Your SlideShare is downloading. ×
L’osservatore romano (16.fev.2014)
L’osservatore romano (16.fev.2014)
L’osservatore romano (16.fev.2014)
L’osservatore romano (16.fev.2014)
L’osservatore romano (16.fev.2014)
L’osservatore romano (16.fev.2014)
L’osservatore romano (16.fev.2014)
L’osservatore romano (16.fev.2014)
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×

Thanks for flagging this SlideShare!

Oops! An error has occurred.

×
Saving this for later? Get the SlideShare app to save on your phone or tablet. Read anywhere, anytime – even offline.
Text the download link to your phone
Standard text messaging rates apply

L’osservatore romano (16.fev.2014)

313

Published on

0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total Views
313
On Slideshare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
0
Actions
Shares
0
Downloads
0
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

Report content
Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
No notes for slide

Transcript

  • 1. Spedizione in abbonamento postale Roma, conto corrente postale n. 649004 Copia € 1,00 Copia arretrata € 2,00 L’OSSERVATORE ROMANOGIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt Anno CLIV n. 38 (46.580) Città del Vaticano domenica 16 febbraio 2014 . y(7HA3J1*QSSKKM(+&!"!?!=!.! Papa Francesco invita a pregare per il continente, specialmente per la Repubblica Centroafricana e il Sud Sudan La pace negata all’Africa Le Nazioni Unite denunciano atrocità sui bambini e feroci violenze sulle popolazioni civili L’invito rivolto da Papa Francesco, con un tweet sabato 15 febbraio, a pregare per la pace in Africa, spe- cialmente nella Repubblica Centroa- fricana e in Sud Sudan, viene a ri- cordare il progressivo degenerare di tragedie che coinvolgono milioni di persone. La pace negata all’Africa, non solo nei due Paesi citati — gli ultimi in ordine di tempo a essere sprofondati nella guerra civile — si traduce in orrori quotidiani su bam- bini e vecchi, donne e uomini. La pace negata è aumento del sottosvi- luppo, furto anche di speranza per il continente dalla popolazione più giovane. Anche nelle ultime ore sono giun- te dai due Paesi notizie sconfortanti e in alcuni casi sconvolgenti. In Sud Sudan non si consolida il cessate il fuoco tra le forze del Governo del presidente Salva Kiir Mayardit e quelle ribelli che fanno riferimento all’ex vice presidente Rijek Machar, mentre degenera di ora in ora la condizione di quasi un milione di sfollati provocati dal conflitto esplo- so due mesi fa. La Repubblica Centroafricana sprofonda in orrori ripetuti, senza che le violenze siano ancora arginate dalle truppe internazionali, quelle della Misca, la missione africana for- te di seimila uomini, e quelle di Pa- rigi che ieri ha inviato altri quattro- cento soldati, portando il suo con- tingente a duemila effettivi. L’Unicef ha denunciato ieri la ferocia abbattu- tasi su decine di bambini decapitati Udienza del Papa al presidente della Repubblica di Cipro Nella mattina di sabato 15 febbraio Papa Francesco ha ricevuto, nel Pa- lazzo apostolico vaticano il presi- dente della Repubblica di Cipro, Nicos Anastasiades, che successiva- mente si è incontrato con l’arcive- scovo Pietro Parolin, segretario di Stato, accompagnato dall’arcivesco- vo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. Nel corso dei cordiali colloqui, attestanti i buoni rapporti esistenti fra la Santa Sede e la Repubblica di Cipro, sono stati passati in rassegna alcuni argomenti di comune interes- se, quali il ruolo positivo della reli- gione nella società e la tutela del di- ritto alla libertà religiosa. Non si è mancato, inoltre, di rilevare con compiacimento la ripresa dei collo- qui finalizzati a elaborare una solu- zione condivisa per il superamento dell’attuale situazione dell’isola. Si è espressa, infine, preoccupa- zione per i conflitti e l’instabilità politica che interessano la regione del vicino e Medio Oriente, com- portando gravi sofferenze alle po- polazioni civili, con l’auspicio che le comunità cristiane nei vari Paesi possano continuare a dare il loro contributo alla costruzione di un fu- turo di benessere materiale e spiri- tuale. Uomini e donne all’aeroporto di Bangui in attesa della distribuzione del cibo (Afp) Conclusa senza esito la seconda tornata dei colloqui a Ginevra Siria sempre più insanguinata Combattimenti nei sobborghi di Damasco (Reuters) NOSTRE INFORMAZIONI Il Santo Padre ha ricevuto que- sta mattina in udienza: Sua Beatitudine Gregorios III Laham, Patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti (Siria); le Loro Eminenze Reveren- dissime i Signori Cardinali: — Odilo Pedro Scherer, Arci- vescovo di São Paulo (Brasile); — Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete emeri- to della Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura. Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eccellenza il Signor Nicos Ana- stasiades, Presidente della Re- pubblica di Cipro, con la Con- sorte, e Seguito. Nomina di Vescovo Ausiliare Il Santo Padre ha nominato Ausiliare del Vicario Apostolico di Reyes (Bolivia) il Reverendo Padre Waldo Rubén Barrinuevo Ramírez, C.Ss.R., già Vicario Provinciale e Parroco, assegnan- dogli la sede titolare vescovile di Vulturara. L’Onu preoccupata per le violenze Migliaia di studenti protestano in Venezuela DAMASCO, 15. Sono finora 48 i mor- ti accertati, compresi tre bambini, e 150 i feriti per l’esplosione, ieri, di un’autobomba contro la moschea del villaggio siriano di Al Yaduda, nella provincia meridionale di Derā, quella dove scoppiò tre anni fa la rivolta armata contro il Governo del presidente Bashar Al Assad. La vettura carica di esplosivo è stata fatta saltare in aria durante la pre- ghiera islamica del venerdì, quando la moschea era particolarmente gre- mita. La strage è avvenuta poche ore dopo la conclusione, senza esito, della seconda tornata negoziale del- la conferenza Ginevra 2. Sempre ie- ri, Valerie Amos, la responsabile dell’Ocha, l’ufficio dell’Onu per il coordinamento degli interventi umanitari, ha lanciato un appello al Consiglio di sicurezza affinché ap- provi una risoluzione che imponga a Damasco di consentire un mag- giore accesso umanitario in Siria. Il vice ministro degli Esteri siriano, Faysal Miqdad, ha risposto parlan- do di alcune affermazioni inaccetta- bili da parte di Amos, la quale a suo giudizio «non riconosce che in Siria c’è il terrorismo e ci sono or- ganizzazioni terroristiche che osta- colano la circolazione delle merci e l’assistenza umanitaria in tante zone del Paese». Una bozza di risoluzio- ne in merito è in preparazione da parte di diversi Paesi, ma la Russia ha già annunciato il veto sostenen- do che il testo mirerebbe ad aprire la strada a operazioni militari con- tro il Governo di Damasco. Sulla questione è intervenuto an- che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annunciando nuove iniziative per esercitare pressioni a questo scopo su Damasco. Obama, che ha incontrato ieri in California re Abdullah II bin Hussein di Gior- dania, ha ammesso di non attende- re una soluzione della crisi nel bre- ve termine, ma ha aggiunto che gli Stati Uniti continueranno a riflette- re su come influire sulle strategie delle parti all’interno del Paese. Al tempo stesso, il presidente statuni- tense ha sottolineato l’importanza di sostenere la Giordania nello sfor- zo di assistere i rifugiati siriani. e mutilati, in una guerra civile dive- nuta sempre più aspra da quasi un anno, dopo il colpo di Stato del marzo scorso, quando il presidente François Bozizé fu rovesciato dagli ex ribelli della Seleka. La denuncia ha seguito di poche ore la scoperta nella capitale Bangui di una dozzina di corpi senza vita in una fossa co- mune nei pressi di una caserma che fino a poche settimane fa era servita da base alle milizie della Seleka, ori- ginariamente una coalizione di op- positori di Bozizé senza particolari connotazioni confessionali, ma da tempo formata in maggioranza da combattenti stranieri, in massima parte di matrice fondamentalista islamica, provenienti soprattutto da Sudan e Ciad. Alle violenze della Seleka sono seguite quelle delle mili- zie conosciute come antibalaka (ba- laka significa «machete» in lingua locale sango), contro i musulmani. Di una nuvola oscura di atrocità di massa e pulizia etnica che sovra- sta il Paese, ha parlato ieri il segreta- rio generale dell’Onu, Ban Ki- moon, che porterà martedì prossimo in Consiglio di Sicurezza le sue rac- comandazioni per contenere le vio- lenze e cercare di porre fine alla cri- si. «Linciaggi, mutilazioni, orrendi atti di violenza spargono il terrore: tutti gli abitanti musulmani e cristia- ni, sono colpiti ma di recente ci so- no stati attacchi su vasta scala in cit- tà come Bouali, Boyali, Bossemble dove non è stato possibile inviare ca- schi blu» ha denunciato Ban Ki- moon. CARACAS, 15. Migliaia di studenti universitari hanno partecipato a Caracas a una marcia diretta alla sede dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa) per chiedere la liberazione dei loro compagni arrestati. La marcia, dove si sono registrati nuovi scontri, giunge do- po che mercoledì tre persone sono morte e 66 sono rimaste ferite in scontri fra studenti e polizia. Gli studenti hanno diffuso foto e vi- deo delle violenze contro i mani- festanti da parte della polizia e di gruppi armati vicini al Governo. L’alto commissariato delle Na- zioni Unite per i Diritti umani ha espresso la sua preoccupazione per la situazione in Venezuela e ha chiesto al Governo di garantire un’inchiesta imparziale sugli scon- tri di mercoledì scorso a Caracas e di non mettere a repentaglio la li- bertà di manifestare il dissenso e di informare liberamente su quan- to sta avvenendo nel Paese. Rupert Colville, delegato regiona- le dell’agenzia Onu, ha detto che i responsabili delle violenze «de- vono essere processati e condan- nati dopo una inchiesta imparzia- le» e che esiste «preoccupazione per le notizie di attacchi di uomi- ni armati che agiscono con totale impunità contro i manifestanti». Una Chiesa in stato permanente di missione Tra le piaghe dell’uomo di oggi Appello alla comunità internazionale dell’arcivescovo di Bangui L’ombra del genocidio PAGINA 6 Appello dei presuli del Venezuela dopo le sanguinose manifestazioni di protesta Il dialogo è la chiave di volta PAGINA 7 di GUALTIERO BASSETTI U no dei passaggi cruciali del messaggio di Papa France- sco per l’imminente quare- sima è indubbiamente la distinzio- ne tra povertà e miseria. La pover- tà — scrive il vescovo di Roma — è sempre un atteggiamento evangeli- co: è quella di Cristo, che «si è fat- to povero per arricchirci con la sua povertà»; è, in altre parole, il suo modo di amarci, «il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comuni- candoci la misericordia infinita di Dio». Tutt’altro è invece la miseria, che non coincide con la povertà, e del- la quale secondo il Papa si possono individuare almeno tre diverse ti- pologie: accanto alla miseria mate- riale vi è infatti quella morale a cui si combina, inestricabilmente, la miseria spirituale. Alla privazione materiale si intrecciano dunque sia una mancanza etica sia l’assenza di Dio. Ognuna è in relazione con l’altra. E tutte hanno un deficit di verità, nonostante l’amore sconfina- to di Cristo verso l’uomo. A tale stato di miseria, da sempre, la Chiesa offre il suo servizio «per guarire queste piaghe che deturpa- no il volto dell’umanità» sottolinea il vescovo di Roma. Piaghe di vario genere, che spes- so si trovano in penombra, senza venire alla luce, e che invece evi- denziano la drammatica fragilità, se non addirittura l’imbarbarimento, della società odierna. Richiamo so- lo due fenomeni inquietanti — e ovviamente se ne potrebbero ag- giungere moltissimi — che riguar- dano oggi l’Italia e che possono es- sere, però, facilmente riferiti al mondo intero. Innanzi tutto, l’or- mai endemica disoccupazione gio- vanile: secondo l’Istat, ci sarebbero più di due milioni di giovani, so- prattutto donne, che non lavorano e non studiano. Ed è il dato peg- giore dal 1977 a oggi. In secondo luogo, la ludopatia, cioè il gioco d’azzardo patologico, che riguarde- rebbe addirittura un milione e mezzo di italiani, i quali negli ulti- mi sei anni vi avrebbero dilapidato l’enorme cifra di oltre duecento mi- liardi di euro. Questi dati non sono solo nume- ri in mano a economisti o psicolo- gi. Sono spie di un disagio e di un malessere profondi. Segnali inequi- vocabili non soltanto di uno sradi- camento esistenziale, ma di uno stato di stagnazione sociale e di immobilismo, la cui causa primaria va rintracciata nell’evidente incrina- tura del patto generazionale tra giovani e adulti. È la lacerazione di quello scambio fondativo tra le ge- nerazioni che è condizione impre- scindibile di sussistenza per la sta- bilità della società. Come non capi- re che dietro queste statistiche ter- ribili si celano, non tanto e non so- lo dati socioeconomici, ma soprat- tutto un drammatico vuoto esisten- ziale e una funesta rottura antropo- logica nel rapporto di scambio tra genitori e figli? In questo contesto il messaggio del Papa rappresenta uno stimolo importantissimo per la Chiesa e per l’intera società contemporanea. Innanzi tutto perché esorta a vivere la quaresima in pienezza, senza ipocrisie e infingimenti, come un cammino autentico di conversione e di purificazione verso il mistero della risurrezione di Cristo. Un messaggio forte per superare i de- serti della mondanità, della religio- sità che si ammanta di buone in- tenzioni, della politica che stru- mentalizza la fede fino a trasfor- marla in un’ideologia e della tenta- zione ricorrente del potere e del carrierismo. Inoltre, al di là di ogni semplifi- cante lettura sociologica, questo messaggio di Papa Francesco è una grande riflessione d’amore sull’uo- mo. Sia per chi risiede al centro del mondo, nell’agio e nel benesse- re, ma ha perso l’anelito a guardare verso il cielo e nel profondo nel proprio cuore. Sia per chi vive nel- le periferie, nelle villas miserias o nelle banlieues, nei ranchitos o negli slums, a cui manca tutto, che ha smarrito ogni speranza e che non conosce — e forse non ha mai co- nosciuto — la gioia del Vangelo. A questo uomo sofferente, così appa- rentemente diverso ma anche così drammaticamente simile, la Chiesa oggi non può che donarsi total- mente, in uno «stato permanente di missione».
