METAMORFER - La gemma di Darwin              1  BOOK-TRAILER
Pellegrino De Rosa   Questo file gratuito è un BOOKTRAILER del romanzo:  Esso, pertanto, comprende solo una parte del libr...
Metamorfer. La gemma di Darwin.                         A Benedetta, mia moglie,                           che mi illumina...
Pellegrino De RosaIl bassorilievo di Orione che una tradizione  napoletana fa coincidere con Colapesce.                   ...
Metamorfer. La gemma di Darwin.    Pellegrino De RosaMETAMORFERLa gemma di Darwin           ROMANZO    ISBN: 978-88-6259-3...
Pellegrino De Rosa                           Tutti i diritti riservati                           © De Rosa Pellegrino (200...
Metamorfer. La gemma di Darwin.                            Poniti dinanzi agli eventi                                    c...
Pellegrino De RosaMetamorfer: schema semplificato del funzionamento               2
Metamorfer. La gemma di Darwin.                               PROLOGO   L’uomo in muta da sub procedeva con circospezione ...
Pellegrino De Rosa  Accese una piccola ma potente torcia elettrica e la tenne tra i denti,in modo da avere le mani libere,...
Metamorfer. La gemma di Darwin.microonde, sormontato da una piramide semitrasparente capovolta.  «La gemma di Darwin! Allo...
Pellegrino De Rosa  Il fagotto emise un flebile gemito e Raf prese a muoverlo conmaldestra delicatezza, come per cullarlo;...
Metamorfer. La gemma di Darwin.  L’esplosione sollevò una soffocante nuvola di fumo ed entraronoin funzione gli ugelli del...
Pellegrino De Rosasul volto spigoloso e gli stava puntando una pistola alla fronte.  «Mai» rispose Raf.  Lo colpì al volto...
Metamorfer. La gemma di Darwin.della loro efficacia. Inoltre, il contatto con l’acqua fredda e salata gli avevafatto ripre...
Pellegrino De Rosa   Prese delicatamente il binocolo al collo di lei e lo puntò verso riva,in direzione della base militar...
Metamorfer. La gemma di Darwin.                                 CAP. 01 9 anni dopo  Eva Nabokova, un’avvenente e atletica...
Pellegrino De Rosa  Sentì un’immensa energia pervaderle il corpo - che percepivaperfettamente in forma e allenato - ed ebb...
Metamorfer. La gemma di Darwin.   Secondo le guide turistiche, gli stessi Dèi impressero poi l’immaginedella sirena in que...
Pellegrino De Rosala portiera della macchina; la mamma ha rallentato e lui si è buttatodal finestrino aperto ed è corso su...
Metamorfer. La gemma di Darwin.  Ma non era finita: un acutissimo sibilo si insinuò nelle sue orecchie,fino a provocarle p...
Pellegrino De Rosa  Eva lo sentì abbaiare e ringhiare, come se si stesse azzuffando conun altro cane, poi udì un lungo gua...
Metamorfer. La gemma di Darwin.Parevano molto interessati alla scena ed Eva ebbe la netta impressioneche qualcuno a bordo ...
Pellegrino De Rosa                                CAP. 02  Leo, al secolo Leonardo Marconi, emise uno sbadiglio talmenteam...
Metamorfer. La gemma di Darwin.di museruola; la qual cosa faceva ritenere che fosse impiegato inqualche attività particola...
Pellegrino De Rosa  Tra le altre cose, aveva preso l’abitudine di anagrammare le scrittein cui si imbatteva.  Rilesse con ...
Metamorfer. La gemma di Darwin.del TIR, ma le note della colonna sonora di “9 settimane e mezzo” lointerruppero.  Sapeva g...
Pellegrino De Rosa                                  CAP. 03  Il barbone scalpitava nervosamente sotto un ponte della tange...
Metamorfer. La gemma di Darwin.durante il suo lungo addestramento, e aveva ottenuto una sorta di napalmrudimentale con cui...
Pellegrino De Rosaavesse mai amato - e quella perdita l’aveva inaridito e inferocito alpunto che ormai bastava il minimo p...
Metamorfer. La gemma di Darwin.  E, contro ogni aspettativa, gli era andata bene: gli inquirenti nonavevano ritenuto di es...
Pellegrino De Rosa                                   CAP. 07   Eva studiò l’ampia sala. La parete esterna era interrotta d...
Metamorfer. La gemma di Darwin.le appassionate discussioni con il suo professore di genetica. «Fannoparte dell’ordine dei ...
Pellegrino De Rosae a riprodursi in misura maggiore, sostituendo con il tempo la specieche non era mutata e che non si era...
Metamorfer. La gemma di Darwin.  «Ebbene, le appendici aeree di questo piccolo rettile sono costituiteda particolari allun...
Pellegrino De Rosapotrebbero poi collegarsi a un “ordine implicito”, dove creerebbero delle“matrici” o progetti della nuov...
Metamorfer. La gemma di Darwin.   «Ora ho capito: tu, sotto sotto, vuoi conquistare il mondo! Comequei ridicoli personaggi...
Pellegrino De Rosarispondenti a quel canone di bellezza. Inoltre, se, grazie all’entanglementquantistico, si forma, effett...
Metamorfer. La gemma di Darwin.critica, campi di influenza) espresse in quella che tu chiami “favola”sono state riprese, p...
Pellegrino De Rosaidrodinamica. E poi, ancora, la talpa comune e la talpa marsupiale,che a parte il diverso colore del pel...
Metamorfer. La gemma di Darwin.produrre mutazioni funzionali e complesse in organismi complicatissimicome gli animali supe...
Pellegrino De Rosa  «Dimmi» acconsentì Eva.  «Lo stesso cervello, che normalmente è considerato la sede dellacoscienza, è ...
Metamorfer. La gemma di Darwin.                                CAP. 08   «Eva, vieni. Affacciamoci dal balcone, c’è un pan...
Pellegrino De Rosa   «Ma… no. È una carissima persona. Pensa che, per pochi spiccioli,ci prevedeva come sarebbero andati g...
Metamorfer. La gemma di Darwin.dell’Università Federico II di Napoli, si può osservare ancora oggi ilbassorilievo di Orion...
Pellegrino De Rosa                                    CAP. 19  Dal tavolo olografico, posto proprio al centro della sala i...
Metamorfer. La gemma di Darwin.rappresentazioni di DNA alla sua destra presero a frammentarsi in tantipezzetti, simili a t...
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  1. 1. METAMORFER - La gemma di Darwin 1 BOOK-TRAILER
  2. 2. Pellegrino De Rosa Questo file gratuito è un BOOKTRAILER del romanzo: Esso, pertanto, comprende solo una parte del libro (70 pagine su 369)e ha il solo scopo di fornire, all’eventuale lettore, un’idea precisa delcontenuto e della qualità del romanzo, in modo che egli possa deciderneo meno l’acquisto in maniera consapevole. Per lo stesso motivo, in coda, sono riportate alcune brevi recensioni. © L’autore è l’unico detentore di tutti i diritti. 2
  3. 3. Metamorfer. La gemma di Darwin. A Benedetta, mia moglie, che mi illumina la vita con i colori dell’arcobaleno. E a mio figlio Antonio, che da quella policroma luce attinse per irradiarla verso il futuro. E anche a me stesso! Perché mantengo sempre quel che prometto. 1 booktrailer
  4. 4. Pellegrino De RosaIl bassorilievo di Orione che una tradizione napoletana fa coincidere con Colapesce. 2 booktrailer
  5. 5. Metamorfer. La gemma di Darwin. Pellegrino De RosaMETAMORFERLa gemma di Darwin ROMANZO ISBN: 978-88-6259-399-1 3 booktrailer
  6. 6. Pellegrino De Rosa Tutti i diritti riservati © De Rosa Pellegrino (2009) Questa è una storia di fantasia. Personaggi, nomi, luoghi, strutture, organizzazioni e situazioni sono o fruttodell’immaginazione dell’autore o da lui usati in maniera fantasiosa e creativa. Pertanto, ogni riferimento a fatti o persone esistenti è puramente casuale efunzionale alla sola finzione letteraria. Anche le personali interpretazioni delle teorie riportate sono esclusivo fruttodella creatività dell’autore e, nella presente pubblicazione, hanno valenzaesclusivamente letteraria. L’autore, tuttavia, si riserva tutti i diritti sui neologismi e sui termini e concettiinediti (es. plasticismo evolutivo) da lui qui proposti e illustrati. Quanto riportato nel romanzo, in qualche caso e per esigenze letterariee narrative, può discostarsi dalla teoria evoluzionistica vera e propria,illustrata più estesamente nel saggio divulgativo: “Plasticismo evolutivo.Una nuova ipotesi evoluzionistica basata sulla biologia quantistica esull’entanglement olografico”, dello stesso autore, il cui ebook gratuitopuo’ essere liberamente scaricato dalla rete dai seguenti link: http://www.scribd.com/doc/66275703 http://issuu.com/metamorfer/docs/plasticismo_evolutivo__ebook_gratis_ http://www.docstoc.com/docs/98621979/Plasticismo-evolutivo http://www.mediafire.com/?s18z8na88dweq91 http://martview.com/book_detail.php?book=ae65fe88-06df-11e1-a86b-0024e8403c55 oppure essere richiesto autore, tramite la sua pagina su Facebook. 4 booktrailer
  7. 7. Metamorfer. La gemma di Darwin. Poniti dinanzi agli eventi come un bambino e sii pronto ad abbandonare ogni preconcetto. Vai, umilmente, dovunque e in qualunque abisso la Natura ti conduca. O non apprenderai niente. T.H. Huxley I miracoli accadono non in opposizione alla natura, ma in opposizione a ciò che della natura conosciamo. Sant’Agostino 5 booktrailer
  8. 8. Pellegrino De RosaMetamorfer: schema semplificato del funzionamento 2
  9. 9. Metamorfer. La gemma di Darwin. PROLOGO L’uomo in muta da sub procedeva con circospezione lungo ilcorridoio in penombra che conduceva all’area della base segretaNATO riservata ai laboratori. Udì un cigolio e vide l’anta di una porta dischiudersi, davanti a sé.Si appiattì alla parete e impugnò la pistola silenziata. Socchiuse gliocchi color ghiaccio e puntò l’arma contro la nuca del ricercatore incamice bianco che stava uscendo, a testa bassa, dal laboratorio dibiologia marina. Trattenne il fiato, mentre il sangue gli pulsava forte nelletempie e gli rimbombava nelle orecchie come un tamburo. Non gli facevaaffatto piacere, tuttavia, se il giovane si fosse girato verso di lui, avrebbedovuto eliminarlo e nasconderne il corpo. Ma una mano affusolata afferrò il braccio dello scienziato, prima chesi accorgesse di lui, e lo tirò nuovamente all’interno del laboratorio. «Dai,vieni qua, sciocco… ti farò vedere i fuochi d’artificio!» sussurrò una rocavoce femminile proveniente dall’interno della stanza. Raf Donovan rinfoderò l’arma e sorrise all’inconsapevole preveggenzadi quelle parole - l’intuito femminile lo aveva sempre affascinato. Aveva riconosciuto la calda voce della ragazza ed era sicuro che idue amanti sarebbero rimasti occupati per un bel po’. La giovane era una ricercatrice ventisettenne dai seni poderosi e dailunghi capelli rosso fuoco che, in meno di sei mesi, aveva sedotto circaun terzo degli uomini e delle donne della base. Si diceva che portasseun’araba fenice tatuata sulla natica destra e che, facendola sobbalzare aritmo di bunga-bunga, avesse rivelato: «È un uccello di fuoco che sirianima continuamente... come piacciono a me!» L’intruso passò oltre, badando a non fare rumore, e si fermò davanti auna porta blindata, sulla quale campeggiava un pannello luminoso conla scritta “RISCHIO BIOLOGICO”. Accostò un orecchio alla freddaporta d’acciaio e rimase in ascolto per un lungo istante. Appoggiò uncalco di impronte digitali, in gelatina stabilizzata, al rilevatore dellaserratura elettronica e la porta si aprì con un ronzio. Si ritrovò immerso nella penombra bluastra e sterile di unmoderno laboratorio biotecnologico e l’odore penetrante deldisinfettante, molto simile a quello dell’incenso, gli pizzicò la golae lo fece tossire. 7 booktrailer
