo averlo fatto ammattire un bel pezzo, esclamava:
- Toh! Hanno messo bandiera bianca lassù!
La camicia sventolava proprio come una bandiera.
- Toh! C'è là, in alto, lo spauracchio pei passeri!
Erano i calzoni infilati a due rami. I carbonai, mal trattenendo le risa, non
riuscivano a sgridarlo.
E Saltacavalla si faceva pregare un po' prima di arrampicarsi lassù, e di
restituire al garzone calzoni e camicia.
La donna gli lavava mani e faccia due, tre volte al giorno; ma dopo pochi
minuti Saltacavalla era nero, mani e faccia, peggio di un piccolo carbonaio.
E se la mamma e il babbo - egli non sapeva che non fosse loro figlio - lo
sgridavano, Saltacavalla faceva smorfie e gesti così strani, torcendo il muso,
sgranando gli occhi, cavando fuori la lingua, che non era possibile rimanere
seri; e tutto finiva in una grande risata. Rideva anche il garzone.
- È il nostro divertimento; lasciamolo fare.
- Poverino, non ha altri svaghi!
- Tieni, è la colazione. Sta' là cheto, almeno mangiando.
Saltacavalla prendeva la fetta di pane e il companatico, un pezzetto di cacio o
una mezza cipolla, e cominciava a masticare di mala voglia, quasi non avesse
appetito. Tutt'a un tratto, dava un balzo, da quel Saltacavalla che era, e in un
attimo eccolo in cima a una quercia, a dondolarsi su un ramo così sottile, che
pareva gli si dovesse spezzar sotto. - Quassù, sì, si mangia bene!
E faceva bocconi grossi, con tanti forti scoppiettii delle labbra, per mostrare
che pappava di gusto.
- Scendi giù, ti può accadere una disgrazia!
- Intanto schiaccio un sonnellino!
Si stendeva tra i rami, incrociando le gambe, tenendosi aggrappato con le
mani, e si addormentava. E la povera donna stava a vegliarlo a piè dell'albero,
atterrita. Alla discesa, lo prendeva per un braccino, voleva sgridarlo, ma
Saltacavalla le faceva una strana smorfia di scusa e la sgridata si mutava in
uno scoppio di risa.
Or accadde che un giorno si trovò a passare nel bosco il Re con due persone
del suo séguito. Avevano smarrito la strada. Vedendo che i carbonai stavano
per dar fuoco alla catasta, scese da cavallo e volle assistere all'operazione.
Il Re era triste, cupo e non diceva una parola. Non dicevano una parola
neppure quelli del séguito, mentre il carbonaio appiccava il foco.
Marito e moglie avevano capito che quei signori, vestiti così bene e con quei
bei cavalli, dovevano essere personaggi di gran conto; la donna per ciò si
teneva in disparte e tratteneva a sé Saltacavalla per impedirgli di farne
qualcuna delle sue.
A un tratto, Saltacavalla scappa e va a piantarsi a gambe larghe, con le braccia
dietro la schiena, in faccia al Re, squadrandolo da capo a piedi:
90
- Tu non sei carbonaio, è vero? Che cos'hai con quel viso scuro?
Il Re stese una mano per fargli una carezza.
Saltacavalla allungò il muso, cacciò fuori la lingua, sgranò tanto di occhi, e
torse il collo a destra e a sinistra.
Un lieve sorriso spuntò su le labbra del Re, ma disparve subito.
- Me lo dài quel bastone lustro che porti al fianco?
Intendeva di dire la spada. Saltacavalla non aveva mai visto spade, e non
sapeva come si chiamassero, né a che uso servissero. Il Re tirò fuori del fodero
la spada e gliela mostrò per fargli capire che non era un bastone.
- È un coltello? Troppo lungo per affettare il pane! Non serve. Guarda il mio:
costa due soldi.
E cavato di tasca il coltellino, Saltacavalla lo aperse e cominciò a far l'atto di
tagliare una, due, tre fette di pane da una pagnotta, accompagnando il gesto
con tali smorfie delle labbra, di tutto il viso, torcendo gli occhi, cacciando fuori
a più riprese la lingua, che il Re sorrise e stese di nuovo la mano per fargli una
carezza.
La povera donna era su le spine e accennava a Saltacavalla di smettere,
minacciando di picchiarlo.
Come se gli avesse detto: - Fai peggio!
- È tuo quel cavallo bianco? Me lo dài?
E prima che il Re rispondesse, Saltacavalla era in sella, e picchiava con le
calcagna sui fianchi dell'animale legato per le briglia al tronco di un albero.
L'animale, abituato agli speroni, non si dava per inteso di quei colpettini e
rimaneva tranquillo. Saltacavalla si arrabbiava, gridando: - Arri là! Arri là! - E
faceva gesti così scomposti, così buffi, cacciando fuori la lingua, agitando le
braccia e le gambe, che il Re, non ostante la sua serietà e il suo cattivo umore,
fu preso da una vera convulsione di risa; non aveva mai riso tanto da un gran
pezzo.
Quando poté frenarsi e parlare, disse ai carbonai:
- Affidatemi questo ragazzo. Lo porto via con me; ne farò un gran signore.
Neppure al Re in persona! risposero insieme marito e moglie. - Lo abbiamo
allevato col nostro sangue.
- Non è vero! - gridò Saltacavalla. - Mi hanno detto loro stessi che mi ha
allattato una capra.
Il Re fu preso da un nuovo accesso di risa. E quando poté frenarsi e parlare,
disse.
- Vi farò ricchi, lui e voialtri. Questo bambino è stato per me il più gran medico
del mondo: mi ha fatto ridere, ed erano anni ed anni che non ridevo. Verrète
ad abitare nel mio palazzo. Sono il Re.
Marito e moglie sbalordirono. Si confondevano in iscuse.
- Perdono, Maestà! Chi poteva immaginare?
Ma tutto fini in una gran risata, perché Saltacavalla, sceso giù di sella, si
buttava ai piedi del Re, ripetendo in modo buffo, stralunando gli occhi,
cacciando fuori la lingua, picchiandosi il petto:
- Perdono, Maestà!... Chi poteva immaginare?
Cosi Saltacavalla e i carbonai, marito e moglie, furono accolti nel palazzo reale;
i creduti genitori in un appartamentino a pian terreno, che aveva un orto;
Saltacavalla in una camera vicina a quella del Re, che lo voleva davanti quasi
91
in tutte le ore della giornata, anche quando teneva consiglio coi Ministri.
Gli aveva fatto cucire dal sarto di Corte un bel vestito da paggetto, e dal
calzolaio di Corte un paio di borzacchini, che erano gli stivaletti allora in uso.
Ma Saltacavalla vi si trovava dentro impacciato, quasi vestito e borzacchini gli
impedissero i movimenti. A volte accadeva che il Re lo cercasse per le sale del
palazzo senza riuscire a trovarlo. Fruga, chiama, all'ultimo scoprivano
Saltacavalla in una terrazza, con indosso i vecchi cenci, scalzo, che correva da
un punto all'altro, facendo salti, capriole, mosse buffe... E siccome lo cercava
perché voleva divertirsi con lui, lo lasciava fare e rideva, rideva!
Un altro giorno, cerca, chiama: Saltacavalla era sparito. Scorrazzava in fondo
al giardino, calpestando aiuole, stroncando rami di piante a cui si afferrava con
balzi, riducendo tutto strappi il bel vestitino da paggetto, sgualcendo i
borzacchini, facendosi beffe dei giardinieri che avrebbero voluto impedirgli di
guastare le aiuole, di sciupare le piante... Saltacavalla si arrampicava lesto
lesto in cima a un grand'albero e rispondeva impertinentemente:
- Se non viene qui Sua Maestà, non mi movo! Non mi movo!
E manteneva la parola. Ma prima di scendere faceva certe mosse, certe
smorfie sempre nuove, che il Re si sbellicava dalle risa, e gli perdonava
volentieri l'impertinenza.
Avanti dell'arrivo di Saltacavalla, il palazzo reale era triste, silenzioso come un
cimitero. Il Re, oppresso da grave malinconia, viveva solitario, appartato nelle
sue stanze, dove, a lunghi intervalli, riceveva i Ministri.
- Maestà, c'è da far questo, c'è da fare quest'altro. Vostra Maestà permetta...
Il Re accennava di sì col capo e non vedeva l'ora di levarseli di torno. I Ministri
per ciò facevano quel che a loro pareva e piaceva. Da che il Re era divenuto un
altro per virtù di Saltacavaila, spandeva il buon umore per tutto il palazzo e
fuori. Si occupava di ogni cosa, e più non lasciava libertà ai Ministri di fare quel
che a loro pareva e piaceva. Dava grandi feste, prendeva parte alle pubbliche
cerimonie, accordava udienze anche alle più umili persone. E tutti, meno i
Ministri, benedicevano Saltacavalla, che aveva operato quel miracolo.
I Ministri si riunirono un giorno segretamente:
- Saltacavalla è il nostro malanno!
- Quando sarà cresciuto con gli anni, il vero Ministro sarà lui.
- Il Re gli vuole così bene, che finirà col dichiararlo suo successore, vedrete!
- Non ci mancherebbe altro! Bisogna dar moglie a Sua Maestà!
- Dite bene, eccellenza!
E la prima volta che furono chiamati a Consiglio, il capo dei Ministri disse:
- Maestà, il popolo desidera l'erede del trono.
- Non sono vecchio, né malaticcio: ho ancora tempo da pensarci.
- Maestà, certe cose è meglio farle presto che tardi.
Picchia oggi, picchia domani, il Re si decise a dir di sì. Appena Saltacavalla
seppe che il Re aveva mandato a chiedere in isposa la figlia del Re di Francia,
si fece avanti stropicciandosi le mani dall'allegrezza:
- Maestà, il Re di Francia avrà certamente un'altra figlia anche per me.
- Che cosa vorresti farne.
- Oh bella!... Sposarla.
- Sei troppo ragazzo per ora. Bada a crescere. Dopo...
Saltacavalla rimase pensoso, e in tutta la giornata non fece nessuna smorfia da
92
fare ridere il Re.
Maestà, son cresciuto di un giorno!
- È pochino, Saltacavalla.
- Maestà, son cresciuto di otto giorni.
- È poco ancora, Saltacavalla!
Si avvicinava il mese in cui dovevano aver luogo le nozze del Re, e intanto nel
palazzo reale non si faceva nessun preparativo.
Il Re, di giorno in giorno, ridiventava di cattivo umore.