  • 2. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 2 domenica 16 febbraio 2014 L’OSSERVATORE ROMANO GIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt 00120 Città del Vaticano ornet@ossrom.va http://www.osservatoreromano.va GIOVANNI MARIA VIAN direttore responsabile Carlo Di Cicco vicedirettore Piero Di Domenicantonio caporedattore Gaetano Vallini segretario di redazione TIPOGRAFIA VATICANA EDITRICE L’OSSERVATORE ROMANO don Sergio Pellini S.D.B. direttore generale Segreteria di redazione telefono 06 698 83461, 06 698 84442 fax 06 698 83675 segreteria@ossrom.va Servizio vaticano: vaticano@ossrom.va Servizio internazionale: internazionale@ossrom.va Servizio culturale: cultura@ossrom.va Servizio religioso: religione@ossrom.va Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998 photo@ossrom.va www.photo.va Tariffe di abbonamento Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198 Europa: € 410; $ 605 Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665 America Nord, Oceania: € 500; $ 740 Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30): telefono 06 698 99480, 06 698 99483 fax 06 69885164, 06 698 82818, info@ossrom.va diffusione@ossrom.va Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675 Concessionaria di pubblicità Il Sole 24 Ore S.p.A System Comunicazione Pubblicitaria Alfonso Dell’Erario, direttore generale Romano Ruosi, vicedirettore generale Sede legale Via Monte Rosa 91, 20149 Milano telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214 segreteriadirezionesystem@ilsole24ore.com Aziende promotrici della diffusione de «L’Osservatore Romano» Intesa San Paolo Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Banca Carige Società Cattolica di Assicurazione Credito Valtellinese Mentre sta per scadere l’ultimatum del Governo per lo sgombero degli edifici pubblici occupati Rilasciati in Ucraina i manifestanti arrestati Lunedì visita dell’alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Ue Ancora proteste in Bosnia ed Erzegovina SARAJEVO, 15. Alcune centinaia di per- sone manifestano anche oggi a Saraje- vo, davanti alla sede della presidenza bosniaca, dove il traffico è bloccato, ma senza incidenti di rilievo. Si tratta per lo più di operai di aziende locali, privatizzate e poi fallite o ridotte sull’orlo del fallimento. Come riferiscono i media nella ca- pitale, per lunedì prossimo è atteso l’arrivo a Sarajevo dell’alto rappresen- tante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Unione europea, Catherine Ashton, e del commissario Ue all’Allargamento, Štefan Füle, in- tenzionati a mediare nel duro braccio di ferro fra politici e manifestanti, che chiedono le dimissioni in blocco dell’intero Governo della Federazione croato-musulmana, una delle due enti- tà che, con la Republika Srpska (enti- tà a maggioranza serba), compongono la Bosnia ed Erzegovina. La scintilla che ha scatenato le proteste di piazza è stata il fallimento di ben cinque fab- briche a Tuzla, un tempo principale polo industriale del Paese balcanico. Intanto, il consiglio cantonale di Tuzla ha approvato all’unanimità l’abolizione della normativa di legge, diffusa in tutto il Paese, secondo cui i parlamentari e i funzionari percepi- scono lo stipendio per un anno intero dopo la scadenza del mandato. Offensiva dell’esercito congolese contro la milizia ugandese Adf-Nalu Nuovi e sanguinosi combattimenti in Nord Kivu Nessuna alleanza delle forze d’opposizione in Costa d’Avorio YAMOUSSOUKRO, 15. Non c’è stata l’alleanza tra le diverse forze politi- che d’opposizione in Costa d’Avorio annunciata per questa settimana dal Fronte popolare ivoriano (Fpi), il partito dell’ex presidente Laurent Gbagbo. Si è infatti concluso ieri con un nulla di fatto il quarto in- contro tra la direzione dell’Fpi e i vertici di una decina di altre forma- zioni politiche di opposizione. Ne- gli ultimi mesi si sono moltiplicati i contatti tra il leader dell’Fpi, Pascal Affi Nguessan, e gli altri partiti mi- nori con l’intento di coalizzarsi con- tro il presidente Alassane Ouattara. Diversi osservatori locali avevano definito poco chiare le motivazioni e i criteri all’origine del tentativo dell’Fpi di unificare l’opposizione. Questa è attualmente è divisa in due blocchi: da una parte appunto l’Fpi e dall’altra 11 gruppi minori riuniti in un organismo chiamato Quadro permanente di dialogo di- retto, cinque dei quali hanno rifiuta- to un’alleanza organica con l’Fpi. Quest’ultimo, comunque, ha riallac- ciato di recente un dialogo diretto con il Governo dopo mesi di tensio- ni, sulla scia del rigurgito di guerra civile, costato almeno tremila morti, seguito tra l’autunno 2010 e la pri- mavera 2011 al rifiuto di Gbagbo di riconoscere la vittoria di Ouattara nelle presidenziali. Rapporti di esperti ne suggeriscono la proroga L’Onu valuta l’embargo sulle armi in Somalia Confermati i finanziamenti dell’Fmi alla Guinea NEW YORk, 15. Il Fondo mone- tario internazionale (Fmi) ha an- nunciato ieri lo sblocco di una nuova rata di finanziamenti alla Guinea. L’Fmi definisce soddi- sfacenti i risultati finora ottenuti nell’ambito del suo programma di aiuto finanziario avviato un anno fa. Questo nonostante la crisi sociale e politica nel Paese africano, che ha avuto ripercus- sioni pesanti sul piano economi- co, in un Paese già dal reddito medio bassissimo, di appena un dollaro al giorno per più della metà della popolazione. Un co- municato dell’Fmi ricorda infatti che l’economia della Guinea ha attraversato un periodo difficile, riflettendo la situazione sociale e politica e una forte contrazione degli investimenti nel settore mi- nerario. Secondo l’Fmi, la cre- scita economica della Guinea è stata nel 2013 del 2,5 per cento, contro il 4,5 per cento previsto. Il comunicato sottolinea però che l’inflazione è molto diminui- ta, pur restando oltre il 10 per cento. La cifra comunicata dal Fondo monetario internazionale per questa nuova rata è di 28,2 milioni di dollari. Il totale previ- sto, al termine del programma triennale stabilito dall’Fmi, è di 112,8 milioni di dollari. A causa del deterioramento della situazione politica I caschi blu restano in Burundi NEW YORK, 15. Il Consiglio di si- curezza delle Nazioni Unite si ap- presta a discutere sull’eventuale ri- mozione dell’embargo sulle armi in Somalia, sollecitata dal Governo di Mogadiscio, che la ritiene indi- spensabile per garantire la sicurez- za. Poco meno di un anno fa, nel marzo 2013, il Consiglio di sicurez- za aveva allentato l’embargo, ap- punto per un anno, per consentire di mettere l’esercito somalo in con- dizione di ristabilire l’autorita go- vernativa nelle zone dove sono tut- tora attivi i ribelli islamici di al Shabaab. L’embargo era stato im- posto dalla comunità internaziona- le fin dal 1992, quando con la ca- duta del dittatore Mohamed Siad Barre era incominciato il lungo pe- riodo di guerra civile in Somalia che, con diverse fasi e intensità va- riabile, si protrae dunque da oltre un ventennio e che non può dirsi ancora concluso. Una conferma della decisione del Consiglio di sicurezza di allen- tare l’embargo era data per quasi certa da molti osservatori fino a pochi giorni fa. Ieri, però, l’agen- zia di Stampa France Presse ha da- to notizia di un rapporto conse- gnato da esperti dell’Onu che sug- gerisce di agire in direzione oppo- sta. Nel rapporto, del quale la France Presse è entrata in possesso, si afferma infatti che l’allentamento dell’embargo ha prodotto come primo risultato un aumento del traffico d’armi in Somalia, a causa di quelli che vengono definiti abusi sistematici da parte dei diversi clan somali. Già un anno fa, diverse or- ganizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani avevano de- nunciato tale pericolo, nonostante le assicurazioni del Governo di Mogadiscio che le armi non sareb- bero finite in mani sbagliate. Proteste di manifestanti a Sarajevo (Reuters) Soldati dell’esercito congolese (Reuters) KIEV, 15. Tutti i 234 manifestanti an- tigovernativi detenuti nelle ultime settimane in Ucraina sono stati scar- cerati. Ma la tensione resta alta a Kiev: l’opposizione che da giorni picchetta molti edifici pubblici non è soddisfatta. Perché questo passag- gio — argomentano i manifestanti — non significa ancora che tutti siano liberi: non pochi restano infatti ai domiciliari, e le inchieste della giu- stizia ucraina pendono sulle loro te- ste come spade di Damocle pronte a trafiggerli se i palazzi occupati non saranno sgomberati entro lunedì prossimo, giorno in cui scade una sorta di ultimatum lanciato dal Go- verno per l’applicazione definitiva della contestata legge d’amnistia. La mossa delle autorità — annun- ciata ieri dal procuratore generale, Viktor Pshonka — mira comunque a stemperare le tensioni in un Paese che rischia di sprofondare nel bara- tro della guerra civile. Uno spettro che sta logorando la Repubblica ex sovietica da ormai quasi tre mesi. Rostislav Pavlenko, un deputato dell’opposizione, ha accusato le au- torità di aver solo «cambiato le mi- sure restrittive» sottolineando che molte «persone sono state scarcera- te, ma sono agli arresti domiciliari, e questo significa che i loro diritti so- no limitati e che le inchieste penali continuano a pendere sopra le loro teste. Questa non è un’amnistia ve- ra, non è la risposta alle richieste dell’opposizione». Del resto, l’amni- stia non è ancora stata applicata for- malmente, anche se il procuratore generale Pshonka ha assicurato che se i manifestanti libereranno le stra- de e gli edifici come previsto dalle condizioni poste dal testo approvato in Parlamento dalla maggioranza, le inchieste contro di loro saranno chiuse nel giro di un mese. L’opposizione comunque conti- nua a premere sul Governo e ha già annunciato l’ennesima manifestazio- ne di massa per domani. Nel frattempo però i manifestanti si sono detti disposti a sbloccare in parte e riaprire al traffico via Grushevski: la strada di Kiev che porta ai palazzi del potere e dove almeno quattro persone hanno per- so la vita nei disordini delle settima- ne scorse. La crisi ucraina continua ad avere pesanti ripercussioni anche nei rap- porti tra il Cremlino e l’Occidente. Mosca, che è critica nei confronti dell’Unione europea, non appare tuttavia a sua volta esente dal tenta- tivo di riportare Kiev sotto la pro- pria influenza, e negli ultimi mesi ha fatto di tutto per scongiurare — finora con successo — la firma di un accordo di associazione tra Ucraina e Ue. Ignorando apparentemente i rimproveri di Mosca, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, riceverà martedì prossimo a Berlino due dei leader dell’opposizione di Kiev, Vi- tali Klitschko e Arseni Iatseniuk, per discutere della situazione nel Paese. Lasciando escluso — come spesso accade — solo il capo del partito ultranazionalista Svoboda, Oleg Tiaghnibok. BUJUMBURA, 15. A causa del deterio- ramento della situazione politica e dell’instabilità nel Burundi, il Consi- glio di sicurezza dell’Onu ha proro- gato fino al 31 dicembre il mandato della sua missione politica nel Paese africano, in scadenza oggi. I 15 Stati membri dell’organismo delle Nazioni Unite hanno inoltre dato il via libera a una missione di osservazione elettorale, incaricata di monitorare organizzazione, svolgi- mento e scrutinio delle elezioni ge- nerali del 2015. Il voto è considerato dagli analisti un test cruciale per la stabilità e medio e lungo termine. Nel testo approvato dal Consiglio vengono evidenziati i progressi im- portanti che hanno permesso al Pae- se di superare le grandi sfide del do- poguerra, ma anche dinamiche poli- tiche negative che potrebbero vanifi- care le conquiste ottenute. Al centro dell’aspro contenzioso politico ci sono la recente riforma agraria, la revisione della Costituzio- ne e la possibilità di un terzo man- dato per il presidente, Pierre Nkurunziza, in carica dal 2005. Gli esperti dell’Onu hanno altresì avvertito che la scena politica nel Paese dei Grandi Laghi è polarizza- ta tra il Governo, «che utilizza la sua maggioranza in Parlamento per varare leggi che restringono lo spa- zio politico», e le «minacce dell’op- posizione» nei confronti dell’Esecu- tivo. Minimizzando i problemi, per mesi il Governo di Bujumbura si è fermamente opposto al rinnovo del- la missione Onu, premendo, invece, per un suo ritiro in tempi stretti. Frattanto, Prosper Bazombanza, esponente di spicco del principale partito di opposizione tutsi Uprona, è stato eletto dal Parlamento bica- merale come nuovo primo vice pre- sidente. Ha ottenuto 82 voti su 84. L’elezione di Bazombanza — già go- vernatore della provincia centrale di Mwaro dal 2002 al 2005 — è stata poi confermata dalla maggioranza assoluta dei 33 senatori. Dimostranti antigovernativi in piazza a Kiev (Reuters) KINSHASA, 15. Almeno 230 ribelli ugandesi delle Forze alleate demo- cratiche - Esercito nazionale per la liberazione dell’Uganda (Adf-Nalu) sono stati uccisi dall’esercito congo- lese in Nord Kivu. Il bilancio dell’operazione Sokola (pulire in lingua locale), lanciata lo scorso 16 gennaio e tuttora in corso, è stato comunicato dal Governo di Kinsha- sa, secondo il quale nell’operazione, ancora in corso, hanno perso la vita 22 soldati e altri 68 sono stati feriti. La fuga dei miliziani delle Adf- Nalu nella confinante provincia Orientale congolese ha rallentato l’andamento dell’operazione. Tutta- via, l’esercito ha sostenuto ieri di aver ripreso, con gli ultimi e sangui- nosi combattimenti, il controllo di tutti i grandi bastioni della ribellio- ne ugandese nel territorio di Beni. «Da quando è cominciata l’opera- zione, possiamo dire che siamo già arrivati ai tre quarti del lavoro. Ab- biano ripreso con successo Nadwi, Mwalika, Chuchubo, Makoyova I e II» ha detto a Radio Okapi, l’emit- tente della Monusco, la missione dell’Onu, il colonnello Olivier Hamuli, il portavoce dell’esercito in Nord Kivu. Secondo Hamuli, que- sto dovrebbe consentire di riaprire in tempi brevi la strada che ricolle- ga Mbau a Kamango, zona che sarà successivamente rastrellata dai mili- tari. Dopo la sconfitta militare della ribellione interna del Movimento del 23 marzo, le Adf-Nalu sono in cima alla lista dei gruppi armati da sradicare dal Nord Kivu, insieme con gli hutu rwandesi delle Forze di liberazione del Rwanda, riparati in territorio congolese dopo il genoci- dio dei tutsi nel Paese confinante nel 1994. Sempre ieri, la Monusco ha co- municato la scoperta in tre villaggi della zona di fosse comuni con cor- pi che riportano segni di machete. Un’inchiesta è stata aperta per identificare il gruppo responsabile dei massacri. Fonti locali della so- cietà civile hanno inoltre denuncia- to rapimenti, attacchi ai danni dei civili, saccheggi di villaggi.
