Le dinamiche evolutive del distretto turistico della val di fassa

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  • 1. 1TRENTINO SVILUPPO spaCOMUN GENERAL DE FASCIARiqualificarsi nella continuità:le dinamiche evolutive deldistretto turistico della val di Fassa.Inchiesta per l’elaborazione del documento preliminare di programmazione.settembre 2012a cura di Sergio Remi
  • 2. 2Sommario1. Dalla quantità alla qualità: i nodi della transizione. ...................................................................................... 42. Ripensare il territorio .................................................................................................................................. 113. Le carenze d’infrastrutture e di servizi pubblici. ......................................................................................... 174. Le esigenze di riequilibrio della struttura ricettiva...................................................................................... 265. La ricettività alberghiera: tra elementi di crisi ed esigenze di rinnovata competitività.............................. 316. Professionalità e imprenditorialità nel settore turistico ............................................................................. 417. L’offerta extralberghiera e la questione delle seconde case....................................................................... 508. La casa per i residenti .................................................................................................................................. 589. Lo sci come motore dello sviluppo.............................................................................................................. 6310. Il distretto turistico globale ....................................................................................................................... 7311. La piattaforma turistica delle Dolomiti...................................................................................................... 7912. Un’offerta turistica global service ............................................................................................................. 9313. Per una maggiore integrazione (e diversificazione) dell’economia locale.............................................. 10613.1 Zootecnia e gestione del territorio.................................................................................................... 10913.2 Artigianato......................................................................................................................................... 11914. Investire su persone, famiglie e comunità. ............................................................................................. 13015. Quali possibili indirizzi per il Documento preliminare............................................................................. 13815.1 Le strategie vocazionali della Val di Fassa......................................................................................... 13815.2 Infrastrutture e mobilità.................................................................................................................... 13915.3 Riqualificazione del patrimonio edilizio ............................................................................................ 14015.3 La ricettività turistica extralberghiera ............................................................................................... 14115.4 La prima casa per i residenti............................................................................................................. 14215.5. La valorizzazione dei paesi................................................................................................................ 14315.6 Tutela e valorizzazione del territorio agricolo.................................................................................. 14515.7 L’uso sostenibile delle risorse forestali e montane.......................................................................... 14615.8 La competitività del sistema turistico................................................................................................ 14715.8.1 La piattaforma turistica delle Dolomiti e il riconoscimento dell’Unesco ................................... 14815.8.2 La qualificazione dell’imprenditorialità turistica....................................................................... 15015.8.3 La diversificazione dell’offerta turistica..................................................................................... 152
  • 3. 315.9 Integrazione (e diversificazione) dell’economia locale ..................................................................... 15415.9.1 La valorizzazione dell’agricoltura locale..................................................................................... 15515.9.2 Le politiche per l’artigianato....................................................................................................... 15615.10 Politiche temporali, nuove forme di mutualismo e welfare mix.................................................... 157
  • 4. 41. Dalla quantità alla qualità: i nodi della transizione.Circa sessanta mila posti letto da riempire – due terzi extralberghieri e un terzo negli alberghi- que-sto è il dato da cui non si può prescindere per ragionare sulle prospettive di sviluppo della val diFassa. Nel contesto alpino pochi altri territori possono vantare un’analoga consistenza della struttu-ra ricettiva.La val di Fassa è per definizione un territorio a monocultura turistica. Il turismo in val di Fassa sifonda, oltre che sulle bellezze naturali note in tutto il mondo, su impianti e piste per lo sci e attrez-zature complementari di alto livello.1Analogamente, la ricettività alberghiera ha visto un progressi-vo miglioramento nel corso degli anni, fino a raggiungere in molti casi ottimi livelli qualitativi, sen-za però mai superare la classificazione delle quattro stelle. Nel 2010 sono stati rilevati nel ComunGeneral de Fascia 291 alberghi, con complessivi 16.772 posti letto, pari al 30 % dei posti letto pre-senti in valle. Il maggior numero di alberghi (58 %) e posti letto alberghieri (66 %) sono strutture atre stelle.Attorno al turismo ruotano attività complementari di tipo commerciale e artigianale, in particolareconnesse all’attività edilizia. La componente industriale della Valle è rappresentata unicamente dalsettore degli impianti a fune che conta una quindicina di aziende con quasi 300 dipendenti. A frontedel settore alberghiero e della ristorazione in cui si concentra il 52% degli addetti - dato che non siverifica in nessun’altra valle del Trentino - il commercio occupa il 13,48 % degli occupati, mentre ilsettore delle costruzioni dà lavoro al 9,64 % degli addetti operanti in Valle.Il 28,7 % delle imprese artigiane (87 su 303) del Comun General de Fascia opera nel settoredell’edilizia. Allo stesso settore di attività sono riconducibili anche le imprese operanti nel settoredell’impiantistica (idraulici, elettricisti, ecc.) e del legno. Questi sono, dopo quello edile, i due setto-ri maggiormente rappresentati nel Comun General, rispettivamente con il 16,8 % e il 15,2 % del to-1Le ski area in Val di Fassa sono sette (Belvedere, Col Rodella, Catinaccio, Aloch - Buffaure, Ciampac, Carezza,Marmolada), sono inserite nel comprensorio sciistico del Dolomiti Superski e si dividono tra il comprensorio sciistico diFassa e quello di Carezza; Moena fa invece parte del comprensorio sciistico Trevalli (Lusia - Passo San Pellegrino -Falcade). Il comprensorio Val di Fassa - Carezza si struttura in 90 impianti per un totale di oltre 200 km di piste da scioltre alla Ski Area Trevalli che offre altri 27 impianti e 100 km di piste da sci. Sono possibili collegamenti sciistici di-retti verso altre vallate, quali la Val Gardena, Val Badia e Arabba, permettendo così di accedere, dai paesi di Campitelloe Canazei, al circuito del Sella Ronda. E presente anche una funivia che consente di raggiungere il Sass Pordoi. Nume-rosi anche i circuiti del fondo (Pozza di Fassa, Fontanazzo, Passo San Pellegrino, Alba di Canazei, Passo di Costalun-ga). Ad Alba di Canazei sorge uno stadio del ghiaccio.
  • 5. 5tale delle imprese artigiane. È quindi possibile affermare che circa il 60 % delle imprese artigianedel Comun General de Fascia opera, più o meno direttamente, nel settore dell’attività edilizia.Ancor più ridotto è il contributo dell’agricoltura all’economia locale. Nel Comun General de Fasciaal 2010 erano presenti 115 aziende agricole, con un’incidenza percentuale sulla popolazione resi-dente dell’1,17 %. Lo stesso dato riferito alla Provincia Autonoma di Trento nel 2010 era di circa3,1 aziende agricole rilevate ogni 100 abitanti residenti. Il valore dell’indice relativo al Comun Ge-neral de Fascia conferma il carattere residuale dell’attività agricola nel territorio considerato.Dai dati schematici sopra riportati è evidente come il turismo sia l’unico motore di sviluppo su cui isoggetti locali possono contare per mantenere i livelli di benessere raggiunti. Le tradizionali quanti-tà di arrivi e presenze e i forti investimenti nel settore, sia privati, sia pubblici, fanno del turismo ilpunto di forza dell’economia locale anche se, le esternalità negative generate dai flussi turistici e al-cune carenze infrastrutturali potrebbero nel tempo minare le basi del vantaggio competitivo acquisi-to. Le potenzialità dello sviluppo turistico appaiono inoltre essere limitate da una serie di cambia-menti riconducibili: ai processi d’apertura dei mercati e l’emergere di nuove destinazioni, alla crisifinanziaria globale, all’evolversi dei modelli di fruizione turistica e, non ultimo, ai cambiamenticlimatici.Di tali fattori di rischio il contesto locale è perfettamente consapevole. A essere messo in discussio-ne - praticamente da tutti gli attori intervistati nel corso della presente indagine - è il modello di cre-scita quantitativa che negli ultimi quarant’anni ha caratterizzato lo sviluppo turistico della Valle. Altermine di un ciclo fortemente espansivo, emerge la consapevolezza che il turismo ha in sé i germiper il suo progressivo esaurimento e per la sua saturazione: ha una capacità intrinseca di livellareprogressivamente le diversità culturali e gli elementi di qualità ambientale che creano turismo. Per-ché ciò non avvenga, sono tutti concordi sul fatto che bisogna intervenire attivamente per aumentarela sostenibilità ambientale, sociale ed economica del turismo, per poterlo far durare nel tempo, sen-za diminuire, ma anzi incrementando, il suo livello qualitativo per residenti e ospiti.La transizione da un modello di sviluppo quantitativo a un modello di sviluppo qualitativo è lastrategia perseguita dagli operatori locali, alla ricerca di soluzioni che riguardano, in modo parti-colare:• la qualificazione dei servizi pubblici e delle reti infrastrutturali;• i margini di redditività dell’attività turistica e i pericoli di una deriva economica connessa allevendite low cost,• la valorizzazione del contesto paesaggistico e dell’identità culturale;• il governo dei flussi turistici e la diversificazione dell’offerta;
  • 6. 6• una maggiore integrazione dell’economia locale attraverso il rafforzamento di settori comple-mentari al turismo;• una maggiore attenzione al benessere e alla crescita socio-culturale della comunità locale.Come tutti i sistemi locali a forte specializzazione economica - sia essa turistica o industriale – laval di Fassa si trova però di fronte a delle rigidità strutturali, finanziarie e culturali che rendonocomplesso un adeguamento dell’offerta locale alle mutevoli condizioni del contesto. A rendere dif-ficile un processo di riconversione dell’offerta turistica locale sono una serie di fattori quali:• la consistenza dell’offerta ricettiva;• il diffuso stato d’indebitamento delle aziende;• il carattere frammentato e famigliare della struttura imprenditoriale;• la concorrenza dell’offerta ricettiva non imprenditoriale;• la debolezza dei settori economici complementari;• il sovraccarico delle infrastrutture nei periodi di maggiore afflusso turistico;• gli alti livelli d’occupazione di suolo;• lo stato di relativo abbandono di parte del patrimonio immobiliare costituito dalle seconde casee da alberghi dismessi;• la carenza di competenze e di manodopera locale.L’industria del turismo, al pari degli altri settori, si deve fondare su adeguate economie di scala, èquindi difficile avviare un processo di riconversione verso segmenti di fruizione turistica che nonabbiano la base numerica adeguata a sostenere i cospicui investimenti effettuati. Quantità e qualitàin Valle di Fassa devono necessariamente convivere e ci si chiede in che misura la qualificazionee diversificazione dell’offerta possa essere remunerativa e incidere su flussi turistici in buona partemassificati come quelli che, perlomeno nella stagione invernale, convergono in val di Fassa.Il recente processo d’apertura dei mercati ha fatto della Valle di Fassa un “distretto turistico globa-lizzato”, ponendola al centro di nuovi flussi turistici internazionali e in concorrenza con nuove de-stinazioni, non necessariamente montane. La caratteristica dominante dei flussi turistici globali èl’estrema variabilità: sono flussi itineranti, difficilmente fidelizzabili, che ricercano nella localitàcose diverse e spesso non codificabili. Il turismo della neve è un settore maturo che già da diversianni ha manifestato un processo d’assestamento. I nuovi sciatori provenienti da paesi dell’Est nonsono considerati una clientela stabile e affidabile su cui costruire un nuovo e duraturo sistemad’offerta. Come tutte le destinazioni turistiche, anche la Valle di Fassa ha segnato una progressivariduzione della permanenza media e ciò è causato: da un lato, dalla maggior ecletticità del turista,
  • 7. 7desideroso di concedersi vacanze in posti sempre diversi per periodi più brevi ma più frequentinell’anno; dall’altro, dalla scomparsa della villeggiatura montana estiva, che è stata di gran modanegli anni Sessanta e Settanta e che ha determinato l’avvio dello sviluppo turistico di molte destina-zioni di montagna. Perseguire una costante strategia d’adeguamento alla domanda al fine di renderlafedele alla località - come fino ad oggi è stato fatto con la tradizionale clientela italiana e tedesca -non appare più una scelta strategica.La val di Fassa si trova oggi a dover fronteggiare una molteplicità di scenari competitivi riguardantisia i paesi di provenienza dei turisti, sia le motivazioni della vacanza. Plasmare il prodotto in fun-zione di un generico “consumatore globale” oltre che difficile (vista la variabilità della domanda),rischia di portare a un progressivo processo d’omologazione dell’offerta (un’offerta standardizzatache può andare bene per chiunque). Il fenomeno della globalizzazione e il conseguente adeguamen-to dell’offerta locale ai caratteri dell’international style tendono, infatti, ad appiattire le differenze ea portare alla proposta di modelli mediani che non appartengono a nessuno e generano inevitabil-mente mediocrità.Di certo le Dolomiti continuano a essere un eccezionale fattore d’attrazione, come lo sono le struttu-re sciistiche dell’area. Da più parti, però ci si chiede se l’attività sciistica, praticata in un contestoambientale unico al mondo, sia sufficiente a definire l’identità della località e continuare a garantirei flussi turistici del passato. Le statistiche su arrivi e presenze in questo momento non aiutano a dareuna risposta a questi quesiti. I costanti trend di crescita dei decenni trascorsi, nell’ultima stagioneinvernale hanno subito una battuta d’arresto. Gli attori locali s’interrogano (fornendo risposte diver-se) se questo sia un dato contingente, dovuto alle condizioni climatiche e alla crisi finanziaria globa-le, o se sia il segnale di un’inversione di tendenza.Al di là del dato statistico, esiste comunque la percezione diffusa di una crescente difficoltà a staresul mercato con l’attuale modello d’offerta. L’esigenza di riempire le strutture per remunerare gliinvestimenti e far fronte ai mutui bancari, impone alle aziende strategie d’offerta low cost e la ne-cessità di affidarsi ad agenzie internazionali che organizzano l’incoming alberghiero trattenendoconsistenti quote di valore per l’intermediazione. Sono queste stesse agenzie che, per rendere anco-ra più appetibile la vacanza ai turisti stranieri, abbinano al soggiorno in val di Fassa anche gite inaltre città come Milano e limmancabile Venezia, contribuendo a diversificare il comportamento deituristi (non più dediti alla sola attività sciistica) e a dirottare risorse al di fuori dell’area. La concor-renza delle vicine località altoatesine e austriache erodono quote di mercato, con particolare riferi-mento ai flussi pregiati del turismo italiano e tedesco. Le imprese alberghiere locali stanno poi vi-vendo un delicato momento di ricambio generazionale che ha già comportato la chiusura di alcune
  • 8. 8aziende o la loro cessione a operatori esterni alla valle. Tutto questo costituisce un serio motivo dipreoccupazione per gli operatori locali.L’apertura al mercato globale - che per la Valle di Fassa ha significato l’apertura ai mercati extraeu-ropei e un ruolo crescente svolto dai tour operator internazionali - impone oggi un cambio di passo,un maggior protagonismo della società locale nel determinare e governare le proprie dinamiche disviluppo. Si sente l’esigenza:• di aumentare la coesione interna alla Valle, superando la frammentazione degli interessi e le lo-giche localistiche;• di far crescere interessi economici fondati sulla qualità del bene territorio nelle sue diverse acce-zioni, ambientale, culturale e produttiva, e aumentare di conseguenza l’autonoma capacità delsistema di generare flussi turistici diversificati;• di aumentare il livello d’integrazione tra le diverse attività presenti localmente (turismo, agricol-tura, artigianato, servizi) al fine di proporre un’immagine unitaria e più articolata dell’offerta lo-cale;• di consolidare un sistema di reti infrastrutturali e di servizio (di livello locale, metropolitano eglobale) capaci di garantire la qualità della vita e una maggiore competitività del territorio inun’economia fatta di flussi.Nella competizione globale muta il ruolo economico del territorio e la sua capacità attrattiva. Quelloche conta nella nuova economia è l’offerta che il territorio è in grado di proporre in termini di cono-scenze, reti e qualità ambientale. Nel mercato turistico globale cresce anche una domanda eun’offerta di nuove soluzioni che vanno nella direzione della ricerca e della diffusionedell’eccellenza, senza farne necessariamente un fenomeno di élite, ma proponendolo come fatto cul-turale e, in quanto tale, universale.Nel nuovo rapporto che con la globalizzazione si è venuto a creare tra luoghi e flussi è importanteaffermare la propria diversità, identità e la specificità della propria offerta, unica e non replicabile inaltri contesti. Si sta nella globalizzazione se si hanno competenze distintive, riconoscibili e capaci diprodurre valore aggiunto nelle reti globali. Per far questo è necessario fare “rete corta di comunitàlocale”, aumentando i livelli di coesione interna, a livello istituzionale, economico e sociale, per poifare “rete lunga di mercato” dotandosi delle competente necessarie per stare nelle reti globali. Fare“rete lunga di mercato” per la Valle di Fassa significa anche ragionare sulla propria visibilità inter-nazionale e sul suo spazio di posizione nell’ambito della piattaforma turistica delle Dolomiti.In questo processo di transizione da un modello di sviluppo quantitativo a un modello di sviluppoqualitativo grandi aspettative sono rivolte al ruolo che potrà essere svolto dal Comun General de
  • 9. 9Fascia, come soggetto istituzionale in grado di mediare e portare a sintesi l’articolato sistemad’interessi locali e settoriali. Per la prima volta esiste l’opportunità di esprimere una programmazio-ne socio-economica e urbanistica che consideri la Valle nella sua unitarietà.Traendo le fila del discorso fatto finora, possiamo dire che leconomia fassana si trova oggi di frontead una scelta che deve essere compiuta in modo chiaro e trasparente, dopo essere stata pubblica-mente discussa. La scelta tra:• un sentiero di evoluzione adattiva, che asseconda la congiuntura fino a oggi favorevole, prolun-gandola il più possibile e rimandando a domani (se saranno necessarie) le trasformazioni dimaggiore impegno;• e un sentiero d’iniziativa progettuale, che invece forza i tempi dellevoluzione in corso, antici-pando problemi e soluzioni, in modo da trarre il massimo vantaggio dai cambiamenti che stannomaturando nei mercati esterni.La prima opzione ha dalla sua le buone performance realizzate finora, sulla base di uno schema dirisposta adattiva ai problemi che di volta in volta si sono presentati e che sono stati superati anchegrazie al sostegno della politica pubblica locale. Ma la realtà attuale, se analizzata in profondità, dàanche argomenti e ragioni per la seconda opzione, quella progettuale. In effetti, come abbiamo vi-sto, sotto la superficie non si fatica a rintracciare criticità, problemi irrisolti, situazioni ambivalenti:tutti indizi di fratture e discontinuità che possono trasformare in un difficile percorso a ostacoliquella che oggi appare come una strategia di adattamento graduale ai cambiamenti in corso. Il sen-tiero delliniziativa progettuale, certo, ha un costo per gli attori delleconomia locale. Un costo chenon deve essere sottovalutato. Infatti, per percorrerlo fino in fondo, occorre fissare delle priorità, es-sere selettivi, non immaginare più lo sviluppo come unespansione a macchia dolio che dilata, e-stensivamente, sempre le stesse formule imprenditoriali, sempre lo stesso tessuto di relazioni. Biso-gna invece accettare di cambiare, di rischiare, di dipendere da altri attori secondo la logica della-zione di sistema e delle relazioni a rete.Da quanto emerso dal percorso d’interviste agli attori locali emergono tre percorsi di pro-grammazione socio economica e urbanistica che potremmo considerare prioritari.La gestione quantitativa dei flussi rimane l’aspetto fondamentale all’interno delle problematichedella località. In quest’ambito si tratta di attuare interventi - principalmente di carattere urbanistico -che vadano a incidere, sia sugli aspetti d’organizzazione e maggiore efficienza del sistema infra-strutturale, sia sugli squilibri oggi rilevabili nell’ambito d’offerta ricettiva. Emerge l’esigenza di unaprogrammazione che, attraverso il coinvolgimento degli operatori, sia un grado di perseguire uncorretto e indispensabile equilibrio tra potenzialità sciistiche, potenzialità ricettive e dotazione
  • 10. 10di servizi e infrastrutture. Il tutto in una logica di salvaguardia delle peculiarità ambientali e socia-li del contesto e della qualità dell’offerta turistica.Un secondo percorso riguarda la necessità di recuperare una forte dimensione identitaria. Anchein questo caso ci troviamo di fronte a una duplice esigenza. Da un lato si tratta di recuperare e va-lorizzare gli elementi distintivi (cultura, tradizioni, qualità sociale, paesaggio) che fanno della valdi Fassa (e delle Dolomiti) una destinazione unica nel quadro del turismo internazionale. L’esigenzaè sviluppare un sistema articolato ma integrato di offerte turistiche specializzate capaci di intercetta-re una domanda sempre più segmentata e sempre più alla ricerca di elementi di autenticità.Dall’altro lato si tratta di dare risposta a una crescente domanda di “normalità” negli assetti disviluppo economico e sociale. Decenni di sviluppo turistico intensivo hanno messo in secondo pia-no la dimensione della comunità locale: oggi ci s’interroga sulla tenuta del tessuto sociale e sullacontinuità del modello imprenditoriale. Emergono i limiti di un’organizzazione sociale, territoria-le e imprenditoriale costruita sui tempi e sulle stagionalità del turismo dove, al troppo pieno si alter-na il troppo vuoto, ai periodi di stress e totale dedizione al turista si alternano periodi d’inattività ecaduta di senso. La comunità locale ha oggi bisogno di pensare maggiormente a se stessa ponendo ipropri bisogni al centro dell’azione di sviluppo. In tale ottica emerge anche l’opportunità di far cre-scere settori economici complementari, quali l’agricoltura, l’artigianato, i servizi, che oltre a con-tribuire a qualificare l’offerta turistica e ambientale della località, possono diversificare, e quindirendere più solide, l’economia locale e le stesse forme di convivenza sociale.La terza esigenza è quella di darsi una struttura imprenditoriale adeguata a una competizioneche si è fatta globale. Con l’apertura dei mercati i flussi si sono fatti mobili, incostanti, addiritturaeffimeri, la condizione dello spazio in cui si vive e si lavora è sempre più quella dell’incertezza. Lacreazione del valore si sposta sulla dimensione dell’immateriale: non basta più offrire pasti e postiletto, ma assume sempre più ruolo la capacità di produrre valore attraverso le conoscenze e le espe-rienze offerte al visitatore. A fronte dei cambiamenti le imprese possono “resistere” riducendo iprezzi, tagliando i costi all’osso o investendo in nuovi servizi (wellness, intrattenimento, ecc.) maalla fine c’è il rischio che strategie solamente difensive non riescano a raggiungere il traguardo diconsolidare relazioni di mercato che vanno comunque sfilacciandosi. Per reggere la sfida della glo-balizzazione e della smaterializzazione le imprese devono oggi fare un investimento cognitivo nellacreazione di competenze distintive a carattere fortemente specializzato e un investimento relazio-nale all’interno e all’esterno del sistema locale. La competizione in cui è inserita la val di Fassa èancora giocata tra localismi: trentini, altoatesini e veneti. Costruire un sistema di piattaforma territo-riale in cui la rete degli operatori - e dei territori - converga verso un’azione promozionale congiun-
  • 11. 11ta (e adeguata alla dimensione del mercato turistico globale) può essere un importante obiettivostrategico.2. Ripensare il territorioAlla base del processo di riconversione da un modello d’offerta quantitativa a un modello d’offertaqualitativa c’è, prima di tutto, il territorio. Il famoso adagio heideggeriano secondo cui il territorioprima si abita e si costruisce e poi si pensa, va oggi rovesciato. E’ in un’attenta e condivisa (e pen-sata) strategia di gestione del territorio che vanno ricercati quei meccanismi d’integrazione capaci dirafforzare i caratteri identitari, economici e sociali della Valle di Fassa e la sua competitività suimercati.Lo sviluppo turistico dei decenni recenti ha profondamente modificato l’economia tradizionale el’assetto territoriale della Valle, inducendo crescita demografica e una poderosa produzione edilizia.Il sistema insediativo tradizionale è stato modificato pesantemente, con l’abbandono delle attivitàagricole e la crescita edilizia attorno ai vecchi centri, anche con iniziative di grande dimensione a-vulse dal contesto locale. Nel fondo valle, lungo l’asse viario principale, si è creato un insediamentolineare che rende irriconoscibili in molti casi i nuclei originari. Soraga, Vigo, Pozza e Pera, Mazzin,Campestrin, Fontanazzo, Campitello, Canazei, Alba e Penia costituiscono ununica conurbazioneche per numerosi mesi dell’anno appare disabitata. Solo alcuni nuclei minori come Pian e Tamionsono riusciti a mantenere una loro identità insediativa. Ai complessi edilizi risalenti agli anni ’60 e’70 si deve in gran parte l’enorme sproporzione oggi esistente tra gli alloggi dei censiti e le secondecase.Anche il restante territorio ha subito gli effetti della trasformazione. L’abbandono delle attività agri-cole e della zootecnia, settore nel quale è oggi occupato solo il 3,2 % della popolazione, ha note-volmente ridotto la frequentazione produttiva dei vasti alpeggi che ospitavano in passato sia le areepascolive di proprietà collettiva, sia gli appezzamenti falciabili proprietà di singoli individui. Tantoi valichi alpini, quanto le valli laterali, su cui gravitava gran parte dell’economia tradizionale, sonooggi per lo più riutilizzati - con rare eccezioni - come aree sciistiche servite da una fitta reted’impianti di risalita e dotate di moderne strutture di servizio in quota. Sui valichi di grande transitolo sviluppo dell’industria turistica ha fatto sorgere dei veri e propri nuclei insediativi stabilmente a-bitati, composti di rifugi, alberghi, negozi e ristoranti.Salvo le fasce sacrificate per i tracciati sciistici, le superfici boscate, di per sé poco estese per laconformazione stessa del territorio, appaiono oggi in espansione a discapito delle aree a prato e pa-scolo. Ciò, sia per effetto del citato abbandono delle attività agropastorali, sia in virtù di una più ra-
  • 12. 12zionale gestione introdotta degli enti preposti, Comuni e ASBUC (Amministrazioni Separate Benidi Uso Civico), che hanno posto dei limiti ragionevoli allo sfruttamento intensivo cui fino all’iniziodel ’900 erano state sottoposte essenzialmente per scopi edilizi e commerciali.Tali dinamiche di trasformazione nei modelli d’uso del suolo e negli assetti socio economici sonooggi al centro di un processo di ripensamento critico, che coinvolge praticamente tutti gli attori in-tervistati.“Bisogna innanzitutto chiedersi quali siano le ragioni di tali trasformazioni, partire da una rifles-sione sul recente passato. La val di Fassa ha avuto nei decenni scorsi la grande opportunità di av-viarsi verso una condizione di benessere diffuso che ha quasi eliminato l’emigrazione. Però oggi èchiaro che questo processo ha accelerato a tal punto da incidere profondamente sia sull’immaginedella valle, sia sulle dinamiche economiche e sociali. Oggi siamo tutti consapevoli che in queglianni siano state fatte delle scelte molto discutibili, errate, che hanno portato a un’espansione stra-ordinaria dell’urbanizzazione, delle seconde case, dei posti letto. Siamo stati tutti vittime dell’ideadella città diffusa lineare che doveva trasferirsi attraverso i comprensori nelle valli. Allora la stra-da è diventata il fulcro dell’urbanizzazione, come la via Emilia. Ci sono ragioni storiche che hannodeterminato questo fenomeno: la parcellizzazione del suolo, l’assenza di grandi proprietà come ilmaso chiuso di altre realtà che hanno consentito una minore penetrazione della speculazione edili-zia. Questa è la zavorra che oggi ci portiamo dietro, che ha portato alle attuali situazioni di conge-stione e che rende anche difficile ragionare su nuove ipotesi di futuro”. Fabio Chiocchetti Diretto-re Istituto Cultura Ladina“La valle di Fassa era poverissima, fino agli anni 70 si emigrava all’estero Poi è stata una corsa arealizzare alberghi, appartamenti, seconde case. C’era una fonte di reddito nuova e tutti ne hannoapprofittato. Adesso siamo arrivati alla saturazione e si sta tornando indietro. Lo sviluppo è statofatto alla cieca, senza una proiezione futura mirata, è stato fatto tutto un po’ di conseguenza, uno fauna cosa, uno fa l’altra, le strade, gli impianti, senza domandarti come sarebbe stata la valle in fu-turo. Con gli alberghi e gli appartamenti siamo arrivati a saturazione, con 55mila posti letto chesono diventati troppi per la domanda che abbiamo, salvo pochi periodi, venti giorni l’anno. Quindiora siamo sempre alla rincorsa per riempire i posti letto”. Enzo Iori Presidente APT“I numeri del nostro sviluppo turistico derivano da una normale voglia di crescita economica neglianni 70 e 80. Io non mi sento di criticare chi, avendo un pezzo di terreno edificabile se l’è costruito,si è fatto quattro appartamenti da gestire. Perché mai dovremmo criminalizzare quest’aspetto,
  • 13. 13quando c’era l’opportunità di una crescita economica, quando si veniva comunque da decenni dipovertà, di stenti, di pastorizia e agricoltura misera. Oggi ci troviamo in un contesto di un turismomaturo che in passato non è stato né pensato né pianificato. Negli anni in cui c’è statal’accelerazione del fenomeno del turismo in valle, i fassani che avevano la responsabilità di pro-grammare e governare il territorio non avevano la preparazione per poter non solo decidere, maavere una visione del futuro. Oggi i nodi vengono al pettine. Abbiamo avuto uno sviluppo turisticospontaneistico, non governato, non pianificato, che adesso mostra tutti i limiti e le crepe. Adessodovremmo fermarci a riflettere dove porta l’attuale situazione”. Daniele Dezulian Presidente delConsorzio impianti a fune val di Fassa e Carezza“Negli anni 70 e 80 gli amministratori hanno fatto grossi errori, hanno lasciato costruire dei con-domini che hanno invaso il territorio senza portare alcun reale vantaggio. Oggi ci troviamo con deicondomini costruiti per cento persone che a Natale si riempiono di trecento persone. I dati ufficialiparlano di 60mila posti letto, ma sono convinto che arriviamo tranquillamente a 100mila. Ho vistoio appartamenti di 60-70 mq con dentro venti persone. Magari sono giovani, con gli amici, che peruna settimana vivono come in una tendopoli. E’ chiaro che questo tipo di turismo porta poco sulpiano economico e fa molti danni sul piano della congestione. Qualcuno dice che la Valle di Fassaè diventata il dormitorio delle Dolomiti, perché ci sono troppi posti letto e si paga poco rispetto al-le altre realtà delle Dolomiti”. Rinaldo De Berlol Insegnante e Ispettore VV.FFLa riflessione sugli errori del passato porta a interrogarsi sul futuro assetto della Valle alla ricerca diuna difficile mediazione tra una pur sempre necessaria gestione dei flussi quantitativi, che richiedealtri investimenti e trasformazioni territoriali, e una riqualificazione complessiva del sistemad’offerta, che però al momento si presenta dagli esiti incerti. “Riqualificarsi nella continuità” ap-pare essere la parola d’ordine su cui convergono le strategie degli attori locali, anche se nonmancano voci che esprimono preoccupazione sull’effettiva opportunità e possibilità di perseguireun modello d’offerta fondato su ipotesi di crescita costante della domanda e sulla conseguente ne-cessità di fare investimenti in infrastrutture di supporto.“ Ci vorrebbe un processo di riqualificazione, se non addirittura di riconversione della nostra of-ferta turistica. Fino ad oggi abbiamo puntato sui numeri, sull’alta ricettività, per cui un processo diriconversione è difficile: come fai a dire a un operatore che ha fatto importanti investimenti che de-ve ridurre il numero dei posti letto. Salvo che non sia costretto dal mercato. L’impressione è peròche i nostri operatori, per la stragrande maggioranza, continui a puntare su un modello di turismo
  • 14. 14industriale: i sessanta mila posti letto, gli impianti, i grandi caroselli sciistici. Il modello è questo,abbiamo fatto gli investimenti, dobbiamo quindi guadagnare il massimo possibile. Specialmente inun periodo di crisi come questo non possiamo rischiare in un processo di riconversione dagli esitiincerti. Attualmente siamo appiattiti sulla domanda, se uno viene qua con un pacco di euro è chiaroche gli dai quello che vuole, anche se magari centra poco con le nostre specificità ambientali e cul-turali. Stiamo vivendo una situazione difficile per tutti, non è necessario vedere le statistiche, perstrada quest’inverno abbiamo visto meno pullman, meno sciatori, meno turisti, la crisi la percepiscisemplicemente girando per strada. In questo periodo è difficile parlare di prospettive di sviluppo.Credo comunque che questa non sia una crisi di attraversamento, per cui le cose, una volta passatala crisi ricominceranno come prima. In questa prospettiva penso che dovremmo rivedere la nostraofferta. Ci vuole un ritorno a un’accoglienza più umana. Il nostro contesto, per le sue caratteristi-che, non è adatto alle grandi strutture, al turismo massificato. Dobbiamo puntare sulla familiarità,sul rapporto umano.” Bruno Sommariva Segretario CgF“Quando si sbaglia a livello urbanistico, come noi abbiamo sbagliato negli anni ‘60 si sbaglia persempre. Il modello dei collegamenti impiantistici e delle infrastrutture è il proseguimento del mo-dello che abbiamo impostato negli anni ’60. Fortunatamente, non si possono più costruire le se-conde case. Tutta la domanda di sviluppo è orientata solo a riempire i sessantamila posti letto. Sel’obiettivo è solo questo, non potremmo mai essere i protagonisti del nostro sviluppo, perché da solinon ne abbiamo la forza. Dobbiamo affidarci alle grandi agenzie del turismo internazionale, ab-bassare i prezzi e accettare chiunque venga. O si fa la scelta della qualità e di ridurre i numeri, co-sa che comunque avverrà per dinamiche di mercato, oppure continuiamo su questo modello quanti-tativo, ipotecando il nostro futuro per i prossimi vent’anni”. Luigi Casanova Cipra“Dove andrà in futuro lo sviluppo della val di Fassa? Andrà ancora a pesare sulle famiglie che siimpegneranno, come si sono impegnate negli anni ’70. La val di Fassa negli anni ‘60-‘70 è statadelle banche, le famiglie hanno rischiato molto, del proprio, hanno abbandonato una cultura cheera quella rurale per saltare a piè pari in quella alberghiera, che però adesso non si sa più se è al-berghiera. Tutti parlano di alberghi quando invece il grosso numero di appartamenti fa a pugnicon la nostra economia. Oggi ognuno si arrangia, guardando ai propri debiti, alle proprie priorità,siamo una comunità che non è un insieme, che non è riuscita a fare sistema. Già negli anni ‘70 siparlava di Fassa 2000, una società di sviluppo che doveva andare ad acquisire le aziende che era-no in difficoltà per non perdere il patrimonio. Purtroppo il patrimonio sta diventando di chi non a-bita in val di Fassa: non solo le seconde case, negli ultimi anni sono stati venduti ventisette alber-
  • 15. 15ghi. Gli impegni delle famiglie che possiedono gli alberghi sono stati grossi, si sono buttati, ci han-no creduto senza guardare ai bilanci economici. Abbiamo sconvolto una legge banaledell’economia: tenere bassa l’offerta per tenere alti i prezzi. Noi abbiamo fatto il contrario: in valdi Fassa la mezza pensione costa trenta euro ma si dice che è arrivata anche a ventiquattro euro, ilnoleggio di un paio di sci costa dieci euro a settimana, tre euro a metà settimana. Così continuere-mo a rincorrere il turista, i grossi numeri. Finché continueremo a credere alle fate, continueremoad aumentare l’offerta e a credere che quella sia la soluzione, offriremo sempre più infrastrutturepensate solo per i turisti, con costi per la società e la popolazione”. Elio Liberatore PresidenteAPSP Fassa.“Il futuro sicuramente non potrà più essere quello dei sessantamila mila posti letto. Attualmentegran parte della nostra attenzione è concentrata sul problema della viabilità, che effettivamente èun grosso problema, in stagione ci vuole più di un’ora per andare da Canazei a Pozza. Allorastiamo pensando a costruire una valle fatta di tangenziali e circonvallazioni. Ma siamo sicuri chequesto serva? O fra dieci anni avremo un altro tipo di turismo? Credo che prima di decidere inve-stimenti dovremmo porci queste domande.” Cesare Bernard Presidente Consei General“Oggi in val di Fassa ci sono due esigenze contrastanti che però, in una programmazione di brevee medio periodo, potrebbero trovare una loro logica di coerenza. L’obiettivo a breve termine è diriempire i sessanta mila posti letto. In tale logica è chiaro che bisogna rendere appetibile l’offerta,è necessario fare le circonvallazioni, gli impianti vanno potenziati sempre di più. Anche se non sicapisce bene dove si va a finire con questo sempre di più. Sul medio periodo c’è chi comincia apensare che bisogna incidere anche sulla consistenza dei posti letto mediante interventi tesi alladecrescita. In Valle di Fassa le zone di espansione edilizia sono pressoché esaurite, restano gli im-mobili esistenti, di cui un dieci per cento si sa benissimo che sono destinati a non essere più nel cir-cuito produttivo alberghiero. Questi volumi dovrebbero poter essere recuperati per l’edilizia abita-tiva dei residenti. Così forse qualcuno dei nostri giovani, delle nostre giovani coppie, anziché anda-re a vivere a Ziano, che per altro è un bel posto, magari trovano casa qui. Alcuni immobili potreb-bero anche benissimo essere rasi al suolo, aprire degli spazi di vita all’interno dei paesi. Mettia-moci pure dei parcheggi interrati, ma in superficie c’è bisogno di spazi di vita, magari anche degliorti, dei giardini. Nella mentalità dominante il metro cubo è un bene ineliminabile, non si sacrificaun metro cubo, piuttosto se ne aggiunge mezzo. Allora aumentiamo pure le volumetrie dove ci sonoinsediamenti di un certo tipo, dove c’è necessità di adeguamento di qualità degli alberghi, ma al-trove si possono benissimo, con interventi mirati, senza accollare l’onere al singolo privato, attuare
  • 16. 16dei piani di acquisizione che potrebbe preludere anche a dei piani di riqualificazione dei centri sto-rici. Cosa già tentata trent’anni fa ma che non è andata a buon fine come sappiamo. La qualitàdell’intervento di recupero deve giovare a migliorare l’aspetto esteriore e l’accoglienza. Si toglie iltraffico dal paese e creiamo dei centri storici pedonali”. Fabio Chiocchetti Direttore Istituto Cul-tura Ladina“Lo sviluppo turistico ha obbligato i Comuni a fare dei fortissimi investimenti per servizi e infra-strutture che poi, di fatto, sono utilizzate per poche settimane l’anno. Nei picchi comunque c’èl’affluenza e questo genera altri tipi di problemi: la viabilità, le strade, la necessità di fare le cir-convallazioni. Un’analisi attenta sulle prospettive di sviluppo del territorio non può prescindere daquesti dati. Come in tutte le cose, dobbiamo fare un mix. Nel senso che per mantenere competitivadella valle devi ammodernarla e devi creare, o quanto meno migliorare, le infrastrutture che ci so-no. In una prospettiva di più lungo periodo bisogna invece pensare a una riconversione della no-stra offerta turistica. La riconversione comunque va fatta in modo graduale. Se il clima lo permette,dobbiamo rimanere attrattivi sull’offerta invernale per cui il sistema impiantistico è ancora moltoimportante. In val di Fassa quello impiantistico è il settore più sviluppato, quindi da questo puntodi vista con due o tre interventi d’aggiustamento riusciamo ancora a essere competitivi. Inun’ottica di riconversione della nostra offerta, migliorare il tessuto urbanistico è sicuramente unapriorità. Se poi questo coincidesse anche con la riduzione dei posti letto, sarebbe il massimo. Nonc’è più spazio per nuovi insediamenti edilizi, io lavorerei per una riconversione delle brutture cheabbiamo sul territorio, se fosse per me i condomini degli anni 70-80, come il Fassa Laurino a Maz-zin, andrebbero abbattuti e ricostruiti diversamente. Le stesse seconde case costruite sempre neglianni 70, molto impattanti e decontestualizzate, andrebbero quantomeno ristrutturate” RiccardoFranceschetti Sindaco di Moena, Assessore CdF, albergatore.“In passato in val di Fassa abbiamo fatto scelte sbagliate. Le conseguenze le paghiamo ora. Primadi tutto la scelta scellerata di destinare tanto territorio alle seconde case, fortunatamente la LeggeGilmozzi ci ha messo una pezza, anche se tardiva. Non abbiamo mai avuto una pianificazione diValle, per cui i limiti sono dovuti a interventi frammentati senza una strategia in grado di pensarein modo organico alla valle nella sua unicità. Hanno sempre prevalso i campanilismi e gli interessiparticolari. Le scelte le fanno le persone ed evidentemente in Valle non c’era una cultura adeguataper fare certi ragionamenti. Paghiamo un dazio perché è mancata la coesione. Pensare oggi allosviluppo della Valle, significa riconoscere questi errori, per non ripeterli. In passato non c’eranoforse gli strumenti, non c’era la cultura, non c’erano degli enti in grado di fare programmazione di
  • 17. 17valle. E’ per questo, che oggi credo molto nel ruolo del Comun General. Quando ho sentito parlaredel Piano Territoriale della comunità ho pensato a una cosa molto difficile da fare, molto ambizio-sa, ma sicuramente indispensabile. Mettersi a ragionare su tutta la valle, considerando tutti gli a-spetti che riguardano la vita in questa valle, è una cosa che non è mai stata fatta e che non è facileda fare. Lo dimostra il fatto che stiate partendo da un processo di ascolto del territorio”. GianniRasom Consigliere CgF e responsabile informatica Consorzio Dolomiti Super Ski.3. Le carenze d’infrastrutture e di servizi pubblici.La qualificazione delle reti infrastrutturali dei servizi pubblici è al primo punto dell’agenda digran parte degli operatori locali, sia economici, sia istituzionali. Un sistema turistico efficientenon si può basare esclusivamente sul settore dell’accoglienza e dell’intrattenimento. A corollariodel core business della località devono operare una serie di servizi e beni pubblici in grado di co-struire un’offerta complessiva di sistema. Nelle aree turistiche, il settore pubblico ha una funzioneimprenditoriale non sostituibile, in quanto detiene e gestisce alcune componenti critiche dell’offerta:l’urbanistica, il paesaggio, la sicurezza, la qualità ambientale, il sistema infrastrutturale, i beni cultu-rali. La collaborazione pubblico-privato ha, in questo caso, una declinazione fortissima e specifica.Uno dei grandi temi sollevati dagli interlocutori è quello dell’accessibilità alla Valle. La colloca-zione periferica penalizza il sistema locale rispetto ai grandi flussi turistici internazionali. Efficienticollegamenti con il sistema aeroportuale, (in particolare con l’aeroporto di Bolzano) e con il corri-doio autostradale del Brennero, sono strategici per la competitività del sistema turistico locale. Trale reti infrastrutturali s’inserisce anche il trasporto su rotaia che però, da molti attori locali, è conce-pito principalmente come un sistema di mobilità interna alla Valle. Il dibattito si articola su duegrandi progettualità di sistema: da una parte il Progetto Metroland, concepito dalla Provincia Au-tonoma di Trento come sistema metropolitano provinciale che prevede la realizzazione di un colle-gamento ferroviario Trento-Pergine-Borgo-Borgo-Cavalese-Soraga; dall’altro il Progetto Transdo-lomites, promosso da un’associazione locale allo scopo di promuovere la progettazione e la realiz-zazione della ferrovia che collega Trento alle valli di Fiemme e di Fassa attraverso la val di Cembra,favorendo la mobilità locale all’interno di ciascuna valle.“A una valle turistica servono servizi, in primo luogo l’accessibilità. Come raggiungo la Valle diFassa? Il nostro problema è che siamo decentrati, dobbiamo collegarci con l’asse del Brennero,anche in relazione agli importanti investimenti fatti su quest’asse: il tunnel del Brennero e l’alta ve-locità ferroviaria. L’accesso dagli aeroporti lo abbiamo a Treviso, Verona, Venezia, Bergamo. So-
  • 18. 18no tutti scali molto scomodi. Il trasferimento da qualsiasi aeroporto implica come minimo tre ore emezzo di viaggio. Noi riteniamo indispensabile ampliare l’aeroporto di Bolzano, ci permetterebbedi arrivare in val di Fassa in quaranta minuti. C’è poi il tema dell’accessibilità su rotaia, Trento hail progetto Metroland, ma qui in val di Fassa si preferisce parlare di Transdolomites, e più adegua-to alle nostre esigenze di mobilità interna e allo spostamento degli sciatori. Dobbiamo ridurre lamobilità interna su gomma per raggiungere gli impianti”. Celestino Lasagna Presidente Associa-zione Albergatori della val di Fassa“Per quanto riguarda la mobilità, in valle siamo veramente carenti. Non solo per gli spostamentiinterni, ma anche per i collegamenti con le città maggiori, dove ci sono gli aeroporti. Un turistache parte da Mosca non può impiegare quattro ore per arrivare a Venezia e sei ore da Venezia aCanazei, è un controsenso. L’Austria ha l’aeroporto internazionale a Innsbruck e dopo un’ora seigià sulle piste da sci. Se i numeri sono questi, è chiaro che non riusciremo mai a competere con lelocalità austriache. C’è poi il tema dell’accessibilità tramite ferrovia. La Provincia sta portandoavanti il progetto Metroland, la metropolitana di superficie, può essere un bel progetto, però biso-gna considerare i tempi. Se dobbiamo aspettare vent’anni, non serve a risolvere i nostri attuali eurgenti problemi di mobilità, sarebbe meglio qualcosa di più tempestivo. Sento parlare di questoTransdolomite che potrebbe collegare la val di Fassa con Trento, potrebbe essere un’alternativa,anche perché i costi sono nettamente inferiori ed è un progetto più fattibile”. Massimo De BertolPresidente Associazioni Artigiani della val di Fassa“Sulla mobilità la maggior parte delle persone in Valle è contraria a Metroland, perché un colle-gamento veloce che ci porta a Trento in quaranta minuti non ci serve. In Valle abbiamo bisogno diun treno che faccia il servizio tra i comuni, tra le tre valli dell’Avisio, magari non le ventisei stazio-ni previste da Transdolomites, possiamo anche ridurle, comunque il modello è quello. Abbiamo bi-sogno di un treno di servizio alle valli, dobbiamo pensare a noi cittadini e ai turistici per deconge-stionare le strade. A livello di arco alpino la risposta all’esigenza di una mobilità sostenibile è iltreno, tutti i Paesi moderni puntano sul treno. A livello di Dolomiti c’è la possibilità di avere il cir-cuito della ferrovia delle dolomiti, collegando Feltre con Primolano, 18 Km, partiamo da Calalzodi Cadore e arriviamo Dobbiaco e poi con il treno dell’Avisio, abbiamo chiuso l’anello delle Do-lomiti. Sarebbe un ulteriore fattore d’immagine e promozione per le Dolomiti”. Luigi CasanovaCipra
  • 19. 19“Metroland e Transdolomiti rispondono a due logiche diverse: una è quella del collegamento velo-ce con la val d’Adige, l’altra è finalizzata a una mobilità più interna. Sono opzioni da approfondireentrambe, finora non ci siamo fatti un’idea precisa. Lo stesso Comun general per ora non ha presoposizione, sta valutando le prospettive. Personalmente ritengo che il collegamento veloce con Tren-to sia secondario rispetto ai problemi di mobilità che abbiamo all’interno della valle, cioè la neces-sità di creare un’alternativa al trasporto su gomma. Metroland risponde a una visione Trento cen-trica. Ma qui in Valle non abbiamo flussi su Trento tali da giustificare l’investimento. Molti dei no-stri flussi gravitano su Bolzano o anche Belluno. Per quanto riguarda l’accessibilità turistica pernoi sarebbe molto più utile avere un collegamento con l’aeroporto di Bolzano”. Francesco Dellan-tonio, artigiano e amministratore del Comune di Soraga“La mobilità per noi è un tema strategico, sento molti turisti lamentarsi dei collegamenti. Dobbia-mo lavorare sui collegamenti degli impianti ma anche sulla viabilità e più in generale sulla mobili-tà. Io vedrei molto positivamente un collegamento di superficie come un trenino che colleghi Moe-na con Canazei. Dobbiamo creare un’alternativa all’auto. Metroland che ferma a Soraga non è lasoluzione. Se Metroland fa tre fermate a che cosa serve? Ci vuole un trenino di superficie che servela valle, che ferma in tutti i paesi. In modo che possa dire al mio cliente fatti un giro a Moena, vaial centro salute a Canazei, ogni mezz’ora c’è il trenino”. Stefano Weiss giovani albergatori Vice-presidente APTIl forte sviluppo turistico del territorio ha messo in evidenza le numerose criticità dell’attuale retestradale, rese particolarmente evidenti dai fenomeni di congestione rilevabili nei periodi di maggiorafflusso. Traffico, inquinamento, scadimento della qualità della vita nei periodi d’alta stagione turi-stica, diventano delle vere e proprie emergenze per una località di montagna che passa da 9.000 re-sidenti a picchi di 18.000 arrivi il giorno. Tale situazione induce la maggior parte degli attori localiintervistati a esprimere una domanda d’adeguamento delle reti viarie (circonvallazioni dei paesi eparcheggi) e d’individuazione di modelli di mobilità sostenibile. In tale contesto s’inserisce ancheuna domanda, in particolare da parte dei paesi della bassa e media valle, d’impianti di collegamentoai principali caroselli sciistici.“A fronte dello sviluppo urbanistico dei decenni scorsi, la valle è rimasta indietrosull’infrastrutturazione pubblica. In stagione turistica passiamo da nove mila a settanta mila abi-tanti e le infrastrutture sono inadeguate. Sul piano della viabilità gli interventi più urgenti sono letre varianti dei paesi, la circonvallazione di Canazei Campitello, lo snodo dell’area di Pozza, e
  • 20. 20quello di Soraga. C’è poi della mobilità vera e propria, l’esigenza di favorire un sistema di scam-bio tra le zone, ma anche di collegamento tra le aree sciistiche esistenti. Attualmente abbiamo unavalle disomogenea: l’alta valle ha un’offerta impiantistica straordinaria, il centro valle più o menosi sta arrangiando, la bassa valle è completamente tagliata fuori. Dal punto di vista della mobilitàl’idea che avevamo sviluppato era di mettere in connessione gli impianti di Buffaure, Pera, Gar-deccia. C’è poi l’area di collegamento delle zone di Moena e Soraga che sono, di fatto, gli unicidue paesi in valle che non serviti da impianti a fune direttamente dal paese. Moena ha quasi undicimila posti letto, Soraga ne ha quasi tre mila; sono quindi in totale quattordicimila persone obbliga-te a spostarsi in auto per raggiungere gli impianti e questo è un limite sia per l’offerta turistica siaper la vivibilità del territorio”. Riccardo Franceschetti Sindaco di Moena, Assessore CdF, alber-gatore.“ Viabilità e mobilità sono le esigenze prioritarie di cui si parla da anni. Dobbiamo ridurre la mo-bilità su gomma, anche se penso che la chiusura dei passi sia una cosa assurda. Una soluzione perla mobilità sostenibile è data dal collegamento tra gli impianti. Abbiamo la possibilità con relativepoche spese di collegare dal Ciampac, Col de rossi, potremmo arrivare a Pera con il collegamentodel Ciampedie. Dal Ciampedie la possibilità di collegare Soraga. Soraga collegata con Moena eMoena con Lusia. Questo potrebbe risolvere con basso impatto un problema di mobilità, sia in in-verno sia in estate. Altro problema importante è quello dei parcheggi sia nei paesi, sia di testataper gli impianti”. Celestino Lasagna Presidente Associazione Albergatori della val di Fassa.“Non vi è dubbio che la questione infrastrutturale riguardi anche la creazione di nuovi impianti.Moena non lavora perché non riesce ad offrire lo sci come collegamento diretto. Sono dell’idea chenon vanno coinvolte aree nuove, tempo fa si parlava del giro del Sasso Lungo, vedo però la neces-sità di collegamento tra quello che abbiamo. Alcune operazioni migliorerebbero molto la nostra of-ferta sciistica. Le aree di Vigo e di Buffaure sono in sofferenza, con un collegamento risolverebberoi loro problemi e anche i problemi di viabilità su Meida, dove tutti convergono per andare al Buf-faure. E’ chiaro che altre aree come la val S. Nicolò, la val Duron, Fuciade, la stessa Marmolada,vanno invece tutelate” Gianni Rasom Consigliere CgF e responsabile informatica Consorzio Do-lomiti Super Ski“La bassa valle, Moena in particolare, non ha i servizi adeguati per portare i propri turisti nellezone sciistiche. Ci vorrebbe un impianto di arroccamento che parta dal paese. Dal punto di vistaimpiantistico c’è prima di tutto l’esigenza di migliorare la situazione di Moena. Mancano gli ar-
  • 21. 21roccamenti verso la zona del Lusia e verso il Passo Carezza. Verso il Lusia, dove siamo coinvolticome SIC, abbiamo un interesse particolare. Il Comune sta cercando di definire delle priorità. Laprima cosa da fare e chiedere di inserire questi arroccamenti nel piano provinciale. Sono iter bu-rocratici abbastanza lunghi e intanto si perde competitività”. Fiorenzo Peratoner SIC“La qualità percepita dal turista è oggi bassissima, il traffico e i trasporti pubblici in Valle sono itemi di lamentela più ricorrenti nelle caselle di posta elettronica nostre e dell’APT. Abbiamo unservizio skibus che si stima soddisfi solo il trenta per cento dell’utenza che vuole spostarsi con imezzi pubblici, quindi con una percentuale molto bassa e anche una qualità decisamente bassa,perché sono mezzi vecchi e fumosi. Sui temi della mobilità c’è un grande fermento d’idee da partedei comuni, del Comun general, dei comitati locali di mobilità, delle associazioni di albergatori,che propongono le loro idee di mobilità: chi dice il trenino, chi la monorotaia sopraelevata, chil’impianto a fune che attraversa la valle. Tante idee, però alla fine bisogna fare delle scelte, avendopresente che la mobilità costa. La mobilità è per definizione un servizio in perdita e allora bisognacapire quali sono le soluzioni tecnico-economiche più idonee e in val di Fassa, su questo, abbiamoancora un po’ di confusione. Gli impianti possono svolgere un ruolo di mobilità alternativa, perògli impianti non possono essere la risposta al problema della mobilità, che è un servizio pubblico.Altrimenti rischiamo veramente di togliere risorse per quello che è lo sci: la gestione, il rinnova-mento degli impianti, delle piste, degli impianti d’innevamento a monte. E’ questo il cuore della no-stra attività, non possiamo diventare un servizio di mobilità pubblica. Qualcuno dice che gli im-pianti a fune potrebbero fare impianti a valle pagati con lo skipass. Bellissimo, uno sale con il pro-prio skipass in cabina, percorre tutta la valle e poi va a sciare. Però con quali risorse? L’impiantodi trasferimento in valle ha dei costi di gestione, se li paghiamo con lo skipass vuol dire togliere ri-sorse per gli investimenti”. Daniele Dezulian Presidente del Consorzio impianti a fune val di Fas-sa e Carezza“La vera necessità è una viabilità alternativa per sollevare i paesi dal traffico. Negli ultimi quindi-ci anni ci siamo talmente intasati di traffico per cui il turista non ritiene più appetibile stare nelfondo valle. Dobbiamo portare il traffico di scorrimento fuori dai paesi. Il problema principale è ilflusso d’attraversamento. Le statiche ci dicono che siamo a quasi 18mila passaggi giornalieri suiperiodi di punta e questo va a discapito della qualità della vita, prima dei residenti e poi chiara-mente dell’offerta turistica. Moena ha già la circonvallazione, Soraga, di cui sono amministratore,la sta richiedendo con forza. Dobbiamo creare un collegamento tra la fine della circonvallazione diMoena fino a Soraga nord. Moena e Soraga possono essere considerate un’unica zona urbana at-
  • 22. 22tualmente spaccata in due da questa mancata realizzazione della circonvallazione. Poi chiaramenteci sono i nodi di Pozza, Campitello e Canazei. Mazzin si potrebbe sistemare un po’ meglio ma è uncomune un po’ più felice da questo punto di vista, perché seppur molto urbanizzato, è meno presen-te sulla strada. A Vigo è già stata fatta e va bene”. Francesco Dellantonio Artigiano e ammini-stratore del Comune di Soraga.“Io penso che sia ormai improcrastinabile l’esigenza di trovare una soluzione per liberare i paesidal traffico e ridare ai nostri paesi quell’immagine di paesi di montagna che hanno perso nel tem-po. Se non recuperi questa dimensione di paese di montagna, se non dai la sensazione a chi vieneda fuori di trovarsi in un’oasi di tranquillità, il tuo mercato andrà progressivamente a erodersi.Oggi nei paesi, quando passi con il passeggino, hai le colonne di automobili che ti scaricano ad-dosso i gas. È cruciale liberare il paese altrimenti si ha uno spreco di risorse incredibile. Si spendeun milione di euro ogni stagione per lo skibus gratuito per l’ospite, un bellissimo servizio che poidopo è rovinato, anche in modo irreparabile, a livello d’immagine, perché lo skibus non è puntuale,non ha più orari a causa del traffico. Quindi anche quel servizio lì, oneroso per la valle e importan-te per il turista, perde la sua potenzialità diventando un boomerang. Qualcosa sul fondovalle biso-gna farlo e urgentemente, non è pensabile che ci impieghino vent’anni a fare una pista ciclabile chenon è ancora finita. I nostri Amministratori non possono tornare da Trento e dirci che la circonval-lazione di Canazei la faranno nel 2017, poi nel 2025 quella di Pozza e nel 2030 quella di Soraga.Nelle attuali dinamiche di mercato, quindici anni sono pari a un’era geologica, tutto corre veloce-mente e noi rischiamo di perdere quote di mercato. Dovremmo essere noi, come Valle, a trovaredegli strumenti per rimediare a questa situazione. Dobbiamo trovare noi stessi un modo di fare fi-nanza di progetto, pensiamo a una vignetta per chi entra in val di Fassa, a un fondo vincolato e de-stinato a fare queste benedette circonvallazioni. Sarebbe importante arrivare a un progetto vera-mente completo per tutta la valle. Credo che il Comun General di Fassa sia veramente utile perchépuò finalmente dare quella visione di sviluppo organico e complessivo della valle che è mancato fi-no ad oggi“. Silvano Ploner giornalistaLo stesso Comun General ritiene che gli interventi su tale tema siano d’importanza strategica per losviluppo socio economico della Valle. Per questo ha ritenuto opportuno procedereall’individuazione di alcuni obiettivi di carattere generale volti soprattutto a evidenziare problemi,criticità e possibili soluzioni. Il documento elaborato dal Consei di ombolc su proposta della com-missione mobilità, viabilità e trasporti del Comun General è stato sottoposto ai responsabili provin-ciali ai lavori pubblici, infrastrutture stradali e trasporti della provincia di Trento. Si chiede la pro-
  • 23. 23gettazione della circonvallazione di Soraga, la variante all’abitato di Pozza, il termine della variantedi Vigo e la rotatoria a San Giovanni, l’inizio dei lavori della variante Campitello – Canazei, oltre ainterventi definitivi sulla strada del passo Fedaia, la sistemazione della strada dei passi Sella Costa-lunga, il ponte di Pera. Poi una serie di parcheggi anche interrati in quasi tutti i paesi.“A livello di Comunità di Valle la commissione mobilità ha indicato come soluzioni la tangenzialenei paesi, che significa fare una tangenziale a Soraga, una tangenziale a Pozza e una tangenziale aCanazei. Si tratta poi di creare zone a traffico limitato all’interno dei paesi con parcheggi di testataper evitare che le auto entrino in paese. C’è poi la necessità di disegnare un sistema pubblico ditrasporto per collegare le aree e abbattere il transito automobilistico, in questo momento è statopensato su gomma perché non abbiamo chiaro quali siano le possibili alternative. Abbiamo svaria-te ipotesi, però il territorio è quello che è, non abbiamo grandi spazi di manovra. C’è la Transdo-lomite che spinge per il trenino, ma non è una soluzione perché ci vincolerebbe un territorio enor-me. Sarebbe una barriera strutturale con un vincolo di venti metri per parte. Non è pensabile inuna Valle così stretta”.Fausto Castelnuovo, Sindaco di Mazzin e Assessore GgF“Come Comun General abbiamo costituito una commissione sulla mobilità cui fanno parte alcuniconsiglieri, sindaci e imprenditori, stiamo per formalizzare tutte le richieste dei singoli comuni perpoterle poi portare a Trento e spiegare cosa vorremmo fare a livello di viabilità. La circonvallazio-ne di Vigo dovrebbe essere pronta per la fine di dicembre, stanno progettando quella di Canazei,dopodiché partirebbero quelle di Pozza e di Soraga. Il piano stralcio della viabilità della Provinciadovrebbe prevedere soluzioni anche per le valli laterali, qui a Pozza c’è Gardeccia e Valsannicolò,a Campitello c’è la Valduron. C’è poi la questione del transito sui passi, che deve trovare una so-luzione a livello delle tre provincie interessate, perché non è ammissibile impiegare due ore perscendere dal Pordoi per arrivare a Pozza, anche se per la verità, solo per pochi periodi l’anno. Pe-rò dalle statistiche della Provincia risulta in valle il passaggio di quasi venti mila macchine algiorno”. Tullio Dellagiacoma Sindaco di Pozza di Fassa e Assessore CgFIl transito sui passi dolomitici è unaltra questione su cui si concentrano le riflessioni degli attorilocali, anche in considerazione del fatto che tale questione influenza in modo decisivo le politichedi mobilità all’interno della Valle. La val di Fassa, oltre che essere una destinazione, è un’area ditransito d’intensi flussi turistici, anche giornalieri, diretti ai passi dolomitici. Secondo i dati del 2009il Costalunga tra la val di Fassa e la val d’Ega è il passo più frequentato, con un transito giornalieromedio di 2.560 veicoli. Al secondo e terzo posto due passi più “escursionistici”: il Pordoi, tra il
  • 24. 24gruppo del Sella e la Marmolada, con 1.578 veicoli, seguito dal Sella, fra val di Fassa e val Garde-na, con 1.470 veicoli, media che sale a oltre 2.000 limitatamente al periodo primavera estate.“E’ evidente che la situazione dell’accessibilità sui passi dolomitici è ai limiti di rottura. Non puoipensare di andare in agosto al passo Pordoi e trovarti su mille macchine parcheggiate sui pratiperché non ci sono i parcheggi. Oppure la strada del passo Sella, che non sai se arrivi in cima per-ché frana, e continuano a passare pullman, moto e poi su non ci sono parcheggi neanche lì. Lastessa cosa vale per il Fedaia. Il pedaggio di per sé non risolve il problema, è dimostrato in tutto ilmondo. Il tema dei passi andrebbe affrontato con soluzioni miste: disincentivare l’utilizzo del mez-zo privato a favore dei mezzi pubblici; con la valorizzazione degli impianti a fune esistenti laddovearrivano in quota. Va poi affrontato il problema dei parcheggi in quota, trovare una formula perlimitare il numero delle macchine, magari facendo pagare i parcheggi in quota con delle politichetariffarie diverse, ma il pedaggio, di per se, è solo un modo di fare cassa. Può essere una delle so-luzioni se servono risorse per fare gli investimenti sui passi, ma non per limitare il traffico”. Ric-cardo Franceschetti Sindaco di Moena, Assessore CdF, albergatore.“Bisogna premettere che i nostri passi sono punti di collegamento e non di arrivo. Il pedaggio visteesperienze fatte altrove non serve a limitare il traffico, ma solo per incassare denaro. Sui passi so-no insediate varie aziende, quindi chiudere i passi creerebbe una crisi di queste attività. Io vedreiuna regolamentazione dei parcheggi, evitare che auto e camper parcheggino sui prati e ad averedei punti panoramici ordinati. Si potrebbe introdurre il pagamento del parcheggio. Quando avremoil parcheggio a Canazei di cinquecento posti macchina, magari ne discuteremo. Questo parcheggioera partito prima dell’Accordo di programma tra il Comun General e la Provincia, in questi giornidovrebbero vedere il finanziamento. Il parcheggio a Canazei può aiutare a risolvere il problemadel traffico sui passi”. Mariano Cloch Sindaco Canazei Vice Procurador CgF“E’ ovvio che un’importante mole di traffico sia anche causata dal trasferimento tra le valli. Biso-gna capire quali sono i costi e i benefici di un’eventuale limitazione del traffico sui passi. È eviden-te che tutto l’indotto localizzato in quota ne soffrirebbe molto, ma anche le aziende localizzate sulfondo valle ne risentirebbero. Quando i passi sono chiusi per le gare ciclistiche, gli esercizi com-merciali hanno un calo del 30%. Ho parlato più volte con il sindaco di Selva in val Gardena, ilquale dice che vorrebbe chiudere il passo in modo da essere la parte terminale della valle, nel sen-so che il cliente che arriva da lui, non trova più traffico, rumore, inquinamento, anzi vorrebbe unparco naturale per chiudere definitivamente il passo. Questa credo che sia una visione estrema e
  • 25. 25improponibile. Da quando hanno messo il ticket nei due passi in Alto Adige, il traffico è aumentato.Non sono certamente i pochi euro di pedaggio che dissuadono i turisti dal fare il giro dei passi do-lomitici. Se si vuole risolvere veramente il problema del traffico sui passi bisogna pensare ad al-tro”. Franco Lorenz Sindaco di Vigo di Fassa e Assessore CgF“Nel piano stralcio sulla mobilità emergono esigenze abbastanza chiare per quanto riguarda la vi-abilità, perlomeno per quelle che a nostro avviso sono le priorità. Siamo invece in ritardonell’elaborare un modello di mobilità alternativa. Si corre il rischio di inseguire delle soluzioni chesono difficili da realizzare e ancora di più da sostenere nel tempo. Tutti ci sentiamo esperti di mobi-lità, perché appare una cosa banale, mentre è una scienza complessa. In estate abbiamo almeno unmese dove sull’asse di valle ci sono grossi problemi. A questo si lega la mobilità sui passi, una que-stione che sfugge dalle nostre competenze specifiche e che limita il nostro piano d’azione, è unaquestione di carattere sovra provinciale. Siamo in una fase, dove nessuno prende un’iniziativa ouna decisione forte. Sulla questione dei passi in realtà non si è ancora capito qual è l’obiettivo:vogliamo fare cassa? Vogliamo limitare l’accesso, per renderli più attrattivi per altre forme di frui-zione? L’obiettivo condiziona chiaramente la scelta della soluzione. Personalmente ritengo che lachiusura dei passi in alcuni giorni, o periodi, consentirebbe d’incentivare una fruizione da partedei ciclisti, che sono tantissimi e possono essere una risorsa turistica enorme per la Valle di Fassa.Lo vediamo quando facciamo il Sella Ronda Day a fine giugno”. Gianni Rasom Consigliere CgF eresponsabile informatica Consorzio Dolomiti Super SkiLe esigenze d’infrastrutturazione pubblica non riguarda solo la rete stradale, ma si estendono anchea una serie di dotazioni collettive a servizio dei turisti e della popolazione locale.“Le grosse strutture sportive e ricreative in val di Fassa non sono pubbliche. Non abbiamo un pa-lazzetto dello sport che secondo me sarebbe di grossa utilità, anche in chiave turistica, L’unica pi-scina che abbiamo è a Canazei, è aperta al pubblico solo in stagione turistica ed è di una societàprivata. Nella pianificazione urbanistica io inserirei un palazzetto dello sport, che dia un serviziosovra comunale, ubicato nel centro valle è quindi comodo per tutti. Se ne parla da anni. In un pa-lazzetto dello sport puoi svolgere tante attività, anche i congressi. Un grosso meeting, oggi non saidove organizzarlo, c’è il tendone di Pozza di Fassa che però non è il massimo. A Pozza ci sarebbespazio per questa infrastruttura”. Riccardo Franceschetti Sindaco di Moena, Assessore CdF, al-bergatore.
