Gli artcoli del manifesto 2010 2011 e interrogazione deputati radicali e pd al consiglio dei ministri
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Gli artcoli del manifesto 2010 2011 e interrogazione deputati radicali e pd al consiglio dei ministri Document Transcript

  • 1. Seduta n. 374 del 28/9/2010 TESTO AGGIORNATO AL 3 FEBBRAIO 2011 ATTI DI CONTROLLO PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRIZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIOTURCO. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministrodellambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. - Per sapere -premesso che:secondo quanto riporta Il Manifesto di venerdì 24 settembre 2010, nella collina sopra La Speziasarebbero stati abbandonati amianto, solventi delle industrie farmaceutiche, ceneri e scarti dellaUnion Carbide Unisil Spa;da La Spezia, verso Lerici, si dipana una piccola strada che si attorciglia su Pitelli nome che riportaalla storia delle navi a perdere e al traffico delle scorie tossiche e radioattive. Pitelli è forse la piùgrande discarica di scorie tossiche dEuropa. Dal 1997 è anche lunico processo sui grandi traffici dirifiuti non archiviato. È stato il procuratore Luciano Tarditi ad interessarsi al traffico che daglianni Settanta incombeva su Pitelli e sulla città di La Spezia. Le indagini partirono quando Tarditiindagò sul proprietario della discarica di Pitelli, Orazio Duvia, trovando la contabilità in nero cheper decenni aveva alimentato la politica complice della città. Una rete di legami che partiva dalgruppo Duvia;il peso di quella discarica incastonata nella collina di Pitelli risultò chiaro quando il Corpo forestaledello Stato e i periti entrarono nella zona dove funzionavano i bruciatori, tra i piazzali dovevenivano accumulati i bidoni, in mezzo ai campi intrisi di sostanze pericolosissime. Tra il 1983 e il1985 - si legge sullordinanza di rinvio a giudizio dei gestori della discarica - furono sversate«sostanze chimiche di laboratorio, provenienti dalla ditta Union Carbide Unisil Spa di Termoli». (Sitratta della stessa società che a Bophal, in India, uccise 2.259 persone, nel 1984). Inoltre, solventiorganici delle industrie farmaceutiche, ceneri delle centrali Enel, amianto della Nuova Sacelit,fanghi di risulta, polveri di abbattimento dei fumi, ceneri pesanti degli inceneritori, fanghi organicie rifiuti speciali vari, pulper, toner esausti e - probabilmente - diossine arrivate da Seveso. Una listainfinita e parziale, perché ci sono aree dove nessuno riuscì a verificare quello che era stato sversato;«Dobbiamo ricordarci che quella zona ha un alto valore strategico e militare», raccontò Tarditidurante unaudizione davanti a una delle tante commissioni parlamentari che hanno indagato sullamorte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e sul traffico di rifiuti. È il contesto di Pitelli, la sua posizionegeografica, la fitta rete di tunnel e bunker di origine militare che la collegano con la Marina. «Fusegnalata - racconta Tarditi - la presenza di numerose gallerie. La fonte ci disse chiaro e tondo chesi trattava di tunnel di collegamento fra le polveriere della Marina, risalenti al periodo bellico, checontenevano (...) in particolare nervini radianti»;la vicinanza tra la gestione della discarica e la Marina militare ancora oggi pone non pochiinterrogativi: «Nel libro paga di Orazio Duvia - spiegò il magistrato davanti alla Commissioneparlamentare sui rifiuti - figuravano ufficiali ed esponenti della Marina e lo stesso Duvia gestiva losgombero degli Rsu dallarsenale»;tra le carta che passarono sulla scrivania della procura di Asti in unaltra inchiesta sul traffico dirifiuti verso la Somalia cera, tra laltro, un rapporto pesante, firmato da ufficiali della direzioneinvestigativa antimafia di Genova, che coinvolgeva anche la città di La Spezia: «È chiaro il ruolodei massoni spezzini quali mittenti di materiale bellico nellarea dei corno dAfrica-Somalia»,
