Book ragni 2013

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Book dei Ragni di Lecco 2013

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Book ragni 2013

  1. 1. BOOKRAGNI 2OI3 BOOKRAGNI2O13 cop ragni def cartonato:Layout 1 22/07/13 11:35 Pagina 1
  2. 2. BOOKRAGNI 2OI3 Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:53 Pagina 3
  3. 3. 5 C H I S I A M O WHO WE ARE I Ragni della Grignetta sono uno dei più prestigiosi gruppi alpinistici del panorama internazionale e hanno alle spalle una storia di 67 anni, fatta di scalate ai massimi livelli sulle montagne di tutto il mondo. Pur nei cambiamenti che la società e l’alpinismo hanno visto dalla fondazione del gruppo ad oggi, il confronto (a volte tutt’altro che pacifico…) e il legame con la propria storia sono ancora l’impronta distintiva nell’attività dei Ragni. Molti degli alpinisti che hanno fatto grande il Gruppo oggi non ci sono più - nel 2013 sono scomparsi anche Giulio Bartesaghi, uno dei fondatori dei Ragni, Cesare Giudici e Annibale Zucchi, due fra i più forti scalatori italiani degli anni ‘50 e ’60 - ma la loro eredità continua a vivere nell’attività di tutti coloro che, con orgoglio e deferenza, indossano il maglione rosso con il simbolo del ragno a sette zampe. Per un alpinista quello dei Ragni è un maglio- ne a volte pesante da portare, perché carico di tanta storia e tante aspettative. Ma questo maglione è anche uno stimolo costante ad inseguire con tenacia i nostri sogni e le nostre ambizioni, perché ci ricorda da dove veniamo e dove possiamo arrivare… 1958 - Il ragno Carlo Mauri sulla vetta del Gasherbrum IV The group “Ragni della Grignetta” is one of the most prestigious climbing team in the international scene and has a history of 67 years, made up of top level mountain ascents all over the world. Even though there have been changes through society and the mountaineering world since the foundation of the group, its continuing dialogue (sometimes anything but peaceful...) and the connection to its history are still the distinctive imprint in their activity. Unfortunately, many of the climbers who have made the history of our group have left us. Recently, in 2013 the team has also lost Giulio Bartesaghi, one of its founders, as well as Cesare Giudici and Annibale Zucchi, two of the best Italian climbers in the 50s and 60s - but their legacy lives on in the activity of all those who proudly wear the red swea- ter with the symbol of the seven-legged spider. Witnessing so much history and so many expectations this sweater can be and certainly is a bur- den to carry for a climber. But this same sweater is also a constant spur to tenaciously pursue our dreams and our ambitions, as it reminds us where we came from and where we can get… www.ragnilecco.com 1964 - Campeggio dei Ragni Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 4
  4. 4. 10 Notti Magiche Patagonia 2013: l'ultimo capitolo della sfida alla parete Ovest della Torre Egger Patagonia 2013: the last chapter of the challenge to the West Face of Torre Egger (Matteo della Bordella) 20 Free Rider All Free In libera sulla mitica via dei fratelli Huber su El Cap e non solo... Free ascent on the legendary route of the Huber brothers on El Cap and more... (Matteo della Bordella) 26 Perdidos en el Mundo Viaggio on the road e on the rocks fra le grandi pareti del Sud America Trip on the road and on the rocks among the great walls of South America (Simone Pedeferri) 32 Baston la Baffe Alpinismo e fastidi sulla via dei fratelli Zambetti alla repulsiva parete nord dello Scheideggwetterhorn On brothers Zambetti route to the harsh North wall of the Scheideggwetterhorn (Fabio Palma) 36 Letzte ausfahrt Titlis Una parete da sogno e una via con tiri degni dei capolavori del Wenden, firmata dal fuoriclasse Stephan Glowacz Stephan Glowacz's creation on a dream wall. This route has pitches worthy of Wenden masterpieces. (Matteo della Bordella) 40 AlexAnna Un'altra grande libera seguendo la rotta tracciata da Rolando Larcher fra le placche della Sud della Marmolada Another great free ascent that follows Rolando Larcher footsteps among the slabs of the South of Marmolada (Matteo della Bordella) 44 La Grigna dei Ragni Il ritorno dei maglioni rossi sulla "Castagna Alta" e sulla Via dei Ragni al Torrione Magnaghi Centrale The return of the red sweaters on the "Castagna Alta” route and on the Ragni Route towards the Torrione Magnaghi Centrale (Matteo Piccardi e Gerardo Re Depaolini) 50 Nove giorni con Mister Yosemite Dal granito della Valle al calcare Doc delle Alpi: Tommy Caldwell in compagnia dei Ragni alla scoperta del Wenden e del Ratikon From the granite of the Valley to the best Alpine limestone: Tommy Caldwell with the Ragni di Lecco discover Wenden and Ratikon climbing areas. (Tommy Caldwell) 54 W Dulfer L'ultima salita d'estate sulla difficile via aperta nel 2000 da Rolando Larcher alla Cima Ghez in Valle d'Ambiez The last ascent of the summer on the difficult route opened in 2000 by Rolando Larcher at the Cima Ghez in Valle d'Ambiez (Paolo Spreafico) 56 Mello non-stop: 24 ore di granito Una maratona verticale in Val Masino, più di 2500 metri di scalata, dal Risveglio di Kundalini fino alla cima del Picco Luigi Amedeo A vertical marathon in Val Masino: more than 2500 meters of climbing, from the Risveglio di Kundalini to the summit of Luigi Amedeo Peak (Davide Spini) 58 Ibicus Matteo Della Bordella e la libera dell'ultimo tiro "irrisolto" sulla via dei Remy al Dom in Wenden Matteo Della Bordella and the free ascent of the last "unsolved" pitch of Remy’s route on the Dom in Wenden (Fabio Palma) 60 Fessure marittime e placche melliche Due prime salite fra il Corno Stella e la Val Masino per Giovanni Ongaro e Stéphanie Frigiére Two first ascents between the Corno Stella and Val Masino for Giovanni Ongaro and Stéphanie Frigiere ( Giovanni Ongaro) 62 Prigionieri dei sogni Ripetizione all-free del difficile e ingaggioso itinerario di Adriano Selva e Andrea Spandri al Pizzo d'Eghen All-free repetition of the difficult and tricky route of Adriano Selva and Andrea Spandri at the Pizzo d'Eghen ( Matteo Piccardi) 66 La Pietra del Sud Alla scoperta delle falesie di Palinuro, una delle nuove perle della scalata in Campania Discovering the cliffs of Palinuro, one of the new climbing pearls in Campania (Fabio Palma) 68 Val Masino, i cantieri dell'alta difficoltà Simone Pedeferri e la cronaca di un anno di realizzazioni fra le "pareti di casa" Simone Pedeferri and the report of a year of ascents among his domestic walls (Simone Pedeferri) 70 Make a Wish l'ultima e più dura linea possibile nella falesia della Grotta di Mandello The last high and hardest possible line of the Grotta di Mandello cliff (Luca Passini) 72 Bouldering in Marocco Viaggio alla ricerca del "passaggio perfetto" fra le magnifiche montagne del Nord Africa Journey in search of the "perfect move" among the magnificent mountains of North Africa (Andrea Pavan) 76 Appigli da gara Una stagione da record per i ragazzi e le ragazze della Squadra Giovanile dei Ragni, ai primi posti nelle competizioni nazionali ed europee A record-breaking season for boys and girls of the Youth Team of the Ragni ranking the first positions in national and European competitions (Serafino Ripamonti) 78 61° Corso Ragni La scuola di roccia dei maglioni rossi vista da un allievo The Ragni climbing course from a junior's view point (Giovanni Colombo) 80 Academy La prima edizione dell'accademia dell'alpinismo dei Ragni di Lecco The first edition of Ragni di Lecco's “Mountaineering Academy” 84 Lifestyle SOMMARIO Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 6
  5. 5. A L P I N I S M O PhMatteoDellaBordella/ArchivioRagni Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 8
  6. 6. 1110 N O T T I M A G I C H E Il 2 marzo del 2013 Matteo Della Bordella e Luca Schiera hanno chiuso il match che lo stesso Teo e il Berna (Matteo Bernasconi) avevano aperto nell’inverno del 2010/2011 e che hanno combattuto caparbiamente negli anni successivi, arrivando ad un soffio dalla fine: quella della scalata - visto che il tentativo del 2011/2012 si è arrestato ad una trentina di metri dal Colle Lux - e pure quella degli scalatori, visto che proprio all’ultimo tiro di quel tentativo i due si sono ritrovati a spenzolare nel vuoto, appesi soltanto ad un provvidenziale friendino… Già quei due anni di tentativi hanno fatto una storia, con un senso abbastanza compiuto da meritarsi un nome, o forse un titolo, come il capitolo di un libro: “Die another day”. Nel 2013, per uno di quei misteriosi intrecci di destini che governano le vicende della vita e dell’alpinismo nell’estremo sud dell’America Latina (cosas patagonicas le chiamano...), il Berna ha dovuto rinunciare per una manciata di giorni a partecipare all’ultimo, quanto improbabile, tentativo di una stagione nella quale sembrava che la Egger non avesse la minima intenzione di lasciarsi avvicinare e che, invece, si è concluso sul fungo di ghiaccio della cima. A Luca, compagno dei due Matteo in questa ultima spedizione e al suo stupore di fronte ai cieli stellati dell’Emisfero Australe, l’onere e l’onore di aver dato il titolo al capitolo finale del libro: “Notti magiche”. L’itinerario aperto da Matteo Bernasconi, Matteo della Bordella e Luca Schiera sulla ovest della Egger è sicuramente una gran via (a majour route, come l’ha definita la prestigiosa rivista internazionale Climb Magazine, ma è soprattutto una storia in perfetto stile ragnesco, che riecheggia quelle con cui si sono scritte le pagine più belle della vita del nostro Gruppo: una meta decisamente ambiziosa e “rognosa”, una determinazione che si nutre delle delusioni per divenire sempre più affilata e tenace ad ogni nuovo tentativo e una vittoria strappata all'ultimo secondo dell'ultimo round, come al Torre nel '74, al Murallon o al Sarmiento. Sarà, ma alla fine, al di là delle mode e delle epoche dell'alpinismo, al di là della volontà e della consapevolezza degli stessi protagonisti, salta sempre fuori un filo rosso che in qualche misterioso modo dà la forma e la sostanza a tutte le imprese alpinistiche che portano la firma dei Ragni. L'alpinismo di gruppo è morto. Viva l'alpinismo di gruppo! Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 10
  7. 7. 1312 Dopo i tentativi effettuati da me e Matteo Bernasconi negli inverni 2010-2011 e 2011-2012, la nostra salita del 2013 alla parete Ovest della Torre Egger inizia mercoledì 20 Febbraio, quando in una giornata splendida di sole, Luca Schiera ed io percorriamo il lungo avvicinamento che da Chalten, attraverso il passo Marconi conduce fino al Circo de los Altares e quindi al Filo Rosso, uno sperone di roccia che scende lungo il ghiacciaio sottostante il Cerro Torre e la Torre Egger, dove già gli anni passati facevamo il nostro campo base. In verità già la decisione di provare a fare un’ultimo tentativo alla Egger è stata combatutta e incerta fino all’ultimo. Io, Luca e Matteo Bernasconi eravamo partiti il 19 gennaio dall’Italia il nostro rientro era fissato per il 23 febbraio. Le previsioni meteo degli ultimi ipotetici giorni di permanenza continuavano a cam- biare, ma in generale non erano super ottimistiche, anche se lasciavanocomunquelapossibilitàdell’arrivodiunperiododibel tempo. Così dopo diverse incertezze io e Luca Schiera decidiamo di prolungare il nostro soggiorno fino al 1 marzo, Matteo Bernasconi invece fa una scelta diversa e decide di rientrare in Italia e tenere fede agli impegni lavorativi presi in precedenza. Dopo 11 ore di cammino Luca ed io giungiamo al Filo Rosso, dove incontriamo diverse cordate che hanno appena salito la via dei Ragni al Cerro Torre. Le previsioni meteo per venerdì 21 febbraio sono buone, ma poi è previsto l’arrivo di una pertur- bazione per sabato. Decidiamo quindi di sfruttare la giornata di venerdì per capire come effettuare l’avvicinamento alla parete, una cosa che aveva dato parecchi problemi e grattacapi a me e Berna l’anno passato. Scartiamo subito la possibilità di passare dal ghiacciaio sottostante la Ovest della Egger; quindi risaliamo la prima parte della via dei Ragni al Torre, dopodichè deviamo in traversata a sinistra. Troviamo un buon sistema di cenge un po’ esposte, ed attrezzando una calata di 60 metri riusciamo a raggiungere il ghiacciaio in prossimità della base dello zoccolo da dove parte la nostra via alla Egger. Il pomeriggio torniamo alla nostra tenda e come da previsione il giorno successivo piove in modo continuo per diverse ore, per