  • 26. 26“Gli albergatori hanno investito molto in qualità, ora questa qualità va portata al di fuoridell’azienda, nei servizi sul territorio. Fuori dagli alberghi oggi non c’è niente. Se d’estate c’èbrutto tempo, il turista non sa dove andare. Bisogna creare punti d’aggregazione, spazi coperti,centri commerciali, attrazioni dove la gente possa passare la giornata. Non abbiamo spazi in cuiorganizzare eventi. Se va bene c’è qualche tendone, assolutamente inadeguato alle esigenze”. Cele-stino Lasagna Presidente Associazione Albergatori della val di Fassa.“Tutte le società sportive, in questo momento hanno grossissime difficoltà a organizzare le attivitàper i giovani perché purtroppo le strutture sportive sono quelle che sono. Ci troviamo a dover com-battere con gli orari, perché l’unica palestra è quella delle medie, che serve anche l’istituto d’arte eil liceo, prima ci sono tutte le attività della scuola, poi ci sono i corsi che organizza il Comune, poientrano le società sportive”. Giorgio De Luca artigiano e responsabile Skiteam.“Un problema in valle è l’assenza di servizi. Ad esempio, il sistema di taxi in centro Fassa. Se honecessità di andare a Bolzano con il taxi non ho questo servizio. Qui, su dieci aziende di trasportopubblico, tutti fanno o skibus o fanno servizio estivo su Gardeccia con il pulmino. Fai fatica a tro-vare un’auto che ti porta da qualche parte. Non c’è un equilibrio, perché uno si compra il pulmino,d’estate fa avanti e indietro a Gardeccia, d’inverno lo dà all’APT per fare skibus, ed è a posto. Matu Comune dici, se tu vuoi avere una licenza a 360° all’interno di questo Comune, tu mi dai un ser-vizio diverso, un notturno, un diurno, ecc. Questo è un discorso da fare a tutti i livelli, in tutti i set-tori”. Claudio Bernard imprenditore, presidente consorzio impianti4. Le esigenze di riequilibrio della struttura ricettivaIl turismo invernale ha rappresentato dagli anni ’60 un potente motore per lo sviluppodell’economia fassana. Dopo una fase di avvio a destinazione quasi élitaria, lo sviluppo turistico havissuto il suo massimo periodo di espansione attorno alla fine degli anni ’70 e durante gli anni ’80,quando diventa un prodotto turistico di massa. Il primo risultato di questo intenso processo di svi-luppo è stato la crescita esponenziale della ricettività turistica della Valle: cresce la ricettività alber-ghiera, che tende sempre più ad adeguarsi alle esigenze e ai ritmi della vacanza invernale, ma cre-scono ancor di più la ricettività extralberghiera e, in particolare, le seconde case.Nel 2010 sono stati rilevati nel Comun General de Fascia 291 alberghi, 142 esercizi complementari,2.544 alloggi privati e 4.823 seconde case (per seconde case s’intendono le case di proprietà dei nonresidenti). L’attuale ripartizione dei posti letto per tipologia di struttura ricettiva è rappresentata dal
  • 27. 27seguente grafico, da cui è evidente una netta predominanza della disponibilità di posti letto turisticinelle seconde case e negli alloggi privati.Figura 1 Ripartizione dei posti letto nelle strutture ricettive della Valle di FassaSe tale crescita della struttura ricettiva è stata per anni compatibile con l’andamento delle presenzeturistiche e comunque frutto di un processo spontaneo e non pianificato, oggi diversi interlocutori sidomandano se sia ancora coerente con un mercato che già, da alcuni anni, ha dato segnalid’assestamento.La disponibilità ricettiva da fattore di competitività sembra oggi tramutarsi in un limite allosviluppo della località. L’esigenza di riempire un cosi alto numero di posti letto, la frammentazio-ne dell’offerta, una domanda con minore disponibilità di spesa, determina una concorrenza internaal sistema locale. Gli operatori, sia delle strutture certificate, sia degli alloggi privati, rischiano diinnescare una pericolosa spirale competitiva fondata sulla riduzione dei prezzi e una conseguenteminore qualità dell’offerta. Per il bene delle attività esistenti e della redditività che l’intero sistemaeconomico fassano si aspetta dal turismo, andrebbe fatto qualche ragionamento di selettività e dispecializzazione dell’offerta.“Negli anni 90 la politica d’incentivi della Provincia Autonoma di Trento favoriva l’insediamentodegli alberghi quattro stelle, pensando che sarebbe anche seguita una clientela quattro stelle, manon è stato così. Sono stati creati gli alberghi quattro stelle perché c’erano gli incentivi, però sonostati creati in modo forzato. Abbiamo preso intere aree e abbiamo creato dei ghetti alberghieri:dieci alberghi a quattro stelle, uno attaccato all’altro. In quest’ottica di massificazione, adessoqueste strutture, nei periodi di minore richiesta, competono soprattutto a livello di prezzo con lestrutture di categoria inferiore. Questo porta a uno svilimento dell’offerta e anche a una conflittua-lità interna al sistema. Con tutti questi posti letto noi non siamo attualmente nella condizione di at-
  • 28. 28trarre un turismo elitario. Chiaramente le situazioni aziendali sono diversificate. La crisi è a mac-chia di leopardo, gli imprenditori più accorti, capaci di investire non solo sulla struttura ma anchesulle proprie competenze lavorano bene anche in una situazione di questo tipo. In altre situazioni cisono, invece, grosse carenze. Penso che in una pianificazione del turismo la qualità dell’ospitalitàalberghiera sia al centro di una politica di rilancio, dobbiamo lavorare su un turismo che chiedequalità, anziché dare contributi agli ampliamenti, si cominciassero a dare contributi a chi da duecamere ne realizza una”. Andrea Weiss Direttore APT“Un albergatore non rinuncerà mai ai suoi cinquanta posti letto per farne trenta di qualità superio-re. Con la diffusione del turismo intermediato dalle agenzie il criterio ottimale di dimensionamentodell’albergo è avere i posti letto sufficienti a dare ospitalità a un pullman di turisti, questo è il mas-simo di visione strategica. Di certo il futuro deve andare verso una riqualificazione delle strutture.Anche perché la competizione si è fatta dura, qualcuno non regge, c’è un problema di ricambio ge-nerazionale. Perciò, nei fatti, c’è una selezione che verrà sempre più fatta dal mercato. Il futuro si-curamente non può più essere giocato sull’offerta quantitativa di sessanta mila posti letto. Ce nevogliono meno e di maggiore qualità”. Cesare Bernard Presidente Consei General“ E’ difficile pensare a una politica di riduzione dei posti letto. Anche se, secondo me, ci stiamo av-viando a una riduzione fisiologia indotta dal mercato. A Canazei, in via Pareda, ci sono alberghichiusi da tre o quattro anni. La gestione di un albergo è sempre più complicata: la crisi, il ricambiogenerazionale, i finanziamenti dalle banche, si sta proprio tornando indietro. Ci sono alberghichiusi che faranno fatica a riaprire perché non hanno avuto la continuità, non hanno fatto le ri-strutturazioni che andavano fatte e ora si trovano con strutture vecchie che non vale la pena di ri-mettere a posto. Negli anni passati hanno potuto trasformare gli alberghi in residence, a Pozzahanno trasformato alcuni alberghi in seconde case. Oggi questo non è più possibile c’è il vincoloalberghiero o al massimo di prima casa. Le stesse difficoltà le vedi anche con gli appartamenti, conle seconde case di proprietà dei locali ma ancora di più degli esterni. Fanno fatica ad affittare percui o svendono o restano chiuse, se ne vedono molte in giro”. Enzo Iori Presidente APT“Più o meno si condivide l’idea che in questo momento la val di Fassa ha un dato inconfutabile cheè quello di un numero di posti letto esageratamente alto per parlare di una destinazione modello.Partendo da questo presupposto c’è la necessità di una politica urbanistica orientata al riequilibriodel sistema in particolare per quanto riguarda il rapporto tra ricettività alberghiera ed extralber-ghiera. Siamo tutti consapevoli che è difficile ridurre i posti letto, ma sarebbe già interessante cre-are i presupposti affinché questi posti letto fossero innanzitutto riqualificati e maggiormente utiliz-zati. Riqualificare i posti letto significa anzitutto rimettere il sistema al livello di uno standard me-
  • 29. 29dio, con spazi più ampi e luminosi, di maggior benessere. Far sì che i posti letto attuali abbiano lapossibilità di essere venduti meglio, più apprezzati. Nell’alberghiero questo processo è già in parteavviato: ci sono comunque delle normative, la classificazione alberghiera prevede determinate me-trature per ottenere uno standard minimo suddiviso per categorie. Una cosa del genere andrebbefatta anche nel residenziale. Ci sono tanti immobili fermi, utilizzati pochi mesi all’anno, magari diproprietà di un’unica immobiliare a cui conviene la politica dei monolocali con sei persone allog-giate in pochi metri quadri, anche per solo tre settimane all’anno”. Francesco Cocciardi Alberga-tore Moena“Gli alberghi vivono un momento delicato, i margini sono sempre più ridotti, gli investimenti effet-tuati sono grossi. Non si riesce a chiedere il giusto valore. Non so se la colpa è di noi albergatori,ma spesso siamo costretti a svendere. La domanda è inferiore all’offerta. Se fossimo capaci di valo-rizzarli, di usarli bene, sessanta mila posti letto non sarebbero troppi. Ci dobbiamo chiedere se riu-sciamo a sostenere certi numeri, e tutto dipende dalla disponibilità e qualità di servizi. Abbiamosessanta mila posti letto, ma non abbiamo i servizi adeguati a tale ricettività. Il turista di una voltasi accontentava, oggi sono molto più esigenti. Fai presto a perdere quote di mercato. Dobbiamo poitenere presente che la maggior parte dei posti letto sono nelle seconde case. Se noi fossimo capacidi occupare queste seconde case, con una buona ricettività, con un turista che spende, credo cheanche il PIL della Valle ne guadagnerebbe. In alternativa bisognerebbe che la Provincia o il Co-mun General cominciasse a fare politiche per riconvertire questo immerso patrimonio immobiliaree immetterlo sul mercato della prima casa, per le giovani coppie. Di certo non possiamo più pensa-re di continuare a costruire”. Stefano Weiss giovani albergatori Vicepresidente APTIl confronto con l’offerta ricettiva dei più diretti competitori, quali sono val Gardena e val Badia, èinevitabile. Tali località sono indicate come un modello turistico da imitare per la capacità che han-no avuto di contenere la proliferazione dell’offerta. In queste località il numero dei posti letto alber-ghieri è decisamente superiore a quello dei posti extralberghieri, ma quello che più conta è che, at-traverso vincoli urbanistici e misure fiscali di disincentivo, sono riusciti a contenere il numero di se-conde case. La seguente tabella riporta il dato relativo alle seconde case e l’incidenza delle secondecase sulla popolazione residente. Nel 2010 erano presenti nel Comun General de Fascia 4.823 se-conde case di proprietà di non residenti e 7.768 seconde case totali. Nel 2008 nel comprensorio turi-stico della val Gardena e nel comprensorio della val Badia erano presenti rispettivamente 1.505 e1.053 seconde case totali.
  • 30. 30Tabella 1 Confronti con i comprensori turistici della val Gardena e della val BadiaComun Generalde FasciaVal Gardena Val BadiaPopolazione 9.860 15.666 6.006Seconde case* 7.768 1.505 1.053Incidenza %seconde case78,78 9,61 17,53* I dati per il Comun General si riferiscono al 2010, quelli per i territori della Provincia Autonoma di Bolzano al 2008“La val Gardena e la val Badia, con più o meno la nostra stessa popolazione, hanno meno di ventimila posti letto e prezzi molto più alti dei nostri. Dovremmo imparare da loro: dimezzare i posti let-to e raddoppiare i costi. Ciò consentirebbe anche di qualificare l’offerta. Noi abbiamo sballato laproporzione tra posti letto alberghieri ed extralberghieri. Una stazione turistica sta in piedi quandole seconde case non superano il trenta per cento della ricettività. A Campitello abbiamo il sessantaper cento di seconde case. E’ il settore alberghiero che produce reddito costante, la seconda casauna volta costruita non produce più niente. Il calo dei posti letti dovrebbe essere fatto sull’extra al-berghiero, ma tale obiettivo è difficilmente praticabile”. Renzo Valentini Sindaco di Campitello eAssessore CgF“Ci vorrebbe una politica urbanistica in grado di promuovere ristrutturazioni fondate sulla qualitàe non sulla quantità, fornendo standard minimi di qualità. Ce lo dimostrano i nostri cugini Garde-nesi e Badiotti, loro, anche in questo periodo di crisi, vanno meglio di noi perché hanno impostatoil tutto su una politica di qualità e non di quantità. Comunque, credo che i posti letto in Valle diFassa non siano tanti in termini assoluti, perlomeno quelli alberghieri. Abbiamo risorse ambientaliuniche al mondo, i mercati da esplorare sono ancora molti, credo che lavorando bene si possanoattivare nuovi flussi turistici. I mercati inesplorati non sono solo geografici, ma anche motivaziona-li. Tutti quando andiamo in vacanza cerchiamo emozioni nuove. Quindi anche noi dobbiamo impa-rare a valorizzare e vendere le emozioni che si possono vivere in val di Fassa. E’ anche vero che èdifficile dare emozioni a sessanta mila persone in una settimana. Certamente dobbiamo investire inuna diversificazione della nostra offerta, avendo però presente che la sommatoria di tante nicchieturistiche, non farà mai i numeri cui ci siamo abituati con lo sci. E’ un peccato che a livello alber-ghiero non si sia lavorato in un certo modo, pensando a strutture di maggiore qualità, con spazi piùampi e meno posti letto. Si è invece fatta la corsa a creare posti letto, sposando la causa dellaquantità anziché quella della qualità. Non possiamo più permetterci dei quattro stelle con le came-rette piccole”. Gianni Rasom Consigliere CgF e responsabile informatica Consorzio DolomitiSuper Ski
  • 31. 315. La ricettività alberghiera: tra elementi di crisi ed esigenze di rinnovatacompetitivitàL’offerta alberghiera in val di Fassa è ormai da alcuni anni caratterizzata da una certa stabilità. Daidati forniti dall’Apt risulta che nel 2000 i posti letto offerti negli alberghi di Fassa erano 16.658 esono scesi nel 2009 a 16.464 per risalire a 16.772 nel 2011. Tale stabilità di offerta nel numero deiposti letto si è comunque accompagnata a investimenti finalizzati a ristrutturazioni, migliorie o ade-guamenti alle normative in necessaria risposta alla qualità attesa dall’ospite in un panorama di offer-ta di vacanza estremamente concorrenziale su scala mondiale.I forti investimenti nel costante processo di qualificazione delle strutture alberghiere hanno indottouna diffusa condizione d’indebitamento delle aziende che oggi sono alla ricerca di una redditivitàdegli investimenti, perseguendo (o subendo) anche i modelli d’offerta low cost. La piccola dimen-sione di gran parte delle imprese alberghiere, gli alti investimenti che si sono resi necessari per of-frire servizi di maggiore qualità e i minori margini di redditività, inducono uno stato di crisi del set-tore cui si cerca di far fronte con proposte di creazione di reti d’impresa e di maggiore specializ-zazione degli esercizi su flussi turistici diversificati. Diverse sono anche le situazioni di crisi azien-dale conclamate per le quali ci si attende interventi istituzionali analoghi a quelli adottati, a livelloprovinciale, per le industrie manifatturiere in crisi al fine di prevenire acquisizioni da parte disoggetti economici esterni alla valle.“ Il settore alberghiero è debole perché la concorrenza al suo interno è enorme, le gestioni sonomolto familiari con un grosso problema di ricambio generazionale. Siamo ancora alla proposta al-berghiera degli anni 80-90. Solo alcuni riescono a fare una proposta di qualità alta e a esserecompetitivi. Gli alberghi a conduzione familiare fanno oggi molta fatica a stare sul mercato, fannotutto loro, molti non possono permettersi il personale. Questo porta tante volte a dismettere gli al-berghi, allora che si fa? Si vende, ma a chi? Anche questo è un grande problema, c’è un rischio diacquisizioni esterne. Bisogna creare qualcosa che tenga le risorse e l’imprenditorialità in valle. Civorrebbe una holding locale che riuscisse a gestire questo flusso di alberghi dismessi che purtrop-po sta sempre più crescendo”. Cesare Bernard Presidente Consei General“I figli d’albergatori non vogliono portare avanti l’azienda di famiglia. Gli alberghi si trasformanoin residence e questo per noi è un grosso pericolo. Oppure, quando non hanno più una continuità digestione, restano chiusi. Ci sono stati degli investitori russi che hanno comprato alberghi, hanno
  • 32. 32presentato in comune un progetto d’ampliamento di venti mila metri cubi. Il comune chiaramente siè spaventato e ora anche i russi tentano di rivendere”. Fiorenzo Peratoner SIC“Ormai ci sono alberghi di una certa caratura, con il centro benessere, il wellness. Secondo mequesto non è stato un grande business perché i costi di queste strutture sono oggi insostenibili. Sa-rebbe stato meglio creare un unico centro wellness a servizio di tutto il paese dove ogni albergo sipoteva convenzionare. Eppure, per stare sulla breccia, l’albergatore ha dovuto fare questi investi-menti, magari andando poi in bassa stagione a praticare dei prezzi scandalosi. Una pensione com-pleta a trenta euro in un albergo tre stelle superiore non è possibile, questo sistema non da qualitàal nostro turismo. Quando dico queste cose ai miei amici albergatori, mi dicono: hai ragione, peròquando arriva la rata del mutuo e c’è da pagare il cuoco o il cameriere, come faccio. Purtroppostiamo anche vedendo parecchi alberghi che stanno chiudendo, in passato alcuni alberghi sono sta-ti trasformati in appartamenti. In un periodo di crisi come questo è anche difficile trovare chi ticompra l’albergo, quindi si tira avanti”. Tullio della Giacoma Sindaco di Pozza di Fassa e Asses-sore CgF“Non dobbiamo nasconderci che in questo momento tante aziende sono in difficoltà. E’ stato inve-stito, però nella direzione sbagliata. Tantissime aziende hanno investito, hanno capito anche chehanno sbagliato, ma non sono nelle condizioni di fare una riconversione: hanno debiti, il mercatova male, c’è la stretta creditizia. E’ difficile dire all’albergatore punta sulla qualità, se ha i mutuiin scadenza e non lavora, non ti sta neanche ad ascoltare”. Gianni Rasom Consigliere CgF e re-sponsabile informatica Consorzio Dolomiti Super Ski“Sono pronto a scommettere che tra qualche anno avremo diverse aziende alberghiere che chiude-ranno. Avremo questi grossi casermoni che non sapremo come utilizzare, anche perché oggi c’è ilvincolo di destinazione. Dovremo cominciare a ragionare su come riutilizzarli”. Celestino LasagnaPresidente Associazione Albergatori della val di Fassa.“Il turismo negli ultimi dieci anni si è trasformato, l’albergatore oggi è tutto un altro mestiere. E’finita l’epoca in cui uno rimaneva al bar, rispondeva ogni tanto al telefono e riempiva l’albergougualmente. Adesso la concorrenza è spietata, il mondo è più piccolo. C’è stata selezione, il busi-ness turistico alberghiero in questo momento è caratterizzato da albergatori bravi che guadagnano,ci sono gli albergatori che sopravvivono, poi ci sono quelli che stanno chiudendo perché non rie-
  • 33. 33scono più a stare sul mercato. Volendo fare delle percentuali; secondo me vive bene un 35%, so-pravvive un 55% ed è in crisi un 10%”. Franco Lorenz Sindaco di Vigo di Fassa e Assessore CgF“C’è un fattore di crisi globale e ha colpito anche noi, il nostro sistema turistico sta vivendo un pe-riodo di declino già evidente da cinque o sei anni. L’apertura dei mercati ha fatto emergere nuovedestinazioni ma soprattutto le ha rese accessibili a costi sempre inferiori, con i voli low cost. Noiabbiamo avuto flussi sempre maggiori ma con margini progressivamente inferiori. Le imprese piùgrosse hanno compensato con l’economia di scala, ma i piccoli sono andati in crisi.Quell’imprenditore alberghiero diffuso che era venuto fuori con le politiche di Malossini, con tuttoquesto stimolo all’imprenditoria alberghiera sta andando in crisi, non può più reinvestire, non haquelle dimensioni tali che gli consentono di essere abbastanza forte per offrire dei servizi, avere deimargini sufficienti. C’è stato un equivoco di fondo molto grande, tra l’azienda a gestione familiare,che era quella nata con Malossini, e l’azienda con clima familiare che è quella che noi cerchiamodi mantenere, che è una nostra prerogativa. Nell’azienda familiare hai almeno quattro familiariche lavorano: padre, madre, due figli, uno fa il cuoco, uno fa il cameriere, uno fa la reception eaiuta dove serve. Era il classico modello degli anni 70-80, il modello che ha generato ricchezza, mache oggi è in crisi o non c’è più. Oggi i figli spesso fanno altro, rimangono i genitori che assumonodipendenti stagionali, l’albergo diventa un’azienda vera e propria dove cerchi di mantenere unclima familiare, ma è un clima che ti costa un sacco di soldi, è complicato da gestire in struttureche per dimensioni sono totalmente sballate. Si cerca di compensare facendo investimenti sullastruttura, offrendo agli ospiti servizi di qualità. Negli ultimi dieci anni sono stati fatti molti investi-menti: chi li ha fatti entro una certa soglia, fino ai due milioni di euro d’indebitamento riesce a te-nersi in piedi; tra i due e i tre milioni di euro si galleggia ancora; ma dai tre milioni in su si èsull’orlo del baratro. Ci sono tanti alberghi che hanno fatto investimenti molto alti, sovradimensio-nati rispetto alla dimensione d’impresa. Chi ha quaranta camere non riesce a rientrare da un inve-stimento da tre milioni. Adesso stiamo cercando di affrontare la situazione, c’è una legge a cuistiamo facendo riferimento, riguarda le reti d’imprese che è questo tentativo di ottimizzare le ge-stioni avendo una dimensione critica sufficiente per proporre un servizio di un certo tipo con sere-nità. Dobbiamo trovare il modo d’intercettare i diversi flussi turistici, specializzando le nostre im-prese su offerte diversificate”. Francesco Cocciardi Albergatore Moena.Da quanto emerge dal racconto dei testimoni privilegiati, il settore alberghiero locale soffre di alcu-ne problematiche che incidono negativamente sulla tenuta del modello imprenditoriale:• la frammentazione delle unità locali e la mancanza di una coesione interna al settore;
  • 34. 34• le imprese a prevalente carattere famigliare, con i membri della famiglia che coprono le posi-zioni lavorative più disparate;• le difficoltà di passaggio generazionale con le conseguenti dismissioni delle strutture;• la carenza di figure professionali intermedie, a fronte di una buona disponibilità di figure pro-fessionali per livelli più bassi e di laureati, che peraltro faticano a inserirsi in profili coerenti;• l’elevato turn over del personale, con basso impiego di manodopera locale e un alto impiego dimanodopera immigrata.Tali problematiche sono il frutto di uno sviluppo per certi versi impetuoso e spontaneistico che nonè stato accompagnato da un processo di adeguata professionalizzazione e crescita imprenditorialeall’interno delle strutture. Formazione, successione imprenditoriale e competenze coinvolte nelprocesso produttivo appaiono oggi i principali nodi evolutivi.“Io ritengo che la valle sia proiettata in un ambito internazionale ma non sia cresciuta di pari pas-so con quest’ambito. Il boom turistico è stato così veloce che non ha lasciato il tempo alla forma-zione. Ci sono senz’altro persone molto valide, che hanno visione strategia, ma sono cresciute indi-vidualmente, per proprie capacità e sensibilità personali, non c’è stata una crescita complessivadel sistema. Abbiamo subito la modernizzazione più che governarla. Ci siamo ritrovati al centro delmondo turistico senza sapere bene cosa questo comportasse. Adesso le persone sono un po’ più co-scienti ma manca la preparazione. A noi manca la capacità di pensare a nuove idee, di metterci at-torno a un tavolo e guardare al futuro. Abbiamo molte potenzialità, basta guardare alla natura, pe-rò purtroppo non sappiamo gestirla. C’è un grosso bisogno di formazione, di sviluppare maggioricapacità gestionali”. Cesare Bernard Presidente Consei General“Una cosa strana è che in val di Fassa non si è sviluppata una formazione alta in campo turistico.La scuola di Tesero in realtà non è molto frequentata dai fassani, c’è la scuola di Falcade lo scicollege, che però è più sul discorso sportivo. Vanno piuttosto a Merano. In val di Fassa ci vorrebbeuna cultura turistica diversa, più raffinata. E qui viene fuori il discorso della formazione, che neglianni è molto migliorato, c’è molta più gente che fa studi universitari. C’è però la generazione deitrenta quarantenni, anche figli di persone influenti della valle, che sono poco formati scolastica-mente e culturalmente ed è la generazione che ora comincia prendere le decisioni sullo sviluppo diquesta valle. Dobbiamo sperare negli attuali ventenni che hanno fatto un maggiore investimento informazione”. Annalisa Zorzi Insegnante
  • 35. 35“Tra noi albergatori c’è molto individualismo, è difficile riuscire a collaborare. Quando come APTo come Associazione Albergatori abbiamo proposto iniziative di formazione, anche gratuite, è sem-pre stato un fallimento. Quello che secondo me oggi manca di più è un processo di specializzazionedelle strutture alberghiere. Sono pochi quelli che si specializzano, oggi ci dovrebbero essere gli al-berghi per le famiglie, quelli per gli sportivi, quelli che valorizzano il wellness, quelli che puntanosulla gastronomia. Molti si limitano ancora vendere la mezza pensione e questo non va più bene.Non basta più dire che val di Fassa è bella per riempire gli alberghi. L’allungamento della stagio-ne è un altro problema, bisognerebbe riuscire a convincere gli operatori a tenere aperto fuori sta-gione. Una delle pecche più grosse che abbiamo è la conoscenza delle lingue. Io non sono andatoavanti con gli studi, però tutte le mie vacanze le facevo all’estero e ho imparato bene l’inglese e iltedesco. Qui studiamo tedesco nella scuola dell’obbligo ma usciamo senza saperlo parlare, al mas-simo siamo in grado si scrivere una lettera commerciale. Dovremo fare come in Gardena e Badia,dove l’insegnamento delle materie lo fanno direttamente in tedesco e in inglese. Io sono albergato-re per tradizioni di famiglia. Ho trentacinque anni e già da tre o quattro anni i miei genitori mihanno delegato molte responsabilità gestionali. C’è sempre mio padre, però lascia a me e a mia so-rella la gestione di molti aspetti aziendali. In altre realtà vedo genitori che non mollano anche a ot-tant’anni, per cui c’è un grosso problema di ricambio generazionale. All’ultima assembleadell’Associazione è venuto il Presidente degli albergatori dell’Alto Adige e ha detto chiaramenteche un padre deve lasciare la gestione dell’albergo al figlio entro i trentacinque anni. Se il passag-gio avviene più tardi, il figlio comincia a pensare come il padre e questo significa una perditad’innovazione e di competitività. Questa frase mi è rimasta impressa. Vedo molti figli che a qua-rant’anni non gestiscono niente. I figli devono potere sviluppare un’esperienza imprenditoriale,imparare a gestire i rischi finanziari che un investimento sull’albergo comporta. Se ci arrivano do-po i quarant’anni, senza fare esperienza diretta, senza fare formazione, o vivono di rendita, o fannopasticci". Stefano Weiss giovani albergatori Vicepresidente APT“Bisogna ripartire dal capitale umano. Sono convinto che non ci sia altra strada di sviluppo possi-bile che non passi dalle persone. Nel turismo abbiamo un passaggio generazionale che per tanteaziende diventa un momento difficile, rischiano di chiudere. Secondo me in val di Fassa dobbiamopuntare sulla formazione, aprire una scuola di alta formazione per il turismo. In Svizzera ci sono leSHM, scuole di alta formazione turistica, in tutto e per tutto equiparate al diploma universitario,non solo formano le persone che operano in quei luoghi, ma addirittura diventano centri di attra-zione per un sacco di studenti che vendono da fuori. Ci sono tanti ragazzi che non vogliono più faregli albergatori, sono spaventati. Hanno vissuto l’esperienza dei loro genitori e non vogliono ripe-
  • 36. 36terla. Io ho tanti coetanei che dicono: ma perché devo fare la vita dei miei genitori, sempre conti-nuamente indebitati, con la preoccupazione di dover fare i lavori, di crescere, di adeguare le strut-ture a nuove esigenze e alla fine non c’è mai pace. C’è una crisi di rigetto, famiglie per forza assen-ti, sempre concentrate sull’albergo, perché comunque se non è la stagione, sono i lavori di ristrut-turazione esterna, le camere, il wellness. C’è stata un’escalation qualitativa delle strutture vera-mente importante, però questo, in tanti giovani, ha generato la volontà di prendere altre stradeperché non hanno avuto lo stimolo a voler fare la vita dei genitori”. Silvano Ploner, giornalista.Il momento della successione nella proprietà e nella conduzione d’impresa rappresenta oggi unafase cruciale nella vita delle imprese alberghiere fassane. Presso le giovani generazioni sembra farsistrada una concezione dell’attività turistica come attività imprenditoriale di livello inferiore: servirequalcuno non sarebbe ciò che definisce un’impresa a tutti gli effetti. Se la prima generazione nontrova una seconda pronta a rilevare l’attività si passa alle gestioni in affitto, che frenano qualsiasiinnovazione in termini di programmazione e investimento. Da qui, l’orientamento, da parte di alcu-ni albergatori, di tentare altre strade per la conduzione aziendale, come ad esempio quella di unmanager (direttore) preposto alla gestione dell’azienda. Il punto però, è che le dimensioni ristrettedella ricettività alberghiera scoraggiano queste soluzioni che risultano di fatto antieconomiche. Inquesto caso, l’immagine di attività imprenditoriale di livello inferiore non riguarda tanto l’idea che ipotenziali imprenditori si sono fatti del settore, ma proprio la difficoltà di creare un “prodotto indu-striale” a tutti gli effetti.In un contesto territoriale, caratterizzato da un tessuto diffuso di piccole e medie realtà alberghiere,il passaggio di testimone al vertice di molte imprese assume valore in quanto fenomeno plurale, inquanto avviene contestualmente in un elevato numero d’imprese. La successione generazionalenelle imprese familiari di piccola dimensione, che ruotano attorno alla figura dell’imprenditore, e-voca sempre preoccupazioni e tensioni. Le prime, tra i policy makers che temono che il sistema e-conomico sia incapace di sopravvivere agli imprenditori di “prima generazione” che hanno fatto lafortuna della Valle. Le seconde, tra le famiglie imprenditoriali che spesso caricano questo evento ditroppe aspettative, sia legate al business, che a questioni affettive o personali mai affrontate primaper non entrare in conflitto con il leader. Tanto le prime quanto le seconde sono legittime, ma qual-che volta sortiscono l’effetto di profezie che si auto avverano: se gli attori sociali che affrontano ilfenomeno della successione imprenditoriale la considerano un problema, adotteranno comporta-menti e prenderanno decisioni che trasformano un evento naturale del ciclo di vita dell’impresa inun vero e proprio problema.
  • 37. 37Le implicazioni “di sistema” di tante successioni, e dell’avvicendamento di differenti generazionid’imprenditori in possesso di differenti dotazioni di risorse culturali, economiche, ma anche etiche,rinviano alla trasformazione del tessuto imprenditoriale locale, secondo direttrici più o meno appro-priate al cambiamento richiesto e imposto dall’evoluzione dei mercati e dell’ambiente competitivo.In maniera speculare, trascinano con sé il rischio di un depauperamento delle risorse culturali e del-le vocazioni etiche, riconosciute agli imprenditori di “prima generazione”. Poiché la generazioned’imprenditori che ha portato lo sviluppo turistico in Valle ha già raggiunto o è prossimo alletà incui l’energia decresce e lapertura al nuovo è meno spiccata, è richiesto un efficace passaggio di te-stimone.“Come dice il famoso detto: una generazione fa, l’altra mantiene e la terza disfa. Anche per questodobbiamo fare formazione, per capire e per affrontare le ragioni di un rifiuto, da parte di alcunigiovani, di proseguire con l’attività imprenditoriale dei genitori. Di solito se ci sono più figli in unafamiglia, almeno uno porta avanti l’impresa, ma non sempre succede. Non è necessariamente per-ché vogliono godersi la vita con i soldi di famiglia, spesso vogliono fare un lavoro diverso. Il setto-re turistico in questo momento non garantisce grandi sicurezze, se vuoi una famiglia, è un lavoromolto pesante, nell’alta stagione non riesci a respirare, poi c’è la crisi con la difficoltà di coprire iposti letto, un lavoro sempre messo in forse dal tempo atmosferico, dalla presenza o meno della ne-ve. Fare l’insegnante è molto più comodo, ha degli orari di lavoro e uno stipendio fisso. Bisogne-rebbe poi che gli anziani si facessero da parte, perché soprattutto nelle aziende alberghiere c’è unacerta riluttanza da parte dei padri a lasciare l’azienda nelle mani dei giovani, perché loro l’hannocostruita, hanno sofferto, mettersi da parte non è facile. Non è solo un problema culturale, ma an-che giuridico, di gestione dell’eredità. Anche quando c’è un figlio a continuare l’attività, gli altrifigli pretendono la loro parte di capitale”. Cristina Donei Procuradora Comun General“E’ un problema complesso perché il genitore realizza l’albergo, lo porta avanti, fa la famiglia contre o quattro figli. Al momento di dividere ogni figlio vuole la sua parte. Per anni un paio di figlisembrano disinteressati, ma quando è ora di dividere si fanno avanti. Il figlio che inizialmente sem-brava il più adatto e interessato, è sottoposto a una pressione economica non indifferente da partedei fratelli, e allora sorgono i dubbi sul da fare, se andare avanti, se vendere o meno. La successio-ne imprenditoriale è un problema non soltanto culturale, ma anche di gestione giuridica finanzia-ria”. Mariano Cloch Sindaco Canazei Vice Procurador CgF
  • 38. 38Il problema, in molti casi, è individuare a chi passare il testimone della gestione aziendale: le dotidei fondatori non sono immediatamente trasmissibili ai figli, e una quota rilevante di questi ha altrevocazioni o non è disponibile a replicare i sacrifici dei padri (in termini di dedizione al business). Alcontempo i rapporti con la generazione precedente non sono del tutto immuni da incomprensioni emancanza di reciproca fiducia: cosa che sembrerebbe ancora tributaria di una visione del tutto tradi-zionale dei rapporti d’impresa, ma con cui in ogni caso bisogna fare i conti.“La nostra valle è cresciuta troppo in fretta, la conseguenza di questo è che un ricambio genera-zionale in questo momento è molto difficoltoso. Abbiamo imperi economici che non hanno seguito,sono senza prospettiva. Abbiamo delle famiglie che in val di Fassa gestiscono mille posti letto, nonsono più delle aziende che possono essere pilotate a vista, ma che devono avere una certa pro-grammazione. O i figli fanno altro, o non sono stati radicati per tempo nell’azienda. Abbiamo a-ziende alberghiere gestite da ultraottantenni. E’ un problema che sta venendo a galla adesso, e nonè un problema da poco”. Claudio Bernard, imprenditore, presidente consorzio impianti“ La generazione di oggi non ha più voglia d’impegnarsi, un albergatore non ha domeniche o sera-te libere, soprattutto se è arrivato a trent’anni senza poter gestire direttamente lui l’albergo perchéha dovuto rispettare i genitori. Mi sono sempre chiesto perché questi benedetti figli degli alberga-tori non sono mandati fuori a imparare una lingua, a vedere come fanno gli altri, no, li tenevano lìa fare i lavapiatti, i facchini, l’aiuto cuoco per risparmiare sul personale. Non vorrei sembraretroppo polemico, però la nostra gioventù sta troppo bene, ha troppi soldi in tasca, ha troppe possi-bilità di andare e fare quello che vuole. Il benessere ha appiattito la spinta all’imprenditorialità deigiovani. E’ un meccanismo bloccato sulla rendita”. Tullio della Giacoma Sindaco di Pozza diFassa e Assessore CgF.“Se vogliamo fare il bene alla comunità, dobbiamo affrontare il tema dei passaggi generazionalinella gestione degli alberghi. Dobbiamo creare una cultura, risorse imprenditoriali valide, chepossano entrare con responsabilità all’età giusta, dai venticinque ai trentacinque anni. Se aquell’età non hai ancora imparato a gestire l’albergo, nel momento del passaggio ti accorgerai cheforse è un po’ più complesso che quel sembrava quando c’era qualcuno alle spalle. In questa situa-zione c’è anche chi dice: ma chi me lo fa fare? Ho un patrimonio di cinque milioni di euro, lo ven-do per quattro milioni, e non ho più problemi”. Franco Lorenz Sindaco di Vigo di Fassa e Asses-sore CgF
  • 39. 39“I figli di albergatori abbandonano l’attività e questo è un grossissimo problema. Non voglionocontinuare l’attività dei genitori perché è un lavoro che comporta sacrificio e tanto impegno. Neglianni si è visto diminuire il margine economico. Il margine che c’era negli anni ’80 oggi non c’èpiù. Sono arrivate nuove normative, la sicurezza sul lavoro, altri costi, aumenti delle imposte.Questi giovani preferiscono impegnarsi in altri lavori, avere la certezza di uno stipendio. C’è pocaimprenditorialità. Dagli anni ‘90 in poi, in val di Fassa si sono laureati molti giovani, eppure, an-che per i posti di rilievo, nelle nostre aziende fatichiamo a trovare giovani che si vogliano metterein gioco. Tanti rimangono nell’università, proseguono la loro attività di ricerca, qualcuno fa ancheesperienze all’estero, e questo va bene. Non sarei comunque troppo pessimista siamo in un periododi transizione,magari fra tanti laureati, qualcuno tornerà dall’estero con un bagaglio di esperienzeutili. Non so se il Comun General o l’APT possano avere un ruolo di tutoraggio in questo senso,cioè andare a rilevare le emergenze di un albergo che chiude perché i figli non vogliono andareavanti, chiedere il perché dell’abbandono. Raccogliendo e canalizzando i problemi si possono dareuna serie di consigli, d’indirizzi, consigliare ad esempio un corso di marketing. Questo è un pro-blema di cui la Comunità si dovrebbe far carico”. Daniele Dezulian Presidente del Consorzio im-pianti a fune val di Fassa e CarezzaDa più parti emerge l’esigenza di un progetto capace di porre in termini innovativi il tema del-la successione imprenditoriale nelle strutture alberghiere della valle, visto non in termini trau-matici ma in termini di una dinamica evolutiva. Non è corretto drammatizzare un evento naturale. Ilrischio vero riguarda semmai il fatto che questo fenomeno riguarda un tessuto diffuso di piccole emedie imprese. E’ quindi in una logica di sistema che bisogna intraprendere nei prossimi anni unprocesso di cambiamento strategico e organizzativo, indipendentemente dall’età anagrafica dei fon-datori delle imprese. Messa così, la questione del passaggio generazionale appare piùun’opportunità che una minaccia. La chiave di lettura deve essere quella dello sviluppo. La succes-sione imprenditoriale può, infatti, alimentare un fecondo processo di sviluppo. I processi di transi-zione imprenditoriale generano cambiamenti che spesso vanno nella direzione di un rafforzamentodella formula imprenditoriale originaria e di un consolidamento delle fonti di vantaggio competiti-vo, agendo in particolare sulle leve della differenziazione della struttura dell’offerta e sullo svilupposelettivo di relazioni di partnership lungo l’intera rete del valore. L’ingresso delle nuove generazio-ni, che in genere avviene attraverso fasi di affiancamento e addestramento sul campo più o menolunghi, è risultato spesso un importante momento di razionalizzazione degli assetti organizzativi edi governance.