  • 3. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 16 febbraio 2014 pagina 3 Anche se resta lontana la prospettiva di un incontro dei due presidenti Segnali di disgelo tra Cina e Taiwan PECHINO, 15. Il segretario di Sta- to americano, John Kerry, ha de- finito ieri costruttivo l’incontro che ha avuto a Pechino con il presidente cinese, Xi Jinping. Si è trattato, ha affermato Kerry, di discussioni «molto costruttive, molto positive» che hanno con- sentito di «esaminare nel detta- glio alcune sfide poste dalla Co- rea del Nord». Il capo della diplomazia di Washington ha sollecitato Pechi- no a non minacciare la stabilità della regione collaudando in mo- do unilaterale la nuova zona di difesa aerea sul Mar della Cina orientale. L’area, infatti, si esten- de sopra le isole contese con il Giappone e, pur non affermando- ne formalmente la sovranità, le autorità cinesi hanno previsto che gli aerei che la sorvolano si iden- tifichino e mantengano costante- mente le comunicazioni con Pe- chino. «Abbiamo messo in chiaro — ha spiegato Kerry — che un’ini- ziativa unilaterale, non annuncia- ta e non graduale potrebbe costi- tuire una sfida ai popoli di quella regione e, in ogni caso, alla stabi- lità dell’area». Dal canto suo, Xi Jinping ha promesso l’impegno di Pechino per costruire un nuovo modello di relazioni bilaterali. «La Cina — ha detto il presidente cinese — è fermamente impegnata a costruire un nuovo modello delle relazioni bilaterali insieme alla parte statu- nitense e continuerà a rafforzare il dialogo, aumentare la fiducia reci- proca e la cooperazione e gestire correttamente le differenze nel nuovo anno, in modo da andare avanti con lo sviluppo sano e du- raturo dei legami». Costruttivi i colloqui di Kerry a Pechino I risicoltori thailandesi pronti a marciare su Bangkok BANGKOK, 15. Rimane molto tesa la situazione a Bangkok, capitale della Thailandia, dove da settima- ne i manifestanti assediano le sedi degli uffici governativi per chie- dere le dimissioni della premier, Yingluck Shinawatra. Ieri è stato sgomberato dalla polizia in modo pacifico il presi- dio della protesta più vicino al palazzo del Governo, rendendo così possibile un ritorno al fun- zionamento della importante struttura pubblica. Da tempo, gli incontri di Gabinetto si tengono nella sede del ministero della Di- fesa, di cui la premier è pure re- sponsabile. Ma altri edifici sono ancora sotto il controllo dei mani- festanti antigovernativi. A rendere più urgente una so- luzione alla crisi, la possibilità che si attui una saldatura tra i di- mostranti e i risicoltori, pronti a scendere in piazza lunedì contro il Governo, accusato di non avere rispettato i tempi di pagamento del riso consegnato ai magazzini statali. Un avvertimento è arriva- to da Daicharn Mata, uno dei leader degli agricoltori di tutte le 77 province del Paese asiatico. Daicharn ha però dichiarato che il movimento degli agricoltori non ha intenti politici. «Se sare- mo pagati torneremo a casa im- mediatamente» ha infatti precisa- to a un’emittente televisiva. Daicharn ha ricordato le condi- zioni drammatiche di molti agri- coltori, costretti a vendere i loro beni e a ricorrere a usurai per po- tersi sfamare. Lunedì, ha confer- mato, i risicoltori cercheranno un incontro con la premier nel tenta- tivo di trovare una soluzione. Insieme con Washington l’Alleanza atlantica critica Kabul per il mancato accordo sulla sicurezza Tensione tra Afghanistan e Nato Verso un’intesa da tre miliardi di dollari tra Egitto e Russia Dimostranti e polizia si scontrano al Cairo Miliziani di Al Qaeda evasi nello Yemen SAN’A, 15. È caccia all’uomo nello Yemen, dove ieri trenta detenuti, tra i quali diciannove fiancheggia- tori di Al Qaeda, sono evasi dal carcere di San’a. La fuga dei de- tenuti è stata provocata dal- l’esplosione di un’autobomba, che ha fatto crollare un muro dell’edi- ficio. Subito dopo, un gruppo di uomini armati ha attaccato le guardie carcerarie, consentendo ai trenta detenuti (sui circa 5.000 che si trovano nella struttura) di evadere. Un portavoce del Gover- no ha detto all’agenzia ufficiale Saba che si tratta di terroristi. Le forze dell’ordine hanno avviato una vasta operazione per cattura- re i fuggiaschi. Il portavoce ha incolpato dell’assalto al carcere i terroristi di Al Qaeda nella peni- sola araba. Durante l’operazione sono rimasti uccisi sette agenti e tre assalitori. Già in ottobre, le forze di sicurezza avevano impe- dito un tentativo di evasione da un altro carcere di San’a. La Libia resta in preda all’instabilità dopo lo spettro di un colpo di Stato Manifestazione di protesta a Tripoli e Bengasi Le delegazioni di Cina e Taiwan al tavolo delle trattative a Nanchino (Reuters) Dimostranti nel centro di Tripoli (Afp) IL CAIRO, 15. Un bambino di dodi- ci anni è rimasto ucciso negli scon- tri nella provincia di Minya, a sud del Cairo, tra forze di sicurezza egiziane e sostenitori del deposto presidente Mohammed Mursi. Lo hanno denunciato testimoni come riporta l’agenzia di stampa Anado- lu. Secondo la ricostruzione, il bambino, Arafa Saudi, era sul bal- cone della sua casa nella città di Samalout quando è stato raggiunto da proiettili a pallini esplosi duran- te le proteste. Una fonte della sicu- rezza, interpellata dalla Anadolu, ha accusato i manifestanti di essere responsabili per la morte del bam- bino, affermando che le forze di si- curezza hanno utilizzato «solo» la- crimogeni per disperdere i dimo- stranti. Altre due persone sono morte negli scontri con la polizia a Damietta. Almeno 23 dimostranti sono stati arrestati. Si è conclusa intanto la visita a Mosca del ministro della Difesa El Sissi, giunto nella capitale russa con il collega degli Esteri, Nabil Fahmy. Una visita che potrebbe se- gnare un nuovo inizio nei rapporti tra l’Egitto e Mosca nel campo del- la cooperazione militare. Durante l’incontro poi, riferiscono fonti di stampa, il presidente russo, Vladi- mir Putin, avrebbe dato il suo ap- poggio alla candidatura del mini- stro della Difesa e capo delle forze armate, il maresciallo Abdel Fattah El Sissi, a nuovo capo dello Stato. Nel corso della missione si è poi discusso dell’acquisto di armi russe da parte del Cairo per una cifra che ammonterebbe a circa 3 miliar- di di dollari. L’acquisto verrebbe finanziato dall’Arabia Saudita e da- gli Emirati Arabi Uniti. Le due parti — secondo quanto ha riferito una fonte governativa di Mosca — hanno già siglato o firmato con- tratti per l’acquisto da parte del Cairo di caccia Mig-29, sistemi di difesa aerea e costiera, elicotteri Mi-35 e armi di minori dimensioni. Attentato terroristico in Bahrein MANAMA, 15. Un poliziotto è morto e un altro è rimasto ferito in seguito a un attentato dina- mitardo avvenuto ieri sera in Bahrein, dove erano in corso manifestazioni di piazza per commemorare il terzo anniversa- rio della rivolta della maggio- ranza sciita contro la monarchia, espressione della minoranza sunnita. Secondo quanto riferito dal ministero dell’Interno, un attentato di matrice terroristica ha colpito i due agenti mentre stavano controllando i dimo- stranti a Dair, villaggio sciita si- tuato pochi chilometri a nord- est della capitale Manama. Qualche ora prima nella località di Dahi era stato attaccato un pullman della polizia, che era ri- masto lievemente danneggiato. Riforma della giustizia in Turchia ANKARA, 15. Il Parlamento turco ha approvato oggi il disegno di legge sulla riforma della giustizia, che mira a rafforzare il controllo della magistratura da parte del Governo. Lo riferisce la Cnn tur- ca. La proposta era stata presen- tata dal partito islamico Akp del primo ministro, Recep Tayyip Erdoğan, che ha la maggioranza assoluta in Parlamento. Il progetto prevede di sottopor- re il Consiglio supremo dei giudi- ci e dei procuratori (il Csm turco) all’autorità del ministro della Giu- stizia. Secondo l’opposizione, la legge mira a insabbiare le inchie- ste aperte per corruzione contro diverse personalità politiche. Intanto, riferisce la stampa tur- ca, i nuovi magistrati cui sono state affidate le inchieste anticor- ruzione dopo la rimozione dei pm titolari delle indagini iniziali, hanno ordinato la rimessa in li- bertà — in attesa del processo — di nove dei 52 accusati arrestati a dicembre. Fra le persone liberate c’è anche l’ex amministratore de- legato della banca pubblica Hal- kbank, Süleyman Aslan, conside- rato dagli inquirenti un elemento importante della rete di corruzio- ne legata al presunto traffico ille- gale di oro fra Turchia e Iran. PECHINO, 15. La Cina ritiene «non appropriato» un incontro tra il presidente, Xi Jinping, e la sua controparte di Taiwan, Ma Ying Jeou, durante il prossimo vertice dell’Apec, che si terrà a ottobre a Pechino. Lo ha dichiarato durante una conferenza stampa a Taipei il ministro taiwanese per i Rap- porti bilaterali, Wang Yu Chi, rientrato in patria dopo i tre giorni di colloqui di Nanchino con la controparte cinese, Zhang Zhijun. Nella giornata di ieri, ha spiegato Wang alla stampa, non si sarebbe arrivati a un accordo per fare incontrare i due presidenti all’Apec. I collo- qui di Nanchino sono stati comunque visti dagli osservatori come un momento dall’alto valore simbolico nei rapporti tra Cina e Taiwan, che già dal 1992 hanno allacciato rapporti informali a li- vello commerciale. Pechino e Taipei si sono dette d’accordo sulla necessità di istituire regolari uffici di comunica- zione tra i due lati dello stretto. L’incontro è il frutto di anni di sforzi per migliorare le relazioni bilaterali, anche se la Cina vede Taiwan come una «regione ribelle da ricongiungere alla madre- patria». Lunedì ci sarà un’altra missione in Cina di Lien Chan, presidente onorario del Kuomintang, il partito nazionalista uscito sconfitto nel 1949 dalla guerra civile contro le forze guidate da Mao Zedong. Lien è anche a capo dell’associazione per lo sviluppo di rapporti pacifici tra Cina e Taiwan. Il presidente onorario del Kuomintang aveva già incontrato il predecessore di Xi, Hu Jintao, nel 2005, e lo stesso Xi a Pechino, lo scorso anno. Da quando nel 2008 è stato eletto presidente a Tiawain il filocinese Ma, sono stati firmati tra le due parti diciannove accordi, che hanno reso possibile, tra l’altro, l’aumento dei voli tra Cina e Taiwan e reso più facili le transazioni bancarie. KABUL, 15. Dopo gli Stati Uniti, la Nato: l’Afghanistan si trova ora a dovere arginare le severe critiche dell’Alleanza atlantica in merito alla decisione di Kabul, presa in questi giorni, di liberare 65 talebani dete- nuti nelle carceri afghane. Si tratta dell’ennesima scarcerazione di mili- ziani nell’arco di qualche settimana. Gli Stati Uniti non hanno certo na- scosto il loro malcontento, sottoli- neando in particolare che i talebani liberati sono «molto pericolosi», avendo colpito in passato, con attac- chi mirati, obiettivi statunitensi. E sulla stessa lunghezza d’onda si è posta la Nato, rilevando che così fa- cendo l’Afghanistan va indietro, va- nificando i progressi fin qui compiu- ti, invece che avanti. Ecco allora che Kabul rischia di trovarsi, nel panorama della politica internazionale, sempre più isolata. Mentre, infatti, si va sempre più estendendo il solco tra Washington e Kabul, anche con la Nato i dissa- pori cominciano a manifestarsi con una certa evidenza. A mettere in evidenza la frattura fra gli intelocutori è stato, e conti- nua a essere, il mancato accordo sul- la sicurezza per il dopo 2014, quan- do sarà stato completato il ritiro del contingente internazionale. Gli Stati Uniti premono perché la firma dell’intesa sia posta subito, mentre il presidente afghano, Hamid Karzai, intende firmare l’accordo solo dopo le presidenziali del prossimo 5 aprile. In questa diatriba recentemente si è inserita anche la Nato: il segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, ha sottolineato che l’accordo è nel pieno interesse dell’Afghanistan e, di conseguenza, il rinvio della firma non può che nuocere alla causa di Kabul. Di fronte all’intransigenza di Kar- zai sta dunque prendendo sempre più corpo l’ipotesi di mettere in campo l’opzione zero: ovvero, dopo il 2014 Wasghington non lascerà sul territorio afghano nessun soldato, neppure con compiti logistici. Ver- rebbe quindi accantonato l’originario piano di dispiegare un robusto nu- cleo di militari statunitensi per ren- dere meno traumatico il passaggio delle consegne alle forze locali. E in tutto questo scenario rimane come costante minaccia la presenza talebana. I miliziani, sottolineano gli analisti, potrebbero trarre vantaggio da una situazione così fluida e incer- ta per rilanciare su vasta scala la loro azione destabilizzante fatta di attac- chi e imboscate. E anche oggi sul territorio afghano si sono registrate nuove violenze. Un attentatore suici- da si è lanciato contro un automezzo militare, nel distretto di Khanabad, nella provincia settentrionale di Kunduz: due civili sono morti e altri otto sono rimasti feriti. TRIPOLI, 15. Migliaia di persone han- no manifestato ieri a Tripoli e a Ben- gasi contro il prolungamento del mandato del Congresso generale na- zionale (il Parlamento), scaduto il 7 febbraio. Il Congresso aveva deciso di prolungare il proprio mandato fino a dicembre 2014, nonostante l’opposi- zione di una parte della popolazione che lo accusa di non essere in grado di ristabilire l’ordine e di mettere fine all’anarchia e alla violenza delle mili- zie armate. Il Congresso ha anche adottato una Road Map che prevede elezioni generali alla fine dell’anno se la Commissione costituzionale — che verrà eletta il prossimo 20 febbraio — riuscirà ad adottare un progetto di Costituzione in quattro mesi. Se la Costituente non riuscirà a rispettare tale scadenza, il Congresso organizze- rà subito elezioni presidenziali e legi- slative per un nuovo periodo di tran- sizione di 18 mesi. La Libia si appresta a celebrare il terzo anniversario della rivolta contro Gheddafi. Ma la primavera libica non è mai sbocciata e il Paese resta in pre- da all’instabilità, alle violenze, alle in- filtrazioni qaediste e alle lotte di pote- re. Con lo spettro di un colpo di Sta- to, che ieri ha avvolto la capitale, poi smentito dalle autorità di Tripoli. «La situazione a Tripoli è sotto controllo» ha detto il premier, Ali Zeidan, che ha ordinato l’arresto del generale Haftar. «Non fa più parte dell’eserci- to» ha aggiunto, spiegando che gli era già stato chiesto di ritirarsi in pensione. Si è trattato, ha ribadito il premier libico, del «disperato tentati- vo di alcune persone» di impedire al popolo libico di raggiungere «la li- bertà e la democrazia».
