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Premio Nobile - AREA Science Park
 

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    Premio Nobile - AREA Science Park Premio Nobile - AREA Science Park Document Transcript

    • UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE Facoltà di Ingegneria Corso di laurea specialistica in Architettura Dipartimento di Ingegneria Civile ARCHITETTURA IN MOVIMENTO: PROGETTO DI UNA UNITÀ MOBILE DI SOCCORSO SANITARIO (U.M.S.S.) Relatore Laureanda Prof. Lodovico Tramontin Chiara Pasut Correlatrice Dott.sa Anna Poggi Anno Accademico 2007/2008
    • Il tema della mobilità è sempre stato un concetto che ha affascinato numerosi architetti. Il sogno di poter svincolare l’architettura dal concetto di staticità che è insito nella sua definizione ha prodotto innumerevoli progetti e visioni. La mobilità può essere interpretata in diverse maniere nell’ambito edilizio, può essere vista come edificio che si muove da un luogo ad un altro, o come singolo componente mobile facente parte di un’architettura tradizionale, ecc. Molti pensano che l’essere mobile sia una caratteristica dell’architettura contemporanea, in cui i sistemi trasportabili e facilmente trasformabili vengano richiesti come spazi temporanei ospitanti manifestazioni itineranti, mostre o attività che hanno una durata limitata nel tempo. Questo è in parte vero, ma esiste anche un ambito architettonico che si basa sulla temporaneità dell’architettura e del costruito, che è quello dei ripari temporanei, comunemente chiamati shelter. Gli shelter in genere sono dei sistemi assemblati a secco che devono provvedere a fornire un riparo alle persone, possono essere abitazioni, luoghi di lavoro, spazi per la collettività, comunque tutti temporanei. Questa tesi vuole affrontare il concetto di shelter come unità mobile di soccorso sanitario in caso di maxi emergenza. Quindi garantire un riparo al personale sanitario in una situazione di crisi in cui sono coinvolte un numero medio alto di persone, le quali devono necessariamente ricevere le prime cure sul luogo del sinistro prima di venir smistate ai vari ospedali. Dal punto di vista medico questo genere di situazioni, nelle nazioni più evolute, è strettamente regolamentato e vi sono dei protocolli comuni che dovrebbero garantire la corretta catena dei soccorsi. In questa, è precisamente definito il tipo di shelter da utilizzare e le funzioni che tale struttura deve assolvere. Proprio perché le situazioni di crisi non sono strettamente prevedibili e gli scenari possono essere innumerevoli, gli shelter devono essere facilmente trasportabili, trasformabili, flessibili ed adattabili. È stato dunque necessario approfondire la tematica della progettazione a supporto delle situazioni d’emergenza, della mobilità nell’ambito architettonico e le relative tecnologie, ed infine i protocolli che regolano le varie attività mediche. Il risultato è il progetto di una unità mobile di soccorso sanitario (UMMS) che è concepita come luogo funzionale al corretto svolgimento delle operazioni mediche e come architettura mobile, facilmente trasportabile (facendo attenzione quindi anche al fattore peso), flessibile a possibili cambiamenti dello scenario della crisi e adattabile ai possibili ambienti. Il primo capitolo della tesi affronta il tema del rapporto tra progettista e situazione di emergenza, in cui il professionista viene chiamato per definire delle soluzioni a supporto della crisi. La maggior parte delle richieste da parte delle organizzazioni umanitarie e degli enti governativi ai progettisti è quella di pensare e rendere fattibile un riparo che riesca a garantire, in brevissimo tempo, la sicurezza delle persone coinvolte. Le considerazioni di Cameron Sinclair, a capo dello studio di architettura Architecture for Humanity, vengono intrecciate con quelle di Enzo Mari relative al percorso progettuale di un industrial designer. In entrambi i casi, per quei campi progettuali che hanno un grado di complessità elevato, viene segnalata la necessita di collaborare con persone che per professione si occupano costantemente della tematica per poter individuare in maniera rapida i problemi. Vengono poi individuati in generale i vari momenti di intervento in situazioni di crisi (emergenza, riabilitazione, ricostruzione) e i requisiti caratterizzanti il progetto per l’emergenza attraverso le linee guida dell’International Conference on Disaster Area Housing . Per concludere tali considerazioni si sottolinea come i quattro punti che propone Enzo Mari per poter ottenere un buon progetto (componente etica, qualità culturale, strumenti di produzione e attinenza tra prodotto e possibile produzione) siano fondamentali quando si parla di progetto per l’emergenza. Il capitolo prosegue con una veloce presentazione dei primi progetti che fino alla prima metà del XX secolo hanno cercato di garantire un riparo alle persone sfollate sia a causa di disastri naturali, ma soprattutto della Seconda Guerra Mondiale. Dopo questo drammatico evento si è cominciato a trattare sistematicamente il problema della fornitura di shelter alla popolazione, dapprima come forma temporanea di abitazione e successivamente come struttura di supporto anche per le altre attività, comprese quelle mediche. I progetti che vengono presentati sono relativi a soluzioni studiate per le crisi umanitarie in quanto questo campo è da sempre il settore in cui, purtroppo, vi è la maggiore richiesta di shelter. Inoltre l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, fornisce dei manuali e dei documenti dove vengono fornite dettagliate informazioni circa l’allestimento e l’utilizzo degli shelter. Queste sono rivolte principalmente agli operatori UNHCR ma sono utili anche ai progettisti che intendono cimentarsi con il progetto per l’emergenza in quanto definiscono in modo chiaro e preciso le problematiche, le necessità e le caratteristiche di uno shelter. Per questo, sebbene tali progetti non siano legati strettamente al campo medico, è stato utile studiare le soluzioni adottate per affrontare la fase progettuale. Si è potuto così constatare che non sempre la soluzione ottimale è definita attra- verso un progetto contenete dell’alta tecnologia, ma che anche piccoli accorgimenti possono risolvere problematiche che possono rivelarsi drammatiche sul lungo periodo. Un esempio è senza dubbio l’utilizzo dei paper-tube introdotto da Shigeru Ban per le strutture delle tende dei campi profughi in Ruanda e il successivo utilizzo degli stessi nelle città colpite da terremoti in Giappone, Turchia ed India. Con i tubi di cartone nel primo caso si è evitato il disboscamento delle aree limitrofe ai campi profughi che avrebbe potuto portare a smottamenti e successive ulteriori situazioni di pericolo.
    • La presentazione dei progetti per l’emergenza umanitaria è introdotta da quelle soluzioni che hanno riconsiderato la tradizionale tenda, composta da un singolo telo di plastica sostenuto da pali, utilizzata dalle organizzazioni umanitarie come primo supporto alla popolazione; si è proseguito con l’illustrazione di strutture più stabili e protettive e si è finito con due esempio di prodotti industriali atti a migliorare le condizioni di vita degli utilizzatori. A fine capitolo si è voluto analizzare l’opera di Lucy Orta per dimostrare come l’arte permetta, citando le parole di Sigfried Giedion, “di scorgere ciò che per nostro conto non siamo stati capaci di afferrare” .1 Il secondo capitolo è dedicato all’approfondimento dell’architettura in movimento, del suo maggior esponente, Richard Buckminster Fuller, e all’analisi dello scenario contemporaneo. Colui che probabilmente per primo ha sperimentato le possibilità della mobilità in architettura e soprattutto ha ridefinito lo standard degli shelter è Richard Buckminster Fuller. Figura quasi leggendaria, inventore ed esploratore delle possibilità costruttive è stato il primo a intravedere nella riconversione dell’industria bellica e nel transfert tecnologico tra industria aerospaziale ed architettura, la strada verso il rinnovamento del campo edilizio. Con la sua Dymaxion Development Unit, poi diventata House, ha rivoluzionato il concetto di abitazione, ancor prima di quella di shelter, con una grado di flessibilità e adattabilità raggiunto da pochi. Ancora più importanti i suoi studi relativi alle cupole geodetiche, strutture capaci di avere un equilibrio interno grazie all’interazione tra forze di trazione e compressione. Queste strutture trovarono largo impiego nel settore militare, come riparo per i radar e varie attrezzature militari, ma riuscirono ad imporsi anche come elemento architettonico, sottoforma di abitazioni e padiglioni. Il lascito di Fuller che più ha condizionato ed influenzato le generazioni successive è probabilmente l’idea di contaminare il progetto con i saperi dei settori a più alto grado di innovazione per migliorare le condizioni abitative. Nello scenario contemporaneo possono essere individuati tre livelli di “portabilità”, individuati da Robert Kronenburg2, dell’architettura mobile: i portable buildings, i relocateble buildings e i demontable building. Nel primo caso sono sistemi che vengono trasportati intatti e possono essere identificati con il termine di “semovente” proposto da Alessandra Zanelli3; nel secondo caso hanno parti preassemblate e sono parzialmente integrati al sistema di trasporto, possono essere detti anche “semi-autonomi”; infine quei sistemi che sono pensati per essere assemblati e dissassemblati, detti anche “portatili”. Trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità sono le parole chiave per un progetto generalmente detto di architettura portatile. La trasportabilità è a sua volta correlata con la leggerezza o la pesantezza del sistema; la trasformabilità permette un diverso utilizzo del sistema grazie al suo cambiamento di forma, colore, apparenza; la flessibilità permette all’elemento di poter rispondere in maniera ottimale ai cambiamenti d’uso e di localizzazione; infine un edificio adattabile è concepito per poter rispondere in maniera rapida alle differenti funzioni, configurazioni e richieste degli utenti. Nel quarto paragrafo viene affrontata la mobilità dal punto di vista del sistema mobile per eccellenza: la tenda. Questa infatti, grazie alla sua storia millenaria, è riuscita a rimanere una dei sistemi di shelter più utilizzati, soprattutto dalle popolazioni nomadi. Il suo punto di forza è senza dubbio la facilità di trasporto, la leggerezza, la flessibilità d’uso. Già le popolazioni nomadi hanno imparato a ripararsi dalle avverse condizioni ambientali attraverso alcuni accorgimenti apportati ai tessuti, ma è attualmente nelle tende per spedizioni alpinistiche che la ricerca ha permesso di avere un avanzamento tecnologico. Parallelamente in ambito architettonico si sono sviluppati i sistemi tensostrutturali e presso strutturali. I primi vengono oggigiorno visti con estremo interesse per perseguire la strada della leggerezza, la quale non significa solamente chiara idea progettuale ma anche risparmio di materiali durante la costruzione di un edificio. Nel campo delle tensostrutture si può trovare uno dei settori di innovazione dell’edilizia. Le aziende produttrici di membrane infatti stanno cercando di attuare dei transfert tecnologici dal settore aerospaziale per migliorare i loro prodotti. Uno di questi casi è quello del prodotto Tensotherm della ditta Birdair che ha applicato alla tradizionale membrana in PTFE uno strato intermedio di aerogel di silice. L’aerogel è un materiale molto leggero che però garantisce un elevato isolamento termico su spessori limitati. Inoltre assolve anche alla funzione di isolante acustico. Nell’approfondimento sull’aerogel si può vedere come questo materiale, dapprima utilizzato dalla Nasa come materiale per raccogliere la polvere stellare, negli ultimi anni ha destato l’attenzione anche dei progettisti edili per le sue eccellenti proprietà isolanti. Vi è poi anche una riflessione su un possibile ulteriore miglioramento delle prestazioni della membrana se venisse utilizzato l’aerogel addizionato con i materiali a cambiamento di fase (brevetto WO/2007/014284) e sulla questione della mancanza di 1 Sigfried Giedion, Spazio, Tempo, Architettura, Ulrico Hoepli editore, 1965, Milano 2 Robert Kronenburg, Portable Architecture. Design and Technology, Birkhauser Verlag AG, 2008, Basel- Boston - Berlin Robert Kronenburg, Flexible,architecture that responds to change, Laurence King Publishing, 2007, Londra 3 Alessandra Zanelli, Trasportabile/Trasformabile. Idee e tecniche per architetture in movimento, Libreria Clup, 2003, Milano.
    • uno standard comune alle aziende del settore edile per la diffusione delle principali caratteristiche. Nel campo delle tensostruttre non tutti i produttori ad esempio inseriscono nelle loro schede tecniche il peso del materiale, altri non indicano i valori di rifrazione delle radiazioni, ecc. Un confronto prestazionale preciso risulta essere difficoltoso per il progettista soprattutto se deve confrontarsi con quei termini che sono il filo conduttore della ricerca di questa tesi: trasportabilità, trasformabiltà, flessibilità ed adattabilità. Quindi con questioni come quelle del peso, quelle climatiche e di adattabilità ambientale. Con il quinto capitolo si sono identificati i requisiti principali prescritti dalle varie normative, direttive e protocolli che una unità mobile di soccorso sanitario deve avere. Necessario è risultato introdurre il concetto di maxi-emergenza, cioè quella situazione che prevarica il normale funzionamento dei soccorsi ospedalieri e in cui i sistemi medici mobili devono operare; una situazione eccezionale, che vede il coinvolgimento di un numero significativo di persone e che richiede un filtraggio dei feriti prima che questi vengano trasportati nei vari ospedali. Per far fronte a queste situazioni gli ospedali sono attrezza con strutture chiamate PMA, posti medici avanzati, che a seconda delle loro tipologie possono essere direttamente ricondotte alla classificazione proposta da Kronenburg. Esistono infatti PMA che possono essere considerati dei portable buildings (PMA furgonati), relocateble buildings (PMA conteinerizzati ), demontable building (PMA sottoforma di tende), ognuno ha i propri vantaggi e svantaggi che sono stati analizzati e comparati. I PMA sono le unità mobili di soccorso sanitario che comportano più limitazioni progettuali in quanto sono sistemi che devono essere disponibili e assemblabili in un breve lasso di tempo (in genere 1 ora dall’arrivo sul luogo del sinistro). La funzione di PMA è infatti quella di essere il filtro tra l’area del sinistro (cantiere in termine medico) e gli ospedali. Tale operazione è necessaria in quanto non è possibile trasportare tutti i feriti in un unico ospedale, magari in quello più vicino. Ogni ospedale è predisposto ad accogliere un numero limitato di feriti gravi contemporaneamente, non è possibile per i medici seguire contemporaneamente più di un numero prestabilito di casi in cui le funzioni vitali del sinistrato siano seriamente a rischio. Per questo l’unità mobile è predisposta per eseguire il cosiddetto triage, cioè quella procedura che stabilisce il grado di criticità della situazione del paziente, la stabilizzazione di quest’ultimo e il successivo smistamento verso l’ospedale più attrezzato ad affrontare la patologia. Essendo una struttura mobile, come per altro indica il nome, che deve essere a disposizione in un breve lasso di tempo, l’unità mobile di soccorso sanitario è un dispositivo che deve rispondere appieno ai quattro termini caratterizzanti l’architettura mobile, cioè trasportabilità, trasformabiltà, flessibilità ed adattabilità. Per prima cosa la struttura deve essere facilmente trasportabile in qualunque luogo; per questo nel progetto si è deciso di non integrarla con il sistema di trasporto; si è optato per un sistema “demontable”/disassemblato, da montare direttamente sul luogo, facendo particolarmente attenzione alla questione “peso” in modo da poterne garantire il trasporto anche con un elicottero civile tramite gancio baricentrico. La scelta è quindi ricaduta su una struttura riconducibile alla tipologia della tenda. Questo ha reso necessaria una riflessione: se nelle altre tipologie il container o il mezzo furgonato vengono attentamente allestiti per le immaginabili problematiche relative al limitato spazio a disposizione, nei sistemi a tenda la cura nell’introduzione di facilitazioni per le operazioni di soccorso è sempre molto scarsa. La tenda ha sì una grande flessibilità di utilizzo, ma questo alle volte diventa l’alibi per il non-progetto di questa caratteristica. Le foto del PMA allestito in occasione di una manifestazione sportiva in provincia di Udine mostrano chiaramente come la non predisposizione di una integrazione tra shelter e impiantistica porti a notevoli difficoltà operative. Compito del progettista è quindi definire il limite tra le esigenze legate all’emergenza, quindi velocità di assemblaggio, e la funzionalità dello spazio interno. Non si può dimenticare comunque che le difficoltà create da una scarsa organizzazione interna ricadono drammaticamente sull’operatività dei soccorritori, sia da un punto di vista strettamente materiale che emozionale. Da ricordare che l’emergenza è una situazione di alto stress anche per coloro che la scelgono come scenario lavorativo; il progettista dovrebbe considerare che altre fonti di stress, quali impedimenti riconducibili alla struttura, provocano scarsa efficienza nei soccorsi. Utilizzando le parole di Wright si potrebbe dire che questa tesi cerca di creare un’unità medica di soccorso sanitario organicamente organizzata. Lo scopo del progetto quindi è quello di garantire una struttura mobile con agevolazioni che facilitino le operazioni di soccorso, evitando la confusione e rendendo autonoma la struttura per un certo periodo qualora la situazione lo imponesse (ad esempio il prolungamento delle operazioni anche durante la notte in una zona difficilmente raggiungibile dai mezzi di terra). Il sesto capitolo cerca quindi di essere la sintesi progettuale delle precedenti ricerche, seppur condotte in ambiti alle volte molto distanti. L’approfondimento delle tematiche dell’architettura in movimento e dell’evoluzione della tenda ha permesso
    • di poter predisporre accorgimenti utili a limitare effetti di disagio e aumentare alcune prestazioni, come l’isolamento termico; la ricerca nel campo degli shelter per l’emergenza ha permesso di avere una visione più ampia delle problematiche delle persone in difficoltà, degli scenari con limitate agevolazioni e delle prescrizioni dettate da decenni di esperienza come quelli accumulati dell’UNHCR; gli approfondimenti sulle tecnologie e sulle innovazioni nel campo dei materiali ha garantito l’utilizzo di prodotti che garantiscono prestazioni di alto livello del sistema; infine la figura di Richard Buckminster Fuller ha aumentato la curiosità per tutti quei settori che non sono strettamente architettonici ma che possono comunque essere d’ispirazione per il progettista.
    • 01
    • Numerosi architetti negli ultimi decenni si sono imbattuti in progetti che dovevano essere sviluppati in modo da poter far fronte a vari tipi di emergenze. La maggior considerazione nella programmazione delle emergenze delle varie organizzazioni ha fatto in modo che il fermento attorno a progetti di architettura mobile, temporanea e di emergenza riprendesse vigore dopo le sperimentazioni del secolo scorso. Ma cos’è una emergenza? E soprattutto quali sono i diversi approcci per l’emergenza nell’ambito architettonico? Dal vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli: Emergenza: circostanza o eventualità imprevista, specialmente pericolosa. Quindi un’emergenza è un evento in genere imprevisto e pericoloso. Nello specifico possiamo rifarci al Manuale per le Emergenze dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati che, sebbene sia stato redatto specificamente per le emergenze umanitarie, può essere d’aiuto nell’approfondimento. Il manuale dice che nella definizione di un’emergenza “la distinzione si basa sulla gravità del fenomeno” che in questo caso è “qualunque situazione in cui, in mancanza di un’azione immediata e appropriata, la vita o il benessere dei rifugiati possano essere in pericolo, e che richiede una risposta straordinaria e misure eccezionali.” Quindi si può dire che in generale l’emergenza è una circostanza straordinaria che necessita di una risposta eccezionale che prevarica le capacità dei singoli, ma richiede la collaborazione di più persone e/o organizzazioni per risolverla nel più breve tempo possibile. Le emergenze che richiedono l’ausilio dell’architettura e che in parte verranno analizzate in questa tesi riguardano in genere la possibilità di dare, entro un breve l’asso di tempo, riparo e assistenza a coloro che si trovano nello stato di emergenza. Fortunatamente questa situazione è eccezionale, almeno nei Paesi industrializzati e che in genere tende a risolversi e a lasciare il posto ad una condizione di normalità entro tempi brevi. Invece nei Paesi meno avvantaggiati lo stato di emergenza è purtroppo molte volte la normalità. Basti pensare alle epidemie, alle carestie, allo spostamento di un gran numero di persone che scappano da conflitti, agli eventi naturali non previsti e che colpiscono territori non attrezzati per affrontare tali situazioni, ecc. Negli ultimi anni, si sta cercando di prevedere e formulare protocolli sempre più precisi per affrontare queste situazioni, soprattutto nei Paesi sviluppati e all’interno di tutte quelle organizzazioni che operano a stretto contatto con territori e popolazioni svantaggiate. Purtroppo gli effetti di tali provvedimenti ha un riscontro diverso a seconda che vengano posti in atto in territori dotati di infrastrutture o meno. Si pensi ad esempio ad un terremoto; nel caso questo colpisca una metropoli l’obiettivo è cercare di porre in atto, nel minor tempo possibile, le attività di ricerca, soccorso e ricostruzione. Questo è possibile perché da tempo si cerca di prevenire possibili cause di emergenza, si provvede a pianificare un iter di operatività durante l’emergenza e soprattutto vi è un controllo e un’accessibilità al territorio e alle sue parti in genere buona. In territori svantaggiati, di difficile accesso, l’obiettivo primario sarà invece quello di riuscire a raggiungere il luogo dell’emergenza sempre nel minor tempo possibile, che però può significare giungere sul posto quando le attività di ricerca di persone sopravvissute hanno minime possibilità di riuscita, in quanto, in genere, gli aiuti significativi provengono da nazioni straniere. Per questo le attività saranno concentrate sul dare conforto ai sopravvissuti. Se nel primo caso l’architettura ha avuto un ruolo nell’emergenza precedente all’evento stesso, con l’attuazione ad esempio dei dispositivi quali il corretto dimensionamento antisismico degli edifici, nel secondo caso l’architettura ha un ruolo postumo, cioè si occupa dell’assistenza attraverso shelter e della ricostruzione. Ma come fare a mettere a fuoco realmente le esigenze a cui un progettista deve far fronte in una situazione di generale emergenza? Cameron Sinclair dello studio Architecture for Humanity rispondendo ad una intervista dice: “In generale il primo accorgimento consiste nel coinvolgere il maggior numero di persone estranee al mondo dell’architettura: medici, scienziati, professionisti, persone comuni. In questo modo si evita di appiattirsi sulle questioni di stile. I criteri variano a seconda delle situazioni, ma oltre alle valutazioni tecnico-scientifiche assumono grande rilievo gli aspetti economici, e non è detto che si debba a ogni costo risparmiare, perché può essere più interessante - per esempio - una soluzione che apra la possibilità di generare profitti per la comunità. Un singolo problema, come la scarsità d’acqua, può essere affrontato dal punto di vista del trasporto minuto, del filtraggio, della raccolta, del riciclo, della questione igienica a seconda della convenienza rispetto al luogo: per ognuno di questi problemi il design ha elaborato soluzioni ingegnose.”1 1 http://www.architectureforhumanityitaly.org/download/Il%20manifesto%2007.04.2007.pdf
    • Citando Enzo Mari possiamo infatti dire che il progettista si deve porre proprio in quella situazione tipica del design, cioè: “il designer (qualunque sia la specifica tipologia d’intervento) deve necessariamente svolgere il proprio lavoro con la consapevolezza dei due mondi: quello dell’utopia e quello del reale” 2, definizione che funziona anche per il progetto per l’emergenza. Il progettista deve far in modo che tutto il suo bagaglio culturale e architettonico (anche utopico) si metta in relazione con tutte le contingenze del reale, e specificamente con le condizioni dettate da una situazione d’emergenza. Sempre Mari : “Questo gli consente, molto più che ad altri, di avvicinarsi alla comprensione di ciò che concretamente condiziona la nostra modernità (per chi vuole anche «post»). Trasmettere in modo comprensibile la conoscenza di tali contraddizioni è oggi forse il primo obiettivo del buon progetto.” 3 Similmente a Sinclair, anche Mari descrive come in quei progetti che prevedono una qualche complessità, devono essere coinvolte, direttamente o indirettamente, più persone con ruoli e specializzazioni diverse. Secondo il loro modo di porsi e interagire nella complessità del progetto ci possono essere due esiti: il primo favorevole, nel momento in cui le diversità riescono a procedere le proprie ricerche e confrontarsi con gli altri inducendo momenti di dialogo; il secondo sfavorevole, nel momento in cui ognuno procede separatamente riducendo lo scambio di informazioni al minimo. Questa seconda situazione porta alla realizzazione di un progetto improprio 4. Enzo Mari. Schemi delle due modalità di interazione tra i partecipanti ad un progetto, il primo con esito favorevole, il secondo con esito sfavorevole. A sostegno di questo vi è anche una caratteristica fondamentale che viene sottolineata dall’UNHCR che, anche se si riferisce alla fase acuta della emergenza, può ritenersi valida anche per il progetto architettonico a sostegno dell’emergenza; questa caratteristica è l’approccio multisettoriale. Inoltre è necessario un continuo riesame dell’efficacia della risposta e un adeguamento nel momento in cui si riscontrino delle esigenze differenti. La necessita della progettazione di shelter per far fronte alle emergenze è ribadita da Sinclar: “Nessuno vuole investire nella prevenzione. Sono le grandi ondate emotive che seguono le catastrofi a mobilitare le energie, il denaro, il potere necessario a fare partire le idee, e spesso neanche quelle sono sufficienti. Prendiamo il caso di New Orleans: il rischio di inondazione era noto, e nonostante questo non si è voluto prevenirla. Il tasso di povertà degli abitanti era inammissibile per una città degli Stati Uniti, nessuno si era reso conto di quanta gente potesse essere esposta alla rovina totale dall’uragano Katrina. Il risultato è noto: nessuno ha capito bene come reagire ed è stato uno sfacelo, uno spreco di risorse e vite umane.” 5 2-3 Enzo Mari, Progetto e passione, Bollati Boringhieri Editore, 2001, Torino 4 Enzo Mari, Progetto e passione, Bollati Boringhieri Editore, 2001, Torino 5 www.architectureforhumanityitaly.org/download/Il%20manifesto%2007.04.2007.pdf
    • La distruzione dell’uragano Katrina a New Orleans nell’agosto del 2005 La seconda guerra mondiale fu l’avvenimento che segnò un grande cambiamento all’interno della gestione delle emergenze: la nascita delle NGO, nongovernmental organization, le organizzazioni non governative. Con l’eccezione del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che fu fondata negli anni 60 dell’’800 da Henri Dunant, la gran parte delle organizzazioni e delle agenzie che sono attive tutt’oggi sono state fondate sulla base dell’esperienza dalla seconda guerra mondiale. Queste includono non solo le Nazioni Unite, ma anche altre agenzie governative come l’agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), organizzazioni di aiuto umanitario come l’International Rescue Committee, CARE, e l’Oxfam, e organizzazioni religiose come Catholic Relief Services. Da questo momento in poi, le organizzazioni non governative hanno giocato un ruolo fondamentale nel provvedere ai rifugi di emergenza per i rifugiati o a sostegni dopo i disastri naturali. Dopo la fine della guerra e la fine della colonizzazione, il problema delle emergenze, come già detto, si è spostato dall’Europa e dall’America ai Paesi in via di sviluppo. La Croce Rossa ha stimato che nelle passate due decadi, più di 75˙000 persone sono state uccise annualmente da disastri naturali o prodotti dall’uomo, altri 211 milioni sono state interessate dai disastri ogni anno, 98% delle quali risiedevano in Paesi in via di sviluppo. Inoltre si è visto come nell’ultimo decennio il numero di eventi calamitosi, e di conseguenza il numero di persone coinvolte, sono in costante aumento. Con l’aumento del numero delle NGO, queste hanno migliorato molto la parte dello sviluppo e della creazione di sistemi sanitari e di approvvigionamento di acqua, e nella costruzione di abitazioni. Solo negli ultimi anni però si è sottolineata l’importanza di associare all’intervento umanitario il rispetto per le realtà in cui si interviene. Questo aspetto va tenuto presente soprattutto dopo la fase della primissima emergenza, in cui bisogna ricostruire, dove possibile, nel territorio colpito. Ian Davis, consulente per i rifugi temporanei per le Nazioni Unite e che ha collaborato con Fred Cuny, uno dei primi ad interessarsi negli anni ’70 alla pianificazione dei campi profughi e alle tematiche relative all’emergenza, misteriosamente scomparso in Cecenia nel 1995 con due medici russi, sottolinea come “When you told them (ai rifugiati) that you can build a permanent house in Bangladesh in three days for the same amount of money they were proposing to spend on temporary housing, they igored you.”
    • Fred Cuny in Somalia nel 1992 accanto al veicolo dell’ONU danneggiato da un attacco armato a Mogadiscio. Tre anni dopo, all’età di 50 anni, Cuny sarebbe sparito in Cecenia durante una missione di pace. Il progettista quindi deve sempre relazionarsi con i parametri del luogo in cui andrà ad intervenire e non con quelli del suo Paese d’origine. Il rischio è quello di creare una struttura totalmente inutile ed inefficace per affrontare l’emergenza. Tanto che le tende – la soluzione scelta dalla gran parte delle agenzie – possono essere spedite a grande distanza a un costo accessibile ma magari non vengono utilizzate perché arrivano troppo tardi o vengono montate in campi lontani dalle case e dai luoghi di attività economica. Nel 1977 si tentò di decodificare una linea di intervento comune a tutte le organizzazioni attraverso l’“International Conference on Disaster Area Housing” a Istambul. Si individuarono tre momenti per l’intervento del soccorso: -emergenza: come immediato impatto con gli effetti del disastro e i relativi problemi abitativi in termini di riparo, di ricovero; -riabilitazione: intermedia tra l’emergenza e la risistemazione definitiva, che viene individuata con la durata variabile da molte settimane a mesi e anche anni, durante il quale “il massimo sforzo è rivolto a procurare un minimo di condizioni ambientali per le attività umane e alla costruzione di abitazioni temporanee che devono durare fino a quando non siano terminate le costruzioni a carattere permanente”; -ricostruzione: il complesso dei provvedimenti legislativi, economico-finanziari e dei processi produttivi e costruttivi tesi ad approntare le condizioni generali e a realizzare le operazioni per tornare alla normalizzazione della vita. Da tutto ciò vengono dedotti alcuni fattori e requisiti caratterizzanti: - adattabilità a qualsiasi tipo e condizione di terreno; - accettabilità del comfort idro-termico ed acustico; - compatibilità dimensionale dei componenti ai vincoli imposti dai mezzi di trasporti; - massima leggerezza degli elementi e dell’insieme sia per ragioni economiche, sia per facilitare il trasporto, l’assemblaggio e garantire la massima sicurezza; - massima riduzione di mano d’opera specializzata e minimo ricorso ad attrezzature speciali nell’assemblaggio dei componenti; -potenzialità allo smontaggio e ri-montaggio in altro sito e per altre, analoghe, ricorrenza. Alla conferenza di Istambul segue quella di Oxford organizzata da Ian Davis, “International Conference on Disasters and Small Dwelling”, promossa dall’University College locale. Il tema centrale è stato quello dello Shelter After Disaster, inteso nel senso di ricovero di primo soccorso e definito come “accettabile protezione dagli elementi (freddo, caldo, vento, pioggia, ecc) dal momento del disastro fino alla disponibilità di un ricovero temporaneo o permanente”.
    • Fasi di riabilitazione e ricostruzione di territori colpiti da calamità Bisognerebbe tener comunque sempre conto di quelli che Enzo Mari indica come le qualità di un progetto6: - la componente etica; - la qualità culturale; - il possesso degli strumenti di produzione; - i tipi di coincidenza tra progetto e produzione. Se solo dalla seconda metà dello scorso secolo si è cominciato a sottolineare la problematica progettuale di quelli che vengono chiamati shelter, cioè rifugi, già da molto tempo prima, i progettisti hanno affrontato il tema dell’emergenza, soprattutto sotto il profilo abitativo. Facendo un salto nel tempo possiamo risalire forse al primo progetto che cercò di far fronte ad una emergenza tentando un approccio di post-riscostruzione. Fu il caso di Lisbona, che nel 1755 venne colpita da un terremoto e successivo tsunami. Con il progetto denominato gaiola (gabbia), si creò una struttura flessibile di legno formata da puntoni diagonali rinforzati e da un reticolo di elementi sempre di legno verticali ed orizzontali, in modo da rendere in qualche modo “antisismici” i nuovi edifici in previsione di un successivo terremoto. Ma l’evento che forse decretò l’inizio delle strategie di intervento fu il terremoto del 18 aprile 1906 che devastò San Francisco. Fu infatti l’evento catastrofico più imponente dell’epoca di prima industrializzazione. In un primo momento la Croce Rossa, fondata solo 25 anni prima, quindi senza una significativa esperienza, e i volontari fornirono prima delle tende ai sopravvissuti e successivamente alcune baracche che si rivelarono ben presto costose e inefficaci. Si resero quindi conto che l’obiettivo doveva essere quello di ricostruire nel più breve tempo possibile la città per riportare tutti alla normalità. Per questo una combinazione di concessioni e prestiti ai più abbienti per l’edificazione di nuove case e la costruzione tra il settembre 1906 e marzo 1907 di più di 5610 cottage progettati dagli ingegneri dell’esercito (tra i 13 e i 37 m2 e per un costo variabile tra i 100 e i 741 dollari) di facile successiva dismissione, portò alla rapida normalizzazione. Purtroppo a più di 100 anni di distanza, quello che oggi è una prassi della veloce ricostruzione nei Paesi industrializzati, per 6 Enzo Mari, Progetto e passione, Bollati Boringhieri Editore, 2001, Torino
    • la gran parte del mondo è un traguardo ancora molto lontano. Per decenni gli architetti hanno discusso sull’opportunità e la necessità di provvedere alla definizione di nuovi rifugi per far fronte alle situazioni di crisi. Da quando i progettisti hanno confidato nell’idealismo dell’era delle macchine, nella crescente ascesa del progresso tecnologico e nello sviluppo di idee a prima vista spesso utopiche, c’è stato uno sviluppo di soluzioni e progetti per il supporto sia alla popolazione che agli operatori che devono far fronte alle problematiche delle situazioni di crisi, come il provvedere a un riparo temporaneo, alla garanzia di acqua potabile, all’assistenza sanitaria alle famiglie che necessitano. Col tempo però, il mondo del soccorso e sviluppo post evento catastrofico si è separato dal mondo dell’architettura e del design. Quello che i progettisti da sempre hanno considerato una sfida, i soccorritori invece lo considerano come un problema di pianificazione e politica. Questa disconnessione ha portato ad alcuni interrogativi, espressi anche da Kate Stohr nel saggio sui 100 anni di design umanitario per il libro edito dallo studio newyorkese Architecture for Humanity 7, quali: che ruolo deve avere la progettazione nella definizione e soddisfazione delle esigenze di un primo riparo? Come possono gli architetti indirizzare al meglio la progettazione per soddisfare i bisogni della cittadinanza colpita? E, andando al cuore della questione, il design deve essere considerato un bene di lusso o una necessità, un mezzo per il semplice godimento estetico o in prima istanza, la soddisfazione primaria dei bisogni? Questo problema ha da sempre interrogato non solo gli architetti ma anche i pianificatori, i politici e le organizzazioni di soccorso , dibattendo per bilanciare il bisogno logistico di provvedere ad un riparo con il bisogno/desiderio dell’uomo di avere un luogo da poter chiamare casa. 7 Architecture for Humanity, Design Like You Give a Damn, Architectural Responses to Humanitarian Crisis, Published by Metropolis Books, 2006, New York
    • La storia del design, inteso come progetto, umanitario/sociale ha le sue radici nei primi movimenti dei cittadini che tra il 1800 e il 1900 cominciarono a rivendicare e promuovere la riforma delle condizioni sociali e abitative delle fasce povere della società. Parallelamente a progetti di architettura “convenzionale”, cominciavano a farsi largo anche tipologie di architettura mobile. Nel 1917 in varie località della Francia vennero erette delle case di legno completamente assemblabili a secco per dare un primo rifugio stabile ai rifugiati della Prima Guerra Mondiale. Le abitazioni, donate dall’ American Friends Service Committee, erano composte da due stanze. Demontable Wooden House, 1917, Francia Nel 1936 Wally Byam costruì la prima roulotte aerodinamica, la Durham Portable House, che costava tra i 1˙500 e i 3˙000 dollari, che non solo imitava la casa convenzionale, ma fu anche precursore del “double-wide”, cioè poteva essere trasportata in due parti e assemblata in loco come singola abitazione (in genere hanno dimensioni che possono raggiungere i 9 metri di larghezza e i 27 di lunghezza). La casa mobile non fu il solo successo delle abitazioni prodotte per la grande massa in America prima della Seconda Guerra Mondiale. Tra il 1908 e il 1940 il venditore americano Sears, Roebuck and Co. Vendette più di 100˙000 case dal proprio catalogo. Le case venivano vendute in più di 30˙000 parti, complete di istruzioni di assemblaggio e due alberi per il giardino e per un breve periodo queste case offrirono una valida alternativa alle costruzioni tradizionali. Le case potevano essere acquistate a un prezzo che andava da 650 per le più piccole, da fino a 1˙000 dollari per le medie. In più la società garantiva che “un uomo di medie capacità” poteva costruire con il kit a disposizione, la casa in soli 90 giorni” 8. “The Winona”, Sears Modern Homes, Akron, Ohio, USA 8 www.searsarchives.com/homes/index.htm
    • In merito al MOMA di New York da luglio a ottobre (2008) vi è la mostra “Home Delivery: Fabricating the Modern Dwelling” che ripercorre la prefabbricazione in ambito edilizio in America, nella quale vi sono alcuni esempi di case self-made per gli strati della popolazione meno abbienti (www.momahomedelivery.org). Nel continente africano, uno degli esempi più significativi di sperimentazione dello stile self-help housing, cioè dell’auto costruzione, fu il lavoro di Hassan Fathy in Egitto. Nel 1930 Fathy iniziò a sperimentare le costruzioni fatte in mattoni di fango.Dopo aver costruito alcune case di campagna con i tradizionali tetti a volta e i mattoni di fango, inclusa una sede dimostrativa per la Mezza Luna Rossa in un villaggio distrutto da un’inondazione, fu chiamato dal Dipartimento delle Antichità del suo paese per progettare e ricostruire un villaggio, il villaggio di Gourna. Per Fathy la costruzione della nuova città, vicino ad un sito archeologico, fu l’opportunità per testare le sue idee di un’architettura basata su sistemi a basso costo di costruzione e con tecniche sostenibili per il territorio, prese direttamente dalle tecniche costruttive dei suoi avi. Anche perché i nuovi abitanti di Gourna non avrebbero potuto nemmeno permettersi le tanto pubblicizzate case prefabbricate. La costruzione si protrasse tra il 1946 e il 1953 ma non si ottenne il risultato sperato per l’incomprensione con gli abitanti che si aspettavano di avere subito una casa completamente terminata, come fosse l’ennesimo prodotto. Il problema del self-help housing è che si viene a negare il ruolo stesso dell’architetto, che è relegato al semplice ruolo di insegnante delle tecniche costruttive. Hassan Fathy, piano per il villaggio di New Gourna, Egitto, 1946 Allo stesso tempo un altro progetto più fortunato di quello di Fathy fu iniziato dal governo di Puerto Rico per ricostruire e ridistribuire la terra. A 67˙000 lavoratori agricoli fu dato un piccolo appezzamento che comprendeva 3 acri. La costruzione delle case iniziò nel 1949, e le famiglie furono organizzate, per tali lavori, in gruppi di 30 persone. Inoltre le famiglie erano libere di decidere come progettare e costruire le proprie abitazioni utilizzando ogni metodo che potesse avere un senso, che comprendesse un metodo costruttivo tradizionale o meno. Agli inizi degli anni ’60 erano già state costruite tra le 30˙000 e le 40˙000 piccole abitazioni.
    • Con la Seconda Guerra Mondiale per la prima volta nella storia il numero dei civili morti superò quello dei soldati, la distruzione delle città e dei paesi non aveva precedenti e praticamente tutta l’Europa doveva essere ricostruita. Da questo momento in poi l’attenzione dei progettisti si spostò sui rifugi di emergenza, i quali divennero la priorità per dare un tetto ai milioni di sfollati. L’architetto finlandese Alvar Aalto sviluppò un rifugio di emergenza temporaneo che poteva essere trasportato e utilizzato da quattro famiglie con un sistema di riscaldamento centralizzato. Transportable Primitive Shelter, Alvar Aalto, Helsinki, Finlandia, 1939-40 circa Nell’ottica della ricerca di sistemi e processi idonei a soddisfare le esigenze dell’utenza sfollata ad avere spazi ridotti (quindi poco costosi) ma sempre più dinamici e flessibili, in Francia Jean Prouvè propone soluzioni l’impiego di semilavorati industriali per la produzione di costruzioni per l’emergenza. Tra queste le écoles volantes, scuole per bambini rifugiati, e il Pavillon 6x6. Quest’ultima unità abitativa fu concepita per rispondere alle richieste di 450 abitazioni provvisorie avanzata dal Ministero della Ricostruzione francese. La possibilità dell’assemblaggio da parte di pochi uomini e a secco permetteva che questi rifugi fossero disponibili in breve tempo e senza aggiunta di altri materiali oltre quelli che uscivano dalla fabbrica produttrice. La copertura si poggiava su puntoni in lamiera che costituivano la struttura principale e veniva successivamente controsoffittata. Il pavimento era in legno, sollevato da terra e sostenuto da una intelaiatura metallica. Gli elementi di chiusura verticale erano pannelli di legno con anima di alluminio.
    • La costruzione del Pavillon 6x6, Jean Prouvè, France, 1944 Interessante, anche sotto l’ottica della diversità culturale tra Europa ed America, è notare come nel continente americano tra il 1940 e il 1945 circa otto milioni di persone hanno trovato un nuovo alloggio con il programma edilizio nazionale della National Housing Agency che comprendeva varie tipologie quali: trailers, mobile houses, demountables, dormitories, temporary houses, ecc. E sono proprio gli Stati Uniti d’America i pionieri nella progettazione e creazioni di case o semplici “shelter” montabili in poco tempo e trasportabili. Le linee di ricerca principali erano due: quella di Richard Buckminster Fuller che utilizzava le industrie che si stavano via via convertendo dalla produzione bellica e quella dalle varie agenzie per la casa che proponevano delle case facilmente trasportabili generalmente di legno. Nel secondo caso, identificato dall’alloggio unifamiliare in legno come la portable unit cottage della TVA, Tennessee Valley Authority, la sperimentazione avveniva tutta in fabbrica e le fasi di montaggio che potevano essere più complicate per l’acquirente venivano eseguite già in fase di produzione. Airstream Clipper, Wally Byam, Los Angeles, California, USA, 1936, New Demountable Cottage,T.V.A. Tennessee Valley Authority, 1940 Walter Gropius, durante la sua esperienza ad Harvard intraprese una prestigiosa collaborazione con la General Panel Corporation. Insieme a Wachsmann condussero una formulazione più matura ed esaustiva del sistema strutturale prefabbricato. La loro interpretazione delle strategie connesse con la prefabbricazione intendeva rispondere all’assemblaggio della struttura tramite la connessione di parti a loro volta assemblate in fabbrica. La ricerca svolgeva verso il superamento delle rigide schematizzazioni determinate dalla produzione industriale con la volontà di giungere a combinazioni flessibili dei vari elementi costituenti l’alloggio garantendo flessibilità e modificabilità. Scriveva Wachsmann: «Lo sviluppo del modulo degli elementi delle superfici universali viene determinato in sostanza da due condizioni opposte. Mentre un elemento di costruzione dovrebbe venire dimensionato il più grande possibile, per avere un minor numero di giunzioni, che sono pur sempre i punti più deboli, è necessario nello stesso tempo che esso sia il più
    • piccolo possibile, perché la sua maggiore o minore utilità dipende dalla sua capacità di adattamento in relazione ad infinite combinazioni, sia al momento della progettazione che dell’applicazione». Konrad Wachsmann e Walter Gropius in cantiere per il montaggio del Package House System. Sullo sfondo le pareti del sistema in fase di allestimento. Nel 1945 negli Stati Uniti la US Federal Public Housing Autority preparò circa 30˙000 abitazioni temporanee prefabbricate di prima emergenza da spedire in Gran Bretagna. Le piombature e i fissaggi venivano spediti assieme alla struttura, ma non venivano forniti gli arredi interni. Houses for Britain, 1945
    • Precedentemente è stata definita l’emergenza come una situazione eccezionale, con un livello di gravità che pregiudica il normale funzionamento delle strutture come possono essere gli ospedali. Se ci si trova in Paesi industrializzati sarà più semplice che l’emergenza duri un lasso di tempo inferiore rispetto a Paesi in via di sviluppo e che abbia effetti meno significativi. Ciò nonostante, nella ricerca condotta per questa tesi, si è visto come ad oggi, la maggior sperimentazione in ambito architettonico riguardante situazioni di emergenza sia stata fatta attraverso concorsi che vedono come scenario principale Paesi con un grado di infrastrutture e supporto logistico insufficiente, come i Paesi africani o del sud est asiatico. Vi sono alcuni tentativi di inserire nell’ambito delle città occidentali l’architettura “d’emergenza”, cioè che risponde in maniera rapida a situazioni precarie, ma i tentativi in genere si risolvono in installazioni temporanee. Il concetto che lega l’architettura alle emergenze è quello di shelter, cioè di rifugio, che viene definito in “Tents, A Guide to the use of family tents in humanitarian relief” edito dall’ Office for the Coordination of Humanitarian Affair delle Nazioni Unite come “an habitable, covered living space”, ma viene anche specificato che non deve essere solo un tetto, un riparo, ma deve contenere una serie di comfort, accessori e la possibilità di accedere facilmente ad alcuni servizi. Nel caso dei rifugiati questi saranno ad esempio dei vestiti, delle coperte, delle stufe, cioè tutte quelle cose che una persona in fuga non può portare con se. Per uno shelter ad uso sanitario si dovranno predisporre tutte quelle facilitazioni che permettono un agile lavoro al personale medico. Al progettista non spetta tanto la definizione esatta delle quantità degli accessori, bensì il pensare a tutte le possibili attività che potrebbero svolgersi all’interno dello shelter, progettando delle soluzioni che permettano l’utilizzo dello spazio in modo ottimale. La guida delle Nazioni Unite dà poi delle indicazioni che possono sembrare banali ma che meritano di essere citate per iniziare a comprendere le primarie necessità di cui bisogna tener presente nella progettazione di uno shelter. Nel precedente paragrafo “Il ruolo dell’architetto nel progetto per le situazioni di emergenza” venivano specificate le caratteristiche che deve garantire un rifugio, cioè mantenere in un buono stato di salute gli occupanti, garantirne una minima sicurezza e un grado, anche se minimo, di dignità. Campo profughi, Macedonia, maggio 1999
    • Nelle emergenze le tende, principale tipo di rifugio, utilizzato dalla maggior parte delle organizzazioni, soprattutto per la facilità con cui possono essere spedite in tutto il mondo, avendo un facile stoccaggio, assicurano i precedenti fattori nel seguente modo: - salute: le tende proteggono dagli agenti climatici esterni (pioggia, neve, vento, polvere, sole); - privacy e dignità: garantiscono un grado di privacy e un riparo dignitoso alle persone che hanno appena perso tutto; - sicurezza: provvede a una sicurezza fisica, riducendo ad esempio il rischio di furti, e da una sensazione di protezione alle persone che vivono all’interno. I campi devono comunque avere altri sistemi di sicurezza. - mezzo di sicurezza di supporto: la tenda permette alle persone di allontanarsi per prendere cibo e combustibile, mantenedo sotto controllo i figli e potendo così condurre altre attività essenziali.1 Campo profughi in Etiopia, febbraio 1985 In genere la costruzione di rifugi d’emergenza è strettamente dipendente dalle condizioni locali; ripari possono essere costruiti con materiali provenenti da edifici danneggiati, o reperiti direttamente in loco, come teli di plastica, legno, corde,ecc. La costruzione di rifugi con questi materiali può coinvolgere attivamente la popolazione, divenendo inoltre disponibili più velocemente e ad un costo inferiore rispetto alle tende spedite dai Paesi soccorritori. Teli di plastica, pali, corde in genere sono le prime cose ad essere distribuite dalle organizzazioni umanitarie, in modo tale da evitare il disboscamento delle aree limitrofe all’accampamento e garantendo la costruzione di tali rifugi in tempi brevissimi. Deve esserci però la capacità costruttiva delle persone coinvolte; bisogna tener presente che se ci si trova in climi estremi queste soluzioni non sono però sufficientemente adeguate. Per questo a volte è preferibile costruire rifugi utilizzando le tecnologie del luogo, in che modo possano essere costruiti in breve tempo e garantire un riparo più stabile e dignitoso. Prime due foto: campo profughi di Mokindo, Rwanda, novembre1993; ultima foto: Campo profughi in Congo, dicembre 1995 1 Office for the Coordination of Humanitarian Affair, Tents, A Guide to the use of family tents in humanitarian relief, 2004, United Nations Publication
    • La costruzione di questo tipo di rifugi in alcuni casi può rivelarsi meno costosa del trasporto delle tende; sono inoltre più appropriati culturalmente e migliori per quella che potrebbe essere una futura riconversione. Per far fronte a emergenze umanitarie vengono anche fornite delle strutture a tunnel, che per disposizione dell’UNHCR sono costituiti , per una struttura standard di 7x4m, da: - 3x6m x tubi per l’acqua in Polietilene a media densità con diametro esterno di 63mm; - 3x3,6m x 12mm di barre di metallo per l’irrigidimento orizzontale, - 6x0,5m x 12mm di barre di metallo per il fissaggio, - 1x7m x 4 m di telo di plastica per la copertura, - 2x2m x 2m di telo di plastica per le porte, - 32 m di corda. Il vantaggio di queste strutture è che garantiscono un immediato supporto per i programmi sanitari e per l’approvvigionamento dell’acqua, quindi in genere vengono utilizzate come supporto logistico. Tende con struttura a tunnel, prescrizioni UNHCR Tenda con struttura a tunnel della Croce Rossa
    • Nella progettazione degli shelter per le popolazioni in situazioni di crisi vi sono più approcci. In genere vi sono progetti che con un livello di tecnologia minimo garantiscono le prestazioni basilari e quelli che, aumentando via via l’apporto tecnologico, cercano di creare un ambiente più stabile e duraturo nel tempo. Normalmente infatti le soluzioni di base, tipo le tende, dovrebbero essere utilizzate per un tempo limitato, cioè solo nella prima fase dell’emergenza per poi lasciare posto a soluzioni sempre più durature fino al ristabilimento della normalità, anche in ambito architettonico. Purtroppo però i dati che ci provengono dalle organizzazioni umanitarie non sempre confermano questa evoluzione degli eventi. Dati UNHCR riportano come la media della permanenza di un rifugiato in un campo profughi è passata dai 9 anni del 1993 ai 17 del 2003, e considerando che il 47% dei rifugiati ha età inferiore ai 18 anni si può facilmente capire l’effetto di tali dati sulla società del paese colpito: mancanza di scolarizzazione, delle minime garanzie sanitarie, ecc. Di seguito si presentano alcuni progetti che, con diversi gradi di complessità e tecnologia, possono far comprendere i diversi approcci progettuali e come vengono risolte le varie problematiche relative agli shelter. Location.................................................Varie Data........................................................dal 2002 Organizzazione......................................UNHCR (Alto Commissariato per I Rifugiati delle Nazioni Unite) Cliente finale..........................................Rifugiati Consulente progettuale......................Ghassem Fardanesh Produttore.............................................H. Sheikh Noor-ud-Din & Sons (Pvt.) Limited, Lahore, Pakistan Costo per unità....................................≈ 100$ Area........................................................16,5 m2 Occupazione..........................................4-5 persone Dimensione............................................5,5 x 3 x 2,1m Peso........................................................41,5 kg Nei Paesi colpiti dalla guerra o da disastri naturali la presenza delle tende dell’UNHCR è uno dei primi segnali di aiuto alla popolazione. L’incarico dato ai progettisti era quello di ripensare la tenda base in dotazione all’organizzazione. Nel tempo sono stati pensate e testate varie soluzioni, dalle strutture prefabbricate, ai container, alle tende di poliuretano, ma nessuno di questi presidi ha dato un significativo sviluppo all’assistenza ai rifugiati. Molte soluzioni hanno fallito perché semplicemente altri sistemi di riparo erano già disponibili al momento dell’emergenza e il tempo per sviluppare soluzioni alternative non era sufficiente. Altre volte i progetti proposti non sembravano delle soluzioni temporanee ma avevano carattere “permanente” rendendo da un lato di difficile accettazione il loro posizionamento in loco e dall’altro più difficile il ritorno dei rifugiati alle loro case. In altri casi si sono rivelati troppo costosi o di difficile produzione in serie. Come già visto in genere la distribuzione dei teli di plastica può essere, a seconda della gravità della crisi, la prima soluzione o l’unica perché è la più semplice per far fronte all’emergenza. Comunque, nel caso in cui non potesse essere possibile reperire in loco materiali per costruire strutture più permanenti,
    • dove le famiglie non hanno possibilità di trovare accoglienza negli edifici comunitari, l’UNHCR provvede a fornire soluzioni più durature, tipicamente una tenda rigida o una formata da doppio tessuto in tela. Però queste tende non sono resistenti, sono ingombranti da trasportare e costose da spedire, si deteriorano facilmente e non possono essere stoccate per lungo tempo. L’usura e gli strappi riducono ancora drasticamente la vita di queste tende. Nel 2002 l’agenzia ha cominciato a testare nuove tende per le famiglie. Le tende dovevano essere ben illuminate ed avere una vita più lunga di quelle precedenti. La prima considerazione che è stata fatta fu quella di ridurne il volume, il peso e le dimensioni in quanto è più costoso spedirle che produrle; parlando di quantità che vanno dalle 50˙000 alle 100˙000 tende il dato non è trascurabile. Il risultato progettuale è stato un tunnel per la massimilizzazione degli spazi e la più ampia versatilità. La produzione attuale prevede che il telo di copertura sia di materiale sintetico, di minor peso (da 110 kg a 41,4 kg) e con la possibilità di stoccarle in grandi quantità,. Un telo interno provvede all’isolamento del piano di calpestio e l’aria circola attraverso dei fori e finestre riparate con zanzariere per non permettere la trasmissione della malaria. Le corde esterne permettono sia l’ancoraggio che il corretto distanziamneto dalle altre tende. Per garantire la privacy, cosa molto importante per la sicurezza di un campo profughi, soprattutto per evitare violenze su donne e bambini o attriti tra gruppi, i progettisti hanno dotato ogni tenda di un tessuto che può ripartire lo spazio interno della tenda, dove le donne possono cambiarsi e i genitori dormire separati dai figli. La partizione può essere utilizzata anche per creare degli spazi semi- pubblici. L’agenzia inizialmente ha prodotto 10˙000 unità e il nuovo prodotto è stato testato in Ciad (in risposta alla crisi del Darfur) e nelle aree dell’Indonesia colpite dallo tsunami del dicembre 2004. Trasporto e montaggio Lightweight Emergency Tent “In our business it’s really difficult to say, - I have something new, and let’s replace (the old version).- The tent we have now has been under surveillance for 20 years. This is a newborn baby.” Ghassem Fardanesh, senior physical planner, UNHCR
    • In questo progetto è da notare come piccoli accorgimenti possono garantire un grado di comfort più elevato anche se il rifugio è una struttura di per sé precaria. Far pronte alle più elementari esigenze dell’essere umano e garantirne un senso di sicurezza in situazioni d’emergenza, fa si che i piccoli progetti possano avere successo. È già stato citato il libro “Tents, A Guide to the use of family tents in humanitarian relief” dell’ Office for the Coordination of Humanitarian Affair. Il libro deriva dall’esperienza di numerose organizzazioni quail OXFAM GB, CARE, CHF, UNHCR rac- colte da Tom Corsellis del Martin Center for Architectural and Urban Studies dell’Università di Oxford, che insieme ad altri collaboratori ha dato origine al progetto Shelterproject. Data........................................................dal 1997 Progettista............................................Martin Center for Architectural and Urban Studies, University of Cambridge Team di progetto.................................Joseph Ashmore, Dr. Tom Corsellis, Peter Manfield, Antonella Vitale Partner di progetto.............................Oxfam, Gran Bretagna Consulenti..............................................Consulenze da numerose organizzazioni umanitarie Clienti finali.............................................Sfollati Website.................................................www.shelterproject.org Nel 1997 il Dr. Tom Corsellis, che aveva già lavorato con organizzazioni umanitarie quali CARE e UNHCR, insieme a un gruppo di progettisti, cercò di ripensare il rifugio d’emergenza. Per anni il progetto delle tende per le emergenze si è focalizzato su due problemi: il costo e la facilità di montaggio. Molte tende venivano costruite con tessuto, che però è pesante e costoso da trasportare, facilmente deteriorabile e non può essere lasciato in magazzini per lunghi periodi. Inoltre le tende dovrebbero essere utilizzabili sia in climi rigidi che caldi. Altre volte vengono montate senza pensare a problemi come il drenaggio dell’acqua, la resistenza al fuoco e altri fattori critici. Conseguentemente le tende sono state utilizzate con vari gradi di successo a seconda degli scenari e dell’organizzazione dei campi. Iniziata nel 1995 la collaborazione con OXFAM GB e grazie all’apporto dell’esperienza di altre organizzazioni, è stato possibile per il team di progetto lo sviluppo di linee guida per le tende che sono state pubblicate nel libro “TENTS”, edito nel 2004. Più recentemente il progetto di ricerca ha approfondito la tematica dell’organizzazione e pianificazione tra lavoro di primo soccorso e la successiva programmazione dello sviluppo futuro della zona colpita. Nel 2005 vennero pubblicate le linee guida per un miglior intervento “Transitional Settlements: Displaced Populations”.
