Il significato del fumo nelle relazioni interpersonali
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[...] Il fumo può essere affrontato [...] partendo da tre prospettive diverse che potremmo definire: 1) individualistica, 2) relazionale, 3) contestuale...

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  • Ho trovato molto interessante questa relazione del Dott.Pennella, perchè affronta il problema del tabagismo e della difficoltà a uscire dalla dipendenza da fumo in un'ottica più sociale, quindi più vasta, facendo emergere una complessità che in qualche modo sostiene e non giudica chi vorrebbe smettere di fumare ma che non ci riesce. Parlo così perchè io sto tentando di smettere di fumare, una volta due anni fa ci sono riuscita per otto mesi. Poi ci sono ricaduta. Adesso sto partecipando a un gruppo organizzato dall'Asl della mia zona, e anche se ritengo il Dottore molto bravo (ci seguendo e sostenendo molto), a volte però mi sento un po' scoraggiata, perchè trovo davvero limitante ridurre i comportamenti, sostituire con della nicotina e pipette varie..non siamo solo comportamento. Come giustamente sottolineava il Dott. Pennella, vi è la condivisione di una simbolizzazione affettiva, per cui l'innesto emozionale è una componente che rafforza in un certo senso il contesto da cui è difficile distaccarsi.
    Grazie per la lettura, spero mi sia di aiuto nella lotta che sto facendo, più che altro con me stessa, per staccarmi dal fumo. Spero di farcela.
    Cordiali saluti
    Elisa, 35 anni (fumo dai 16 anni). sto cercando di smettre, sono due giorni che non tocco sigaretta, nonostante le tantissime difficoltà.
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Il significato del fumo nelle relazioni interpersonali Il significato del fumo nelle relazioni interpersonali Document Transcript

  • CONVEGNO Le nuove disposizioni normative in materia di tutela della salute negli ambienti indoor. La problematica del fumo negli ambienti di lavoro. Roma, 13 marzo 2002 Relazione Il significato del fumo nelle relazioni interpersonali (*) Angelo R. PennellaQuando mi è stata comunicata l’ora in cui avrei dovuto tenere il mio intervento, ho pensatoalla stanchezza che inevitabilmente si accumula in incontri densi di argomenti come quello acui stiamo partecipando oggi. Ho quindi ritenuto opportuno cercare di alleggerire la miarelazione utilizzando delle piccole digressioni.La prima è una antica storia Sufi che ascoltai molti anni fa e che desidero raccontarvi, siapure con una consistente “licenza poetica” che spero possa renderla più pertinente aldiscorso che intendo affrontare. In un paese di ciechi arriva una "grande cosa". Tuttivogliono toccarla per capire cos’è e quindi le si avvicinano. Il primo cieco ne tocca una partee si rende conto che è un grosso cilindro che parte da terra e che dà la sensazione diqualcosa di rugoso e robusto, dice quindi:"è il tronco di un grande albero!". Un secondocieco tocca un’altra parte di questa grande cosa e si rende conto che è molto ampia eflessibile, gli ricorda una grande foglia e dice: "è un enorme ventaglio per alleviarci dalcaldo!". Un terzo cieco, che si era avvicinato alla cosa da un’altra direzione, tocca una sortadi tubo flessibile con dei fori nella parte finale e dice: "è un grosso tubo per inaffiare igiardini durante l’estate!" Un bambino che guarda la scena da un pò di distanza e che,fortunatamente per lui, è solo orbo dice: “Ma che dite! Se lo poteste vedere o toccare perintero vedreste che è un’unica cosa, è un grande animale". In effetti si trattava di unelefante.(*) Psicologo, psicoterapeuta, professore a contratto presso la Facoltà di Psicologia 1 dell’Università “LaSapienza” di Roma, Docente di Teoria e Tecnica del Colloquio Clinico presso la Scuola diSpecializzazione in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicoanalitica SIRPIDI di Roma.
