Fare Microimpresa In Montagna - Presentation Transcript
Repubblica Italiana Provincia autonoma Unione Europea
Ministero dello di Trento FESR
Sviluppo Economico
FARE MICROIMPRESA IN MONTAGNA
La domanda di autoimprenditorialità nelle aree
obiettivo 2 della provincia di Trento
Quaderni di territorio
volume 2
A cura di Sergio Remi
Gruppo di lavoro:
Claudio Filippi, Walter Nardon, Paola Piazzi
Daniela Sannicolò, Iris Visentin
Il presente rapporto riporta i risultati del progetto DOCUP “Animazione imprenditoriale nelle aree obiettivo 2 della
provincia di Trento” realizzato da Trentino Sviluppo SpA e promosso dall’Assessorato alla programmazione,
ricerca e innovazione della Provincia Autonoma di Trento.
Trentino Sviluppo SpA
Sommario
Premessa 5
Presentazione 7
1. I processi di modernizzazione dei territori montani 9
2. Le motivazioni ed i risultati dell’intervento di animazione imprenditoriale 13
3. Perché promuovere la microimpresa? 17
4. Agire per un riequilibrio territoriale 28
5. Fare alleanza tra vecchia e nuova economia 34
5.1 Il turismo 36
5.2 L’artigianato 40
5.3 L’agricoltura 47
6. La promozione dell’autoimprenditorialità in un contesto di piena occupazione 52
7. Quale propensione al rischio di impresa? 55
8. Il sindaco imprenditore 61
9 L’impresa sociale di comunità 67
10. L’articolazione dell’intervento di animazione imprenditoriale 70
10.1 L’offerta istituzionale 74
10.1.1 Il raccordo con gli strumenti di programmazione negoziata 74
10.1.2 Il raccordo con le politiche del lavoro e del welfare 75
10.1.3 Il raccordo con le politiche volte a promuovere le filiere produttive 77
10.2 L’offerta di territorio 78
10.3 La domanda sociale: l’animazione imprenditoriale a livello comunale 79
10.4 L’assistenza tecnica all’elaborazione del piano di impresa 82
10.4.1 I colloqui individuali sul territorio 82
10.4.2 Gli incontri di assistenza tecnica all’elaborazione del “job plan” 84
10.5 L’accompagnamento alla fase di start-up 94
11. La domanda di imprenditorialità emersa nelle aree obiettivo 2 96
11.1 Analisi delle schede di partecipazione agli incontri di animazione imprenditoriale 96
11.1.1 Distribuzione dei partecipanti a livello comunale 96
11.1.2 Gli utenti del percorso di animazione 97
11.1.3 Interesse ad avviare un’attività di lavoro autonomo 98
11.1.4 Tipologia d’impresa e settore di attività in cui si vorrebbe intraprendere 99
11.1.5 Interesse per i servizi di Trentino Sviluppo 101
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Trentino Sviluppo SpA
11.1.6 Osservazioni sul dibattito pubblico 102
11. 2. Analisi dei questionari di presentazione dell’idea di impresa 105
11.2.1 La distribuzione delle idee di impresa per territorio 106
11. 2.2 Questionari presentati per patto territoriale 110
11.2.3 La distribuzione delle idee di impresa per sesso del proponente 113
11.2.4 Attuale occupazione dei proponenti 114
11.2.5 Titolo di studio dei proponenti 114
11.2.6 Settore di attività dei progetti di impresa 117
11.2.7 Progetti di impresa per settore e per ambito territoriale 119
11.2.8 Attività a tempo pieno o a tempo parziale 121
11.2.9 Tipo di impresa che si intende avviare 122
11.2.10 Forma giuridica 123
11.2.11 Precedenti esperienze di lavoro autonomo 124
11.2.12 Esperienze nel settore in cui si intende intraprendere 125
11.2.13 Competenze nella produzione del bene/servizio 126
11.2.14 Competenze nella commercializzazione 127
11.2.15 Competenze nell’amministrazione 127
11.2.16 Conoscenza del mercato 128
11.2.17 Tipologia e numero dei potenziali clienti 129
11.2.18 Principale canale di vendita e modalità di promozione del prodotto o servizio 130
11.2.19 Tipologia di concorrenza 131
11.2.20 Differenziazione del proprio prodotto /servizio 133
11.2.21 Conoscenza collocazione dei fornitori 133
11.2.22 Individuazione spazi e quantificazione investimenti per l’avvio dell’attività 135
11.2.23 Conoscenza dell’iter autorizzativo per l’avvio dell’attività 136
11.2.24 Modalità di reperimento capitale necessario 136
11.2.25 Individuazione prezzi da praticare e fatturato necessario per il punto di pareggio 137
11.2.26 Sintesi conoscenze complessive sulla gestione di un’impresa 139
11.2.27 Aiuti necessari per aprire una nuova attività 141
12. Le imprese avviate 144
13. Conclusioni: Quali politiche per la promozione dell’autoimprenditorialità. 169
13.1 La fluidità del mercato del lavoro 171
13.2 Reti, filiere e comunità professionali 179
13.3 L’accessibilità ai mercati 181
13.4 La semplificazione amministrativa 183
13.5 Nuovi modelli di welfare e rappresentanza 184
Bibliografia 189
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Premessa
Per fare impresa non è indispensabile essere grandi. L’affermazione trova conferma nel lavoro
di ricerca realizzato da Trentino Sviluppo in un territorio per sua natura poco incline a far nascere
e crescere nuove iniziative imprenditoriali. L’attività di animazione, condotta con impegno e
passione da Sergio Remi e dalla sua equipe, ha permesso di dimostrare, dati alla mano, come possa
esistere una visione diversa di sviluppo, che si misura sulla capacità di proporre percorsi differenti,
facendo leva sul cambiamento che l’intera economia sta vivendo, nel passaggio verso l’era della
conoscenza.
Una visione dalla quale partire per la promozione dell’autoimprenditorialità quale strumento
centrale della politica di sviluppo della montagna, a partire dalla Persona, dalla sua capacità, dalla
sua conoscenza e professionalità, ma anche dal suo mettersi quotidianamente in gioco, nell’ambito
di una rete di relazioni che si rivela quale fattore critico sempre più rilevante. “Imprenditori
di se stessi”, come li definisce l’autore della ricerca, con la forza di costruire il proprio futuro:
nuove figure in grado di muoversi in un mercato fluido, caratterizzato da un’elevata mobilità
e dall’incertezza. Ed è proprio a queste Persone che Trentino Sviluppo propone un percorso di
crescita, accompagnandole nell’avviare e nel condurre la propria impresa.
Nella trattazione si delinea così la “destrutturazione del concetto di impresa”, che porta a
rendere i concetti di azienda e di imprenditorialità più vicini alle reali esperienze ed esigenze
lavorative delle Persone, arrivando a riconoscere che l’autoimprenditorialità rappresenta oggi un
percorso di inclusione e crescita sociale ove il valore deriva in buona parte dalla qualità delle
risorse di relazione che le Persone riescono a mettere in campo per comunicare, condividere,
collaborare.
Attraverso l’analisi condotta da Trentino Sviluppo, si scopre un modo nuovo di guardare alle
valli, superando la separazione tra centro e periferia, grazie ad un’organizzazione produttiva e ad
“un’industria molecolare” che segue i flussi della conoscenza e delle competenze piuttosto che
i confini geografici, dove i modelli di produzione sono sempre più flessibili e smaterializzati e
l’investimento in conoscenza rappresenta un requisito essenziale.
“Fare microimpresa in montagna” racconta la grande trasformazione in atto, dunque, che
vede una montagna scegliere di declinare il lavoro in forma imprenditoriale, in un territorio che
scopre di poter essere culla per microimprese e lavoro autonomo in grado di generare valore e
benefici sociali collettivi. Un territorio alla ricerca di nuove forme di socializzazione del rischio
di impresa, ma anche un territorio che comprende come per affrontare un nuovo scenario siano
necessari alcuni passaggi fondamentali, inclusa l’identificazione e l’adozione di strumenti di
politica economica in grado di supportare le microimprese, così come infrastrutture atte a favorire
la crescita continua di chi fa impresa. Un territorio, in sintesi, che realizza di aver bisogno di un
“programma specifico per l’autoimprenditorialità”, che si deve inserire nel quadro complessivo
della politica economica.
Ed in questo ambito si colloca l’azione di Trentino Sviluppo che, dando continuità al percorso
avviato negli anni recenti, opera per sostenere la capacità imprenditoriale, per migliorare il contesto
economico e produttivo e favorire la nascita di filiere specializzate, ponendo le basi per creare un
modello di sostegno partecipato della crescita dei sistemi locali.
“Fare microimpresa in montagna” è il secondo ‘Quaderno di territorio’, che dà seguito a
“Nessuna impresa è un’isola”, la ricerca condotta sempre da Trentino Sviluppo e pubblicata nel
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febbraio 2008, in un percorso di continuità che vede l’analisi dei contesti locali alla base di progetti
mirati di animazione imprenditoriale.
Un ringraziamento a Sergio Remi, che con professionalità e passione da anni è impegnato in
un progetto di territorio, ove la capillarità e l’attenzione al singolo intervento si rivelano fattori
chiave di crescita anche nelle aree meno centrali, dotando le cosiddette “periferie” di una reale
prospettiva di sviluppo.
Patrizia Ballardini
Trentino Sviluppo SpA
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Presentazione
Il destino della montagna non è obbligatoriamente quello della marginalità. Per quanto
sia certo che nelle aree montane le condizioni per fare impresa siano difficili, più difficili che
in altri ambienti, non c’è alcun motivo per ritenere che una legge di natura condanni i territori
di montagna alla arretratezza. E neppure c’è motivo, però, di pensare che vi sia un unico
modello adatto ad ogni contesto. Lo sviluppo locale non passa per la ripetizione meccanica
di schemi che hanno avuto successo. È “locale” proprio perché aderisce alla realtà dei luoghi:
più fedelmente riesce ad interpretarne le caratteristiche e le potenzialità, fin nelle piccole
pieghe, meglio realizza il suo compito di generare sviluppo, nell’economia, nella società e nel
territorio.
Dunque la modernizzazione non si ferma alle pendici della montagna. Ma neppure le risale
nella forma rigida del pensiero unico di una monocultura turistica, fragile perché univoca. C’è
varietà di vocazioni e l’intelligenza di una visione dello sviluppo si misura sulla capacità di proporre
percorsi differenti, facendo leva sul cambiamento di paradigma che sta trasformando l’economia.
Non più, solo o prevalentemente, capitalismo urbano industriale, che classifica come periferia tutto
ciò che non è concentrato nello spazio metropolitano, bensì industria molecolare e capitalismo
personale, che seguono i flussi globali della conoscenza anziché le frontiere della geografia. La nuova
organizzazione della produzione industriale si è emancipata dal formato tradizionale dell’unità di
spazio-tempo-azione, superando la separazione netta tra centro e periferia. Per trovare competenze
di punta e capacità innovative oggi non è necessario bussare alla porta della grande impresa. E
per fare impresa non è indispensabile essere grandi. Conta molto di più il sistema di relazioni al
quale si è connessi; un sistema immateriale in cui la reputazione e le abilità specialistiche di cui si
dispone sono più importanti della prossimità fisica.
Così la ricerca di Sergio Remi e dei suoi collaboratori documenta una trasformazione in atto,
e non soltanto un ideale di sviluppo futuro. Con un solido punto di partenza: in Italia il valore
aggiunto dell’economia di montagna nel corso degli ultimi quattro anni è cresciuto più della
media nazionale. E nelle aree montane non mancano esperienze di innovazione che un tempo
erano esclusiva dei territori più centrali, ad esempio nei settori delle tecnologie per l’ambiente e
dell’energia. Spesso intrecciate con forme tradizionali – e ancora ben radicate - di produzione di
beni (dall’agricoltura all’artigianato) e di servizi (specie come rielaborazione di antichi rapporti di
mutualismo).
La chiave per comprendere questa trasformazione è quella della “imprenditorializzazione
del lavoro”. Seguendo una tendenza globale anche l’economia della montagna ha scoperto la
necessità di declinare il lavoro in forma imprenditoriale: diventare datori di lavoro di se stessi, in
territori privi di strutture ad alta intensità di occupazione, è sempre stata una scelta obbligata, ma
ora è anche una scelta in linea con un nuovo contesto economico che favorisce le microimprese e
il lavoro autonomo. Quindi una caratteristica tradizionale dello sviluppo di queste aree si presta a
farle entrare in uno scenario più grande, purché naturalmente anche l’”imprenditorialità montana”
si dimostri in grado di aggiornare se stessa. La dimensione cooperativa deve incontrare quella
innovativa, e ad entrambe è richiesto di aprirsi ad appartenenze non solo locali. Le reti corte da
sole stentano a reggere l’urto della modernizzazione.
Come ha mostrato chiaramente un precedente studio sulla filiera della subfornitura nella Valle
del Chiese, sempre condotto da Sergio Remi e la sua equipe, il movimento tra locale e globale è il
vero nucleo distintivo del nuovo paradigma dello sviluppo. Un paradigma nel quale l’identità di
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Trentino Sviluppo SpA
territorio non è più un concetto estraneo, del quale liberarsi, ma è al contrario un punto di forza
per affrontare la modernizzazione, e i suoi passaggi rischiosi, senza esserne travolti.
La rivoluzione nelle filiere ha evidenziato un processo nel quale le medie aziende “di pianura”
hanno dovuto ricollocarsi nei nuovi scenari della globalizzazione, trasformando profondamente
le relazioni produttive con le piccole aziende “di montagna”. Le imprese committenti hanno
operato una fortissima selezione: alcune fasi della filiera produttiva sono state delocalizzate
all’estero, seguendo il percorso del minor costo, mentre altre fasi produttive sono state mantenute
all’interno del sistema locale o di vicinato, imponendo però alle imprese di subfornitura di
adeguarsi ad una domanda molto più complessa e esigente in fatto di qualità. Quasi di punto
in bianco, aziende abituate ad un rapporto “garantito” di dipendenza si sono trovate nel ruolo
nuovo, e rischioso, di alleate. Alle prese con un’organizzazione della produzione più complicata.
Obbligate ad assumersi nuove responsabilità e a sviluppare uno spirito di iniziativa che, in
alcuni casi, le ha portate a emanciparsi dal rapporto di pura subfornitura per divenire a propria
volta committenti, rivolgendosi direttamente al mercato con prodotti propri. O divenendo
subfornitori-leader, estremamente specializzati e al servizio di una pluralità di committenti, a
livello globale.
In questa complessa trasformazione si è giocato il ruolo del territorio di riferimento, che ha
sostenuto gli imprenditori nel cambio di passo. In montagna il capitale sociale è un bene pubblico
che, per quanto indebolito, continua ad essere prodotto. La socializzazione del rischio non è un
atteggiamento di nicchia, ma il risultato di un lungo vissuto. Lo sviluppo può quindi contare su
una base solida, perché poggia su un ambiente sociale di qualità e su un patrimonio ancora ingente
di fiducia istituzionale nei confronti dei soggetti locali.
Questi “fondamentali” della cultura imprenditoriale non bastano però da soli ad affrontare
il nuovo scenario. Occorre creare un quadro di riferimento più ampio: politiche pubbliche di
sostegno, misure di accompagnamento, strumenti di politica attiva del lavoro, welfare a misura
di micro-imprenditoria, infrastrutture orientate alla crescita dei fattori immateriali (formazione,
ricerca, internazionalizzazione). Un nuovo quadro di strumenti che deve essere definito a partire
da una conoscenza puntuale, dal basso, dei sistemi locali di sviluppo.
Questo è appunto l’ambito dello studio che qui si pubblica. Prezioso perché accurato e tuttavia
capace di prendere distanza dai singoli dettagli, per disegnare un quadro d’insieme che non si
limita ad una descrizione avalutativa ma entra nel merito delle politiche praticabili e definisce
delle priorità. Per chiunque voglia occuparsi di sviluppo della montagna c’è qui un condensato
di analisi e riflessioni dal quale non si può prescindere. Una base indispensabile da cui partire per
una promozione dell’autoimprenditorialità come strumento centrale di una politica di sviluppo
della montagna, in un tempo nel quale l’unica vera crescita è quella che si concentra sulla persona,
le sue capacità, il suo livello di conoscenza, la responsabilità di cui sa farsi carico, la stima che
riscuote, l’autonomia di cui è capace, la fiducia su cui può contare, le relazioni in cui si pone con
altre persone con le stesse caratteristiche.
In breve, siamo in un tempo in cui la scelta dell’autoimpiego è sempre meno residuale e
subordinata, perché – come scrive Remi – “ormai l’economia va avanti in modo tale che nessuno
è più in grado di garantire niente a nessuno”. Ne consegue che il rischio va gestito a partire dalla
capacità di ciascuno di noi – al tempo stesso lavoratore, consumatore, imprenditore, risparmiatore,
cittadino – di prendere in mano il proprio futuro, senza delegarlo ad altri. Una lezione tuttaltro che
nuova per la gente della montagna.
Gianluca Salvatori
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Trentino Sviluppo SpA
1. I processi di modernizzazione dei territori montani
Il presente volume riassume i risultati di un intervento di animazione territoriale sviluppato
nell’arco di un triennio (maggio 2005 – settembre 2008), finalizzato alla promozione di nuove
iniziative imprenditoriali e forme di lavoro autonomo nei comuni ricadenti nelle aree dell’obiettivo 2 della
Provincia Autonoma di Trento.
I risultati di questo lavoro vogliono costituire un ulteriore tassello nel processo di progressiva
demolizione di una convinzione - ancora molto diffusa anche se declinante – che attribuisce alle
aree montane del Paese un connotato di arretratezza e di marginalità che si traduce in un evitabile
bisogno di assistenza. Aree di cui, con politiche redistributive e trasferimenti, bisogna in qualche
modo farsi carico, ma che rappresentano sostanzialmente un peso per l’economia nazionale.
Quando il Censis nel 2002, per la prima volta ha pubblicato una stima del valore aggiunto
prodotto nel territorio montano (circa 165 miliardi di euro su base dati 1999), sono stati in molti a
stupirsi. In particolare, se la montagna era in grado di produrre il 16,1% del valore aggiunto del Paese
con una popolazione corrispondente al 18,7% del totale nazionale, qualcosa andava sicuramente
rivisto nelle tradizionali interpretazioni sulla debolezza dell’economia montana. Con quel lavoro
si era aperta una breccia. Non a caso quei dati sono comparsi in numerose pubblicazioni, sono stati
ripresi in documenti ufficiali di carattere istituzionale e citati in innumerevoli convegni.
Oggi quella breccia si può allargare ulteriormente. Infatti, nelle stime attuali, prodotte sempre
dal Censis nel 2007 con una trasposizione sul livello comunale dei dati provinciali del 2003 (ovvero
i più aggiornati per questo tipo di indicatore), il sistema montagna nel suo complesso appare
ancora più robusto. Il valore aggiunto dei territori montani può essere stimato in circa 203 miliardi
di euro, ossia il 16,7% del totale nazionale. Nei quattro anni che separano le due indagini, dunque,
la montagna è cresciuta più della media del Paese. I dati indicano una crescita del valore aggiunto
del 10,5% contro il 6,5% della media nazionale.
La transizione economica delle aree montane va quindi sottratta, sia dal punto di vista del
racconto, sia da quello delle analisi, alla marginalità in cui è stata relegata e va ricollocata nel
passaggio che sta avvenendo tra la società industriale - caratterizzata dal capitalismo urbano
industriale per il quale le aree montane erano solo la periferia del processo economico - e la
società dell’informazione, caratterizzata da un’economia dei flussi che trova nella montagna un
fondamentale luogo di soddisfacimento di nuovi bisogni.
Il territorio montano, e in primo luogo quello alpino, riserva a questo riguardo molte
sorprese, in special modo negli ultimi decenni, nel corso dei quali sembra essere divenuto luogo
di sperimentazione della tarda modernità, o di una nuova epoca i cui tratti non sono stati ancora
definiti. Il contesto montano è diventato luogo privilegiato di modernizzazione, di ricerca e
innovazione per la tutela dell’ambiente, la gestione del ciclo dell’acqua e delle fonti rinnovabili di
energia, la ricerca tecnologica, la sperimentazione di nuove soluzioni architettoniche, l’introduzione
di modelli innovativi per la gestione del patrimonio pubblico.
La nuova organizzazione spazio-temporale della produzione ha modificato il ruolo economico
del territorio e la sua capacità attrattiva. I territori di montagna oggi non sono più la periferia del
sistema industriale, buoni solo per fornire manodopera e materie prime. Ma acquistano una nuova
centralità legata ai loro peculiari aspetti di qualità dell’ambiente e delle loro relazioni sociali.
La competitività delle imprese oggi si gioca principalmente sui fattori immateriali della
produzione. Questo significa che quando sono garantite le dotazioni infrastrutturali che consentono
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Trentino Sviluppo SpA
l’accesso alle grandi reti di comunicazione e la disponibilità di aree attrezzate, ad assumere rilevanza
è un contesto favorevole all’innovazione non disgiunto da aspetti di qualità ambientale e sociale.
Innovazione e qualità ambientale diventano i codici di comunicazione delle imprese, ne certificano
la qualità delle produzioni, diventano parte integrante della loro immagine.
Il ricco patrimonio di beni ambientali e storico culturali della montagna alimenta una nuova
domanda di fruizione turistica - fondata sulla valorizzazione della qualità e della differenza
- che trova la corrispettiva offerta in forme originali di ospitalità diffusa, nella valorizzazione
delle specificità agroalimentari e artigianali, nelle innovative forme di intrattenimento capaci di
valorizzare l’esperienza connessa alla fruizione della montagna ed al consumo dei suoi prodotti.
La stessa agricoltura di montagna è oggi coinvolta in un processo di modernizzazione
che porta progressivamente la microimpresa agricola ad affrancarsi da un’immagine di comparto
marginale e fortemente assistito dall’intervento pubblico. Dall’osservazione territoriale di quanto
accade nel mondo delle microimprese agricole se ne ricava un’immagine tutt’altro che statica o
regressiva. Sul piano strettamente produttivo e distributivo, sono individuabili una pluralità di
tendenze volte a definire un nuovo ruolo ed un nuovo modello di sostenibilità economica della
microimpresa agricola di montagna. Rientrano all’interno di tali tendenze: la valorizzazione di
produzioni tipiche in mercati di nicchia; la diffusione delle colture biologiche; l’investimento in
forme alternative di coltivazione e di allevamento; l’investimento in attività di trasformazione
e commercializzazione capaci di dare valore aggiunto alle produzione aziendali; iniziative come
il “Kilometro 0” (le reti di locali che offrono prodotti del territorio che non devono percorrere
lunghe distanze prima di giungere in tavola); la diffusione di distributori automatici per la
commercializzazione di latte appena munto; la diffusione dei “farmer markets” (i mercati esclusivi
degli agricoltori nelle città). Il nuovo modello di sostenibilità economica è ulteriormente rafforzato
dal carattere di multifunzionalità dell’impresa agricola che porta ad una sempre maggiore
integrazione tra attività agricola, turismo, artigianato e servizi alla collettività.
L’artigianato, ancor più del turismo e dell’agricoltura, rappresenta lo “zoccolo duro” delle
economie montane: la principale attività economica che consente di far vivere questi territori
e quindi di mantenere viva la comunità. Il numero di imprese artigiane è un indicatore del
benessere di una comunità, basta pensare al ruolo dell’artigianato, nel fornire occupazione, nel
fare manutenzione del territorio, nel fornire i servizi di base che consentono la permanenza e la
vita della comunità. L’artigianato di montagna va oggi oltre lo stereotipo che lo lega ai vecchi
mestieri ricchi di tradizione e poveri di futuro. Le imprese artigiane collocate in territori montani
sono oggi specializzate in produzioni di qualità in ambito tecnologico, artistico, gastronomico,
capaci di operare in distretti e filiere di subfornitura fortemente specializzate, di esportare i propri
prodotti nel mondo. La competitività di queste imprese si gioca sulla capacità di coniugare
tradizione ed innovazione creando un mix originale, una competenza che appartiene a quello
specifico territorio. Ed è qui il grande valore dell’impresa artigiana ed il suo importante ruolo nello
sviluppo delle aree montane. I territori montani sono luoghi ricchi di identità e l’impresa artigiana
è il luogo dove questa identità viene rielaborata e valorizzata, si trasforma in valore economico e
quindi in sviluppo.
In un contesto di razionalizzazione e progressiva riduzione della spesa pubblica nei piccoli
comuni di montagna si manifesta un’erosione di beni pubblici che è al contempo causa ed effetto
di fenomeni di spopolamento. A fronte di questa dinamica sono molte le amministrazioni locali
che sperimentano nuovi modelli di gestione economica dei servizi alla collettività. Nuovi modelli
di welfare municipale che - rielaborando tradizionali forme di mutualismo consolidate nei
territori alpini - danno origine a nuove esperienze di impresa sociale, attraverso cui le comunità
locali si auto-organizzano imprenditorialmente per dare risposte a propri specifici bisogni.
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Trentino Sviluppo SpA
Nei contesti montani turismo, artigianato, agricoltura, servizi sociali non rappresentano settori
tra loro separati, ma un unico sistema socio-economico fortemente integrato, soggetto a continui
scambi e contaminazioni, il cui scopo è garantire il presidio e la manutenzione del territorio, la
qualità della vita delle comunità locali e la valorizzazione di un unico prodotto che si chiama
“montagna”.
Nelle economie locali delle tante valli trentine - che sono state oggetto dell’intervento presentato
in questo volume - hanno ormai preso corpo culture dello sviluppo che pongono il territorio e la
sua qualità al centro dei propri processi di crescita, sono cresciuti interessi economici fondati su
una duplice specializzazione: geografica da un lato, ed economica dall’altro. Il che, sempre più
spesso, si traduce in politiche di qualità dei prodotti, della vita e dell’ambiente circostante e in una
declinazione di questi aspetti in tutti i settori di attività economica e sociale (turismo, agricoltura,
agroalimentare, industria, servizi sociali).
Alla base di queste dinamiche c’è un processo di “imprenditorializzazione del lavoro” che riguarda
tanto le persone, quanto le società locali; un processo per certi versi epocale, che caratterizza la
generale evoluzione delle moderne società industriali e che, nelle aree montane, si coniuga con
delle preesistenze che possiamo ricondurre alla “specificità alpina”, costituite:
• dagli oggettivi vincoli morfologici e infrastrutturali all’attività di impresa;
• dalla stagionalità e scarsa remuneratività di molte attività economiche che vengono svolte in
aree montane;
• dalla centralità della dimensione territoriale nella definizione dei fattori di competitività dei
settori di specializzazione economica di queste aree (edilizia, turismo e agricoltura);
• dall’esistenza di importanti esternalità ambientali connesse al presidio e alla manutenzione
del territorio montano;
• da uno spirito “imprenditivo” che si esprime anche nel diffuso ricorso a modelli di integrazione
del reddito;
• dall’esistenza di reticoli socio-economici e produttivi che consentono una distribuzione sociale
del rischio di impresa.
Accompagnare questo processo di imprenditorializzazione del lavoro è oggi una priorità delle
politiche di sviluppo della montagna. Si tratta di operare per offrire adeguati livelli di vita anche
in zone decentrate, valorizzando le opportunità di lavoro che possono nascere dal diffondersi
forme di auto impiego a livello locale. Dai piccoli comuni di montagna emerge una domanda di
intervento finalizzata a tre obiettivi prioritari:
• alla creazione di nuova imprenditorialità endogena fondata sulla diversificazione e integrazione
della struttura economica e sulla piena valorizzazione delle risorse locali;
• al rafforzamento del ruolo svolto alle imprese locali (agricole, artigianali e turistiche),
promovendone i caratteri di innovazione e di collegamento ai mercati;
• a potenziare il carattere di multifunzionalità delle attività economiche, con particolare
riferimento a quelle agricole e commerciali.
La crescita di microimprese e di forme di lavoro autonomo, rilevabile in queste aree, nonostante
alcuni elementi di arretratezza che devono essere progressivamente corretti, non rappresenta
un’anomalia pre-moderna, ma una costruzione antropologica e sociale dotata di futuro, avendo le
carte in regola per essere parte attiva della nuova modernità. Se guardiamo al futuro ci accorgiamo
che esiste uno spazio crescente per lo sviluppo di forme distribuite di intelligenza produttiva, in cui
i molti nodi di una rete sono connessi da rapporti diretti di fiducia e cooperazione.
Le nuove forme dei lavori si fondano su processi di individualizzazione e reticolarità: di
individualizzazione, perché alla produzione di valore economico partecipano ormai in misura
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assolutamente rilevante le competenze delle singole persone che forniscono le proprie prestazioni
nelle diverse forme in cui ormai si articola il lavoro indipendente; di reticolarità, perché il lavoro
individuale non nega, anzi al contrario, richiede la crescita delle connessioni tra segmenti del
ciclo, tra diverse funzioni, tra singole competenze.
Da questo punto di vista i territori montani rappresentano un laboratorio della modernità dove
assumono rilevanza le culture del lavoro radicare in queste aree ed i reticoli di cooperazione che -
come ben si evidenzia nel caso trentino - consentono una diffusione della microimpresa anche nei
territori più periferici ed uno sbocco delle produzioni sui mercati nazionali ed internazionali.
Inoltre, i territori montani sono caratterizzati da competenze distintive, riconoscibili,
difficilmente riproducibili e banalizzabili, capaci di produrre valore aggiunto nelle reti globali. Nelle
aree montane è ormai diffusa la consapevolezza che modernizzazione non significa necessariamente
compromissione dell’ambiente e dei rapporti sociali, al contrario è possibile osservare:
• come la qualità di un territorio sia un bene considerato sempre più prezioso anche sul piano
economico, molte realtà territoriali e imprenditoriali hanno imparato a fare della qualità
ambientale un proprio vantaggio competitivo ed un’opportunità di business;
• come i meccanismi di coesione sociale, di identità, e di vivacità della cultura locale siano
considerate una precondizione essenziale per sviluppare offerte e competenze distintive e nel
determinare, di conseguenza, l’efficienza e lo sviluppo dei territori montani, in un’ottica di
modernizzazione sostenibile.
Il concetto di modernità deve essere assunto come concetto chiave all’interno delle politiche di
sviluppo della montagna. Nel senso che la modernità o viene riconosciuta, valorizzata, governata,
oppure viene subita. Viene subita con la chiusura dei servizi e con l’apertura dei grandi centri
commerciali; con infrastrutture che attraversano il territorio senza dare risposte ai bisogni locali;
con flussi migratori che a volte producono spopolamento, ma altre volte producono problemi di
integrazione degli immigrati; con una “parchizzazione” del territorio che troppo spesso vincola
senza produrre sviluppo; con flussi turistici che hanno il solo risultato di consumare il territorio; con
la chiusura di attività produttive che non hanno gli strumenti per affrontare la competizione.
Assumere la modernità come riferimento per la definizione di politiche dello sviluppo della
montagna non significa negare la tradizionale identità di un territorio, al contrario, un’identità
forte è oggi il presupposto per stare nella modernità. È urgente capire che, nell’epoca del produrre
per competere che stiamo vivendo, il territorio montano è uno spazio “glocale”, dove il locale si
unisce al globale.
Nella modernizzazione i concetti di comunità ed identità locale – da sempre alla base delle
dinamiche di sviluppo di questi territori - si attualizzano e si esprimono attraverso la crescita:
• di interessi economici fondati sulla qualità del bene territorio nelle sue diverse accezioni
ambientale, culturale e produttiva e sulla sua conseguente capacità di generare flussi;
• di forme di integrazione tra le diverse attività presenti localmente volte a definire un’immagine
unitaria di territorio;
• nel consolidamento di un sistema di reti (locali, metropolitane e globali), capaci di garantire
qualità della vita e competitività del territorio in un’economia fatta di flussi.
A mutare è il ruolo economico del territorio e la sua capacità attrattiva. Quello che conta nella
nuova economia è l’offerta che il territorio è in grado di proporre in termini di conoscenze, reti,
e qualità ambientale, non solo per quelle attività che fanno riferimento al territorio come fattore
produttivo strategico, ma anche per quei fattori di attrattività che, in particolare in una realtà
come quella trentina, risultano, sotto alcuni aspetti, già superiori alla media nazionale, ma che
devono essere incrementati al fine di garantire una maggiore diversificazione delle attività.
10
Trentino Sviluppo SpA
2. Le motivazioni ed i risultati dell’intervento
di animazione imprenditoriale
L’intervento di animazione territoriale realizzato in provincia di Trento si colloca nell’ambito
del Documento Unico di Programmazione (Docup) 2000-2006 che - nell’Asse 1, Misura 1
“Interventi per l’insediamento, riconversione e riqualificazione delle piccole e medie imprese”- prevedeva la
possibilità di attivare interventi a favore delle piccole e medie imprese situate nelle zone decentrate
e marginali, favorendone la crescita occupazionale ed economica, creando condizioni a favore
dell’insediamento di attività economicamente sane ed in grado di competere sul mercato.
In tale cornice - e in particolare nell’ambito della promozione di politiche di contesto di cui
alla lettera d) della suddetta Misura 1 - si colloca l’iniziativa, assunta dall’Autorità di gestione del
Docup, in collaborazione con l’Agenzia dello sviluppo provinciale (oggi Trentino Sviluppo SpA),
di definire un intervento di ‘animazione territoriale finalizzata alla promozione di forme di lavoro
autonomo e iniziative imprenditoriali nei comuni trentini ricadenti nelle aree obiettivo 2.
Le motivazioni dell’intervento trovano uno specifico riferimento nelle conclusioni del valutatore
indipendente che, nelle raccomandazioni del rapporto di valutazione intermedia del Docup
– redatto nell’anno 2003 - individuava come: “un problema di fondo di alcuni comuni è legato alla
mancanza di tessuto imprenditoriale; gli interventi previsti dal DOCUP possono sicuramente stimolare nuovi
investimenti, ma sarebbe opportuno rafforzare strumenti di “animazione” che stimolino l’imprenditoria
anche nei territori più marginali, indirizzando quanto più possibile le azioni alle categorie di popolazione, in
particolare i giovani e le donne, che, se maggiormente motivate, potrebbero rispondere positivamente”. Tali
raccomandazioni evidenziavano la necessità di impostare un intervento di animazione capace di
coniugare la logica dell’agire sociale sul territorio con quella della cultura d’impresa
e del lavoro autonomo, mettendo in relazione le risorse umane con i beni materiali e immateriali
che costituiscono il patrimonio, spesso non valorizzato, di ogni comunità locale.
L’intervento non si poteva quindi limitare ad una semplice attività di sportello volta a fornire
informazione sulle opportunità legislative a sostegno della creazione d’impresa, ma si doveva
caratterizzare come un intervento di animazione culturale che si propone di qualificare culture e
atteggiamenti dei soggetti locali rispetto ai temi del lavoro, dell’impresa e dello sviluppo territoriale in
relazione alle attuali dinamiche di trasformazione del sistema produttivo e del mercato del lavoro.
Più che un semplice intervento di creazione di impresa, l’intervento si è quindi caratterizzato
come un’attività di accompagnamento del processo di “imprenditorializzazione del lavoro” che
costituisce uno dei principali caratteri evolutivi del postfordismo e che, anche nelle aree montane
marginali, si esplicita presentando aspetti peculiari.
Sempre più, l’investimento a rischio sulle proprie capacità professionali è oggi una pratica
necessaria per accedere al mercato del lavoro a tutti i livelli dell’organizzazione sociale. Questo
impone l’attivazione di politiche che promuovano la cultura di impresa come strumento
di inclusione sociale. Si tratta, in sostanza, di favorire un processo di apprendimento sociale
orientato all’autoimprenditorialità ed al lavoro autonomo e quindi basato sull’investimento di
risorse che sono proprie dell’individuo: il proprio capitale umano, costituito dalle competenze,
abilità, capacità di assumersi il rischio di un’attività autonoma; il proprio capitale sociale,
che è fatto dalle relazioni che ciascuno è in grado di mobilitare per fini produttivi. Tutto ciò,
valorizzando al contempo quel sapere contestuale e quelle risorse territoriali che sono patrimonio
delle comunità locali (competenze distintive), in relazione ai processi evolutivi del mercato e dei
nuovi modelli di consumo che sono in buona parte di carattere esogeno.
11
Trentino Sviluppo SpA
La caratteristica principale dell’intervento è stata la territorializzazione del processo di creazione
di impresa in stretta relazione con le dinamiche e con le progettualità di sviluppo locale che si
esprimevamo nei vari contesti trentini. L’azione si è sviluppata con attività di animazione realizzate
a livello dei singoli comuni e con attività di ricerca azione e assistenza tecnica alla creazione
di impresa condotte nell’ambito di microsistemi territoriali, in buona parte coincidenti con la
perimetrazione dei patti territoriali sviluppati in Provincia di Trento a partire da 2000.
Figura 1 Aree di intervento del progetto animazione imprenditoriale
Comuni Obiettivo 2 non compresi nei patti territoriali
Comuni Obiettivo 2 non compresi nei patti territoriali
Comuni phasing out non compresi nei patti territoriali
Comuni phasing out non compresi nei patti territoriali
In estrema sintesi, l’intervento di animazione si è posto gli obiettivi di:
• sviluppare nell’insieme della comunità locale una più chiara comprensione dei fenomeni
economici e sociali che caratterizzano l’evoluzione dell’area;
• evidenziare i processi evolutivi del mercato e dei modelli di consumo che possono trovare a livello
locale offerte imprenditoriali fondate sulla valorizzazione ed integrazione delle risorse locali;
• sviluppare, in particolare tra i giovani, un diverso approccio al mercato del lavoro incentrato sulla
valorizzazione delle proprie competenze e relazioni, sulla capacità di leggere le trasformazioni
del mercato e sulla capacità di governare il rischio connesso all’attività di impresa;
• sviluppare un sistema di relazioni tra soggetti istituzionali, sociali ed imprenditoriali, interne
e esterne alle aree di intervento, a sostegno delle nuove iniziative imprenditoriali ed in stretta
relazione con le politiche di sviluppo locale attive nei territori di riferimento (principalmente
i patti territoriali);
• creare nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo, anche con funzioni di
integrazione del reddito, avvicinando il concetto di impresa alle reali esperienze di lavoro e di
vita delle persone e valorizzando quelle che sono le specificità delle economie locali trentine.
12
Trentino Sviluppo SpA
BOX 1
LE COORDINATE DELL’INTERVENTO DI ANIMAZIONE IMPRENDITORIALE
❑ Intervento fortemente calato sul territorio e nella dimensione del sociale. L’intervento
si sviluppa per microsistemi territoriali (Patti territoriali). Più che un intervento di
creazione di impresa, l’azione si caratterizza come un accompagnamento del processo di
“imprenditorializzazione del lavoro” che caratterizza l’evoluzione post-fordista dell’economia
e della società (crescita delle forme di lavoro autonomo, atipico, ruolo del “capitalismo
personale”.).
❑ Intervento volto a valorizzare la cultura di impresa quale mezzo di inclusione sociale e
come strumento cardine delle politiche attive del lavoro.
❑ Intervento volto a rendere il concetto di impresa più aderente alle reali esperienze di lavoro
e di vita delle persone, valorizzando quelle che sono le specificità delle economie locali
trentine (per esempio l’intervento promuove anche le forme di integrazione del reddito
tipiche delle economie montane).
❑ Intervento volto a creare e consolidare le reti che consentono una “divisione sociale
del rischio di impresa” che già caratterizzano l’economia dei sistemi locali trentini (es.
ruolo della cooperazione). L’intervento intende in tal senso attivare, accanto all’offerta
istituzionale (incentivi, assistenza tecnica, ecc.), anche una ”offerta di territorio” (ruolo
dei Sindaci, delle categorie economiche, degli istituti bancari, relazioni produttive con
imprese presenti sui territori, logiche di filiera, ecc.)
❑ Intervento volto ad una comprensione socialmente diffusa dei processi di trasformazione
economica che connotano le economie locali trentine nei settori dell’artigianato, del turismo,
dell’agricoltura, dell’impresa sociale (es. valorizzazione dell’ “economia dell’esperienza” e
nuovi servizi turistici, integrazione tra settori economici, plurifunzionalità dell’impresa
agricola e commerciale, reti di subfornitura e di filiera, nuove forme dei servizi alle
imprese e fattori immateriali dello sviluppo, lavoratori della conoscenza, impresa sociale
di comunità e nuove forme di welfare mix, ecc.)
❑ Intervento volto a supportare ed integrare, attraverso l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali
e forme di lavoro autonomo, le strategie di sviluppo locale attivate con i patti territoriali.
❑ Intervento volto al consolidamento e all’evoluzione degli strumenti di programmazione
negoziata nei contesti locali (progettualità orientate ai fattori immateriali di sviluppo e alle
reti lunghe di mercato.)
❑ Intervento volto a supportare (attraverso l’esplicitazione della domanda sociale) la
definizione di un’offerta istituzionale di stampo post-fordista (nuove politiche del lavoro e
del welfare, della formazione, per l’imprenditorialità femminile, per l’innovazione, ecc.)
I consistenti dati di partecipazione al progetto - in particolare di partecipazione agli incontri di
animazione realizzati nei comuni – sono testimonianza di una sensibilità e di una consapevolezza
socialmente diffusa rispetto alle trasformazioni del lavoro e della struttura produttiva.
La lunga fase di confronto con la popolazione condotta nel corso di 129 incontri serali
nelle singole realtà comunali ha dato origine ai dati di flusso del progetto riportati nella
seguente tabella.
13
Trentino Sviluppo SpA
Tabella 1 Dati di flusso dell’attività di animazione imprenditoriale (periodo maggio 2005 - settembre 2008)
n. incontri di animazione imprenditoriale nei comuni 129 -
n. partecipanti agli incontri di animazione (schede di partecipazione) 1.878 100,0%
n. partecipanti che hanno manifestato interesse ad avviare un’attività autonoma 1.074 57,2%
n. idee di imprese presentate (questionari di ingresso all’assistenza tecnica) 410 21,8%
n. giornate dedicate a incontri di verifica e primo orientamento 78 -
n. partecipanti agli incontri di primo orientamento 391 20,8%
n. di giornate di formazione sul piano di impresa effettuate 54 -
n. partecipanti agli incontri di formazione sul piano di impresa 213 11,3%
n. di piani di impresa elaborati 135 7,1%
n. progetti indirizzati alle associazioni di categoria 42 2,2%
n. di progetti indirizzati ai servizi provinciali 53 2,8%
n. di imprese avviate 75 3,9%
Nelle schede di partecipazione alle serate di animazione, alla domanda sull’interesse ad avviare
una nuova attività, di qualunque tipo, (anche di integrazione del reddito) purché esercitata in
forma autonoma, ha risposto affermativamente il 57,2% dei partecipanti. Anche se poi,
un più limitato 21,8% dei partecipanti ha dato concretamente seguito a tale interesse compilando
il questionario di presentazione della propria idea imprenditoriale.
Questi dati dimostrano come, anche nelle aree periferiche della provincia di Trento, la
modernizzazione del sistema economico - accompagnata da un processo di scomposizione delle
forme del lavoro - incida sulla percezione dei soggetti.
A fronte del sostanziale blocco delle assunzioni nel settore pubblico, della chiusura di
importanti imprese localizzate in queste aree, dei processi di trasformazione delle economie
agricole e turistiche, dei processi di riorganizzazione produttiva nell’ambito di filiere di piccola
e media impresa, entrano in crisi i consolidati - seppur relativamente recenti - modelli fordisti di
produzione del reddito e di sicurezza sociale.
Le preoccupazioni delle famiglie rispetto all’inserimento lavorativo dei figli, la necessità di
incrementare l’occupazione femminile, le opportunità di diversificazione ed integrazione delle
attività economiche, sono stati i principali argomenti emersi dal dibattito pubblico nel corso delle
serate di animazione.
Il processo di imprenditorializzazione del lavoro è, in queste aree, un processo già dispiegato,
reso evidente dalla crescita delle forme del lavoro autonomo (in particolare nel settore artigiano e
terziario) dalla diversificazione dei modelli d’offerta turistica e delle produzioni agricole in settori
di nicchia, dal diffondersi di forme di lavoro atipico attraverso cui un crescente numero di giovani
– altamente scolarizzati - accede al mercato del lavoro.
A sostenere questo processo, come vedremo in seguito, vi è spesso un recupero di memoria
fatto di cultura del lavoro, di dimensione di comunità e di legame con il territorio.
14
Trentino Sviluppo SpA
3. Perché promuovere la microimpresa?
Un intervento di animazione imprenditoriale condotto in aree montane fa principalmente
riferimento alla creazione di microimprese, se non - come nel nostro caso - a forme di lavoro
autonomo e attività integrative del reddito. Tale approccio non può essere dato per scontato in
quanto, nell’ambito del dibattito sulle politiche di sviluppo, incontra spesso obiezioni e rilievi
critici che meritano alcune riflessioni.
Oggi all’interno del dibattito sulle prospettive economiche del nostro Paese prevale una
visione “declinista”, che pone al centro della propria riflessione i numeri spesso impietosi del PIL
nazionale, della contrazione delle quote di export, della scarsa qualificazione del capitale umano
e - in particolare - della mancanza di big players internazionali e del peso eccessivo delle piccole e
microimprese, per adombrare un destino per l’Italia di paese di seconda schiera. In un clima generale
di ricerca e di brama di imprese più grandi di quelle effettivamente esistenti a livello nazionale,
la categoria delle microimprese rappresenta - per molti analisti - un gruppo folto di maglie nere
verso le quali l’unica attenzione degna e possibile è la speranza di vederle almeno diminuire.
La piccola dimensione di impresa è da sempre considerata un’anomalia del sistema produttivo
italiano rispetto ad altri, un residuo di un’economia tradizionale destinato con il tempo a sparire.
Secondo tale interpretazione, le politiche di sviluppo dovrebbero essere indirizzate all’attrazione
di investimenti, alla formazione dei lavoratori, a sostenere l’incontro tra domanda e offerta di
lavoro, alla crescita delle imprese, e non certo ad aumentare la platea delle microimprese, incapaci
- secondo gli stessi analisti - di sostenere gli aumentati livelli di competitività.
Un ulteriore filone critico, sviluppatosi nell’ambito del dibattito sul postfordismo, arriva
perfino a negare alla microimpresa lo statuto di vera e propria impresa. La commistione tra capitale
e lavoro, rilevabile nella piccola dimensione di impresa, fa saltare lo schema shumpeteriano
di divisione dei ruoli all’interno dell’impresa (capitale, management e forza lavoro) e nei fatti
nasconde i fenomeni di precarizzazione e di sfruttamento (e autosfruttamento) che caratterizzano
i nuovi modelli di organizzazione produttiva e del lavoro. Secondo questi analisti un organismo
che ha meno di tre dipendenti può essere chiamato “impresa” solo per ragioni ideologiche, cioè
per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il variegato universo del
lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione1, fenomeno antico ma esploso proprio in
coincidenza del diffondersi di rapporti postfordisti.
Tali rilievi critici, seppur in parte condivisibili in quanto evidenziano alcune debolezze
strutturali della piccola dimensione di impresa (più bassa produttività media del lavoro, minore
capitale per addetto, minore produttività per addetto, scarsità di capitale, indebitamento ecc.),
sembrano non prendere in considerazione alcune peculiarità di tipo quantitativo e qualitativo di
questo tipo di imprese ed il contributo che esse hanno dato, e continuano a dare, alla competitività
del sistema Paese.
In Italia la piccola dimensione di impresa non identifica una categoria particolare, ma una
condizione tipica del produrre, del lavorare, del vivere. Una condizione, cioè, che riguarda la
maggior parte delle persone che sono, a vario titolo, coinvolte in attività produttive. In Italia fanno
impresa più di sei milioni di persone. La maggior parte di queste imprese, piccole o grandi che
siano, hanno dietro una famiglia. Se ne deduce che circa venti milioni di persone vivono del “fare
1 Sergio Bologna, “Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro”, DeriveApprodi, Roma 2007
15
Trentino Sviluppo SpA
impresa”. Il tasso di natalità delle imprese è un record italiano, decine di migliaia ogni anno, i dati
sulla diffusione a livello nazionale contano un’impresa ogni dieci abitanti. Questi dati ci dicono
che le imprese sono un grande laboratorio di integrazione, appartenenza e mobilità sociale. A tale
proposito basterebbe citare i crescenti numeri di imprese dirette da donne o avviate da immigrati
extracomunitari. Il “fare impresa” è un bacino di importanti virtù civiche che non creano solo
ricchezza, ma anche valori socialmente condivisi.
A livello nazionale il 47% circa della forza lavoro occupata nell’economia di mercato, lavora
in cosiddette “microimprese” con meno di dieci dipendenti, la cui dimensione media non supera i
2,7 addetti per impresa. Queste imprese “false”, che sono le imprese individuali e le microimprese,
sono le uniche che negli ultimi anni hanno aumentato l’occupazione, nel caso italiano - come
attestato dalla convergenza di alcune ricerche CNEL.2 - ma anche a livello europeo, come illustrato
nella seguente figura 2.
Figura 2 Sviluppo dell’occupazione (Europa 19) Fonte: Barriccelli www microimpresa.it
Già partire dagli anni ’80, le piccole imprese, hanno cessato di rappresentare, nell’immaginario
collettivo, il residuo di modi pre-moderni di produrre e di competere. E questo è sostanzialmente
dovuto all’inaspettato successo competitivo della piccola dimensione di impresa che, con la crescita
delle economie distrettuali, le forti percentuali di esportazione, la qualità delle produzioni, l’innovazione
tecnologica, ha saputo conquistarsi il ruolo di asse portante dell’economia italiana. Migliaia di piccoli
imprenditori e di artigiani hanno rapidamente appreso la lezione della modernità innovando le loro
imprese, creando i distretti, la loro internazionalizzazione, il made in Italy e gran parte di quei fattori
che rendevano il nostro Paese un modello di flessibilità e di competizione, che dall’estero venivano a
studiare. I fattori che hanno dato competitività alla piccola dimensione di impresa sono molteplici:
• vi è senz’altro il coraggio e l’intelligenza imprenditoriale dei soggetti;
• vi sono i vantaggi della flessibilità consentita dalla piccola dimensione, che con la crisi del
fordismo hanno assunto una nuova centralità;
2 Si veda in particolare CNEL, “Rapporto sul mercato del lavoro 2003”, Documenti n. 39, novembre 2004, in www.cnel.it.
16
Trentino Sviluppo SpA
• vi è poi la capacità di avere creato appartenenze economiche, nel senso che la piccola impresa
ha imparato a sentirsi parte di un sistema più vasto, (reti di imprese, sistemi di subfornitura,
distretti) che gli ha permesso di perseguire strategie di specializzazione, raggiungere economie
di scala e superare gran parte dei limiti connessi alla piccola dimensione.
Sono questi i numeri e le risorse che ha portato a descrivere il capitalismo italiano come un
capitalismo molecolare, di piccole imprese in rete tra di loro, un capitalismo territorialmente e
socialmente diffuso, dove le imprese - per dirla alla Becattini3 - sono un progetto di vita.
La piccola dimensione di impresa non è, comunque, una peculiarità solo italiana. La stessa
Unione Europea ha più volte riconosciuto il ruolo svolto dalla piccola impresa nella vita
economica e sociale del continente: ruolo indubbiamente rilevante se si pensa che poco meno
dell’80% delle imprese europee è collocato nella fascia dimensionale compresa tra 1 e 9 addetti,
mentre appare modesta l’incidenza delle medie e, soprattutto, delle grandi imprese.
Tabella 2 Micro, piccole e medie imprese manifatturiere nell’Europa a 27. Principali aspetti strutturali (2004, % sul
totale, salvo produttività del lavoro)
Numero Valore Produttività
Addetti Fatturato
di Imprese aggiunto lavoro
1-9 addetti 79,7 13,6 6,0 7,0 23,6
10-19 addetti 9,6 8,4 4,9 6,0 32,2
20-49 addetti 6,0 11,9 8,3 9,4 36,1
50-249 addetti 3,8 24,7 21,1 22,2 41,1
Oltre 250 addetti 0,8 41,3 59,7 55,3 61,2
Fonte: elaborazioni Istituto G. Tagliacarne su dati Eurostat
La centralità della piccola dimensione di impresa è stata riconosciuta nel dibattito economico
europeo sin dalla “Nuova definizione di PMI” entrata in vigore dal 1 gennaio 20054. Due sono state le
tappe fondamentali di questo percorso: il Consiglio di Lisbona (23-24 marzo 2000) e l’approvazione
della “Carta europea della piccola impresa” da parte del Consiglio di Feira (Portogallo, 19-20
giugno 2000). In quest’ultimo documento è stato riconosciuto esplicitamente che “le piccole imprese
costituiscono il motore dell’innovazione e dell’occupazione in Europa” e vengono formulate dieci linee
d’azione dirette a promuovere l’imprenditorialità e migliorare il contesto delle piccole imprese.
Secondo i dati dell’Osservatorio europeo sulle piccole imprese il nuovo imprenditore europeo è
giovane ha un’età media di 35 anni e fa impresa sulla base di un know-how acquisito in precedenza,
fatto che diviene particolarmente marcato nel caso degli imprenditori nel settore dei “servizi alle
imprese” e nell’”alta tecnologia”, che hanno raggiunto un livello di istruzione più elevato rispetto
a quelli del settore manifatturiero. Una microimpresa su cinque è gestita da una donna: oltre il
29% di tutti gli imprenditori europei sono donne, e le loro imprese sono attive principalmente nei
settori commerciali e vendite e nei servizi personali. Nei contesti metropolitani una nuova azienda
ogni tre, ha come titolare un immigrato.
Il maggior ruolo della microimpresa nel contesto italiano è invece evidenziato dai dati ISTAT
(archivio ASIA). Nel 2006 sono oltre 4,4 milioni le imprese attive nell’industria e nei servizi, che
occupano complessivamente circa 17,1 milioni di addetti. La prevalenza di micro imprese
3 Becattini G., Dal distretto industriale allo sviluppo locale, Bolatti Boringhieri 2000 Torino.
4 Raccomandazione della Commissione 96/3617CE, del 6 maggio 2003, relativa alla definizione delle microimprese,
piccole e medie imprese, GU L.124 del 20 maggio 2003, pp.36-41.
17
Trentino Sviluppo SpA
nel sistema produttivo italiano è testimoniata dalle oltre 4 milioni di imprese con
meno di 10 addetti: esse rappresentano il 95 per cento del totale e, come già detto,
occupano il 47 per cento degli addetti.
Tabella 3 Italia - Imprese e addetti per classi di addetti e settore di attività economica – Anno 2006 Fonte: Istat,
Archivio Statistico delle Imprese Attive
ATTIVITÀ ECONOMICHE
CLASSI Industria Commercio Totale
DI ADDETTI in senso stretto Costruzioni Altri servizi
e alberghi
(a)
Imprese Addetti Imprese Addetti Imprese Addetti Imprese Addetti Imprese Addetti
1 176.641 177.564 316.020 318.778 823.536 823.338 1.250.245 1.246.302 2.566.442 2.565.982
2-9 254.691 1.005.095 247.769 862.987 640.602 2.067.554 476.841 1.489.323 1.619.903 5.424.958
10-19 52.748 706.507 22.856 294.606 37.482 483.988 29.301 383.551 142.387 1.868.652
20-49 24.681 738.204 6.432 185.963 11.174 327.230 12.999 393.442 55.286 1.644.838
50-249 10.397 999.374 1.468 124.814 3.362 313.171 7.221 725.532 22.448 2.162.891
250 e più 1.461 1.103.571 84 51.462 512 527.227 1.485 1.767.170 3.542 3.449.430
Totale 520.619 4.730.313 594.629 1.838.610 1.516.668 4.542.507 1.778.092 6.005.319 4.410.008 17.116.750
(a) Poiché il numero degli addetti di un’impresa è calcolato come media annua, la classe dimensionale ‘1’ comprende
le unità con in media fino a 1,49 addetti; la classe ‘2-9’ comprende quelle con addetti da 1,50 a 9,49, e così via.
Analizzando il peso, in termini di addetti, dei differenti settori economici all’interno di singole
classi dimensionali (figura 3), si rileva che l’incidenza dell’industria in senso stretto è minima nelle
imprese più piccole (6,9 per cento) e cresce all’aumentare della classe dimensionale, raggiungendo
il valore più elevato nella media impresa (da 50 a 249 addetti), dove quasi il 50 per cento
dell’occupazione compete proprio all’industria in senso stretto. I settori economici del terziario
sono quelli caratterizzati dalla maggiore presenza di micro e piccole imprese; infatti, tra le imprese
che occupano fino a 10 addetti sono più numerose quelle dei settori del Commercio e alberghi e
degli Altri servizi (complessivamente rappresentano oltre il 76,2 per cento delle microimprese).
Figura 3 Addetti per settore di attività economica e classi di addetti – Anno 2006 (composizioni percentuali)
18
Trentino Sviluppo SpA
Vista la struttura del sistema produttivo italiano, caratterizzato dalla presenza preponderante
di microimprese, un segmento di particolare importanza da analizzare è quello delle imprese
senza lavoratori dipendenti, il cui input di lavoro è costituito esclusivamente da lavoratori
indipendenti. (figura 4). Le imprese senza lavoratori dipendenti in Italia ammontano a
circa 2 mln e 923 mila (66,3 per cento del totale delle imprese attive). Una presenza di
imprese senza dipendenti ben oltre la media nazionale si ha nei settori dei Servizi alle imprese (80,9
per cento) e del Commercio e riparazioni (71,9 per cento). È questo un segmento particolarmente
significativo, non solo per il suo dato dimensionale, ma anche dal punto di vista qualitativo. È in
questo segmento, infatti, che si vanno a collocare i nuovi e molteplici lavori ad alto contenuto
professionale che accompagnano il processo di terziarizzazione del nostro apparato produttivo
minuto ed in cui a prevalere sono le caratteristiche di individualità ed autonomia.
Figura 4 Imprese senza dipendenti per settore di attività economica – Anno 2006 (valori percentuali)
In provincia di Trento le imprese attive nell’industria e nei servizi, secondo i dati ASIA
2005, sono 39.867 e occupano 160.379 addetti; di queste 6.482 sono localizzate nelle aree Docup
(obiettivo 2 + phasing out) e occupano 22.146 addetti. Nelle aree Docup sono quindi localizzate
il 16,2 % delle imprese ed il 13,8 % degli addetti della provincia.
In provincia, le microimprese sono 37.508 pari al 94% del totale delle imprese
attive e occupano il 50,2% degli addetti a livello provinciale. La percentuale delle
microimprese sul totale delle imprese attive nelle aree Docup è superiore solo di mezzo
punto percentuale al dato provinciale (94,5%), ma contribuiscono maggiormente
all’occupazione, con ben il 59,1% del totale degli addetti sul totale degli addetti
nelle stesse aree.
19
Trentino Sviluppo SpA
Tabella 4 Ruolo della microimpresa (< di 10 addetti) confronti territoriali
Microimprese (%) Addetti nella microimpresa (%)
Italia 95,0 47,0
Provincia di Trento 94,0 50,2
Aree Docup della provincia di Trento 94,5 59,1
Tabella 5 Imprese e addetti per classe di addetti e settore di attività economica secondo l’archivio ASIA (2005)
Fonte: Servizio statistica PAT, Archivio Statistico delle Imprese Attive
Provincia di Trento
Industria Commercio e
Costruzioni Altri servizi Totale
Classe di addetti in senso stretto alberghi
Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti
1 addetto 1.544 1.627 3.865 4.064 5.585 5.950 10.897 11.178 21.891 22.820
Da 2 a 9 addetti 1.981 8.239 2.377 9.281 6.928 25.675 4.331 14.546 15.617 57.741
Da 10 a 19 addetti 381 5.347 300 4.120 524 7.058 241 3.207 1.446 19.732
Da 20 a 49 addetti 217 6.602 121 3.631 146 4.407 144 4.427 628 19.067
Da 50 a 249 addetti 97 9.614 30 2.238 39 3.488 92 9.699 258 25.038
250 addetti ed oltre 12 5.988 - - 6 3.117 9 6.875 27 15.980
Provincia 4.232 37.418 6.693 23.334 13.228 49.695 15.714 49.932 39.867 160.379
Comuni phasing out della provincia di Trento
Industria Commercio e
Costruzioni Altri servizi Totale
Classe di addetti in senso stretto alberghi
Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti
1 addetto 192 201 467 494 573 609 733 754 1965 2058
da 2 a 9 addetti 252 1083 307 1.170 601 2204 273 854 1433 5311
da 10 a 19 addetti 41 577 34 461 37 506 16 188 128 1732
da 20 a 49 addetti 17 542 10 315 14 413 8 237 49 1508
da 50 a 249 addetti 9 1103 5 318 4 449 4 485 22 2355
250 addetti ed oltre
Totale 511 3506 823 2758 1229 4182 1034 2518 3597 12964
Comuni Obiettivo 2 della provincia di Trento
Industria Commercio e
Costruzioni Altri servizi Totale
Classe di addetti in senso stretto alberghi
Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti Imprese addetti
1 addetto 143 149 491 510 430 463 510 517 1574 1638
da 2 a 9 addetti 219 913 255 993 475 1521 205 679 1154 4106
da 10 a 19 addetti 51 716 28 396 11 145 12 174 102 1432
da 20 a 49 addetti 22 639 12 372 3 86 9 254 46 1351
da 50 a 249 addetti 5 432 2 120 2 121 0 0 9 673
250 addetti ed oltre
Totale 440 2849 788 2391 921 2336 736 1624 2885 9200
Il peso in termini di addetti, dei differenti settori economici all’interno delle singole classi dimensionali
(figura 5) conferma quanto evidenziato a livello nazionale: si rileva che l’incidenza dell’industria in senso
stretto è minima nelle imprese più piccole e cresce all’aumentare della classe dimensionale, mentre i
settori economici del terziario sono caratterizzati dalla presenza di micro e piccole imprese.
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Trentino Sviluppo SpA
Figura 5 Addetti per settore di attività economica e classe di addetti. Anno 2005 (composizioni percentuali) Fonte:
Servizio statistica PAT, Archivio Statistico delle Imprese Attive
PROVINCIA TRENTO
60,0
50,0
40,0
30,0
20,0
10,0
0,0
1 addetto Da 2 a 9 Da 10 a 19 Da 20 a 49 Da 50 a 249 250 addetti ed Totale
addetti addetti addetti addetti oltre
Industria in senso stretto Costruzioni Commercio e alberghi Altri servizi
Phasing out
50,0
45,0
40,0
35,0
30,0
25,0
20,0
15,0
10,0
5,0
0,0
1 addetto Da 2 a 9 addetti Da 10 a 19 Da 20 a 49 Da 50 a 249 250 addetti ed Totale
addetti addetti addetti oltre
Industria in senso stretto Costruzioni Commercio e alberghi Altri servizi
Comuni obiettivo 2
70,0
60,0
50,0
40,0
30,0
20,0
10,0
0,0
1 addetto Da 2 a 9 addetti Da 10 a 19 Da 20 a 49 Da 50 a 249 250 addetti ed Totale
addetti addetti addetti oltre
Industria in senso stretto Costruzioni Commercio e alberghi Altri servizi
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Trentino Sviluppo SpA
Le imprese senza lavoratori dipendenti (si vedano tab. 6 e fig. 6) sono: il 60,9% in
provincia di Trento, il 61,7% nei comuni phasing out e il 63,6% nei comuni obiettivo 2. Le
percentuali più alte di imprese senza lavoratori dipendenti si rilevano nel settore dei servizi (73,3
in Provincia, 76,2 nelle aree phasing out, 76,5 nelle aree obiettivo 2). In particolare nelle aree
obiettivo 2, istruzione (100%), sanità ed altri servizi sociali (85,2%) seguiti dai servizi alle imprese
(82,1%) rappresentano i principali settori di autoimpiego.
Tabella 6 Imprese senza dipendenti in provincia di Trento per settore di attività economica, percentuale sul totale
delle imprese del settore. Fonte A Servizio statistica PAT, Archivio Statistico delle Imprese Attive 2005.
Comuni Comuni
Provincia
obiettivo 2 phasing out
%
% %
Industria in senso stretto 43,0% 46,6% 43,6%
Costruzioni 66,8% 59,5% 60,6%
Commercio e alberghi 60,5% 57,2% 52,0%
Servizi 76,5% 76,2% 73,3%
Totale 63,6% 61,7% 60,9%
Figura 6 Imprese senza dipendenti in Provincia di Trento, per settore di attività. Fonte: Servizio statistica PAT,
Archivio Statistico delle Imprese Attive 2005.
Industria in senso stretto
Estrazione di minerali non energetici
- Industrie alimentari delle bevande e del tabacco
- Industrie tessili e dell'abbigliamento
- Industrie conciarie, fabbricazione di prodotti in cuoio , pelle e similari
- Industria del legno e dei prodotti in legno
- Fabbricazione della pasta carta, della carta e dei prodotti in carta; stampa ed
editoria
- Cokerie, raffinerie di petrolio
- Fabbricazione di prodotti chimici e di fibre sintetiche e artificiali
- Fabbricazione di prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi
- Produzione di metallo e fabbricazione di prodotti in metallo
- Fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici compresi l'installazione, il
montaggio, la riparazione e la manutenzione
- Fabbricazione di macchine elettriche e di apparecchiature elettriche ed ottiche
- Fabbricazione di mezzi di trasporto
- Fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche
- Altre industrie manifatturiere
Produzione e distribuzione di energia elettrica, di gas, di vapore e acqua
Costruzioni
Commercio e alberghi
Commercio e riparazioni di autoveicoli e di beni per la casa
Alberghi e pubblici esercizi
Servizi
Trasporti, magazzinaggio e comunicazioni
Intermediazione monetaria e finanziaria
Attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, altre attività professionali ed
imprenditoriali
Istruzione
Sanità e altri servizi sociali
Altri servizi pubblici, sociali e personali
Servizi domestici presso famiglie e convivenze
0,0% 10,0% 20,0% 30,0% 40,0% 50,0% 60,0% 70,0% 80,0% 90,0% 100,0%
Comuni obiettivo 2 Comuni phasing out Provincia
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Trentino Sviluppo SpA
La lettura dei dati sopra riportati evidenzia come il peso degli operatori di ridotte dimensioni
a livello nazionale e provinciale (ma abbiamo visto anche a livello europeo) è tale che risulta
difficile pensare ad una crescita del tessuto economico prescindendo dallo sviluppo della piccola
e piccolissima impresa.
Con ciò, non si intende riproporre la retorica del “piccolo e bello”, ne aprire una stagione di
contrapposizione ideologica tra grandi e piccole imprese. Piccole e grandi imprese devono oggi
essere riconosciuti come attori necessari, di pari importanza, nelle prospettive economiche del
prossimo futuro, in quanto svolgono ruoli complementari. La struttura reticolare ed integrata del
nostro sistema produttivo dimostra, infatti, come sul territorio le imprese si incontrano
e collaborano a prescindere dalle dimensioni. Il nostro sistema produttivo (nazionale e
trentino) è “uno solo”: un sistema produttivo in cui operano poche grandi imprese transnazionali;
molte medie imprese che si affacciano sui mercati internazionali pur mantenendo un forte
radicamento territoriale; una moltitudine di piccole imprese e un tessuto diffuso degli artigiani
che operano nelle filiere e nelle nicchie di specializzazione; un numero crescente di microimprese
e lavoratori autonomi che operano nel ciclo dei nuovi servizi terziari alle imprese ed al territorio.
Oggi l’impresa è innovativa e competitiva non in base alle sue dimensioni e alle sue
capacità di investimento, ma in base all’estensione e articolazione delle sue reti: di
mercato, di collaborazione, di supporto alle nuove funzioni. Più le imprese sono piccole e più
devono economizzare lo scarso capitale di cui dispongono, facendo leva sull’outsourcing, ossia
sul capitale degli altri. In tal senso le nostre piccole imprese hanno saputo inventarsi forme
originali di innovazione dei loro cicli produttivi, che non passano per forti investimenti di capitali
(che non potrebbero fare), ma per alleanze, collaborazioni, specializzazioni, focalizzazioni su
nicchie produttive ad elevata sostenibilità. Il gioco dell’innovazione si basa sullo scambio delle
conoscenze. Dallo scambio di informazioni ed esperienze tra diverse unità produttive spesso si
realizzano innovazioni pari - e probabilmente anche migliori - di quelle che nascono nei laboratori
di ricerca.
Le politiche a sostegno delle imprese non devono solo, o necessariamente, intervenire sulla
crescita dimensionale del nostro apparato produttivo, curandolo dall’endemica malattia del nanismo,
ma incrementare il capitale relazionale che serve per produrre in un’epoca di globalizzazione ed il
capitale intellettuale che è assolutamente necessario per passare dalla produzione materiale a quella
immateriale.
Tale strategia di supporto allo sviluppo locale assume particolare rilevanza nelle aree montane,
caratterizzate da una minore dimensione delle imprese.
“La nostra è una realtà in cui c’è altissima quota di microimprese. Questa è un po’ una caratteristica
della nostra provincia, anche perché siamo un territorio montano. La caratteristica di questi ultimi anni è
l’aumento abbastanza importante delle nuove iniziative. Arriva il piccolo imprenditore, parte e ha bisogno
del finanziamento. Aiutiamo anche l’impresa più strutturata, ma la realtà nostra è stata quella della micro
impresa”. Responsabile Consorzio artigiano di garanzia
Gran parte delle micro e piccole imprese trentine risulta ben radicata nel territorio operando
prevalentemente in un’area territoriale molto ristretta. Nell’ambito delle proprie attività la piccola
azienda svolge, quindi, un’importante funzione non solo economica, ma anche sociale contribuendo
a produrre e a rafforzare forme di coesione a livello territoriale, vere e proprie comunità locali.
Nel contempo, le micro e piccole imprese hanno continuato ad operare all’interno dei settori
tradizionali specializzandosi spesso in prodotti di nicchia (unici e, spesso, inimitabili). Molte di
esse, pur rimanendo piccole e mantenendo una struttura a carattere prevalentemente familiare,
hanno adottato una serie di strategie di networking con altre imprese attraverso, soprattutto, il
23
Trentino Sviluppo SpA
rafforzamento della loro presenza in filiere produttive, reti di impresa e di cooperazione, al fine di
acquisire i vantaggi e le economie di scala tipiche delle imprese di medio-grandi dimensioni.
Inoltre, molte micro e piccole imprese si sono spostate, attraverso un processo di upgrading
qualitativo dei prodotti, verso fasce di mercato sempre più elevate e di nicchia (soprattutto all’interno
dei settori tradizionali) riuscendo in tal modo a mantenere una posizione competitiva sui mercati.
Queste caratteristiche della microimpresa, evidenziano come, più che l’imprese in quanto
tali, sono le persone che le popolano e i territori che le ospitano a dover essere oggetto
di interventi di sviluppo locale.
La piccola impresa, prima che piccola, è un’impresa personale. È il luogo e il sistema in cui
la persona si imprenditorializza, mettendo al servizio dell’impresa le sue risorse, e dove l’impresa
si personalizza, assumendo le fattezze e l’intelligenza delle persone che la popolano. La piccola
impresa, proprio perché piccola, è legata al territorio da cui trae i fattori che determinano il suo
vantaggio competitivo. È dal territorio che la piccola impresa trae i vantaggi della divisione del
lavoro e della condivisione delle conoscenze, mediate da relazioni interpersonali e dal capitale
sociale. Ecco che allora promuovere l’imprenditorialità delle persone e del territorio - sostenendo
la nascita di microimprese ed il consolidamento di filiere e reti produttive che vanno oltre la
dimensione locale - assume un ruolo strategico nello sviluppo delle aree montane, non solo per
l’obbiettivo quantitativo di creare opportunità occupazionali in loco, ma per l’obbiettivo qualitativo
di infrastrutturare e rafforzare la competitività delle economie locali.
L’imprenditorialità diffusa alimenta un certo modo di essere e di funzionare della nostra
economia. Un modo che, nel bene e nel male, costituisce la piattaforma di esperienza e di
competenza da cui partire per affrontare la nuova concorrenza. Infatti:
• la rete di piccole imprese è un serbatoio di creatività (persone) e di intelligenza relazionale
(reti personali, servizi). Se si ci propone di andare verso attività centrate sulla produzione di
significati e sull’interazione comunicativa, l’esistenza delle reti di piccola impresa costituisce
un asset da valorizzare;
• la rete di piccole imprese è un generatore di nuova imprenditorialità, perché, grazie alla minuta
divisione del lavoro realizzata nelle reti, riduce le barriere all’ingresso di chi vuole “mettersi in
proprio” pur avendo un capitale limitato e competenze confinate solo ad uno specifico campo.
