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  • 1. Spedizione in abbonamento postale Roma, conto corrente postale n. 649004 Copia € 1,00 Copia arretrata € 2,00 L’OSSERVATORE ROMANOGIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt Anno CLIV n. 50 (46.592) Città del Vaticano domenica 2 marzo 2014 . y(7HA3J1*QSSKKM( +&!z!%!z!$ Il discorso pronunciato dal Papa durante l’udienza alla plenaria della Pontificia Commissione per l’America latina Per trasmettere fede e speranza Secondo il Governo ucraino la Russia avrebbe inviato altri seimila soldati in Crimea Alta tensione tra Mosca e Kiev Oggi l’inserto mensile Donne e arte IN ALLEGATO Infuriano i combattimenti tra l’esercito di Assad e i ribelli Sangue a Damasco Udienza al primo ministro di Romania Accanto a Papa Giovanni LORIS FRANCESCO CAPOVILLA A PAGINA 6 NOSTRE INFORMAZIONI DAMASCO, 1. Sangue in Siria: i combattimenti tra ribelli ed esercito non conoscono tregua a tre anni dall’inizio delle ostilità. Almeno 17 persone, tra le quali donne e bam- bini, sono state gravemente ferite, ieri, in seguito a colpi di mortaio sulle zone orientali di Damasco. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficia- le Sana, che parla di una ragazza in condizioni critiche dopo essere sta- ta ferita. L’attacco — per il quale la Sana accusa non meglio precisati «gruppi di terroristi» — è avvenuto mentre migliaia di manifestanti era- no scesi in piazza nel distretto di Mazzeh, a ovest di Damasco, in so- stegno del regime del presidente Bashar Al Assad. La situazione è critica anche al confine con il Libano. Due ragazzi sono morti ieri in un raid effet- tuato dai caccia dell’esercito siria- no sull’area di Arsal, località liba- nese al confine con la Siria. Fonti di stampa precisano che nell’attac- co cinque persone sono rimaste fe- rite. Altre fonti riferiscono di due raid: il primo avrebbe colpito la zona di Khirbit Youneen e Wadi Hmayyed, senza provocare vittime, mentre il secondo avrebbe causato — sempre nella stessa area — due vittime. «Per modalità e per tipologia delle vittime, i crimini commessi in Siria sono assai più gravi di quelli perpetrati nella ex Jugoslavia» ha dichiarato ieri Carla del Ponte, ex procuratore capo del Tribunale Pe- nale Internazionale per l’ex-Jugo- slavia e ora membro della commis- sione di inchiesta sulla Siria. «Non esistono buoni e cattivi, e tutte le parti commettono crimini». Del Ponte e gli altri membri della com- missione d’inchiesta Onu sono in questi giorni impegnati in incontri a porte chiuse, nel sud della Tur- chia, con rifugiati siriani e dissiden- ti. Il mandato della commissione, presieduta dal brasiliano Paulo Sér- gio Pinheiro, è già scaduto e il cin- que di questo mese sarà presentato a Ginevra il rapporto conclusivo dell’inchiesta. Ma a suscitare le preoccupazioni della comunità internazionale è so- prattutto l’emergenza dei profughi. Quello siriano sta diventando il più grande gruppo di profughi al mondo, superato per il momento solo dagli afghani. Secondo l’Alto commissario per i rifugiati del- l’Onu, António Guterres, le perso- ne registrate come profughi causati dalla guerra sono quasi due milioni e mezzo. Se la tendenza attuale do- vesse proseguire, ha aggiunto l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ci si attende che il numero di profughi raggiunga i quattro milioni entro la fine dell’an- no. E pochi giorni fa le autorità di Damasco hanno reso noto che in- tendono cooperare con le Nazioni Unite nell’ambito del «rispetto del- la sovranità della Siria» per la fine delle violenze e per l’apertura di corridoi umanitari. Stiamo “scartando” i nostri giovani e loro stanno lentamente «scivolan- do nel disincanto». Ma non possia- mo abbandonarli: hanno bisogno di chi gli sappia dare «fede e speran- za». È il senso del discorso che Pa- pa Francesco ha rivolto ai parteci- panti alla plenaria della Pontificia Commissione per l’America latina nell’incontro che ha avuto lu0go ve- nerdì mattina, 28 febbraio, nella Sa- la Clementina. Esplicito il riferimen- to alla situazione dei giovani lati- noamericani, oggetto della riflessio- ne dei lavori dell’assemblea appena conclusa: una realtà che il Pontefice conosce bene e che gli sta partico- larmente a cuore. Ma il suo pensiero non poteva non abbracciare l’intero mondo giovanile, che in ogni ango- lo del mondo è alla ricerca di un’«utopia» destinata a infrangersi quotidianamente contro una realtà dura e difficile. Come farvi fronte? Lasciato da parte il testo del discorso già prepa- rato — e da noi pubblicato integral- mente nell’edizione di ieri — il Pon- tefice ha parlato a braccio, offrendo alcune indicazioni racchiuse in un trinomio: memoria, discernimento, utopia. Su questo, ha poi suggerito, si può innestare quel processo che porta alla traditio fidei e dunque alla traditio spei. L’incontro per Papa Francesco è stato anche occasione per richiamare le sue esperienze con i giovani lati- noamericani. Ha ricordato, per esempio, come proprio a causa di una «cattiva educazione all’utopia», alcuni giovani argentini appartenenti all’Azione Cattolica, negli anni Set- tanta, sono finiti tra le fila dei guer- riglieri. Poi, per rendere più imme- diata la percezione del valore del le- game generazionale tra anziani e giovani, ha citato Rapsodia in agosto, un film opera del regista giapponese Akira Kurosawa, nel quale viene esaltato il ruolo dei nonni nella con- servazione della cultura tradizionale, anche quando i genitori ne hanno assimilata una diversa. «L’incontro dei ragazzi e dei giovani con i nonni — ha affermato — è decisivo per rice- vere la memoria di un popolo e il discernimento sul presente». PAGINA 7 Uomini armati a Simferopoli dietro un cartello che rivendica l’appartenenza russa della Crimea (LaPresse/Ap) KIEV, 1. Cresce la tensione in Crimea, malgrado i primi accenni di dialogo diplomatico fra Russia e Occidente sulla spinosa questione. Il Governo di Kiev ha denunciato oggi che Mosca ha inviato in territo- rio ucraino seimila militari. Lo ha fatto sapere il ministro della Difesa, Ihor Tenyukhè, avvertendo che le forze armate nazionali sono state po- ste in stato di massima allerta nella penisola della Crimea, dove ieri era stata denunciata la presenza di due- mila soldati. Dal canto suo, il primo ministro, Arseny Yatseniuk, aprendo stamane il consiglio dei ministri, ha definito inaccettabile la presenza di blindati russi nel centro di città ucraine, solle- citando Mosca a cessare ogni opera- zione militare. «La presenza inade- guata dei militari russi in Crimea è una provocazione, ma i tentativi di fare reagire l’Ucraina con la forza so- no falliti» ha detto il capo del Go- verno. «Per questo — ha precisato — chiediamo alla Federazione russa e alle autorità che ritirino le proprie forze armate nelle basi militari». Lo stesso primo ministro ha poi annunciato che il referendum sullo status della Crimea all’interno dell’Ucraina è stato anticipato dal 25 maggio al 30 marzo prossimo. La Crimea è già una Repubblica autonoma. La penisola, che si pro- tende nel Mar Nero, già territorio russo, venne donata nel 1954 da Nikita Kruschev a Kiev, all’epoca una delle Repubbliche sovietiche. Quattro giorni fa, il Parlamento locale aveva deciso di tenere un refe- rendum sull’ampliamento dell’auto- nomia di Simferopoli da Kiev il 25 maggio, che è anche la data delle elezioni anticipate presidenziali in Ucraina. E mentre fonti dell’Amministrazio- ne statunitense hanno segnalato mo- vimenti militari russi in Crimea via aria e via mare, sulla grave crisi è in- tervenuto anche il presidente, Barack Obama, che ha lanciato un monito alle autorità di Mosca. «La situazio- ne è fluida, ma un intervento militare — ha detto, senza specificare — sareb- be una grave violazione del diritto internazionale e avrebbe un costo». Obama ha assicurato che Washing- ton sarà a fianco della comunità in- ternazionale e si adopererà per l’inte- grità territoriale ucraina. Convocato su richiesta di Kiev, si è riunito ieri sera il Consiglio di sicu- rezza dell’Onu. L’ambasciatore ucrai- no, Iuri Sergeyev, ha chiesto aiuto, mentre la rappresentante statuniten- se, Samantha Power, ha auspicato che si attivi subito una mediazione internazionale. Dopo una serie di telefonate con il primo ministro britannico, David Cameron, il cancelliere tedesco, Angela Merkel, e il presidente dell’Unione europea, Herman van Rompuy, è stato il presidente russo, Vladimir Putin, rompendo giorni di silenzio, a invitare alla calma per evi- tare ogni escalation. E in tutto questo — proprio mentre l’Unione europea definisce legittimo il nuovo Governo transitorio di Kiev, dicendosi pronta a firmare un accordo di associazione con l’Ucrai- na — il deposto presidente, Viktor Ianukovich, è riapparso per la prima volta in pubblico, in Russia. Durante una conferenza stampa a Rostov, sul Don, ha bollato il nuovo Governo rivoluzionario come «neofa- scista», accusando la «politica irre- sponsabile dell’Occidente per la crisi e i morti di una sceneggiatura non scritta in Ucraina». Subito dopo, le nuove autorità di Kiev hanno chiesto ufficialmente alla Russia l’estradizio- ne dell’ex capo dello Stato. Nuovi disordini a Caracas L’Onu condanna le violenze in Venezuela PAGINA 2 Il Santo Padre ha ricevuto que- sta mattina in udienza: le Loro Eminenze Reveren- dissime i Signori Cardinali: — Marc Ouellet, Prefetto del- la Congregazione per i Vescovi; — José Manuel Estepa Llau- rens, Arcivescovo Ordinario Mi- litare emerito per la Spagna, in visita «ad limina Apostolorum»; le Loro Eccellenze Reveren- dissime i Monsignori: — Santiago García Aracil, Ar- civescovo di Mérida-Badajoz (Spagna), in visita «ad limina Apostolorum»; — Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di Toledo (Spa- gna), con l’Ausiliare, Sua Eccel- lenza Reverendissima Monsi- gnor Ángel Fernández Collado, Vescovo titolare di Iliturgi, in visita «ad limina Apostolorum»; — Juan del Río Martín, Arci- vescovo Ordinario Militare per la Spagna, in visita «ad limina Apostolorum»; — Francisco Cerro Chaves, Vescovo di Coria-Cáceres (Spa- gna), in visita «ad limina Apo- stolorum»; — Amadeo Rodríguez Magro, Vescovo di Plasencia (Spagna), in visita «ad limina Apostolo- rum»; — Ciriaco Benavente Mateos, Vescovo di Albacete (Spagna), in visita «ad limina Apostolo- rum»; — Antonio Ángel Algora Her- nando, Vescovo di Ciudad Real (Spagna), in visita «ad limina Apostolorum»; — José María Yanguas Sanz, Vescovo di Cuenca (Spagna), in visita «ad limina Apostolo- rum»; — Atilano Rodríguez Martí- nez, Vescovo di Sigüenza-Gua- dalajara (Spagna), in visita «ad limina Apostolorum». Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza il Signor Victor-Vio- rel Ponta, Primo Ministro della Romania, con la Consorte, e Seguito. Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza il Signor Fernando Zegers Santa Cruz, Ambasciato- re di Cile, in visita di congedo. Il Santo Padre ha accettato la rinuncia all’ufficio di Vescovo della Diocesi di České Budějo- vice (Repubblica Ceca), presen- tata da Sua Eccellenza Reveren- dissima Monsignor Jiři Paďour, OFMCAP., in conformità al cano- ne 401 § 2 del Codice di Dirit- to Canonico. Nella mattinata di sabato 1° marzo, il Santo Padre Francesco ha ricevu- to in udienza il primo ministro della Romania, Victor-Viorel Ponta, che successivamente ha incontrato il car- dinale Pietro Parolin, segretario di Stato, accompagnato dall’arcivesco- vo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. Il primo ministro ha portato i sa- luti del Patriarca ortodosso Daniele. Al centro dei colloqui, svoltisi in un clima di cordialità, sono stati i temi della famiglia, dell’educazione, del- la libertà religiosa e della salvaguar- dia dei valori comuni, nel contesto della proficua cooperazione tra la Santa Sede e la Romania a livello bilaterale e nell’ambito della comu- nità internazionale. Nel rilevare il potenziale della Chiesa Cattolica per contribuire al bene comune dell’intera società, sono state tocca- te anche alcune questioni aperte che interessano la comunità cattoli- ca in Romania. Infine, c’è stato uno scambio di opinioni sull’attuale si- tuazione internazionale, in partico- lare ribadendo l’auspicio che si per- segua la via del dialogo e del nego- ziato per porre fine ai vari conflitti che affliggono il mondo.
  • 2. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 2 domenica 2 marzo 2014 L’OSSERVATORE ROMANO GIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt 00120 Città del Vaticano ornet@ossrom.va http://www.osservatoreromano.va GIOVANNI MARIA VIAN direttore responsabile Carlo Di Cicco vicedirettore Piero Di Domenicantonio caporedattore Gaetano Vallini segretario di redazione TIPOGRAFIA VATICANA EDITRICE L’OSSERVATORE ROMANO don Sergio Pellini S.D.B. direttore generale Segreteria di redazione telefono 06 698 83461, 06 698 84442 fax 06 698 83675 segreteria@ossrom.va Servizio vaticano: vaticano@ossrom.va Servizio internazionale: internazionale@ossrom.va Servizio culturale: cultura@ossrom.va Servizio religioso: religione@ossrom.va Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998 photo@ossrom.va www.photo.va Tariffe di abbonamento Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198 Europa: € 410; $ 605 Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665 America Nord, Oceania: € 500; $ 740 Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30): telefono 06 698 99480, 06 698 99483 fax 06 69885164, 06 698 82818, info@ossrom.va diffusione@ossrom.va Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675 Concessionaria di pubblicità Il Sole 24 Ore S.p.A System Comunicazione Pubblicitaria Alfonso Dell’Erario, direttore generale Romano Ruosi, vicedirettore generale Sede legale Via Monte Rosa 91, 20149 Milano telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214 segreteriadirezionesystem@ilsole24ore.com Aziende promotrici della diffusione de «L’Osservatore Romano» Intesa San Paolo Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Banca Carige Società Cattolica di Assicurazione Credito Valtellinese Nuovi disordini a Caracas L’Onu condanna le violenze in Venezuela La decisione del supremo tribunale federale Nuova sentenza in Brasile sul Mensalão BRASILIA, 1. È stata respinta l’accusa di associazione a delinquere a carico di otto condannati nell’ambito del processo sul Mensalão, lo scandalo delle tangenti politiche in Brasile scoppiato nel 2005. Oltre a vedersi ridurre le pene, molti degli incrimi- nati (tra i quali l’ex braccio destro di Lula, José Dirceu) ora potranno la- sciare il carcere prima del previsto. La decisione — resasi necessaria do- po l’ammissione di nuovi ricorsi — è stata annunciata ieri dal supremo tri- bunale federale brasiliano con una maggioranza di sei voti a cinque. Il risultato ha così capovolto una precedente sentenza dello stesso tri- bunale, emessa nel 2012 e in cui il capo di imputazione era invece stato accolto. Determinanti per l’assolu- zione dalla nuova condanna sono stati i voti dei giudici Luís Roberto Barroso e Teori Zavascki, nominati dalla presidente Dilma Rousseff. Critico nei confronti del verdetto è stato invece il giudice Joaquim Bar- bosa, presidente del tribunale, se- condo il quale quello del voto è sta- to «un giorno triste». Lo scandalo del Mensalão causò nel giugno del 2005 una grave crisi nel Governo brasiliano guidato dall’allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva, sempre dichiratosi estraneo alla vicenda. Isabel Allende eletta presidente del Senato cileno SANTIAGO DEL CILE, 1. «Per me è un enorme onore e fonte di orgo- glio». Ha commentato così Isabel Allende la nomina a presidente del Senato del Cile. Scrittrice di fama mondiale e figlia del presi- dente socialista morto nel golpe del 1973, Allende sarà la prima donna a ricoprire questo incarico nella storia del Paese. È stata scelta e nominata da Nueva Ma- yoría, la coalizione di centro sini- stra uscita vincitrice dalle elezioni dello scorso dicembre, che si inse- dierà nel Parlamento cileno il prossimo 11 marzo. Allende ha di- chiarato di sperare che il suo nuovo ruolo aiuti altre donne a entrare nel mondo della politica, esprimendo inoltre la propria soddisfazione nel ricoprire lo stes- so incarico che dal 1966 al 1969 fu di suo padre. Il primo compito di Allende sarà quello di presiedere al giura- mento di Michelle Bachelet, che ritorna alla presidenza del Cile, dopo un primo mandato tra il 2006 e il 2010. L’accordo di coali- zione che ha portato Allende alla presidenza del Senato prevede che dopo un anno l’incarico sia affidato a Patricio Walker, senato- re della Democracia cristiana, partito che negli anni Settanta si oppose a Salvador Allende, ora alleata dei socialisti nella maggio- ranza di Governo. Sempre più critica la situazione a Ceuta e a Melilla Salto nel buio per migliaia di migranti MADRID, 1. Si fa ogni giorno più critica la situazione a Melilla e a Ceuta — le due enclaves spagnole in Marocco — che per i migranti afri- cani rappresentano una delle vie più tentate per entrare in Europa. I cen- tri di accoglienza temporanea hanno un numero di persone tre volte su- periore alle loro capacità e non c’è giorno in cui non vi siano tentativi di ingresso. Si stima che negli ulti- mi nove anni circa quarantamila persone abbiano cercato di superare la stretta sorveglianza e le reti di protezione: diverse migliaia di mi- granti ci sono riusciti, molti altri so- no stati respinti, e alcune decine vi hanno trovato la morte cercando di entrare via mare (come è accaduto a quindici uomini annegati il 6 feb- braio a largo di Ceuta). Uomini, donne e ragazzi, stremati dalla fame e dalla disperazione, si radunano vi- cino alle due cittadine in attesa del momento migliore per tentare l’in- gresso. Come è avvenuto ieri, quan- do in 350 hanno cercato di passare per il varco di Beni Enzar: duecento ci sono riusciti, e sono stati trasferiti nei centri di accoglienza, o meglio nelle tende supplementari allestite dall’esercito e dalla Croce rossa. Persiste dunque in quest’area una si- tuazione di grave emergenza in cui troppo spesso il viaggio della spe- ranza si traduce in una realtà di ul- teriore sofferenza, se non di morte. Promosso dalla troika il risanamento di Lisbona LISBONA, 1. I rappresentanti della troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Unione europea) hanno promosso ieri il programma di risanamento del Portogallo. Al termine della nuova missione a Lisbona, la troika ha emesso un comunicato in cui si afferma che la ripresa economica si va rafforzando e si evidenzia che il deficit del 2013 è al 4,5 per cento, ovvero «ben al di sotto delle previ- sioni iniziali». Il verdetto sulla re- visione del programma economico portoghese, che sbloccherà 2,5 mi- liardi del prestito da 78 miliardi concesso a Lisbona, è atteso ad aprile. Sempre ieri il Governo di Lisbona ha ribadito, dopo la valutazione positiva espressa dai rappresentanti della troika, che l’obiettivo resta quello di uscire a maggio dal programma di salva- taggio. Intanto nel Paese hanno avuto luogo nuove proteste contro le mi- sure di austerità approvate dal Par- lamento. Nella giornata di ieri mi- gliaia di persone hanno protestato a Lisbona e in altre città nell’ambi- to di manifestazioni organizzate dal maggiore sindacato portoghese, il Cgtp. La protesta è diretta in particolare contro il taglio degli sti- pendi pubblici e delle pensioni. Dopo le divisioni all’interno della coalizione di maggioranza Si è dimesso il Governo di Cipro Proteste ad Atene contro i licenziamenti ATENE, 1. Centinaia di funziona- ri greci hanno manifestato ieri per le strade di Atene per prote- stare contro i numerosi licenzia- menti nell’ambito della ricostru- zione del settore pubblico. Il Governo greco aveva infatti pro- messo ai rappresentanti della troika (Unione europa, Banca centrale europea e Fondo mone- tario internazionale) di licenzia- re, nell’arco del 2014, 11.500 di- pendenti per ridurre la spesa pubblica e per poter continuare a beneficiare dei prestiti interna- zionali. I manifestanti si sono raduna- ti di fronte al ministero delle Ri- forme amministrative per poi es- sere allontanati dalla polizia in tenuta antisommossa. Successi- vamente i dimostranti si sono diretti verso il ministero delle Finanze, dove sono stati nuova- mente respinti dalle forze dell’ordine. Tra i lavoratori scesi ieri in piazza vi sono stati anche nume- rosi insegnanti. Riferiscono i media locali che durante la ma- nifestazioni sono divampati scontri con gli agenti di polizia che hanno fatto uso di gas lacri- mogeni per disperdere la folla. Nominati da Renzi 9 viceministri e 35 sottosegretari CARACAS, 1. Le Nazioni Unite con- dannano le violenze in Venezuela. L’alto commissario per i Diritti umani, Navi Pillay, ha espresso vi- va preoccupazione per gli scontri che hanno causato morti e feriti e per l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità. In un comunicato diffuso a Gi- nevra, Pillay ha esortato il Governo e l’opposizione al dialogo e ha chiesto indagini imparziali su «ogni caso di morte o ferimento». Pillay si è detta preoccupata anche per l’alto numero di persone arre- state e per le notizie di persone de- tenute in isolamento. «Le persone detenute solo per aver esercitato i propri diritti devono essere imme- diatamente rilasciate», ha afferma- to. Secondo l’esponente delle Na- zioni Unite, «questa crisi sarà risol- ta solo se i diritti umani di tutti i Venezuelani sono rispettati; la reto- rica incendiaria delle parti è assolu- tamente inutile e rischia di accen- tuare le tensioni». È giunto il tem- po «di andare oltre l’aggressione verbale e di approdare al dialogo» ha sottolineato il commissario delle Nazioni Unite. Sulla crisi venezuelana è interve- nuto, sempre ieri, il segretario di Stato americano, John Kerry, che in un incontro con i giornalisti ha anch’egli auspicato il dialogo tra le parti coinvolte. «Devono — ha det- to Kerry — tendersi la mano e ave- re un dialogo, riunire la gente e ri- solvere i loro problemi: abbiamo bisogno di dialogo, non di violenze e di arresti». Sul terreno, comunque, la situa- zione resta estremamente critica. Tre settimane di scontri politici in Venezuela sono costate la vita ad almeno 17 persone: il bilancio è sta- to fornito dalla procuratrice gene- rale, Luisa Ortega, secondo la qua- le durante le proteste ci sono stati anche 261 feriti. Le dimostrazioni organizzate a Caracas e in altre città venezuelane per protestare contro l’aumento della criminalità e la crisi economi- ca sono degenerate in violenti scontri fra gruppi di giovani e la polizia. A far salire ulteriormente la tensione è stata poi la decisione del Governo di arrestare alcuni espo- nenti di spicco dell’opposizione. Dall’inizio delle proteste, partite il 4 febbraio dalla città di San Cristó- bal, capitale dello Stato di Táchira, la polizia ha arrestato circa seicento persone. E anche ieri, nelle strade di Ca- racas, la tensione è stata altissima. Sono infatti registrati nuovi scontri tra qualche centinaio di manife- stanti e le forze dell’ordine; segna- lati lanci di pietre e di bombe mo- lotov. I tafferugli hanno interessato soprattutto il quartiere di Chacao, nella parte est della capitale. Stan- do a quanto riferiscono le autorità non ci sarebbero vittime né feriti. Per cercare di riportare la calma, il presidente Maduro ha aperto due giorni fa una conferenza per il dialogo nazionale, che tuttavia è stata boicottata dall’opposizione. Nelle intenzioni di Maduro, la conferenza dovrebbe servire per arginare i disordini attraverso «il dialogo e l’azione per la difesa del- la Costituzione e della pace». Uno dei partiti di opposizione Voluntad Popular, il cui leader Leopoldo López è già in carcere, ha visto arrestare anche il proprio coordi- natore politico, Carlos Vecchio, provvedimento duramente conte- stato dalle formazioni contrarie a Maduro. NICOSIA, 1. I ministri ciprioti han- no rassegnato ieri le dimissioni per facilitare i cambiamenti nel Gover- no dopo la decisione del Partito democratico (Diko, di destra, gui- dato da Nicolas Papadopoulos) di uscire dalla coalizione con Adunata democratica (Disy, di centrodestra, del presidente della Repubblica, Nicos Anastasiades). Diko ha lasciato l’Esecutivo per disaccordi con il capo dello Stato sulla gestione dei negoziati, di re- cente riavviati con la controparte turco-cipriota, per la riunificazione dell’isola. Lo riferiscono i media. Anastasiades — parlando con i giornalisti durante una conferenza stampa a Nicosia — ha detto di avere chiesto ai ministri di rimane- re ai loro posti sino a quando non verrà effettuato un rimpasto di Go- verno, che per gli analisti potrebbe avvenire al massimo entro il prossi- mo 15 marzo. La decisione dei ministri di ras- segnare le dimissioni è arrivata an- che a poche ore dal voto con cui il Parlamento ha respinto un disegno di legge per la privatizzazione delle aziende a partecipazione statale, previsto nel memorandum firmato l’anno scorso da Nicosia con la troika (Fondo monetario interna- zionale, Commissione europea e Banca centrale europea) in cambio di aiuti economici per uscire dalla grave crisi finanziaria. Ieri, avevano annunciato le di- missioni entro mercoledì prossimo i quattro ministri del Diko (sugli 11 che formano il Governo): quello dell’Energia, Commercio, Industria e Turismo, Yiorgos Lakkotrypis; dell’Istruzione e della Cultura, Kyriakos Kenevezos; della Salute, Costas Petrides; e della Difesa, Photis Photiou. L’ex presidente brasiliano Lula da Silva (Reuters) Migranti scavalcano la recinzione a Melilla (LaPresse/Ap) ROMA, 1. Il presidente del Consi- glio dei ministri italiano, Matteo Renzi, ha completato venerdì la composizione della compagine governativa con la nomina di 35 sottosegretari e 9 viceministri. Fra le 43 nomine, figurano solo 9 donne. In totale, compresi i mi- nistri già in carica, le esponenti di sesso femminile rappresentano il 27 per cento, quota analoga a quella del precedente Governo guidato da Enrico Letta. Aumentano gli ingressi in Gran Bretagna dai Paesi dell’Ue LONDRA, 1. L’immigrazione è sempre di più un tema cruciale nel dibattito politico britannico. Il premier David Cameron deve fare i conti con nuovi arrivi, soprattutto dall’Unione euro- pea. E aumenta il fronte politico di coloro che chiedono maggiori controlli alla frontiera. L’ufficio na- zionale di statistiche ha reso noto ie- ri che nel Paese si registra un au- mento di arrivi provenienti soprat- tutto dall’Ue. In particolare da Polonia, Spagna, Portogallo e anche Italia. I dati si ri- feriscono al periodo settembre 2012 - settembre 2013. Nel dettaglio, si cal- colano 212.000 nuovi arrivi rispetto ai 154.000 dello stesso periodo per l’anno precedente. Circa il settanta per cento per lavoro, il trenta per cento per studio. Il numero dei citta- dini europei è aumentato a 209.000 da 149.000. Per gli italiani si registra inoltre un primato: sono oltre 44.000 quelli ai quali lo scorso anno è stato attri- buito nel Regno Unito il National Insurance Number (equivalente al codice fiscale), il 66 per cento in più rispetto al 2012. Si tratta dell’aumen- to maggiore registrato tra i Paesi di provenienza. Comunque, il dato generale diffu- so dall’istituto di statistica britannico — riferiscono gli analisti — è parziale e limitato a chi appunto richiede il National Insurance Number (che nel Paese potrebbero essere giunti da molto tempo) e andrebbe combinato con il sommerso, ovvero il dato non dichiarato. Tuttavia, resta indicativo di una tendenza che sembra andare nella direzione opposta a quella auspicata dal Governo, il cui obiettivo è di li- mitare gli arrivi a meno di 100.000 all’anno entro il 2015.