  • Angelo R. PennellaPenso sia evidente a tutti: la storia sottolinea l’importanza della prospettiva che si utilizza perconoscere gli oggetti o gli eventi a cui si assiste. In realtà, tutti e tre i ciechi avevanodescritto abbastanza bene la gamba, l’orecchio e la proboscide di un elefante, il loro errorefu semmai quello di cercare d’immaginare l’animale tenendo conto solo di ciò che avevanosentito ciascuno con il proprio tatto. La morale, se di morale vogliamo parlare, riguarda lanecessità di integrare le prospettive e collocarsi alla giusta distanza per avere una visioned’insieme delle cose.Quando ci si confronta con il tema del fumo, ci si trova in una situazione molto simile aquella in cui si trovarono i nostri tre ciechi. Il fumo, infatti, può essere affrontato – e di fattolo è – partendo da tre prospettive diverse che potremmo definire: 1) individualistica; 2)relazionale; 3) contestuale.La prima è certamente quella più frequentata. In quest’ottica, il discorso si focalizza sulleimplicazioni e sul significato che il fumo e l’atto del fumare possono avere per il singoloindividuo.La medicina, ad esempio, ha studiato con attenzione le patologie connesse al fumo ditabacco ed ha individuato i nessi esistenti tra questo ed una ventina di malattie di tipooncologico, cardiovascolare e respiratorio. Si focalizza cioè la questione sulla salute delsingolo, rilevando, ad esempio, che il rischio di mortalità per cardiopatia coronarica in uominidi età compresa fra 35 e 57 anni, a parità di età, pressione arteriosa e colesterolemia,aumenta con l’aumentare del numero di sigarette fumate al giorno.Si inscrive nella prospettiva individualistica anche l’inquadramento del fumo effettuatodall’OMS: nella Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-10), si considera infatti iltabacco come una delle possibili cause, accanto all’alcool e agli oppioidi, delle cosiddettesindromi di disturbi psichici e comportamentali connessi all’uso di sostanze psicoattive.La prospettiva individualistica è diffusa anche in psicologia: in questo ambito si sottolineano,infatti, le abitudini del singolo ed il suo rapporto con il fumo. Si parla della dipendenza,psicologica appunto, che si instaura con la sigaretta e dei i rituali che si creano quando sifuma. Per fare un esempio letterario, possiamo ricordare il legame tra Sherlock Holmes e lasua pipa. Ne “La lega dei capelli rossi” il famoso investigatore disse all’amico Watson: “sitratta di un problema che chiede non meno di tre pipate e la prego di non rivolgermi laparola per cinquanta minuti”. Per Holmes il fumo è quindi a mezza strada tra il piacere in sée la possibilità di rilassarsi per concentrarsi sulle cose.Per chiarire la prospettiva individualistica, possiamo pensare ai discorsi che si fanno aproposito della motivazione. Si afferma che molti fumatori rimangono spesso in bilico tra lasospensione e la prosecuzione del fumo proprio perché hanno una motivazione incerta. Li sidescrive come persone che, da un lato esprimono il desiderio di smettere di fumare edall’altro manifestano una motivazione fluttuante in funzione del momento e della situazionein cui si trovano (Barbano, Latini, Nardini, 2000). Il problema è collocato, circoscritto alsingolo che non riesce a rivolvere, a scardinare la sua dipendenza dal fumo di tabacco.Quando ci si colloca in questa prospettiva, si accetta l’ambivalenza e si lavora sul rinforzodelle motivazioni al cambiamento. Le riflessioni e gli interventi si focalizzano quindi 2