    • Studio per la suddivisione in settori di un campo profughi test delle tende a Bamyan, Afghanistan, febbraio 2003 test delle tende a Panjwai, Kandahar, febbraio 2003
    • Location.................................................Varie Data........................................................dal 1983 Organizzazione......................................World Shelter Consulente progettuale......................Steven Elias, Bruce LaBel Partner di progetto.............................Buckminster Fuller Institute Clienti finali.............................................Popolazione sfollata, campi per operazioni d’emergenza Costo per unità....................................365$ Superficie...............................................25 m2 Dimensione...........................................7,4 x 3,4 x 2,6m Dimensione imballaggio......................38 x 38 x152cm Peso........................................................30 kg Il progettista Bruce LaBel ha avuto il primo approccio con la progettazione in situazioni d’emergenza dopo il terremoto che nel 1976 ha colpito il Guatemala, poi nel 1977 ebbe modo di lavorare con Buckminster Fuller. Poi lavorò per la The North Face, che fu la prima ditta ad utilizzare il concetto di Fuller sulla tensegrity nelle sue tende e dove Bob Gillis con Bruce Hamilton svilupparono la prima tenda impacchettabile con asticelle flessibili che è la medesima tecnologia che è stata utilizzate per il progetto del Shelter frame Kit. Il progetto prevede la costruzione di una tenda attraverso l’utilizzo dei teli di plastica in dotazione all’organizzazione USAID (United States Agency for International Development) e dei semplici tubi di PVC. La struttura è derivata chiaramente dai progetti di Fuller e l’aggancio tra il telo di plastica e i tubi è garantito attraverso delle clip inventate dal designer Robert Gillis chiamate GripCLips. IL Q-shelter ha tutti i vantaggi relativi alla leggerezza, alla trasportabilità e al facile montaggio delle tende, ma ne eredita anche gli svantaggi. La ventilazione è relegata alle aperture usate come ingresso, l’isolamento viene effettuato attraverso l’utilizzo di un secondo telo, soluzioni che accoppiate aumentano la possibilità di avere la formazione di condensa interna. Tenda medica allestita in Uganda, consegna di un Shelter Frame Kit a dei medici dello Sri Lanka colpiti dallo tsunami del 2004
    • Location.................................................Varie Progettista............................................Robert Gillis Produttore.............................................Shelter System Costo......................................................8-10$ per il set da 4 elementi Il progetto è una semplicissima soluzione per il fissaggio dei teli alle strutture delle tende. La clip è adatta per tutti i tipi di teli e per i più utilizzati sistemi di fissaggio, quali fascette di plastica e metallo ma anche semplici cordini. È composta da due elementi: il primo viene fissato alla struttura, mentre il secondo viene incastrato al primo dopo aver posizionato il telo di plastica. La semplice rotazione del secondo elemento sul primo crea un incastro grazie al particolare disegno delle due parti. Una tenda fissata alla struttura con i GridClips
    • Ci sono invece dei progetti che mirano a garantire una più dignitosa vita alle popolazioni disagiate e che vogliono superare le problematiche sia tecnologiche, come la ventilazione, ma anche sociali, come il fatto di vivere in un ambiente diverso dal proprio abituale luogo domestico. Ma questo spesso si scontra con la proibizione dei governi a costruire degli alloggi permanenti agli sfollati, sia perché essi si trovano in territorio straniero, sia per la preoccupazione di una edilizia selvaggia. Quindi il progettista si trova a dover mediare tra le esigenze delle vittime e le restrizioni burocratiche. A questo proposito una soluzione interessante è il progetto Bold (Building Opportunities and Livelihoods in Darfur). Location.................................................Darfur , Sudan Data........................................................2004-05 Organizzazione.....................................CHF International Progettista............................................Scott Mulrooney, Isacc Boyd Consulente progettuale......................Richard Hill Maggior finanziatore...........................USAID Clienti finali............................................Popolazione sfollata Costo per unità....................................90$ Superficie...............................................6,5m2 Il progetto prevede la creazione di shelter che usino le tecniche costruttive tradizionali e dalla forma tipica delle rakubas, cioè le tipiche costruzioni in bamboo del Sudan. Le costruzioni hanno infatti una struttura di bamboo che è tenuta insieme attraverso pneumatici e corde di materiale riciclato ed è ricoperta dai tipici tessuti in fibra vegetale. Le abitazioni “Bold” montate e utilizzate dai rifugiati
    • Location.................................................Grenada Data.......................................................1995 - 2005 Progettista............................................Ferrara Design Inc. Team di progetto.................................Daniel A. Ferrara, Jr., Mya Y. Ferrara Consulente per i materiali..................Ferrara Design Inc., Weyerhaeuser, Inc. Produttore.............................................Weyerhaeuser, Inc. Maggior finanziatore...........................Architecture for Humanity, Weyerhaeuser, Inc., Ed Plant, e altre donazioni private Clienti finali............................................Popolazione sfollata Costo per unità....................................400$ Durata del prodotto............................8-12 mesi Il team di progetto formato da padre e figlia e arrivata al progetto dell’elegante, semplice, relativamente a basso costo, rifugo dopo aver sperimentato più di 100 differenti configurazioni. Fatto con cartone laminato corrugato, il rifugio può essere montato in meno di un’ora da due persone usando solamente un set di informazioni per il montaggio. Il cartone ha la funzione di irrobustire, dare privacy e permettere un facile trasporto del rifugio. Solamente tre ditte che trattavano il cartone erano disponibili per la realizzazione, ma solo la Weyerhaeuser, Inc. era in grado di trattare lastre di cartone corrugato così grandi da permettere la realizzazione completa del rifugio. Lavorando con la stessa ditta la prima idea venne perfezionata riuscendo a fornire un miglior isolamento e una resistenza maggiore all’acqua. Si decise di impregnare il cartone con un prodotto ritardante la combustione e dotando la porta d’accesso di una chiusura meccanica per garantire la sicurezza degli occupanti. Purtroppo, come ogni struttura trasportabile e temporanea i costi per le spedizioni sono molto maggiori rispetto ai costi della produzione. La Weyerhaeuser, Inc. ha stimato che 88 unità possono essere stivate in un container standard da spedizione, in rapporto a 500-1000 tende. Un campo di prova fu l’isola Grenada, in cui un uragano aveva pressoché distrutto l’85% delle abitazioni. Furono montati 70 rifugi distribuiti nelle aree rurali per essere utilizzate come abitazioni transitorie e cliniche ambulatorie. I rifugi sono stati appositamente studiati per durare poco tempo, anche su suggerimento delle Nazioni Unite, in quanto strutture troppo resistenti possono successivamente ritardare il rientro della popolazione nelle loro case e creare situazioni di nuova povertà. Montaggio e moduli assemblati
    • Global Village Shelter, istruzioni di montaggio Lo studio Ferrara Design Inc., come tutti i progettisti che si trovano a lavorare sull’architettura per l’emergenza, sono consapevoli del fatto che progettare un nuovo rifugio che possa competere con la tenda è un’operazione quasi impossibile. Le persone che si trovano in situazioni critiche difficilmente accettano drastici cambiamenti. Per loro è difficile anche pensare ad una spesa maggiore per un riparo quando ogni centesimo è fondamentale per la sopravvivenza. È per questo che molte soluzioni rimangono solo dei progetti, come il caso di 139 Shelter e Concrete Canvas. Location.................................................Etiopia Data.......................................................1989, ma mai costruito Progettista............................................Future System Team di progetto.................................Jan Kaplicky, David Nixon Consulente strutturale.......................Atelier 1 Ingegneria meccanica.........................ARUP (Ove Arup & Partners) Maggior finanziatore...........................Architecture for Humanity, Weyerhaeuser, Inc., Ed Plant, e altre donazioni private Persone coinvolte................................200 Persone per l’assemblaggio..............12 persone in 30 minuti Dimensioni.............................................500m2 Costo per unità....................................30˙000$ Furono le immagini della popolazione etiope affamata e che assaliva i centri di distribuzione del cibo nel 1985 che spinse Jan Kaplicky e David Nixon a progettare 139 Shelter. Voleva essere un riparo per la popolazione che dal nord del paese andava verso sud. Il rifugio può ospitare fino a 200 persone, può essere facilmente trasportato con un aereo cargo e poi agganciato a un camion o paracadutato. Una volta in sito necessita di 12 persone per essere assemblato. La forma è ad ombrello ed ancorata al terreno con sacchi di sabbia. La copertura di Pvc, riflettendo più dell’80% del calore solare, garantisce un’efficace zona d’ombra durante il giorno ed un efficace riparo durante le notti più fredde. La ventilazione è garantita da una ventola centrale.
    • Metodi di trasporto Meccanismo di apertura Sistema di ventilazione
    • Data.......................................................2003-2004 Team di progetto................................Peter Brewin, William Crawford Dimensioni............................................16m2 - 230 kg Costo per unità...................................2˙000$ (prototipo) Website.................................................www.concretecanvas.org.uk Inventato da Peter Brewin, William Crawford, ingegneria al Royal College of Art, “Concrete Canvas” è un “edificio in una sacca”. Gonfiata la sacca, 12 ore dopo il rifugio è pronto per essere utilizzato. Entrambe i progettisti hanno avuto precedenti esperienze militari prima di iscriversi al Royal College e sono convinti che questa soluzione potrebbe essere utilizzata in scenari di crisi, per cliniche mobili in situazioni di emergenza medica o come luogo per stoccare cibo e materiale. Il funzionamento è il seguente: si prende la sacca di tessuto impregnato di cemento e la si riempie di acqua (la dimensione della sacca controlla la giusta quantità che deve essere usata, eliminando quella in eccesso).Si lascia in posa per 15 minuti in modo che il cemento si reidrati ed una matrice di fibre tessili insieme ad un agente legante acqua-assorbente, producono una reazione chimica che miscela il cemento. Poi, si apre la struttura, che viene gonfiata come un materassino ad aria attraverso un pacchetto chimico che rilascia un volume controllato di gas. Una volta gonfiata la si lascia in posa finchè non indurisce e successivamente si tagliano le porte e i fori per la ventilazione. Infine si lascia che la struttura indurisca per tutta notte. Il risultato è una sottile struttura in calcestruzzo di 16 m2. Una fodera aderente all’interno di plastica provvede a creare un ambiente sterile impermeabilizzato. Sebbene l’idea di poter avere un rifugio resistente che può essere riposto in uno zaino è ottima, il peso e la necessità di avere a disposizione una grande quantità di acqua, fa si che questa idea debba essere maggiormente sviluppata e non sia immediatamente utilizzabile in scenari di crisi in corso in Paesi non industrializzati. Montaggio con relativa tempistica; posizionamento, idratazione, gonfiaggio, finiture Due elementi montati e interno del Concrete Canvas
    • Uno dei problemi principali nella creazione degli shelter è il reperimento dei materiali che magari si pensa di trovare in loco. Nel progetto precedente la disponibilità d’acqua veniva data per scontata, senza tener conto che in una situazione di emergenza questa può scarseggiare, sia perché il luogo può esserne privo (Paesi in via di sviluppo) sia perché le infrastrutture, quali le tubature o le strade che potrebbero essere utilizzate da mezzi con cisterne, potrebbero essere danneggiate (Paesi sviluppati). Naturalmente se si dispone di un apparato di tipo militare questi problemi possono essere superati in tempi brevi grazie allo spiegamento di mezzi, ma ciò non può essere garantito se ci si trova ad agire in campo civile. Il reperimento del materiale in loco è comunque un problema tenuto in grande considerazione dalle agenzie dell’ONU. Infatti il ricorso senza controllo a materiale da costruzione locale per far fronte alla prima emergenza può provocare successivi gravi danni nella gestione della crisi. Il disboscamento di ampie zone per reperire legname per la costruzione provoca la distruzione della vegetazione e di conseguenza anche la mancanza di zone ombreggiate, l’evaporazione dell’acqua e la sua dispersione. Da queste considerazioni nacque la collaborazione tra l’architetto Shigeru Ban e l’UNHCR. Location.................................................Byumba Refugee Camp, Rwanda Data.......................................................1999 Progettista............................................Shigeru Ban Progetto e prototipo...........................Primavera 1995 – luglio 1996 Costruzione e montaggio...................Febbraio – Settembre 1999 Committente........................................UNHCR Cliente finale.........................................Rifugiati ruandesi Finanziatore..........................................UNHCR Un tipico campo profughi e un campo attrezzato con gli shelter progettati da Shigeru Ban Nel 1995 Shigeru Ban fu chiamato dall’ UNHCR per progettare delle dimore temporanee per più di 2 milioni di ruandesi che scappavano dal genocidio in corso per trovare rifugio in Tanzania e Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo). Il progetto nella sua forma finale arrivò dopo una serie di ipotesi sui possibili materiali utilizzabili (bamboo, alluminio, plastica e tubi di cartone). Numerosi fattori portarono alla scelta finale dei tubi di cartone. In primo luogo il grave problema della deforestazione per la richiesta di legname da parte dei rifugiati per la stessa costruzione di ripari improvvisati. In secondo luogo i tubi di cartone sono poco costosi e di facile trasporto. Infine era anche possibile produrre gli stessi in loco, riducendo così le spese di spedizione, il tempo di attesa e gli scarti di lavorazione. La costruzione di tre prototipi, avvenne nella primavera del 1995. Questi rifugi, che venivano coperti da teli di plastica di 4 x 6 m e garantivano la copertura di 16 m2, furono costruiti in collaborazione con Vitra e testati per garantirne la manutenzione, i bassi costi di produzione e la resistenza termica. La prima tipologia venne costruita come una semplice tenda a forma triangolare con un tubo di cartone posto in corrispondenza della fine di ogni timpano e delle corde a garantire la giusta tensione. La seconda fu costruita come un rifugio assimetrico che permette un utilizzo più funzionale dello spazio interno rispetto al primo modello. I tubi di catone creano una forma a V in corrispondenza di ogni fine timpano e le corde permettono di mettere in tensione la struttura. L’ultimo prototipo, più grande e con 3 fogli di plastica (uno grande e due più piccoli) può essere connesso ad altri moduli dello stesso modello alla fine dei timpani. Questo modello permette un’area coperta maggiormente utilizzabile, rendendola disponibile per piccole cliniche o altri servizi.
    • I tre prototipi proposti Il terzo fu il prototipo scelto per essere utilizzato dall’UNHCR. Dopo vari test da Vitra, il rifugio fu trasferito nel Luglio 1996 nel giardino delle nazioni Unite a Ginevra per la presentazione finale all’ UNHCR. Nella seconda fase di progettazione fu esplorata la possibilità della produzione in loco. Nel febbraio 1997, specialisti della Sonoco, fabbrica di tubi di cartone, sono andati al centro logistico di Medici Senza Frontiere a Bordeaux in Francia portandosi un macchinario e il materiale per la produzione dei tubi, volendo dimostrare la flessibilità della produzione anche in larga quantità nei luoghi delle emergenze. Per Ban la fase finale del progetto, nel 1999, è stata quella del monitoraggio delle costruzione di 50 rifugi. L’evento che fece capire la necessità della costruzione di abitazioni più stabili per le persone che improvvisamente non avevano più la propria casa, fu il terremoto che colpì il Giappone, in special modo la città di Kobe, nel 1995. Infatti in quel caso Ban potè affrontare e testare in tempo reale i suoi progetti. La prima soluzione fu quella di spostare le residenze temporanee fuori dal centro cittadino, ma fu subito chiaro che i campi provvisori allestiti in centro città continuavano a persistere perché vicini ai luoghi di lavoro. Quindi Ban con i suoi studenti costruirono le prime 21 case in tubi di cartone (Paper Long House) vicino ai maggiori centri di produzione. Queste case vennero poi migliorate con l’esperienza del terremoto del 1999 in Turchia e del 2001 in India. Pagine dall’allegato D, procedure di assemblaggio dal manuale edito per i Paper Tube Shelter
    • Pagine dall’allegato D, procedure di assemblaggio dal manuale edito per i Paper Tube Shelter Allestimento dei Paper Tube Shelter nel campo profughi di Byumba in Ruanda, 1995-1999
    • Il problema ambientale durante le fasi di emergenza è sempre più tenuto in considerazione. Infatti la scarsa attenzione a tale tema durante la fase pianificatrice degli interventi e durante gli stessi può provocare, come per altro già detto, delle situazioni critiche nell’immediato futuro. Così, come Shigeru Ban nelle sue Paper House, sempre più progetti mirano alla salvaguardia ambientale anche attraverso la corretta progettazione di shelter e costruzioni permanenti. Location................................................Tilona, Rajasthan, India Data.......................................................1986-89 Progettista capo.................................Bunker Roy Team di progetto................................Bhanwar Jat, Neehar Rain e Barefoot Architects, strutture geodetiche di Rafeek Mohammed e Barefoot Architects. Costruttori...........................................Bhanwar Jat con abitanti del posto Clienti finali...........................................Abitanti di Tilona Maggior finanziatore..........................Social Work e Research Center, Governo indiano, Nazioni Unite, German Argo Action, HIVOS- Humanist Institute for Development Cooperation, Plan Internazional Costo.....................................................21˙430$ Superficie..............................................2800 m2 (sito 35000 m2) All’interno della costruzione del Barefoot Colege a Tilona, nella regione del Rajasthan, in India, gli architetti impegnati nella sua costruzione hanno utilizzato le cupole geodetiche ideate da Buckminster Fuller come elemento integrante di una architettura sostenibile. Infatti il problema della deforestazione in questa regione dell’India è urgente ed allarmante a causa del taglio indiscriminato del legname per la costruzione delle tipiche case. Rafeek Mohammed e sette altri architetti del programma hanno costruito le cupole con materiali di scarto dell’agricoltura, inclusi i pezzi non più utilizzati dei carri e alcune sezioni delle pompe. Le hanno poi ricoperte con paglia, conferendo così un aspetto tradizionale a queste nuove costruzioni. Le strutture geodetiche sono tutt’ora utilizzate come laboratori medici, dispense, ufficio postale e internet caffè.
    • Ci sono poi progetti che nascono specificatamente per essere utilizzati nell’ambito delle grandi metropoli, per dar modo alle persone meno abbienti di aver a disposizione un luogo da chiamare casa, un luogo i cui rifugiarsi, anche se non rispecchia l’idea tradizionale di “domesticità”. Sono progetti che si confrontano strettamente con il concetto di existens minimum e che alle volte, come si potrà vedere successivamente, arrivano a confondersi con la performance artistica, con la sola differenza che il performer, in questo caso, è una persona in evidente stato di emergenza abitativa. Location................................................Los Angeles, California, USA Data.......................................................dal 1993 Concept................................................Ted Hayes, Craig Chamberlain Progettista...........................................Craig Chamberlain Organizzazione....................................Justiceville, Usa Cliente finale........................................Senzatetto Maggior finanziatore..........................IARCO Corporation Costo totale.........................................250˙000$ Costo per unità..................................10˙000$ Area per unità.....................................29 m2 Il Dome Village consiste in 20 sfere ognuna di 6,1m di diametro e alta 3,6m con una superficie di 29 m2 . Ogni sfera è formata da 21 pannelli di fibra di vetro e poliestere poi uniti con 150 bulloni di Teflon, rendendo la struttura impermeabile. In meno di 4 ore, due persone possono assemblare una Omni-Sphere usando una scala, un cacciavite e una chiave inglese. È stato progettato per offrire un riparo stabile ai senzatetto e cercare così di ridare una prospettiva di vita alle persone che non posseggono nulla. L’interno di una Dome
    • Per finire questa rassegna di progetti sviluppati per far fronte a situazioni di emergenza si segnalano alcuni progetti che non riguardano strettamente il campo architettonico, ma sono forse più vicini al mondo del design. Questo per dimostrare come il processo della progettazione, che si tratti di un rifugio, di una casa o di un semplice recipiente richiede lo stesso iter, cioè una fase di individuazione delle problematiche, lo stato delle condizioni in cui dovrà inserirsi il progetto, l’utilità e la fattibilità,ecc. Ancora una volta si può vedere come soluzioni low-tech possono convivere con tecnologie hig-tech e che le une non escludono le altre. Si tratta solamente di vedere in che modo si può dare risposta nel modo ottimale alle richieste che vengono fatte al progettista. Location................................................New York, Baltimora, Boston, Cambridge Data.......................................................dal 1998 Progettista...........................................Michael Rakowitz Consulenti............................................vari senzatetto Cliente finale........................................senzatetto Finanziatore.........................................autofinanziato Costo totale.........................................5$ Website................................................www.michaelrakowitz.com paraSITE è un rifugio temporaneo per persone che vivono in strada. Il riparo è un elemento gonfiabile costruito da due fogli di plastica e un nastro (materiali facilmente reperibili dai senzatetto). Una serie di tubi vuoti interconnessi creano una struttura che ha come parte finale un singolo tubo. Per gonfiare la struttura bisogna connettere la parte finale agli sfiatatoi degli impianti di ventilazione degli edifici. Il calore attraversa i tubi e gonfia la doppia membrana strutturale, creando istantaneamente un riparo caldo. Al mattino il riparo può essere semplicemente ripiegato e riposto in una borsa facilmente trasportabile. Rakowitz ha costruito il primo prototipo nel 1997 a Cambridge, nel Massachussetts, per un senzatetto di nome Bill Stone. Da quel giorno ha costruito 30 prototipi di paraSITE, ognuno personalizzato per ogni utilizzatore finale. Un altro lato di questo progetto è il fatto che, dovendosi attaccare ai sistemi di ventilazione degli edifici, paraSITE diventa un elemento visibile e che denuncia agli abitanti più benestanti il dilagare del problema delle persone che non hanno più una casa, problema in aumento negli Stati Uniti d’America. paraSiITE può essere trasportato dai senzatetto in una borsa e all’occorrenza posizionato alle prese d’aria, fatto che attira l’attenzione dei passanti
    • Location................................................Sud Africa Data.......................................................dal 1993 Progettista...........................................Grant Gibbs Team di progetto................................Pettie Petzer, Johan Jonker Produttore...........................................Imvubu Projects Consulenti esterni..............................Robin Drake, Piet Hickley Maggior finanziatore..........................Africa Foundation Costo per unità...................................circa 75$ Website................................................www.hipporoller.org Il progetto Hippo Water Roller ha permesso a migliaia di donne e bambini di poter trasportare l’acqua necessaria al sostentamento giornaliero delle famiglie senza doversi caricare sulle spalle innumerevoli quantità d’acqua in recipienti in genere contenenti 20 litri. L’idea principale del progetto è stata quella di non dover per forza caricare l’acqua sulle spalle, ma semplicemente farla rotolare all’interno di un contenitore in polietilene cilindrico di 90 litri. Il sistema permette alle persone di trasportare molta più acqua e un notevole risparmio di tempo; inoltre il peso percepito facendo rotolare il contenitore è di 10 kg contro i 90 kg che si avrebbero se l’acqua venisse trasportata con i tradizionali metodi, con un notevole vantaggio per la salute delle persone che trasportano i contenitori e della famiglia che può avere a disposizione più acqua per cucinare e per la propria igiene. L’Hippo roller in una foto da catalogo
    • REPORT Shigeru Ban ha costruito la sua prima struttura in paper-tube nel 1989, chiamata Paper Arbor (un padiglione per il World Design Expo a Nagoya in Giappone) ed ha continuato la ricerca raggiungendo espressioni formali di alto livello, come dimostrano le esperienze del Japan Pavilion per l’Expo di Hannover del 2000 e il Paper Arch del museo di arte moderna di New York. Nell’analisi di questi edifici si potrà facilmente capire come l’innovazione all’interno dell’architettura può percorrere due strade, come per altro già anticipato precedentemente: quella che vede un apporto di innovazione relativamente basso, low technologies, cioè tecnologie desunte dall’esperienza e in genere a basso costo; e quella della high technologies, cioè tecnologie ad alto contenuto di innovazione, in genere derivati da settori in cui gli investimenti nella ricerca sono significativi, come quello aerospaziale o dei trasporti. Nel capitolo riguardante le soluzioni tecnologiche utilizzate nelle architetture mobili si avrà modo di approfondire tale tema, ma è necessario, per comprendere il lavoro di Ban con i paper-tube, “dire che i termini e i concetti «avanguardia» e «tradizione», applicati alla civiltà orientale, non hanno significato, o meglio, hanno significato solo se li si intende come concetti e termini opposti: in tale civiltà, infatti, essi vanno intesi come sinonimi di «innovazione» e di «stabilità» in una relazione reciproca di dipendenza.” 1 “In campo architettonico tale approccio trova esempi significativi nelle esperienze di Toyo Ito, Kazuyo Sejima e Shigeru Ban, le cui opere danno continuità alla cultura giapponese pur impiegando un linguaggio architettonico e tecniche costruttive tese alla ricerca del nuovo.” 2 Ban è un esempio di progettista che sa muoversi tra soluzioni progettuali che percorrono la strada dell’ high-tech, come nel caso della Neked House, e soluzioni che invece privilegiano il low-tech, come le abitazioni Paper Log House. In un’intervista della rivista Detail, Ban ha detto “Cerco sempre di lanciare nuove idee, ma non ho «inventato» nulla; utilizzo materiali standard, solo in modo nuovo”. Dai dati tecnici reperibili sulle strutture in paper-tube, per le Paper House si nota come c’è stata una grossa fase di verifica delle proprietà meccaniche della nuova struttura che si è svolta tra il 14 ottobre e il 20 novembre 1991, nel dipartimento di Scienze e Ingegneria della Scuola di Architettura a Tokyo. Nel caso in esame i tubi di cartone sono utilizzati come delle vere colonne. Lo scopo di una parte degli esperimenti era quello di indagare la risposta, entro tempi brevi, del papaer-tube attraverso un test a piegatura (bendino test), a compressione e a taglio. I tubi utilizzati avevano diametro esterno di 280mm e quello interno di 250mm. 1 G. Pasqualotto, Yohaku, Forme di ascesi nell’esperienza estetica orientale, Esedra, 2001, Padova in Nicola Sinopoli, Valeria Tatano, a cura di, Sulle tracce dell’innovazione. Tra tecniche e architettura, Angeli, 2002, Milano. 2 Nicola Sinopoli, Valeria Tatano, a cura di, Sulle tracce dell’innovazione. Tra tecniche e architettura, Angeli, 2002, Milano.
    • REPORT “The average compressive strenght of paper tube was 113.9 kgf/cm2” “The bending strenght is more than 1.42 times the compressive strength” “The single shear strength was 581 kgf per lag screw”3 A Kobe, a Kaynasli e a Bhuj le Paper Log House vennero costruite per dare un riparo alle Location: Nagata, Kobe, Giappone Data: settembre 1995 migliaia di persone sfollate dopo i violenti terremoti che avevano colpito tali città. Ing. strutturali: Minoru Tezuka, TSP Le Log House, di 4m2, erano costruite con travi di cartone e con muri fatti di tubi dal Taiyo diametro di 108mm e spessi 4mm. Location: Kaynasli, Turchia La base fu costruita con casse di birra collegate con sacchi di sabbia. Il soffitto e il tetto, Data: Gennaio 2000 ognuno dei quali rivestito con una membrana di PVC, furono separati per permettere la Arch. associati: Mine Hashas, Hayim circolazione dell’aria, mantenendo fresco l’interno d’estate con l’apertura del timpano e Beraha, Okan Bayikk invece lasciandolo caldo in inverno attraverso la sua chiusura. Location: Bhuj, India Quando le famiglie numerose necessitavano di avere due unità collegate si creava Data: Settembre 2001 un’area comune tra le due parti in cui i tetti venivano collegati. Ing. strutturali: Kartikeya Shodhan Per ogni casa era necessario disporre di 10 operai, incluso il capomastro. Associates Le prime 6 case si poterono costruire in sole otto ore e, di seguito, ne vennero costruite 21 nel giro di un mese al costo di 250˙000 yen l’una (1˙500 euro circa). Queste case erano meno costose e più facili da montare rispetto alle tradizionali case prefabbricate e il fatto di essere facilmente riciclabili contribuì al successo del progetto. In Turchia le case vennero costruite invece con una dimensione di 18m2, fatto dovuto alla dimensione di produzione del compensato nel Paese. Inoltre le case vennero meglio isolate attraverso l’inserimento di carta da scarto all’interno dei tubi lungo le pareti e l’utilizzo di fibra di vetro nel soffitto. Nel caso indiano invece, vi furono problemi nel reperimento di alcuni materiali come le casse di birra da utilizzare per la base. Per questo si decise di utilizzare il pietrisco ricavato dalle macerie degli edifici distrutti per poi costruirci sopra un pavimento in fan- go, tipico della tradizione costruttiva locale come la stuoia tessuta con canne la quale, accoppiata con un mantello di plastica chiara cerato proteggeva l’interno dalla pioggia. La ventilazione veniva garantita attraverso dei fori nella stuoia del frontone caratteristica che diede la possibilità alle donne di cucinare all’interno della casa, evitando il fastidioso problema delle zanzare. Quindi si può notare come la tecnologia dei peper-tube e del loro assemblaggio è stata mutuata a seconda delle esigenze e delle caratteristiche costruttive del luogo. Kobe, shelter allestiti prima dell’arrivo delle Paper Log House; Paper Log House e montaggio. 3 Matilda McQuaid, Shigeru Ban, Phaidon Press, 2003, Londra
    • REPORT Paper Log House, Kobe, Giappone, 1995: esploso assonometrico; interno. Paper Log House, Kaynasli, Turchia, 1999: fasi della costruzione. Paper Log House, Bhuj, India, 2001: esploso assonometrico; interno di una Log House usata come scuola; interno.
    • REPORT La costruzione della Paper Church fu fatta accanto alle macerie della chiesa di Takatori a Location: Nagata e Kobe, Giappone Kobe. La comunità era per la maggior parte composta da rifugiati vietnamiti le cui case Data: settembre 1995 Ing. strutturali: Minoru Tezuka, TSP furono a loro volta rase al suolo dal terremoto che ha colpito la città nel 1995. la pianta Taiyo rettangolare di 10x15m ha una pelle di rivestimento in pannelli di policarbonato. La parte frontale e metà di ogni lato laterale può essere aperto, facilitando la ventilazione interna e permettendo, in caso di necessità, la partecipazione ai riti anche a numerose persone che altrimenti non avrebbero potuto entrare nella chiesa. Lo spazio interno è reso dinamico dalla disposizione ovale dei 58 paper-tube di 5m di altezza, con diametro di 33cm e 15cm di spessore, e può contenere 80 persone. Paper Church: montaggio Paper Church: interni; esploso assonometrico; particolare del l’interfaccia paper-tube - tetto; estremo.
    • REPORT La Paper Dome è uno shelter permanente progettato da una specifica richiesta di un Location: Masuda, Giappone contractor di case in legno. Data: gennaio 1998 Ing. strutturali: Minoru Tezuka, VAN Le richieste del cliente furono chiare fin dall’inizio. Il riparo di 28x25m doveva essere structural design progettato considerando che doveva essere agevole per i lavori esterni di movimentazione del materiale della ditta, particolarmente resistente alla neve e il sistema di assemblaggio doveva essere così facile da poter essere fatto dai carpentieri del cliente stesso. Il progetto di Ban prevedeva la costruzione di un arco di 27.7m, con un altezza massima di 8m, realizzato con tre materiali accoppiati. Siccome non potevano essere prodotti dei paper-tube così grandi e curvi senza una perdita delle caratteristiche meccaniche tipiche, si dovettero creare 18 segmenti per ogni arcata, ognuno di 1.8m e di diametro esterno di 29cm, connessi tra loro con giunti in legno laminato. Trasversalmente, un sistema di 28 segmenti lunghi 0.9m e 14cm di diametro, si connettono alle arcate in modo da garantire la rigidezza strutturale. I paper-tube vennero resi impermeabili attraverso del poliuretano trasparente spalmato prima dell’assemblaggio, in modo da minimizzare l’espansione e la contrazione degli elementi dovute all’umidità e ai cambiamenti estremi delle temperature tipici della zona. La rigidezza laterale venne ottenuta mediante uno strato di compensato posato Paper Dome: esterno e particolare esternamente al reticolo strutturale dei paper-tube; inoltre tali pannelli vennero ricoperti copertura con fogli di policarbonato corrugato. Cavi in acciaio in tensione e rinforzi sempre in acciaio, vennero aggiunti per garantire la sicurezza della struttura anche sotto carichi eccezionali come quelli dovuti al grande accumulo di neve. Paper Dome: interno ed esploso assonometrico della copertura
    • REPORT Il padiglione fu progettato per l’Expo di Hannover del 2000 dal titolo Location: Hannover, Germania “Humankind-Nature-Technology: A New World Arising”, sulla scia dell’idea dello sviluppo Data: maggio 2000 Consulente: Frei Otto sostenibile e dell’Earth Summit tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992. Ing. strutturali: Buro Happold Shigeru Ban ha collaborato per la realizzazione dell’opera con Frei Otto, architetto e ingegnere strutturale conosciuto per le costruzioni con tensostrutture, proponendogli la realizzazione di un tunnel di 74x25x16m. Partendo dalla considerazione che i paper-tube possono essere fabbricati con qualsiasi lunghezza, l’idea era quella di costruire una struttura a griglia tridimensionale senza alcun tipo di giunto tra i cilindri di carta. Questo avrebbe anche permesso di abbattere i costi per l’acquisto dei giunti. L’accortezza fu quella di richiedere tubi lunghi 20 metri per poterli facilmente trasportare e l’utilizzo di collegamenti di legno per evitare quelli classici e costosi metallici. Il team di progetto decise di adottare infatti un sistema di unioni flessibili per collegare le varie parti della griglia tridimensionale che doveva essere sollevata da terra per prendere poi la caratteristica forma una volta elevata. Inoltre sia Ban che Otto vollero che questi sistemi derivassero da un materiale low-tech, come il tessuto o del nastro metallico, in accordo con il tema dell’Expo. Il nastro avrebbe permesso il collegamento dell’angolo tra i tubi e il successivo sollevamento per creare la curvatura tridimensionale. Otto propose anche una cornice rigida esterna formata da archi accoppiati a due a due, con dei pioli a collegamento, e dei puntoni a unione degli stessi archi accoppiati. Questa soluzione Japan Pavilion: particolare avrebbe permesso una maggiore rigidezza alla struttura, l’aggancio della membrana che avrebbe fatto da copertura e la futura manutenzione della struttura. Japan Pavilion: esploso assonometrico della copertura; vista interna ed esterna
    • REPORT Per le celebrazioni del nuovo millennio il Museo di Arte Moderna di New York ha fatto Location: New York, Usa costruire a Ban un arco alto 9.1m, con una apertura di 26.5m all’interno del giardino Data: aprile 2000 Arch. associati: Dean Maltz, Kamonsin dello Sculpture Garden all’Abby Aldrich Rockefeller, trasformando questo spazio in una Chathurattaphol monumentale sala esterna. Ing. strutturali: Takenaka Corp. Il museo aveva già commissionato, nella sua storia, delle architetture temporanee; iniziò Progetto esecutivo: Buro Happold nel 1949 con il tema “House in the Garden” proposto a Marcel Breuer, per finire 10 anni Consultino Engineers dopo con le “Tre strutture” di Richard Buckminster Fuller. La produzione e costruzione dell’arco avvenne in una ditta di impalcature a Maspeth, poco fuori New York. La struttura venne divisa in otto segmenti e trasportata al museo, dove venne sollevata mediante una gru e poi unita nuovamente. La curvatura dell’arco è il risultato dell’azione del peso proprio della struttura stessa. I collegamenti tra i vari peper-tube avvenne sia tramite fascette di plastica che tramite tiranti d’acciaio. Paper Arch: particolare Paper Arch: particolari e vista dall’alto
    • REPORT A Bah venne commissionata prima la costruzione di una boathouse e poi dell’istitu- Location: Pouilly-en-Auxois, Francia to dedicato alla storia del Canale de Bourgogne per la comunità di piccoli villaggi nel Data: settembre 1998-agosto 2002, fine lavori 2005 Burgundy. Arch. associati: Jean de Gastines La boathouse è una struttura in paper-tube che fa da riparo ad una caratteristica barca Architecte DPLG del canale. Ing. strutturali: Buro Happold, Terrel Il tunnel, di 20m, è composto da una griglia formata da un reticolo a base triangolare Rooke and Associates di paper-tubes. Il diametro esterno del tunnel, 11 metri, riprende quello delle gallerie che si trovano lungo il canale. Per la prima volta Ban ha utilizzato dei giunti in alluminio pressofusi in modo da poter utilizzare la stessa dimensione dei paper-tube utilizzati per il Japan Papillon e di conseguenza utilizzare gli stessi test meccanici per poter certificare la sicurezza della struttura. La struttura è stata poi ricoperta da pannelli di policarbonato corrugato semitrasparente ma è completamente aperta sui fronti. Boathouse: particolari di studio dei collegamenti strutturali Boathouse: viste esterne ed interne
    • “L’artista in realtà rappresenta spesso la parte dell’inventore o dello scopritore scientifico: tutti e tre cercano nuovi rapporti fra l’uomo e il suo mondo. I rapporti scoperti dall’artista sono emotivi invece di pratici o conoscitivi. L’artista creativo non vuol, per un verso, copiare quanto lo circonda, e neppure, dall’altro, mostrarcelo attraverso i suoi occhi. Egli è uno specialista che ci permette di scorgere nella sua opera, come in uno specchio, ciò che per nostro conto non siamo stati capaci di afferrare: la condizione della nostra anima. Egli trova i simboli esteriori per i sentimenti che in realtà ci dominano, ma che in realtà restano per noi soltanto stimoli caotici, e quindi inquietanti ed ossessivi. Questo è il motivo per cui gli artisti ci sono tuttora necessari; nonostante le difficoltà che mettono in pericolo il loro posto nel mondo moderno.”1 Lucy Orta con il marito Jorge dal 1991 stabiliscono il loro studio a Parigi. La loro ricerca artistica si basa sull’investigazione della realtà, per sottolineare alcune contraddizioni insite nella nostra società, analizzandone i problemi e le convinzioni, alle volte stereotipizzanti. Nel loro lavoro cercano di trovare un punto di giunzione tra il senso etico e il senso estetico; non mancano però le contaminazioni della moda, del design, dell’architettura, del teatro, della pianificazione urbana e delle arti visive. In ogni opera degli artisti si può ritrovare una mistura di aspetti che attingono da tutte queste discipline e un uso dei singoli linguaggi che viene di volta in volta contaminato. Grazie agli studi nel campo della moda di Lucy e quelli in architettura di Jorge, i primi lavori si sono basati sul significato che ricoprono i vestiti nell’immaginario moderno. Nell’opera Refuge Wear – City Interventions l’abito è come un film a protezione di una superficie, un “biglietto da visita” della nostra personalità, elemento con cui comunicare, ma allo stesso tempo portatore dell’istanza di protezione, stabilità e sicurezza. Lucy + Jorge Orta: Refuge Wear - City Interventions, 2001 Naturalmente la ricerca non si è basata solo sulla definizione e progettazione di un abito, ma bensì di un “rifugio”, usato per far sorgere domande e dubbi allo spettatore. Le loro creazioni possono essere considerate delle architetture portatili, oggetti indossabili, tra l’impegno sociale e l’immaginario futuribile. Fanno in modo che lo spettatore non venga solo attratto dall’abito in sé, ma anche dalle relazioni interne ed esterne che si vengono a creare durante le installazioni. Esprimono la mancanza di comunicazione sociale, un senso di solitudine, ma anche la volontà di uscire da questo isolamento. Le grandi città, secondo gli artisti stanno diventando grandi concentratori di solitudine e soprattutto emarginano coloro che sono impossibilitati a comprare i beni di consumo tanto cari alle società occidentali. Per questo lo studio Orta propone le propri opere nell’intento di ridare visibilità a queste persone e a tutte quelle che non hanno un’immagine affascinante agli occhi della società: senzatetto, rifugiati politici o, come negli ultimi lavori, la grande quantità di cibo sprecata. Quello che propongono è una ri-socializzazione della comunità che va fatta su vari livelli. 1 Sigfried Giedion, Spazio, Tempo, Architettura, Ulrico Hoepli editore, 1965, Milano
    • Nel lavoro Refuge Wear – City Interventions dichiarano: “Living without a shelter for prolonged periods rapidly destroys phy- sical and moral health. The lack of adequate sleep increase stress, weakens the immune system and accelerates the loss of identity and desocialization” 2 Lucy + Jorge Orta: Refuge Wear - City Interventions, 2001 In questo lavoro, che in realtà si snoda attraverso vari modelli dal 1992, le fibre tessili vengono trasformate in un’architettura portatile, il primo layer sta a contatto con la pelle, il secondo, più resistente, è l’interfaccia con l’esterno ma funge anche da rifugio inespugnabile. L’abito e l’architettura in questo caso sono il limite, sia psicologico che fisico, tra l’individuo e la società. Lucy + Jorge Orta: Refuge Wear - Habitent, 1992-93; Refuge Wear - City Interventions, 1993-96 2 Roberto Pinto, Nicolas Bourriaud, Maia Damianovic, Lucy Orta, Phaidon Press, 2003, Londra
    • Con il lavoro Vehiconnectro, M.I.U. hanno trasformato un vecchio veicolo militare utilizzato come ambulanza in una unità per civili, decorate con immagini inerenti la sopravvivenza. Da un lato di un veicolo immagini di mucche e riciclo di materiali, dall’altra le immagini dei rifugiati ruandesi e la fortuna di bere latte. Un’altra via per porre questioni etiche alla società occidentale. Lucy + Jorge Orta: M.I.U. I+II, G8 Environmente Summit Trieste, 2001 Con il lavoro denominato Antartica lo studio Orta esplora il tema dello shelter associandolo a quello della migrazione e dei rifugiati. Gli shelters, concepiti come le tradizionali tende, sono composte da parti di bandiere delle nazioni da cui le persone fuggono per guerre o carestie. Nel numero 5003 si vuole invece sottolinea come il nome Antartic derivi dal Trattato Antartico del 1959 in cui veniva stabilita la libertà scientifica e di ricerca nel continente ghiacciato, la protezione ambientale e la proibizione di qualsiasi attività militare. Nel numero 5002, ricoperto di stracci, il messaggio è quello della drammatica situazione di milioni di persone costrette all’esilio dai loro paesi nativi a causa delle disastrose condizioni economiche, delle guerre e del terrore politico. Lucy + Jorge Orta: Antarctic Village - No Borders, ephemeral installation in Antarctica, 2007
    • Lucy e Jorge Orta fanno loro le parole di Poul Hartling, Commissario Onu per i Rifugiati: “There are many challenges facing the international community today but few, in my mind, are more pressing than those of finding humanitarian solutions to refugee problems. We talk of regional conflicts, of economic and social crises, of political instability, of abuses of human rights, of racism, religious intolerance, inequalities between rich and poor, hunger, over-population, under-development and I could go on and on. Each and every one of these impediments to humanity’s pursuit of well-being are also among the root causes of refugee problems.” Lucy + Jorge Orta, Antarctic Village - Dome Dwelling, 2007
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    • L’approfondimento delle questioni che riguardano quell’ambito dell’architettura che si pone come obiettivo quello di intervenire e proporre soluzioni per le situazioni di emergenza non può prescindere dalla cultura architettonica in generale. Nella ricerca condotta per questa tesi infatti non si è solo voluto conoscere e comprendere qual è lo stato dell’arte nel particolare ambito di progetto, ma si è volto lo sguardo anche a tutto quel retaggio di architettura mobile che da sempre si contrappone ma anche dialoga con la convenzionale staticità che generalmente si accompagna all’idea di manufatto edilizio. Parole quali trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità saranno il filo conduttore di questo capitolo che analizzerà esempi progettuali e tecniche dell’architettura mobile. Questo tema è sempre stato di grande fascino per i progettisti perché si può concepire e declinare in diversi modi; architettura mobile può essere un padiglione che deve essere esposto in varie località ma può essere anche la singola componente di un tradizionale manufatto edilizio, basti pensare alle strutture retrattili di molti stadi. Probabilmente il grande avanzamento teorico e tecnologico per introdurre il movimento all’interno dell’architettura tradizionalmente intesa è l’eredità lasciataci dalla grande sperimentazione, sia teorica che pratica, dello scorso secolo; si pensi alla ricerca di Richard Buckminster Fuller, degli Archigram, di Cedric Price, solo per citarne alcuni. Come già detto nel primo capitolo, durante il secondo conflitto mondiale si registra una cospicua richiesta di spazi a uso temporaneo, per far fronte a situazioni legate alle contingenze belliche e alle emergenze umanitarie. È per rispondere a queste richieste che si avviano, in ambito militare, studi finalizzati alla messa a punto di sistemi costruttivi temporanei, caratterizzati da leggerezza, reversibilità, adattabilità. È con la riconversione post bellica che vi è la necessità di trovare nuovi campi d’impiego per i sistemi portatili, in modo da valorizzarne le potenzialità. Inoltre si assiste al primo utilizzo delle plastiche, materiale che permette la diminuzione radicale del peso degli oggetti, e alla rinnovata disponibilità dell’alluminio. È in questo scenario che si colloca il lavoro di Richard Buckminster Fuller, le ricerche di Jean Prouvè e Frei Otto. In contesti e tempi differenti tutti questi protagonisti hanno contribuito allo sviluppo dei sistemi costruttivi a carattere temporaneo, sperimentando sistemi di assemblaggio, materiali e tecnologie che ancor oggi possono ritenersi attuali nel loro percorso di ricerca. A testimonianza del grande fermento di questo periodo vi sono i progetti teorici non realizzati, come quelli dei già citati Archigram e Cedric Price, che alla luce delle attuali possibilità tecniche, sono di grande attualità, sia per il loro bagaglio culturale, sia per la visionaria componente tecnologica. È per queste motivazioni che si è deciso di inserire un approfondimento sulla figura di Richard Backminster Fuller in questo capitolo che tratta l’architettura mobile contemporanea. L’eredità di Fuller, diretta o indiretta, è imprescindibile per la comprensione dei progetti contemporanei. Archigram, Plug in City, 1964; Frank Lloyd Wright, Airhouse for the US Rubber Company all’ International Home Exposition, New York, 1959 Oggi il pericolo è quello di porre l’attenzione più sui singoli termini che descrivono questo tipo di architettura che sull’architettura stessa. Negli anni ’60 l’introduzione in maniera quasi violenta dei termini e delle teorie sull’architettura mobile non era mirata a un puro esercizio stilistico ma alla sovversione ideologica e architettonica delle accademie. I progetti, anche se utopici, parlavano comunque di architettura, abbracciando tutti gli ambiti progettuali. Nel libro “Philosophy of Fine Arts” Hegel, il quale viene anche ripreso da Bernard Tschumi in “Architettura e disgiunzione”,
    • distinse convenzionalmente cinque arti, dando loro un ordine: architettura, scultura, pittura, musica e poesia. Al primo posto mise l’architettura perché pensava precedesse le altre per ragioni sia storiche che concettuali, ma non senza difficoltà. Infatti anche lui si trovò di fronte alla questione che da sempre perseguita gli architetti: le caratteristiche funzionali e tecniche di una casa o di un tempio erano i mezzi per un fine che escludeva proprio quelle caratteristiche? Dove finisce la capanna e comincia l’architettura? Il discorso sull’architettura riguardava solamente ciò che non era in relazione al “costruire” stesso? Hegel ha dato risposta a questo quesito dicendo che l’architettura è tutto quello che in una costruzione non mira all’utilità. L’architettura è una sorta di “supplemento artistico” aggiunto alla semplice costruzione. Ma la difficoltà di un simile argomento appare evidente quando si prova a concepire una costruzione che sfugga l’utilità dello spazio, una costruzione che non voglia avere nessun altro scopo che ‘”architettura”. Tschumi aggiunge che “dopo più di mezzo secolo di pretese scientifiche, di teorie sistematiche che la definivano come l’intersezione tra industrializzazione, sociologia, politica ed ecologia, l’architettura si domanda se può esistere senza dover cercare i propri significati o le proprie giustificazioni in qualche finalizzata necessità esterna.”1 Steven Hall, edificio per appartamenti con pareti mobili a Fukuoka, Giappone, 1992 Jean Nouvel, Insitute du Monde Arabe, Parigi, Francia, 1987; facciata e particolare del maccanismo che permette la regolazione del a luce entrante L’essere “mobile” dà all’architettura un valore aggiunto quando esprime una funzione, una finalità dell’architettura stessa che colma un’impossibilità di quella tradizionale. Si potrebbe pensare che la mobilità sia un argomento di interesse in questi ultimi anni solo per la diffusione delle teorie sul nomadismo dell’uomo moderno. Questo è vero in parte ma non vi è un reale legame di causa ed effetto, infatti, come vedremo in seguito, l’architettura mobile ha radici ben più lontane, legate alle culture delle popolazioni nomadi che in genere vivevano e in alcuni casi ancora vivono in ambienti estremi.