- Perché non mi fai ridere più, Saltacavalla?
- Quando non rido io, non deve ridere nessuno.
- E perché tu non ridi più.
- Perché non mi volete dar in moglie una figlia del Re di Francia.
- Bada a crescere... Dopo... Sono già cresciuto di due mesi!
E andava via, triste, a capo chino, più triste di lui.
Venne un ambasciatore del Re di Francia per stabilire, d'accordo, il giorno
preciso delle nozze.
- Non sposo più! - rispose il Re.
- Maestà, questo è un affronto; ce ne darete ragione!
Non sposo più; prendetela come volete.
Il Re di Francia la prese malissimo: mandò a intimargli guerra, e invase subito
il regno con numeroso esercito.
- Maestà, i nostri soldati sono stati disfatti!
- Mandate un altro esercito incontro al nemico.
Maestà, i nostri soldati sono stati nuovamente disfatti! Mandate un altro
esercito!
Si presentò tutt'a un tratto Saltacavalla:
- Maestà, date il comando a me! Vi farò vedere io!
E faceva gesti di menar la sciabola in tondo e di tagliar teste:
- Ziff! Zaff! Ziff! Zaff!
Saltava da un punto all'altro della sala, menando pugni e calci, facendo
smorfiacce, cavando la lingua in faccia ai Ministri, e tornando a far finta di
sciabolare in tondo, di tagliar teste e d'infilare nemici:
- Ziff! Zaff! Ziff! Zaff!
Il Re cominciò a ridere a ridere... cominciarono a ridere a ridere anche i
Ministri, mentre Saltacavalla continuava:
-Ziff! Zaff! Ziff! Zaff!
Tutt'a un tratto il Re disse:
- Saltacavalla sia generalissimo.
- Maestà! Maestà! Con l'esercito nemico non si scherza!
Saltacavalla sia generalissimo!
Di fronte agli ordini del Re, i Ministri non fiatarono più.
- Tanto meglio! -- pensarono.
- È l'unico mezzo di levarci Saltacavalla di torno!
Saltacavalla, tutto ringalluzzito, disse:
- Grazie, Maestà!
E rivolto ai Ministri, con aria spavalda, soggiunse:
- Mi si mandi subito il sarto di Corte!
Il sarto, sentito che si trattava del generalissimo, accorse in fretta. Vedendosi
93
però davanti quel ragazzino di Saltacavalla, sospettò che qualcuno si fosse
fatto beffa di lui. E stava per tornarsene addietro; ma intervenne il Re, e gli
ordinò di eseguire ,quel che Saltacavalla desiderava.
- Voglio un paio di calzoni con la gamba destra metà bianca e metà nera, e la
sinistra metà rossa e metà gialla...
- Sarà obbedito!
- Voglio una divisa metà azzurra e metà verde, con la manica verde dai lato
azzurro e la manica azzurra dai lato verde.
- Sarà obbedito!
- Voglio un berretto a spicchi gialli, rossi, verdi, bianchi, azzurri, e un gran
gallone d'oro dattorno.
- Sarà obbedito!
- Chiamatemi il calzolaio di Corte.
Il calzolaio, sentito che si trattava del generalissimo, accorse in fretta.
Vedendosi però davanti quel ragazzino di Saltacavalla, sospettò anch'esso che
qualcuno si fosse fatto beffa di lui, e stava per tornarsene addietro; ma
intervenne il Re e gli ordinò di eseguire quel che Saltacavalla desiderava.
- Voglio un paio di borzacchini, quello di destra metà di pelle rossa e metà di
pelle gialla; quello di sinistra, metà di pelle bianca e metà di pelle nera.
- Sarà obbedito!
- E che abbiano la punta aguzza, lunga così...
- Sarà obbedito!
Saltacavalla aveva pensato alla divisa, ai calzoni, ai berretto, ai borzacchini,
ma né a spada, né a lancia, né ad arma di sorta alcuna. L'esercito era pronto a
partire. Saltacavalla aveva già calzato i borzacchini, indossato la divisa, si era
messo in capo il berretto a spicchi.
- Dove vai, Saltacavalla?
- Maestà, vado in cucina.
- Per far cosa, Saltacavaila?
- Vado a prendere una padella per scudo e uno spiedo per spada.
- Come ti piace, Saltacavalla.
E si mise a capo dell'esercito con la padella e lo spiedo in ispalla. Cosa strana!
Nessuno rideva vedendolo vestito ed armato a quel modo.
Prima di mettersi in marcia, egli disse ai soldati:
- Quando darò un colpo sul fondo della padella, voi dovete fermarvi; quando
ne darò due, precipitatevi all'assalto; quando ne darò tre, cessate di
combattere. Chi non mi obbedisce, peggio per lui.
Cammina, cammina, arrivarono in faccia al nemico. Saltacavalla diè un colpo
sul fondo della padella, e i suoi soldati si fermarono. Egli invece andò avanti
con certe mosse così buffe, torcendo le labbra, sgranando gli occhi, cavando
fuori la lingua, al suo solito, che i nemici cominciarono a ridere, a ridere, a
ridere, contorcendosi, lasciando cascare giù le armi, tenendosi stretta la
pancia, rotolandosi per terra...
Allora Saltacavalla dà due colpi sui fondo della padella
tan! tan! - e i suoi soldati si precipitano all'assalto e fanno strage dei nemici,
che si lasciano scannare ridendo, incapaci di opporre la minima resistenza.
Quando Saltacavaila diè i tre colpi:
tan! tan! tan! dei soldati nemici non ne rimaneva vivo neppure uno.
94
Ma essi erano l'avanguardia. Saltacavalla ordinò di rimettersi in marcia, e,
dopo poche ore di cammino, ecco il grosso dell'esercito nemico che non
s'aspettava di vedersi arrivare addosso l'avversario.
Tan!
E i soldati di Saltacavalla si fermarono. E lui si fece avanti con mosse buffe,
torcendo le labbra, sgranando gli occhi, cavando fuori la lingua a riprese. E i
nemici lo guardano stupiti e poi cominciano a ridere a ridere, contorcendosi,
lasciando cascare giù le armi, tenendosi stretta la pancia, rotolandosi per
terra...
Tan! tan!
I soldati di Saltacavalla si precipitano all'assalto, e fanno un'altra strage dei
nemici, che si lasciano scannare ridendo, incapaci di opporre la minima
resistenza.
Tan! tan! tan!
Rimanevano appena un centinaio di uomini che Saltacavalla voleva far
prigionieri, e condurli, legati a due a due, al cospetto del suo Re. Ma parecchi
dei suoi, inebriati dalla vittoria, non cessarono di combattere dopo i tre colpi, e
n'ebbero la peggio. Quell'ultimo centinaio di uomini non rise più, si diè a menar
le mani, e fece pagar cara la disobbedienza a coloro.
Dovette intervenire Saltacavalla, e fece prodigi di valore. Accoppava con la
padella, infilzava con lo spiedo, e in pochi minuti di quel centinaio di nemici
non ne rimaneva in piedi neppure uno. Quando si sparse la notizia che
Saltacavalla tornava vittorioso, il popolo si rovesciò per le vie, e migliaia di
persone gli uscirono incontro fuori le porte della città.
Il Re gongolava dalla gioia; ma i Ministri, diventati in viso più verdi di limoni,
doverono fingere letizia. Se, col ritorno di Saltacavalla sano e salvo, Sua
Maestà riprendeva a ridere e a star di buon umore, la loro cuccagna era finita!
Affacciati a un balcone del palazzo reale, ai lati di Sua Maestà, essi si stupivano
di non sentire applausi o gridi di evviva ma un rumore indefinibile che diveniva
più forte, di mano in mano che pareva si venisse accostando.
Erano risate. Alla vista di Saltacavalla, vestito e armato a quel modo, che,
dall'alto del suo cavallo di generalissimo, faceva smorfie, stralunava gli occhi,
allungava le labbra, cacciava fuori la lingua, e dondolava la testa come un
burattino, per ringraziare della festosa accoglienza, il popolo aveva dovuto
cessare di applaudire, e rideva, rideva, rideva; e l'onda della risata si
propagava rumorosa di mano in mano che Saltacavalla si avanzava alla testa
dell'esercito vittorioso. Al clamore delle risate del popolo sotto il palazzo reale
si unì ben tosto lo scoppio di quelle del Re e dei Ministri.
I Ministri, specialmente, si contorcevano, si davano gomitate e spintoni, si
buttavano gli uni addosso agli altri, senza punto riguardo alla presenza del Re.
Il Re rideva, si, ma non con quella violenza. I Ministri erano diventati paonazzi
in viso, non ne potevano più, soffocavano, e, rientrati nel salone, si buttarono
per terra, rotolandosi in convulsioni di risa, poi giacquero. Erano morti!
Il Re, paventando che accadesse qualcosa di simile tra la folla, scese incontro a
Saltacavalla, che saltò giù di sella, gli depose ai piedi la padella e lo spiedo, e
piegò un ginocchio, ma con un gesto così buffo, che le risate della gente
raddoppiarono.
- Basta, Saltacavalla! Basta! - esclamò il Re. - Vuoi tu farli morire dalle risa,
95
come sono morti i Ministri?
- Ah! - fece Saltacavalla. - Poverini! Poverini!
E finse di scoppiare in pianto dirotto.
Allora, in un attimo, tutta la folla stipata davanti al palazzo reale passò dal riso
al pianto. Si udivano singhiozzi ed esclamazioni:
- Poverini! Poverini! - E le lacrime venivano giù a torrenti. Scoppiò a piangere
anche il Re.
-Basta, Saltacavalla! Basta! - esclamò il Re.
Saltacavalla fece un gesto di stizza.
- Basta, se faccio ridere!... Basta, se faccio piangere! Il meglio è che me ne
vada!
- No, Saltacavalla! No!
Ma il Re ebbe un bel gridare - No! No! -
Saltacavalla, in quattro salti, era già sparito.
Il Re capì troppo tardi che quel pianto era anche esso una specie di risata.
Attese, attese che Saltacavalla ritornasse; ma Saltacavalla non si fece più
vedere.
Il Re mandò a chiamare i carbonai marito e moglie che vivevano
tranquillamente nell'appartamento a pian terreno, loro assegnato:
- Sapete niente di vostro figlio?
Quei due credettero che Saltacavalla avesse fatto qualche cattiva azione e che
il Re volesse prendersela con loro.
- Maestà, perdono!... - disse il marito. - Ma Saltacavalla non era nostro figlio!