  • Il significato del fulo nelle relazioni interpersonaliinevitabilmente sul tentativo di modificare le opinioni, gli atteggiamenti ed i comportamentiindividuali.Pensate alle campagne d’informazione attuate in questi anni sui rischi connessi al fumo, unesempio tra i tanti è quella sull’Informazione e l’educazione sanitaria attuata nelle scuole nel2000-2001 (Paladini, 2000). Sebbene lo scopo sia quello di promuovere una maggioresensibilità dei cittadini sul tema, a ben guardare si tratta però sempre di iniziative che fannoleva sugli atteggiamenti e sui comportamenti del singolo individuo.La logica sottesa a questi interventi è quindi quella stessa che possiamo rintracciare negliinterventi di consueling, dei gruppi di auto-aiuto, delle psicoterapie in cui si può giungere afornire al fumatore che vuole smettere di fumare anche brevi istruzioni riassumibili, adesempio, nell’acrostico RIDE: RITARDARE l’accensione della sigaretta ad un momentosuccessivo a quello in cui lo si farebbe automaticamente; INVOLARSI dalle situazioni in cui –ad esempio per la presenza di molti fumatori – si potrebbe essere portati a fumare;DISTRARSI dal pensiero del fumo con immagini legate a situazioni piacevoli diverse;EVITARE i luoghi in cui è elevata la frequenza di fumatori (Nardini, Casalini, Marino, Donner,Richmond, 1998; Barbano, Latini, Nardini, 2000).La debolezza di questa prospettiva, specie quando si cercava di far leva esclusivamente sugliaspetti razionali, è però emersa con evidenza nel corso degli anni: dare informazioni suidanni che il fumo può arrecare alla salute, evidenziare i costi economici di tale abitudine oincrementare i divieti presenti in molti ambienti pubblici sembrano infatti avere un impattopiuttosto limitato.A scopo puramente esemplificativo, basterà ricordare che nei paesi anglosassoni, durante glianni ’90, quando erano ormai note una serie di ricerche sui danni provocati dal fumo, siosservò un incremento nella percentuale di donne fumatrici. Oppure, ancora possiamonotare che nel 1995, la prevalenza maggiore nel gruppo delle fumatrici (cherappresentavano il 17,1% del totale dei fumatori italiani) era costituito da donne in unafascia di età compresa tra i 35 ed i 44 anni e con residenza al Centro Nord: cioè proprio nellefasce sociali da cui ci si poteva attendere invece una maggiore sensibilizzazione al tema.Questo dato sembrerebbe coerente con l’osservazione secondo cui in Italia lo stato difumatore si accompagna più spesso che in altri paesi a livelli sociali medi e medio-alti, ancheda un punto di vista culturale.Si potrebbe osservare che la debolezza a cui facevo riferimento dipende dalla eccessivasottolineatura degli aspetti razionali. Il problema non risiederebbe cioè nel fatto di affrontareil tema del fumo dal vertice individuale, ma nel fatto che si devono prendere inconsiderazione anche le connessioni tra il fumo ed il mondo emozionale dell’individuo: l’attodel fumare suscita, infatti, sensazioni, emozioni e sentimenti di tale rilievo da renderlo uncomportamento significativo per la persona, che non si può quindi pensare di ridurre oannullare con delle semplici informazioni.A questo proposito è interessante ricordare che circa il 42% degli utenti che hanno fruitodelle attività del telefono verde contro il fumo, servizio nato all’interno dell’OsservatorioFumo, Alcol e Droga dell’Istituto Superiore di Sanità, hanno dichiarato più tentativi volti a -3-
  • Angelo R. Pennellasmettere di fumare, tentativi falliti forse perché la decisione era troppo cognitiva e non siancorava sufficientemente alla dimensione emozionale.Ecco quindi emergere il tema delle emozioni che possono essere correlate al fumo: spesso ifumatori riferiscono, infatti, che fumare è un modo per controllare ed alleviare spiacevoli statidell’umore e che la sigaretta li aiuta a sentirsi meno tesi ed irritati. Il fumo calma, quindi, inervi e riduce spesso lo stress che si accumula in ambito lavorativo, ma è anche un modoper mantenere elevata la vigilanza necessaria quando si lavora fino a tardi o in situazioni incui si deve produrre o decidere rapidamente. La sigaretta si configura dunque come sorta divalvola di sfogo, attraverso cui “bruciare” le emozioni spiacevoli, e come un mezzo perindurne