  • 2. scrivevano il 19 maggio del 1997 gli investigatori della direzione investigativa antimafia. Nelrapporto erano poi analizzate le informazioni confidenziali provenienti dalla Somalia, con i punti diinterramento delle scorie nucleari, i dettagli dello scambio immondo tra aree destinate a contenere irifiuti e le armi del nostro made in Italy. Traffici che ruotavano attorno a La Spezia, tra le fabbrichedarmi, i cantieri navali, i moli riservati e i veleni di Pitelli;le decine di navi sparite, cariche di scorie, avrebbero qualche legame con la collina di Pitelli. Da LaSpezia partì la Jolly Rosso della Compagnia Ignazio Messina, diretta a Beirut per recuperare i fustitossici inviati in Libano dalla Jelly Wax, società protagonista dei viaggi dei veleni verso lAfrica elAmerica Latina negli anni Ottanta, È sempre da La Spezia che la stessa nave, dopo aver cambiatonome in Rosso, ripartì dopo più di un anno, per poi spiaggiarsi vicino ad Amantea. Una nave che ilSismi teneva sotto costante controllo fin dal 1988 e, in seguito, finita nellinchiesta del capitano DeGrazia. Il caso della Rosso è stato archiviato nel maggio del 2009, come gran parte dei processisulle navi e sulle rotte dei veleni;le udienze di primo grado per Pitelli sono riprese ora davanti al tribunale di La Spezia. La sentenzadovrebbe arrivare entro la fine del 2010;fonti confidenziali hanno raccontato di una vera e propria seconda Pitelli, nascosta nelle galleriemilitari: «Qui si nascondono i peggiori veleni, come le armi chimiche dismesse» -:di quali dati disponga il Governo in merito a quanto esposto in premessa e quali iniziative dicompetenza intendano adottare al fine di accertare la presenza di sostanze pericolose nellareadescritta e fare luce sullintera vicenda.(4-08772) Il manifesto 24.09.2010 • | Andrea Palladino Pitelli dei veleni La discarica di Pitelli Ci sono stanze nel nostro paese dove con lavoro certosino e sistematico - quando gli occhi indiscreti sono lontani - qualcuno disfa la complessa tela di Penelope. Ci sono segreti che ormai appartengono alla storia della Repubblica ed altri che ancora oggi avvelenano la nostra vita. La storia dellimmenso e strutturato traffico delle scorie tossiche e radioattive non ha un colpevole. Ha, però, migliaia di vittime, dalle coste della Calabria fino alle colline liguri, dove ogni giorno si contano nuovi casi di tumori, dove il futuro stesso dellItalia viene sacrificato alla ragion di Stato dei traffici più oscuri. La tela fitta delle rotte dei veleni ha una capitale, non dichiarata, ma ben conosciuta. Ha un nome sublime, incredibilmente bello, il golfo dei poeti. Sono le colline quasi brutali che scendono sulla città di La Spezia, arrivando a specchiarsi tra i cantieri navali, le basi militari, il porto. Dalla città, verso Lerici, si dipana una sorta di budello, una piccola strada che si attorciglia su Pitelli. Un nome che riporta alla storia delle navi a perdere, dei vascelli fantasma affondati nel Mediterraneo. Pitelli è forse la più grande discarica di scorie tossiche dEuropa. Dal 1997 è anche lunico processo sui grandi traffici di rifiuti che non è finito archiviato. È stato un procuratore venuto da unaltra regione, il Piemonte, a scoperchiare la cappa di omertà che dagli anni 70 schiacciava Pitelli e la città di La Spezia. Luciano Tarditi - il
  • 3. pm di Asti che probabilmente sfiorò una parte della verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - ha cercato di darsi una spiegazione su questo paradosso giuridico: «Fu illuminante per noi il discorso che proveniva da una persona della quale avevamo e abbiamo la massima stima, il dottor Franz: "Se lavorate voi da fuori, è molto meglio"», spiegò in una commissione parlamentare pochi anni fa. Perché dietro i veleni di Pitelli si nascondono patti che nessuno può raccontare, gruppi di pressione talmente forti da condizionare interi pezzi delle istituzioni. Le indagini partirono quasi per caso, quando Tarditi stava indagando su un traffico di rifiuti nella zona di Asti. Seguendo le rotte delle scorie scoprì il ruolo che la collina di Pitelli svolgeva nella vasta rete dei monnezzari italiani ed europei. Indagò sul dominus di quella discarica, Orazio Duvia, trovando la contabilità in nero che per decenni aveva alimentato la politica complice, silenziosa, connivente