  • 4. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 4 domenica 16 febbraio 2014 Nei quadri di El Greco La grande bellezza di ANTONIO CAÑIZARES LLOVERA S ono già iniziate le celebra- zioni per commemorare il quarto centenario della morte di El Greco. Né la persona, né di conseguen- za l’opera di El Greco possono esse- re separate dalla sua dimensione reli- giosa. Tutto in lui riflette la grandez- za di un uomo spirituale con uno speciale tocco divino, capace di per- cepire e di plasmare, nei tratti ampi o nella stesura dei colori della sua singolare pittura, la Suprema Bellez- za, abisso infinito di armonia ine- guagliabile e sovrana. In tutta la sua opera, grande e unica, rispecchiò la parte più profonda della sua anima, immagine del Creatore che la pla- smò con il delicato tocco dei suoi “pennelli divini”. In essa appare sempre lo spirito sublime che ha contemplato e penetrato il Mistero, ne ha colto lo spessore e lo ha espresso con tutta l’elevazione dell’arte che scaturisce dal profondo dell’essere illuminato da questa espe- ignoranti e ai semplici dei misteri più abissali, catechizza, eleva, porta alla contemplazione, alla meraviglia, alla venerazione, alla preghiera nella supplica e nella lode; rende conto della fede e della speranza e mostra la sinfonia e l’armonia della loro bel- lezza, il loro radicamento e la loro espressione nella parte più viva e più genuina dell’essere umano. El Greco lo fece nel suo momento storico, ma la sua arte continua a parlare ancora oggi, con vivissima attualità, come in passato, perché a contare in essa non è la circostanza o il momento effimero che passa presto; esprime anzi realtà imperitu- re e lo fa a partire dal linguaggio della “punta dell’anima”, come di- rebbero i nostri mistici spagnoli. Parla con i pennelli e i colori da quel profondo centro dell’anima do- ve ogni uomo intende se stesso e si sente coinvolto, a qualunque genera- zione appartenga. ni, gli occhi, i volti, il movimento dei corpi dei personaggi, tutto, tutta la sua opera, è espressione di come egli vede l’uomo e il suo dramma: l’uo- mo che soffre e che ama, che vive il dramma dell’esistenza, il suo anelito di felicità, l’uomo caro a Dio, da Lui prio per questo, profondamente an- tropologica, umana, è la chiave fon- damentale per addentrarsi e immer- gersi nella ricchezza e nella grandez- za di El Greco. Le sue opere, come altre nate dalla fede cristiana, sono opere che non sono state spogliate — né si possono spogliare — della loro aura; ancora non sono diventate, e non vogliamo né permettiamo che lo diventino, per le loro qualità esteti- che formali, un puro e semplice og- getto del piacere, dell’erudizione de- gli esperti, della curiosità distratta dei visitatori in mostre e musei. Laddove si trovano il sacro e il credente, la bellezza è il fulgore del- la grazia, e la bellezza ci rimanda a qualcosa di “estraneo”, di cui non possiamo disporre, e che tuttavia ci attrae rasserenandoci e riconciliando- ci. Là, attraverso la bellezza, sgorga una forza che non schiaccia né sog- gioga, ma che sostiene. Là appare una libertà raccolta su uno sfondo da dove sgorga instancabilmente una libertà più grande che ci libera dal centro del nostro essere. Là, soprat- tutto, si fa strada la comunicazione del dono divino e dell’amore che in esso ci comunica; là si apre la spe- ranza e là si delinea il futuro di un’umanità nuova e di un’umanità con un futuro. Nel quarto centenario della morte Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo del cardinale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, arcivescovo emerito di Toledo, pubblicato su «La Razón» del 6 febbraio. rienza che trascende lo sguardo su- perficiale, incapace di scalare le alte vette dello spirito. El Greco si è im- merso, con naturalezza e insieme ve- rità, nella profondità del Vangelo, nel mistero dell’incarnazione di Dio fatto uomo per gli uomini e offertosi per loro sulla croce, o nella vittoria sulla morte, così nemica dell’uomo, che la sua opera esprime con tanta Come uomo dalla radicata cristia- nità, e figlio del suo tempo, El Gre- co riflette, indivisibilmente, l’uomo, per il quale mostra una viva e singo- lare passione. Chi non vede questa passione nella Sepoltura del conte di Orgaz, o nella Spoliazione di Cristo, o nell’Apostolato della sacrestia della cattedrale toledana, o nel San Giu- seppe della stessa cattedrale? Le ma- Attraverso l’armonia di forme e colori sgorga una forza che non soggioga ma sostiene E dal centro del nostro essere appare una libertà più grande «Spoliazione di Cristo» (1577-1579 circa) «San Giovanni evangelista e San Francesco» (1600 circa, particolare) Gli insediamenti dei benedettini e degli olivetani nel cuore di Roma tra XV e XVIII secolo Pianificazione territorialedi MARIA ANTONIA NOCCO Nel cuore di Roma tra i Fori e le pendici del Campidoglio si concentrano rilevanti testi- monianze storiche, artistiche e architettoni- che relative a santa Francesca Romana e san Bernardo Tolomei. La religiosa romana ave- va fondato nel 1425 le oblate di Tor de’ Specchi, caratterizzate da un profondo lega- me con i valori della spiritualità benedettina e analogamente Bernardo Tolomei nei primi decenni del IV secolo aveva dato vita, a Sie- na, alla congregazione di Santa Maria di Monte Oliveto od olivetani, diramazione della Regola di san Benedetto da Norcia. L’accentramento in questa parte della città di edifici di culto, alloggi per il clero e sedi di rappresentanza, incluse le innumerevoli e manufatti del XV-XVIII secolo illustranti l’esperienza materiale e spirituale della santa romana è collegato alla basilica e al mona- stero di Santa Francesca Romana al Palati- no, ovvero la sede ufficiale degli olivetani di Bernardo Tolomei a Roma. Anch’essa con- serva importanti testimonianze a commemo- rare le azioni dei tre santi. Le strutture citate sono inoltre da porre in relazione con altre due chiese, al pari delle prime, geograficamente disposte tra il Foro e il Campo Vaccino: il Santissimo Nome di Maria alla Colonna Traiana (anticamente de- dicata a san Bernardo di Chiaravalle) e la ex chiesa di Santa Maria Liberatrice, ora Santa ta Maria de Curte (meglio nota nelle fonti come Cappella di sotto), il complesso con Santa Maria Liberatrice (demolita tra il 1899 ed il 1900 per fare emergere il sottostante edificio di età bizantina di Santa Maria An- tiqua) e, in parte, il Santissimo Nome di Maria nei pressi della Colonna Traiana. Sul portale del monastero che si affaccia lungo la via del Teatro di Marcello, dimora delle oblate che secondo la regola benedetti- na scandivano la loro esistenza tra virtù e carità, tra contemplazione e dedizione al prossimo, si può ammirare un affresco del XVIII secolo, con La Madonna e il Bambino tra i santi Benedetto e Francesca Romana se- guita dall’angelo. L’opera attribuita al pittore tardobarocco Nicolò Ricciolini rievoca, ben- ché in cattivo stato di conservazione, i due santi che unitamente a san Bernardo Tolo- mei rappresentano i pilastri dell’ordine. L’intero edificio di Tor de’ Specchi inglo- bante anche le due chiesette su citate con il consistente repertorio di dipinti, affreschi e testimonianza di Romolo Artioli, del 1900, contribuisce ad avvalorare la proposta di una pianificata convergenza topografica tra le diverse sedi dell’ordine benedettino-olive- tano in Roma. Su tale percorso inoltre si snodava, nei se- coli passati, la processione che accompagna- va l’urna con le spoglie di “Ceccolella” (il vezzeggiativo attribuito a Francesca Roma- na) attraverso il Campidoglio tra le due chiese a lei dedicate: il monastero di Tor de’ Specchi e la basilica di Santa Maria Nova. Tuttavia ciò non significa che in altre aree della città non vi fossero altri luoghi di culto dedicati alla santa, in particolare, anche da mana e ai santi dell’ordine, Bernardo Tolo- mei e Benedetto. In definitiva, un siffatto complesso di ele- menti — gli olivetani con le chiese e i mona- steri appartenenti all’ordine e anche la pre- senza ricorrente di alcuni artisti che gravita- vano intorno a tale apparato, come i pittori Nicolò e Michelangelo Ricciolini, Lorenzo Gramiccia e Sebastiano Ceccarini — si può spiegare attraverso la strategia adottata con- giuntamente da oblate e olivetani per glorifi- care i propri santi fondatori (Benedetto, Francesca Romana e Bernardo Tolomei) an- che attraverso una pianificazione e gestione del territorio: in particolar modo di quella regione, situata nel cuore della Roma antica, che ancora custodiva le tracce dell’esistenza terrena e degli eccezionali insegnamenti del- differenti ordini religiosi: negli anni tra il 1614 ed il 1616, in seguito alla canonizzazio- ne del 1604, i padri trinitari avevano infatti eretto sulla strada Felice, l’attuale via Sistina, un’altra chiesetta in suo onore poi demolita nel 1930 e co-titolata ai santi Giovanni Ne- pomuceno e Venceslao, ma di fatto è parti- colarmente qui, in seno alla città più antica, che si concentravano gli edifici sacri e le opere più rilevanti consacrate alla devota ro- verso un Breve Pontificio della Sacra Con- gregazione dei Riti con decreto di Urbano VIII che ne riconosceva il culto ab immemora- bili, il senese entrava pertanto di diritto, as- sieme a san Benedetto e a santa Francesca Romana, nella pratica di culto e di diffusio- ne iconografica promossa dall’Ordine qual- che tempo prima della canonizzazione della santa romana (29 maggio 1608) e rinvigorita in occasione della beatificazione del senese, la advocata urbis. Nella stessa area inoltre gli olivetani di Santa Ma- ria Nova mettevano in pratica e divulgavano con amorevole religiosità e spirito caritatevole gli am- maestramenti di Bernardo Tolomei. Beatificato il 25 novembre del 1644 attra- Maria Antiqua. L’associazione tra olivetani- benedettini e la chiesa del Santissimo Nome di Maria è certo più contenuta rispetto ai due casi precedenti ma non per questo meno significativa: essa fu eretta difatti nel luogo su cui sorgeva l’antica chiesa e confraternita di Sancti Bernardi ad Columnan Traiani di- strutta nel 1748; è probabile che proprio in tale circostanza i cistercensi, del ramo bene- dettino, avessero stabilito di rievocare l’anti- ca dedicazione, consacrando un altare a Ber- nardo di Chiaravalle, santo titolare cui era particolarmente legato Bernardo Tolomei. Proprio per la profonda devozione verso l’abate cistercense egli avrebbe sostituito il proprio nome di battesimo, Giovanni, in Bernardo. Per ciò che concerne il legame con Santa Maria Liberatrice al Foro Roma- no, va ricordato che sulle rovine dell’antica chiesa di Santa Maria Antiqua era sorto an- ticamente un monastero che ospitava monaci e monache benedettine (soprannominate Santuccie); a esso fu annessa in seguito una piccola cappella dedicata appunto a Maria Liberatrice che conservava anche il titolo dell’originaria chiesa di Santa Maria Anti- qua. Durante gli interventi di demolizione del- la chiesa, le oblate si erano preoccupate del trasporto di marmi e di altri reperti storici nel monastero di Tor de’ Specchi e inoltre, tra il 1748 e il 1749 suor Anna Amidei, presi- dente delle oblate, aveva deciso di adornare con affreschi, stucchi, marmi e con dipinti dei pittori Lorenzo Gramiccia, Sebastiano Ceccarini ed Étienne Parrocel, la cappella consacrata a Francesca Romana in quella chiesa. Le fonti narrano che in entrambe le chiese era intervenuto anche Nicolò Riccioli- ni, il medesimo autore dell’affresco sul por- tale di Tor de’ Specchi: nella prima cappella a sinistra del Santissimo Nome di Maria aveva realizzato la bella tela con L’Apparizio- ne della Vergine a san Bernardo mentre in Santa Maria Liberatrice viene citato in colla- borazione con il padre Michelangelo che, a sua volta, avrebbe altresì licenziato delle opere per il Monastero. Nicolò è inoltre associato a Francesca Ro- mana anche per la ristrutturazione della cap- pella che le era stata dedicata tra il 1611 e il 1612, in seguito alla canonizzazione, in San Bartolomeo all’Isola Tiberina, non lontano da Tor de’ Specchi. Filippo Titi narra che Nicolò aveva restaurato gli affreschi, di esito mediocre, di Antonio Carracci, autore delle scenette raffiguranti episodi della vita della Santa, ed in seguito avrebbe anche dovuto L’accentramento tra i Fori e il Campidoglio di edifici di culto e sedi di rappresentanza è tale da far ipotizzare una programmazione nella disposizione delle diverse strutture amato ed elevato, l’uomo salvato e chiamato a par- tecipare della sua gloria. Nella sua arte si riflet- te bene l’idea che «la gloria di Dio è l’uomo che vive» (sant’Ireneo di Lione). Tutta la sua ope- ra manifesta l’uomo, mo- stra com’è entrato nella profondità dell’umano; ma non come lo vedreb- be il pagano o il mero umanista. C’è una note- vole differenza: è quella che gli dà la visione di fede, che lo porta a guardare con uno sguar- do proprio. Dietro i volti o i corpi, le mani o gli occhi, i co- lori o le pieghe delle ve- sti o il movimento dei corpi, c’è la verità che professa la sua fede al di sopra dell’uomo. Tale fe- de, chiaramente cristiana e cristocentrica e, pro- bellezza e drammaticità in- sieme. Così, con una fede cri- stiana profondamente radi- cata, ben formata e capace di rendere conto della sua verità, El Greco, in tutta la sua opera pittorica, mostra realtà fondamentali della fede e insegna, parla agli pregiate opere d’arte in essi contenute, apparte- nenti all’ordine benedetti- no-olivetano è tale da far ipotizzare un collegamen- to planimetrico program- matico tra le diverse strutture. Se tale conver- genza topografica può apparire dapprima una circostanza del tutto oc- casionale, in realtà essa trova conferma nella ma- trice comune della com- mittenza di oblate e olive- tani, ai quali è possibile far risalire molti degli in- terventi architettonici e artistici nell’area: un vero e proprio quartier genera- le con il monastero e la chiesa di Santa Maria Nova (l’attuale Santa Francesca Romana) da una parte, la fabbrica di Tor de’ Specchi dall’altra con il monastero e le due chiese annesse della San- tissima Annunziata e San- che sarebbe poi stato canonizzato da Benedet- to XVI il 26 aprile del 2009. Nella produzione di immagini che si appron- tavano per la dedicazio- ne di altari, cappelle e chiese appartenenti agli olivetani, la rappresenta- zione di Francesca si as- socia di fatto a quella della Vergine Maria, di san Benedetto e del bea- to Bernardo Tolomei, abituali protettori della comunità religiosa di Monte Oliveto, come si può notare in particola- re nella rappresentazio- ne sul portale di Tor de’ Specchi e anche più dif- fusamente in numerose opere, tra tele e affre- schi, presenti nella chie- sa e nel monastero di Santa Francesca Roma- na che custodisce al suo interno una vera e pro- pria pinacoteca a illu- strare e celebrare le im- prese dei tre campioni dell’ordine. ridecorare ex novo la cappella, ma il progetto non fu mai portato a termine. Nel XVI secolo, con il concorso di nuove se- guaci era nata l’esigenza di affiancare nuove strutture al monastero originario delle oblate; pertanto le religiose ave- vano ottenuto da Bene- detto XIV la chiesa che affacciava su Campo Vaccino, vincolata alla sede di Tor de’ Specchi nel 1550, e anche un ter- reno contiguo su cui le osservanti avrebbero in- nalzato un edificio mo- derno. Da esso si dipar- tivano due strade, la via di San Teodoro e la via della Consolazione, che oltre a collegare Santa Maria Liberatrice (con la nuova struttura) al Colosseo avevano inol- tre la funzione di rac- cordo poiché avrebbero dovuto «unirla alla sua antica sorella, la chiesa di S. F. Romana»; tale Giosuè Meli, «Santa Francesca Romana e l’Angelo» (Roma, chiesa di Santa Francesca Romana, XIX secolo) Antoniazzo Romano, «Storie di Santa Francesca Romana» (Roma, monastero di Tor de’ Specchi, 1468)