altre piacevoli o funzionali alla propria attività.In un’esperienza organizzata nel 1999 dalla Società Italiana di Psico-Oncologia, che hacoinvolto un gruppo di operatori di alcune strutture sanitarie lombarde (ad es. l’IstitutoTumori di Milano e la clinica “S. Anna” di Brescia), è emerso con evidenza proprio l’uso delfumo come mezzo per affrontare le caratteristiche pù faticose del proprio lavoro. Il forteimpatto emotivo suscitato dalle patologie, spesso gravissime, dei pazienti suscita infatti unsenso di impotenza, inadeguatezza che si ha la necessità di scaricare anche attraversosemplici rituali, apparentementi distanti ma simbolicamente significativi come quello delfumo.Questo richiamo alla ricerca della SIPO ci introduce però alla seconda prospettiva a cuiabbiamo fatto riferimento in apertura: quella relazionale.Il fumo può essere considerato, infatti, anche un mediatore interpersonale. Un esempioevidente di questo ci viene dal mondo giovanile. Se guardiamo, ad esempio, la fascia d’età incui compare l’abitudine al fumo possiamo rilevare che la media si colloca tra i 14 ed i 18anni. Per quale motivo? Cosa accade in questa fascia d’età?Anche senza approfondire la questione, mi sembra piuttosto scontato associare l’avviodell’abitudine al fumo con le caratteristiche del periodo adolescenziale, in cui si rafforzal’importanza del gruppo dei coetanei rispetto a quello familiare.L’iniziazione alle sigarette è fortemente influenzata, sia nelle ragazze che nei ragazzi, da unaserie di pressioni di tipo sociale ed ambientale, su cui si innestano i bisogni psicologici tipici diquesta età. La prima sigaretta viene dunque consumata frequentemente con gli amici peraccreditare, all’interno del proprio gruppo di riferimento, un’immagine di maturità e perrinforzare il senso di integrazione tra sé e gli altri. L’atto del fumare assume cioè una fortevalenza relazionale, in quanto aiuta a stabilire, mantenere e consolidare le amicizie. Nellostesso tempo consente di accedere, anche se solo simbolicamente, a quel mondo adulto acui è invece difficile appartenere sul piano di realtà (basti pensare ai lunghi tempi di attesanecessari per ottenere un lavoro).Alcuni di questi aspetti, molto evidenti nelle interazioni giovanili, sono presenti anche neigruppi di lavoro delle organizzazioni produttive. Tutti noi conosciamo, ad esempio,l’importanza relazionale di una serie di momenti informali, come la pausa caffè o quella per ilpranzo. Si tratta di momenti in cui l’attivazione del rito consente di condividere non solo laconcreta consumazione di un alimento, ma anche una serie di esperienze ed emozioni. Il 4
  • Il significato del fulo nelle relazioni interpersonalipranzo, il caffé ma anche la sigaretta diventano, in questa prospettiva, un importantemomento di socializzazione.Non a caso, alcuni fumatori segnalano, tra i motivi sottesi alla loro abitudine, non solo il fattoche il fumo allevia la noia o lo stress (molto spesso lavorativo), ma anche il fatto che il fumoè un’occasione e un aiuto alle proprie relazioni sociali.A ben guardare, anche il concetto di dipendenza, così importante nella prospettivaindividualistica, perché segnala la difficoltà dell’individuo ad astenersi dall’uso di unadeterminata sostanza anche quando si è coscienti della sua pericolosità, ha senso solo se losi considera come la risultante dell’interazione fra persona, sostanza (nel nostro caso lanicotina) e situazione relazionale in cui essa si sviluppa.Ritornando per un attimo alla ricerca della Società Italiana di Psico-Oncologia che citavoprima, appaiono illuminanti alcune delle affermazioni fatte dai fumatori coinvolti in quellaesperienza: “…vado in automatico, mi telefonano, devo trovare un sostituto, il turno èscoperto, le infermiere protestano, gli ausiliari protestano, le caposala protestano: accendo lasigaretta…”; “…non sopportavo il