  10. 10. Pellegrino De Rosa Accese una piccola ma potente torcia elettrica e la tenne tra i denti,in modo da avere le mani libere, e il fascio di luce illuminò in rapidasuccessione i costosi e modernissimi sequenziatori di DNA chefacevano bella mostra lungo le pareti, alternati a banconi refrigerati ea postazioni per l’osservazione microscopica. Raf li ignorò completamente e si diresse con decisione verso lalibreria addossata alla parete di fronte a lui. Con la torcia ancora tra i denti, fece luce su alcuni libri allineati sulripiano più alto e ne scorse i titoli: “La confutazione di Darwin”,“L’inganno dell’evoluzionismo”, “Dio e la fisica quantistica”. Inarcò le sopracciglia, dubbioso. Secondo il prof. Pedro, la soluzione dell’enigma evoluzionistico eratalmente semplice che nessuno l’aveva compresa appieno e, per oltreun secolo e mezzo, il mondo scientifico era stato fuorviato da unateoria che, pur avendo avuto molti e indiscutibili meriti e purpresentando numerosi aspetti ancora validissimi, aveva trascurato ditener conto proprio dell’aspetto più importante. E, a giudicare dagli ultimi eventi, il vecchio professore non solo erastato il primo a intuire la sorprendente verità, ma era riuscito anche aricavarne una rivoluzionaria applicazione tecnologica - la stessa che,presumibilmente, era stata la causa della sua recente morte violenta. Tirò fuori il volume “L’inganno dell’evoluzionismo” e lo appoggiòsulla mensola inferiore della libreria. Infilò, con cautela, una mano infondo al ripiano ed estrasse una capsula metallica nascosta dietro diesso. L’involucro conteneva un piccolo chip nero e a forma di Y.Lo prese con estrema attenzione e lo infilò in un astuccio impermeabileagganciato alla cintura della muta da sub. Tastò lungo il portante della libreria fino a incontrare una leggerarientranza, vi ci infilò il dito e premette con decisione; si udì un lieveronzio e il pesante mobile ruotò su sé stesso, scoprendo l’ingresso diun locale segreto. Quello era il laboratorio più importante della base, la cui esistenza- ne era più che sicuro - era nota solo a un ristretto gruppo di scienziatie di militari deviati, capeggiati da quel grassone traditore delcomandante Michael Brown. Si diresse rapidamente verso il Metamorfer - l’induttore mutagenoche costituiva il modulo più rivoluzionario e importante dellaboratorio - e lo osservò pensieroso: era formato da un nero e lucidopiedistallo a forma di prisma, non molto più grande di un forno a 8 booktrailer
  11. 11. Metamorfer. La gemma di Darwin.microonde, sormontato da una piramide semitrasparente capovolta. «La gemma di Darwin! Allora esiste veramente!» mormorò, comeipnotizzato dagli scintillanti riverberi, verde smeraldo, giallo e viola,che vibravano all’interno della piramide, quasi fosse animata da vitapropria. Quell’apparecchiatura - che avrebbe potuto essere scambiata perun oggetto decorativo - costituiva, probabilmente, una delle piùimportanti invenzioni della storia dell’umanità. E lui si trovava là perdistruggerla! Si passò le mani tra i corti capelli neri - improvvisamente titubante -poi, con rinnovata determinazione, sganciò un disco esplosivo dallasua cintura e lo appoggiò alla parte superiore della struttura. Una foto appesa a una parete richiamò la sua attenzione. Era ingiallitadal tempo e ritraeva il professore, da giovane, insieme a una ragazzadalla faccia pulita che, da come lo guardava, doveva essere sua moglieo una sua fidanzata. Portò la mano alla fronte e accennò a un saluto militare. Gli avevagiurato di portare via il chip e stava mantenendo la promessa. Ricordò, con un amaro sorriso, che era stato proprio il professorea spiegargli che quel saluto derivava dal movimento che eseguivano icavalieri medioevali europei quando, sollevando la “celata” dell’elmodelle loro armature, mostravano il volto in segno di rispetto. “Certo che un solido elmo metallico gli sarebbe stato molto utile,visto come gli è stato fracassato il cranio” rifletté, storcendo il naso. Si scosse da quei pensieri e diede una rapida occhiata all’orologiosubacqueo: aveva trenta secondi di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Balzò verso una fila di dewar - i grossi thermos in acciaioinossidabile, simili a contenitori per il latte, utilizzati per conservareembrioni o campioni biologici nell’azoto liquido - ne svitò i tappi e licoricò a terra, senza far rumore. I bianchi vapori di azoto, più pesantidell’aria, si adagiarono sul pavimento, formando una densa nuvola.Entro pochi minuti tutto quello che vi era conservato sarebbe statoirrimediabilmente danneggiato. Si massaggiò il mento, ripassando mentalmente le operazionieffettuate, e annuì soddisfatto del lavoro compiuto. Ma gli rimaneva ancora un’altra cosa da fare! Entrò nella stanza accanto e ne uscì, subito dopo, tenendo in braccioqualcosa avvolto in una coperta. 9 booktrailer
  12. 12. Pellegrino De Rosa Il fagotto emise un flebile gemito e Raf prese a muoverlo conmaldestra delicatezza, come per cullarlo; poi uscì dal laboratorio erichiuse la porta dietro di sé. Girò alla sua sinistra e si incamminò nelcorridoio buio e deserto, seguendo le indicazioni dell’uscita diemergenza. Il fardello che portava in braccio emise un altro gemito, questa voltasimile al verso dei gatti in amore. «Ssshhhhhhhh…» sussurrò, e riprese a dondolarlo piuttostogoffamente. Il miagolio, però, non smise, anzi divenne ancora piùforte e più acuto. «Cavolo... stai zitto!» gridò. Ma lo strillo aumentò ulteriormente d’intensità e di frequenza finoa sfociare nel campo degli ultrasuoni, al punto che fu costretto adappoggiare a terra il fagotto urlante per coprirsi le orecchie dolenticon le mani, mentre alcune lampade del corridoio si frantumavano inmille schegge. Il suono intermittente e nasale di una sirena si sostituì agli strilliemessi dalla piccola creatura: era stato scoperto, ma almeno ilfrastuono della sirena aveva distratto l’esserino che portava in braccio,facendolo smettere di urlare. Da una serie di sibili idraulici e di scatti metallici, capì che eranoentrate in funzione le misure di contenimento: tutte le porte, compresaquella che conduceva allo sbocco verso il mare, si erano bloccate e lepoche luci rimaste integre si erano accese illuminando il corridoio. Era in trappola! Corse, slittando sulle lucide mattonelle, fino all’uscita di sicurezzain fondo al corridoio, estrasse la pistola e fece fuoco contro la serraturaelettronica, facendola saltare. Il pannello emise crepitanti scintille,seguite da un acre fumo azzurrognolo, e la porta si aprì con uno stridiometallico. Fece per entrare, ma un uomo in divisa gli sbarrò il passo;era corpulento e calvo e con una brutta cicatrice che gli segnava la guanciadestra dall’orecchio fino all’angolo delle labbra. L’uomo gli puntò controuna pistola, impugnandola con entrambe le mani, e gli intimò: «Muovitilentamente e consegnami il piccolo!» Raf balzò agilmente all’indietro, sganciò dalla cintura una bomba amano e la lanciò in direzione del soldato, bisbigliando, a denti stretti:«No. È meglio se prendi questa!» L’uomo con la cicatrice si mise in salvo tuffandosi con sorprendenteagilità attraverso una porta laterale. 10 booktrailer
  13. 13. Metamorfer. La gemma di Darwin. L’esplosione sollevò una soffocante nuvola di fumo ed entraronoin funzione gli ugelli dell’impianto antincendio. Un attimo dopo si udì una deflagrazione ancora più forte: illaboratorio che Raf aveva sabotato era saltato in aria! Frattanto, qualche stanza più all’interno, gli spruzzi d’acqua stavanobagnando la schiena nuda e liscia della giovane ricercatrice dai capellirossi, impegnata a cavalcare, imperterrita, il suo frastornato amante. La calda amazzone alzò lo sguardo verso l’ugello dell’impiantoantincendio che le spruzzava il volto arrossato e ansimante, si sciacquòla faccia e i capelli, aiutandosi con le mani, e lasciò che i rivoli d’acquale scendessero lungo il seno turgido fino a bagnarle il ventre piatto epalpitante e il caldo e tumido inguine. Quell’imprevista variazione l’aveva eccitata ulteriormente ecominciò a mugolare sempre più forte, passando dal trotto al galoppo. Il suo compagno, spaventato dal fragore, cercò di divincolarsi, mala ragazza gli pose una mano sul petto e lo spinse giù con forza; disicuro l’uomo non avrebbe dimenticato facilmente quell’esperienza:in pratica, stava subendo una violenza! Ma la cosa, a giudicare dalla sua faccia beata, non pareva dispiacergliaffatto. Raf, sfruttando la confusione, raggiunse una porta di servizio e lasfondò con una spallata. Si ritrovò in un’ampia caverna carsica sottomarina, illuminata daaccecanti fari alogeni. Al centro della grotta le concrezioni calcareeerano state rimosse o ricoperte dal cemento mentre, nell’areaperiferica, erano ancora presenti alcune stalagmiti e colonne ditravertino. In fondo alla caverna c’era un laghetto dal quale filtrava un tenuechiarore azzurrognolo. Era la sua via di fuga: doveva raggiungerlo alpiù presto e scappare servendosi di uno degli “scooter d’acqua” - ipiccoli mezzi subacquei di colore giallo, simili a tozzi siluri - chegalleggiavano nello specchio d’acqua, accanto ad altri mezzisommergibili più grandi. Si diresse, correndo, verso il primo scooter ma una voce alle suespalle lo fece irrigidire. «Consegnami il piccolo e arrenditi» sibilò un uomo in divisa,magrolino e di bassa statura. Aveva un ghigno irridente scolpito 11 booktrailer
  14. 14. Pellegrino De Rosasul volto spigoloso e gli stava puntando una pistola alla fronte. «Mai» rispose Raf. Lo colpì al volto con un fulmineo calcio ruotato e balzò dietro unastalagmite - giusto in tempo per ripararsi dagli spari che il militare glitirava da terra. Era nei guai. Si trovava sotto tiro e non poteva raggiungere lospecchio d’acqua a pochi metri da lui. Sapeva, inoltre, che entro pochiminuti, quel posto avrebbe brulicato di soldati. “Sono nella merda fino al collo”, imprecò tra sé. Si guardò attorno, in cerca di una soluzione, e notò una doppia filadi bidoni di carburante proprio accanto ai mezzi subacquei. Spostò ilfagotto sull’altro braccio e lanciò l’ultima granata proprio ai piedidei primi fusti. In un attimo scoppiò l’inferno. Due potenti esplosioni rimbombarono nella grotta, facendolavibrare; un’alta fiammata vorticò fino alla volta della cavità carsica,un denso fumo nero invase tutto l’ambiente e l’aria divenne ben prestoincandescente e irrespirabile. Non poteva più raggiungere i mezzi subacquei che, investiti dallefiamme, esplodevano uno dopo l’altro, ma poteva ancora provare ascappare a nuoto. Alzò la mano per infilarsi la maschera subacquea e buttarsi inacqua, ma non ebbe il tempo di farlo: una scarica azzurrognola eaccecante, simile a un arco voltaico, lo investì facendolo contorcere epiegare su sé stesso per il dolore. Le gambe e le braccia non avevano più un solo grammo di forza egli parevano percorse da milioni di formiche impazzite che glimordevano le carni. Non riuscì a trattenere il prezioso fagotto e lolasciò cadere lentamente a terra: «Cavolo... Sei proprio una piccolatesta di cazzo!» imprecò, ad alta voce. Coperto dalla cortina di fumo, si trascinò faticosamente fino al bordodel laghetto e vi si lasciò scivolare dentro. Il suo inseguitore, tossendo per il fumo acre, recuperò il fagotto escaricò l’intero caricatore della sua pistola in direzione del punto incui si era immerso. Raf vide le bianche scie disegnate dalle pallottole che penetravanonell’acqua, ma non si preoccupò più di tanto. Ormai era al sicuro: era aoltre un metro di profondità e sapeva che, essendo l’acqua del mare circaseicento volte più densa dell’aria, i proiettili avevano già perso gran parte 12 booktrailer