Io lo trovai un giorno tra l'erba su l'orlo di un fosso, e lo facemmo allattare da
una capra!
- Era involtato - soggiunse la moglie - in pannilini finissimi, orlati di trine.
Il Re volle vederli. Non aveva mai visto niente di così fine e di così bello. Ma
non poté capire altro.
E nessuno ha mai saputo chi era Saltacavalla, e da quel giorno in poi non se
n'è avuto più notizia! Peccato! Se tornasse ora che si ride tanto di rado!
Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra, che ho detto la mia.
di Luigi Capuana
96
Spera di sole
C'era una volta una fornaia,
che aveva una figliuola nera
come un tizzone e brutta più
del peccato mortale.
Campavan la vita infornando
il pane della gente, e
Tizzoncino, come la
chiamavano, era attorno da
mattina a sera: - Ehi,
scaldate l'acqua! Ehi,
impastate! - Poi, coll'asse
sotto il braccio e la
ciambellina sul capo, andava
di qua e di là a prender le
pagnotte e le stiacciate da
infornare; poi, colla cesta
sulle spalle, di nuovo di qua
e di là per consegnar le
pagnotte e le stiacciate bell'e
cotte. Insomma non
riposava un momento.
Tizzoncino era sempre di
buon umore. Un mucchio di
filiggine; i capelli arruffati, i
piedi scalzi e intrisi di mota,
in dosso due cenci che gli
cascavano a pezzi; ma le sue
risate risonavano da un capo all'altro della via.
- Tizzoncino fa l'uovo - dicevan le vicine.
All'Avemaria le fornaie si chiudevano in casa e non affacciavano più nemmeno
la punta del naso. D'inverno, passava... Ma d'estate, quando tutto il vicinato si
godeva il fresco e il lume di luna? O che eran matte, mamma e figliuola, a
starsene tappate in casa con quel po' di caldo?... Le vicine si stillavano il
cervello.
- O fornaie, venite fuori al fresco, venite!
- Si sta più fresche in casa.
- O fornaie, guardate che bel lume di luna, guardate!
- C'è più bel lume in casa.
Eh, la cosa non era liscia! Le vicine si misero a spiare e a origliare dietro
l'uscio. Dalle fessure si vedeva uno splendore che abbagliava, e di tanto in
tanto si sentiva la mamma:
- Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
E Tizzoncino che faceva l'uovo.
- Se lo dicevano che erano ammattite!
Ogni notte così, fino alla mezzanotte: - Spera di sole, spera di sole, sarai
Regina se Dio vuole!
97
La cosa giunse all'orecchio del Re. Il Re montò sulle furie e mandò a chiamare
le fornaie.
- Vecchia strega, se seguiti, ti faccio buttare in fondo a un carcere, te e il tuo
Tizzoncino!
- Maestà, non è vero nulla. Le vicine sono bugiarde.
Tizzoncino rideva anche al cospetto del Re.
- Ah!... Tu ridi?
E le fece mettere in prigione tutte e due, mamma e figliuola.
Ma la notte, dalle fessure dell'uscio il custode vedeva in quella stanzaccia un
grande splendore, uno splendore che abbagliava, e, di tanto in tanto, sentiva la
vecchia:
- Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
E Tizzoncino faceva l'uovo. Le sue risate risonavano per tutta la prigione.
Il custode andò dal Re e gli riferì ogni casa.
- Il Re montò sulle furie peggio di prima.
- La intendono in tal modo? Sian messe nel carcere criminale, quello
sottoterra.
Era una stanzaccia senz'aria, senza luce, coll'umido che si aggrumava in ogni
parte; non ci si viveva. Ma la notte, anche nel carcere criminale, ecco uno
splendore che abbagliava, e la vecchia:
- Spera di sole, spera di sole, sarai Regina se Dio vuole!
Il custode tornò dal Re, e gli riferì ogni cosa.
Il Re, questa volta, rimase stupito. Radunò il Consiglio della Corona: e i
consiglieri chi voleva che alle fornaie si tagliasse la testa, chi pensava che
fosser matte e bisognasse metterle in libertà.
- Infine, che cosa diceva quella donna? Se Dio vuole. O che male c'era? Se Dio
avesse voluto, neppure Sua Maestà sarebbe stato buono d'impedirlo.
- Già! Era proprio così.
Il Re ordinò di scarcerarle.
Le fornaie ripresero il loro mestiere. Non avevan le pari nel cuocere il pane
appuntino, e le vecchie avventore tornarono subito. Perfin la Regina volle
infornare il pane da loro; il Tizzoncino così saliva spesso le scale del palazzo
reale, coi piedi scalzi e intrisi di mota. La Regina le domandava:
- Tizzoncino, perché non ti lavi la faccia?
- Maestà, ho la pelle fina e l'acqua me la sciuperebbe.
- Tizzoncino, perché non ti pettini?
- Maestà, ho i capelli sottili, e il pettine me li strapperebbe.
- Tizzoncino, perché non ti compri un paio di scarpe?
- Maestà, ho i piedini delicati; mi farebbero i calli.
- Tizzoncino, perché la tua mamma ti chiama Spera di sole?
- Sarò Regina, se Dio vuole!
La Regina ci si divertiva; e Tizzoncino, andando via colla sua asse sulla testa e
le pagnotte e le stiacciate di casa reale, rideva, rideva. Le vicine che la
sentivan passare:
- Tizzoncino fa l'uovo!
Intanto ogni notte quella storia. Le vicine, dalla curiosità, si rodevano il fegato.
E appena vedevano quello splendore che abbagliava e sentivano il ritornello
della vecchia, via, tutte dietro l'uscio: non sapevano che inventare.
98
- Fornaie, fatemi la gentilezza di prestarmi lo staccio; nel mio c'è uno strappo.
Tizzoncino apriva l'uscio e porgeva lo staccio.
- Come! Siete allo scuro? Mentre picchiavo, c'era lume.
- Uh! Vi sarà parso.
La cosa era arrivata anche alle orecchie del Reuccio, che aveva già sedici anni.
Il Reuccio era un gran superbo. Quando incontrava per le scale Tizzoncino,
coll'asse sulla testa o colla cesta sulle spalle, si voltava in là per non vederla.
Gli faceva schifo. E una volta le sputò addosso.
Tizzoncino quel giorno tornò a casa piangendo.
- Che cosa è stato, figliuola mia?
- Il Reuccio mi ha sputato addosso.
- Sia fatta la volontà di Dio! Il Reuccio è padrone.
Le vicine gongolavano:
- Il Reuccio gli aveva sputato addosso; le stava bene a Spera di sole!
Un altro giorno il Reuccio la incontrò sul pianerottolo. Gli parve che Tizzoncino
lo avesse un po' urtato con l'asse, e lui, stizzito, le tirò un calcio. Tizzoncino
ruzzolò le scale.
Quelle pagnotte e stiacciate, tutte intrise di polvere, tutte sformate, chi
avrebbe avuto il coraggio di riportarle alla Regina?
Tizzoncino tornò a casa piangendo e rammaricandosi.
- Che cosa è stato, figliuola mia?
- Il Reuccio mi ha tirato un calcio e mi ha rovesciato ogni cosa.
- Sia fatta la volontà di Dio: il Reuccio è padrone.
Le vicine non capivano nella pelle dall'allegrezza.
- Il Reuccio gli aveva menato un calcio: le stava bene a Spera di sole!
Il Reuccio pochi anni dopo pensò di prender moglie e mandò a domandare la
figliuola del Re di Spagna. Ma l'ambasciatore arrivò troppo tardi: la figliuola del
Re di Spagna s'era maritata il giorno avanti. Il Reuccio volea impiccato
l'ambasciatore. Ma questi gli provò che avea spesa nel viaggio mezza giornata
di meno degli altri. Allora il Reuccio lo mandò a domandare la figliuola del Re di
Francia. Ma l'ambasciatore arrivò troppo tardi: la figliuola del Re di Francia
s'era maritata il giorno avanti.
Il Reuccio volea ad ogni costo impiccato quel traditore che non arrivava mai in
tempo: ma questi gli provò che avea spesa nel viaggio una giornata di meno
degli altri. Allora il Reuccio lo mandava dal Gran Turco per la sua figliuola. Ma
l'ambasciatore arrivò troppo tardi: la figliuola del Gran Turco s'era maritata il
giorno avanti.
Il Reuccio non sapea darsi pace; piangeva. Il Re, la Regina, tutti i ministri gli
stavano attorno:
- Mancavano principesse? c'era la figliuola del Re d'Inghilterra: si mandasse
per lei.
Il povero ambasciatore partì come una saetta, camminando giorno e notte
finché non arrivò in Inghilterra. Era una fatalità! Anche la figlia del Re
d'Inghilterra s'era maritata il giorno avanti. Figuriamoci il Reuccio!
Un giorno, per distrarsi, se n'andò a caccia.
Smarritosi in un bosco, lontano dai compagni, errò tutta la giornata senza
poter trovare la via. Finalmente, verso sera, scoprì un casolare in mezzo agli
alberi. Dall'uscio aperto, vide dentro un vecchione, con una gran barba bianca,
99
che, acceso un bel fuoco, si preparava la cena.
- Brav'uomo, sapreste indicarmi la via per uscire dal bosco?
- Ah, finalmente sei arrivato!
A quella voce grossa grossa, il Reuccio sentì accapponarsi la pelle.
- Brav'uomo, non vi conosco; io sono il Reuccio.
- Reuccio o non Reuccio, prendi quella scure e spaccami un po' di legna.
Il Reuccio, per timore di peggio, gli spaccava la legna.
- Reuccio o non Reuccio, vai per l'acqua alla fontana.
Il Reuccio, per timore di peggio, prendeva l'orcio sulle spalle e andava alla
fontana.
- Reuccio o non Reuccio, servimi a tavola.
E il Reuccio, per timore di peggio, lo servì a tavola. All'ultimo il vecchio gli diè
quel che era avanzato.
- Buttati lì; è il tuo posto.
Il povero Reuccio si accovacciò su quel po' di strame in un canto, ma non poté
dormire.
Quel vecchio era il Mago, padrone del bosco. Quando andava via, stendeva
attorno alla casa una rete incantata, e il Reuccio rimaneva in tal modo suo
prigioniero e suo schiavo.
Intanto il Re e la Regina lo piangevano per morto e portavano il lutto. Ma un
giorno, non si sa come, arrivò la notizia che il Reuccio era schiavo del Mago. Il
Re spedì subito i suoi corrieri:
- Tutte le ricchezze del regno, se gli rilasciava il figliuolo!