fumo, accendevo la sigaretta solo per sentirmi bene con imiei amici, ma da quando lavoro in oncologia medica il vedere certe situazioni mi ha spinto afumare ancora di più…” (Murru, Mazza, 2000).Siamo quindi giunti a rilevare che il fumo non è un fenomeno circoscrivibile esclusivamenteall’ambito individuale, ma è un qualcosa che si radica nelle dinamiche relazionali in cui lapersona è inserita. In qualche modo, l’atto del fumare consente di aggregare e differenziarele persone (basti pensare alle due grandi categorie fumatori/non fumatori), di “agire” leemozioni e le tensioni che si sviluppano all’interno delle relazioni lavorative, di fungere damediatore interpersonale.Tale constatazione ci conduce al terzo punto di vista che avevo segnalato all’inizio del miointervento: la prospettiva contestuale. Vi avevo promesso però due piccole digressioni e misembra giunto il momento di proporvi la seconda: si tratta di una storiella.Un signore si trova in casa un giovane pinguino, lo prende in braccio, scende in strada echiede ad un vigile: «Ho trovato questo pinguino: cosa devo fare?» Il vigile risponde: «Loporti allo zoo». Il giorno dopo, il vigile vede ricomparire il signore con il pinguino in braccio egli chiede: «Ma cosa fa ancora con quel pinguino?» Sorridendo felice, il signore risponde:«Ieri l’ho portato allo zoo, oggi lo porto al cinema».Anche se è discutibile scomporre una barzelletta per individuarne il meccanismo umoristico,può essere utile per il nostro discorso chiederci cosa, nella situazione descritta, ci ha fattosorridere. Penso che alla base vi sia la differenza con cui il signore ed il vigile rappresentanolo zoo ed il pinguino. Il primo, ritiene infatti che il giardino zoologico sia un luogo didivertimento ed il pinguino un cucciolo da intrattenere; il secondo pensa invece allo zoocome ad un luogo in cui gli animali vivono in cattività ed in cui il pinguino può o dovrebbeessere rinchiuso.E’ l’incongruenza tra queste due rappresentazioni che genera il paradosso nella situazione edil sorriso nell’ascoltatore. Ma cosa c’entra tutto questo con il fumo? Ritengo che possiamoutilizzare barzelletta, sia pure come metafora, per parlare di alcuni fenomeni in atto nellanostra cultura e che interessano il tema del fumo. -5-
  • Angelo R. PennellaIniziamo con il dire che il fumo di tabacco non è svincolato dai più vasti processi diinnovazione tecnologica e di trasformazione sociale. Basti ricordare, come esempio dei primi,sia la tecnica di arrotolamento delle foglie e l’uso della carta all’esterno del cilindro ditabacco, messa a punto dagli egiziani nel 1832, sia l’invenzione della macchina per laproduzione delle sigarette nel 1881.Il significato e le valenze del fumo si modificano però anche in funzione dei costumi e deimodelli sociali. Se guardiamo al consumo di sigarette nel sesso femminile, possiamo infattinotare che ai primi del ‘900 le donne iniziarono a fumare per assecondare un modellomaschile, ma anche per evidenziare la loro sostanziale parità con il sesso forte. La sigarettapoteva quindi rappresentare la rivendicazione di un diritto all’uguaglianza sociale e politica.L’immagine del fumo di tabacco, spesso veicolata dalle comunicazioni pubblicitarie, hasempre associato la sigaretta all’idea di giovinezza, salute e prestanza fisica, ma ancheall’idea della natura e degli spazi aperti, che evocano a loro volta un senso di libertà e diautonomia personale. Si propone la sigaretta, in altre parole, come un elemento espressivodi competenza, indipendenza, realizzazione sociale, ma anche sensualità e seduttività(Barbano, Enzo, Nardini, 2000; Casali, 2000).Non è un caso che il consumo di sigarette sia in crescita in Asia ed in molti paesi in via disviluppo, dove è molto forte il desiderio di realizzarsi da un punto di vista personale eprofessionale. Se ci soffermiamo ancora una volta sulle donne, possiamo