Habitat rupestre e influenze sull’architettura e l’urbanistica

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Habitat rupestre e influenze sull’architettura e l’urbanistica

  1. 1. L’HABITAT RUPESTRE TRA PUGLIA E GRECIA E LE SUE INFLUENZE SULL’ ARCHITETTURA DAL VILLAGGIO CAPANNICOLO AL FRANTOIO IPOGEO Dott. Arch. Mariangela Martellotta - Rupestrian Heritage Paper 2013
  2. 2. L’EPOCA PRIMITIVA La presenza umana nel territorio del Parco ha origine antichissime. Forme di trogloditismo civile sono conosciute sin da 750.000 anni fa e cioè da quando l'uomo cominciò a padroneggiare l'uso del fuoco. Le abitazioni trogloditiche in grotte naturali divennero pressoché comuni nel periodo glaciale denominato Würmiano, ossia nel Paleolitico medio (80.000 – 50.000 anni fa) e nel Post Würmiano. L’età del Paleolitico 2 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  3. 3. Evoluzione dell’essere umano 3 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  4. 4. Il periodo Paleolitico 4 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  5. 5. I VILLAGGI CAPANNICOLI Le importanti testimonianze legate al  fenomeno del “vivere in grotta” sono riconducibili alle diverse età della storia: la frequentazione in età protostorica (XVI-XI sec. a.C.) è documentata dalla presenza di tombe a grotticella e da fori di palificazione di villaggi capannicoli come quelli presenti sulla sommità della Gravina di Riggio e del Fullonese, a Grottaglie (TA). 5 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  6. 6. Il passaggio all’età del Neolitico 6 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  7. 7. Mappa concettuale su i primi villaggi nel neolitico 7 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  8. 8. Organizzazione dei villaggi nel neolitico 8 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  9. 9. Il Neolitico è caratterizzato, in fase tarda, dalle prime tracce di adattamento artificiale di grotte naturali alle esigenze umane nel frattempo accresciutesi. Le prime testimonianze nell'area delle gravine le possiamo quindi già riscontrare durante l'Età del bronzo che rivelano come il territorio tarantino avesse già grande rilievo come documentato da tutta un'articolata tipologia funeraria che è caratteristica di questo periodo.  In foto una delle tombe a cassa di latroni litici, ritrovate in Salento, nella specchia di Artanisi, considerata uno dei maggiori monumenti di carattere funerario dell’antichità (seconda metà del II sec. a.C. – età del Bronzo Medio), vista la densità dei reperti trovati nell’area. Nel corso dell'Età del Ferro, o Villanoviana (X-VIII secolo a.C.), comparvero nuove relazioni interregionali (con la preminenza, forse, di una matrice balcanica) che, interagendo con le istanze locali, diedero vita ad una cultura nuova, la prima propriamente regionale, denominata iapigica. Da un punto di vista urbanistico questa condusse a termine il processo, da lungo già avviato, di progressivo concentramento degli insediamenti, con il contestuale abbandono delle grotte ad uso abitativo. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 9
  10. 10. L’INFLUENZA DEL MONDO GRECO I contatti del mondo greco con il Mediterraneo centro-occidentale sono attestati sin dall’età preistorica. La vocazione marittima e la ricerca di materie prime (ossidiana, metalli) spinsero le popolazioni dell’Egeo a creare e a intrattenere una rete intensa di relazioni commerciali in tutto il bacino del Mediterraneo. I rapporti e gli scambi del mondo egeo con il versante adriatico dell’Italia risalgono al III millennio a.C. I materiali archeologici, soprattutto ceramici, rinvenuti in Italia documentano la frequentazione micenea sin dalle prime fasi di questa civiltà (XVI-XV sec. a.C.): nelle Isole Eolie (Lipari, Filicudi, Salina), nell’arcipelago flegreo (Ischia e Vivara), ma anche lungo le coste dell’Italia, nella Puglia adriatica (Giovinazzo, Molinella e Grotta Manaccore nel Gargano), nella Calabria ionica, nella Grotta del Pino vicino Salerno e nella Sicilia meridionale, dove nel santuario-officina di Montegrande, presso Agrigento, sono state rinvenute fornaci di lavorazione dello zolfo, che si estraeva nella zona.  Nell’Italia meridionale si segnalano gli insediamenti costieri della Puglia centro-settentrionale, siti in genere su promontori e alture naturalmente difendibili e vicino ad approdi naturali, come Punta Le Terrare, nel Brindisino, e Coppa Nevigata, dove la frequentazione dei gruppi egei può aver determinato l’organizzazione sociale più complessa riscontrabile nell’abitato. 10 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  11. 11. L’URBANISTICA A scala urbanistica l’influenza greca nel sud d’Italia si fece sentire per quanto riguarda gli impianti urbani: Al nome del celebre architetto e pensatore Ippodamo di Mileto, noto come pianificatore del Pireo intorno alla metà del V sec. a.C., è legato l’impianto della colonia di Thurii (Sibari – Calabria) nel 444 a.C. Diodoro Siculo ne descrive lo schema urbano, che dovette apparire fortemente innovativo ai contemporanei, organizzato tramite una grande maglia di strade ortogonali di differente larghezza, suddivisa ulteriormente grazie a un fitto reticolo di stenopòi in isolati modulari, che prevedeva anche una ripartizione La città di Thurii non raggiunse mai la grandezza e la ricchezza di Sibari; lo stesso impianto turino già all'atto della sua fondazione era più piccolo dell'estensione urbana funzionale delle aree della città.  di Sibari. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 11
  12. 12. L’URBANISTICA Il principale artefice della nuova città fu l'architetto Ippodamo di Mileto, che pianificò accuratamente lo schema urbano del nuovo centro - il cosiddetto impianto ippodameo - sul sito dove pochi decenni prima sorgeva Sibari, le cui rovine furono spianate e livellate. La città, secondo le notizie di Diodoro Siculo, venne chiamata Thurii dal nome di una sorgente.  DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 12
