Your SlideShare is downloading. ×
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
L’osservatore romano (02.Fev.2014)
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×

Thanks for flagging this SlideShare!

Oops! An error has occurred.

×
Saving this for later? Get the SlideShare app to save on your phone or tablet. Read anywhere, anytime – even offline.
Text the download link to your phone
Standard text messaging rates apply

L’osservatore romano (02.Fev.2014)

417

Published on

Published in: Spiritual
0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total Views
417
On Slideshare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
1
Actions
Shares
0
Downloads
1
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

Report content
Flagged as inappropriate Flag as inappropriate
Flag as inappropriate

Select your reason for flagging this presentation as inappropriate.

Cancel
No notes for slide

Transcript

  • 1. Spedizione in abbonamento postale Roma, conto corrente postale n. 649004 Copia € 1,00 Copia arretrata € 2,00 L’OSSERVATORE ROMANOGIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt Anno CLIV n. 26 (46.568) Città del Vaticano domenica 2 febbraio 2014 . y(7HA3J1*QSSKKM( +&!z!?!"!$ Udienza di Papa Francesco ai neocatecumenali L’essenziale è la comunione Meglio rinunciare a vivere il cammino in tutti i dettagli per garantire l’unità ecclesiale Una vera e propria festa di famiglia quella svoltasi attorno al Papa sta- mani, sabato 1° febbraio, nell’Aula Paolo VI, con centinaia di bambini indiscussi protagonisti. Per centoses- santa di queste famiglie l’incontro con il Pontefice ha assunto un signi- ficato tutto particolare. Da lui infatti hanno ricevuto il mandato per la missio ad gentes. Proprio la consegna di questo mandato è stata il momen- to centrale dell’udienza di Papa Francesco a migliaia di appartenenti al Cammino neocatecumenale. E proprio come un buon padre di famiglia, il Pontefice ha voluto dare loro «alcune semplici raccomanda- zioni». Innanzitutto ha ricordato che «è meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itine- rario esigerebbe pur di garantire l’unità tra i fratelli che formano l’unica comunità ecclesiale». Perché — ha affermato — «la comunione è essenziale», soprattutto tra quelli che «formano l’unica comunità ec- clesiale». È necessario poi non dimenticare che «lo Spirito di Dio arriva sempre prima di noi» e sparge «i semi del suo Verbo». Dunque è importante cercare di capire le culture dei popo- li che si vanno a incontrare e «rico- noscere il bisogno di Vangelo che è presente ovunque, ma anche quell’azione che lo Spirito Santo ha compiuto nella vita e nella storia di ogni popolo». In Severo di Antiochia Presentazione del Signore MANUEL NIN A PAGINA 6 Oggi l’inserto mensile Donne e denaro Colloqui tra Kerry e Lavrov a margine della conferenza internazionale di Monaco di Baviera Pressioni incrociate sulla Siria Si celebra domenica la giornata della vita consacrata La misura di Dio la regola dell’amore «Ingresso del Signore nel tempio», evangeliario siriaco (XIII secolo) NOSTRE INFORMAZIONI Il pellegrinaggio del priore di Taizé In ascolto dei giovani dell’Asia FRATEL ALOIS A PAGINA 6 A cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale Tra realismo e utopia ULLA GUDMUNDSON A PAGINA 5 di JOÃO BRAZ DE AVIZ* E rano più di cento i superiori generali ricevuti da Papa Francesco in Vaticano lo scorso 29 novembre. Sono state tre ore di dialogo spontaneo e traspa- rente, che hanno lasciato un segno sui volti e nei cuori dei presenti. Non penso che la felicità speri- mentata da tutti noi fosse motivata solo dall’annuncio del Pontefice di voler dedicare il 2015 alla vita con- sacrata. Era molto di più. Ci siamo sentiti confermati da Pietro nel cammino attuale degli ordini, dei monasteri, delle congregazioni, de- gli istituti e delle società di vita apostolica sparsi nel mondo. Senza aggirare i problemi, le debolezze e i peccati presenti nella vita consa- crata oggi, il Papa ci ha richiamati alla centralità della bellezza e della responsabilità personale e comuni- taria della nostra vocazione. La vita consacrata «più fedel- mente imita e continuamente rap- presenta nella Chiesa la forma di vita che Gesù, supremo consacrato e missionario del Padre per il suo Regno, ha abbracciato e ha propo- sto ai discepoli che lo seguivano» (Vita consecrata, 22). Essa dunque è «speciale memoria del suo essere di Figlio che fa del Padre il suo unico Amore — ecco la sua verginità —, che in Lui trova la sua esclusiva ricchezza — ecco la sua povertà — ed ha nella volontà del Padre il “ci- bo” di cui si nutre — ecco la sua obbedienza» (Messaggio per la pri- ma giornata della vita consacrata, 1997). Dopo il concilio Vaticano II la vita consacrata, nelle sue forme at- tuali, ha compiuto un profondo cammino di rinnovamento. Sono cresciute anche le difficoltà, in pro- porzioni e in circostanze diverse. Il concilio ha sottolineato alcuni oriz- zonti precisi da focalizzare: sceglie- re come regola suprema il «seguire Gesù» proposto nel Vangelo; cono- scere e osservare fedelmente lo spi- rito e le intenzioni dei fondatori; partecipare alla vita della Chiesa locale; essere informati e aggiornati sulle realtà umane dei nostri tempi; promuovere anzitutto il rinnova- mento spirituale; corrispondere alle necessità dell’apostolato, alle esi- genze della cultura, alle circostanze sociali ed economiche, specialmen- te nei territori di missione; coltivare lo spirito di preghiera, attingendo in primo luogo alla Sacra scrittura; celebrare col cuore e con la bocca la sacra liturgia, specialmente il mi- stero eucaristico; e con la forza del- l’Eucaristia e della Parola, amare i fratelli, rispettare e stimare i pastori con spirito filiale e sentire con la Chiesa. È un rinnovamento, assunto da molti istituti, che obbedisce a tre grandi criteri, indicati dal decreto conciliare Perfectae caritatis: ritorno alle fonti della vita cristiana; ritor- no all’ispirazione primitiva e origi- nale degli istituti; adattamento alle condizioni del tempo. In questo senso, la nostra Con- gregazione lavora ogni giorno al servizio degli orientamenti del Pa- pa e del buon ordinamento della vita di circa duemila istituti, per un totale di un milione e mezzo di consacrati e consacrate. Il rapporto sincero e profondo con l’Unione dei superiori generali (Usg) e con l’Unione internazionale delle supe- riore generali (Uisg) è molto fecon- do di progressi. L’asse principale sul quale ruota l’identità e la vita dei consacrati è la spiritualità di comunione. Que- sto orientamento è cresciuto negli anni successivi al concilio e viene proposto come criterio per la for- mazione dell’uomo e della donna, in modo particolare per i discepoli di Cristo nella Chiesa. Ciò implica un ritorno esperienziale al mistero centrale della fede, la Santissima Trinità. Qui il consacrato potrà tro- vare le luci autentiche per costruire una vita fraterna capace di genera- re la presenza del Signore, senza la quale il suo cuore non riesce a es- sere veramente felice. Anche per i consacrati e le con- sacrate è il momento di credere all’amore. Che è sempre a misura di Dio. E va reso concreto a misura d’uomo. *Cardinale prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica Infine il Papa ha raccomandato, a tutti e non solo alle famiglie in par- tenza, di avere pazienza e misericor- dia anche con quanti magari decido- no di uscire dall’esperienza del Cammino. «La libertà di ciascuno — ha raccomandato — non deve essere forzata, e si deve anche rispettare la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fuori dal cammino, altre for- me di vita cristiana che lo aiutino a crescere nella risposta alla chiamata del Signore». Papa Francesco non ha poi fatto mancare il suo incoraggiamento ai nuovi missionari, invitandoli a por- tare il Vangelo dovunque, «anche negli ambienti più scristianizzati». PAGINA 8 IN ALLEGATO GINEVRA, 1. Pressioni diplomatiche incrociate segnano in queste ore il confronto internazionale sulla Siria, dopo la chiusura senza esiti certi, ie- ri, della prima tornata del negoziato a Ginevra. Sede di tale confronto è stata, sempre ieri, Monaco di Bavie- ra, dove si è aperta la conferenza in- ternazionale sulla sicurezza, alla qua- le intervengono anche i principali at- tori internazionali impegnati sulla questione siriana. L’inviato dell’Onu e della Lega araba per la Siria, Lakhdar Brahimi, ha sollecitato le potenze internazio- nali a esercitare pressioni sul Gover- no di Damasco e sulle opposizioni affinché s’impegnino a discutere se- riamente sulla fine del conflitto quando, il prossimo 10 febbraio, s’incontreranno per la seconda tor- nata della conferenza a Ginevra. «Spero — ha detto Brahimi — che quanti hanno influenza sul Governo e l’opposizione facciano sì che chi tornerà a febbraio si metta a discute- re seriamente». Alla questione siriana, secondo quanto riferito dal dipartimento di Stato di Washington, è stato dedica- to anche un incontro tra i responsa- bili delle diplomazie statunitense e russa, John Kerry e Serghiei Lavrov, sempre a margine della conferenza di Monaco di Baviera. Kerry, che poco prima aveva accusato il Gover- no siriano di non rispettare la tempi- stica stabilita a settembre per lo smantellamento dei propri arsenali chimici, ha chiesto a Lavrov di pre- mere su Damasco affinché consegni per intero le armi entro il termine previsto di giugno. Kerry e Lavrov hanno inoltre espresso la comune preoccupazione per la situazione umanitaria in Siria, in particolare a Homs, e per il protrarsi dei combat- timenti. In merito, fonti dell’opposi- zione siriana hanno sostenuto ieri che anche durante questa settimana di negoziati a Ginevra ci sono stati in Siria 1.900 morti, per un quarto civili. A Kerry e Lavrov si sono poi uniti il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e lo stesso Brahimi, per un esame delle prospettive della conferenza internazionale Ginevra 2, anche in riferimento alla necessità di allargare la delegazione dell’opposi- zione, finora composta solo da una parte dei gruppi aderenti alla Coali- zione nazionale siriana. Il Santo Padre ha ricevuto in udienza nel pomeriggio di venerdì 31 Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Il Santo Padre ha ricevuto que- sta mattina in udienza: Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi; le Loro Eccellenze Reverendissi- me i Monsignori: — Józef Kowalczyk, Arcivescovo di Gniezno (Polonia), con gli Au- siliari, le Loro Eccellenze Reveren- dissime i Monsignori Wojciech Po- lak, Vescovo titolare di Monte di Numidia, e Krzysztof Jakub Wętkowski, Vescovo titolare di Glavinizza, e con l’Arcivescovo emerito, Sua Eccellenza Reveren- dissima Monsignor Henryk Józef Muszyński, in visita «ad limina Apostolorum»; — Stanisław Gądecki, Arcivesco- vo di Poznań (Polonia), con gli Ausiliari, le Loro Eccellenze Reve- rendissime i Monsignori Zdzisław Fortuniak, Vescovo titolare di Tamagrista, Grzegorz Balcerek, Ve- scovo titolare di Selendeta, e Da- mian Bryl, Vescovo titolare di Su- liana, in visita «ad limina Aposto- lorum»; — Marek Jędraszewski, Arcive- scovo di Łódź (Polonia), con gli Ausiliari, le Loro Eccellenze Reve- rendissime i Monsignori Adam Le- pa, Vescovo titolare di Regiana, e Ireneusz Józef Pękalski, Vescovo titolare di Castello di Tingizio, in visita «ad limina Apostolorum»; — Jan Martyniak, Arcivescovo di Przemyśl-Warszawa di rito bizanti- no-ucraino (Polonia), in visita «ad limina Apostolorum»; — Wieslaw Alojzy Mering, Ve- scovo di Włocławek (Polonia), con l’Ausiliare, Sua Eccellenza Reve- rendissima Monsignor Stanisław Gębicki, Vescovo titolare di Tiges, in visita «ad limina Apostolorum»; — Jan Tyrawa, Vescovo di Byd- goszcz (Polonia), in visita «ad li- mina Apostolorum»; — Edward Janiak, Vescovo di Kalisz (Polonia), in visita «ad limi- na Apostolorum»; — Andrzej Franciszek Dziuba, Vescovo di Łowicz (Polonia), in vi- sita «ad limina Apostolorum»; — Wlodzimierz Roman Juszczak, Vescovo di Wrocław-Gdańsk di ri- to bizantino-ucraino (Polonia), in visita «ad limina Apostolorum». Il Santo Padre ha accettato la ri- nuncia all’ufficio di Ausiliare dell’Arcidiocesi di New York (Stati Uniti d’America), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Josu Iriondo, in con- formità ai canoni 411 e 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico. Provvista di Chiesa Il Santo Padre ha nominato Ve- scovo della Diocesi di Kannur (In- dia) il Reverendo Alex Joseph Va- dakumthala, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Verapoly. Nomina di Vescovi Ausiliari Il Santo Padre ha nominato Ve- scovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Santiago de Chile (Cile) Monsi- gnor Luis Fernando Ramos Pérez, del clero della medesima Arcidio- cesi, finora Rettore del Seminario Maggiore di Santiago e Vicario Episcopale per il clero, assegnan- dogli la sede titolare di Tetci. Il Santo Padre ha nominato Ve- scovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Santiago de Chile (Cile) il Reve- rendo Galo Fernández Villaseca, del clero della medesima Arcidio- cesi, finora Vicario Episcopale del- la zona ovest dell’Arcidiocesi, asse- gnandogli la sede titolare di Si- mingi.