della città. Una rete di legami che partiva dal gruppo Duvia e che non risparmiava nessuno, neanche lallora partito comunista. Il peso di quella discarica incastonata nella collina di Pitelli risultò chiaro quando il Corpo forestale dello Stato e i periti entrarono nella zona dove funzionavano i bruciatori, tra i piazzali dove venivano accumulati i bidoni, in mezzo ai campi intrisi di sostanze pericolosissime. Basta un nome per fare accapponare la pelle: tra il 1983 e il 1985 - si legge sullordinanza di rinvio a giudizio dei gestori della discarica - furono sversate «sostanze chimiche di laboratorio, provenienti dalla ditta Union Carbide Unisil Spa di Termoli». La stessa società che a Bophal, in India, uccise 2.259 persone, nel 1984. E poi solventi organici delle industrie farmaceutiche, ceneri delle centrali Enel, amianto della Nuova Sacelit, fanghi di risulta, polveri di abbattimento dei fumi, ceneri pesanti degli inceneritori, fanghi organici e rifiuti speciali vari, pulper, toner esausti e - probabilmente - diossine arrivate da Seveso. Una lista infinita e parziale, perché ci sono aree dove nessuno riuscì a verificare quello che era stato sversato. Il pm Luciano Tarditi aveva ben chiaro il peso di quellinchiesta. «Dobbiamo ricordarci che quella zona ha un alto valore strategico e militare», raccontò durante unaudizione davanti a una delle tante commissioni parlamentari che hanno indagato sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e sul traffico di rifiuti. È il contesto di Pitelli, la sua posizione geografica, la fitta rete di tunnel e bunker di origine militare che la collegano con la Marina a far capire che questa non è una storia qualsiasi di veleni e criminali. «Fu segnalata - racconta Tarditi - la presenza di numerose gallerie. La fonte ci disse chiaro e tondo che si trattava di tunnel di collegamento fra le polveriere della Marina, risalenti al periodo bellico, che contenevano (...) in particolare nervini radianti». Una vicinanza tra la gestione della discarica e la Marina militare che ancora oggi pone non pochi interrogativi: «Nel libro paga di Orazio Duvia - spiegò il magistrato davanti alla commissione parlamentare sui rifiuti - figuravano ufficiali ed esponenti della Marina e lo stesso Duvia gestiva lo sgombero degli Rsu dallarsenale». Tra le carte che passarono sulla scrivania della Procura di Asti in unaltra inchiesta sul traffico di rifiuti verso la Somalia cera, tra laltro, un rapporto pesante, firmato da ufficiali della Direzione investigativa antimafia di Genova. Anche in questo caso la città di La Spezia, con le sue reti invisibili di complicità, era al centro dellattenzione: «È chiaro il ruolo dei massoni spezzini quali mittenti di materiale bellico nellarea del corno dAfrica-Somalia», scrivevano il 19 maggio del 1997 gli investigatori della Dia. Nel rapporto erano poi analizzate le informazioni confidenziali provenienti dalla Somalia, con i punti di interramento delle scorie nucleari, i dettagli dello scambio immondo tra aree destinate a contenere i rifiuti e le armi del nostro made in Italy. Traffici che ruotavano attorno a La Spezia, tra le fabbriche darmi, i cantieri navali, i moli riservati e i veleni di Pitelli. La Spezia era anche la meta finale dellultimo viaggio del capitano di vascello Natale De Grazia, morto, forse avvelenato, il 13 dicembre del 1995. Era nel porto sovrastato dalla collina dei poeti che si nascondeva - e ancora si nasconde - la chiave per capire che fine hanno fatto decine di navi sparite in mare, probabilmente cariche di scorie. Da La Spezia partì la Jolly Rosso della compagnia Ignazio Messina, diretta a Beirut per recuperare i fusti tossici inviati in Libano dalla Jelly Wax, società protagonista dei viaggi dei veleni verso lAfrica e lAmerica Latina negli anni 80. Ed è sempre da La Spezia che la stessa nave, dopo aver cambiato nome in Rosso, ripartì dopo più di un anno, per poi spiaggiarsi vicino ad Amantea. Una nave che il Sismi teneva sotto costante controllo fin dal 1988 - come si può leggere nei rapporti firmati dallagente Ettore, pubblicati nei mesi scorsi nel libro Avvelenati dei giornalisti calabresi