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Pensando nella vita

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Questo libro non ha alcuna pretesa, se non quella di raccogliere alcuni pensieri, idee e riflessioni che ho fatto (e continuo a fare) molte volte nella mia vita. Sono articoli, pensieri, testi che ...

Questo libro non ha alcuna pretesa, se non quella di raccogliere alcuni pensieri, idee e riflessioni che ho fatto (e continuo a fare) molte volte nella mia vita. Sono articoli, pensieri, testi che sembrano magici e altri che sembrano privi di senso. Alcuni facili da capire, altri, vi chiedo di leggerli col cuore, piuttosto che con la ragione. Perché molto di ciò che scrivo deve essere sentito col cuore.

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    Pensando nella vita Pensando nella vita Document Transcript

    • MARIAN DE PENSANDO NELLA VITA SOUZA RIFLESSIONI E PENSIERI DI UNO SPIRITO CURIOSO Marian de Souza
    • [Digitare il testo] Presentazione Questo libro non ha alcuna pretesa, se non quella di raccogliere alcuni pensieri, idee e riflessioni che ho fatto (e continuo a fare) molte volte nella mia vita. Sono articoli, pensieri, testi che sembrano magici e altri che sembrano privi di senso. Alcuni facili da capire, altri, vi chiedo di leggerli col cuore, piuttosto che con la ragione. Perché molto di ciò che scrivo deve essere sentito col cuore. Ho cercato di seguire un ordine, una logica, anche se avrei potuto organizzare i testi in un modo completamente diverso. Lo scopo principale di questo libro è di essere qualcosa di nuovo, di diverso e, soprattutto, divertente. Qui potrete, quindi, trovare testi scritti in tempi diversi, su argomenti diversi, e in un modo o in un altro, sempre con un tanto di personale. PARTE I .................................................................................................. 5 2
    • [Digitare il testo] Momenti di riflessione...................................................................... 5 Donna moderna, stress. Tema sempre attuale ............................ 5 Lo Stress della Donna Moderna.................................................... 5 Sensa argomento, oppure: riflettendo ......................................... 9 Sul senso delle parole. La psicologia, la fisica, la spiritualità. ... 9 Riguardo al tempo .................................................................. 11 Visioni: cervello o spiritualità?............................................... 14 Delle opportunità ................................................................... 15 Le Opportunità I .......................................................................... 15 Voglia di scrivere. Un po’ riguardo alla spiritualità................ 16 Sonno, sogno .......................................................................... 17 Famiglia................................................................................... 17 Della felicità ............................................................................ 18 Dell’importanza dell’altro ....................................................... 18 Riflettendo circa la ricerca (e l’incontro) della metà dell’anima. ................................................................................................ 20 Mangia prega ama. Riflettendo ancora ................................. 22 Il mare. (Un agosto a Celle Ligure).......................................... 23 Città travestita ........................................................................ 27 A rispetto della neve ............................................................... 27 Su rischi e coraggio ..................................................................... 30 Non avere paura! .................................................................... 30 Rispetto all’invecchiamento ................................................... 31 Riflettendo mentre bevo un “chima” ..................................... 38 3
    • [Digitare il testo] Quando si è bambino, le cose sono così semplici! ................. 42 Tragedie, perdite, morte premature. Riflettendo. ................. 47 PARTE II ............................................................................................... 51 Cambiamenti .................................................................................. 51 Cambiamenti .......................................................................... 51 Cambiamenti, nuovi cicli........................................................ 54 Cambiamenti I ........................................................................ 55 Ancora cambiamenti: riflettendo con frammenti di Clarice Lispector ................................................................................. 56 PARTE III .............................................................................................. 60 La Psiconcologia, la Psicosomatica, le Cure Palliative .................... 60 La vita...................................................................................... 60 Dolore. .................................................................................... 61 Laringectomia e Spiritismo ..................................................... 63 Egli ha il cancro! ...................................................................... 67 Cos’è peggiore: avere il cancro o scoprire che qualcuno a cui amiamo ha il cancro?.............................................................. 71 Parlando di perdite ................................................................. 74 La paura del cancro e la sua relazione con gli aspetti culturali ................................................................................................ 81 Xii, lui ha perso l’appetito! E ora? .......................................... 85 Psiconcologia: un vertice della Psicosomatica ....................... 90 Ringraziamenti .................................................................................... 96 4
    • [Digitare il testo] PARTE I Momenti di riflessione Donna moderna, stress. Tema sempre attuale Lo Stress della Donna Moderna Rivoluzione femminile. Donne in lotta per l'uguaglianza, conquistando spazi, incarichi, diritti. Uguaglianza? Impossibile. Perché, anche se abbiamo provato a diventare uguali, non potevamo lasciare fuori un fattore cruciale: non siamo uomini, non lo saremo mai. Noi siamo, sì, donne. Non possiamo negare le molte conquiste che abbiamo avuto nel corso degli anni. Non siamo più "solo" donne sottomesse, il cui " unico " dovere doveva essere quello di servire, servire, servire. Ai genitori, il marito, ai figli. Il dovere era di essere dotata, educata. Era di essere obbediente, sottomesse, vivendo sempre all’ombra, mentre cercavamo, timidamente, un posto al sole. Come esseri umani, però, questo non era abbastanza per noi. Volevamo di più. Volevamo poter dimostrare al mondo, e a noi stesse, che eravamo molto di più di questo. Che avevamo la forza, l'intelligenza, i desideri. Che potevamo essere indipendenti, avere posizioni di rilievo. Essere capi 5
    • [Digitare il testo] di famiglie, imprenditrici, politici, qualunque cosa. E ce l’abbiamo fatta, ma a che prezzo? Proprio come gli uomini, siamo diventate operai " workacholics ", esecutive, imprenditrici, impiegate, libere professioniste. Vale a dire, siamo diventate "quasi" come loro. Tuttavia, non abbiamo dimenticato i nostri "altri " compiti. Ciascuno di noi è, soprattutto, DONNA. Che sono sempre sotto pressione. Sotto la pressione della società, degli altri, di se stessi. Dopo di tutto, essere dirigente, imprenditore, professionista non ci basta. Abbiamo bisogno di qualcosa di più. E insieme a queste posizioni, siamo ancora compagne, amiche, mogli, madri, casalinghe. Per questo motivo il commento: "Siamo diventate uguagli uomini? " In un certo senso sì, ma a costo di che cosa? Beh, io credo che, in realtà, in un modo o nell'altro, gli abbiamo superati. Il "peso" del lavoro è immenso. Giornate doppie, triple. Il tempo vola, ventiquattro ore non è sufficiente per "prendersi cura" di tutti i ruoli che abbiamo dovuto assumere, dal momento in cui abbiamo fatto questa scelta. La scelta di un posto più grande al sole. Noi siamo donne moderne. Siamo fatte così, il mondo ci ha rese così. Brulicanti di attività, sempre di corsa, a volte abbiamo l'impressione che anche il tempo libero è diventato un po’’rigido, obbligatorio e noioso. Come se per vivere, per sopravvivere, sia necessario, “riempirsi” di cose, compiti e attività. E tutto questo per cosa? 6
    • [Digitare il testo] Si può notare che il grado di stress delle donne, nei giorni d’oggi, è piuttosto alto. Lo stress è attivato giorno dopo giorno, dal modo di vivere la vita, dal modo in cui la si guarda. Stress fisico, biologico, con sintomi come alterazioni dell'appetito, del sonno, gastrite, mal di testa, infezioni virali, influenza, tachicardia, malattie opportunistiche, e qualche volta anche problemi di salute più gravi come infarto, cancro, ecc, e lo stress emotivo, con sensazioni di stanchezza, tristezza, ansia, depressione, panico, impazienza, ecc. Può darsi che questa necessità di essere sempre "sovraccariche" sia un modo che abbiamo trovato per difenderci, proteggerci. Da noi stesse. Perché così, piene di attività, non abbiamo tempo per pensare. Per riflettere sulle cose, per guardare dentro noi stessi e conoscerci davvero. Con i nostri sogni, desideri, sentimenti, risentimenti. Con le nostre gioie, ma anche i nostri dolori, sofferenze, rabbia. Tuttavia, questo non mi sembra un buon metodo di protezione. Dopo di tutto, il corpo invia il suo messaggio. Ciò che non è buono, in un modo o nell’altro, verrà fuori. Non si può impedire. Allora, quale sarebbe la soluzione? Lasciare tutto e andare in un rifugio per i monaci? Buttare via tutto? Dimettersi dall’arduo compito di essere tre in una? Beh, credo niente di così radicale. Forse il primo passo sia riconoscere che non siamo “super donne”. Almeno non nel senso letterale del termine. Siamo super sì, siamo uniche e molto, molto speciale. Proprio perché abbiamo difetti, 7
    • [Digitare il testo] sentimenti, perché siamo "umane" nel più bel senso della parola. Wonder Woman, solo quella delle storie. E, qui fra noi, ammettiamo: meglio che sia così. Ciò di cui abbiamo bisogno, non è lasciare il lavoro, essere “meno madri”, neppure contro il mondo, contro il sistema. È, sì, avere un momento per noi. E che ognuna possa organizzare la sua vita giorno per giorno, la sua routine, in modo che abbia "sempre" un po’ di tempo per se stessa. Per vivere nel senso più pieno, per fare le cose che ama, per dedicarsi al proprio benessere. Per avere un momento di svago, di riposo, qualche hobby. Per fare qualcosa che le faccia piacere. Per ascoltare se stessa e il suo corpo. Ma non semplicemente ascoltare, ma ascoltare e comprendere. La corsa del giorno per giorno, ci mostra che non siamo in grado di "sbarazzarsi" dello stress, o di ciò che lo genera. Ma noi possiamo affrontarlo, gestirlo, e anche in sua presenza, possiamo vivere bene, senza essere invasi, disturbati da lui. Come? Nel modo di cui ho parlato sopra, vale a dire, imparando ad ascoltare, prendere tempo per se stessi, realizzando i sogni, facendo quello che amiamo. Non sovraccaricarsi tanto, permettendosi di dire di no. Accettando i propri sentimenti, i suoi limiti e, soprattutto, non lasciando mai andare il modo "umano" di essere. Che lo stress sia un impulso, uno stimolo nella ricerca della felicità. Felicità questa che si trova nelle piccole cose, nel giorno dopo giorno e che, con la corsa di 8
    • [Digitare il testo] tutti i giorni, finisce per passare inosservata. E che non si perca mai il grande orgoglio che abbiamo di essere donne. Esseri razionali, comunque sensibili. Esseri unici, ma che non smetteranno mai di aver bisogno degli altri, e viceversa. Uomini, donne, con le loro somiglianze e differenze, ma tutti speciali. Sensa argomento, oppure: riflettendo Sul senso delle parole. La psicologia, la fisica, la spiritualità. È beh. Oggi non ho nessuna idea di cosa scrivere. Sono senza argomenti, ma non sarebbe proprio questo l’argomento? Che cos’è, dopo di tutto, essere senza argomenti? Senza è uguale a niente? Se ci pensiamo bene, no, non lo è. Niente è niente, cioè, si tratta già di qualcosa! Che viaggio, in effetti, ecco un'altra parola a cui si può dare sensi diversi. Sensi, nel senso di sentire, di capire. Davvero, la nostra lingua portoghese ci fa tanti scherzi! Riflettendo, riflettere, riflessione. In che senso? Che cosa ha a che fare lo specchio con riflessione, nel senso di, vediamo, (guardare?) pensare su un tema, parlare (riflettere?) su un argomento? E se proviamo a separare: riflessione: sarebbe “flessionarsi” (fare flessione) un’altra volta? E 9
    • [Digitare il testo] riflette ri-flette. Che cosa vuol dire “flette”? Veramente, c’è “molta stoffa per manica” 1! Hanno(Soprattutto essendo estate, preferisco le camicette senza maniche) Tutta questa confusione della nostra lingua diventa ancora più grande se si comincia a pensare ai concetti della Fisica Quantica. Tutto al tempo stesso adesso (Titolo di un disco dei Titãs- quelli ragazzi sono saggi!). Tutto succede, il tempo non esiste, quello che facciamo ora influenza il futuro (ovvio, chi non lo sapeva?) e influenza anche il passato. (Come mai)? Ah, avevo detto che era un cosa da “ far rizzare i capelli"! E il potere ce esercitiamo sulle macchine? Per tutto c’è una spiegazione. E non è solo Freud che lo spiega. Anche Einstein e altri grandi pensatori. E ogni tanto devono girarsi e rigirarsi nelle loro bare (nel caso ci sia ancora qualcosa di loro da qualche parte sotto terra). Io particolarmente penso che essi siano in un livello molto più evoluto rispetto al nostro. Ma su quest’argomento discuteremo in un altro momento. Ah! Ci sono anche i “MEMES”…Ih, sono tante cose, tutto matto e al tempo stesso così affascinante! Fisica, Psicologia, Spiritualità. Metti tutto in una borsa, mescola bene. Magari metti nel frullatore, e poi cuoce in una forma per le torte. Anche se non sembra, gli ingredienti stanno bene insieme. E vi garantisco, il risultato è buonissimo! 1 “Ter muito pano pra manga”: espressione utilizzata quando un argomento porta con se molto da parlare, da discutere. 10
    • [Digitare il testo] Buon appetito, voglio dire, buoni pensieri, buone riflessioni, infine, buon tutto, “buon” qualunque cosa! Riguardo al tempo Chi è questo “Essere” così potente chiamato “tempo”? Perché noi, della società occidentale, siamo così sottomessi a lui che, tante volte, ci sembra di essere vivi semplicemente per obbligo? Siamo vivi per compiere un dovere dove, in tanti momenti, quello che meno importa è il “piacere”? Deve essere davvero potente il “Signor Tempo”. E ad agoni giorno il suo potere cresce ancora di più. Il tempo sta accelerando, il mondo sembra che giri più veloce. Oggi, tutto è già diventato ieri. E il domani? Il domani non arriva mai. E quando arriva, è già passato. Oggigiorno, le trasformazioni avvengono in pochi millisecondi. E, in tutta questa fretta, sentiamo anche noi il bisogno di essere "veloci". Bisogno di vivere tutto allo stesso tempo, con intensità, a un migliaio di chilometri l'ora. Aspetta, ho già sentito questa storia Non era proprio la "velocità", il "vivere dieci anni a mille invece di mille anni a dieci", che ha"ispirato" la "Gioventù Ribelle"? James Dean, sesso, droghe, rock and roll. Vivere il mito. Morte? Che 11
