• Share
  • Email
  • Embed
  • Like
  • Save
  • Private Content
Terra Nostra
 

Terra Nostra

on

  • 1,020 views

Terra Nostra. Contrastare il grande saccheggio del territorio veneto

Terra Nostra. Contrastare il grande saccheggio del territorio veneto

Statistics

Views

Total Views
1,020
Views on SlideShare
1,019
Embed Views
1

Actions

Likes
2
Downloads
18
Comments
0

1 Embed 1

https://si0.twimg.com 1

Accessibility

Categories

Upload Details

Uploaded via as Adobe PDF

Usage Rights

© All Rights Reserved

Report content

Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
  • Full Name Full Name Comment goes here.
    Are you sure you want to
    Your message goes here
    Processing…
Post Comment
Edit your comment

    Terra Nostra Terra Nostra Document Transcript

    • Sinistra Ecologia e Libertà Coordinamento regionale VenetoTERRA NOSTRA Contrastare il grande saccheggio del territorio veneto
    • “La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e di civiltà. La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia. Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare.” Andrea Zanzotto da un’intervista al quotidiano La Stampa del 10 ottobre 2011Relazioni al Seminario di lavoro organizzato dalCoordinamento regionale Veneto di Sinistra Ecologia e Libertà,sabato 22 ottobre 2011, presso la Sala Convegni dell’Archivio di Stato di Rovigoin copertina: Paesaggio delle colline asolane
    • Dino Facchini, Premessa 4 Valerio Calzolaio, Terra Nostra 5 Oscar Mancini, Il territorio come bene comune 7 Sergio Lironi, Paesaggio e consumo di territorio 17 Luca De Marco, Tasche piene e territorio bucato 27Forum Beta-SEL, Una campagna in difesa del territorio 33
    • Premessa Lo scorso 22 ottobre “Sinistra Ecologia Libertà” ha organizzato a Rovigo un Con-vegno regionale, aperto ai movimenti e ai comitati ambientalisti, per discutere le lineeguida da seguire contro lo spreco folle di territorio che le classi dirigenti venete conti-nuano a perseguire e a favore di un nuovo sviluppo sostenibile ed eco compatibile. L’iniziativa ha prodotto – tra gli altri – i materiali che presentiamo in questa nostrapubblicazione; non sono solo idee elaborate nella discussione, ma direttrici di mobi-litazione e di lotta scaturite da un impegno di lunga lena tra la gente e culminate poi– una settimana dopo il convegno – in una partecipata manifestazione ad Adria control’installazione della centrale a carbone di Porto Tolle. Il Veneto è sempre stata una delle regioni più massacrate dal cemento e dalla spe-culazione edilizia, anche nella fase aurea del modello economico che proponeva e chesembrava senza fine; oggi la crisi sistemica della crescita del PIL ha colpito anche lenostre terre, ma i poteri forti che qui governano e la Lega Nord si illudono di rilanciarelo sviluppo secondo i vecchi meccanismi, perpetuando anche il consumo dissennato diterritorio. Invece tra le poche certezze che si possono affermare, una è sicuramente quella chenulla tornerà più come prima, neppure nella nostra regione. Per uscire dalla crisi e dalla disoccupazione di massa che la caratterizza, sarà necessa-rio rinnovare radicalmente il modello produttivo e attuare una politica industriale chesalvi il lavoro e la natura, cioè le due fonti di ricchezza e di riproduzione che l’attualesistema sta inesorabilmente distruggendo. Dino Facchini Coordinatore regionale Sinistra Ecologia e Libertà
    • TERRA NOSTRA Valerio Calzolaio * 1. Il coordinamento regionale veneto di Sinistra Ecologia Libertà ha promosso il22 ottobre 2011 un importante convegno programmatico a Rovigo per “contrastare ilgrande saccheggio del territorio”. Partecipai e svolsi brevi conclusioni. Dati e argomentihanno anticipato la campagna nazionale “Terra Nostra” lanciata un mese dopo da SELa livello nazionale, per il riassetto idrogeologico, l’adattamento, la messa in sicurezza, lacura del territorio italiano tutto. Questa grande opera pubblica si potrebbe fare ora, subito, con molta volontà, unacerta competente intelligenza, poca fatica dei legislatori e dei governanti. Era impos-sibile con il governo Berlusconi, con il governo degli scandali e dei condoni; forse èimpossibile con questo parlamento che ha la stessa maggioranza di eletti dal centrode-stra di Berlusconi; comunque era possibile almeno dirlo da parte del nuovo governo diimpegno nazionale. Non è stato detto, hanno cominciato male. La pubblicazione degliatti del convegno di Rovigo consente ora di arricchire i materiali e gli obiettivi dellacampagna “Terra nostra”. 2. La “grande opera” si potrebbe fare a legislazione vigente! Nuove norme (aggiorna-te e forti dell’esperienza) servono sempre. Un parlamento nuovo e più rappresentativodell’attuale, magari anche un poco più di sinistra, ecologista, libertario e forse (per nonfarci mancare niente!) un governo coeso (dopo le primarie) di centrosinistra… potreb-bero approvare il primo giorno, nella prima seduta e nel primo Consiglio dei Ministri,il primo quinquennio del piano decennale per la messa in sicurezza del territorio ita-liano, un piano straordinario di gesti e atti ordinari. Noi abbiamo detto che andrebbeaccompagnato da una norma-ponte, una norma che vieti intanto nuove costruzioni incerte aree, una norma “moratoria” che blocchi anche i pessimi megaprogetti di cui siparla in Veneto. Comunque il “piano” ha tutte le premesse normative già vigenti: la legge di ratificadella Convenzione Europea sul Paesaggio (2000), la legge sulla difesa del suolo (legge183 del 1989), le norme della vecchia legge sulle risorse idriche (legge 36 del 1994) an-cora inattuate (bilanci idrici di bacino, censimento di tutti gli emungimenti e dei pozzi,revisione delle concessioni in uso, ecc.). 3. Si potrebbe realizzare con una diversa destinazione di fondi esistenti! Fondi nuovi(spesi con circospezione ed efficiente austerità) servono sempre. Abbiamo cercato di 5
    • quantificare in 40 miliardi di euro il totale necessario e abbiamo ipotizzato le voci di re-perimento, non servono manovre aggiuntive. Forse una buona parte dei fondi potreb-bero essere individuati semplicemente rimodulando delibere CIPE e fondi esistenti.Per le prime tre annualità basterebbe preparare una seria riunione interministeriale delCIPE che, d’intesa con le regioni, riformuli le priorità della legge obiettivo, mettendoin testa i piani-stralcio predisposti dalle autorità di bacino per la messa in sicurezza. I cambiamenti climatici in corso non sono “reversibili” ed emergenze ci sarebberostate comunque (anche se meno frequenti e intense). La nostra idea di “rinaturalizza-zione” dà per scontato che ormai gli ecosistemi sono sempre anche umani. Dunqueconviviamo! Gli umani sapienti con le altre specie, gli umani sapienti con i normalistraordinari eventi di un ecosistema e del pianeta. E adattiamoci! …ricordando chel’Italia ancora non ha nemmeno il piano di adattamento ai cambiamenti climatici pre-visto dal negoziato climatico internazionale. 4. Si potrebbe fare, avviare coordinare completare, senza nuovi enti, comitati, istitu-zioni, anzi tagliandone o togliendone qualcuno! Oggi “troppi” enti, comitati, istituzio-ni, privati hanno poteri sull’assetto dei bacini e sul corso dei fiumi.Su questo molto ho scritto e proposto in passato. Rinvio, taglio e tolgo anch’io.Purtroppo l’ultima emergenza toglie dai riflettori e costringe a mettere in secondo pianoquella immediatamente precedente e fa dimenticare quelle ancora “precedenti” (dellequali tante, purtroppo, in Veneto). Noi diciamo che, sotto ogni punto di vista, investiresul territorio non significa edificare! La diffusa “cultura” del cemento e il frequentemancato rispetto delle regole hanno fatto danni. L’industria edilizia si può salvare erilanciare convertendo e riconvertendo, curando e ristrutturando, utilizzando “altro”dal cemento e dal carbone. La vita sociale e collettiva ha bisogno di “edilizia” come assistenza al bene comunesuolo e manutenzione del territorio. E una moderna “edilizia” ha bisogno di partecipa-zione dei cittadini, di decentramento energetico, di consumi critici, del servizio civileregionale, dell’adozione dei fiumi, di “intraprese” agricole (le proposte di SEL su risorseidriche, energie rinnovabili, rifiuti, difesa del territorio). 5. SEL è un partito giovane, raccoglie esperienze antiche e moderne, eredita elabo-razioni collettive e individuali, tuttavia è soprattutto un nuovo soggetto che guardain avanti. Questo vale in tutti i campi. Come forum nazionale SEL “beni comuni eterritorio” (forumselbeta.it) abbiamo già elaborato vari documenti e svolto due assem-blee nazionali, abbiamo un sito e una qualificata interlocuzione sul territorio, da oggiassumiamo come prioritaria la campagna “Terra nostra”, dateci una mano!* Coordinatore forum nazionale SEL “beni comuni e territorio”6
    • IL TERRITORIO COME BENE COMUNE Relazione di Oscar Mancini I referendum di giugno, nonostante siano stati rapidamente archiviati dal dibat-tito politico e offuscati dalla crisi, hanno espresso con chiarezza il significato ormaisocialmente condiviso del concetto di “beni comuni”, in questo caso dei fondamentalielementi di riproduzione della vita, l’energia e l’acqua. Nel dibattito pubblico questoconcetto si è da tempo progressivamente esteso alla generalità dell’ambiente, al territo-rio, alla città, al paesaggio, come alternativa strategica e reazione collettiva ai modellisociali del neoliberismo, fondati sulla privatizzazione e la mercificazione generalizzatadelle relazioni sociali e individuali. Noi intendiamo il territorio non come mera aggregazione di elementi diversi (glielementi naturali, i beni culturali, le comunità che lo abitano ecc.) ma come sistema chepuò essere compreso, difeso, trasformato unicamente se è considerato nell’insieme deisuoi aspetti e degli elementi che lo compongono.(Salzano 2010). La nozione di territo-rio, infatti, non si limita soltanto a designare il suolo, il terreno, ma comprende anche leacque, il clima, il regime delle piogge, la flora, la fauna. Nel territorio non ci siamo solo noi, esso non è il fondale inerte delle nostre attività,ma un campo di forze in movimento, talora collegate in forma di sistema. Al territoriocome habitat(Bevilacqua 2009) è indirizzata l’azione di numerosissimi comitati, asso-ciazioni e gruppi di cittadinanza attiva, in Italia e negli alti paesi europei. Una galassiache a volte ha la capacità unirsi e creare movimenti su scala nazionale come quello perl’acqua bene comune e quello, più giovane, per un altro modello energetico. Oppu-re movimenti su base territoriale come No Tav, No dal Molin, Liberiamo la Riviera equello che sta nascendo qui nel Polesine attorno alla centrale di Porto Tolle dove glielementi vitali di Empedocle- aria, acqua, terra e fuoco-energia - si connettono. Nella scena politica urbana dunque compare e si radica un nuovo soggetto: i comi-tati. Non è un caso che essi sorgano e si sviluppino nella stagione della dissoluzione delpartito di massa. Essi sono allo stesso tempo l’altra faccia della crisi della politica e unanuova e interessante forma di partecipazione politica. Essi tendono ad autorappresen-tarsi sulla scena politica, attraverso un altro modo di fare politica, gelosi della propriaautonomia ma non indifferenti al rapporto con i partiti e le istituzioni. Per dirla con Vendola, questo caleidoscopio di movimenti, di frammenti colorati pie-ni di energia, non ha ancora trovato la tela su cui connettersi. Perché, è la mia risposta,siamo in presenza di una crisi della rappresentanza politica e anche di quella sociale.Una vertenzialità diffusa, ma orfana di una narrazione generale, fatica però a rompe- 7