La presenza di elevate barriere all’ingresso per il self-employment è uno degli elementi di rigidità
principali dell’organizzazione fordista, perché impedisce a chi ha un’idea innovativa, a chi si
trova a fare un lavoro che non corrisponde alle sue aspirazioni o a chi rimane senza lavoro di
rimboccarsi le maniche e investire su se stesso, avviando una nuova iniziativa. Solo in presenza
di ridotte barriere all’accesso (e dunque solo in presenza di un tessuto diffuso di piccole
imprese) i sistemi industriali possono attivare quelle dinamiche dal basso che rinnovano il
tessuto imprenditoriale e che mantengono la piena occupazione;
• la rete di piccole imprese funziona come un integratore sociale che consente di collegare in
forme ragionevoli le esigenze della vita privata con quelle della vita produttiva. Persone,
famiglie, reti amicali e religiose, servizi privati e pubblici si sovrappongono sul territorio per
ricercare soluzioni socialmente utili che siano compatibili con le esigenze della produzione.
In questo senso, anche il welfare può assumere forme flessibili che modulano, sul territorio,
esigenze concrete, senza delegare il tutto a regole astratte, spesso inutili o controproducenti.
• la rete di piccole imprese è un circuito di apprendimento che genera conoscenze sperimentali
e condivise, attraverso un processo di specializzazione/ integrazione straordinariamente
efficace in certi campi. Rendendo queste conoscenze facilmente accessibili a chi condivida
l’esperienza del contesto, la rete di piccole imprese costituisce una “scuola” di professionalità
e imprenditorialità che alimenta l’apprendimento sociale e lo sviluppo delle conoscenze
24
Trentino Sviluppo SpA
impiegate nella produzione. In effetti, in sistemi di piccola impresa, l’intelligenza terziaria
non sta all’interno di piramidi organizzative chiuse (proprietarie), ma sta nel settore delle
piccole società di servizi, che vendono soluzioni, idee, informazioni alle imprese utilizzatrici.
Esternalizzando i servizi e le conoscenze che essi contengono, il sistema della piccola impresa
rende disponibile alle singole persone il sapere sociale accumulato nel corso delle esperienze
di migliaia di aziende, abilitando in questo modo il singolo a tentare proprie sperimentazioni
e varianti.
Tutte queste funzioni hanno un impatto positivo sull’economia generale. E costituiscono un
tratto caratterizzante dell’economia del capitalismo personale.5
5 A. Bonomi – E. Rullani “ Il capitalismo personale: vite al lavoro” Einaudi 2005
25
Trentino Sviluppo SpA
4. Agire per un riequilibrio territoriale
L’armonica distribuzione della popolazione sul territorio rappresenta una peculiarità e una
garanzia del sistema sociale e culturale trentino: i piccoli comuni sono un modello insediativo
fondamentale per il presidio e la gestione del territorio montano ed un’alternativa percorribile
per contenere uno sviluppo sbilanciato che favorisce la concentrazione di popolazione nelle aree
urbane di fondovalle.
In provincia di Trento, i comuni in condizioni di marginalità (compresi nell’area obiettivo
2 delle politiche comunitarie) rappresentano più del 27% del numero complessivo di comuni
della provincia, ma pesano solo per il 9,6% in termini di popolazione. Questi semplici numeri ci
indicano come in queste aree rientrino comunità di dimensioni più ridotte di quelle, già piccole,
che caratterizzano in media il Trentino. Se a tale circostanza si aggiunge il fatto che tali comuni si
situano spesso alla periferia del territorio provinciale, o comunque in aree di non agevole accesso,
si comprende perché i punti di forza caratterizzanti la struttura socio-economica della provincia vi
si ritrovino attenuati.
A fronte di questa situazione le politiche della Provincia di Trento sono rivolte all’obiettivo
globale di intervenire sullo spopolamento delle zone decentrate. Questo per riequilibrare un
territorio, dove seppur non emergano particolari problemi legati alla disoccupazione, si assiste ad
un depotenziamento delle comunità locali che si manifesta in processi di emigrazione e, ancor
più, in consistenti fenomeni di pendolarismo per motivi di lavoro e di studio verso le aree di
fondovalle.
Tra le cause e conseguenze dello spopolamento, vi è un indebolimento delle reti che
consentono di fare comunità locale, una progressiva chiusura di servizi di base, il diradamento dei
punti commerciali e una progressiva carenza di sistemi di vitalità sociale. L’invecchiamento della
popolazione, il calo della natalità, l’emigrazione, il pendolarismo sono al contempo causa ed effetto
del lento scomparire di tante micro autonomie funzionali comunitarie come gli uffici postali, le
scuole, gli ospedali, o per scendere più nel micro, del circolo, del bar, del negozio di paese. Seppure
in Trentino questo fenomeno sia attenuato da politiche istituzionali rese possibili dallo statuto di
autonomia e non sia paragonabile a ciò che avviene in altre aree montane, vengono comunque
meno i parametri per una gestione “economica” dei servizi e questo determina un impoverimento
della società locale che accelera, anziché fermare, l’esodo.
Nell’ultimo decennio le politiche, sia provinciali, sia europee, volte a ridurre gli squilibri
territoriali, hanno permesso un rallentamento del fenomeno migratorio e hanno evidenziato
la presenza di segnali di vitalità della montagna. Sebbene i comuni rientranti nell’area
obiettivo 2 perdano popolazione in ogni fotografia decennale rilevata, nell’ultimo periodo si
registra un’inversione di segno e un incremento di popolazione, anche se molto contenuto e
inferiore di ben tre volte rispetto a quello provinciale. Questa tendenza si consoliderà solo se
i piccoli comuni riusciranno, attraverso la creazione di opportunità di lavoro a livello locale, a
contrastare l’emigrazione ed il pendolarismo e se godranno di una capacità di attrazione pari, o
meglio maggiore, a quella della provincia perché solo così si potrà contribuire a consolidare il trend
positivo. Si tratta pertanto di operare per offrire adeguati livelli di vita anche in zone decentrate,
puntando prioritariamente alla creazione di opportunità di lavoro a livello locale.
“Il problema di Valfloriana è lo spopolamento dovuto alla mancanza di opportunità di lavoro. È partita la
generazione degli anni ’60, ’70, sono andati via a Trento, a Bolzano, a Milano. In questo paese siamo più o
meno 540 residenti; negli ultimi 3 o 4 anni siamo calati di 30 adulti: oggi abbiamo una popolazione molto
26
Trentino Sviluppo SpA
anziana. Questa è più o meno la realtà sociale ed economica del paese. Speriamo negli immigrati. Abbiamo un
po’ di marocchini che lavorano nelle cave di porfido della Val di Cembra; c’è una famiglia che lavora con una
cooperativa. Arriveranno probabilmente, perché qui le case costano poco ” Sindaco di Valfloriana 6
“Torcegno è abbastanza vicino al fondovalle; è un paese abbastanza comodo, quindi, non è marginale, pur
essendo tranquillo, facendo 7 km siamo a Borgo, a Roncegno, 20 km siamo a Levico. Devo dire che sotto il
profilo del numero dei residenti abbiamo avuto un certo aumento in questi ultimi anni, proprio perché i giovani
ormai si fermano quasi tutti qui, ma anche perchè alcune famiglie di Borgo Valsugana si sono trasferite qui;
da paesi più disturbati dal traffico, sono venuti qui a Torcegno, forse anche perché qui il terreno costa meno
che a Borgo. Ovviamente tutti lavorano fuori, nelle industrie del fondovalle, tornano qua la sera, ma direi che
non è un paese “dormitorio”, abbiamo un associazionismo molto attivo, in generale c’è molta partecipazione;
si fanno molte attività anche per i giovani”. Sindaco di Torcegno
Nonostante i deboli segnali di ripresa che interessano alcuni comuni, la variazione di numerosità
nella popolazione complessiva nelle aree obiettivo 2 mostra una situazione di sofferenza e di perdita
significativa di abitanti rispetto alla realtà provinciale. Infatti, mentre la provincia acquista, per
effetto della componente naturale, ma sicuramente in modo più determinante per la componente
migratoria, le aree obiettivo 2 perdono popolazione. Lo spopolamento deriva dalla progressiva
concentrazione della popolazione provinciale nei centri a maggiore densità abitativa.
Lo spopolamento delle zone di montagna ha una caratterizzazione storica: è il risultato del
processo di industrializzazione e della perdita di centralità dell’agricoltura. In realtà molto piccole
e di montagna, questo passaggio da una realtà contadina ad una industriale ha determinato una
struttura demografica di queste collettività sbilanciata a favore degli anziani.
“Malosco ha visto l’esodo dei miei coetanei perché, chiaramente allora c’era l’industrializzazione del Trentino e
tanta gente è andata via. Le persone residenti adesso sono pressoché tutte anziane, e questo paradossalmente è
un fatto positivo visto che il mercato locale non offre lavoro; il giovane fino al diploma riesce forse a trovare un
posto di lavoro qui, ma con la laurea è difficile e quindi anche oggi deve emigrare”. Sindaco di Malosco
“È piccolo il nostro paese. Siamo 200 abitanti, pochissimi giovani e tanta gente vecchia, dopo i 70 anni sono
tanti. I giovani studiano, poi preferiscono andare via o perlomeno si occupano qua in giro. Ci sono 4 - 5 che
lavorano in cartiera; 2 in una ditta di meccanica; poi ci sono tre, quattro studenti. Disoccupati ce ne sono
pochi. Quei quattro che avevano intenzione di mettere su un’azienda artigiana lo hanno fatto. Tanti vogliono
andare a lavorare con la Provincia, nei lavori socialmente utili. Gli altri sono muratori, però sempre dipendenti
d’impresa”. Sindaco di Prezzo
L’industrializzazione del Trentino ha comportato posti di lavoro lungo le direttrici di traffico,
e principalmente lungo l’asta dell’Adige. Ovviamente, anche alcune aree attigue rappresentano
altrettanti poli di attrazione dei soggetti in età lavorativa che solo a prezzo di rilevanti sforzi logistici
sono in grado di mantenere il contatto con le zone di residenza montane.
Vi è, infatti, da notare che il fenomeno di spopolamento delle aree interne, che accresce il peso
relativo delle classi di età più anziane, negli ultimi tempi non interessa più in modo così massiccio
le fasce di età più giovani, ponendo in rilievo una perdurante volontà delle famiglie di
risiedere localmente, sebbene svantaggiate dal punto di vista infrastrutturale e dalle
opportunità economico-culturali. Più che verso i fenomeni di vero e proprio spopolamento, le
preoccupazioni dei Sindaci sembrano indirizzarsi verso i consistenti fenomeni di pendolarismo.
“Il reddito di famiglia si forma lavorando tutti fuori dal Comune tutti lavorano a Pergine, Trento e dintorni. Il
problema nostro è il pendolarismo e questo costa perché uno che deve andare tutti i giorni a Trento ha dei costi
non indifferenti; la gente vuole rimanere in montagna perché noi abbiamo delle radici profonde” Sindaco
di Frassilongo
6 Le citazioni delle interviste si riferiscono alla fase di ricerca azione realizzata nell’autunno 2004: i sindaci intervistati
sono pertanto quelli in carica in quel periodo.
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Trentino Sviluppo SpA
“A Valda le poche imprese artigiane sono di servizi, qualche piccola impresa edile. Per il resto non c’è una vera
e propria opportunità di lavoro per i giovani, i quali sono costretti a trovare lavoro altrove. Questo favorisce il
pendolarismo, la Valle di Cembra sta diventando per qualche verso un dormitorio; la gente si alza la mattina,
se ne va dalla Val di Cembra e se ne ritorna la sera per dormire e questa non mi sembra una cosa buona. La
gente ad un certo punto stufa di fare il percorso avanti e indietro, chiaramente se trova l’appartamento se ne
sta a Trento” Sindaco di Valda
“Per quanto riguarda l’economia del Comune di Bresimo, posso dire che per l’80% il reddito di ogni singola
famiglia è basato sul lavoro dipendente. Questo significa parlare di pendolarismo perché la maggior parte del
lavoro viene trovato fuori dal territorio comunale. Qualcuno lavora anche oltre la Valle, ma prevalentemente,
diciamo, che la gente fa capo a Cles come capoluogo di Valle, dove possono trovare occupazione in edilizia e
nel settore dell’artigianato”. Sindaco di Bresimo
“Il principale problema del mio comune è il pendolarismo, quello è il fenomeno che mi fa più paura di tutti,
perché purtroppo crea lo svuotamento del paese, lo svilimento di quella che è la cultura, le tradizioni, etc..
La Provincia deve imparare a valorizzare le periferie, lo sviluppo non può essere solo a Trento”. Sindaco di
Smarano
“In questo paese siamo 250 anime. La maggior parte, vanno tutti fuori a lavorare, chi scende verso Valle e
chi va verso Condino o chi, per altri motivi, verso Trento e Brescia e tornano qui a fine settimana. Non è che
abbiamo a 10 chilometri una città; il paese più grosso che c’è, è Storo che fa 3000 abitanti”. Sindaco di
Castel Condino
A fronte di questi fenomeni la domanda espressa dai Sindaci definisce azioni prioritarie che
mirano a promuovere un incremento delle opportunità occupazionali a livello locale insieme ad
una diversificazione e qualificazione delle attività produttive localizzate nei loro comuni. Emerge
una domanda di interventi finalizzati a tre obiettivi prioritari:
• alla creazione di nuova imprenditorialità endogena fondata sulla diversificazione e integrazione
della struttura economica e sulla piena valorizzazione delle risorse locali;
• al rafforzamento del ruolo svolto alle imprese locali, promovendone i caratteri di innovazione
ed il collegamento ai mercati;
• a potenziare il carattere di multifunzionalità delle attività economiche, con particolare
riferimento a quelle agricole e commerciali.
Allo stesso modo risulta centrale la strutturazione di un terziario qualificato, capace di
garantire opportunità di lavoro ai giovani con alti livelli di scolarizzazione e di avvicinare l’offerta
di servizi qualificati alle imprese dell’area. Le imprese di servizio, anche grazie allo sviluppo delle
reti telematiche, sono quelle che presentano minori vincoli localizzativi.
“ Un anno e mezzo fa circa è nato CONIT un consorzio artigiano che raccoglie tutte quelle piccole imprese, un
po’ sbandate, che c’erano in giro per le Valli Trentine che fanno informatica, web, sistemistica, formazione,
grafica, automazione e servizi tecnologici in genere. Noi oggi copriamo un importante fascia di mercato fatta
da piccole e medie imprese, alberghi, tutte aziende private, siamo già fortissimi, gestiamo l’informatica di
250 imprese. Non è vero che nelle Valli mancano lo spirito imprenditoriale e l’innovazione tecnologica. Nel
consorzio abbiamo 24 aziende nate da giovani in comuni di montagna come Tonadico, Siror, Bleggio Superiore.
La nostra intenzione e` crescere, vogliamo credibilmente arrivare ad associare 70 - 80 aziende. Attualmente
sono circa 150 le persone che lavorano nelle aziende del consorzio a tempo pieno e decine di collaboratori
part-time e fatturano circa 5 milioni di euro, l’obiettivo sarebbe arrivare a una cifra molto vicino ai 15 milioni
di euro di fatturato, per avere un rapporto paritetico con Informatica Trentina e per misurarci sui fattori. La
rete d’impresa è una cosa che stiamo imparando sulla nostra pelle, abbiamo capito che le microimprese, fanno
fatica a convivere con i soggetti più grandi, quindi dovremmo strutturarci. L’infrastrutturazione tecnologica
delle valli è una cosa molto importante: a Pieve di Bono presso il BIC è stata creata Win NET una webfarm che
lavora grazie alla presenza di una centrale Enel che ha delle linee ad altissima velocità. All’interno del CONIT
possiamo trovare tra l’altro un partner Cisco Sytems, alcuni Microsoft solution provider, esperti certificati
Oracle, esperti programmatori di tutti i linguaggi, esperti di sicurezza informatica, rivenditori ufficiali HP e
Microsoft.” Presidente CONIT
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Trentino Sviluppo SpA
“Recentemente in Provincia hanno fatto un bando sulla Legge 6 per la creazione di siti internet. Danno il
contributo fino al 50% del costo del sito internet e per l’acquisto dell’attrezzatura. Lo danno alle imprese
artigiane, per il momento serve solo per le imprese artigiane. Quando è uscito questo bando, in Val di
Cembra sono partite 4 aziende che fanno i siti web. Sono partiti anche loro come artigiani per fare questi
siti web e per aggiornarli. Appena è partito l’input sono partiti anche loro. C’è un ragazzo che è laureato
in economia e commercio che fa siti web abita fuori però ora opera per tutta la Valle. Un altro lavorava
all’Informatica Trentina, si è licenziato e si mette a fare questi discorsi qui in Valle, poi spaziano in altre
località. Sono partiti perché hanno visto che c’è l’affare, è il discorso futuro. Il giovane si rende conto
come sta la situazione nel lavoro pubblico; se uno entra oggi nel mercato del lavoro, la vede dura lavorare
e fare carriera come dipendente con i tempi che corrono. Ad esempio, il fatto del telelavoro io credo
che si svilupperà sicuramente, perché il mercato c’è” Rappresentante Associazione Artigiani di
Cembra
“I giovani nel nostro comune hanno in generale un buon livello di scolarizzazione. C’è un ragazzo che cura
il sito Web del Comprensorio, è stato incaricato ufficialmente. Lui lavora in una succursale dell’Olivetti e nel
tempo libero fa questo tipo di attività. So che ha piantato delle telecamere per le analisi meteo.” Sindaco
di Terzolas
L’infrastrutturazione tecnologica è oggi il presupposto essenziale per il mantenimento
e lo sviluppo delle attività produttive che, anche se di piccole dimensioni e operanti in settori
tradizionali e di nicchia, devono sempre più confrontarsi con:
• risorse tecnologiche, organizzative, gestionali sempre più complesse;
• mercati sempre più ampi;
• una crescente presenza di componenti immateriali della produzione (commercializzazione,
progettazione, finanza, ecc.);
• una crescente formalizzazione delle relazioni produttive e dei relativi codici di scambio
(certificazione, standard produttivi, CAD, ecc.)
Uno dei rischi a cui vanno incontro le aree montane è quello di rimanere marginalizzate
rispetto ai flussi di informazione. L’assenza, o comunque la scarsità, di infrastrutture
tecnologiche, connessa ai limitati numeri delle potenziali utenze e alla complessa orografia del
territorio, porta i gestori delle reti a non effettuare investimenti infrastrutturali in aree montane.
L’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione rappresenta oggi un’importante
discriminante dello sviluppo che, se sottovalutata, rischia di incrementare il “digital divide” tra le
aree forti e le aree deboli della provincia. Tale rischio risulta paradossale se si considera il positivo
impatto sociale ed economico che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione possono
avere su territori già di per sé caratterizzati da scarsa accessibilità.
“Secondo me dobbiamo appellarci un po’ all’informatica che è oggi un’importante fonte di lavoro e che
dobbiamo valorizzare per poter lavorare anche in zone decentrate come Malosco. Questa la reputo una cosa
fondamentale per stimolare anche le persone, in particolare i giovani scolarizzati che oggi sono costrette ad
andare via per trovare un’occupazione qualificata” Sindaco di Malosco
“Qui dovrebbe esserci il telelavoro, bisognerebbe attivarlo; non è semplice, perché siamo agli inizi, però si
potrebbe fare anche questo. Abbiamo giovani che hanno fatto le scuole medie superiori. Di universitari un po’
meno, anche se adesso le cose stanno cambiando. A tutti piacerebbe rimanere; bisogna avere delle prospettive,
questo è il problema. Non manca la volontà, anzi, è gente che è legata al territorio, bisogna frenare questo
flusso di emigrazione che c’è ancora. Come Comune, sto cercando di agevolare i cittadini alla permanenza,
cercando di far pagare meno tasse, col 30% di abbuono sul consumo dell’energia.Credo che riuscire a creare
opportunità di lavoro, anche part time, attraverso internet, i call center, il telelavoro, darebbe maggiori
opportunità di permanenza” Sindaco di Frassilongo
L’infrastrutturazione tecnologica rappresenta anche un fondamentale strumento per garantire
l’economicità, l’efficienza e quindi l’accessibilità a fondamentali servizi di carattere sociale. Basta
pensare a quale ruolo può svolgere l’ICT su temi riguardanti la formazione a distanza, il telelavoro, la
telemedicina, il telecontrollo del territorio, i servizi di emergenza e tanti altri ambiti di applicazione
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Trentino Sviluppo SpA
inerenti ai diritti di cittadinanza. Analogo discorso può essere fatto su un altro cruciale problema
delle aree montane, ovvero la piccola dimensione dei comuni montani e la necessità di trovare
soluzioni più efficienti ed economiche nella gestione di fondamentali funzioni amministrative.
Appare evidente come attraverso l’infrastrutturazione tecnologica sia possibile mettere in rete le
amministrazioni comunali dei territori montani e attivare politiche di gestione di alcuni servizi a
scala sovracomunale (gli uffici tecnici, l’anagrafe gli archivi comunali, sportelli unici per le imprese
ed i cittadini, ecc.).
Un ulteriore problema, diffuso nei piccoli comuni di montagna, è la desertificazione della
funzione commerciale che colpisce in particolare i bisogni delle categorie più deboli, come gli
anziani. La funzione commerciale nei piccoli comuni di montagna è garantita sia da microimprese,
sia dalla distribuzione organizzata (sono circa 200 famiglie cooperative che presidiano i piccoli
comuni di montagna trentini), in entrambi i casi, si tratta di strutture commerciali che spesso si
trovano ad operare in una situazione di scarsa redditività economica, pur fornendo un fondamentale
servizio sociale.
Priorità dei sindaci è salvaguardare tali servizi di vicinato, facendo in modo che gli esercizi
commerciali possano trovare un nuovo modello di sostenibilità economica, diversificando i servizi
erogati alla comunità locale.
In Trentino da tempo si sono avviate sperimentazioni ed iniziative che mirano alla
multifunzionalità dell’impresa commerciale, ovvero, alla sua capacità di erogare servizi commerciali
diversi (negozio di alimentari, bar, pompa di benzina), ma anche non necessariamente commerciali
(servizi postali, disbrigo di pratiche, biblioteca, ecc) o di svolgere il ruolo di centro di aggregazione
per la comunità (anziani, infanzia, strutture di volontariato, mostre ed eventi).
È su questa dimensione della multifunzionalità - costruita caso per caso, rispetto alle specifiche
esigenze della comunità - che si può intervenire per garantire il mantenimento di un essenziale
servizio di vicinato e socialità.
“ A Sagron Mis abbiamo 210 abitanti circa C’e` un unico negozio aperto dalla famiglia cooperativa, a Mis
c’e` un Bancomat della Cassa Rurale di Primiero. La canonica è a Sagron. Come iniziative ci sono due
alberghi, pensioncina e ristorante, un unico artigiano che fa l’idraulico. A Sagron c’era un bar fino a due o
tre anni fa. Adesso abbiamo aperto un bar autogestito dai soci. Ad ogni famiglia abbiamo dato la chiave, e
autonomamente si va nel bar, si consuma, si paga, si prende il resto, si fa il caffè, meno d’estate, i due mesi
estivi questo bar di Sagron assume una ragazzina del luogo che tiene aperto durante il giorno” Sindaco di
Sagron Mis
“Gli abitanti di Grauno lavorano nei posti più svariati. A Cavalese, qualcuno sulle cave di Porfido, a Trento,
sparsi un po’ dappertutto. Questa è la nostra situazione economica, forse è la più carente di tutta la valle di
Cembra, siamo anche un paese un po’ sperduto. Il patto territoriale è stato utile per il paese. Si è creato un
negozio che ha migliorato qualcosa. Adesso siamo sprovvisti di bar, ne stiamo facendo uno con il Servizio
del commercio. Il Comune sta facendo questo bar ed ha già trovato un gestore. Il Comune crea sempre quel
circuito che permette di mantenersi meglio il negozio, il bar e tutto l’ambiente; certamente noi non possiamo
sperare grandi cose, bisogna andare con piccoli passi consolidati. Speriamo con la storia del Patto di creare
quel circuito che permette, non grandi cose, ma quanto meno il mantenimento della comunità.” Sindaco
Di Grauno
Non vi è dubbio, infine, che oggi lo iato maggiormente percepibile tra le aree interne e le aree
urbane sia quello connesso all’offerta di occasioni di scambi culturali, di eventi e servizi al
tempo libero.
L’aumento della disponibilità di tempo libero e della domanda di qualità della vita è uno dei
fenomeni tipici della modernità. Fenomeno che nelle aree metropolitane e di pianura trova spazi
di offerta e di mercato estremamente articolati, ma che spesso nelle aree montane è motivo di
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Trentino Sviluppo SpA
frustrazione, e quindi di trasferimento. Oggi non si emigra più per cercare lavoro, ma per
dare a se stessi ed ai propri famigliari, maggiori opportunità di relazioni sociali
e di crescita culturale. È ormai acquisita la consapevolezza che “la cultura” costituisce un
elemento indispensabile per la qualità della vita. È un dato assodato, infatti, che le “nuove
povertà”, tipiche delle società occidentali non sono più legate alla mancanza di beni primari,
ma piuttosto alla necessità che le persone hanno di soddisfare bisogni culturali e di socialità, che
elevino la qualità del loro privato, anche attraverso un utilizzo più mirato del tempo libero. Se
ne deduce che, per la loro attualità e trasversalità, le politiche culturali sono oggi un elemento
prioritario di dibattito. Se consideriamo inoltre lo stretto legame che hanno i giovani con le
attività del tempo libero e le implicazioni sociali ed economiche a ciò correlate, si capisce come
l’approfondimento di questi temi risulti non solo opportuno ma indispensabile nel contesto
delle politiche per la montagna.
I temi della cultura e dell’identità di un territorio non riguardano, comunque,
solo gli aspetti della socialità, ma assumono un ruolo strategico nello sviluppo di
nuova imprenditorialità. Identità e cultura sono “fattori di produzione” capaci di valorizzare e
qualificare le economie di un territorio a fronte dei pervasivi processi di globalizzazione. La cultura,
che una volta costituiva un universo alto, separato ed elitario, è diventata una merce fondamentale
all’interno del nuovo ciclo produttivo, in cui a contare sono i contenuti di innovazione, i valori
simbolici e immateriali inglobati nei prodotti e nei servizi. Ciò che differenzia le produzioni e le
offerte turistiche locali da quelle provenienti da paesi emergenti a minore costo del lavoro, sono
gli aspetti legati alla qualità, al legame con il territorio, allo stile di vita, al paesaggio, alla storia, ai
valori estetici che danno senso alle produzioni.
Sempre più nella nuova “economia della conoscenza” cultura ed economia si contamineranno
a vicenda. La creatività è divenuta una risorsa competitiva fondamentale. Il rapporto tra cultura
e produzione, la valorizzazione delle professioni creative, la competizione culturale tra territori,
sono diventati temi strategici delle politiche di sviluppo di un territorio.
I giovani devono - già oggi - confrontarsi con un altro tipo di lavoro: il lavoro immateriale,
lontano dalla macchina ma ricco di idee, competenze, creatività, imprenditorialità. Le politiche
culturali sono il mezzo attraverso cui i giovani possono trovare nuovi stimoli, occasioni di
incontro e di scambio di esperienze, ambiti di sperimentazione di propri interessi e passioni che
contribuiscono a rafforzare la loro identità e che, magari, in futuro possono tradursi in professione
e nuove forme di impresa.
Nella nuova economia assumono rilevanza crescente i prodotti ed i servizi “immateriali” (musica,
teatro, grafica, arte, moda, design, multimedialità, comunicazione, net-economy, intrattenimento)
che sono rivolti, in particolare, ai giovani in qualità di consumatori, ma questi ultimi rimangono
spesso ai margini di tale processo. In altre parole, i giovani producono “nuova economia”
(innovazioni, gusti, mode, tendenze) ma, raramente, rientrano nei circuiti ufficiali
del processo di creazione del valore. Bisogna rendere i giovani protagonisti dei processi di
produzione culturale, valorizzando la loro voglia di partecipazione, il loro spirito di iniziativa, la
loro creatività.
I saperi contestuali che caratterizzano i territori ed i sistemi produttivi locali sono fondamentali
per lo sviluppo della creatività. La creatività non è solo una questione di talenti individuali, ma
è anche un elemento culturale che caratterizza i contesti sociali e territoriali. Troviamo creatività
nelle produzioni artigianali, nella capacità di reinterpretare le tradizioni gastronomiche, nelle
nuove forme di intrattenimento offerte ai turisti, ma anche nella capacità di rispondere, in modo
creativo, all’emergere di nuovi bisogni sociali.
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Trentino Sviluppo SpA
La rivitalizzazione delle relazioni sociali, l’incremento di offerte di consumo culturale, l’accesso
ai servizi per il tempo libero, le reti di impresa che connettono con l’economia-mondo, devono
essere tra gli obiettivi primari delle politiche per la montagna.
La montagna è già, essa stessa, luogo di soddisfacimento di bisogni post acquisitivi, di ambiente,
di benessere, di cultura, di qualità e tipicità, ma l’offerta che la montagna è in grado di produrre
va infrastrutturata, articolata, integrata, confezionata, resa fruibile al turista e a chi vive in questi
luoghi.
Accanto a questo investimento in reti, bisogna anche mutare la forma della comunicazione e
della divisione del lavoro tra luoghi. Non basta connettere l’economia dei luoghi con l’economia
dei flussi. È arrivato il momento di produrre e vendere idee (significati originali, stili di vita
ancorati alla qualità, modelli estetici ricavati in modo innovativo dalla tradizione), mettendo i
prodotti al loro traino.
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Trentino Sviluppo SpA
5. Fare alleanza tra vecchia e nuova economia
In una realtà come quella trentina il concetto di innovazione deve coincidere con la
modernizzazione dell’ambiente, ossia con la creazione di un habitat più favorevole a tutte le
iniziative imprenditoriali. Si tratta soprattutto di aumentare il capitale relazionale ed intellettuale
delle imprese e delle persone che oggi lavorano nei campi di specializzazione tipici dell’economia
trentina: campi che, pur essendo in linea di massima “tradizionali”, possono essere ancora innovati
e valorizzati, accrescendo il valore unitario del prodotto o mettendo a rete circuiti produttivi
estesi.
Come sottolineato nel XII programma di sviluppo provinciale: “Se è vero che in Trentino non
esistono distretti industriali è anche vero che l’intera provincia opera come un distretto sufficientemente
coeso, caratterizzato fortemente da alcune filiere di specializzazione, distribuite territorialmente, che
trovano nelle caratteristiche dell’ambiente e del territorio trentino il loro vantaggio competitivo. Il Trentino
complessivamente costituisce un grande distretto turistico, edilizio agroalimentare, un risultato questo, che
sottolinea l’importanza della cura del territorio, non solo per il benessere collettivo, ma per l’economia nel
suo complesso”.
Il concetto di distretto - ma ancor più quello di filiera produttiva - permette di cogliere il
grado e le potenzialità di integrazione di realtà imprenditoriali – ma anche di settori produttivi
- solo apparentemente autonome, in quanto, nella realtà trentina, sono collegate sia in senso
commerciale sia soprattutto perché condividono, per la loro competitività, fattori locali di
naturalità, identità e socialità. Nelle filiere produttive trentine i vantaggi della specializzazione
derivano direttamente dal territorio e, seppur sfruttati in modo vantaggioso, appaiono oggi
inevitabilmente statici e maggiormente deboli rispetto alle minacce di erosione dei vantaggi
provenienti da altri territori.
La questione di fondo che oggi si pone è se i fattori compensativi che hanno permesso di
realizzare il modello di una “modernizzazione equilibrata” che ha caratterizzato la realtà trentina
siano mantenibili nel tempo e se il livello di modernizzazione raggiunto sia sufficiente a consentire
una sua auto riproduzione nel futuro.
All’interno di questa questione il tema dell’imprenditorialità riveste un’importanza notevole.
In un contesto economico sempre più aperto e competitivo risulta necessaria una consistente
diffusione dell’assunzione del rischio imprenditoriale, sia per la natura dei nuovi
settori in sviluppo, sia per le esigenze di ristrutturazione dei settori tradizionali.
Lo sforzo che bisogna fare è quello di valorizzare i circuiti virtuosi di innovazione che
sono presenti nelle realtà locali trentine e accompagnarli in un processo di transizione verso
un’economia postfordista e globalizzata che non sia comunque dissolutivo di quelle risorse di
coesione sociale e qualità ambientale che sono una caratteristica ed un asset strategico per lo
sviluppo della realtà trentina.
La necessità di incrementare i processi di internazionalizzazione e di innovazione della
struttura economica locale deve necessariamente confrontarsi con i limiti della piccola dimensione
d’impresa che caratterizza i sistemi produttivi locali trentini. Se da un lato, non si può chiedere
a delle microimprese di investire autonomamente in ricerca e sviluppo o nell’esplorazione dei
mercati esteri (non ne hanno le risorse), dall’altro lato si può aiutare la microimpresa ad essere
attivamente partecipe all’interno di filiere produttive e reti di impresa in cui si fa innovazione e
internazionalizzazione.
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Trentino Sviluppo SpA
Nell’accompagnare questo processo bisogna tenere presente che il potenziale innovativo
del sistema produttivo di piccola impresa non è solo nell’innovazione tecnologica in senso stretto,
quanto piuttosto nella capacità di fare “produzioni complesse” che hanno un elevato grado di
originalità perché si sviluppano in modo differente, in funzione del contesto sociale, culturale,
territoriale. Produzioni complesse che si fondano sull’utilizzo:
• di conoscenze applicative, cioè la capacità di interpretare i bisogni del mercato e proporre
soluzioni originali;
• di conoscenze organizzative, cioè la capacità di sviluppare modelli produttivi fondati sulla
flessibilità e adattabilità ai mercati;
• di conoscenze connettive, cioè la capacità di muoversi in filiere, distretti, reti di cooperazione,
di pescare le competenze dove ci sono, quando servono, di sviluppare reti di collaborazione a
geometria variabile che si creano e si disfano in funzione delle domande e degli andamenti dei
mercati.
Non è la tecnologia che disegna la scena in cui si sviluppano le conoscenze applicative,
organizzative, connettive, ma è vero, semmai, il contrario: sono queste ultime a dare forma alle
strategie aziendali e a chiamare in causa l’innovazione tecnologica ogni volta che serve e nella
misura in cui serve.
Si tratta, pertanto, di sostenere un processo di innovazione a tutto campo, nelle imprese e
nei territori, volto ad incrementare le reti di condivisione della conoscenza. Un’azione che si deve in
particolare concentrare sulla crescita dei servizi alle imprese (artigiane, agricole, turistiche) ed
a una loro maggiore integrazione nell’ambito delle filiere di produzione locali. Tale orientamento
trae spunto da tre principali considerazioni:
• la necessità di accompagnare il progressivo processo di smaterializzazione delle produzioni
che oggi condiziona la competitività dei sistemi produttivi locali. Sempre più le funzioni
della manifattura standard hanno margini decrescenti, mentre il valore si concentra nelle
funzioni di servizio (produrre in piccola serie, per impieghi ad hoc, fornire un prodotto/
servizio personalizzato, fornire una prestazione just in time, garantire una certa qualità o un
certo risultato) e in funzioni cognitive (ideazione, progettazione, design, comunicazione,
commercializzazione, controllo);
• la necessità di favorire i processi di innovazione a monte e a valle del processo produttivo.
Nel sistema produttivo trentino, fondato sulla piccola impresa gli investimenti delle imprese,
sostenuti da incentivi pubblici, si sono principalmente concentrati sulle funzioni produttive
determinando una buona dotazione tecnologica, ma si è investito ancora poco nelle funzioni
a monte (conoscenza del mercato, progettazione, design) ed in funzione a valle (strategie
commerciali, servizi post-vendita, rapporti con il cliente);
• la necessità di far crescere un terziario locale a servizio delle imprese, valorizzando la presenza
di giovani scolarizzati e favorendo la nascita di microimprese e forme di lavoro autonomo nel
settore della conoscenza.
Accompagnare il processo di terziarizzazione delle economie locali, non significa
perseguire un modello sostitutivo – più servizi e meno manifattura – ma intervenire sul
consolidamento della filiera manifattura-servizi, promuovendo una compenetrazione sempre più
stretta fra produzione e servizi, un crescente contenuto di servizi nei prodotti, un ruolo sempre
maggiore dei servizi nella catena del valore.
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Trentino Sviluppo SpA
5.1 Il turismo
Le più qualificate analisi sul turismo trentino evidenziano come il principale rischio che
caratterizza il settore non sia tanto da collegare ad una regressione globale dello stesso, che appare
per molti versi solido e capace di produrre autonome risposte ai cambiamenti della domanda
turistica, quanto di perdere la sua dimensione di equilibrio territoriale.
Il settore turistico trentino è oggi caratterizzato da un marcato dualismo: la modernizzazione
del turismo ha riguardato le strutture alberghiere di punta con un aumento delle distanze tra
queste e ampi segmenti dell’offerta basati sulle strutture alberghiere minori e più in generale su
modelli di ricettività diffusa. Il rischio evidenziato da diversi analisti è che nella realtà trentina si
incrementi questo dualismo tra alcune aree in grado di restare autonomamente sul mercato e altre
aree, sinora rette da meccanismi compensativi, che rischiano di essere gravemente impoverite
da una riduzione degli stessi. Questo rischio appare particolarmente grave per i sistemi locali in
oggetto nei quali un inaridimento dei flussi turistici o un loro consistente impoverimento potrebbe
privare gli stessi di una risorsa fondamentale per il mantenimento di un equilibrio economico e
territoriale locale, provocando marginalità e abbandoni.
In generale, il turismo trentino appare aver adattato la propria offerta sulle componenti più
stabili della domanda turistica. Ciò mette ovviamente al riparo da bruschi mutamenti e contribuisce
a spiegare la generale solidità del turismo trentino. Per contro espone al rischio di perdere i segmenti
più dinamici e promettenti della domanda e di ritardare quegli adeguamenti ai modelli emergenti
di fruizione della vacanza che probabilmente si diffonderanno nel prossimo futuro. In presenza di
un’evoluzione della domanda turistica in direzione di una maggiore diversificazione del servizio, i
fattori di competitività del settore dovranno appoggiarsi sempre più su elementi di innovazione e
di organizzazione piuttosto che sulle tradizionali amenities naturali.
A fronte di ciò, va comunque detto che negli ultimi dieci anni si è assistito ad una
più precisa articolazione dell’offerta turistica trentina, in cui diverse aree (e tra queste
quelle più marginali, che non potevano contare su un’offerta turistica consolidata) hanno
progressivamente caratterizzato il proprio posizionamento contribuendo a definire un insieme
variato di offerta di turismo nella provincia.
L’atto di indirizzo provinciale sottolinea come questa tendenza positiva alla differenziazione
dell’offerta turistica vada senza dubbio incoraggiata e valorizzata. A tal fine le offerte locali devono
essere integrate per comporre una politica di destination management unitaria: la percezione del
Trentino come destinazione turistica in grado di proporre una varietà di offerte non è, infatti,
per nulla scontata. Un sistema integrato di destination management può costituire un’opportunità
importante per lo sviluppo di nuove offerte, anche da parte di località tradizionalmente meno
importanti o attrattive che possono viceversa entrare in una rete di destinazioni turistiche coerenti.
Viene pertanto sottolineata la necessità di avviare piani di sviluppo imprenditoriale per
rafforzare le aree più deboli dell’imprenditoria locale, attivando interventi a sostegno
della cooperazione imprenditoriale, alla nascita di nuove imprese di servizi, e una legislazione
(come quella sul B&B) flessibile e aggiornata.
Un altro rischio a cui è esposto il settore è, infatti, rappresentato dal possibile
depauperamento del capitale umano. Il settore turistico trentino è basato sull’imprenditoria
familiare, se da un lato questo modello appare consono alle caratteristiche del turismo alpino,
dall’altro lato non consente di investire a sufficienza su una risorsa chiave, l’istruzione,
che permette di adeguare nel tempo la gestione aziendale alle esigenze del mercato e alle
opportunità tecnologiche.
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Trentino Sviluppo SpA
“Il problema principale del turismo trentino è quello delle professionalità intermedie. Non abbiamo bisogno di
manager, le nostre aziende turistiche sono tutte piccole aziende familiari, non assumeranno mai un manager,
evidentemente non puoi sostituire il titolare con il direttore, semmai il problema è professionalizzare il titolare,
ma per questo non serve una scuola. Il turismo è forse è uno dei pochi aspetti che ci lega di più alla Romagna,
e so che lì stanno facendo politiche molto attente alla qualificazione delle professionalità turistiche, cosa che
dovremo fare anche noi. A Rimini hanno fatto un esperimento enorme, hanno preso uno chef che va per la
maggiore in Italia, non ricordo il nome, che ha girato il mondo, è stato a New York, ha lavorato a Parigi che
non si è mai abbassato sotto le cinque stelle se stava in albergo e comunque ristoranti famosissimi, è stato
pagato per mettere in piedi una scuola di chef. Attira tantissimo, perché gli albergatori sono tutti interessati a
mandargli la gente, le famiglie sono interessate a mandare lì i ragazzi, eliminando il problema enorme delle
scuole professionali alberghiere che in generale sono abbastanza dequalificate.... Se quattro giovani che si
mettono insieme, adeguatamente formati, fanno una cooperativa che fa animazione negli alberghi, riescono
a vivere tranquillamente tutto l’anno, se hanno un servizio qualificato hanno anche ottime possibilità di
sviluppo, il problema è trovarli, metterli insieme e dargli un minimo di percorso. Il problema, ribadisco, della
formazione delle risorse umane di medio livello, non di altissimo livello, sta diventando una questione di vita
o di morte. Se lei pensa che ormai una marea di alberghi hanno il centro fitness ma non trovano estetiste,
massaggiatori, non trovano mai niente. A noi manca di tutto, dai bagnini, agli istruttori di mountain bike,
dagli accompagnatori di mezza montagna ai somelliers.” Consigliere provinciale
Nelle aree obiettivo 2 della provincia di Trento, le strategie di sviluppo degli attori locali puntano
principalmente su un rafforzamento del settore turistico, sia per le sue capacità di generare flussi,
sia per il suo potenziale di integrazione con gli altri settori (agriturismo, prodotti tipici, ecc).
Le aree obiettivo 2 mostrano ovviamente una predisposizione al turismo diversa da zona a
zona; le zone nelle quali il turismo come struttura ricettiva evidenzia una significatività relativa
sono l’alta Valle di Non, le Valli Giudicarie, la bassa Valsugana, il Tesino e Vanoi. I comuni dell’area
obiettivo 2 presentano una preferenza per il turismo estivo, con percentuali che mediamente
raggiungono l’85% delle presenze annue, di contro la provincia evidenzia un rapporto tra stagione
estiva ed invernale più equilibrato (tale rapporto si attesta sul 66%). Il turismo estivo privilegia
soluzioni ricettive più informali e meno dispendiose.
Pur con un movimento non sempre coerente ed omogeneo, il settore turistico di queste
aree sembra indirizzarsi verso una razionalizzazione qualitativa della sua offerta che
potrà comportare la possibilità di occupazione non tanto nelle figure professionali
tradizionali, ma in nuove attività connesse più con lo sviluppo del tempo libero che
non direttamente con il settore turistico in senso stretto.
Il Turismo è un settore particolarmente significativo rispetto al processo di scomposizione
del lavoro. I “distretti dell’intrattenimento” sono i luoghi dove, più che altrove si affinano le
forme dei lavori, i saperi e le competenze. Le tradizionali figure dell’albergatore, della guida
alpina, del maestro di sci, assumono nuove connotazioni e ad essi si affiancano nuove figure
professionali orientate alla gestione di tutti quei fattori immateriali che qualificano l’ospitalità
turistica: animatori, istruttori sportivi, organizzatori di eventi, DJ, direttori artistici, interpreti,
accompagnatori ambientali, i tanti addetti ai servizi turistici, dall’incaming, al marketing, alla
ristorazione, al front office, ecc.
La crescita di una moderna economia dell’intrattenimento trova però il Trentino
in parte impreparato. Se si analizza l’evoluzione dei sistemi turistici trentini più consolidati si
nota come la cultura dell’intrattenimento abbia ormai permeato l’offerta locale e come ai turisti
vengano offerti servizi sempre più sofisticati. In questi contesti locali l’imprenditoria turistica:
• è stata capace di dotarsi di quei saperi complessi che permettono di fare analisi e marketing sui
mercati internazionali, spesso anche attraverso, l’utilizzo di internet;
• ha imparato ad agire con logiche coalizionali che permettono di promuovere e gestire
unitariamente l’offerta locale, in alcuni casi con veri e propri modelli da “villaggio turistico”;
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Trentino Sviluppo SpA
• è fortemente orientata e disponibile all’investimento in strutture e infrastrutture volte a
soddisfare le domande dei turisti (sono ormai molti gli alberghi dotati ad esempio di sauna e
centro fitness).
Quello che però ancora manca è un secondo livello di autoimprenditorialità e offerta
professionale orientata proprio a quei fattori immateriali che possono ulteriormente
qualificare l’ospitalità turistica. Il Trentino attualmente importa tali professionalità,
ricorrendo al livello nazionale per le figure più qualificate e ai lavoratori extracomunitari per le
funzioni più dequalificate.
Il vero dato contraddittorio è che, in una forte economia turistica come quella trentina, esistono
solo due o tre società che si occupano di animazione turistica a livello professionale. Accanto alla
necessità di ampliare la base ricettiva con iniziative di ricettività diffusa, (B&B, agritur, paesi albergo
ecc.) sono molti i Sindaci intervistati che evidenziano questa carenza di servizi al turismo.
“L’organizzazione delle manifestazioni turistiche oggi si basano sul volontariato, sulle Pro loco. Non so fino
a quando riusciremo ad avere il volontariato, anche questi sono servizi che prima o poi dovranno trovare
spazi di imprenditorialità, aziende specializzate nell’organizzazione di eventi turistici. Vengo proprio ora
dall’organizzazione di un evento che ha portato 1200 persone in Primiero a fare una gara di mountain bike
che si chiama “Rampichissima”. Per l’organizzazione ci siamo avvalsi di una società che è di Rimini e che
ormai è da anni che lavora all’interno della provincia di Trento. È la Fiera Promotion, fa la regia di importanti
eventi, arriva qua e ci dice: “vi porto l’evento, voglio 25 mila euro e vi porto mille persone. Da voi pretendo
che mi diate supporto logistico”. Senza nulla togliere alla professionalità di questa società, mi chiedo perché
queste risorse non riusciamo a gestircele in casa. Questa è la strada da percorrere in questo momento, ho
bisogno di una struttura operativa, nel senso che ho bisogno di animatori, faccio una telefonata e questa sa
dove andare a prendere i 10 animatori che servono, sa dove andare a prendere il tendone, sa dove prendere
l’impianto di amplificazione, abbiamo ormai bisogno di strutture professionali. Sicuramente questo è un
passaggio critico e bisogna stare attenti a non smontare quello che è il tessuto volontaristico del Trentino
perché se perdiamo quello abbiamo fatto la peggior cosa che possiamo fare. A Rimini hanno messo in piedi
anche la “Scuola Superiore del Loisir”, dove formano tutte queste nuove professionalità. Sarebbe interessante
organizzare uno scambio di esperienze con la situazione riminese per vedere loro come fanno queste cose.
Questi si son fatti da soli. La capacità romagnola e` riconosciuta in tutto il mondo, sta vendendo con successo
una pozza d’acqua che si chiama Adriatico. Diamo atto che se c’e` qualcuno che sa fare proprio il mestiere,
sono questi. La Fiera Promotion ha organizzato la Rampilonga, che adesso è in Val di Fassa, che porta circa
3000 - 4000 persone ogni anno a fare la gara di mountain bike. Oggi, sono arrivati ad avere cinque tappe
in Trentino, con la Provincia che fa da sponsor, con tutta una serie di trentini che lavorano, di fatto, per loro
ma, ripeto, la testa è da un’altra parte, è a Rimini. Gli albergatori continuano ad investire da soli e a fare
i loro centri fitness. Tutto questo è assolutamente legittimo però alla fine mancano le professionalità. È per
questo che è importante avere un centro unico compartecipato, condiviso da tutti gli albergatori. Possiamo
averne dieci di massaggiatori professionali, servizi migliori. Questo tutti lo capiscono, tutti capiscono che è
la soluzione migliore ma purtroppo, alla prova dei fatti, diventa difficile metterlo in pratica. C’era anche il
problema degli accompagnatori di mezza montagna. Le guide alpine so che nel passato hanno avuto questo
problema. La guida alpina va sulla roccia, non va nel bosco a fare le passeggiate. Bisogna capire che sono dieci
i turisti che vanno in cima Cimon della Pala e sono invece diecimila i turisti che vanno nel bosco. È lì che c’è
da guadagnare, ma è un po’ difficile farlo capire. “Sindaco di Tonadico
“Si dovrebbe istituire una Pro loco che faccia da regia a tutte le iniziative. A livello comunale è l’associazionismo
che organizza le varie manifestazioni d’estate per i turisti, ogni paese organizza la propria festa. La Pro loco
potrebbe avere maggior peso nella valorizzazione di quello che abbiamo. Il problema nel turismo, è riuscire a
far nascere nuove professionalità. Il rafting ad esempio è stata l’iniziativa di un privato di Verona che gestisce
tutto, con una partita Iva; poi dietro ci sono degli istruttori che sono dei liberi professionisti. In questa società
che si occupa di rafting c’è un solo trentino (l’assessore del comune di Caldes), forse perché le mamme ci hanno
fatto crescere col terrore del torrente pericoloso. I centri di rafting in Val di Sole sono cinque, tutti scollegati, con
una concorrenza spietata. Uno dei grossi problemi è diventare istruttore di rafting. La maggior degli istruttori
sono australiani, argentini, che hanno i brevetti ottenuti nei loro Paesi, per cui vengono riconosciuti qui e
lavorano qui, così la gente che sta sul territorio non può lavorare.” Sindaco di Caldes
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Trentino Sviluppo SpA
“Il problema del turismo in Val di Sole è che mancano professionalità, al di fuori del settore alberghiero,
nei servizi. Tutti gli animatori che girano in Val di Sole vengono da fuori provincia. A portare il Rafting
in Val di sole sono stati dei Veronesi. Queste professionalità oggi le importiamo è comodo importarle, ma
anche molto pericoloso. Perché se tu li importi dall’Emilia Romagna; è vero che li importi, ma solo in
inverno e in estate, in questi periodi trovi quello che trovi, trovi la serie D e la serie C su di un prodotto
che in estate è per noi complementare, ma comunque importante. Noi abbiamo un turismo familiare, in
genere benestante, di persone che durante l’anno per motivi di lavoro sono costretti a trascurare la famiglia.
La cosa principale per quel tipo di famiglia è stare con i figli, specialmente se hanno 14 – 18 anni. Questi
giovani tu li attrai se ci sono divertimenti. Se il figlio fa lo snowboard, vuole andare dove c’è lo snowpark,
dove c’è il divertimento, a quel punto è il figlio che trascina i genitori in vacanza e non il contrario. Io
sono il Presidente dell’Associazione snowboard d’Italia e so che lo snowpark deve essere fatto con qualità,
perché il cliente deve trovare un posto organizzato al massimo. In Trentino nessuno sa progettare uno
snow park, la maggior parte dei progettisti e dei costruttori di snow park proviene da Livigno, perché lì
per tre o quattro anni hanno fatto gli European Open della Burton, che è la massima manifestazione di
snowboard in Italia e per far questo chiedono determinate strutture. Hanno chiamato prima i consulenti
esterni, costano tanto, però sanno di cosa si tratta. In estate è uguale; se noi cominciamo a vendere un
turismo estivo dicendo che un raduno di vecchi con il bastone di legno che va per funghi, li terrorizziamo.
Bisogna lavorare, sull’immagine, sui desideri dell’utenza, sull’organizzazione di eventi sull’animazione.
Gli animatori non li porti dalla Sicilia che non conoscono nemmeno le montagne che ci sono; devi creare
una scuola particolare, la scuola alberghiera di Ossana va ripensata con queste nuove attività. Ci vogliono
delle professionalità capaci di creare eventi, divertimenti per i giovani. Allora si che la famiglia trova una
mediazione tra i desideri del padre che ama la montagna e i desideri dei figli che vogliono socializzare e
divertirsi. Dobbiamo creare i nostri animatori, non importarli, e fare in modo che nei mesi estivi riescano a
fare qualcosa; quanto meno c’è un fiume. Ad esempio, iniziamo la stagione a maggio o a giugno e facciamo
un mondiale di rafting a giugno e facciamo un mondiale - dico mondiale per indicare qualcosa di grande
- di pesca a settembre. Sul Garda hanno ribaltato una situazione di crisi inventandosi il surf, tutto il
discorso della vela... Fanno anche una gara molto importante, la conosco perché chi fa snowboard d’inverno
solitamente fa anche il surf d’estate. C’è un’azienda che fa le onde artificiali; fanno il surf da onda e la
gara è basata su questo. Il mondiale di snow board a Madonna di Campiglio ha funzionato molto bene. Se
tu sei l’utente fai quello che vuoi, se sei l’imprenditore sei costretto a vedere l’evoluzione del mercato e ad
adeguarti. Bisogna essere all’altezza dei tempi, chi si diverte in montagna non è che rovina un ambiente”.
Sindaco di Cavizzana
“I Comuni hanno difficoltà a promuovere eventi culturali. A Fondo, dobbiamo andare a prendere qualcuno
di Trento per organizzarci gli eventi culturali; facciamo sempre la manifestazione di San Giacomo di
Compostela, la ricostruzione del pellegrinaggio e dobbiamo far venire qualcuno da fuori per organizzare il
tutto. A Trento cominciano ad esserci società specializzate nell’organizzazione di eventi. Li chiamavamo, ci
organizzavano un po’ tutto, all’inizio ci davano anche i costumi poi i costumi ce li siamo fatti e adesso ci
arrangiamo perché è nato un comitato ma se ci fosse un gruppo di ragazzi - abbiamo tante manifestazioni
a Fondo e non solo – queste feste potrebbero veramente essere organizzate direttamente da noi senza
andare a spendere risorse fuori. Ne abbiamo parlato anche in Comprensorio e bisognerebbe fare in modo
che nascesse un gruppo di lavoro del genere. Secondo me le opportunità di nuova imprenditorialità sono
proprio del turismo. C’è bisogno di accompagnatori, guide per la montagna, organizzatori di eventi, etc.. Per
esempio noi abbiamo i canyons ed abbiamo voluto formarci noi delle guide, stiamo dando lavoro, durante
l’estate a quattro, cinque ragazzi che accompagnano le visite. Ne stanno nascendo altri ed ecco che potrebbe
essere un’ulteriore attività, mentre durante l’inverno, visto che abbiamo scoperto l’attività delle ciaspole,
c’è bisogno di accompagnatori, di organizzatori delle manifestazioni; penso ancora altri accompagnatori
ambientali nei boschi che potrebbe essere un’attività piacevole per i ragazzi. Noi non abbiamo lo sci, ma
abbiamo lo sci alpinismo e anche qui abbiamo bisogno di accompagnatori. Una bella idea sarebbe quella
di dare in gestione ai giovani una serie di strutture ricettive che sono inutilizzate per buona parte dell’anno,
coinvolgere attraverso una società in modo da tenerle aperte non 60 giorni come fanno adesso, ma tenerle
aperte minimo 120, 150 giorni. Potrebbe essere una bella idea, viste le disponibilità che ci sono. Questo
potrebbe anche spingere gli albergatori attuali a tenere più aperto se il turista che viene trova, attraverso
una cooperativa, la gestione di certi servizi, le opportunità di passeggiate, le guide. Abbiamo tante cose
da offrire, come le visite nei castelli, le visite nei siti culturali etc., e quindi sarebbe interessante riuscire
a costruire una rete attraverso una cooperativa, presso un’associazione che può dare queste risposte e dà
lavoro.” Sindaco di Fondo
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Trentino Sviluppo SpA
“Da anni chiedo che venga riconosciuta questa figura della guida di mezza montagna. Abbiamo chiuso sabato
scorso un corso di formazione a livello europeo sulla figura dell’accompagnatore di mezza montagna, cioè un
professionista che gestisce questa fase intermedia che è bassa per le guide alpine, perché hanno un altro tipo
di vocazione e che è un’alternativa a quella che è la guida artistica, che magari opera sulla parte artistica, ma
non sulla parte naturalistica. Questo potrebbe avere un mercato fortissimo: abbiamo 60, 70 km di sentieri
che però se li lasciamo sulla cartina esposta fuori dal comune e se non prendi i turisti e li accompagni su
questi sentieri fai poco, non li valorizzi, non li fai conoscere. Avevo chiesto un corso per l’animazione turistica,
perché siamo un territorio che vive molto di eventi, però servono delle professionalità anche per questo,
perché nessuno si improvvisa. Ho un grande rispetto per il volontariato, però deve essere accompagnato, se
vogliamo professionalizzato. Bisogna fare in modo che poi il turismo dia spazi di lavoro con nuove iniziative
imprenditoriali. Noi abbiamo formato adesso 10 persone che si sono impegnate in inverno a frequentare un
corso impegnativo e questi giovani potranno essere utilizzati in questo tipo di attività di accompagnamento
ma siamo anche consapevoli che esistono ancora dei problemi dal punto di vista giuridico perché può arrivare
la guida turistica o la guida alpina e ti pianta la causa perché svolgi quel tipo di lavoro. Questo è un problema.
Rischiamo di andare a creare queste forme di concorrenza e di possibile conflitto: se questi, probabilmente,
accompagnano il gruppo a San Romedio e a San Romedio capita la guida turistica sono problemi. Abbiamo
una guida turistica in tutta l’alta Valle di Non e certo non può pensare di coprire tutto il territorio. Serve
qualcos’altro. Nel turismo ci sono delle lobby professionali che agiscono in termini corporativi e protezionistici.
Il Sindaco di Revò è laureato in conversazione di beni architettonici. Ha fatto anche alcune lezioni qui da
noi sulla parte artistica e storica, è molto bravo. Mi diceva che ha provato a fare l’esame per diventare guida
artistica, però è difficilissimo ottenere il patentino perché ci sono delle lobby. Con tutto il rispetto ti offrono le
loro professioni, però è chiaro che ci serve qualcos’altro di intermedio, di diverso, perché se vogliamo qualificare
il territorio questa è una di quelle figure professionali che dovremmo incentivare”. Sindaco Romeno
Il turismo è un settore in cui il valore economico è prodotto dall’intrattenimento che
genera esperienze ed emozioni. Un mercato fatto di cultura e creatività in cui i giovani possono
trovare occasioni di occupazione e auto imprenditorialità.
Il turismo, tra i vari settori economici, è forse quello più esposto alla concorrenza globale ed
è anche quello che maggiormente deve puntare sulla specificità e originalità della propria
offerta. La semplice offerta di strutture, di beni e di servizi non è più sufficiente: sono invece le
“esperienze” offerte al cliente, al visitatore, al turista, al consumatore, a costituire il fondamento
della creazione del valore. È in questa dimensione di valorizzazione dell’esperienza connessa alla
fruizione della montagna ed al consumo dei suoi prodotti che anche i territori trentini collocati
ai margini dei grandi flussi turistici possono trovare un loro spazio, valorizzando le innumerevoli
forme di turismo sociale ed ecosostenibile.
Un turismo sociale, sportivo, ambientale e famigliare, più slow, più attento all’ambiente, al
territorio ed ai suoi prodotti. Un turismo che nei piccoli paesi di montagna deve poter contare su
modelli di ricettività diffusa: quali sono i Bed & Breakfast, gli agriturismi e le fattorie didattiche, i
paesi albergo. Valorizzare i centri storici, mantenere la qualità del paesaggio agricolo, rivitalizzare
le relazioni interpersonali di paese e di borgata, salvaguardare le tradizioni locali, valorizzare le
botteghe artigiane e i ristoranti con prodotti e ricette del territorio, riservare al turista un’ospitalità
“calda” e diffusa, realizzare nelle scuole programmi di educazione al gusto, all’estetica, all’ospitalità,
sono tutte azioni essenziali se si vuole fondare la strategia di sviluppo di un territorio sulla
valorizzazione delle differenze e della qualità.
5.2 L’artigianato
La provincia di Trento, a fronte della crisi storica della grande impresa, ha saputo sviluppare
un’imprenditorialità diffusa, operante in un ventaglio ampio di settori, sufficientemente efficiente
e dinamica soprattutto nei settori di specializzazione provinciale.
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Trentino Sviluppo SpA
L’importanza dell’artigianato e della piccola impresa in Trentino è testimoniata dal fatto che
la buona dinamica occupazionale rilevabile a livello provinciale dipende esclusivamente dalla
buona performance delle piccole e microimprese artigiane, che riesce sostanzialmente a correggere
l’andamento negativo dell’occupazione nella grande impresa.
Nei fatti, l’artigianato costituisce un volano di creazione di impresa e nell’ambito dell’economia
provinciale il suo ruolo si esplica in due importanti direzioni:
• quella relativa alla funzione di incubatore nel processo di creazione di impresa, non solo nelle
attività produttive più tradizionali, ma anche in settori nuovi e con intrinseche caratteristiche
di tipo innovativo;
• quella di una funzione calmieratrice e di frazionamento nelle situazioni di crisi commesse a
fasi di stagnazione economica.
Dal Rapporto Annuale sull’Artigianato pubblicato dalla Provincia Autonoma di Trento su dati
dell’Albo delle Imprese Artigiane emerge come negli anni che vanno dal 2000 al 2006, a livello
provinciale, il quadro generale sia senz’altro positivo con un comparto in continua crescita come
dimostrato dai dati che seguono:
• si registra un continuo incremento (+ 8,7% in sei anni) delle imprese che sono passate dalle
12.917 del 2000 alle 14.038 del 2006;
• a livello territoriale le performance più significative nel periodo analizzato sono rappresentate
da Alta e Bassa Valsugana, con incrementi rispettivamente del 20,8% e del 15,1%, e dall’ambito
delle Giudicarie con un +11,2%;
• analizzando le dinamiche dei differenti settori si rileva come la crescita più rilevante
(superiore all’11%) sia da attribuire alle aziende di produzione, mentre un ritmo di crescita
percentualmente più lento (+ 5,%) riguarda quelle di servizi; una lieve contrazione si segnala
invece tra le aziende tradizionali dell’artistico (-3%), da segnalare tra le differenti categorie una
crescita molto elevata delle imprese edili (+28,6%);
• per quanto riguarda la forma societaria, il 72% delle iniziative sono ditte individuali e crescono
negli ultimi sei anni dell’8,1%; le società di persone che sono il 25% del totale sono rimaste
grosso modo invariate; mentre si registra una significativa crescita delle società di capitali che
ora rappresentano il 2,7% del totale contro lo 0,3% del 2000;
• molto interessante da parecchi punti di vista lo sviluppo dei consorzi artigiani che, nei 6 anni,
crescono del 66%;
• dal punto di vista economico si rafforza, anche se in maniera molto limitata l’export; ma in
questo senso le future indagini dovranno quantificare il contributo all’export delle piccole
imprese artigiane all’interno delle reti di subfornitura;
• nel periodo 2000-2006 si registra un aumento delle donne imprenditrici, titolari o socie, (+
6,9%) anche se in percentuale inferiore alla crescita dei colleghi maschi;
• un forte sviluppo riguarda soprattutto le imprese condotte da stranieri che aumentano di oltre
il 16% e in questo senso l’artigianato dimostra ancora una volta la propria capacità nel creare
inclusione sociale e nel favorire l’integrazione dei soggetti di nazionalità estera.
“Vicenza, Padova, Treviso, Pordenone, Udine non hanno assolutamente questi dati che abbiamo noi. Da noi
è aumentato in modo incredibile il numero di artigiani iscritti all’albo. Il processo è evidente in tutti i territori
della provincia, in certi territori sono cresciuti più del doppio della media provinciale; in altri sono stabilizzati.
Abbiamo queste persone che si mettono in proprio, qualcuno comincia anche ad assumere dopo i primi anni.
La maggioranza di queste persone sono giovani. Ho scorso gli elenchi; nel codice fiscale c’è scritto anno ‘80,
‘79, ‘82, ‘81 dai 23 ai 25 anni, tra l’altro abbiamo un problema associativo per cui non sempre riusciamo
a intercettarli. Non vi è dubbio che dietro a questo fenomeno c’è un discorso di flessibilizzazione del lavoro.
Questi sono una marea di piccoli capitalisti personali che fanno un mare di lavori che non riescono ad entrare
nel campo pubblico perché sanno che ormai è sbarrato. Al lavoro dipendente più di tanto non è che siano
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Trentino Sviluppo SpA
ispirati e quindi si licenziano dal lavoro dipendente, si mettono in proprio nei campi dell’impiantistica, nel
campo delle piccole lavorazioni in legno, qualcosa nell’artistico, qualcosa nell’informatica, molto nell’edilizia.
Mediamente, nel nostro mondo, si utilizzava pochissimo i co.co.co. e si utilizza pochissimo la legge Biagi,
la quale, invece, è molto usata nel mondo del commercio, nel mondo della ristorazione, è molto usata nel
mondo dell’industria. Nell’artigianato trentino su un totale 36 mila occupati abbiamo 350 co.co.co. una
miseria. Nell’artigianato la flessibilita` la raggiungi mettendoti in proprio, utilizzi quel minimo di bene che ti
da la costruzione di una piccola impresa, ti danno un fondo alla cooperativa da rimborsare però senza grandi
firme, la Provincia ti da un contributo che arriva fino al 25% sulle spese, quindi, parte con quest’avventura.
Un po’ muoiono, non ho dati precisi, ma la sensazione è che ne muoiono meno in Trentino che da altre parti”
Direttore Associazioni Artigiani
In considerazione del fatto che le imprese industriali con più di 10 addetti, nell’area obiettivo 2,
sono solo 78 e rappresentano circa l’11% di quelle presenti in provincia di Trento, ci si rende conto
come l’artigianato in quest’area svolga un’importante funzione di stimolo e di possibilità lavorative
per i residenti. Sono diversi gli interlocutori che sottolineano il ruolo dell’artigianato
nel mantenimento della coesione socio-economica in questi territori. L’artigianato
è la principale attività economica che consente di vivere in queste aree: basta pensare al ruolo
dell’artigianato, nel fornire occupazione, nel fare manutenzione del territorio, nel fornire i servizi
di base che consentono la permanenza e la vita della comunità.
“ Non è assolutamente vero che in Trentino manca l’imprenditorialità. Bisogna intenderci su cosa si
intende per imprenditorialità. Se uno ha in testa che l’imprenditorialità è solo quella fatta dalle imprese
con più di cinquanta dipendenti, si sbaglia; bisogna che qualcuno spieghi a queste persone che l’impresa
con cinquanta dipendenti ha bisogno di una base demografica che qui in Trentino non esiste tranne che in
alcune aree. Questo è il fattore importante, nel senso che non ci sono le condizioni demografiche per sostenere
un’industrializzazione di media consistenza, ed è per questo che noi insistiamo nel difendere il principio che
se si vuole fare un minimo di differenziazione rispetto all’occupazione pubblica nel campo manifatturiero,
dei servizi o nei servizi destinati alle imprese, l’unico strumento è l’artigianato. L’artigianato è necessario per
mantenere una qualità elevata di vita, specialmente nelle aree decentrate. C’è un artigianato molto ampio che
è quello che serve alla qualità della vita della gente. Se si abbassasse questo tipo di artigianato vuol dire che
stiamo arretrando e lo pagheremo anche molto caro. L’artigianato offre poi opportunità di stabilità economica
e occupazionale in queste aree, Non è un caso che ad esempio il settore delle costruzioni svolgano un ruolo
maggiore soprattutto man mano che sale l’altimetria, una funzione sostitutiva nell’offrire posti di lavoro di
tipo industriale” Responsabile Centro Studi Artigiani di Trento
L’artigianato delle aree obiettivo 2 è fondamentalmente basato su micro unità lavorative e
offre i propri beni e servizi al mercato locale, anche se non mancano sistemi di subfornitura
artigiana aperti ad integrazioni produttive con realtà esterne, in particolare delle fasce
pedemontane venete e lombarde.
“Se è vero che in Trentino non esistono distretti industriali è però anche vero che l’impresa artigiana trentina
opera in stretta sinergia con i territori del nord est; l’artigiano, il piccolo imprenditore trentino collabora
attivamente sia verso Belluno, sia verso Vicenza, sia verso Verona, che verso Brescia; le dirò che addirittura
la comunità del Garda, che è a metà strada fra Brescia e Verona, c’è una miriade di piccole imprese che si
muovono sia ad Est che ad Ovest, che lavorano sia per imprese del bresciano che del veronese, anche perché lì
c’è un’integrazione vera fra settori” Vice Presidente di Confartigianato nazionale
“ La nostra struttura di PMI e di artigiani è profondamente diversa da quella del nord-est. Il terzismo è poco
diffuso sulle 10.700 imprese che noi associamo (quelle iscritte all’albo artigiani sono 12.500) le terziste
in senso tradizionale saranno 3-400. Il nostro terzismo è comunque un terzismo collaborativo, evoluto, la
collaborazione comincia già nella progettazione del pezzo, nella scelta delle materie prime. Sul tema della
subfornitura di qualità noi abbiamo organizzato forme di collaborazione con la Baviera, finalizzate a
rafforzare le integrazioni produttive” Direttore Associazione Artigiani di Trento
“Dal punto di vista produttivo non siamo messi male. Il 40% delle imprese artigiane di Storo sono nel
settore metalmeccanico, dalla carpenteria alla minuteria, fortemente integrate con i distretti bresciani. C’è
un’azienda che lavora per la Ferrari e la Maserati, sui pistoni e sui cilindri. C’è uno che fa carpenteria pesante
che vende anche in Australia.”. Sindaco di Storo
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Trentino Sviluppo SpA
Non ci si deve pertanto stupire se, proprio in territorio trentino - pur in assenza di dinamiche
distrettuali - si assiste ad un significativo processo di costruzione di filiere produttive in cui le
aziende vanno ad assumere diverse posizioni nella catena in ragione delle loro capacità, senza
per questo condannarsi ad una sub-fornitura dipendente (come mostrato da una recentemente
indagine condotta sulle imprese localizzate nei comuni obbiettivo 2 della Valle del Chiese) 7.
BOX 2
LE FILIERE DI SUBFORNITURA IN VALLE DEL CHIESE
1) Il principale dato che emerge dall’indagine su 100 imprese della Valle del Chiese è il confine
sfumato che caratterizza il posizionamento delle imprese nella filiera: si è al contempo
fornitori e committenti; il reddito d’impresa è formato da prodotti di subfornitura, ma
anche da una quota rilevante (e si auspica crescente) di prodotti propri.
2) L’equilibrio dell’impresa è il risultato di due bisogni:
- da un lato, la necessità di fare riferimento ad un mercato conosciuto, per certi versi
“garantito”, com’è quello della subfornitura locale;
- dall’altro lato, la necessità di evolvere, interfacciandosi direttamente con i mercati
finali o, quantomeno, con altri possibili committenti esterni al contesto locale.
3) La dimensione locale continua a svolgere un ruolo importante. Sul territorio si sono
sedimentate competenze e specializzazioni nel settore meccanico e del legno che
continuano ad alimentare un fitto sistema di relazioni produttive, ma che rimangono
però prevalentemente informali, (i consorzi ed i gruppi di impresa sono pochi), le
relazioni tra imprese si giocano all’interno di un delicato equilibrio tra collaborazione e
competizione.
4) Il territorio comunque non basta più. Le nicchie di specializzazione e di mercato in cui si
è fino ad oggi cresciuti cominciano ad essere sature. L’infittirsi della competizione a livello
locale - ma si cominciano ad intravedere anche concorrenti esteri - impone alle imprese
della Valle del Chiese una diversificazione produttiva e la ricerca di nuovi interlocutori
industriali e commerciali.
5) Gli stessi rapporti consolidati di subfornitura si fanno più complessi: aumentano i gradi
di specializzazione, flessibilità, innovazione tecnologica e organizzativa richiesta dai
committenti.
6) Anche l’organizzazione della produzione si fa più complicata. L’adeguamento tecnologico
all’aumentata complessità della domanda non sembra essere un problema rilevante, lo è
invece la difficoltà di trovare in loco manodopera specializzata e servizi qualificati.
7) A fronte di questi problemi, quello che emerge con forza è un processo di esplorazione
pluralistica, ovvero, la proiezione del sistema produttivo locale verso l’esterno, in tanti e
diversificati punti della filiera, (mantenendo al contempo relazioni di rete locale).
8) Per il momento si tratta di una proiezione di “medio raggio”, orientata verso regioni del
nord Italia, in cui, però si cominciano ad individuare anche diversi punti di contatto con
i mercati esteri. Sono 21 le imprese che realizzano una quota del proprio fatturato sui
mercati esteri; ci sono 7 i committenti consolidati all’estero; ma il dato più interessante è
che oltre la metà delle imprese di subfornitura intervistate opera comunque all’interno di
filiere internazionalizzate per importanti committenti (spesso multinazionali)
7 Trentino Sviluppo Spa “Nessuna impresa è un’isola” Quaderni di territorio n.1, aprile 2008.
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Trentino Sviluppo SpA
9) L’esplorazione pluralistica è un processo alimentato da dinamiche spontanee e da
individualità imprenditoriali: si va per il mondo in ordine sparso. Più che sulla capacità di
costituire alleanze tra imprese e gruppi o filiere capaci di competere su mercati più vasti,
il processo di apertura si fonda sui fattori di specializzazione e flessibilità che consentono
alle singole imprese di inserirsi in reti di fornitura sovralocali.
