PROGRAMMARE LA QUALITA’ EDUCATIVA                            Seminario di Aggiornamento                       per Insegnan...
La Qualità nella Scuola non può essere considerata solo un caso particolare dell’applicazionedi principi, metodi e strumen...
Si potrebbe comunque pensare che il fatto di considerare la scuola come una organizzazioneal servizio non della persona ma...
Se si riflette tuttavia su questi obiettivi, su cui - per altri versi - potremmo certamenteconcordare, ci si rende conto c...
operatori professionali della scuola, i docenti, e con la verifica della rispondenzadell’utilizzatore del servizio ai live...
Questa consapevolezza porta a capire che la tecnologia tipica del fare scuola, come perqualunque altra azienda di servizi,...
SCHEDA 1Il termine organizzazione può essere facilmente associato a parole come ordine,efficienza, gerarchia, obiettivi, s...
1. la comunicazione;2. la disponibilità dei suoi membri a contribuire                                    alle    attività ...
SCHEDA 2E’ certamente difficile dare una definizione esaustiva del concetto di qualità. In passato sitendeva ad associare ...
SCHEDA 3Il primo tratto che ha caratterizzato per decenni la cultura organizzativa della scuola èl’individualismo. Il sing...
SCHEDA 4Il brainstorming (“tempesta delle idee”) è una tecnica messa a punto da Alex Osbornprima della seconda guerra mond...
Upcoming SlideShare
Loading in …5
×

Programmare la Qualità Educativa

1,430 views
1,339 views

Published on

La Qualità nella scuola non può essere considerata solo un caso particolare dell'applicazione di principi, metodi e strumenti elaborati in altri contesti produttivi, ma ...

0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total views
1,430
On SlideShare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
10
Actions
Shares
0
Downloads
17
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

No notes for slide

Programmare la Qualità Educativa

  1. 1. PROGRAMMARE LA QUALITA’ EDUCATIVA Seminario di Aggiornamento per Insegnanti di Scuola dellInfanzia Dispense a cura del Prof. Angelo PennellaAngelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -1-
  2. 2. La Qualità nella Scuola non può essere considerata solo un caso particolare dell’applicazionedi principi, metodi e strumenti elaborati in altri contesti produttivi, ma deve essere piuttostoconsiderata come una questione centrale per lo sviluppo economico e sociale del Paese.Questo per almeno due motivi:• il primo è riconducibile al fatto che oggi operiamo in una economia di rete, in cui il successo di una organizzazione (si veda scheda di approfondimento n° 1) è direttamente connesso non solo ai livelli di cooperazione che si realizzano all’interno dell’organizzazione stessa ma anche alla capacità di correlarsi con il tessuto sociale ed economico in cui ci si trova ad operare.• Il secondo motivo è da ricondurre al fatto che la scuola è un sistema essenziale per la società ma è anche particolarmente complesso e vulnerabile. Questo ci deve spingere a riflettere sugli equilibri esistenti tra risorse tecniche e risorse umane, tra vincoli ed opportunità offerte dalle attuali normative e capacità di ogni singola istituzione scolastica di confrontarsi con esse.Questioni in precedenza complementari rispetto alla buona organizzazione della produzionesi propongono come fattori decisivi per il successo: il rapporto con i fornitori, l’accesso alcredito, la disponibilità di servizi di rete e all’impresa, il sistema di opportunità e vincolidefinito dalle normative, il livello della ricerca tecnologica, la qualità delle risorse umane.Il compito di ripensare la scuola nella prospettiva della Qualità (vedi scheda diapprofondimento 2) è certamente difficile, perché questa organizzazione non si è sviluppatatanto come un servizio rivolto alla persona, quanto piuttosto come uno strumento diintegrazione nel sistema sociale, strumento governato e gestito in funzione di regole definitedallo stato nazionale.In questa prospettiva è la scuola a stabilire:• i contenuti dell’insegnamento;• gli standard di apprendimento;• i criteri di valutazione degli allievi;• la ‘certificazione’ di conformità degli allievi.Lutilizzatore del servizio scolastico non è considerato come un cliente, ma come una materiaprima da plasmare.Questo pone, tra l’altro, il problema di riflettere sulla definizione dei ruoli esistenti nell’ambitodell’organizzazione scolastica:• chi sono gli utenti del servizio? Chi sono i committenti? A chi risponde l’organizzazione?Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -2-