  • 2. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 2 domenica 2 febbraio 2014 L’OSSERVATORE ROMANO GIORNALE QUOTIDIANO Unicuique suum POLITICO RELIGIOSO Non praevalebunt 00120 Città del Vaticano ornet@ossrom.va http://www.osservatoreromano.va GIOVANNI MARIA VIAN direttore responsabile Carlo Di Cicco vicedirettore Piero Di Domenicantonio caporedattore Gaetano Vallini segretario di redazione TIPOGRAFIA VATICANA EDITRICE L’OSSERVATORE ROMANO don Sergio Pellini S.D.B. direttore generale Segreteria di redazione telefono 06 698 83461, 06 698 84442 fax 06 698 83675 segreteria@ossrom.va Servizio vaticano: vaticano@ossrom.va Servizio internazionale: internazionale@ossrom.va Servizio culturale: cultura@ossrom.va Servizio religioso: religione@ossrom.va Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998 photo@ossrom.va www.photo.va Tariffe di abbonamento Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198 Europa: € 410; $ 605 Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665 America Nord, Oceania: € 500; $ 740 Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30): telefono 06 698 99480, 06 698 99483 fax 06 69885164, 06 698 82818, info@ossrom.va diffusione@ossrom.va Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675 Concessionaria di pubblicità Il Sole 24 Ore S.p.A System Comunicazione Pubblicitaria Alfonso Dell’Erario, direttore generale Romano Ruosi, vicedirettore generale Sede legale Via Monte Rosa 91, 20149 Milano telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214 segreteriadirezionesystem@ilsole24ore.com Aziende promotrici della diffusione de «L’Osservatore Romano» Intesa San Paolo Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Banca Carige Società Cattolica di Assicurazione Credito Valtellinese Per gli oppositori il Governo sarebbe pronto a usare la forza mentre Ashton annuncia una missione diplomatica Sempre più grave la crisi politico-istituzionale in Ucraina Un agente di polizia nel freddo di Kiev (Reuters) Cameron e Hollande d’accordo a metà LONDRA, 1. Vicini e distanti: il premer britannico, David Ca- meron, e il presidente francese, François Hollande, hanno mo- strato — durante il vertice svol- tosi ieri in una base dell’aero- nautica militare britannica vici- no a Oxford — di essere d’ac- cordo a metà sulle più impor- tanti questioni di politica inter- nazionale. Se gli obiettivi di fondo sembrano condivisi — vale a dire un’Europa più forte nel consesso mondiale, una crescita economica credibile e a lungo termine — non paiono invece procedere lungo lo stes- so solco le strategie per rag- giungerli. «La Francia — ha detto Hol- lande — vuole che l’eurozona sia più coordinata, più integra- ta, e se ci sono delle modifiche ai testi, per noi al momento non costituiscono un’urgenza». E quindi ha precisato: «Per noi la revisione dei trattati non è la priorità». Cameron, invece, continua a perseguire la sua li- nea per la riforma dell’Europa: e in questo prospettiva la di- scussione dei trattati riveste un’importanza strategica. Al ri- guardo il primo ministro ha di- chiarato: «L’Europa ha biso- gno di cambiare e sta già cam- biando. Io voglio vedere una Gran Bretagna che vota per ri- manere in un’Unione europea riformata». E ha aggiunto: «Non c’è dubbio che ci sarà un referendum nel 2017 se io sarò primo ministro». Came- ron ha infatti promesso un re- ferendum attraverso il quale scegliere se restare o lasciare l’Ue, da tenersi nel 2017 nel ca- so in cui egli venga confermato a Downing Street dopo le ele- zioni del 2015, e dopo aver ri- negoziato il rapporto tra Lon- dra e Bruxelles. Piena intesa tra il premier britannico e il presidente fran- cese invece sul nuovo sistema missilistico antinave: al riguar- do sono stati siglati alcuni ac- cordi. Durante l’incontro Ca- meron e Hollande si sono an- che impegnati nella collabora- zione per realizzare un drone di nuova generazione. Superati gli argini a Ponte Milvio Il Tevere desta allarme a Roma Negli Stati Uniti Obama e le grandi aziende lanciano una nuova strategia Patto contro la disoccupazione Paesi emergenti nell’occhio del ciclone Disboscamento nel Gran Chaco ASUNCIÓN, 1. L'ecosistema del Gran Chaco — il terzo territorio bio-geo- grafico più vasto dell’America latina — sta lentamente venendo distrutto dall’uomo, con l'introduzione di al- levamenti estensivi, incendi di vege- tazione e sfruttamenti agricoli. Solo nel 2013 ha perso ben 539.233 ettari di bosco. La cifra equivale alla scomparsa di 1.473 ettari al giorno. Lo ha evidenziato l’organizzazione ecologica Guyra Paraguay, che ha utilizzato le immagini del satellite della Nasa. Il Gran Chaco, che si estende per parte degli attuali territori di Argen- tina, Bolivia, Brasile e Paraguay, tra i fiumi Paraguay e Paraná e l’alto- piano andino, occupa circa 1,4 mi- lioni di chilometri quadrati e inclu- de due grandi eco-regioni, una sec- ca e una umida, che a loro volta im- plicano differenti ecosistemi che vanno dai pascoli ai terreni paludo- si, da giacimenti salini alle savane secche e una grande estensione di boschi e arbusti. Il maggiore livello di distruzione si è prodotto in Para- guay, che ha oltre il 25 per cento del territorio del Gran Chaco, dove nel 2013 sono andati distrutti 268.000 ettari di foresta. El Salvador elegge il capo dello Stato Un’immagine del Tevere in piena (Ansa) KIEV, 1. Di fronte all’inarrestabile degenerare della crisi in Ucraina, Catherine Ashton ha deciso di intra- prendere una nuova missione diplo- matica e di mediazione. L’alto rappresentante per la Politi- ca estera e di Sicurezza comune dell’Unione europea ha infatti an- nunciato ieri che la settimana prossi- ma ritornerà a Kiev per la terza vol- ta in meno di due mesi. Vi si era recata appena quattro giorni fa, e già in dicembre aveva compiuto una prima visita, durante la quale aveva avuto due faccia a faccia con il presidente filo-russo, Viktor Ianukovich. Ashton, che ieri a margine della Conferenza di Monaco sulla sicurez- za, si è detta «inorridita» per le no- tizie relative ai rapimenti e alle tor- ture inflitte a diversi oppositori, ha motivato la nuova iniziativa proprio con l’intento di fare luce sugli abusi. Anche gli Stati Uniti si sono detti «sconvolti» dalla notizia che uno dei leader della protesta sia stato tortu- rato. L’uomo, Dmitro Bulatov, scomparso da otto giorni, è stato ri- trovato nei pressi della capitale con indosso una maglia insanguinata, un orecchio mozzato ed evidenti segni di violenza sul corpo. L’Amministrazione di Washing- ton, tramite il portavoce del diparti- mento di Stato, Jay Carney, «è pro- fondamente preoccupata» per l’acca- dimento e per la recrudescenza della violenza in Ucraina. È stata frattanto pubblicata sulla «Voce d’Ucraina», la locale Gazzetta ufficiale, la legge d’amnistia appro- vata il 29 gennaio dal Parlamento — e aspramente criticata dall’opposi- zione — che prevede la liberazione dei dimostranti antigovernativi in cambio dello sgombero degli edifici pubblici occupati. Ieri era arrivata la firma del presidente Ianukovich. La legge concede ai manifestanti 15 giorni per rimuovere l’assedio ai palazzi governativi e sgomberare le piazze, teatro degli scontri con la polizia delle ultime settimane. I leader della protesta hanno de- nunciato, però, che i provvedimenti non sono sufficienti (entreranno in vigore solo nel momento in cui sa- ranno sgomberati gli edifici occupati alla fine dello scorso anno a Kiev e nelle altre località del Paese), mentre il ministero della Difesa, dopo un incontro fra lo stato maggiore e il ministro, Pavel Lebedev, ha preso decisamente posizione sulla grave crisi politico-istituzionale. In una nota ufficiale, ha infatti av- vertito del rischio dell’integrità terri- toriale del Paese, sollecitando Ianukovich a introdurre misure ur- genti per ripristinare la stabilità nella Repubblica ex sovietica e raggiunge- re il consenso nazionale. E in connessione con le proteste antigovernative, la polizia sta inda- gando su un tentativo di colpo di Stato. Lo ha reso noto Maxim Lenko, esponente di spicco dei servi- zi di sicurezza, spiegando che prove in tal senso sono state raccolte du- rante il raid effettuato in dicembre dalla polizia nel Partito della patria, la formazione politica dell’ex pre- mier, Iulia Tymoshenko, attualmente detenuta in carcere. Secondo queste informazioni, ha affermato Lenko alla stampa, dopo l’esame dei server sequestrati vi sono prove che i manifestanti volevano provocare una reazione violenta del- la polizia, in modo da minare l’auto- rità del presidente Ianukovych e dell’intero Esecutivo. Il Partito della patria, principale forza di opposizio- ne, ha respinto le accuse, conside- randole una provocazione. In aggiunta, Arseniy Yatsenyuk, capo del partito, ha dichiarato come altamente probabile che per stronca- re in via definitiva le proteste di massa, il Governo di Kiev «faccia ri- corso all’uso della forza», in un con- testo che potrebbe comprendere il coinvolgimento dell’Esercito. Lo ha detto al presidente tedesco, Joachim Gauck, e al ministro degli Esteri di Berlino, Frank-Walter Steinmeier, che ha incontrato ieri — assieme ad Ashton — a Monaco di Baviera. Nella città bavarese, Yatsenyuk avrà oggi una serie di col- loqui, insieme ad altri oppositori, con il segretario di Stato americano, John Kerry. A Monaco è previsto anche l’intervento di Vitakli Klitschko, ex campione mondiale di pugilato e uno dei leader della pro- testa antigovernativa. WASHINGTON, 1. Un patto con le grandi aziende americane per non discriminare più chi, a causa della crisi, è da troppo tempo senza lavo- ro. Barack Obama strappa l’impe- gno alla Apple, alla Ford, al gigante della grande distribuzione Walmart e a tante altre big del mondo delle imprese americane che promettono di cambiare, individuando regole co- muni che non penalizzino più l’as- sunzione dei cosiddetti disoccupati di lunga durata. «Non è giusto che più tempo una persona resta disoccupata, più diffi- coltà incontra nel trovare un nuovo impiego» rischiando così di rimanere tagliato fuori per sempre dal mondo del lavoro, ha dichiarato il presiden- te Obama. Del resto, dati alla mano, sul fronte del collocamento un ame- ricano rimasto a lungo disoccupato ha addirittura il 45 per cento di pos- sibilità in meno di accedere ai collo- qui di lavoro. Un problema che il presidente americano vuole superare. E per dare l’esempio Obama ha in- tanto firmato un provvedimento in cui dà una precisa indicazione a tut- te le branche della sua amministra- zione: le assunzioni nel Governo fe- derale devono avvenire senza consi- derare se gli aspiranti dipendenti so- no o non sono disoccupati di lungo termine. Di fronte a una possibilità di impiego, tutti devono avere le stesse opportunità. Ed è su questo punto che il presi- dente americano ha insistito, ieri, in un incontro con i numeri uno di al- cune delle più importanti imprese del Paese, ricevuti alla Casa Bianca: dal ceo di Bank of America, Brian Moynihan, a quello di McDonald’s, Don Thompson, passando per l’am- ministratore delegato di Boeing, Jim McNerny, e a quello del fondo di investimento Blackrock, Larry Fink. Da tutti Obama ha ricevuto la pro- messa che la questione occupaziona- le sarà messa al centro delle politi- che aziendali. Intanto, sono già oltre trecento le aziende che hanno aderito all’appel- lo del presidente: fra queste, venti rientrano nella classifica delle prime cinquanta società più ricche. «Il Congresso continua a perdere tempo — ha denunciato Obama — anche per misure che dovrebbero essere va- rate con la massima urgenza, vedi la proroga delle indennità di disoccu- pazione. Allora noi andremo avanti, e agiremo per cercare di aggredire seriamente il problema». MOSCA, 1. Paesi emergenti ancora nell’occhio del ciclone. Dopo la re- lativa quiete di due giorni fa, ieri sono tornati i ribassi sui mercati valutari di quelle nazioni che fino a poco tempo fa guidavano la ripresa mondiale, ma che ora stanno assi- stendo a forti movimenti di capitali in uscita. E questo principalmente a causa dell’avvio della riduzione degli stimoli monetari della Federal Reserve, la Banca centrale america- na. Nonostante gli «interventi illimi- tati» promessi dall’istituto centrale russo, il rublo ha ceduto l’un per cento sul dollaro, tornando ai mini- mi da cinque anni. Ha perso l’un per cento anche la lira turca, nono- stante la stretta monetaria senza precedenti attuata dalla Banca cen- trale di Ankara, che continua a vendere valuta estera nella speran- za di frenarne il deprezzamento. Sempre ieri, in Sud Africa il rand è tornato ad arretrare, e il rendimen- to dei titoli di Stato decennali è sa- lito ai massimi da due anni e mez- zo, con conseguenze gravissime per famiglie e aziende. Il caso turco — dicono gli anali- sti — resta quello più emblematico. La lira ha infatti perso circa il dieci per cento nell’ultimo mese, nono- stante le misure massicce volute dal Governo. L’agenzia di rating statu- nitense Moody's ha messo in guar- dia: «Una violenta svalutazione della lira e l’erosione delle riserve valutarie possono far esplodere una crisi e mettere sotto pressione il ra- ting sovrano». Secondo i dati di Epfr Global, società che monitora i flussi d’inve- stimento nel mondo, solo questa settimana dai fondi azionari dedi- cati ai Paesi emergenti sono stati ri- tirati oltre sei miliardi di dollari, mentre per il mese di gennaio si re- gistrano in totale flussi in uscita per 12,2 miliardi di dollari. Dai fondi obbligazionari invece sono volati via 2,7 miliardi di dollari questa settimana e 4,6 miliardi da inizio anno. Cifre incredibili, che di fatto confermano tutta la gravità della crisi in atto. Alla radice di tutto sta la deci- sione della Fed di iniziare il ritiro degli incentivi all’economia. La Banca centrale ha immesso nel mercato più di 4.000 miliardi di li- quidità aggiuntiva, dal 2009 a og- gi. Una terapia estrema, che ha funzionato discretamente, e i cui ri- sultati si stanno cominciando a ve- dere. Ma il ritirarsi di questa im- mensa marea di dollari sta avendo effetti disastrosi. La liquidità dispo- nibile si sta riducendo e quindi gli investitori investono di meno, op- pure preferiscono investire su Paesi con basi più solide. In sostanza, gli investitori hanno meno “cartucce” per puntare sui mercati emergenti, quelli che garantiscono maggiori rendimenti a fronte di un rischio un po’ più alto. SAN SALVADOR, 1. Vigilia di elezioni in Salvador, dove domani si terrà il voto per le presidenziali. Cinque i candidati che andranno a sfidarsi per succedere a Mauricio Funes, primo presidente espressione dell’ex guerriglia del fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln), che lascerà il mandato il prossimo 31 maggio. Poco meno di cinque milioni di elettori sono attesi in 1.593 seggi, tra ingenti misure di sicurezza. I principali candidati alla carica di presidente sono il vice pre- sidente Salvador Sánchez Cerén, candidato del Governo uscente, e il sindaco di San Salvador, Norman Quijano, esponente della Alleanza repubblicana nazionalista (Arena). Ci sono poi Elías Antonio Saca, l’ultimo presidente di Arena, e oggi candidato del movimento Unidad; Oscar Lemus, del partito Fraternita patriota, e René Rodríguez, del partito Progressista. Secondo il pa- rere di numerosi sondaggisti, sarà molto difficile che uno dei candida- ti possa superare già al primo turno la quota del cinquanta per cento delle preferenze necessario per vin- cere le elezioni senza ricorrere al ballottaggio. ROMA, 1. Desta preoccupazione a Roma la piena del Tevere dopo le piogge abbattutesi in questi giorni sull’Italia centrale. Questa mattina il fiume ha tracimato tra il ponte Duca d’Aosta e il Lungotevere della Vitto- ria, invadendo la pista ciclabile. Lo ha confermato il delegato alla sicu- rezza del Campidoglio dopo un so- pralluogo. Il tratto interessato si tro- va nella zona dello Stadio Olimpico. La Protezione civile ha minimizzato l’accaduto escludendo il rischio di allagamenti su vasta scala nel centro dalla capitale. Ma la situazione viene costantemente monitorata anche all’altezza dell’Isola Tiberina. Alcu- ne zone più periferiche della città, a oltre 24 ore dal nubifragio di ieri, sono ancora alle prese con gravissimi disagi. Molte strade sono ancora chiuse, mentre in altre la circolazio- ne risulta pericolosa a causa di vora- gini e buche.