    • re lo schermo dell’egemonia Berlusconiana. Qui c’è dunque un vasto campo d’azioneper un partito- movimento come il nostro che dell’ecologia e del lavoro ha fatto la suabandiera. 1. L’effetto congiunto della globalizzazione, della crisi economica e dei cambia-menti climatici (tre fenomeni interdipendenti) mette a rischio l’umana convivenza.Stiamo entrando in un’epoca di grandi sconvolgimenti : ambientali, economici, geopo-litici. Possono aprire la strada a immani catastrofi, al moltiplicarsi delle guerre, all’affer-marsi di regimi sempre più autoritari, all’aggravarsi delle condizioni di vita di miliardidi esseri umani, a vaste migrazioni internazionali forzate dai cambiamenti climaticicome documenta il bel libro di Valerio Calzolaio, Ecoprofughi. All’origine di questiprocessi vi è quello che Luciano Gallino chiama il finanzcapitalismo: “Una megamac-china che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare eaccumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggiornumero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi”. Una tirannide globale senza volto che trova il suo nemico sempre in mezzo ai po-veri. La sua estensione planetaria e la sua penetrazione in tutti gli strati della societàne fa qualcosa di assolutamente inedito: il denaro crea se stesso anziché valore d’uso esposta immense quote di reddito dal lavoro e dagli investimenti produttivi alla renditafinanziaria. Una megamacchina che sta consumando un terzo delle risorse di un altropianeta, ovvero sta distruggendo a un ritmo accelerato gli ecosistemi che sostengono lavita. Poiché non abbiamo a disposizione un altro pianeta con il quale la civiltà-mondopossa entrare in conflitto a livello planetario rischiamo la crescita non solo di conflittiinter-nazionali ma anche intra-nazionali per l’accaparramento delle risorse. Arundaty Roy, ci racconta della guerra che il governo indiano ha intrapreso contro lasua stessa popolazione che vive nelle foreste, bruciando interi villaggi, per scacciarle dalproprio territorio al fine di consentire alle grandi corporation di accaparrarsi le risorsenaturali. Anche per questa via passa la crescita del grande paese asiatico, che noi chia-miamo abitualmente la più grande democrazia del mondo. L’importanza e la scarsitàdelle risorse naturali è testimoniata anche dal fatto che ci sono paesi che per garantirsil’approvvigionamento alimentare hanno acquistato all’estero, nel solo 2008, 7,7 milionidi ettari di terreni agricoli: più della metà della superficie agricola coltivata in Italia.Terreni che noi consumiamo con implacabile voracità. 2. La prospettiva del consumo zero di suolo è scritta in tanti documenti di piano. AFirenze come a Venezia. Salvo essere contraddetta dalle norme tecniche, quelle che po-chi leggono. Persino la Regione Veneto,nella relazione al PTRC, scrive: “Le dinamichedi sviluppo della società veneta in questi ultimi anni hanno raggiunto, nel loro rapportocon la risorsa territoriale, soglie quantitative veramente elevate tali da non rendere piùdesiderabile una prosecuzione di tali trend e da imporre di ripensare il futuro dell’assetto8
    • insediativo.” Si tratta però solo della “bella confezione che racchiude un uovo vuoto”per dirla con Edoardo Salzano. Infatti, scartata la confezione, il prodotto, ovvero lenorme tecniche, è del tutto inconsistente. Nel senso che si tratta di parole prive di effi-cacia prescrittiva e quindi utili per favorire la speculazione immobiliare. D’altra partenon poteva che essere così se già fin dal “Prologo” veniamo avvertiti non solo che ilcosiddetto Piano contiene “pochi, pochissimi vincoli, il minimo indispensabile” maanche che si tratta di una semplice “cornice e trama di fondo” nella quale inserire “ipiani d’area (..) e di settore”. Sono i cosiddetti “progetti strategici” che la Regione avocaa se esautorando gli Enti Locali. Il tutto ammantato con l’accattivante linguaggio della“sfida della qualità”. Il disegno complessivo della Giunta Regionale per il territorio diventa chiaro via viache si procede alla lettura del PTRC e in particolare dell’art. 38 delle norme. È un siste-ma centrato sulla rete autostradale e sull’utilizzazione intensiva delle aree circostanti icaselli. Là devono addensarsi le attività direzionali nuove da promuovere, la ricettivitàalberghiera, i centri commerciali, tutti i centri d’interesse. Poco importa se non esistealcuna seria dimostrazione dell’esigenza di aumentare le sedi per tali attività senza ve-rificare la possibilità di ospitarle nelle strutture edilizie esistenti. Poco importa che conquesta operazione si svuotino le città e si condannino al deperimento i centri storici.Nascono così le varie new town, da Veneto City a Tessera city a Motor city, alla cui rea-lizzazione si piegano le infrastrutture con la previsione di spostare caselli autostradali,le stazioni del SFMR e persino la TAV, quest’ultimo è il caso di Tessera. 3. Contro questo piano si è sviluppato un movimento che su scala veneta ha avutoil suo culmine nel 2009 con la presentazione di oltre 15.000 osservazioni. Un pianopresentato con l’accattivante slogan di Terzo Veneto: dopo quelli della pellagra e delmiracolo economico finalmente un piano per la qualità, la bellezza, l’eccellenza. Attra-verso un vasto lavoro di approfondimento dei contenuti del piano durato molti mesisiamo riusciti a disvelare il vero carattere dell’operazione PTRC di Galan: Nient’altroche un lasciapassare a tutti i progetti di trasformazione territoriale presenti e futurivoluti dagli immobiliaristi. Un delirio di autostrade, bretelle, tunnel, camionabili; unacostellazione di new city e il via libera allo svillettamento voluto dai comuni in cerca dioneri di urbanizzazione per coprire i buchi di bilancio.(P.Cacciari). Facendo interagire saperi esperti e saperi sociali un gruppo di urbanisti, di sindaca-listi, di componenti i comitati e di esperti di altre discipline ha prodotto un articola-to documento critico e propositivo dal programmatico titolo “Per un altro Veneto”presentato in decine d’incontri e assemblee pubbliche. Un documento sottoscritto daoltre 120 associazioni, comitati, camere del lavoro che ha generato 14.021 (sul totale di15.000) osservazioni diverse firmate da migliaia di cittadini. Una serie di affollate audizioni in Consiglio Regionale sono state l’occasione perstringere alleanze con le associazioni degli agricoltori e dei commercianti in particolare. 9
    • Un accordo infine tra la rete dei comitati e delle associazioni con i partiti di opposizio-ne e le controdeduzioni alle osservazioni che non sono riuscite a convincere neppure iconsiglieri della maggioranza hanno spinto il PTRC su un binario morto. Quello che doveva essere il fiore all’occhiello della Giunta Galan si è appassito primadel tempo. Infatti il piano con la fine della legislatura e il ricorso alle elezioni decade.Ma gli immobiliaristi non demordono e ora tentano di realizzarlo pezzo per pezzo. Tante sono le emergenze. Oggi abbiamo scelto di parlare di quelle che dal nostroparziale osservatorio ci sembrano le prioritarie anche in relazione alle mobilitazioniterritoriali che stanno generando: ci riferiamo, come sapete a Veneto City, a TesseraCity, a Porto Tolle, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo (Motor City, IKEA aCasale sul Sile, inceneritore di Cà del Bue, Pedemontana etc). Sulla prima non aggiun-go nulla a quanto già detto più diffusamente nel nostro incontro primaverile di Padova.Tratterò la seconda e mi soffermerò sulla terza. 4. Su Veneto City me la cavo dunque con qualche immagine: Siete mai stati a Gar-daland? Se non avete un’idea della dimensione del più grande parco divertimenti delNord Italia immaginate un colosso che si estende su 60 ha e avrete la percezione del-l’estensione di Veneto City, una enorme operazione immobiliare che cancellerà 600mila mq di campagna veneta con oltre 2 milioni di mc di cemento e vetro per costruireuna città direzionale – commerciale grande quanto 17 volte la fiera di Padova, di cuiperò nessuno ha ancora chiaro a cosa serve. Un mostro capace di attrarre, secondo gli stessi progettisti, 3.500 veicoli l’ora conpunte di 7.000, un traffico veicolare di 70.000 veicoli al giorno. Esso è parte di un piùgenerale progetto denominato “bilanciere veneto” di cui fa parte tra l’altro la camio-nabile tra Marghera e Padova, progettata come strada chiusa a pedaggio - sarebbe piùcorretto chiamarla autostrada - di fatto alternativa all’idrovia, quest’ultima richiestaanche dal comune di Padova dopo le recenti alluvioni. La Romea commerciale, un’al-tra autostrada che, come scrivono i comitati “taglierà su, dritta, attraverso i campi diSambruson fino a sbucare, mostro rombante e inquinante a quattro corsie, tra le villeche si affacciano placide sul Naviglio Brenta fra Mira e Dolo”. Nel frattempo si chiu-de il casello di Dolo con la conseguenza di congestionare ancor di più la S.R. 11 chedoveva invece diventare il corso principale della futura città del Brenta auspicato dallaconferenza dei Sindaci negli anni novanta, dopo aver liberalizzato l’autostrada comeconseguenza della realizzazione del passante. 5. Tessera City ha una lunga storia. Risale al famigerato “pugno nello stomaco” delnaufragato progetto EXPO 2000 di De Michelis che prevedeva di costruire proprioin quell’area, sotto il livello del mare, una nuova laguna, con annesse speculazioni im-mobiliari. Ecco quello che ho ritrovato tra le mie vecchie carte ingiallite: “Una lieve epacata collina vegetale alta 30 metri che nasconde un cratere profondo 130 in mezzo a una10
    • laguna artificiale nei pressi dell’aeroporto di Tessera: nuvole artificiali prodotte con acquafredda nebulizzata sui canali e sulle nuvole raggi laser proiettano figure a colori accom-pagnate da musica classica, giochi di luce subacquei, boulevard navigabili, palle di fuocosospese sull’acqua, isole artificiali con gemme trapunte” e via vaneggiando. Ecco quandonasce la città del loisir. Il progetto, questa volta senza annessa laguna, ricompare nel 2008 quando si con-clude un accordo tra Cacciari, Galan, Marchi e il Casinò, che progetta lo spostamentoe il quadruplicamento dell’area originariamente urbanizzabile per stadio e casinò: siprevede uno scambio tra le aree per attrezzature del Comune con aree agricole a estdella bretella aeroportuale, nel frattempo acquisite da Marchi (per renderle edificabilibisogna prima variare il prg). L’ambito lasciato libero tra queste aree e l’aeroporto, vie-ne così molto ampliato per consentire il raddoppio delle piste aeroportuali. Le nuovearee attribuite al Comune con lo scambio sono ubicate in una zona ad altissimo rischioidraulico (nella zona centrale risultano a 1,75 m sotto il livello medio del mare). Si predispongono le condizioni per arrivare all’approvazione di “Tessera City”, anchesenza la procedura democratica e trasparente del normale strumento urbanistico co-munale. La convinzione di aver già ottenuto il risultato è netta: solo tre giorni dopo ilvoto del consiglio comunale e la delibera regionale, «La Nuova Venezia» titola a tuttapagina: “Le aree del Casinò valorizzate di 140 milioni di euro”. Il valore dei terreni agri-coli per 400 mila metri quadrati divenuti edificabili aumenta di 20 volte, «l’operazioneassesta in un ‘battibaleno’i conti della società» ( stiamo parlando solo del Casinò, learee della Save sono molte più ampie!). Si evidenzia così la realtà e la dimensione del-l’operazione: una grandissima speculazione finanziaria e fondiaria. Con l’aiuto di noti e autorevoli urbanisti osservo che nelle cartografie del Pat pro-posto dalla giunta Orsoni, vi è anche la drastica riduzione delle grandi aree destinate abosco previste dal PRG e dal Palav vigente. È inserito un tracciato della Tav che correnon lungo la linea ferroviaria per Trieste, bensì lungo la fascia di gronda lagunare, og-getto di moltissime contestazioni da parte dello stesso Comune. Compare inoltre unaindeterminata «Linea di forza del trasporto lagunare», da Tessera verso Venezia: astu-tamente si evita di pronunciarsi apertamente sullo sciagurato progetto di sublagunare,pure già presentato al Cipe. L’Ambito Dese-Aeroporto (che comprende “Tessera City”) prevede un «carico in-sediativo aggiuntivo» superiore a due milioni di mc! L’assessore Micelli definisce l’in-tervento come un «nuovo asse strategico della città», da Dese fino al Lido, alternativoall’asse Venezia-Mestre-Marghera. Il progetto non è legato ai fabbisogni di riqualificazione e sviluppo della città ma èvolto a prefigurare un nuovo grande polo, in grado di attirare gli investimenti di gran-di capitali internazionali. Per questo motivo, tutte le grandi infrastrutture pubbliche,dalla Tav alla “linea di forza” sublagunare, alla nuova linea di tram(che correrebbe inu-tilmente per molti km in aperta campagna) vengono realizzate non per soddisfare i 11