  3. 3. Si potrebbe comunque pensare che il fatto di considerare la scuola come una organizzazioneal servizio non della persona ma della collettività può risultare utile allo sviluppo sociale edeconomico del Paese.Ma anche in questa prospettiva, la questione non cambia: la necessità è infatti sempre quelladi mantenersi in contatto con i propri interlocutori. L’aggiornamento dei contenuti offerti, adesempio, può essere fatta in funzione delle richieste dei ragazzi o dei genitori così come delmondo culturale e produttivo: la questione è quella di evitare la• autoreferenzialitàe di riorganizzare il sistema scolastico per recuperare efficacia ed efficienza, ma anche, a mioavviso, per innalzare i livelli di congruenza tra le attività svolte e la mission istituzionale.A questo proposito può essere interessante ricordare che Deming, a proposito delleorganizzazioni formative - scolastiche in particolare - riconosce che l’esistenza di una fortespinta verso la competizione individuale (riferimento a standard di apprendimento predefiniti,forte meritocrazia, ecc.) può indurre dei preoccupanti fenomeni di sotto-ottimizzazione, conla conseguente emarginazione di gran parte della risorsa umana disponibile in un Paese,attraverso un processo di selezione e di dispersione drammaticamente costoso.Questa dispersione di risorse è in gran parte frutto di un atteggiamento che non è attentoalle esigenze ed ai bisogni, non facili da identificare, del destinatario, del cliente del servizio.Quando si tenta di fare Qualità nella Scuola ci si incontra quindi con un’istituzione scolasticain cui il cliente (possiamo parlare in modo forse più corretto di committente) è più facilmenteidentificabile nello Stato che non in colui che fruisce del servizio (parleremo, in questo casodi utente).Lo Stato è per convenzione l’entità che recepisce una committenza sociale più o menodefinita e più o meno condivisa e che interpreta quindi quelli che sono i bisogni del Paese,del contesto sociale e produttivo e li traduce in una serie di prescrizioni. Esso da un latodefinisce quali sono i contenuti che la scuola deve insegnare, dallaltro definisce quali sono ilivelli ai quali è considerato accettabile l’apprendimento da parte dell’utilizzatore della scuola,da parte degli studenti (si pensi, in questo senso, al Servizio Nazionale per la Qualitàdell’Istruzione e all’Archivio Docimologico).Da queste brevi osservazioni si può dedurre che chi opera seriamente all’interno della scuolasi pone due obiettivi:• insegnare tecnicamente bene;• valutare in modo equo i livelli di apprendimento raggiunti.Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -3-
  4. 4. Se si riflette tuttavia su questi obiettivi, su cui - per altri versi - potremmo certamenteconcordare, ci si rende conto che l’atteggiamento che essi traducono è molto simile, come haosservato Vairetti, a quello che potrebbe avere un ingegnere. L’attenzione viene infattirivolta al compito che l’insegnante si propone di svolgere e alla correttezza (tecnica emorale) dei criteri di valutazione utilizzati.Quello che si rischia di perdere è la relazione, la partecipazione al processo educativodell’utente. Non si considera cioè che l’insegnamento è innanzitutto un fatto dicomunicazione, come ha dichiarato Titone, e che si tratta sempre e comunque di unaprocesso circolare.Anche nella scuola troviamo situazioni di questo tipo, con l’insegnante tradizionale,concentrato solo sulla buona trasmissione della propria disciplina. Una buona scuolatradizionale funziona così. Ma perché si parla di scuola tradizionale? Perché questo è stato ilmodello dominante, mai messo in discussione almeno fino alla riforma del 1974 conl’introduzione degli organi collegiali nella scuola, di una Scuola dove c’era il Capo di Istitutocon potere di coordinamento, e gli insegnanti, ciascuno dedicato in quasi totale autonomia (esostanziale isolamento) al proprio campo specifico disciplinare. Si trattava di un’applicazioneparticolarmente riuscita della divisione tayloristica del lavoroCiò che si è affermato dai decreti delegati in poi, anche sulla spinta del tentativo di dare unarisposta istituzionale alla contestazione studentesca, è stato lo sviluppo nella scuola di unatendenza ad aprire le porte dell’organizzazione alle istanze sociali. L’occasione era tutt’altroche irrilevante: si offriva infatti alla scuola la possibilità di dialogare con l’utenza e diverificare le eventuali discrepanze esistenti tra i bisogni ed i desideri dell’utenza e quelli percui si riceveva la delega della committenza. Di fatto questa opportunità è stata perduta e lascuola non ha posto in discussione le modalità