    • [Digitare il testo] importava! Il tempo (sì, anche allora) passava in fretta, bisognava “goderselo” (E quanti giovani sono morti senza nemmeno rendersi conto che la vita è molto più di un bicchiere di birra!). Bene, torniamo al fatto. Il tempo accelerato ci costringe a essere più "dinamici", per adattarsi alla realtà che c'è. Chiunque non sia disposto ad accompagnarlo, corre il rischio di diventare specie in via di estinzione. Milioni, miliardi di cambiamenti si sono verificati, senza che ci rendessimo conto della "messa la metà”. 2, ma c'è. Come Janis Joplin, una volta ha detto: " “If you got a today, you don’t need a tomorrow. Tomorrow never happens”. Che cosa c'è, in ogni caso? L' adesso? No, L'adesso non c'è più ormai. È passato. Che confusione, no? A volte mi metto a pensare a questo che ho chiamato "Signore del Tempo". Ô ragazzo con comando vocale! Lui è capace di lasciarci ansiosi, sembra fermarsi quando abbiamo qualcosa da realizzare. Se aspettiamo qualcuno, lui trasforma ogni secondo in gocce di eternità. Nei momenti di piacere, accelera le sue lancette in un gioco perverso, svolgendo un tipico ruolo di guastafeste. Ma è vero che ci aiuta anche. Perché anche quelle cose che richiedono molto tempo, egli ci fa finire. E per quello che vogliamo che duri più a lungo, ci lascia un 2 Senza sapere “della messa la metà” (da missa a metade): espressione idiomatica utilizzata quando uno sa veramente poco su un argomento, che c’è ancora tanto da imparare! 12
    • [Digitare il testo] debole barlume di speranza che possa accadere di nuovo. Essere divertente, questo "Signor Tempo". Esso controlla le nostre ansie, le aspettative, nervosismo, gioie, dolori. Siamo più vulnerabili a esso di quanto possiamo immaginare. A volte sembra che "non ci sarà tempo." Altre, che il tempo "semplicemente si è fermato." Mai nel corso della sua vita, in una di quelle giornate caotiche, ti sei preso una pausa per pensare? Riflettere sul perché di tanta ansia, su questo bisogno di fare "tutto adesso, allo stesso tempo", lasciando da parte molte volte la tua singolarità? Ti sei mai reso conto di quanto sei controllato da una "forza invisibile" chiamata tempo? Probabilmente sì. E ti ricordi di aver mai delegato a "egli" (il tempo) tale potere? E se avete deciso di vivere ogni momento "bene" invece di "Passar sopra, travolgere tutto”. Quali conseguenze ciò avrebbe portato alla tua vita? Come dico sempre: "No stress"! Siamo, è vero, schiavi del tempo. Ma possiamo tentare di fare un accordo con il "miscredente". Che egli possa darci un po’ di libertà per vivere le nostre vite, ogni momento. Perché il tempo, oltre ad essere potente, è prezioso. Troppo prezioso per semplicemente "lasciarlo andare". Non è vivere "dieci anni come se fossero mille, ma neanche “laissez faire, laissez passer”. Né otto, né ottanta. Quello che non si può è restare troppo pacifici davanti a questa “sovvenzione temporale”. Sai 13
    • [Digitare il testo] una cosa? Costruisca tu stesso il tuo tempo. Ricordati dello ieri, pensa nel domani, ma VIVA l’oggi e CARPE DIEM! Visioni: cervello o spiritualità? In questi giorni ho riflettuto su come il nostro cervello è capace di cose assurde e mi sono resa conto che non sempre ciò che si vede è quello che è, e che spesso il nostro cervello è in grado di creare l'immagine che si desidera vedere, o che abbiamo registrato, forse nel nostro subconscio. Il numero di persone conosciute che vedo camminando per le strade di Milano è una cosa impressionante! Ho già visto amiche, amici, pazienti (inclusi già deceduti, provate ad immaginare!), famigliari. La cosa arriva ad essere divertente, e mi fa capire quanto queste persone occupano i miei pensieri e, perché non dirlo, il mio cuore . Certamente sono persone che sono (o erano) nella mia vita per qualche motivo e non c'è da meravigliarsi che il cervello commetta queste"pazzie" . Ora, pensa che pazzia, come il pensiero può "viaggiare"! E perché sono esattamente "queste" le persone? Perché assomigliano a quelli che ho visto passare? O perché c'è una certa sincronicità in tutti i fatti della vita? E non sarebbe possibile che se una persona è in sintonia 14
    • [Digitare il testo] con l'altra (nella stessa vibrazione), sia in grado di, con la forza del pensiero, progettarsi in un'altra figura così da poter fare che l'altro le possa ricordare, o pensare a lei proprio in quel momento? Complicato? Ah, chi mi conosce sa che io viaggio in queste cose! Beh, non rivelerò chi ho visto in giro qui. Se qualcuno identifica con questo, può essere sicuro di essere una delle persone che ho visto. E se pensi che "io, nulla a che vedere", bene, può essere tu stia sbagliando di grosso! Delle opportunità La vita ci offre infinite possibilità di essere felice, ma a volte siamo così preoccupati in cambiare ciò che non può essere cambiato, che finiamo per lasciare che le opportunità scappino tra le nostre mani. Le Opportunità I Ci sono volte in cui lasciamo andare una opportunità e, mentre stiamo lì, a perdere il tempo rimpiangendola, finiamo per perdere anche quella nuova e ancora più bella opportunità, che ci guarda "furtiva" dalla finestra! 15
    • [Digitare il testo] Voglia di scrivere. Un po’ riguardo alla spiritualità. Perché siamo sempre costretti a mettere un titolo in quello che scriviamo, o che scriveremmo? Sin dai tempi della scuola era così . La parte peggiore del saggio, era quando è arrivato il momento di dare un titolo alla nostra storia Momento per essere creativi, o semplicemente banale? Comune o rivoluzionario? Bene, il tema del blog di oggi è tutto e niente, o, come nella musica di Titãs, "tutto al tempo stesso ora". In tutti i modi. Primavera, inverno, primavera. Neve nel fine settimana (in molti posti), il freddo e la pioggia, otto gradi. Lunedì e Martedì il sole, diciotto, venti gradi. Segue il Master, settimana con diverse attività online, domande circa la spiritualità, che cos' è, ciò che pensiamo a riguardo, come la definiamo. Per me, “Spiritualità è la capacità di trascendere, di comprendere l’essere umano come un essere divino, di credere in una forza maggiore (Dio), di credere che ognuno di noi abbia una missione, un compito da fare in questa vita, e che niente succede per caso. Spiritualità è la capacità di resilienza, è avere una visione di mondo che ci aiuti a crescere e a diventare persone migliori, è fede, è religione, ma va oltre a tutto questo, è non solo la ricerca di risposte, ma è la comprensione e l’accettazione della vita come sacra e divina”. E la vita? La vita é ogni momento, è ciò che ognuno di noi sceglie, è la felicità che rinasce ad ogni istante! Ora vado! 16
    • [Digitare il testo] Sonno, sogno Mentre il nostro corpo dorme, il nostro spirito viaggia. Durante il sonno succedono i rincontri, con quelli che si sono andati, con quelli che sono lontani, e molte volte i ricordi dei sogni non sono che piccoli frammenti di ciò che abbiamo vissuto in spirito. Famiglia La nostra famiglia è il nostro rifugio, e quando l’amore è vero, non ci sono distanze. Lontano è un luogo che non c’è, già diceva il poeta. Con il pensiero, con lo spirito e con l’anima, ci si può andare dove si vuole, senza nessuna barriera, senza limiti di distanza o tempo. 17
    • [Digitare il testo] Della felicità C’è cosa migliore che svegliarsi tutte le mattine accanto alla persona che ami, ed essere sicuri che il futuro, come il presente, è un serbatoio pieno d’amore, salute e felicità? Per questo motivo, ogni sera e ogni mattina, ringrazio Dio per le opportunità che mi ha offerto, e per tutto quello che mi ha aiutato a conquistare! Dell’importanza dell’altro Certa volta ho letto che gli amici sono come angeli, e mi sono pena ricordata di un altro testo, che diceva che tutti siamo angeli di un’unica alla o sia, che abbiamo bisogno dell’altro per poter volare. E cosa significa davvero aver bisogno del altro? Tanti anni fa, quando eravamo a Ouro Preto, uno scout mi ha regalato un foglio di quaderno con alcune delle sue poesie e riflessioni. Una di quelle, non ho mai dimenticata. Egli diceva che anche per essere soli dipendiamo degli altri. Perché se non ci fossero gli altri, non saremmo soli, ma unici. E questo mi fa pensare: Che cosa sarebbe della nostra vita, senza la presenza dell’altro? Di un “altro” che ci faccia sorridere, che c’insegne ad amare, che ci permetta prendersi cura ed essere curato? Senza quell’altro che ci critica e 18
    • [Digitare il testo] quello che ci consola? (Che molte volte sono gli stessi). Che vantaggio c’è in essere narcisista fino al punto di non aver bisogno del altro per niente, assolutamente niente? Ammiro le persone che si considerano 100% indipendenti, che ripetono tutto il tempo, per chi vuole e può sentire, che si bastano. Che si bastano per se stessi. Io no. Io non mi basto, e penso che neanche voglia. Io dipendo sì dell’altro. Dipendo dell’amicizia, dipendo dell’amore, dipendo della presenza costante dell’altro, anche se questa presenza è nei miei sogni, nei miei pensieri. Dipendo di un essere che mi guida, che mi accompagna durante la traiettoria della mia vita, e che alcuni chiamano angelo custode. Non capirmi male, non parlo di una dipendenza che ci rimette al vizio, ma una dipendenza salutare, che ci fa diventare quello che siamo davvero. Sono d’accordo che sia importante, cioè, fondamentale, camminare con le proprie gambe. Ma da solo? Mai! Nella camminata della vita, portiamo sempre qualcosa dentro di noi. Portiamo cose, luoghi, persone, ricordi, sogni, pensieri, e questi, ci accompagnano sempre. Essendo così, mai siamo soli. Ed io dico: per fortuna! 19
    • [Digitare il testo] Riflettendo circa la ricerca (e l’incontro) della metà dell’anima. Io ho sempre sentito parlare che, di solito, nell’amore, nella ricerca della metà dell’anima, abbiamo la tendenza, sia cosciente sia incosciente, ad avvicinarci, nel caso di noi donne, a un uomo che abbia delle caratteristiche simili al nostro padre. E questa non è una scelta cosciente, lo so. E credo che sia una scelta di cuore, e che non succede solo perché, come dicono alcuni psicanalisti, cerchiamo la figura del padre (noi donne), o della madre (gli uomini). Penso che, in verità, Dio abbia “messo” nel nostro vero amore caratteristiche che per noi sono”di casa”, per così facilitare nostro incontro e la nostra capienza di anime. Come molto lo sanno già, io non ho convissuto con mio padre, purché lui sia disincarnato prima della mia nascita. Questo però non vuol dire che non ho avuto un padre. Anzi, ne ho avute varie! E ho osservato che Stefano assomiglia un po’ con ognuno di loro. * Lui è un innamorato della musica classica, gli piace molto andare ai concerti e sta sempre facendo qualche scherzo, come lo zio Ruben; * Quando beve qualcosa, lascia sempre un po’ nella tazza, come lo zio Waldyr, ed è anche molto meticoloso (Lo zio Waldyr era così.) 20
    • [Digitare il testo] * Come lo zio Chico, é molto organizzato, possiede la casa piena di “provvisioni” e, quando guarda la tv, cambia sempre il canale, e guarda tutti i tele-giornali che ci sono. (Guarda circa cinque volte le stesse notizie, e mi ricordo che, da piccola, quando andavo da zio Chico, non riuscivo a capire perché lui guardava vari telegiornali, se le notizie erano sempre le stesse!) * Come lo zio Paulo, gli piace riunire gli amici, stare con le persone, e ama cucinare (E fa dei piati divini!) * Come lo zio Pedrinho, è molto presente, valorizza la famiglia e gli amici come nessuno lo fa, ed è sempre disponibile ad aiutare. Allora, Dio ha o no fatto apposta? Ho solo una cosa da dire: grazie! Grazie della famiglia meravigliosa dove mi ha fatto nascere, crescere, ecc e grazie della dolce anima che ha messo al mio fianco, per che io potessi dare continuità alla mia missione e con chi, nel futuro, costruirò una nuova famiglia, che in realtà non sarà nuova, ma un ramo in più di quest’albero chiamato vita! 21
    • [Digitare il testo] Mangia prega ama. Riflettendo ancora Una volta ancora stavo pensando a quel libro, nei suoi messaggi e in cosa, per esempio, questo titolo potrebbe significare, o meglio, come potrebbe essere interpretato, poiché credo che ognuno di noi dia un senso proprio e particolare a tutto ciò che fa, legge e vive. Prima di tutto, mi è venuta in mente la differenza di traduzione fra il portoghese e l’italiano. In portoghese, il libro (e anche il film) s’intitola: Mangiare, pregare, amare. Proprio così, con i verbi nell’infinito, mentre in italiano, è: Mangia, prega, ama. Un tempo verbale diverso, che ci fa pensare quasi a un’imposizione. Hum… sarà perché gli italiani si trovano in un momento delle loro vite così piena di stress, che questi “piaceri” (per non dire “doveri”) devono essere letti come dei doveri, delle obbligazioni? Resta l’osservazione, comunque, quello che volevo davvero commentare, era che questi tre verbi (siano nell’infinito oppure no) significano, innanzitutto, PRENDERSI CURA. Prendersi cura di sé. Perche riflettono, secondo me, il “prendersi cura nella totalità”… la cura del corpo (mangiare), della psiche (amare), dell’anima (pregare)… Non so se tutti quelli che hanno letto il libro l’hanno interpretato nella stessa forma, neanche se sono stati “colpiti” nello 22
    • [Digitare il testo] stesso modo in cui è successo a me, però, egli riflette un po’ la mia filosofia di vita, valori fondamentali. L’amore, la fede, e anche il fisico, perché, qui fra noi, anche questo è importante, nessuno vive di luce. Almeno, non “solo” di luce. Oltre ciò, il libro parla di scelte, di cambiamenti, di presa di decisioni. Di coraggio, di vita, e torno a “battere” nello stesso tasto: secondo me, tutto ciò vuol dire CURARE, vuol dire AMARSI. Allora, faccio una domanda: e tu, ti ami abbastanza? Il mare. (Un agosto a Celle Ligure) Questa fine settimana a Celle Ligure mi ha fatto riflettere circa alcune cose, e vivere delle esperienze incredibili, che condivido qui. Sono sempre stata innamorata del mare, ma non avevo mai immaginato che “egli” mi sarebbe mancato così tanto. Il mare che, quando abitavo in Brasile, non vedevo spesso, ma solo durante l’estate, e in qualche giornata festiva. Più di una persona mi ha detto che sono figlia di “Iemanjá”, e penso che abbiano ragione. Perché il mare, il mare mi affascina, mi trasmette pace, un’energia tutta speciale. E ho nuotato che, quando parlo di mare, parlo specialmente dell’oceano. La differenza? Molta. 23
    • [Digitare il testo] Tante. La profondità, ma non mi riferisco alla profondità delle acque, ma alla profondità con la quale agisce su di me, sulla mia anima. Subito nel momento in cui ho avvistato il mare, lì in Liguria, dal finestrino della macchina, i miei occhi si sono riempiti di lacrime. E’ stato difficile, molto difficile trattenere le emozioni. Io non avrei mai immaginato che la visione, la semplice visione del mare sarebbe stata capace di esercitare su di me una forza così grande. Il mare, però (almeno il mare in Liguria), è molto diverso dell’oceano, di quelle acque che non solo mi hanno sempre energizzato, ma che hanno condiviso con me sogni, desideri, risi e lacrime. Un mare bellissimo, di una tonalità blu meravigliosa, ma, purtroppo, pieno di sassi. Arrivare fino in acqua per me era una vera tortura, una sofferenza che, per fortuna, sarebbe compensata dal bagno rinfrescante che quelle acque salate mi avrebbero propiziato. Salate? Non più di tanto! Il mare è un po’ “annacquato” (insonso). Non è molto salato, l’oceano è molto di più! (Non mi ha dato neanche quel piccolo bruciore in gola, molto meno quella sensazione che ci rimane sulle labbra, dopo di stare per un lungo tempo in acqua). Sassi anche dentro dell’acqua, il che mi obbligava a “tuffarmi” già del bordo. Nel primo giorno, una “specie di onda” che scoppiava sulla spiaggia, con una certa forza. . “Mare mosso”, dicevano. Ed io:? 24