  • 40. 40La gestione efficace della transizione in azienda implica l’assunzione di una serie di decisioni di ca-rattere strategico, necessarie a garantire la continuità del sistema e a porre le basi del suo futuro svi-luppo. Questo importante passaggio deve essere adeguatamente preparato e vissuto con consapevo-lezza dagli attori coinvolti, in quanto da esso può scaturire un forte impulso allo sviluppodell’impresa, ma anche una possibile involuzione, con ripercussioni negative sotto il profilo dellasopravvivenza del sistema aziendale. Il passaggio di mano significa quindi pianificare lo sviluppoaziendale futuro, preparando l’inserimento dei nuovi soggetti in diretto riferimento ai fabbisognidell’impresa. E questo implica concepire la successione imprenditoriale come un processo che,con l’obiettivo di garantire la continuità dell’impresa, pervenga al conferimento, totale o parziale,della responsabilità attinente il ruolo imprenditoriale. Concepire la successione imprenditoriale co-me un processo significa anche considerare l’intervento di “competenze” diverse da quelle richiestenella fase di avvio dell’impresa. Mentre quest’ultima, infatti, ha richiesto intraprendenza individualee attitudine all’assunzione del rischio, la fase di passaggio ad altro assetto proprietario e gestionalemobilita soprattutto caratteristiche di razionalità gestionale e di managerialità associate a una vi-sione strategica, cioè di lungo periodo, dello sviluppo aziendale.Una volta uscito dal chiuso della famiglia, il problema della successione diventa quello della conti-nuità e assume una dimensione sociale. L’impresa appartiene certamente alla famiglia del fondato-re, ma in senso lato appartiene anche a chi vi lavora, alla comunità che l’accoglie, a quelli che glianglosassoni chiamano gli stakeholder, i portatori d’interesse nei riguardi dei suoi destini e dellesue prestazioni economiche e sociali. La sua continuità va vista anche nella prospettiva degli stake-holder, che possono fornire idee e risorse e strumenti, anche quando la famiglia non sia più in gradodi assicurare alternative al fondatore. Alleanze tra imprese, scambio d’esperienze tra famiglie,forme evolute di finanziamento, “patti di famiglia” per affrontare gli aspetti giuridici e finan-ziari che la successione comporta, apertura alle competenze professionali esterne alla fami-glia: sono gli strumenti che possono dare buoni risultati. A livello locale alcuni stakeholderscominciano a porsi il problema e a proporre soluzioni.“Io lavoro in Cassa rurale di Fiemme. Le Casse rurali si stanno ponendo il tema della continuitàimprenditoriale delle nostre aziende alberghiere. Il mondo del credito cooperativo ha fatto un ac-cordo con la Società Scouting, stiamo raccogliendo dati per dare un riscontro agli alberghi di uncerto tipo, sulle scelte che fanno, sulle capacità gestionali, su questo tema del passaggio generazio-nale. L’obiettivo è fornire consulenza e assistenza alle imprese. Il limite di Scouting è che fa unaconsulenza tarata su aziende di grosse dimensioni, mentre qui da noi sono imprese di piccole di-mensioni. In val di Fiemme questo discorso lo abbiamo iniziato. Non so se anche la Cassa rurale
  • 41. 41val di Fassa e Agordino abbia proposto alle aziende una consulenza di questo tipo. Di certo il temaè d’importanza strategica”. Roberto Pellegrini Sindaco di Soraga e Assessore CdF6. Professionalità e imprenditorialità nel settore turisticoOltre alla successione imprenditoriale il tessuto alberghiero locale esprime anche un più generaleproblema di competenze e disponibilità di manodopera qualificata. Nell’ultimo decennio ilmercato del lavoro nel settore turistico alberghiero sembra essersi caratterizzato per l’aggravarsi dialcune problematiche, piuttosto che per una loro positiva soluzione, in particolare per quanto ri-guarda l’impiego di manodopera. A essere entrato in crisi è un modello imprenditoriale a gestionefamiliare in cui la divisione dei compiti aziendali è poco formalizzata e vede ancora i familiari im-pegnati su più fronti in veste di factotum, chiamati a garantire il funzionamento complessivo dellastruttura: dalla cucina alla manutenzione ordinaria, alla promozione.La dinamica evolutiva dell’azienda a conduzione familiare evidenzia oggi la carenza di figure pro-fessionali intermedie e specializzate, a fronte di una buona disponibilità di figure professionali perlivelli più bassi e di laureati, che peraltro faticano a inserirsi in profili coerenti nelle aziende alber-ghiere e nel campo di servizi turistici innovativi. Il risultato di tale processo evolutivo è l’elevatoturnover del personale, con basso impiego di manodopera locale e un alto impiego di manodoperaimmigrata. Alla crescente disaffezione delle giovani generazioni per l’attività turistica, si affianca lacrescente necessità di ricorrere a manodopera proveniente da fuori valle, chiamata spesso a svolgerefunzioni in rapporto diretto con l’utenza senza una specifica competenza su quelle che sono le pecu-liarità del contesto locale. La quota elevata di lavoratori dipendenti di provenienza extraprovincialeporta inevitabilmente con sé anche un livello di turnover molto elevato, che qualsiasi altro settore,diverso da quello turistico, ben difficilmente potrebbe permettersi reggendo al contempo alle solle-citazioni del mercato. Il settore turistico tiene ugualmente, nonostante questo handicap. Ma qualiprezzi si devono pagare sul versante del rapporto con l’ospite, la capacità di veicolare in modo ap-propriato un territorio, i suoi prodotti, le sue specificità?“Abbiamo circa 300 aziende alberghiere, quasi tutte mediamente sui 70-80 letti, quindi a gestionefamiliare, con il supporto di personale esterno, per lo più immigrato. C’è un’enorme quantitàd’immigrati da fuori valle, in inverno sono circa quattromila persone. Molti si fermano. Del restonoi diamo a queste persone la possibilità di un rapporto di lavoro più lungo, perché altrimenti sicorre il rischio che arrivino quattro mesi in inverno, quattro mesi in estate, poi se ne vanno quattromesi in disoccupazione, perché comunque ricevono i soldi, però la qualità professionale non cre-
  • 42. 42sce. Quando si sentono gli albergatori che devono affidare incarichi, anche di una certa delicatez-za, e quindi non solo lavoro di cucina o le camere, a personale dell’Est, mi rendo conto che questasituazione ci può rendere deboli, perché queste persone non hanno un’istruzione rispettoall’identità culturale di minoranza, alle offerte del nostro territorio e qualche volta neanche unapreparazione professionale specifica alla nostra tipologia turistica estiva e invernale”. AlfredoWeiss Consigliere CdF“Gli imprenditori che ce la fanno sono quelli delle aziende familiari dove è passata l’idea dellaformazione e della diversificazione delle mansioni, dove ognuno ha una competenza specifica in unsettore, quindi sono le aziende che ci fanno fare bella figura, che fanno buoni bilanci e che hannola prospettiva, la voglia di portare avanti il successo aziendale. Purtroppo non sono la maggioran-za, questi sono forti in quanto nucleo familiare, hanno anche investito in capacità relazionale chetanti dimenticano, ma che sono il primo valore d’ospitalità di una valle alpina. La gente viene quaper avere relazioni umane, per acquisire le conoscenze che si accumulano a vivere qui: il sentiero,la natura, la montagna, i profumi, i luoghi degli animali, ecc. Però adesso la situazione si è evolutain modo tale che il rapporto con l’ospite è spesso delegato a persone esterne, di buona volontà, chemagari vengono dalla Romania. Sono bravissime persone, seri lavoratori, ma non potranno maifornirti quelle conoscenze che diventano decisive per chi è interessato alla destinazione della val diFassa”. Andrea Weiss Direttore APT“La settimana scorsa sono andato sciare a Lusia, entro nel rifugio e le uniche persone che incontrodietro il bancone sono tre ragazze rumene, bellissime, bravissime, niente da dire. Però se io fossi ilpadrone di un’azienda turistica a contatto con l’ospite metterei una persona che il territorio ce l’hadentro, che lo vive, che lo conosce, che lo sente suo. Solo in questo modo riesco a trasmetterel’immagine di un’azienda davvero locale, che ha un radicamento territoriale. Oggi questo non av-viene. In tutti i rifugi trovi la cameriera o la barista rumena, piuttosto che bulgara, polacca o russa.A quel punto mi sembra di vivere un luogo totalmente spersonalizzato”. Silvano Ploner giornalista“Gran parte dell’ospitalità, del contatto diretto con il cliente, è oggi affidata a persone che vengonoda fuori. Con tutto il rispetto per queste persone che sono qui per lavorare, ma non ha senso la ca-meriera rumena con il vestito tipico ladino. Potrebbe avere un senso se sapesse spiegare perché losta portando. Stessa cosa se a portare quel vestito e una persona del posto e non sa come si chia-ma. Come qualcuno ha detto di recente forse la cultura non porta soldi, ma porta identità, autosti-ma, orgoglio per il proprio territorio”. Rasom Sabrina responsabile progetti culturali del com-prensorio ladino Fassa
  • 43. 43Un carattere che tende a qualificare il settore turistico in termini più negativi rispetto a quanto sipossa affermare per altri comparti riguarda la stagionalità e la bassa qualificazione che accomunagran parte delle mansioni tipiche delle attività in esso rientranti. Sotto quest’aspetto, effettiva-mente, il turismo si distingue per una considerevole richiesta di figure professionali di livello me-dio/basso, che non richiedono una formazione pre lavorativa particolarmente articolata, anche se ildiscorso non può essere esteso a tutte le mansioni richieste. In particolare, le strutture alberghiere dimaggiori dimensioni, e soprattutto dotate di un maggior numero di servizi e standard di servizio piùelevati, implicano una diversa organizzazione del lavoro, un’accresciuta divisione di ruoli e la con-seguente necessità di dotarsi di un numero crescente di personale dipendente qualificato, senza cheperaltro venga meno la presenza di personale familiare impiegato. L’esigenza di personale e servi-zi qualificati si manifesta anche all’esterno dell’azienda alberghiera e coinvolge l’intero setto-re turistico della valle.“Il tema delle competenze nel turismo è fondamentale. Per le fasce professionali medio bassel’accesso al lavoro è ampissimo, per le fasce alte sta diventando un problema. Ci sono alcuni buonialberghi che su questo tema hanno investito, hanno fatto crescere risorse interne o ricorrono a fi-gure specializzate esterne, come ad esempio i sommelier con cui organizzano eventi, degustazioniper i turisti. Anche i cuochi sono in buona parte di provenienza locale, anche perché sono pagatibene: un cuoco di un albergo importante arriva a guadagnare cinque o sei mila euro il mese. Al difuori dei casi d’eccellenza, c’è un grosso problema di competenze e una carenza di figure profes-sionali qualificate. Il problema non si pone invece sui livelli professionali più generici, camerieri,sottocuochi, addetti alle camere. Queste funzioni sono coperte per lo più da personale immigrato.Noi portiamo in valle circa cinque mila persone a lavorare dall’esterno, una volta c’erano tantisardi, oggi sono quasi tutti stranieri, sono impiegati in tutto quello che è trasversalmente la gestio-ne alberghiera. Da noi in questo momento si stanno formando molti laureati che hanno enormi dif-ficoltà a trovare posti qualificati se non all’interno dell’amministrazione che è ormai satura. Do-vremmo riuscire a trovare dei posti di lavoro a tutti questi giovani competenti, da dargli la possibi-lità di rimanere, di vivere e di arricchire la valle. Un turismo meglio organizzato potrebbe offriremolte opportunità ai nostri giovani laureati. Ad esempio, tutto l’aspetto del marketing, credo che sefacciamo una valutazione di tutti gli alberghi in val di Fassa, su 350 siti web degli alberghi 300 so-no gestiti da società estranee alla valle. Ogni albergo spende 1500-2000-2500 euro all’anno nellagestione del proprio sito con la sua software house. Se effettivamente ci fosse una maggior culturada parte nostra per un approfondimento in questo senso, sarebbe un ambito interessante. Se si riu-
  • 44. 44scisse a creare queste strutture nel terziario innovativo a servizio del turismo, ci sarebbe uno spa-zio importante. Tantissimi servizi legati al turismo in questo momento sono gestiti da operatori e-sterni alla comunità, in particolare penso alla commercializzazione, all’organizzazione di eventi. Iocredo che lì ci siano spazi enormi d’occupazione per i nostri giovani e di creazione di reddito. Par-lo in particolare del terziario, del marketing, della comunicazione, della commercializzazione, deiservizi ricreativi e di tutto l’ambito vicino all’ambiente”. Franco Lorenz Sindaco di Vigo di Fassae Assessore CgF“Da noi c’è il problema dei laureati che non trovano opportunità di lavoro in Valle. E’ facile direche i giovani non si adattano, che hanno aspettative troppo elevate ma quante nostre aziende pun-tano su competenze alte? Quando un’azienda ha bisogno di competenze qualificate, le va a cercarefuori Valle, come nel caso dell’informatica, non fanno crescere competenze interne all’azienda o alterritorio. Secondo me in valle di Fassa c’è spazio per sviluppare un’economia dei servizi, legati alturismo ma non solo. Perso ad esempio al web. Ogni hotel ha il suo portale, prima gli sviluppatoridi siti web venivano tutti da fuori valle, oggi ci sono aziende di giovani fassani, che possono svilup-parsi anche al di fuori del mercato turistico. La capacità di comunicare la nostra identità è la verasfida, verso il turista, ma anche verso le persone che vengono qui a lavorare”. Teresa Lorenz Re-ferente giovani“La val di Fassa sconta un’incapacità di governo delle proprie dinamiche economiche. Il turismoè trainante ma crea poca professionalità. Nel turismo non siamo noi gli artefici, ci manca una ca-pacità manageriale. Da qui nascono tutti i problemi: i giovani laureati che non trovano lavoro,l’agricoltura che è marginale e frazionata, la mancata diversificazione e integrazionedell’economia locale. Abbiamo un sistema ambientale eccezionale, flussi turistici che produconoricchezza, quello che ci manca sono una cultura imprenditoriale capace di valorizzare questo im-menso patrimonio e la capacità di costruire un sistema di gestione integrato. Abbiamo una Ferrarie ci manca la benzina. La benzina che ci manca è la cultura e l’imprenditorialità. Abbiamo risorsegeologiche e naturalistiche che noi stessi non conosciamo. Spesso sono i turisti a farci vedere lenostre potenzialità: i fiori, la geologia, la fauna, le nostre tradizioni culturali. I nostri giovani lau-reati sono costretti a trovare lavoro fuori dalla valle, mentre potrebbero benissimo lavorare nel tu-rismo, nell’artigianato, nell’agricoltura, nelle proposte culturali, nella divulgazione scientifica,nella valorizzazione dei prodotti locali, nel marketing territoriale. Chi ha detto che un laureato nonpuò gestire un agriturismo? La mia generazione ha costruito, ma non ha più la capacità di vedere inuovi modelli. Fare sviluppo per noi significa creare un progetto di ricambio generazionale, valo-
  • 45. 45rizzare l’eredità imprenditoriale, creare nuova imprenditorialità in settori nuovi, collateraliall’offerta turistica”. Renzo Valentini Sindaco di Campitello e Assessore CgF“Noi importiamo tanta manodopera, i primi sono arrivati dal Veneto, dalla provincia di Belluno,poi è arrivata la stagione dei sardi e dei pugliesi, poi sono arrivati i rumeni, poi gli ucraini. Le pro-fessionalità alte come il cuoco, il maitre, sono ancora italiane. Con gli ammortizzatori sociali cheabbiamo c’è spazio per i giovani. Anche se sono lavori stagionali, nei quattro mesi che stanno a ca-sa prendono la disoccupazione, che è quasi come lo stipendio. Penso che due mila euro il mese unlaureato fatichi a guadagnarli, mentre un cameriere li prende netti, con vitto e alloggio. Spesso so-no le stesse famiglie che allontanano i giovani, come dire: ti ho fatto studiare tanto non vorrai micarimanere in albergo a portare i piatti. Non si considera che se un laureato torna a lavorarenell’azienda alberghiera di famiglia è un valore aggiunto per l’azienda. Anche perché in giro nonci sono alternative. In APT fino a quindici anni fa non trovavi il personale, oggi sono tutti laureatiche vengono a fare il segretario, a dare informazioni. Ci sarebbe un grande spazio per investire invalle, anche per dare sbocchi professionali diversi soprattutto ai nostri giovani, in professionalitàdi animazione culturale. Un grande spazio lo potrebbe avere una società di animazione che formaanimatori locali. Per l’animazione degli alberghi abbiamo scimmiottato la riviera romagnola. Glianimatori che abbiamo in inverno sono gli stessi che d’estate lavorano a Rimini”. Riccardo Fran-ceschetti Sindaco di Moena, Assessore CdF, albergatore.La dispersione delle risorse umane locali in settori non attinenti l’offerta turistica in senso stretto èuna tendenza che in val di Fassa deve essere invertita, anche se è verosimile affermare che l’appealdi professioni tipicamente stagionali e generalmente poco qualificate tenda a essere sempre menoconvincente nei confronti della forza lavoro giovanile che punta certamente a un’occupazione stabi-le, garantita e maggiormente qualificata. Di contro va anche evidenziato come il turismo, proprioper il suo carattere immateriale e simbolico, richieda professionalità sempre più complesse e quali-ficate fondate sulla comunicazione, il marketing a livello internazionale, l’intrattenimento, la gene-razione di esperienze ed emozioni. Si tratta di un mercato fatto di cultura e creatività in cui i giovanipossono trovare qualificate occasioni d’occupazione e auto imprenditorialità. La gestione del siste-ma turistico, culturale, ambientale ha bisogno di nuove professionalità: organizzatori di eventi, a-nimatori turistici, operatori culturali, divulgatori scientifici, esperti di marketing, accompagnatori diterritorio, istruttori sportivi, operatori del wellness, ristoratori di alto livello, agricoltori e artigianicapaci di valorizzare e reinterpretare le produzioni locali.
  • 46. 46“La val di Fassa attualmente non è capace di tenersi i suoi giovani preparati e questo è motivo digrande preoccupazione. Se uno si accontenta di un lavoro manuale, lo trova abbastanza facilmente,ma se invece vuole il lavoro per cui ha studiato, bisogna capire cosa offre il territorio. Noi stiamoavviando un progetto che mette in connessione i percorsi formativi dei giovani con il mondo del la-voro locale. Chiediamo ai giovani di fornirci le loro credenziali, di descriverci le loro competenze,le loro ambizioni, i loro percorsi formativi e li mettiamo a disposizione nel mondo del lavoro. Maanche per fare imprenditoria. Vogliamo iniziare una sorta di formazione per i giovani affinché pos-sano essere imprenditori loro stessi. A quelli che escono dal liceo e iniziano un percorso universi-tario, cerchiamo di fornire degli indirizzi che gli permettono di trovare lavoro in Valle. Ci sono del-le richieste dal settore degli impiantisti, non solo operai, ma anche tecnici qualificati, che attual-mente mancano. Poi ci saranno sempre più esigenze nella ristorazione, nel mondo del turismo. C’ètutto il terziario di servizio che da noi deve ancora svilupparsi, dal marketing turistico, alle agenziepubblicitarie, tutti settori che hanno bisogno di figure professionali qualificate. Una grande preoc-cupazione viene dal mondo degli artigiani ed è per questo abbiamo avviato da statuto il Consigliodella formazione, fatto dalla scuola, dai genitori e soprattutto dal mondo del lavoro, per capire an-che quali sono le esigenze di formazione. Adesso stiamo raccogliendo tutte le schede di adesione, lemandiamo a tutte le famiglie, a tutti ragazzi che sono alla fine delle superiori o del percorso uni-versitario, in modo da capire che offerta di lavoro c’è. Dal punto di vista della domanda abbiamoinvece avviato degli incontri con le varie categorie”. Cristina Donei Procuradora CdF“Come APT quest’anno partiamo con un nuovo progetto per supportare e mettere in rete le profes-sionalità turistiche che si occupano d’intrattenimento. Abbiamo creato tre centri di coordinamentoper professionalità turistiche estive: guide alpine, accompagnatori di territorio, istruttori dimountain bike, istruttori di parapendio, quelli che fanno rafting, i maneggi. Siamo riusciti a metter-li assieme, molti sono giovani, gli paghiamo l’ufficio, la segreteria, loro devono mettere solo la loroprofessionalità. Sull’estate è un progetto fondamentale, perché valorizzi professionalità locali e di-versifichi l’offerta turistica”. Stefano Weiss giovani albergatori Vicepresidente APT“Tutti gli animatori che attualmente lavorano negli alberghi vengono da fuori, non c’èun’associazione locale di animazione. La figura dell’animatore non è ancora vista come mestiere,ma più come un lavoretto occasionale. So che c’è un animatore in un albergo che in inverno lavoraqui, mentre in estate va di solito a Zanzibar nei villaggi turistici. A Canazei abbiamo due discote-che storiche, appartengono al Gruppo Union Hotel e anche queste sono gestite da romagnoli. Danoi ancora manca una cultura mirata all’intrattenimento. Quest’anno c’è stata un’iniziativa im-
  • 47. 47prenditoriale interessante: una ragazza laureata di Vigo di Fassa ha cercato di riunire le iscrizionia determinati eventi, come l’iscrizione alle gite in mountain bike, l’escursione con le guide alpine,ecc., centralizzati su un ufficio, un check point. E’ venuta su a Canazei e ha preso un ufficio vicinoall’APT in piazza. Si è inventata un servizio al turismo. Non organizza gli eventi, ma ha fatto retetra gli eventi esistenti, le associazioni versano una quota. Quest’anno come comune l’abbiamo aiu-tata, perché l’abbiamo considerata un’iniziativa importante”. Mariano Cloch Sindaco CanazeiVice Procurador CgF“La nostra gente è molto introversa, non abbiamo una cultura dell’intrattenimento come possonoavere sulla riviera romagnola. Tutte le discoteche della valle sono in mano a emiliani. Oggi sonoun po’ in crisi. Oggi va di moda l’après ski. A Canazei ce ne sono due o tre e sono in mano ad ope-ratori locali. In un’ottica di allungamento della stagione e di diversificazione dell’offerta turisticaci sarebbe l’opportunità per nuove professioni. In autunno abbiamo un importante flusso di delta-planisti. Rodella è un punto che si presta molto bene. C’è poi il mercato primaverile delle mountainbike che è molto importante”. Fiorenzo Peratore SIC“Dobbiamo qualificare la nostra offerta, non solo in termini di strutture, ma di ospitalità, di atten-zione al cliente, oggi il turista ricerca rapporti veri con le persone, con l’ambiente, con la culturadel luogo. Nel mio agriturismo si sono trasferite persone che prima andavano in un albergo a quat-tro stelle, avevano tutto, piscina, massaggi e nonostante questo hanno preferito trasferirsi in un a-griturismo. Mi hanno detto che negli alberghi si sentivano dei numeri; oggi i turisti vogliono esseretrattati da persone e non semplicemente come dei numeri che consentono di fare fatturato. La gentenon vuole l’animazione dell’albergo, ma vuole il rapporto vero con la gente del posto. Ho avuto deitedeschi che mi hanno chiesto di andare a fare un giro con le ciaspole. Io non potevo e ho chiamatoun amico che è un bravissimo, accompagnatore di territorio, è stato un successo. I turisti erano fe-lici perché gli ha raccontato delle storie, la montagna, la natura in inverno, per loro è stato un ar-ricchimento culturale. E’ venuta voglia anche a me di fare il corso d’accompagnatore di territo-rio”. Monica Weiss titolare agriturismo“Il problema è che oggi cultura, turismo ed economia vanno ognuna per la sua strada, questo di-stacco tra cultura e realtà è frutto di un’evoluzione recente, in cui la valle ha avuto bisogno di mo-dernizzarsi. C’era il bisogno fortissimo e perfettamente comprensibile di passare dalle stalle allestelle degli alberghi. Oggi la situazione è diversa. In questo momento è necessario rendere consa-pevole la gente della propria ricchezza culturale. Oggi abbiamo i mezzi economici per poterci fer-
  • 48. 48mare e riflettere. Se prima non c’era la preparazione per comprendere i propri errori, oggi nellegiovani generazioni c’è una maggiore consapevolezza e un maggiore approccio critico. I giovanihanno viaggiato, sono andati fuori a studiare, hanno imparato a guardare da fuori il proprio terri-torio e a confrontare le situazioni. Anche tra gli albergatori e i commercianti c’è oggi gente prepa-rata in grado di confrontarsi con il turista, cosa che non c’era nel momento in cui c’è stato il pas-saggio da un’economia agricola marginale a un’economia turistica. Oggi è il momento giusto, an-che politicamente, con l’istituzione del Comun General, di aprire una riflessione sulla nostra iden-tità. Certo, permangono ancora delle difficoltà legate al fatto che è difficile fermare la macchinache sta seguendo l’onda, senza avere il tempo di fermarsi a riflettere. Comunque alcune cose sulterritorio si stanno muovendo. Una di queste è l’Associazione Ladin Hotel, nata all’interno di unaserie manifestazioni identitarie di scambio d’esperienze con la Catalogna. I giovani albergatorihanno capito che l’identità di un territorio e di un popolo è uno strumento importante per sfuggirea un processo d’omologazione dell’offerta turistica. L’Associazione è costituita da ormai da dueanni, si tratta in prevalenza di giovani albergatori che nei loro alberghi mettono dei segni identita-ri. C’è anche un giovane ragazzo di Canazei, si chiama Alessandro Anesi, che ha creato una lineadi Design che si chiama Ladin Style, di abbigliamento, occhiali da sci, tutto è esposto al Museo La-dino di Fassa. Altre iniziative le abbiamo fatte con gli artigiani. Si sa che dal punto di vista lessica-le nelle generazioni si perdono tanti nomi di lavori, negozi, attività. Abbiamo quindi fatto dei gran-di adesivi da piazzare sui mezzi degli artigiani con il nome del mestiere in ladino: l’idraulico, ilcarpentiere, il lattoniere. Gli stessi artigiani non sapevano il nome ladino della loro attività, anchese in famiglia parlano ladino. E’ una cosa che incuriosisce, ci sono state molte adesioni, ci sonostati anche problemi perché i nuovi mestieri si sono sentiti esclusi, come si dice antennista o bru-ciatorista in ladino? Noi chiaramente avevamo fatto quelli più tradizionali. Poi sono arrivati i con-tadini e gli allevatori a lamentarsi che li avevamo esclusi. I commercianti hanno fatto la stessa cosacon le insegne. Sono quei piccoli passi che consentono di sensibilizzare e rafforzare l’identità. Ab-biamo dato un nome alle cose”. Sabrina Rasom responsabile progetti culturali del comprensorioladino FassaCome ben evidenziato in quest’ultima citazione, i temi della cultura e dell’identità di un territoriohanno assunto oggi il ruolo strategico di “fattori di produzione” capaci di valorizzare e qualificarele economie di un territorio. La cultura, che una volta costituiva un universo alto, separato ed elita-rio, è diventata una merce fondamentale all’interno del nuovo ciclo produttivo, in cui a contare sonoi contenuti d’innovazione, i valori simbolici e immateriali inglobati nei prodotti e nei servizi. Ciòche differenzia i nostri prodotti e le nostre offerte turistiche da quelle provenienti da paesi emergenti
  • 49. 49a minore costo del lavoro, sono gli aspetti legati alla qualità, al legame con il territorio, allo stile divita, al paesaggio, alla storia, ai valori estetici che danno senso alle nostre produzioni. Sempre piùnella nuova “economia della conoscenza” cultura ed economia si contamineranno a vicenda. Lacreatività è divenuta una risorsa competitiva fondamentale. Il rapporto tra cultura, produzione, ser-vizi, la valorizzazione delle professioni creative, la competizione culturale tra territori, sono diven-tati temi strategici delle politiche di sviluppo di un territorio.Sia le problematiche relative alla successione imprenditoriale nelle strutture alberghiere, sia quellerelative alla necessità di sviluppare un adeguato sistema di servizi innovativi nel turismo, impongo-no in val di Fassa l’attivazione di un programma d’interventi volti a sostenere la creatività el’imprenditorialità giovanile. I giovani devono - già oggi - confrontarsi con un altro tipo di lavo-ro: il lavoro immateriale, ricco d’idee, competenze, creatività, imprenditorialità. E’ dovere di unasocietà responsabile preparare i giovani a questo nuovo modo di produrre. Eliminare la dispersionescolastica, innalzare il tasso dei diplomati e dei laureati o il numero di giovani che partecipano agliscambi internazionali, sono obiettivi fondamentali. La responsabilità di preparare i giovani allanuova dimensione dell’economia, non può essere delegata alle sole istituzioni formative, è una re-sponsabilità che riguarda la società intera e, in particolare, le politiche culturali portate avantidalle istituzioni. Le politiche culturali sono il mezzo attraverso cui i giovani possono trovare nuovistimoli, occasioni d’incontro e di scambio di esperienze, ambiti di sperimentazione di propri inte-ressi e passioni che contribuiscono a rafforzare la loro identità e che, magari, in futuro possono tra-dursi in professione e nuove forme d’impresa.Nella nuova economia assumono rilevanza crescente i prodotti e i servizi "immateriali" (musica, te-atro, grafica, arte, moda, design, multimedialità, comunicazione, net-economy, ambiente, gastrono-mia, intrattenimento) che sono rivolti, in particolare, ai giovani in qualità di consumatori, ma questiultimi rimangono spesso ai margini di tale processo. In altre parole, i giovani producono "nuova e-conomia" (innovazioni, gusti, mode, tendenze) ma, raramente, rientrano nei circuiti ufficiali delprocesso di creazione del valore. Bisogna rendere i giovani protagonisti dei processi di produzioneculturale, valorizzando la loro voglia di partecipazione, il loro spirito d’iniziativa, la loro creatività.Per far ciò bisogna tenere presente che la creatività non è solo una questione di talenti individua-li, ma è anche un elemento culturale che caratterizza i contesti sociali e territoriali: troviamocreatività nelle nostre produzioni artigiane, nella capacità di reinterpretare le nostre tradizioni ga-stronomiche, nelle nuove forme d’intrattenimento offerte ai turisti, ma anche nella nostra capacità dirispondere, in modo creativo, all’emergere di nuovi bisogni sociali. I saperi contestuali che caratte-rizzano i territori e i sistemi produttivi locali sono fondamentali per lo sviluppo della creatività.
  • 50. 50Politiche culturali, politiche per i giovani, politiche per le imprese si devono intrecciare. L’intrecciodi tali politiche ha un duplice vantaggio: preparare i giovani al futuro che li aspetta e aiutare le im-prese a sviluppare quei contenuti immateriali d’innovazione e creatività che sempre più ruolo hannonel rafforzare la loro competitività. Tra queste politiche un ruolo fondamentale è svolto dalle politi-che di promozione di nuove imprese. Oggi stiamo vivendo un processo di “imprenditorializzazio-ne del lavoro” che costituisce uno dei temi chiave di trasformazione delle moderne economie. Sem-pre più, l’investimento a rischio sulle proprie capacità professionali è oggi una pratica necessariaper accedere al mercato del lavoro, a tutti i livelli dell’organizzazione sociale. Per affrontare questadimensione del rischio è necessaria l’attivazione di politiche istituzionali che promuovano la culturad’impresa come strumento d’inclusione sociale. Ciò è particolarmente necessario per le giovani ge-nerazioni, per le quali, anche a seguito delle crescenti difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro,sembrano essere tramontati gli stereotipi precedenti.7. L’offerta extralberghiera e la questione delle seconde caseAl 2010 sono stati rilevati nel Comun General de Fascia 2.544 alloggi privati a uso turistico e 4.823seconde case di proprietà di non residenti. Rispetto al 1987 il numero degli alberghi e degli esercizicomplementari è diminuito, mentre il numero degli alloggi privati a uso turistico è aumentato del71,8 % e quello delle seconde case del 116%. In val di Fassa vi è in pratica una seconda casa ognidue abitanti residenti.La dotazione del patrimonio abitativo è sovradimensionata, soprattutto nelle località turistiche piùspecializzate. Mazzin, dove è presente una struttura residenziale privata di tipo collettivo(residence), registra i valori più elevati, anche rispetto al contesto provinciale: il numero delle abita-zioni non occupate risulta sei volte superiore al numero di quelle occupate. Anche gli altri comuniin ogni caso presentano valori elevati nel rapporto tra abitazioni occupate e non occupate e, tra que-ste ultime, incidono in modo significativo quelle fornite solo di angolo cottura e/o cucinino. La ten-denza nell’ultimo decennio in tutti i comuni è stata quella di un incremento più che proporzionaledegli alloggi rispetto alla variazione della popolazione, con conseguente aumento delle abitazioninon occupate.
  • 51. 51Figura 2 Seconde case per comuneIl tasso elevato di seconde case costituisce nel contesto locale un fattore rilevante d’alterazionesia del mercato turistico, sia del mercato immobiliare. Rispetto al mercato turistico ha indottouno sbilanciamento verso la ricettività non imprenditoriale, con un decadimento qualitativodell’offerta e la conseguente necessita di politiche di riqualificazione dell’ospitalità extralberghiera.Sul piano prettamente urbanistico l’elevato numero di seconde case determina problematiche ine-renti: la dotazione di servizi e infrastrutture; la difficoltà per i residenti di accedere al mercato dellaprima casa; le necessità di riqualificazione di un patrimonio edilizio che versa in uno statod’abbandono. A quest’ultimo problema può essere anche ricondotta la necessità d’individuare nuo-ve destinazioni d’uso per gli insediamenti alberghieri dismessi che, in virtù della Legge Gilmozzi,non potranno più essere trasformati in residence.Nello stesso racconto fatto dai testimoni intervistati, tutte queste problematiche s’intrecciamo e sievidenzia come questo complesso tema delle seconde case possa essere affrontata solo con inter-venti capaci d’integrare: azioni di riqualificazione dell’offerta extralberghiera, politiche di re-golazione del mercato immobiliare e interventi di riqualificazione urbanistica.Sul piano della regolazione del mercato immobiliare turistico un fondamentale contributo – anchese da molti attori giudicato tardivo – è costituito dalla Legge Gilmozzi che introduce una distinzionedelledilizia residenziale in due categorie duso: alloggi destinati a residenza ordinaria e alloggi peril tempo libero e vacanze. Con questa legge la Giunta provinciale fissa per ciascun comune trentinola percentuale massima dei nuovi alloggi da realizzare per il tempo libero e vacanze rispetto a quellidestinati a residenza ordinaria, tenendo conto della popolazione residente. La norma regola il feno-meno dell’espansione di nuove residenze turistiche ma non si applica comunque al patrimonio edi-Seconde case per comune438; 9%953; 20%1069; 22%939; 19%785; 16%177; 4%462; 10%Campitello di FassaCanazeiMazzinMoenaPozza di FassaSoragaVigo di Fassa
  • 52. 52lizio esistente, se non in merito ai cambi di destinazione da non residenziale a residenziale. Rimanequindi aperta la questione della gestione del consistente patrimonio edilizio turistico attualmentepresente in valle.“Abbiamo tantissime seconde case che sono aperte pochissimo: se va bene quindici giorni l’anno.E’ un patrimonio edilizio sotto utilizzato, ma anche in condizioni di degrado. Nel momento in cuipassa l’entusiasmo della casetta in montagna e bisogna cominciare a pensare a una ristrutturazio-ne, nessuno tira fuori un soldo, perché tanto ci si va una volta l’anno. Per i turisti è stato comunqueun grande investimento perché da allora il valore d’acquisto è quadruplicato se non quintuplicato.Chi ci ha rimesso sono i residenti: ci ha rimesso il territorio e ora ci rimettiamo in qualitàdell’immagine turistica. C’è stata poca lungimiranza, sia da parte nostra, sia da parte della Pro-vincia. Fin dagli anni ’80 ci voleva una normativa come quella della Provincia di Bolzano che vin-colava un certo numero di alloggi ai residenti. La Legge Gilmozzi è arrivata troppo tardi e tral’altro in Valle è stata molto contestata. Io nel passato ho sempre combattuto le seconde case e perquesto sono sempre stata attaccata. C’era assolutamente bisogno di quella legge, ma è arrivata convent’anni di ritardo, abbiamo chiuso la stalla quando i buoi erano già scappati. Oggi una casa inval di Fassa costa come minimo 300mila euro. E’ un problema che va assolutamente affrontato senon vogliamo fare la fine di Cortina dove i cortinesi vanno ad abitare lungo la valle e Cortina è a-bitata solamente dai turisti. Corriamo il rischio di spopolare la valle”. Cristina Donei Procurado-ra Comun General“Paradossalmente gli ospiti più affezionati della valle, quelli che potevano essere i migliori clientidegli alberghi, sono diventati nostri compaesani, perché si sono comprati la seconda casa, e questodovrebbe darci l’idea degli errori che abbiamo fatto. Questo ha portato a un depauperamento nellaricchezza dei fassani, anche perché le persone che hanno acquistato le seconde case negli anni 80 e90 sono diventati dei nostri competitori, affittano o prestano la propria casa in montagna a cono-scenti e amici, togliendo risorse al mercato locale, in particolare a quello alberghiero”. AlfredoWeiss Consigliere CdF“La vera piaga della val di Fassa sono i 35mila posti letto in appartamenti che sono sfitti per lamaggior parte dell’anno, che sono affittati per cinque mesi l’anno e che sono vissuti dai proprietarisolo per un paio di settimane l’anno. Sono posti letto che non creano nessun reddito interno allaval di Fassa che non aumentano il nostro PIL, ma il PIL dei milanesi, dei proprietari delle topaieche hanno comprato negli anni ‘70 con il TFR. Adesso ai figli di queste case non gli frega più nien-
  • 53. 53te, le danno in mano all’agenzia, le affittano, creano costi per servizi, allacciamenti, fognature, epoi non lasciano niente sul territorio”. Silvano Ploner GiornalistaPer le amministrazioni locali, la diffusione della seconda residenza ha comportato e comporta tutto-ra oneri notevoli, che raramente sono compensati dai vantaggi diretti conseguibili dagli operatorieconomici locali. Basti pensare alle opere di urbanizzazione, a carico dei proprietari nella fased’installazione e per poco o nulla in quelli di gestione; senza valutare tutta una serie di servizi – dal-la nettezza urbana, ai servizi tecnologici, alla sicurezza, alle strutture per attività ricreative, sportivee culturali – che s’integrano con le esigenze della popolazione residente. L’intervento pubblico sideve misurare soprattutto con l’infrastrutturazione territoriale da garantire ai residenti secondari so-lo per brevissimi periodi: la rete stradale e dei trasporti, i servizi pubblici, le infrastrutture idriche,elettriche, di comunicazione, gli interventi idrogeologici. La forte pressione indotta dalla presenzaturistica mostra i limiti commessi alla disponibilità di risorse, non solo economiche, ma anche am-bientali.“In Valle sarebbe ad esempio molto importante un piano di gestione della risorsa idrica che, anchequi da noi, non è una risorsa infinita. Le seconde case, gli alberghi, le piscine, i centri benessere, instagione hanno consumi idrici altissimi e non so se i comuni abbiano un piano di gestione, di utiliz-zazione razionale di quest’acqua. Bisognerebbe investire su vasconi o riserve idriche per i comuni.Qualche anno fa a Natale ci sono state delle emergenze idriche perché l’autunno era stato siccito-so. Immagini cosa significa la mancanza d’acqua a Natale quando siamo strapieni di turisti: alle17.00 tutti si fanno la doccia e non c’è più acqua. Sembra una cosa banale ma non lo è. Non è am-missibile che una località turistica di montagna si trovi a dover centellinare l’acqua. Va fatto unpiano di gestione di questa risorsa, facciamo riserva, riciclo, utilizziamo le acque piovane per iservizi igienici. Gli impianti d’innevamento sono indubbiamente dei grossi consumatori d’acqua.Abbiamo delle concessioni, con dei quantitativi assegnati ma quest’anno, a causa dell’autunno cal-do, abbiamo avuto delle criticità, con poche giornate propizie per fare neve. Dobbiamo attrezzarcicon bacini artificiali o chiedendo alla Provincia un aumento temporaneo di queste concessioni sal-vaguardando ovviamente l’aspetto idrografico ittico dei corsi d’acqua. Quest’anno si è vista lamancata apertura di Sant’Ambrogio in parte dovuta anche al fatto che non avevamo l’acqua imme-diatamente disponibile quando è arrivato il freddo”. Daniele Dezulian Presidente del Consorzioimpianti a fune val di Fassa e Carezza
  • 54. 54“Anche a livello urbanistico dobbiamo imparare a fare un discorso di Valle, non so se il ComunGeneral sarà in grado di fare un discorso comune e togliere competenze ai comuni. Sarebbe impor-tante unificare i regolamenti edilizi, tutelare l’uso del suolo, valorizzare l’esistente. Lei pensi che inval di Fassa abbiamo sette diverse tariffe per le immondizie”. Celestino Lasagna Presidente Asso-ciazione Albergatori della val di FassaDopo gli anni della corsa all’investimento immobiliare, oggi si sta diffondendo una certa disaffe-zione tra i proprietari di alloggi turistici che, in virtù di tasse, condoni, manutenzioni e costi energe-tici, vedono complicarsi la gestione della seconda casa. La diffusione di inediti modelli di compor-tamento turistico, i mutamenti del ciclo di vita della famiglia che acquista la seconda casa – le cuinecessità e le aspettative cambiano in relazione diversi fattori (età dei figli, lavoro, pensionamento,ecc.) – e la disaffezione verso i luoghi che hanno ormai perso molta della loro attrattiva originaria,spingono i proprietari di seconde residenze ad utilizzarle sempre meno. Ed è proprio questa, un’altraquestione di rilievo, in quanto evidenzia un uso non ottimale, se non addirittura uno sprecod’investimenti fissi, quali quelli relativi alle abitazioni esistenti, utilizzate in misura molto ridotta.Su questa situazione s’innesta lo sfruttamento intensivo degli operatori specializzati (agenzie di af-fittanza) che spesso commercializzano l’offerta senza particolare attenzione alla qualità degli allog-gi. In tale segmento d’offerta sopravvive una mentalità orientata al prodotto, con scarsa attenzionealla domanda. La ricerca di nuova clientela è perseguita prevalentemente con azioni di riduzione diprezzo.Tali dinamiche fanno oggi temere che in valle di Fassa ci si stia avvicinando a quella soglia criticache sancisce l’obsolescenza di gran parte dell’offerta disponibile e, quindi, l’avvio di un circolo vi-zioso così articolato:1. Standard di offerta trascurati: l’abbassamento della qualità dell’offerta di alloggi turistici, oltreche dalla disaffezione dei proprietari, spesso è causato anche dalla tendenza delle organizzazionispecializzate nella commercializzazione (agenzie viaggi, agenzie immobiliari, agenzie di affittanza,etc.) a limitare le prestazioni di servizio per non figurare come imprenditori. L’obiettivo è restare“mediatori”.2. Abbassamento dei prezzi: nei momenti di debolezza, la tendenza degli operatori è quella di a-dottare politiche commerciali aggressive, con prezzi ribassati (e scarsamente remunerativi per glistessi proprietari). Per inseguire il mass-market si genera una svendita generalizzata delle localitàpiù ricche di appartamenti.3. Degrado e insoddisfazione: a ogni affittanza l’appartamento deperisce. La crescita del degradodegli alloggi (pochi ricavi = pochi investimenti) provoca l’insoddisfazione sia da parte della cliente-
  • 55. 55la, sia da parte dei residenti. Nell’offerta sommersa, inoltre, le azioni di “pirateria” (prenotazioninon garantite, prezzi discordanti da quelli indicati in un primo tempo, alloggi non corrispondenti al-la descrizione, servizi assenti) diventano più frequenti.4. Caduta d’immagine della località: peggiora il servizio e la qualità delle unità (scarsa manuten-zione, poche riparazioni, rare tinteggiature, nessun rimpiazzo d’inventario, ecc.). La presenza diun’enorme “offerta sommersa” nel comparto degli alloggi privati in affitto aiuta a eludere qualsiasiforma di controllo statistico e amministrativo. In particolare, è difficile verificare da parte delleamministrazioni locali lo stato e le condizioni igieniche delle unità abitative utilizzate a fini turistici.Non sono infrequenti, infatti, situazioni limite nelle quali l’igiene e il decoro degli alloggi sono de-cisamente scadenti. Queste situazioni provocano effetti negativi sull’immagine complessiva dellelocalità.5. Perdita della clientela migliore: la caduta dell’immagine complessiva della località porta con sél’abbandono della zona da parte della clientela migliore, quella con maggiore disponibilità di spesa,che non cerca un semplice prodotto turistico, ma anche un comfort superiore alla media. Gli opera-tori e i proprietari sono costretti a rastrellare target di clientela sempre più marginali.6. Perdita di valore degli immobili: la conseguenza dei punti precedenti è lo svilimento dei valoripatrimoniali per i numerosi investitori che possiedono uno o più alloggi turistici. Senza amore delproprietario, le unità immobiliari soffrono.7. Declino: è l’ultima fase del ciclo di vita del prodotto turistico, dalla quale si può uscire o con lamorte definitiva del prodotto, o con un rilancio, attraverso azioni di rivitalizzazione, riconversione ediversificazione che portano alla nascita di un migliore prodotto turistico.Senza adeguate politiche di governo della residenzialità turistica e di riqualificazione dell’offertaextra alberghiera è inevitabile che in breve tempo una quota rilevante di alloggi vada fuori mercato,a meno che essi non siano offerti a una clientela marginale, poco esigente e di basso profilo econo-mico. Per affrontare tali problematiche è necessario un ruolo attivo dei soggetti locali chehanno responsabilità amministrative e promozionali e che possono intervenire con azioni volteall’emersione dell’offerta di posti letto nell’extralberghiero e con politiche di carattere urba-nistico e di fiscalità locale.“Per l’extra alberghiero necessita un processo di profonda riqualificazione, che deve partire dallatrasparenza dell’offerta. Bisogna introdurre elementi di competizione che facciano uscire progres-sivamente dal mercato i soggetti meno attrezzati, quelli che sopravvivono solo perché oggi il mer-cato è opaco, per non dire addirittura sommerso. Ancora oggi è difficilissimo sapere quali sono le
  • 56. 56caratteristiche degli appartamenti, i prezzi praticati. In nome di un malinteso senso d’equità gli uf-fici turistici ti danno la lista di tutti quelli che affittano un appartamento. Il povero turista è ancoracostretto a fare come si faceva trent’anni fa: prendersi una giornata per venire da Milano e andarea fare la questua, a chiedere di visitare gli appartamenti, a chiedere i prezzi porta a porta, a con-frontare le diverse offerte. Ora Trentino Marketing ha proposto il progetto Genziane ed è già qual-cosa. Il progetto tende a classificare l’offerta extralberghiera attribuendo delle genziane in baseagli standard degli appartamenti. Il limite del progetto è che si basa sull’autocertificazione, quindisi spera che l’informazione fornita corrisponda all’effettiva offerta. Anche dal punto di vista dellapromozione dell’offerta extralberghiera bisognerebbe partire sempre dal fatto che è la domandache deve essere privilegiata. Cosa vuole la domanda? Cosa vogliono i turisti? Voglionoun’informazione che sia trasparente: “chi non mi garantisce un’informazione trasparente per menon esiste”, afferma un turista evoluto. Se fornisco alla domanda un’informazione opaca, tutta ladestinazione ne riceve un danno. E’ per questo che l’intera destinazione, i Comuni, le Apt, devonosvolgere un’azione di controllo e di selezione. L’essere soci paganti di un’Apt non significa avereuna corsia privilegiata. Teoricamente i soci dell’Apt dovrebbero essere gli operatori migliori, i se-lezionati, quelli che esprimono il top della destinazione. Finalmente dopo tanta insistenza in questianni, abbiamo acquisito anche tra gli operatori che l’informazione è un bene pubblico; se ragionidal punto di vista della domanda, tutti quanti hanno diritto all’informazione corretta. Un comune oun’Apt devono anche poter dire all’operatore: tu non hai degli standard minimi per garantire a chiviene in vacanza di avere le stesse comodità che ha lasciato a casa sua. L’extralberghiero è un set-tore importante, specialmente in una realtà come la val di Fassa, dove operano pochissimi Bed &Breakfast, Agritur e malghe che fanno ricettività, a fronte di una presenza enorme di alloggi privatidestinati alla ricettività turistica e a seconde case. In particolare per gli agriturismi e le malghe,cui si lega l’alpeggio, pur riconoscendo che negli ultimi anni grazie a qualche giovane si è assistitoad una certa ripresa d’interesse verso l’agricoltura di montagna, paradossalmente hai una realtàmontana stupenda che non comunica questa sua specificità. Per cui è molto elevato il rischio dicomunicare Fassaland”. Gianfranco Betta Osservatorio Provinciale del Turismo“Oggi i due terzi dei posti letto della valle sono nell’extra alberghiero ma solo una parte minima èdi proprietà dei residenti che lo usano più come integrazione del reddito familiare che come unavera e propria attività imprenditoriale. L’extra alberghiero di proprietà dei residenti non è in rete enon è venduto in modo ottimale, per cui ha delle percentuali di occupazione molto basse. Su questoci sono margini d’intervento per mettere in rete e riqualificare l’offerta. Poi c’è la parte di proprie-tà dei turisti che è quella più problematica, che resta chiusa per gran parte dell’anno. Per fare e-
  • 57. 57mergere quest’offerta si potrebbe intervenire sulla fiscalità, ma se poi non riqualificano o non ven-dono, ti rimane comunque l’immobile vuoto e fatiscente. Forse è più proficuo intervenire con politi-che urbanistiche finalizzate a incentivare il recupero del patrimonio edilizio esistente puntando sul-la sostenibilità ambientale e l’efficienza energetica”. Riccardo Franceschetti Sindaco di Moena,Assessore CdF, albergatore.“ La fiscalità municipale è un’arma a doppio taglio perché dovresti diversificare tra seconde casedei residenti e le seconde case dei turisti. Teniamo presente che i controlli dell’Agenzia delle entra-te sulle seconde case dei residenti in val di Fassa sono frequenti. I residenti che affittano apparta-menti dichiarato minimo cinque mila euro l’anno e di conseguenza ci pagano le tasse. Sulla secon-da casa del veneziano o del milanese i controlli sono più difficili, se affittano per periodi inferioriai sette giorni, non devono fare nemmeno il contratto. Forse si potrebbero gestire le tariffe in mododiverso”. Francesco Dellantonio, artigiano e amministratore del Comune di Soraga“C’è un mercato turistico degli appartamenti privati, dei fassani, di chi ha costruito una casettanegli anni 80 realizzando un appartamento per se e altri due appartamenti da affittare ai turisti.Anche questo modello d’offerta è stato fortemente messo in discussione da forme imprenditorialicome i residence e i condomini, che hanno tutta un’altra capacità commerciale rispetto alla signo-ra Maria che risponde al telefono. Nel settore extra alberghiero la proprietà è molto polverizzata, epiù è polverizzata più ci sono difficoltà a proporre serie strategie di carattere commerciale. Ag-giungiamo poi il problema della mentalità del reddito nero, che spero questo Governo faccia supe-rare. Fare emergere questo tipo d’offerta vuol dire ufficializzare in rapporto commerciale che finoa ieri era in parte sommerso. Molta gente pur di non avere problemi di carattere fiscale preferiscenon affittare e questo significa ulteriori appartamenti chiusi e inutilizzati”. Alfredo Weiss Consi-gliere CdFIl problema di una migliore gestione del patrimonio immobiliare non si limita alle sole seconde casema chiama in causa anche la gestione di altri manufatti edilizi in attesa di riconversione o riqualifi-cazione, come gli insediamenti alberghieri dismessi o l’importante patrimonio di edifici rustici.Baite, malghe e fienili di montagna disseminati su tutte le superfici destinate all’alpeggio che sonospesso abbandonati e cadenti nelle aree marginali, mentre nelle zone più accessibili sono spesso re-cuperati dai singoli proprietari e ristrutturati come moderni “chalet” per proprio svago o per scopituristici.