fortuna però la perturbazione arriva da Est, il che significa che non c’è praticamente vento. Sabato chiediamo con il telefono satellitare al nostro amico Deza le nuove previsioni. Purtroppo non paiono delle migliori: dopo un miglioramento previsto per domenica pomeriggio e lunedì è in arrivo un’altra perturbazione per martedì e merco- ledì. Poi pare che la pressione si debba rialzare ed arrivare il bel tempo… Tuttavia l’esperienza mi ha insegnato a diffidare delle previsioni oltre i 3 giorni in Patagonia. “Beh ormai siamo qui e tanto vale aspettare un po’ e vedere come evolve la situazione”. Concordiamo io e Luca. Così inizia- no le giornate di attesa in tenda che quest’anno, personalmen- te, erano proprio l’unica cosa che, dopo le esperienze degli anni passati volevo evitare. Chiediamo quotidianamente alle 16 le nuove previsioni e giorno dopo giorno l’arrivo dell’alta pressio- ne previsto tra mercoledì e giovedì sembra essere confermato. Lunedì 25 febbraio, prendiamo la nostra decisione. Ancora una volta noi ci vogliamo credere, a costo di ricevere l’ennesima beffa (ormai una più o una meno…) così spostiamo ancora la data del nostro volo a sabato 9 marzo. La decisione si rivelerà giusta, e la pazienza e l’attesa in tenda dei giorni successivi verranno ampiamente ripagate. Mercoledì 27 Febbraio dopo la pioggia battente del mattino, il cielo si apre e il nostro meterologo ci conferma 4 giorni di bel tempo. Mercoledì pomeriggio mi aspetta una decisione difficile: attac- care la parete il giorno successivo o aspettare un giorno che si pulisca dalla neve e dal ghiaccio? Da un lato penso che teoricamente visto che la perturbazione arrivava da Est e non c’è stato vento forte dovrebbe esserci in parete per lo più neve e non ghiaccio, d’altra parte mi tornano in mente le scariche di quando l’anno scorso ero in parete con Matteo Bernasconi e mi vengono i brividi. Chiedo un parere a Luca, che però alla sua prima volta in Patagonia ed alla Egger ovviamente non può essere di grande aiuto. Guardo e riguar- do la parete per circa un’ora ed alla fine la decisione è presa, conscio di tutte le responsabilità che ne conseguono: la parete sembra pulita e domani si attacca la via! Giovedì 28 Febbraio Luca ed io partiamo dal Filo Rosso in dire- zione della Egger. La tattica è sulla carta semplice e lineare: io salirò da capocordata, conoscendo la via dai tentativi preceden- ti, Luca mi seguirà con le jumar. Dopo aver ripercorso l’avvicinamento ispezionato ormai 6 gior- ni prima, siamo in 3 ore e mezza alla base dello zoccolo. T O R R E E G G E R P R I M A S A L I T A D E L L A P A R E T E O V E S T TESTO MATTEO DELLA BORDELLA / FOTO DI MATTEO DELLA BORDELLA, MATTEO BERNASCONI, LUCA SCHIERA Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 12
  8. 8. Scaliamo lo zoccolo ed il nevaio senza particolari problemi, la fatica più grande è data dai pesi dei sacconi che contengono oltre al materiale per aprire su roccia, quello per scalare su ghiaccio e il necessario per sopravvivere 4 giorni in parete. Le prime due corde fisse che avevamo lasciato sulla nostra via mancano e i tiri sono da ri-scalare, dopodichè incontriamo un centinaio di metri di corde fisse in buono stato che ci apprestia- mo a risalire. Arriviamo alle 13 all’inizio del grande diedro e con cautela continuo a risalire le corde fisse, sapendo che queste potreb- bero essere in cattivo stato. Arrivo in cima alla prima corda fissa del diedro, e mi accorgo che è attaccata solo per 3 tre- foli che sfregano direttamente su uno spigolo vivo… Parto per la risalita successiva; la corda sembra in buono stato, ma quando meno me lo aspetto di colpo la calza si rompe ed io scivolo indietro per 2-3 metri finchè le jumar si bloccano nuovamente più in basso! Un altro bello spavento, considerando che mi trovavo ad una quindicina di metri dalla sosta e non avevo ancora messo alcun friend… Continuiamo poi la nostra salita, tra risalita di fisse e qualche tratto in arrampicata e giungiamo sotto gli strampiombi. Sono le 16 e ci fermiamo ad un terrazino per sciogliere della neve, è la nostra ultima possibilità per farlo perché da lì in poi la parete inizia a strapiombare fino al colle e in assenza di vento la parete resta completamente riparata da neve e pioggia. Alle 17 ripartiamo, le fisse dei due tiri successivi sono sopren- dentemente in ottimo stato e le risaliamo. Poi però iniziamo le brutte soprese: sugli ultimi 4 tiri aperti l’anno scorso il vento ha completamente ridotto a brandelli le corde che avevamo lasciato, ed ora siamo costretti a riscalar- li. Il vero problema è che sono tutti tiri impegnativi, per lo più strapiombanti. Arrampico i primi due, ma poi la luce inizia a calare e noi dobbiamo trovare un posto dove passare la notte. Non sapendo bene cosa fare vedo un punto di parete di circa 2 metri per 3 leggermente appoggiato, o meglio, inclinato a circa 40° direi. Su qualsiasi altra parete non lo considererei mai un posto bivacco, ma appeso in questo vuoto, tutto cam- bia prospettiva e soprattutto non abbiamo altra scelta: o scen- diamo di 300-400 metri oppure passiamo la notte qui. Sarà una lunga notte appesi agli imbraghi, con i piedi che scarica- no in una staffa o nel saccone ed il sedere appoggiato su una placca che continua a scivolare verso il basso! “Notti Magiche” dice Luca. Battezziamo questa placca l’ Hotel Egger. Il giorno successivo la temperatura è piuttosto rigida, ed ulte- riormente abbassata dal vento, che seppur non sia forte, quel giorno si fa sentire. Con grande fatica inizio a scalare il tiro successivo, in artificiale e ben bardato di vestiti. Giunto circa a metà mi aspetta un tratto su muro verticale a tacche che l’anno scorso al pomeriggio con il sole avevo affrontato in libera. Penso un attimo a cosa fare ed esamino la situazione: guardo il colle alla mia sinistra e vedo, come avevo già nota- to, che è nettamente più pulito dell’anno scorso; in più davan- ti a me parte una fessura diagonale che va in direzione appunto del colle. L’anno precedente io e Berna avevamo scartato l’opzione di uscire da questa parte per via di grandi macchie di neve pensili al colle…macchie che quest’anno si sono ridotte in modo esponenzionale! Urlo quindi a Luca: “cambio linea!” e seguo la fessura verso sinistra. Luca risale ed io riparto aprendo due tiri nuovi per lo più in fessura fin sotto il colle. Sono le 13.30 quando mi preparo per l’ultimo tiro che dovrebbe portarmi al colle tra Punta Herron e Torre Egger. Capisco subito che non sarà un tiro facile, ma per lo meno adesso fa un po’ più caldo e c’è meno vento. Il tiro strapiom- ba, ma pare ci siano delle tacche. Non sono capace di fare artificiale serio, perciò parto dalla sosta nell’unico vero modo che conosco, ovvero arrampicando in libera. Inizio a salire, la difficoltà non è elevata, ma nemmeno facile, magari 6c o 7a (non saprei proprio), mi accorgo però che non ho possibilità di proteggermi, la roccia è un po’ friabile e alcuni passi che faccio sono “senza ritorno”, proseguo verso l’alto nella spe- ranza di trovare un piazzamento per un friend. Arrivo ad una decina di metri da un possibile punto di sosta ma non trovo nulla. Dopo un po’ di panico, mantenendo la calma vedo la possibilità di mettere il camalot 4 un po’ aperto in una fessu- ra mooooolto friabile. Non senza patemi mi ci appendo e in una decina di minuti pianto a mano lo spit della salvezza. Penso che vedendo dalla sosta lo spit, adesso questa sezione non sia poi così difficile perché sai che quando arrivi lì lo moschettoni, ma per quanto mi riguarda… mi sono decisa- mente ingaggiato!!! Vado avanti qualche metro e faccio un bat-hook, pianto poi un altro spit e finalmente raggiungo un sistema di fessure che conduce dritto al colle. Sono ormai le 16 passate quando Luca mi raggiunge in sosta al Colle tra la Herron e la Egger. La stanchezza inizia a farsi sentire, dobbiamo fare acqua e appena sopra il colle sembra si possa scavare nella neve un posto da bivacco per lo meno decente! Alle 18 finiamo di prepare il necessario per bivaccare e deci- do di scalare e fissare le corde sui 90 metri successivi fino sotto al fungo, prima del traverso. Dopo aver passato un giorno e una notte sempre appesi su terreno strapiombante non mi sembra vero di poter procede- re spedito sulle lame leggermente appoggiate della via 14 Huber-Snarf ed alle 18.40 siamo nuovamente entrambi al bivacco. In realtà una volta giunti al colle avevamo anche valutato la possibilità di aprire una linea indipendente fino in cima, ma ci siamo subito accorti che la cosa mancava di logica e sareb- be stata una forzatura… Secondo noi, quando arrivi al colle tra la Herron e la Egger per andare in cima alla Torre Egger la via di salita è quella (5 metri più a destra o 5 più a sinistra ma sali di lì) non hai tante alternative. Sabato 2 marzo, dopo un bivacco un po’ più clemente, risalia- mo le corde fissate il giorno precedente. Ci aspetta il traverso verso sinistra per affrontare il fungo dove è meno ripido. Beh, il traverso per me si rivela decisamente impegnativo: tutta l’acqua che si scioglieva dal fungo il giorno prima si era trasfor- mata in verglas e nonostante la parete fosse al sole sin dalle prime ore del mattino, le placche erano ancora ghiacciate. Comunque in un modo o nell’altro, spiccozzando il verglas via dalla roccia, riesco ad arrivare al fungo e piantare una vite. Chiedo a Luca se vuole salire lui da primo il primo tiro del fungo, e lui accetta volentieri. Luca arriva in sosta e mi recu- pera ed io parto per l’ultimo e facile tiro che porta in cima. Sono le 11.20 di sabato 2 marzo quando io e Luca Schiera mettiamo i piedi sulla cima della Torre Egger. Siamo i primi ad essere arrivati fino a qui salendo dalla parete Ovest. È il momento che avevo tanto sognato e desiderato per 3 lunghi anni. Ma siamo entrambi consapevoli di essere solo a metà della nostra salita, ci aspetta infatti un discesa lunga e la stanchez- za inizia a farsi sentire. Dopo qualche foto di rito iniziamo le doppie. Durante la discesa stacchiamo e recuperiamo tutte le corde fisse lasciate in parete. Alle 17 arriviamo all’inizio del grande diedro. Io sono esausto, ho i brividi dalla stanchezza e sono disidratato. Propongo a Luca di fermarci qui un'altra notte e completare la discesa il giorno successivo. E proprio mentre discutiamo sul da farsi… nonostante fino a quel momento non fossero arrivate grosse scariche, sentiamo un boato enorme e ci ripariamo sotto un piccolo tetto. Un pezzo di neve mista ghiaccio di dimesioni di una moto si schianta proprio dove avremmo dovuto scendere. Devo dire che rispetto all’anno scorso questo è stato un singo- lo episodio isolato, ma appunto….ne basta uno. È un chiaro segnale per fermarsi a bivaccare e passa un’altra “notte magica” appollaiati su una cengia spiovente. Domenica 3 marzo completiamo la discesa ed alle 16 rientria- mo alla nostra tenda, recuperando tutte le fisse che avevamo portato in parete e depositandole al Filo Rosso, da cui, con l’aiuto di alcuni portatori le riporteremo a Chalten; due corde doppie ci restano incastrate durante la discesa e non riuscia- mo a recuperarle. Lunedì 4 marzo, di buon ora rientriamo a Chalten, passando dal passo Marconi; il tempo sta chiaramente cambiando, la pressione è in picchiata e facciamo giusto in tempo a scende- re dal Marconi che inizia a piovere e tirare vento. Quando si dice “un tempismo perfetto”. Decidiamo insieme di chiamare la via “Notti Magiche”, un nome che ricorda gli scomodi bivacchi in parete, ma che al tempo stesso ricorda la magia di queste notti patagoniche. Il cambiamento del nome della via deriva dal cambio della linea di salita effettuato quest’anno; “Die another day” reste- rà il nome della variante da terminare secondo la linea segui- ta da me e Matteo Bernasconi l’anno passato, ma si tratta appunto di una vera propria linea indipendente per 4 tiri. Questa è stata la salita che sicuramente mi ha dato maggiore soddisfazione da quando scalo. Ci sono voluti 3 anni e 150 giorni di permanenza in Patagonia per completare questa via, ma sono contento di averci creduto fino in fondo! Con Luca Schiera è stata un’intesa perfetta. Sembra incredibi- le ma mai una discussione o un momento di disaccordo. Salire una parete come la Ovest della Egger alla prima volta in Patagonia è sbalorditivo, qui è tutto diverso che sulle Alpi e adattarsi e capire come funzionano le cose posso garantire che non è facile, mi auguro sia la prima di altre grandi salite e spedizioni insieme! Ci tengo a ricordare che questa via è stata un grande succes- so di gruppo. Senza il supporto e la fiducia del gruppo Ragni ed in particolare dei membri del consiglio non saremmo andati lontano. Grazie a tutti i Ragni di Lecco, ed in modo par- ticolare a Gian Felice Rocca, grazie ai miei sponsor in partico- lare Adidas, Kong, Df Sport Specialist ma anche Matt e La Sportiva. Grazie a tutti quelli che ci hanno supportato ed hanno creduto in noi! L'unico mio rammarico è non aver avuto Matteo Bernasconi in cima al nostro fianco, sicuramente una buona parte del meri- to di questa salita è suo; e dopo tutto quello che ci è capitato insieme gli anni passati e il rapporto che si è creato, sia io che lui ci avremmo tenuto tantissimo a raggiungere la vetta della Egger insieme. Torre Egger – Parete Ovest prima salita assoluta M. Della Bordella & M. Bernasconi (2010-2011 & 2011-2012) fino a 30 metri dal Colle Lux M. Della Bordella & L. Schiera (28-2/ 1,2,3-3-2013) fino in cima alla Torre Egger 1000m (30 L) 7a, A2, WI 4 In rosso la linea di “Die another day” In verde la linea di “Notti Magiche” Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 14