    • Durante gli anni 60, l’indagine condotta sulla mobilità da parte del mondo architettonico diede il via a numerose sperimentazioni che si inserirono nell’ambito della generale contestazione, ma come dice Tschumi “Se l’organizzazione dello spazio può temporaneamente modificare il comportamento dell’individuo o del gruppo, non significa che cambierà la struttura socio-economica di una società reazionaria.” 2 Molto spesso il fine di quell’architettura era quello dell’uso e del significato che gli veniva attribuito, non tanto quello della ricerca formale. Ad esempio, in Francia, le case-guerriglia erano, dal punto di vista architettonico, semplici rifugi, baracche di cantieri, ma quando vennero chiamate “Case del popolo” acquisirono tutti quei significati legati al movimento di contestazione politica: libertà, uguaglianza e potere. Lo spazio in sé era neutrale e per comprovarne il significato politico erano necessari due simboli specifici: o assegnandogli un particolare nome o attuando azioni politiche che coinvolgessero l’edificio stesso (come la costruzione di una casa per il popolo su una proprietà privata o statale). La seconda tipologia di sperimentazione del periodo era più strettamente collegata alla prassi architettonica, nell’ impiego dei mezzi espressivi a disposizione degli architetti (piante, planimetrie, prospettive, collage ecc.) per denunciare le disastrose conseguenze di una pianificazione imposta da amministrazioni e governi conservatori. “No-Stop City” di Archizoom o “Monumento continuo” di Superstudio costituivano due possibili modelli. Archizoom, No-Stop City, 1969 Uno degli aspetti più importanti di queste ricerche era la volontà di creare delle interferenze tra architettura e gli ambiti della cultura, dell’economia e della politica, diventando consapevoli della possibilità di poter contaminare i vari ambiti della vita dell’uomo moderno. Per Archigram il futuro era delle strutture spaziali modificabili, spostabili e flessibili. Anticipatori delle tecnologie digitali ed i sistemi di informazione globale del nostro tempo, incentrarono la loro ricerca nell’interazione tra comunicazione, mobilità e sviluppo urbano. Gli alloggi e le strutture ideate dal gruppo di Peter Cook erano progetti che già all’epoca anticiparono le tematiche del nomadismo moderno, in cui si permetteva una libertà nuova che l’architettura convenzionale non aveva mai consentito prima. “Oggi ci sono molte cose da dire a proposito dell’idea del plug-in. Anche gli architetti più mainstream difendono il progetto di alloggi modificabili. E finalmente possiamo usare la televisione e altri sistemi in quadricromia per descrivere il nostro futuro. Alcuni nostri studenti (e anche noi, speriamo) dovranno realizzare capsule usa e getta. I nostri lavori possono essere citati e copiati, ma non dovranno mai diventare i giocattoli di una cultura povera ma sofisticata. Non ci siamo organizzati politicamente come un gruppo, ma un desiderio di emancipazione sta alla base dei nostri progetti. L’uomo è a un passo dal baratro: svilupperà tutte le proprie potenzialità oppure rinuncerà alla propria esistenza per sempre. In Inghilterra, in questo momento, siamo pronti a sfruttare la nostra genialità: l’uomo deve reinventare se stesso, al di là delle scelte terribili che lo aspettano in questo momento, e deve inventarsi una vita che gli conceda la possibilità di scegliere e dirigere i propri consumi. Noi pensiamo ai nostri progetti come oggetti di consumo. La casa capsula è un oggetto da negozio: le parti che la compongono possono essere cambiate e scambiate, possono essere giustapposte all’infinito. La natura del “luogo” sarà transeunte nella definizione delle proprie parti, ma la vera personalità del proprietario verrà rivelata molto più facilmente. Leggete “casa”, ma pensate “uomo”.” “Allo stesso modo i nostri alloggi a capsule riproducono la stessa domanda e la stessa risposta tecnologica. La scala e il 1-2 Bernard Tschumi, Architettura e disgiunzione, Edizioni Pendragon, 1996, Bologna 3 Peter Cook in un articolo della rivista Perspecta di Yale nel 1967
    • grado di complessità sono superiori, ma la base filosofica è la stessa. E se il preconfezionato diventasse l’oggetto preferito? Si tratterebbe di una semplice rigenerazione della tradizione della simbologia dell’architettura. La colonna ionica era l’oggetto preferito di una certa epoca. La pellicola d’alluminio potrebbe diventare il nostro simbolo preferito. Nei nostri lavori più recenti ci siamo accorti che dobbiamo aggiornare e futurizzare alcune parti (almeno dal punto di vista dell’immagine) non appena appaiono obsolete. Solo allora staremo interpretando i valori e i simboli di un’architettura spendibile.” 3 Analogamente ai Futuristi, gli Archigram erano affascinati dal potenziale estetico della tecnologia. E ciò è principalmente rappresentato dal culto che essi avevano per la mobilità e la dinamicità. Ma questo, nelle loro intenzioni, non fece della tecnologia un mito, essa fu sempre considerata come un mezzo. Citando Giovanni Corbellini nel suo Ex-Libris nel gruppo britannico si possono riconoscere le attente ricerche relative alla velocità nell’immaginario del gruppo britannico. “ll confronto con gli spazi della mobilità, e con le condizioni percettive che li contraddistinguono, comporta infatti la riduzione alla superficie delle partizioni architettoniche e il loro ibridarsi con la grafica, la pubblicità e il cinema. La necessità di apertura verso forme partecipate e indipen¬denti trasforma la solidità dello spazio architettonico in un’organizzazione fluida di elementi infrastrutturali e di parti mobili, esplorata da Cedric Price nei progetti per la Potteries Thinkbelt (1964) e per il Fun Palace (1961-72). Entrambi rinunciano all’idea di durata, introducendo l’obsolescenza program- mata e differenziata dei loro componenti con l’obiettivo di cogliere occasioni non ancora all’orizzonte.” 4 Cedric Price, Fun Place, 1961-72 La sperimentazione nel campo dei materiali può essere considerata l’altra faccia della medaglia delle sperimentazioni teoriche degli Archigram. Coop Himmelblau ad esempio esplorò il potenziale dell’architettura pneumatica, una nuova tecnologia che nel momento in cui nacque parve offrire un’architettura immediata, flessibile ed organica, costruzioni leggere, ambienti non fisici. Le opere di Haus-Rucker-Co oscillano tra l’arte e l’architettura, ed aspirano ad essere autentici esempi stupefacenti, un mezzo e non un fine, per stimolare il processo di ricerca e di esperienza personale di ciascuno di noi. Coop Himmelblau, Villa Rosa, 1968; Hans-Rucker-Co, Cuore Giallo in esposizione alla collezione permanente del Centre George Pompidou, Parigi Nel momenti in cui tutta la società moderna ha visto aumentare la propria mobilità, quest’ultima ha cominciato a divenire una tematica ricorrente anche nel di architetti e progettisti che in genere si sono occupati del costruito più tradizionale. 4 Giovanni Corbellini, Ex Libris, 16 parole chiave dell’architettura contemporanea, 22 Publishing, 2007, Milano 5-6 Aldo Rossi, Autobiografia scientifica, Nuova Pratiche Editrice, 1999, Milano
    • Negli anni 80 si è avuto forse l’esempio più poetico di architettura mobile: “Stando il teatro sull’acqua si vedeva dalla finestra il passaggio dei vaporetti e delle navi entravano nell’immagine del teatro costituendo la vera scena fissa e mobile.” 5 Il Teatro del Mondo di Aldo Rossi venne costruito su una chiatta in un bacino di Fusina, un piccolo porto della laguna di Venezia in occasione della Biennale del 1979/80. Fu rimorchiato a Venezia ed ormeggiato alla Punta della Dogana, sul Canal Grande, di fronte a Piazza San Marco e alla fine della manifestazione raggiunse, attraversando l’Adriatico, Dubrovnik. L’edificio era costituito da una struttura portante in tubi di acciaio rivestita da un tavolato di legno e raggiungeva una altezza di 25 metri. Il corpo principale era costituito da un parallelepipedo a base quadrata di circa 9,5 metri di lato per una altezza di 11 metri. Sulla sua sommità un tamburo ottagonale sosteneva una copertura a falde in zinco. Il palcoscenico era centrale ed il pubblico prendeva posto ai lati o nelle gallerie al piano superiore raggiungibili tramite scale poste ai lati del parallelepipedo. Il Teatro poteva accogliere fino a 400 spettatori di cui 250 seduti. “Perché questo mi piaceva soprattutto: l’essere una nave e come una nave subire quei movimenti della laguna, leggere oscillazioni, il salire e il scendere, così come nelle ultime gallerie alcune potevano provare una leggera nausea che disturbava dall’interesse ed era aumentata dalla linea dell’acqua che si vedeva oltre le finestre.” 6 Aldo Rossi, Teatro del Mondo, 1979/80; schizzo e fotografia con il Teatro in laguna Attualmente un rinnovato interesse per i sistemi trasportabili e trasformabili è motivato dalla continua e sempre più diffusa richiesta di spazi temporanei pronti all’uso e di componenti dell’edificio ad alto grado di adattabilità e trasformabilità. Le carat- teristiche quindi dell’architettura che cerca di dare risposta a queste richieste sono la leggerezza e la reversibilità costruttiva, la facilità di assemblaggio e disassemblaggio, la possibilità di riconfigurazione spaziale in base alle mutevoli condizioni o al variare delle esigenze e infine la temporaneità dell’assetto in un dato contesto. La temporaneità di queste costruzioni ha due possibili declinazioni: temporaneità come breve permanenza in un luogo per poi spostarsi in un altro e temporaneità di esistenza della stessa architettura. Nel secondo caso molte volte non è concepita la trasportabilità, ma l’architettura, in genere padiglioni, è trasformabilie, flessibile e adattabile. Trasformabile perché dopo la fine del suo utilizzo può essere smontata e i materiali possono essere riu- tilizzati, flessibile per poter assolvere a più funzioni contemporaneamente, adattabile per poter far fronte ai parametri mutevoli come i cambiamenti climatici, di luce, ecc. Un esempio di questo interesse è l’iniziativa della Serpentin Gallery che ogni anno, grazie ai finanziamenti di alcune istitu- zioni inglesi e a proventi pubblici del gioco del Lotto, fa realizzare ai più quotati architetti dei padiglioni temporanei da allestire nei Kensington Gardens. Dal 2000 ad oggi, Zaha Hadid, Daniel Liebeskind con Ove Arup, Oscar Niemeyer, Toyo Ito, Alvaro Siza con Eduardo Souto de Moura, Rem Koolhaas, Olafur Eliasson con Kjetil Thorsen e per il 2008 Frank Gehry hanno ideato dei piccoli saggi di architettura, ipotesi progettuali e prototipi strutturali. Il tema della tenda, architettura mobile primordiale, è risultato essere il modello più efficace per creare delle forme e delle strutture archetipe.
    • REPORT Richard Buckminster Fuller (1895 Milton, Massachusetts-Los Angeles 1983) non era un architetto, ricevette un diploma che lo abilitava a praticare la professione quando aveva 79 anni, a titolo onorifico, e forse proprio non essendo un architetto vedeva il problema dell’edilizia come questione della distribuzione e dell’organizzazione sociale, oltre che della scelta dei materiali e dei procedimenti costruttivi più opportuni. “Non è possibile migliorare il mondo limitandosi a parlargli. Per essere efficace la filosofia deve avere un’applicazione meccanica” diceva per questo le sue teorie si traducevano in performance, dimostrazioni pubbliche delle leggi strutturali da lui enunciate, in strutture prima immaginate e poi realizzate, dalle automobili a tre ruote Dymaxion alla cupola geodetica e alle città fluttuanti Cloud Nine. Gli edifici di Fuller erano progettati per essere mobili, per essere aerotrasportati in un qualsiasi terreno dove potesvano essere ancorati. Per questo sono poche le realizzazioni originarie ancora visibili, come lo scheletro carbonizzato della cupola dell’Expò ’67 di Montreal (nota come La Biosphere), oppure la cupola di Baton Rouge in Louisiana, la cupola Carbondale nell’Illinois, dove Fuller ha abitato, e la Wichita Dymaxion House, trasferita dal sito originario del Kansas per trovare oggi, restaurata, una nuova sede in Michigan, nel Ford Dearborn Museum. Legate alla collaborazione tra Fuller e l’esercito americano sono le Radome, che all’epoca della guerra fredda servivano per alloggiare e proteggere le delicate apparecchiature radar nelle condizioni climatiche proibitive dei territori (Canada e Alaska) dove correva la linea DEW ( Distant Early Warning = allarme precoce a distanza). Una Radome elitrasportata e posizionata in vetta al monte Fuji in Giappone Alcune strutture ispirate alle idee di Fuller che si possono ancora vedere sono: la Spaceship Earth nell’Epcot Center di Disney, l’Eden Project di Nicholas Grimshaw, in Cornovaglia e la cupola geodetica sovrastante il teatro della memoria progettato da Salvador Dalì a Figueres, concepito dall’artista come dimostrazione paradossale dell’idea secondo cui un progetto votato al fallimento è come una costruzione edile che porta al tetto. Spaceship Earth ed Eden Project
    • REPORT Molti altri progetti possono essere ricondotti all’esperienza fulleriana, benché il risultato progettuale non si esprima chiara- mente attraverso cupole geodetiche. Fuller infatti aggiunge una caratteristica che è alla base di molte architetture contemporanee: la quarta dimensione, ovvero l’architettura basata sul tempo (edifici pensati come entità temporali e non solo spaziali) associata all’uso dei materiali più leggeri, alla tensione come principio normativo dell’edilizia, all’esperienza diretta della cantieristica navale aeronautica e la consegna dei manufatti edili per via aerea. La straordinarietà dell’opera di Fuller sta nel lascito teorico. Non a caso ha ispirato tutta una generazione di progettisti e aziende che attraverso le sue teorie geodetiche e della tensegrity hanno intrapreso una via alternativa alle consolidate teorie statiche. Proprio perché mirava a produrre edifici più leggeri Fuller si dedicò all’analisi delle strutture basate sulla tensione anziché sulla compressione. Nell’estate del 1948, quando Fuller arrivò al Black Mountain College, gli fu assegnato uno studente d’arte che doveva aiutarlo a preparare i modellini per il seminario. Nell’inverno del 1948 Snelson, questo il nome dell’assistente, fece vari esperimenti con strutture mobili modulari, somiglianti ai mobile di Alexander Calder: sostituì tutti gli elementi di sostegno, costituiti da cavi metallici, con spago, e per rendere stabili le sue strutture provò varie soluzioni aggiungendo altri cavi in tensione. Alla fine arrivò a un progetto in cui un pezzo di legno a X era sospeso, sfidando all’apparenza la forza di gravità, al di sopra di un altro pezzo di legno a X. I due pezzi non si toccavano, e le loro punte, sospese nello spazio, costituivano i vertici di un ottaedro invisibile. Come riferisce Snelson, “benché non vi fosse più nessun movimento, la struttura statica era la cosa più strana che potessi immaginare: parti rigide fissate nello spazio l’una all’altra solo per mezzo di fili” . Kennet Snelson, Wooden X-piece, 1948 La scommessa fu poi quella di dimostrare che simili strutture potevano essere estese in forma modulare in tutte le direzioni, in modo da creare pilastri di sostegno e altre strutture di grandi dimensioni. Fuller definiva questi sistemi strutturali “tensegrity” (tensegrali), una parola che combinava tension (tensione, trazione) e integrity (integrità) e secondo lui la tensegrity era il modo più economico di realizzare grandi strutture stabili con le componenti più leggere. Nei capitoli successivi si vedrà come anche le aziende produttrici di tende per spedizioni alpinistiche estreme, come la The North Face®, hanno sviluppato dei prodotti ispirati al lavoro di Fuller o creati proprio dall’esperienza dei suoi allievi. Buckminster Fuller amava spiegare che lui lavorava nel futuro, con un anticipo di cinquant’anni, e che le sue idee sarebbero state accettate soltanto allora. Nel ventesimo secolo è stato uno dei pochissimi a brevettare un sistema di proiezione cartografica, e anche a brevettare una
    • REPORT forma geometrica: la travatura a ottaedro – tetraedro. Ai suoi studenti faceva firmare moduli con cui li autorizzava a usare la sua nuova geometria “sinergica”, ma a condizione che tutte le loro eventuali scoperte diventassero una sua proprietà intellettuale. Sebbene il suo obiettivo fosse quello di trasformare il concetto di abitazione, il quale a sua volta avrebbe potuto modificare il comportamento di chi abitava, le sue strutture ebbero un successo enorme per usi extradomestici, come padiglioni per le fiere commerciali e alloggiamenti dei radar. Per un breve periodo negli anni Settanta le cupole geodetiche si diffusero presso le comunità hippie, ma quell’esperimento fu poi in gran parte abbandonato. Il suo modo di affrontare e risolvere le tematiche della residenza e in particolare di quella temporanea - come la Wichita House - utilizzando componenti per la fabbricazione di aeroplani della Beech Aircraft, offre uno dei più importanti esempi di trasferimento tecnologico. Non era più necessario adeguare il progetto ai materiali disponibili, l’ingegneria navale ed aeronautica dimostravano la possibilità di essere applicate alla vita quotidiana di tutti, riducendo il distacco tra scienza ed architettura. Secondo Fuller, la casa unifamiliare era un microcosmo della Terra e gli strumenti necessari per comprendere i principi della struttura architettonica potevano essere trovati in Natura, nella dimensione minima dei cristalli e dei microrganismi. Fuller è morto prima del 1985, quando fu scoperto il Buckminsterfullerene ovvero la “Buckyball”, la molecola di carbonio 60 dalla forma di un pallone da calcio, per la quale nel 1996 sir Harold W. Kroto, Richard E. Smalley e Robert F. Curl junior hanno rice- vuto il premio Nobel per la Chimica; se avesse assistito a questa scoperta l’avrebbe senza dubbio considerata una conferma indipendente delle sue teorie strutturali. La definizione che più volentieri dava di se stesso era quella di “scienziato del design totale e anticipatore”. “Totale” perché trattava i problemi del design in modo sistematico, “anticipatore” perché era come un marinaio che scrutava con ansia le correnti della storia per individuare le tendenze a lungo termine, “scienziato del design” perché Fuller vedeva il design come una scienza radicata nelle leggi rigorose dell’economia e dell’efficienza. Nel 1928, anno del volo inaugurale del Graf Zeppelin di Hugo Eckener, pareva che i dirigibili dovessero avere un avvenire di successo. L’esplosione dello Hindenburg, nel 1937, pose però fine all’età d’oro dei dirigibili e sembrava avesse reso impos- sibile da realizzare il sogno di Fuller di produrre e muovere edifici aerotrasportati. Nel 1954 però si dimostrò che l’obiettivo di Fuller era realizzabile: un elicottero Sikorski del corpo dei marines degli Stati Uniti sollevò una cupola geodetica. Sul retro della fotografia che ricordava l’evento, Fuller scrisse: “Primo trasporto aereo della storia di un alloggio (shelter) utilizzabile dall’uomo.(…)” Fuller assiste al primo trasporto aereo di uno shelter grazie ad un elicottero Sikorsky, Raleigh, North Carolina, USA, 1954
    • REPORT Con lo scoppio della seconda guerra mondiale crebbe la domanda di alloggi di pronto impiego per le famiglie sfollate. Prevedendo i bombardamenti sulle città britanniche, nel 1940 la War Relief Organization (Organizzazione per gli aiuti ai civili in tempo di guerra) invitò Fuller a progettarne uno. Mentre viaggiava in auto nel Midwest insieme all’amico, lo scrittore Christopher Morley, Fuller notò i depositi per granaglie in accaio, prodotti in serie dalla società Butler, e si rese conto che trasformare un silo come quelli in casa abitabile non avrebbe richiesto una spesa esagerata. Nacque così la Dymaxion Deployment Unit (DDU). La struttura del primo prototipo era composta da fogli di lamiera ondulata; la forma cilindrica racchiudeva maggior spazio di un cubo della medesima superficie, si presentava più rigida e non richiedeva supporti interni. In una fase successiva, l’unità-alloggio fu perfezionata nell’isolamento delle pareti metalliche, realizzate in pannelli di due fogli ondulati e fibra di vetro. Il pavimento era composto di tre strati metallici incrociati, con rivestimento di pannelli di masonite (pannelli costituiti da un conglomerato di fibre di legno di poco pregio) pressata ed isolante. Lo spazio interno era diviso da tende con meccanismo automatico e prevedeva un fornello ed un frigorifero al kerosene. Il bagno era sistemato in un’altra unità anch’essa cilindrica e dalle stesse caratteristiche strutturali, che poteva essere collegata tangenzialmente in corrispondenza di un’apertura di passaggio. La copertura conica lavorava come una cupola, scaricando tutti gli sforzi sul perimetro del cilindro di bordo, rendendo inutile un appoggio centrale verticale. Essa veniva assemblata a terra, ricoperta da una doppia membrana di tessuto impermeabilizzante e da uno strato intermedio di fibra di vetro per migliorane l’isolamento termico ed acustico. Ogni settore di membrana veniva poi infilato in guide radiali di alluminio, curvate in modo tale da disegnare la curvatura della copertura che veniva poi sollevata per potervi assemblare i pannelli perimetrali costituenti le pareti. Le unità potevano essere parzialmente interrate con l’impiego di vari materiali isolanti. Tutta la struttura, completa di aperture schermate, arredamento ed impianti poteva essere prodotta in serie con un costo minimo. Alla fine il governo britannico si ritirò dal progetto (l’acciaio serviva per fabbricare armi), ma la Dymaxion Deployment Unit fu usata da meccanici e avieri russi ed americani durante la Seconda guerra mondiale, soprattutto nel Golfo Persico. La Butler Manufacturing Company infatti si attrezzò per una produzione giornaliera di 1.000 unità destinata a scopi militari. R.B. Fuller, Due Dymaxion Development Unit; planimetria con il collegamento modulare; interni, 1940
    • REPORT Come per molti suoi progetti, anche per la Dymaxion Deployment Unit Fuller trovò una disponibilità di gran lunga maggiore nei militari che nell’edilizia civile. Fuller continuò a considerare il mondo militare adatto a sperimentare materiali, tecnologie e principi nuovi da cui solo in seguito e molto lentamente sarebbero scaturiti vantaggi per la popolazione civile. La Dymaxion Dwelling Machine, ovvero la Wichita House (l’unico prototipo prodotto), era un esempio immediato del tentativo di convertire l’industria dell’armamento in quella che Fuller chiamava “industria dell’alloggiamento”. Con questa espressione si riferiva all’uso delle più moderne innovazioni tecniche non ai fini militari, come avveniva di solito, ma per migliorare la vita delle persone in tutto il mondo. Fuller aveva mostrato ai militari i disegni di una casa in alluminio modificata, costruita intorno ad un albero centrale e rialzata rispetto al terreno chiamata “Airbarac” (aerocaserma) Dymaxion Dwelling Machine poteva trovare impiego come alloggio ufficiali, caserma e perfino ospedale a più piani. Il sistema era concepito come integrazione tra elementi che lavorano a compressione e a trazione ed una volta posto il primo anello-solaio metallico, un altro poteva essere posto superiormente, centro su centro, fino ad assemblare un edificio a più piani, come dimostra la soluzione della 4D-Tower del 1928. R.B.Fuller, uno dei primi progetti per la 4D Tower, 1928 Nel 1944 la Beech Aircraft, principale industria di bombardieri, decise di usare la propria attrezzatura d’avanguardia e lo staff di ingegneri aeronautici per realizzare il progetto di Fuller. Tra il 1944 e 1946 furono prodotti due prototipi, entrambe presentavano superiormente un foro orientabile per la ventilazione munito di un timone. La struttura, che pesava tre tonnellate e poteva essere spedita in un container cilindrico predisposto per il trasporto negli aerei merci, era progettata per resistere ai tornado. Oltre alla leggerezza, grazie ai principi tensostrutturali, la struttura permetteva di avere un ampio spazio flessibile in quanto era necessario l’utilizzo di un solo elemento portante verticale, liberando così lo spazio dalle altre colonne portanti dei tradizionali sistemi strutturali a compressione. Tutte le parti della struttura collaborano sinergicamente per migliorare la resa funzionale dell’insieme. Nella distribuzione funzionale interna vi è una completa integrazione degli spazi e l’insieme non è un mero contenitore, ma diventa un “micro organismo attrezzato”, in grado di soddisfare le esigenze abitative di ogni abitante. Fuller aveva provveduto a dotare le Dymaxion Dwelling Machines diventate Dymaxion Houses di sistemi per il
    • REPORT raggiungimento di un’autosufficienza e l’eliminazione delle produzione di inquinanti. Infatti le abitazioni potevano essere dotate di impianti per la produzione e l’impiego dell’energia eolica, per lo smaltimento dei rifiuti, serbatoi d’acqua e combustibili localizzati nella fondazione, schermi solari di facciata per il controllo dell’apporto di calore dell’energia solare. La possibilità della modulazione degli ambienti interni fa si che ogni Dymaxion House potesse adattarsi alle diverse esigenze di chi l’avrebbe abitata. R.B.F., plastico della Dymaxion House, 1929 È ora chiaro perché i concetti di trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità siano da attribuire in prima istanza alla figura e alle idee di Richard Buckminster Fuller. La Beech Aircraft era intenzionata ad arredare l’interno delle Dymaxion Houses con mobili tradizionali per far apparire la nuova costruzione più familiare ai futuri acquirenti, ma Fuller ne fu sempre contrariato, come immaginabile, tanto che l’aveva progettata, nella definizione base, già corredata da. - una Dymaxion Bahroom, composta principalmente dell’assemblaggio di quattro elementi in rame. Ne furono prodotti solamente dodici blocchi dalla Phelps-Dodge, all’epoca la terza compagnia per la lavorazione del rame nel mondo; dopo la seconda guerra mondiale furono realizzati in fibra di vetro da una industria tedesca e, dopo circa venti anni dalla sua proget- tazione, ebbe un buon successo. - dagli scaffali O-volving, progettati tra il 1928 e il 1929, che si facevano ruotare azionando un interruttore. R.B.F., scaffali O-volving, 1946
    • REPORT La pubblicità data dai media a questo prodotto provocò 3˙500 ordinazioni ma alcuni elementi della casa risultarono problematici. Ad esempio le correnti di convezione “rinfrescanti” avevano l’effetto di risucchiare l’aria dal tetto della casa e la espellevano attraverso i fori di aerazione nel pavimento, praticamente con l’effetto contrario di quello che Fuller aveva immaginato. Si sarebbero dovute realizzare industrialmente, secondo i calcoli di Fuller, 60.000 unità abitative all’anno, con dimensioni diverse a secondo delle necessità. Il costo medio era di circa 6˙500 dollari (circa 33˙000 dollari attuali) quando una casa della medesima superficie all’epoca poteva costare all’incirca 12˙000 dollari. Alla fine ne fu venduta solo una, la Witchita House, per un dollaro ad un uomo d’affari del posto che la costruì sul proprio giardino attuando numerose modifiche. R.B.F., Wichita House, Wichita, Kansas, 1944 Le strutture ideate da Fuller, fino alla Wichita House del 1946 compresa, erano in sostanza costituite da piani orizzontali sospesi centralmente ad un asse verticale. Una parziale eccezione fu la Dymaxion Deployment Unit, anche se per essere installata, richiedeva necessariamente un congegno per la sospensione centrale e la sua simmetria si riferiva a un asse privilegiato, quello verticale. Nei primi anni Quaranta, Fuller intraprese un percorso di sperimentazione che lo avrebbe portato a progettare strutture con assi di simmetria multipli e non ortogonali, un’apparente sfida alla gravità. È in questo modo che nasce l’avventura dello studio delle strutture geodetiche. Secondo Fuller, la trasformazione, il passaggio, dai poliedri alle cupole geodetiche poteva avvenire attraverso tre metodi. - Il primo metodo opera direttamente sulla faccia piana del poliedro d’origine. Esso consiste nel suddividere ogni faccia del poliedro generatore in tanti triangoli e poi proiettare i vertici così ottenuti sulla superficie della sfera circoscritta. - Il secondo metodo opera sulla faccia del poliedro sferico, ossia gli spigoli del poliedro di origine vengono proiettati sulla sfera e poi suddivisi in parti uguali; per questi punti si fanno passare le geodetiche ottenendo cosi il reticolo per realizzare la cupola. - Il terzo metodo consiste nel suddividere in parti uguali l’angolo al centro sotteso allo spigolo del poliedro generatore. Questo terzo metodo coincide nei risultati con il secondo, differenziandosene solo nella procedura di calcolo della lunghezza delle aste.
    • REPORT Appare probabile che Fuller sia arrivato alla cupola geodetica seguendo un percorso che cominciava con la sovrapposizione alla sfera di solidi regolari, costruendo plastici delle circonferenze massime che gli permettevano di testare direttamente la stabilita delle strutture geodetiche triangolate, e infine concependo strutture architettoniche basate sulle circonferenze massime. La cupola geodetica emerse nella sua forma definitiva grazie all’elaborazione del concetto di frequenza (numero di parti in cui viene diviso lo spigolo del poliedro), a sua volta derivato dallo studio che gli aveva permesso di arrivare alla Dymaxion Map suddividendo le facce dei solidi sferici. Ma iI cubottaedro della Dymaxion Map ideata da Fuller nel 1943 avrebbe potuto essere una forma appropriata per uno spazio abitativo? Purtroppo la sua eccezionale robustezza strutturale entra in gioco soltanto quando il solido e sospeso dal nodo centrale, ossia dividendo lo spazio in scomode cellule a forma di tetraedri e di mezzi ottaedri. Fuller si accorse che facendo pressione su una delle facce triangolari il corpo centrale del cubottaedro si torceva. La forma attraversava alcune fasi distinte: in primo luogo i vertici definivano un icosaedro regolare, poi, se si continuava a far pressione, si appiattiva diventando un ottaedro regolare. Quando poi si torceva il triangolo superiore, l’intero sistema collassava, formando un triangolo in piano. Ripiegando su se stessi i triangoli si può ottenere un tetraedro, che Fuller chiamò “sistema minimo dell’Universo”. Smettendo di esercitare pressione sul tetraedro, il solido tornava alla forma originale di cubottaedro. A questo movimento di torsione, una sorta di danza geometrica, Fuller dette il nome di Jitterburg Trasformation. R.B.F., Dymaxion Map, 1943 Tutti questi progressi si verificarono, sembra, molto rapidamente fra il 1948 e il 1950, l’anno in cui presso Montreal fu innalzata la prima cupola geodetica di Fuller pienamente riuscita, costruita su un reticolo a icosaedro sferico. Fuller disegnò la cupola per poterla poi installare nelle terre artiche. La struttura era formata da puntoni di alluminio, ognuno dal peso di circa mezzo chilo. La struttura era così leggera che non fu necessario nessuna gru o albero centrale per erigerla. R.B.F., prima cupola geodetica eretta a Montreal nel 1950
    • REPORT Prima della cupola di Montreal ci fu una importante realizzazione che diede il via alla vera e propria sperimentazione geodetica. Nell’autunno del ’49 Fuller insegnò all’Institute of Design di Chicago dove diede il compito ai suoi studenti di pro- gettare l’arredo di una roulotte per 6 persone. Lo Standard of Living Package era un progetto complementare allo studio delle cupole, in quanto doveva fornire un ambiente abitativo portatile. Infatti la ricerca di soluzioni ottimali portò Fuller a trovare un nuovo collegamento dei puntoni delle cupole geodetiche attraverso tubi metallici rigidi, infilati su una fune. Da questa soluzione prese origine il nome della cupola che poi venne costruita con la collaborazione degli studenti di Chicago: Necklace Dome (cupola a collana). R.B.F., Standard of Living Package; Nacklace Dome, 1949 Da queste prime cupole scaturì un grande interesse per le cupole geodetiche tanto che sia Fuller che altre persone cominciarono a sperimentare nuovi materiali, connessioni, destinazioni d’uso. Si è gia accennato all’inizio come negli anni Settanta la comunità hippie vide nelle cupole geodetiche un sistema per costruire autonomamente e a basso costo una abitazione. Vennero pubblicati libri su come auto-costruirsi una cupola geodetica, con diversi materiale e diversi sistemi di assemblaggio. Vi erano cupole costruite con struttura in legno e copertura in plastica, come la Sun Dome, con la descrizione delle possibili alternative di fissaggio dei vari pezzi di struttura; la Alluminum Triacon Dome, tutta composta di alluminio con spalmatura interna di schiuma isolante; la Sheet Metal Dome, composta da una struttura lignea e ricoperta con pannelli di alluminio sovrapposti in modo da garantire una maggior tenuta d’acqua, ecc.7 Senza dubbi la cupola geodetica più bella di Richard Buckminster Fuller fu quella costruita per il padiglione degli Stati Uniti all’Expo di Montreal 1967. La cupola era alta 76 metri con struttura in acciaio e rivestimento trasparente acrilico composto da una serie di lenti esa- gonali che, mediante opportuni filtri azionati elettronicamente, controllavano l’ingresso della luce e del calore all’interno del padiglione. La cupola, costruita in collaborazione con Sadao, la Geometrics Inc. e Associated Architects, geometricamente era tre quarti di una sfera. I visitatori vi entravano trasportati da una futuristica monorotaia sopraelevata e all’interno potevano trovare attività accumunate dal tema “America creativa”, come la mostra di pittura “American Painting Now”, con opere di Warhol e Lichtenstein, la Dymaxion Air-Ocean Map a icosaedro ideata sempre da Fuller e un modulo spaziale Apollo. La cupola era resa impermeabile da un rivestimento trasparente di pannelli di vetro acrilico, oscurati in caso con un sistema di tende da sole mobili, di forma triangolare che si muovevano a seconda della posizione del sole. “ Dentro la cupola sembra che le chiusure tendano ad uscire; questo è uno straordinario effetto psicologico in quanto si ha la sensazione che non esistano chiusure... la gente al suo interno sembra felice. E ciò non è stato realizzato secondo i canoni dell’estetica dell’architettura come si fa solitamente. E stata fatta sem¬plicemente con lo scopo di realizzare il massimo con il minimo.” 8 Nel 1976, durante i lavori di manutenzione, a causa di un saldatore poco attento, il rivestimento di acrilico prese fuoco e 6 AA.VV, Domebook 2, Pacific Domes, 1971, Bolinas , California, USA 7 Note del regista Robert Snyder, riportato da Martin Pawley, Design Heroes: Buckminster Fuller, Grafton, 1990 e da Laura Angeletti, Innovazione tecnologica ed architettura, Gangemi Editore, Roma
    • REPORT trasformò la cupola in una palla di fuoco. R.B.F., Cupola per l’Expo ‘67 di Montreal, 1967 Più o meno nello stesso periodo Fuller abbozzò una possibile applicazione architettonica, denominata Your Private Sky. Un congegno simile a un planetario personale, consistente in una cupola basata sulla circonferenza massima. Le circonferenze massime, arricchite dagli elementi di un planisfero stellare, permettevano all’abitante di eseguire osservazioni esatte del cielo e di “vedere in modo corretto la sua geografia”, osservando la posizione della Stella polare e cosi via. Fuller arrivo a proporre una piscina semisferica che poteva essere decorata con le costellazioni del cielo corrispondente all’emisfero opposto, permettendo all’abitante di contemplare l’ordine del cosmo mentre galleggiava nell’acqua. Fuller con alcuni modellini di cupole geodetiche
    • Trasportabile e trasformabile identificano e qualificano due differenti modi di essere dei manufatti edilizi, molto lontani dai caratteri di solidità, massività, pesantezza, staticità e permanenza generalmente attributi all’architettura: trasportabilità, come possibilità di insediamento in luoghi di volta in volta differenti; trasformabilità, come attitudine a cambiare configurazione rispetto alle diverse condizioni ambientali; trasportabilità e trasformabilità insieme, come risposta a modalità d’uso in continua evoluzione. In generale si può dire che l’architettura trasportabile, ha come oggetto l’architettura progettata per essere spostata; l’architettura trasformabile, riguarda l’architettura in grado di modificare il proprio assetto. Nella prefazione al libro di Alessandra Zanelli, “Trasportabile/Trasformabile. Idee e tecniche per architetture in movimento”, Andrea Campioli dice: “leggerezza, molteplicità, flessibilità, mobilità, reversibilità appaiono come assunti paradigmatici: leggerezza, implicando la ricerca di nuovi rapporti dimensionali, di nuovi modelli di trasparenza, di nuovi materiali, o di interpretazioni inedite di materiali della tradizione costruttiva; molteplicità e flessibilità, delineando una prospettiva progettuale all’interno della quale una soluzione non e data una volta per tutte ma è sottoposta a continue trasformazioni, a continui mutamenti, a un continuo alternarsi delle configurazioni possibili; reversibilità, proponendo l’adozione di soluzioni in grado di assecondare i processi trasformativi dell’architettura, consentendo facili adattamenti rispetto a diverse situazioni di contesto, verificando la compatibilità tra i singoli componenti e tra i componenti e l’intero edificio a partire da una attenta analisi dei rispettivi cicli di vita.” Robert Kronenburg, scrittore di numerosi libri riguardo la mobilità in architettura e la sua conseguente influenza tecnologica, distingue tre livelli di portabilità: - i portable buildings, ossia i sistemi che sono trasportabili intatti, autosufficienti, adattabili a qualsiasi contesto, ma caratterizzati da un grado minimo di flessibilità di utilizzo e dalla limitatezza delle dimensioni in relazione al mezzo di trasporto; - i relocatable buildings, ossia i sistemi in parte preassemblati e in parte assemblabili in sito, spesso parzialmente integrati al sistema di trasporto, così da conciliare i vantaggi di facilità e velocità di assemblaggio con una maggiore disponibilità di spazio rispetto alle dimensioni di trasporto; - i demontable buildings, sistemi progettati per essere smontabili e riassemblabili, costituiti da un numero finito di componenti in grado di configurare spazi, anche di notevoli dimensioni, del tutto o quasi svincolati dai limiti imposti dal mezzo di trasporto. A completamento di questa distinzione è utile aggiungere anche quella proposta da Alessandra Zanelli 9, in grado di evidenziare soprattutto le interrelazioni risultanti tra gli elementi del kit di montaggio e il sistema di trasporto. Da sempre sono il criterio di assemblaggio e le modalità di trasporto a dettare i limiti dimensionali e il peso dell’unità trasportata e, proprio dall’analisi di tali parametri, emergono significative differenze tra i sistemi attuali e quelli a cui sono ispirati. - Sistemi portatili: il sistema di trasporto è completamente indipendente dall’unità trasportata. In fase di progetto il parametro della portabilità detta il vincolo dimensionale del volume trasportabile. Ma ciò che non è trasportabile su un autoarticolato lo è su due o più, e in questo senso il vincolo maggiore diventa il costo. Dal punto di vista dell’assemblabilità, le unita di questa categoria sono progettate come insieme di componenti da montarsi sul luogo, oppure possono essere parzialmente o completamente preassemblate in officina. Nessuna integrazione è prevista tra il sistema di assemblaggio e quello di trasporto. - Sistemi semi-autonomi: unita caratterizzate da una parziale integrazione tra il sistema di trasporto e quello di assemblaggio, con una notevole riduzione delle operazioni da svolgersi manualmente e del tempo complessivo di messa in opera. Può essere posta in atto in due maniere: o i mezzi di trasporto sono dotati di strumenti elettrificati cooperanti alla fase di assemblaggio dell’unità, o il mezzo di trasporto può essere standard mentre l’unità stessa, spesso già preassemblata, è dotata di sistemi automatizzati che cooperano al raggiungimento dell’assetto di esercizio. Gli automatismi di assemblaggio in genere sfruttano i cinematismi dei sistemi pieghevoli azionabili manualmente, oppure la spinta dell’aria pressurizzata, oppure ancora la potenza dei sistemi oleodinamici. - Sistemi semoventi: mezzo di trasporto e le parti trasportate costituiscono una unita inscindibile e preassemblata. 9 Alessandra Zanelli, Trasportabile/Trasformabile. Idee e tecniche per architetture in movimento, Libreria Clup, 2003, Milano.
    • La peculiarità di questa categoria e di rendere libero l’utente finale nell’interazione diretta con la mobilita della cellula, per spostarla oppure per modificarne l’assetto spaziale, senza il ricorso ad alcuno sforzo fisico. In questo caso si tratta di progettare un mezzo di trasporto vero e proprio e insieme definirne i gradi di trasformabilità. La fase di esercizio può infatti, in alcuni casi, comportare il movimento di alcuni elementi semoventi per il raggiungimento di un assetto spaziale più ampio e confortevole rispetto al volume trasportabile. È possibile distinguere, all’interno di questa categoria, da un lato le unità trasportabili, configurate in modo univoco e in cui solo il sistema integrato di trasporto ne determina la semovenza, dall’altro le unita ampliabili, in cui la semovenza non si traduce soltanto in autonomia di spostamento, ma riguarda anche la possibilità di movimento di alcune componenti della cellula trasportabile, come la copertura o le pareti verticali, allo scopo di rendere disponibile in fase di utilizzo una configurazione più ampia e variabile rispetto all’assetto di trasporto. Kronenburg Zanelli Trasporto intatto Portable building Sistemi semoventi Integrazione totale tra struttura e unità mobile Preassemblaggio Relocateble building Sistemi semi-autonomi Integrazione parziale tra struttura e unità mobile Assemblaggio totale Demontable building Sistemi portatili Indipendenza tra struttura e unità mobile Il Floating Pavilion è una struttura multifunzionale che viene trasportata lungo i canali grazia a un rimorchiatore. Lo scopo, oltre a ospitare attività culturali, è quello di capire come l’architettura, in questo caso mobile, cambiando localizzazione evoca nello spettatore scenari nuovi e a sua volta influenza il paesaggio stesso che attraversa. Infatti la struttura a doppia spirale e ricoperta da una leggera membrana in poliestere bianco traslucido, scivolando nei canali di Groningen (Olanda), si fondeva con la nebbia del mattino, diventando un elemento fantastico.
    • Il Floating Pavilion è una struttura multifunzionale che viene trasportata lungo i canali grazia a un rimorchiatore. Lo scopo, oltre a ospitare attività culturali, è quello di capire come l’architettura, in questo caso mobile, cambiando localizzazione evoca nello spettatore scenari nuovi e a sua volta influenza il paesaggio stesso che attraversa. Infatti la struttura a doppia spirale e ricoperta da una leggera membrana in poliestere bianco traslucido, scivolando nei canali di Groningen (Olanda), si fondeva con la nebbia del mattino, diventando un elemento fantastico. Concepita come una casa mobile per le vacanze, Markies durante la circolazione misura 2,2 x 4,4m. Una volta collocata sul luogo prescelto la sua superfici e triplica in pochi attimi. Le due pareti laterali possono infatti essere aperte grazie ad un meccanismo elettronico e l’area risultante può essere ricoperta con delle tende a fisarmonica. Al centro si trovano la cucina con la zona pranzo ed il bagno, da un lato il soggiorno e dall’altro la camera da letto. La tenda del soggiorno è semitrasparente e aprendola totalmente crea uno spazio-terrazza; quella della zona notte è invece opaca. Lo spazio interno è stato pensato seguendo l’idea di una distribuzione flessibile, pur integrando tutti gli elementi necessari ad un comodo soggiorno: armadi ad incasso, sedili, letti (fino a quattro), un frigorifero, la cucina, la doccia e il bagno.
    • Progettata come ricovero di grandi dimensioni per l’esercito Americano, in genere per gli elicotteri, la tenda LanMASS (Light Area Night Maintenance Shelter) è un sistema che si distingueva per un’alta autonomia di installazione, grazie all’impiego di archi pres¬surizzati. Le tende LanMAS sono molto leggere in fase di trasporto, grazie all’uso della fibra di klevlar in sostituzio- ne della più diffusa membrana in poliestere. Ogni arco portante, di circa 7 metri con cavità di soli 300mm, pesa intorno ai 34 kg e, sopporta un carico di oltre 317 kg con una inflessione di soli 100 mm. Una tenda di 800-1000 mq può essere montata in meno di 24 ore da dieci uomini ed e trasportabile in due soli container. Il MOMi fu progettato e costruito per il National Film Theatre a Londra. London’s South Bank. È stato immaginato come una struttura leggera che poteva essere riutillizata per altri eventi. Sei persone possono montare e smontare la struttura nell’arco di due giorni. La struttura ha un pavimento rialzato assemblato con pannelli di alluminio, in cui trovano alloggio gli impianti. La copertura è in membrana Tenara® prodotta dalla ditta Gore tesa sugli archi in vetroresina. Nel 1983 l’IBM decise di promuovere la propria innovazione attraverso un padiglione itinerante che avrebbe dovuto posizionarsi nei parchi urbani delle maggiori città europee, a stretto contatto con la natura. La progettazione è stata affidata a Renzo Piano che, mutuando la tradizione del Cristal Palace, ne richiamò i principi di modularità e trasparenza ma utilizzando materiali molto diversi dal ferro e dal vetro. Piano utilizzò il policarbonato, il legno lamellare e l’alluminio. Il padiglione era composto da 34 archi autoportanti assemblati in sequenza; la struttura primaria di ogni arco venne realizzata in legno lamellare con giunti in fusione di alluminio, cui si annettevano gli elementi piramidali (6 piramidi per ogni semiarco) in policarbonato, leggeri e resitenti, che costituivano la pelle trasparente dell’edificio. Guarnizioni di neoprene e tiranti di acciaio furono utilizzati per creare le giunzioni tra i diversi materiali. Il padiglione complessivamente misurava 48 metri in lunghezza, 12 di larghezza e 6 di altezza. Per lo spostamento dell’edificio furono necessari 23 camion, 21 contenenti la struttura vera e propria e 2 per le tecnologie informatiche e il sistema di condizionamento. Alcune delle tecnologie esposte all’interno del padiglione erano sensibili al calore per cui si rese necessaria la creazione di pannelli isolanti in Perspex con una lastra separata di alluminio da applicare ad alcune parti del policarbonato e l’aggiunta di membrane per ridurre i riflessi sugli schermi dei computer.
    • La struttura poteva essere assemblata in tre settimane; per permettere la contemporaneità dell’evento in più città, ne venne realizzata una seconda. Kronenburg sottolinea come il termine “architettura” è stato sdoganato anche per gli edifici mobili contemporanei, i quali sono visti alla pari delle strutture statiche, come ad esempio i padiglioni. Dall’altra parte vì è ancora un certo preconcetto a considerare alcune tipologie dell’architettura mobile, ad esempio le case mobili, come un elemento standardizzato, come un prodotto industriale. (Robert Kronenburg, Portable Architecture. Design and Technology). Lo sviluppo dell’architettura mobile è un campo di ricerca che potrebbe portare a un incremento dell’innovazione tecnologica, soprattutto per quanto riguarda I sistemi “a secco”. In molti casi vi è infatti la contaminazione con altri saperi, come l’industria dei veicoli, il product design e lo sviluppo di nuovi materiali. È da notare inoltre che i buoni progetti di architettura mobile in genere producono un sentimento di iden- tificazione, un senso di luogo, allo stesso modo delle architetture permanenti. Questo perché nel loro insieme, le funzioni sono chiare, le facilitazioni e i comfort non sono sacrificati, ma sono i medesimi richiesti dalle architetture tradizionali. Gli approcci nella progettazione di un edificio permanente o di uno mobile sono i medesimi; la portabilità è solamente un ulteriore fattore da tenere in considerazione, come può esserlo la progettazione luminosa, la sicurezza,ecc. È per questo che il progetto d’architettura mobile dovrebbe essere giudicato secondo i parametri classici di: appropriatezza allo scopo, al contesto, esteticamente bello, economico nell’uso. In genere, in questo tipo di costruzioni, vi è un’onestà intrinseca nell’utilizzo dei materiali, cioè i materiali strutturali in genere non vengono ricoperti, bensì espressi, perché nel caso contrario si avrebbe un ulteriore complessità non necessaria e un aumento del peso. È anche per questo fatto che vengono visti come territori di sperimentazione: esprimendo chiaramente i materiali, le loro connessioni, i componenti, questi devono essere progettati in modo tale da essere inseriti organicamente nell’insieme,
    • di conseguenza il metodo di costruzione e le tecniche di assemblaggio, se innovative, possono poi essere trasferite ai si- stemi costruttivi tradizionali. L’utilizzo infatti di materiali sempre più leggeri, prefabbricati, riduce nettamente il lavoro della manodopera in cantiere, il tempo di costruzione e i costi di trasporto. I progetti sperimentali che nascono con l’obiettivo dichiarato di aprire nuove strade all’innovazione sono una parte riconosciuta di quelle industrie che basano la loro competitività sul mercato mondiale sulla ricerca e lo sviluppo, come ad esempio le industrie aerospaziali, quelle impegnate nei campionati di automobilismo o motociclismo e quelle information di technology. Essendo gli investimenti nell’industria edilizia molto scarsi, questo transfert tecnologico può avvenire solo attraverso pic- coli componenti, ma la costituzione di un’intera e nuova visione della costruzione nel suo complesso è un’impresa che non può essere affrontata. In alcuni casi, la competenza di alcuni progettisti ha portato a piccole innovazioni componentistiche all’interno dell’industria edile, come le competenze ingegneristiche dello studio Buro Happold in Inghilterra e dell’ FTL Design Engineering Studio in America (www.burohappold.com e www.ftlstudio.com). Buro Happold con Norman Foster, British Museum, Londra; Buro Happold con DLA Architecture , Health and Safety Laboratory, Buxton, Gran Bretagna La difficoltà maggiore che si riscontra nel trasfert tecnologico sta nel fatto che molti progetti che hanno avuto un notevole successo dal punto di vista della prototipizzazione, sono falliti in vista della commercializzazione su larga scala. È però da sottolineare, analizzando alcuni casi progettuali, che, comparando la richiesta del cliente, la disponibilità economica e il progetto finito, quest’ultimo ha molto spesso caratteristiche tecniche superiori a quelle inizialmente patuite. Il costo finale è inferiore a quello previsto, la velocità di assemblaggio è maggiore e si riscontra una vita più lunga rispetto alle previsioni. Un esempio è l’utilizzo delle membrane, siano esse utilizzate per tensostrutture o per strutture pneumatiche. Prestazioni sem- pre migliori dovute all’innovazione nei materiali e soprattutto la relativa facilità della loro lavorazione, ha permesso ai progettisti di ottimizzare l’utilizzo del materiale. L’alluminio e l’acciaio rimangono poi i materiali strutturali per eccellenza, ma quando i budget lo permettono vengono utilizzati materiali più performanti come le fibre di carbonio o il Kevlar. Questi spin-offs inevitabilmente affiorano in prima istanza in quei progetti in cui le richieste prestazionali e la leggerezza sono caratteristiche fondamentali. L’innovazione nel campo dei materiali crea innumerevoli possibilità, ad esempio il LiTraCon, un calcestruzzo trasparente che incorpora delle fibre ottiche. Questo permette di avere dei muri di 20 cm ma con un grado di trasparenza che che permette di distinguere le sagome delle persone e degli oggetti posti dall’altra parte. Esempi di LiTraCon
    • Lo SmallWrapp, creato dallo studio Timberlake Associates e dalla DuPont per sostituire la tradizionale e voluminosa parete, è un film di poliestere spesso 1 millimetro che protegge le superfici dagli agenti atmosferici ma permette di essere associato ad altri layer che possono essere composti con materiali a cambiamento di fase, o con tecnologia OLED (light-emitting diode display), quindi che possono avere la funzione di isolamento, di fonte luminosa, ecc. I vari tipi di layer possono essere trasferiti sul film SmallWrapp usando un sistema di stampaggio chiamato ‘Deposition Printing’, simile alla stampa inkjet printing. SmartWrap Building, New York, USA, 2003 Trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità sono le parole chiave per un progetto generalmente detto di architettura portatile. Come si sarà già notato infatti i termini molte volte sono intercambiabili e non è detto che uno ne escluda l’altro nella descrizione di un progetto. Per questo fare delle catalogazioni nette rispetto a questi termini dei progetti presi in esame durante le ricerche per questa tesi è impensabile, ma è possibile invece leggerne alcune peculiarità. Per questo di seguito gli esempi progettuali presi in esame per ogni parola chiave saranno catalogati in maniera puramente simbolica, solo per sottolinearne un aspetto significativo, non per escludere in modo netto gli altri termini.