10) Vi è comunque la netta e diffusa percezione dei limiti connessi a percorsi di apertura
praticati singolarmente dalle imprese e sono molti gli imprenditori che segnalano l’esigenza
di rafforzare l’integrazione e la proiezione del sistema produttivo locale nel suo complesso:
sia in senso verticale, attraverso alleanze di filiera, sia in senso orizzontale, attraverso la
costituzione di consorzi.
Oggi, artigiano vuol dire autonomia, creatività, personalizzazione nella produzione di beni e
servizi che sono moderni in senso positivo, nel senso che usano la tecnologia per quello che serve,
ma vi aggiungono il design, il gusto estetico, la disponibilità a capire e servire i bisogni specifici
del cliente, il rapporto col territorio e con la sua storia, la mediazione culturale con significati che
“fanno parlare” i prodotti con l’alfabeto della moda o degli stili di vita.
Artigianato vuol dire identità, senso: rapporto tra il produttore che dà senso al suo lavoro e
l’utilizzatore che lo recepisce, legandolo al proprio bisogno identitario. È attraverso tutte queste
qualità che l’ars artigiana cessa di essere una sopravvivenza del passato e diventa uno degli assi
portanti della produzione post-fordista.
Nelle aree obiettivo 2 della provincia di Trento non mancano forme di artigianato con
produzioni di qualità nei comparti dell’artigianato artistico, della trasformazione agroalimentare,
dei servizi tecnologici, che operano su mercati molto più vasti.
“Qui nel comune di Rumo abbiamo due ragazzi che aggiustano e ripristinano gli organi delle chiese e,
addirittura, costruiscono anche degli organi. Un loro organo è stato inaugurato quindici giorni fa proprio a
Ventimiglia: si tratta di un organo molto grande; un altro organo lo avevano fatto due anni fa per la chiesa di
Dro. Lavorano bene; riparano e costruiscono organi presso la loro sede e vanno quindi fuori per riparazioni e
montaggi; addirittura lavorano in Olanda, in Belgio, in tutta Italia: sono bravissimi e molto ricercati. Hanno
imparato a Verona, da un artigiano molto famoso; si sono quindi messi in proprio e lavorano molto bene. Sono
i fratelli Carrara, Giorgio e Cristian, l’azienda si chiama Fratelli Carrara” Sindaco di Rumo
“ A Caldes abbiamo un fabbro Zanoni, che è diventato famoso per aver realizzato l’albero della Microsoft”.
Sindaco di Caldes
“Abbiamo una signora che fa produzioni artistiche in vetro ormai è famosa non solo in Trentino Adesso ha
depositato il marchio di una sua linea personale; lei disegna oggetti d’arte, gioielli, collane, in vetro che fa fare
a Murano” Rappresentante associazione artigiani della Valle del Chiese
“Adesso va molto di moda il discorso del cibo, del territorio, del gusto, vedo che quelle poche attivita` che ci
sono qui vanno molto bene, pensi che io ho un artigiano che ha aperto 6 anni fa, fatturava 100 mila euro,
adesso fattura un milione e mezzo, vende prodotti alimentari che fa lui, quindi fa prodotti biologici, prodotti
particolari del Trentino, salse particolari, È riuscito a fare business. Si chiama MasÈ Mario. Ha iniziato con
una semplice macelleria, poi ha avuto quest’idea” Responsabile Associazione Artigiani di Tione
“A Smarano abbiamo due fratelli, che producono speck, prosciutto, mortandela e che hanno avuto un grande
sviluppo in questi ultimi anni. È tutto basato su creazione propria; anche le carni sono di loro produzione; credo
che sia una delle migliori, se non la migliore macelleria del Trentino; qui c’è una professionalità eccellente.
Seguo anche i programmi, tipo Linea Verde o che ne so, altri programmi televisivi che vanno per la maggiore
ma vedo che possiamo caratterizzarci e proporci sul mercato a testa alta; dico questo anche osservando cosa
fanno gli altri.” Sindaco di Smarano
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Trentino Sviluppo SpA
“Nell’artigianato abbiamo una realtà importante: una macelleria gestita da una signora dove vengono
confezionate le “lucaniche” tipiche della Val dei Mocheni che sono un prodotto riconosciuto anche a livello di
Comunità europea con un marchio DOC”. Sindaco di Sant’Orsola.
Come tutte le imprese di dimensioni molto ridotte, anche il tessuto artigiano di queste aree
avverte problemi e difficoltà nell’acquisizione di servizi sul mercato in particolar modo
di quelli connessi con lo sviluppo che consentono di non arretrare in un sistema sempre più
competitivo e dove i confini territoriali diventano meno significativi.
“Io oltre che Sindaco sono anche titolare di un’azienda artigiana di lavorazione del legno; noi siamo
specializzati nell’assorbimento del rumore ed, infatti, facciamo pannelli fonoassorbenti. I nostri committenti
sono aziende edilizie in giro per l’Italia, si lavora abbastanza. Abbiamo sviluppato brevetti, per un costo
di centomila euro di studi di laboratorio. Facciamo le prove di laboratorio a Rimini. Questi contatti li ho
trovati io come imprenditore. Si cerca, si gira, c’è da pedalare. Ci vorrebbe una maggiore assistenza a livello
provinciale. Non conta soltanto il contributo; se vedo che l’azienda mi dà innovazione dovrebbe essere seguita
da qualcuno. Per la mia azienda il problema non sono i soldi, il problema sono le competenze. A volte si fanno
dei prodotti e si dovrebbe creare una sinergia tra Università ed aziende” Sindaco di Brione
Nelle aree montane è indubbiamente più difficile fare impresa; ci sono problemi di accessibilità,
non solo rispetto alla carenza di infrastrutture per far circolare merci e persone, ma anche riguardo alla
possibilità di accesso ai servizi pregiati, quali l’informazione, la formazione, l’innovazione tecnologica.
Non è vero, come alcuni sostengono, che nella piccola impresa e nell’impresa artigiana non
c’è innovazione. Oggi gran parte del tempo di lavoro dell’imprenditore artigiano è dedicato a
gestire e rafforzare quelli che sono i fattori immateriali di produzione: l’organizzazione, la finanza, la
commercializzazione, l’innovazione di processi e prodotti, la logistica, la sicurezza, l’ambiente, la
progettazione, i marchi, la certificazione, l’immagine, la comunicazione.
Nei fatti, la sempre maggiore preponderanza di fattori immateriali nella produzione ha tolto
all’impresa artigiana i suoi tradizionali caratteri distintivi (la manifattura, il coinvolgimento del titolare
nella produzione, il sapere pratico, la dimensione locale del mercato e delle relazioni personali), e la fa
sempre più assomigliare per un verso, all’impresa industriale che usa tecnologie e linguaggi complessi
in un mercato globalizzato, e per l’altro ad un’impresa di terziario qualificato, in cui la manualità della
produzione materiale è stata in buona parte sostituita dall’applicazione di saperi complessi. È sempre
più difficile distinguere l’artigianato dall’industria e dal terziario, perché oggi artigianato, industria e
terziario, parlano sostanzialmente gli stessi linguaggi complessi di una produzione che si fa sempre
più immateriale il cui valore aggiunto è dato da conoscenze, qualità, simboli e servizi.
Oltre alla necessità di fare rete per essere più competitivi, le imprese artigiane nelle aree
obiettivo 2 evidenziano una forte domanda di competenze. La progettazione, il design,
l’organizzazione produttiva, la commercializzazione, l’approccio ai mercati, il rapporto con i
clienti, la personalizzazione dei prodotti, diventano sempre più importanti per competere nel
nuovo mercato. Specialmente per imprese che - anche grazie ai finanziamenti dei patti territoriali -
hanno investito molto nell’innovazione di processo, ma si presentano ancora deboli nelle funzioni
terziarie e commerciali.
Spesso il mondo dell’artigianato trova al proprio interno le risorse necessarie alla sua evoluzione
competitiva, aprendosi alle nuove professioni della conoscenza. Ne è un esempio il già
citato caso del CONIT, che però non esaurisce il processo di acquisizione di attività innovative
nell’alveo dell’artigianato.
“Stiamo cominciando ad osservare dei fenomeni di iniziative artigiane avviate da laureati che scelgono la
forma dell’artigianato perché è abbastanza semplice come struttura. Il fatto che ci sia l’associazione che è
abbastanza grossa che può garantire dei servizi a prezzi agevolati rispetto agli altri, quindi ci sono questi
tipi di iniziative, è interessante. Ci sono stati dei geologi che hanno aperto un’azienda artigiana per fare
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Trentino Sviluppo SpA
cartografia digitale. Mi vengono in mente due architetti che hanno aperto una società di grafica e di rendering.
Ci sono tante aziende informatiche.” Direttore CEII
L’apertura del mondo artigiano alle nuove professioni della conoscenza costituisce una delle
sfide della transizione in atto che, nella definizione di strategie di sviluppo delle aree montane, può
svolgere ruoli importanti:
• da un lato mette a disposizione dell’artigianato importanti competenze, favorendo la nascita di
aziende artigiane fatte da giovani laureati che si occupano di innovazione tecnologica, siti web,
di automazione, ecc., per conto di altre aziende artigiane e alberghiere, quindi trasferiscono
competenze e servizi pregiati nei settori tipici dell’economia montana;
• dall’altro lato, costituisce una valida alternativa all’emigrazione di tanti giovani laureati ed
una valorizzazione in chiave imprenditoriale di competenze presenti sul territorio che spesso
alimentano le nuove forme del lavoro atipico e precario al di fuori dei tradizionali schemi di
tutela e rappresentanza.
In relazione ai processi appena descritti sono molti i soggetti locali che indicano
l’artigianato come ambito principale su cui indirizzare il processo di animazione
imprenditoriale. Se molti sottolineano lo spontaneo processo di avvio di nuove imprese
artigiane, specialmente nell’ambito della filiera delle costruzioni (elettricisti, impiantisti, falegnami,
idraulici, ecc.), altri evidenziano, come proprio in virtù della sua vitalità il settore artigiano si presti
ad esprimere attività nei campi dell’innovazione tecnologica e dell’artigianato di qualità legato alle
peculiarità del territorio, che a tal fine andrebbero opportunamente incentivati.
Chiaramente, anche l’artigianato di montagna deve oggi confrontarsi con l’aumentato clima
competitivo connesso con l’apertura dei mercati. La competizione internazionale non è una cosa
che riguarda solo le imprese che esportano o che delocalizzano. Anche l’impresa artigiana che
non esporta o che non fa investimenti all’estero è condizionata, nei suoi prodotti,
nei suoi prezzi, nei suoi metodi di produzione, da competitori internazionali.
Globalizzazione significa, ad esempio, il semplice fatto che i comuni di montagna non riescono
più a vendere il legname delle proprie foreste, perché ormai il legno arriva a prezzi bassissimi dai
Paesi dell’Est.
“La filiera del legno, purtroppo è un handicap anche per i comuni, non riusciamo più a vendere, se lo
vendiamo lo vendiamo sottocosto, perché la maggior parte del legno viene da fuori, qua ne tagliano decine di
migliaia di metri cubi all’anno e fatichiamo a venderne 700, 800 come comune, addirittura sta arrivando il
semi–lavorato dall’est. Qua le nostre aziende assemblano, vendono la maggior parte del prodotto in Pianura
Padana.” Sindaco di Don
“Abbiamo fatto anche un’unione di comuni per la vendita del legno che però non ha funzionato, perché il
mercato è strano: una volta perché c’erano gli schianti in Germania, una volta perché venivano fuori dalla
Svizzera. Anni fa il legname era una risorsa per il Comune, nel senso che si pagavano i dipendenti, purtroppo
adesso non più.” Sindaco di Castel Condino
“Ci vorrebbe una politica che valorizzasse il polo del legno, di coordinare un unico pacchetto di immagine.
Abbiamo un legno speciale perché nasce in un ambiente particolare, per cui ha qualcosa in più di quello
dell’Austria o della Germania o dell’est in genere. Il nostro legno è eccezionale e lo dimostra la nostra chiesa,
che ha mille anni e le travature ancora intatte.” Sindaco di Condino
“Abbiamo infine, tutto il settore silvo - pastorale, forestale soprattutto, abbiamo una grossa presenza di boschi;
il Comune, per esempio, di Canal San Bovo e` in assoluto tra tutti i Comuni trentini, il maggiore produttore di
legno. Abbiamo una massa di ripresa teorica totale di 13.000 cubi. E` il dato, in assoluto, più alto fra tutti i
Comuni trentini. Nessun Comune produce individualmente una massa legnosa così alta, legnosa intendendosi
come legname da opera, non legname da bruciare, non legna da ardere. Questo e` un comparto che soffre
tremendamente la presenza dei mercati dell’est europeo perché abbiamo un’invasione a prezzi stracciati di
legname che riducono o annullano la nostra produzione.“ Sindaco Canal San Bovo
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Trentino Sviluppo SpA
“Il prezzo del legno è talmente basso per cui è difficile riuscire a fare un ragionamento sulla filiera del legno.
Nel 2000, quando è venuta la famosa tromba d’aria, hanno tagliato 2000 metri e adesso, dopo 4 anni,
non c’è stata ancora la ripresa. Anche l’anno scorso ci sono stati un po’ di schianti ed il legname l’abbiamo
venduto in piedi”. Sindaco di Spera
Vi è inoltre chi sottolinea l’esigenza di una generale qualificazione del tessuto
artigiano, in termini di cultura imprenditoriale. Tale esigenza si manifesta in particolare nella
filiera dell’edilizia caratterizzata da due fenomeni:
• il consistente avvio di imprese derivante da un processo di esternalizzazione di funzioni attuato
dalle imprese alla ricerca di maggiore flessibilità e competitività
• la progressiva crescita di attività artigiane avviate da lavoratori extra comunitari.
“Abbiamo una forte crescita numerica per quanto riguarda l’artigianato. L’Alta Valsugana, addirittura, da
questo punto di vista eccede le medie provinciali. Nella nostra zona tale crescita riguarda in modo particolare
l’edilizia ed il porfido. Ovviamente siamo soddisfatti di questa crescita, anche se non dobbiamo nasconderci
che questa crescita mostra dei problemi qualitativi. Buona parte di queste posizioni sono delle trasformazioni
da lavoratori dipendenti ad imprenditori ma che continuano, almeno per un certo periodo, ad avere un
rapporto di monocommittenza con l’azienda da cui sono usciti. Quantomeno emerge la volontà di passare da
un lavoro dipendente ad un lavoro autonomo. Una volontà che dobbiamo accompagnare, in termini di cultura
imprenditoriale, di diversificazione della committenza. I consorzi su cui abbiamo puntato molto sono serviti
per fare rete con queste imprese perché chiaramente la microimpresa, da sola, in certi settori è difficilissima:
o sei veramente un mostro di bravura o non vai avanti, mentre, così, si inizia a mettere in collaborazione,
l’abbiamo fatto con diverse categorie il discorso del consorzio. Alcuni erano quasi obbligati se volevano fare
determinate cose però la strategia di mettere in rete, probabilmente, è l’unica strada su certi settori per tenerli
competitivi. Ormai la competizione è tale che il solo mercato locale diventa problematico”. Responsabile
Associazione Artigiani Alta Valsugana
“Negli ultimi anni vedo una forte crescita di iniziative avviate da extracomunitari che fino all’altro ieri
svolgevano un lavoro dipendente nel settore edile. Vengono da noi con una scarsa base imprenditoriale, a
volte non conoscono le leggi che regolano la loro attività. Qualcuno ha una certa specializzazione, magari è
10 anni che vivono in Italia, che lavorano presso una ditta, e una certa specializzazione l’hanno acquisita,
effettivamente sono apprezzati, lavorano, però buona parte di questi, nel giro di due anni chiudono l’attività.
Spesso escono dal lavoro dipendente perché sono incentivati dagli stessi datori di lavoro, c’è un reciproco
vantaggio loro guadagnano di più e l’impresa committente cresce in flessibilità. Il fenomeno riguarda
anche i locali. Ci sono imprese che nei fatti mascherano un lavoro dipendente. Io vedo molto bene questo
progetto, per stimolare i giovani a riflettere su quello che è il comparto dell’artigianato, ma ritengo che un
intervento di animazione imprenditoriale debba essere esteso anche a questi soggetti, che devono acquisire
cultura imprenditoriale, dobbiamo aiutarli a diventare veri imprenditori.“ Responsabile Associazione
artigiani di Tione
“Stiamo seguendo 500 aziende avviate da immigrati. Non abbiamo ancora uno storico per dire, alla fine, le
capacità che hanno di stare sul mercato. Una gran parte è gente che lavora in sub appalto nell’edilizia, poi
abbiamo visto tanti che sono nel settore delle pizzerie di asporto, nei trasporti, tanti nel settore del profilo
dove si fa fatica trovare manodopera italiana. Salvo qualche incidente di percorso nel complesso è una realtà
positiva. Ho l’impressione che man mano che passano gli anni capiscono che devo stare alle regole. Chi è serio
e capisce che chiede e ottiene e sta alle regole, ha soddisfazione. Abbiamo anche aziende con dipendenti”.
Responsabile Consorzio artigiano di garanzia
5.3 L’agricoltura
La situazione del settore agricolo nella provincia di Trento appare piuttosto diversificata. Accanto
a comparti che presentano risultati molto interessanti e che possono essere considerati trainanti
per l’economia locale (in particolare quelli afferenti alle filiere dell’industria agroalimentare sia in
ambito cooperativo, sia in ambito privato), esistono altri comparti o forme di produzione in cui
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Trentino Sviluppo SpA
a prevalere è la dimensione della microimpresa agricola - spesso con ruoli di integrazione rispetto
ad altri redditi familiari – in bilico tra posizioni di marginalità (che sono tipiche dell’agricoltura
di montagna) e processi di modernizzazione volti a ridefinirne la funzione economica, sociale e
territoriale.
Entrambi i modelli sono una rappresentazione dell’evoluzione a cui è soggetto oggi il settore
agricolo montano. Filiere agroalimentari e microimpresa agricola esprimono strategie speculari
che, mettendo a frutto il diffondersi di una nuova cultura alimentare, ridefiniscono il rapporto
con i mercati di sbocco:
• da una parte, si persegue un nuovo rapporto con la grande distribuzione organizzata quale
veicolo privilegiato di penetrazione di sempre nuovi mercati, ed in cui svolgono un ruolo
sempre più importante gli aspetti di qualità, tipicità e sicurezza alimentare;
• dall’altra, si punta ad accorciare la filiera attraverso la costituzione di mercati locali che
pongono in relazione diretta produttore e consumatore, valorizzando i prodotti biologici e
tradizionali in settori di nicchia caratterizzati da una forte tipicità.
All’interno del comparto trainante, va senz’altro sottolineata la posizione delle produzioni
vitivinicole, frutticole e lattiero-casearie, ampiamente integrate in filiere di trasformazione e di
distribuzione, al punto da dare un contributo decisivo all’aumento della quota di esportazioni
della provincia. L’organizzazione di tali produzioni all’interno di filiere fortemente strutturate
rappresenta una peculiarità dell’economia trentina, che unisce:
• legame e capacità di presidio del territorio con il mantenimento di una microimprenditorialità
diffusa anche nelle zone più marginali della provincia (i tanti soci cooperatori che conferiscono
mele, uva, latte piccoli frutti);
• innovazione nelle pratiche colturali e nei modelli organizzativi e distributivi;
• forte proiezione, attraverso marchi affermati, delle produzioni trentine sui mercati
internazionali.
“La cooperativa S. Orsola è fortissimamente vincolata al territorio, tant’è vero che è impegnata in una ricerca
sulle zone che nel suo ambito evidenziano una bassa redditività, ricerche che dovrebbero fornire gli strumenti
per ovviare a queste situazioni. Rispetto al territorio noi possiamo soltanto o avanzare, o retrocedere, non
possiamo metterci di lato. Devo dire che per ovviare ad alcuni inconvenienti ci siamo dovuti rivolgere anche
alla grande distribuzione nazionale. (...). Tutto il processo non ci ha allontanati dal territorio, al contrario, ci
ha radicati ancor di più, permettendo ai contadini locali di svolgere al meglio la propria attività. (...) Se non ci
fossimo mossi per tempo sulle reti lunghe, andando a cercare contratti con la Esselunga, con la Coop, a livello
nazionale, non sarebbe potuto crescere un distretto come il nostro. Con dieci, quindici produttori si sarebbe
saturato il mercato locale e non ci sarebbe più stato spazio per una cooperativa, ma neanche per una struttura
con dipendenti e lavoratori fissi.” direttore dell’Associazione Produttori Agricoli Sant’Orsola.
La stessa microimpresa agricola è oggi coinvolta in un processo di modernizzazione che porta
progressivamente l’agricoltura di montagna ad affrancarsi da un’immagine di comparto marginale
e fortemente assistito dall’intervento pubblico. Dall’osservazione territoriale di quanto accade nel
mondo delle microimprese agricole, se ne ricava un’immagine tutt’altro che statica o regressiva.
Sul piano strettamente produttivo e distributivo, sono individuabili una pluralità di tendenze
volte a definire un nuovo ruolo ed un nuovo modello di sostenibilità economica della microimpresa
agricola di montagna. Rientrano all’interno di tali tendenze: la valorizzazione di produzioni tipiche
in mercati di nicchia; la diffusione delle colture biologiche; l’investimento in forme alternative di
coltivazione e di allevamento; l’investimento in attività di trasformazione e commercializzazione
capaci di dare valore aggiunto alle produzioni aziendali; iniziative come il “Kilometro 0” (le reti
di locali che offrono prodotti del territorio che non devono percorrere lunghe distanze prima di
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Trentino Sviluppo SpA
giungere in tavola); la diffusione di distributori automatici per la commercializzazione di latte
appena munto; la diffusione dei “farmer markets” (i mercati esclusivi degli agricoltori nelle città).
Le opportunità imprenditoriali vengono individuate nella nascita e nel consolidamento di
microfiliere produttive che consentano di effettuare una diversificazione delle produzioni
occupando dei settori di nicchia, sia promuovendo e recuperando colture e lavorazioni tradizionali,
sia proponendo nuovi prodotti agricoli, anche non alimentari.
“L’obiettivo è quello di incentivare a differenziare l’attività agricola attraverso l’agriturismo, attraverso realtà
culturali nuove, per cui abbiamo lasciato le agevolazioni sul recupero di varietà in estinzione oppure sui
piccoli frutti, sugli ortaggi oppure su tutte quelle che sono le coltivazioni biologiche. Il biologico è inserito in
modo coerente con il Patto Territoriale, proprio per cercare di incentivare queste coltivazioni”. Sindaco di
Romeno
Sono diversi gli interlocutori che evidenziano l’opportunità di recuperare la funzione di
strutture comunali come la latteria turnaria ed il macello di paese per dare spazi di mercato
anche ai piccoli allevamenti di montagna e consentire la commercializzazione di produzioni di
nicchia. Tali interventi richiedono però un’azione di negoziazione con le strutture cooperative che
attualmente vincolano i produttori associati al totale conferimento del prodotto.
“Sul discorso latte abbiamo un’esperienza credo interessante: la latteria turnaria. Una quindicina di agricoltori,
uno con una bestia, uno con due ed uno con tre, conferiscono latte a loro stessi e se lo lavorano trasformandolo.
Questo formaggio viene commercializzato anche fuori, ci sono alcune aziende commerciali che acquistano il
formaggio. Sono anni che lavorano... roba da fargli un monumento. Questa sarebbe una realtà da valorizzare,
da studiare, da trasferire anche in altre realtà trentine, perche è una risposta alla necessità di mantenere i
piccoli allevamenti di montagna” Sindaco di Bedollo
“È molto importante che le strutture agricole e agrituristiche abbiano la possibilità di fare la trasformazione.
Su questo ci siamo scontrati con il Piano di Sviluppo Provinciale, il Piano di Sviluppo Rurale che non volevano
locali di trasformazione dove ci sono strutture cooperativistiche. Io che sono qui a Valfloriana dovrei portare
giù il latte dalla malga, caricarlo sulla jeep portarlo al caseificio in Val di Fiemme per prendere pochi soldi.
Questo non consente di valorizzare il mio prodotto. Ho scelto di farmi il mio caseificio, di chiamare i miei
prodotti con il nome del mio paese, con la storia di questo paese e proporli non solo nel mio agriturismo, ma
anche sulle migliori piazze trentine ma anche fuori, quindi creando un’immagine di Trentino. Ho pensato
di creare una struttura con una logica che penso sia vincente anche per l’agriturismo del futuro, vuol dire
creare un’azienda a ciclo chiuso, la stalla, quindi la produzione del latte, il caseificio con la trasformazione,
gli scarti della lavorazione ritornano nella stalla e vengono dati ai maiali che poi verranno trasformati e
arriveranno, questi prodotti, tutti sulla tavola. L’ospite che viene qui, che decide di fare le ferie o solo per un
momento di ristorazione assaggia questi prodotti poi li acquista nel mio piccolo spazio commerciale, se li
porta a casa e questo è un mercato per la piccola azienda agricola di montagna. Il mercato successivo sono
le fiere e le manifestazioni esclusive, “la Casolara”, sono stato a Reggio Emilia ospite di slow food, ci sono
molte possibilità in questo senso. La Trentino S.p.a. sta anche lavorando su queste rassegne gastronomiche
per avvicinare il turista a questo mondo ma dobbiamo avere la possibilità di fare queste cose. Ho soci che
sono stati richiamati dalla cooperazione per poche centinaia di quintali di latte che decidono di trasformare
in azienda.” Presidente Agritur
Nei settori frutticolo e vitivinicolo la maggiore opportunità segnalata riguarda l’estensione
delle filiere promosse e governate da organismi cooperativi o consortili, che hanno lo scopo di
aumentare la massa critica della produzione, di diffondere standard omogenei di qualità e di
accrescere le capacità inerenti alla promozione ed alla commercializzazione dei prodotti locali.
I casi maggiormente segnalati sono l’ampliamento delle coltivazioni di piccoli frutti, tramite il
coinvolgimento di aziende come S. Orsola e Agri 90 e la reintroduzione della vite, promosse da
cantine come La Vis (in Valsugana e Val di Cembra) e Ferrari (in Valle del Chiese e Val di Ledro).
“Bisogna comunque stare attenti. Se vado nel Comune più sperduto della provincia di Trento e trovo un
imprenditore che ha l’intenzione di mettere su un’azienda di piccoli frutti, poi gli devono anche garantire che
Sant’Orsola, piuttosto che Agri 90, vada a prendergli quanto produce, perché non vorrei che l’imprenditore
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Trentino Sviluppo SpA
partisse e si trovasse poi con la merce invenduta perchè non sa più dove portarla. Bisogna fare attenzione
anche su questo aspetto, perché deve essere garantito anche il servizio, diversamente diventa un problema”
Presidente Unione Contadini
Il nuovo modello di sostenibilità economica è ulteriormente rafforzato dal carattere di
multifunzionalità dell’impresa agricola, - promossa dalle stesse politiche comunitarie - che
porta ad una sempre maggiore integrazione tra attività agricola, turismo, artigianato e servizi alla
collettività.
Le politiche finalizzate al rafforzamento delle reti dell’intraprendere non possono non
riconoscere il carattere multifunzionale svolto dall’attività agricola. Per la montagna si può
fare politica di sviluppo solo integrando i diversi settori economici, riconoscendo il ruolo che
l’agricoltura svolge nella salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente rurale, nello sfruttamento
ecocompatibile del patrimonio boschivo, promovendo le connessioni con il turismo, l’integrazione
con l’artigianato ed il commercio. In questo contesto, particolare rilevanza assumono le nuove
funzioni dell’agricoltura, non più legate alle necessità di auto-approvvigionamento, ma alla capacità
di generare redditi nel complesso dell’economia e delle famiglie, nelle potenzialità specifiche del
settore in termini di efficienza economica e nelle capacità di produzione di quei beni pubblici che
sono sempre più richiesti.
“Un altro ragionamento che va fatto è quello della multifunzionalità. Qui bisogna agire solo e esclusivamente
sulla mentalità degli agricoltori. Nonostante la nuova legge di orientamento che ormai ha già due anni
e mezzo e che ha ampliato le attività agricole anche alle prestazioni di servizio ambientale, nonostante
una riforma fiscale che dà anche nuove opportunità ancora non è partita alcuna iniziativa concreta o sono
pochissime rispetto alle opportunità che ci sono - e sono opportunità importanti - soprattutto in una Provincia
come la nostra che vive proprio di ambiente. Qui bisogna agire soprattutto sulla mentalità, perché purtroppo,
i nostri agricoltori sono abituati a produrre belle mele, buona uva per il vino, anche buoni formaggi, però
sono legati solo ed esclusivamente alla produzione, mentre invece, si potrebbero anche produrre servizi: ci
potrebbero essere tranquillamente convenzioni con le Amministrazioni comunali per prestare dei servizi alle
stesse e, tranquillamente, questo lo si potrebbe fare bypassando le gare e tutto quanto. Ci sono opportunità
innumerevoli, bisogna agire sull’imprenditorialità. Presidente Unione Contadini
L’agricoltura e la silvicoltura, in un territorio quale la provincia di Trento, assumono un ruolo
di manutenzione del territorio che deve trovare forme di valorizzazione, come l’opportunità
- prevista dalla legislazione provinciale - di recuperare edifici rurali a fini turistici in cambio di
attività di manutenzione ambientale o il coinvolgimento delle imprese agricole nei servizi di
manutenzione delle strade e delle aree verdi.
Un’altra grande sottocategoria della multifunzionalità, su cui si incominciano ad intravedere
iniziative da diffondere e valorizzare, è quella dell’impresa agricola produttrice di energia.
Le imprese agricole hanno, infatti, una serie di prerequisiti ideali per generare energia pulita:
generalmente sono esposte al sole per il fotovoltaico, hanno scarti per le biomasse e spazio per
la localizzazione di impianti. Al tempo stesso alcuni comparti sono fortemente energivori (basti
pensare alla coltivazione in serre riscaldate) e il prezzo del combustibile è diventato talmente
incisivo da indurre le imprese a convertire la propria modalità di approvvigionamento energetico
andando verso l’energia sostenibile.
Tra le forme di integrazione quella più consolidata è l’agriturismo, ormai ampiamente diffusa
nel contesto provinciale con offerte di qualità, nelle quali il coltivatore diretto integra l’attività di
produzione agricola con l’attività di accoglienza turistica, offrendo la possibilità di pernottare in
un luogo rurale che offre svago, relax e conoscenza del mondo agricolo.
Nell’ambito dei servizi sociali si vanno anche sempre più diffondendo le iniziative dirette
alle scuole e all’infanzia come le fattorie didattiche o gli agri-asilo, così come le esperienze dirette
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Trentino Sviluppo SpA
a particolari categorie sociali svantaggiate che, nel rapporto con la natura, gli animali presenti in
azienda e le attività agricole, possono trovare un importante supporto terapeutico e riabilitativo.
Ciò che appare evidente è che il mutato ambiente competitivo nel quale si muove la
microimpresa agricola prevede una progressiva imprenditorializzazione della figura del
conduttore agricolo. In questo contesto, alla costante cura per la qualità dei prodotti offerti
e alla professionalizzazione delle risorse umane, si accompagna l’attenzione per l’immagine
aziendale, per l’innovazione tecnologica e per la comunicazione, tutte competenze terziarie che
si innestano sui saperi contestuali depositati nelle tradizioni locali e che presumono una volontà
di investire risorse e saperi ben più decisa di quanto non si immagini pensando alla tradizionale
azienda agricola. Il che, sempre più spesso, si traduce anche in processi di successione imprenditoriale,
con un numero crescente di giovani che intendono investire nell’attività agricola di famiglia e nel
territorio di origine.
“Sanzeno che ha una vocazione spiccatamente frutticola, lì c’è una sorta di passaggio generazionale abbastanza
forte. Recentemente abbiamo valutato già 10 o 12 nuovi insediamenti, quindi, nuove imprese di giovani che
s’insediano; molti ereditano l’azienda paterna. L’economia agricola è prevalentemente zootecnica ed anche
qui ci sono molti giovani che operano. Direi che la media di età degli imprenditori agricoli del Comune, ma
in genere dell’alta Valle di Non, è medio basso: ci sono molti ragazzi, molte famiglie giovani che si occupano
della parte agricola.” Sindaco di Sanzeno
“A riguardo dell’agricoltura, posso dire che a fronte di un forte calo le aziende zootecniche, un segno positivo
viene dai piccoli frutti: ci sono diversi giovani che hanno scelto questa strada come seconda attività. Infatti,
all’infuori di uno che proprio ha lasciato il lavoro e si è dedicato unitamente ai piccoli frutti, avviando anche
una piccola azienda che tutt’ora si sta notevolmente ingrandendo, gli altri sono occupati a part-time, cioè
svolgono quest’attività in agricoltura come seconda attività con la collaborazione di familiari ed è una sorta
di integrazione al reddito.” Sindaco Di Bresino
“A Bezzecca abbiamo giovani che hanno avviato l’allevamento caprino con una bella stalla, producono
formaggi. A Concei c’è un altro ragazzo che fa apicoltura, produce miele; forse anche questo può essere abbinato
al turismo, un tipo di prodotto che può essere promosso. L’hanno trasmesso in televisione al programma “Mela
Verde”. Sindaco di Bezzecca
Se da un lato, nell’area obbiettivo 2, giovani imprenditori agricoli a tempo pieno evidenziano
una percentuale di iscritti inferiore a quello che si registra nella provincia, negli iscritti alla seconda
sezione i giovani risultano, in termini percentuali, superiori di tre punti rispetto alla provincia.
Da ciò risulta che, se non come attività principale, ma come integrazione di reddito, l’agricoltura
attrae i giovani e lo stesso si verifica nella classe di età compresa fra i 36 ed i 50 anni.
Questa fase nascente deve ancora trovare definizioni e riconoscimenti, soprattutto all’esterno
del settore primario. A fianco della presa di coscienza degli operatori, difatti, è necessario proseguire
nella strada già avviata a livello provinciale di definizione di una politica agricola adeguata ai tempi,
capace di coniugare protezione dei marchi e supporto su base locale, facendo uscire l’agricoltura
da posizioni di marginalità per inserirla in percorsi di sviluppo territoriale, che siano in grado di
tenere assieme diverse identità ed esigenze.
Uno dei problemi più rilevanti di cui soffre l’agricoltura di queste aree è la frammentazione
colturale, che necessità, come sottolineato da molti Sindaci intervistati, di un efficace intervento
di riordino fondiario, quale presupposto, assolutamente necessario all’avvio di
iniziative imprenditoriali nel settore.
“Il problema grosso sul discorso agricolo è la frammentazione della proprietà fondiaria. Questa è una cosa
drammatica per il fatto che queste benedette particelle già piccole sono di proprietà di cinque, sette, dodici,
quindici persone. Mi trovo personalmente a essere proprietario di parecchie particelle agricole a un 1/40, 1/28,
di fatto, si perde la coscienza della proprietà del singolo appezzamento e per questo dobbiamo trovare qualche
sistema. Ho ipotizzato che la Provincia assumesse tutte le spese notarili e amministrative del passaggio di
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Trentino Sviluppo SpA
proprietà, della regolarizzazione di queste proprietà nel caso, ad esempio, che il compratore si impegnasse
a fare un lotto minimo di mille metri, cinquecento metri, di quello che si stabilisca. Si paga di più di spese
notarili che non terreno. In qualche maniera bisognerebbe, a livello di vostra iniziativa trovare un nuovo
sistema per riuscire a intervenire: facciamo una specie di riforma non fondiaria, non calata dall’alto che forse
non sarebbe capita ma incentivando assolutamente la sistemazione e la ricomposizione dei lotti “ Sindaco
di Capriana
Un altro problema segnalato, riguarda l’appiattimento del settore zootecnico su modelli
produttivi ed organizzativi mutuati dalle aziende di pianura, ciò ha determinato da un
lato una perdita di competitività del settore e dall’altro il venir meno di molte esternalità positive
in termini ambientali.
“Per quanto riguarda l’agricoltura in alta valle di Non c’è la zootecnica abbastanza organizzata. C’è una
concentrazione di capi bovini nettamente superiore per l’equilibrio prodotto e la sopportazione ambientale Uno
si è inventato di fare da solo una stalla da 100 capi e ne sono nate 10, una ne ha fatto da 200, ma non ha
senso. È chiaro che il mondo è libero, siamo in un regime democratico, però ci sono degli strumenti di governo
di queste cose. Nel Piano Urbanistico abbiamo messo che le stalle non possono essere superiori a 800 mq.;
abbiamo fatto i nostri calcoli e ci stanno dentro tantissime vacche per la famiglia, può conteggiare anche due
famiglie, abbiamo un caso concreto, ma non 1600 mq di superficie coperta che ti crea lo squilibrio. Limitiamo
le vacche, non facciamone la Val Padana in Valle di Non.” Sindaco di Sarnonico
“Il più grosso problema ambientale che abbiamo attualmente in Val di Rabbi è lo sfasamento indotto dalla
politica agricola. Siccome c’è stata nel tempo una spinta all’ampliamento delle dimensioni aziendali, questo
ha permesso la realizzazione di stalle “fuori terra”, non vincolate al fondo agricolo, stalle con grosse quantità
di capi senza avere il vincolo della coltivazione, questo crea un problema sulle deiezioni con i conseguenti
problemi di inquinamento delle acque, crea un problema di manutenzione ambientale che non c’è più, chi
ha una stalla molto grande deve comprare il fieno in pianura padana e non fa più agricoltura a livello locale.
Questa è una grossissima emergenza, i nostri contadini si stanno trasformando in piccoli industriali, una
situazione che non è coerente con la nostra tradizione di gestione del territorio.” Sindaco di Rabbi
A livello territoriale, si tratta di accompagnare soggetti capaci di operare nell’ottica di integrare
la gestione dell’agricoltura nelle strategie di assetto del territorio e di qualificazione dell’ambiente,
per ripartire e localizzare razionalmente le attività sul territorio, per creare una strategia di
tutela, gestione e sviluppo del patrimonio naturale per migliorarne la produttività e l’efficienza
ecosistemica.
Risulta fondamentale individuare strumenti e interventi capaci di favorire gli usi plurimi
dell’azienda agricola, che possano consentire di trovare redditività della stessa al di là e al di fuori
delle produzioni agricole tradizionali (mix di redditi) e, non a caso nei punti precedenti è stata
richiamata la necessità di promuovere una valorizzazione dello spazio rurale in quanto territorio
ricco di beni ambientali, culturali, enogastronomici, artigianali, ricreativi. In altri termini, si
tratta di cercare di individuare delle politiche che consentano di andare al di là dell’attuale legge
sull’agriturismo che si limita a favorire la ristrutturazione delle case in ambito rurale, puntando nel
contempo sulla valorizzazione e conservazione dell’ambiente naturale al fine di creare occasioni
di lavoro e reddito nelle aree svantaggiate. Un’opportunità in tal senso è fornita dalla recente
Legge Nazionale di orientamento agricolo che ha posto le basi per il riconoscimento giuridico dei
distretti rurali e dei distretti agro-alimentari di qualità, demandando alle Regioni e alle
Provincie autonome la definizione dei criteri per la loro individuazione.
“All’interno del piano provinciale di sviluppo agricolo questo discorso sulla multifunzionalità non è stato
valorizzato. La legge di orientamento è una legge nazionale, è il decreto legislativo 228; se non erro è stata
l’ultima legge fatta dal Governo di centro – sinistra e poi è stata implementata anche da questo Governo.
Addirittura si è fatta la riforma fiscale in agricoltura su queste questi principi e quindi, è stata condivisa un
po’ da tutti; è una cosa nuova ed anche noi dovremmo cambiare mentalità; ad esempio, il piano di sviluppo
rurale della Provincia di Trento, dovrà nel 2006 essere modificato e dovranno essere inserite queste nuove
possibilità.” Presidente Unione Contadini
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Trentino Sviluppo SpA
6. La promozione dell’autoimprenditorialità in un contesto
di piena occupazione.
In generale, il mercato del lavoro trentino è caratterizzato da una situazione particolarmente
positiva, con tassi di occupazione abbastanza elevati e tassi di disoccupazione vicini al livello
frizionale. Ciò non significa che siano assenti alcune criticità, soprattutto di tipo qualitativo.
Anche un mercato del lavoro di piena occupazione può celare elementi di debolezza: un’offerta di
lavoro di bassa qualità e, di conseguenza, difficoltà di reperimento di figure professionali adeguate
all’evoluzione dei mercati, nonché difficoltà di inserimento lavorativo delle fasce deboli.
All’origine di questo quadro complessivamente positivo, vi è la collocazione geografica, la
struttura multisettoriale dell’economia e una percentuale di occupati nel pubblico impiego
superiore al resto del Paese.
Le aree obiettivo 2 non evidenziano particolari diversità rispetto al quadro occupazionale
provinciale. Anche in queste aree la politica locale ha privilegiato un meccanismo di crescita
estensiva che oggi garantisce elevati livelli di occupazione. Il carattere integrato delle economie
locali consente la formazione del reddito familiare: nella stessa famiglia e nello stesso paese, si
sono potuti sommare i redditi derivanti da molte fonti e da sistemi relazionali diversi:
• da una conduzione agricola lentamente rinnovata e innovata;
• dai servizi turistici diffusi vallata per vallata con punte di eccellenza che si inseriscono in un
sistema diffuso;
• dal commercio, sviluppato in tutte le forme di intermediazione agricola, industriale, al
consumo;
• dal sistema diffuso e capillare della cooperazione;
• dai servizi urbani forniti ad una popolazione dispersa in molti centri e su un territorio con
difficoltà di collegamento;
• dalle assunzioni nel pubblico impiego;
• da un insieme di iniziative industriali diffuse che vanno dall’insediamento di grandi gruppi
fino all’artigianato.
Se si escludono alcune forti caratterizzazioni economiche, strettamente legate alla risorsa
territorio, nei comuni ricadenti nelle aree obiettivo 2 non è rilevabile una specializzazione in un
settore o in un campo specifico, ma si è piuttosto realizzato il dispiegamento di tutte le possibilità
economiche, la ricerca di occasioni di lavoro e di reddito in tutte le direzioni possibili. La natura
relativamente chiusa del mercato locale ha fatto il resto: sono stati creati molti posti di lavoro e
molte fonti di reddito procedendo per estensione e diversificazione, in tutte le direzioni possibili.
È comunque opportuno rilevare che i comuni analizzati, tranne qualche raro caso, sono
di piccole dimensioni e fenomeni anche contenuti di perdita di posti di lavoro, a seguito delle
crisi industriali, hanno un impatto molto più traumatico rispetto ad altre realtà locali o alla
provincia.
“In Valsugana ci sono state delle fabbriche che occupavano persone quarantenni, che per 20, 25 anni hanno
fatto un certo tipo di lavoro e ora sono stati licenziati, cosa fa uno di 40, 45 anni che non ha mai fatto
nient’altro? Ci sono stati alcuni problemi occupazionali, ma non siamo certo con l’acqua alla gola; possiamo
anche fermarci un attimo, analizzare. In prospettiva vedrei la necessità di interventi formazione nel lavoro”.
Sindaco di Torcegno
“Nel Chiese le grosse aziende hanno tutte la testa fuori nel senso che sono, generalmente, delle multinazionali
ed, infatti, negli ultimi anni c’è stato qualche esempio di rovescio clamoroso, nel senso che quando l’impresa
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multinazionale americana o svizzera o danese - non importa - decide che questa bandierina va tolta perché
non c’è più spazio, la toglie e ti manda a casa. Negli ultimi anni la Valle del Chiese ha perso circa 400 posti
di lavoro, peraltro tutti riassorbiti dalla piccola impresa. ” Giornalista locale
“ Nel nostro comune bisogna creare opportunità per il lavoro femminile, specialmente dopo la chiusura della
Malerba che occupava prevalentemente donne. A Pieve e a Castello Tesino ci sono due case di riposo, queste
strutture hanno consentito un parziale riassorbimento. Le donne fanno le scuole per operatori socio - sanitari,
devono fare due anni di scuola ma ci sono tante donne che vanno a fare questi corsi perché sono interessate.
Le donne non hanno paura ad andare, ad esempio, a piantare fragole. Non hanno problemi a fare corsi di
operatore socio – sanitari oppure di operatore turistico o un altro tipo di lavoro. Le donne hanno una testa
migliore della nostra. Riescono a studiare, ad andare a scuola e a stare in famiglia, hanno un’ottima mentalità
e se ci fosse il corso di cuoco, farebbero anche quello. Sindaco di Pieve Tesino
Anche in queste aree, come nel resto della provincia, si rilevano problematiche di mancanza di
manodopera che obbligano al ricorso di lavoratori stranieri, soprattutto per i lavori stagionali
o per i lavori più usuranti (manovalanza nelle cave e in edilizia, lavori agricoli, servizi turistici a
bassa qualificazione).
“Uno dei problemi che un’azienda come la nostra incontra in quest’area è il reperimento di mano d’opera.
Nonostante il fatto che in Valsugana ci siano state diverse crisi aziendali è difficile trovare personale,
sicuramente è difficile trovare personale qualificato. Recentemente ho dovuto assumere quattro persone, tre
erano polacchi. Abbiamo problemi anche sugli straordinari, perché qui è molto diffusa la pratica di integrare il
reddito, per cui il sabato devono lavorare con le mele, piuttosto che farsi piccoli lavori edili.” Direttore dello
stabilimento Finstral di Scurelle
“Oggi il personale impiegato negli impianti di piccoli frutti è costituito prevalentemente da stranieri - soprattutto
polacchi - che in passato venivano impiegati prima stagionalmente e poi sempre di più anche durante tutto
l’arco dell’anno ossia nell’intero ciclo produttivo e di sviluppo dell’azienda. Quindi questa manodopera trova
lavoro oltre che per la raccolta e per la predisposizione di campi e la coltivazione dei piccoli frutti, viene
poi utilizzata anche per la costruzione dei tunnel piuttosto che per la sistemazione degli appartamenti che
poi vengono utilizzati dagli stessi dipendenti o per fare altri lavori di sistemazione all’interno delle aziende
agricole”. Sindaco di S. Orsola
“Don è un paese che dal punto di vista economico è molto attivo, nel senso che ci sono circa 18 aziendine
artigianali, un paio di aziende agricole, un albergo. Quindi, considerando che la popolazione attiva è all’incirca
sulle 180 persone, siamo di fronte a più di 20 aziendine. La nostra è un’economia che richiama addirittura
manodopera dall’est, la popolazione sta crescendo, soprattutto perché arrivano delle famiglie dall’est, impiegati
nell’edilizia” Sindaco di Don
“Vedo con favore l’arrivo di immigrati dall’est che lavorano nelle cave di porfido contribuiscono a mantenere
vivo il paese e i diversi serviz. Contrariamente il paese rischierebbero di morire; continua a regredire come
numero di abitanti: chiude la scuola, chiude l’asilo, anche i negozi che ci sono hanno difficoltà a sopravvivere.
Complessivamente questi macedoni, con le loro famiglie costituiscono l’8% - 9% delle persone della comunità
di Capriana”. Sindaco Capriana
La componente femminile rappresenta un insieme di persone ampiamente rappresentato
nelle “forze di lavoro potenziali ”, sono disponibili al lavoro e si attivano nella misura e nei
momenti in cui la domanda di lavoro offre segnali di particolare vivacità. Ricercano, di norma,
posti di lavoro vicini a casa e con caratteristiche che consentano loro di conciliare il lavoro con la
famiglia, per cui posti di lavoro part-time, con orario flessibile.
L’impedimento principale per un’occupazione stabile fuori dalla famiglia è determinato
dall’assenza di servizi per la cura dei soggetti della famiglia, quali anziani e bambini. Sperimentazioni
di cooperative di lavoro e/o cooperative sociali hanno in alcune zone del Trentino permesso
di proporre alle donne sistemi innovativi di ingresso nel mondo del lavoro.
“Da noi il problema grosso è il lavoro femminile, nel senso che le donne, il gran numero lavora come dipendente
pubblico in provincia, nei vari comuni, alle poste o fanno le casalinghe. La questione del lavoro femminile
presenta molte difficoltà. Ci sono anche donne diplomate, che vogliono lavorare, che non trovano lavoro.
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Trentino Sviluppo SpA
Tra gli uomini non ci sono disoccupati, qui la disoccupazione non c’è. Tanti uomini sono artigiani, una
buona parte lavora a Trento, fanno i metalmeccanici presso le grandi imprese. Alcune ragazze di Grumes
stanno facendo il corso di animatore turistico, con il Patto territoriale. Al corso partecipano dieci donne,
anche casalinghe, di cui cinque su dieci sono di Grumes, quindi, hanno capito che qui può nascere qualcosa
” Sindaco di Grumes
“Il problema occupazionale è riferito alle donne, le casalinghe che stanno a casa, che non lavorano, che
non hanno possibilità di spostarsi a Trento, perché noi abbiamo questo problema di salire su una corriera
la mattina alle 6,00 per rientrare la sera, non possono fare questa cosa qui perché a un certo punto hanno
i bambini che rientrano da scuola e etc., Le donne però hanno manifestato la necessità di poter fare tre o
quattro ore della mattina o del pomeriggio, tant’è vero che qualcuna va a Trento la mattina per fare due ore,
cosa assurda, perché costa forse più il tragitto, per rientrare alle 11,00. Pensavamo di fare una cooperativa
di lavoro. Ho parlato con la federazione delle cooperative, sono andato in Valsugana a vedere il Consorzio
Lavoro e Ambiente, per capire come funziona questa cooperativa. Però mi hanno tutti ho po’ scoraggiato,
una cooperativa per sopravvivere deve avere un fatturato almeno di 500 milioni, oggi bisogna per essere
specializzati. Sindaco di Valda
“L’incentivazione del lavoro femminile è sicuramente una strada ancora da percorrere. Le forme di ricettività
diffusa sono un’attività da sviluppare, in tal senso. In Primiero, il Comprensorio ha finanziato, cinque anni
fa, un’iniziativa di questo tipo, attraverso fondi Docup per l’incentivazione del lavoro femminile nel turismo.
Abbiamo formato 15 ragazze ed è nata un’associazione che si chiama “Affitti Brevi”. Alle 15 ragazze che
avevano fatto il corso si sono poi affiancate tutta un’altra serie di persone proprietarie di appartamenti,
quindi, danno un servizio abbastanza omogeneo all’interno della Valle di Primiero. Abbiamo anche formato
una quarantina di donne per istituire il servizio “Tages Mutter” che oggi parte legato alla popolazione
residente ma che può tranquillamente fare un salto e proporsi come Kinderheim all’interno delle strutture
alberghiere.”Sindaco di Tonadico
Il racconto fatto dai Sindaci evidenzia come, a fronte di un contesto di piena occupazione, i
dati del disagio lavorativo nelle aree obiettivo 2 sono individuabili:
• nella disoccupazione di lunga durata e nei lavoratori con più di 50 anni espulsi dal mercato del
lavoro;
• nella maggior incidenza della componente femminile nella disoccupazione di lunga durata
rispetto alla media provinciale;
• nelle difficoltà di occupazione locale di giovani laureati.
La principale esigenza manifestata da Sindaci è quella di puntare su una decisa crescita della
partecipazione femminile al mercato del lavoro, sia in forma di lavoro dipendente, sia in forma
di lavoro autonomo. A tal fine risultano prioritarie: la promozione di azioni finalizzate a garantire
le pari opportunità; la diffusione del lavoro a tempo parziale nel lavoro dipendente e delle forme
di integrazione del reddito familiare nel lavoro autonomo; la realizzazione di iniziative per la
conciliazione tra vita familiare e vita professionale; le iniziative di formazione per le donne adulte
che intendono reinserirsi nel mercato del lavoro.
Accanto a ciò risulta prioritario individuare modelli di costante formazione e aggiornamento delle
competenze che consentano una ricollocazione professionale – magari di tipo autoimprenditoriale
- di soggetti espulsi dai cicli produttivi.
In tale contesto si presenta l’opportunità di sostenere più alti livelli di socialità avviando azioni
di economia solidale che sappiano riconciliare i valori dell’imprenditorialità e della solidarietà. In
altri termini, progetti di imprenditorialità sociale non solo finalizzati a raccogliere le “vittime della
competitività”, ma orientato a ridurre le barriere tra risorse (finanziarie, umane, organizzative) per
una progettualità sociale capace di valorizzare il ruolo e l’impegno del terzo settore, che, unendo
solidarietà e imprenditorialità, genera occasioni di lavoro e flessibilità.
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7. Quale propensione al rischio di impresa?
Il tema della cultura imprenditoriale è spesso posto al centro del dibattito sull’economia
trentina. La particolare sensibilità che l’ambiente economico locale da tempo manifesta sul tema
deriva dall’idea diffusa di un “Trentino seduto” che fa perno sulla sensazione che nella provincia
l’iniziativa privata sia modesta, limitata da una diffusa presenza pubblica che spesso garantirebbe
benessere economico senza stimolare l’iniziativa privata; e da un retroterra culturale - frutto di una
lenta stratificazione e dipendente in ultima analisi dalla natura stessa dell’economia montana – in
cui i bisogni della solidarietà e del governo comunitario farebbero aggio sull’interesse individuale,
motore ultimo dell’iniziativa imprenditoriale.
Nondimeno, questo dibattito soffre di diversi limiti, in primo luogo quello di non trovare
evidenti riscontri empirici: in realtà nell’ultimo decennio il tasso di sviluppo imprenditoriale trentino
è stato piuttosto dinamico. Le analisi dimostrano come il tema della “assenza di imprenditorialità”
debba essere attentamente qualificato. Non si tratta di semplice deficit di imprenditorialità - al
contrario emerge un’economia con un significativo stock di imprese - ma piuttosto di una ridotta
dinamica imprenditoriale, probabilmente connessa al funzionamento dei mercati dei prodotti,
finanziari e del lavoro.
Senza entrare nei dettagli, va evidenziato come tutti i più recenti studi convergano nel
sottolineare che in Trentino il tema dell’imprenditorialità presenta caratteristiche
peculiari che possono essere sintetizzate nei seguenti punti:
• la quota di lavoro prestata sotto forma imprenditoriale è analoga a quella delle regioni del
nord-est, anche se in Trentino non c’è stato uno sviluppo di sistemi distrettuali, perlomeno
intesi in senso stretto;
• esiste una situazione di piena occupazione, dato senz’altro positivo, che però rappresenta per
certi versi un vincolo rispetto alla disponibilità di manodopera e rispetto alla nascita di nuove
imprese;
• c’è una bassa dinamica imprenditoriale, che gli analisti interpretano come un basso livello di
competizione interna all’economia. Molte imprese si sono sviluppate all’interno di sistemi
protetti e questo potrà determinare nel prossimo futuro effetti negativi.
Tali caratteri, in particolare la ridotta dinamica competitiva interna, possono essere spiegati
con il peso rilevante assunto da settori fortemente legati al territorio (quali sono agricoltura,
edilizia e turismo) e per propria natura maggiormente chiusi alla concorrenza; dal ruolo assunto dal
settore pubblico e dai meccanismi di spesa da questo generati; da una cultura di impresa (derivata
secondo alcuni dalla stessa cultura alpina) che favorisce la cooperazione piuttosto che l’emergere
di atteggiamenti competitivi.
Le posizioni che caratterizzano il dibattito provinciale in tema di imprenditorialità trovano un
eco nei pareri espressi dagli attori locali operanti nelle aree obiettivo 2. L’articolata disponibilità di
fonti di reddito e la relativa situazione di benessere economico, viene citata da molti intervistati,
come la causa principale di una carenza di cultura imprenditoriale socialmente diffusa e di
una scarsa propensione all’assunzione del rischio di un’attività autonoma.
“La cultura imprenditoriale sicuramente è una delle carenze dell’alta Valle di Non; ci lamentiamo spesso,
come Amministratori, del fatto che fanno fatica a nascere nuovi imprenditori, nuovi piccoli artigiani o piccoli
commercianti o attività in proprio. Sono venti anni che faccio il Sindaco e ho visto nascere poche aziende
nuove, poche aziende artigiane o commerciali. I nostri giovani non hanno questa voglia di mettersi in proprio,
di intraprendere, si accontentano del posto fisso, dell’orario fisso. Ho visto anche nel mio paese certe aziende
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familiari venire meno perché i figli non avevano la voglia di impegnarsi. Abbiamo alcuni esempi di giovani
che hanno messo insieme delle belle aziende però sono poche rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno. Due o
tre ragazzi sono partiti da zero e hanno la più grande azienda di pellets del Trentino; quest’azienda ha più di
trenta dipendenti; un’altra azienda creata da un giovane del posto fa macchine per trinciare legnami e anche
quello è partito da zero. Ci sono alcuni esempi buoni ma pochi” Sindaco di Fondo
“L’impressione mia, condivisa da altri colleghi Sindaci, è che ci sia una grave carenza di spirito imprenditoriale
Siamo in una provincia in cui l’occupazione nel pubblico ha un grande peso. Una buona fetta è occupata anche
dalla cooperazione, questo è un fatto positivo, ma ho qualche perplessità rispetto al fatto che la cooperazione,
poi, attivi in maniera positiva l’imprenditoria. La nostra zona è una zona che ha anche delle opportunità dal
punto di vista imprenditoriale perché è vicina alle zone bresciane, quindi, dovrebbe costituire un’influenza
positiva, ma pare che, almeno per quello che riguarda l’area centro – settentrionale della Valle del Chiese, lo
spirito di iniziativa sia estremamente carente.” Sindaco di Lardaro
“Il Chiese, ha una vocazione industriale, paradossalmente, con poca cultura imprenditoriale. Da alcune grosse
aziende è nato un indotto nell’artigianato, ci sono operai specializzati che ne sono usciti si sono messi a fare
gli artigiani, lavorano da soli e c’è un buon tessuto oggi, però sono pochi i giovani che vanno avanti. Le piccole
aziende sono nate, generalmente da operai bravi che se ne sono andati dalle grosse aziende e si sono messi in
proprio. C’è chi fa carpenteria pesante e, quindi, fa un lavoro finito; chi fa impianti elettrici, ma c’è anche chi
produce in conto terzi. C’è parecchia emulazione della cultura bresciana. Ma è ancora tutto in mano ai padri,
i figli, spesso, fanno altro. Basta vedere il BIC di Pieve di Bono che è vuoto: non c’è nessuno, ci sono capannoni
vuoti. Questo vorrà dire qualcosa. Il fatto che non ci sia disoccupazione, a parte gli sfortunati espulsi dalle
grandi fabbriche, ha portato ad una bassa scolarizzazione, ovviamente, perché la gente trova un posto di
lavoro subito quindi non studia più e, comunque, anche bassa cultura imprenditoriale. Non c’è nessuno
che rischia, perché chi rischia quando ha già il posto di lavoro? Credo che il nodo sia lavorare sull’eredità
imprenditoriale, convincere i figli a portare avanti le iniziative avviate dai padri.“ Giornalista locale
Questi giudizi negativi sulla propensione al rischio imprenditoriale sono, in parte, temperati
da recenti cambiamenti negli atteggiamenti culturali dei giovani rispetto al tema del
lavoro.
“Non sono d’accordo che sui nostri territori manca una cultura imprenditoriale, oggi assistiamo ad
un’inversione di tendenza specialmente nelle culture giovanili. Negli ultimi tempi, si assiste alla nascita
di nuove piccole imprese, di nuovi soggetti che si stanno inserendo nel mercato. Questo avviene nel campo
dell’edilizia, nel campo dell’installazione di impianti, ma anche nel settore agricolo, soprattutto in alcune
comunità: ad esempio Sanzeno che ha una vocazione spiccatamente frutticola, lì c’è una sorta di passaggio
generazionale abbastanza forte. Recentemente nel Patto Territoriale abbiamo valutato già 10 o 12 nuovi
insediamenti, quindi, nuove imprese di giovani che s’insediano; molti ereditano l’azienda paterna. L’economia
agricola è prevalentemente zootecnica ed anche qui ci sono molti giovani che operano. Direi che la media di età
degli imprenditori agricoli del Comune di Romeno, ma in genere dell’alta Valle di Non, è medio basso: ci sono
molti ragazzi, molte famiglie giovani che si occupano della parte agricola.” Sindaco di Romeno
“Il lavoro autonomo sicuramente è quello più difficile. Per comodità si preferisce il posto fisso in Provincia o
nelle vicinanze della Provincia, però ultimamente bisogna registrare un’inversione di tendenza anche da noi,
dei nostri giovani; abbiamo recentemente visto iniziative nell’artigianato, in particolare nel settore del legno e
nell’artigianato di servizio; qualcosa anche in agricoltura: piccoli frutti ed agriturismo. Tutti questi sono settori
che vanno tenuti in considerazione per promuovere questi incontri di animazione” Sindaco Di Bedollo
“Ultimamente sono parecchi anche i giovani che si sono avviati con le loro piccole imprese. Per esempio nel
campo dell’edilizia ne sono nate almeno 4, 5 si sono staccate dalla ditta madre e sono diventate autonome.
Questi, adesso, riescono ad occupare i loro spazi, proponendosi e lavorando quasi sempre nel campo del lavoro
specializzato. La maggior parte delle nuove esperienze sono nel settore dell’artigianato” Sindaco di Daone
“Bisogna ragionare per fasce d’età. I ragazzi di vent’anni pensano solo a procurarsi un reddito da lavoro dipendente,
ma per quelli di ventotto, trenta anni non hanno più voglia di andare in fondovalle per lavorare alla Finstral o alla
Malerba hanno la volontà di stare qua i Paese e avviare attività in proprio”.Sindaco di Pieve Tesino
Il racconto fatto da diversi attori locali evidenzia come, il venir meno della domanda di lavoro
nel settore pubblico o para pubblico, la minore attrattività di forme di impiego a tempo determinato
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ormai ampiamente diffuse e i sempre maggiori costi legati al pendolarismo, determinano una
tendenza della componente giovanile ad investire, in forma auto imprenditoriale,
nei territori di origine.
“Oggi in Trentino i giovani che si avviano ad un’attività imprenditoriale fanno spesso di necessità virtù.
L’ambito pubblico è saturo ormai, anzi, c’è la tendenza a smagrirlo e quindi una persona si trova a doversi
misurare e chiedersi cosa fare: la risposta è mettersi per conto proprio. Ma non sempre c’è lo spirito. Anche se
un po’ la situazione sta cambiando. Vedo dei giovani laureati che di trovarsi un impiego, magari in banca, non
ne vogliono sapere preferiscono sperimentarsi nel campo delle professioni e della consulenza. Così come ci sono
anche iniziative originali nel campo dei servizi turistici, o in forme innovative di agricoltura” Presidente
Consorzio Comuni Trentini
“Diversi giovani di Segonzano si sono stancati di fare i pendolari con la Val d’Adige, per andare magari
a fare lavori precari. Vedo un crescente interesse a creare una propria attività qui in paese, principalmente
nell’artigianato, nell’area industriale ho diverse nuove imprese create da giovani, ma anche nei servizi turistici
ed in agricoltura” Sindaco di Segonzano
“Oggi c’è la tendenza a mettere sul piatto anche la qualità della vita. Il fatto di poter vivere in un contesto
piacevole e questo anche a fronte della rinuncia delle garanzie date da un impiego stabile. Qui abbiamo degli
esempi: abbiamo ristrutturato una malga e oggi la gestione è tutta femminile. Chi gestisce la malga prima
aveva un impiego stabile una ragazza che ha 35, 36 anni; invece chi fa il formaggio, la casara, è una signora
triestina, laureata in psicologia e che si è trasferita a Sant’Orsola qualche anno fa. Ha frequentato un corso per
casari e quindi fa un formaggio ed una ricotta eccezionale e i suoi prodotti hanno riscosso un grande successo”
Sindaco di S. Orsola
“Cimego non ha mai avuto la cultura del posto fisso, tantissimi andavano a fare le stagioni di cuochi,
camerieri, poi prendevano l’iniziativa, aprivano il ristorante, l’albergo o il bar. Negli ultimi anni questo
fenomeno è cessato e così abbiamo sviluppato l’artigianato che è ormai abbastanza completo, anzi saturo. Tra
pochi giorni sul sentiero etnografico dovremo aprire una struttura ricettiva con bar-ristorante, è un’ex malga
che abbiamo ristrutturato con i fondi appositi e dei Patti, l’abbiamo adeguato a norma, l’abbiamo un po’
ampliato e dato in gestione a quattro ragazzi che avevano già un posto di lavoro. Per cui non è vero che esiste
tutto questo mito del posto fisso, se si offrono opportunità i giovani sono contenti di avviare attività in proprio.
Una ragazza aveva un posto e si è licenziata, un altro ragazzo, ad esempio, lavorava a Fondo in comune e
si è licenziato. Per il ristorante hanno anche un cuoco, l’unico di una certa età. Noi gli abbiamo affittato la
struttura ad un prezzo agevolato perché c’è da fare tutto l’arredamento, cucina, bagno e, se tutto va bene, per
i primi di luglio aprono.” Sindaco di Cimego
“In questi ultimi anni i giovani, anche perché un pochino protetti dalle famiglie, hanno imparato che ci si può
anche misurare con la libera professione. Ai giovani stiamo trasferendo l’idea che il modo di realizzarsi non è
quello di avere un lavoro dipendente sicuro, è forse quello di mettersi in gioco in prima persona. Qualcosa di
positivo c’è anche in Trentino, in maniera non diversa da quello che succede fuori” Direttore Associazione
Industriali
Diversi interlocutori sottolineano come i principali fattori limitanti la nascita di nuove imprese
siano imputabili ai costi della burocrazia che si affronta per realizzare una nuova iniziativa
imprenditoriale, in particolare per quanto riguarda: le incertezze sulle linee di sviluppo economico
territoriale i tempi di attesa per le autorizzazioni e le normative sempre più restrittive, spesso
pensate per la grande dimensione di impresa e non adatte alla piccola dimensione di impresa.
“Non è vero che da noi manca l’imprenditorialità, forse è troppo assistita, siamo d’accordo. L’assistenza c’è e
ti dà una mano a cavartela in un contesto di montagna in cui non è comunque facile fare impresa, dopodiché
il vero problema è burocrazia: le autorizzazioni, il credito, le licenze una complessità che fa spavento Una
delle cose che dovete fare con questo intervento è di snellire questa burocrazia, o perlomeno assistere le imprese
nella fase di avvio, perché veramente è una cosa impressionante. Con i Patti, per esempio, sono stati saltati
una serie di anelli, non che sia diminuita la burocrazia, è stato solo chiesto alla burocrazia di fare uno sforzo
enorme e di restringere i tempi, il risultato è stato semplicemente eccezionale.” Sindaco di Faver
“Non mi venga a parlare di animazione imprenditoriale, da noi di iniziativa privata c’è né già e sarebbe
molto vivace se fosse messa nella condizione di esprimersi, se ci fossero indirizzi di politica turistica, agricola,
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artigianale chiari, se non ci fossero tanti vincoli burocratici e se fossero fatte delle riqualificazioni. Qui c’è
una domanda di adeguamento da parte di quelli che hanno già la loro attività, non di nuove localizzazioni.
Fare sviluppo locale in Valle di Rabbi significa occuparsi degli ampliamenti dell’impresa artigiana e della
riqualificazione edilizia alberghiera, dei problemi dell’agricoltura. Un intervento di animazione imprenditoriale
va bene, ma dopo queste cose qua, perché qui c’è volontà di fare imprenditoria, però bisogna avere le condizioni
per poterla fare l’imprenditoria” Sindaco di Rabbi
“Nei nostri comuni bisogna puntare sulle produzioni agroalimentari di gente disposta ad intraprendere
ce né. Sarebbe interessante riproporre alcune vecchie strutture tipo le latterie turnarie, valorizzare cose del
genere, dare prospettive a quelli che hanno piccoli allevamenti che fanno il formaggio, i prodotti tipici. Però
bisognerebbe metterli in grado di poterlo fare ci sono vincoli riguardanti ad esempio le norme igieniche che
richiedono investimenti improponibili per una microimpresa, ti fanno spendere il guadagno di cinque anni.
Non riuscirai mai ad ammortizzare gli investimenti. Su queste cose la Provincia di Trento pone molti ostacoli
mentre in provincia di Brescia fanno il latte in mezzo al prato! Noi, con la nostra autonomia, dobbiamo avere
le piastrelle fino a dieci metri. Uno che ha sei mucche non può permettersi di fare un investimento da cento
milioni. Nel Comune di Brione c’è gente che d’estate, in montagna, fa il formaggio e lo vendono addirittura
a livello provinciale, però bisogna lasciarle un po’ libere. Se ogni venti giorni arriva il medico o l’ispettore del
lavoro e fanno questi controlli severi anche sulle piastrelle. La cosa non mi sta bene. Non è mai morto nessuno
nei nostri paesi perché mangiavano il formaggio nostrano.” Sindaco di Brione
Vi è anche chi sottolinea come, la propensione imprenditoriale di queste aree si
esprime proprio nei diffusi meccanismi di integrazione del reddito. Nei fatti, ancora
oggi continua ad essere diffusa la pratica di affiancare all’attività principale, magari svolta sotto
forma di lavoro dipendente, attività imprenditoriali in agricoltura o nel turismo. Secondo questa
interpretazione, questi territori non hanno mai smesso di esprimere una cultura orientata
all’autoimprenditorialità. Lo spirito di iniziativa è un dato insito ai caratteri stessi di un’economia
tipicamente montana. Un’economia cresciuta all’interno di reticoli di solidarietà e di protezione,
resi necessari per depotenziare il rischio e la scarsità. Reticoli che hanno permesso di sperimentare
forme produttive alternative, che hanno messo al lavoro lo spirito imprenditoriale dei singoli
soggetti e che hanno consentito di tracciare le coordinate per una valorizzazione di filiere locali
fortemente ancorate alla dimensione territoriale.
“Bisogna rendersi conto che nelle vallate trentine il dato economico, imprenditoriale, non può essere disgiunto
dal dato sociale, culturale, anche istituzionale. Tu puoi anche sognarti di mettere in piedi un’iniziativa
autonoma di coltivazione di piccoli frutti o produzione di formaggio, ma poi chi te li commercializza? Devi
appoggiarti alla cooperazione, appoggiarti alla cooperazione significa appoggiarti alla cassa rurale. È tutto
un reticolo di appartenenze sociali, culturali economiche. È questo il reticolo che ha permesso la crescita
economica di queste vallate e non stiamo parlando di cose marginali, ma della crescita di affermate realtà
imprenditoriali, come ad esempio quelle agroalimentari. Mi risulta difficile pensare di poter creare nuove
iniziative imprenditoriali al di fuori di questi reticoli. Semmai si può pensare alla creazione di nuovi reticoli
che consentano di diluire il rischio di impresa tra diversi soggetti.” Direttore di banca
“Il grande tema da affrontare non è quello delle iniziative private, queste ci sono, è quello dei sistemi
di offerta, in tutti i settori, dobbiamo lavorare sulle filiere, sulle sinergie, trovare il modo di fare offerte
coordinate. Le iniziative private non mancano, nel patto abbiamo fino a adesso 22.000 richieste di privati,
non sono poche però nessuno se ne accorge. Bisogna trovare un modo per collegare le singole progettualità
private; questa è oggi la vera necessità del Patto territoriale specialmente nel settore dell’artigianato: in
maniera tale che se un artigiano ha preso una strumentazione per ristrutturare una casa, deve fare cordata
insieme a quello del legno per vendere il legno, deve fare cordata insieme al piastrellista per vendere le
piastrelle ed invece di ristrutturare una casa, ne ristruttura dieci. Questo discorso delle filiere di offerta non
può essere fatto dall’ente pubblico. Per far questo bisogna coinvolgere le categorie economiche”. Sindaco
di Cinte Tesino
“Il problema non è la produzione, ma è la rete di vendita. Di gente disposta a produrre, ad attivare iniziative
autonome c’è né, il vero problema è costruire la rete commerciale. Bisogna costruire sinergie tra i diversi settori.