  13. 13. DALLO SPAZIO SCAVATO ALL’ARCHITETTURA ‘‘FUORI TERRA’’ Si intende per architettura additiva quel tipo di architettura che emerge dal sottosuolo o dagli ambienti scavati nella roccia e si impone come forma volumetricamente definita in tutte le sue parti, mantenendo comunque il carattere massivo e introverso delle precedenti tipologie. Si inseriscono in questa categoria la casa a corte o a patio il cui archetipo, come già ricordato, va ricercato negli ambienti ipogei sviluppati attorno una cavità centrale (vedi Matmata). Il sistema recinto o fossato, è utilizzato in realtà sin dal neolitico perché funzionale alle attività agricolo-pastorali, al sistema di raccolta e drenaggio delle acque piovane, alla raccolta di rifiuti e produzione di humus. Non di rado si vedrà che il recinto/corte delimita uno spazio coltivato, sottratto al deserto che si alterna al tessuto edilizio, in cui il recinto è l’elemento unificatore e ordinatore ma soprattutto l’elemento primigenio da cui si genera l’oasi. 13 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  14. 14. E’ nell’architettura greco-romana che la distribuzione attorno ad una corte diventa una regola geometrica. Nell’antica città di Olinto (430 a.C.) nella Calcide, le case, a pianta approssimativamente quadrata, si aprivano su un loggiato porticato interno (pàstas) in cui si svolgevano tutte le mansioni domestiche, preceduto da un cortile e da un vestibolo. Il portico interno, coperto, era orientato a mezzogiorno, come consiglia Socrate: «Ammetti che chiunque si proponga di edificare una casa perfetta progetterà di farla il più possibile piacevole e comoda per viverci?». Un discepolo ammirato subito assentì. Socrate allora chiese: «Non è forse piacevole avere una casa fresca d’estate e calda d’inverno?». Il suo interlocutore assentì un’altra volta. Il filosofo descrisse poi come ci si potesse riuscire con semplici accorgimenti: se la casa è rivolta a sud, spiegò, «in inverno la luce del sole penetrerà sotto la veranda coperta e illuminerà le stanze principali» mentre in estate, «quando il sole passa sopra le nostre teste, il tetto manterrà ombreggiata la casa». Socrate descrisse poi come realizzare una casa perfettamente funzionale: «Costruisci le stanze principali sul lato nord e aperte a sud. Costruiscile più alte di qualsiasi struttura secondaria che possa impedirne l’esposizione a sud, cosicché possano catturare il basso sole invernale». 14 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  15. 15. … UN PO’ DI SUCCESSIONI STORICHE Con la guerra bizantino – gotica, la Puglia entrava a far parte dell’Impero d’Oriente, di cui dovette condividerne le sorti. Alle devastazioni intervenute con questa guerra, si aggiunse qualche anno dopo (591 – 598), un’altra calamità, quella della discesa dei Longobardi. Le coste pugliesi, furono separate dal ducato di Napoli, determinando la rottura della continuità dei possessi bizantini sull’Adriatico da quelli sul Tirreno. Nel 642, si registra l’invasione di Slavi alla foce dell’Ofanto, sconfitti dopo la morte di Aione nel 641 da Rodoaldo (642 – 647) e nel 663 la spedizione contro i longobardi dell’imperatore d’Oriente, Costante II (641 – 668). La ripresa delle ostilità dei Longobardi contro i Bizantini della Puglia, si ebbe con Romoaldo (671 – 687), successore di Grimoaldo, il quale riconquistò i possessi perduti. I Longobardi, estesero i loro domini al di là dell’Ofanto, e ai Bizantini, restò gran parte della penisola salentina e alcune città importanti: Otranto e Gallipoli. La caduta del regno longobardo settentrionale ad opera di Carlo Magno nel 774 e l’assunzione del titolo di principe da parte di Arechi II (758 –787) con la conseguente riforma istituzionale dell’ex ducato beneventano, non incisero sugli avvenimenti interni dei territori pugliesi. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 15
  16. 16. LA CIVILTA’ RUPESTRE Con il termine di civiltà rupestre, s'intende l’insieme delle complesse e differenti realtà sociali e culturali, civili e religiose, legate all’esperienza del vivere in grotta, che hanno interessato dal VI al XIII secolo l’intera Italia Meridionale, continentale e insulare. La genesi storica di tali insediamenti ha…. un primo sviluppo in epoca preclassica (con il primo sfruttamento delle grotte naturali e dell'ambiente di lame e gravine da parte dell'uomo preistorico); una seconda fase, compresa tra il Tardo Antico e il Basso Medioevo, vede invece diffondersi l'uso delle abitazioni scavate nella tenera “calcarenite” di lame e gravine.  16 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  17. 17. Le prime tracce di insediamenti umani in edifici naturali quali caverne, grotte e rifugi rupestri sono da ricercarsi all'incirca ad un milione di anni fa con la comparsa dell'Homo Erectus. Ciò avviene perché l'uomo si rende conto di dover proteggersi dalle intemperie, dagli inverni rigidissimi e da una natura piena di insidie. Con questo piccolo, ma non poco importante passo, l'uomo per la prima volta fa delle modifiche all'ambiente circostante, allora ancora incontaminato, adattando l'involucro naturale della grotta all'esistenza umana. Infatti questi interni bui, molto protettivi, informi, sono stati scheggiati, dipinti, incisi, riempiti di cose portate da fuori, ''addomesticati'' dalla presenza umana. Di conseguenza queste abitazioni  hanno perso la loro naturalità, sono state artificializzate dagli interventi umani, rappresentando una ''pre-architettura''. Inoltre le grotte paleolitiche non sono soltanto dei luoghi di semplice vita quotidiana, ma delle vere e proprie "gallerie d'arte" dove l'uomo poteva sfogare la propria creatività con disegni e incisioni. Di questa consuetudine abbiamo diverse testimonianze concentrate soprattutto nell'Europa meridionale. 17 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  18. 18. INSEDIAMENTI ABITATIVI RUPESTRI Il fenomeno della Civiltà Rupestre non è, strettamente parlando, limitato ad uno spazio fisico o cronologico definito, in quanto l'occupazione delle grotte (naturali o artificiali) ha rappresentato, con frequenza variabile, un fenomeno di lunga durata della Storia umana in terra jonica. E' tuttavia innegabile come la cultura del vivere in grotta connoti in maniera particolare un'epoca storica ed un ambito geografico : il Medioevo della Terra delle Gravine. Le particolari vicende della Puglia, nel contesto delle forze politiche e delle spinte conquistatrici dei Goti, Longobardi, Saraceni, Franchi e Bizantini, portarono questa regione ad un riassestamento dell’organizzazione territoriale e delle stesse strutture, legate ai centri insediativi della regione. In tale contesto, bisogna considerare la crisi del sistema viario romano in Puglia  nell’arco di tempo tra Tardo Antico e Alto Medioevo. 18 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  19. 19. VICENDE STORICHE IN PUGLIA Per l’antica via Appia si percepiscono spostamenti dovuti dalla necessità di sostituire a lunghi percorsi esposti e indifesi, una strada più lunga e tortuosa ma che offriva asili ravvicinati, come, ad es. la direttrice Massafra – Mottola. Questa modificazione del sistema viario più antico è legata a due aspetti: •l’arretramento delle sedi umane stabili rispetto agli assi preferenziali utilizzati dagli eserciti invasori; •la necessità di un collegamento con i nuovi insediamenti, incuneati negli anfratti delle gravine e quindi, resi più sicuri dalle particolari asperità dei luoghi. È nella fase di transazione tra Tardo Antico e Alto Medioevo (680 all'850 circa, fino alla conquista dei Saraceni, ed al successivo ritorno dei Bizantini nel 880) che il fenomeno della vita in grotte, riprende con particolare vigore. Da una testimonianza dello storico Uggeri si rileva che: “L ’abitato rupestre, è la totale negazione della classicità e romanità; al centralismo e all’agibilità, si sostituiscono la dispersione e l ’inaccessibilità. La strada è un concetto estraneo a questo ambiente, spesso associata all’idea di pericolo. Scalette, stretti sentieri ricavati nel sasso, scale di corda, sono tutti elementi che danno sicurezza, in un villaggio rupestre, agli uomini e alle bestie da soma”. 