  15. 15. Metamorfer. La gemma di Darwin.della loro efficacia. Inoltre, il contatto con l’acqua fredda e salata gli avevafatto riprendere parzialmente il controllo degli arti. Nuotò, con il cuore che sembrava esplodergli nelle orecchie,attraverso un fangoso sifone subacqueo e, dopo un tempo che gliparve interminabile e con le orecchie che gli ronzavano come un nidodi calabroni, riuscì infine a emergere alla luce, in mare aperto. Espulse, tossendo, l’acqua salata che gli soffocava i polmoni e inspiròrumorosamente l’aria salmastra. Udì, in lontananza, il ritmico e rassicurante scrosciare della risaccacontro la costa pietrosa e si abbandonò, esausto, al moto delle ondeche lo risucchiavano e lo sollevavano come un relitto inerte. Riconobbe, a circa mezzo miglio, la vasca galleggiante di unimpianto di pescicoltura e accese un piccolo fumogeno. A quel segnale,un grosso motoscafo si staccò dalla piattaforma e si diresse verso dilui, raggiungendolo in pochi minuti. Una giovane donna di colore gli lanciò una cima per aiutarlo a salirea bordo e gli chiese, preoccupata: «Dov’è il piccolo?» Raf salì a bordo, ansimando, e si lasciò cadere, esausto, sul pontedell’imbarcazione. «Quel maledetto mostriciattolo! Mi ha lanciato unascarica… e ho dovuto mollarlo» spiegò, lanciando lontano la maschera. «E il chip? Hai preso il chip?» incalzò Bea. Raf annuì, si alzò in piedi e portò la mano alla cintura per prenderel’astuccio: «Dannazione!» esclamò, confuso. «Non l’ho più. Devo averloperso quando sono scivolato in acqua!» Un istante dopo, schioccando come una saetta inattesa in una giornatadi sole, si udì un colpo d’arma da fuoco in lontananza. Raf si voltò in direzione dello sparo, verso riva, e fu colpito da unriflesso accecante. Qualcuno dalla costa, appostato tra le bianche roccecalcaree e i cespugli di erica, li teneva sotto tiro. Bea barcollò e si aggrappò a lui, cingendogli il collo con forza; suisuoi occhi nocciola calò un grigio velo di sgomento e di paura e siaccasciò come una marionetta con i fili recisi. Raf rimase a fissare - incredulo - la mano calda, appiccicosa, e rossa disangue che fino a un istante prima aveva cinto la schiena della sua donnae un urlo di dolore gli ruggì nella gola: aveva visto troppa gente morire inquel modo per non sapere che quella ferita era mortale. Si chinò sulla ragazza e le sfiorò le labbra tremanti con un tenerobacio. 13 booktrailer
  16. 16. Pellegrino De Rosa Prese delicatamente il binocolo al collo di lei e lo puntò verso riva,in direzione della base militare. Michael Brown, il comandante della base, stava ancora imbracciandoun fucile di precisione e lo agitava in aria in segno di sfida, inarcandole sue folte sopracciglia da orango. Raf strinse forte a sé la sua donna morente e le sussurrò sulle labbra:«Lo troverò... Ti giuro che troverò quel grasso maiale pelato e loammazzerò con queste mie mani... dovessi finire all’inferno per farlo!»non sapendo che, in un certo senso, sarebbe stato proprio ciò cheavrebbe dovuto fare. Ma la sua giovane compagna non poteva già più sentirlo; i suoiocchi erano ormai persi nel vuoto, a fissare, senza più poterlo vedere,il cielo azzurro rigato da lunghe strisce di nuvole bianche. Raf avvertì una ventata gelida attraversargli il corpo e sentì chequalcosa era morto per sempre dentro di lui. Con un’ultima e lieve carezza abbassò le palpebre della sua amata,che tante volte aveva sfiorato con labbra innamorate, e capì che, ormai,solo la vendetta poteva ridare un qualche senso alla sua vita. 14 booktrailer
  17. 17. Metamorfer. La gemma di Darwin. CAP. 01 9 anni dopo Eva Nabokova, un’avvenente e atletica giornalista di ventinove anni,inspirava ed espirava ritmicamente, mentre correva a lunghe falcatesulla spiaggia semideserta. I lunghi e lisci capelli, dal colore simile algrano maturo, ondeggiavano al vento, come la criniera di una giovanepuledra al galoppo. Indossava un minuscolo e aderente pantaloncino azzurro, chemetteva in risalto le lunghe gambe tornite e l’armonioso fondoschiena,e una t-shirt bianca che le lasciava scoperto il ventre piatto e che arrivavaappena a coprirle il seno sodo e ben proporzionato. Il mare era un po’ mosso. Era di primo mattino e l’aria fresca efrizzante era l’ideale per fare un po’ di jogging. La giovane donna regolò il ritmo del suo respiro su quello delleonde del mare: due respiri ogni tre onde che si infrangevano sullabattigia. Dopo un certo numero di onde - le sembrava ogni undici - negiungeva una più lunga delle altre e allora deviava leggermente latraiettoria per non bagnarsi le scarpette. Del mare la affascinava il movimento lento e potente delle sue onde,che lambivano la spiaggia come una calda e sensuale carezza, e laviolenza selvaggia dei suoi flutti che, quando era in tempesta,rombavano scuotendo gli scogli indifesi, insinuandosi in ogni spazio,e schizzavano impetuosi spruzzi schiumosi. A volte, persa nei propripensieri, aveva la sensazione che quella sconfinata distesa fosse viva;la sentiva quasi pulsare e respirare, ed era tentata di tuffarsi nella suaimmensità e di perdersi in essa. Una folata di vento le portò il lieve profumo delle ginestre cheravvivavano con gialle chiazze di colore i terreni vulcanici circostanti,neri e bruciati dal sole, e la parte basale del non lontano Vesuvio. Atratti, la brezza marina la investiva, dalla sua sinistra, con soffi dimicroscopiche e fredde goccioline di acqua salata che le procuravanodei sottili brividi di piacere. Proprio in quel momento, il caldo disco del sole si levò oltre lacima della collina alla sua destra e le riscaldò il volto. 15 booktrailer
  18. 18. Pellegrino De Rosa Sentì un’immensa energia pervaderle il corpo - che percepivaperfettamente in forma e allenato - ed ebbe l’impulso di fare unsalto di gioia. E lo fece senza stare a pensarci su: levò il pugno destro al cielo elasciò che un urlo gioioso le esplodesse, come un ruggito, nel cuore enella gola. Un giovane gabbiano, impaurito dalla sua rumorosa esternazione,si alzò lesto in volo e si allontanò verso il largo. Eva storse la bocca e rimase a osservare la doppia fila di orme a tredita impresse dall’uccello sulla sabbia bagnata, rammaricandosid’averlo spaventato. Quel posto le piaceva immensamente, al punto che, quando - dueanni prima - ci era venuta per una vacanza, se ne era visceralmenteinnamorata e aveva affittato una casa vicino a quella spiaggia. Per la verità, nella sua decisione di lasciare il suo Paese d’origine,l’Estonia, aveva avuto un certo peso anche il fatto che si erainnamorata di un giovane albergatore italiano. Dopo alcuni mesil’amore per l’albergatore era finito ma non quello per l’Italia. Quel Paese le piaceva da morire. Fin da bambina era rimasta affascinata dall’elegante forma allungatae aggraziata di quella penisola, così particolare da renderla facilmentericonoscibile anche dallo spazio. Le piaceva paragonarla al profilo diun cavalluccio marino, anche se era più somigliante a uno stivale: quasiun naturale marchio di fabbrica per le calzature italiane, famose eapprezzate in tutto il mondo e da lei in particolare, che ne possedevaun intero armadio. E, poi, quasi dovunque era possibile ammirare opere d’arte otestimonianze archeologiche incastonate in scorci naturalistici epaesaggi di straordinaria bellezza. Anche su quella stessa spiaggia,una semiluna di sabbia finissima lunga all’incirca un chilometro, a quasisessanta metri da lei, ma dal lato opposto alla sua abitazione, si potevaammirare, fissata su un grosso scoglio posto al limite dell’arenile,un’antica statua scolpita nella nera e levigata roccia basaltica. Era la statua della sirena Partenope che, secondo una leggenda,innamorata non corrisposta del mitico Ulisse, si lasciò morire nelGolfo di Napoli. La gente del posto, commossa da tanto amore e insuo onore, prese a indicare la città appena fondata, già chiamataNeapolis o “città nuova”, anche con il nome di Partenope. 16 booktrailer
  19. 19. Metamorfer. La gemma di Darwin. Secondo le guide turistiche, gli stessi Dèi impressero poi l’immaginedella sirena in quel profilo dell’Isola di Capri che si osserva guardandol’isola dalla splendida collina di Posillipo, il cui nome non a caso ha,in lingua greca, il significato di “luogo dove cessa il dolore”. Anche Eva, come Partenope, aveva subìto una cocente delusioned’amore e, come lei, non era riuscita ad andare più via da quel golfomeraviglioso. Ma, al contrario della sirena, non aveva nessunaintenzione di deprimersi - anzi pensava che era giunto il momento diriprendere a vivere pienamente. Si fermò e, continuando a saltellare, eseguì alcuni esercizi con gliarti superiori, sbuffando fumetti di vapore. Un bel Terranova dal pelo lungo e lucido le corse incontro, conatteggiamento scodinzolante e giocoso, seguito da una ragazzina dicirca dieci anni, che lo rincorreva e lo abbracciava al collo pertrattenerlo. Eva sorrise ai nuovi venuti e continuò il suo allenamento con treserie di flessioni, seguita dagli occhioni azzurri della ragazzina che lafissava ammirata da dietro gli occhiali un po’ troppo grandi per ilsuo piccolo volto rotondo. «Ciao, come ti chiami?» le chiese la ragazzina, mentre accarezzava latesta al cane. «Ciao, bellissima. Mi chiamo Eva. Abito laggiù» spiegò Eva,indicando una casa lontano, all’altro capo della spiaggia. «Io sono Anna e lui è Avatar» rispose la piccola, additando ilTerranova che, nel frattempo, era corso in avanti a riprendere unapalla. «E quella laggiù è la mia mamma» continuò la ragazzina. «Staraccogliendo le erbe selvatiche; sono molto buone da mangiare»spiegò, agitando la mano per salutare la donna che era china in unprato verde al limite della spiaggia. Eva sorrise. «Ah, interessante. Dovrò chiederle se mi insegna ariconoscerle». «La mamma dice anche che non devo parlare con gli estranei». «E ha ragione: c’è un sacco di strana gente in giro!» «Ma tu non mi sembri cattiva». Eva finse di volerle afferrare il naso tra l’indice e il medio. «Che cifai qui? Non ti ho mai vista prima» le chiese. La ragazzina si spostò di lato, sorridendo, poi alzò le spalle e indicòil cane: «È colpa sua. Avatar si è messo ad abbaiare e a grattare contro 17 booktrailer
  20. 20. Pellegrino De Rosala portiera della macchina; la mamma ha rallentato e lui si è buttatodal finestrino aperto ed è corso sulla spiaggia. Forse voleva venire agiocare con te!» «Può darsi. Come hai detto che si chiama il tuo cane?» «Avatar». «Uhm, originale! Lo hai chiamato così perché lo consideri come unaltro te stesso?» «Cosa hai detto?» rispose la ragazzina corrucciando la fronte. «Chiedevo se l’hai chiamato Avatar, come la nostra immagine virtualein Internet» riprese Eva, puntando il dito verso il volto stupefatto dellaragazzina: «Confessalo! Sei un’esperta di computer in incognito!» La ragazzina rise di gusto, compiaciuta. «Per la verità, non è proprio il mio cane. L’altra mattina è venuto agrattare alla porta di casa e mi ha “slinguata” e allora l’abbiamo tenuto»spiegò, parlando quasi senza respirare e protendendo le palme delle mani. Riprese fiato, con un profondo respiro, e continuò: «E, comunque, tisbagli; non si chiama Avatar per via di Internet. E neppure per via diquel bellissimo film con tutti quei personaggi dipinti di blu. Si chiamaAvatar, come quella Divinità indù che, quando ce n’è bisogno, scendesulla Terra per aggiustare le cose che non vanno bene!» «Ah!» esclamò Eva, piuttosto sorpresa da quella risposta. «Capisco!Ma, dimmi, chi te le racconta queste cose? L’hai letto su Internet?» Anna scosse la testa, facendo ondeggiare le trecce bionde: «No.Me lo ha detto lui» rispose, indicando di nuovo il cane. Poi,essendosi accorta dello sguardo incredulo di Eva, si affrettò aprecisare: «In sogno… naturalmente!» Atteggiò le labbra comeper fare una boccaccia e, cercando di impostare un tono di vocequanto più spaventoso e lugubre le fosse possibile, chiarì: «Mi hadetto: “Ascoltami: io sono Avatar...” e poi mi ha spiegato quelloche ti ho detto prima». Eva inarcò le sopracciglia: “Che fantasia ha questa ragazzina! Disicuro avrà letto la storia della divinità indù sul Web oppure ne avràsentito parlare in qualche cartoon orientale” pensò tra sé, mentrecompletava le ultime flessioni. Sollevò la testa per salutare la piccola e riprendere la corsa, ma lavista le si annebbiò e dovette riabbassarsi e appoggiare le mani aterra per non cadere. Aveva avuto un capogiro, quasi delle vertigini,e pensò di aver esagerato con la corsa o di aver sollevato il capotroppo in fretta. 18 booktrailer