    • fabbisogni di mobilità della popolazione ma per rendere appetibile agli investimenti ilnuovo grande polo urbano, valorizzandone le aree. Bene dunque ha fatto SEL Veneziaa sottolineare che non si devono impegnare grandi interventi pubblici per favorire lavalorizzazione finanziaria di un privato che si è accaparrato grandissime aree agricole,anziché soddisfare la domanda reale di mobilità della popolazione. E’ assurdo dirot-tare enormi investimenti pubblici e privati verso nuove aree da urbanizzare a Tesseraavendo disponibili le grandi aree già infrastrutturate di Marghera, costate un secolodi investimenti, da riusare e molte attività da rigenerare e riconvertire (incentivando lebonifiche). E’ su Marghera che occorre impegnare ogni risorsa ed energia per promuovere eincentivare nuove attività ecocompatibili di grande qualità e competitività. In sostanzauna riconversione ecologica di Porto Marghera è la nostra proposta alternativa. Mestre ha bisogno di interventi, soprattutto di riqualificare i vecchi centri di quar-tiere, creando, nuovi ‘cuori’ urbani che diano vivibilità a situazioni degradate, senzacostruire cubature eccessive, che risulterebbero senza servizi. Anche Venezia va riqua-lificata. Innanzi tutto tornando a bloccare integralmente (come era negli anni ’90) icambi d’uso degli appartamenti per non aumentare la pressione turistica (che invece varidotta e regolamentata). Dopo vent’anni di attesa, il “Sistema ferroviario metropolitano regionale”, che puòusare i quattro binari del ponte, deve finalmente collegare tutto l’entroterra con la Sta-zione ferroviaria di Santa Lucia e, in questo caso, anche l’aeroporto. Non è necessariauna nuova linea per l’Alta Velocità,mentre è possibile velocizzare e raddoppiare l’usodelle linee esistenti (per Udine e per Trieste) e potenziare da subito la linea esterna deiBivi per il trasporto delle merci. Possiamo tornare a fare le scelte strategiche e i pianiurbanistici non per lanciare grandi operazioni speculative, ma per risolvere le criticità,per soddisfare i bisogni prioritari e servire i cittadini, per valorizzare la città nelle suequalità fisiche e sociali, non per favorire la speculazione. Ecco la nostra proposta. 6. Porto Tolle. Dopo la grande vittoria referendaria contro il nucleare stenta ancoraad affermarsi la consapevolezza che un’alternativa energetica fondata sul sole, le energiedistribuite e l’efficienza energetica passa oggi attraverso la riduzione del consumo dellefonti fossili e in primo luogo la sconfitta del carbone. Una grande occasione per rilan-ciare la nostra idea di modello energetico distribuito è costituita dalla giornata di mo-bilitazione contro il carbone prevista per il 29 ottobre, con manifestazione nazionale aAdria, nel Delta del Po, e presidi negli altri siti deputati ad ospitare impianti a carbone.Il governo rinvia la conferenza energetica nazionale e contemporaneamente da il via li-bera, nei fatti, ad un piano energetico non scritto ma operante, un piano dettato dai co-lossi dell’energia, a partire da ENEL, fondato sull’uso del peggior combustibile fossile,il carbone, che alimenta il surriscaldamento globale e inquina pesantemente i territoridove vengono realizzate le centrali. Eppure, con i recenti referendum oltre 26 milioni12
    • d’italiani hanno rivendicato il diritto a decidere del proprio futuro, un futuro in cui icambiamenti climatici non raggiungano livelli distruttivi per l’ambiente, il benessere ela stessa specie umana, un futuro di vera sicurezza energetica e di buona e stabile occu-pazione. Incurante dell’ampio pronunciamento popolare, il governo Berlusconi lanciainvece un “piano carbone” che, oltre a Porto Tolle, riguarda la riconversione di vecchiecentrali come Vado Ligure, La Spezia, Rossano Calabro o addirittura la costruzionedi nuove centrali come Saline Ioniche, con un livello d’investimenti pubblici privatidell’ordine di 10 MDL di euro. Il Governo si muove quindi su una linea del tutto opposta a quella degli obblighi vin-colanti che la UE assegna per il 2020 a ogni Paese membro, primo fra tutti la riduzionedel 20% delle emissioni di CO2. Infatti gli investimenti sul carbone, oltre ad aggravareil bilancio italiano delle emissioni climalteranti, con pesanti conseguenze sulle bolletteche dovranno pagare i cittadini, sottraggono risorse alle politiche di risparmio energe-tico e di realizzazione delle fonti rinnovabili. Un vero suicidio: economico, ambientale,occupazionale. A Porto Tolle, l’ENEL vuole – anche con modifiche alle leggi e alle normali pro-cedure, operate da una politica governativa e regionale compiacente – riconvertire acarbone una centrale della potenza di 2000 MW, nel mezzo del parco del Delta delPo. La nuova legge regionale “ad aziendam” modifica quella che già regola la presenzadi centrali termoelettriche nel territorio del Parco del Delta del Po, nonostante la pre-senza del più grande rigassificatore d’Europa, con una saldatura di interessi tra RegioneVeneto e l’azienda energetica per un progetto ambientalmente ed economicamente as-surdo che vede la netta contrarietà del Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Lariconversione avverrebbe persino al di fuori di ogni logica energetica, poiché l’Italia hauna potenza istallata quasi doppia rispetto al picco della domanda, al punto che i pro-duttori di energia elettrica lamentano che gli impianti vengono oggi usati per un terzodella loro potenzialità. Non solo: oggi le maggiori prospettive di nuovi posti di lavoro, nel mondo e in Italia,sono nei settori delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, con numeri che inalcuni Paesi ormai superano l’industria tradizionale; al contrario, la centrale a carboneporrebbe a rischio l’occupazione già esistente, e quella futura, nell’agricoltura, nel turi-smo e nella pesca. A causa delle 12 centrali italiane che bruciano carbone il nostro Paeserischia di pagare multe salate per non aver rispettato gli obbiettivi di Kyoto: il conta-tore del Kyoto club ci dice che ci stiamo avvicinando al miliardo di Euro. Con i nuoviimpianti del “Piano Carbone” si determinerebbe il quadruplicamento delle emissioniin atmosfera dei gas serra. Il solo impianto di Porto Tolle emetterebbe in un solo anno10 milioni di tonnellate di CO2 ( 4 volte le emissioni di Milano), 2.800 tonnellate diAzoto ( come 3,5 milioni di auto ), 3 milioni e 700 mila tonnellate di ossidi di zolfo (più di tutti i veicoli d’Italia ) e senza contare il micidiale cocktail di inquinanti comel’Arsenico, il cromo, il Cadmio e il Mercurio. 13
    • Il tutto in mezzo ad un parco, sito d’importanza comunitaria, considerato dall’UNE-SCO ( per la parte emiliana ), Patrimonio dell’Umanità quale “eccezionale paesaggioculturale pianificato che conserva in modo notevole la sua forma originaria”. Un territo-rio incantevole, uno straordinario esempio di biodiversità, un patrimonio naturalisticotutelato da due parchi, quello del Veneto (purtroppo a macchia di leopardo) e quellodell’Emilia Romagna: un insieme di oltre 60 mila ettari di superficie che gli uccelli han-no eletto ad area di riproduzione. Un patrimonio nazionale ed europeo. Il tutto rubando acqua al Po il cui bilancio idrico è in crisi e risente della risalitadel cuneo salino che pregiudica la fertilità dei suoli e quindi le eccellenti potenzialitàdell’agricoltura. Il tutto in un parco dove migliaia di persone vivono di pesca e di miticoltura e dovegrandi potrebbero essere le possibilità di un turismo ecocompatibile solo se si avessel’intelligenza di considerare il Delta Po la nostra Camargue. Il tutto in un territorio soggetto da decenni a rischi idrogeologici a causa della sub-sidenza e della crisi di apporto sedimentario fluviale nonché dal prevedibile aumentodel livello marino. Il tutto infine nella Pianura Padana, una delle aree più inquinate del Pianeta: la peg-giore in Europa, la quarta del Mondo. Si afferma che il carbone è una fonte di elettricità economica, ma si dimentica di direche “ogni dollaro speso in carbone ne causa due di danni, senza contare l’impatto sul climae le relative conseguenze”. E’ quanto ci dice l’ultimo autorevole rapporto che ci giungedagli Stati Uniti, pubblicato ad agosto sull’American Economic Review che valuta idanni all’ambiente e alla salute delle centrali USA in circa 53 MLD l’anno. Il carbone è dunque conveniente per Enel, ma scarica i costi sulla collettività in termi-ni di malattie respiratorie, incidenti nelle miniere, piogge acide, inquinamento di acquee di suoli, perdita di produttività dei terreni agricoli e aggravamento dei cambiamenticlimatici: se si calcolassero, anche solo dal punto di vista economico, tutte queste ester-nalità negative si scoprirebbe che il carbone non è per nulla conveniente. Se si integra ilnostro ragionamento sull’energia con quello sull’acqua, sull’atmosfera, sulla terra, sullasalute, allora si comprende l’irrazionalità di bruciare il peggior combustibile fossile. La riconversione a carbone avverrebbe con una tecnologia di combustione che, purspinta ai suoi migliori livelli, resta sempre assai più inquinante di quella basata sul gasnaturale, e dannosa per la salute; nel caso di Porto Tolle, i dati di rilevazione e le epide-miologie mostrano che l’inquinamento e i danni sanitari si estenderebbero per buonaparte della Pianura Padana. Una centrale per produrre quell’energia elettrica di cui peraltro non abbiamo bisognoperché, come ho già detto, la potenza installata è quasi doppia rispetto alla domanda dipunta. Infatti l’offerta di energia elettrica è passata dai 75 GW del 2000 ai 104 GW del2010 con una forte crescita delle rinnovabili, mentre le richieste di punta attualmentesono pari a 57 GW. In sostanza abbiamo troppe centrali ed insieme una rete elettrica14