  • 58. 58“Più che ridurre i posti letto nell’alberghiero o nell’extralberghiero, io vedo la necessità di riquali-ficare il patrimonio edilizio che caratterizza la nostra offerta turistica. Prima di tutto c’è la necessi-tà d’impedire la trasformazione degli alberghi in appartamenti turistici. Poi vedo la necessità diuno studio mirato sulle opportunità di recupero dell’esistente che tira dentro un po’ tutto, le secon-de case, ma anche un piano baite, perché incontrare una baita crollata a terra rappresenta un ulte-riore aspetto dell’abbandono e del degrado del territorio”. Claudio Bernard, imprenditore, presi-dente consorzio impianti“È pur vero che siamo cresciuti negli anni 60 anche noi con la speculazione, però poi ci siamofermati. La precedente amministrazione ha voluto tutelare il territorio inserendo tutto quello chec’era attorno al centro abitato in zona agricola secondaria e qualcosa limitato a zona agricolaprimaria. In questo modo si è smesso con i condomini e la mercificazione del territorio. Io ho fattosolo una variante normativa al piano regolatore generale, di adeguamento alla Gilmozzi, per chia-rire alcune cose e soprattutto regolare bene il nostro alpeggio, perché ci sono una trentina di baiteche potevano essere oggetto di speculazione aggressiva. Siamo nella famosa conca di Fuchade, unarealtà unica a cui teniamo molto, dove ci son baite di proprietà di residenti, eccetto alcune di pro-prietà di terzi. Pur consentendo ai nostri censiti di realizzare il bagno, i pannelli fotovoltaici per lacorrente, quello che abbiamo voluto evitare è la trasformazione in residenza, e allora abbiamo in-dicato sul nostro PRG riparo temporaneo preferibilmente diurno. Questo consente di vivere e man-tenere queste strutture evitando al contempo trasformazioni che sarebbero improprie”.RobertoPellegrini Sindaco di Soraga e Assessore CdF.8. La casa per i residentiAl momento, al centro delle politiche delle Amministrazioni locali vi è la necessità di dare concreterisposte ai bisogni dei propri censiti rispetto al problema dell’accesso al mercato della prima casareso particolarmente difficile dai proibitivi costi di terreni e immobili che finiscono con il concorre-re all’espulsione di popolazione locale dai centri della Valle.“Turismo e edilizia sono due settori che hanno sempre proceduto assieme. A Canazei negli anni’70 c’è stato l’assalto delle seconde case, ora fortunatamente c’è stato un forte ridimensionamento.Da quando è entrato in vigore il piano regolatore, quindici anni fa, c’è stata una serrata sulle se-conde case, ancora prima della legge Gilmozzi. Le nostre politiche insediative sono ora orientatealla prima casa. Si destinano i terreni con il vincolo per la prima casa, ma il Comune finora non ha
  • 59. 59realizzato alcun intervento in prima persona per poi distribuire le case. Oggi anche la trasforma-zione degli alberghi deve essere sempre finalizzata alla realizzazione delle prime case. I prezzi sonocomunque sempre piuttosto alti, si va sui 4.000 euro al mq. Ultimamente hanno terminato una co-struzione, che ai tempi era per seconde case, dove hanno pagato anche 8-10mila euro al mq. I gio-vani che hanno il problema dell’acquisto della casa per gli alti costi, di solito si organizzano in co-operative edilizie. Credo che un esperimento interessante sia stato fatto ultimamente a Mazzin, po-trebbe essere anche proposto in altri comuni della valle. Un’altra opportunità d’intervento è la tra-sformazione dei vecchi fienili, sempre per la realizzazione di prime case. Rispetto alla riqualifica-zione dell’esistente la gente del posto comincia ad avere una certa sensibilità sui temi del risparmioenergetico e della certificazione Casaclima. Questa sensibilità non la troviamo nei condomini diseconde case anche perché da parecchi anni sono usati sempre meno. Nei centri storici andrebberosuperati alcuni limiti normativi, come il divieto di realizzare cappotti esterni sugli edifici in mura-tura”. Mariano Cloch Sindaco Canazei Vice Procurador CgF“A Mazzin abbiamo vincolato due terreni per le prime case. Abbiamo contattato le aziende e gliabbiamo fatto fare l’acquisto chiavi in mano, quindi acquisto garantito. È importante il discorsodelle chiavi in mano perché le cooperative nate hanno tutte sforato il prezzo, e allora la gente hapaura. Uno dei problemi di queste cooperative è che partivano con prezzi di 300mila euro per poifinire a 800mila euro. Perché purtroppo i giovani entrano con l’idea che la casa gliela prepari co-me la vogliono loro, però io penso che se uno ha bisogno della prima casa non deve farsi l’dea del-la reggia, e invece questi cominciano ad allargarsi facendo tante modifiche in corso d’opera, e al-lora pagano più del doppio. Alla fine abbiamo realizzato dieci appartamenti: quattro da 120 mqcon un interrato di 70 mq, posto auto interno ed esterno, e sei appartamenti da 80 mq con 40 mq dicantina, posto auto interno ed esterno. Io avevo dato i prezzi: 250mila euro gli 80 mq e 320mila eu-ro i 120 mq. Gli ho fatto fare il contratto chiavi in mano compreso notaio, frazionamento, tutto.Con i sessantamila euro di contributo a fondo perduto da parte della Provincia, c’è chi si porta vial’appartamento di 120 mq a 260mila euro. Adesso mi cercano tutti per chiedermi se c’è la possibili-tà di entrare in cooperativa”. Fausto Castelnuovo, Sindaco di Mazzin e Assessore GgF“Nella nostra comunità, non si possono costruire altre case, al di là della prima casa, quindi si èbloccata l’espansione edilizia. E’ chiaro che se io ho un appartamento di 100 mq a Pozza di Fassa,lo devo vendere come minimo a 500-600-700mila euro, e chi me lo compra per farsi una prima ca-sa? E’ un tema molto sentito per le giovani coppie. Qui stanno vendendo appartamenti costruitidalle immobiliari a 7-800mila euro, un posto auto coperto a 50mila euro. Nell’ultima variante che
  • 60. 60abbiamo fatto, abbiamo avuto richieste di prime case che sono state concesse, faremo un’altra va-riante per dare altre prime case a chi ne ha bisogno, però chi non ha il terreno in proprietà non cela farà mai. C’è l’opportunità dei vecchi fienili e delle case abbandonate che si possono recuperaree messe sul mercato della prima casa. Questa è una sfida che il nuovo piano territoriale dovrebbeaffrontare. Comunque si tratta di proprietà private che vanno acquisite a prezzo di mercato ed èdifficile che un privato si restauri la casa per poi metterla a disposizione con un affitto calmierato.Ci vorrebbero incentivi da parte della Provincia o da parte del comune, per restaurare la casa con-sentendo un aumento del 10-20% del volume com’è previsto del resto nei centri storici. In cambio ilproprietario dovrebbe mettere a disposizione una parte della casa per appartamenti ad affitto cal-mierato”. Tullio della Giacoma Sindaco di Pozza di Fassa e Assessore CgF“Il problema della prima casa è pressante, la gestione del patrimonio immobiliare e dei bisogni a-bitativi è molto complicata perché è molto onerosa. Una giovane coppia fassana deve avere almeno300mila euro per acquistare un appartamento di 80 mq. E’ difficile poter disporre di questa cifra avent’anni e non tutti genitori sono nella condizione di potere aiutare i figli, per cui i giovani sonocostretti a fare mutui da 2mila euro al mese.. Sta avvenendo un processo d’espulsione dei residenti,come a Cortina d’Ampezzo dove a causa dei costi dell’abitazione, non abitano più gli ampezzani.La nostra programmazione urbanistica dovrà tenere in grossa considerazione queste problemati-che. Dobbiamo mettere delle aree a disposizione delle cooperative edilizie di residenti. Gli stessiinterventi di Social housing potrebbero essere una soluzione, capendo bene quali categorie serviree con quali modalità. A Vigo stiamo modificando il PRG cercando di valorizzare, per quanto possi-bile, il patrimonio esistente. Abbiamo concesso incrementi volumetrici sulle ristrutturazioni, sullemansarde, perché le case sono quasi tutte di proprietà dei locali, sorte immediatamente dopo glianni 60, fino agli anni 80. Crediamo in questo modo di dare una risposta al discorso prima casaper le giovani coppie, ti lasciamo ampliare il sottotetto per rispondere a questa esigenza”. FrancoLorenz Sindaco di Vigo di Fassa e Assessore CgF“La prima casa per i giovani in Valle è un problema molto importante, anche se a Campitello per ilmomento non lo sentiamo tanto. Case nuove in vendita comunque non ce ne sono e l’usato viaggiadai due ai seimila euro a mq. Stiamo valutando l’opportunità di una piccola espansione urbanisticadi prima casa. Abbiamo un bel patrimonio da ristrutturare per prima casa. Abbiamo poil’opportunità di valorizzare il centro storico. Campitello è un paese piccolo di 750 abitanti, che hamantenuto le sue tradizioni ladine e un suo stile di vita. Il centro storico è molto vissuto, organiz-ziamo eventi turistici. La stessa piazza centrale è ancora un luogo di ritrovo per i residenti. Adesso
  • 61. 61la Scuola d’arte ci sta studiando un progetto di valorizzazione urbanistica della piazza”. RenzoValentini Sindaco di Campitello e Assessore CgF.L’integrazione tra edilizia e turismo ha, fino ad oggi, rappresentato la principale fonte di reddito eoccupazione a livello locale. In quest’ambito la domanda di loisir e di accesso ad amenities paesag-gistiche e ambientali si è intrecciata con le opportunità d’investimento in un bene immobiliare. Ciòha determinato un aumento del consumo di suolo in aree ambientali di pregio, un aumento dei valo-ri immobiliari con conseguenti difficoltà di accesso al mercato da parte della popolazione residente,uno snaturamento di luoghi e comunità caratterizzati da specifici valori identitari, che sono la basestessa dell’attrattività turistica della località. I crescenti livelli di consumo di suolo rappresentanooggi una delle principali problematiche per la programmazione urbanistica. Tali problemati-che sono particolarmente evidenti in un territorio montano come quello fassano, dove la scarsità disuolo edificabile nei fondovalle produce conflittualità tra i diversi modelli d’uso del territorio: agri-coltura, residenza, turismo, infrastrutture, insediamenti produttivi.Ancora oggi, in un contesto di profondi mutamenti socio economici (che, hanno coinvolto la produ-zione, il lavoro, il welfare) l’offerta del “bene casa” continua a rimanere ancorata ai vecchi schemidell’abitazione di proprietà, della rendita immobiliare, di offerte abitative relativamente standardiz-zate. L’attuale crisi ha evidenziato alcune criticità di questo modello d’offerta, come la mancanza difiducia nel mercato, una frenata nei consumi per le famiglie e la difficoltà di accesso al credito. Mala crisi è anche una grande opportunità per riconfigurare il rapporto tra domanda e offerta nelsettore dell’abitazione, sia turistica, sia residenziale. Il settore è, infatti, sempre più esposto a unapressione competitiva e a una domanda che dall’esterno lo sollecita all’evoluzione, chiedendogli difornire prodotti dotati di prestazioni nuove, di funzionalità migliori, di maggiore valore. Lo stessosettore delle costruzioni presente in Valle, può dare all’innovazione contributi rilevanti, se lo si con-cepisce come catalizzatore di una serie d’innovazioni per la casa, per l’ambiente, per la persona; èun settore a potenziale alto tasso d’innovazione se solo si pensa alle questioni dei nuovi materiali,della personalizzazione, dell’abitazione come servizio, della gestione dei mercati immobiliari e fi-nanziari di tipo più evoluto. L’investimento immobiliare si avvicinerà sempre di più a una logica ditipo reddituale e non più patrimoniale, come accadeva in passato.Come già evidenziato in apertura di paragrafo, dalle interviste emerge chiaramente la com-plessità del problema della residenzialità in Valle. Un problema che può essere affrontata solocon interventi capaci d’integrare azioni di riqualificazione dell’offerta extralberghiera, politi-
  • 62. 62che di regolazione del mercato immobiliare e interventi di riqualificazione edilizia e urbanisti-ca.L’idea motrice che emerge da molteplici attori intervistati, è quella d’impostare le politiche urbani-stiche della Valle sulla valorizzazione e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, uni-tamente ad un investimento sui temi della sostenibilità ambientale e sociale dellabitare. Lin-tervento sul patrimonio esistente, relativo sia al consistente patrimonio di edilizia turistico residen-ziale in cattivo stato di conservazione, sia alla riconversione di strutture alberghiere dismesse, si do-vrà imporre, nei prossimi anni, come un mercato di riferimento importante.I campi in cui si esercitano le funzioni regolative dell’Ente locale sono molteplici, ma lo spazio oggipiù importante è occupato proprio dall’insieme d’interventi sul patrimonio fisico esistente, riassu-mibile nella nozione di riqualificazione urbana, in particolare riguardante gli insediamenti turisti-ci di scarsa qualità edilizia realizzati negli anni ’60 e ’70, e il recupero dei centri e dei nuclei storicie a una loro valorizzazione sul piano abitativo, commerciale (i centri commerciali naturali) e dellafruizione turistica culturale. E’ in questo contesto di rinnovo urbano che trova collocazione uno deiprincipali motori della ripresa, ovvero la riqualificazione del patrimonio abitativo esistente.Molti analisti del settore delle costruzioni individuano per la riqualificazione un ruolo di traino nelnuovo ciclo edilizio. La domanda che si rivolge al settore delle costruzioni si è progressivamenteorientata su una richiesta crescente di attività di manutenzione, sia ordinaria, sia straordinaria,che ha, negli ultimi anni, superato il livello della nuova produzione e rispetto al quale serve una ri-definizione di modelli di offerta innovativi come il facility management e global service che incre-menterà i settori delle manutenzioni e delle installazioni che coinvolgono in particolare la piccolaimpresa.Oggi comincia a profilarsi una domanda di residenzialità profondamente diversa rispetto agli stan-dard consolidati che hanno caratterizzato i precedenti cicli edilizi. E’ proprio in aree come la val diFassa che può prendere progressivamente forma una rinnovata cultura della manutenzione (centristorici, vecchi nuclei, paesaggi) e nuove forme di ospitalità turistica diffusa capaci di rispondere auna rinnovata domanda di fruizione e residenzialità turistica più consapevole e attenta ai valori am-bientali, culturali dei territori visitati. La qualità del costruito, sia come recupero di valori architet-tonici, storici, urbanistici, sia come nuove realizzazioni capaci di inserirsi nel contesto, è parte inte-grante di questa nuova offerta turistica.I driver del cambiamento su cui puntare nei prossimi anni per ridisegnare il mercato delle abita-zioni turistiche e residenziali in val di Fassa, sono:
  • 63. 63• la sostenibilità sociale: una fascia di popolazione giovane sempre più ampia, non è in grado diaccedere all’attuale offerta del mercato e origina una domanda di social housing, a cui il mercatodelle costruzioni deve dare risposta secondo logiche di collaborazione tra pubblico e privato;• la sostenibilità ambientale: l’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale sono i nuovi e-lementi innovativi a cui il mercato della casa deve rispondere nel breve termine;• il nodo delle risorse: il mercato evolve sempre più rapidamente verso modelli di partenariatopubblico-privato, sviluppando forme d’investimento integrate che richiedono nuove conoscenzeeconomiche e finanziarie: gli operatori del settore delle costruzioni dovranno essere in grado diportare capacità ideativa, tecnica, finanziaria e gestionale dialogando con interlocutori pubbliciin grado di crescere sullo stesso piano;• lintreccio tra costruzioni e servizi: lattenzione del mercato si sposta progressivamente dal me-ro piano della costruzione a quello della manutenzione e della gestione: la filiera delle costruzio-ni e quella dei servizi dovranno crescere in maniera integrata, grazie agli strumenti del facilitymanagement e del global service, che negli ultimi anni hanno già portato notevoli vantaggi al si-stema delle imprese edili.9. Lo sci come motore dello sviluppoIl turismo della neve è senzaltro un segmento di giovane età nel più grande settore dellindustria le-gata al tempo libero. Malgrado la giovane età, il settore è considerato dagli analisti un settore matu-ro. Un settore che ha assunto una sua prima configurazione tra gli anni 50 e 60, che si è fortementesviluppato negli anni 70 e 80 mostrando un vero e proprio boom ma la cui crescita ha cominciato amostrare evidenti segni di rallentamento già nel corso degli anni 90.In gran parte delle località sciistiche, nel corso dell’ultimo decennio, si è manifestata una crescitanon superiore alluno o due per cento lanno e le previsioni degli esperti indicano per i prossimi anniuna stagnazione della domanda. Peraltro le dimensioni di tale mercato sono divenute assai rilevanti.Pur non essendoci statistiche ufficiali e precise sul settore, si stima che le attività collegate agli sportinvernali muovano annualmente in Europa un business di circa venti miliardi di euro con unoffertache riguarda dieci Paesi e oltre mille stazioni che dispongono di qualcosa come 10-11 milioni di let-ti turistici, con quattro Paesi leader (Francia, Austria, Svizzera e Italia). Dal lato della domanda, es-sa a livello europeo interessa in modo significativo quindici Paesi (cui stanno aggiungendosi daqualche stagione alcune nuove realtà, soprattutto provenienti dai Paesi dellEst) da cui si muovonoannualmente tra i 35 e i 40 milioni tra sciatori, snowborder e, in minima parte, accompagnatori nonsciatori. Questo quadro evidenzia dunque un settore che si trova allapice del suo ciclo di vita, in
  • 64. 64fase di piena maturità e che al suo interno nei prossimi anni vivrà quei processi tipici di tutti i settoriche si trovano in tale fase.In primis, su mercati di grandi dimensioni, ma a crescita pressoché ferma, tende a incrementarsi convigore la concorrenza: le imprese, infatti, sono fatte per crescere e crescere in un mercato fermo si-gnifica dover sottrarre clientela e quota di mercato ai propri concorrenti. Lesito di tale ina-sprimento della concorrenza porterà con sé vincitori e vinti con la conseguenza probabile di vederesparire, nei prossimi 10-20 anni, molti degli attuali competitor.Un secondo effetto, in parte legato al primo, sarà laumento delle dimensioni medie delle impresedel settore. Ciò non significa aumento delle dimensioni dei domaines skiables; significa che assiste-remo a forme di concentrazione dellofferta, che si produrrà attraverso processi d’integrazione o-rizzontale tra imprese che gestiscono stazioni mediante joint-ventures, fusioni e acquisizioni tradi esse. Il tutto per raggiungere quelle dimensioni in grado di consentire quelle economie di scalanecessarie ad affrontare in modo più idoneo le sfide competitive di cui si parlava innanzi.Un terzo processo importante si verifica dal lato dellofferta del prodotto. Le stazioni sciistiche nonpossono più giocare, per essere competitive, soltanto la carta della qualità delle piste e degli impian-ti di risalita. La clientela, sempre più internazionale, confronta il mix complessivo di servizi che èmesso a sua disposizione dalla località nel pre-sci (accessibilità, accoglienza, ricettività) e nel dopo-sci e sceglierà. Ciò comporta, in Europa, una grande capacità del management delle imprese che ge-stiscono i comprensori sciistici, di fare intreccio e integrazione con le altre componenti dellof-ferta delle località, assumendosi, ove necessario, ruoli di leadership nella gestione strategicadella destinazione.Un quarto processo che, di fatto, ha già mostrato i suoi effetti nel corso dellultimo decennio, è lanetta divaricazione tra offerta di stazioni di carattere esclusivamente locale (in generale di pic-cole dimensioni) e stazioni operanti sul mercato globale. Le prime sono probabilmente destinate aspecializzarsi su poche e precise funzioni (per esempio la formazione di base dei piccoli sciatori),badando allequilibrio economico di gestione e ricorrendo a forme di partnership con le ammini-strazioni pubbliche locali per quanto attiene al finanziamento degli investimenti.Per le altre - quelle esposte alla concorrenza internazionale - il successo o per lo meno la tenuta sa-ranno sanciti dal mercato, dall’abilità di mettere a frutto i propri vantaggi competitivi, dalla capacitàdi anticipare i concorrenti, comprendendo in anticipo i processi di trasformazione a cui complessi-vamente va incontro il settore.Si tratta di trasformazioni estremamente rilevanti che sono in larga parte da far risalire a fattori e-sterni al settore turistico e che possono essere riassunte nei seguenti principali fenomeni:
  • 65. 65• Il clima sta mostrando significative evoluzioni. Nessuno ormai nega che ciò sia il problema diprospettiva. Gli investimenti nellinnevamento programmato, iniziati timidamente negli anni 80,oggi sono determinanti per la sopravvivenza economica di una stazione di dimensioni mediograndi. Ma, se anni or sono gli impianti per produrre neve difficilmente arrivavano ai 2000 me-tri oggi sono realizzati, in certi casi, anche al di sopra dei 2500 metri. Inoltre, tali apparecchiatu-re garantiscono la produzione di neve solo a partire da certe temperature. Se oltre a non nevicareaumenterà progressivamente la temperatura dellaria, anche tale rimedio rischierà di essereunarma spuntata. E stazioni con poca neve o con neve di scarsa qualità saranno abbandonatedalla clientela perché in difetto proprio della materia prima.• Le modificazioni di gusti e di abitudini tra i consumatori sono un altro fattore di trasforma-zione. Vacanze più brevi, ancorché più frequenti e con più qualità intrinseca, sono un elementoche deve indurre a ripensare offerta e organizzazione della stazione. Se le settimane bianche so-no in calo e sono in crescita i tre o quattro giorni, bisogna adeguare a questo i prodotti, i servizie le tariffe. Se nella settimana di vacanza si riduce lo spazio di domanda dellattività sciisticosportiva a vantaggio di altre (la visita dei luoghi, della loro offerta culturale, gastronomica oquantaltro) vanno progettate e offerte nuove soluzioni che di tutto ciò tengano conto. Non farlosignifica consegnare parte dei propri clienti a chi lo farà.• Connessa alle modificazioni delle abitudini non va dimenticata la concorrenza oggi esercitatasulla domanda dai viaggi invernali nei paesi caldi. E una concorrenza significativa che gioca,oltre che sul fascino del viaggio e dellesotico, anche su aspetti di competitività economica. Aitropici paghi il pacchetto organizzato e puoi partire con una modesta borsa da viaggio. Per lasettimana di sci (oltre allincognita meteo che ai tropici di norma è assente) devi essere equipag-giato con un costoso abbigliamento tecnico sportivo e con tutti gli accessori del caso (guanti,occhiali, doposci, ecc.). Per una famiglia media con due bambini e che non scia che una setti-mana lanno, ciò può significare un costo che, comparato a quello della vacanza inverno al sole,è insostenibile. Anche per questo si adeguerà forse lofferta di servizi: il noleggio sci e scarponisi potenzierà, si qualificherà e probabilmente si svilupperanno forme di noleggio dellabbiglia-mento tecnico (tute, pantaloni, giacche a vento, guanti).• Unulteriore variabile esogena al settore da non trascurare è landamento demografico nei pae-si europei. Dai dati Eurostat emerge in tutta la sua chiarezza (e in parte problematicità) il pro-gressivo invecchiamento della popolazione. In Europa, nell’arco di venti anni (1990-2010) laquota di persone oltre i 65 anni ha fatto un balzo dal 13,7% al 17,4%. In particolare il numerodelle persone di età compresa fra 65 e 79 anni è aumentato significativamente dal 2000 in avantie il trend rimarrà tale fin verso il 2060, quadro si prevede che gli over 65 costituiranno il 30%
  • 66. 66della popolazione europea. Il dato è ancora più forte se si scinde il saldo demografico in naturalee migratorio. Si può verificare come il saldo totale positivo - ma di per sé già insufficiente - è ta-le solo in quanto fortemente sostenuto dal fenomeno migratorio. E’ comunque difficile ritenereche per cultura, tradizioni, interessi e livello di consumi, tra gli immigrati vi possa essere la stes-sa aliquota di potenziali sciatori che cè tra gli autoctoni.• Altra importante variabile esterna è data dallo sviluppo accelerato delle nuove tecnologiedellinformazione e della comunicazione. Straordinarie potenzialità si offrono alle imprese tu-ristiche per comunicare e per gestire i rapporti con la clientela ma al tempo stesso la vetrinadellofferta mondiale si spalanca nelle case di tutti i potenziali clienti. Confronto tra tariffe, tracomprensori, informazioni in tempo reale su innevamento e condizioni meteo (le già miticheweb-cam, telecamere costantemente collegate dalle quali vedere, via internet e in tempo reale, lasituazione della stazione), servizi di prenotazione e vendita. Non esserci su questa svolta tecnicae culturale rischia di significare la marginalizzazione di una stazione seppur dotata di un buoncomprensorio e di una certa notorietà.La val di Fassa ha tutte le caratteristiche per ambire a restare, nel medio e lungo termine, nel clubdelle migliori destinazioni alpine per lo sci. Ciò però potrà avvenire se la Valle avrà la capacità diinterpretare e adeguarsi tempestivamente i grandi processi di cambiamento in essere, sia dal latodella domanda, sia da quello dellofferta. Splendidi comprensori, con innovativi impianti di risalitaed eccellenti piste da discesa purtroppo non garantiscono la sopravvivenza. Sono condizioni neces-sarie ma non sufficienti.“Per il momento lo sci funziona ma temo che non darà grandi prospettive di crescita nel futuro. InEuropa, già prima della caduta del muro di Berlino, c’era già un calo di circa il 20% di sciatoriall’interno della Comunità europea. Successivamente abbiamo avuto un grosso incremento da par-te di polacchi, cechi, ungheresi, molti russi nell’alta valle. Per cui, questi nuovi flussi sono riuscitia compensare il calo che abbiamo avuto di sciatori italiani e tedeschi, però per il futuro non si sa.Ho sentito dire che in Polonia e in Cecoslovacchia si stanno organizzando per creare un loro cir-cuito sciistico. E’ evidente che noi abbiamo un valore aggiunto rispetto all’Est, abbiamo innanzitut-to le bellezze naturali. I monti Tatra non hanno gli stessi paesaggi delle Dolomiti e poi non hanno ilsole che abbiamo noi, e questo li attrae molto, perché sciare a febbraio da noi con giornate pienedi sole, non si può comparare. Rispetto ai competitori interni c’è da dire che noi non abbiamo lastessa copertura rispetto la val Badia e la val Gardena, soprattutto perché loro hanno meno postiletto, poi hanno una tradizione di marketing sciistico molto più forte del nostro, con le coppe del
  • 67. 67mondo di sci, quindi il loro marchio è molto più incisivo rispetto al nostro e questo ci ha lasciatoun po’ indietro. Abbiamo la Marcialonga, che è nata da noi, non ce l’ha portata nessuno, ma nelcomplesso abbiamo meno eventi rispetto ad altre località. Siamo un po’ la cenerentola e l’abbiamofatto presente nell’accordo di programma con la Provincia. C’è poi da sottolineare i cambiamentinei modelli di fruizione. Sull’offerta invernale, a Natale il 30% scia, l’altro 70% gira per il paese,oppure fa escursioni. Con le settimane bianche, il rapporto s’inverte. C’è anche un innalzamentodell’età della popolazione, per cui dobbiamo cercare di creare una montagna attrattiva indipen-dentemente dallo sci. L’aria è buona, ci sono dei bei paesaggi, si mangia bene, si fa wellness.Dobbiamo pensare in quest’ottica d’evoluzione e bisogna organizzare l’offerta sul territorio. Co-munque c’è già l’APT, i maestri di sci stessi organizzano anche altre cose, ci sono gli accompagna-tori di territorio, qualcosa si sta muovendo”. Cristina Donei Procuradora CgF“Il comprensorio dolomitico è stato creato dagli esercenti più di trent’anni fa. Gli esercenti si ren-devano conto che gli sciatori non si accontentava più di una valle. Il biglietto unico era consideratoil sistema migliore per togliere i confini e far spaziare gli sciatori tra le diverse valli dolomitiche.All’inizio è stato facile perché alla costituzione di Dolomiti Superski è seguito un periodo di svilup-po molto forte, era il periodo di boom dello sci, a cui sono seguiti periodi più difficili, come quelloattuale. Le prime difficoltà si sono manifestate già alla fine degli anni 80 con i periodi di carenza dineve che ci hanno costretto ad attrezzarci con gli impianti d’innevamento. Questo ha scardinato ibilanci. Per mantenere i ricavi abbiamo dovuto investire molto di più e gestirci la produzione dineve che è molto costosa. C’è circa un 30% di differenza. Il principale fattore di difficoltà è da ri-condurre senz’altro alle condizioni climatiche. Noi non abbiamo paura di perdere innevamento nelbreve periodo, certo dobbiamo puntare di più sull’innevamento artificiale e sulle aree in quota. Bi-sogna fare la neve in poco tempo. Oggi, se c’è una settimana di freddo, dobbiamo usare quella,perché non sappiamo se le condizioni climatiche adatte all’innevamento si ripeteranno nel corsodella stagione. E questo aumenta fortemente i costi. In un anno difficile come questo, gli stessi al-bergatori hanno riconosciuto che più di quello che abbiamo fatto non potevamo fare, abbiamo sal-vato l’inizio stagione facendo le acrobazie con la produzione di neve e siamo riusciti ad aprire lastagione sciistica per tempo. Se non aprivamo, non veniva nessuno. Finito il boom degli anni ‘80, ilnumero degli sciatori si è stabilizzato. E’ stato però necessario cominciare a fare del marketing.Una volta il cliente ci cadeva in braccio, adesso non è più così. Si sono sviluppate altre zone e c’èuna concorrenza molto maggiore. Le attività di promozione, che una volta non esistevano, oggi so-no assolutamente necessarie. Il settore dello sci continua a tirare, di questo ne siamo tutti convinti,lo sciatore continua a spendere per farsi una bella vacanza sulla neve. Certo oggi i consumatori
  • 68. 68sono molto più attenti. La diffusione di previsioni meteo sempre più attendibili fa in modo che lagente non rischia più. Se decide spendere lo fa avendo la certezza di avere piste praticali e in buonecondizioni. Per questo noi dobbiamo essere affidabili sul servizio che diamo. Il fatto che lo sci con-tinua a tirare è confermato dal fatto che dove c’è la neve è stata fatta una buona stagione. A Norddelle Alpi hanno avuto una buona stagione, la stessa Val d’Aosta ha avuto neve e una buona sta-gione. Al fattore climatico si è poi sovrapposta la crisi mondiale. La sentiamo più quest’anno, chenon gli anni passati. I turisti non rinunciano alla vacanza sugli sci, magari risparmiano sui costidel ristorante, ma la passione per lo sci continua a essere forte. Quest’anno la gente è chiaramenteun po’ spaventata e cerca di spendere il meno possibile. Non abbiamo ancora i dati stagionali defi-nitivi e spero che quelli provvisori siano modificati nel periodo di Pasqua. Posso antipare cheall’interno del comprensorio Super Ski Dolomiti, ci sono forti differenze tra una zona e l’altra. Ilfattore meteo incide comunque senz’altro più della crisi. Questo dimostra che lo sci rimane il moto-re della vacanza invernale, non è con le ciaspole che si riempiono gli alberghi, neanche con lo scida fondo. Poi i congressi non esistono più, quindi lo sci rimane l’unica motivazione. Se l’annoprossimo ci sarà più neve, senz’altro ci sarà anche una ripresa”. Sandro Lazzeri Presidente Do-lomiti Superski“Quest’inverno per la prima volta i conti sono in rosso. L’anno scorso è stato un gran bell’inverno,a gennaio abbiamo fatto + 8% rispetto all’anno precedente. Quest’anno abbiamo fatto -4% rispettolo scorso anno. L’estate scorsa è stata positiva, è stata una buona estate, nonostante fossimo già inpiena crisi finanziaria globale. Quest’anno paghiamo una serie di fattori, prima di tutto il meteo,ha nevicato in tutta Italia tranne che qua, poi l’incertezza delle misure introdotte dal GovernoMonti. Si è trattato di una serie di fattori che hanno inciso negativamente sulla stagione invernale.In inverno abbiamo differenziato molto la clientela. Quest’anno abbiamo un aumento ulteriore de-gli stranieri, l’anno scorso erano il 32% sul totale, penso che quest’anno arriveremo sicuramenteanche oltre al 35% di stranieri, i russi sono in continua crescita, anche i polacchi, un po’ incre-mentano anche i tedeschi, questo ci da una mano a differenziare l’offerta. L’inverno scorso il 18%erano i polacchi, il 16% i russi e il 15% i tedeschi: si è quindi stravolta la leadership tedesca.Quest’anno prevarranno i russi. Il calo dei tedeschi un po’ è dovuto a problemi economici, unavolta con il marco avevano un cambio molto favorevole. I clienti che venivano per due settimaneadesso ne fanno una. Dalla Germania vengono a fare anche il week end lungo, prima non esisteva.Gli stranieri vengono molto anche per le nostre bellezze naturali, perché se hanno scelto per le lorovacanze invernali la val di Fassa che è il loro primo mercato europeo, evidentemente gli piace co-me location. Poi è chiaro che se riesci a far conoscere anche l’ospitalità, la qualità enogastronomi-
  • 69. 69ca, il wellness, probabilmente fidelizzi anche loro. Bisogna stare attenti al mercato, alla richiestadelle famiglie alle bellezze naturali che non ci mancano, nell’ottica generale di riuscire a comple-tare un po’ tutte le opere che ci mancano, che danno sicuramente qualità, le circonvallazioni a-vremmo dovuto già terminarle, però bisogna guardare a un discorso di qualità dell’offerta turisti-ca, vivibilità della valle, sostenibilità”. Enzo Iori Presidente APT“Fino a quindici anni fa c’erano due mercati, l’Italia e la Germania, gli stranieri erano i tedeschi.Si è esaurito un po’ il fenomeno della motivazione forte dello sci in Germania, al tempo stessonell’Est e nel Nord Europa lo sci è diventato di tendenza. Così abbiamo cercato di coltivare questatendenza, siamo arrivati primi sul mercato russo. Ci siamo avvicinati ai russi quando nessuno pen-sava a questo tipo di flusso turistico. Come Dolomiti Superski siamo andati in Russia sedici anni faa proporre le nostre montagne. La val di Fassa ha saputo curare meglio degli altri le relazioni coni tour operator, da due siamo passati a quindici tour operator operanti in val di Fassa. Fino aqualche anno fa, sul tavolo del marketing di Dolomiti Superski, quando con la val Gardena e la valBadia parlavamo di polacchi, cechi e russi, loro non ne volevano sapere di questi flussi, perchépensavano gli rovinassero la clientela tedesca, oggi non gli bastano più i tedeschi e hanno ancheloro un turismo dai paesi dell’Est. Anche sul mercato russo c’è stata un’evoluzione. I primi anni leprovenienze erano solo dalle grandi città, Mosca, San Pietroburgo, e con una clientela di alto livel-lo, solo quattro stelle. Adesso con il proliferare dell’intermediazione e di internet anche il mercatorusso si è massificato, tutto il paese ha più opportunità, anche a livello più basso, ti arrivano anchedalla Siberia. Una delle cose negative di questi flussi dell’Est è la mancanza di una forte motiva-zione per lo sci. Questi fanno migliaia di chilometri per venire qua e nel giro di una settimana, ungiorno lo passano a Venezia, un giorno in via Montenapoleone a Milano, un giorno a Bolzano o aInnsbruck, non è più il cliente top per investire sullo sci. L’idea di essere così vicini a Venezia, liattira. E questo, rispetto a un indirizzo d’offerta che preveda un ritorno degli investimenti, portaqualche scompenso. Il mercato russo penso che durerà ancora nel medio lungo termine. Chiara-mente ai russi è difficile parlare della cultura ladina, loro hanno dei modelli preconcetti sull’Italia.Quando vanno al ristorante, difficilmente il maitre è capace di proporgli il Teroldego, per il solofatto che siamo in Tentino, loro conoscono il Barolo, il Chianti, guardano il prezzo e lo ordinanoperché si sentono rassicurati dal nome conosciuto e dall’alto costo. Sembrano quasi dei luoghi co-muni, però sono fatti così. Cambiando i flussi turistici, sono cambiate anche le motivazioni dellavacanza. Per adesso siamo ancora ancorati a un modello di offerta sciistica, perché abbiamo inve-stito molto, d’altra parte ci chiediamo quanto durerà questa grande attrazione. Il sistema rigidod’offerta sta già mostrando alcune crepe: penso al sistema skipass, al pagamento anticipato delle
  • 70. 70giornate sciistiche, alle settimane bianche che vanno dal sabato al sabato successivo. E’ un sistemache fino ad oggi ha avuto successo, che ha dato la possibilità di fare gli investimenti. Però la socie-tà sta cambiando e anche il nostro modello d’offerta dovrebbe adeguarsi. Abbiamo avuto un gran-de successo e oggi facciamo fatica a proporre una carta valore diversa, con cui uno può sceglierequando andare a sciare, senza vincoli. Non c’è flessibilità si fa fatica a pensare ad altre soluzioni,che possono coprire comunque i posti letto”. Andrea Weiss Direttore ApT“A prescindere dalla crisi, il vero dato è che in inverno abbiamo perso gli italiani. Se andiamo avedere i dati di Canazei ci accorgiamo che il mercato per quasi il 70% è fatto di stranieri, quandofino a dieci anni fa gli stranieri erano tra il 15-20%. Se però allo stesso tempo faccio un giro in Au-stria, vedo che ci sono tanti sciatori italiani, quindi non è la crisi che blocca gli italiani, fanno altrescelte perché hanno altre esigenze, che evidentemente noi non siamo più in grado di soddisfare”.Silvano Ploner Giornalista“Il futuro impiantistico della Valle di Fassa è conseguente a una visione di strategia turistica di ca-rattere generale. Sono preoccupato per il futuro del turismo in val di Fassa, perché vediamo che imercati tradizionali europei che sono stati i nostri partner commerciali per decenni, in particolare itedeschi, incominciano a non andare più a sciare. Hanno trovato altre forme di turismo. Di conse-guenza abbiamo dovuto andare a trovarci clientela altrove e si tratta di una clientela che non si af-feziona alla località, è una clientela che viene per curiosità per un anno e poi non la vediamo più.Mentre la clientela tedesca e italiana era una clientela fidelizzata, che dava certezze. Questa volati-lità dei mercati è per noi una grossa preoccupazione: ora abbiamo i cechi, i polacchi, i russi,quando questi mercati saranno esauriti dove andiamo a cercarci altra clientela? Cina, India? Io hoparlato con esperti del mercato cinese: in primo luogo è troppo lontano, poi le abitudini dei cinesisono talmente diverse dalle nostre che bisogna trovare il modo per organizzargli tutto. E’ come senoi andassimo in Cina, se non troviamo qualcuno che ci organizza tutto, siamo spaesati. Può darsiche la Cina sia un mercato per il futuro, ma è un mercato molto diverso da quello a cui siamo abi-tuati, in cui ci vogliono agenzie internazionali che organizzano il flusso nei minimi dettagli. I russi,da parte loro, stanno sviluppando diverse località sciistiche nel Caucaso, oltre a tutto con le Olim-piadi che avranno un altr’anno, è ipotizzabile un calo dei russi nel medio periodo. Il russo è un cli-ente che viene più che altro per curiosità, per vedere le Dolomiti, per vedere come si scia, ma non èun cliente che si affeziona alla località. Io ho passato tutta l’evoluzione dello sci, dagli anni 60 inpoi. Sono stato due volte in Giappone, nel 75 e nel 79, avevano venti milioni di sciatori, adesso glisciatori giapponesi si sono ridotti a meno di dieci milioni. Sono stato anche negli Stati Uniti con
  • 71. 71l’Alitalia per fare promozione alle Dolomiti. Abbiamo avuto un flusso turistico dall’America, maadesso sono quasi spariti. I francesi sono talmente nazionalistici che non si può fare affidamento,gli olandesi sono una buona clientela solo che numericamente non sono tanti, stessa cosa gli scan-dinavi. Gli inglesi sono un problema, perché spesso sono giovani spacca tutto. Sono pessimista sulfuturo del turismo invernale. Le alternative dello sci da fondo o delle ciaspole sono nicchie di mer-cato che non riusciranno a riempire i nostri 60 mila posti letto”. Fiorenzo Peratoner SIC“I turisti tedeschi sono diminuiti perché in parte in Germania non scia più nessuno, non hanno at-leti di punta e questo è sintomatico. Se andassimo a fare delle indagini uscirebbe che i tedeschi chesciano oggi, rispetto agli anni 70, sono drasticamente diminuiti. Poi comunque tutto l’arco alpinova a fare promozione in Germania perché sono quelli che hanno più soldi. Nell’arco degli ultimivent’anni le località che fanno offerta turistica invernale sono decuplicate, creando una grandeconcorrenza. Poi i flussi turistici tedeschi sono molto canalizzati perché i grossi tour operator tede-schi hanno fatto fortissimi investimenti in giro per il mondo e quindi la clientela tedesca la portanoa Sharm el sheik. Sono invece cresciuti i turisti dell’est, in particolare i polacchi che sono venutiperché era una domanda in espansione e perché da noi hanno trovato un buon rapporto qualitàprezzo. Costiamo un po’ meno della val Gardena e delle altre località top, dell’Austria, e anchedella Svizzera. Mentre fino a cinque anni fa chi comprava lo skipass doveva sciare dieci ore algiorno, oggi non lo fanno più perché gli impianti sono più veloci e non ci sono più code. Arrivatialle 13.00, sono stanchi quindi ci si mette a far qualcos’altro. Poi magari non si compra più tanto ilsettimanale ma il giornaliero, in modo che se un giorno non va di sciare si va a fare una gita, c’ègià questa tendenza. Quindi all’interno di questi ragionamenti, più sviluppi proposte alternative piùhai spazio, le ciaspole, lo shopping, gli aspetti naturalistici, l’enogastronomia”. Riccardo France-schetti Sindaco di Moena, Assessore CdF, albergatore.“Da qualche stagione il settore degli impianti a fune vive un momento abbastanza difficile. Fattaeccezione per la società che è attestata sul carosello sciistico Sella Ronda, le altre società fanno fa-tica, non tanto a gestire l’ordinarietà, ma a vedersi in prospettiva. Che cosa faremo in futuro? Do-vremo fare rinnovi tecnici degli impianti, dovremo proporre all’ospite un prodotto nuovo, periodi-camente dovremo offrire un servizio nuovo per rimanere competitivi. Una volta eravamo in pochi,c’erano le Dolomiti, la val di Fassa, la val Gardena, la val Badia, e poi sono arrivate stazioni pic-cole che però si sono attrezzate con l’innevamento artificiale, o nuove stazioni sorte dal nulla chehanno un altro target, propongono la settimana bianca a basso costo e intercettano una fascia im-portante di ospiti. Dobbiamo stare attenti a non sederci sugli allori pensando che la val di Fassa
  • 72. 72sarà l’ultima ad andare in crisi, per le tante specificità, per l’appeal naturalistico eccezionale.Dobbiamo stare attenti ad altri concorrenti che magari non offrono gli stessi scenari, però offronolo skipass a dieci euro, il settimanale a cinquanta euro con la colazione e il posto letto. Sel’obiettivo è sciare ci dobbiamo confrontare con tante condizioni. C’è stato poi un accorciamentodel periodo di vacanza, il giornaliero e lo skipass di sei giorni che erano i nostri cavalli di battagliahanno avuto una contrazione. Mentre ha avuto un’espansione lo skipass da tre o quattro giorni, ilweek end lungo. Evidentemente tanta gente si prende il giovedì e il venerdì e riparte la domenica,vuoi per ragioni economiche, anche di lavoro, di tempo, di famiglia. Quest’inverno ci siamo accortiche qualche conto non tornava, nel senso che arrivava un gruppo con 300 russi e compravano 150skipass. E gli altri, magari anziani che non sciano, affittano il pullman per andare a Venezia o aBolzano. E’ un fenomeno che quest’anno si è verificato, non è da vedere in assoluto come fenomenonegativo, però bisogna chiedersi come mai se una volta la motivazione di vacanza al 95% era losci, ora è forse all’80%. Ci sono altre attività, il nordic walking, le ciaspole su cui dobbiamo lavo-rare”. Daniele Dezulian Presidente del Consorzio impianti a fune val di Fassa e Carezza“Lo sci ha avuto il boom con i grossi campioni, da Thoeni a Tomba. Siccome lo sci è molto influen-zato da chi eccelle, se noi abbiamo dei discreti atleti sono convinto che lo sci può ancora attrarre.Con questo non voglio dire che se non avessimo gli atleti, lo sci crollerebbe. Guai se non fosse cosìperché il nostro turismo di peso è quello invernale legato allo sci. Ho visto che a Moena, a Lusiastanno allestendo una pista per il solo snowboard che è un’attività sportiva sempre in crescita, co-me in estate prende molto piede la mountain bike. A Pozza abbiamo un piccolo centro fondo, è poiil caso di prevedere dei percorsi per le ciaspole. L’APT va spesso all’estero a fare promozione e diquesto sono convinto che ne beneficiano un po’tutti. Se una volta si prenotava da una stagioneall’altra, oggi grazie a internet prenoti da un giorno all’altro, puoi cogliere le opportunità de lastminute, hai la possibilità di vedere e controllare tutto, quindi anche i periodi di vacanza sulla nevesi sono fatti più frammentati, è difficile sapere in anticipo come andrà la stagione”. Tullio dellaGiacoma Sindaco di Pozza di Fassa e Assessore CgF“Quando noi abbiamo cominciato ad analizzare l’intensità di sciata, è stato curioso scoprire chel’italiano ha una intensità di sciata pari a circa quattro ore, che vuol dire 9 o 10 piste. Anche losciatore tedesco ha un comportamento simile all’italiano, magari a metà pista si ferma a prendereil sole. Il turista dell’est ha un’intensità molto più alta e scia sfruttando lo skipass per tutto il gior-no, dall’apertura alla chiusura degli impianti. E’ evidente che dal punto di vista degli impianti è lastessa cosa, perché tanto uno spende per il giornaliero lo stesso importo anche se scia in modo più
  • 73. 73o meno blando, ma dal punto di vista di tutto quello che c’è di contorno, a cominciare dalla risto-razione, il target degli italiani e dei tedeschi è molto più interessante perché sulle piste spende dipiù per tutta una serie di servizi. Il dato invernale ci dice che la Russia è al terzo posto con il 10%di arrivi, che è tantissimo rispetto a una zona che non ne ha mai avuti, però non puoi dire che sonotutti russi, gli italiani sono 7 su 10. Quindi secondo me il fatto che ci sia questa necessità di doversempre andare a cercare chissà quali mercati e chissà dove, invece di curarti il tuo mercato diprossimità, tra l’altro ricco, non è giustificata. Noi dobbiamo guardare a un’area ricca, qual èquella del Nord Italia e della Baviera, fino alla zona sopra Stoccarda. Il problema è che rispetto aquesto target, da tre o quattro anni, noi siamo battuti dall’Alto Adige. Io comincerei a chiedermi setutta la promozione fatta nei paesi dell’Est abbia un senso e se non sia invece il caso di investireper recuperare quote sul mercato di prossimità. E’ difficile fidelizzare un russo, non è detto chevenga tutti gli anni, solitamente provano una volta, poi vanno da un’altra parte. Oggi dire di anda-re a fare promozione a Milano, sembra quasi una bestemmia. Se non vuoi andare a mettere un ga-zebo in Piazza Duomo perché può sembrare superato, lavora con il web, trova altre forme intelli-genti di promozione. Ma anche su questo siamo impreparati. C’è una sorta di sudditanza culturalerispetto a operatori che gestiscono le prenotazioni on line, penso a Booking.com. I nostri alberga-tori non si rendono conto che affidandosi a questi operatori stanno introducendo un cavallo di Tro-ia nelle loro aziende. Questi operatori fanno accordi gratuiti con gli alberghi perché, per loro ilbusiness viene dopo, nel momento delle provvigioni. Secondo me dobbiamo lavorare molto sui mer-cati di prossimità e sulla capacità degli albergatori e delle Apt di gestire in proprio il web marke-ting comprese le prenotazioni on line e i social network. L’altro tema è la gestione del marchio, siala val Fassa, sia il Garda, in virtù del fatto che sono i marchi più forti del turismo Trentino, hannoquesta tendenza a giocare da soli. Ma più vai lontano sui mercati, più è sensato fare un gioco disquadra con la tua destinazione di appartenenza, oppure mettiti a giocare seriamente con l’AltoAdige, valorizzando le Dolomiti”. Gianfranco Betta Osservatorio Provinciale sul Turismo.10. Il distretto turistico globaleIl processo d’apertura dei mercati ha fatto della Valle di Fassa un distretto turistico globale in for-te competizione con altre destinazioni turistiche, non solo alpine. Globalizzazione, per la val di Fas-sa, ha significato l’apertura ai mercati extraeuropei e un ruolo crescente svolto dai tour operator in-ternazionali. Tale processo ha però anche evidenziato un problema irrisolto di governo dei flussituristici.
  • 74. 74Come sottolineato dalle citazioni riportate nel precedente capitolo, la caratteristica dominante deinuovi flussi turistici provenienti dall’Est è l’estrema variabilità: sono flussi itineranti, difficilmentefidelizzabili, che ricercano nella località cose diverse e difficilmente codificabili. L’identità dellavalle e l’attività sciistica perdono la loro specificità per diluirsi in un ambito più vasto in cui, le Do-lomiti, Venezia, lo shopping della moda milanese, il sole, i marchi affermati dell’enogastronomianazionale, divengono un unico grande fattore d’attrazione, all’interno della destinazione Italia. Conl’apertura dei mercati i flussi si sono fatti mobili, incostanti, addirittura effimeri, la condizione dellospazio in cui si vive e si lavora è sempre più quello dell’incertezza. I nuovi sciatori provenienti dapaesi dell’Est non sono considerati una clientela stabile e affidabile su cui costruire un nuovo e du-raturo sistema locale d’offerta. Perseguire una strategia d’adeguamento dell’offerta alla domanda alfine di renderla fedele alla località - come fino ad oggi è stato fatto con la tradizionale clientela ita-liana e tedesca - non appare più un’opzione strategica.Allo stato attuale in val di Fassa coesistono molteplici canali promozionali e di penetrazione deimercati esteri e tutti gli attori, chi più chi meno, sono in grado di sfruttarli. Alcuni (rari) grossi o-peratori riescono a costruire strategie comunicative complesse, riuscendo in questo modo ad affer-mare i propri marchi aziendali sul mercato internazionale. I moltissimi operatori più piccoli cercanodi massimizzare risorse scarse, ma non sempre riescono a costruire una strategia matura in grado diportare a risultati soddisfacenti.L’allungamento delle reti di mercato e il venir meno di un rapporto di fidelizzazione tra l’operatoree il turista ha indotto, in molte strutture, un crescente ricorso all’intermediazione come strumentoin grado di attivare significativi flussi turistici, ma che, di fatto, ha spostato al di fuori dell’area - alivello internazionale - il baricentro della creazione del valore e del controllo del mercato. Nei nuovimodelli di business del turismo internazionale, le imprese di piccola e media dimensione comequelle della val di Fassa, fanno fatica a presidiare il processo di produzione del valore all’interno difiliere che, essendo diventate globali, si estendono molto al di là del loro controllo diretto, mettendoquasi sempre in campo operatori di grande dimensione, dotati di un potere contrattuale non confron-tabile con il nostro.Il ricorso all’intermediazione dei grandi tour operator internazionali ha degli indubbi vantaggi. Inprimo luogo il vantaggio promozionale costituito dalla diffusione dell’offerta attraverso le agenziedettaglianti sparse nel mondo. Spesso il cliente straniero si sente maggiormente tutelato nel prenota-re tramite la propria agenzia di fiducia. In alcuni casi i tour operator che dispongono anche dellaproprietà degli aerei possono proporre dei pacchetti, comprensivi di tranfert, molto convenienti. Nelcaso dei turisti russi è necessario ottenere dei visti turistici che sono rilasciati dalle ambasciate tra-mite gli stessi tour operator.
  • 75. 75D’altro canto i più importanti tour operator che operano a livello mondiale sono in gradod’orientare i flussi di domanda su alcuni mercati anziché su altri, escludendo di fatto alcune zonedai propri circuiti. Non sempre è possibile superare questa difficoltà recuperando un contatto direttocon il consumatore finale. Anche nel mercato mondiale dell’intermediazione turistica si assiste oggia significativi processi di concentrazione che nei fatti creano regimi di monopolio, come il caso diHotelplan Holding che ha acquistato nel 2007 il tour operator Ascent Travel, leader in Russia per iviaggi turistici invernali, con una quota di mercato del 20%.Gli stessi contratti di allotment mettono l’albergatore - già impegnato a pagare significative provvi-gioni - in situazioni di debolezza contrattuale. A fronte dell’obbligo dell’albergatore di vincolare lecamere, non esiste alcuna garanzia di vendita da parte del tour operator. Raramente vengono versatidegli acconti. L’albergatore rientra nella disponibilità delle camere non occupate dal tour operator(la cosiddetta release) con scadenza a ridosso della data d’arrivo ed è quindi impossibilitato a ricol-locare le camere sul mercato. Nel caso di annullamenti delle prenotazioni gli indennizzi sono ridottio inesistenti. In caso di necessità di camere da parte dell’albergatore, il blocco di vendita, anche secomunicato con il dovuto anticipo, difficilmente è accettato dal tour operator.Il necessario e crescente ricorso all’intermediazione richiede quindi che i singoli operatori non sianolasciati soli, ma che vi sia un ruolo degli attori collettivi, in primo luogo l’Associazione albergatorie l’Apt, nell’assistere i piccoli e medi operatori nella negoziazione con i tour operator e nella defi-nizione di linee guida contrattuali in grado di tutelarli maggiormente. Inoltre, in un periodo di crisicome quello attuale, il ricorso all’intermediazione, richiede ai piccoli operatori, un’approfondita co-noscenza delle dinamiche del mercato turistico internazionale, spesso caratterizzato da situazioni dicrisi o addirittura fallimento dei principali operatori dell’intermediazione.I grandi numeri del turismo fassano sono fatti da una moltitudine di medi e piccoli operatori. Questi,pur non avendo le risorse e le conoscenze sufficienti per operare una strategia comunicativa com-piuta ed efficace, costituiscono un’importante massa critica d’offerta. Questa massa critica va oggimaggiormente organizzata. E’ oggi necessario fornire agli operatori risorse comunicativa alte, strut-ture e strumenti di direct marketing, adeguate a un mercato che si è fatto globale e a cui questi ope-ratori oggi non possono o non sono in grado d’accedere.“Io credo che in questo momento in valle, il 98% delle transazioni commerciali attraverso internet,con le relative provvigioni, sia in mano a operatori esterni, per cui agenzie di viaggi, tour operator,operatori internet. Se è vero che le provvigioni variano dal 18 al 25% del valore della prenotazio-ne, possiamo capire quale sia la forza economica che esce da questo tipo di gestione. Allora, io ca-pisco che siamo in un mondo globale e che un’azienda come booking.com non sarà mai creata da
  • 76. 76un imprenditore della val di Fassa, ma forse potremmo mettere in piedi dei sistemi di filtraggio checi possono fare risparmiare 3 punti su quei 25, che si trasformano poi in milioni di euro”. FrancoLorenz Sindaco di Vigo di Fassa e Assessore CgF“Molta clientela è oggi mediata dalle agenzie. Le agenzie quando gestiscono mille posti letto, tre-mila persone in una stagione invernale, chiaramente t’impongono le loro condizioni. L’agenziachiede la scontistica sia agli alberghi, sia agli impianti, dal 15 al 25% agli alberghi, dall’8 al 10%agli impianti. Quindi anche questi buchi che ora ci troviamo sono dati dalla presenza di una forteintermediazione turistica, che va bene perché in un certo senso è comoda, senza troppa fatica siriesce a riempire migliaia di posti letto, però la componente intermediata è ballerina, se l’annoprossimo in unaltra destinazione gli fanno una condizione appena migliore spostano in blocco mil-le posti letto. Un anno portano i turisti in val di Fassa, un anno a Campiglio, un altr’anno chissàdove. Cosa che succede molto meno in Val Badia dove c’è più un orientamento alla gestione indivi-duale dell’ospite, quindi l’albergatore contatta direttamente l’ospite, lo lega e lo fidelizza. Da noici sono anche alcuni albergatori che prendono valigetta e depliant e promuovono per conto propriola loro struttura, però sono casi rari. Un grosso ruolo l’ha avuto l’APT con il mercato russo chedopo la Germania è il mercato più forte, e questo si è concretizzato con un’operazione di marketinga cura dell’APT che è andata direttamente sul posto”. Daniele Dezulian Presidente del Consorzioimpianti a fune Val di Fassa e Carezza“L’unica struttura imprenditoriale fassana che ha una strategia propria di penetrazione dei merca-ti internazionali è la Unionhotels. E’ una catena d’alberghi gestita da due sorelle e un fratello, tuttilaureati. Hanno fatto un discorso molto forte d’internazionalizzazione, sulla Russia oltre che in al-tre zone. Si tratta di una gestione molto improntata alla managerialità. Chiaramente è un modellopiù industriale che famigliare, in questo si differenziano molto dal resto dell’offerta alberghieradella val di Fassa”. Mariano Cloch Sindaco Canazei Vice Procurador CgF“Imprenditori fassani che si occupano d’intermediazione non ce ne sono. Ci sono stati in passato,fino a inizio 2000, dei consorzi. A Moena avevamo la Moena Welcome, che riuniva albergatori, im-piantisti, maestri di sci. Andavamo a cercarci la clientela in giro per il mondo nelle varie fiere. Ilproblema è che i costi della commercializzazione sono altissimi. Siamo stati in piedi per una decinadi anni, abbiamo avuto anche dei risultati mediamente positivi, poi la situazione è diventata eco-nomicamente insostenibile. L’intermediazione turistica è un mercato difficile, sono saltati una ma-rea di tour operator, si salva solo chi lavora sulle nicchie. C’è Eden Viaggi che ha una struttura
  • 77. 77enorme e credo Alpitour, ma gli altri sono satelliti che durano pochi anni e rischiano di lasciaredei buchi. O magari ci sono quelli che stanno in piedi a danno degli albergatori, con delle tariffeinsostenibili. Ti propongono un albergo a tre stelle a trenta euro al giorno per la mezza pensione.Potrebbe andare bene per un albergo che ha cento camere, che le gestisce in parte direttamente ein parte con un’offerta low cost, ma le nostre aziende con le trenta camere, non possono fare questotipo di discorso”.Enzo Cocciardi Albergatore Moena“ Il tema dell’intermediazione turistica è un altro tema grosso e delicato che tendiamo a subire enon a governare, come tante altre località turistiche. Quando si muove un tour operator e riesce afare determinati numeri subisci le sue scelte. La debolezza è che tu devi riempire i 60 mila posti let-to e quindi non hai strumenti di negoziazione. Ho sentito degli operatori dell’alta valle che mi han-no detto: quest’inverno è andata veramente male, ci sono due agenzie russe che mi fanno il filo dadue o tre anni, ho sempre resistito, l’anno prossimo gli do l’albergo e ci pensano loro a riempirme-lo. Stiamo già subendo l’offerta delle agenzie e se l’economia continua ad andare male la subiremosempre di più”. Gianni Rasom Consigliere CgF e responsabile informatica Consorzio DolomitiSuper Ski.“I flussi turistici della val di Fassa ormai sono gestiti dalle agenzie, dai grandi tour operator inter-nazionali, noi riusciamo a incidere su questi flussi in minima parte, con attività promozionali istitu-zionali o dei singoli operatori con internet. Negli ’60 e ’70 c’era una maggiore capacità di gestionedei flussi, ma le cose erano più semplici, i flussi erano più contenuti, non avevi bisogno di riempirele grandi strutture, quindi bastava partecipare alle fiere in Germania o in Italia per portare turistitedeschi e italiani, che sono i migliori, convivono bene assieme. Oggi la situazione è molto piùcomplessa, la dimensione è diventata industriale, quindi hai bisogno di intermediari”. Renzo Va-lentini Sindaco di Campitello e Assessore CgF“I nostri albergatori erano abituati a gestirsi la propria clientela al di fuori delle agenzie di viag-gio, poi hanno dovuto per forza affidarsi alle agenzie internazionali, perché gran parte di quelli chevengono da lontano, lo fanno attraverso le agenzie. Ormai i nostri albergatori hanno questo pro-blema di dover dare una consistente percentuale per l’intermediazione a questi tour operator inter-nazionali. Si tratta di agenzie polacche, ceche, danesi. C’è un’agenzia danese molto forte in altaval di Fassa. Il problema è anche che queste agenzie che portano una consistente fetta di clientela,hanno bisogno di servizi in loco, come gli ski bus per trasferire gli sciatori e su questi servizi siamomolto carenti. Fiorenzo Peratoner SIC
  • 78. 78“Molti alberghi si affidano alle agenzie d’intermediazione, specialmente con i russi anche per undiscorso di transfert, di permessi di soggiorno, di visti. Gli alberghi che si rivolgono alle agenziesono soprattutto quelli più grandi perché pensano di avere maggiori garanzie di copertura. Nontutti possono permettersi di lavorare solo con i clienti privati, senza commissioni. Governare inproprio i flussi turistici sarebbe comunque difficile, perché devi essere radicato nei mercati, in Rus-sia, in Polonia, in Danimarca. Dovresti avere gli uffici a Copenaghen o a San Pietroburgo. Neglianni ‘80, tramite Dolomiti Superski si era provato ad aprire una specie di grosso tour operator lo-cale che si chiamava Dolomiti Supertour, era andato anche a New York, ma non ha funzionato.Qualche anno fa era stato aperto un ufficio anche a Milano ma ha chiuso, perché sono costi enor-mi. Non dico che va bene tutto, però in materia di flussi turistici devi adattarti e prendere quelloche viene. Anche perché, con i posti letto che abbiamo, non ci si può permettere di scartare qualcu-no. Adesso per l’estate faremo una grossa promozione sulla Germania, un bell’investimento anchelegato ai giocatori del Bayern, della Baviera. Sulla Russia e sulla Danimarca non abbiamo fattogrossi investimenti. Abbiamo sempre speso di più per la Germania e per l’Italia”. Enzo Iori Presi-dente APT“Noi i flussi turistici internazionali attualmente li subiamo, non siamo in grado di determinarli.Anni fa diversi consorzi di albergatori della valle avevano provato a fare iniziative promozionali ed’incoming, ma è stato un fallimento. Quando è sorta l’APT, io ho fatto una grossa battaglia per-ché fosse una struttura d’organizzazione, promozione e vendita, ma i risultati sono stati parziali.Oggi siamo costretti a subire i flussi a trenta euro che ci vengono imposti dalle agenzie”. CelestinoLasagna Presidente Associazione Albergatori della val di Fassa“La qualificazione della clientela è un obiettivo importante, perché una clientela qualificata è an-che più stabile. Però il problema è che i flussi turistici non si governano, possiamo solo attrezzarcial meglio per riceverli. In questo momento non possiamo permetterci di fare gli schizzinosi, biso-gna accogliere tutti. C’è chiaramente da parte nostra una strategia di promozione. Abbiamo dovutoimparare a fare marketing, una volta non lo facevamo, ci abbiamo messo tempo, non era il nostromestiere, non ne eravamo capaci. Dolomiti Superski faceva al massimo qualche inserzione pubbli-citaria, adesso abbiamo un ufficio marketing, abbiamo un bel sito con la visione in 3D del nostrocomprensorio. Stiamo investendo sul mobile e sui social network. Inoltre, ogni valle del compren-sorio ha un suo orticello, sia nazionale, sia estero, e quindi ogni valle fa il suo marketing, con lasua APT. Dolomiti Superski fa marketing generale, in modo tale da servire a tutti, senza privilegia-