    • [Digitare il testo] Pochi passi e già non si riusciva a toccare il fondo. Dicono che il nostro oceano sia pericoloso ma, sinceramente, il loro mare è molto di più. Va bene che non ci sono le onde, ma diventa subito profondo, ha la corrente, e ci fa stancare molto di più. Questo perché o ci si muove tutto il tempo, o ci rischia di annegare. Nell’oceano invece no, lì si può camminare a lungo, con l’acqua che ci copre pian piano, ogni parte del corpo. Nell’oceano, se arriva un’onda forte e sei nel raso, puoi semplicemente tenere i piedi firmati al suolo, e aspettare che l’onda passe. Se sei con l’acqua nell’altezza della cintura, per esempio, puoi tuffare, e lasciare che l’onda ci passi di sopra. Il mare della Liguria é molto bello, rinfresca, diverte, ma non è così “magico”. Sembra più una grande piscina salata. Divertirsi usando le onde per arrivare alla riva, saltare le onde, assolvere tutta quell’energia. Questo no. “Saudades” delle “nostre” spiagge, di quella sabbia fina che sembra massaggiare i nostri piedi, e che è calda solo la su, molto lontano dell’acqua e che, anche li, si raffredda con facilità; saudades del mare forse non così blu, del mare sicuramente più freddo, quel mare immenso, con delle onde che ci fanno cadere, se non si sa il modo di affrontarle. Un mare che, molte volte, durante la notte, copre tutta la spiaggia, cercando di purificare il camino per il giorno dopo. 25
    • [Digitare il testo] Parlando in spiaggia, lì dove siamo stati, sabbia grossa, come se avessero messo dei sassi nel frullatore. Sabbia calda che faceva male ai piedi. La spiaggia era un corridoio stretto, pieno di sedie e ombrelloni. “Un posto nella sabbia vale oro”! Neanche pensare in correre per arrivare in acqua, in giocare a pallavolo o “frescobol”, o a camminare bagnando i piedi in acqua. Manca lo spazio, questo per non dire della sabbia che brucia e dei sassi che fanno male. Correre dalla sabbia all’acqua sarebbe una vera corsa ad ostacoli. Non voglio essere fraintesa, io amo il mare, amo l’acqua, e ho “amato” essere andata in spiaggia. Mi sono divertita tantissimo, abbiamo vissuto dei momenti meravigliosi, la spiaggia è bellissima, e tutto questo compensa la “mancanza di spazio”. Io sentivo MOLTA mancanza del mare. L’acqua salata mi da energia, mi diminuisce lo stress, mi “ricarica”. L’unica cosa è che ho scoperto che, quello ciò che mi fa così bene, non è semplicemente il mare, ma la sua forza, la forza delle sue onde, il freddo delle sue acque, il sale che mi brucia in bocca. Essere stata questi giorni in spiaggia mi ha fatto un bene incredibile. E sicuramente se fossi stata nell’oceano, sarebbe stato ancora meglio. 26
    • [Digitare il testo] Città travestita Casale Monferrato, una mattina qualunque di gennaio. La città si sveglia travestita di bianco. Come se volesse trasformare quel momento in un momento unico, di cartolina postale. Camminare per le strade, era come essere dentro di un dipinto, essere un personaggio dei sogni dei più nobili pittori. E il sole? Il sole si era travestito di luna! Una bella luna piena e luminosa! Forse voleva scoprire perché la sua cara sorella risveglia nell’uomo tanti sentimenti contrastanti. Forse lui, il grande Re, nella sua saggezza, ha così acquisito una sensibilità unica. Chi lo sa. Forse, da questo giorno in poi, con i loro raggi, oltre a calore, trasmetterà agli uomini raggi di sensibilità ed emozione. A rispetto della neve In questi ultimi giorni, Milano si è ricoperta di bianco. Come se Dio l’avessi avvolta in una dolce e bella copertura di zucchero glassato, come quello che si trova in quei dolci fatti con la pasta sfoglia e che a me da bambina piaceva mangiare “da sola”. Chissà se Dio non voleva proprio lasciare le nostre vite più dolci! 27
    • [Digitare il testo] La neve è veramente una cosa magica e molto interessante. In ogni posto dove decide di fermarsi, ci fa immaginare una cosa diversa. Sopra i rami degli alberi, per esempio. Sembrano dei fiochi di cotone. E ci fanno pensare a quelli “lavoretti” che facevamo in scuola, nella scuola materna, nell’asilo. Le lezioni di arti! E la neve che si ferma sopra i cespugli, sopra le piante più piccole, ecc.? Sembra schiuma! Come se la città stessi facendo uno splendido e profumato bagno di schiuma! Chissà se la neve non è anche venuta per purificare i nostri cuori! Dicono che le cose sono come li vediamo, e che è il modo in cui leggiamo i fatti che può fare tutta la differenza. Nella neve io vedo bellezza, vedo sogni, vedo emozione e, in una giornata come quella di oggi, paesaggio ancora bianco, cielo di un azzurro bellissimo e un sole che brilla in tutto il suo splendore, diventa impossibile non sorridere alla vita! Parlando ancora della neve, altro giorno, insieme allo Ste, io parlavo del fatto che la neve sempre mi emoziona, e dei ricordi che ho della prima volta che ho visto la neve. E mi sono accorta, quindi, di come la percezione di un bambino, il suo punto di vista, sia legata alla sua “dimensione”, alla sua nozione di tempo e di spazio ma che, innanzitutto, possa dimostrare come noi, quando siamo piccoli, 28
    • [Digitare il testo] siamo ancora molto legati al Mondo Spirituali. Questo senza parlare di come la nostra immaginazione è molto presente! Io ho un’immagine “marcata”, che credo sia della prima (o di una delle prime) volta in cui ho visto nevicare. Mi ricordo che ne avevo tre anni, ed ero sulle braccia di qualcuno, ma non ricordo se era Ana, Ruben o Renée. Mi ricordo che, dalla finestra di quella che poi sarebbe diventata la mia stanza da letto, mi facevano vedere i fiocchi che cadevano. E il più interessante è che, per me, quei fiocchi erano grandissimi! Ognuno di loro aveva la misura di un viso. E, ansi, non solo la misura, ma erano visi! Volti di persone che avevano già disincarnati e che, dal cielo, avevano trovato un modo di “farci visita”. Mi ricordo che, in quei fiocchi, ho visto vari visi, inclusi quelli del mio padre, della mia nonna, di Dio e del” Papà del Cielo! Sì, perché per me, Dio e il Papà del Cielo erano due persone diverse, chissà perché! Dio, lo immaginavo come credo che tutti lo immagino, un signore anziano, con i capelli lunghi e la barba bianca, in tonaca e, a volte, con un bastone. Ma il più interessante era la figura, l’immagine che facevo del “papà del Cielo”. Un viso completamente diverso e che solo adesso, dopo tanti anni, ho potuto rendermi conto di chi si trattava: quello che io immaginavo come essendo il Papà del Cielo, aveva il viso di Mozart. 29
    • [Digitare il testo] Su rischi e coraggio Non avere paura! Non avere paura di rischiar, molte volte, è quello che permette alla felicità di rinascere! È difficile rompere con qualcosa, perché, anche se questa “cosa” ormai non ci serve più, anche se siamo sicuri che le cose non torneranno mai a essere come sono state tanto tempo fa, e che, come dice una vecchia canzone brasiliana, “quello che è stato, non lo sarà mai più”, cambiare il sicuro (anche se questo “sicuro” non ci porta più la felicità) per il dubbioso non è così semplice. Per quanto la situazione non sia davvero buona, ci accontentiamo. E crediamo che quello sia così perché è così. Semplicemente. Fino a quando qualcosa cambia, passiamo ad avere un nuovo sguardo, e ci rendiamo conto che la felicità esiste, e stiamo scappando via da lei! E perché? Allora, è ora di rischiare. Di prendere decisioni senza aver paura di fallire. Permettersi "rivivere". E Dio ha posto sul mio cammino una persona meravigliosa! E sento che il vero amore è nato, e benedetto, e ringrazio tutti i tifosi, i nostri angeli custodi, e 30
    • [Digitare il testo] soprattutto ai nostri antenati! Sono sicura che i miei nonni, la nona, i miei nonni caro padre, la madre di Ste, tutti ci proteggono, ci benedicono, ci hanno a cuore. Grazie dal profondo del mio cuore! Rispetto all’invecchiamento La vecchiaia è considerata come l’ultima tappa del corso vitale, determinata da eventi biologici, psicologici, culturali, sociali e spirituali. L’”invecchiare” è un processo di cambiamenti universali che succede con tutti gli esseri viventi, e dipende della natura genetica, sociologica, socio-storica e psicologica. Le questioni culturali hanno finito per creare diversi termini con i quali riferirsi a questa fase dello sviluppo. In questo modo, l’espressione “vecchio” è rimasta associata a qualcosa d’inutile, spregevole, superato. Per tanto tempo, questa era la connotazione data a ciò che noi oggi preferiamo chiamare "anziano" (questa parola è associata con il rispetto, longevità, tradizione). Invecchiare, quindi era sinonimo di rifiuto, tristezza e sofferenza. Malattie comuni a questa fascia di età, come l'osteoporosi, la depressione, il morbo di Alzheimer e altre, rendevano questo periodo ancora più doloroso, sia dal punto di vista fisico sia emozionale. Invecchiare, significava diventare un "fastidio", 31
    • [Digitare il testo] soprattutto per i famigliari. E si diventava vecchio presto! (Con quaranta, cinquanta anni!) Con l'avvento delle nuove tecnologie, i progressi nelle aree medica e biologica e lo sviluppo di diverse ricerche sulla qualità della vita, il ciclo della vita si è allungato, e la gente vive sempre di più. . È stata creata l'espressione "terza età", un termine importato dal francese "Age troisème", che ha cercato di identificare i vecchi (anziani) come un gruppo di "giovani vecchi". La "terza età" è stata quindi considerata come quella alla quale appartengono le persone oltre i sessanta anni, e sono cominciati a essere sviluppati programmi per questa fascia di età. Sono stati creati club, gruppi, e gradualmente si è creata un'altra visione delle persone di questa fascia di età. E la vita continua, e d’improvviso, le persone stano arrivando ai settanta, ottanta, novanta, cento anni. Si parla della “Quarta età”, e questa “superpopolazione” di anziani preoccupa. Dopo di tutto, sono persone che consumano, ma non producono. Chi l’ha detto, però, che bisogna essere così? Nei giorni d’oggi, invecchiare non è più sinonimo di ammalarsi! Investendo nella salute e nella qualità della vita, anche le persone della terza età possono produrre! E non mi riferisco al lavoro, al non andare in pensione, ma perché non approfittarne della loro saggezza? Secondo Viorst (2002), "gli studiosi del processo di invecchiamento riconoscono che anche se avere una buona salute, buoni amici e 32
    • [Digitare il testo] buona fortuna - e un buon reddito-, senza dubbio facilita l'accettazione della vecchiaia, è l'atteggiamento riguardo alle perdite così come la natura di queste perdite, che determina la qualità della vecchiaia. "Delbert (1999) afferma che " (...) Il passato si riferisce al periodo in cui la vecchiaia era il tempo di attesa della morte, di retrazione e d’isolamento; il presente è il momento di trasformazioni della vecchiaia, pieno di esperienze piacevoli e gioviale, in cui l'avanzare dell'età non porta problemi per coloro che hanno un atteggiamento positivo verso la vita; e il futuro presenta paradossalmente il fuoco oscuro, sostenuto dalle previsioni demografiche, e l'ottimismo degli esperti, sostenuto della scienza e della tecnologia”. Ovviamente, l’invecchiamento della popolazione porta dei problemi con sé, ma tutto può essere risolto, o almeno ammorbidito. E, fra i problemi, vorrei discorrere circa uno specifico: più la popolazione invecchia, o meglio, più si vive, più c’é la possibilità di acquisire un cancro durante la nostra vita. Le statistiche già dimostrano il cancro come una malattia con tendenza a diventare cronica. Inoltre, gli studi suggeriscono che in futuro non ci sarà nemmeno una persona che non conosca almeno qualcuno che ha vissuto questa malattia. O se avrà il cancro, o lo avrà un suo conosciuto. (O entrambi). Dopo tutto il più a lungo si vive, più tempo si ha per ammalarsi. E in che modo si potrebbe prevenire questo? 33
    • [Digitare il testo] In primo luogo, credo che per permettere a noi stessi di avere uno sviluppo sano, non dobbiamo lasciare che la paura di ammalarsi invada i nostri pensieri. Riguardo specificamente alla popolazione anziana, è urgente investire nella qualità della vita, e nella ricerca di un invecchiare sano, tenendo conto degli aspetti fisici, nutrizionali, sociali, emotivi e spirituali. Sarebbe importante sottolineare che l'armonia tra gli aspetti di cui sopra, ci ricorda Simonton (1994), è fondamentale per la salute, e che questo vale non solo per la salute della mente e del corpo, ma anche per i rapporti con se stessi, con la famiglia, con gli amici e con tutto mondo che li circonda. E 'anche necessario riconoscere i propri limiti e rispettare la loro individualità. Da un punto di vista emotivo, la prevenzione di malattie come il cancro è direttamente collegata a un potenziare se stesso. Potenziare se stesso, permettersi di vivere. Guimarães (1999) pone che l'invecchiare con successo "comporta un po' di fortuna, ma dipende, soprattutto, dal desiderio di vivere più a lungo e meglio”. La prevenzione ha a che fare con l'emozione, e gli effetti della repressione delle emozioni e della disperazione sulla salute sono stati descritti in diversi studi, tra cui gli studi degli ospedali Hopkings John e Kings College (APUD: Simonton, 1994) e ha a che fare con il desiderio! Si tratta di come affrontare e trattare con le cose che la vita ha da offrire. Il modo più positivo o più negativo con il quale ogni età affronta la vecchiaia e le sue limitazioni, è ciò 34
    • [Digitare il testo] che farà la differenza. Parlare di ciò che dà fastidio, non "guardare" rabbia o rancori, imparare a dire di no. Questo è prevenzione! Non vivere più di tanto per le regole degli altri, ma creare le proprie. Nn fare attenzione quando o chiamano di “vecchio rimbambito” perché a deciso di tornare a studiare. Lasciare stare i pregiudizi, andare dal dottore con frequenza, fare tutti gli esami sollecitati senza paura o vergogna. Togliere della testa il pensiero: “Chi cerca trova”, e sostituirlo per: “Ci cerca trova in tempo di essere risolto” e, così, vincere il tabù del “check up”. E il più importante, forse, sia ripensare il significato della parola “prevenzione”. Oppure comprendere che prevenire non necessariamente significa “non ammalarsi”. Prevenire è anche non tuffarsi nella sofferenza, e fare, anche dall’ammalarsi, un’opportunità. Un’opportunità di vivere, e un periodo di apprendimento. Viorst (2002) scrive che “la vecchiaia porta con sé molte perdite: tanti sono contro queste perdite. Ma un’altra opinione, più a velhice traz muitas perdas: muitos são contra essas perdas. Un’altra opinione più lusinghiera dice che, se si rimpiangono veramente le perdite, questo lamentarsi ci liberta e ci può condurre a libertà creative, sviluppo, piacere e attitudine per abbracciare la vita”. Anche gli anziani hanno sogni, mete, desideri. E tocca a noi, professionisti della salute, darli l’autorizzazione ad andare alla ricerca della realizzazione di questi desideri. Perché dopo di tutto, la vita è un ciclo, e gli anziani, come i 35