    • obsoleta ed inefficiente che nel 2008 ha perso per strada 20.000 GW. Dunque sarebbenecessario investire nelle reti e non sulle centrali. E sulle rinnovabili per sostituire lefonti fossili. Questi argomenti non sono stati tuttavia sufficienti a far scendere in campo il movi-mento Sindacale confederale a fianco del movimento ambientalista perché ENEL agitail ricatto occupazionale in un’area, tra le più svantaggiate del Veneto, chiamata oggi afare i conti con la crisi della Grimeca, dei cantieri Visentini e di tante altre aziende. Noisiamo consapevoli che la fase di transizione dalle fonti fossili non sarà brevissima e cheil movimento sindacale deve necessariamente tener conto di tutte le peculiarità eredi-tate dalla seconda rivoluzione industriale. Non ci sfugge che la gestione della trasformazione energetica e produttiva versole energie alternative fa i conti con il non sempre facile superamento dell’esistente. Etuttavia ciò non esime nessuno dal considerare i fatti. La riconversione a carbone diPorto Tolle comporta a regime il salvataggio di soli 200 posti di lavoro, poco più, pocomeno. Seppure non va sottovalutato che in una fase di transizione di quattro anni, leopere necessarie alla riconversione dell’impianto richiederebbero una consistente ma-nodopera aggiuntiva. L’argomento viene ampiamente utilizzato da Enel e dalle forze politiche e istituzio-nali colonizzate da questa società per allettare i lavoratori disoccupati e in Cassa Inte-grazione e le piccole imprese in crisi desiderose di partecipare agli appalti e subappalti.Si dimenticano però due questioni centrali. La centrale penalizzerebbe il lavoro esisten-te, migliaia di posti di lavoro nei settori della pesca, del turismo, dell’agricoltura, anchea causa dei grandi traffici per il trasporto dei materiali, via mare, canali, lagune, fiume. In sostanza un colpo gravissimo al Parco del Delta del Po, attivo da anni nel lato emi-liano, con notevoli benefici economico-occupazionali e invece mai realmente decollatonel lato Veneto, che rischia ora la sua definitiva cancellazione. Le alternative al carbonenon solo esistono, ma produrrebbero un risultato occupazionale incomparabilmentesuperiore. Che cosa si potrebbe fare con i 2,5 miliardi di euro che l’Enel è disposta a spendereper la riconversione a carbone di Porto Tolle, utilizzandoli invece secondo gli indici diresa occupazionale e ambientale di quel piano Confindustria 2010/2020 che la Marce-galia tiene nel cassetto per non disturbare Enel? Secondo i calcoli di Massimo Scalia si potrebbe attivare un’occupazione 12 voltesuperiore! e ad una riduzione nelle emissioni di CO2 di 30 milioni di tonnellate!! Unostudio di Greenpeace, dimostra che, oltre ad evitare d’immettere nell’atmosfera circa 12milioni di tonnellate di CO2 e di altri inquinanti, si potrebbe in alternativa: A. per la fase di costruzione, in confronto ai circa 3.000 posti per soli 4 anni delcarbone, in alternativa si potrebbero occupare 3.850 persone per 10 anni nell’eolicoonshore; 2.900 nel caso dell’eolico offshore; 3.070 nel FV. Ripeto per 10 anni non persoli quattro anni. 15
    • B. per il funzionamento e la manutenzione degli impianti (occupazione a lungotermine) in confronto al carbone che occuperebbe solo circa 200 addetti, si occupereb-bero 1.000 persone nel caso dell’eolico onshore, 750 con l’eolico offshore, 320 nel casodi investimento nel solare FV, 3.410 attraverso le biomasse. Dunque i posti di lavorosono sempre maggiori per gli investimenti in fonti rinnovabili. A conferma della convenienza anche solo dal punto di vista occupazionale potreicontinuare citando i rapporti del Politecnico di Milano, dell’IRES CGIL, del Consi-glio Nazionale degli ingegneri. Perché allora non si va in questa direzione? Una ragionela ricaviamo dalle dichiarazioni di Assoelettrica. La sfacciataggine di questi oligopolistiè arrivata al punto di affermare che per “ogni 1000 MW di energia rinnovabile che vieneottimizzata i produttori da fonti tradizionali perdono nel loro insieme 100 milioni dimargini” (Repubblica 8 ottobre 2011). Ne deriva che le nostre ragionevoli alternativenon potranno affermarsi solo invocandole. Come scrive il nostro amico e compagno Mario Agostinelli:«La costruzione di un modello di sviluppo sostenibile supportato dalla fonte solare richiedeche si prenda coscienza del fatto che esso non può essere conseguito per opera del mercato etanto meno per via tecnica, bensì per via politica. Certamente un diverso modello di svi-luppo non può prescindere dalle tecnologie e dalle conoscenze che ne rappresentano la basemateriale; tuttavia esse non s’impongono con la forza della necessità o della loro peculiaritào desiderabilità. Per abbandonare e sostituire un sistema energetico con le caratteristichedi quello odierno, occorrerebbe contemporaneamente individuare non solo un’alternativaall’attuale modello di produzione e di consumo e di controllo autoritario delle società, maanche sostenerla con grande convinzione politica, anche ricorrendo a imponenti ed esteselotte, che non possono prescindere da un impegno diretto del mondo del lavoro». Noi siamo qui oggi per fare la nostra parte. Nella pagina di fronte: Paesaggio collinare tra Conegliano e Vittorio Veneto16
    • PAESAGGIO E CONSUMO DI SUOLO NEL VENETO Relazione di Sergio Lironi Distruzione del paesaggio e crisi di un modello insediativo Vi è chi, prescindendo dagli aspetti estetici e paesaggistici ed evidenziandone so-prattutto gli effetti economici e sociali, ha in anni passati decantato i caratteri fonda-mentalmente positivi del processo di dispersione insediativa, residenziale e produttiva,che ha caratterizzato le trasformazioni territoriali del Veneto negli ultimi decenni. Lastretta integrazione tra un contesto rurale in fase di modernizzazione e gli insediamentidella piccola e media industria, peculiare del modello insediativo della nostra regione,fornendo spazi e manodopera a basso costo e consentendo una maggiore ”flessibilità”produttiva rispetto alle grandi concentrazioni industriali del Nord-ovest, sarebbe risul-tata uno dei fattori determinanti per l’affermarsi del tanto celebrato “miracolo econo-mico” del Nordest. Un processo di crescita economica e di sfruttamento intensivo delterritorio solo in parte spontaneo, promosso ed incentivato con appositi provvedimen-ti legislativi, da quelli relativi alle cosiddette “aree depresse” a quelli che hanno discipli-nato l’edificazione in aree agricole, e con piani e norme urbanistiche regionali e localivolutamente permissivi. Un processo di “nebulizzazione insediativa” che ha interessatosoprattutto l’area centrale del Veneto, comprendente tutta la provincia di Treviso ed
    • una parte consistente delle province di Venezia, Padova e Vicenza, dove la densità abi-tativa è più che doppia rispetto alla media regionale, mentre preoccupanti fenomeni diabbandono si sono manifestati in altre parti del territorio regionale. Numerose sono state le voci critiche - soprattutto di esponenti del mondo dellacultura, di scrittori e poeti quali Eugenio Turri, Mario Rigoni Stern ed Andrea Zanzotto- nei confronti di questa incontenibile crescita esponenziale delle infrastrutture viarie edelle urbanizzazioni, una crescita del tutto indifferente alla storia, alla natura dei luoghied ai valori del paesaggio veneto, ma è solo a partire dalla fine degli anni Novanta cheanche nelle forze politiche e nelle classi dirigenti locali è sembrata emergere la con-sapevolezza dell’insostenibilità non solo ambientale ma anche economica e sociale diquesto modello di sviluppo. L’edilizia è stata uno dei settori trainanti dell’economia veneta, ma anche in questosettore sempre più dominanti sono oggi la rendita parassitaria ed i processi di finanzia-rizzazione: gli investimenti delle società immobiliari, più che rispondere ad un fabbi-sogno reale ed anziché puntare sull’innovazione progettuale, sembrano principalmenterispondere alle logiche della speculazione fondiaria, appropriandosi del differenziale divalore generato dai cambiamenti di destinazione d’uso consentiti dai piani urbanisticio dagli accordi di programma con le pubbliche amministrazioni. Operazioni immo-biliari che attraggono grandi quantità di capitali, che diversamente potrebbero essereinvestiti in settori economici più innovativi e competitivi. La dispersione insediativa e la conseguente congestione delle infrastrutture dellamobilità generano costi crescenti per la collettività (adeguamento delle reti viabilisti-che, servizi, disinquinamento ambientale, danni alla salute, ...) e per le stesse industrieper l’approvvigionamento delle materie prime e la distribuzione e commercializzazionedei prodotti, in una fase storica in cui giustamente la Comunità europea ed il mercatotendono sempre più a richiedere certificazioni di qualità e sostenibilità ecologica riferi-te non solo al prodotto bensì anche a tutto il ciclo produttivo. Va infine sottolineato come la cementificazione dei suoli abbia in particolare riguar-dato i terreni più fertili della pianura veneta, mentre la costruzione di sempre nuovestrade, autostrade, superstrade, svincoli e tangenziali ha determinato una devastanteframmentazione degli spazi destinati all’agricoltura e quindi la crisi di un settore chepotrebbe tornare ad essere vitale per la ripresa economica del nostro paese. La nuova legge urbanistica regionale e le trasformazioni in atto Anche la terra è una risorsa limitata, un prezioso bene comune che non può esseredilapidato e degradato con un indiscriminato sviluppo di attività economiche del tuttoincompatibili. Di questo sembrava essersi accorto agli inizi degli anni Duemila lo stessoConsiglio regionale veneto con l’approvazione della legge 11/2004 per il governo delterritorio. La nuova legge urbanistica dichiara infatti di volersi ispirare ai principi dello18
    • sviluppo sostenibile, della partecipazione, della tutela del paesaggio e delle identità sto-rico-culturali. Ma cos’è in realtà avvenuto negli anni 2000 nel Veneto e come sono statirecepiti i principi dello sviluppo sostenibile nei piani territoriali ed urbanistici degliultimi anni? Il primo effetto della legge, grazie alle proroghe concesse, fu la corsa dei Comu-ni alle Varianti di piano per aumentare le superfici e le volumetrie edificabili: nel solo2005 vennero adottate e presentate alla Regione 1.276 Varianti generali o settorialipredisposte secondo la vecchia normativa (con un incremento del 220% rispetto allamedia delle Varianti presentate negli anni precedenti) e di queste ben 241 su iniziativadei privati (PIRUEA). Tra il 2002 ed il 2010 si sono realizzati oltre 164 milioni di mc di edifici commercia-li, industriali e direzionali pur con una diffusa presenza in tutti i comuni di capannonied edifici abbandonati e da anni inutilmente offerti in vendita o in affitto. Tra il 2000 ed il 2010 si sono ultimate 367.354 nuove abitazioni per una volume-tria complessiva di oltre 148 milioni di mc. Un’offerta di edilizia abitativa teoricamentesufficiente (utilizzando lo standard ottimale indicato dalla Regione di 150 mc/abitan-te) per una popolazione di quasi un milione di abitanti: più del doppio dell’incrementoeffettivo di popolazione registrato negli anni 2000, pari a 429.274 abitanti (incremen-to in larga misura dovuto alla nuova immigrazione). La continua crescita della renditafondiaria e gli enormi profitti derivanti dal cambiamento di destinazione d’uso dei ter-reni, trasformando l’edilizia in un bene rifugio alternativo agli investimenti in borsa onel settore industriale, hanno fatto sì che si sia costruito troppo rispetto alla domanda,ma soprattutto che si sia costruito male, disperdendo le iniziative nel territorio e realiz-zando tipologie edilizie di lusso, certo non rispondenti alla domanda prevalentementecostituita da giovani, anziani, lavoratori precari e immigrati. La regione calcola che tra il 1983 ed il 2006 il suolo urbanizzato sia stato pari a29.059 ettari, ma i dati relativi alla perdita di terreni agricoli sono enormemente supe-riori. Tra il 1982 ed il 2010 la superficie agraria totale (SAT) nel Veneto è diminuitadi 298.845 ettari, mentre la superficie agraria utilizzata (SAU) è diminuita di 107.698ettari. Ancor più impressionante è esaminare l’andamento della perdita annua di suoloagricolo. Se negli anni Ottanta si registrava annualmente una diminuzione di 72 milio-ni di mq all’anno di SAT, negli anni Novanta la media è salita a 97 milioni di mq/anno,per poi raddoppiarsi negli anni 2000 raggiungendo la cifra record di 182 milioni dimq/anno. Piani e programmi della Regione Questa la realtà dei fatti. A fronte di tutto ciò quali sono gli indirizzi e gli strumentioperativi posti in campo dal nuovo Piano Territoriale Regionale di Coordinamento?Una gran mole di documenti di analisi e di dichiarazioni di principio, a cui però non 19
