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Tesi in Demografia Economica

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Evoluzione dei sistemi pensionistici: modello Italiano e Tedesco a confronto” Evoluzione dei sistemi pensionistici: modello Italiano e Tedesco a confronto” Document Transcript

  • 1 Alla mia cara nonna Imma e a tutta la mia famiglia
  • 2 INDICE Introduzione 6 Capitolo I 1. Concetti Fondamentali 10 1.1 La pensione 10 1.2 Il sistema pensionistico 15 1.3 Il fenomeno dell’invecchiamento demografico 22 Capitolo II 2. Il sistema pensionistico italiano 37 2.1 Il sistema pensionistico: i modelli di riferimento 37 2.2 L’evoluzione normativa del sistema previdenziale Italiano 39 2.2.1 Dalle origini fino alla fine degli anni ottanta 39 2.2.2 Le riforme della seconda repubblica 54 Capitolo III 3. Il sistema pensionistico tedesco 76 3.1 Evoluzione normativa del sistema previdenziale Tedesco 76 3.2 Una comparazione tra il sistema pensionistico italiano e tedesco 102 Conclusione 122 Bibliografia 129 Sitografia 131
  • 3 INDICE STATISTICO TABELLE Tabella 1.1. – Evoluzione della speranza di vita alla nascita, femmine Tabella 1.2. – Evoluzione della speranza di vita alla nascita, uomini Tabella 1.3. – Aspettativa di vita a 60 anni, Maschi Tabella 1.4. – Aspettativa di vita a 60 anni, Femmine Tabella 1.5. – Andamento TFT tra il 1990 e il 2010 Tabella 1.6. – Andamento indice di dipendenza, 1990-2012 Tabella 1.7. – Previsione indice di dipendenza fino al 2060 Tabella 1.8. – Andamento indice di ricambio e di struttura, 2002- 2012 Tabella 2.1. – Modelli originari degli schemi pensionistici Tabella 2.2. – Principali interventi legislativi fino alla II° guerra mondiale Tabella 2.3. – Principali interventi normativi dal dopo guerra alla fine degli anni Settanta Tabella 2.4. – Principali interventi legislativi durante gli anni Ottanta Tabella 2.5. – Previsioni demografiche sulla struttura per età della popolazione italiana Tabella 2.6. – Le pensioni erogate dal sistema obbligatorio Tabella 2.7. – Composizioni delle pensioni in essere, 2002- 2050 Tabella 2.8. – Disavanzi del sistema previdenziale in percentuale del PIL Tabella 2.9. – Spesa pensionistica in % del PIL Tabella 2.10. – Principali trasformazioni del sistema pensionistico durante gli anni Novanta Tabella 2.11. – Contributi sociali relativi a imprese con più di 50 dipendenti Tabella 2.12. – Sistema delle quote introdotto dal protocollo Welfare Tabella 2.13. – Coefficienti di trasformazione del montante retributivo in rendita Tabella 2.14. – Trasformazioni del sistema pensionistico durante gli ultimi anni
  • 4 Tabella 3.1. – Andamento contribuzione del governo federale al sistema pensionistico e livello di spesa pubblica, 1957-1990 Tabella 3.2. – Crescita delle pensioni e delle retribuzioni (1957=100) Tabella 3.3. – Condizioni per la pensione di vecchiaia Tabella 3.4. – Condizioni per la pensione di invalidità Tabella 3.5. – Condizioni per la pensione ai superstiti Tabella 3.6. – Imprese industriali con fondi pensione aziendali (%) Tabella 3.7. – Lavoratori industria coperti con fondi aziendali(%) Tabella 3.8. – Fondi accumulati dai piani pensionistici aziendali (dati in milioni di marchi) Tabella 3.9. – Incassi ed esborsi del sistema pensionistico (in milioni di Marchi) Tabella 3.10. – Evoluzione speranza di vita media alla nascita, 2000-2010 Tabella 3.11. – Andamento TFT, 2000-2010 Tabella 3.12. – Previsione andamento tasso di dipendenza, 2010- 2060 Tabella 3.13. – Evoluzione aliquote contributive in Italia, 2002- 2010 Tabella 3.14. – Evoluzione aliquote contributive in Italia, 2001- 2030 Tabella 3.15. – Andamento tasso di sostituzione in Germania, 2003-2050 Tabella 3.16. – Andamento tasso di sostituzione in Italia, 2003- 2050 FIGURE Figura 1.1. – Andamento TFT in Italia, 1952-2007 Figura 1.2. – Piramidi dell’età Italia,1900-2050 Figura 1.3. – Struttura per età della popolazione italiana, 2002- 2012 Figura 1.4. – Andamento indice di vecchiaia in Italia dal 1861 al 2011 Figura 1.5. – Andamento indice di vecchiaia in Italia, 2002-2012 Figura 2.1. – Andamento spesa previdenziale su PIL
  • 5 Figura 2.2. – Previsione andamento rapporto spesa pensionistica sul PIL con in assenza della revisione del coefficiente di trasformazione Figura 2.3. – Previsione andamento rapporto spesa pensionistica su PIL con o senza la Riforma Maroni Figura 2.4. – Andamento tassi di sostituzione lordi per i dipenditi privati Figura 2.5. – Tassi di adesione ai fondi pensione negoziali per classi dimensionali delle aziende Figura 2.6. – Spesa pubblica per pensioni ( in percentuale del PIL) Figura 3.1. – Andamento rapporto spesa pensionistica/PIL Figura 3.2. – Andamento spesa pensionistica su PIL, 2000-2010 Figura 3.3. – Struttura del sistema pensionistico tedesco Figura 3.4. – Struttura del sistema pensionistico Italiano Figura 3.5. – Andamento tasso di sostituzione netto Figura 3.6. – Evoluzione rapporto spesa pensionistica/PIL, 2007- 2060
  • 6 INTRODUZIONE Il dibattito sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici interessa e ha interessato tutti i paesi europei e anche extra-europei. Le pensioni rappresentano una delle principali conquiste in ambito sociale del XX secolo, ma sono anche una delle principali voci della spesa per la protezione sociale. Proprio per questo, a partire dagli anni Settanta in poi, tutti i legislatori dei paesi economicamente sviluppati, hanno dovuto contenere la spesa pubblica cercando comunque di garantire alla popolazione anziana un reddito adeguato alle loro necessità. Il deterioramento degli equilibri finanziari ha colpito soprattutto l’Italia, ma non ha risparmiato un paese tradizionalmente solido come la Germania. L’obiettivo di questa tesi di laurea è di effettuare un’analisi comparata delle riforme pensionistiche poste in essere in Italia e Germania, con lo scopo di cogliere gli elementi di diversità delle singole riforme e del funzionamento dell’intero sistema pensionistico, ponendo l’accento sulla diversità nella determinazione e nell’ammontare delle prestazioni erogate. La scelta dei due sistemi pensionistici da confrontare non è causale: entrambi, infatti, sono finanziati a ripartizione e derivano da un modello bismarckiano. Inoltre, per entrambi i paesi le previsioni
  • 7 demografiche indicano nel lungo periodo un ulteriore invecchiamento della popolazione che ha portato alla necessità di collegare l’età pensionabile alla speranza di vita alla nascita. Partendo da queste caratteristiche simili, in realtà, il sistema pensionistico tedesco nella sua evoluzione storica, non ha presentato quelle anomalie tipiche del sistema Italiano, vedi la costante e incontrollata crescita nel tempo della spesa pensionistica o il proliferare di prestazioni di natura assistenziale che gravavano sul bilancio del sistema pensionistico. L’oggetto di questa tesi è proprio quello di valutare l’evoluzione storica dei due sistemi pensionistici, attraverso alcuni passaggi fondamentali: nascita, sviluppo, crisi e riforma. Mettendo in evidenza in ognuno di questi passaggi le caratteristiche principali dei sistemi (finanziamento, determinazione e ammontare delle prestazioni) e ponendo sempre l’attenzione sulle previsioni demografiche, che descrivono Italia e Germania tra le nazioni più soggette all’invecchiamento della popolazione. In particolare:  Nel primo capitolo saranno esaminati alcuni concetti chiave tra i quali, i vari tipi di rischi che vengono coperti dalle prestazioni previdenziali, la definizione e le caratteristiche di
  • 8 un sistema pensionistico. Inoltre, si porrà l’accento sull’invecchiamento demografico, spiegandone le origini e le cause, lo stato dell’invecchiamento e le implicazioni socio- economiche di questo fenomeno.  Nel secondo capitolo saranno per prima cosa analizzati i modelli originari di sistema pensionistico (modello Bismarckiano e modello Beveridgiano), mettendo in evidenza le differenze principali in termini di finanziamento e prestazioni. Si passerà poi, ad analizzare l’evoluzione del sistema pensionistico Italiano, partendo dalle origini e spiegando le principali riforme. Verranno messe in evidenze le ragioni demografiche e economiche che hanno spinto alle riforme degli anni Novanta e dei giorni nostri.  Nel Terzo capitolo, verrà affrontata l’evoluzione del sistema pensionistico Tedesco, dalle origini sino ad oggi. Anche in questo caso verranno messe in evidenza, le ragioni economiche e demografiche che hanno spinto alla stagione riformatrice degli anni Novanta. Nella seconda parte del capitolo, si effettuerà un confronto tra i due sistemi pensionistici, prendendo in considerazione indicatori come: il livello delle aliquote contributive, l’andamento odierno e nel
  • 9 lungo periodo del tasso di sostituzione e del rapporto tra spesa pensionistica e PIL.
  • 10 Capitolo Primo CONCETTI FONDAMENTALI 1.1 LA PENSIONE La pensione è la forma di remunerazione post lavorativa delle società industrializzate che “può essere anche definita come una prestazione pecuniaria vitalizia prevista a fronte dei rischi di vecchiaia e invalidità, nonché in relazione al grado di parentela con un assicurato o un pensionato defunto (la premorienza)”1 . Prendendo in considerazione tali rischi è possibile distinguere i seguenti tipi di prestazione e, quindi, di pensione: a) Prestazioni contro i rischi di vecchiaia:  Pensione previdenziale di vecchiaia;  Pensione previdenziale di anzianità;  Pensione sociale;  Pensione di base; b) Prestazioni contro i rischi di premorienza:  Pensione indiretta;  Pensione di reversibilità; 1 M. Ferrera, 2006.Le politiche sociali. Bologna : Il Mulino.
  • 11 c) Prestazioni contro i rischi di invalidità:  Pensione d’invalidità previdenziale;  Pensione d’invalidità civile. Se si prende in considerazione il quadro Europeo si possono individuare quattro tipologie di prestazioni che coprono il rischio di vecchiaia: a) La pensione previdenziale di vecchiaia. E’ la prestazione che spetta a coloro che hanno cessato l’attività lavorativa per ragioni di età anagrafica, ossia che hanno superato la soglia di età pensionabile. Tali prestazioni svolgono una funzione previdenziale poiché puntano a garantire all’individuo il mantenimento di un tenore di vita simile a quello raggiunto durante la vita lavorativa. Il diritto a questo tipo di pensione è condizionato al pagamento di contributi per un periodo minimo, variabile nei diversi paesi2 . La pensione di vecchiaia, nell'ordinamento italiano, è una rendita vitalizia erogata dallo Stato attraverso i suoi istituti o enti predisposti come garantito dalla Costituzione ai lavoratori. Fa parte del servizio pubblico assistenziale dello stato che viene erogato da enti pubblici o istituti come l'INPS o le casse professionali. La pensione di 2 M. Ferrera, 2006. Le politiche sociali. Bologna : Il Mulino.
  • 12 vecchiaia è corrisposta da questi enti pubblici al raggiungimento dell'età pensionabile e quando vengono soddisfatti i requisiti di legge3 vigenti al momento in cui maturano i diritti tra cui gli anni minimi di contribuzione. b) La pensione previdenziale di anzianità4 viene eroga a chi ha cessato l’attività lavorativa per ragioni di età contributiva anche prima di aver compiuto l’età pensionabile. Per poter ottenere questa prestazioni però bisogna versare i contributi per un periodo minimo prestabilito, che nei paesi europei varia dai 35 ai 45 anni. Anche la pensione di anzianità nel nostro ordinamento è garantita dalla Costituzione ai lavoratori e viene corrisposta dagli enti pubblici al raggiungimento dell'anzianità contributiva sotto i requisiti di legge5 vigenti al momento in cui maturano i diritti. c) La pensione sociale6 è una prestazione che spetta a quei soggetti che hanno superato l’età pensionabile, ma che non hanno reddito o non hanno versato contributi o non hanno superato il 3 Nel nostro ordinamento sono stati oggetti di più riforme i requisiti minimi di legge per accedere alla pensione di vecchiaia; ad oggi dopo la riforma Fornero (Manovra Salva Italia - legge 214/2011) i requisiti richiesti sono: 20 anni di anzianità contributiva e 66 anni per i lavoratori del settore privato, 63 anni e mezzo per i lavoratori autonomi e 62 anni per i lavoratori dipendenti del settore privato. 4 C. Borzaga L. Fazzi, 2005. Manuale di politica Sociale. Milano: Franco Angeli edizioni. 5 In base alla riforma Fornero si può accedere alla pensione di anzianità indipendentemente dall’età con 41 anni e un mesi di contributi per le donne e 42 anni e un mese di contributi per gli uomini. 6 I requisiti richiesti per l’ottenimento di quello che oggi viene definito l’assegno sociale sono: la cittadinanza italiana, la residenza effettiva ed abituale in Italia, 65 anni di età e l’aver particolari condizioni reddituali personali e del coniuge conseguite nell’anno.
  • 13 minimo sociale di contributi richiesto. Per poter ottenere questa pensione il richiedente deve dimostrare il suo stato di bisogno superando una cosiddetta prova di mezzi7 . Questa prestazione ha una funzione assistenziale per coloro che si trovano in uno stato di bisogno e permette a tali soggetti una esistenza dignitosa. d) La pensione di base è una prestazione a somma fissa, quindi non collegata al reddito da lavoro e spetta a tutti i cittadini che hanno superato una particolare soglia di età anagrafica. Questo tipo di prestazione è presente solo in alcuni sistemi pensionistici, soprattutto quelli nordici. Questo trattamento ha funzione assistenziale e garantisce il livello minimo di reddito per i cittadini anziani. Se si prende in considerazione invece il rischio di premorienza possiamo avere due tipi di prestazioni che lo coprono: la pensione indiretta e quella di reversibilità8 . Le cosiddette “pensioni ai superstiti” vengono erogate a favore di chi non ha mai fatto parte della forza lavoro ma è legato da un legame di parentela con persone decedute che hanno fatto parte della forza lavoro e hanno versato dei contributi. 7 Il Mezzo di prova è lo strumento processuale che permette di acquisire un elemento di prova. 8 C. Borzaga L. Fazzi, 2005. Manuale di politica Sociale. Milano: Franco Angeli edizioni.
  • 14 a) La pensione indiretta viene erogata al coniuge o in assenza di questo al parente più prossimo dell’assicurato deceduto quando questo muoia prima di aver cessato l’attività lavorativa. b) La pensione di reversibilità9 spetta agli stessi destinatari della pensione indiretta e decorre dal 1° giorno del mese successivo a quello del decesso del lavoratore ovvero del pensionato. Se si prende in considerazione il rischio di invalidità, esso viene coperto con due diverse prestazioni pensionistiche: la pensione d’invalidità previdenziale e la pensione d’invalidità civile. Le pensioni di invalidità vengono erogate a persone con un riconosciuto grado d’invalidità psico-fisica. a) La pensione d’invalidità previdenziale10 è erogata ai lavoratori che perdono la capacità totale o parziale di lavorare in seguito a un evento invalidante. 9 “L’importo spettante ai superstiti è calcolato sulla base della pensione dovuta al lavoratore deceduto applicando le percentuali previste dalla Legge 335/95: Il coniuge percepirà 60% della pensione, il coniuge con un figlio l’80% e il coniuge con due figli il 100%. Nel caso manchi il coniuge, i familiari a carico al momento del decesso, hanno diritto ad aliquote diversificate: un figlio il 70%, due figli l’80%, tre figli il 100%, un genitore il 15%,due genitori il 30%”. Fonte dei dati Sito internet INPS; http://www.inps.it/portale/default.aspx?itemdir=5739 10 “I requisiti richiesti per ottenere quelle che oggi viene definita la pensione di inabilità sono: assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa a causa di infermità o difetto fisico o mentale; almeno 260 contributi settimanali (cinque anni di contribuzione e assicurazione) di cui 156 (tre anni di contribuzione e assicurazione) nel quinquennio precedente la data di presentazione della domanda. E', inoltre, richiesta: la cessazione di qualsiasi tipo di attività lavorativa; la cancellazione dagli elenchi di categoria dei lavoratori; la cancellazione dagli albi professionali; la rinuncia ai trattamenti a carico dell'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione ed a ogni altro trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione.” Fonte dei dati sito Internet Inps; http://dm10.inps.it/portale/default.aspx?itemDir=5741
  • 15 b) La pensione d’invalidità civile è una prestazione di natura assistenziale rivolta agli invalidi civili, ai ciechi ed ai sordomuti che si trovano in condizioni di bisogno, accertate tramite una prova di mezzi”11 . 1.2 IL SISTEMA PENSIONISTICO La nascita dei vari sistemi pensionistici in Europa e nel mondo si deve alla diffusione sul finire del XIV secolo dell’idea che i lavoratori non potessero rimanere sul mercato del lavoro a tempo indeterminato ed emerse il bisogno di interventi capaci di garantire il mantenimento del benessere socio-economico dei lavoratori al termine della carriera lavorativa. Lo sviluppo di programmi di pensionamento12 rese l’abbandono del lavoro salariato ad una data età socialmente accettata. Per la prima volta venne definito istituzionalmente quando nonché in base a quali condizioni ogni cittadino potesse lasciare definitivamente il mercato del lavoro, affidando la propria sussistenza al welfare state, giungendo al pensionamento. Il sistema pensionistico può 11 M. Ferrera, 2006. Le politiche sociali. Bologna: Il Mulino. 12 “Il concetto di pensionamento si può riferire ad un evento, una fase della vita, e può essere operazionalizzato con categorie oggettive, quali lo stato del rapporto di lavoro, la fonte di reddito, la pensione, oppure con criteri soggettivi come la percezione personale del lavoratore. Qui il pensionamento indicherà l’evento di passaggio che porta il lavoratore ad abbandonare la vita attiva e a beneficiare della pensione”. Daniele Zaccaria, Traiettorie dal lavoro alla pensione in Italia, Germania, Danimarca e Regno Unito, Stato e mercato, volume n. 85, aprile 2009, pp 63-91.
  • 16 essere definito come un meccanismo redistributivo dotato di proprie regole e istituzioni che ha l’obiettivo di trasferire risorse prodotte dallo Stato13 o dalla popolazione attiva (attraverso il pagamento dei contributi previdenziali) 14 , a favore di chi: 1) ha cessato l’attività lavorativa per il raggiungimento della soglia dell’età anagrafica o dell’età contributiva (pensione di vecchiaia e di anzianità rispettivamente); 2) non è più in grado di partecipare al processo produttivo per una sopravvenuta incapacità lavorativa generata da un evento invalidante (pensione di invalidità); 3) pur non avendo mai fatto parte della forza lavoro, è legato da rapporti familiari con persone decedute che hanno versato almeno una certa soglia di contributi previdenziali (pensione di reversibilità); 4) è sprovvisto di qualunque forma di reddito e non è in grado di lavorare (pensioni assistenziali). 13 Lo Stato può intervenire e finanziare il sistema pensionistico attraverso la fiscalità generale; le ragioni che portano a questo intervento pubblico sono: realizzare la funzione assistenziale; prevenire fallimenti dei mercati dei capitali e per prevenire una cattiva informazione tra investitori e intermediari finanziari sul rischio degli investimenti; prevenire fallimenti dei mercati assicurativi, generabili dell’assenza di copertura dal rischio di inflazione. 14 Ogni sistema pensionistico è finanziato dai contributi sociali o previdenziali che vengono versati sia dai lavoratori che dai datori di lavoro agli enti che erogano le prestazioni pensionistiche; per i lavoratori dipendenti i contributi vengono versati per 2/3 dai datori di lavori e la restante parte dai lavoratori; esistono ovviamente differenti aliquote di contribuzione tra i vari lavoratori dipendenti, in base alla posizione lavorativa, alla mansioni occupate, dal ruolo nella struttura aziendale, ecc. I lavoratori autonomi pagano invece i contributi alla propria cassa nazionale di previdenza di appartenenza e ciascuno con aliquote contributive differenti. C. Borzaga L. Fazzi, 2005. Manuale di politica Sociale. Milano: Franco Angeli edizioni.