di erogazione del proprio servizio ai cittadini.Come è stato osservato da Piero Romei (“La Qualità nella Scuola”), le innovazioni dei decretidelegati, in qualche modo imposte per legge ai singoli istituti, sono state depauperate dallacultura organizzativa della scuola che si fonda su una serie di elementi (si veda scheda diapprofondimento n° 2), tra cui ricordiamo:• il forte individualismo del personale;• l’assenza di effettivi controlli esterni;• l’attenzione al cerimoniale.Questa è la situazione che prevalentemente incontriamo oggi, per cui l’obiettivo del farebene scuola si traduce nel fissare obiettivi coerenti e di valutare la coerenza traapprendimento ed obiettivi. Non abbiamo più una assunzione sostanzialmente passiva delleindicazioni dei programmi e della normativa nazionale all’interno della singola unitàscolastica, ma abbiamo una attenta elaborazione degli obiettivi, compito esclusivo degliAngelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -4-
  5. 5. operatori professionali della scuola, i docenti, e con la verifica della rispondenzadell’utilizzatore del servizio ai livelli ed ai requisiti che questi obiettivi fissano.Se l’esperienza ci deve essere da guida, possiamo quindi a buon titolo chiederci comepotrebbe essere integrata (fagocitata?) la Qualità nella cultura organizzativa della scuola.Dobbiamo porci, in altri termini, il problema di come sia possibile promuovere uncambiamento nella scuola che non sia puramente formale come è stato quello - almeno permolte realtà scolastiche - dei Decreti Delegati: ecco quindi emergere il tema delle teorie edelle tecniche del cambiamento. In questo senso possiamo parlare di un:• cambiamento trasformativo• cambiamento esplorativo,ma anche di quelle tecniche che, ampiamente utilizzate in altri ambiti organizzativi, possonoagevolare la promozione del cambiamento, faccio riferimento al brainstorming e al problemsolvine (si veda la scheda di approfondimento n° 3).Nel momento in cui si affronta il tema della Qualità nella scuola si ha quindi a che fare conun tema difficile, molto più difficile di quanto non sia produrre la condivisione di obiettiviquali l’efficacia o l’efficienza, più difficile che far condividere la necessità del controllo. Sitratta cioè di arrivare a capire la scuola come servizio. L’obiettivo diventa progettare ilservizio a partire dalla verifica dei bisogni e da una attenta rilevazione della domanda.Il vantaggio della scuola rispetto ad altre organizzazioni di servizio (si pensi alla sanità o alleferrovie) è forse identificabile nel fatto che l’utente si trova ad interagire per un lungoperiodo di tempo e per molte ore ogni giorno con la struttura di servizio e propone ad essauna domanda molto complessa ed articolata.Si è infatti sempre più consapevoli sia della articolazione dei bisogni che l’utenza rivolge allascuola sia della necessità di prendere in considerazione non solo il cosiddetto core serviceproposto dalla struttura scolastica ma anche il pacchetto di servizi che essa può affiancare alservizio principale.Per la scuola questa costituisce una grande sfida, che rivela facilmente la non funzionalitàdel tentativo di rispondere al bisogno complessivo dell’individuo attraverso un modelloastratto: l’esperienza dell’inadeguatezza e dell’inefficacia è quotidiana, almeno per glioperatori più avveduti. In molti casi, di fronte a questo disagio non si sa cosa fare, maalmeno la ricerca di strategie adattive è continua. Un insegnante che sa fare il propriomestiere ha immediatamente la consapevolezza che la semplice trasposizione di un modellorigido non produce risultati adeguati proprio per le differenze individuali degli utenti delservizio scolastico.Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -5-
  6. 6. Questa consapevolezza porta a capire che la tecnologia tipica del fare scuola, come perqualunque altra azienda di servizi, deve essere pensata essa stessa come un servizio: cioè lacapacità di programmare il processo di erogazione del servizio scolastico (la competenzaprofessionale) non può essere fine a sé stessa, non può essere una scelta a priori, frutto diun’opzione istituzionale o pedagogica, o ideologica. Il possesso di requisiti, di competenze eprofessionalità, di tecniche operative, deve essere posto al servizio delle persone.Una strategia adeguata per la qualità della scuola richiede un percorso che parta dall’ascoltoe dall’analisi dei bisogni per elaborare una proposta educativa e formativa. Anche la scuola,come ogni azienda, deve partire da una ricerca di mercato.In questo senso è necessario che il servizio scolastico si organizzi