  • 5. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 16 febbraio 2014 pagina 5 Cent’anni dopo la pubblicazione di «Dubliners» Quanti luoghi comuni su James Joyce Francesco di Assisi e Ildegarda di Bingen Fiabe per grandi e per piccini La cattura di Adolf Eichmann raccontata ai ragazzi La Storia nella sua complessità di ENRICO REGGIANI P er l’eredità culturale e let- teraria di James Joyce (1882-1941) l’inizio del ter- zo millennio è stato scop- piettante e persino vulca- nico. Lo dimostrano molte circostan- ze inconfutabili. Quando nel 2004 Stephen Joyce, nipote dello scrittore ed erede uni- versale dei diritti d’autore derivati dalle sue opere, cercò inutilmente di impedirne la pubblica lettura duran- te le celebrazioni di ReJoyce Dublin anno, sia che si tratti, ad esempio, della prima rappresentazione teatrale in inglese del Pygmalion di Shaw, dell’uscita dell’antologia imagista cu- rata da Ezra Pound o dell’edizione londinese dei racconti di The Prus- sian Officer and Other Stories. Sorge, tuttavia, spontaneo il se- guente interrogativo: un altro cente- nario saprà anche offrire efficaci oc- casioni di approfondimento e di re- visione rispetto a modalità di ap- proccio inadeguate e ad interpreta- zioni spesso sclerotizzate, ideologiz- zate e, comunque, non più sostenibi- li? Proprio cent’anni fa, infatti, nel 1914, oltre ad alcune puntate di A Portrait of the Artist as a Young Man — che appariranno sulla ri- vista letteraria The Egoist da febbraio di quell’anno, per poi vedere la luce in for- ma di libro nel 1916 — uscì presso l’editore lon- dinese Grant Richards, dopo una sequela appa- rentemente interminabile di quindici rifiuti, Dubliners. Questa raccolta di quindici rac- conti, scritti tra il 1904 ed il 1907, che costituisce con ogni probabilità l’unica e abituale esperienza joyciana dell’italico lettore medio, resta troppo spesso incatenata a una giovanile rimembranza sco- lastica e ad alcuni stereotipi interpretativi solo di rado superati da una più matura fruizione testuale (quella che pare non sfiorare mai Ulysses, la cui lettura è assai di frequente più snobistica- mente sbandierata che pra- ticata). Tra i più duri a mo- rire di tali stereotipi, quelli che dipingono Joyce come ultramodernista nemico del- la tradizione letteraria, co- no “l’anima di quella paralisi parzia- le [hemiplegia] o completa [paralysis] che molti considerano una città” precede qualunque ideologia cosmo- polita, foss’anche solo per “lo spe- ciale odore di corruzione che aleggia sulle mie storie” (come scrisse in al- cune lettere del 1907). Le parole di Joyce vanno ascoltate con rispetto soprattutto — ed è forse questo lo stereotipo interpretativo più resistente e patologicamente reci- divante — perché, se al venticinquen- ne cattolico irlandese James Joyce interessava scrivere «un capitolo del- la storia morale del mio Paese», non bisognerebbe eludere la questione della natura, delle radici e degli oriz- zonti di tale storia morale. Oggi, più in particolare, non se ne dovrebbe trascurare il rapporto — comunque lo si voglia aggettivare — con il cattolicesimo irlandese di quei giorni, possibilmente senza innescare pericolosi corto-circuiti tra ciò che ne dicono lo scrittore, il narratore ed i personaggi, senza interpretarli re- trospettivamente sulla base di quan- to si legge in opere successive e sen- za ricorrere ad armamentari critici ideologizzati e ormai spuntati. Restano, infatti, tuttora da verifi- care con reale acribia ermeneutica sia le matrici cattoliche di Dubliners, sia le loro innumerevoli tracce te- stuali, che Joyce dissemina nella sua rappresentazione della “settima città della Cristianità” e delle quali ogni lettura, anche la più distratta, non può che registrare e apprezzare l’irri- ducibile vitalità: tali sono, ad esem- pio, la sua contraddittoria popola- zione di fedeli e di consacrati; il suo reticolo, moralmente intricato, di chiese, campanili, conventi, scuole, abitazioni; le sue pratiche devozio- nali, liturgiche, ecclesiali ed ecclesia- stiche, talora improbabili ma talvolta sincere. l’anno buono per valorizzare le peculiarità di Dubliners nel recepire il cattolicesimo romano che Joyce conobbe, senza confonderlo con quello odierno (Geert Lernout, 2010), le sue fundamental attitudes to- wards man (William York Tyndall, 1959) e le sue implicazioni in mate- ria di social morality (Lee Oser, 2007). Andrew Gibson nel 2006 e, nell’anno in corso, Enrico Terrino- ni (Attraverso uno spec- chio oscuro. Irlanda e Inghilterra nell’Ulisse di James Joyce, Mantova, Universitas Studio- rum, 2014, pagine 202, euro 14) hanno compiuto, tra gli altri, sforzi apprezzabili per riproporre l’identità irlandese di Joyce co- me fondamento del suo ruolo di intellet- tuale europeo e co- smopolita. Chi scrive auspica che il 2014 possa essere anche 2004, il Parlamento irlandese appro- vò un disegno di legge che lo con- sentiva. Quando il 13 gennaio 2012 venne definitivamente disinnescato questo annoso impedimento col pas- saggio dei capolavori joyciani nel pubblico dominio, l’editoria italiana (ma non solo) non si fece trovare impreparata e sfornò nell’arco di po- chi mesi nuove edizioni apprezzabili (su tutte, la versione dell’Ulisse a cu- ra di Enrico Terrinoni, pubblicata da me individualista restio ai confronti di qualsivoglia comunità, come cosmopoli- ta irridente le proprie radici naziona- li, come ateo nemico di ogni espe- rienza religiosa, e così via. Eppure Joyce esplicitò chiaramen- te in più occasioni ciò che lo mosse nella creazione delle sue quindici stories dublinesi. Lo fece, ad esem- pio, in un celebre passo di una lette- ra all’editore Grant Richards (1906) che offre numerosi antidoti contro i tenaci stereotipi interpretativi di cui si è detto sopra: «La mia intenzione di RITANNA ARMENI La storia di san Francesco e il lu- po si può raccontare ai bambini anche dalla parte del lupo. Lo fa Chiara Frugoni, storica medievista, una vita dedicata alla ricerca su Francesco e Chiara, nello splendi- do volume San Francesco e il lupo. Un’altra storia (Milano, Feltrinelli, 2013, pagine 32, euro 15), con illu- strazioni di Felice Feltracco. Il lupo — racconta — non è cat- tivo, è solo vecchio, malato, è sta- to cacciato perché troppo debole dagli altri lupi più giovani e forti e ha bisogno di mangiare. France- sco lo cerca per parlargli, per con- vincerlo a non fare del male. Per questo il frate vagò tanto nei bo- schi, sotto la neve, finché esausto dell’adulto che pure sta narrando una storia che, in altre forme, già conosceva. L’odore della bontà ge- nera bontà, quello della fratellanza produce fratellanza, quello del- l’amore crea amore. E poi non ci sono cattivi, solo uomini, donne e animali che hanno bisogno di sen- tire l’odore della bontà. Frugoni ha trasformato la storia di Francesco quel tanto che basta per comprenderla meglio, per adattarla a tempi che sembrano re- frattari ai buoni sentimenti. L’ha davvero indirizzata solo ai bambi- ni? Perché ci sono fiabe per bam- bini che è bene che leggano o ri- leggano i grandi. E questa è una di loro. Come lo è la storia di Ildegarda di Bingen, Ildegarda e la ricetta da raccontarle. Elisa è salva, può dire con orgoglio alla maestra: «Non è vero che tutte le donne medievali vivevano nei castelli e trascorrevano il tempo ricamando, o erano serve della gleba o coltiva- vano i campi, c’era anche una mu- sicista famosissima, Ildegarda von Bingen che ha scritto centinaia di inni». Elisa conosce Ildegarda, deve conoscerla a fondo perché altri- menti la monaca non rientrerà nel libro e la storia senza di lei si fer- merà. Per questo entra nel suo mondo fatto di musica, sensibili- tà, cultura, e soprattutto tantissi- ma creatività in tutti i campi della conoscenza. Ildegarda insegna a Elisa che le idee sono dapper- tutto. «Possono nascere — conclu- de felice la bambina — guardando gli amici o la maestra, passeg- giando, sfogliando dei libri. E la mia vita si è riempita di musica! Sento note dappertutto: il para- brezza in movimento suona una canzone, gli insetti in giardino ballano un valzer, la catena della mia bicicletta canta un allegro motivetto. Persino lo sfrigolio delle uova nella padella calda produce dei suoni armoniosi. Ba- sta saperli ascoltare». Basta ascol- tare Ildegarda. Anche chi è adul- to è preso da un inspiegabile en- tusiasmo. di GIULIA GALEOTTI Insegnando la storia a scuola, specie negli anni dell’obbligo, si corre spesso il rischio di presentare fatti, eventi, pas- saggi e snodi in compartimen- ti stagni. Come se, girando la pagina tra un capitolo e l’al- tro, avanzando di anni e attra- versando frontiere, mancassero raccordi saldi, capaci di ri- percorrere la tela che si dipa- na tra l’altro ieri e ieri, tra qui e lì. Per questo è interessante il romanzo per ragazzi di Neal Bascomb, Nazi Hunters (Fi- renze, Giunti, 2014, pagine 220, euro 9,90), che — riper- correndo l’avventurosa cattura di Adolf Eichmann — racconta la Shoah, il problema del ri- torno alla normalità per vinci- tori e vinti, vittime e carnefi- ci, i complessi assetti edificati dalla guerra fredda, i rapporti di opportunità e calcolo tra Paesi, il confine tra memoria e ossessione, tra vendetta e giu- stizia. Sedici anni dopo essere sva- nito nel nulla, Adolf Ei- chmann viene rapito alla fer- mata di un autobus in Argen- tina da un gruppo scelto di agenti segreti. Trasportato di nascosto in Israele, sarà og- getto di uno dei processi più significativi contro criminali nazisti. Bascomb — giornalista e saggista autore del best sel- ler per adulti Hunting Ei- chmann (2009) — racconta qui, a un pubblico di giovanissimi, come tutto ciò sia avvenuto: il sopravvissuto Simon Wiesen- thal riapre il caso Eichmann, un argentino cieco e la figlia adolescente forniscono prezio- se informazioni, un gruppo di agenti segreti — tratteggiati con poche ma efficaci pennel- late — parte da Israele per ef- fettuare il rapimento. Attraverso l’avventuroso ro- manzo storico, il giovane let- tore scopre aspetti meno noti della storia. La psicologia dei nazisti; il destino di molti ge- rarchi a fine guerra, e la com- plicità di tante autorità inter- nazionali nella loro fuga all’estero; il disinteresse dei Paesi sulla caccia; l’impegno di Israele affinché l’Olocausto non venisse dimenticato; la fa- tica che è stata fatta per ricor- dare, e per tramandare. Per fare memoria. si addormentò. E il vecchio lupo lo trovò solo e indifeso sul ghiac- cio. «Gli girò intorno, e l’annusò. Sentì un odore magico, nuovissi- mo. Non somigliava affatto al- l’odore di carne e di sangue che tanto gli piaceva. Il lupo era sor- preso e sbalordito. All’improvviso capì che Francesco non voleva uc- ciderlo, come gli uomini che gli davano la caccia. Capì che France- sco gli avrebbe voluto bene. Si sdraiò accanto a lui e lo riscaldò col suo pelo». Da quel giorno stette insieme al frate, lo seguì dappertutto obbediente e affettuo- so, come un cane. Ma non è solo questo il lieto fi- ne. C’è, infatti, una domanda che il bambino, prima impaurito, poi attento e incantato, fa inevitabil- mente a chi gli narra la favola di san Francesco e il lupo. Se il lupo seguì Francesco perché non pote- va staccarsi dal suo odore, che odore era? Che cosa l’ha convinto a diventare mansueto e affettuoso e a dimenticare la cattiveria e il sangue? «Era l’odore di un uomo buono», spiega il narratore. Il messaggio arriva diritto e cen- tra in pieno il cuore del piccolo, ma inevitabilmente anche quello la sua fortissima immagine di li- bertà e cultura femminile. Di re- cente la lotta accanita di questa donna mistica, musicista, esperta di medicina alternativa, infaticabi- le organizzatrice la cui vita è dedi- cata alla realizzazione piena del disegno di Dio, è stata raccontata da Anna Lise Marstrand-Jugersen, La sognatrice (Sonzogno, 2012). E tuttavia il libro di Daniela Maniscalco aggiunge qualcosa di fresco e di inaspettato anche per chi quella storia la conosce e per Ildegarda nutre da tempo una se- greta devozione. La piccola Elisa si chiede: «Ma è proprio vero che la storia della musica è popolata solo da musici- sti uomini?». È delusa e arrabbiata perché lei vorrebbe fare la musici- sta e capisce che, se fino ad allora non c’è riuscita nessuna donna, è difficile che ci riesca lei. Poi incontra Ildegarda. La sco- pre in un misterioso e magico li- bro medievale che la nonna le ave- va proibito aprire e di sfogliare. Lei, invece, non sa resistere alla tentazione, disobbedisce e dal li- bro emerge la monaca con un abi- to lungo fino ai piedi, le scarpe a punta e tante cose nuove e strane della creatività (Paler- mo, Rueballu, 2013, pagine 80, euro 16,50) di Daniela Maniscal- co, illustrata da Chia- ra Carrer in cui si rac- conta ai più piccoli di una piccola monaca che entrò in convento a soli otto anni, sape- va prevedere il futuro, fu una straordinaria musicista e inventò persino una lingua per comunicare con le consorelle. Su Ildegarda sono state scritte molte bio- grafie e molti impor- tanti saggi per adulti. Al suo successo in li- breria, ha contribuito certamente la decisio- ne di Benedetto XVI di nominarla dottore della Chiesa, oltre che Ildegarda disegnata da Chiara Carrer Il lupo in un disegno di Felice Feltracco Secondo un membro della presidenza dello Yad Vashem Palatucci resta Giusto tra le Nazioni David Cassuto, della presidenza dello Yad Vashem di Gerusalemme, replica alle accuse del Primo Levi Center di New York e si dice «convinto piena- mente dell’eroismo e della grandezza del questore di Fiume, Giovanni Pala- tucci, e anche dello zio vescovo che lo aiutò a salvare gli ebrei». È quanto si legge in un articolo di Angelo Picariello pubblicato su «Avvenire» del 15 febbraio. «Non c’è nessuna novità, o presunta tale, che giustifichi un proces- so di revisione del riconoscimento di “Giusto fra le Nazioni” conferito a Giovanni Palatucci il 12 settembre 1990» afferma Cassuto in una lettera a Roberto Malini, storico e documentarista della Shoah, che gli aveva comu- nicato una sua intervista sul caso Palatucci rilasciata al portale Lo Schermo. Domande e risposte «convincono pienamente dell’eroismo e della grandezza dei Palatucci» commenta il membro della presidenza dello Yad Vashem, che associa nel giudizio la figura dello zio, monsignor Giuseppe Maria Palatuc- ci, vescovo di Campagna, in provincia di Salerno, il quale partecipò all’ope- ra di salvataggio «attraverso l’assistenza agli ebrei trattenuti nel campo di in- ternamento del suo paese». La raccolta di racconti uscì presso l’editore londinese Grant Richards Ma solo dopo una sequenza interminabile di ben quindici rifiuti Newton Compton) e altre più scon- tate e talora semplicemente rifritte. Altrettanto, ovviamente, fecero le ca- se editrici straniere con una miriade di iniziative di vario profilo e livello, tra le quali spicca nel 2013 la pubbli- cazione di Finn’s Hotel, dieci inedite little epics apparse per i raffinatissimi tipi di Ithys Press con un’introdu- zione dell’autorevolissimo Seamus Deane, ora tra i prestigiosi ispiratori del Keough-Naughton institute for Irish Studies presso la statunitense e cattolica University of Notre Dame. Il 2014 sarà un ennesimo annus mirabilis nell’esperienza contempora- nea dell’eredità joyciana. Non c’è partita con il 1914 joyciano per altri pur illuminanti eventi della cultura letteraria anglofona in quello stesso coeurianamente il suo “paradigma della condizione carnale e finita dell’uomo”, vanno ascoltate con cura e rispetto per almeno tre ragioni: perché, se si tratta di un capitolo, vuol dire che esiste un libro che lo contiene insieme alla tradizione di altre analoghe rappresentazioni lette- rarie; perché, se tale capitolo riguar- da “il mio Paese”, significa che è da- ta una comunità nazionale della quale vale la pena occuparsi e della quale Joyce si occuperà instancabil- mente a modo suo, per tutta la sua vita e lungo tutta la sua parabola creativa; perché, se Dublino è la si- neddoche urbana prescelta da Joyce per rappresentare il “mio Paese”, “nel mio specchio minuziosamente lucidato” (lettera, 1906), allora persi- era scrivere un capitolo della storia morale del mio Paese: ho scelto Dublino come scena perché quella città mi sembrava il centro del- la paralisi». Visto che in lettera- tura le parole sono pie- tre e che anche quelle di Joyce proiettano ri- James Joyce