  9. 9. 17 Technical description of the route The overall length of the route is 1000m, with 800m of new ter- rain and the last 200m in common with the route “Huber- Schnarf”. “Notti magiche” climbs what we’ve assessed as the most logical line to get to the top of Torre Egger from the West face. After climbing three easy pitches (V max) and overcoming the snow field at the base of the wall (60 degrees) the route follows a previous attempt from Cavallaro and Salvaterra (1996) for 300m (mainly slabs up to 6c). Then the wall gets steeper and the route continues straight up on the right side of the obvious big dihedral; after 2 pitches on the right (6c and A1, maybe free climbable at around 7b/7b+ if not icy or wet) it goes into the dihedral itself for 5 pitches (6c and A1, a few icy sections) until a tricky tension traverse (1 bolt) which leads to a scary long pitch on chossy black rock (mostly climbed on aid, A2). Afterwards there are two brilliant crack climbing pitches, main- ly free climbed, but with a few restings (probably properly free climbable with a difficulty around 7a+/b). Eventually, once got to a belay under a small roof, the route climbs out right (A1) and then straight up for 10 meters. This is the point where the two lines split up: the 2012 attempt “die another day” goes straight up, climbs a face around 6c and in the following pitch takes the direct way on the impres- sive roof/overhang, which is overcome with aid climbing on a tiny seam (A2); the line stops 10 meters above the roof into an overhanging corner. On the other hand, the 2013 line “notti magiche”, traverses left, following a logical system of cracks. After two steep but easy pitches around 6c, the last pitch, which leads directly to the col, heads right, climbing a face with deli- cate rock (7a, 2 bolts) and then reaching a system of cracks that goes until the col where “notti magiche” joins the Huber- Schnarf. In total we placed 6 bolts on the route (3 at the belays and 3 on the pitches), but another 8 bolts have been placed by Salvaterra and Cavallaro in the first part (all at the belays). All the belays are equipped with pegs, nuts or bolts and the rec- ommended descent is rapping down the route (as we did), a few pegs and nut can be found also along the pitches. The face is basically always rock climbing, mostly free climbing with some aid sections, but ice gear is needed for climbing the final snow mushroom (crampons, axes, 6-8 ice screws and 1 snow picket). A poor bivy place can be found at the base of the big dihedral, then until the Col no proper bivy spots have been found; the name “Hotel Egger” ironically refers to our semi-hanging bivy. For opening the route we employed fixed ropes, which finally have all been brought back to Chalten. The suggested period for climbing this route is the late Patagonian season, because in the early season the continuous fall of ice and debris from the top can make the route poten- tially dangerous, while late in the season the wall can more likely be much drier. Brief history of the route Three years ago, at a round table in Lecco, the West face of Torre Egger was presented to me and Matteo Bernasconi “Berna” as possibly the last big wall of Patagonia still unclimbed. Mario Conti (one of the legendary “four of the Torre”, which firstly ascended Cerro Torre in 1974 from the West face) and Carlo Aldè (who summited Cerro Murallon in 1984 with Casimiro Ferrari and Paolo Vitali) showed us the a fewphotosoftheEggerWestfaceandprovideduslittledescrip- tion of what we could have found. This little information was enough to me and Berna to tackle the challenge of opening the first route on this immaculate wall. With no experience of Patagonia, that day I had no idea of what had expected me in the future, nevertheless I was super psyched for starting this new adventure. During the winter 2010-2011 and 2011-2012 Berna and I, tried our best to succeed on this wall. We had to face situations which were for us somehow extreme, such as my fall on a belay which left both of us hanging on a single cam or the huge fall of ice and debris from the summit mushrooms that forced us to take some objective risks. We learned a lot about Patagonia, its mountains and its unpredictable weather and we also learned a lot about opening a new route on a big wall in such a remote place like this. We arrived at a high point just 30 meters below the col which divides Punta Herron from Torre Egger (known as “Giongo- Di Donà” col or col Lux) and then decided to retreat due to the previously mentioned fall on the belay. Really little was missing to complete our route but still we had to go back in 2013 to properly finish our job. We thought of opening our team to a third person, in order to be lighter and safer on the wall. Hence, the first name who came to our minds was the one of Luca Schiera, 22; a talented youngster from Lecco at his first extra-European experience. The 2013 trip starts under the best omen, we get to Chalten and immediately climb Cerro Standhardt by the route “Festerville”, that was a good way to test our rope party and gain some training for the big objective Egger. But after that, all the “suerte” flew away and we got more than 3 weeks of changeable and mostly bad weather. Thus 35 days after the begin of the trip, “Berna” has to go back to Italy to respect his job commitments, as originally planned, whereas Luca and I decide to give it a last try. Wednesday 20th of February we head to Circo the los Altares and then to Filo Rosso where we pitch our tent and settle a small base camp. The weather forecast is definitely “not the best” for those days, but once again, we keep our fingers crossed for the arrival of the high pressure. We wait for 7 days, with changeable weather, for the right conditions to climb on the wall, then finally Thursday 28th February we call our” meteo-man” with our satellite phone and he preannounces four days of good weather. It’s time to start our push! The first day on the wall we partly re-climb and partly jug on the old fixed ropes left from the previous year (where they were still in a decent condition) and we get to a point two pitch- es down the high point reached with Berna in 2012; there we spend a night bivying hanging on our harnesses with the feet on the haul bags. A truly “magic night” as Luca will call it! The following day, Friday 1st March we open 4 new pitches up to Col Giongo-Di Donà or Col Lux, following a different line from the one attempted last year. The decision of changing the line is due to the fact that unlike the year before, this year the wall is pretty clean from snow and ice and under the col, the terrain looks easier rather than the impressive overhangs which we climbed in 2012. After a last, thrilling pitch, which I open with a mixed of free climbing (up to 7a) and aid climb- ing (A1) we arrive at the col at 4pm. We melt some snow, pre- pare the bivy and finally take a little rest. Saturday 2nd March is the summit day. We think of opening an independent line to the top but, retaining it forced and non- sense, we follow the existent route Huber-Schnarf and at 11.20 and we stand on the summit of Torre Egger. It is the moment I’ve desired and dreamt for three long years. But we’re aware that a long and complicate descent is expecting us. I keep repeating to myself that I must be calm and safe in order not to make any mistake; mistakes here can be paid dearly. Sunday 3rd March we finally complete the descent and at 3.30 we’re back to our tent at Filo Rosso, we manage to bring down all the fixed ropes we used, although we get to the tent hyper- loaded and tired. We call the route “Notti Magiche” (magical nights) a name which ironically remembers the uncomfortable bivys but at the same time recalls the magical Patagonian nights. The 2012 attempt which stops 30 meters below the col, is truly and inde- pendent line, waiting to be finished and will remain with the original name of “Die another day”. I want to remember that this route is the result of a big team effort and thus a team success. Firstly a great part of merit for this route goes to Matteo Bernasconi, since in 2012 we opened together the majority of the pitches and even though he wasn’t present on the sum- mit, the route wouldn’t had been possible without him; he is for me a great friend and partner with whom I shared really intense moments; we learned a lot from each other during these three years. An important mention goes also to Luca Schiera, at his first time in Patagonia! However our team goes beyond Berna, Luca and I and involves the whole Ragni group. Without the support and the trust of Ragni di Lecco nothing of this would have been possi- ble. I want to thank all the Ragni and in particular the members of the council and Gian Felice Rocca; I also would like to thank all my sponsors, particularly Adidas, Kong and Df Sport Specialist but also Matt and La Sportiva. Finally thanks to everybody supported and believed into us. My only regret is having reached the summit without Matteo Bernasconi, both of us would have dreamt of sharing the final success together. First ascent of Torre Egger from the West face M. Della Bordella & M. Bernasconi (2010-2011 & 2011-2012) until 30m from Col Lux M. Della Bordella & L. Schiera (28-2/ 1,2,3-3-2013) to the top of Torre Egger 1000m (30 L) 7a, A2, WI 4 TORRE EGGER WEST FACE NOTTI MAGICHE BY MATTEO DELLA BORDELLA Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 16
  10. 10. R O C K WA L L S PhPietroBagnara Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 18