facilmenteconstatare che in quei Paesi la rappresentazione della sigaretta è fortemente associata adun’immagine di donna fisicamente snella, psicologicamente attraente e socialmente libera. Inquesto tipo di rappresentazione, il fumo di tabacco assume cioè valenze molto positive, dalpunto di vista sociale, relazionale e psicologico.Guardiamo ora la rappresentazione del fumo che emerge dagli studi scientifici e dalle recentinormative in merito: la connotazione si capovolge immediatamente. Si parla, infatti, di“epidemia da fumo”, si evidenziano i danni alla salute prodotti – sia a livello individuale checollettivo – dal fumo di tabacco, si sottolinea – a volte in modo anche esageratamentesvalutativo – la dipendenza e l’assuefazione alla nicotina del fumatore: in sostanza si cerca dilimitare e censurare questo tipo di comportamento.Non a caso, la legislazione italiana in tema di tabagismo può essere considerata tra le piùavanzate e complete tra quelle dei Paesi occidentali ed è stata la prima ad aver previsto ildivieto di pubblicizzazione dei prodotti di tabacco (ad onor del vero, la disposizione n° 165del 1962 fu in seguito abrogata per essere approvata definitivamente solo nel 1983).Appaiono perfettamente congruenti con questa rappresentazione del fumo anche gli obiettividel Piano Sanitario Nazionale per il triennio 1998-2000, che si proponevano la riduzione dellaprevalenza di fumatori, della quantità quotidiana di sigarette fumate ma anche dellafrequenza delle donne che fumano durante la gravidanza.A prescindere dai risultati ottenuti, per alcuni aspetti piuttosto scarsi, l’aspetto più rilevantedi questo risiede nel fatto di evidenziare un modo di percepire e considerare il fumodiametralmente opposto al primo. Così come il signore ed il vigile della nostra barzellettaproponevano due diverse rappresentazioni dello zoo e del pinguino, in modo analogo il 6
  • Il significato del fulo nelle relazioni interpersonalifumatore ed il non fumatore propongono rappresentazioni diverse per il fumo, la primafacilmente condensabile nelle parole di Oscar Wilde, per il quale il fumo era “la perfezione diun piacere perfetto”, la seconda sintetizzabile nelle frasi stampate sui pacchetti: il fumonuoce gravemente alla salute.Un passaggio importante del processo socio-culturale che ha condotto all’attualecontrapposizione, può essere identificato nell’emergere del concetto di fumo passivo (con cuisi indica il “respirare in presenza di fumo di tabacco veicolato nell’aria”). Negli anni ’60l’attenzione dei ricercatori si concentrò, infatti, esclusivamente sui danni provocati alla salutedi chi fuma, e solo negli anni ’70 si iniziò a riflettere sulle possibili implicazioni di un fumoindiretto. Le prime osservazioni e ricerche si focalizzarono sui bambini e gli adolescenti perpassare – ma siamo, ormai, agli anni ’80 – agli adulti.Il concetto di fumo passivo o fumo involontario ha indotto una maggiore attenzione neiconfronti della questione – trasformandola in un “problema” ambientale – ed ha promossomovimenti di opinione pubblica che hanno avuto come effetto l’esplicitazione di una serie direstrizioni ai fumatori specialmente per quanto riguarda uffici ed enti pubblici, locali in cui èprevisto l’accesso del pubblico, alcuni mezzi trasporto (si pensi ai voli nazionali), ecc.Ma per quale motivo i discorsi sul fumo passivo possono essere considerati un momentoimportante nel cambiamento delle rappresentazioni sociali a proposito del fumo?Sostanzialmente perché il concetto di fumo passivo ha trasformato questa abitudine daun’attività squisitamente individuale, che al più poteva essere considerata fastidiosa per i nonfumatori, ad un’attività che incide sulla sicurezza, l’autonomia e la libertà delle persone. Inqualche modo, il fumo passivo ha rinforzato e reso evidente la frattura che si eragradualmente strutturata tra le due