- Sono più ricco di lui!
A questa risposta del Mago, la costernazione del Re fu grande. Spedì daccapo i
corrieri:
- Che voleva? Parlasse: il Re avrebbe dato anche il sangue delle sue vene.
- Una pagnotta e una stiacciata, impastate, infornate di mano della Regina, e il
Reuccio sarà libero.
- Oh, questo era nulla!
La Regina stacciò la farina, la impastò, fece la pagnotta e la stiacciata, scaldò il
forno di sua mano e le infornò. Ma non era pratica; pagnotta e stiacciata
furono abbruciacchiate.
Quando il Mago le vide, arricciò il naso:
- Buone pei cani.
E le buttò al suo mastino. La Regina stacciò di nuovo la farina, la impastò e ne
fece un'altra pagnotta e un'altra stiacciata. Poi scaldò il forno di sua mano e le
infornò. Ma non era pratica. La pagnotta e la stiacciata riusciron mal cotte.
Quando il Mago le vide, arricciò il naso:
- Buone pei cani.
E le buttò al mastino.
La Regina provò, riprovò; ma il suo pane riusciva sempre o troppo o poco
cotto; e intanto il povero Reuccio restava schiavo del Mago.
Il Re adunò il Consiglio di Ministri.
- Sacra Maestà - disse uno dei Ministri - proviamo se il Mago è indovino. La
Regina staccerà la farina, la impasterà, farà la pagnotta e la stiacciata; per
scaldare il forno ed infornare chiameremo Tizzoncino!
- Bene! Benissimo!
100
E così fecero. Ma il Mago arricciò il naso:
- Pagnottaccia, stiacciataccia
Via, lavatevi la faccia!
E le buttò al cane. Aveva subito capito che ci avea messo le mani Tizzoncino.
- Allora - disse il ministro - non c'è che un rimedio.
- Quale? - domandò il Re.
- Sposare il Reuccio con Tizzoncino. Così il Mago avrà il pane stacciato,
impastato, infornato dalle mani della Regina, e il Reuccio sarà liberato.
- È proprio la volontà di Dio - disse il Re.
- Spera di sole, spera di sole, sarai regina se Dio vuole!
E fece il decreto reale, che dichiarava il Reuccio e Tizzoncino marito e moglie.
Il Mago ebbe la pagnotta e la stiacciata, stacciate, impastate e infornate dalle
mani della Regina, e il Reuccio fu messo in libertà.
Veniamo intanto a lui, che di Tizzoncino non vuol saperne affatto:
- Quel mucchio di filiggine sua moglie? Quella bruttona di fornaia regina?
- Ma c'è un decreto reale...
- Sì? Il Re lo ha fatto, e il Re può disfarlo!
Tizzoncino, diventata Reginotta, era andata ad abitare nel palazzo reale. Ma
non s'era voluta lavare, né pettinare, né mutarsi il vestito, né mettersi un paio
di scarpe:
- Quando verrà il Reuccio, allora mi ripulirò.
Era possibile? E aspettava, chiusa nella sua camera, che il Reuccio andasse a
trovarla. Ma non c'era verso di persuaderlo.
- Quella fornaia mi fa schifo! Meglio morto che sposar lei!
Tizzoncino, quando le riferivano queste parole, si metteva a ridere:
- Verrà, non dubitate; verrà.
- Verrò? Guarda come verrò!
Il Reuccio, perduto il lume degli occhi e colla sciabola in pugno, correva verso
la camera di Tizzoncino: volea tagliarle la testa. L'uscio era chiuso. Il Reuccio
guardò dal buco della serratura e la sciabola gli cadde di mano. Lì dentro c'era
una bellezza non mai vista, una vera Spera di sole!
- Aprite, Reginotta mia! Aprite!
E Tizzoncino, dietro l'uscio, canzonandolo:
- Mucchio di filiggine!
- Apri, Reginotta dell'anima mia!
E Tizzoncino ridendo:
- Bruttona di fornaia!
- Apri, Tizzoncino mio!
Allora l'uscio s'aperse, e i due sposini s'abbracciarono.
Quella sera si fecero gli sponsali, e il Reuccio e Tizzoncino vissero a lungo, felici
e contenti...
E a noi ci s'allegano i denti.
di Luigi Capuana
101
Testa-di-
rospo
C'era una volta un Re e
una Regina. La Regina
partorì e fece una
bambina più bella del
sole. Insuperbita di
questa figliolina così
bella, spesso diceva:
- Neppur le Fate
potrebbero farne un'altra
come questa.
Ma una mattina, va per
levarla di culla e la trova contraffatta, con una testa di rospo.
- Oh Dio, che orrore!
Benché fosse figlia unica e le volesse un gran bene, quella testa di rospo le
facea schifo, e non volle più allattarla.
Il Re, angustiato, disse a un servitore:
- Prendila e portala giù; mettila fra i cagnolini figliati dalla cagna. Però se
morisse, sarebbe meglio per lei!
Non morì. La cagna, tre, quattro volte il giorno tralasciava di dar latte ai
cagnolini, e porgeva le poppe a Testa-di-rospo. La leccava, la ripuliva, la
scalducciava tenendosela accosto, e non permetteva che alcuno stendesse la
mano a toccarla.
Quando il Re e la Regina scendevano giù per vedere, la cagna ringhiava,
mostrava i denti; e un giorno che la Regina fece atto di voler riprendere la
figliuola, le saltò addosso e le morse mani e gambe.
Testa-di-rospo nel canile prosperava. Quando crebbe, non volle più lasciarlo.
Durante la giornata abitava su nelle stanze reali; pranzava a tavola col Re,
colla Regina, con tutta la corte, e prima di toccar le pietanze, metteva da parte
i meglio bocconi; poi ne riempiva il grembiule e scendeva giù, nel canile.
- Mamma cagna, mangiate; la mia vera mamma siete voi!
La notte dormiva lì, con mamma cagna. Non c'era mai stato verso di indurla a
dormire nel suo letto.
La Regina, sentendole ripetere ogni giorno: - Mamma cagna, mangiate; la mia
vera mamma siete voi! -, cominciò a odiarla terribilmente, come se non fosse
stata sua figliuola.
E una volta disse al Re:
- Maestà, no, costei non è la nostra figliuola. Ce la scambiarono quand'era in
culla. Che ne facciamo di questo mostro? Io direi di farla ammazzare.
Il Re non ebbe animo di commettere questa crudeltà:
- Mostro o non mostro, è una creatura di Dio.
Talché la Regina giurò di disfarsene in segreto.
E che pensò? Pensò di dar ad intendere al Re che era nuovamente gravida e,
quando fu l'ora, gli fece presentare una bambina nata di fresco, che lei aveva
102
fatto comprare a peso d'oro in un altro paese.
Il Re fu molto contento; e alla bambina mise nome Gigliolina;
perché era bianca come un giglio.
Allora la Regina gli disse:
- Ora che abbiamo quest'altra figliuola, che ne facciamo di
quel mostro? Io direi di farla ammazzare.
Per amore di quest'altra figliuola, il Re, benché a malincuore
acconsentì.
Ma come andarono per prendere Testa-di-rospo e farla
ammazzare, sulla soglia del canile trovarono mamma cagna,
che abbaiava e ringhiava mostrando i denti.
E Testa-di-rospo non voleva uscir fuori.
- Perché non vieni fuori?
- Perché mi farete ammazzare.
- E chi ti ha detto questo?
- Me l'ha detto mamma cagna.
La Regina, maliziosa, voleva indurla colle buone:
- Non è vero, sciocchina. Vieni su, vieni a vedere che bella sorellina ti è nata.
- Sorellina non me n'è nata,
A peso d'oro fu comprata.
Mamma cagna, mamma cagna,
Siete voi la vera mamma.
- Che significa? - domandò il Re.
- O che gli date retta? Testa-di-rospo parla da bestia.
Ma il Re disse:
- Chi tocca Testa-di-rospo l'ha da fare con me. Mostro o non mostro, è una
creatura di Dio. Lei è la vera Reginotta, perché nata la prima.
La Regina, arrabbiata per lo smacco, che pensò? Pensò di ricorrere ad una
Strega:
- Fammi due vestiti compagni, tutti oro e diamanti; ma uno dev'essere
incantato: deve bruciare addosso a chi se lo mette.
- Fra un anno li avrete.
In questo mentre la Regina fingeva di voler bene egualmente alle due figliuole;
anzi, se comprava un balocco, un ninnolo per la Gigliolina, ne comprava uno
più bello per Testa-di-rospo.
La Gigliolina, vedendo il regalo più bello, si metteva a strillare:
- Quello lì lo voglio io!
E Testa-di-rospo glielo dava.
Passato l'anno, la Regina tornò alla Strega.
- Maestà, i vestiti sono pronti; ma badate di non scambiarli. Per non sbagliare
in questo incantato ci ho messo un diamante di più.
- Ho capito.
Chiamò le due figliuole e disse:
- Ecco due bei vestiti; provateveli subito, per vedere se vanno bene. Questo è
il tuo, Testa-di-rospo.
Ma la Gigliolina, contati i diamanti e visto che in quello di Testa-di-rospo ce
103
n'era uno di più, comincia a strillare:
- Quello lì lo voglio io!
La Regina non permise che lo toccasse.
Intanto la Gigliolina continuava a strillare, e pes
tare coi piedi:
- Quello lì lo voglio io! Quello lì lo voglio io! Accorse il Re
e disse:
- Non ti persuadi che quello è un po' più grande?
Provalo, e vedrai.
E stava per infilarglielo.
- No, Maestà - disse Testa-di-rospo.
Vestito bello, fatto da poco,
Vestito nuovo fatto di fuoco,
Mamma cagna, mamma cagna,
Siete voi la vera mamma.
- Che significa? - domandò il Re.
- O che gli date retta. Testa-di-rospo parla da bestia.
Ma il Re disse:
- Chi fa danno a Testa-di-rospo, fa il proprio danno. Lei è la vera Reginotta,
perché nata la prima.
La Regina, arrabbiata per quest'altro smacco, non sapeva più che inventare.
E la sua rabbia si accrebbe quando vide arrivare a corte il Reuccio del
Portogallo, che andava cercando una principessa reale per moglie.
La Regina disse al Re:
- Almeno facciamogli vedere tutte e due le figliuole; così sceglierà.
Il Re, per contentarla, rispose:
- Sia pure.