in funzione dei bisognidell’utenza e sia in grado di programmare e realizzare un percorso che consenta laproduzione di un apprendimento, di uno sviluppo professionale, di una crescita per lepersone.Certamente questo si declina in modi diversi in funzione della fascia di età degli utenti (seconsideriamo gli allievi) e del loro rapporto con le famiglie ed il contesto sociale e lavorativoin cui sono inseriti.La programmazione del servizio mette in sequenza una serie di attività e operazioni,arrivando a costruire un processo complesso e articolato, ad identificare le responsabilità checiascuno degli attori (insegnante, coordinatore/dirigente scolastico, genitore, studente...) hanelle diverse parti di questo processo, a definire quali metodi e quali mezzi permettono larealizzazione delle singole operazioni.Fare qualità nella scuola significa dunque anzitutto ricostruire il processo di progettazione,organizzazione, produzione e erogazione del servizio: si tratta di modificare la culturaorganizzativa. Ma questo implica, tra l’altro, affrontare il tema della leadership delle singole istituzioni scolastiche perché è possibile promuovere la qualità solo quando la direzione di una organizzazione è in prima persona coinvolta nel processo di cambiamento. Lo stile nella gestione del personale si affianca, d’altro canto, a quello di un cambiamento nelle modalità di lavoro. Sebbene la scuola sia una organizzazione in cui si tende spesso ad utilizzare il gruppo come contesto del cambiamento, il personale della scuola è forse tra quelli meno preparato ad affrontare il tema del gruppo di lavoro.Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -6-
  7. 7. SCHEDA 1Il termine organizzazione può essere facilmente associato a parole come ordine,efficienza, gerarchia, obiettivi, struttura, divisione del lavoro, ruoli, coordinamento. Questeparole tendono a farci considerare il fare organizzazione come un mezzo per ottenere unbuon risultato proprio grazie ad una organizzazione delle caratteristiche suddette.Probabilmente, in ambito aziendale, il termine “organizzazione” viene utilizzato per definire lefunzioni presenti nella società ed il loro rapporto con il compito ed il ruolo.Il termine organizzazione può essere però utilizzato anche per indicare alcuni sistemicomplessi come gli ospedali, la scuola, gli enti pubblici, ecc.: in questo caso si parla spessodi organizzazione complessa o di organizzazione formale. In questa accezione unaorganizzazione formale può essere considerata come un “gruppo organizzato con obiettivi,regole e regolamenti formalmente fissati e con un sistema di ruoli specificamente definiti,con diritti e doveri chiaramente stabiliti” (Theodorson, 1975).Essa si distingue dal gruppo formale in quanto, a differenza di quest’ultimo, possiede nonsolo dimensioni ma anche livelli di formalizzazione maggiori. Rientrano nella categoria delleorganizzazioni formali le scuole, gli ospedali, le associazioni volontarie, gli enti governativi, lesocietà private, ecc.Pur nella loro diversità, possiamo rilevare in tutte queste prospettive una serie di elementicomuni che ci consentono di affermare che l’organizzazione e:• un sistema complesso di persone• associate per il conseguimento di uno scopo unitario• fra cui si dividono le attività da svolgere• secondo certe norme• stabilendo a tal fine dei ruoli• collegati fra loro in modo gerarchico• in rapporto dinamico con l’ambiente esterno.Sebbene possa sembrare una notevole semplificazione della realtà, si può comunqueaffermare che un insieme di persone costituiscono una organizzazione quando sono in gradodi:• assicurare una serie di processi comunicativi a livello intersoggettivo e istituzionale;• mostrare una disponibilità a fornire il proprio contributo in funzione di un fine comune.Una organizzazione si caratterizza quindi dalla presenza di tre elementi:Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -7-
  8. 8. 