  • 17 I sistemi pensionistici svolgono principalmente tre funzioni15 : 1) Funzione assicurativa che permette ad ogni individuo di rinunciare a una parte delle sue risorse quando è attivo per vedersi riconosciuto un certo livello di reddito e consumo quando anziano; 2) Funzione previdenziale che permette all’individuo di mantenere un tenore di vita simile a quello raggiunto nella fase terminale della vita lavorativa; 3) Funzione assistenziale con la quale la collettività assicura a tutti i cittadini un reddito adeguato ad una esistenza dignitosa. Oggi, nei vari sistemi pensionistici europei la tutela della vecchiaia è stata affidata sia al settore pubblico che al settore privato: infatti le prestazioni previdenziali possono essere erogate sia da enti previdenziali pubblici, vedi l’INPS o L’INDAP, che da istituti privati come fondi pensione, banche, assicurazioni e società di gestione del risparmio. “Però bisogna ammettere che nella maggior parte degli stati europei la tutela della vecchiaia è affidata principalmente a schemi pubblici 15 Queste funzioni del corso dell’evoluzione storica sono state realizzate da soggetti e con modalità molto variegate; Nella famiglia patriarcale le funzioni assistenziali erano delegate alle organizzazioni religiose, mentre le funzioni previdenziali e assicurative erano garantite e gestite all’interno della famiglia. Con il venir meno della famiglia patriarcale e con la rivoluzione industriale si sono sviluppati i sistemi assicurativi, sia volontari che su base contrattuale, finanziati dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. Le soluzioni contrattuali e volontaristiche risultarono insufficienti a risolvere i problemi posti dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione e negli ultimi decenni del XVI secondo si mettono le basi per i primi sistemi pensionistici. Questi inizialmente, pur essendo obbligatori non garantivano la garanzia di adeguatezza della rendita, applicavano cioè criteri assicurativi meramente privati; in seguito i sistemi pensionistici pubblici si sono assunti la responsabilità di garantire prestazioni adeguate (Armando Cherubini, 1977. Storia della previdenza in Italia. Roma: Editori Riuniti).
  • 18 a partecipazione obbligatoria e finanziati attraverso la fiscalità generale, che rappresentano il cosiddetto primo pilastro del sistema pensionistico, cui si affiancano gli schemi complementari privati di tipo occupazionale, secondo pilastro, e individuale, terzo pilastro”16 . Dunque, ogni sistema pensionistico si compone di tre pilastri: 1. La previdenza sociale pubblica (previdenza di primo pilastro) consiste nella previdenza e nell'assistenza sociale contemplati nell’assicurazione generale obbligatoria che permette l’erogazione della pensione di vecchiaia, di anzianità, di invalidità, di inabilità, di reversibilità o ai superstiti o indiretta. Tale previdenza è gestita dagli enti previdenziali, che sono organi o istituti predisposti o integrati dallo Stato, come previsto dall'art. 38 della Costituzione. 2. Il secondo pilastro previdenziale è costituito dalla previdenza complementare la cui funzione è quella di completamento della pensione pubblica, con l’intento di sopperire ai tagli previdenziali previsti per il primo pilastro. Questa previdenza privata integrativa è gestita dallo Stato o da società come assicurazioni o banche ed è costituita da fondi pensione 16 M. Ferrera, 2006. Le politiche sociali. Bologna : Il Mulino.
  • 19 occupazionali o collettivi, in genere basati su un sistema a capitalizzazione. 3. Infine, in base alla previdenza individuale – il c.d. terzo pilastro previdenziale – i lavoratori sottoscrivono, su base volontaria, polizze vita individuali con compagnie di assicurazione. Inoltre, i sistemi pensionistici si distinguono tra loro per le modalità di finanziamento delle prestazioni, che possono avvenire con un sistema a ripartizione o a capitalizzazione nonché per i criteri con i quali si definiscono le prestazioni stesse (a somma fissa oppure mediante il metodo retributivo o contributivo). Nel sistema a capitalizzazione i contributi che ogni lavoratore versa nel periodo di attività vengono investiti sul mercato dei capitali. Ne consegue che la pensione corrisponderà al cosiddetto montante accumulato, cioè sarà uguale ai contributi versati aumentati del tasso di rendimento ottenuto dal loro impiego e riscossi sotto forma di rendita. Nel sistema a ripartizione, invece, il gettito retributivo riscosso in dato periodo viene utilizzato per il finanziamento delle prestazioni erogate in quello stesso periodo. In questo tipo di sistema dunque non si ha un accumulo di risorse e si viene a creare un patto
  • 20 intergenerazionale, con il quale la parte attiva della popolazione si fa carico della parte non attiva. Per quel che riguarda il calcolo della prestazione pensionistica, esistono tre modalità di calcolo dell’ammontare della prestazione stessa: a) con il trattamento a somma fissa le pensioni sono forfettarie e non sono legate ai contributi versati; qualoria il trattamento non è a somma fissa, esso può essere calcolato secondo b) un sistema contributivo strettamente legato ai contributi versati, ossia la rendita del montante accumulato dipende dal tasso di rendimento degli investimenti (sistema a capitalizzazione) oppure da un parametro stabilito dal legislatoreo; oppure mediante c) un sistema retributivo in base al quale la prestazione17 è collegata al salario percepito dal lavoratore o nell’arco della vita lavorativa o nell’ultimo periodo di attività. Se, da un lato, il sistema a ripartizione offre un’ampia solidarietà intergenerazionale, una resistenza alle spirali inflazionistiche e una mancanza nei rischi d’investimento, dall’altro, esso si rivela vulnerabile ai trend demografici e alle fasi di bassa crescita economica e di crisi 17 Le prestazioni sono collegate al precedente reddito da lavoro e sono calcolate sulla media delle retribuzioni di n anni di carriera P = rp • n • r Dove P = pensione; rp = retribuzione pensionabile (media delle retribuzioni di n anni di lavoro); n = numero degli anni di lavoro; r = aliquota di rendimento (quanto rende un anno di contribuzione).
  • 21 finanziaria. Il sistema a capitalizzazione, invece, offre un’elevata resistenza ai trend demografici e un miglior controllo sul rapporto contributi/prestazione ma il rischio è quasi tutto a carico dell’assicurato/lavoratore, manca una solidarietà intergenerazionale ed è vulnerabile alle spirali inflazionistiche18 . Quando si fa riferimento ai sistemi pensionistici, si deve comunque tener presente che essi hanno comunque dei rischi che si possono manifestare sia nella fase di formazione del diritto alla pensione che successivamente. Infatti, nella fase di formazione del diritto alla pensione c’è il rischio di inadeguatezza dei rendimenti, ossia il lavoratore potrebbe ritrovarsi a percepire un trattamento insufficiente per condurre una vita dignitosa. Mentre nel periodo successivo al pensionamento i rischi sono principalmente quattro: 1) Rischio demografico19 derivante dal fatto che gli andamenti demografici (speranza di vita, tassi di natalità e mortalità) possano seguire dinamiche di medio-lungo periodo non previste generando situazioni in cui le prestazioni siano differenti rispetto a quanto ipotizzato; 2) Rischio finanziario legato all’andamento dei mercati finanziari e in 18 V. Botta, 2012. Il sistema pensionistico monti-fornero. Padova: Exeo Edizioni. 19 Tale rischio interessa soprattutto il sistema a ripartizione, dove uno squilibrio tra la popolazione attiva e passiva può portare al peggioramento della posizione dei lavoratori attivi e quindi a un’aliquota contributiva più alta.
  • 22 particolar modo rilevante nei sistemi a capitalizzazione; 3) Rischio inflazionistico poiché il valore reale della pensione non si mantiene costante nel tempo a causa della crescita dei prezzi; 4) Rischio politico20 che concerne la possibilità che i vari legislatori modifichino i parametri che regolano il funzionamento del sistema pensionistico; 1.3 IL FENOMENO DELL’INVECCHIAMENTO DEMOGRAFICO A partire dagli anni Novanta la quasi totalità dei sistemi pensionistici mondiali ha subito un profondo processo di riforma dovuto essenzialmente alle trasformazioni demografiche verificatesi nel corso del XX secolo. Tali trasformazioni hanno condotto i vari sistemi verso una insostenibilità finanziaria dovuta a una grande quantità di ragioni, che vanno dalla crescita della speranza di vita alla nascita, all’abbassamento del tasso di fecondità totale. L’andamento nel tempo di tali variabili demografiche ha portato a delle modifiche sostanziali nella struttura per età delle varie popolazioni mondiali. La 20 Tale rischio può creare problemi in entrambi i sistemi. Infatti in quello a ripartizione il rischio è più forte perché esso è essenzialmente pubblico, in quello a capitalizzazione il rischio politico si manifesta nel trattamento fiscale dei da redditi da capitale che può essere modificato.
  • 23 conseguenza più rilevante di tali trasformazioni è il costante aumento del peso degli individui con oltre 65 anni di età nella popolazione totale – processo noto come l’invecchiamento demografico. L’invecchiamento demografico è considerato essere l’effetto di quello che viene definito come una vera e propria rivoluzione in senso demografico, ossia la transizione demografica. La transizione demografica ha condotto le popolazioni da un regime demografico ad un altro, ovvero da una situazione di elevata natalità e mortalità al regime di bassa natalità e mortalità. Infatti nella fase pre-transizionale nell’Europa Occidentale prevaleva un tasso di fecondità intorno a 5 figli per donna, con una percentuale di anziani intono al 5% e una percentuale di giovani intorno al 33%. La transizione demografica ha portato il tasso di fecondità a scendere a 2,1 figli per donna comportando anche una crescita notevole della componente anziana (65+) con una conseguente modifica nella struttura della popolazione. Quindi per comprendere il fenomeno della transizione demografica, bisogna comprendere ed evidenziare l’andamento
  • 24 di due variabili21 : il livello delle fecondità e l’andamento della mortalità in una data popolazione. Partendo dallo studio sulla mortalità, il XX secolo ha portato a un miglioramento delle condizioni sanitarie e a un gran quantità di scoperte scientifiche che hanno ridotto le cause di morte. Si è verificato quindi dapprima una riduzione netta della mortalità infantile e successivamente una riduzione dei livelli di mortalità riscontrabile in tutte le fasce della popolazione, che ha portato a un incremento della speranza di vita media alla nascita. Tale incremento ha ovviamente portato con sé un aumento del contingente degli anziani nella popolazione e quindi può essere considerato come una delle cause principali dell’invecchiamento demografico. La portata della crescita della speranza di vita media alla nascita nel corso del XX secolo può essere sintetizzata in un dato: in Inghilterra nella fase pre-transizionale la speranza di vita alla nascita era pari a 40 anni, oggi invece è superiore ai 75 anni, quindi è cresciuta nel corso di un secolo di oltre 35 21 Nello studio sull’invecchiamento demografico molto spesso viene tralasciato lo studio sulle migrazioni, in quanto queste posso giocare un ruolo significativo solo se i flussi in entrata e uscita sono rilevanti rispetto alla popolazione residente. Inoltre per comprendere il ruolo svolto dalle migrazioni bisognerebbe studiare la struttura per sesso e età della popolazione migrante. Così, ad esempio l’immigrazione potrebbe porre un freno all’invecchiamento nel breve periodo, infatti potrebbe condurre a un ringiovanimento della struttura per età della popolazione, ma nel lungo periodo bisogna analizzare i costi sociali e l’adattamento degli immigrati nei paesi ospitanti.
  • 25 anni. Anche negli ultimi dieci anni, come mostrano le tabelle 1.1 e 1.2, la speranza di vita media è cresciuta in Europa di oltre 2 anni, indipendentemente dal sesso. TABELLA 1.1. – Evoluzione speranza di vita alla nascita, femmine Europa (27) Italia Francia Germania Gran Bretagna Belgio Svezia 2000 80,90 82,80 83,00 81,20 80,30 81,00 82,00 2005 81,60 83,60 83,80 82,00 81,30 81,90 82,90 2006 82,00 84,20 84,50 82,40 81,70 82,30 83,10 2007 82,20 84,20 84,80 82,70 81,80 82,60 83,10 2008 82,40 84,50 84,80 82,70 81,90 82,60 83,30 2009 82,60 84,60 85,00 82,80 82,50 82,80 83,50 2010 82,90 85,00 85,30 83,00 82,60 83,00 83,60 FONTE: EUROSTAT (2012). TABELLA 1.2. – Evoluzione speranza di vita alla nascita, maschi Europa (27) Italia Francia Germania Gran Bretagna Belgio Svezia 2000 74,50 76,90 75,30 75,10 75,50 74,60 77,40 2005 75,40 78,00 77,30 76,70 77,10 76,20 78,50 2006 75,80 78,50 77,60 77,20 77,30 76,60 78,80 2007 76,10 78,70 77,80 77,40 77,60 77,10 79,00 2008 76,40 79,10 77,80 77,60 77,80 76,90 79,20 2009 76,70 79,40 78,00 77,80 78,30 77,30 79,40 2010 77,00 79,80 78,20 78,00 78,70 77,60 79,60 FONTE: EUROSTAT (2012). La crescita della speranza di vita media alla nascita, oltre che generare problemi per la sostenibilità dei conti pubblici, portò già a partire dagli anni Cinquanta a una necessità, la necessità di individuare una nuova età in corrispondenza della quale un individuo potesse essere definito anziano, ossia una nuova età di soglia. L’impostazione classica individuava tale soglia con i 60 o
  • 26 65 anni, senza prendere in considerazione che questa soglia è funzione del tempo e dell’ambito territoriale di riferimento22 . Una età di soglia basata sugli anni di vita trascorsi dalla nascita, poco si adattava alla situazione demografica e ai vari cambiamenti ed evoluzione che le varie popolazioni, soprattutto quelle dei paesi più sviluppati, stavano affrontando. Partendo dai nuovi livelli di speranza di vita media alla nascita, Ryder ha voluto individuare una nuova età di soglia, valorizzando i concetti di sopravvivenza e di vita media residua. Con Ryder l’età di ingresso nell’età “senile”, non viene più misurata in base alla vita trascorsa, ma in base alla residua aspettativa di vita. I vantaggi che Ryder ottiene utilizzando una età di soglia dinamica sono principalmente due: 1) Mantiene sostanzialmente costante la proporzione di individui anziani all’interno della popolazione. 2) Annulla la differenza tra la proporzione di popolazione maschile e femminile che entra nell’anzianità23 . In questo modo viene messa in evidenza la notevole differenza tra i sessi nella aspettativa di vita, come mostrano le Tabelle 1.3 e 1.4. 22 Luigi Di Comite, Pier Paolo Bonerba e Stefania Girone, 2007. La popolazione – l’invecchiamento demografico. In Malanima P (Ed.). Rapporto sulle economie del Mediterraneo. Bologna: il Mulino. 23 Utilizzando l’impostazione classica la proporzione di donne che supera l’età di soglia è notevolmente superiore rispetto agli uomini. Con l’utilizzo del Criterio di Ryder lo scarto si annulla e le differenze tra i sessi dipendono dalla diversa età di sogli individuata per il sesso femminile. (Luigi di Comite, Pier Paolo Bonerba, Stefania Girone, 2007. La popolazione- L’invecchiamento demografico. Blogna: il Mulino).
  • 27 TABELLA 1.3. – Aspettativa di vita a 60 anni, Maschi Periodo di riferimento Paese 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 Italia … … 19,50 19,60 20,10 20,10 20,50 20,70 20,90 21,10 21,30 Europa (27) 20,60 20,80 21,00 20,80 21,40 21,40 21,90 22,00 22,20 22,40 22,60 FONTE: EUROSTAT (2012). TABELLA 1.4. – Aspettativa di vita a 60 anni, Femmine Periodo di riferimento Paese 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 Italia … … 23,70 23,60 24,20 24,20 24,70 24,80 24,90 25,10 25,30 Europa (27) 25,10 25,30 25,40 25,00 25,90 25,70 26,20 26,20 2,40 26,50 26,80 FONTE: EUROSTAT (2012). Prendendo in considerazione, invece, l’evoluzione del tasso di fecondità negli ultimi anni nei paesi europei, si può notare come tale tasso abbia raggiunto livelli così bassi da non superare il cosiddetto livello di rimpiazzo, che per i paesi con bassa mortalità, è collocato su valori del TFT24 pari a 2,1. Anche fra TFT odierni si possono notare grandi differenze tra i paesi europei: infatti, ci sono paesi con TFT molto al di sotto del tasso di rimpiazzo, come l’Italia, la Spagna e la Germania; e ci sono altri paesi, come la Francia, Regno Unito e paesi scandinavi, con un tasso di fecondità non troppo al di sotto del tasso di sostituzione, come mostra la Tabella 1.5. 24 Il tasso di fecondità totale (TFT) esprime il numero medio di figli per donna in età feconda (15-49 anni).
  • 28 TABELLA 1.5. – Andamento TFT totale tra il 1990 e il 2010 Paesi di riferimento Anni Italia Spagna Francia Germania Gran Bretagna Svezia Belgio 1990 1,33 1,36 … … 1,83 2,13 1,62 1995 1,19 1,12 … … 1,71 1,73 1,56 2000 1,26 1,23 1,89 1,38 1,64 1,57 1,67 2005 1,32 1,34 1,92 1,34 1,78 1,85 1,76 2006 1,35 1,37 1,94 1,33 1,84 1,88 1,81 2007 1,37 1,39 2,01 1,37 1,91 1,91 1,82 2008 1,42 1,46 1,98 1,38 1,96 1,94 1,85 2009 1,41 1,39 2,01 1,36 1,94 1,98 1,84 2010 1,41 1,38 2,03 1,39 1,98 1,98 1,86 FONTE: ISTAT (2010). I livelli così bassi della fecondità, hanno portato alcuni studiosi, in particolare Ron Lestaeghe e Dirk Van de Kaa, nel corso degli anni '80, a parlare di una "Seconda Transizione Demografica"25 . Stavolta a dare l'avvio alla transizione non è un cambiamento nella mortalità, ma bensì nella fecondità, che nei Paesi sviluppati è caduta al di sotto della soglia di rimpiazzo di 2,1 figli per donna (vedi Figura 1.1), conducendo ad un tasso di crescita naturale negativo. 25 Lesthaeghe, Ron, en Dirk Jan van de Kaa, 1986. Twee demografische transities?. In van de Kaa, Dirk Jan, en Ron Lesthaeghe (Eds.) Bevolking: groei en krimp. Deventer: Van Loghum Slaterus, pp. 9-24.
  • 29 FIGURA 1.1. – Andamento TFT in Italia, 1952-2007 FONTE: ISTAT (2006). L’andamento della fecondità e della mortalità, hanno inevitabilmente comportato dei cambiamenti sostanziali, nel corso del tempo, della struttura per età della popolazione. Prendendo in considerazione il caso italiano (Figura 1.2) si può notare come sia soprattutto la forte riduzione dei livelli di fecondità26 a generare l’elevato invecchiamento della popolazione italiana, invecchiamento che sarà ancora più cospicuo se si osserva la previsione Istat per il 2050. 26 “l’attuale fenomeno di invecchiamento è la conseguenza del declino progressivo della natalità avvenuto durante l’ultimo secolo, mentre scarsa influenza ha avuto il declino della mortalità”(Livi Bacci, 1990).
  • 30 FIGURA 1.2. – Confronto tra piramidi dell’età, il caso italiano FONTE: ISTAT (2010). In realtà, anche solo osservando l’andamento della struttura della popolazione italiana nel corso degli ultimi dieci anni (Figura 1.3), si può notare il lento, ma costante, aumento in proporzione del contingente anziano a discapito della componente giovanile (0-15) e della popolazione in età lavorativa (15-64). FIGURA 1.3. – Struttura per età della popolazione italiana, 2002-2012 FONTE: ISTAT (2012).
  • 31 Per poter valutare lo stato dell’invecchiamento di una data popolazione – usando come esempio l’esperienza italiana - è altresì utile valutare l’andamento anche di alcuni indici come l’indice dipendenza e l’indice di vecchiaia. L’indice di dipendenza si ottiene dal rapporto tra la popolazione anziana e quella in età lavorativa mentre l’indice di vecchiaia, è dato dal rapporto tra anziani e giovani. Prendendo in considerazione l’andamento dell’indice di dipendenza, emerge che in Italia e in Europa vi è stato un aumento costante (vedi Tabella 1.6.) e che in base alla previsioni dell’Eurostat, la crescita di tale indice raggiungerà il 56,65% in Italia e il 52,5% in Europa. In altri termini, per ogni due lavoratori vi sarà una persona in età non attiva. Il dato deve preoccupare, in quanto nella popolazione dipendente, la proporzione degli individui con più di 65 anni aumenterà notevolmente rispetto alla popolazione giovanile.