Il mercato c’è l’abbiamo in casa e non sappiamo sfruttarlo. Ci vuole qualcuno che costruisca l’ambiente in
cui possono nascere le iniziative imprenditoriali. Ad esempio la nuova APT sta promovendo un progetto,
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un matrimonio “contadini-albergo” per la vendita diretta di prodotti locali agli alberghi. Oggi capita che i
prodotti della terra siano casualmente venduti negli alberghi. Deve nascere un progetto, per cui, tramite gli
artigiani della Val di Sole ti faccio i taglieri tagliati a mano e tu t’impegni ad avere almeno tre tipi di formaggio
della Val di Sole. Ti mando qualcuno che te li porti. Mi rifiuto di pensare che gli albergatori non vogliono usare
i nostri prodotti, È solo un problema di distribuzione è che se il fruttivendolo invece che Melinda ti porta la
mela di un’altra marca, lui opta per la formula più comoda; non è neanche un discorso economico perché non
credo che ci sia la differenza di prezzo che fa la differenza.” Sindaco di Cavizzana
“Lo sviluppo dell’impresa agricola di queste aree è legata a tre livelli di negoziazione: con la Provincia dobbiamo
negoziare il recepimento della legge sulla multifunzionalità dell’impresa agricola; con la cooperazione
dobbiamo negoziare la possibilità di poter vendere direttamente parte della produzione; con gli albergatori ed
i ristoratori dobbiamo negoziare la valorizzazione dei prodotti agroalimentari trentini” Presidente Unione
Contadini
L’esigenza, o se si vuole l’opportunità, segnalata da molti intervistati è quella di promuovere
attività imprenditoriali (anche di carattere integrativo) in stretta connessione alle
specializzazioni ed alle filiere che infrastrutturano le economie locali. Connessione
che consentirebbe una socializzazione del rischio imprenditoriale, in grado di facilitare la nascita
di nuove iniziative produttive.
Tale impostazione si richiama a modelli economici consolidati nella realtà trentina, in
particolare nei settori agricolo e turistico, dove è frequente la creazione di organismi cooperativi
o consortili, che hanno lo scopo di aumentare la massa critica della produzione, di diffondere
standard omogenei di qualità e, nello specifico, di accrescere le capacità inerenti alla promozione
ed alla commercializzazione dei prodotti trentini.
Vi è comunque chi, pur riconoscendo l’importate ruolo svolto dai modelli consortili o
cooperativi nel creare inclusione sociale e sviluppo economico in questi territori, sottolinea come
questi modelli siano caratterizzati dall’esistenza di maglie troppo rigide che, nei fatti, inibiscono
l’iniziativa imprenditoriale. L’appartenenza ad un’aggregazione da parte di una piccola impresa, se
da un lato ne espande le potenzialità strategiche ed economiche, dall’altro la espone ad un insieme
di vincoli strutturali e negoziali, legati al fatto che si riducono gli ambiti di gestione che possono
essere svolti in condizioni di autonomia decisionale.
“ In paese abbiamo ancora il caseificio turnario vorremo valorizzare la produzione di formaggi da vendere
direttamente, però ci sono dei vincoli con la Cooperazione. Se sei associato alla cooperativa devi portare tutto
il latte alla cooperativa, non puoi trasformare una parte del tuo prodotto per poi trasformarlo e venderlo
individualmente. Questo è uno dei punti su cui bisogna lavorare. La cooperazione e il piccolo trasformatore
sul territorio non sono in concorrenza, perché vendono cose diverse. Secondo me la produzione del Casolet da
parte di alcune piccole aziende agricole non è in contraddizione con la Cooperativa, perchè il turista che viene
in Val di Sole compra il casolet dall’azienda agricola, quando torna a casa lo compra alla Coop e trova quello
del caseificio. Anche se a Melinda gli arrivano 50 quintali di mele in meno si fa comunque la promozione dei
suoi prodotti. Secondo me, questa cosa qua non è stata ancora capita nella cooperazione, né con Melinda né
con i formaggi. Con Sant’Orsola, il discorso è diverso, si sta facendo qualcosa di interessante con delle aziende
agricole che hanno i loro “punti di immagine” dove si fa la degustazione dei piccoli frutti o dei trasformati
anche di Sant’Orsola. Si tratta di fattorie didattiche, agritur o aziende agricole soci di Sant’Orsola.” Sindaco
di Caldes
“Noi siamo un’azienda cresciuta molto negli ultimi anni, con risorse proprie. Purtroppo siamo un’azienda
privata che si trova a competere con settori protetti. Noi siamo i diretti concorrenti del settore cooperativo. La
grande distorsione e che la nostra attività in quanto privata è vista come industria, mentre la stessa attività
casearia svolta in ambito cooperativo è classificata come agricola, con i conseguenti incentivi e facilitazioni a
partire dall’impianto contributivo della forza lavoro. Questa è una grave distorsione del mercato trentino. Non
si può dare i contributi in conto esercizio alle aziende cooperative, si crea una distorsione della concorrenza.
Le politiche industriali e di incentivazione devono essere imparziali”.Titolare Casearia monti Trentini
di Grigno
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Trentino Sviluppo SpA
Nei fatti, l’intervento di animazione imprenditoriale si è mosso all’interno di due esigenze
per certi versi contraddittorie:
• da un lato, la necessità di favorire un processo di inclusione socio-economica, perseguito
attraverso la promozione di forme di lavoro autonomo e attività integrative. Tale esigenza è
stata perseguita ampliando quelle “reti di protezione” di tipo consortile, cooperativo,
solidaristico, di filiera, ecc., che consentono lo sviluppo della microimprenditorialità diffusa.
La gestione del territorio alpino costituisce un’attività costosa e le attività economiche che vi
si svolgono forniscono importanti esternalità che devono essere riconosciute. Le microaziende
operano in un contesto ambientale per certi versi difficile, la cui gestione richiede gradi elevati
di cooperazione e di coesione;
• dall’altro lato vi è la necessità di superare i vincoli di un’economia protetta che,
attivando meccanismi generalizzati di ridistribuzione e di socializzazione del rischio, possono
ingenerare una minore propensione al lavoro imprenditoriale ed al lavoro qualificato nei
settori maggiormente esposti alla concorrenza.
Si tratta di una contraddizione già evidenziata negli stessi documenti di programmazione della
Provincia, che sottolineano come il problema dell’economia trentina, nelle sue connessioni con
la specificità alpina, non si pone, né semplicemente in termini di mantenimento di una linea di
intervento tradizionale (che pure in passato, ha permesso di ottenere nel complesso risultati più
che positivi), né nel senso di chiedere al settore pubblico di individuare e incentivare nuovi settori
di sviluppo. Quest’ultima pretesa sarebbe altamente rischiosa, in quanto perpetuerebbe quella
dipendenza dalle scelte pubbliche che si vuole superare.
La questione della promozione imprenditoriale si pone in termini differenti: non si tratta di
indurre uno sviluppo aggiuntivo, ma bensì di riorientare quello esistente, sia verso aree dell’economia
maggiormente aperte al mercato, sia verso investimenti a maggior rischio. Ma tutto ciò va fatto con
attenzione all’elemento di fondo, a quella specificità alpina che determina forti interdipendenze
tra le attività economiche, l’organizzazione sociale ed il territorio.
Le linee di azione indicate, in tal senso si riferiscono:
• ad una serie di interventi settoriali, volti a realizzare in modo selettivo un processo di sviluppo
imprenditoriale non aggiuntivo, bensì sostitutivo rispetto ad attività tradizionali. In questa
direzione le politiche imprenditoriali del Trentino potrebbero sviluppare l’idea di un’alleanza
tra vecchia e nuova economia, di fertilizzazione dei settori tradizionali attraverso l’immissione
in essi di imprenditoria capace di cogliere le opportunità offerte a quei settori dalle tecnologie
dell’informazione e della comunicazione;
• ad un intervento sulle condizioni del fare impresa che devono essere facilitate nelle procedure
burocratiche, supportate da attività di formazione e assistenza e soprattutto devono trovare
un’adeguata controparte in un sistema finanziario capace di essere soggetto attivo nel processo
di sviluppo e realizzazione delle idee imprenditoriali;
• ad un intervento di verifica, controllo e intervento sulle condizioni di contesto, in particolare
sulla funzione della concorrenza.
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Trentino Sviluppo SpA
8. Il sindaco imprenditore
I Sindaci sono stati interlocutori fondamentali del progetto di animazione imprenditoriale: è con
loro che si sono definite le linee strategiche dell’intervento; è attraverso di loro che è stato possibile
coinvolgere in maniera estesa la popolazione; è grazie a loro che è stato possibile risolvere i tanti
problemi amministrativi e localizzativi che si frapponevano all’avvio di nuove attività di impresa.
Da questa esperienza è emerso come in Trentino i Sindaci rappresentano un forte riferimento
per le comunità locali. Soggetti istituzionali capaci di interpretare i cambiamenti socio-economici
che attraversano il territorio e di farsi portatori dell’interesse dell’intera comunità.
È però anche emerso un elemento di debolezza: di fronte a processi di innovazione economica
e istituzionale che calano dall’alto, molti piccoli comuni fanno fatica a metabolizzare la modernità
che viene avanti. Il progressivo trasferimento di deleghe e responsabilità rischia di trasformare
l’Ente locale nel soggetto debole della filiera istituzionale: è ai sindaci che rimane in
mano il cerino acceso, vicino alla benzina del disagio sociale, dei processi di destrutturazione delle
società locali e dei problemi di sviluppo economico del territorio.
Il venir meno di tutta una serie di strutture intermedie coinvolte dal declino del sistema
nazionale di protezione sociale ha scaricato sui sindaci una serie di incombenze relative alle forme
di disagio: lavoro, immigrazione, anziani, giovani, servizi sociali, problematiche di assetto del
territorio e aggregazione, anche culturale, sono gli aspetti più visibili della domanda.
In un contesto di razionalizzazione e progressiva riduzione della spesa pubblica, è in particolare
sull’ente locale che preme una domanda sempre più intensa in termini di sostegno allo sviluppo
locale e di erogazione di servizi sociali. Nel processo che ha condotto gradualmente la spesa
pubblica verso livelli di governo sempre più decentrati ha giocato un ruolo cruciale l’idea che,
dovendo assecondare le esigenze dei cittadini, l’intervento pubblico sarebbe stato più efficiente
avvicinandosi il più possibile ai contribuenti, proprio nell’erogazione di quei servizi direttamente
fruibili e monitorabili dal cittadino stesso. Si assiste, nei fatti, ad un processo di “customerizzazione”
dell’Ente locale, per cui i Comuni diventano i soggetti di.front-office. rispetto alla società civile e
come tali sono sottoposti al giudizio dei cittadini rispetto ai servizi di cui fruiscono.
I sindaci dei piccoli comuni sono spesso i soggetti, che più di altri vivono le difficoltà di stare
contemporaneamente dentro i processi di buona amministrazione e dentro i processi più ampi di
programmazione e governo dello sviluppo.
Se si guarda al profilo della buona amministrazione si vede come anche nei piccoli comuni
sia cresciuto il grado di complessità delle questioni da affrontare per erogare servizi adeguati
all’evoluzione dei bisogni dei cittadini:
• le problematiche relative alla gestione urbanistica e alla compatibilità ambientale o anche
la semplice gestione delle funzioni ordinarie di progettazione delle opere pubbliche e di
manutenzione del territorio;
• i problemi connessi all’organizzazione dei servizi sociali e educativi e di quelli per l’impiego;
• l’organizzazione dei servizi pubblici locali (energia, risorse idriche, smaltimento dei rifiuti,
trasporti) da collocare entro ambiti territoriali ottimali e a fronte dei problemi di sostenibilità
economica delle piccole municipalizzate;
• l’area della finanza, sia per quanto riguarda la gestione ordinaria delle entrate e della spesa con i
vincoli insiti nel patto di stabilità sia per il ricorso a eventuali strumenti di “finanza innovativa”;
• i problemi connessi all’organizzazione dei servizi nei tanti comuni soggetti a fenomeni rilevanti
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Trentino Sviluppo SpA
di presenze turistiche stagionali;
• l’area della semplificazione amministrativa per garantire procedure efficienti e rapide;
• i servizi per le relazioni con il pubblico per offrire informazione e trasparenza sull’azione
amministrativa;
• la necessità di predisporre strumenti di comunicazione atti a rendicontare socialmente i
risultati dell’attività amministrativa, quali i bilanci sociali o di mandato;
• l’area dell’informatizzazione, con particolare riferimento alla presenza sul web, per i suoi
aspetti strettamente funzionali prima ancora che di immagine.
Se si guarda, invece, ai sistemi e ai sottosistemi territoriali, dentro gli scenari della competizione
globale ed ai processi di ristrutturazione economica, occorre saper leggere il posizionamento competitivo
e il potenziale di sviluppo del proprio territorio e quindi entrano in gioco elementi quali:
• la caratterizzazione del territorio in termini di identità e, al tempo stesso, la sua capacità
di apertura a relazioni strutturate con il mondo esterno sia dal punto di vista dei rapporti
economici e produttivi sia dal punto di vista socio-culturale;
• la possibilità di valutare il capitale sociale territoriale: vale a dire i risultati raggiunti e le
dinamiche ipotizzabili sia per quanto attiene al reddito e alle realtà economiche e produttive
locali sia con riferimento ai fattori ambientali, alla qualità della vita sociale e alla presenza
radicata di saperi e di vocazioni; e ancora rispetto alla quantità e qualità dei soggetti attivi,
siano essi appartenenti alla sfera istituzionale o a quella degli attori sociali in senso lato;
• la capacità di esprimere coesione sociale e istituzionale: la combinazione dei diversi elementi
che concorrono alla formazione del capitale sociale va sostenuta dallo sforzo di far convergere
l’iniziativa dei diversi attori su obiettivi condivisi e di costruire reti di relazioni stabili nel tempo.
Ne deriva una complessità di quadro dell’azione amministrativa che riporta al tema della
qualità politica degli amministratori degli enti locali e più in generale delle risorse professionali
di cui dispone per stimolare la spinta motivazionale di adesione convinta e attiva alla cultura
dello sviluppo e per far fronte alla richiesta di competenze specialistiche e tecnicalità sempre più
avanzate.
Questa situazione di debolezza e difficoltà non è però subita passivamente. In molti comuni
riemerge la figura storica del “sindaco-imprenditore” che si fa carico, dal punto di vista dell’agire
amministrativo, dello sviluppo del suo territorio e della sua comunità.
Il contributo allo sviluppo locale da parte dei Comuni - specialmente se di piccola dimensione
- ha molto a che fare con la generosità. Visitando le realtà territoriali appare con tutta evidenza
che, al di là delle pur necessarie competenze professionali e delle rinnovate esigenze di cultura
amministrativa e tecnico-operativa, quello che fa la differenza è il grado di motivazione dei
Sindaci e la loro disponibilità ad esplorare percorsi non chiaramente definiti; non a caso rispetto
ai tradizionali richiami a norme, regole, competenze amministrative e procedure si sente spesso
parlare di incertezza, necessità di assumere orientamenti strategici, processi di innovazione, modelli
sperimentali.
Specialmente nei piccoli comuni, sono molti i sindaci impegnati nella costruzione di una
diversa cultura sociale e nella promozione di politiche di coesione sociale e sviluppo locale. Questi
Sindaci sono impegnati attivamente nella costruzione di identità produttive e politico-culturali che
consentono di realizzare politiche municipali di sviluppo locale, di volta in volta, indirizzate a:
• garantire la tenuta residenziale e occupazionale anche attraverso la promozione
dell’autoimprenditorialità e delle attività di integrazione di reddito;
• garantire l’accesso ai servizi anche attraverso l’infrastrutturazione telematica e la diffusione
della cultura informatica;
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Trentino Sviluppo SpA
• sperimentare nuove politiche di welfare municipale;
• promuovere la certificazione del territorio e delle sue produzioni;
• promuovere e certificare reti di ospitalità diffusa;
• potenziare il carattere di multifunzionalità delle attività economiche, con particolare
riferimento a quelle agricole e commerciali;
• promuovere una maggiore qualità della progettazione edilizia e l’edilizia eco-compatibile, gli
interventi di risparmio energetico, l’utilizzo di fonti alternative;
• promuovere la rivitalizzazione dei rapporti e dei servizi di vicinato;
• promuovere iniziative imprenditoriali che mirano a recuperare il “saper fare” locale nei
diversi ambiti dell’artigianato artistico e tradizionale, delle produzioni alimentari tipiche,
dell’ospitalità turistica, della fruizione e manutenzione del territorio;
• promuovere politiche culturali volte alla valorizzazione delle tradizioni e dei luoghi e delle
strutture associative che le mantengono vive.
Sempre più spesso i Sindaci interpretano il loro ruolo di sostegno allo sviluppo locale anche
attraverso il diretto investimento da parte delle Amministrazioni comunali in iniziative
imprenditoriali, di valenza sia economica sia sociale, che devono successivamente essere gestite
da privati o attraverso la costituzione di società miste pubblico-private.
I Comuni rivestono un ruolo cruciale nell’influenzare le dinamiche di sviluppo territoriale e la
conformazione socio economica dei territori da loro amministrati. Gli stessi dati a livello nazionale
evidenziano come a partire dalla metà degli anni novanta la presenza dell’attore pubblico nella
gestione di attività economiche di interesse pubblico sia cresciuta in misura considerevole a livello
locale, proprio quando a livello centrale venivano promosse le politiche di privatizzazione. Il
“capitalismo municipale”, inteso come la proprietà e il controllo delle imprese da parte dei governi
locali, è oggi al centro del dibattito di politica economica.
Nei territori più marginali i comuni si sentono spesso chiamati a svolgere un ruolo di supplenza
nei confronti di un’imprenditorialità privata che fatica ad emergere, o non emerge affatto, per
mancanza di cultura imprenditoriale o a causa della scarsa redditività economica di investimenti
pensati per la loro prevalente funzione sociale.
Il tema forte è la valorizzazione dei “beni comuni”, proprietà collettive spesso inutilizzate
o non opportunamente valorizzate sul piano economico e sociale, come edifici pubblici, beni
culturali e ambientali abbandonati a se stessi o, peggio, sottoposti ad azione volontariamente
corrosiva.
In Trentino la realizzazione dei patti territoriali ha dato forte impulso agli investimenti dei
comuni con progettualità pubbliche riguardanti, ad esempio: la gestione imprenditoriale di aree
protette; il recupero e la valorizzazione turistica di edifici di proprietà comunale; l’avvio di vere è
proprie attività produttive di interesse collettivo come segherie o caseifici; impianti di produzione
di energia da fonti alternative; la gestione imprenditoriale di servizi alla comunità o finalizzati alla
manutenzione del territorio o, ancora, a qualificare l’offerta riservata ai turisti.
“A Grumes abbiamo avviato un progetto ambizioso in campo turistico. Abbiamo trovato un finanziamento
da Roma tramite il Comprensorio, che ci ha permesso di sistemare alcuni edifici di proprietà comunale di
cui uno a garnì, uno a malga, e un piccolo ristorantino su in montagna. Ora stiamo pensando alla gestione
imprenditoriale di queste cinque opere, che nel complesso prevedono 100 posti letto. Stiamo iniziando a
proporlo alla popolazione, le prospettive sono buone, si pensava di fare incontri con le donne e con i giovani per
illustrare questo progetto e individuare un modello di gestione imprenditoriale che li coinvolga. L’idea è quella
di una società mista, magari di tipo cooperativo, capace di dare lavoro ad una ventina di persone. Un altro
progetto che ha coinvolto il comune è la realizzazione di un impianto a biomassa; il progetto lo appaltiamo a
settembre e poi lo mettiamo in rete” Sindaco di Grumes
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Trentino Sviluppo SpA
“Sulla filiera del legno stiamo studiando la realizzazione di un impianto a biomassa per il riscaldamento. Sarebbe
interessante trovare delle persone disponibili sulla lavorazione del taglio del legname, sull’accatastamento del
legname pero` e` difficile. C’è opportunità per due o tre posti di lavoro e sicuramente avrebbero un lavoro
garantito”. Sindaco di Fierozzo
“Un’altra idea che ha trovato consensi e` quella di costituire un caseificio a livello di valle. La struttura è prevista
tra le opere pubbliche previste dal Patto territoriale della Valle dei Mocheni. La gestione sarebbe affidata ad
una cooperativa di allevatori, dandole una precisa collocazione ed un valore sul mercato del latte, rafforzando
la filiera con la creazione di un prodotto tipico locale. Attualmente il latte è conferito alla centrale di Trento,
ma questa soluzione non ha futuro, rischiamo di perdere la nostra zootecnia. La soluzione del caseificio di
valle, in una logica di cooperazione tra pubblico e privati, consentirebbe di remunerare maggiormente il latte
e di dare una prospettiva alla nostra zootecnia.” Sindaco di San’Orsola
“Esiste un’ipotesi di realizzazione di una segheria per la produzione di semilavorati per le case in legno. Si sta
studiando questo progetto unitario tra i Comuni con gli artigiani dell’altipiano e con qualche industriale”.
Sindaco di Luserna
“Noi abbiamo una malga sulla quale abbiamo un progetto e stiamo lavorando da anni, però è lì in attesa di
trovare qualche canale finanziario, perché ha un certo costo. L’idea era quello di fare collegare il caseificio e
l’alpeggio con la parte recettiva e un ristorante. L’idea nostra era quella di fare in modo che il rifugio diventi
anche un luogo di promozione del prodotto agricolo locale, gastronomico. L’anno scorso abbiamo avuto un
contatto con una grossa azienda vitivinicola trentina la quale mi aveva chiesto la disponibilità di fare un
accordo di gestione della Malga. La loro idea, infatti, era quello di utilizzarla in convenzione con il caseificio
e magari con Melinda e farne un punto di promozione dei prodotti tipici locali. Poi purtroppo tutto è sfumato
perché volevano acquistarla e io non ho la possibilità legale, almeno non ritengono opportuno, di vendere un
bene che è patrimonio della comunità: questa sarebbe una scelta sbagliata. Però era un’idea importante. Oggi
stiamo ragionando con un privato per una parte relativa alla birra prodotta con l’orzo dell’alta Valle di Non.
Sindaco di Romeno
“Tra le Regole e il Penegal c’è la nostra malga comunale che si prospetta adatta all’allevamento zootecnico, quindi
abbiamo un immobile da valorizzare. Sono stato venerdì con un funzionario provinciale per vedere di poterla
gestire non solo sotto l’aspetto di malga, ma anche come punto di ristoro, come rifugio legato con la cultura, dove
si possono fare dei seminari. Abbiamo anche comprato una casa tutelata dove si potrebbe fare un ostello e non
sarebbe male mettere queste strutture a disposizione degli studenti e sportivi”Sindaco di Malosco
“Abbiamo realizzato un’area sosta camper di recente costituzione, con annesso un bar ristorante, spogliatoi,
area sportiva. Purtroppo abbiamo avuto diversi interlocutori ma non sono riusciti a far decollare questa
iniziativa, che secondo me ha delle potenzialità notevoli,...” Sindaco di Smarano
“A Valfloriana abbiamo il biotopo più grande alla provincia, però dovremo attrezzarlo, fare i percorsi, creare
punti informativi di sosta e di ristoro. Bisognerebbe creare qualcosa, però il problema è chi lo fa: non può farlo
l’Amministrazione, non può la Provincia. La Provincia può aiutare, l’Amministrazione può aiutare a risolvere
certi problemi, però ci vuole chi investe, a me piacerebbe creare una cooperativa di giovani che prendesse in
gestione l’area” Sindaco di Valfloriana
“ Stiamo anche lavorando con il centro di salute mentale di Cavalese. Vogliamo recuperare il nucleo storico più
vecchio di Capriana una frazione in stato di completo abbandono. Il progetto è fare una cooperativa di recupero
di soggetti deboli. Una è già stata fatta, hanno acquistato capre cashmere per la lana. Vogliamo impiegare questi
soggetti deboli per dare loro una ragione di vita in queste attività esclusivamente produttive, quindi non più
curative. Questo vale per la persona che ha superato i momenti critici e che fa difficoltà ad inserirsi nel mondo
del lavoro; dovrebbe essere socio di questa cooperativa che insieme ad altri soci chiamiamoli “totalmente i sani”
gestiscono l’agriturismo piuttosto che le coltivazioni delle erbe” Sindaco di Capriana
Questo spirito imprenditivo delle amministrazioni locali si scontra però spesso con la mancanza
di specifiche competenze interne riguardanti:
• la conduzione di pratiche di animazione, di concertazione e di progettazione partecipata;
• l’attivazione e la valutazione del capitale sociale necessario alla realizzazione degli interventi;
• la definizione di modelli istituzionali-societari di natura pubblico-privata, per la gestione delle
azioni progettuali.
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Trentino Sviluppo SpA
L’attività di animazione territoriale ha fatto emergere una consistente domanda, espressa
dagli enti locali, riguardante l’assistenza tecnica alla costituzione e gestione di
società pubblico – private, capace di indirizzare l’azione dell’amministrazione locale rispetto
alle varie opzioni previste dall’ordinamento in materia di servizi pubblici di carattere economico
(gestione in economia; concessione a terzi; azienda speciale; società di capitali ad influenza
dominante pubblica locale, ecc.).
Si tratta spesso di iniziative dal profilo imprenditoriale incerto che, accanto ad esigenze di
redditività economica in specifici campi di azione, prevedono finalità sociali e di promozione
dello sviluppo economico e civile della comunità locale (assumendo la connotazione di agenzie di
sviluppo municipale), difficilmente valutabili sul piano della gestione economica d’impresa.
L’entità della domanda censita sul territorio, la rilevanza e la delicatezza del tema nei suoi
aspetti giuridici e politici, rende opportuno un intervento di assistenza tecnica fondato su indirizzi
provinciali volti a normare la partecipazione degli enti locali all’interno delle imprese.
Alla luce di questi processi è importante che vengano avviate organiche iniziative tese alla
valorizzazione del ruolo dei piccoli comuni nella promozione dello sviluppo locale, iniziative
capaci di integrare e accompagnare il progetto di riforma istituzionale avviato dalla Provincia
Autonoma di Trento.
I patti territoriali sono stati una grande scuola dove i sindaci (assieme alle imprese e alle
categorie economiche) hanno imparato a fare sviluppo locale acquisendo i linguaggi della
concertazione e della programmazione negoziata. Si è trattato di un percorso di acquisizione di
competenze che oggi assume particolare rilevanza alla luce del processo di riforma istituzionale
che prevede di delegare agli enti locali, le responsabilità di programmazione del proprio sviluppo
socio-economico e territoriale. Un processo di delega che non riguarda solo il trasferimento poteri
e responsabilità, ma che deve riguardare anche il trasferimento di saperi, competenze, metodologie
di programmazione, capacità di fare impresa.
Box 3 – La E.S.Co. BIM del Chiese SpA
Con la finalità delle pubbliche amministrazioni di abbattere i costi di gestione e trovare forma
di autofinanziamento, Il Bim del Chiese, che è un consorzio di Comuni, ha scelto di occuparsi
direttamente della questione energia, elaborando (nell’ambito del patto territoriale) un proprio
piano di efficienza energetica che individui gli interventi per l’ottimizzazione dei consumi e la
riduzione dei costi energetici delle utenze di proprietà delle diverse amministrazioni comunali
nonché lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia. Le linee guida seguite per la predisposizione
del piano sono la contrattazione del prezzo di fornitura dell’energia, il miglioramento delle
prestazioni degli edifici e della qualità degli impianti, l’ottimizzazione del sistema di gestione. Un
piano di efficienza che riguarda quattro fondamentali settori di competenza delle amministrazioni:
l’acquisto dell’energia elettrica nel libero mercato, gli impianti di illuminazione pubblica, il
patrimonio edilizio di proprietà comunale, lo sviluppo delle fonti.
A seguito della predisposizione del piano di efficienza energetica, il BIM del Chiese si è posto
il problema della gestione coordinata degli interventi di risparmio ed efficienza energetica, tra
tutti i comuni della Valle.
L’attività di assistenza del progetto di animazione territoriale, in collaborazione con il
Distretto tecnologico, ha riguardato la costituzione di una ESCO (Energy Service Company).
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L’originalità dell’attività della Esco consiste nel fatto che gli interventi materiali e finanziari
necessari a conseguire gli obiettivi di risparmio energetico sono sostenuti dalle stesse Esco e
non dal cliente o utente finale. L’utente energetico è sgravato da ogni forma di investimento,
e non dovrà preoccuparsi di finanziare gli interventi migliorativi dell’efficienza dei propri
impianti. La Esco si ripaga l’investimento, e il costo dei servizi erogati, con una parte del
risparmio energetico effetto dell’intervento. Allo scadere del contratto (generalmente 8-12
anni), l’utente diventerà proprietario delle parti di impianto migliorate e, quindi, beneficerà
della maggiore efficienza del proprio impianto. A questo punto deciderà se curare in proprio la
gestione oppure se affidarla alla Esco.
La ESCO BIM SpA è stata costituita il 21 febbraio 2008; uno dei primi interventi ha riguardato
la presa in gestione della centralina idroelettrica di Darzo, di 776 kw di potenza nominale.
BOX 4 – IL CASEIFICIO DELLA VALLE DEI MOCHENI
Il progetto, avviato nell’ambito del Patto Territoriale della Valle dei Mocheni intende
valorizzare il ruolo della zootecnia nelle dinamiche di sviluppo della valle.
La struttura dell’azienda agricola della Valle dei Mocheni può essere paragonata, in piccolo,
alla struttura agricola delle fattorie ad economia chiusa ad “hof” (di origine tedesca). L’entità
produttiva era dedicata quasi esclusivamente all’autoconsumo, ove gli allevamenti bovini o
ovicaprini fornivano latte e burro per la famiglia e per l’allevamento dei vitelli, con scarsa attività
casearia anche questa rivolta in prevalenza all’autoconsumo. Solo negli ultimi decenni la zootecnia
della Valle è progredita nel razionale allevamento in stalle e strutture più moderne e si è presentata
l’opportunità di conferire il latte ad organismi consortili (extravalle) per la trasformazione,
ricavandone un maggior beneficio di reddito. Purtroppo, l’insieme dei fattori che in tutta la provincia
hanno portato alla drastica riduzione dei capi bovini, hanno influito ancora più pesantemente sul
patrimonio zootecnico della Valle e sulla redditività dell’attività zootecnica.
Per far fronte ad un prevedibile declino della zootecnia di valle, che avrebbe anche ripercussioni
negative sul presidio e la manutenzione del territorio le quattro amministrazioni comunali della
Valle hanno deciso di inserire tra le progettualità pubbliche del patto territoriale la realizzazione
di un caseificio di valle con annesso punto vendita e centro di accoglienza turistica. La gestione
del caseificio sarà affidata ad una costituenda cooperativa di allevatori della valle.
L’assistenza tecnica realizzata nell’ambito del progetto ha riguardato l’elaborazione del
business plan ed un’attività di animazione finalizzata al coinvolgimento degli allevatori.
Lo studio ha permesso di stabilire con una certa precisione, la forma giuridica con un numero
di soci pari a 9 (Società cooperativa agricola S.r.l.), la minima quantità di latte da lavorare in un
anno (circa 730.000 litri), quale fosse il minimo investimento iniziale per attrezzare e arredare il
punto vendita del minicaseificio, pari a circa Euro 115.000 (della costruzione se ne sarebbe occupato
direttamente il Comune), individuare i costi (Euro 440.000 circa), il giro d’affari ipotetico, data una
predeterminata capacità produttiva (Euro 925.000 circa), e le ipotesi di vendita annue a regime (Euro
680.000 circa). Infine la resa minima al litro del latte conferito risultava pari a Euro 0,35 e quella
massima ad Euro 0,50 dove una variabile determinate era il costo del trasporto.
Attualmente le attività sono rivolte alla definizione della compagine sociale.
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Trentino Sviluppo SpA
9 L’impresa sociale di comunità
Il lavoro di animazione imprenditoriale realizzato nelle aree obiettivo 2 della provincia di
Trento ha fanno emergere numerose progettualità di impresa orientate alla dimensione
del sociale (servizi per l’infanzia, per gli anziani, per i portatori di handicap, ma anche iniziative
nei campi del turismo sociale, dei servizi di prossimità, della valorizzazione delle tradizioni locali,
della tutela ambientale). L’emergere di tali progettualità e le relative esigenze di accompagnamento
sul piano tecnico, ha imposto una riflessione sul concetto di “impresa sociale di comunità”. 8
Espressione del territorio, le imprese sociali di comunità9 sono organizzazioni private o
pubblico-private senza scopo di lucro che producono in modo professionale e continuativo beni
e servizi finalizzati al miglioramento della qualità della vita delle persone e delle comunità locali.
L’obiettivo di perseguire l’interesse generale delle comunità richiede un’organizzazione capace di
valorizzare risorse locali - sociali economiche e territoriali - di diversa natura. Per questa ragione
prevedono sistemi di governo e gestione basati sulla presenza di soggetti diversi: utenti, lavoratori,
volontari, associazioni, imprese profit, enti pubblici e privati. Ognuno di essi è chiamato, secondo
le proprie possibilità, a dare un apporto secondo principi di partecipazione e mutualismo.
Il mutualismo è tema certamente storico e quindi ormai di lunga data, ma che oggi richiede di
essere rivisitato alla luce delle tante trasformazioni sociali di cui più o meno quotidianamente siamo
testimoni. In questo scenario si vanno delineando diverse forme di auto organizzazione dal
basso, storiche e innovative, che rispondono ai bisogni complessi di una società in transizione come
quella attuale. È, infatti, questa la specificità dell’impresa sociale di comunità: non solo un’impresa
orientata al sociale, erogatrice di servizi alla collettività, ma un modello di infrastrutturazione
sociale e di welfare adeguato ai tempi.
Il mondo della cooperazione sociale coniuga in modo nuovo due meccanismi antichissimi,
pre-capitalistici: il meccanismo della solidarietà sociale che rimanda alla teoria del dono, e il
meccanismo cooperativo-mutualistico che ha infrastrutturato il passaggio delle società locali
dall’economia agricola all’economia industriale. Oggi questi meccanismi rappresentano il massimo
della modernità. Certamente non bisogna riproporre il passato, ma si deve ricordare che gli
elementi di autorganizzazione del sociale hanno le loro radici nel passato.
Nella realtà trentina, le pratiche di un’economia solidale rimandano ad un mondo agro-silvo-
pastorale, dove il donare una mucca a chi l’aveva persa permetteva di conservare l’equilibrio e
la sopravvivenza della comunità stessa, dove la manutenzione del territorio era garantita delle
antiche regole degli usi civici e dove l’economia era infrastrutturata da micro autonomie funzionali
d’uso collettivo quali la segheria, la cantina, il macello, o il caseificio turnario. Un’attitudine ad
autorganizzarsi attorno ai propri bisogni che dava luogo a istituzioni di comunità come sono
ad esempio, ancora oggi nei paesi trentini, i vigili del fuoco volontari o il consorzio elettrico
comunale.
Il mercato nello sviluppo capitalistico agli albori del ‘900 creò un vuoto di socializzazione:
distrusse la vecchia economia, l’agricoltura, la famiglia patriarcale. Non riuscì a dare una risposta
ai bisogni della gente, compresi i bisogni delle persone e dei territori collocati alla periferia del
8 Tale riflessione è stata sviluppata con il Consorzio Con.Solida della Federazione Trentina delle Cooperative ed ha portato
alla sottoscrizione di un protocollo di intesa tra Trentino Sviluppo e FTCoop per la promozione delle imprese sociali.
9 Dal punto di vista normativo le imprese sociali di comunità trovano elementi di legittimazione nella legge nazionale
sull’impresa sociale (n. 118/2005).
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Trentino Sviluppo SpA
nuovo sistema industriale in formazione. Il vuoto di socializzazione divenne allora il terreno di
sviluppo di un’alternativa possibile, ovvero della forma di impresa cooperativa. Mutue, cooperative,
leghe, associazioni, condividevano un obiettivo fondamentale: fornire beni e servizi al minor
costo possibile, per servire l’interesse reciproco dei membri della comunità e, in senso più ampio,
garantire un servizio d’interesse comune che lo Stato era ancora lungi dall’assicurare. Nascono
i circuiti mutualistici del credito, della previdenza e della tutela contro le malattie. Nascono le
cooperative di consumo. Nasce un fiorente movimento di cooperative agricole e di cooperative di
produzione. E, insieme a queste imprese, nasce un movimento cooperativo che fa da collante e da
guida alle singole iniziative.
Lo sviluppo trentino si è tradizionalmente formato sulle reti corte della comunità e la
dimensione cooperativo – mutualistica costituisce uno dei fondamenti dello sviluppo socio-
economico trentino dove gli alti livelli di coesione sociale hanno tradizionalmente alimentato i
processi di crescita economica delle comunità locali.
Nell’attuale periodo di transizione, questo modello di infrastrutturazione sociale ritrova una
sua attualità. Tramontate o in via di dismissione le tutele della contrattazione e del welfare fordista,
oggi la vita sociale trova sempre meno sponde su cui appoggiarsi per assorbire il rischio diffuso, che
ciascuno avverte come proprio e personale. Riemerge con forza una domanda di autorganizzazione
dal basso, di condivisione che può e deve trovare risposta nella crescita di forme autorganizzate di
mutualismo, tutela, rappresentanza dei bisogni sociali.
Sfruttando il meccanismo della socialità e della comunità, le imprese sociali rappresentano
i luoghi in cui le persone ritrovano il gusto di autorganizzarsi per trovare, in termini
autoimprenditoriali, una risposta ai propri bisogni. L’impresa sociale di comunità punta, infatti,
a rendere imprenditoriale il sociale, tradizionalmente considerato improduttivo, a trasformare in
ricchezza risorse inutilizzate o spesso trattate come costi.
Se da un lato è riscontrabile un inglobamento dell’impresa sociale nel più ampio sistema
pubblico di erogazione di servizi socio-assistenziali - di cui l’impresa sociale spesso è un terminale sul
territorio - dall’altro lato, la recente e consistente crescita del settore no profit evidenzia l’affermarsi
di tendenze che hanno a che fare con una più ampia concezione di welfare, che incrocia le tematiche
dello sviluppo economico e della coesione sociale in una prospettiva di sviluppo locale.
È una tendenza lenta e progressiva di cui poco si parla. Crescono sul territorio i microdistretti
del sociale. Dal ‘96 al 2003 le piccole società cooperative sono cresciute del 12%. Sono 6.150 in
tutta Italia queste strutture che fanno welfare locale, di comunità. Si aggregano in reti come quella
del Consorzio Gino Mattarella (CGM) che, con 1200 tra cooperative e consorzi, rappresenta la più
importante rete italiana di cooperazione sociale. Vi lavorano 35mila addetti più 5mila volontari,
con un’età media di 29 anni e un reddito di 800 euro al mese. Per numero, sono più degli operai
Fiat in Italia. Per stipendio, prendono meno di un metalmeccanico. Si occupano di quel ciclo
antico che chiamiamo welfare, fatto di infanzia, lavoro, famiglie, previdenza e vecchiaia. Gestiscono
asili comunali e aziendali, cooperative per l’inserimento lavorativo di personale svantaggiato e
comunità per il disagio psichico. Senza le cooperative sociali il nostro welfare sarebbe oggi ben poca
cosa. È come se, nell’ipermoderna società globale, si fosse scongelata una memoria antica, fatta di
luoghi e azioni di comunità, che aveva avuto il suo momento forte agli albori del’900.
Il Trentino è il territorio italiano con la più alta densità di volontariato, radicato
nei valori dell’iniziativa, della responsabilità personale, della cooperazione. Il mondo della
solidarietà organizzata del Trentino è in grado di mobilitare circa 50.000 volontari - il 10% della
popolazione complessiva del Trentino - che dedicano gratuitamente e in maniera costante una
parte del loro tempo nelle attività socialmente utili.
68
Trentino Sviluppo SpA
Il mondo del volontariato e delle organizzazioni del privato sociale si trovano oggi al centro di
un importante processo di assunzione di responsabilità, legato all’espansione di attività
che non appartengono né allo stato né al mercato e che hanno la finalità ultima di produrre
coesione ed inclusione sociale, senza trascurare gli aspetti connessi alla sostenibilità e competitività
del sistema, la razionalizzazione delle risorse e la messa a valore di ogni singolo aspetto della vita
produttiva e riproduttiva. Si tratta in particolare di dare risposta ad una duplice domanda che
viene posta da tale processo evolutivo: come è possibile fare volontariato incorporando
maggiori livelli di professionalità e imprenditorialità e come è possibile fare impresa
sociale salvaguardando il patrimonio di valori etici e di impegno individuale tipici
del volontariato.
Le stesse amministrazioni locali sono, infatti, oggi investite di maggiori responsabilità
nell’erogazione di servizi al territorio e alla cittadinanza e sono spesso portatrici di progetti di
nuovo welfare municipale in cui svolgono un ruolo importante gli organismi non lucrativi di
utilità sociale, della cooperazione, del volontariato.
Il territorio è sempre più un elemento culturale e strategico per le imprese che operano nel
sociale. La cooperazione sociale partecipa e si immerge sempre più nelle vicende del territorio. Il
territorio permette di fare il salto di qualità, progettare passaggi ambiziosi, avviare nuove imprese,
organizzare gruppi di utenti, valorizzare beni comuni inutilizzati o sotto utilizzati, sostenere le
amministrazioni pubbliche nell’offerta di servizi rispondenti ai nuovi bisogni di una società che
si fa sempre più complessa. Si tratta di un salto di qualità di non poco conto: da portatrice di
bisogni e domande sociali, l’impresa sociale diventa portatrice di soluzioni, professionalità
e competenze che possono aiutare l’ente locale nel sempre più difficile ruolo di governo delle
dinamiche di sviluppo del territorio.
Occuparsi di sviluppo locale e di promozione dell’imprenditorialità significa anche
accompagnare questi processi di ridefinizione di un nuovo modello di welfare locale che coinvolge
amministrazioni locali, imprese sociali e mondo del volontariato. Si tratta in particolare di orientare
le politiche:
• all’animazione e promozione di nuove iniziative di impresa sociale operanti nel campo dei
servizi di prossimità, della cultura e del turismo;
• ai servizi di formazione e assistenza tecnica volti alla qualificazione delle imprese no profit;
• alla diffusione di pratiche di management inerenti alla gestione imprenditoriale e professionale
delle cooperative sociali e delle organizzazioni di volontariato;
• alla diffusione di conoscenze riguardanti il marketing ed il fund-raising per le imprese sociali;
• all’analisi dei fabbisogni emergenti nei contesti locali e alla sperimentazione di modelli di
welfare mix;
• alla promozione di nuove modalità di rapporto tra amministrazioni locali e cooperazione
sociale alla luce delle normative di livello provinciale, nazionale e europeo;
• alla promozione delle tematiche inerenti alla responsabilità sociale di impresa.
69
Trentino Sviluppo SpA
10. L’articolazione dell’intervento di animazione
imprenditoriale
Trattando di politiche del lavoro, la letteratura usa distinguere fra due “famiglie” di politiche:
• le misure di mantenimento o garanzia del reddito, le quali sono dirette ad assicurare i lavoratori
contro i rischi di disoccupazione, infortunio, invalidità e vecchiaia, cioè contro i classici rischi
derivanti dalla perdita della capacità lavorativa e quindi della possibilità di procurarsi un
reddito sul mercato. Queste misure sono anche dette politiche passive del lavoro, in quanto si
realizzano in meri trasferimenti di reddito dal sistema di welfare pubblico ai soggetti;
• gli interventi volti ad aumentare l’occupazione in generale piuttosto che l’occupazione di
particolari categorie sociali considerate “deboli” sul mercato del lavoro (giovani, donne,
disoccupati di lunga durata, handicappati). Questi interventi vanno dagli incentivi economici
e normativi all’assunzione, alla creazione diretta ed “assistita” di impieghi, dalla redistribuzione
delle occasioni di lavoro all’istituzione di speciali rapporti d’impiego, ma recentemente sono
giunti a ricomprendere anche interventi di incentivazione diretta all’imprenditorialità
ed alla creazione di attività economiche quali canali per incrementare la crescita
occupazionale indipendente.
Le politiche passive quindi si pongono come meri strumenti di garanzia del reddito dei
soggetti senza lavoro, mentre le politiche attive sono specificamente dirette ad incidere sul
funzionamento del mercato (del lavoro e produttivo in generale) vuoi adeguando le caratteristiche
personali dell’offerta di lavoro, vuoi creando particolari occasioni d’impiego, vuoi favorendo la
creazione di attività auto-imprenditoriali in grado comunque di aumentare le chance di
accesso al mercato, del lavoro e della produzione, di coloro che possono trovarsi in posizione di
svantaggio o di marginalità, sociale o territoriale.
Tabella 7 Le politiche del lavoro
Politiche Attive Politiche di Incentivazione Politiche di garanzia del reddito
Formazione Sgravio di oneri sociali Indennità di disoccupazione
Orientamento professionale Decontribuzioni Indennità di mobilità
Sostegni all’incontro Cassa Integrazione Guadagni
Contributi in denaro
fra Domanda e Offerta di lavoro Ordinaria
Cassa Integrazione Guadagni
Promozione d’impresa Contratti di Formazione e Lavoro
Straordinaria
Sviluppo locale Contratti di apprendistato Prepensionamenti
Contratti di Solidarietà
Lavori Socialmente Utili
Allo stato dell’arte, vale a dire allo stato degli studi e della ricerca disponibile sulle politiche
attive del lavoro, si può affermare che le analisi macroeconomiche dimostrano che lo sviluppo
economico e la crescita dell’occupazione sono strettamente correlate con la presenza di politiche
attive del lavoro. Un elemento rilevabile in letteratura - e che senza dubbio è di specifico interesse
per il caso italiano e trentino - è rappresentato dal legame esistente fra intervento istituzionale
pubblico, sotto forma di politiche del lavoro, e sviluppo locale, legame che “si realizza” attraverso
l’intervento di un elemento specifico dei sistemi di interazione sociale: il riferimento è al ruolo
del capitale sociale, ed al legame fra intervento istituzionale, capitale sociale e sviluppo
locale (sviluppo economico ed occupazionale).
70
Trentino Sviluppo SpA
È all’interno di questo legame che si è sviluppato l’intervento di animazione imprenditoriale
nelle aree obiettivo 2 della Provincia Autonoma di Trento. L’intervento istituzionale, operato
da un’agenzia di sviluppo pubblica, può adeguatamente rappresentare un esempio di un’azione
istituzionale trasparente e razionale rispetto al fine fissato (lo sviluppo di attività economiche)
agendo quale fattore di sostegno ed incentivazione al capitale sociale dei soggetti. L’istituzione
può, infatti, avere un ruolo importante nel “favorire”, far crescere o potenziare, il capitale sociale
esistente, sia a livello di singoli, sia a livello d’area, attraverso il miglioramento delle performance
economiche degli attori locali.
Per promuovere l’imprenditorialità non basta fare una “neutra” attività di sportello informativo
sulle forme di incentivazione finanziaria all’attività di impresa, ma bisogna lavorare sulle culture
locali e sugli elementi di coesione economica, sociale e istituzionale espressi da sistemi locali che
hanno una loro identità socio-economica e culturale.
Finora la politica di promozione dello sviluppo imprenditoriale locale ha seguito
fondamentalmente due strade, sebbene entro un disegno di fondo comune che considera
l’impresa singola come l’oggetto unico di intervento. La prima, quella di gran lunga predominante
in termini di volumi finanziari e di attenzione istituzionale, è la strada dell’offerta di incentivi
diretti e indiretti alla nascita o alla modernizzazione di singole imprese. La seconda, più recente e
comunque alquanto marginale, è la strada dell’incentivazione dei servizi reali, dei consorzi e dei
centri di servizi alle imprese.
Le due politiche hanno seguito percorsi del tutto autonomi e indipendenti, come se rispondessero
a bisogni differenti se non alternativi, e per di più sono state calate dall’alto in modo uniforme
ad ogni tipo di realtà locale, prescindendo cioè dalle specificità socio-economiche dei contesti
territoriali. I risultati di entrambe le linee di intervento, permeate da una rigida logica “erogatoria”,
non sembrano avere innescato nelle aree in ritardo di sviluppo processi di miglioramento duraturi
nella competitività economica, né addensamenti rilevanti dei tessuti imprenditoriali pregressi.
Anche grazie agli incentivi sono emerse o si sono stabilizzate imprese di successo, ma raramente
sistemi aziendali locali integrati, filiere di produzione, aree specializzate.
Ben più evidente appare il fallimento della linea rivolta a sostenere la crescita dell’offerta di
servizi alle imprese, a ragione del fatto che spesso si sono incentivati servizi estranei ai fabbisogni
reali e potenziali delle imprese locali: il risultato è stato il rapido declino dei centri servizi via
via che è andato esaurendosi il flusso di trasferimenti pubblici a loro favore. A causa di questi
fallimenti, negli ultimissimi anni, sospinto dall’avanzamento della “prospettiva neo-istituzionalista
dello sviluppo locale” (Amin 1998), dall’impetuosa affermazione nel mondo del made in Italy dei
distretti industriali (Becattini 1998) e, sul piano normativo, dalla revisione radicale degli strumenti
della programmazione negoziata, è emerso in Italia un terzo approccio di politica economica, questa
volta strettamente finalizzato a sostenere la formazione di sistemi locali di sviluppo.
I suoi orientamenti di fondo sono tendenzialmente opposti all’assioma ortodosso, in quanto
tendono ad incoraggiare interventi locali “dal basso”, specifici per ciascuna area, incentrati sulla
cooperazione di una platea composita di attori istituzionali e sociali, pubblici e privati, nonché
su alleanze produttive interregionali, riconoscendo dunque i fondamenti sociali dell’agire
economico. L’idea sottostante al nuovo approccio è che il successo economico è un esito che
dipende, oltre che dai talenti imprenditoriali, dalla qualità dell’ambiente socio-istituzionale
locale e dall’intensità delle relazioni formali e tacite tra gli attori, ovvero dal capitale sociale
(fiducia, reciprocità, cooperazione, reputazione) che alimenta il patrimonio di interdipendenze
non-mercantili e di relazioni fiduciarie tra gli individui (Coleman 1990; Mutti 1998; Storper
1997).
71
Trentino Sviluppo SpA
L’esperienza condotta nelle aree obiettivo 2 della provincia di Trento ha evidenziato come la
disponibilità di incentivi finanziari alla creazione di impresa (resi disponibili dalle leggi di settore
provinciali) assuma un ruolo relativamente marginale rispetto alla promozione di microattività
imprenditoriali (che solitamente richiedono un capitale finanziario di avvio modesto). Molto
più importanti sono, invece, risultate le azioni finalizzare ad incrementare il capitale sociale dei
soggetti e del territorio, ovvero:
• le azioni volte a raccordare le singole iniziative imprenditoriali all’interno di politiche di
sistema, di settore e di territorio;
• le azioni e le relazioni volte a semplificare le procedure di avvio dell’impresa;
• le azioni volte a consolidare le relazioni produttive (politiche di filiera e di distretto, comunità
professionali, ecc).
Altrettanto importanti sono risultate le azioni a sostegno del capitale umano, ovvero finalizzate
ad incrementare le competenze produttive e gestionali dei soggetti, la loro conoscenza dei mercati
e dei metodi di progettazione e di auto-valutazione dell’idea imprenditoriale.
In tale ottica, è fondamentale che le politiche di sviluppo locale (e tra queste le politiche
attive del lavoro) sappiano accompagnare, in modo integrato, le diverse dimensioni comunitarie,
identitarie, che connotano i territori e che si fondino sulla consapevolezza che, a fronte dei processi
di apertura connessi ai processi di globalizzazione, le realtà locali appaiono sempre più come un
bacino entro cui le virtù della cittadinanza hanno modo di diventare risorsa di sviluppo economico
e moltiplicatore di benessere. Un accettabile grado di coesione sociale, intesa come dotazione di
beni relazionali e virtù civiche, costituisce non solo un patrimonio delle forme di convivenza, ma
anche un fattore di competitività del tessuto economico.
La collocazione dell’intervento di animazione imprenditoriale nell’ambito di progetti di
sviluppo locale – come i patti territoriali - ha creato un circuito virtuoso che ha consentito, da un
lato di inserire le singole iniziative imprenditoriali nell’ambito di progettualità strategiche più vaste
capaci di supportarle (integrazione tra progettualità pubbliche e iniziative private, azioni di marketing
di territorio, integrazioni produttive e settoriali, ecc.), dall’altro lato di qualificare e sostanziare il
progetto di sviluppo locale con iniziative private coerenti e qualificate sul piano imprenditoriale.
L’intervento si è sviluppato sia sul piano della domanda sociale sia sul piano dell’offerta
istituzionale, cercando di raccordare maggiormente le due dimensioni. L’azione sulla domanda
sociale si è caratterizzata come un intervento di carattere culturale volto alla diffusa conoscenza
delle dinamiche evolutive che caratterizzano i temi del lavoro, dell’impresa e dello sviluppo
locale nei contesti di riferimento. Successivamente, si è articolata in interventi formativi, di
accompagnamento e di networking volti a facilitare l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali
e la qualificazione degli interventi di sviluppo locale. L’azione sull’offerta istituzionale è stata
finalizzata a raccordare l’azione di diversi soggetti (provinciali e locali) a sostegno delle iniziative
imprenditoriali e di sviluppo locale. Ambizione dell’intervento è stata anche quella di contribuire
- attraverso l’esplicitazione e la caratterizzazione della domanda sociale di autoimprenditorialità
- alla definizione di nuove politiche provinciali in materia di lavoro, welfare, reti di
imprese e sviluppo locale.
Accanto al sistema di offerta istituzionale di livello provinciale (costituito dagli incentivi
previsti dalle leggi di settore, dai patti territoriali, dalle politiche di distretto, dallo stesso ruolo
di assistenza svolto da Trentino Sviluppo SpA e da altri enti e uffici provinciali) l’intervento ha
cercato di costruire un’offerta di territorio coinvolgendo:
• i tavoli di concertazione dei patti territoriali, rispetto alla definizione degli obbiettivi di
sviluppo locale e alla valorizzazione dell’autoimprenditorialità;
72
Trentino Sviluppo SpA
• i sindaci rispetto all’organizzazione degli incontri di animazione, all’individuazione di spazi
produttivi, alla soluzione di questioni legate alle pratiche autorizzative, ecc;
• le categorie economiche, rispetto ai temi inerenti alla valutazione dell’idea di impresa, alle
procedure autorizzative, alle questioni inerenti ai servizi alle imprese;
• le banche rispetto ai temi inerenti all’accesso al credito;
• le imprese locali, rispetto alla promozione di integrazioni produttive e reti di impresa;
• le organizzazioni del terzo settore rispetto alla promozione di nuovi modelli di welfare locale
e l’accompagnamento di progettualità di carattere sociale.
Figura 7 Articolazione dell’intervento di animazione imprenditoriale
73
Trentino Sviluppo SpA
10.1 L’offerta istituzionale
Sul piano dell’offerta istituzionale l’intervento si è rivolto ad azioni di concertazione a livello
provinciale dettate dall’esigenza:
• di portare a sistema una serie di interventi e progetti, già in atto o allo studio, che potrebbero
risultare disomogenei e scollegati tra loro;
• di assumere a pieno titolo nelle politiche della Provincia Autonoma di Trento la diffusione
della cultura di impresa e del lavoro autonomo come leve strategiche per lo sviluppo locale,
mettendo in atto una iniziativa di animazione territoriale e condivisione di tali prospettive
con gli attori istituzionali, sociali ed economici di livello provinciale.
Sul piano istituzionale, l’intervento si è quindi configurato come un processo di raccordo delle
politiche ed iniziative già in atto, senza la necessità di prevedere strumenti o normative
aggiuntive, ma proponendo elementi di miglior coordinamento e finalizzazione delle azioni
intraprese o in progetto e soprattutto un più stretto collegamento tra i diversi soggetti istituzionali
e non, attivi sul territorio.
10.1.1 Il raccordo con gli strumenti di programmazione negoziata
Nell’ambito delle esperienze di programmazione negoziata, l’intervento ha trovato una forte
integrazione con l’iniziativa di Programmazione Strategica della Provincia di Trento denominata
Progetto TxT (Trentini per il Trentino). Tale integrazione, attivata attraverso il coordinamento
del tavolo di concertazione su “Imprenditorialità e capitale umano”, è stata motivata dal fatto che
l’intervento di animazione imprenditoriale realizzato nelle aree obiettivo 2 della Provincia di
Trento non si doveva limitare a fare emergere una domanda sociale di auto-imprenditorialità, ma
doveva anche contribuire ad elaborare e raccordare un sistema di offerta istituzionale, associativa
e finanziaria capace di accompagnare i processi di trasformazione del lavoro. Almeno per quanto
riguarda i temi dell’autoimprenditorialità e dello sviluppo locale, si può affermare che l’intervento
di animazione imprenditoriale si è caratterizzato come la naturale prosecuzione – nei contesti
locali trentini- dell’azione di programmazione strategica provinciale10.
L’integrazione dell’intervento di creazione di impresa nell’ambito dei patti territoriali è
stata motivata dalla capacità di questi strumenti di incentivare gli investimenti privati all’interno
di progettualità di sistema, producendo un effetto leva che alimenta - all’interno di un ciclo
virtuoso - la competitività del sistema territoriale e la competitività delle singole iniziative private11.
In tale ambito, ed in stretta collaborazione con l’Ufficio Patti Territoriali della PAT, l’intervento
si è concentrato sulla qualificazione dei patti territoriali attualmente in essere, massimizzando
la presentazione progetti di carattere imprenditoriale coerenti con le finalità degli interventi di
sviluppo.
Nei contesti locali che avevano già concluso l’esperienza pattizia - o che non hanno avuto
accesso allo strumento12 - l’intervento si è concentrato sul consolidamento e l’evoluzione di
pratiche negoziali intese come“ strumento ordinario”di governo delle dinamiche di sviluppo locale,
promuovendo progettualità di impresa e di territorio orientate alla proiezione delle economie
10 Si vedano quaderni di progettazione: primo e secondo rapporto sulla concertazione a livello provinciale.
11 Nomisma “La valutazione dei patti territoriali promossi dalla Provincia Autonoma di Trento” Maggio 2006.
12 Si vedano i Protocolli di intesa sottoscritti da Trentino Sviluppo SpA con il BIM del Chiese, con i comuni del Primiero e
con i comuni delle Giudicarie Esteriori. E’ in corso di definizione un protocollo di intesa con il BIM del Sarca relativo ad
un progetto di sviluppo locale della val di Sole e della Val di Non.
74
Trentino Sviluppo SpA
locali sui mercati esterni ed alla valorizzazione di quei “fattori immateriali di sviluppo” che sempre
più ruolo svolgono all’interno di un sistema produttivo di lungo raggio fondato sulla progressiva
smaterializzazione delle produzioni e sull’integrazione con i servizi.
Un’ulteriore esigenza manifestatasi nel corso dell’intervento è stata quella di intervenire
in territori esterni all’area di competenza del Docup. Questa esigenza è stata indotta
dall’esistenza di relazioni economiche e strategie di sviluppo che non sono evidentemente confinate
all’interno delle sole aree obiettivo 2, dalla presenza all’interno dei patti territoriali di comuni
non agevolabili e, infine, dalla richiesta di molti sindaci di realizzare l’intervento di animazione
imprenditoriale anche nei loro comuni, seppure non compresi in area Docup. Tale esigenza ha
comportato il ricorso ad ulteriori strumenti di finanziamento dell’intervento individuati nell’art.24
della Legge 6/99 relativo alla “Promozione e qualificazione delle attività economiche”.
L’integrazione dell’intervento di animazione imprenditoriale con le politiche provinciali in
tema di sviluppo locale e promozione delle attività economiche è stata resa possibile dalla preziosa
collaborazione di diversi funzionari e uffici provinciali competenti in materia di artigianato, turismo,
agricoltura, che hanno accompagnato i progetti di impresa nel percorso di avviamento e che si
sono anche resi disponibili a partecipare agli incontri di animazione organizzati sul territorio.
10.1.2 Il raccordo con le politiche del lavoro e del welfare
Un ulteriore elemento di armonizzazione è stato individuato nel più stretto collegamento tra
politiche di sviluppo locale e politiche attive del lavoro Sulla necessità di tale collegamento
convergono sia le analisi relative ai mutamenti in corso nella struttura economica e produttiva
trentina, sia le considerazioni sulle caratteristiche della domanda e dell’offerta di lavoro:
• sul primo versante, il definitivo superamento del modello fordista porta a focalizzare
l’attenzione delle politiche di sviluppo sul ruolo della microimpresa diffusa territorialmente,
sul consolidamento delle filiere produttive e delle reti di impresa, sulla crescita dei servizi
nel settore turismo, sulla valorizzazione dell’agricoltura di qualità e della manutenzione
del territorio, sulle prospettive di sviluppo dell’economia della conoscenza e delle attività
connesse all’innovazione tecnologica, il tutto in un’ottica di valorizzazione delle “competenze
distintive” e delle specificità delle aree montane;
• sul secondo versante, la sostanziale tenuta occupazionale - in parte derivante dal forte sistema
di protezione operante sia nel settore pubblico sia in realtà imprenditoriali fortemente radicate
e strutturate nel territorio, quali quella della cooperazione - non deve nascondere il mutamento
qualitativo in atto nei processi di partecipazione al lavoro: si sta assistendo in Trentino, come
altrove, ad una sostanziale attenuazione dei confini tra il lavoro dipendente salariato e le
nuove forme di lavoro “atipico”, con i rischi ben noti di precarizzazione, ma anche con nuove
prospettive di sviluppo per il lavoro autonomo, con fenomeni interessanti di propensione
all’autoimprenditorialità.
Un programma specifico per l’autoimprenditorialità si deve necessariamente inserire entro un
quadro di politiche complessive per lo sviluppo economico locale; in particolare sono necessarie
sinergie:
• con i processi di semplificazione amministrativa e procedurale, già in corso, ma da intensificare in
ragione della necessità di consentire tempi rapidi di start-up per nuove iniziative imprenditoriali,
soprattutto per i settori più innovativi, fortemente esposti alla competitività;
• con un ulteriore impegno a liberalizzare alcuni settori, in linea con gli indirizzi proposti a livello
nazionale, per dare opportunità ai giovani di inserirsi in ambiti di mercato oggi eccessivamente
protetti;
75
Trentino Sviluppo SpA
• volte a consentire forme di flessibilità del mercato del lavoro, soprattutto attraverso la
modularizzazione del tempo di lavoro, che consentano di superare le difficoltà soprattutto per
le donne, evitino forme di precarizzazione, proponendo anche forme originali di compatibilità
tra diverse occupazioni di carattere dipendente e indipendente;
• volte a definire nuovi modelli di rappresentanza e di welfare valorizzando le forme di nuovo
mutualismo ed il ruolo delle imprese del terzo settore.
• volte a favorire la creazione di reti e comunità professionali capaci di incrementare il patrimonio
di competenze e relazione dei soggetti.
Un’ulteriore necessità di integrazione è stata individuata tra le politiche di sviluppo e
quelle per il welfare locale: un terreno sul quale la realtà trentina, a partire da un sistema locale
efficiente e ben strutturato, può utilmente proporre la sperimentazione di modelli più avanzati e
tendenzialmente compatibili con le minori disponibilità di risorse per l’intervento pubblico.
Sul piano delle politiche di welfare nel corso della realizzazione dell’intervento, si è presentata
l’opportunità di attivare una stretta collaborazione - formalizzata attraverso un protocollo di intesa
- con il Consorzio Con.Solida, della Federazione Trentina delle Cooperative13. Il Consorzio Con.
Solida raggruppa le cooperative sociali del Trentino ed è attualmente impegnato nella gestione di
un progetto Comunitario Equal finalizzato alla promozione di “cooperative sociali di comunità”. A
livello operativo si sono verificate diverse occasioni di incontro tra i due progetti (Equal e Docup)
che ha portato ad una collaborazione incentrata sulla valorizzazione del ruolo dell’impresa
sociale nello sviluppo locale, in particolare:
• sulla promozione della dimensione cooperativo – mutualistica, che costituisce uno dei
fondamenti dello sviluppo socio-economico trentino dove gli alti livelli di coesione sociale
hanno tradizionalmente alimentato i processi di crescita economica delle comunità locali;
• sull’accompagnamento del processo di “imprenditorializzazione del lavoro” quale fenomeno
che sempre più caratterizza l’agire economico dei soggetti a tutti i livelli e che necessita di
meccanismi di distribuzione sociale del rischio di impresa e di nuovo welfare che a loro
volta trovano un importante riferimento nei modelli cooperativi, mutualistici e di impresa
sociale;
• sugli articolati bisogni socio-culturali delle comunità locali e sullo sviluppo di una moderna
cultura dell’ospitalità turistica che costituiscono sempre più occasione per l’avvio di nuove
iniziative di imprenditorialità, spesso nate da tradizionali modelli di volontariato fortemente
consolidati nei territori di intervento (come sono ad esempio le Pro Loco).
• sulla crescita della cultura imprenditoriale nelle organizzazioni del privato sociale che si trovano
oggi al centro di un importante processo di assunzione di responsabilità, legato all’espansione
di attività che non appartengono né allo stato né al mercato e che hanno la finalità ultima di
produrre coesione ed inclusione sociale, senza trascurare gli aspetti connessi alla sostenibilità
e competitività del sistema. Si tratta in particolare di dare risposta ad una duplice domanda
che viene posta da tale processo evolutivo: come è possibile fare volontariato incorporando
maggiori livelli di professionalità e imprenditorialità e come è possibile fare impresa sociale
salvaguardando il patrimonio di valori etici e di impegno individuale tipici del volontariato
• sull’accompagnamento delle amministrazioni locali che sono oggi investite di maggiori
responsabilità nell’erogazione di servizi al territorio e alla cittadinanza e sono spesso
portatrici di progetti di nuovo welfare municipale e imprese pubblico-private, in cui svolgono
un ruolo importante gli organismi non lucrativi di utilità sociale, della cooperazione, del
volontariato.
13 Si veda protocollo di intesa siglato tra Trentino Sviluppo SpA e Federazione Trentina delle cooperative.
76
Trentino Sviluppo SpA
10.1.3 Il raccordo con le politiche volte a promuovere le filiere produttive
L’intervento di animazione imprenditoriale ha anche costituito un terreno di promozione e
sperimentazione di politiche distrettuali e di filiera che, partendo dalle aree obiettivo 2, ha
stimolato modelli aggregativi tra imprese a livello provinciale e sovraprovinciale.
Le principali azioni di promozione e sperimentazione in materia di reti di impresa, distretti e
filiere hanno riguardato:
• la collaborazione attivata nell’ambito delle iniziative del Distretto tecnologico trentino
sulle energie rinnovabili e le tecnologie ambientali. Il forte investimento che la provincia
di Trento sta facendo in tema di energia e ambiente, ed in particolare sulla qualificazione e
consolidamento di una filiera dell’edilizia sostenibile, ha costituito un’importante opportunità
per l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali e per la realizzazione di progetti territoriali
orientate allo sviluppo sostenibile. Tale opportunità, per quanto riguarda l’intervento di
animazione imprenditoriale nelle aree obiettivo 2, si è concretizzata:
• con la possibilità di indirizzare diversi utenti particolarmente qualificati (giovani progettisti,
lavoratori della conoscenza, progetti di impresa rivolti alla sostenibilità energetica e ambientale)
verso un contesto – quello del distretto tecnologico – che gli consentisse di incrementare il
proprio patrimonio di conoscenze, di reti di relazione e quindi di opportunità di mercato;
• con la possibilità di attivare un’azione di promozione e di sperimentazione riguardante
le ESCo (Energy Service Company) che si è concretizzata con l’organizzazione di un
convegno sul risparmio energetico nelle strutture turistiche e con la costituzione della
prima ESCo pubblica della provincia di Trento, realizzata dal Bim del Chiese in
collaborazione con i Comuni e le imprese dell’area;
• un intervento di animazione realizzato presso le imprese del settore legno, finalizzato
alla costituzione del Consorzio Sofie (Sistema costruttivo casa Fiemme). Un’importate
innovazione riguardante il sistema di costruzione delle case in legno sviluppata dalla PAT in
collaborazione con il CNR Ivalsa, ha fornito l’occasione per promuovere il coinvolgimento
delle imprese del settore legno operanti nelle aree obiettivo 2 nell’ambito di un Consorzio
pubblico-privato che ha lo scopo di organizzare il sistema di offerta trentina all’interno
di un mercato – quello delle case in legno – con grosse potenzialità di crescita a livello
nazionale ed europeo;
• la realizzazione di una ricerca sulle filiere di sub-fornitura della valle del Chiese14. Il tema delle
filiere produttive ha trovato un particolare approfondimento in Valle del Chiese, territorio
caratterizzato dalla presenza di numerose piccole imprese del settore della meccanica e del
legno che operano in subfornitura con i distretti industriali della pedemontana lombarda e
veneta. La ricerca realizzata presso le imprese ha consentito di elaborare progettualità locali
di carattere distrettuale che sono anche servite di riferimento per la definizione di politiche
provinciali in materia di promozione di filiere produttive;
• un’attività di assistenza tecnica alla costituzione del Consorzio Filiera lana Trentina. L’iniziativa
realizzata dall’APOC (Associazione provinciale allevatori ovocaprini) e dalla Sezione imprese
tessili dell’Associazione Artigiani e Pmi della provincia di Trento è finalizzata a valorizzare la
produzione di lana a livello provinciale mettendo in rete un centinaio di allevatori (per l’80%
localizzati in aree obiettivo 2) ed una quindicina di laboratori artigiani del settore tessile.
L’azione di assistenza si è rivolta all’organizzazione logistica della filiera, all’acquisizione del
“marchio Trentino” ed al riconoscimento istituzionale della filiera produttiva.
14 Trentino Sviluppo SpA – BIM del Chiese “Nessuna impresa è un’isola: Indagine sul sistema di subfornitura in Valle del
Chiese” Quaderni di territorio. 2008
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Trentino Sviluppo SpA
10.2 L’offerta di territorio
Il lavoro di animazione del sistema dell’offerta ha comportato anche la realizzazione di
una ricognizione sulla percezione che una serie di attori – istituzioni, categorie economiche,
banche – avevano del processo di imprenditorializzazione del lavoro e sulla loro disponibilità
ad accompagnare concretamente il processo di animazione imprenditoriale nelle aree obiettivo
2. 15
Tale lavoro si è dimostrato particolarmente prezioso in quanto ha consentito di attivare una
serie di collaborazioni – con sindaci, categorie economiche e banche - che si sono espresse sia nella
fase di animazione, sia nella fase di assistenza tecnica all’avvio di impresa e che si sono protratte
per tutta la durata dell’intervento.
Nell’autunno 2004 è stato condotto un intervento di ricerca- azione in cui sono
state realizzate 120 interviste semi strutturate ad attori istituzionali, economici (sindaci,
direttori delle casse rurali, imprese locali, associazionismo sociale, sistema delle rappresentanze
ecc.) finalizzato al raggiungimento di tre obiettivi:
• approfondire la conoscenza dei contesti locali, delle motivazioni della scarsa
imprenditorialità e dei punti di forza che possono essere promossi e sviluppati, attraverso
un analisi qualitativa che consenta una migliore interpretazione dei dati strutturali già resi
disponibili dal DOCUP;
• costruire una rete di “alleanze di progetto” finalizzata a definire un pacchetto di offerte locali
funzionali all’avvio di nuove iniziative imprenditoriali (collaborazione della banca locale con
apertura di linee di credito dedicate, delle amministrazioni locali rispetto alla disponibilità
di spazi e autorizzazioni, relazioni produttive tra settori e aziende operanti localmente,
coinvolgimento delle categorie nella fase di assistenza alle imprese ecc.)
• definire il percorso di animazione e assistenza alla creazione di impresa attivando la
collaborazione dei soggetti istituzionali economici e sociali rispetto alla convocazione degli
incontri, all’individuazione degli interlocutori, all’attivazione di interventi formativi e di
assistenza alla fase di start up, ecc.
L’analisi dei dati emersi dalle interviste agli attori locali hanno evidenziato alcuni caratteri
generali riguardanti le potenzialità imprenditoriali che possono essere attivate nelle aree obiettivo
2 e phasing out della provincia di Trento. Questi caratteri hanno consentito di definire le coordinate
all’interno delle quali si è mosso l’intervento di animazione imprenditoriale (si veda precedente
Box a pag. 13).
I risultati della fase di ricerca azione hanno anche fornito le conoscenze di base per avviare
iniziative di concertazione locale finalizzate a produrre consenso sul progetto e definirne le modalità
di attuazione nei diversi contesti locali.
Tale lavoro ha comportato interventi di presentazione del progetto – propedeutiche all’attività
di animazione vera e propria – realizzati nell’ambito dei Consigli comunali, dei tavoli di
concertazione dei patti territoriali, negli incontri pubblici di avvio dei patti territoriali, nelle sedi
delle rappresentanze locali.