  11. 11. 2120 Yosemite mi passava già per la testa da un po' di anni... Non da moltissimo in realtà, più o meno da quando avevo sco- perto con Cadarese questa cosa per me nuova chiamata arram- picata in fessura, diciamo quindi da circa 4 anni, il viaggio nella mitica Valle veniva sempre rimandato per qualche motivo. ‘Sto Yosemite me lo hanno sempre venduto come un posto tosto, severo e come la patria della scalata in fessura. Mi ricor- do 6-7 anni fa che un mio socio, molto bravo a scalare sulle pareti nostrane mi sconsigliava in ogni modo di andare a Yosemite, diceva che le fessure erano durissime e che lui in un mese non aveva fatto altro che tirare friend… Mi ricordo quando a Cadarese io avevo gradato una fessura 7a ed un altro mio amico mi aveva detto che a Yosemite era al massimo 6a (beh aveva ragione lui…). Yosemite è l'esaltazione della scalata in fessura. Se nelle Alpi sul 90% dei tiri di fessura, anche senza una tecnica sopraffina, puoi compensare in altri modi e inventarti magari una bella "dulfer" per salire, a Yosemite no. Se non sai scalare in fessura non sali. Non ti muovi. E senza sconti, a partire anche dal 5.9 (che sarebbe in pratica il quinto grado!!!) o anche meno. Per questo dico che fare un po' di esperienza prima di avventurar- si nella Valle è sicuramente stato utile. Non avere la tecnica appropriata per scalare una fessura, fare sforzi immani per salire pochi centimentri e vederli vanificati poco dopo può esse- re piuttosto frustrante - come ho anche avuto modo di verifica- re di persona. Alcuni dalle nostre parti associano il mio nome alla falesia di Cadarese e al trad. Beh "thanks god we have Cadarese" alme- no, ma comunque vi posso garantire che Cadarese è un'intro- duzione moooolto morbida a quello che potrete trovare a Yosemite. Ed è così che dopo tanto rimandare arriva il momento buono: io e David Bacci siamo pronti e a fine settembre 2012 si parte per 38 giorni di full immersion di granito e fessure. Obiettivo dichiarato del viaggio: salire la parete di El Capitan, 1000 metri di granito, tutta in libera! La logica mi suggerisce di tentare per quella che viene considerata la via più facile, ovve- ro Free Rider. Oltre a questo voglio fare il più possibile espe- rienza di scalata in fessura e su big wall, per una volta in un posto nuovo e con tante vie da fare vorrei prediligere la quan- tità... Free Rider è fondamentalmente una variante della celebre Salathè, aperta dai fratelli Huber nel 1998, questa via evita la headwall (tiri più duri) della Salathè con un traverso verso sini- stra, seguendo poi un sistema di fessure molto logico. Come anticipato è la via più facile per percorrere in libera El Capitan, con una difficoltà massima di 7c. Fossimo sulle Alpi, i numeri associati ai singoli tiri, mi suggerirebbero che avrei delle chan- ce di salire tutta la via a-vista. Ma so bene di non trovarmi a giocare in casa, infatti l'ipotesi non la prendo praticamente nemmeno in considerazione. D'altronde se nessuno fino ad oggi, nemmeno tra i migliori al mondo ha ancora salito la pare- te del Capitan completamente a vista un motivo ci sarà... Anzi, per quanto mi riguarda, la vera domanda è se riuscirò a salire la via in libera o meno... Free Rider è famosa per i tanti tiri che, a dispetto del grado relativamente basso, richiedono una tecnica di fessura perfetta, tanta resistenza fisica e potenza esposiva per i passaggi più dif- ficili. Insomma, posso dire senza dubbio, che a dispetto del grado tecnico non elevatissimo si tratta di una grande salita. Ed infatti, prima della mia partenza, in Italia, sono in molti a pen- F R E E R I D E R A L L F R E E TESTO MATTEO DELLA BORDELLA / FOTO DI PIETRO BAGNARA Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 20
  12. 12. 2322 sare che la via sia troppo dura per me, considerando che è la prima volta che mi reco a Yosemite. Un buon amico addirit- tura scommette una pizza e 5 birre sul fatto che non sarò in grado di fare Free Rider in libera! Arriviamo nella Valle l'ultimo giorno di settembre, il clima è decisamente desertico, le temperature sono quantomai alte e di giorno al sole sulla roccia ci puoi cuocere le uova - uova che stavolta non faranno parte della dieta della vacanza, visto l'inatteso cambio di dieta del mio compare!!! (adesso solo hamburger e patatine). Ci scaldiamo salendo il Rostrum, passiamo una giornata a Tuolumne Meadows per sfuggire al caldo e ancora un paio di giornate a far monotiri in bassa valle. Non appena le temperature accennano ad abbassarsi siamo pronti per scalare su El Capitan, circa una settimana dopo il nostro arrivo in valle. I primi tentativi su Free Rider si rivelano senza successo per vari motivi. Il primo è senza dubbio la quantità di gente pre- sente sulla via, alla quale non sono assolutamente abituato; ripensando a quanta gente ho trovato su tutte le vie di più tiri che ho fatto sulle Alpi negli ultimi due anni mi vengono in mente solo due cordate... Nessuna nel 2012 peraltro! Qui invece non è raro dover attendere il proprio turno prima di partire su un tiro o di doversi trovare a superare cordate più lente, o cosa ancora peggiore di doversi trovare davanti cor- date che pur essendo decisamente più lente non ti lasciano superare o ancora vedere gente che fissa i tiri della via e scala con la mini traction, passandoti sotto, sopra, in mezzo, mentre tu sei lì che stai cercando di scalare, magari da primo. Insomma, diciamo che non è mancato qualche momen- to "di sclero", come quando, dopo essere scesi dalla via perché una cordata non ci lasciava superare, ho gettato le scarpette direttamente nel fiume! Quel giorno mi sono ripromesso di mandare a quel paese la via e scalare su cose meno frequen- tate. Il secondo motivo di fallimento è stata fondamentalmente la ancor poca dimestichezza con le off-width. Un tiro come la Monster Offwidth, anche se dato solo 6b+, non è un tiro dove hai una seconda possibilità (se non sei ben abituato al tipo di scalata). Sono 55 metri di fessura larga come il camalot nr.6, perfettamente verticale. Per chi sale con la giusta tecnica, sem- plicemente un 6b+ un po' faticoso e raglioso, ma se sbagli qualcosa ed inizi a tirare come un pazzo il tiro si trasforma in un'odissea! Un po' come è capitato a me la prima volta, dove dopo essere arrivato a circa metà tiro o poco più, mi sono appeso per sfini- mento e trascinato fino alla fine in qualche modo. E così ci siamo presi 5 giorni di pausa, abbiamo salito la classi- ca Astroman, fatto un po' di pratica con le off-width e ci siamo rilassati un po' in falesia, il giorno prima della salita poi siamo andati a San Francisco a prendere il nostro amico fotografo Pietro Bagnara. Beh Pietro (in arte “Pepe”) ci ha portato fortu- na, non so se il suo cattivo alito o il fatto che non ci lavavamo da un po’ di giorni ha tenuto le altre cordate lontane da noi questa volta! Tornati su Free Rider stavolta tutto va per il verso giusto. Programmiamo di salire la via in 3 giorni, per avere un po' di margine di tempo per riprovare qualche tiro in libera, ma alle 17.30 del secondo giorno siamo già in cima alla via. Saliamo la via per lo più a comando alternato, salgo però da primo tutti i tiri più duri di 5.12 e la maggior parte dei 5.11. I tiri chiave del Free Blast e l'Hollow Flake mi sembrano un po' meno scontro- si dell'ultima volta, la Monster Offwidth questa volta non mi da particolari problemi, anche se la sale da primo David e ci ritro- viamo alle 18 sull'incredibile bivacco di El Cap Spire! Il giorno dopo tutto fila ancora di più per il verso giusto, dopo aver liqui- dato il Teflon Corner (tiro sulla carta più duro della via), salgo al primo tentativo mettendo le protezioni i due tiri dell'Enduro Corner, assolutamente non facili, ed anche il traverso. I tiri fina- li sono fisici ed impegnativi ma non presentano particolari pro- blemi. Quasi nessuna cordata sulla via questa volta. O meglio due cor- date che gentilmente ci hanno fatto passare e un'altra cordata veloce che tentava Capitan e Half Dome in libera in 24 ore che ovviamente abbiamo fatto passare noi... Una grande differenza rispetto alle volte precedenti. Dopo Free Rider arriva un po' di brutto tempo, ne approfittia- mo per un po' di riposo e per farci un giro per la California, sca- lando a Jailhouse con Pepe. Dopo aver fatto le foto su Free Rider e riaccompagnato Pepe all'aeroporto di San Francisco siamo pronti per il rush finale: ci restano ancora 7 giorni pieni di scalata ed il tempo e le condizioni sembrano perfette! Il primo obiettivo è l'Half Dome. Obiettivo che cambia ancora prima di iniziare l'avvicinamento. Guarda caso perchè trovia- mo una cordata inglese che ci dice che anche loro sono diretti sulla stessa via e ci sono già altre 3 cordate alla base (!). Poco male, abbiamo un piano B (che probabilmente è più figo del piano A), ovvero il Mount Watkins! Il Mount Watkins è, per quel che ne so io, la big wall più selvag- gia e meno frequentata di Yosemite. L'avvicinamento a piedi non è lungo, solo un paio di ore abbondanti, ma forse il fatto che non sia visibile dalla strada o dai campeggi attira meno sca- latori di El Capitan e Half Dome. Partiti a mezzogiorno arrivia- mo verso le 15 alla base della via, dopo aver salito anche lo zoccolo, abbiamo il tempo di scalare già il primo tiro, prima di preparci ad un comodo bivacco. *‘Sto Yosemite me lo hanno sempre venduto come un posto tosto, severo e come la patria della scalata in fessura... Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 22
  13. 13. The story is simple: two Italian guys, thrown into granite of Yosemite, with the big dream of free climbing El Capitan! The 30th of September my mate David Bacci and I got into the valley with the highest expectations of super steep and engaging big wall crack climbing! The first sight of the enormous wall of El Capitan certainly didn’t disappoint us. I’m quite used to big wall climbing in the Alps but still I had never seen before such a steep and compact wall so vertical and overhanging for all its height. Well, climbing El Capitan has been a personal dream since many years, I believe it’s such a common dreams among big wall climbers. In truth not since too many years, the desire was born, more or less, when I discovered something new for me, known as “crack climbing” in Cadarese (Italy), but during the last 4 years I kept postponing a trip to the legendary Yosemite valley for some reasonoranother.IreckonitwasprobablyagoodthingthatIdid- n't come here immediately.... also because, in my dream I not onlywantedtoclimbElCapitan,Ialsowantedtofreeclimbitfrom start to finish! When we first got into the valley it was really hot, but we were super siked! We spent a few days cragging and trying to get used to the rock and to the climbing and as soon as the temperature got a bit lower we took off for El Cap. Considering it was our first time there and considering that cracks rated 6c or 7a already felt pretty hard, we set our goal on the classic and easiest way to free climb El Cap, the route “Free rider”. Free rider is basically a vari- ation of the more famous Salathè route, opened in 1998 by Alexander and Thomas Huber, which avoids the headwall of the Salathè with a logical system of cracks on its left. The 5th of October we begin our first attempt on the route, we plan to spend 3 days on the wall. We’re at the base of the route that it is still dark and we wait a few minutes for the first light to start…So I start preparing the haul bag, taping my hands and clippingallthecamsandtherestofthegeartomyharness,when I notice that something is missing… The rope! Oh my god, we forgot the rope in the car! Oh no…luckily the car is close so that David runs back and take them. First time it happens something like that to me and we discovered the rule “forgetting the rope in the car ? bad omen”, and in fact my mind was burned and when we got to the hard pitches of the free blast for some reason I was climbing really badly and we decided to rappel down and come back the following day! So,afterthisfalsestartthenextdaywe’rebackthereandIimme- diately notice that things are going much better. In fact, this time withoutforgettinganything,Icaneasilyhikeupontheverysame slabs where the day before my legs were shaking and we climb swapped leading quite quickly the first 13th pitches until the “Hollow flake”. There I spend a few time to understand what I have to do for free climbing that part: in the end I find the way for doing the crazy 30 meters downclimb and then going back up for about 40 or 50 meters to the belay (you can avoid this with a pendulum but it’s not free climbing anymore then). While the downclimb rated 5.11d was not too hard the upclimb rated only 5.8 and unprotectable was definitely scary! It’s 4 o’clock when we reach the hollow flake ledge but we decide to stop there, since there are already a few rope parties on the following pitch and no other good bivy spots for another 5-6 pitches. The next day, we wake up with the first light and reach quite quickly the infamous Monster Offwidth. We wait a while for our turn on the crack and when it’s free I start. The initial and, on the chart, hardest part of the pitch is an 11d traverse to reach the crack, which goes free with no problem, but as soon as I get into the crack my troubles start. This pitch is basically a 20 or 25 cm wide crack which goes up perfectly straight for 50 meters, with a few resting point. I discover soon that a good technique here is fundamental and that any mistake can result in a heinous effort. I start struggling my way up on the crack, but I soon realize that I’m doing something wrong despite I cannot understand what. After maybe half an hour of fight and pain I get to a bit more thanahalfofthepitchandgiveup!I’mjustexhausted,mybody is exhausted and my hearth is beating so fast that I just leave myself hanging on the #6 cam. The real problem is that I’ve spent so much energy here that I’m completely out of the game for the rest of the day. Due to this and to some other people in front of us we climb just another 4 pitches until the boulder problem and we decide to spend the night bivying on El Cap spire, where we meet the humble and strong British climbers Dan McManus and Calum Musket. Iwakeupthe thirddayonthewall that Ifeelasif somebodyhas broken my bones during the night, I