  21. 21. Metamorfer. La gemma di Darwin. Ma non era finita: un acutissimo sibilo si insinuò nelle sue orecchie,fino a provocarle pulsanti ondate di nausea. Ancora appoggiata a terra, alzò lo sguardo e vide che anche Annabarcollava e si proteggeva le orecchie con le mani. Il Terranova, invece,si era tuffato in acqua e stava nuotando verso il largo. Dopo una decina di secondi quel fastidiosissimo sibilo finalmente cessò. Anna corse verso la riva e, sbattendo i piedi a terra, strillò con tuttala voce che aveva in gola: «Avatar, torna quiiiii!» La mamma della ragazzina stava continuando a raccogliere le erbee non dava segno di aver sentito né di aver notato alcunché. Tuttavia, era evidente che era accaduto qualcosa di anomalo. Eva fu invasa da un’improvvisa agitazione e provò la sgradevolesensazione di essere osservata, come se una mano invisibile l’afferrassedietro la nuca e la costringesse a voltarsi. Si girò verso lo scoglio della sirena, come attratta da una calamita,ma non riuscì a vedere nessuno. Allora volse lo sguardo dal lato opposto, verso casa sua; ma laspiaggia - a eccezione di lei e di Anna - era deserta. Guardò, allora, verso il mare, ma anche da quella parte non c’eranessuno. Il Terranova era già uscito dall’acqua e si stava scuotendoper asciugarsi. Sbuffò, piuttosto interdetta, e pensò di essersi autosuggestionata. Il Terranova si avvicinò ad Anna, continuando a scrollarsi, e schizzòun po’ d’acqua sulla ragazza che si allontanò divertita. Ma, un istantedopo, drizzò le orecchie e si allontanò nuovamente, correndo comeun forsennato verso lo scoglio della sirena. Anna lo chiamò nuovamente: «Avatar, ma cosa ti prende? Tornasubito quiiiii!» Il cane si fermò per un lungo attimo, indeciso. Guardò lo scoglio della sirena, poi Anna e poi di nuovo lo scoglio.Alla fine, con uno scarto repentino, riprese a correre verso lo scoglio,ringhiando nervosamente. La ragazzina, irritata, gli lanciò contro la palla, ma non riuscì acolpirlo. Eva era curiosa di capire che cosa avesse visto o sentito il cane,riprese perciò la sua corsa, superò Anna e proseguì oltre, continuandoa rincorrerlo. Il Terranova, che era più veloce di lei, aveva già raggiunto lo scoglioed era sparito dietro di esso. 19 booktrailer
  22. 22. Pellegrino De Rosa Eva lo sentì abbaiare e ringhiare, come se si stesse azzuffando conun altro cane, poi udì un lungo guaito lamentoso e, infine, uninquietante silenzio rotto solo dallo scrosciare della risacca. Allarmata, accelerò il passo e svoltò dietro lo scoglio che fungevada basamento per la sirena. Quello che vide la raggelò: il cane era riverso a terra, immobilee con gli occhi sbarrati, come in catalessi; la lingua gli penzolavada un lato della bocca e un vischioso filo di bava gli colava dalmuso e giungeva fino a terra, formando dei collosi grumi di sabbia. Dopo qualche istante sopraggiunse anche Anna, trafelata. Mentre cercava di prendere fiato, piegata in avanti e con le maniappoggiate alle ginocchia, la bambina si rese conto che il cane nondava segni di vita: «È... è morto?» chiese a Eva, scoppiando a piangere,senza attendere la risposta. Eva si avvicinò al Terranova e lo osservò con attenzione: «Non loso. Non ho mai visto niente del genere» rispose. Poi notò un lievemovimento del torace e continuò: «Sembra che sia ancora vivo, mapare ridotto piuttosto male». Anna tirò Eva per il pantaloncino e le indicò una zona di mareche ribolliva producendo una chiazza di schiuma bianca: «Guardalà! Cos’è quello?» Eva aguzzò la vista, ma non riuscì a vedere nient’altro che il gorgogliodella schiuma: «Forse è un banco di pesci» rispose, non sapendo cosapensare. Un altro sibilo, simile al rumore di una lavatrice ma molto più forte,le fece alzare lo sguardo verso l’alto. Era il frastuono prodotto dairotori di due elicotteri di colore verde scuro che si stavanoavvicinando, costeggiando la spiaggia e volando a bassa quota, comese stessero braccando qualcuno. «Mamma, mamma…» gridò Anna, afferrandosi alla gonna dellamadre che era sopraggiunta nel frattempo. La donna abbracciò la figlia e, vedendo il cane immobile a terra, siportò una mano sulla bocca, preoccupata. «Cosa gli è successo?» chiesea Eva. «Non lo sappiamo, ma direi di portarlo subito alla clinica veterinariadi Portici». La mamma di Anna annuì, meccanicamente. Nel frattempo, i due elicotteri militari erano giunti sopra di loro esi erano abbassati di alcuni metri, sollevando un turbine di sabbia. 20 booktrailer
  23. 23. Metamorfer. La gemma di Darwin.Parevano molto interessati alla scena ed Eva ebbe la netta impressioneche qualcuno a bordo stesse scattando delle foto. Dopo qualche istante ripresero quota e si diressero verso il largo,volando ad alta velocità. “Chissà cosa stanno cercando?” si domandò, turbata. La madre della ragazzina, nel frattempo, si era tolto il grembiule elo aveva steso a terra. «Rotoliamocelo sopra, così sarà più facileportarlo via» propose, indicando il cane. Trascinarono Avatar fino alla macchina, lo sollevarono e loappoggiarono sul sedile posteriore. La piccola Anna gli si sedette accanto, accarezzandogli la testa, e glisussurrò teneramente: «Avatar, ti prego... ti prego... non morire!» La madre della ragazzina salì in macchina e porse la mano a Eva.«Mi chiamo Filomena. Grazie per l’aiuto» disse, col fiato corto a causadello sforzo. Eva si presentò e le strinse la mano attraverso il finestrino aperto.«Se vi fa piacere» rispose, «vorrei venire anche io con voi». La donna le fece segno di salire avanti, aspettò che si fosse seduta eavviò l’auto. Eva prese un fazzoletto dal borsello che portava a tracolla e siasciugò il sudore dalla fronte. Mentre osservava gli elicotteri, che ormai erano diventati due piccolipuntini in lontananza, si chiese chi e per quale motivo avesse ridottoquel bel cane in fin di vita! 21 booktrailer
  24. 24. Pellegrino De Rosa CAP. 02 Leo, al secolo Leonardo Marconi, emise uno sbadiglio talmenteampio e prolungato da avere poi qualche difficoltà a richiudere labocca. Si massaggiò le mascelle e deglutì una goccia di saliva che gliera andata di traverso, facendolo quasi strozzare. Si soffermò, guardando nello specchietto retrovisore, sui suoi occhicolor nocciola e dal taglio vagamente orientale e notò che eranoarrossati e assonnati. Una smorfia di disapprovazione gli si stampòsul volto olivastro; quella mattina, prima di uscire, avrebbe dovutoquantomeno radersi la barba - pensò, piuttosto seccato. Si passò la mano tra i capelli, neri e folti, e strinse il volante,cercando di concentrarsi sulla guida. Da tempo aveva scoperto che, pur abitando a Napoli, per qualcheimperscrutabile motivo era nato con il fuso orario di New York.Se lasciato libero di poltrire, infatti, difficilmente si svegliava primadi mezzogiorno e altrettanto raramente andava a letto prima dellequattro di mattina. Erano appena le dieci antimeridiane ma si sentiva stanchissimo.Aveva dormito solo quattro o cinque ore; troppo poche per il suostile di vita. Inoltre, non aveva avuto il tempo di fare i suoi solitiesercizi mattutini e la cosa lo infastidiva non poco. Aveva compiutoda poco trentacinque anni e doveva fare il possibile per mantenere ilfisico in perfetta forma! Quella mattina, dall’altoparlante del cellulare sul suo comodino, ilgrande e compianto Luciano Pavarotti aveva preso a intonare il“Nessun dorma” della Turandot di Giacomo Puccini, mentre il vividodisplay illuminava a festa tutta la stanza! Lo avevano chiamato dallaredazione ed era dovuto andare a fotografare un delfino che - nonavendo niente di meglio da fare, e pur avendo a disposizione ben7.458 chilometri di italica costa, isole comprese - aveva scelto diandare a spiaggiarsi sul litorale di Mergellina; altrimenti come glielerompeva le scatole proprio a lui? Ma, una volta giunto sul posto, Leo aveva fatto un’inattesascoperta: il delfino non era un suicida depresso: qualcuno gli avevasparato! Inoltre, il bel mammifero marino indossava alcunifinimenti che parevano simili alle briglie dei cavalli e anche una specie 22 booktrailer
  25. 25. Metamorfer. La gemma di Darwin.di museruola; la qual cosa faceva ritenere che fosse impiegato inqualche attività particolare, forse di tipo militare. Gli aveva scattatoalcune foto e aveva fatto qualche domanda in giro. Poi una nuovatelefonata dalla redazione lo aveva avvisato che c’era stato un raidincendiario ai danni del campo nomadi di Ponticelli, un rione dellaperiferia Est di Napoli, ed era dovuto andare anche là a scattarequalche altra foto. E quello che aveva visto sul posto lo aveva fatto rabbrividire: ilcampo, nonostante l’attentato fosse avvenuto qualche ora prima, eraancora avvolto da un fumo nero e acre e, a giudicare dall’estensionedell’incendio, c’erano stati sicuramente anche dei morti. Avrebbe voluto indagare, ma gli inquirenti avevano mantenutouno stretto riserbo e non gli avevano consentito di avvicinarsi piùdi tanto. Insomma, per farla breve, era stata una brutta mattinata. Abbassò il finestrino, per prendere un po’ d’aria, e una ventata difresco aerosol marino, misto all’essenza di pino, al puzzo dei gas discarico delle vetture e ai vapori emessi dall’asfalto già infuocato, inondòl’abitacolo della sua utilitaria. La radio stava trasmettendo, a tutto volume, Napul’è di PinoDaniele. Sporse la mano sinistra fuori dal finestrino e si mise aportare il tempo battendo contro la portiera ammaccata. Inserì la freccia per portarsi sulla corsia di sorpasso, ma il TIR davantia lui sterzò a sinistra e gli si parò davanti, senza aver segnalato ilcambio di corsia. Il grosso camion aveva un aspetto imponente epiuttosto inconsueto. Il cassone e la cabina erano neri come una nottemisteriosa, i cerchioni erano lucidi e bronzati e, su un lato, splendevala lunga marmitta verticale cromata. Sulla parte posteriore, inoltre,scintillava una scritta color oro: RA.TA.VA. ENTERPRISE -SORRENTO (NA) - ITALY. Da tempo Leo aveva assunto un comportamento che lui definiva“multitasking”: una sorta di frenesia lo spingeva a fare più coseinsieme; tipo parlare al telefono mentre scriveva al computer omettere i precotti nel microonde mentre faceva ginnastica passivacon l’elettrostimolatore muscolare, con gli elettrodi attaccatiall’addome. Erano gli effetti del ritmo stressante a cui era sottoposto;a volte sognava anche di stare con due donne contemporaneamente eaccarezzare l’una mentre faceva l’amore con l’altra. 23 booktrailer
  26. 26. Pellegrino De Rosa Tra le altre cose, aveva preso l’abitudine di anagrammare le scrittein cui si imbatteva. Rilesse con attenzione la scritta sul TIR: RA.TA.VA. nonsignificava nulla; ENTERPRISE, poteva significare “presentire”;SORRENTO, niente. Proprio mentre cercava nuove combinazioni di lettere, il mastodonticomezzo che lo precedeva prese a sbandare a destra e a sinistra. Leo, innervosito dalle pericolose oscillazioni del mezzo, suonò piùvolte il suo clacson gracchiante. Il barbuto e corpulento camionista guardò, nello specchietto laterale,l’ombra proiettata dalla sua auto sul guard-rail e sugli oleandri chefungevano da barriera antirumore, ed esclamò ad alta voce: «A-ha… ti ho visto, piccolo uomo. Ti stavo aspettando!» Poi scosse latesta e, volgendo lo sguardo verso il poster di una rigogliosa pin-upattaccato all’interno della cabina, esclamò: «Mi dispiace, ma lo devofare: sai bene che devo seguire il protocollo del libero arbitrio!» Un pannello posto sul lato posteriore del TIR si aprì e scoprì undisplay a led sul quale apparve la scritta: «Allontanati o ti distruggo!»Un istante dopo, ai due lati della targa fuoriuscirono due ugellicromati, simili a canne di pistola. Leo soppesò, pensoso, i misteriosi bocchettoni che puntavano nellasua direzione, si morse, dubbioso, il labbro inferiore e mormorò trasé: “Mica questo idiota mi vorrà sparare?” In genere, non amava indietreggiare, neppure per prendere larincorsa; ma qualcosa gli diceva che l’idiota stava facendo sul serio.Perciò, rallentò e si lasciò distanziare. Appena in tempo per evitare di essere preso in pieno da due gettidi liquido sporco come l’inchiostro di un polpo gigante. La melma, per fortuna, si depositò in gran parte sul cofano dellamacchina, ma alcuni schizzi colpirono ugualmente il parabrezza. L’autista del TIR, all’interno della cabina del mezzo, saltellò gioiososul suo sedile, come un bambino obeso, e atteggiò il volto barbuto aun ghigno di soddisfazione. «Farai i conti con me, imbecille!» mormorò Leo, tra i denti. Attivò il tergicristallo per pulire il parabrezza ma, così facendo,sparse uniformemente lo sporco sul vetro, riducendo quasi a zerola visibilità. Era esterrefatto. Prese il cellulare dal taschino per memorizzarvi il numero di targa 24 booktrailer