  • 79. 79re alcuna specifica realtà. In collaborazione con i consorzi turistici locali organizziamo anche mis-sioni all’estero, eventi promozionali. Ci abbiamo messo molto a costruire questa collaborazionecon i vari consorzi turistici locali, ma è stato necessario. Anche perché Dolomiti Superski cosavende? Lo sciatore non deve prenotare lo skipass, viene qua e se lo compra. L’unica cosa che pos-siamo vendere è l’immagine, il marchio di un territorio. Come Dolomiti Superski non possiamovendere pacchetti, vendere le camere e i posti letto. Quando andavamo fuori da soli a fare promo-zioni, spesso i buyers internazionali ci chiedevano le camere, noi rispondevamo che non potevamovenderle. Allora ci dicevano, ma cosa siete venuti a fare?” Sandro Lazzeri Presidente DolomitiSuperskiNessuno al momento appare in grado di definire con forza un brand di territorio in grado distare al passo con una competizione che si è fatta globale. Un prodotto turistico - per quanto qua-lificato come quello della val di Fassa - non necessariamente costituisce un brand riconosciuto a li-vello globale. Un brand è un prodotto riconosciuto come leader a livello del proprio mercato inter-nazionale di riferimento. Sono brand globali la Sicilia, la Toscana, le Dolomiti, il Garda, Roma,Venezia, la lirica, molti vini e prodotti gastronomici del made in Italy. La strategia competitiva incui è inserita la val di Fassa è ancora giocata tra localismi: trentini, altoatesini e veneti. Costruireun sistema di piattaforma territoriale in cui la rete degli operatori - e dei territori - convergaverso un’azione promozionale congiunta su unico brand effettivamente riconosciuto sul mer-cato turistico globale, - qual è quello delle Dolomiti - potrebbe essere un importante obiettivostrategico. In tal senso sono già emerse alcune opportunità e strategie, anche se il percorso sipresenta ancora problematico e irto d’ostacoli.11. La piattaforma turistica delle DolomitiCome in tutti i sistemi locali fondati sulla piccola dimensione d’impresa - che caratterizzanol’economia distrettuale del nostro Paese - anche in val di Fassa le imprese sono proliferate in modospontaneo, approfittando (gratuitamente) dei fattori territoriali che ne garantivano la competitività(qualità paesaggio, saperi contestuali che si andavano lentamente formando, reti di collaborazionepiù o meno formalizzate, flussi turistici spontanei). Il sistema locale è cresciuto su legami “deboli”lasciando spazio alle singole imprenditorialità. Nella nuova economia globale tutti questi fattori - dicrescita imprenditoriale e di competizione sul mercato - non sono più sufficienti.Il sistema d’offerta locale deve fare, e rapidamente, i conti con il gap di competitività che ha accu-mulato negli ultimi dieci anni, soprattutto a causa della presenza, sempre più estesa e agguerrita, dei
  • 80. 80tanti competitori low cost che fanno parte del nostro mondo di oggi e che faranno inevitabilmenteparte del nostro mondo di domani. Per fare questo, la gratuità dei fattori competitivi territoriali nonbasta più. Per reggere la sfida della globalizzazione, le imprese devono oggi effettuare un investi-mento cognitivo nella creazione di nuove competenze distintive a carattere fortemente specializzatoe un investimento relazionale all’interno e all’esterno del sistema locale. Si tratta di situazioni chesuggeriscono il delinearsi di un’impresa turistica che gioca il proprio ruolo nella modernizzazionesu tre dimensione: comunità, territorio e mondo. Un’impresa che, appunto, incorpora nuove formedi responsabilità verso la comunità locale, che punta a competere valorizzando gli elementi materia-li e immateriali di un territorio, che incorpora simboli e visioni culturali capaci di essere riconosciu-ti nell’economia mondo. In questo contesto, la crescita delle reti, intese come forme stabili di col-laborazione tra attori economici dotati di competenze diverse e complementari, è una tendenzadestinata ad affermarsi sempre di più, trasformando i modelli di business delle imprese e sollecitan-do i territori a valorizzare le proprie vocazioni e specializzazioni nel contesto della concorrenzaglobale, sempre più presente e pressante.La competizione nella globalizzazione non si gioca tra singole imprese, ma tra territori orga-nizzati in reti. Il territorio - specialmente nel settore turistico - rappresenta l’ambiente strategico,dove le imprese selezionano le risorse che gli servono per competere, sia interne, sia esterne, al ci-clo produttivo. Il territorio, la sua immagine sul mercato internazionale, l’efficienza delle sue infra-strutture, dei suoi servizi, ma ancor più le sue relazioni sociali (la fiducia tra gli attori, le competen-ze disponibili a livello locale, i rapporti di fornitura e di cooperazione) sono oggi importanti fattoridi produzione, alla stessa stregua del capitale e del lavoro.Le piccole imprese turistiche (ma anche artigiane, agricole, di servizio) che caratterizzanol’economia della val di Fassa possono operare in modo moderno e competitivo nella misura in cuitrovano il modo di partecipare a reti territoriali più grandi, evitando di rimanere isolate. In tal sen-so, le imprese hanno un grande bisogno di essere "messe in rete" da qualche meta-organizzatore, (amministrazioni locali, associazioni di categoria, autonomie funzionali, soggetti chegestiscono le reti materiali e immateriali, enti di formazione, centri servizi, agenzie di promozio-ne),ossia da soggetti che ordinano lambiente in cui operano le imprese, rendendolo adatto alle loroesigenze. C’è bisogno di soggetti che costruiscono le reti di filiera, le reti territoriali, le reti di pro-mozione e marketing, le reti di sperimentazione e propagazione di nuovi modi di produrre e di ven-dere.I territori che cercano di attrarre e condizionare i flussi turistici si trovano a essere in concorrenzatra loro. Una concorrenza che è più forte e drammatica di quella che riguarda le imprese manifattu-riere che con un po’ d’ingegno possono sempre spostarsi andando a scegliere i luoghi e i flussi che
  • 81. 81li collegano con lo sviluppo. Ma i territori – e le economie turistiche a essi collegate – non possonofarlo. Gli attori collettivi che rappresentano il territorio e le istituzioni che lo governano nonpossono sottrarsi alla responsabilità di affrontare la concorrenza tra territori portando avantiun proprio disegno pro-attivo, che valorizza gli interessi e la capacità differenziali delle co-munità rappresentate.“ In val di Fassa non siamo ancora riusciti a fare un tavolo di lavoro, di confronto fra tutte le strut-ture più importanti della valle: gli albergatori, l’APT, la banca, gli impianti a fune, il caseificio, ilconsorzio elettrico, la cooperativa, ecc. Quando ci troviamo, nascono degli spunti, delle belle idee,ma poi ci perdiamo e ognuno di noi va per la sua strada. Dobbiamo fare un tavolo di lavoro per-manente per pensare al futuro della Valle, per lavorare tutti insieme nella stessa direzione. Se nonfacciamo questo, ognuno farà il proprio pezzo senza coordinarsi con gli altri, di conseguenza citroviamo spiazzati. Se invece riuscissimo a creare un coordinamento tra le società radicate e im-portanti che ci sono sul territorio, sarebbe più facile riuscire a coinvolgere tutta comunità in pro-getti condivisi di sviluppo. Dovrebbe essere il Comun general a convocare e coordinare questo ta-volo di lavoro e quest’intervista capita a proposito per sollecitare un’iniziativa in tale direzione”.Luca Giongo Direttore Fassa Coop“Il problema della val di Fassa sta nella mancanza d’unione, c’è poca coesione. Siamo la realtàeconomica più grande del Trentino ma siamo fatti di singoli pezzi d’interessi frammentati. Bastipensare che noi siamo, o almeno eravamo, il più grande comprensorio sciistico ma non abbiamo lacoppa del mondo, e se ne parlava già dieci anni fa quando io ero nel consiglio di amministrazionedell’APT. Dove c’è da unirsi noi ci separiamo, questo è un segnale d’allarme per dire che c’è unmalessere di fondo, dovuto alla mancanza di una guida”. Elio Liberatore Presidente APSP Fassa.La ragione per cui è bene che un’amministrazione locale – assieme agli altri attori collettivi - si oc-cupi attivamente di reti d’imprese, rimanda alla nuova identità del territorio che si è venuta a crearenel rapporto tra luoghi e flussi. Oggi la competizione si gioca nel rapporto tra luoghi (i nostri ter-ritori, le nostre comunità, le nostre economie) e i flussi della globalizzazione (di persone, di merci,d’investimenti, d’informazioni, di culture). L’esigenza è guardare verso un modello di sviluppo incui appare necessario l’accompagnamento del territorio dalla dimensione locale a quella globale,mitigando contemporaneamente l’impatto dell’economia dei flussi sui luoghi e sul loro capitale na-turale, umano, tecnico, sociale e simbolico. In questo senso, anche la politica si deve mettere in gio-
  • 82. 82co: è evidente, infatti, la necessità di andare oltre alle consuete forme di governo del territorio e del-lo sviluppo per meglio potersi confrontare con le nuove sfide e i nuovi obiettivi del territorio.Nella globalizzazione, oltre che le specificità del contesto locale, assumono un ruolo centrale i sog-getti che governano i flussi, trasferendoli da un luogo all’altro del pianeta, oppure creando quelle“porte di sistema” che collegano l’economia del luogo con l’economia dei flussi. Oggi in val diFassa il rapporto con la globalizzazione – il rapporto tra la località e i flussi turistici internazionali –è fortemente mediato dalle agenzie d’intermediazione – che trasferiscono i flussi turistici da un luo-go all’altro del pianeta - mentre ancora deboli, o comunque scarsamente strutturate, sono le “portedi sistema" che partendo dal locale lo collegano con il globale.Il nostro “capitalismo di territorio” fatto di tanti piccoli imprenditori, ha bisogno di fare alleanzacon il moderno “capitalismo delle reti” costituito da quegli tutti quegli attori locali che produconoe gestiscono i beni competitivi del territorio e, in quanto tali, sono in grado di connetterel’economia locale alla simultaneità del globale.Figura 3 Esemplificazione schematica del rapporto esistente tra i luoghi, il capitalismo di territo-rio, il capitalismo delle reti e lo spazio competitivo globaleLe reti e le funzioni pregiate che danno competitività al territorio sono come ovvio le reti fisiche: leinfrastrutture dei trasporti, le utilities come energia, acqua e servizi di trasporto, le fiere dove si rap-presentano i territori e le loro qualità produttive, le reti digitali e satellitari. Si tratta però anche di
  • 83. 83reti immateriali, come le fabbriche del capitale umano e della conoscenza, le istituzioni formative;i servizi collettivi, compresi quelli pubblici, le reti della creatività, del linguaggio e della comunica-zione al servizio dell’impresa; le reti della finanza e dell’intermediazione di denaro; i brand territo-riali che danno identità e personalità alle offerte locali.Il concetto di “capitalismo delle reti” si affianca al concetto di “piattaforma territoriale” che in-tende alludere a un significato spaziale che vada oltre il paradigma del glocale. Tra locale e globaleprendono forma spazi intermedi in cui si sperimentano accordi e alleanze territoriali finalizzatea realizzare economie di scala nella produzione di servizi e beni competitivi comuni. La piatta-forma territoriale è, in estrema sintesi, un sistema economico che pur connettendosi alla rete deiflussi globali mantiene nel contempo una dimensione locale che investe in genere un’area territoria-le di raggio relativamente ampio, nella quale convergono diverse soggettività titolari di funzionipregiate. In realtà, la piattaforma è da concepire come un’entità territoriale che più delle dimensionifisico-geografiche considera le funzioni strategiche legate alla conoscenza come condizione dellanuova economia. La piattaforma, in sostanza, ricerca complementarietà che non derivano da inter-dipendenze legate alla compresenza fisica delle imprese su un’area territoriale relativamente circo-scritta; le complementarietà derivano piuttosto da specializzazioni che si avvalgono del più elevatocontenuto di conoscenza che è richiesto alle nuove produzioni per competere nello scenario interna-zionale. Sono quindi complementarietà tutte da ricercare, e – perché no – anche da costruire,nient’affatto scontate né tanto meno date fin dall’inizio.Il mutato scenario competitivo globale impone nuove logiche di organizzazione dello spazio socialeed economico tali da mettere in discussione il significato tradizionalmente attribuito al concettod’identità territoriale, non più frutto soltanto di processi di radicamento locale, ma legata a unospazio di rappresentazione i cui confini tendono a diluirsi e dilatarsi in una dimensione più ampia.Questo significa, in altre parole, che la struttura sociale di un territorio non è più incentrata sul-la comunità naturale locale bensì sulla geocomunità territoriale, ossia su quella dimensione dellospazio sociale che è consapevolmente perseguita, “voluta” dagli attori socioeconomici e politici diun territorio.“Noi dovremmo riuscire a mettere insieme un’idea di destinazione dolomitica, che attualmente nonesiste, perché attorno alle Dolomiti siamo competitori. Questo modello bisogna costruirlo perchénon nascerà da solo. Dobbiamo mettere in campo progetti e alleanze, costruire qualcosa insieme,se vogliamo che nasca questa idea. Esperienze come Dolomiti Superski dimostrano che qualchevolta siamo capaci di fare rete, quando c’è reciprocità di convenienza”. Andrea Weiss DirettoreApT
  • 84. 84A livello locale già si sente l’esigenza di costruire una strategia d’area vasta finalizzata a rafforzare ifattori di competitività all’interno del comprensorio dolomitico. In tale direzione può, infatti, esserericondotto il confronto che si è aperto tra territori trentini nell’ambito della “Rete Dolomitica”.Comun General de Fascia, Comunità territoriale della val di Fiemme e Comunità di Primiero rap-presentano, insieme, una parte importante del Trentino dolomitico nord orientale. Sono realtà istitu-zionali (politiche, amministrative) che hanno avviato un processo "costituente" e stanno raggiun-gendo gradualmente obiettivi significativi. Con la “Rete dolomitica” queste tre Comunità voglionosperimentare una nuova modalità di lavoro, di partecipazione e di progettazione. Si tratta di un pro-getto che avrà unarticolazione di carattere pluriennale, valorizzando le peculiarità, le esperienze e lerisorse che ogni territorio vorrà mettere a fattor comune.“L’idea della Rete dolomitica è stata concepita delle tre Comunità di Fassa Fiemme e Primiero. E’importante fare vedere alle nostre popolazioni che si lavora in rete, con la possibilità di confron-tarsi e anche di trasferire tra di noi delle buone prassi. Abbiamo intenzione di fare incontri periodi-ci, fare question time di confronto con la popolazione, senza cose troppo istituzionali che la gentenon capirebbe. Il progetto è finalizzato a cercare di fare sintesi su temi e sfide che l’attuazione del-la Riforma istituzionale propone a ciascun territorio, individuando approcci condivisi a problemiche spesso necessitano di soluzioni originali. Abbiamo condiviso che la prima grande sfida è di tipoculturale e si traduce nella necessità di promuovere nei nostri territori la conoscenza della storia edell’ambiente, intesi come elementi indispensabili per rafforzare il senso d’appartenenza e in defi-nitiva l’identità propria di ciascuna valle. E’ nata così l’iniziativa Incontri tra comunità organizza-ta con il supporto del Museo storico del Trentino. Le tre Comunità stanno oggi meditando di trova-re altri temi in cui condividere metodi e percorsi”. Cristina Donei Procuradora CgFIl recente riconoscimento delle Dolomiti come patrimonio dell’umanità, da parte dell’Unesco, èin grado di rafforzare questa strategia comunicativa, allargando la rete a livello sovra provinciale.La sfida consiste nel mettere in campo azioni per la valorizzazione della natura e della salvaguardiadelle Dolomiti attivando ogni forma e opportunità di turismo e di sviluppo responsabile. Essere tito-lari del marchio Unesco permetterà anche di valorizzare ulteriormente le eccellenze della zona chesono lospitalità, la gastronomia e i servizi per il turista.“Il riconoscimento Unesco è un rafforzamento molto importante in termini d’immagine e attrattivi-tà turistica, che ci obbliga a ragionare di contenuti. Non possiamo essere riconosciuti come patri-
  • 85. 85monio dell’umanità e poi proporre ai turisti la viabilità intasata, le code agli impianti, la mancanzad’identità. Bisogna riempire di contenuti il marchio Unesco. Dobbiamo essere consapevoli che og-gi più di ieri, il brand per competere sui mercati turistici internazionali è quello delle Dolomiti, èinutile pensare di vendere la val di Fassa o Pozza di Fassa. A livello internazionale o si vendono leDolomiti o niente. In parte è già così, perché il turismo invernale è tutto guidato da Dolomiti Su-perski, il resto è contorno. Il mio auspicio, è che la filosofia di rete che è stata alla base di DolomitiSuperski, ma anche la sua capacità di organizzazione, possa finalmente trasferirsi anche su un pia-no che non è semplicemente quello economico, ma in una logica di sistema che coinvolga vari a-spetti della realtà sociale ed economica al di sopra dei confini di provincie e regioni”. FabioChiocchetti Direttore Istituto Cultura Ladina“Qui in Trentino con l’importante intuizione della Rete dolomitica siamo riusciti a costruire questapiccola rete tra Fiemme, Fassa, Primiero. Ora dobbiamo uscire dai confini provinciali e allargarel’alleanza all’intero comprensorio dolomitico. Il riconoscimento dell’Unesco è in tal senso unagrossa opportunità. La strategia di un’identità comune possiamo costruirla con la rete delle riservenaturali, con un modello di mobilità sostenibile su ferrovia, anche Confindustria di Belluno stascegliendo questo percorso. La mobilità sostenibile è un ancoraggio forte per l’identità dolomitica,anche in termini d’immagine e promozione turistica. C’è l’esigenza di mettere in comune dei servi-zi, ma non solo con i comuni confinanti, dobbiamo coinvolgere anche lo Zoldano che non confinacon noi. Se mi perdo lo Zoldano con Pieve di Cadore, mi perdo i centri culturali. Il problema è cheall’interno di Dolomiti ci sono territori con esigenze e strategie di sviluppo molto diverse: ci sonoterritori dotati di autonomia, altri no; ci sono offerte turistiche differenti; ci sono aree forti e areemarginali. Abbiamo la val Gardena e la val Badia in cui è possibile fare turismo di qualità, la valdi Fassa che è costretta a competere sulla quantità, poi abbiamo il Bellunese con Cortina e con ilresto del territorio abbandonato da Venezia. Il problema è che abbiamo una Provincia di Bellunocommissariata e una Regione Veneto con cui non si riesce a discutere di montagna. Trento e Bol-zano, in virtù della loro autonomia continueranno a essere lette dagli altri territori, come le areedel privilegio. Noi dobbiamo costruire un’autonomia della solidarietà tra i territori alpini. Se Do-lomiti Superski può essere il motore turistico ed economico che tiene assieme questo territorio, ab-biamo anche bisogno di un motore politico. Trento e Bolzano non possono guardare solo a Nord, cidevono essere reti e strategie trasversali tra territori alpini. La stessa Fondazione Dolomiti Unescosi scontra con difficoltà legate alla partecipazione. Qui non abbiamo una popolazione abituata allapartecipazione. La Provincia di Belluno, quando è partito il progetto Dolomiti Unesco, ha coinvol-to tutti i 36 comuni, 34 erano favorevoli e 2 contrari. Sempre in provincia di Belluno il CAI ha
  • 86. 86promosso una serie d’incontri che hanno coinvolto più di tre mila persone. La voglia di capire lespecificità dei vari territori, il bellunese la dimostra qui, invece, non riusciamo ad attivare questointeresse, da noi nessun Comune ha discusso di quest’opportunità, abbiamo fatto solo qualche con-vegno sul paesaggio. Abbiamo bisogno di spiegare alla gente le opportunità culturali di DolomitiUnesco. Alla prossima riunione dei soci sostenitori dobbiamo aprire alla partecipazione, recupe-rando quello che non è stato fatto negli ultimi due o tre anni. Se non apri alla partecipazione, coin-volgendo anche gli operatori turistici, Dolomiti Unesco resterà solo un logo sulla carta intestata diqualche albergo”. Luigi Casanova Cipra“L’Unesco deve diventare veramente un veicolo di promozione delle Dolomiti. Questo però si scon-tra con i localismi. Quando è venuto il giornalista Francesco Marino della RAI di Torino, alla se-rata organizzata nell’ambito della Rete Dolomitica, lo ha detto chiaramente: guardate che noi nonveniamo a sciare in val di Fassa o in Primiero, ma veniamo a sciare nelle Dolomiti. Dovremo tro-vare il modo di valorizzare al massimo la vetrina globale fornita dall’Unesco. Questo non significanon poter valorizzare le diversità all’interno del contesto dolomitico: Cortina è diversa dalla val diFassa, le dolomiti di Pordenone o di Belluno sono diverse dalle dolomiti del Brenta. Già quandolavoravo alla Magnifica Comunità di Fiemme mi sarebbe piaciuto creare un percorso partendo daqueste realtà di comunità storiche, ritornare a essere viandanti attraverso le magnifiche comunità,le regole cadorine e ampezzane. Sono nostre specificità che possono essere apprezzate e che vannofatte conoscere. Ci sono delle cose di cui noi stessi non conosciamo il valore e che persone chevengono da altri mondi sono in grado di apprezzare. Questo servirebbe anche a noi, per rafforzarel’identità ladina, il nostro essere comunità dolomitica. Nei secoli scorsi le comunità delle Alpi era-no tutte uguali, che si chiamassero Consortele, Regole, Magnifiche Comunità. I paesi e i localismituristici sono venuti dopo. Sarebbe bello poter recuperare queste dimensioni trasversali in nomedella difesa del territorio e dell’identità delle popolazioni di montagna. La magnifica Comunità diFiemme che è un patrimonio inalienabile, indivisibile, imprescrittibile ha consentito di preservareil nostro patrimonio ambientale. La legge degli usi civici del ’27 mirava a eliminare tutte questecose, l’avevano fatta guardando al modello dell’Agro Pontino, alle bonifiche di Mussolini. Questeproprietà indivise e molto estese ostacolavano la lottizzazione e la speculazione. Qui siamo riuscitia mantenere queste proprietà collettive. Dobbiamo recuperare questo valore, farlo percepire primadi tutto alla popolazione locale. Dobbiamo capire che non possiamo omologare la nostra offerta,non possiamo essere uguali a Rimini, alle Canarie o alle Maldive. Vedere i gonfiabili sulle pistenon è ammissibile in un ambiente come il nostro. Purtroppo, attualmente il discorso Unesco è avul-so dalla popolazione, non abbiamo ancora capito quali ricadute può avere questo discorso. Quan-
  • 87. 87do è venuto il verificatore è rimasto favorevolmente impressionato dal fatto che la gente vive inquesti ambienti. Bisogna anche quindi capire cosa significa tutela, se è solo vincolo significa impe-dire alla gente di vivere in questi ambienti. E’ da poco che è stata costituita la Fondazione Dolomi-ti Unesco, immagino che tra qualche tempo ci verranno a proporre qualcosa. Non so se noi siamoin grado di proporre una strategia. Abbiamo difficoltà tra comuni, figuriamoci tra provincie”.Bruno Sommariva Segretario CgF“Su Dolomiti Unesco ne sappiamo poco, potrebbe essere un’importante bandiera di promozione, infondo se siamo conosciuti nel mondo, è merito delle Dolomiti. Ma anche su questo vedo che c’èmolto snobismo, ad esempio nel confronto del Bellunese che è la zona dolomitica più grande e forseanche la più bella. Sono considerati un po’ come i parenti poveri. Ci invidiano perché non hanno inostri mezzi di promozione turistica. In questo, c’è un dato culturale, una voglia di chiusura locali-stica, un’incapacità di condivisione. Siamo molto filo tedeschi, ammiriamo la Gardena, la Badia, eprestiamo poca attenzione al Bellunese. E’ anche un dato storico, fino agli anni ’60 e ’70, nono-stante la val di Fassa fosse un’area povera, dal bellunese venivano da noi a lavorare a segare i bo-schi, erano più poveri di noi. Li chiamavano Canalin, perché venivano da Canale d’Agordo. Eraun modo per dire sei un poveraccio. A nostra volta noi emigravamo nel Tirolo tedesco, a Merano,dove andavamo a fare i muratori e gli imbianchini. Sono retaggi culturali che rimangono, anche seoggi le cose sono cambiate. Credo che comunque con l’area dolomitica dovremmo fare un discorsocomune di promozione turistica. La stessa cosa dovremmo farla con Venezia, che è la porta turisti-ca più importante. Anche per l’aeroporto con cui non siamo collegati”. Annalisa Zorzi Insegnante“ Attorno alle Dolomiti c’è anche un problema di rapporto tra comunità ladine. La comunità ladi-na rivolta a Bolzano è diventata Sud tirolese, la parte ladina rivolta a Trento, ovvero noi, non sabene dove stare. I ladini del Sella, trentini e veneti, sono considerati dai ladini altoatesini come deiladini di serie B, perché hanno un’identità annacquata, si sono lasciati troppo influenzaredall’Italia. In realtà si tratta di un pregiudizio antistorico perché il ladino è una lingua latina. E’semmai vero il contrario: è il ladino gardenese e badiotto a essersi contaminato con la lingua tede-sca. Sulle comunità ladine c’è stato storicamente un dividi et impera che ha funzionato, non c’èun’identità politica e amministrativa. La Provincia di Trento perlomeno ha avuto la capacità diguardare alle comunità del Sella, ha pensato a tutelare questa lingua, perlomeno nella sua formascritta. A livello culturale ci sono stati momenti abbastanza difficili, si litigava a chi era più ladinodegli altri, succede ancora, anche tra istituti ladini. Poi c’è questa Istituzione che è l’Unione Gene-rale dei ladini delle Dolomiti che dovrebbe raccogliere tutti i ladini. Politicamente non ne è in gra-do perché a livello amministrativo le provincie di Trento e di Bolzano si avvicinano in modo diver-
  • 88. 88so alle minoranze ladine: la Provincia di Trento ha rispetto della minoranza e non la politicizza, laprovincia di Bolzano rende politico ciò che dovrebbe essere culturale e quindi impedisce il contattoe la condivisione con le altre comunità. I ladini altoatesini pensano di bastare a se stessi. La nor-mativa più lungimirante e di avanguardia in tema di minoranze è quella trentina. Un’alleanza sullestrategie economiche, turistiche, promozionali, potrebbe essere la strada giusta per superare letensioni che attualmente ci sono a livello culturale, facendo rete economica. Se in fondo guardiamobene, l’unica realtà sovra locale che fa rete tra le comunità latine è una rete economica: DolomitiSuperski. Se riuscissimo ad avere una gestione della cultura ladina, nel senso di tutto il Sella, comequella del Dolomiti Superski, avremmo risolto molti nostri problemi. Il problema è che la culturanell’immediato non porta soldi e quindi non aggrega. Forse bisognerebbe convincere Dolomiti Su-perski a mettere la bandiera ladina nel suo logo”. Sabrina Rasom responsabile progetti culturalidel comprensorio ladino Fassa“Bisogna capire se, con l’opportunità del marchio Unesco, tra le varie comunità ladine, tra i loca-lismi turistici, ci sarà l’interesse a promuovere le Dolomiti come marchio di destinazione turistica.Attualmente non mi pare. Noi abbiamo la farfalla, gli altoatesini hanno la coccinella, ognuno vasul mercato internazionale per proprio conto. L’identità ladina non è in grado di tenere assiemeuna comunità al di là dei confini provinciali. Le quattro valli ladine sono uniche al mondo per pa-trimonio ambientale e per identità, ma economicamente e amministrativamente sono divise, se nonaddirittura in concorrenza tra loro. Non dobbiamo rinunciare alla nostra identità e ai nostri inte-ressi di fassani, ma dobbiamo aprirci. Il nuovo turista russo ha una domanda se vogliamo standar-dizzata, lui non viene in val di Fassa, viene in Italia, viene sulle Dolomiti, per lui la val di Fassa, leDolomiti e Venezia fanno parte di un’unica immagine. Sta a noi mostrargli le nostre specificità.Siamo noi a fare la differenza, a caratterizzare la nostra offerta, è importante che ognuno di noi sisenta parte di questo territorio”. Teresa Lorenz Referente giovani“Le Dolomiti sono state riconosciute patrimonio dell’umanità, non per la loro bellezza, ma per mo-tivi geologici. Partendo da questo dato, la SIC ha investito in un progetto importante chiedendo adei geologi di fare delle iniziative con della cartellonistica, serate informative e dei corsi di forma-zione sulla geologia. Daltronde qui il turismo nasce nell’800, grazie ai geologi, il primo turismo ègeologico, gli alpinisti sono arrivati dopo. Nel 1819 si è tenuto un convegno a Predazzo con gli in-terventi dei più grandi geologi europei”. Cesare Bernard Presidente Consei General
  • 89. 89Come sottolineato in diverse interviste, Dolomiti Superski è attualmente l’unica realtà economicacapace di fare rete all’interno del comprensorio dolomitico. Dolomiti Superski è oggi il consorziopiù imitato - senza successo - da altre località sciistiche. I complessi austriaci hanno cercato di co-piare questo sistema, ma risultano essere soltanto una somma di località. Il successo del consorzio ètale da avere indotto -come in tanti altri casi d’eccellenza aziendale- un processo d’identificazionetra il brand aziendale e quello del prodotto (in questo caso della località).“Dolomiti Superski ha ormai 38 anni e penso sia ancora il futuro dello sviluppo turistico della zo-na. E stato un modello di successo che molti, in altre aree, cercano di copiare. A volte capita che cisiano giornalisti che ci telefonano per parlare di Dolomiti. Non sanno neppure che Dolomiti Super-ski è un consorzio d’impiantisti. Noi rappresentiamo le Dolomiti per interposta persona. Questa èuna semplificazione eccessiva, perché la nostra è una realtà turistica complessa, fatta di tanti enti edi tanti operatori”. Sandro Lazzeri Presidente Dolomiti Superski.Dolomiti Superski rappresenta attualmente l’unica “porta di sistema”, espressione della co-munità dolomitica, capace di collegare le economie locali ai flussi turistici globali. E’ proprio ilsuccesso dimostrato da questo modello di rete a livello sovra locale a indurre diversi interlocutori aportare Dolomiti Superski come esempio per l’attuazione di strategie coalizionali più vastenell’ambito del comprensorio dolomitico.“Questo momento di crisi ci deve servire per fare alleanze, sinergie, consorzi, perché quando vediche far promozione costa, se ci si mette insieme, si può fare meglio. Sicuramente è più riconoscibileil marchio Dolomiti rispetto ai singoli paesi o alle singole valli. Già lo vediamo a livello di Dolomi-ti Superski con gli spot che fanno per promuovere Dolomiti patrimonio dell’Unesco”. Giorgio DeLuca artigiano e responsabile Skiteam“Dolomiti Superski è stata una grande innovazione, è stata l’unica vera alleanza interladina che sisia mai creata. Perché hanno capito che o si guadagna tutti o si perde tutti. Per tutto il resto non ècosì. Gli enti e gli operatori devono capire che la collaborazione è uno snodo fondamentale del no-stro sviluppo e si devono muovere di conseguenza”. Silvano Ploner Giornalista“Dolomiti Superski è il modello su cui dobbiamo lavorare. Sono tre regioni, cinque provincie, 130società consorziate in 12 consorzi di Valle. Al di sopra c’è il Feder Consorzio, la cui missione èvendere uno skipass univoco e gestire le problematiche che ci sono sui dodici consorzi relativamen-
  • 90. 90te all’offerta sciistica. Già oggi Dolomiti Superski fa un’importante azione di marketing sui mercatiinternazionale e il marchio veicolato non è la val di Fassa, ma sono le Dolomiti. Chi ha disegnatoquesta struttura già nel 1974, è stato molto lungimirante. E’ un modello che andrebbe il più possi-bile valorizzato. E’ la dimostrazione che facendo rete, facendo sistema, le cose funzionano.”GianniRasom Consigliere CgF e responsabile informatica Consorzio Dolomiti Superski.“Dolomiti Superski è al momento l’unica struttura che tiene assieme le valli ladine e la realtà do-lomitica, potrebbe essere un’importante strumento per promuovere le località delle Dolomiti a li-vello internazionale. Il problema è che il Trentino non lo vuole. Il Trentino vuole valorizzare solo ilTrentino. Noi lo diciamo spesso all’Assessore: dobbiamo promuovere le Dolomiti che sono un pa-trimonio unico. Il marchio Trentino vuole prevalere su tutti. Se andassimo fuori con il marchio Do-lomiti superski ci sarebbero grossi vantaggi, promuovendo chiaramente anche il marchio val diFassa che ha un suo appeal importante”. Celestino Lasagna Presidente Associazione Albergatoridella val di FassaDolomiti Superski deve la sua fortuna alla connettività d’impianti e piste, resa possibile dalle carat-teristiche naturali della zona. La gestione di questa complementarità “naturale” diventa il core busi-ness della rete costruita sotto forma di una federazione che raggruppa 12 consorzi di valle, anche segli investimenti negli impianti continuano a essere decisi direttamente dai diversi partner della rete.Dolomiti Superski presenta una struttura a rete perché, anche se la forma è consortile, il servizio alcliente e il tipo di rapporto con il mercato sono diversi: ciascun socio aggiunge qualcosa in più alproprio servizio, ed esiste una vivace concorrenza tra vicini. I servizi offerti dagli impiantisti asso-ciati a Dolomiti Superski sono più complementari che concorrenti, ma la forte concorrenza sullaqualità del servizio rappresenta un fattore molto positivo in quanto aumenta la qualità generale econtribuisce a essere più appetibili per i clienti. Dolomiti Superski non assicura alla rete una regiadirigistica, ma fornisce un servizio ai soci che ne ricavano vantaggi, potendo sfruttare la comple-mentarità dei diversi tratti della rete di sciovie collegate: i ricavi (come i biglietti) affluiscono alcentro della rete e poi vengono ripartiti con vari criteri. E questo consente alla Federazione e ai con-sorzi di esercitare un’opera d’indirizzo e di moral suasion, nei confronti dei singoli nodi della rete,senza minacciare la loro autonomia.L’intuizione da cui nasce la rete è l’aver adottato il punto di vista del cliente finale - lo sciatore - cheapprezza molto di più la sua esperienza sportiva o paesaggistica se riesce a muoversi nell’ambientealpino passando da una pista all’altra, senza interruzioni e senza ripetizioni. Per ottenere questo ri-sultato è stato necessario unire in una trama unitaria un insieme d’impianti di risalita e trasferimento
  • 91. 91che erano nati separatamente, fornendo un servizio unitario allo sciatore con una serie d’iniziativeche derivano dall’esistenza della rete: il biglietto unico; l’allungamento del periodo di validità; ilcompletamento dei collegamenti tra una pista e l’altra, prevedendo anche nuove piste di discesa enuovi impianti di risalita nei diversi versanti della stessa montagna. Oggi con un unico skipass èpossibile utilizzare 460 impianti di risalita dislocati in 12 valli che consentono di percorrere 1.200chilometri di piste.Come evidenziato nei precedenti capitoli, la forza propulsiva del modello di business adottato ini-zialmente dalla rete sta comunque diminuendo. Per due ragioni: lo sfruttamento delle complementa-rità (tra le piste) disponibili è andato abbastanza avanti da realizzare tutte le opere più facilmenteoperabili; i concorrenti si stanno attrezzando per vendere la stessa formula o anche per sottrarre gliusers allo sci, dirottandoli verso altre mete (i mari del Sud, altri sport, altri modi di usare il tempolibero ecc.). Il gruppo dirigente del Consorzio è cosciente di essere arrivato a un momento difficilenel ciclo di vita della rete. In questi casi, si cerca – com’è ovvio – di razionalizzare il modello di bu-siness esistente, eliminando alcuni degli inconvenienti registrati sin qui (tecnologia degli impianti,riduzione delle code, garanzie d’innevamento, ecc.), o allargando il servizio a bisogni potenziali an-cora poco serviti (passeggiate in quota in estate, attrazioni a valle per chi non scia e per la famigliadello sciatore).Tuttavia, concentrare l’attenzione sulla manutenzione dell’esistente può in qualche caso allontanareuna prospettiva più ambiziosa: quella di far ripartire il ciclo cambiando qualche elemento sostanzia-le del modello di business. E re-inventando in questo modo la rete. Ad esempio, si può pensare dispostare il focus dell’attenzione dallo sciatore (user obbligato per chi gestisce un impianto di risali-ta), alla sua famiglia (che comprende familiari e bambini che magari non sciano); e da questa a unpubblico che frequenta la montagna per motivi che solo marginalmente hanno a che fare con lo sci.Naturalmente, questo pubblico è interessato più che alle piste da sci ai servizi e divertimenti che sipossono trovare in fondovalle, presso gli alberghi e nelle comunità di montagna, d’inverno ed’estate, senza distinzione. Ovviamente si tratta di un campo diverso da quello tipico fino ad oggidel consorzio per cui, fino ad oggi, è apparso saggio mantenere una rigida divisione dei ruoli e dellecompetenze all’interno della filiera turistica. Impiantisti, albergatori, ristoratori, commercianti, isti-tuzioni del fondovalle svolgono - più o meno bene - il loro ruolo senza interferire nelle competenzedegli altri soggetti che compongono la filiera. Il risultato è che il collegamento tra impianti e alber-ghi è stato fino a oggi semplicemente di posizione. Anche se non esiste un legame diretto, gli alber-gatori hanno comunque interesse che la zona in cui si trova l’albergo migliori la sua attrattiva: è lasomma delle professionalità di tutti, a favorire il successo dell’area. Se gli albergatori tengono basso
  • 92. 92il livello delle loro strutture non riempiono gli alberghi e anche gli impiantisti sono danneggiati; vi-ceversa, se i gestori degli impianti trascurano la qualità delle piste, gli alberghi non si riempiono.Per il futuro, la logica della rete suggerisce una risposta diversa: se il cliente ha un bisogno com-plesso, che fa capo ad attività differenti ma interdipendenti, la risposta da dare è quella del globalservice. Si uniscono le competenze (ecco la rete più vasta) fino a poter offrire al cliente un prodot-to/servizio complesso, portatore di significati condivisi, che la rete gli può offrire grazie alla com-plementarità delle competenze coinvolte.E’ a questo punto che la rete - nata dagli impianti di risalita - può incontrare un’idea motrice (lanuova fruizione turistica dell’ambiente montano) assai più grande, che può fornirgli le eccedenzecognitive necessarie per andare oltre l’orizzonte delle preesistenze. E’ un processo difficile, ma for-se qualcosa s’innescherà su questo terreno: la cosa dipende anche, in qualche misura,dall’attenzione che il soggetto pubblico vorrà prestare a temi del genere.“La definizione si rete ben si adatta a Dolomiti Superski. Essere una rete, non significa solo esserela sommatoria di tante piccole realtà locali, ma è il nostro vero fattore competitivo. Il turismo è unafiliera: gli impiantisti s’interessano degli impianti, gli albergatori degli alberghi, i commerciantifanno il loro lavoro. Sono attività complementari in cui un settore tira l’altro, creando un circolovirtuoso, il cliente è di tutti e tutti insieme gestiamo il cliente. In questa filiera turistica noi siamol’impresa motivante, quella trainante, perché i turisti in inverno vengono qua per sciare. Però nonabbiamo la leadership della filiera, gli alberghi muovono un giro d’affari molto più grosso del no-stro. Se andiamo in crisi noi, va in crisi tutto il sistema, cosi come se non funziona tutta la filiera, cirimettiamo anche noi. L’offerta di servizi di maggiore qualità è un compito che spetta a tutti gli o-peratori. Questo è un compito che noi impiantisti abbiamo affrontato eliminando le code, aumen-tando il confort degli impianti, garantendo l’innevamento, il resto lo devono fare gli alberghi, icommercianti, le amministrazioni locali, i paesi. Noi abbiamo ancora i paesi, a differenza di alcunestazioni francesi che sono tutte artificiali. Il turista apprezza i paesi: il centro storico, l’arredo ur-bano, il commercio, hanno una loro funzione attrattiva molto importante. Noi, come Dolomiti Su-perski, dobbiamo fare bene il nostro lavoro d’impiantisti, essere appetibili per il servizio che of-friamo, poi ogni operatore presidia il proprio settore e nessuno si sogna d’interferire. Chiaramentec’è collaborazione anche perché mangiamo tutti lo stesso pane. A volte però questa collaborazionepurtroppo viene meno, come nei periodi di fine stagione, perché gli alberghi chiudono prima degliimpianti e questo è un problema. E’ stata una soddisfazione avere il riconoscimento Unesco, anchese è sempre difficile trovare un equilibrio. Alcuni operatori temono nuovi vincoli, probabilmente siriuscirà a trovare un compromesso. Al momento non siamo ancora riusciti a utilizzare il marchio
  • 93. 93Dolomiti Unesco come uno strumento di promozione e di marketing. Le diverse realtà del compren-sorio fanno ancora fatica a riconoscersi sotto un unico marchio Dolomiti“. Sandro Lazzeri Presi-dente Dolomiti Superski“Penso che difficilmente Dolomiti Superski possa essere il soggetto di promozione turistica dellapiattaforma dolomitica. Abbiamo tentato più volte di farlo, ma gli albergatori, non vogliono esseregestiti da Dolomiti Superski. Il settore degli alberghi è numericamente e economicamente molto piùforte di quello impiantistico. Superski Dolomiti gestisce 300 milioni di euro, ma se mettiamo insie-me tutti gli alberghi delle Dolomiti, il giro d’affari è almeno cinque volte superiore. Abbiamo spesoun sacco di soldi in attività promozionali. Avevamo fatto anche un sito internet in cui c’era la pos-sibilità di acquistare direttamente i posti letto, ma il presidente degli albergatori dell’Alto Adige miaveva fatto una telefonata arrabbiatissimo dicendomi: voi pensate agli impianti che agli alberghi cipensiamo noi. Questo è successo quindici anni fa, ora vanno tutti su booking.com. Evidentementepreferiscono farsi gestire i flussi da un tour operator straniero, piuttosto che da noi. Dolomiti Su-perski ha già un bel budget pubblicitario che è attorno a due milioni e 300 mila euro, che sommatoalle contribuzioni delle APT fa una bella base promozionale. Però anche con queste cifre non si ar-riva dappertutto. Presentarsi sul mercato tedesco con 500 mila euro non è niente. Ce lo dicono lorostessi, è inutile che veniate qua a proporre un’azione promozionale con gli spiccioli, o venite quacon un investimento di alcuni milioni di euro, oppure è inutile. Abbiamo fatto alcune azioni promo-zionali con la provincia di Trento e con quella di Bolzano, meno con il Veneto perché non ci venivadietro. Siamo andati assieme sui diversi mercati, abbiamo contributo finanziariamente a diverse a-zioni promozionali con buon esito, ma non è un’azione globale. Il problema è anche politico, leprovincie di Trento, Bolzano e Belluno sono state in grado di mettere in piedi la Fondazione Dolo-miti Unesco, però il passo successivo, che è quello promozionale, non riescono a farlo, hanno giu-sto messo i cartelloni. Poi abbiamo due provincie autonome forti che economicamente stanno bene,Belluno sta molto peggio. Quando si tratta di spartirsi gli oneri diventa un problema. C’è una di-versità di vedute tra Trento, Bolzano e Belluno. Dove andiamo a cercare la clientela? Su qualimercati spingere? L’Alto Adige spinge sul mercato tedesco, Trento è d’accordo ,mentre Bellunopunta sul mercato italiano”. Fiorenzo Peratoner SIC12. Un’offerta turistica global serviceL’apertura dei mercati ha portato con sé una maggiore articolazione dei comportamenti e delleattese dei turisti, rispetto ai quali il contesto locale cerca di reagire con strategie di adeguamento
  • 94. 94dell’offerta, non ancora pienamente compiute. Se i fattori che determinano l’attrattività del contestopossono rimanere costanti – in particolare l’attività sciistica svolta in un contesto di grande pregiopaesaggistico - la mutazione dell’ambiente competitivo impone alla località una strategia di destina-tion management che aiuti ad affrontare il cambiamento, in particolare per quanto riguarda la cre-scente segmentazione della domanda turistica. Dal racconto fatto dai testimoni privilegiati, emergo-no diverse direzioni d’evoluzione della domanda turistica. Chiaramente le stagioni, invernale ed e-stiva, presentano caratteristiche diverse, anche se attualmente è la domanda invernale a definire ilmodello organizzativo della destinazione.Come abbiamo già avuto l’opportunità di sottolineare, la domanda invernale è caratterizzata dallasignificativa presenza di turisti stranieri con un crescente ruolo dei paesi dell’Est: è una domandaabbastanza codificata (la motivazione è lo sci) che presta un’attenzione marginale alle altre peculia-rità del contesto locale (ambiente, cultura, gastronomia, tradizioni). E’ una domanda itinerante enon fidelizzata (secondo alcuni non fidelizzabile), che concepisce la destinazione montana inseritanel contesto Italia (si viene perché c’è il sole, si fa visita a Venezia o sul Garda, si fa shopping neinegozi della moda a Milano). A prevalere, oltre all’attività sportiva, è la voglia di svago e di diver-timento (a volte con degli eccessi). E’ una domanda fatta di numeri (gli unici in grado di riempire i60mila posti letto) quindi abbastanza massificata e più facilmente organizzabile sugli standard omo-logati del turismo internazionale. Gli operatori locali sono consapevoli dei rischi connessi a questoturismo di massa, in particolare per ciò che concerne l’abbassamento dei prezzi per mantenere co-stanti i livelli di arrivi e presenze. La strategia auspicata sarebbe quella di rendere più esclusiva lalocalità, puntando su flussi di maggiore qualità, ma tale strategia si scontra con la necessità di riem-pire i 60mila posti letto esistenti e con una carenza di servizi pubblici e reti infrastrutturali.Diverso è il caso del turismo estivo, dove a prevalere sono i tradizionali ospiti italiani e tedeschi.L’approccio del turista alla località è, in questo caso, molto più personalizzato. E’ un turista che ge-neralmente rifugge l’offerta standardizzata e massificata e che va alla ricerca di esperienze date dalrapporto con la natura, la cultura, la gastronomia. Il relax, il benessere e l’attività sportiva nella na-tura, sono le principali motivazioni della vacanza. E’ un turismo fatto in buona parte di nicchie, ed èin tale ambito che cominciano a svilupparsi iniziative di diversificazione dell’offerta turistica (agri-turismo, gastronomia, esperienze nella natura, offerte culturali) in grado di intercettare diversi seg-menti di domanda e valorizzare ulteriori competenze distintive del contesto locale. Il filo conduttoreche unisce e qualifica queste iniziative di diversificazione dell’offerta turistica è la valorizzazionedella qualità e della diversità a fronte di processi di omologazione. Se da un lato, infatti, il fe-nomeno della globalizzazione e dell’adeguamento dell’offerta locale ai caratteri di una domanda in-ternazionale tende ad appiattire le differenze, proponendo modelli mediani che non appartengono a
  • 95. 95nessuno e generano inevitabilmente mediocrità, dall’altro lato si va diffondendo una domanda eun’offerta di nuove soluzioni che vanno nella direzione della ricerca e della diffusionedell’eccellenza, senza farne necessariamente un fenomeno di élite, ma proponendolo come fatto cul-turale e in quanto tale universale. Il cliente è oggi sempre più alla ricerca di sensazioni, emozioni,relazioni umane, esperienze sul piano culturale. Ecco che allora affermare le proprie tradizioni, riaf-fermare la propria identità locale e qualità ambientale è il mezzo che consente al territorio di trovareun corretto spazio in una dimensione turistica che non sia omologata (nei confronti del turista, delvisitatore, del consumatore) e omologante (nei confronti della comunità locale).L’offerta turistica della val di Fassa si trova oggi nella necessità, solo apparentemente con-traddittoria, di fare un “passo avanti” e di fare “un passo indietro”:• Il passo avanti riguarda la necessità di strutturare la propria offerta entro i canoni degli standardinternazionali, adeguando la propria dotazione d’infrastrutture e servizi, riqualificando la pro-pria offerta ricettiva e dotandosi di quegli strumenti di marketing oggi necessari per competeresul mercato globale.• Il passo indentro riguarda la necessità di recuperare la dimensione identitaria di territorio. Lasfida che oggi attende il territorio è davvero quella di “ricordare il futuro”. Si tratta di valoriz-zare quelle competenze distintive e originali che sempre più ruolo ha nell’intercettare una do-manda nuova e diversamente segmentata, i cui flussi sono sempre più influenzati da fattori ine-renti alla qualità e dagli elementi di ordine culturale, edonistico e ambientale. La vacanza tendesempre più a essere coniugata con qualche forma di impegno, sia esso intellettuale, culturale,sportivo, formativo, etc.Se la domanda del turista (non importa se invernale o estivo) si fa sempre più complessa e diversifi-cata, è l’offerta che deve essere in grado di recepire e tradurre questa complessità in prodotti e ser-vizi che appaghino quanto possibile questi bisogni e desideri. L’obiettivo è unire e integrare di-verse competenze per offrire al cliente un prodotto complesso, concepito in una logica di glo-bal service. Chiusa l’era dell’egemonia del turismo di massa, generalista e monoculturale, si apreuna fase nuova, non di transizione al post-industriale, ma di reinvenzione di un’economia del terzia-rio del turismo, da intendersi nel senso più ampio. In una parola, non più il turismo ma i turismi.I turisti, lungi dall’essere folla indifferenziata, tendono, infatti, ad aggregarsi per stili e gusti corri-spondenti ad altrettanti flussi culturali, dotati di senso e significato, che consentono il reciproco ri-conoscimento come parte della medesima comunità (del sentire, del gusto, dello sport, della natura,della cultura, del benessere, ecc.). Il cliente non è più solo un fruitore di servizid’intrattenimento, ma è anche un produttore di segnali e di tendenze di consumo che vanno
  • 96. 96colte e trattate come informazioni strategiche da immettere nel sistema dell’offerta. È eviden-te come un simile paradigma porti verso la progressiva segmentazione di un “mercato di massa”, inuna “massa di mercati” composta da una moltitudine di nicchie. Da ultimo anello della catena delvalore, l’utente-cliente, con la sua domanda eterogenea e diversificata, si colloca oggi a montedella nuova filiera produttiva. I suoi desideri, i suoi bisogni, (non solo materiali), generano unaragnatela del valore che incorpora a sé una molteplicità di nuove funzioni e specializzazioni chescoprano questi bisogni, li analizzino, li codifichino e, infine, li soddisfino.“La val di Fassa in questi anni ha vissuto su uno sviluppo turistico prettamente invernale. La com-ponente estiva è un completamento, ma il vero core business è sempre stato la stagione invernale.Sicuramente penso che in futuro vada potenziata di più l’offerta estiva anche per valorizzare i con-tenuti del patrimonio dell’Unesco. Dovremmo forse ripensare a una forma di turismo più rivolta adaccompagnare l’ospite verso le bellezze naturali che la val di Fassa può offrire, fare da mediatoreculturale. La potenzialità estiva è sotto gli occhi di tutti, si tratta di capire dove vogliamo andare,cosa vogliamo iniziare a sviluppare, i temi geologici, la flora, la fauna, le escursioni. Senza dimen-ticare l’aspetto invernale che ovviamente è determinante. Ci sono anche opportunità che riguarda-no il termalismo: c’è l’Antico bagno di Pozza, ci sono un paio di fonti a Canazei ma di portata mo-desta, poi c’è una fonte termale con acque sulfuree al Contrin, in Marmolada, in un contesto am-bientale bellissimo. Il termalismo consentirebbe di destagionalizzare la nostra offerta turistica”.Daniele Dezulian Presidente del Consorzio impianti a fune val di Fassa e Carezza“Dobbiamo costruire un turismo più forte, capace di rispondere alle utenze turistiche più esigenti.Dobbiamo anche diversificare la nostra offerta turistica e di territorio, quindi va benissimo investi-re sulle nostre tradizioni, sulle nostre specificità ambientali, su una gastronomia di qualità sui no-stri prodotti tipici. Per far questo dobbiamo avere la capacità di fare sistema, cosa che attualmentenon abbiamo”. Luigi Casanova CipraUna politica di valorizzazione dell’offerta turistica passa attraverso un processo d’integrazione, insostanza, il territorio deve iniziare a promuovere se stesso nella sua complessità: il territorio, il pro-dotto tipico locale, il ristorante, l’albergo, l’artigianato tradizionale, l’offerta culturale, la praticasportiva, la manutenzione e la fruizione dell’ambiente, sono un unico prodotto e come tale va ven-duto. Allo stesso modo, l’integrazione dell’offerta deve essere accompagnata da un’integrazione trafunzioni, infittendo e dando forma organizzata alla divisione del lavoro tra attori locali e loro inter-locutori esterni. L’obiettivo strategico è quello di rispondere alla complessità del mercato turistico,
  • 97. 97in modo da soddisfare le aspettative e le esigenze di diversi segmenti di turisti e al contempo le di-verse richieste formulate dal turista fidelizzato, che ricerca esperienze sempre nuove.Leggendo la situazione in chiave di marketing strategico, si può affermare che la destinazione sitrova in una situazione in cui la possibilità di rivitalizzare l’offerta dipende dalla capacità di svi-luppare un’offerta complementare a quella esistente. È necessario, quindi, un ampliamento delportafoglio prodotti che consenta di affiancare a quelli tradizionali, frutto di un processo path de-pendance, prodotti innovativi in grado di suscitare l’interesse – e la disponibilità alla spesa – delmercato tradizionale di riferimento, e di nuovi segmenti di domanda.“La val di Fassa deve lavorare per ideare nuove offerte turistiche capaci di soddisfare diverse tipo-logie di turisti. Qui siamo abituati troppo bene con lo sci e non facciamo grandi sforzi di creatività.La tendenza è avere sempre più gente che non scia, c’è un processo di diversificazione della do-manda turistica: una volta si viene per sciare, un’altra volta per camminare, anche in inverno. Sicerca di più il relax, il rapporto con la montagna. Comunque qualche offerta alternativa cominciaa vedersi. Ad esempio, alla malga San Nicolò d’inverno fanno ristorazione, si sale con le ciaspole epoi si può scendere con lo slittino, sono esperienze molto apprezzare dal turista, la possibilità di fa-re qualcosa di diverso. Nel mio albergo siamo riusciti a destagionalizzare: a Giugno e Luglio, or-mai da quindici anni ho molti inglesi che vengono qua per le farfalle. Anch’io non lo sapevo, mel’hanno spiegato questi turisti inglesi, ma le Dolomiti sono uno dei posti migliori al mondo per ve-dere le farfalle, ci sono 250 tipi diversi di farfalle. Questi turisti inglesi si portano la trappola e almattino alle 6.30 sono lì a vedere quello che hanno catturato, poi la sera fanno il meeting per con-frontare le diverse tipologie di farfalle che hanno visto. Questi inglesi stanno da me almeno un paiodi settimane. E’ un turismo molto specializzato, intermediato da un tour operator che si chiama Na-tur Trek, con numeri ridotti, ma per il mio piccolo albergo vanno bene. E’ vero che il turismo è og-gi fatto di nicchie, dovresti avere la capacità d’intercettare le nicchie più grosse come la mountainbike, il trekking”. Stefano Weiss giovani albergatori Vicepresidente APT“Quando parliamo di riequilibrio dell’offerta turistica, parliamo di due aspetti: c’è un aspetto le-gato alla modernità dei servizi e accanto, ma non è in contrapposizione, c’è la valorizzazione dellastoria, della cultura, attraverso il bello che abbiamo e che va tutelato. Modernità dei servizi e valo-rizzazione dell’identità sono le due cose vanno portate avanti insieme. Dobbiamo lavorare sia con irussi che vengono qua per sciare, sia con gli inglesi che vengono qua per vedere le farfalle. Abbia-mo la possibilità di farlo, con gli uni e con gli altri. Dobbiamo farlo attraverso una maggiore spe-cializzazione delle strutture ricettive. Ma prima ancora, dobbiamo lavorare sulla qualità del siste-
  • 98. 98ma complessivo, poi l’imprenditore in base alla sua sensibilità si specializzerà su una cosa osull’altra”. Francesco Cocciardi Albergatore di MoenaA fronte di una domanda turistica sempre più esigente, anche in val di Fassa cominciano a svilup-parsi iniziative di diversificazione dell’offerta in grado d’intercettare diversi segmenti di domandapuntando sulla valorizzazione di beni locali non riproducibili ma quotabili nell’economia mondocome tipicità del made in Italy. E’ ad esempio il caso dell’agriturismo e dell’offerta gastronomicain cui si sono fatte strada risorse di professionalità prima sconosciute. Certo, le dimensionidell’offerta sono ancora ridotte, ma intanto insieme al flusso turistico anche l’offerta si è evoluta nelsenso della diversificazione e dell’affinamento.“Fino ad oggi siamo uno dei pochi agriturismi della val di Fassa, adesso ne stanno aprendo altri.Nell’attività sono coinvolte anche le mie due figlie oltre al marito che gestisce l’attività zootecnica.Per gestire l’agriturismo ho fatto molti corsi: con Accademia d’impresa ho fatto corsi di marketingturistico, con San Michele corsi sulle erbe officinali, ora ho l’autorizzazione per la preparazione evendita di tisane. Poi ho fatto corsi di cucina con l’associazione Agritur, anche se devo dire che suquesto sono assistita da mio fratello che è uno chef stellato. Ho fatto corsi di marketing di prodottitipici con Sant’Orsola. Per fare un agriturismo non ci si può improvvisare. All’inizio è stato diffici-le, eravamo circondati dall’incomprensione ma oggi siamo molto soddisfatti. La banca è stata laprima a prenderci per matti. Dopo un anno sono però venuti a farci i complimenti perché non siaspettavano un risultato del genere. Oggi siamo alla terza stagione. Abbiamo impostato tutto sulbiologico, anche la casa è realizzata in legno con criteri di sostenibilità edilizia. Gli ospiti apprez-zano molto il fatto di abitare in una casa in legno, ha un’abitabilità eccezionale ed è molto confor-tevole. Inoltre abbiamo molti vantaggi sul risparmio energetico e questo ci consente di tenere aper-to tutto l’anno. Abbiamo otto camere aperte tutto l’anno. La gente si stupisce del fatto che siamoaperti anche fuori stagione, ma possiamo farlo perché abbiamo bassi costi di gestione. A settembree ottobre arrivano americani, inglesi, spagnoli, tedeschi. Anche a novembre nei week end riusciamoa riempire almeno cinque camere. Nonostante la crisi e la mancanza di neve quest’inverno io hoavuto l’agriturismo pieno e questo perché cerco sempre di offrirgli un’alternativa. La gente oggivuole cose semplici e genuine. Io gli presento sempre i prodotti e piatti, gli illustro formaggi del ca-seificio e tutti i nostri ospiti prima di andarsene passano al caseificio a comprare i formaggi. Ab-biamo una clientela ormai affezionata, dicono che sentono l’esigenza di venire da noi per rigene-rarsi e questo fa piacere. Abbiamo fatto anche un piccolo centro wellness con sauna, bagno turco,centro relax. Gli accendo le candele profumate, gli offro le tisane che facciamo. C’è poi l’attivitàzootecnica con venticinque mucche, conferiamo il latte al caseificio di Pera. Abbiamo pecore di
  • 99. 99razza tingola, tipica di questa zona. Abbiamo cavalli e asini. I maiali, per cui offriamo la nostracarne ai turisti, il macellaio di Vigo ci fa lo speck e le luganighe. Abbiamo galline e tacchini coni-gli. Abbiamo un grosso orto, qualche albero da frutto. Facciamo le nostre marmellate. Prendiamoil burro di malga. Con la sola agricoltura non potremmo vivere, per cui l’agriturismo èun’importante integrazione. Da noi manca una vera integrazione tra agricoltura e turismo. Io cre-do che anche in val di Fassa ci sia spazio per un turismo diverso, legato all’agricoltura,all’ambiente, alle tradizioni. Noi lavoriamo divinamente con i tedeschi che apprezzano queste cose.Il turista tedesco, se sta bene, si affeziona e ritorna sempre. Ho già prenotazioni per tutta l’estate, apartire da giugno e sono quasi tutti tedeschi. La val di Fassa dovrebbe ricominciare a investire sulturista tedesco. Su un turista di qualità. Non possiamo continuare a cercare la quantità svendendole nostre strutture. Io non mi sono mai dovuta svendere, e vi assicuro che non faccio prezzi bassi”.Monica Weiss titolare agriturismo“ In val di Fassa stanno nascendo iniziative molto importanti, che nessuno conosce. Si sta creandoun’economia nuova attorno ai temi dell’agricoltura, al circuito di produzione agroalimentare, cheè anche abbastanza esclusiva, per via della qualità dei prodotti e chiaramente anche del prezzo. Iprodotti tipici potrebbero essere una strada importante per lo sviluppo della val di Fassa. Solo chela gente del posto ci crede ancora poco. Questa scarsa attenzione per i prodotti tipici è frutto dellanostra storia recente. Prima anche da noi ogni famiglia aveva un paio di vacche il maiale, l’orto,poi, negli anni ‘60 sono state sfasciate tutte le stalle per creare alberghi, l’agricoltura è stata com-pletamente abbandonata e tutti si sono buttati sul turismo. Oggi fortunatamente vedo un ritornoall’agricoltura, ci sono giovani, che fanno cose molto interessanti. Con il mio ristorante lavoromolto bene con questi ragazzi che mi portano di tutto: il latte fresco, i conigli, mi allevano dei vitel-li, gli agnelli, i capretti, mi fanno le forme di formaggio direttamente loro. Ci sono poi gli ortaggi,tutti da agricoltura biologica. Noi stessi, come ristorante ci coltiviamo un orto per avere sempreprodotti freschi e di qualità. Poi naturalmente lavoro anche con la val di Gresta, ma sempre conprodotti biologici. Con alcuni di questi ragazzi stiamo proponendo piatti fatti con i prodotti del bo-sco: dai piccoli frutti, ai funghi, ma anche i muschi, i licheni, i fiori, le erbe, le radici che crescononei nostri boschi. Una volta nei boschi si raccoglieva di tutto, questa è una cultura che è andatapersa e che noi stiamo recuperando. Facciamo incontri con i botanici per capire quali erbe posso-no essere valorizzate in cucina. Portiamo nel piatto cose che sono nostre e devo dire che tra i mieiclienti sono molto apprezzate. In Trentino c’è tutto un movimento di persone che sta proponendoun’offerta gastronomica nuova e originale, fatta con prodotti della montagna che sono di nicchia ocompletamente sconosciuti. Io le conosco tutte perché partecipiamo assieme a eventi a livello na-
  • 100. 100zionale, come “Identità golose” che si fa a Milano. Tutte le realtà trentine che fanno gastronomiadi qualità si muovono assieme alle varie manifestazioni, c’è Alessandro Gilmozzi del ristorante alMolin di Cavalese, c’è Noris Cunaccia di Primitivizia, c’e Mieli di Thun, qui in Valle c’è StefanoGhetta dell’Hotel Gran Mugon, è un giovane albergatore locale che si è messo a fare alta ristora-zione. Si cerca di lavorare e fare le cose assieme. Io sono spesso in giro per presentare la mia cuci-na. Alla fine di marzo faremo una rassegna gastronomica in cui quattro ristoranti collegati a SlowFood presentano la cucina delle Valli Ladine. Sono manifestazioni che portano molta gente da fuo-ri. Sempre alla fine di marzo sarò a Vinitaly con Alessandro Gilmozzi. Ad aprile faremo una mani-festazione a Trento con i vignaioli trentini, dove faremo show cooking. Sarebbe molto importantecreare eventi gastronomici qui in Valle. Le risorse ci sarebbero. Pensa che nel ‘95 abbiamo avutouna recensione sull’Herald Tribune di San Francisco perché a Moena, paese di duemila abitanti,c’erano due ristoranti con la stella Michelin: eravamo noi e il ristorante Sanoalce che poi ha chiu-so. Dobbiamo renderci tutti conto che oggi i turisti cercano esperienze nuove e autentiche e la cu-cina è un mezzo che ti consente di imparare cose nuove. Purtroppo da noi le offerte sono ancora ingran parte costruite, omologate. Tra gli alberghi c’è oggi una concorrenza spietata, tutta giocatasul prezzo, non hanno i margini per produrre una ristorazione tipica, originale. Abbiamo perso inostri valori. Oggi i turisti preferiscono andare a mangiare in una malga vera, con a fianco lamucca, piuttosto che nel super ristorante che trovano anche a Milano. Ci vuole un po’ più di vitavera.” Paolo Donei Ristorante Malga PannaCome tutti sappiamo, le produzioni agroalimentari rivestono un ruolo di particolare rilievo per ilnostro Paese, non solo dal punto di vista economico. Secondo comparto, dopo il metalmeccanico,per entità del valore aggiunto, l’agroalimentare contribuisce in modo determinante a definirel’immagine del Made in Italy nel mondo, con crescenti sinergie con lo sviluppo turistico, e ben rap-presenta il mosaico delle molteplici realtà territoriali che compongono l’identità culturale nazionale.Il radicamento nel territorio costituisce l’elemento distintivo nella varietà della produzione alimen-tare italiana e al tempo stesso la più importante risorsa per fronteggiare, con la qualità e la specifici-tà della gamma, la crescente globalizzazione dei mercati che ci vedrebbe senz’altro soccombere inmateria di costi. Il 70 per cento delle produzioni agroalimentari tradizionali italiane è espressionedi sistemi territoriali marginali – in particolare montani e collinari – dove svolge un ruolo insostitu-ibile di presidio del territorio a partire da un bacino di conoscenze e di varietà produttive che costi-tuisce, in questi ambiti, una parte di assoluto rilievo dell’identità delle comunità locali. Conservare evalorizzare le metodiche tradizionali di lavorazione significa disegnare un futuro per quei contestilocali di grande pregio.