feel the pain within some muscles I didn’t even know I had. We quickly realize that we’ve no chance of getting to the top of the route free climbing every- thingthistime,sonowthenewplanistotrytostudytheremain- ing pitches for another push later in the trip. We get to the boul- der pitch, the hardest of the route. It is rated 5.13a and it feels very hard to me, especially that final last move, I don’t really know how to do it. David discovered a very scenic and unusual solution: a four point sidewards dyno!! He’s having a lot of fun in trying it and he finally manage to get it… As for me, I’m so discouraged because the dyno feels just impos- sible and after a while I decide to give a look to the alternative to the boulder pitch, the infamous slick “Teflon corner”. A short corner with both sides totally blank which has to be climbed all in stemming with the palms of the hands. Luckily this one felt much easiertomethantheboulderpitchandafter10minutesofstudy I’m able to link it all together on toprope. Knowing that I can climb up on this variation I feel much relieved! On that day we climb another two pitches and then we decide to rappel down to the ground, we’ve run out of water and food and we’re so exhausted from the previous day as well. Too bad that we couldn’t reach the summit, but we knew that climbing on El Cap was going to be tough… Therefore after a rest day, we decidetohikeuptothetopofElCapandrapdownintotheroute to the point we previously reached, and then climb up to the top. So we do. And respecting our plan at 9 a.m. we’re again at the base of the Enduro Corner, two stamina pitches rated 12.b each that can be linked together to a single 60 meters 12.d. It didn’t really surprise me that both the single pitches felt very hard for the grade. In the Alps I usually onsight that difficulty or in any case climb it pretty easily, but in this part of the world I learned that it is so different! The grade conversion table simply doesn’t work…So I try to look for some beta, despite this cor- ner with a crack inside looks always the same, and it’s so easy to findyourselfalwayswithhandsandfeetindifferentplaces.After a brief study we decide to move on, since there are some other rope parties aid climbing on the route and some other people working on the same route on solo with mini-traction…quite a big mess! In late afternoon we reach again the top of El Cap, but the result of the day is not very satisfying: we couldn’t really study well the pitches, and just by climbing them once they were also feeling pretty tough! All of them…but we hoped that the bad feeling was maybe due to the heat of the day and to a bit of fatigue of the previous days. Eventually we decide to take a proper rest period (two days) and start for a serious second attempt ground up. As usual we’re at the start of the Salathè still in the dark, but this time there are another two people ready to start that got there just a few min- utes before us… Ok, no problem, let’s see how they do on the first pitch, I say to David. Unfortunately we realize that they are not trying to beat any speed record, and after 30 minutes of aid climbing one of them finallygetstothefirstbelay,30metersabovetheground.Seeing how things are going we communicate them our plans and ask if we can pass…None of them really answer my question, so after another 40 minutes of waiting, I tell them that I am going to link the first two pitches so that I can overcome without too much dis- turb and time waste. Well, the leader, who was hauling the bags when he heard my intentions, without saying anything, suddenly just left the bags halfwayandstartclimbingselfbelayedonthefollowingpitch,in order to not let me pass…It was definitely a clear message for usandsincewedidn’twanttodiscussanymoreorwaitinlinefor- ever, the only solution we had was to bail down and try again another time! Epic fail. That day I was overwhelmed by the rage, I was so pissed that I wanted to go back home and don’t climb on El Capitan anymore. Fortunately David managed to keep control of the situation and of myself. He wisely suggested that we needed to take a break from El Capitan. So we spent four days chilling in the valley, resting and practic- ingourcracktechnique,especiallyinwidecracks.Iacceptedthat, what happened last time was only due to bad luck and I remem- beredtomyselfthatIwasalreadysoluckysinceIwasinthisfan- tastic place, with a good friend and I was doing exactly what I wanted to do. It took a while but after a few days the rage dis- appeared and I remembered that climbing is just cool and that life is good. Eventually we went to pick up our friend and pho- tographer Pepe in San Francisco. Now, with Pepe’s support we were feeling ready again for anoth- er try! Not thinking to the last time, our tactic is still simple and unchanged:climbtheFreeRiderinthreedays,redpointingevery pitch. This time, Pepe, brings us some luck (or maybe he had just eaten garlic): we get to the start and nobody is there, we don’t find any other rope party on the Free Blast, so that the first 13 pitches flow really well in about 3 hours. The first obstacle in my mind is the hollow flake, but this time the offwidth part feels much better, thanks also to some appropriate climbing shoes for crack climbing, the mythic TC Pros! Everything goes so smooth and eventually a couple of hours before the sunset we get to one of the biggest challenges of the route: the Monster Offwidth. This time David wants to lead it, this time we know what is expecting us, this time I wear the right shoes, this time I think I know what I’ve to do with my feet. Still everything looks so scary. We take a proper rest and drink some water, the sun is quite low in the skynowandthereisafreshbreeze,conditionsareperfect!David takes off. Little by little he goes up, apparently without much effort, only in the last part I see him suffering a bit…but anoth- er 5 minutes and he’s at the top! Great job David!! It’s my turn. 1 stay calm. 2 Breathe. 3 Remember how to use your feet. These things are all what is in my mind. After this, I don’t know whether I took 2 minutes or 2 hours, but I somehow found myself at the belay just before it was getting dark. Yeahhhh! A super comfy bivy at the spire is waiting for us… With the highest hopes the following day we start climbing still in the dark. The plan is to get to the Teflon Corner with the shade and, after an hour, so we do. With the cool temperature, and a goodtrustinsmearingthesoleofmyshoesIdon’ttaketoomuch time to climb the slick Teflon corner. Then the last real filter: the enduro corner. As we get to this part of the route in the sun, another rope party trying to link up in free climbing El Capitan and Half Dome in a day, is giving up its attempt just in front of us, saying that the temperature is too hot for free climbing. That’s definitely a bad omen. But nevertheless David and I are super siked and at the moment I’m feeling so confident that I really want to try. Thus I start on the first pitch, remembering really little since last time,amixtureofjamming,pullingandtrustinthefrictionofthe feet is probably the best beta here. I can successfully free climb with some good effort both the first and the second pitch on the corner separately at my first try, placing all the gear. Strangely this is the moment when I feel myself stronger than any other instant in this trip! Good omen… Free climbing the rest of the route then is just a little more than a formality. And even though we start to feel the tiredness, we reach the top of El Capitan before 5pm! We enjoy a perfect sunset at the top of El Cap, and a dinner in frontofthefire,withplentyoffoodandwater,sincewetookone day less than the three which were originally planned. Anothergoalisachievedandanotherpersonaldreamisrealized! The pleasant feeling of satisfaction stays with me for the whole trip…Just the time to get down from El Capitan and celebrate a little with my friend Tommy Caldwell and we’re back on the rock. We spend the rest of our timerepeatingthemostclassicroutesall over the valley…Yosemite is a special place and I’m already looking forward to going back! FREE RIDER ALL FREE BY MATTEO DELLA BORDELLA 2524 Non si vede nessuno in giro, nessuna strada, l'ambiente qui è davvero così naturale e così diverso rispetto al resto della valle di Yosemite. Programmiamo di salire la via (20 tiri) in 2 giorni con bivac- co in parete, ma ancora una volta alla sera del primo giorno siamo in cima. Le cose da ricordare di questa salita, oltre a una natura stupenda sono: - la roccia iper scivolosa: ancora più scivolosa di El Capitan! Completamente levigata dai ghiacciai e tavolta quasi "vetrata". - il traverso dove - se avete presente un famoso trailer su internet - a Honnold scivola un piede e poi riesce comunque ad agganciare lo spit con la daisy chain. Decisamente un passo "danger", per me anche con la corda e un friend 2 metri più in basso, non voglio immaginare senza niente! - Gli incredibili tiri finali in fessura da mano-pugno, perfetta- mente continui e verticali. Fatto il Watkins ci mancherebbe la vera classica di Yosemite, la big wall più famosa del mondo, ovvero il Nose! Nonostante qui a Yosemite tutti abbiano sta fissa del "Nose in a day" e ci suggeriscano di salire la via in un giorno, noi viste le giornate corte, decidiamo che vogliamo scalare solo duran- te il giorno e non di notte e programmiamo la via in 2 giorni con un bivacco in parete. Dopo aver salito la via posso confermare che il Nose merita senza dubbio tutta la sua fama e la sua popolarità: è una sali- ta eccezionale, che segue un sistema di diverse fessure lungo praticamente tutti i 1000 metri di El Cap. La maggior parte della via è su difficoltà contenute, 5.9, 5.10 o 5.11 ed è molto scalabile in libera. Ci sono tantissime fessure da mano e tiri dove devi praticamente nuotare, incastrando una mano davanti all'altra per decine e decine di metri. Capisco anche perfettamente il perché dei record di velocità su questa via. Se anche a me dicessero che devo provare a salire una via in velocità sceglierei il Nose. L'arrampicata è così rettilinea ed intuitiva, inoltre in tutti i punti tecnicamente troppo difficili c'è lo spit o si può comunque salire in artif... Nonostante la via sia molto scalabile e noi abbiamo provato a scalare in libera il più possibile, i due tiri del Great Roof e del Changing Corners sembrano allucinanti! Beh, io non ho nemmeno provato a fare i passi in libera, però, se con tutta la gente che è passata di lì, solo Tommy Caldwell e Lynn Hill hanno salito la via in libera, beh ancora una volta... un moti- vo ci sarà! E qui, una volta in cima al Nose, pensiamo già che la nostra vacanza sia finita e ci avviamo con tranquillità giù da El Cap, con la mente già verso San francisco e poi l'Italia. Siamo già oltre metà discesa quando incontriamo Tommy Caldwell e Jonathan Siegrist che con un amico salgono sullo stesso sen- tiero. Ci dicono che stanno andando a fare il "porch swing" che lì per lì mi viene venduto come una "specie di pendolo" dalla cima di El Capitan. Io e David non è che morissimo dalla voglia di ritornare fino su là, “Però beh dai, alla fine non abbiamo nulla da fare, cosa vuoi che sia un'oretta e mezza a piedi in salita?!?” Poi "anche ‘sto Porch swing cosa vuoi che sia - penso tra me e me - sarà il solito pendolo". Torniamo quindi in cima a El Cap, dove Tommy e Jonathan allestiscono tutto il sistema. Il primo a partire è Jonathan. Mi sporgo sul bordo del Capitan per vedere in cosa consiste davvero questa cosa e mi sale un gigantesco groppo in gola. "Neanche con una pistola puntata alla tempia io faccio ‘sto Porch swing!" esclamo. Altro che pendolo. Sono 55 metri di caduta libera nel vuoto, legato a due corde!!! Una "sdange- rata" vera e propria. In pratica il sistema funziona in questo modo. Si legano i capi delle due corde a una sosta in cima a El Cap. Il malcapitato che si deve lanciare si lega alle altre estremità delle corde. Ci si sposta di una quindicina di metri di lato lungo il bordo della parete. E ci si cala con un grigri lungo uno spezzone di corda per circa 5 metri. Finché lo spezzone finisce e si preci- pita nel vuoto... Per 55 metri appunto, ovvero quasi tutta la lunghezza delle corde. A vedere Jonathan poi Ian e poi David mi tremano le gambe al solo pensiero! Però poi, sono lì solo in quel momento, è un'occasione unica e mi convinco che devo provare. Mentre mi sto calando dalla corda ripeto 100 volte "chi me lo ha fatto fare" prima di convincermi ad aprire la leva del grigri per scivolare lungo quell'ultimo metro e a prendere il volo!!! Vi posso assicurare che è tutto molto più emozionante ed adrenalinico di come io ve lo abbia raccontato a parole. Così si conclude per davvero la nostra vacanza. La mente viaggia già verso altre vie su El Capitan per un ritorno e su un Porch swing molto più lungo... (Questa seconda affermazione è assolutamente falsa!+!!) Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 24