  • 3. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 2 febbraio 2014 pagina 3 Alle urne per le legislative boicottate dall’opposizione Fiato sospeso in Thailandia BANGKOK, 1. Alle prese da oltre tre mesi con una gravissima crisi poli- tico-istituzionale, che ha anche provocato dieci morti, 800 feriti e migliaia di arresti, la Thailandia si reca domenica alle urne per le ele- zioni legislative anticipate. Il risultato, dato il boicottaggio dell’opposizione, appare scontato, con il Governo della premier, Yingluck Shinawatra, che non do- vrebbe incontrare nessun ostacolo. Ma l’importanza dei numeri che usciranno dallo scrutinio è relativa, rispetto al timore di nuove violenze e, soprattutto, alla consapevolezza che il voto non potrà rappresentare una soluzione per lo scontro istitu- zionale in atto tra i due blocchi. La tensione è palpabile. Per il terzo giorno consecutivo, i manife- stanti anti-governativi hanno tenu- to marce di protesta nel centro di Bangkok, e ancora una volta ignoti hanno aperto il fuoco contro i loro raduni. Il leader dell’opposizione, l’ex vice premier, Suthep Thaugsuban, ha ribadito davanti ai sostenitori l’impegno a non ostacolare in al- cun modo le operazioni di voto. Ma le autorità hanno già dispiega- to in tutto il Paese circa 200.000 poliziotti, 10.000 dei quali nella so- la capitale, dove ci saranno anche 7.000 soldati in assetto antisom- mossa. Si temono disordini, come accaduto una settimana fa nella prima tornata del voto anticipato, quando la protesta ha costretto alla chiusura di quasi tutti i seggi a Bangkok, oltre a quelli di dieci province meridionali. Le elezioni, indette da Yingluck per rilanciarsi sotto la pressione delle proteste e ottenere nuova le- gittimità, arrivano al termine di una campagna elettorale surreale, senza comizi da parte dei candidati e con migliaia di manifesti detur- pati da vandali. In lizza ci sono 53 movimenti, ma non il Partito de- mocratico, il principale dell’opposi- zione, che ha optato per il boicot- taggio, allineandosi sempre più con la protesta di piazza che chiede la fine del potere dei Shinawatra. In- vece del voto, ritenuto «inutile», l’opposizione chiede l’istituzione di un Consiglio del popolo, che ap- provi diverse riforme. Ma questa ri- chiesta è sempre stata respinta dall’Esecutivo. Il partito Puea Thai di Yingluck — sorella dell’ex primo ministro Thaksin, in auto-esilio per sfuggire a una condanna per corru- zione — otterrà, quindi, la grande maggioranza dei voti, grazie al consenso ancora solido in partico- lare nel popoloso nord-est rurale. Ma la sua vittoria rischia di esse- re effimera. Data l’assenza di can- didati in ventotto collegi, la legisla- tura non potrà nascere per man- canza del necessario quorum. E per colmare il vuoto di potere potreb- bero essere necessarie elezioni sup- pletive. Autorevoli analisti intrave- dono, inoltre, un successivo inter- vento della magistratura, considera- ta favorevole alla protesta, come ampia parte dell’establishment tra- dizionale, che potrebbe portare ad un futuro annullamento delle legi- slative grazie a qualche cavillo. Due casi giudiziari contro la pre- mier e 250 parlamentari del Puea Thai sono già avviati, e le relative sentenze sono attese nelle prossime settimane. Allarme dell’Onu per l’emergenza umanitaria provocata dal conflitto Quasi un milione di profughi nel Sud Sudan JUBA, 1. Si avvicina ormai al milione il numero dei profughi provocati dal conflitto civile in Sud Sudan esploso lo scorso 15 dicembre tra i reparti dell’esercito fedeli al presidente Sal- va Kiir Mayardit e quelli che fanno riferimento all’ex vice presidente Rijek Machar. Secondo stime delle Nazioni Unite, infatti, sono circa 740.000 gli sfollati interni nei sette Stati sudsudanesi, sui dieci totali, in- vestiti dagli scontri armati, incomin- ciati nella capitale Juba e poi estesi a quasi tutto il Paese. Agli sfollati interni si aggiungono 123.400 perso- ne — il dato è aggiornato a domeni- ca scorsa — fuggite in Kenya, Ugan- da, Etiopia e Sudan. Il maggior nu- mero di sfollati interni si trovano nello Stato di Unity. Un comunicato dell’Ocha, l’ufficio dell’Onu per il coordinamento degli interventi uma- nitari, specifica che nello Unity ci sono oltre cento siti di sfollati e che 18 di questi ospitano oltre diecimila persone ciascuno. «Le organizzazio- ni umanitarie hanno già assistito cir- ca 300.000 persone, la maggioranza fuori dalle sedi Onu in zone rurali», si legge nel comunicato. L’Ocha precisa, peraltro, che i dati sono par- ziali, in quanto il numero degli sfol- lati aumenta quotidianamente per il protrarsi delle violenze, soprattutto negli Stati dello Jongley, dei Laghi, dell’Alto Nilo e appunto di Unity. Non sembra ancora consolidato, infatti, il cessate il fuoco al quale le due parti si erano dette disposte la settimana scorsa nell’ambito del ne- goziato avviato ad Addis Abeba per iniziativa dell’Autorità intergoverna- tiva per lo sviluppo, un organismo formato da sei Stati dell’area, al qua- le si erano poi affiancati mediatori dell’Unione africana e della Cina, principale acquirente del petrolio sudsudanese. Uno sviluppo ulteriore è arrivato due giorni fa, con un diverso accor- do di cessate il fuoco firmato tra il Governo di Juba e il gruppo ribelle guidato dall’ex generale David Yau Yau, attivo nello Jonglei dal 2012. L’accordo, sottoscritto anch’esso ad Addis Abeba, è stato raggiunto gra- zie all’opera della Iniziativa di me- diazione dei leader religiosi (Clmi, nell’acronimo in inglese) sudsudane- si. Un comunicato della Clmi ha evidenziato che l’intesa «mira a crea- re un ambiente favorevole per nego- ziati di pace tra le parti», non solo in riferimento allo Jonglei, ma alla situazione generale del Paese. Civili in fuga dai combattimenti nello Jonglei (Reuters) Tra le comunità cristiana e musulmana nello Stato di Kaduma Riprendono in Nigeria le violenze a sfondo etnico-religioso Intesa militare tra Arabia Saudita e Indonesia JAKARTA, 1. Indonesia e Arabia Sau- dita hanno raggiunto ieri un accordo di collaborazione in ambito militare, il primo del suo genere tra i due Paesi. L’intesa è stata firmata dal vi- ce ministro della Difesa saudita, Salman bin Abdulaziz Al Saud, e dal ministro della Difesa indonesia- no, generale Sjafrie Sjamsoeddin. L’accordo prevede sinergie nei campi dell’addestramento militate, dell’an- titerrorismo e dell’industria militare. Il ministero indonesiano ha ricor- dato che gli attentati terroristici ne- gli ultimi anni hanno gettato una cattiva luce sul mondo islamico e che l’Arabia Saudita è uno dei Paesi più colpiti dal terrorismo. Anche l’Indonesia ha subito attacchi con- dotti da gruppi di estremisti islamici. L’accordo prevede esercitazioni co- muni delle forze speciali antiterrori- smo dei due Paesi, nonché lo scam- bio di informazione sui gruppi terro- ristici. L’industria della difesa in Indone- sia potrebbe dal canto suo ottenere enormi commesse dall’Arabia Saudi- ta. Infatti, ci sono stati già vari con- tatti e richieste di spiegazioni tecni- che riguardanti l’equipaggiamento di difesa indonesiano. Per l’Arabia Sau- dita, l’intesa con l’Indonesia rientra in una più ampia strategia di espan- sione delle relazioni con i Paesi isla- mici al di fuori del Medio oriente. Risale solo ad alcuni giorni fa un altro accordo in materia di difesa da parte dell’Arabia Saudita con il Pa- kistan. Il Governo di Riad è interes- sato a comprare l’aereo da combatti- mento cinese-pakistano JF-17. Undici i candidati alla successione di Hamid Karzai Al via la campagna per le presidenziali afghane Sessanta morti in combattimenti tra ribelli sciiti e membri armati della tribù degli Hashid Sanguinosi scontri nello Yemen Un militare a San’a (Epa) SAN’A, 1. Ancora violenze nello Ye- men. Almeno sessanta persone so- no state uccise ieri in scontri tra ri- belli sciiti e membri armati della potente tribù degli Hashid nel nord del Paese. Lo hanno riferito fonti tribali alla France Presse. Stando a queste fonti, quaranta uo- mini sono morti tra le file degli sciiti e venti tra gli Hashid. Le vio- lenze tra questi gruppi sono in cor- so dal 5 gennaio scorso e hanno causato finora oltre cento morti. Entrambi i fronti cercano di esten- dere la loro influenza nella pro- spettiva che lo Yemen diventi uno Stato federale. Sempre ieri, nel sud del Paese, quindici soldati sono stati uccisi da un gruppo sospettato di legami con Al Qaeda. Proprio sul progetto di costituire uno Stato federale nello Yemen è stata istituita una commissione spe- ciale da parte del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. L’agenzia di stampa Saba spiega che la com- missione sarà guidata dallo stesso Hadi e si impegnerà nel valutare la possibilità di dividere il Paese in due o sei regioni. La commissione, composta da rappresentanti di va- rie zone dello Yemen, elaborerà un testo che dovrà essere inserito nella nuova Costituzione. Il progetto di uno Stato federale è emerso duran- te la conferenza per il dialogo na- zionale, sostenuta dall’Onu e che ha rappresentato un importante traguardo nel processo di transizio- ne democratica. La conferenza si è conclusa appunto con la richiesta di stabilire un sistema federale nel Paese per cercare di rispondere alle richieste di autonomia del sud. ABUJA, 1. Una famiglia cristiana di sette persone è stata sterminata ieri nello Stato centro-settentrionale ni- geriano di Kaduna e la strage è sta- ta seguita da rappresaglie contro musulmani nelle quali è stata uccisa almeno una persona. Quanto acca- duto conferma come l’identità reli- giosa sia sempre più spesso pretesto per le violenze nelle devastate re- gioni settentrionali e centro-setten- trionali della Nigeria. All’azione di Boko Haram, il gruppo di matrice fondamentalista islamica responsa- bile da quattro anni dell’uccisione di migliaia di persone negli Stati settentriolanu di Yobe, Kano e Adamawa, si affiancano in quelli li- mitrofi gli scontri tra comunità di allevatori, in prevalenza musulmani, e coltivatori, soprattutto cristiani, da sempre registrati nell’area, ma intensificati negli ultimi anni. Secondo quanto riferito da testi- moni locali citati dalle agenzie di stampa internazionali, l’ultimo gra- ve episodio è avvenuto nel villaggio di Unguwar Kajit. Uomini armati sconosciuti, arrivati a bordo di un’autovettura e di una motociclet- ta in piena notte, hanno sfondato la porta di un’abitazione di una fami- glia cristiana e ne hanno ucciso tut- ti i sette componenti. I testimoni hanno aggiunto che gruppi di giovani cristiani hanno attribuito l’attacco ai musulmani e si sono scatenati per vendicarsi, bruciando abitazioni e moschee, in una della quali è appunto morta una persona. Nella zona già nel recente passa- to si erano verificati analoghi episo- di. Lo Stato del Kaduna, tra l’altro, fu uno di quelli maggiormente in- vestiti dalle violenze che nel 2011 segnarono le elezioni per la presi- denza federale della Nigeria, vinte da Goodluck Jonathan, un cristiano del sud, contro Muhammadu Buha- ri, un musulmano del nord. Secondo stime di organizzazioni umanitarie attive in Nigeria, negli ultimi tre anni le violenze nello Sta- to di Kaduna hanno provocato ol- tre cinquecento morti. KABUL, 1. Si apre domani la cam- pagna elettorale per le presidenziali afghane, fissate per il prossimo 5 aprile. Sono undici candidati alla successione di Hamid Karzai. L’ap- puntamento elettorale riveste parti- colare importanza perché s’inserisce in uno scenario caratterizzato dal pogressivo disimpegno del contin- gente internazionale. Entro la fine del 2014 sarà stato completato il ri- tiro delle truppe Nato e dopo la re- sponsabilità della sicurezza — di fronte alle perduranti violenze tale- bane — sarà definitivamente nelle mani delle forze locali. In questo contesto il nuovo presidente afgha- no sarà chiamato a stabilire, con il sostegno del suo Governo, prospet- tive e dinamiche in grado di assicu- rare al Paese un assetto istituziona- le, politico e militare sufficiente- mente stabile. Nello stesso tempo il nuovo ca- po di Stato dovrà, molto probabil- mente, far ripartire con nuovo slan- cio i rapporti con gli Stati Uniti, da tempo sotto pressione. In parti- colare si sta confermando come non idilliaca l’intesa tra Karzai e Washington. Il divario si sta allar- gando a causa dell’accordo sulla si- curezza per il dopo 2014: il presi- dente afghano intende firmarlo solo dopo le presidenziali, gli Stati Uni- ti, invece, il prima possibile. Una conferma dei tesi rapporti fra i due Paesi viene poi, com rife- risce il «Daily Times», dalla deci- sione di Washington di non finan- ziarie, come accadeva in preceden- za, i sondaggi di opinione in Af- ghanistan in vista del voto per le presidenziali. Riferisce il quotidia- no che la decisione sarebbe stata presa come risposta alle accuse, da parte di alcune autorità afghane, secondo cui Washington sarebbe impegnata a influenzare l’esito del- le presidenziali. Il «Daily Times» ricorda che gli Stati Uniti sono il Paese più munifico a beneficio dell’Afghanistan: la decisione di non assicurare i previsti finanzia- menti legati ai sondaggi di opinio- ne la dice dunque lunga sugli at- tuali, difficili rapporti tra i due Paesi. Nell’ultimo numero dell’«Econo- mist» si rileva che Karzai «sta gio- cando con il fuoco» a proposito del suo modo di gestire l’intesa con gli Stati Uniti. Nell’articolo si affer- ma che il capo dello Stato afghano sta «denigrando» gli Stati Uniti e ciò alla fine rischia di compromet- tere seriamente la sicurezza dell’Af- ghanistan. Non fosse altro per l’eventualità, già più volte indicata da Washington, di adottare l’opzio- ne zero — cioè nessun soldato ame- ricano rimarrà in Afghanistan dopo il 2014, neppure con compiti logi- stici — se Karzai rimarrà arroccato nella sua posizione riguardo alla tempistica sulla firma del trattato di sicurezza. Sul fronte pakistano, intanto, si segnala quanto affermato dal nuo- vo Alto commissario britannico per il Pakistan, Philip Barton. Citato dal «Daily Times», il diplomatico sottolinea che il terrorismo conti- nua a rappresentare la più grande sfida per il Paese. Di conseguenza si rende necessaria una sempre più forte collaborazione tra i due Paesi per vincere tale sfida. Barton ha puntato il dito, tra l‘altro, sulla de- bolezza del sistema giudiziario pa- kistano, spesso ostaggio dei terrori- sti che cercano di sottrarsi «agli ar- tigli della legge». Ribelli filippini reclutano bambini-soldato MANILA, 1. L’offensiva militare dell’esercito filippino contro le postazioni dei ribelli del movi- mento dei Combattenti islamici per la libertà del Bangsamoro (Biif) nella provincia meridionale di Maguindanao ha provocato la morte di 53 guerriglieri, fra cui tre bambini-soldato. Lo ha co- municato il portavoce regionale Dickson Hermoso, precisando che il Biif sta impiegando bam- bini con armi e tute mimetiche. «Non possiamo più fare nessuna discriminazione durante gli at- tacchi» ha detto. Il reclutamento di bambini-soldato fra le fila del Biif è stato denunciato anche dalla Commissione nazionale per i diritti umani.