    • [Digitare il testo] bambini, tante volte ci implorano, con un semplice gesto o uno scempio sguardo, una permissione. Attenzione (Jenny Joseph) Quando sarò vecchia mi vestirò di viola con un cappello rosso che non si intona e non mi dona e spenderò la mia pensione in brandy e in guanti estivi e in sandali di satin, e poi dirò che non abbiamo soldi per il burro. E mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca e arrafferò gli assaggi nei negozi e premerò i campanelli degli allarmi e farò scorrere il mio bastone lungo tutte le inferriate e mi rifarò della sobrietà della mia gioventù Uscirò in pantofole sotto la pioggia e raccoglierò i fiori nei giardini degli altri e imparerò a sputare. Potrai indossare terribili camicie e ingrassare e mangiare tre libbre di salsicce in una sola volta o solo pane e sottaceti per una settimana e accumulare nelle scatole penne e matite e sottobottiglia da birra e cianfrusaglie Ma ora dobbiamo mettere vestiti che ci rendano sobri e pagare l’affitto e non imprecare per strada 36
    • [Digitare il testo] e dare il buon esempio ai bambini. Dobbiamo avere amici a cena e leggere i giornali. Ma forse dovrei cominciare a fare un po’ di pratica adesso? Così la gente che mi conosce non rimarrà troppo sbalordita e sorpresa quando d’improvviso sarò vecchia e comincerò a vestirmi di viola. Se possibile, sarebbe carino mettere in un quadro questo testo: “La vita è una sorta di tiro alla fune. Vorresti fare una cosa, ma sei costretto a fare qualcos’altro. Qualcosa ti fa male, eppure tu sai che non dovrebbe. Prendi per scontate alcune cose, pur sapendo che non c’è nulla di scontato. La tensione degli opposti, come un elastico che si tira. E quasi sempre stiamo da qualche parte, nel mezzo.” Sembra un incontro di pugilato, commento io. “Già, un incontro di pugilato”, ride lui. “Ecco, potresti proprio descrivere la vita così.”Chi vince, domando io? “Chi vince?” Mi sorride, e gli si formano le rughe intorno agli occhi, gli si scoprono i denti storti. “Vince l’amore. L’amore vince sempre”.(Morrie Shwartz, APUD: Albom, 1997) 37
    • [Digitare il testo] Riflettendo mentre bevo un “chima” 3 Secondo giorno dell'anno, giornata grigia, io a casa, pensando a dei piani. Avendo idee, osservando, pensando. Il clima umido e grigio ci invita al primo “chimarrão” del 2012! Vado in cucina, lo preparo, e decido di mettere su carta quello su cui stavo riflettendo. Scrivo il testo per pezzi, perché, come la maggior parte delle donne, non riesco fare solo una cosa alla volta. Stavo guardando le gocce di pioggia, che sembravano essersi solidificate tra i rami degli alberi che vedo dalla finestra del balcone. Non vedevo gocce ma perle. Sì, le perle! Rotonde, luminose e con un colore che sembrava argento. Un’immagine divina, che ho cercato di immortalare facendo una foto con il telefono cellulare. Tuttavia, esse erano così sottili che non credo sia riuscita a captarle. Non con la foto. Con i miei occhi, però, le ho immortalate. 3 “Chima”, modo di dire per “chimarrão”, tipica bevanda del Sud del Brasile e anche di Paesi come Argentina, Paraguai, Uruguai. Si tratta di una bevanda fatta con un’erba chiamata “erva mate” e l’aggiunta di acqua calda, che si beve in una specie di “coppa” chiamata cuia, fatta di un albero chiamato “porongo”. Nel Rio Grande do Sul, di solito le persone che si incontrano per bere il “chimarrão” fanno una ruota e bevono tutti della stessa “cuia”. Nella tradizione dei popoli Sud Americani, bere il “mate” è un forte simbolo di amicizia. 38
    • [Digitare il testo] Poco prima di venire a scrivere questo testo, ho parlato con la cara amica Odessa, che mi ha parlato dei doni che la madre natura ci offre ogni giorno. E ha ragione. Peccato che spesso questo ci sfugga! Quante volte facciamo i ciechi per dettagli così importanti, dettagli che in realtà contengono il TUTTO! A proposito, in merito a tali gocce. Forse per gli altri, siano semplicemente gocce di pioggia, che chissà perché sono rimaste appese sui rami. Per me, sono gioielli. E, come io credo che il modo di vedere le cose abbia tutto a che fare con noi, con il nostro momento, con la nostra personalità e il nostro modo di affrontare la vita, è impossibile non fare la curiosa e chiedere, chiedere a te stesso (nel mio caso, a me stessa): "Che cosa significa?". E la risposta, ovviamente, è all'interno di ciascuno di noi. Le giornate di pioggia hanno questo "potere", soprattutto quando siamo a casa. Ci fa o andare in cucina, o andare a letto a dormire, o leggere, o riflettere, in compagnia di noi stessi. Essere soli in compagnia dei propri pensieri ogni tanto fa solo bene! E un'altra cosa sulla quale vengo riflettendo da un po', è circa lo stile e la qualità delle relazioni. Ci ho pensato su parecchio, e in come sicuramente, l'unione ha anche a che fare, e tanto, con affinità, sincronicità e la missione di ciascuno di questo piano, questo mondo, questa vita. 39
    • [Digitare il testo] Ci ho pensato tanto, è vero, perché io e il mio amore (lo Ste) viviamo in un’intensa armonia. Ogni tanto appaiono alcuni conflitti, ovviamente, ma questi sono risolti rapidamente. Abbiamo imparato, nel corso del tempo, a conoscersi e a gestire le differenze. Io, cercando di essere più organizzata e meno impacciata, e lui, cercando di perdere meno la pazienza se per caso ho lasciato la brocca d'acqua con l'ala girata a sinistra invece che alla destra, o se ho messo il formaggio sullo scaffale sbagliato del frigo. (Gli esempi non sono necessariamente specifici ma astratti). Vedo anche il nostro rapporto con i figli dei nostri amici, e confesso che mi piace il fatto che il bambino che lo Ste ha sempre curato , ora non si rivolge solo a lui, ma a me, ai due. Per non parlare che è super divertente vedere lo Ste con i bambini, abbiamo spesso difficoltà a capire se chi si diverte di più siano i bambini o sia lui. Un bambinone! (E i bambini si rendono conto, e, tra di noi, se ne approfittano di esso!) Beh, ma in realtà sto pensando alla questione "rapporto" 'm facendo riferimento non tanto a noi. Non riesco proprio a capire come i nostri vicini possono litigare così! So che ognuno ha il proprio modo di essere e che le coppie dovrebbero trovare il loro modo di stare in armonia. Sono sconvolta di vedere (sentire) una coppia così giovane litigare (credo che abbiano almeno trenta anni probabilmente meno) così! Praticamente tutti i giorni, più volte al giorno. Mattina, pomeriggio, sera, notte. Sempre "con diritto" alle urla, imprecazioni, 40
    • [Digitare il testo] porte che sbattono. Soltanto il primo giorno dell'anno! Mi dispiace per loro ma quello che posso fare è mentalizzare armonia. Decido, da questo momento in poi, adottare una strategia alla Seicho-no-ie. O sia, ringraziare. Parlando di ringraziare, oggi ho anche parlato, tramite MSN, con un’ex paziente . Che mi ha fatto ricordare del gruppo di come io faccio del bene alle persone e di come sentono la mia mancanza. Ho avuto belle notizie, e alcune un po' più dolorose. E mi sono resa conto che anche le cattive notizie in un certo senso mi hanno fatto bene. Perché essere lontano fisicamente non significa essere lontano dal cuore. E permettersi di vivere, anche se in ritardo, anche alcuni momenti di dolore e di apprensione sono a mio avviso, necessario. A proposito, è veramente in ritardo? Il tempo, che cos'è? Egli esiste, dopo di tutto? Sto cercando di cambiare il mio concetto di tempo e confesso che pur avendo fatto molte letture e riflessioni su di esso, la sua esistenza, è, per me, ancora un paradigma che genera dubbi e porta a grandi sfide. 41
    • [Digitare il testo] Quando si è bambino, le cose sono così semplici! Quando siamo bambini, le cose sono così semplici! Non riesco a capire perché, pian piano che si cresce, che si diventa adulto, cresce anche la nostra abitudine di “complicare”. Ok, ok, molti mi diranno: “Complicare, no. Spiegare.”. Certo, certo. Comunque, perché dobbiamo sempre cercare delle spiegazioni? Perché tutto deve aver un perché, un motivo, una ragione? Perché è così difficile accettare le cose, la vita, così com’è? Così. Semplicemente semplice. Siamo sempre alla ricerca di risposte, teorie, spiegazioni, come se stessimo sempre cercando di costruire un grande castello di carte. Quando ci sembra che stiamo arrivando alla fine, succede sempre qualcosa. Un colpo di vento, una tempesta, o semplicemente qualcuno arriva dal nulla e dà un leggero colpetto nel nostro castello che, in pochi secondi, crolla, un’altra volta ancora. Lo stesso accade con le nostre certezze, con le nostre convinzioni. E qui, mi riferisco a 42
    • [Digitare il testo] noi nel senso individuale, di ognuno di noi, e anche a “noi” in un senso più ampio, di umanità. Certo, forse i nostri “castelli” non ci mettano così poco a crollare, anche se, confesso, molte delle conoscenze della fisica quantica hanno incasinato le mie stanze, mi hanno lasciato un po’ in agitazione, o che vuol dire che, anche se in questo momento io mi senta già UNA in questo “Holographic Universo”, molte volte sorprendo me stessa, in giro da qualche parte, con la testa in giù. Vedermi come un riflesso del mondo, e vedere, nel mondo, il mio riflesso. Impossibile immaginare questo, credere in questo, senza credere in Dio. Che i più scettici possono perdonarmi, ma ogni volta di più, scienza, fisica e spiritualità camminano insieme e, molto presto, altri paradigmi saranno disfatti, altri castelli crolleranno. Sto cercando di lanciare una sfida a me stessa. Cercare di non costruire questo castello, non circondarmi dalle mura di protezione. Perché le mura ci proteggono, è vero, ci fanno sentire più sicuri in mezzo a un mondo che, da bambini, sapevamo essere di facile comprensione, ma che adesso, da adulti, crediamo sia un mondo confuso in tutti i sensi. Se le mura ci proteggono, perché non le voglio? Perché essi ci bloccano, ci separano, ci impediscono. Impediscono la possibilità di vivere, impediscono la VITA in tutta la sua pienezza. Perché le mura fanno che la vita, il mondo, si trasformi 43
    • [Digitare il testo] in una telenovela, ed io, tu, ognuno di noi, diventiamo semplici spettatori. Ed io, scusatemi, io sono ambiziosa! Io voglio il ruolo da protagonista! Il bambino è il protagonista della sua vita, sia quella reale, sia nel suo mondo immaginario, sia nel mondo spirituale, del quale porta con sé dei ricordi, i quali poi spariscono, pian piano che egli si “adultifica”. Mi ricordo che c’è stato un poeta, forse Chaplin, che aveva detto che il ciclo della vita dovrebbe essere al contrario. Che dovevamo nascere vecchi e morire “neonati”. La vita, quindi, sarebbe finita con la concezione. Sarebbe, come minimo, curioso. Anche perché, in verità, molte volte il bambino è uno spirito più vecchio, saggio ed evoluto rispetto a quello che è incarnato nei suoi genitori. La differenza, però, è che, anche se a livello evolutivo il bambino stia, per dire, “sopra” i suoi genitori, nessuno “torna indietro”, nessuno regredisce. Gli spiriti si aiutano a vicenda e, insieme, cercano il cammino dell’evoluzione. I più “avanzati”, servono di guida e come fonte d’ispirazione. E perché, quindi, vivono in corpi così “fragili”? Bene, bene. Non è molto più facile farsi convincere dalla tenerezza che dalla dittatura? Senza contare che la dittatura, le cose fatte a forza, non hanno niente a vedere con l’evoluzione, giusto? Quante volte la curiosità ci fa questionare la vita, i perché, e quante volte cerchiamo di immaginare come stiamo realizzando la missione 44
    • [Digitare il testo] a essere compiuta in questa esistenza, missione che è stata scelta da noi per noi stessi! Credo che in certi momenti della vita, davanti a determinate situazioni, alcuni si lamentano, altri affrontano, altri si rassegnano. Devono però esserci anche quelli che, avendo la conoscenza della legge Maggiore, della legge Universale, domandano a se stessi: “Sono stato io a scegliere di vivere tutto ciò? Dov’ero con la testa”? Mi sa che ho esagerato, no? Hum, forse io volevo dare una spinta nel mio processo evolutivo”! Oppure: “Wow, è probabile che io sia stato una persona cattiva. Che fortuna che mi hanno dato quest’opportunità, perché così potrò sicuramente diventare una persona per bene”! Va ricordato che, sì, abbiamo scelto il nostro cammino, la nostra strada, il nostro destino. È anche importante ricordare che l’oblio è essenziale per riuscire a compiere il nostro “compito” e, il più importante (e che è spesso soggetto a interpretazioni sbagliate): no, non è tutto predeterminato, non è detto che se facciamo “questo” succede per forza “quello”! Non è vero che non importa ciò che facciamo, alla fine non cambia nulla! C’è una cosa chiamata LIBERTA’. Una cosa chiamata libero arbitrio! Le strade ci sono date. Il percorso, lo creammo noi. Ed esse può essere attraversato a partire di una strada già fatta, oppure si può scegliere di costruire una nuova strada. O, altro ancora, si possono 45
    • [Digitare il testo] scegliere entrambi. Esistono sì delle regole, e queste sono registrate da qualche parte dentro di ognuno di noi. Quello che non c’è, a patto che seguiamo i nostri obiettivi con il cuore puro, sono dei limiti. Ora non so nemmeno come finire questo testo, perché non ricordo neanche esattamente com’è iniziato. Credo che, come il solito, sia partito da un’idea, e alla fine si sia completamente trasformato. Mas, in un certo senso, non è proprio su questo che io stavo vagante? Sul permettersi costruire, distruggere e (ri)costruire? Sull’elaborazione e la (ri) elaborazione dei propri sogni, del proprio destino, della propria vita? Ci sono tante metafore per la vita che, se per caso decido di mettere una, rischio di diventare ripetitiva. Lasciamo stare, quindi, le metafore e le altre figure di linguaggio! Il fatto è che, ognuno che leggerà questo testo (penso) arriverà alle sue conclusioni. Per alcuni, quello che ho scritto sarà, forse, logico. Per altri, strano. Altri ancora, lo giudicheranno “carino”, o “un viaggio totale”. Può anche darsi che alcuni pensino che sia completamente impazzita, o che ero sotto l’effetto di droghe. Altri, che io ho deciso di diventare zen, non lo so. Quello che forse non tutti si rendono conto è che, come proiettiamo molto di noi stessi in ciò che produciamo, per esempio, in ciò che scriviamo, c’è anche molto di noi stessi nel modo in cui comprendiamo ciò che vediamo, sentiamo, ascoltiamo, leggiamo. 46
    • [Digitare il testo] Tragedie, perdite, morte premature. Riflettendo. Ogni persona, ogni essere umano ha il suo modo di affrontare, far fronte, sopportare e convivere con la morte, la perdita, la sofferenza e il dolore. Alcuni preferiscono piangere, altri urlano, altri si rivoltano, e altri ancora, rimangono in silenzio. Alcuni la vedono come il punto finale. Disperazione, rabbia, perdita della capacità di sognare. Dolore, tanto dolore. Soprattutto quando la perdita accade tragicamente. Conosco molte madri che hanno perso i figli ancora giovani, e so di molti giovani che hanno perso amici, fidanzati, e che in un primo momento, hanno avuto una “sensazione”, come se, insieme (accanto) a loro, fossero stati sepolti sogni, sorrisi e speranze. La maggior parte di loro (ma naturalmente non si può generalizzare), vede questi tributi ai loro figli / amici molto positivamente. Per una madre, avere il suo figlio ricordato attraverso una canzone, e rendersi conto di quante persone s’importano, che, anche se, entrando nella stanza del figlio, è difficile controllare l'emozione e impossibile non sentire il peso della solitudine, vedere l'affetto, l'emozione, e soprattutto l'amore che le persone trasmettono (o almeno cercano di trasmettere) attraverso una canzone, aiuta, sì, a diminuire il dolore. Aiuta ad avere l'atteggiamento di fare un respiro profondo e andare avanti, rendendosi conto che se "noi" siamo ancora qui (e loro non più), è perché abbiamo ancora cose da fare, compiti da svolgere. Naturalmente, per chi ha subito una perdita, vedere che 47