    • corrisponde alcuna prescrizione e norma cogente. La voluta genericità della normativatecnica, la successiva adozione da parte della Regione dell’impropriamente detto “Pia-no casa”, con cui si legittimano ampliamenti edilizi e ricostruzioni di edifici al di fuoridi ogni regola edilizia, e nel contempo l’assenza di un progetto strategico per l’ediliziaresidenziale pubblica, le nuove norme sull’edilizia rurale, l’esclusione nei Piani inter-comunali (PATI) dei tematismi relativi all’agricoltura ed all’edilizia residenziale, inco-raggiano di fatto la prosecuzione delle politiche di indiscriminata cementificazione delterritorio. Per le zone produttive e commerciali il PTRC fornisce solo alcune generi-che indicazioni di principio, che non hanno in alcun modo condizionato i PAT ed iPATI adottati dai Comuni negli anni successivi, con i quali si è in generale confermatala volontà di continuare a consentire il proliferare di detti insediamenti al di fuori diogni schema razionale. Nei territori extraurbani vengono identificate quattro categoriedi aree rurali, ma anche in questo caso non si individuano gli strumenti operativi perincentivarne la salvaguardia e la progressiva riconversione verso produzioni di qualità,ambientalmente sostenibili, e per tutelare e valorizzare il carattere identitario dei luo-ghi. L’unico settore in cui il PTRC fornisce precisi indirizzi d’intervento è quello relati-vo alla grande viabilità. Un diluvio di nuove infrastrutture stradali e autostradali, i cuisvincoli offrono l’occasione per immaginare, con l’adozione di appositi “progetti strate-gici regionali”, nuovi mega centri commerciali e nuove polarità insediative extraurbane,in deroga ad ogni norma urbanistica e ad ogni limite sul consumo di suolo per un raggiodi due chilometri attorno ai caselli. Secondo Paolo Feltrin, uno degli ideologi del pia-no, questi nuovi insediamenti extraurbani dovrebbero divenire i nuovi “iconemi” dellacittà diffusa, contenitori metropolitani nei quali far convivere “... grandi mall terziari,strutture sanitarie, auditorium, centri congressi, complessi commerciali e direzionali,aree produttive, centri logistici e simili”. Una indicazione che sembra voler giustificare enobilitare i molti progetti di cementificazione dei suoli agricoli promossi in questi annida Regione e Comuni: da Veneto City tra Dolo e Mirano, a Tessera City nei pressi del-l’aeroporto di Venezia, a Motorcity nel veronese. Sempre secondo Feltrin, il Passante diMestre ed il Grande Raccordo Anulare previsto a Padova (GRAP) dovrebbero offrirel’occasione per nuove densificazioni urbane: il Passante di Mestre, in particolare, “po-trebbe essere interpretato come una nuova, più ampia cinta muraria, il nuovo confinedi una diversa città con ambizioni di capitale regionale”. Tra gli aspetti più negativi del PTRC veneto va poi sottolineato il fatto che nongli è stata attribuita valenza paesaggistica. Al piano è stato allegato un Atlante ricogni-tivo degli ambiti di paesaggio, contenente valutazioni sulle caratteristiche ambientali,storico-culturali e paesaggistiche dei luoghi nonché suggerimenti ed orientamenti peri programmi d’intervento, ma dette linee di indirizzo non si sono tradotte in norme disalvaguardia e prescrizioni cogenti per gli altri strumenti della pianificazione territoria-le e urbanistica, così come richiederebbe il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.20
    • Nuovi paradigmi di gestione dell’economia e del territorio E’ difficile immaginare che dalla crisi strutturale attraversata dal nostro paese e dalVeneto in particolare si possa uscire riproponendo politiche e strategie degli anni pas-sati, ovvero un modello di crescita economica fondato su di un illimitato consumo dirisorse ambientali ed energetiche, sulla distruzione dei beni comuni, sulla privatizzazio-ne dei guadagni e sulla socializzazione delle perdite. Occorre progettare e lavorare perun diverso modello di gestione dell’economia e del territorio, prendendo coscienza delfatto che il suolo è una risorsa finita, che i nuovi scenari delle relazioni internazionali- oltre che ragioni di equità sociale - ci impongono una drastica riduzione della nostra“impronta ecologica”, che le attività manifatturiere per reggere la competitività devonoinnescare processi di aggregazione e devono certificare l’ecosostenibilità del loro cicloproduttivo ed infine che la valorizzazione e la riqualificazione del paesaggio e delle ri-sorse ambientali possono essere alla base di nuove attività economiche autosostenibili.Ma concretamente per quali riforme legislative e per quali scenari di trasformazioneterritoriale dobbiamo batterci? Una riforma legislativa fondamentale dovrebbe, a mio avviso, riguardare il sistemafiscale. Criterio essenziale della riforma dovrebbe non solo essere quello della diminu-zione delle diseguaglianze e della redistribuzione della ricchezza (condizione necessariaper ricreare una adeguata domanda interna e per superare l’attuale crisi da sovrappro-duzione), ma anche quello di far pagare alle imprese ed a chi opera nel territorio i costiambientali con una tassazione crescente in relazione al consumo di suolo (ed in parti-colare dei suoli più fertili), al consumo di energia proveniente da fonti non rinnovabili(carbon tax), all’inquinamento indotto ed alle emissioni di gas climalteranti. Sempre a livello nazionale va rivendicata l’istituzione di un Osservatorio sul consumodi suolo e l’approvazione di una legge che ponga precisi limiti alle espansioni urbane,reintroducendo altresì l’obbligo di utilizzare gli oneri di urbanizzazione versati ai Co-muni esclusivamente per servizi ed opere di riqualificazione ambientale, anziché per laspesa corrente degli enti locali. Normative tecniche regionali e comunali, che già oggi nel Veneto prevedono unlimite quantitativo alla trasformazione d’uso dei suoli agrari utilizzati (SAU), do-vrebbero estendere tale limite a tutte le superfici agrarie (SAT) e dovrebbero imporreche per il rispetto di tale limite si proceda alla revisione ed al ridimensionamento delleprevisioni espansive già inserite nei PRG vigenti (mentre nell’interpretazione correnteil limite SAU viene utilizzato solo per le nuove espansioni previste dai PAT e dai PATIaggiuntive rispetto a quelle dei PRG). Va inoltre cancellata la norma che consente diderogare in toto dall’applicazione di detti limiti nel caso di progetti speciali di interesseregionale, quali quelli relativi alle aree limitrofe ai caselli autostradali per un raggio didue chilometri. 21
    • La pianificazione territoriale ed urbanistica incide profondamente sul livello deiconsumi energetici e sul livello delle emissioni climalteranti e deve quindi confrontarsicon gli impegni assunti dal nostro paese a livello di comunità europea su questo fronte(il famoso 20-20-20 programmato per il 2020). La Valutazione Ambientale Strategica(VAS) che accompagna i diversi piani dovrebbe quindi obbligatoriamente contenereun bilancio delle emissioni conseguenti all’attuazione del piano (nuove strade, incre-mento del traffico veicolare, nuovi insediamenti, ...) e precise prescrizioni per l’attuazio-ne delle misure tendenti a contrastare dette emissioni (rete dei trasporti collettivi, fo-restazione, agricoltura biologica, norme per l’edilizia ecosostenibile, ...). E’ significativoche nei casi in cui - su sollecitazione delle organizzazioni ambientaliste - detto calcoloè stato effettuato i numeri hanno clamorosamente smentito le dichiarazioni di soste-nibilità di norma contenute in tutte le relazioni di piano: nel caso del PATI dell’areametropolitana Padova è ad esempio risultato che nel prossimo decennio l’incrementodel traffico favorito dalle nuove strutture viabilistiche produrrà un aumento del 40%delle emissioni di gas climalteranti ed un aumento del 19% delle polveri sottili, mentreun ulteriore aumento del 23% delle emissioni sarà causato dai nuovi insediamenti com-merciali e produttivi previsti diffusamente in tutti i comuni. Va infine richiesto che le norme tecniche dei PAT e dei PATI impongano per tut-ti i Piani urbanistici attuativi relativi ad insediamenti produttivi e commerciali, cosìcome per le nuove infrastrutture viarie, il calcolo delle emissioni climalteranti prodottee l’obbligo di misure mitigative e compensative (riduzione dei consumi energetici edutilizzo di fonti energetiche rinnovabili, sistemazione a verde degli spazi aperti e dellecoperture, versamento alle casse comunali di contributi economici vincolati all’imple-mentazione delle reti ecologiche, ...) da porre a carico dei soggetti attuatori. Pianificazione d’area vasta e modelli insediativi Alla rivendicazione delle riforme legislative e normative indicate va affiancata unapiù generale battaglia culturale per modificare i contenuti dei piani ed i modelli inse-diativi oggi prevalenti. Gli aspetti paesaggistici e le problematiche ambientali, connessealla chiusura dei fondamentali cicli ecologici, ai flussi di materie prime e di energia,all’approvvigionamento alimentare, alla gestione dei rifiuti, alla messa in sicurezza delterritorio, all’organizzazione dei trasporti collettivi, alla formazione delle infrastruttureverdi, richiedono un disegno unitario del territorio a scala regionale ed una pianifi-cazione d’aria vasta, superando il particolarismo ed il localismo che per molti aspetticontraddistinguono la società veneta. Molto schematicamente riteniamo che alcuni punti fermi di questo disegno unita-rio debbano essere: 1. L’adozione di un modello di riaggregazione policentrica degli insediamenti pro-duttivi e residenziali, fondato sulla riqualificazione urbana, la bonifica e la rigenerazio-22