  27. 27. Metamorfer. La gemma di Darwin.del TIR, ma le note della colonna sonora di “9 settimane e mezzo” lointerruppero. Sapeva già chi era, senza bisogno di leggere sul display il nome delchiamante, poiché a quella suoneria aveva abbinato, in una sorta dirito propiziatorio, il numero del cellulare di Eva. «Leo, mi faresti un favore?» gli chiese la sua amica, dall’altra partedel telefono. «Dimmi solo dov’è il drago che devo ammazzare, principessa!» «Non fare lo spiritoso. Mi verresti a prendere alla Clinica veterinariadi Portici? Quella che si trova in quel bel parco pieno di lecci… comesi chiama?» la sentì chiedere rivolta a qualcuno vicino a lei, «...il ParcoGussone. Lo conosci?» «Certo che lo conosco. Se fai attenzione ci puoi incontrare il miofantasma!» «Eh?» «Niente, niente... ti spiego dopo. Ma tu che ci fai in una clinicaveterinaria? Non sapevo che avessi mai avuto degli animali… aparte il tuo ex, naturalmente!» «Ma no! È successa una cosa stranissima al cane di una bambina...poi ti racconto». «Si vede che è proprio giornata. Figurati che io stamattina, aMergellina, ho fotografato un delfino che era stato preso, addirittura,a schioppettate! Arrivo subito». Rimise il cellulare nel taschino e accelerò fino a sorpassare il TIRnero. Il grosso mezzo gli strombazzò dietro, trionfante, emettendo unsuono grave e prolungato simile al barrito di un elefante, e Leo glirispose sporgendo la mano sinistra, con l’indice e il mignolo alzato,fuori dal finestrino. 25 booktrailer
  28. 28. Pellegrino De Rosa CAP. 03 Il barbone scalpitava nervosamente sotto un ponte della tangenzialedi Napoli. Spostò, con sorprendente vigore, il bidone che usava perraccogliere l’acqua piovana e afferrò la bottiglia di cognac che vi tenevanascosta dietro. La stappò afferrando il tappo di sughero con i dentie ne trangugiò una lunga sorsata. Poi la levò in alto, come per brindarea una importante vittoria, e si abbandonò, con un’espressionemefistofelica stampata sul volto, all’incalzante sinfonia delle sirenedei mezzi di soccorso dei pompieri che si mescolava con gli assolodelle ambulanze della polizia e dei carabinieri. Se avesse avuto la cetra, come Nerone, l’avrebbe suonata. Nonavendola, prese a fischiettare la “Cavalcata delle Valchirie” di Wagnere tracannò avidamente un altro lungo sorso di liquore. Poi ruotò su sé stesso e accennò a qualche passo di sirtaki. Era soddisfatto della sua impresa notturna; aveva fatto proprio unbuon lavoro e avrebbe voluto vedere la faccia degli inquirenti quandosi sarebbero resi conto che non si era trattato del solito attentato. Il campo nomadi di Ponticelli aveva già subito, in passato, altri raidincendiari. La popolazione, periodicamente, si stufava della presenza diquel corpo estraneo alla città e passava alle vie di fatto. Le rappresaglie, disolito, prendevano il via perché la gente era esasperata dai troppi furtiperpetrati dai nomadi. In una occasione si era sospettato che avesseroaddirittura tentato di rapire una ragazzina per farne chissà che: si era temutoper avviarla alla prostituzione minorile o per venderla ai trafficantid’organi; fatto sta che, il giorno successivo al tentato rapimento, l’interoaccampamento era stato raso al suolo - forse per opera della camorra, latemibile organizzazione criminale napoletana. Ma, in tutte le occasioni precedenti, gli attacchi erano stati sempreeseguiti con il lancio di semplici bottiglie Molotov oppure appiccandogli incendi con taniche di benzina. Lui, invece, aveva usato un esplosivoartigianale simile all’ANFO (Ammonium Nitrate Fuel Oil), che avevarealizzato mescolando un comunissimo fertilizzante - il nitrato diammonio - con del gasolio, e lo aveva fatto esplodere utilizzando unsemplice innesco di sua invenzione. Volendo ottenere un effetto più terrificante, aveva anche scioltoalcuni pezzi di polistirolo nella benzina, secondo una tecnica acquisita 26 booktrailer
  29. 29. Metamorfer. La gemma di Darwin.durante il suo lungo addestramento, e aveva ottenuto una sorta di napalmrudimentale con cui aveva realizzato quattro super-Molotov. Quella lezione se l’erano proprio cercata - pensò. Il giorno prima, cinque nomadi lo avevano aggredito e gli avevanopreso le bottiglie di scotch che aveva appena comprato; poi uno diloro gli aveva addirittura sputato addosso. Li aveva lasciati fare senza reagire ma quella stessa notte avevascatenato l’inferno: aveva fatto esplodere le loro baracche e datofuoco alle auto e al resto dell’accampamento, con una sincroniatale che gli inquirenti avevano pensato che si fosse trattato diun’azione eseguita da un commando composto da almeno trepersone. Il fumo tossico dell’incendio aveva invaso l’autostrada e la lineaferroviaria della Circumvesuviana, al punto che le corse dei treni eranostate sospese per l’intera mattinata. Di sicuro, nell’accampamentoc’erano stati anche alcuni morti, ma questo a lui non interessava:secondo il suo personale modo di vedere le cose, ognuno ha -semplicemente - il destino che si è meritato. Di certo - pensò - a quegli imbecilli, lo scotch che gli avevano rubato,doveva essere andato di traverso! Un forte e improvviso bruciore allo stomaco gli fece digrignare identi, in maniera così forte che li sentì scricchiolare. Si passò la manicadel consunto soprabito sulla barba brizzolata, lunga e stopposa econ ampie zone gialle di nicotina attorno alla bocca, e si scolò il restodella bottiglia. Il dolore si attenuò un poco, ma il volto rimasecontratto in una smorfia di rabbia. La sua rappresaglia contro i Rom era stata micidiale, ma non sisentiva per niente soddisfatto; la vendetta più importante non l’avevaancora ottenuta e, ormai, cominciava a dubitare che sarebbe mairiuscito a ottenerla. Nove anni. Ormai erano passati nove anni da quel dannatissimo giorno, quandoil suo tentativo di fuga era fallito così miseramente. I ricordi, che cercava di tenere repressi, risalivano nella sua mentecon gli effetti devastanti di un magma incandescente. E il doloreinteriore che provava gli oscurava la mente e gli bruciava l’anima -ammesso che ce l’avesse ancora un’anima. Quel maledettissimo giorno aveva perso Bea - l’unica donna che 27 booktrailer
  30. 30. Pellegrino De Rosaavesse mai amato - e quella perdita l’aveva inaridito e inferocito alpunto che ormai bastava il minimo pretesto perché desse sfogo atutta la sua rabbia e alla sua furia distruttiva e omicida. Se ne rendeva conto chiaramente, ma non se ne curava. La vendettaera diventata la sua unica ragione di vita. Solo vendicando la morte diBea, forse, avrebbe evitato di svegliarsi di soprassalto di notte, con lafronte imperlata di sudore freddo, dopo aver rivissuto, per l’ennesimavolta, quei tragici momenti. Il comandante Brown, il grassone che aveva sparato a Bea e checontrollava di fatto la base segreta NATO, portando avanti perproprio conto gli esperimenti sul Metamorfer, aveva poi messo inpiedi un’abile macchinazione ai suoi danni, facendolo apparirecolpevole sia della morte della sua compagna, sia - rettificando l’inizialee poco credibile versione dell’incidente - di quella del prof. Pedro. Lui aveva messo al sicuro l’equipaggiamento e il denaro che avevaavuto in dotazione dai Servizi Segreti Europei e si era nascosto,mimetizzandosi tra i barboni di Napoli e rimanendo in paziente attesadegli sviluppi promessigli dal professore prima che venisse ucciso.E, senza che se ne accorgesse, le settimane erano diventate mesi e imesi erano diventati anni. L’alcol, la depressione e il rimorso, lotenevano prigioniero in quella condizione così miserevole in cui sisentiva affondare sempre più, giorno dopo giorno, come un vecchioleone rimasto intrappolato nelle sabbie mobili. Gli scagnozzi di Brown gli avevano dato la caccia per anni e, in unpaio di occasioni, erano stati sul punto di beccarlo. Anche i suoi excolleghi dei Servizi Segreti Europei, ritenendolo colpevole di doppiogioco, lo avevano braccato e avevano scoperto che si nascondeva neibassifondi di Napoli; ma non erano mai riusciti a prenderlo. Alla fine, Raf era riuscito a liberarsi di entrambi i gruppi diinseguitori, facendosi credere morto. L’occasione gli era capitata cinque anni prima. Il clochard che vivevasotto l’altro pilone del ponte dove si nascondeva all’epoca, approfittandodella sua assenza, aveva preso con la forza la donna che allora stavacon lui. Raf, scoperta la cosa, lo aveva sgozzato come un capretto, neaveva cosparso il corpo con il petrolio del lume e gli aveva dato fuoco,avendo cura di lasciare sul posto alcuni suoi effetti personali. Certo, non poteva sapere se i mastini che lo braccavano ci sarebberocascati, ma non gli era costato nulla provarci. 28 booktrailer
  31. 31. Metamorfer. La gemma di Darwin. E, contro ogni aspettativa, gli era andata bene: gli inquirenti nonavevano ritenuto di eseguire esami più approfonditi e avevano credutoche quel cadavere fosse il suo. Da allora, nessuno l’aveva più cercato. Durante quei lunghi anni Raf era tornato più volte alla base segreta.I militari l’avevano abbandonata subito dopo la sua fuga e avevanotrasferito altrove sia gli uomini che le attrezzature. Aveva cercato diritrovare il chip, scandagliando più volte il fondo del laghetto, il sifonesubacqueo e un tratto del fondale, ma senza risultato. Aveva dovutoaccontentarsi di essere riuscito a portare via solo alcune armi eattrezzature che aveva sottratto di nascosto durante la confusa fase dismobilitazione della base. Si sentiva svuotato e depresso e non sapeva quanto altro tempoavrebbe dovuto aspettare. Stette a lungo immobile a guardare il pilone del cavalcavia, poi lanciòun urlo disumano e scaraventò la bottiglia contro il muro di cemento- finalmente aveva preso la decisione tante volte rimandata. La sua voce rimbombò sinistra sotto l’arcata del ponte: «Vieni qua»urlò verso la donna che dormiva a pochi passi da lui, coperta daalcuni cartoni. La clochard aveva il volto dai tratti fini e gentili, che il tempo e glistenti avevano incartapecorito come un foglio stropicciato tra le mani.Si avvicinò a Raf sorridendo con le labbra serrate, per evitare discoprire i denti anneriti, e sospirò: «Cosa è successo? Cosa sono tuttequeste sirene?» Raf ignorò le sue domande ed evitò di guardarla negli occhi: «Iodevo andare via. Tu rimarrai con lui» disse, alzando un braccio perindicare un barbone che, un po’ più in là, osservava la scena conparticolare attenzione. «Non mi lasciare... ti prego!» gridò la donna, inginocchiandosi aisuoi piedi. Raf la allontanò con uno spintone: «Vai, ho detto!» La donna distolse lo sguardo, rassegnata, e si diresse, a capo chino,verso l’altro uomo che gongolava: «Grazie Raf… Prendi, porta conte questa bottiglia di scotch». «Non mi serve. Puoi prendere tutta la mia roba… tranne questo»rispose Raf, afferrando un cofanetto metallico nascosto in un anfrattodel muro. Ne estrasse un pacco coperto da un telo impermeabile dicolore verde e se lo infilò nella tasca del cappotto. 29 booktrailer