15 Si veda il Rapporto 1 dello “Studio di fattibilità del progetto di animazione imprenditoriale” gennaio 2005.
78
Trentino Sviluppo SpA
10.3 La domanda sociale: l’animazione imprenditoriale
a livello comunale
L’attività di animazione è stata realizzata attraverso cicli di incontri serali nei comuni, organizzati
dai sindaci con vasto coinvolgimento della cittadinanza. In tali incontri sono stati condotti dibattiti
su tre temi di particolare rilevanza:
• l’analisi delle dinamiche socio economiche che caratterizzano gli specifici contesti locali:
sulla base di quanto emerso dalla fase di ricerca-azione sono stati presentati i processi di
trasformazione che caratterizzano i principali contesti economici (agricoltura, turismo,
artigianato, servizi, terzo settore) con l’obbiettivo di attivare un dibattito sui bisogni e le
potenzialità dell’area;
• l’analisi dei processi di trasformazione del mercato del lavoro che caratterizzano l’attuale fase
economica e delle trasformazioni e tendenze dei modelli di produzione e consumo nei singoli
contesti locali;
• la presentazione delle opportunità di sostegno alle nuove iniziative imprenditoriali e di
lavoro autonomo definite dal quadro legislativo provinciale (leggi di settore, ruolo degli enti
funzionali), dall’attivazione di iniziative di sviluppo locale (patti territoriali, progetti Leader,
ecc) e dal coinvolgimento dei soggetti locali (banche locali, amministrazioni, imprese,
ecc).
L’attività di animazione si è caratterizzata come una vasta operazione di sensibilizzazione culturale
su temi economici e sociali, volta ad approfondire i caratteri del processo di imprenditorializzazione
del lavoro che costituisce uno dei principali caratteri evolutivi del postfordismo e del processo di
riposizionamento delle economie locali rispetto all’apertura dei mercati.
Come già evidenziato nella tabella 1 di pag. 14, da marzo 2005 a giugno 2008, l’attività
di animazione ha coinvolto 129 realtà comunali (si vedano le successive tabelle) e 1.878
partecipanti. Una caratterizzazione della tipologia dei partecipanti (per territorio, occupazione
e aspirazioni professionali) è contenuta nel successivo paragrafo 11.1 in cui sono riportati i dati
elaborati sulla base delle schede di partecipazione presentate.
L’attività di animazione ha coinvolto anche alcuni comuni non rientranti nel Docup 2000-2006
ob. 2, (ma comunque coinvolti nelle iniziative di patto territoriale) in quanto, per opportunità di
sede e per facilità di incontri con le varie componenti del tessuto sociale, è in quei Comuni che ci
si è riuniti svolgendo l’attività rientrante nel presente progetto di Animazione territoriale, attività
che è stata rivolta a diretto beneficio degli attori economici dei Comuni eleggibili al finanziamento
con risorse Docup. Va inoltre sottolineato che l’inserimento di tali comuni nei patti territoriali è
motivata dal ruolo essi svolgono nel sistema socio-economico locale, prevalentemente come poli
attrattivi di carattere terziario.
L’attività di animazione ha permesso di censire la domanda di autoimprenditorialità
espressa nelle aree obiettivo 2 attraverso la raccolta di questionari strutturati volti a descrivere le
specifiche idee di impresa (in totale sono stati presentati 410 questionari). La complessa struttura
del questionario ha permesso di analizzare il livello di elaborazione delle singole idee di impresa e
di analizzare nel dettaglio i caratteri qualitativi e quantitativi della domanda. (si veda successivo
paragrafo 11.2)
Sulla base della presentazione del questionario i proponenti sono stati inseriti in un percorso
di elaborazione del piano di impresa e di accompagnamento alla fase di start up (descritto nel
successivo paragrafo 10.4).
79
Tabella 8 Comuni rientranti nei patti territoriali in cui è stato realizzato l’intervento di animazione imprenditoriale (in giallo.)
80
COMUNI OBIETTIVO 2
PATTO PATTO PATTO PATTO PATTO PATTO PATTO PATTO
PATTO PATTO PATTO PATTO VALLE PATTO PATTO
VALLE DEI VALLI VALSUGANA ALTIPIANO VALLE TESINO VALLE BALDO
PREDAIA VIGOLANA MADDALENE DEL CHIESE BONDONE GRESTA
MOCHENI DI LENO ORIENTALE DI PINÈ DI NON VANOI DI CEMBRA GARDA
Fierozzo Terragnolo Sfruz Bresimo Grigno Bedollo Amblar Bieno Bersone Faver
Frassilongo Trambileno Smarano Castelfondo Ivano Fracena Cavareno Canal S.Bovo Bondone Grauno
Palù del F. Vallarsa Rumo Ronchi V. Don Cinte Tesino Brione Grumes
S.Orsola T. Samone Fondo Cast.Tesino Cast.Condino Segonzano
Spera Malosco Pieve Tesino Cimego Sover
Strigno Ruffrè Condino Valda
Telve di Sp. Sardonico Daone Valfloriana
Torcegno Lardaro Capriana
Pieve di Bono
Praso
Prezzo
Storo
COMUNI PHASING OUT
Tres Bosentino Cagno’ Carzano Romeno Bondo Cembra Garnica T. Ronzo
Ton Centa S.N. Cis Castelnuovo Sanzeno Roncone Giovo Cimone
Vervò Vattaro Cloz Novaledo Lisignago
Coredo Vigolo V. Dambel Ospedaletto
Livo Roncegno
Revo’ Scurelle
Romallo Telve
Villa Agnedo
COMUNI NON AGEVOLABILI
Taio Brez Borgo Vals Baselga Ronzone Albiano Mori Ala
Lona-Lases Isera Brentonico
Lavis
Trentino Sviluppo SpA
Trentino Sviluppo SpA
Tabella 9 Comuni fuori patto territoriale in cui e stato realizzato l’intervento (in giallo.)
COMUNI FUORI PATTO
Obiettivo 2 Phasing out Non agevolabili
Rabbi Terzolas Bleggio inf.
Bleggio Sup. Caldes Bolbeno
Zuclo Cavizzana Breguzzo
Concei Flavon Dorsino
Bezzecca Cuneo Fiavè
Tiarno di Sotto Denno Lomaso
Luserna Campodenno Montagne
Vignola Falesina Sporminore Preore
Sagron Mis Spormaggiore Ragoli
Cavedano S. Lorenzo in B.
Rovere della Luna Stenico
San Michele AA Tenno
Faedo Tione
Aldeno
Villalagarina
Nogaredo
Tiarno di Sopra
Lavarone (Folgaria)
Siron
Tonadico
Tabella 10 Sintesi comuni coinvolti nell’intervento di animazione di animazione imprenditoriale.
Intervento realizzato Intervento non realizzato
Comuni Ob2 nei patti 53 0
Comuni phasing out nei patti 34 0
Comuni Ob 2 fuori patto 7 2
Comuni phasing out fuori patto 15 5
Comuni non agevolabili nei patti 7 4
Comuni non agevolabili fuori patto 13 0
TOTALI 129 11
10.4 L’assistenza tecnica all’elaborazione del piano di impresa
10.4.1 I colloqui individuali sul territorio
Dopo aver analizzato in dettaglio il livello di definizione di ciascuna idea d’impresa presentata,
sulla base dei questionari raccolti, in tutti gli ambiti territoriali in cui si è svolta l’attività di
animazione sono stati pianificati dei colloqui individuali con gli aspiranti imprenditori.
Questi incontri sono stati condotti dal gruppo di lavoro affiancato da alcuni specialisti di Trentino
Sviluppo SpA attivati di volta in volta per rispondere a specifiche esigenze. In questo modo si è
riusciti ad avere un panorama di competenze quanto mai variegato e quindi in grado di supportare
fin da subito esigenze e quesiti specifici dei soggetti incontrati.
81
Trentino Sviluppo SpA
L’idea imprenditoriale è fondamentalmente la sintesi di un insieme di riflessioni, esperienze,
stimoli e aspirazioni, ed è al tempo stesso, il cuore del progetto; se l’idea è errata, tutto ciò che ne
consegue è probabilmente sbagliato, e aumentano fortemente le probabilità di insuccesso. Ogni
impresa nasce da un’idea in principio astratta e in qualche caso poco strutturata che, per avere
successo, deve soddisfare essenzialmente due requisiti: un percorso di progettazione puntuale
dell’attività e un’analisi delle capacità personali tecniche e caratteriali che possano supportare
un’attività imprenditoriale. Le iniziative emerse dagli incontri erano in parte nuove ed originali e
altre invece presenti sul territorio, in settori già caratterizzati da ampia presenza imprenditoriale,
oppure erano idee di business che imitano prodotti o servizio già esistenti, considerato che in tutti
i mercati vi è anche un fisiologico turn over e che vi sono quindi imprese che ne rimpiazzano altre,
continuando a produrre beni o servizi più o meno simili.
Molte idee proposte, scaturivano dalla capacità da parte di alcuni aspiranti imprenditori di
individuare i gusti, i bisogni e i desideri delle persone, in qualche caso a partire dai loro stessi
conoscenti e familiari, ma soprattutto dal sapere analizzare se essi vengono soddisfatti interamente
o solo in parte; altri pensieri sono nati dalla riflessione sulle opportunità e le risorse che l’ambiente
circostante poteva offrire, altri ancora dal considerare l’ipotesi di sfruttare in un contesto diverso le
abilità e le competenze maturate grazie ad un’attività lavorativa precedente. Molti dei partecipanti
volevano verificare se i loro interessi o semplicemente le loro capacità non potessero essere
trasformati in una fonte di reddito. Altrettanti curiosi, attraverso la consultazione della legislazione
in tema di incentivi finanziari per lo sviluppo dell’imprenditoria, li ha indirizzati verso un’attività
che non avevano considerato o ritenuto troppo costosa per le loro possibilità. Molte delle persone
incontrate hanno raccontato una propria passione, un’aspirazione tenuta per anni nel cassetto,
convinti di avere buone capacità tecniche nel settore d’interesse o fiduciosi di aver “fiutato l’idea
buona” per mettersi in proprio. Questo primo momento di confronto informale è servito a tutti
per iniziare a valutare criticamente la proposta elaborata con un primo supporto che permettesse
di passare dall’Idea al Progetto.
Durante i colloqui sono stati rivolti quesiti molto spesso di carattere generale, ma in alcuni casi
anche di tipo puntuale e tecnicamente complessi. A questi ultimi ovviamente abbiamo risposto
solo in parte e abbiamo invece subito indirizzato i nostri interlocutori verso servizi specialistici di
Trentino Sviluppo, delle Associazioni di categoria o degli stessi Servizi Provinciali competenti in
materia.
Vediamo in generale quali sono stati i quesiti più frequenti:
• La mia idea è un po’ particolare, vorrei occuparmi di un settore molto di nicchia dove posso
documentarmi? Mi potete indicare con chi posso avere un colloquio di approfondimento?
• Mi aiutate a capire in quale mercato mi vado ad inserire? Non ho mai raccolto elementi
utili per analizzare bene la situazione, ma conosco persone che da quest’attività ricavano
un buon reddito e mi piacerebbe provarci.
• In questo territorio è stato avviato il Patto Territoriale che ha individuato alcune interessanti
opportunità: quale sviluppo può avere il settore in cui intendo operare?
• Da parecchi anni lavoro come dipendente in quest’azienda e penso di avere imparato bene
il mestiere. Avrei intenzione di mettermi in proprio: con chi posso parlare per individuare
gli spazi per avviare un’attività di questo tipo?
• Questo territorio non ha una vocazione turistica forte, ma in alcuni periodi dell’anno
turisti se ne vedono parecchi. Visto che la mia famiglia ha una porzione di casa
82
Trentino Sviluppo SpA
inutilizzata pensavo di ristrutturare e farci un’attività di Affittacamere o Bed & Breakfast
però non ho idea di come riuscire a promuovermi. Cosa devo fare, a chi mi posso
rivolgere?
• Non ho alcuna idea su dove posso recuperare macchinari e tecnologie adatte a
realizzare questi prodotti; per iniziare potrebbero andare bene anche macchine usate
ma forse mi conviene fare subito un investimento in nuove attrezzature, cosa potete
consigliarmi?
• Io ho sempre fatto questo lavoro nel tempo libero, senza valutare bene il valore di quanto
facevo, ma se dovessi partire con un’impresa non ho proprio idea di quali prezzi potrei
applicare.
• Quali sono i requisiti che regolamentano questo tipo di iniziativa?
• Abbiamo già fatto varie esperienze come dipendenti in alcune grandi cooperative sociali:
come possiamo avviare autonomamente una cooperativa che si occupi di bambini e anziani
in valle? Quali Enti Pubblici potrebbero essere interessati a partecipare ad un’iniziativa
come la nostra?
• Dove si possono frequentare eventuali corsi di formazione specialistici per ottenere le
autorizzazioni all’Avvio dell’attività che intendo sviluppare?
• Io vorrei partire con altri amici, ognuno di noi avrebbe funzioni differenti, qual è la forma
societaria più adatta alla nostra idea d’impresa?
• Ci sono contributi economici per l’attività che voglio avviare?
• Sicuramente per riuscire a mettermi in proprio dovrò fare accesso al credito bancario,
anche se non ho particolari garanzie da fornire tranne i miei beni personali che non
intendo rischiare. Con chi mi consigliate di parlare?
• Non ho un progetto chiaro però ho parecchio tempo libero e un po’ di soldi da parte;
volevo quindi confrontarmi con voi per capire in quale ambito posso eventualmente
investire.
• Se avete già assistito iniziative imprenditoriali come quella che io voglio realizzare ce la
posso fare anch’io con l’esperienza acquisita e le risorse a mia disposizione?
In questo confronto molte informazioni sul contesto di riferimento in cui la nuova impresa
sarebbe andata ad operare venivano ad emergere grazie alle domande puntuali che abbiamo
sottoposto per capire quanto il neo imprenditore avesse coscienza delle problematiche legate alla
sua voglia d’impresa.
In un clima sempre disteso e produttivo in cui il nostro approccio è sempre stato di
incoraggiamento anche alle idee più bizzarre e naives in cui abbiamo lasciato raccontare in
libertà a ciascuno quale fosse l’iniziativa da avviare abbiamo comunque sempre cercato di
indagare su:
• quali fossero le precedenti esperienze lavorative nel settore d’interesse e di quali competenze
tecniche fosse in possesso il nostro interlocutore;
• quali fossero le conoscenze commerciali di base e su quale mercato si intendesse operare;
• quali fossero le motivazioni personali ad intraprendere in forma di lavoro autonomo
(aspirazione alla realizzazione personale, ricerca di una maggiore soddisfazione economica,
necessità contingenti, ecc);
• dove, con chi, con quale modalità e con quali tempi vi fosse l’intenzione di avviare una nuova
impresa o una nuova forma di lavoro autonomo;
• quale supporto familiare (economico, morale e operativo) avesse il nostro interlocutore.
83
Trentino Sviluppo SpA
Durante i colloqui si è cercato di fare emergere “quanta stoffa dell’imprenditore” vi fosse in
ciascuno dei nostri interlocutori. In particolare abbiamo inteso fin da subito fare chiarezza sul
fatto che per fare gli imprenditori o avviare forme di lavoro autonomo non è sufficiente possedere
una particolare “competenza produttiva” direttamente fatturabile al cliente. In particolare,
l’amministrazione aziendale con la gestione dei costi e del credito, la ricerca di nuovi clienti e
di diverse opportunità di mercato, l’aggiornamento continuo sugli sviluppi e le innovazioni che
riguardano il proprio mestiere, il recupero dei crediti da parte di clienti che non pagano o pagano
in ritardo, non sono attività marginali o delegabili ad altri.
Ovviamente durante questa fase non si è volutamente andati troppo ad approfondire gli aspetti
economici o finanziari delle varie attività per due ragioni di ordine pratico. In primo luogo qualora
i nostri interlocutori avessero ritenuto importante approfondire la propria idea imprenditoriale
sarebbe stato possibile attivare tramite Trentino Sviluppo uno specifico percorso di assistenza tecnica
volto a supportarli nella predisposizione del Piano d’impresa. In secondo luogo non abbiamo mai
voluto presentare in questa fase gli eventuali aiuti economici a disposizione perché ci è sembrato
decisamente più importante far prima comprendere ai nostri interlocutori limiti e pregi della loro
idea d’impresa e quali investimenti fossero necessari per avviarla, prima di conoscere l’entità dei
contributi che l’ente pubblico poteva loro mettere a disposizione.
10.4.2 Gli incontri di assistenza tecnica all’elaborazione del “job plan”
Come anticipato in precedenza questo progetto ha inteso perseguire un obiettivo di valenza
prevalentemente sociale: diffondere il linguaggio del “fare impresa” come modello di inclusione
sociale e come strumento per affrontare le complesse trasformazioni che caratterizzano il mondo
del lavoro.
Trasferire a persone, nella maggior parte dei casi digiune dei concetti basilari del fare impresa,
quali siano le reali opportunità e insieme le difficoltà di “mettersi in proprio” è sempre
stato il principale traguardo del nostro intervento. Per gli aspiranti imprenditori incontrati questo
è stato tradotto nel fatto che per arrivare ad avviare un’attività imprenditoriale si dovesse passare
necessariamente attraverso la predisposizione di un documento scritto e organizzato contenente
tutta una serie di informazioni utili per preparare la nascita della nuova attività professionale o
d’impresa cercando, se non di ridurre almeno di prevedere, i margini di rischio presenti.
Bisogna fin da subito premettere che il documento che abbiamo fatto elaborare agli aspiranti
imprenditori non si può ritenere un Business plan classico, strumento largamente diffuso
presso commercialisti o consulenti che supportano i neoimprenditori nell’avvio della loro attività
imprenditoriale. Questo documento è strutturato per raccogliere dati e informazioni e per presentare
le condizioni organizzative, di mercato ed economiche che permettano di valutare se il progetto
imprenditoriale avrà possibilità di riuscita. Nel percorso da noi proposto, in generale, si è cercato di
far produrre ai partecipanti un documento in parte diverso, che potremmo denominare Job Plan,
che tende ad enfatizzare le motivazioni e le capacità proprie del soggetto o dei soggetti proponenti
e l’attività di pianificazione organizzativa e strategica della nuova iniziativa mettendo in secondo
piano investimenti e costi.
Solo nei casi più strutturati in cui gli investimenti iniziali si prevedevano ingenti o in cui il
progetto d’impresa era già stato sufficientemente pensato ed elaborato è risultato di fondamentale
importanza “obbligare” gli aspiranti imprenditori a definire con estrema precisione l’ammontare
di questi investimenti, le modalità di copertura finanziaria degli stessi, una separazione netta tra i
costi fissi individuati e i preventivabili costi variabili e una determinazione verosimile del punto di
pareggio e del fatturato previsto.
84
Trentino Sviluppo SpA
Questo modello in prima battuta ha permesso di dialogare in modo più efficace con i nostri
interlocutori rendendo il concetto di impresa più vicino alle loro reali esperienze lavorative e
superando anche una certa retorica del fare impresa che spesso produce un senso di inadeguatezza.
Nella stragrande maggioranza dei casi, queste persone per iniziare la propria attività non avevano
necessità di effettuare investimenti ingenti, definire strutture organizzative di chissà quale
complessità o ricercarsi una sede strutturata con spazi enormi, dipendenti e tecnologie complesse.
Al contrario i nostri interlocutori stavano richiedendo un supporto operativo forse meno tecnico,
ma decisamente più difficile: aiutarli ad elaborare strategie che riguardassero soprattutto un “progetto
di vita” più che un piano d’azienda, dove più che la realizzazione a breve si mettono in conto
risultati non quantificabili economicamente come la soddisfazione personale, il raggiungimento
delle proprie aspirazioni e più in generale l’autorealizzazione. È su questa dimensione che si è
giocato tutto il nostro intervento.
Quando si apre una partita IVA l’unico punto di riferimento è il commercialista o l’associazione
di categoria, il cui apporto è effettivamente importante per orientarsi nel sistema fiscale e
previdenziale. Solitamente però questo aiuto non è sufficiente a comprendere come tale scelta
impatterà sul nostro modo di lavorare e sulla nostra vita professionale e privata. È spesso possibile
constatare come aspetti centrali dell’attività autonoma vengano percepiti solo a distanza di anni
dall’apertura della Partita IVA. Le situazioni di difficoltà prodotte da questo ritardo nell’acquisizione
di consapevolezza spingono il neo imprenditore a rivedere superficialmente il proprio modo di
lavorare, le relazioni con i clienti, la modalità di gestione dei costi e dei ricavi, la gestione della
propria crescita professionale, come se mancasse una visione strategica.
Il lavoro autonomo è caratterizzato da un modo di lavorare diverso da quello dipendente –
che caratterizzava la situazione di partenza di molti nostri interlocutori - perché comporta cicli
temporali e assunzione di rischi completamente differenti. All’ambizione di decidere i propri
obiettivi, di definire le strategie e di gestire autonomamente il proprio percorso professionale, si
affiancano le fatiche e le ansie che caratterizzano il lavoro autonomo: la mancanza di sicurezze e
garanzie, la necessità di crearsi un mercato, le scadenze che si avvicinano, i pagamenti che non
arrivano, il committente che comunica che il progetto non interessa più perché gli obiettivi sono
improvvisamente cambiati.
Uno dei primi nodi che si è dovuto affrontare è far percepire ai nostri interlocutori
l’importanza di pianificare la propria attività. Tra i partecipanti agli incontri era, infatti,
abbastanza diffusa la convinzione che l’elaborazione del piano di impresa fosse solo un adempimento
burocratico - magari da delegare ad un consulente - necessario per accedere ad eventuali incentivi
provinciali. Diversi interlocutori giustificavano questa convinzione con l’affermazione di aver
già nella propria memoria tutti i contenuti rilevanti per l’avvio dell’impresa ed erano portati a
sottovalutare i vantaggi che possono derivare da una razionalizzazione formalizzata e articolata di
tutte le componenti strategiche e gestionali del business. Si è posto quindi l’accento sul piano di
impresa come strumento costantemente perfezionabile che consente, sulla base di informazioni
realistiche, rilevanti e complete, di determinare il grado di convenienza e quello di rischio legati
all’iniziativa – fattori di cui l’imprenditore deve esse costantemente cosciente - e con il quale
mantenere un rapporto costante nel tempo, integrando e correggendo, rivedendo o puntualizzando.
Di fronte a tale atteggiamento si è insistito nel dire che elaborare un piano scritto della propria idea
d’impresa, oltre al tempo e a una piena dedizione, richiedeva uno sforzo intellettuale superiore alla
semplice immaginazione.
Elaborare i job plan ha prima di tutto significato valutare le dimensioni che caratterizzano il
lavoro autonomo (rischio, conoscenza, autonomia, reti di relazione) spingendo i nostri interlocutori a
85
Trentino Sviluppo SpA
valutare le proprie attitudini personali, prima ancora che imprenditoriali: valutazioni relative alla
propria capacità di gestire l’incertezza, al proprio bisogno di autonomia e di sicurezza, alle proprie
competenze e capacità relazionali, alla disponibilità di occuparsi di questioni amministrative e
commerciali oltre a quelle strettamente professionali, al loro patrimonio di relazioni attivabili a
fini produttivi.
10.4.2.1 La dimensione del rischio
La dimensione del rischio è un elemento imprescindibile dal fare impresa in cui le variabili
in gioco all’interno e all’esterno dell’azienda sono in parte imprevedibili. Questo concetto è stato
più volte ribadito con il fine di aiutare a realizzare pianificazioni accurate per cercare di ridurre
i margini di indeterminatezza. Stimare il grado di rischio complessivo ha comportato alcune
difficoltà e il superamento di alcuni ostacoli, soprattutto quando l’idea d’impresa era appena
abbozzata e non si disponeva quindi di tutti i dati e gli elementi conoscitivi della situazione. La
redazione del job plan, ha permesso di prendere in considerazione tutti quei fattori che influiscono
oggettivamente sul successo dell’impresa (la concorrenza nel nostro settore, la localizzazione
dell’iniziativa, l’andamento del mercato, la copertura finanziaria dell’investimento...), di riflettere
su quali e quante siano le decisioni da prendere per avviare l’impresa e quindi familiarizzare con
il concetto del rischio.
Un concetto del rischio, che non è solo connesso agli investimenti di impresa, ma che è anche
un aspetto immanente nella vita professionale degli individui che svolgono il proprio lavoro in
forma indipendente. La dimensione del rischio è anche correlata alla mancanza di garanzie sociali,
di tutele, di forme previdenziali adeguate e quindi va affrontata con il ricorso ad assicurazioni, fondi
di investimento, fondi pensione personali, che costituiscono costi vivi dell’attività di impresa. Ma
prima ancora che nelle forme di autotutela finanziaria, il rischio va affrontato incrementando il
proprio patrimonio di competenze e di relazioni sociali. Il successo di un’attività autonoma dipende
sempre più dalla capacità di incrementare le proprie competenze e dalla capacità di entrare in rete,
in relazione, in collaborazione, con altri soggetti.
Elaborare il job plan, non mirava a voler garantire di per sé ai partecipanti il successo personale
e dell’eventuale impresa, ma permetteva, sicuramente, di ridurre il rischio di fallimento. Il lavoro
svolto ha comportato un vero e proprio smontare e rimontare un servizio/prodotto in tutte le sue
componenti, quindi anche aspetti procedurali, organizzativi senza nessuna limitazione, ad esaminare
tutto ciò che poteva apportare contributi al successo di un prodotto/servizio, per poi ricomporlo
cercando di identificarne comunque i difetti e punti deboli e i relativi perfezionamenti.
La valutazione di tale elemento nel corso degli incontri, ha scoraggiato o spinto a ponderare
o rivalutare l’idea di molti desiderosi imprenditori. Dall’analisi del rischio dei progetti d’impresa
presentati, è emerso che di solito vi è un rapporto proporzionale fra grado di rischio, profittabilità
dell’idea e aspetti di novità: solitamente un’attività imprenditoriale più tradizionale e più affermata
sul mercato ha un grado di profittabilità più basso, mentre un’attività più innovativa, caratterizzata
da aspetti di novità e cambiamento (non solo del prodotto ma anche dell’organizzazione), e molto
più rischiosa, ma ha più alte possibilità di profittabilità.
10.4.2.2 La dimensione della conoscenza
Un uguale rilievo è stato dedicato alla dimensione della conoscenza che rappresenta una
determinante fondamentale delle trasformazioni in corso nel mondo del lavoro. Sempre di più
andiamo verso forme di lavoro cognitivo, ossia lavoro speso nella produzione di qualche forma di
86
Trentino Sviluppo SpA
conoscenza. L’aggiornamento delle proprie competenze è il prerequisito che permette di rinnovare
le forme di creatività e propositività da immettere nel proprio lavoro. La dimensione della
conoscenza è la risorsa strategica per acquisire una posizione di forza di fronte a un committente
che richiede competenze specialistiche, per migliorare le proprie condizioni lavorative, per ridurre
la dimensione del rischio e aumentare gli spazi di autonomia.
Come si potrà meglio vedere nei capitoli successivi, i partecipanti al percorso di progettazione
d’impresa presentavano complessivamente un buon livello di competenza nella produzione di beni
e servizi che caratterizza l’attività in cui intendono intraprendere, mentre deboli e lacunose sono
risultate le competenze relative al mercato, alla commercializzazione ed alla gestione amministrativa
dell’impresa. Soprattutto i più giovani sono – giustamente – concentrati sul contenuto del lavoro
che stanno per intraprendere piuttosto che sulle modalità gestionali commerciali e contrattuali
dell’attività d’impresa. Per molti, la semplice scelta della forma giuridica da adottare è risultata di
difficile interpretazione.
L’enfasi con cui sono stati trattati i vincoli e le opportunità del lavoro autonomo nasce da
una semplice constatazione: gestire una partita IVA comporta un lavoro a sé stante. Il lavoratore
autonomo è obbligato a dotarsi di una competenza a parte, non meno importante di quella
che riguarda il proprio lavoro “direttamente produttivo” (o fatturabile). La gestione dei costi,
dell’amministrazione, la ricerca dei clienti, l’aggiornamento sugli sviluppi e le innovazioni
che riguardano il proprio mestiere, il recupero dei crediti da parte di aziende o enti locali che
non pagano o pagano con ritardi esasperanti non sono attività marginali o delegabili ad altri.
Riguardano il lavoro del lavoratore autonomo e ne costituiscono a tutti gli effetti il “secondo
contenuto” o la seconda sfera di attività parte integrante del proprio mestiere, finalizzato a
garantire un livello di qualità adeguato alle aspettative dei clienti e la propria crescita e sviluppo
professionale.
Il livello di competenze - anche produttive - espresso dai partecipanti è tipicamente contestuale,
fondato su percorsi di studio e formazione, su pregresse esperienze lavorative (in gran parte di tipo
dipendente o sviluppate nell’ambito dell’azienda di famiglia), sull’appartenenza e sul radicamento
nel contesto locale (osservazione delle dinamiche locali, esperienze di parenti e conoscenti). Più
rare sono risultate le competenze sviluppate nel confronto con reti più ampie, esterne al contesto
locale.
Pur sottolineando il valore della conoscenza tacita e contestuale che costituisce una peculiarità
della microimpresa che opera nei sistemi locali, è stato opportuno evidenziare come l’assenza di una
rete vasta di acquisizione di competenze costringe il neo imprenditore entro i confini del mercato
locale, spesso circoscritto ai clienti conosciuti in modo diretto e a modalità di apprendimento di
tipo consuetudinario e poco formalizzato.
È stato opportuno ribadire come l’apprendimento e la formazione non rappresentano più
momenti separati da quelli prettamente lavorativi, ma coesistono in un intreccio sempre più
articolato. L’investimento continuo in conoscenza diventa, pertanto, centrale per la permanenza
nel mercato. L’estrema velocità del cambiamento dei mercati, delle imprese, del contesto
istituzionale e legislativo, delle tecnologie richiede non solo continui aggiornamenti, ma anche
una grande flessibilità, in modo da adeguare la propria professionalità alle nuove esigenze.
Restare fermi significa condannarsi all’obsolescenza, al contrario essere capaci di cogliere il
cambiamento è importante per sfuggire alla pressione competitiva che in molti settori di attività
è sempre più soffocante. Il sapere, la formazione, sono da considerare risorse strategiche per
conquistare visibilità sul mercato, per sviluppare e perfezionare la professionalità, per diventare
e mantenersi competitivi.
87
Trentino Sviluppo SpA
10.4.2.3 La dimensione dell’autonomia
Lo status di lavoratore autonomo implica lo sviluppo di una dimensione di autonomia;
la consapevolezza - in gran parte psicologica e legata all’identità dell’individuo- del mutato ruolo
produttivo e della necessità di attivarsi per la ricerca di commesse e per il mantenimento e lo
sviluppo delle proprie professionalità.
Il tema dell’autonomia assume particolare rilevanza all’interno degli attuali modelli di
riorganizzazione del mercato del lavoro, dove le forme di lavoro autonomo spesso nascondono
rapporti di subordinazione e monocommittenza. Essere imprenditori di se stessi significa non avere
un “datore di lavoro”, ma dei “clienti”, non venire pagati per il tempo della prestazione, ma per i
risultati che si producono in relazione a obiettivi prefissati, non avere un potere di rivalsa contrattuale,
ma un potere negoziale. Lavorare e continuare a cercare - mentre si lavora - più committenti dà la
possibilità di avere più alternative e quindi di scegliere quale lavoro conviene fare.
Altrettanto importante è considerare il contributo che il lavoro può dare in termini di
apprendimento, di apertura di nuovi mercati, di conquista di un nuovo cliente o di fidelizzazione
di un cliente già acquisito. Quando si accetta la condizione di autonomo, ci si abitua ad organizzare
la propria attività professionale senza lasciare al caso o ad altri il compito di farlo. È strategico
considerare la propria attività come il momento presente di un progetto professionale in via di
sviluppo e investire sulle competenze e sulle relazioni, evitando di farsi guidare dagli eventi o da
commesse occasionali che arrivano senza essere scelte in base a precisi criteri.
Oltre ad essere bravi nel proprio lavoro è necessario essere in grado - fin dai primi passi - di dare
il giusto valore alla propria attività. La definizione del prezzo del bene o del servizio erogato alla
potenziale clientela è stato uno degli aspetti più problematici del percorso di definizione del job
plan, in quanto alla definizione del prezzo concorrono una molteplicità di indicatori (domanda,
concorrenza, posizionamento nel mercato, strategia di marketing mix...). Tra questi indicatori un
ruolo importante svolgono la capacità di valorizzare la propria professionalità, ed anche le attività
accessorie, non visibili al cliente, ma comunque indispensabili. Imparare a dare valore al proprio
lavoro e a negoziare è molto importante, anche se è una fase delicatissima e impegnativa della
relazione con il cliente. Dare valore vuol dire comprendere le fatiche e le difficoltà che ci sono nel
nostro modo di lavorare. L’aspetto economico non è disgiunto dalle competenze che si utilizzano,
dalla cura e dalla passione che viene messa nel lavoro. Prezzi elaborati in una logica di ribasso e di
sconto nella speranza che il cliente si “accorga della nostra professionalità” non sono utili perché
delegano al cliente una valutazione sulla nostra professionalità.
È, inoltre, importante essere capaci di reggere l’incertezza e lo stress che deriva dalla condizione
di solitudine in cui molto spesso ci si trova ad operare. È fondamentale essere attenti al cambiamento
e flessibili (situazioni diverse da quelle auspicate non devono trovare impreparati perché in questo
caso è più difficile gestire le nuove condizioni e i rischi sono molti); essere consapevoli di operare
in un contesto legislativo complesso e in un contesto fiscale e previdenziale non favorevole, anche
in termini burocratici.
Una corretta pianificazione finanziaria è uno strumento fondamentale per garantirsi l’autonomia.
Lavorare in proprio significa mettere in conto di lavorare senza certezze di reddito. I primi mesi
di attività sono particolarmente critici, perché: occorre anticipare le spese di investimento per le
quali non sempre si può contare su crediti bancari o incentivi pubblici; normalmente si fattura a
lavoro finito c’è quindi un ritardo, che può essere cospicuo, tra attività lavorativa e fatturazione; il
pagamento delle fatture, per cattiva consuetudine, arriva con un ritardo sulla fatturazione di 30-
60 giorni o più; occorre prevedere di dover pagare l’Iva sulle fatture emesse, anche se, queste non
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Trentino Sviluppo SpA
sono ancora state incassate; occorre prepararsi alla prima scadenza per il pagamento dell’IRPEF e
dei contributi previdenziali, che comporterà un esborso particolarmente pesante. È fondamentale
tener presente che l’analisi dell’andamento economico non può essere delegata al rendiconto
bancario o peggio ancora alla situazione del conto corrente.
10.4.2.4 La dimensione delle reti
Le dimensioni del rischio, della conoscenza e dell’autonomia possono trovare un importante
elemento di compensazione e di crescita nella dimensione delle reti di relazione che consentono
di trovare nuovi clienti e di aggiornare le proprie competenze. La possibilità di entrare in relazione
con persone che si occupano dell’attività o del settore in cui si opera è un elemento significativo
dal punto di vista delle conoscenze degli scenari: consente il passaggio di informazioni, dati ed
elementi conoscitivi che costituiscono una forma di aggiornamento rispetto a prodotti, processi,
alleanze e concorrenza.
La microimpresa artigiana, turistica, agricola riesce ad essere competitiva grazie all’appartenenza
a reti di filiera, di distretto, di territorio, che gli consentono di perseguire strategie di specializzazione e
produrre economia di scala. L’appartenenza a reti produttive, commerciali, di promozione consente
l’accesso a mercati che il piccolo imprenditore da solo non riuscirebbe mai a raggiungere.
Le reti locali - a partire da quelle familiari - forniscono le risorse di competenze, di lavoro, di
finanza alla base dello sviluppo della microimpresa, a queste si aggiungono le reti di territorio da cui
la microimpresa trae i suoi fattori di competizione, ma anche le risorse di welfare che consentono
di ridurre la dimensione del rischio.
Nei territori montani fare impresa è difficile, per mancanza di infrastrutture e di servizi terziari,
ma è anche per questo che nei territori montani si sono tradizionalmente sviluppate reti che
consentono una divisione sociale del rischio di impresa.
Emblematico, nel caso trentino, è lo sviluppo del sistema cooperativo che consente: da un
lato il mantenimento e lo sviluppo di una microimprenditorialità diffusa, anche nei territori più
marginali della provincia (i tanti soci cooperatori che producono mele, latte, uva, piccoli frutti);
dall’altro lato di proiettare, attraverso le centrali cooperative, queste produzioni sui mercati
nazionali ed internazionali. Analogo discorso può essere fatto per lo sviluppo delle realtà consortili
nel mondo artigiano.
Tra le reti di territorio assumo rilevo quelle sviluppate nell’ambito dei patti territoriali, che possono
essere considerati grandi progetti di impresa che coinvolgono l’intero sistema locale e che si alimentano
delle tante iniziative di imprenditorialità sociale, fornendo loro una visione strategia condivisa.
Alle reti locali si aggiungono quelle di livello provinciale fatte di associazioni di categoria,
agenzie formative, fornitori di capitali, agenzie per l’innovazione, strutture camerali, oltre la
stessa Amministrazione provinciale. Un complesso di attori oggi fortemente impegnati nella
promozione di politiche coalizionali volte a sostenere la competitività dei sistemi locali trentini
attraverso politiche di filiera, di distretto, di sostegno all’innovazione, di marketing territoriale, di
promozione dell’internazionalizzazione.
Il riferimento a queste reti è stato di fondamentale importanza per lo sviluppo e l’avvio delle
nuove realtà imprenditoriali. Il riferimento a queste comunità economiche e professionali ha
contribuito a far sentire i nostri interlocutori meno soli nella propria avventura imprenditoriale,
e di attingere a bacini di competenze che hanno contribuito a rafforzare la loro determinazione e
la loro identità di imprenditori.
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Trentino Sviluppo SpA
10.4.2.5 Articolazione del percorso di elaborazione del job plan
Gli incontri finalizzati all’elaborazione del job plan sono stati svolti sui vari territori ed in
ed in orario serale per venire incontro agli impegni della maggior parte delle persone che hanno
richiesto la nostra assistenza. Nel complesso sono state realizzate 54 serate di assistenza, a cui
partecipato 213 persone. I piani di impresa elaborati, pur con un diverso livello di definizione,
sono stati 135.
L’attività di assistenza all’elaborazione del Job plan è stata articolata nell’ambito di quattro
serate in cui sono stati affrontati i seguenti argomenti.
I° INCONTRO - Introduzione generale
- La figura e le caratteristiche dell’imprenditore
- Motivi di successo e insuccesso delle attività d’impresa
- Le attività d’impresa e le forme di lavoro autonomo
- Analisi delle differenti forme giuridiche
- Esercitazione individuale
II° INCONTRO – La strategia d’impresa
- Analisi del contesto competitivo
- Pianificazione delle attività e struttura organizzativa
- Obiettivi del piano di marketing e strategie di Mktg mix
- Esempi ed esercitazione individuale
III° INCONTRO - amministrazione e finanza
- Regime fiscale, aspetti previdenziali ed assicurativi
- Aspetti contabili e amministrativi
- Determinazione del punto di pareggio
- Esempi ed esercitazione individuale
IV° INCONTRO - verifica dei piani elaborati e feedback
- Analisi individuale del Job plan elaborato
- Individuazione degli step necessari alla costituzione dell’attività
- Riferimenti e contatti di interesse
Nei primi mesi di attività sui territori veniva proposto anche un quinto incontro incentrato
su fisco e previdenza. Pur essendo pienamente convinti della necessità per una qualsiasi iniziativa
economica di affrontare le problematiche fiscali che ne regolano l’esistenza, abbiamo valutato che
trattare quest’argomento in modo rigoroso in questa fase di supporto alla definizione dell’Idea
producesse un effetto sostanzialmente negativo e demotivante rispetto all’entusiasmo necessario
per affrontare una sfida di questo tipo. Nel contempo, ritenendo che per avviare una nuova
iniziativa imprenditoriale vi sia la necessità di avere piena consapevolezza anche in questa materia,
abbiamo fornito alcuni cenni, trattandoli sinteticamente assieme agli aspetti contabili e finanziari,
nell’ambito del terzo incontro.
I primi tre incontri di gruppo sono risultati sempre molto partecipati ed il taglio degli
incontri di carattere generale ha cercato sempre di coinvolgere tutti i presenti. Anche negli
esempi pratici portati abbiamo sempre cercato di fornire strumenti facilmente utilizzabili da
ciascuno nel contesto della propria idea d’impresa e del proprio territorio. Il taglio molto pratico
e operativo che si è voluto dare agli incontri ed il fatto che i vari partecipanti si conoscessero
quasi sempre tra loro ha perciò permesso di uscire dalla formalità del momento affrontando nel
concreto dubbi e quesiti a 360°.
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Trentino Sviluppo SpA
Durante le serate gli argomenti sono stati affrontati sia da un punto di vista rigorosamente
teorico, sia dando spazio al dibattito e portando esempi concreti spesso calati sulla realtà delle
idee imprenditoriali presenti in aula. Al termine di ciascuna serata è stato lasciato un documento
da sviluppare secondo una traccia precompilata in modo tale da obbligare tutti i partecipanti a
ragionare per iscritto sulla propria strategia imprenditoriale analizzandone così i punti di forza e
di debolezza e soprattutto individuando i bisogni ancora inespressi su cui tornare a fine percorso.
In questa fase di pianificazione abbiamo voluto insistere riguardo l’utilità di progettare la propria
attività pensando non solo al bene (prodotto o servizio) che ci viene richiesto dal cliente e per il
quale questo è disposto a pagare un giusto prezzo ma anche alle attività di contorno il cui valore
non viene direttamente percepito dal cliente, ma sono assolutamente necessarie per un’efficace
realizzazione del prodotto o somministrazione del servizio.
Al termine dei tre incontri è stato lasciato anche un compact disk contenente un semplice
programma sviluppato su foglio di calcolo con cui l’aspirante imprenditore avrebbe potuto analizzare
tutti gli elementi economici e finanziari della propria iniziativa. Naturalmente quest’ultima parte
seppur ridotta al minimo è risultata la più complessa per molti dei nostri interlocutori. In alcuni
casi al contrario alcune persone con le idee particolarmente chiare e una maggiore dimestichezza
con gli aspetti amministrativi e contabili hanno ritenuto opportuno presentare un documento più
strutturato con un piano sui tre anni.
Il modello di job plan trasmesso ai partecipanti agli incontri era composto da due parti
principali:
• una “sezione descrittiva” nella quale si richiedeva, oltre alla presentazione della natura e finalità
del progetto, elementi quali l’analisi del mercato e della concorrenza, la descrizione dei
prodotti offerti, il piano strategico ed operativo dell’investimento. Solamente nel momento
del quesito e soprattutto della stesura, gli aspiranti imprenditori erano stimolati a riflettere
e ad interrogarsi, rispondere a quesiti mirati (cosa, come, quanto, dove...), che obbligavano ad
individuare l’identikit dell’attività e dalle quali emergevano soprattutto le difficoltà e gli aspetti
critici;
• una “sezione numerica” nella quale si richiedevano di estrapolare dai dati qualitativi emersi
nella sezione precedente le informazioni quantitative; dovevano effettuare delle proiezioni di
calcolo, ossia delle stime di rendimento economico e di performance finanziaria del progetto
attraverso la compilazione di 4 macro fogli di lavoro: investimenti/finanza, ricavi, costi fissi e
costi variabili. In tal modo erano spinti all’analisi preventiva dei costi e dei ricavi, a stabilire
l’ammontare degli investimenti necessari ad avviare l’attività e gli eventuali finanziamenti da
richiedere.
Nella parte descrittiva, l’aspirante imprenditore era guidato a percorrere i seguenti passi:
• definire, come primo passo, una credibile idea o immagine di quello che intende realizzare, con
lo scopo di far capire ad altri che cosa vorrebbe produrre, a chi sarà diretto il prodotto, come
lo comunicherà. Queste informazioni permettevano in sintesi di indicare come è nata e come
si è sviluppata l’idea imprenditoriale, il profilo dell’imprenditore e la struttura giuridica;
• procedere con la raccolta dei dati essenziali per analizzare e verificare le possibilità del mercato;
dopo una prima definizione dell’idea, i quesiti preposti stimolavano da una parte il confronto
dell’idea con le concrete possibilità, in positivo o in negativo, presenti nel settore e nel mercato
di riferimento, e dall’altra a sondare le possibilità di miglioramento o di ridefinizione dell’idea
stessa. In tale passaggio potevano così chiarire chi è il destinatario del proprio prodotto o
servizio, descriverne l’ambiente e sceglierne il mercato in cui operare, analizzare il profilo della
concorrenza e stabilire di conseguenza il piano di marketing. Al fine di compilare in modo
esauriente tale parte del job plan, si è cercato inoltre di trasmettere l’importanza fondamentale
91
Trentino Sviluppo SpA
di integrare le specifiche conoscenze con ulteriori dati, provenienti da diverse fonti, utili a
contribuire alla composizione di un quadro organico, esauriente e motivato del nuovo
business;
• definire lo scopo e gli obiettivi di medio e lungo periodo che ci si prefigge di raggiungere, e
successivamente inserirli nel piano d’impresa affinché risultino chiari a tutti i destinatari;
• scegliere la strategia e l’organizzazione, intesa come la regola di funzionamento grazie alla
quale si raggiungeranno gli obiettivi preposti evidenziando le ragioni di coerenza con gli
obiettivi della strategia e con i criteri di ottimizzazione dei costi.
La parte descrittiva è servita in sintesi a fornire tutte le informazioni inerenti all’idea
imprenditoriale, la professionalità necessaria per il suo sviluppo, il mercato prescelto, le persone
coinvolte, i mezzi e le attrezzature necessarie.
Nella parte numerica l’aspirante imprenditore doveva essenzialmente individuare le risorse
economico-finanziarie e definire punti d’arrivo misurabili. Verificata l’idea del mercato, il passo
successivo che si portava a compiere era, infatti, quello di misurare la fattibilità economica e
finanziaria del progetto. A tale scopo, il semplice programma in excel, li aiutava ad individuare
gli investimenti, i costi e il fatturato e, automaticamente calcola, la redditività. Sono stati quindi
affrontati argomenti quali il margine di contribuzione, il punto di pareggio, ecc.. Dal punto di
vista economico l’elaborazione mirava a verificare se le previsioni consentivano di raggiungere
in tempi ragionevoli un equilibrio reddittuale (un pareggio fra costi e ricavi) e successivamente
di conseguire un risultato reddittuale positivo; dal punto di vista finanziario permettevano di
individuare e predisporre le opportune coperture ai fabbisogni monetari previsti. Il percorso
tracciato permetteva di rispondere a domande quali: Quanto costa e quanto rende l’attività? Dispongo
dei fondi necessari per avviare l’impresa? In quanto tempo è possibile rientrare nel capitale investito? L’idea
è economicamente valida e quindi fattibile?
Il quarto incontro si è svolto invece ancora una volta individualmente con chi ha voluto ed
è riuscito ad elaborare, anche se in modo parziale, il Job plan di cui era stata fornita traccia. Con
questi aspiranti imprenditori abbiamo cercato di comprendere quali ragionamenti vi fossero dietro
le scelte strategiche presentate. A coloro che non sono stati in grado di utilizzare autonomamente
lo strumento elettronico abbiamo comunque chiesto di raccogliere con la maggior accuratezza
possibile preventivi di attrezzature e materie prime, di analizzare i prezzi proposti dalla concorrenza,
di individuare il fabbisogno finanziario con cui far fronte agli investimenti iniziali e infine di
definire la capacità produttiva e commerciale della nuova attività. Con queste informazioni
abbiamo compilato assieme i campi richiesti dal foglio elettronico in modo tale da poter analizzare
l’idea anche dal punto di vista economico riuscendo far ragionare gli aspiranti imprenditori su
quali motivazioni avessero determinato alcune scelte rispetto ad altre.
In questo ultimo confronto sul Piano elaborato si è cercato sempre di far comprendere al nostro
interlocutore che un’impresa non è fatta solo di competenze legate alla produzione del bene o del
servizio che si vuole vendere, ma si è chiamati a dotarci di un metodo di lavoro che ci consenta di
svolgere in modo efficace un’attività che è fatta di tante capacità, molte frutto dell’esperienza, ma
molte di tipo specialistico che a conti fatti conviene acquistare da uno specialista esterno anziché
“arrangiarsi” andando a distogliere tempo e risorse preziose rispetto a quello che sappiamo fare
meglio. Tipico in questa fase l’invito a rivolgersi quindi all’Associazione di categoria di riferimento
o al limite ad un professionista per gestire la contabilità e altri aspetti tecnici.
Se per tutta la durata dell’assistenza tecnica il nostro atteggiamento è stato di incoraggiamento
a qualsiasi idea ci fosse presentata, durante l’ultimo incontro individuale il nostro ruolo ci ha
obbligato invece ad analizzare criticamente, talora anche in modo rigido, il Piano predisposto
92
Trentino Sviluppo SpA
facendo emergere soprattutto le contraddizioni e le lacune presenti nei documenti. Questo ci ha
permesso di capire quanto i nostri interlocutori credessero nel loro progetto e ha permesso loro
di prepararsi realisticamente alle difficoltà e quindi agli esami che avrebbe fatto loro il mercato
nel momento in cui avessero deciso di fare il grande salto avviando la propria attività. Inoltre in
molti casi i documenti elaborati in soli quattro incontri presupponevano un ulteriore sforzo di
approfondimento ed elaborazione per raggiungere una pianificazione comunque sufficientemente
chiara e completa.
Un risultato di notevole spessore raggiunto, oltre che di grande motivazione per gli aspiranti
imprenditori, è stato valutare come i soggetti che hanno seguito l’intero percorso, impegnandosi
anche nei “compiti a casa” loro assegnati di volta in volta, siano riusciti ad elaborare strategie
organizzative e di marketing particolarmente raffinate, talvolta non ipotizzabili dopo il primo
colloquio individuale.
Anche coloro che non sono stati in grado di elaborare un documento completo, hanno
comunque avuto la possibilità di avere maggiore consapevolezza di quali opportunità e di quali
difficoltà si incontrino nel cercare di “mettersi in proprio” cercando di organizzare e governare
il proprio futuro da imprenditore o da lavoratore autonomo. Siamo convinti di essere riusciti a
far comprendere come per emergere siano necessarie “qualità” come le abilità e le competenze
professionali, la creatività e lo spirito d’iniziativa, l’autostima e la consapevolezza di sé. Tutti
questi elementi accompagnati dalla necessaria esperienza sul campo, che un neo imprenditore
deve senz’altro sviluppare, contano in misura molto maggiore del capitale finanziario e delle giuste
conoscenze.
10.5 L’accompagnamento alla fase di start-up
Conclusa la fase di assistenza tecnica che ci ha permesso di valutare su basi concrete la bontà
dei progetti elaborati con le potenzialità che questi potevano esprimere ma anche con le difficoltà
di ordine pratico, organizzativo ed economico che questi avrebbero dovuto affrontare, è toccato
agli aspirati imprenditori determinare, secondo le specifiche esigenze di ciascuno, se, come e
quando decidere di avviare la loro nuova attività.
Ma a questo punto per queste persone si poteva aprire un percorso ad ostacoli che avrebbe
potuto portarli a perdere molto del loro entusiastico ottimismo, ancora prima di partire. Sono
note a tutte le difficoltà burocratiche e le lungaggini a cui ci si deve sottoporre per avviare una
nuova attività d’impresa nonostante la Pubblica Amministrazione stia attuando molti tentativi di
semplificazione negli ultimi anni.
Per facilitare quest’ultimo passaggio verso le nuove imprese, prima di partire con il Progetto
sul territorio abbiamo presentato il nostro programma d’intervento ai seguenti interlocutori:
• dirigenti dei Servizi Provinciali di diretto interesse per il progetto (Turismo, Agricoltura, Artigianato);
• direttori delle maggiori Associazioni di Categoria a livello provinciale (Albergatori, Artigiani,
Industriali, Federazione delle Cooperative, Contadini, ecc);
• tutti i Sindaci dei Comuni - Obiettivo 2 - in cui abbiamo operato;
• rappresentanti delle Banche locali e dei consorzi fidi che operano a livello provinciale;
• altri soggetti di supporto (Trentino Sviluppo, Distretto Tecnologico - Habitech, Ceii Trentino,
Consolida, ecc).
Tutti questi interlocutori ci hanno a loro volta indicato dei referenti all’interno delle loro
strutture tecniche che con diverse funzioni potevano supportare la fase di avvio di una nuova
attività imprenditoriale.
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Trentino Sviluppo SpA
Con queste premesse ha preso avvio quindi l’ultima fase di assistenza, che abbiamo chiamato
di accompagnamento, in cui gli aspiranti imprenditori sulla base delle loro esigenze sono stati
fisicamente accompagnati, o comunque indirizzati, presso gli uffici provinciali o comunali, le
associazioni di categoria presenti nei vari territori o qualcuno degli altri soggetti che, con diversi
ruoli, possono supportare la fase di start-up di una nuova attività economica. È così risultato più
efficace ed efficiente fare incontrare gli aspiranti imprenditori emersi dal lavoro svolto nelle valli
con i funzionari tecnici che avrebbero potuto dare loro immediata soluzione ad un problema o ad
ogni specifica esigenza per richiedere autorizzazioni, ottenere permessi, assolvere obblighi e così
via.
I progetti interessati alla fase di accompagnamento sono stati 93: 54 hanno
avuto come riferimento funzionari dei servizi provinciali; 43 hanno avuto come riferimento
rappresentanti di associazioni di categoria.
Occorre segnalare come arrivati a questo punto si sia entrati in merito, come era lecito
aspettarsi, anche agli aspetti relativi ad incentivi e contributi a disposizione delle nuove attività
economiche. Riteniamo però che anche in questo senso il percorso di assistenza realizzato abbia
contribuito ad raggiungere un risultato importante: questi aiuti pubblici non rappresentavano
più l’obiettivo dell’incontro, ma semplicemente lo strumento per riuscire a concretizzare - magari
meglio e senz’altro con qualche preoccupazione in meno - un obiettivo sicuramente più alto e di
lungo respiro come appunto il riuscire a realizzare la propria aspirazione a “mettersi in proprio”.
Riteniamo che questa fase di accompagnamento abbia rappresentato un momento davvero
importante e qualificante in questo progetto di animazione imprenditoriale in cui siamo riusciti a
fare colloquiare domanda sociale e offerta istituzionale.
Siamo convinti che in generale riuscire a facilitare il contatto tra le esigenze della popolazione
sui territori e i soggetti istituzionali e tecnici che ne sono i naturali interlocutori, per dare concretezza
al principio di sussidiarietà, permetta ai cittadini di potersi avvalere in modo più diretto ed efficacie
delle numerose competenze tecniche, spesso nascoste, presenti in particolare all’interno della
Pubblica Amministrazione trentina.
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Trentino Sviluppo SpA
11. La domanda di imprenditorialità emersa
nelle aree obiettivo 2.
11.1 Analisi delle schede di partecipazione
agli incontri di animazione imprenditoriale
Al termine di ciascun incontro di animazione è stato chiesto ad ogni partecipante di compilare
una scheda di partecipazione precedentemente predisposta, impiegata non solo quale
documento necessario ai fini della rendicontazione trimestrale del progetto (richiesta dall’Unione
Europea), ma anche come strumento di rilevazione per comprendere la composizione del campione
dei partecipanti che si è formato, in un certo senso, autonomamente (si tratta, dunque, di un
campione auto selezionato).
La scheda richiedeva la compilazione di una parte anagrafica, cui si aggiungeva un quesito
riguardo l’interesse ad avviare un’attività imprenditoriale, in caso di risposta affermativa, erano di
seguito richiesti alcuni dati: la tipologia d’impresa, il settore di attività e l’interesse per i servizi di
Trentino Sviluppo.
Nel corso di 129 incontri di animazione imprenditoriale realizzati a livello comunale sono
state raccolte 1.878 schede di partecipazione (dato fine settembre 2008). L’elaborazione statistica di
seguito presentata è stata realizzata nel luglio 2008 e riguarda 1.741 schede di partecipazione.
11.1.1 Distribuzione dei partecipanti a livello comunale
Sul numero dei partecipanti alle serate di animazione nei singoli comuni ha talvolta inciso la
stagione in cui queste si sono svolte. In quella estiva, pur evitando, di norma, di effettuare incontri nel
mese di agosto, si è comprensibilmente registrato un numero di partecipanti inferiore a quello di altri
momenti dell’anno. Un elemento di successo è stato individuato nel collegamento degli incontri di
animazione alle serate di presentazione dei Patti territoriali. Tuttavia, la variabile determinante nella
partecipazione del pubblico va senz’altro ricondotta all’intraprendenza della locale Amministrazione
comunale ed in primo luogo del Sindaco, nell’organizzazione dell’incontro.
La distribuzione del numero dei presenti, infatti, non è direttamente proporzionale alla
popolazione del Comune in cui si è intervenuti. Se non stupisce la partecipazione registrata in
comuni popolosi come Ala (59 partecipanti) o Storo (41); certo diversa è l’interpretazione del
dato di Spormaggiore (60 partecipanti in un comune di 1.254 abitanti) di Cis (43 partecipanti in
un Comune di circa 300 abitanti) o di Cimone (43, Comune con circa 570 abitanti), alta anche la
media dei presenti all’incontro del Bleggio Superiore (49), Sagron Mis (32) Tonadico e Siror (38).
I Comuni che hanno fatto segnare più di trenta partecipanti agli incontri sono stati: Taio (39),
Livo (37, in un Comune di poco più di 850 abitanti), Frassilongo (32, su circa 350 abitanti), Sagron
Mis (32, su poco più di 200 abitanti), e infine Pieve di Bono (30).
Tra i venti e i trenta partecipanti si sono registrati a Luserna (29, su circa 290 abitanti), Tione
(28), Fierozzo (28, su 440 abitanti). Si sono avuti 27 partecipanti a Baselga di Pinè, Grumes e Siror
e 26 a Valfloriana.
11.1.2 Gli utenti del percorso di animazione
Gli incontri di animazione si sono tenuti in orario serale presso locali messi a disposizione
dalle varie Amministrazioni comunali (sala del consiglio comunale, biblioteca, teatro, ecc).
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Trentino Sviluppo SpA
Come già detto, la stessa organizzazione degli incontri è stata affidata ai Sindaci in quanto,
sulla base delle loro conoscenze, potevano meglio individuare i soggetti maggiormente interessati
agli argomenti trattati nel corso delle serate. Le modalità di organizzazione delle serate sono state
diverse: pubblicazione di un avviso sull’albo comunale, lettere di invito alle famiglie, coinvolgimento
delle associazioni presenti nel comune, ecc.
Trattandosi in gran parte di piccoli comuni questi incontri hanno costituito una sorta di
evento che ha richiamato un pubblico eterogeneo composto non solo persone interessate ad
avviare attività di impresa, ma anche persone semplicemente interessate agli eventi economici e
sociali del proprio comune.
Relativamente alla tipologia di partecipanti agli incontri di animazione, si possono comunque
evidenziare alcuni dati di sintesi:
• l’età media degli intervenuti agli incontri di animazione è risultata di 36 anni (in un arco
anagrafico di partecipanti dai 16 agli 81 anni);
• significativa la distribuzione per genere: agli incontri hanno partecipato 462 donne, pari
al 26,53% del totale;
• la componente di stranieri ha fatto registrare solo l’1,60% dei presenti agli incontri.
• il dato relativo all’occupazione dei partecipanti al momento degli incontri conferma
la struttura dell’occupazione trentina, tanto che l’interesse per i temi degli incontri non pare
strettamente legato alla propria condizione professionale;
• il dato dei lavoratori autonomi (29,4%) rispecchia una maggior propensione alla diversificazione
della propria attività, mentre l’alta percentuale dei dipendenti (38,2%) va divisa tra chi manifesta
l’intenzione di cambiare professione e chi è alla ricerca di un’integrazione del reddito;
• significativa la presenza di studenti (11.3%), mentre la percentuale di partecipazione di
lavoratori precari e disoccupati ha raggiunto, in entrambi i casi, il 2,5% sul complesso
dei partecipanti.
Tabella 11 Occupazione attuale dei partecipanti. Rapporto di lavoro
Frequenza Percentuale
Dipendente 665 38,2
Lavoratore autonomo 511 29,4
Studente 197 11,3
Disoccupato 44 2,5
Precario 44 2,5
Casalinga 42 2,4
Pensionato 98 5,6
Non risponde 140 8,0
Totale 1741 100,0
NOTA: La domanda sull’occupazione attuale nella Scheda di Partecipazione è stata formulata come una domanda aperta.
Pertanto si sono riaggregate le risposte in fase di elaborazione secondo una classificazione individuata ex-post.
In presenza di notevoli lacune - visto che solo circa un terzo dei partecipanti ha risposto alla
domanda inerente alla propria attuale professione - tra i dipendenti, al di là alle grandi categorie
di impiegato ed operaio (che riguardano rispettivamente il 12 ed l’8,8% di chi ha specificato
la risposta), non si è in grado di suggerire distribuzioni marcate da percentuali significative. Nella
categoria degli autonomi, invece, al di là degli agricoltori, artigiani e imprenditori, sorprende la
quota dei liberi professionisti, attestata nel 6% del totale dei partecipanti, pari al 21,6% di chi ha
risposto alla domanda (che, si ricorda, era posta in forma aperta).
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Trentino Sviluppo SpA
Tabella 12 Partecipanti. Lavoratori Dipendenti
Frequenza Percentuale valida
Operaio 156 23,5
Impiegato 210 31,6
Insegnante 47 7,1
Bancario e affini 22 3,3
Autista 23 3,5
Cuoco 9 1,4
Muratore 16 2,4
Periti tecnici 17 2,6
Altro 165 24,8
Totale lavoratori dip. 665 100,0
Tabella 13 Partecipanti. Lavoratori Autonomi
Frequenza Percentuale
Agricoltore 72 14,1
Imprenditore 76 14,9
Artigiano 135 26,5
Commerciante 37 7,3
Libero professionista 112 22,0
Altro 78 15,3
Totale 510 100,0
11.1.3 Interesse ad avviare un’attività di lavoro autonomo
Alla domanda sull’interesse ad avviare una nuova attività, di qualunque tipo, (anche di integrazione
del reddito) purché esercitata in forma autonoma, ha risposto affermativamente il 57,2% dei
partecipanti, mentre il 26,1% ha risposto negativamente (il 16,7% non ha risposto). L’analisi di
questo dato, incrociato con quello dell’età media dei partecipanti, conferma ancora una volta la forte
propensione al lavoro di trentini, che per lo più nelle zone montane si manifesta in un mix occupazionale
di lavoro dipendente (o lavoro autonomo) e di un’integrazione del reddito prevalentemente ricavata
dall’agricoltura. Questa attività di integrazione trova origine in genere nella coltivazione di terreni del
patrimonio ereditario, coltivati nel tempo libero con l’aiuto dei membri della famiglia.
I partecipanti che hanno espresso interesse ad avviare una nuova attività, hanno in media 34
anni, età in cui lo studio e l’esperienza rende possibile la svolta verso l’attività d’impresa, ma anche
età in cui è ragionevolmente prevedibile, o quantomeno auspicabile, il passaggio generazionale di
un’azienda di famiglia.
Tabella 14 Interesse ad avviare un’attività di lavoro autonomo
Frequenza Percentuale Percentuale valida
Si 995 57,2 68,6
No 455 26,1 31,4
Totale 1450 83,3 100,0
Non risponde 291 16,7
1741 100,0
97
Trentino Sviluppo SpA
Interesse ad avviare una attività N Età Media Deviazione std.
Non risponde 240 40,02 13,156
Si 940 33,95 11,860
No 433 39,46 14,721
11.1.4 Tipologia d’impresa e settore di attività in cui si vorrebbe intraprendere
Passando alla tipologia d’impresa, la tabella seguente evidenzia una maggior propensione
per l’impresa individuale (32,5% delle totali schede), anche se il dato dell’impresa con soci
(17,3%), aumentato di quello relativo alla forma cooperativa (5,9%), descrive un maggior
equilibrio. L’incrocio con l’età media rende possibile un’ulteriore considerazione. Chi vorrebbe
scegliere la forma cooperativa (in media una persona di circa 39 anni) sembra essere maggiormente
consapevole di ciò che comporta questa forma giuridica, mentre l’indicazione impresa con soci (i
cui proponenti hanno in media 32 anni), anche andando a valutare le descrizioni dell’attività che
si vorrebbe svolgere, esprime un’indicazione di carattere più generico.
Tabella 15 Tipologia di impresa che si vorrebbe avviare
Frequenza Percentuale
Impresa individuale 566 32,5
con soci 302 17,3
Cooperativa 102 5,9
Totale 970 55,7
Non risponde 771 44,3
Totale 1741 100,0
Tipologia di impresa N Età Media Deviazione std.
Non risponde 695 39,44 14,030
Impresa individuale 536 34,11 11,672
con soci 284 32,10 11,571
Cooperativa 98 38,67 13,436
Passando al settore attività in cui si vorrebbe intervenire, il quadro dei risultati presenta
una distribuzione relativamente omogenea.
Il settore privilegiato sembra essere l’agricoltura (28,9%), seguito a breve distanza dai Servizi
(28,2%), dal Turismo (27,8%) e dall’artigianato (26,9%), mentre il solo Commercio fa segnare un
dato inferiore (18,3%). Il basso risultato del settore commerciale, che ai partecipanti agli incontri
non sembra riservare grandi opportunità, testimonia le difficoltà di quest’ambito nelle aree
montane, soprattutto in rapporto ai dati della grande distribuzione operante sul fondovalle.
L’alta percentuale del settore terziario, da una parte evidenzia la risposta positiva ad una serie
di attività tradizionalmente deboli nelle zone montane (quando non del tutto assenti), attività che
anche per questo si desidererebbe intraprendere; dall’altra, mette in luce che l’interesse ad avviare
un’attività di lavoro autonomo registrata nel corso degli incontri non si riduce all’integrazione del
reddito in ambito agricolo.
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Trentino Sviluppo SpA
Alla luce di quanto osservato nelle fasi ulteriori del progetto, nel settore terziario va inteso anche
il dato significativo delle attività artigiane di servizi alla persona (salone parrucchiera, estetista, centro
wellness, tagesmutter), le quali saranno spesso segnalate nelle tabelle con un asterisco, ad evidenziarne
la doppia natura (dal punto di vista dell’attività economica: settore servizi; dal punto di vista giuridico:
artigianato). Va poi ricordato che molti partecipanti hanno risposto evidenziando più di un settore.
Tabella 16 Settore nel quale si desidera avviare l’attività
Risposte
N Percentuale di casi
Settore di Attività Agricoltura 293 28,9%
Artigianato 273 26,9%
Turismo 282 27,8%
Commercio 186 18,3%
Servizi 286 28,2%
Totale 1320 130,2%
Una riclassificazione delle idee imprenditoriali o, per meglio dire, dei desideri, della propensione
all’esercizio di un’attività autonoma espressa dai partecipanti agli incontri, evidenzia alcuni valori
degni di nota. Anche in questo caso, pur in presenza di una percentuale di risposte pari al solo
36% del totale dei partecipanti, la descrizione dell’attività che si vorrebbe intraprendere, aggregata
secondo i codici ATECO, offre alcuni spunti significativi.
La categoria che offre un numero maggiore di preferenze è quella della ricettività turistica
(19,9% sul totale di chi ha risposto); segue l’artigianato (18,3%), quindi, agricoltura e zootecnia
(12,3%), i servizi di consulenza e progettazione (9,4%), i servizi turistici (8,5%) ed infine lo sport
e intrattenimento (7,7%). Il rilievo del dato relativo al turismo, già visto in termini aggregati,
si fa più sensibile tenuto conto che oltre alla ricettività, vi si possono sommare i dati relativi ai
servizi destinati a questo settore e quelli relativi allo sport e intrattenimento (mentre la categoria
comprende già in sé l’attività agrituristica).
Tabella 17 Riclassificazione ATECO dell’idea imprenditoriale
Percentuale
Frequenza Percentuale
valida
Agricoltura zootecnia 77 4,4 12,3
Silvicoltura e Ripristino Ambientale 20 1,1 3,2
Artigianato 114 6,6 18,3
Commercio ingrosso 6 0,3 1
Commercio dettaglio 30 1,7 4,8
Ricettività turistica 125 7,2 19,9
Servizi di trasporto 18 1 2,9
Servizi turistici 53 3 8,5
Servizi immobiliari 3 0,2 0,5
Servizi informatici e video 32 1,8 5,1
Servizi consulenza e progettazione 59 3,4 9,4
Istruzione 17 1 2,7
Sanità 11 0,6 1,8
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Trentino Sviluppo SpA
Percentuale
Frequenza Percentuale
valida
Sport e intrattenimento 48 2,8 7,7
Estetica benessere 14 0,8 2,2
Totale 627 36 100
Non Risponde 1114 64
Totale 1741 100
NOTA: Nella Scheda di partecipazione si chiedeva di descrivere sinteticamente l’idea imprenditoriale. Tali indicazioni sono
state riclassificate in fase di elaborazione, selezionando alcune categorie ATECO che più si avvicinavano alle descrizioni.
11.1.5 Interesse per i servizi di Trentino Sviluppo
La domanda riguardo alle attività di Trentino Sviluppo era per lo più inerente ai servizi offerti
nell’ambito del progetto, vale a dire le azioni di accompagnamento ed assistenza tecnica ai progetti
d’impresa che si sono poi svolte nelle fasi successive.
Qui, a fronte di un 33,1% che non ha risposto alla domanda, si segnala l’interesse per tali
attività nel 56,7% delle risposte.
L’incrocio con l’età media riporta coerentemente il dato dell’interesse per l’avvio di un’attività:
chi era interessato ad investire in un’attività, lo era anche per i servizi di assistenza tecnica.
Tabella 18 Interesse ai servizi di TS
Frequenza Percentuale
si 988 56,7
no 176 10,1
Totale 1164 66,9
Non Risponde 577 33,1
Totale 1741 100,0
Tabella 19 Età media di chi è interessato ai servizi di TS
Interesse ai servizi di TS N Media Deviazione std.
Non risponde 513 39,40 14,165
Si 929 34,40 11,880
no 171 37,62 14,874
Significativo è comunque anche il dato che 65 persone pur non dichiarandosi, attualmente,
intenzionate ad avviare un’attività hanno manifestato l’intenzione si partecipare agli incontri di
assistenza alla formazione del piano di impresa.
Tabella 20 Interesse ai servizi di TS e Interesse ad avviare un’attività
Interesse ad avviare una attività Totale
si no si
si 840 65 905
Interesse ai servizi di TS
no 38 132 170
Totale 878 197 1075
100
Trentino Sviluppo SpA
11.1.6 Osservazioni sul dibattito pubblico
L’indicazione dell’idea imprenditoriale nelle schede di partecipazione nella
maggior parte dei casi non ha poi trovato sviluppo concreto. Il dato riveste tuttavia una
certa importanza dal punto di vista, per così dire, sociologico, soprattutto perché quest’idea non
si è quasi mai limitata ad un’indicazione generica, ma ha prodotto un’enorme gamma di ipotesi
imprenditoriali singolari, definite, difficilmente riconducibili ad aggregazioni di ordine maggiore,
se non a quella dei settori di attività, esposte nelle tabelle precedenti.
Nei tre anni del progetto, anche al di là delle schede, si sono incontrate numerose propose
originali che hanno richiesto un chiarimento: costruire un kartodromo elettrico, aprire una riserva
di caccia privata, produrre zoccoli di legno, sono solo alcune di queste, esposte dai proponenti
in vari incontri individuali, ipotesi che però non hanno avuto (e in qualche caso non avrebbero
comunque potuto) aver corso. La singolarità delle proposte non deve stupire, perché talvolta,
come vedremo, è stato proprio da un’idea originale, e non necessariamente radicata nel territorio,
che sono partite le imprese (l’allevamento di pappagalli ne è un esempio).
Più che soffermarsi sulle varie ipotesi, che a questo stadio non erano che espressioni di un
desiderio, sembra per ora maggiormente opportuno aggiungere alcune osservazioni di carattere
qualitativo, derivanti dall’esperienza sul campo, dal confronto con il pubblico aperto nella fase
del dibattito. Se ne propongono, dunque, alcune, relative alla percezione dei settori nei quali sono
state espresse il maggior numero di proposte imprenditoriali.
L’agricoltura
L’agricoltura di montagna viene percepita come un vanto del territorio trentino, benché,
naturalmente – specie da parte degli artigiani e dei commercianti – non siano mancate obiezioni
e critiche alla politica volta al suo sostegno. In termini concreti, negli interventi del pubblico
proveniente dal mondo rurale sono emerse alcune criticità, ma pure alcuni processi in atto: le
notevoli difficoltà e l’introduzione del lavoro a turno in zootecnia; l’evoluzione dell’agricoltura
di qualità verso il servizio (non solo con l’accoglienza in azienda o in cantina, ma anche con
l’organizzazione di eventi, o ancora con esperienze come la fattoria didattica); la recente messa
a coltura di terreni abbandonati o precedentemente convertiti ad altra destinazione in aree
interessate dalla crisi della media impresa; le preoccupazioni per l’andamento della produzione e
del mercato in territori monocolturali (per la concorrenza di paesi emergenti); le dinamiche non
sempre serene delle realtà associate e consortili; la rinnovata esigenza di disporre di alcuni prodotti
destinati alla vendita diretta da parte dei soci delle cooperative; le opportunità dell’agriturismo,
vissuto, soprattutto in passato, come opportunità economica (e di incentivazione pubblica), spesso
ancora privo di elementi di qualificazione dell’attività ricettiva.