  14. 14. 2726 P E R D I D O S E N E L M U N D O TESTO SIMONE PEDEFERRI / FOTO DI MIRKO MASÈ, LORENZO LANFRANCHI, SIMONE PEDEFERRI Capitolo primo: Ritorno al Cochamò Tornare dopo dieci anni nella Valle di Cochamò mi inquietava parecchio, perché in quei luoghi avevo vissuto uno dei momenti più belli del mio gironzolare per le pareti del mondo. L’idea di rovinare per qualche motivo quel ricordo mi dava fastidio… Una volta arrivati in valle i cambiamenti si mostrarono subito in tutta la loro evidenza: numerosi turisti camminavano nella valle, il campeggio era diventato molto grande e super affol- lato e un rifugio con tutte le comodità (birra!) rendeva il luogo più addomesticato. Il contrasto con il luogo selvaggio che avevo lasciato dieci anni prima mi creò subito un po’ di nervosismo… probabilmente però è giusto anche così! La nostra idea, fin dall'inizio, era di aprire una via nuova nella valle Anfiteatro sulla parete Walvalun. Daniel, il climber americano che gestisce il camping e il rifu- gio, ci disse subito che il sentiero di accesso era stato miglio- rato e quindi l'avvicinamento ora risultava molto più veloce. In queste condizioni, pensai, su una parete del genere tutte le linee possibili saranno ormai state addomesticate… c’era il rischio che il nostro programma potesse mutare radicalmente! Il 31 di gennaio portiamo un po’ scettici il materiale alla base e scopriamo che in verità la parete Walvalun, la più bella della valle, non era stata superata se non lungo la via classica. Osserviamo la parete e troviamo una via veramente immagi- nifica, da sognatori! Scendiamo a valle per poi risalire con il secondo carico. Dal 2 al 6 gennaio saliamo questa parete, prima gironzolan- do tra placche incredibili e lame verticali, poi arrivando ad una cengia perfetta, dove trascorriamo 2 bivacchi in parete. La seconda parte prosegue su un pilastro di color rosso che farebbe invidia al Gran Capucin. In 5 giorni, in perfetto stile, apriamo la via e la liberiamo contemporaneamente quando i tiri non vengono saliti a vista. Tutti e 5 giochiamo e ci diver- tiamo in parete ed e stato fantastico arrivare tutti insieme in cima a questo monolite, in un puro divertimento sudameri- cano scanzonati e felici. Penso che questa linea sia veramente eccezionale, una gran- de bigwall in libera, non avrei mai pensato di realizzare una via cosi bella di quasi 900 metri per 23 tiri che arrivano fino al 7b+. Discendiamo la valle sotto un acqua torrenziale. Ma ormai non importa, perché il sogno di scalare in libera una grande parete si è realizzato pienamente e il mio ricordo del Cochamò è salvo! Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 26
  15. 15. 29 Capitolo secondo: perdidos en la Pampa Dopo quattro giorni di acqua ininterrotta e pessime previsioni per quelli a venire, decidemmo di abbandonare la valle del Cochamò, tornare a Puort Mont per salutare Pala che rientra- va a casa. Eravamo partiti per la seconda parte del viaggio con destina- zione Piedra Parada, non più in Cile, ma in Argentina, dove, con tutta la mia motivazione, sognavo di salire questo mono- lite immerso nella pampa argentina. La foto che avevo visto di questa roccia su di una rivista era troppo affascinanti per uno scalatore randagio! Dovevo salirla! Arrivammo nella notte, dopo aver investito una lepre che aveva danneggiato il muso della nostra macchina, suscitando un cattivo presagio… Al mattino la sagoma della Piedra Parada era davanti a noi: il posto era uno dei più magici che avessi mai visto e tutto ciò accese in tutti una voglia irrefrena- bile di scalare. La via su cui volevo salire era chiara fin dall'inizio: Cocholate profundo, una linea impegnativa, che arriva fino all’8a per nove tiri (7c,8a,7a+,7c+,7a,6b,7c,6a,4) in 240 metri. La relazione era tranquillizzante: riportava “via ben protetta e molto strapiombante”. Ma ora che mi trovavo aggrappato a 100 metri dal suolo, sull'ennesimo blocco instabile, la mia determinazione cominciava a vacillare… Zaffa, che mi accompagnava (e avrebbe preferito essere altrove...), mi guardava un po’ sconsolato, perché il masso era proprio sopra di lui anche questa volta… In effetti tutto mi aspettavo tranne una via con qualità così "pessime": i primi due tiri potevano essere accettabili, anche se la chiodatura "bizzarra" non aiutava, ma dal secondo tiro la roccia era veramente ballerina e friabile. La mia gioia nel vedere la Piedra Parada da lontano non mi aveva fatto por- tare nemmeno il casco, tutto ciò aumentava il cattivo pre- sagio… Dopo una dura lotta arrivammo (meno male!) al settimo tiro, la ciliegina della via: un tiro veramente aereo e spettacolare che ripaga un po’ gli spaventi presi sotto. Credo che nel complesso la via in sé, anche se l'ho scalata completamente in libera, non sia stata una grande esperien- za e un’immensa gioia, ma quello che cercavo l'ho trovato ugualmente: un monolite stupendo dall'altra parte del mondo, in un luogo magico e remoto, dove condividere su una cengia un momento fantastico con Zaffa e ritrovarsi a ridere perché nessun sasso ci ha colpito, godendoci il panora- ma da quell'altezza e la gioia nel mio compagno, prima per- plesso e ora felice di trovarsi su quel piccolo balcone sospeso. Questo probabilmente è stato il vero senso e il ricordo di quel- la salita. Nei giorni successivi abbiamo scalato nel canon Buitrera, un luogo unico nel suo genere, con roccia vulcanica e diversi settori nel suo interno. Sono stati giorni di arrampi- cata stupenda, scalando vie di qualità eccezionale fino all'8a+ e qualche progetto. Le conclusioni di un’avventura non sono mai facili da tirare e il sapore di un’esperienza come questa necessita di tempo per essere compresa. Abbiamo viaggiato per 35 giorni in Sud America tra le pareti, salendo una bigwall fantastica per una nuova via, tutta in libera, per poi spostarci di 800 km e sali- re la Piedra Parada, uno dei monoliti più belli che io abbia mai visto. Poi ancora scalate nel canon Buitrera su strutture magiche e una arrampicata veloce a Bariloche, il tutto condi- to da momenti unici con i miei compagni ( Mirko, Pala, Mattia, Zaffa o Saffa come lo chiamano gli argentini che significa "l'ho scampata"). Credo che il mio modo di vivere il verticale in questo viaggio si sia arricchito. Visitare posti nuovi e farsi trasportare dalle sensazioni e dalla spontaneità, come faceva Paul Priciard, è sempre stato il mio modo preferito di vivere queste avventu- re e il risultato sono state tante vie difficili ed emozionanti in un lungo viaggio on the road. Di più non potevo sperare! 28 Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 28
  16. 16. 3130 First chapter: Back to Cochamo TI was quite worried to go back to Cochamò after 10 years, I had spent a fantastic time looking around for cliffs and I was afraid of somehow ruining these great memories. Just as our Alps and El chalten also Cochamo had undergone some changes. Many tourist were hiking in the valley, the camping was much bigger and super crowded and a rifugio with all sorts of com- modities (beer) made this place more domesticated. This made me quite upset remembering the pristine wilderness of the place, but probably it’s also right like that. From the start, our idea was to open a new line in Amphitheater Valley on the Walvalun wall. However, Daniel, the American climber that manages the bar and rifugio, tells us that the approach trail had been improved and that it took much less to get to the wall. This got me worriet that on such a wall all the possible lines had been climbed and that our plans could be derailed. A little skeptically, on the 31st of January we brought all the gear for opening at the base of the wall. Luckily we found out that the Walvalun wall, the most beautiful of the valley, had been climbed only by the classical route. While scooping the wall from the base, we found a great look- ing line, a dreamer’s line. We immediately got to the wall with all our gear. It took us from the 2nd to the 6th of January to open the route, on the first part we wandered on incredible slabs and vertical flakes. We reached a perfect ledge where we spent 2 nights. After the ledge we continued into the second part with a red pil- lar that would envy the Gran Capucin. In 5 days, in perfect style, weopentherouteandwhenthepitcheswerenotopenedonsight we redpoint them. All five of us played and had fun on the wall and it was fantas- tic to reach the summit of this route all together in perfect easy- going South American style, happy and unburdened. I think that this line is truly incredible, a great free climbing big- wall, I had never thought to be able to freeclimb such a nice route of almost 900 meters for 23 pitches up to 7b+. We called it Pendidos En El Mundo. We got out of the valley under a torrential rainstorm but it did- n’t matter because the dream of free climbing a bigwall is ours and the memory of Cochamò is safe. PERDIDOS EN EL MUNDO BY SIMONE PEDEFERRI Second chapter: Perdidos en la pampa After four days of uninterrupted raining and the unfavorable weather forecast, we decided to leave Cochamò valley. We went back to Puort Mont in order to say goodbye to Pala who was returning home. From Puort Mont we continued with two more days of travelling. We continued into the second part on our journey, we left Chile for Argentina, this time headed towards Pietra Parada. I was realIy motivated to climb this amazing monolith in the middle of the Argentinian pampas. The pictures that I had seen on a mag- azine were too fascinating for a vagabond climber like myself! I had to climb it! We arrived late at night, after an accident with a hare which damagedthefrontofthecarwhichwethoughtitwouldbeabad omen for the next days. However, in the morning, we saw the outline of Pietra Parada in front of us. It was one of the most magical places that I had ever seen, which gave me an unstop- pable desire to climb. It was clear from the start that the route that I wanted to climb was Cocholate Profunda, a route up to 8a with nine pitches (7c,8a,7a+,7c+,7a,6b,7c,6a,4) in 240 meters. The guidebook stated that the route was well protected and very overhanging! But now that I’m holding an unstable block 100 meters above the ground my determination starts to waver… Zaffa, who is my climbing partner (and now wants to run away), looks at me disheartened because the block is right above him this time. Actually I hadn’t expected a route with such bad rock quality: the first two pitches could be considered acceptable, even if the bolting was quite odd , but from the second pitch onwards the rock was really unstable and crumbly. I did not even take my helmet from the joy of seeing Pietra Parada from far. After a hard fight, thankfully, we reached the seventh pitch which was a one of the top pitches of the route, an incredibly airy and spectacular pitch that repaid a little the fear that had cost us the first part of the route. I believe that the route, even if I climbed it completely free, had- n’t been a great experience and a great joy, but I found what I was looking for anyway: a fantastic monolith on the other side of the world, in a magical and remote place. On the ledge me and Zaffa shared some great moments, laughing from the fact that we had been spared by falling rock, enjoying the view from thatheight,andthehappinessin seeingmypartnerfirstpuzzled and then happy to be on that suspended balcony. This was prob- ably the true meaning and memory of that climb. During the following days we climbed in the Canon Buitrera, a unique place in its category, with volcanic rock and several sec- tors. We spend some great climbing days on routes of exception- al quality up to 8a+ and some projects. It’s hard to draw a conclusion from this adventure, and the taste of experiences like this needs time to be fully understood. We travelled for 35 days in South America, among cliffs, free climb- ing a fantastic bigwall in the Cochamò valley. We travelled 800kms to climb Pietra Parada, one of the most beautiful monoliths that I’ve ever seen. We continued in Canon Buitrera on magical structures and made a quick climbing stop in Bariloche. During this trip I shared some great and unique moments with my companions. ( Mirk, Pala, Mattia, Zaffa or Saffa how Argentinians called him and means “I survived”). I believe that my way of living the vertical in this trip was made richer by visiting places and letting myself be carried by feelings and spontaneity, just like Paul Pritchard. This has always been my favorite way to live these adventures and has resulted in many hard and exciting routes. I couldn’t have asked for more! Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 30