Il Reuccio voleva visitare le principesse negli appartamenti ov'esse abitavano;
e la Regina lo condusse prima nel magnifico appartamento della Gigliolina. La
Gigliolina, vestita cogli abiti più sfarzosi, sfolgorava come una stella.
Il Reuccio disse:
- È mai possibile che l'altra principessa sia bella quanto questa? Andiamo a
vederla. Ma dove andiamo?
- Nel canile. L'altra abita nel canile.
Il Reuccio, stupito, scese giù insieme col Re e con la Regina, e trovò Testa-di-
rospo nel canile:
- Reuccio, entrate voi solo; c'è posto soltanto per uno.
Il Reuccio entrò, e Testa-di-rospo chiuse lo sportello.
Mamma cagna si accovacciò lì dietro, ringhiando.
Aspetta un'ora, aspetta due, il Reuccio non compariva. La Regina, sopra tutti,
era impaziente pel ritardo:
- Chi sa che brutto scherzo Testa-di-rospo stava per farle!
Il brutto scherzo fu che il Reuccio, uscito dal canile, disse al Re:
- Maestà, vi chieggo la mano di Testa-di-rospo.
La Regina non rinveniva dallo sbalordimento:
- Ma che cosa avete fatto tante ore lì dentro?
104
- Ho visitato tutto il palazzo. Di fronte al palazzo di Testa-di-rospo, il palazzo
reale sembrerebbe una stalla.
Il Re e la Regina si guardarono, meravigliati.
- Reuccio, dite davvero?
- Dico davvero.
La Regina dovette inghiottire quest'altra pillola amara, e che pensò? Pensò di
accertarsi coi suoi occhi di quello che il Reuccio aveva detto:
- Testa-di-rospo, vorrei vedere il tuo palazzo.
- Maestà, quel canile lo chiamate palazzo?
- Testa-di-rospo, una notte vorrei dormire con te.
- Chiedetene il permesso a mamma cagna: è lei la padrona.
La Regina andò a trovare mamma cagna:
- Mamma cagna, vorrei visitare il vostro palazzo.
- Bau! Bau!
- Che cosa dice?
- Dice di sì.
- Mamma cagna, una notte vorrei dormire con Testa-di-rospo.
- Bau! Bau!
- Che cosa dice?
- Dice di sì.
La Regina, per entrare nel canile, dovette quasi piegarsi in due.
- Ed è questo il tuo gran palazzo?
- Questo: non ve lo dicevo?
La Regina, indispettita, uscì fuori brontolando contro il Reuccio, che le avea
dato ad intendere tante sciocchezze; e appena fuori, cominciò a sentire per
tutto il corpo un brulichio e un brucìo insoffribile. Era, da capo a piedi, ripiena
di pulci; e, siccome montava a corsa le scale e scoteva le vesti, ne seminava
per terra cataste che annerivano il pavimento.
Così per le stanze del palazzo; ma più scoteva e più gliene brulicavano addosso
e se la rodevano viva viva.
In un momento, Re, ministri, dame di corte, gente di palazzo, tutti si videro
assaliti da quelle bestiole affamate, che davano morsi da portar via la pelle; e
tutti urlavano:
- Accidempoli alla Regina che volle entrare nel canile!
Il Re corse subito da Testa-di-rospo:
- Figliuola mia, dàcci aiuto!
- Mamma cagna, dategli aiuto!
Mamma cagna si mise a girellare per le stanze:
- Bau, bau! Bau, bau!
E sentendola abbaiare, tutte le pulci saltavano addosso a lei.
La Regina non si stimò castigata abbastanza e insistette:
- Testa-di-rospo, questa notte vengo a dormire con te.
- Maestà, in un giaciglio!
- Per una volta, potrò provare.
Si acconciò alla meglio, e finse di dormire. In quel canile ci doveva essere un
mistero: voleva scoprirlo.
Verso mezzanotte, sentì un romore come di un crollo di muro. Aprì gli occhi, e
rimase abbagliata.
105
Avea davanti una fila di stanze, così ricche e così splendide, che quelle del
palazzo reale, in confronto, sarebbero parse vere stalle; e Testa-di-rospo che
dormiva, in fondo, sopra un letto lavorato d'oro e di pietre preziose, con
cortinaggi di seta e lenzuola bianche più della spuma. E non aveva più quella
schifosa testa di rospo; ma era così bella, che, al paragone, la Gigliolina, bella
e bianca come un giglio, sarebbe parsa proprio una megera.
Accecata dal furore, la Regina pensò:
- Ora entro, e mentre dorme, la strozzo colle mie mani.
Ma il muro si richiuse a un tratto, e lei vi batté la faccia e si ammaccò il naso.
Senza aspettare che facesse giorno, tornò su in camera.
Sentiva nelle carni un brucìo, un gonfiore!... Stende una mano, e si scorge che,
da capo a piedi, era piena di zecche.
Si sveglia il Re: è pieno di zecche anche lui.
Si svegliano i ministri, le dame di corte, insomma tutte le persone del palazzo
reale; son tutti, da capo a piedi, pieni di zecche; e, dal prurito e dal dolore,
non possono reggere:
- Accidempoli alla Regina, che volle dormire nel canile!
Il Re corse di nuovo da Testa-di-rospo.
- Figliuola mia, dàcci aiuto!
- Mamma cagna, dategli aiuto!
Mamma cagna, Bau, bau! No, no! Non ne vuol sapere.
- Figliuola mia, dàcci aiuto!
Che aiuto poteva dargli? Mamma cagna rispondeva sempre:
- Bau, bau! No, no!
Intanto tornava il Reuccio per sposare Testa-di-rospo.
Tutti erano occupati a tagliar le zecche, colle forbici, perché strappare non si
potevano; facevano più male. E più ne tagliavano e più ne rimaneva da
tagliare:
- Accidempoli alla Regina, che volle dormire nel canile!
Allora il Re montò in furore. Afferrò la Regina pel collo, e disse:
- Trista femmina, che cosa hai tu fatto, da attirarci addosso tanti guai?
La Regina non ne poteva più e confessò ogni cosa: che avea detto come le
Fate non potrebbero farne una pari; che avea comprato quella bambina a peso
di oro; che avea fatto fare il vestito incantato per bruciare viva Testa-di-rospo.
- Ora son proprio pentita, e domando perdono alla Fata!
Disse appena così, che alla Reginotta cadde giù quella schifosa testa di rospo,
e la Gigliolina si trovò vestita come una figliuola di contadini, qual era. La
Reginotta splendeva come il sole, sicché, per guardarla, bisognava mettersi
una mano agli occhi. Le zecche erano sparite, e non se ne vedeva neppure il
segno.
Il Reuccio di Portogallo e la Reginotta si sposarono; e se ne stettero e se la
godettero e a noialtri nulla dettero.
di Luigi Capuana
106
Le tre sorelle
C'era una volta una mamma che aveva tre
figlie e, a causa della grande povertà che
con tante disgrazie e rovesci di fortuna era
entrata in casa sua, le mandava in giro a
chiedere l'elemosina per sopravvivere.
Una mattina aveva raccattato qualche foglia
di cavolo buttata dalla finestra dal cuoco di
un palazzo, e volendo cuocerle chiese alle
sue figlie di andarle a prenderle un po'
d'acqua alla fontana.
Loro si misero a litigare, la prima diceva che
doveva andarci la mezzana, e la mezzana
rispondeva che questa volta toccava alla
prima, tanto che alla fine la povera mamma
disse:
"Vorrà dire che ci penserò io", e prese la
brocca per andarci lei, anche se era tanto
vecchia che si reggeva male sulle gambe.
Ma Alma, che era la più piccina, disse:
"Dammela a me mammina, che anche se ho
poca forza voglio risparmiarti questo lavoro".
Si prese la brocca e andò fuori dalla città, dove c'era una fontana intorno alla
quale sbocciavano tanti fiori variopinti, e mentre riempiva la brocca apparve
uno schiavo, che le disse:
"Mia bella fanciulla, se tu volessi venire con me a una grotta che è poco
distante, avresti tanti bei regali".
Alma, che sognava sempre di ricevere un regalo, gli rispose:
"Fammi portare quest'acqua alla mia mamma che mi aspetta, e poi torno qui".
E, riportata a casa la brocca, con la scusa di andare a cercare qualche scheggia
di legno per il fuoco, tornò alla fontana, dove lo schiavo l'aveva aspettata, e
s'incamminò con lui, che facendola passare dentro a una grotta di tufo ornata
d'edera e capelvenere la portò in un bellissimo palazzo sotterraneo, tutto
sfavillante d'oro, dove fu subito apparecchiata per lei una tavola meravigliosa;
nello stesso tempo apparvero due belle cameriere, che la spogliarono dei
poveri stracci che aveva addosso e la vestirono come una principessa. E a
tarda sera la misero in un letto tutto ricamato di perle e d'oro dove, appena si
spensero le candele, qualcuno si coricò accanto a lei.
Successe la stessa cosa per alcuni giorni, quando a un certo punto la fanciulla
sentì un gran desiderio di vedere la mamma, e lo disse allo schiavo, che andò
in una stanza a parlare con qualcuno, e tornato con una grande borsa di
monete d'oro le disse:
"Questa borsa portala alla tua mamma, ma non scordarti nulla lungo il
107
cammino, e torna presto, senza dire a nessuno da dove sei venuta né dove sei
stata".
Quando Alma andò a casa le sue sorelle vedendola così bella, ben vestita e
piena di gioie, sentirono crescere un'invidia che quasi le strozzava. E quando
Alma voleva andare via, la mamma e le sorelle la volevano accompagnare, ma
lei, rifiutando la compagnia, tornò al palazzo entrando dalla stessa grotta.
Passò tranquilla un po' di mesi nello stesso modo, ma a un certo punto le tornò
la voglia di vedere la mamma, e lo schiavo consultandosi con qualcuno le
permise di andare e le diede un'altra grande borsa di monete d'oro
ricordandole di tornare presto e che non doveva far sapere a nessuno da dove
veniva e dove stava.