    • Molte volte si tende ad associare l’architettura mobile esclusivamente con le soluzioni progettuali prefabbricate. Questo non è corretto, e non è corretto nemmeno pensare che tutte le costruzioni prefabbricate possano essere facilmente trasportate. Per essere mobile una architettura deve avere alcuni parametri base che possono essere riassunti in: 1. leggerezza dei materiali impiegati; 2. reversibilità delle tecniche costruttive, in grado di garantire rapidità di assemblaggio e disassemblaggio (trasportabile) e ripetibilità degli atti legati al cambiamento di assetto (trasformabile); 3. temporaneità, in termini di permanenza limitata in un dato contesto (trasportabile) o in un medesimo assetto (trasformabile). Sin dall’antichità infatti, il successo di un sistema costruttivo mobile era direttamente collegato al fattore peso. Tutti i sistemi costruttivi per architetture provvisorie o temporanee del passato, le tende nomadi e i tendoni dei circhi, ma anche i ponti smontabili da guerra, le baracche e le strutture provvisorie dei cantieri possono definirsi sistemi leggeri, in quanto in tali sistemi si presuppone che le operazioni di assemblaggio possano essere totalmente a carico di pochi uomini e che i singoli elementi del sistema siano facilmente maneggiabili. La strategia più vincente per la movimentazione di un edifico è il trasporto come singolo elemento (portable building). Questo metodo ha il vantaggio che, una volta raggiunta la location desiderata, il sistema può essere subito a disposizione dell’utente. Bisogna comunque tener presente che questa soluzione può far sorgere delle problematiche relative all’inserimento dell’impiantistica e soprattutto nella definizione spaziale, in quanto prima di tutto deve sottostare ai limiti dimensionali dettati dal metodo di trasporto. Nel caso di relocateble o demontable buildings, cioè edifici che implicano una qual forma di assemblaggio, quest’ultimo deve essere il più possibile facile e veloce, ma soprattutto ogni parte assemblata deve essere altrettanto facilmente disassemblata e immagazzinata, per affrontare un nuovo trasporto. Nel caso dei sistemi trasformabili, le fasi della costruzione possono essere paragonate a quelle di un edificio a carattere permanente. Senza dubbio, anche in questo caso, le parti trasformabili dell’edificio devono essere progettate secondo una sequenza di movimento reversibile e ripetibile, in relazione ai cambiamenti climatici e/o alla possibile modificazione delle esigenze d’uso. A fianco di una reversibilità che coinvolge le fasi di assemblaggio e le fasi d’uso, si può individuare una reversibilità che si potrebbe definire di processo, cioè la possibilità che un componente o materiale una volta disassemblato possa essere riutilizzato o reimmesso nella filiera produttiva . Ad esempio, nel campo delle membrane, nuovi materiali a base vinilica, quali per esempio l’etfe e il thv, vengono oggi prodotti mediante processi di stampaggio e di estrusione che permettono la realiz- zazione di film altamente performanti e competitivi con altri tessuti tecnici ma, al tempo stesso, possono essere riciclati per circa il 95%, per ottener un nuovo film con le medesime prestazioni. The Screen Machine è il nome dato a un cinema mobile che doveva portare il cinema nelle remote e isolate località della Scozia. Il cinema, progettato nel 1999 per l’Higlands and Islands Arts Ltd, è uno speciale camion rimorchio che una volta giunto sul posto si espande lateralmente in modo da poter contenere un numero maggiore di spettatori, circa 100, e con la possibilità di accesso anche alle persone in carrozzina. Inoltre all’interno vi sono tutti comfort di un cinema tradizionale: aria condizionata, schermo widescreen e suono sourround, particolari che hanno decretato il vero successo dell’operazione. Screen Machine 2, Gran Bretagna, 2002
    • Una prioritaria caratteristica dei portable buildings e del loro effettivo successo è avere un alto grado di competitività rispetto agli edifici statici. Infatti, per considerare questi edifici vera architettura, bisogna fare in modo che le caratteristiche di trasportabilità, trasformabilità, flessibilità e adattabilità siano un di più rispetto a quelle che normalmente si richiedono agli edifici, e non le uniche. In alcuni casi addirittura si richiedono prestazioni superiori e per questo anche sperimentali, come per il caso dei Motorhome della F1. I motorhome sono quelle strutture mobili che seguono la squadra nei vari Gran premi per dare supporto logistico e servizi ai lavoratori e collaboratori delle varie squadre. Ma queste strutture sono soprattutto l’espressione della squadra, sono uno dei modi di comunicare la propria superiorità tecnologica agli spettatori, alla stampa e soprattutto agli investitori. I motorhome sono anche il luogo in cui generalmente le squadre diramano i comunicati stampa, tengono incontri, conferenze per la stampa, sono quindi lo sfondo alle attività di comunicazione e della massima esposizione mediatica. Un caso emblematico di sviluppo progettuale di un motorhome è stato quello della West McLaren Mercedes nel 2002 chiamato “Communications Centre”. La struttura veniva trasportata scomposta in 11 componenti distinti utilizzando 6 camion, dotati di tutte le dotazioni necessarie per l’assemblaggio. La strategia utilizzata per poter montare una struttura del genere in uno spazio ristretto come quello dei parcheggi dei box fu quella di creare 8 capsule ognuna con dei piedi idraulici che avrebbero abbassato la struttura dal livello dei cassoni dei camion adibiti al loro trasporto fino a terra. Successivamente questi elementi venivano posizionati in modo corretto a terra e uniti sempre con giunti idraulici. Due elementi erano provvisti anche di un piano superiore che veniva anch’esso rialzato tramite pistoni idraulici e la cui copertura era una piramide trasparente prefabbricata che serviva per creare un atrio coperto ma al contempo luminoso. Per il montaggio erano necessarie 8 persone e il tempo previsto era di 12 ore. Negli anni si è poi acuita la rivalità dei team anche nella progettazione dei paddok e motorhome. Per esempio, la stessa McLaren in concorrenza con il team della RedBull, che nel 2007 ha proposto l’ “Energy Station” progettato dallo studio austriaco Kitz exklusiv specializzato in strutture e attrezzature mobili, ha ritenuto necessario richiedere un nuovo motorhome per le gare di F1, il nuovo “Brand Center”. In effetti l’Energy Station aveva messo in ombra tutti gli altri motorhome in quanto oltre alle classiche funzioni che in genere si svolgono all’interno dello stesso, ne aveva proposte alcune anche esterne, come lo spazio privè con piscina allestito per il Gran Premio di Montecarlo. Inaugurato per il British Grand Prix del 2007 il nuovo motorhome della McLaren è alto ben 3 piani, ha una facciata rivestita di pannelli riflettenti. Il piano terra è a pianta libera, al secondo piano alloggiano gli uffici e al terzo vi è la galleria per gli ospiti. Sono previste inoltre delle speciali stanze per i piloti con tutti i comfort possibili, docce, console per i giochi, stazioni MP3, ecc. La struttura necessita di 48 ore per essere montata e altrettante per lo smontaggio; per il trasporto sono necessari 12 tir. McLaren Comunication Center, Red Bull Energi Station, Motorhome Bmv, Motorhome Ferrari
    • Un edificio trasformabile è un edificio che cambia forma, colore, apparenza, attraverso l’alterazione della sua struttura, del rivestimento o della superficie interna, permettendo un significativo cambiamento del modo in cui viene utilizzato o percepito. È un’architettura che si apre, si chiude, si espande e si contrae. Non è facile introdurre quesa caratteristica in quanto vi sono almeno tre caratteristiche fondamentali dell’architettura trasfor- mabile che possono essere causa di numerosi problemi: i meccanismi che provocano il movimento di qualche componente, la perfetta adesione di partizioni interne ed esterne e il corretto funzionamento dei vari servizi in condizioni diverse. I mecca- nismi utilizzati per permettere il movimento di parti architettoniche devono essere robusti, non devono richiedere frequenti manutenzioni, devono essere facili nell’utilizzo e affidabili. Questo significa, in particolari situazioni domestiche, che l’energia utilizzata per il loro funzionamento deriva solamente dalla forza umana, fatto che comporta la stretta reazione tra utente ed edificio. Nuovi materiali hanno reso queste operazioni più facili, come ad esempio l’uso del neoprene per le guarnizioni tra le parti mobili, sistemi di movimentazione elettrica, idraulica e pneumatica che però devono garantire un utilizzo in estrema sicurezza. Un importante parte del successo di questi elementi nell’architettura è il loro perfetto funzionamento e soprattutto la loro competitività rispetto ai tradizionali sistemi statici. La sperimentazione nella trasformabilità in architettura è stata fatta anche con il particolare scopo di poter adattare climaticamente edifici tradizionali. Infatti poter aprire o chiudere in brevi tempi una copertura permette di usufruire in modo dinamico dello spazio architettonico, una molteplicità di utilizzo dello spazio stesso e una modulazione delle condizioni acustiche in relazione a specifiche esigenze. Questi sistemi derivano tutti dal velarium romano che, grazie agli sviluppi dell’industria chimica, ha potuto trovare il proprio erede moderno nella tecnologia delle tensostrutture a membrane, le cui prime realizzazioni risalgono al 1955 con il progetto del Bandstand di Frei Otto. Tra il 1965 e il 1975 si costruirono diverse coperture trasformabili, caratterizzate da superfici tensostrutturali, retrattili lungo direzioni libere di movimento e da un sistema fisso di cavi, con la duplice funzione di sostegno della membrana e di scorrimento della stessa. Le strutture sportive e ricreative appaiono come gli ambiti più adatti a questi tipi di soluzioni perché devono essere utilizzate in qualsiasi condizione climatica. Negli edifici tradizionali le coperture trasformabili possono essere: - retrattili a forma libera: caratterizzate da una superficie tensostrutturale in membrana tessile, retrattile lungo direzioni libere di movimento, e da un sistema fisso di cavi con funzione si sostegno tensostrutturale e di scorrimento della tela; - retrattili ad ombrello: nelle forme più semplici, un’asta centrale sorregge delle bacchette radiali che a loro volta sostengono la membrana di rivestimento in tensione. La connessione tra l’asta centrale e le bacchette può essere rigida o dotata di gradi di libertà, in modo da permettere l’apertura e la chiusura dello stesso ombrello.; - scorrevoli a elementi rigidi: sono strutture costituite da parti mobili lungo un perimetro di forma geometrica definita e invariabile durante le fasi di trasformazione. Roger Taillibert, copertura retrattile in Kevlar sospesa con 26 cavi d’acciaio per lo stadio di Montreal, 1987[
    • SL Rasch, ombrello 10x10m con sistema a braccio pieghevole, 1988; ombrelli per ombreggiamento ripiegabili, Il Cairo, Egitto; Lisbona, Portogallo Pino Zoppini, Piscina alla Sciorba, Genova, 1993 Le tipologie strutturali con le quali oggi è possibile realizzare coperture convertibili sono tre: - sistema strutturale a membrana, che può avere: a) movimento secondo direzioni libere, b) movimento a scorrimento parallelo, c) movimento radiale; - sistema pneumatico, che a livello di trasformabilità sono competitivi per: a) il sistema costruttivo è composto da un numero più limitato di elementi e la sua stabilizzazione non comporta il pensionamento di cavi e funi anche a distanze considerevoli rispetto all’area da coprire, b) possono essere installate coperture pneumatiche in contesti di limitate dimensioni o in situazioni critiche per difficoltà di manovra nelle fasi di assemblaggio, c) le fasi di apertura e chiusura della superficie trasformabile sono in gran parte regolate unicamente dal sistema pneumatico e pertanto sono ridotti al minimo i problemi ricorrenti nelle tensostrutture, relativi alla sincronizzazione del movimento dei trattori e dei carrelli scorrevoli su complessi sistemi di cavi. - sistema a elementi rigidi, che possono essere: a) sistemi scorrevoli e telescopici, b) sistemi “up and down” e pivotanti, c) sistemi estensibili Dr. Kamal Ismail, Architekturbiiro Dr. Bodo Rasch, copertura per i cortili della Moschea, Medina, Arabia Saudita, 1991; Nicolas Michelin, Fin Geipel, copertura pneumatica dell’arena di Nimes, 1988; SIAT, Hangar per dirigibili , Brand, Germania, 2000
    • Chuck Hoberman è un progettista e inventore il cui lavoro esplora le possibilità delle geometrie cinetiche che definiscono lo spazio e la struttura attraverso sistemi ripiegabili ed estensibili. Il suo lavoro più famoso è la Hoberman Sphere, una sfera pieghevole che si espande in una grande formagrazie a un movimento continuo dei suoi componenti interconnessi. I progetti di Hoberman sono concepiti sulla base di elementi cinetici, collegati tra loro per il trasferimento delle forze che vengono poi convertite in movimento. Hoberman ha costruito un gran numero di strutture a grande scala, inclusa la Retractable Dome per l’Expo 2000 ad Hanover, in Germania, e l’Expanding Hypar per il Science Center a Los Angeles nel 1995. Il suo più grande progetto fu realizzato per i Giochi Olimpici Invernali di Salt Lake City in America nel 2002. Hoberman creò una “tenda” meccanica di 22 metri chiamata Hoberman Arch per il palco che avrebbe dovuto ospitare tutte le cerimonie di assegnazione delle medaglie, chiudendo e aprendo l’arco, l’utilizzo della struttura sarebbe stata così garantita in qualsiasi condizione climatica. Una volta chiusa, la struttura cinetica avrebbe occupato solo una fascia di 1.8 metri. L’arco fu costruito con alluminio strutturale e 96 pannelli traslucidi fibro rinforzati. Il meccanismo per il movimento era azionato da un motore elettrico di 30 Hp. Più di 500 luci controllate da un computer furono integrate nella struttura in modo da creare degli spettacolari giochi luminosi durante l’apertura e la chiusura del sistema. Gli elementi mobili producevano un duplice effetto: creavano un evento all’interno dell’evento stesso della manifestazione e stupivano gli spettatori nel vedere il movimento all’interno dell’elemento architettonico da sempre considerato statico. Chuck Hoberman, Hoberman Arc, Salt Lake City, USA, 2002 Chuck Hoberman, Expanding Geodesic Dome, Liberty Science Center, Jersey City, NJ, USA, 1991
    • Il Beng Sjostrom/Starlight Theatre è stato progettato dallo studio Gang O’Donnel, ora Gang Architects, per il Rock Valley College dell’Illinois. Doveva rimpiazzare la sede all’aperto del teatro preesistente ma i clienti volevano che allo stesso tempo si facesse fronte alla necessità di avere un luogo riparato dalla pioggia ma poter anche godere del sole o del cielo stellato. I progettisti quindi idearono un edificio che potesse essere costruito con un programma della durata di tre anni che avrebbe permesso al College di continuare ad organizzare le normali performance ed eventi estivi. L’elemento fondamentale del progetto è il tetto trasformabile, che è concepito come una piramide composta da sei pannelli triangolari identici fissati sul bordo inferiore alla restante parte della copertura. Il meccanismo di apertura e chiusura è reso possibile da un sistema idraulico. Gang Architect, Beng Sjostrom/Starlight Theatre, Rockford, Illinois, USA, 2003
    • In generale gli edifici flessibili sono concepiti in modo da rispondere in maniera ottimale ai cambiamenti d’uso e di localizzazione. È una architettura concepita per adattarsi, trasformarsi, muoversi, interagire con l’utente. Molto spesso viene contaminata da altri ambiti e per questo è legata alle tematiche dell’innovazione e dell’espressività artistica. Comunque la flessibilità non deve essere vista come un fenomeno, ma come una caratteristica dell’edificio che si è evoluta assieme alle abilità costruttive dell’essere umano; quando in genere vi sono problemi rispetto alla funzionalità dell’edificio, la flessibilità dello stesso permette di trovare soluzioni ottimali. Le strategie per creare la flessibilità all’interno degli edifici sono molteplici e difficilmente categorizzabili, possono essere però identificati dei fattori comuni. Ci sono quattro modi in cui la progettazione può creare delle istanze di flessibilità nell’architettura che possono avere applicazione generale in qualsiasi edificio: - elementi trasformabili: spazi che in genere vengono concepiti come ospitanti solamente una sola funzione possono essere progettati in modo da supportare o incoraggiare altre modalità di utilizzo; - spazi adattabili: utilizzo dello spazio in prospettiva multifunzionale; - funzionamento interattivo: l’attenta pianificazione e organizzazione dello spazio con la progettazione dello stesso edificio dovrebbe incoraggiare la libertà di movimento del visitatore e aumentare l’interazione con l’utente; - elementi mobili: l’edificio dovrebbe permettere l’allestimento di componenti mobili che possono essere localizzati nello spazio in molteplici modi. La visione dell’architettura di Cedric Price, come disciplina che vede i suoi prodotti materiali con una vita limitata, flessibile piuttosto che forma fissa, lo condusse ad esplorare il concetto di edificio come oggetto che definisce uno spazio pubblico piuttosto che spazio definito da confini netti. Price ha sfidato costantemente la credenza che gli edifici debbano essere una risposta univoca al problema della statica. Nel 1964 con il progetto Potteries Thinkbelt utilizzò miglia di binari per la creazione di un’università flessibile per 20˙000 studenti. Un nuovo luogo si sarebbe creato su terreni industriali non utilizzati con servizi prefabbricati e mobili, non solo ridefinendo e riqualificando i terreni industriali, ma defindendo l’idea di quello che è probabilmente l’università dovrebbe essere. Centrale nel pensiero di Price fu l’idea che attraverso l’uso corretto delle nuove tecnologie i cittadini avrebbero potuto avere un controllo senza precedenti sull’ambiente in cui vivono, avrebbero potuto soddisfare pienamente i loro bisogni e decidere quali attività avrebbero dovuto insediarsi specificatamente in quel luogo. Dal 1971 Price progettò per Londra il Kentish Town Inter-Action Centre, basato sulla sua prima idea per il Fun Palace (1960-1), incluse una cornice di acciaio aperta nella quale, attraverso una gru che sollevava i componenti, si potevano inserire muri prefabbricati, gradini e moduli di servizio come preferito dall’utente. Erano inclusi anche studi, uffici, un club ed un asilo nido. Price aveva già pensato che la struttura avrebbe dovuto avere una vita limitata di 20 anni,sebbene in questo lasso di tempo avrebbe continuamente cambiato conformazione. Le idee di Price avranno importanti influenze sulla successiva generazione di architetti, come Peter Cook degli Archigram e Richard Rogers. Cedric Price, disegni per Potteries Thinkbelt, Staffordshire, Inghilterra,1965
    • Un edificio che è stato progettato specificatamente attorno al concetto di “meeting place” è l’AT&T Global Olimpic Village dello studio FTL Design Engineering, creato nel 1996 per i Giochi Olimpici ad Atlanta, Stati Uniti. Sebbene la maggior parte delle installazioni costruite per i Giochi Olimpici fossero parte di un più generale programma di riqualificazione urbana per il miglioramento futuro dei servizi per i cittadini di Atlanta, ci sono delle funzioni che non possono essere riassegnate facilmente ad un nuovo uso. È per questo che è necessario concepire anche edifici provvisori. La funzione primaria dell’AT&T Global Olimpic Village doveva essere un luogo per facilitare la comunicazione sia per i turisti che per gli atleti con le loro famiglie nei paesi natali attraverso postazioni telefoniche, fax e internet point. A questa funzione era poi associata anche quella di favorire gli incontri tra le delegazioni, attraverso luoghi informali in cui rilassarsi, ristoranti e sale per conferenze. L’architettura stessa fu concepita come strumento di comunicazione. Consisteva in due padiglioni con copertura a membrana, sostenuta da un portale in acciaio, fissato su una struttura a due piani. La membrana fu usata come un schermo, con proiettori controllati da computer in modo da poter far vedere al pubblico gli eventi sportivi in corso senza dover subire la deformazione del supporto tensostrutturale. L’edificio diventò così il fondale del palcoscenico del principale spettacolo che ogni sera veniva proiettato. AT&T Global Olimpic Village, FTL Design Engineering Studio, Atlanta, USA, 1996 Un edificio flessibile dovrebbe rappresentare l’architettura che offre innumerevoli opportunità all’utente, un luogo pieno di opzioni e sfide che dovrebbero migliorare la vita quotidiana delle persone. Un’architettura che non esprime la visione di edificio chiavi in mano e pronto all’uso, ma una visione proiettata nel futuro, in cui l’utente modifica lo spazio a seconda delle mutate esigenze funzionali. Pensiamo ad esempio a quanti palazzi, prima dimore signorili, sono ora edifici per uffici. Questo scenario non è quasi mai tenuto in considerazione dai progettisti che si accingono a ideare un nuovo elemento architettonico.
    • Gli edifici adattabili sono concepiti per poter rispondere in maniera rapida a differenti funzioni, varie configurazioni d’uso e specifiche richieste degli utenti; tali edifici sono frequenti nei progetti di edilizia che prevedono la vendita degli spazi con funzione di uffici o spazi vendita. Sono edifici con spazi poco definiti, che possono essere facilmente adattabili alle richieste degli appaltatori e dei progettisti. Questo tipo di edifici significano anche un più cospicuo e sicuro ritorno economico per l’investitore, al cambiamento delle esigenze del mercato, l’edificio può essere facilmente modificato. Il ricorso ad una progettazione adattabile sottolinea come il processo di sviluppo dell’idea progettuale non è sempre qualcosa che può essere intrapreso da un singolo soggetto o un team per creare un progetto fisso, statico, ma è un processo di collaborazione tra un numero maggiore di individui. Comunque la principale caratteristica dell’architettura adattabile è che questa permette all’utilizzatore finale dell’edificio di influenzare le decisioni progettuali. Un esempio di architettura adattabile è il caso dell’aggiunta denominata INO all’Insel University Hospital Campus a Berna, in Svizzera (Suter + Partner Architekten). Dopo anni di attesa per decidere un programma per creare nuovi servizi, continuamente contrastata dai cambiamenti di staff, di spazio e di richieste operative, fu adottato un nuovo concetto di pianificazione che ponesse in primo piano la possibilità di adattare il nuovo edificio. Il progetto INO fu diviso in tre sistemi: un primo sistema mirato a 100 anni, un secondo a 20 anni, ed un terzo a 10 anni. Il primo sistema, detto anche “base building”, fu assegnato a Peter Kamme Kundig Architects, ed è basato su una griglia di 8.4metri con il compito di provvedere alla progettazione dei collegamenti verticali e di alcuni servizi. Il progetto del sistema secondario è basato sull’uso attuale dell’ospedale già esistente ma tenendo in considerazione possibili e differenti scenari futuri, con possibilità di riadattamento delle stanze, di cambiamento delle attrezzature e sistemi. I livelli superiori dell’edificio utilizzati per i macchinari hanno permesso il facile aggiornamento di questi per permettere un miglioramento di tutto l’edificio, soprattutto in previsione del futuro utilizzo plurifunzionale previsto come tematica del terzo sistema. Sistema fondamentale per l’adattabilità di un edifico, in quanto questa caratteristica è in più stretta relazione con l’impiantistica (condizionamento, illuminazione, sistemi di sicurezza) rispetto alla semplice riqualificazione spaziale. Sutern + Patner Architekten, INO Hospital, Berna, Svizzera, 2001 -
    • Un altro esempio di adattabilità è il progetto del Ferry Terminal di Yokoama, in Giappone, progettato da Farshid Moussavi e Alejandro Zaera Polo dello studio Foreing Office Architects di Londra. Il progetto è risultato il vincitore del concorso di riqualificazione del terminal portuale per le navi da crociera bandito nel 1994. L’idea vincente è stata quella di considerare la possibilità che lo stesso molo diventasse un sistema a più liveli, in cui il flusso dei veicoli fosse separato da quello dei pedoni. L’ultimo lembo della propaggine del terminal è diventata una struttura che ha ridefinito il landscape del luogo, divenuto un’estensione della città di Yokoama, e un luogo simbolo della stessa città, anche grazie alla pavimentazione in assi di legno, in netto contrasto con le classiche lastre di cemento caratterizzanti i moli. Il terminal oltre a mantenere il tale ruolo è diventato un luogo di relazione dei cittadini della città con numerosi servizi per la collettività. Foreign Office Architects, Yokohama Ferry Terminal, Giappone, 2002 Infine si prende ad esempio la Millennium Dome di Richard Rogers e Buro Happold eretta nel 1999 per i festeggiamenti per il nuovo millennio. L’idea progettuale sfidò la volontà del governo di creare più padiglioni indipendenti; i progettisti decisero di proporre una grande struttura che dopo le celebrazioni potesse essere riutilizzata. Oggi la Millenium Dome, dopo aver ospitato diverse manifestazioni, è considerato un successo ingegneristico, tanto che è già stato pensato di adattarla a palestra e centro per la pallacanestro nelle Olimpiadi che vedranno protagonista Londra nel 2012 e come futuro complesso sportivo per i residenti. Richard Rogers, Buro Happold, Millennium Dome, Londra, Gran Bretagna, 1999
    • L’architettura mobile è una forma intelligente di abitare un ambiente in un determinato luogo ed in un determinato tempo, capace di reagire e di interagire con i sempre crescenti cambiamenti sociali e culturali, con le città complesse ed i territori incerti, i limiti imprecisi, le strutture cangianti. Il fattore movimento in architettura può essere sia necessità che possibilità. La necessità può essere quella di dover far fronte a successivi e numerosi cambi di localizzazione, dettati da spostamenti lavorativi delle persone occupanti (camper, case trasportabili), necessita di presidiare logisticamente un territorio (container attrezzati, moduli prefabbricati), necessita di dover allestire un evento in un luogo caratterizzante ma mobile, sia per la promozione che per costi di locazione (tendoni, tensostrutture mobili),ecc. La possibilità è quella di poter utilizzare il movimento come idea, concept progettuale. La necessità di inserire il movimento come caratteristica fondamentale è stato il problema principale nell’ideazione di una struttura per gli scienziati impegnati nella ricerca antartica. La base di ricerca Halley British Antarctic doveva localizzarsi su una piattaforma ghiacciata nell’Antartide. Il problema non era lo spessore del ghiaccio (150m) ma il fatto che questo non era statico, infatti si muove di 400 metri l’anno verso il mare fino a rompersi in numerosi iceberg. Di conseguenza il bando di concorso redatto nel 2004 prevedeva che nei progetti fosse tenuto conto di questo evento naturale, oltre naturalmente delle rigide temperature (fino a -30°C) e ad avere un minimo impatto sull’ecosistema del polo. Quindi la mobilità come caratteristica necessaria per poter spostare in caso di necessità la struttura in un luogo più sicuro nel momento in cui le condizioni del ghiaccio fossero diventate proibitive. I vincitori del concorso sono stati gli ingegneri dello studio Faber Maunsell Ltd, che già in passato avevano intrapreso porgetti antartici, coadiuvati dallo studio di architettura Hugh Broughton Architects. L’idea è quella di considerare l’edificio come una serie di moduli separati, appoggiati su degli sci che permettono la facilità di spostamento sulla superficie ghiacciata. Il modulo principale sarebbe stato quello più grande e in cui avrebbero trovato luogo tutti i servizi comuni alla comunità dei ricercatori. Gli altri moduli sarebbero stati attrezzati per avere postazioni di lavoro, aree per il riposo e risorse per la produzione facilitata di energia. Il progetto prevedeva l’utilizzo di materiali leggeri per la costruzione dei moduli e un alto grado di isola- mento, in modo da garantire il comfort degli utenti e la facilità di movimentazione. I moduli sarebbero stati tarsportati in Antartide via mare e poi trasportati sino al luogo della postazione di ricerca grazie agli sci. Hugh Broughton Architects, Halley British Antarctic, 2005 Il movimento può essere anche una possibilità progettuale, per poter diventare l’elemento riconoscibile in luoghi diversi e permettere l’interattività tra la struttura architettonica e l’utente. Questi sono i casi del Nomadic Museum di Shigeru Ban, della Tower of Winds di Toyo Ito e la Son-O-House del gruppo Nox. Nel primo caso il movimento è inteso sia come fattore che porta l’esposizione fotografica di Gregory Colbert in mostra nelle principali città del mondo, sia come elemento di concept progettuali allorché il progettista ha deciso di utilizzare come ele- mento strutturale proprio uno degli strumenti tipici del trasporto merci, cioè il container. Nella Tower of Winds il movimento è invece considerato come fattore produttivo dell’illuminamento dell’architettura stessa. Il mutare di flussi della viabilità vicina alla torre stessa provoca il cambiamento e la diversa illuminazione a seconda dell’affol- lamento e del movimento delle autovetture transitanti.
    • Infine la Son-O-House, un’installazione artistica permanente sita a Son in Breugel, in Olanda, nella quale il movimento dei vi- sitatori genera una sequenza di suoni. A seconda dell’approccio dell’utente all’architettura, il suono (programmato dall’artista Edwin Van der Heide) cambia rendendo la visita un’esperienza unica (udibili in www.revver.com/video/482781/i-was-in-the-son-o-house/ e http://www.youtube.com/watch?v=NRyfQmlenrI ). Shigeru Ban, Nomadic Museum; Toyo Ito, Tower of Winds, Yokohama, Giappone, 1986; NOX, Son-O-House, Son in Breugel,Olanda, 2004
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    • Giancarlo Cataldi, dice che “in genere un riparo (dal latino reparare = proteggere) può essere considerato un qualsiasi orga- nismo ligneo monostrutturale e monofunzionale a impianto prevalentemente circolare, rispondente ai bisogni di protezione occasionale. [...]. Suo archetipo naturale e l’albero, i cui rami, opportunamente curvati e intrecciati, possono aver dato lo spunto per le prime esperienze costruttive umane” 1. La tenda, in tutte le forme e tipologie costruttive messe a punto dai diversi popoli nomadi in relazione alle specifiche esigenze, rappresenta la forma più evoluta del riparo e con il più alto grado di adattamento ambientale. La tipologia costruttiva attuale più vicina a quella esperienza sono i circhi. Essi conservano infatti ancora oggi la semplice impostazione strutturale delle antiche tende nomadi; in entrambi i casi gli elementi portanti puntiformi (pali) sopportano i carichi della soprastante copertura in materiale flessibile (tessuto). Sia i circhi che le più semplici tende possiedono inoltre un sistema di funi destinate a mettere in tensione la copertura e a garantire l’equilibrio dell’intero sistema tendostrutturale. La principale caratteristiche delle tende utilizzate dalle popolazioni nomadi sono quelle di avere una grande versatilità e flessibilità per il fatto di poter cambiare configurazione seconda delle esigenze, sia abitative che ambientali. Questi ripari in genere sono uno spazio unico costruito con materiali come le fibre tessili, pelle e legno, materiali poveri ma che in genere riescono a garantire un buon riparo dagli agenti esterni. Inizialmente lo sviluppo di abitazioni mobili era dovuta all’esigenza di spostarsi per cacciare, successivamente per proteggere anche gli animali domestici che accompagnavano il nomade lungo i suoi percorsi ed ora per dare un alloggio a tutte quelle persone che devono viaggiare per lavoro o per turismo. In prima istanza il riparo delle popolazioni nomadi doveva garantire la facilità di trasporto, ma in seguito, soprattutto in quelle popolazione divenute più stanziali, l’abitazione doveva garantire anche una certa flessibilità e rispondere alle necessità determinate dal luogo. È proprio la diversificazione dei luoghi in cui le popolazioni nomadi si sono sviluppate che ha prodotto le varie tipologie di tende oggi ancora esistenti. 1 Giancarlo Cataldi, a cura di, Attualità del primitivo e del tradizionale in architettura, Alinea, 1989, Firenze
    • Tralasciando le molte variazioni sul tema, in genere si possono classificare tre principali tipi di tende nomadi: il tipi, la tenda nera e la yurta dell’Asia Centrale. Il tipi è la tradizionale abitazione degli Indiani delle pianure del Nord America e in lingua Sioux significa “da usare per riposarsi”. I primi tipi erano piccoli, con copertura semicircolare composta dalle cinque alle sette pelli di bufalo cucite assieme. I pali venivano prima sbucciati e lisciati in modo da rimuovere tutti i nodi e le imperfezioni che potevano causare infiltrazioni d’acqua. Con l’introduzione della copertura in tela la struttura del tipi veniva eretta attorno a tre, quattro pali, più inclinati per resistere ai venti dell’est. La struttura a terra non aveva più una forma circolare, ma a forma d’uovo. Vari Tipi delle popolazioni del Nord America La tenda nera è la dimora delle popolazioni nomadi più diffusa e può essere direttamente ricondotta alle attuali tensostrutture tanto che i beduini la chiamano “la casa d’aria”. Le possibilità di adattamento delle tende dei nomadi sono principalmente due. La prima è la possibilità di adattare la copertura a seconda della situazione climatica esterna, la seconda è la possibilità di variare le dimensioni dello spazio interno, in genere con l’eliminazione o l’aggiunta di pali. La tenda nera, man mano che veniva eretta in nuove zone, veniva adattata all’ambiente particolare. Sulle montagne, dove talvolta pioveva, il tetto si alzava ripido perché l’acqua scivolasse via, nel deserto era appiattito ed abbassato per proteggere dal sole e dalle tempeste di sabbia. Tenda beduina nel deserto del Sahara, Marocco; accampamento in Tunisia; tenda nomade in Giordania La yurta è la tipica tenda delle popolazioni dell’Asia Centrale (per stragrande maggioranza mongoli), utilizzata da più di 2˙000 anni dalla Mongolia alla Turchia, dai Monti Altai fino alla Siberia meridionale, all’Afghanistan. Il termine è di origine turca e significa “luogo/spazio sopra il quale è posta la tenda”. La struttura generalmente è composta da una parete circolare fatta di legni intrecciati e da pali che, partendo dal reticolo di base, culminano al centro a formare la copertura. Il tutto è ricoperto da coperte di feltro che, nei casi dei climi più rigidi, può
    • consistere in numerosi strati. Yurte della Mongolia e relativo montaggio I principali tipi di tende nomadi possono quindi distinguersi in base alle caratteristiche strutturali, alle configurazioni geometriche della pianta, ai materiali di copertura e anche alle peculiarità d’uso. In relazione alle caratteristiche strutturali, le tende nomadi si possono distinguere in: - tende autoportanti, come la yurta della popolazione della Mongolia; - tende in trazione, come la tenda nera. I materiali che costituiscono la copertura si differenziano in relazione alle aree climatiche e alla loro stessa reperibilità in natura: tessuti di pelo di cammello a trama rada (tenda nera), pellami di animali e stuoie pesanti realizzate con arbusti intrecciati e strati di feltro (yurta).
    • Le tipologie delle tende tradizionali vengono utilizzate come base per lo sviluppo di più tipologie formali utilizzate ad esempio nel campo dell’assistenza umanitaria, dove vi è la necessità di garantire un certo comfort e una quantità di spazio sufficiente per ospitare, in genere, una famiglia sfollata. Nel manuale “Tents” delle Nazioni Unite vengono riportate le più comuni tende con i relativi vantaggi e svantaggi per fare in modo che chi si appresta ad organizzare una missione di soccorso possa rendersi conto della soluzione migliore a seconda del luogo di utilizzo e delle condizioni ambientali. Esse sono: - ridge tent: è la tradizionale tenda per il primo soccorso, necessità di 2-3 pali verticali e uno di irrigidimento orizzontale, l’area coperta risulta essere di 12-16m2; ormai è un dispositivo testato ma vi è la limitazione dell’altezza nelle parti laterali a causa della pendenza della copertura; il peso varia dai 75 ai 120kg; - center pole tent (tall wall): è la tenda che necessita di un palo centrale per sorreggere la copertura e permette di avere una altezza laterale maggiore; le pareti laterali sono sostenute da pali; l’area coperta risulta essere di 16-24m2; l’altezza laterale è un vantaggio ma può risultare negativa in presenza di forti venti; il peso è in genere di 120kg; - center pole tent (lower wall): tenda con un palo centrale ma basse pareti laterali; l’area coperta risulta essere di 16- 24m 2; il vantaggio è di essere relativamente leggera (50-100kg) ma la limitazione dell’altezza laterale può essere un problema per gli occupanti; - hoop tent: è una tenda a forma di tunnel, copre un’area di 12-18m2, ha una altezza sufficiente ma richiede numerosi pali ed è ancora in fase di sperimentazione; il peso si aggira tra i 40-80kg; - frame tent: è una tenda composta da componenti semirigidi, di 16m2, ha un’altezza che ne permette l’utilizzo agevole in ogni sua parte, richiede però numerosi pali e a volte può essere molto costosa, pesa in genere 100-120 kg; - nomadic tent (traditional): comprende tutte le tipologie utilizzate dai popoli nomadi, può avere una superfici che varia dai 10 ai 30 m2; si adatta molto bene ai climi di varie zone ma una produzione su larga scala in tempi brevi non è pensabile; il peso si aggira tra i 200 e i 300kg.
    • Attualmente la maggior sperimentazione tecnologica nel campo delle tende è fatta da due tipologie di aziende: - le aziende del campo sportivo, le cui innovazioni, soprattutto nel campo dei materiali, vengono prima applicate sui prodotti per le spedizioni (soprattutto alpinistiche) e successivamente trasferite sui prodotti per campeggio; ad esempio: The North Face®, Salewa, Mountain Hardwear; - le aziende del campo militare, della protezione civile, della sicurezza, del soccorso medico; ad esempio Aerosekur, Eurovinil Non mancano i casi in cui la stessa azienda lavora sia nel campo sportivo che in quello della protezione civile, delle attrezzature per i soccorsi medici, della sicurezza sul lavoro: ad esempio Ferrino (attrezzature alpinistiche e per primo soccorso medico o di protezione civile), Camp (attrezzature alpinistiche e di sicurezza sul lavoro), Bertoni® (attrezzature per sport outdoor e per comunità civili e militari). Spesso si assiste all’introduzioni di una tecnologia nel campo edilizio dopo che questa è stata sperimentata in settori più piccoli e specifici. In genere il campo del design, in ogni sua declinazione, può essere un incubatore di innovazioni tecnologiche estremamente efficiente per tutto l’ambito architettonico. In genere il design è sempre stato sia più ricettivo ad assorbire le novità e a pensare nuove soluzioni, dando un significativo ap- porto alla ricerca tecnologica. Un motivo è che, essendo in genere oggetti di piccole dimensioni, il costo della prototipizzazione può essere minore rispetto a quello che sarebbe se la tecnologia fosse immediatamente applicata in ambito architettonico. Ma probabilmente vi è anche una ragione relativa agli investimenti e ai ritorni economici; in genere, come già accennato, il campo edilizio non ha una significativa immissioni di fondi per la ricerca che è ad appannaggio quasi totalmente delle grandi aziende che in genere ap- plicano il transfert tecnologico da altri campi in cui sono impegnati (es: industria chimica). Non si dimentichi poi la diffidenza del consumatore verso le innovazioni, queste devono presentarsi con test che certifichino le reali prestazioni e non presunte. In genere è difficile che una novità introdotta nell’ambito architettonico sia immediatamente recepita da un considerevole numero persone, solitamente si tende a fidarsi solamente quando la si vede già applicata in un manufatto. All’interno di uno sviluppo tecnologico possiamo così distinguere quattro fasi: - fase iniziale, quando l’innovazione viene introdotta, - fase di reazione da parte degli operatori e del mercato, - fase di assimilazione parziale della nuova tecnologia da parte della società, - fase di diffusione all’interno della totalità del sistema tecnologico. È proprio per la difficoltà di diffusione nell’intero sistema che molte aziende creano dei concorsi appositi per far sperimentare ai progettisti nuovi materiali, staccando quest’ultimi dalle responsabilità di un progetto “privato” con la conseguente scia di garanzie da dare al cliente. Molte volte gli stessi concorsi vengono creati per testare le stesse possibilità della nuova tecnologia proposta, proprio perché i produttori non sempre sanno quali applicazioni può avere il nuovo prodotto o perché vogliono cercarne nuovi settori di utilizzo. Nel campo delle tende per spedizioni alpinistiche e nella componentistica per l’attrezzatura di supporto, la ricerca di soluzioni funzionali e di grande affidabilità è fondamentale. Si pensi alla necessità di garantire un’impermeabilizzazione ottimale, anche attraverso speciali saldature dei tessuti nei punti di giunzione, o strutture sempre più leggere ma al contempo resistenti ai forti venti. La Ferrino® si avvale per le sue tende Highlab del tessuto Texit®, prodotto dal gruppo Frizza, in quanto devono resistere a condizioni climatiche ed ambientali estreme,. La tecnologia si basa su nuovo finissaggio ad alta traspirabilità, su base poliuretanica, che consente il mantenimento della temperatura corporea ottimale , in modo che, conseguentemente allo stato di attività, sarebbe destinata a salire nelle zone di contatto con indumenti esterni o accessori. La mancata eliminazione di questo effetto genererebbe la formazione di condensa fra il corpo e l’indumento o l’accessorio, nel caso della Ferrino® la tenda, con relativa sensazione di fastidio e conseguente situazione non confortevole. L’attivazione di questo automatismo, nel caso di tessuti TEXIT, è immediata “al contrario delle membrane attualmente sul mercato che invece necessitano, per attivarsi, di tempi di reazione molto più lunghi e intensità significative, con conseguente creazione di situazioni di disagio per l’individuo”. (wwww.frezzagroup.it)
    • I tessuti così trattati possono garantire prestazioni anche oltre a 10˙000mm di colonna d’acqua (valore di misura dell’impermeabilità dei tessuti) ed alta resistenza all’abrasione, con qualsiasi tipo di armatura, anche dal lato interno del tessuto senza particolari necessità di protezione o creazione di tessuti multistrati. Possiamo affermare che i tessuti TEXIT riescono a combinare, in maniera ottimale, le esigenze di protezione dai fattori esterni e le necessità di comfort del nostro corpo. “TEXIT “ è applicabile a tutte le costruzioni tessili, anche elastiche, e alle principali fibre utilizzate nella realizzazioni di soluzioni tessili. Tende Higlab Ferrino, modello Expè, Snowbound 2, Colle Sud e Portaledge utilizzato dagli scalatori. Nel campo delle tende, soprattutto quelle per gli utilizzi più estremi, si è assistito (e questo è uno dei pochi esempi) ad un tranfert da conoscenze architettoniche. Infatti per prima la The North Face® nel 1975 presenta Oval Intention, disegnata da Robert Gillis, studente di Fuller, la prima tenda a cupola geodetica, di peso leggero, caratterizzata dall’impiego di paleria in alluminio flessibile. Il design di questa tenda ha stabilito lo standard per tutte le tende d’alta quota e per spedizioni estreme. Nel 1978 viene presentata la VE-24, la tenda che applica perfettamente la teoria di Buckminster Fuller che prevede “massima efficienza con un impiego minimo di materiale”, 4 kg al prezzo di 550$. Robert Gillis, Oval Intention; VE-24
    • La lezione di Buckminster Fuller quindi è stata fondamentale anche per lo sviluppo del design nelle tende per le spedizioni estreme; oggi infatti praticamente tutti i produttori di questo genere di attrezzature hanno nel loro catalogo almeno una tenda di tipo geodetico: _ Ferrino: Campo Base : 15kg, circa 700euro Colle Sud: 15 kg, 1900 euro -The North Face: Dome 5 :15.88kg, 1800$ The North Face, Dome 5
    • Oltre al campo delle tende per alte prestazioni ve ne è un altro che può essere da spunto al progettista di shelter. Esso ha avuto sviluppo sempre dalla tipologia della tenda ma ha trovato larga applicazione nel campo architettonico. Le tensostrutture infatti derivano direttamente dai principi costruttivi delle tende. Frei Otto, uno dei maggiori esponenti nel campo delle tensostrutture infatti dice: “I nostri tempi richiedono maggior leggerezza, maggiore risparmio di energie, maggiore mobilità e adattabilità; in breve esigono costruzioni più sintonia con la natura, capaci al tempo stesso di non disattendere le domande di sicurezza e protezione. Queste rinnovate richieste rendono necessario un ulteriore sviluppo delle costruzioni leggere, quali tende, gusci, tendoni e coperture pneumatiche, e promuovono anche l’applicazione di nuovi criteri di mobilità, flessibilità e variabilità nelle costruzioni.” 2 Quindi una ricerca di quelle caratteristiche di trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità che già si sono prese in esame per descrivere l’architettura in movimento ma che possono descrivere anche un progetto di architettura statica. La ricerca progettuale attorno alle membrane è sintomo di una volontà di perseguire quei principi di chiarezza, funzionalità, stabilità e leggerezza che già molte volte nel corso della storia l’architettura ha cercato di esprimere, sebbene con risultati a volte molto diversi. Frei Otto, complesso dello stadio Olimpico di Monaco, 1972 L’architettura a membrana moderna strutturalmente è costituita da una superficie tessile che grazie alla forma datale e alla sua flessibilità è in grado di sostenere i carichi. Lo sviluppo di questa nuova modalità costruttiva è stata resa possibile dallo sviluppo di tecniche di tessitura e filatura attraverso macchine nel 19°secolo, con una diffusione commerciale avvenuta a cavallo tra Ottocento e Novecento. Le tensostrutture vengono oggi viste con estremo interesse per perseguire la strada della leggerezza, la quale non significa solamente chiara idea progettuale ma anche risparmio di materiali durante la costruzione di un edificio. Tale ricerca può però essere agevolata solamente se vi è una continua sperimentazione di tecniche produttive, di nuovi materiali,con una corretta scelta dei materiali più performanti e il loro corretto utilizzo. 2 Frei Otto, Verso un’architettura minimale, in Brian Foster, Marijke Mollaert, Associazione Tensinet, Progettare con le membrane, tensostrutture e presso strutture, materiali e tecnologie, ed. italiana a cura di Alessandra Zanelli, Maggioli Editore, 2007, Santarcangelo di Romagna, Rimini.
    • Se la leggerezza sembra essere il punto forte di questo tipo di materiali, la trasportabilità, la trasformabilità, la flessibilità e l’adattabilità possono rivelarsi delle opportunità progettuali notevoli. Infatti “le novità introdotte nel settore chimico e il rinnovamento dei processi di produzione dei tessuti contribuiscono ad ampliare continuamente la gamma dei materiali tessili disponibili per il progettista. Tessuti flessibili e pieghevoli, film sottili trasparenti e ultraleggeri, ma anche elementi di rinforzo per i materiali compositi o per pennellature a più strati, le membrane, non solo offrono una molteplicità di applicazioni possibili, ma si fanno portavoce in tutti i casi di un’architettura minimale la cui diminuzione di peso proprio va pari passo con un incremento delle prestazioni dell’efficienza complessiva.” 3 Ad oggi il settore delle tensostrutture è probabilmente il comparto nel settore edile in cui vi è il più alto grado di innovazione e avanzamento tecnologico. Tipologie costruttive e soprattutto materiali vedono un notevole sviluppo, ad esempio si sviluppano strutture a reti di cavi, pneumatiche. I materiali impiegati perseguono la strada della leggerezza associata alle alte prestazioni, come gli acciai speciali, le leghe, i materiali compositi, tessuti tecnici e film. Per poter applicare l’innovazione, il progettista deve reperire tutti i dati disponibili sul materiale o sulla tecnologia che intende applicare. Deve saper analizzare, confrontare e valutare questi dati per costruire ipotesi di possibili soluzioni. Queste considerazioni, che sono strettamente correlate con la metodologia e le teorie dell’industrial design, porteranno alla definizione della risposta progettuale più conforme. Le tecnologie non ancora esplorate in campo edilizio, ma che derivano da settori produttivi diversi o che rappresentano soluzioni diverse da quelle per cui sono state pensate, possono essere la risposta ad alcuni problemi o tematiche progettuali. Parole chiave, quando si parla di tecnologia, sono ricerca, sviluppo e trasferimento che nell’ambito edilizio possono essere definite come: _ Ricerca di base e applicata; _ Sviluppo; _ Applicazione e divulgazione; _ Trasferimento; _ Obsolescenza. La procedura usualmente legata allo sviluppo della tecnologia è chiamato problem solving process e si compone in: - Identificazione del problema. Informazioni preliminari e definizione dei vincoli e dei limiti. - Sviluppo delle soluzioni del problema. Alcune possibili soluzioni del problema sono sviluppate e rifinite attraverso l’ideazione e la procedura brain-storming (pensiero creativo). - Isolamento e dettaglio della soluzione migliore. La soluzione migliore è selezionata e dettagliata. - Progettazione e valutazione della soluzione. Modelli fisici e/o grafici della soluzione selezionata sono prodotti e testati. - La soluzione finale è selezionata e preparata per la produzione e l’uso. Si può affermare che molta della ricerca di base all’interno del sistema tecnologico in generale si attua attraverso lo studio di nuovi materiali. Le ricerche sono svolte principalmente nelle università e nei centri di ricerca di particolari industrie, per esempio automobilistiche, chimiche e aeronautiche e generalmente non riguardano direttamente il settore edile. L’applicazione all’edilizia si attua così, come già accennato, attraverso il trasferimento tecnologico, specie per quanto riguarda l’applicazione dei cosiddetti materiali innovativi, quali le leghe metalliche, le plastiche, i materiali compositi, ecc. Nel trasferimento delle tecnologie al campo edilizio, le ricerche si basano principalmente sullo studio di comportamenti e prestazioni, chimiche, fisiche, meccaniche e termiche, al fine di accentuarne le possibilità per l’applicazione. Lo sviluppo delle membrane è sia legato alla ricerca di materiali che possano assolvere alla necessità di leggerezza intesa come tematica progettuale, sia come ricerca di metodologie costruttive volte al risparmio energetico e costruttivo. Una struttura tessile infatti non è affascinante solo per la sua forma, ma offre anche una serie di vantaggi concreti e pratici: _ tempi brevi di costruzione e montaggio veloce; _ possibilità di coprire grandi spazi senza l’ausilio di sostegni; 3 Alessandra Zanelli, Progettare con le membrane nel contesto italiano, in in Brian Foster, Marijke Mollaert, Associazione Tensinet, Progettare con le membrane, tensostrutture e presso strutture, materiali e tecnologie, ed. italiana a cura di Alessandra Zanelli, Maggioli Editore, 2007, Santarcangelo di Romagna, Rimini.