1. la comunicazione;2. la disponibilità dei suoi membri a contribuire alle attività svolte dall’organizzazione in rapporto ai propri obiettivi;3. un fine comune.Mentre i primi due elementi possono essere considerati come delle condizioni necessarie esufficienti per la costituzione di una organizzazione, il fatto di avere un fine comune vienedato solitamente per scontato, sebbene, come avremo modo di osservare più avanti, questoimplica spesso l’impossibilità di analizzare le discrepanze che i singoli soggetti o i sottogruppiche costituiscono l’organizzazione possono avere rispetto ad esso.Affinché una organizzazione possa avere una esistenza prolungata nel tempo, essa deve farsi che la propria attività si caratterizzi come un valido mix tra efficacia ed efficienza (1).Nella nostra prospettiva, la vitalità di un’organizzazione è strettamente legata alladisponibilità dei suoi membri a contribuire al conseguimento del fine comune. Taledisponibilità si fonda da un lato nel convincimento che il fine possa essere concretamenteraggiunto, dall’altro nel fatto che si sia sufficientemente motivati ad assicurare nel tempo lapropria partecipazione alle attività svolte dall’organizzazione.Una qualsiasi modificazione in queste due condizioni tenderà ad incidere sull’efficacia osull’efficienza dell’organizzazione. Se si dovesse perdere, ad esempio, la convinzione che ilfine comune possa essere effettivamente raggiunto, l’efficacia tenderebbe a crollare mentre,se venisse intaccata la disponibilità del personale a prolungare nel tempo la propriacompartecipazione al fine dell’organizzazione, quello che si perderebbe sarebbe l’efficienzadell’organizzazione stessa.In sostanza, possiamo affermare che, se al momento della sua costituzione è necessarioassicurare la presenza di tutti e tre gli elementi da noi segnalati (comunicazione, disponibilitàa partecipare e fine comune), si può tuttavia sperare che l’organizzazione resista nel temposolo a condizione che si mantenga un equilibrio tra questi elementi.(1) Mentre per efficacia si indica la capacità di un singolo o di una organizzazione a raggiungere gli obiettivi checi si è proposti di ottenere con la propria azione, per efficienza ci si riferisce alla capacità di raggiungere gliobiettivi con il minore costo possibile.Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -8-
  9. 9. SCHEDA 2E’ certamente difficile dare una definizione esaustiva del concetto di qualità. In passato sitendeva ad associare ad esso l’idea del lusso, di una “eccedenza” spesso non legata alnecessario. In un secondo momento, il termini è stato utilizzato per indicare il rispetto o, permeglio dire, la conformità dell’oggetto/prodotto con determinate specifiche (fornite a voltedal progettista, a volte dallo stato). Il Department of Defense statunitense definiva la qualitàcome la “somma di tutti gli attributi o caratteristiche comprese le prestazioni di un prodotto”.In una fase successiva, il concetto si è esteso dal prodotto/servizio al processo produttivo eall’organizzazione che lo produceva. L’attenzione si è cioè spostata dall’output fisico a quelloorganizzativo, ma si è anche introdotta l’idea che la qualità non potesse essere consideratacome una caratteristica “oggettiva”, indipendente dalle caratteristiche e dai bisogni delconsumatore/utente, ma dovesse essere considerata in funzione di questi ultimi. Evidente, inquesto senso, la definizione di Feigenbaum che considera la qualità “non la migliore in sensoassoluto, bensì la migliore per certe condizioni del cliente”.Questo cambiamento di prospettiva risultò determinante quando si estese il concetto diqualità dall’ambito merceologico a quello dei servizi. Per questi ultimi, la qualità non siriferisce a standard numerici quantificabili/misurabili (ad es. la resistenza di una corda aduna determinata forza di trazione), ma anche e specialmente a bisogni, attese, desideri.Nell’ambito dei servizi – e la scuola è ovviamente una organizzazione che offreessenzialmente un servizio alla propria utenza – la qualità può quindi essere espressa con ilseguente rapporto:Sebbene possa apparire scontato, c’è anche da aggiungere che un importante elemento daconsiderare è il rapporto tra costi e qualità del servizio. E’ infatti evidente che lasoddisfazione del cliente debba avvenire utilizzando al meglio le risorse (umane estrumentali) disponibili.La qualità si configura, infine, come la sommatoria di una serie di dimensioni, tra cui: la qualità tecnica (riguarda il prodotto/servizio offerto e la sua capacità di rispondere ai bisogni del cliente/utente); la qualità relazionale (riguarda il come viene offerto il prodotto/servizio e si riferisce agli aspetti comunicazionali e relazionali della transazione); la qualità ambientale (riguarda il dove si può fruire del prodotto/servizio e si riferisce all’accessibilità e al confort); la qualità economica (riguarda il quanto si deve pagare per un determinato prodotto/servizio) la qualità organizzativa (riguarda il modo con cui il prodotto/servizio può essere fruito dal cliente/utente e si riferisce alla funzionalità, semplicità, ecc.).Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa -9-