  • 4. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 4 domenica 2 febbraio 2014 I misteri irrisolti dei papiri Bodmer Biblioteca nella sabbia A più di sessant’anni dalla loro scoperta in Egitto di ALBERTO CAMPLANI A più dei sessant’anni dalla loro scoperta fortuita in Egitto (1952?), seguita dal loro acqui- sto segreto — avvenuto nell’am- bito del mercato antiquario a blocchi e probabilmente in modo parziale — a opera della segretaria di Martin Bod- mer, uno dei grandi mecenati del secolo scorso (1899-1971), e dal loro arrivo a Gine- vra, i papiri Bodmer non smettono di na- scondere i loro segreti e costituiscono l’og- getto di un’inesausta ricerca da parte degli studiosi delle più diverse discipline. È quanto è accaduto del resto anche per altri fondi librari scoperti nelle sabbie egiziane, ad esempio i codici papiracei copti, di orientamento gnostico, scoperti vicino a Nag Hammadi qualche anno prima (1945). Questo vivo interesse non stupisce se si considera l’importanza dei materiali che i codici Bodmer conservano, tutti di notevo- le antichità, essendo i manoscritti colloca- bili tra III e V secolo dell’era cristiana (e forse oltre): testi biblici in greco e in copto tra i più antichi e importanti sia per l’Anti- co che per il Nuovo Testamento; ma anche opere teatrali classiche credute perdute co- me il Dyskolos del commediografo Menan- dro, note ormai anche a studenti di scuola donati a Paolo VI e a Benedetto XVI), luo- go caratterizzato da uno spettacolare pano- rama sul lago e dotato di un museo aperto al pubblico — a dire il vero non sono tutti di papiro, come farebbe credere la loro de- signazione tradizionale (Papyri Bodmer), ma anche di pergamena; le lingue preva- lenti dei testi sono il copto e il greco, ma una discreta quantità di testi è anche in la- tino. Studiare questo insieme di codici signifi- ca tentare di ricostruire un momento signi- ficativo delle trasformazioni culturali e reli- giose in Egitto e nel Mediterraneo tra III e IV secolo. Si tratta di ambienti di élite amanti della cultura classica, ma aperti an- biblioteche, e permettesse di rispondere anche soltanto ad alcune delle tante que- stioni che il fondo ancora oggi continua porre al mondo contemporaneo. Sul tappeto infatti ci sono ancora pro- blemi di grande rilievo, a partire ad esem- pio dalla misteriosa località dove è avvenu- ta effettivamente la scoperta della bibliote- ca: nell’ambito di un monastero di monaci pacomiani, non lontano da Nag Hammadi, o in località più distanti e a nord, come Achmim, Assiut o Miniah? Per passare poi alla consistenza effettiva di questo fondo, dato che probabilmente alla campagna di acquisto di Martin Bodmer sfuggirono al- cuni codici, i quali presero altre vie, ad Esposta eccezionalmente a Brera la tela «I martiri di Nagasaki» di Tanzio da Varallo Settanta metri di persecuzione Alla Sapienza Il 3 febbraio a Roma, all’università La Sapienza, si svolgerà il convegno «I Papiri Bodmer. Biblioteche, comunità di asceti e cultura letteraria in greco e copto nell’Egitto tardo antico». Il coordinatore, che è anche uno dei relatori, ha anticipato al nostro giornale i temi dell’incontro. secondaria; o il Co- dice delle visioni, che è un insieme di te- sti poetici in dialet- to omerico in cui poeti del IV secolo descrivono le loro esperienze religiose o esprimono a mo- do loro le tradizio- ni bibliche; e anco- ra, testi copti di ca- rattere biblico o omiletico; l’omelia sulla Pasqua di Me- litone di Sardi e gli Atti del vescovo martire Filea di Tmuis, vittima illu- stre della persecu- zione di Dioclezia- no (303-305 dell’era cristiana). Senza tralasciare poesie li- turgiche e inni in latino. I codici — preser- vati oggi presso la Fondazione Bod- mer a Cologny, vi- cino a Ginevra (due di questi sono conservati nella Bi- blioteca Vaticana, in quanto sono stati di SANDRA ISETTA Capolavori nascosti anche alla più cliccata enciclopedia online, Wikipedia, dove la voce «Ventisei martiri del Giappone» è il- lustrata con un’opera giapponese del seco- lo XVII ma è ignorato il grande dipinto di Antonio d’Enrico, detto Tanzio da Varallo (1580?-1633, Martirio dei Francescani a Na- gasaki). La tela, dal soggetto insolito, fa infatti parte di un gruppo di importanti opere lombarde del XVII secolo, solitamen- te sottratte al percorso museale della Pina- coteca di Brera per ragioni di spazio. Fino al 9 febbraio saranno visibili al pubblico grazie alla proroga della mostra «Seicento lombardo a Brera. Capolavori e riscoper- te», mostra e catalogo (Milano, Skyra, 2013, pagine 176, euro 39) a cura di Simo- netta Coppa e Paola Strada. Si tratta di quarantasei dipinti, tutti di grande forma- to, realizzati a partire dall’età di Federico Borromeo fino alla seconda Accademia Ambrosiana, istituita dal cardinale milane- se nel 1620 «per la formazione degli artisti, 1622, la piazza San Fedele divenne teatro della famosa festa di canonizzazione dei santi Ignazio e Francesco Saverio, padre fondatore della Chiesa del Giappone, dove sbarcò il 15 agosto del 1549. La sua attività di evangelizzazione fu portata avanti da al- tri gesuiti e francescani e, in seguito, anche da domenicani e agostiniani. Nel 1590, dopo soli quarant’anni dalla predicazione di Francesco Saverio, il nu- mero dei cristiani salì a circa duecentomila sei giorni, attraverso le città di Kyoto, Osaka e Sakai, fino a Nagasaki. La proces- sione dei martiri era preceduta da un ban- ditore che su una tavola esibiva la sentenza del dittatore: «Io Hideyoshi condanno co- storo a morte perché, nonostante la mia proibizione, hanno predicato ed abbraccia- to la dottrina cristiana; ordino che siano crocefissi a Nagasaki e che rimangano esposti in croce». La fila di croci era lunga settanta metri. Tre filari di croci con la messa a fuoco del drammatico primo piano di volti e corpi di martiri e persecutori La tela solitamente non fa parte del percorso della pinacoteca ai quali consegnare la responsabilità di dif- fondere la fede attraverso le immagini sa- cre» (Sandrina Bandera). L’interesse per le arti di Federico Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1594 al 1631 e cugino di Carlo Borromeo, guadagnò il titolo di “borro- maica” alla scuola pittorica milanese del periodo, caratterizzata da un tono solenne e drammatico impiantato su una cultura caravaggesca. L’Accademia Ambrosiana ebbe vita bre- ve. La sua chiusura nel 1630 in seguito all’epidemia della peste fu uno dei motivi — secondo Bandera — per cui la pittura lombarda del Seicento «è considerata tra- dizionalmente un fenomeno artistico meno importante della pittura emiliana e di quella contemporanea di altri centri, come Napoli, o Firenze». L’origine della cultura pittorica lombarda risale all’arte della Val- sesia, al fenomeno drammatico dei Sacri Monti e a quello stile quasi teatrale, alla stregua di tableaux vivants, creato tra scul- tura e pittura da Gaudenzio Ferrari, che influenzò Tanzio da Varallo. Quest’ultimo consacra alla devozione francescana diver- se sue opere, tanto che la tradizione storio- grafica locale fa terminare la sua vita a Va- rallo, nel convento francescano di Santa Maria delle Grazie, da cui proviene Il martirio dei francescani a Nagasaki che ren- de testimonianza della sua fedeltà all’or- dine. Nell’inventario napoleonico del 13 giu- gno 1811, stilato dopo la soppressione del convento (1810), la tela viene attribuita espressamente a Tanzio, con una stima pe- raltro elevata, tale da motivarne la requisi- zione per il museo braidense (Simonetta Coppa, Tanzio da Varallo, 2000). Tra i pro- tomartiri di Nagasaki ci furono anche tre gesuiti. L’ordine gesuitico ebbe grande ri- lievo all’epoca di Borromeo e si fece pro- motore del teatro come uno dei più impor- tanti strumenti di comunicazione: consue- tudine dei collegi gesuitici era la recitazio- ne di commedie e tragedie in occasione delle feste della renovatio studiorum. Nel e la comunità di Nagasaki di- venne il cuore del nuovo popo- lo di Dio giapponese. La rea- zione persecutoria nipponica — decretata dallo shogun Toyoto- mi Hideyoshi e fomentata dai bonzi, a tutela del buddismo e dello scintoismo — culminò nei primi trent’anni del Seicento, con l’esecuzione di circa due- cento cristiani. La notizia del cruento eccidio di Nagasaki (5 febbraio 1597) raggiunse il vec- chio continente e già nel 1601 il francescano spagnolo Marcelo de Ribadeneira ne pubblicava il resoconto. I martiri di Nagasaki furono beatificati da Papa Urbano VIII nel 1627 e probabilmente in quella circostanza fu realizzata una stampa dell’acquaforte di Jacques Callot per promuovere la devozione ai neo martiri. Nella tela, Tanzio li rappresen- ta ricalcando l’iconografia uffi- ciale inaugurata da Callot, ma ne enfatizza la prospettiva sce- nica dei tre filari di croci con la messa a fuoco del drammatico primo piano di volti e corpi di martiri e persecutori. Anche sotto minaccia di morte, nessu- no rinnegò la propria fede. Nel gelido inverno giappo- nese, mutilati dell’orecchio sini- stro, i martiri furono trasportati su carri in un viaggio di venti- Testi biblici in greco e in copto tra i più antichi e importanti sia per l’Antico Testamento che per il Nuovo Ma anche opere teatrali classiche credute perdute come il «Dýskolos» di Menandro lingua letteraria dei ceti egiziani più pro- grediti e ellenizzati, ambienti che vivono le tensioni e le novità del panorama religioso del IV secolo, con le ultime persecuzioni e l’inizio dell’era costantiniana, l’affermazio- ne della Chiesa istituzionale e la nascita del monachesimo. La ricerca su questo fondo si caratterizza necessariamente come interdisciplinare, in quanto deve comprendere in sé competen- ze bibliologiche, linguistiche, storico-cultu- rali, religiose: per questo motivo, presso l’università La Sapienza di Roma, un gruppo di tre docenti, e cioè un filologo classico (Gianfranco Agosti), una coptolo- ga (Paola Buzi) e uno storico del cristiane- simo (chi scrive), hanno deciso di mettere in dialogo le loro metodologie per elabora- re un progetto di ricerca e organizzare una giornata di studio — lunedì 3 febbraio presso la facoltà di Lettere — che coinvol- gesse esperti di paleografia, di lingue anti- che, di poesia greca, di codici antichi e di che alla nuova religione, che essi cercano di espri- mere secondo i loro tradi- zionali moduli espressivi, ambienti che, pur ricono- scendo l’importanza del greco e del latino, vedo- no volentieri crescere in importanza culturale e re- ligiosa il copto, la nuova esempio le biblioteche accademiche di Sta- ti Uniti, Spagna, Irlanda, Inghilterra, Ger- mania: quali codici appartengono effettiva- mente a questa antica biblioteca e permet- tono di caratterizzarla, così come di rico- struire gli ambienti che l’hanno curata? Quanti invece ne andrebbero esclusi? Per arrivare infine alla questione della com- prensione culturale dei codici e alla rico- struzione storica degli ambienti che ne hanno favorito la crescita, promuovendo la trascrizione di testi di diverso orientamento culturale e di diversa lingua: sono sempre stati gli stessi o invece un ambiente si è so- stituito a un altro? Soltanto la precisione delle informazioni sulla storia dei fondi manoscritti, la serietà dell’approccio critico e la ricerca quotidiana, lontana dai clamori della ribalta, permetteranno una compren- sione sempre più profonda, anche se non completa, di uno dei grandi fenomeni del- la cultura tardoantica. Gli ultimi mesi di Kafka ricostruiti con delicatezza in un romanzo di Michael Kumpfmüller Franz e la meraviglia della vita di SABINO CARONIA «Si può ritenere che la meraviglia della vi- ta sia sempre a disposizione di ognuno in tutta la sua pienezza, anche se essa rimane nascosta, profonda, invisibile» scrive Franz Kafka nei suoi Diari. E La meraviglia della vita (Vicenza, Neri Pozza, 2013) è intitola- to il romanzo di Michael Kumpfmüller che ci mostra Kafka sotto una luce incon- sueta. È l’estate del 1923. Kafka con la sorella Elli e i suoi tre bambini va a Muritz sul Baltico. A pochi metri dalla sua stanza c’è una colonia estiva della Casa popolare ebraica di Berlino: bambini «sani, allegri, appassionati, con