    • [Digitare il testo] praticamente tutto il tempo, ovunque si guardi, qualunque cosa si legga, porta in primo piano tanti ricordi, può fare che le lacrime siano ancora più difficili da contenere. E chi ha detto che contenere le lacrime è buono? Quasi tutto nella vita è fatto di scelte. Se una canzone mi fa stare "male" e aumenta il dolore, cerco di evitarla. Se una pagina creata sul Facebook (come il Memoriale alle vittime della tragedia di Santa Maria, per esempio) mi dà fastidio, basta non accenderla o anche di più, se possibile, cercare di bloccarla. (Come faccio con molte applicazioni di gioco). Un'altra questione che vorrei affrontare, per quanto riguarda tributi á e ricordi, riguarda ci scrive, chi condivide, chi "vive" tutto ciò. Contrariamente a quello che molti pensano o immaginano, anche questo è un modo per aiutare. Un modo "virtuale" di abbracciare forte ogni genitore, ogni madre, ogni fratello … Un modo di inviare amore, luce e di speranza a tutti quelli che sono rimasti, ma soprattutto a quelli che non ci sono più. Tutti questi spiriti, disincarnati così giovani e così all'improvviso (sia quelli sono andati via in modo tragico, sia coloro che sono partiti dopo una lunga sofferenza causata dalla malattia) ci hanno preceduto, sono “andati” prima di noi, perché il loro compito "il ruolo "in questa vita è stato compiuto, ed è arrivato il tempo di seguire il loro viaggio. Alcuni spiriti erano certamente già “chiariti”, cioè, avevano più conoscenze rispetto alla vita spirituale e, quando sono 48
    • [Digitare il testo] arrivati sul piano spirituale, hanno subito capito che il dolore e la sofferenza erano rimasti indietro. Altri, meno “informati”, o forse meno preparati, probabilmente hanno sofferto di più, hanno sentito difficoltà di respirazione, sentito il dolore delle ustioni, i sintomi delle malattie o di tanti trattamenti che, qui sul piano terreno, hanno dovuto affrontare. Pian piano però, con l'aiuto di amici, spiriti buoni e simili che si trovano sul piano spirituale, che noi chiamiamo "soccorritori" sono stati meglio. Bisogna ricordare che, ognuno di noi, spirito incarnato o disincarnato, sente (e vive) il dolore e l'amore. Vedere la sofferenza di chi ci vuole bene, ci fa soffrire insieme a loro. Cos, ì tributi che sono fatti con amore ed emozione, al posto della rivolta, non può che fare del bene. Fanno del bene a chi li ha creati, a chi è rimasto e, in particolare a coloro che si sono andati. Tutto ciò, per non parlare nella mobilitazione che è stata generata, nella grande "CATENA DI BENE" che si è formata, nel lato "umano" di ciascuno di noi che è stato“ritrovato”. Nella revisione di valori, priorità, nell’importanza data a ogni istante, ogni giorno, ogni momento della vita terrena. Comunque, come ho già detto prima, ognuno affronta, vive e sente le cose a modo suo. Nella vita, abbiamo sicuramente una missione da compiere, siamo qui per un motivo, e, nello stesso modo, tutto accade per una ragione, e nulla è per caso. Vale la pena ricordare, tuttavia, la cosa più importante di tutto: noi abbiamo un "percorso" 49
    • [Digitare il testo] da seguire (percorso che è stato tracciato e scelto da noi stessi), ma, soprattutto, abbiamo uno dei "diritti" più importanti di tutti: il "libero arbitrio". In altre parole, le nostre scelte, coscienti o no, le facciamo noi. E questo in tutto, nelle azioni, atteggiamenti, pensieri. Noi siamo il risultato delle nostre scelte, e ciò che accade a noi, ciò che siamo diventati, ciò che viviamo, è direttamente legato a questo. Molte cose, per noi, sono difficili da spiegare, da capire , fino a essere in grado di rendersi conto che ciò che conta non è saper spiegare, ma poter capire come tutto questo possa contribuire a rendere ognuno di noi una persona migliore. 50
    • [Digitare il testo] PARTE II Cambiamenti Spazio dedicato ad alcuni testi che ho scritto circa il tema “cambiamento”, sia personale, professionale, spirituale. Cambiamenti La vita, tante volte ci propizia molti cambiamenti. Alcuni buoni, altri non più di tanto. Alcuni desiderati, mentre altri semplicemente ci prendono all'improvviso. Cambiare città, scuola, quartiere. Cambiamenti di comportamento, cambiamenti di vita. I fatti ci fanno cambiare, gli eventi ci fanno cambiare. Cambiamenti semplici, cambiamenti dolorosi, ma sempre "cambiamenti". E quando ci troviamo a dover affrontare, per esempio, una grave malattia come il cancro, in noi o in qualcuno vicino a noi? Sarà che, insieme con la sofferenza, questo fatto potrebbe innescare qualche cambiamento? Qualche cambiamento per il meglio? Sarà possibile che tutta questa sofferenza non abbia nulla, assolutamente nulla di positivo del quale poter trarre vantaggio? Osservando e lavorando con le persone con il cancro, mi sono resa conto che sì. Sia i pazienti che i loro familiari (in particolare quelli più 51
    • [Digitare il testo] vicini a) riportano, durante le sedute, sia individuale, di gruppo, o nelle sale di chemioterapia, momenti di intensa riflessione. Sulla malattia, sulla vita, sul giorno per giorno. La maggior parte riesce, alcuni subito, altri un po' dopo, a fare sì che la malattia porti dei cambiamenti. Cambiamenti positivi. In più delle volte, il cancro sembra, oltre ad una malattia, un grande segno di allerta. Come se la persona, gli amici, i familiari e a dirittura noi, professionista della sanità, ricevessimo una “spinta” della vita. Come se l’organismo, prima così silenzioso, decidesse di urlare: “Fermati, guarda dentro di tè, pensa a te stesso, prenderti cura di te”. (Sembra testo di musica “sertaneja, ma è, più che altro, una grande lezione). Alti livelli di stress, ansia, difficoltà a dire di no, sovraccarica nel lavoro, sia fuori che a casa Storie di perdite (nei più vari modi), sofferenza. Quella vecchia abitudine di pensare sempre prima agli altri, e lasciare se stesso in secondo ,terzo, quarto piano. Caratteristiche che la maggior parte dei malati di cancro, quando ricevono la diagnosi, possiedono. Almeno alcune di queste. E forse una delle grandi lezione che può avvenire insieme alla malattia, sia proprio questa: Cambiare. 52
    • [Digitare il testo] Per alcune persone, questo succede presto, mentre per altri, ci mette un po’ di più. Il tempo è individuale. Anche se siamo tutti simili in alcuni aspetti, tutti esseri umani, siamo diversi. E unici. Fra i cambiamenti, fra quello che si può imparare, c’é il guardare se stesso, pensare a se stesso. Permettersi, dare a se stesso il permesso di essere un po’ egoista, in senso buono. Vedere se stesso come essere umano, e lasciare che vengono fuori quei sentimenti che, nell’obbligo di mantenere una certa pace e un’armonia “per finta”, erano tenuti “sotto i pani”, nascosti. Rabbia, crepacuore, disgusti. è poter vedere a se stesso come una persona “normale”. È, dopo tanto tempo aiutando, combattendo, concedere il permesso di essere aiutato. E aiutare se stesso. È cambiare, anche, il modo di guardare la vita, di affrontarla, di viverla. I valori cambiano. Quello che importa è il giorno dopo giorno. La vira è ciò che succede adesso. Piccole cose, che prima ci sfuggivano, ora hanno un valore inestimabile. E cose “poche”, stupide, banali, che prima generavano sofferenza e stress, non hanno più importanza. Dopo tutto, si può dire che il cancro provoca, in ognuno di noi, dei cambiamenti. Che può farci crescere, e che questi cambiamenti ci fanno diventare, prima di tutto, più “veritieri, più umani 53
    • [Digitare il testo] Cambiamenti, nuovi cicli. È necessario che ci rendiamo conto quando un ciclo è completato, e un altro comincia. Un sacco di volte, anche in presenza di molta sofferenza, scegliamo di rimanere lì, stagnante, pensando che "male con esso, senza di esso." Speriamo sempre che qualcosa possa migliorare, che le cose tornino di nuovo a essere com’erano prima, ma il tempo non torna indietro! Arriva un momento nel quale, o ci pensiamo noi, o ci pensiamo noi. Noi abbiamo scelte, sì, ma tocca a noi farle o no. Prendere decisioni, rompere con ciò che è stato e dare a se stesse il permesso di vivere. Permettere a se stesse di tornare a essere felice. (Avevi davvero capito che non eri felice?) Che mania di posticipare la felicità! Di gettarla nel passato che è già stato, o in un futuro che non si sa nemmeno se verrà. Un ciclo della mia vita si è concluso qualche tempo fa, ed io, mi sono anche accorta, il problema è stato accettare. Ora, finalmente, pian piano, sto riuscendo, concedendomi il permesso, e una nuova fase sta per arrivare! 54
    • [Digitare il testo] Cambiamenti I Sempre mi hanno detto che la vita è fatta di cambiamenti. Ci sono varie testi che parlano di quest’argomento. Ed io mi sono resa conto che sì, noi abbiamo bisogno dei cambiamenti. E che, molte volte, cambiare è come fare il passaporto per essere felice. Io ho imparato che ogni momento nella vita vale la pena, e che cambiare, può farci diventare persone migliori. E sai cosa ho scoperto? Ho scoperto che piccoli i cambiamenti non mi bastano, che è delle cose grandi che la mia vita è fatta! Cambiare Paese, cambiare lingua, "perdere" un pezzo del mio cognome. Cambiare la vita, trovare il vero amore. Essere felice. Cosa mi sarebbe successo se io non avessi dato il primo passo? Cambiamenti radicali. Altri, non più di tanto. Adesso, un cambiamento d’aria, un nuovo modo di vedere a me stessa: la settimana prossima cambierò il taglio dei capelli! Coraggio! Ci sono cose, però, che devono restare sempre come sono. (Almeno che sia per crescere, per migliorare). Sono queste: carattere, personalità, rispetto, l’amore per me stessa e per gli altri, specialmente la mia famiglia, lo Ste e per i miei amici d’oggi, di ieri e di sempre. La 55
    • [Digitare il testo] sensibilità, la fede, l’amore e la dedicazione ai pazienti. E il desiderio che tutti possono trovare la pace, l’amore e la felicità! Ancora cambiamenti: riflettendo con frammenti di Clarice Lispector Ci sono momenti in cui io insisto a resistere ai cambiamenti. E seguo così, senza capire la ragione, poiché, na maggior delle volte, i cambiamenti sono necessari, e sono loro che ci permettono di vivere! Volete sapere? Cambiare è un bene! E cambiare può sì significare cambiare casa, indirizzo, relazione. Ma cambiare può anche significare cambiare attitudine! Può significare dare una nuova lettura, una nuova interpretazione a un vecchio testo, un nuovo colore a quella parete bianca, piena di spazzi vuoti! Clarice Lispector è stata saggia quando ha detto che: “Tutto nel mondo ha cominciato con un sì. Bisogna dire di sì perché qualcosa succeda”! Questo è cambiare! E per la vita, io dico di Sì! Per l’amore, io dico di sì! Per la mia famiglia, i miei amici, il mio amore Stefano, io dico di sì! (Questo mi ha fatto ricordare che ieri sera abbiamo visto un film, chiamato Yes Man, dove il tizio doveva dire di sì per qualunque cosa). Con i piatti ancora sul lavandino, lo Ste mi ha chiesto: “Tu non 56
    • [Digitare il testo] vorresti fare la “Yes Girl” e lavare i piatti per noi?”- hahaha… come resistere? Come fare a dire di no? E pensando ancora a Clarice Lispector: “Le persone più felici non hanno le cose migliori. Loro sanno fare il meglio con le opportunità che appaiono sulle loro strade”. Proprio così: opportunità! La vita è fatta di opportunità, e mai dobbiamo avere paura di approfittarle! “Se lei in questo momento si sente infelice, prova a fare qualcosa a rispetto ora, perché è solo nella sequenza degli “adesso” che lei esiste”. Vero. La vita è ora, la felicità è fatta di momenti! “La vita è corta, ma le emozioni che possiamo lasciare durano un'eternità”. Questo è ciò che rimane, quello che ognuno di noi trasmette agli altri, il nostro modo di essere, la maniera con la quale li trattiamo, il sorriso che abbiamo dato o lasciato di dare, lo sguardo sincero, profondo. “Il futuro più brillante è basato su un passato intensamente vissuto”. 57
    • [Digitare il testo] Ciò che fra un po’ sarà il passato, è quello che proprio adesso io chiamo presente! Presente si chiama “presente” 4 per qualche ragione, non vi sembra? “Tu solo avrai successo nella vita quando perdonerai gli errori e le delusioni del passato” . Gli errori degli altri, ma in particolare i propri! Così difficile perdonare se stesso! Abbiamo sempre l’abitudine di cercare la perfezione! (Io ce l’ho). Auto-critica fa bene, ma se è troppa, causa dei disturbi! Volete sapere? Io so benissimo quello che voglio per la mia vita, voglio è andare sempre avanti, senza paura di fracassare. Voglio continuare a credere che tutto valga la pena, perché so che la mia anima non è piccola, come Fernando Pessoa 5 avrebbe detto. Io sono la “proprietaria" delle mie scelte. Non ci sono pentimenti, farei tutto un’altra volta, nello stesso modo. Fino le farfalle nello stomaco sentirei di nuovo, perché è proprio questo il bello! Tutti i cambiamenti che sono successi con me mi hanno fatto particolarmente conoscere a me stessa, e percepire il vero significato 4 “presente”, in portoghese, significa anche “regalo”. Metaforicamente, quindi, si dice che il momento “presente”, è come un regalo, ed, in un certo senso, è l’unico che esiste veramente, nel senso che può essere sentito, vissuto, modificato. 5 Fernando Pessoa, poeta portoghese, ha una celebre frasi, che dice: “Tudo vale a pena, se a alma não é pequena”. 58
    • [Digitare il testo] di amare. E le persone che amo, credo hanno potuto percepire tutto ciò. 59
    • [Digitare il testo] PARTE III La Psiconcologia, la Psicosomatica, le Cure Palliative La vita La vita è fatta di momenti belli e momenti brutti. Anche i momenti chiamate "brutti", però, possono diventare belli. Dipende di come riusciamo a capirgli, a interpretargli. La perdita, la morte, è vissuta per ogni persona di un modo molto diverso e particolare. La morte di una persona che vogliamo bene può trarre sofferenza, ma anche un grande sollievo. Specialmente quando questa persona, forse non più con le parole, ma molto con lo sguardo e con il respiro, prova a dirti: "Sono stanca", o quando hai la nitida impressione che lei ti chiede una specie di autorizzazione per andar via. "Sì, sì, stia tranquilla, va tutto bene"! C’è una frase molto conosciuta, che adesso non mi ricordo bene di chi è, che dici: "The beauty is in the eyes of the beholder". Bellissima metafora per la vita! E, come esistono vari modi di dire la stessa cosa, ci sono anche vari modi di vedere le cose. 60
    • [Digitare il testo] Cercare di vere il bello, il "buono" anche nei momenti brutti, è una sfida, ma vale la pena! Aiuta a tornare la vita più bella. E poi, ci fa’ crescere, come persona, come "anima"! Dobbiamo cercare di fare di ogni momento vissuto una lezione, cercare d’imparare sempre, sia con gli accerti, sia con gli errori. Secondo me, la parola "se" non dovrebbe esistere nel nostro "vocabolario della vita". Perché la vita è certezza, e non dubbi! Certo che non è facile, ma dobbiamo provare a VIVERE davvero. E, per che questo sia possibile, bisogna rischiare, bisogna "tuffarsi" nei sogni, nei desideri. Dolore. (Riflessione dopo una lezione sul tema “dolore”, svolta al Master di Cure Palliative al Termine della Vita, a Milano) Passare tre giorni parlando di dolore mi ha fatto riflettere su il dolore "totale" che non solo un paziente, ma ognuno di noi può avere. Abbiamo parlato molto del dolore fisico, e di come "curarlo. E, secondo me, questo dolore deve essere curato, guarito. Io, nella mia esperienza come Psiconcologa, devo dirvi che, quando un paziente aveva un dolore, la prima cosa che facevo era cercare un modo di aiutarlo, parlando con i medici, infermieri, ecc. 61