Dopo che la stessa cosa si fu ripetuta tre o quattro volte, aumentando ad ogni
visita l'invidia delle sorelle, alla fine queste brutte arpie si diedero tanto da fare
che seppero da un'orca tutto quello che era successo, e quando Alma tornò da
loro le dissero:
"Anche se tu non hai voluto raccontarci nulla della fortuna che ti è toccata, noi
sappiamo tutto: ogni notte, siccome ti fanno bere del vino col sonnifero, non
puoi accorgerti che dorme con te un giovane bellissimo. Ma non ti potrai mai
godere tutta la felicità se non ti decidi a seguire il nostro consiglio. In fondo
siamo noi le tue sorelle, e chi può volerti più bene? Noi vogliamo che tu stia
ancora meglio e che sia ancora più contenta di come sei. E allora, quando la
sera vai a dormire e lo schiavo ti porge il bicchiere, tu fai finta di girarti per
prendere il tovagliolo e mentre non ti vede butti via il vino, che così puoi stare
sveglia tutta la notte. E appena avrai visto il tuo sposo addormentato apri
questo catenaccio, perché l'incantesimo deve rompersi anche se lui non vuole,
e tu diventerai la signora più felice del mondo".
La povera Alma, che non sapeva che le sorelle parlavano come colombine ma
erano delle serpi velenose, credette alle loro parole e, preso il catenaccio,
tornò al solito palazzo passando dalla grotta. Poi, quando venne la notte, fece
come le avevano insegnato quelle bugiarde, e appena tutto fu silenzioso e
tranquillo con l'acciarino accese una candela e vide steso accanto a lei un
miracolo di bellezza, un giovane che avrebbe incantato chiunque lo avesse
visto. Innamorata del bellissimo sposo, disse:
"Giuro che ora non ti lascio più scappare!"
Preso il catenaccio lo aprì, così vide un gruppo di donne che portavano sulla
testa tante belle matasse di filo. Quando una di loro lasciò cadere una
matassa, Alma, che era tanto gentile, non ricordandosi più dov'era, le gridò:
"Signora, raccogli la tua matassa!". A quello strillo il giovane si svegliò, e gli
dispiacque tanto essere stato scoperto che immediatamente chiamò lo schiavo,
fece rimettere ad Alma gli stracci con i quali era arrivata e la mandò via anche
se era incinta. Lei, pallida come dopo una terribile malattia, tornò dalle sorelle,
ma quelle crudeli la mandarono via con sgarbo e brutte parole.
Allora si mise a chiedere l'elemosina vagando per il mondo, finché poverina,
dopo mille patimenti, quando era vicina a partorire, arrivò alla città di
108
Torrelunga, e bussò al palazzo reale chiedendo che la lasciassero entrare per
riposare anche su un po' di paglia. Una damigella di corte che era buona
l'accolse gentilmente, e venuto il tempo Alma partorì un bambino maschio
tanto bello che era una meraviglia a guardarlo.
La prima notte dopo la sua nascita, mentre tutti gli altri dormivano, entrò un
bellissimo giovane in quella stanza, prese in braccio il piccino e cullandolo
disse:
O mio bambino, mio bel bambino,
se lo sapesse la regina
ti laverebbe nella conca d'oro
ti fascerebbe con le fasce d'oro:
e se il gallo non canterà
mai più nessuno ci separerà.
E dopo queste parole, al primo canto del gallo, sparì come se fosse stato
d'argento vivo.
La damigella aveva sentito tutto, e siccome quel bellissimo giovane veniva ogni
notte, diceva quelle parole e spariva al primo canto del gallo, andò a
raccontarlo alla regina, che appena fu giorno fece un crudele bando, che
ordinava di tirare il collo a tutti i galletti di Torrelunga, rendendo vedove in una
volta sola tante povere galline.
La regina andò in quella stanza ed era ben sveglia quando arrivò il giovane,
che come ogni notte, cullando il bambino fra le sue braccia, disse:
O mio bambino, mio bel bambino,
se lo sapesse la regina
ti laverebbe nella conca d'oro
ti fascerebbe con le fasce d'oro:
e se il gallo non canterà
mai più nessuno ci separerà.
La regina riconobbe suo figlio, e all'alba corse ad abbracciarlo, liberandolo dalla
maledizione di un'orca: che vagasse per il mondo finché la sua mamma non lo
avesse abbracciato all'inizio di un giorno in cui nessun gallo avrebbe cantato.
La regina era felice, e dopo aver saputo tutta la storia celebrò con grandi feste
le nozze di suo figlio con Alma, che si trovò sposata con un principe
meraviglioso.
E le sorelle, quando seppero che aveva sposato il principe, con una gran faccia
tosta vennero a trovarla, ma ebbero quello che si meritavano, perché nessuno
volle farle entrare, così sempre più divorate dall'astio si accorsero che
dall'invidia non avevano ricavato un accidente.
di Gianbattista Basile
109
Vardiello
Grannonia d’Aprano fu donna di gran
giudizio, ma aveva un figlio, chiamato
Vardiello, il più scempiato semplicione di
quel paese. E nondimeno, perché gli occhi
della mamma sono stregati e travedono,
essa gli portava un amore sviscerato, e se
lo covava sempre e lisciava, come se fosse
la più bella creatura del mondo.
Aveva questa Grannonia una chioccia e
sperava di ottenerne una bella schiusa di
pulcini e ricavarne buon profitto. E un
giorno, dovendo allontanarsi per una
faccenda, disse al figlio:
- Figlio bello di mamma tua, vieni qua,
ascolta, abbi gli occhi su questa chioccia e,
se si leva a beccare, bada a farla tornare al
nido, altrimenti le uova si raffreddano e tu
non avrai né cocchi né pulcini.
- Lascia fare a quest’uomo – rispose
Vardiello – perché non hai parlato a sordo.
- Ancora – soggiunse la mamma – vedi figlio benedetto, che dentro
quell’armadio c’è un vaso verniciato con certa roba velenosa. Guarda che il
Tentatore non ti mettesse in capo d’andarla a toccare, perché tu stenderesti i
piedi!
- Non sia mai! – rispose Vardiello – veleno non mi pigli! E tu savia con la testa
pazza, che me lo hai avvisato; perché, veramente, potevo capitarci, e non
c’era né spina né osso che m’impedisse di farlo scendere nello stomaco.
Volte che ebbe le spalle la mamma, rimase Vardiello, il quale, per non perder
tempo, andò nell’orto a scavare certi fossetti coperti di fuscelli e terra da farvi
cader dentro i fanciulli; quando, nel meglio del lavoro, s’accorse che la chioccia
se n’andava passeggiando fuori della camera.
Ed egli subito a gridare: - Sciò, sciò, via di qua, passa là! – Ma la chioccia non
si ritirava; e Vardiello, vedendo che la gallina aveva dell’asino, dopo lo “sciò
sciò” si mise a battere i piedi; dopo lo sbattimento dei piedi, a gettarle dietro il
suo berretto; e dopo il berretto, le scagliò un matterello, che, colpitala in
pieno, la fece cadere in agonia e irrigidire le zampe.
La mala disgrazia era ormai avvenuta e Vardiello pensò di portar rimedio al
danno, onde, facendo di necessità virtù, affinché le uova non si raffreddassero,
si sbracò subito e si sedette sulla covata; ma, premendola col deretano, la
ridusse a frittata.
Visto che egli l’aveva fatta doppia di figura, fu sul punto di dar la testa nelle
110
mura. Ma, poiché infine ogni dolore torna a boccone, sentendo uno sfinimento
allo stomaco, si risolse a cacciarvi dentro la chioccia. E perciò, spiumatala e
infilzatala a un bello spiedo, accese un gran fuoco e cominciò ad arrostirla; e
quando vide che era quasi cotta, affinché tutto fosse pronto a tempo, stese un
bel canovaccio di bucato sopra un vecchio cassone e, preso un orciuolo, scese
in cantina a spillare un caratello di vino.
Ma, nel meglio del versare il vino, udì un rumore, un fracasso, uno scompiglio
per la casa, che pareva un passaggio di cavalli armati; e, tutto sbigottito,
voltati gli occhi, scorse un gattone che aveva arraffato la chioccia con tutto lo
spiedo, e un altro gatto gli era dietro, gridando per aver la sua parte.
Vardiello, per impedire questo danno, si lanciò come leone scatenato sul gatto;
e, per la fretta, lasciò sturato il caratello.
Dopo aver giocato a “corrimi dietro” per tutti gli angoli della casa, ricuperò la
gallina; ma intanto il vino del caratello scorse tutto a terra.
Tornando alla cantina e visto di averla fatta grossa, anch’esso la botte
dell’anima dei cannelli si mise a piangere .
Ma, poiché il giudizio lo aiutava, per rimediare al danno, e per far che la madre
non si avvedesse di tanta rovina, prese un sacco pieno pieno colmo colmo,
raso raso di farina e lo andò spargendo sul bagnato.
Con tuttociò, facendo il conto sulle dita dei disastri accaduti, pensando che, per
aver commesso eccessi di asineria, perdeva il giuoco della grazia di Grannonia,
prese ferma risoluzione di non lasciarsi trovar vivo dalla madre. Tolse dunque
dall’armadio il vaso con le noci conciate, che quella gli aveva detto esser
veleno, e non ne levò la mano fintanto che non ne scoperse la patina lustra. E,
riempitosi bene la pancia, si ficcò dentro il forno.
Intanto, tornò la madre e, dopo aver picchiato per un pezzo, non sentendo
alcuno muoversi, dette un calcio alla porta ed entrò. E si mise a chiamare a
gran voce il figlio; e, poiché nessuno rispondeva, immaginò una disgrazia, e,
crescendo l’ambascia, levò forti le grida:
- O Vardiello, o Vardiello, sei diventato sordo che non odi? la malattia alle
gambe o alla bocca che non rispondi? Dove sei, viso da forca? Dove sei
squagliato, mala razza? Che ti avessi affogato in fasce quando ti feci! –
Vardiello, che udì questo grido, finalmente, con una vocina pietosa, disse:
- Eccomi qui, sto dentro al forno, e non mi vedrete più, mamma mia! –
- Perché? – domandò la povera madre.
- Perchè mi sono avvelenato – replicò il figlio.
- Ohimè – soggiunse Grannonia – e come hai fatto? E che motivo hai avuto di
fare quest’omicidio, e chi ti ha dato il veleno?
E Vardiello le raccontò a una a una, tutte le belle prove che aveva compiute, e
per le quali voleva morire e non restare più al mondo bersaglio di mala
fortuna.
Udendo queste cose, la madre scura si vide, amara si vide, ed ebbe da fare e
da dire per levare di capo a Vardiello quell’umore malinconico. E poiché gli
portava tenerezza grande, con dargli alcune altre cose sciroppate gli tolse dal
cervello la paura delle noci conciate, che non erano veleno, ma acconciamento
di stomaco. Così, calmatolo con buone parole, e fattegli mille carezzette, lo tirò
fuori dal forno.