  • 101. 101Un’offerta fortemente caratterizzata sul fronte della tipicità è del resto in grado di rispondere più ef-ficacemente alle tendenze emergenti nel consumo che premiano la ricerca del gusto, della genui-nità, del valore nutrizionale. Secondo la Federazione italiana dei pubblici esercizi sono almeno tremilioni e mezzo all’anno in Italia le presenze straniere determinate dal turismo eno-gastronomico,un flusso di fascia alta che potrebbe essere maggiormente attirato nelle aree oggi a rischio di abban-dono, con ricadute di grande rilievo per la qualità dello sviluppo locale. Sempre secondo una recen-te indagine di Coldiretti, il souvenir enogastronomico tipico del luogo di vacanza è il preferito daiquindici milioni di italiani e dagli stranieri che hanno trascorso le festività natalizie del 2009 in Ita-lia. Una tendenza in rapido sviluppo favorita – si legge nell’indagine Coldiretti – dal moltiplicarsidelle occasioni di valorizzazione dei prodotti locali che si è verificata nei principali luoghi di villeg-giatura, con percorsi enogastronomici, città del gusto, feste e mercatini di ogni tipo. Il turismo eno-gastronomico vale, infatti, – continua la Coldiretti – cinque miliardi di euro e si conferma il veromotore della vacanza made in Italy. Su tali tendenze la val di Fassa comincia solo ora a investire:significativi, e in tendenziale crescita, appaiono i flussi di turisti che acquistato direttamente i pro-dotti caseari locali presso gli spacci dei locali caseifici.“Il formaggio di punta del nostro caseificio è il Cuor di Fassa, poi facciamo il Grana trentino, di-rettamente per i nostri negozi. Poi c’è il Mezzano trentino. Riguardo al Puzzone di Moena è statapresentata la DOP al ministero, quando avremo il riconoscimento da Bruxelles potremo produrreuna percentuale di Puzzone, assieme a Fiemme e Primiero. Noi abbiamo ristrutturato un po’ tuttol’impianto del caseificio, raccogliamo questi trenta mila quintali di latte che vengono trasformati informaggio. Per la commercializzazione abbiamo tre negozi in val di Fassa che commercializzanodirettamente una buona parte del prodotto, soprattutto nei mesi turistici, abbiamo poi il consorziodi secondo grado, il Concast, che commercializza il resto. Quando saranno stati avviati tutti i ne-gozi che abbiamo in programma, si pensa di poter arrivare a fornire quasi il 50% del fatturato dalnegozio, vendendo direttamente ai turisti. Gli alberghi della val di Fassa potrebbero usare un po’di più i nostri prodotti. Come caseificio facciamo un fatturato di poco più di 2milioni e il fatturatoderivato direttamente dagli alberghi è circa il 3%. A noi basterebbe che l’albergo ci mandasse ilcliente. Abbiamo iniziato ad avere delle collaborazioni con alcuni alberghi, che ci mandano i turistiallo spaccio, poi ci sono quelli che ti chiedono anche d’organizzare delle degustazioni da loro inalbergo. Gli alberghi quando fanno delle cene particolari, usano i nostri prodotti trentini. Adessoabbiamo un progetto con il comune di Soraga per rimettere in piedi una malga e fare un po’ di tra-sformazione, se non altro per un’immagine turistica, saranno 150 quintali di latte con cui fare lì ilburro di montagna e la tosella. Qui in val di Fassa dobbiamo imparare a promuovere maggiormen-
  • 102. 102te le nostre produzioni alimentari. A Cavalese, a Predazzo e in Primiero fanno delle manifestazionituristiche importanti legate alla zootecnia. Sono andato a vedere la desmontegada del Primiero esono rimasto veramente impressionato, era pieno di turisti. Dopo avere visto tutta la manifestazio-ne, la sfilata, sono andato a fare un giro a Fiera di Primiero: non si poteva neanche entrare nei ne-gozi, c’erano i banchetti dappertutto, un indotto incredibile”. Elio Brunel AllevatoreIl gusto e la ricerca della qualità e della tipicità sono solo un aspetto della ricerca di una migliorequalità della vita e di una conseguente offerta turistica. L’attenzione per la buona tavola si allargaalla qualità dell’accoglienza, dei servizi, del tessuto urbano, a valori culturali e ambientali, a ritmi divita più lenti e quindi più umani. Recuperare gli edifici e i centri storici, mantenere la qualità delpaesaggio agricolo, rivitalizzare le relazioni interpersonali di paese e di borgata, pedonalizzare icentri storici, produrre alimenti senza l’apporto della chimica e dell’ingegneria genetica, salvaguar-dare le tradizioni locali, valorizzare le botteghe artigiane e i ristoranti con prodotti e ricette del terri-torio, riservare al turista un’ospitalità “calda” e diffusa, realizzare nelle scuole programmi di educa-zione al gusto, all’estetica, all’ospitalità, sono tutte azioni essenziali se si vuole fondare la strategiadi sviluppo del territorio sulla valorizzazione delle differenze e della qualità della vita.“Dovremmo avere una maggiore coscienza, un maggiore attaccamento alla nostra terra. Essernepiù orgogliosi. Dobbiamo recuperare la nostra identità. Nei paesi fanno i parcheggi e distruggonogli orti. Può sembrare banale, ma i turisti apprezzano anche gli orti, i paesi più autentici e vivibili.La valle dovrebbe cominciare a diversificare la propria offerta turistica, puntare maggiormentesulla qualità, avere meno stanze e più servizi. Dovremmo anche diversificare la nostra economia,investire ad esempio sulla zootecnia. Vedo che in Alto Adige continuano a permanere piccole attivi-tà zootecniche, c’è un senso di maggiore autenticità della montagna, ma non so se da noi sia possi-bile, se sia sostenibile sul piano economico. A molti sembrerebbe di tornare indietro. Non so se danoi sia però possibile perseguire una strategia del piccolo è bello, nel tempo abbiamo fatto grossiinvestimenti e oggi ci vogliono i flussi per sostenere questi investimenti. Le stesse aperture fuoristagione devono comunque essere sostenute da flussi adeguati che ti consentono di coprire i costi digestione di queste grosse strutture. Per cui nei periodi di scarsa affluenza turistica tutti chiudonoed è la morte civile. Bisognerebbe poi finire la ciclabile, non è un investimento eccessivo. Bisogne-rebbe puntare maggiormente sull’arrampicata. Anche la geologia delle dolomiti la sfruttiamo poco,culturalmente non sfruttiamo bene le nostre potenzialità”. Annalisa Zorzi Insegnante“E’ vero che da noi c’è un turismo di massa, però è anche vero che negli ultimi anni c’è un turismosempre più acculturato, che chiede, che vuole conoscere. Il turista che viene in estate o in bassa
  • 103. 103stagione è molto diverso. E’ un turista attento. La crescita culturale sta diventando una delle moti-vazioni delle vacanze, per cui sempre più i turisti chiedono, vogliono comprendere, vogliono cono-scere, l’ambiente, il cibo, la storia. Questi turisti quando tornano da una passeggiata non guardanola televisione, ma si siedono e vogliono parlare e tu, operatore o semplice abitante della valle, devifornirgli delle risposte, delle spiegazioni”. Sabrina Rasom responsabile progetti culturali delcomprensorio ladino FassaL’offerta culturale di una destinazione è diventata una variabile competitiva strategica, che pre-suppone la capacità di coniugare arte e storia, e ambedue con le bellezze paesaggistiche e con tuttele tipicità locali. Il marketing culturale è diventato un importante elemento di competizione tra lo-calità turistiche ed emerge l’importanza di quelli che sono definiti, in senso lato, “eventi”, momentiin grado di mixare sapientemente cultura e forme d’intrattenimento. Gli eventi, siano essi concerti,mostre, festival, dibattiti culturali, manifestazioni sportive, o una contaminazione di tutte questi e-lementi, riescono - seppure per un periodo limitato di tempo - a caratterizzare in maniera fortissimauna località. Riuscire a caratterizzare il proprio territorio per mezzo di alcuni grandi eventi sta di-ventando sempre più importante. In un territorio, in cui le diverse località agiscono in un contesto dicollaborazione, riuscire a ospitare un evento dalla forte caratterizzazione potrebbe permettere di di-ventare la località di successo della stagione.“ Negli ultimi anni è cresciuto un grosso interesse alle forme d’offerta culturale. Bisognerebbe por-tare in valle degli eventi culturali alti, non soltanto il coro alpino. Ci vorrebbe molta più regia invalle e molto più coordinamento. Io ho visto che ogni comitato manifestazioni organizza il suo pro-gramma, ma quando c’è da fare insieme c’è molta difficoltà. In ambito ecclesiale da due anni ab-biamo organizzato una rassegna che si chiama Ispirazione d’estate, abbiamo organizzato dieci e-venti di tipo culturale religioso, chiamando a parlare dei Cardinali. Quest’anno abbiamo fatto unincontro sui cattolici e la politica con il Presidente Lorenzo Dellai e Padre Bartolomeo Sorge. Lacultura è oggi un importante fattore di richiamo, basta pensare a eventi come Cortina Incontra. Ilproblema è che qui da noi tutto ciò che è cultura è lasciato al volontariato, ad eccezionedell’Istituto culturale ladino. Tutto quello che è, ad esempio, la nostra cultura ladina dovrebbe es-sere molto più evidenziato dalla nostra proposta turistica, è la nostra specificità che ci distinguedalle altre destinazioni. Ci sono comunque dei progetti interessanti, come la passeggiata di ReLaurino che è stata organizzata dalla zona del Gardeccia. Alcuni gestori dei rifugi si sono messiassieme con l’Istituto culturale ladino per fare ogni settimana un’iniziativa che parte da Vigo, dalmuseo, poi salgono con la funivia, fanno il sentiero delle leggende, dove c’è chi racconta le leggen-
  • 104. 104de, fondamentalmente ai ragazzi ma anche agli adulti, e poi arrivano a Gardeccia. E’ una sinergiamolto interessante. Queste sono le diversificazioni che dovremmo attuare, sul piano del turismoculturale”. Cesare Bernard Presidente Consei General“La nostra offerta culturale è molto carente, è indietro anche rispetto alle valli vicine, sia Fiemme,sia Primiero, dove fanno delle stagioni musicali interessanti. Qui ci si accontenta di quello che hainventato brillantemente la Provincia con i Suoni delle Dolomiti, che è cosa buonissima, però tuttosommato ci sarebbe una vasta fascia di potenzialità, dove poter presentare delle iniziative culturali,degli eventi sia musicali, sia d’intrattenimento, per rendere vivibili e godibili questi luoghi. Abbia-mo località stupende, dove poter organizzare eventi, come ad esempio la chiesa di Santa Giulianache è un posto d’incanto, per la musica sarebbe strepitoso: ci sono questi angeli musicanti sul sof-fitto che sembra che suonino per te, c’è un affresco con un Padre Eterno con tre facce, che è visita-ta da gente che viene apposta dalla Germania, perché è uno dei pochi casi sopravvissuti alla con-troriforma. Al momento sono organizzate cose sporadiche, anche di pregio, che però a livello loca-le non sono capite, non sono valorizzate. Due anni fa, ad esempio, è stato organizzato il Dolomitiski jazz. Credo che dopo Umbria Jazz, sia stata la seconda o la terza manifestazione in quanto aprestigio. Sono venuti musicisti dal profilo nazionale e internazionale che si sono cimentati per uni-re il jazz con le tematiche della cultura ladina, rivista in chiave critica, disincantata. E’ stato unevento di una certa importanza, da cui la val Fassa si è poi tirata fuori, perché costava troppo.Nell’offerta d’intrattenimento si è diffusa quest’abitudine di organizzare tutto dentro gli alberghi,ma si tratta di roba a livello di karaoke. Questi alberghi diventano come i villaggi turistici da cui lagente non esce, non dico per andare al concerto, ma neppure per bere una birra. Allora le piazze acosa servono?” Fabio Chiocchetti Direttore Istituto Cultura LadinaLa stessa economia della manutenzione diviene centrale per i territori che devono le potenzialitàdel loro sviluppo al fatto di essere ecologicamente attrattivi. La capacità di produrre esperienze, par-tendo dalle specificità locali, è un obiettivo che pone il territorio e la sua manutenzione al centro diuna sempre maggiore attenzione e che rimanda al ragionare su cosa significhi oggi l’agricoltura dimontagna e la dimensione ecologica del bene territorio. Recuperare gli elementi distintivi del terri-torio significa anche valorizzare gli elementi caratteristici del paesaggio e sperimentare nuovimodelli di turismo sostenibile. Su tali temi, le esperienze e il dibattito che si è sviluppato a livellolocale, riguardano in particolare due luoghi emblematici delle Dolomiti: la Marmolada e il Cati-naccio. In entrambi gli ambiti è stato avviato un percorso si ripensamento critico sui modelli d’uso
  • 105. 105della montagna che vedono, ancora oggi, il contrapporsi delle esigenze di sviluppo degli impianti dirisalita e delle esigenze di tutela di eccellenze naturalistiche.“Dal punto di vista del turismo naturalistico un esperimento importante sarebbe quello della Mar-molada. Tra i luoghi da riqualificare, secondo me la Marmolada andrebbe rilanciata in manieraalternativa. Sulla Marmolada c’è un progetto della Provincia con l’Università di Trento per un tu-rismo di nicchia. La Marmolada è l’unica montagna che è conosciuta per il nome, non come Dolo-miti, ma direttamente come Marmolada. E’ stata protagonista per la storia dell’alpinismo, dellaprima guerra mondiale, per la geologia, per gli aspetti naturalistici è un ambiente unico. E perquesto la Marmolada dovrebbe essere il punto da cui ripartire per un ragionamento di turismo so-stenibile”. Cesare Bernard Presidente Consei General“La Marmolada è un contesto ambientale particolarmente delicato ed è un simbolo non opportu-namente valorizzato. Su quest’area ci sono due strategie di sviluppo molto differenti. Io ritengo chedovremmo garantire l’accesso ai piedi della Marmolada, ma da lì in poi l’approccio dovrebbe es-sere di rispetto totale. Se vogliamo essere un po’ brutali, la montagna va vista a tre livelli, fino auna certa quota deve poter arrivare chiunque, perché questo fa parte ormai del sistema turistico. Aipiedi della montagna, o comunque sul passo devi permettere di fare avvicinare le persone nel mag-gior numero possibile. Noi siamo particolarmente carenti su questo livello, perché l’unica modalitàd’accesso è attualmente l’auto. Poi c’è una mezza montagna che deve essere attrezzata perché pos-sa essere usufruita dall’escursionista, da chi ha una media capacità, quindi puoi avere gli impiantiche esistono già, magari più leggeri. Poi c’è l’alta quota che deve essere libera, ci dovrebbe andaresolo chi ama veramente la montagna”. Francesco Cocciardi Albergatore Moena“ La Cordanza del Ciadenac è stata un’importante esperienza di sviluppo dal basso che ha visto ilcoinvolgimento di amministrazioni e operatori locali. Abbiamo fatto un percorso di partecipazionesimile a quello che il Comun General sta facendo per elaborare il piano territoriale. E’ stata elabo-rata una strategia di sviluppo incentrata sulla manutenzione del patrimonio naturale e culturaledell’area, sulla qualità dei servizi, su forme di turismo sostenibile, sul sostegno e l’inserimento dinuove attività agricole. Ora questa esperienza coalizionale è ferma perché non c’è ancora stato unsuo riconoscimento istituzionale. L’ipotesi su cui stiamo lavorando con la Provincia è l’inserimentodell’area nella rete delle riserve naturali, questo ci consentirebbe di portare avanti importanti pro-gettualità. Al di la della forma giuridica che assumerà la Cordanza, il piano di sviluppo del Cati-naccio dovrà poi essere integrato nei piani regolatori comunali di Vigo e di Pozza e nel Piano ter-
  • 106. 106ritoriale della Comunità. Nell’ultima riunione che abbiamo fatto con il dirigente della Provinciache gestisce tutta la rete delle riserve e i parchi, ho detto che la Cordanza del Catinaccio, potrebbeessere un modello di sviluppo partecipato valido anche per altre aree della val di Fassa. Penso allaMarmolada e in particolare alla val San Nicolò che dal punto di vista delle bellezze e della geolo-gia è in assoluto una delle valli più interessanti delle Dolomiti. Il problema è che, mentre nellaCordanza del Catinaccio sono state coinvolte cinquanta persone, cioè le proprietà private, in valSan Nicolò gli operatori da coinvolgere saranno ottocento, con interessi molto diversi e contrastan-ti. Per la Marmolada, la Provincia ha già fatto degli studi di progetto che hanno il limite di esserecalati dall’alto. Più di una volta ho suggerito al sindaco di Canazei di partire dal basso, di chiama-te tutti gli operatori interessati al Passo Fedaia per vedere quali sono le oggettive esigenze di svi-luppo. Personalmente ritengo che sia impensabile fare un mega impianto da 40 milioni di euro chearriva in cima a Punta Rocca per una situazione di massimo 250 posti letto al Fedaia. Non credosia necessario un investimento così sproporzionato. Ma questo succede perché gli operatori nonhanno mai parlato tra di loro, si sono riuniti e ognuno si è limitato a chiedere il massimo, senzachiarire chi metteva i soldi”. Andrea Weiss Consigliere CgF13. Per una maggiore integrazione (e diversificazione) dell’economia loca-leL’esigenza d’elaborare un’offerta turistica diversificata si scontra con l’eccessivo grado di specia-lizzazione dell’economia locale. Commercio, agricoltura, artigianato, per debolezze intrinseche oper le caratteristiche del modello d’offerta turistica dominante (in quest’ambito le motivazioni forni-te dagli attori intervistati divergono), difficilmente riescono a svolgere un ruolo complementare ed’integrazione dell’offerta turistica. Secondo diversi attori intervistati, un’azione prioritaria dovreb-be essere quella di promuovere una diversificazione dell’economia locale migliorandol’integrazione tra il turismo e gli altri settori economici presenti in Valle.“Un problema che in val di Fassa non è ancora stato affrontato è l’integrazione delle risorse che cisono sul territorio. Abbiamo investito in impianti, in infrastrutture, in alberghi, ma non abbiamoinvestito nel mettere in rete i vari operatori del territorio: il contadino che gestisce il territorio, in-teso come bene comune, l’artigiano che fa manutenzione. Abbiamo un’agricoltura che è povera, maè di grandissima qualità e sicuramente non è ancora opportunamente integrata nella valle. Ognunova per conto suo. Non riusciamo a offrire il territorio per quello che è, questo vale perl’agricoltura, per l’artigianato, per la cultura, per l’arte, per tutte quelle cose che rimangono
  • 107. 107nell’emozione del turista. Una maggiore integrazione dell’economia locale è secondo me uno degliobiettivi prioritari che dobbiamo porci”. Luciano Braito Direttore Cassa RuraleIl circuito d’offerta turistica, in particolare nella sua versione invernale (che è quella detta l’assettoorganizzativo della località), si concentra nella ricettività, nell’attività sciistica, nella ristorazione ein attività complementari (divertimento, wellness, ecc.) spesso svolte nell’ambito degli stessi alber-ghi. Al di fuori del circuito alberghiero s’individua una carenza d’offerta territoriale che alcuniattori attribuiscono a una specifica volontà di concentrazione dell’offerta – e quindi del business –da parte degli albergatori e altri attori imputano a una carenza d’imprenditorialità nei settori com-plementari.“Sostenere che gli albergatori vogliono tenere i turisti dentro l’albergo è una critica miope. E’chiaro che le cose nascono lì dove mancano. Se in una località ci fossero dei servizi di qualità, se cifosse il piacere degli ospiti a frequentarli, a quel punto chi ha un albergo non ha più nessun inte-resse a dare quei servizi d’intrattenimento che l’ospite può trovare in paese. Ma quando l’ospitequesti servizi non li trova, si crea una sorta di compensazione che all’albergatore costa.L’albergatore, non si diverte a farlo, anche se spesso si deve adeguare a un modello d’offerta do-minante, in Alto Adige, vediamo strutture di un certo livello che garantiscono all’ospite una serie diservizi. E’ il sistema turismo che adesso lo richiede, che poi ci siano degli eccessi è normale”.Francesco Cocciardi Albergatore MoenaIn particolare il commercio è accusato di non essere in grado di rivitalizzare i centri storici e di nonsapere intercettare i gusti del turismo affluente, sia per quanto riguarda l’offerta di prodotti locali,(particolarmente apprezzati dalla clientela italiana), sia per quanto riguarda l’offerta dei marchi af-fermati del Made in Italy, (particolarmente apprezzati dai turisti dell’Est).“Nella nostra offerta commerciale non c’è fantasia, vendono tutti le stesse cose: attrezzature spor-tive e scarponi. Ci mancano negozi di qualità, dove un turismo internazione con possibilità di spesapotrebbe trovare i grandi marchi e le griffe del made in Italy. Io soffro quando vedo i clienti russiche con i pullman me li portano a Milano o Venezia a far spese e tornano con borsoni di acquisti.E’ tutta ricchezza che se ne va dalla Valle”. Celestino Lasagna Presidente Associazione Alberga-tori della val di FassaAncora deboli sono anche le integrazioni tra il settore primario e il settore turistico. Ciò è chia-ramente da imputare alle debolezze intrinseche dell’agricoltura in Valle. Ma anche estendendo il
  • 108. 108bacino d’approvvigionamento a livello provinciale, gran parte dell’economia turistica locale - perquestioni di costo e di disponibilità di prodotti - predilige i canali di approvvigionamento Ho.re.ca.(Hotel, Restaurant, Catering) a scapito della tipicità dell’offerta gastronomica trentina.“Noi albergatori ci sforziamo, anche perché i prodotti trentini comportano una spesa più alta. Se iovado a comprare i formaggi del Veneto spendo di meno. Comunque noi albergatori ci stiamo impe-gnando per valorizzare le nostre tipicità locali e trentine. Attualmente siamo quaranta alberghi i-scritti alla strada del formaggio della Valle di Fassa, ci siamo imposti un regolamento per cui suinostri vassoi ci sono almeno tre o quattro formaggi locali. Però nessuno ci viene incontro, la logicaè gli albergatori hanno i soldi e quindi li facciamo spendere, senza nessuna logica promozionale ocommerciale. Non capiscono che anche noi abbiamo dei problemi a far quadrare i conti. Se poi levai a vedere nei negozi trova miele del Veneto e carni della Lombardia. L’agricoltura è un settoreda rivitalizzare. Io sarei anche disponibile a riportare le vacche nei paesi, per questo tipo di di-scorso siamo assolutamente aperti. Mi piacerebbe ad esempio vedere i distributori di latte fresconei paesi. Ci sono ottimi agricoltori che hanno fatto bellissimi agriturismi. Non è vero che gli agri-turismi sono in concorrenza con gli alberghi, anzi per certi versi sono complementari. Le malghepotrebbero essere una importante risorsa turistica”. Celestino Lasagna Presidente AssociazioneAlbergatori della val di Fassa“Se la competizione si gioca al ribasso sul prezzo, devi andare necessariamente a comprare il pro-dotto che costa meno, sei costretto in questa spirale. In Valle abbiamo comunque albergatori chenon solo comprano il formaggio locale che costa di più, ma fanno anche degustazioni, valorizzanoquesta scelta a favore della qualità e dell’ospitalità. Quando mi confronto con gli albergatori, glidico che devono dire al turista che il prezzo che chiedono è dovuto alla qualità offerta, perché vo-gliono far star bene l’ospite, mettergli nel piatto cose buone. C’è comunque una sperequazione tra inumeri e i prodotti, come in tutto il Trentino, però qua è particolarmente evidente. Negli alberghinon c’è il latte di produzione locale perché sarebbe ridicolo l’apporto di latte fresco rispetto aiconsumi. Il latte raccolto da noi va tutto al caseificio. Il latte fresco che compriamo in val di Fassaè il latte Mila. Mi sembra anche un po’ forzato questo discorso dei prodotti trentini perché se an-diamo a vedere l’offerta di prodotti in tutto il Trentino, se veramente si riuscisse a organizzareun’ospitalità che preveda anche un utilizzo massiccio di prodotti trentini, saremmo in difficoltà,perché non ne avremmo a sufficienza”. Andrea Weiss Consigliere CdF
  • 109. 109“Negli alberghi la ristorazione è migliorata molto, sono rimasti in pochi quelli che ti fanno le fet-tuccine con i pomodori, si comincia a proporre i prodotti tipici trentini, il problema è che questiprodotti non li trovi, devi andarteli a cercare. Non c’è uno dei nostri caseifici che passa negli al-berghi a proporti i loro prodotti. Gli albergatori ormai sono abituati bene, con i fornitori che gliportano le cose in albergo. Adesso uno dei caseifici ha fatto l’accordo con la FassaCoop. Gli stessiprodotti trentini, fai fatica a trovarli, mentre i prodotti altoatesini hanno una rete di distribuzionefantastica. Siamo più vicini a Bolzano che non a Trento e per gli altoatesini la val di Fassa è unmercato molto appetibile. Il latte è quello della Mila, hanno una forte rete distributiva, quelli diLatte Trento non li vedi. Il paradosso sono le mele che vengono dalla Spagna. Va un po’ megliocon i vini trentini. D’altronde se gli alberghi sono costretti a fare certi prezzi non possono compra-re cose che costano”. Stefano Weiss giovani albergatori Vicepresidente APT“I prodotti locali interessano prevalente i turisti italiani e tedeschi, ai polacchi e ai russi non inte-ressano. I turisti polacchi e russi funzionano sulla quantità perché gli piace mangiare e special-mente bere, ma non sono molto attenti alla qualità. Vanno alla Fassa Coop e si comprano litri diwodka, ma non comprano certo un pezzo di speck. Gli stessi spacci del caseificio lavorano preva-lente in estate con i turisti italiani e tedeschi, in inverno lavorano poco. Avevo provato a mettere ildistributore di latte fresco a Fassa Coop, era stato molto apprezzato dai turisti, in luglio e agostoarrivavo a vendere anche 100 litri al giorno, ma fuori stagione se vendevo 20 litri al giorno andavabene, quindi non era sostenibile sul piano economico. Io produco anche miele e vedo un crescenteinteresse degli alberghi per il mio prodotto locale. Ho iniziato una collaborazione con Fassa Coopche fa per il mio miele delle etichette particolari, con saluti dall’albergo tal dei tali. Queste cosesono apprezzate dai turisti”. Filippo Rasom giovane allevatore e apicoltore13.1 Zootecnia e gestione del territorioL’agricoltura è stata considerata per decenni il retaggio di un’economia di sussistenza che non po-teva certo convivere con la modernità dell’emergente economia turistica. La domanda di aree edifi-cabili ha portato alla contrazione dei terreni destinati all’agricoltura e a una rapida conversione delleattività agricole in attività turistiche. Ancora oggi, la convivenza tra turismo e piccola attivitàzootecnica presenta aspetti problematici. Le stalle vicino ai paesi e l’odore del letame distribuitosui prati sono considerate incompatibili con un’offerta turistica di qualità.“In realtà non è solo un problema di cattivi odori o d’ipotetico disturbo per i turisti, c’è anche unaquestione d’interessi. Quando come Amministrazione cerchiamo di favorire l’insediamento di
  • 110. 110un’azienda agricola, ci troviamo spesso di fronte all’opposizione dei confinanti, perché chiaramen-te l’azienda agricola va a condizionare il circostante. Chi ha terreni, che magari sono ancora agri-coli, spera sempre che un domani possano diventare edificabili, quindi si preferisce non averel’azienda agricola intorno”. Roberto Pellegrini Sindaco di Soraga e Assessore CdFE’ comunque nell’agricoltura, più che in altri settori, che cominciano a intravedersi i segnalidi una possibile diversificazione e maggiore integrazione dell’economia locale. A partire dal2000 si rilevano nuovi investimenti da parte di giovani agricoltori. Aumenta la consapevolezza delruolo svolto dell’agricoltura nella valorizzazione dei prodotti locali. Crescono le interdipendenze traproduzione primaria e offerta gastronomica di alta qualità. E’ ormai riconosciuto il ruolo chel’agricoltura svolge nella manutenzione del territorio. Crescono le iniziative che portano il turista acontatto con la natura e con l’agricoltura di montagna.Il ricambio generazionale nel settore agricolo – e specificamente zootecnico- è stato fortementesostenuto dall’Amministrazione provinciale, sia attraverso l’erogazione di finanziamenti, sia tramiteil sostegno fornito allo sviluppo di attività complementari (agriturismo, ecc.) in grado d’integraresignificativamente il reddito d’impresa. In gran parte si tratta di giovani che recuperano tradizionifamigliari, (in molte aziende c’è una convivenza generazionale), ma c’è stata anche qualche nuovainiziativa imprenditoriale. Questo investimento di giovani nel settore: ha creato un nuovo clima im-prenditoriale (gran parte di loro è diplomato all’istituto di San Michele); ha contribuito a rinnovarel’immagine e il ruolo sociale dell’allevatore, (non più considerata una professione residuale e pocoattrattiva, come accadeva nel recente passato); ha contribuito a invertire il processo di progressivoabbandono della zootecnia di montagna. La microimpresa agricola è oggi coinvolta in un processodi modernizzazione che porta progressivamente l’agricoltura di montagna ad affrancarsi daun’immagine di comparto marginale, dall’osservazione territoriale di quanto accade nel mondo del-le microimprese agricole, se ne ricava un’immagine tutt’altro che statica o regressiva.Le politiche finalizzate al rafforzamento delle reti dell’intraprendere non possono non riconoscere ilcarattere multifunzionale svolto dall’attività agricola. Per la montagna si può fare politica di svi-luppo solo integrando i diversi settori economici, riconoscendo il ruolo che l’agricoltura svolge nel-la salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente rurale, promovendo le connessioni con il turismo,l’integrazione con l’artigianato e il commercio. In questo contesto, particolare rilevanza assumonole nuove funzioni dell’agricoltura, non più legate alle necessità di auto-approvvigionamento, ma allacapacità di generare redditi nel complesso dell’economia e delle famiglie, nelle potenzialità specifi-che del settore in termini di efficienza economica e nelle capacità di produzione di quei beni pubbli-ci che sono sempre più richiesti.
  • 111. 111“Fino al 2000 in val di Fassa la zootecnia stava morendo, poi con le politiche dell’Unione Europe-a, con i contributi per gli sfalci, con i compensativi, c’è stata una ripresa, con nuovi investimenti, lestalle nuove e, ultimamente, anche il caseificio. Quindi, a partire dal 2000 ci siamo attivati nellaristrutturazione di tutto il settore zootecnico della val di Fassa, ora bisogna fare un passo da gigan-te per recuperare il tempo perso. Tutti gli investimenti fatti, e quelli in corso, sono in mano a deigiovani, questo vuol dire avere il territorio curato per i prossimi trenta o quarant’anni. Oggi l’80%del latte del caseificio è prodotto da aziende agricole di giovani. Sono 38 aziende con circa millecapi da latte, poi c’è un’azienda agricola appena costruita, Malga Luc, è l’unica che fa carne cheusano per il loro agriturismo. Si ricominciano a vedere le malghe attive, le mucche al pascolo, iprati ben falciati, e questo garantisce un’immagine del territorio curato, che porta il turismo e in-dotto. Le nostre aziende sono tutte dimensionate su 40-45 uba però su 35 ettari di terreno, non co-me in certe parti, dove succede che alcuni hanno 30 ettari e 200 vacche. Questo consente d’avereun ottimo rapporto tra zootecnia e territorio”. Elio Brunel allevatore“Io stesso ho cominciato da zero, ho fatto San Michele, poi ho lavorato al caseificio, nel 2006 hocominciato a fare progetti e nel 2008 ho aperto la stalla. Mio papa che lavorava sugli impianti, a-veva dei terreni di mio nonno, è quindi saltata una generazione. Da li ho cominciato. Oggi ho unastalla con una trentina di vacche da latte, più la rimonta e ho anche un’apicoltura con un’ottantinadi arnie. Quello di cui abbiamo bisogno in val di Fassa è una maggiore coesione tra settori econo-mici. Se non c’è il turismo tutto si ferma, però è anche vero che il turismo ha bisognodell’artigianato e dell’agricoltura per fare manutenzione di tutto il sistema. Fino a poco tempo fal’agricoltura in val di Fassa non era molto considerata, era il retaggio di una vecchia economia,assolutamente marginale, una cosa che allo sviluppo turistico non serviva, anzi in alcuni casi eraun impaccio allo sviluppo turistico, per la disponibilità di terreni, per lo smaltimento dei liquami,gli odori. La gente del posto non è più abituata alla presenza dell’attività zootecnica, molti si la-mentano dell’odore del letame. Lo smaltimento dei liquami, chi ha le vasche e riesce a passarel’inverno lo fa due volte all’anno sui prati: in aprile e in ottobre. Ultimamente lo portiamo sulle pi-ste da sci per l’inerbimento. Ci vorrebbero regole di convivenza. In Alto Adige in tutte le località lazootecnia convive benissimo con il turismo. Anzi, la zootecnia fa parte del paesaggio edell’attrattività turistica di una località. L’APT organizza visite nella mia azienda con un accom-pagnare di territorio che porta dei turisti: per i bambini vedere i vitelli e le vacche è una cosa bel-lissima. Oggi, in val di Fassa le cose stanno cambiando, hanno capito che è l’agricoltura che famanutenzione del territorio. Si sono resi conto che non basta più offrire chilometri di piste, mega
  • 112. 112alberghi e posti letto, ma ci vuole un paesaggio e un ambiente attrattivo. Hanno sempre più impor-tanza i prodotti locali, che differenziano la tua offerta da quelle di altre località turistiche. Fino al2000 sembrava che l’agricoltura dovesse sparire dalla val di Fassa, oggi si è rimessa in moto, gra-zie alla presenza di giovani e anche grazie agli incentivi della Provincia”. Filippo Rasom giovaneallevatore e apicoltore“La val di Fassa è il territorio trentino in cui ci sono gli allevatori più giovani. Abbiamo 38 aziendee 1050 capi. Negli ultimi anni il settore è cresciuto tanto. Sicuramente c’è ancora spazio per nuoveattività zootecniche, anche perché gli allevatori sono i primi custodi del territorio. Sarebbe impor-tante recuperare tante aree al pascolo, che oggi sono fatte di bosco Si è persa l’usanza di tenereuna linea del bosco. Il bosco è ormai ai margini dei paesi, se noi andiamo a vedere delle fotografied’inizio 900, il bosco arrivava a mezza costa. Tenere una linea del bosco ti da un’immagine subitodiversa del paese, perché ti da aria, ti da respiro, un impatto esteticamente migliore rispetto a quel-lo che si vede oggi. Già la val di Fassa è stretta, se lasci crescere il bosco fino agli arginidell’Avisio non ti resta più niente. Questo ti consentirebbe anche di recuperare spazio per la fiena-gione. Dire poi che le mucche in paese danno fastidio ai turisti è una stupidaggine colossale. Se-condo me ogni albergatore, ogni affittacamere, dovrebbe comprare una mucca da regalare a un al-levatore, tutti dovrebbero capire l’importanza di questo settore. Se tu arrivi a Corvara da Campo-longo, la prima cosa che vedi sono le mucche al pascolo e questo ti da subito la sensazione di arri-vare in un paese alpino. Se tu vai in Svizzera, è normale che le mucche siano in paese, invece danoi d’estate dobbiamo nascondere le mucche a Ciampac o in val Giumella”. Silvano Ploner gior-nalistaLa quasi totalità delle aziende zootecniche è orientata verso la produzione di latte e il principaleintroito deriva dalla vendita del latte vaccino. Il latte prodotto (compreso quello munto in periodo dialpeggio) è conferita ai locali caseifici che producono formaggi freschi e stagionati. Questa specia-lizzazione zootecnica dell’agricoltura locale è dovuta al fatto che gran parte del territorio giace tra i1000 e i 2000 m. s.l.m., le colture praticabili sono quasi unicamente rappresentate dai prati e daipascoli e quindi l’allevamento del bestiame rappresenta la principale forma di sfruttamento econo-mico razionale del territorio.Il fondovalle, lasciato libero dalle edificazioni, presenta terreni fertili con superfici a prato, utiliz-zate per produrre le scorte invernali di fieno dalle aziende zootecniche. Nelle superfici foraggere difondovalle il numero di tagli l’anno varia da uno a tre (in qualche caso, quattro), secondo
  • 113. 113l’andamento climatico e la tipologia di prato, così come molto variabile è la produttività in terminiqualitativi.Risalendo di quota il pascolamento si estende all’interno di aree prevalentemente forestali in cui lacopertura erbacea e arborea possono essere compresenti in proporzioni diverse; i pascoli con solacopertura erbacea tipicamente si localizzano alle quote maggiori. Tali pascoli di mezza montagnasono quelli più soggetti a inselvatichimento e necessitano di azioni di manutenzione e di bonifica daparte delle aziende zootecniche.Alle quote maggiori si collocano gli alpeggi che potrebbero svolgere un ruolo maggiore nel sistemaeconomico e ambientale dell’area. Dal punto di vista ambientale i pascoli d’alpe sono degli ecosi-stemi stabilizzati per l’instaurarsi di un equilibrio tra risorse naturali e presenza degli animalid’allevamento nella stagione vegetativa, garantendo una serie di funzioni ambientali quali: la regi-mazione delle acque, il contenimento dei rischi d’incendio e di valanghe e la salvaguardia della bio-diversità. Con particolare riferimento alla biodiversità, la gestione a basso impatto dei terreni con-tribuisce all’equilibrio, nel rapporto uomo-ambiente, in grado di garantire condizioni favorevoli allespecie animali e vegetali tipiche della montagna alpina. Il pascolamento esplica, infatti, effetti favo-revoli sia sulla fauna selvatica, che si avvantaggia della disponibilità di foraggio e dell’azione dicontenimento delle essenze arbustive, sia sulla flora attraverso l’attività di selezione tra le diversespecie vegetali e la limitazione della flora invadente: rododendri, calluna e mirtilli. I rischi di de-gradazione indotti dal pascolamento sono invece d’intensità leggera, anche se talora su porzioni disuperfici considerevoli. Soprattutto nelle aree pascolate a maggior pendenza, il sentieramento è evi-dente ma in genere non è così intenso da alterare la produzione di biomassa in modo importante.Sono invece presenti aree sottoutilizzate evidenziate dalla comparsa di copertura arbustiva che de-notano una contrazione dei carichi di bestiame.Nel corso dei primi anni ’90 si era evidenziata una significativa tendenza all’abbandono della prati-ca dell’alpeggio, elemento tradizionalmente distintivo della zootecnia montana, che ha determinatola dismissione di alcune malghe e la comparsa di segnali di compromissione dell’ambiente e del pa-esaggio causati dall’incuria. Per far fronte all’emergere di queste problematiche l’amministrazioneprovinciale di Trento ha attivato una serie di misure (finanziate con i Fondi Strutturali dell’U.E. at-traverso il PSR) finalizzate a invertire tale tendenza. Gli interventi messi in atto dalla pubblica am-ministrazione, insieme alle nuove opportunità di reddito legate allo sviluppo dell’agriturismo e dellavendita diretta dei prodotti, sembrano aver sortito l’effetto desiderato; nell’ultimo decennio il nume-ro di capi monticati è in continua crescita. Le aziende locali hanno, infatti, nella monticazione estivauno dei fattori strategici di redditività.
  • 114. 114La razione invernale con cui sono alimentati gli animali è costituita sostanzialmente da fieno e damangimi, mentre nel periodo primaverile ed estivo il fieno è sostituito da erba verde (falciata o pa-scolata). Generalmente gli animali sono lasciati pascolare, dopo aver fatto il primo taglio sui prati-pascoli contigui al centro aziendale, prima del trasferimento in alpeggio e al ritorno dalle malghesulle stesse superfici se il ricaccio dopo l’ultimo taglio è sufficiente. Il pascolamento sulle superficiforaggere aziendali, nel periodo post-alpeggio, consente sia il rinettamento del cotico prima del ri-poso invernale che la concimazione attraverso la dispersione delle deiezioni. La fertilizzazione delleforaggere è effettuata esclusivamente con l’impiego di concimi organici anche perché i costi perl’acquisto non sarebbero compensati dall’aumento di produttività. Alcune aziende, consideratal’esiguità delle superfici foraggere facilmente accessibili, non raggiungono l’autosufficienza ali-mentare e acquista all’esterno una quota di foraggi (sostanzialmente fieno). Non manca chi, tra gliintervistati, ha fatto notare come a causa dell’aumento del prezzo del fieno, negli ultimi due o treanni le aziende hanno ricominciato a usare con maggiore intensità i pascoli di mezza montagna.Sempre di provenienza extra-aziendale sono gli alimenti semplici (mais, fiocchi di cereali, ecc.) e imangimi utilizzati per integrare la razione sia invernale, sia estiva.Nel periodo estivo (orientativamente dal 15 giugno al 15 settembre) gli animali sono monticati inmalghe di alta quota; la durata del periodo d’alpeggio è ovviamente variabile e dipendedall’andamento climatico dell’annata. Complessivamente gli alpeggi sono caricati per 80-110 giornil’anno non solo con vacche da latte, ma anche con altre tipologie di bestiame (bovini da carne, e-quini e ovi-caprini). L’attività in alpeggio trova importanti connessioni con l’attività turistica, inprimo luogo attraverso forme di ospitalità rurale fatte prevalentemente di ristorazione e vendita diprodotti locali.“Io ricordo che negli anni 90 la zootecnia era ormai ridotta al lumicino. Invece ora abbiamo ilnuovo caseificio, con allevatori tutti giovani. Quindi c’è stato un ritorno, tra l’altro mi sembra chebuona parte di questi giovani non vengano neanche da famiglie di zootecnici. A me questo rendeorgoglioso. Mi ha reso veramente felice, perché rimanere soli non è bello. Sembra che quest’annocostruiscano una nuova stalla, qui sotto il campo sportivo di Vigo di Fassa, con progetto approva-to, un’altra qui a Tamion di Fassa. Da quasi zero si sta recuperando. Pensa che per tagliare i cam-pi delle zone piane qui, prima di Campitello, venivano dall’Alto Adige. Quindi i prati, anche non dipendio, erano abbandonati. Adesso la gente del posto si sta riprendendo il territorio. Noi in totaleabbiamo 140 animali, nella nostra zona siamo una delle stalle più grosse stalle. Abbiamo i prati,una parte a Moena, una parte lungo la valle di San Pellegrino, poi facciamo una ventina di ettarinella zona del passo San Pellegrino, lì facciamo il 60-65% della produzione di fieno, il resto lo
  • 115. 115compriamo fuori in pianura, soprattutto la medica che da noi manca. L’alpeggio lo facciamo da i-nizio giugno fino a settembre, a 2000 metri, nella malga del comune di Moena dove facciamo ancheagriturismo. Non abbiamo camere, facciamo solo ristorazione e vendita di prodotti tipici. I nostriclienti sono per lo più italiani, vendiamo un po’ di formaggio del nostro caseificio, il latte possiamosomministrarlo al bicchiere. La zootecnia nel nostro territorio deve essere legata al turismo, nonpossiamo pensare di fare competizione con la zootecnia di pianura, dobbiamo fare un prodotto dinicchia che sia remunerato bene. Dai nostri formaggi dobbiamo ricavare molto di più. Una verasinergia tra turismo e agricoltura purtroppo da noi deve ancora arrivare. Si lamentano quandovedono spargere il liquame sui prati, ma quando invece vedono un giovane che taglia tutti i pendiiimpervi, che falcia tutti i prati, nessuno dice che fa un lavoro eccezionale, recuperando tutti queiprati che erano stati abbandonati per anni”. Luigi De Francesco Allevatore.“Le stalle grosse fanno un po’ di pascolo in fondovalle, da fine maggio a metà giugno, poi vanno inmontagna fino al 20 settembre, quando ritornano dall’alpeggio le manze e le vitelle si lasciano inqualche prato fino ai Santi. Io sono fortunato perché ho una stalla con 10-12 ettari di terreno, pa-recchi in proprietà, alcuni in affitto, e allora quando gli animali ritornano dall’alpeggio stanno suiprati di fondovalle. Non tutti possono farlo perché come si sa in Trentino le proprietà sono moltoframmentate e allora molti hanno una stalla con pochi metri attorno. Io ho tutto il fieno che mi ser-ve, chiaramente per integrare la razione devo comprare un po’ d’erba medica, ma è normale. Nelcaseificio produciamo circa l’80% del formaggio con foraggio locale e questo è importante perchéesprime dei sapori particolari. Questo è un territorio sfruttato forse al 60%, abbiamo dei prati au-toctoni di erbe, magari in alcune parti sono seminati e concimati, però sempre con il letame, nonc’è apporto di chimica. In val di Fassa la maggior parte delle malghe sono di proprietà dei comunio delle Asuc. Molte malghe sono già state ristrutturate. In totale ci saranno una ventina di malghe,tutte monticate. Una parte sono le bestie della valle, poi vengono anche animali dall’Alto Adige, lo-ro hanno poche malghe e quindi le prendono in affitto da noi. Comunque spazio ce n’è. Nel fondo-valle le stalle sono distribuite abbastanza bene. Non è come a Predazzo o a Tonadico, dove sonotutte concentrate. Sono i comuni con gli albergatori che non vogliono più le stalle nei paesi, allorale nuove strutture sono realizzate ai bordi dei paesi, dove c’è ancora territorio e non danno fastidioa nessuno. Adesso si sta vedendo di fare un biodigestore, in modo di produrre un po’ di energia. IlComun General e l’Istituto agrario di San Michele hanno trovato in Austria un sistema che utilizzasolo il letame. All’inizio l’idea era di utilizzare anche i rifiuti organici dagli alberghi, ma per la ve-rità sono stato io a frenare su questo, dicendo: cosa spargiamo poi sui prati, le immondizie? An-diamo a rovinare tutto. Il biodigestore è considerato un’opportunità economica e poi consente di
  • 116. 116abbattere un po’ gli odori che si sviluppano, specialmente in primavera. Ci vorrebbe una miglioregestione dei terreni di fondovalle e mezza montagna. Se lei guarda in certi paesi come Soraga, c’èun bel territorio, con un bel rapporto con i contadini, è molto ben curato. Ci sono altri territori chesoffrono, con i boschi che avanzano, bisognerebbe consentire ai contadini di fare pulizia, di rimet-tere a posto il territorio. Ci vuole un progetto, che consenta di superare il problema della frammen-tazione delle proprietà, la possibilità di prendere in affitto i terreni, almeno per dieci anni, con con-tributi per poterli sistemare e tenere falciati. Questo problema però sembra non tanto capito dallapolitica”. Elio Brunel Allevatore“Tornando indietro, a dieci anni fa, nell’agricoltura sembrava la disfatta, poi ci sono stati gli in-centivi, i ragazzi sono andati alla scuola agraria di San Michele, adesso abbiamo aziende giovani,con tecnologie nuove, il caseificio. Questa è stata una volontà di non so chi, ci saranno state ancheagevolazioni, comunque è stato un ricambio generazionale completamente innovativo nell’arco didieci anni. Questi sono segnali positivi che vanno coordinati e su cui bisogna continuare a investi-re. Ci vuole una politica di gestione del territorio, bisogna ripristinare i pascoli, da noi il bosco a-vanza del 20% l’anno. Mettendo le bestie asciutte nel loro posto, le vacche da latte in malghe esi-stenti, attualmente quasi tutte ristrutturate, la malga Giumella, la malga Monzoni, la malga Contri-na, ecc. Io nel mio piccolo, sia per essere a capo di un impianto funiviario, sia come presidente diusi civici di un paese che comprende tutta la zona del Catinaccio, Gardeccia, e la val Giumella,presto grande attenzione nei confronti degli agricoltori. Facciamo portare il letame sulle piste dasci per avere un riciclo delle sementi, per non avere un’erba artificiale ma sempre naturale. Stiamoripristinando una zona a Gardeccia, facciamo un cambio di coltura, è un progetto che gestiamo noiproprietari Asuc, con un ragazzo che ha un’azienda agricola e la forestale che svolge un ruolo disupporto tecnico”.Claudio Bernard imprenditore, presidente consorzio impianti“Nel piccolo comune di Vigo abbiamo contato 230 orti. L’aspetto contadino deve avere sul territo-rio una forte caratterizzazione. Ad esempio Gardeccia è riuscita a recuperare più cultura locale,più identità da quando da due anni ci sono le vacche. Per quarant’anni non ci sono state né pecorené mucche. Da due anni c’è questo contadino che chiede di poter pascolare le mucche e di potersifare un domani il suo agriturismo. Credo che dobbiamo spalancare queste strade”. Alfredo WeissConsigliere CdF“Per questioni climatiche e d’altitudine la zootecnia è l’unica attività agricola sostenibile in val diFassa. Ci vogliono gli strumenti urbanistici per renderla più efficiente, coltivando i fondovalle. Ci
  • 117. 117vorrebbero più stalle, più piccole e più prati. Il piano urbanistico provinciale, con le aree agricoledi pregio un poco ci ha aiutato. La Forestale sta lavorando in questo senso. La linea è recuperarepiù superfici prative possibili, che però vanno coltivate e non abbandonate ai noccioli. Abbiamo lanecessità di liberare i paesi dalle fasce boscate giovani che si sono formate di recente, ma qui ilproblema è che queste aree sono quasi tutte private. Dobbiamo trovare strumenti urbanistici checonsentano alle Amministrazioni d’indurre i proprietari a intervenire dove è necessario, facendoprativo. L’alleato migliore che possiamo avere è il contadino, che ha interesse ad avere superficiforaggere, se però riusciamo a superare la logica del contadino industriale. La manutenzione delbosco è un tema centrale. Noi abbiamo una struttura boschiva in continua mutazione, positiva. Iservizi forestali stanno rafforzando una struttura boschiva che abbiamo ereditato dall’Impero Au-stroungarico che ci ha lasciato boschi deboli, magari belli, ma la natura non deve essere bella, de-ve essere forte ed è forte più la si lascia evolvere autonomamente. I boschi vanno puliti dai rifiuti,ma i residui naturali dei boschi non sono rifiuti, sono fertilità. Avendo boschi di conifere abbiamol’esigenza di far rimanere una buona parte della fertilità sul sedime. Anche in alta quota abbiamobisogno di un recupero intensivo dei pascoli. Qui c’è ancora qualche remora da parte della fore-stale, sono ancora molto legati al vincolo idrogeologico del ’23, dove si sottolinea il ruolo che lepiante hanno nello stabilizzare il suolo, cosa giustissima, però oggi possiamo evolverci, non siamopiù nelle condizioni di rischio idrogeologico che sono state alla base dell’alluvione del ’66, il boscooggi si è evoluto ed è in grado di garantire la stabilità dei suoli. Oggi è necessario superare la con-cezione del vincolo idrogeologico, lo manteniamo nelle aree che presentano situazioni di rischio,però i pascoli d’alta quota vanno recuperati. E’ necessario non solo per le mucche che devono pa-scolare, ma anche per la fauna selvatica: il capriolo, il gallo forcello, la pernice, ha bisogno dispazi aperti. Gli stessi agricoltori dovrebbero estirpare le piantine che invadono il pascolo, maspesso non lo fanno. Attualmente c’è un uso dell’alpeggio anche con animali importati, in partico-lare dalla provincia di Bolzano, una volta venivano anche i padovani, ma oggi si dirigono più versoil Brenta e la zona del Chiese. Poi abbiamo bisogno di pascoli per cavalli, perché disturbano lemucche, hanno esigenze di pascolamento diverse. Dobbiamo avere aree per le capre, per le manzee per i cavalli, anche per evitare conflitti tra contadini. L’allevamento dei cavalli si sta diffondendomolto, un po’ perché hanno i contributi per lo sfalcio, ma direi più per passione. Chi mette in piediun agriturismo, solitamente prende dei cavalli. La cosa si è sviluppata in val di Fiemme ma ora staprendendo piede anche in val di Fassa: a Vigo c’è una bella colonia di cavalli, a Soraga stanno av-viando un agriturismo con dei cavalli. L’attività di trasformazione del latte di capra è ancora debo-le, ma si sta riprendendo con una certa forza, anche qui ci sono dei giovani allevatori. In Fassa cisono circa 180 capre, mentre in Fiemme sono già 1.500. Sono piccoli contadini che tengono gruppi
  • 118. 118di dieci capre, fanno qualche capretto da carne, e poi il latte che portano al caseificio. Per me ilformaggio di capra di Campitello è più buono di quello di Cavalese, ma diciamo che è una questio-ne di gusto personale”. Luigi Casanova CipraNonostante, in val di Fassa vi sia una relativa scarsità di animali e una disponibilità teorica di pasco-li, fattori quali la concentrazione delle stalle nei terreni di fondovalle, le difficoltà di accesso alle a-ree foraggere economicamente sfruttabili e i problemi relativi allo smaltimento dei liquami zootec-nici, evidenziano come - al di là del teorico equilibrio UBA/Ha – vi sia la necessità di una più ra-zionale valorizzazione delle risorse foraggere della valle, perseguendo una più razionale di-stribuzione dell’attività zootecnica sul territorio e incentivando le azioni di bonifica realizzatedalle imprese in aree in cui sia possibile lo sfalcio meccanizzato.“ Qua in val di Fassa potremmo puntare a una maggiore autosufficienza foraggera, ci sono tantiterritori che non sono utilizzati e andrebbero bonificati. Sotto Vigo ci sono dei prati impaludati sucui basterebbe fare una semplice bonifica. L’alimentazione delle mie vacche la faccio con il forag-gio dei miei prati, però non sono sufficienti, quindi importo erba medica da Verona. Abbiamo glialpeggi dove vanno le vacche in asciutta, le manze e le vitelle, poi ci sono alpeggi anche per le vac-che da latte. Certi comuni hanno malghe belle con il pascolo ben tenuto. Qua a Vigo abbiamoqualche problema sul pascolo che non è molto sicuro, è frammentato. Sul recupero del bosco, biso-gna discutere con la forestale. Se un prato supera una certa percentuale di copertura, è immedia-tamente classificato come bosco. In Trentino che comanda è la Forestale: sono loro che decidononon i Sindaci. I pascoli sono di proprietà comunale e sono gestite dalla Società Malghe e Pascoli diVigo. La società è fatta dai contadini di Vigo. Su tutte e due le malghe abbiamo degli agriturismi, aCostalunga e al Vaiel, con le stalle. Le strutture sono buone. Le attività agricole andrebbero mag-giormente promosse, ma sull’insediamento di nuove aziende non c’è una linea chiara da parte dellestesse Amministrazioni. Ogni comune ha il suo criterio: a Vigo per costruire una stalla c’è il lottominimo di 1500 mq di terreno disponibile, a Pozza di 15.000 mq. Vai da un’esagerazione all’altra.In certi comuni lasciano che il contadino iscritto in seconda possa costruire, in altri comuni questonon è possibile. In val di Fassa ci sono giovani che vorrebbero fare una stalla, ma non puoi certochiedergli di acquistare 15.000 mq di terreno. In fondo sarebbe anche abbastanza semplice, baste-rebbe individuare aree agricole sui piani regolatori, non occorrono grandi estensioni, bisogna poifar costruire vasche dei liquami, grandi abbastanza da passare l’inverno e l’estate e distribuire illetame sui prati fuori stagione”. Filippo Rasom giovane allevatore e apicoltore
  • 119. 11913.2 ArtigianatoA fine 2011 in val di Fassa erano attive 303 Imprese Artigiane (dati Albo) con una contrazione del5% rispetto al dato 2008, preso a riferimento come anno in cui, anche a livello provinciale, si sonoregistrati i primi segnali della crisi economica. Si tratta chiaramente di microimprese, con un nume-ro medio di quasi tre addetti per impresa. A fine 2011 sono 899 gli addetti che operanonell’artigianato fassano. Le maggiori concentrazioni d’imprese artigiane si rilevano dei comuni diPozza di Fassa e Moena.Figura 4 Distribuzione territoriale delle imprese artigianeFonte: Rapporto 2011 sull’andamento dell’artigianato provinciale – Associazioni artigiani e piccole imprese della provincia di TrentoCome già riportato nel capitolo introduttivo, il 28,7 % delle imprese artigiane (87 su 303) del Co-mun General de Fascia opera direttamente nel settore dell’edilizia. Allo stesso settore di attività so-no riconducibili anche le imprese operanti nel settore dell’impiantistica (idraulici, elettricisti, ecc.) edel legno. Questi sono, dopo quello edile, i due settori maggiormente rappresentati nel Comun Ge-neral, rispettivamente con il 16,8 % e il 15,2 % del totale delle imprese artigiane. È quindi possibileaffermare che circa il 60 % delle imprese artigiane del Comun General de Fascia opera, più o menodirettamente, nel settore dell’attività edilizia.
  • 120. 120Tabella 2: Imprese artigiane in val di FassaFonte: Rapporto 2011 sull’andamento dell’artigianato provinciale – Associazioni artigiani e piccole imprese della provincia di TrentoUno degli elementi di debolezza del comparto artigianale fassano è senz’altro la perifericità dellavalle, che non consente significativi sbocchi al di fuori di un mercato prettamente locale, a cui siaggiungono problematiche relative alla disponibilità di aree. E’ a fronte in tale contesto che si sonosviluppate forti integrazioni con la vicina val di Fiemme, sia per quanto riguarda la localizzazioned’imprese, sia per quanto riguarda la fornitura di servizi.“E’ difficile immaginare una diversificazione della nostra economia nel settore manifatturiero. Tut-te le attività artigianali hanno grosse difficoltà, anche perché siamo in fondo a una valle, le impre-se non riescono a cercarsi mercati alternativi, per cui sono costrette a vivere di quel po’ di mercatoche gli dà la valle, e in particolare che gli dà il turismo. La val di Fiemme, che ha realtà imprendi-toriali come Felicetti, Eurostandard, è già più vicina all’autostrada, da noi non potrebbero nasceresimili aziende. C’è qualche ditta un po’ grossa a Moena, ma salendo la valle è già difficile fare sta-re in piedi una ditta da idraulico o elettricista”. Fiorenzo Peratoner SIC“La val di Fassa e la val di Fiemme sono due realtà distanti solo venti chilometri ma se vai in valdi Fiemme, vedi che c’è un’economia molto più diversificata e integrata della nostra. Ci sono setteo otto aziende di una certa dimensione, che esportano: la Sportiva, Eurostandard, Felicetti. Nono-stante i costi che hanno per problemi di logistica, riescono a lavorare con l’esterno e mantengonoil legame con il loro territorio. La val di Fiemme è una realtà vicinissima alla nostra ma comple-tamente diversa, perché loro vivono anche di turismo, mentre noi viviamo solo di turismo”. Clau-dio Bernard imprenditore, presidente consorzio impianti“Le imprese edili da noi sono piccole imprese artigiane. Molte vengono anche da fuori,in partico-lare dalla valle di Fiemme. La mattina presto vedi le code dei furgoni degli artigiani che comincia-
  • 121. 121no a Predazzo e salgono in Valle, fanno manutenzioni, arredi, impianti”. Mariano Cloch SindacoCanazei Vice Procurador CgF“Un’impresa artigiana in val di Fassa ha una serie di gap competitivi. Primo la logistica, il territo-rio va preservato a scopi turistici, quindi hai difficoltà in termini di costi già per acquisire dei ter-reni dove svolgere la tua attività. Gli stessi metri quadri di laboratorio ti costano tre volte tanto chein altri territori. Ci sono i piani urbanistici che, giustamente, ti danno delle indicazioni di qualitàdell’edificato, per cui per lavorare non devi farti un capannone ma una casa. Rispetto ad un mioconcorrente della Valsugana ho un gap concorrenziale in termini di costi, estremamente difficolto-so da colmare. In secondo luogo c’è la stagionalità. A differenza di altre zone, noi dobbiamo neces-sariamente ragionare in termini di stagionalità, alla rovescia rispetto a quella turistica, quindi conmaggiori costi. Terzo il personale, quando hai i due terzi della popolazione impiegata nel settoreturistico, te ne rimane solo un terzo da cui attingere per il resto”. Francesco Dellantonio, artigia-no e amministratore del Comune di Soraga“Si fa fatica a ospitare attività artigianali di una certa dimensione, per un problema di disponibili-tà di suolo. E’ per questo che le nostre imprese più importanti si portano verso la val di Fiemme:Rasom, che è un’impresa della val di Fassa, ha dovuto spostarsi verso Fiemme per avere la logisti-ca giusta e una centralità che gli consentisse di lavorare su tutta la provincia. Sembra che adesso aPozza si possa partire con un’area artigianale dove mettere dentro 10-12 artigiani, per cui andia-mo a soddisfare abbastanza bene la richiesta che c’è attualmente in valle. A Vigo sembrava doves-se partire un’area, però non si è riusciti a trovare il numero di artigiani sufficiente. E’ un periodoin cui non tutti hanno il coraggio di fare certi tipi d’investimento”. Massimo De Bertol PresidenteAssociazioni Artigiani della val di FassaSe la perifericità della Valle e le carenze logistiche possono spiegare la scarsa presenza di attivitàmanifatturiere, difficilmente tali dati possono giustificare la carenza di attività di servizio. Trovan-doci in un comprensorio turistico appaiono inspiegabilmente contenute le attività artigianali in queisettori che possono svolgere un importante ruolo di supporto all’economia turistica come ad esem-pio: il settore alimentare (14 imprese), quello del benessere (28 imprese) e quello dei trasporti (18imprese). Tali dati sottolineano, ancora una volta, la scarsa integrazione del tessuto economico loca-le ed evidenziamo come l’artigianato, assieme ad altri comparti economici, rappresenti un settore dirisulta in un contesto tradizionalmente vocato al turismo.