    • [Digitare il testo] Non vedevo senso in fare una psicoterapia, in "cercare le cose nascoste", se il paziente, per il dolore, non riusciva a stare seduto, o non camminava, o non riusciva a dormire alla sera! Quante volte i pazienti sono venuti da me perché sembravano depressi, ma ditemi, chi non si deprime, chi non diventa ansioso se ha un dolore insopportabile? Bene, ma parlavo di dolore totale. Credo che esista anche un dolore emozionale, un dolore dell’anima e un dolore spirituale. E, a volte, anche un dolore sociale. Per il dolore fisico, ci sono i medicinali, le varie tecniche presentati durante le nostre lezioni. Ma, e il dolore dell’anima? Molte volte non bastano gli antidepressivi (che aiutano, ma non risolvano). Serve uno spazio di ascolto, uno stare vicino. Serve un permesso per che la persona possa piangere, possa arrabbiarsi, possa stare in silenzio, possa esprimere i suoi desideri, le sue paure, ecc. Può sembrare strano, ma molte volte il dolore dell’anima porta più sofferenza che il dolore fisico. E qui, mi rivolgo anche ai familiari che, molte volte, soffrono di un dolore intenso, una sofferenza che non si può descrivere (Pensate in una mamma che ha "perso" un figlio, per esempio). Per dolore sociale, penso, per esempio,a quelli che vivono a margine, che non possono comprare le medicine, che non hanno soldi, che a 62
    • [Digitare il testo] volte non riescono nemmeno a mangiare. O quelli che soffrono di pregiudizi, come gli HIV+. Sicuramente tutti questi dolori causano sofferenza, e, se vengono insieme, è ancora peggiore. Per chi ha un dolore dell’anima, è più difficile curare il dolore fisico. Lo stesso al contrario, molte volte il dolore fisico sviluppa anche un dolore emozionale. Penso molto in come sarebbe bello un gruppo per il controllo del dolore dove potessero lavorare insieme non solo i medici delle più diverse specialità , ma anche gli infermieri, psicologi, fisioterapisti, nutrizionisti, educatori e assistenti sociali! E voi cosa ne pensate? Utopia? Laringectomia e Spiritismo Da un po' di tempo che mi faccio delle domande sulla questione della laringectomia totale, dal punto di vista dello spiritismo. Quali spiegazioni ci sarebbero, secondo questa dottrina, per la perdita della voce? Anche se sono nata e cresciuta all'interno della Dottrina Spiritica, col tempo, ho finito per, allontanarmi da essa, senza tuttavia smettere di credere in essa e, indirettamente, di applicare, nel mio giorno per 63
    • [Digitare il testo] giorno, i suoi principali precetti (amare il prossimo e fare del bene, senza tener conto ha chi). Da qualche tempo, però, ho ripreso le consultazioni "passes 6" e soprattutto le letture. E vorrei capire un po' di più alcune cose con le quali, nel momento attuale, sono più coinvolta. Tra queste, la questione dei laringectomizzati, perché fin dall'inizio del 2004, io sono una volontaria in un gruppo di pazienti che sono stati sottoposti a chirurgia di laringectomia totale. (Per chi non lo sapesse, laringectomia totale è la rimozione chirurgica delle pieghe (corde) vocali a causa di cancro e porta con sé la perdita della voce). Quindi, mi sono domandata: "Dal punto di vista dello spirito, cosa può portare a questo?" Ho cominciato, io stessa, a elaborare delle ipotesi, le quali segnalerò in seguito. Rilevo che queste "teorie" non le ho trovate sui libri (almeno non di forma diretta), né mi sono stati segnalati da spiriti superiori, sotto forma di sogni o messaggi psicografici. Anche se siamo tutti medium, non ho sviluppato tali qualità. Non posso, tuttavia, per così dire, affermare, con assoluta certezza, che le ipotesi 6 Passe: Il passe, conosciuto anche come fluidoterapia, è l’atto di trasmettere energia magnetizzata dal mondo spirituale, direttamente o con l’aiuto di un medium passista (attraverso l’imposizione delle mani), in beneficio dell’uomo incarnato. Dai tempi più antichi, l’imposizione delle mani è una delle formule utilizzate dalle persone per aiutare gli ammalati o per allontanare da essi le cattive influenze spirituali. 64
    • [Digitare il testo] sono tratte derivante esclusivamente dalla mia immaginazione o deduzione. Le domande che mi vengono spesso in mente sono le seguenti: 1. Avrebbero queste persone, in incarnazioni precedenti, fatto cattivo uso di un dono così ricco come la voce? Avrebbero usato la sua voce per parlare male degli altri, spettegolare, danneggiare i loro simili? Avrebbero usato la voce per praticare discorsi che incoraggiavano la controversia, la rabbia, la violenza? Avrebbero cominciato la guerra? Avrebbero usato la voce come uno strumento che ferisce, come arma, spesso letale? 2. Sarebbero, in altre vite stati decapitati? E, a causa della brutalità e della violenza della loro morte, sarebbero tornati per finire un compito incompiuto, ma portando con sé una conseguenza, un segno della vita precedente? 3. Sarebbero questi spiriti che si sono suicidati, che "hanno fatto fuori" la propria vita, " mediante l'impiccagione? Spiriti che sono venuti ora, al fine di "riscattare" qualcosa, imparare, redimere il più grande crimine di tutti, che è quello di uccidere se 65
    • [Digitare il testo] stesso, atteggiamento che va contro le leggi della vita e del Creatore? Ci penso spesso in tutto ciò, e confesso che a volte questi pensieri mi fanno venire l'ansia. Dopo tutto, le persone che conosco che sono state sottoposte a tale intervento chirurgico, hanno commesso degli errori, soprattutto contro se stessi (le bevande, le sigarette, sono suicidi mascherati). Tuttavia, sono persone di carattere, che hanno un cuore enorme, e che m’insegnano, ogni giorno, nuove lezioni. A causa di questo, io preferirei pensare che, in realtà, siano spiriti che prima di entrare in questa vita hanno fatto questa scelta per portare lezioni, apprendimento, a tutti noi. Perché attraverso le loro esperienze diamo più valore alla vita, passiamo in rassegna i valori, ecc. È difficile però non pensare alle ipotesi precedenti. E, quindi, Dio ha dimostrato ancora una volta la sua bontà e sapienza infinita, regalandoci il "dono della dimenticanza". In caso contrario, come affrontare il dolore, la rabbia, il senso di colpa? Forse non troverò mai una risposta a questa domanda. Almeno non in questa incarnazione. Una cosa, comunque, lo so. Le nostre strade si sono incontrati per qualche motivo. E in questa convivenza imparo, ogni giorno, una nuova e grande lezione. 66
    • [Digitare il testo] Egli ha il cancro! Esiste in un libro una frase che dice più o meno così: “Quando qualcuno ha il cancro, tutta la famiglia si ammala. Ed è proprio su questo che vorrei discorrere nel presente articolo. Per un familiare, non è facile sapete che qualcuno della sua famiglia, qualcuno che egli ama, ha il cancro. Come il paziente, che al momento della diagnosi si sente come “invaso” da migliaia di sensazioni e pensieri di tanti tipi diversi, anche ai famigliari succede qualcosa di simili. Domande, rabbia, tristezza, colpa. La sensazione d’impotenza è grande, e disturba. Alcune volte, i famigliari arrivano al punto di domandarsi: Perché egli, e non io? Perché con lui, e non con me? Arrivano anche ad affermare che, in questo modo (o sia, con l’altro essendo il “malato”), la sofferenza è ancora maggiore. Difficile per un malato di cancro comprendere la ragione per cui, molte volte, qualcuno che li è vicino (di solito un famigliare) si mette a lamentarsi, a verbalizzare: Perché hai fatto questo con me”? Oppure: “Tu non puoi immaginare come vederti così mi fa soffrire”. “Preferirei che fosse con me”, tra altri commenti e affermazioni. Infatti, per chi sta affrontando un trattamento difficile, pieno di effetti collaterali e tante volte doloroso, in particolare dal punto di 67
    • [Digitare il testo] vista emozionale, è complicato aver a che fare con queste lamentele in più. Spesso si parla di “mettersi nei panni degli altri”. Troviamo, quindi, delle persone che consigliano ai famigliari e amici di mettersi al posto di quello che è in trattamento, per miglior comprenderlo. E il contrario? Qualche paziente avrà mai pensato di mettersi nei panni del famigliare? Per poter rendersi conto che anche per lui questo è un momento d’intensa sofferenza? Anche se non è malato, il famigliare condivide col paziente momenti di gioia, dolore, tristezza. Egli, oltretutto, ha anche le sue dolori, dubbi, incertezze, le quali, in generale, finisce per guardare dentro di sé, per non far preoccupare ancora di più quello a cui tanto ama. Oltre a questo, tante volte vede se stesso ad ascoltare (e conservare) dolori e sfoghi di altri, come altri membri della famiglia, amici, persone conosciute. In altre parole, subisce un "accumulo" di dolore, rabbia, tristezza, sentimenti e risentimenti che in qualche modo invadono il suo essere. E c’é un’altra cosa ancora: il paziente, anche se soffre l’impatto della diagnosi, riceve, insieme con questa, una “strada”, una “via d’uscita”: il trattamento. Oltre ciò, egli (il malato) sa come si sente, se si sente bene oppure no, cosa fare, a chi (o a cosa) rincorrere nel caso ci sia bisogno. 68
    • [Digitare il testo] Il famigliare, invece, diventa impotente. Egli è obbligato a riconoscersi come una persona con dei limiti. Si sente con le mani legate, e si rende conto di poter sì fare qualcosa per aiutare, ma forse non con tutta l’intensità che gli sarebbe piaciuta. Il famigliare si sente insicuro, perché non sa quello che il paziente sente davvero, se sta veramente bene, o se dice così semplicemente perché la famiglia non diventi ancora più tesa o preoccupata. È una grande sfida, per tutti i membri della famiglia, riconoscere i loro limiti. E a vere, in particolare col paziente, un accordo di mutua fiducia. Che il paziente dica quando non sta bene, e quando no. Ricordando sempre che questo varia da una persona all’altra, ed è sì possibile stare bene sempre! Tornando all’inizio del testo, dove ho scritto una frase affermando che, quando un paziente ha il cancro, tutta la famiglia si ammala, sottolineo che l’ammalarsi è un processo, e comincia nell’anima. Ci ammaliamo nel cuore, ed è sì possibile morire di tristezza, di ansia, di preoccupazione. La tristezza, rabbia, il dispiacere, senso di colpa e il risentimento ci ruminano dall'interno, ci fanno male, abbassano la nostra immunità. Tutto questo, però, è passibile di essere curato. Passibile di guarigione e prevenzione. Riconoscere tali sentimenti è il primo passo. Dopo tutto, avere rabbia, dolore, preoccupazione, sono cose normali. Il problema non è averli, ma darli troppa attenzione. Dobbiamo lavorare il pensiero in questo senso, cercando di "espellere" ciò che ci fa male, e attrarre le cose buone (la scienza ha 69
    • [Digitare il testo] già dimostrato l'efficacia di questo). Bene, questo è importante sempre, però, nei momenti in cui un famigliare sta affrontando una grave malattia come il cancro, questo esercizio diventa ancora più necessario. Questo è un momento di estrema delicatezza per tutti i membri della famiglia, che devono ricordarsi che anche loro hanno bisogno di essere curati. Una delle forme di fare questo, è avendo sempre un tempo per se stessi. Un’altra, è attraverso la psicoterapia e la partecipazione in gruppi di supporto per famigliari, dove potranno convivere con altre persone che vivono in una situazione simile. Lo scambio di esperienze, gli sfoghi, identificarsi uno con l’altro, sono cose che contribuiscono significativamente al miglioramento delle condizioni generali. Sia il paziente, sia il famigliare, l’importante è sempre riconoscere se stessi come umani, e credere nel proprio potenziale. Dopo tutto, anche se ci sono ostacoli che si frappongono, meritiamo che la felicità si faccia presente. Per questo occorre, soprattutto, avere fiducia. 70
    • [Digitare il testo] Cos’è peggiore: avere il cancro o scoprire che qualcuno a cui amiamo ha il cancro? Difficile discutere di quest’argomento con la profondità che merita. Per rispondere "bene" a questa domanda, sarebbe necessario collocarla all'interno di un contesto più ampio. Dopo tutto, il cancro è una malattia di per sé piena di paure, insicurezze, stigmi. Io in particolare, non so cosa sia peggiore. O meglio, "c'è" un peggio? In realtà, considero la questione sopra un po' "macabra". Tuttavia, osservando i pazienti, le famiglie e gli operatori sanitari, sia in gruppi di sostegno, sia li accompagnano durante le sedute di chemioterapia o consulenze individuali, mi autorizzo a dare una risposta a questa domanda, anche a rischio di precipitare me stessa: peggiore è sapere che "l'altro" ha il cancro! Da un po’ che accompagno da vicino l’intensa sofferenza di famigliari e caregiver, sia nel gruppo di supporto, sia nelle terapie individuali. La sensazione d’impotenza, la voglia di aiutare, e il reclamo dei pazienti, che dicono di sentirsi “soffocati” con l’eccesso di cura. Le paure, la sfiducia (“Non è che egli mi nasconde qualcosa”?). Al tempo stesso, ascolto il racconto dei pazienti, che affermano: “Meno male che è successo con me, e non col mio figlio”, oppure: “Se fosse successo col mio marito (o moglie), credo che egli non sarebbe stato in grado di sopportare” 71
    • [Digitare il testo] Anche se il cancro, in un certo senso, fa che la persona perca un po’ il dominio sulla propria vita, è come se il fatto di succedere con se stesso le desse un’opportunità, anche se remota, di “mantenere il controllo”, mentre se chi si ammala è l’altro, questo “controllo” li sfugge completamente. Un altro fattore importante da essere preso in considerazione quando affermiamo che la malattia “nell’altro” è peggiore, riguarda la perdita, il lutto, la morte. Ogni volta di più, la morte è vista dalla nostra società come un tabù. Piangere la perdita di qualcuno è piangere per quello che amiamo, ma sopratutto, è piangere per noi stessi. É andare d’incontro alla propria perdita. Quindi, si cerca di evitare al massimo questo momento, investendo in trattamenti e ancora altri trattamenti, senza domandarsi fino a che punto tutto ciò vale la pena. Fortunatamente, da qualche tempo si sta parlando un po’ di più nelle “Cure Palliative”. Minimizzare il massimo possibile la sofferenza, investire in una morte più degna e umana. Bisogna guardare con più “affetto” quest’area della Medicina, perché, se facciamo attenzione, questa minimizza non solo la sofferenza dei pazienti, ma anche dei famigliari. Bene, tornando alla questione se è peggio avere il cancro o sapere che chi amiamo ce l’ha. È importante enfatizzare che tante volte il 72
    • [Digitare il testo] “cuidador” (cuida a dor) 7 diventa così coinvolto nel prendersi cura dell’altro, che rischia di soffrire un esaurimento, sia fisico sia emozionale. L’alto livello di stress predispone alla discesa dell’immunità, e da margine alla comparsa, anche, di malattie opportunistiche. Non mi piacciono molto i “cliché”, ma questo considero valido: “Prendersi cura per poter prendere cura” (Prendersi cura di sé, per poter prendersi cura dell’altro). Niente di più ovvio. Essere ovvio, però, non vuol dire essere facile! Credo che noi, professionisti della sanità, abbiamo, in un certo senso, una grande carica di responsabilità nei “cambiamenti” che affettano il paziente e finiscono per riflettere sui caregiver di modo generale. Un esempio di ciò è quando il paziente, a partire dalla malattia, inizia, tante volte nel decorso della terapia, a rivedere le sue priorità e, per la prima volta in vita sua, impara a “dire di no”. D’improvviso, ecco il caregiver principale, di solito la sposa, la madre, il marito, davanti ad una sfida: “Cosa fare? Come affrontare”? Qui un suggerimento: come i pazienti hanno bisogno, nel giorno dopo giorno, di avere dei momenti per loro stessi, hobby, momenti per fare quello che li piace e, specialmente, rendersi conto che il 7 Cuidador (caregiver, in portoghese)- fa pensare a qualcuno che “cuida a dor”, o sia, che si “prende cura del dolore” 73