gli occhi azzurri, ebrei orientali salvati dal pericolo berlinese da ebrei occidentali» e ragazze che si occupa- no di loro, «narcisi», «gigli fra cardi spi- nosi», «occhi di colombe», «capelli come greggi di capre». Tra queste Dora che la- vora nella colonia come cuoca. Una sera di venerdì è organizzata una festa in onore del misterioso Dottore. Dora è in cucina a preparare la carne. A un certo punto lo sconosciuto appare nella camera e con vo- ce dolce le dice: «Che mani delicate, e de- vono fare un lavoro così sanguinoso!». Dopo tre settimane hanno già deciso di andare insieme a Berlino. Sognano di tra- sferirsi in Palestina e di vivere gestendo un ristorante: lei cuoca, che sapeva a malape- na cucinare, e lui cameriere, che non aveva mai servito a tavola e riusciva a malapena in sicurezza e beltà». È il Kafka di una delle ultime lettere a Milena: «In ottobre volevo andare in Palestina, ne parlammo, beninteso non si sarebbe avverato mai, era una fantasia come di uno che sia convinto di non lasciare mai il letto. Se non lascerò mai il letto perché allora non dovrei anda- re fino in Palestina?». È il Kafka che a ot- retorica da parte di Kumpfmüller. Non c’è spazio qui per le parole di Dora al capez- zale del moribondo («Mio caro, mio caro, oh tu, così buono!»), non per quelle su Dora riferite da Robert Klopstock ai geni- tori di Kafka («Soltanto chi conosce Dora può sapere che cosa sia l’amore»), non per quelle ultime, disperate che Kafka rivolge allo stesso Klopstock al culmine della sua agonia: «Mi uccida, altrimenti lei è un as- sassino». Una misura esemplare quella del roman- zo di Kumpfmüller che risalta soprattutto nelle pagine finali, in cui è descritto l’arri- vo a Praga di Dora che accompagna la ba- ra di Kafka e il suo breve soggiorno prima del ritorno alla città da cui era partita: «È l’inizio di agosto, si è già procurata il bi- glietto, le valigie sono pronte, basta anda- re, senza tanti saluti ed è esattamente quel- lo che fa. Vi scriverò, dice, ma per ora va a Berlino, dove l’aspettano un’estate rovente e i libri di Franz. Li ha tutti con sé, anche quello nuovo, per il quale è ancora troppo presto, perciò sfoglia i precedenti, legge qua e là un incipit, il titolo Undici figli le piace subito, sa molto di Franz». a mangiare. Il viaggio a Berlino come pre- parazione a quello in Palestina. È lo stesso Kafka che nei colloqui con Gustav Janouch — quei colloqui dove il cristiano Janouch ci mostra un Kafka che si interroga sulla fede, sul Cristo, sulla gra- zia, sul valore del francescanesimo — di- chiara di voler abbandonare tutto per an- dare in Palestina a vivere «una vita sensata la perduta con una realtà diversa, quella del suo racconto, falsa forse ma veritiera secondo le leggi della narrativa, lo stesso che in La tana scrive «da essi [i nemici in- terni] non può salvarmi neanche quella via; anzi probabilmente non mi salva in nessun caso, ed è invece la mia rovina: pe- rò è una speranza e senza di essa non pos- so vivere». Nessuna santificazione, nessuna Compresi che se in qualche modo volevo sopravvivere bisognava partire per la Palestina Certo non ero capace di farlo ma dovevo pure acquistare una speranza tobre del 1923 scrive alla sorella Ot- tla: «Compresi che se in qualche mo- do volevo sopravvivere, bisognava... partire per la Palestina. Certo non ero capace di farlo... ma dovevo pure acquistare una speranza», quello, ap- punto, che, durante l’inverno del 1923, nel parco di Steglitz incontra una bambina in lacrime che ha perso la bambola e le sostituisce la bambo- Martin Bodmer Il Padre nostro e l'insegnamento di Gesù sulla preghiera secondo il Vangelo di Luca (11, 1-13) in un foglio del papiro Bodmer XIV-XV
  • 5. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 2 febbraio 2014 pagina 5 Omaggio a don Arturo Paoli su «l’Espresso» La sostenibile leggerezza della carità A cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale Tra realismo e utopia I difficili equilibri della diplomazia per evitare i conflitti Per lo storico Edward Hallett Carr nell’uomo c’è un qualcosa che si rifiuta di inchinarsi al nudo potere che esige giustizia e uguaglianza E che cerca di rendere il mondo un posto migliore Madre Teresa sul grande schermo Ho sete Nuove frontiere della biologia e giornata della vita Il Dna non basta di CARLO BELLIENI L a retta scienza apre sem- pre scenari favorevoli alla difesa della vita. Papa Francesco va al nocciolo in questo: «La fede non ha paura della ragione; al contrario, la cerca e ha fiducia in essa» (Evangelii gaudium, 242). La Gior- nata della vita (2 febbraio) serve proprio a sottolineare queste parole di fiducia nella ragione e di amore alla vita, e lo facciamo qui con de- gli esempi recenti e illuminanti. Un esempio viene dalla nuova frontiera della biologia, l’epigeneti- ca, che mette fine alla visione ridu- zionistica, secondo cui sarebbe ba- stato “leggere” il Dna per decifrare cosa è la vita e apre a un orizzonte positivo e affascinante. Infatti ci spiega che il Dna invece che un motore immobile del nostro desti- no, oggi deve essere considerato una specie di software che senza stimoli esterni non è in grado di funzionare: il Dna da solo non ba- sta a spiegare la complessità della vita, si legge nella rivista «Cytoge- netic and Genome Research» dove si dichiara obsoleta l’idea di «gene limitato al Dna» e dunque l’equa- zione «vita uguale Dna». Viene oggi criticato addirittura quello che alcuni scienziati del se- colo scorso avevano battezzato “dogma centrale” della genetica, cioè la certezza che l’ambiente non interferisca con l’espressione del Dna: i fisiologi Sarah Franklin, e Thomas Vondriska dell’università di California già nel 2011 criticavano questa limitazione riduzionistica, il biologo Eugene Koonin nel 2012 spiegava che il dogma centrale or- mai non è più un principio assoluto Dna è una visione limitata della scienza. Ridurre la vita a un Dna che agi- sce meccanicisticamente, significava anche un altro grave errore: pensare che nel Dna avessero importanza solo singoli pezzetti che codificano singole proteine, supponendo che il resto fosse una specie di errore del- la natura; infatti nel secolo scorso gran parte del Dna sbrigativamente era stato battezzato «Dna-spazzatu- ra» (o in inglese junk-Dna) perché erano parti di cui non si vedeva una chiara ed evidente azione sulla vita cellulare. Invece oggi sappiamo che proprio queste parti apparente- mente inutili sono importantissime: «Quello che un tempo si credeva Dna-spazzatura ora è la chiave di La scienza ci regala maggiori dettagli sulla bellezza di certi particolari che ad alcuni sembrano senza valore tanti meccanismi genetici» riporta la rivista «Clinical Chemistry»: an- che in campo genetico in realtà tut- to serve, nulla è scarto. Nella vita, insomma, nulla è inu- tile e insignificante, come sempre ripete Papa Francesco mettendo in guardia dalla cultura dello scarto, che elimina chi non serve o ciò che non si è ancora compreso. Ma la scienza ci regala sempre maggiori dettagli sulla bellezza di quei tratti della vita che a qualcuno sembrano senza valore. Uno dei da- ti più significativi lo ritroviamo nel numero di gennaio 2014 di «Deve- lopmental Psychobiology»: alcuni di ULLA GUDMUNDSON I l 2014 è il centenario dell’inizio della prima guer- ra mondiale, la prima guer- ra di massa dei tempi mo- derni, la prima in cui i bel- ligeranti hanno potuto far ricorso alla coscrizione per radunare milio- ni di loro giovani nelle trincee. Gli altri dovevano fare lo stesso. Mori- rono a milioni, sulla Somme, sulla Marna, a Ypres. Un’intera genera- zione. Oppure furono mutilati fisi- camente e moralmente per tutta la vita. Tre secoli prima il filosofo Thomas Hobbes, di certo non fa- moso per i suoi teneri sentimenti verso l’umanità, aveva osservato che l’unica cosa che lo Stato non poteva chiedere ai suoi cittadini era «la volontà di morire». Non che qualcuno volesse mori- re. Molto più probabilmente, all’inizio solo in pochi si resero conto di quanto lunga e sanguino- sa sarebbe stata la guerra. «La guerra è come una scampagnata, ma senza l’oziosità di una scampa- gnata», sono le famose ultime pa- role di un giovane ufficiale britan- nico del ceto alto, appena uscito dalle sale da ballo londinesi e at- traversata la Manica, immortalate sul muro dell’importante museo della prima guerra mondiale di Ypres. La piazza centrale di Ypres sem- bra assomigliare a quella di tante altre città medievali belghe. Ma guardando più attentamente i tim- pani gotici, si notano le iscrizioni “1919”, “1920”, “1921”. Ypres era stata ridotta in macerie dopo quat- tro anni di combattimenti per una minuscola striscia di terra priva d’importanza militare. Si dice che Winston Churchill volesse che Ypres rimanesse una rovina, un monumento all’eroismo di centi- naia di migliaia di soldati britanni- ci, del Commonwealth e americani. Ma come i polacchi a Varsavia nel 1945 o la gente di Sarajevo oggi, i cittadini di Ypres vollero che la lo- ro città fosse ricostruita. Il fatto che «Mai più la guerra!» fosse diventato lo slogan al termine della stessa non stupisce. Ciò che invece sorprende è che vent’anni smo. Ma la sua esperienza della politica e della diplomazia sul campo dà colore al suo libro. Carr non è mai un mero teorico. Ha la forte consapevolezza che la politica è azione, è il tentativo da parte di fragili esseri umani di dominare una realtà ostinata e complessa, è scelte che coinvolgono conflitti di valori e perdita di valori. Nella storia del pensiero politico parliamo di realisti e utopisti (oggi più frequentemente di costruttivi- sti). I realisti affermano di vedere L’utopista, afferma, è riluttante ad ammettere l’esistenza di diffe- renze d’interesse reali. Gli Stati soddisfatti, come i vincitori della prima guerra mondiale, tendono a identificare i propri interessi con quelli dell’umanità (proprio — si potrebbe aggiungere — come oggi quelli molto ricchi affermano che la loro ricchezza alla fine avrà “ri- cadute positive” sui meno abbien- ti). Gli Stati affamati e frustrati vor- ranno un cambiamento, forse an- che al prezzo di una guerra. I trat- tati sono sempre espressione dell’equilibrio di potere, scrive Carr. Uno Stato abbastanza forte per ottenere ciò che vuole sosterrà il principio pactae sunt servandae. Uno Stato che ha dovuto rinuncia- re a tanto vorrà invece revocare il patto una volta che l’equilibrio dei poteri si sposta. La cosa interessan- te di Carr, però, è che egli non è un realista irriducibile. Nell’uomo — scrive — c’è un qualcosa che si rifiuta di inchinarsi al nudo potere, che esige giustizia, uguaglianza di- nanzi alla legge, e che cerca di ren- dere il mondo un posto migliore. «Ogni azione umana sana (...) de- ve stabilire un equilibrio tra utopia e realtà, tra libero arbitrio e deter- minismo. Il realista totale, che ac- cetta in modo incondizionato la se- quenza causale degli eventi, priva se stesso della possibilità di cam- biare la realtà. L’utopista totale, ri- fiutando la sequenza causale, si priva della possibilità di compren- dere o la realtà che cerca di cam- biare o il processo con cui può es- sere cambiata. Il vizio caratteristico dell’utopista è l’ingenuità; quello del realista la sterilità». Solo in Dio, scrive l’ateo Carr c’è unità tra la realtà ultima e l’ideale ultimo. Forse questo spiega un po’ il ruolo della Santa Sede nella diplomazia internazionale. ricercatori canadesi ripor- tano l’importanza delle percezioni del feto nell’utero, in particolare di quella della voce della mamma, piuttosto di quella del babbo; segno di una attività neurologi- ca già in grado di distin- guere i diversi stimoli pri- ma della nascita, di avere memoria e percepire con i sensi già a partire dalla metà della gravidanza. Dunque quello che sembra “da scartare” o ignorabile, nella realtà non lo è. È bello che questo messaggio venga dalla scienza pura; come insegna Papa Francesco, la difesa della vita non deve temere la scienza: «Ricordate a tutti, con i fatti e con le parole, che la vita è sempre, in tutte le sue fasi e ad ogni età, sacra ed è sempre di qua- lità. E non per un discor- so