  • 32 TABELLA 1.6. – Andamento indice di dipendenza, 1990-2012 Anni di riferimento Paese di riferimento 1990 1995 200 2005 2010 2011 2012 ITALIA 21,50 24,70 26,80 29,30 30,80 30,90 31,60 EUROPA (27 STATI) 20,60 21,90 23,20 24,70 25,90 26,20 26,80 FONTE: EUROSTAT (2012). TABELLA 1.7. – Previsione indice di dipendenza fino al 2060 Anni di riferimento Paese di riferimento 2010 2020 2030 2040 2050 2055 2060 ITALIA 30,78 34,80 41,14 51,73 56,34 56,58 56,65 EUROPA (27 STATI) 25,92 31,40 38,33 45,52 50,16 51,82 52,55 FONTE: EUROSTAT (2012). Anche l’andamento dell’indice di vecchiaia è un buon indicatore per valutare quanto il nostro paese è invecchiato. Infatti, valutando l’evoluzione storica di questo indice (Figura 1.4) e l’evoluzione degli ultimi dieci anni (Tabella 1.7.) si può notare una crescita costante che porterà nel 2050 a un rapporto anziani/giovani di 3 a 127 . 27 FONTE: EUROSTAT (2012).
  • 33 FIGURA 1.4. – Andamento indice di vecchiaia in Italia dal 1861 al 2011 FONTE: ISTAT (2012). FIGURA 1.5. – Andamento indice di vecchiaia tra il 2002 e 2012 in Italia 130,00 132,00 134,00 136,00 138,00 140,00 142,00 144,00 146,00 148,00 150,00 2002 2004 2006 2008 2010 2012 INDICE DI VECCHIAIA ITALIA FONTE: EUROSTAT (2012). Altri due indici molto importanti per comprendere lo stato d’invecchiamento sono: l’indice di ricambio della popolazione attiva e l’indice di struttura della popolazione attiva. L’indice di
  • 34 ricambio misura il rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (55-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-24 anni). L’indice di struttura invece rappresenta il grado di invecchiamento della popolazione in età lavorativa. È il rapporto percentuale tra la parte di popolazione in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e quella più giovane (15-39 anni). L’analisi dei indici (Tabella 1.8.) ci porta ad affermare che la forza lavoro in età è molto anziana, con una componente giovanile che sta diminuendo. TABELLA 1.8. – Andamento indice di ricambio e di struttura, 2002-2012 ANNI DI RIFERIMENTO INDICE DI RICAMBIO DELLA POPOLAZIONE ATTIVA INDICE DI STRUTTURA DELLA POPOLAZIONE ATTIVA 2002 117,10 93,50 2003 118,70 95,60 2004 116,70 97,10 2005 113,50 99,10 2006 108,50 101,60 2007 111,90 104,70 2008 114,80 107,10 2009 119,80 109,80 2010 124,30 113,10 2011 130,30 116,50 2012 129,80 120,30 FONTE : ISTAT (2012). Le conseguenze socio-economiche dell’invecchiamento demografico sono molte e complesse e soprattutto colpiscono
  • 35 molti ambiti e settori della società28 . Il primo elemento da considerare è che una popolazione anziana comporta un aggravio nelle spese sanitaria, aggravio che sarà a carico del bilancio statale. Altro elemento da considerare è ovviamente l’impatto dell’invecchiamento demografico sui sistemi pensionistici, i quali dovranno affrontare nei prossimi anni un incremento del numero dei pensionati ma con un livello di forza lavoro che tenderà a scendere. Questo comporterà sicuramente una crescita della spesa pensionistica, che i vari legislatori potranno affrontare utilizzando strumenti quali la riduzioni delle prestazioni erogate o l’incremento dell’età pensionabile, che dovrà comunque seguire l’andamento dell’aspettativa di vita. In ogni caso i lavoratori saranno chiamati a versare contributi previdenziali sempre più alti per finanziare la propria pensione di vecchiaia e quella dei propri contemporanei. Altro elemento da dover considerare è l’effetto che una popolazione anziana andrà a generare sul mercato del lavoro e soprattutto sull’offerta di lavoro. In quanto una popolazione anziana e in quindi una forza lavoro più anziana si adatterà con molta più difficoltà alle nuove tecnologie ad esempio, ma sarà anche meno propensa alla 28 L. Di Comite,1995. Invecchiamento della popolazione e transizione demografica. Bari: Cacucci Editore
  • 36 mobilità territoriale per cercare nuovi posti di lavoro. Inoltre nel corso dei prossimi anni si assisterà quasi sicuramente a un decremento della forza lavoro, che potrebbe portare a situazioni di domanda di lavoro insoddisfatte e generare una richiesta di manodopera straniera, generando quel fenomeno delle migrazioni indotte. Tutti questi elementi potrebbe portare all’acuirsi della crisi finanziaria di questi anni, in quanto i già precari bilanci statali, saranno oggetto di una riduzione delle entrate finanziare da dover coprire con un conseguente incremento della spesa pubblica29 . 29 L. Di Comite,1995. Invecchiamento della popolazione e transizione demografica. Bari: Cacucci Editore
  • 37 Capitolo Secondo IL SISTEMA PENSIONISTICO ITALIANO 2.1 IL SISTEMA PENSIONISTICO: I MODELLI DI RIFERIMENTO La nascita e il successivo sviluppo dei sistemi pensionistici si deve al diffondersi, sul finire del XIX secolo, dell’idea che i lavoratori non potessero rimanere sul mercato del lavoro ed emerse la necessità di garantire il mantenimento del benessere socio-economico dei lavoratori al termine della carriera lavorativa30 . Da questa idea vennero sviluppati due modelli originari di tutela della vecchiaia, per molti versi contrapposti tra loro: il modello di Bismarck o occupazionale e il modello Beveridge o universalistico31 . Il modello Bismarckiano ovviamente è nato in Germania, nel 1889, quando venne istituito un sistema pensionistico a favore degli operai industriali con funzione di tipo assicurativo- previdenziale, con l’obbiettivo di permettere ai lavoratori di 30 Zaccaria Daniele,2009. Traiettorie dal lavoro alla pensione in Italia, Germania, Danimarca e Regno unito. Stato e Mercato, Vol. 85, Bologna: il Mulino, pp. 63-90. 31 INPS, 2010. Rapporto annuale 2010, osservatorio internazionale.
  • 38 mantenere costante il loro tenore di vita anche quando essi avevo cessato l’attività lavorativa. Nel 1891, in Danimarca venne introdotto un sistema pensionistico rivolto agli anziani in stato di bisogno; questo schema svolgeva una funzione di natura assistenziale, ossia l’obiettivo era quello di prevenire la povertà in età avanzata. I due modelli si distinguono non solo in base ai destinatari delle prestazioni e i vari obiettivi che sono chiamati a realizzare, ma si differenziano anche per le modalità in cui i trattamenti pensionistici sono finanziati ed erogati. Il sistema Bismarckiano è finanziato mediante i contributi che vengono versati dai datori di lavori e dai lavoratori. I trattamenti pensionistici sono collegati alla retribuzione e il diritto a percepire una pensione è condizionato al pagamento dei contributi. Il modello Beveridgiano32 è finanziato dalla fiscalità generale e i trattamenti pensionistici sono a somma fissa. I destinatari delle prestazioni sono tutti gli anziani in stato di bisogno e il diritto alla pensione matura una volta che viene accertato e provato tale stato di bisogno. 32 Il modello prende il nome dall’economista britannico William Beveridge, il quale creò durante la seconda Guerra Mondiale il piano di sicurezza sociale per l’Inghilterra, anche se la sua idea di sistema pensionistico era di fatto nata in Danimarca mezzo secolo prima.
  • 39 Tabella 2.1. - Modelli originari degli schemi pensionistici MODELLO BISMARCKIANO MODELLO BEVERIDGEANO Obiettivo Mantenimento del reddito Prevenzione della povertà Prestazioni Collegate al reddito A somma fissa Regole d’accesso Pagamento dei contributi Cittadinanza (bisogno) Copertura Lavoratori Tutta la popolazione Finanziamento Contributi Fiscalità generale FONTE: Elaborazioni proprie. I due modelli si sono sviluppati poi in zone diverse dell’Europa, infatti il modello Beveridgiano fu seguito in paesi scandinavi e anglosassoni, mentre il modello Bismarckiano si estese nell’Europa continentale e mediterranea. 2.2 L’EVOLUZIONE NORMATIVA DEL SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO 2.2.1 DALLE ORIGINI FINO ALLA FINE DEGLI ANNI OTTANTA Sul finire del XIX secolo, in alcuni paesi europei si svilupparono le prime forme di protezione sociale, con la
  • 40 creazione di sistemi di assicurazione. Anche in Italia, ancor prima della sua unificazione, grazie alle organizzazioni caritative, religiose e corporative si erano sperimentate forme di tutela sociale33 . In seguito all’unificazione vennero emanate le prime leggi in materia di previdenza sociale. Il primo intervento dello Stato si può individuare nella Legge del 30 agosto 1862, n. 753, con cui vengono regolate le attività assistenziali ecclesiastiche e le prime associazioni volontarie, che porteranno alla creazione delle casse di risparmio, con le quali gli associati si tutelavano da rischi comuni, come la malattia o l’infortunio34 . Nel 1881 venne istituita la cassa delle pensioni civili e militari e soprattutto la Cassa Nazionale contro gli infortuni che in origine aveva carattere volontario. Il primo intervento sostanziale dello Stato in materia di tutela pensionistica si fa risalire al 1898, quando con la legge n.350, venne istituita la Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la Vecchiaia degli operai, che aveva il compito di gestire forme facoltative o volontarie di assicurazione. Sempre nel 1898, seguendo l’esempio della Germania venne resa obbligatoria l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, che copriva sia i 33 Armando Cherubini, 1977. Storia della previdenza in Italia. Roma, Editori Riuniti. 34 Idem.
  • 41 lavoratori che i datori di lavoro35 . La non obbligatorietà dell’assicurazione contro l’invalidità e la vecchiaia portò ad uno scarso sviluppo di questa, ma già a partire dal 1895, per alcune categorie di lavoratori, come i dipendenti civili e militari dello stato vennero istituite forme di assicurazione obbligatoria. L’obbligo di assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia per la totalità dei lavoratori, venne introdotta alla fine della prima guerra mondiale, nel 1919, con la legge n. 603. Con questa legge l’Italia in materia previdenziale seguì l’esempio della Germania, in quanto optò per un modello di assicurazione per i soli lavoratori, finanziato dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro, invece del modello Inglese , che prevedeva l’erogazione di una pensione minima a tutti i lavoratori finanziata dallo Stato. Le caratteristiche del sistema pensionistico del 191936 erano: 1. Finanziamento basato sulla contribuzione in parti uguali dei lavoratori e dei datori di lavoro, con un piccolo contributo statale di 100 lire per ogni pensione; 35 A. Albanese, C. Facchini, G. Vitrotti, 2006. Dal lavoro al pensionamento. Milano, Franco Angeli editore. 36 Armando Cherubini, 1977. Storia della previdenza in Italia. Roma, Editori Riuniti.
  • 42 2. Gestione delle risorse a capitalizzazione, che portava a investire i contributi riscossi e alla costituzione di riserve tecniche; 3. Metodo di calcolo contributivo della pensione, in base al quale le prestazioni erano collegate all’ammontare dei contributi pagati dal singolo; 4. I requisiti d’accesso per il pensionamento erano fissati in 65 anni sia per gli uomini che per le donne, un requisito assai elevato se si considerano le speranze di vita dell’epoca. Durante il ventennio fascista vennero poste in essere alcune modifiche al sistema ideato nel 1919. Nel 1933 la Cassa Nazionale di Previdenza per l’Invalidità e la Vecchiaia prende il nome di I.N.P.S. Nel 1939 con il D.L. n.636 portò alla creazione della pensione di reversibilità e con lo stesso D.L. l’età del pensionamento fu abbassata a 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne; inoltre venne modificato il finanziamento, non più paritario, ma a carico dei datori di lavoro per i 2/3 e il restante 1/3 a carico dei lavoratori37 . 37 Armando Cherubini, 1977. Storia della previdenza in Italia. Roma, Editori Riuniti.
  • 43 Tabella 2.2. – Principali interventi legislativi fino alla II° guerra mondiale FONTE: Elaborazioni proprie. Il sistema previdenziale a capitalizzazione però fu travolto dagli eventi bellici e dalla spirale inflazionistica che azzerò le riserve degli enti di previdenza portando le prestazioni a importi assolutamente insufficienti. Infatti, nel 1944, l’importo medio delle pensioni erogate valeva un undicesimo di quanto valeva nel 1934-3538 . Vennero meno quindi le condizioni di stabilità monetaria indispensabili per il buon funzionamento del sistema assicurativo a capitalizzazione. 38 Felice Roberto Pizzuti, Marcello De Cecco,1994. La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino. ANNI NORMATIVE 1862 Legge n. 753 vengono regolate le attività assistenziali ecclesiastiche e le prime associazioni volontarie 1898 Legge n. 350 Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la Vecchiaia degli operai 1919 Legge n. 603 L’obbligo di assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia per la totalità dei lavoratori 1933 Nasce L'INPS 1939 D.L. n. 636 Creazione della pensione di reversibilità l’età del pensionamento: 60 anni per gli uomini 55 anni per le donne
  • 44 Partendo da questa situazione nel 1945 e nel 1947 vennero istituiti il Fondo di Integrazione e il Fondo di Solidarietà, gestiti entrambi con il sistema finanziario della ripartizione e finanziati con aliquote aggiuntive e risorse statali. L’obiettivo di questi fondi era di adeguare le prestazioni previdenziali all’accresciuto livello dei prezzi39 . Con l’emanazione della Carta Costituzionale, tutti i vari interventi legislativi in materia previdenziale, devono essere letti alla luce dell’ art. 38 cost.40 , un articolo che ha trasformato del tutto l’idea di previdenza, portandola dall’essere intesa come un istituto assicurativo di natura privata che copre a livello individuale i più svariati rischi, ad un istituto garantito dal soggetto pubblico. Il periodo di emergenza post-bellico, da considerarsi operante fino al 1952, quando con le legge del 4 aprile, n.218, si è proceduto a un riordino complessivo della materia pensionistica41 . La riforma Rubinacci portò, per prima cosa alla 39 Felice Roberto Pizzuti, Guido Maria Rey, 1990. Il sistema pensionistico. Un riesame. Bologna: il Mulino 40 Art. 38: Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera. 41 Felice Roberto Pizzuti, Marcello De Cecco,1994. La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino.
  • 45 scelta del sistema a ripartizione, e all’abbandono del sistema a capitalizzazione. La capitalizzazione restò in vigore solo per una quota minima di contribuzione, denominata di base, mentre le pensione veniva calcolata con il sistema a ripartizione con una formula di calcolo di tipo contributivo. La riforma portò alla chiusura dei Fondo di Integrazione e il Fondo di Solidarietà, sostituiti dal Fondo di adeguamento delle pensioni (Fap)42 . La principale novità della legge 218 fu l’introduzione dell’istituto dell’integrazione al minimo43 , che permetteva di erogare ai pensionati con ridotta anzianità contributiva una pensione che garantisse una sopravvivenza dignitosa. Infatti, se la prestazione pensionistica non raggiungeva determinati importi (all’origine 5.000 lire mensile) veniva integrata fino al livello del trattamento minimo44 . A partire dalla fine degli anni ’50, sulla base delle volontà contenute nell’articolo 38 cost. che prevede tutele per tutti i lavoratori siano essi dipendenti o autonomi, fu estesa progressivamente l’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti ai lavoratori autonomi, coltivatori diretti, 42 Felice Roberto Pizzuti, Guido Maria Rey, 1990. Il sistema pensionistico. Un riesame. Bologna: il Mulino. 43 Primo istituto del tutto estraneo alla logica assicurativo-privatistico e coerente con un approccio di tipo assistenziale. 44 Armando Cherubini, 1977. Storia della previdenza in Italia. Roma, Editori Riuniti.
  • 46 artigiani e commercianti. L’ingresso dei lavoratori autonomi nel sistema di tutela pubblica partì però con saldi negativi dei bilanci finanziari. Questo perché il legislatore -con i vari interventi legislativi che hanno introdotti i lavoratori autonomi nel sistema di tutela pubblica45 - aveva stabilito dei contributi sociali molto bassi, non realizzando quell’equilibrio tra contributi e prestazioni tipico di uno schema assicurativo. In base ai contributi versati, i lavoratori autonomi avrebbero dovuto percepire una pensione molto al di sotto del livello minimo pensionistico, ma il legislatore decise di garantire loro l’integrazione al minimo, coprendo con risorse statali la differenza tra i contributi e le prestazioni. Le risorse pubbliche coprivano per il 66% le prestazioni degli artigiani, del 68% quelle per i commercianti e, addirittura, per il 81% quelle dei coltivatori diretti46 . Il sistema pensionistico, posto in essere dalla riforma Rubinacci, rimase sostanzialmente inalterato fino al 1965, quando con la legge 903, venne introdotta la pensione d’anzianità, alla quale si accedeva con 35 anni di anzianità contributiva, indipendentemente dall’età anagrafica. La stessa 45 Legge del 26 ottobre 1957, n. 1047 coltivatori diretti; legge del 4 luglio 1959, n. 465 artigiani; legge del 29 luglio 1966, n. 613 esercenti attività commerciali. 46 Felice Roberto Pizzuti, Guido Maria Rey, 1990. Il sistema pensionistico. Un riesame. Bologna: il Mulino.
  • 47 legge abolì qualsiasi divieto di cumulo tra redditi da lavoro e pensione. La pensione di anzianità si rivelò subito un errore, in quanto in soli 3 anni, fino al 1968, vennero spesi 750 milioni di euro47 e per tale motivo venne subito abrogata con il D.P.R. n 488 del 27 aprile 1968. Nel 1968, il processo di riforma compie un ulteriore passo con il cambiamento del metodo di calcolo delle pensioni dei lavoratori dipendenti che non vengono più liquidate in base all’ammontare dei contributi versati, ma in rapporto alla retribuzione media percepita da ciascun assicurato nel triennio precedente la decorrenza della pensione48 . Questo portò alla creazione del FPLD (fondo pensioni lavoratori dipendenti), gestito interamente a ripartizione, in cui vennero fusi la gestione base e il FAP. Gli anni Sessanta si conclusero con una riforma di grande importanza per il nostro sistema pensionistico: la riforma Brodolini (legge n° 153 del 30 aprile 1969)49 . La riforma sancisce: 47 A. Albanese, C. Facchini, G. Vitrotti, 2006. Dal lavoro al pensionamento. Milano, Franco Angeli editore. 48 Felice Roberto Pizzuti, Guido Maria Rey, 1990. Il sistema pensionistico. Un riesame. Bologna: il Mulino. 49 A. Albanese, C. Facchini, G. Vitrotti, 2006. Dal lavoro al pensionamento. Milano, Franco Angeli editore.
  • 48 1. L’abbandono di ogni forma di capitalizzazione e il passaggio definitivo al sistema a ripartizione. 2. L’adozione della formula retributiva per il calcolo della pensione50 , che in questo modo viene legata alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro. La “retribuzione pensionabile” viene calcolata prendendo in considerazione l’ultimo anno di retribuzione per i lavoratori pubblici e gli ultimi 5 anni di retribuzione per i lavoratori privati e viene applicato un coefficiente del 2% per ogni anno di lavoro. Si introduce quindi il concetto in base al quale la pensione è un reddito di sostituzione del reddito da lavoro. 3. L’erogazione di una pensione sociale ai cittadini ultra sessantacinquenni sprovvisti di assicurazione, che non avessero un minimo di reddito. 4. La reintroduzione della pensione di anzianità per i lavoratori con una anzianità contributiva di 35 anni indipendentemente dall’età anagrafica. 5. La perequazione automatica delle pensioni, che consiste nella rivalutazione delle pensioni in pagamento in base all’indice dei prezzi al consumo. A partire dal 1975 la perequazione 50 Viene ripresa la volontà del legislatore del 1968.