    • [Digitare il testo] trattamento è parte della routine, ma non è “LA” routine di per sé, e che questo non deve essere vissuto come se fosse l’unica cosa della vita, anche il caregiver ha bisogno di questo! Egli ha bisogno di ricordare che anche lui ha una vita, e che questa deve essere vissuta. Aver cura di non cominciare a vivere sempre in funzione dell’altro o, peggio ancora, cominciare a vivere la vita dell’altro! È importante amministrare il tempo! E, una delle maniere per riuscire a fare questo, riuscire a prendersi cura di sé, è cercando un supporto! Parlando di perdite La mia intensione, in questo testo, non è quella di parlare di perdita nel senso di morte. Voglio dire, non ho l’intensione di parlare di perdita “solo” in questo senso, con questa connotazione. Voglio, sì, parlare della perdita in un senso più ampio, più complesso, delle piccole perdite, delle perdite concrete, simboliche, astratte, infine. Parlare delle perdite con le quali viviamo e conviviamo sempre, nel nostro giorno dopo giorno e che, tante volte, non ci rendiamo neanche conto. (Forse per poter affrontarle meglio, forse, al contrario, il “non rendersi conto” non sia sempre un nostro alleato). Voglio parlare delle più diverse delle perdite, incluso quelle “necessarie”. 74
    • [Digitare il testo] Inizialmente, forse io stia dando un’impressione sbagliata, impressione che io sia un po’ sadica o almeno un po’ “pazza”… perdite necessarie, cosa vuol dire? Da quando è che perdere è necessario? Per saper valorizzare le conquiste? E vado oltre: se è necessario, potrei rischiare e affermare che, in alcuni casi, “perdere è buono”? Dio, questo ci spaventa! Ma è più o meno così, però, con qualche riserva. Fin dalla nascita, conviviamo con le perdite. “Perdere” quel posto caldo, confortevole, dove non avevamo bisogno di fare nessun tipo di sforzo per essere alimentati, dove non avevamo freddo, influenza, coliche, dove non soffrivamo nessun tipo di sconforto, sicuramente non deve essere stato facile. Dicono che la peggiore (o una delle peggiore) dolore che l’essere umano sente è nel momento della nascita. Per questo che si piange alla nascita. I medici e scientisti, con i loro studi, hanno già comprovato questo. E hanno le giustificative per ciò che occorre, che hanno a che vedere, fra altri fattori, col funzionamento dei polmoni. (Impariamo a respirare “a forza”!). Però, insieme a questo pianto, c’è anche il pianto per la perdita, la perdita di un posto, di una sicurezza. E così affrontiamo la nostra vita, imparando a convivere e amministrare le perdite. La perdita del grembo della madre che, forse, se non ci fosse stata, non avremmo mai imparato a gattonare, e molto meno a camminare. La perdita del primo dente, qualcuno si ricorda? E apparire “col 75
    • [Digitare il testo] portone aperto” 8 nella scuola? La perdita della prima insegnante, la perdita del gruppo dell’asilo all’andare alla Prima Elementare. Le perdite come conseguenze di cambiamenti, di indirizzo, di città, di palazzo. Ci sono anche le perdite doloranti, difficili, le quali sicuramente lasciano delle marche più profonde. La perdita di un ente caro, di qualcuno a cui vogliamo bene. La morte. Forse una delle perdite che noi, esseri umani, abbiamo più difficoltà ad affrontare. In particolare noi occidentali, specialmente nella cultura attuale, dove la morte non è più vista come qualcosa di naturale, di umano, del ciclo della vita. Ella è vista come qualcosa di sinistro, misterioso, spaventante. Un tabù. Qualcosa da cui vogliamo scappare. E, più rinforziamo questa visione, più difficile diventa vivere il lutto ed elaborare la perdita. Sì, perché il lutto è un processo naturale e necessario. Un processo fondamentale. Pensiamo ora alla questione del cancro, e della chemioterapia, punti centrali in un ambente come quello dove era editato il giornale dove questo testo è stato scritto per la prima volta. La perdita dei capelli nelle sessioni di chemioterapia provoca sensazioni varie, che si differiscono da una persona all’altra. Però, in 8 Apparire “de porteira aberta”: termine utilizzato quando al bambino è caduto il dente davanti, e, questo, quando sorride, fa vedere a tutti quel “buco” in mezzo alla bocca. 76
    • [Digitare il testo] un modo generale, è comune lo shock, lo spavento, il “nel profondo, avevo pensato che con me sarebbe stato diverso”. È un processo per il quale alcuni hanno bisogno di un maggior preparo, e ci mettono un po’ a guardarsi allo specchio; altri, nel tentativo di ritardarlo, si rifiutano di tagliare i capelli, e accompagnano la loro caduta “a mazzette”. Ognuno reagisce a modo suo. Utilizzando una parrucca, una sciarpa, un cappello. Non usando niente, oppure facendo un tatuaggio. Non importa come ognuno andrà ad affrontate la “sua” perdita dei capelli, o con la perdita dei capelli dell’altro. Importa ciò che è lì rappresentato. E perché, per alcune persone, è così difficile brigare con questo? Perché la caduta dei capelli ha finito per diventare uno stigma, un “etichetta” per cancro. (E quindi, cogliono “proteggersi” degli sguardi degli altri, sguardi inquisitori, strani, che si vuole evitare). Perché, a volte, fino lì, è successo tutto in un modo così veloce, che non hanno avuto il tempo di pensare alla malattia, a tutto ciò che stava accadendo davvero. Perché è lì che “a ficha cai” 9. E “ci rendiamo conto a forza”. Quindi, migliaia di pensieri vengono in superficie, tutti aspettati, con maggiore o minore intensità, dipendendo di ogni persona (non dobbiamo mai dimenticare le individualità). Sentimenti di rabbia, tristezza, paura, dubbi, ecc. Perché lì, sui capelli, ci sono 9 “a ficha cai”: modo di dire che significa che è da quel momento che le persona “si rende conto” di ciò che è successo. 77
    • [Digitare il testo] tante cose proiettate E, simbolicamente, non è il capello di per sé (quello ormai prima o poi rinasce), ma tutto ciò che possa essere lì rappresentato. E andiamo oltre a questo. La “perdita” di un organo, che è dovuto essere ritirato per un tumore, o la perdita di solo una parte di esso, è vissuta, per ogni persona, in un modo particolare. Oltre a ciò che questo o quello organo rappresenta per ognuno di noi, ci sono anche altri fattori da essere presi in considerazione, come cosa quest’organo rappresenta, cosa è stato lì proiettato, cosa “di fatto” viene perso, ritirato, lacerato. Appare, anche, la capacità che ognuno ha di ricostruirsi a partire di tale perdite. E questa è una cosa che dipende da innumerevoli fattori, interni ,esterni, strutturali, infine. Non c’è persona che non si senta scossa con la perdita di “un pezzo” di se stessa. Tanto che è molto comune per la donna, quando ha un figlio, sentirsi leggermente triste, una tristezza alla quale lei non sa spiegare. Questa tristezza, nei giorni d’oggi, è compresa e accettata dai professionisti della salute. Infatti, “guadagnare” un figlio è, al tempo stesso, “perderlo”. Perché prima, in pancia, era come se egli “appartenesse, fosse “parte” di quella madre. Ma ora... Molte volte, le persone non riescono a capire perché “perdere” l’utero infastidisce tanto quanto perdere la mammella, se la donna non ha più intensione di avere figli, o perché diventano schioccate, 78
    • [Digitare il testo] scosse, con la ritirata (nel caso della mammella) di solo “un settore”. Bene, per chi guarda da fuori, forse, quello che è “apparente”, che non si può nascondere,è quello che provoca più dolore, più commozione. Quello che “spaventa” di più sono le cose che ci sono a vista d’occhio. E può darsi che questo nostro sguardo, di pietà, senza dubbi uno sguardo che tante volte non riusciamo nemmeno a nominare, finisca per rafforzare tale visione, tale comportamento, e per aumentare la sofferenza di chi non ha modo di nascondere che è o è stato malato. (Caso, ad esempio, di chi ha un tumore di testa e collo, visto la rappresentazione di tali organi) Questo per non dire che, molte volte, uno “sguardo di pietà” è ciò di cui loro meno hanno bisogno. Hanno bisogno, invece, di uno “sguardo di ascolto”, uno sguardo che sia in grado di dimostrare che sebbene la malattia, o il trattamento, loro sono ancora esseri umani. E i tumori che non sono visibili? Sono meno importanti? Ovviamente no. Può darsi che, in questi casi, il più difficile sia proprio affrontare questa questione: il nascosto. Imparare a convivere con un senso di vuoto, carico di emozioni, contenuti simbolici, che finiscono spesso per andare inosservati da coloro che lo circondano . Per chi li è vicino, chissà, forse sia meno difficile" da gestire. O forse è proprio il contrario, perché poi la sensazione di impotenza davanti al "nemico" è ancora maggiore. Ebbene, in realtà, non c'è modo di generalizzare. Dopo di tutto, ci sono le differenze, similitudini, peculiarità e, 79
    • [Digitare il testo] soprattutto, l'individualità di ciascuno. Di ogni essere, ogni caregiver, infine. E noi, professionisti della sanità come affrontiamo le perdite? Siamo pronti per questo? Dal punto di vista della formazione accademica, credo di no. Culturale, può darsi, ma, oltretutto, noi, come qualunque essere umano, utilizziamo dei meccanismi e delle risorse, molte di essi interne, per affrontare tali questioni. E molte di queste sono personali, sono risorse che ognuno cerca a modo suo. Anche dentro di sé. Perché non siamo dèi, e le nostre professioni non ci proteggono dalla sofferenza. Ma questo è un argomento per un altro articolo. Riprendendo quanto visto in precedenza, forse possiamo pensare alle "perdite" derivanti da un trattamento del cancro come "perdite necessarie", ma non per questo indolori. Perdite che evitano altre perdite, chi lo sa. E, pensando circa la malattia, la chirurgia, la chemioterapia, facciamo riferimento a pensare alla vita, in quello che è stato, in quello che abbiamo conquistato fin qui, in quello che abbiamo vinto, in quello che abbiamo perso. E finiamo, tante volte, per renderci conto che c’è molto di più tra le righe delle nostre proprie storie. Che, molte volte, ci siamo dimenticati che siamo i protagonisti delle storie delle nostre vite, e viviamo come se fossimo degli attori secondari. E lo stress, la corsa giorno dopo giorno, il lavoro, le preoccupazioni, sono gli attori principali. Ci incontriamo davanti a perdite ignorate, cose mal risolte. 80
    • [Digitare il testo] E decidiamo di cambiare. E ci rendiamo conto che non è una cosa così facile. Che ciò richiede saggezza, apprendimento. E che queste sono le questioni più difficili da affrontate. Perché quelle organiche, sono concrete, tangibile, si trattano. Le questioni emozionali coinvolti, invece, sono molto più difficile da essere lavorate. Quello che è rimasto “custodito” dentro di noi, rabbia, crepacuore, colpe, frustrazioni, parole non dette, desideri ignorati, sono tutto lì, in attesa di essere riconosciuti. Per poter, quindi, trasformarsi. Perciò, impariamo a prenderci cura di noi stessi! Che possiamo assumere il nostro vero ruolo, che è quello di protagonisti delle nostre vite! E che possiamo permetterci di non essere di buon umore tutti i giorni, di non essere tutto il tempo felici, avere momenti di gioia, ma anche momenti di rabbia, di tristezza, di resinazione. Che possiamo essere, prima di tutto, umani, e che possiamo prenderci cura di sé in tutti o sensi, corpo, mente, spirito. Nel organico, nel fisico, nel emozionale, nel spirituale. La paura del cancro e la sua relazione con gli aspetti culturali Il cancro è una malattia che “tocca” molto con l’essere umano, sia quello che è da lui colpito, come gli amici, la famiglia e le persone che gli sono vicine. E, quando mi riferisco a “tocca”, non penso solo agli aspetti fisici, organici, ma anche negli aspetti psicologici, emozionali. 81
    • [Digitare il testo] Davanti a una diagnosi di cancro, tutti hanno una reazione. Paura, rabbia, tristezza, resinazione. Non importa quale, neanche quando lei succede. Ma che tocca, tocca. Che colpisce, colpisce. E uno degli aspetti che è molto presente quando si parla di una malattia come il cancro, è quello che io avrei chiamato di “Aspetti Culturali”. Il cancro è una malattia dalla quale le persone, in modo generale, hanno molta paura. Paura questa che, molte volte, finisce per intralciare, e molto, sia la diagnosi sia il trattamento. Avendo paura, le persone temono investigare, cercare aiuto, non vogliono “trovare”, “scoprire” il cancro. E finiscono per non rendersi conto che, in realtà, il primo passo per il trattamento, o sia, per trovare una strada, una via da seguire, è appunto questo: investigare, pur di avere una diagnosi. È poter riconoscere la malattia per, da quel momento, poter curarla. “Chi cerca trova” è una frase che si sente con frequenza. Trova? Può darsi di sì. Ma la trova in tempo, di curare, di “fare qualcosa”. Ma allora, perché tutta questa paura, in un momento in cui le ricerche sono sempre più in avanti, nuovi farmaci sono collaudati e approvati costantemente e che, sempre di più, si sa che quanto prima è fatta la diagnosi, meglio è? Perché il timore, in un momento in cui la grande tendenza è che il cancro sia ritenuto come una malattia cronica, con la quale i pazienti, quando non guariti, potranno conviverci 82
    • [Digitare il testo] quotidianamente, come succede nei giorni attuali con dei mali come il diabete e l’ipertensione? Qui è che, tra l’altro, interferiscono gli aspetti culturali. Il cancro, per molto tempo, è stato direttamente legato alla questione della morte. Ricevere una diagnosi di cancro, era come ricevere una sentenza di morte. Parlare di cancro era proibito, lo “attirava”, “portava sfortuna”. E le persone che ne erano colpite morivano in silenzio, in sofferenze, perché non potevano condividere i loro dolori, il loro dramma. S’isolavano, erano guardate con pregiudizio, con timore. Avevano “quella malattia”. Molti morivano, senza che se ne sapesse la ragione. Senza che potessero avere l’opportunità di parlare della malattia, di riconoscerla, e, dunque curarla. E, con ciò la paura si faceva (e si fa) presente. Inoltre esistono altre questioni importanti da rilevare, quando ci riferiamo agli aspetti culturali. Tra cui il proprio pregiudizio o pregiudizio 10 che riguarda sia la malattia stessa che la propria questione della prevenzione. Un esempio molto presente è la resistenza che, ancora oggi, molti uomini presentano se devono fare l’esame di tocco rettale e altri, pur di prevenire il tumore della prostata. Anzi, forse quando si pensa agli aspetti culturali, questo pre-giudizio che è 10 La parola “pregiudizio” è fatta dal radicale “pre”+ giudizio: o sia, un giudizio fatto previamente, come un giudicare qualcosa prima di conoscerla veramente. 83