  • 3. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 2 marzo 2014 pagina 3 Criticato per l’incapacità di arginare le violenze il presidente nigeriano promette una rapida soluzione In guerra contro i miliziani di Boko Haram I manifestanti tolgono gli accampamenti a Bangkok La crisi thailandese resta irrisolta ABUJA, 1. Il presidente della Nigeria, Jonathan Goodluck, ha dichiarato ieri che il Paese è in guerra contro i miliziani islamisti di Boko Haram, in seguito ai numerosi, efferati attac- chi che negli ultimi giorni hanno provocato decine di vittime. L’ammi- nistrazione del presidente Goodluck, ricordano le agenzie di stampa inter- nazionali, è stata criticata per la sua presunta incapacità di fermare gli at- tacchi contro i civili indifesi. Dal canto suo il capo di Stato nigeriano ha definito invece «un grande suc- cesso» l’offensiva militare contro Bo- ko Haram nel nord del Paese, ag- giungendo che presto «la situazione tornerà alla normalità». Al momento, tuttavia, sembra dif- ficile che la situazione possa essere normalizzata in tempi brevi. I mili- ziani infatti non danno tregua con i loro attacchi indiscriminati contro uomini, donne e bambini. Violenze che hanno di conseguenza causato distruzione e miseria in varie parti del Paese. Nei giorni scorsi un re- sponsabile dell’amministrazione del distretto di Madagali, Mallam Mai- na Ularamu, ha lanciato un allarme riguardo alla situazione nella zona a confine tra gli Stati di Borno e Ada- mawa. A causa delle violenze, sono giun- te nelle ultime settimane migliaia di persone sono giunte nella zona co- strette ad abbandonare la località di Izge dove i miliziani avevano ucciso due donne e un uomo e poi dato al- le fiamme alcune abitazioni. Si è trattato di un episodio tra i tanti che hanno indotto gran parte della po- polazione a temere sempre più per la propria incolumità. Nel maggio scorso il presidente aveva lanciato un’offensiva militare a Borno, Adamawa e nello Stato di Yobe per cercare di arginare le vio- lenze scatenate dai miliziani di Boko Haram, che si battono per rovesciare il Governo federale di Abuja e im- porre la legge islamica nel Paese. Ma finora la lotta non ha dato i ri- sultati sperati. E proprio nello Stato di Yobe, nei giorni scorsi, i miliziani islamisti hanno perpetrato una strage di stu- denti, nell’attacco contro il collegio Buni Yadi. Nell’azione destabilizzan- te dei terroristi sono proprio le scuo- le a essere uno degli obiettivi più colpiti: molte sono state date alle fiamme, con un conseguente pesante bilancio di vittime. Proprio nella cit- tà di Yobe, nel settembre scorso, era- no stati uccisi quaranta studenti du- rante un attacco compiuto contro un centro per la formazione agraria. Dopo questa strage, il governatore dello Stato, Ibrahim Gaida, ha rivol- to critiche al Governo di Abuja per- ché le forze di sicurezza sarebbero giunte troppo tardi sul luogo della strage una volta interpellate d’urgen- za. «Per ben cinque ore non c’erano agenti in grado di impedire quello che stava accadendo» ha affermato in un comunicato il governatore. E in questi giorni si è tenuta ad Abuja una conferenza internazionale sulla pace e la sicurezza in Africa al- la quale ha preso parte anche il pre- sidente francese, Fraçois Hollande. Civili nigeriani costretti ad abbandonare le proprie abitazioni (Reuters) Coprifuoco nella città libica di Sebha TRIPOLI, 1. Un coprifuoco in vi- gore dalle 22 alle 7 nella città libi- ca di Sebha per «bloccare le mi- nacce alla sicurezza» e per «argi- nare le violenze causate da quanti intendono andare contro la pace» è stato ieri annunciato dal porta- voce dell’unità responsabile delle operazioni militari nel sud, Ala Al Huwaik. Dal mese scorso la loca- lità di Sebha è teatro di scontri tra esponenti della tribù Awlad Soliman, di origine araba, e quelli di origine africana dei Tabu, che hanno provocato finora un centi- naio di vittime. Oltre ad aver de- cretato lo stato di emergenza, le autorità libiche hanno dispiegato rinforzi militari a Sebha, bastione dell’ex colonnello Gheddafi. Le violenze hanno finito per avere ri- percussioni sul voto per l’Assem- blea costituente. Il presidente dell’Alta commissione elettorale nazionale, Nuri Elabbar, ha di- chiarato che a causa dell’insicu- rezza e dei sabotaggi da parte di gruppi etnici, la seconda tornata elettorale non si è potuta tenere in numerosi seggi. Elabbar ha ag- giunto che una terza tornata non sarà organizzata e sarà il Parla- mento a decidere che cosa fare degli 11 seggi, su 60, vacanti. I primi 49 seggi sono stati assegnati dal 45 per cento degli aventi dirit- to andati alle urne il 20 febbraio. Svolta in Cina sulla sicurezza informatica PECHINO, 1. Il presidente cinese, Xi Jinping, presiederà un gruppo di lavoro del Partito Comunista Cine- se sulla sicurezza cibernetica del Paese. «Senza sicurezza su internet non c’è sicurezza nazionale» ha di- chiarato il presidente, secondo i media cinesi. «Senza informatizza- zione non c’è modernizzazione» ha aggiunto Xi Jinping. Il presidente ha quindi dichiarato che la Cina «deve sforzarsi di diventare una potenza cibernetica». Il gruppo di lavoro avrà due vice presidenti, il premier Li Keqiang e il membro dell’ufficio politico comunista Liu Yunshan. In Cina — come sottoli- neano numerose fonti di stampa — la rete internet è strettamente con- trollata dal Governo, che impedisce l’accesso del pubblico ai siti consi- derati pericolosi. Netanyahu atteso a Washington S’infiamma il confine tra Gaza e Israele Emergenza siccità in Malaysia Razionata l’acqua a Kuala Lumpur Un corso d’acqua quasi asciutto (Reuters) TEL AVIV, 1. Ancora tensione al con- fine tra la Striscia di Gaza e Israele. Una donna palestinese è stata ucci- sa, oggi, nel sud del territorio con- trollato da Hamas da colpi sparati dall’esercito israeliano al confine. Lo riferiscono fonti palestinesi; nessuna smentita da parte israeliana. L’episo- dio segue di poche ore un raid israe- liano nel nord della Striscia: l’obiet- tivo, come riferiscono fonti militari, era una postazione per il lancio di razzi. Dopo circa un anno di calma relativa — sottolinea la France-Presse — nelle ultime settimane si è assistito a un incremento degli incidenti , con diversi lanci di razzi da parte di mi- liziani palestinesi e rappresaglie israeliane. Intanto, gli occhi della diplomazia internazionale guardano a Washing- ton, dove è atteso il premier israelia- no, Benjamin Netanyahu, che do- vrebbe incontrare lunedì alla Casa Bianca il presidente Barack Obama. Pochi giorni fa, il segretario di Stato americano, John Kerry, aveva annun- ciato che i colloqui di pace diretti tra israeliani e palestinesi, che sulla carta avrebbero dovuto durare nove mesi, si estenderanno oltre la sca- denza prefissata, ovvero fino alla fi- ne di aprile. La visita del presidente palestinese Abu Mazen a Washing- ton è prevista per il 17 marzo. I negoziati di pace tra israeliani e palestinesi sostenuti dagli Stati Uni- ti, ripresi a luglio scorso dopo tre anni di stallo, sono al momento bloccati. Kerry, che nei mesi scorsi ha effettuato undici viaggi in Israele e in Cisgiordania, sta lavorando con entrambe le parti per dirimere alcu- ne questioni chiave, come quelle degli insediamenti e dei profughi palestinesi, in vista di un accordo quadro. Il principale obiettivo della Casa Bianca è di arrivare a un’intesa gene- rale, su tutti i punti, entro la fine dell’anno. Nonostante le difficoltà, Kerry ha sempre ribadito l’impegno di Washington per una giusta solu- zione del conflitto che guardi nella direzione della formazione di due Stati autonomi e sovrani, in pace tra loro. Uccisi cinque talebani in Afghanistan KABUL, 1. Non si fermano le vio- lenze in Afghanistan, mentre si acuiscono le divergenze tra l’Af- ghanistan da un lato e gli Stati Uniti e la Nato dall’altro, in meri- to al mancato accordo sulla sicu- rezza. Ieri cinque talebani sono morti in un raid di un drone sta- tunitense (velivolo senza pilota) nella provincia di Kunar. Come accade anche in Pakistan, la strate- gia dei droni è un motivo di con- tenzioso anche fra Kabul e Wa- shington, con le autorità afghane che esprimono riserve sui droni perché ritenuti una minaccia per l’incolumità della popolazione. Il Pentagono replica che, fatta salva la volontà di non nuocere ai civili, finora tale strategia ha permesso di distruggere numerosi postazioni talebane. MANILA, 1. Il Governo delle Filippi- ne e i leader della ribellione musul- mana nel sud dell’arcipelago asiatico firmeranno entro la fine di marzo gli attesi accordi di pace. Intese che porranno fine a una delle guerriglie più lunghe e sanguinose dell’Asia. Lo ha reso noto ieri il primo mini- stro della Malaysia, Najib Razak, precisando che il presidente delle Fi- lippine, Benigno Aquino III, lo ha invitato a Manila per la cerimonia della firma, «prevista — ha detto — entro la fine marzo». Un funziona- rio dell’ufficio presidenziale filippino ha confermato che gli accordi saran- no siglati in quel periodo, ma una data precisa non è stata ancora fissa- ta. Benigno Aquino III è attualmente in visita ufficiale in Malaysia, Paese che in diverse occasioni ha ospitato round di negoziati tra il Governo di Manila e i ribelli.Il presidente filippino (Afp) Tra il Governo di Manila e i guerriglieri musulmani del sud dell’arcipelago Verso un accordo di pace nelle Filippine Ancora violenze in Egitto IL CAIRO, 1. Un manifestante è morto ieri durante gli scontri al Cairo tra sostenitori e oppositori dell’ex presidente Mohammed Mursi, destituito dall’esercito. Lo ha reso noto il ministero della Sa- nità, aggiungendo che altre sedici persone sono state ferite, nove delle quali in modo grave. Oltre quattromila sostenitori di Mursi hanno manifestato per ore nel quartiere di Ain Shams della capitale, paralizzando il traffico. Manifestazioni simili si sono svolte nelle città di Alessandria, Suez e Ismailia, oltre che nelle province di Ben Sueif e Minya. Ad Alessandria incidenti sono stati segnalati dopo che alcuni cittadini hanno cercato di zittire i manifestanti, in gran parte espo- nenti dei Fratelli musulmani, che intonavano slogan contro l’eserci- to e il Governo. Dallo scorso di- cembre, i Fratelli musulmani, cui appartiene il deposto presidente, sono stati dichiarati fuorilegge. E in considerazione del pro- gressivo deterioramento della si- tuazione di sicurezza, Italia, Bel- gio, Olanda e Germania hanno sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Egitto, in particolare nel Sinai e a Sharm el Sheikh, per il timore di attentati. BANGKOK, 1. Il leader della prote- sta monarchico-nazionalista contro il Governo thailandese, l’ex vice premier Suthep Thaugsuban, ha annunciato che da domani, dome- nica, il suo movimento abbandone- rà tutti gli accampamenti nel cen- tro di Bangkok, a eccezione di quello nel parco Lumphini. Ma l’epilogo della crisi politica che la- cera il Paese asiatico sembra ancora molto lontano. L’ex vice premier ha parlato du- rante uno degli abituali comizi alla folla di manifestanti, specificando di volere comunque continuare la lotta per ottenere le dimissioni del Governo di Yingluck Shinawatra. La mossa di Suthep rappresenta in sostanza la fine dell’operazione Bangkok Shutdown (paralisi di Bangkok) lanciata lo scorso 13 gen- naio, una strategia che ha portato immensi disagi ai residenti della capitale, incidendo pesantemente anche sugli arrivi turistici. «Restituiremo ogni incrocio alla popolazione di Bangkok e da lune- dì non paralizzeremo più la capita- le» ha annunciato Suthep. In prati- ca, il movimento antigovernativo abbandonerà i centralissimi presidi di Phatumwan, Ratchaprasong e Asok, situati lungo l’arteria stradale principale di Bangkok, per conflui- re in un unico accampamento nel parco Lumphini. Tuttavia, rimar- ranno operativi — e gestiti da grup- pi affiliati — altri tre bivacchi attor- no ad alcuni palazzi istituzionali, tra cui la sede dell’Esecutivo. Nelle ultime settimane, le diffi- coltà logistiche ed economiche di una protesta che va avanti ormai da fine ottobre sono state comun- que evidenti, con presidi semivuoti sorvegliati solo da un minaccioso servizio di sicurezza reclutato dal sud, feudo dell’opposizione. Una serie di violenze — sparato- rie, attacchi esplosivi e scontri con le forze dell’ordine, che hanno pro- vocato 21 morti e oltre settecento feriti — ha progressivamente fatto calare la partecipazione della bor- ghesia di Bangkok, che continua comunque a sostenere compatta la lotta contro il Governo. Ma anche se le strade di Bangkok torneranno libere, la crisi politica rimane al momento irrisol- vibile. Suthep, che chiede l’istitu- zione di un Consiglio del popolo nominato dagli ambienti monarchi- ci, non ha mai accettato alcun compromesso. La sua offerta di un dibattito televisivo con Yingluck è stata respinta ieri dal Governo, che ribadisce la sua legittimità prove- niente dal trionfo elettorale del 2011 e, probabilmente, anche del voto anticipato del 2 febbraio. Dato il boicottaggio dell’opposi- zione — sostenuta dall’élite tradi- zionale vicina alla monarchia — e l’ostruzionismo della protesta, l’esi- to della consultazione elettorale del mese scorso ancora non è stato an- cora reso noto e Yingluck — ap- poggiata dalle classi medio-basse rurali — rimane precaria nella posi- zione di primo ministro ad interim. La crisi politico-istituzionale ri- schia, quindi, di trascinarsi ancora a lungo. KUALA LUMPUR, 1. Molte zone della Malaysia sono state colpite dalla siccità, insuale in un Paese dove le piogge sono una costante dovuta alla vicinanza all’Equatore e alla posizione geografica. Particolarmente colpiti gli Stati di Selangor, Johor e Negeri Sembilan, dove il livello dell’acqua negli invasi per l’approvvigiona- mento è già sceso del 50 per cen- to. Emergenza per due milioni e mezzo di persone. Anche nella ca- pitale, Kuala Lumpur — dopo due mesi di siccità, accompagnata da temperature sopra la media — è previsto un razionamento del pre- zioso liquido. Si temono pesanti conseguenze sull’economia di quello che è il primo esportatore al mondo di gomma e il secondo produttore di olio di palma, oltre che sul pregiato export di frutta esotica e fiori. Sangue sulle vaccinazioni in Pakistan ISLAMABAD, 1. Nuovi attacchi dei talebani in Pakistan contro la cam- pagna antipolio. Oggi attentati di- namitardi nel distretto di Khyber hanno provocato la morte di tredici poliziotti, che stavano scortando una squadra di medici impegnati nelle vaccinazioni. Si è poi appres- so che anche un bambino è rimasto vittima degli attentati. Un com- mando di miliziani ha lanciato al- cuni ordigni in un’area dove erano radunati medici e i volontari, so- pravvissuti all’attacco. Si stima che nel 2013 in Pakistan più di trenta medici, impegnati nella campagna antipolio, siano rimasti uccisi negli attacchi compiuti dai miliziani. Il Pakistan è tra l’altro l’unico Paese dove il numero di nuovi casi di po- lio è stato segnalato in aumento nel 2013.