  • 49 delle pensioni viene agganciata anche ai salari, consentendo una tutela del valore reale delle pensioni. 6. Il mantenimento del l’età di pensionamento a 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne. Gli effetti di questa riforma non tardano ad arrivare, infatti già a partire dal 1970 la spesa pensionistica incide sul PIL per l’8% e tra il 1971 e il 1976 si ha un ulteriore aumento dell’1,3% dell’incidenza della spesa. Questo incremento è dovuto principalmente alla indicizzazione delle pensioni sociali, al D.P.R. 1092 che consente le baby pensioni nel settore pubblico51 e all’incremento generalizzato nelle concessioni delle pensioni d’invalidità. Infatti, la pensione di invalidità veniva concessa come forma di sostegno al reddito e alla disoccupazione e quindi soprattutto per fattori socio-economici nelle zone depresse del Paese. 51 Tale legge permetteva alle donne coniugate che lavoravano nel settore pubblico di andare in pensione con 14 anni 6 mesi e un giorno di lavoro, ai dipendenti statali di andare in pensione con 20 anni di lavoro e venivano richiesti 25 anni di lavoro per i dipendenti degli enti locali.
  • 50 TABELLA 2.3. – Principali interventi normativi dal dopo guerra alla fine degli anni Settanta FONTE: Elaborazioni proprie. A partire dagli inizi degli anni Ottanta, però inizia a manifestarsi sempre più urgente la necessità di una riforma complessiva del sistema pensionistico52 . Tale urgenza nasceva oltre che dai problemi della spesa pensionistica, anche dalla disparità di trattamenti presenti nella pluralità dei regimi pensionistici. Questa suddivisione della tutela, con differenti livelli di contributi e rendimenti, ha portato alla definizione del termine di giungla pensionistica53 per descrivere lo stato del sistema pensionistico agli inizi degli anni Ottanta. 52 Felice Roberto Pizzuti, Marcello De Cecco,1994. La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino. 53 E. Fornero, O. Castellino, 2001. La riforma del sistema previdenziale italiano. Bologna: il Mulino. ANNI NORMATIVE 1945 1947 vengono istituiti il Fondo di Integrazione e il Fondo di Solidarietà 1952 legge n.218 Riforma Rubinacci 1957 l’assicurazione obbligatoria per i lavoratori autonomi 1965 legge n.903 Introdotta la pensione d’anzianità 1969 legge n° 153 Riforma Brodolini 1973 D.P.R. 1092 baby pensioni
  • 51 Nel 1981 vengono approvate due legge che portano ad un ulteriore incremento della spesa pensionistica. La legge 119 porta ad un aumento dell’ importo dei trattamenti minimi, mentre la legge 155 ripropone il prepensionamento anticipato per i dipendenti licenziati da aziende che si trovano in un fase di crisi o di riconversione produttiva54 . Sempre nel 1981 vengono presentati i risultati della I° commissione Castellino, creata per vagliare lo stato di salute del sistema pensionistico, che ha messo in evidenza, quelle che rimarranno per molto tempo le principali problematiche, ossia: 1. La bassa età pensionabile, non collegata alla crescente speranza di vita. 2. Il collegamento percentuale alla retribuzione. 3. La retribuzione pensionabile. 4. La cumulabilità tra pensioni ed altri redditi. 5. La formula di indicizzazione. L’unico intervento specifico posto in essere negli anni Ottanta fu la riforma delle pensioni di invalidità, attuata con la legge n° 222 del giugno 1984, che portò ad una riduzione del numero di 54 Felice Roberto Pizzuti, Guido Maria Rey, 1990. Il sistema pensionistico. Un riesame. Bologna: il Mulino.
  • 52 prestazioni da 5.200.000 del 1984 ai 2,5 milioni del 199055 . L’enorme numero di pensioni di invalidità era dovuto al fatto che queste venivano erogate non solo per motivi di salute, ma anche in base ai requisiti socio-ambientali che permettevano persino ai soggetti che avevano poche possibilità occupazionali - a causa delle difficile situazione economica delle aree territoriali in cui vivevano - di fruire di queste prestazioni. La legge 222 abolì qualsiasi riferimento ai fattori socio economici e stabilì che ai fini dell’ottenimento della prestazione era rilevante solo la situazione sanitaria. Solo 1989, venne emanata una legge, la n° 88, che aveva l’obiettivo di ristrutturare l’INPS e stabiliva la creazione della GIAS (gestione per gli interventi assistenziali e di sostegno). Tale legge è stata definita come un tentativo di dividere la previdenza e l’assistenza, creando il contenitore della GIAS per valutare l’importo della spesa pubblica in funzioni assistenziali. Infatti, dopo la promulgazione della legge l’INPS inizia a redigere il bilancio parallelo, per valutare separatamente la spesa previdenziale e quella assistenziale56 . 55 Felice Roberto Pizzuti, Marcello De Cecco,1994. La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino. 56 Per poter creare questo bilancio parallelo, bisogna ovviamente definire che cosa fosse una prestazione previdenziale; una prestazione viene definita previdenziale se la sua
  • 53 Infine, l’ultimo intervento legislativo che si può ricondurre al clima politico presente durante gli anni Ottanta è la legge 233 del 1990, che ha riformato la previdenza pensionistica dei lavoratori autonomi. La legge disponeva che i trattamenti pensionistici per queste categorie di lavoratori venisse calcolata partendo dalle contribuzioni versate dal 1982 in poi, applicando alla media dei redditi degli ultimi dieci anni un coefficiente di rivalutazione pari al 2% per anno di iscrizione.57 TABELLA 2.4. – Principali interventi legislativi durante gli anni Ottanta FONTE: Elaborazioni proprie. esistenza è giustificata esclusivamente da una precedente e adeguata storia contributiva (Felice Roberto Pizzuti,1990). 57 E. Fornero, O. Castellino, 2001. La riforma del sistema previdenziale italiano. Bologna: il Mulino. ANNI NORMATIVE 1981 Legge 119 aumento dell’ importo dei trattamenti minimi Legge 155 ripropone il prepensionamento anticipato 1984 Legge 222 riforma delle pensioni di invalidità 1989 Legge 88 ristrutturazione dell'INPS 1990 Legge 233 Riforma previdenza pensionistica dei lavoratori autonomi
  • 54 2.2.2 LE RIFORME DELLA SECONDA REPUBBLICA A inizio anni Novanta il giudizio sul sistema pensionistico italiano era fortemente critico. I principali problemi erano legati alla crescita inarrestabile della spesa pensionistica, con una conseguente crescita dell’aliquota richiesta ai lavoratori. Vi erano poi differenziazioni molto forti tra le varie categorie e i vari settori lavorativi da un punto di vista dei trattamenti e le prestazioni erogate. Vi era inoltre un forte uso della previdenza per fini assistenziali, quali ad esempio la possibilità del prepensionamento in caso di crisi aziendale, che aveva creato non pochi problemi sul mercato del lavoro58 . Infine, bisognava anche considerare l’andamento demografico del paese, che avrebbe portato una crescita elevate della componente anziana della popolazione con una conseguente diminuzione in percentuale della componente giovanile e della forza lavoro. Di conseguenza, la spesa pensionistica in rapporto al PIL dal 1960 al 1990 ha subito una crescita esponenziale passando dal 5,0% del PIL nel 1960, al 7,4 nel 1970, al 10,2 nel 1980 e al 13,8 nel 1990, arrivando a toccare la quota dei 14,9 nel 1992. 58 E. Fornero, O. Castellino, 2001. La riforma del sistema previdenziale italiano. Bologna: il Mulino.
  • 55 FIGURA 2.1. – Andamento spesa previdenziale su PIL FONTE: ISTAT (1993) Accanto al problema della crescita della spesa pensionistica, vi è quella dell’aliquota di equilibrio59 . In un sistema a ripartizione, i flussi in entrata devono necessariamente essere pari ai flussi in uscita e vista la situazione del sistema pensionistico italiano e l’evoluzione demografica, questo avrebbe portato a una crescita elevata dei contributi sociali richiesti ai datori di lavoro e ai lavoratori. Secondo INPS, senza le riforme necessarie l’aliquota di equilibrio60 del FPLD sarebbe salita dal 42,4% del 1992 al 53,7 del 2010, mentre stando ai dati del Ministero del Tesoro la 59 Tale aliquota esprime la parte del reddito dei lavoratori attivi iscritti che deve essere versata come contribuzione al fondo pensionistico, affinché quest’ultimo acquisisca l’ammontare di risorse finanziarie esattamente necessario per erogare ai propri pensionati tutte le prestazioni maturate. (Felice Roberto Pizzuti,1990). 60 A= P/W= Pm/Wm*Np/Nw dove A= aliquota di equilibrio; P= ammontare prestazioni pensionistiche; W= reddito da lavoro imponibile; Pm= importo medio delle pensioni vigenti; Wm= importo medio delle retribuzioni; Np=numero delle pensioni; Nw= numero dei lavoratori attivi iscritti.
  • 56 medesima aliquota sarebbe salita al 50% nel 2010 e al 59,7% nel 2025. Se si considerano solo i dipendenti pubblici l’aliquota sarebbe salita dal 42,7% del 1994 al 73,5 nel 2010. La crescita dell’aliquota, così come quella della spesa pensionistica, deve essere valutata alla luce dei cambiamenti demografici che avrebbero colpito il paese negli anni successivi, portando ad una ulteriore necessità di crescita dei contributi previdenziale per colmare la crescita della parte di popolazione definita “anziana”. Infatti, prendendo in considerazione la Tabella 2.5. si può notare una costante diminuzione della forza lavoro (15-64 anni) con una conseguente crescita della popolazione in età di pensionamento. Tale andamento demografico, in un sistema a ripartizione, genera una serie di squilibri finanziari che possono essere corretti o con un aumento dell’età pensionabile o con un aumento dei contributi richiesti ai lavoratori attivi. TABELLA 2.5. – Previsioni demografiche sulla struttura per età della popolazione italiana STRUTTURA PER ETA’ DELLA POPOLAZIONE (%) ANNO 0-14 15-64 65+ 85+ 1990 16,8 68,5 14,7 1,2 2010 14,1 65,5 20,5 2,8 2020 13,2 63,7 23,2 3,9 2030 12,2 60,8 27,0 4,7 2040 12,4 55,6 32,1 5,8 2050 12,7 53,7 33,6 7,8 Fonte: Istat (marzo 2006).
  • 57 Uno dei principali problemi del sistema pensionistico era la grande differenziazione tra i vari regimi pensionistici, da un punto di vista dei contributi richiesti e delle prestazioni che venivano erogate (vedi Tabella 2.6.) TABELLA 2.6. – Le pensioni erogate dal sistema obbligatorio NUMERO IMPORTO MEDIO IMPORTO TOTALE Importo tot PIL In migliaia % In migliaia % in miliardi % % FPLD 10.005 64,6 10.868 96 108.743 61,9 7,2 Lavoratori Autonomi 3.536 22,8 6.783 60 23.985 13,6 1,6 Dipendenti Pubblici 1.933 12,6 22.258 196 43.016 24,5 2,8 Totale 15474 100,0 11.357 100 175.744 100,0 11,6 Fonte: Proiezioni INPS (1992). L’analisi della Tabella 2.6. mostra che il FLPD è la gestione più rilevante, seguita in base al numero di pensioni dalla gestione dei lavoratori autonomi e la gestione dei pubblici dipendenti. Ma spostando l’attenzione all’importo totale, si può notare una grande differenziazione tra i regimi da un punto di vista delle prestazioni percepite. Infatti gli ex lavoratori del settore pubblico percepiscono una pensione che in media ha un valore di tre volte superiore a quella dei ex lavoratori autonomi e oltre il doppio rispetto a quella degli ex lavoratori dipendenti del settore
  • 58 privato61 . Altro problema veniva dalla formula di calcolo di tipo retributivo della pensione, che privilegiava le carriere più dinamiche. Tutte queste problematiche, unite ai vincoli imposti dal Trattato di Maastricht, spinsero i vari gruppi politici verso la consapevolezza di una necessità di riformare l’intero sistema pensionistico. Questa consapevolezza portò al D.lgs. n 503 del 30 dicembre 1992, passato alla storia come Riforma Amato. La riforma si poneva l’obiettivo di stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e PIL, introdurre forme di previdenza complementare e integrativa, mantenere e adeguare un adeguato trattamento pensionistico obbligatorio per tutti, introducendo però una omogeneizzazione nei trattamenti tra i vari regimi pensionistici. I principali interventi della Riforma Amato62 furono: 1. Il graduale innalzamento dell’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini. 2. Il graduale innalzamento del minimo di contribuzione da 15 a 20 anni per il conseguimento della pensione di vecchiaia. 61 Felice Roberto Pizzuti, Marcello De Cecco,1994. La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino. 62 V. Botta, 2012. Il sistema pensionistico Monti-Fornero. Padova: Exeo edizioni.
  • 59 3. Il graduale allargamento del periodo di riferimento per il calcolo della pensione dagli ultimi cinque anni all’intera vita lavorativa. Le retribuzioni prese in considerazione per il calcolo della pensione vengono rivalutate all’1%. 4. La rivalutazione automatica delle pensioni in pagamento viene limitata alla dinamica dei prezzi e non anche a quella dei salari reali. 5. l’uniformazione della normativa applicata alle varie categorie di lavoratori. La riforma Amato ha determinato una riduzione del grado di copertura pensionistica rispetto all’ultimo stipendio percepito e questo ha condotto a introdurre una disciplina organica delle previdenza complementare con l’istituzione dei fondi pensione ad adesione collettiva negoziali e aperti (decreto Lgs. 124/1993)63 . Il decreto definisce sul piano normativo i criteri principali di tipo organizzativo nonché l’assetto e il percorso di sviluppo della previdenza integrativa. Il decreto definisce inoltre le possibili tipologie di fondi a cui si può far ricorso: i fondi chiusi64 che possono sorgere da accordi volontari tra datori di 63 E. Fornero, O. Castellino, 2001. La riforma del sistema previdenziale italiano. Bologna: il Mulino. 64 Per i fondi chiusi si prevede il versamento di appositi contributi da parte dei datori di lavoro e dei lavoratori e, per i nuovi lavoratori, il completo trasferimento delle somme
  • 60 lavoro e lavoratori e quelli aperti65 che possono essere costituiti da banche, società di assicurazione e società di gestione del risparmio. La riforma Amato però non affronta la questione delle pensioni di anzianità e l’esclusione dei lavoratori con almeno 15 anni di contributi dalle innovazioni riguardanti il calcolo della retribuzione pensionabile determina un lungo periodo di transizione. Questi elementi con il perdurare degli alti livelli di spesa pensionistica portano a una nuova riforma, la Riforma Dini (Legge 335/1995). La legge recepisce un accordo siglato tra Governo e parti sociali e ha comunque l’obiettivo di frenare l’ascesa della spesa previdenziale e di incentivare le pensioni private. I principali interventi delle riforma furono: 1. Passaggio dal sistema di calcolo retributivo al sistema di calcolo contributivo. Le pensioni di vecchiaia sono determinate sulla base delle contribuzioni versate nell’arco dell’intera vita lavorativa, capitalizzate in base ad una media mobile di 5 anni del tasso di crescita del PIL in termini reali e future accantonabili a fini del TFR. (Daniele Franco - Mauro Marè,2000 Le pensioni: l’economia e la politica delle riforme). 65 La partecipazione è libera da parte dei lavoratori e possono essere previste anche adesioni concordate sul piano collettivo.
  • 61 dell’età di pensionamento. Al pensionamento, l’entità delle contribuzioni accumulate viene moltiplicata per un coefficiente di conversione differenziato per anno di età66 . 2. L’aliquota diventano proporzionali alle retribuzioni e ai redditi da lavoro dipendenti. L’aliquota per i lavoratori dipendenti è pari al 33% delle contribuzioni, mentre per i lavoratori autonomi è pari al 20%. 3. I coefficienti di conversione verranno rideterminati ogni 10 anni sulla base dei cambiamenti dell’attesa di vita e di un confronto fra i tassi di crescita del PIL e dei redditi imponibili per le contribuzioni sociali. 4. L’età pensionabile viene individuata tra i 57 e i 63 anni. 5. Il periodo contributivo minimo richiesto per l’erogazione della pensione di vecchiaia è fissato in 5 anni e la pensione minima viene soppressa. 6. Viene gradualmente soppressa la pensione di anzianità. La riforma Dini, tra i vari elementi di novità, ha introdotto nel sistema pensionistico italiano, l’idea di collegare l’età pensionabile alla speranza di vita, il che produce un risparmio in 66 Daniele Franco - Mauro Marè, 2000. Le pensioni: l’economia e la politica delle riforme
  • 62 termini di rapporto spesa pensionistica su PIL apprezzabili come mostra la Figura 2.2. FIGURA 2.2. – Previsione andamento rapporto spesa pensionistica sul PIL con in assenza della revisione del coefficiente di trasformazione FONTE: Ragioneria generale dello stato (1996) La riforma presentò alcuni aspetti problematici, tra i quali, ad esempio, l’attuazione estremamente graduale della riforma stessa, che distinguendo i lavoratori in base all’anzianità contributiva67 , generò tre diverse situazioni. Da un lato, vi erano i lavoratori con almeno 18 anni di anzianità contributiva che alla fine del 1995 hanno mantenuto il sistema retributivo per il calcolo della pensione. D’altro canto, vi erano i lavoratori con un’anzianità contributiva inferiore ai 18 anni, ai quali è stato attribuito il sistema misto, cioè retributivo fino al 1995 e 67 V. Botta, 2012. Il sistema pensionistico Monti-Fornero. Padova: Exeo edizioni.
  • 63 contributivo per gli anni successivi, mentre solo ai neoassunti dopo il 1995 viene applicato integralmente il sistema di calcolo contributivo. Per effetto di queste “norme” transitorie, il nuovo regime voluto dalla riforma Dini diventerà pienamente operativo solo nel 2030 per i flussi delle nuove pensioni e solo a partire dal 2050 per i flussi delle pensioni in pagamento68 . TABELLA 2.7. – Composizioni delle pensioni in essere, 2002- 2050 FONTE: MINISTERO DEL WELFARE (2001) Inoltre un ulteriore effetto delle norme transitorie è quello che a legislazione invariata si genererà un disavanzo annuale del sistema pensionistico sul PIL stimato in un 4-4,5% fino al 2030 e soltanto nel 2050 si giungerebbe a un sostanziale pareggio come mostra la Tabella 2.8. 68 Elsa Fornero, Onorato Castellino,2010. La riforma del sistema previdenziale italiano. SISTEMA DI COMPUTO DEI TRATTAMENTI ANNO RETRIBUTIVO MISTO CONTRIBUTIVO TOTALE 2002 98,4 1,6 0,0 100,0 2005 96,6 3,4 0,0 100,0 2010 92,0 7,7 0,3 100,0 2020 71,1 27,2 1,7 100,0 2030 40,0 51,9 8,1 100,0 2040 17,9 54,4 27,7 100,0 2050 4,9 41,4 53,7 100,0
  • 64 TABELLA 2.8. – Disavanzi del sistema previdenziale in percentuale del PIL Fonte: Proiezioni INPS (1996) L’ultimo intervento legislativo degli anni Novanta è stato introdotto dal governo Prodi, con la legge 449 del 27 dicembre 1997. Tale legge si caratterizza per l’inasprimento dei requisiti d’età per l’ottenimento della pensione di anzianità e per l’onere contributivo dei lavoratori autonomi. Nonostante tutti gli interventi legislativi degli anni Novanta, il livello di spesa continua a essere pari al 15,6% del PIL, contro un valore medio nell’Unione Europea pari al 12,9%. Come mostra la Tabella 2.9 a legislazione invariata, il livello di spesa continuerà a essere molto alto e inizierà a scendere solo quando la riforma Dini entrerà pienamente a regime. ANNI FPLD Artigiani e commerc. Coltivatori Diretti Pubblici Dipendenti Totale 2000 2,03 0,18 0,73 1,15 4,09 2010 2,46 0,42 0,54 1,13 4,55 2020 2,56 0,59 0,35 1,18 4,68 2030 2,56 0,6 0,2 1,24 4,6 2040 1,57 0,35 0,1 0,6 2,62 2050 0,29 0,15 0,05 0,2 0,69
  • 65 TABELLA 2.9. – Spesa pensionistica in % del PIL 2000 2010 2020 2030 2040 2050 Spesa in % del PIL 13,8 14,6 15,3 15,9 15,2 13,6 Numero pensioni su numero occupati 87,9 86,7 94,4 110,4 121,7 123,4 FONTE: Ragioneria generale dello Stato (1996). TABELLA 2.10. – Principali trasformazioni del sistema pensionistico durante gli anni Novanta SISTEMA PRE-1992 RIFORMA AMATO RIFORMA DINI PENSIONE DI VECCHIAIA 55 anni donne; 60 uomini minimo 15 anni di contribuzione 60 anni donne; 65 uomini minimo 20 anni di contribuzione minimo 57 anni massimo 65 anni minimo 5 anni di contribuzione PENSIONE DI ANZIANITÀ 35 anni di contributi 35 anni di contributi Abrogata con gradualità MODALITÀ DI CALCOLO DELLA PENSIONE Metodo retributivo P = ß Rp L ß= 2% Rp= media stipendi ultimi 5 anni Metodo retributivo P = ß Rp L ß= 2% Rp= media stipendi di tutta la vita Metodo contributivo P = a MC a= coefficiente di trasformazione MC = montante contributivo FONTE: Elaborazioni proprie A partire dal 2000, l’attenzione dei vari legislatori si sposta sulla previdenza complementare. Si sviluppa l’idea che solo grazie a una riduzione della copertura previdenziale del primo pilastro pubblico si potrebbe giungere a una piena diffusione dei fondi pensione individuali e collettivi. Su questa strada si muove il Decreto Lgs. 47/2000, con il quale viene migliorato il trattamento fiscale per coloro che aderiscono a un fondo pensione e sono introdotte nuove opportunità per chi desidera aderire in
  • 66 forma individuale alla previdenza complementare attraverso l’iscrizione a un fondo pensione aperto o a un piano individuale pensionistico69 . Sempre nel 2000, con la legge 488 viene introdotto il contributo di solidarietà, nella misura del 2%, sulle pensioni superiori ai 145 milioni annui e con la legge 388 viene introdotto un incentivo per i lavoratori dipendenti che rinviano la pensione di anzianità e viene anche soppresso il divieto di cumulo tra pensione di vecchiaia e di anzianità liquidate con almeno 40 anni di contribuzione e i redditi da lavoro autonomo e dipendente. Vista l’attuazione molto graduale della riforma Dini, permaneva la necessità di una riforma strutturale del sistema pensionistico, che inciderebbe anche sulla effettiva diffusione della previdenza complementare. Tale necessità portò alla Riforma Maroni (legge 243/2004), che mirava a elevare gradualmente l’età di pensionamento, principalmente su base volontaria, e affiancare alla previdenza pubblica una previdenza complementare privata70 . I principali cambiamenti della riforma sono: 69 Elsa Fornero, Onorato Castellino,2010. La riforma del sistema previdenziale italiano. 70 V. Botta, 2012. Il Sistema pensionistico Monti-Fornero. Padova: Exeo Edizioni.