19 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  20. 20. Alla base della cultura rupestre erano insieme motivazioni economiche (scavare il tufo era meno costoso e richiedeva conoscenze tecniche meno sofisticate che erigere edifici) e di sicurezza, data la lontananza dei centri rupestri dai grandi centri abitati, meta preferita delle incursioni nemiche nel corso dei secoli bui del Medio Evo.  Non è però vero che chi abitava in grotta vivesse un'esperienza sociale a parte: la documentazione medievale (scarsa in realtà quella che fa riferimento esplicito ad insediamenti rupestri attivi) e l'archeologia non mostrano significative differenze nella espressione culturale di queste popolazioni rispetto a quelle che vivessero in abitati sub divo. Anche dal punto di vista della struttura edilizia fra la tipica casa-grotta, completamente ipogea, e la casa in muratura, completamente subdiale, esistono infinite forme di transizione, ben evidenti del resto all'interno della maggior parte dei villaggi rupestri del Tarantino, valgano gli esempi di Casalpiccolo (Grottaglie) e Cigliano (Crispiano). Non si concilia del resto con un ipotetico desiderio di vivere nascosti la considerazione che tutti i centri rupestri maggiori siano pienamente inseriti nel sistema viario territoriale. Va ribadito che la Civiltà Rupestre fu un'esperienza della società civile medievale, connotata (come tutti gli aspetti di quella società, del resto) anche da profonde espressioni di religiosità, ma che non si esaurì affatto in essa. 20 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  21. 21. IL MEDIOEVO RUPESTRE A seguito delle estenuanti guerre (fra Goti e Bizantini, fra Bizantini e Longobardi, fra Bizantini e Normanni) e delle ricorrenti scorrerie saracene il flusso di genti dalla città, più volte devastata, verso le campagne, e le gravine in particolare, raggiunsero i ritmi e le modalità di una persistente e capillare occupazione del territorio. Questa ebbe una facies dispersa (con una o poche grotte sparse) ed una accentrata, nei villaggi (casali); tale cultura abitativa costituì un'attrattiva talmente forte per le popolazioni al punto da connotare le prime fasi di vita di quasi tutti centri abitati. L'individuazione di tale fase resta sempre ripercorribile, anche laddove è stata sommersa dagli edifici moderni. Con il tempo i villaggi rupestri si organizzarono man mano che si ampliavano, definendo strutture urbanistiche più o meno complesse, con case-grotte articolate e multifunzionali, ambienti per gli animali, strutture produttive e luoghi di culto. 21 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  22. 22. CLASSIFICAZIONE CAVITA’ ARTIFICIALI 22 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  23. 23. LA CASA NELLE GROTTE B)    Opere Insediative Civili B.1 insediamenti stabili abitativi = insediamenti abitativi a carattere continuativo per un certo periodo di tempo, abitazioni trogloditiche, casette agricole ipogee con focolare, camino, lettiere, ecc. B.2 ricoveri temporanei/rifugi= insediamenti stagionali, luoghi di riunione saltuaria, ricoveri di banditi, cavità scavate nei parchi di ville antiche, luoghi di temporanea detenzione; i rifugi antiaerei vanno in D.7. B.3 opifici = grotte dei cordari, oleifici, officine, luoghi (in passato) di lavoro; se militari, vanno in D.1. B.4 magazzini = depositi di attrezzi agricoli, cantine da vino, cantine generiche; se militari vanno in D.5. B.5 silos sotterranei = cavità con accesso generalmente dall’alto, scavate nella roccia e chiuse da una pietra accuratamente squadrata, che garantiva la conservazione di derrate alimentari al riparo dai topi; sinonimo: fosse granarie. B.6 stalle = ricoveri per animali di qualsiasi taglia, dai cavalli ai polli, esclusi i piccioni (B.7). B.7 colombari = la maggior parte dei colombari extraurbani, con cellette piccole e fitte, avevano funzione di allevamento di piccioni o volatili analoghi, termine corretto “colombaie”; altri, con celle un po’ più grandi e senza la finestrella per far entrare e uscire gli uccelli, sono invece cavità funerarie e vanno in C.2. B.8 altri insediamenti = è difficile stabilire un elenco completo di tutti i tipi di insediamenti, se ve ne sono di inusuali o non interpretabili, andranno in questa voce; se si troverà un gran numero di insediamenti che ricadano nelle sette voci precedenti, se ne creerà una apposita. 23 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  24. 24. LA CASA NELLE GROTTE  I fianchi di lame e gravine ospitarono anche, interposte alle strutture abitative vere e proprie, sistemi di regimentazione delle acque fluenti, strutture pubbliche di stoccaggio di derrate alimentari e di acqua, orti, giardini, strade, viottoli, terrazzamenti, colture varie: veniva in questo modo operata una radicale umanizzazione del paesaggio, che assunse (nella compenetrazione fra abitato ruralizzato e campagna urbanizzata) la connotazione più tipica del Medioevo profondo. Successivamente al periodo bizantino e precisamente tra il XIV e il XV secolo la vicenda trogloditica pugliese si avvia al suo epilogo. Infatti la crisi e lo spopolamento di molti villaggi, in questo periodo, si accompagnarono al più generale fenomeno di crescita dell'importanza delle città a svantaggio del contado.  Quindi, sia per motivi storici che per motivi climatici, la "cosiddetta civiltà rupestre" conosce il suo epilogo regalandoci, però, per l'oggi, stupende testimonianze di un lungo e stratificato passato dominato da influssi stranieri che hanno così caratterizzato il nostro territorio e che rappresentano un indubbio patrimonio da valorizzare e proteggere. 24 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  25. 25. Gravina di Puglia : nel V secolo d.C. La distruzione dei centri abitati, uno sul pianoro della collina di Botromagno e l'altro sul ciglio del burrone, spinse le popolazioni a rifugiarsi nel sottostante burrone, gravina, dove alle grotte preesistenti aggiunsero di nuove adibendole ad abitazioni. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 25