Giuseppe Baldessarro e Manuela Iatì - e finita nellinchiesta del capitano De Grazia. Un caso, quello della Rosso, archiviato nel maggio dello scorso anno, come gran parte dei processi sulle navi e sulle rotte dei veleni. Le udienze di primo grado per Pitelli sono riprese lunedì scorso davanti al Tribunale di La Spezia. La sentenza dovrebbe arrivare entro la fine di questanno. Gran parte dei testimoni - ex lavoratori della discarica - durante il processo spesso si sono tirati indietro, forse seguendo suggeritori interessati. Nessuno parla a La Spezia di quello che accade dove difficilmente lo sguardo troppo indiscreto della stampa può arrivare. Nessuno racconta quello che oggi avviene nel Porto, tra le gru che caricano i container, sui moli dove arrivano le navi con le bandiere degli stati più improbabili. Qualche giorno fa qui è morto un portuale, una delle tante morti bianche dei nostri porti. Al sit-in organizzato dal Prc cerano appena una ventina di persone: nessun sindacato, nessun lavoratore. Non cè la forza storica dei camalli di Genova, il porto è gestito da decine di piccole aziende dove spesso i diritti non valgono nulla. Quella che appare nel processo in corso è probabilmente solo una piccola parte della verità. Fonti confidenziali - che mai hanno avuto il coraggio di deporre davanti ai magistrati - hanno raccontato di una vera e propria seconda Pitelli, nascosta nelle gallerie militari: «Qui si nascondono i peggiori veleni, come le armi chimiche dismesse». Voci, solo voci, sospetti che mai nessuno ha potuto andare a verificare, anche perché a chi svolgeva linchiesta venne opposto il segreto militare, come ricordò lispettore della forestale De Podestà alla commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti guidata da Massimo Scalia.FUORIPAGINA
  • 4. 07/01/2011 • | Andrea Palladino "Servizi" e rifiuti tossici, si riapre il caso Il capitano Natale De Grazia È unaria strana quella che tira dalle parti di palazzo San Macuto. Via del Seminario, in piena Roma barocca, è sempre stata la sede dei misteri italiani. Qui passò Tina Anselmi, quando presiedeva la commissione sulla P2. Qui si affacciava Carlo Taormina, quando preparava la vergognosa relazione finale sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E qui la commissione bicamerale sui rifiuti, presieduta da un altro avvocato celebre, Gaetano Pecorella, prepara oggi la fase finale del dossier sulle navi dei veleni. La testimonianza di Francesco Fonti e la vicenda del cargo Cunski sembrano ormai archiviate, sepolte. Manca una spiegazione decente su questa vicenda, qualcuno che racconti perché per cinque anni si è dato credito alla storia dellex collaboratore di giustizia che oggi tutti giudicano inattendibile. O è un folle, oppure le sue parole nascondevano - e nascondono - qualcosaltro. Cè una pista che preme particolarmente alla commissione. Un filo che riporta al 1995, ai mesi che hanno preceduto la morte del capitano De Grazia, lufficiale della marina - medaglia doro alla memoria - che stava ricostruendo le rotte della navi a perdere, delle carrette cariche di scorie affondate nel mar Mediterraneo. Indagini che sono morte insieme a lui, che nessun altro uomo della nostra Marina Militare ha avuto il coraggio e la forza di riprendere. Nei mesi scorsi sono entrati in gioco i servizi di sicurezza, vero enzima dei segreti italiani. Tra le carte della commissione Pecorella cè un documento che promette rivelazioni scottanti. È datato 11 dicembre 1995, e dimostrerebbe - secondo alcune indiscrezioni - un finanziamento proveniente dal governo Dini ai servizi italiani per la gestione di un traffico di rifiuti nucleari e di armi. Il documento sarebbe ancora secretato, e non ne conosciamo la provenienza, che, in questi casi, non è un fattore secondario. Ma è la data del documento a colpire, a ricollegarsi - in una incredibile coincidenza temporale - con la morte del capitano di corvetta Natale De Grazia. Nome in codice Pinocchio È il 13 maggio 1995. Davanti agli uomini della forestale guidati dal colonnello Rino Martini si presenta una fonte confidenziale. Viene ascoltato con il patto di non rivelare