    • ne con nuove funzioni delle aree industriali dismesse (basti pensare a Porto Margheraed alla miriade di siti industriali disseminati nella pianura veneta) ed il recupero ediliziodei centri esistenti, da collegarsi con una efficiente rete di trasporti collettivi (SFMR emetropolitane di superficie). Individuate le polarità del sistema, nelle quali concentratei servizi e le attività essenziali atte a garantire una pluralità di funzioni ed uno standardelevato di qualità urbana (effetto città), nessuna nuova espansione dovrà essere consenti-ta se prima non verranno effettuate una realistica quantificazione del fabbisogno ed unaattenta ricognizione degli spazi e degli immobili abbandonati o sottoutilizzati. 2. La ricostruzione dei margini urbani, con la formazione di estese “cinture verdi”costituite da aree di valore naturalistico e da parchi agricoli multifunzionali. In moltenazioni europee è questa la soluzione adottata per porre un limite all’espansione ur-bana. Non un vincolo passivo facilmente aggirabile con l’adozione di nuove variantiurbanistiche, bensì un vincolo attivo generato dalla costruzione e gestione di progettifinalizzati alla valorizzazione delle attività agricole periurbane (orticoltura, prodottitipici, prodotti biologici e di qualità, ...) in stretta connessione con attività integrativequali l’agriturismo e le fattorie didattiche e con nuove forme di commercializzazione(agricoltura a chilometro zero, mercati rionali, mense scolastiche ed aziendali, ...). 3. Il potenziamento e la valorizzazione delle infrastrutture verdi e della biodiver-sità, ovvero dei parchi e delle riserve naturali, delle reti ecologiche e dei corsi d’acqua,a cui va affiancato un più generale progetto di riconversione ecologica delle praticheagricole, che attualmente troppo spesso si caratterizza per una tendenza all’industria-lizzazione ed alla monocoltura con effetti devastanti per il paesaggio e per l’ambiente(inquinamento dei suoli e delle falde, eliminazione di siepi e zone alberate, riduzionedella fertilità naturale, ecc.). D’altra parte il tema dei fiumi e dei bacini idrografici, inuna regione quale quella veneta, oltre ad essere strettamente connesso alle problemati-che delle reti ecologiche, risulta fondamentale per la messa in sicurezza del territorio.Da troppo tempo ormai è carente una seria azione di governo su questo fronte e consempre più frequenza si verificano eventi alluvionali di disastrosa entità. 4. Gli investimenti per la messa in sicurezza del territorio (tra i quali dovrebberoessere inserite opere strategiche quali l’idrovia Padova-Mare) potrebbero avere impor-tanti riflessi per la ripresa economica e l’occupazione soprattutto se riguarderanno nonsolo la realizzazione di opere ingegneristiche, ma anche la promozione di programmidi più ampio respiro di riqualificazione ambientale, di salvaguardia e valorizzazionedelle aree con valenza naturalistica e di trasformazione delle colture agricole. L’agri-coltura, dopo decenni nei quali nel nostro paese è stata considerata quasi un’attivitàresiduale, sta tornando oggi di attualità quale potenziale settore strategico per l’eco-nomia nazionale. Un ritorno alla coltivazione dei campi che deve significare anche su-peramento dell’agricoltura industriale, che con i suoi pesticidi e fertilizzanti derivatidal petrolio - come sostiene Carlo Petrini - è una «dichiarazione di guerra alla terra».Una nuova agricoltura che si basi sulla biodiversità e che faccia parte integrante di una 23
    • rete di economie locali, saltando la maggior parte delle intermediazioni distributive.Un’agricoltura che, fondandosi su un’alleanza tra uomo e natura, sia in grado di ridarvita a paesaggi di elevato valore estetico. Piano paesaggistico, programmi di settore e nuove economie Quelli qui richiamati, ovviamente, sono solo alcuni auspicabili indirizzi di fondoper il superamento delle logiche del laissez faire e di uno sviluppo economico oggi uni-camente regolato dalle logiche del mercato. Indirizzi finalizzati all’attivazione di realipolitiche di governo del territorio in grado di integrare la pianificazione urbanistica ele scelte localizzative con i programmi di settore riguardanti il sostegno allo sviluppoagricolo, alle attività produttive e all’occupazione, il risparmio e l’approvvigionamentoenergetico, i trasporti e la mobilità delle persone, la gestione dei parchi e delle riservenaturali, la valorizzazione del patrimonio storico-culturale, le incentivazioni al turismoecosostenibile, la riqualificazione urbana, l’edilizia sociale e la bioarchitettura, i prov-vedimenti antinquinamento e per la riduzione delle emissioni climalteranti, la gestionedei rifiuti... Su molti di questi fronti forze politiche di sinistra e associazioni ambien-taliste hanno sviluppato in questi anni importanti battaglie, coinvolgendo cittadini edopinione pubblica ed ottenendo talvolta qualche significativo successo. Ciò che forse èperò sino ad oggi mancato è la costruzione di una visione d’insieme in grado di connet-tere rivendicazioni ed obiettivi settoriali in un coerente disegno strategico, un disegnoche va costruito con la partecipazione diretta dei cittadini. Per quanto possa apparire uno strumento di pianificazione riservato a specialistied addetti ai lavori, ritengo che un’utile occasione per lavorare in questa direzione puòattualmente esserci fornita dall’elaborazione del Piano paesaggistico regionale, che -come in altri contesti si è dimostrato - può divenire, se correttamente impostato, un ef-ficace strumento di indirizzo per più generali politiche di riconversione delle economielocali secondo criteri di sostenibilità ambientale ed equità sociale. Ho già in precedenza osservato come, contrariamente a quanto avvenuto in altreregioni ed invertendo le priorità, la Regione Veneto abbia in prima istanza adottato nelfebbraio 2009 un Piano territoriale Regionale di Coordinamento privo di prescrizionie norme cogenti, rinviando ad una fase successiva l’adozione del Piano Paesaggistico,che, secondo quanto previsto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e dalla Con-venzione Europea del Paesaggio, deve definire regole certe, parametri vincolanti, meto-dologie di salvaguardia e criteri di gestione non solo dei beni paesaggistici già ricono-sciuti e vincolati, ma anche per la riqualificazione degli insediamenti urbani degradatie per la cura dei contesti agricoli. Indirizzi e prescrizioni che il Codice precisa debbanorisultare vincolanti ed immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi dei pianiterritoriali ed urbanistici e dei programmi di settore. Sono passati più di due anni dalla sottoscrizione del Protocollo d’intesa tra Regione24
    • e Ministero per i Beni e le Attività Culturali (15 luglio 2009) finalizzato alla redazionedel Piano paesaggistico, ma gli studi relativi sono ancora in alto mare. L’apposito Co-mitato Tecnico, a cui partecipano funzionari della Regione e del Ministero, si è riunitosaltuariamente con cadenza trimestrale, mentre i gruppi di lavoro attivati dalla Direzio-ne regionale del MiBAC e dalle Soprintendenze, a quanto si è potuto sapere nei pochiincontri pubblici organizzati o dalla lettura delle scarne notizie riportate nel sito webdella Regione, si sono quasi esclusivamente occupati del censimento e della mappaturadei vincoli paesaggistici esistenti e della delimitazione e rappresentazione dei beni in-dicati dall’articolo 142 del Codice (parchi e riserve naturali, montagne, litorali, corsid’acqua, boschi, zone d’interesse archeologico, ...). Quasi nulla si è d’altra parte fattoper una reale costruzione sociale del piano, in evidente contrasto con quanto indicatodalla Convenzione Europea che, estendendo il concetto di paesaggio a tutte le parti delterritorio così come percepite dalle popolazioni, esplicitamente richiede l’attivazione diprocedure di partecipazione degli abitanti nelle definizione e nella realizzazione dellepolitiche paesaggistiche. Un obbligo ribadito anche dal Codice dei Beni Culturali. Come coniugare il paesaggio ad un modello di sviluppo autosostenibile Occorre dunque rivendicare un radicale cambiamento degli indirizzi e delle mo-dalità di lavoro sin qui seguiti dalla Regione Veneto nell’elaborazione del Piano paesag-gistico, così come una decisa accelerazione dei tempi per impedire che nel frattempo sicontinui nella sistematica devastazione del territorio che per molti decenni ha caratte-rizzato il nostro modello di sviluppo. Un positivo esempio di un diverso modo di procedere ci viene dalla Regione Puglia.In questo caso la volontà dichiarata della Giunta regionale è stata quella di assumere «...la tutela, messa in valore e riqualificazione del paesaggio come condizione per promuovereuno sviluppo autosostenibile e durevole, in antitesi con la consueta integrazione ex postdei valori paesaggistici nel governo del territorio». Dunque un Piano paesaggistico cheassume anche una valenza urbanistico-territoriale (e non viceversa): un piano a cui ognialtra pianificazione deve essere subordinata. Il Piano paesaggistico della Puglia delinea quindi alcuni scenari strategici, essenzialinon solo per salvaguardare il paesaggio, ma anche per avviare una ripresa economicasecondo modelli alternativi (sistemi produttivi a base locale) a quelli del passato. Traquesti: la definizione di un nuovo patto tra città e campagna, finalizzato ad elevarela qualità del vivere e dell’abitare sia nei contesti urbani che nei territori agricoli; lacostruzione di una rete ecologica quale sistema di invarianti ambientali; la valorizza-zione integrata dei paesaggi costieri (waterfront urbani, sistemi dunali, zone umide,agricoltura) e dei beni culturali e paesaggistici delle zone interne (organizzati in sistemiterritoriali) con la promozione di un turismo eco-sostenibile e con progetti di ospitalitàdiffusa; la formazione di un sistema infrastrutturale per la “mobilità dolce”, fondata sui 25
    • trasporti collettivi terrestri e marittimi e la realizzazione di una fitta rete di percorsiciclo-pedonali. Uno degli aspetti più interessanti riguarda riguarda poi le modalità seguite per lacostruzione del piano ed il ruolo fondamentale attribuito alla partecipazione dei cit-tadini e dei “portatori di interesse”. I principali strumenti di partecipazione sono statele Conferenze d’area, l’elaborazione delle “Mappe di comunità” e l’attivazione di un sitoweb interattivo, nonché la previsione di processi innovativi di governance quali i “Con-tratti di fiume”, i Progetti integrati di paesaggio e gli accordi di programma. Già in fase di costruzione del quadro conoscitivo si è promossa la formazione viainternet di un ”Atlante delle segnalazioni”, raccogliendo le segnalazioni di abitanti edassociazioni (con relative dettagliate schede descrittive) in relazione a quattro temati-che: beni paesaggistici ritenuti meritevoli di tutela; offese al paesaggio; buone pratichepaesaggistiche (in relazione in particolare alla gestione delle attività agricole e dellerisorse naturalistiche ed ambientali, all’offerta agrituristica, alla riqualificazione urbanaed all’inserimento ambientale di nuove infrastrutture); cattive pratiche paesaggistiche. In diversi contesti territoriali, con l’istituzione di appositi laboratori di progetta-zione partecipata, sono state costruite le cosiddette “Mappe di comunità” finalizzate apromuovere il ruolo degli abitanti nella rappresentazione del proprio territorio, deglispazi maggiormente vissuti, delle tradizioni e dei valori paesaggistici e culturali social-mente riconosciuti. Mappe realizzate dagli abitanti con l’aiuto di facilitatori, artisti estorici locali e che sono alla base dell’individuazione degli obiettivi di qualità paesag-gistica, di valorizzazione dei beni culturali e naturali e di costruzione degli scenari ditrasformazione. Un ultimo accenno merita il tema dei “Contratti di fiume”, non vi è dubbio infattiche gli interventi finalizzati alla sicurezza idraulica ed alla riqualificazione funzionaleed ambientale dei bacini idrografici possono svolgere un ruolo essenziale per la realiz-zazione di più generali progetti di riequilibrio degli assetti territoriali e di salvaguardiae/o formazione di nuovi paesaggi. I “Contratti di fiume”, proposti già nel 2000 dalWorld Water Forum, prevedono forme di accordo tra pubbliche amministrazioni, as-sociazioni ambientaliste e di categoria, nonché soggetti privati direttamente interessati,che permettano di «adottare un sistema di regole in cui i criteri di pubblica utilità,rendimento economico, valore sociale, sostenibilità ambientale intervengono in modoparitario nella ricerca di soluzioni efficaci per la riqualificazione di un bacino fluviale».Forme di accordo in grado di stimolare la progettualità territoriale dal basso, coinvol-gendo le comunità nella valorizzazione del proprio territorio.26