Il mondo rurale ha in buona parte confermato i caratteri di laboriosità, di dedizione, di
efficienza (di manutenzione del territorio, attività che spesso gli agricoltori ritengono di non vedersi
riconosciuta) ma nel contempo ha manifestato una serie di interrogativi sugli scenari futuri, nel
timore di perdere competitività e valore.
Nell’ambito agricolo le proposte sono rimaste entro i termini tradizionali: agriturismo (in gran
numero e in varia forma, anche con fattoria didattica), allevamento di animali (galline, struzzi,
pecore, capre, ruminanti minori, trote, lumache, api, cani da slitta, alpaca, selvaggina, pappagalli),
caseificio, coltivazione grano saraceno, piccoli frutti, prodotti biologici, piante officinali, floricoltura,
coltivazione tartufi. La maggior parte delle proposte (escluse quelle inerenti all’attività agrituristica,
ha avuto per lo più una sola occorrenza).
101
Trentino Sviluppo SpA
I servizi
La classificazione delle idee espresse in merito ad un’attività nell’ambito dei servizi risulta più
difficile, in virtù dell’eterogeneità degli elementi che possono essere inclusi in questa categoria. Va
ribadito che nella percezione del pubblico sembra cresciuta la necessità di intervenire in questo settore,
sia in ragione della sua debolezza nelle zone svantaggiate, sia in risposta ad alcuni fenomeni sociali
legati alla trasformazione del mondo del lavoro (è sempre più forte, ad esempio, anche in periferia, la
richiesta relativa agli asili nido). Accanto ai servizi alla persona (salone parrucchiera, centro benessere,
centro estetico) ed a quelli di carattere socio-assistenziale (assistenza a famiglie con anziani, disabili, la
cui portata è forse avvertita con minore intensità in ragione della forte presenza delle associazioni di
volontariato), si segnalano alcune ipotesi di carattere culturale (formazione ai ragazzi, organizzazione
di eventi) e di servizi alle imprese (soprattutto nell’ambito della comunicazione, dell’informatica
e della pubblicità). La presenza di liberi professionisti (soprattutto tecnici, geometri, ingegneri,
architetti, ma anche psicologi, operatori d’ambito culturale, ricercatori, archivisti) pur limitata, è
tuttavia significativa perché è transitata, quasi direttamente, alla fase successiva del progetto. Tra gli
altri servizi si segnala con interesse la presenza delle attività legate ai trasporti e manutenzione strade.
L’esigenza di miglioramento nell’offerta in questo settore si è manifestata in modo insistente nelle
discussioni degli incontri, soprattutto nei comuni costituiti da un numero notevole di frazioni.
Il turismo
Il settore turistico è emerso dalle discussioni degli incontri come un ambito in corso di
ridefinizione, che si sta muovendo verso una nuova interpretazione delle risorse del territorio
montano. Mutata la struttura della domanda turistica (come da anni è noto nei territori provinciali
dove questa vocazione è più forte) anche nelle aree con minore tradizione si sta cercando una
diversa strutturazione dell’offerta: turismo rurale, turismo enogastronomico, enoturismo,
equiturismo, turismo del trekking, turismo del wellness, turismo per famiglie. Proprio in virtù del
recente sviluppo verso queste nuove forme di offerta, il turismo non è sembrato soltanto un nuovo
ambito per la creazione di un’integrazione del reddito familiare (specialmente con le domande
inerenti ai Bed & breakfast e affittacamere, in prevalenza femminili), ma anche, in qualche modo,
come un’opportunità per ripensare il proprio ruolo nel contesto sociale.
La diffusa consapevolezza di poter mettere a disposizione: risorse naturali poco contaminate,
un basso grado di inquinamento ambientale, un’accorta gestione dei rifiuti, il contenimento
del consumo energetico e l’adozione di fonti rinnovabili di energia, l’impiego di prodotti
enogastronomici di qualità o di eccellenza, una migliorata competenza nella gestione delle
strutture ricettive, unita a manifestazioni culturali o di intrattenimento in media con l’offerta
nazionale, sembra rendere il settore turistico trentino, nelle sue espressioni minori (ma per
questo più significative dal punto di vista sociale) un’opportunità per ridurre la percezione delle
diseguaglianze sociali delle zone svantaggiate; anzi, in più di un’occasione, un ambito per ridurle
concretamente. Quello dei servizi turistici è sembrato inoltre un settore in cui la componente
femminile può trovare modo di proporsi con maggiore intraprendenza rispetto ad altre attività
economiche, esprimendo anche rilevanti competenze culturali.
Le proposte per il settore turistico vanno dalle nuove professioni (accompagnatore di territorio,
ambientale, naturalistico, guida turistica, guida alpina, animatore, organizzatore manifestazioni)
all’affittacamere, al bed & breakfast (formula di notevole suggestione e di interesse crescente per
il pubblico, anche in virtù del limitato numero di requisiti richiesti per accedervi) all’ostello, al
recupero del maso tipico (nella formula interessante ma ancora poco nota dell’ospitalità rurale); al
bar, bar stube, disco-pub, ristorante, pizzeria, rifugio alpino; fino al parco agricolo, al parco solare
102
Trentino Sviluppo SpA
(con visita agli impianti per la trasformazione dell’energia) al parco tecnologico virtuale. Anche qui,
eccettuati i bed & breakfast, la maggior parte delle proposte ha fatto registrare una sola occorrenza.
L’artigianato
L’artigianato, che nelle zone montane spesso – almeno secondo l’opinione dei partecipanti – è
sembrato quasi coincidere con l’espressione locale del settore secondario, è percepito come la realtà
più dinamica del territorio, anche in presenza di una congiuntura che lo ha individuato come forza
in grado di assorbire e ammortizzare il contraccolpo della crisi economica (e della delocalizzazione
di alcune fasi produttive) della media impresa. Negli interventi, accanto all’espressione di un
disagio dovuto – secondo gli interlocutori – ad una disparità di trattamento dei settori economici
in Trentino, che tenderebbe a sfavorire gli artigiani, è sembrato degno di nota lo spazio dedicato
alla necessità di investimento nel settore tecnologico ed anche (in parte) della ricerca, quasi ad
intravederne un potenziale innovativo per tutto il settore (anche qui in coerenza con quanto
rilevato nella già citata, recente analisi Nessuna impresa è un’isola).
Quello dell’artigianato è sembrato il settore più dinamico, colto in un momento di crescita non
solo nelle attività tradizionali, ma anche nel settore dei servizi alla persona e della comunicazione
d’impresa. Un settore in costante formazione, che esprime un’urgente necessità di approfondire
il proprio bagaglio di competenze. Un settore che chiede all’ente pubblico di proporsi come
interlocutore nell’analisi delle dinamiche del mercato e del quadro normativo che lo disciplina.
Tra le idee presentate in questo ambito, si segnalano proposte nel settore edile, della lavorazione
del porfido, della ceramica, del legno, delle costruzioni di case in legno, in quello delle lavorazioni
meccaniche, idrauliche, dell’autoriparazione, dei trasporti; dei serramenti, degli impianti elettrici,
audio, realizzazione di scandole, pizza al taglio, negozi di parrucchiera (quest’attività, di norma
artigianale, viene spesso classificata nell’ambito dei servizi alla persona, per cui – come ricordato – in
questo caso, come ad esempio in quello dell’estetista, la percezione dell’attività professionale tende
a gravitare su due diverse categorie). Varie proposte di questo settore riguardavano ampliamenti,
diversificazioni produttive, assistenza e verifica di progetti di espansione dell’attività economica.
11.2 Analisi dei questionari di presentazione dell’idea di impresa
Il secondo momento del progetto comportava una rilevazione più precisa dei bisogni di chi
intendeva avviare un’attività imprenditoriale – anche per dar luogo alle fasi successive di assistenza
e accompagnamento – e comportava quindi una maggior esposizione da parte dei partecipanti,
fatto che di per sé ha portato ad una rapida selezione.
Al termine degli incontri di animazione, o ancora durante la fase di dibattito sono stati
distribuiti dei Questionari d’ingresso alla fase di assistenza tecnica, rivolti a chi, oltre al desiderio
di intraprendere un’attività economica (sondato nelle schede), avesse già in mente un’idea più
chiara, articolata: in alcuni casi, un progetto ben definito, strutturato. I questionari potevano essere
compilati e riconsegnati al momento, oppure trattenuti e consegnati nei giorni successivi presso il
Municipio, oppure presso lo sportello della Segreteria di un Patto territoriale.
Il Questionario, ideato e definito nella prima fase del progetto, è un documento composto di
sei pagine, per un totale di 34 domande divise nelle seguenti sezioni: dati generali, dati territoriali,
l’imprenditore e la sua esperienza professionale, l’impresa e il suo business. Oltre ai rilievi anagrafici
e di territorio, le sezioni inerenti all’imprenditore e all’impresa erano rivolte ad una seria analisi
delle competenze e dell’articolazione dei contenuti richiesti dal progetto imprenditoriale.
103
Trentino Sviluppo SpA
Di fatto, come è stato ricordato dai partecipanti, la fase di compilazione del questionario è
diventata spesso un “esame di coscienza del potenziale imprenditore”: un’analisi delle sue motivazioni,
competenze specifiche, opportunità di mercato, della conoscenza dei processi di produzione,
marketing, distribuzione, gestione dei rapporti clienti/fornitori, gestione della fase finanziaria e
conoscenza dell’iter autorizzativo (qualora richiesto). Va tuttavia ricordato che a questo stadio, più
che di un approfondimento, si è trattato, appunto, di un’autoanalisi riservata a ciascun proponente,
che a tale scopo poteva disporre di tutto il tempo che riteneva necessario. L’analisi vera e propria è
stata condotta in seguito, nella fase di assistenza tecnica e in quella di accompagnamento.
Nel complesso sono stati raccolti 410 questionari (dato settembre 2008).
L’elaborazione statistica effettuata nel giugno 2008 riguarda 351 questionari., pari al
18,6% del totale di partecipanti agli incontri di animazione imprenditoriale (totale considerato:1878
schede partecipazione).
La distribuzione dei questionari per genere segnala subito un dato degno di nota: ben 136
donne hanno deciso di proseguire nel progetto, pari al 38% del totale, a riprova non solo
della dinamicità della componente femminile nelle zone svantaggiate, ma anche della necessità,
da parte di questa componente, di far fronte con intraprendenza ad una maggiore difficoltà sotto il
profilo occupazionale. Solo 6 questionari risultano presentati da persone di nazionalità
straniera.
11.2.1 La distribuzione delle idee di impresa per territorio
Nella tabella seguente, si può seguire la distribuzione del numero di questionari presentati per
tipologia di comune destinatario dell’intervento, vale a dire comune obiettivo 2 (comune svantaggiato
secondo i parametri UE in vigore nel momento di definizione del progetto), comune phasing out
(comune in sostegno transitorio, considerato “in via di uscita” dalle zone svantaggiate).
La definizione delle aree Obiettivo 2 e di quelle Phasing out ha, com’è noto, origine nelle
politiche comunitarie. Le aree ob. 2 sono considerate aree con difficoltà strutturali, zone in fase
di mutazione socio-economica, zone rurali in difficoltà (secondo parametri che riguardano la
popolazione, l’andamento demografico, socio-economico, il livello di infrastrutturazione). Le aree
Phasing out sono aree che secondo questi parametri non sono più ammissibili all’aiuto dei fondi
comunitari europei, aree tuttavia per le quali i regolamenti comunitari hanno previsto un adeguato
sostegno di carattere transitorio, per consolidare i risultati raggiunti in precedenza.
Nella tabella sono compresi anche i questionari presentati in Comuni non agevolabili, vale a
dire Comuni non inclusi nelle due categorie esposte qui sopra. Si può notare come la maggior
parte dei questionari siano stati raccolti proprio nell’ambito di Comuni svantaggiati:
ben il 54,7% del totale (contro il solo 31,3% presentato in quelli phasing out).
Tabella 21 Questionari raccolti per tipologia di comune
Frequenza Percentuale
obiettivo 2 192 54,7
phasing out 110 31,3
non agevolabili 48 13,7
Totale 350 99,7
Non risponde 1 ,3
Totale 351 100,0
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Trentino Sviluppo SpA
La tabella seguente mostra invece la distribuzione di schede e questionari per ciascun comune.
I Comuni che hanno visto presentare il maggior numero di questionari sono quello di Luserna
(27 questionari in un Comune di circa 300 abitanti) e quello di Spormaggiore (20 questionari).
Significativi anche gli 11 di Storo e di S. Orsola Terme (Comune con 900 abitanti), i 10 di Ala e di
Cloz (Comune con circa 700 abitanti).
Qui, ancor più di quanto detto in merito agli incontri di animazione, è stata in primo luogo
l’intraprendenza delle Amministrazioni comunali, ed in particolar modo dei Sindaci, a permettere
di sondare i bisogni e di rispondere alla domanda di imprenditorialità espressa dalla popolazione.
Non c’è dubbio che il dato singolarissimo di Luserna sia stato stimolato da un intervento di sostegno
alla domanda di imprenditorialità condotto in primo luogo dalla locale Amministrazione, che ha
cercato di interpretare le esigenze dell’area comunale ed ha strettamente collaborato nelle varie
fasi dell’intervento.
L’andamento triennale del progetto ha confermato che in tutte le zone montane, ed in misura
più marcata in aree di evidente svantaggio, la figura del “sindaco imprenditore” (imprenditore del
proprio territorio) è destinata ad assumere peso sempre maggiore nelle dinamiche di sviluppo,
anche alla luce delle responsabilità di programmazione che le deleghe provinciali hanno inteso e
intendono assegnargli.
Nella tabella di seguito si confrontano i Comuni nei quali sono stati effettuati gli interventi e
raccolte le Schede di partecipazione con quelli delle persone che hanno compilato il Questionario.
Si è quindi calcolato il rapporto tra Schede consegnate e Questionari compilati, con l’unico intento
di quantificare la percentuale di coloro che erano particolarmente interessati ad attivare un’impresa
imprenditoriale per Comune di appartenenza rispetto al totale di persone che si sono presentati
agli Incontri di animazione.
Tabella 22 Numero di Questionari per Comune (confronto con le schede di partecipazione)
Comuni Comuni Percentuale
Questionari di presentazione dell’idea Schede di partecipazione compilazione
imprenditoriale all’incontro di animazione questionari
Non Risponde 3 Non risponde 17 18%
Ala 10
Ala-Avio 1 Ala Avio 59 2%
Albiano 4 Albiano 21 19%
Alta val di Cembra
1
(Grauno, Grumes, Valda)
Avio 4
Baselega di Pinè 7 Baselega di Pinè 27 265%
Bassa Villagarina 2
Bedollo 3 Bedollo 25 12%
Bersone 1 Bersone 12 8%
Bezzecca 3
Bienno 3 Bienno 11 27%
Bleggio Inferiore 4
Bleggio Superiore 8 Bleggio Superiore 49 16%
Bondone 3 Bondone 13 23%
Borgo Valsugana 5
Breguzzo 9
105
Trentino Sviluppo SpA
Comuni Comuni Percentuale
Questionari di presentazione dell’idea Schede di partecipazione compilazione
imprenditoriale all’incontro di animazione questionari
Brentonico 3 Brentonico 21 14%
Bresimo 20
Brez 5 Brez 20 25%
Brione 6
Cagnò 7 Cagnò 20 35%
Campodenno 8 Campodenno 11 73%
Canal San Bovo 4 Canal San Bovo 21 19%
Castel Condino 1 Castel Condino 15 7%
Castelfondo 15
Castel Tesino 6 Castello Tesino 21 29%
Castelnuovo 1
Cavareno / Denno 1 Cavareno 7 14%
Cavedago 7 Cavedago 20 35%
Centa S. Nicolò 5
Cimego 4 Cimego 12 33%
Cimone 4 Cimone 13 31%
Cinte Tesino 2
Cis 43
Cles 1
Cloz 10 Cloz 13 77%
Concei 4 Concei 13 31%
Condino 1 Condino 13 8%
Coredo 4 Coredo 19 21%
Cunevo 5 Cuneo 13 38%
Dambel 15
Daone 1 Daone 22 5%
Denno 3 Denno 19 16%
Don 1 Don 1 100%
Dorsino 20
Faver 3 Faver 9 33%
Fiavè 19
Fierozzo 6 Fierozzo 28 21%
Flavon 1 Flavon 14 7%
Fondo 2 Fondo 7 29%
Frassilongo 3 Frassilongo 32 9%
Garnica Terme 6 Garnica Terme 14 43%
Giovo 10
Grigno 9
Grumes 1 Grumes 27 4%
Lardaro 2 Lardaro 8 25%
Lavarone 1
Lisignano 1 Lisignago 14 7%
Livo 3 Livo 37 8%
Luserna 27 Lucerna 29 93%
Malosco 3 Malosco 9 33%
106
Trentino Sviluppo SpA
Comuni Comuni Percentuale
Questionari di presentazione dell’idea Schede di partecipazione compilazione
imprenditoriale all’incontro di animazione questionari
Nogaredo 1
Palù del Fersina 2
Pergine 1
Pieve di Bono 7 Pieve di Bono 30 23%
Pieve Tesino 1 Pieve Tesino 14 7%
Praso 1 Praso 17 6%
Preore 8
Prezzo 1 Prezzo 12 8%
Ragoli 3 Ragoli 11 27%
Revò 21
Romallo 19
Romeno 3 Romeno 17 18%
Roncegno 12
Ronchi Valsugana 17
Roncone 1 Roncone 24 4%
Ronzone 6
Roverè della Luna 4 Roverè della Luna 11 36%
Rovereto 2 Rovereto 38 5%
Rumo 9
S. Lorenzo in Banale 1
S. Orsola Terme 11 S. Orsola Terme 19 58%
S.Lorenzo in Banale 13
Sagron Mis 3 Sagron Mis 32 9%
San Martino di Castrozza 2
Samone 8
San Michele a/A 5
Sanzeno 1 Sanzeno 13 8%
Securelle 2 Saronico 10 20%
Segonzano 6 Segonzano 21 29%
Sfruz 2 Sfruz 12 17%
Siror 7 Siror 27 26%
Smarano 5 Smarano 14 36%
Spera 2
Sover 1
Spormaggiore 20 Spormaggiore 41 49%
Sporminore 3 Sporminore 19 16%
Stenico 6
Storo 11 Storo 41 27%
Taio 2 Taio 39 5%
Telve di Sopra 1 Telve di Sopra 11 9%
Terragnolo 17
Terzolas 8
Tione 6 Tione di Trento 28 21%
Ton 2 Ton 18 11%
Tonadico 5 Tonadico 11 45%
107
Trentino Sviluppo SpA
Comuni Comuni Percentuale
Questionari di presentazione dell’idea Schede di partecipazione compilazione
imprenditoriale all’incontro di animazione questionari
Torbole 2
Torcegno 1 Torcegno 6 17%
Trambileno 2 Trambileno 7 29%
Trento 3 Trento 20 15%
Tres 2 Tres 20 10%
Tenno 1
Unione dei comuni di Bleggio
10
Inferiore/Lomaso
Valda 1
Valfloriana 4 Valfloriana 26 15%
Vallarsa 1 Vallarsa 4 25%
Vervò 5
Valle di Cembra 1
Vigo Rendena 1
Villa Lagarina 3 Villa Lagarina 21 14%
Zuclo 3 Zuclo 18 16%
Totale 351 Totale 1741
11.2.2 Questionari presentati per patto territoriale
L’intervento del progetto di animazione nelle aree interessate dallo sviluppo di un Patto
territoriale è stato condotto di concerto con il Servizio Aree Montane e Patti territoriali della
Provincia Autonoma di Trento, nonché con le segreterie di ciascuno dei vari patti. In presenza di
patti giunti alla prima fase di apertura del bando, spesso il responsabile del progetto ed uno o
più operatori sono intervenuti anche nelle serate di presentazione del Patto alla popolazione
dell’ambito di riferimento, promosse dalla Provincia Autonoma di Trento. In generale, il
progetto di animazione ha potuto contribuire a svolgere efficacemente quel primo momento
di supporto, analisi del progetto ed indirizzo dei vari proponenti verso gli enti istituzionali di
riferimento che rimane un passaggio estremamente delicato nell’avvio di un’attività, ed anzi
si evidenzia come una delle criticità più rilevanti emerse dal confronto con le varie realtà del
territorio.
La tabella del numero di questionari presentati per ogni Patto va interpretata secondo la diversa
fisionomia assunta dai vari patti sul territorio. Il dato più significativo, 47 questionari, relativo
alla Valle del Chiese esprime la dinamicità di un territorio che, assieme alla Valle di Cembra, ha
avuto il privilegio di avvalersi per primo dello strumento pattizio; ma certo, oltre alla propensione
imprenditoriale di questo particolare ambito, in stretto contatto con l’area pedemontana lombarda,
il risultato è dovuto anche alla particolare capillarità raggiunta dall’intervento, dove il ruolo del
Consorzio BIM locale (tra l’altro promotore della ricerca Nessuna impresa è un’isola) si è rivelato
davvero prezioso.
Alla Valle del Chiese segue, per numero di questionari, l’ambito del Tesino-Vanoi (34
questionari), anch’esso interessato da un processo di sviluppo con indirizzo prevalentemente
turistico, ed ugualmente proiettato sul mercato di una regione confinante, in questo caso il
Veneto.
108
Trentino Sviluppo SpA
A seguire si trovano poi le Maddalene (25) e il Baldo Garda (24). La prima di queste
aree, composta da undici comuni e caratterizzata in buona parte dalla coltivazione della mela,
ha dato luogo ad un progetto di diversificazione economica in chiave turistica; la seconda
composta da soli 4 comuni, a spiccata vocazione turistica, è stata rivolta alla valorizzazione
del Baldo.
Seguono quindi la Valle di Cembra e la Valle dei Mocheni (entrambe con 22
questionari). Qui, la Valle di Cembra ha conseguito risultati di indubbio rilievo nel corso del Patto
territoriale, risulta però molto significativo il dato della Valle dei Mocheni, nella quale l’intervento
di animazione è giunto nelle fasi preliminari del Patto, molto prima dell’effettiva sottoscrizione,
segno di un territorio che esprime una necessità di rilancio complessivo, emersa anche nelle fasi
successive del progetto.
Come accennato in precedenza, nelle aree non interessate da un Patto territoriale
l’interpretazione delle dinamiche di sviluppo di una zona è rimasta, di fatto, in mano al
Sindaco ed all’Amministrazione locale. Proprio in queste aree si è reso più marcato un dato già
emerso anche in sede di valutazione complessiva dell’esperienza pattizia: i patti territoriali,
anche quando hanno colto un ottimo risultato in termini di investimenti, per la loro stessa
natura hanno favorito lo sviluppo di imprese già esistenti, più di quanto non abbiano invece
promosso la formazione di nuove imprese. Del resto, la richiesta di autoimprenditorialità
sondata dal progetto anche in aree pattizie è dovuta in parte a questo mancato intervento
nei confronti delle imprese di nuova costituzione. A questo proposito va anzi detto che, nel
Secondo bando di alcuni Patti territoriali – anche su segnalazione dei responsabili del progetto
di animazione territoriale – è stata spesso inserita una specifica misura relativa al sostegno della
nuova imprenditoria.
L’intervento in aree fuori-patto, per lo più favorito dall’intervento dei Sindaci, ha raccolto un
numero di adesioni estremamente significativo, pari al 29,9% dei questionari presentati.
Tabella 23 Questionari per Patto Territoriale
Frequenza Percentuale
PT della Valle di Cembra 22 6,3
PT della Valle del Chiese 47 13,4
PT dell’Altopiano di Pinè 10 2,8
PT del Tesino Vanoi 34 9,7
PT dell’Alta Val di Non 11 3,1
PT delle Maddalene 25 7,1
PT della Predaia 17 4,8
PT della Valle dei Mocheni 22 6,3
PT della Valsugana Orientale 18 5,1
PT della Val di Leno 3 ,9
PT del Baldo Garda 24 6,8
PT del Monte Bondone 12 3,4
Aree fuori patto 105 29,9
Totale 350 99,7
Non Risponde 1 ,3
Totale 351 100,0
109
Trentino Sviluppo SpA
Figura 8 Questionari per patto territoriale
Questionari per Patto Territoriale
120
105
100
Nr questionari
80
60 47
34
40 25 24
22 22 18
17 12
20 10 11
3
0
PT della Predaia
PT del Baldo Garda
PT delle Maddalene
PT del Monte Bondone
PT della Valle di Cembra
PT della Valle dei Mocheni
PT del Tesino Vanoi
PT della Valsugana Orientale
PT dell'Altopiano di Pinè
PT della Valle del Chiese
PT della Val di Leno
PT dell'Alta Val di Non
Aree fuori patto
11.2.3 La distribuzione delle idee di impresa per sesso del proponente
Le idee di impresa presentate da donne rappresentano il 38,2 % delle idee censite.
La maggior parte delle idee di impresa presentate da donne si concentrano nel settore turistico (in
particolare ricettività turistica). Nel settore dei servizi i progetti presentati da donne eguagliano
quelli presentati da uomini (31 vs 34); rilevante è la presenza di donne nei servizi di progettazione
e consulenza (14 vs 18); esclusivamente femminili sono i progetti riguardanti i servizi di cura, quali
l’istruzione e la sanità. Significativa è anche la presenza di progetti femminili nel settore artigiano
per l’alta presenza di progetti nei servizi riguardanti l’estetica ed il benessere, ma anche di progetti
riguardanti la produzione alimentare.
Tabella 24 Idee di impresa per sesso del proponente
Progetti presentati Progetti presentati
Settore ATECO
da donne da uomini
1 Agricoltura zootecnica 11 21
2 Silvicoltura e Ripr80istino ambientale 0 10
TOTALE AGRICOLTURA 11 31
15 Artigianato alimentari 6 5
17 Artigianato tessili 2 1
20 Artigianato Legno 5 10
21 Artigianato carta 1 0
22 Artigianato Stampa 0 2
26 Artigianato ceramica 1 1
28 Artigianato meccanica 0 6
110
Trentino Sviluppo SpA
Progetti presentati Progetti presentati
Settore ATECO
da donne da uomini
45 Artigianato edile e impianti 1 19
50 Artigianato manut. autoveicoli 0 6
60 Servizi di trasporto 3 5
93 Estetica benessere 13 4
TOTALE ARTIGIANATO 32 59
51 Commercio ingrosso 0 4
52 Commercio dettaglio 18 7
TOTALE COMMERCIO 18 11
55 Ricettività turistica 39 58
63 Servizi turistici 11 13
92 Sport e intrattenimento 2 10
TOTALE TURISMO 52 81
70 Servizi immobiliali 0 3
72 Servizi informatici e video 1 13
74 Servizi consulenza e progettazione 14 18
80 Servizi Istruzione 12 0
85 Servizi Sanità 4 0
TOTALE SERVIZI 31 34
NON CLASSIFICATI ATECO 0 11
11.2.4 Attuale occupazione dei proponenti
Rispetto a quanto osservato nell’analisi delle Schede di partecipazione, passando ai Questionari
d’ingresso, nei quali i proponenti presentavano una vera e propria idea d’impresa, si è assistito ad
una maggior disponibilità ad entrare in dettaglio nella propria professione. La prima conseguenza,
dunque, si è registrata (almeno nella prima parte del documento) nella diminuzione delle risposte
mancanti o incomplete, sia per quanto riguarda l’occupazione attuale, sia per quanto concerne il
settore dell’ipotesi che si vorrebbe realizzare.
La maggior percentuale di chi segnala la propria professione riguarda i dipendenti a tempo
indeterminato (35,1%) sul totale dei rispondenti alla domanda. Sensibile anche la percentuale
dei lavoratori autonomi (16,6% lavoratore autonomo con partita iva + 13,8 titolare d’impresa
= 30,4%).
La percentuale di lavoratori dipendenti a tempo determinato è aumentata all’11,3 %
(nelle schede di partecipazione erano indicati come precari e ammontavano al 2,5%). Anche i progetti
presentati da disoccupati aumentano al 5% (nelle schede di partecipazione erano il 2,5%).
Significativi sono anche le idee di impresa presentate da studenti (6,6%) e da casalinghe (5,6%).
Tabella 25 Attuale occupazione dei proponenti
Frequenza Percentuale Percentuale valida
Dipendenti a tempo indeterminato 112 31,9 35,1
Dipendenti a tempo determinato 36 10,3 11,3
Lavoratore autonomo P.IVA 53 15,1 16,6
Titolare di impresa 44 12,5 13,8
111
Trentino Sviluppo SpA
Frequenza Percentuale Percentuale valida
Disoccupato 16 4,6 5,0
Studente 21 6,0 6,6
Casalinga 18 5,1 5,6
Altro 19 5,4 6,0
Totale 319 90,9 100,0
Non Risponde 32 9,1
Totale 351 100,0
11.2.5 Titolo di studio dei proponenti
Il 90% dei proponenti ha risposto in merito alla domanda inerente al titolo di studio. Tra questi,
i più numerosi sono i diplomati (44,7%), ma è rilevante anche la percentuale dei laureati
(13,2%), che aumenta a 16% sommandovi il 2,8% di titolari di un master post-universitario.
Tabella 26 Titolo di studio dei proponenti
Frequenza Percentuale Percentuale valida
licenza elementare 4 1,1 1,3
licenza media 56 16,0 17,6
scuola professionale 65 18,5 20,4
diploma 142 40,5 44,7
laurea 42 12,0 13,2
master post universitario 9 2,6 2,8
Totale 318 90,6 100,0
Non Risponde 33 9,4
Totale 351 100,0
Figura 9 Titolo di studio dei proponenti
TITOLO DI STUDIO
Licenza elementare
Non risponde
1,1%
9,4%
Licenza media
Master post universitario 16%
2,6%
Laurea
12% Scuola professionale
18,5%
Diploma
40,5%
112
Trentino Sviluppo SpA
Se si osserva l’incrocio dei dati del titolo di studio con l’attuale occupazione, nella tabella a
seguire, si può notare come i diplomati presso la scuola professionale (il 18,5% del totale di chi
ha presentato un questionario) siano per lo più dipendenti con contratto a tempo indeterminato,
titolari d’impresa o lavoratori autonomi, ad ulteriore conferma del buon funzionamento del
settore della formazione professionale in Trentino. I diplomati sono in maggior parte dipendenti,
o con contratto a tempo indeterminato (38,4%) o precari (10,1%). Gli altri diplomati sono per
lo più titolari d’impresa, o lavoratori autonomi, (complessivamente il 24,6% dei diplomati
rispondenti). Significativo, tra i diplomati, anche il 10% che si dichiara studente (tendenzialmente
universitario).
Al momento dell’intervento di animazione, l’occupazione dei laureati che hanno poi
sviluppato un’idea d’impresa si divideva in gran parte tra lavoratori autonomi con partita iva,
condizione spesso richiesta dall’esercizio di una professione legata a un Albo (34,1%) e lavoratori
precari (19,5%), andamento che conferma un fenomeno spesso descritto dagli osservatori del
mercato del lavoro negli ultimi anni, vale a dire la diminuita capacità di assorbimento di laureati
nei tradizionali settori di destinazione della formazione universitaria (ente pubblico in ogni sua
forma, organi di categoria, settore del credito, media impresa). Al momento della compilazione
del questionario, solo 6 su un totale di 41 laureati erano dipendenti con contratto a tempo
indeterminato (e naturalmente hanno partecipato al progetto per sviluppare un’idea di attività
autonoma).
Tabella 27 Titolo di studio / attuale attività
licenza licenza scuola master post
diploma laurea Totale
elementare media professionale universitario
Dip. tempo indet. 1 12 34 53 6 4 110
25,0% 22,2% 52,3% 38,4% 14,6% 44,4% 35,4%
Dip. tempo det. 0 10 4 14 8 0 36
,0% 18,5% 6,2% 10,1% 19,5% ,0% 11,6%
Lavoratore
0 10 7 16 14 4 51
autonomo P.IVA
,0% 18,5% 10,8% 11,6% 34,1% 44,4% 16,4%
Titolare di impresa 1 7 13 18 4 0 43
25,0% 13,0% 20,0% 13,0% 9,8% ,0% 13,8%
Disoccupato 0 4 1 6 3 1 15
,0% 7,4% 1,5% 4,3% 7,3% 11,1% 4,8%
Studente 1 4 0 14 2 0 21
25,0% 7,4% ,0% 10,1% 4,9% ,0% 6,8%
Casalinga 1 3 4 6 2 0 16
25,0% 5,6% 6,2% 4,3% 4,9% ,0% 5,1%
Altro 0 4 2 11 2 0 19
,0% 7,4% 3,1% 8,0% 4,9% ,0% 6,1%
Totale 4 54 65 138 41 9 311
Le proposte di attività imprenditoriali presentate dai laureati sono state le seguenti:
• consulenza per interventi di risparmio idrico
• servizi alle imprese e agli enti/comitati che svolgono attività nel campo economico, culturale,
sociale, turistico e di marketing territoriale
113
Trentino Sviluppo SpA
• palestra fitness, recupero attività motoria, aerobica, ginnastica - presciistica
• progettazione architettonica, sicurezza cantieristica, progettazione urbana, territoriale,
progettazione d’interni
• progettazione nel campo dell’ingegneria civile, direzione lavori, piani di sicurezza
• escursioni, didattica, formazione
• attività nel settore del legno: produzione perline, commercio legna da ardere
• consulenze psicologiche, formazione, supervisione
• attività di formazione: accompagnamento scolastico, progetti nelle scuole, consulenze,
formazione
• assistenza in materia ambientale, progettazione in materia ambientale, consulenza sicurezza,
formazione e corsi
• bar stube con giardino, animazione, vendita souvenir
• attività di ricerca, coordinamento progetti ricerca, organizzazione e promozione di eventi,
allestimento mostre, attività didattiche, percorsi guidati
• servizio turistico, marketing specifico
• acquisto materie prime a prezzi agevolati
Chi invece ha svolto un master ha espresso queste proposte:
• terapia medica manuale
• turismo
• terapia di coppia e/o familiare, mediazione familiare, consulenze nella fase di separazione
legale, formazione alla genitorialità
11.2.6 Settore di attività dei progetti di impresa
Coerentemente con un andamento generale già sondato nelle risposte delle Schede di
partecipazione – ma con una specificazione maggiore, visto il grado di dettaglio del Questionario
– il settore che ottiene il maggior numero di segnalazioni da parte di chi intende avviare
un’attività di lavoro autonomo è quello turistico (35,8%), seguito dall’Agricoltura
(21,5%) e dai Servizi (20,3%), e quindi, con percentuale poco discosta, dall’Artigianato
(19%).
Tabella 28 Settore dell’attività che si vuole intraprendere
N Percentuale di casi
Agricoltura 68 21,5%
Edilizia 21 6,6%
Artigianato 60 19,0%
Commercio 63 19,9%
Trasporto 8 2,5%
Turismo 113 35,8%
Altri servizi 64 20,3%
Altro 21 6,6%
Totale risposte 418 132,3%
(Nota: era possibile scegliere più di un settore; le percentuali sono calcolate rispetto al totale di questionari) La lettura della seguente
tabella, deve tener presente che viene evidenziata la collocazione che il rispondente ha dato rispetto all’attività che intende
intraprendere: nell’analisi delle risposte si è così osservato che l’attività di Agriturismo è stata da alcuni interpretata come
un’attività del settore Agricoltura, mentre da altri come un’attività del settore Turismo.
114
Trentino Sviluppo SpA
Osservando le attività di servizio elencate nella seguente tabella si può notare che, se si
escludono le attività riconducibili all’esercizio di professioni tradizionali che fanno capo ad un
Albo, le altre ipotesi di intervento, pur esprimendo talvolta contenuti innovativi, sono state spesso
formulate in modo generico. La difficoltà di definizione di un’attività, in un ambito dai contorni
sempre incerti, come è quello dei servizi – sempre in corso di mutamento – è stata oggetto di
riflessione ed approfondimento nella fase successiva del progetto, quella riservata all’assistenza
tecnica. In termini generali, se le proposte di intervento nel settore turistico hanno spesso trovato
sviluppo, quelle informatiche, pur in presenza di buone competenze da parte dei proponenti,
si sono dovute scontrare con evidenti problemi di mercato, in cui l’offerta appare superiore alla
domanda. Quelle relative al rapporto con gli istituti scolastici scontano spesso la difficoltà di
operare di concerto con i tempi della programmazione annuale degli stessi istituti.
Tabella 29 Attività di servizio
Turismo / Intrattenimento Altri servizi Cultura /educazione ICT
agriturismo arredatrice designer Attività culturali informatica
animazione e organizzazione
distributore gasolio benzina consulenze psicologiche siti web
eventi vari
aprire un ristorante
energia rinnovabile educativo formativo
per fare piatti italo-brasiliani
cultura e
foreste educazione ambientale
mantenimento territorio
cura del corpo-benessere gestione punto vendita educazione sociale
gestione rifugio alpino gestioni immobiliari formazione
intrattenimento industria Settore artistico
promozione culturale e infortunistica stradale -
Pittura
formativa gestione sinistri automobilistici
consulenze ambiente e
ristorazione ingegneria
sicurezza
turismo sportivo progettazione Scuola e tempo libero
sport - ambiente progettazione e sviluppo Scuole
sport e salute servizi di consulenza Servizi alla persona
manutenzione del territorio servizi mulimediali Servizi per l’infanzia
discoteca settore terziario avanzato servizio giovani
sgombero neve e servizio
tempo libero
scavi movimento terra sanitario / medico
studio di progettazione
terziario avanzato
tutte le aziende che necessitano
di comunicazione creativa
Andando ad analizzare i settori nei quali i dipendenti a tempo indeterminato vorrebbero
intraprendere un’attività, emergono, su tutti, il turismo e l’artigianato (rispettivamente, con il
35% ed il 25,7%). Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, prevalgono invece il turismo e i servizi
(escluso il commercio, con il 35% ed il 33%). Chi si è dichiarato “titolare d’impresa”, privilegia invece
l’investimento agricolo (45%) o quello turistico (33). Gli studenti, due terzi dei quali, naturalmente –
e lo vedremo tra poco – aspirano ad un’attività a tempo pieno, intendono intervenire nel settore del
Turismo (52%) e del Commercio (24%), ambito che, almeno stando all’orientamento complessivo dei
partecipanti, non sembra essere valutato molto positivamente. Le difficoltà del settore commerciale
nelle aree montane sono note, sia in termini di localizzazione, rispetto al fondovalle, sia per quanto
115
Trentino Sviluppo SpA
riguarda il rapporto con la grande distribuzione. La propensione per il settore commerciale (33,5%)
espressa nelle ipotesi d’impresa delle casalinghe può essere interpretata anche in altro modo, vale
a dire nella possibilità – offerta in genere dalla gestione di un esercizio commerciale – di conciliare
l’impegno professionale e quello familiare.
Tabella 30 Occupazione attuale per settore di attività in cui si intende intraprendere
Dip. lavoratore
Dip. titolare
tempo autonomo Disoccupato studente casalinga altro Totale
tempo det. di impresa
indet. p.iva
Agricoltura 18 8 13 19 1 0 1 3 63
17% 24% 25% 45% 7% 0% 6% 18% 21%
Edilizia 8 2 9 2 0 0 0 0 21
8% 6% 18% 5% 0% 0% 0% 0% 7%
Artigianato 26 5 9 5 5 2 2 3 57
25% 15% 18% 12% 33% 10% 11% 18% 19%
Commercio 21 8 8 8 1 5 6 5 62
20% 24% 16% 19% 7% 24% 33% 29% 20%
Trasporto 4 0 0 1 0 0 1 2 8
4% 0% 0% 2% 0% 0% 6% 12% 3%
Turismo 37 15 18 14 3 11 4 5 107
35% 44% 35% 33% 20% 52% 22% 29% 35%
Altri servizi 13 10 17 6 6 5 4 3 64
12% 29% 33% 14% 40% 24% 22% 18% 21%
Altro 6 2 3 4 1 3 1 1 21
6% 6% 6% 10% 7% 14% 6% 6% 7%
Totale 106 34 51 42 15 21 18 17 304
(Percentuali calcolate sul totale colonna)
11.2.7 Progetti di impresa per settore e per ambito territoriale
Pur non essendo possibile un confronto analitico - in quanto i diversi ambiti territoriali
differiscono per numero di incontri effettuati ed utenti raggiunti - la distribuzione settoriale delle
idee di impresa per ambiti territoriali evidenzia il ruolo del territorio nel determinare le opportunità
di mercato e quindi di impresa.
Come già specificato il settore turistico è quello che ha raccolto maggiori proposte di
iniziative imprenditoriali, queste si sono in particolare espresse negli ambiti territoriali della Bassa
Val di Non (20 questionari), della Valsugana (13), delle Maddalene (12) delle Giudicarie
(11) della Valle dei Mocheni (10). Si tratta in tutti i casi elencati di territori a potenziale turistico
inespresso. Territori a forte vocazione turistica come la Val di Sole e la Val Rendena presentano
poche progettualità per il semplice motivo che l’intervento di animazione non è stato ancora
concluso. Nel Primiero sono stati presentati 9 progetti turistici.
Nell’artigianato emergono i territori delle Giudicarie (14) e della Valle del Chiese (10)
già caratterizzati da una significativa presenza di imprese artigiane.
La Valle del Chiese, assieme al Baldo Garda, emerge anche per i progetti di impresa nel
settore dei servizi, in particolare servizi di consulenza e progettazione.
I progetti in agricoltura presentano una distribuzione abbastanza omogenea in tutti gli
ambiti considerati.
116
Trentino Sviluppo SpA
11.2.8 Attività a tempo pieno o a tempo parziale
Il 62,4% del totale dei partecipanti manifesta l’intenzione di avviare un’attività di lavoro
autonomo da svolgersi a tempo pieno.
Tabella 32 Attività a tempo pieno o parziale
Frequenza Percentuale Percentuale valida
attività svolta a tempo pieno 219 62,4 69,1
attività integrativa del reddito 98 27,9 30,9
Totale 317 90,3 100,0
Non Risponde 34 9,7
Totale 351 100,0
Tra i dipendenti a tempo indeterminato che hanno presentato il questionario prevale la
tendenza al cambiamento: il 66% vorrebbe iniziare un’attività autonoma a tempo pieno (come
visto i settori di preferenza sono quello turistico e quello artigianale). Solo il 34% dei proponenti
già occupati come dipendente a tempo indeterminato desidera avviare un’attività integrativa
del reddito (va detto che altre rilevazioni ci dicono che in termini generali – e quindi non tra
i proponenti censiti in questo progetto – una parte sensibile dei dipendenti ha già un’attività
integrativa).
Chi è già titolare d’impresa, manifesta una propensione all’investimento ancora più forte, pari
al 72,5%, propensione che però va interpretata. Le fasi successive del progetto hanno, infatti,
chiarito questo dato: i titolari d’impresa desiderano per lo più crescere, differenziare la propria
attività (verso nuovi processi o nuovi prodotti) o diversificare gli investimenti anche in altri settori.
Qui, in particolare, come visto già sopra, sembra ancor più evidente che chi si è dichiarato “titolare
d’impresa” guardi con interesse al settore agricolo (45%) ed a quello turistico (33%). Si tratta di
investimenti in settori tradizionali dell’economia provinciale, settori in cui si può intervenire senza
creare turbative all’attività economica già avviata, in cui si può operare con la collaborazione dei
familiari.
Pure chi è già lavoratore autonomo con Partita IVA vorrebbe lavorare in forma autonoma a
tempo pieno (65,3%) per lo più nel Turismo (35%), o in altri servizi (33%), o in agricoltura (25%).
Rispetto a quanto detto per i titolari d’impresa, i lavoratori autonomi, più spesso i giovani liberi
professionisti, sembrano evidenziare una maggior fragilità in ingresso nel settore: nel loro caso
non si tratta di diversificazione produttiva, ma di consolidamento di una posizione professionale
economicamente ancora incerta.
Tra i lavoratori a tempo determinato – tra i precari – è ovviamente alta l’aspirazione ad un’attività
a tempo pieno (70,6%). I settori prevalenti sono quelli caratterizzati dall’andamento stagionale,
settori nei quali l’esercizio dell’attività lavorativa a tempo determinato si è consolidato nel corso
del tempo: vale a dire nel Turismo (35,1%) e Altri servizi (12,4%).
I disoccupati (pari al 4,6% di chi ha segnalato la propria occupazione sul questionario)
rappresentano un dato strutturale, che conferma la situazione trentina come quella di una
provincia di piena occupazione: aspirano naturalmente ad un’attività a tempo pieno (80%). Le
idee di impresa sono state espresse per lo più nel settore artigianale (40%) e in quello dei servizi
(33%).
118
Trentino Sviluppo SpA
Tabella 33 Attività attuale e obiettivi dell’attività che si intende avviare
dip dip lavoratore
titolare
tempo tempo autonomo disoccupato studente Casalinga altro Totale
di impresa
indet det p.iva
attività svolta a
68 24 32 30 12 15 14 14 209
tempo pieno
64,2% 70,6% 65,3% 69,8% 80,0% 71,4% 77,8% 73,7% 68,5%
attività
integrativa 38 10 17 13 3 6 4 5 96
del reddito
35,8% 29,4% 34,7% 30,2% 20,0% 28,6% 22,2% 26,3% 31,5%
Totale 106 34 49 43 15 21 18 19 305
(Nota: Le percentuali e i totali si basano sui rispondenti AD ENTRAMBE LE DOMANDE.)
11.2.9 Tipo di impresa che si intende avviare
Buona parte delle persone che hanno presentato il Questionario intende avviare un’impresa
individuale (40%). Risulta tuttavia significativa la percentuale di quelli che intendono avviare
un’impresa con altri soci, sia in forma societaria (16,8%), sia in forma cooperativa (7,7%).
Riferendoci di nuovo ad un dato delle schede di partecipazione – per lo più coerenti con i dati
dei Questionari – si può notare come quelli che si sono indirizzati verso la forma cooperativa
abbiano in media più di 38 anni, e siano mediamente consapevoli di ciò che questa forma giuridica
comporta, e delle differenze rispetto alle altre forme societarie. Molto alta sembra la percentuale
relativa all’impresa familiare (20,2% del totale proponenti), che rappresenta la seconda
tipologia d’impresa indicata. Va detto, tuttavia, come si vedrà qui sotto, che quando si tratta di
individuare una forma giuridica, questa risposta sembra scomparire, o tradursi semplicemente
nella percentuale di chi non sa individuarne una.
Tabella 34 Tipo di impresa che si intende avviare
Frequenza Percentuale Percentuale valida
impresa individuale 141 40,2 46,2
impresa familiare 71 20,2 23,3
impresa con soci 59 16,8 19,3
impresa cooperativa 27 7,7 8,9
altro 7 2,0 2,3
Totale 305 86,9 100,0
Non Risponde 46 13,1
Totale 351 100,0
119
Trentino Sviluppo SpA
Figura 10 Tipo di impresa che si intende avviare
TIPO DI IMPRESA CHE SI INTENDE AVVIARE
Non risponde
13,1%
Altro
2% Impresa individuale
40,2%
Impresa cooperativa
7,7%
Impresa con soci
16,8%
Impresa familiare
20,2%
11.2.10 Forma giuridica
Tra chi ha compilato il Questionario, ben il 33,6% non ha ancora individuato una
forma giuridica per la sua idea d’impresa. Se a questo dato si aggiunge il 14,8% di chi
non ha risposto alla domanda, si è spinti a concludere che la forma che un’impresa deve
assumere giuridicamente per costituirsi risulta, in genere, davvero di difficile interpretazione per
i proponenti (sebbene sia il caso di ricordare che, come visto, quasi il 60% di chi ha compilato il
questionario è in possesso del Diploma di maturità). Pur nella consapevolezza che la trattazione
delle questioni societarie è di norma riservata a professionisti e consulenti, nel caso di chi sta
per avviare un’attività di lavoro autonomo sembra necessaria una maggior consapevolezza degli
elementi che compongono la questione, che infatti – anche alla luce di questi dati – il progetto ha
cercato di affrontare nelle fasi successive.
Nel novero delle forme giuridiche indicate, tolta l’impresa individuale (31,9% del totale
dei questionari), si segnala la società cooperativa (6,0%, dato sostanzialmente coerente con
quanto detto in merito al tipo di impresa). Tra le società di persone, come di consueto, si segnala la
S.n.c. (5,1% del totale), mentre tra le società di capitale la S.r.l. si attesta attorno al 4,6%, con una
percentuale minima inerente la S.r.l. uninominale (forma, tuttavia, che non appena venga esposta
nelle sue linee generali sembra subito destare notevole interesse negli interlocutori).
Tabella 35 Forma giuridica
Frequenza Percentuale Percentuale valida
ditta individuale 112 31,9 37,5
società cooperativa 21 6,0 7,0
s.a.s. 7 2,0 2,3
s.n.c. 18 5,1 6,0
120
Trentino Sviluppo SpA
Frequenza Percentuale Percentuale valida
s.r.l. 16 4,6 5,4
s.r.l. uninominale 3 ,9 1,0
altro 4 1,1 1,3
no, devo ancora individuare la forma giuridica 118 33,6 39,5
Totale 299 85,2 100,0
Non Risponde 52 14,8
Totale 351 100,0
Oltre a queste, chi ha risposto altro segnala le seguenti forme giuridiche: società semplice;
società semplice agricola.
11.2.11 Precedenti esperienze di lavoro autonomo
Più del 52% di coloro che hanno presentato un Questionario ha dichiarato di non aver avuto
esperienze di lavoro autonomo. Vista l’alta percentuale, tra i partecipanti, dei lavoratori dipendenti
a tempo indeterminato, il dato non sorprende più di tanto. Resta comunque molto rilevante, in
special modo in questo progetto (rivolto alle nuove attività), il dato di chi ha già avuto esperienze di
lavoro autonomo (38%) e che vorrebbe diversificare la propria attività o, mutarla totalmente.
Tabella 36 Precedenti esperienze di lavoro autonomo
Frequenza Percentuale Percentuale valida
si 133 37,9 41,8
no 185 52,7 58,2
Totale 318 90,6 100,0
Non Risponde 33 9,4
Totale 351 100,0
Figura 11 Precedenti esperienze di lavoro autonomo
HA GIÀ SVOLTO LAVORO AUTONOMO
Non risponde
9,4%
Si
37,9%
No
52,7%
121
Trentino Sviluppo SpA
11.2.12 Esperienze nel settore in cui si intende intraprendere
L’avviamento di un’attività di lavoro autonomo, da parte di un potenziale imprenditore, non
richiede solo una competenza specifica nella produzione del prodotto o servizio che è in oggetto
a ciò che si vuole intraprendere ma, viste le responsabilità di ordine giuridico e finanziario che
l’imprenditore va ad assumersi, anche una serie di competenze nei diversi ambiti di articolazione
dell’attività d’impresa che spesso vengono trascurati nell’analisi, di solito incentrata sulla
produzione.
Nell’ambito di coloro che hanno presentato il questionario si è assistito ad una profonda
riflessione sulle proprie capacità tecnico-produttive e sugli elementi materiali della produzione,
che spesso ha lasciato in secondo piano l’analisi di altre competenze indispensabili all’avvio e alla
gestione di un’attività.
Le ragioni di questa tendenza sono, però, facilmente individuabili. Quasi il 70% di chi
ha risposto a questa parte del questionario dichiara di avere avuto una qualche
esperienza nel settore in cui intende sviluppare la propria attività: esperienza maturata come
lavoratore dipendente o come imprenditore (33,6%); oppure maturata per passione, dove l’attività
è stata intrapresa per hobby (21,1%).
Le competenze gestionali, amministrative, e più semplicemente burocratiche o sono state
date per acquisite, o sono state considerate materia da affidare al proprio commercialista (con
delega, invero, assai larga), oppure, semplicemente, sono state evidenziate come una lacuna da
colmare, cui il progetto di animazione ha cercato di rispondere nelle fasi successive, rinviando poi
i proponenti, laddove l’iniziativa lo richiedesse, ad altri interlocutori ed agenzie formative in grado
di rispondere alle esigenze specifiche.
Tabella 37 Esperienze maturate nel settore in cui si intende intraprendere
Frequenza Percentuale Percentuale valida
Nessuna 70 19,9 22,6
specifiche da lavoratore dipendente/imprenditore 118 33,6 38,9
generiche o collaterali per collaborazioni 50 14,2 15,6
generiche o collaterali per passione, hobby, volontariato 74 21,1 22,9
Totale 312 88,9 100,0
Non Risponde 39 11,1
Totale 351 100,0
11.2.13 Competenze nella produzione del bene/servizio
Come anticipato, i partecipanti al progetto che hanno presentato un Questionario mostrano
una certa sicurezza in merito alla propria competenza specifica nella produzione
del bene o del servizio. Quasi il 90% di chi ha risposto a questa domanda ritiene di essere
in possesso di buone competenze (60,1%), o comunque competenze sufficienti ad intraprendere
l’attività (30,4%).
Come in parte prevedibile, è questa la variabile che il più delle volte spinge ad ideare un’ipotesi
d’impresa. Nella proposta, infatti, sembra venire in luce la competenza che sta maggiormente a
cuore al partecipante, quella seguita, almeno affettivamente, da più lungo tempo (ricordiamo che,
come visto qui sopra, il 70% di chi ha risposto a questa parte – e ha risposto il 90% del totale – ha
dichiarato di avere già esperienze nel settore in cui vuole intervenire).
122
Trentino Sviluppo SpA
Solo il 9,5% dei rispondenti ha dichiarato di possedere le competenze richieste in misura scarsa,
dato comunque degno di nota, perché indica che l’ipotesi imprenditoriale ha preso corpo in ragione di
motivazioni di ordine diverso, di opportunità di mercato, di disponibilità di spazi, di eredità familiari.
Tabella 38 Competenze nella produzione del bene/servizio
Frequenza Percentuale Percentuale valida
buone 178 50,7 60,1
sufficienti 90 25,6 30,4
scarse 28 8,0 9,5
Totale 296 84,3 100,0
Non Risponde 55 15,7
Totale 351 100,0
11.2.14 Competenze nella commercializzazione
Se le competenze dirette, di produzione, sono patrimonio della maggior parte dei proponenti,
la coscienza di possedere quelle di carattere commerciale sembra meno solida.
In realtà – come si è potuto verificare anche nelle fasi successive del progetto – è la nozione,
l’immagine stessa del mercato ad apparire sfuggente, imprevedibile, anche a chi ha già operato
nel settore. Se coloro che non rispondevano alla domanda sulla propria competenza in merito
alla produzione costituivano solo il 15,7% del totale, quelli che non sanno valutare la propria
competenza in ambito commerciale (e, vedremo tra poco, anche amministrativo), sono il 23,6%.
Solo il 25,4% del totale ha risposto di ritenere di possedere buone competenze
in ambito commerciale; il 35,3% ha risposto di avere competenze sufficienti, il 15,7% dei
rispondenti ha affermato di riconoscersi scarse competenze commerciali.
Il dato positivo (76,4%) è di circa otto punti percentuali inferiore a quello relativo alle competenze
tecnico-produttive. Va comunque segnalato che un quarto di chi ha presentato il Questionario
ritiene di possedere in buona misura sia competenze produttive che quelle commerciali.
Tabella 39 Competenze nella commercializzazione
Frequenza Percentuale Percentuale valida
buone 89 25,4 33,2
sufficienti 124 35,3 46,3
scarse 55 15,7 20,5
Totale 268 76,4 100,0
Non Risponde 83 23,6
Totale 351 100,0
11.2.15 Competenze nell’amministrazione
Come visto, più le competenze si allontanano dalla produzione, più la sicurezza di
possederle in misura buona o comunque sufficiente diminuisce. La risposta positiva di chi
ritiene di avere maturato un grado di competenza in questo ambito è pari al 76,4% dei rispondenti.
Alla luce di quanto detto in termini generali sulle competenze necessarie ad un imprenditore
123
Trentino Sviluppo SpA
in fase di avvio, questo dato sembra comunque molto elevato, probabilmente originato da un
notevole grado di fiducia nelle proprie conoscenze gestionali che si è rivelato poi poco coerente
con alcune risposte che vedremo più avanti, relative ad aspetti particolari della gestione.
Il dato rappresenta per lo più la fiducia nelle possibilità di acquisire queste competenze, in merito alle
quali da parte dei proponenti è sempre stata richiesto un supporto di carattere formativo. Per tale ragione,
nelle serate di assistenza tecnica si è ritenuto opportuno inserire anche una parte dedicata all’illustrazione
delle competenze amministrative indispensabili a chi deve avviare un’attività d’impresa, rinviando poi,
come già accennato, ad altri momenti e ad altri interlocutori il compito degli approfondimenti.
Tabella 40 Competenze nell’amministrazione
Frequenza Percentuale Percentuale valida
buone 66 18,8 24,6
sufficienti 110 31,3 41,0
scarse 92 26,2 34,3
Totale 268 76,4 100,0
Non Risponde 83 23,6
Totale 351 100,0
11.2.16 Conoscenza del mercato
Per quanto riguarda il mercato di riferimento per l’attività che si intende avviare, va evidenziato
quanto accennato a più riprese. Tra i proponenti la conoscenza dei meccanismi del
mercato è risultata per lo più lacunosa. Nonostante il 60% dei proponenti il questionario
ritenesse di avere sufficienti o buone competenze in ambito commerciale, nelle fasi successive il
livello di padronanza di queste tematiche si è rivelato spesso fragile.
La dimensione del mercato locale risulta prevalente (25,9%) assieme a quella
provinciale (20,8%). A seguire, visto il numero delle iniziative nel campo del turismo, non stupisce
la destinazione del prodotto ai “turisti che frequentano la località” (17,9%), anche se la risposta spesso è
stata dettata più da un’impressione che da un’analisi effettiva. Un dato molto significativo, trattandosi
di idee per una nuova impresa è il 9,7% rivolto ad un mercato extraregionale, esteso a tutto il nord
Italia, mentre relativamente incoraggianti – poiché le idee provengono da persone che dovrebbero
esercitare l’attività in territori svantaggiati – sembrano anche il 6% relativo al mercato nazionale (che
raccoglie la risposta di 21 proponenti) ed il 6,8% destinato al mercato internazionale (24 proponenti).
Tabella 41 Mercato di riferimento delle ipotesi imprenditoriali
Frequenza Percentuale
Locale 91 25,9
Provinciale 73 20,8
nord italia 34 9,7
Nazionale 21 6,0
Internazionale 24 6,8
turisti che frequentano la località 63 17,9
Totale 306 87,2
Non Risponde 45 12,8
Totale 351 100.0
124
Trentino Sviluppo SpA
11.2.17 Tipologia e numero dei potenziali clienti
Il dato relativo alla tipologia della clientela (domanda per cui era ammessa la risposta
multipla) sembra coerente con quanto osservato in termini di settore di attività: la destinazione
prevalente è quella indirizzata alle persone fisiche (50%) tipica del turismo, dei servizi
alla persona ed anche di parte dell’agricoltura e dell’artigianato (il dato relativo al mercato di
aziende e persone fisiche rappresenta, infatti, il 24,8%).
La percentuale inerente alle aziende quali potenziali clienti riguarda solo il 7,1% dei proponenti,
dato indubbiamente sottostimato, che sembra non tener conto dei processi di subfornitura e delle
reti di relazione tra le aziende.
In merito al dato dei servizi, va aggiunta un’ulteriore osservazione. Solo il 5,1% dei proponenti
ha indicato come potenziale cliente l’ente pubblico, un dato che in parte sembra sovraesporre
la domanda privata, soprattutto in termini di servizi. La maggior parte dei servizi culturali,
formativi, persino turistici in Provincia di Trento hanno quantomeno per intermediario l’ente
pubblico.
Tabella 42 Potenziali clienti
Frequenza Percentuale
prevalentemente persone fisiche 173 49,3
prevalentemente aziende 25 7,1
sia aziende che persone fisiche 87 24,8
prevalentemente enti pubblici 18 5,1
Totale 303 86,3
Non Risponde 48 13,7
Totale 351 100,0
L’analisi del mercato potenziale di una nuova attività, effettuata dai proponenti ancora
in termini di impressioni – nella prima fase del progetto – per circa un terzo dei partecipanti
(31,9%) non ha dato risposta; una parte quasi altrettanto rilevante (30,8%) ha espresso un ambito
di clientela da 10 a 100. Solo il 18,2% ha indicato un numero di potenziali clienti inferiore a
10, mentre il 16,8% ha espresso un mercato con più di 100 clienti (legato soprattutto all’ambito
turistico e commerciale).
Tabella 43 Numero potenziali clienti
Frequenza Percentuale
un solo cliente 8 2,3
meno di 10 64 18,2
da 10 a 100 108 30,8
più di 100 59 16,8
Totale 239 68,1
Non risponde 112 31,9
Totale 351 100,0
125
Trentino Sviluppo SpA
11.2.18 Principale canale di vendita e modalità di promozione del prodotto o servizio
La descrizione del principale canale di vendita sembra essere influenzata da considerazioni
relative alla promozione, più che alla definizione di una rete commerciale.
Il principale canale di vendita è la vendita diretta (46,2%). Tuttavia, ben il 13,7% considera
come principale canale di vendita Internet, in percentuale addirittura superiore a quella dei
grossisti, di negozi e di agenti e rappresentanti, un dato che sembra singolare (soprattutto per
quanto riguarda le attività artigianali e quelle agricole, meno coinvolte da questo canale), tanto
che il rilievo sembra riconducibile soprattutto all’attività turistica, nonché all’attrazione esercitata
da una forma di commercio, quella elettronica, ancora da valutare e da considerare soprattutto
quale veicolo di promozione, più che di effettiva affermazione in campo commerciale.
Tabella 44 Principale canale di vendita
Frequenza Percentuale
vendita diretta 162 46,2
grossisti 14 4,0
negozi 14 4,0
rappresentanti/agenti 5 1,4
vendita telefonica 5 1,4
Internet 48 13,7
altro 22 6,3
Totale 270 76,9
Non Risponde 81 23,1
Totale 351 100,0
Figura 12 Principale canale di vendita
Principale canale di vendita
50 46,2
45
40
35
Percentuale
30
25 23,1
20
13,7
15
10 6,3
4 4
5 1,4 1,4
0
vendita telefonica
vendita diretta
altro
Non Risponde
grossisti
negozi
rappresentanti/agenti
internet
126
Trentino Sviluppo SpA
Coerentemente con quando indicato in risposta al canale di vendita, la principale modalità
di promozione consiste nei rapporti personali con i clienti (32,2%), mentre generica è
l’importanza attribuita alla voce “pubblicità o attività promozionali” (27,4%), che spesso, come si
è poi visto nello sviluppo del progetto, non riesce ad essere individuata in una forma specifica.
Tabella 45 Modalità di promozione
Frequenza Percentuale
rapporti personali con i clienti 113 32,2
attività collocata a diretto contatto con il pubblico 49 14,0
pubblicità o attività promozionali 96 27,4
partecipazione a fiere 21 6,0
altro 9 2,6
Totale 288 82,1
Non Risponde 63 17,9
Totale 351 100,0
11.2.19 Tipologia di concorrenza
Volgendo l’analisi all’ambito dei concorrenti, le risposte sembrano esprimere un evidente, forse
eccessivo ottimismo nello sviluppo dell’impresa: il 50% afferma che avrà pochi concorrenti,
mentre il 22,8% ritiene che, anche in presenza di concorrenti, ci sia spazio per nuove iniziative.
Da questo dato sembrerebbe emergere una relativa fiducia nelle possibilità di crescita economica
offerte dal contesto in cui si va ad intervenire, quelle di un territorio svantaggiato che tenta di
colmare le proprie lacune con l’intraprendenza (oltre che con la speranza di trasformare i vincoli
ambientali in opportunità turistiche).
Tabella 46 Tipologia di concorrenza
Frequenza Percentuale
nessun concorrente 35 10,0
pochi concorrenti 178 50,7
molti concorrenti, ma c’è spazio per nuove iniziative 80 22,8
Totale 293 83,5
Non Risponde 58 16,5
Totale 351 100,0
Data la tipologia delle attività presentate e dei settori prevalenti, i concorrenti vengono
individuati per lo più in ambito provinciale. Va comunque segnalato che il 21,7% dei
proponenti non ha saputo indicare la collocazione dei propri concorrenti.
Tabella 47 Collocazione dei principali concorrenti
Frequenza Percentuale
locali 95 27,1
provinciali 118 33,6
127
Trentino Sviluppo SpA
Frequenza Percentuale
extraprovinciali 62 17,7
Totale 275 78,3
Non Risponde 76 21,7
Totale 351 100,0
Figura 13 Collocazione dei principali concorrenti
COLLOCAZIONE DEI PRINCIPALI CONCORRENTI
Non risponde
21,7% Locali
27,1%
Provinciali
Extraprovinciali
33,6%
17,7%
Coerentemente con quanto visto più sopra, dove il 70% dei proponenti dichiarava di avere
già maturato esperienze nel settore in cui intende intervenire, il 58,6% di coloro che hanno
compilato il Questionario dichiara di conoscere i prodotti dei propri concorrenti (il
47,2% anche i prezzi che questi praticano). Eppure, anche in questo caso, le fasi successive
del progetto hanno reso necessario un approfondimento di questi temi.
Tabella 48 Conoscenza prodotti e prezzi dei concorrenti
Percentuale (calcolata
Frequenza
sul totale questionari)
Prodotti 203 57,8
Prezzi 166 47,3
(Nota: le percentuali sono state calcolate rispetto al totale questionari compilati. Era possibile segnare entrambe le risposte)
11.2.20 Differenziazione del proprio prodotto /servizio
Tra gli elementi di differenziazione della propria attività economica nei confronti dei concorrenti,
se un quarto dei proponenti non sa rispondere, ben un terzo (33,3%) cita come elemento distintivo
quello dell’originalità e della personalizzazione del prodotto/servizio.
Il 16% individua questo elemento nella maggior qualità dell’attività aziendale, mentre
meno significativi sono i dati inerenti all’innovazione e alla rapidità di risposta alle richieste dei
committenti.
128
Trentino Sviluppo SpA
Se, come rilevato più sopra, più della metà dei proponenti sembrano avanzare una proposta
imprenditoriale in un ambito nel quale hanno già maturato un’esperienza (spesso nata sulla spinta di una
personale inclinazione per l’attività, per una propria “passione”) non stupisce che il fattore dell’originalità
o della personalizzazione dell’attività in risposta alle esigenze dei clienti risulti il più indicato. Il dato
emerge, ovviamente in modo coerente con la fiducia nelle proprie competenze tecnico-professionali,
anche se – va sottolineato – l’originalità e la personalizzazione sono elementi per i quali si è verificata
talvolta una propensione a sovrastimarne l’effettivo valore economico. Proprio perché l’idea dell’attività
è nata spesso da un’espressione personale, infatti, la valutazione dell’originalità (anche in settori come
quello agricolo o quello turistico) si è caricata di un evidente investimento affettivo, che costituisce certo
l’anima dell’iniziativa imprenditoriale, ma che, specie in attività che si intendono svolgere a tempo
pieno, va valutato più come soglia di resistenza dell’imprenditore alle difficoltà del mercato - o, se si
vuole, come tensione ottimistica nella fase di avvio – che come vantaggio competitivo.
Tabella 49 Differenziazione del proprio prodotto / servizio
Frequenza Percentuale
prezzo più contenuto 13 3,7
qualità maggiore 56 16,0
tempi di esecuzione/risposta più rapidi 16 4,6
originalità/personalizzazione del prodotto servizio 117 33,3
innovazione tecnologica 13 3,7
innovazione di prodotto servizio 26 7,4
altro 18 5,1
Totale 259 73,8
Non Risponde 92 26,2
Totale 351 100,0
11.2.21 Conoscenza collocazione dei fornitori
Le domande relative alla conoscenza dei fornitori di materie prime, semilavorati, beni
strumentali e consulenze, hanno ricevuto una risposta la cui distribuzione percentuale sembra
tutto sommato omogenea. Per tutti e tre i quesiti, più del 50% dei proponenti il Questionario
non sa indicare una collocazione precisa, mentre poco più del 20% individua la sede dei fornitori
nell’ambito provinciale e tra il 10 ed il 15% li individua su scala extraprovinciale.
Il dato conferma il quadro che va definendosi in merito alla fase produttiva dell’attività
d’impresa: se la competenza di processo viene avvertita come buona (o comunque sempre più
che sufficiente), dal punto di vista della gestione complessiva di questa fase emergono maggiori
difficoltà nel controllo del canale in entrata e in uscita.
Tabella 50 Collocazione fornitori di materie prime semilavorati
Frequenza Percentuale
locali 55 15,7
provinciali 69 19,7
extraprovinciali 49 14,0
Totale 173 49,3
Non Risponde 178 50,7
Totale 351 100,0
129
Trentino Sviluppo SpA
Tabella 51 Collocazione fornitori di attrezzature beni strumentali
Frequenza Percentuale
locali 39 11,1
provinciali 81 23,1
extraprovinciali 52 14,8
Totale 172 49,0
Non Risponde 179 51,0
Totale 351 100,0
Tabella 52 Collocazione fornitori di consulenze collaborazioni
Frequenza Percentuale
locali 48 13,7
provinciali 75 21,4
extraprovinciali 37 10,5
Totale 160 45,6
Non Risponde 191 54,4
Totale 351 100,0
Tabella 53 Conoscenza dei prezzi fatti dai potenziali fornitori
Frequenza Percentuale
Materie prime e semilavorati 98 27,9
Attrezzature / beni strumentali 97 27,6
Consulenze / collaborazioni 60 17,1
Solo una piccola percentuale delle persone che hanno espresso un’idea d’impresa conosce i
prezzi praticati dai potenziali concorrenti. Meno di un terzo del totale conosce quelli dei fornitori di
materie prime, semilavorati, attrezzature e beni strumentali, meno ancora, il 17,1% conosce i prezzi
odierni delle consulenze o delle eventuali collaborazioni necessarie alla gestione dell’azienda.
11.2.22 Individuazione spazi e quantificazione investimenti per l’avvio dell’attività
A conferma di quanto emerso dalle tabelle precedenti, giunge dunque il dato della conoscenza
relativa al prezzo delle varie forniture, dalle materie prime alla consulenza. Solo una percentuale
limitata, che si aggira tra il 17 ed il 26% conosce i prezzi praticati dai potenziali fornitori. Tuttavia,
questa percentuale, che può arrivare a circa un quarto dei proponenti, sembra muoversi in materia
aziendale con disinvoltura e discreta padronanza degli elementi critici.
Passando ad altre questioni, infatti, se si eccettua la domanda relativa all’individuazione
degli spazi produttivi (dove più della metà dei proponenti, il 62,4%, dichiara di conoscere già – e
spesso di disporre – degli spazi necessari), per quanto riguarda l’individuazione delle autorizzazioni
necessarie all’avvio dell’attività d’impresa, degli investimenti necessari per l’avviamento dell’attività
e del prezzo che l’imprenditore dovrà praticare per la vendita dei propri prodotti/servizi circa
la stessa percentuale, dal 22 al 28%, dichiara di aver riflettuto a lungo sulla quantificazione di
130
Trentino Sviluppo SpA
questi elementi. Si può dunque individuare nella soglia di un quarto dei rispondenti un gruppo
di potenziali imprenditori che si dichiarano sufficientemente competenti in tutte le articolazioni
dell’attività d’impresa.
Tra le questioni poste dalle ultime tabelle, quella che sembra avere maggior rilievo sulle
possibilità di sviluppo di un’azienda riguarda la disponibilità di spazi propri in cui esercitare l’attività.
Come anticipato, ben il 62,4% dichiara di avere individuato gli spazi in cui condurre
l’impresa. Minore, tuttavia, anche se non sondata dal questionario, è la loro disponibilità.
L’incidenza del costo degli affitti, in una congiuntura particolarmente sensibile all’investimento
immobiliare, non si è rivelata determinante solo per le sorti del settore commerciale, ma anche
per la possibilità di insediamento di un’azienda artigiana. In genere, anche in presenza di forti
motivazioni imprenditoriali, la mancata disponibilità di spazi propri (o spazi in locazione, a prezzi
di favore) ha costituito un ostacolo difficilmente superabile per i proponenti.
Tabella 54 Ha già individuato gli spazi in cui condurre l’attività?
Frequenza Percentuale
si 219 62,4
no 83 23,6
Totale 302 86,0
Non Risponde 49 14,0
Totale 351 100,0
Tabella 55 Ha già quantificato gli investimenti necessari all’avvio dell’attività?