di fede ma di ragione, per un discorso di scien- za!» (20 settembre 2013). Tanti scienziati infatti stu- e il «World Journal of Biological Chemistry» del maggio 2013 spiega che «biologia e vita non sono solo l’informazione digitale codificata dal Dna». Questo non significa non gioire per i progressi che la genetica porta giorno per giorno nella cura e nella conoscenza dell’uomo; ma pensare che tutto si risolva nel leggere il diano con rispetto l’infinitamente piccolo, cioè l’alba della vita, altri si prodigano nella conoscenza dei bi- sogni delle persone più emarginate e riescono a mostrare la bellezza della vita anche laddove viene cre- duta di minor importanza; e chi davvero fa seriamente ricerca scien- tifica scorge sempre nella vita stessa qualcosa che supera sempre l’idea che ce ne siamo fatta. A fine 2014 inizieranno le ri- prese di I Thirst, un film su Madre Teresa di Calcutta; la notizia è stata diffusa dal sito internet di «The Hollywood Reporter» il 24 gennaio scor- so. Non sarà un vero e proprio biopic: la trama sarà incentrata prevalentemente sul periodo in cui la giovane suora albanese Anjëzë Gonxhe Bojaxhiu fon- dò l’ordine delle Missionarie della Carità, negli anni Cin- quanta, dedicando tutto il re- sto della sua vita ai più poveri tra i poveri. I produttori, Tony Krantz e Jamey Volk, stanno lavorando in collaborazione con lo sceneggiatore Keir Pearson, che nel 2004 fu can- didato all’Oscar per Hotel Rwanda. Sono già in corso i sopralluoghi a Kolkata in In- dia e a Tijuana in Messico per le riprese. La stesura definitiva dei dialoghi è prevista per la fine di febbraio, mentre l’usci- ta è fissata indicativamente per la primavera o l’estate del 2015. «Il film — spiegano Krantz e Volk — racconterà Madre Teresa come un essere umano “normale”, con i suoi pensieri e il suo senso del- l’umorismo. Ma anche con le sue preoccupazioni, i suoi dubbi e i lunghi momenti di buio e di aridità spirituale che non l’avrebbero abbandonata per anni». Nel progetto saran- no direttamente coinvolte le missionarie della carità, attra- verso il Centro Madre Teresa di Calcutta, che amministra le- galmente l’immagine della fon- datrice. «Yacov racconta che gli dissi che l’avrei salvato a costo della mia vita, ma io non mi ricordo di aver detto una frase così drammatica»: in que- sta frase c’è tutta l’autoironia umile e divertita di don Arturo Paoli, a cui il settimanale «L’Espresso» ha dedicato l’articolo Cent’anni di beatitudine. La boa del secolo in realtà è già stata superata da tempo: il 30 novembre scorso il sacerdote lucchese ha compiuto 101 anni. «Paoli è uno straordinario testimone e prota- gonista del secolo e la sua è una vita italiana e cristiana esemplare» scrivono Alessandro Ago- stinelli e Włodek Goldkorn, gli autori dell’arti- colo; «arrivato quasi trentenne alla vocazione spirituale, diventò responsabile dell’ex semina- rio, un edificio che durante la guerra l’arcive- scovo di Lucca decise di far diventare rifugio per i perseguitati, ebrei e partigiani. In quegli anni salvò personalmente il giovane Zvi Yacov Gerstel. Lo chiuse in un’intercapedine della bi- blioteca mentre i tedeschi stavano rastrellando l’edificio». È solo una fra le tante storie a lieto fine che costellano la lunghissima vita del sacerdote, in- signito dallo Yad Vashem del titolo di Giusto tra le nazioni per avere salvato, durante la per- secuzione antiebraica, oltre ottocento persone dalla morte. «Arturo è un cristiano strabico — amano dire i suoi amici — come il profeta Mo- sè: un occhio a Dio e l’altro al popolo nello sforzo costante di armonizzare la vista per mettere a fuoco Dio sullo sfondo dei poveri e i poveri sulla prospettiva di Dio. Il suo strabi- smo è stato contagioso e innumerevoli genera- zioni devono riconoscenza a Dio per averlo in- contrato di persona, nei libri, nei suoi scritti, nelle sue parole». Anche nelle sue critiche, franche e dirette. Nell’agosto 1995, ad esempio, fratello Arturo scrive ad Eugenio Scalfari, direttore della Re- pubblica, che aveva elogiato il mercato: «Mi ha colpito il suo mettere in evidenza il mercato come elevato a divinità, perché da anni denun- zio l’idolatria del mercato. Ciò mi è stato spes- so rinfacciato come prova di ignoranza delle dottrine economiche. Sono cosciente della mia ignoranza, ma guardando l’idolatria del merca- to nella prospettiva del Regno non vedo altro che milioni di persone stritolate sotto le ruote del mercato. Questa visione per me è quotidia- na quando, all’alba, apro la porta della mia ca- sa e trovo subito nei vicoli della favela le per- sone che gemono sotto le ruote del mercato, e sono la mia famiglia». dopo l’Europa sia di nuovo spro- fondata in una guerra devastante. Com’era potuto accadere? La sicu- rezza comune, il divieto dell’uso della violenza tra Stati, l’arbitrato e i patti negoziati dovevano soppian- tare la guerra, o no? Un uomo che vide in quale dire- zione stava precipitando l’Europa fu il diplomatico e storico britanni- co Edward Hallett Carr. Il suo li- bro The Twenty-Years’ Crisis. 1919- 1939, scritto intorno alla metà de- gli anni Trenta e pubblicato nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, è divenuto un classico. Carr abbandonò il servi- zio diplomatico britannico per la carriera accademica e il giornali- d’altro canto, c’è speranza. Gli Sta- ti e i leader possono e devono cer- care di realizzare gli ideali etici, ovvero la pace, la giustizia, il bene della società. Carr di solito è considerato un realista. La ragione di ciò è che egli non attribuisce la colpa per la seconda guerra mondiale alla Ger- mania, bensì a quello che, secondo lui, è l’utopismo ingenuo di prati- camente tutti i politici, gli accade- mici e i giornalisti anglosassoni tra le due guerre. Il grande errore, scrive Carr, è stato di negare il fat- to che il potere, e in ultimo la mi- naccia della violenza, è sempre un fattore nella politica terrena. il mondo così com’è, mentre gli utopisti lo vedono come dovrebbe essere. Il mondo del realista è caotico e buio. I principi e gli Stati lot- tano per la sopravviven- za, la sicurezza, il pote- re. L’etica e la morale non trovano posto nel modello del realista. Nel mondo dell’utopista, Giovanni Segantini, «L’angelo della vita» (1894)
  • 6. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 6 domenica 2 febbraio 2014 Il priore di Taizé in Myanmar, Cina, Corea del Nord e del Sud, India In ascolto dei giovani dell’Asia Il patriarca di Babilonia dei Caldei nel primo anniversario del suo ministero Unità e dialogo per il bene dell’Iraq La condivisione del silenzio Alla fine del 2013 il priore della Comunità di Taizé si è recato in visita in alcuni Paesi dell’Asia. Il viaggio ha fatto tappa, oltre che in Myanmar, Cina, Corea del Sud e India, anche in Corea del Nord dove si è vissuto un momento forte di condivisione del «silenzio di chi soffre e non ha la possibilità di esprimersi». Del viaggio fratel Alois ha parlato ai giovani che hanno partecipato all’incontro europeo svoltosi a Strasburgo alla fine dello scorso anno, proponendo loro anche una serie di interrogativi, scaturiti proprio dall’ascolto della gioventù asiatica, riguardanti la propria esperienza di fede e di testimonianza. Il resoconto — che qui riproduciamo quasi integralmente — è stato ora pubblicato sul numero di gennaio della rivista «Taizé», che riporta anche il calendario delle iniziative che porteranno nel 2015 alla celebrazione di due importanti anniversari: il settantacinquesimo della comunità e il centenario della nascita di frère Roger. gruppi e comunità vivo- no conflitti che sembra- no insormontabili, no- nostante siano stati fatti sforzi per trovare solu- zioni accettabili. Le ri- sorse naturali sono mol- te, ma la popolazione non ne beneficia. In Cina, a Pechino, un incontro di preghie- ra ha riunito 150 giova- ni. Uno di loro voleva che sapessimo questo: «Il nostro sviluppo eco- nomico è la parte ester- na della realtà. Infatti, interiormente, le perso- ne sentono spesso un vuoto, una mancanza di orientamento e di sen- so». Da lì, insieme ad uno dei miei fratelli, abbia- mo preso l’aereo per la Corea del Nord. La guerra fredda si prolun- ga pericolosamente in questa regione del mon- do. La divisione fra Co- rea del Sud e del Nord rimane in entrambi i Paesi una ferita profon- di fratel ALOIS Nel 2013, prima dell’incontro di Strasburgo, ci siamo messi con par- ticolare attenzione all’ascolto dei giovani dell’Asia. Questo ci ha per- messo di andare avanti nel cammino che ci porterà nel 2015 verso «una nuova solidarietà». cratizzazione. Alcuni cristiani parte- cipano a una «educazione alla de- mocrazia» per preparare il futuro. «Abbiamo bisogno di sviluppo e di educazione», diceva un giovane. Un altro rispondeva: «Abbiamo soprat- tutto bisogno di comprensione». La diversità delle etnie è una ricchezza per questo bel Paese. Ma numerosi ranza» abbiamo iniziato a sostenere gli ospedali. Per alcuni medici nord- coreani abbiamo organizzato corsi di perfezionamento in Europa. Un fratello ha visitato diverse volte il Paese. Si sono creati contatti umani preziosi. Oggi, i bisogni rimangono tanti. Il Paese è estremamente isolato. A Pyongyang siamo stati accolti da rappresentanti della Croce rossa. Ho detto loro: «Taizé non è una Ong, ma una comunità religiosa. Più che l’aiuto materiale, per noi contano gli incontri personali». Abbiamo insisti- to per andare nelle chiese, anche se durante la settimana sono chiuse. Nell’unica chiesa cattolica di Pyongyang siamo stati ricevuti da un responsabile laico (non ci sono preti), in una delle due chiese prote- stanti da uno dei pastori, e nella chiesa ortodossa da uno dei due preti. In quelle chiese abbiamo pre- gato in silenzio. Quel silenzio ha as- sunto un significato molto forte. Eravamo andati in quel Paese so- prattutto per condividere il silenzio? A Busan, in Corea del Sud, ab- biamo partecipato all’assemblea ge- nerale del Consiglio ecumenico delle Chiese. I momenti di scambio belli e profondi fra cristiani di numerose confessioni non sono riusciti a can- cellare dal mio cuore una domanda: Perché restiamo separati? L’ultima tappa del pellegrinaggio mi ha portato in India. Prima a Vasai, piccola città su un’isola vicino a Mumbai dove erano riuniti 5.500 giovani. Per arrivare nel posto del raduno bisognava fare l’ultima parte del percorso a piedi. Che sorpresa, durante il cammino, entrare nella casa di una famiglia indù, davanti alla loro abitazione c’era scritto «benvenuti». Una giovane cristiana mi ha spiegato: «Durante le nostre feste religiose manifestiamo il nostro reciproco rispetto condividendo il cibo, aiutando nei lavori pratici». Molti abitanti dell’isola sono pesca- tori. In piccole barche partono per una settimana o dieci giorni doman- dandosi ogni volta se faranno ritor- no; l’anno scorso una barca non ha fatto ritorno. Prima della partenza, sia i cristiani che quelli di religione indù, passano in chiesa per ricevere la benedizione. A Mumbai, alcuni giovani aveva- no preparato una preghiera all’aper- to che riuniva 3.000 persone. L’arci- vescovo, cardinale Oswald Gracias, ci ha detto che la città conta circa 19 milioni di abitanti, ma che, malgra- do uno sviluppo folgorante, la metà di queste persone vive in grande po- vertà. A Dharavi, il più esteso dei quartieri poveri, siamo stati accolti calorosamente dal prete. Alcuni gio- vani ci hanno portato a visitare delle famiglie. Anche nella precarietà la gente trova come lavorare per so- pravvivere. I cristiani formano delle comunità di base per pregare insie- me e sostenersi reciprocamente. Che inventiva! Alcuni giovani si sono riuniti per una preghiera spontanea. Quale sarà l’avvenire di questa me- tropoli? Essa si espande a dismisura, in certe ore il traffico paralizza la vi- ta, i piani urbanistici non sono all’altezza della sfida. In questi Paesi dell’Asia così di- versi, i cristiani sono spesso una mi- noranza, ma vogliono essere «sale della terra». Talvolta in modo molto nascosto portano una speranza per le società nelle quali vivono. Vor- remmo, sentendoci uniti a loro, ap- profondire la comunione di tutti co- loro che amano Cristo. La