  26. 26. Quella di Riggio ospita il più noto dei villaggi rupestri ad est di Taranto. Qui si trovano le chiese, ricche di affreschi tra i più antichi conservati nell’elenco ionico, essendo datati tra X e XI secolo. Varie ipotesi sono state formulate sulle origini dell’insediamento medievale in questa Gravina. Probabilmente trattasi di rifugiati provenienti da altri insediamenti distrutti, alla fine della tarda antichità o all’inizio dell’alto Medioevo, dalle invasioni barbariche e dalle vicende della guerra greco – gotica. Il maggior gruppo di profughi sarebbe giunto a Riggio dall’insediamento di “Pezza Petrosa”, a metà strada circa tra  Grottaglie e Villa Castelli. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 26
  27. 27. L'attuale centro storico di Ginosa è circondato a ferro di cavallo da due insediamenti rupestri, quello del Casale e quello della Rivolta. L'insediamento della Rivolta è un vero e proprio villaggio trogloditico, ubicato sulla parete della gravina sottostante il Castello e accessibile sia dal fondo della gravina che dal centro storico.  L'insediamento è composto da 66 case grotta, disposte su 5 piani collegati tra loro da sentieri e scalette. In alcune grotte è ancora leggibile l'originaria struttura abitativa (sedili, giacigli, camini, vasche, mensole, grandi cisterne per la raccolta e la conservazione dell'acqua piovana, tutti scavati nella pietra), gli spazi di servizio e di produzione (stalle, ricoveri, frantoi ipogei), i luoghi di culto. Di fronte al villaggio della Rivolta si trovano poi le chiese di S.Barbara e di S.Sofia. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 27
  28. 28. Il villaggio rupestre di Petruscio rappresenta uno dei più interessanti esempi del vivere in grotta nella nostra regione. Il villaggio sorge nelle vicinanze dell'antica strada istimica che connetteva Adriatico e Ionio, la Traiana con l'Appia (partendo da Chiatona sulla costa ionica e passando per Palagiano, Mottola e poi continuare verso la costa adriatica), percorso lungo il quale in epoca medievale si concentrarono numerosi insediamenti rupestri più o meno estesi. La tradizione vuole che il villaggio sia stato scavato e scelto come dimora dai profughi di Mottola, distrutta dai Saraceni nell'847, e che sia stato poi abbandonato dai suoi abitanti alla fine del XII secolo, soprattutto in seguito alla ricostruzione di Mottola (distrutta nuovamente dai Normanni nel 1102 e subito ricostruita). DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 28
  29. 29. Una delle attrazioni più spettacolari del territorio di Castellaneta è senz’altro rappresentata dalle gravine di origine carsica che lo solcano per svariati chilometri; lungo i loro percorsi sono presenti vari insediamenti rupestri, di cui alcuni sono di origine alto medievale (V-X secolo). Nel VIII secolo la vita nelle grotte fu incentivata, oltre che da necessità difensive, dalla lotta iconoclasta di Leone III e in quelle stesse gravine trovarono riparo molti monaci greci giunti dall'Oriente. 29 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  30. 30. Pezza Petrosa è un sito archeologico nel comune di Villa Castelli (BR), presso la strada provinciale per Grottaglie. Il sito è costituito dai resti di una necropoli e di un phrourion esistito tra il IV secolo a.C. e I secolo a.C., nell'ambito di un'area che mostra significative tracce di frequentazione dal neolitico all'alto medioevo. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 30
  31. 31. Pezza Petrosa è nota anche per essere conosciuta come l’antica Rudiae ovvero la patria di Quinto Ennio … discendente del re Messapo (“antiqua Messapi ab origine regis”) e nato nell’antica Rudiae, ai suoi tempi memorabile solo per il nome del suo celebre figlio (“hispida tellus miserunt Calabri: Rudiae genuere uetustae, nunc Rudiae solo memorabile nomen alumno“) si trova nel territorio di Villa Castelli. “La zona, disseminata di ruderi, tombe e di frammenti ceramici, con resti di mura ciclopiche e di una platea di un tempio greco, merita d’essere esplorata da sistematici scavi archeologici”. Così scriveva nel 1938 lo storico grottagliese Ciro Cafforio in “Preistoria di Rudia Tarentina”, un saggio che, auspicando studi scientifici e una vera e propria campagna archeologica, riaffermava la validità di un’antica ipotesi rilanciata nel Seicento dal grande poeta e letterato Giuseppe Battista. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 31
  32. 32. L’ARCHITETTURA SACRA IN HABITAT RUPESTRE C) Opere di Culto C.1 luoghi di culto = ninfei, mitrei, eremi, chiese e cappelle rupestri, ecc.; se contengono anche numerose tombe, marcare C.2; viceversa se in una catacomba esistono chiare tracce di altari, marcare anche C.1. C.2 opere sepolcrali = tombe a camera, sistemi sepolcrali complessi come le catacombe, colombari funerari, necropoli, cioè insieme fitto di ambienti sepolcrali ipogei contigui. La storia architettonica delle chiese rupestri pugliesi parte da sperimentazioni arcaiche del tutto autonome, svicolate dall’edilizia in muratura e si sviluppa su piani quasi intimistici, ristretti, estremamente ricchi di fascino sacrale. La loro condizione di povertà ne ha spesso trascurato l’importanza, tanto che in Puglia, ad esempio, conosciamo una ricca documentazione del templon bizantino ricavato nella roccia, proprio perché risparmiato dalla distruzione che ha interessato la maggior parte degli esempi sub divo, sia per motivi legati all’uso di materiali costruttivi deperibili che per il modificarsi dei riti cultuali. 32 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  33. 33. LUOGHI DI CULTO PER I VIVI C.1 luoghi di culto = ninfei, mitrei, eremi, chiese e cappelle rupestri, ecc.; se contengono anche numerose tombe La chiesa rupestre ipogea all’interno della Gravina di San Biagio a Grottaglie (TA), recentemente scoperta e in fase di studio (a sinistra) - All’interno del complesso di Casalrotto, la chiesa rupestre di San Nicola, definita non a torto la Cappella Sistina della civiltà rupestre (al centro) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 33
  34. 34. LUOGHI DI CULTO PER I VIVI C.1 luoghi di culto = ninfei, mitrei, eremi, chiese e cappelle rupestri, ecc.; se contengono anche numerose tombe La chiesa rupestre ipogea di San Michele Arcangelo a Putignano (BA) (a sinistra) sorge su una collina distante circa 3 Km dall’abitato. Dal 912 al 1045 ha ospitato i monaci culniacensi, a cui succedettero i frati Benedettini. Nel 1506 i Cavalieri di Malta affidarono il feudo di Putignano ai frati Carmelitani, che impreziosirono di decorazioni il sito. – A Monopoli (BA) dal convento annesso alla chiesa si accede alla cripta rupestre (a destra), oggi riferita a San Leonardo ma citata dagli studiosi con intitolazioni diverse Sant'Angelo o San Benedetto de Grecis, San Cipriano; La presenza di tombe ad arcosolio fa supporre che si trattasse di una cappella funeraria e le pitture e le iscrizioni latine consentono di collocarla al XIII secolo. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 34