la sua identità, utilizzando un articolo del codice di procedura penale specifico, che serve a tutelare i confidenti. Il suo racconto punta il dito su un personaggio chiave del mondo delle scorie pericolose, Orazio Duvia. È un imprenditore di La Spezia, a capo della mega discarica di Pitelli, una vera e propria piattaforma logistica dei rifiuti tossici. Il confidente - che si fa chiamare, con una certa ironia, Pinocchio - spiega quali sono i presunti legami di Duvia con il mondo delle fabbriche di armi e con quel groviglio di poteri che ancora oggi dominano la città di La Spezia. Alla fine della sua lunga deposizione parla di una nave, affondata al largo delle coste ioniche - a capo Spartivento - la Rigel. Un cargo che, secondo "Pinocchio", era pieno di «materiale nucleare (uranio additivato)». La testimonianza è fondamentale. È la prima volta che nellinchiesta allora condotta dalle Procure di Reggio Calabria - Francesco Neri - e di Matera - Nicola Maria Pace - appare la pista della nave Rigel. Quel verbale è un vero punto di svolta. «Affondamenti sospetti» Il periodo tra il maggio e il dicembre del 1995 è frenetico. Natale De Grazia è la persona del gruppo che si dedica alla ricostruzione delle rotte delle navi a perdere, a partire dalla Rigel. Vengono acquisiti gli atti del processo contro gli armatori e i caricatori della nave, già accusati di truffa allassicurazione e affondamento doloso dalla Procura di La Spezia. Un processo terminato con una condanna fino al terzo grado per il reato di affondamento doloso, mentre lipotesi dellassociazione per delinquere è caduta nel corso del processo.
  • 5. Rileggere oggi quelle carte conservate negli archivi del Tribunale di La Spezia è però fondamentale per capire il contesto dellaffondamento della nave Rigel, sospettata di aver trasportato uranio additivato. Nellordinanza di rinvio a giudizio degli imputati, il giudice istruttore di La Spezia parla non di un singolo affondamento, ma di tante navi affondate in maniera dolosa e sospetta. Lipotesi era che esistesse«unassociazione criminosa avente lo scopo di commettere più reati di naufragio doloso e truffe aggravate ai danni di varie società di assicurazione». Più naufragi, non solo la Rigel. Ed era questa la pista seguita da Natale De Grazia e la prima, solida conferma giudiziaria dellesistenza di diverse navi disperse nelle acque del Mediterraneo. Cosa trasportavano? Chi ha organizzato laffondamento? Una questione di StatoI magistrati si rendono subito conto che quellindagine è esplosiva. Pensare a traffico di rifiuti nucleari, gestiti da gruppi massonici e criminali, per poi essere gettati in mare, faceva tremare i polsi anche ad investigatori testardi come De Grazia. Perché era evidente che un traffico del genere non poteva avvenire senza lacopertura di parti importanti dello stato. Pensando, poi, al centro della rete, la città di La Spezia, sede di basiNato, della Marina Militare, del centro di addestramento dei reparti speciali, di fabbriche di armi, era evidente che far uscire una nave carica di uranio non poteva essere un gioco per semplici truffatori. E così i magistrati in quei mesi scrissero al Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Lo ricorda Francesco Neri, nella sua testimonianza del 1997 durante linchiesta per la morte di Natale De Grazia:«Ricordo che unitamente al collega Pace della Procura circondariale di Matera comunicammo al Capo delloStato che le indagini potevano coinvolgere la sicurezza nazionale, inoltre poiché fatti di questo tipo potevano essere a conoscenza del Sismi ancor prima dellingresso del capitano De Grazia nelle indagini chiesi al direttore del servizio di trasmettermi copia di tutti gli atti che potevano riguardare il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi». Informative dei servizi poi realmente confluite negli incartamenti dellinchiesta. Dunque, lintelligence italiana conosceva sicuramente lindagine sulle navi. Un tragico dicembreNatale De Grazia era sul punto di chiudere le indagini. Aveva già programmato di utilizzare le festività di fine anno per preparare un rapporto finale, con le conclusioni della