    • TASCHE PIENE E TERRITORIO BUCATO Nei buchi delle cave prolifera la rendita fondiaria e precipita la pianificazione pubblica Relazione di Luca De Marco Quando si parla di consumo del territorio siamo soliti riferirci alla continua ed ec-cessiva espansione cementizia sugli spazi ancora liberi. Ma c’è un modo di consumareil territorio ancora più sciocco e altrettanto definitivo, che è quello di farlo sparire,vendendolo dopo aver scavato. È il tema delle cave. Il Veneto è la Regione che il mag-gior numero di cave attive in Italia. La provincia di Treviso in primis, è quella che hafornito negli ultimi anni quasi il 60% della ghiaia estratta in regione. Ma tocca anche ilveronese, il vicentino e le altre province. In Italia la regolamentazione delle attività di cava è particolarmente carente. Bisognarisalire al Regno d’Italia per trovare una normativa nazionale in materia (Regio Decreto1443 del 1927). La legge sulla materia e stata poi dalla Repubblica affidata alle Regioni(DPR 616/78). E in questo quadro il Veneto ha un primato negativo. È infatti l’unicatra le regioni del centro nord che non è dotata di un piano regionale di escavazione. Trale regioni del sud (isole escluse) c’è invece il primato positivo della Puglia che è l’unicaad averlo. Il piano per le attività di cava (PRAC) doveva esser fatto secondo quantoprevisto dalla legge regionale sulle attività di escavazione, che risale al 1982 (L.R. 44).Sono passati ben tre decenni e ancora il PRAC non ha visto la luce. Secondo la leggedell’82 le autorizzazioni a scavare le concede la provincia, però solo dopo l’approvazio-ne del PRAC. Dunque vige da trent’anni in Veneto un regime transitorio nel quale leautorizzazioni vengono date dalla Regione senza alcuna pianificazione, attenendosi alsolo criterio fissato dalla legge: non è scavabile più del 3% in caso di sabbie e ghiaie, edel 5% in caso di argille, rispetto alla superficie agricola dei comuni identificati comescavabili. Nelle altre regioni l’autorizzazione a cavare viene data perlopiù dal comune,oppure dalla provincia. È noto come la lobbie dei cavatori sia particolarmente attiva e influente, e comeil meccanismo autorizzativo in mano alla Regione si sia prestato a pesanti ombre diillegalità. Il capo dell’ufficio geologia della Regione, Michele Ginevra, venne arrestatonel 2002 con 17.000 euro in tasca in un ristorante di Pieve di Soligo, ospite di un ca-vatore. Disse che si trattava di una delle tante, cospicue gratifiche che da un decennioriceveva da alcuni cavatori per agevolare le autorizzazioni. Il processo iniziò solo annidopo, quando il funzionario era già deceduto, ma restavano i verbali della confessione.In primo grado gli imputati furono condannati a parecchi anni di reclusione e a pene 27
    • pecuniarie, nel 2010 furono invece assolti in appello. In ogni caso, la vicenda dimostracome la centralizzazione regionale ben si presti a creare zone di opacità nell’attivitàamministrativa. È dunque urgente che si approvi il PRAC, e di conseguenza il poteredi autorizzazione passi alle province, più vicine ai comuni e con apparati amministrativimolto più ridotti e più facilmente controllabili. In Consiglio Regionale ci fu un tentativo di coinvolgere le province nelle autoriz-zazioni. Nella finanziaria del 2004 si stabilì che il parere della Provincia diventasse daconsultivo a vincolante. Il meccanismo è stato però aggirato attraverso la valutazione diimpatto ambientale, di competenza regionale, e dunque di fatto resta tutto in capo allaRegione tranne qualche ampliamento. L’escavazione al centro della rendita fondiaria La questione delle cave non è solo un capitolo a se stante del consumo di territorioma, perlomeno in provincia di Treviso, si è andata intrecciando con tuti gli aspetti del“saccheggio” del Veneto. Per citare casi concreti, anni fa nel comune di Nervesa della Battaglia viene avanzatala proposta di un PIRUEA su un’area, quella della frazione di Bidasio, martoriata dallecave. La trovata geniale è quella di proporre come riqualificazione ambientale la crea-zione di un laghetto naturalistico, da realizzare attraverso la escavazione del terrenoagricolo contiguo alle cave in essere: in pratica, una estensione del 25% delle cave pre-senti nell’area. La furbata viene bocciata sia dal Tar che dal Consiglio di Stato. Oggi i PIRUEA sono stati archiviati, ma sussistono altri meccanismi derogatori. Unodi questi è l’accordo di programma ex art. 32 della legge 35/2001. Si tratta di un accor-do, sia urbanistico che di altro tipo, che per finalità di interesse pubblico consente di de-rogare a tutto quanto e diventa operativo con un decreto del presidente della Regione.In questo modo a Colle Umberto si tenta di recuperare un altro PIRUEA bocciato daTAR e Consiglio di Stato, per consentire la costruzione di un centro commerciale doveun tempo sorgeva una scuola superiore per l’agricoltura. In questo modo Ikea vuole farpassare la trasformazione di un’area agricola di 400.000 mq nel comune di Casale sulSile da agricola a edificabile, per la creazione di un enorme polo commerciale dove ilnegozio Ikea sarebbe solo una parte dell’intervento. Ed è sempre attraverso un accordo di programma che a Vedelago i cavatori propon-gono una operazione gigantesca nella frazione di Barcon: aggiungere un casello allacostruenda Pedemontana, che sia di servizio alle cave della Zona (Vedelago è il comu-ne dal quale più si estrae in Provincia di Treviso), con la viabilità di collegamento allecave, e in cambio trasformare quasi 90 ettari (893.023 mq, 125 campi di calcio) di areaagricola in area industriale e commerciale. Una parte del terreno agricolo verrebbe uti-lizzata per insediarvi uno stabilimento per la produzione del latte, per la macellazione ela lavorazione dei derivati, e accanto una specie di enorme supermercato per prodotti akm zero. Un’altra parte verrebbe occupato da una cartiera, che si svilupperebbe su due28
    • piani, uno dei quali interrato, e per far questo, ovviamente, bisogna scavare. L’estrattocalcolato è poco meno di 2 milioni di metri cubi, praticamente una cava. Anche a Santa Lucia di Piave sull’A27, tra Conegliano e Treviso, si vuol fare un nuovocasello utile ai cavatori. Lo svincolo e la nuova viabilità cancellerebbe vigneti di pregio,alcuni con l’impianto a belussera. Il casello sarebbe collocato in una zona densamentepopolata di cave, alle quali offrirebbe un ingresso quasi diretto in autostrada. Allora, ricapitolando: in una sostanziale deregulation, la questione dell’escavazionesi infila nei meccanismi dell’urbanistica concordata, si intreccia con la questione delleinfrastrutture, con un certo tipo di agricoltura intensiva, con l’assetto idrogeologico.Come una sorta di moltiplicatore del danno al territorio, un sistema semplice e velocedi incamerare denaro. È uno degli aspetti della rendita fondiaria. Quella che una politi-ca di sinistra deve puntare a ridimensionare perché drena risorse al circuito produttivoe concentra la ricchezza dove già c’è, alimentando l’ingiustizia sociale. I Prac peggiorativi, la legge inesistente e la Regione assente Il PRAC, previsto dalla legge del 1982, viene adottato dalla Giunta Regionale nell’ot-tobre del 2003 e comunicato agli Enti Locali per la raccolta delle osservazioni. Il pianoprevede un fabbisogno di materiale da cava esagerato, 17.250.000 metri cubi di sabbia eghiaia, dei quali il 50% da estrarre in provincia di Treviso, il 30% in provincia di Verona,il 17% a Vicenza e il 3% a Padova. La proposta incontra un mare di contrarietà. Il piano prevede di scavare oltre i limiti del 3 e del 5% fissati dalla legge vigente. APaese, dove insistono ben 29 cave, si amplia la possibilità di scavare. A Montebelluna,dove si è già superato il 3% del territorio agricolo, si potrebbe ora raggiungere l’8%.Quindi, assieme al PRAC viene presentato dalla Giunta Galan un disegno di legge permodificare la legge sull’escavazione. In pratica, il PRAC presentato non si fonda sullalegge vigente ma sulla nuova legge ancora da approvare. Oltre a confermare gli ambiti estrattivi già in essere, il piano aggiunge altre aree comescavabili. È il caso della zona del Borgo Malanotte, a Vazzola. Un’area di pregio natu-ralistico e agricolo per la coltivazione del raboso, unico vitigno autoctono trevigiano,e di valore storico culturale per la conservazione dell’antico borgo rurale. Nel 2008 unprivato, che possiede i terreni in quell’area e che è il presidente dei cavatori di Con-findustria, “offre” al Comune e al Consorzio di Bonifica Piave di costruire delle cassedi espansione, su un’area di 50 ettari, per la laminazione delle piene del Piave e comeserbatoio per l’irrigazione. A giugno questo imprenditore invia una lettera agli enti in-teressati per sostenere il proprio progetto, ventilando la chiusura delle propria aziendee la conseguente perdita di occupazione se non arriverà la luce verde dalle istituzioni.Il Consiglio Comunale, con qualche difficoltà dentro la maggioranza leghista, esprimeun voto contrario. La palla passa alla Regione. Tornando al PRAC, nel 2008 la giunta adotta un nuovo piano modificato: il nuovofabbisogno stimato scende a 13.650 metri cubi, dei quali la metà in capo alla provincia 29
    • trevigiana. Neanche questo arriverà mai all’approvazione, che spetta al Consiglio Re-gionale. Abbiamo visto come la Regione utilizzi il regime transitorio per non cedere poterealle province. Nell’urbanistica, questo meccanismo le ha consentito di tirare avanti 25anni, e di avviare solo nel 2011 il trasferimento delle competenze alle province. E sa-rebbe superfluo qui ricordare come la gestione dell’urbanistica da parte regionale abbiaconsentito la ipertrofia costruttiva e la offesa continua al territorio e al paesaggio venetoche è ormai oggetto diffuso di una nuova consapevolezza. Basti dire che il DocumentoProgrammatico Preliminare della prima Giunta Regionale, nel 1972 si esprimeva conpreoccupazione: “Di fronte alla massiccia occupazione territoriale da parte degli insedia-menti (occupazione che procede con un ritmo che in pianura entro pochi decenni potrebbepartire ad un integrale ed irrazionale consumo del territorio) questa azione di salvaguar-dia dovrà tendere al recupero ed alla riutilizzazione, sempre con forme e modi appropriati,del patrimonio di edifici e di manufatti attualmente esistente”. Questa consapevolezzanon pare aver evitato le conseguenze peggiori già preconizzate allora. Del resto, già10 anni prima il poeta Andrea Zanzotto, in un articolo per la rivista della Provinciadi Treviso del ‘62, indicava le conseguenze dello sviluppo caotico di quegli anni “nellaproliferazione casuale e mostruosa delle città, nella devastazione della campagna che stacoprendosi di un caotico e sfilacciato tessuto urbano, nello sfregio, infine, del paesaggio, chesi sta perpetrando in tutto il paese”. E concludeva: “Bisogna capire che salvare il paesaggiodella propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita”. Allora bisognerà, prima o poi, fare un bilancio del regionalismo italiano, e di quelloVeneto in particolare, e lo stato in cui versa il territorio rappresenta una cartina di tor-nasole di quanto la dimensione regionale abbia saputo dimostrarsi adeguata alla piani-ficazione e alla programmazione di uno sviluppo ordinato e sostenibile. Si avverte dunque con forza l’esigenza di una legge quadro nazionale sulle cave, cheponga dei binari precisi ad una attività particolarmente impattante sul territorio, e cheponga in connessione l’attività estrattiva con le esigenze di pianificazione territoriale,e di salvaguardia ambientale e paesaggistica. Che introduca standard minimi riguardoalle aree da sottrarre alla escavazione e alla regolamentazione sul recupero delle aree esulle compensazioni ambientali. SEL dovrebbe farne uno dei punti della propria piat-taforma programmatica. Sanzioni e controlli L’azione di controllo e di sanzione, per quello strano combinato legislativo che siricordava sopra, è in capo alle province, che versano poi alla Regione l’incasso dellesanzioni. La Provincia di Treviso ha avviato una campagna di controllo delle escavazioni sottofalda, attraverso un innovativo sistema di ecoscandaglio delle cave in falda. Si è cosìaccertato un volume di 358.000 mc di materiale scavato in più rispetto a quanto auto-30