  • 4. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 4 domenica 2 marzo 2014 Il cardinale Gianfranco Ravasi e il filosofo Luc Ferry a confronto su fede e ragione Con gli occhi del poeta È davvero possibile prima credere e poi comprendere? La fede non è una raccolta di norme ma coinvolge mente e cuore Come accade fra due innamorati Quando i vescovi si confrontarono sul Vaticano II Lettura storica e lettura teologica Quarant’anni di interpretazioni Pubblichiamo uno stralcio di un articolo uscito sul numero di gennaio del mensile «La rivista del clero italiano». Nel testo l’autore sintetizza quanto elaborato in maniera più diffusa nel libro La recezione del Concilio Vaticano II nel dibattito storiografico dal 1965 al 1985. Riforma o discontinuità? (Cantalupa, Effatà, 2011). Nel volume — introdotto da una prefazione del gesuita Norman Tanner e da una sezione dedicata alla premesse di metodo — l’autore ricostruisce le tappe salienti del periodo preso in esame descrivendo alcune figure come «agenti della recezione» e ripercorrendo la documentazione storiografica sul concilio alla luce della dialettica interna fra diverse posizioni. Il raggio di analisi del dibattito è principalmente limitato all’Europa occidentale e al Nord America, limitazione ragionevole data la vastità del tema trattato; corredano il testo una sezione composta da tre appendici di testi e un prezioso indice dei nomi. Secondo Peter Hünermann Il ponte di Ratzinger Sarebbe utile studiare la fase gesuitica del santuario Quella in cui esso divenne uno dei luoghi principali a sperimentare la penitenza In volo Storica contemporaneista, Lucetta Scaraffia ha ricostruito la storia del santuario mariano nel volume Loreto, uscito nel 1998 con la casa editrice il Mulino. Il libro ripercorre le vicende e i significati religiosi e sociali della storia di quel lembo di Terra santa giunto miracolosamente in volo nel cuore dell’Italia. Marc Chagall, «Giobbe in preghiera» (1960) Raccolti gli scritti di Mario Sensi su Loreto Le scelte misteriose della madre di Dio Una riproduzione devozionale della Santa Casa di FRANCESCO SAVERIO VENUTO Il sinodo straordinario dei vescovi del 1985 non poté e allo stesso tempo non volle for- nire un’interpretazione “ufficiale” del Vati- cano II e risolverne problematiche lasciate aperte, ma cercò, lontano da steccati ideo- logici, di ribadire e indicare alcuni criteri di ermeneutica e lettura dei documenti conciliari. Il concilio — dichiararono i Pa- dri sinodali — legittimamente convocato e validamente celebrato, essendo espressione autorevole del Magistero del Papa in co- munione con i vescovi nell’interpretare il deposito della fede, è da promuovere e ap- plicare integralmente. Senza dubbio — osservarono ancora i vescovi — sono attive delle resistenze nel processo recettivo come conseguenza di un’ermeneutica impostata su una lettura parziale e riduttiva dei testi conciliari, do- vuta anche a una mancata attenzione da parte dell’episcopato nel vigilarne l’inter- pretazione e l’applicazione. Nella relazione finale, oltre a incoraggia- re una più ampia e profonda conoscenza del concilio, attraverso la sua assimilazione interiore, la sua riaffermazione e la sua at- tuazione, il sinodo promosse alcune indi- cazioni di natura ermeneutica, riproponen- do quasi alla lettera i criteri di lettura dell’avvenimento e dei documento conci- liari, così come erano stati redatti dal teo- logo Walter Kasper in un suo contributo inviato in fase preparatoria alla Segreteria generale. Essi sono: lettura integrale di tut- ti i documenti nella loro specificità e nel loro reciproco rapporto; attenzione parti- colare verso le quattro Costituzioni come “chiavi interpretative” dei decreti e delle dichiarazioni; unità tra spirito e lettera conciliare; continuità del Vaticano II con la grande tradizione della Chiesa. Il documento conclusivo del sinodo rap- presentò un caloroso invito a considerare il concilio Vaticano II un momento significa- tivo della storia della Chiesa e una ulterio- re fondamentale occasione di approfondi- mento teologico per la fede cristiana. Una lettura storica e allo stesso tempo teologica del Vaticano II avrebbe potuto contribuire a una sua più integrale comprensione, evi- tando così il rischio di letture aprioristiche, a scapito di una corretta ricostruzione dei fatti storici, e un’interpretazione “ateologi- ca” e storicista, incapace di rendere ragione a una continuità e sviluppo nella storia della Chiesa. «Benedetto XVI ha gettato un ponte sul quale ora cammina Francesco»: così il teologo tedesco Peter Hünermann nel corso dell’intervista pubblicata sul blog dell’editrice Queriniana. Ratzinger, afferma, ha svolto «un ruolo molto importante nei processi di riforma della Chiesa cattolica del secolo XX e nella comprensione del Vaticano II. Nella serie dei Papi egli è l’ultimo che ha partecipato al concilio. È significativo che l’ultimo atto del suo ministero sia consistito nel presentare ancora una volta al clero romano il concilio dal suo punto di vista di testimone». La singolarità, spiega Hünermann, sta nella «concezione additiva del concilio, che potrebbe conciliare due aspetti: il vecchio e il nuovo, tradizione e riforma. Come i suoi predecessori nel ministero papale, Ratzinger ha compreso il concilio come un evento che ha segnato un passaggio. Qui sono in discussione questioni del tutto essenziali, questioni di fede e di comprensione della Chiesa. Credo che Benedetto abbia visto chiaramente questa responsabilità» sottolinea il teologo. «La nuova formulazione dell’autocomprensione ecclesiale, che si esprime nel concilio — prosegue il teologo — non fu subito patrimonio dei teologi e della prassi dei vescovi. Una parte si poneva con stupore di fronte a questo “evento mondiale”, come lo ha chiamato Karl Rahner, perché la Chiesa integrava per la prima volta il mondo nella riflessione su se stessa. L’altra parte continuava a viaggiare sui vecchi binari. E in Ratzinger lei trova entrambe le posizioni. Le decisioni di Benedetto, conclude Hünermann, sono state «pietre miliari per la Chiesa nel suo cammino in questo tempo. Pensiamo a quando ha detto “Non sono più nelle condizioni di prestare il servizio a me affidato”: è una nuova definizione, pragmatica nel senso migliore del termine, del ministero di Papa, senza che la teologia del ministero ne fosse toccata». di LUCETTA SCARAFFIA M ario Sensi, gran- de studioso del- la Chiesa in epoca medieva- le e nella prima età moderna, ha raccolto in Lo- reto, una chiesa “miraculose fun- data” (Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2013, pagine 469, euro 65), i suoi numerosi scritti sulla storia del santuario di Loreto. E riesce anche in questi studi, co- me negli altri suoi lavori, nel dif- ficile compito di far convivere precisione filologica e rigorosa quali riesce a scoprire l’irradia- mento devozionale del santuario e le modalità con le quali que- sto culto viene replicato prima nella zona umbro-marchigiana, poi sempre più lontano. E la profonda conoscenza della sto- ria devozionale della regione lo porta a trovare le origini della chiesa lauretana in un ex voto contro la peste, che prevedeva l’edificazione di un sacello sacro in una sola giornata, e quindi senza fondamenta: da qui l’attri- buto di miraculose fundata. Il piccolo santuario mariano sorto vicino a Recanati si tra- un osservatore meno attento, possono anche suggerire un trasporto angelico. Con Sisto V il piccolo centro raggiunge il suo apogeo: il Pa- pa marchigiano, infatti, coronò l’operazione di traslazione di sacralità dalla Palestina all’occi- dente cristiano conferendo a Loreto la dignità di città vesco- vile, e quindi vera e propria cit- tà-santuario. La successione dei rettori, lo sviluppo del pellegrinaggio vo- tivo, i risvolti economici della vita di questo santuario sempre più importante nella geografia dei pellegrinaggi, e divenuto tappa quasi obbligatoria nel percorso di discesa verso Ro- ma, sono tutti aspetti appro- fonditi con rigore documenta- rio e acuta analisi storica nei vari saggi raccolti nel volume. Il libro si conclude con la se- gnalazione di nuove piste di ri- cerca, necessarie per completare la storia del santuario, alle qua- li vorrei aggiungerne una: la necessità di studiare l’importan- te fase gesuitica, in cui il san- tuario divenne, grazie alla forte presenza della Compagnia, uno dei luoghi principali in cui si sperimentava la pratica della penitenza, e dove i religiosi ela- borarono i punti essenziali del- la loro trattatistica sulla confes- sione. Molti aspetti della storia di questo santuario, quindi, sono stati chiariti, e altri almeno se- gnalati ai futuri storici, ma ri- mane aperto quello che Roma- na Guarnieri chiama «il miste- ro dei santuari». Che forse, in questo caso, è — a dirlo sempre con le sue pa- role — il «mistero insondabile di scelte misteriose da parte della Madre di Dio, capace di servirsi financo dei nostri pove- ri “falsi storici”, per confondere i “superbi nei pensieri del loro cuore”, effondendo invece gra- zie su grazie sui “poveri di spi- rito”». attenzione per le fonti con una sincera disponibilità ad ascoltare le ragioni e le pratiche della de- vozione popolare. In questo, fe- dele allievo di don Giuseppe De Luca e soprattutto della sua compagna di studi e di ricerca Romana Guarnieri, della quale è qui ristampato un saggio di bi- lancio e di commento alla prima parte della ricerca. Sensi è attento studioso dei documenti notarili, attraverso i mariano, partecipa della sacrali- tà della Santa Casa di Nazaret. In questo stesso periodo, l’occupazione musulmana ave- va reso impossibile il pellegri- naggio in Terra santa, per cui la traslazione di sacralità in ter- ritori più accessibili diventa ne- cessaria e l’idea che questa sia proprio la Santa Casa origina- ria si fa strada. Ma a ispirare la leggenda di una vera e propria traslazione miracolosa fu un conflitto giurisdizionale fra Re- canati e Macerata, risolto dal rettore del santuario, Pietro To- lomei, con il ricorso alla leg- genda: il volo magico da Naza- ret a Loreto consente così alla Sede romana di assumere diret- tamente la giurisdizione del santuario. Volo magico che sembrava trovare origine e al tempo stes- so conferma in una delle più antiche immagini della Madon- na di Loreto, ritratta all’interno di un tabernacolo — simbolo dell’anàstasis che sta per la Ge- rusalemme celeste — con due angeli ai lati che sembrano so- stenere il tabernacolo ma che, a sforma però presto, da santuario per uno scopo specifico a santuario sede di un culto polivalen- te. Che, come per altri casi vicini, nel periodo fra Trecen- to e Quattrocento, in quanto santuario Dal 4 marzo sarà in libreria Lo scandalo dell’amore (Milano, Mondadori, 2014, pagine 200, euro 18) nel quale il cardinale Gianfranco Ravasi e il filosofo Luc Ferry dialogano sulla fede, la ragione, la vita, la morte, la verità e la menzogna. Anticipiamo una parte del dibattito finale. LUC FERRY: Credo ut intelligam dice sant’Agostino. Vorrei ritornare con lei su quest’idea volontariamente paradossale, se- condo la quale si dovrebbe prima trovare e poi cercare. Per dirla in termini più comuni, bisognerebbe cominciare dapprima con la fe- de e solo in un secondo tempo mobilitare la ragione. A più riprese lei dice che la vera ti, la coscienza primaria della persona è sim- bolica, è segnata da un moto di adesione af- fettiva a un universo che si spalanca davanti allo sguardo. Il bambino, per esempio, ha come prima conoscenza la visione d’insieme, in seguito imparerà a distinguere secondo i canoni dell’analisi. Allo stesso modo procede il poeta, il quale non analizza i sentimenti, i volti, gli sguardi, le passioni, le vicende, ma li rappresenta in termini sintetici, a volte fulminanti, con il bagliore accecante di un lampo. nale, che non significa semplicemente affer- mare dei principi o delle idee vaghe, inconsi- stenti, ma riconoscere che esiste un altro or- dine conoscitivo con un suo statuto metodo- logico e una sua coerenza intrinseca. Questo modello di conoscenza, per esempio, consi- dera la Bibbia anche come parola trascen- dente, che supera i rigorosi principi di un linguaggio letterario, storico-critico. Può aiutarci a entrare in questa seconda dimensione il libro di Giobbe, che vede da una parte i tre amici Zofar, Bildad ed Elifaz, ai quali si aggiunge Elihu, che intessono i lo- ro dialoghi su una trama di razionalità pura, senza aprirsi alla trascendenza. In un primo momento Giobbe polemizza con gli amici af- frontandoli sullo stesso terreno del razioci- nio, ma alla fine apre un altro orizzonte co- noscitivo, che gli consente di affermare, ri- guardo a Dio: «Io ti conoscevo per sentito dire [è la via razionale] ma ora i miei occhi ti vedono» (Giobbe, 42, 5). Con questa affermazione egli introduce il parametro della visione, la conoscenza, ap- punto, di tipo teologico in senso stretto, che non è vagamente sentimentale, ma possiede un suo statuto e metodo. In tale prospettiva possiamo ricordare Tommaso d’Aquino, Anselmo, Pascal, Kier- kegaard e altri autori ancora, che cercano di individuare non solo la grammatica della ra- gione, ma pure quella della “metaragione”. Su questa scia possiamo richiamare anche al- cuni grandi mistici come Giovanni della Cro- ce e Teresa d’Avila. Per esempio, Giovanni della Croce descri- ve l’ascesa verso Dio per gradi, passando an- che attraverso la notte dello spirito. Ora, tut- to questo non è una pura emozione, ma ma- nifesta un rigore espositivo articolato su una sintassi teologica. In questo senso possiamo dire che l’esperienza del credente e, in subor- dine, il lavoro del teologo nascono da un percorso per certi aspetti paragonabile al coinvolgimento totale richiesto nell’innamo- ramento. Infatti, l’esperienza d’amore ha cer- tamente una dimensione razionale — i due si conoscono, discutono, sognano, progettano — ma la componente fondamentale è sinto- nizzata su una lunghezza d’onda diversa. Tanto che il volto della donna che ami ti ap- pare bellissimo, unico, mentre per gli altri non è che uno dei tanti volti che scorrono sul «video» della quotidianità. Sarebbe errato pensare che l’innamora- mento sia solo un’esperienza emotiva; esso, infatti, contempla anche l’aspetto razionale che, talvolta, può mettere in crisi il piano af- fettivo. teologia cammina su uno spartiac- que, fra due abissi, due vallate, in cui non bisogna cadere: da un lato, l’ap- proccio unicamente storico, fattuale, razionale, filosofico; dall’altro un mi- sticismo irrazionalista, un «entusia- smo mistico», una Schwärmerei per usare un termine del romanticismo tedesco. Occorre dunque mantenersi sul crinale, e questo implica insieme sia la ragione e la storia fattuale, sia un approccio trascendente. Solo in questo modo si può essere in ar- monia con l’oggetto principale della teologia, Gesù, che è a un tempo un essere storico, ma anche qualcuno di cui non si può com- prendere il messaggio se non si possiede già la fede. Unicamente a tale condizione ci sarà armonia fra il metodo teologico e l’oggetto della teologia. Perché ha scelto questo approccio, visto che si tratta di indirizzarsi a dei non creden- ti, nel quadro del Cortile dei gentili? Che co- sa si aspetta che comprendano di preciso, da- to che ci vuole in primo luogo la fede per comprendere, e che, per definizione, noi non credenti non l’abbiamo? Che cosa ha voluto mostrare loro? GIANFRANCO RAVASI: L’amare precede il comprendere. Questo assunto può essere l’avvio per esplicitare il mio pensiero sulla ri- flessione teologica, che si rifà a uno schema che parte da Pascal, il quale diceva che si comprendono le cose che si amano. Tale concezione può essere ampliata fino a lambi- re i confini dell’antropologia, cioè dell’espe- rienza comune a ogni persona umana. Infat- L’itinerario di fede autentico è, per certi aspetti, parallelo al percorso estetico; perciò il punto di partenza è credere/amare, con un esordio di tipo simbolico rappresentativo. In tale orizzonte, per usare il binomio a cui lei faceva cenno, possiamo affermare: credere, e poi cominciare a comprendere. A questo punto si passa al secondo mo- mento, cioè all’analisi in senso stretto. Que- sta ricerca, però, non può essere condotta at- traverso un unico canale, un’unica via di co- noscenza. Infatti, lo statuto epistemologico proprio della teologia necessita di almeno due percorsi paralleli. Il primo comprende la documentazione storica e l’analisi razionale. La figura di Gesù, per esempio, deve essere studiata prendendo in considerazione la veri- fica storico-critica ma anche la dimensione psicologica, con il contributo della psicoana- lisi, con i suoi criteri di indagine, oppure dell’antropologia culturale, e non soltanto con la pur necessaria analisi razionale intesa secondo rigidi canoni filosofici o storici. Il secondo livello lo definirei, pur con qualche precisazione, mistico, teologico in senso stretto. Si tratta di un canone più specifico, che tiene conto della dimensione metarazio- L’innamorato fa un’“esperienza di fede” che non ha come interlocutore Dio, ma la bellezza, che è, comunque, una realtà tra- scendente. Questo ci dovrebbe offrire la pos- sibilità di presentare la fede non come una raccolta di norme, ma come un’esperienza “oltre”, che coinvolge tutta la persona, mente e cuore.
  • 5. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 2 marzo 2014 pagina 5 Intervista a don Francesco Cereda regolatore del capitolo generale salesiano Testimoni della radicalità del Vangelo di CARLO DI CICCO Mistico nello Spirito, profeta della fraternità, servo dei giovani: è que- sto l’ideale identikit del salesiano oggi. A tracciarne il profilo è don Francesco Cereda, regolatore del- l’imminente capitolo generale 27 della congregazione salesiana. «L’Osservatore Romano» ha posto a don Cereda alcune domande per approfondire il senso di questo ap- puntamento che proietta la congre- gazione nell’anno del bicentenario del nascita di don Bosco attraverso le novità riformatrici del pontificato di Papa Francesco. «Testimoni della radicalità evangelica: lavoro e temperanza». Perché i salesia- ni hanno scelto questo tema per il loro capitolo generale 27? La vita consacrata è chiamata a dare testimonianza del Vangelo; questa è la sua identità. La testimo- nianza è fondamentale per la vita cristiana e ancor più per la vita con- sacrata. La testimonianza fa crescere la Chiesa; Papa Benedetto XVI ci ri- cordava che «la Chiesa cresce per testimonianza e non per proseliti- smo». La testimonianza che attrae è quella della vita vissuta secondo il vangelo. Il “lavoro” e la “temperan- za” sono il distintivo del salesiano, ossia il suo modo di testimoniare la radicalità del Vangelo; con il lavoro e la temperanza egli concretizza il programma di vita di don Bosco: «dammi le anime, toglimi pure tutto il resto». Tale programma rappre- senta infatti la mistica e l’ascetica del salesiano, che si esprime in mo- do visibile proprio con la dedizione nel lavoro apostolico e con la capa- cità di rinuncia. In che modo il vostro capitolo generale terrà presente il bicentenario della na- scita di don Bosco e il valore simbolico di rinnovamento e riforma del pontifi- cato di Francesco? Dopo il pellegrinaggio dell’urna di don Bosco e dopo il triennio di preparazione, il capitolo generale è come la “porta” che ci introduce al bicentenario della sua nascita, che sarà celebrato dal 16 agosto 2014 al 16 agosto 2015. Il capitolo intende infatti aiutarci ad assumere con più consapevolezza la nostra identità ca- rismatica, a conoscere, comprendere, imitare, invocare maggiormente Don Bosco e quindi ad approfondi- re e comunicare la sua attualità spi- rituale ed educativa. Nello stesso tempo questo capitolo avviene du- rante il primo anno del servizio pe- trino di Papa Francesco; esso non potrà non tener conto della sua te- stimonianza di vita semplice e pove- ra; del suo invito a superare la mon- danità spirituale; del suo impegno di essere vicini a tutti, specialmente ai poveri e sofferenti, ai giovani e agli anziani, alle famiglie; della sua audacia ad uscire, ad andare nelle periferie, a recarsi nelle frontiere. La Evangelii gaudium diventerà certa- mente un riferimento imprescindibi- le per il nostro impegno di evange- lizzazione dei giovani. I lavori saranno orientati nel chiuso di una riforma interna della congregazio- ne o saranno spinti dall’attenzione ai segni dei tempi emersi nella Chiesa e nel mondo giovanile? La testimonianza ci proietta al di fuori; ci domanda di “uscire” e an- dare sulle strade, di farci ancor più vicini ai giovani e camminare con loro. Il capitolo ci chiede di far emergere il nuovo profilo del sale- siano di oggi: mistico nello Spirito, profeta della fraternità e servo dei giovani. La nostra testimonianza è per gli altri, è per tutti, è special- mente per i giovani, perché il mon- do creda. La testimonianza ci spin- ge a superare l’autoreferenzialità. Se saremo credenti, diventeremo credi- bili; se saremo convinti, allora po- tremo essere convincenti; se saremo persuasi, diventeremo persuasivi. La testimonianza attraente farà risplen- dere il Vangelo e attrarre vocazioni. Quale contributo pensate di dare alla soluzione della questione giovanile nei Paesi del benessere in crisi e nei Paesi più poveri? La questione del benessere e della povertà ci interpella a dare risposte soprattutto attraverso l’educazione. Là dove i giovani sono più segnati dall’esclusione, dall’emarginazione, dal disagio, là siamo e dobbiamo continuare a esserci e ad andare. Il compito educativo oggi è una mis- sione chiave; senza l’educazione non c’è cambio culturale e sull’educazio- ne si inserisce l’annuncio del Vange- lo. Dobbiamo preparare i giovani a essere capaci di trasformare la socie- tà secondo lo spirito del Vangelo come agenti di giustizia e di pace e a vivere come protagonisti nella Chiesa. Il superamento delle situa- zioni di povertà richiede il cambia- mento dei modelli culturali; ciò av- viene con strategie di lungo termine, quali sono quelle dell’educazione: educazione ai diritti umani e alla cittadinanza attiva, formazione alla “leadership”, qualificazione profes- sionale, proposta del Vangelo e cre- scita nella fede. Occorre per questo formare educatori che siano all’al- tezza delle persone che educano e che sappiano annunciare Cristo a una generazione che cambia; in questo campo la formazione dei lai- ci e il loro coinvolgimento nell’edu- cazione è una priorità carismatica per noi. Già dal documento di lavoro capito- lare emergono linee operative di rinno- vamento. Ci sono delle difficoltà da superare per la fattibilità di nuovi pro- positi? Lo “strumento di lavoro” prepara- to per questa assemblea capitolare è il frutto e la sintesi dei capitoli ispettoriali celebrati nelle novanta ispettorie di tutto il mondo. Esso ci invita a fare del discernimento il metodo per interrogarci sulle do- mande dei giovani e sulle risposte da dare loro. Tale metodo ci indica tre tappe: l’ascolto dei bisogni, desi- deri, difficoltà e rischi; la lettura di queste situazioni e delle loro cause; il cammino da percorrere in risposta all’ascolto e alla lettura. Il compito più impegnativo che ci si prospetta è la conversione, ossia il cambio di mentalità, il rinnovamento del cuo- re, la riforma di noi stessi e delle co- munità; si tratta di una triplice con- versione: spirituale, fraterna e pasto- rale. In ogni caso occorre mettersi in ascolto disponibile dello Spirito, percepirne la voce, seguirlo dove ci vuole condurre, come don Bosco che alla fine della vita diceva: «So- no sempre andato avanti come Dio mi ispirava e le circostanze mi sug- gerivano». L’invecchiamento, specialmente in Occi- dente, è uno dei problemi maggiori an- che dei religiosi e quindi dei salesiani. Ma non sembra emergere negli istituti l’urgenza di porre in modo nuovo il te- ma delle vocazioni. I salesiani hanno maturato una strategia vocazionale? La geografia vocazionale sta cam- biando; oggi le vocazioni alla vita consacrata crescono di numero in Africa e in Asia; mentre diminuisco- no nei Paesi occidentali. Dio conti- nua a chiamare i giovani anche nei contesti secolarizzati, ma in questi casi occorre maggior cura nel rico- noscere le vocazioni, incoraggiarle e accompagnarle. I salesiani si impe- gnano a far sì che tutta la pastorale giovanile sia orientata vocazional- mente, ossia che tutte le comunità educative, i gruppi e le associazioni, gli educatori e le famiglie aiutino ogni giovane a scoprire il disegno di Dio sulla propria vita. Inoltre sono consapevoli che le vocazioni di spe- ciale consacrazione si sviluppano a partire dalla scoperta di una voca- zione apostolica; per questo coin- volgono i giovani in esperienze di servizio e gratuità nell’educazione, nel volontariato, nella missionarietà, nella catechesi e insieme in espe- rienze di preghiera e vita comunita- ria. Infine, offrono ai giovani espe- rienze vocazionali specifiche, quali la partecipazione alla vita della co- munità salesiana, i cammini voca- zionali per fasce di età, gli esercizi spirituali, la “comunità proposta” per giovani in ricerca vocazionale, l’impegno apostolico, l’accompagna- mento spirituale. Omelia catechetica del patriarca Bartolomeo Pentimento è cambiare sul serio ISTANBUL, 1. «L’opportunità, nel bel mezzo di una crisi finanziaria diffu- sa e globale, per dimostrare il no- stro aiuto materiale e spirituale ver- so gli altri. Quando agiamo con ca- rità e manifestiamo il nostro penti- mento nella pratica, passando da un modo individualistico e farisaico di vivere a un altro comunitario e al- truista, allora potremo trarre profit- to dalla penitenza e dalla conversio- ne, vivendo anche il pentimento co- me passaggio fondamentale dal pec- cato di egocentrismo e vanagloria alla virtù dell’amore, aspirando all’umiltà e all’atteggiamento del pubblicano, che ha meritato la mise- ricordia di Dio». È uno dei passag- gi più significativi dell’omelia cate- chetica per la Quaresima scritta dal patriarca ecumenico, Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli. Con la Quaresima, «entriamo in questo periodo salvifico di purifica- zione del cuore e dell’anima, al fine di accogliere la Passione, la Croce, la Sepoltura e la Risurrezione di no- stro Signore non solo attraverso ri- tuali e parole ma anche nella pratica e l’esperienza. Pentitevi per diventa- re persone nuove — esorta Bartolo- meo — rinunciando alla vecchia na- tura di peccatori e acquisendo novi- tà di vita». Vigilanza, disciplina, «cura per la nostra salvezza», since- ro e tangibile pentimento «per tutti i nostri peccati, misfatti e ingiusti- zie»: queste le richieste “quaresima- li” del patriarca. «Ecco ora il mo- mento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Corinzi, 6, 2). La Chiesa ortodossa