Pensò poi, per quietarlo del tutto, di affidargli una bella pezza di tela, affinché
111
la portasse a vendere, ammonendolo di non trattare il negozio con persone
di troppe parole.
- Brava! – disse Vardiello – ti servirò profumatamente, non dubitare – E, presa
sotto il braccio la tela, si avviò verso la città.
Andava in giro con la sua mercanzia per le strade e le piazze di Napoli,
gettando il grido:
- Tela, tela! – Ma, a tutti quelli che gli si avvicinavano domandando : - Che tela
è? – subito rispondeva: - Non fai per la casa mia, che hai troppe parole. - E se
un altro gli domandava: - A quanto la vendi? – lo chiamava chiacchierone, e
che lo aveva stordito e gli aveva rotte le tempie.
In ultimo, scorgendo in un cortile di una casa, disabitata perché frequentata da
uno spiritello, una statua di stucco, il poverino, spedato e stracco dal tanto
andare in giro, si sedette sopra un muricciolo; e, non vedendo entrare e uscire
nessuno da quella casa, che pareva un villaggio saccheggiato, pieno di
meraviglia, disse alla statua:
-Di su, camerata, abita alcuno in questa casa? - E poiché quella non
rispondeva, gli parve persona di poche parole, e subito le propose: - Vuoi
comprare questa tela? – Io te la darò a buon mercato. –
E la statua zitto, e lui: - Affè, ho trovato quello che andavo cercando! Prendila
e falla esaminare, e dammene il prezzo che ti piace: domani torno pei
quattrini. –
Ciò detto, lasciò la tela sul muricciolo al quale s’era seduto; e il primo che si
trovò a passare e che entrò in quel cortile…trovata quella bella ventura se la
portò via.
Quando Vardiello fu tornato alla madre senza tela, ed ebbe raccontato il caso,
la povera donna si sentì scoppiare il cuore. E cominciò a rimbrottarlo:
- Quando metterai il cervello a sesto? Vedi quante ne hai fatte? Ricordatene!
Ma la colpa è, prima di tutto mia, per essere troppo tenera di cuore, non t’ho
fin dal primo momento raddrizzato con una buona bastonatura: e ora
m’avvedo che medico pietoso fa la piaga incurabile! Ma tante me ne hai fatte
che alla fine c’incapperai: e allora i conti saranno lunghi! –
Vardiello dal canto suo badava a dire:
- Zitto, mamma mia, che non sarà quel che tu dici. Avrai ben altro che tornesi
coniati nuovi! Credi forse che vengo da Salerno e che non sappia il conto mio?
Ha da venir domani! Di qui a Belvedere non c’è molto, e vedrai che so mettere
il manico a questa pala! –
Al mattino, quando le ombre della notte perseguitate dagli sbirri del sole
sfrattano il paese, Vardiello si portò al cortile dove era la statua, e le parlò:
- Buon dì, messere! Non t’incomoda di darmi quei quattro spiccioli? Orsù,
pagami la tela! –
Ma poiché la statua se ne rimaneva muta, egli raccattò un sasso e lo scagliò di
tutta forza proprio in mezzo allo sterno di quella, tanto che le ruppe una vena;
e questa fu la salute della sua casa. Perché rotti certi ammassi d’intonaco, gli
apparve agli occhi una pignatta piena di scudi d’oro, che egli levò con le sue
112
mani e si diède a una corsa a scavezzacollo verso casa sua.
Entrò gridando: - Mamma, mamma, vedi quanti lupini rossi! Quanti neh!
Quanti! –
Ma la madre, nell’accogliere la fortuna di quegli scudi così impensatamente
guadagnati, riflettè subito che il figlio sarebbe andato a raccontare la cosa, e
provvide al rischio.
Disse, dunque, a Vardiello, che si fosse messo innanzi alla porta per vedere
quando passava il ricottaro, poiché le bisognava comprare un litro di latte.
Vardiello, che era un gran bonaccione, subito si sedette alla porta; e la madre,
dalla finestra di sopra, gli fece grandinare addosso, per oltre mezz’ora, più di
sei rotoli d’uva passa e di fichi secchi. Ed egli li raccoglieva gridando:
- Mamma, o mamma, prendi conche, porta tinozze, porgi canestri, che, se dura
questa pioggia, ci faremo ricchi! – E quando se ne fu ben riempito il ventre,
salì in camera e si buttò a dormire.
Avvenne che un giorno, litigando due del popolo, gente di malaffare, per la
pretesa di uno scudo d’oro che avevano trovato a terra, capitò in quel punto
Vardiello che disse:
- Come siete arciasini a far tante chiacchiere per un lupino rosso di questa
sorta! Io non ne faccio neppure stima, perché ne ho trovato per mio conto una
pignatta piena piena.! –
La Corte, informata del detto e messa in sospetto, lo mandò a chiamare e lo
sottopose a processo per saper come, quando e con chi avesse trovato gli
scudi di cui aveva parlato.
Vardiello rispose: - Li ho trovati in un palazzo, nel corpo di un uomo muto, in
quel giorno che ci fu pioggia di uva passa e di fichi secchi. –
Il giudice che sentì questo parlare a vanvera, chiuse la causa e decretò che
fosse mandato all'ospedale, che era il suo giudice competente.
Così, l’ignoranza del figlio fece ricca la madre, e il buon giudizio della madre
riparò all’asinità del figlio, per la qual cosa si vede chiaramente che:
nave da buon pilota governata
è strano caso che si rompa a scoglio.
Illustrazione di Warwick Goble
di Gianbattista Basile
Il re in ascolto
di Italo Calvino
113
Lo scettro va tenuto con la destra, diritto, guai se lo metti giù, e del resto non avresti dove posarlo,
accanto al trono non ci sono tavolini o mensole o trespoli dove tenere, che so, un bicchiere, un
posacenere un telefono; il trono è isolato, alto su gradini stretti e ripidi, tutto quello che fai cascare
rotola e non si trova più.
Guai se lo scettro ti sfugge di mano, dovresti alzarti, scendere dal trono per raccoglierlo, nessuno lo
può toccare tranne il re ; e non è bello che un re si allunghi al suolo, per raggiungere lo scettro finito
sotto un mobile, o la corona, che è facile ti rotoli via dalla testa, se ti chini.
L'avambraccio puoi tenerlo appoggiato al bracciolo, così non si stanca: parlo sempre della destra
che impugna lo scettro; quanto alla sinistra resta libera; puoi grattarti se vuoi; alle volte il manto di
ermellino trasmette un prurito al collo che si propaga giù per la schiena, per tutto il corpo.
Anche il velluto del cuscino, scaldandosi, provoca una sensazione irritante alle natiche, alle cosce.
Non farti scrupolo di cacciare le dita dove ti prude, di slacciare il cinturone con la fibbia dorata, di
scostare il collare, le medaglie, le spalline con le frange. Sei Re, nessuno può trovarci da ridire, ci
mancherebbe anche questa.
La testa devi tenerla immobile, non dimenticarti che la corona sta in bilico sul tuo cocuzzolo, non la
puoi calzare sugli orecchi come un berretto in un giorno di vento; la corona culmina in una cupola
più voluminosa della base che la regge, il che vuol dire che ha un equilibrio instabile: se ti capita
d'appisolarti, di adagiare il mento sul petto, finirà per ruzzolare giù e andare in pezzi, perché è
fragile, specie nelle parti di filigrana d'oro incastonate di brillanti.
Quando senti che sta per scivolare devi avere l'accortezza di correggere la sua posizione con piccole
scosse del capo, ma devi stare attento a non tirarti su troppo vivamente per non farla urtare contro il
baldacchino, che la sfiora coi suoi drappeggi.
Insomma, devi mantenere quella compostezza regale che si suppone connaturata alla tua persona.
Del resto, che bisogno avresti di darti tanto da fare? Sei re, tutto quello che desideri è già tuo. Basta
che alzi un dito e ti portano da mangiare, da bere, gomma da masticare, stuzzicadenti, sigarette di
ogni marca, tutto su un vassoio d'argento; quando ti prende il sonno il trono è comodo, imbottito, ti
basta socchiudere gli occhi e abbandonarti contro la spalliera, mantenendo in apparenza la posizione
di sempre: che tu sia sveglio o addormentato non cambia nulla, nessuno se ne accorge...
Insomma tutto è stato predisposto per evitarti qualsiasi spostamento. non avresti nulla da
guadagnare, a muoverti, e tutto da perdere. Se t'alzi, se t'allontani anche di pochi passi, se perdi di
vista il trono anche per un attimo, chi ti garantisce che quando torni non ci trovi qualcun altro
seduto sopra? Magari uno che ti somiglia, uguale identico. Va poi a dimostrare che il re sei tu e non
lui! Un re si distingue dal fatto che siede sul trono, che porta la corona e lo scettro.
Ora che questi attributi sono tuoi, meglio che non te ne stacchi nemmeno per un istante.
C'è il problema di sgranchirti le gambe, d'evitare il formicolio, l'irrigidirsi delle giunture: certo è un
grave inconveniente. Ma puoi sempre scalciare, sollevare i ginocchi, rannicchiarti sul trono, sederti
alla turca, naturalmente per brevi periodi, quando le questioni di Stato lo permettono.
Ogni sera vengono gli incaricati della lavatura dei piedi e ti tolgono gli stivali per un quarto d'ora;
alla mattina quelli del servizio deodorante ti strofinano le ascelle con batuffoli di cotone profumato.
Insomma, il trono, una volta che sei stato incoronato, ti conviene starci seduto sopra senza
114
muoverti, giorno e notte.
Tutta la tua vita di prima non è stata altro che l'attesa di diventare re; ora lo sei; non ti resta che
regnare. E cos'è regnare se non quest'altra lunga attesa?
L'attesa del momento in cui sarai deposto, in cui dovrai lasciare il trono, lo scettro, la corona, la
testa.
La leggenda della perla d'oro
La leggenda narra che in un villaggio di pescatori , tanto tempo fa, viveva una famiglia molto
povera.
Il padre usciva tutte le notti con la barca sperando di portare a casa
il pesce necessario per sfamare i suoi figli.
Quella notte c’era aria di burrasca sull’oceano: all’orizzonte nubi nere oscuravano il cielo,
rendendo ancora più difficoltosa l’uscita dell’imbarcazione.
115
Il povero pescatore, buttate le reti in acqua, rimaneva in attesa per ore, infreddolito e
preoccupato. Neppure una stella in cielo ad illuminare un poco quell’oscurità così pesante.