lunga inchiesta. Il sei dicembre a Reggio Calabria viene sentito - per la seconda volta - il teste "alfa alfa", ovvero Aldo Anghessa. Oscuro trafficante, fortemente sospettato di agire spesso per interessi non chiari o come agente provocatore, due giorni prima del ponte dellimmacolata depone davanti a Natale De Grazia. E introduce un nuovo nome, che sarà fondamentale per linchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, Giampiero Sebri. «È disposto a collaborare», spiega Anghessa. Sebri qualche anno più tardi - nel 1997 - deporrà a lungo davanti ai magistrati della Dda di Milano, raccontando di una organizzazione internazionale specializzata nel traffico dei rifiuti nucleari. Indicherà anche Giancarlo Marocchino e lufficiale del Sisde presente in Somalia nel marzo del 1994, Luca Rajola Pescarini, come personaggi coinvolti, a suo dire, nel traffico. Per quelle dichiarazioni venne condannato per calunnia, condanna penale poi revocata qualche mese fa dalla Corte di Cassazione.Quattro giorni dopo linterrogatorio Natale De Grazia, insieme al maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta,riceve sei deleghe dal procuratore Neri, per compiere indagini a La Spezia e a Como. Chi doveva incontrare De Grazia non lo sappiamo. Il 12 dicembre parte e a mezzanotte viene stroncato da un arresto cardiaco, in circostanze mai chiarite. I servizi segretiIl documento arrivato nei mesi scorsi negli uffici della commissione Pecorella che dimostrerebbe lerogazione di fondi ai servizi segreti per la gestione dei rifiuti nucleari e di armi ha la data - secondo quanto riportato dal quotidiano Terra - dell11 dicembre 1995, ovvero il giorno prima del viaggio di De Grazia. Il capitano di corvetta sentiva il pericolo come vicino, vicinissimo. Lo raccontava al cognato, mentre da qualche mese - dopo una perquisizione decisamente anomala a Roma - aveva il timore di entrare in contrasto con pezzi importanti dello stato. Sapeva di essere vicino alla verità, e questo lo preoccupava. Quello che probabilmente non sapeva era che quello stesso stato che gli pagava lo stipendio per bloccare i trafficicriminali di rifiuti e di armi, finanziava - segretamente - chi quei traffici li copriva o, addirittura, li organizzava.
  • 6. Il manifesto Venerdì 11 marzo 2011IL MANIFESTOABBONAMENTISTOREARCHIVIIO MANIFESTOINFO In Edicola ARCHIVIO NOTIZIE Condividi su 06 POLITICA & SOCIETÀ 11.03.2011• APERTURA | di Andrea Palladino VELENI DITALIA La collina dei veleni è senza colpevoli Tutti assolti perché «il fatto non sussiste». Si conclude nel nulla il processo sul sotterramento di rifiuti tossici nella discarica spezzina, che ha provocato uno dei peggiori disastri ecologici nella storia dItalia. A nulla sono servite le denunce presentate da associazioni e cittadini. Dopo 15 anni di inchieste, tutti assolti gli undici imputati per il disastro ambientale di Pitelli, a La Spezia. È un silenzio plumbeo quello che ieri è calato sulla collina dei veleni. La discarica di Pitelli - che sovrasta il golfo dei poeti di La Spezia - è ormai chiusa dal 1996, quando la forestale sequestrò definitivamente gli impianti, eseguendo un ordine arrivato dalla procura di Asti. Ma le quattro vasche cariche di veleni, che i tecnici ritengono ormai non più bonificabili, rimarranno come un monumento eterno allItalia dellimpunità. Non cè un colpevole, non è stato commesso nessun reato, questo hanno detto i giudici, dopo una camera di consiglio di poche ore, terminata con la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati. «Il fatto non sussiste», recita con freddezza il codice. Con un dubbio finale, contenuto nel secondo comma dellarticolo 530 del codice di procedura penale, citato nel dispositivo, che corrisponde grosso modo allinsufficienza di prove del vecchio codice di procedura penale. Ora la città di La Spezia rimarrà ancora una volta sola di fronte ad un dubbio, che si trascina da decenni: come è stato possibile veder crescere la più grande discarica di rifiuti industriali nel mezzo di una zona che era stata dichiarata a tutela paesaggistica? «Qui per la legge non si poteva neanche cogliere un fiore», aveva spiegato Roberto Lamma, avvocato di Legambiente, parte civile nel processo. Eppure dallagosto del 1976 Orazio Duvia, un imprenditore con un passato sostanzialmente incolore e sconosciuto, aveva costruito un vero e proprio impero della monnezza sui terreni che dominano il golfo di La Spezia. Roba pesante, a leggere le perizie. Fusti che provenivano da tutta Italia,