    • rizzato. Solo una parte è stato sanzionato, perché in caso di infrazioni avvenute più di5 anni prima non si può procedere, e il più delle volte non vi è la possibilità di datareesattamente l’abuso. L’importo delle sanzioni sarà comunque inferiore, per il cavatore,di quanto ricavato dalla vendita del materiale estratto in più. La legge regionale stabili-sce infatti che ai fini del calcolo della sanzione sia la Camera di Commercio provincialea fissare un valore di mercato per la ghiaia estratta. Questo valore non viene aggiornatoda anni, e dunque si ha un valore sanzionatorio di 6,36 a mc, che viene ridotto ad unterzo per la ditta che provvede al pagamento entro i termini senza far ricorso. Quindile sanzioni della Provincia non hanno alcun potere deterrente: il cavatore ci guadagnacomunque anche se viene beccato e sanzionato. Appare dunque urgente portare le sanzioni a un multiplo del prezzo commercialestabilito dal listino camerale. Nel disegno di legge della Giunta Galan si prevedeva diaumentare la sanzione di tre volte. Ma poiché esiste la riduzione di un terzo ai sensidella normativa nazionale, anche questo aumento sarebbe insufficiente a dare un valoredeterrente. Bisognerebbe prevedere un aumento di almeno 6 volte il valore della Came-ra di Commercio. Indennizzi Ai sensi della legge regionale, i cavatori versano ai comuni dove scavano un contri-buto di indennizzo. Attualmente il contributo è di 0,62 euro (1.200 Lire) a metro cuboin Veneto. In alcune regioni d’Italia è stato elevato a 2,00 euro. In Lombardia questocontributo spetta anche alle province per il 15%. In Emilia Romagna sono ripartiti traComune, Provincia e Regione. A noi pare corretto che, viste le ripercussioni che le atti-vità estrattive hanno sul territorio, vi sia un indennizzo anche alla Provincia, competen-te sia sulle infrastrutture di carattere provinciale, sia sull’attività di controllo dell’attivitàdi cava. Un contributo aggiuntivo e non sostitutivo di quello comunale. I margini di guadagno dell’attività estrattiva, pur nella congiuntura economica sfavo-revole, sono comunque tali da consentire aumenti significativi del contributo. Secondoi dati di Legambiente, in Veneto i canoni pagati dai cavatori corrispondono al 4,9%del prezzo di vendita: 4.362.591 Euro di canoni a fronte di un prezzo di vendita di87.955.462 Euro. Tutt’altro che una tariffa insostenibile, dunque. Nella nuova legislazione si dovrebbe prevedere un contributo, indicizzato e non fis-so, che ci avvicini ai 2 Euro. Il Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna ha approvatoa marzo di quest’anno una risoluzione a del Gruppo SEL-Verdi che impegna la Giuntaa portare il costo da 0,57 Euro al metro cubo a 2,00 Euro. Conclusioni L’attività di escavazione è uno degli elementi del consumo del territorio, tra i piùimpattanti per la rilevanza del danno e la sua connessione con l’aspetto urbanistico einfrastrutturale e con l’aspetto strettamente ambientale della salvaguardia del territo- 31
    • rio. L’escavazione costituisce inoltre il meccanismo principale di approvvigionamentodella materia prima per la cementificazione del territorio, e sta dunque a monte deldiluvio cementizio che deve essere oggi uno degli obbiettivi di un attacco critico versoun modello di sviluppo vorace da superare e riconvertire. Per citare Edgar Morin: “Oc-corre reinventare questo concetto di sviluppo, la cui applicazione ovunque nel mondodistrugge le solidarietà tradizionali, fa dilagare la corruzione e l’egocentrismo. Bisognache il concetto di sviluppo subisca una metamorfosi in quello di fioritura”. L’intero settore abbisogna dunque di un quadro normativo adeguato alla contem-poraneità, e che crei un minimo di omogeneità sul territorio nazionale. Le Regionilasciate a se stesse si sono dimostrate infatti largamente supine ai desiderata dei cavatori,non solo al Sud ma anche in una Regione come il Veneto, dove i cavatori costituisco-no comunque una delle più potenti lobbies, i cui interessi sono stati messi alla pari, espesso privilegiati, rispetto agli interessi delle comunità e del territorio. Per invertirela tendenza la Regione dovrebbe emanare regole certe e pianificare l’attività di cava inbase ai fabbisogni realistici, tenendo conto dei volumi da scavare già autorizzati e dellaquota di recupero e riciclo degli inerti, che dovrà essere via via crescente e incentivata,anche attraverso la prescrizione nei capitolati di opere pubbliche di utilizzare quote dimateriale riciclato. Tenendo nel computo anche le escavazioni in alveo, che passano perregimazione idraulica ma che comportano la vendita di inerti e dunque vanno a ridurreil fabbisogno. Dovrebbe poi aumentare il costo del materiale per chi lo scava e lo vende,elevando gli indennizzi e ripartednoli tra i diversi enti. E rendere efficaci e deterrentile sanzioni per chi scava oltre l’autorizzato, superando un meccanismo che allo statoattuale è premiante per chi sgarra e non per chi rispetta le regole. La questione dell’escavazione si intreccia con gli altri “malanni” del territorio veneto:la mancanza di una seria programmazione degli interventi per la difesa idrogeologicadel territorio, che lascia spazio all’attivismo interessato dei cavatori, la mancanza di unapianificazione seria e vincolante sull’urbanizzazione del territorio, che lascia spazio ameccanismi derogatori volti a produrre enormi colate di calcestruzzo, la programma-zione confusa delle opere viarie e infrastrutturali. Si propone dunque di considerare laquestione all’interno del più generale quadro del conflitto in atto contro il territorio econtro l’ambiente. La crisi la si vuol far pagare nei suoi costi sociali ai ceti popolari, eci si vuole pure aggiungere il costo ambientale di un assalto al territorio e all’ambientegiustificato sotto la falsa insegna delle esigenze occupazionali e lavoristiche. La renditafondiaria va a braccetto con la speculazione finanziaria, per depauperare il paese e i suoiabitanti e arricchire i sodali della cricca globale. Sinistra Ecologia Libertà è nata anche per superare, già dalla traccia programmaticadella sua denominazione, le contrapposizioni esclusive tra le ragioni dell’ambiente, dellavoro e dei diritti, e per includerle in una proposta di modernità nuova, all’altezza delnuovo secolo.32
    • Sinistra Ecologia Libertà SEL promuove una campagna in difesa del territorio e del suolo TERRA NOSTRA Riassetto idrogeologico, adattamento, messa in sicurezza e cura del territorio sono la prima urgente grande opera pubblica di cui ha bisogno l’Italia Le risorse finanziarie necessarie a promuovere il riassetto idrogeologico, l’adattamento,la messa in sicurezza e la cura del territorio italiano si aggirano sui 40 miliardi di euro,mentre quelle realmente investite negli ultimi 20 anni sono state appena 400 milioni dieuro. Per indennizzi, ricostruzioni e riparazione dei danni a posteriori si sono spesi (malee, molto spesso, per ricostruire negli stessi luoghi interessati da inondazioni e frane) 52 mi-liardi di euro in cinquant’anni; se sommiamo gli indennizzi post terremoti, la cifra arrivaa 213 miliardi di euro. L’assenza di qualsiasi riferimento ai temi della qualità dello sviluppo e alla sostenibilitàambientale nel recente discorso di insediamento del Presidente del Consiglio ci ha delusie ci preoccupa perché sono migliaia i cittadini italiani in lotta da mesi con il fango. Traeconomia ed ecologia vi sono molti più legami di quelli che tanti economisti assai poco in-novatori e riformatori riescono a vedere: un territorio sicuro per i cittadini e per le attivitàproduttive è la condizione prima di qualsiasi sviluppo possibile, un paesaggio di qualità èla ricchezza fondamentale dell’Italia. Non possiamo più sprecare soldi e natura, non vo-gliamo perdere altre vite umane. Va colto appieno l’aggravamento dell’intreccio fatale tra cambiamento climatico e scarsacura del territorio. Gli eventi estremi (periodi di siccità alternati a piogge violente che ar-rivano fino al 18-25% in più di intensità) rendono ancora più a rischio un territorio giàfragile, con il 47% del territorio colpito dal dissesto. Dal 1998 (tragedia di Sarno) al 2007,secondo statistiche ufficiali, ci sono state un centinaio di vittime e 7,5 miliardi di danni cuivanno aggiunti quelle degli ultimi 4 anni. In Italia l’impermeabilizzazione sottrae all’agricoltura e alla vita di altre specie porzionisempre crescenti di terreno, limita e impedisce l’infiltrazione delle acque e la funzione diritenzione, aumenta le possibilità di repentini eventi di piena. Oltre il 6% del territorionazionale è impermeabilizzato e, nell’ultimo decennio, vi è stato un consumo medio di 33
    • suolo di circa 36.500 ettari l’anno, ossia 100 ha ogni giorno, un ritmo doppio rispetto al de-cennio precedente. Il processo è evidente nelle grandi città: ad esempio, a Roma l’espansionedell’area urbana ha portato a una crescita del suolo impermeabilizzato dal 4% nel periodo1994-2000 al 7% nel periodo 2000-2006. Il consumo e l’impermeabilizzazione del suolosono tra le principali cause delle morti e delle devastazioni che gli eventi meteorologici estre-mi causano sul territorio italiano (anche quando non sono estremi). Con circa 45 milionidi tonnellate di cemento prodotto nel 2008, il nostro Paese è al quarto posto nel mondoper rapporto tra cemento prodotto e superficie territoriale e al quinto posto per rapporto tracemento prodotto e numero di abitanti. Lo sviluppo edilizio e infrastrutturale dovrebbe seguire il principio di evitare, limita-re e compensare l’impermeabilizzazione dei suoli. Regolamenti stringenti, sul modello diquelli già esistenti in altri Paesi UE, possono ridurre gradualmente il consumo di suolo,entro una specifica scadenza temporale, fino ad avere “zero” consumo ulteriore di suolo. Dasubito, possono anche essere avviate specifiche politiche per la protezione dei paesaggi, deisuoli agricoli e degli ecosistemi ad alto valore naturalistico, per evitarne consumo e imper-meabilizzazione, diffondendo le migliore tecniche disponibili. La protezione e la cura del territorio sono una vera riforma e una “grande opera”. Laproponiamo alle forze sociali, politiche, economiche e al Governo e ne facciamo da oggi unimpegno costante del lavoro politico di SEL, innanzitutto attraverso una campagna di di-scussione e consultazione che svilupperemo nazionalmente e in tutte le regioni e negli EntiLocali dove siamo presenti, anche attraverso proposte precise ed iniziative istituzionali. (novembre 2011)34
    • Sinistra Ecologia e Libertà Coordinamento regionale Veneto