  • 122. 122“Il turismo fa da volano a tutta l’economia della valle. Tutti gli altri settori sono complementariall’economia turistica. C’è quindi un problema di approccio culturale, gli artigiani, gli agricoltori,i commercianti ne sono consapevoli, viceversa l’operatore turistico fa molta fatica a collocarsiall’interno di un ragionamento complessivo di filiera economica di valle, perché giustamente ognu-no guarda al proprio particolare. Quindi il discorso culturale è proprio far capire a chi staall’inizio della filiera l’importanza di chi sta dietro e svolge ruoli di servizio e fornitura. Dico que-sto perché tutti i settori che stanno dietro all’economia turistica hanno molte difficoltà. Sembrascontato che, essendo in una valle ricca, non ci sia difficoltà a lavorare. Questo può forse esserevero per un impiantista: un idraulico possibilmente me lo trovo vicino casa. Per tutto l’altro mondodell’impresa, compreso quello agricolo, la difficoltà è che dovresti essere concorrenziale con il re-sto del mondo, nonostante le difficoltà aggiunte che si hanno stando qui, in una valle perifericacome la nostra”. Francesco Dellantonio, artigiano e amministratore del Comune di SoragaAncora una volta la scarsa integrazione della filiera produttiva locale trova due contrapposti ele-menti di spiegazione: da un lato la carenza di adeguati servizi (e in sostanza d’imprenditorialità) sulterritorio; dall’altra la scarsa propensione del settore turistico a fare filiera produttiva a livello loca-le. Come avviene per i prodotti agro alimentari, le reti di fornitura di servizi alberghieri raramentecoinvolgono imprese locali per rivolgersi prevalentemente all’esterno dell’area, principalmente AltoAdige e Veneto, ma anche la vicina val di Fiemme. Solo nel campo dei servizi informatici sono statisegnalati casi di una timida crescita imprenditoriale a livello locale, dopo un lungo periodo in cuianche questi servizi erano acquisiti all’esterno della Valle e dello stesso Trentino. Per servizi fon-damentali come, ad esempio quelli di lavanderia per gli alberghi, la mancanza di un’adeguata offer-ta locale costringe gli alberghi a rivolgersi alla vicina val di Fiemme. Manca anche un artigianatoartistico che, al pari della vicina val Gardena, sia in grado di arricchire l’offerta turistica locale.“La nostra filiera turistica ha delle nicchie imprenditoriali che sono scoperte, per cui ci si rivolgefuori valle. Questo avviene anche a livello artigiano, ad esempio, non abbiamo una lavanderia finoa Cavalese, tutti i giorni vengono furgoni avanti e indietro per prendere la biancheria degli alber-ghi”. Gianni Rasom Consigliere CgF e responsabile informatica Consorzio Dolomiti Super Ski.“Quante pasticcerie di qualità ci sono in val di Fassa? Forse un paio. Questo non è normale in unalocalità che dovrebbe essere la culla dell’accoglienza turistica. Mancano gelaterie di un certo tipo,dove ci si possa sedere per mangiare un buon gelato. Un cliente che va in un albergo a 4 stelle vuo-le trovare altri locali dello stesso livello. Se un po’ alla volta l’offerta alberghiera cresce di qualità,
  • 123. 123anche le altre attività sul territorio lo devono fare. A Moena fino agli anni fine 70-80 c’erano i mi-gliori locali, tutti locali di un certo livello che abbiamo perso. Oggi tutti pensano alla quantità e so-lo pochi investono sulla qualità”. Francesco Cocciardi Albergatore Moena“Qui in valle non esiste alcun laboratorio artigianale che faccia dei prodotti tipici. I prodotti chesono venduti come tipici andiamo a prenderli in Lombardia, Piemonte, Veneto. Il turista sarebbeassolutamente propenso a spendere un euro in più se sapesse che ciò che compra è un prodotto del-la val di Fassa. Ma fino ad oggi non siamo riusciti a creare una filiera di prodotti locali”. FrancoLorenz Sindaco di Vigo di Fassa e Assessore CgF“Ho un’azienda dolciaria, qui in val di Fassa, d’estate produciamo pasticceria fresca che vendia-mo nei nostri punti vendita, in inverno produciamo i grostoli che vendiamo in tutto il Nord Italia,arriviamo a vendere fino alla Toscana. La quota di mercato a livello locale è di appena il 5%. Co-me sempre, non si è mai profeti in patria”. Fausto Castelnuovo, Sindaco di Mazzin e AssessoreGgF“Il nostro artigianato è a servizio delle imprese del turismo, ma si tratta essenzialmente d’impreseedili che fanno manutenzioni negli alberghi, impiantisti. Una volta noi eravamo ricchi anche di la-vorazione del legno, un artigianato artistico che abbiamo totalmente perso”. Alfredo Weiss Consi-gliere CdF“La soluzione non è quella di portare altra economia, ma imparare a valorizzare quello che ab-biamo. In val Gardena hanno sviluppato l’economia della scultura in legno, perfettamente compa-tibile con quella turistica. Noi ce la siamo fatta scappare perché forse non siamo stati furbi abba-stanza. La val Gardena veniva in val di Fassa a comprare le sculture in legno per poi commerciar-le da loro.” Cesare Bernard Presidente Consei General“Anche fuori dalla gastronomia, nella nostra valle ci sono comunque artigiani che sono dei veri ar-tisti, a cui dovremmo dare visibilità perché nessuno li conosce. C’è uno scultore a Moena che èbravissimo, produce sculture in legno particolari, fa porta cote particolari, sono recipienti dove sibagna la pietra per affilare la falce. Io le espongo nel mio ristorante, ora stiamo facendo una spe-cie di catalogo, assieme a Felicetti, il pastificio della val di Fiemme. Dobbiamo fare sinergia tra tu-rismo, ristoratori, artigiani locali, per valorizzare la nostra cultura. Le potenzialità sarebbero ve-ramente molte.” Paolo Donei Malga Panna
  • 124. 124Nonostante la presenza d’imprese specializzate nella costruzione di case in legno come Rasom ePollam, e la presenza d’importanti risorse forestali, in val di Fassa non si è sviluppata una significa-tiva filiera di valorizzazione della risorsa legno.“Il nostro è un ottimo legno. Il più bello sarà quello della val di Fiemme, ma il legno della val diFassa ha la pasta migliore. Più si sale di quota più la pianta cresce lentamente e più la pasta è mi-gliore. Il problema del nostro legno sono i nodi che lo rendono poco adatto ad alcune lavorazioni.Noi come Asuc, il legno lo vendiamo abbastanza bene alle segherie che lo lavorano e poi lo vendo-no. La vendita va ad annate. Quest’anno è andata molto bene, altre volte abbiamo fatto fatica perla concorrenza del legname di provenienza dall’Austria e dalla Germania, dagli schianti ma ancheda piani di sfruttamento più ampi e vasti, perché loro hanno boschi dove possono entrate con imacchinari, e invece di 110 euro al mc lo vendevano a 60-70 euro. Però il nostro legname è vendu-to sempre molto bene”. Rinaldo De Berlol Insegnante e Ispettore VV.FF“Sopra i 1000 metri, abbiamo un 70% di legno pregiato e 30% da imballo. Abbiamo delle segherie,ma vendiamo tutto il segato all’esterno ad aziende in val di Fiemme e anche in val di Non. In vallenon ci sono delle produzioni di travi lamellari, ci sono aziende con lavorazioni come i balconi,qualche mobilificio e abbiamo aziende che producono case in legno, come Pollam e come Rasomche però adesso si è spostata in val di Fiemme. Sulla filiera del legno non ci possiamo sicuramenteconfrontare con la parte bolzanina o con la stessa val di Fiemme”. Claudio Bernard imprenditore,presidente consorzio impiantiL’unica vera e forte integrazione tra turismo e artigianato, la troviamo nel settore edile. Nelrecente passato il consistente afflusso di turisti nella località ha dato un forte impulso allo sviluppodell’edilizia turistica: alberghi, strutture commerciali, case per le vacanze. Oggi i ridotti livelli diproduzione edilizia, riconducibili a politiche urbanistiche provinciali e alla crisi finanziaria globale,pongono importanti interrogativi sullo sviluppo del settore. L’edilizia è fortemente legata agli an-damenti del settore turistico e questo sembra aver messo, (fino ad oggi), il settore edile al riparo dal-la crisi, perlomeno per ciò che riguarda le piccole attività di manutenzione.“Dai dati che abbiamo noi finora le imprese edili non hanno particolarmente sofferto la crisi, per-ché da noi i lavori si trascinano tempo. Con la stagionalità turistica i lavori nell’edilizia durano piùdi due anni, un albergo si ristruttura fuori stagione quindi è una cosa infinita. I lavori fino all’anno
  • 125. 125scorso ci sono stati. Il problema semmai lo vedo da qui in avanti perché purtroppo oggi non c’èmolto lavoro. Questo poi dipende dal tipo di lavorazioni, le nostre imprese edili sono piccole, sonoimpegnate in attività di manutenzione e per queste il lavoro continua a esserci perché comunque,sia le famiglie, sia gli alberghi, certi lavori continuano a farli. Quello che manca oggi è il grandeinvestimento da venti appartamenti o l’albergo da diecimila metri cubi o i due centri saluteall’anno che si facevano in passato. Però la manutenzione ordinaria e straordinaria continua a es-serci e questo consente alle nostre piccole imprese di lavorare”. Luciano Braito Direttore CassaRurale“ Non ci lamentiamo, per certi aspetti la val di Fassa è un’isola felice. Io sono idraulico, ho unaditta mia. Si sente un po’ la crisi però non più di tanto. La monocultura turistica ci ha portato tantobenessere negli anni passati. La crisi che c’è adesso c’è stata anche nel periodo 85-89 in cui c’èstato un crollo immobiliare. Queste crisi fanno anche un po’ di selezione, chi lavora bene non sipreoccupa. I nostri clienti sono un po’ tutti: gli alberghi, il privato, il pubblico. Per riuscire a lavo-rare durante tutto l’arco dell’anno devi adattarti e fare un po’ di tutto. L’attività come la nostranon ha la cassa edile, per cui devi aver da fare anche durante l’inverno e allora fai manutenzioni ofinisci dei lavori sospesi. Con gli alberghi fai lavori brevi fuori stagione, poi durante la stagionedevi fornire un servizio d’assistenza 24 ore su 24”. Giorgio De Luca Artigiano e responsabile Ski-team“Gli artigiani impiantisti hanno un loro mondo a parte perché con 60mila posti letto turistici c’èsempre un gran lavoro d’assistenza, manutenzione, riqualificazione. In questo momento a soffriresono le aziende più grosse, perché si erano attrezzate con manodopera esterna, extracomunitaria,si trovano in difficoltà perché la struttura organizzativa, era dimensionata per un certo tipo di la-vori che oggi cominciano a calare”. Francesco Dellantonio, artigiano e amministratore del Co-mune di Soraga“Se il turismo va bene, va bene anche l’artigianato. Difatti quest’anno abbiamo sentito un primosintomo di flessione proprio perché c’è stata la flessione nel turismo. Come pianificazione possia-mo dire che ci associamo a quello che prevedono anche gli albergatori perché alla fine lavoriamocon loro in sinergia, a differenza magari di qualche altro comprensorio dove l’artigianato lavora ariflesso dell’industria. Siamo tra quei comprensori trentini in cui l’artigianato ha avvertito il calo,ma non la crisi. Poi in realtà non si sa bene se questo calo nell’edilizia è dato dalla crisi o èl’effetto della Legge Gilmozzi. Fino a Natale non si poteva parlare di sofferenza perché tutti lavo-
  • 126. 126ravano bene, le previsioni erano buone. Poi nel giro di due mesi si sono bloccate le lavorazioniprincipali, gli investimenti più grossi. Dobbiamo vedere se dopo Pasqua la stagione avrà una ri-presa”. Massimo De Bertol Presidente Associazioni Artigiani della val di FassaSe da un lato, la piccola dimensione d’impresa consente a gran parte delle imprese fassane di opera-re con flessibilità sul mercato della manutenzione edilizia, lo stesso carattere dimensionale rap-presenta un limite quando di tratta d’intercettare gli appalti e le commesse di maggiore di-mensione. Anche la costituzione di reti o raggruppamenti temporanei d’impresa si presenta com-plessa, per la mancanza di soggetti locali in grado d’assumere il ruolo di general contractor.“Bisognerebbe rivedere il sistema degli appalti pubblici giocati sul massimo ribasso. Se c’è un can-tiere grosso ti chiedono di fare l’offerta e t’impongono ribassi insostenibili. Le imprese che vengo-no da fuori fanno questi ribassi ma poi non rispettano quello che c’è scritto sui capitolati. Il para-dosso è che imprese esterne che hanno dei contenziosi con i comuni, vincono comunque nuovi ap-palti”. Giorgio De Luca Artigiano e responsabile Skiteam“Noi stiamo finendo una grossa piscina: abbiamo dovuto cercarci fuori le ditte capaci di gestire ungrosso appalto. Le nostre ditte locali sono piccole, possono quindi essere solo coinvolte solo comesubappaltatori di queste ditte esterne più grosse. Fiorenzo Peratoner SIC“Da noi è piuttosto difficile creare consorzi e reti d’impresa per accedere agli appalti, perché civuole necessariamente un capofila con la struttura che riesce a gestire i vari specialisti. Qui nonc’è nessun’impresa in grado di svolgere il ruolo di general contractor. Per piccole imprese come lenostre è molto difficoltoso partecipare agli appalti, perché andare sulle offerte al massimo ribassosi arriva sempre a casa con le ossa rotte. Il discorso dell’offerta più vantaggiosa ha dei costi pre-paratori non sostenibili per aziende come le nostre, devi rischiare di spendere 20 o 30mila europresso dei tecnici per farti fare il fascicolo d’offerta. Comunque, mi sembra che ultimamente tra leimprese ci sia una maggiore propensione a fare sistema e questo è senz’altro dovuto anche alla si-tuazione di crisi. L’Ente pubblico dovrebbe incentivare la creazione di una rete tra le imprese loca-li del settore”. Francesco Dellantonio, artigiano e amministratore del Comune di SoragaOltre al supporto alla creazione di reti d’impresa, l’idea, emersa da molteplici attori intervistati èquella d’impostare la politica edilizia della Valle sulla riqualificazione del patrimonio edilizio esi-
  • 127. 127stente, unitamente ad un investimento sui temi della sostenibilità ambientale e sociale dellabita-re.“Bisogna sicuramente puntare innanzitutto sulla riqualificazione dell’esistente. In particolare, laristrutturazione e manutenzione delle aziende alberghiere è strategica per puntare a un turismo dimaggiore qualità. In tale ambito è anche fondamentale investire sui temi del risparmio energetico edell’edilizia sostenibile. Ci sono imprese come Pollam e Rasom che già investono su questi temi, soche erano entrate anche nel progetto Sofie. C’è un’esigenza di formazione e sistemi di certificazio-ne con protocolli più semplici per consentire la qualificazione anche del piccolo artigiano”. Fran-cesco Dellantonio, artigiano e amministratore del Comune di Soraga“Dobbiamo aiutare questa imprenditoria che opera in particolare nel settore edile, investendo suun progetto forte di riqualificazione edilizia. Questo è un tema strategico per la Valle. Nel giro dipochi anni dovremmo recuperare tutto il grande patrimonio delle seconde case costruite negli anni60 e 70 che versa in gran parte in uno stato di degrado. Dobbiamo preparare le nostre imprese suitemi della sostenibilità e del risparmio energetico. Gli stessi alberghi sono stati in gran parte rin-novati, ma un albergatore non sta mai fermo, deve continuare a qualificare e innovare le propriestrutture, e anche questo è un’importante ambito di specializzazione e qualificazione per le nostreimprese artigiane”. Luigi Casanova Cipra“Un progetto di riqualificazione del nostro patrimonio edilizio e alberghiero è oggi irrinunciabile.Gli alberghi costruiti negli anni 70 sono un colabrodo in termini energetici, ma anche per ridare unpo’ d’impulso all’edilizia e al settore dell’artigianato. Questo progetto andrebbe però incentivatoanche con un po’ di contributi pubblici, perché tanti albergatori si trovano in difficoltà a ristruttu-rare la propria azienda, hanno già mutui di 15-20 anni. Dovrebbe comunque essere sicuramenteuna priorità del piano territoriale di Valle”. Daniele Dezulian Presidente del Consorzio impianti afune val di Fassa e Carezza“Dobbiamo lavorare tanto sul recupero del patrimonio edilizio esistente, dal punto di vista urbani-stico. Creando anche strutture compatibili con l’ambiente, in legno, di classe energetica migliora-ta. Quello delle politiche che favoriscono la riqualificazione energetica delle grandi strutture siapubbliche, sia private è un discorso certamente proponibile. Oggi l’energia costa tanto, il riscal-damento e l’energia sono i costi più alti che abbiamo come albergatori”. Riccardo FranceschettiSindaco di Moena, Assessore CdF, albergatore.
  • 128. 128“Nell’edilizia stiamo vivendo un momento un po’ particolare. Parlando con gli artigiani comincia-no a emergere situazioni di sofferenza, cosa che non c’era mai stata in valle. L’edilizia haun’importanza enorme nella nostra economia locale e temo che avremo un ridimensionamento delsettore. Non è un momento facile. I temi della riqualificazione e dell’edilizia sostenibile sonosenz’altro una strategia per affrontare la crisi del settore. Ma anche alle imprese è richiesto unmaggiore impegno. Se guardi a imprese di successo come Rasom vedi che il discorso vincente nonè soltanto il fatto di fare un’edilizia sostenibile. Rasom non vende solo una casa, vende un prodottofinito, completo d’impiantistica, di progettazione, di servizi di manutenzione. Penso che le nostreaziende edili potrebbero riuscire a fare lo stesso nel mattone, consorziandosi, alleandosi, non ven-dendo più solo i muri o l’impianto, ma riuscendo a vendere un prodotto, che è un prodotto innova-tivo, certificato, qualificato, che se gestito bene da anche dei margini più alti.” Franco LorenzSindaco di Vigo di Fassa e Assessore CgFLo slogan di una rinnovata politica edilizia in val di Fassa potrebbe essere “meno metri cubi co-struiti ma più intelligenza per metro cubo costruito, o ancor meglio, recuperato”. La sostenibilitàedilizia, il risparmio energetico, la riqualificazione e manutenzione del patrimonio esistente,s’imporranno, nei prossimi anni, come un mercato di riferimento importante, anche per un oggettivoproblema di contenimento del consumo di suoli che, in una realtà come quella della val di Fassa,rappresenta un dato estremamente sensibile.E’ proprio in territori come la val di Fassa che possono prendere progressivamente forma una rin-novata cultura di gestione del territorio (centri storici, vecchi nuclei, paesaggi), e nuovi modelli diospitalità turistica capaci di rispondere a una rinnovata domanda di fruizione più consapevole e at-tenta ai valori ambientali, culturali della località. La qualità del costruito, sia come recupero di valo-ri architettonici, storici, urbanistici, sia come nuove realizzazioni capaci d’inserirsi nel contesto, èparte integrante di una rinnovata offerta turistica. Non va, inoltre, trascurata una domanda di abita-zioni da parte dei residenti, che non trova, al momento, risposte in unofferta economicamente allaloro portata. La qualità del processo e del prodotto edilizio in chiave di sostenibilità, sia am-bientale, sia sociale, diventano le discriminanti del nuovo ciclo immobiliare, e quindi dellacompetitività delle imprese.Alle imprese del settore è oggi chiesto un salto di qualità che va sostenuto dall’ente pubblico e dallerappresentanze del settore, promuovendo logiche di filiera, azioni formative, sistemi di certificazio-ne delle imprese e dei prodotti edilizi. Le imprese devono superare il tradizionale modello “costrui-sci, vendi e fuggi”, per elaborare modelli di business orientati a elaborare nuove soluzioni residen-ziali e alla gestione degli edifici lungo tutto il loro ciclo di vita. Le prospettive di questo comparto
  • 129. 129sono potenzialmente enormi; è richiesto, tuttavia, un grande impegno sia agli imprenditori, chiamatia gestire operazioni più complesse (anche dal punto di vista progettuale e finanziario), sia alle pub-bliche amministrazioni, cui s’impone uno scatto in termini di semplificazione, di omogeneizzazionedei regolamenti edilizi comunali, di rapidità decisionale.L’Ente pubblico può svolgere un ruolo strategico nel consolidamento della filiera edile locale.In un settore quale quello delle costruzioni, in cui il tessuto imprenditoriale è fortemente polverizza-to, è l’Ente pubblico a svolgere il vero ruolo di capofila. E’, infatti, l’Ente pubblico che svolge ilruolo di regolatore (attraverso la pianificazione urbanistica, le norme e la fiscalità locale), che con-diziona lo sviluppo del mercato (nel suo ruolo di committente di opere pubbliche e di edilizia resi-denziale convenzionata), che promuove l’innovazione nel settore (attraverso norme, incentivi, si-stemi di certificazione e garanzia). Vista la crescente riduzione delle risorse di cui dispongono leAmministrazioni pubbliche è, inoltre, evidente che il partenariato pubblico - privato rappresenti unastrada obbligata per promuovere operazioni di riqualificazione del tessuto edilizio e sociale. Glistessi processi di revisione del sistema degli appalti, sempre più orientati al superamento dei criteridel massimo ribasso, prevedono da parte degli enti appaltanti la capacità di valutare l’offerta eco-nomicamente più vantaggiosa con criteri di valutazione che riguardano il prezzo, ma anche la quali-tà, il pregio tecnico, le caratteristiche estetiche e funzionali, le caratteristiche ambientali, il serviziopost-vendita, l’assistenza tecnica, il costo di utilizzazione e manutenzione, il termine di consegna,ecc. Vi è poi la necessità di alleggerire le imprese dagli oneri finanziari legati alla mancanza di li-quidità conseguente ai ritardi di pagamento che si riflettono lungo tutta la catena del subappalto eche determina una tendenza, negli appalti pubblici, di stipulare contratti separati per le diverse lavo-razioni, forniture, installazioni, con singole imprese specializzate.In edilizia il vero problema non è l’attitudine delle imprese a cooperare tra di loro – sui cantieri giàlo fanno - quanto piuttosto favorire una forma più strutturata delle reti d’impresa, in modo daabilitare gli investimenti in beni collettivi, consentire l’accesso a commesse di maggiore entità, oancora di progettare operazioni di portata superiore a quelle normalmente condotte. La filiera edili-zia oggi non può più essere ricondotta al semplice rapporto tra general contractor e imprese specia-lizzate. Sono necessarie competenze capaci di affrontare un mercato in cui sono sempre più sfumaticonfini tra pubblico e privato e tra lavori e servizi e in cui l’impresa di costruzione è sempre piùchiamata a svolgere un ruolo a monte – promozione, innovazione e finanzia - e a valle – servizio,gestione e manutenzione – del processo edilizio. E per questo che un progetto di consolidamentodi una filiera locale delle costruzioni deve anche coinvolgere i progettisti locali che spingono leimprese ad adottare nuove soluzioni abitative e tecnologiche. Il rapporto tra impresa di costruzionee progettista è ancora troppo spesso limitato alla mera fornitura del progetto, ma la nuova articola-
  • 130. 130zione della domanda edilizia e la sempre maggiore assunzione di ruolo da parte dei committentistanno modificando anche il ruolo e la posizione dei progettisti. Da un lato, al progettista vienesempre più chiesto di svolgere il ruolo d’integratore tra i saperi e le funzioni sempre più complesseche caratterizzano il processo edilizio. Dall’altro lato, al progettista è sempre più chiesto di essereinterprete della domanda: di avere la capacità di cogliere i fenomeni emergenti espressi dalla societàe trasformarli in prodotti di architettura in grado di rispondere ai nuovi bisogni dell’abitare.14. Investire su persone, famiglie e comunità.I confini settoriali del turismo sono di difficile identificazione per il fatto che alcuni settori (com-mercio, trasporti, intrattenimento, servizi sociali, ecc..), pur contribuendo in modo significativo alprodotto turistico, sono rivolti anche alla comunità dei residenti. Da più parti si lamenta il fatto che,durante il lungo periodo di crescita del fenomeno turistico, in val di Fassa si è forse troppo pensatoai servizi per il turista e troppo poco a chi abita la Valle. La percezione non riguarda tanto i servizipubblici (scuola, sanità, assistenza sociale) il cui livello è dai più giudicato abbastanza soddisfacen-te, ma la vita stessa della comunità. La stagionalità turistica con il suo alternarsi di periodi di apertu-ra e periodi di chiusura dà origine a una sorta di “intermittenza esistenziale”: una costante e repenti-na variazione del modello sociale di riferimento. Al troppo pieno si sostituisce il troppo vuoto (e vi-ceversa), in un disequilibrio che non si manifesta solo nei modelli di fruizione del territorio (dallacongestione, alla desertificazione) ma anche nei modelli di vita dei singoli e delle famiglie (stagio-nalità del lavoro, occasioni di socialità, accessibilità ai servizi). Decenni di sviluppo turistico inten-sivo hanno messo in secondo piano la dimensione della comunità e oggi ci s’interroga sulla tenutadel tessuto sociale e sulla stessa continuità del modello imprenditoriale. Emerge forte una vogliadi “normalità” negli assetti di sviluppo economico e sociale: l’esigenza d’investire sulla comunità aprescindere dal turismo.“Dovremmo rivolgere una maggiore attenzione alla nostra comunità, non pensare solo al turismo.Dobbiamo partire dal concetto che se tu stai bene, stanno bene anche i tuoi ospiti. Lo vediamo an-che noi quando andiamo in giro: se una cosa è troppo artificiale, non ci piace e forse oggi la val diFassa è un po’ troppo artificiale. La monocultura turistica non fa bene alla convivenza sociale.Tutto il lavoro è concentrato in pochi periodi dell’anno, nei periodi di scarsa presenza turistica c’època socialità. Le famiglie hanno poca vita sociale o perché devono lavorare troppo in alcuni pe-
  • 131. 131riodi, o perché mancano occasioni di socialità in altri periodi. Quando chiudono gli alberghi, si ri-trovano soli, poche amicizie, poca vita sociale, poco volontariato. I giovani sono trascurati, hannotanto benessere materiale, ma poche attenzioni. Questo provoca anche patologie sociali come l’usodi alcol e di sostanze: c’è stato recentemente un episodio di violenza che ha avuto come protagoni-sti ragazzi di ottime famiglie. Questi sono campanelli di allarme. Si tende a far finta di non vederecerte problematiche. I genitori pensano che la scuola possa risolvere tutti i loro problemi, ma que-sto non è possibile. Anche gli anziani hanno sempre meno ruolo nella famiglia. Tutti lavorano equindi c’è meno spazio per l’assistenza famigliare”. Annalisa Zorzi insegnante“Da noi c’è una grande cultura del lavoro, facciamo tutti il doppio lavoro, l’albergatore è anchemaestro di sci. Per cui tutto questo impegno sul lavoro va a scapito della vita di comunità. Gli stes-si giovani sono poco attratti dal volontariato e questo è colpa dei genitori, che spesso per primi nonpartecipano alla vita della comunità. C’è stata una caduta di valori, di coesione sociale. Una voltal’insegnante, il parroco, lo stesso sindaco, erano dei riferimenti per la comunità. Oggi non è piùcosi. La stessa Chiesa fa quello che può, se il parroco è giovane, riesce ancora ad aggregare i gio-vani, se invece è anzianotto, come lo sono tanti, fa quello che può, e questa è una grande perdita divalore comunitario”. Renzo Valentini Sindaco di Campitello“I nostri giovani sono figli della loro epoca, vengono da una ricchezza eccessiva, non hanno dovu-to fare fatica per ottenere qualcosa, soprattutto la generazione dai quarant’anni in giù. La nostraeconomia è un tirare a campare. Tutti bene o male possono procurarsi un reddito, ma spesso sonovite di basso profilo. Non voglio generalizzare, abbiamo tantissimi bravi giovani che studiano es’impegnano, però ci sono stati un paio d’eventi che danno da pensare: alcuni giovani che hannopicchiato un turista inglese e poi una decina di ragazzi che hanno dato fuoco alla palestra di Cam-pitello. L’alcol è una sostanza molto diffusa anche per una questione di legittimazione sociale. Ame fa paura vedere quanto bevono i giovani. Questi problemi esistono in Valle e sono dovuti allamancanza di punti di riferimento, di valori importanti per cui vale la pena d’impegnarsi. Sono po-chi i giovani che si occupano di politica, di società, di volontariato e noi adulti non riusciamo aproporre dei modelli positivi. Manca la generazione dei quarantenni che sia in grado di proporrequalcosa ai ventenni, è un discorso a cascata. Fino a dieci anni fa il mondo del volontariato era ilnostro fiore all’occhiello, adesso è in enorme crisi, qualsiasi tipo di volontariato: ecclesiale, civile,croce rossa, pompieri un po’ di meno, quello sportivo che regge solo quando c’è il premio. Io miaccorgo che quando si parla di valori, per esempio sul mondo del volontariato, i giovani sono sen-sibili, però vanno seguiti con una progettualità. Se c’è da impegnarsi su qualcosa per una stagione
  • 132. 132che dà il suo frutto, riesci a coinvolgerli. Però tutte le attività che richiedono un impegno costante,quotidiano, come la Croce rossa o i pompieri sono in crisi. La stessa Chiesa fino a vent’anni fa eraun luogo d’aggregazione, poi sono nati altri luoghi di aggregazione legati più che altro ai Pub, acompagnie strane. Forse sono troppo negativo nell’esporre la situazione, ma queste sono le coseche più mi preme cambiare. In questo momento a Fassa manca la capacità di valorizzare le idee,mancano persone che s’impegnano con i giovani, che siano capaci di porsi come punto di riferi-mento. Io ho molta ammirazione per quel che ha fatto un mio collega insegnante di religione Mi-chele Malfar che oggi è vicesindaco di Cavalese, lui è vent’anni che lavora sui giovani e le fami-glie. Ha fatto un centro giovani, ha avviato importanti progetti. Da noi c’è Silvano Ploner, il gior-nalista, che ha fatto un interessante progetto di giornalismo nella scuola. C’è Tomas Zulian, anchelui insegnante, che ha fatto rinascere gli ultras del Fassa Hochey, la squadra in serie A che stavascadendo, erano quattro ragazzini di 14 anni che urlavano e insultavano tutti. Lui si è presol’impegno e adesso c’è questo bel gruppo di 20 ragazzi in serie A. Abbiamo poche persone di que-sto genere. Non per trovare scuse, dalle persone non dipende tutto, ma dalla rete delle persone sì, eci vogliono le persone che fanno le cose, che abbiano le idee. Poi c’è il livello istituzionale su cuiimpegnarsi. Abbiamo la Consulta sulla famiglia che però è allo stato iniziale. Come Comun Gene-ral abbiamo istituito un nuovo organismo, il Consei general per l’educazion e la formazion, fatto dapersone provenienti dalla scuola ma anche dal territorio che ha l’obiettivo di dire dove vogliamoarrivare, su che tipo di formazione vogliamo puntare. Sono convinto che nella fase attuale siamo inun guado importante, siamo in un momento in cui cominciano a manifestasi segnali di crisi sia alivello economico, sia a livello sociale. E quindi importante fermarsi, riflettere e decidere come ri-partire”. Cesare Bernard Presidente Consei General.Considerando i dati a livello provinciale, le dotazioni funzionali relative al settore della pubblicaamministrazione appaiono, nel complesso, molto al di sotto della media: è presente solo una sedeperiferica dell’Agenzia del lavoro a Pozza di Fassa. Per quanto riguarda il settore istruzione, la do-tazione è inferiore alla media provinciale. Le scuole elementari risultano abbastanza diffuse (soloMazzin e Campitello gravitano sui comuni vicini), mentre la scuola media è presente a Moena, Poz-za e Vigo di Fassa. L’offerta per la formazione secondaria si concentra invece a Pozza di Fassa, do-ve sono presenti un centro di formazione professionale e un Istituto superiore d’arte, che ospita unoSki College. Anche il livello delle strutture sanitarie risulta inferiore alla media provinciale. I ser-vizi presenti (punto prelievi e guardia medica) sono a Pozza di Fassa. Le farmacie risultano più dif-fuse, mentre gli ambulatori di base si trovano a Canazei, Moena e Pozza. La dotazione di servizi
  • 133. 133culturali e del tempo libero è, nell’insieme, superiore alla media provinciale. Le strutture sonoprevalentemente presenti nei centri di Canazei, Moena e Vigo di Fassa.“Tra Fiemme e Fassa, le scuole fortunatamente ci sono. Abbiamo però, bisogno di asili nido per-ché oggi le famiglie per tirare avanti hanno bisogno di due stipendi e non riescono a tirare su unfiglio senza un minimo d’assistenza. Non riescono a comprarsi una casa, figurati se riescono ad al-levare un figlio. Non si può sempre contare sui nonni. Abbiamo ancora la fortuna di essere unapiccola comunità dove ancora la famiglia è un sostegno importante, ma anche da noi sta entrandoin crisi, perché l’assistenza è tutta buttata sulle spalle delle famiglie. Una prima esigenza è quindiaiutare le giovani coppie: c’è bisogno di servizi alla famiglia. C’è poi un discorso di tutela dellasalute più efficiente di quella attuale. Abbiamo una popolazione sempre più anziana e un forte tassodi traumatologia anche per il tipo di vita che si fa qui, molto sportiva e all’aperto. Bisogna chiude-re la filiera dell’ortopedia, da pronto soccorso fino alla riabilitazione, se no le lungodegenze ven-gono scaricate ancora una volta sulle famiglie. Nelle nostre strutture ospedaliere, penso a Cavale-se, abbiamo un forte tourn over di medici che vengono da fuori e che va risolto. Sono bravi medici,ma non hanno conoscenza del territorio, delle persone, manca il rapporto con i medici di base. Tut-ta la questione sanitaria andrebbe rivista, con maggiore energia e anche con maggiore autonomiadi programmazione. Il dato dolente è l’assistenza sociale, ormai i nostri uffici non riescono più arispondere alle esigenze delle persone: mancano soldi e manca personale. Ci sono forme di disa-gio, basta pensare all’alcolismo, ma anche al disagio psichico. Se ci facciamo dare i dati del disa-gio psichico da centro d’igiene mentale di Cavalese, sia in Fiemme, sia in Fassa, abbiamo le piùalte percentuali del Trentino di ricoverati rispetto alla popolazione. Abbiamo gli stessi dati dellaval di Sole, che non a caso è un’altra area periferica. Le persone che ricorrono al servizio sonosempre di più e sempre più giovani. Dobbiamo quindi pensare a un piano di servizi per la gente delposto, e non solo per i turisti. Fino ad oggi abbiamo pensano molto ai servizi per i turisti, trascu-rando la gente del posto. Oggi la politica deve farsi carico di questo problema. Dobbiamo investiresulla nostra popolazione se vogliamo impedire processi d’omologazione, d’abbandono, di fuga deigiovani, se no finiremo con lo svendere il nostro territorio e lo stesso benessere costruito dalle ge-nerazioni precedenti”. Luigi Casanova Cipra“Gli asili nido sono senz’altro una forte esigenza della nostra comunità. Penso in particolare alletagesmutter che potrebbero essere un’efficiente soluzione ai problemi della Valle. A Canazei ab-biamo una ragazza che gestisce un tagesmutter, laureata in pedagogia. Per l’apertura dei tage-smutter abbiamo delle difficoltà, dobbiamo appoggiarci a una cooperativa di Trento, bisogna fare
  • 134. 134800 ore di formazione. Come Fassa e Fiemme abbiamo quindi chiesto di fare un corso qua, senzadovere andare a Trento. C’è poi il problema degli anziani, non solo la casa di riposo, ma dei centridi aggregazione che solo qualche comune possiede. I giovani fino ai diciott’anni, se vogliono impe-gnarsi in qualche associazione di volontariato piuttosto che nello sport, non c’è che l’imbarazzodella scelta. Le mamme si fanno in quattro per portare i figli a destra e sinistra, al calcio,all’hochey, allo sci, alla danza. A Canazei c’è il cinema, anche a Moena ci sarà. Dopo i vent’anni,molti studiano all’università fuori della Valle, però quando rientrano durante il fuori stagione perloro, è un po’ dura. Solo a Moena c’è un bel centro giovani con un animatore in gamba”. MarianoCloch Sindaco Canazei Vice Procurador CgFNelle interviste realizzate sul territorio, il tema della coesione sociale è emerso trasversalmente intutte le considerazioni sui problemi e sulle opportunità di sviluppo della Valle. E’ stato evidenziatocome un accettabile grado di coesione sociale intesa come dotazione di beni relazionali, virtùciviche, capacità di gestione e valorizzazione dei beni comuni, costituisce non solo un patrimo-nio delle forme di convivenza, ma anche un fattore di competitività del tessuto economico.Dalla coesione sociale dipende, infatti, un contesto particolarmente gradevole e accogliente, attratti-vo per persone e investimenti. I meccanismi di coesione sociale, d’identità e di vivacità della culturalocale, sono la precondizione essenziale per sviluppare offerte e competenze distintive e nel deter-minare, di conseguenza, l’efficienza e lo sviluppo del sistema locale. Prendersi cura della propriacomunità significa anche impegnarsi affinché il territorio sia un posto dove vivere bene, dove trova-re spazi, tempi di vita e servizi, adeguati alle esigenze delle persone (residenti e turisti) e alle emer-genti necessità di una società in rapida trasformazione. Per far questo non è sufficiente interveniresui meccanismi di spesa e sull’organizzazione della domanda e dell’offerta di servizi sociali, ma bi-sogna ricercare nuove forme di flessibilità nell’ambito di una visione più integrata e complessivache riguarda l’organizzazione sociale e il territorio.Si sente forte l’esigenza di mettere al centro dell’azione politica della Comunità di Valle tre ri-sorse che sono alla base dello sviluppo: le persone, le famiglie e la comunità. Sono queste le ri-sorse su cui maggiormente si concentrano le contraddizioni di una modernizzazione incompiuta eda cui ripartire per fare società adeguata ai tempi.Le persone vivono oggi un diffuso senso d’insicurezza. Le trasformazioni sociali ed economicheconnesse alle incertezze dell’attuale fase di crisi hanno indebolito quelle sicurezze e quelle garanzieche tutti davano per acquisite rispetto a temi fondamentali quali sono: il lavoro, il risparmio, il futu-ro dei figli, la casa, le forme si convivenza. Specialmente in un settore come quello turistico,l’attività economica propriamente intesa si confonde con la vita personale e da questa in certa misu-
  • 135. 135ra finisce per dipendere. In tale contesto il welfare assume la funzione di “risorsa abilitante” checonsente alle persone di rispondere efficacemente alle esigenze produttive perché i servizi di welfa-re danno loro un retroterra adeguato alla copertura dei loro bisogni di base. La casa, la scuola, lamobilità, la salute, la qualità della vita, la previdenza e l’assistenza, il rischio di un reddito che spes-so non può essere dato per sicuro, ma che non può lasciare scoperta la famiglia che su di esso conta,sono problemi che intersecano la vita lavorativa di ogni persona. Emergono nuove esigenze socialie si amplia la sfera d’azione del welfare arrivando a comprendere: le nuove forme dei lavori ancoraprive di tutele, le dimensioni d’impresa ancora prive di ammortizzatori sociali, ma anche le fascedel ceto medio messe in difficoltà dagli andamenti del costo dei mutui, dai crescenti oneri familiariper assistere gli anziani e i malati, dagli investimenti necessari per garantire un’adeguata istruzioneai figli e dai tempi sempre più lunghi per l’inserimento di questi ultimi nel mondo del lavoro. La vi-ta sociale trova sempre meno sponde su cui appoggiarsi per assorbire il rischio diffuso, che ciascunoavverte come proprio e personale. Compito della politica è ricostruire queste sponde.“Il problema è che siamo arrivati a un punto in cui, per parlare d’economia, bisogna prima di tuttoparlare della persona, perché senza le persone l’economia non va avanti. Il mondo economico èsempre fatto di persone: è lo star bene delle persone che produce economia. La crisi del nostromodello d’offerta dipende anche da questo. Siamo cresciuti su meccanismi di autosfruttamento equesto produce patologie sociali. La val di Fassa si accende l’8 dicembre e si spegne a Pasqua, siriaccende un po’in estate e si spegne di nuovo a settembre. Fuori stagione ognuno va a curarsi. Imedici di base ci dicono che a livello di adulti c’è un alto consumo di psicofarmaci. Basta guardareil numero d’interventi presso il centro di salute mentale per capire che questa è una società in sof-ferenza. Con i giovani c’è il problema dell’alcolismo: se a livello nazionale s’inizia a bere a 11-12anni, in Trentino a 11, in val di Fassa s’inizia a 10 anni. Mi dicono che aumentano le separazioni,le famiglie entrano in sofferenza. I giovani non ne vogliono sapere di portare avanti le aziende difamiglia, cercano altri modelli. L’imprenditorialità è scesa a zero perché nessuno vuole più ri-schiare. Tra i giovani c’è la rincorsa a un posto fisso che non esiste più, per cui ci si adatta. Finquando lo stipendio stagionale regge, il lavoro nero, l’assegno di disoccupazione, uno vive in pace,pur di non dover combattere una vita con i propri genitori. Lo stesso anziano, oggi ha problemimolto alti di salute, molto più gravi che in passato. Le cause sono lo stress, gli abusi di farmaci. Glianziani continuano a lavorare fino alla fine. Mio suocero, a settant’anni, si alza alle sette del mat-tino e finisce di lavorare a mezzanotte. E non puoi fermarlo. Mia suocera che ha 78 anni,quest’anno che sua figlia ha preso un rifugio, lavora in rifugio dalle sette del mattino alle diciotto.Un anziano che lavora, non appena si ferma per qualche problema, scoppia. Ma è normale. C’è poi
  • 136. 136l’ipocrisia di non volere farsi aiutare, di nascondere i problemi. E allora si tende a tenere l’anzianoin casa fino all’ultimo momento, però quell’ultimo momento può provocare dei danni in famiglia.Ricordo un mio coetaneo che diceva che non avrebbe mai portato sua madre alla casa di riposo,però alla fine hanno dovuto ricoverare d’urgenza sua moglie con un grave esaurimento di depres-sione. Per tanti anni ci sono stati tanti soldi per tutti, fino a quando l’economia cresceva, nessunobadava a queste problematiche, ma ora ci si comincia a interrogare”. Elio Liberatore PresidenteAPSP Fassa.La rete parentale storicamente ha sopperito alle carenze del sistema pubblico, ricoprendo il ruolo dirisorsa implicita del welfare. Tuttavia, gli attuali processi demografici e sociali, indeboliscono que-sto ruolo tradizionale della famiglia e rendono più urgenti misure politiche direttamente orientate alnucleo familiare come tale. Nonostante il diffuso riconoscimento della famiglia quale valore da di-fendere, l’istituzione familiare è raramente considerata come un soggetto sociale, diretto destinata-rio (ma anche erogatore) di servizi di welfare. La stessa politica sociale per la famiglia è consideratacome un sottoprodotto delle altre politiche sociali. Lo scarso sviluppo delle politiche familiari è inparte riconducibile all’ottimismo con cui si è sempre guardato alle reti di solidarietà familiare e ge-nerazionale (in netta prevalenza femminili), che rappresentano ancora un puntello essenziale a so-stegno dei compiti di riproduzione sociale e di cura svolti dalla famiglia. La maggiore partecipazio-ne delle donne al mondo del lavoro consente oggi alle famiglie il cumulo di più redditi e quindi untenore di vita economicamente migliore, ma allo stesso tempo le donne continuano ad accollarsi lemaggiori responsabilità di cura dei figli e degli altri familiari, indipendentemente dal regime di wel-fare e dalle specifiche politiche familiari e per l’infanzia adottate a livello politico. L’esigenza è digarantire la partecipazione femminile al mercato del lavoro, ma perché ciò avvenga, è necessario unprogressivo avvicinamento tra politiche per il lavoro e quelle per la famiglia, partendo dal pre-supposto che i livelli di offerta di lavoro sono direttamente influenzati dalle condizioni con cui sonogestiti i rapporti familiari. La possibilità di trovare un equilibrio soddisfacente tra lavoro e famiglianon dipende, infatti, solo dalle opportunità di accesso al mercato del lavoro: un ruolo altrettanto im-portante assumono le politiche che, in diversa forma e misura, sono rivolte alle famiglie sia in quali-tà di fruitori, sia di erogatori di servizi sociali.Svariati processi di cambiamento sociale ed economico hanno, inoltre, portato alla (ri)scoperta dellacomunità come luogo d’effettiva accumulazione di risorse (beni comuni) funzionali allo sviluppodella stessa comunità. In val di Fassa, come nel resto delle valli trentine, lo sviluppo sociale ed eco-nomico si è tradizionalmente fondato su meccanismi cooperativi e mutualistici di gestione dei benicomuni, dove la manutenzione del territorio era garantita dalle antiche regole degli usi civici e dove
  • 137. 137l’economia era infrastrutturata da micro autonomie funzionali d’uso collettivo. Un’attitudine ad au-to-organizzarsi attorno ai propri bisogni che dava luogo a istituzioni di comunità come sono ad e-sempio, ancora oggi, i vigili del fuoco volontari o il consorzio elettrico comunale. Mutue, coopera-tive, leghe e associazioni condividevano un obiettivo fondamentale: fornire beni e servizi al minorcosto possibile, per servire l’interesse reciproco dei membri della comunità e, in senso più ampio,garantire un servizio d’interesse comune che lo Stato era ancora lungi dall’assicurare. Oggi, a frontedella crisi del Welfare State e dei modelli fordisti di organizzazione del lavoro tali meccanismi ri-tornano di grande attualità. Accanto alla tradizionale offerta di welfare pubblico - in parte depoten-ziata – assumono un ruolo le proposte, le iniziative di altri modi di rispondere a vecchi e nuovi bi-sogni sociali. Attraverso il mutualismo, le associazioni di volontariato, il terzo settore, le cooperati-ve, le persone riscoprono l’esigenza di dare una risposta auto-organizzata ai propri bisogni. Il rin-novato clima di coesione sociale ed economica, necessario per affrontare le sfide della modernitàsostenibile può nascere solo “dal basso” stimolando le energie creative e cooperative delle persone,promuovendo l’integrazione tra welfare e imprenditorialità (tra comunità di cura e comunità opero-se)2e valorizzando le specificità dei territori. Allo stesso modo tornano ad assumere centralità – inun’ottica di sviluppo locale - quelle risorse della comunità che generalmente sfuggono alla regola-zione pubblica o del mercato. Tali beni comuni hanno natura diversa, ma tutti svolgono un ruolostrategico nell’ottica di uno sviluppo sostenibile. Tra essi possiamo ricomprendere beni:• di tipo ambientale, (aria, acqua, suolo, paesaggio, foreste, biodiversità….);• di tipo territoriale (posizionamento, spazi e infrastrutture di tipo materiale e immateriale);• di tipo culturale (tradizioni, patrimonio storico artistico, stili di vita, livelli di scolarizzazione…);• di tipo economico (specializzazioni produttive, saperi contestuali, nuovi lavori, creatività, inno-vazioni, reti e filiere);• di tipo sociale (coesione, fiducia, identità, reputazione, sicurezza, servizi, associazionismo, vo-lontariato, ecc.).La sfida della programmazione nelle Comunità di Valle è la capacità di trasformare questi beni co-muni in quelli che possono essere definiti beni competitivi territoriali, che la comunità locale ha adisposizione per ridefinire le proprie dinamiche di sviluppo. Perché ciò avvenga, sono necessarimodelli di riproduzione e valorizzazione dei beni comuni fondati sull’intelligenza auto organizza-trice dei diretti interessati, ovvero delle comunità che sono direttamente interessate al buon fun-zionamento della risorsa e al suo miglioramento in quantità e qualità. E’ solo in tale ottica che èperseguibile un modello di sviluppo sostenibile. Lo sviluppo sostenibile (sul piano ambientale, so-2Aldo Bonomi “Sotto la pelle dello Stato: rancore, cura, operosità” Feltrinelli 2010
  • 138. 138ciale, economico) non nasce, infatti, da un limite esterno posto allo sviluppo, ma dalla capacità diautoregolazione dello sviluppo stesso da parte dei soggetti che sono interessati a migliorare la pro-pria qualità della vita e il proprio benessere.15. Quali possibili indirizzi per il Documento preliminare15.1 Le strategie vocazionali della Val di FassaCome sottolineato nell’allegato E al Piano Urbanistico provinciale le specifiche condizioni dellaValle di Fassa suggeriscono di porre particolare attenzione e di dare specifico impulso alle strategievocazionali orientate a:• integrare le politiche di sviluppo turistico, legate in particolare ai poli sciistici, con gli altri setto-ri economici, al fine di valorizzare le risorse culturali, ambientali e paesaggistiche secondo mo-delli di allargamento delle stagioni turistiche;• perseguire un uso sostenibile delle risorse forestali e montane, ricercando ladeguata connessio-ne tra attività produttive e territorio;• perseguire lo sviluppo ordinato degli insediamenti, al fine del mantenimento dellidentità del ter-ritorio;• organizzare la gerarchia delle reti infrastrutturali, incrementando lintermodalità e il potenzia-mento del trasporto pubblico, per risolvere gli inconvenienti dovuti alle punte di flusso turistico;• perseguire un’equilibrata ed efficiente distribuzione dei poli per servizi e terziario, per unutenzadimensionalmente variabile in relazioni ai flussi turistici.Tali indirizzi e strategie vocazionali hanno trovato una conferma, e una più approfondita articola-zione, in quanto emerso dal percorso di ricerca-azione svolto a livello locale. Un tentativo di sin-tesi del racconto fatto dagli attori locali (integrato con alcuni documenti di programmazione già ela-borati dal Comun General3) porta a individuare i temi (e possibili indirizzi di pianificazione) ripor-3- Criteri e indirizzi generali per la definizione delle politiche di bilancio, integrati con le linee programmatiche per iprimi cinque anni del Comun General de Fascia (24/11/2010)- Piano Sociale di Comunità (26/03/2012)- “Fascia tel davegnir” Accordo di programma tra il Comun General de Fascia e la Provincia Autonoma di Trento
  • 139. 139tati nei seguenti paragrafi, che potranno essere posti alla base del documento preliminare di pro-grammazione e del conseguente processo di concertazione e confronto pubblico.15.2 Infrastrutture e mobilitàIl Comun General de Fascia, pur non avendo specifiche competenze in materia di viabilità e mobili-tà, ritiene questa materia d’importanza strategicamente fondamentale per lo sviluppo socio econo-mico della Valle. Per questo ha ritenuto opportuno procedere all’individuazione di alcuni obiettividi carattere generale volti soprattutto a evidenziare problemi, criticità e possibili soluzioni, da pro-porre e concertare con la Provincia ma anche con gli enti territoriali confinati.Per ciò che concerne la mobilità interna, sono già state messe in campo esperienze positive che ilComun general s’impegna a valorizzare anche in futuro. Vanno citati in questo senso il sistema dimobilità invernale (Skibus) e il progetto del Panoramapass (skipass e mezzi pubblici) molto apprez-zati e in continua crescita.Il sistema di collegamenti in, tra e fuori valle rappresenta una delle criticità e delle grandi sfide peril futuro della val di Fassa. In questo contesto deve essere approfondito e studiato un sistema di mo-bilità pubblica alternativa sull’asse di Valle implementando il servizio attuale e favorendo le con-nessioni anche con la vicina Valle di Fiemme. Da questo punto di vista è importante condividere leiniziative che stanno prendendo forma in Fiemme per l’avvento dei mondiali di sci nordico del2013. Studiando soluzioni che favoriscano l’uso di mezzi sempre meno inquinanti e con nuove tec-nologie (metano, elettrici e ibridi), favorendo anche la realizzazione di stazioni di approvvigiona-mento con le nuove fonti energetiche.Va posta molta attenzione alle iniziative di mobilità verso la valle di Fassa a partire dal progetto“Metroland” della PAT che potrebbe dare importanti soluzioni. Anche il progetto dell’Associazione“Transdolomites” va discusso e approfondito per capire se all’interno di entrambe le ipotesi vi siauna reale possibilità di creare un collegamento ferroviario della val di Fassa con la città di Trento.Nell’ottica della mobilità alternativa e della sostenibilità si ritiene che gli impianti a fune possanogiocare un ruolo di primaria importanza. I grossi investimenti realizzati dall’imprenditoria impianti-stica della Valle sono una risorsa importante da mettere in gioco. E’ sempre più importante la fun-zione degli impianti di risalita anche sotto il profilo della mobilità e degli accessi ai principali passidolomitici. Per questo si ritiene strategica la programmazione di queste infrastrutture non solo inchiave turistica. Infine vanno coordinati gli interventi e favorita la connessione e il collegamento
  • 140. 140impiantistico tra le diverse zone della Valle (Alba – Belvedere; Buffaure – Catinaccio; Moena – So-raga – Passo di Costalunga; Moena – San Pellegrino).Altro tema molto discusso in questi ultimi anni è legato alla limitazione degli accessi sui passi do-lomitici soprattutto dalla parte altoatesina. Si ritiene indispensabile giungere a una proposta con-giunta tra le comunità ladine magari affrontando la questione anche all’interno del tavolo della “Liadi Comuns Ladins”.Sul piano della viabilità interna ed esterna alla Valle si sottolineano le seguenti esigenze:• il necessario completamento delle varianti stradali ai paesi da Soraga a Canazei, dopo la positivaesperienza di Moena va chiesto che esse siano programmate e inserite nel piano pluriennale del-le opere stradali della PAT.• la progettazione di una proposta congiunta a livello di valle per la viabilità delle vallate periferi-che (Val Duron, Contrin, Monzoni – San Nicolò, Gardeccia, Fuchiade ecc.).• attivarsi nelle sedi competenti per sollecitare opere di miglioramento della S.S. n. 241 che colle-ga la val di Fassa con Bolzano e il potenziamento dei sistemi di trasporto pubblico fra la val diFassa e il capoluogo altoatesino attraverso il Passo di Costalunga e la val d’Ega.15.3 Riqualificazione del patrimonio edilizioLo sviluppo turistico dei decenni recenti ha profondamente modificato l’economia e l’assetto terri-toriale della Valle, inducendo crescita demografica e una poderosa produzione edilizia. Il sistemainsediativo tradizionale è stato modificato pesantemente, con l’abbandono delle attività agricole e lacrescita dell’edificato attorno ai vecchi centri, anche con iniziative di grande dimensione avulse dalcontesto locale. Nel fondo valle, lungo l’asse viario principale, si è creata una conurbazione lineareche, per numerosi mesi dell’anno, appare disabitata e che rende, in molti casi, irriconoscibili i nucleioriginari.In particolare, è ai complessi edilizi risalenti agli anni ’60 e ’70 che si deve in gran parte l’enormesproporzione oggi esistente tra gli alloggi dei censiti e le seconde case. Il tasso elevato di secondecase costituisce un fattore rilevante d’alterazione sia del mercato turistico (sbilanciamento verso unaricettività non imprenditoriale, decadimento qualitativo dell’offerta turistica), sia del mercato im-mobiliare (alti valori immobiliari, difficoltà per i residenti nell’accesso alla prima casa, alti costi direalizzazione e gestione di servizi e infrastrutture).Si tratta di un patrimonio edilizio non utilizzato per gran parte dell’anno e che spesso versa in statodi degrado. Analoghe situazioni di abbandono e degrado sono rilevabili in diversi insediamenti al-berghieri e residence che, in anni recenti, hanno cessato l’attività.