  • 7. svuotati in quattro invasi costruiti uno sopra laltro, grazie allintero sistema politico,amministrativo e giudiziario che per anni non ha voluto vedere quello che stavaaccadendo.Ci volle la tenacia di Luciano Tarditi, un pubblico ministero di Asti, per scoperchiare il vasodi Pandora di Pitelli. «I colleghi di La Spezia mi dissero che data la gravità del problema -raccontò Tarditi davanti alla commissione rifiuti presieduta da Massimo Scalia - sarebbestato opportuno che se ne occupasse una procura di fuori». Unombra che pesava sullacittà che per un decennio aveva ignorato le tante denunce presentate da cittadini eassociazioni ambientaliste sulla discarica che cresceva sulla collina. Un sospetto che sirafforzò quando si scoprì che alcuni ufficiali di polizia giudiziaria svolgevano un secondolavoro pomeridiano negli uffici di Orazio Duvia, il padrone di Pitelli.Ci vorranno novanta giorni ora per poter leggere le motivazioni di una sentenza che -codice alla mano - lascia aperta la porta del dubbio. I giudici dovranno chiarire perché nonpuò essere considerato «disastro ambientale doloso» lo sversamento continuo eindisturbato di veleni per i ventanni di funzionamento della discarica. Dovremo capire perquale motivo Orazio Duvia confessò, quando venne arrestato nel 1996, di aversistematicamente corrotto «funzionari istruttori, dipendenti di enti pubblici, partiti, politicicon ruoli decisionali», come si legge nel rinvio a giudizio. Una accusa, quella di corruzione,che venne confermata dal ritrovamento di un vero e proprio brogliaccio delle tangenti, unlibro a partita doppia dei soldi versati per anni. Un reato finito in prescrizione, già diversianni fa.Alla fine della fase preliminare del processo era rimasto in piedi solo il reato di disastroambientale doloso, che, per la sua gravità, ha tempi di prescrizione molto più lunghi. Unvero e proprio macigno che pendeva sulla testa degli undici imputati coinvolti. Non tutti sisentivano così sicuri di arrivare ad una assoluzione, di fronte alla gravità delle accuse:Giancarlo Motta - uno dei principali soci di Orazio Duvia nella Sistemi Ambientali, limpresache ha gestito lultima fase della storia di Pitelli - aveva chiesto di poter patteggiare. Non cifu laccordo con la Procura, che riteneva la pena proposta eccessivamente ridotta. Unepisodio processuale che oggi suona come una beffa.Le udienze si sono svolte nella sostanziale indifferenza della città. Il principale imputato,Orazio Duvia, non si è mai fatto vedere in Tribunale, preferendo mandare il suo bracciodestro Franco Bertolla ad annotare quello che accadeva. Non sono solo gli imputati igrandi assenti. Buona parte delle testimonianze sono state titubanti, non confermandomolto spesso il quadro emerso durante le indagini preliminari. «Spesso i testimonivenivano ammoniti che quello che avrebbero dichiarato poteva essere utilizzato contro diloro», ricorda Corrado Cucciniello dei comitati di Pitelli. Il collegio non ha poi ritenuto diammettere la visione di un video realizzato dalla Forestale di La Spezia, che descrivevanei dettagli come si era trasformata la collina dei veleni. Immagini che potevano crearesuggestione, venne detto.Eppure le indagini condotte dalla forestale di La Spezia erano state puntigliose, precisenella descrizione dei rifiuti accolti dalla discarica di Pitelli. «Tre milioni di kg di rifiuti tossiconocivi, scarti di specialità medicinali dellindustria farmaceutica, 17.800 tonnellate di scorieda attività di termodistruzione di rifiuti solidi urbani, 116 tonnellate di fanghi, solventi variquali toluene, xilene e benzene, fusti contenti terre di bonifica, solventi organici, cenerileggere, fibrocemento, polveri di abbattimento dei fumi di fonderia, scorie alluminose ealtro materiale non identificato», recitava il capo di imputazione. Sostanze in grado didistruggere ogni forma di vita dove venivano sversate. O di uccidere, se inalate o ingeriteda un essere umano. Indagini che non sono bastate per accertare il disastro ambientale.È impressionante oggi scorrere il libro nero di Pitelli, ovvero la cartina dItalia virtuale chemostra la provenienza di buona parte dei rifiuti tossici. Oltre a La Spezia i luoghi doriginedei veleni di Pitelli andavano dalla Lombardia alla Toscana, dal Piemonte al Molise, in una