raccomanda che, durante il periodo di Quaresima, «concentriamo la nostra attenzione sul pentimento sincero, il “crogiolo del peccato”, secondo san Giovanni Crisostomo». Il pentimento, infatti, è «il primo tema della predicazione di nostro Signore Gesù Cristo e la vera essenza della dottrina cristiana. È l’invito quotidiano della Chiesa a tutti noi. Nonostante ciò, molti di noi non hanno mai veramente vissu- to il pentimento. A volte sentiamo che non ci riguarda personalmente», perché non si ritiene possibile l’aver commesso dei peccati. Invece — ri- corda ancora l’arcivescovo ortodosso — «come ci insegna il saggio mae- stro di vita spirituale Isacco il Siro, e come la maggior parte dei Padri della Chiesa proclamano attraverso l’esperienza, “il pentimento è neces- sario anche al perfetto”. Questo per- ché il pentimento non è semplice- mente provare rimorso per i nostri peccati, con la conseguente decisio- ne di non ripeterli, ma implica an- che un cambiamento dei nostri at- teggiamenti in direzione di ciò che è meglio, così da acquisire un costan- te miglioramento davanti a Dio e al mondo». In tal senso, il pentimento è un «viaggio senza fine verso la perfe- zione divina a cui dobbiamo sempre mirare e muoverci. Infatti, dal mo- mento che la perfezione di Dio è in- finita, la nostra strada verso la sua somiglianza deve essere illimitata e infinita. C’è sempre un livello di perfezione al di là di ciò che abbia- mo realizzato — sottolinea nel di- scorso Bartolomeo — e quindi dob- biamo cercare costantemente il pro- gresso spirituale e la trasformazione, come sollecitato da san Paolo, che è asceso al terzo cielo e ha visto i mi- steri ineffabili: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, ve- niamo trasformati in quella medesi- ma immagine, di gloria in gloria, se- condo l’azione dello Spirito del Si- gnore” (2 Corinzi, 3, 18). Quanto più il nostro mondo interno è puli- to, più il nostro occhio spirituale si purifica e più chiaramente vediamo noi stessi e tutto ciò che ci cir- conda». Di conseguenza, conclude il pa- triarca ecumenico, il pentimento è il presupposto fondamentale del pro- gresso spirituale, per essere più so- miglianti a Dio. Ma per essere au- tentico deve essere accompagnato da «frutti adeguati», soprattutto dal perdono e dalla carità: «Dopo tutto, la via del pentimento è il riconosci- mento e la confessione dei nostri peccati, è non provare più rancore verso gli altri, pregare con passione e integrità». Una via lastricata di misericordia, umiltà, amore: è la vit- toria del bene sul male. Caritas italiana Il cibo è un diritto di tutti ROMA, 1. «Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro»: è questo il titolo della campagna nazionale di sensibiliz- zazione e formazione elaborata dagli organismi, dalle associazio- ni e dai movimenti cattolici ita- liani per rispondere unitariamen- te all’appello del Papa «a dare voce a tutte le persone che sof- frono silenziosamente la fame, af- finché questa voce diventi un ruggito in grado di scuotere il mondo». Un appello che Papa Francesco aveva lanciato in un videomessaggio lo scorso 9 di- cembre per l’avvio della campa- gna mondiale sul diritto al cibo promossa da Caritas Internatio- nalis. «L’importanza di un forte im- pegno di consapevolezza circa le cause e le conseguenze degli squilibri globali, nazionali e loca- li — si legge nel documento base della campagna — è una tematica ben presente nel magistero della Chiesa, e nell’azione degli orga- nismi di volontariato che sulla dottrina sociale della Chiesa pog- giano la propria ispirazione. Ol- trepassare l’attuale crisi è possibi- le ricostruendo relazioni, struttu- re, comunità e comportamenti re- sponsabili per il buon vivere a li- vello locale e globale, esplorando quelle periferie geografiche ed esistenziali di recente evocate da Papa Francesco». Aspetto centrale della campa- gna, nell’ambito della quale — come riferisce un comunicato di Caritas Italiana — saranno anche elaborate precise richieste alla politica a livello internazionale, europeo e italiano, è l’elemento educativo, mentre tre sono i filo- ni tematici in cui essa si articola: cibo giusto per tutti; finanza al servizio dell’uomo; relazioni di pace. L’iniziativa — che intende coinvolgere organismi, associazio- ni, gruppi e scuole nell’approfon- dire la conoscenza delle questioni della fame e della crisi e nel tra- durla in impegno sociale e politi- co nei singoli territori — rappre- senta un’occasione di impegno comune a livello nazionale e lo- cale di numerosi enti e organismi di origine ecclesiale. Insegnanti, educatori e animatori sono le ca- tegorie interpellate innanzitutto dalla campagna, ma anche giova- ni imprenditori presenti nei di- versi settori produttivi, in parti- colare in ambito alimentare e in grado di interpretare una dimen- sione economico-produttiva e fi- nanziaria responsabile e sosteni- bile. In 220 da 58 Paesi Sarà il rettor maggiore don Pascual Chávez Villanueva, nono successore di don Bosco, ad aprire i lavori del capitolo generale 27 dei salesiani dedicato al tema «Testimoni della radicalità evangelica: lavoro e temperanza». Nella mattina di lunedì 3 marzo, presso il Salesianum di Roma, don Chávez Villanueva presiederà una messa, a cui farà seguito il discorso inaugurale. Nella mattinata, oltre ai saluti dei rappresentanti della famiglia salesiana, è previsto l’intervento del cardinale prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, João Braz de Aviz. Ai lavori del capitolo generale — che si concluderà il 12 aprile e che ha all’ordine del giorno anche l’elezione del nuovo rettor maggiore — partecipano 220 persone tra aventi diritto, delegati e invitati. Saranno rappresentate cinquantotto nazionalità a indicare l’irradiamento mondiale del carisma di don Bosco. Il gruppo più consistente sarà quello degli italiani, con 34 membri, seguiti da indiani (31), spagnoli (20), brasiliani (13) e polacchi (dieci). I lavori veri e propri del capitolo sono stati preceduti da cinque giorni di esercizi spirituali, dalla presentazione della relazione del rettor maggiore e da un pellegrinaggio ai luoghi salesiani. A orientare la riflessione dei padri capitolari sarà lo “strumento di lavoro”, realizzato da una commissione che ha sintetizzato i contributi dei capitoli ispettoriali. Monsignor Galantino presenta il sussidio della Cei per la quaresima e la Pasqua In Cristo la speranza ROMA, 1. «Nell’itinerario quaresima- le e pasquale la liturgia ci mette a contatto con la profondità del mi- stero della misericordia di Dio, sem- pre sorprendente. Quest’anno, acco- gliendo l’invito di Papa Francesco, siamo chiamati a tornare al cuore del Vangelo: la volontaria donazio- ne del Figlio di Dio, che spogliando se stesso ci arricchisce con l’amore del Padre e ci ridona speranza»: lo scrive il vescovo di Cassano all’Jo- nio, Nunzio Galantino, segretario generale ad interim della Conferen- za episcopale italiana (Cei), nella presentazione del Sussidio per il tempo di Quaresima e di Pasqua, da ieri on line, frutto del lavoro sinergi- co di alcuni uffici della segreteria generale della Cei. «Svuotò se stes- so (…) per questo Dio lo esaltò» (Filippesi, 2, 7-9) e «Da ricco che era, si è fatto povero per voi» (2 Corinzi, 8, 9) i brani che fanno da filo conduttore. Allo svuotamento del Figlio di Dio corrisponde il tempo di Quaresima, all’esaltazione il tempo pasquale. E Gesù non sal- va gli uomini nonostante la croce ma attraverso la croce, il suo farsi povero. «Una Chiesa chiamata ad annun- ciare l’Evangelii gaudium, una Chie- sa che intende educare alla Vita buona del Vangelo, non può — af- ferma monsignor Galantino — fare a meno di entrare nello stesso dinami- smo dell’azione di Cristo: affiancarsi a chi è fragile, a chi ha bisogno di tutela, come le giovani generazioni, che si aprono alla vita e alla speran- za del futuro, o anche a chi è smar- rito, senza trascurare le persone che invocano aiuto per ritrovare la pie- nezza della dignità umana. Chi se- gue fino in fondo i suoi passi si ren- de conto che viene infine il momen- to del dono totale, del “perdere la vita per causa sua”; una prospettiva che fa paura, anche se poi si sa che è solo per ritrovarla. Questa è la forma piena della vita del discepolo e della Chiesa». Perciò, continua il presule, «mentre siamo in cammino verso il convegno ecclesiale di Fi- renze, mentre cerchiamo di ritrovare le tracce di un autentico umanesi- mo, scopriamo che il contributo più grande che possiamo dare al nostro tempo è assumere pienamente in noi l’impronta di Cristo, l’uomo nuovo che emerge vittorioso dalle tenebre dell’odio, dell’ingiustizia, della morte: una vittoria non otte- nuta con la violenza, ma con il do- no totale di sé. In Cristo, povero che arricchisce con la forza del suo dono e del suo perdono, le famiglie cristiane trovano la speranza per continuare sulla via dell’amore reci- proco; in Cristo, umiliato dagli uo- mini, ma esaltato da Dio, ogni fra- gilità e miseria trova motivi di spe- ranza e risurrezione». Il Sussidio per il tempo di Qua- resima e Pasqua contiene linee cele- brative, commenti biblici alle letture domenicali, suggerimenti liturgico- musicali, schemi per Via Crucis e li- turgia penitenziale, itinerari catechi- stici, video e testimonianze esperien- ziali. La via della celebrazione — spiega un comunicato della Cei — viene così a integrarsi con quella della catechesi (con suggerimenti e spunti di riflessione per vivere la Quaresima in famiglia), dell’espe- rienza (con la presentazione video di alcune iniziative concrete di im- pegno e la narrazione di testimo- nianze su come i giovani vivono la ricchezza del tempo quaresimale e pasquale), del futuro (dove si offro- no spunti di riflessione che spaziano dall’educazione e dal mondo della scuola alle vocazioni e all’orizzonte ecumenico) e della bellezza (con una ricca sezione di immagini di opere d’arte, provenienti dal patri- monio artistico italiano). Il sussidio, scrive il segretario ge- nerale ad interim della Conferenza episcopale italiana, «intende offrire spunti a sostegno del cammino di fede per i “tempi forti” della Quare- sima e della Pasqua, nella consape- volezza che, come rimarcato da Pa- pa Francesco nella esortazione apo- stolica Evangelii gaudium, “l’evange- lizzazione gioiosa si fa bellezza nel- la liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evange- lizza con la bellezza della liturgia” (n. 23). Come Maria, restiamo nell’ascolto umile della Parola divi- na e nella semplice e silenziosa di- sponibilità a seguire ogni passo di Cristo, anche quando porta verso la croce: proprio dalla croce può rico- stituirsi una comunità che testimoni la forza della risurrezione. Con l’au- spicio che questo umile strumento torni utile all’azione pastorale delle nostre comunità cristiane — conclu- de Galantino — lo affido ai sacerdo- ti, ai diaconi e agli operatori pasto- rali, perché possano trovarvi idee e suggerimenti per un cammino fe- condo e fedele alla sequela di Cristo Crocifisso Risorto, sorgente della vi- ta e della gioia».
  • 6. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 6 domenica 2 marzo 2014 Il saluto del cardinale di Santa Maria in Trastevere durante la consegna della berretta e dell’anello Accanto a Papa Giovanni di LORIS FRANCESCO CAPOVILLA Signor cardinale Angelo Sodano, de- cano del Sacro Collegio, inviato a Sotto il Monte Giovanni XXIII, latore non di una promozione, né di una onorificenza, bensì di una obbedien- za, vi prego di farvi interprete presso il Santo Padre Papa Francesco dei miei sentimenti di gratitudine. Accet- tatene voi stesso la fioritura, che su- scita consolazione ed esultanza. A tutti coloro che all’annuncio pa- pale del 12 gennaio, mi hanno fatto oggetto di benevolenza, ho inviato quattro righe, alla buona, si direbbe al caminetto di casa, quale è la Chie- sa e vuole mostrarsi al mondo. Modesto contubernale di Giovanni XXIII sto per essere aggregato al col- legio cardinalizio per decisione di Pa- pa Francesco. Conosco quanto basta la mia piccolezza e mi sento intimidi- to. Le amabili ed evangeliche parole dei servitori della Chiesa, dinanzi ai quali mi sento come una locusta (cfr. Numeri, 13, 33) mi incoraggiano e mi confortano. Chiedo di pregare per me. Io ricambio. Infine, flexis genuis, chiedo a tutti di benedirmi. torale. Per l’occasione, i segretari dei partiti in lizza decisero unanime- mente di eliminare manifesti e stri- scioni propagandistici e di sostituirli con molti teli bianchi su cui spiccava la dicitura: «Evviva il Papa buono». L’episodio rende onore e giustizia a tutti per l’esempio dato di sapersi unire nel tributare onore e affetto al padre comune. Quell’evviva non isti- tuì paragoni e nemmeno costrinse il Pontefice dentro la ristretta cornice della bontà come che sia. Esso tra- dusse in qualche modo il compli- mento che, a nome dei colleghi del corpo diplomatico, Georges Vanier, ambasciatore del Canada a Parigi, aveva rivolto dieci anni prima al neo cardinale patriarca di Venezia nell’incontro di congedo: «Ho letto che una gran parte della rinomanza di Bergamo era un tempo dovuta principalmente a tre attività: la pro- duzione dei vini, la lavorazione della seta, l’estrazione del ferro. I vini di Bergamo, eminenza, sono un po’ la ricchezza del vostro cuore e la viva- cità del vostro spirito. La seta richia- ma la finezza del vostro tempera- mento di diplomatico, l’iridescenza del vostro senso delle sfumature. Es- fedeli e nel volgersi a essi con lin- guaggio elaborato nella meditazione e fatto suo, egli ha da apparire come di casa nel tempio del Signore e le sacre parole del messale, del brevia- rio, del rituale devono risuonare nell’intimità misteriosa della sua ani- ma prima che sotto le volte del san- tuario» (25 gennaio 1960). Papa Giovanni, “il buono”, non suscita nostalgie, il che equivarrebbe a guardare indietro; piuttosto egli ci stimola a tentare l’avventura della te- stimonianza e ci invita a riaprire il Libro divino per scoprirvi l’ispirazio- ne alla fedeltà e al rinnovamento, bi- nomio da lui coniato come filo con- duttore del concilio Vaticano II e della sua fedele attuazione. Questo Angelo Giuseppe, angelo del Signo- re, rinnova ora il monito del vigilare mentre incombe la notte; di prestare attenzione, di non arrendersi alle mode ricorrenti e cangianti; e lo fa con l’autorità dei carismi ricevuti, l’eloquenza dell’esempio, la forza della bontà e della santità. Benedetto Papa Giovanni! Ci ha dato l’esempio di saper toccare le anime prima ancora di aprire le lab- bra. Come del resto egli parlava al suo Signore con il testo mirabile dell’Imitazione di Cristo: «O Gesù, splendore di gloria eterna, conforto dell’anima pellegrina. Presso di te la mia bocca è senza voce, e ti parla il mio silenzio» (Libro III, 21, 4). Con accenti di ineffabile gratitudi- ne saluto i Papi che più strettamente sono legati a Giovanni XXIII: San Pio X, che l’11 agosto 1904 ri- cevendo in Vaticano don Angelo Roncalli, dopo la celebrazione della prima messa nelle Grotte Vaticane, auspicò che il suo ministero «fosse motivo di consolazione per la Chiesa universale». Benedetto XV che nel 1920 lo volle a Roma a Propaganda Fide. Pio XI, conosciuto all’Ambrosiana di Milano nel 1905, che lo inviò suo rappresentante in Bulgaria, Turchia e Grecia. Pio XII che lo designò nunzio apo- stolico in Francia, lo creò cardinale, lo promosse patriarca di Venezia. Paolo VI che assunse su di sé e coronò santamente il concilio Vatica- no II. Giovanni Paolo I che nel suo uni- co messaggio papale canonizzò il bi- nomio fedeltà e rinnovamento. Giovanni Paolo II che ne visitò il villaggio natale e vi celebrò le virtù e i meriti delle famiglie e della tradizio- ne locale e nel centenario della nasci- ta anticipò con stupenda omelia la beatificazione del 3 settembre 2000. Benedetto XVI che ne apprezzò e cantò il vertice da lui raggiunto del- la perfezione evangelica: semplicità e prudenza. mati dalla stessa fede di Abramo, te- stimoni dei segni che accompagna- vano le parole del Maestro. Pietro ascoltò la domanda e rispose per tutti: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Matteo, 16, 16). E lo stesso dice in un’altra occa- sione, nella sinagoga di Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Giovanni, 6, 69). Poco tempo mi separa dal redde rationem e io debbo ridurre tutto ai termini più semplici, sbarazzarmi di residua za- vorra, patetici diari e album illustra- tivi, romantiche fantasie e sterili rim- pianti. Devo ricondurre tutto all’es- senziale e puntare la prora verso il porto. A ciò mi sollecita Giovanni XXIII in una sua riflessione del 1945, quando aveva sessantaquattro anni, oltre trenta in meno dei miei attuali: «Non debbo nascondere a me stesso la verità: sono incamminato decisa- mente verso la vecchiaia. Lo spirito reagisce e quasi protesta, sentendomi ancora così giovane ed alacre, agile e fresco. Ma basta un’occhiata allo specchio per confondermi. Questa è la stagione della maturità; debbo dunque produrre il più ed il meglio, riflettendo che forse il tempo con- cessomi a vivere è breve e che mi trovo vicino alle porte dell’eternità». Cos’è stata la mia parabola! Mi sono sentito attratto al sacerdozio sin da ragazzo, cresciuto nella provincia ve- neta in una famiglia priva di censo e senza storia, fondata su principi in- discutibili, custode di valori origina- ri, cristiana quanto bastava. Invitato a lasciarmi plasmare da Cristo e a immergermi nella tradizione millena- ria della Chiesa, provai a rispondere sin da principio all’interrogativo cui nessuno può sfuggire: «Chi è Gesù per me?». Dovetti dare una risposta non elusiva e la diedi: «Gesù è il fi- glio di Maria Vergine, il salvatore, il maestro, il fondatore della Chiesa, il risorto, il vivente». Sono prete da ol- tre settant’anni, vescovo da quasi cinquanta, eppure per me Gesù è lo stesso che la mamma e i miei educa- tori mi insegnarono ad ascoltare e ad amare; lo stesso che appresi al ca- techismo parrocchiale e all’Azione cattolica. È il Gesù dei preti e dei laici che mi edificarono, talora sino all’esaltazione, nel corso dei decenni. Chi è Gesù? È colui che mi ha reso partecipe della natura divina e mi aiuta a esserne consapevole e a com- portarmi in modo coerente, come ancora una volta mi suggerisce Gio- vanni XXIII, in una sua nota del 1948: «La via più sicura per la mia santificazione personale resta lo sfor- zo vigilante di ridurre tutto: princi- pi, indirizzi, posizioni, affari, al mas- dell’Azione cattolica, a Parma, tra gli avieri, e dappertutto, nelle ore silen- ziose e solitarie. Del mio servizio de- cennale a Giovanni XXIII sono in- soddisfatto, nonostante la mia dedi- zione e devozione. Mi punge il ri- morso di non aver tratto tutto il be- neficio di quella vicinanza, di non essere penetrato addentro nel segreto della sua povertà di spirito. Nell’ul- timo e misterioso suo tratto di stra- da, egli meritava un collaboratore più degno e dotto, più preparato ed equilibrato, e anche più coraggioso. Non mi riconosco infatti nell’esorta- zione di Paolo al suo Timoteo, invi- tato a rimanere saldo sulla roccia delle Sacre Scritture, «perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2 Timoteo, 3, 16). Accanto a Papa Giovanni, lo fu- rono Alfredo Cavagna, suo confesso- re, e Angelo Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, ecclesiastici superiori a ogni elogio. Adesso, in piena lucidità, vorrei sentir maturare in me la decisione espressa da Papa Giovanni nel suo testamento: «Chie- do perdono a coloro che avessi in- consciamente offeso, a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chic- chessia, perché in quanti mi conob- bero, ed ebbero rapporti con me, mi avessero anche offeso o disprezzato o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione, non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre». Mi fa buona compagnia un pensiero, non saprei dire se ama- ro o realistico, di Hermann Hesse: «Quando uno è diventato vecchio e la maschera mortuaria di Giovanni, rilevata da Giacomo Manzù, con- templo quel volto maestoso e placi- do, scavato dalla sofferenza; oppure quando prendo in mano uno dei suoi libri, che erano sua delizia; o i suoi epistolari o il Giornale dell’ani- ma; meglio ancora, quando lo rivedo e gli parlo nelle ore di preghiera e di contemplazione, qualcosa si scioglie dentro di me. La malinconia (se c’è) se ne va. Le ansietà si placano. Tor- na il coraggio. Fiorisce la speranza. Apro la Bibbia e leggo: «La sapien- za dell’uomo rende sereno il suo vol- to» (Siracide, 8, 1). E nasce in me il desiderio di divenire discepolo di Cristo non incerto né dubbioso, bensì deciso e costante; di imitare il santo Papa e di obbedire al suo quinto successore, in quel suo cam- minare a piedi nudi al seguito del divino maestro; nel rassettare le reti sulla riva del lago, nel remare nell’ora della tempesta e nell’andare «senza borsa, né pane né denaro» (Luca, 9, 3) da un villaggio all’altro, «integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male» (Giobbe, 1, 1). Signor cardinale, fratelli e sorelle, salutiamo insieme i due Papi asso- ciati nel servizio, nella sofferenza, nella gloria. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, perché otteniamo la grazia di en- trare nella costellazione dei giusti, caricarci sulle spalle le nuove pover- tà, e tentare di convincere i detentori del potere economico e i manovrato- ri dei poteri mediatici, di non impe- dirci di essere onesti (al punto di re- stituire il mal tolto o il mal ammini- strato) e misericordiosi senza diveni- re deboli, ottenerci la grazia di ar- renderci alla logica del vangelo, di- sponibili dunque a rinunciare noi per primi alle cose, almeno a qualco- sa, per far divampare nel mondo i fuochi dell’amore. Diamo infine la parola a Giovanni Battista Montini, in uno squarcio oratorio della notte di Pentecoste, 2 giugno 1963. Vale per Giovanni XXIII, per Giovanni Paolo II ed an- che per lui, Paolo VI: «Benedetto questo Papa che ha dato a noi e al mondo l’immagine della bontà pa- storale e si è fatto a chi nella Chiesa ha la responsabilità di governo l’esempio evangelico del buon pasto- re. Benedetto questo Papa che ci ha mostrato non essere la bontà debo- lezza e fiacchezza, non essere ireni- smo equivoco, non essere rinuncia ai grandi diritti della verità e ai grandi doveri dell’autorità, ma essere la vir- tù-principe di chi rappresenta Cristo nel mondo. Benedetto questo Papa che ci ha fatto vedere, ancora una volta, che l’autorità nella Chiesa non è ambizione di dominio, non è di- stanza dalla comunità dei fedeli, non è paternalismo consuetudinario ed esteriore, non è ciò che i nemici del- la Chiesa o i laici ad essa ostili ed estranei vorrebbero qualificare: dog- matismo retrivo e inceppante il pro- gresso del mondo; ma è sollecitudi- ne provvida e sapiente, ma funzione voluta da Cristo, insostituibile e de- gna d’ogni riverenza e fedeltà; ma servizio umile, disinteressato, fatico- so e cordiale, che nella sua più chia- ra ed autentica manifestazione tutti possiamo grandiosamente chiamare bontà. Benedetto questo Papa che ci ha fatto godere un’ora di paternità e familiarità spirituale e che ha inse- gnato a noi ed al mondo che l’uma- nità di nessuna altra cosa ha mag- gior bisogno quanto di amore. E be- nedetta questa Pentecoste triste e soave, che nell’umana agonia di Giovanni ancora ci mostra dove sia la prima, la vera sorgente dell’amore che salva: è nella Chiesa di Pietro». Sì, ad ecclesiastici e laici chiedo sommessamente di benedirmi. Lo chiedo in particolare ai miei congiun- ti ed amici, lo chiedo a Venezia, Ro- ma, Chieti-Vasto, Loreto e Bergamo, che mi ospita da 25 anni, e mi sento a tutti associato nella venerazione di Giovani XXIII e dei Papi che l’hanno preceduto e son venuti dopo. Giovanni è entrato nella storia con l’appellativo di “Papa della bon- tà”. Di lui Walter Lippmann, uno dei più rinomati opinionisti statuni- tensi del secolo XX, ha scritto: «Il re- gno di Papa Giovanni è stato una meraviglia, tanto più stupefacente ove si pensi come egli sia riuscito ad essere così profondamente amato in mezzo alle acri inimicizie del nostro tempo. È un miracolo moderno che una persona abbia potuto superare tutte le barriere di classe, di casta, di colore, di razza per toccare i cuori di tutti i popoli. Nulla di simile si era mai avverato, almeno nell’epoca mo- derna. Il fatto che gli uomini abbia- no corrisposto al suo amore, dimo- stra che le inimicizie e i dissensi dell’umanità non costituiscono la realtà completa della condizione umana. Sappiamo che il miracolo compiuto da Papa Giovanni non tra- sformerà il mondo; non diventeremo di colpo uomini nuovi; ma l’eco uni- versale suscitata da Papa Giovanni dimostra che per quanto l’uomo possa essere incline al male, perma- ne in lui un’attitudine alla bontà. Per questo non dobbiamo mai dispe- rare che il mondo possa diventare migliore. Papa Giovanni ha dichiara- to che il movimento per mettere in rapporto gli insegnamenti della Chiesa con il “processo di radicale mutamento della situazione politica ed economica” si è iniziato con Leo- ne XIII e con la Rerum novarum. Pa- pa Giovanni lo ha proseguito, non soltanto con le due grandi encicli- che, ma soprattutto con la proclama- zione del Concilio. Che cosa avverrà di tutto questo è di fondamentale importanza non soltanto per la Chiesa cattolica ma per tutte le Chiese e per tutti i governi. In ogni caso, il movimento di modernizza- zione — Giovanni direbbe aggiorna- mento — potrà forse essere fermato ma non respinto per molto tempo. Si diceva che egli non ce la facesse a stare chiuso. Quanto Papa Giovanni ha iniziato avrà grandissime conse- guenze e la storia del mondo sarà diversa perché egli è vissuto» («New York Herald», 7 giugno 1963). L’attribuzione di “Papa della bon- tà” esplose il 7 marzo 1963, domeni- ca delle Palme, nella parrocchia ro- mana di San Tarcisio al Quarto Mi- glio, allorché il Pontefice visitò quel- la comunità in piena campagna elet- mazione e cultura ec- clesiastica, nel- l’apparente paradosso tra severo conservato- rismo e umana ed evangelica apertura. Piccolo alunno del seminario bergomense innestò la sua sensibi- lità nel solido tronco dei severi orientamenti ecclesiastici di ispira- zione patristica; chieri- co appena quattordi- cenne iniziò a scrivere il suo Giornale dell’ani- ma e continuò sino a ottantuno anni, senza mai mutare tempera- mento e costume. Lungo tutto l’arco del- la sua esistenza egli ri- mase lo stesso prete A Sotto il Monte Il cardinale decano Angelo Sodano ha consegnato, a nome di Papa Francesco, la berretta e l’anello a Loris Francesco Capovilla, creato cardinale nel concistoro del 22 febbraio scorso. Durante la cerimonia, svoltasi nel pomeriggio di sabato 1° marzo, a Sotto il Monte Giovanni XXIII, il nuovo porporato ha rivolto il saluto che riportiamo integralmente in questa pagina. Dell’omelia del cardinale decano pubblicheremo il testo nella prossima edizione del giornale. Giacomo Manzù, «Maschera mortuaria di Giovanni XXIII» (1963, Sotto il Monte) sendo voi il prodotto di un paese della seta, non somiglierete certo a uno di quei cardinali severi alla Goya; no, voi avete la forza tem- prata dalla dolcezza che si trova piuttosto nei quadri di Raffael- lo. Quanto al ferro di Bergamo esso evoca la solidità dei princìpi che ispirano la vostra vita e la fermezza di carattere che non tran- sige con la verità. […] Voi siete nel pieno vi- gore, eminenza, e ave- te sicuramente davanti a voi numerosi anni, durante i quali potrete compiere felicemente le opere del buon Pastore» (A. G. Roncalli, Sou- venirs d’un Nonce, 1963). Papa della bontà! Episodi diver- sissimi e sintomatici, dichiarazioni stupefacenti di qualificati rappresen- tanti della cultura e della religione convincono che il passaggio di Gio- vanni XXIII sulla scena del mondo confermò il valore attraente della bontà evangelica, che «conserva pur sempre un posto d’onore nel discor- so della montagna: beati i poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, gli assetati di giustizia, i puri di cuore, i tribolati, i perseguitati» (Giornale dell’anima, § 841). Il segreto del successo di Roncalli sta nella matrice tradizionale, e, cio- nonostante, dinamica, della sua for- ha adempiuto la sua parte, il compito che gli spetta è di fare, in silenzio, amicizia con la morte; non ha più bisogno degli uomini, ne ha incontrati abba- stanza». Il gomitolo della mia esistenza si è dipanato tra due even- ti funebri: la morte di mio padre quando avevo sei anni, di mia madre quando ne ave- vo sessantanove. Den- tro questo spazio splende il transito pentecostale di Papa Giovanni. Pertanto l’angelo della morte mi sta appresso da sempre, e non è uno scheletro con la falce della giovinezza, con quella sua ca- ratteristica e mai smentita coerenza di pensiero e di azione, che trova preciso riscontro in ogni variazione di ministero e di ufficio, pur nei li- miti, coi difetti e le carenze di natu- ra, di ambiente e di momento stori- co in cui dovette operare. Egli è stato, pertanto, un prete all’antica, abbarbicato nel terreno so- lido della rivelazione cristiana, che diede tono e slancio al suo servizio. Egli volle essere il prete segnato a fuoco dalla familiarità con Cristo, e di null’altro preoccupato se non del nome, del regno e della volontà di Dio. Lo lasciò intuire in un memorabi- le discorso al clero romano: «La per- sona del sacerdote è sacra [...]