  • 6. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 6 domenica 16 febbraio 2014 Ultimata dopo trent’anni la traduzione del testo sacro in lingua locale La Bibbia che parla al Benin di JEAN-BAPTISTE SOUROU Ci sono voluti ben trent’anni, tanta pazienza e molta perseveranza per vedere la Bibbia tradotta anche nel- la lingua fon. Il fon, proveniente principalmente dal centro-sud del Benin, oltre al francese che è la lin- gua ufficiale, è uno degli idiomi più popolari e più usati nel Paese africa- no, anche perché molti commercian- ti e lavoratori del sud che emigrano verso il nord portano con sé la loro lingua e la loro cultura. Senza dire, poi, che la maggior parte delle isti- tuzioni statali di formazione, di educazione, di economia, di svilup- po e di cura fino a poco tempo fa avevano base nel sud del Paese, do- ve appunto domina il fon, per cui prima o poi, anche gli abitanti del nord erano in qualche modo “co- stretti” a impararlo. Il fon è anche la lingua liturgica in uso nelle diocesi di Cotonou e di Abomey. Per cui la si potrebbe dav- vero considerare come la seconda lingua per importanza dopo il fran- cese. E visto che pochi parlano e leggono il francese, una traduzione in fon dei testi biblici era quanto mai attesa. Si capisce allora la gioia e l’entu- siasmo delle migliaia di fedeli, reli- giose e religiosi, sacerdoti, autorità civili e militari venuti domenica 2 febbraio, solennità della Presenta- zione del Signore, nel palazzetto dello sport di Cotonou, dovè è stata presentata la prima versione della Bibbia in fon interamente tradotta in Benin da una squadra di biblisti di tutte le confessioni cristiane. In- fatti, l’idea è partita dall’Alliance Bi- blique du Bénin che aveva già tra- dotto i testi sacri in altre lingue lo- cali. Essa ha allora voluto unire tut- te le Chiese e le comunità ecclesiali per avere una versione completa della Bibbia in fon, una versione in- terconfessionale. Secondo il progetto, ogni Chiesa e comunità ecclesiale doveva dare il suo contributo. Ma dopo cinque an- ni, niente o quasi nulla era stato fat- to. Gli incontri si sono moltiplicati, in seguito. Ci è voluto allora corag- gio, tanta motivazione e aiuto reci- proco per superare le difficoltà. Gli scogli principali erano le espressioni proprie a ciascuna Chiesa e comuni- tà, e il tempo necessario per la con- cessione degli imprimatur. Ma dopo trent’anni, la Bibbia in fon è una realtà. E tra i membri dell’équipe dei traduttori molti hanno confidato che «è stato bello aver lavorato con i fratelli delle altre Chiese». Il momento più bello, della ceri- monia di domenica 2 febbraio è sta- to quando i volumi sono stati sco- perti dal rappresentante della Socie- tà bibblica olandese, assieme al pa- store Daniel Hounzandji, direttore dell’Alleanza biblica del Benin, e da monsignor Clet Feliho, vescovo di Kandi e presidente della Commis- sione episcopale per l’ecumenismo. La Bibbia in fon è stata realizzata in lingua corrente, con un vocabola- rio e una grammatica semplici per facilitarne l’uso ai fedeli. Essa esiste in due versioni: una con i libri deu- terocanonici e l’altra senza questi. «È una grande sfida che dovevamo affrontare. È una questione d’onore, di maturità per la Chiesa in Benin. La Parola ci è stata portata cento- cinquanta anni fa e non siamo stati capaci fin d’ora di tradurla nella no- stra lingua. Non l’avevamo allora ancora ben accolta, al punto di ap- propiarcene, di tradurla nella nostra lingua», ha dichiarato il coordinato- re dei lavori di traduzione per la Chiesa cattolica, padre Victor Noël Sogni. L’Alleanza biblica in Benin lavora per rendere la Parola di Dio accessi- bile a tutti, traducendola nelle lin- gue locali più popolari e si impegna anche a organizzare delle vere e proprie campagne di alfabetizzazio- ne perché se la gente non sa leggere e scrivere, non serve a niente tradur- re i testi sacri. Appello alla comunità internazionale dell’arcivescovo di Bangui Nella Repubblica Centroafricana l’ombra del genocidio BANGUI, 15. Nella Repubblica Cen- troafricana il rischio che si arrivi al genocidio è imminente. Ne è ferma- mente convinto l’arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonné Nza- palainga, che in diverse occasioni ha lanciato un appello alla comunità internazionale e alle Nazioni Unite affinché si intervenga al più presto per fermare l’ondata di violenza nel Paese africano. «Con appena quattro-cinquemila soldati — ha spiegato il presule alla Fondazione di diritto pontificio, Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) — è impossibile restaurare la pace nell’intero Paese. Per proteggere la popolazione servono più uomini. La crisi ha ormai raggiunto proporzioni drammatiche e in Centroafrica po- trebbero regnare definitivamente il caos, l’anarchia e il disordine to- tale». Monsignor Nzapalainga ha rac- contato di un suo recente viaggio a Bodango, un piccolo villaggio a 190 chilometri dalla capitale Bangui. Ar- rivato sul luogo, il presule si è reso conto che erano scomparsi circa duecento musulmani che abitavano il piccolo centro e ha chiesto ad al- cuni militanti anti-balaka cosa fosse successo. «Mi hanno risposto che erano stati cacciati e si erano trasfe- riti nella capitale. Ma come poteva- no camminare per quasi duecento chilometri con donne, anziani e bambini? È chiaro che è andata di- versamente». L’arcivescovo ha sotto- lineato come, a differenza di quanto diffuso dai media internazionali, gli anti-balaka — che in lingua sango si- gnifica anti-machete — non sono mi- lizie cristiane. Un’estraneità più vol- te affermata dall’episcopato locale e ribadita nei giorni scorsi anche dal vescovo di Bangassou, monsignor Juan José Aguirre Muñoz. «Nessu- na milizia cristiana — ha dichiarato il presule — sta uccidendo i musul- mani in Centroafrica. Gli anti-bala- ka sono dei cittadini traumatizzati ed esaltati, che dopo aver subito per un anno violenze e soprusi da parte della Seleka, hanno deciso di vendi- carsi riversando il proprio odio con- tro la coalizione e contro i centrafri- cani di fede islamica che l’hanno so- stenuta». Intanto la popolazione continua a vivere nel terrore e ad assistere a scene che, ha sottolineato monsi- gnor Nzapalainga, «ricordano il ge- nocidio in Rwanda». L’arcivescovo si riferisce a quanto accaduto a Bohong, il piccolo villaggio cristia- no a quindici chilometri da Bouar attaccato dalla Seleka l’estate scorsa. «Persone arse vive, case bruciate, te- schi e ossa abbandonati tra le cene- ri. Avevo visto simili crudeltà — ha raccontato — solo nei documentari sull’olocausto rwandese. Oggi, il diavolo vive nel nostro Paese e se nessuno tratterrà la sua mano, il maligno riuscirà a raggiungere il suo obiettivo: uccidere e distrugge- re». La presenza dei missionari è uno dei pochi aiuti rimasti ai cen- trafricani. «Loro hanno scelto di ri- manere, non sono stati costretti. E nel coraggio di questi religiosi i cen- trafricani possono intravedere una luce nel buio della notte. Perché se i missionari sono ancora in Cen- trafrica, vuol dire che c’è ancora speranza». Secondo padre Federico Trinche- ro, missionario carmelitano scalzo, superiore e maestro degli studenti nel convento Notre Dame du Mont Carmel di Bangui, «la follia della guerra non ha risparmiato neppure le famiglie dei miei confratelli: a qualcuno è stato ucciso un parente, a qualcun altro è stata bruciata o saccheggiata la casa. Se i seleka, e chi li ha sostenuti, sono indubbia- mente all’origine della situazione in cui ci troviamo — ha dichiarato a Fi- des — gli anti-balaka hanno dimo- strato una violenza pari, se non su- periore, a chi li ha preceduti e pro- vocati. Gli anti-balaka, che non so- no musulmani, non possono dirsi cristiani. Se lo erano, le loro azioni dicono il contrario. Più volte i ve- scovi hanno denunciato questa vio- lenta reazione popolare, che i media hanno frettolosamente interpretato come cristiana. Ma, poiché non so- no musulmani — continua — la con- fusione è stata inevitabile. Ci conso- la la consapevolezza che, sebbene tutto ciò sia una vergogna sono stati centinaia, forse migliaia, i musulma- ni che hanno trovato rifugio nelle parrocchie e nei conventi sparsi nel Paese, salvandosi letteralmente la vi- ta. Ma l’esodo di questa minoranza è ormai cominciato. Tantissimi mu- sulmani sono stati costretti a lasciare il Paese, pur essendo nati qui. A ciò si aggiunge un effetto collaterale che renderà ancora più difficile la già fragile economia centroafricana. Le poche attività commerciali erano infatti in mano ai musulmani. Il fu- turo del Centroafrica, anche quello economico, è quindi una vera inco- gnita». Intanto, l’elezione del nuovo pre- sidente della Repubblica Centroafri- cana, Cathérine Samba Panza, avve- nuta il 20 gennaio scorso, ha dato un segnale di distensione poiché, a differenza di chi l’ha preceduta, go- de del favore popolare. Lettera pastorale della conferenza episcopale in vista delle elezioni generali Il Sud Africa e il dono prezioso della democrazia PRETORIA, 15. «Venti anni di demo- crazia. Il popolo di Dio e tutti gli uomini di buona volontà» è il titolo della lettera pastorale diffusa nei giorni scorsi dalla Conferenza epi- scopale del Sud Africa in occasione del ventesimo anniversario dell’af- fermarsi della democrazia nel Paese e in vista delle elezioni generali che si terranno il 7 maggio. Il documento sottolinea il valore del processo democratico, definito dai vescovi “un tesoro”, grazie al quale si sono potuti promuovere «i diritti di tutti e restaurare la dignità della maggioranza della popolazio- ne, negata dall’Apartheid». I presuli — riferisce Radio Vatica- na — hanno inoltre elogiato «il mi- glioramento delle condizioni di vita della popolazione apportato dalla democrazia» e riscontrabile nello sviluppo delle infrastrutture e dei servizi forniti dallo Stato, così come nell’attenzione alla situazione so- ciale. Tuttavia, a due decenni dall’ini- zio del processo democratico, il Sud Africa — fanno notare i vescovi — non conta solo le luci, ma anche le ombre. «Molte persone vivono ancora in condizioni intollerabili», scrivono i presuli, denunciando lo scarso valore che viene dato alla vi- ta umana, la presenza di atteggia- menti e comportamenti razzisti, «l’orrore degli abusi su minori e an- ziani, i rapimenti e le violenze do- mestiche». Di qui, l’esortazione a «ricostruire il Paese secondo i valori del Vangelo, lavorando tutti insie- me allo sradicamento dei crimini, del traffico di droga e della tratta di esseri umani per rendere il Sud Africa ospitale e bandire così la xe- nofobia ed il razzismo». Due i principi ai quali fare riferi- mento, hanno affermato ancora i vescovi sudafricani, ovvero «traspa- renza e responsabilità. Dobbiamo essere in grado — sostengono — di considerarci responsabili gli uni ri- spetto agli altri della nostra libertà e dell’uso delle risorse del nostro Paese». Altrettanto senso di responsabili- tà viene richiesto alle forze dell’or- dine, affinché «combattano il crimi- ne, agli insegnanti perché formino i loro alunni, ai genitori affinché amino e abbiano cura dei loro figli, e ai sacerdoti e religiosi affinché provvedano alla crescita spirituale della popolazione». Il tutto nell’ot- tica «della dignità e del rispetto re- ciproco». Il processo democratico, ribadisce ancora la Conferenza epi- scopale sudafricana, non riguarda solo i leader politici, ma «richiede il coinvolgimento di ciascuno affin- ché dia il suo contributo, anche grazie alle associazioni civili ed ec- clesiali». Inoltre, in vista delle elezioni, i vescovi indicano, nella lettera, alcu- ni criteri in base ai quali i fedeli so- no invitati a scegliere come votare: sacralità della vita e dignità di ogni essere umano; sostegno al matrimo- nio e alla famiglia; responsabilità sociale e rispetto del bene comune; equa condivisione delle risorse e della ricchezza; solidarietà con i po- veri e gli emarginati. Il testo insiste in particolare su questo ultimo pun- to, invitando «a votare per i partiti le cui politiche siano autenticamen- te al servizio di tutti e in particolare dei più poveri e vulnerabili. Dob- biamo respingere ogni forma di avi- dità, di etnicità, di corruzione e di arricchimento illecito». Infine, i vescovi invitano a rende- re grazie a Dio «per il prezioso do- no della democrazia e a pregare per il Paese. Possano le scelte che fac- ciamo portare speranza ai poveri, unità a tutto il nostro popolo e un futuro sicuro e pacifico per nostri figli». Il Consiglio ecumenico delle Chiese contro l’utilizzo dei droni Una seria minaccia per l’umanità GINEVRA, 15. Il Comitato esecutivo del Consiglio ecumenico delle Chie- se (Cec o World Council of Chur- ches) ha condannato l’uso dei droni o Unmanned Aerial Vehicles (gli ae- rei armati senza pilota comandati a distanza) poiché rappresentano «una seria minaccia per l’umanità e il diritto alla vita e creano pericolosi precedenti nelle relazioni tra gli Stati». Queste preoccupazioni sono state espresse nella dichiarazione conclu- siva del comitato del Cec riunitosi nei giorni scorsi presso il Centro ecumenico di Bossey, in Svizzera. Nel comunicato viene sottolineato che l’uso della tecnologia Uav at- tualmente sta permettendo a Paesi come gli Stati Uniti, Israele, Russia e Regno Unito, ad andare verso si- stemi sofisticati che danno la piena autonomia di combattimento a delle macchine telecomandate. L’uso dei droni, apparsi per la prima volta nella guerra dei Balcani, è andato via via aumentando in Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia e più recente- mente in Pakistan. Il Comitato ese- cutivo del Consiglio ecumenico del- le Chiese, pertanto, ha esortato i Governi a «rispettare e a riconosce- re il dovere di proteggere il diritto alla vita dei loro cittadini e di op- porsi alla violazione dei diritti uma- ni», mentre ha invitato la comunità internazionale a «opporsi alle politi- che e alle pratiche illegittime». Nella dichiarazione, inoltre, il Cec lancia un appello al Governo degli Stati Uniti affinché garantisca la giustizia alle vittime di attacchi con i droni e fornisca un accesso immediato ed efficace alle procedu- re di risarcimento e una protezione adeguata per la riabilitazione delle vittime degli attacchi. Lo scorso novembre anche l’arci- vescovo Silvano Maria Tomasi, Rap- presentante Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e altre Organizzazioni internazionali a Gi- nevra, in occasione dell’incontro an- nuale degli Stati Parte della Con- venzione sull’interdizione e limita- zione dell’uso di alcune armi con- venzionali che possono produrre ef- fetti traumatici eccessivi o indiscri- minati (Ccw), ha espresso preoccu- pazione sull’utilizzo dei droni. «Ne- gli ultimi anni — ha dichiarato l’ar- civescovo — l’uso di droni armati nei conflitti armati e in altre azioni ostili internazionali è aumentato in modo esponenziale. Per alcuni di coloro che prendono le decisioni, i fattori sociali, politici, economici e militari possono anche aver modifi- cato l’equazione riguardo all’uso dei droni armati, ma le preoccupazioni etiche e umanitarie continuano a es- sere grandi e, di fatto, si sono fatte più pressanti con l’aumento del loro impiego». La Nigeria e i pregiudizi anticristiani ABUJA, 15. «Non dobbiamo essere fagocitati dalle imposizioni dispo- tiche di alcuni Governi o di alcu- ne organizzazioni non governative che vogliono dettare le tendenze morali mondiali basate sui loro valori laicisti». È quanto ha di- chiarato monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos e pre- sidente della Conferenza episcopa- le della Nigeria, durante il semi- nario di lavoro dei medici e degli infermieri cattolici. Il presule — riferisce Fides — ha sottolineato che spesso le critiche alla posizione della Chiesa cattoli- ca su tematiche relative alla difesa della vita e alla morale sessuale derivano da posizioni pregiudizia- li, frutto della scarsa conoscenza degli insegnamenti cattolici. «La Chiesa — ha detto — è di frequen- te giudicata da persone alle quali non interessa conoscere quello in cui realmente crede. I pregiudizi hanno reso ciechi i critici della Chiesa, per cui molti di loro non sono in grado di essere obiettivi sulle tradizioni e sulle credenze dei cattolici. Senza un discerni- mento culturale o intellettuale cor- riamo il rischio di perdere i nostri valori».