    • _ connubio tra economicità e bellezza; _ buon isolamento termico in estate grazie all’alta capacità riflettente; _ buona resistenza ai sismi grazie alla sua massa leggera. PRINCIPALI MATERIALI PER L’ARCHITETTURA TESSILE: LE PRESTAZIONI3 TIPO DI TESSUTO Poliestere/PVC Poliestere/PVC Vetro/PTFE Vetro/silicone PTFE/PTFE Tipo di finitura acrilico PVDF _ _ _ superficiale Durata garantita 10 15 30 20 30 (anni) Resistenza •• ••• ••••• •••• ••••• all’invecchiamento, max ••••• Resistenza allo • •• ••••• •• ••• sporco, max ••••• Traslucenza 12% 12% 14% 20-40% 20-40% Resistenza al fuoco, ••• ••• •••• ••••• ••••• max ••••• Resistenza alla piega- •••• ••• • •• ••••• tura, max ••••• Metodo di saldatura ad alta frequenza ad alta frequenza a caldo a caldo con nastro a caldo o ad alta adesivo frequenza Costo molto basso basso alto medio medio alto Applicazione trasportabili temporanee permanenti permanenti trasformabili consigliata industriali retrattili Massimiliano Fuksas, Dorina Fuksas, Zenith, Strasburgo, Francia, 2008, membrana tessile in vetro/silicone 3 Heindrum Bögner-Balz, Alessandra Zanelli, a cura di, Ephemerl Architecture. Time and texiles, Proceedings of Tensinet Symposium 2007, 16-18 Aprile 2007, Politecnico di Milano, Clup, 2007, p.43
    • Le membrane possono essere costituite da diversi materiali, ognuno dei quali con proprie specifiche possibilità e propri limiti: 1. tessuto spalmato; 2. tessuto non spalmato; 3. film. Tessuti spalmati I tessuti spalmati sono il materiale più usato per le membrane. Il tessuto di base è prodotto con fibre ad altissima resistenza e spalmato da entrambi i lati. In tal modo è protetto dai raggi UV (in caso di tessuto in poliestere), dall’umidità (in caso di tessuto in fibra di vetro), dallo smog, dagli agenti inquinanti e diventa impermeabile. Il tessuto in poliestere, spalmato con PVC, è normalmente utilizzato per piccole e grandi luci, ma ha una durata limitata nel tempo rispetto ai materiali convenzionali. Attraverso un’ulteriore spalmatura sulla superficie, il tessuto in poliestere, spalmato con PVC, può essere protetto dallo smog e dagli agenti inquinanti, rendendo più duratura sia l’immagine esteriore sia l’utilizzabilità. Le spalmature possono essere effettuate con lacca acrilica, con polivinilidenfluoruro (PVDF) e con rivestimenti Tediar®. Il tessuto in fibra di vetro, spalmato di Teflon® (PTFE), è il tessuto standard per le strutture che necessitano di un’alta resistenza e una durata nel tempo paragonabile a quella dei materiali edilizi convenzionali. Le fibre utilizzate sono rivestite con un tessuto protettivo e nella maggior parte dei casi sono le seguenti: - fibra di poliestere (Trevira, Terylene, Dacron); - fibra di composti vinilici (Vinylon); - fibra di vetro (Fiberglass); - fibre di composti poliammidici (Nylon). I tipi di spalmatura (rivestimento) più utilizzati sono: - spalmatura in PVC (polivinilcloruro); - spalmatura in composti della famiglia delle gomme sintetiche: cloroprene (Neoprene), cloruro di polivinile (PVC), polietilene e clorosulfanato, politetrafluoruroetiliene PTFE, polifluoro-carbonio (Teflon). I tessuti esistenti ad oggi maggiormente utilizzati sono: - tessuti in fibra poliestere PET rivestiti con PVC; - tessuti in fibra poliestere rivestite con PVC e Tediar® (fluoro di polivinile) più laccatura di polivinile e fluoruro PVF; - tessuti in fibra poliestere PET. Tessuti non spalmati Sono molto flessibili, ma poco impermeabili, così come limitati nella durata nel tempo e nella resistenza; sono soprattutto di cotone e di PTFE. I Film I film si distinguono per la grande rigidezza. La loro alta trasparenza, unita alla traslucidità, non è raggiunta da nessun altro materiale di membrana. La durata dei film in PVC è limitata, mentre per quelli in etilentetrafluoroetilene (ETFE) è molto alta. CARATTERISTICHE MECCANICHE DELLE MEMBRANE Tessuto Rivestimento N° fibre/cm Tens. di Rott. (N/cm) All. a Rott. (%) Modulo E (N/cm) vinilico gomma sintetica 6/16 1330/1370 28/27 4750/4900 vinilico PVC 18/14 580/530 25/19 2350/2800 vinilico PVC 18/13 530/460 33/25 1440/- poliestere gomma sintetica 8/9 1330/1330 30/30 4440/4440 fibra di vetro PTFE 7/11 1300/1000 4.7/8.9 35000/25000 poliestere PVC 9.5/9.5 660/620 14/20 -/- poliestere PVC 14/15 1000/1000 15/23 -/- Kevlar PVC _/_ 6000/5500 2,4/2,4 160000/150000
    • La scelta delle membrane da utilizzare dipende dalla tipologia dell’edificio che si sta progettando; per un edificio temporaneo o stagionale, il quale deve essere assemblato e dissassemblato con regolarità, bisogna orientarsi verso la scelta di membrane tessili e supporti di dimensioni e peso contenuti. Da tenere presente che in genere i tessuti vengono prodotti in larghezze che variano tra i 2 e i 5 metri e quindi nella progettazione bisogna tener presente che ci dovrà essere la fase in cui la membrana verrà decomposta e sagomata in modo da assecondare le caratteristiche produttive dell’azienda che fornirà il materiale e i metodi di saldatura. Le tecniche di giunzione variano a seconda dei materiali è possono essere fatta attraverso: - cucitura; - saldatura: termica o ad alta frequenza; - incollaggio-impiego di adesivi; - sistemi misti (cucitura-saldatura, usate soprattutto nelle presso strutture). Se il progetto prevede una grande metratura di membrana dovrà essere presa in considerazione la possibilità di unire varie parti di membrana direttamente in loco. In genere poi bisogna pensare che è utile prevedere un rinforzo per il bordo delle membrane, attraverso l’utilizzo di materiale anche fatto della stessa fibra del tessuto della membrana stessa, in modo da mantenere una omogeneità nel comportamento meccanico. Utilizzare le membrane per la copertura offre, ad esempio, accanto ai “vantaggi della membrana”, anche la possibilità di risparmio energetico, per l’illuminazione e per la climatizzazione, secondo il luogo e la necessità: le membrane, lasciando trasparire la luce, di solito non richiedono l’illuminazione artificiale durante il giorno, e così non occorre neppure condizionare l’ambiente. La climatizzazione non è d’altra parte necessaria nemmeno in zone climatiche calde, poiché possono essere facilmente inserite delle aperture per l’aerazione e, utilizzando un tessuto in fibra di vetro e politetrafluoroetilene (PTFE), gran parte dell’irraggiamento viene riflesso dal tetto.
    • REPORT Location...............................................Medina, Arabia Saudita Data......................................................1992 Committenti........................................SBG Saudi Binladin Group, Jeddah Architetti............................................. progetto generale: Dr. Kamal Ismail Membrana: Architekturbiiro Dr. Bodo Rasch Ingegneri strutturisti.........................SL Sonderkonstruktionen und Leichtbau GmbH Statica: Buro Happold Consulenti specializzati.....................climatizzazione: Fa. Krantz, Dr.-ing.Haaf Supervistone tempi e costi: Buro Happold + SL Sondakonstruktionen und Leichtbau GmbH Appaltatore.........................................Saudi Binladin Group Subappaltatore...................................SL Sonderkonstruktionen und Leichtbau GmbH Membrana..........................................KOIT High-tex GmbH Meccanica e acciaio:.........................Liebherr-Werk Ehingen GmbH Per la realizzazione di una copertura per le corti della moschea del Profeta a Medina, dove si radunano ogni giorno decine di migliaia di fedeli, era necessario sviluppare un progetto che migliorasse le condizioni climatiche, senza far perdere all’ambiente che le circonda la propria identità. La soluzione ha previsto l’installazione di 12 grandi ombrelloni mobili di 17m x 18me alti 14m, che si inseriscono perfettamente nella corte interna rispettandone le proporzioni. Sei parasoli che si aprono tra i pilastri e il porticato che circonda la corte, riproducono l’effetto delle volte traslucide grazie alla membrana a forma di imbuto. La climatizzazione avviene regolando la chiusura e l’apertura idraulica degli ombrelloni evitando in tal modo forti sbalzi termici che incidono sul clima di tutto l’edificio. In estate, gli ombrelloni aperti durante il giorno, creano nella corte la penombra e, grazie al bianco tessuto di PTFE della membrana, riflettono la maggior parte dell’irradiazione solare incidente; durante la notte, gli ombrelloni chiusi permetto alle superfici calde dell’edificio di rilasciare l’energia accumulata. In inverno, quando la temperatura media è relativamente bassa, gli ombrelloni aperti durante la notte evitano che l’edificio disperda troppo calore, mentre, chiusi durante il giorno, permettono ai raggi del sole invernale di raggiungere l’interno della corte e di riscaldarla. L’apertura e la chiusura degli ombrelloni è regolata elettronicamente attraverso un computer in funzione della posizione del sole, della stagione, della temperatura esterna, del vento e della nuvolosità. Durante la stagione estiva, quando la temperatura dell’aria può superare i 45°C all’ombra, il sistema di ombrelloni è affiancato da un impianto di condizionamento che rende più confortevole l’ambiente all’interno della corte. Quando piove poi, l’acqua corre lungo la forma a imbuto della membrana ed è incanalata a terra tramite la colonna. In ogni parasole sono installate 4 luci che illuminano la corte durante la notte. Nella fase di progettazione è stata posta particolare attenzione alla forma della struttura del parasole chiuso e alle pieghe della membrana. Lungo i bracci a sbalzo sono stati posti lembi di protezione particolarmente leggeri, di laminato di resina sintetica rinforzato con fibre di carbonio che si muovono grazie ad un meccanismo di aste e cerniere azionato dai bracci stessi. Quando l’ombrellone è chiuso i lembi formano, insieme al rivestimento metallico dei bracci superiori, un involucro rigido per la membrana.
    • Oltre alle applicazioni tensostrutturali, cioè membrane tensionate e stabilizzate mediante l’azione di pretensione meccanica, le membrane tessili trovano utilizzo anche nelle pressostrutture, strutture curvate a forma di sfera e stabilizzate mediante pressurizzazione dell’acqua o dell’aria. La differenza di pressione è generata da compressori che immettono l’aria in una membrana chiusa ermeticamente. In genere non c’è bisogno di elementi di supporto, ma, se sottoposte a condizioni di carico non uniformi e dissimetriche dovute al vento o alla neve, si destabilizzano. Questo tipo di strutture hanno trovato impiego anche nelle applicazioni a supporto dell’emergenza. Molte ditte produttrici di tende campali per uso civile o militare, hanno progettato strutture pressurizzate che fungono da sostegno strutturale alla membrana di copertura. Tenda pneumatica Un esempio di applicazioni degli elementi pressurizzati in architettura è il rivestimento a membrana variabile Texlon, in ETFE (etilene-tetra-fluore-etilene), costituito da un insieme di cuscini pneumatici bloccati da estrusi in alluminio. La particolarità di questo prodotto sta nel fatto che mediante l’impressione di particolari motivi grafici sulle membrane dei diversi strati i materiale e grazie a sistemi pneumatici, è possibili variare la sovrapposizione dei grafismi modificando l’irraggiamento e la luminosità degli spazi. I sensori solari e della temperatura determinano la pressurizzazione delle camere d’aria superiori consentendo alla luce di penetrare; con l’aumento della temperatura e dell’irraggiamento le camere d’aria inferiori vengono pressurizzate in modo da ridurre il livello di irraggiamento. PTW, The Water Cube National Aquatics Center; Beijing, Cina
    • REPORT Location...............................................Esslingen, Germania Data........................................................1996-2000 Committenti........................................Festo KG Architetti............................................. Festo Corporate Design Rasch Festo è azienda leader nella produzione di membrane pressostrutturali che per dimostrarne le possibilità dei nuovi materiali, nel 1996 fece realizzare dagli architetti consulenti della ditta un padiglione dimostrativo. Lo scopo era quello di pubblicizzare la air-tecture, cioè l’architettura che ha come elemento strutturale l’aria. Per questo anche il design del padiglione non doveva avere precedenti. Con un area di 375m2, 6 metri di altezza, è una delle prime pressostrutture in cui tutti gli elementi (330) sono ben distinti e pressurizzati separatamente. Spiccano le particolari colonne a forma di Y derivanti dalla forma delle ali della libellula, le quali, ancorate a terra, sorreggono la copertura. Grazie alla particolare geometria, in cui zone di pressione e depressione creano una piastra rigida, e alla pressione di esercizio di circa 1bar, la stessa copertura può sorreggere carichi di circa 50kg/m2. Le pareti sono realizzate con due membrane in poliammide con camera d’aria interposta di 200mm e ad una pressione di 0,5 bar. La luminosità interna è garantita da fasce verticali e orizzontali in copertura, poste a intervalli regolari, in film Velaglas trasparente, una nuova membrana derivata dall’alterazione chimica della gomma naturale. Cavi in acciaio sono necessari per mantenere distanziate le colonne esterne di sostegno e per garantire la stabilità del manufatto.
    • Riassumendo, le membrane hanno quindi delle qualità che ben si adattano ai concetti guida di questa tesi (trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità): - leggerezza del materiale; - traslucenza: in questo modo si può garantire l’apporto necessario di luce solare; - flessibilità: possibilità di deformazione sotto carico senza comportare danneggiamenti; - funzionalità: nell’utilizzo e nella manutenzione; - protezione dagli agenti atmosferici; - mobilità e temporaneità: la leggerezza e la flessibilità del materiale permettono a strutture con membrane di essere facilmente trasportate e montate; - adattabilità e trasformabilità: nella sistemazione spaziale e nelle variazioni climatiche.
    • Passi avanti sono stati fatti anche nel controllo del comportamento termico delle membrane, in genere per fare ciò si aumentano gli strati tessili che costituiscono la pelle dell’involucro; questo però riduce le proprietà di trasparenza. Tale perdita può essere motivata dai fattori positivi come: la riduzione del trasferimento di calore, la riduzione del rischio di condensa sullo strato più interno, il miglioramento delle prestazioni acustiche e il potenziamento della resistenza al fuoco. In genere negli involucri multistrato viene lasciata una lama d’aria di circa 100-500mm e, per evitare la formazione di condensa, quando una tensostruttura è composta da una membrana multistrato, è possibile ventilare la camera d’aria interposta, indipendentemente dalle condizioni di comfort interno richiesto; questo permette anche di rimuovere l’eccessivo calore solare che durante le stagioni calde surriscalda la parte esterna della membrana. Ora però l’intercapedine può essere riempita con altri materiale che offrono prestazioni nettamente superiori. Uno di questi materiali è l’Aerogel. L’aerogel, come i materiali a cambiamento di fase, è un nanomateriale, cioè creato dalla manipolazione su scala nanometrica dei propri componenti: molecole, atomi. A seconda delle dimensioni spaziali d’ordine nanometrico avremo: film, lamelle (una dimensione nanometrica), nanotubi, nanofili (due dimensioni nanometriche), nanoparticelle con tre dimensioni nanometriche. L’aerogel, conosciuto anche con il nome di “frozen smoke”, cioè fumo ghiacciato, è la sostanza solida meno densa, cioè più leggera al metro cubo esistente al mondo. Per un paragone si pensi che l’aerogel ha una densità dell’ordine di 1 mg/cm3, mentre quella dell’aria è di 1,2 mg/cm3 (si veda il filmato su: http://w1.cabot-corp.com/controller.jsp?entry=product&N=23 +4294967252+1000) L’aerogel di silice riesce a sopportare grandi carichi; campione di aerogel di silice Le prime molecole di Aerogel, definito come la struttura rimanente di un alcolgel nel quale la parte liquida viene rimossa senza intaccare appunto la struttura primaria, furono create nel 1931 da Steven Kistel. La ricerca era basata sull’idea di poter creare un gel in cui era stata tolta tutta la componente liquida lasciandone inalterata la struttura molecolare. I primi tentativi prevedevano che la parte liquida del gel venisse fatta semplicemente asciugare, ma in questo modo la struttura collassava. Kistel intuì che la parte solida del gel dovesse essere microporosa e che nel momento dell’evaporazione della parte solida quest’ultima dovesse esercitare delle forze di tensione superficiale che distruggessero la struttura dei pori; bisognava quindi sostituire il liquido con aria. Per la produzione di aerogel possono essere utilizzati materiali diversi ma il più comune è il gel di silice. In questo gel le particelle componenti la struttura sono di anidride silicica, lo stesso materiale che costituisce la sabbia e il vetro, che ha la caratteristica di avere moltissimi e soprattutto piccoli pori.
    • L’aerogel di silice consiste, a livello microscopico, in atomi di ossigeno e silicio vincolati in lunghe serie che poi vengono collegate casualmente lasciando delle sacche d’aria tra esse di circa 100nm (ma che possono variare a seconda del metodo di produzione). L’aerogel visto al microscopio elettronico Specificatamente il processo inizia mescolando un alcol liquido come l’etanolo un precursore Si(OR)4 (alcossido di silicio) che porta alla formazione di gel di silice (sol-gel). Il processo infatti definito “sol-gel” implica il passaggio da una fase liquida di sol a una fase solida di gel. Dal gel di silice, attraverso un processo definito essiccamento supercritico, l’alcol viene rimosso dallo stesso gel. Ciò viene tipicamente realizzato utilizzando acetone, che solubilizza l’etanolo per poi venire entrambe rimossi dalla CO2 supercritica. Il risultato finale consiste nella rimozione di tutta la fase liquida dal gel che viene rimpiazzata da gas, senza permettere all’in- tera struttura del gel un collasso o una diminuzione del proprio volume. Supercritical Process, fonte Cabot Corporation
    • Il gel può anche essere addizionato di sostanze dopanti con lo scopo di conferire particolari proprietà al solido vetroso ottenuto. Può essere sfruttato in diversi ambiti produttivi, tra i quali la produzione di ceramiche, la fabbricazione di pezzi per colatura del fuso, per la produzione di aerogel e rivestimenti molto sottili di ossidi metallici. A seconda dei diversi tipi di precursore che portano alla formazione del gel di silice, l’aerogel finale avrà diverse caratteristiche: - Diversa conducibilità termica: precursore conducibilità termica [ W/mK ] TEOS tetraethylorthosilicate 0.060 TMOS polyethoxydisiloxane 0.020 PEDS tetramethoxyorthosilicate 0.015 - Diversa trasmissione ottica: Fotografia dei campioni di aerogel di silice utilizzando i diversi precursori: (a) TEOS, (b) TMOS and (c) PEDS, fonte: P.B. Wagh, R. Begag, G.M. Pajonk, A. Venkateswara Rao, D. Haranath, Comparison of some physical properties of silica aerogel monoliths synthesized by different precursors, Material Chemi- stry and Physics, n° 57,1999, pagg. 214-218 Le principali proprietà dell’aerogel, che al tatto si presenta come una schiuma leggera ma rigida, sono strettamente collegate con la sua struttura molecolare. Esse sono: - elevata superficie, elevata porosità, bassa densità: per la sua stessa struttura molecolare; - resistenza alla compressione: riesce a sopportare una forza di compressione di 400 volte il suo peso; - isolamento termico: gli aerogel sono ottimi isolanti termici sia per la struttura interna, sia, per il caso degli aerogel di silice, per la scarsa conduttività del silice stesso, quelli di carbonio, invece per la capacità di assorbire la radiazione infrarossa; - isolamento acustico: gli aerogel hanno la capacità di controllo del suono dovuta alla bassa velocità di propagazione delle onde sonore aerotrasportate attraverso il mezzo poroso e la bassa trasmissione di vibrazione solida a causa della struttura tenue; - friabilità: cercando di piegare una lastra di aerogel, questo si spezza facilmente; - forte essicante: a causa della sua natura igroscopica; - idrofobo: se trattati attraverso processi chimici, in quanto inizialmente sono idrofili. I trattamenti idrofobi possono riguardare solo la parte superficiale o anche quella interna; è facile immaginare che quelli trattati anche nella parte interna sono meno suscettibili al degrado. Questi tipi di trattamenti favoriscono le lavorazioni successive, come il taglio ad acqua; - colorazione: essendo costituito per gran parte da aria, l’aerogel è semitrasparente. Il colore azzurrognolo è dovuto al feno meno chiamato scattering Rayleigh, cioè la diffusione di un’onda luminosa provocata da particelle più piccole della lunghezza d’onda dell’onda stessa. I principali tipi di aerogel sono: - Aerogel di silice: è il tipo più comune, e quello trattato in questa tesi, e anche quello che ha più applicazioni. Grazie alla caratteristica di assorbire fortemente la radiazione infrarossa, l’ottimo isolamento termico e la sempre maggior trasparenza, negli ultimi anni nell’ambito architettonico viene sperimentato e prodotto all’interno di elementi quali le finestre, i lucernai, ecc. La conducibilità termica è estremamente bassa (da 0,03 W/mK a 0,004 W/mK), la densità è di 1 mg/cm3. Lastre di aerogel sono usate nello spazio come raccoglitori di polvere di comete. - Aerogel di carbonio: la densità è compresa tra 0,25 e 0,8 g/cm3. L’areogel di carbonio viene prodotto anche in fogli come conduttore elettrico. Assorbendo la radiazione infrarossa compresa tra 250 e 14,3 μm, viene utilizzato per immaganizzare l’energia solare. - Aerogel di allumina: composti da ossido di alluminio, questi aerogel trovano applicazione come catalizzatori e nel caso di quelli di nichel-allumina sono utilizzati dalla NASA per catturare le particelle spaziali iperveloci.
    • - Calcogel: sono ottenuti dalle sostanze calcogene come il platino; hanno la caratteristica di assorbire i metalli pesanti e le loro future applicazioni guardano verso la possibilità di utilizzarli nella depurazione delle acque inquinate da mercurio, piombo e cadmio. - SEAgel: Il SEAgel (Safe Emulsion Agar gel, ovvero “emulsione sicura di gel di agar”) è stato creato da Robert Morrison del Lawrence Lawrence Livermore National Laboratory (un laboratorio di ricerca dell’United States Department of Energy gestito dall’University of California) nel 1992 . È un eccellente isolante termico con densità di 1-500 mg/cm3. Viene prodotto utilizzando l’agar, un carboidrato ottenuto dall’alga bruna kelp (Laminaria Japonica) e dalle alghe rosse, e per questo motivo è completamente biodegradabile. L’AEROGEL DI SILICE Una delle proprietà più interessanti a livello architettonico degli aerogel è quella di essere buoni isolanti termici. In realtà negli anni ’30, all’epoca della loro scoperta, questa proprietà non era vista come quella fondamentale, ma dagli anni ’80, con il crescente interesse verso le questioni ambientali, il risparmio energetico e l’abbattimento delle emissioni di clorofluorocarburi, ha riscosso nuovamente l’interesse degli scienziati. Infatti si profilava l’idea di sostituire i vecchi sistemi di isolamento garantendo maggior efficienza e un maggior rispetto ambientale. L’aerogel su cui si è rivolta la ricerca scientifica e di cui oggi possiamo avere i primi prodotti finiti anche nell’ambito architettonico è l’aerogel di silice. Le proprietà dell’aerogel di silice sono soggette a variazione a seconda del metodo di produzione dell’aerogel e dei trattamenti di post-produzione. Oltre alle proprietà precedentemente citate se ne aggiungono di seguito altre che possono essere interessanti per considerazioni architettoniche: Proprietà Valore Note Densità 0.003-0.35 g/cm3 La più comune è di ~0.1 g/cm3 Superficie interna 600-1000 m2/g Percentuale solida 0.13-15% Generalmente 5% (95% di spazio libero) Diametro dei pori ~20 nm Diametro delle particelle primarie 2-5 nm Indice di rifrazione 1.0-1.05 Molto bassa per un materiale solido Coefficiente di espansione termica 2.0-4.0 x 10-6 Determinata usando metodi ultrasonici Modulo di Young 106-107 N/m2 Resistenza alla trazione 16 KPa Con densità di 0.1 g/cm3. Alla conducibilità di un materiale isolante contribuiscono: - la conducibilità solida; - la conducibilità gassosa; - la radiazione termica. La somma di questi tre meccanismi dà la conduttività termica totale di un materiale. Nel caso degli aerogel di silice, contenendo una percentuale solida molto bassa, una composizione delle catene molecolari terminanti molto spesso senza un unione ad altre catene (dead-ends) e con andamento tortuoso, permette che la conduttività termica venga ridotta di molto rispetto a un ma- teriale solido. I pori hanno dimensione minore della lunghezza d’onda della radiazione solare e della lunghezza dei percorso del movimento libero delle molecole d’aria, cosicché la conduzione termica è inferiore a quel- la dell’aria immobile. Tipicamente gli aerogel di silicie hanno una conduttività termica totale di circa 0,017 W/mK, circa R 10/inc nel sistema di misurazione anglosassone, ma si possono raggiungere anche valori di R 12 (nella scala di valori R, più è alto il valore, più il materiale ha proprietà isolanti).
    • Materiale Conducibilità termica (W/mK) Acciaio da costruzione 50 Calcestruzzo normale 2,1 Mattoni pieni 0.96 Vetro 0.8 Poliuretano 0,35-0,58 Legname di latifoglie 0.2 Polistirolo 0,13-0,16 Aria 0,024 Anidride carbonica 0,016 Vuoto 0 Un vantaggio degli aerogel di silice per le applicazioni come materiale isolante è la sempre maggiore trasparenza che permette l’uso nelle vetrocamere delle finestre o in pannelli di lucernai. Infatti il caratteristico colore azzurrastro è stato già eliminato producendo gli aerogel in ambiente microgravitazionale, nel quale si possono ottenere particelle di dimensioni più uniformi che riducono lo scattering Rayleigh. La produzione industriale degli aerogel è iniziata attorno al 2000 e solo negli ultimi anni sono iniziate le applicazioni in campo architettonico. Le aziende che per prime hanno investito sperimentato nel campo degli aerogel sono la BASF, la Airglass, l’Armstromg, l’Aerojet e la Cabot Corporation. _ Proprietà, caratteristiche ed applicazioni dell’areogel, tratto da: Lawrence W. Hrubesh, Aerogel applications, Journal of Non-Crystalline Solids, n° 225, 1998, pagg. 335-342 Property Features Applications thermal conductivity • best insulating solid • architectural and appliance insulation, • transparent portable coolers, transport vehicles, • high temperature pipes, cryogenic, skylights • lightweight • space vehicles and probes, casting molds density/porosity • lightest synthetic solid • catalysts, sorbers, sensors, fuel Storage, • homogeneous ion exchange • high specific surf, area • targets for ICF, X-ray lasers • multiple compositions optical • low refractive index solid • Cherenkov detectors, lightweight optics, • transparent lightguides, special effect optics • multiple compositions acoustic • lowest sound speed • impedance matchers for transducers, range finders, speakers mechanical • elastic • energy absorber, hypervelocity particle • lightweight trap electrical • lowest dielectric constant • dielectrics for ICs, spacers for vacuum • high dielectric strength electrodes, vacuum display spacers. • high surface area • capacitors
    • _ Campi di applicazione dei prodotti contenenti aerogel, tratto da: M. Schmidt, F. Schwertfeger, Application for silica aerogel products, Journal of Non-Crystalline Solids, n° 225,1998, pagg. 364-368 _ Coefficiente di assorbimento acustico per differenti dimensioni delle particelle componenti l’aerogel in relazione alla frequenza del suono, tratto da: M. Schmidt, F. Schwertfeger, Application for silica aerogel products, Journal of Non-Crystalline Solids, n° 225,1998, pagg. 364-368 _ Coefficiente di assorbimento acustico e coefficiente della resistenza termica di diversi materiali con uno spessore di 20mm, tratto da: M. Schmidt, F. Schwertfeger, Application for silica aerogel products, Journal of Non-Crystalline Solids, n° 225,1998, pagg. 364-368
    • Attualmente l’aerogel Nanogel viene già sperimenatato in architettura per migliorare le prestazioni di alcuni prodotti come: - pannelli strutturali compositi - pannelli in policarbonato e sistemi di coperture trasparenti - sistemi vetrati e nell’ultimo anno lo si è applicato anche a - membrane tensostrutturali, con il prodotto Tensotherm™ prodotto dalla Birdair che verrà di seguito analizzato essendo un materiale utilizzato nel progetto di tesi. Kalwall, pannelli sandwich traslucidi Scobatherm, pannelli isolanti traslucidi
    • Documento WIPO (World Intellectual Property Organization ) sul brevetto del Nanogel (aerogel di silice) della Cabot Corporation
    • REPORT Attualmente la ditta che produce una membrana con aerogel è la Birdair. Il nome commerciale della membrana è Tensotherm™ ed è composta da due membrane esterne di PTFE, le quali proteggono lo stato isolante di aerogel di silicio ( in questo caso è il Nanogel® della Cabot Corporation). Dalla documentazione ricevuta direttamente dalla ditta Americana (Amherst, NY) si nota come il prodotto venga presentato come altamente performante: “with the most efficient insulation material” . A corredo ti tale informazione vi un è una tabella di comparazione delle proprietà isolanti tra l’aerogel e gli altri materiali comunemente usati. Insulation Values of Existing Building Insulation Products (valus are per 1inch/25mm of material) Materiale R-value Aerogel 8 Mineral wood 4 Loose-Fill cellulose 3,5 circa Fiberglass Blanket 3 Rockwool poco meno di 3 Perlite 2,5 I valori sono espressi tramite i’ R-Value, tipico del sistema anglosassone, il quale viene definito tramite h•ft2•F/Btu. La definizione del valore R si basa sull’apparente conducibilità termica, la quale descrive il calore trasmesso da tutti e tre i meccanismi: conduzione, radiazione e convezione. Il fattore di conversione per poter comparare i dati americani con quelli europei espressi in resistenza termica è. 1 F•h•ft2/Btu = 0.1761 Km2/W (o 5.67446 F•h•ft2/Btu = 1 Km2/W) 4 http://www.reuters.com/article/pressRelease/idUS240388+09-May-2008+PRN20080509
    • REPORT Nei depliant informativi mancano delle specifiche precise riguardo il prodotto Tensotherm™, non viene indicato un R-value preciso, solamente dai comunicati stampa è possibile scoprirlo: “The composite fabric system is less than two inches thick, yet it has an insulation value of R-12, meeting Virginia energy codes.”4 Quindi convertendo in unità europee abbiamo che la membrana Tensotherm™ ha una resistenza termica di 2,1 Km2/W. È interessante paragonare tale risultato con le caratteristiche del materiale più utilizzato attualmente nell’isolamento: il pan- nello termoisolante in polistirene espanso. In questo caso si sono prese a riferimento le tabelle della Basf. I valori di resistenza termica più vicini a quello della membrana della Birdair sono: - a ribasso: 1,80 - a rialzo: 2, 3 Nel primo caso tale risultato è ottenuto grazie a pannelli di spessore non inferiore ai 60mm; nel secondo caso il valore prevede un pannello dello spessore non inferiore ad 80mm. Quindi la membrana Tensotherm™ della Birdair può vantare un’alta resistenza termica su uno spessore di pochi millimetri, 0,5 pollici pari a 12,7 millimetri, riducendo di un quinto lo spessore di materiale che sarebbe necessario utilizzando il polistirene espanso. Disegno illustrativo della membrana Tensotherm e tabella delle caratteristiche dei pannelli di polistirene espanso della BASF Da non dimenticare poi che la membrana Tensotherm™ ha anche proprietà di leggerezza (dovute anche all’inconsistenza dell’aerogel), della traslucenza (garantendo l’apporto della luce solare all’interno ma bloccando la radiazione infrarossa), può essere modellato a seconda della creatività del progettista essendo flessibile. Resistente agli agenti atmosferici, impermeabi- le, e garantisce un ottimo isolamento acustico. Purtroppo, anche dopo solleciti, la Birdair non ha fornito il peso preciso della membrana, ma da un calcolo con il campione di membrana, si è potuto approssimare il valore di 2kg/mq. Dalla veloce lettura di questi dati si può capire come tale membrana offra ai progettisti delle prestazioni di alto livello con un apporto di materiale minimo.
    • REPORT Per le caratteristiche sopra elencate, si è deciso di impiegare nel progetto di struttura medica mobile per le emergenze questo materiale, in modo da garantire allo stesso tempo sia la leggerezza della struttura mobile sia un comfort interno elevato, assolutamente migliore delle attuali soluzioni garantite dalle strutture attendate per l’emergenza. Attualmente si conosce solo un progetto che dalla data di commercializzazione del prodotto (inizio 2008) utilizza la membrana Tensoterm™, è quello per il rifacimento della copertura del Dadmon Athletic Center, alla Radford University, VA,. Tale cantiere è ancora in corso. “Cabot Aerogel and Birdair, Inc., Announce First New TensothermTM with Nanogel® Aerogel Fabric Membrane Roof Installation Dedmon Athletic Center in VA Selects New Insulated Fabric Roofing System For Energy Efficiency, Comfort and Design Ae- sthetics” Dadmon Athletic Center, Radford University, VA, USA La Birdair sottolinea come con la membrana Tensotherm™ rispetta i principi della progettazione sostenibile, non solo per il grande coefficiente di isolamento termico, ma anche perchè il materiale con cui è composta è completamente riciclabile. Schema del funzionamento della membrana Naturalmente il prodotto è anche idrorepellente e l’azienda da la garanzia che la membrana può resistere a condizioni climatiche estreme senza danneggiarsi e richiederne la sostituzione.
    • REPORT DEFINIZIONI Conducibilità termica: lambda;[ W/mK ]; la conducibilità termica è una caratteristica specifica dei materiali. Indica il flusso di calore che con una differenza di temperatura di 1 K passa attraverso uno strato di un materiale di area pari a 1m2 e spesso 1m. Tanto minore è la conducibilità, tanto migliore è la capacità isolante. Il valore lambda, in quanto valore di laboratorio, si riferisce a materiali asciutti.1 Coefficiente di trasmissione termica: U; [ W/m2K ]; il valore U definisce la quantità di calore che passa attraverso 1m2 di un materiale quando la differenza di temperatura degli starti di aria confinanti sui due lati è pari a 1K e vengono considerate dalle resistenze alla convenzione termica tra strati di aria e materiale dell’elemento di fabbrica. Il valore U è necessario per la determinazione delle perdite di calore dovute alla trasmissione. 2 Più il valore è basso, migliore è l’isolamento. Resistenza alla trasmissione termica: R; [ Km2/W ]; la resistenza alla trasmissione termica è composta dalla resistenza alla conducibilità termica di un elemento di fabbrica e la resistenza alla convezione termica all’interno e all’esterno. È il reciproco del coefficiente di trasmissione termica. 3 Nel sistema metrico anglosassone il valore R ha unità di misura [ ft2°F h/Btu ] e il fattore di conversione è: 1 ft2°F h/Btu ≈ 0.1761 Km2/W 1, 2, 3 Hegger Auch-Schwelk, Fuchs Rosenkranz, Atlante dei materiali, Utet, 2005, Monaco
    • Un ulteriore incremento delle caratteristiche isolanti dell’aerogel potrebbe venire dall’accoppiamento di questo con materiali a cambiamento di fase. Esiste già un brevetto per questo tipo di applicazione (WO/2007/014284). I Pcm, “Phase changing material”, sono accumulatori di calore che sfruttano il fenomeno fisico della transazione di fase per assorbire il calore latente, immagazzinare un’elevata quantità di energia, mantenendo costante la propria temperatura e restituendo il calore all’esterno durante un abbassamento successivo di temperatura. Il calore latente è la quantità di energia che viene assorbita o rilasciata da un materiale quando cambia la sua fase mediante fusione o cristallizzazione, cioè quando raggiunge quelle temperature alle quali passa da uno stato all’altro. L’accumulo può essere realizzato attraverso il passaggio tra le fasi solido-solido, solido-liquido, solido-gassoso e liquido-gassoso. L’unico cambio di fase usato per i PCM è la transizione tra solido-liquido. Cambi di fase di liquido-gassoso non sono generalmente usati a causa dei grandi volumi o delle alte pressioni necessarie. I cambi di fase solido-solidi sono tipicamente molto lenti e hanno un calore basso di trasformazione. Fotografia al microscopio elettronico di particelle di materiale a cambiamento di fase dal diametro di 10-15micron Lo studio dei materiali a cambiamento di fase è interessante se si pensa di accoppiarli all’energia solare, cioè ricavare energia dalla radiazione solare per poi immagazzinarla in questi stessi materiali. È necessario scegliere il PCM più idoneo affinché il range di fusione e di cristallizzazione coincida con la banda di esercizio delle temperature della fonte di calore. In genere è possibile ripetere infinite volte il processo di cambiamento di fase senza aver perdite di resa del materiale. I principali tipi di materiali a cambiamento di fase sono: - le paraffine: hanno un range di temperature ampio, sono integrabili con i materiali da costruzione, sono chimicamente stabili, sono riciclabili. - Gli acidi grassi: range di temperature molto simile a quelle delle paraffine, ma il costo è circa il doppio. - I sali idrati: hanno grande capacità di stoccaggio, basso costo, non infiammabili. Negli ultimi anni in commercio sono presenti varie forme di PCM: in polvere, incapsulati, in tubi o in pannelli di fibra.. I materiali che contengono i Pcm possono essere diversi: cartongesso, legno, intonaco, plexiglas, e possono essere applicati anche in soluzioni impiantistiche, quali riscaldamento, raffrescamento, collettori solari e scambiatori di calore. La qualità di questi materiali è di essere termoregolanti, ottimizzano cioè le fluttuazioni giornaliere della temperatura attraverso la riduzione dei picchi di calore interni, consentendo un effettivo risparmio energetico e di climatizzazione dell’ambiente. La BASF produce Micronal® PCM microcapsule applicate sia a intonaci che a pannelli (SmartBoard™) che combinano un’elevata inerzia termica e una bassa conduttività, pur avendo uno spessore molto ridotto, di 15 mm, Conducibilità termica, U: 0,18 W/m2K, sia capsule. “All’interno delle capsule è immagazzinata della cera il cui punto di fusione è tra i 22 e i 26°C, quindi temperature confortevoli. Quando la cera si fonde, l’energia, ossia il calore solare, viene consumata e fa sì che la temperatura nella stanza non aumenti. … Analogamente, quando fa freddo, grazie alla cera contenuta nell’intonaco, la temperatura interna rimane costante: quando la temperatura diminuisce la cera si solidifica e rilascia calore. … Al fine di poter realmente mescolare gli accumulatori di calore latente nell’intonaco, gli stessi devono essere protetti. Affinchè la cera liquida non sgoccioli dall’intonaco, essa viene inserita in capsule con un involucro di plastica, le cosiddette
    • microcapsule.Tali capsule sono prodotte sotto forma di dispersione acquosa o di polvere. Grazie a questo procedimenti le microcapsule Micronal® PCM possono venire introdotte nei materiali da costruzione.” 1 Basf, sfere di materiale a cambiamento di fase all’interno dell’intonaco Nel brevetto WO/2007/014284, il nuovo materiale inventato da Stanley Lawton grazie ai finanziamenti della Boing, prevede la miscelazione tra aerogel e materiali a cambiamento fase attraverso un legante formante la matrice che provvede a trattenere assieme le varie particelle. Il materiale a cambiamento di fase è capace di immagazzinare energia termica come calore latente. L’invenzione offre un metodo per produrre un corpo isolante attraverso la co-deposizione, sopra un substrato, di particelle di aerogel e di particelle, legate attraverso una soluzione formata dalla matrice e da un vettore. Il vettore viene poi rimosso per formare un corpo isolante solido sul sobstrato. Una seconda possibilità è quella di avere un metodo per formare un corpo isolante inserendo simultaneamente le due soluzioni sopra un substrato. La prima soluzione comprende le particelle di aerogel e la seconda la matrice. Depositandosi separatamente, le due soluzioni prevengono la degradazione e la friabilità delle particelle di aerogel durante la stessa deposizione. Vengono evitati così i problemi relativi alla difficoltà di mescolare le particelle di aerogel e la matrice prima della alla deposizione su substrato. Vi è poi un’altra invenzione registrata con il numero WO/2007/130315 e dal titolo AEROGEL/POLYMER COMPOSITE MATERIALS in cui si è sviluppato un nuovo metodo per la produzione di materiali compositi. Inventato da Martha Williams, Trent Smith, James Fesmire, Luke Roberson, LaNetra Clayton, il materiale è costituito da aerogel mescolato con un polimero termoplastico in rapporto di 20:100. Questo accoppiamento garantirà maggiore flessibilità e minor fragilità a temperature basse rispetto ai materiali termoplastici usuali. Anche in questo caso il finanziatore è un ente aerospaziale, per la precisione the administrator of the national aeronautics and space administration del governo degli Stati Uniti d’America. 1: http://www.basf-italia.it:8080/basfcms/product1.jsp?p=84
    • Brevetto WO/2007/014284
    • Brevetto WO/2007/130315
    • Il ruolo di internet nel reperimento delle informazioni relative a innovazioni in genere, e nel campo dell’edilizia in particolare, è fondamentale in quanto permette di avere un contatto pressoché immediato con le informazioni tecniche. Poter accedere in tempo reale al sito internet dell’azienda e ai relativi prodotti è certamente un vantaggio per la comunicazio- ne e la successiva presa in visione dei prodotti; in passato invece il progettista doveva basarsi sulle informazioni che poteva reperire solo nelle fiere specialistiche, dagli informatori o dai commercianti. Nello sviluppo di prodotto è solo nelle ultime fasi che si decide se un’invenzione diventa veramente un’innovazione. Il puro influsso tec¬nico è rilevante all’inizio e diminuisce alla fine. Il contrario vale per la possibilità di influenza degli architetti in quanto rappresentanti del mercato finale. È evidente che con il precoce coinvolgimento di tutti gli operatori alla catena di creazione del valore si producono innumerevoli possibilità: si possono evi¬tare costosi errori o addirittura impedire proget¬ti errati già nella fase di sviluppo. Le possibilità di conoscenza dei materiali attraverso la rete telematica presenta degli aspetti che non sempre favoriscono il progettista. Nella ricerca svolta in questa tesi riguardo le membrane tessili e i relativi progetti infatti si è potuto notare come non sempre l’informazioni tecnica è completa o confrontabile. Il primo fattore problematico è proprio la non standardizzazione delle informazioni rispetto a materiali con le medesime funzioni. Nel caso delle membrane ad esempio le schede tecniche delle aziende si diversificano molto e non sempre informazioni anche importanti sono presenti. La Gore™ produttrice della membrana Tenera® nelle schede tecniche descrive, sottolineando che quelle che si stanno leggendo sono “preliminary specification”, i materiali utilizzati attraverso il peso e lo spessore, la larghezza massima, le principali caratteristiche meccaniche, la percentuale di trasmissione luminosa e la classe di resistenza al fuoco. Altre informazioni possono essere ricercate nei file pdf che si possono scaricare dal sito e che descrivono singole qualità, come la trasmissione luminosa, l’infiammabilita, la composizione chimica, la manutenzione ( www.gore.com/en_xx/products/ fabrics/architectural/gore_tenara_textile_products.html) La Birdair, una delle prime aziende a sperimentare le tensostrutture grazie al fondatore Walter Bird, nell’illustrare il nuovo materiale Tensotherm® invece,come si è visto, sia nel sito che nei depliant cartacei richiesti via posta, specifica solamente le caratteristiche che rendono performante il materiale, ma non si fa nessun accenno a caratteristiche specifiche in termini numerici rispetto agli altri parametri. Questo fa si che il progettista non possa confrontare immediatamente i due prodotti, ad esempio per quanto riguarda la leggerezza. Si ritiene quindi, che oltre alle specifiche relative alle prestazioni che rendono competitivo il prodotto, sarebbe necessario pre- disporre uno standard informativo a cui le aziende potrebbero far riferimento per garantire agli addetti ai lavori le informazioni basilari sui prodotti proposti. Applicazioni di Gore Tenara: UN Studio, Mercedes Museum, Stoccarda, Germania, 2005; stazione degli autobus in Norvegia
    • Realizzazioni Birdair Bisogna invece sottolineare come, soprattutto nelle aziende estere, meno purtroppo in quelle italiane, l’assistenza al progettista via telematica è molto più curata. In breve tempo, nel caso delle due aziende sopra citate, è stato possibile ricevere informazioni cartacee sui prodotti ma soprattutto i campioni di questi. Infatti non bisognerebbe mai dimenticare che dopo il primo momento in cui il progettista viene affascinato dal materiale o da una tecnologia, ci dovrebbe essere un riscontro materiale del prodotto stesso. Sentire con mano la leggerezza dell’Aerogel è tutt’altra cosa che leggerne solamente; capire effettivamente come la luce solare passa attraverso una membrana è sicuramente più utile al fine del progetto e permette di evitare problemi in fase avanzata esecuzione.
    • STRUTTURE TEMPORANEE Per quanto riguarda le strutture temporanee, come possono essere le tende e le loro declinazioni più avanzate, l’Italia ha aggiornata la propria normativa in base alle disposizioni europee. Dal 2006 infatti è in vigore la norma UNI EN 13782- 2006 dal titolo Strutture temporanee – tende – sicurezza (Temporary – Tents – Safety) che stabilisce alcuni requisiti da osservare nella progettazione, nella verifica ai carichi, nell’installazione e nella manutenzione di tutte le strutture temporanee. Di seguito si riportano i passi più significativi per una corretta progettazione. Interessante è soprattutto la parte che riguarda il libro che deve accompagnare sempre le strutture temporanee, il quale deve includere la documentazione relativa ai dettagli costruttivi, ai metodi di montaggio e alle relative operazioni di manutenzione. Tale considerazione è importante per il fatto che le strutture temporanee vengono concepite alla pari delle strutture statiche, per i componenti delle quali va presentata la documentazione del corretto funzionamento e della relativa manutenzione. Il libro allegato alla tenda dovrà contenere specificatamente: - La descrizione del progetto e le operazioni di montaggio/disassemblaggio. - Disegni generali (con presentazione di tutte le risorse; in scala 1:100 o 1:50). - Disegni di dettaglio (con un’accurata presentazione della struttura e delle sue parti di connessione; in scala 1:10 o 1:5 scale). - Analisi statiche. - Rapporti su specifiche ispezioni e controlli. - Istruzioni scritte nelle lingue in cui verrà distribuito il prodotto (almeno in tedesco, inglese e francese). Per tende con superficie inferiore a 50 m2 però non è necessario produrre un libretto della tenda e il produttore dovra fornire solo una documentazione riguardante il comportamento al fuoco del tessuto e la stabilità della struttura. Le principali caratteristiche dei tessuti utilizzati devono essere definite e provate attraversi dei test che provino le se- guenti proprietà: - Materiale del tessuto e del rivestimento - Peso totale - La resistenza a 23°C - L’adesione - Comportamento al fuoco Ulteriori prove sono richieste per materiali contenenti il poliestere e il polivinilcloruro. Vi sono poi particolari prescrizioni riguardanti i carichi derivanti dal vento e dalla neve per i quali in genere vengono eseguite delle prove in galleria del vento o attraverso dei programmi di calcolo specifici. Tutti i test dovranno essere eseguiti nel momento iniziale in cui si intende mettere sul mercato il nuovo prodotto, nelle periodiche attività di monitoraggi richieste, dopo modifiche o incidenti accorsi, durante il controllo dell’adeguata installazione in loco. In aggiunta alle prescrizioni della normative sembra giusto sottolineare un fattore importante relativo alla resistenza al fuoco delle membrane. In genere i tessuti sono difficilmente infiammabili e un eventuale incendio pertanto non verrebbe alimentato dalla membrana, ma il fattore di rischio principale consiste nello squarcio che il fuoco può produrre entrando direttamente a contatto con il tessuto strutturale. Nel caso poi di strutture presso-statiche lo squarcio e l’apertura delle uscite di emergenza causano lo sgonfiamento della struttura. Lo squarcio avviene in modo abbastanza rapido con conseguente afflosciamento della struttura se presenta una dimensione superiore all’1% della superficie totale; se invece gli squarci sono inferiori allo 0,6% si è visto che l’aria calda provocata dall’incendio contribuisce a sostenere la membrana per un certo periodo di tempo.
    • TENDE E COMPONENTI Telo di copertura, pareti frontali e catino di base, archi pneumatici di sostegno e tubolari di collegamento - Caratteristiche minime del tessuto senza spalmatura: Caratteristica Norma di riferimento Materia prima UNI ISO 2076:2004 e DL n°194 del 22/05/99 e Direttiva 97/37/ CE Armatura UNI 8099 Titolo filato UNI 4783:1983; UNI 4784:1983; UNI 9275:1988; UNI EN ISO 2060:1997 Riduzione trama/ordito UNI EN 1049-2:1996
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    • “Un progetto non può che essere la risposta a un bisogno e questo non può che essere espresso da una domanda. (…) Il bisogno espresso non è mai solo ma ne sottende altri, più o meno evidenti, che rendono ambigua la sua prima interpretazione. È necessario quindi un approfondimento che continua per tutto l’arco del processo di progetto e termina, temporaneamente, con la sua conclusione” 1 La frase di Enzo Mari riassume in modo molto chiaro quello che è stato l’iter progettuale di questa tesi. Infatti più il progetto prendeva forma, più si rendevano necessari ulteriori approfondimenti delle tematiche relative all’operatività in campo sanitario nelle situazioni di emergenza. È per tale motivo che in questo capitolo non viene solo definito che cos’è il Posto Medico Avanzato, cioè la tipologia di struttura mobile sanitaria che comporta maggiori vincoli progettuali, ma vengono resi noti anche ulteriori dati che, ad una prima lettura possono essere visti come superflui, ma che si sono rivelati utili per la comprensione delle dinamiche dello stesso PMA e dell’attività dei soccorritori. “…la qualità delle scelte di progetto dipende da quella della loro implicita ricerca complessiva. Si determina così una contraddizione irrisolvibile: se il processo di ricerca non può avere limiti perché ogni risposta a una domanda contiene in sé la formulazione di domande successive, il progetto deve essere comunque concluso interrompendo il flusso delle domande. Per questo, ogni progetto teso alla globalità è sempre di qualità inferiore a quella della sua ricerca. Paradossalmente fallisce ogni volta: le scelte che vengono attuate nel momento della sua conclusione obbligata quasi sempre sarebbero diverse se si potesse dare risposta alle nuove domande ormai emerse. La qualità del progetto dipenderà quindi da quella del compromesso tra i dati conosciuti e quelli che non si conoscono ancora.” 2 Enzo Mari, figura che esprime l’idea di progetto globale 1-2 Enzo Mari, Progetto e passione, Bollati Boringhieri Editore, 2001, Torino
    • Citando testualmente il testo della Protezione Civile Italiana sulla pianificazione dell’emergenza “Non è purtroppo un’evenienza rara che un ospedale si trovi, a seguito di una maxi-emergenza, a dover improvvisamente soccorrere un gran numero di feriti, con conseguente inadeguatezza di servizi calibrati per lo svolgimento del normale carico di lavoro delle urgenze. Altrettanto frequente è la possibilità che la struttura ospedaliera subisca dei danneggiamenti a causa di eventi naturali e non (terremoti, incendi, ecc.) e che questo comporti ancora una volta la diminuzione della sua operatività, fino ad arrivare a casi estremi di evacuazione parziale o totale dei degenti” 3 Generalmente le maxi-emergenze sono quelle situazioni in cui sono coinvolte un numero significativo di persone, nelle quali il trasporto immediato agli ospedali non è possibile ed è quindi necessaria una pianificazione e un filtraggio dei pazienti per lo smistamento verso specifici ospedali, che non neces- sariamente sono quelli più vicini. È da tener presente che il filtraggio verso gli ospedali è indispensabile anche in queile zone che presentano un alto numero di presidi ospedalieri sul territorio. Non è possibile infatti dirottare tutti i feriti nell’ospedale più vicino. Basti pensare che un ospedale ha un numero definito di medici rianimatori, i quali possono prendere in cura, se la situazione lo richiede, solamente una persona alla volta. Inoltre bisogna garantire la miglior assistenza possibile ai feriti, per cui se ad esempio in un incidente vi sono degli ustionati gravi, questi probabilmente andranno dirottati verso un ospedale specializzato e non in uno generico. Un esempio di “congestionamento” di un ospedale a seguito di una maxi emergenza è avvenuto a Tokio il 20 marzo 1995, a seguito dell’attacco con gas nervino Sarin del gruppo terroristico Aum Shinrikyo nella metropolitana, in cui circa 5.000 persone vennero a contatto con i vapori letali. Il fatto che molte persone fortunatamente sono state colpite da sintomi minori a seguito dall’esposizione al gas, ha fatto si che queste si recassero autonomamente all’ospedale più vicino, che però non era attrezzato per l’accoglienza di un numero così elevato di pazienti. In Italia, grazie al DPCM 13 Febbraio 2001, “Criteri di massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi”, ogni ospedale dovrebbe avere un piano per le emergenze (P.E.I.M.A.F. piano d’emergenza interno per massiccio afflusso di feriti) in cui si definisce: - l’assegnazione delle responsabilità alle organizzazioni e agli individui per effettuare azioni specifiche, progettate nei tempi e nei luoghi, in un’emergenza che supera la capacità di risposta o la competenza di una singola organizzazione; - la definizione delle azioni da coordinare e delle relazioni fra le organizzazioni; - l’individuazione delle iniziative idonee a proteggere le persone e la proprietà in situazioni di emergenza e di disastri; - l’identificazione del personale, dell’equipaggiamento, delle competenze, dei fondi e delle altre risorse disponibili da utilizzare durante le operazioni di risposta; - l’identificazione delle iniziative da mettere in atto per migliorare le condizioni di vita di eventuali evacuati dalle loro abitazioni. Possiamo dire quindi che le maxi-emergenze causano: - un elevato numero di vittime, considerando non solo i morti e i feriti, ma anche coloro che sono stati danneggiati psicologicamente; - un improvviso, ma temporaneo, squilibrio tra le richieste delle popolazioni coinvolte e gli aiuti immediatamente disponibili. Da qui la necessità di organizzare la gestione dei soccorsi finalizzandola alla costituzione di una catena dei soccorsi, cioè una sequenza di dispositivi funzionali e/o strutturali che permettono la corretta gestione dell’assistenza alle vittime, sia che l’emergenza sia limitata o meno. Specificamente consiste nell’identificazione, delimitazione e coordinazione dei vari settori e operatori per il salvataggio dei feriti. La catena dei soccorsi viene messa in moto quando la Centrale Operativa (C.O) del 118 viene allertata. Una volta giunta la notizia di una catastrofe o di un fatto accidentale che può dar vita ad una calamità, le sale operative dei vari Enti coinvolti nella gestione dell’emergenza (118, Prefettura, Protezione Civile, ecc.) dovranno poter acquisire continuamente informazioni sulla situazione che si è determinata, in modo da poter definire correttamente la natura e l’estensione del disastro. 3 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Comunicato relativo al decreto del ministero dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001 concernente: Adozione dei “Criteri di massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi”, Gazzetta Ufficiale, n°81 del 16 aprile 2001
    • Catena dei soccorsi sanitari , fonte: Manuale della protezione civile, organizzazione dei soccorsi sanitari in situazioni di eccezionale emergenza In ambito sanitario le informazioni dovranno riguardare: - l’estensione della calamità; - eventuali danneggiamenti alle strutture sanitarie e la funzionalità di quelle non danneggiate; - una previsione del numero dei morti e dei feriti, la natura delle lesioni prevalenti (fratture, ferite, ustioni, intossicazioni, ecc.), la situazione delle vittime (facilmente accessibili, da liberare, ecc.), le condizioni ambientali; - l’orientamento sulle modalità di impiego dei mezzi, degli itinerari preferenziali, delle precauzioni per eventuali rischi tossici, di esplosioni, di crolli, ecc.; - il rischio ambientale, cioè la possibilità che lo scenario in cui si è verificato lo stato di emergenza sia in evoluzione, è molto importante nella valutazione e nella definizione dell’organizzazione dei soccorsi. Si pensi ad esempio ad uno scenario alluvionale in cui il sito colpito non è ancora in sicurezza e a rischio smottamenti; in questo caso l’allestimento di ricoveri nella zona colpita sarà sconsigliato e attuato in zone sicure. Un secondo scenario potrebbe riguardare rischi ambientali di tipo epidemiologico in cui la prima precauzione sarà quella di isolare la zona colpita. Da ricordare infatti che i soccorritori devono essere sempre portati a lavorare in situazioni di sicurezza, salvaguardando la loro incolumità. È dimostrato che al ferimento di un soccorritore, almeno due suoi colleghi saranno impegnati per il suo soccorso e quindi sottratti dallo scenario dell’evento. Occorre considerare che ogni tipologia di evento calamitoso presenta un andamento bifasico di risposta alle esigenze di soccorso sanitario: - risposta rapida, data dagli organi territoriali sulla base delle risorse locali immediatamente disponibili; - risposta differita, che si andrà ad articolare nelle ore successive all’evento con l’apporto degli aiuti che giungeranno dall’esterno all’area interessata.