  32. 32. Pellegrino De Rosa CAP. 07 Eva studiò l’ampia sala. La parete esterna era interrotta da luminosibalconi dai quali, in lontananza, si poteva vedere il blu del golfo diNapoli fondersi con l’azzurro del cielo. Lungo le altre pareti e al centrodella sala erano posti, in file ordinate, una decina di vecchi banconi inlegno massello, con sopra dei vetri leggermente inclinati a formarealtrettante bacheche rettangolari. All’interno di ogni teca erano conservatiin bella mostra una miriade di insetti, rigorosamente stecchiti, disposti infile ordinate e tenuti fermi con delle spille. Bianche palline di naftalinaerano fissate negli angoli per impedire che gli esemplari venisserodanneggiati dai saprofagi e, sotto ogni insetto, era posta una targhettacon una scritta in latino riportante la classificazione binomiale introdottada Linneo, il celebre scienziato svedese. Eva si soffermò sui coleotteri. «Non sapevo che esistessero tante speciediverse di scarafaggi» esclamò, con un moto di disgusto. Poi si portòdavanti alle bacheche dei lepidotteri. «Queste farfalle, invece, sono bellissime.Peccato che siano state tutte infilzate» osservò con rammarico. «Finire infilzate da un lungo spillone è il destino ultimo di tutte le farfallepiù attraenti» osservò Leo, ermeticamente, ma mica tanto. «Che ne direstidi venire a vedere la collezione di farfalle a casa mia?» aggiunse, comecolto da un’improvvisa ispirazione. «E farmi infilzare?» rispose Eva, sferrandogli un pugno amichevolesu una spalla. «Non ci provare. Sai bene che in questo momento nonvoglio avere complicazioni!» «Scusa, scusa» la interruppe Leo, «stavo solo scherzando. E, poi, a casanon ho più nessuna collezione entomologica. Buttai tutto via quando smisidi studiare» precisò Leo, rabbuiandosi. Emise un profondo sospiro, comese fosse appena riemerso da una lunga apnea, e continuò: «Vieni... vieni avedere come sono strani questi altri insetti». Si fermarono davanti a una grande bacheca che conteneva gli insetti-stecco, il cui corpo era del tutto simile a piccoli rametti. La scritta sotto uno di essi diceva: Bacillus rossius. Quello alla suadestra, con la parte posteriore del corpo meno appuntita, recavainvece la dicitura Baculum extradentatum. «Anche le loro uova sono mimetiche. Se ci fai caso hanno una certasomiglianza con i semi delle piante» spiegò Leo, ricordando i suoi studi e 44 booktrailer
  33. 33. Metamorfer. La gemma di Darwin.le appassionate discussioni con il suo professore di genetica. «Fannoparte dell’ordine dei Phasmoidea: sono insetti mimetici che siconfondono con l’ambiente che li circonda e, in tal modo, riescono asfuggire all’attacco dei loro nemici». «Veramente notevole». «Sempre a questo gruppo appartiene l’insetto più lungo in assoluto, laPharnacia serratipes, dell’Indonesia, che raggiunge i 33 centimetri. Maun’altra cosa interessante dei Phasmoidea è che essi sono capaci di“rigenerare” le appendici del corpo: se, cioè, durante gli stadi giovaniliperdono una zampa o un’antenna, sono in grado di farla ricrescere -come se il loro corpo volesse ritrovare la sua forma ideale». «Potenza dell’evoluzione» osservò Eva. «Io direi potenza del Creatore» sottolineò Leo. «Perché? Non credi alla teoria di Darwin?» Leo si fermò ed emise un profondo sospiro; più volte aveva pensatoche la questione delle diverse teorie evoluzionistiche andasse seriamenteapprofondita e che si dovesse vincere la tentazione di accettarne unaqualsiasi, in maniera acritica e preconfezionata dagli opinion-maker. «Darwinha avuto, e ha tuttora, immensi meriti. Ciononostante, saprai che lasua teoria - che si chiama “teoria” proprio perché non è stata ancoradel tutto dimostrata - non è esente da contestazioni. Negli USA, peresempio, viene rifiutata dagli studiosi creazionisti e in vari ambientiaccademici». «Tu, allora, credi nel creazionismo?» «Neppure. Io credo in una bambola che è nata esattamente centoanni dopo la pubblicazione della teoria di Darwin: io credo nellabiondissima bambola Barbie» rispose Leo, specchiandosi nei suoi occhisbalorditi. «Dai, non fare il fesso! Perché mi prendi in giro?» «Non ti sto affatto prendendo in giro!» «E allora spiegami...» «Brevemente: i creazionisti negano l’evoluzione e ritengono che tuttele specie siano state create così come noi le vediamo oggi...» «Ok». «Gli evoluzionisti, invece, affermano che tutte le specie si evolverebberodai loro predecessori; e lo farebbero, essenzialmente, grazie a mutazionicasuali del loro DNA. Gli individui che hanno avuto la fortuna disubire mutazioni più favorevoli, essendo diventati più adattiall’ambiente, sarebbero riusciti, poi, a sopravvivere più facilmente 45 booktrailer
  34. 34. Pellegrino De Rosae a riprodursi in misura maggiore, sostituendo con il tempo la specieche non era mutata e che non si era adattata». «Sì, sapevo anche questo. Ma perché hai detto “essenzialmente”?» «Beh, perché esistono altri fattori che possono influire sullafrequenza dei geni in una popolazione; ma non penso sia il caso diapprofondirli adesso: Oscar Wilde diceva che “Tutti coloro che cercanodi esaurire un argomento finiscono per esaurire i loro ascoltatori”!» «Ti seguo, continua» lo esortò Eva, guardandolo con aria sorpresa:non avrebbe mai immaginato che Leo si interessasse di qualcos’altrooltre che delle belle donne. «Sulla validità dei meccanismi della selezione naturale non hoproprio nulla da obiettare. È naturale che le specie o gli individui piùadatti all’ambiente, a un certo punto, arrivino a rimpiazzare i menoadatti o i meno competitivi. Ma, e il punto è proprio questo» sottolineòLeo, scandendo bene le parole, «io non riesco a credere che lemutazioni da essi subite siano semplicemente frutto del caso». «Ah!» esclamò Eva, «forse ho capito a cosa ti riferisci: se non erro,c’era uno studioso precedente a Darwin che diceva qualcosa del genere,ma non ricordo come si chiamava». «Si chiamava Lamarck» rispose Leo, stupito dalle conoscenze dellasua graziosa amica. Poi, felice di parlare con una persona che seguivail suo ragionamento e che non muoveva solo la testa annuendomeccanicamente, come a volte gli capitava quando parlava di questecose, continuò: «Però c’è una grossa differenza». «E quale, di grazia?» chiese Eva, accennando a una riverenza. Leo sorrise: «In realtà Lamarck, nella sua Philosophie zoologique,supponeva che le variazioni avvenissero perché gli individui, usandomaggiormente un certo organo e spostando in essi i “fluidi”, finisseroper svilupparlo o modificarlo. Queste variazioni, poi, sarebbero stateereditate dalle generazioni successive. L’esempio tipico era quellodell’allungamento del collo della giraffa». «E non è la stessa cosa che intendi tu?» «Non proprio. Lamarck faceva espresso riferimento a un presuntoeffetto evolutivo dell’uso e disuso delle parti, ma ciò non spiega, per esempio,il caso del Draco volans, una sorta di lucertola che vive nelle foreste tropicaliasiatiche e che presenta ai lati del corpo due slargature membranose chesomigliano ad ali e con le quali plana da un albero all’altro». Eva annuì: «Ho capito a quale animale ti riferisci. Penso di averlovisto in televisione». 46 booktrailer
  35. 35. Metamorfer. La gemma di Darwin. «Ebbene, le appendici aeree di questo piccolo rettile sono costituiteda particolari allungamenti delle costole e non derivano da modificazionidegli arti anteriori (come negli uccelli) o delle dita (come nei pipistrelli);quindi a far comparire quella slargatura non è stato uno “sforzo” che haagito sulle cellule somatiche degli arti o delle dita per trasformarle in ali,ma una volontà che ha agito direttamente sui geni!» «Ah!» «In effetti, il lamarckismo non è in grado di spiegare come sigenerano nuove caratteristiche non producibili da “sforzi” funzionali.E come me la pensava anche Georges Cuvier, il fondatore dellapaleontologia dei vertebrati, secondo il quale questa teoria non riuscivaa spiegare, per esempio, la genesi della pelle mimetica e maculatadelle stesse giraffe». «Ho capito» ribatté Eva, dandogli una manata sulla spalla. «Stavocominciando a preoccuparmi e a pensare che tu avessi perso la testa.Invece, mi pare d’aver capito che tu propenda per la teoria delDisegno o Progetto Intelligente! È così?» «Non proprio» rispose Leo, ancora più sorpreso dalle conoscenzedi Eva. «Dove hai imparato queste cose?» «Anche io leggo, mio caro. Che credi?» «Cavolo! Ti prometto che se un giorno mi dirai di essere una spia diqualche Paese dell’Est, non mi sorprenderò». «Ma - insomma - si può sapere qual è la tua opinione in propositoe che c’entra Barbie? È la tua solita fissa per le belle donne?» chieseEva, sempre più curiosa. «No, no. Mi spiego meglio. Io penso, come ti ho già accennato, chela mente possa influire direttamente sulla materia. Penso, cioè, che gliindividui immersi in un certo ambiente, desiderando di adattarsi aesso, causino - con il potere della loro mente e non con gli sforzi fisici- direttamente delle variazioni nel DNA e nell’epigenoma delle lorocellule germinali (spermatozoi e ovuli) e sull’embrione in formazione,tramite un processo di “somatizzazione quantistica”, cioè tramiteun’interazione tra la mente dei progenitori e i campi quantici chevibrano attorno alle molecole. Sia chiaro: come ho già detto prima, laselezione naturale esiste, ma agisce solo in un secondo momento e non èla causa prima dell’evoluzione!» Eva scosse la testa, dubbiosa. «E, non solo», continuò Leo. «Se presti fede alle conclusioni della fisicaquantistica, le mutazioni avvenute sul piano materiale, o “ordine esplicito”, 47 booktrailer
  36. 36. Pellegrino De Rosapotrebbero poi collegarsi a un “ordine implicito”, dove creerebbero delle“matrici” o progetti della nuova specie simili, concettualmente, alle “ideeplatoniche” o all’inconscio collettivo di Jung, tramite una risonanzaquantistica denominata “entanglement”. «Senti, se pensi di spaventarmi con questi paroloni ti sbagli digrosso!» sbuffò Eva. « E sappi che mi hai veramente disorientata!Insomma: come fai a essere così informato scientificamente e, allostesso tempo, così arretrato da credere in cose quasi… quasi,sciamaniche?» «Mah» fece Leo, con un largo sorriso. «E, dimmi» incalzò Eva. Questa tua bislacca teoria avrebbe ancheun nome?». «Ebbene, sì. L’ho chiamata “Plasticismo evolutivo”...» «Ma va’» rispose Eva, schioccandogli un buffetto sulla fronte. Leo scosse la testa: «Conosci la storia della “centesima scimmia”?» «Certo che sì» rispose Eva, divertendosi a stupire il suo amico. «Ma, tiavverto, so anche che si tratta di una storia inventata - per ammissionedello stesso autore, l’antropologo e zoologo sudafricano Lyall Watson». «E sai cosa diceva?» Eva annuì: «In breve. Che su un’isola, una bella mattina, una scimmiacominciò a lavare i tuberi imbrattati di sabbia con l’acqua del mare eche insegnò a farlo a tutti gli individui del suo branco. Che anche lescimmie delle altre tribù, osservando il comportamento della primatribù, presero a fare la stessa cosa. Che, a un certo punto, alraggiungimento di un certo numero di scimmie che lavavano i tuberi- diciamo alla centesima scimmia - tutte le altre scimmie presero alavarle; anche quelle delle isole vicine, con le quali le scimmie localinon avevano mai avuto contatti. Come se, al raggiungimento della“massa critica mentale”, rappresentata dalla centesima scimmia, questaabilità fosse stata misteriosamente trasferita a tutte le scimmie e fossediventata una caratteristica comune a tutta, diciamo, la “scimmiosità”». «Accidenti, chissà quante altre cose interessanti mi nascondi!»osservò Leo, ammiccando. «Sì, ma come ho detto e come sai bene anche tu, questa è solo unabella favola e non corrisponde per niente al vero» rispose Eva,ignorando le allusioni del suo collega. «Invece, mia cara Eva, io ritengo che qualcosa di vero ci possa essere,e a volte provo a immaginare cosa si potrebbe realizzare se si riuscissea padroneggiare una forza simile!» 48 booktrailer