Presentazione del Signore in un’omelia di Severo di Antiochia Maria profetessa apostolo e martire di MANUEL NIN Il 2 febbraio di millecinquecento anni fa, nel 513, Severo di Antiochia tenne al suo popolo un’omelia nella festa dell’Ingresso del Signore nel tempio. È un testo che ha prevalen- temente un carattere cristologico; e Severo si discosta dal testo del Van- gelo di Luca, e rimane nella con- templazione della figura di Maria, la Madre di Dio; infatti i mano- scritti danno l’indicazione: «Pro- nunciata nella memoria della santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria». Severo inizia il testo ricor- dando come i cristiani danno lode ai profeti, agli apostoli e ai martiri: «È bello e giusto che noi innalzia- mo parole di lode a tutti i santi (…). Facciamo l’elogio dei profeti, come coloro che nella propria per- tata da Severo come modello della Chiesa stessa; Maria porta a termi- ne la speranza dei patriarchi, diven- ta illuminazione delle profezie, pre- dica come gli apostoli, ha la fortez- za dei martiri, sconfigge l’eresia: «Allora, come non rendere onore giustamente a colei che adesso ono- rano gli spiriti dei giusti? Da una parte i patriarchi, come colei che ha portato a termine la speranza nella quale essi perseveravano da tanto tempo, e che ha portato la benedi- zione del seme di Abramo, cioè Cristo (…). I profeti l’onorano co- me colei che ha illuminato le loro profezie ed ha partorito il sole di giustizia (…). Gli apostoli (l’onora- no) come colei che essi stessi hanno riconosciuto come principio della loro predicazione. I martiri come colei che per prima ha dato loro BAGHDAD, 1. L’unità e la comunione al suo interno, insieme al dialogo con il mondo musulmano: sono queste le principali priorità della Chiesa caldea. A indicarle è il pa- triarca di Babilonia dei Caldei, Lo- uis Raphaël I Sako, nella lettera pa- storale scritta nel primo anniversario della sua elezione. Il 31 gennaio del- lo scorso anno, infatti, nel corso del sinodo caldeo svoltosi a Roma, l'ar- civescovo di Kerkũk succedeva al patriarca dimissionario, il cardinale Emmanuel III Delly. Nella lettera pastorale Sako riper- corre il primo anno alla guida dei caldei e traccia le linee guida per il futuro. «La Chiesa caldea in Iraq e nel mondo ha attraversato un perio- do difficile e ha fronteggiato molte criticità», come la massiccia emigra- zione, la mancanza di unità, l’ag- giornamento della liturgia, la fram- mentazione e l’isolamento. Ora è il momento di pregare «per rileggere gli eventi nella prospettiva del Van- gelo», per camminare «con onestà e fiducia nella luce del Signore e sotto la sua guida». Nel documento viene rivolto un pensiero di solidarietà e di vicinanza ai cristiani in Iraq e «ai fratelli in Siria e Libano», che oggi vivono esperienze quotidiane di «terrore e instabilità, migrazione, fragilità poli- tica ed economica» e ai quali, sotto- linea il patriarca. A loro, ma soprat- tutto alla comunità caldea, Sako rin- nova l’invito a «far rivivere il cari- sma» originario: «Il martirio duran- te le persecuzioni, la saldezza nella fede; il dono della vita monastica per vivere appieno il Vangelo, il do- no della missione, della predicazione e dell’inculturazione». Soprattutto in questo particolare frangente stori- co, «la nostra Chiesa è invitata a ri- costruire ciò che è stato distrutto o falsato, riunire i dispersi, riportare gli emigrati». Il patriarca ripete a più riprese l’importanza dell’unità e della co- munione, che liberano dalle «divi- sioni, interne ed esterne» e impedi- scono di «chiuderci in noi stessi per motivi di natura geografica, confes- sionale o personale». E, rilanciando i valori di «amore, carità, lealtà e sa- crificio», ricorda anche come «l’uni- tà è la sola speranza per il nostro fu- turo». Nella lettera viene sottolineato in particolare il ruolo dei laici, uomini e donne, che godono della stessa di- gnità di «figli di Dio» e degli «stes- si diritti» in seno alla Chiesa. Essi sono «partner, non semplici spetta- tori» e «li incoraggiamo a partecipa- re in modo attivo alla vita della Chiesa e alla vita pubblica, per una presenza reale ed effettiva». Il patriarca afferma inoltre di nu- trire «grandi aspettative» in vista delle elezioni politiche di fine aprile 2014 e invita la comunità cristiana a partecipare per diventare protagoni- sta attiva nella storia e nella vita del- la nazione. Dal patriarca un appello all’unità anche fra le varie confessioni cristia- ne. E, soprattutto, un richiamo ai rapporti con la maggioranza musul- mana irachena, rinnovando l’impe- gno a un dialogo basato sul «rispet- to reciproco» quale fondamento «per la pace e la cooperazione». In questo senso, il patriarca — concludendo la lettera pastorale — auspica che la Chiesa possa trovare una «nuova metodologia» e un nuo- vo «linguaggio teologico» rispettan- do in prima istanza il valore assolu- to della «libertà religiosa». E rivol- gendosi in modo speciale «alle voci dell’islam moderato», Sako esorta infine a promuovere una «coesisten- za pacifica» capace di respingere in modo netto «la logica di violenza contro i cristiani».Libertà di scegliere la propria religione BAGHDAD, 1. I capi delle Chiese cristiane in Iraq auspicano che sia garantita a tutti i cittadini la fa- coltà di scegliere liberamente la propria religione quando si rag- giunge l’età adulta. È quanto si legge in un comunicato del Con- siglio dei capi delle Chiese cri- stiane dell’Iraq (Council of Chri- stian Church-Leaders of Iraq). Nel documento — riferisce l’agenzia di stampa Fides — si chiede di garantire esplicitamente a livello giuridico il diritto alla li- bera scelta della propria fede mo- dificando anche la legislazione in vigore sullo stato civile dei mi- nori riguardo alle questioni reli- giose. Già da parecchi anni dei giovani asiatici vengono a Taizé e il «pelle- grinaggio di fiducia» offre loro la possibilità d’incontrarsi in diversi paesi dell’Asia. Alcuni fratelli della nostra comunità vivono in fraternità nel Bangladesh e nella Corea del Sud. Altri fratelli si recano regolar- mente in visita attraverso quel conti- nente. In ottobre e novembre, insieme ad alcuni fratelli, siamo andati in Myan- mar, in Cina, in Corea del Nord e del Sud e in India. Attraverso queste visite, ho voluto esprimere il nostro desiderio di comprendere meglio le situazioni e manifestare solidarietà con coloro che, seguendo Cristo, si impegnano per la pace e la giustizia. Siamo tornati con domande che in- terrogano ciascuno rispetto a se stes- so e al contesto in cui vive. In Myanmar c’è una grande spe- ranza per un movimento di demo- da per innumerevoli persone. I nostri legami con la Corea del Nord risalgono al 1997, quando una terribile carestia causò migliaia di morti. Frère Roger prese allora l’ini- ziativa di inviare mille tonnellate di cibo. Poi, con l’«Operazione Spe- «Ingresso del Signore nel tempio» (Beirut, arcivescovado greco cattolico, XVIII secolo) fezione hanno mostrato in anticipo il grande mistero della pietà; poi degli apostoli, come coloro che l’hanno predicato; infine dei marti- ri, come coloro che col proprio san- gue hanno confermato la profezia dei primi e la predicazione dei se- condi». Severo quindi nella sua omelia si propone di lodare la Madre di Dio come profetessa, come apostolo e come martire. Severo inoltre, nel suo corpus di centoventicinque omelie cattedrali, presenterà Maria sempre unita al mistero dell’Incar- nazione del Verbo di Dio, e Maria come modello della Chiesa. Maria è presentata come profetessa nel partorire un Figlio che è l’Emma- nuele, il Verbo di Dio incarnato: «Onoriamo Maria come profetessa, secondo la profezia di Isaia che di- ce di lei: “Mi unii alla profetessa, che concepì e partorì un figlio”. Questo è il bimbo che per noi ha partorito la profetessa Maria (…). Questo bimbo è l’angelo del gran- de consiglio, colui che manifesta in se stesso e in figura, come Verbo di vita, il Padre che è l’intelligenza al di sopra di tutto; è il consigliere ammirabile, colui che assieme al Pa- dre ha fatto la creazione spirituale e questo mondo visibile; il forte, co- lui che è la forza del Padre invisibi- le, perché Cristo è la forza di Dio e la sapienza di Dio». Dopo averla lodata come profe- tessa, Severo elogia Maria come apostolo, perché col suo parto ver- ginale annuncia l’Emmanuele: «D’altra parte qualcuno la chiamerà anche apostolo, oppure sarà chia- mata giustamente più degli aposto- li, poiché dall’inizio è stata annove- rata tra gli apostoli (…). Poi, se la parola che hanno ascoltato dal Si- gnore, “Andate e ammaestrate tutte le nazioni”, ha fatto di essi apostoli, quale nazione essa (la Vergine) non ha ammaestrato e portato alla cono- scenza di Dio; e questo malgrado restasse silenziosa, per mezzo del suo parto singolare ed eccezionale e per questo diventato famoso, e per mezzo del suo concepimento unico, che ha fatto di essa la madre e la radice della predicazione del Van- gelo?». Infine Maria è presentata come martire, di fronte al dubbio di Giuseppe e alla persecuzione di Erode: «Maria è anche martire e di una specie molto particolare, non temiamo di dirlo: ha sopportato in modo forte il giudizio di Giuseppe, quando pensava che avesse conce- pito da adulterio, prima di sapere, per rivelazione da parte di un angelo, il mistero della nascita. Ed anche quando, di fronte al furore di Erode, fuggì in Egitto, e dopo rientrò dall’Egitto e se ne andò a Nazareth». La Madre di Dio, onorata da tut- te le schiere dei santi, viene presen- esempio di lotte e di corone. I dot- tori della Chiesa ed i pastori delle pecore razionali di Cristo come co- lei che chiude la bocca all’eresia e, come fontana potabile e pura, fa sgorgare per tutti noi i flutti dell’or- todossia». Quindi Severo farà tutto un elenco delle principali eresie con cui lui stesso — facendo parlare la Chiesa per conto suo — si trova confrontato: i doceti, Apollinare, Nestorio, Eutiche. Tutta l’omelia diventa quindi una professione di fede severiana, che sottolinea la doppia consustanzialità del Verbo di Dio incarnato: «Per questa ra- gione colui che è stato partorito è chiamato anche Emmanuele, perché è uno e senza confusione né divi- sione, da due nature, dalla divinità e dall’umanità. Com’è allora che colui che possiede le cose uniche ed indivisibili, la nascita incorporale dal Padre e la stessa divinità — l’unico nato dall’Unico, Dio da Dio —, e poi la nascita dalla Vergine — l’unico nato da donna non sposata e soltanto da lei —, com’è che non ha intaccato la verginità di sua ma- dre quando è nato secondo la car- ne; com’è che lui stesso, dopo que- sta unione ineffabile, doveva essere diverso nella dualità delle nature? Ma egli è uno ed unico; per questo ci ha chiamati, noi che eravamo se- parati da Dio, all’unione e alla pa- ce, quando è diventato mediatore tra Dio e gli uomini». Severo infine esalta la Madre di Dio in quanto, come la Chiesa stes- sa, intercede per il popolo fedele: «Per questo noi onoriamo in modo eccelso la Santa Madre di Dio e sempre vergine Maria, perché è co- lei che è in grado, più di ogni altro santo, di innalzare preghiere per noi (…). Lei è la terra spirituale da cui il secondo Adamo si è fatto egli stesso secondo la carne (…). Lei è la pianta verginale da cui Cristo, la scala celeste, è stato fatto dallo Spi- rito nella carne, affinché noi stessi seguendo le sue orme potessimo sa- lire fino in cielo. Lei è la montagna spirituale del Sinai, che non è av- volta dalle tenebre bensì risplende del sole di giustizia». Com’è solito fare, Severo conclu- de l’omelia esortando i fedeli, a im- magine di Maria, a una vita nella santità, nella verginità: «Quando dovremmo impegnarci e vivere nel- la verginità a causa di Dio che è nato da una vergine, noi non siamo capaci neanche di un matrimonio casto che regga quei desideri che la croce di Cristo ha reso facili (…). Ciascuno di noi abbia il proprio corpo in santità e onore, per otte- nere i beni eterni per la grazia e l’amore per gli uomini del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cri- sto. A lui e al Padre e allo Spirito Santo la lode nei secoli dei secoli. Amen».