  • 8. sorta di nodo centrale dove confluivano carichi di veleni e interessi mai approfonditi fino infondo. Un centro di interessi dove doveva terminare lultimo viaggio del capitano DeGrazia, morto sulla strada per La Spezia, alla ricerca di una verità ancora lontana.Il manifesto 11.03.2011COMMISSIONE RIFIUTIBratti (Pd): «Per noi il caso non è chiuso»Non basterà la sentenza del Tribunale di La Spezia a mettere la parola fine al caso Pitelli.Quel crocevia di poteri, di faccendieri, di servizi segreti e di navi cariche di rifiuti checollega Pitelli alla città di La Spezia è stato al centro di almeno due commissioni bicameralidinchiesta sul ciclo dei rifiuti. E seguendo le tracce lasciate dalla morte del capitano dellamarina Natale De Grazia, anche lattuale commissione sulle ecomafie, presieduta daGaetano Pecorella, si è imbattuta con la collina dei veleni.«La vicenda di Pitelli non finisce con la sentenza di assoluzione», commenta AlessandroBratti, capogruppo del Pd in commissione rifiuti. Troppi i dubbi ancora non risolti su questovero e proprio nodo cruciale nella storia dei traffici internazionali: «La commissionebicamerale dinchiesta sui rifiuti sta affrontando in questi ultimi mesi la questione del portodi La Spezia e della discarica di Pitelli, anche in relazione ai poteri dellepoca, con ilcoinvolgimnento di pezzi dello stato. Secondo le nostre indagini - prosegue Bratti - vipotrebbe essere una relazione tra il porto, la discarica di Pitelli e alcuni trafficiparticolarmente preoccupanti».Dai verbali riservati della commissione rifiuti emergerebbe poi un legame tra le inchiestecondotte negli anni 90 in Calabria sulle navi a perdere e lambiente che ha garantito ilgruppo Duvia: «Secondo alcuni informatori spiega Alessandro Bratti - risulterebbero delleconnessioni tra linchiesta del capitano della marina militare Natale De Grazia e la vicendadi Pitelli. È una vicenda che stiamo approfondendo con particolare attenzione».Nei prossimi giorni la commissione bicamerale sui rifiuti dovrà sentire anche LucianoTarditi, il pm di Asti che avviò nel 1996 linchiesta su Pitelli. Il magistrato aveva giàraccontato gli aspetti più inquietanti della vicenda alla commissione presieduta daMassimo Scalia, in una audizione riservata. poi desecretata nel 2006: «Ci fu segnalata lapresenza di numerose gallerie, una delle quali ci fu indicata come oggetto di muraturaallingresso. La fonte ci disse, chiaro e tondo, che si trattava di tunnel di collegamento frale polveriere della Marina, risalenti al periodo bellico, che contenevano materiali dismessidalle forze armate, in particolare nervini radianti dellesercito». Un aspetto, quello deicollegamenti con la marina, che aprì allepoca scenari che il processo non è riuscito poi adaffrontare fino in fondo: «Che nel corso dei decenni, a partire dalla metà degli annisettanta, vi fossero state commistioni tra le gestione della discarica e lambiente militare,era un dato che già sembrava emergere dal fatto che ritenevamo assolutamenteinconcepibile che ci potesse essere una discarica cresciuta in dimensioni e e qualità aridosso di una polveriera militare». A spiegare le difficoltà incontrate su questo fronte fulispettore della forestale Gianni De Podestà, che ha condotto diverse indagini sul trafficiinternazionali di rifiuti: «Per fare questi accertamenti bisogna entrare negli ambitidellarsenale della marina militare - raccontò alla commissione Scalia - e giàprecedentemente è sempre stato opposto il segreto. Il corpo forestale dello Stato di LaSpezia si era recato a fare accertamenti, ma, salvo documenti catastali, non si potèaccedere ad altri atti».