. La buona indole, gli studi severi, la pro- prietà della parola e del tratto sono come il mantello che avvolge l’uma- nità del sacerdote: ma la linfa divina della sua applicazione ai divini mi- steri e alle opere dell’apostolato, egli continuerà ad attingerla dall’altare. Quello è il posto suo che gli convie- ne innanzi tutto. Di là egli parla ai Papa Francesco che la vox populi saluta successore del Papa della bontà. Signor cardinale decano, fratelli e Sorelle, ho percorso un lungo e acci- dentato tragitto prima di giungere a Camaitino, ultima casa della mia vi- ta. Ho incontrato molte persone e ho conversato a lungo con alcune. Ho vissuto eventi più grandi di me. Sono passato accanto a esperienze che mi hanno segnato, anche ferito. Non ho gustato il paradiso della fanciullezza. Di conseguenza, una punta di malinconia, pudicamente nascosta, mi ha accompagnato gior- no dopo giorno; talvolta ha turbato i rapporti col mio prossimo, tarpato le ali ai miei slanci. Adesso, nel ve- spro della mia giornata, come ultimo tra i suoi, amo riascoltare l’interroga- tivo di Gesù agli apostoli che risuo- na nel profondo della mia coscienza: «Voi chi dite che io sia?» (Matteo, 16, 11). Quei giovani avevano abban- donato tutto per seguirlo. Vivevano con lui in ascolto, desiderosi di assi- stere, di apprendere. Percorrevano con lui le strade della Palestina ani- simo di semplicità e di calma, con attenzione a potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame e vi- luppo di viticci, ed andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità, so- prattutto carità. Ogni altro sistema di fare non è che posa e ricerca di affermazione personale che presto si tradisce e diventa ingombrante e ri- dicolo». L’utopia, così la chiamano gli increduli, consiste nell’arrendersi a Gesù senza condizioni, nel leggere il suo Vangelo senza glossa, nel met- tere il proprio io sotto i piedi e ve- dere lui in ogni nostro simile, servir- lo e amarlo. Era questo il sentire di Papa Giovanni: un sentire che edifi- ca e unisce. Non sono contento di me e di sicuro non lo furono e non lo sono molti di coloro che incrocia- rono i loro passi con i miei. Tendo la mano e chiedo la carità come il mendicante, e nell’attesa di ricevere il pane del perdono recito il Padre nostro sulla soglia delle case, come facevano i poverelli nei tempi anda- ti. A chi chiede dove si soffermano più sereni i miei ricordi, rispondo: in parrocchia, a Venezia, tra i ragazzi in mano; è un raggio di luce che squarcia le tenebre. La mia ora non può tardare. Ci penso ogni giorno, talvolta con un pizzico di malinco- nia, e mi dispongo al giudizio senza presunzione e senza timore. Non so- no così stolto da ritenermi un giu- sto. Conosco quanto basta il con- suntivo finale. Ripeto sovente: «Ho terminato la corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fe- de» (2 Timoteo, 4, 7). Nutro fiducia sulle sorti del pianeta Terra. Conti- nuo a proporre attenuanti alle colpe dell’umanità, non per inclinazione al vituperato buonismo, ma per dovere di giustizia temperata dalla miseri- cordia. Sul dipartirmi dal mio amato romitorio e dalle persone care, mi investe l’infiammato grido di san Francesco per tutte le creature: «Vor- rei condurvi tutti in paradiso»; e mi conferma nella fede il credo di Papa Giovanni: «La mia giornata terrena finisce. Il Cristo vive e la sua Chiesa ne continua l’opera nel tempo e nel- lo spazio». Sono consapevole che tutto è bello e nuovo nel fulgore del Risorto: tutto è grazia. Quando nel-
  • 7. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 2 marzo 2014 pagina 7 Il discorso pronunciato da Papa Francesco durante l’udienza di venerdì alla plenaria della Pontificia commissione per l’America latina Per trasmettere fede e speranza Pubblichiamo qui di seguito la trascrizione del discorso rivolto a braccio da Papa Francesco ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Commissione per l’America latina, durante l’udienza svoltasi ieri, venerdì 28 febbraio, nella Sala Clementina. Buenos días. Agradezco al Cardenal Ouellet sus palabras y a ustedes to- dos el trabajo que han hecho duran- te estos días. Transmisión de la fe, emergencia educa- tiva. Transmisión de la fe lo escucha- mos varias veces, no nos hace tanto ruido la palabra, sabemos que es una obligación hoy día cómo se transmite la fe, que ya fue tema pro- puesto para el anterior Sínodo que terminó en la evangelización. Emer- gencia educativa es una expresión recientemente adoptada por ustedes con los que prepararon esto. Y me gusta porque esto crea un espacio antropológico, una visión antropoló- gica de la evangelización, una base antropológica. Si hay una emergen- cia educativa para la transmisión de la fe, es como tratar el tema de la catequesis a la juventud desde una perspectiva diríamos de teología fundamental. Es decir, cuáles son los presupuestos antropológicos que hay hoy día en la transmisión de la fe que hacen que para la juventud de América Latina esto sea emergencia educativa. Y por eso creo que hay que ser repetitivo y volver a las grandes pautas de la educación. Y la primera pauta de la educa- ción es que educar — lo hemos di- cho, en la misma Comisión, una vez lo hemos dicho — no es solamente transmitir conocimientos, conteni- dos, sino que implica otras dimen- siones. Transmitir contenidos, hábitos y valoraciones, los tres juntos. Para poder transmitir la fe hay que crear el hábito de una conducta, hay que crear la recepción de valores que la preparen y la hagan crecer, y hay que dar contenidos básicos. Si solamente queremos transmitir la fe con contenidos, será una cosa super- ficial o ideológica que no va a tener raíces. La transmisión tiene que ser de contenidos con valores, valoracio- nes y hábitos, hábitos de conducta. Los antiguos propósitos de nuestros confesores cuando éramos chicos: «bueno, en esta semana vos hacé es- to, esto y esto...», y nos iban crean- do un hábito de conducta. Y no sólo el contenido sino los valores, o sea que en ese marco la transmisión de la fe tiene que moverse. Tres pilares. Otra cosa que es importante para la juventud, transmitir a la juventud, a los chicos también, pero sobre to- do a la juventud, es el buen manejo de la utopía. Nosotros en América Latina hemos tenido la experiencia de un manejo no del todo equilibra- do de la utopía y que en algún lu- gar, en algunos lugares, no en todos, en algún momento nos desbordó. Al menos en el caso de Argentina po- demos decir cuántos muchachos de la Acción Católica, por una mala educación de la utopía, terminaron en la guerrilla de los años ’70. Saber manejar la utopía, saber conducir — manejar es una mala palabra —, sa- ber conducir y ayudar a crecer la utopía de un joven es una riqueza. Un joven sin utopías es un viejo adelantado, envejeció antes de tiem- po. ¿Cómo hago para que esta ilu- sión que tiene el chico, esta utopía, lo lleve al encuentro con Jesucristo? Es todo un paso que hay que ir ha- ciendo. Me atrevo a sugerir, lo siguiente: una utopía en un joven crece bien si está acompañada de memoria y de discernimiento. La utopía mira al fu- turo, la memoria mira al pasado, y el presente se discierne. El joven tiene que recibir la memoria y plantar, arraigar su utopía en esa memoria. Discernir en el presente su utopía, los signos de los tiempos, y ahí sí la utopía va adelante pero muy arraiga- da en la memoria, en la historia que ha recibido; discernían el presente maestros del discernimiento — lo ne- cesitaban para los jóvenes —, y ya proyectada para el futuro. Entonces, la emergencia educativa ya tiene un cauce allí para moverse desde lo más propio del joven que es la utopía. De ahí la insistencia – que por ahí me escuchan – del encuentro de los viejos y los jóvenes. El icono de la presentación de Jesús en el Templo. El encuentro de los jóvenes con los abuelos es clave. Me decían algunos Obispos de algunos países en crisis, donde hay una gran desocupación de jóvenes, que parte de la solución de los jóvenes está en que le dan de comer los abuelos, o sea, se vuelven a encontrar con los abuelos, los abuelos tienen la pensión, entonces salen de la casa de reposo, vuelven a la familia, pero además le traen su memoria, ese encuentro. Yo recuerdo una película que vi hace 25 años más o menos, de Kuro- sawa, de este japonés, este famoso director japonés; muy sencilla: una familia, dos chicos, papá, mamá. Y papá, mamá se iban a hacer una gira por los Estados Unidos, entonces le dejaron los chicos a la abuela. Chi- cos japoneses de Coca-Cola, hot dogs, o sea de una cultura de ese ti- po. Y todo el film está en cómo esos chicos empiezan a escuchar lo que les cuenta la abuela de la memoria de su pueblo. Cuando los padres vuelven, los desubicados son los pa- dres, fuera de la memoria, los chicos la habían recibido de la abuela. Este fenómeno del encuentro de los chicos y los jóvenes con los abuelos ha conservado la fe en los países del Este, durante toda la épo- ca comunista, porque los padres no podían ir a la iglesia. Y me decían... — me estoy confundiendo pero, en estos días no sé si estuvieron los obispos búlgaros o de Albania —, me decían que las iglesias de ellos están llenas de viejos y de jóvenes, los pa- pás no van porque nunca se encon- traron con Jesús, esto entre parénte- sis. Este encuentro de los chicos y los jóvenes con los abuelos es clave para recibir la memoria de un pue- blo y el discernimiento en el presen- te. Ser maestros de discernimiento, consejeros espirituales. Y aquí es im- portante para la transmisión de la fe de los jóvenes el apostolado cuerpo a cuerpo. El discernimiento en el carte, pero eso se nos mete dentro y acá caigo en lo de los jóvenes. Hoy día, como molesta a este sis- tema económico mundial la cantidad de jóvenes que hay que darles fuente de trabajo, ... el porcentaje alto de desocupación de los jóvenes. Esta- mos teniendo una generación de jó- venes que no tienen la experiencia de la dignidad. No que no comen, porque les dan de comer los abue- los, o la parroquia, o la sociedad de fomento, o el ejército de salvación, o el club del barrio. El pan lo comen, pero no la dignidad de ganarse el pan y llevarlo a casa. Hoy día los jó- venes entran en esta gama de mate- rial de descarte. Entonces, dentro de la cultura del descarte, miramos a los jóvenes que nos necesitan más que nunca, no só- lo por esa utopía que tienen — por- que el joven que está sin trabajo tie- ne anestesiada la utopía o está a punto de perderla —. No sólo por eso, sino por la urgencia de transmi- tir la fe a una juventud que hoy día es material de descarte también. Y dentro de este item de material de descarte, el avance de la droga sobre la juventud. No es solamente un problema de vicio. Las adicciones son muchas. Como todo cambio de época se dan fenómenos raros entre los cuales está la proliferación de adicciones, la ludopatía ha llegado a niveles sumamente altos, pero la droga es el instrumento de muerte de los jóvenes. Hay todo un arma- mento mundial de droga que está destruyendo esta generación de jóve- nes que está destinada al descarte. Esto es lo que se me ocurrió decir y compartir. Primero, como estructu- ra educativa transmitir contenidos, hábitos y valoraciones. Segundo, la utopía del joven relacionarla y armo- da voi con coloro che hanno prepa- rato questo lavoro. E mi piace, per- ché questo crea uno spazio antropo- logico, una visione antropologica dell’evangelizzazione, una base an- tropologica. Se c’è un’emergenza educativa per la trasmissione della fede, è come trattare il tema della catechesi alla gioventù da una pro- spettiva — diciamo — di teologia fondamentale. Vale a dire, quali so- no i presupposti antropologici che ci sono oggi nella trasmissione della fe- de, che fanno sì che per la gioventù dell’America Latina questo sia emer- genza educativa. E per questo credo che bisogna essere ripetitivi e torna- re ai grandi criteri dell’educazione. E il primo criterio dell’educazione è che educare — lo abbiamo detto nella stessa Commissione, una volta lo abbiamo detto — non è soltanto trasmettere conoscenze, trasmettere contenuti, ma implica altre dimen- sioni: trasmettere contenuti, abitudini e senso dei valori, le tre cose insieme. Per trasmettere la fede bisogna creare l’abitudine di una condotta; bisogna creare la recezione dei valo- ri, che la preparino e la facciano cre- scere; e bisogna dare anche dei con- tenuti di base. Se vogliamo trasmet- tere la fede soltanto con i contenuti, allora sarà solo una cosa superficiale o ideologica, che non avrà radici. La trasmissione dev’essere di contenuti con valori, senso dei valori e abitu- dini, abitudini di condotta. I vecchi propositi dei nostri confessori quan- do eravamo ragazzi: “Allora, questa settimana fate questo, questo e que- sto...”; e ci stavano creando un’abi- tudine di condotta; e non solo i con- tenuti, ma i valori. In questo quadro deve muoversi la trasmissione della fede. Tre pilastri. Un’altra cosa che è importante per la gioventù, da trasmettere alla gioventù, anche ai bambini ma so- prattutto ai giovani, è la buona ge- stione dell’utopia. Noi, in America Latina, abbiamo avuto esperienza di una gestione non del tutto equilibra- ta dell’utopia e che in qualche luo- go, in alcuni luoghi, non in tutti, e in qualche momento ci ha travolto. Almeno nel caso dell’Argentina pos- siamo dire quanti ragazzi dell’Azio- ne Cattolica, per una cattiva educa- zione dell’utopia, sono finiti nella guerriglia degli anni Settanta... Sa- per gestire l’utopia, ossia saper gui- dare — “gestire” è una brutta parola — saper guidare e aiutare a far cre- scere l’utopia di un giovane, è una ricchezza. Un giovane senza utopia è un vecchio precoce, che è invec- chiato prima del tempo. Come pos- so far sì che questo desiderio che ha il ragazzo, che questa utopia lo porti all’incontro con Gesù Cristo? È tut- to un percorso che bisogna fare. Mi permetto di suggerire quanto segue. Un’utopia, in un giovane, cre- sce bene se è accompagnata da me- moria e discernimento. L’utopia guar- da al futuro, la memoria guarda al passato, e il presente si discerne. Il giovane deve ricevere la memoria e piantare, radicare la sua utopia in quella memoria; discernere nel pre- sente la sua utopia — i segni dei tem- pi — e allora sì l’utopia va avanti, ma molto radicata nella memoria e nella storia che ha ricevuto; discernevano il presente maestri di discernimento — ne avevano bisogno per i giovani —, e già proiettata verso il futuro. Allora l’emergenza educativa ha già lì un alveo per muoversi a parti- re da ciò che è più proprio del gio- vane, che è l’utopia. Da qui l’insistenza — che mi sen- tono dire qua e là — sull’incontro de- gli anziani e dei giovani. L’icona della presentazione di Gesù al Tempio. L’incontro dei giovani con i nonni è decisivo. Mi dicevano alcuni Vescovi di alcuni Paesi in crisi, dove c’è una grande disoccupazione dei giovani, mi dicevano che parte della soluzio- ne per i giovani sta nel fatto che li mantengono i nonni. Tornano ad in- contrarsi con i nonni, i nonni hanno la pensione, allora escono dalla casa di riposo, tornano in famiglia e in più portano la loro memoria, quell’incontro. Io ricordo un film che ho visto circa 25 anni fa, di Kurosawa, quel famoso regista giapponese; molto semplice: una famiglia, due bambini, papà e mamma. E il papà e la mam- ma vanno a fare un viaggio negli Stati Uniti, lasciando i bambini alla nonna. Bambini giapponesi, Coca Cola, hot dog... una cultura di que- sto tipo. E tutto il film racconta co- me questi bambini cominciano, pia- no piano, ad ascoltare quanto rac- conta loro la nonna sulla memoria del suo popolo. Quando i genitori ritornano, i disorientati sono i geni- tori: fuori dalla memoria, che i bam- bini avevano ricevuto dalla nonna. Questo fenomeno dell’incontro dei ragazzi e dei giovani con i nonni ha conservato la fede nei Paesi dell’Est, durante tutta l’epoca comu- nista, perché i genitori non potevano andare in chiesa. Mi dicevano... — forse mi sto confondendo... in questi giorni non so se erano stati i Vescovi bulgari o quelli di Albania — mi di- cevano che le Chiese da loro sono piene di anziani e di giovani: i geni- tori non vanno, perché non si sono mai incontrati con Gesù. Questo tra parentesi... L’incontro dei ragazzi e dei giovani con i nonni è decisivo per ricevere la memoria di un popo- lo e il discernimento sul presente: essere maestri del discernimento, consiglieri spirituali. E qui è impor- tante, riguardo alla trasmissione del- la fede dei giovani, l’apostolato “cor- po a corpo”. Il discernimento sul presente non si può fare se non con un buon confessore, un buon diret- tore spirituale che abbia la pazienza di stare ore e ore ad ascoltare i gio- vani. Memoria del passato, discerni- mento sul presente, utopia del futu- ro: in questo schema cresce la fede di un giovane. Terzo. Direi come emergenza edu- cativa, in questa trasmissione della fede e anche della cultura, è il pro- blema della cultura dello scarto. Al giorno d’oggi, per l’economia che si è impiantata nel mondo, dove al centro c’è il dio denaro e non la per- sona umana, tutto il resto si ordina, e quello che non entra in questo or- dine si scarta. Si scartano i bambini che sono di troppo, che danno fasti- dio o che non conviene che venga- no... I Vescovi spagnoli mi parlava- no recentemente della quantità di aborti, il numero, sono rimasto sen- za parole. Loro là tengono il conto di questo... Si scartano gli anziani, si tende a scartarli, e in alcuni Paesi dell’America Latina c’è l’eutanasia nascosta, c’è l’eutanasia nascosta! Perché le opere sociali pagano fino a un certo punto, non di più, e i po- veri vecchietti, si arrangino. Ricordo di aver visitato una casa di riposo di anziani in Buenos Aires, dello Stato, dove i letti erano tutti occupati, e siccome non c’erano letti mettevano dei materassi per terra, e lì stavano i vecchietti. Un Paese non può com- prare un letto? Questo indica un’al- tra cosa, no? Sono materiali di scar- to. Lenzuola sporche, con ogni tipo di sporcizia; senza tovagliolo e i po- veretti mangiavano lì, si pulivano la bocca con le lenzuola... Questo l’ho visto io, non me lo ha raccontato nessuno. Sono materiali di scarto; però questo ci rimane dentro... e qui ritorno al tema dei giovani. Oggi, come dà fastidio a questo sistema mondiale la quantità di gio- vani ai quali è necessario dare lavo- ro, la percentuale così alta di disoc- cupazione giovanile. Stiamo avendo una generazione di giovani che non hanno l’esperienza della dignità. Non che non mangino, perché dan- no loro da mangiare i nonni, o la parrocchia, o l’assistenza sociale del- lo Stato, o l’Esercito della Salvezza, o il club del quartiere... Il pane lo mangiano, ma senza la dignità di guadagnarsi il pane e portarlo a ca- sa! Oggi i giovani entrano in questa gamma del materiale di scarto. E allora, dentro la cultura dello scarto, vediamo i giovani che più che mai hanno bisogno di noi; non solo per quella utopia che hanno — perché il giovane che è senza lavoro ha l’utopia anestetizzata, o è sul punto di perderla —, non soltanto per questo, ma anche per l’urgenza di trasmettere la fede ad una gioven- tù che oggi è materiale di scarto an- ch’essa. E in questa voce del mate- riale di scarto, c’è l’avanzare della droga su questi giovani. Non è solo un problema di vizio, le dipendenze sono molte. Come in tutti i cambia- menti epocali, ci sono fenomeni strani tra cui la proliferazione delle dipendenze: la ludopatia è arrivata a livelli estremamente alti... ma la dro- ga è lo strumento di morte dei gio- vani. C’è tutto un armamento mon- diale di droga che sta distruggendo questa generazione di giovani che è destinata allo scarto! Questo è ciò che volevo dire e condividere. Primo, come struttura educativa, trasmettere contenuti, comportamenti e senso dei valori. Secondo, l’utopia del giovane, rela- zionarla e armonizzarla con la me- moria e il discernimento. Terzo, la cultura dello scarto come uno dei fe- nomeni più gravi di cui sta soffren- do la nostra gioventù, soprattutto per l’uso che di questa gioventù può fare e sta facendo la droga per di- struggere. Stiamo scartando i nostri giovani! Il futuro qual è? Un compi- to: la traditio fidei è anche traditio spei, e dobbiamo darla! La domanda finale che vorrei la- sciarvi è: quando l’utopia cade nel disincanto, quale è il nostro appor- to? L’utopia di un giovane entusia- sta oggi sta scivolando fino al disin- canto. Giovani disincantati, ai quali bisogna dare fede e speranza. Vi ringrazio con tutto il cuore per il vostro lavoro di questi giorni, per far fronte a questa emergenza educa- tiva, e andate avanti! Dobbiamo aiu- tarci in questo. Le vostre conclusioni e tutto quello che possiamo fare. Molte grazie. Per una lieve indisposizione Il vescovo di Roma rinuncia alla visita al Seminario maggiore «Una lieve indisposizione» e «qualche linea di febbre» hanno costretto Papa Francesco a rinun- ciare alla visita al Pontificio Semi- nario Romano Maggiore, dov’era atteso venerdì sera, 28 febbraio. È stato il direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, a spiegarne i motivi, aggiungendo che il medico gli ha consigliato di riposare. Di seguito una traduzione italiana del discorso pronunciato dal Pontefice. Buongiorno! Ringrazio il Cardinale Ouellet per le sue parole e tutti voi per il lavoro che avete fatto in questi giorni. Trasmissione della fede, emergenza educativa. La trasmissione della fede la sentiamo diverse volte, non ci sor- prende tanto la parola. Sappiamo che è un dovere al giorno d’oggi, come si trasmette la fede, che è già stato il tema proposto dal preceden- te Sinodo, che terminò nell’evange- lizzazione. Emergenza educativa è un’espressione adottata recentemente presente no se puede hacer sin un buen confesor o un buen director es- piritual que se anime a aburrirse ho- ras y horas escuchando a los jóve- nes. Memoria del pasado, discerni- miento del presente, utopía del futu- ro, en ese esquema va creciendo la fe de un joven. Tercero. Diría como emergencia educativa, en esta transmisión de la fe y también de la cultura, es el pro- blema de la cultura del descarte. Hoy día, por la economía que se ha im- plantado en el mundo, donde en el centro está el dios dinero y no la persona humana, todo lo demás se ordena y lo que no cabe en ese or- den se descarta. Se descartan los chi- cos que sobran, que molestan o que no conviene que vengan. Los obis- pos españoles me decían recién la cantidad de abortos, del número, yo me quedé helado. Ellos tienen allí los censos de eso. Se descartan los viejos, tienden a descartarlos. En al- gunos países de América Latina hay eutanasia encubierta, hay eutanasia encubierta, porque las obras sociales pagan hasta acá, nada más y los po- bres viejitos... como puedan. Recuer- do haber visitado un hogar de ancia- nos en Buenos Aires, del Estado, donde estaban las camas llenas; y, como no había más camas, ponían colchones en el suelo y estaban los viejitos ahí. Un país ¿no puede com- prar una cama? Eso indica otra cosa, ¿no? Pero son material de descarte. Sábanas sucias, con todo tipo de su- ciedad, sin servilletas, y los viejitos comían ahí, se limpiaban la boca con la sábana. Eso lo vi yo, no me lo contó nadie. Son material de des- nizarla con la memoria y el discerni- miento. Tercero, la cultura del des- carte como uno de los fenómenos más graves que está sufriendo nues- tra juventud, sobre todo por el uso que de esa juventud puede hacer, y está haciendo la droga para destruir. Estamos descartando nuestros jóve- nes. El futuro, ¿cuál es? Una obliga- ción. La traditio fidei es también, tra- ditio spei y la tenemos que dar. La pregunta final que quisiera de- jarles es: cuando la utopía cae en el desencanto, ¿cuál es nuestro aporte? La utopía de un joven entusiasta, hoy día está resbalando hacia el de- sencanto. Jóvenes desencantados a los cuales hay que darles fe y espe- ranza. Les agradezco de todo corazón el trabajo de ustedes, de estos días, pa- ra salir al frente de esta emergencia educativa y sigan adelante... Necesi- tamos ayudarnos en esto. Las con- clusiones de ustedes y todo lo que podamos hacer. Muchas gracias.