    • [Digitare il testo] intimamente in rapporto con la cultura, sia uno dei motivi principali perché gli uomini siano non soltanto colpiti dal tumore di prostata, ma specialmente, che quando scoperto, la malattia abbia raggiunto gradi elevati. Infine si sa, nei giorni di oggi che il tumore di prostata quando scoperto precocemente ha alti indici di guarigione. Che cosa fare, dunque?È ben vero che, come menzionato prima, i tempi sono altri, le cose sono evolute, la medicina ha fatto molti progressi. Però dal punto di vista storico-culturale, i cambiamenti sono appena cominciati. Non è facile rompere un concetto, con dei pregiudizi che hanno forti radici e che si sono formati negli anni. Sono concetti, credenze, timori che furono trasmessi da generazione a generazione. Ora, a poco a poco sono superati. Sono pure cambiamenti di paradigmi e questo ci mette molto tempo. Il primo passo tuttavia fu fatto. È appunto poter riconoscere che, in generale, ogni essere umano quando colpito da una malattia considerata grave com’è il cancro, ha le sue particolarità. E che molto di tutto ciò è collegato a questioni di ordine culturale. A partire da questo fatto, si devono orientare e ricercare, a poco a poco, dei nuovi concetti, aiutare a capire meglio e affrontare le paure e lasciar stare i pre-giudizi. Credo che se ognuno farà la sua parte, il suo piccolo passo, ce la faremo a distruggere queste questioni che sono radicate nella nostra società da secoli. E dunque il cancro diventerà una malattia che non causerà tanto timore e tanta apprensione. 84
    • [Digitare il testo] Xii, lui ha perso l’appetito! E ora? Ricevere una diagnosi di una grave malattia, di per sé, genera paura, angoscia, stress, rabbia, insicurezza, tensione e tante altre reazioni, alcune difficile da essere spiegate con le parole. Anche i famigliari, quando vedono che un essere da loro amato si è ammalato, reagiscono a modo suo, con rabbia, angoscia, paura, negazione, infine, presentano, anche loro, sintomi, siano fisici, siano emozionali. L’angoscia, l’ansia che accompagnano una malattia come, ad esempio, il cancro, comincia molto prima della diagnosi, Sintomi, esami, test, tante volte, il processo per riuscire a diagnosticare “qual è il problema”, di per sé, già genera stress. Ma la risposta arriva. E, per più difficile che sia la realtà della malattia, con la diagnosi, arriva anche il trattamento, “l’uscita”, la possibile soluzione. E il rinascere della speranza. Come se questo non fosse abbastanza, il paziente dovrà anche affrontare, oltre ai cambiamenti “normali” di routine nella sua vita (e in quella dei famigliari più vicini), gli effetti dello sviluppo della malattia e del trattamento stesso. Chirurgia, radioterapia, ormonoterapia. Effetti collaterali. Effetti questi che sono molto individuali, e, anche se esiste un “elenco” di 85
    • [Digitare il testo] effetti che si può aspettare, questi possono variare da paziente a paziente. Molti di questi effetti possono essere "visti da davanti, affrontati, minimizzati. Ma ancora una volta ripeto: dipenderà da ogni soggetto, ogni organismo, da una serie di fattori combinati, ricordando che la malattia generalmente ha aspetti bio-psico-socialispirituali. Il paziente e i suoi famigliari cercano, come li è stato raccomandato o dal medico, o dalla psicologa, o anche da quel amico più vicino, vivere la vita “il più normale possibile, senza cambiare tanto la routine del giorno. E arriva il momento di mangiare. Ora di mangiare, e il paziente non ha fame! Egli semplicemente non riesce a mangiare! E ora, cosa fare? L'atto del mangiare, nella nostra società, è associato a questioni relative al piacere e alla soddisfazione nel senso più ampio di tutti. Basta notare come, tutt'oggi, le madri che non riescono, per un motivo o un altro, allattare i loro bambini al seno, si sentono, molte volte, incomplete, colpevoli, non "sufficientemente buone". (Questa teoria, in realtà, si è “sbriciolata” molto tempo fa, ma purtroppo molte madri l’hanno introiettata in tal modo da continuare a soffrire dentro di sé) . 86
    • [Digitare il testo] Il cibo e, ancor più, l'alimentazione ha a che fare non solo col soddisfare un bisogno biologico, ma anche (e soprattutto) con una funzione affettiva e sociale. Affettiva, come la madre che nutre il bambino, come uno scambio di affetto, cure. Sociale, bene, basta pensare al fatto che spesso scegliamo bari o ristoranti per i nostri incontri, questi siano questi incontri di lavoro, incontri con gli amici o quando vogliamo sorprendere qualcuno. (Chi rifiuterebbe un invito a cena in un bel ristorante?) Tornando quindi al nostro paziente. Gli manca l’appetito, egli non ha nessuna voglia di alimentarsi. E i famigliari? Il famigliare, ansioso e angosciato con quella situazione, sentendosi con le mani legate per non poter fare qualcosa di più per il paziente, tende a come una madre, piena di buone intenzioni, ma non sempre completamente cosciente dei suoi atti, insistere per che egli mangi. E cosa succede? L’appetito del paziente e la sua voglia di mangiare non è che tornano così, come per miracolo! Insistere sul fatto che il paziente si nutra, potrebbe non essere la soluzione migliore. Questo potrebbe in ultima analisi, aumentare ulteriormente l'ansia e lo stress,sia il suo, sia quello del familiare che, 87
    • [Digitare il testo] non vedendo un "vero cambiamento" nell'atto di mangiare, si sente ancor più impotenti davanti alla situazione. L’atto di insistere può generare ancora più angoscia, sia nel paziente che, sotto pressione, può persino arrivare ad avere reazioni di rabbia, pianto incontrollato o anche reattanza, vale a dire, se prima mangiava almeno un po’, ora semplicemente si rifiuta di mangiare. Altre reazioni alla pressione sofferta possono essere a carattere psicologico, che se riflettono nel fisico, come ad esempio un aumento della nausea, malessere, vomito, per non parlare di insonnia, nervosismo e agitazione. E il famigliare? Sì, non possiamo dimenticare il famigliare! Tutto questo può aumentare ulteriormente l'ansia, l’insicurezza e il senso di "inutilità". "Io non so cosa fare per aiutare!" Ma allora, come gestire questa situazione? Prima di tutto, da un punto di vista nutrizionale, è importante una buona valutazione con un nutrizionista, preferibilmente del ramo dell'oncologia, al fine di ricevere un'adeguata guida su come gestire l'alimentazione del paziente e, se necessario, fare uso di integratori alimentari specifici. Dal punto di vista emozionale, bisogna, inizialmente, rendersi conto che le “funzioni” date all’ato di mangiare sono state simbolicamente 88
    • [Digitare il testo] rappresentate dal cibo, ma possono essere sostituite o gestite in un modo diverso. L '"affetto", per esempio, non è nel 'atto di "pulire il piatto", ma nel cambio di carezze, nel contatto occhio con l'occhio, nella sola presenza. Più che essere spinti a mangiare, forse quello che potrebbe aumentare non dico tanto l' appetito, ma la "voglia"" di alimentarsi sia poter stimolare non solo la "fame", ma tutti i sensi! Un tavolo ordinato, elegante, con decorazioni, piccoli dettagli , Un piato colorato, appetitoso,, di quelli che "si mangia con gli occhi" , Se possibile, decorati e realizzati con gli ingredienti più importanti: affetto e amore. Forse un sottofondo di musica soft. Tutti a tavola insieme, TV FUORI! Trovare il modo per stimolare la visione, olfatto, udito, gusto . Che ne dite di suggerire al paziente semplicemente provare a sperimentare le cose ? E insieme a lui, cercare di trovare nuove spezie, nuovi accostamenti, nuovi sapori? (Spesso il farmaco altera il gusto del cibo e, tra di noi, una carne che sa di carta non deve essere un gran ché)! Il momento del pasto, può (e deve) essere anche un momento di scambio, di affetto, di socializzazione. Oserei dire che il "cibo" qui non vi è la causa ma la conseguenza! Lo vediamo come “causa", come se, per stare insieme, avessimo bisogno di una "scusa". In 89
    • [Digitare il testo] realtà, però, forse il più importante di questi momenti siano esattamente gli scambi. Di affetto, di idee, di conoscenze, infine . Anche se il paziente non sente fame, è importante che sia presente, e partecipe di questi momenti. Sedersi a tavola tutti insieme. pizzicare una o l'altra cosa. Osare, rischiare. Se non ce la fa, bene. Niente di insistere troppo, perché, come visto in precedenza, questo può finire per peggiorare la situazione. Parlare. A proposito della vita, delle cose, circa quello che sta andando bene, quello che è migliorato, infine, dimenticare un po' i problemi, la malattia, la sofferenza, il dolore. Aiutare il paziente a sentirsi, ancora, non un paziente, un malato, ma un essere umano. Una persona semplicemente. Con paure, insicurezze, ma anche sogni, speranze, e con una vita che supera, che va oltre, ben oltre la diagnosi! E i famigliari? Questi possono essere rassicurati sul fatto che hanno fatto, che stanno facendo la loro parte. Senza angosce supplementari, senza stress , riconoscendo i limiti del paziente, ma anche (e soprattutto) le proprie limitazioni. Psiconcologia: un vertice della Psicosomatica 90
    • [Digitare il testo] La medicina psicosomatica si propone di trattare il soggetto nel suo insieme, corpo, mente, spirito, ambiente, cultura, società, vale a dire un essere completo,complesso, che influenza ed è influenzato dall'ambiente in cui vive. Fin dall’antica Grecia, è nota l'influenza che gli aspetti emotivi hanno sulla salute e sulla malattia, e viceversa, rendendo impossibile trattare il corpo senza pensare nell'anima. Socrate (,Zalmoxis, in Carmide) dice: “non bisogna cercare dì guarire gli occhi senza la testa né la testa senza il corpo, allo stesso modo il corpo senza l'anima, ma questa sarebbe anche la causa del fatto che molte malattie sfuggono ai medici greci, perché trascurano il tutto, di cui bisognerebbe aver cura; e se il tutto non sta bene, è impossibile che la parte stia bene”. Tuttavia, col passare degli anni e le nuove scoperte, soprattutto nel campo della scienza, è sorta, con Cartesio, una tendenza alla frammentazione. Dividere per ridurre, in modo da poter conoscere. Questa, che era una pratica di altre aree di conoscenza, è stata spostata anche alla medicina. È stato istituita la dicotomia corpomente e anche il corpo è stato diviso in pezzi più piccoli. Quando si parla di salute / malattia, quella che viene trattata è la malattia, non il paziente. E l’eredità di ciò rimane ancora,e può essere vista, ad esempio, nel grande numero di specializzazioni che ci sono nel campo medico. 91
    • [Digitare il testo] Un oftalmologo tratta gli occhi del paziente, un oncologo andrà a trattare il cancro, e così via. Ciò che si vede è più la malattia che il soggetto stesso. Tuttavia, tutto avviene in cicli, e c'è un movimento che tende a riscattare quello modo di vedere gli esseri umani che c’era in precedenza: l’essere umano come un essere uno, indivisibile. E questo anche grazie alla scienza, alla ricerca e alle nuove scoperte tecnologiche, le quali rivelano molte asserzioni degli antichi filosofi. Le teorie di Einstein, siccome gli studi nell’area della Psiconeuroimunologia dimostrano l’influenza non solo dell’ambiente sull’essere umano, ma anche l’influenza di esso (l’essere umano) sull’ambiente in cui vive. Oltre a questo, gli studi dimostrano la capacità che ognuno possiede di agire ed influenzare direttamente sul suo sistema immune stresso, e che in tutto nell’universo, la parte contiene il tutto, ma l’unione delle parti orma qualcosa di diverso del tutto. Confuso? Sono cambiamenti di paradigmi! E, con questa visione, abbiamo la Medicina Psicosomatica, che è volta a comprendere l'essere umano nel suo complesso, considerando i sistemi psicologici, somatiche, sociali e culturali. E, come un suo “vertice”, c'è la Psiconcologia. La Psicooncologia mira alla comprensione globale dei malati di cancro e il loro processo di malattia, oltre a fornire supporto emotivo alle famiglie e operatori sanitari, i quali si occupano di questa malattia. 92
    • [Digitare il testo] Il cancro è una malattia la cui causa è una somma di fattori. Non si può negare l'influenza che i fattori emotivi, sommati a molti altri, esercitano sulla malattia e sul percorso che avverrà. Leshan dice che: “Il cancro può avere le sue origini in tensioni o disturbi emotivi. La depressione e la disperazione possono lasciare segni non solo nella mente, ma anche nel corpo”. Tuttavia, quando si parla dell’influenza dell’emozionale, bisogna sempre ricordare che questo è “un” fattore, e non “l’unico”! E che l'influenza delle emozioni in relazione al cancro non arriva così diretta, vale a dire, non è che quella angoscia che è “tenuta dentro” si trasforma in un cancro al seno, o che la rabbia repressa si manifesta attraverso un tumore al pancreas. Questo può succedere, ma in un altro modo. In realtà, pensieri e sentimenti agiscono direttamente sul sistema immune, rafforzandolo (quando sono positivi) o indebolendolo (quando sono cattivi). Questo, in aggiunta a altri fattori preesistenti, può contribuire per l’insorgenza della malattia. Lo stesso succede con gli effetti collaterali della chemioterapia, che finiscono per variare d’accordo con la sensibilità di ogni paziente, siccome al modo in cui egli decide di affrontare il trattamento, se come una sofferenza, o qualcosa che contribuirà per farlo stare meglio. Nella misura in cui i fattori emotivi influenzano il processo della malattia, si può pensare nella relazione fra prevenzione 93 ed
    • [Digitare il testo] emozione e, da lì, capire il lavoro di Psicooncologia, anche con una particolare attenzione alla prevenzione. Alcuni studi, come quelli realizzati dagli ospedali John Hopkings e Kings College, descrivono gli effetti della repressione delle emozioni e della disperazione sulla salute. Simonton, medico americano, essendo interessato agli studi di biofeedback, ha scoperto che alcune tecniche di visualizzazione aiutavano le persone a influenzare i loro processi interni. Quando insegnate ai pazienti con tumore, aiutavano se stessi a rilevare e distruggere la malattia, di conseguenza, rafforzare le difese naturali del corpo. Il suo lavoro mostra il quanto il modo come reagiamo allo stress e altri fattori emotivi possono contribuire all’insorgenza e alla progressione del cancro e come le aspettative positive, la consapevolezza e la cura di se stessi possono contribuire a controllare e anche curare la malattia. In questo lavoro, il soggetto è visto come il guaritore stesso. Oggi, ci sono corsi di formazione nel metodo Simonton negli Stati Uniti, Germania, Polonia, Giappone e Italia. Conoscere la Psiconcologia è un modo di comprendere a noi e agli altri in un senso più ampio (avendo il cancro oppure no). È un modo per demistificare il cancro, lasciando dietro i sensi di colpa, le paure e le insicurezze. 94
    • [Digitare il testo] 95
    • [Digitare il testo] Ringraziamenti Il momento d ringraziare forse sia il momento più importanti di tutto il libro. Perché se certe persone non fossero passati nella mia vita, sia nel ruolo di amico, paziente o famigliare, io probabilmente non avrei fatto molte delle riflessioni che appaiono qui. Nello stesso modo, se la mia vita, fino ad oggi, non fosse stata esattamente così come è stata, forse i miei articoli sarebbero stati su altri argomenti, o non esisterebbero neanche. Essendo così, sono innumerevoli le persone alle quali dovrei ringraziare. Partendo dalla mia madre, al “Bibi”, alle zie, zii, cugini, cugine, amiche e amici di tutti i periodi e generazioni. Ho bisogno di ringraziare a chi è stato, c’è e ci sarà sempre al mio fianco, in particolare col cuore. Ringraziare ai colleghi, di studi, di lavoro, siccome ai pazienti, per avermi insegnato tanto! Ringraziare il mio amore. Perché è sufficiente un suo sguardo perché io stia bene. E perché un oceano di distanza non ha impedito al nostro amore di crescere e diventare una bellissima realtà. Ringraziare alla vita, alla missione che mi è stata concepita e, sì, ringraziare anche me stessa,. perché molto di quello che sono , o del posto dove sono arrivata, è collegato agli altri. Ma grande parte ha a che vedere con me stessa. 96