  35. 35. OPERE SEPOLCRALI C.2 opere sepolcrali = tombe a camera, sistemi sepolcrali complessi come le catacombe, colombari funerari, necropoli, cioè insieme fitto di ambienti sepolcrali ipogei contigui. Tomba a fossa di grandi dimensioni inquadrabile tra fine IV e inizi del III secolo a.C. Gli ultimi rinvenimenti, insieme con le più complesse attività di sorveglianza archeologica in corso nella città vecchia e in diverse altre aree del territorio comunale e provinciale, confermano il persistente interesse archeologico dell’antica colonia greca di Taranto e del suo territorio DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 35
  36. 36. OPERE SEPOLCRALI C.2 opere sepolcrali = tombe a camera, sistemi sepolcrali complessi come le catacombe, colombari funerari, necropoli, cioè insieme fitto di ambienti sepolcrali ipogei contigui. La cultura micenea si manifesta attraverso il mondo dei morti, nelle scoperte di H.Schliemann (1822 – 1890) a Micene. all’interno della cittadella fortificata, un circolo di tombe denominato convenzionalmente circolo A (foto a sinistra), fra le quali credette di individuare la sepoltura di Agamennone, il valoroso re acheo che condusse la spedizione contro Troia. Il procedere delle ricerche ha ridimensionato l’eccezionalità del ritrovamento, portando a scartare l’ipotesi che questa tomba fosse collegata alle vicende narrate da Omero nell’Iliade. Al di fuori del settore occidentale della cinta muraria e in continuità con il precedente, venne rinvenuto un secondo circolo funerario, circolo B (ricostruzione ipotetica a destra). Questo, più antico, rende evidente l’evoluzione sia a livello di tipologia sepolcrale che di corredo. Entrambi i circoli funerari erano destinati a personaggi di altissimo rango, utilizzati in successione: il circolo B tra il 1650 – 1570 a.C.; il gruppo A dal 1550 al 1500 a.C. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 36
  37. 37. OPERE SEPOLCRALI C.2 opere sepolcrali = tombe a camera, sistemi sepolcrali complessi come le catacombe, colombari funerari, necropoli, cioè insieme fitto di ambienti sepolcrali ipogei contigui. Egnazia (o Gnazia) è un'antica città pugliese (di cui oggi rimangono solo rovine), nei pressi dell'odierna Fasano, in Provincia di Brindisi. Centro dei Messapi o dei Peucezi, fu sede di manifatture di ceramiche del IV e III secolo a.C. Le tombe messapiche scoperte ad Egnazia presentano spesso decorazioni pittoriche attraverso le quali ci sono pervenute informazioni sulle loro concezioni cultuali e sulla teoria dell'aldilà, tra il IV e II secolo a.C. Sono particolarmente interessanti sepolture di tipo familiare. La tomba che sicuramente ha suscitato più interesse per le sue caratteristiche, è stata l'ipogeo del pilastro (foto a destra): fu rilevata una prima volta nel 1939 e una seconda nel 1963; è un ipogeo a due camere, una più grande dell'altra, collegate da un breve corridoio (dromos), attraversato da una scala metallica di accesso. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 37
  38. 38. SISTEMI DI RACCOLTA E TRASPORTO PER L’ACQUA A)   Opere Idrauliche A.1 regimazione/bonifica = cunicoli e gallerie sia per la bonifica di terreni paludosi che per la regimazione di livello di laghi e bacini (emissari, immissari).A.2 captazione = cunicoli e gallerie destinati a captare vene d’acqua sotterranee o stillicidi: essi possono sboccare all’aperto in una fontana o canale; se invece fanno parte integrante di un acquedotto complesso (A.3) sulla scheda si indicherà sia A.2 che A.3. A.3 trasporto = gallerie e cunicoli di acquedotti che trasportano l’acqua lontano da captazioni esterne o sotterranee (A.2); deviazioni sotterranee di corsi d’acqua per consentire la costruzione di ponti (tecnica usata dagli Etruschi quando non conoscevano l’arco); tutte le opere idrauliche che non ricadono in altra voce specifica. A.4 cisterne = ambienti sotterranei destinati all’accumulo di acqua (o altri liquidi, liquami esclusi); generalmente dotati di manto per la impermeabilizzazione delle pareti; le cisterne per derrate secche vanno in B.5. A.5 pozzi = perforazioni verticali per la presa di acque, eseguiti a partire dalla superficie esterna. A.6 opere di distribuzione = vasche, sale o altri ambienti sotterranei in cui convergono vari condotti (anche non percorribili) e/o dipartono altri condotti (generalmente non percorribili), quali il castellum aquaeromano. A.7 fognature = cunicoli o gallerie di scarico di acque bianche o nere da insediamenti umani o industriali. A.8 canali navigabili = forse in Italia non ve ne sono di sotterranei, ma nel centro Europa ne sono noti parecchi. A.9 ghiacciaie/neviere = non ci sono solo quelle in grotte naturali (pozzi a neve), ma anche quelle artificiali. A.10 condotti di funzione sconosciuta = spesso si trovano condotti in passato certamente idraulici ma ridotti a tratti troppo brevi per poterne stabilire la funzione, l’esperienza suggerisce di inserire questa voce. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 38
  39. 39. SISTEMI DI RACCOLTA E TRASPORTO PER L’ACQUA A.4 cisterne = ambienti sotterranei destinati all’accumulo di acqua (o altri liquidi, liquami esclusi); generalmente dotati di manto per la impermeabilizzazione delle pareti; le cisterne per derrate secche vanno in B.5. Sistema di cisterne ipogee nel quartiere delle Ceramiche di Grottaglie (TA) (Photocredit : Speleo Club Cryptae Aliae) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 39
  40. 40. SISTEMI DI RACCOLTA E TRASPORTO PER L’ACQUA Cisternone nella gravine del Fullonese a Grottaglie (TA) (Photocredit : Speleo Club Cryptae Aliae) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 40
  41. 41. SISTEMI DI RACCOLTA E TRASPORTO PER L’ACQUA Cisternone collegato con ramo di un antico acquedotto medioevale presso il Castello Muscettola di Pulsano (TA) (Photocredit : Speleo Club Cryptae Aliae) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 41
  42. 42. SISTEMI DI RACCOLTA E TRASPORTO PER L’ACQUA A.6 opere di distribuzione = vasche, sale o altri ambienti sotterranei in cui convergono vari condotti (anche non percorribili) e/o dipartono altri condotti (generalmente non percorribili), quali il castellum aquae romano. Rami dell’antico acquedotto romano (?) nei pressi dell’ex Masseria Sam Pietro in località Cirumarpiccolo (TA) (Photocredit : Speleo Club Cryptae Aliae) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 42