  • 141. 141A fronte di politiche provinciali che hanno posto un freno a un’ulteriore espansione della residen-zialità turistica e che stanno fortemente incentivando i temi della sostenibilità ambientale e socialedell’abitare, a livello di Comun general si presenta l’opportunità di un ambizioso programma di ri-qualificazione del tessuto urbano e adeguamento del consistente patrimonio edilizio esistente a cri-teri di sostenibilità ambientale ed efficienza energetica. I temi della riqualificazione, gestione e con-duzione ecosostenibile del patrimonio edilizio stanno assumendo sempre di più il ruolo di prioritàdominante nel mercato immobiliare. Nei prossimi anni costituiranno il segmento più dinamicodell’intero mercato edilizio.L’Ente pubblico può incidere significativamente su tale mercato operando sulle leve a sua disposi-zione: è, infatti, l’ente locale che svolge il ruolo di regolatore (attraverso la pianificazione urbanisti-ca, le norme e i regolamenti edilizi comunali che vanno omogeneizzati e la fiscalità locale), checondiziona lo sviluppo del mercato (nel suo ruolo di committente di opere pubbliche e di ediliziaresidenziale convenzionata), che promuove l’innovazione nel settore edilizio e immobiliare (attra-verso norme, incentivi, sistemi di certificazione e garanzia).15.3 La ricettività turistica extralberghieraNel racconto fatto dai testimoni privilegiati intervistati, è stato evidenziato come, questo complessotema delle seconde case, possa essere affrontata solo con interventi capaci d’integrare: politiche diregolazione del mercato immobiliare, interventi di riqualificazione urbanistica, ma anche azioni diriqualificazione dell’offerta extralberghiera. Vi è, infatti, da evidenziare come una significativa quo-ta di seconde case presenti in Valle sia di proprietà di residenti. Tali seconde case sono immesse sulmercato turistico e costituisco un importante fonte d’integrazione del reddito per molte famiglie del-la Valle. Sono circa 2.544 le seconde case dei residenti immesse sul mercato turistico e complessi-vamente costituiscono circa il 20% dell’offerta di posti letto turistici a livello locale.Come più volte evidenziato nel corso delle interviste, la forte disponibilità ricettiva presente in Val-le da fattore di competitività sembra oggi tramutarsi in un limite allo sviluppo della località.L’esigenza di riempire un cosi alto numero di posti letto, la frammentane dell’offerta, una domandacon minore disponibilità di spesa, determinano una concorrenza interna al sistema locale. Gli opera-tori, sia delle strutture certificate, sia degli alloggi privati, rischiano di innescare una pericolosa spi-rale competitiva fondata sulla riduzione dei prezzi e una conseguente minore qualità dell’offerta.Per il bene delle attività esistenti e della redditività che l’intero sistema economico fassano si aspet-ta dal turismo, andrebbe fatto un ragionamento di selettività e di specializzazione dell’offerta, inparticolare nel settore extralberghiero. Tale segmento di offerta è molto importante per la val diFassa, già caratterizzata dalla carenza di modelli d’ospitalità diffusa quali sono gli agriturismi e i
  • 142. 142Bed & Breakfast. Ma è proprio la ricettività extralberghiera a soffrire maggiormente dell’aumentatoclima competitivo non disponendo di efficienti strumenti di qualificazione, promozione e commer-cializzazione. A fronte delle crescenti difficoltà di riempire i propri posti letto, sono molte le struttu-re private lasciate vuote, anche durante le stagioni turistiche, contribuendo a una generalizzata per-cezione di abbandono. La minore redditività determina una contrazione degli investimenti e dellestesse attività di manutenzione degli immobili. Gli operatori e i proprietari sono costretti a rastrella-re target di clientela sempre più marginali e si dequalifica lo stesso rapporto con l’ospite: prenota-zioni non garantite, prezzi discordanti da quelli indicati in un primo tempo, alloggi non corrispon-denti alla descrizione, servizi assenti. Nel comparto degli alloggi privati cresce la quota di mercatosommerso, al di fuori di qualsiasi forma di controllo statistico e amministrativo. In particolare, è dif-ficile verificare da parte delle amministrazioni locali lo stato e le condizioni igieniche delle unità a-bitative utilizzate a fini turistici.Senza adeguate politiche di governo della residenzialità turistica e di riqualificazione dell’offertaextra alberghiera è inevitabile che, in breve tempo, una quota rilevante di alloggi vada fuori merca-to. Per affrontare tali problematiche è necessario un ruolo attivo dei soggetti locali che hanno re-sponsabilità amministrative e promozionali e che possono intervenire con azioni volte all’emersionedell’offerta nell’extralberghiero e con politiche di carattere urbanistico e di fiscalità locale. Bisognaintrodurre elementi di competizione che facciano uscire progressivamente dal mercato i soggettimeno attrezzati, quelli che sopravvivono solo perché oggi il mercato si presenta opaco. Bisogna par-tire dalla trasparenza dell’offerta e da sistemi di garanzia per il turista. Anche nel settore extralber-ghiero, così com’è avvenuto nel settore alberghiero, vanno introdotti standard minimi di qualità egaranzia, a tal fine uno strumento importante potrebbe essere il “Progetto Genziane” introdotto a li-vello provinciale. Non ultima, è anche l’opportunità di immettere una quota di questo patrimonioimmobiliare sul mercato della prima casa.15.4 La prima casa per i residentiLo sviluppo del settore turistico in val di Fassa ha coinciso - come in altre località turistiche - con losviluppo del settore delle costruzioni: per i turisti la domanda di loisir e di accesso ad amenities pa-esaggistiche e ambientali si è intrecciata con le opportunità d’investimento in un bene immobiliare.Tale domanda turistica ha determinato un aumento del consumo di suolo in aree ambientali di pre-gio e un aumento dei valori immobiliari con conseguenti difficoltà di accesso al mercato della casada parte della popolazione residente.Come evidenziato dalle interviste, le amministrazioni locali hanno fino ad oggi affrontato il pro-blema della prima casa destinando lotti di terreno a uso residenziale, favorendo la costituzione di
  • 143. 143cooperative edilizie e, dove possibile, promuovendo il riuso del patrimonio edilizio esistente vinco-landolo a prima abitazione. Si tratta di politiche che, al momento, hanno consentito di fornire rispo-ste puntuali e parziali, che però non sono state in grado d’incidere significativamente sui meccani-smi di rendita immobiliare che ancora oggi limitano l’accesso alla prima casa.La stessa edilizia residenziale pubblica è stata finora gestita della Provincia. Il trasferimento al Co-mun general di tale competenza dovrà essere accompagnato dalla predisposizione di programmid’intervento e linee d’indirizzo per il dimensionamento dell’edilizia pubblica e agevolata. L’ediliziapubblica residenziale rappresenta comunque anch’essa una risposta parziale al problema casa.L’attuale situazione di crisi internazione - generata proprio dallo scoppio della bolla immobiliare -unitamente a fattori di pressione sul fronte demografico, sociale ed economico sta oggi profonda-mente modificando i termini del problema casa, dimostrando come la rigidità di un’offerta tutta ba-sata sulla casa in proprietà, risulta accrescere le situazioni di disagio abitativo. Ancora oggi, in uncontesto di profondi mutamenti socio-economici (che, hanno coinvolto la produzione, il lavoro, ilwelfare) l’offerta del “bene casa” continua a rimanere ancorata ai vecchi schemi dell’abitazione diproprietà, della rendita immobiliare, di offerte abitative relativamente standardizzate. A fronte di ta-le rigidità dell’offerta, si assiste oggi a un’evoluzione della domanda d’abitazione, espressa non solodalle fasce più deboli della popolazione, ma anche da una fascia sempre più vasta di ceto medio checon la crisi si è impoverito e ha sempre maggiori difficoltà ad accedere al mercato della casa, senzacomunque possedere i parametri che consentono l’accesso ai programmi di edilizia pubblica resi-denziale. Si pensi, ad esempio, alle giovani copie di lavoratori precari e alle loro famiglie che hannosempre maggiori difficoltà nel sostenerli nell’acquisto della prima casa.Tali mutamenti socio-economici suggeriscono l’opportunità d’incentrare le politiche della casasull’affitto, piuttosto che sulla casa in proprietà, enfatizzando il ruolo dell’abitazione come servizio.In tale direzione vanno ad esempio le recenti politiche di social housing - avviate anche a livelloprovinciale - che in virtù della loro capacità d’integrare gli aspetti di sostenibilità ambientale, eco-nomica e sociale possono rappresentare un’efficace risposta al problema della prima casa in aree aforte tensione abitativa, qual è appunto la val di Fassa.15.5. La valorizzazione dei paesiUn processo di valorizzazione e diversificazione dell’offerta turistica in val di Fassa deve necessa-riamente passare per un processo di riqualificazione, non solo del patrimonio edilizio esistente, maanche del tessuto urbano. Le interviste condotte nell’ambito della presente indagine hanno bene e-videnziato come gli aspetti di vivibilità, di servizio e di percezione del tessuto urbano rappresentino
  • 144. 144oggi le principali problematiche della località. Nei periodi di maggior afflusso turistico gli ospiti ri-trovano l’affollamento, il traffico, il rumore, l’inquinamento che hanno lasciato in città, in una sortadi trasposizione dei modelli di vita cittadina in montagna.La specializzazione spinta dell’offerta turistica sulla monocultura dello sci, in una logica che puòessere definita industriale - incentrata su una logistica spersonalizzata dei flussi turistici -, rischia dilivellare quegli elementi culturali e di qualità sociale e ambientale che creano turismo. Nel periododi forte crescita del fenomeno turistico tali aspetti sono stati in parte trascurati ma oggi vanno recu-perati in considerazione del fatto che assumono un ruolo importate nel completamento delle offertedella località e nel fornire risposta ai bisogni di un’importante quota di turisti non interessati allapratica dello sci. L’esigenza è sviluppare un sistema articolato ma integrato di offerte capacid’intercettare una domanda sempre più segmentata e sempre più alla ricerca di elementi di autentici-tà, di quei ritmi di vita più lenti, e quindi più umani, che ci si attende dal soggiorno in una località dimontagna.La qualità di vita nei paesi è un aspetto fondamentale dell’offerta turistica. La montagna è per defi-nizione un luogo di soddisfacimento di bisogni post acquisitivi, di ambiente, di benessere, di cultu-ra, di relazioni sociali. La montagna si presta a essere un luogo di produzione di cultura e socialità,sia per la ricchezza di ambienti e contenitori che possono fare da scenario a questi eventi, (centristorici, edifici di valore storico), sia per la ricchezza del tessuto di relazioni sociali. Ma l’offerta chela montagna è in grado di produrre va infrastrutturata, articolata, integrata, confezionata, resa fruibi-le al turista e a chi vive in questi luoghi. La qualità dei paesi, la rivitalizzazione delle relazioni so-ciali, l’incremento di offerte di consumo culturale, l’accesso ai servizi, devono essere tra gli obietti-vi primari del piano territoriale di comunità.I progetti di circonvallazioni e parcheggi sono oggi un’importante occasione per togliere il trafficodai paesi ma tali progetti devono essere integrati con una serie articolata d’interventi. Recuperare eriservare ai pedoni i centri storici; curare l’arredo urbano; valorizzare elementi tipici della vita dipaese come possono essere gli orti e i giardini privati; valorizzare le botteghe artigiane, i negozi e iristoranti con i prodotti del territorio; valorizzare gli spazi pubblici, sia all’aperto, sia al chiuso; rea-lizzare le piste ciclabili; ampliare gli orari d’apertura dei servizi commerciali, di musei e bibliote-che; riservare al turismo un’ospitalità “calda”; realizzare nelle scuole programmi di educazione algusto, all’estetica e all’ospitalità; sono tutti programmi che le amministrazioni pubbliche devono at-tuare se si vuole fondare la strategia di sviluppo del territorio sulla valorizzazione delle differenze edella qualità.
  • 145. 14515.6 Tutela e valorizzazione del territorio agricoloGli alti livelli di consumo di suolo rappresentano oggi una delle principali problematiche per la pro-grammazione urbanistica. Tali problematiche sono particolarmente evidenti in un territorio montanocome quello fassano, dove la scarsità di suolo edificabile nei fondovalle produce conflittualità tra idiversi modelli d’uso del territorio: agricoltura, residenza, turismo, infrastrutture, insediamenti pro-duttivi. Come evidenziato nei punti precedenti, le politiche edilizie in val di Fassa andrebbero indi-rizzate alla riqualificazione e al riuso del consistente patrimonio edilizio esistente, riducendo al mi-nimo le nuove espansioni urbanistiche e destinando i suoli di fondovalle all’attività agricola. Talepolitica trova quattro fondamentali motivazioni. La prima è l’effettiva carenza di suoli lasciati liberidalle urbanizzazioni. La seconda riguarda la percezione del contesto paesaggistico in un’area digrande pregio ambientale e a forte vocazione turistica. La terza riguarda la valorizzazionedell’attività agricola in un’ottica di diversificazione e maggiore integrazione dell’economia di Valle.La quarta motivazione riguarda il riconoscimento e la valorizzazione del ruolo che l’agricolturasvolge nella manutenzione del territorio montano.L’agricoltura in val di Fassa è stata considerata per decenni il retaggio di un’economia di sussisten-za che non poteva certo convivere con la modernità dell’emergente economia turistica. La domandadi aree edificabili ha portato alla contrazione dei terreni destinati all’agricoltura e a una rapida con-versione delle attività agricole in attività turistiche. Nonostante ciò, a partire dal 2000, si rilevaun’inversione di tendenza, grazie a nuovi investimenti da parte di giovani agricoltori. Il ricambiogenerazionale nel settore agricolo, specificamente zootecnico, è stato fortemente sostenutodall’Amministrazione provinciale, sia attraverso l’erogazione di finanziamenti, sia tramite il soste-gno fornito allo sviluppo di attività complementari (agriturismo, ecc.) in grado d’integrare significa-tivamente il reddito d’impresa. La specializzazione zootecnica dell’agricoltura locale è dovuta alfatto che la gran parte del territorio giace tra i 1000 e i 2000 m. s.l.m., le colture praticabili sonoquasi unicamente rappresentate dai prati e dai pascoli e quindi l’allevamento del bestiame rappre-senta la principale forma di sfruttamento economico razionale del territorio. Il fondovalle, lasciatolibero dalle edificazioni, presenta terreni fertili con superfici a prato, utilizzate per produrre le scorteinvernali di fieno dalle aziende zootecniche. Tali caratteri evidenziano l’opportunità di specifichepolitiche orientate al sostegno dell’attività zootecnica, in particolare rispetto alla valorizzazione egestione dei suoli nel fondovalle. In tale ottica le politiche territoriali del Comun general dovrebbe-ro essere dirette a favorire l’insediamento di nuove aziende agricole, a perseguire una più razionalesfruttamento delle risorse foraggere del territorio, a incentivare le azioni di bonifica realizzate dalle
  • 146. 146imprese in aree in cui sia possibile lo sfalcio meccanizzato e a perseguire una razionale distribuzio-ne dei liquami sui terreni al di fuori dei periodi di maggiore presenza turistica.15.7 L’uso sostenibile delle risorse forestali e montaneL’economia della manutenzione diviene centrale per i territori che devono le potenzialità del lorosviluppo al fatto di essere ecologicamente attrattivi. La capacità di produrre turismo partendo dallespecificità locali, è un obiettivo che pone il territorio e la sua manutenzione al centro di una sempremaggiore attenzione e che rimanda al ragionare su cosa significhi oggi l’agricoltura di montagna ela dimensione ecologica del bene territorio. Gli aspetti di gestione del territorio non riguardano solole aree di fondovalle, ma si allargano agli ambiti forestali e montani.Anche rispetto a tali ambiti l’agricoltura svolge un essenziale ruolo di manutenzione del territorio.Risalendo di quota il pascolamento si estende all’interno di aree prevalentemente forestali in cui lacopertura erbacea e arborea possono essere compresenti in proporzioni diverse. Tali pascoli di mez-za montagna sono quelli più soggetti a inselvatichimento. La superficie forestale è estesa ed è rile-vante la quota di proprietà privata. Negli ultimi decenni il bosco si è espanso arrivando a lambire learee di fondovalle, diversi attori nel corso delle interviste hanno sottolineato l’opportunità di ristabi-lire la “linea del bosco” attraverso accordi con i proprietari dei terreni e l’azione di manutenzione edi bonifica svolta delle aziende zootecniche locali. La stessa filiera foresta legno è debole e richiedeazioni forti di rilancio al fine di valorizzare le funzioni economiche ma anche il ruolo del bosco perl’identità locale, la salvaguardia del paesaggio e dell’ecosistema, le funzioni turistiche.Alle quote maggiori si collocano gli alpeggi che potrebbero svolgere un ruolo maggiore nel sistemaeconomico e ambientale dell’area. Dal punto di vista ambientale i pascoli d’alpe sono degli ecosi-stemi stabilizzati per l’instaurarsi di un equilibrio tra risorse naturali e presenza degli animalid’allevamento nella stagione vegetativa, garantendo una serie di funzioni ambientali quali: la regi-mazione delle acque, il contenimento dei rischi d’incendio e di valanghe e la salvaguardia della bio-diversità. Nel corso dei primi anni ’90 si era evidenziata una significativa tendenza all’abbandonodella pratica dell’alpeggio che ha determinato la dismissione di alcune malghe e la comparsa di se-gnali di compromissione dell’ambiente e del paesaggio causati dall’incuria. Per far fronteall’emergere di queste problematiche l’amministrazione provinciale di Trento ha attivato una seriedi misure (finanziate con i Fondi Strutturali dell’U.E. attraverso il PSR) finalizzate a invertire taletendenza. Gli interventi messi in atto dalla pubblica amministrazione, insieme alle nuove opportuni-tà di reddito legate allo sviluppo dell’agriturismo e della vendita diretta dei prodotti dell’alpeggio,sembrano aver sortito l’effetto desiderato: nell’ultimo decennio il numero di capi monticati è in con-
  • 147. 147tinua crescita dimostrando come le aziende zootecniche locali abbiano nella monticazione estivauno dei fattori strategici di redditività.Chiaramente il tema della manutenzione del territorio non può essere totalmente delegato all’ancoradebole struttura agricola locale, ma chiama in causa interventi di più vasta portata. Recuperare glielementi distintivi del territorio significa anche valorizzare gli elementi caratteristici del paesaggio esperimentare nuovi modelli di turismo sostenibile. Su tali temi, le esperienze e il dibattito che si èsviluppato a livello locale, riguardano in particolare due luoghi emblematici delle Dolomiti: laMarmolada e il Catinaccio. In entrambi gli ambiti è stato avviato un percorso si ripensamento criti-co sui modelli d’uso dell’alta montagna. E’ in particolare l’esperienza della Cordanza del Ciadenaca costituire un modello di buone pratiche nella gestione delle terre alte, da replicare in altri contestid’analoga valenza ambientale.Va infine citata l’opportunità costituita delle “Reti di Riserve” previste dalla Legge provinciale11/07 per valorizzare al meglio il patrimonio provinciale di biodiversità attraverso una gestione de-centrata, tramite le comunità locali. A seguito di specifici accordi di programma con la Provinciaautonoma di Trento i Comuni o le Comunità di Valle possono assumere la competenza gestionaledei siti di Natura 2000 in ossequio al principio della “sussidiarietà responsabile”. Sotto la regiacomplessiva della Provincia, che rimane garante della conservazione e dei processi autorizzativi neiconfronti dell’U.E., le Reti di riserve potranno più agevolmente elaborare piani di gestione integrati,in cui le politiche di conservazione dialoghino con l’agricoltura e il turismo, attivando poi le azionidi tutela attiva e i progetti di valorizzazione socio-economica compatibile basati sui servizi ecosi-stemici di Natura 2000. A questo fine il progetto, tra le azioni dimostrative, contemplal’elaborazione di specifici progetti di sviluppo locale integrato.15.8 La competitività del sistema turisticoIl recente processo d’apertura dei mercati ha fatto della Valle di Fassa un “distretto turistico globa-lizzato”, ponendola al centro di nuovi flussi turistici internazionali e in concorrenza con nuove de-stinazioni, non necessariamente montane. La val di Fassa si trova oggi a dover fronteggiare unamolteplicità di scenari competitivi riguardanti sia i paesi di provenienza dei turisti, sia le motivazio-ni della vacanza. Le Dolomiti continuano a essere un eccezionale fattore d’attrazione, come lo sonole eccellenti strutture sciistiche dell’area. Da più parti però ci si chiede se l’attività sciistica, pratica-ta in un contesto ambientale unico al mondo, sia sufficiente a definire l’identità della località e con-tinuare a garantire i flussi turistici del passato. Le statistiche su arrivi e presenze in questo momentonon aiutano a dare una risposta a questi quesiti. I costanti trend di crescita dei decenni trascorsi,
  • 148. 148nell’ultima stagione invernale hanno subito una battuta d’arresto. Gli attori locali s’interrogano(fornendo risposte diverse) se questo sia un dato contingente, dovuto alle condizioni climatiche ealla crisi finanziaria globale, o se sia il segnale di un’inversione di tendenza. Al di là del dato stati-stico, esiste comunque la percezione diffusa di una crescente difficoltà a stare sul mercato conl’attuale modello d’offerta. L’esigenza di riempire il considerevole numero di posti letto, al fine diremunerare gli investimenti effettuati e far fronte ai mutui bancari, impone alle aziende alberghierestrategie d’offerta low cost e la necessità di affidarsi ad agenzie internazionali che organizzanol’incoming alberghiero trattenendo consistenti quote di valore per l’intermediazione. La concorren-za delle vicine località altoatesine e austriache erodono quote di mercato, con particolare riferimen-to ai flussi pregiati del turismo italiano e tedesco. Le imprese alberghiere locali stanno poi vivendoun delicato momento di ricambio generazionale che ha già comportato la chiusura di alcune aziendeo la loro cessione a operatori esterni alla valle. Tutto questo costituisce un serio motivo di preoccu-pazione per gli operatori locali. La riflessione sugli errori del passato porta a interrogarsi sul futuroassetto della Valle, alla ricerca di una difficile mediazione tra una pur sempre necessaria gestionedei flussi quantitativi, (che richiede altri investimenti e trasformazioni territoriali), e una riqualifica-zione e diversificazione del sistema d’offerta, che però al momento si presenta dagli esiti incerti.“Riqualificare nella continuità” appare essere la parola d’ordine su cui convergono le strategie degliattori locali. Emerge l’esigenza di una programmazione che, attraverso il coinvolgimento degli ope-ratori, sia un grado di perseguire un corretto e indispensabile equilibrio tra potenzialità sciistiche,potenzialità ricettive e dotazione di servizi e infrastrutture. Accanto a ciò emerge l’esigenza di avvi-are un progressivo processo di diversificazione, sperimentando nuovi segmenti d’offerta turistica. Iltutto in una logica di salvaguardia e valorizzazione delle peculiarità ambientali e sociali del contestoe della qualità dell’offerta turistica.15.8.1 La piattaforma turistica delle Dolomiti e il riconoscimento dell’UnescoGlobalizzazione, per la val di Fassa, ha significato l’apertura ai mercati extraeuropei e un ruolo cre-scente svolto dai tour operator internazionali. Tale processo ha però anche evidenziato un problemairrisolto di governo dei flussi turistici. Con l’apertura dei mercati i flussi si sono fatti mobili, inco-stanti, addirittura effimeri, la condizione dello spazio in cui si vive e si lavora è sempre più quellodell’incertezza. I nuovi sciatori provenienti da paesi dell’Est non sono considerati una clientela sta-bile e affidabile su cui costruire un nuovo e duraturo sistema locale d’offerta. Perseguire una strate-gia d’adeguamento dell’offerta alla domanda, al fine di renderla fedele alla località come fino adoggi è stato fatto con la tradizionale clientela italiana e tedesca, non appare più un’opzione strategi-ca.
  • 149. 149Allo stato attuale in val di Fassa coesistono molteplici canali promozionali e di penetrazione deimercati esteri e tutti gli attori, chi più chi meno, sono in grado di sfruttarli. Alcuni (rari) grossi ope-ratori riescono a costruire strategie comunicative complesse, riuscendo in questo modo ad affermarei propri marchi aziendali sul mercato internazionale. I moltissimi operatori più piccoli cercano dimassimizzare risorse scarse, ma non sempre riescono a costruire una strategia matura in grado diportare a risultati soddisfacenti.L’allungamento delle reti di mercato e il venir meno di un rapporto di fidelizzazione tra l’operatoree il turista ha indotto, in molte strutture, un crescente ricorso all’intermediazione come strumento ingrado di attivare significativi flussi turistici ma che, di fatto, ha spostato al di fuori dell’area - a li-vello internazionale - il baricentro della creazione del valore e del controllo del mercato. Nei nuovimodelli di business del turismo internazionale le imprese di piccola e media dimensione, comequelle della val di Fassa, fanno fatica a presidiare il processo di produzione del valore all’interno difiliere che, essendo diventate globali, si estendono molto al di là del loro controllo diretto, mettendoquasi sempre in campo operatori di grande dimensione, dotati di un potere contrattuale non confron-tabile con quello dei piccoli operatori locali. Il necessario e crescente ricorso all’intermediazione ri-chiede quindi che i singoli operatori non siano lasciati soli, ma che vi sia un ruolo degli attori collet-tivi, in primo luogo l’Associazione albergatori e l’Apt, nell’assistere i piccoli e medi operatori nellanegoziazione con i tour operator e nella definizione di linee guida contrattuali in grado di tutelarlimaggiormente. E’ oggi necessario fornire agli operatori risorse comunicativa alte, strutture e stru-menti di direct marketing, adeguate a un mercato che si è fatto globale, e a cui questi operatori ogginon possono o non sono in grado d’accedere.Nessuna strategia promozionale al momento appare inoltre in grado di definire con forza un branddi territorio capace di stare al passo con una competizione che si è fatta globale. Un prodotto turisti-co - per quanto qualificato come quello della val di Fassa - non necessariamente costituisce unbrand riconosciuto a livello globale. La stessa strategia competitiva in cui è inserita la val di Fassa èancora oggi giocata tra localismi: trentini, altoatesini e veneti. A fronte di tale situazione, risulta og-gi strategico costruire un sistema di “piattaforma territoriale” in cui la rete degli operatori e dei terri-tori converga verso un’azione promozionale congiunta su l’unico brand effettivamente riconosciutosul mercato turistico globale, qual è quello delle Dolomiti.A livello locale già si sente l’esigenza di costruire una strategia d’area vasta finalizzata a rafforzare ifattori di competitività all’interno del comprensorio dolomitico. In tale direzione può, infatti, esserericondotto il confronto aperto tra territori trentini nell’ambito della “Rete Dolomitica”. Il recente ri-conoscimento dell’Unesco delle Dolomiti come patrimonio dell’umanità, è in grado di rafforzaretale strategia comunicativa, allargando la rete degli operatori e dei territori a livello sovra provincia-
  • 150. 150le. La sfida consiste nel mettere in campo azioni per la valorizzazione della natura e della salva-guardia delle Dolomiti attivando ogni forma e opportunità di turismo e di sviluppo responsabile.L’opportunità costituta dal riconoscimento Unesco va in tal senso valorizzata, incrementando le ini-ziative d’informazione e partecipazione della cittadinanza.Le iniziative istituzionali, politiche e culturali volte a fare rete all’interno della piattaforma turisticadelle Dolomiti costituiscono comunque solo un tassello di una strategia comunicativa e promozio-nale d’area vasta. Un’efficiente strategia di promozione a livello internazionale ha bisogno anche direti di carattere economico. Il nostro “capitalismo di territorio” fatto di tanti piccoli operatori ha bi-sogno di fare alleanza con il moderno “capitalismo delle reti” capace di connettere l’economia loca-le alla simultaneità del globale. Come sottolineato in diverse interviste, Dolomiti Superski è attual-mente l’unica realtà economica capace di fare rete all’interno del comprensorio dolomitico. Se Do-lomiti superski sia il soggetto adatto a svolgere un’azione promozionale di area vasta, in grado dicanalizzare e gestire i flussi turistici a livello locale, è ancora presto per dirlo. E’ comunque a talemodello di rete economica, capace di tenere assieme e valorizzare i diversi localismi, che bisognafare riferimento per consentire alla località d’affrontare la complessità dei mercati globali.15.8.2 La qualificazione dell’imprenditorialità turisticaI forti investimenti nel costante processo di qualificazione delle strutture alberghiere hanno indottouna diffusa condizione d’indebitamento delle aziende che oggi sono alla ricerca di una redditivitàdegli investimenti, perseguendo (o subendo) anche i modelli d’offerta low cost. La piccola dimen-sione di gran parte delle imprese alberghiere, gli alti investimenti che si sono resi necessari per of-frire servizi di maggiore qualità e i minori margini di redditività, inducono uno stato di crisi del set-tore cui si cerca di far fronte con proposte di creazione di reti d’impresa e di maggiore specializza-zione degli esercizi su flussi turistici diversificati.Diverse sono anche le situazioni di crisi aziendale conclamate per le quali ci si attende interventi i-stituzionali analoghi a quelli adottati, a livello provinciale, per le industrie manifatturiere in crisi alfine di prevenire acquisizioni da parte di soggetti economici esterni alla valle.Tali problematiche sono il frutto di uno sviluppo per certi versi impetuoso e spontaneistico che,all’interno di gran parte delle strutture, non è stato accompagnato da un processo di adeguata pro-fessionalizzazione e crescita imprenditoriale. Formazione, successione imprenditoriale e competen-ze coinvolte nel processo produttivo, appaiono oggi ulteriori nodi evolutivi del comparto edell’intera economia locale.In particolare, il momento della successione nella proprietà e nella conduzione d’impresa rappresen-ta oggi una fase cruciale nella vita delle imprese alberghiere fassane. Il problema in molti casi è in-
  • 151. 151dividuare a chi passare il testimone della gestione aziendale: le doti dei fondatori non sono imme-diatamente trasmissibili ai figli, e una quota rilevante di questi ha altre vocazioni o non è disponibi-le a replicare i sacrifici dei padri.In un contesto territoriale, caratterizzato da un tessuto diffuso di piccole e medie realtà alberghiere,il passaggio di testimone al vertice di molte imprese assume valore di fenomeno plurale, in quanto,(dopo la fase di crescita che ha coinvolto la prima generazione d’imprenditori), avviene contestual-mente in un elevato numero d’imprese. L’impresa appartiene certamente alla famiglia del fondatore,ma in senso lato appartiene anche a chi vi lavora, alla comunità che l’accoglie, a quelli che gli an-glosassoni chiamano gli stakeholder, i portatori d’interesse nei riguardi dei suoi destini e delle sueprestazioni economiche e sociali. Una volta uscito dal chiuso della famiglia, il problema della suc-cessione diventa quello della continuità di un modello imprenditoriale diffuso e assume una dimen-sione sia economica, sia sociale, che interessa l’intera comunità. Da più parti emerge l’esigenza diun progetto capace di porre in termini innovativi il tema della successione imprenditoriale nellestrutture alberghiere della valle, visto non in termini traumatici, ma nei termini di una dinamica evo-lutiva dell’economia locale. La continuità delle imprese va vista anche nella prospettiva degli attoriistituzionali ed economici della Valle che possono fornire idee e risorse e strumenti, anche quandola famiglia non sia più in grado di assicurare alternative al fondatore. Alleanze tra imprese, scambiod’esperienze tra famiglie, forme evolute di finanziamento, “patti di famiglia” per affrontare gli a-spetti giuridici e finanziari che la successione comporta, apertura alle competenze professionali e-sterne alla famiglia: sono tutti strumenti che possono in tal senso dare buoni risultati.Oltre alla successione imprenditoriale il tessuto alberghiero locale esprime anche un più generaleproblema di competenze e disponibilità di manodopera qualificata. Nell’ultimo decennio il mercatodel lavoro nel settore turistico alberghiero sembra essersi caratterizzato per l’aggravarsi di alcuneproblematiche, in particolare per quanto riguarda l’impiego di manodopera. A essere entrato in crisiè un modello imprenditoriale a gestione familiare in cui la divisione dei compiti aziendali è pocoformalizzata. Alla crescente disaffezione delle giovani generazioni per l’attività turistica, si affiancala crescente necessità di ricorrere a manodopera proveniente da fuori valle, chiamata spesso a svol-gere funzioni in rapporto diretto con l’utenza senza una specifica competenza su quelle che sono lepeculiarità del contesto locale. Il risultato di tale processo evolutivo è l’elevato turnover del perso-nale, con basso impiego di manodopera locale specializzata e un alto impiego di manodopera immi-grata a bassa qualificazione.L’esigenza di personale e servizi qualificati si manifesta anche all’esterno dell’azienda alberghiera ecoinvolge l’intero settore turistico della valle. La dispersione delle risorse umane locali in settorinon attinenti l’offerta turistica è una tendenza che in val di Fassa deve essere invertita, anche se è
  • 152. 152verosimile affermare che l’appeal di professioni tipicamente stagionali e generalmente poco quali-ficate tenda a essere sempre meno convincente nei confronti della forza lavoro giovanile che puntacertamente a un’occupazione stabile, garantita e maggiormente qualificata. Di contro va anche evi-denziato come il turismo, proprio per il suo carattere immateriale e simbolico, richieda professiona-lità sempre più complesse e qualificate fondate sulla comunicazione, il marketing a livello interna-zionale, l’intrattenimento, la generazione di esperienze ed emozioni. Si tratta di un mercato fatto dicultura e creatività in cui i giovani possono trovare qualificate occasioni d’occupazione e auto im-prenditorialità. La gestione del sistema turistico, culturale, ambientale ha bisogno di nuove profes-sionalità: organizzatori di eventi, animatori turistici, operatori culturali, divulgatori scientifici, e-sperti di marketing, accompagnatori di territorio, istruttori sportivi, operatori del wellness, ristorato-ri di alto livello, agricoltori e artigiani capaci di valorizzare e reinterpretare le produzioni locali. Siale problematiche relative alla successione imprenditoriale nelle strutture alberghiere, sia quelle rela-tive alla necessità di sviluppare un adeguato sistema di servizi innovativi nel turismo, impongonoalle istituzioni e agli attori collettivi della val di Fassa l’attivazione di un programma d’interventivolti a sostenere la creatività e l’imprenditorialità giovanile.15.8.3 La diversificazione dell’offerta turisticaL’apertura dei mercati ha portato con sé una maggiore articolazione dei comportamenti e delle a-spettative dei turisti, rispetto ai quali il contesto locale cerca di reagire con strategie di adeguamentodell’offerta, non ancora pienamente compiute. Se i fattori che determinano l’attrattività del contestopossono rimanere costanti – in particolare l’attività sciistica svolta in un contesto di grande pregiopaesaggistico - la mutazione dell’ambiente competitivo impone alla località una strategia di destina-tion management che aiuti ad affrontare il cambiamento, in particolare per quanto riguarda la cre-scente segmentazione della domanda turistica.Al di la delle specificità del turismo invernale ed estivo, ben evidenziate nel racconto dei testimoniintervistati, la vera sfida è avere la capacità di interpretare e anticipare i mutamenti della domanda.Se la domanda del turista (non importa se invernale o estivo) si fa sempre più complessa e diversifi-cata, è l’offerta che deve essere in grado di recepire e tradurre questa complessità in prodotti e ser-vizi che appaghino per quanto possibile questi bisogni e desideri. I turisti, lungi dall’essere folla in-differenziata, tendono ad aggregarsi per stili e gusti corrispondenti ad altrettanti flussi culturali, do-tati di senso e significato, che consentono il reciproco riconoscimento come parte della medesimacomunità (del sentire, del gusto, dello sport, della natura, della cultura, del benessere, ecc.). Il clien-
  • 153. 153te non è più solo un fruitore di servizi d’intrattenimento, ma è anche un produttore di segnali e ditendenze di consumo che vanno colte e trattate come informazioni strategiche da immettere nel si-stema dell’offerta. Da ultimo anello della catena del valore, il cliente, con la sua domanda eteroge-nea e diversificata, si colloca oggi a monte della nuova filiera produttiva. I suoi desideri, i suoi bi-sogni, (non solo materiali), generano attorno ad esso una ragnatela del valore che incorpora a séuna molteplicità di nuove funzioni e specializzazioni che scoprano questi bisogni, li analizzino, licodifichino e, infine, li soddisfino. È evidente come un simile paradigma porti verso la progressivasegmentazione di un “mercato di massa”, in una “massa di mercati” composta da una moltitudine dinicchie. Leggendo la situazione in chiave di marketing strategico, si può affermare che la destina-zione si trova oggi in una situazione in cui la possibilità di rivitalizzare l’offerta dipende dalla capa-cità di sviluppare un’offerta complementare a quella esistente. È necessario, quindi, un ampliamen-to del portafoglio prodotti che consenta di affiancare a quelli tradizionali, frutto di un processo pathdependance, prodotti innovativi in grado di suscitare l’interesse – e la disponibilità alla spesa – delmercato tradizionale di riferimento, e di nuovi segmenti di domanda. Alcuni segnali in tal sensocominciano a evidenziarsi nel contesto locale, in particolare nell’offerta gastronomica di qualità,nello sviluppo di forme di turismo rurale, in nuovi modelli di fruizione sportiva e ambientale.Il vero obiettivo per la località è superare un modello d’offerta codificata e relativamente standar-dizzata (per lo meno per quanto riguarda l’offerta invernale) per unire e integrare diverse competen-ze e per offrire al cliente un prodotto complesso, concepito in una logica di global service. Una po-litica di valorizzazione dell’offerta turistica passa, infatti, attraverso un processo d’integrazione del-le diverse offerte, in sostanza, il territorio deve iniziare a promuovere se stesso nella sua complessi-tà: il territorio, il prodotto tipico locale, il ristorante, l’albergo, l’impianto di risalita, l’artigianatotradizionale, l’offerta culturale, la pratica sportiva, la manutenzione e la fruizione dell’ambiente, so-no un unico prodotto e come tale va venduto.L’attenzione alle esigenze della domanda e la diversificazione e integrazione dell’offerta sono quin-di le parole chiave su cui lavorare. Chiusa l’era dell’egemonia del turismo di massa, generalista emonoculturale, si apre una fase nuova. Non di transizione al post-industriale, ma di reinvenzione diun’economia del terziario del turismo, da intendersi nel senso più ampio. In una parola, non più ilturismo ma i turismi.Da questo punto di vista l’offerta turistica della val di Fassa, così come emersa dal racconto deisoggetti intervistati, si trova oggi nella necessità, solo apparentemente contraddittoria, di fare un“passo avanti” e di fare “un passo indietro”. Il passo avanti riguarda la necessità di strutturare lapropria offerta entro i canoni del turismo internazionali, adeguando la propria dotazioned’infrastrutture e servizi, riqualificando la propria offerta ricettiva su parametri di maggiore esclusi-
  • 154. 154vità, (quantomeno al pari dei più diretti concorrenti austriaci e altoatesini), e dotandosi di queglistrumenti di marketing oggi necessari per competere sul mercato globale. Il passo indentro riguardala necessità di recuperare quella dimensione identitaria di territorio che rende unica e non riproduci-bile l’offerta della località. La sfida che oggi attende il territorio è davvero quella di “ricordare ilfuturo”. Si tratta di recuperare e valorizzare quelle competenze distintive e originali, di ordine socia-le culturale ambientale, che sempre più ruolo hanno nell’intercettare una domanda nuova e diver-samente segmentata, i cui flussi sono sempre più influenzati da fattori inerenti la qualità, la diversi-tà, l’autenticità dell’offerta e dagli elementi di ordine culturale, edonistico e ambientale.15.9 Integrazione (e diversificazione) dell’economia localeIl processo d’integrazione di cui necessità la val di Fassa, non riguarda solo i diversi segmentidell’offerta turistica, ma anche quei settori economici complementari al turismo, quali sonol’agricoltura, l’artigianato, i servizi, che oltre a contribuire a qualificare l’offerta turistica e ambien-tale della località, possono diversificare, e quindi rendere più solide, l’economia locale e le stesseforme di convivenza sociale.L’esigenza d’elaborare un’offerta turistica più ricca e complessa si scontra con l’eccessivo grado dispecializzazione dell’economia locale. Commercio, agricoltura, artigianato, per debolezze intrinse-che o per le caratteristiche del modello d’offerta turistica dominante (in quest’ambito le motivazionifornite dagli attori intervistati divergono), difficilmente riescono a svolgere un ruolo complementareall’offerta turistica. Il circuito d’offerta turistica, in particolare nella sua versione invernale (che èquella detta l’assetto organizzativo della località), si concentra nella ricettività, nell’attività sciistica,nella ristorazione e in attività complementari (divertimento, wellness, ecc.), spesso svoltenell’ambito degli stessi alberghi.Al di fuori del circuito alberghiero, s’individua una carenza d’offerta territoriale che alcuni attori at-tribuiscono a una specifica volontà di concentrazione dell’offerta – e quindi del business – da partedelle strutture alberghiere più grosse, mentre altri attori imputano a una carenza d’imprenditorialitànei settori complementari. Emblematico è il caso del commercio, accusato di non essere in grado dirivitalizzare i centri storici e di non sapere intercettare i gusti del turismo affluente, sia per quantoriguarda l’offerta di prodotti locali, (particolarmente apprezzati dalla clientela italiana), sia perquanto riguarda l’offerta dei marchi affermati del Made in Italy, (particolarmente apprezzati dai tu-risti dell’Est).Deboli sono anche le integrazioni tra il settore primario e il settore turistico. Ciò è chiaramente im-putabile alle debolezze intrinseche dell’agricoltura in Valle. Ma anche estendendo il bacino
  • 155. 155d’approvvigionamento a livello provinciale gran parte dell’economia turistica locale, stando al rac-conto di molti testimoni privilegiati, per questioni di costo e di disponibilità di prodotti, predilige icanali di approvvigionamento Ho.re.ca. (Hotel, Restaurant, Catering) a scapito della tipicitàdell’offerta gastronomica trentina.Se la perifericità della Valle e le carenze logistiche possono spiegare la scarsa presenza di attivitàmanifatturiere, difficilmente tali dati possono giustificare la carenza di attività di servizio. Appaionoinspiegabilmente contenute le attività artigianali in quei settori che possono svolgere un importanteruolo di supporto all’economia turistica, come ad esempio: il settore alimentare, quello del benesse-re e quello dei trasporti. Come avviene per i prodotti agro alimentari, le reti di fornitura di servizialberghieri raramente coinvolgo imprese locali per rivolgersi prevalentemente all’esterno dell’area,principalmente Alto Adige e Veneto, ma anche la vicina val di Fiemme. La mancanza diun’adeguata offerta locale di servizi essenziali, come ad esempio quelli di lavanderia, costringe glialberghi a rivolgersi alla vicina val di Fiemme. Carente è anche un artigianato artistico che, al paridella vicina val Gardena, sia in grado di arricchire l’offerta turistica locale. Solo nel campo dei ser-vizi informatici sono stati segnalati casi di una timida crescita imprenditoriale a livello locale, dopoun lungo periodo in cui anche questi servizi erano acquisiti all’esterno della Valle e dello stessoTrentino. Tali dati sottolineano, ancora una volta, la scarsa integrazione del tessuto economico loca-le ed evidenziamo come lo stesso artigianato rappresenti un settore di risulta in un contesto tradi-zionalmente vocato al turismo. Ancora una volta la scarsa integrazione della filiera produttiva localetrova due contrapposti elementi di spiegazione: da un lato la carenza di adeguati servizi (e in so-stanza d’imprenditorialità) sul territorio; dall’altra la scarsa propensione del settore turistico a farefiliera produttiva a livello locale. L’unica vera e forte integrazione tra turismo e artigianato la tro-viamo nel settore edile. L’edilizia è fortemente legata agli andamenti del settore turistico e questosembra aver messo, (fino ad oggi), il settore edile al riparo dalla crisi, perlomeno per ciò che riguar-da le piccole attività di manutenzione. Gli attuali ridotti livelli di produzione edilizia, riconducibili apolitiche urbanistiche provinciali e alla crisi finanziaria globale, pongono comunque importanti in-terrogativi sulla tenuta del settore delle costruzioni, in particolare per quanta riguarda le aziende dimaggiore dimensione. A fronte di tali situazioni, appare evidente come la crescita di settori econo-mici complementari al turismo e una maggiore integrazione dell’economia locale debbano essere tragli obiettivi fondamentali del processo di programmazione socio economica della comunità.15.9.1 La valorizzazione dell’agricoltura locale
  • 156. 156E’ nell’agricoltura, più che in altri settori, che cominciano a intravedersi i segnali di una possibilediversificazione e maggiore integrazione dell’economia locale. Come già evidenziato nei precedentiparagrafi da circa un decennio che si vede una crescita d’investimenti e quindi la possibilità di unrilancio del settore zootecnico a livello locale. Tale rilancio è anche supportato dal rinnovato ruolod’infrastrutturazione economica svolto dai locali caseifici cooperativi e dagli investimenti nella va-lorizzazione delle produzioni casearie locali: come il Cuor di Fassa, e il Puzzone di Moena di cui èprossimo il riconoscimento della DOP. Sono le stesse strutture cooperative del settore commercialea svolgere un ruolo nella promozione di produzioni locali, anche di nicchia come ad esempio il mie-le. Analogamente si vanno diffondendo iniziative come la “Strada del formaggio della val di Fassa”che coinvolgono un crescente numero di albergatori impegnati a organizzare eventi gastronomici edegustazioni di prodotti locali nelle loro strutture. Strategico è inoltre il ruolo di giovani chef, anchestellati, impegnati a reinterpretare e promuovere all’esterno la gastronomia locale, strutturando an-che reti di approvvigionamento a “chilometro zero”. In questo quadro d’assunzione di ruolodell’agricoltura nell’economia locale vanno sviluppare anche tutte le iniziative volte a riconoscere ea promuovere la multifunzionalità dell’azienda agricola. Particolare rilevanza assumono, infatti, lenuove funzioni dell’agricoltura, non più legate alle necessità di auto-approvvigionamento, ma allacapacità di generare redditi nel complesso dell’economia e delle famiglie e nelle capacità di produ-zione di quei “beni pubblici” che sono sempre più richiesti. Tra le forme d’integrazione multifun-zionale dell’azienda agricola quella più consolidata è certamente l’agriturismo, che anche in val diFassa si va diffondendo con offerte di qualità. Come abbiamo già avuto modo d’evidenziare,l’agricoltura assume un ruolo strategico di manutenzione del territorio, una funzione che in una re-altà della val di Fassa può trovare varie forme di valorizzazione. Nell’ambito dei servizi sociali (eturistici) possono diffondersi le iniziative dirette alle scuole e all’infanzia, come le fattorie didatti-che o gli agri-asilo, così come le esperienze dirette a particolari categorie sociali svantaggiate che,nel rapporto con la natura, gli animali presenti in azienda e le attività agricole, possono trovare unimportante supporto terapeutico e riabilitativo. Un’altra grande sottocategoria della multifunzionali-tà su cui s’incominciano a intravedere iniziative da diffondere e valorizzare, è quella dell’impresaagricola produttrice di energia da biomasse, le progettualità in essere per la realizzazione di un bio-digestore s’inseriscono in tale funzione. E’ sul rafforzamento di tali realtà e iniziative che il pianoterritoriale della Comunità deve ricercare una maggiore integrazione e diversificazionedell’economia locale.15.9.2 Le politiche per l’artigianato
  • 157. 157Oltre la già evidenziata esigenza di sviluppare l’artigianato di servizio e del settore artistico,un’attenzione particolare va rivolta al settore edile, per il ruolo che questo settore svolgenell’economia locale. Considerando anche i settori dell’impiantistica e del legno, circa il 60 % delleimprese artigiane del Comun General de Fascia opera, più o meno direttamente, nel settoredell’attività edilizia. Si tratta di un tessuto di microprese in gran parte impegnate in attività di manu-tenzione a servizio delle strutture turistiche (sia alberghi, sia seconde case). La piccola dimensioned’impresa ha consentito fino ad oggi, a gran parte delle imprese fassane, di operare con flessibilitàsul mercato della manutenzione edilizia, ma lo stesso carattere dimensionale ha da sempre rappre-sentato un fattore di debolezza quando di tratta d’intercettare gli appalti e le commesse di maggioredimensione. Nel corso delle interviste è stato sottolineato come i maggiori appalti siano affidati aimprese esterne all’area e come le imprese locali siano esclusivamente coinvolte in qualità di su-bappaltatori. La costituzione di reti o raggruppamenti temporanei tra imprese locali si presentacomplessa anche per la mancanza di soggetti locali che, per dimensione e organizzazione, siano ingrado d’assumere il ruolo di general contractor all’interno di progetti complessi. Se si escludonoalcune (poche) imprese di maggiore dimensione, in particolare operanti nel settore delle costruzioniin legno, gli stessi investimenti in innovazione e certificazione appaiono fino ad oggi carenti. Nono-stante il settore abbia per il momento risentito marginalmente della crisi globale, cominciano a ma-nifestarsi elementi di preoccupazione che spingono le imprese a esprimere rinnovate strategie di ag-gregazione e d’integrazione della filiera e a manifestare esigenze di formazione e di specializzazio-ne nei campi del risparmio energetico, dell’edilizia sostenibile, del recupero edilizio e della manu-tenzione. Le opportunità, precedentemente evidenziate, di promuove in val di Fassa un vasto pro-gramma di riqualificazione, manutenzione e riuso funzionale del consistente patrimonio edilizio esi-stente e d’investire sui temi della sostenibilità ambientale e sociale dell’abitare, potrebbe costituireun’importante leva di crescita del settore. L’evoluzione del settore della costruzione richiede oggialle imprese un importante salto di qualità, che va sostenuto dall’ente pubblico e dalle rappresentan-ze del settore, promuovendo logiche di filiera, azioni formative, sistemi di certificazione delle im-prese e dei prodotti edilizi. Si tratta di avviare un progetto di qualificazione e innovazione comples-siva del settore che deve coinvolgere l’intera filiera del costruire, a partire dall’ente pubblico, e chedeve comprendere: le imprese edili tradizionali, le imprese specializzate nella costruzione di case inlegno (e componenti in legno), gli impiantisti, i progettisti, le società immobiliari, i tecnici degli uf-fici comunali.15.10 Politiche temporali, nuove forme di mutualismo e welfare mix
  • 158. 158Nel marzo del 2012 il Comun General del Fascia ha pubblicato il “Piano sociale di Comunità” frut-to di un processo di confronto e consultazione con tutti i soggetti che in Valle hanno competenze intema di politiche sociali. Per scelta strategica del Tavolo di programmazione sociale, le politiche siconcentrano sull’area dei minori e delle famiglie, sull’area adulti e sull’area anziani. Si è in sostanzaritenuto opportuno lavorare per “cicli di vita”, considerando le aree della disabilità e degli stranieriquali trasversali alle precedenti. A tale documento si rimanda per una descrizione dello stato di fattoe degli indirizzi definiti in materia di programmazione socio assistenziale.Il contributo che la presente indagine può dare sul tema delle politiche sociali, riguarda le connes-sioni che devono essere necessariamente create tra il Piano Sociale e il Piano territoriale di comuni-tà, nella convinzione che la principale sfida che il piano territoriale di comunità dovrà affrontare èl’integrazione tra le esigenze del sociale e le scelte di gestione del territorio e di organizzazionedell’economia locale. Questa convinzione nasce dalla centralità che la dimensione del sociale, spe-cialmente in una realtà come la val di Fassa, assume nelle dinamiche economiche e nei modelli digestione del territorio.Dalle interviste condotte sul territorio sono emersi chiaramente tutti i limiti di un’organizzazionesociale, territoriale e imprenditoriale costruita sui tempi e sulle stagionalità del turismo dove, altroppo pieno si alterna il troppo vuoto, ai periodi di stress e totale dedizione al turista si alternanoperiodi d’inattività e caduta di senso. Decenni di sviluppo turistico intensivo hanno messo in secon-do piano la dimensione della comunità locale è oggi ci s’interroga sulla tenuta del tessuto sociale esulla continuità del modello imprenditoriale che sono alla base del modello di sviluppo della Valle.Si rileva una crescente domanda di “normalità” negli assetti di sviluppo economico e sociale. Lacomunità locale ha oggi bisogno di pensare maggiormente a se stessa ponendo i propri bisogni (enon solo quelli dei turisti) al centro dell’azione di sviluppo.L’emergere di tale domanda evidenzia come la dimensione del sociale non possa essere ricondottaalla sola dimensione socio-assistenziale, di risposta alle varie forme di disagio. La programmazionesociale svolge un ruolo centrale nell’interpretare le esigenze di benessere di una comunità, nel defi-nire le forme di prevenzione del disagio sociale e nel garantire la qualità di vita delle persone. In talitermini la dimensione del sociale deve assumere un ruolo centrale nella definizione delle scelte diassetto territoriale. Uno strumento fondamentale in tal senso è l’adozione delle cosiddette “politichetemporali”, che mirano a migliorare la qualità della vita, la vivibilità dei contesti locali, la qualità ela fruibilità dei servizi sul territorio in un’ottica di sviluppo sostenibile. Tali interventi mirano a ga-rantire:• servizi pubblici (asili nido, strutture scolastiche, servizi sociosanitari, assistenza alle personenon autosufficienti, …) e privati (es. esercizi commerciali, sportelli bancari, ecc.) razionalmente
  • 159. 159distribuiti sul territorio, facilmente raggiungibili, e commisurati alle esigenze, anche con riferi-mento agli orari di accesso, coordinati con gli orari di lavoro, di apertura degli esercizi commer-ciali e dei trasporti pubblici;• ammodernamento della pubblica amministrazione con erogazione di servizi in forma semplifi-cata, diffusa sul territorio, in orari compatibili con gli impegni di lavoro, e utilizzando tecnolo-gie innovative (servizi informatizzati disponibili via web: offerta d’informazioni ad esempiosullo stato di avanzamento delle proprie richieste; servizi interattivi ad esempio per le domanded’iscrizione ai servizi educativi, o per la comunicazione di date d’inizio e fine lavori per le pra-tiche edilizie o creazione dello “sportello unico” per le imprese (un unico interlocutore per leprocedure di autorizzazione all’insediamento, ampliamento/ristrutturazione di unità produttive);possibilità, infine, di dialogo con i cittadini, ecc.);• flessibilità nell’erogazione delle prestazioni lavorative, per consentire la conciliazioned’impegni professionali e familiari, evitando l’esclusione dal mercato del lavoro dei soggettistoricamente più svantaggiati (donne, disabili, giovani), favorendo nel contempo il decongestio-namento del traffico causato dalla coincidenza di orari;• utilizzo del tempo in chiave di solidarietà (volontariato, banche del tempo);• ricerca di una mobilità e di uno sviluppo economico sostenibili: considerare la crescente do-manda di mobilità per l’accesso ai servizi (scuole, lavoro, impianti sportivi, ecc.) da conciliarecon l’esigenza di preservare l’ambiente; porre attenzione alle caratteristiche e alla collocazionedelle attività produttive sul territorio;• valorizzazione degli spazi pubblici, sia all’aperto, sia al chiuso, utilizzabili per creare luoghid’incontro e socializzazione sicuri, adeguati alle diverse esigenze (associazioni, giovani, anzia-ni, bambini) e facilmente accessibili: percorsi casa-scuola protetti, piste ciclabili, miglioramentodella viabilità pedonale anche per i disabili, luoghi d’aggregazione per i giovani e impianti spor-tivi e d’intrattenimento facilmente accessibili e serviti dal trasporto pubblico, apertura in orariserali di musei e biblioteche ecc..Le politiche tradizionali di welfare hanno sempre assunto le politiche sociali come compensazione orimedio ai “guasti” provocati dal mercato. In questo modo “sociale” e “mercato” rappresentavano ipoli alternativi di un discorso pubblico entro cui ricercare solo una sorta di equilibrio tra dinamichefra loro antagoniste: da un lato, il mercato che avvantaggia pochi soggetti, destruttura il sistema direlazioni sociali, dissolve appartenenze e identità; dall’altro, le politiche sociali che intervengono a“ricomporre i cocci” con servizi di protezione, assistenza, recupero, in ogni caso, “dopo” che il tes-suto sociale si è frantumato. Oggi, in realtà come la Valle dei Fassa, si evidenzia l’affermarsi di esi-
  • 160. 160genze che hanno a che fare con una più ampia concezione di welfare, che incrocia le tematiche dellosviluppo economico e della coesione sociale in una prospettiva di sviluppo locale.In tal senso, un ulteriore obiettivo della pianificazione sociale dovrà essere sostenere più alti livellidi socialità avviando azioni di economia solidale che sappiano riconciliare i valoridell’imprenditorialità e della solidarietà. Stiamo oggi assistendo a un processo di espansione di quelcampo d’attività che non appartiene né allo stato né al mercato e che ha come finalità ultima quelladi produrre coesione e inclusione sociale, senza trascurare aspetti come la competitività del sistema,la razionalizzazione delle risorse e la messa a valore di ogni singolo aspetto della vita produttiva eriproduttiva. Si tratta di avviare un “progetto per il sociale” non solo finalizzato a raccogliere le“vittime della competitività”, ma orientato a ridurre le barriere tra risorse (finanziarie, umane, orga-nizzative) per una progettualità sociale capace di valorizzare il ruolo e l’impegno del volontariato edel terzo settore, che, unendo solidarietà e imprenditorialità, genera occasioni di lavoro e flessibili-tà. Occorre, in sostanza, rovesciare l’ottica assistenzialistica e conciliare le politiche sociali con lacrescita. Per fare questo bisogna costruire nuove reti di coesione economica e sociale partendo dallepersone, dai loro bisogni, dalla loro voglia di intraprendere, dalle loro relazioni sociali e familiari,dalla loro capacità di essere comunità. La sfida del nuovo modello di welfare è restituire centralitàalla domanda, dando cioè la possibilità ai destinatari dei servizi di scegliere se acquistare il serviziopresso determinati enti o se optare, invece, per forme alternative di auto-organizzazione, e ciò inpiena coerenza con le proprie preferenze.Accanto alla tradizionale offerta di welfare pubblico, vanno sviluppati altri modi di rispondere avecchi e nuovi bisogni sociali secondo logiche di welfare mix. Sempre più spesso, alla crisi del wel-fare pubblico si risponde con risorse individuali per chi può (come ad esempio il sempre maggiorericorso alle badanti), ma anche con forme di welfare collettivo, attraverso l’azione del volontariato edi una miriade d’imprese sociali (variamente intese) che assieme agli enti locali si occupanod’infanzia, disabili, anziani, inserimento lavorativo di soggetti deboli. Attraverso il mutualismo, leassociazioni di volontariato, il terzo settore, le cooperative, l’impresa sociale, le persone riscopronol’esigenza di dare una risposta auto-organizzata ai propri bisogni.In un settore delicato come il welfare non bisogna pensare a un arretramento del ruolo dell’Entepubblico quanto, piuttosto, a un ruolo pubblico che, oltre a garantire l’accesso universale a serviziessenziali, svolga un ruolo d’organizzatore della domanda e dell’offerta di servizi sociali. Non sitratta tanto di privatizzare, portando sul mercato gli attuali circuiti di previdenza, assistenza e di cu-ra; quanto di dare un maggior potere di selezione e di spesa ai diretti interessati, stimolando e favo-rendo le forme d’imprenditorialità sociale, di mutualismo e di condivisione che possono nascere“dal basso”.
  • 161. 161La Comunità di Valle deve essere in grado di accompagnare in maniera dolce la transizione econo-mica e sociale, consentendo alle persone di interpretare i propri bisogni, di fare scelte in un quadrodi regole certe e garanzie sociali che consentono di governare il rischio, di condividere progetti conaltri. Nell’attuale fase d’incertezza e transizione riemerge con forza una domanda di autorganizza-zione dal basso che in economia si esprime nel consolidamento di reti d’imprese e filiere produttivecapaci di affrontare la complessità di mercati sempre più aperti, e nel sociale si esprime nella nasci-ta di nuove forme di mutualismo, d’imprenditorialità sociale, di tutela e rappresentanza di bisognisociali. Il rinnovato clima di coesione sociale ed economica, necessario per affrontare le sfide dellamodernità, può nascere solo “dal basso” liberando le energie creative e cooperative delle persone.