Il tempo passava inesorabile ma nelle reti neppure un misero pesce.
L’uomo stava già disperando quando, all’improvviso, un bagliore lucente rischiarò le acque
ed una voce gentile gli parlò:
“Non temere, sono una sirena, vivo nei fondali marini
e tutte le notti ti osservo mentre butti invano le tue reti.
Penso alla tua famiglia che è buona e non merita questa sventura:
ti voglio aiutare e lo farò con gioia se tu aiuterai me.
” Sbalordito, ma deciso ad ascoltare, il pescatore accettò e la sirena proseguì il racconto: “Da
secoli vivo nella città sommersa del dio dei mari, Nettuno, il quale è molto ammalato.
Tutti noi soffriamo per lui e l’unico rimedio di salvezza è trovare la perla d’oro, la cui luce ha
il potere di guarigione per le creature delle acque.
Se ci aiuti a trovarla, in cambio avrai le reti cariche di pesce tali da sfamare
non solo la tua famiglia ma l’intero villaggio.
Il pescatore acconsentì.
La notte successiva iniziò a perlustrare i fondali marini in lungo e in largo alla ricerca della
perla dorata e così per tante notti successive, senza successo.
Non sentiva ne’ il freddo ne’ la stanchezza, nuotava senza accorgersi del tempo che passava,
deciso a tutto.
All’improvviso, da una conchiglia nascosta tra i coralli,
vide uscire una luce così intensa che mai aveva visto in vita sua.
Si avvicinò velocemente: era la perla più bella che esistesse al mondo, d’oro lucente .
La colse ed in fretta tornò alla sua barca, in attesa della sirena.
Ella non si fece attendere a lungo: prese la perla e, salutato il pescatore, scomparve nel nulla.
Di lì a poco, le reti buttate in mare iniziarono ad essere così pesanti e così piene di pesce che il
buon uomo non poté che piangere dalla felicità: la sirena aveva mantenuto la promessa.
Da quel giorno il dio Nettuno, riconoscente per la buona azione,
non fece più mancare il pesce al buon pescatore e alla gente del suo villaggio.
116
Greta
Filastrocche
Bello è...
Bello è il mare, bello il cielo,
quando è azzurro, senza velo;
belli i prati, belli i fiori
ed i quadri dei pittori;
gli uccellini cinguettanti
e le rondini saettanti;
belli gli alberi maestosi,
117
gli agnellini timorosi;
belli gli orti verdeggianti,
le cascate spumeggianti;
belli gli occhi dei bambini,
i musetti dei gattini;
d'ogni mamma è bello il viso
e incantevole il sorriso;
Buono e bello tu sarai
se alla mamma obbedirai!
118
Dopo il giorno vien la sera,
dopo l'inverno vien la primavera;
dalle viti viene il vino,
viene il fumo dal camino;
va la mucca con il bue,
van le ochette a due a due;
e la vita in fondo in fondo
è un allegro girotondo.
119
Un'Aquila nel cielo,
un Bimbo sopra un melo,
un Cane alla catena,
un Dado nella rena,
un Elefante grosso,
un Faro tutto rosso,
un Giglio e una conchiglia,
un aH! di meraviglia,
un Istrice arrabbiato,
un Lume affumicato,
un Mare azzurro e calmo,
un Nano grande un palmo,
un'Oca grulla assai,
un Pesce che non hai,
un Quadro di valore,
un Rospo col malore,
un Sasso grosso e tondo,
un Tino senza fondo,
un Uccellino giallo,
un Vaso con un gallo,
lo Zufolo completo;
evviva l'ALFABETO!
Filastrocca impertinente
120
di Gianni Rodari
Filastrocca impertinente
chi sta zitto non dice niente,
chi sta fermo non cammina
chi si allontana non s'avvicina.
Chi si siede non sta ritto
chi va storto non va dritto
e chi non parte, in verità
in nessun luogo arriverà.
Filastrocca lenta
Filastrocca della lana,
la matassa si dipana:
voglio fare un vestitino
per il mio bel bambino.
Due scarpette e due guantini
per le mani ed i piedini.
121
Fila, fila, filastrocca,
fila, fila dalla rocca:
il gomitolo si fa
guai al gatto se lo vedra'!
Filastrocca lenta, lenta
il bambino si addormenta:
dolcemente, piano, piano
con il filo stretto in mano.
GIROTONDO DELL'ANNO
- Filastrocca -
Lo sapete che gennaio
Tiene i frutti nel solaio,
che febbraio piccolino,
breve, freddo e biricchino?
Arriva marzo pazzerello:
esce il sole e prendi l’ombrello!
Dietro a lui viene aprile:
sbadiglia, sbadiglia, è dolce dormire.
Esplode maggio ed è beato
Chi per tempo ha seminato.
Biondo ondeggia di giugno il grano
Pronto sta il contadino con la felce in mano.
Luglio "Lunghe son le giornate"
Porta il pieno dell’estate.
122
Ecco, torrido d’agosto,
il solleone brucia il bosco.
E’ settembre un mese bello:
sole misto a venticello.
Davvero ottobre è generoso
E di tutti è il più fruttuoso.
A novembre i dì gelati
Son dannosi ai campi seminati.
A dicembre, neve abbondante
Salva il grano per il pane croccante.
Gli amici della foresta
Cammina l'orso nero
e dondola la testa
percorre il suo sentiero
in mezzo alla foresta.
La lepre si nasconde
con andatura lesta
saltando tra le fronde
in mezzo alla foresta.
Vaga un lupo furtivo
e le foglie calpesta
si abbevera in un rivo
in mezzo alla foresta.
Il giovane cerbiatto
con belle corna in testa
fa tanti salti in alto
in mezzo alla foresta.
Il suo cibo un procione
123
a lavare si appresta
con cura ed attenzione
in mezzo alla foresta.
IL BUONGIORNO
- Filastrocca -
Buon giorno: viene il sole,
su tre cavalli d'oro;
d'oro e d' argento
e vale cinquecento.
Vale centocinquanta
e la gallina canta.
E canta sola sola,
non vuole andare a scuola:
gallina bianca e nera
ti do la buona sera.
Buona sera e buona notte,
c'é il lupo dietro la porta:
ma la porta casca giù
e il lupo non c'é più.
E' fuggito sulla montagna,
ha trovato una castagna;
la castagna é tutta mia:
buona notte alla compagnia
124
I Mesi dell'anno
Gennaio mette ai monti la parrucca.
Febbraio grandi e piccoli imbacucca.
Marzo libera il sol di prigionia.
April di bei colori orna la via.
Maggio vive tra musiche di uccelli.
Giugno ama i frutti appesi ai ramoscelli.
Luglio falcia le messi al solleone.
Agosto, afoso, ansando le ripone.
Settembre i dolci grappoli arrubina.
Ottobre di vendemmia empie le tina.
Novembre ammucchia foglie morte in terra.
Dicembre ammazza l'anno e lo sotterra.
La cosa più bella
Il vento disse un giorno:
"Voglio girare il mondo,
per quanto grande e tondo,
chi sa quando ritorno!"
Presto volò sui mari,
s'arrampicò sui monti;
giocò con fiori e fonti
125
sui prati e fiumi chiari.
Ovunque s'infilò,
vide città e paesi,
e dopo molti mesi,
a casa sua tornò.
A chi gli chiese allora:
"Che cosa più ti piacque,
sopra la terra e l'acque,
e più ricordi ancora?"
"Il riso di un bambino"
tosto rispose il vento
"che risuonava contento
come un campanellino".
LA DONNINA CHE SEMINA IL LINO
- Filastrocca -
La donnina che semina il lino
volta la pagina e vedi un bambino;
Il bambino che gioca per terra
volta la pagina e vedi la guerra;
la guerra con tanti soldati
volta la pagina e vedi i malati;
i malati con tanto dolore
volta la pagina e vedi il dottore;
il dottore che passa tra i letti
volta la pagina e vedi i confetti;
126
i confetti che son tanto buoni
volta la pagina e vedi i mattoni;
i mattoni ammucchiati per via
volta la pagina e vedi Lucia;
la Lucia con la veste di lino
volta la pagina e vedi Arlecchino;
Arlecchino che fa lo sgambetto
volta la pagina e vedi il galletto;
il galletto che canta più forte
volta la pagina e vedi le porte;
dalle porte ci passa la gente
volta la pagina e non vedi più niente.
LA FILASTROCCA ALLO ZOO
La murena sulla rena
con la rana fa buriana
ed a galla resta il gallo,
duole il callo allo sciacallo
che barcolla e caracolla.
La mangusta si disgusta
e i machachi mangian cachi,
lo stambecco non ha il becco,
la giraffa arruffa e arraffa
poiché vien di riffa in raffa.
Eleganti gli elefanti
con gli infanti stan da fanti,
127
la beccaccia si procaccia
la focaccia con la caccia,
la civetta svetta in vetta
e l’assiuolo solo solo
fa un a solo nel chiassuolo.
Per ripicca picchia il picchio,
la tellina sta in collina,
sta in calabria il calabrone
come a Fano sta il tafano.
Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar.
128
La vispa Teresa avea tra l’erbetta
A volo sorpresa gentil farfalletta
E tutta giuliva stringendola viva
gridava distesa: "L’ho presa! L’ho presa!"
A lei supplicando l’afflitta gridò:
"Vivendo, volando che male ti fò?
Tu si mi fai male stringendomi l’ale!
Deh! Lasciami anch’io son figlia di Dio!".
Teresa, pentita, di colpo arrossì,
dischiuse le dita e quella fuggì.
Luigi Sailer (1825 - 1885)
NINNA NANNA
- Filastrocca -
Ninna nanna, sei e venti
il bambino mette i denti
e ne mette una dozzina
fra stasera e domattina.
Ninna nanna, sette e venti
129
il bambino si addormenti,
s'addormenta e fa un bel sonno
e si sveglia domani a giorno.
Ninna nanna, otto e dua,
il bambino ha tanta bua,
ha la bua e guarirà,
la Madonna l'aiuterà.
STELLA STELLINA
- Filastrocca -
Stella stellina
la notte s'avvicina
la fiamma traballa
la mucca è nella stalla
la mucca e il vitello
la pecora e l'agnello
la chioccia con i pulcini
la gatta coi gattini
la capra ha il suo capretto
la mamma ha il suo bimbetto.
Ognuno ha la sua mamma
130
0 comments
Post a comment