  37. 37. Metamorfer. La gemma di Darwin. «Ora ho capito: tu, sotto sotto, vuoi conquistare il mondo! Comequei ridicoli personaggi dei cartoni animati!» tagliò corto Eva e sivoltò, facendo finta di volersene andare. Leo la prese dolcemente per un braccio e le mostrò gli insetti-fogliaconservati nella bacheca vicina. Eva dovette concentrarsi per capire chesi trattava di insetti e non di vere foglie: il loro tegumento riproducevaperfettamente la forma e il colore delle foglie vere. Inoltre, eranochiaramente visibili le venature e, addirittura, alcune zone ingiallite, comedi seccume. Sotto di essi vi era la scritta: Phyllium giganteum. Leo la guardò intensamente negli occhi, come a chiederle la massimaattenzione, e le sussurrò, con enfasi: «Ascolta, in questo caso non è possibilecredere che una mutazione casuale o uno sforzo fisico abbiano portatoquest’insetto a somigliare a una foglia e, si badi bene, non a una fogliaqualsiasi, per esempio di vite, di banano o di felce, ma a una foglia grossomodo simile a quelle presenti nell’habitat in cui vive normalmente questoinsetto. È lecito pensare che sia avvenuto un processo analogo a quantosuccede agli animali rapidomimetici, come i camaleonti e le seppie, checambiano colore continuamente per confondersi con l’ambiente. Soloche, in questo caso, l’insetto ha trovato il modo di trasmetterel’adattamento alle generazioni successive, fissandolo nel DNA. E, forse,qualcosa di simile accade anche per le macchie mimetiche sulla pelledelle giraffe, così simili alle fratture di un terreno argilloso riarso dalsole! Ti è chiara, ora, la differenza con il darwinismo e con illamarckismo?» Eva annuì e gli fece segno di proseguire. Leo, incoraggiato, aggiunse: «È un fatto psichico! Come le “voglie”che, secondo i più anziani, le mamme possono trasmettere ai lorofigli e che appaiono come macchie sulla pelle dei neonati». «E per scongiurare le quali i poveri papà sono costretti a compierevere e proprie imprese per trovare - che so io - le fragole di montagnanel mese di dicembre, e altre assurdità del genere» rise Eva. «Brava… qualcosa del genere». «E dimmi, che c’entra Barbie?» «C’entra: se le ragazzine di tutto il mondo hanno come modelloBarbie, somatizzeranno questo loro desiderio nei loro gameti e,quando saranno mamme, genereranno sempre più bambinesomiglianti alla bambola! Perciò, se alle mamme (e ai padri, che aloro volta condizionano i gameti maschili) piacerà una certa modella,o un certo tipo di bellezza, ecco che nasceranno sempre più bambine 49 booktrailer
  38. 38. Pellegrino De Rosarispondenti a quel canone di bellezza. Inoltre, se, grazie all’entanglementquantistico, si forma, effettivamente, una “matrice” metafisica nell’ordineimplicito, questa favorirà, a sua volta, la nascita di altre ragazzesomiglianti a Barbie. Insomma, le modelle, oltre che a sculettarenervosamente sulle passerelle, fungerebbero effettivamente da“modelli” o “idee” di bellezza». «Mah, a dire la verità, la prima parte della teoria è abbastanzaplausibile, sempreché si riesca a spiegare come la mente possa agiredirettamente sui geni. Ma, scusami la sincerità, questa seconda partemi sembra davvero un po’ troppo fantasiosa! Insomma: secondome, non è scienza!» Leo le puntò un dito contro: «E chi ti dice che la scienza sia la massimaespressione della conoscenza? Io, personalmente, la metto al terzoposto, dopo l’arte e la filosofia. Inoltre, sono intimamente convintoche l’uomo non sia costituito solo da carne: perché - altrimenti - sarebbecosì sensibile alla musica, all’arte, alla bellezza, se non per nutrire lasua parte spirituale e “ideale”?» Eva non rispose. Stava pensando a come si possono giudicare erroneamente lepersone anche vivendoci a stretto contatto quasi tutti i giorni. I discorsidi Leo l’avevano profondamente colpita e, forse, si era sbagliata aconsiderarlo solo un simpatico Casanova. Leo, interpretando questo suo silenzio come un segno di interesse,continuò: «E non solo: se dai una sbirciatina alle più recenti teoriecosmologiche e di fisica quantistica, vedrai come alcune di essesconfinino quasi nel misticismo: scienza, fantascienza e, addirittura,filosofia e metafisica paiono ruotare tutte attorno ad un unico fulcro». «Leo, ma tu non puoi chiedermi di credere alla favola della“centesima scimmia”... te ne rendi conto?» «Eva, deve esserti ben chiaro che quella che tu chiami la “favoladella centesima scimmia” ha radici culturali molto profonde.L’esistenza di un “contenitore collettivo” in grado di conservare“forme” e di interagire bidirezionalmente con il mondo materialefaceva parte della cultura di molte antiche popolazioni. Già gliaborigeni australiani erano convinti di questa interazione tra la nostrarealtà e una dimensione mistica, che chiamavano “il tempo del sogno”,tramite la quale gli sciamani potevano interagire con figure totemicheche erano in grado di condizionare il mondo reale. E ti parlo di decinedi migliaia di anni fa! Inoltre, devi anche sapere che le nozioni (massa 50 booktrailer
  39. 39. Metamorfer. La gemma di Darwin.critica, campi di influenza) espresse in quella che tu chiami “favola”sono state riprese, poi, da alcuni ricercatori e divulgatori dei nostrigiorni, alcuni dei quali - in maniera poco elegante - hanno ripropostogli stessi concetti facendo tacitamente intendere che si trattava diproprie elaborazioni originali». «Ah! E questo non si fa» rispose Eva, imbronciando le labbra. «Certo che non si fa! Tra l’altro ciò che dico è facilmente dimostrabile:Lyall Watson ha pubblicato la storia, che sarebbe avvenuta nel 1952,nel suo libro Life Tide, che è stato pubblicato nel 1979, mentre lepubblicazioni degli altri autori sono successive!» «Mah... fatti loro» fece Eva, alzando le spalle. «Ma, tornando allatua teoria, fammi capire: tu, tutto questo pastrocchio, lo hai messo inpiedi partendo dagli insetti mimetici? Allora è per questo che ci haiimpiegato tre mesi per preparare l’esame e poi non l’hai neppuresostenuto: ti era andato in pappa il cervello!» Poi notando la facciarabbuiata di Leo aggiunse: «Dai, stavo scherzando! Continua…» «In ogni caso, molte delle cose che ti ho riferito sono il risultatodelle lunghe discussioni avute con il mio professore di genetica che,purtroppo, non ho più rivisto. Ma esistono anche altre cose che tifanno riflettere». «Cioè?» chiese Eva, lanciando un’occhiata torva alla studentessa cheavevano incontrato prima e che era entrata anch’essa nella sala. «La convergenza evolutiva, per esempio». «So di cosa parli, del fenomeno per cui due specie che vivono inhabitat simili finiscono per sviluppare organi e comportamenti moltosimili». «Perché non mi sposi? Sei bellissima e abbiamo un backgroundcompatibile…» «Non direi proprio. Dai, smettila di fare il cascamorto. Stavi dicendodella convergenza evolutiva…» «Sì. Prendiamo l’esempio del pipistrello, che è un mammiferoinsettivoro, e del guacharo, che è uno strano uccello dalle penne oleose;ebbene, ambedue vivono nelle grotte e, per questo motivo, hannosviluppato entrambi una sorta di sonar per orientarsi. E ancora: lebalene, i delfini e gli altri cetacei, che, pur essendo mammiferi comenoi, siccome vivevano nell’ambiente marino, hanno assunto la stessaforma dei pesci. E la stessa cosa è avvenuta agli ittiosauri, i rettilipreistorici simili a pesci, e - anche se in misura minore - ai pinguiniche, pur essendo uccelli, hanno assunto una forma particolarmente 51 booktrailer
  40. 40. Pellegrino De Rosaidrodinamica. E poi, ancora, la talpa comune e la talpa marsupiale,che a parte il diverso colore del pelo (la prima è nera, la seconda ègiallastra) hanno praticamente la stessa conformazione pur essendola prima un mammifero e la seconda un marsupiale, come i canguri». «E che c’entra questo con la tua teoria?» «C’entra, eccome: perché specie diverse che vivono in ambienti similihanno le stesse necessità di evolversi nello stesso senso e, quindi,agiscono mentalmente allo stesso modo sui gameti. Non è possibileche mutazioni casuali portino, in tutti i casi, alla stessa forma o allestesse caratteristiche!» «Quindi è la mente e non il caso a determinare l’evoluzione... com’èsuccesso per l’insetto-foglia...» «Brava: come l’insetto-foglia!?» fece Leo e, afferrandola per unbraccio la riportò davanti alla bacheca delle farfalle. «Vedi quell’insettosimile a un ape, in alto a destra?» «La Aegeria o Sesia apiformis?» rispose Eva, leggendo la targhettasotto di essa. «Proprio lei. Sai perché si trova nella bacheca delle farfalle?» «Perché preda le farfalle?» tirò a indovinare Eva. «Sbagliato! Si trova qui perché non è un’ape ma una farfalla!» «Ma dai!» «È per questo che si chiama “apiformis”, perché, pur essendo una farfalla,ha il corpo giallo e nero, le ali trasparenti e l’addome simili a quelli di un’ape». «E perché avrebbe fatto una cosa simile?» «Ma è ovvio: per spaventare i suoi predatori! È diventata simile a unaltro animale munito di un efficace mezzo di difesa, cioè il pungiglione!Capisci? Questa sua forma, così simile a una vera ape, non può esserefrutto del caso! Quest’insetto ha “desiderato” assumere quella particolareforma. Non ci può essere altra spiegazione. E ti potrei fare svariati altri esempi...» «No, no. Lascia stare, per pietà. Ma dimmi, questa teoria varrebbeanche per le piante? Anche loro avrebbero una mente?» «Sicuramente! Anche loro posseggono un campo morfogenetico. Ti facciol’esempio della Ophrys apifera, una bellissima orchidea il cui fiore ricorda nellaforma e nella colorazione l’addome di un’ape mellifera femmina che, con talestratagemma, attira i maschi di ape, con lo scopo di farli avvicinare e imbrattarlidi polline, per favorire l’impollinazione. In conclusione, io mi rifiuto di credereche tutte queste variazioni e tutti questi adattamenti siano stati dettati solo damutazioni “casuali” sul DNA. Esso non è la causa delle variazioni ma è,semplicemente, il mezzo per perpetuarle; variazioni casuali non possono 52 booktrailer
  41. 41. Metamorfer. La gemma di Darwin.produrre mutazioni funzionali e complesse in organismi complicatissimicome gli animali superiori». «Mah, non saprei che dirti». «Rifletti, Eva, sarebbe come pretendere che con una variazione cieca ecasuale, come può esserlo una martellata, io riuscissi a modificare il tuoorologio in uno smartphone: mi faresti fare la prova con il tuo?» «Sei pazzo?» rispose Eva, mollandogli un buffetto. Leo sorrise. «Vedi che neppure tu ci credi? È molto più probabile che lavariazione casuale abbia il solo effetto di distruggere l’orologio. Ma vieni avedere questi altri insetti…», continuò, portandosi vicino a una campana divetro appoggiata a terra, alla fine della parete. «Sai cosa è questo?» «Ebbene sì, è un termitaio. Anche perché c’è scritto sotto» rispose Evaindicando l’etichetta posta alla base della struttura a forma di cono irregolare. «Orbene, che io sappia, nessuno ha ancora compreso come le coloniedi termiti possano coordinarsi in modo tale da costruire dimore aventiun’architettura interna così complessa e, soprattutto, come riescano afarlo - cooperando in piena sintonia - anche quando la colonia vengadivisa in due parti da una lastra di acciaio». «Io so che gli insetti possiedono un linguaggio chimico, basato suiferomoni». «Giusto: i feromoni traccia, di allarme, di aggregazione, eccetera. Maessi costituiscono solo un linguaggio molto elementare: come fanno,invece, a trasmettersi informazioni più complesse e sapere cosa e come edove costruire?» «Boh?» «La risposta più probabile è che il termitaio possegga una “mentecollettiva”!» «Boom!» «Eppure, Eva, dovresti conoscere benissimo altri organismi,composti da miliardi di individui che cooperano continuamente tradi loro pur possedendo un’unica mente!» la sfidò Leo. «Uhm! Fammi pensare un attimo…» «Pensa… pensa. Ma guarda che non è poi così difficile». Eva fece un segno di diniego. « Niente da fare… non mi viene in mentenulla». «Tu, Eva... io… e tutti gli animali… e tutte le piante. Tutti noi siamocomposti da miliardi di cellule che agiscono in perfetta sintonia!» «Basta. Mi hai fatto venire il mal di testa!» fece Eva, confusa. «Scusami, ascoltami solo un altro istante. È importante...» 53 booktrailer