  17. 17. 3332 B A S T O N L A B A F F E TESTO FABIO PALMA / FOTO DI FABIO PALMA, MATTEO DELLA BORDELLA Ore 8.20, arriva il pullman. L'inglese e la sua compagna spagnola ci hanno appena detto che andranno a fare la classica, un bivacco previsto e ritorno di 4 o più ore per il ghiac- ciaio sommitale. Poiché fissiamo le loro calzature un po' trop- po interrogativamente, l'inglese ci fa: “Oh sì, abbiamo questa (mostra una piccozza...) e un paio di ramponi, ne monteremo uno a testa e l'altro saltellerà...”. Matteo tira su il sacco e... voilà, si rompe lo spallaccio. Panico, parolacce, concitazione, nodo improvvisato allo spallaccio , salita trafelata sul pullman. Mi guardo le mani ed esclamo, le corde! Mi giro ad occhi spa- lancati e l'inglese, con le nostre corde in mano, sorride. Ce le ha raccolte lui ed un fatto è chiaro e lampante: entrambi pen- siamo che l'altro stia andando a farsi male... È noto che il nome di un oggetto ne influenza la fortuna media- tica, e Scheideggwetterhorn... beh, volete mettere Eiger e Civetta? Pareti Nord in tutti e tre i casi, ma quando superi le dieci lettere dovresti avere almeno un suono gentile per affa- scinare storici e salitori. Eppure, su questo mostro, Max Niedermann aprì nel 1954 una via che qualunque storico dovrebbe inserire nelle Top aperture di roccia europee del '900, affermazione che le mere cifre (VI+ A3 in due giorni) giustificano abbondantemente, ma che la visione diretta della parete legittima definitivamente. Lo Scheide-etc non è che mostri proprio linee logiche, come si dice in gergo alpinistico. In parecchi tratti va su dritto e impennato e azzardarne un'apertura in quella data... very very compli- ments. Ci sono altre due linee agghiaccianti, sul nostro mostro: la via dei giapponesi (Takio e Kato, 1971. V+ A3. Si infila in posti allucinanti...) e la tortuosa e irripetuta via dei fratelli Coubal, 1989, 53 lunghezze, 7a+ max dichiarato, nome: Trikolora. Auguri ai primi ripetitori... Baston la Baffe, invece, di lunghezze ne ha 34, e devo dire che l'ho approcciata poco professionalmente. 35 minuti di avvici- namento, due bivacchi previsti giudicati comodi e molto pano- ramici, tratti di roccia sontuosa alternati a collegamenti che, guardando la relazione, mi dicevo, ok, questi si fanno in 10 minuti tra tutti e due. Lo zero termico, poi, croce e delizia esti- va di ogni appassionato, recitava tra 4000 e 3800, ed essen- do la quota finale 3200... va beh: piumino e Guscio proshell per il bivacco e qualche assicurazione in alto, niente di che. La vera sfida, mi dicevo, è fare in libera qualche tiro in alto dimo- strando resistenza e autocontrollo, neanche poi così tanto, mi dicevo, visto che l'unica via che avevamo ripetuto io e Matteo dei fratelli Zambetti, al Wenden, aveva sciorinato un 6b sca- broso e il resto normale amministrazione. Non sapevo molte cose, però, ed eccone una lista stringata ed autoesplicativa: 1) Lo Scheideggwetterhorn ha sì tre muri meravigliosi da far invidia al 99% delle falesie del pianeta, ma anche una serie di parti di roccia immonda che definire pericolosa anche con chio- do o spit alle ascelle non rende neppure tanto bene 2) I fratelli, forse influenzati per la lunghissima apertura (8 anni...), probabilmente entrati in un viziosissimo circolo adre- nalinico, si sono esaltati, e non poco, con run-out e “vai e incro- cia le dita” proprio su quelle lunghezze marce e pericolose che solo a vederle, credetemi, facevano accapponare la pelle. Roba che in doppia ho più volte pensato: Dio non farmi crollare addosso quella roba. 3) Zero termico: e perché non ho riflettuto sulle foto del sito dei fratellini, sempre e comunque imbacuccati manco fossero Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:54 Pagina 32
  18. 18. 35 8.20 am, the bus stops. The British and his Spanish partner just told us they’re going to climb the classic route, one bivy on the wall and the descent passing through the glacier after having reached the summit. Since we’re staring at their shoes, the Brit says, oh yes, we’ve got this one (showing an ice axe..) and a pair of light crampons, we’re going to put one each, hopping with the other foot…Matteo lifts the haul bag and…voilà, the shoulder lace brakes. Panic, yelling, screaming and an improvised knot to the lace just in time to jump on the bus. I look into my hands and say: the ropes! I turn around and the British smiles at me with our ropes in his hands. He took them from the ground and it’s glaring the fact that we both think the same: they have no idea of what they’re going to do… It is well known that the name of an object directly influences its fortune among the media, and Scheideggwetterhorn...Come on son! How can you compare it with Eiger and Civetta? All of them are huge North Faces, but when the name goes beyond 10 letters you should have at least a gentle sound to catch the attention of climbers and mountaineers. Anyway on this Monster, Max Niedermann, in 1954 opened a route which every historian should put in the top first ascent on the rock of the Twentieth Century, a statement largely con- firmed by the mere numbers (VI+ UIAA and A3 in 2 days), but totally justified with a direct sight of the wall. The Scheideggwetterhorn, doesn’t offer many logical lines, as the alpinists love to say. In several parts it goes up straight and steep, and opening a new route in those years was definitely a great hazard…hats off. There are another two frightening lines on our Monster: the Japanese route (Takio e Kato, 1971. V+ A3) and the winding and unrepeated route from the Coubal brothers, 1989, 53 pitches, 7a+ max, name: Trikolora. Good luck to the first repeaters… Baston la Baffe, however, has 34 pitches and I admit I took it not very seriously. A 35 minutes approach and two planned bivys, comfortable and scenic in my mind, parts with an amazing perfect rock and other easier parts, that looking into the topo I was thinking “ok we’ll take max 10 minutes to get over these…”. Finally the temperature, a mixed blessing for all the alpinists, the 0 degrees temperature should have been somewhere between the 4000 and the 3800 meters; and being the final altitude of the route 3200 meters, that let me thought that a light dawn jacket and the Gore Tex Pro-shell would have been enough for the bivy. The real challenge, I was thinking, is to free climb some of the upper pitches, a proof of physical resistance and self-control, but not that much, I was expecting, since the only route opened by the Zambetti brothers that we had repeated, in Wenden, had a quite nasty 6b while the rest was nothing more than the normal routine. I wasn’t aware of several things and here is a brief and self- explanatory summary: 1) Scheideggwetterhorn has three awesome, stunning walls, better than the 99% of the sport climbing crags on this planet, but it also has many parts of loose and chossy rock, that claiming them dangerous also with a peg or a bolt at the height of the shoulders, doesn’t really describes the situa- tion. 2) The Brothers (Zambetti), maybe influenced by the long- lasting opening saga (8 years…), probably entered in a vicious adrenalinic circle, got hyper-psyched and climbed many run-outs, where you’ve to keep your fingers crossed, right on that chossy and dangerous pitches, where I was frightened just by their sight. 3) Zero degree temperature: why didn’t I ponder on the photos which were on Zambetti’s website, always wrapped in their duvets like they were on Ben Nevis? And why I didn’t know that the route had already been repeated by Sebastien Rater and Dimitry Munoz, a pair of super-strong climbers with great experience in winter, who in the route-book at the top wrote, very cold? 4) The bivy: the strategy we planned was right, we get the first day to the 18th pitch, skipping the “official” 12th pitch bivy, there’s a ledge, there will be some room for bivy…in this way the second day we don’t begin with the hard stuff and warm-up properly and…everything correct, a part for the word “ledge” or “room for bivy”. Frankly speaking, I kept on saying that on some international flight you can sleep even worse (a part for the temperature…) In short, 72 hours of passion altogether, 60 of them spent with the dawn jacket and the pro-shell glued on my body, with a cold I had never experienced while climbing before, especially at the end of the second day; and the mocking sun (which theoretically should have come around 3pm) who came only for a few instants at the top when we took the summit photo…a real fight, while in my mind, with the few blood left was rumbling the statement of the Zambetti broth- ers, “great challenge for a champion able to free climb the whole route in one day”. Well, maybe David Lama, perhaps with a few more Celsius degrees. Who knows…I only congratulate with Matteo for two of the hardest pitches climbed onsight, a brilliant and engaging 7b+ and the mythic “Fissure Baston”, 60 meters at 7b that you can’t imagine, a fight against the cold, placing the gear and with the crux soaking wet. Congratulations to him and, of course, to the above mentioned Zambetti broth- ers: opening on a big wall like this, in this style, it’s a matter of passion and heart but also of strong mind. Super hats off. During the descent, while waiting for the bus, I stared the monster and thought about many still virgin super lines, but never ever, I told myself, we could try to open up there… BASTON LA BAFFE BY FABIO PALMA 34 sul Ben Nevis? E perché non si sapeva che la via era già stata ripetuta da Sebastien Rater e Dimitry Munoz, due fortissimi e per giunta esperti anche di invernali, che nel libro firma hanno anche scritto, “molto freddo”? 4) Bivacco: giusta la strategia adottata, arriviamo il primo giorno a L18, saltando il bivacco ufficiale di L12, c'è una cen- gia, uno spiazzo ci sarà... così il secondo giorno non partiamo subito con difficoltà elevate, ci scaldiamo meglio e... tutto o quasi giusto, tranne la parola spiazzo. Per essere chiari, conti- nuavo a ripetermi che comunque nei voli intercontinentali si dorme anche peggio (temperatura a parte...). Insomma, 72 ore di passione complessive, 60 delle quali tra- scorse con piumino e guscio stretti e benedetti, con un freddo mai provato, in scalata, soprattutto alla fine del secondo gior- no, e il beffardissimo sole (sulla carta presente dalle 15...) arrivato solo e solamente durante la foto finale, in cima... una vera e propria lotta, mentre in testa, col poco sangue che cir- colava fra i pensieri, mi rimbombava l'affermazione degli Zambetti, “grande sfida per un fuoriclasse capace di salire in RP in giornata”. Boh, forse David Lama, magari con qualche grado in più. Chissà... io mi limito a complimentarmi con Matteo per due lunghezze difficili salite onsight, un 7b+ stupendo e psicologi- co e la fessura baston, 60 metri di 7b che non potete avere idea, storia di lotta col freddo, col posizionamento friend, col chiave freddo e bagnato. Complimenti a lui e ovviamente ai già più volte citati Zambetti: aprire su una parete così, nello stile che hanno dimostrato, è questione di tanto cuore e tanta testa. Stra-giù il cappello. In discesa e aspettando il pulman di ritorno guardavo il mostro e pensavo alle molte super linee apribili, e mai e poi mai mi sono detto, potremmo provare per di là... Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:55 Pagina 34