Frequenza Percentuale
si 100 28,5
no 196 55,8
Totale 296 84,3
Non Risponde 55 15,7
Totale 351 100,0
11.2.23 Conoscenza dell’iter autorizzativo per l’avvio dell’attività
Per quanto riguarda, nello specifico, il dato relativo alla conoscenza dell’iter autorizzativo
precedente l’avvio dell’attività d’impresa, ben il 59% dei rispondenti dichiara di esserne
all’oscuro. Il dato è parso evidente anche nel corso delle fasi successive del progetto: la Pubblica
Amministrazione continua ad apparire un universo oscuro e poco penetrabile. Paradossalmente,
la messe di informazioni resa disponibile dagli enti pubblici agli utenti in questi anni (sia nelle
varie sedi del capoluogo provinciale, sia negli uffici periferici, sia in Internet) sembra rendere
ancora meno intelligibile un mondo che ai proponenti si mostra, anche al di là del luogo comune,
come un labirinto. Se l’eccesso di comunicazione provoca indubbiamente alcune difficoltà
di orientamento, talora la scarsa attitudine dei potenziali imprenditori a considerare il lavoro
burocratico, amministrativo quale parte essenziale di un’efficace gestione d’impresa, non può che
rendere ancora meno dinamico il quadro d’insieme. Anche in questo caso, come già segnalato
più sopra, si conferma tuttavia il dato positivo del 26,2% relativo ai potenziali imprenditori che si
dichiarano competenti anche a questo riguardo.
131
Trentino Sviluppo SpA
Tabella 56 Individuazione delle autorizzazioni necessarie
Frequenza Percentuale
si 92 26,2
no 207 59,0
Totale 299 85,2
Non Risponde 52 14,8
Totale 351 100,0
11.2.24 Modalità di reperimento capitale necessario
Nonostante quello degli incentivi pubblici sia un interrogativo che è apparso costante nelle
preoccupazioni dei potenziali imprenditori, anche in questo caso, come già per le autorizzazioni, la
conoscenza delle leggi provinciali per gli incentivi risulta limitata a quella parte che
si dichiara competente (20,8%). Il dato, coerente con il quadro descritto, non è preoccupante:
del resto, un solo colloquio, sia nelle fasi successive del progetto, sia presso i servizi provinciali sia
presso gli interlocutori di categoria ha normalmente consentito di superare questa difficoltà. Va
tuttavia registrato che la fiducia negli incentivi e nei contributi pubblici appare molto alta. Alla
domanda sulla modalità di reperimento del capitale necessario all’avvio dell’attività (domanda
per cui erano possibili più risposte) il 77,1% di chi ha presentato il Questionario confida
nell’accesso ai contributi pubblici; paradossalmente, più di chi dichiara di ricorrere al
credito bancario (71,5%) e di chi dichiara di attingere a disponibilità personali (51%). Se è vero che
non tutti possono disporre di capitale proprio, la fiducia nel sostegno dell’ente pubblico appare
estremamente significativa.
Tabella 57 Individuazione delle leggi provinciali per incentivi
Frequenza Percentuale
Si 73 20,8
No 222 63,2
Totale 295 84,0
Non Risponde 56 16,0
Totale 351 100,0
Tabella 58 Modalità di reperimento del capitale necessario all’avvio dell’attività
N Percentuale di casi
Capitale da disponibilità personali o familiari 147 51,0%
Capitale da credito bancario 206 71,5%
Capitale da accesso ad incentivi pubblici 222 77,1%
Capitale da altro 9 3,1%
Totale 584 202,8%
(Nota: percentuale calcolata rispetto al totale questionari compilati)
132
Trentino Sviluppo SpA
11.2.25 Individuazione prezzi da praticare e fatturato necessario per il punto di
pareggio
Come si è visto nelle fasi successive del progetto, la definizione del prezzo finale da praticare
da parte dei potenziali imprenditori risulta normalmente assai difficile (soprattutto nell’ambito dei
servizi). Del resto, si tratta di una variabile delicata, in cui concorrono molte delle considerazioni
personali che hanno fatto sì che un’idea d’impresa prendesse forma concreta, considerazioni che
vengono passate al vaglio delle esigenze di mercato e delle necessità dell’azienda, sia strutturali che
contingenti. Di solito, nelle prime fasi il prezzo finale dei prodotti/servizi non si distacca in misura
significativa da quello di mercato, praticato dai concorrenti, e ciò sia in ragione di una minor
conoscenza della propria posizione, sia quale diretta conseguenza di un atteggiamento cauto, che
accompagna quasi tutte le stagioni di un esordio imprenditoriale. Anche in questo caso, il 23,1%
di chi ha presentato il Questionario si dichiara a conoscenza del prezzo che dovrà praticare nella
sua nuova attività, mentre più del 60% non sa rispondere.
Tabella 59 Individuazione dei prezzi che dovrà praticare
Frequenza Percentuale
Si 81 23,1
No 211 60,1
Totale 292 83,2
Non Risponde 59 16,8
Totale 351 100,0
Diverse sono invece le considerazioni inerenti alla conoscenza del fatturato necessario a
raggiungere il punto di pareggio dell’azienda. Se abbiamo posto in una percentuale di circa il
25% di potenziali imprenditori la quota di quelli che si dichiarano competenti in ogni fase della
gestione di un’impresa, arrivati a questo punto la percentuale scende a quasi la metà di questo
dato. Solo il 12,3% di chi ha presentato il questionario ritiene, infatti, di essere in
grado di determinare il punto di pareggio della propria attività, mentre il 63% ritiene
di non conoscerlo e di non saperlo determinare.
Il dato, alla luce dell’esperienza sul campo, non dovrebbe apparire del tutto sorprendente,
poiché questa determinazione viene in genere percepita da parte dei potenziali imprenditori
come un’operazione tipica dei controlli di gestione, deputati in massimo grado al commercialista.
Tuttavia, se ricordiamo che più del 50% dei proponenti si dichiarava competente nelle fasi di
produzione, commercializzazione e amministrazione, il dato inerente alla conoscenza del fatturato
necessario per raggiungere il punto di pareggio sembra molto basso, ancor più se consideriamo
che si tratta di uno degli elementi determinanti per una valutazione complessiva del progetto
d’impresa.
Non solo gli studi teorici, ma anche l’esperienza concreta di questo progetto dimostra che, in
una congiuntura difficile da interpretare come quella attuale, queste conoscenze di analisi – pur
con l’approssimazione tipica di una proiezione – si rivelano strumenti indispensabili alle decisioni
di un potenziale imprenditore, per evitare di lanciarsi in avventure dalle quali il ritorno (soprattutto
in termini finanziari) potrebbe rivelarsi molto difficile. La fase di assistenza tecnica ai progetti
ha cercato di insistere, per quanto possibile, su queste competenze e di supportare i potenziali
imprenditori nell’elaborazione della loro pianificazione economico-finanziaria.
133
Trentino Sviluppo SpA
Tabella 60 Individuazione del fatturato necessario per il punto di pareggio
Frequenza Percentuale
Si 43 12,3
No 245 69,8
Totale 288 82,1
Non Risponde 63 17,9
Totale 351 100,0
11.2.26 Sintesi conoscenze complessive sulla gestione di un’impresa
Per rappresentare il gruppo di competenze dei proponenti nuove ipotesi d’impresa (competenze
possedute o mancanti relativamente agli aspetti che abbiamo visto fino ad ora), si è scelto di
utilizzare un grafico a raggiera: a seconda di come è spostato il filo che unisce i punteggi ottenuti
dalle risposte positive (ossia quanti rispondono affermativamente alla domanda in questione),
si può chiaramente osservare quali siano le conoscenze diffuse e già possedute e quelle invece
di cui c’è maggior necessità di supporto. Il grafico è basato sulle risposte affermative alle relative
domande (frequenza).
Figura 14 Conoscenze di base disponibili
Conoscenze base
Ha individuato le autorizzazioni necessarie
100%
80%
Ha individuato le leggi provinciali per
60%
Ha individuato gli spazi
incentivi
40%
20%
0%
a individuato fatturato necessario per il
Ha quantificato gli investimenti
pareggio
Complessivo
Agricoltura
Artigianato
Ha individuato i prezzi che dovrà praticare
Turismo
134
Trentino Sviluppo SpA
Figura 15 Conoscenza prezzi di fornitori e concorrenti
Conoscenza prezzi di fornitori e concorrenti
Complessivo
Conoscenza prodotti concorrenti
Agricoltura
100%
Artigianato
90%
80% Turismo
70%
60%
50%
Conoscenza prezzi di consulenze e 40%
30% Conoscenza prezzi concorrenti
collaborazioni
20%
10%
0%
Conoscenza prezzi di attrezzature beni Conoscenza prezzi materie prime
strumentali semilavorati
Come si può notare dai grafici, la distribuzione delle conoscenze di base e di quelle riferite ai
clienti e fornitori risulta in buona parte omogenea.
In termini di attività economiche, l’area maggiore relativa alle conoscenze di base risulta essere
quella descritta dal settore agricolo (dove peraltro queste conoscenze sono agevolate dalla natura
stessa dell’attività, in cui la componente territoriale è determinante, e dove determinante nella
trasformazione e distribuzione del prodotto è il ruolo del settore cooperativo, per cui non stupisce
che la conoscenza dei prezzi non sia avvertita come un elemento critico).
Per quanto riguarda la conoscenza dei clienti e fornitori prevale l’area descritta dall’artigianato.
In quest’ultimo settore, dinamico e naturalmente meno legato all’elemento territoriale rispetto a
quello agricolo, la conoscenza dei prezzi di ciascun fornitore risulta determinante, più di quanto
non lo sia quella dei prezzi dei concorrenti.
11.2.27 Aiuti necessari per aprire una nuova attività
Le due voci principali nelle risposte alla domanda relativa agli aiuti necessari ad aprire
un’attività (che consentiva una risposta multipla) evidenziano, coerentemente con quanto visto
nelle altre tabelle, le maggiori preoccupazioni dei potenziali imprenditori, una relativa alla verifica
dell’effettiva fattibilità della propria proposta imprenditoriale, l’altra rivolta ad un
maggior sostegno nel rapporto con l’ente pubblico (che nella percezione dei proponenti,
nonostante l’alto livello di fiducia, appare lungo e difficile).
Da una parte, dunque, la prima voce, il 78,9%, riguarda l’assistenza nell’individuazione degli
incentivi, assistenza svolta nel corso del progetto o dagli interlocutori istituzionali, in primo luogo
dagli stessi Servizi provinciali e dalle Associazioni di categoria.
135
Trentino Sviluppo SpA
La seconda voce, pari al 71,4%, è relativa alla verifica della fattibilità dell’idea imprenditoriale,
un’attività che è stata al centro delle fasi successive del progetto e che è stata ulteriormente motivata
proprio da questo dato.
La terza e la quarta voce, rispettivamente 66,8% e 65,5% riguardano l’assistenza
nell’individuazione delle autorizzazioni e l’assistenza nell’elaborazione del piano d’impresa.
A seguire, il 53,9% avverte l’esigenza di intervento di formazione sugli aspetti amministrativi,
il 48,4% su quelli commerciali, il 39,1% sull’estensione della propria quota di mercato.
Il dato positivo che emerge da questo quadro riguarda la richiesta di un aiuto che, coerentemente
con quanto osservato nelle tabelle precedenti, riguarda ambiti dell’attività aziendale in cui i
proponenti si sentono più deboli, in primo luogo quello di una verifica di fattibilità e di coerenza
della propria proposta e quindi quello di un supporto alla pianificazione economico finanziaria.
A fronte di una forte motivazione e di una buona conoscenza tecnico-produttiva, i proponenti
si sentono in difficoltà su alcuni aspetti gestionali, di mercato, e sul rapporto con l’ente pubblico
(rapporto, va ribadito, che raccoglie una piena fiducia, ma per il quale la richiesta d’aiuto fa segnare
il dato più elevato).
In termini di prime impressioni, o di elaborazione di una prima idea d’impresa, è ancora
diffusa la convinzione di poter fare l’imprenditore basandosi solo su conoscenze personali e reti
locali, che tuttavia i dati dimostrano insufficienti.
Se l’incentivo pubblico viene vissuto, talvolta frettolosamente, come una componente
“ambientale” su cui contare, le lacune di ordine maggiore non sembrano riguardare aspetti
strutturali, ma di conoscenza specifica, quasi a dire che le richieste di aiuto hanno per lo più un
carattere formativo, di conoscenza, in altre parole, un carattere immateriale.
Pur senza trascurare il 26,5% dei proponenti che chiede aiuto nell’individuazione degli spazi
(variabile, come detto, determinante per lo sviluppo di un’impresa) l’investimento di maggior
rilievo in risposta a queste richieste risulta dunque essere un investimento di assistenza tecnica, di
formazione, di ricerca.
Tabella 61 Aiuti necessari per avviare la nuova attività
Percentuale
N
di casi
34.1 Verificare la fattibilità della mia idea imprenditoriale 217 71,4%
34.2 Assistenza nell’elaborazione del piano di impresa 199 65,5%
34.3 Assistenza nell’individuazione degli spazi 81 26,6%
34.4 Assistenza nell’individuazione delle autorizzazioni 203 66,8%
34.5 Assistenza rispetto all’accesso al credito 130 42,8%
34.6 Assistenza nell’individuazione degli incentivi 240 78,9%
34.7 Assistenza rispetto all’individuazione di potenziali clienti/committenti 119 39,1%
34.8 Assistenza rispetto all’individuazione di potenziali fornitori/consulenti 85 28,0%
34.9 Formazione su aspetti che riguardano la produzione 79 26,0%
34.10 Formazione su aspetti commerciali 147 48,4%
34.11 Formazione su aspetti amministrativi 164 53,9%
34.12 Altro 24 7,9%
Totale 1688 555,3%
(Nota: percentuale calcolata rispetto al totale questionari compilati)
136
Trentino Sviluppo SpA
Figura 16 Aiuti necessari per avviare la nuova attività
Aiuti necessari per avviare l'attività
34.6 Assistenza nell'individuazione degli incentivi 78,90%
34.1 Verificare la fattibilità della mia idea imprenditoriale 71,40%
34.4 Assistenza nell'individuazione delle autorizzazioni 66,80%
34.2 Assistenza nell'elaborazione del piano di impresa 65,50%
34.11 Formazione su aspetti amministrativi 53,90%
34.10 Formazione su aspetti commerciali 48,40%
34.5 Assistenza rispetto all'accesso al credito 42,80%
34.7 Assistenza rispetto all'individuazione di potenziali
clienti/committenti
39,10%
34.8 Assistenza rispetto all'individuazione di potenziali
fornitori/consulenti
28,00%
34.3 Assistenza nell'individuazione degli spazi 26,60%
34.9 Formazione su aspetti che riguardano la produzione 26,00%
34.12 Altro 7,90%
0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90%
• Oltre a questi, sono stati segnalati altre tipologie di aiuti, tra cui:
• supporto nelle decisioni amministrative
• aiuto del comune nel velocizzare le pratiche di apertura dell’attività
• assistenza nella ricerca di mercato
• assistenza per chiusura attuale attività
• collaborazione tra Università e artigiani
• fattibilità burocratica e soprattutto la spesa corrente per costituire e ottenere il progetto
• formazione su aspetti che riguardano il tipo di prodotto
• formazione sulla bioedilizia
• formulazione del prezzo di vendita
• guida per conoscere le leggi in relazione all’apertura di un’impresa
• individuazione della forma giuridica
• rapporto con i soggetti istituzionali locali
• supporto all’innovazione tecnologica ad opera di esperti del settore
137
Trentino Sviluppo SpA
12. Le imprese avviate
Le imprese che sono sorte con il supporto del Progetto di animazione territoriale, o che ne hanno
beneficiato nelle prime fasi di vita, si inquadrano coerentemente nel fenomeno di insediamento
imprenditoriale in ambiente montano già analizzato nei capitoli precedenti, vale a dire nascono
nel punto di intersezione di più esigenze: in primo luogo di quelle personali, che hanno spinto
l’imprenditore ad elaborare un Job Plan, più che un Business Plan, un piano della professione, in
cui convergono elementi diversi, legati talvolta all’esperienza lavorativa precedente o più spesso
ad una necessità latamente espressiva, di realizzazione personale, esistenziale. In seconda battuta,
l’impresa prende forma costituendosi quale risposta a un’esigenza, o a un’opportunità, rilevata
sul territorio, uno spazio che (in ambiente montano più che mai), si rivela accogliente nella
misura in cui l’azienda è in grado di rispondere ai bisogni della comunità. In terzo luogo, nasce
da una competenza personale che si insedia in ambiente apparentemente neutro, in rapporto al
bene o al servizio prodotto, in realtà determinante per le condizioni materiali favorevoli ad una
produzione rivolta non più, o non solo, al mercato locale, ma al mercato extraregionale, talora
perfino internazionale.
Per buona parte delle imprese artigiane, che costituiscono la componente maggiore tra
quelle nate o differenziatesi nel corso del Progetto, possono valere tutte e tre le caratteristiche
sopra elencate. Si tratta, in altre parole, di aziende che crescono con la competenza dell’artigiano
(il quale, raggiunta la maturità professionale alle dipendenze di un’altra azienda del settore, si
mette in proprio), che rispondono ad un’esigenza territoriale nel ciclo dell’edilizia o dei servizi
alla persona, e che, in alcuni casi, fanno forza sulle condizioni di un ambiente favorevole per
proiettarsi verso un mercato esterno.
L’impresa turistica si inserisce in un processo cui si è già fatto menzione, quello di una
profonda trasformazione del settore, che ha aperto a nuove forme di esercizio dell’attività e a
diversi indirizzi, sia per quanto riguarda la ristorazione (per la quale da tempo si sperava in una
riqualificazione complessiva), sia per quanto riguarda la ricettività. L’apertura di un bar o di un
ristorante in ambiente montano, più che assolvere ad una funzione aggregativa per la comunità
locale (aspetto che viene dato per scontato), viene colta come possibilità di attrazione di un turista
attento, molto più di un tempo, alle varie manifestazioni culturali del territorio. Le esperienze
dell’animazione turistica e di qualche ambulante confermano un quadro molto dinamico, sia pur
caratterizzato da una possibile contrazione.
Diverso è il discorso inerente alle libere professioni, più difficile e di minor coerenza
complessiva. Ad una libera professione tradizionale (geometra, ingegnere, architetto, psicologo)
che risponde ad esigenze di realizzazione dell’imprenditore, ma che per i primi cinque anni fatica
a trovare una collocazione competitiva sul mercato locale, stretta tra le maglie di un andamento
economico quasi recessivo e quelle di un eccesso di offerta (cresciuta troppo prepotentemente negli
ultimi anni), risponde un ventaglio di nuove proposte del terziario avanzato che derivano dalla
professionalizzazione di impieghi condotti spesso in forma precaria. Impieghi che un tempo si
configuravano come un lavoro (es. il dipendente del museo, l’archivista, l’esperto in organizzazione
d’impresa) e che ora, in un mutato contesto, debbono invece rispondere dinamicamente alle
offerte che nascono sul territorio. Da una parte abbiamo dunque una professione tradizionale
che in qualche modo si precarizza, costringendo i giovani liberi professionisti ad una sostanziale
monocommittenza con uno studio più affermato (priva di prospettive di autonomia professionale,
stando ai dati dell’Istat e della Banca d’Italia del 2008); dall’altra assistiamo ad un’evoluzione
138
Trentino Sviluppo SpA
di attività esercitate in forma precaria volte a stabilizzarsi, ma che non sempre possono contare
su di un mercato in espansione (certo non quella dell’archivista). L’investimento in termini di
conoscenza da parte del libero professionista si configura dunque sempre di più come un incentivo
allo sviluppo di una competenza personale che permetta di rispondere ad un gran numero di
esigenze di ordine tecnico o intellettuale (generiche o specifiche), esigenze che il mercato non
cessa di esprimere, ma che tuttavia esprime forzando il professionista a rispondere puntualmente
e con precisione ad una serie di interrogativi molto eterogenei e assai diversi da quelli tipici di un
tempo.
In ambito agricolo, le nuove imprese vanno ad inserirsi in un territorio di solida tradizione ed
in un settore che negli ultimi anni ha conosciuto una positiva e sensibile trasformazione in termini
di diversificazione dell’offerta e di orientamento al servizio. La presenza diffusa e competente del
mondo cooperativo garantisce ad una piccola azienda del settore una crescita meno ingombra di
incognite.
Per quanto riguarda gli altri servizi, merita un accenno quello dei trasporti, vissuti con
difficoltà in gran parte del territorio montano, cui si cerca di ovviare in vario modo (noleggio taxi
con conducente, bus navetta privato, pullman turistico).
Di seguito sono riportate le schede di presentazione delle imprese avviate (o che
hanno attuato processi di diversificazione) con il sostegno del progetto di animazione
imprenditoriale condotto nelle aree obiettivo 2 della Provincia Autonoma di
Trento.
1) RIFUGIO ALPINO “MALGA CAMPO”
Silva Guderzo
Gisella Nicolussi Castellan
Annamaria Nicolussi Castellan Galeno
Luserna (Trento) Nel luglio del 2005, a conclusione di un’accurata fase di recupero è stato
aperto il Rifugio Alpino “Malga Campo” nel territorio del Comune di Luserna, a quota m 1460 sul
livello del mare (dista circa un chilometro e mezzo dall’abitato di Luserna, e km 3,5 da Millegrobbe).
Il rifugio è gestito dalla società “Di drai Lech” (dal cimbro: “I tre larici”), formata da Annamaria
Nicolussi Castellan Galeno, Silvia Guderzo e Gisella Nicolussi Castellan. Dispone di un ampio
ristorante e di tre camere (due da quattro posti
letto e una da otto posti letto, ciascuna con bagno
proprio). È aperto tutti i giorni da metà giugno
a fine settembre, mentre d’inverno l’apertura è
limitata ai fine settimana.
La partecipazione al progetto di Trentino
sviluppo si è concretizzata in una fase di
accompagnamento dell’iniziativa, già definita
e strutturata, rispetto ai temi della gestione
amministrativa della struttura e delle strategie
promozionali.
139
Trentino Sviluppo SpA
2) RISTORANTE
Flavio Nicolussi
Luserna (Trento)
Flavio Nicolussi è impegnato nella realizzazione di un ristorante situato nei pressi delle piste
da sci in località Malga Rivetta, nel comune di Luserna. Dopo aver pressoché concluso i lavori nei
locali, è in attesa delle ultime autorizzazioni. Il ristorante dovrebbe aprire in tempo per la stagione
invernale 2008/2009.
3) CENTRO “ESTETICA E BENESSERE”
Silvia Pedrazza
Lavarone (Trento)
Il centro estetico “Estetica e Benessere” è stato aperto a Lavarone (TN) nel maggio del 2006. La
titolare Silvia Pedrazza, conseguito il diploma di estetista, ha maturato diversi anni di esperienza
presso in un centro estetico. Sulla base di queste competenze ha quindi deciso di iniziare una propria
attività, offrendo trattamenti personalizzati, estetici e curativi, che comprendono massaggi curativi
e linfodrenaggi, pulizia e trattamenti viso, pedicure curativo ed estetico, solarium e ricostruzione
unghie. Il nucleo forte della clientela è rappresentato dalla popolazione residente sull’Altopiano di
Folgaria, Lavarone e Luserna, ma il centro è frequentato anche da turisti che vengono a trascorrere
le vacanze sull’Altipiano dal Veneto e dal nord Italia. Uno dei punti di forza della titolare nei
confronti della clientela è rappresentato dalla flessibilità degli orari di apertura del Centro estetico
e dalla disponibilità di lavorare anche a casa di clienti con problemi di mobilità.
4) MANUTENZIONE IMPIANTI E CARPENTERIA METALLICA
Davide Pauletto
Tonadico (Trento)
Davide Pauletto è titolare di un’impresa individuale che opera nel campo della manutenzione
impianti e della carpenteria metallica. Ha sede in Tonadico (Trento), ed opera dal marzo 2006. Forte
di una tradizione familiare già consolidata nell’ambito della carpenteria metallica e in generale della
lavorazione dei metalli (nonché, più specificamente, nella manutenzione di impianti) Pauletto ha
deciso di avviare un’attività imprenditoriale autonoma volta a rispondere alle richieste provenienti
dal territorio tra il Primiero e il Veneto. L’orizzonte al quale l’imprenditore si rivolge non è tuttavia
solo quello locale, avendo operato in ambito nazionale e, occasionalmente, internazionale
(Olanda). Così l’attività non in prospettiva non dovrebbe limitarsi alla sola manutenzione ma si
estenderà anche alla carpenteria metallica ed alla lavorazione artistica del ferro battuto.
5) SERVIZI CULTURALI
Adriana Stefani
Canal San Bovo (Trento)
Nel gennaio 2007 Adriana Stefani ha costituito un’impresa individuale che opera in vari
ambiti del settore terziario: consulenza culturale, ricerca storica, servizi turistici, divulgazione
140
Trentino Sviluppo SpA
naturalistica e ambientale. Compiuti gli studi universitari a Bologna, Adriana Stefani ha
svolto attività di ricerca presso il Museo Storico di Trento e l’Ecomuseo del Vanoi; attività di
allestimento mostre e di divulgazione nell’ambito di iniziative turistiche e di progetti realizzati
con gli istituti scolastici. Dal 2002 al 2005 ha curato la programmazione e il coordinamento
delle attività dell’Ecomuseo del Vanoi. L’esercizio della propria attività in forma imprenditoriale
è stato inteso quale passaggio indispensabile per mettere a frutto professionalmente le molte
competenze maturate nel corso di questi anni, attività regolate da contratti di lavoro a tempo
determinato.
6) CENTRO FITNESS E RECUPERO MOTORIO CHINESIS
Federika Caviola
Paola Bazzanella
Segonzano (Trento)
La società “CHINESIS” è stata costituita nella primavera del 2007 ed ha sede in Segonzano (Tn).
Paola Bazzanella e Federika Caviola, entrambe laureate in Scienze motorie - la prima con laurea
specialistica in Scienza delle Attività motorie adattate - dopo aver maturato una solida esperienza
come docenti di fitness e trainer nei corsi dell’Università della terza età e del tempo disponibile,
in varie attività di allenamento (presciistica ed altri corsi di ginnastica), nonché partecipando a
progetti di ricerca promossi dall’Università e dai Servizi Sanitari, sia in Valle di Cembra che in Valle
di Fiemme, hanno deciso di mettere a frutto le proprie competenze costituendo una società per
la creazione di un Centro fitness metabolico. Il Centro, dotato di una palestra molto attrezzata, è
collocato nel Comune di Segonzano, in seno ad una zona sprovvista di strutture sportive che non
siano gestite da associazioni locali ed offre corsi di ginnastica di varia natura, oltre naturalmente
all’utilizzo della sala macchine.
Per gli anziani e le persone affette da particolari patologie (es. diabete) è attivato un progetto
per il mantenimento dell’attività motoria, sviluppato in collaborazione con i medici di base del
territorio. Le due titolari collaborano altresì con il CeBism (Centro interuniversitario di Ricerca in
Bioingegneria e Scienze Motorie) di Rovereto.
7) STUDIO DI ARCHITETTURA
Luisa Mattevi
Segonzano (Trento)
Dopo la laurea in Architettura e il conseguimento del titolo professionale – nel luglio 2004
mediante il superamento dell’Esame di Stato – Luisa Mattevi ha proseguito una collaborazione con
l’Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia in alcune esperienze didattiche nei settori
di Composizione architettonica e urbana e di Tecnologia dell’Architettura (2005 e 2006). Libero
professionista dal gennaio 2005, si è occupata di risanamento, ristrutturazione e recupero degli
edifici a carattere residenziale, nonché di edilizia sostenibile. Autrice di alcuni contributi scritti, è
stata tra i promotori del convegno “Linguaggi e prospettive per un’architettura di montagna” che
si è tenuto a Cembra (Trento) il 15 luglio 2004, i cui Atti sono stati poi pubblicati dal Comitato
Mostra Valle di Cembra nel 2005. Con la proposta “Progetto in un borgo montano” ha vinto
il Premio Aldegheri 2005, organizzato dal Circolo Trentino per l’Architettura Contemporanea e
riservato alle migliori tesi di laurea dedicate al territorio provinciale.
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Trentino Sviluppo SpA
8) STUDIO TECNICO INGEGNERIA
Daniel Zanona
Belluno – Siror (Trento)
Conclusi gli studi universitari in ingegneria, Daniel Zanona ha collaborato a lungo con
uno studio tecnico di progettazione, conseguendo nell’estate del 2006 il titolo professionale
mediante il superamento dell’esame di Stato. Nel gennaio 2007 ha deciso di avviare la propria
attività nel campo dell’ingegneria civile, operando come libero professionista. Trasferitosi
a Belluno per ragioni personali, continua ad operare anche in Primiero, territorio dove ha
maturato gran parte della sua esperienza professionale. L’attività del tecnico si è sviluppata
nella progettazione in generale e nella direzione lavori, con approfondimento particolare degli
aspetti strutturali dell’edificio, dei calcoli statici e dei piani di sicurezza, realizzati anche per
altri studi tecnici.
9) AGRICAMPEGGIO “AL LARES”
Valentina Milani
Paolo Fiorenza
Bezzecca
L’attività dell’Agricampeggio Al Lares, (nata nel 2006 ed integrativa di quella agricola) è svolta
in seno a un’impresa familiare che ha sede a Bezzecca (TN), in prossimità del lago di Ledro, lungo
la strada che conduce al lago di Garda. I due soci, Valentina Milani e Paolo Fiorenza, che esercitano
appunto quest’attività a tempo parziale, offrono aree attrezzate e servizi igienici per la sosta di
camper e caravan, con la possibilità di servire prime colazioni e merende a base di prodotti tipici
locali. Il servizio è nato per dare risposta a un’esigenza diffusa in Valle di Ledro come pure in
molte altre valli del Trentino in cui, nonostante una presenza sempre più numerosa di camperisti
(secondo una tendenza in atto a livello nazionale ed europeo), le aree di sosta attrezzate per i
camper o caravan (al di fuori dei tradizionali campeggi) rimangono molto rare.
10) AZIENDA AGRICOLA FERRAI – PRODUZIONE VINO
Franco Ferrai
Telve Valsugana (Trento)
Si tratta di un’azienda agricola familiare di lunga tradizione, da lungo tempo produttrice
di vino base spumante per le Cantine Ferrari di Trento. Da qualche hanno l’azienda ha deciso
di intraprendere direttamente la produzione di vino e la sua commercializzazione attraverso la
creazione di una microfiliera. La zona di produzione su cui opera è particolarmente vocata (anche
se per ora la quantità prodotta in proprio è limitata). La superficie aziendale è di circa 2,5 ettari
coltivati prevalentemente con uve Chardonnay mediante un impianto di tipo Gujot. Il mercato
di nicchia, abbinato a produzioni limitate ma di ottima qualità, è la mission di questa nuova
azienda che, in collaborazione con un enologo di grande esperienza, ritiene di poter costituire
una fonte di sviluppo economico interessante per il territorio, oltre a rappresentare una crescita
culturale per tutti i soggetti coinvolti. In Valsugana non esiste alcuna realtà imprenditoriale di
questo genere, così i titolari pensano che l’esempio possa servire per dare maggiore visibilità e
possibilità commerciali alla produzione.
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Trentino Sviluppo SpA
11) L’ISOLA CHE NON C’È – ASILO NIDO
Maria Teresa Bossi
Paola Camera
Lucia Riccadonna
Pieve di Bono (Trento)
L’asilo nido “L’Isola che non c’è” nasce come società cooperativa nel dicembre 2005 a Pieve di
Bono (TN) per iniziativa di Maria Teresa Bossi, Paola Camera e Lucia Riccadonna. L’impresa offre un
servizio di asilo nido privato per l’assistenza e la cura dell’infanzia, in risposta ad un bisogno avvertito
in Valle del Chiese da parte di molte famiglie con bambini in età prescolare. Tutte e tre le operatrici –
che lavorano a tempo pieno nella società – sono in possesso dei requisiti di legge per erogare questo
servizio: hanno partecipato ad un corso FSE
attraverso il quale hanno ottenuto la qualifica
di Tagesmutter. Oltre ad assistere e curare i
bambini, la cooperativa offre servizi accessori di
preparazione e somministrazione di pasti.
Le caratteristiche specifiche dell’attività
sono legate in primo luogo alle competenze
tecniche (medicina pediatrica, età evolutiva,
disegno creativo, organizzazione familiare) e alla
passione delle operatrici (alcune di loro hanno
già svolto attività di assistenza all’infanzia in
strutture pubbliche presenti in Provincia).
12) EDILPOSE
Giordano Bertolini
Zuclo (Trento)
“Edilpose” di Giordano Bertolini è stata costituita nel febbraio 2006 a Zuclo (TN). Si tratta
di un’impresa artigiana di posa in opera di piastrelle e rivestimenti ceramici, pavimenti e scale
in granito. Nasce dalle competenze maturate dal titolare nell’esperienza familiare (il padre vanta
un’esperienza trentennale nel settore).
13) AFFITTACAMERE RO.MA S.n.c.
Francesca Mazzola
Bezzecca (Trento)
La società RO.MA di Francesca Mazzola è stata costituita nel dicembre 2005 a Bezzecca (TN),
anche se l’apertura al pubblico dell’esercizio è avvenuta nella primavera del 2007, appena ultimati
i lavori di ristrutturazione e allestimento dei locali. Il servizio offerto è quello dell’affittacamere
con prima colazione, parcheggio privato e centro benessere. Sono disponibili camere con bagno,
per un totale di 13 posti letto. La presenza del Lago di Ledro e del vicino Lago di Garda garantisce
molti spunti di interesse per il turista attivo, amante degli sport nella natura (trekking, mountain
bike, vela, ecc.) e per tutti coloro che vogliono trascorrere delle vacanze in pieno relax.
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Trentino Sviluppo SpA
14) ASSOCIAZIONE SPORTIVA MV RACING TEAM
Mauro Schivalocchi
Veronica Gamberini
Castel Condino (Trento)
L’Associazione sportiva dilettantistica “MV Racing Team” è nata nel gennaio 2006 a Castel
Condino (TN). Si tratta di un’associazione sportiva No Profit per la promozione del motociclismo,
che offre una vasta gamma di servizi destinati agli appassionati di questo sport: promozione e
valorizzazione della moto e degli sport a motore in genere a livello valligiano, (anche attraverso
la collaborazione con il Consorzio Pro Loco locale); preparazione ed elaborazione dei mezzi per
le competizioni e per lo svolgimento di test in circuito; organizzazione di eventi agonistici e
dimostrativi in pista; noleggio di circuiti per gare e test; servizi per migliorare la sicurezza della
pratica motociclistica in pista; avvio e gestione di una rete di contatti con appassionati del
motociclo, motoclub e organizzazioni analoghe in tutto il nord Italia. L’Associazione vuole offrire
una risposta specializzata a chi vuole correre in modo sicuro all’interno dei circuiti. I soci fondatori
si dedicano part-time all’attività dell’associazione. Schivalocchi corre da anni a livello dilettantistico
in molti circuiti italiani, partecipa a raduni e gare ed ha avviato una serie di relazioni con gruppi,
associazioni sportive e appassionati. Dal punto di vista economico, l’attività dell’Associazione è
si fonda sui contributi dei membri e dei sostenitori (che consentono di coprire le spese) e sugli
sponsor che finanziano specifiche manifestazioni od eventi.
15) ARS LARES – RESTAURO MOBILI, SCULTURA
Antonella Grazzi
Praso (Trento)
“Ars Lares” è un’impresa individuale costituita a Praso nel gennaio 2006 da Antonella Grazzi,
un’impresa nata dall’attività di restauro mobili e manufatti in legno, cui si è aggiunta la scultura
in legno e l’ideazione e la produzione di complementi d’arredo in legno massello. L’attività di
scultura è cresciuta con la partecipazione della titolare a numerosi corsi specifici. Dal punto di vista
imprenditoriale, Antonella Grazzi ha maturato competenze commerciali e amministrative grazie
all’esperienza di anni di lavoro come impiegata in piccole imprese locali. Il laboratorio artigiano
“Ars Lares” offre oggi risposte adeguate ad esigenze relative al restauro come pure alla realizzazione
di oggetti su misura, anche partendo da un disegno originale.
16) SALONE CAPELLI NATURA
Luigina Caliari
Bleggio Superiore (Trento)
Luigina Caliari ha aperto nel marzo 2006 a Bleggio Superiore (fraz. Cavaione), il Salone “Capelli
natura”. La titolare offre nel salone ogni servizio di acconciatura per uomo, donna e bambino.
Prima di intraprendere questa nuova attività, Luigina Caliari ha maturato competenze tecniche
ed una notevole esperienza lavorando in vari saloni e per più di dieci anni in società con una
collega. I servizi del Salone si rivolgono prevalentemente ai residenti nelle numerose frazioni che
costituiscono i Comuni di Bleggio Superiore e Inferiore.
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Trentino Sviluppo SpA
17) BED & BREAKFAST ANNAMARIA
Annamaria Santolini
Concei (Trento)
Nel febbraio 2006 Annamaria Santolini ha dato inizio all’attività del Bed & Breakfast Annamaria
a Concei. Con questa attività viene proposta ai turisti una forma di ospitalità ed accoglienza
originale, con il fine di far conoscere ed apprezzare il territorio a tutti coloro che non sono attratti
da un’offerta turistica di massa. La titolare, infatti, può vantare un’esperienza ventennale nel settore
turistico, conosce perfettamente l’inglese ed il
tedesco ed è in possesso dell’abilitazione di Guida
turistica. Avendo ristrutturato recentemente
la propria abitazione secondo i canoni della
bioedilizia, ha ricavato tre stanze con bagno da
destinare al servizio B&B. Oltre al pernottamento
con prima colazione preparata con prodotti locali
e biologici, Annamaria Santolini offre un servizio
di accompagnamento turistico, per far scoprire agli
ospiti i luoghi della memoria, della cultura e della
natura della Val di Ledro e della Val di Concei in
particolare. L’esercizio aderisce al marchio “B&B
Trentino di qualità”.
18) COLTIVAZIONE TARTUFI
Alba Pedrazza
Luserna (Trento)
Alba Pedrazza, ha dato vita a Luserna (TN), a partire da maggio 2006, ad un’attività sperimentale
di coltivazione dei tartufi. Ha provveduto a piantare i vegetali sotto i quali crescono e si sviluppano
i tuberi. Poiché la prima raccolta significativa di tartufi si può ipotizzare solo dopo quattro anni
dopo l’impianto, la costituzione dell’impresa per la fase di commercializzazione avverrà a partire da
quel momento. La signora Pedrazza, casalinga, ha avviato quest’iniziativa come una “scommessa
personale” dopo aver approfondito le conoscenze tecniche sulle concrete possibilità di crescita del
tubero all’altitudine di 1200 metri, tenendo conto della composizione del terreno. La proponente ha
a disposizione 4 ettari di terreno di proprietà della famiglia in cui sono state interrate 10.000 piante
di nocciolo “incistate” di spore di tartufi. L’obiettivo è quello di commercializzare il prodotto e di
realizzare varie creazioni a base di tartufo, intrattenendo rapporti con enti che a livello nazionale
già si occupano della raccolta (con cani) e della distribuzione del tartufo.
19) AZIENDA AGRICOLA BIOLOGICA OSTI MARCO
Marco Osti
Spormaggiore (Trento)
L’azienda agricola biologica Osti Marco, certificata I.C.E.A. (biologica al 100%) nasce in
Valle di Non, ai margini del Parco Naturale Adamello Brenta, in un territorio che si avvale di
un particolare microclima, favorevole alla coltivazione. Forte di un’esperienza decennale nella
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Trentino Sviluppo SpA
coltivazione biologica, l’azienda offre oggi un
prodotto affermato e certificato (pere, mere, susine,
albicocche, noci, verdure). Oltre alla produzione,
l’azienda è impegnata come fattoria didattica in
una serie di attività di servizio che affiancano,
all’accoglienza e alla visita guidata, progetti con le
scuole e con l’Università (possibilità di effettuare
uno stage, opportunità di studio per tesi di laurea e
prove sperimentali).
Dal marzo 2008 l’azienda è “fattoria sociale”
nell’ambito del progetto “Biolavoromio”. I percorsi
riguardano il mondo delle api, il frutteto biologico,
il bosco e varie attività del lavoro agricolo, quali gli innesti, l’orto, l’erbario, la cera, il succo di
frutta.
20) STUDIO NATURALISTICO GIORGIO PERINI COMUNICAZIONE E
RICERCA
Giorgio Perini
Veronica Giacomozzi
Segonzano (Trento)
Pergine Valsugana (Trento)
Lo Studio naturalistico Giorgio Perini si fonda su un’esperienza ventennale, maturata in Italia e
all’estero, in particolare nella divulgazione naturalistica e nella ricerca ambientale. Le competenze
scientifiche, associate a quelle grafiche e artistiche, hanno fatto dello Studio Naturalistico un
consulente ideale per enti pubblici, musei, scuole, professionisti ed aziende private. Dopo la laurea,
e numerosi corsi di specializzazione, Giorgio Perini ha effettuato numerose ricerche e pubblicazioni
scientifiche e centinaia di accompagnamenti naturalistici sul territorio. È stato docente in numerose
iniziative di carattere naturalistico, sia in corsi di formazione, di aggiornamento, di specializzazione
post-diploma e post-laurea. Si segnala anche l’ideazione di 15 documentari. Fra quelli di cui è
stato autore e regista, ricordiamo “Alla scoperta del Lago di Garda, parte prima”, “Alla scoperta
del Lago di Garda, parte seconda”, “Pesca in Mongolia”, “Caccia in Mongolia”, “Alla scoperta del
fiume Noce”, “Obiettivo Dressing”, “Autunno in Val di Cembra”. Da anni collabora con lo Studio
anche Veronica Giacomozzi in attività di formazione e docenza, oltre che nell’ideazione di percorsi
specifici realizzati in collaborazione con la scuola. Ha partecipato alle attività del progetto ed è
stato messo in contatto con il Comitato Promotore per lo Sviluppo Valle di Cembra, con il quale
ha sviluppato una proficua collaborazione che ha portato alla realizzazione del documentario
“Autunno in Val di Cembra”.
21) PMCALOR
Massimo Endrici
Don (Trento)
Costituita nell’ottobre 2007, la ditta individuale PMCALOR di Massimo Endrici rappresenta
il risultato del percorso professionale di un tecnico specializzato nella realizzazione di impianti
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Trentino Sviluppo SpA
elettrici e manutenzione caldaie. Conseguito il diploma e una qualifica per la manutenzione
degli impianti di riscaldamento, il titolare ha maturato dieci anni di esperienza nel settore come
dipendente. Forte delle competenze acquisite, ha quindi deciso di investire nel proprio lavoro
in forma imprenditoriale nella prospettiva di un ulteriore sviluppo dell’attività. In particolare,
Endrici ha allo studio un nuovo sistema di riscaldamento dell’acqua attraverso la valorizzazione
dell’accumulo termico delle coperture.
22) LAVORAZIONI MECCANICHE
Patrizio Costa
Sporminore (Trento)
Patrizio Costa è un tecnico specializzato nella progettazione e lavorazione di parti meccaniche
(anche nel servizio di tornitura per conto terzi) che, dopo un periodo di approfondimento delle
proprie competenze professionali, trascorso alle dipendenze di una ditta del settore, nel marzo
2008 ha aperto un’attività in proprio e si è iscritto all’Associazione Artigiani e Piccole Imprese della
Provincia Autonoma di Trento.
23) SALONE LUI & LEI
Luana Piccinelli
Darzo di Storo (Trento)
L’apertura di un’attività in proprio è il naturale approdo del percorso formativo e professionale
di un artigiano che opera nel campo dei servizi alla persona. Dopo il diploma di parrucchiera e
dopo alcuni anni trascorsi alle dipendenze di un’altra azienda del settore, Laura Piccinelli ha deciso
di sviluppare in termini imprenditoriali la propria attività lavorativa. Superati alcuni ostacoli di
natura legislativa e burocratica, la titolare ha potuto aprire il proprio salone nel giugno 2007.
24) POSA IN OPERA PAVIMENTI E RIVESTIMENTI
Diego Bertolini
Zuclo (Trento)
Come già Giordano Bertolini, che abbiamo incontrato nel corso del progetto, Diego Bertolini
prosegue la stessa tradizione familiare di impegno nel campo dell’edilizia e più precisamente nella
posa in opera di pavimenti e rivestimenti in piastrelle e pietra naturale.
25) AMBULATORIO OSTEOPATIA
Lucy Pojer
Grumes (Trento)
Osteopata, Lucy Pojer collabora da alcuni anni come libera professionista con uno studio
medico di Milano. Rispondendo ad alcune esigenze espresse dalla popolazione della Valle di
Cembra, ha aperto un recapito a Grumes, paese cui è legata da rapporti familiari. Riceve, dunque,
in orario di ambulatorio, due giorni in settimana.
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Trentino Sviluppo SpA
26) MACELLERIA BONELLI PRODOTTI TIPICI DI PRODUZIONE PROPRIA
Francesco Bonelli
Siror (Trento)
La macelleria Bonelli è un’azienda familiare nota nel settore dei prodotti tipici trentini
(salumi di selvaggina, speck, carne salada). Nell’ambito di un percorso di preparazione individuale
al passaggio generazionale, Francesco Bonelli ha partecipato al progetto promosso da Trentino
Sviluppo, in particolare alle serate tenutesi a Siror nella primavera del 2006. Bonelli ha elaborato
un’ipotesi per l’ampliamento dell’attività familiare attraverso la realizzazione di un nuovo
laboratorio di produzione, necessario per rispondere alle esigenze dettate dalla crescita dell’attività
e dalla sua ulteriore differenziazione. Il progetto, sia pure con alcune variazioni rispetto a quanto
previsto in un primo momento, è stato poi portato a termine.
27) IMPRESA AGRICOLA – PRODUZIONE PICCOLI FRUTTI
Nives Zancanella
Valda (Trento)
Forte di una tradizione agricola legata alla coltivazione dei piccoli frutti che è partita dai comuni
di Valda e di Faver per poi diffondersi rapidamente in tutta Valle di Cembra, Nives Zancanella nella
primavera del 2006 è diventata imprenditrice agricola. Per migliorare le sue competenze la titolare
ha frequentato un corso di formazione specifico. È intervenuta nelle serate di assistenza tecnica
tenutesi a Cembra.
28) BAR STUBE GARAIT – FRASSILONGO
Monica Laner
Frassilongo
Dopo molti anni di esperienza maturata alle dipendenze di un’altra azienda del settore,
nel settembre 2007 Monica Laner ha aperto il Bar Stube a Frassilongo, andando in tal modo a
rispondere, oltre che ad un bisogno di crescita professionale, anche ad un’esigenza avvertita
dalla comunità (non c’erano bar nella frazione, mentre ce n’è uno a Roveda). L’esercizio pubblico
ha previsto un’apertura annuale, ma la vocazione turistica della Valle dei Mocheni, che il Patto
territoriale in corso sta cercando di favorire, mostra una maggiore propensione per la stagione
estiva.
29) CONSULENZA ALLE IMPRESE
Barbara De Boni
Rovereto
Barbara De Boni, dopo gli studi e un periodo di lavoro presso Samsung Italia in qualità
di responsabile commerciale, ha deciso di intraprendere l’attività di consulente d’impresa,
specializzandosi nel settore della promozione tecnologica. In questa nuova veste ha stretto rapporti
di collaborazione sia con Samsung che con il Centro Europeo di Impresa e di Innovazione del
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Trentino Sviluppo SpA
Trentino (CEII). Tra i molti progetti in cui è impegnata, si segnala un’iniziativa rilevante relativa al
censimento del fabbisogno tecnologico delle piccole imprese trentine.
29) TECNOLOGIE PER IL RISPARMIO ENERGETICO
Francesco Borrello
Albiano
Conclusi gli studi universitari in Ingegneria ambientale, Francesco Borrello si è specializzato
nella ricerca, nella progettazione e nel commercio di tecnologie per il risparmio energetico, in primo
luogo nel campo dei riduttori di flusso per edifici pubblici, aziende, alberghi. Dopo un primo periodo
di esperienza in questo settore, negli ultimi due anni Borrello si è rivolto più decisamente allo studio
del consumo energetico delle abitazioni sotto ogni aspetto, ma con particolare attenzione al ciclo
dell’acqua. Le sue competenze offrono oggi al cliente una soluzione complessiva per la riduzione dei
costi energetici di un edificio. In virtù della sua specializzazione è stato invitato a partecipare alle
attività di Habitech, il Consorzio del Distretto Tecnologico Trentino per l’Energia e per l’Ambiente.
30) SALONE ANGELICA
Angelica Fadanelli
Torcegno (Trento)
Come già per altre imprese del settore, incontrate nel corso del progetto, anche nel caso di
Angelica Fadanelli l’iniziativa imprenditoriale, avviata con l’apertura del salone di acconciature,
risponde sia ad un’esigenza di sviluppo delle proprie competenze professionali (che naturalmente
spingono all’esercizio in forma autonoma), sia ad un’esigenza emersa dal territorio, privo di
alternative nel settore dei servizi alla persona, ed in particolare dei negozi di parrucchiera. L’ipotesi
imprenditoriale ha perciò incontrato il sostegno della comunità e della locale Amministrazione,
che ne ha favorito un rapido insediamento.
31) CREPERIA AMBULANTE
Eleonora Slomp
Fierozzo (Trento)
L’attività di Eleonora Slomp si è divisa in passato tra la ricerca archeologica (1984-1989) e
il settore della ristorazione, dove ha lavorato a lungo sia in Italia, sia, soprattutto, in Francia.
Rientrata in Italia per ragioni familiari, ha recentemente dato vita a un’attività di ambulante, in
grado di conciliare le sue diverse esigenze.
32) ASSOCIAZIONE VICEVERSA - ANIMAZIONE
Luisa Rodigheri
Brentonico (Trento)
Luisa Rodigheri, dopo aver maturato alcuni anni di esperienza professionale nell’ambito dei
servizi culturali, ha dato vita all’Associazione culturale “Viceversa” che realizza servizi di vario
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Trentino Sviluppo SpA
genere, con animazione per bambini, eventi ludici e
sportivi rivolti ai residenti ed ai turisti della zona di
Brentonico. Durante la stagione estiva 2008 l’attività
di animazione ha dato luogo a numerose iniziative
ed eventi, in collaborazione con il Comune di
Brentonico e con il Consorzio Brentonico Vacanze.
L’attività ha riscosso notevole successo tanto che
l’Associazione ha ricevuto numerosi incoraggiamenti
ed offerte nella prospettiva di estendere l’attività
all’organizzazione di ulteriori servizi ed iniziative.
33) PROGETTO AVATAR
Carlo Maiolini
Trento
Carlo Maiolini si occupa da anni di forme e mappe del mondo virtuale. Dopo la laurea in Scienze
Biologiche a Parma, si è specializzato conseguendo un Master in Comunicazione ambientale presso
l’Università di Pisa. È l’ideatore del Progetto Avatar, la costruzione di un supporto interattivo per la
visualizzazione multimediale di mostre e esposizioni in stile “Second Life”. Esperto di progettazione
in ambiente virtuale, Maiolini è autore di pubblicazioni sul tema ed è ideatore e curatore della
mostra “AVATAR un’esperienza nel mondo virtuale” realizzata presso il Museo Tridentino di Scienze
Naturali di Trento.
34) RIORDINO E CATALOGAZIONE ARCHIVI STORICI
Vito Rovigo
Rovereto (Trento)
Vito Rovigo è un giovane storico che, dopo aver conseguito il titolo di Dottore di ricerca in
Storia della Società Europea presso l’Università degli Studi di Verona, su sollecitazione di alcuni
enti ha deciso di investire in forma imprenditoriale nell’attività di riordino e catalogazione archivi
storici cui si era già dedicato in forma saltuaria anche durante gli studi universitari e poi nel
corso del Dottorato (ottenendo fra l’altro il Diploma di Archivistica, Paleografia e Diplomatica
presso l’Archivio di Stato di Bolzano). Rovigo si trova oggi ad esercitare questa attività in modo
integrativo a quella di insegnante, che svolge ancora in forma precaria, mentre sta completando
la Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario di Rovereto. Benché l’attività si rivolga
principalmente agli enti, pubblici ed ecclesiastici, in questa forma essa rappresenta un segno evidente
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Trentino Sviluppo SpA
del mutamento intervenuto nelle condizioni di esercizio dell’attività di archivista anche in ambito
privato, un’attività che sembra, appunto, destinata ad essere esercitata in forma autonoma.
34) ACCENDI FUOCO “ELIOS”
Ferruccio Clauser
Daniel Clauser
Katia Clauser
Francesco Arzu
Brez (Trento)
Daniel e Katia Clauser sono i figli di Ferruccio Clauser, l’inventore di “Elios”, un “accendifuoco
solido” alternativo a vari materiali in commercio, realizzato con elementi naturali. Il prodotto
si presenta come una striscia di stoffa interamente ricoperta di cera d’api e di altri componenti.
Inodore, non lascia tracce sulle mani, non è tossico al tatto ed è anzi ipoallergenico. Arrotolato
prima dell’accensione, bruciando si riapre progressivamente, favorendo la combustione dei pezzi
di legna. Èstato testato in condizioni estreme: funziona anche se bagnato, ed anche in presenza
di poco ossigeno (come è avvenuto nel corso di una recente spedizione trentina sull’Everest). La
produzione di “Elios” non comporta alti costi energetici e anche il suo utilizzo, rispetto ai materiali
concorrenti, incide in misura minore in termini di inquinamento. Dopo aver brevettato il prodotto
al termine del 2008 (con il supporto di Trentino Sviluppo Spa e del CEII), Ferruccio, Daniel e Katia
Clauser con Francesco Arzu è entrato in produzione. Il prodotto è commercializzato in una catena
della grande distribuzione.
35) BAR RISTORANTE PIZZERIA “Betty’s Hill”
Betty Marighetto
Pieve Tesino (Trento)
La proposta di Betty Marighetto si inserisce nell’ambito di una rinnovata valorizzazione e
riqualificazione turistica del territorio del Tesino. L’ipotesi imprenditoriale ha preso il via nel
2004 con il progetto di un immobile da destinare a bar-pizzeria in un terreno di proprietà a Pieve
Tesino, progetto giudicato coerente con gli assi di sviluppo del Patto territoriale del Tesino-Vanoi.
La proponente ha seguito le attività del progetto di animazione territoriale promosso da Trentino
Sviluppo nella primavera del 2006. Nel 2007, mentre i lavori di costruzione erano in corso, è stata
costituita la società per la gestione del locale. Ultimati i lavori edili, il ristorante dovrebbe aprire
nei prossimi mesi, in tempo per la stagione invernale 2008.
37) PRODUZIONE MOBILI TIPICI E OGGETTI IN LEGNO
Andrea Oberosler
Fierozzo (Trento)
Andrea Oberosler ha da poco dato vita ad un progetto cui lavora da alcuni anni, quello di
aprire un’attività di produzione mobili tipici e oggetti in legno destinati al mercato turistico dei
souvenir. Dopo aver definito con cura l’ambito di produzione dell’impresa, l’attività è partita nel
corso del 2008.
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Trentino Sviluppo SpA
38) GRAMAC – PROGETTAZIONI E
REALIZZAZIONI MECCANICHE
di Andrea Grassi
Lodrone (Trento)
La Gramac di Andrea Grassi è un’impresa individuale di progettazione manufatti e componenti
meccaniche, la cui nascita è stata favorita della presenza sul territorio di una forte espressione in
questo settore, sopravvissuta alla crisi della media impresa negli anni ’90 e oggi molto dinamica.
Perito industriale, il titolare ha avviato l’attività (cui lavora da solo) nella primavera del 2006. A
due anni di distanza l’andamento è considerato soddisfacente.
39) SALONE ELISA
Elisa Nicolussi Paolaz
Luserna (Trento)
Come già visto in altri esempi del settore, l’apertura di un salone di acconciatura in un paese
montano, oltre a colmare una lacuna nell’ambito dei servizi alla persona (sempre più apprezzati
dal flusso turistico), rappresenta un segnale positivo per i residenti, tanto ad assumere valore
aggregativo. Elisa Nicolussi Paolaz ha aperto il suo salone a Luserna nel luglio 2006, anche grazie
alla collaborazione dell’Amministrazione comunale che ha concesso a tal fine in locazione un
locale di proprietà pubblica.
40) STUDIO TECNICO
Francesca Mussi
Poncarale (Brescia) Roncone (Trento)
Francesca Mussi è un tecnico di Roncone che opera come libero professionista in campo edile
dal 2004, soprattutto nell’ambito della progettazione e della sicurezza sul lavoro. Trasferitasi per
esigenze personali nel bresciano, continua a intrattenere alcuni rapporti professionali anche in
Valle del Chiese.
41) MDL srl – TRASPORTI, TURISMO
Annamaria Marchi
Cimone (Trento)
La MDL srl è una ditta di noleggio pullman con conducente di cui è legale rappresentante
Annamaria Marchi. Forte di un’esperienza familiare nel settore delle automobili (il marito è titolare
di un’importante carrozzeria), Annamaria Marchi nel settembre del 2006 ha costituito una società
per rispondere ad una serie di richieste nel settore che emergevano con forza dalla realtà locale,
soprattutto per quanto riguarda il servizio scuolabus e il trasporto persone. A queste due attività
si è aggiunto quasi subito l’impegno in campo turistico, che sta oggi spingendo i soci a valutare
l’opportunità di aggiungere un secondo pullman a quello già destinato a questo particolare
servizio.
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Trentino Sviluppo SpA
42) AZIENDA AGRICOLA “FANTASIA”
Allevamento bovini da latte e caseificio
Natale Iori
Manuela Pedrotti
Bleggio Superiore (Trento)
L’azienda agricola a conduzione familiare di Natale Iori opera da anni nel settore zootecnico e
caseario. In particolare, l’azienda produce formaggi e li commercializza al dettaglio, sia nella sede di
Bivedo, che in malga (durante la stagione estiva). Natale Iori e Manuela Pedrotti hanno partecipato
alle attività del progetto di animazione territoriale promosso da Trentino Sviluppo nella prospettiva
di diversificare i canali commerciali dei loro prodotti, limitati alla vendita diretta, attività che si
segnala per esiti positivi nella stagione estiva in malga – soprattutto nei confronti di un numero
significativo di turisti – ma che conosce minori opportunità di crescita durante i mesi invernali.
43) APPARTAMENTI TURISTICI
“RESIDENCE – LE FARFALLE”
Tullio Zoanetti
Zuclo (Trento)
Nel dicembre 2006 Tullio Zoanetti ha
dato corso alla sua ipotesi di attività ricettiva
extralberghiera con quattro appartamenti di
proprietà recentemente ristrutturati. Si tratta di
un’attività integrativa del reddito, pubblicizzata
attraverso il circuito dell’Azienda di Promozione
Turistica e nel portale delle Valli Giudicarie.
44) STUDIO PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA
Laura Valentina Coletti
Borgo Valsugana (Trento)
Laura Valentina Coletti è una giovane psicologa e psicoterapeuta che dopo la specializzazione
ha aperto il proprio studio professionale a Borgo Valsugana. Ha partecipato alle iniziative del
progetto di Trentino Sviluppo negli incontri di Castello Tesino (primavera 2006). Titolare di alcuni
progetti dedicati al mondo della Scuola a Borgo e a Strigno, collabora professionalmente con
il Tribunale di Borgo Valsugana. Attualmente è impegnata in una supplenza presso le strutture
dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari.
45) SORES PARK – Parco Avventura
Andrea Bonazza
Vervò– (TN)
Il Sores park è un parco acrobatico che offre 4 percorsi aerei sospesi tra gli alberi della pineta che
circonda il Rifugio Sores sull’Altipiano della Predaia. I percorsi, differenziati per difficoltà tecnica, si
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Trentino Sviluppo SpA
sviluppano quindi nel bosco con passerelle, ponti tibetani,
funi, liane e due teleferiche che collegano 38 piattaforme
poste sugli alberi ad un’altezza che può raggiungere anche i
12 metri dal suolo. I parchi acrobatici sono nati in Germania
ma le prime installazioni in Italia hanno riscosso un
notevole successo, così negli ultimi anni ne sono nati alcuni
anche in Provincia di Trento. Tutto l’itinerario si svolge in
totale sicurezza poiché i praticanti vengono assistiti da
personale qualificato e i percorsi vengono affrontati con
caschetto, imbragatura e moschettoni sempre assicurati a
delle funi di sicurezza. Tutti e quattro i percorsi sono stati
progettati e realizzati ponendo massima attenzione al
rispetto del contesto naturale in cui si inseriscono. Oltre
che all’aspetto paesaggistico è stata quindi posta grande
attenzione ai sistemi di ancoraggio delle piattaforme e delle
funi che, pur garantendo la massima sicurezza, preservano
l’integrità della piante.
46) TRASPORTO MERCI
Giuseppe Pislor
Canal San Bovo (Trento)
Forte di una considerevole richiesta emersa nel settore in anni recenti, Giuseppe Pislor
nell’autunno del 2006 ha avviato un’attività di trasporto merci che opera prevalentemente nel
territorio locale, vale a dire tra il Vanoi, il Primiero e la zona di Feltre in Veneto. A quasi due anni
dall’apertura, il titolare valuta l’andamento dell’azienda molto positivamente.
47) CARPENTERIA E MANUTENZIONI EDILI
Roberto Prandi
Rocca di Concei (Trento)
Già attivo da anni con un’attività di carpenteria e piccole manutenzioni edili, Roberto Prandi
ha partecipato alle iniziative del progetto di animazione territoriale per valutare la possibilità di
ampliare la sua attività economica impegnandosi nel settore delle costruzioni in legno. L’ipotesi
imprenditoriale è ancora in fase di definizione.
48) TAGLIO E VENDITA LEGNA
Massimo Nave
Ala (Trento)
Massimo Nave nel maggio 2005 ha avviato un’attività artigianale di taglio e vendita legna.
A distanza di tre anni dall’apertura, pur facendo segnare un andamento largamente positivo,
l’impresa soffre la concorrenza del comparto agricolo, che opera nello stesso settore in condizioni
di maggior tutela e vantaggio economico.
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Trentino Sviluppo SpA
49) PRODUZIONE SUCCHI DI MELA
Elvio Ropelato
Spera (Trento)
Impegnato già da anni come agricoltore e come consulente agricolo, Elvio Ropelato ha preso
parte alle iniziative del progetto di animazione territoriale valutando la possibilità di un’ulteriore
differenziazione della propria attività di coltivazione di mele, ciliegie, mirtilli. Mentre questa nuova
ipotesi è ancora al vaglio di ulteriori prove, nell’autunno 2007, a conclusione di un progetto sviluppato
nel corso di un lungo periodo tempo, Ropelato ha avviato una produzione di succhi di mela.
50) ALLEVAMENTO PAPPAGALLI
Luigi Baldo
Elina Anesi
Fraz. Brusago – Bedollo (Trento)
Luigi Baldo da un paio d’anni ha trasformato la sua passione per l’allevamento di pappagalli in
un’attività imprenditoriale agricola. Con l’aiuto di Elina Anesi ha creato a Brusago, sull’Altipiano di
Piné, un allevamento che conta un centinaio di esemplari di diverse specie. Lo ha poi perfezionato,
modificando la propria dotazione tecnica con opportuni aggiornamenti (anche sulla base di esempi
stranieri). Il titolare ha insistito molto sulla particolare modalità di allevamento “a mano” dei
pappagalli da compagnia, una modalità attraverso la quale gli uccelli vengono (entro certi limiti)
addomesticati. L’imprenditore vende ai negozianti, ma vende soprattutto ai privati attraverso i
portali Internet di settore. La clientela proviene da buona parte dell’Italia del nord. Qualche cliente
arriva perfino da Trieste.
51) STUDIO ARCHITETTURA
Marta Riccadonna
Bleggio Superiore
L’architetto Marta Riccadonna opera come consulente nell’ambito dell’architettura sostenibile,
energie rinnovabili, risparmio energetico, bio-archittetura. Attualmente collabora con 2 studi
professionali. Ha espresso l’intenzione di approfondire la sua formazione in campo sostenibile per
aumentare le sue competenze, e di seguire con interesse l’evoluzione del Green Building Council.
52) PRODUZIONE CONFETTURE
Patrizia Plancher
Livo (Trento)
Imprenditrice agricola da circa 6 anni, Patrizia Plancher coltiva piccoli frutti (fragole, lamponi,
more), e altri frutti (albicocche, prugne). Parte del raccolto viene conferito ad un consorzio, parte la
trasforma in confettura prodotta artigianalmente. Le confetture vengono vendute principalmente
a piccoli negozi della zona. Ha partecipato al progetto di Trentino Sviluppo Spa in merito
all’individuazione di nuovi potenziali clienti e alle autorizzazioni necessarie per certificare il suo
prodotto come prodotto trentino.
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Trentino Sviluppo SpA
53) BAR
Alessia Angeli
Cloz (Trento)
Alessia Angeli ha da sempre lavorato come collaboratrice contabile nell’azienda di famiglia.
Avendo chiuso nel suo paese (Cloz) il bar/pub che è stato sempre il punto di ritrovo della comunità,
ha deciso di rilevarlo e di gestirlo. L’attività, che ha incontrato il favore tipico di un luogo di
aggregazione di un centro montano, è partita a metà aprile 2008.
54) SERVIZIO TOELETTATURA PER CANI
“PELO PERFETTO”
Nadia Bott
Coredo (Trento)
Nadia Bott ha sempre nutrito grande interesse e passione per i cani. Per questo motivo, dopo
aver frequentato un corso di specializzazione, ha deciso di aprire un negozio di toelettatura per cani
nel suo paese, Coredo. L’attività, che ha preso il nome “Pelo Perfetto”, è stata avviata nel febbraio
2008. I servizi offerti, rivolti ai cani dei residenti e dei turisti, comprendono sostanzialmente le
seguenti operazioni: bagno, spazzolatura, taglio del mantello, pulizia degli occhi, delle orecchie e
taglio delle unghie.
55) COPERTURE METALLICHE
Matteo Plaga
Romeno (Trento)
Matteo Plaga, collaboratore artigiano, dopo aver accumulato una buona esperienza in
un’impresa del settore, ha avviato nel 2007 un’attività artigiana specializzata nella produzione
di facciate e coperture metalliche. Sta sviluppando un progetto di grande interesse rivolto allo
sfruttamento dell’energia termica accumulata dalle coperture metalliche
56) APICOLTURA
Carmen Libera
Breguzzo (Trento)
La signora Libera Carmen ha avviato già 6 anni fa un’apicoltura. Allo stato attuale l’attività
interessa 40 arnie. La titolare possiede una struttura in Val di Breguzzo, una volta adibita a stalla,
che vuole ristrutturare per poterla poi adibire a locali di smielatura. (Attualmente la smielatura
la effettua in locali di proprietà del fratello con sede nel comune di Avio, su permesso della USL
competente). Carmen Libera ha partecipato al progetto di Trentino Sviluppo per valutare la
possibilità di ampliamento della sua attività.
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Trentino Sviluppo SpA
57) STUDIO DI ARCHITETTURA
Alessio Trentini
Villa Lagarina (Trento)
Alessio Trentini ha aperto nel 2006 uno studio di architettura con un altro collega. È in cerca
di nuove collaborazioni. Da questo punto di vista ha chiesto a Trentino Sviluppo di esser messo
in contatto con il Distretto Tecnologico Trentino. Alessio Trentini vuole sviluppare su scala
provinciale un progetto di architettura museale: con il suo collega costruisce delle riproduzioni
geografiche e storiche in gesso. Una di queste riproduzioni è esposta al museo di Riva del
Garda.
58) AZIENDA AGRICOLA ZOOTECNICA – PRODUZIONE FORMAGGI
CAPRINI
Ivan Zanoni
Cloz (Trento)
Mentre lavorava come operaio per una locale azienda di prodotti zootecnici ed agricoli,
Ivan Zanoni ha sempre coltivato l’hobby dell’allevamento di un piccolo gregge di capre. Da
un anno a questa parte ha deciso di fare di questa passione la sua principale attività. Ha
iniziato i lavori di ristrutturazione della sua stalla e ha aumentato il numero di capi del suo
gregge. L’attività è partita ad aprile 2008. Il latte prodotto dalle capre viene trasformato in
formaggio e rivenduto direttamente ai privati e ai caseifici della zona. Non appena l’attività
si sarà consolidata, il titolare intende aprire presso la sua azienda anche una piccola fattoria
didattica.
59) COMMERCIO MANGIMI PER ANIMALI
Franco Bellotti
Bleggio Superiore (Trento)
Franco Bellotti vende mangimi per animali di grossa taglia e cani, in particolare attraverso
Internet (e-bay), sia al dettaglio che all’ingrosso. Da un anno e mezzo serve anche i proprietari privati
di piccoli animali. Ha partecipato agli incontri di assistenza tecnica per sviluppare quest’ultimo
tipo di offerta, in modo da raggiungere un maggior numero di clienti.
60) AZIENDA AGRICOLA ZOOTECNICA
Prandi Luciano
Concei (Trento)
Luciano Prandi è un imprenditore agricolo iscritto in 2° sezione dal 1993. L’attività dell’azienda
agricola si svolge prevalentemente in Val di Concei e consiste nell’allevamento di bovini di razza
Rendena e Grigio Alpina e caprini. L’imprenditore ha partecipato al progetto di Trentino Sviluppo
con l’obiettivo di sviluppare l’allevamento sulla linea vacca-vitello con circa 30 fattrici e di allestire
uno spaccio aziendale con adiacente locale di lavorazione carni.
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Trentino Sviluppo SpA
61) STUDIO DI ARCHITETTURA
Eccel Michele
Cloz (Trento)
Michele Eccel è un architetto che ha partecipato agli incontri di assistenza tecnica con la
finalità di sviluppare alcuni progetti inerenti sistemi per il diserbo, per la distribuzione di concime,
per il controllo della distribuzione di prodotti fitosanitari sulle piante da frutta (in modo da evitare
volumi eccessivi e relativo inquinamento ambientale). Visto l’alto contenuto tecnologico delle
proposte, Eccel è stato messo in contatto con una pluralità di attori istituzionali competenti in
materia di innovazione (Università di Trento, Distretto Tecnologico Trentino, CEII, IASMA –
Fondazione Mach, IRSS) per lo sviluppo dei prototipi.
62) STILCLASS Srl - PRODUZIONI MECCANICHE
Roberto Sachs
Rovereto (Trento)
Stilclass srl. Roberto Sachs è un imprenditore veneto che si è trasferito in Trentino, dove ha
deciso di avviare un’attività incentrata sulla produzione di parti metalliche per componenti di cappe
d’aspirazione. Ha inoltre acquisito un brevetto attraverso il quale intende mettere in produzione
una macchina innovativa per l’asfaltatura di piccole superfici. Il suo piano operativo è quello di
arrivare ad una decina di dipendenti in 4,5 anni, con investimenti significativi nell’innovazione
dei prodotti.
63) ISER SRL – STUDIO TECNICO,
BONIFICHE TERRENI CONTAMINATI
Silvio Romani
Rovereto (Trento)
Insieme ad altri colleghi ingegneri, Silvio Romani nel settembre 2008 ha avviato un’azienda,
la Iser Srl, che mette a frutto le conoscenze acquisite negli anni di studio universitario nel campo
delle bonifiche ambientali di suoli contaminati. Si prevedono significativi investimenti in termini
di ricerca anche in collaborazione con il corso di Laurea in Ingegneria dei materiali dell’Università
degli Studi di Trento. I tre ingegneri sono già impegnati nello studio preliminare per la bonifica di
alcune aree di Trento nord.
64) AZIENDA AGRICOLA – AGRITUR
Gianluca Barbacovi
Tres (Trento)
Giovane agricoltore, coltivatore di mele, Gianluca Barbacovi ha già svolto il corso per
l’abilitazione all’esercizio dell’attività agrituristica che si svolge presso l’Istituto agrario di San
Michele All’Adige. Il progetto prevede la realizzazione ex-novo dell’edificio da adibire ad attività
agrituristica, che dovrebbe puntare in particolar modo sulla ristorazione tipica.
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Trentino Sviluppo SpA
65) PROGETTAZIONE E PRODUZIONI MECCANICHE
Paoli Giorgio
Sant’Orsola Terme
Giorgio Paoli, dipendende di un’azienda di medie dimensioni, ha avviato da qualche anno un’attività
in proprio, esercitata nel tempo libero, ma con regolare partita iva, nel campo della progettazione in
3D e produzione meccanica di congegni e macchine per aziende, realizzate al fine di risolvere alcuni
problemi derivanti dalla mancata meccanizzazione di alcune fasi produttive (ad esempio, dalla mancanza
di raccordo tra una catena di montaggio e l’altra, oppure dall’assenza sul mercato di macchine in grado
di eseguire una particolare, specifica lavorazione richiesta dal ciclo produttivo di un’impresa). Tra i
suoi clienti, vanta alcune delle aziende più innovative della Valsugana e del Trentino. Il suo, come
alcuni altri casi, ha suscitato la riflessione del progetto attorno all’ipotesi professionale dell’”artigiano di
seconda”. Ha partecipato agli incontri di assistenza tecnica a Sant’Orsola Terme.