  • 67 1. Introduzione dello scalone, cioè l’innalzamento dell’età pensionabile a 60 anni dal 1/1/2008. 2. Per le pensioni di vecchiaia, viene eliminata la flessibilità e si accede a questa prestazione con 65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne; per i neo assunti dal 1/1/1996, per i quali la pensione è calcolata esclusivamente con il metodo contributivo, l’età pensionabile viene elevata da 57 a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne. 3. Per la pensione di anzianità fino al 2007 restano in vigore le norme vigenti, ma a partire dal 2008, viene introdotto il requisito unico dei 40 anni di contribuzione a prescindere dall’età. Inoltre sempre dal 2008, i lavoratori dipendenti potranno accedere alla pensione di anzianità con 60 anni di età (61 per gli autonomi) con 35 anni di contributi. Per le donne resta la possibilità di accedere alla pensione con 57 anni e 35 anni di contributi, ma la prestazione viene ridotta di una % che varia tra il 30 e il 40. 4. Vengono introdotti incentivi per chi rinvia la pensione di anzianità. Chi sceglie il rinvio può beneficiare di un super bonus che consiste nel versamento in busta paga dei contributi che sarebbero stati versati all’ente di previdenza.
  • 68 5. Viene, inoltre, introdotta una migliore equiparazione tra le diverse pensionistiche complementari e, a partire dal 2008, viene anche modificato il meccanismo di destinazione del TFR. Con l’introduzione del conferimento degli accantonamenti del TFR ai fondi pensione, il lavoratore avrà un termine di 6 mesi per decidere a chi destinare il suo TFR, altrimenti scatta il silenzio assenso. La riforma Maroni, oltre che portare benefici da un punto di vista della spesa pensionistica (vedi Figura 2.3), mirava a incentivare la previdenza complementare per mettere ai lavoratori di ottenere tassi di sostituzione71 più elevati (vedi Figura 2.4). FIGURA 2.3. – Previsione andamento rapporto spesa pensionistica su PIL con o senza la Riforma Maroni FONTE: ISTAT(2004). 71 Per tasso di sostituzione si intende il rapporto definito in termini percentuali tra la prima rendita pensionistica e l’ultimo reddito di un lavoratore. (http://www.previsionari.it/wiki/termini/tasso-di-sostituzione/)
  • 69 FIGURA 2.4. – Andamento tassi di sostituzione lordi per i dipenditi privati FONTE: Ragioneria generale dello stato (2005) Nonostante i vari incentivi, le diffusione dei fondi pensione fu molto bassa arrivando a superare il 40% nelle imprese con grandi dimensioni, come mostra la Figura 2.5. FIGURA 2.5. – Tassi di adesione ai fondi pensione negoziali per classi dimensionali delle aziende FONTE: Ragioneria generale dello stato (2005)
  • 70 Come si evince dalla Tabella 2.11. la riforma Maroni non aveva considerato il livello elevato delle aliquote retributiva richieste ai lavoratori e ai datori di lavoro. TABELLA 2.11. – Contributi sociali relativi a imprese con più di 50 dipendenti QUOTE RETRIBUTIVE ALIQUOTE VIGENTI (OPERAI) A carico del datore di lavoro 33,08 invalidità, vecchiaia e superstiti 23,81 disoccupazione 1,91 fondo garanzia del TFR 0,20 assegni familiari 1,68 integrazione guadagni 2,80 assicurazione malattia 2,68 A carico del lavoratore 9,19 invalidità, vecchiaia e superstiti 8,89 integrazione guadagni 0,30 TOTALE GENERALE 42,27 FONTE: Relazione generale INPS, 2004. In realtà, la riforma Maroni non è mai entrata in vigore in quanto a fine 2007, con la legge 247(Protocollo Welfare), vennero modificate molte delle disposizioni presenti nella legge 234/2004, come ad esempio l’abolizione del cosiddetto scalone e la sostituzione di questo ultimo con il sistema delle quote72 . In sostanza il protocollo Welfare ha voluto modificare i requisiti per accedere alla pensione di anzianità, introducendo le quote, 72 V. Botta, 2012. Il Sistema pensionistico Monti-Fornero. Padova: Exeo Edizioni.
  • 71 determinate dalla somma dell’età e degli anni lavorati (vedi Tabella 2.12). TABELLA 2.12. – Sistema delle quote introdotto dal protocollo Welfare FONTE: V. Botta, 2012. Il Sistema pensionistico Monti-Fornero. Padova: Exeo Edizioni. Inoltre, il Protocollo ha voluto rendere automatico e triennale la revisione dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo in rendita. Tali coefficienti verranno elaborati dal Ministero del Lavoro e da quello dell’Economia e dovranno essere calcolati in funzione della vita media calcolata su dati Istat (vedi Tabella 2.13). Lavoratori dipendenti pubblici e privati Lavoratori autonomi iscritti all'Inps Anno Somma di età anagrafica e anzianità contributiva (1) Età minima per la maturazione del requisito indicato nella colonna 1 Somma di età anagrafica e anzianità contributiva (2) Età anagrafica minima per la maturazione del requisito indicato nella colonna 2 01/07 -31/12/2009 95 59 96 60 2010 95 59 96 60 2011 96 60 97 61 2012 96 60 97 61 dal 2013 97 61 98 62
  • 72 TABELLA 2.13. – Coefficienti di trasformazione del montante retributivo in rendita FONTE : Ministero del Lavoro (2007). Il più recente intervento legislativo sul sistema pensionistico è contenuto nel decreto salva Italia (Decreto Legge n. 201/2011)73 . Il quadro previdenziale si rinnova ulteriormente, con la riforma Fornero che introduce, a partire dal 2012, una serie di cambiamenti, tra i quali: 1. Un nuovo sistema di calcolo delle pensioni. Si passa al sistema contributivo pro-rata per tutti (inclusi anche i lavoratori che nel 1995 avevano almeno 18 anni di contributi). 2. Nuovi requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia, fermi restando l’anzianità contributiva minima di 20 anni. Per le lavoratrici dipendenti del settore privato, l’età sale a 62 anni e sarà ulteriormente elevata a 63 e 6 mesi nel 2014, a 65 nel 2016 e 66 a partire dal 2018. Per le lavoratrici autonome l’età sale da 60 a 63 anni e mezzo, la soglia nel 2014 sarà di 64 73 V. Botta, 2012. Il Sistema pensionistico Monti-Fornero. Padova: Exeo Edizioni. DIVISORI ETÀ VALORI % 22,627 57 4,419 22,035 58 4,538 21,441 59 4,664 20,843 60 4,798 20,243 61 4,940 19,635 62 5,093 19,024 63 5,257 18,409 64 5,432 17,792 65 5,620
  • 73 anni e mezzo, nel 2016 sarà di 65 anni e 6 mesi, fino a raggiungere 66 anni nel 2018. Inoltre proprio a partire dal 2018 l’età di pensionamento sarà di 66 anni per tutti e a partire dal 2019, il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia si adeguerà all’incremento della speranza di vita. L’adeguamento avverrà con periodicità biennale. 3. Cambiano inoltre i requisiti contributivi per la pensione anticipata (ex pensione di anzianità). Le donne vanno in pensione con 41 anni e un mesi di contributi, nel 2012, gli uomini con 42 anni e un mese. Questi requisiti si innalzeranno di tre mesi a causa dell’aumento dei parametri collegati alla speranza di vita. TABELLA 2.14. – Trasformazioni del sistema pensionistico durante gli ultimi anni RIFORMA MARONI PROTOCOLLO WELFARE RIFORMA FORNERO PRINCIPALI NOVITÀ Introduzione dello scalone, l’innalzamento età pensionabile a 60 anni Abolizione Scalone Introduzione Sistema delle quote Introduzione del sistema contributivo pro- rata per tutti PENSIONE DI ANZIANITÀ 40 anni di contributi Età pensionabile varia in base alla somma dell’età anagrafica e degli anni lavorati donne : 41 anni e un mesi di contributi uomini : 42 anni e un mese PENSIONE DI VECCHIAIA 65 anni per gli uomini 60 anni per le donne 65 anni per gli uomini 60 anni per le donne A partire dal 2018 66 anni per tutti FONTE: Elaborazioni proprie.
  • 74 Nonostante la gran quantità di riforme prodotte dai vari legislatori nel corso degli ultimi trent’anni, il nostro paese si troverà nei prossimi anni a dover affrontare il problema di una spesa pensionistica che continuerà a essere sempre superiore al 15% del PIL (vedi Figura 2.6). FIGURA 2.6. – Spesa pubblica per pensioni ( in percentuale del PIL) FONTE: Ministero dell’Economia e delle Finanze – DFP 2011-2013 Inoltre strettamente legato ai problemi del nostro sistema pensionistico, vi è il problema dell’invecchiamento demografico. Le proiezioni demografiche, mostrano che nel 2060, la popolazione rimarrà sostanzialmente immutata in numero, ma sarà nettamente più anziana. Infatti si passerà da un rapporto di quattro soggetti in età lavorativa per ogni persona oltre i 65 anni, ad un rapporto di solo due a uno74 . 74 European Commission, Joint Report on Pensions 2010, Country Profiles, Bruxelles, 2010.
  • 75 Fino a oggi, i legislatori hanno affrontato i problemi del nostro sistema pensionistico, attraverso l’azione congiunta di vari fattori tra i quali: l’innalzamento dell’età pensionistica , incentivi alla diffusione di forme di previdenza complementare privata collettiva e individuale e l’introduzione dell’adeguamento automatico delle prestazioni alla speranza di vita. Nel corso degli anni futuri si potrà valutare se queste misure saranno in grado di comprimere la spesa pensionistica e di superare quei problemi che l’invecchiamento porta con sé, come ad esempio la riduzione della popolazione in età attiva.
  • 76 Capitolo Terzo IL SISTEMA PENSIONISTICO TEDESCO 3.1 EVOLUZIONE NORMATIVA DEL SISTEMA PREVIDENZIALE TEDESCO Il sistema pensionistico tedesco viene spesso definito come il primo sistema previdenziale che nella storia ha voluto assicurare ai lavoratori un reddito da pensione in sostituzione del reddito da lavoro. Il modello di sistema previdenziale ideato da Bismarck, negli ultimi anni del XIX secolo, considerava la pensione come un sostituto salariale, con lo scopo di permettere al lavoratore di continuare ad avere anche durante il periodo di pensionamento lo stesso tenore di vita che esso aveva durante la fase lavorativa. In realtà la prima forma di tutela previdenziale, apparve già nel 1854 in Prussia, quando venne introdotta l’assicurazione di invalidità per i minatori. Il modello Bismarckiano venne introdotto e applicato a partire dal 1883, con l’introduzione dell’assicurazione sanitaria, infortunistica, di invalidità per operai e per impiegati a basso reddito su base obbligatoria. Solo per questi anni la vecchiaia veniva considerata un caso speciale di invalidità e già a partire dal 1889 verrà introdotta una
  • 77 assicurazione specifica contro tale rischio. Tale assicurazione garantiva prestazioni pensionistiche a tutti gli operai che avessero compiuto l’età di 70 anni75 , attraverso le risorse presenti in un fondo gestito a capitalizzazione e finanziato dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro76 . Nel 1911 venne introdotto un vero e proprio codice di assicurazione sociale, che aggiornò le leggi del 1889 e introdusse una pensione per superstiti, per vedove e orfane (Reichsversicherungsordung). Lo stesso codice applicò la normativa esistente a tutti i lavoratori dipendenti, compresi quindi anche gli impiegati77 . Anche con la promulgazione del codice, le prestazioni del sistema pensionistico vengono erogate da un fondo gestito a capitalizzazione e finanziato equamente da datori di lavoro e lavoratori dipendenti. Per il calcolo della pensione bisognava prendere in considerazione due elementi: una pensione di base per tutti gli assicurati, definita per legge e alcuni coefficienti legati all’ammontare delle contribuzioni. Lo schema pensionistico creato nel 1911 è rimasto sostanzialmente inalterato fino alla fine della seconda guerra 75 Bisogna tener presente che l’aspettativa di vita a quei tempi era di 45 anni. 76 G. Geroldi e T. Treu, 1993. Crisi e riforma dei sistemi pensionistici in Europa. Milano: F. Angeli Editore. 77 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il mulino.
  • 78 mondiale. L’unico cambiamento è stato l’introduzione di un sistema di rivalutazione, nel 1923, per contrastare le spirali inflazionistiche e ricostruire i fondi pensione. La secondo guerra mondiale portò a un collasso del sistema pensionistico posto in essere a partire dal 1911, in quanto l’elevata inflazione aveva ridotto il valore in termini reali dei fondi pensione e il governo nazista aveva utilizzato gran parte dei fondi per sovvenzionare la guerra. A partire dal 1945 e fino al 1957 ci fu un periodo di transizione, nel quale comunque si manifestò la necessità di riformare interamente il sistema pensionistico obbligatorio. Tale riforma arrivò solo nel 1957, e un simile ritardo può essere spiegato partendo dal presupposto che la Germania, era stata divisa in due nazioni distinte (la Repubblica federale tedesca e la Repubblica democratica tedesca) ed era sotto l’occupazione delle potenze straniere e poi vi erano problemi molti più complessi e importanti, tra i quali la crisi delle abitazioni e la ricostruzione economica in generale78 . A partire dalla fine degli anni Cinquanta comunque le due Repubbliche che componevano la Germania si occuperanno della 78 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il mulino.
  • 79 legislazione previdenziale, dando vita a politiche differenti, che verranno riunificate solo nel 1992. Per la Repubblica Federale Tedesca il sistema pensionistico venne riformato nel 1957 quando fu posto come uno dei principali obiettivi della riforma la separazione delle due funzioni: quella assistenziale da quella assicurativa. Il sistema pensionistico è chiamato a tutelare la funzione assicurativa, garantendo a tutti gli assicurati una pensione che debba essere considerata come un sostituto del reddito salariale, in modo da permettere ai lavoratori di mantenere lo status raggiunto nel corso della vita lavorativa. La realizzazione di questa funzione porta all’introduzione di prestazioni legate ai contributi e indicizzate all’andamento dei salari e degli stipendi lordi. La funzione assistenziale invece, che deve svolgere il compito di tutela del bisogno, viene trasferita dalla riforma, dallo schema pensionistico a quello dell’assistenza sociale. Il principale elemento di novità, nella determinazione delle prestazioni, è dato dal passaggio dal finanziamento a capitalizzazione al finanziamento a ripartizione dell’intero sistema, che ha portato al cosiddetto contratto generazionale, in cui la popolazione attiva accetta di finanziare le prestazione a favore degli anziani del
  • 80 momento, aspettandosi che le generazioni future operino in modo analogo nei loro confronti79 . In questo modo le prestazioni vengono pagate con le contribuzioni correnti prelevate dai datori di lavoro e dai dipendenti e in parte con risorse statali. La riforma ha voluto mantenere il sistema di finanziamento così come imposto dal codice del 1911, imponendo uno stesso livello di contributi sia per i lavoratori che per i datori di lavoro80 . Inoltre bisogna considerare i trasferimenti di risorse del governo federale, il quale è chiamato a coprire tre tipologie di prestazioni: i rimborsi delle spese pensionistiche per i sussidi all’infanzia, i versamenti riferiti ai periodi di congedo per maternità e le prestazioni connesse con periodi di assicurazione senza contribuzione81 . Oltre a questi trasferimenti il governo si è sempre impegnato a colmare il divario che potesse sorgere tra esborsi e prestazioni erogate dal sistema pensionistico. In realtà, nel corso degli anni il peso dei trasferimenti pubblici è stato più volte oggetto di tagli, per ragione di bilancio, e il suo peso 79 Felice Roberto Pizzuti, Guido Maria Rey, 1990. Il sistema pensionistico. Un riesame. Bologna: il Mulino. 80 L’aliquota contributiva deve essere pagata per intero solo dagli assicurati volontari e dai lavoratori autonomi. 81 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il Mulino.
  • 81 percentuale sulla spesa pubblica è andato via via diminuendo, come mostra la tabella 3.1. TABELLA 3.1. – Andamento contribuzione del governo federale al sistema pensionistico e livello di spesa pubblica, 1957- 1990 ANNI Contribuzione del Governo Federale (in milioni di Marchi) Spesa Pubblica (in milioni di Marchi) 1957 3.410 31.594 1958 3.618 33.756 1959 3.833 36.865 1960 4.102 30.287 1965 5.884 64.192 1970 7.160 87.982 1975 13.360 156.894 1980 21.128 215.710 1985 25.139 257.111 1990 29.700 379.500 FONTE: Verband Deutscher Rentenversicherungsträger (1987) Il finanziamento a ripartizione voluto dalla riforma, ha portato ad una nuova metodo di calcolo della pensione, il quale è influenzato dall’andamento di quattro determinanti82 : 1) la durata del periodo in cui l’assicurato ha effettuato i versamenti (IP); 2) il coefficiente relativo alla pensione specifica (C)83 ; 3) l’aliquota individuale(PPR)84 ; 4) la base generale di riferimento(GBA)85 . In 82 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il mulino 83 Il coefficiente dipende dal tipo di pensione. È pari a 1,0 per l’inabilità professionale e a 1,5 per la vecchiaia e l’inabilità 84 L’aliquota di individuale esprime la posizione relativa di un assicurato nella gerarchia salariale del periodo complessivo in cui è stato assicurato. L’aliquota riflette quindi, il valore delle retribuzioni personali rispetto a quelle di tutti gli assicurati. 85 La base generale di riferimento è l’unico elemento della formula che viene espresso in termini monetari e viene fissato ogni anno dal governo, prendendo in considerazione l’andamento delle retribuzioni lorde medie degli ultimi due anni.