  43. 43. SISTEMI DI RACCOLTA E TRASPORTO PER L’ACQUA A.9 ghiacciaie/neviere = non ci sono solo quelle in grotte naturali (pozzi a neve), ma anche quelle artificiali. Neviera in località Spartivento nel comune di Grottaglie (TA) (Photocredit : Speleo Club Cryptae Aliae) 43 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  44. 44. I TRAPPETI IPOGEI B)    Opere Insediative Civili B.1 insediamenti stabili abitativi = insediamenti abitativi a carattere continuativo per un certo periodo di tempo, abitazioni trogloditiche, casette agricole ipogee con focolare, camino, lettiere, ecc. B.2 ricoveri temporanei/rifugi= insediamenti stagionali, luoghi di riunione saltuaria, ricoveri di banditi, cavità scavate nei parchi di ville antiche, luoghi di temporanea detenzione; i rifugi antiaerei vanno in D.7. B.3 opifici = grotte dei cordari, oleifici, officine, luoghi (in passato) di lavoro; se militari, vanno in D.1. B.4 magazzini = depositi di attrezzi agricoli, cantine da vino, cantine generiche; se militari vanno in D.5. B.5 silos sotterranei = cavità con accesso generalmente dall’alto, scavate nella roccia e chiuse da una pietra accuratamente squadrata, che garantiva la conservazione di derrate alimentari al riparo dai topi; sinonimo: fosse granarie. B.6 stalle = ricoveri per animali di qualsiasi taglia, dai cavalli ai polli, esclusi i piccioni (B.7). B.7 colombari = la maggior parte dei colombari extraurbani, con cellette piccole e fitte, avevano funzione di allevamento di piccioni o volatili analoghi, termine corretto “colombaie”; altri, con celle un po’ più grandi e senza la finestrella per far entrare e uscire gli uccelli, sono invece cavità funerarie e vanno in C.2. B.8 altri insediamenti = è difficile stabilire un elenco completo di tutti i tipi di insediamenti, se ve ne sono di inusuali o non interpretabili, andranno in questa voce; se si troverà un gran numero di insediamenti che ricadano nelle sette voci precedenti, se ne creerà una apposita. 44 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  45. 45. I frantoi (o trappeti) erano legati all'anti­ca arte della produzione dell’olio che da sempre e in gran quantità, ha costituito e continua a costituire risorsa in tutte le province meridionali, dalla Sicilia al Molise. Per le loro caratteristiche costruttive e per la sempre più crescente industrializzazione, i frantoi hanno subito un declino inesorabile tanto da essere completamente abbandonati. Tutelare e recuperare negli anni i frantoi, significa contribuire alla scoperta di valori che hanno rappresentato valenze di natura economica, ma che oggi più di ieri esprimono, con una tradizione umile ma fattiva, la società del lavoro e con essa la valorizzazione di un prodotto vecchio quanto il mondo. Le industrie olearie (torcularium)  possono essere quindi considerate le ultime tracce della civiltà rurale. Il vasto numero di frantoi ipogei e semi-ipogei, esistenti in Puglia, è legato alla produzione olearia che da sempre è stata fiorente in questo territorio (fin dal Cinquecento), quando, all'esterno della cinta delle città si estendeva un'ampia fascia di orti-giardino costituiti da agrumeti, vigneti e da numerosi oliveti, formando un ampio arco intorno alla zona abitata. 45 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  46. 46. I FRANTOI AL TEMPO DEI GRECI In Grecia esistevano molti e fiorenti oliveti; particolarmente ricca ne era l’Attica e soprattutto la pianura vicina ad Atene. D’altra parte l’olivo era la pianta sacra alla dea Atena ed era stata lei che, in gara con Posidone per il possesso dell’Attica, aveva vinto facendo nascere l’ulivo dalla sua asta vibrata nel terreno. In suo onore si celebravano le feste dette Panatenee, durante le quali gli atleti vincitori delle gare ricevevano anfore contenenti olio raffinato: si tratta di anfore di una forma molto particolare, con corpo assai panciuto, collo breve, fondo stretto e piccole anse “a maniglia”, dette per questo loro particolare uso, panatenaiche. Pelike ateniese a figure nere, 510-500 a.C. circa. Mercante d'olio con anfora. Firenze, Museo archeologico etrusco - Rappresentazione di pressa a vite. Bassorilievo, Aquileia 46 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  47. 47. I FRANTOI AL TEMPO DEI GRECI Mi'ilya è un villaggio greco a ovest Galilea. E 'stato costruito sulle rovine della fortezza risalente al XII sec. Sulla sommità della collina, adiacente alla fortezza crociati, si trova una struttura vecchia 1000 anni con un vecchio frantoio che ha funzionato per oltre quattro secoli. All’interno si trova anche una pressa in metallo (che agevolò i metodi di produzione) costruita in Francia e risalente a 150 anni fa. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 47
  48. 48. I FRANTOI AL TEMPO DEI ROMANI Gli antichi Romani molivano le olive in appositi frantoi che essi chiamavano trapeta o trapetum. Con il termine "trappeto" noi indichiamo un luogo e una struttura dove avveniva la trasformazione delle olive in olio. I romani indicavano una macchina dove si separava il nocciolo dalla polpa. Questo "ordigno", infrangeva la polpa dell'oliva e la separava dal nocciolo; alla fine dell'operazione, la pasta delle olive (sampsa) veniva estratta dal bacino di questo trapeta e se ne faceva fuoriuscire tutta la morchia. Successivamente la sampsa veniva trasportata sulla piattaforma del lacus (ambiente dove erano ubicati i torchi per la spremitura) dove aveva inizio la torchiatura della pasta per ottenere l'olio. Disegno ricostruttivo di un frantoio. Dal testo: “Settefinestre. Una villa schiavistica nell’Etruria romana”. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 48
  49. 49. I FRANTOI AL TEMPO DEI ROMANI La macchina si componeva di diversi elementi:  mortarium, bacino del frantoio;  milliarium, cilindro centrale, che formava con il mortaio tutto un pezzo;  orbes, macine semisferiche;  columella, perno;  cupa, parallelepipedo di legno sostenuto ed attraversato dal perno e ricoperto da lamine metalliche;  modioli, due manici di legno che attraversavano da parte a parte le macine e si inserivano nella cupa. Due operai facevano girare le macine attorno al perno agendo sui modioli; fistula ferrea, bullone che fissava la cupa alla parte superiore del perno, armillae, anelli che stringevano i modioli alla loro uscita dalle macine e regolavano gli spostamenti orizzontali di quest'ultima tenendole sempre a distanza dalle pareti del bacino. 49 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  50. 50. I PRIMI FRANTOI IPOGEI I frantoi ipogei e semipogei sono ricavati nel banco tufaceo. Generalmente sottostanti al piano stradale, raggiungono una quota di calpestio dai due ai cinque metri, ottenendo così all'interno un'altezza media minima che varia dai due ai quattro metri circa. Il loro andamento planimetrico può essere classificato nei tipi longitudinali, mistilinei, articolati; ciò in funzione della disposizione degli ambienti di deposito, di lavoro e di soggiorno. Questi ultimi destinati agli operai e agli animali addetti al movimento rotatorio delle macine. 50 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  51. 