  • 8. L’OSSERVATORE ROMANO marzo 2014 numero 21 Sua madre confrontava tutte queste cose nel suo cuoredonne chiesa mondo Donne e arte Incontro con l’alterità L’arte ha origine da un incontro con qualcosa di più grande e forte di noi. Che lo si chiami destino, o ispirazione. Tutte le protagoniste di questo numero dedicato a donne e arte si sono incontrate con questa alterità, che ha determinato la loro vita. Questo incontro ha suggerito loro come diventare agenti di trasmissione della bellezza per gli esseri umani sfavoriti, con il fine di alleviare la loro condizione di sofferenti, o ha ispirato la creazione di opere che — quasi misteriosamente e loro malgrado — rivelano poi la loro natura sacra. Oppure può nascere da questo consapevole incontro una vera e propria creazione architettonica e artistica finalizzata a costruire la casa di Dio, coscientemente pensata in modo da rendere la sua presenza più percepibile agli esseri umani che ne varcheranno la soglia. Anche il modo in cui comprendiamo le opere d’arte ha una storia, che può venire attraversata da improvvise rivelazioni: come quella che suggerisce una rilettura della famosissima Pietà di Michelangelo, che si trova a San Pietro, in senso simbolico-femminile. L’arte quindi è una delle vie che le donne percorrono per parlare di Dio e con Dio, una delle vie che sempre più le vede protagoniste, così importanti che non si possono dimenticare o emarginare, come si è fatto per troppo tempo. È una prova che le donne fanno parte — proprio come gli uomini — della storia d’amore di Dio verso il suo creato. Come ricorda Barbara Hallensleben nella bella riflessione teologica che pubblichiamo questo mese, «la differenza tra uomo e donna ha a che fare con l’immagine che Dio ci rivela di se stesso», e quindi ogni approfondimento di questa differenza porta sulle tracce del mistero di Dio. Proprio per questo una riflessione sul ruolo della donna nell’arte — in particolare in un’arte che si apre consapevolmente alla spiritualità — costituisce un nuovo passo nella scoperta di come questa differenza diventi spirito di creazione e di rappresentazione della realtà umana e del suo rapporto con il divino. In questo caso — come in molti altri — non si parla di aprire nuovi ruoli alle donne, ma solo di vedere e riconoscere il lungo cammino che hanno percorso. (l.s.) Nascosta sotto il pianoforte A colloquio con Elisabeth Sombart di SYLVIE BARNAY «Lo stupore mi assaliva quando da picco- la, nascosta sotto il pianoforte, ascoltavo la musica. Avevo l’impressione di essere io stessa la musica», afferma Elisabeth Som- bart parlando di com’è nata la sua voca- zione. «Non si diventa musicisti, si nasce musicisti»: la pianista di fama internazio- nale ricorda così l’arte della musica con termini simili a quelli dei grandi artisti per i quali «l’emozione non dice “io”», come sottolinea Gilles Deleuze. Tra gli incontri determinanti della vita di Elisabeth Som- bart, quello con il direttore d’orchestra Sergiù Celibidache: Elisabeth si forma per circa dieci anni alla fenomenologia della musica che quest’ultimo insegna all’uni- versità di Magonza. Quell’insegnamento le apre la via di un’esplorazione nuova della musica vissuta «come l’immagine mobile dell’eternità immobile». Lo svilup- pa e crea la Pédagogie Résonnance, co- struita sul principio di base della riduzio- ne della molteplicità dei fenomeni sonori all’unità. La pianista prosegue parallela- mente una carriera internazionale in pre- stigiose sale da concerto: Théatre des Champs-Elysée a Parigi, Carnegie Hall a New York, Wignore Hall a Londra, Con- certgebouw ad Amsterdam, Suntory Hall a Tokyo, Victoria Hall a Ginevra. Incide inoltre un’importante discografia da Bach a Bartok. Nel 1990 crea in Svizzera la Fondazione Résonnance, diffusasi poi in altri sei Paesi, al fine di portare la musica nei luoghi di solidarietà. Per Elisabeth Sombart, la musica è gioia, respiro, comu- nione, che trascende ogni sapere, ogni cul- tura e ogni appartenenza sociale e reli- giosa. Lo scrittore Christian Bobin ha detto ascol- tandola: «A illuminarmi è il suo modo di pulire ogni nota con un piccolo pennello di si- lenzio». Qual è l’importanza del silenzio per lei? Solo la coincidenza dei suoni e del si- lenzio permette di essere al centro della musica. Ogni nota che eseguiamo testimo- nia un silenzio primordiale. Per questo ogni interprete, prima di tutto, deve aver fatto voto di silenzio. Tra una nota e l’al- tra e in ogni nota c’è il silenzio. Tra una nota e l’altra c’è lo spazio per l’interiorità. L’artista che procede con una simile con- sapevolezza arriva ad amare questo silen- zio interiore. Va detto che tutte le opere musicali cominciano con un’espirazione. Nel corso dell’opera, la nostra respirazio- ne si adatta di frase in frase per rivelarle e collegarle tra loro. Ogni frase musicale scaturisce allora dalla continuità interiore dove l’anima dell’interprete respira. È nel silenzio, dove nasce la respirazione, che l’interprete trova il cammino del suo cuo- re, quello che conduce al mondo dell’ani- ma della musica, là dove i suoni diventa- no musica. La musica conduce dunque in un’altra di- mensione spazio-tempo? Al termine di un concerto, le persone lo dicono magnificamente: «Ero in paradi- so!». Questo trasporto è anche un’eleva- zione. San Girolamo spiega che i musicisti sono sulla terra per colmare il vuoto che gli angeli hanno lasciato in cielo partendo con Lucifero. Quando suona, il musicista in effetti entra in un’altra dimensione tem- porale, e con lui quanti lo ascoltano. Il tempo musicale non è il tempo della cro- nologia o quello degli orologi. È il tempo fuori dal tempo, un tempo che s’iscrive negli intervalli tra i suoni, dove il passato e il futuro si compenetrano nell’istante. Il verbo greco «katechein» – alla lettera far risuonare, da cui deriva la parola catechismo (insegnare, trasmettere) — è all’origine della fondazione che lei ha creato? La Fondazione Résonnance ha una du- plice vocazione. Ha come fine, da una parte, di creare e di gestire le scuole di pianoforte Résonnance, i cui principi fon- datori sono: gratuità, assenza di esami e di competizione, insegnamento della Péda- gogie Résonnance, senza limiti di età. Dall’altra, di offrire concerti negli ospeda- li, nelle case di riposo, nelle strutture me- dico-sociali, negli istituti per disabili, nei penitenziari e così via. Come reagisce questo pubblico? Un detenuto è venuto a trovarmi in la- crime al termine di un concerto che ho dato nel carcere Regina Coeli di Roma. Non aveva mai ascoltato la musica classica e mi ha detto: «Sono evaso dall’alto, nel profondo del mio cuore». Nelle lettere scritte dal campo di Westerbork nel 1942-1943, Etty Hillesum diceva della scrittura che «vorrebbe essere un balsamo versato su così tante piaghe». Anche lei parla di una forma di apostolato della consolazione attraverso la musica. C’è un legame con il Vangelo? Le azioni della fondazione si riallaccia- no al messaggio del Vangelo di san Mat- teo: «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi ave- te vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovar- mi» (Matteo, 25, 35-36). Nutrire gli altri in questo modo è diventato un dovere per me. In fondo, lei è anche molto vicina alla visione neoplatonica del pensiero medievale che conce- piva l’infinitamente piccolo come il calco dell’infinitamente grande? Secondo questo principio, ogni forma creata potrebbe essere ricondotta all’unità perfetta poiché è un modello dell’origina- le. Tutta la pedagogia che cerco di mettere in atto si fonda su questa relazione tra ciò che costituisce il mondo visibile e un altro che si può definire l’invisibile, e che Beethoven chiamava il «mondo della mu- sica». Opta per uno spossessamento dell’artista? Si tratta di dimenticare se stessi per ser- vire la musica, piuttosto che utilizzare la musica per servire se stessi: questa è la condizione sine qua non affinché i suoni che comunicano diventino suoni creatori di comunione. La musica allora si esprime da sola, sulla punta delle dita, in un pre- sente dove tutte le paure segrete sono su- perate. Allora emoziona quanti la ascolta- no, creando con loro un solo cuore. Le mani dell’interprete fanno di lui un tra- ghettatore di grazia. Egli raggiunge il toc- co spirituale, in un gesto epifanico in cui le sue mani offerte rivelano l’anima della musica. La bellezza è ciò che appare quando si perde di vista se stessi, quando si va oltre se stessi. Allora la musica è dono? C’è una forma di gratuità nell’arte. La musica non può che donarsi, il che pre- suppone che non sia sorretta da valori commerciali. Ebbene, oggi la società con- sumistica tende sempre più ad associare la musica a un commercio. Il musicista pro- fessionista viene pertanto messo a dura prova: competizione, legge del mercato, redditività dei concerti, incisioni e così via. Al contrario penso che la musica debba restare un’offerta, non un ingranaggio. Senza giocare con le parole, è questo il motivo per cui la Pédagogie Résonnance non attri- buisce premi? La musica ci insegna che l’unica ricom- pensa è quella interiore, che i suoni diven- tano musica qui e ora. Quindi come para- gonare un giovane musicista a un altro? Perché metterli in competizione? Non si- gnificherebbe eliminarne uno? Nelle scuo- le Résonnance, come nelle nostre master class, quando un allievo esegue con natu- ralezza i suoi brani, lo portiamo a suonare in uno dei nostri luoghi di solidarietà. È questa per lui la ricompensa più bella. Per concludere, cosa augura a quanti l’ascol- tano? Di trasfigurare insieme il nostro ascolto affinché traspaia la luce che illumina la vetrata della nostra anima, che non può che rischiararsi da sola, perché la nostra vita sia una creazione continua di grazia e di bellezza nel cuore di ognuno. È questa la sfida. «Sono evaso dall’alto, nel profondo del mio cuore» mi ha detto in lacrime un detenuto di Regina Coeli al termine di un mio concerto «Perché ho avuto sete e mi avete dato da bere nudo e mi avete vestito» si legge nel Vangelo Nutrire gli altri con la musica è diventato per me un dovere Nata a Strasburgo, Elisabeth Sombart inizia presto a studiare pianoforte: a dieci anni vince il Premio di Pianoforte nel concorso Bach- Albert-Lévêque. Lasciata la Francia, si perfeziona con Bruno Leonardo Gelber (Buenos Aires), Peter Feuchtwanger (Londra), Hilde Langer-Rühl (Vienna). Determinante sarà quindi l’incontro il direttore d’orchestra Sergiù Celibidache. Nel 1990 crea in Svizzera la Fondazione Résonnance, diffusasi poi in Italia, Spagna, Romania, Francia, Libano e Belgio, che organizza circa 500 concerti all’anno. donnechiesamondo Madre e figlia a Mogadiscio (LaPresse/Ap) Isabella Ducrot, «Bende sacre 5» (2011, tecnica mista su tessili tibetani)
  • 9. women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women L’OSSERVATORE ROMANO marzo 2014 numero 21 Inserto mensile a cura di RITANNA ARMENI e LUCETTA SCARAFFIA, in redazione GIULIA GALEOTTI www.osservatoreromano.va - per abbonamenti: ufficiodiffusione@ossrom.va donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo Come una preghiera Isabella Ducrot racconta il tema della ripetizione nelle sue “bende sacre” di CATHERINE AUBIN Lei è pittrice, con un nome francese, ma è italia- na; quali sono le sue fonti d’ispirazione? Sono italiana, ma sono soprattutto napole- tana, il che fa una bella differenza. Per me si- gnifica dare grande importanza al destino. Si- gnifica anche che le cose avvengono natural- mente e non dipendono dalle proprie forze come in un programma preciso. Quindi, se devo parlare d’ispirazione, non l’ho avuta. Per me le cose sono accadute in modo naturale: non ho seguito corsi di disegno e non ho stu- diato belle arti. Non sapevo di saper disegna- re. La cosa più straordinaria è che me ne sono resa conto dopo i cinquant’anni. Prima, non pensavo veramente di essere fatta per la pittu- ra e ancor meno che qualcuno potesse apprez- zare le mie opere. Era impensabile per me che un giorno avrei potuto pubblicare dei libri e soprattutto che avrei potuto esporre i miei quadri in una galleria d’arte. Tutto ciò era completamente inaudito, inatteso, incredibile! Ricorda un episodio o un clic che potrebbe aver dato avvio al suo nuovo percorso? Il clic è stata semplicemente la vita. Dopo aver compiuto cinquant’anni la concomitanza di diversi eventi ha fatto sì che le cose avvenis- sero in modo naturale. Il fatto più straordina- rio è che quando ho iniziato a dipingere i miei quadri le persone li hanno apprezzati e me lo hanno detto, il che mi sembrava incredibile! Quali sono stati i temi dei suoi primi quadri? Ho utilizzato molto presto dei tessuti per- ché per anni avevo collezionato stoffe e mi ap- passionavano. All’inizio m’interessavano i loro colori, poi mi sono rapidamente resa conto che era la struttura dei tessuti ad affascinarmi. In effetti nel tessuto è contenuto lo «spirito nascosto». Cosa vuol dire lo «spirito nascosto»? Tutti noi indossiamo abiti fatti di tessuti e non pensiamo mai alla loro struttura. La stof- fa stessa la nasconde. Ad esempio nel caso del velluto o del raso, o anche della seta, la strut- tura non si vede, ma se non esistesse non ci sarebbe neanche il tessuto. Pian piano ho quindi capito il simbolismo del tessuto, come un’opera umana, molto antica e primitiva. E ho messo insieme il simbolismo del tessuto e la vita, il pensiero, perché diventassero una cosa sola. Ho compreso tutto ciò senza voler- lo, e ancora oggi ne sono sorpresa e meravi- gliata. Lei ha viaggiato molto, in Oriente e in Estremo Oriente, e alcuni dicono che la sua arte è una forma di religione: me lo può spiegare? Per la mia nuova mostra ho utilizzato “tes- suti buddisti”; sono stoffe che i pellegrini ac- quistano per metterli su statue sacre, sono dunque oggetti religiosi, come una preghiera. In Tibet ci sono meno fiori che in India, per questo i tibetani offrono alle divinità una ma- nifattura umana piuttosto che dei fiori. Questi tessuti racchiudono in sé il pensiero religioso delle persone che li offrono. Ho quindi utiliz- zato questa percezione delle cose collegandola a una rappresentazione che considero una pre- ghiera, ossia la ripetizione. In effetti penso che in tutte le religioni del mondo ci sia la ri- petizione: nelle litanie, nelle suppliche. Dun- que, sul tessuto tibetano, che in un certo sen- so è sacro, ho cercato di tradurre in disegno queste ripetizioni che sono parte integrante di tutte le preghiere nel mondo. Che cosa evoca la ripetizione per la sua arte? La bellezza. Quando ero in Oriente, ho ca- pito che quei motivi ripetitivi non erano una mera decorazione come per noi in Occidente, ma l’ho percepita come un inno sacro, come una musica che risuona. Sono stata completa- mente sedotta dalla ripetizione dei motivi su quei tessuti. Ed è così che ho cominciato a di- segnare sfere rosse, in modo ripetitivo, e ciò mi ha procurato grande gioia, perché questa maniera di dipingere non è un discorso logico. Si può dire che la ripetizione concepita in questo modo assomiglia a una forma di pre- ghiera. È a partire dalla ripetizione che ha scoperto la preghiera? Sì, assolutamente sì, perché l’ho associata a ciò che la preghiera è nel mondo. Di fatto molte preghiere non sono dialettiche. Ho cer- cato di riflettere e d’immaginare come gli uo- mini della preistoria avevano cominciato a uti- lizzare i loro tessuti, quale era stato il motivo principale e fondamentale per elaborare una tecnica di fabbricazione dei loro tessuti così complicata quando hanno incominciato a di- ventare stanziali. E mi sono detta che ciò an- dava al di là del semplice fatto di proteggersi e che aveva a che vedere con la religione. In effetti, man mano che un tessuto “sale” e si realizza sul telaio, si può dire che trascina con sé lo spirito. Qui spirito significa qualcosa che esiste grazie al tessuto, ed è questa la differen- za rispetto alla carta. La carta accetta lo spiri- to quando una persona scrive su di essa una poesia o qualcos’altro, mentre il tessuto tra- sforma la materia, la fibra, la consistenza: si può dire che il tessuto ha una sorta di anima. In Tibet ho trovato una vera preghiera: è una preghiera di ringraziamento, che proviene da una famiglia indubbiamente molto ricca per- ché è in seta, meravigliosa a vedersi. E lì c’era una collaborazione, un intreccio, tra la realiz- zazione del tessuto che per così dire “saliva” sul telaio e la preghiera che a sua volta sale. Entrambi si componevano nello stesso mo- mento: ho visto un legame vero tra la parola e il tessuto. In un certo senso il tessuto è quel che c’è di più vicino a ciò che noi siamo come esseri umani: carne e spirito. di MARCELLO FILOTEI I n Unione Sovietica, per fortu- na, un compositore poteva es- sere minacciato di morte per lo stile utilizzato nella scrittura musicale. Nel 1936 ebbe luogo la rappresentazione dell’opera Lady Macbeth del distretto di Mtsensk di Dmitrij Shostakovich. Un mese dopo, la «Pravda» stroncò il lavo- ro definendolo «caos anziché mu- sica» in un articolo anonimo, da alcuni attribuito allo stesso Stalin che era presente alla rappresenta- zione. Non che si possa essere no- stalgici di episodi del genere, ma un capo di Governo che va a un concerto oggi sarebbe già una no- tizia. Allora non lo era perché la musica era considerata una cosa seria. Il compositore aveva un ruolo sociale, come qualsiasi altro artista o intellettuale. E il potere, quindi, lo controllava. Questo è l’ambiente in cui na- sce nel 1931 a Čistopol’, nella re- pubblica russa del Tatarstan, Sofia Gubaidulina. Una grande compo- sitrice, che non è mai stata una brava ragazza. Anzi ha perseguito con determinazione l’intento di camminare sulla “cattiva strada”. Del resto il consiglio le era stato dato proprio da Shostakovich, un altro genio che magari scriveva la Quinta Sinfonia semplificando molto il linguaggio per far credere a Stalin di essere tornato ai mo- delli del Realismo Socialista, ma incontrando un talento come quello di Gubaidulina non si so- gnava nemmeno di consigliarle di limitare la propria creatività, anzi la spingeva nella direzione op- posta. Per paradosso, quindi, proprio in un ambiente culturalmente an- gusto, che l’aveva etichettata come «irresponsabile» per le sue esplorazioni alternative, si svilup- pa l’arte originale e corrosiva di una delle compositrici più innova- tive e rappresentative del XX se- colo. «Sono una persona religiosa, russa ortodossa, e considero la re- ligione, nel senso letterale del ter- mine, come qualcosa che lega, che ristabilisce un legame nella vita. La musica non ha compito più grave di questo». Gubaidulina si autodefinisce così, e definisce così anche il suo percorso artistico ed esistenziale. Ma per farlo in musi- ca bisogna scegliere dei criteri precisi, chiari per chi ascolta. Lei ha fatto leva principalmente sull’aspetto simbolico. «Cosa vuol dire simbolo? Secondo me la mas- sima concentrazione di significati, la rappresentazione di tante idee che esistono anche fuori della no- stra coscienza. Le molteplici radici che si trovano al di là della co- scienza umana si manifestano an- che attraverso un solo gesto». Ma Gubaidulina fa di più e ri- legge il suono stesso in chiave simbolica. Per esempio il primo movimento della sonata per violi- no e violoncello Gioisci è basato in gran parte sul passaggio dal suo- no reale al suono armonico (dalla concretezza alla leggerezza). Que- sto effetto si ottiene riducendo la pressione del dito sulla corda. Più il dito sale — «ascende», si fa leg- gero — più il suono diventa ete- reo, il timbro si trasfigura. Più chiaro di così. Ma ancora non basta e allora compositrice compie un ulteriore passo in avanti: poggia questo suo mondo simbolico su inusuali com- binazioni strumentali, utilizzando un quartetto di sassofoni e percus- sioni (in Erwartung), oppure acco- stando il koto (strumento caratteri- stico della musica giapponese) all’orchestra. A volte richiama indirettamente la musica popolare russa, come nei casi in cui utilizza il bayan, una fisarmonica cromatica a bot- toni che raramente prima era en- trata nella produzione colta. Gu- baidulina ne intuisce l’estrema forza espressiva e la usa spesso, in particolare in un brano ritenuto da molti un capolavoro: Sette Pa- role, del 1982, per violoncello, fi- sarmonica e archi. Già la scelta di evocare le ulti- me sette parole di Cristo sulla cro- ce senza utilizzare un testo dà la misura del grado di astrazione simbolica di un lavoro nel quale il violoncello rappresenta la vittima, il Dio-Figlio, la fisarmonica è il Dio-Padre e gli archi lo Spirito Santo. Ma la simbologia è soprat- tutto nei gesti, nei suoni. A volte chiara, altre più nascosta, ma sem- pre presente sino al finale, dove il violoncello sposta gradualmente l’archetto verso il basso fino ad arrivare sul ponticello nel momen- to della morte. Qui il suono si fa violento, sgraziato, ruvido. Ma il procedimento non è ancora finito, l’arco passa al di là del ponticello, in una regione in cui le corde pro- ducono un suono acutissimo, lon- tano, poco intonato. È la trasfigu- razione, il passaggio da uno stato all’altro. Gubaidulina è una donna che non ha avuto paura di attraversare il ponticello. Più chiaro di così. di RITANNA ARMENI I mmaginate il paesaggio toscano di un dipinto del Rinascimento. Lo sfondo di un quadro di Piero della Francesca o di Leonardo da Vinci. Immaginate le colline, i cipressi, la campagna or- dinata dall’uomo, le viti, i prati digradanti. E poi pensate a un manto, un grande manto, che viene calato dal cielo su uno di questi prati. Lo sfiora, quasi lo