  • 7. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 16 febbraio 2014 pagina 7 Per l’arcivescovo di Cali va aperto un tavolo di negoziati anche con l’Eln In Colombia la pace deve coinvolgere tutti BOGOTÁ, 15. Potrebbe avere effetti positivi l’eventuale coinvolgimento dell’Esercito di liberazione naziona- le (Eln) nei negoziati di pace fra il Governo colombiano e le Forze ar- mate rivoluzionarie (Farc) da tempo in corso a L’Avana. Ne è convinto l’arcivescovo di Cali, Darío de Jesús Monsalve Mejía, il quale alla stam- pa — secondo una nota inviata all’agenzia Fides — ha spiegato che in questi ultimi giorni sono apparsi elementi molto importanti da consi- derare. Il presule ha partecipato, co- me rappresentante della Conferenza episcopale colombiana, a diverse trattative per la liberazione dei rapi- ti dai guerriglieri dell’Eln e si è sempre espresso positivamente sui negoziati di pace: «Ho sentito che c’è disponibilità dalle parti. Il presi- dente della Repubblica Juan Ma- nuel Santos è venuto a parlare con noi durante l’assemblea della Confe- renza episcopale e ha ribadito la sua convinzione in questo dialogo». Per monsignor Monsalve Mejía, l’Esercito di liberazione nazionale avrebbe già definito alcuni punti per una possibile agenda di accor- do, «soprattutto nel settore delle miniere, dell’energia e dell’ambien- te. Credo sia essenziale — ha osser- vato — che l’Eln entri in questo pro- cesso di dialogo con un tavolo sepa- rato e che dovrebbe anche aumenta- re la partecipazione dei cittadini». Va letta alla luce di questi spiragli di pace l’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio che ha lanciato un appello per il rilancio del dialogo fra Governo colombiano e gruppi guerriglieri. «I colombiani — si leg- ge nel documento — si trovano di fronte a una storica svolta: mettere fine alla guerra una volta per tutte o continuare a soffrire per un conflitto sanguinoso che va avanti da 50 an- ni. In realtà tutti i colombiani, uo- mini e donne, bambini e anziani, ricchi e poveri, sono vittime di un conflitto che ha oltrepassato ogni li- mite. Accogliamo con favore il fatto che l’attuale governo e la guerriglia abbiano deciso di cercare formule di intesa per una soluzione negoziale a questo lungo e inutile scontro. Il dialogo è la via per porre fine al conflitto». La pace è possibile: «Ne è dimostrazione l’accordo raggiunto pochi giorni fa sul secondo punto dell’agenda a proposito della parte- cipazione politica. Siamo certi che l’amore per il Paese e per il suo fu- turo permetterà loro di trovare solu- zioni giuste ed eque per risolvere i contrasti, riunire l’unica famiglia co- lombiana e offrire alle giovani gene- razioni il futuro che meritano». L’appello è stato sottoscritto da nu- merose personalità. Nelle Filippine una campagna quaresimale in favore dei più poveri Digiunare per nutrire La Chiesa e il dramma dei bambini soldato Una realtà invisibile Appello dei presuli del Venezuela dopo le sanguinose manifestazioni di protesta Il dialogo è la chiave di volta CARACAS, 15. La Chiesa in Venezue- la condanna in maniera netta il cli- ma di violenza che attraversa il Pae- se, ma chiede allo stesso tempo che il Governo ascolti la voce della pro- testa. È quanto ha ribadito il presi- dente dell’episcopato venezuelano, l’arcivescovo di Cumaná, Diego Ra- fael Padrón Sánchez, che, in parti- colare, ha stigmatizzato con decisio- ne l’uccisione di tre manifestanti, avvenuta nel corso delle recenti pro- teste contro il Governo del presi- dente Nicolás Maduro. «Ciò che è accaduto è molto triste e va rifiuta- to», ha detto il presule. Una dichia- razione che ha preceduto di poche ore un comunicato diffuso dal con- siglio di presidenza dell’episcopato dal titolo «Costruire la pace ed evi- tare la violenza», nel quale si espri- me «profonda preoccupazione per il crescente clima di tensione», si «ri- fiuta ogni tipo di violenza», riba- dendo al contempo «il diritto di protesta pacifica, così come il diritto alla libertà di espressione e di infor- mazione», indicati come «valori so- ciali essenziali per l’esercizio di una vera democrazia». Mercoledì 12, come è noto, mi- gliaia di venezuelani si erano riuniti in diverse zone della capitale per ce- lebrare il duecentesimo anniversario della Battaglia della Vittoria, mani- festazione che ricorda la guerra di indipendenza del Paese. Lo stesso giorno è stata celebrata anche la Giornata della Gioventù, per rende- re omaggio ai giovani che sono morti durante il conflitto. La com- memorazione è però diventata l’oc- casione per una protesta generale in difesa dei diritti umani, con l’accusa rivolta al presidente Maduro di re- primere le dimostrazioni contro il governo. I manifestanti criticavano l’uso delle armi da fuoco da parte della polizia e il ricorso alla legge antiterrorismo per fermare gli attivi- sti, violando così il diritto costitu- zionale alle proteste pacifiche. In merito a questi eventi, il presi- dente della Conferenza episcopale venezuelana ha affermato che que- sto «è il momento opportuno per tutti i venezuelani di riflettere e mo- bilitarsi a favore della pace». Infatti, «lo stato di violenza al quale siamo arrivati», spinge a rinnovare, «anco- ra una volta, un appello serio, mol- to forte, alla riconciliazione e al re- ciproco riconoscimento. Senza que- ste condizioni non vi sarà dialogo e dunque neanche pace». Per il presidente dell’episcopato venezuelano, «il dialogo è una chia- ve che apre le porte, che abbassa le tensioni e consente di trovare accor- di e coincidenze tra tutti, che certa- mente ci sono». Secondo l’arcive- scovo Padrón Sánchez, non seguire questa strada significa approfondire «la polarizzazione». Di qui anche la richiesta, rivolta allo stesso presiden- te Maduro, di «dare ascolto al po- polo che protesta», perché «non possiamo avere un Governo che non ascolta la sua gente», ha sotto- lineato il presule, che è poi tornato a elencare i molti problemi del Pae- se, peraltro già denunciati nel corso della plenaria dell’episcopato dello scorso gennaio: la situazione di crisi e di paura in cui vive la popolazio- ne; la mancanza di generi alimenta- ri, anche quelli minimi necessari; la corruzione e lo scontro polarizzato dei gruppi politici. Infine, monsignor Padrón Sán- chez, che ha difeso la marcia dei giovani perché legittima e pacifica, ha denunciato l’esistenza di «picco- lo gruppi violenti che occorre indi- viduare, disarmare e arrestare». Il tema della violenza e della ne- cessità di una aprire una fruttuosa stagione di dialogo tra Governo e opposizione era stato affrontato dall’episcopato anche nel corso del- la plenaria dello scorso mese di lu- glio. «Siamo tutti coinvolti — si leg- ge nel documento dei vescovi — nel costruire il bene del Paese. E tutti dobbiamo risolvere i principali pro- blemi, come l’insicurezza, e lavorare per tutto ciò che riguarda la qualità della vita». In quella occasione, i presuli avevano anche ricevuto la vi- sita del ministro degli Interni e del- la Giustizia, Miguel Rodríguez Tor- res, al quale avevano assicurato, da parte della Chiesa cattolica, il desi- derio di dare un contributo signifi- cativo al Plan Patria Segura e alla missione A Toda Vida Venezuela. «Abbiamo affrontato la questione della sicurezza, del recupero delle armi illegali, dei prigionieri e degli esiliati politici», spiegò allora il pre- sidente dell’episcopato. Nel documento finale, i vescovi, inoltre, avevano fatto riferimento a una loro precedente dichiarazione del 17 aprile 2013, in occasione dei risultati elettorali presidenziali, a se- guito dei quali scoppiarono disordi- ni nel Paese con la morte di sette persone e numerosi arresti. «Esortia- mo i leader politici e sociali — si legge in quella dichiarazione dell’aprile scorso — a non usare un linguaggio offensivo, denigratorio e provocatorio. Al fine di evitare scontri per le strade che spesso si traducono in violenza e talvolta nel- la morte di persone. Come cristiani siamo tenuti a stare dalla parte dei più deboli, dobbiamo perdonare e lottare per fare prevalere l’unione sulla divisione, l’amore sull’odio, la pace sulla violenza». MANILA, 15. La quaresima può esse- re l’occasione per aiutare e sfamare gli almeno 250.000 bambini malnu- triti che vivono in tutto l’arcipelago filippino. È quanto ha detto il car- dinale arcivescovo di Manila, Luis Antonio G. Tagle, in vista del pros- simo mercoledì delle Ceneri — gior- no in cui la Chiesa tradizionalmente osserva il digiuno — perché il dena- ro risparmiato venga utilizzato in iniziative di solidarietà. In particolare, le parole del por- porato si ricollegano all’iniziativa di Pondo ng Pinoy, ente caritativo fon- dato anni fa dal cardinale Gauden- cio B. Rosales, attuale arcivescovo emerito di Manila, che ha lanciato una campagna di raccolta fondi, con l’obiettivo di raccogliere denaro sufficiente per sfamare almeno 250.000 bambini filippini. Sopran- nominata Fast2Feed (digiunare per nutrire), l’iniziativa si rivolge ai fe- deli chiedendo loro di donare il de- naro risparmiato per l’acquisto di ci- bo il prossimo 5 marzo, mercoledì delle Ceneri. In prima fila a promuovere il pro- getto vi è, appunto, il cardinale arci- vescovo della capitale, il quale — co- me riferisce l’agenzia AsiaNews — ha invitato la comunità a donare fondi a favore dei bambini malnutri- ti. Particolare attenzione è dedicata ai minori che vivono nelle aree col- pite da terremoti o dal passaggio del tifone Yolanda nel novembre scorso. Il cardinale Tagle, che presiede la fondazione Pondo ng Pinoy, chia- mata a verificare l’attuazione del programma di aiuti Hapag Asa, ha sottolineato che almeno 50.000 dei 250.000 bambini sfamati con i fondi raccolti «provengono da aree segna- te dalle calamità naturali». Per alle- viare le sofferenze dei bambini mal- nutriti, Hapag Asa cerca di intensi- ficare le campagne di raccolta fondi coinvolgendo le diocesi interessate. Il progetto riguarda bambini di età compresa fra i sei mesi e i dodici anni; essi ricevono una volta al gior- no, per cinque giorni a settimana, generi alimentari e di conforto, per un totale di almeno sei mesi. Il co- sto semestrale è di 1.200 pesos (po- co più di 26 dollari) per bambino. Oltre al cibo per i bambini, il pro- gramma fornisce anche nozioni e corsi ai genitori, per insegnare loro come nutrire al meglio i loro figli. Essi ricevono pure informazioni e competenze di base per poter otte- nere un impiego o avviare un’attivi- tà propria. Istituito nel 2004 dall’allora arci- vescovo di Manila, il Pondo ng Pi- noy ha dato ai filippini l’opportuni- tà di mettere a disposizione le pro- prie risorse in favore dei meno for- tunati. Secondo gli ultimi rapporti, nell’anno fiscale 2012-2013, il pro- gramma ha raccolto un totale di 15,8 milioni di pesos, circa 280.000 euro. La maggior parte delle donazioni è giunta dalle parrocchie dell’area me- tropolitana di Manila, seguita da quelle di Malolos e Antipolos. L’ini- ziativa della Chiesa incoraggia la gente a donare 25 centesimi al gior- no nelle varie parrocchie e scuole, ed è una prova continua della gene- rosità del popolo filippino. A venti anni dalla morte La Francia ricorda il cardinale François Marty Lutto nell’episcopato Monsignor Francisco José Ar- náiz Zarandona, della Compa- gnia di Gesù, già vescovo ausi- liare di Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana, è mor- to nel pomeriggio di venerdì 14 febbraio. Nato il 9 marzo 1925 a Bilbao in Spagna, era entrato nella Compagnia di Gesù il 30 maggio 1941 e il 15 luglio 1955 era stato ordinato sacerdote. Quindi nel 1961 era arrivato nel- la Repubblica Dominicana. Il 2 dicembre 1988 era stato nomi- nato vescovo titolare di Leges e ausiliare di Santo Domingo. Il 6 gennaio 1989 Giovanni Paolo II gli aveva conferito l’ordina- zione episcopale. Il 31 luglio 2002 aveva rinunciato all’incari- co pastorale. Le esequie di monsignor Arnáiz Zarandona saranno celebrate domenica 16 febbraio, alle ore 11, nella catte- drale di Santo Domingo. PARIGI, 15. Aveva una preoccupa- zione speciale per la gente delle “periferie”: il 24 dicembre 1970, mentre lo si attendeva per celebra- re la messa di mezzanotte nella cat- tedrale di Notre-Dame, si attardò per condividere un piatto di maiale e crauti con ottocento senzatetto. Era di una gioiosa semplicità ma anche di una grande audacia mis- sionaria. Amava telefonare diretta- mente ed era chiamato spesso da Paolo VI (che lo aveva creato cardi- nale il 28 aprile 1969) e poi da Giovanni Paolo II per essere con- sultato sulla situazione nella “sua” Chiesa. La Francia — riferisce il quotidiano «la Croix» nell’edizione di venerdì 14 febbraio — ricorda domani il ventesimo anniversario della morte del cardinale François Marty, avvenuta il 16 febbraio 1994, all’età di quasi 90 anni. Una morte tragica: a bordo della Citroën 2 cv che i fedeli parigini gli avevano re- galato quando lasciò la guida dell’arcidiocesi, restò intrappolato in un passaggio a livello in località Monteils di Villefranche-de-Rouer- gue (vicino al convento dei dome- nicani dove viveva) e venne investi- to da un treno. Marty fu prelato della Mission de France, arcivesco- vo di Parigi dal 26 marzo 1968 al 31 gennaio 1981 e presidente della Conferenza episcopale dal 1969 al 1975. Celebre un suo appello alla pace e all’unità lanciato, il 25 mag- gio 1968, durante una trasmissione televisiva. Le Fraternità monastiche di Gerusalemme gli dedicheranno domani una giornata con conferen- ze e testimonianze, mentre il 14, 15 e 16 marzo Rodez (la diocesi dove nacque e dove è sepolto) ha orga- nizzato un convegno dal titolo «François Marty e il concilio Vati- cano II». A Tv2000 e RadioinBlu cambio al vertice ROMA, 15. Cambio al vertice di Tv2000 e RadioinBlu, rispetti- vamente emittente e radio pro- mosse dalla Conferenza episco- pale italiana (Cei): è stato infat- ti nominato ieri direttore ad in- terim monsignor Francesco Ce- riotti, che sostituisce Dino Bof- fo, in carica dal 2010. Per lun- ghi anni monsignor Ceriotti ha diretto l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei. MADRID, 15. «Nella milizia avevo tutto quello che volevo: ragazze, ta- bacco, alcol». A parlare è un congo- lese di 14 anni, che attualmente si trova in un centro salesiano per il reinserimento nella società civile. Si è lasciato alle spalle l’orrore delle ar- mi. Ma ci sono ancora trecentomila bambini — si legge in un comunica- to della procura missionaria salesia- na di Madrid — che non hanno avu- to la fortuna di essere liberati. Per le Nazioni Unite è da considerare un bambino soldato ciascuna persona sotto i 18 anni di età che fa parte di qualsiasi tipo di forze armate, rego- lari o irregolari, con qualsivoglia mansione. Non si parla, quindi, sol- tanto di bambini che brandiscono le armi, ma anche di cuochi, di facchi- ni, di messaggeri e di ragazze reclu- tate per scopi sessuali. La relazione dell’Assemblea generale del Consi- glio di sicurezza dell’Onu del mag- gio 2013 indica che, allo stato attua- le, cinquanta gruppi armati e otto Governi reclutano o utilizzano i bambini nei contesti di ostilità, sen- za contare quelli che sono integrati nelle milizie a sostegno dei Governi. È abbastanza evidente che quando sorge un conflitto i minori sono una facile risorsa, «una forza militare molto economica — spiegano nel centro Don Bosco di Goma Ngangi, nella Repubblica Democratica del Congo — e obbediente. I bambini non pensano alle conseguenze delle loro azioni in guerra, mangiano po- co e sono facili da sostituire». Ogni anno, migliaia di bambini, bambine e giovani vengono sradicati con vio- lenza dalle loro case e trovano nella milizia una sorta di “famiglia”. Tra i motivi che spingono i bambini verso l’arruolamento ci sono la povertà, la disgregazione familiare, l’abbando- no scolastico, l’abuso, i sequestri. Il lavoro di riabilitazione non consiste solo nel curare le ferite attraverso il reinserimento nella società, come fa, ad esempio, l’opera Ciudad Don Bosco di Medellin, che nei suoi die- ci anni di vita ha riabilitato 280 bambini ex-guerriglieri; si tratta an- che di lavorare sulla prevenzione, fornire ai minori e alle loro famiglie un’educazione integrale, fondata sull’amore e il rispetto.