66) AZIENDA AGRICOLA – AGRITUR
Adriano Corazza
Brez (Trento)
Adriano Corazza è un impiegato che esercita l’agricoltura come attività integrativa del reddito,
in particolare nell’ambito della coltivazione delle albicocche. Sta ristrutturando un edificio a
Salobbi di Brez da adibire ad attività agrituristica. Corazza ha già frequentato il corso di abilitazione
all’esercizio dell’attività agrituristica presso l’Istituto agrario di San Michele All’Adige.
67) CASA-VACANZE
Maria Rosa Poda
Flavon (Trento)
A seguito di alcune esperienze accumulate nel settore turistico, Maria Rosa Poda, insieme alla
figlia ha deciso di recuperare un edificio di rilevanti dimensioni a Flavon, alle porte del Parco
naturale Adamello-Brenta, per attrezzarlo quale casa-vacanze per gruppi organizzati: sportivi,
ricreativi, parrocchiali. La formula ricettiva è particolarmente originale, si rivolge ad un target
preciso e risulta interessante soprattutto per quanto riguarda il turismo estivo.
68) OSPITALITÀ RURALE E OSSERVATORIO ASTRONOMICO
Gemma Bonet
Sagron Mis (Trento)
Gemma Bonet ha sviluppato un’idea imprenditoriale che darà luogo ad uno dei primi casi di
ospitalità rurale in Trentino (esercizio rurale ex art. 32 della L.P. n. 7/2002). Si tratta di una struttura
ricettiva con venti posti letto sita nel Borgo di Vori, a 2 km da Sagron Mis, compreso tra il Parco
Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e il Parco Naturale Paneveggio - Pale di San Martino. Il progetto
prevede di aggiungere alla struttura un osservatorio astronomico dotato di strumentazione di
richiamo internazionale. Lo sviluppo dell’ipotesi imprenditoriale trae origine dalla profonda
conoscenza, sia del territorio, sia dei meccanismi gestionali di un’impresa, da parte della proponente
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Trentino Sviluppo SpA
e dei suoi soci. L’ubicazione della struttura, in un contesto non ancora interessato dal turismo
di massa, potrebbe trarre vantaggio dalla costruzione di un centro wellness, attualmente in fase
esecutiva, che dovrebbe sorgere a circa due chilometri di distanza.
69) PRODUZIONE SOFTWARE CICERIX S.R.L.
Roberto Giovanazzi
Rovereto
La società viene costituita da 5 soci con la finalità di fornire prodotti e servizi alle aziende e
alle istituzioni pubbliche applicabili quindi a diversi ambiti operativi. La società si occuperà di
ricerca, sviluppo e progettazione di software legati a processi di: remotizzazione (ad esempio ogni
operatore può sviluppare qualsiasi operazione inerente gli applicativi utilizzando esclusivamente
una connessione Internet); RFID (Identificazione automatica in radio frequenza) tecnologia che
permette di collegare una gran mole di informazioni ad oggetti fisici attraverso l’applicazione di
etichette elettroniche e lettura con palmari od altri strumenti informatici.
70) RICETTIVITÀ TURISTICA
Lucia Biatel
Campodenno (Trento)
Lucia Biatel ha deciso di avviare un’attività in ambito turistico partendo dalla formula del Bed &
Breakfast. Forte di una lunga esperienza di intervento sul territorio, svolta anche a livello istituzionale,
la titolare ritiene di poter contribuire alle opportunità turistiche dell’ambito sovracomunale, che il
recupero del villaggio medievale andrà ad favorire. L’ipotesi di attività ricettiva “leggera”, che parte
dal B&b, risulta coerente con le forme di ospitalità diffusa che si intende incentivare.
71) AZIENDA AGRICOLA FRATELLI BATTISTI
Fratelli Battisti
Cavareno (Trento)
L’azienda agricola f.lli Battisti,
gestita da i tre fratelli Battisti e dal padre,
ha sede a Cavareno ed è specializzata
nell’allevamento di bovini per la
produzione di latte. L’azienda conta 120
vacche da latte e 80 manze da rimonta. Ha
partecipato all’assistenza tecnica di Trentino
Sviluppo per esser aiutata nella redazione
del piano di miglioramento aziendale al
fine di accertare i benefici quantitativi (ma
anche qualitativi) derivanti dall’acquisto
di attrezzature agricole più moderne e più
sofisticate di quelle attualmente utilizzate
e dai relativi investimenti.
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Trentino Sviluppo SpA
72) AZIENDA AGRICOLA LUCCHI CLAUDIO
Claudio Lucchi
Fondo (Trento)
L’azienda agricola Claudio Lucchi, gestita da padre e figlio, è specializzata nella produzione
di latte e nella coltivazione di mele. Ha partecipato al progetto di Trentino Sviluppo Spa per esser
aiutata nella redazione del piano di miglioramento aziendale che prevede notevoli investimenti in
attrezzature e macchinari.
73) FALEGNAMERIA
Ferrari Luca
Taio
Il Signor Ferrari Luca, con alle spalle ben 17 anni di esperienza lavorativa nel settore, nel 2006
ha deciso di aprire nel comune di Taio, assieme ad un socio, una falegnameria. Ha partecipato
all’assistenza tecnica di Trentino Sviluppo per esser aiutato nelle diversificazione del suo business.
74) MACELLERIA CORRÀ SMARANO
Corrà Pio e Luca
Smarano
Fin dal 1850 la Macelleria Corrà Smarano
produce salumi e insaccati tipici della Val di Non
e del Trentino. La loro produzione si basa sulla
scelta di bestiame locale, allevato con mangimi
vegetali e macellato nel proprio macello. Da
vent’anni a questa parte l’attività è gestita dai
fratelli Pio e Luca Corrà. Questi hanno partecipato
all’assistenza tecnica di Trentino Sviluppo per
accertare i benefici derivanti dalla costruzione
ex novo del salumificio e del punto vendita dei
propri prodotti.
75) SCUOLA DI DOGSLEDDING
“ATHABASKA”
Maurizio Cattafesta
San Lorenzo in Banale
Maurizio Cattafesta ha sempre avuto, fin
da piccolo, un’enorme passione per i cani, in
particolar modo per i cani da slitta. Ha fatto
di questa sua passione anche la sua principale
attività. Nel 2005 ha infatti aperto una scuola di
Dogsledding che ha chiamato “Athabaska”. La
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Trentino Sviluppo SpA
scuola propone sia attività invernali che estive. Durante il periodo invernale la scuola organizza
delle escursioni in slitta, delle giornate di avvicinamento allo sleddog e dei corsi Muscher per
imparare a condurre una slitta trainata da cani. Durante il periodo primaverile e quello estivo la
scuola propone il Dog Treking, vale a dire delle passeggiate in compagnia dei cani, uscite in ciclo-
dog per gli amanti del bike estremo, nonché dei corsi di Kart trainato dai cani. Ora intende avviare
anche un allevamento di cani da slitta.
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Trentino Sviluppo SpA
13. Conclusioni: Quali politiche per la promozione
dell’autoimprenditorialità.
La focalizzazione sull’individuo - sulle sue competenze, responsabilità, autostima, diritti,
reti di relazione, capacità di assumere il rischio – interessa oggi una gamma sempre più estesa di
condizioni lavorative.
Sono sempre più “i lavori” che si devono confrontare con livelli crescenti di rischio, di
autonomia, di conoscenza e di reticolarità. Si tratta di un articolato mondo in cui possiamo
riconoscere vecchie e nuove collocazioni professionali ed in cui possiamo comprendere:
• i lavori imprenditoriali tradizionali che riguardano il piccolo imprenditore, l’artigiano, il
commerciante, l’agricoltore, tutte le volte che queste figure contribuiscono direttamente, col
proprio lavoro all’attività di impresa;
• i lavori professionali del cosiddetto “terziario avanzato” che elaborano e forniscono risorse
immateriali (conoscenze e relazioni) alle imprese e ai consumatori che ne hanno bisogno;
• i lavori atipici che rientrano nel campo del lavoro dipendente (part time, interinale, ecc.) o
dell’avviamento al lavoro (formazione/lavoro, borse di lavoro, stage);
• i lavori autonomi di seconda generazione che sono svolti utilizzando la partita IVA ma al di fuori
di albi e ordini professionali, oppure attraverso rapporti di lavoro coordinato continuativo, o
con rapporti di lavoro occasionale;
• i knowledge workers (managers, professionisti, tecnici, quadri, specialisti), ossia tutti quei
lavoratori, magari anche inquadrati in un rapporto di lavoro dipendente, che svolgono
mansioni di responsabilità con un certo grado di autonomia, che investono sulla propria
professionalità, che hanno retribuzioni dipendenti dal risultato, che costruiscono nel tempo
un proprio percorso di promozione professionale;
• gli operatori del “terzo settore” che fanno impresa sociale lungo la filiera dell’outsourcing degli
enti locali;
• fino ad arrivare ai lavoratori immigrati che cercano meccanismi di integrazione attraverso forme
di lavoro autonomo.
A prescindere dall’inquadramento professionale il blocco sociale a cui fare riferimento
comprende tutti coloro che si propongono di essere, per così dire, “imprenditori di se stessi”. Si tratta
di persone che, nel fornire una straordinaria energia propulsiva al sistema economico complessivo,
si espongono in prima persona: assumendo su di sé il rischio dell’insuccesso, hanno bisogno di
scegliere in modo consapevole, di avere accesso alle risorse del sistema complessivo, di avere delle
alternative di riserva nel caso che le scelte fatte non siano coronate dal successo. Queste persone
sono oggi portatrici di una domanda latente che si rivolge al sistema politico, anche se
non compare in nessun sondaggio: una domanda che occorre fare emergere e organizzare.
Qualcuno potrà obiettare che non è corretto considerare come “imprenditore di se stessi” i
lavoratori atipici che, sostanzialmente, aspirano ad un rapporto di lavoro dipendente a tempo
indeterminato. Nella stessa impostazione del progetto di animazione sono stati diversi gli
interlocutori che ci hanno descritto il lavoro atipico come un’anomalia destinata ben presto a
essere ricondotta nell’alveo del normale lavoro dipendente.
Purtroppo, i dati elaborati a livello nazionale16 smentiscono queste previsioni: soltanto il 10%
16 Dati elaborati dall’INPS e disponibili presso il Laboratorio Revelli del Collegio Carlo Albero e la Fondazione Rodolfo De
Benedetti, riportati in: T. Boeri e P Garibaldi “ Un nuovo contratto per tutti” ed. Chiarelettere 2008.
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Trentino Sviluppo SpA
dei lavoratori dipendenti a termine riesce a trasformare il proprio contratto in un posto a tempo
indeterminato. La stessa probabilità scende al 5% nel caso dei lavoratori a progetto.
Inoltre, questo mercato e questi tipi di contratto corrispondono a circa il 50% delle nuove
assunzioni per i lavoratori più giovani. In altre parole, il lavoro atipico rappresenta una porta di
entrata per i lavoratori più giovani. Da qui, tuttavia, è molto difficile uscire. Più che una porta di
entrata, il lavoro atipico diventa un vero e proprio mercato del lavoro parallelo o “ duale”, come
viene spesso definito dagli economisti. I lavoratori atipici sono i primi a dover sviluppare una cultura
dell’auto-imprenditorialità che gli consenta di muoversi in un mercato del lavoro caratterizzato da
un’elevata mobilità e incertezza e dall’alternarsi di periodi di occupazione e disoccupazione.
Se con lavoro autonomo e indipendente intendiamo tutte quelle forme di lavoro che
necessitano l’incorporazione da parte del soggetto di atteggiamenti acquisitivi di razionalità
economica, cioè uno sforzo per essere meno lavoratore e più imprenditore di se stesso in
una situazione incerta, non vi è dubbio che un sempre più vasto contesto sociale necessita oggi di
un accompagnamento che lo renda in grado di fare il salto culturale.
Ciò è particolarmente necessario per le giovani generazioni, per le quali, anche a seguito
delle crescenti difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro, sembrano essere tramontati gli stereotipi
precedenti. Il rapporto con il lavoro dipendente appare sempre meno un modello di aspirazione,
un approdo sicuro a cui tendere. Si inquadra in questo mutamento di clima generazionale la
preferenza mostrata da una vasta platea di giovani verso forme di lavoro autonomo.
Nella condizione giovanile appare più marcato quell’aspetto di crescente indistinzione tra
condizione occupazionale e condizione inattiva, tra occupazione e disoccupazione. In sostanza
i giovani sembrano mostrare atteggiamenti adattivi coerenti con una realtà occupazionale più
variegata che in passato. Oggi i giovani si caratterizzano già nei fatti come lavoratori autonomi
nella misura in cui sono al “lavoro” per ampliare la propria rete di competenze, di relazioni e di
opportunità occupazionali all’interno di un ciclo di precariato continuato.
Analogo discorso può essere fatto per la componente femminile alla ricerca di forme di
flessibilità del lavoro che gli consentano di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro. La maggiore
partecipazione delle donne al mondo del lavoro consente alle famiglie il cumulo di più redditi e
quindi un tenore di vita economicamente migliore. Per recuperare al mercato quote aggiuntive di
lavoro femminile, in linea con gli obiettivi di crescita posti a livello europeo, condizione essenziale
è quella di stimolare una maggiore disponibilità delle donne ad intraprendere o a riprendere
un’attività lavorativa. L’esigenza è quella di puntare su una decisa crescita della partecipazione
femminile al mercato del lavoro, sia in forma di lavoro dipendente, sia in forma di lavoro
autonomo.
Il ruolo dell’istituzione pubblica è al centro di queste trasformazioni, risultando l’attore che
più direttamente ha risentito della contemporanea trasformazione dei sistemi lavorativi e dei diritti
sociali. Il welfare di stampo fordista, le cui istituzioni traevano legittimità e alimento dalla centralità
del lavoro salariato, subisce oggi contraccolpi che ne minano in profondità il funzionamento e
ne usurano le risorse materiali, oltre che di consenso sociale. E la sua crisi apre spazio a nuove
prospettive che, ispirate a logiche di workfare, assegnano alle dinamiche di mercato il compito di
prefigurare opportunità di affermazione sociale, nel mentre tuttavia espongono i soggetti a rischi
di nuova dipendenza e di erosione delle reti di protezione.
A fronte di questa situazione, non si tratta solo di attivare - pur fondamentali - interventi di
promozione e accompagnamento alla creazione di impresa, che forniscano a questi soggetti gli
strumenti culturali per prendere atto della propria condizione e contestualizzarla (anche in termini
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Trentino Sviluppo SpA
progettuali) nella propria realtà territoriale e produttiva. Ma vi è bisogno di un “programma
specifico per l’autoimprenditorialità” che si deve inserire entro un quadro di politiche
complessive per lo sviluppo economico locale. In particolare sono necessarie:
• politiche capaci di accompagnare la fluidità che caratterizza oggi il mercato del lavoro, che
consentano la modularizzazione del tempo di lavoro e di superare le difficoltà che soprattutto
le donne incontrano nel mondo del lavoro; che evitino forme di precarizzazione, proponendo
anche forme originali di compatibilità tra diverse occupazioni di carattere dipendente e
indipendente; che pongano maggiore attenzione, e meno vincoli, ai reali processi attraverso
cui il lavoro si imprenditorializza; che favoriscano le attività di integrazione del reddito e la
multifunzionalità delle imprese in diversi settori di attività;
• processi di semplificazione amministrativa e procedurale, già in corso, ma da intensificare in
ragione della necessita di consentire tempi rapidi di start-up per nuove iniziative imprenditoriali,
soprattutto per i settori più innovativi, fortemente esposti alla competitività;
• azioni volte a garantire l’accessibilità ai mercati e a liberalizzare alcuni settori, in linea con gli
indirizzi proposti a livello nazionale, per dare opportunità ai giovani di inserirsi in ambiti di
mercato oggi eccessivamente protetti;
• azioni volte a favorire l’accessibilità a servizi e la creazione di reti e comunità professionali capaci
di incrementare il patrimonio di competenze e relazione dei soggetti;
• politiche volte a definire nuovi modelli di rappresentanza e di welfare, capaci di estendere le reti
di protezione sociale alle forme di lavoro attualmente non tutelate, valorizzando le forme di
nuovo mutualismo dal basso ed il ruolo delle imprese del terzo settore.
13.1 La fluidità del mercato del lavoro
Il principale dato di cui oggi bisogna prendere coscienza è che la posizione lavorativa delle
persone si è fatta più fluida: caratterizzata da frequenti cambiamenti di contesti lavorativi e
aziendali, dal passaggio da forme di lavoro dipendente a forme di lavoro autonomo, e viceversa.
Non è più come una volta, quando da giovani si imparava un mestiere che rimaneva, più o meno,
lo stesso per tutta la vita e spesso veniva svolto in un unico contesto lavorativo.
Oggi il mantenimento - o il miglioramento - della propria collocazione professionale richiede
un costante aggiornamento - e a volte una radicale riconversione - delle proprie competenze per
stare al passo con l’evoluzione del mercato, l’innovazione tecnologica, l’ingresso sul mercato di
nuovi competitori.
Nello stesso lavoro dipendente gli avanzamenti di carriera e la sicurezza della propria posizione
lavorativa dipendono sempre meno da automatismi e meccanismi di garanzia, e sempre più dalle
competenze dei singoli individui, dalla loro capacita di raggiungere obiettivi, di sviluppare qualità
e “imprenditorialità”, lavorando in contesti organizzativi sempre più complessi.
Nelle filiere produttive il posizionamento delle piccole imprese di subfornitura è legato alla
capacità di adattamento alle richieste dei committenti sempre più orientate alla qualità, alla
flessibilità, all’innovazione e all’internazionalizzazione. Su tali capacità di adattamento le imprese
artigiane hanno subito negli ultimi anni un feroce processo di selezione.
Nelle famiglie a situazioni di lavoro dipendente si affiancano forme di lavoro finalizzate
all’integrazione del reddito, a volte regolarizzate e normate - come nel caso degli agricoltori di 2°
categoria, riconosciti dalla legislazione trentina – molto più spesso condotte nell’alveo dell’economia
sommersa. Quanti sono i dipendenti delle nostre piccole e medie imprese che al termine dell’orario
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Trentino Sviluppo SpA
di lavoro si impegnano in attività artigianali, agricole, turistiche, gestite individualmente o a livello
familiare?
Nei contesti montani la stagionalità di alcune attività - come il turismo e l’agricoltura - spinge
molte persone a fare diversi lavori nel corso dell’anno, coniugando forme di lavoro autonomo,
forme di lavoro dipendente, forme di integrazione del reddito.
Il lavoro oggi si è fatto non solo flessibile, ma anche più fluido. Se il concetto di flessibilità
rimanda alla capacità di adeguarsi ai mutamenti della domanda e dell’organizzazione produttiva
(decisa da altri), il concetto di fluidità rimanda alla capacità di essere nomadi e multi-
attivi, assumendo in prima persona la responsabilità ed il rischio delle proprie scelte
professionali.
Il concetto di fluidità fa riferimento a strutture, situazioni, mondi di vita, professionalità che
sono mobili e devono esserlo per essere capaci di aggiustarsi alle congiunture più diverse, al mutare
continuo della situazione. Questa fluidità, dunque, non è solo riferita a prevenire il rischio di
disoccupazione, è anche capacità di esplorare il nuovo, le opportunità che si aprono, dal punto
di vista delle nuove tecnologie, delle nuove professioni, dei nuovi settori produttivi e di business.
Il lavoro si imprenditorializza, nel senso che il lavoro - come l’impresa - deve oggi
rapportarsi a mercati e contesti competitivi sempre più articolati e complessi, in cui
bisogna prevenire minacce e cogliere opportunità.
I fenomeni di mobilità erano in passato visti come elementi residuali (e negativi), effetti
involontari dovuti alla perdita del posto di lavoro. Oggi, in molti casi, possono invece essere visti
in positivo: può, infatti, essere interesse del lavoratore cambiare azienda o cambiare condizione
professionale, se in questo modo realizza aspirazioni che non potrebbe perseguire nel posto di
lavoro occupato o utilizza capacità che non potrebbe mettere in valore. Oppure, più banalmente,
se ottiene in cambio una retribuzione o possibilità di carriera maggiori.
Congelare la vita lavorativa delle persone nei rigidi meccanismi giuridici e
normativi che definiscono i diversi tipi di lavoro (e d’impresa) è diventato sempre
più difficile. I tradizionali modelli di analisi dei fenomeni lavoristici non consentono più di
interpretare le dinamiche che in questi ultimi anni caratterizzano il mercato del lavoro. Un mercato
in rapida trasformazione che, insieme all’erosione del lavoro standard, fa emergere nuove tipologie
occupazionali, prive di tutele e spesso al confine tra lavoro autonomo e lavoro dipendente.
Oggi la proliferazione di lavoro autonomo - e di lavori atipici - variamente regolata costituisce
un fenomeno spurio, in cui è possibile riconoscere diverse condizioni di individualità e reti di
relazione, riconducibili a:
• una ”individualità radicale” riguardante soprattutto le posizioni di lavoro ad alta
qualificazione che attivano “reti lunghe” in termini di relazioni, e attraverso queste sviluppano
capacità di competere. Qui troviamo molti giovani “lavoratori della conoscenza” che operano
nel campo dei nuovi servizi terziari, giovani che si imprenditorializzano sulla base di un’idea
originale o sull’individuazione di un segmento di mercato non ancora coperto, ma troviamo
anche l’impresa artigiana che ha saputo inserirsi in nicchie di elevata specializzazione e in
circuiti commerciali e produttivi di livello internazionale;
• una “individualità tradizionale”, rappresentata soprattutto da quanti, artigiani,
commercianti, agricoltori, dispongono di “reti lente”, cioè attagliate su attività e rapporti di
tipo consuetudinario. Qui troviamo forme di lavoro autonomo “schiacciate” sulla dimensione
produttiva, spesso impossibilitate ad investire in termini di competenze e di nuove reti di
relazioni (al di la dei servizi offerti dalle rispettive associazioni di categoria) e che, altrettanto
spesso, vedono ridursi i tradizionali spazi di competizione;
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Trentino Sviluppo SpA
• una “individualità precaria”, cioè soggetti che si imprenditorializzano (spesso più per
condizione che per scelta) in contesti di elevata precarietà di lavoro e con posizioni di mercato
caratterizzate da “reti corte” di territorio, di famiglia, di parentela, di vicinato. Qui troviamo
le forme di lavoro autonomo a basso profilo professionale che operano nei servizi a scarso
valore aggiunto, nelle reti solidaristiche della cooperazione sociale, nell’outsourcing dell’ente
pubblico, nei lavori stagionali in agricoltura e nel turismo, nelle funzioni di manovalanza
del ciclo dell’edilizia. Ma qui troviamo anche i tanti giovani scolarizzati che cominciano a
lavorare con contratti a termine o aprendo la Partita Iva pur operando in contesti di sostanziale
monocommittenza.
Pretendere di ricondurre queste diverse individualità nell’alveo del lavoro
normato, salariato e garantito a vita è, in gran parte, un’illusione. Scomponendosi i
cicli produttivi, riducendosi le dimensioni aziendali, delocalizzandosi intere fasi della produzione,
cambiano i modi di organizzare il lavoro, le relazioni tra i diversi segmenti del ciclo, e, di
conseguenza, i profili professionali coinvolti, i rapporti contrattuali e le stesse modalità di accesso
al lavoro. Cambia, in altri termini, lo “statuto” del lavoro, se questo modo di esprimersi non
appare troppo enfatico.
Nella lunga stagione fordista, il lavoro dipendente si proponeva come “classe generale” e
dunque rappresentativa anche di quel lavoro autonomo, indipendente, atipico che - in quanto
lavoro - poteva essere differente solo in superficie, ma doveva avere, si supponeva, gli stessi bisogni,
le stesse capacità, le stesse tutele del lavoro dipendente. La grande impresa pretendeva per sé tutto
il palcoscenico della teoria e della pratica, lasciando alla piccola impresa ruoli di comparsa o poco
più.
Poi qualcosa è saltato: le grandi organizzazioni fordiste si sono spogliate dei rischi assunti
in precedenza, riportandoli sulla società, ovvero su tutte le persone. Le grandi imprese hanno
cominciato a dimagrire, mentre la quota occupazionale nelle piccole imprese è cresciuta. Il lavoro
dipendente è entrato in sofferenza, mentre i nuovi lavori sono in grande maggioranza fuori norma.
Il welfare pubblico e universale ha cominciato a scricchiolare, lasciando spazi crescenti ai privati, al
volontariato, a forme mutualistiche di azione. Tutto è posto a rischio, e tutto deve dunque trovare
una nuova normazione.
La politica crede ancora di poter decidere la ripartizione del rischio tra imprese e lavoratori
come se fosse nelle sue mani questa possibilità. Non lo è più: il rischio è già sulle spalle dei
lavoratori, e far finta che non lo sia serve solo a non fare quegli adeguamenti e a non prendere
quelle misure che potrebbero consentire una più equa distribuzione/condivisione dei rischi e una
gestione intelligente degli stessi.
Ormai l’economia va avanti in modo tale che nessuno è più in grado di garantire niente a
nessuno. Quindi lo scambio politico tra sindacati e organizzazioni imprenditoriali, su cui si reggeva
lo statuto dei lavoratori, i vecchi diritti del lavoro, gli stessi contratti nazionali, tendono ad avere
una base sempre più debole. Nessuna azienda, dalle grandi alle piccole, è sicura di quanti
dipendenti avrà tra sei mesi, e forse le grandi sono meno sicure delle piccole. Quindi
nessuna azienda può assumere impegni a tempo lungo, che esentano i lavoratori dal pensare al
proprio futuro.
Oggi, sono sempre più numerosi i singoli e i gruppi che si sentono, consapevolmente o
inconsapevolmente, “orfani del fordismo”. Curiosamente questa categoria comprende anche chi,
come il Sindacato, vedeva l’ordine fordista come controparte da contrastare e costringere alla
trattativa. La scena politica si divide oggi tra un neofordismo conservatore che cerca di difendere tutto
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Trentino Sviluppo SpA
il difendibile ed un postfordismo fondamentalista, che usa la clava del mercato, della deregulation
e della tecnologia per scompaginare l’ordine fordista, però senza preoccuparsi di ricostruire un
nuovo ordine, dotato di senso, al posto della casa fordista demolita.
La discussione che si è avuta sulla flessibilità del lavoro in termini di maggiore o minore tutela
(dall’art. 18 in poi) andrebbe rimessa sui giusti binari se si cominciasse a dire che il problema non è
quello di “liberare” l’impresa da un ruolo di esenzione del rischio che grava sul lavoratore, che essa
non vuole più, e che non è comunque, anche volendo, in grado di esercitare. Il vero problema è
quello di attrezzare il lavoratore a sostenere questo rischio, acquisendo l’autonomia
e l’intelligenza professionale che gli consentono di gestirlo senza troppi problemi ed,
eventualmente, condividendolo con altri in forme di auto-organizzazione dal basso.
Il venir meno delle garanzie offerte dalle tecnostrutture (grande impresa e pubblica
amministrazione) ha cominciato a cambiare gli atteggiamenti delle persone, perché ciascuno
percepisce che non basta farsi rappresentare da qualche partito o da qualche sindacato ad un
tavolo di trattative aperto presso lo Stato o la grande impresa che tutto controlla e tutto garantisce.
Lavoratori, consumatori, imprenditori, risparmiatori, cittadini si trovano sempre meno “protetti”
dai sistemi esperti (tecnostrutture pubbliche e private) e comprendono che bisogna diventare più
autonomi e più intelligenti per gestire i propri rischi, senza delegare troppo.
Si diffonde la consapevolezza che bisogna darsi da fare per trovare risposte auto-organizzate al
rischio incombente e diffuso. La proliferazione di forme di lavoro autonomo, e in particolare quello
atipico, in parte, è un modo per sfuggire alle garanzie legate al contratto di lavoro dipendente e
che le imprese considerano ormai eccessivamente onerose per tutta una serie di settori; ma in parte
è anche la risposta alle esigenze di un nuovo rapporto di lavoro, che emerge dal basso, dove la
dipendenza si riduce e aumenta la partnership e il rischio.
La politica deve intercettare questa tendenza evolutiva del mercato del lavoro che si lega anche
ad una ricerca di senso, che oggi caratterizza molti giovani (e meno giovani), di fronte a lavori che
non sono più in grado di fornire garanzie, non corrispondono ai propri interessi e alle proprie
aspirazioni.
Se sul lavoro bisogna rischiare – magari sbagliando l’investimento professionale che si fa – tanto
vale rischiare per fare un lavoro che piace o che permette di mobilitare le energie e le relazioni della
vita privata/familiare. I giovani che si dedicano alla musica o allo sport, i piccoli imprenditori che
mobilitano la famiglia nell’impresa da costituire, i lavoratori che cambiano impiego e settore alla
ricerca di qualcosa di meglio, il volontariato che popola il terzo settore e tanti altri, sono parte di
questa storia.
Nel corso dell’attività di animazione ci siamo spesso chiesti se l’interlocutore che avevamo
di fronte fosse “un imprenditore da far crescere” o “ un lavoratore precario da
regolarizzare”.
Per molti si è resa problematica una chiara identificazione del ruolo, in quanto artigiani,
imprenditori, parasubordinati, dipendenti, collaboratori, liberi professionisti e via di seguito. La
semplice stesura del business plan, non era sufficiente a dirimere il dubbio, in quanto la risposta era
unicamente legata al successo reale (e non potenziale) dell’attività che si intendeva avviare.
L’attività di animazione si è, in sostanza, confrontata con una frammentazione e indistinzione
delle figure professionali, dietro le quali – nonostante alcune situazioni di oggettiva debolezza – era
comunque possibile riconoscere forti istanze di autonomia che contraddicono l’immagine
tradizionale di posizioni lavorative residuali, cui si accederebbe a causa dei limiti di assorbimento
da parte del mercato del lavoro “ufficiale”.
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Trentino Sviluppo SpA
L’identità e la continuità professionale è oggi ricercata nella crescita delle proprie competenze
e nella ricerca di una sempre maggiore autonomia, anche quando l’attività prescelta è poco
inquadrabile all’interno di un sistema codificato. Questa ricerca di identità, competenze, autonomia
non riguarda – come si sarebbe portati a pensare - solo i lavoratori con alti skills professionali: ad
imprenditorializzarsi sono oggi anche lavoratori a basso profilo professionale o che,
tradizionalmente, trovavano collocazione nelle funzioni esecutive del lavoro dipendente.
All’origine di questo fenomeno sta una sempre minore disponibilità a delegare ad
altri la propria sicurezza e le proprie opportunità di crescita professionale. Ci si rende
conto che i vecchi sistemi di garanzia, tutela e negoziazione non sono più sufficienti a prevenire il
rischio di espulsione dal mercato del lavoro e a garantire la continuità di un reddito adeguato. La
sicurezza del lavoro e del reddito viene oggi ricercata in percorsi individuali, di auto organizzazione
dal basso, che si concretizzano in forme di self-employement e di multi-attività.
Nell’attività di assistenza ci si è anche resi conto come il percorso per avviare un’attività
autonoma non è quasi mai netto e lineare. Pochi sono disponibili a fare un salto nel
buio o ad affidarsi alle deboli garanzie che possono essere offerte da una pur necessaria e attenta
pianificazione della propria nuova attività.
Il passaggio all’attività autonoma avviene per piccoli passi, con investimenti
flessibili e reversibili, adottando strategie empiriche finalizzate a contenere la
dimensione del rischio:
• la nuova attività autonoma viene spesso avviata mantenendo - almeno per il primo periodo-
un rapporto di lavoro dipendente part-time;
• la Partita IVA viene aperta tempo dopo avere realizzato i primi investimenti e viene legata
all’emissione delle prime, eventuali, fatture, contenendo in tal modo il rischio d’impresa, se
non sul piano dell’investimento, almeno nei suoi aspetti giuridici e fiscali;
• l’attività autonoma viene avviata sulla base di un rapporto garantito di monocommittenza,
per verificare, successivamente, la possibilità di allargare la platea dei possibili clienti;
• la nuova attività viene intestata alla moglie o ai figli, cercando in tal modo di diversificare il
rischio e le fonti di reddito familiare e garantire, per quanto possibile, un futuro ai figli;
• la nuova attività costituisce spesso un ampliamento o una diversificazione dell’attività
dell’azienda agricola, artigiana o commerciale di famiglia;
• ci si imprenditorializza contando sul sostegno fornito da reti locali che consentono una
divisione sociale del rischio di impresa, come sono ad esempio le reti di cooperazione, (anche
se l’ingresso in tali reti è diventato oggi più difficile);
• ci si affida a catene di produzione o distribuzione che operano in franchising o su licenza, a reti
consolidate di applicatori o di manutentori;
• si cercano garanzie di continuità nei processi di outsourcing realizzati dall’ente pubblico
riguardanti servizi di pubblica utilità (come ad esempio la pulizia delle strade, la manutenzione
dei boschi, i servizi di trasporto pubblico);
• si investe in forme d’integrazione del reddito familiare che, come nel caso dei Bed & Breakfast,
non vengono neppure considerati impresa a livello giuridico.
Questa casistica, nella sua parzialità, illustra alcuni tipici percorsi attraverso cui oggi un numero
crescente di persone avvia un’attività autonoma. Come si può vedere siamo ben lontani
dalla retorica degli interventi di creazione d’impresa che sono alla costante ricerca
dell’imprenditore innovativo e dell’idea di business originale. Quello che emerge è un
percorso socialmente diffuso, di persone che cercano autonomamente e faticosamente di costruire,
per sé e per i propri figli, una prospettiva di sicurezza e crescita economica, sempre più difficile da
trovare nei tradizionali contesti occupazionali.
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Trentino Sviluppo SpA
Paradossalmente, una politica di promozione dell’autoimprenditorialità deve avere lo
scopo di “destrutturate il concetto di impresa”, ovvero, rendere i concetti di impresa e di
imprenditorialità più vicini alle reali esperienze ed esigenze lavorative delle persone.
Sono innumerevoli i libri, le riviste, i seminari, i corsi di formazione, i siti web orientati a formare le
coscienze imprenditoriali sul “cosa è necessario fare”, spesso con il risultato di aumentare il senso
di frustrazione dei soggetti di fronte a sfide che intuiscono come superiori alle proprie capacità o
che sono comunque lontane ed inadeguate alla propria, specifica realtà lavorativa.
È, invece, dalla specifica realtà lavorativa delle persone che bisogna partire: una realtà lavorativa
sempre meno impostata sulle forme di lavoro dipendente svolto in grandi strutture organizzative
(industrie, banche, pubblica amministrazione) e sempre più caratterizzata dal crescente peso del
lavoro indipendente svolto autonomamente o in piccole strutture organizzative (nella piccola
impresa come nel sommerso, nell’artigianato come nel terziario avanzato, nelle filiere agroalimentari
come nelle attività integrative, nell’articolato mondo dell’offerta turistica).
Destrutturare il concetto di impresa significa riconoscere i meccanismi di fluidità del lavoro ed i
percorsi attraverso cui il lavoro si imprenditorializza. Riconoscere che l’auto-imprenditorialità rappresenta
oggi un percorso di inclusione e crescita sociale che riguarda tutti i livelli della scala sociale.
Significa anche riconoscere che l’assetto normativo, fiscale, di welfare, ereditato dal passato - e
che ancora oggi regola il lavoro e l’attività d’impresa - non è più in grado di comprendere e tutelare
le tante forme del lavoro, ma non solo, spesso costituisce uno dei principali ostacoli nel
percorso di imprenditorializzazione dei soggetti.
Nel corso dell’attività di accompagnamento all’avvio di impresa si è potuto, ad esempio,
verificare come:
• diverse attività artigianali avviate nel corso dell’intervento non hanno potuto iscriversi all’Albo
delle imprese artigiane (e quindi godere delle relative tutele e forme di incentivazione), in
quanto il titolare manteneva nel frattempo un rapporto part-time di lavoro dipendente;
• piccole attività, che possono avere un ruolo in contesti montani marginali e nel contribuire
alla formazione del reddito familiare, non possono essere avviate (o emergere dal sommerso)
in quanto non congrue con i rigidi parametri degli studi di settore;
• in alcuni settori, come spesso capita nell’edilizia o per le professioni, l’apertura della Partita
IVA è determinata dalle richieste del datore di lavoro e nei fatti non corrisponde ad una vera
attività d’impresa, ma sostanzialmente ad un rapporto di lavoro dipendente mascherato da
lavoro autonomo;
• per molte donne la forma impresa si è dimostrata una scelta obbligata (e in buona parte
incongrua) per rispondere alla necessità di un lavoro flessibile che gli consenta di conciliare
esigenze economiche e familiari.
• la multifunzionalità dell’impresa agricola commerciale e artigiana è spesso impedita dalle
rigidità normative, urbanistiche o che regolano i diversi settori di attività.
Favorire i processi di auto-impiego significa riconoscere le tante forme in cui i
soggetti sono oggi al lavoro, dando loro legittimità, visibilità e protezione. Bisogna
riunificare le tante anime del lavoro nate dalla decomposizione dell’organizzazione fordista,
rimetterle in comunicazione entro un disegno unitario, dove l’iniziativa soggettiva riesca a sentire
dalla sua parte la condivisione sociale, e dove la condivisione sociale possa usare l’energia creativa
delle singole persone.
È giunto il momento di rovesciare i presupposti su cui è stato eretto l’assetto normativo
ereditato dal fordismo, assumendo la piccola impresa, la microimpresa ed il lavoro
autonomo non più come categorie particolari (bisognose di una normazione a sé e di una
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Trentino Sviluppo SpA
tutela specifica), ma come modello generale (di lavoro e di impresa) che interessa una
platea sempre più vasta di persone, ossia come modello da prendere a riferimento per modellare
la normazione, la fiscalità, i contratti di lavoro, le regole istituzionali sulle esigenze, sulle risorse e
sulle possibilità di questo tipo di lavoro e d’impresa.
Bisogna favorire lo sviluppo delle condizioni sociali di self-employment, dei servizi
universali che “abilitano” le persone a crescere e rischiare, e delle comunità in cui diventa possibile
condividere bisogni e risorse. Sono ormai molte le ricerche che evidenziano come, tra i fattori
che spiegano il successo delle regioni a forte natalità imprenditoriale, vi sono variabili strutturali,
socio-culturali e istituzionali e, pertanto, le politiche di sviluppo che agiscono sui fattori
di natura “ambientale” sono preferibili alle politiche d’incentivazione tout court
dirette a favorire la formazione di nuove imprese.
Da questo punto di vista, le politiche di natura “ambientale” da attuare nei contesti montani
per accompagnare la fluidità del lavoro e l’auto-imprenditorialità possono essere molteplici.
Un primo importante passo è riconoscere il carattere integrativo del reddito di molte attività che
vengono svolte in montagna. Ad esempio, l’istituto dei “contadini di 2° categoria” attraverso cui la
legislazione provinciale trentina riconosce il ruolo di integrazione del reddito svolto dall’agricoltura
di montagna, potrebbe essere esteso ad altre categorie, come gli artigiani. Ciò consentirebbe: un
più agevole passaggio da forme di lavoro dipendente a forme di lavoro autonomo; l’emersione di
attività attualmente sommerse; lo sviluppo di attività in settori marginali dell’economia montana
come, ad esempio, l’artigianato artistico.
L’affidamento a privati da parte dell’ente pubblico di servizi di pubblica utilità come trasporti,
energia, assistenza, gestione e manutenzione del patrimonio pubblico, può costituire un’importante
opportunità di auto-imprenditorialità nei contesti montani.
Le politiche di valorizzazione del territorio, delle produzioni tipiche, di nuovi modelli di
ospitalità e intrattenimento turistico rappresentano altrettanti ambiti di auto imprenditorialità
che oggi possono trovare una loro valorizzazione all’interno dei nuovi circuiti turistici alternativi
e di valorizzazione dei prodotti tipici di qualità.
La promozione della multiattività delle imprese commerciali e agricole di montagna è
fondamentale per garantire rinnovate condizioni di sostenibilità economica ed il mantenimento
di essenziali servizi di comunità e di vicinato.
Si rendono necessarie politiche volte a favorire l’occupazione femminile (sia autonoma, sia
dipendente) favorendo il part-time ed il telelavoro ed integrando le politiche per il lavoro e le
politiche per la famiglia.
Le politiche dello sviluppo nelle aree montane comprendono necessariamente le economie
sociali e prevedono risposte mirate all’accessibilità dei servizi sociali e ad una più alta qualità della
vita delle popolazioni. Si tratta di agire sui punti critici della condizione sociale e su quelli fare
interagire molteplici risorse, energie e competenze, sia istituzionali che sociali, valorizzando la
cooperazione sociale ed il volontariato.
Le politiche culturali sono il mezzo attraverso cui i giovani possono trovare nuovi stimoli,
occasioni di incontro e di scambio di esperienze, ambiti di sperimentazione di propri interessi e
passioni che contribuiscono a rafforzare la loro identità e che, magari, in futuro possono tradursi
in professione e nuove forme di impresa.
Essenziale è inoltre la capacità di delineare linee di sviluppo economico e territoriale entro
cui l’imprenditorialità diffusa può trovare una propria dimensione strategica, all’interno della
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Trentino Sviluppo SpA
quale esprimersi. L’esperienza di animazione imprenditoriale ha evidenziato come le politiche di
sviluppo locale, attivate con logica coalizionale (come i patti territoriali ed i programmi Leader)
costituiscono un importante motore di auto imprenditorialità, capaci di creare un circuito virtuoso
che consente, da un lato, di inserire le singole iniziative imprenditoriali nell’ambito di progettualità
strategiche più vaste capaci di supportarle (integrazione tra progettualità pubbliche e iniziative
private, azioni di marketing di territorio, integrazioni produttive e settoriali, ecc.), dall’altro lato, di
qualificare e sostanziare il progetto di sviluppo locale con iniziative private coerenti e qualificate
sul piano imprenditoriale.
13.2 Reti, filiere e comunità professionali
Il tema delle reti (locali, metropolitane e globali) assume particolare rilevanza nelle politiche
di valorizzazione dell’autoimprenditorialità, in particolare nelle aree considerate periferiche. La
dimensione delle reti, connessa in particolare alla dimensione della conoscenza, rappresenta una
determinante fondamentale delle trasformazioni in corso nel mondo del lavoro.
Sempre più andiamo verso forme del lavoro svolte in forma individuale, questo però non
nega, anzi al contrario richiede, la crescita delle connessioni tra segmenti del ciclo produttivo,
tra diverse funzioni, tra singole competenze. La fluidità del mercato del lavoro richiede
condivisione. È molto importante capire che una società più fluida, come quella che aumenta gli
spazi di azione individuale e collettiva, di invenzione dal basso del mondo in cui si deve vivere, è
anche una società che ha bisogno di maggiore costruzione sociale e condivisione.
Le persone e le imprese non agiscono in maniera isolata, ma utilizzano quelle strutture di
relazione che sono chiamate “capitale sociale”. Il loro apporto alla produzione dipende in modo
cruciale dalla qualità delle risorse di relazione che utilizzano per imparare, comunicare, convincere,
condividere, cooperare. Queste risorse sono in parte frutto dell’eredità storica di ciascun territorio,
di ciascuna comunità, di ciascuna famiglia e persona. Ma in parte - e oggi in parte sempre più
importante - esse devono essere prodotte ex novo o assumere una forma diversa che in passato. Da qui
il ruolo fondamentale della politica: sviluppando in forme efficienti e aggiornate le reti che sono
messe a disposizione delle persone, delle comunità e dei territori, si contribuisce in modo decisivo
ad abilitarle sul piano produttivo e competitivo.
L’investimento in conoscenza rappresenta una condizione essenziale per far fronte a
modelli di produzione sempre più flessibili e smaterializzati. L’inserimento al lavoro
e la competitività sui mercati richiede oggi professionalità e bagagli di esperienza che possono
formarsi solo con un costo di apprendimento non marginale. La possibilità di essere competitivi
sul mercato è dettata dalla capacità che i singoli soggetti (persone e imprese) hanno di percepire le
trasformazioni e di rispondere in modo dinamico a problemi nuovi con soluzioni nuove.
Un’esigenza, espressa in modo unanime dai partecipanti al percorso di creazione di impresa,
è stata quella di poter contare su forme continue di aggiornamento, su un sapere sempre più
specialistico, aggiornato e predisposto all’arricchimento continuo. L’aggiornamento professionale
viene attualmente affrontato individualmente dai lavoratori indipendenti, ma - diversamente dalla
scarsa attitudine ad instaurare forme di cooperazione produttiva - sulla questione della formazione
e della conoscenza il desiderio di aggregarsi è alquanto condiviso. L’esigenza di affrontare la
questione collegialmente nasce da una duplice difficoltà: da un lato cercare di abbattere i costi
(spesso elevati e faticosamente sostenuti), dall’altro limitare il numero di ore (non retribuite)
periodicamente dedicato all’aggiornamento professionale.
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Trentino Sviluppo SpA
Questo desiderio, espresso in modo esplicito dai nostri interlocutori, si coniuga con la necessità
di allargare la rete di conoscenze all’interno di comunità professionali. Nel corso dell’intervento
è risultata particolarmente preziosa la possibilità di indirizzare alcuni interlocutori verso aggregati
di competenze che potessero in qualche modo sostenere il consolidamento di processi conoscitivi
e relazionali dei nostri interlocutori: il caso emblematico è quello del Distretto tecnologico su
energia ambiente, verso il quale sono stati indirizzari giovani architetti e ingegneri impegnati
nei campi della bioedilizia e del risparmio energetico, artigiani del settore del legno e impiantisti,
ma anche operatori economici e Sindaci che proponevano modelli di turismo sostenibile.
Il sapere non è un bene indivisibile e inalienabile ma, al contrario, cresce e si moltiplica proprio
sul terreno del confronto: dunque poter comunicare, socializzare informazioni e conoscenze in un
rapporto di reciproco arricchimento è uno dei metodi più rapidi ed efficaci per provvedere ad una
formazione costante e aggiornata.
Proprio perché su questo versante il senso di abbandono e isolamento è tangibile molti soggetti
accoglierebbero favorevolmente l’intervento di strutture, enti e associazioni in grado di facilitare
lo scambio di professionalità e la diffusione di un sapere rapido e permanente attraverso seminari,
convegni, dibattiti, incontri, corsi di specializzazione e di aggiornamento.
Allo stesso modo per le piccole imprese collocate in territori marginali risulta di fondamentale
importanza l’accesso a quei “servizi immateriali” che oggi sono necessari per competere. La
territorializzazione dell’intervento ha permesso di constatare come, in realtà, nella piccola impresa
trentina vi sia molta innovazione tecnologica. La possibilità di accesso ad incentivi pubblici –
come quelli previsti nei patti territoriali - ha creato le condizioni per l’acquisizione di tecnologie
moderne. Ciò che ancora manca, e che risulta determinante per competitività delle imprese, è
l’innovazione a monte e a valle della produzione (nuovi prodotti, progettazione, design, reti
commerciali, servizi al cliente).
Proprio per tali ragioni, occorre che nelle aree montane sia garantito l’accesso a servizi terziari
di qualità, comparabili a quelli disponibili nei contesti metropolitani. Solo una divisione del lavoro
entro uno “spazio metropolitano” costruito attraverso l’organizzazione di efficienti reti (materiali e
immateriali) rende possibile conseguire quelle economie di specializzazione e di scala che possono
sostenere lo sviluppo di competenze eccellenti e dunque di servizi competitivi. Questo è uno dei
nodi fondamentali degli interventi di promozione di autoimiprenditorialità, specialmente in aree
considerate periferiche.
L’infrastrutturazione tecnologica e culturale del territorio montano è oggi il presupposto
essenziale per il mantenimento e lo sviluppo delle attività produttive che, anche se di piccole
dimensioni e operanti in settori tradizionali e di nicchia, devono sempre più confrontarsi con:
risorse tecnologiche, organizzative, gestionali sempre più complesse; mercati sempre più ampi;
una crescente presenza di componenti immateriali della produzione (commercializzazione,
progettazione, finanza, ecc.); una crescente formalizzazione delle relazioni produttive e dei relativi
codici di scambio (certificazione, standard produttivi, ecc.). Oggi le attività di progettazione,
software, design, controllo di qualità, marketing e in genere di servizio stanno diventando sempre
più importanti nella catena del valore che valorizza i prodotti della manifattura.
Oltre che l’investimento sul piano infrastrutturale risulta quindi strategica un’azione volta
a favorire la crescita di una rete di servizio alle imprese capace di accompagnare il processo di
terziarizzazione delle economie locali. Bisogna intervenire sul consolidamento della filiera
manifattura-servizi, promuovendo una compenetrazione sempre più stretta fra produzione e
servizi, un crescente contenuto di servizi nei prodotti, un ruolo sempre maggiore dei servizi nella
catena del valore. E ciò vale per tutti i settori economici: artigianato, agricoltura e turismo.
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Trentino Sviluppo SpA
Uno dei risultati del lavoro di animazione imprenditoriale è stato quello di aver
contribuito alla permanenza di giovani diplomati e laureati nei territori di origine,
sostenendoli nell’avvio di attività di servizio alle imprese ed al territorio. Si è trattato di un
intervento complesso per il fatto che per questo tipo di professionalità non sono – paradossalmente
- previste specifiche forme di incentivazione. Su tale carenza va oggi posta l’attenzione delle
politiche economiche che devono essere rivolte sia a stimolare la domanda di servizi immateriali
da parte delle imprese, sia alla crescita di nuove “professioni della conoscenza” capaci di fornire
tali servizi. Questo polmone del lavoro autonomo e del terziario innovativo è fondamentale. Senza
di esso le microimprese collocate in aree montane sono condannate a rimanere delle aziende
manifatturiere incapaci di competere su mercati che sempre più privilegiano valori di carattere
simbolico e immateriale.
Risultano, infine, determinanti le politiche orientate all’ampliamento e al consolidamento delle
stesse filiere produttive. Come già più volte sottolineato nell’ambito del presente rapporto la
collocazione delle microimprese all’interno di filiere produttive costituisce la condizione essenziale
per produrre economie di scala e garantire i necessari livelli di specializzazione produttiva. Oggi,
non è più sufficiente incentivare gli investimenti in innovazione tecnologica nelle singole imprese,
bisogna accompagnare progetti di innovazione tecnologica e organizzativa che coinvolgono gruppi
di impresa organizzati in filiera. Il rapporto tra imprese all’interno delle filiere consente di produrre
un’innovazione che è pari - se non migliore - di quella che si produce nei laboratori di ricerca e
nelle università. L’appartenenza a reti produttive, commerciali, di promozione consente l’accesso a
mercati che il piccolo imprenditore, da solo, non riuscirebbe mai a raggiungere. Dobbiamo quindi
aiutare le “reti corte” di imprese locali a fare “rete lunga di mercato”, a costruire reti commerciali a
livello nazionale e internazionale, capaci di valorizzare le nostre produzioni di qualità.
13.3 L’accessibilità ai mercati
Un’attenta politica di valorizzazione delle risorse umane – dei meriti, dei talenti, della creatività
- deve favorire l’assunzione del rischio imprenditoriale e considerare il tema dell’accessibilità ai
mercati.
Il nuovo sistema produttivo è necessariamente un sistema meritocratico, pertanto, bisogna
garantire che il gioco competitivo funzioni in modo da premiare chi fa di più e meglio, rendendo
così conveniente investire sulle proprie idee, capacità e competenze. Il merito non deve essere
amministrato da un’autorità e “congelato” a priori in regole e valutazioni che inibiscono la
creatività personale, ma deve emerge in un confronto aperto con un mercato libero, esposto alla
concorrenza.
Nel recente passato le politiche economiche hanno avuto una funzione soprattutto
protezionistica, a favore di certi settori o di certi territori. Oggi, nel nuovo contesto competitivo, lo
scopo delle politiche economiche non può più essere quello di correggere o proteggere dagli esiti
della concorrenza. L’impresa, infatti, deve essere il più possibile libera di innovare, sperimentare,
assumere rischi, trattare, ed eventualmente soccombere se le cose vanno male, senza che la politica
economica debba interferire nella fisiologia della creazione e selezione imprenditoriale. Al contrario,
l’impresa ha oggi bisogno che il suo contesto sia organizzato, in modo da favorire lo sviluppo di
nuove iniziative e da valorizzare i capitali e le reti personali disponibili. La prospettiva del
nostro sviluppo - a livello nazionale e provinciale - sta nel buon uso che riusciremo
a fare dello sviluppo dal basso.
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Trentino Sviluppo SpA
Nell’ambito del progetto di animazione e in particolare nella fase di accompagnamento
all’avvio di nuove iniziative, si è potuto verificare come l’autoimprenditorialità giovanile, per
quanto volonterosa trova spesso difficoltà ad affermarsi a causa di vincoli all’accesso ai mercati -
albi, licenze e autorizzazioni - posti a difesa di interessi corporativi.
A ciò si aggiungono alcune rigidità di modelli di organizzazione produttiva “socialmente diffusi”,
che pur avendo storicamente svolto un fondamentale ruolo di inclusione economica, in alcuni
casi impediscono modelli di diversificazione del business: tipico è il caso della cooperazione che
prevedendo il conferimento dell’intera produzione agricola da parte dei soci cooperatori, impedisce
agli stessi la trasformazione e la vendita diretta ai turisti di prodotti tipici locali.
Emblematico è anche il caso di giovani che operano nelle professioni regolamentate, per i
quali il necessario periodo di tirocinio, si trasforma spesso in forme di precariato continuato e,
nel caso di apertura di partita IVA, in rapporti di sostanziale monocommittenza, ovvero lavoro
dipendente mascherato da lavoro autonomo.
Alcune nuove professioni turistiche come gli “accompagnatori di territorio” hanno vissuto un
complicato iter di riconoscimento e concreto avvio della propria attività a causa dei vincoli posti
da altre professioni turistiche più consolidate.
Nelle aree montane importanti opportunità di lavoro per i settori dell’artigianato e
dell’agricoltura sono connesse alla gestione dei servizi alla collettività – manutenzione del territorio
e della rete viaria, energia, trasporti, ecc.- che attualmente sono prevalentemente gestiti dall’ente
pubblico. Un’attenta privatizzazione di tali servizi di interesse pubblico, costituisce l’opportunità
per favorire la multifunzionalità di molte imprese collocate in aree marginali.
Analogo discorso può essere fatto per alcuni settori innovativi, come ad esempio l’informatica,
dove le piccole nuove imprese trovano difficoltà ad operare in un mercato caratterizzato – nel caso
trentino - da una significativa presenza pubblica.
Come del resto evidenziato da molti analisti, il carattere “partecipato” del processo di
sviluppo dell’economia trentina, se da un lato ha consentito un’elevata integrazione sociale
ed il raggiungimento di elevati livelli di benessere - partendo storicamente dalle condizioni di
marginalità tipiche di un’economia montana - dall’altro lato ha comportato anche una bassa
dinamicità imprenditoriale ed un basso livello di competizione interna all’economia. Molte
realtà economiche si sono sviluppate all’interno di sistemi protetti e questo potrà determinare nel
prossimo futuro effetti negativi.
Oggi si sente la necessità di interventi di politica economica finalizzata alla verifica, controllo
e intervento sulle condizioni di contesto, in particolare sulla funzione della concorrenza. Vi è la
necessità di superare i vincoli di un’economia protetta che, attivando meccanismi generalizzati di
ridistribuzione e di socializzazione del rischio, possono anche ingenerare una minore propensione
al lavoro imprenditoriale ed al lavoro qualificato, in particolare, nei settori maggiormente esposti
alla concorrenza.
13.4 La semplificazione amministrativa
Diversi fattori limitanti la nascita di nuove imprese sono imputabili ai costi della burocrazia
che si affrontano per avviare un’attività, in particolare per quanto riguarda: le incertezze sulle linee
di sviluppo economico territoriale, i tempi di attesa per le autorizzazioni e le normative sempre più
restrittive, spesso pensate per la grande dimensione di impresa e non adatte alla piccola dimensione.
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Trentino Sviluppo SpA
Il progressivo sedimentarsi di normative (europee, statali e provinciali) e prassi amministrative
rappresentano un elevato costo per le aziende, una penalizzazione nella competizione economica
ed un ostacolo al necessario ricambio imprenditoriale.
Una recentissima indagine della CGIA di Mestre quantifica il costo della burocrazia per le
imprese italiane in Undici miliardi e mezzo di euro all’anno. Le imprese maggiormente penalizzate
sono proprio le micro imprese. A cominciare dal costo medio annuo per ciascun addetto. Per le
realtà produttive minori, quelle con un numero di dipendenti che va da 3 a 9, il costo medio
annuo per addetto ammonta 1.587 euro. Scende, invece, a 1.445 euro per le imprese che arrivano
sino a 19 dipendenti, a 1.035 per quelle che contano fino a 49 addetti e a 720 euro per quelle che
ne contano fino a 499.
Al di là dei costi, i consistenti adempimenti burocratici costituiscono spesso un ostacolo
all’avvio di nuove iniziative imprenditoriali. Nell’esperienza di animazione imprenditoriale si
è potuto verificare come ad esempio l’avvio di piccole produzioni agroalimentari, caratterizzate
da forte tipicità che recuperano metodi di produzione tradizionali, siano spesso ostacolate da
normative europee che impongono investimenti sostenibili dalla grande impresa, ma non da
piccoli laboratori di trasformazione, che magari affiancano l’attività agricola prevalente.
Vi sono stati progetti, apparentemente semplici come l’apertura di un negozio di parrucchiera,
che sono stati in stand by per circa un anno, per l’indisponibilità di licenze a livello comunale.
Problema fortunatamente risolto dalla liberalizzazione delle licenze introdotto a livello nazionale
con il “Decreto Bersani”.
Anche quando i giovani adottano strategie innovative per inserirsi nel mercato del lavoro
- che fanno riferimento a nuove attività, nuove professioni, nuovi servizi - spesso si scontrano
con problemi di autorizzazione perché tali attività - essendo nuove - non hanno un quadro
normativo di riferimento. Non si capisce bene chi deve valutare ed eventualmente autorizzare
questa nuova attività. In tal senso, un’attenta politica per l’innovazione deve anche essere
rivolta a meccanismi istituzionali e procedurali più flessibili e accoglienti rispetto alle attività
innovative.
Bisogna sviluppare un clima di fiducia nello sforzo, spesso rischioso, della nuova imprenditorialità.
La pubblica amministrazione deve essere percepita dalle imprese come un consulente, un alleato
capace di accompagnare il percorso di nascita e crescita dell’impresa.
Facendo tesoro delle migliori esperienze maturate negli ultimi anni, a livello nazionale e
provinciale (e che occorre ulteriormente sviluppare, perfezionare ed estendere), si può dire che
risulta ormai evidente che la strada più efficace per conseguire reali effetti di semplificazione e
di sburocratizzazione passa attraverso la drastica riduzione dell’attività di controllo preventivo e
istruttoria (ex ante) della pubblica amministrazione.
È necessario, pertanto, che l’autocertificazione e la denuncia di inizio attività divengano il
metodo ordinario attraverso cui l’imprenditore si rapporta con la pubblica amministrazione, al fine
di annullare i tempi morti e dare alle imprese la possibilità di una partenza agile e non appesantita
da vincoli e da attese inutili, nel quadro di una nuova e più pregnante responsabilizzazione, verso
l’intera collettività, di quanti scelgono la strada del rischio e dell’investimento.
Per converso, al fine di garantire adeguata tutela anche agli interessi (individuali e collettivi)
eventualmente messi a rischio dalle nuove intraprese, a fronte della contrazione dei controlli
ex ante, occorre valorizzare il ruolo di controllore ex post dell’amministrazione, assicurando i
tempi e gli strumenti necessari affinché tale controllo possa essere svolto in modo accurato e
rigoroso.
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13.5 Nuovi modelli di welfare e rappresentanza
Un programma di promozione dell’auto-imprenditorialità deve infine considerate i temi del
welfare e della rappresentanza.
L’attuale periodo di recessione economica sta, drammaticamente, mettendo in evidenza una
situazione di welfare ineguale e come la maggior parte dei lavoratori sia oggi priva di quelle forme
di tutela - ammortizzatori sociali e sussidi - che consentono di transitare attraverso i periodi di
disoccupazione.
Non esiste una rete di protezione, uno strumento di sostegno al reddito che consenta agli atipici
e ai parasubordinati di sopravvivere tra un contratto e l’altro, tra un progetto e quello successivo,
come accade in tutti i Paesi civili. In Italia solo un disoccupato su cinque (anziché quattro su
cinque, come avviene altrove in Europa) riceve un sussidio di disoccupazione. In Francia il 75%
dei disoccupati percepisce una qualche forma di sussidio. In Germania addirittura l’80%. Nei Paesi
scandinavi si arriva al 90%. In Italia ci si ferma al di sotto del 20%.
Gli stessi contratti di lavoro a tempo indeterminato hanno forme di tutela differenti. Soltanto
in Italia esistono disoccupati di serie A cioè gli ex dipendenti delle grandi imprese industriali che
hanno accesso al circuito della cassa integrazione e delle liste di mobilità (che sfociano spesso nel
pensionamento anticipato); e disoccupati di serie B, ovvero gli ex dipendenti delle piccole imprese
e dei servizi che – pur essendo la maggior parte dei lavoratori – hanno accesso unicamente a
“sussidi ordinari di disoccupazione” di importo modesto e breve durata.
I posti di lavoro a disposizione dei giovani hanno tutti una data di scadenza. In Italia solo
un terzo delle assunzioni di lavoratori con meno di quarant’anni comporta contratti a tempo
indeterminato. Da dieci anni a questa parte c’è meno disoccupazione nella ricerca del primo
impiego, ce n’è di più fra chi perde il lavoro. E per i giovani senza esperienza lavorativa e senza
anzianità contributiva non esistono tutele.
La necessaria flessibilità del lavoro rischia di trasformarsi in precariato quando il passaggio da
un lavoro all’altro, o meglio, da un contratto a tempo determinato all’altro, non è il risultato di
una scelta personale che ha l’obiettivo di migliorarsi, di crescere professionalmente, di guadagnare
di più, ma quando è invece un obbligo indotto da un mercato del lavoro rigido, che protegge
i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, maggiormente rappresentati dal sindacato, e
costringe gli altri a sclerotizzarsi per lungo tempo in una posizione sempre identica: la parte mobile
dell’azienda, priva di protezioni e possibilità di carriera.
Un’altra caratteristica del mercato del lavoro che merita attenzione è l’occupazione femminile.
I cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro hanno facilitato l’ingresso delle donne, ma hanno
reso più difficile conciliare lavoro e responsabilità familiari. In Italia solo il 53% delle donne con
figli lavora, contro il 70% delle donne senza figli. Inoltre solo il 30% delle donne italiane riprende a
lavorare dopo avere avuto un figlio. E il basso reddito familiare spinge le donne a non avere spesso
più di un figlio. Si crea un circolo vizioso di bassa partecipazione al mercato del lavoro e bassa
fertilità. In Italia ci sono pochi asili nido privati (oltre che pubblici); costano troppo in rapporto
al reddito che le donne potrebbero ottenere sul mercato e alla sanzione sociale inferta alle donne
che affidano i loro figli al nido.
Tramontate o in via di dismissione le tutele della contrattazione e del welfare fordista (per
tutti) oggi la vita lavorativa e sociale non trova sponde su cui appoggiarsi per assorbire il rischio
diffuso, che ciascuno avverte come proprio e personale.
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Compito della politica è ricostruire queste sponde. Bisogna creare nuove reti di garanzia
sociale capaci di valorizzare lo spirito di iniziativa delle persone, di alimentare un rinnovato
clima di fiducia e di costruire nuove prospettive di sviluppo dentro la modernità. Per far questo è
insufficiente riproporre i modelli di tutela e garanzia ereditati dal passato, che oggi si dimostrano
spesso inadeguati. Bisogna costruire nuove reti di coesione economica e sociale partendo dalle
persone, dai loro bisogni, dalla loro voglia di intraprendere, dalle loro relazioni sociali e familiari,
dalla loro capacità di essere comunità.
Emerge l’esigenza di rendere l’occupazione indipendente meno precaria, aumentando il grado
di autonomia dei soggetti e riducendo la dimensione del rischio e dell’incertezza. L’obiettivo
fondamentale è estendere le forme di tutela, garanzia e rappresentanza alle forme di lavoro
attualmente non coperte, attraverso la sperimentazione di nuove forme locali di mutualismo e
protezione sociale (previdenza, maternità, malattia ecc.).
Nella nuova organizzazione del lavoro l’attività economica propriamente intesa si confonde
sempre più con la vita personale e da questa in certa misura finisce per dipendere. Le nuove forme
del lavoro portano nella sfera produttiva e rendono rilevanti – dal punto di vista immediatamente
produttivo – bisogni di welfare inerenti alla vita privata, cui i nuovi lavoratori devono trovare
risposta pena la riduzione del tempo di lavoro disponibile per la produzione o la riduzione della
motivazione con cui ci si impegna nella carriera professionale.
Il welfare diventa in tal senso, un fattore produttivo, una “risorsa abilitante” che consente
alle persone di rispondere efficacemente alle esigenze produttive perché i servizi di welfare danno
loro un retroterra adeguato alla copertura dei loro bisogni di base. La casa, la scuola per i figli, la
mobilità, la salute, la qualità della vita, la previdenza e l’assistenza, il rischio di un reddito che non
può essere dato per sicuro, ma che non può lasciare scoperta la famiglia che su di esso conta, sono
problemi personali che intersecano la vita lavorativa e imprenditoriale.
La socializzazione diffusa del rischio ha bisogno di istituzioni che la governino, garantendo ai
singoli che il gioco non è al massacro, ma che c’è una rete di sicurezza capace di favorire l’inclusione
sociale e la crescita dei soggetti. C’è bisogno di un nuovo welfare:
• più equo e veramente universale, che garantisca a tutti i lavoratori (autonomi, dipendenti
precari) garanzie minime e servizi di qualità17;
• capace di accompagnare il processo di imprenditorializzazione del lavoro, di abilitare le
persone ad investire nella propria professionalità garantendo a tutti l’autonomia, il diritto alla
conoscenza e il diritto di accesso alle reti;
• capace di valorizzare una crescente domanda di autorganizzazione dal basso, di accompagnare
il mutualismo dei piccoli gruppi e delle società locali.
Accanto alla tradizionale offerta del welfare pubblico, oggi si moltiplicano le proposte, le
iniziative di altri modi di rispondere ai bisogni sociali - attraverso le privatizzazioni, il mutualismo,
il volontariato, il terzo settore - capaci di restituire intelligenza e potere decisionale alla domanda.
La domanda non va solo messa in campo con l’ideologia o affidandola al libero mercato: la
domanda, in settori critici come il welfare, va organizzata. Essa può diventare capace di valutazioni
intelligenti sulla qualità dei servizi e di assunzioni consapevoli di rischio e responsabilità nella
mutualizzazione dei propri bisogni, solo se qualcuno si dà da fare per mettere insieme le persone
che hanno bisogni e preferenze simili, per affiancarle ad un sistema informativo/formativo che le
17 Si veda a tale proposito le proposte contenute in: T Boeri e P. Garibaldi “Un nuovo contratto per tutti” ed. Chiarelettere
2008
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metta in grado di capire la situazione e di scegliere con cognizione di causa, e, infine, per creare
nuovi significati condivisi.
L’obiettivo fondamentale è quello di sostenere più alti livelli di socialità avviando azioni
di economia solidale (di welfare mix) che sappiano riconciliare i valori dell’imprenditorialità e
della solidarietà. In altri termini, un “progetto per il sociale” non solo finalizzato a raccogliere le
“vittime della competitività”, ma orientato a ridurre le barriere tra risorse (finanziarie, umane,
organizzative) per una progettualità sociale capace di valorizzare il ruolo e l’impegno del terzo
settore, che, unendo solidarietà e imprenditorialità, genera occasioni di lavoro e flessibilità.
I mutamenti in corso coinvolgono anche i modelli di rappresentanza dell’impresa e del
lavoro ereditati dal fordismo. Nel mondo della rappresentanza economica e sociale è oggi facile
leggere in filigrana le difficoltà che le varie strutture di rappresentanza incontrano in virtù della
molecolarizzazione della società, della moltiplicazione dei soggetti, della proliferazione delle
posizioni lavorative e delle figure professionali, delle polarizzazioni del mercato del lavoro, della
crescente importanza della dimensione territoriale degli interessi e delle identità collettive, della
crisi dei vecchi criteri di appartenenza e di mobilitazione.
Non c’è dubbio che tali processi dovranno inevitabilmente modificare alla radice le
organizzazioni di rappresentanza, anche se la cosa si presenta difficile e complessa, perché la storia
e il modo in cui essi si sono costruiti sono ancora molto presenti.
Le categorie vivono un processo di trasformazione, collegato al fatto che la semplice funzione
sindacale o di erogazione dei servizi ai propri associati oggi non è più sufficiente. La ricomposizione
dei bisogni e degli interessi ha perso i suoi automatismi.
Nell’attuale fase del produrre per competere, alle rappresentanze è chiesto di aprirsi alle
nuove domande di rappresentanza; è chiesto di garantire quelle reti, quei servizi e quelle funzioni
sempre più complessi che servono alle imprese (e alle tante forme dei lavori) per operare su mercati
sempre più aperti e sempre più incerti; è chiesto, in sostanza, di assumere il più complesso ruolo
di metaorganizzatori di quei fattori contestuali che garantiscono la competitività del lavoro, delle imprese
e del territorio.
La “società di mezzo” ha spazi e doveri crescenti di progettare per portare avanti processi
di integrazione e coesione sociale nuovi, per l’elaborazione di nuove forme di rappresentanza,
ed anche di nuove istituzioni postfordiste. In questa prospettiva, più che in approcci di stampo
classista o di stampo aziendalista, il luogo più significativo del protagonismo delle rappresentanze
economiche e sociali diventa il territorio.
Oggi, fra i tradizionali riferimenti alle antiche appartenenze, si incunea prepotentemente la
categoria territorio; è sul territorio che si dispiega la catena del valore, è sul territorio che si realizza
la mobilità spaziale e la flessibilità temporale della forza-lavoro, è sul territorio che la società è
messa al lavoro, è sul territorio che si dispiegano i grandi processi di esodo, di resistenza, l’altra
faccia della globalizzazione, o di regionalizzazione fatta di aumento delle differenze territoriali.
È su questo nuovo paradigma, quello del territorio, che la società di mezzo diventa protagonista
a tutto tondo della transizione in atto. La transizione apre bisogni e prospettive che non possono
essere lasciati dal puro spontaneismo del mercato, ma impongono un rilancio delle responsabilità
dei soggetti collettivi. Apre cioè spazio a tre bisogni fondamentali di una società post-fordista:
• il bisogno di un grosso e del tutto innovativo investimento sul capitale umano, sull’uomo,
sulla formazione ai vari livelli, visto che sempre più la società post-fordista si baserà sulla
qualità delle persone (quella qualità che è alla base della qualità dei prodotti, dei servizi, della
ricerca e della tecnologia);
179
Trentino Sviluppo SpA
• il bisogno di gestire in fluidità il mercato del lavoro, nella consapevolezza che nella società
postfordista la crescente volatilità di tale mercato (fra lavori sommersi, interinali, atipici,
esternalizzati, professionali, parasubordinati, part-time, stagionali, ecc.) richiede un
rinnovamento degli istituti di tipo generale ed un’articolazione spinta nella dinamica della
contrattazione sindacale;
• ed infine il bisogno di revisionare e riqualificare il welfare state, che rappresenta il maggiore
fattore di coesione, ancora oggi operante e necessario nel modello europeo di sviluppo. Anche
nella società postfordista restano (anzi sono ancora più forti ed urgenti) una domanda di
coesione sociale generale ed una domanda di copertura delle fragilità e paure individuali (la
salute, la pensione, la solitudine, la dimensione diffusa del rischio imprenditoriale); domande
che hanno bisogno di senso di responsabilità personale, di spirito collettivo della convivenza,
di azione pubblica.
In quest’ottica il consolidarsi di pratiche di programmazione strategica, di pratiche di
concertazione allargate capaci di ampliare il tradizionale triangolo concertativo tra impresa,
sindacato e governo, rappresentano per le categorie l’occasione per rinnovare i propri legami con
il territorio, per fare emergere nuovi bisogni e domande di rappresentanza, per rafforzare il proprio
ruolo di fornitori di servizi strategici (dalla formazione manageriale all’assistenza alle strategie di
internazionalizzazione, dal sostegno alla ricerca e sviluppo alla consulenza all’export) per definire
nuove strategie di rete (reti commerciali tra imprese, relazioni di parternariato con istituzioni
pubbliche e tra associazioni), per definire, in sostanza un nuovo modello di rappresentanza politica
adeguato ai tempi capace di incidere sulle grandi scelte riguardanti il welfare e le politiche di
competitività territoriale.
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Trentino Sviluppo SpA
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