  • 82 base all’andamento di queste determinanti il livello della prima pensione annua (ZR) è individuato dalla seguente formula: L’elemento centrale della nuova formulazione è costituito dalla nozione di pensione indicizzata, in quanto le varie pensioni annue seguiranno, grazie alla base generale di riferimento, l’andamento delle retribuzioni lorde. L’aver considerato l’andamento delle retribuzioni lordi e non nette, ha portato ad una crescita delle pensioni superiore rispetto a quella dei salari, come mostra tabella 3.2. TABELLA 3.2. – Crescita delle pensioni e delle retribuzioni (1957=100) FONTE : Bundesminister fur Arbeit und Sozialordnung (1987). A partire dalla riforma del ’57, il sistema di previdenza sociale tedesco prevede cinque settori obbligatori: l’assicurazione sanitaria, l’assicurazione per l’assistenza continuativa, l’assicurazione pensione, l’assicurazione sugli infortuni e quella ANNO RETRIBUZIONI PENSIONI 1957 100 100 1965 176 157 1975 368 367 1985 550 600
  • 83 contro la disoccupazione86 . Ognuna delle assicurazioni prevede una diversa aliquota retributiva, come ad es. l’assistenza sanitaria che – gratuita per i pensionati fino al 1983 – da quel momento impone anche ai pensionati un contributo pari all’11,8% della pensione. L’aliquota per l’assistenza a lungo termine ammonta all’1,95% delle retribuzione, mentre quella contro la disoccupazione ammonta al 2,8%. Un discorso a parte merita l’assicurazione per la pensione, la cui aliquota contributiva è cresciuta dal 14% degli anni Sessanta al 18,7% del 1990. L’assicurazione per la pensione copre diversi rischi e determina diverse prestazioni, ossia la pensione di vecchiaia, di invalidità e quella ai superstiti. L’età minima richiesta per accedere alla pensione di vecchiaia è di 65 anni con almeno 5 anni di iscrizione87 . È possibile, però, ottenere una pensione di vecchiaia flessibile88 che può essere richiesta a 63 anni con un periodo di iscrizione di 35 anni e con almeno 180 mesi di anzianità contributiva. Particolari condizioni vantaggiose per il pensionamento vengono offerte ai disoccupati, i quali possono ottenere il pensionamento a 60 anni se sono stati 86 Commissione europea, settore Occupazione, affari sociali e inclusione, 2011. I diritti di previdenza sociale in Germania. 87 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il Mulino. 88 Introdotta dalla Riforma del 1972.
  • 84 disoccupati per almeno 52 settimane nei 18 mesi precedenti il pensionamento. Anche le donne possono sfruttare condizioni vantaggiose, andando in pensione a 60 anni se hanno versato i contributi obbligatori per più di 10 anni dopo l’età di 40 anni. Inoltre, per i pensionati regolari non vi è nessun divieto di cumulo89 e , quindi, essi posso percepire sia un reddito da lavoro che da pensione. TABELLA 3.3. – Condizioni per la pensione di vecchiaia PENSIONI PRECONDIZIONI LIMITAZIONI SU RETRIBUZIONI AGGIUNTIVE Pensione di vecchiaia 1. Età: 65 anni 2. Contributi per 5 anni oppure: 1. Età: 65 anni 2. 35 anni di iscrizione no lavoro temporaneo FONTE: Elaborazioni proprie. L’assicurazione pensionistica copre anche il rischio di invalidità e può generare due diverse tipologie di prestazioni: la pensione di inabilità e la pensione di inabilità professionale. La pensione di inabilità viene riconosciuta se è stato accertato lo stato di inabilità90 e se sono stati effettuati 35 contributi obbligatori nei 5 anni migliori dell’attività lavorativa. La pensione di inabilità professionale viene riconosciuta invece, se 89 Il divieto di cumulo è previsto per chi va in pensione prima dei 65 anni. Infatti per tali pensionati è previsto un limite di due mesi di lavoro o di 50 giornate lavorative. 90 L’inabilità viene riconosciuta se la capacità lavorativa di una persona è ridotta del 50%.
  • 85 viene accertato lo stato di inabilità professionale91 e se sono stati effettuati 36 contributi obbligatori negli ultimi 5 anni. Per la pensione di invalidità ci sono dei limiti di cumulo: infatti, i limiti alle retribuzioni aggiuntive sono di 400 marchi mensili nel caso di inabilità e il 50% del reddito precedentemente percepito nel caso di inabilità professionale. TABELLA 3.4. – Condizioni per la pensione di invalidità PENSIONI PRECONDIZIONI LIMITAZIONI SU RETRIBUZIONI AGGIUNTIVE Pensione di invalidità Pensione di inabilità Pensione di inabilità professionale 1. Accertamento stato di inabilità 2. versamento contributi per 5 anni 1. Accertamento stato di inabilità professionale 2. stesse condizioni per la pensione di inabilità Fino a 400 M lordi al mese Fino al 50% del reddito precedente FONTE: Elaborazioni proprie. L’assicurazione per la pensione copre anche i rischi di premorienza, generando le pensioni ai superstiti. Tali pensioni si possono suddividere in due categorie: la pensione per vedovi/e e la pensione per orfani. La pensione per vedovi/e si divide a sua volta in due tipologie: 1) la piccola pensione per vedovi 91 L’inabilità professionale viene attribuita se una persona non ha alcuna capacità lavorativa o se essa è assai limitata.
  • 86 (ottenibile se l’assicurato manteneva la famiglia)92 . 2) la grande pensione per vedovi ( ottenibile se il vedovo ha almeno 45 anni di età, o è inabile al lavoro o mantiene un figlio di meno di 18 anni)93 . La condizione per ottenere una pensione per orfani è invece, che l’orfano stesso debba avere meno di 25 anni se non ha ancora concluso la sua formazione scolastica o professionale94 . TABELLA 3.5. – Condizioni per la pensione ai superstiti PENSIONI PRECONDIZIONI LIMITAZIONI SU RETRIBUZIONI AGGIUNTIVE Pensioni per i superstiti Pensioni per vedove Pensioni per orfani 1. Morte dell'assicurato 2.Versamento contributi per 5 anni 1. Morte dell'assicurato 2. Meno di 18 anni o di 25 in caso di istruzione scolastica no Fino a 1000 Marchi al mese dai 18 anni in poi FONTE: Elaborazioni proprie Il sistema pensionistico, creatosi con la riforma è sempre indirizzato agli operai e agli impiegati, ma viene anche imposto l’obbligo di assicurazione ad alcune categorie di lavoratori autonomi. Inoltre, vengono escluse da tale obbligo i funzionari 92 La piccola pensione per vedovi è pari alla pensione di inabilità. 93 La grande pensione per vedevi è pari alla pensione di inabilità professionale e non può superare il livello del 60% delle pensione dell’assicurato. 94 Un orfano di uno dei due genitore riceve 1/10 della pensione di inabilità professionale, mentre un orfano di entrambi i genitore riceva 1/5 della stessa pensione di riferimento.
  • 87 pubblici, gli studenti e gli operai con basso reddito. I funzionari pubblici hanno un proprio schema pensionistico95 , questo perché essi hanno un impiego a vita e la loro pensione viene assicurata dai propri datori di lavoro, non dovendo dunque versare alcun contributo. L’età per il pensionamento in generale è di 65 anni96 e per il calcolo del livello di pensione che essi percepiranno bisogna prendere in considerazione due elementi: il livello retributivo e il periodo di contribuzione97 . Anche per i funzionari la pensione verrà indicizzata in base all’evoluzione delle retribuzioni effettive dei funzionari pubblici in servizio. Il sistema pensionistico così creato dalla riforma del 1957, è stato parzialmente integrato dalla legge di riforma del 1972, che ha introdotto alcune importanti novità, tra le quali98 : 95 G. Geroldi e T. Treu, 1993. Crisi e riforma dei sistemi pensionistici in Europa. Milano: F. Angeli Editore. 96 Per alcuni gruppi l’età pensionistica è molto più bassa; ad esempio per i poliziotti e i pompieri è di 60 anni. 97 L’influenza del fattore tempo viene determinata in tre stadi successivi: per un periodo lavorativo di durata fino a dieci anni, la pensione corrisponderà a un importo pari al 35% della retribuzione. Dopo questo periodo e fino a un periodo lavorativo di 25 anni, la pensione crescerà del 2% ogni anno fino ad arrivare al 65% della retribuzione. Successivamente la pensione cresce dell’1% l’anno nei dieci anni successivi, di modo che il livello massimo pari al 75% della retribuzione venga raggiunto dopo 35 anni di servizio.( M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il mulino) 98 Commissione europea, settore Occupazione, affari sociali e inclusione, 2011. I diritti di previdenza sociale in Germania.
  • 88  L’introduzione della possibilità concessa a tutti i cittadini, quindi non solo operai e impiegati, di iscriversi allo schema pensionistico.  Introduzione di un termine flessibile per l’ottenimento della pensione di vecchiaia. Viene, quindi, abolita l’età di pensionamento di 65 anni a favore di una finestra di pensionamento tra i 63 e i 65 anni per coloro i quali hanno almeno 35 anni di servizio. Altra legge molto importante introdotta negli anni Settanta, è quella riguardante la regolamentazione della previdenza aziendale. La regolamentazione si era resa necessaria, in virtù dell’espansione del numero dei fondi aziendali e della quota di partecipazione dei lavoratori a tali fondi. Le motivazioni che possono spiegare l’alto grado di partecipazione tra i lavoratori (vedi Tabelle 3.6 e 3.7) sono principalmente tre: 1) il basso tasso di sostituzione. Infatti, dopo 35 anni di contribuzione, l’ammontare delle prestazioni copre solo il 50% della retribuzione; 2) le preoccupazioni che gravano sul sistema pensionistico pubblico che spingono i lavoratori a ricercare forme di tutela alternativa contro i rischi della vecchiaia; 3) la
  • 89 forte penalizzazione presente nel sistema pensionistico per i lavoratori con redditi medio-alti. TABELLA 3.6. - Imprese industriali con fondi pensione aziendali (%) Classe dimensionale (No. dipendenti) 1979 1981 1984 20-49 44 50 44 50-199 72 75 75 200-999 89 92 92 >= 1000 98 97 97 Totale 64 67 63 FONTE: Verband Deutscher Rentenversicherungsträger (1987) TABELLA 3.7. – Lavoratori industria coperti con fondi aziendali(%) Classe dimensionale (No. dipendenti) 1979 1981 1984 20-49 24 27 24 50-199 44 47 48 200-999 63 70 70 >= 1000 80 85 89 Totale 66 70 72 FONTE: Verband Deutscher Rentenversicherungsträger (1987) La legge del 1974 aveva l’obiettivo di stabilire quali fondi pensione erano ammessi, concedendo la possibilità ai vari imprenditori di scegliere l’opzione migliore per la loro realtà. Allo stesso imprenditore veniva concessa la possibilità di scegliere il sistema di finanziamento e le categorie da ammettere ai fondi. La legge tutelava anche i lavoratori, concedendo loro la possibilità di ottenere le prestazioni previdenziali dopo essere
  • 90 stati iscritti al fondo per 10 anni oppure dopo aver lavorato nella stessa azienda da almeno 12 anni. Questo diritto alle prestazioni, veniva mantenuto anche se veniva meno il rapporto di lavoro prima del pensionamento. Inoltre, i lavoratori erano tutelati anche nei confronti del rischio di insolvenza dell’azienda; infatti la legge ha introdotto un istituto di riassicurazione chiamato proprio a coprire questo rischio99 . I fondi pensione ammessi dalla legge erano principalmente quattro: a) promessa diretta; b)fondi di assistenza; c) fondi pensione; d) assicurazione diretta. I fondi pensione basati sul sistema della promessa diretta, si basano appunto su una promessa fatta dal datore di lavoro, il quale si impegna a garantire i diritti previdenziali dei lavoratori sulla base di una convenzione stipulata dalle parti. L’alta diffusione di questa tipologia di fondo si deve alla presenza di forti vantaggi fiscali, infatti le riserve accumulate sono deducibili al 65%. Tali fondi rappresentano per l’azienda una forma di finanziamento a lungo termine. I fondi di assistenza o casse di mutuo soccorso, sono associazioni autonome che si assumono l’obbligo di garantire benefici previdenziali utilizzando i contributi versati dai datori di 99 G. Geroldi e T. Treu, 1993. Crisi e riforma dei sistemi pensionistici in Europa. Milano: F. Angeli Editore.
  • 91 lavoro. Le prestazioni erogate, non sono determinate a priori, ma dipendono dall’andamento della capitalizzazione. I vantaggi di questo fondo sono: una maggiore flessibilità100 e una forte agevolazione fiscale. I fondi pensione o casse sono molto diffusi nelle grandi aziende o in gruppi di aziende che operano nello stesso settore101 . Essi hanno personalità giuridica e operano come vere e proprie assicurazioni sulla vita. Nelle assicurazioni dirette, l’azienda sottoscrive in favore dei dipendenti una polizza sulla vita, collettiva o individuale, presso una compagnia di assicurazione. I vantaggi di questa tipologia di fondo stanno nel minor impegno organizzativo per le aziende. TABELLA 3.8. – Fondi accumulati dai piani pensionistici aziendali (dati in milioni di marchi) RISERVE ACCUMULATE % Attività promessa diretta 165,0 67,00% Attività fondi di assistenza 18,3 7,40% Attività fondi pensione 50,3 20,40% Attività assicurazione diretta 11,9 4,80% FONTE: International pension consultants GmbH. 100 I fondi assistenziali non sono sottoposti ai controlli degli istituti di vigilanza sulle assicurazioni. 101 Ciò dipende dagli alti costi di gestione di un fondo autonomo.
  • 92 Le prestazioni che possono essere erogate da questi fondi pensioni sono principalmente di tre tipologie: i piani a prestazione completa, i piani commisurati al salario, i piani basati su importi fissi102 . Nei piani a prestazione completa, il datore di lavoro integra le prestazioni pensionistiche di legge, assicurando al lavoratore una pensione complessiva che sarà pari al 70-75% delle retribuzione netta percepita negli ultimi anni di lavoro. Nei piani commisurati al salario, non vengono prese in considerazione le prestazioni pensionistiche di legge, e i trattamenti sono pari a una certa percentuale delle retribuzione che il lavoratore annualmente ha percepito. Nei piani basati su importi fissi, la prestazione consiste una somma fissa di marchi legata al periodo di tempo di lavoro nell’impresa. Se si considera invece l’evoluzione normativa della materia previdenziale per la Repubblica Democratica Tedesca, si deve fare riferimento ad una assicurazione sociale, introdotta già nel 1947, che conteneva al suo interno un’assicurazione per malattia, per eventi accidentali e per vecchiaia103 . Il sistema di sicurezza sociale era gestito dal sindacato104 e dal Ministero delle 102 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il mulino 103 Commissione europea, settore Occupazione, affari sociali e inclusione, 2011. I diritti di previdenza sociale in Germania. 104 Che gestiva l’assicurazione sociale degli operai e impiegati.
  • 93 finanza105 , ed era finanziato dagli assicurati, dai datori di lavoro e dallo Stato. La contribuzione a carico degli assicurati era pari al 10%106 della retribuzione annuale, i datori di lavoro contribuivano con il 12,5% della retribuzione annuale e sullo Stato gravava l’obbligo di annullare la differenza tra incassi e gli esborsi del sistema. L’età pensionabile era di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne e non erano previsti limiti flessibili per il prepensionamento. Le pensioni non erano indicizzate, e il governo poteva adeguarle in modo discrezionale ogni 3-5 anni. Tale situazione portò alla nascita nel 1971 dello schema di assicurazione pensionistica addizionale e volontario, che vide l’adesione del 80% degli assicurati. Con l’unificazione il sistema pensionistico della ex Repubblica Democratica venne eliminato e venne sostituito con il sistema pensionistico della Repubblica Federale, portando a un netto miglioramento in termine livello di pensione per gli abitanti della ex Germania Sovietica107 . Il sistema pensionistico applicato dopo la riunificazione, è stato introdotto con la legge di riforma del 1992, che ha integrato ciò che prevedeva la riforma del ‘72. La necessità di nuova riforma 105 Gestiva l’assicurazione sociale dei lavoratori autonomi e delle cooperative. 106 I lavoratori autonomi contribuivano con il 20% della retribuzione annuale. 107 Infatti le prestazioni pensionistiche standard della Repubblica Democratica corrispondevano a circa il 40% della pensione standard nella Repubblica Federale.
  • 94 nacque da un’analisi sulle previsioni demografiche di lungo periodo e dalle conseguenze di quest’ultime sulla situazione finanziaria del sistema pensionistico. L’analisi sull’evoluzione finanziaria del sistema mostra già come tra il 1965 e il 1990 (vedi Tabella 3.9), gli esborsi siano cresciuti enormemente, soprattutto a causa dell’introduzione del prepensionamento e della pensione commisurata al reddito minimo108 . TABELLA 3.9. – Incassi ed esborsi del sistema pensionistico (in milioni di Marchi) ANNI ESBORSI INCASSI 1965 28,70 30,60 1967 36,20 34,00 1970 48,30 52,00 1972 62,10 67,90 1975 94,80 95,40 1977 117,30 107,30 1980 132,10 135,00 1982 148,10 147,20 1985 164,30 165,80 1987 180,90 184,80 1990 208,20 217,80 FONTE: Institut finanzen und Steuern (1991) La Tabella 3.9 mostra come l’aumento negli esborsi sia stato colmato da aliquote contributive sempre più alte o addirittura dalla creazione di nuove aliquote, vedi ad esempio l’introduzione a partire dal 1983 della contribuzione per i pensionati anche per l’assistenza sanitaria. 108 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il Mulino.
  • 95 La necessità di una riforma, nacque soprattutto dall’analisi delle previsioni demografiche, che avrebbero portato a un rapporto tra periodo pensionistico e periodo contributivo sempre peggiore. Tale peggioramento si deve essenzialmente a una speranza di vita più alta e a una età di pensionamento più bassa. L’età di pensionamento per gli operai è scesa dai 61,1 anni del 1971 ai 58,1 anni nel 1984, mentre la speranza di vita media a 60 anni è aumentata per gli uomini dai 15,3 anni del 1970 ai 16,6 anni nel 1981109 . Inoltre, i bassi tassi di fecondità porteranno a una riduzione netta della popolazione, il che avrà ovviamente una forte impatto sul sistema pensionistico. Se nel 1983 a 1000 contribuenti corrispondevano 557 pensioni e 481 pensionati, nel 2030 sempre ai 1000 contribuenti corrisponderanno 1325 pensioni e 1122 pensionati110 . Questo porterà, a legislazione invariata, o ad aliquote pari al 30% o a una pensione pari al 25% della retribuzione annua lorda111 . Queste previsioni hanno condotto verso la riforma del 1992, la quale prevede il mantenimento dei principi fondamentali dello schema pensionistico obbligatorio, con una pensione legata al 109 Per le donne il dato è: 19,1 anni nel 1970 e 20,9 nel 1981 (fonte dati: https://www.destatis.de/d_home.htm) 110 Jorg Mayer (1994). Il sistema pensionistico nella Repubblica Federale Tedesca. 111 Berthold e Kulp (1987).
  • 96 salario e ai contributi, avente lo scopo di permettere ai lavoratori di mantenere il tenore di vita che essi avevano durante l’attività lavorativa112 . Le novità introdotte dalla legge di riforma sono113 : 1. Modifiche all’indicizzazione delle pensioni. L’indicizzazione delle pensioni rimane sempre annuale, ma avviene sulla base delle retribuzioni nette e non più lorde. Viene eliminata così quella spirale che aveva portato ad aumenti delle pensioni superiori che a quelli dei salari. 2. Aumento dell’età pensionabile. La riforma ha voluto introdurre una transizione, da concludere entro il 2012, verso una nuova età pensionabile, pari a 65 anni sia per le donne che per gli uomini. Inoltre, è previsto un ulteriore incremento dell’età a partire proprio dal 2012, per giungere nel 2035 ad una nuova età di pensionamento pari a 67 anni. 3. Aumento dell’età pensionabile per il pre-pensionamento. A partire dal 2001 l’età di prepensionamento, che per legge è di 60 o 63 anni, verrà gradualmente aumentata di tre mesi l’anno fino al 2004 e di 6 mesi a partire dal 2005. In tal modo, nel 2006 si avrebbe dovuto raggiungere un età per il prepensionamento di 112 M. De Cecco e F. Pizzuti, 1994. La politica Previdenziale in Europa. Bologna: Il Mulino. 113 Idem.