tocca, ma rimane a qualche metro da terra, qualcosa in alto pare trattenerlo e rimane sospeso fra cielo e terra, fra l’azzurro e il verde. Così si presenta al primo sguardo del visi- tatore la chiesa dedicata a Maria Theotokos (Madre di Dio) a Loppiano, una piccola lo- calità situata in quel luogo già magico che è la Val d'Arno. «Quel manto è grande, ma anche dolcemente digradante per raccontare — spiega il gruppo di architette, scultrici e pittrici che lo ha realizzato — una chiesa ac- cogliente come il manto di Maria, una chiesa che collega il cielo alla terra, il Creatore alle sue creature». Sono andata a Loppiano per incontrare le donne del centro Ave Arte nato all’interno del movimento dei Focolarini. Quel centro lo ha voluto Chiara Lubich, la fondatrice del movimento, per saziare «la sete di bellezza diffusa nel mondo». Quando la chiesa è stata costruita, la comunità dei Focolarini a Lop- piano c’era già da un pezzo. Le case nella campagna toscana erano state ristrutturate, l’antica fattoria era stata rimessa in funzione, c’erano le cooperative, una sede universitaria, un laboratorio di ceramica, una vita comuni- taria, ma mancava qualcosa che a tutto que- sto desse un senso più alto, che mandasse il segnale inequivocabile di una missione e di una presenza. Ed ecco la decisione di affida- re all’architetta Ave Cerquetti la costruzione della chiesa «come suggello, come punto cul- mine della cittadella». Erika Ivacson scultrice di origine unghere- se, Elena Di Taranto, architetta, Dina Figue- rido, pittrice di origine portoghese, Patrizia Taranto, architetta e Vita Zanolini, coordina- trice del gruppo, sono le cinque donne che hanno eseguito il progetto. Ora mi mostrano il loro lavoro compiuto in tempo di record, solo quattro anni dal 2004 al 2008. Uno sforzo eccezionale e pienamente riuscito. Il manto di Maria è lì, sfiora il prato e sotto il manto c’è la chiesa, circolare, moderna, in cui le linee curve si inseguono e si incontra- no. «Ave mi ha chiamata una mattina per spiegarmi la sua idea, aveva già tutto nella sua testa e in un pezzo di carta: la forma cir- colare, il tabernacolo, le vetrate. Voleva un progetto che esprimesse Maria, la comunità e l’apertura al mondo», racconta Elena Di Ta- ranto. C’è una rottura in questa chiesa dedicata a Maria, Madre di Dio, rispetto alla tradizione dell’arte sacra. Ed è nella linea curva che le architette, le scultrici, le pittrici hanno scelto come elemento architettonico caratterizzante. Nulla in quell’edificio, che oltre la chiesa contiene sale di incontro, centri per conve- gni, è diritto, squadrato, rigido. All’opposto tutto è curvo, arcuato. È circolare la chiesa, sono circolari i banchi di legno chiaro, si cur- vano le grandi finestre colorate, avanza dall’alto in basso il tetto bianco diviso da tra- vi che si inarcano. Non c’è bisogno che me lo spieghino, è del tutto evidente: la linea curva è il mezzo architettonico che riesce a realizzare meglio l’idea dell’accoglienza. In quella circolarità dei banchi attorno all’altare si celebra una comunione e una comunica- zione immediata fra i fedeli e i sacerdoti. Consente, mi spiegano, «una particolare pre- senza corale attorno all’altare». In quel sof- fitto che si inclina si esprime un’idea di pro- tezione, di accettazione di chiunque voglia entrare nella casa di Dio. E le vetrate enormi e colorate «creano un dialogo continuo tra interno ed esterno, fra vita che si vive e si ce- lebra». Non ci sono fiori, non ci sono piante, ra- rissime e discrete le immagini sacre. La scelta delle architette, delle scultrici e delle pittrici del centro Ave è quello della semplicità disa- dorna, del vuoto che diventa bellezza. Non si rinuncia alla grandezza, alla magnificenza del sacro, ma non lo si esprime in modo tra- dizionale. È la fede, non altro, evidentemen- te, che deve riempire quello spazio, la fede portata dagli uomini e dalle donne che si ri- fugiano sotto quel manto. L’edificio è fatto per accoglierla. Colpiscono le grandi vetrate colorate opera di Dina Figuerido. «La luce — mi spiega — scivola, è preponderante rispetto alle figure che appena si intravedono. Da una parte la passione di Cristo, dall’altra la vita di Ma- ria». E, ancora una volta, quella luce è acco- gliente, come è accogliente, più di qualunque marmo ricco, ornato e decorato, quella gran- de enorme pietra di Trani bianca, rettangola- re, appena incisa, che Erika Ivacson ha scelto come altare. «L’ho voluto così, disadorno, bianco, grezzo, semplice perché tutti potesse- ro riconoscerlo come loro, potessero vedere in esso il sacrificio di Cristo per l’umanità». Dietro l’altare un’altra vetrata e, dietro questa, il tabernacolo, posto alla base del campanile, con due enormi trasparenti fessu- re che vanno verso l’alto. Ancora una volta l’interno e l’esterno si fondono, il verde dei prati, della campagna lavorata dagli uomini entrano nella casa di Dio. Sono tutte donne coloro che hanno lavora- to a quest’opera, è femminile il gruppo che ha progettato e ha creato la chiesa di Loppia- no anche se hanno collaborato, naturalmen- te, molti uomini. Un gruppo che poi ha pro- seguito il suo lavoro in molti altri luoghi sa- cri. «Crediamo in un’arte in cui ci sia la pre- senza di Gesù» mi spiega Vita Zanolini, la coordinatrice del gruppo delle architette. Il gruppo Ave è di sole donne solo per ca- so (e anche per tradizione visto che il movi- mento dei Focolarini è sempre stato diretto da una donna), ma in questi anni di lavoro si è accorto che esiste un’arte sacra, un modo di costruire luoghi per la fede che solo le donne riescono a creare. Si è reso conto di avere un compito educativo e di quanto sia importante che un’arte sacra femminile entri in contatto con un sacerdozio maschile. Sarebbe stato immaginabile un gruppo di uomini così attento a rendere attraverso la curva, la circolarità, gli spazi aperti, le tra- sparenze, la potenza e la imprescindibilità dell’incontro fra l’umanità e Dio? Non posso fare a meno di chiederlo anche se loro, quan- do mi hanno mostrato e illustrato la loro opera, non hanno mai fatto accenno al fem- minile. Sorridono e ammettono che sarebbe stato abbastanza improbabile per un gruppo di uomini scegliere di usare quelle modalità morbide, luminose e accoglienti. Avrebbe preferito probabilmente una chiesa più dirit- ta, squadrata. Avrebbe suggerito un’idea di- versa del rapporto fra Dio e l’umanità. Forse, addirittura un’idea diversa della fede. Ag- giungono che, con loro grande stupore, il so- vrintendente alle Belle arti di Firenze quando era venuto a visitare la chiesa di Loppiano — lui uomo — aveva detto che in quell’opera era evidente la presenza di una capacità arti- stica tutta femminile. Mi raccontano di aver scoperto in questi anni che, in effetti, il loro modo di lavorare è diverso da quello di altre équipe. «Siamo davvero un gruppo, lavoria- mo d’intesa, ci correggiamo. In questi anni ho capito che le idee dell’altra non mi esclu- dono, non mi schiacciano, se mai mi conten- gono» dice Erika Ivacson. E Patrizia Taranto racconta: «Andiamo sempre nei luoghi che dobbiamo costruire o ristrutturare, non riu- sciamo a progettare asetticamente, a tavolino. Dobbiamo conoscere chi ci dà una commis- sione, dobbiamo capire che cosa vuole vera- mente da noi». Loro — di questo sono davvero, senza pre- sunzione, convinte — hanno molto da inse- gnare ai loro committenti che sono sacerdoti, vescovi, comunità e movimenti cattolici in cui la componente maschile è preponderante e che, spesso, non sanno che cosa fare. Di fronte a stupendi monasteri, chiostri, chiese, conventi non riescono a immaginare spazi di- versi, a rispettare quel che deve essere salva- to, a comprendere come si può innovare un luogo sacro. «Un monastero — spiegano — oggi non può essere quello di cinquecento anni fa, va salvato nella bellezza che possie- de, ma va fa riprogettato per i nuovi compiti e per le nuove comunità. C’è nelle chiese, nelle diocesi, nei monasteri un modo di vive- re, da soli o con gli altri che deve essere in- novato anche negli spazi». Loro ne sono convinte. E lavorano, fiduciose nella loro creatività, nella loro capacità di contribuire a cambiare l’ambiente di vita di una comunità di fede, di introdurre una modernità acco- gliente quanto la tradizione. Oggi sono un gruppo molto richiesto, che ha cancellato, quando ci sono stati, anche antichi muri ver- so un’équipe tutta femminile. «Sai quando nel committente cadono le diffidenze?» mi racconta alla fine sorridendo Vita Zanolini: «Quando vedono che ascoltiamo e prendia- mo appunti. A quanto pare non tutti lo fan- no». Il romanzo Artemisia «Giochiamo a rincorrerci, Artemisia ed io. E a fermarci, non senza trabocchetti, dai più materiali e scoperti, ai più nascosti»: era il 1947 quando la scrittrice italiana Anna Banti dava alle stampe il suo secondo romanzo, Artemisia, in cui racconta la storia della pittrice italiana vissuta nella prima metà del Seicento. Scritto tra verità e fantasia ricorrendo a documenti di archivio e, soprattutto, ai quadri di Artemisia Gentileschi, il romanzo è un suggestivo dialogo a distanza tra due donne accomunate dall’arte, e dalla difficoltà di emergere in un mondo maschile. La prosa colta, sofferta e poetica dell’Anna Banti del secondo dopoguerra, incontra la pittura vibrante, sofferta e coraggiosa dell’Artemisia Gentileschi del XVII secolo: chi legge si trova avvinto tra due donne e due secoli che, pur diversi, si intrecciano. Banti si assume il compito di ridare vita e voce a quella donna che, superando l’ostilità del suo tempo e attraversando anche un umiliante processo per stupro (quelli in cui la vittima finisce per essere considerata colpevole), è comunque riuscita a entrare nella storia dell’arte. Una biografia capace di farsi autobiografia che molto dice sull’arte. E sulle donne. (@GiuliGaleotti) La serie tv Madre, aiutami! Madre, aiutami! è il titolo di una serie televisiva italiana che, dopo tanti filmati che hanno avuto come protagonisti dei sacerdoti, ha finalmente scelto di dare a una suora questo ruolo. Un intreccio che prevedeva suspence e pericoli, affrontati da Virna Lisi, che interpretava madre Germana, con grande compostezza e insieme forte coinvolgimento emotivo. Madre Germana combatte contro tutti per difendere la bambina africana che è stata accolta in convento, e che è in pericolo, e soprattutto la consorella Maria che, nella missione in Congo, è stata violentata dai ribelli e poi rapita. Scoprendo a poco a poco un traffico di armi che coinvolge perfino il Vaticano. Anche fra le suore alligna l’invidia e l’indisciplina, ma chi fa la figura peggiore è comunque la gerarchia ecclesiastica che tradisce costantemente diffidenza verso le donne, incredulità e indifferenza verso la violenza sessuale, e che alla fine è costretta alle scuse. Ben rappresentati il coraggio femminile e la dura vita nelle missioni africane. (@lucescaraffia) LA SIGNORA ANZIANA E L’AUTOBUS DI LINEA «Il simbolo del fallimento della città»: con queste parole un lettore ha inviato al «Corriere della Sera» la sequenza di fotografie che pubblichiamo qui accanto. Roma è sconquassata dalla pioggia, il traffico bloccato, una signora anziana aspetta per quaranta minuti l’autobus che dovrebbe riportarla a casa, dopo aver fatto la fila per pagare una bolletta. Finalmente il mezzo arriva: gli aspiranti passeggeri — ha raccontato Ester Palma sull’edizione romana del quotidiano del 2 febbraio scorso — chiudono gli ombrelli per salire a bordo. È quello che fa anche l’anziana signora, ma i suoi movimenti sono rallentati dall’età. Una passante si avvicina per aiutarla, un passeggero già a bordo chiede all’autista di attenderla, ma quando la donna sta per farcela, il conducente sbuffa e riparte, lasciando l’anziana sul marciapiede. L’Atac ha avviato un’inchiesta interna. Ma restano, indelebili, questi tre fotogrammi a dimostrare l’inumanità quotidiana a cui ci stiamo abituando. DONNA CAPO DEL CONSIGLIO ECUMENICO DELLE CHIESE «Essere una voce profetica è un compito vitale per l’ecumenismo del XXI secolo e per la Chiesa nel mondo di oggi»: così Agnes Abuom, anglicana del Kenya (madre protestante e padre cattolico, e madre a sua volta di due figli), ha commentato la sua elezione a moderatore del Consiglio ecumenico delle Chiese, ovvero la figura che affianca il segretario generale (attualmente il luterano norvegese Olav Fykse Tveit) nella guida del Consiglio. È la prima volta che l’organo principale che riunisce le diverse confessioni cristiane del mondo — 345 in rappresentanza di circa 560 milioni di fedeli — elegge una donna. La votazione è avvenuta a Busan, in Corea, nel corso della decima assemblea del Consiglio che, ancora per la prima volta, ha scelto di mettere al centro la questione della responsabilità dei cristiani nella costruzione della pace. Sebbene la Chiesa cattolica non faccia parte del Consiglio, essa ha partecipato ai lavori con una propria delegazione guidata dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. IL SEGNO DI STELLA KIM SUL GHIACCIO C’è una pattinatrice sudcoreana (vincitrice dell’argento a Sochi) che, dalle Olimpiadi invernali di Vancouver (2010) in poi, prima di scendere in gara si fa silenziosamente il segno della croce: è così che Stella Kim Yu-na è divenuta, senza volerlo, un simbolo della Chiesa cattolica sudcoreana. Nata nel 1990, ha iniziato a pattinare a 5 anni, quasi per scherzo. Dopo aver vinto a 12 anni i campionati sudcoreani di pattinaggio artistico, ha debuttato sul palcoscenico internazionale, classificandosi seconda in diverse competizioni mondiali. Nel 2005, la duplice svolta: seri problemi a ginocchia e piedi prima, e alla schiena poi, la tengono forzosamente lontana dal ghiaccio per lunghissimi mesi, al punto che la sua carriera sembra irrimediabilmente compromessa. Ma proprio allora, attraverso Cho, un cattolico che guida la clinica privata a Seoul dove è seguita, Yu-na entra in contatto con alcune suore, iniziando — con la madre — il suo cammino di conversione. Nel 2007 finalmente le cure sembrano funzionare, e la ragazza torna sul ghiaccio: arriva al terzo posto nazionale. Attaccata alla divisa c’è la medaglia benedetta della Madonna donatale dalle suore. Per questo la giovane ha voluto come nome di battesimo Stella, per onorare la Vergine, Stella mattutina. Al dito porta un anello con i grani del Rosario. Stella ha raccontato che la fede le ha donato una nuova pace: «Al momento del battesimo ho sentito un’enorme consolazione nel mio cuore. Ho capito che era l’amore di Dio e gli ho promesso che avrei continuato sempre a pregarlo». PROTOCOLLO TRA SUORE E CARABINIERI IN SARDEGNA Aiutare le vittime dei reati di riduzione in schiavitù, tratta e commercio di schiavi extracomunitari ed europei; dare speranza a quanti vogliono sottrarsi alle condizioni di sfruttamento: questi gli obiettivi del protocollo d’intesa firmato e rinnovato ormai per il quinto anno consecutivo da suor Ignazia Mercede Miscali, responsabile della congregazione delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, e dal comandante della legione sarda dei carabinieri, generale Luigi Robusto. Dopo la firma del patto, siglato nella caserma Zuddas e inviato a tutti i presidi dell’Arma che conta 277 stazioni nell’isola, suor Ignazia ha espresso piena soddisfazione per il concreto lavoro svolto insieme fin qui. BIMBE E DONNE ACCUSATE DI STREGONERIA IN INDIA In diverse zone dell’India, soprattutto nei villaggi rurali isolati in cui si vive senza possibilità di accedere ai servizi di base, ricevere un’istruzione o integrarsi nella società, la povertà spinge molte persone ad affidarsi alla superstizione e a santoni e guaritori che praticano riti legati alle tradizioni tribali e alla magia nera. Il tutto con conseguenze talvolta mostruose. È il caso dei sacrifici umani, ancora praticati come suprema forma di offerta alla divinità. A farne le spese sono sempre le persone più deboli: bambine e donne. Secondo quanto riferito dalla Fondazione Fratelli Dimenticati onlus, una bimba di 4 anni è stata sacrificata dai suoi stessi genitori, mentre una piccola di 7 è stata uccisa da due contadini che le hanno asportato il fegato per effettuare riti propiziatori. Del resto, cadaveri di bambini sono stati ritrovati sepolti vicino agli altari di qualche stregone, circondati da oggetti sacri. Le donne, considerate inferiori rispetto all’uomo, in alcuni villaggi vengono accusate di stregoneria e, per questo, punite anche con la morte: secondo alcune ong indiane, sarebbero circa duecento le donne uccise ogni anno perché ritenute streghe. Una credenza frutto di quell’ignoranza contro cui si batte la Fondazione Fratelli Dimenticati onlus: grazie alle loro iniziative tanti bambini possono studiare per diventare domani adulti responsabili. La fondazione è oggi presente, oltre che in India, in Nepal, Messico, Guatemala e Nicaragua. SETTIMANA DELLE SUORE CATTOLICHE STATUNITENSI Si svolge dall’8 al 14 marzo 2014 la prima settimana nazionale delle suore cattoliche presso l’università cattolica femminile St. Catherine a St. Paul in Minnesota. Inserito all’interno del mese dedicato alla storia delle donne, l’appuntamento intende ricordare le suore delle più diverse congregazioni che hanno segnato la storia del Paese. La settimana di incontri vuole però, al contempo, indicare vie per possibili cammini futuri, riflettendo sul significato e le prospettive della vita religiosa. L’università si appresta ad avviare un sito internet che raccolga materiale proveniente dalle congregazioni femminili di tutti gli Stati Uniti. Il saggio L’umanità dietro le mura Ci sono patrie che restano assolutamente uniche, nella loro rarità. È il caso di quelle poche decine di persone nate nella Città del Vaticano, lo Stato sorto nel 1929 i cui cittadini sono per lo più di passaggio dai rispettivi Paesi di origine. Ebbene, una donna, Matilde Gaddi, nata all’interno delle mura vaticane nel 1943, ha raccontato la sua “singolarissima” storia nel volume L’umanità dietro le mura (La Caravella, 2013): tra aneddoti e curiosità, colpisce la prospettiva, del tutto inedita. Quinta figlia di un gendarme, Matilde è nata e vissuta per 23 anni — i suoi primi 23 anni — in Vaticano con la famiglia. Gli episodi della «guerra non dichiarata tra gendarmi e bambini, che fatalmente finiva quasi sempre senza prigionieri», sono deliziosi. Se gioco e gusto del proibito, spensieratezza e incoscienza, segnano l’infanzia di tutti, quando si muovono tra le mura vaticane degli anni Cinquanta, acquistano un sapore molto divertente. Come le regole imposte alle donne che, ad esempio, se proprio volevano usare la bicicletta, dovevano rigorosamente spingerla a mano. (@GiuliGaleotti) Man mano che un tessuto “sale” e si realizza sul telaio trascina con sé lo spirito Qui spirito significa qualcosa che esiste grazie al tessuto È la differenza rispetto alla carta Mai stata una brava ragazza In ascolto della compositrice russa ortodossa Sofia Gubaidulina Considero la religione qualcosa che ristabilisce un legame nella vita La musica non ha compito più grave di questo Solo donne Tra le architette, scultrici e pittrici che hanno fatto la chiesa Maria Theotokos di Loppiano Quel manto è grande ma anche dolcemente digradante per raccontare una chiesa accogliente che collega cielo e terra Creatore e creatura Per un gruppo di uomini scegliere di usare le modalità morbide, luminose e accoglienti scelte da cinque donne sarebbe stato improbabile In mostra a Roma «Bende sacre»: questo il titolo della mostra di Isabella Ducrot che si inaugura il 3 marzo 2014 alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea (Gnam) a Roma. Curata da Marcella Cossu e Silvana Freddo con Nora Iosia, la mostra resterà aperta fino al prossimo 18 maggio. Nel catalogo, edito da Gangemi, sono presenti scritti di Maria Vittoria Marini Clarelli, John Eskenazi, Stefano Velotti, Massimiliano Alessandro Polichetti, Luciano Trina e Marcella Cossu. A sinistra, la vetrata interna della chiesa Maria Theotokos di Loppiano Sotto: l’edificio visto dall’alto L’artista nella locandina della mostra