51. Tali peculiarità costruttive avevano soprattutto una loro ragione di essere legata alla conservazione del prodotto. I frantoi, infatti, dovevano avere una temperatura calda e costante oscillante tra i 18-20 gradi centigra­di che serviva a favorire il deflusso del liquido quando le olive macinate venivano sottoposte alla torchiatura e alla separazione dell'olio dalla senti­na che si depositava sui pozzetti di decantazione. Interno del trappeto ipogeo dei Carmelitani (in agro di Grottaglie) La bestia era indispensabile nel trappeto. Collaboratrice preziosa, condivideva uno spazio quasi in comune cogli operai. Assieme ai frantoiani, risaliva in superficie a stagione finita: cioè dopo cinque-sei mesi dal giorno in cui, in autunno, era stata calata. «Forse l'operazio­ne più delicata era quella che si occupava di far discendere l'animale. Bendato cu l'occhiali, per evitargli capogiri, a ritroso, spronato, trattenuto da robusti contadini tramite la capezza e la praca, lo si guidava a scendere, lentamente, finché raggiungeva finalmente la sua stalla, ricavata nello spessore di una parete perimetrale della grotta principale»  (L. MILIZIA FASANO, Il trappeto sotterraneo in Terra d'Otranto, Cavallino di Lecce 1991, pp. 23-4). 51 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  52. 52. Osservando questi ambienti, si possono rilevare tipologie comuni ai diversi tipi ipogei quali l'accesso agli stessi a mezzo di una scala quasi sempre a rampa rettilinea, ricavata anch'essa nella roccia e coperta con una volta a botte. Ai lati di essa sono ubicati altri spazi (detti in gergo sciane) in cui venivano depositate le olive in attesa della molitura. La sopradetta scala immette in un grande vano, luogo centrale della lavorazione (qui, invero, avvenivano le operazioni di macinazione e spremitura) dove è sita la vasca con la macina costituita da una piattaforma circolare in pietra, ovvero, da una grossa pietra (del diametro di metri 1,80-2,00) di calcare duro idoneo a schiacciare le olive. Scale di accesso ai trappeti ipogei : Dormiente, Fasano II, Fasano I (a Grottaglie) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 52
  53. 53. Questa massa molare di forma circolare, posta in verticale, risulta collegata ad una trave lignea orizzontale fissata nella roccia. Intorno al grande vano dove avvenivano tutte le operazioni di macinazione e di spremitura, ritroviamo inoltre le sciane e i torchi (torcular) per la torchiatura della pasta delle olive schiacciate. Cosimo Moschettini, medico e studioso di "rustica olearia economia", nel suo trattato dal titolo Osservazioni intorno agli ostacoli de' trappeti feudali..., così scriveva dei frantoi: «... I trappeti sono generalmente tra noi tante grotte sotterranee scavate nel tufo, o in una specie di pietra calcarea più o meno dura detta volgarmente leccese». DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 53
  54. 54. Macina ad una pietra DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 54
  55. 55. Macina a tre pietre DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 55
  56. 56. Questi ambienti, dove erano posizionati gli spremitoi, venivano chiamati lacus ossia ambienti adibiti alla pressione della pasta delle olive schiacciate. Tale ambiente di lavoro è munito altresì di vani destinati a stalla, a cucina (dove i frantoiani consumavano i pasti) e a dormitorio degli operai quivi presenti almeno sei mesi all'anno (da novembre ad aprile). Tutti questi ambienti risultano privi di luce diretta. L'unica fonte di illuminazione è resa da uno o due fori praticati al centro della volta del vano principale; un foro è comunque sempre sito in corrispondenza della vasca per assicurare ancora il ricambio dell'aria. I torchi, in uso nelle industrie olearie, sono in legno di quercia e soprattutto di ulivo. Risultano essere di due tipi: alla "calabrese" e alla "genovese". 56 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  57. 57. Questa robusta trave orizzontale lunga m 2.30, alta 0.25, profonda 0.25 (queste sono le misure della trave del torchio conservato nel frantoio di Palazzo Granafei di Gallipoli) era resa mobile da due dadi strinti alle viti verticali; due frantoiani facevano ruotare questi dadi avvitandoli, quindi, la trave premeva sui giunchi (fisculi) incolonnati sotto, tra i plinti di calcare. Questo "ordigno" fu insostituibile fino a tutto il Settecento e anche fino ai primi anni dell'Ottocento 57 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  58. 58. Frantoio alla ‘‘calabrese’’ (a sinistra) e alla ‘‘genovese’’ (a destra) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 58
  59. 59. Il torchio alla "genovese" ad una vite — che richiedeva maggiore spazio nell'uso —garantiva una più perfetta e funzionale spremitura della pasta delle olive. Giovanni Presta nel suo trattato dedica un paragrafo alla costruzione degli "ordigni oleari". Nel paragrafo decimo del cap. VII, l'autore descrive — dando tutte le misure espresse in palmi napoletani (m 0.2645) — tutti i pezzi che servono per costruire un torchio alla "genovese" che lentamente si iniziava a conoscere ed usare in Puglia. 59 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  60. 60. I torchi adoperati nei frantoi salentini erano principalmente alla "calabrese"; successivamente ad essi, vennero aggiunti singoli o "batterie" di torchi alla "genovese". Quest'ultimo "ordigno", una volta introdotto nel Salento, soppianta il precedente e viene adoperato in tutte le industrie olearie, soprattutto in quelle edificate ex-novo. Questo "ordigno" era molto diffuso a Genova e in tutta la Liguria, in Toscana ed in altre località. Esso viene introdotto nel Regno di Napoli solo a partire dai primi anni del secolo scorso. A tal proposito giova ricordare il testo di D.A. Tupputi dal titolo Rejlexions succintes ..., che così scriveva: «...Il funzionamento del torchio è pieno di difetti dal momento che esso non agisce perpendicolarmente sui canestri che contengono la pasta ...Mi sembra che il torchio adottato a Genova e Marsiglia meriti di essere preferito a quello usato nel Regno di Napoli». Torchio alla ‘‘genovese’’ 60 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  61. 61. Dal rilevamento dei frantoi presi in esame si ricava che queste strut­ture hanno dimensioni planimetriche che variano da mq 200 a 700 circa ed alcune conservano — anche se in completo abbandono — ancora le vasche, con una, due e tre pietre molari e i torchi alla "calabrese" o alla "genovese". Queste "macchine industriali" sono le più esposte al degrado e alla scomparsa dai luoghi di produzione ormai da decenni non più in attività. Ipotesi di restauro del frantoio ipogeo di Noha le cui testimonianze risalgono alla metà del ‘700 (Galatina – LE) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 61