  10. 10. SCHEDA 3Il primo tratto che ha caratterizzato per decenni la cultura organizzativa della scuola èl’individualismo. Il singolo insegnante, in modo particolare dalle elementari in poi, hasempre svolto un lavoro fondato su una competenza disciplinare specifica, posseduta inmaniera esclusiva rispetto al gruppo dei colleghi della medesima classe. Tale competenza,esercitata in situazioni operative – le classi – caratterizzate da dinamiche particolariagevolava lo sviluppo di una azione educativa e didattica individuale e praticamenteinsindacabile. Gli insegnanti si sono quindi abituati a lavorare da soli, rispettando l’esclusivitàdelle competenze distintive reciproche, decidendo autonomamente come impostare e gestireil proprio ruolo operativo, i contenuti e le modalità didattiche da utilizzare.Il secondo tratto tipico della scuola come organizzazione formale è individuabile nellaconvinzione della natura essenzialmente qualitativa del proprio lavoro. Da taleconvinzione viene spesso fatta discendere l’affermazione secondo cui il lavoro educativo edidattico svolto dal docente – a volte anche quello del discente – non può essere sottopostoa valutazione perché non quantificabile.In qualche modo correlato al precedente, nella scuola è forte la tendenza ad accettarecon difficoltà qualsiasi controllo esterno in ordine ai contenuti, alle modalità operativee ai risultati conseguiti attraverso l’azione didattica svolta, cosa che si traduce in una sorta diautoreferenzialità del singolo docente. Sebbene sia ovvia la necessità di garantire lalibertà dell’insegnamento, è però utile ricordare che questo tratto è alla base della scarsaabitudine degli insegnanti a condividere e a confrontarsi con i colleghi rispetto al lavorosvolto.Un altro tratto distintivo della cultura organizzativa della scuola è l’attenzione al“cerimoniale”, cioè agli adempimenti formali che i singoli docenti sono tenuti a rispettare.Essi scandiscono burocraticamente il rapporto di appartenenza di insegnanti ed allievi allastruttura scolastica nonché le condizioni per lo sviluppo del processo didattico, fissandorequisiti, tempi, procedure ed atti dovuti. Di fatto, questi adempimenti burocratici sono i solicomportamenti attuati dagli insegnanti sottoposti a controllo esterno e a eventuali sanzioni.L’ultimo tratto della cultura organizzativa della scuola – peraltro ampiamente condivisa datutta la Pubblica Amministrazione – è l’abitudine degli insegnanti a considerarsisocialmente, normativamente ed economicamente garantiti dallo Stato (lasituazione si è comunque molto modificato in questi ultimi anni).C’è da aggiungere che i tratti indicati si inseriscono in uno scenario culturale e sociale che hasubito, dagli anni ’70 ad oggi, un notevole cambiamento. Sono stati, infatti, messi indiscussione gli assunti secondo cui la scuola consentiva: l’acquisizione di conoscenze e competenze direttamente spendibili nel mondo del lavoro; l’accesso agevolato e rapido alla vita produttiva.Proprio il cambiamento dello scenario sembra aver agevolato le riflessioni sullecaratteristiche della cultura organizzativa della scuola.Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa - 10 -
  11. 11. SCHEDA 4Il brainstorming (“tempesta delle idee”) è una tecnica messa a punto da Alex Osbornprima della seconda guerra mondiale ed è un metodo semplice ed efficace se si intendonoricercare soluzioni innovative ed originale ai problemi.Il brainstorming si basa sul principio del giudizio posticipato, ciò significa che la ricerca disoluzioni si attua in due fasi temporali nettamente distinte:1. la ricerca di idee (fase divergente);2. la critica e la valutazione delle idee (fase convergente).Nel corso della prima fase non bisogna esprimere nessun giudizio o valutazione (ad es. difattibilità) sulle idee espresse: i partecipanti devono accogliere qualsiasi proposta con lamassima apertura e disponibilità. Solo quando le idee sono state tutte esplicitate, annotate eraccolte il gruppo passerà alla seconda fase. E’ necessario che il conduttore mantenganettamente distinte le due fasi.Osborn ha indicato alcune semplici regole per il buon funzionamento della prima fase delbrainstorming: 1. è proibita la critica sia delle idee altrui che delle proprie; 2. è gradita l’immaginazione più sfrenata; tutte le idee, anche le più sfrenate o folli non solo sono autorizzate ma desiderate ed auspicate; 3. è necessario giocare con le idee, nel senso di farle “rimbalzare” all’interno del gruppo al fine di elaborarle e combinarle in ulteriori idee/proposte; 4. è opportuno ricercare il maggior numero di idee possibili per avere molto materiale per la fase di critica e valutazione.Angelo R. Pennella, Programmare la qualità educativa - 11 -

×