  • 97 65 anni. Vengono anche introdotti dei disincentivi economici, pari a una riduzione del 3,6% della pensione, per il pensionamento anticipato e viene introdotto un incentivo, pari a un incremento del 6% della pensione, per il pensionamento posticipato. L’obiettivo è quello di aumentare il rapporto tra contribuenti e pensionati soprattutto nel lungo periodo. La riforma del ’92, ha modificato l’età di pensionamento, ma ha introdotto incrementi arbitrari e non legati alla crescente aspettativa di vita. Per questo anche dopo questa riforma vi erano forti dubbi sulla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico tedesco. Questo ha portato a un nuovo tentativo di riforma nel 1999, che avrebbe dovuto legare l’età pensionabile all’andamento della aspettativa di vita. In realtà tale riforma è stata revocata dopo la sconfitta del governo conservatore e l’unica novità che essa ha introdotto nel sistema pensionistico è stata l’incremento dell’età effettiva di pensionamento dai 60 ai 62 anni114 . Il fallimento della riforma del 1999, mise in evidenza una situazione finanziaria del sistema pensionistico che si era 114 Borsch-Supan,Reil-Helda,Wilke C. (2007). How an unfunded pension system looks like defined contributions: the german reform. Mannheimer Forschungsistut Okonomie und Demografischer Wandel, Mannheim.
  • 98 ulteriormente aggravata. Infatti nel corso degli anni novanta il rapporto tra spesa pensionistica e PIL era cresciuto di due punti percentuali, passando dal 9,8% del 1990 al 11,8% del 2001115 . Questa situazione portò a nuova riforma nel 2001, la riforma Riester, che aveva l’obiettivo di rafforzare la previdenza complementare, introducendo vari incentivi fiscali. La riforma Riester ha introdotto una serie di novità, e ha cercato di realizzare una serie di obiettivi che si possono sintetizzare nei seguenti punti116 : 1. Garantire una stabilità nel lungo periodo dei tassi di sostituzione. L’obiettivo era di passare da un tasso di sostituzione del 70%117 a un tasso del 67-68% entro il 2030. La riforma ha voluto modificare il metodo di calcolo della pensione, sottraendo alla retribuzione di riferimento un 4% che doveva essere attribuiti a nuove forme di previdenza complementare individuale. 2. Nuova diffusione della previdenza complementare. Il fine era di compensare il minor peso del pilastro pubblico pensionistico con una nuova diffusione dei fondi pensioni. Per 115 Rapporto Commissione Europea (2009). 116 Borsch-Supan,Reil-Helda,Wilke C. (2007). How an unfunded pension system looks like defined contributions: the german reform. Mannheimer Forschungsistut Okonomie und Demografischer Wandel, Mannheim. 117 Tale dato prende in considerazione anche le prestazioni derivanti dalla previdenza complementare e individuale.
  • 99 questo Riester ha voluto introdurre sovvenzioni per i vari piani di previdenza collettiva e individuale e varie forme di deduzioni fiscali. 3. Sostenibilità delle aliquote contributive. L’obiettivo era di garantire oneri più stabili e equilibrati tra le varie generazioni, cercando di mantenere costante il costo del lavoro. Per questo è stato introdotto un limite massimo che le aliquote potevano raggiungere, pari al 20% fino al 2020 e al 22% fino al 2030. Sempre allo scopo di ridurre il peso del primo pilastro pubblico, la riforma Riester venne integrata nel 2004, con una nuova serie di leggi, le quali avevano principalmente due obiettivi118 : ridurre il tasso di sostituzione e modificare le pensioni di anzianità. Per ridurre il tasso di sostituzione è stato introdotto un nuovo sistema di indicizzazione delle pensioni, basato sul fattore di sostenibilità. In base a tale fattore, l’andamento del valore delle pensioni è legato al rapporto tra pensionati e contribuenti e quindi è stata creata una relazione inversa tra tasso dei pensionati e livello delle pensioni. Per modificare le pensioni di anzianità è stata introdotto un cambiamento radicale nel regime fiscale dei contributi. Infatti 118 Bonin H. (2009). 15 years of pension reform in Germany: old Successes and new threats. Bonn: IZA
  • 100 fino al 2004, venivano tassati sia i contributi che i ratei attivi119 del lavoratore, mentre non subivano tassazione i contributi dei datori di lavoro e le prestazioni al lavoratore nel periodo di pensionamento. La legge del 2004120 , ha voluto capovolgere questa prospettiva, eliminando la tassazione sui contributi e i ratei del lavoratore a partire dal 2025121 . Sempre con l’intento della sostenibilità del sistema pensionistico nel lungo periodo, nel 2007 è stata introdotta una nuova legge di riforma, la quale si è occupata di più ambiti, tra i quali122 : 1. Il prepensionamento per i disoccupati. La legge ha abolito la possibilità di anticipare il pensionamento a 60 anni a seguito di uno stato di disoccupazione protratto per un lungo periodo. 2. La diffusione dei fondi previdenziali. È stato introdotto il diritto di convertire una parte del salario in contributi, versabili nei piani collettivi dell’impresa. 3. Modifiche all’età di pensionamento. La legge del 2007 ha modificato ciò che prevedeva la riforma del 1992. La nuova età 119 Il rateo attivo è il ricavo la cui manifestazione finanziaria avverrà in un esercizio successivo (http://www.lavoroefinanza.it) 120 La legge oltre che introdurre un regime di tassazione per i contributi dei datori di lavoro, ha introdotto una tassa anche per le prestazioni, a partire dal 2040. 121 La legge, secondo le stime, avrebbe portato un incremento del gettito fiscale previdenziale del 9,5% fino al 2050. 122 Bonin H. (2009). 15 years of pension reform in Germany: old Successes and new threats. Bonn: IZA
  • 101 di pensionamento è di 65 anni123 sia per le donne che per gli uomini nati prima del 1/1/1947. Per i nati dal 1947 in poi, a partire dal 2012 e fino al 2029 ci sarà un graduale aumento dell’età pensionabile fino ad arrivare ai 67 anni. Dalla legge di riforma del 2007, emerge un sistema pensionistico sempre più basato sui tre pilastri (vedi Figura 3.3), dove l’obiettivo è ridurre la spesa pensionistica o mantenerla sostanzialmente costante nel tempo, riducendo quindi la presenza in termini di prestazioni del primo pilastro pubblico e sviluppando la previdenza complementare e privata124 . I vari legislatori, inoltre hanno voluto affrontare la sfida dell’invecchiamento demografico, ricorrendo a varie forme di incentivi alla previdenza complementare e individuale125 . Tale strategia, in base alle previsioni (vedi Figura 3.1) darà i suoi frutti, visto che il rapporto tra spesa pensionistica e PIL si manterrà sostanzialmente inalterato tra il 2000 e il 2060. 123 Senza alcun tipo di transizione. 124 Natali d. (2005). Newletter - Le pensioni in Europa. Roma: Segretariato Europa CGIL 125 Vedi la riforma Riester, che ha introdotto un obbligo di contribuzione del 4% della retribuzione per la previdenza complementare individuale a partire dal 2030.
  • 102 FIGURA 3.1. – Andamento rapporto spesa pensionistica/PIL FONTE: Rapporto Commissione Europea “ Pension Schemes e pension projection in the Eu- 27 member states” (2009). 3.2 UNA COMPARAZIONE TRA IL SISTEMA PENSIONISTICO ITALIANO E TEDESCO Per confrontare due sistemi pensionistici solitamente vengono presi in considerazioni alcuni tassi e indicatori che sintetizzano lo status e le caratteristiche della previdenza sociale. Tali indicatori possono essere individuati nel livello del tasso di sostituzione, nel rapporto tra spesa pensionistica e PIL, nel livello di aliquote richieste ai contribuenti, nell’età di pensionamento e nell’età di prepensionamento se è possibile, nella struttura dello schema pensionistico e nel grado di diffusione delle previdenza complementare e individuale.
  • 103 L’andamento odierno di tali indicatori, sia in Italia che in Germania è spiegabile solo partendo dall’evoluzione storica dei due schemi pensionistici e dalle previsioni demografiche che hanno spinto verso una profonda riforma della struttura previdenziale, a partire dagli anni Novanta, andando ad incidere fortemente sull’evoluzione odierna e futura di tutti i vari tassi e indicatori sopra elencati. Se si prende in considerazione l’evoluzione storica bisogna comunque partire da un presupposto, ossia che il nostro sistema pensionistico è nato avendo come punto di riferimento il modello previdenziale Bismarckiano. In Germania, già a partire dal 1889126 , venne introdotta l’assicurazione obbligatoria per l’invalidità e la vecchiaia, mentre in Italia tale traguardo venne raggiunto solo nel 1919127 . Le caratteristiche principali dei due sistemi pensionistici, in questa prima fase evolutiva, erano molto simili, infatti erano entrambi finanziati attraverso una contribuzione paritaria dei lavoratori e dei datori di lavoro, la gestione delle risorse avveniva a capitalizzazione e l’età pensionabile era di 70 anni nel caso Tedesco e 65 anni in Italia. 126 G. Geroldi e T. Treu, 1993. Crisi e riforma dei sistemi pensionistici in Europa. Milano: F. Angeli Editore 127 Armando Cherubini, 1977. Storia della previdenza in Italia. Roma, Editori riuniti.
  • 104 A partire dal 1911 in Germania venne introdotta la pensione di reversibilità e un sistema di rivalutazione per contrastare le spirali inflazionistiche e ricostruire i fondi pensione. La pensione di reversibilità in Italia venne introdotta nel 1933 dal regime fascista, il quale modificò l’età di pensionamento, portandola a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne e modificò anche il sistema di finanziamento, che non fu più paritario, ma per i 2/3 a carico dei datori di lavoro e per il restante 1/3 a carico dei lavoratori. La seconda guerra mondiale portò per entrambi i paesi, un collasso dei sistemi pensionistici gestiti a capitalizzazione, in quanto le spirali inflazionistiche azzerarono il valore reale dei fondi pensione. Ci fu quindi un riordino generale della materia pensionistica, che portò alla scelta del sistema a ripartizione e all’abbandono del sistema a capitalizzazione. In realtà, già in questa fase vi erano notevoli differenze tra i due sistemi pensionistici, soprattutto se si considera la funzione assistenziale. In Italia, tale funzione resterà sempre collegata al sistema pensionistico ed è proprio alla fine degli anni Cinquanta che vengono posti in essere i primi istituti di natura assistenziale, vedi l’integrazione al minimo. In Germania invece, già a partire
  • 105 dal 1957, la funzione assistenziale venne trasferita all’assistenza sociale128 . Differenze tra i due paesi vi erano anche per il sistema di indicizzazione delle pensioni, che in Italia imponeva la rivalutazione delle pensioni in base all’andamento dei salari e dell’indice dei prezzi al consumo, in Germania invece l’indicizzazione prevedeva un collegamento tra pensioni e andamento delle retribuzioni lorde. Inoltre, per il calcolo delle pensioni, entrambi i paesi dal dopo guerra in poi addottorano la formula retributiva, mantenendo inalterati il sistema di finanziamento e l’età di pensionamento. I due sistemi pensionistici, riordinati dopo la seconda guerra mondiale, rimasero sostanzialmente inalterati fino agli anni Settanta, quando per sopperire alla crisi economica i legislatori furono costretti a introdurre una legislazione agevolate per i pre- pensionamenti per permettere le ristrutturazione aziendali. In Italia, oltre ai prepensionamenti, venne introdotta la possibilità di erogare la pensione di invalidità, non solo per ragioni psico- fisiche, ma anche per fattori socio-economici. Sia in Italia che in Germania a partire dagli anni Ottanta, si iniziò ad avvertire la necessità di una nuova riforma del sistema 128 Felice Pizzuti, Marcello De Cecco, 1994. La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino.
  • 106 pensionistico, che permettesse di superare i futuri squilibri finanziari, generati da una evoluzione demografica, che avrebbe portato verso un peggioramento costante del rapporto tra pensionati e lavoratori. La riforma richiesta arrivò per entrambi i paesi nel 1992, anche in questo caso con caratteristiche molto simili. Infatti, i principali interventi furono mirati a:  Aumento dell’età pensionabile. La riforma Amato portò l’età pensionabile a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini, mentre in Germania venne introdotto con gradualità un termine di 65 anni sia per le donne che per gli uomini.  Modifiche all’indicizzazione delle pensioni. La rivalutazione automatica delle pensione venne limita alla sola dinamica dei prezzi in Italia e alla retribuzione nette in Germania. In Italia inoltre, venne disciplinata la previdenza complementare con l’istituzione dei fondi pensione ad adesione collettiva e individuale. Tale disciplina in Germania era stata già introdotta nel 1974, ed erano già stati individuati da allora, i fondi pensione ammessi alla previdenza complementare. La stagione delle riforme degli anni Novanta è stata molto lunga e complessa in Italia, mentre in Germania oltre alla riforma del 1992, c’è un solo nuovo intervento legislativo nel 1999 per
  • 107 portare l’età pensionabile effettiva da 60 a 62 anni. In Italia, invece a tre anni dalla riforma Amato c’è stata una nuova riforma complessiva (la riforma Dini) che ha portato a un nuovo cambiamento nel sistema di calcolo della pensione, si è passato dal retributivo al contributivo, e a una nuova età pensionabile compresa tra i 57 e i 63 anni. A partire dal 2000, in entrambi le nazioni, vi era la necessità di stabilizzare nel lungo periodo il rapporto spesa pensionistica/PIL e di incentivare la previdenza complementare. Proprio per realizzare questo obiettivo sia la riforma Riester (2001), che la riforma Maroni (2004) hanno voluto introdurre varie forme di incentivi e sovvenzioni e deduzioni fiscali per agevolare la diffusione dei fondi pensione complementare. Per ridurre il peso del primo pilastro pubblico e stabilizzare il rapporto tra spesa pensionistica e PIL i due paesi hanno seguito indirizzi diversi. In Germania l’obiettivo è stato quello di ridurre il tasso di sostituzione attraverso una modifica del sistema di indicizzazione delle pensioni. L’idea è stata quella di collegare l’andamento delle pensioni al rapporto tra pensionati e contribuenti, introducendo con il fattore di sostenibilità una relazione inversa tra tasso dei pensionati e livello delle pensioni. In Italia invece,
  • 108 attraverso le varie Riforme (Riforma Maroni e protocollo Welfare), l’attenzione si è incentrata sull’individuazione di una nuova età pensionabile. La riforma Maroni ha introdotto il cosiddetto scalone, introducendo a partire dal 2008 una età pensionabile a 60 anni. Il Protocollo Welfare invece, ha abolito lo scalone e ha introdotto il sistema delle quote, in cui i requisiti per accedere alla pensione di anzianità sono determinati dalla somma dell’età e degli anni lavorati. Le ultime riforme introdotte sia in Germania che in Italia hanno posto al centro del dibattito il tema dello stato dell’invecchiamento demografico e la necessità di collegare l’età pensionabile alla crescente speranza di vita alla nascita. Infatti, considerando i dati presenti nella Tabella 3.10129 , si può notare come i due paesi si trovino in uno stato d’invecchiamento molto avanzato, caratterizzato da un livello di aspettativa di vita in media superiore di quasi 2 anni rispetto alla già alta media europea corrisponde e da un basso livello di fecondità, come mostra la Tabella 3.11. 129 Per facilità d’analisi vengono presi in considerazione i dati riguardanti l’andamento tra il 2000 e il 2010.
  • 109 TABELLA 3.10. – Evoluzione speranza di vita media alla nascita, 2000-2010 ITALIA GERMANIA EUROPA (27) 2000 79,90 78,20 … 2001 80,10 78,50 … 2002 80,30 78,50 77,70 2003 79,90 78,60 77,70 2004 80,90 79,20 78,30 2005 80,80 79,40 78,50 2006 81,40 79,80 78,90 2007 81,50 80,10 79,20 2008 81,80 80,20 79,40 2009 82,00 80,30 79,70 2010 82,40 80,50 79,90 FONTE: EUROSTAT (2012). TABELLA 3.11 – Andamento TFT, 2010-2010 ITALIA GERMANIA EUROPA (27) 2000 1,26 1,38 … 2001 1,25 1,35 … 2002 1,27 1,34 1,46 2003 1,29 1,34 1,47 2004 1,33 1,36 1,50 2005 1,32 1,34 1,51 2006 1,35 1,33 1,54 2007 1,37 1,37 1,56 2008 1,42 1,38 1,60 2009 1,41 1,36 1,59 2010 1,41 1,39 1,60 FONTE: EUROSTAT(2012) Ma il dato che più preoccupa, se si prende in considerazione lo stato di salute dei due sistemi pensionistici, è l’andamento del tasso di dipendenza nel lungo periodo(vedi Tabella 3.12). Tale andamento è di per se molto preoccupante, in quanto nel contingente non attivo della popolazione, la componente giovanile tenderà, in base ai bassi livelli del TFT, ad essere
  • 110 sempre meno numero numerosa con un conseguente incremento del contingente “anziano”. TABELLA 3.12. – Previsione andamento tasso di dipendenza, 2010-2060 ITALIA GERMANIA EUROPA (27) 2010 30,78 31,26 25,92 2020 34,80 35,78 31,40 2030 41,14 47,21 38,33 2040 51,73 56,44 45,52 2050 56,34 58,11 50,16 2055 56,58 59,57 51,82 2060 56,65 59,80 52,55 FONTE: EUROSTAT(2012) Lo stato d’invecchiamento e l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL (vedi Figura 3.2), nel corso dei primi del 2000, hanno spinto il legislatore Italiano e Tedesco verso una nuova riforma del sistema previdenziale, andando ad incidere soprattutto sull’età pensionabile.
  • 111 FIGURA 3.2. – Andamento spesa pensionistica su PIL,2000- 2010 12,00% 12,50% 13,00% 13,50% 14,00% 14,50% 15,00% 15,50% 16,00% 2000 2002 2004 2006 2008 2010 ITALIA GERMANIA FONTE: EUROSTAT (2012) La riforma del 2007, in Germania ha introdotto una nuova età di pensionamento di 65 anni sia per le donne che per gli uomini nati prima del 1/1/1947 e per i nati dal 1947 in poi, a partire dal 2012 e fino al 2029, ci sarà un graduale aumento dell’età pensionabile fino ad arrivare ai 67 anni. In Italia, la riforma Fornero ha introdotto un’età pensionabile di 66 anni per tutti da raggiungere entro il 2018, imponendo a partire dal 2019 un incremento del requisito anagrafico per accedere al pensionamento che si adeguerà alla crescente speranza di vita. Lo stato attuale dei due sistemi pensionistici può essere sintetizzato descrivendo brevemente i tre pilastri che li caratterizzano:
  • 112 1. Il primo pilastro (statale e obbligatorio). In Italia il primo pilastro pubblico è indirizzato a tutti gli occupati e copre vari rischi: vecchiaia, anzianità, invalidità e reversibilità. La distinzione tra pensione di vecchiaia e di anzianità è una caratteristica unica del nostro sistema. Il pilastro è gestito a ripartizione e per il calcolo delle prestazione, nel 1995, si è passato a un sistema PAYG a contribuzione definita, in cui vengono presi in considerazione tutti i contributi pagati durante l’intera vita lavorativa. Il pilastro statale è finanziato da contributi sociali versati dai lavoratori (1/3 dei contributi totali) e dai datori di lavori (2/3 dei contributi totali). In Germania, il primo pilastro pubblico copre i dipendenti del settore pubblico e privato e alcune categorie di lavoratori autonomi. Il pilastro è costituito dall’assicurazione pensionistica sociale che copre vari rischi: la malattia, l’assistenza continuativa, la pensione, gli infortuni e la disoccupazione. Il sistema è basato sul finanziamento a ripartizione e per il calcolo delle prestazioni è stato adottato il metodo della prestazione definita. Il pilastro è pubblico è finanziato in modo paritario dai datori di lavoro e dai
  • 113 lavoratori e dall’imposizione fiscale (che copre circa il 37% dei pagamenti pensionistici)130 . 2. Il secondo pilastro. In Italia è stato disciplinato nel 1993 ed è rappresentato da regimi integrativi e volontari. La legge del 1993 ha introdotto due tipi di fondi pensione: quelli aperti regolati mediante accordi collettivi e quelli chiusi gestiti da intermediari finanziari. Con la Riforma Maroni, attraverso il meccanismo del silenzio-assenso anche il TFR viene trasferito al secondo pilastro. Nel 2001 solo il 10% dei lavoratori aveva aderito ai fondi pensione integrativi e le risorse presenti nei fondi occupazionali ammontavano a circa il 3% del PIL. In Germania il secondo pilastro è rappresentato da pensioni integrative volontarie gestite a capitalizzazione. Fino al 2001, vi era una differenza nella normativa dei fondi pensione occupazionali dei lavori pubblici e privati. I dipendenti pubblici erano quasi tutti coperti da fondi pensione occupazionali, disciplinati da accordi collettivi, finanziati a ripartizione con un metodo di calcolo dei trattamenti basato sulla prestazione definita. Nel settore privato, i fondi pensione occupazionali coprivano circa il 50% dei lavoratori, non erano disciplinati da accordi collettivi, erano 130 Natali d. (2005). Newletter - Le pensioni in Europa. Roma: Segretariato Europa CGIL.