  • 10. donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne Guardare con occhi nuovi la Pietà di Michelangelo Simbolo per il nostro mondo di LUC TEMPLIER L a Pietà di Michelangelo non ha ancora svelato tutti i suoi misteri. Tutt’altro. I capolavori ne sono ricchi e li si può interrogare all’infinito. È proprio la loro natura. Un giorno mi è apparso un dettaglio che ha cambiato la mia visione dell’opera. È lì, nei dettagli, che l’essenziale sopravvive sempre. Al momento sto spiegando in un libro questa scoperta, e qui ve ne offro un assaggio. Siamo nel 1499, alla vigilia del passaggio a un nuovo secolo; pe- riodo di transizione, teso, propizio alle urgenze e alle folgorazioni. In meno di un anno, un giovane ventiquattrenne, in un solo bloc- co di marmo bianco di Carrara scolpisce un capolavoro immortale. Ciò basterà, in effetti, a convincerci del carattere eccezionale di una simile impresa, chiaramente ispirata alle mani dello scultore abbandonato all’estasi creatrice. È in questa specie di ebbrezza, necessaria, che Michelangelo scolpisce. Vi si butta e si accontenta, dice lui, di liberare dal blocco la meraviglia che vi ha visto. Una Pietà. Il tema è noto. È stato già trattato molte volte: la Vergine, Maria, tiene tra le braccia Cristo morto, deposto dalla Croce. Notiamo che la scultura s’iscrive in un triangolo, simbolo dell’elevazione, della perfezione e della stabilità; uno sgabello a tre piedi non è sempre stabile? La prima cosa a sorprenderci è l’età di Maria. È giovane, trop- po giovane, addirittura più giovane di Cristo. Il suo viso è di un’impenetrabile perfezione; i suoi tratti sono magnificati, ange- lici. Nessuna emozione turba quel viso giovanile, liscio e ine- spressivo, esaltato dal contrasto con l’esuberanza dei drappeggi. Nient’altro qui che la bellezza ideale di una giovane donna, ar- chetipo della femminilità. A prevalere è l’accoglienza, necessaria- mente silenziosa: impressione accentuata dal gesto della mano si- nistra, aperta, che sembra dire: «Così è». Cristo è abbandonato. Sembra più vecchio di Maria, più pic- colo della madre, della donna, della sposa, nelle cui braccia sci- vola e si lascia scivolare. Di fatto quel corpo giovane e bello non mostra alcun segno di rigidità. Al contrario, a forma di S, è fles- suoso, sensuale, languido. Le sue dita accarezzano il tessuto, il piede è in equilibrio su una pietra, nel braccio e nel collo le vene irrorate di sangue pulsano al ritmo lento dell’incanto. Nel 1964 la Pietà parte per New York. Primo e ultimo esilio. Robert Hupka, un fotografo, la segue nel viaggio. Scatta più di duemila foto dell’opera, da angolature impossibili, nascoste allo sguardo da secoli, in un allestimento a contrasto — su sfondo ne- ro — ben diverso da quello di San Pietro. È a partire da quelle foto eccezionali che vi invito a cambiare visione. Di fatto non ve- diamo più solo la Vergine e Cristo morto, ma una giovane donna e un giovane uomo volontariamente offerto alle sue braccia. Una coppia insomma. E i due sono vivi. Ma quale immagine potreb- be provare ciò che ho appena detto? A New York Robert Hupka pratica un foro sul soffitto per co- gliere il volto di Cristo, sempre celato al nostro sguardo, e che solo l’artista, prima di lui, aveva contemplato. È sorprendente! Perché il viso è vivo; di una straordinaria serenità. Sorride, fidu- cioso, beata beatitudine. Mai un volto umano era nato dal miste- ro divino dell’Arte con tanta forza consolatrice. Allora, oltre a una Pietà, capiamo ciò che Michelangelo ha sug- gerito in questa sublime parabola: la capitolazione consenziente del maschile al principio femminile. Giusta esaltazione dei valori femminili a lungo calpestati, eppur vicini anche ai valori dei Van- geli. Magnifico simbolo per il nostro mondo, governato da una ma- schile trionfante, orgoglioso, che lancia e rilancia continuamente i suoi profitti, le sue competizioni, i suoi eserciti. Sublime mes- saggio per la nostra umanità, che ci invita a privilegiare, e ad af- fidarci, ai valori di accoglienza, apertura, accettazione, che il principio femminile rappresenta qui. La Pietà, in questa prospet- tiva, potrebbe trovare posto su qualsiasi altare del mondo. Nel silenzio dell’accoglienza, la frenesia si ritrova sospesa. Ma perché, mi direte, questa allegoria non era mai stata com- mentata? Perché le rivelazioni importanti, sacre, non possono mai essere fatte subito. Esse sono sempre velate: nella poesia, nelle favole, nelle parabole. Nel marmo. Là aspettano, a volte per lungo tempo, che qualche traghettatore (o passante) o qual- che risvegliatore le colga. Perché senza una distanza, un velo, l’essenziale suona come una sciocchezza. Libera di essere quella che ero La santa del mese raccontata da Francesca Romana de’ Angelis R oma, 9 marzo 1440. La notte scende lentissima, questa sera. Seduta accanto alla finestra guardo l’ultima luce di questo giorno dolce che porta con sé la promessa di una primavera vicina. Una tela tessuta di fili d’oro mi mostrò il mio angelo custode. Da allora non ho tenuto il conto del tempo, ma questa mattina ho capito che la mia tela è compiuta. Dopo aver trascorso qualche giorno accanto a mio figlio malato mi preparavo a far ritor- no a Tor de’ Specchi, la piccola comunità religiosa che ho fondato e dove vivo ormai da qualche anno, quando padre Giovanni, la mia preziosa guida spirituale, mi ha detto: siete stanca, fermatevi qui. Ho ac- colto il suo invito e sono rimasta perché le sue parole mi sono suonate come un se- gno. In questa casa di Trastevere, la mia casa coniugale, ho trascorso gran parte della vita e forse è giusto che l’ultimo no- do si sciolga proprio tra queste mura. Non ho paura della fine perché spero di rag- giungere la pienezza di quel bene che ho avuto il dono di vedere nelle mie estasi: un mare d’infinita luce, gli angeli come fiocchi di neve in cielo, Maria che mi pro- teggeva con il suo mantello e poneva il Bambino tra le mie braccia. Non ho pau- ra, ma il distacco è comunque difficile. Oltre al figlio che portai in grembo ne la- scio tanti altri, perché ho sentito figli tutti quelli che ho amato. Non poterli soccorre- re quando avranno bisogno di conforto, è solo questo pensiero a darmi malinconia. In alto, tra le stelle, porterò qualche rimpianto — le parole non dette, i gesti non fatti, il molto che era troppo poco — e tanti ricordi. Il rosa del cielo di Roma con il verde dei pini; la voce di mia madre che mi leggeva i Vangeli e la Divina Com- media; il cuore generoso di mio marito Lorenzo; le risate di allegria dei miei tre figli bambini; il profumo della mentuccia che fiorisce tra pietra e pietra lungo la via Sacra che percorrevo fino a Santa Maria Nova, la mia chiesa prediletta; l’asinello che carico di viveri e di legna mi è stato fedele compagno per le strade della città. Di tutte le parole del mondo ne porterò una sola, mitezza, perché è di quelle che ne contengono infinite altre: amore, con- solazione, tenerezza. Come la parola fame, che non è solo fame, ma sofferenza, umi- liazione, solitudine, paura. Ho vissuto in tempi tristissimi. Papi, antipapi, Roma invasa da stranieri o in balia di famiglie potenti decise a conqui- stare il potere. E lutti, violenze, carestie, l’ombra maligna della peste. Ho vissuto anche molti dolori. Su tutti la perdita di due figli, Giovanni e Agnese, una ferita crudele di quelle che niente al mondo rie- sce a guarire. Eppure se penso alla mia vi- ta vedo il dono di tanta grazia. I miei pri- mi anni furono un tempo felice e protetto, uno scrigno prezioso di forze intatte a cui attingere quando la vita rischiava di por- tarsi via la limpidezza dei sogni. Ancora non avevo lasciato l’infanzia e già immagi- navo un futuro di solitudine e preghiera, quando il mio destino prese un’altra stra- da. Troppo bella per essere monaca, disse mio padre. Provai a protestare, ma inutil- mente. Infine dissi sì, solo per amore fi- liale. Fu durante il corteo nuziale verso pa- lazzo Ponziani che qualcosa cambiò per sempre nella mia vita. Ricordo che passa- to ponte Santa Maria — ho sempre amato i ponti, quelle strisce sospese di terra che uniscono riva a riva e gli uomini agli uo- mini — pensai che quella che attraversavo era una Roma che non conoscevo, una cit- tà desolata e poverissima che aveva consu- mato tanto passato e tanta bellezza. Mo- numenti in rovina, misere casupole, strade strette e fangose, bambini laceri e poche dimore nobili, chiuse e protette come for- tezze. Qualche mese dopo, guarita da una malattia che forse era solo lo smarrimento di una sposa adolescente, quel modo nuo- vo di guardare il mondo divenne un’idea. Qualcosa dovevo fare. E qualcosa riuscii a fare grazie al cuore amorevole di mia co- gnata Vannozza, all’infaticabile ancella Clara, ma soprattutto a Lorenzo. Dopo le perplessità dei primi tempi mio marito comprese e mi lasciò libera di essere quel- lo che ero. Tutti quelli che bussavano alla nostra porta erano i benvenuti al mio cuo- re. Cominciai a distribuire farina, olio, vi- no, denari e la divina provvidenza tornava sempre a riempire quello che io svuotavo. Granai colmi e botti piene perché altre bocche venissero sfamate. Col tempo ven- detti i gioielli e gli abiti scoprendo la gioia di trasformare il superfluo in necessario: pietre e stoffe preziose diventavano cibo, panni, medicamenti. Imparai che si può pregare impastando il pane, raccogliendo frutta e verdura nell’orto, tagliando legna da ardere nelle vigne fuori le mura, inven- tando unguenti che curano i mali del cor- po, e parole e gesti che curano quelli dell’anima. E imparai anche che non basta dare. Accogliere, proteggere, amare, cer- cando di portare gioia dove gioia non c’è. Perché il cuore degli uomini — aveva ra- gione il poeta che ho amato fin dall’infan- zia — è come quei piccoli fiori che, chinati e chiusi dal notturno gelo, ritrovano vita solo al tepore del sole. Ormai anche l’ultima luce è andata via. Dalla finestra accostata arriva il brusio dei tanti che sono venuti a salutarmi. Racco- gliere il coraggio dove si può. Quello che ho ripetuto agli altri infinite volte, questa sera lo dico a me stessa. Tenuisti manum dexteram meam recita il Salmo. La mano destra stretta nella tua, Signo- re, sarà più facile congedarmi da chi ho amato. Francesca Romana de’ Angelis è nata a Roma, dove vive e lavora. Dopo la laurea in lettere, ha insegnato in un liceo classico. Studiosa di letteratura italiana del Cinquecento, ha pubblicato saggi ed edizioni di testi. Per anni ha collaborato a programmi culturali e scritto sceneggiature per la Rai. Tra le sue opere, ricordiamo la splendida biografia di Torquato Tasso, Solo per vedere il mare (2005, Premio Massarosa), Storie del Premio Viareggio (2008), Con amorosa voce (2008). Per noi, ha scritto la storia di santa Martina (gennaio 2013). Orazio Gentileschi, «Visione di santa Francesca Romana» (1615) Nel 1964 quando l’opera è in mostra a New York Hupka le scatta oltre duemila foto da singolari angolature Per farlo pratica anche un foro nel soffitto per cogliere il volto di Cristo, da sempre nascosto
  • 11. M donne chiesa mondo marzo 2014 Nata a Braunschweig (1957), ha studiato teologia, filosofia e storia all’università di Mün- ster. Collaboratrice pastorale nella diocesi di Hildesheim (1984-1988), dal 1988 al 1989 ha lavorato nel segreta- riato della Commissione ecu- menica europea Giustizia e pa- ce a Basilea. Conseguita l’abi- litazione nella facoltà di Teolo- gia cattolica di Tubinga (1992), dal 1994 è professo- ressa di dogmatica e di ecume- nismo alla facoltà teologica dell’università di Friburgo, di cui (dal 2004 al 2006) è stata decano. Fa parte della Commissione teologica interna- zionale. Un programma di vita di BARBARA HALLENSLEBEN OLTE QUESTIONI teologiche, ma anche relative al dialogo inter- cristiano e interreligioso — e non ultimo etiche ed etico-sociali — si decidono a partire dall’immagine dell’uomo: l’uomo è sin dall’inizio un animale sociale o vengono prima i suoi interessi individuali? La natura dell’uomo è corrotta radicalmente dal peccato originale o conserva la sua apertura alla grazia di Dio? L’uomo ha un posto speciale nell’universo o è un animale evoluto che con la sua intelligenza tende ad agire in modo distruttivo? L’orientamento al bene e alla felicità fa parte della sua vocazione o è una forma di alienazione attraverso la manipolazione sociale? L’apertura religiosa dell’uomo è segno di una promessa trascendente o non è altro che un epifenomeno di determinate funzioni cerebrali? L’antropologia teologica non riesce a tenere il passo con il rapido aumento delle domande. È una disciplina relativamente giovane, che ancora non ha trovato il proprio posto: non appartiene ai trattati dogmatici classici, né ha uno spazio preciso nella teologia morale e nell’etica sociale. Un impulso decisivo l’antropologia teologica l’ha ricevuto dalla costituzione Gaudium et spes del Vaticano II, che non si vuole pronunciare solo sulla «Chiesa nel mondo contemporaneo», ma anche sull’uomo nel mistero di Dio: «Che cos’è l’uomo? Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie e anche contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell’angoscia» (n. 12). Conosciamo bene, forse addirittura nel nostro cuore, i due estremi qui citati. Si esprimono attraverso l’apatia o l’aggressione, che si trasformano facilmente l’una nell’altra, e che a loro volta minacciano l’umanità stessa e indeboliscono la speranza nella pace e nella giustizia. Il messaggio antropologico centrale del concilio si ricollega all’affermazione biblica della creazione dell’uomo a immagine di Dio e ha un centro cristologico: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione», ovvero che «è “l’immagine dell’invisibile Iddio” (Colossesi, 1, 15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (n. 22). Nessun’altra affermazione del concilio è stata citata tanto spesso e ha avuto effetti di così vasta portata sulla comprensione della dignità umana nei dibattiti attuali sui diritti dell’uomo in generale e la libertà di religione in particolare. Una teologia della donna ha il suo posto all’interno di un’antropologia teologica. L’uomo è immagine di Dio «maschio e femmina» (Genesi, 1, 27). Va notato che finora nei progetti sull’antropologia teologica questo aspetto ha ricevuto poca attenzione. Forse l’essenziale è già stato detto quando definiamo l’umanità in quanto tale come figura secondo l’immagine di Dio? Il riferimento dell’immagine e somiglianza di Dio al rispettivo genere non conduce ad aporie? Quando Gesù ci rivela l’immagine di Dio non solo come uomo, ma come maschio, le donne sono forse escluse dall’immagine e somiglianza di Dio o addirittura dalla redenzione, o magari sono incluse solo indirettamente? Se però siamo stati creati come «maschio e femmina» a immagine di Dio, che si è manifestata in Gesù Cristo, allora perché anche le donne non dovrebbero essere chiamate alla repraesentatio Christi attraverso l’ordinazione sacramentale? Per evitare queste aporie e non ricadere in cliché patriarcali manca l’approfondimento della questione teologica. In questo spazio vuoto si sono inserite con successo altre interpretazioni del doppio genere delle persone: le teologie femministe, che vogliono promuovere un’emancipazione della donna in ambito sia ecclesiale sia sociale; i gender studies, che nella forma socioculturale del genere come gender, a differenza del genere biologico come sesso, vedono un costrutto basato su influenze esterne, e allo stesso tempo analizzano le trasformazione della sessualità così intesa nel contesto della cultura e della società; il riferimento all’equiparazione giuridica dei sessi o il diritto umano della non- discriminazione. Nell’ambito della teologia si aggiunge una strettoia specifica: la questione teologica della donna è stata largamente limitata alla questione delle possibilità di lavoro e di influenza delle donne nel servizio alla Chiesa. In questo caso, però, ancora una volta non si guarda alla donna come donna, bensì alla donna quale detentrice di funzioni. Dinanzi a ciò, già Giovanni Paolo II ha orientato lo sguardo sulla vocazione stessa della donna. Nella sua Lettera alle donne (1985), dopo un omaggio alle diverse sfere di competenza della donna e un esame di coscienza autocritico per la mancanza di rispetto dinanzi al ruolo delle donne nella storia della salvezza, si legge: «Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna!». È questo il compito principale di una teologia della donna: occorre mostrare che cosa la teologia sa affermare sulla donna come donna e non sulla donna nei suoi diversi ruoli. La domanda fondamentale non può essere altro che quella già citata: la differenziazione sessuale delle persone, e quindi l’essere donna, fa parte dell’immagine e somiglianza di Dio della persona? La domanda non deve necessariamente condurre ad aporie, ma può essere posta anche in modo teologicamente molto fecondo. L’affermazione circa l’immagine e somiglianza di Dio dell’uomo non è in primo luogo una definizione contenutistica positiva, ma esprime un’indisponibilità: l’uomo partecipa del mistero di Dio. Non si esaurisce nell’insieme di tutte le definizioni concettuali che possiamo dare di lui. L’antropologia teologica è una teologia apofatica. Da essa non si può dedurre un’attribuzione di caratteristiche e di modelli di ruolo. Questa intuizione fondamentale non è affatto vuota e priva di conseguenze. Porta a un altro tipo di intuizione, guidata dall’attenzione della fede e dalla fiducia: la differenza tra uomo e donna ha a che fare con l’immagine che Dio ci rivela di se stesso. Pertanto, non va interpretata come conflitto e lotta tra i sessi, bensì come ordinamento reciproco nell’unità dell’umanità e nella speranza della redenzione e del compimento. Questa fiducia dà avvio alla ricerca delle tracce del mistero di Dio nell’uomo e nella donna. Per tale compito abbiamo a disposizione l’intero tesoro della storia della salvezza: Maria, che come «colei che ha partorito Dio» ha già il più alto titolo onorifico che si possa attribuire a una persona; le figure femminili dell’Antico e del Nuovo Testamento, le sante della storia della Chiesa, martiri e confessori, mogli, madri, nubili e religiose, di ogni epoca, lingua e cultura, nelle loro testimonianze orali e scritte, nelle rappresentazioni artistiche, nelle comunità e nelle istituzioni alle quali hanno dato vita, nei molteplici frutti della loro fede. Questa ricerca di tracce è inesauribile. Comprende il mondo nel quale viviamo e le nostre esperienze di vita, che cerchiamo di interpretare riflesse nella storia della salvezza. Porta alla scoperta di cose nuove e inaspettate. La fenomenologia teologica, che occorre sviluppare, non nasce da una distanza osservatrice. Si dischiude nella sintonia tra «persona – comunità – dono» che Giovanni Paolo II ha elaborato in modo tanto straordinario nella sua lettera apostolica Mulieris dignitatem (1988). «L’essere persona significa: tendere alla realizzazione di sé (il testo conciliare parla del “ritrovarsi”), che non può compiersi se non “mediante un dono sincero di sé” (Gaudium et spes, n. 24). Modello di una tale interpretazione della persona è Dio stesso come Trinità, come comunione di Persone. Dire che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di questo Dio vuol dire anche che l’uomo è chiamato a esistere “per” gli altri, a diventare un dono» (n. 7). La dinamica del dono qui non è affatto limitata alla donna, ma viene concessa all’uomo e alla donna. Nella sua Lettera alle donne il Papa vede proprio qui la forza motrice della storia della salvezza: «A questa “unità dei due” è affidata da Dio non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia» (n. 8). Alla luce del dono di sé di Dio al creato per amore, anche la teologia antropologica non può essere sviluppata a partire dalla logica dell’identità e della delimitazione, bensì dal rapporto sempre sorprendente con l’altro nella sua diversità. Occorre il coraggio della fede per accettare questa differenza, perché è qui che sperimentiamo la bellezza più grande, ma anche le ferite più profonde. La teologia della donna non è in primo luogo una teoria, bensì un programma di vita. Possiede inevitabilmente un’apertura storica: «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Giovanni, 16, 13). È comunque possibile formulare una supposizione per il lavoro teologico futuro: la Chiesa testimonia sin dall’inizio l’autorivelazione di Dio, Padre, in due persone, il Figlio e lo Spirito Santo. Dio agisce nella storia con due mani, dice Ireneo di Lione, il quale ha anche sviluppato le tipologie Eva-Maria e Adamo-Cristo. Sarà più facile riconoscere come significativo per la storia della salvezza il genere maschile di Gesù se riconosciamo la discesa dello Spirito su Maria (Luca, 1, 35) come modo in cui Dio ha reso possibile la missione storica del redentore. Maria non è l’«incarnazione» dello Spirito, ma in lei lo Spirito di Dio rende la persona capace di partorire Dio. Così negli Atti degli apostoli viene promesso all’intera comunità della Chiesa: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi» (1, 8). Nel mondo delle immagini e del linguaggio della Bibbia, accanto alla «vita in Cristo» c’è il prendere forma della «sposa di Cristo» che, con lui e per mezzo di lui, partecipa all’opera salvifica del Padre. La scarsa attenzione per il significato soteriologico dello Spirito sembra andare di pari passo con la mancanza di una teologia della donna. Non dobbiamo lamentarci delle mancanze, ma possiamo partecipare, in ciò che è possibile qui e oggi, alla storia di amore di Dio verso il suo creato. Infatti, Dio «dà lo Spirito senza misura» (Giovanni, 3, 34). Le donne sono tra quei laici che non possono sfuggire al loro destino di laici. Ciò non è inteso in modo cinico, ma come compito, che proprio oggi sarà decisivo perché la recezione del concilio abbia successo: se le donne scoprono e vivono la loro vocazione a partecipare alla missione regale, sacerdotale e profetica di Gesù come donne, e non come titolari di un ruolo al servizio della Chiesa, contribuiranno a modellare la vita della Chiesa come partecipi di questa missione sacerdotale, regale e profetica. Si creeranno così nuove tracce della vocazione di tutto il popolo di Dio alla missione per la salvezza dell’intero creato, che dischiuderanno il futuro e porteranno con sé nuove intuizioni e possibilità. L’integrazione della differenza dei generi nel mondo dei simboli della Chiesa attraverso l’ordinazione sacramentale dei soli uomini è un disordine benefico, che mantiene aperta per la Chiesa e per l’intera umanità una domanda sul valore indisponibile del rapporto tra uomo e donna. Se questa apertura viene fraintesa come risposta statica, nega la dinamica della storia della salvezza come storia d’amore, che giunge fino al compimento: «Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”» (Apocalisse, 22, 17). l’autrice Francesco Pinna «Pala di sant’Orsola» (XVI secolo, particolare) Michelangelo Naccherino, «Adamo ed Eva» (1616, particolare) Pasquale Cati, «Il Concilio di Trento» (1588, particolare)