    • Entrambe le risposte prevedono: - una Fase di allarme, nel corso della quale si cercheranno di acquisire tutti quegli elementi che possono essere utili a dimensionare l’evento sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo. Tale fase, qualora ci si trovi di fronte ad un evento prevedibile, può essere preceduta dalle Fasi di Attenzione e di Preallarme. Nel caso in cui vi sia la possibilità che una situazione, inizialmente stabile, si evolva, è compito delle Autorità competenti dichiarare lo stato di attenzione e pre-allarme; - una Fase di emergenza nella quale si effettueranno tutti gli interventi necessari alla realizzazione della “Catena dei soccorsi”. A tali fasi corrispondono livelli di allarme delle centrale del 118: 1. Livello 0. E’ il normale livello di funzionamento della Centrale Operativa; sono attivate le risorse ordinarie e si utilizzano le normali procedure di gestione. 2. Livello1. Viene attivato quando sono in corso situazioni di rischio prevedibili, quali concerti, manifestazioni sportive o altre iniziative con notevole affluenza di pubblico ecc. E’ attivato in loco un dispositivo di assistenza, dimensionato sulla base delle esigenze ed in adesione a quanto previsto da specifici piani di intervento. La Centrale Operativa dispone di tutte le informazioni relative al dispositivo, monitorizza l’evento ed è in grado di coordinare l’intervento. 3. Livello 2. Viene attivato quando vi è la possibilità che si verifichino eventi preceduti da fenomeni precursori (alluvioni, frane etc). Le risorse aggiuntive vengono messe in preallarme, in modo che possano essere pronte a muoversi rapidamente in caso di allarme. Il medico coordinatore della Centrale Operativa può disporre eventualmente l’invio di mezzi sul posto per il monitoraggio o per assistenza preventiva. 4. Livello 3. Viene attivato quando è presente una situazione di maxiemergenza. Il dispositivo di intervento più appropriato viene inviato sul posto e vengono attivate le procedure per la richiesta ed il coordinamento di risorse aggiuntive anche sovraterritoriali. Anche per fini di progettazione di una Unità Mobile di Soccorso Sanitario vale la pena considerare, in particolare nel caso di catastrofi naturali che: • le prime ore dopo il disastro sono gestite unicamente dalle persone presenti sul territorio interessato; • la grande maggioranza dei sopravvissuti si salva in quanto di per sé illesa o perché salvata immediatamente dopo l’evento da “soccorritori occasionali”, i cosiddetti “testimoni”; • l’organizzazione di soccorsi, che dopo le prime ore dall’evento può assumere a volte anche una notevole dimensione, a fronte del grande spiegamento di forze, salva un numero relativamente basso di vittime, in quanto logicamente non competitiva nei tempi; • nella prima fase è inevitabile sempre e comunque, qualunque sia la dimensione dell’evento, la sproporzione tra esigenze e disponibilità di uomini e mezzi; • in determinate situazioni sarà quasi impossibile ottenere il personale di supporto previsto dai piani (della C.O. 118, Intraospedalieri, ecc.) in quanto è credibile che tale risorsa sia comunque stata coinvolta fisicamente o emotivamente nella situazione, che non possa raggiungere la destinazione per la non percorribilità delle strade, che non sia contattabile telefonicamente ecc.; • l’impiego di mezzi su ruote o aerei non va mai dato per scontato per impercorribilità delle strade, meteo avverso, ecc. ed è necessario evidenziare che a volte è indispensabile l’arrivo di mezzi di sgombero prima delle autoambulanze; • le notizie saranno necessariamente imprecise e scarse, e sarà necessario usare la dovuta cautela nelle scelte operative in quanto poche notizie o poche richieste non sono indice di incidenti di piccola entità. 4 4 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Comunicato relativo al decreto del ministero dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001 concernente: Adozione dei “Criteri di massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi”, Gazzetta Ufficiale - serie generale- n°81 del 6 aprile 2001 (Suppl. Ordinario n° 116)
    • Nell’ambito degli scenari ipotizzabili in una maxi-emergenza si possono individuare due tipologie di evento: - evento catastrofico ad effetto limitato; - evento catastrofico che travalica le potenzialità di risposta delle strutture locali. La prima tipologia di evento é caratterizzata dall’integrità delle strutture di soccorso esistenti nel territorio in cui si manifesta, nonché dalla limitata estensione nel tempo delle operazioni di soccorso valutata a meno di 12 ore. L’intervento sarà pressoché basato sulle informazioni provenienti dalle segnalazioni dei “richiedenti soccorso” che dovranno essere il più precise possibili per razionalizzare al massimo l’invio dei mezzi di soccorso necessari. La seconda tipologia, sono quegli eventi catastrofici che devastano ampi territori e causano un elevato numero di vittime, il coordinamento degli interventi risulterà estremamente difficile, almeno per molte ore, data la prevedibile difficoltà a stabilire le comunicazioni con il territorio interessato per mancanza di reti telefoniche attive, di transitabilità di strade, di energia, ecc. In questo caso è ancora più marcata la sproporzione che si viene a determinare tra richiesta e disponibilità di uomini e mezzi da impiegare sul campo. E’ opportuno ribadire che: - l’esperienza internazionale ha ampiamente documentato che, contemporaneamente o anticipatamente ai soccorsi sanitari, è opportuno l’intervento di cospicui supporti tecnici per “urbanizzare” d’urgenza le aree colpite; - la maggior parte dei sopravvissuti, come già detto, si salva in quanto di per sé illesa o perché salvata immediatamente dopo l’evento da “soccorritori occasionali”. E’ pertanto indispensabile che soprattutto nelle zone ad alto rischio si provveda ad una formazione diffusa e corretta sulle misure di primo soccorso sanitario. Conoscere le caratteristiche delle unità mediche sul campo è molto utile ai fini progettuali; esse sono: - possibilità di mobilitazione in tempi brevissimi, possedere una completa autonomia di almeno 3 gg per lo svolgimento della funzione (materiali, farmaci, energia, ecc.) e per il supporto al personale ed ai mezzi (alimenti, acqua, abbigliamento, carburante, ecc.) presupponendo l’impiego su qualsiasi tipo di terreno ordinariamente prevedibile ed in qualsiasi contesto climatico nazionale; - possibilità di usufruire di un idoneo sistema di tele – radio - comunicazioni che garantisca i collegamenti al di fuori del normale luogo di impiego; - presupposti e dimensioni di “colonna mobile” (la singola ambulanza proveniente da un territorio esterno al teatro operativo,
    • scoordinata e senza collegamenti radio, crea solo problemi); - non penalizzare il territorio di provenienza (dove l’urgenza ordinaria deve continuare ad essere garantita); - aver reso noto per tempo i dati di eventuale trasportabilità totale o parziale a bordo di elicotteri, navi, aerei, treni; - aver reso noto la prestazione sanitaria complessivamente fornibile in termini anche di qualità/quantità (naturalmente propor- zionale alle “figure” previste ed alle dotazioni).5 Entrambe le tipologie di eventi, a carattere limitato o meno, hanno comunque in comune le procedure di intervento iniziali. Nella prima fase di risposta immediata avviene l’attivazione di squadre di “prima partenza” che hanno il compito di effettuare: - la ricognizione del sito; - il dimensionamento dell’evento; - l’individuazione della tipologia prevalente dell’evento e delle conseguenze sulle persone; - l’individuazione e segnalazione delle possibilità di accesso; - l’individuazione dei luoghi più adatti all’allestimento eventuale degli elementi della “catena dei soccorsi” (PMA e UMSS); - la suddivisione dell’area in settori, in modo tale che le squadre di soccorso abbiano assegnate zone specifiche; - il primo triage, non appena terminati i compiti sopra riportati. La fase di risposta differita consisterà invece in : - mobilitazione delle risorse locali previste per le maxiemergenze; - allestimento dei vari elementi della catena dei soccorsi. Nel caso in cui la situazioni presenti un gran numero di persone ferite è opportuno seguire alcune prescrizioni come quelle di non utilizzare i mezzi sanitari per l’evacuazione degli illesi o dei feriti lievi, evi- tare l’invio di pazienti con codice verde negli ospedali vicini all’area, dare assistenza ai pazienti di codice rosso solo dopo lo sgombero veloce dei pazienti a codice giallo nel caso di rischi in via di evoluzione. In linea di massima nel nostro Paese la prima fase dell’emergenza raramente si prolunga oltre le prime giornate, dopo le quali si comincia ad avere un graduale ritorno alla normalità e alla funzionalità delle strutture sanitarie territoriali. Nel libro “Medicina delle catastrofi” di Noto, Huguenard e Larcan viene evidenziato come un funzionamento coerente della catena dei soccorsi sanitari in situazioni di catastrofe, o d’urgenza, presuppone l’esistenza sul territorio di strutture di cura provvisorie, capaci: - di assicurare la raccolta ed il trattamento immediato delle vittime più gravi, ma anche quello dei feriti lievi, dei contusi, o dei soggetti affetti da alterazioni acute del comportamento; - di consentire l’attesa dei feriti prima dell’evacuazione verso i centri ospedalieri. 5 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Comunicato relativo al decreto del ministero dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001 concernente: Adozione dei “Criteri di massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi”, Gazzetta Ufficiale - serie generale- n°81 del 6 aprile 2001 (Suppl. Ordinario n° 116)
    • Pertanto queste strutture di cure provvisorie realizzano, come già sottolineato precedentemente, una sorta di “struttura tampone” e consento agli ospedali di prepararsi al sovraccarico di lavoro. Nel contesto dell’organizzazione dei soccorsi sanitari, in campo civile, queste strutture sono rappresentate da. - posto medico avanzato (PMA) - centro medico di evacuazione (CME) - centro di triage A seconda della grandezza del dispositivo di soccorso messo in atto l’evacuazione sanitaria si attua: 1) tra PMA e CME (piccola noria); 2) tra CME e ospedali (grande noria). Si fa presente che la parola “noria” corrisponde all’evacuazione sanitaria delle vittime verso le retrovie, ma anche al ritorno verso la zona avanzata dei mezzi e del personale di rinforzo o di ricambio. I soccorritori assicurano così un sistema di catena senza fine, di rotazione per una utilizzazione permanente dei mezzi a disposizione.
    • Il termine triage deriva dal verbo francese trier che significa scegliere, smistare. Il primo ad utilizzare un protocollo di triage fu il barone Jean Larrey, chirurgo della guardia imperiale ai servizi di Napoleone, che nel diciassettesimo secolo lo introdusse nella classificazione dei feriti durante le battaglie contro gli inglesi al fine di razionalizzare l’uso dei medicinali disponibili. Il triage è quel processo di suddivisione dei pazienti in classi di gravità in base alle lesioni riportate ed alle priorità di trattamento e/o di evacuazione. 6 In campo militare la definizione del triage la si può trovare nell’ “Emergency War Surgery handbook” edito dalla Nato: “Triage is the dynamic process of sorting casualties to identify the priority of treatment and evacua- tion of the wounded, given the limitations of the current situation, the mission, and available resources (time, equipment, supplies, personnel, and evacuation capabilities). …is the return of the greatest number of soldiers to combat and the preservation of life, limb, and eyesight in those who must be evacuated”. In ambito civile lo scopo del triage è invece ben riassunto dalla massima di derivazione anglossassone: “ the greatest good for the greatest number of casualties”. Lo scopo del triage è quindi quello di razionalizzare le risorse, non infinite, finalizzandole al singolo evento o all’insieme degli eventi che si verificano. I principali obiettivi del triage sono: - rapida valutazione delle condizioni del paziente; - immediata assistenza al malato che giunge in stato di emergenza; - individuazione delle priorità assistenziali in base allo stato di salute del paziente; - riduzione del rischio di peggioramento dello stato clinico attraverso un’assistenza rapida e una sorveglianza continua; - smistamento dei pazienti non urgenti; - riduzione dei tempi di attesa; - miglioramento della qualità delle prestazioni professionali del personale sanitario; - riduzione dell’ansia dei pazienti e delle famiglie con informazioni comprensibili e pertinenti; - compilazione di una scheda con la registrazione dei risultati del triage per la valutazione della qualità dell’assistenza. 6 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Comunicato relativo al decreto del ministero dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001 concernente: Adozione dei “Criteri di massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi”, Gazzetta Ufficiale - serie generale- n°81 del 6 aprile 2001 (Suppl. Ordinario n° 116)
    • L’assegnazione di un codice di priorità, in relazione alle possibilità di cura, rappresenta un passaggio fondamentale al fine di stabilire correttamente l’accesso dei feriti ai soccorsi. Pur variando i modelli utilizzati a livello internazionale, il codice assegnato al paziente è generalmente contraddistinto da una sigla, da un numero o più frequentemente da un colore. Il sistema a sigla utilizza una scala definita attraverso abbreviazioni in cui si distinguono i vari stati del paziente come: - EU: Estrema urgenza; - UP: Urgenza primaria; - US: Urgenza secondaria; - NU: Nessuna urgenza. Il sistema a codici numerici prevede: - codice 3: Emergenza; - codice 2: Urgenza; - codice 1: Urgenza differibile. In genere in Italia il sistema più usato è quello che prevede l’assegnazione di un codice colore al paziente che giunge nell’area predisposta al triage. Il codice colore più usato a livello internazionale è il modello S.T.A.R.T. (Simple Triage and Rapid Treatment) elaborato dall’Hoag Memorial Presbyterian Hospital di Newport Beach, California e facilmente rappresentabile tramite un diagramma di flusso. - codice rosso: priorità assoluta; indica un soggetto con almeno una delle funzioni vitali (coscienza, respirazione, battito cardiaco, stato di shock) compromessa e che è quindi in pericolo di vita; - codice giallo: urgente; indica una compromissione parziale delle funzioni dell’apparato circolatorio o respiratorio, non c’è un immediato pericolo di vita; - codice verde: urgente minore; il soggetto riporta delle lesioni che non interessano le funzioni vitali ma vanno curate; - codice nero: paziente deceduto; - codice arancione: pazienti contaminati; - codice bianco (nessuna urgenza): indica un soggetto che non necessita del pronto soccorso e può rivolgersi al proprio medico. Schema operativo del metodo S.T.A.R.T.
    • Un altro protocollo messo a punto dall’Associazione Italiana Medicina delle Catastrofi prende il nome di C.E.S.I.R.A (Coscienza, Emorragia, Shock, Insufficienza respiratoria, Rotture ossee, Altro) ed è basato sempre sulla valutazione delle funzioni vitali del paziente ma necessita una preparazione sanitaria dell’operatore di più altro livello rispetto al metodo S.T.A.R.T. In genere comunque si stima che per una valutazione del paziente attraverso triage sono sufficienti 60 secondi. Per quanto riguarda più strettamente le procedure di Triage, possono essere identificate in tre livelli: 1. Triage primario: viene svolto sul posto del disastro ed ha come scopo quello di valutare rapidamente la situazione di tutti i feriti per farne una prima selezione, individuando chi necessita di cure immediate, in modo da poterlo inviare prontamente al P.M.A.; 2. Triage secondario: viene svolto al P.M.A. e serve per rivalutare i feriti, decidere le priorità di evacua- zione ed individuare gli ospedali idonei al definitivo trattamento; 3. Triage ospedaliero: viene eseguito al momento dell’arrivo del ferito in ospedale al fine di stabilire priorità ed iter diagnostico terapeutico. Ne deriva quindi che in una struttura medica mobile è necessario un allestimento adeguato per il triage secondario.
    • Il Posto Medico Avanzato (PMA) è una definizione che viene attribuita a uno spazio, un luogo in cui avviene il triage secondario in uno scenario di emergenza. Questo comporta che esso possa essere sia uno shelter, un riparo costituito da tende o supporti mobili attrezzati, ma anche uno spazio di strutture già esistenti, come può essere una palestra, un centro congressi, una scuola, ecc. Per lo scopo che si è prefissato per questa tesi, si prenderà in considerazione il PMA come presidio mobile, cioè struttura indipendente dallo scenario. Da questo punto di vista, il Pma è la struttura sanitaria mobile con più restrizioni progettuali, in quanto deve avere le caratteristiche di trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità tutte sviluppate e potenziate ai massimi livelli per poter essere disponibile e funzionante nel minor tempo possibile. Si vedrà durante la descrizione delle varie tipologie di strutture temporanee utilizzate con funzione di PMA come queste prestazioni vengano relativamente soddisfatte adottando sistemi poco caratterizzati. Questo comporta da un lato una grande trasportabilità e facilità di montaggio, ma dall’altro si è potuto constatare come l’architettura del sistema non sia a servizio della funzione che si svolgerà all’interno. Infatti le tipologie di shelter utilizzate come PMA sono praticamente le medesime che vengono poi utilizzate per sistemi campali di assistenza medica con prospettive di attività a più lungo periodo. Secondo la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 20/23, 24.1.2008 (DECISIONE DELLA COMMISSIONE del 20 dicembre 2007 recante modifica della decisione 2004/277/CE, Euratom per quanto concerne le modalità di applicazione della decisione 2007/779/CE) che istituisce un meccanismo comunitario di protezione civile, il Posto Medico Avanzato ha il compito di “Procedere alla selezione (triage) dei pazienti sul sito del disastro. Stabilizzare le condizioni del paziente e prepararlo per il trasferimento verso la struttura sanitaria più consona perché sia sottoposto al trattamento definitivo” e una capacità tale da “Procedere al triage di almeno 20 pazienti all’ora, disporre di una équipe medica in grado di stabilizzare 50 pazienti in 24 ore di attività, operando in due turni. Disporre di forniture sufficienti al trattamento di 100 pazienti con lesioni lievi nell’arco di 24 ore.” È infatti un dispositivo funzionale di selezione e trattamento sanitario delle vittime, localizzato ai margini esterni dell’area di sicurezza o in una zona centrale rispetto al fronte dell’evento. Può essere sia una struttura (tende, containers), sia un’area funzionalmente deputata al compito di radunare le vittime, concentrare le risorse di primo trattamento e organizzare l’evacuazione sanitaria dei feriti. Da questa definizione si può capire come, secondo le circostanze, per l’allestimento di un PMA è possibile utilizzare le due alternative già citate, cioè : - l’impiego degli edifici esistenti; - l’installazione di sistemi modulari (tende, cellule sanitarie autonome, modulari, trasportabili, shelter) La localizzazione del PMA deve sottostare a vari criteri: 1. non essere troppo lontano dalla catastrofe, pur tenendo conto dell’eventuale rischio evolutivo legato al tipo di catastrofe. Oltre che in rapporto al rischio, la localizzazione viene scelta in funzione di molti fattori: parametri meteorologici (rischio legato alla presenza di sostanze tossiche nell’atmosfera), parametri tellurici ( rischio di crolli e movimento del suolo), parametri di distanza e di latitudine ( rischio di esplosioni e di inondazioni), parametri di protezione da parte delle forze di sicurezza ( quando si tratta di attentati per mezzo di esplosivi). 2. Vicinanza alle vie di comunicazione, che consentono l’accesso agevole ai diversi veicoli che convergono al PMA (ambulanze in particolare) e, nello stesso tempo, disponibilità, sempre nelle vicinanze, di una elisuperficie, o di un campo di aviazione. 3. Non trovarsi in una zona del suolo troppo umido, fangoso, malsano, che possa anche ostacolare il trasferimento dei veicoli, quando si tratti di un PMA in ambiente rurale. 7 7 Rene Noto, Pierre Huguenard, Alain Larcan, Medicina delle catastrofi, Masson Editore, 1989, Milano
    • PMA allestito dalla Croce Rossa Militare italiana durante un’esercitazione La Struttura sanitaria di Base o Posto Medico Avanzato (PMA), è un punto di passaggio obbligato per ogni persona recuperata sul luogo del disastro. A questo livello si effettuano: - la suddivisione delle vittime in funzione della gravità delle loro condizioni (triage); - le cure di sopravvivenza: rianimazione e chirurgia vitale; - la preparazione delle vittime all’evacuazione che potrà avvenire via terra, in aereo o in treno; - il raduno degli sbandati; - l’isolamento delle persone in preda al panico; - la regolazione dei trasferimenti in funzione della patologia, delle disponibilità ospedaliere e dei mezzi di trasporto reperibili; - la compilazione di una scheda di triage; - la compilazione di una scheda medico-legale di identificazione. Il trasporto delle vittime al PMA avviene in genere mediante barelle, ma possono essere anche utilizzati veicoli portalettighe di fortuna. Al loro ritorno i soccorritori riportano sul cantiere il materiale necessario alle prime cure e allo sgombero. Da tener presente che un PMA deve essere disponibile “a partire al massimo entro 12 ore dall’accettazione dell’offerta (richiesta intervento). Il modulo deve poter essere operativo 1 ora dopo l’arrivo sul posto”.8 Studi sull’epidemiologia dei disastri dimostrano infatti che la maggior parte delle vittime muore, per i traumi riportati, entro le prime 72 ore con un picco di decessi massimo entro le prime 12 ore. È quindi ragionevole presupporre che, ad esempio, in caso di un terremoto di notevole entità si debba procedere all’installazione di più strutture da campo entro le primissime ore allo scopo di praticare manovre di stabilizzazione alle vittime del disastro. 8 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 20/23, 24.1.2008, DECISIONE DELLA COMMISSIONE del 20 dicembre 2007 recante modifica della decisione 2004/277/CE, Euratom per quanto concerne le modalità di applicazione della decisione 2007/779/CE, Euratom del Consiglio che istituisce un meccanismo comunitario di protezione civile
    • Generalmente il PMA è suddiviso in tre zone: 1. Area di Triage. 2. Area di Trattamento. 3. Area di Evacuazione. Organizzazione di un Posto Medico Avanzato, fonte: Manuale della protezione civile, organizzazione dei soccorsi sanitari in situazioni di eccezionale emergenza Nel caso in cui vi sia un gran numero di feriti che affluiscono contemporaneamente al PMA possono essere approntati più punti di Triage. L’Area di Triage è l’area in cui il medico valuta le condizioni del paziente trasportato al PMA dal luogo del sinistro in cui precedentemente era stato eseguito un triage primario dal soccorritore. L’Area di Trattamento può a sua volta essere suddivisa in altri due settori: - Settore terapeutico: nel quale vengono eseguiti gli interventi di emergenza al fine di stabilizzare le vittime e renderle idonee al trasporto; - Settore di attesa: nel quale vengono raccolti i pazienti con ferite ambulatoriali. L’Area di Evacuazione deve essere costituita da una postazione in cui stazionano per breve tempo i pazienti in attesa della presa in carico da parte degli equipaggi delle ambulanze e degli elicotteri. L’evacuazione sanitaria propriamente detta è gestita dai medici, i quali decidono: - chi evacuare, - quando evacuare, - come evacuare e chi lo deve fare, - verso dove evacuare. Deve essere infine prevista un’Area di raccolta per le vittime decedute. Questa deve trovarsi in un luogo vicino alla PMA, ma accessibile soltanto al personale che gestisce l’emergenza. In tale area verranno svolte tutte le attività di riconoscimento delle vittime e di intervento per evitare problemi di salute pubblica. Le distinzioni tra le aree non è detto sia necessariamente fisica ma deve comunque aiutare i soccorritori a creara un flusso di pazienti all’interno della struttura, per questo all’interno del PMA il flusso dei feriti deve essere obbligatoriamente unidirezionale (Area di Triage — Area di Trattamento— Area di Evacuazione).
    • Nel PMA lavorano soccorritori e medici con i seguenti compiti: - soccorritori: segreteria, gestione del materiale, collegamenti radiotelefonici, assistenza al personale sanitario; - medici: medicalizzazione della zona avanzata, valutazione clinica delle vittime trasportate. Triage, prime cure e scelte delle modalità di evacuazione, controllo dei deceduti e degli scampati. I francesi definiscono questa serie di azioni con la regola delle 3 E: Etiquetage, Emballage, Evacuation ovvero Classificazione, Stabilizzazione, Evacuazione. Le componenti fondamentali di un PMA saranno quindi un’ “Equipe medica per ogni turno di 12 ore: triage con 1 infermiere(a) e 1 medico; cure intensive con 1 medico e 1 infermiere(a); lesioni gravi che non comportano pericolo di vita con 1 medico e 2 infermieri(e); evacuazione con 1 infermiere(a); personale specializzato di supporto con 4unità. Tende: tenda(e) con zone collegate tra loro destinate al triage, al trattamento medico e all’evacuazione,tenda(e) per il personale, una postazione di comando e un deposito logistico e per le forniture mediche.” 9 A livello di dotazione medica c’è una importante regola internazionale che interessa anche il progettista di PMA quando prevede che la struttura possa essere trasportata e montata direttamente in loco assieme all’arrivo del materiale medico. Infatti le squadre sanitarie “di prima partenza” o “di risposta rapida” non si differenziano solo in base ai compiti ma anche rispetto all’equipaggiamento da quelle di “seconda partenza o di partenza differita”. L’operatività di queste ultime non è molto diversa da quella abitualmente espressa nella gestione delle emergenze individuali quotidiane, anche se le loro dotazioni devono essere potenziate con l’assegnazione dei “lotti catastrofe” contrassegnati dai quattro colori secondo i criteri adottati a livello internazionale e come indicato nella G.U. 116/2001: a) materiale non sanitario (colore giallo) il qual potrebbe essere utilizzato anche per contrassegnare il materiale per l’allestimento del PMA; b) materiale per supporto cardiocircolatorio (colore rosso); c) materiale per supporto respiratorio (colore blu); d) materiali diversi (colore verde) Estremamente diverso è il compito che devono affrontare le squadre di risposta rapida. E’ infatti inverosimile che pochi operatori possano realizzare gesti medici complessi per un elevato numero di pazienti soprattutto se questi operatori sono i primi a presentarsi sulla scena del disastro. Le loro dotazioni risulterebbero infatti mediamente insufficienti ed il loro impegno immediato ad erogare tecniche di supporto avanzato delle funzioni vitali si porrebbe in contrasto con le necessità globali di gestione dello scenario. Pertanto le squadre sanitarie di prima partenza potranno utilizzare quanto abitualmente contenuto all’interno del mezzo di soccorso. La Protezione Civile Italiana ha pubblicato una “Guida alla compilazione della scheda censimento delle unità sanitarie campali” (http://www.protezionecivile.it/cms/attach/guida_compilazione.pdf) in cui distingue molto chiaramente le tipologie di strutture mobili per l’assistenza sanitaria in caso di emergenza riprendendo il Supplemento Ordinario della G.U. del 25/8/2003 n°196 concernente i Criteri di massima sulla dotazione di farmaci e dispositivi medici di un Posto Medico Avanzato di II livello utilizzabile in caso di catastrofe. Si distinguono: - PMA I livello; - PMA II livello; - Ospedale da campo. In generale possiamo dire che i PMA di I e II livello si distinguono per la durata della situazione di emergenza e per la capacità di trattamento. Infatti il PMA di I livello viene generalmente allestito in caso di “catastrofe ad effetto limitato” e cioè in eventi caratterizzati dal mantenimento dell’integrità delle strutture sanitarie esistenti nonché dalla limitata estensione temporale delle operazioni di soccorso. 10 Tale PMA presenta le seguenti caratteristiche: - capacità di trattamento limitata (10 pazienti con codice di gravità giallo-rosso); - impiego rapido (entro 1 h.); - durata limitata dell’intervento ( max. 12 h.). 9 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 20/23, 24.1.2008, DECISIONE DELLA COMMISSIONE del 20 dicembre 2007 recante modifica della decisione 2004/277/CE, Euratom per quanto concerne le modalità di applicazione della decisione 2007/779/CE, Euratom del Consiglio che istituisce un meccanismo comunitario di protezione civile 10 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Comunicato relativo al decreto del ministero dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001 concernente: Adozione dei “Criteri massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi”,Gazzetta Ufficiale - serie generale- n°81 del 6 aprile 2001 (Suppl. Ordinario n° 116)
    • Il PMA di II livello è invece previsto in quelle situazioni le cui conseguenze travalicano le possibilità di riposta locale e deve: - essere pronta all’impiego nel più breve tempo possibile dall’allarme max (3 - 4 h); - essere in grado di trattare 50 pazienti /gg con codice di gravità rosso-giallo per tre giorni; - avere 72 h di autonomia operativa. L’ospedale da campo è una “struttura complessa composta da uomini e mezzi in grado di assicurare alle vittime della catastrofe un livello di cure intermedio tra il primo soccorso ed il trattamento definitivo. Offre la possibilità di effettuare interventi chirurgici di urgenza, assistenza intensivistica protratta, osservazione clinica, medicina di base. Trattandosi di un complesso campale di notevole entità, la sua installazione sul luogo dell’evento potrà avvenire a distanza di giorni dall’allarme e rimanere operativo per un tempo prolungato.” 11 Croce Rossa Italiana, Ospedale da campo in Africa, 1942 In generale possiamo dire però che l’architettura del Posto Medico Avanzato è la medesima che esso sia di I o di II livello (naturalmente il PMA con unità chirurgica richiede attrezzature e accortezze particolari). L’obbiettivo di progettare una struttura autonoma e facilmente allestibile può comunque garantire una operatività in stato di comfort per il personale sanitario e per i pazienti per un periodo più prolungato rispetto alle 12 ore limite della classificazione del PMA di I livello. La capacità di trattamento di un numero maggiore di pazienti in genere può essere affrontata con l’installazione in sito di un ulteriore PMA, con un corretto approvvigionamento di risorse e con una adeguata rotazione del personale medico. Un aspetto rilevante della gestione di un P.M.A. è quello relativo all’organizzazione delle scorte di farmaci e di dispositivi medici in vista di un’eventuale emergenza, in modo da essere immediatamente disponibili in stoccaggi standard, di essere adattati ad ogni tipologia di emergenza e di essere facilmente rinnovabili. Per facilitare gli approvvigionamenti si utilizza il codice ATC (Anatomica, Terapeutica, Chimica) che identifica ogni farmaco ed un elenco descrittivo dei dispositivi medici e dei disinfettanti. I farmaci sono stati suddivisi per classi terapeutiche riportando: - principi attivi in commercio in Italia; - dosaggi e formulazioni presenti in Italia; - via di somministrazione; - indicazioni generiche sulla posologia; 11 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Comunicato relativo al decreto del ministero dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001 concernente: Adozione dei “Criteri massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi”, Gazzetta Ufficiale - serie generale- n°81 del 6 aprile 2001 (Suppl. Ordinario n° 116)
    • - modalità di conservazione, quando necessarie; - fase in cui il farmaco deve essere immediatamente disponibile; - quantità da accantonare. Gli antidoti suddivisi in: - tossico; - antidoto; - via di somministrazione; - posologia; - note; - quantità. I disinfettanti e antisettici in: - principio attivo; - prodotti disponibili; - indicazioni e applicazioni; - caratteristiche; - norme di conservazione e stabilità; - avvertenze quantità da accantonare. L’organizzazione per le altre voci relative a materiali di impiego “generico” può essere fatta attraverso al compilazione di una lista di equipaggiamenti essenziali ma sufficienti per affrontare i problemi che si incontrano in uno scenario di maxiemergenza. Materiale indispensabile Materiale utile Materiale utile ma ridondante o con (PMA) (PMA) problemi logistici (successive al primo momento di emergenza) Barelle Batterie Materassini a depressione Teli portaferiti Lampade Compressori di aria Materiale per protezione termica Immobilizzatori per arti Generatori di corrente Acqua Collari cervicali Caricabatterie Torce elettriche a batteria Immobilizzatori per rachide Dispositivi per riscaldamento Ferri chirurgici di base Shelter (tende pneumatiche o altro) Megafoni Supporti per barelle Radiotelefoni Telefoni cellulari con fax Sacchi di plastica per rifiuti Un aspetto importante e da sottolineare è che il PMA è utilizzato molto spesso in supporto a manifestazioni in cui si prevede un grande afflusso di persone e/o della durata di più giorni. In genere in base al numero di persone previste vengono allestiti uno o più Posti Medici Avanzati affiancati da ambulanze o semplici tende di degenza per le patologie minori. In questo caso il PMA si prefigge l’obiettivo di assicurare l’assistenza sanitaria in loco, per quanto possibile, senza gravare sul normale lavoro degli ospedali. Per la maggior parte delle volte le situazioni che il PMA deve fronteggiare nelle manifestazioni non sono di maxiemergenza ma di semplice assistenza a singoli pazienti. Purtroppo però nella storia delle manifestazioni, soprattutto quelle in cui vi è un possibile rischio di maxiemergenza, si pensi alle manifestazioni aeree, concerti con un numeroso afflusso di persone in luoghi con poche vie di fuga, l’esperienza di tragici eventi ha portato la normativa a garantire la copertura sanitaria in modo massiccio e sistematico.
    • Dallo studio tipologico dei sistemi mobili più utilizzati in caso di emergenze mediche si è visto come questi, in genere, non sono concepiti partendo dalla funzione che devono ospitare, cioè quella medica, ma sono dei sistemi strutturali generali. Questi poi divengono dei centri medici allorché viene predisposto un allestimento, alle volte ridotto ai minimi termini, che ne identifica la funzione. Le seguenti tipologie di shelter in genere possono ospitare sistemi di supporto medico e/o PMA: - container; - moduli prefabbricati; - sistemi furgonati; - tende. I container in genere vengono utilizzati in supporto a emergenze sanitarie nelle quali è previsto che la durata dell’intervento sarà prolungata nel tempo. Non è pensabile utilizzare un container per interventi che durino ore o alcuni giorni. Il trasporto infatti richiede mezzi specifici e di cui si sia già pianificato l’utilizzo in fase di predisposizione delle misure da adottare in situazioni di crisi. In genere i container vengono utilizzati dagli eserciti o da organizzazioni per allestire gli ospedali da campo in zone di conflitto o colpite da calamità. I container infatti possono essere facilmente allestiti in modo da poter assolvere a quasi tutte le specialità che si possono trovare all’interno di un ospedale vero e proprio. Ogni container diviene così un reparto ospedaliero in cui può trovare luogo il triage, la farmacia, il reparto oculistico, la radiologia, fino a sale operatorie attrezzate per i casi più gravi. Il vantaggio del container è che può essere allestito in genere come se fosse un vero e proprio settore dell’ospedale; inoltre alcune tipologie, come tra l’altra si è già visto analizzando l’architettura mobile in generale, possono essere espandibili, e quindi aumentare la propria superficie disponibile. Brigata Alpina Julia, container con funzione di laboratorio e postazione di emergenza Trasporto di un container a scopo medico; container espandibile allestibile per diverse funzioni mediche (www.uniteamcontainer.com)
    • I moduli prefabbricati rientrano anch’essi nella tipologia di quei supporti che in genere non può supportare nell’immediato l’emergenza. Sebbene composti da elementi preassemblati, il trasporto e l’assemblaggio in loco richiedono del tempo. All’inizio di quest’anno, durante un’esercitazione internazionale di salvataggio in valanga che ha coinvolto il soccorso alpino valdostano, quello della Repubblica slovacca e polacca, la Gendarmeria francese e il soccorso alpino della Guardia di Finanza della cittadina di Entrèves, è stato testato un nuovo modulo di soccorso eli-trasportato della Protezione Civile della Valle d’Aosta. Il modulo è stato progettato e prodotto dalla ditta Sicit S.p.a. in collaborazione con il dott. Pantaleo Lucio Losapio e il dott. Carlo Vettorato, consulente sanitario della P.C. della Valle d’Aosta. Il modulo, che si basa sull’esperienza nel campo della prefabbricazione della ditta produttrice, è denominato M.A.P.I. (modulo multiuso, abitativo e sanitario a componenti elitrasportabili al gancio). Dalla relazione tecnica si apprende che: “la struttura dispone di un sistema di montaggio rapido, con impiantistica di base e arredi centrali essenziali a componenti assemblabili sull’area di intervento. Struttura totalmente autonoma, predisposta per allacciamenti elettrico, idrico, fognario, dotata di angolo con piastre elettriche, servizi igienici e arredi centrali. Caratterizzata da automonia, trasportabilità, rapidità d’istallazione, flessibilità di impiego, recupero totale e utilizzazione ripetuta. L’elaborato è stato eseguito partendo dal modulo base MAPI, Modulo Abitativo dalla SICIT, e dal MAPI-H, realizzato con la consulenza FIELD HOSPITALS.” Quindi trasportabilità e flessibilità come caratteristiche indispensabili anche nei sistemi prefabbricati. Protezione Civile della Valle d’Aosta, modulo M.A.P.I. allestito in occasione dell’esercitazione in Valle d’Aosta La relazione sottolinea inoltre come il modulo sia “scomponibile per l’elitrasporto al gancio e l’impiego in aree montane o comunque isolate, con criteri di robustezza, elasticità e indeformabilità”. Infatti la Valle d’Aosta è una delle regioni italiane più problematiche dal punto di vista del raggiungimento dei luoghi e delle comunità, l’orografia è sicuramente delle più difficili. In fase aperta di esercizio, il modulo è delle dimensioni esterne di cm. 752x617x230h. Diviso in 3 parti è costituito da un modulo centrale con i blocchi servizi e impiantistica generale preassemblata nel sotto tetto, comprendente impianto elettrico, illuminazione, riscaldamento, serbatoio acqua da lt.520 completato da impianto idrico di adduzione e distribuzione e pompa per circuito a pressione. La superficie interna complessiva è di circa mq 44.20, di cui mq 7.80 occupati dai servizi e circa mq 36.40 di superficie utilizzabile a qualsiasi titolo. “Il modulo MAPI - AOSTA ha, come caratteristica peculiare, quello di essere scomponibile in blocchi del peso massimo di 900 kg per elitrasporto al gancio, per essere impiegato in qualsiasi area, su qualsiasi piattaforma livellata e stabile, di superficie minima di circa 1200x1000cm, di qualsivoglia finitura superficiale, anche ghiaia.” Il problema principale, se il modulo dovesse essere utilizzato per fronteggiare una situazione di crisi nell’immediato, è che ci vogliono ben 10 elitrasporti per poter disporre di tutto il materiale (20 tra andata e ritorno). Nelle conclusioni della relazione tecnica però si sottolinea come lo scopo principale sia stato quello di poter predisporre una struttura di assistenza anche in zone isolate o non raggiungibili, con il conseguente declassamento della caratteristica di trasportabilità, o, più precisamente, di velocità nella trasportabilità.
    • Protezione Civile della Valle d’Aosta, allestimento del modulo M.A.P.I con i vari elementi elitrasportati Ancora dalla relazione tecnica: “il modulo MAPI-AOSTA è stato ridisegnato sulla base progettuale e concettuale dei moduli MAPI (ad esclusivo uso abitativo) e MAPI-H (ad esclusivo uso sanitario), per essere destinato come modulo multifunzionale a operazioni in zone isolate o difficilmente raggiungibili dai mezzi di trasporto; quindi le singole componenti nelle quali viene suddiviso, vengono adeguate all’elitrasporto, con possibilità di posizionamento e montaggio dall’alto e di posa in opera, senza l’ausilio di ulteriori mezzi di sollevamento, con una squadra di montatori composta da un caposquadra coordinatore delle operazioni, e n° 6-8 persone addette alle singole operazioni, che avvalendosi del Manuale di montaggio, uso e manutenzione, possono operare in tutta sicurezza all’assemblaggio dei singoli componenti sopra descritti. Il modulo è pertanto dedicato alle situazioni di emergenza, per esigenze diverse, compresa quella di importante presidio sanitario, considerando che trasporto e assemblaggio richiedono un tempo massimo di circa 6-8 ore, dipendenti principalmente dalla distanza del campo base di arrivo del modulo dalla zona delle operazioni.” Per quanto riguarda l’allestimento interno il modulo è composto da un blocco per i servizi igienici costituito da un elemento delle dimensioni di circa cm. 250x150x220h, comprendente il pavimento corrispondente, le pareti laterali, il soffitto, la porta di accesso da cm. 100x210 (tutti i sanitari e la doccia sono pre-assemblati) e da un blocco denominato cucina-armadi costituito da un elemento delle dimensioni di circa cm. 250x170x220h, comprendente il pavimento corrispondente, la parete divisoria fra i due elementi, le due pareti di testata ed il soffitto. L’allestimento medico non viene trattato, viene solo mostrato un esploso assonometrico con vista dall’alto di come si configura montato. I pesi definiti dalla ditta Sicit fanno riferimento ai moduli prefabbricati standard in produzione, che poi vengono organizzati per diventare ad uso sanitario. Essi sono: modello dimensioni chiuso dimensione aperto peso MAPI 750 largo 2.44m, lungo 7.5 e alto largo 7.32m, lungo 7.5 e alto 7˙5000/9˙200 kg 3.18 2.23 MAPI 912 largo 2.44m, lungo 9.12 largo 7.32m, lungo 9.12 e 9˙200/11˙500kg metri e alto 3.18 alto 2.23
    • Protezione Civile della Valle d’Aosta, presentazione dell’allestimento interno del modulo M.A.P.I. H
    • I sistemi furgonati in genere si pongono l’obiettivo di trasportare tutto l’occorrente all’interno del mezzo di trasporto. Il mezzo può essere un furgone vero e proprio allestito a scopi medici o essere un carrello che viene poi trainato da un automezzo. In quest’ultimo caso il rimorchio può o essere già allestito per potervi lavorare all’interno o funge solo da trasporto dell’attrezzatura medica e logistica per poter allestire un PMA attendato. Il vantaggio di questi supporti sta nel fatto che possono trasportare in modo veloce l’attrezzatura necessaria nel luogo dell’emergenza e possono rivelarsi più funzionali durante quelle attività di assistenza sanitaria che si svolgono all’interno di manifestazioni affollate. Infatti, se permesso dalle normative, può risultare sufficiente ad assicurare il presidio e non vi è necessità di allestire tende. I sistemi furgonati, sebbene abbiano all’interno tutto il necessario, hanno spazi molto ristretti e possono garantire l’assistenza ad una sola persona alla volta, indipendentemente dal numero di personale medico presente. Questo sistema non è pensabile per intervenire in situazioni che potrebbero comportare un prolungamento della situazione di crisi e un numero elevato di persone necessitanti cure. Lo svantaggio dei sistemi furgonati è quello di essere totalmente dipendenti dal mezzo di trasporto (portable building – sistema semovente). Se da un lato può essere un vantaggio per la possibilità di avere già tutto il materiale stoccato e pronto alla partenza, in territori con accessibilità limitata o impedita queste tipologie di supporto sono praticamente inutili. Esempi di sistemi furgonati
    • Infine le tende, le strutture più leggere e più facilmente trasportabili. In genere vengo utilizzate due tipi di tende: le classiche tende sostenute da pali e quelle invece sostenute tramite struttura pneumatica. Le tende tradizionali utilizzano gli stessi principi costruttivi già trattati nella spiegazione dei casi di emergenze umanitarie o nel campo del tempo libero e dello sport. Le tende a struttura pneumatica sono state introdotte con il tentativo di abbattere il tempo di montaggio. La struttura infatti viene eretta tramite l’immissione di aria all’interno dei tubolari pneumatici. Vi è comunque la necessità di montare delle aste distanziatici degli archi pressurizzati per conferire alla struttura stabilità nel senso longitudinale. Anche se le ditte produttrici assicurano che con le valvole di sicurezza la probabilità è remota, esiste la possibilità che alcuni settori pneumatici, soprattutto in terreni disagevoli, si strappino, provocando uno sgonfiamento parziale. Inoltre in quasi tutti i prodotti è necessario mantenere costantemente sotto pressione la struttura, con conseguente rumore del compressore e spreco di energia. Allestimento di un posto medico avanzato attraverso tende pneumatiche Eurovinil, tipologie di archi utilizzati nell’allestimento di una tenda pneumatica; le varie parti sono saldate assieme tramite saldatura elettronica ad alta frequenza; sotto: eurovinil, tenda pneumatica
    • Sia nelle tende pneumatiche che in quelle a scheletro metallico per aumentare l’isolamento termico vengono montati dei secondi teli all’interno della struttura. Se già solamente con il telo di copertura la condensa è uno dei problemi maggiori delle tende, con i due teli a contatto e la mancata aerazione, questo viene amplificato. Per l’utilizzo in ambienti fortemente soleggiati è inoltre necessaria l’installazione di una apposita struttura ombreggiante esterna ancorata al suolo con picchetti e distanziata dal telo di copertura con appositi tubolari (su idea dell’esercito) per permettere la ventilazione ed evitare la condensa. Brigata Alpina Julia, interno di una tenda pneumatica con secondo telo interno per aumentare l’isolamento termico; sistema per creare una camera d’aria e diminuire il soleggiamento della tenda
    • Le dimensioni delle tende pneumatiche sono in genere simili a quelle tradizionali, l’Eurovinil ad esempio nei modelli TPSE/06-032, TPSE/06-042, TPSE/06-044, TPSE/06-052, TPSE/06-054, indica una larghezza pari a 540cm per lunghezze di 515cm se la tenda ha 3 archi pneumatici, 755 se ne ha 4 e 995 per 5 archi, con altezza di 2.80metri. Le pressioni di esercizio al massimo gonfiaggio raggiungono i 0,35 bar e in genere garantiscono una resistenza per venti che arrivano fino a 80 km/h. Sempre nelle schede tecniche dell’Eurovinil viene indicato il peso e i colli necessari al trasporto dei vari componenti: descrizione colli peso (+/-3%) 3A-2P 4A-2P 4A-4P 5A-2P 5A-4P Tenda 1 120kg 165kg 175kg 210kg 220kg Paleria 2 9kg 11kg 11kg 13kg 13kg Picchetti e maz- 3 21kg 25kg 23kg 29kg 27kg za Kit gonfiatore 4 9,5kg 9,5kg 9,5kg 9,5kg 9,5kg completo PESO TOTALE 160kg 210kg 219kg 262kg 270kg All’interno delle tende con struttura metallica vi è un dispositivo in produzione presso la ditta Eureka! (military.eurekatents.com) chiamato Rapidly Deployable Shelter progettato da Chuck Hoberman (www.hoberman.com, vedi anche Architettura trasformabile, cap.2 ) e premiato dall’Industrial Design Society of America. Questo sistema, che im- piega le tecnologie utilizzate in realizzazioni più grandi dello stesso progettista, ha una struttura espandibile senza necessità di montaggio. Questo riduce notevolmente i tempi di assemblaggio e predispone un sistema a quasi immediato utilizzo. Questa tenda è stata espressamente concepita su richiesta della Jonhson Outdoor (detentrice del marchio Eureka!) per poter essere utilizzate in campo militare. Dalla schede tecniche si apprende come in produzione vi siano tre misure di tende: la prima di 42m2 pesante 307kg, una di 56m2 per 358kg e una di 61m2 di quasi 400kg. Chuck Hoberman, Rapidly Deployable Shelter
    • Sebbene le tende siano la struttura che più viene utilizzata nelle situazioni d’emergenza (in quanto facilmente trasportabile, trasformabile, flessibile, adattabile), è interessante notare come queste non siano propriamente concepite per fini medici; la stessa struttura è la medesima che viene utilizzata per allestire camerate, attività logistiche, ecc. Si può quindi dire che non esita una “tenda medica”, cioè un riparo concepito per agevolare il lavoro dei soccorritori, ma bensì è la grande flessibilità del sistema “tenda” che viene sfruttata anche per ospitare questa particolare attività. Brigata Alpina Julia, ospedale da campo Le ditte che producono tende propongono come allestimenti letti per i triage, brande per la degenza, zaini contenenti il necessario per il primo soccorso, ma non vi è un integrazione tra struttura e allestimento, cioè non vi sono dispositivi che permettono un utilizzo più funzionale della tenda stessa quando questa diventa un supporto medico. Anche se vi sono ditte che producono strumenti elettromedicali portatili o medesime facilitazioni, queste non dialogano in nessuna maniera con la struttura in cui saranno ospitate. Non vi è una coordinazione organica tra gli elementi componenti il punto medico d’emergenza. Questo comporta che il medico si trovi a lavorare in situazioni di dis-comfort in quanto nessuno ha progettato il corretto modo in cui i vari elementi devono posizionarsi ma soprattutto relazionarsi. Si è visto infatti come la necessità di avere un ambiente flessibile all’interno della tenda porta a non studiare una configurazione interna e, sebbene la flessibilità sia un requisito fondamentale, il non progettarla produce un effetto negativo sull’organizzazione interna del lavoro. Non considerare che gli apparecchi medici hanno dei cavi che possono ostacolare l’attività, significa creare non pochi problemi agli operatori. In una situazione d’emergenza tutto dovrebbe funzionare secondo i piani predisposti in fase pianificatoria, ma se un operatore deve perdere del tempo per trovare un luogo dove poter appendere la flebo, per esempio, questo non solo può creare confusione all’interno della configurazione della tenda ma ricade anche sull’umore dello stesso soccorritore, che inevitabilmente, in una situazione di crisi, si innervosisceper intoppi, magari banali, che si trova ad affrontare però in situazioni di già pesante tensione emotiva.