  19. 19. 3736 L E T Z T E A U S F A H R T T I T L I S TESTO MATTEO DELLA BORDELLA / FOTO DI MATTEO DELLA BORDELLA, DAVID BACCI Tra me e il Titlis è stato amore a prima vista. In 15 anni di attività alpinistica qualche parete sull'arco alpino l'ho vista e pensavo di essere stato già anche in tanti posti belli, ma il Titlis, il suo spigolo Est... Wow! È stata una di quelle sorprese che ti lasciano a bocca aperta. È incredibile come sei a due passi dal Engelberg e dal Wenden, eppure qui l'ambiente è così alpino e selvaggio e per un atti- mo hai la sensazione di essere fuori dal mondo. In fondo arri- vare all'attacco della via è poco più di una passeggiata di salu- te, ma forse è anche la vicinanza del bivacco Grassen a ren- dere questo posto a me così gradito. Al bivacco non manca nulla e non ho mai trovato nessuno. È un po' la baita in montagna che non ho mai avuto! Arrivi, ti sistemi con calma, accendi il fuoco per la stufa, sciogli la neve per l'acqua, fai da mangiare, paghi la tariffa del bivacco (eh eh...) e, se hai i soldi, per 25 franchi ti scoli anche una buona bottiglia di vino (purtroppo non è stato il nostro caso). Il tutto con l'affilato spigolo Est del Titlis lì di fronte che ti guarda e che si infiamma di rosso alle prime luci dell'alba - e questa è poesia ragazzi... :-) E guarda caso in un posto così speciale c'è una via aperta da un'alpinista che è per me da anni modello e fonte di ispirazio- ne, per quello che ha fatto e che continua a fare, e per la sua filosofia di andare per montagne: Stephan Glowacz. Stephan Glowacz nel 2004 ha aperto con M. Dorflleitner, sulla parete Est del Tilis la via "Letzte ausfahrt Titlis". Dopo le ripe- tizioni lo stesso anno ad opera delle cordate Ueli Steck + Ines Papert e Matthias Trottmann + Pascal Siegrist, di questa via personalmente non ne ho sentito più parlare molto. Nel 2006 è stata tentata da Adriano Carnati e Paolo Spreafico che ne hanno percorsa più di metà prima di scendere. Ai primi di luglio dello scorso anno io e Luca Schiera ci mettia- mo in marcia da Engelberg e in circa 3 ore raggiungiamo il Grassen Biwak, l'ambiente è grandioso e la camminata è ripi- da e piacevole. La parete è molto bagnata dalle nevicate dei giorni precedenti, ma noi siamo fiduciosi che la via di Glowacz, essendo molto vicina al filo dello spigolo, sarà asciutta. La nostra fiducia è ripagata e il giorno successivo di buon’ora attacchiamo la via. Beh, la roccia, come dire, non è esatta- mente quella del vicino Wenden e soprattutto sui primi tiri non mancano i tratti lozzi. Arriviamo in breve al tiro duro della via. Parto. Dopo un inizio un po' esposto ma non durissimo si inizia a fare sul serio. Il tiro mi sembra un bel bastone e perdo un bel po' ti tempo a studiare i movimenti. Mi pare comunque duro e decido di non riprovarlo da primo, la via è ancora lunga e ci tengo ad arrivare in cima. Recupero Luca in sosta e mentre lui si riposa un po' mi faccio calare e riprovo la sequenza chiave da secondo. Con mia sorpresa riesco a conca- tenarla... Dannazione! Forse avrei potuto fare il tiro anche da primo, ma forse ho fatto bene così: la via è ancora lunga. Continuiamo per i tiri successivi, e qui inizia la parte con la roc- cia più bella della via, una serie di tiri di 40-50 metri di 7a e 7b, decisamente alpini. Delle lunghezze fantastiche, tutte assolutamente impegnative da scalare a vista, tiri tipo quelli di Dingo al Wenden, per fare un paragone di continuità e chio- datura. Arriviamo in cima alle 5 di sera, e super soddisfatti della salita iniziamo una serie di doppie. Pernottiamo al Grassen Biwak prima di scendere il giorno successivo. Era chiaro, ovvio, limpido che su una via come questa volessi tornare. Volevo tornare anche solo per l'ambiente grandioso e per quei tiri finali tutti da scalare. Ma era altrettanto chiaro che volevo tornare perché sentivo di poter salire questa via tutta in libera. E così la settimana successiva si riforma un team piuttosto con- solidato: David Bacci non ci mette molto a farsi convincere dalla mia proposta Titlis e in un baleno ci ritroviamo nuovamente al Grassen Biwak. Ci svegliamo giovedì 26 luglio con una giorna- ta perfetta: cielo limpido e temperatura alta. Parto a scalare alle 7 di mattina a 2800 metri in pantaloncini corti e magliet- ta, scaldato dalle prime luci del sole che colpiscono direttamen- te la parete. Le sensazioni sono buone, mi sento bello fresco e riposato; arriviamo subito al tiro chiave. Temo di essere ancora un po' freddo per il tentativo buono, ma comunque parto fidu- cioso. Passo il runout iniziale, continuo, una presa verticale mi si sbriciola in mano poco dopo averla tirata - per fortuna che il passo l'ho fatto, penso io - arrivo al riposo e aggancio cordino, carrucola e secchiello allo spit alla ricerca della massima legge- rezza. Parto per il chiave, ci sono condizioni perfette: caldo e ventilato e mi sembra che quelle tacche verticali siano incollate alle mie mani. A metà delle sequenza chiave inizio a sentire la ghisa, un po' di incertezza, un movimento che non ricordo benissimo, per un attimo mi sento giù, ma mi riprendo, ancora due tacche e agguanto la zanca rovescia che segna la fine della difficoltà! Il resto della via potrebbe sembrare "ordinaria amministrazio- ne", ma occorre sempre fare attenzione su ‘sti tiri: la roccia, le protezioni… Insomma per me una via "non è mai finita fin- ché... è finita!". Devo dire che stavolta il resto della via me lo sono proprio goduto: la seconda volta che fai i tiri è molto meno stressante della prima e poi questa scalata aerea mai troppo facile e mai troppo difficile è davvero piacevole, su queste plac- che hai davvero "libertà di movimento" come dice l'amico Dade. Alle 15 siamo in cima ed abbiamo il tempo di salire fino alla fine vera e propria del pilastro, goderci qualche raggio di sole e l'ambiente spettacolare, prima di gettare le doppie e iniziare la lunga discesa questa volta verso casa. Scheda tecnica: Letzte Ausfahrt Titlis S. Glowacz, M. Dorfleitner, 2004 8a+ (7b obbl.) 13L 500 metri Salita in libera il 26-07-2012 da Matteo Della Bordella Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:55 Pagina 36
  20. 20. 39 Between me and the Titlis it has been love at first sight. In 15 years of intense alpinistic activity I think I've seen many beautiful spots, but the Titlis and its East edge...Wow! That was a really nice and unexpected surprise. It's incredible to be so close to Engelberg and to Wendestock, but at the same time in such an alpine and wild environment; in this place you feel the sensation of being out of the world and you can breathe the adventure. In the end the approach is just nothing more than a healthy walk, but maybe it's the near Grassen Bivy which also makes this place so pleasant to me. In the bivy there's everything. It is basically the house in the mountains that I've never had! You get there, light the fire- place, melt the snow to make water, cook the food, pay the fee of the hut and maybe also drink a bottle of red wine. And everything with the sharp Titlis East edge staring at you and lightens in red at the sunrise... And, exactly in this special place, there's a route opened by an alpinist which since many years is for me a model and a source of inspiration, for what he's done, and for what he's still doing and especially for his "by fair means" philosophy. Stephan Glowacz. After a first check on the route with Luca Schiera, where I quickly studied the hard pitch before we fought our way to the top, it was so clear to me that I wanted to come back. I would like to go back only just for the awesome scenery and for those final and airy pitches. But it was also clear that I would like to go back because I wanted to free climb the whole route. So, I didn't take too much to convince David Bacci to come with me and in a while we're back to the Grassen bivy. We wake up the 26th of July with a perfect day: clear sky and high temper- ature. I start climbing at 7 am at 2800 msl with shorts and t- shirt, warmed by the first rays of light which directly hit the wall. The feeling is good, I feel fresh and well rested, we get to the crux pitch very quickly. I'm afraid of being still not warm enough for a good attempt, but anyway I start climbing confi- dently. I go through the initial runout and keep going, a sidepull crumbles into my hand while I'm pulling it - luckily I got through the move, I think - I get to a good rest and hang trail line, pulley and ATC there, in search of the maximum lightness. I go for the crux, the conditions are just perfect: warm and windy, it feels like those crimps are stuck in my hands. In the middle of the crux I start to feel the pump, some hesitation, a move which I cannot remember so well, for a while I feel like I will fall, but I recover, another two crimps and finally I get to the undercling which marks the end of the dif- ficult part! The rest of the route could be labeled as "ordinary administra- tion", but that would not be the truth! You always have to be careful on these routes and then "a route is never over....until it's over!". I've to say that this time I really enjoyed the rest of the route: the second time you climb those long pitches is much less stressful than the first, and then this airy climbing, never too easy but never too hard is really pleasant, on these vertical slabs you really have "freedom of movement" as the friend Dade says. At 3 pm we're at the end of the route, we have the time to go up until the real end of the pillar, relax for some minutes in the sun and enjoy the superb landscape, before abseiling down and start the long descent home. Technical info: Titlis East Edge (about 3200 msl) Letzte Ausfahrt Titlis S. Glowacz, M. Dorfleitner, 2004 8a+ (7b obbl.) 13L 500 meters Free climbed with no falls or restings all on lead by Matteo Della Bordella the 26-07-2012 LETZTE AUSFAHRT TITLIS BY MATTEO DELLA BORDELLA 38 Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:55 Pagina 38
  21. 21. 4140 A L E X A N N A TESTO MATTEO DELLA BORDELLA / FOTO DI MATTEO DELLA BORDELLA, GIACOMO NERI Negli ultimi giorni del mese di agosto 2012 Matteo Della Bordella, accompagnato da Giacomo Neri, ha siglato la prima ripetizione di AlexAnna sulla Punta Penia in Marmolada. La via, aperta in più riprese da Rolando Larcher, raggiunge la vetta di punta Penia dopo 800 metri di arrampicata su roccia a lunghi tratti fantastica, a buchi svasi in puro stile Marmolada e corre parallela alla “Larcher Vigiani”, tracciata nell’anno 2000 da Rolando Larcher e Roberto Vigiani. AlexAnna, a differenza della sua vicina, presenta una chiodatura più rarefatta, tant’è che su tutto il suo sviluppo, escludendo le soste, si contano solamente 11 spit e 12 chiodi. Va da sé che è necessaria un’ottima capacità di utilizzo delle protezioni mobili, anche su difficoltà elevate. Matteo ha salito la Via in due giorni bivaccando a metà parete ed è riuscito a salirla in libera. Il tiro più difficile vale 8a+ ed è stato superato RP al secondo giro, così come alcuni tiri superiori che, pur essendo più facili come difficoltà hanno caratteristiche più "alpinistiche". Va sottolineata la scelta adottata da Matteo che ha trasportato un saccone contenente l’acqua ed il materiale per il bivacco: tale strategia risulta molto dispendiosa (soprattutto per i primi 10 tiri che si sviluppano su una parete abbastanza articolata ed appoggiata) tuttavia è stata ben ripagata dallo stile pulito con cui è stata portata a termine la salita. Marmolada, parete Sud-Ovest. 750 metri, 11 spit e 12 chio- di (soste escluse). Rolando Larcher 2007-2010. Basta questo per lasciar intendere che si tratti di una gran via. Dopo una “pausa riflessiva” nell’estate del 2011, passata pra- ticamente sempre in Svizzera, è tempo di tornare su quella che forse per me è la più bella parete delle Alpi: la Marmolada. Alcuni dei miei più cari ricordi sono legati a questa parete come quando in occasione del mio ventunesimo compleanno, salii in giornata e a vista la Via Attraverso il Pesce con mio padre Fabio. Un vero e proprio sogno realizzato, per me e per mio padre, e indubbiamente uno dei ricordi più belli della mia vita. Ma non solo il Pesce, anche Fram, Fantasia, Tempi moderni furono per un verso o per l’altro grandi avventure, esperienze che ti restano dentro. E adesso, agosto 2012, sono qui al bivacco Dal Bianco, con Giacomo Neri, in arte “Jacky”, pronto per l’ennesima grande avventura. Dai numeri e dalle parole di Rolando, AlexAnna si presenta come la via che sto cercando: in perfetto stile “Marmolada”, espressione che chi ha scalato su questa parete può capire cosa significhi. Immaginando l’impegno complessivo della via decidiamo di affrontare la salita in due giorni, lo stesso Rolando mi disse che “in cengia ci stanno anche le tende degli scout” quindi perché sprecare questa bella occasione di passare una notte sotto le stelle? Impag Ragni esec 013 1a49:impag Ragni 013 19/07/13 15:55 Pagina 40

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