  42. 42. Pellegrino De Rosa «Dimmi» acconsentì Eva. «Lo stesso cervello, che normalmente è considerato la sede dellacoscienza, è formato da una colonia di cellule: i neuroni. Giusto?» «Sì». «Ora ti faccio una semplice domanda». «Spara!» «Dove risiede la tua coscienza? Dove risiede quello che tu chiami il tuo“io”: in un solo neurone o in un insieme di neuroni? O dove?» «E che ne so! Mi hai fatto la testa così» rispose Eva, facendo un segnocon le mani attorno alla testa, «che ormai non so quasi più chi sono edove sono». «Te lo dico io», riprese Leo. «La tua coscienza non è in un neurone oin un gruppo di neuroni, come proponeva la teoria polizoica; è uncampo di forze che avvolge il cervello. Ed è proprio quella l’interfacciache interagisce, metaquantisticamente, con il mondo immateriale!» «Ah! E tu ne sei proprio sicuro?» rispose Eva. Leo, fece per rispondere, ma Eva gli mise una mano sulla bocca: «Ehno, mio caro. Basta!» disse con finta aria minacciosa. «La toglierò solo seprometti di rimanere in silenzio per almeno mezz’ora». Leo annuì, sorridendo. Eva confessò a sé stessa di essere rimasta sbalordita. Avevaconosciuto un nuovo aspetto di Leo e non le dispiaceva. E, poi, chissà se quella stravagante teoria, nata da osservazioninaturalistiche sul mimetismo e che - addirittura - si agganciava al“mondo delle idee” di Platone, potesse avere una qualche validità. Chissà se esisteva veramente una forza psichica in grado di agire sullamateria fino a indurre le mutazioni! Sapeva che esistevano milioni di libri a favore del darwinismo, apartire da “L’origine delle specie”, edito dallo stesso Darwin nel 1859,e altrettanti che lo contestavano. Ma, di sicuro, non aveva mai sentito di una teoria così balorda comequella appena espostale da Leo. Certo che se l’uomo fosse riuscito a dominare una tale forza plasmatrice,sempre che esistesse veramente, si aprivano degli scenari le cuiconseguenze non erano facilmente prevedibili - rifletté Eva. Poi sbuffò, con un’alzata di spalle: non valeva la pena pensarci, eranosolo fantasie! Piuttosto, doveva cercare di scoprire cosa era capitatoeffettivamente sulla spiaggia quella mattina. 54 booktrailer
  43. 43. Metamorfer. La gemma di Darwin. CAP. 08 «Eva, vieni. Affacciamoci dal balcone, c’è un panoramastupendo». «Ma… sembra chiuso». Leo si batté una mano sul petto, come per dire “lascia fare a me”.«Dimentichi che qui ci ho vissuto per anni; proviamo se funzionaancora il vecchio metodo!» Prese una penna dal taschino e la infilò inuna tacca alla base del balcone; dopo qualche istante ci fu uno scattometallico e l’anta si aprì verso l’interno. La vista che si presentò ai loro occhi era incantevole. L’aria era tersa e, in lontananza, il mare appariva come un’immensadistesa azzurra, sfavillante di luccicanti riverberi policromi. Sulla destra, si intravedevano la sagoma dell’isola di Procida e quella,più grande, di Ischia. A sinistra, all’estremità della Penisola Sorrentina, si stagliaval’inconfondibile profilo dell’isola di Capri, l’isola azzurra, la sola diorigine non vulcanica di tutto il Golfo di Napoli. Poi i loro occhi si posarono sul prolungamento del Parco chegiungeva fin quasi al mare, fermandosi sulla zona del porticciolo delGranatello, nei cui pressi Ferdinando II di Borbone aveva fattocostruire, nel 1838, la prima ferrovia d’Italia. Eva emise un profondo sospiro. «Questa vista è veramentestraordinaria» ammise. Leo non rispose. La sua attenzione era stata richiamata da un gruppo di studenti che,di sotto, nel cortile interno della reggia, parlottavano attorno a unavecchia zingara, vestita con abiti che dovevano essere già vecchi diecianni prima. «Ma quella è Carmela!» esultò, come se avesse rivisto una vecchiaamica. «È ancora viva e, a quanto vedo, in ottima forma!» Poi, per giustificare a Eva il suo entusiasmo le spiegò: «Veniva tuttii giorni da Napoli, con il treno della Circumvesuviana. E senza maipagare il biglietto; i controllori la lasciavano stare, non ho mai capitose lo facessero perché sapevano che non aveva molti soldi o perchéavessero paura che gli lanciasse il malocchio». «Allora è una strega!» 55 booktrailer
  44. 44. Pellegrino De Rosa «Ma… no. È una carissima persona. Pensa che, per pochi spiccioli,ci prevedeva come sarebbero andati gli esami». «E ci prendeva?» domandò Eva. «Quasi sempre». Eva aggrottò la fronte, stupita. «Leo, non mi dirai che credi anche amaghi, astrologi e cose simili?» «Veramente, esclusi gli accattoni e i truffatori… sì. Penso che la cosapossa rientrare in un ordine più generale. E potrei anche spiegarti ilperché…» «Per carità, mi è bastata la tua discussione sull’evoluzionismo. Letue strampalate teorie vanno prese a piccole dosi!» Sentirono Carmela strillare, tra le risate degli studenti, e si sporserodal balcone per capire meglio cosa stesse succedendo. «Vi dico che Colapesce è tornato. È tornato e si vendicherà diNapoli» stava sbraitando la vecchia, con le braccia levate al cielo. «E chi sarebbe, ora, questo Colapesce?» domandò Eva, divertita. «Si tratta di una vecchia leggenda napoletana; forse Carmela avràsentito del delfino ferito e vuole impressionare i ragazzi». Gli occhi di Eva scintillarono: «Una leggenda napoletana? Dai…me la racconti?» «Eva… una bella ragazza come te che non crede al DisegnoIntelligente e all’astrologia, poi, per coerenza, non deve credereneppure alle favole» la ammonì scherzosamente Leo. «Ma cosa dici! Io non ci credo mica alle favole; mi piace ascoltarle econoscerle perché attraverso di esse si riesce a capire molto di unpopolo e delle sue tradizioni». «Va bene» acconsentì Leo, «Colapesce, o Niccolò Pesce, era unragazzo che trascorreva gran parte del suo tempo in mare, fin quandosua madre, esasperata da questo suo comportamento, lo maledìdicendogli: “possa tu trasformarti in pesce”. La maledizione giunseal bersaglio e Niccolò si trasformò in uomo-pesce, con tanto dibranchie, pelle squamosa e dita palmate. Prese l’abitudine di farsiinghiottire dai pesci per lasciarsi condurre nelle profondità del mare.Giunto a destinazione, li squartava con un pugnale e ne usciva fuori,recuperava immensi tesori dal fondo del mare e li regalava al Re oppureli dissipava in baldorie e gozzoviglie. Continuò così per anni, fin quando rimase immobilizzato in unabolla d’aria sottomarina, in cui non poteva nuotare e dalla quale nonriuscì più a risalire. Su un palazzo in Via Mezzocannone, nei pressi 56 booktrailer
  45. 45. Metamorfer. La gemma di Darwin.dell’Università Federico II di Napoli, si può osservare ancora oggi ilbassorilievo di Orione che, secondo una tradizione popolare,raffigurerebbe proprio il mitico Colapesce». «Ehi! Vuoi vedere che è stato Colapesce a folgorare Avatar?» suggerìsorridendo Eva. Leo storse il naso, preoccupato. «Dai... stavo scherzando» lo tranquillizzò Eva. Poi gli mollò unpiccolo pugno affettuoso sulla spalla e aggiunse: «Mi accompagni acasa? Così mi faccio la doccia, mi cambio e poi andiamo insieme algiornale per il briefing?» Leo le porse cavallerescamente il braccio. «Andiamo, principessa»rispose, accennando a un mezzo inchino. 57 booktrailer
  46. 46. Pellegrino De Rosa CAP. 19 Dal tavolo olografico, posto proprio al centro della sala in penombra,fuoriusciva un tenue fascio di luce azzurrognola che, proiettata verso l’alto,disegnava nell’aria un cilindro tridimensionale che si innalzava dal piano deltavolo per circa un metro e mezzo di altezza. Al suo interno, sospese amezz’aria, le rappresentazioni grafiche di due gruppi di molecole di DNAruotavano attorno al loro asse verticale mentre, nella parte bassa delcilindro di luce, scorrevano una serie di numeri rossi e neri. Le molecole srotolarono le loro spire e divennero simili a semplici scale, coni due assi verticali e una lunga serie di pioli orizzontali. Questi si ruppero alcentro e ogni segmento di DNA si aprì in due filamenti, come le fettucce diuna cerniera lampo, che si allontanarono l’uno dall’altro, divaricandosi. I pioli erano formati da segmenti di diverso colore e forma, ed eranocontrassegnati da una lettera maiuscola, corrispondente al nome dei diversinucleotidi: A per l’adenina, C per la citosina, G per la guanina e T per latimina. Michael Brown, che ormai aveva circa cinquanta anni, estrasse un fazzolettodalla giacca della sua divisa militare e lo usò per asciugarsi il sudore che glicolava dalla testa grassa e pelata. Sbuffò e continuò a osservare, con apprensione,quanto stava avvenendo sullo schermo olografico: «Perché perdiamo tempocon queste rappresentazioni da liceali?» sbottò. «Non stiamo perdendo tempo: questa che vediamo è solo l’interfacciautente. L’analizzatore nel frattempo sta comparando i due campioni chegli abbiamo chiesto di confrontare» lo rassicurò l’operatrice. Costei era una longilinea e muscolosa donna di colore, dalla bellezzaprimordiale e selvaggia, come la sua caldissima Africa. Il camice bianco ei capelli cortissimi invece di mascherare la sua femminilità la esaltavano.Ciononostante, il grassone non sembrava essere affatto sensibile al suoindiscutibile fascino. Ciò era una conferma di quanto, sottovoce, si sussurrava nella base, ecioè che il comandante Brown odiasse visceralmente le donne e che fosseattratto solo dagli uomini. Si diceva anche che avesse una tresca con Franco e Vittorio, i suoi duefedeli scagnozzi. La donna si alzò in piedi e inforcò gli occhiali stereoscopici per osservaremeglio i dettagli dell’ologramma. Mosse una mano nell’aria e le 104 booktrailer
  47. 47. Metamorfer. La gemma di Darwin.rappresentazioni di DNA alla sua destra presero a frammentarsi in tantipezzetti, simili a tessere di un mosaico, che andarono a incastrarsi, volandocome uno stormo di uccelli, nei filamenti a sinistra che, invece, eranorimasti interi e dritti. Ogni nucleotide andava a disporsi sul suo complementare, così comeogni chiave va nella sua serratura e ogni serratura riceve solo la sua chiave:A con T e G con C, e viceversa. «Ci vorrà un po’ di tempo» comunicò la donna. «Vado a prendere un caffè!» Si chiamava Monique e lavorava in quella base militare NATO già daquando era ubicata nel vecchio sito, quello evacuato nove anni prima. Manon si era ancora abituata a quel puzzo di disinfettante che aveva invasotutta la base, mensa compresa. Era una puzza simile all’odore dell’incenso,ma più penetrante e fastidiosa, e impregnava tenacemente tutta la suapersona, compresi gli abiti e i suoi capelli crespi che, proprio per questomotivo, aveva tagliato quasi a zero. Lei, ufficialmente, lavorava nel laboratorio di biologia marina ma sapevache c’era una sezione segreta, alla quale non aveva accesso, da cui, un paio divolte al mese, le portavano dei campioni di DNA da analizzare. Prese il suo caffè al distributore automatico e tornò al tavolo olografico.I frammenti di DNA dei due campioni continuavano ad accoppiarsiperfettamente e questo, per il comandante Brown, non era un buon segno,perché erano quasi dieci anni che stava attendendo una mutazione che siostinava a non volersi verificare. Alla fine, si udì un cicalino intermittente e sullo schermo tridimensionaleapparve la scritta: “CONFRONTO CAMPIONI COMPLETATO:COMPATIBILITA’ GENETICA 100%”. «Niente da fare» disse, sorseggiando il suo caffè. «I due campioni sonoperfettamente identici. Non c’è stata nessuna mutazione». Michael Brown sbatté un pugno sul tavolo causando nell’immaginevirtuale delle increspature simili alle onde che si producono in uno stagnocolpito da un sasso. «Spegni questo coso e lasciaci soli» urlò. Monique disattivò il proiettore olografico e uscì dalla stanza, lasciandoil comandante Brown insieme a due tecnici in camice bianco. Uscendo,incrociò Franco e Vittorio che stavano entrando. Come al solito, eranovestiti completamente di nero e portavano degli occhiali scuri. Brown attese che i due avessero richiuso la porta ed esplose, digrignandoi denti: «Dannazione, sono circondato da incompetenti. Non valete neppureun’unghia di quella vecchia testa di cazzo del prof. Pedro!» 105 booktrailer

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