  • 114 principalmente volontari e gestiti a capitalizzazione. La riforma Riester ha introdotto per questi fondi una serie di incentivi e sovvenzioni fiscali. Nel 1999, il secondo pilastro aveva erogato circa il 6% del reddito pensionistico e si prevede che grazie alle nuove normative, raggiunga il 13% nel 2050. 3. Il terzo pilastro privato e volontario. Sia in Germania che in Italia il terzo pilastro è costituito da un accumulo volontario di capitali accantonati per la vecchiaia tramite polizze vita, gestite da istituti bancari e compagnie assicurative. In Italia tale tipologia di accantonamento è scarsamente sviluppata. Infatti, nel 2003, i fondi presenti nei fondi pensione individuali ammontavano solo al 0,1% del PIL. In Germania invece, grazie a varie forme di incentivi fiscali, i fondi individuali coprivano circa il 9% del reddito pensionistico già a partire dal 1999.
  • 115 FIGURA 3.3. – Struttura del sistema pensionistico tedesco131 FIGURA 3.4. – Struttura del sistema pensionistico Italiano132 131 Fonte: Natali d. (2005). Newletter - Le pensioni in Europa. Roma: Segretariato Europa CGIL 132 Idem.
  • 116 Considerando la struttura dei due sistemi pensionistici, si può effettuare un confronto sui dati principali che li caratterizzano, per spiegare lo stato di “salute” attuale e futuro dei due schemi di previdenza. Partendo nell’analisi dall’età di pensionamento, bisogna considerare che l’Italia e la Germania sono tra i paesi più vecchi d’Europa e soprattutto in vista di un ulteriore invecchiamento della popolazione (si vede l’andamento dell’indice di dipendenza - Tabella 3.12) hanno apportato modifiche all’età pensionabile, introducendo un incremento che porterà tale età in Italia a 66 anni a partire dal 2018 con successivi aumenti legati alla crescente speranza di vita e in Germania a 67 anni a partire dal 2029. In entrambi i paesi è possibile ottenere il pre- pensionamento, ma devono essere soddisfatte alcune condizioni particolari. In Italia il pensionamento anticipato è possibile solo per quei lavoratori occupati in società con problemi finanziari, in Germania, a partire dal 2012, il prepensionamento è possibile con 65 anni e 45 anni di contributi. In entrambi i paesi non si ha un limite superiore per il pensionamento posticipato, ma ci sono dei differenti bonus che vengono riconosciuti a lavoratori che decidono di continuare l’attività lavorativa. In Italia il
  • 117 pensionamento posticipato, non comporta un incremento della pensione ma dello stipendio. In Germania invece, viene riconosciuto al lavoratore un incremento del 6% della pensione annua. Spostando l’attenzione sulle aliquote contributive richieste ai lavoratori e ai datori di lavoro, si può notare che queste siano molto più elevate in Italia che in Germania. Infatti prendendo in considerazione le Tabelle 3.13 e 3.14, si evidenzia come il livello di aliquote in Italia è già nel 2010 del 33%, mentre in Germania la riforma Riester ha introdotto un livello massimo che le aliquote possono raggiungere, pari al 20% nel 2020 e il 22% nel 2030. TABELLA 3.13. – Evoluzione aliquote contributive in Italia, 2002-2010 PERCENTUALI CONTRIBUTIVE 2002 2010 Totale (1° pilastro) 32,07% 33,00% Dipendenti 8,89% 9,20% Datori di lavoro 23,18% 23,80% FONTE: INPS (2011).
  • 118 TABELLA 3.14. – Evoluzione aliquote contributive in Italia, 2001-2030 PERCENTUALI CONTRIBUTIVE 2001 2003 2030 Totale 19,10% 19,80% 26,00% 1° Pilastro 19,10% 18,80% 22,00% Contributi volontari alle pensioni private 0,00% 1,00% 4,00% Dipendenti 9,55% 9,40% 11,00% Datori di Lavoro 9,55% 9,40% 11,00% FONTE : SEGRETARIATO EUROPA CGIL (2004). Altro indicatore che permette di effettuare un confronto tra i due sistemi pensionistici è il tasso di sostituzione, che rappresenta il rapporto fra l’importo della prima rata annua di pensione ed il livello dell’ultima retribuzione annua percepita dal lavoratore133 . Il tasso di sostituzione può essere considerato lordo o al netto se si prende in esame il livello di pensione e di retribuzione al netto del prelievo contributivo e fiscale. Il tasso di sostituzione netto misura di quanto il reddito disponibile di un lavoratore si modifica a seguito del pensionamento. Le Tabelle 3.15 e 3.16 riportano la previsione sull’andamento dei tassi di sostituzioni lordi e netti in Italia e in Germania tra il 2003 e il 2050 e il la Figura 3.5 permette di valutare come i tassi di sostituzione netti Italiani siano in media superiori di almeno 10 percentuali rispetto a quelli Tedeschi. 133 http://www.rgs.mef.gov.it
  • 119 TABELLA 3.15. – Andamento tasso di sostituzione in Germania, 2003-2050 2003 2030 2050 Tasso di sostituzione - Lordo 50,10% 49,50% 50,50% 1° Pilastro 44,60% 39,20% 37,80% 2° Pilastro 5,50% 10,30% 12,80% Tasso di Sostituzione - Netto 76,10% 80,20% 86,60% FONTE: SEGRETARIATO EUROPA CGIL (2004) TABELLA 3.16. – Andamento tasso di sostituzione in Italia, 2003-2050 2003 2030 2050 Tasso di sostituzione - Lordo 79,60% 84,10% 84,20% 1° Pilastro 79,60% 69,20% 64,60% 2° Pilastro 0,00% 14,90% 19,50% Tasso di Sostituzione - Netto 88,09% 94,20% 94,20% FONTE : SEGRETARIATO EUROPA CGIL (2004) FIGURA 3.5. – Andamento tasso di sostituzione netto FONTE: SEGRETARIATO EUROPA CGIL
  • 120 Oltre allo studio sull’andamento del tasso di sostituzione, l’indicatore che viene più utilizzato per valutare lo stato di “salute” di un sistema pensionistico è il rapporto tra la spesa previdenziale e il PIL. Infatti in Italia, nella fase che ha preceduto le grandi riforme degli anni Novanta, è stata proprio la costante crescita di questo rapporto il campanello d’allarme che ha spinto verso un riordino dell’ intero schema pensionistico. Le riforme apportante negli ultimi anni, soprattutto quelle rivolte ad un aumento dell’età pensionabile, avevano l’obiettivo di stabilizzare nel lungo periodo la spesa pensionistica. Come mostra la Figura 3.6 sia per l’Italia che per la Germania il rapporto spesa pensionistica/PIL tenderà a crescere fino al 2040 per poi iniziare una lenta discesa fino al 2060. Questo tipo di evoluzione si deve principalmente al fatto che le grandi riforme degli ultimi anni termineranno la loro fase di transizione proprio verso il 2040.
  • 121 FIGURA 3.6. – Evoluzione rapporto spesa pensionistica/PIL, 2007-2060 FONTE: Rapporto Commissione Europea “ Pension Schemes e pension projection in the Eu- 27 member states” (2009). La differenza in termini di rapporto spesa pensionistica/PIL tra Italia e Germania, come si evince dalla Figura 3.6, è addebitabile al livello elevato dei tassi di sostituzione presenti nel sistema italiano e alla bassa diffusione della previdenza complementare e individuale.
  • 122 CONCLUSIONE L’obiettivo di questa tesi di laurea è di effettuare un’analisi comparata delle riforme pensionistiche poste in essere in Italia e Germania, soprattutto a partire dagli anni Novanta in poi. In realtà, per confrontare le caratteristiche odierne dei due sistemi pensionistici, bisogna fare riferimento alle varie tappe evolutive e quindi alle varie riforme che si sono succedute negli anni, partendo dalle origini fino ad arrivare alla fine degli anni Ottanta, quando la necessità di una riforma strutturale ha portato a un dibattito che ha aperto la stagione riformatrice degli anni Novanta. Se si fa riferimento all’evoluzione storica dei due sistemi pensionistici, bisogna comunque considerare che almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale i due schemi pensionistici avevano una struttura molto simile. Infatti, entrambi erano indirizzati a operai e impiegati e la gestione delle risorse avveniva a capitalizzazione. Con il riordino operato dopo la fine della seconda guerra mondiale, si è avuto il passaggio in entrambi i sistemi alla ripartizione. Sia in Italia che in Germania, durante gli anni Settanta, lo schema pensionistico è stato utilizzato per sopperire alla crisi economica, sostenendo le
  • 123 ristrutturazioni aziendali, attraverso legislazioni sul pre- pensionamento. Gli obiettivi delle riforme strutturali degli anni Novanta, sono stati anche in questo caso molto simili. Infatti, le riforme in entrambi i paesi miravano a: un aumento dell’età pensionabile, modifiche all’indicizzazione delle pensioni e un tentativo di incrementare la diffusione della previdenza complementare. Questi obiettivi, che in realtà rappresentano anche i principali problemi dei due sistemi pensionistici, rimarranno sostanzialmente gli stessi anche nei principali interventi legislativi degli ultimi anni. Tali interventi sono stati elaborati prendendo in considerazione l’evoluzione demografica a cui i due paesi andranno incontro. Evoluzione che può essere sintetizzata nell’andamento dell’indice di dipendenza, che arriverà nel 2060 a un valore pari al 56,65% in Italia e 59,80 in Germania134 . Le riforme introdotte nel 2007 in Germania e nel 2011 in Italia (riforma Fornero) hanno sostanzialmente apportato delle modifiche alla struttura dei due schemi pensionistici. Struttura comunque basata sui tre pilastri in entrambi i paesi, con un primo 134 Fonte Dati: Eurostat (2012)
  • 124 pilastro pubblico gestito a ripartizione e finanziato in modo paritario dai contributi dei datori di lavoro e lavoratori in Germania e finanziato per i 2/3 dai datori di lavoro e per il restante 1/3 dai lavoratori in Italia. Le aliquote richieste ai lavoratori e datori di lavoro sono molto più alte in Italia che in Germania; infatti la riforma Riester ha introdotto un tetto massimo contributivo del 22% da raggiungere entro il 2030, mentre in Italia, le aliquote richieste superano già nel 2010 il 33%135 . Per il calcolo delle prestazioni in Italia si utilizza un sistema PAYG a contribuzione definita, mentre in Germania un sistema PAYG a prestazione definita. L’età pensionabile è pari a 65 anni sia per le donne che per gli uomini e tenderà a crescere fino a raggiungere i 67 anni nel 2029 in Germania, mentre in Italia a partire dal 2018 sarà pari a 66 anni. Le principali differenze tra i due sistemi pensionistici si riscontrano nel grado di diffusione del secondo e del terzo pilastro. Questo perché, la legislazione complessiva relativa ai fondi complementari collettivi e individuali è stata introdotta in Italia solo nel 1993, mentre in Germania è stata introdotta già nel 1974, ma qui vi era già una grande tradizione e diffusione dei 135 Fonte dati: segretariato Europa CGIL(2004)
  • 125 fondi pensione complementari soprattutto nelle grandi aziende. In entrambi i paesi, negli ultimi anni, sono state introdotte varie forme di incentivi, agevolazioni fiscali per diffondere la previdenza complementare e individuale e ridurre così le prestazione richieste e erogate dal pilastro pubblico. In entrambi i sistemi pensionistici, la pensione viene considerata come un sostituto salariale e deve quindi permettere al lavoratore di continuare ad avere, anche durante il periodo di pensionamento, lo stesso tenore di vita che esso aveva durante la fase lavorativa. Per ottemperare a questo obiettivo, i due sistemi pensionistici garantiscono alti livelli del tasso di sostituzione; infatti, il tasso di sostituzione netto ammontava al 88,09% in Italia e al 76,10% in Germania nel 2003136 . In base alle previsioni elaborate dal segretariato Europa CGIL, il livello di tale tasso arriverà nel 2050 a toccare quota del 94,20% in Italia e dell’86,60% in Germania. Un elemento da sottolineare in questi dati è che, in entrambi i paesi, si assisterà nei prossimi anni a una riduzione delle prestazioni erogate dal primo pilastro pubblico, con un conseguente incremento dei trattamenti erogati dai fondi pensioni privati. In Italia tale incremento sarà molto accentuato, 136 Fonte dati : segretariato Europa CGIL(2004)
  • 126 in quanto le prestazioni erogate dal secondo e terzo pilastro nel 2003 sono in pratica trascurabili e arriveranno a toccare la quota del 19,50% della totalità delle prestazioni erogate dal sistema pensionistico nel 2050. L’indicatore che meglio permette di valutare lo stato di “salute” dei due sistemi pensionistici è il rapporto tra spesa previdenziale e PIL. L’andamento di questo rapporto fino al 2060 è molto interessante e mette in evidenza una evoluzione diversa nel lungo periodo per i due paesi messi a confronto. In Italia già a partire dagli anni Novanta la spesa previdenziale sul PIL toccava valori pari al 13%; sostanzialmente tale valore ha continuato a crescere, ed è stato il campanello d’allarme che ha spinto verso le riforme degli ultimi anni. Il periodo di transizione delle riforme ha portato il valore del rapporto a crescere e, in base alla previsioni elaborate dalla Commissione Europea137 , tale indicatore toccherà il valore massimo pari al 15,7% nel 2037. In corrispondenza di tale anno, tuttavia, il valore del rapporto inizierà a decrescere per arrivare nel 2060 a toccare quota 13,7%. Questa inversione di tendenza si deve all’incremento della diffusione della previdenza complementare e alla piena entrata in 137 FONTE: Rapporto Commissione Europea “ Pension Schemes e pension projection in the Eu- 27 member states” (2009).
  • 127 vigore delle varie riforme che si sono succedute negli anni. In Germania la situazione è diversa, infatti, i bassi tassi di sostituzione e la forte diffusione dei fondi pensione complementari, non ha portato il rapporto spesa previdenziale/PIL a superare il 10% almeno fino alla fine degli anni Novanta. Le varie riforme che si sono succedute avevano come obiettivo di mantenere sostanzialmente inalterato tale rapporto. L’obiettivo voluto è stato quasi del tutto realizzato e il peggioramento osservabile a partire dal 2035, in base alla previsione della Commissione Europea, è del tutto addebitabile all’invecchiamento della popolazione. In conclusione, una valutazione sullo stato di “salute” dei due sistemi pensionistici, può essere fatta solo prendendo in considerazione delle previsioni che, in realtà, non possono prevedere effettivamente come si evolverà la dinamica dell’invecchiamento demografico, come sarà lo stato del mercato del lavoro e quale sarà la condizione generale dell’economia nei due paesi. Il legislatore Italiano e Tedesco sarà quasi sicuramente chiamato a introdurre nuovamente delle modifiche strutturali al sistema pensionistico, soprattutto bisognerà collegare l’età pensionabile alle crescenti aspettative di vita. Ma
  • 128 questi interventi dovranno essere presi con estrema cautela in quanto, come affermava Giuliano Cazzola nel 1992, “qualsiasi intervento sulla previdenza chiama in causa il futuro, impone obblighi e impegna risorse di coloro che vivranno dopo di noi. Chi abusa di questo potere di decidere per gli altri si rende colpevole del medesimo delitto di coloro che avvelenano i fiumi, inquinano l’atmosfera, abbattono le foreste”.
  • 129 BIBLIOGRAFIA Albanese A, Facchini C, Vitrotti G. 2006. Dal lavoro al pensionamento. Milano: Franco Angeli editore; Bonin H. 2009. 15 years of pension reform in Germany: old Successes and new threats. Bonn: IZA; Borsch-Supan,Reil-Helda,Wilke C. 2007. How an unfunded pension system looks like defined contributions: the German reform. Mannheimer Forschungsistut Okonomie und Demografischer Wandel, Mannheim; Borzaga C, Fazzi. 2005. Manuale di politica sociale. Milano: Franco Angeli edizioni; Botta V. 2012. Il sistema pensionistico Monti-Fornero. Padova: Exeo Edizioni; Cazzola G. 1992. La pensione riformata. Il caso, la necessità e l’emergenza. Bologna: il Mulino; Cherubini A. 1977. Storia della previdenza in Italia. Roma: Editori riuniti; Commissione Europea. 2009. Pension Schemes e pension projection in the Eu- 27 member states, Bruxelles; Commissione Europea – Settore Occupazione, Affari Sociali e Inclusione. 2011. I diritti di previdenza sociale in Germania Bruxelles; Di Comite L, Bonerba P. P, Girone S. 2007. La popolazione – l’invecchiamento demografico. In Malanima P (Ed.). Rapporto sulle economie del Mediterraneo. Bologna: il Mulino; Di Comite L. 1995. Invecchiamento della popolazione e transizione demografica. Bari: Cacucci editore; European Commission. 2010. Joint report on pensions 2010 country profiles. Bruxelles;
  • 130 Ferrera M. 2006. Le politiche sociali. Bologna: il Mulino; Fornero E, Castellino O. 2001. La riforma del sistema previdenziale italiano. Bologna: il Mulino; Franco D, Marè M. 2002. Le pensioni: l’economia e la politica delle riforme. Rivista di politica economica, vol. 92, pp. 197-276; Geroldi G, Treu T. 1993. Crisi e riforma dei sistemi pensionistici in Europa. Milano: Franco Angeli editore; INPS, 2004. Relazione Generale; INPS, 2010. Rapporto annuale 2010, Osservatorio internazionale; Lesthaeghe, Ron, en Dirk Jan van de Kaa, 1986. Twee demografische transities?. In van de Kaa, Dirk Jan, en Ron Lesthaeghe (Eds.) Bevolking: groei en krimp. Deventer: Van Loghum Slaterus, pp. 9-24; Mayer J. 1994. Il sistema pensionistico nella Repubblica Federale Tedesca. In De Cecco M, Pizzuti F. R (Eds.) La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino, pp. 107-240; Natali D. 2005. Newsletter – Le pensioni in Europa. Roma: Segretariato generale CGIL; Pizzuti F. R., Rey G. M. 1990. Il sistema pensionistico. Un riesame. Bologna: il Mulino; Pizzuti F. R., De Cecco M. 1994. La politica previdenziale in Europa. Bologna: il Mulino; Zaccaria D. 2009. Traiettorie dal lavoro alla pensione in Italia, Germania, Danimarca e Regno Unito. Stato e mercato, vol. 85. Bologna: il Mulino, pp.63-90.
  • 131 SITOGRAFIA Bundesminister für Arbeit und Sozialordnung, http://www.bmas.de/ CGIL, http://www.cgil.it/ Commissione Europea, http://ec.europa.eu/ Destatis, https://www.destatis.de Eurostat, http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ INPS, http://www.inps.it/ Institut finanzen und Steuern, http://www.ifst.de/ Istat, http://www.istat.it/it/ Lavoro e finanza, http://www.lavoroefinanza.it/ Ministero dell’economia e delle finanze, http://www.mef.gov.it/ Ministero del Lavoro, http://www.lavoro.gov.it/Lavoro Previsionari, http://www.previsionari.it/ Ragioneria generale dello Stato, http://www.rgs.mef.gov.it Verband Deutscher Rentenversicherungsträger, http://www.deutsche-rentenversicherung.de/
  • 132 RINGRAZIAMENTI Il primo doveroso ringraziamento va alla Professoressa Pace, che mi ha dato la possibilità di trasformare questa mia idea su uno studio sui sistemi pensionistici in una tesi vera e propria. Devo ringraziare non una ma cento volte la Dottoressa Sara Grubanov-Boskovic, che ha sopportato il mio essere poco formale e ripetitivo e che mi ha dato una grossa mano nella stesura della tesi. Il ringraziamento più grande va ovviamente a tutta la mia famiglia e in particolare a mia madre e a mio padre, che con i loro grandi sacrifici mi hanno sempre sostenuto e fatto sentire anche un po’ speciale. Devo ringraziare anche la persona speciale che in tutto il mio percorso universitario mi è stata vicino fin dal primo giorno. Non serve nominarla, tanto lei sa a chi mi riferisco e non la ringrazierò mai abbastanza per tutta la forza e la convinzione che mi trasmesso. Devo ringraziare anche tutti i miei amici, colleghi universitari, che mi sono sempre stati vicini e che mi hanno sempre fatto sentire la loro presenza.
  • 133 L’ultimo ringraziamento va a me stesso, perché solo io so quanti sacrifici e quanto impegno ci ho messo per essere sempre all’altezza in tutto questo lungo percorso.