  • 8. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 8 domenica 16 febbraio 2014 Appello del dicastero per i migranti e gli itineranti Per un uso responsabile dell’acqua Iniziativa del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari In Tanzania cure gratuite per i malati di aids Omelia del cardinale Filoni Come piccoli alunni di Cristo Mettersi alla scuola di Cristo per tornare a essere «piccoli alunni e ascoltare il Maestro»: è il suggeri- mento rivolto dal cardinale Fer- nando Filoni, prefetto della Con- gregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ai partecipanti della plenaria della Congregazione per l’educazione cattolica, in questi giorni. Per loro il porporato ha celebrato la messa nella cappella del Pontificio Collegio Urbano «dove — ha ricordato all’omelia — migliaia di giovani si sono prepa- rati al sacerdozio, alla vita pasto- rale e missionaria, nonché alla propria formazione intellettuale presso la nostra Pontificia Univer- sità Urbaniana». Facendo riferimento ai lavori della plenaria, il cardinale ha poi auspicato che la Congregazione per l’educazione cattolica possa attingere dalla «sorgente eucaristi- ca quell’energia spirituale così ne- cessaria alla propria alta missione di formazione della gioventù di ogni ordine e grado». Il modello a cui guardare in ambito educati- vo è sempre quello di Cristo mae- stro, il quale «con il suo dire, ci fa star bene, perché parla dritto al cuore e alla mente» e «ci tira fuo- ri dall’inganno». È lui che «ci fa conoscere dove alberga la radice del male, lì dove si generano le “cose cattive” che ci rendono im- puri, e, secondo Agostino, rendo- no il cuore “inquieto” e attonito: stoltezza, superbia, calunnia, invi- dia, dissolutezza, inganno, malva- gità, avidità, adulterio, omicidio, furto», ha detto il porporato rife- rendosi al brano evangelico di Marco (7, 21-11). Se un «palazzo» è costruito su «queste colonne», ha ammonito, «andrà in rovina». Al contrario, la «casa» che si è «costruita la sapienza di Dio, Cristo, la casa dalle sette colonne teologali (fede, speranza, carità) e cardinali (pru- denza, giustizia, fortezza, tempe- ranza), fondata sulla “roccia”, re- sterà». Commentando il brano evange- lico del giorno, nel quale Gesù proclama la propria missione, il cardinale Filoni ha fatto notare che il Maestro distingue tra parola di Dio e tradizione umana. «Una distinzione attuale allora, così, se non di più, oggi — ha commenta- to — se pensiamo al nostro inten- dere post-moderno, dove non di rado la parola di Dio è negata e la “tradizione umana” è sostituita da un relativismo etico-filosofico» che spinge a mettere al centro «soggettivamente il proprio modo di vedere, il proprio io e quanto gli aggrada, piegando a volte nel nostro mondo ecclesiale anche la parola di Dio». Nomina episcopale in Bolivia La nomina di oggi riguarda la Chiesa in Bolivia. Waldo Rubén Barrinuevo Ramírez ausiliare di Reyes Nato il 9 settembre 1967, a Oruro in Bolivia, nel 1989 è entra- to nella congregazione del Santis- simo Redentore. Ha emesso la professione temporanea il 2 feb- braio 1992 e quella solenne il 25 marzo 1996. Ha svolto gli studi fi- losofici e teologici presso il semi- nario di Cochabamba ed è stato ordinato sacerdote il 25 ottobre 1997. Dopo l’ordinazione sacerdo- tale ha ricoperto i seguenti incari- chi: membro dell’équipe missiona- ria a Santa Cruz de la Sierra e consigliere straordinario della pro- vincia (1997-2000); collaboratore del maestro dei novizi a Oruro (2000-2004); vicario provinciale e maestro dei novizi (2004-2006); parroco di Nuestra Señora de La Paz a Cochabamba (2007-2009); superiore dell’équipe missionaria a Santa Cruz de la Sierra (2009- 2010). Dal 2010 è alunno del col- legio maggiore per i sacerdoti del- la congregazione del Santissimo Redentore e studente a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana. Domenica la visita pastorale alla parrocchia romana di San Tommaso apostolo Papa Francesco all’Infernetto Test & treat è il titolo del progetto quinquennale per la diagnosi e la cura gratuite dell’aids nella diocesi di Shinyanga, in Tanzania, presenta- to martedì scorso, 11 febbraio, a Dar es Salaam, in concomitanza con la ventiduesima giornata mondiale del malato. L’iniziativa, che coinvolgerà una popolazione di circa centoventi- mila persone, è scaturita dalla colla- borazione tra la fondazione Il Buon Samaritano, che fa capo al Pontifi- cio Consiglio per gli operatori sani- tari, la Chiesa locale e una società biofarmaceutica statunitense. Ne ab- biamo parlato con l’arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del dicastero. Cosa è il progetto Test & treat? Da un punto di vista strettamente medico il progetto offrirà l’accesso gratuito alle analisi di laboratorio e, se sieropositivi, alle terapie antire- trovirali. Ciò sarà possibile presso quattro presidi sanitari che, già atti- vi nel territorio della diocesi di Shi- nyanga, saranno adeguatamente raf- forzati e sostenuti: il centro sanitario di Ngokolo e i dispensari di Bugisi, Buhangija e Mija. Grazie alla colla- borazione con l’azienda statunitense Gilead Sciences, saranno al contem- po sviluppati programmi di forma- zione rivolti a diverse categorie di persone: per il personale sociale e sanitario si punterà a iniziative spe- cialistiche, per le persone che acce- deranno al test si tratteranno temi morali e igienico-sanitari, per le co- munità locali, anche delle zone ru- rali più remote, si approfondiranno infine gli aspetti educativi. Non mancherà, infine, il sostegno alle persone più deboli — a partire dagli orfani — che comprende il supporto nell’alimentazione dei bambini sie- ropositivi. Perché dare vita a un progetto di que- sto tipo? Tra le nostre principali direttrici di azione c’è il sostegno alle Chiese particolari, attraverso l’operatività e la rappresentatività istituzionale del Pontificio Consiglio. Il nostro impe- gno è pertanto di essere, sempre più e con sempre maggiore competenza, al servizio delle realtà locali che compongono la Chiesa universale. E ciò mediante un’accurata opera di divulgazione e l’ascolto e il sostegno ai vescovi, attraverso incontri realiz- zati in occasione delle loro visite ad limina o con missioni sul terreno. In proposito voglio ricordare con stima e amicizia monsignor Aloysius Bali- na, vescovo di Shinyanga — pur- troppo scomparso poco più di un anno fa — che sia durante le sue missioni e le visite a Roma sia in Tanzania ha fortemente caldeggiato l’iniziativa. E desidero inoltre rin- graziare monsignor Jean-Marie Mu- pendawatu, segretario del dicastero, che, in qualità di delegato della fon- dazione Il Buon Samaritano, ha ef- fettuato diverse missioni a Shinyan- ga e ha molto contribuito alla con- cretizzazione del progetto. Ci sono altri progetti del dicastero che riguardano la realtà africana? Il Pontificio Consiglio, per quan- to in modo decisamente limitato ri- spetto ai bisogni espressi, invia an- che aiuti economici e promuove azioni e programmi proprio attra- verso questa fondazione. Tra gli al- tri ricordiamo il progetto Africae munus che, riunendo le facoltà di medicina di sette atenei cattolici africani, ha come obiettivo la costi- tuzione di una rete di formazione a carattere specialistico, settore grave- mente carente nei Paesi subsaharia- ni. Inoltre la predilezione di Papa Francesco per i poveri e gli ammala- ti, per le persone sofferenti che por- tano nel proprio corpo i segni della passione di Cristo, è per noi anche un continuo richiamo ad agire in termini di servizio alla Chiesa uni- versale, senza per questo trascurare la specificità culturale, sociale ed economica di ciascuna Chiesa locale e particolare. Quali altre iniziative ha in cantiere il Pontificio Consiglio? Sulla base della programmazione che abbiamo varato, le attività di quest’anno non saranno certamente da meno, né per qualità né per quantità, rispetto allo scorso anno. Tra i principali appuntamenti, nella seconda metà di marzo, la sessione plenaria del dicastero. Le persone affette da disturbi del cosiddetto “spettro autistico” saranno invece al centro della ventinovesima conferen- za internazionale, prevista come di consueto nel mese di novembre. Un momento decisamente straordinario sarà la partecipazione alla messa di canonizzazione del Pontefice che ha voluto questo dicastero, Giovanni Paolo II, il 27 aprile prossimo: un evento atteso e da noi profonda- mente sentito, alla luce della testi- monianza di santità resa da Papa Wojtyła nella vita, nella malattia e sino alla morte. Per la realizzazione di tutte queste iniziative ci impe- gniamo, come questo dicastero ha sempre fatto, cercando di tener sem- pre ben presente che questa istitu- zione non deve “autoalimentarsi” bensì “alimentare” per quanto possi- bile il mondo della salute, i malati, i sofferenti e coloro che ovunque se ne prendono cura, in modo sia pro- fessionale sia volontario. di NICOLA GORI Papa Francesco va all’Infernetto. Può sembrare una battuta. In realtà, per incontrare domenica pomeriggio, 16 febbraio, la comunità di San Tom- maso apostolo il Pontefice si recherà proprio all’Infernetto. Che non ha niente a che fare con la «città dolen- te» di dantesca memoria — a fargli da guida non ci sarà certo nessun emulo di Virgilio — ma è più sempli- cemente il nome del quartiere della periferia sud di Roma dove sorge la parrocchia che riceverà la visita del Santo Padre. La zona deve il suo nome alla presenza, un tempo, di carbonaie, i cui fumi erano visibili dall’intera cit- tà. Di quell’immagine — questa sì dal sapore vagamente dantesco — non è rimasto niente, se non la pre- senza abbondante di acqua in fossi e canali: una volta risorsa preziosa per produrre carbone, ma adesso desti- nata a creare problemi e disagi a ogni acquazzone, come testimoniano gli allagamenti dei giorni scorsi. Il termine “Infernetto” suscitò un comprensibile disagio già al momen- to della costituzione della parroc- chia. Infatti, nella bolla firmata nel 1964 dal cardinale Clemente Micara, allora vicario del Papa per la diocesi di Roma, quel territorio venne indi- cato più prudentemente con la de- nominazione di “Castel Fusano”. Per scrollarsi di dosso un nome non cer- to beneaugurante per una parroc- chia si era arrivati perfino a una rac- colta di firme per dare un’altra de- nominazione al quartiere, mutuando il nome dalla limitrofa tenuta di Ca- stel Porziano. Toponomastica a parte, bisogna comunque riconoscere che non capi- ta tutti i giorni a una parrocchia di festeggiare il cinquantesimo di fon- dazione con la presenza del Papa come ospite d’onore. Ne è contentis- simo il parroco don Antonio d’Erri- co, che dal 2002 guida la comunità. E lo sono anche i vice parroci don Pierangelo Margiotta, ordinato lo scorso aprile proprio da Papa Fran- cesco, e don Antony Pinto, di nazio- nalità indiana, studente in teologia biblica. Ma la gioia contagia natu- ralmente anche i sacerdoti che pre- stano servizio saltuariamente nella parrocchia anche se non a tempo pieno: don Francis Cigozie Onya, cappellano delle case di riposo per anziani presenti nel territorio, don Philip Larrey, docente alla Pontificia Università Lateranense, e don Luca Caveada, alunno della Pontificia Ac- cademia Ecclesiastica. Il territorio, spiega il parroco, si estende per circa tre chilometri di lunghezza lungo il viale di Castel Porziano. È un quartiere residenziale dove, negli ultimi anni, sono state costruite molte villette unifamiliari, abitate in prevalenza da famiglie che si sono trasferite dal centro della cit- tà verso questa zona proprio per la sua vicinanza al mare e alla pineta. La parrocchia, racconta don d’Erri- co, in questi anni ha avuto una cre- scita demografica impressionante, fa- cendo di questo quartiere uno tra i primi di Roma per numero di nasci- te. Le dimensioni della comunità parlano da sole: gli abitanti del terri- torio parrocchiale sono oltre 20.000, per un totale di più di 6.000 fami- glie. «I battesimi amministrati nel 2013 sono stati 130 — dice — e i ra- gazzi che frequentano il catechismo per la preparazione alla prima co- munione sono più di 200, mentre quelli che si preparano alla cresima oltre 100. Tante coppie di fidanzati che frequentano i corsi pre-matrimo- niali, una volta sposati rimangono ad abitare nel territorio parrocchia- le». Dove sono presenti, tra l’altro, dieci case di riposo che ospitano an- ziani provenienti dall’intera città. Anche a queste persone la parroc- chia assicura l’assistenza spirituale, attraverso un cappellano e i ministri straordinari della comunione. Quando il primo parroco, don Mellito Papi, dell’ordine benedettino silvestrino, giunse a San Tommaso apostolo, trovò poche famiglie. Nel 1976, con l’arrivo di don Romano Esposito, che fu parroco fino al 1984, il quartiere iniziò a cambiare fisionomia. La trasformazione conti- nuò in maniera più marcata durante il servizio pastorale dei due parroci successivi: don Romano Avvantag- giato, che vi rimase fino al 1990, e don Plinio Poncina, ritiratosi nel settembre 2002. Attualmente la mag- gioranza degli abitanti appartiene al ceto medio e medio-alto. «Non mancano soprattutto in questi ultimi anni — avverte don d’Errico — fami- glie povere a causa della precarietà del lavoro o della scarsa retribuzione pensionistica». Così come sono pre- senti molti immigrati in cerca di la- voro, provenienti in prevalenza dallo Sri Lanka e dalla Romania. «La vita della comunità — tiene a sottolineare il parroco — ruota attor- no all’Eucaristia domenicale, alla ca- techesi di iniziazione cristiana e, in diverse forme, degli adulti. Ci sono esperienze di gruppi e movimenti, come i neocatecumenali e carismati- ci». Proprio dal cammino neocatecu- menale sono nate vocazioni di alcu- ne famiglie missionarie oggi in Sve- zia, Costa d’Avorio e Belgio. La realtà dei tanti immigrati senza lavoro sollecita la carità. La parroc- chia ha attivato un servizio di ascol- to e una distribuzione settimanale di viveri, abiti usati e prodotti per l’in- fanzia. A quanti ne beneficiano vie- ne richiesta un’offerta simbolica in modo da sensibilizzare nei confronti dei più bisognosi. «Educare il pove- ro che raggiunge la nostra comunità a essere sensibile agli altri poveri lontano da noi — sottolinea don d’Errico — ci ha permesso di realiz- zare tanti progetti in terre di missio- ne, fra cui la Repubblica Democrati- ca del Congo dove opera una nostra parrocchiana, Chiara Castellani». Nel territorio parrocchiale è pre- sente anche una scuola cattolica, l’istituto Bambin Gesù, gestito dalla congregazione delle suore di Santa Maria Maddalena Postel. La fre- quentano circa 170 alunni divisi fra scuola materna e primaria. Fanno parte della galassia che ruota intor- no alla parrocchia anche i gruppi di preghiera di padre Pio da Pietrelcina e il gruppo mariano. Significativa l’attività del gruppo Pi-greco, che si occupa dei movimenti religiosi alter- nativi e delle sette, e sostiene le fa- miglie alle prese con questo feno- meno. Tante realtà e strutture non elimi- nano il rischio principale del quar- tiere, quello che il parroco definisce la «periferia esistenziale» del luogo: l’isolamento e la chiusura di molte famiglie, che porta a «sperimentare una certa insofferenza verso la colla- borazione reciproca». Una delle preoccupazioni di don d’Errico è proprio la tendenza delle famiglie a vivere nella solitudine delle proprie case, a rifugiarsi in quell’ambiente dopo le attività lavorative o la scuo- la. Il quartiere rischia di diventare una specie di dormitorio che si ri- sveglia solo nel fine settimana. Una caratteristica del territorio, dovuta alla rapida urbanizzazione, fa sì che la gente si sposti da un luogo all’al- tro quasi solo con le auto. E questo comporta che, senza l’accompagna- mento dei genitori, i ragazzi non hanno la possibilità di partecipare alle attività parrocchiali. Don d’Errico però è ottimista, perché nota che la gente in maggio- ranza si mostra accogliente e aperta alle necessità degli altri. La solida- rietà non manca e gli abitanti ri- spondono volentieri alle iniziative parrocchiali. È questa la realtà che attende Papa Francesco per celebra- re insieme con lui due date impor- tanti: l’anniversario dell’inaugurazio- ne della nuova chiesa, il 13 aprile, e il cinquantesimo di istituzione, il 19 febbraio. Favorire un uso razionale e respon- sabile dell’acqua, attraverso politi- che adeguate e fornendo dotazioni sufficienti. È l’appello lanciato dal Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, in un saluto rivolto ai partecipanti della Borsa internazionale del turismo (Bit), che si svolge dal 13 al 15 feb- braio, alla Fiera di Milano. Riprendendo il messaggio di Pa- pa Francesco per la giornata mon- diale della pace di quest’anno, il cardinale Antonio Maria Vegliò e l’arcivescovo Joseph Kalathiparam- bil — rispettivamente presidente e segretario del dicastero — rinnovano l’invito «a custodire e coltivare la natura» anche per prevenire cata- strofi provocate dall’incuria umana, come dimostrano le drammatiche conseguenze delle piogge che han- no colpito nei giorni scorsi alcuni Paesi europei. Un appello dunque a non preoccuparsi della gestione dell’acqua solo quando «si lavora per riparare i danni causati» da al- luvioni e inondazioni. Il porporato e il presule chiedo- no di compiere una lettura appro- fondita anche del messaggio che il Pontificio Consiglio ha pubblicato in occasione dell’ultima giornata mondiale del turismo, celebrata il 27 settembre. In esso si riconosce «l’importanza che l’acqua riveste per il settore turistico»: infatti «so- no milioni i turisti che scelgono co- me destinazione alcuni ecosistemi di cui questo elemento è il tratto più caratteristico». Al tempo stesso, si legge nel testo, «l’acqua è anche una risorsa per il settore turistico ed è indispensabile, fra l’altro, per il normale funzionamento degli al- berghi, dei ristoranti e delle propo- ste di tempo libero». Ciò mette davanti a un parados- so, notano il cardinale Vegliò e l’ar- civescovo Kalathiparambil. Perché, «se da una parte il turismo ha biso- gno dell’acqua, dall’altra può farne un uso inadeguato». In effetti, co- me afferma il messaggio del dica- stero, «non c’è dubbio che il turi- smo abbia un ruolo fondamentale nella tutela dell’ambiente, potendo essere un suo grande alleato, ma anche un feroce nemico». La proposta del Pontificio Consi- glio è quindi quella di promuovere un «turismo sostenibile» che «ga- rantisca il rispetto ambientale». Vengono anche indicati tre ambiti in cui lavorare per una efficace pa- storale del turismo. Occorre, in pri- mo luogo, contribuire a una rifles- sione etica sull’uso dell’acqua. Poi è importante un approfondimento teologico-spirituale, che faccia ma- turare negli uomini la consapevo- lezza di essere «non padroni» ma «amministratori» di questo dono: tema, questo, che Papa Francesco «ha molto a cuore». Infine è neces- sario «favorire un cambiamento di mentalità, atteggiamenti e azioni, adottando uno stile di vita caratte- rizzato da sobrietà, autodisciplina, responsabilità, prudenza e senso del limite».

×