    • Posto Medico Avanzato allestito durante una manifestazione sportiva
    • In generale si possono identificare dei settori progettuali dei quali sarebbe necessario un approfondimento per migliorare la qualità abitativa della tenda. Se poi questa dovesse essere il supporto per attività sanitarie più importante ancora sarà il lavoro del progettista nella ricerca di soluzioni volte a garantire uno standard qualitativo maggiore. Tali settori possono essere individuati come: - isolamento termico: la garanzia di poter operare in un ambiente adeguato sotto il profilo climatico crea immediatamente una sensazione di comfort. La predisposizione di accorgimenti volti alla minor dispersione termica e alla riduzione del fenomeno della condensa favorisce un ambiente di lavoro più salubre. Garantire un buon isolamento termico significa minor necessità di climatizzare l’ambiente, ridurre i volumi dell’attrezzatura necessaria a tale scopo, il peso del materiale trasportato e i consumi. - Illuminazione: garantire una corretta illuminazione in ogni punto della tenda, soprattutto se utilizzata come punto medico, permette un sensibile miglioramento dell’attività medica e della vivibilità della tenda stessa. -Flussi : internamente alla tenda, soprattutto se vi è la necessità di individuare aree con funzionalità diversa, è utile studiare i possibili flussi interni, individuare se è necessario quale sia l’entrata e quale l’uscita. - Privacy : sempre maggiore deve essere la sensibilità del progettista volta a garantire il rispetto della privacy degli occupanti della tenda che potrebbero essere costretti, per cause maggiori (come in una situazione di emergenza), a dover condividere lo spazio interno. - Servizi: in genere sono esterni alla tenda ma bisogna considerare alcune particolari situazioni in cui o gli occupanti sono impossibilitati a recarsi all’esterno (persone ferite) o in cui l’abbandono della tenda per un periodo medio lungo potrebbe creare una situazione critica (soccorritori). Non sempre infatti vi è la possibilità di accedere ai servizi entro un raggio di pochi metri e per i medici, ad esempio, vi può essere la necessità di lavarsi ripetutamente le mani, avere uno spazio in cui poter lasciare i propri effetti personali, le scorte dei farmaci, i rifiuti speciali La grande facilità di trasporto ha portato all’utilizzo delle tende anche per supporti medici che prevaricano la situazione di crisi circoscritta. Infatti, con la semplice aggiunta di moduli di collegamento, è possibile formare con le singole tende un vero e proprio ospedale con le varie unità. Gli ospedali da campo possono essere allestiti con tutti i tipi di shelter, tranne quelli che sono indissolubilmente legati con il mezzo (furgonati); esistono ospedali da campo conteinerizzati o attendati, nel primo caso il fattore trasporto però potrebbe rivelarsi limitativo, soprattutto se non si dispone di mezzi militari. Resta il fatto che anche per gli ospedali da campo, se composti con tende, non rappresentano una specifica tipologia, ma hanno solamente, come già detto, un allestimento specifico per interventi medici, comunque sempre non organizzato con la struttura. Inoltre, dall’analisi di alcune schede tecniche di possibili configurazioni di ospedali da campo con tende, si nota come lo spazio dedicato al lavoro dell’operatore medico sia molto spesso ristretto e disagevole. Bisogna stabilire quanto la fase di emergenza giustifichi un’operatività scomoda e limitata soprattutto quando vi sono programmi di pianificazione degli interventi sanitari in scenari emergenziali.
    • Eurovinil, dimensionamento di un ospedale da campo
    • Durante le ricerche fatte per questa tesi di laurea si sono rivelati fondamentali i suggerimenti dati dalle persone che sono coinvolte quotidianamente in situazioni di emergenza. Durante i vari incontri fatti con medici, militari, volontari della protezione civile si sono potute appurare le esigenze, le problematiche e i punti di forza delle varie tipologie di unità mobili di soccorso sanitario. Non potendo riportare tuttie le discussioni, i ragionamenti e i suggerimenti dati, si è deciso di predisporre un questionario comune che è stato sottoposto alle persone coinvolte. Questo per far capire al lettore l’importanza, nel tentaivo di progettare in modo corretto una unità mobile di soccorso sanitario, del coinvolgimento delle figure professionali che dovrebbero essere gli utilizzatori finali. (il termine shelter viene utilizzato di seguito in modo genrico, nel suo significato primo di riparo, intendendo tutte le tipologie mobili, ad uso medico e non, e non solamente ad indicare i container attrezzati commercialmente definiti come shelter) _ Professione/attività in cui ha operato con il supporto degli shelter (medico, militare, volontario, ecc.) Protezione civile, con logistica alpina _ In quale tipologia di shelter ha operato? Lo shelter era un P.M.A. (Posto Medico Avanzato), un riparo per l´organizzazione logistica dell´emergenza, un luogo per lo stoccaggio di materiale, ecc.? Le strutture in cui mi sono trovata ad operare sono state: 1. l’ospedale da campo dell´Associazione Nazionale Alpini sia strutture tendali, standard che tende pneumatiche; 2. come iscritta prima e responsabile dal 1998 del Gruppo Medico Pediatrico (Gruppo formato da sanitari con specifca competenza materno-infantile, nato nell´ormai lontano 1988 per volere di uno sparuto numero di medici ed infermiere dell´IRCCS “Burlo Garofolo” di Trieste, formazione regolarmente iscritta nei ruoli del Dipartimento di Protezione Civile e della Regione Friuli-Venezia Giulia, che, dall´originaria sezione A.N.A. di Trieste, è passata nel corso del 1996 in carico alla Sezione di Gorizia - Gruppo di Monfalcone), ho operato in un P.M.P.A. (Posto Medico Pediatrico Avanzato) progettato dagli iscritti al
    • Gruppo. Tale P.M.P.A. era costituito da tre tende collegate tra loro, un container, ideato per fungere da sala operatoria con attrezzature specifiche per eseguire interventi su donne e bambini, ed una tenda collegata a questo tramite un tunnel che ne garantisse il più possibile l´isolamento. Per la difficoltà (ed il costo!) di movimentazione del container, le cui dimensioni erano 6,5 x 2,5 x 2,5 metri, il P.M.P.A. è stato montato a volte utilizzando solo la parte tendale. Dopo il terremoto del Pakistan del 2006, il Coordinamento A.N.A. Regionale ha donato parte della struttura alla Mezza Luna Rossa Pakistana, ovvero il container e le tende ad esso collegate da tunnel su misura. Mi è stata data l´occasione di progettare e, grazie al contributo della Fondazione di una Cassa di Risparmio Regionale realizzare, un ambulatorio mobile a completamento del P.M.A. (questa volta Posto Medico Avanzato “tout-court”). _ In quali luoghi ha operato operare e qual’era la tipologia d´intervento (catastrofi naturali, aiuti umanitari, ecc.): Con l´ospedale da campo A.N.A. nel 1997 nel difficile momento attraversato dalle popolazioni delle Marche e dell´Umbria durante il terremoto, nel 2000 a Torvergata per il Giubileo dei giovani e nel 2005 in Sri Lanka; Come appartenente al Gruppo Medico Pediatrico in occasione di raduni di folla a Gorizia nel 2002, durante il giuramento degli Alpini della Julia, e nel 2003, in occasione dell´80° della Sezione, durante l´adunata degli Alpini nel 2004 a Trieste e a Faedis nel 2005 durante il Green Volley. Dal 2006 al 2008 sempre per raduni di folla, Adunate nazionali od esercitazioni Alpine è stato utilizzato come P.M.A. l´ambulatorio mobile con tende del Gruppo o di altre Sezioni Alpine. _ In quali tipo di shelter/P.M.A. in cui ha operato (container, tende pneumatiche, tende standard, ecc.):? Tutti e tre. _ Ha montato lei lo shelter o c´erano pelle persone addette a questa operazione? Ho sempre avuto la fortuna di operare con una logistica dedicata, con cui ho cercato di collaborare per quanto mi era possibile. _ Ha dovuto intervenire sull’architettura dello shelter in particolari condizioni climatico/ambientali? Caldo e umidità sono stati i peggiori nemici! A Torvergata, in particolare l´esperienza acquisita operando in tende pneumatiche mi ha convinto a modificare il progetto originario del P.M.P.A. in tende standard e non pneumatiche. L´utilizzo di teli “ombreggianti”, stesi sulle tende o su parte di esse, lasciando uno spazio tra queste strutture, ha ridotto il riverbero, migliorando la temperatura interna alle tende stesse, peraltro previste con impianto di condizionamento caldo /freddo. L´utilizzo di teli di plastica sopra le grelle di pavimentazione hanno consentito una pulizia più accurata delle strutture che, non dimentichiamo, sono pur sempre dei punti sanitari! _ Crede ci siano possibili miglioramenti che le renderebbero il lavoro all´interno dello shelter più agevole? 24-72 ore sono a parer mio vivibili con un po´ di spirito d´adattamento in qualunque situazione, se però ci troviamo a dover operare per lunghi periodi, magari in zone distanti da casa, un minimo di “comfort” ci consente di lavorare bene e contribuisce così a ridurre l´inevitabile stress di quel momento particolare di vita, personale e lavorativa, che ci vede per nostra scelta coinvolti. Quando si decide di progettare un P.M.A. è indispensabile pensare ad una struttura a rapido montaggio, di scarso ingombro, facilmente trasportabile via terra, acqua ed aria, ma per poterlo far funzionare bene si deve anche avere la fortuna di avere a disposizione un gruppo affiatato che, pur rispettando i ruoli, sappia integrarsi per convivere in armonia tutto il tempo durante il quale sarà impiegato.
    • _ Professione/attività in cui ha operato con il supporto degli shelter (medico, militare, volontario, ecc.) Medico della Croce Rossa Italiana _ In quale tipologia di shelter ha operato? Lo shelter era un P.M.A. (Posto Medico Avanzato), un riparo per l´organizzazione logistica dell´emergenza, un luogo per lo stoccaggio di materiale, ecc.? Per l’adunata nazionale ANA a Udine abbiamo utilizzato diversi PMA: alcuni in aule scolastiche in diversi punti della città ben segnalati e posti in punti strategici e una struttura articolata su una tenda decagonale con collegati: uno shelter carrellato per manovre ALS (supporto avanzato funzioni vitali, codici rossi), una tenda per codici gialli in P.zza I Maggio. In Irak sono andato per allestire una struttura tipo Role 2 (non un PMA di 1° livello, ma un PMA con possibilità chirurgiche) In Sri Lanka era un PMA attendato con autogonfiabili con aria condizionata in zona controllata da Tamil. _ In quali luoghi ha operato operare e qual’era la tipologia d´intervento (catastrofi naturali, aiuti umanitari, ecc.): Terremoto Friuli 1976, terremoto Irpinia 1980, raduni di folla (visita del Santo Padre, adunate ANA, etc.), operazioni in Irak e Sri Lanka. _ In quali tipo di shelter/P.M.A. in cui ha operato (container, tende pneumatiche, tende standard, ecc.):? Tutti e tre. _ Ha montato lei lo shelter o c´erano pelle persone addette a questa operazione? Per la maggior parte c’erano persone addette. _ Ha dovuto intervenire sull’architettura dello shelter in particolari condizioni climatico/ambientali? Per la maggior parte il problema è il caldo, in Sri Lanka le tende erano protette da contropeli i container hanno l’aria condizionata _ Crede ci siano possibili miglioramenti che le renderebbero il lavoro all´interno dello shelter più agevole? Se è un PMA di primo livello, per essere utile deve essere veloce da montare, con logistica propria e carrello o pallet dotazioni a parte, può essere svincolato dalla teleria.
    • _ Professione/attività in cui ha operato con il supporto degli shelter (medico, militare, volontario, ecc.) Esercito, protezione civile. _ In quale tipologia di shelter ha operato? Lo shelter era un P.M.A. (Posto Medico Avanzato), un riparo per l´organizzazione logistica dell´emergenza, un luogo per lo stoccaggio di materiale, ecc.? Sotto il nome di shelter, almeno nell’Esercito ma credo anche in altri settori, sono individuati quei manufatti atti a contenere quello che mediamente sarebbe contenuto in una stanza, più o meno grande. Le configurazioni attualmente in uso sono: - UEO 1 di lungh. 2,2x largh.2,2x alt.2,45 mt; - UEO 2 di lungh. 4,0x largh.2,0x alt.2,45 mt (per lavanderia, servizi igienici, panificio, docce, frigo, ufficio; - UEO 1C di lungh. 6,05x largh.2,435x alt.2,435 mt (per frigo monocella, cucina) Può essere identificarlo in un ufficio, un centralino, una sala operatoria, una doccia, un panificio, ecc. che abbiamo la necessità di realizzare in un posto ove non c’è nulla ed in tempi brevi. Per risolvere, almeno in parte, la necessità di disporre di un locale più o meno grande, si possono posizionare più shelter in maniera opportuna collegati tra loro da teli di collegamento. Un’alternativa è quella, sempre più usata ancorché più complessa da posizionare, di impiegare gli shelter a geometria variabile. Da chiuso ha le stesse dimensioni di uno shelter normale e, una volta posizionato a terra, si allarga quasi del doppio creando una stanza di quasi 14 mq.
    • Qual è allora il concetto d’impiego dello shelter? E’ stato detto che può essere identificato in un ufficio, un centralino, una sala operatoria, un servizio igienico abbinato a docce o altro da posizionare in un posto qualsiasi ed essere impiegato, per quello che è stato pensato, in tempi brevi. Per comprendere meglio riporto alcuni esempi; all’interno di uno shelter adibito a ufficio troveremo, almeno nelle parti essen- ziali, un doppione dell’ufficio in muratura, con dei contenitori da usare per archivio pratiche già appesi alla parete, dei tavoli, sedie, l’impianto di illuminazione, l’impianto telefonico e l’impianto di condizionamento, il tutto già predisposto e chiuso in una “scatola” di dimensioni standard e pronto all’uso. Al momento della necessità saranno caricati i documenti e attrezzature mobili (telefoni, computer, fotocopiatori ecc.) e spedito in qualche luogo. Quando gli operatori di quell’ufficio/shelter, avranno raggiunto l’area di dispiegamento troveranno pronto all’impiego il proprio ufficio, chiamato shelter. Altro esempio su uno shelter servizi igienici e docce, dove l’interno dello shelter è diviso in piccoli box attrezzati a doccia, lavabi e gabinetti, basterà, raggiunta la località d’impiego, collegare l’acqua, la cor- rente elettrica e lo scarico delle acque per avere, in tempi brevi, fino a 8 gabinetti o 8 docce. Così per un sala operatoria o una farmacia, un centralino o una sala radio ecc.. I vantaggi che assicurano gli shelter, rispetto le tende, prefabbricati, camper o roulotte si riassumono in: - maggior sicurezza per il materiale contenuto; - superiori prestazioni meccaniche; - una più lunga durata operativa; - una predisposizione di attrezzature complesse precedente all’impiego, non attuabile in tenda; - idoneità all’installazione e protezione di apparecchiature ad alto livello tecnologico (es: centri ripetitori radio e TV, stazioni di gruppi elettrogeni, stazioni di controllo navigazione aeree, centri sorveglianza geologica, laboratori analisi ecc.) Da quanto finora detto, si comprende che gli shelter non sono adibiti a magazzino, per questo scopo sono impiegati i containers. Cos’è allora un container? E’ una sorta di “scatola” di dimensioni standard da 10, 20, 30, 40 e 45 piedi, con una porta o più porte, a cielo aperto e frigoriferi. Lo sviluppo commerciale ha però privilegiato la diffusione di container da 20 piedi e da 40 piedi, gli unici utilizzati per il trasporto marittimo, dove fa premio gli schemi di caricamento sovrapponibili. Questa scatole, chiamate Container, possono essere: - da 20 piedi, 1C, della lunghezza di 6,058 mt x 2,438 x 2,438; - da 40 piedi, 1A, della lunghezza di 12,19 mt x 2,438 x 2,438; quelli da 20 piedi possono essere: - Standard a una porta; - Open side, può avere anche le porte laterali su tre lati, per facilitare il carico scarico delle merci; - Open top, che ha la parte superiore, il tetto, aperto e coperto da un telo. - Tank container che presenta una gabbia con all’interno un serbatoio da 21 m3 . Esistono anche altre tipologie ad uso specialistico che non prendiamo in considerazione. _ In quali luoghi ha operato operare e qual’era la tipologia d´intervento (catastrofi naturali, aiuti umanitari, ecc.): Gli shelters possono essere impiegati in tutti gli ambienti mediamente “vivibili”. Sono stati impiegati con successo in tutte le operazioni, sia in operazioni militari che di aiuto umanitario a seguito di catastrofi naturali e non. In Italia o all’estero, dall’Africa australe alle fredde aree scandinave, dal Kosovo all’Afganistan. _ In quali tipo di shelter/P.M.A. in cui ha operato (container, tende pneumatiche, tende standard, ecc.):? 1. Tende pneumatiche: incontrano il favore degli operatori per la relativa facilità di montaggio, il minor peso a parità di dimensione da una tenda standard con paleria in ferro e conseguentemente minor tempo e meno operatori per il montaggio. Questo si traduce anche in minor numero di mezzi da impiegare per il trasporto delle tende. Sono di varie misure che vanno da 4x4 mt. per usi veloci e urgenti quali pronto soccorso in incidenti, alle tende 6x9 mt. usate per uffici, dormitori, infermerie, degenza per ospedali da campo, alle 9x12, allungabili, mediamente usate per grandi uffici, sale briefing, refettori, magazzini ecc.. La vivibilità all’interno di queste tende sono diverse in funzione delle condizioni meteo dell’area di impiego. 2. Tende con paleria standard: rimangono ancora valide per ricoveri di breve e piccola entità. A differenza delle tende pneumatiche hanno il difetto di pesare di più e occupare più spazio nel trasporto. Hanno il pregio di non “sgonfiarsi” se bucate come le sorelle pneumatiche e la vivibilità è maggiore grazie alla traspirabilità del tessuto di copertura. _ Ha montato lei lo shelter o c´erano pelle persone addette a questa operazione?
    • Normalmente la “scatola” shelter viene posta a terra dal mezzo che l’ha trasportata in un punto ben definito da un progetto planimetrico dell’intera base che si vuol costruire. Gli operatori che impiegheranno lo shelter avranno poi il compito di allestirlo e renderlo operativo e funzionale. Solo i collegamenti elettrici, telefonici e della rete verranno successivamente montati da personale specializzato al seguito dell’organizzazione. _ Ha dovuto affrontare particolari problematiche negli shelter in cui ha operato? No ho trovato grandi problematiche. I cavi vanno sempre interrati nelle zone di attraversamento pedonale o carraio e, se non possibile, vanno nascosti da apposite guide a prova di mezzi pesanti. I cavi elettrici, telefonici ecc. all’interno della tenda possono provocare inciampi, ma se opportunamente “fasciati” e fatti scendere dall’alto verso il tavolo di lavoro o posizionando i tavoli verso le pareti evita l’inconveniente _ Ha dovuto intervenire sull’architettura dello shelter in particolari condizioni climatico/ambientali? Nell’Esercito, l’impiego delle tende, degli shelter e dei containers è continuo specie nelle varie operazioni a cui le F.F.A.A. vengono chiamate a svolgere. Anche grazie a questo continuo e massiccio impiego di tende, le ditte costruttrici sono sensibili alle richieste di “aggiunte e varianti” al progetto del manufatto iniziale, pertanto, nel corso degli anni si sono raggiunti standard di funzionalità ottimali. Alcuni esempi: nell’Africa australe le temperature all’interno delle tende era insopportabile per la vivibilità degli operatori o per i ricoverati negli ospedali da campo. La semplice sovrapposizione di due stati di teli ombreggianti distanti fra loro e la tenda di circa 20 cm riduceva la temperatura all’interno della tenda di parecchi gradi tanto renderla vivibile. Con l’aggiunta di condizionatori nelle tende pneumatiche, più stagne di quelle tradizionali a paleria, si raggiungevano temperature ottimali per la vivibilità, specie nelle sale ricovero. Tutte esperienze che, travasate alle ditte costruttrici, hanno provveduto alla creazione di teli ombreggianti tenuti sollevati da appositi tubolari lungo tutta la tenda. L’applicazione di teli coibentanti all’interno della tenda favorisce di molto il mantenimento di un ambiente vivibile specialmente se abbinati a condizionatori/riscaldatori che immettono aria refrigerata dal basso e aspirano aria calda dall’alto o l’inverso se usati quali riscaldatori. Con questi accorgimenti siamo sopravvissuti in aree scandinave e baltice con temperature fino a 20° sotto zero e in quelle africane con 45° sopra _ Crede ci siano possibili miglioramenti che le renderebbero il lavoro all´interno dello shelter più agevole? Come per le tende anche per gli shelter si sono raggiunti standard ottimali di vivibilità, ma le modifiche sono più lente per la complessità del manufatto e per i costi conseguenti.
    • _ Professione/attività in cui ha operato con il supporto degli shelter (medico, militare, volontario, ecc.) Protezione Civile e VV.F. - volontariato _ In quale tipologia di shelter ha operato? Lo shelter era un P.M.A. (Posto Medico Avanzato), un riparo per l´organizzazione logistica dell´emergenza, un luogo per lo stoccaggio di materiale, ecc.? PMA (esercito), sala radio, cucine. _ In quali luoghi ha operato operare e qual’era la tipologia d´intervento (catastrofi naturali, aiuti umanitari, ecc.): Durante esercitazioni e soccorsi umanitari (Albania 1999). _ In quali tipo di shelter/P.M.A. in cui ha operato (container, tende pneumatiche, tende standard, ecc.):? Container, tende pneumatiche di varie tipologie, unità mobili. _ Ha montato lei lo shelter o c´erano pelle persone addette a questa operazione? Montate direttamente se trattasi di tende, da operatori addetti se trattasi di containers. _ Ha dovuto affrontare particolari problematiche negli shelter in cui ha operato? Ha dovuto intervenire sull’architettura dello shelter in particolari condizioni climatico/ambientali? Le tende di tipo pneumatico, offrono sì la rapidità di montaggio, ma, nonostante alcuni miglioramenti apportarti da alcune ditta(anche su mio suggerimento personale, soprattutto dopo d’emergenza in Pakistan del 2005) in particolare: - necessità di corrente elettrica per il gonfiaggio - alcuni modelli necessitano di mantenere costantemente acceso il gonfiatore e, se dovesse mancare corrente, la tenda si affloscia in tempi brevi - fragilità dei cuscini tubolari di struttura, che, qualora necessiti lo spostamento della tenda, rischiano per l’abrasione di provocare alla base degli stessi dei microfoni che sgonfiano la tenda - eccessivo peso dei colli essendo la struttura composta prevalentemente di gomma, l’unidità e la condensa sono uno dei problemi, sia a tenda montata (gocciolamento) che in fase di stoccaggio (se non asciutta deteriora il materiale) Alcune ditte hanno risolto il problema con un controsoffitto in garza di cotone e migliorando il tessuto (gomma-cotone ad esempio). Per quanto riguarda i container, a parte l’aspletto climatico, (risolto ormai con i condizionatori-climatizzatori) l’unico aspetto negativo è quello dell’area di manovra per lo scarrabile e la necessità della presenza di camio-gru o gru per il carico scarico. Necessità da valutare in sede di allestimento area la presenza dell’impiantistica soprattutto acqua e scarichi per gli shelter- containers ad uso cucina e sanitari
    • 05
    • Il progetto per una unità mobile di soccorso sanitario (UMSS) vuole essere una sintesi delle informazioni reperite attraverso lo studio delle varie tematiche affrontate in questa tesi e delle esperienze delle persone che periodicamente lavorano all’interno di unità mobili. Per prima cosa si è scelta la tipologia di architettura mobile da adottare tra quelle proposte da Robert Kronenburg (portable buildings, relocatable buildings, demontable buildings). La scelta è ricaduta su un sistema totalmente assemblabile e disassembalbile in loco, cioè “demontable”. Questo perché si è deciso di porre dei vincoli progettuali molto forti al sistema: garantire una totale indipendenza tra l’unità e il sistema di trasporto, perseguire la massima leggerezza, fornire uno spazio funzionale e flessibile agli utenti. Dai numerosi incontri con medici ed operatori del settore e soprattutto grazie alla loro diretta esperienza con i vari tipi di shelter, si sono potuti inquadrare i punti di forza e le varie problematiche di ogni supporto mobile. Dai vincoli progettuali si è dedotto che il sistema più attinente allo scopo era la tenda, in quanto facilmente trasportabile e relativamente leggera. I punti di forza e di debolezza sono: - vantaggi: facilità di trasporto leggerezza (rispetto agli altri sistemi) assemblabile in breve tempo flessibile negli spazi - svantaggi: scarso riparo dagli agenti atmosferici e dalla radiazione solare mancanza di una organizzazione interna per la predisposizione di facilitazioni per i soccorritori. In realtà la flessibilità della tenda allestita per scopi medici è una falsa flessibilità; l’utente allestisce l’interno in modo totalmente casuale e non secondo uno schema tipologico di base. Lo scopo di questo progetto è quello invece di creare una struttura adeguata che assicuri: - un riparo adeguato dagli agenti atmosferici; - uno spazio di lavoro dei medici idoneo; - dei servizi a supporto per gli operatori; - la massima flessibilità possibile dello spazio; - la leggerezza; - la facilità nel montaggio/ disassemblaggio.
    • L’organizzazione funzionale interna all’unità mobile di soccorso sanitario è dettata da regole ben precise prescritte da normative e protocolli. Queste in genere riguardano l’organizzazione operativa dei soccorsi e non prendono in considerazione la configurazione dell’allestimento interno, in quanto devono essere applicate a tutti i supporti logistici operanti in situazioni di crisi. Queste prescrizioni, derivanti dalla ricerca svolta e riportata nel capitolo 4, sono state riassunte all’interno del progetto in questi punti chiave: - per facilitare le operazioni di soccorso si dovrà agevolare l’individuazione di un flusso interno ben preciso; - l’unità deve avere una entarta ed una uscita ben distinte; - la zona in cui si prestano le cure urgenti al paziente dovrà essere in qualche modo separata dalla zona di degenza; - gli spazi interni, seppur contenuti, dovranno garantire la facilità delle operazioni di triage, soccorso e monitoraggio; - gli spazi interni, seppur contenuti, dovranno essere flessibili; - le strumentazioni interne non dovranno ostacolare le operazioni dei soccorritori, ma agevolarle. Queste considerazioni hanno fortemente influenzato l’architettura dell’unità mobile, ne hanno determinato la forma, la struttura esterna ed interna, le soluzioni tecnologiche e il progetto delle attrezzature interne. Organizzazione dell’unità mobile di soccorso ssnitario
    • USCITA N O E S INGRESSO Vista dall’alto: ingombro totale dell’unità mobile; prospetti: ovest ed est_scala 1:75_misure in metri
    • ORGANIZZAZIONE ORIZZONTALE DELLE FUNZIONI 02 03 01 02 01_BASE 02_VANI DI SERVIZIO 03_IMPIANTI 06 05 04 06 04_ZONA EMERGENZA 05_ZONA DEGENZA 06_ZONE DI ACCETTAZIONE E DIMISSIONE ORGANIZZAZIONE VERTICALE DELLE STRUTTURE
    • La parola chiave per l’organizzazione interna è flessibilità. Sebbene, come si è visto nel capitolo 4, l’allestimento di posti medici avanzati ovvero unità mobili di soccorso sanitario in generelale sia regolamentata dal numero di persone coinvolte nell’emergenza, è sempre da considerare la possibilità che lo scenario che si presenta ai soccorritori sia diverso da quello ipotizzato durante la fase di organizzazione della catena dei soccorsi. Per questo il progetto presenta una flessibilità generale dell’unità, soprattutto nella zona nella quale vengono prestate le prime cure al paziente. Anche se gli spazi sono contenuti a causa delle esigenze di trasportabilità e leggerezza, sono state studiate due possibilità base che rendono la zona “emergenza” flessibie: la prima prevede la possibilità di allestire l’area con un solo lettino per il trattamento del paziente; la seconda prevede che invece siano allestite due postazioni di soccorso. Nella prima disposizione lo spazio per le manovre degli operatori sarà maggiore e permetterà una fruizione più comoda; tale soluzione potrebbe essere utilizzata nel momento in cui o la situazione prevede il coinvolgimento di un numero relativamente basso di persone o quando l’unità è allestita come presidio a supporto di manifestazioni che non presentano particolari rischi di incidenti. Nella seconda invece gli spazi sono ridotti ma consentono comunque lo svolgimento delle manovre di soccorso. Per agevolare i flussi interni, dei quali si parlerà successivamente, in entrambe i casi è prevista una apertra di servizio che attraversa il vano tecnico. Nel primo caso non influenzerà particolarmente l’organizzazione interna dei movimenti, ma nel secondo caso, come si vedrà in seguito, sarà fondamentale per non creare interferenze con il flusso entrante dei feriti. Questo accorgimento, come ogni soluzione sia organizzativa che tecnica influenza in modo profondo l’architettura dell’unità mobile di soccorso sanitario. Sebbene tutte le facilitazioni inserite nel layout siano indipendenti tra di loro, tanto da poter pensare di allestire l’unità senza alcune di queste, esse si influenzano reciprocamente. Le soluzioni progettuali definite per un elemeto dell’allestimento sono frutto dello studio della funzione che deve svolgere, del suo posizionamento, della relazione con la struttura principale, della relazione con gli altri elementi interni ed avendo sempre come sfondo le parole chiave di questa tesi: trasportabilità, trasformabilità, flessibilità ed adattabilità. Viste dell’unità mobile di soccorso sanitario con una e due postazioni nell’area emergenza
    • A A Prospetto: linea di sezione a 2,5m_scala 1:100 Sezione a 2,5m: soluzione con una postazione in area “emergenza”_scala 1:50
    • USCITA INGRESSO Per chiarezza in questo disegno e in quelli successivi si riporterà solamente l’ingombro alla base della struttura primaria formata dai montanti e dalle due membrane. Le linee azzurre con relativa freccia indicano i divisori mobili che possono essere aperti o chiusi aseconda delle necessita. Per maggiori specifiche vedere il paragrafo riguardante l’impianto di illuminazione Dimensionamento delle zone “emergenza” e “degenza” nella soluzione con una postazione di soccorso_scala 1:50_misure in metri
    • Fondamentale nella progettazione di una unità mobile di soccorso sanitario stabilire quali debbano essere i flussi interni, sia dei pazienti che degli opera- tori. Questi devono essere agevolati dall’architettura interna e non devono creare impedimenti alle operazioni di soccorso, anzi devono agevolarle. La forma circolare ha permesso di creare un corridoio che collega l’entrata e l’uscita. Nelle tradizionali forme rettangolari questo corridoio è ricavato in posizione centrale, tagliando la tenda in due parti. Questa divisione non identifica però due aree operative, impedendo una delimitazione funzionale degli spazi e non garantendo alcun tipo di privacy. USCITA PAZIENTI SOCCORRITORI INGRESSO Schematizzazione dei flussi interni, soluzione con un posto nella zona “emergenza”_scala 1:50
    • PERSONALE SANITARIO per unità di soccorso mobile con una postazione per l’area “emergenza” PER LE PRIME 12-24 ORE ACCETTAZIONE (zona II triage1) : _ 1 I NF ER MI ERE PROFE SSIONALE (anestesista/rianimatore, di terapia intensiva o D.E.A_dipar- timento d’emergenza/accettazione, di medicina d’urgenza o pronto soccorso) AREA CODICI ROSSI/GIALLI (emergenza): _ 1 MEDI C O _ 1 I NF ER MI ERE PROFE SSION ALE (anestesista/rianimatore, di terapia intensiva o D.E.A_dipar- timento d’emergenza/accettazione, di medicina d’urgenza o pronto soccorso) _ 1 S OCC OR RIT ORE AREA DEGENZA: _ 1 MEDI C O _ 1 I NF ER MI ERE PROFE SSIONALE (anestesista/rianimatore, di terapia intensiva o D.E.A_dipar- timento d’emergenza/accettazione, di medicina d’urgenza o pronto soccorso) _ 1 S OCC OR RIT ORE TOTALE: 7 PERSONE 1 Il primo triage si svolge all’interno della zona colpita dall’emergenza
    • A A Prospetto: linea di sezione a 2,5m_scala 1:100 Sezione a 2,5m: soluzione con due postazioni in area “emergenza”_scala 1:50
    • Anche aggiungendo la seconda postazione nella zona “emergenza” si riesce ad avere uno spazio sufficiente per l’operatività dei medici soccorritori. USCITA INGRESSO Dimensionamento delle zone “emergenza” e “degenza” nella soluzione con due postazioni di soccorso_scala 1:50_misure in metri
    • In questo secondo caso diventa fondamentale l’apertura ricavata attraverso il vano tecnico (1). Grazie a questo accorgimento si evita di creare confusione (durante il trasporto del paziente in area degenza) nella zona più critica di tutto il sistema, cioè l’entrata. Questa zona deve essere infatti sempre libera in modo da poter accogliere i feriti che arrivano dalla zona di crisi e devono essere curati in zona emergenza. In accettazione ci sarà un infermiere professionale che rifarà per la seconda volta la procedura del triage e potrà aggiornare il medico presente in area emergenza sulle condizioni della vittima. USCITA INGRESSO PAZIENTI SOCCORRITORI Schematizzazione dei flussi interni, soluzione con due posti nella zona “emergenza”_scala 1:50
    • PERSONALE SANITARIO per unità di soccorso mobile con una postazione per l’area “emergenza” PER LE PRIME 12-24 ORE ACCETTAZIONE (zona II triage1) : _ 1 I NF ER MI ERE PROFE SSIONALE (anestesista/rianimatore, di terapia intensiva o D.E.A_dipar- timento d’emergenza/accettazione, di medicina d’urgenza o pronto soccorso) AREA CODICI ROSSI/GIALLI (emergenza): prima postazione _ 1 MEDI C O _ 1 I NF ER MI ERE PROFE SSION ALE (anestesista/rianimatore, di terapia intensiva o D.E.A_dipar- timento d’emergenza/accettazione, di medicina d’urgenza o pronto soccorso) seconda postazione _ 1 MEDI C O _ 1 I NF ER MI ERE PROFE SSIONALE (anestesista/rianimatore, di terapia intensiva o D.E.A_dipar- timento d’emergenza/accettazione, di medicina d’urgenza o pronto soccorso) _ 1 S OCC OR RIT ORE AREA DEGENZA: _ 1 MEDI C O _ 1 I NF ER MI ERE PROFE SSIONALE (anestesista/rianimatore, di terapia intensiva o D.E.A_dipar- timento d’emergenza/accettazione, di medicina d’urgenza o pronto soccorso) _ 1 S OCC OR RIT ORE TOTALE: 9 PERSONE 1 Il primo triage si svolge all’interno della zona colpita dall’emergenza
    • TENDA APERTA PER SUPPORTO LOGISTICO Schema del supporto logistico all’unità mobile di soccorso sanitario A supporto di ogni tenda per soccorso sanitario vi sono alcune attrezzature per garantire l’autonomia temporanea della stessa struttura. In genere tali attrezzature dipendono dal luogo in cui l’unità mobile andrà ad operare. Si può considerare come strumentazione base un generatore portatile per il supporto di energia elettrica e il sistema di riscaldamento / condizionamento, ma sono da prendere in considerazione anche quei supporti che possono rivelarsi fondamentali in luoghi privi di ogni servizio, come possono essere i potabilizzatori, le attrezzature per poter scavare delle fosse settiche, ecc. È da considerare che nei luoghi predisposti allo stoccaggio dell’unità mobile di soccorso sanitario (sedi della protezione civile, ospedali, ecc.) possano essere presenti tutte le attrezzature ma solo nel momento dell’allarme il responsabile dell’organizzazione dei soccorsi decide quali attrezzature utilizzare. Tali supporti possano essere trasportati nei luoghi di crisi in tempi diversi, ad esempio per prima cosa si provvederà a trasportare il generatore elettrico per il supporto alle strumentazioni mentre il gruppo di condizionamento può essere anche portato in un secondo momento essendo l’unità relativamente autonoma (grazie alle soluzioni tecnologiche adottate). La scelta di utilizzare una unità esterna è dettata da alcune considerazioni che hanno trovato riscontro dalle esperienze degli operatori. Le strumentazioni sono in genere rumorose e per questo possono crearesituazioni di “dis-comfort” per gli utenti. La scelta di non utilizzare tende gonfiabili è stata dettata anche ad esempio dal fatto di avere continuamente in sottofondo il rumore del compressore. Inoltre le strumentazioni creano movimenti di aria, che in situazioni con terreno polveroso potrebbero generare situazioni si scarsa igiene.
    • Specifiche tecniche: Categoria: Professionali Installazione: Portatile Potenza Max (monofase)(W): 3400 Potenza Con. (monofase)(W): 3300 Fattore Pot.: 1 Alternatore: Sincrono Motore: YANMAR Mod. motore: L 70 E Raffreddamento: Aria Cilindrata (cc): 296 Cilindri: 1 Potenza (HP): 6,1 Giri/Min: 3000 Alimentazione: Diesel Capacità serbatoio (lt): 3,5 Autonomia 3/4 carico (h): 3,5 Capacità carter olio (lt): 1,1 Avviamento: Elettrico Peso (Kg): 87 Dim. L (mm): 725 Dim. W (mm): 515 Dim. H (mm): 585 Potenza acustica LwA dB(A) 102 Pressione acustica (a 7m.) LpA dB(A) 77 Struttura: Aperta Accessori disponibili su richiesta: marmitta riduzione rumore
    • Dall’esperienza maturata negli anni dagli operatori sanitari nell’ambito delle emergenze è stato necessario garantire una superficie di livellamento ma soprattutto di distacco dal terreno per assicurare un minimo isolamento dall’umidità. In genere i produttori di tende non prevedono una pavimentazione rigida nel set della tenda. L’equipaggiamento base per il catino è costituito solamente da un telo di polietilene. Chiunque abbia passato una notte in una tenda sa però che questo non è sufficiente per garantire una barriera contro l’umidità. In commercio esistono degli elementi chiamati grelle che provvedono a questa funzione. Si può dire che in genere i dispositivi più utilizzati sono quelli distribuiti da due ditte: la Ferrino e l’Eurovinil. Nel primo caso questi elementi misurano 50x50cm ma a causa della loro trama sono stati subito scartati dalla possibilità di utilizzo nel progetto. Infatti i fori quadrati hanno più volte ostacolato le operazioni di soccorso in quanto le ruote delle barelle o degli strumenti facilmente si incastrano nei fori. Per ovviare a questo, in genere si utilizzano le grelle fornite dall’Eurovinil che invece presentano un disegno che impedisce tale inconveniente, ma anzi favorisce lo scorrimento. Gli elementi misurano 120x60x0,25cm e sono fatte di polietilene a bassa densità. Il loro peso è di 4kg a modulo. Considerata la superficie di progetto si è subito constatato che tale peso avrebbe gravato per circa la metà sul peso totale della struttura (circa 460kg). Il dato dunque sembrava in contrasto con la volontà di limitare al massimo il peso dell’unità mobile. Da un lato non si poteva pensare di eliminare dal progetto questo elemento e dall’altro non era accettabile che la pavimentazione gravasse così tanto sul peso finale. Si è dovuto quindi esplorare in generale il settore della pavimentazione da esterni per cercare una soluzione alternativa. Fondamentale è stato rivolgersi ad uno dei maggiori rivenditori di attrezzatura da campeggio di Udine che, grazie alla decennale esperienza, ha saputo capire le esigenze del progetto e indirizzare la ricerca sulle piastrelle che generalmente si utilizzano per la pavimentazione dei giardini, indicando come possibile riferimento la ditta Brunner. Dalla ricerca successiva si è potuto riscontrare come un particolare prodotto potesse essere quello che garantiva tutte le caratteristiche necessarie al progetto. Era leggero, modulare, e permetteva anche la facile e corretta installazione dei picchetti che permettono l’assemblaggio della struttura principale. Le piastrelle Poliflex infatti sono costituite, nella loro minima unità da quadrati di 7x7cm che possono facilmente rimossi o assemblati tra loro. Si è quindi deciso di predisporre dei moduli di 120x60cm preassemblati. Alcuni di questi presentano, nei moduli da rimuovere per l’installazione dei basamenti della struttura, un simbolo che indica la corretta posizione e soprattutto la corrispondenza con i giusti elementi della struttura. Inoltre ogni modulo è a sua volta contraddistinto da un colore e da un codice che ne permette la facile collocazione nella pavimentazione nel suo complesso. In fase di stoccaggio, sempre per agevolare le operazioni di montaggio, i moduli verranno suddivisi in base al loro colore e codice; questo permetterà di poter facilmente individuare la corretta sequenza di montaggio. Pavimentazione tradizionale Ferrino ed Eurovinil
    • PIASTRELLE POLIFLEX _ BRUNNER INTERNATIONAL In polipeopilene resistente ai raggi UV, impiego universale sia in ambienti esterni che interni. Montaggio e smontaggio rapidissimi, resistente alla maggior parte de- gli agenti chimici, superficie antiscivolo, facile da pulire ed indeformabile. Misure modulo base 30x30x1,2cm Peso per m2: 2,5kg Colori: grigio, rosso, vere chiaro e scuro Visualizzazione delle suddivisione dei moduli della pavimentazione; ogni sequenza corrisponde ad uno stoccaggio, il colore è utilizzato per distinguere le varie parti e permetterne il corretto assemblaggio. Particolare attenzione è stata posta nell’utilizzare i 4 colori in cui le piastrelle sono commercializzate. Conseguentemente però sarà necessaria una maggiore attenzione nel disassemblaggio in modo da garantire un corretto staccaggio del materiale. Il primo accorgimento per il corretto assemblaggio della struttura è quello di trovare un luogo privo di forti deformità e/o dislivelli. Deciso il luogo per prima cosa si assemblerà la pavimentazione, la parte probabilmente più difficoltosa di tutte le operazioni previste per comporre la struttura. Gli stoccaggi di piastrelle da utilizzare saranno 9. Il primo, di colore rosso è contraddistinto dal codice –a; i secondi, che andranno predisposti secondo il disegno allegato, saranno di colore verde chiaro e contraddistinti dai codici bc e il; i terzi, di colore grigio avranno codice de e mn, i quarti di colore verde scuro e codice fg e op, infine i quarti di colore grigio con codice –h e –q. La linea base sarà quella definita dalle grelle di colore rosso con numeri 0 1 2 3 4 -1 -2 -3 -4 (i numeri positivi saranno disposti a destra dello 0, quelli negativi a sinistra), da questa si definirà tutto lo sviluppo secondo lo schema riportato. Per il montaggio si consiglia di eseguire le seguenti istruzioni base: - prendere il primo stoccaggio rosso -a; - togliere la prima cinghia; - separare le due parti di grelle (una contraddistinta con il codice –, l’altra con codice a); - posizionare la grella 0 nel punto in cui si vuole che venga installato il palo della struttura centrale; - posizionare le grelle 1 2 3 4 a destra della grella zero e le -1 -2 -3 -4 a sinistra;
    • - posizionare le grelle 0a sotto la grella 0, quelle 1a 2a 3a 4 a sotto le grelle 1 2 3 4 e procedere allo stesso modo per le grelle -1a -2a -3a -4a. - prendere i secondi stoccaggi di colore verde chiaro contraddistinti dai codici bc e il; - posizionare lo stock bc sotto le grelle precedentemente posizionate con codice a e lo stock il sopra le linea base; - procedere nel posizionamento delle grelle della linea b e sotto queste quelle della linea c; - contemporaneamente è possibile che un’altra persona/squadra posizionino gli stock i e l - procedere con gli altri stoccaggi come nei precedenti casi e secondo lo schema riportato Alla fine si dovrà ottenere delle righe di grelle con la corretta sequenza numerica -4 -3 -2 -1 0 1 2 3 4 e delle colone che avranno una sequenza, dal centro verso il basso, di – a b c d e f g h, dal centro verso l’alto di – i l m n o p q
    • Dopo aver terminato le operazioni di posizionamento delle grelle sarà necessario sostituire quelle contrassegnate, con gli appositi attacchi a terra della struttura. Svolta questa operazione si posizionerà il telo di polietilene. Questo telo è provvisto di occhielli ai bordi per il fissaggio agli attacchi della struttura e nei punti in cui è prevista la struttura secondaria interna.
    • Definizione della pavimentazione, posizionamento degli attacchi a terra della struttura in relazione alle grelle del modulo in cui sono localizzati _scala 1:75 77,4 m2 = 193,5Kg di pavimentazione piastrelle Polifex - 266,5kg rispetto pavimentazione Eurovinil
    • La struttura dell’unità mobile per soccorso sanitario è composta da 10 montanti di diametro 60mm. Questi a terra si agganciano a dei picchetti formati da una base delle dimensioni di 15x15cm alla quale sono fissati 4 picchetti che permettono un sicuro ancoraggio a terra. Alla base è saldato inoltre l’alloggio per l’inserimento dei montanti; alto 15cm è dotato di un sistema per il bloccaggio delle membrane. Gli occhielli delle due membrane principali e del telo di pavimentazione vengono agganciati ai tre elementi avvitabili che ne bloccano i movimenti. La base è dotata di un incastro laterale che permette la facile giunzione con gli elementi costituenti la pavimentazione. I montanti, superiormente si agganciano ad un anello. Questo è agganciato ad un profilato circolare estensibile che permette il facile montaggio della struttura a terra, senza dover ricorrere ad operazioni in quota. A completare il sistema del sostegno verticale vi sono due piatti sui quali vengono fissate le membrane. Infine vi è un sistema di correnti orizzontali, posti a quota 2m di diametro 50mm, che garantiscono un irrigidimento della struttura. Anch’essi si uniscono gli uni agli altri tramite un sistema ad incastro. La struttura è stata prevista in due diversi materiali, a seconda delle possibilità produttive ed economiche: - fibra di carbonio - duralluminio (avional serie 2000) Tale distinzione è stata inoltre mantenuta tenendo presente la necessità di garantire la massima leggerezza del sistema. È necessario chiarire che i diametri dei vari elementi potrebbero cambiare a seconda del materiale. Quelli proposti si riferiscono ad elementi costituiti con fibra di carbonio. modulo di elasticità alla flessione carico di rottura alla trazione peso specifico massa volumica N/mm2 N/mm2 kg/dm3 fibra di carbonio 130000 1400 1,56 avional 72500 345 2,7
    • anello centrale montanti verticali struttura orizzontale Ogni montante viene identificato con una lettera. Questo permetterà il corretto assemblaggio con le relative basi e con i correnti laterali. Pianta: struttura dell’UMSS_scala 1:50
    • passaggio struttura orizzontale diametro 60mm A causa della forma data all’U.M.S.S. per garantire la corretta fruizione degli spazi, la struttura non è simmetrica e ciò si ripercuote anche sulla lunghezza dei montanti. Per evitare di dover far produrre 10 pezzi unici, si è deciso di produrre profilati a due a due uguali, sciegliendo tra montanti di lunghezza simile, e recuperare il diasavanzo sull’anello centrale. Questo infatti è dotato di profilati che, oltre a permettere l’incastro con il montante stesso, danno la possibilità di recuperare le lunghezze mancanti. Prospetti: schema della produzione dei montanti_scala 1:50
    • aggancio ad anello centrale aggancio giunti per il fissaggio delle membrane Prospetto: sistema d’assemblaggio del montante con l’elemento per il fissaggio a terra_scala 1:50 La regolarizzazione delle lunghezze permette un migliore stoccagio dei profilati. Tutti gli elementi costituenti gli 10 montanti della struttura
    • incastro tra montante e giunto distanziatore delle membrane incastro da i due elementi del montante incastro tra montante e giunto distanziatore delle membrane Esploso assonometrico: sistema di incastro tra gli elementi costituenti il montante Stoccaggio degli elementi costituenti la struttura principale
    • L L1 I2 A A1 A2 I1 B I B1 A L1 H2 B2 L A2-D2 H1 C F1-I2 H C1 G2 F C2 E1 G1 E D G F2 D1 F1 F D2 E1 E Pianta: correnti orizzontali, denominazione e possibilità di sticcaggio_scala 1:50
    • diametro 60mm raggio esterno: 0.85m raggio interno: 0,75m I Come già accennato, l’anello centrale permette il fissaggio e il recupero delle diverse lunghezze dei montanti. Per la corretta installazione, anche sull’anello H verranno segnalate le corrispondenze con i montanti attraverso le lettere A B C D E F G H I L. Il palo centrale garantisce maggiore stabilità alla struttura e ne favorisce il G montaggio. E’ costituito infatti da un elemento estensibile mediante l’azionamento di una manovella che permette di eseguire le prime operazioni di allestimento F delle membrane senza pericolo. MONTAGGIO: D E 1: installazione della base (operazione eseguita con il posizionamento delle grelle) 2: azionare la manovella per far salire il montante D quanto basta per operare comodamente 3:inserire l’elemento F sul quale successivamente verrà montata la linea di luci centrale per poi essere innalzata 4: inserire all’interno del montante D il piatto G 5: posizionare l’anello H sul piatto G 6: inserire l’ultimo piatto i all’interno del profilato del piatto G 7: bloccare il sistema con lo spinotto a scatto predisposto C B A Pianta: anello centrale_scala 1:25; esploso del palo centrale; immagine dello spinotto a scatto per tubi
    • Il fissaggio a terra avviene mediante una base costituita da un elemento circolare di diamtro 64mm e alto 150mm, per il posizionamento dei montanti verticali, e da 4 picchetti che picchetti permettono il corretto ancoraggio a terra. sede del montante diametro Il montante, una volta in sede, viene bloccato grazie ad una vite interno 64mm di sicurezza posta a lato della sede stessa. Sempre nella sede è previsto un sistema costituito da tre elementi avvitabili (due verso l’interno ed uno verso l’esterno) che permettono di bloccare le membrane (quella interna, il telo di pavimentazione e quella esterna) in modo da garantirne la tensione. La base inoltre è dotata di un aggancio laterale che permet- te l’integrazione dell’elemento con il sistema delle grelle di pavimentazione. elemento per il fissaggio elementi per il fissaggio della membrana esterna della membrana interna e del telo di pavimentazione montante membrana esterna membrana interna blocca-membrane vite di sicurezza telo pavimento base con incastro laterale per connessione con le grelle Pianta e prospetto: base per fissaggio a terra della struttura_scala 1:5
    • montante membrana esterna membrana interna blocca-membrane telo pavimento picchetti Sezione AA: base per fissaggio a terra della struttura_scala 1:5
    • L’aria interna ad una struttura può veicolare il vapore acqueo prodotto da utenti ed apparecchiature e la quantità di vapore che l’aria può assorbire aumenta con la sua temperatura. Questo fenomeno fa si che l’umidità relativa possa aumentare con il raffreddamento dell’aria, sebbene la quantità di vapore acqueo non muti. Se la temperatura cala ulteriormente, l’aria raggiunge la sua temperatura di saturazione e il vapore condensa in gocce (punto di rugiada). Il vapore acque condensa su quelle superfici che hanno una temperatura più bassa del punto di rugiada. La condensa, oltre a creare notevole disagio agli utenti, riduce significativamente la vita utile dei materiali e può dare luogo a muffe, corrosione su materiali metallici e degrado delle prestazioni termiche dei materiali isolanti. La vulnerabilità delle membrane tessili è dovuta essenzialmente alla bassa inerzia termica e alle loro ridotte proprietà isolanti ed all’idrorepellenza delle membrane prodotte con tessuti rivestiti. In questo progetto si è cercato di ridurre la vulnerabilità utilizzando una membrana ad alte prestazioni isolanti, la Ten- sotherm™ della Birdair. Inoltre per non fare entrare in contatto gli utenti con una superficie che può essere luogo di deposito della brina, la membrana isolante è stata accoppiata con un’ altra membrana, Tenera® della Gore™, in modo da costituire un sistema formato da 2 membrane separate da uno spazio in cui vi è aria in movimento. Tale soluzione è stata possibile inserendo la struttura dell’unità mobile di soccorso sanitario tra le due membrane e distanziando quest’ultime ultime con dei giunti. Membrana Tensotherm™ Birdair, membrana Tenara® Gore™ Caratteristiche principali: Tensotherm™, Birdair: R-value 12, migliore isolamento (resistenza termica 2,1Km2/W) Diffusione della luce Attenuazione dei rumori Tenara®, Gore™, modello 3T40HF: Light transmission 45% Peso 925gr/m2
    • DISAGIO PER GLI UTENTI CIRCOLAZIONE DELL’ARIA MIGLIORAMENTO DELLA CONDIZIONE INTERNA ISOLAMENTO MEMB. ESTERNA MEMB. INTERNA LA MEMBRANE ESTERNA FUNGE ANCHE DA PROTEZIONE RISPETTO A QUELLA INTERNA ULTERIORE MIGLIORAMENTO DELLA CONDIZIONE INTERNA Per le membrane è stato deciso di mantenere la colorazione bianca. Non è una scelta solamente dettata dalla maggior facilità nel reperimento delle membrane di questo colore ma anche dal fatto che in campo internazionale vi è un rigido protocollo che regola la colorazione delle divise e dei supporti delle varie organizzazioni. Ad esempio per gli eserciti sono codificati precisi colori e disegni a seconda dello Stato di provenienza. Il colore bianco è identificato invece con organizzazioni o missioni umanitarie, basti pensare alle tende della Croce Rossa o alle missioni di pace dell’Onu. Per questo, essendo stata pensata per l’uso civile, l’unità mobile di soccorso sanitario avrà colore prevalentemente bianco che potrà essere integrato con eventuali simboli delle organizzazioni che la utilizzeranno.