grandi categorie con cui si è iniziato a differenziare ilmondo: i fumatori ed i non fumatori.A questo punto è però necessario dare una qualche sostanza al discorso o, meglio, alconcetto di rappresentazione sociale che sto utilizzando. Si potrebbe infatti pensare che larappresentazione si trovi esclusivamente nella testa delle persone e che, conseguentemente,non sia altro che una sommatoria di ciò che le persone percepiscono, vivono, pensano. Difatto la situazione è un po’ più complicata. Le rappresentazioni sociali non sono solo unaserie di concetti, affermazioni, spiegazioni che nascono nelle interazioni quotidiane, maesprimono anche il modo con cui noi acquisiamo le nostre conoscenze. In altre parole, non silimitano ad essere solo una serie di “opinioni su…” qualcosa o “immagini di…” qualcosa, masi configurano come sistemi di valore attraverso i quali costruiamo ed interpretiamo la nostrarealtà sociale (Grasso, Salvatore, 1997).Le rappresentazioni sociali possono essere quindi considerate come un tessuto di significati,spesso dati per scontati e ritenuti condivisi e condivisibili da tutti, su cui si innestano lerelazioni sociali in cui siamo coinvolti: in questo senso possiamo parlare di una comune -7-
  • Angelo R. Pennella (*)simbolizzazione affettiva su cui si sviluppa un processo collusivo che normalmente nonviene messo in discussione ma a cui tutti fanno riferimento.Torniamo quindi al fumo e alla contrapposizione delle rappresentazioni sociali a cui abbiamoin qualche modo fatto cenno. Il fatto che lo stesso oggetto – il fumo di tabacco – possaessere percepito, valutato ma anche – ed è questo un aspetto fondamentale – vissuto inmodo diametralmente opposto, non può che segnalare il crollo di una collusione.Se nella barzelletta del pinguino, la presenza di due rappresentazioni sociali o, per megliodire, l’emergere di una frattura nella simbolizzazione affettiva relativa all’idea di zoo ha avutocome esito quell’emozione che definiamo “divertimento”, nel caso del fumo la rottura delprocesso collusivo costruito intorno e sulla sigaretta attiva invece emozioni forti epotenzialmente dirompenti. L’altro è percepito, infatti, come un prevaricatore, un insensibile,un egoista: in una parola, si configura come un “nemico”.Ecco quindi spiegata la tendenza a ridurre il problema del fumo negli ambienti pubblici elavorativi alla contrapposizione tra ciò che si deve o non si deve fare, al controllo e allacensura dei comportamenti inadeguati. Tale tendenza, spesso, non fa che attivare unadinamica relazionale in cui si contrappongono in modo aggressivo le due rappresentazioni delfumatore e del non fumatore e senza un processo di negoziazione.In questo contesto, le relazioni interpersonali (specialmente in ambito lavorativo) vengono astrutturarsi come una sorta di agiti emozionali, in cui ciascuno sente di combattere per lapropria libertà, in una lotta che sembra prevedere per tutti solo due possibilità: l’esclusionedell’altro dalla relazione/contesto o la sua assimilazione alla propria categoria diappartenenza.Concludo questo intervento nella consapevolezza di essermi limitato a delineare solo alcunidegli aspetti che caratterizzano il fenomeno del fumo in un’ottica psicologica, convinto diaver sollevato forse più dubbi di quanti non sia riuscito a dirimerne. Spero, tuttavia, di averviofferto una prospettiva diversa rispetto a questa complessa problematica, troppo spessocircoscritta ed esaurita in discorsi di tipo sanitario o individualistici. D’altra parte, prendendoa prestito le parole di Confucio, “è sempre meglio accendere un piccolo lume piuttosto chebrontolare contro l’oscurità”.(*) Possiamo intendere per collusione “la condivisione inconsapevole delle simbolizzazioni affettiveevocate dal contesto comune da parte delle differenti componenti che condividono il contesto stesso.”(Carli, 1995, pag. 158). 8