  62. 62. OPERE DI USO MILITARE Bastione, batteria, castello, capponiera, casamatta, cofano, contromina, cunicolo di demolizione, cupola, forte, galleria, galleria di controscarpa, galleria di demolizione, galleria stradale, grotta di guerra, grotta fortificata, mina, opera in caverna, polveriera, pusterla, ridotta, ridotto, rifugio, riservetta, rivellino, sotterraneo, tamburo difensivo, traditore, trincea... CLASSIFICAZIONE SECONDO la Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI D)   Opere Militari D.1 opere difensive varie = fortificazioni sotterranee che non hanno funzioni specificate sotto, e loro pertinenze. D.2 gallerie e camminamenti = opere per il transito di armi e armati. D.3 gallerie di mina e contro-mina = gallerie aventi la funzione specifica di far saltare i nemici. D.4 postazioni di sparo = dai fucili alle mitragliatrici e ai cannoni e, forse, alle balestre. D.5 depositi = magazzini militari sotterranei di munizioni, derrate o altro. D.6 rifugi = rifugi da bombardamenti, dormitori, posti comando per militari. D.7 rifugi per civili = luoghi sotterranei dove la popolazione civile si rifugiava durante invasioni, cannoneggiamenti, bombardamenti aerei. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 62
  63. 63. Prima del diffuso impiego delle armi da fuoco le opere sotterranee ricavate all’interno delle mura non sono strettamente indispensabili alla difesa. Subito dopo risultano essere alla difesa stessa di una fortificazione. Nelle bastionature l’elemento difensivo di rilievo è sovente costituito dalle contromine e gli impianti di demolizione in generale. Occorre inoltre premettere che gli elementi in alzato possono venire a trovarsi, col trascorrere del tempo, al di sotto del circostante piano di campagna a seguito di parziali distruzioni e seppellimenti, anche in ragione di successive sistemazioni delle aree urbane. 63 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  64. 64. BASTIONE Opera fortificata costituita da un terrapieno contenuto entro un perimetro poligonale di spesse muraglie di sostegno, detto anche baluardo. I bastioni angolari a lancia per il Castello Svevo (photocredit : Diana Cocco) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 64
  65. 65. BASTIONE Corfù costituì una importante base nei piani di espansione a oriente del Regno di Napoli ai tempi dei Normanni e degli Angioini. I Veneziani rafforzarono due fortezze che proteggevano il piccolo borgo medievale che sorgeva tra di esse: la città antica di Corcyra, dove Re Alcinoo ospitò Ulisse e ne facilitò il ritorno ad Itaca, era situata poco a sud della cittadina medievale.  la Fortezza Vecchia vista da sud: in primo piano il Castello della Campana e dietro il Castel da Mare (Photocredit : http://romeartlover.tripod.com) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 65
  66. 66. BASTIONE Fortezza Vecchia: (a sinistra) le caserme costruite durante il protettorato britannico, dietro ad esse il Castel da Mare e sullo sfondo la costa della Grecia; (a destra) un bastione cinquecentesco sul lato settentrionale della fortezza. (Photocredit : http://romeartlover.tripod.com) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 66
  67. 67. GALLERIA Nelle fortificazioni, è in genere il passaggio ricavato nello spessore delle murature o nel sottosuolo e rivestito. Deposito militare Serro 2 , risalente alla II Guerra, in agro di Pulsano (TA) (Photocredit : Speleo Club Cryptae Aliae) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 67
  68. 68. CASAMATTA Nelle fortificazioni è la parte dell’opera destinata a ricevere le artiglierie della difesa. Casamatta sulla spiaggia di San Pietro in Bevagna (TA) (Photocredit : Nico Sebaste ) – Casamatta sulla spiaggia di Alliste (LE) (Photocredit : Peiro 2009) 68 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  69. 69. CASAMATTA Barletta - Castello, XII-XVI sec. Casamatta con sfiatatoio circolare centrale della calotta per la fuoriuscita dei fumi dell’artiglieria (bombarda, colubrina, falcone, falconetto, girofalco, ecc.) (Photocredit : Pro Loco Barletta) DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 69
  70. 70. L’ESEMPIO DI NAPOLI SOTTERRANEA Napoli sotterranea, è un mondo unico e affascinante che prende corpo proprio da tutte le trasformazioni che subisce nei secoli la morfologia del territorio partenopeo, avvenute ad opera dei Greci a partire dal 470 a.C. L'impulso a tali trasformazioni è stato dettato da esigenze di approvvigionamento idrico, che hanno portato alla creazione di cisterne sotterranee adibite alla raccolta di acque piovane, e dalla necessità di recuperare materiale da costruzione per erigere gli edifici di Neapolis. 70 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  71. 71. L’ESEMPIO DI NAPOLI SOTTERRANEA Fra il 1588 ed il 1615 però, furono emessi alcuni editti che proibivano l'introduzione in città di materiali da costruzione, onde evitare l'espansione incontrollata di Napoli. I cittadini, per evitare sanzioni e soddisfare la necessità di ampliamento urbanistico, pensarono bene di estrarre il tufo sottostante la città, sfruttando i pozzi già esistenti, ampliando le cisterne destinate a contenere l'acqua potabile e ricavandone di nuove. Questo tipo di estrazione, che avveniva dall'alto verso il basso, richiedeva tecniche particolari al fine di garantire la stabilità del sottosuolo ed evitare crolli indesiderati. DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA 71
  72. 72. L’ESEMPIO DI NAPOLI SOTTERRANEA Dal 1968, però, cominciarono a verificarsi alcuni dissesti dovuti a rotture di fogne o perdite del nuovo acquedotto. Ovunque, queste situazioni, si evidenziano con rigurgiti di liquami in superficie o allagamenti, a Napoli invece, proprio per la presenza del vasto sottosuolo cavo, si palesano con grosse voragini. In 20 anni di scavi silenziosi e bonifiche laboriose, grazie all'impegno e al sacrificio di tanti volontari, oggi è possibile conoscere una pagina inedita della storia di Napoli. 72 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  73. 73. Conoscere tali spazi architettonici significa, quindi, tutelarne le valenze, che, per le particolari caratteristiche agrarie meridionali, sono altresì, parte integrante del paesaggio e dell'architettura rurale che connotano il territo­rio pugliese. 73 DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA
  74. 74. Grazie per l’attenzione Thanks for your attention DOTT. ARCH. MARIANGELA MARTELLOTTA BIBLIOGRAFIA E FONTI: Commissione Nazionale Cavità Artificiali Federazione Speleologica Pugliese MiBAC – Ministero Beni Archeologici e Culturali Archivi fotografici Speleo Club Crryptae Aliae “MEZZOGIORNO MEDIEVALE E POPOLAMENTO RUPESTRE PUGLIESE: AREE E LUOGHI DI CULTO”  - prosumerzen.net Florence Lojacono - Galdar, Dicmbre 2006

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