    • sistema di posizionamento dei giunti per il fissaggio delle membrane Prospetto: sistema montanti-giunti_scala 1:50 Per permettere il corretto tensionamento delle membrane è necessario l’utilizzo di giunti. Questi vengono integrati all’interno dei montanti, attraverso il loro posizionamento nei punti di giunzione dei vari elementi. Il loro incastro è garantito dal solito sistema ad incastro con cilindri retrattili. Sul montante infatti sono presenti quattro elementi per l’incastro: due sulla parte finale, la quale viene inserita nel modulo successivo, e due sulla parte iniziale. In questo modo si garantisce un incastro sia tra i montanti, sia tra il giunto e ciascun montante. I giunti hanno diametro di 67mm (sp.5mm), per permettere il loro inserimento nei montanti, e lunghezza di 150mm. Leggermente diverso è il giunto che di trova a 2metri di altezza; questo infatti presenta dei fori laterali per permettere ai correnti orizzontali il passaggio attraverso i montanti. Questo deve essere infilato totalmente sul montante e fatto scorrere fino al punto in cui le sfere del montante si incastreranno nei fori del giunto. Lo scorrimento è reso possibile dal mantenimento della medesima curvatura tra montante e giunto. Vista del giunto a 2metri
    • Il fissaggio delle membrane alla struttura principale avviene attraverso un sistema di incastri maschio/femmina. Nella membrana viene pre-installato una parte del giunto; al momento di installare la membrana esterna, le due parti vengono incastrate facendo una pressione laterale sulla parte fissata al giunto. Per garantire l’integrità del sistema, un elemento come quello fissato alla membrana viene posto a protezione della parte ancorata al giunto nel momento in cui il sistema viene disassemblato. Sistema di fissaggio delle membrane alla struttura Sistema di fissaggio delle membrane alla struttura_scala 1:5
    • piastra magnetica membrana in neoprene con elementi radiali magnetici apribile manualmente Nel secondo metodo di fissaggio è previsto l’utilizzo di un sistema formato da una piastra magnetica e una membrana in neoprene in cui sono inseriti degli elementi radiali magnetici. La membrana interna sarà dunque provvista di un foto nel quale passerà il disco di neoprene. Questo, dopo la sua apertura si salderà magneticamente alla piastra che si trova dall’altro lato della membrana. membrana aperta Sistema di fissaggio delle membrane alla struttura piatto di fissaggio membrana rinforzata membrana piatto di fissaggio Grazie al sistema di prefissaggio attacco m/f studiato è possibile, in caso di rottura, sostituire l’attacco m/f senza dovere sostituire tutta la membrana . Sezione e pianta: sistema di fissaggio del giunto alla membrana esterna_scala 1:5
    • Per facilitare le operazioni di montaggio delle membrane è necessario ripiegare il tessuto nella maniera rappresentata dalla figura precedente. Per prima cosa si ripiegherà la membrana dall’esterno verso l’interno partendo da due lati (fase 1); successivamente si procederà nella direzione perpendicolare alla precedente (fase 2). Prospetto A: ingombro laterale della membrana piegata dopo la fase 1 Prospetto B: ingombro laterale della membrana piegata dopo la fase 2 PIanta: metodo di piegatura della membrana; prospetto A, prospetto B: vista degli ingombri della membrana dopo la prima piegatura e dopo la seconda_scala 1:20
    • Per garantire la sicurezza della struttura anche sotto l’effetto dei venti è necessario predisporre dei tiranti che dalla membrana giungono fino a terra. Per fare ciò è necessario predisporre un’asola di rinforzo sulla membrana esterna, nella quale viene saldata una banda di tessuto. Il tessuto è lo stesso della membrana esterna per evitare diversi comportamenti e risposte meccaniche. Prima della saldatura tra l’asola di rinforzo e la fettuccia di tessuto, in quest’ultima viene inserito un anello metallico, sul quale si aggancierà il tirante grazie ad un moschettone. Questo anello è lo stesso che permette l’innalzamento della membrana esterna nelle fasi di montaggio della struttura. asola di rinforzo fettuccia di tessuto anello metallico membrana esterna moschettone struttura membrana interna tirante Pianta: vista del posizionamento dei tiranti sulla membrana esterna; pianta e sezione: composizione interfaccia tirante-membrana esterna
    • Per garantire il corretto tensionamento della membrana nella parte terminale è utile inserire la paleria apposita in fibra di vetro all’interno delle tasche già predisposte nelle due membrane. struttura membrana esterna tasca per l’inserimento dei pali in fibra di vetro struttura membrana interna membrana esterna tasca per l’inserimento dei pali in fibra di vetro Particolari: tensionamento ulteriore della parte inferiore delle membrane
    • persone da utilizzare nel montaggio: minimo 5 01_ posizionamento del primo piatto sul palo 02_ posizionamento dell’anello centrale e del centrale; fissaggio della prima membrana sul primo montante della struttura. piatto stesso. 03_montaggio di altri due montanti della struttura, dei giunti e dei correnti orizzontali; ricordarsi di togliere la parte a protezione del giunto distanziatore prima di iniziare l’operazione successiva; inserire gli elementi di aggancio delle luci alla struttura.
    • 04_ posizionamento del secondo piatto sul palo centrale e fissaggio della membrana esterna. A 05_fissaggio della membrana esterna ai giunti distanziatori; posizionamento dei sistemi per innalzare in sicurezza la struttura (A)
    • punti di fissaggio dei puntelli estensibili 06_innalzamento della struttura tramite il palo centrale e gli elementi estensibili posti in corrispondenza di 4 montanti; per facilitare l’operazione si deve o alzare manualmente la membrana o fissarla tramite il gancio predisposto agli anelli utilizzati per l’aggancio dei tiranti; posizionamento dell’ultimo elemento del montante nella sede della base. 07_fissaggio della parte terminale della membrana esterna, inserimento della paleria in fibra di vetro nelle apposite tasche (vedi dettagli delle membrane); fissaggio della membrana interna (questa operazione può essere effettuata anche ad altezze intermedie), prima di agganciare la membrana interna agli ultimi due giunti, togliere il puntello estensibile.
    • La struttura denominata secondaria permette la separazione degli spazi interni e la determinazione dei vani di servizio. Grazie ad essa infatti possono trovare luogo all’interno della tenda i servizi per il personale medico e per i degenti. Una carenza che da sempre i soccorritori riscontrano nelle tradizionali tende è il fatto di non avere a disposizione dei vani tecnici in cui sitemare le attrezzature e un luogo in cui poter lavarsi le mani senza dover uscire dall’unità. Questa struttura è totalmente indipendente da quella principale, per cui in caso di utilizzo diverso da quello previsto, la tenda può diventare uno spazio unico. Pianta: struttura interna_scala 1:50_misure in metri
    • giunti montanti estensibili attacco a terra Prospetto: struttura interna_scala 1:50
    • base del montante membrana in neoprene saldata al telo del pavimento per impedire imfiltrazioni grella modificata Pianta e prospetto: grella-base per i montanti interni_scala 1:2_misure in millimetri
    • servizi degenti deposito rifiuti vano tecnico vano tecnico servizi soccorritori spogliatoio soccorritori deposito medicinali Pianta: distribuzione funzionale della struttura interna
    • Pianta: misure della struttura interna; le frecce indicano gli accessi ai vani_scala 1:50_misure in metri
    • A B C D E F G H i 1 2 3 l m Pezzi componenti la struttura secondaria_scala 1:50 H H H H 1 i G i G i F m D E A B l l l D E A B i G i G i F m 3 H H C C I montanti sono indicati con le lettere maiuscole, i correnti orizzontali con le lettere minuscole, i correnti orizzontali curvi delle parti laterali con i nuneri 2 H H MONTAGGIO: 1_Montaggio delle due zone laterali 1 e 2-3; montaggio delle parti curve sui montanti: HH AA H BB CC su 3 HH HH su 2 agganciare i due pezzi; H 2_Installazione dei pezzi centrali GG GG FF (che si posizioneranno, nella parte superiore, grazie al movimento telescopico, sulle guide predisposte nelle lampade per dare maggior sostegno alle stesse); 3_Montaggio dei pezzi lll; 4_Montaggggio ii ii ii mm; 5_Innalzamnto delle parti; 6_Aggancio tra GG ed EE con correnti ii ed FF AA con correnti mm. I montanti sono telescopici per permettere una più facile installazione e stoccaggio. I teli divisori sono gia inseriti nei correnti orizzontali curvi, mentre si dovranno installare i tre teli che separeranno i servizi I montanti sono telescopici per permettere una più facile installazione e stoccaggio. I teli divisori sono gia inseriti nei correnti orizzontali curvi, mentre si dovranno installare i tre teli che separeranno i servizi dal vano tecnico e il deposito dei medicinali dal guardaroba.
    • I teli utilizzati per schermare sono in Nylon Ripstop (55gr/m2) le cui proprietà principali sono la leggerezza, la resistenza al fuoco e l’idrorepellenza. Per le sue qualità meccaniche, oltre al campo delle tende per escursionismo, è utilizzato anche per la produzione di vele per imbarcazioni, palloni per mongolfiere e paracadute. Particolare dell’aggancio della tenda alla struttura secondaria
    • 1 2 3 Sezione AA: inserimento degli impianti all’interno della struttura secondaria_scala 1:50_misure in metri Particolare 1: dettaglio sistema di condizionamento Per il sistema di condizionamento si è deciso di utilizzare un sistema di riscaldamento/raffrescamento integrato prodotto dalla ditta Danterm. Il sistema prevede la possibilità di poter utilizzare un singolo elemento contemporaneamente anche per il condizionamento di due unità, grazie a due uscite d’aria. Nell’eventualità di dover allestire due unita mobili di soccorso sanitario quindi non servirà trasportare sul luogo un secondo elemento. Il modello è AC-M7(H) MK, condizionatore di tipo portatile equipaggiato con riscaldamento elettrico con guaina flessibile da 225mm, sviluppato appositamente per il condizionamento e riscaldamento di tende o altre strutture temporanee. Dalla scheda tecnica sappiamo: “L’unità è progettata per lavorare all’esterno dell’ambiente da condizionare/riscaldare. La fornitura e la ripresa di area da e verso l’ambiente da condizionare/riscaldare è effettuata tramite guaine di tipo coibentato. Sviluppata in ambito militare, l’unità è estremamente robusta e facilmente trasportabile. La movimentazione manuale è possibile grazie alle ruote gommate (amovibili e collocabili nella cofanatura) collocate alla base dell’unità. Utilizzando le apposite incanalature l’unità può essere movimenta tramite veicoli dotati di forche, o sollevata tramite gru attraverso gli anelli posti sulla cofanatura.”
    • Specifiche tecniche: potere refrigerante: 7,6 kW potere riscaldante: 7,2 kW gas refrigerante: R 134a alimentazione: 3 x 400 V x 50 Hz colorazione: verde Nato (RAL 6014) Guaine flessibili coibentate per la ripresa e la mandata dell’area, facilmente trasportabili. Termostato con cavo, per la regolazione della temperatura all’interno dell’ambiente da condizionare. Disegno tecnico tratto dal manuale della ditta Dantherm; guaina flessibile; termostato.
    • 5 1 4 1 2 2 2 2 3 3 3 3 8 7 3 2 1 6 3 3 3 3 2 2 2 2 1_ zip saldata 1 1 2_ rinforzo della membrana 3_ membrana in neoprene 4_ membrana esterna 5 4 5_ membrana interna 6_ guaina flessibile coibentata 7_ linea elettrica 12V 8_ linea termostato Dettaglio dell’apertura nella membrana: vista esterna e sezione_scala 1:5 LINEA ELETTRICA PER LUCI LINEA ELETTRICA PER PRESE TERMOSTATO CONTROLLO LUCI Particolare 2: dettaglio linee
    • Per facilitare tutte quelle operazioni che necessitano l’utilizzo di energia elettrica si sono predisosti degli elementi di interfaccia tra la rete di adduzione della linea elettrica e l’utente. Attualmente il sistema è quello di bloccare alcune prese volanti alla struttura della tenda. Vi è però il problema che i fili di tali prese rimangono ad intralcio degli operatori. Il progetto propone una soluzione in cui vi è un sistema di interfaccia dotato di prese che viene installato sui correnti orizzontali della struttura interna. I fili di adduzione sono nascosti dal vano tecnico (coperto dai teli integrati al sistema di illuminazione) e l’utente vede solamente l’elemento di interfaccia. INTERRUTORE DI SICUREZZA Prospetto: quadro prese per alimentazione elettrica dotato di spine esterne CEE incassate nella scocca dotate di sportellino di chiusura;sportellini chiusi ed aperti_scala 1:5_misure in millimetri
    • TELO DIVISORIO LINEA ELETTRICA TELO DIVISORIO Nel telo divisorio sono già predisposte le bucature per l’inserimento degli elementi CORRENTI ORIZZONTALI INTERRUTORE DI SICUREZZA SPINA DI ALIMENTAZIONE SCOCCA IN PLASTICA ABS La plastica ABS è ottenuta per copolimerizzazione di acrilonitrile, butadiene e stirene. È utilizzata per la produzione di manufatti particolarmente resistenti all’urto. Vista laterale: quadro prese di alimentazione elettrica posto sulla struttura secondaria; lato sinistro zona emergenza, lato destro zona degenza_ scala 1_5_ misure in millimetri
    • Nel progetto si è ritenuto necessario provvedere a garantire un livello di servizi minimo per il personale e per i degenti. La richiesta è venuta direttamente dagli operatori in quanto trovano scomodo non poter, ad esempio, lavarsi le mani all’interno della tenda, Attualmente devono infatti uscire e cercare un luogo fornito di tali servizi. Inoltre, sebbene la struttura sia concepita per il trattamento di persone soggette a pericolo di vita, c’è stata la richiesta di installare anche un servizio per i degenti per rispondere ad una necessità di flessibilità della struttura. Può capitare ad esempio che unità predisposte per l’accoglienza di codici rossi e gialli venga utilizzata anche da persone che non necessariamente sono immobilizzate. Per questo bisogna garantire un livello minimale di servizi anche nell’area degenza. Una ulteriore richiesta è stata quella di fornire un luogo in cui il personale medico può riporre i propri effetti personali per garantire un maggiore ordine all’interno dell’unità. Questa zona è stata individuata accanto al servizio igienico per i soccorritori per due ragioni individuare una area “riservata” al personale e creare una zona di rispetto tra l’area in cui si opera e il servizio stesso. Infine si è ritenuto necessario designare due luoghi per il deposito del materiale sanitario e dei rifiuti. Per il primo è stata individuata l’area più vicina alla porta d’accesso in modo da non ostacolare le operazioni dei soccorritori interne alla tenda; per il secondo si è invece individuata una zona lungo il corridoio di servizio in modo da garantire, quando necessario, la rapida evacuazione dei rifiuti senza dover passare attraverso la zona d’emergenza. Toilette portatile modello PP 365 dimensioni: 379 x 419 x 414 mm (l x p x h) sistema di risciaquo: manuale, pompa a pistone capacità serbatoio di scarico: 21l capacità serbatoio dell’acqua pulita: 15l peso netto: 3,7kg Toilette portatile Il sistema per garantire ai sanitari la possibilità di lavarsi le mani è stato pensato partendo dagli attuali sistemi che prevedono un telaio generalmente di acciaio e l’utilizzo di taniche rigide (quando non ci sia la possibilità di allacciamento alla rete idrica). Sistemi esistenti di lavandini pieghevoli; Officine Stefanutto e Ferrino
    • Il lavandino proposto prevede 4 montanti telescopici su cui sono inseriti 4 ripiani in plastica abs. Nel primo e nell’ultimo troveranno alloggio le due taniche ripiegabili ( e che quindi in fase di stoccaggio non occuperanno eccessivo posto). Una guarnizione con tappo avvitabile permetterà di agganciare lo scarico del lavandino con la tanica inferiore che servirà da vaso di raccolta. Un tradizionale tappo con rubinetto permette il dosaggio dell’acqua. Sistema telescopico Jumbo Box CS: armadio guardaroba con resistente asta portavestiti, un ripiano interno ed un ripiano superiore esterno. La parete posteriore dispone inoltre di un’apertura di ventilazione. Peso 5,4 Kg 57 x 47 x H140 cm aperto 70 x 50 x H12 cm chiuso Armadietto Jumbo Box Cs, Brunner International
    • L’impianto di illuminazione è stato progettato in modo da garantire una corretta illuminazione dell’interno ed agevolare le attività mediche. Durante la progettazione si è deciso di integrare il sistema delle luci con i teli divisori mobili che permettono di delimitare o meno le diverse aree. Conseguentemente, per garantire la più ampia flessibilità dello spazio interno all’unità sanitaria, si è deciso di mantenere il sistema appeso, senza presenza di montanti che possono ostacolare le attività. In questo modo gli operatori sono totalmente liberi di scegliere la configurazione spaziale più idonea al momento. Le lampade individuate con la lettera A hanno dei teli mobili divisori che presentano un appesantimento della parte inferiore (tramite una fascia di materiale tessile aggiuntivo o piccole sfere di piombo) per impedire che con l’aria abbiano un effetto vela. Nel caso in cui non servissero, i divisori possono essere agganciati tramite una clip al telo della struttura secondaria posta sulla sinistra. Le lampade C non presentano teli divisori ma hanno integrato l’interruttore per l’accesione o lo spegnimento delle luci. Infine i teli delle lampade B copriranno il vano tecnico costituito dalla struttura secondaria. Queste lampade, essendo appese solo al palo centrale, per sicurezza, avranno la possibilità di poggiare sui montanti centrali del vano tecnico, realizzati leggermente più alti degli altri proprio per assolvere a questa necessità. LAMPADA A LAMPADA B Elemento per il fissaggio del LAMPADA C telo divisorio tra due postazioni in area d’emergenza LAMPADA A Impianto di illuminazione_scala 1:50_misure in metri
    • 1 1_ Aggancio alla struttura principale 2_Incastri per collegamento con altri moduli 2 3_Lampade led 8 4 4_Vano si passaggio corrente elettrica 5_Sfera per lo spostamento del telo 3 5 3 separatore 6_Telo separatore 2 7_apertura della scocca per passaggio luce con element in plastica trasparente 6 8_taglio nella scocca per permettere (dopo l’allentamento delle viti di colegamento) la sostituzione delle lampade guaste Scocca in materiale plastico antiurto (ABS);aggancio a struttura in fibra di carbonio 2 7 2 7 Profilo, sezione interna e prospetto della lampada A_scala 1:2_misure in millimetri
    • Per permettere un facile stoccaggio delle lampade e dei teli separatori le parti terminali delle lampade hanno un tappo rimovibile. In questo modo i teli con le relative sfere possono essere messi o tolti a seconda delle situazioni. Le lampade B hanno una forma tale da permettere ai teli di coprire il vano tecnico in cui sono inseriti gli impianti. Sezione lampada A_scala 1_2; profilo lampada B; sezione lampada B _scala 1:5_misure in millimetri
    • Per l’accensione e lo spegnimento alcuni moduli sono provvisti di un interruttore. Questo è collegato alla lampada attraverso un cavo avvolgibile che permette di essere esteso quando le lampade sono installate. Al momento del disassemblaggio l’interruttore trova alloggio all’interno del profilo modificato della scocca della lampada. Sezione lampada C con interruttore_scala 1:2_misure in millimetri linea B linea A
    • B B B Pianta: punti di agganzio delle lampade sulla struttura_scala 1:50
    • MEMBRANA ESTERNA MONTANTE ELEMENTO PER IL FISSAGGIO ALLA STRUTTURA ELEMENTO DI AGGANCIO diametro 20mm LAMPADA Particolare dell’aggancio delle lampade alla struttura principale_scala 1:5 Sezione BB: interno dell’unità mobile di soccorso sanitario_scala 1:50_misure in metri
    • Particolare dell’aggancio della tenda di separazione tra le due postazioni in zona emergenza in corrispondenza della lampada B
    • La prima principale attrezzatura utilizzata dai medici in una unità mobile per il soccorso sanitario è un carrello o armadietto in cui sono contenuti farmaci e attrezzature. Nel progetto si è ripensato l’elemento some sistema integrato di tutte quelle facilitazioni utili al lavoro del medico. Per prima cosa si è ritenuto necessario integrare al carrello una lampada che serve al soccorritore per vedere in maniera ottimale la zona del corpo su cui interviene. Attualmente la lampada è indipendente e, a causa del cavo di alimentazione e della pesantezza, interferisce notevolmente con le operazioni. Il nuovo punto luce può invece scorrere lungo il carrello e raggiungere le zone da illuminare comodamente, grazie anche al braccio flessibile. In questo modo si dovrà solamente avvicinare il carrello al paziente per avere a disposizione il necessario. Sul braccio rigido è stato predisposto un elemento ruotabile il quale presenta delle scanalature per il posizionamento di eventuali tubi per la resipirazione/aspirazione e due portaflebo A supporto delle attrezzature elettromedicali sono state predisposte delle prese di corrente localizzate in posizione centrale; è stato integrato un sistema per il fissaggio del rotolo di carta assorbente e a lato si è predisposto un piano ribaltabile che all’ocorrenza può aumentare la superficie utile del carrello. Il piano di lavoro ha un bordo rialzato per evitare la tracimazioni di eventuali liquidi dispersi. Il carrello è dotato di 5 cassetti colorati secondo le prescrizioni per individuare in modo immediato la localizzazione di un tipo specifico di attrezzatura o medicinale (rosso: cardiocircolatorio, blu: supporto respiratorio; verde: materiali diversi) e di uno scompartimento a ribalta da utilizzare come cestino). La corrente elettrica viene attinta attraverso una presa di corrente posta sul retro. Il basamento è completo di quattro ruote piroettanti, di cui due con freno. 6 4 1 3 5 1_ lampada 2 2_ binario per scorrimento lampada 3_ porta flebo e tubi 4_ prese per alimentazione elettrica 5_ porta rotolo di carta 6_ presa di corrente generale Pianta: carrello con attrezzature sanitarie_scala 1:10_misure in millimetri Il binario su cui scorre la lampada è dotato di una guaina elastica che segue il movimento dell’apparecchio in modo da coprire lo stesso binario e impedire allo sporco di entrare. Per bloccare la lampada in una posizione è sufficiente azionare i fermi posti a lato.
    • Vista anteriore e posteriore: carrello con attrezzature sanitarie_scala 1:10_misure in millimetri
    • A completamento dell’allestimento dell’unità mobile di soccorso sanitario vi sono i lettini della zona emergenza e le brandine per la zona degenza. Sono già disponibili sul mercato elementi pieghevoli e facilmente trasportabili. Per l’area emergenza si è adottato il lettino pieghevole per triage, mentre per l’area degenza la brandina de luxe tutto della ditta Ferrino. Nel secondo caso, per la scelta del prodotto, si è deciso di scegliere una brandina che fosse abbastanza comoda (che significa larghezza adeguata) ma che al contempo avesse un peso contenuto. La brandina de luxe ha le seguenti caratteristiche: _ misure aperta: 200x75x45 cm _ misure chiusa: 100x20x13 cm _ peso: 6,5 kg In robusto alluminio con telo in poliestere leggermente imbottito per garantire un maggior isolamento dall’umidità del terreno e con misure più ampie per un migliore comfort. Custodia con tracolla per il trasporto. Brandina de luxe, Ferrino Per quanto riguarda il lettino in cui si prestano le prime cure nell’area emergenza si è aggiunta una modifica al lettino pieghevole in commercio della Ferrino. Dall’analisi dei flussi e della movimentazione dei feriti era necessario pensare a come i pazienti venissero trasportati dall’area emergenza a quella degenza. Naturalmente un codice rosso-giallo non può camminare, in situazioni di emergenza non vengano trasportate sul luogo della crisi e utiliizate, almeno nelle prime ore, barelle dotate di ruote e le tavole o i teli che utilizzano i soccoritori per il recupero dei feriti devono essere riutilizzate nlela zona “cantiere” (si veda l’organizzazione dei soccorsi_cap.4; cantiere: luogo dell’incidente seprarato dalla postazione di soccorso) Prendendo quindi il lettino già in commercio è stato inserito un piano scorrevole sotto di esso in cui è lagata una tavola spinale dalla ditta Kong (X trim 1). La caratteristica di questa tavola è quella di essere molto leggera, in quanto prodotta in fibra di carbonio, pieghevole in in due moduli e dallo spessore di 5mm. Questo tipo di prodotto è stato concepito per il trasporto su eliambulanza, dove peso e spazio occupato devono essere ridotti al massimo. Per permettere lo scorrimento del piano su cui è poggiata la tavola spinale è necessario porre il porta rotolo di carta (che serve per garantire l’igiene ad ogni cambio di paziente) sul lato dove si posizionerà la testa del ferito. Caratteristiche tecniche: - LETTINO PIEGHEVOLE PER TRIAGE _ peso: 24 kg _ misure aperto: 200 x 60 x H 70 cm _ misure chiuso: 100 x 60 x H 10 cm Pratico lettino pieghevole per uso sanitario, ha un’ottima stabilità. Il materiale di rivestimento è facilmente lavabile e disinfettabile - X-TRIM 1 (Tavola spinale in carbonio) _ peso: 4,5kg
    • Nuova tavola spinale in fibra di carbonio. Peso ed ingombro ridotti al minimo, meno di 5 kg per uno spessore di 5mm, importantissimo per facilitare la manovra “roll on”. Priva di qualsiasi parte in metallo, è completamente radio-trasparente e quindi può essere inserita direttamente in T.A.C., risonanza magnetica e altri apparati diagnostici, evitando lo spostamento del paziente. Concepita e realizzata per qualsiasi tipologia di soccorso: ambulanza,moto-mediche, elicottero, ecc... Particolarmente adatta all’impiego in ambiente impervio, studiata nei particolari per l’abbinamento con teli verricellabili (es: KONG mod. EVEREST), ideale per l’utilizzo in elisoccorso. Cinghie di bloccaggio paziente (mod. TAYLAN) fornibili separatamente. Ferrino, lettino pieghevole Kong, tavola spinale in fibra di carbonio Si ritiene necessario pensare che l’unità mobile di soccorso sanitario sia fornita di più di una o due (a seconda delle postazioni per l’emergenza) tavole spinali X trem 1. Questo perchè potrebbe rivelarsi utile nella gestione del paziente pensare che questo possa essere posizionato sulla tavola spinale e non più slegato da essa fino al trasporto in ospedale, riducendo al minimo il rischio lesioni spinali e non. Naturalmente ci sarebbe poi il problema del recupero delle tavole per renderle nuovamente disponibili nell’U.M.S.S. ma si ritiene che la gestione paziente-supporto debba essere valutata da coloro che organizzano la catena dei soccorsi e non può rientrare nelle competenze del progettista. Rimane il fatto che può rivelarsi comunque utile la presenza di un numero maggiore di tavole spinali rispetto a quello minimo da garantire.
    • Vista dall’alto con tavola spinale e prospetto laterale: letto per la zona emergenza_scala 1:20_misure in millimetri
    • USCITA INGRESSO
    • Vista laterale del collegamento tra due moduli_scala 1:50_misure in metri La protezione dagli agenti atmosferici per le aperture d’ingresso ed d’uscita può essere fatta utilizzando due montanti predisporti e innalzando la parte di membrana che si può aprire grazie a delle zip e che corrisponde all’ingresso (o uscita) dell’unità. La membrana aperta può essere o arrotolata e fissata attraverso i ganci predisposti o appunto tesa sui due mon- tanti. È poi possibile, attraverso i teli in dotazione, garantire anche la protezione laterale. Tutti i teli infatti sono dotati di zip che permettono un rapido montaggio. La connessione di più moduli è resa possibile da un telo centrale dotato di due asticelle in fibra di vetro curvate che permettono all’acqua di scorrere verso i lati. Nel caso in cui non si dovessero agganciare più moduli ma solo proteggere la singola entrata o uscita, la curvatura è resa possibile dalle asticelle in dotazione per il tensionamento delle membrane nella parte inferiore. È possibile inoltre installare sul lato interno della membrana esterna una zanzariera per ventilare l’interno evitando l’ingresso di insetti. Schema degli elementi costituenti il collegamento tra i moduli_scala 1:50_misure in metri Particolare dell’apertura delle membrane; particolare dell’attacco della zanzariera, vista interna
    • Possibile organizzazione di più unità
    • Di seguito si cerca di dare una indicazione relativa ai possibili pesi dell’U.M.S.S. per verificare se lo scopo iniziale della tesi, quello di garantire una struttura mobile relativamente leggera, che può essere trasportata con la maggior parte dei mezzi sia stato raggiunto. In particolare si voleva cercare di limitare il peso della vera e propria struttura a meno di 1400kg, limite di carico a gancio baricentrico dei modelli di elicottero civili utilizzati in Friuli Venezia Giulia dall’Elifriulia. Da tenere in considerazione che tali pesi sono calcolati in base ai materiali e al dimensionamento ma potrebbero variare in funzione delle lavorazioni. In “Linee guida per l’organizzazione dei servizi di soccorso sanitario con elicottero” si sottolinea come “allo scopo di ridurre i tempi di intervento di soccorso primario e di trasporto secondario a mezzo elicottero, nonché di poter disporre di maggiori risorse immediatamente attivabili in caso di calamità o di maxi emergenze per ottimizzare l’utilizzo dei mezzi, razionalizzandone l’impiego ed i costi relativi, si conviene di poter stipulare tra Regioni limitrofe confinanti, e comunque nelle zone interessate dalle possibilità operative dei mezzi aerei, convenzioni che assicurano il reciproco intervento degli elicotteri disponibili per operazioni di soccorso”.1 Si riportano di seguito le caratteristiche dell’elicottero Ecureuil AS 350 B3 prodotto dall’Eurocopter utilizzato dalla ditta Elifriulia per le attività di soccorso della Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia: Motori: 1 Turbomeca Arriel 2B Potenza: Max al decollo 847 HP, MAX continua 728 HP Posti: 1 pilota + 5 passeggeri Pesi: Max al decollo kg 2250; carico pagante kg 950; gancio baricentrico kg 1400 Dimensioni: Lunghezza m.12,9 larghezza m.2,53 altezza m.3,14 diametro rotore m. 10,7 Prestazioni: Hovering fuori effetto suolo m. 3500, quota tangenza m. 5000 (pratica); velocità salità m/sec 9,25: velocità max Kh/h 287; velocità max di crociera Km/h 245 Carburante: Serbatoio litri 540 Autonomia: Km 662 Verricello: Elettrico lunghezza cavo m.50; carico utile kg 204 Barella: Piguillem e Barella universale AS 350 B3, immagini del modello e trasporto con gancio baricentrico 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province automome di Trento e Bolzano, Accordo, ai sensi dell’art.4 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n.281, recante “Linee guida per l’organizzazione dei servizi di soccorso dei servizi di soccorso sanitario con elicottero”
    • ELEMENTO MATERIALE DIMENSIONI PESO PER UNITÀ TOTALE TOTALE fibra carb. avional struttura principale montanti verticali fibra di carbonio 52100cm3/0,0512m3 1560kg/m3 81,2kg avional (duralluminio) 52100cm3/0,0512m3 2700kg/m3 140,6kg correnti orrizontale fibra di carbonio 52100cm3/0,0512m3 1560kg/m3 32,5kg avional (duralluminio) 52100cm3/0,0512m3 2700kg/m3 56,26kg palo centrale con anello fibra di carbonio 52100cm3/0,0512m3 1560kg/m3 12kg avional (duralluminio) 52100cm3/0,0512m3 2700kg/m3 20kg giunti fibra di carbonio 52100cm3/0,0512m3 1560kg/m3 8kg avional (duralluminio) 52100cm3/0,0512m3 2700kg/m3 15kg struttura secondaria divisori interni fibra di carbonio 52100cm3/0,0512m3 1560kg/m3 60kg avional (duralluminio) 52100cm3/0,0512m3 2700kg/m3 105,3kg membrane membrana interna Birdair Tensotherm circa 100m2 1.8kg/m2 180kg 180kg membrana esterna Gore Tenara 3T40HF circa 100m2 0,925kg/m2 92,5kg 92,5kg pavimentazione Poliflex circa 77m2 2,5kg/m2 192,5kg 192,5kg livellante Brunner International telo pavimento polietilene bassa densità circa 70m2 0,2kg/m2 14kg 14kg teli divisori interni Nylon Ripstop 70D circa 88m2 0,055kg/m2 4.8kg 4.8kg mobili e fissi totale: 677,6kg totale: 820,6kg1 lampade2 plastica abs, altro - - - ACCESSORI QUANTITÀ PESO PER UNITÀ TOTALE lettini emergenza 2 24kg 48kg tavole spinali 2 4,5kg 9kg brandine degenza 4 6,5kg 26kg ripostiglio vestiario 1 6,2kg 5,4kg wc chimico 2 3,7kg 7,4kg totale 96.6 773,4 916,4 2 lavandino portatile 2 - - - - carrello medico2 2 - - - - 1 Da considerare che il peso potrebbe essere maggiore vista la probabile necessità di aumentare il diametro dei profilati rispetto a quelli in fibra di carbonio 2 Non è possibile calcolare il peso degli elementi progettati ex novo in quanto il loro peso non dipende solamente dai materiali prescelti per realizzarli
    • Trasportabilità, trasformabilità, flessibilità, adattabilità e infine temporaneità sono stati i requisiti che hanno accomunato le ricerche fatte per questa tesi nei diversi campi. Il progetto di una unità mobile di soccorso sanitario (U.M.S.S.) ha infatti stimolato la curiosità verso tutti quegli aspetti che in qualche modo influenzano e determinano le configurazioni delle architetture temporanee. Fondamentale è stato capire che ruolo hanno avuto ed hanno tutt’oggi i progettisti nel momento in cui vengono chiamati a definire un’architettura a supporto di una situazione di emergenza. Come per ogni progetto, anche quello per l’emergenza richiede in prima istanza delle prestazioni basilari, ma se si cominciano ad approfondire anche solo alcuni aspetti, si intuisce come la ricerca architettonica sia un continuo di rimandi, di richieste e di esigenze che portano il progettista a percorrere una spirale di ricerca che sembra non avere mai termine. Come dice Enzo Mari nel libro più volte citato “Progetto e passione”, “le diramazioni di ricerca individuate via via come prio- ritarie corrispondono, secondo alternanze reciprocamente funzionali, a idee, procedure, materiali, tecniche e quant’altro” e “ se il processo di ricerca non può avere limiti perché ogni risposta a una domanda contiene in sé la formulazione di domande successive, il progetto deve essere comunque concluso interrompendo il flusso di domande.” In questa tesi di certo non sono mancate le domande e i campi in cui si vedeva una possibile risposta a queste. Ci siano stati principalmente due diversi fronti su cui si è realizzata la ricerca: il campo dell’architettura mobile e quello dell’emergenza sanitaria, e come il progetto finale volesse essere un punto di sintesi di tutto il percorso fatto. Fondamentale è stata poi la curiosità di scoprire come veramente vengano affrontate le emergenze direttamente da coloro i quali le hanno scelte come scenario lavorativo. Le competenze degli operatori della protezione civile, dei militari e dei medici (di cui sono riportati degli stralci delle interviste) si sono rivelate imprescindibili per la progettazione di una unità mobile di soccorso sanitario che vuole essere funzionale e realizzabile. Dal punto di vista architettonico ho potuto appurare come il concetto di mobilità è portatore di innumerevoli rimandi, come quello della leggerezza, della flessibilità e dell’adattabilità, concetti che sono molte volte da stimolo per l’innovazione tecnologica. L’approfondimento che è stato fatto rispetto all’aerogel ha evidenziato come la ricerca prestazionale all’interno di quel settore che è considerato per eccellenza il campo della leggerezza in architettura, cioè quello delle membrane tessili, ha portato benefici a tutto il campo architettonico che richiede alti isolamenti termici. È per questo motivo che ritengo che l’architettura mobile è da considerare di pari dignità di quella tradizionalmente intesa, ed anzi, debba divenire il campo della possibile e vera sperimentazione architettonica. Ho infatti più volte sottolineato come nel campo dell’edilizia le innovazioni tecnologiche in genere derivino da transfert tecnologici e non da “rivoluzioni” interne. Nella definizione della nuova unità mobile di soccorso sanitario ho constatato come progettare un elemento dalle dimensioni ridotte ma che richiede prestazioni eccellenti pone questioni e problematiche che non possono essere tralasciate; non progettare e definire un particolare in una architettura mobile significa molto probabilmente il fallimento in fase realizzativa. Tutti i componenti infatti devono essere visti prima nella loro specificità e poi all’interno della globalità progettuale. Il cambiamento di un componente comporta delle ripercussioni generali. Se poi l’architettura mobile deve provvedere anche alle esigenze sanitarie la necessità di affrontare il progetto in modo organico è fondamentale. Le alte prestazioni non devono essere garantite solamente dall’involucro, ma anche dalle risorse interne, le quali a loro volta devono integrarsi con la struttura. In conclusione si può dire che la progettazione di un’unità mobile di soccorso sanitario e di un’architettura mobile in generale fa capire come il progetto architettonico è da considerarsi alla stregua di un viaggio nel quale vi sono delle tappe obbligate, definite dalle richieste prestazionali di base, e delle tappe che non sono state pianificate in fase organizzativa, ma che il viaggiatore-progettista ha voluto fare perché incuriosito o spinto dalla corrente delle idee. Può succedere che durante il percorso il viaggiatore sia confuso, che alle volte non capisca proprio perché si ritrovi in quel luogo, ma è alla fine del viaggio che diviene chiaro ed esplicito il fine di tutto, perché tutte le esperienze si concatenano e trovano una loro posizione nel tutto. Credo che il progetto sia da considerarsi come la fine del viaggio, un sistema di esperienze maturate nel tempo, di sensazioni e di pensieri. Sicuramente il viaggio poteva essere diverso e avrebbe portato anche a risultati diversi ma “ognuno di noi è al centro d’una leggenda meravigliosa: tutto il passato che conosciamo (e quindi viviamo nel nostro presente), tutto il presente che conosciamo (e che quindi viviamo), tutto il futuro che intuiamo e prepariamo (e quindi viviamo: operare è soltanto per il futuro) sono simultanei nella nostra conoscenza: esistono soltanto nella nostra esistenza…. La vita è una meravigliosa leggenda, ricchissima, inesauribile, nella quale concorrono simultaneamente il passato e il presente che conosciamo, ed è una meravigliosa simultaneità di luoghi, di tutti i paesi che sappiamo.” Giò Ponti_ Amate l’Architettura_
    • AA.VV, Domebook 2, Pacific Domes, 1971, Bolinas , California, USA AA.VV, I materiali sintetici, Quaderni del manuale di progettazione edilizia, Ulderico Hoepli Editore, 2003, Milano Aldo Rossi, Autobiografia scientifica, Nuova Pratiche Editrice, 1999, Milano Alessandra Zanelli, Trasportabile/Trasformabile. Idee e tecniche per architetture in movimento, Libreria Clup, 2003, Milano. Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Ufficio stampa dell’Agenzia di Protezione Civile (a cura di), Manuale per le Emergenze, 2001, Roma Architecture for Humanity, Design Like You Give a Damn, Architectural Responses to Humanitarian Crisis, Published by Metropolis Books, 2006, New York Bernard Tschumi, Architecture in/of Motion, NAi Publishers, 1997, Rotterdam Bernard Tschumi, Architettura e disgiunzione, Edizioni Pendragon, 1996, Bologna Brian Foster, Marijke Mollaert, Associazione Tensinet, Progettare con le membrane, tensostrutture e presso strutture, materiali e tecnologie, ed. italiana a cura di Alessandra Zanelli, Maggioli Editore, 2007, Santarcangelo di Romagna, Rimini. Bruno Munari, Design e comunicazione visiva, Editori Laterza, 1968, Bari Croce Rossa Francese, Associazione Italiana Medicina delle catastrofi, Manuale di protezione civile, organizzazione dei soccorsi sanitari in situazioni di eccezionale emergenza,1994, Edizioni Piemme Department of defence of the United States of America, Emergency War Surgey, 2004, USA (Scaricabile in http://www.bordeninstitute.army.mil/other_pub/ews/TableOfContents.pdf) Enzo Mari, Progetto e passione, Bollati Boringhieri Editore, 2001, Torino Giancarlo Cataldi, a cura di, Attualità del primitivo e del tradizionale in architettura, Alinea, 1989, Firenze Giovanni Corbellini, Ex Libris, 16 parole chiave dell’architettura contemporanea, 22 Publishing, 2007, Milano Gio Ponti, Amate l’architettura, l’architettura è un cristallo, Cusl editore, 2004, Milano Giovanni Damiani, a cura di, Bernard Tschumi, Rizzoli|Skira, 2003, Milano Hans-Joachim Shock, Atlante delle tensostrutture, Utet, 2001, Torino Hegger Auch-Schwelk, Fuchs Rosenkranz, Atlante dei materiali, Utet, 2005, Monaco International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies, Global Programme Shelter, edito da International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies, 2006, Ginevra Italo Calvino, Le città invisibili, Arnoldo Mondadori Editore, 2004, Milano Joachim Krausse, Claude Lichtenstein, Your Private sky, R. Buckminster Fuller, the art of design science, Lars Muller Publisher, 1999, Baden, Svizzera John Chilton, Atlante delle strutture reticolare, Utet, 2002, Torino Kari Jormakka, Olandesi volanti, il movimento in architettura, Testo e immagine, 2002, Torino
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    • RIVISTE Pierluigi Nicolin, Architettura “light”, Lotus International, n° 105, 2000, pagg. 30-31 AA.VV., Serpentine Gallery Pavilion, Lotus International, n° 122, 2004, pagg. 51-61 Ignasi de Solà-Morales, High-Tech. Funzionalismo o retorica?, Lotus International, n° 78, 1993, pagg. 66-72 Tita Carloni, La tenda mobile di Mario Botta, Lotus International, n° 78, 1993, pagg. 80-87 Alessandra Zanelli, Luminosità tessile, Arketipo, n°21, marzo 2008, pagg. 44-55 Bruce Sterling, Architecture in Estreme Enviroments/3, Thailandia Hybrid Muscle, Domus, n°870, maggio 2004, pagg. 41- 49 Fabrizio Gallanti, Architecture in Estreme Enviroments/1, Antartide/Antartica EPTAP 1999-2004, Domus, n°870, maggio 2004, pagg. 28-35 Giuseppe Turchini, Soluzioni in evoluzione, Arketipo, n°21, marzo 2008, pagg. 44-55 Joseph Grima, Architecture in Estreme Enviroments/2, Australia Longitude 131°, Domus, n°870, maggio 2004, pagg. 36- 41 Mark Irving, Scultura mangia architettura, Domus, n°853, novembre 2002, pagg. 65-73 Mark Wigley, Il Fun Palaca di Cedric Price, Anti-edifici e anti-architetti, Domus, n°866, gennaio 2004, pagg. 14-23 Paolo Deganello, La vecchia guardia non muore mai, Domus, n°908, novembre 2007, pagg. 76-84 Redazione Domus, a cura di, Architettura temporanea/2, Domus, n°907, ottobre 2007, pag. 6 F. Hörz, M. E. Zolensky, Impact Features and Projectile Residues in Aerogel Exposes on Mir, Icarus, n° 147 del 2000, pagg. 559-579 H. Yokogawa, M. Yokoyama, Hydrophobic silica aerogels, Journal of Non-Crystalline Solids, n° 168,1995, pagg. 23-29 Lawrence W. Hrubesh, Aerogel applications, Journal of Non-Crystalline Solids, n° 225, 1998, pagg. 335-342 M. Schmidt, F. Schwertfeger, Application for silica aerogel products, Journal of Non-Crystalline Solids, n° 225,1998, pagg. 364-368 P.B. Wagh, R. Begag, G.M. Pajonk, A. Venkateswara Rao, D. Haranath, Comparison of some physical properties of silica aerogel monoliths synthesized by different precursors, Material Chemistry and Physics, n° 57,1999, pagg. 214-218 P.B. Wagh, S.V. Ingale, Comparison of some physio-chemical properties of hydrophilic and hydrophobic silica aerogels, Ceramics International, n°28, 2002, pagg. 43-50
    • NORMATIVA SULLE STRUTTURE TEMPORANEE UNI EN 13782- 2006, Strutture temporanee – tende – sicurezza (Temporary – Tents – Safety) NORMATIVA E DOCUMENTI RELATIVI AL SETTORE MEDICO E DELLA PROTEZIONE CIVILE Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 20/23, 24.1.2008 Decisione della Commissione del 20 dicembre 2007 recante modifica della decisione 2004/277/CE, Euratom per quanto concerne le modalità di applicazione della decisione 2007/779/CE, Euratom del Consiglio che istituisce un meccanismo comunitario di protezione civile. Accordo ai sensi dell’art.4 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n.281 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province automome di Trento e Bolzano, “Linee guida per l’organizzazione dei servizi di soccorso dei servizi di soccorso sanitario con elicottero” Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Pianificazione dell’emergenza intraospedaliera a fronte di una maxi-emergenza, settembre 1998 Gazzetta Ufficiale, n. 44 del 23 febbraio 2005, Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri Presidenza de Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, “Linee Guida per l’individuazione delle Aree di Rico- vero per Strutture Prefabbricate di Protezione Civile” Decreto del Capo del Dipartimento della Protezione Civile, n° 1243 del 24 marzo 2005 (approvato con) Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, “Manuale tecnico per l’allestimento delle aree di ricovero per strutture prefabbricate di Protezione Civile” Gazzetta Ufficiale - serie generale- n°81 del 6 aprile 2001 (Suppl. Ordinario n° 116), ALLEGATO A, “Criteri di massima sulla dotazione di farmaci e dispositivi medici di un Posto Medico Avanzato di II livello utilizzabile in caso di catastrofe” in, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Emergenza Sanitaria, Comunicato relativo al decreto del ministero dell’Interno delegato per il coordinamento della Protezione Civile 13 febbraio 2001 concernente: Adozione dei “Criteri massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi” Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 81 del 6 aprile 2001 (Suppl. Ordinario n° 116), decreto, “Criteri di massima sulla dotazione di farmaci e dispositivi medici di un Posto Medico Avanzato di II livello utilizzabile in caso di catastrofe”
    • SITOGRAFIA AEROGEL video: www.kqed.org/quest/television/view/776 www.cnn.com/TECH/9705/13/aerogel/aerogel.13.mov Lawrence Livermore National Laboratory: www.llnl.gov/ ipo.llnl.gov/technology/profile/aerogel/Aerogels/ ipo.llnl.gov/technology/profile/aerogel/AerogelFabrication/index.php ipo.llnl.gov/technology/profile/aerogel/Terms/ Environmental Energy Technology Division - Lawrence Berkeley National Laboratory: //eetd.lbl.gov/ECS/Aerogels/sa-home.html Nasa: http://curator.jsc.nasa.gov/stardust/aerogel.cfm http://stardust.jpl.nasa.gov/tech/aerogel.html http://stardust.jpl.nasa.gov/news/status/060207.html Brevetti internazionali: www.wipo.int Aziende che utilizzano l’aerogel in architettura: www.airglass.se www.aerogel.com w1.cabot-corp.com www.cabot-corp.com/cws/Objects.nsf/objects/Nanogel_landing_page.html/$file/Nanogel_landing_page.html www.kalwall.com www.kalwall.com/nanogel.htm www.stoakes.co.uk www.scobalit.ch/en/index.php www.scobalit.ch/en/scobatherm.html www.acralight.com www.acralight.com/nanogel.html www.cptsystems.com www.alcaud.fr/site/rubrique.php3?id_rubrique=112 www.duo-gard.com www.supersky.com www.wascoskylights.com www.roda.de/welcome.php www.xtralite.co.uk www.pilkington.com www.okalux.de www.birdair.com PROGETTISTI - STUDI DI ARCHITETTURA -PROGETTI www.adpsr.org www.arqchile.cl/modulos_habitables.htm www.arq.utfsm.cl _Departamento de arquitectura de la Universidad Tecnica Federico Santa Maria, Val Paraiso, Chile www.architectureforhumanity.org www.architetturatessile.polimi.it www.bfi.org _ Richard Buckminster Fuller Institute www.burohappold.com www.cameronsinclair.com www.concretecanvas.org.uk www.coop-himmelblau.at www.fabermaunsell.com
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    • governative //orgmail2.coe-dmha.org/dr/flash.htm _book online su disaster response, principle of preparation and coordination www.redr.org _Croce Rossa Inglese www.sanita.segreteria.sm _CEMEC - Centro Europeo per la Medicina delle Catastrofi www.sphereproject.org _È possibile scaricare il manuale “Humanitarian Charter and minimum Standards in Disaster Response” www.unhcr.org _Alto Commissariato ONU per i Rifugiati www.usaid.gov _United State Agency for International Development www.who.int _Organizzazione mondiale della sanità
    • I primi ringraziamenti vanno a tutti coloro che mi hanno aiutato durante questa avventura e senza i quali probabilmente non sarei mai riuscita a sapere tutte le cose che mi sarebbero servite per il progetto: la dottoressa Anna Poggi, sempre disponibile ad ogni mia richiesta il colonnello Luigi Ziani, fonte di inesauribili informazioni Giorgio Visintini della protezione civile del Friuli Venezia Giulia, Franco Picilli e Arrigo Natolini della sezione di Majano il dottor Perraro, il primo che mi ha dato informazioni sulle emergenze sanitarie il dottor Roberto Peressutti, per le fonti bibliografiche e non Marco Villettaz, dell’ufficio pianificazione e progettazione emergenza della protezione civile della Valle d’Aosta, che non ho mai conosciuto di persona ma che mi ha mandato in tempi rapidissimi tutte le informazioni tecniche e le fotografie del modulo di soccorso elitrasportato M.A.P.I. H l’Eurovinil e Umberto Zanobi per tutte le informazioni sui loro prodotti Alessandro Aita e Christian Purdel per tutte le preziose informazione sull’aereogel e sul settore aeronautico Francesco Sicchiero, grande amico, sempre disponibile e che senza di lui probabilmente non avrei mai conosciuto alcune delle persone sopra citate. il primo ringraziamento non tecnico è per mantenere una promessa fatta: alla mia mamma...che quando ho cominciato la scuola materna pensava che non avrei mai potuto finire i tre anni previsti (in effetti uno l’ho evitato grazie ad azioni di sabotaggio); che quando ho iniziato la scuola elementare pensava non sarei mai riuscita ad imparare a leggere e scrivere; che quando ho iniziato la scuola media pensava, non si sa per quale motivo, non avrei mai studiato il dovuto; che quando ho deciso di andare al Marinelli pensava che non ce l’avrei mai fatta; che quando ho deciso di andare a Milano si è rivolta a tutti i santi disponibili, ma che dopo la prima laurea gli è sorto qualche dubbio. A mia mamma che quando ho deciso di cambiare rotta e tornare a Udine mi ha sostenuto, anche se sapeva che quella scelta era forse la più difficile che avessi mai preso. Alla mia mamma che in realtà, sotto sotto, mi ha sempre spinto a seguire le mie passioni e a perseguire quello che desideravo. Un grazie a papà (alla fine ce l’hai fatta a farmi laureare in Architettura!) per il sostegno e la sua preziosa esperienza, a Sabry per i messaggi “incoraggianti” lasciati durante le visite a casa, naturalmente grazie a Luca per il supporto su tutti i fronti e per il fatto di essere l’unico che ha letto e che probabilmente leggerà la tesi dall’inizio alla fine. Un grazie ai nonni, perchè mi hanno insegnato tutte quelle cose che nessuna università potrà mai insegnare. Infine gli amici, quelli di una vita, Alessia e Michele, quelli milanesi, la Ke, Carlo ed Ettore che sono stati per tre anni la mia seconda famiglia (e un pò, sebbene la lontananza, lo sono ancora) , quelli udinesi, Alessia, Dario, Emanuele, Erica e Alessandro che nell’ultimo anno hanno condiviso con me gioie e dolori univeristari.