  • 7. L’OSSERVATORE ROMANOdomenica 2 febbraio 2014 pagina 7 Nella lettera «Rallegratevi» del dicastero vaticano per i religiosi Un invito ad abitare le terre della gioia Festa della Presentazione del Signore Profezia della spada Un lessico per i consacrati Letizia, prossimità, audacia di INOS BIFFI Maria è la sorgente del Natale. Ecco perché lo sguardo della Chiesa da Gesù si volge verso di lei, che il concilio di Efeso (431) ha definito «madre di Dio» (Theotókos), ma che già Elisabetta alla visi- tazione aveva salutato come «la madre del mio Si- gnore» (Lc 1, 43). La memoria della divina mater- nità ci porta a una rinnovata considerazione dell’inesauribile e sorprendente mistero natalizio, che non finirà mai di stupirci. A nascere a Betlemme dal grembo di Maria, a essere rivestito di panni e poi deposto in una man- giatoia, è il Figlio di Dio, fatto uomo, colui che nel Credo professiamo: «Dio da Dio, Luce da Lu- ce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, del- la stessa sostanza del Padre». Siamo di fronte a una verità inimmaginabile che ci lascia ammirati e quasi increduli. Quanto a Maria, appare, dopo Gesù, la creatura più ricolma di grazia, secondo le parole dell’ange- lo: «Rallegrati, tu che da sempre sei l’immensa- mente amata» (Lc 1, 28). Manzoni tra i frammenti del tragico inno sacro Il Natale del 1833, indiriz- zandosi al «Fanciul severo», lascerà cadere dalla sua penna il verso: «Questa tua fra gli uomini im- mensamente amata», mentre Dante la vedrà come «Termine fisso d’eterno consiglio» (Paradiso, 33, 3), destinata a ricevere, con l’immacolato concepimen- to, il dono della redenzione prima ancora che que- sta si avverasse storicamente e quindi a conferire alla natura umana una tale nobilitazione, da diven- tare madre del suo Creatore. È ancora Dante: «Tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l tuo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura» (Paradiso, 33, 4-6). Maria è consapevole di questa preferenza divina: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente»; e persino prevede che le future generazioni la «chia- meranno beata». Ma non per questo magnifica se stessa. Tutto il merito è di Dio, che «ha guardato l’umiltà della sua serva». Del resto, è il metodo di- vino quello di «disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore, di rovesciare i potenti dai troni e di innalzare gli umili» (Lc 1, 46ss). Nella Chiesa è sorta da subito una venerazione singolare verso la «Madre del Signore», trovando in lei la radice e il grembo di Gesù, per cui il culto a lei viene compreso come una propaggine e un ri- flesso del culto al Redentore. Le lodi incessanti e ripetute alla Vergine nascono dalla gioiosa contem- plazione della sua maternità, dalla visione di Maria che stringe al suo seno il Figlio di Dio. «Rallègra- ti, Vergine Maria; — canta nell’inno di Natale Ger- trude von Le Fort —; Felici coloro che ti proclama- no felice. Mai più un cuor umano tremerà! Rallè- grati, ala della mia terra, corona dell’anima mia, rallègrati, gioia della mia gioia!». E il pensiero va alle litanie del celebre Inno akathistos, ispirato ai molteplici misteri di Cristo e della Theotokos e ai dogmi che li hanno illustrati: «Ave, per Te la gioia risplende; Ave, per Te il dolore s’estingue. Ave, salvezza di Adamo caduto; Ave, riscatto del pianto di Eva. Ave, Tu vetta sublime a umano intelletto; Ave, Tu abisso profondo agli occhi degli Angeli. Ave, in Te fu elevato il trono del Re; Ave, Tu porti Colui che il tutto sostiene. Ave, o stella che il Sole precorri; Ave, o grembo del Dio che s’incarna. Ave, per Te si rinnova il creato; Ave, per Te il Creatore è bambino. Ave, Tu apri le porte del cie- lo. Ave, per Te con la terra esultano i cieli». Ma l’ineffabile gioia natalizia di Maria — che l’inno Legis sacratæ ama contemplare col Figlio di- vino stretto tra le braccia e coperto dai dolci baci materni — , viene attraversata, come per il balenare di un lampo improvviso, dall’inquietante profezia di Simeone. L’«anziano ispirato» ormai «sta già per lasciare questo mondo fallace» (Inno akathi- stos). Da qui l’invito: «Affréttati, o beato vegliar- do»; «Soddisfa la gioia che t’era stata promessa»; «Manifesta la luce che doveva rivelarsi a tutte le genti» (Inno Adorna, Sion, thalamum tuum). Mentre, tuttavia, la gioia del vecchio profeta si compie, ecco aprirsi la visione del Bambino come «segno di contraddizione»: su di lui avverrà la di- visione, cioè la «caduta» o la «risurrezione» di Israele. E quanto alla madre, quasi impietosamen- te, lo stesso Simeone non esita ad annunziare: «Una spada ti trafiggerà l’anima» (Lc 2, 35). Si profila così, già nel tempo natalizio, l’orizzonte del Calvario con la figura dell’Addolorata ai piedi di Gesù crocifisso (Gv 19, 25-27). Maria — così la ri- trarrà sant’Ambrogio — «stava ritta presso la croce del Figlio con lo sguardo fisso sulla passione del suo Unigenito» (De obitu Valentiniano, 39). La fede della «madre del Signore» ha accolto non solo l’inatteso avvenimento dell’incarnazione del Figlio di Dio ma anche l’intima comunione all’oscuro mi- stero della sua immolazione. Convengono e si ri- solvono nella Vergine la sorte dolorosa di Gesù e il lacerato destino di Israele. di NICLA SPEZZATI* «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Con Gesù Cristo sempre nasce e ri- nasce la gioia». L’incipit dell’Evangelii gaudium nel tessuto del magistero di Papa Francesco suona con vitalità sorprendente, chiamando al mirabile mistero della Buo- na Novella che accolta nel cuore della persona ne trasforma la vita. Ci viene rac- contata la parabola della gioia: l’incontro con Gesù accende in noi l’originaria bel- lezza, quella del volto su cui splende la gloria del Padre (cfr. 2 Cor 4, 6), nel frut- to della letizia. La Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica con la lettera Rallegratevi intende dare ini- zio a un itinerario comune luogo di rifles- sione personale, fraterna, d’istituto, men- tre camminiamo verso il 2015, anno che la Chiesa dedica alla vita consacrata. Un cammino per rivisitare il magistero del Santo Padre, non tanto per ricordare i fondamenti della sequela Christi nel celi- bato per il Regno — sapientemente illu- strati negli anni da un ricco magistero ec- clesiale — quanto per verificarne il frutto. Una vocazione fondata in Cristo nella for- ma del Vangelo, deborda di gioia: «la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa» (Gv 15, 20). La gioia non è inutile ornamento, ma è esigenza e fondamento della vita umana. Nell’affanno di ogni giorno, ogni uomo e ogni donna tendono a giungere e a dimo- rare nella gioia con la totalità dell’essere. Nel mondo spesso c’è un deficit di gioia. Non siamo chiamati a compiere gesti epici né a proclamare parole altisonanti, ma a testimoniare la gioia che proviene dalla certezza di sentirci amati, dalla fiducia di essere dei salvati. La nostra memoria corta e la nostra esperienza fiacca ci impedisco- no spesso di ricercare le «terre della gioia» nelle quali gustare il riflesso di Dio, e ritrovare le radici dello Spirito. Nella finitudine umana, nel limite, nell’affanno quotidiano i consacrati e le consacrate vivono la fedeltà, dando ragio- ne della gioia che li abita, diventano splendida testimonianza, efficace annun- cio, compagnia e vicinanza per donne e uomini che con loro abitano la storia e cercano la Chiesa come casa paterna. Il Papa esorta: «Il fantasma da combattere è l’immagine della vita religiosa intesa come rifugio e consolazione davanti a un mon- do esterno difficile e complesso». E anco- ra: «la gioia nasce dalla gratuità di un in- contro! […] E la gioia, quella vera, è con- tagiosa». E ai superiori generali: «la Chie- sa deve essere attrattiva. Svegliate il mon- do! Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere! […] Io mi attendo da voi questa testimonianza». Numerose sono le suggestioni che ci vengono dall’ascolto delle parole del San- to Padre, ma particolarmente ci interpella l’assoluta semplicità con cui Papa France- sco propone il suo magistero, conforman- dosi alla genuinità disarmante del Vange- lo. Parola sine glossa, sparsa con il largo gesto del buon seminatore che fiducioso non fa discriminazioni di terreno. Un invi- to autorevole rivolto a noi con la lievità della fiducia, un invito ad azzerare le ar- gomentazioni istituzionali e le personali giustificazioni, una parola provocativa che giunge a interrogare il nostro vivere a vol- te intorpidito e sonnolento, vissuto spesso al margine della sfida: «se aveste fede quanto un granello di senapa» (Lc 17, 5). Un invito che ci incoraggia a muovere lo spirito per dare ragione al Verbo che di- mora tra noi, allo Spirito che crea e che costantemente rinnova la sua Chiesa. La lettera del nostro dicastero trova le sue ragioni in tale invito e intende iniziare una riflessione condivisa, mentre si offre come semplice mezzo per un leale con- fronto: Vangelo e Vita. Con il desiderio e l’intento di osare decisioni evangeliche con frutti di rinascita, fecondi nella gioia. Il mondo, come rete globale in cui tutti siamo connessi, dove nessuna tradizione locale può ambire al monopolio del vero, dove le tecnologie hanno effetti che tocca- no tutti, lancia una sfida continua al Van- gelo e a chi vive la vita nella sua forma. Papa Francesco sta compiendo, in tale sto- ricizzazione, attraverso scelte e modalità di vita un’ermeneutica viva del dialogo Dio – mondo. Ci introduce a uno stile di saggezza che radicata nel Vangelo e nell’escatologia dell’umano, legge il plura- lismo, ricerca l’equilibrio, invita ad abilita- re la capacità di essere responsabili del cambiamento perché sia comunicata sem- pre meglio la verità del Vangelo, mentre ci muoviamo «tra i limiti e le circostanze» e consapevoli di questi limiti ci facciamo «debole con i deboli … tutto per tutti» (1 Cor 9, 22). Siamo invitati a curare una dinamica generativa, non semplicemente ammini- strativa, per accogliere gli eventi spirituali presenti nelle nostre comunità e nel mon- do, movimenti e grazia che lo Spirito ope- ra in ogni singola persona, guardata come persona. Siamo invitati a impegnarci a de- strutturare modelli senza vita per narrare l’umano segnato da Cristo, mai assoluta- mente rivelato nei linguaggi e nei modi. Il Santo Padre ci invita a una saggezza che sia segno di una consistenza duttile, capacità dei consacrati di muoversi secon- do il Vangelo, di agire e di scegliere se- condo il Vangelo, senza smarrirsi tra diffe- renti sfere di vita, linguaggi, relazioni, conservando il senso della responsabilità, dei nessi che ci legano, della finitezza dei nostri limiti, dell’infinità dei modi con cui la vita si esprime. Un cuore missionario è un cuore che ha conosciuto la gioia della salvezza di Cristo e la condivide come consolazione nel segno del limite umano: «sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discerni- mento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché ri- schia di sporcarsi col fango della strada». Accogliamo le sollecitazioni che Papa Francesco ci propone per guardare noi stessi e il mondo con gli occhi di Cristo e a restarne inquieti. *Sottosegretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica di BRUNO SECONDIN Parole usurate e sbiadite che ri- tornano con una freschezza che desta prima sorpresa e poi dila- gano come slogan. Così sta succedendo con il linguaggio di Papa Francesco. Termini come gioia, misericordia, tenerezza, prossimità, fraternità, periferie, sembravano destinati a usi sem- pre meno impegnativi in una so- cietà liquida, dove molto rotola senza meta. In una decina di me- si Papa Francesco non solo li ha rimessi in circolazione con fre- quenza, accompagnandoli con immagini inusuali nel vocabola- rio ecclesiale, ma ne ha fatto co- me un lessico tipico del suo par- lare. Anzi, di più, li sta trasfor- mando in tracce guida per nuovi percorsi di evangelizzazione e di testimonianza evangelica. Già se ne trovava traccia nella enciclica a quattro mani Lumen fidei, con cui Francesco ha raccolto la splendida eredità teologica di Be- nedetto XVI, l’ha fatta propria e vi ha impresso qua e là la sua impronta con escursioni fuori dal linguaggio raffinato ed elegante del predecessore. Il transito verso il linguaggio feriale è avvenuto con l’esortazio- ne apostolica Evangelii gaudium, che di fatto è un testo program- matico del suo pontificato come già molti affermano, e allo stesso tempo tematizza in maniera com- piuta il nuovo lessico che gli è proprio. E non solo il lessico, ma anche la Weltanschauung — gli orizzonti di senso e di progetto — in cui egli dimora, in cui invita la Chiesa a prendere casa stabile. Un linguaggio insieme fresco e vivace, ma anche con una coe- renza interna che riassume e coordina, tematizzandole, le mol- te suggestioni delle sue omelie. Si ha solo l’imbarazzo della scel- ta e l’elenco sarebbe lungo. Tan- to per fare un cenno: si va dallo «stile di Quaresima senza Pa- squa» all’«avere costantemente una faccia da funerale», dal- l’«odore di pecore» alla «spiri- tualità popolare o mistica popo- lare» e alla stigmatizzazione delle «proposte mistiche senza un for- te impegno sociale». Per la vita consacrata non sono mancate le occasioni in questi mesi in cui Papa Francesco ha parlato in modo nuovo e diretto sulle sfide e la testimonianza del- la vita consacrata. Certo ci sono stati passaggi più impegnativi: come le tre ore di dialogo con i superiori generali, il 29 novembre 2013, poi riassunto nella rivista La Civiltà Cattolica, e l’ampio di- scorso alle partecipanti all’assem- blea generale dell’Unione inter- nazionale delle superiore generali (Uisg), l’8 maggio 2013. Di parti- colare rilevanza è anche il dialo- go e l’omelia nell’incontro con i giovani religiosi nel loro raduno a Roma per l’anno della fede (4- 7 luglio 2013), così pure in Brasi- le per la Gmg (27 luglio 2013). Si possono aggiungere anche i mes- saggi inviati o le omelie proposte per la celebrazione dei capitoli generali di alcune famiglie reli- giose. Una grande ricchezza di spunti e ispirazioni, per passare dai discorsi ai percorsi. Opportuna e felice quindi l’iniziativa della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica di cominciare, con la pubblicazione della lettera Rallegratevi, proprio da questa messe abbondante di esortazioni e suggerimenti, a tracciare alcune coordinate con le quali prepararsi all’anno della vi- ta consacrata (2015). Una vera ricchezza che, seppur sparsa e anche dispersa, può essere ricom- posta in un mosaico dal senso pieno e luminoso. E la scelta del fil rouge della gioia davvero è la chiave interpretativa più adegua- ta ed efficace, non solo per fedel- tà al pensiero di Papa Francesco, ma anche in relazione realistica con la situazione della vita con- sacrata come si è venuta deli- neando nell’ultimo decennio. Papa Francesco è religioso e — seppure a conoscenza più diretta- mente della situazione in Ameri- ca latina — ha mostrato di capire bene dove stanno i nodi attuali di una situazione che a volte sembra rischiare l’implosione per la paura di un futuro poco fe- condo. Il lavoro di raccolta della va- rietà dei frammenti — fra discor- si, incontri, messaggi, omelie e quant’altro — operato in questa lettera, mostra che in realtà esiste una logica interna stringente, non mancano dei punti focali, sono pure numerose le sollecita- zioni a esplorare con audacia e profezia le frontiere sociali, reli- giose, culturali e antro- pologiche attuali. Interessante la costru- zione su due versanti della lettera della Con- gregazione Rallegratevi. Entrambe le parti pren- dono avvio da una bre- ve ma efficace pagina biblica incentrata sulla gioia, in questo caso da due testi del profeta Isaia. Si po- teva anche partire dai Salmi, do- ve il tema della gioia ha una fre- quenza altissima, e i termini usati per dirlo variano molto, con una vibrazione che raggiunge vette mistiche. Ma fra gli altri testi bi- blici, proprio il profeta Isaia non solo evidenzia, pensando alle fre- quenze del vocabolo, una sua pe- culiarità in questo valore. Ma an- che mescola di continuo gioia e profezia, intrecciandole con un altro tema, quello della prossimi- tà. Non si tratta di una gioia su- perficiale, non si tratta di una alienazione in tempi di angosce e delusioni: si tratta di una risorsa che viene da Dio, dalla sua fedel- tà, dai suoi progetti che non ven- gono meno, e a cui si deve sem- pre ritornare per non smarrire la speranza e trovare roccia. Una gioia che anzitutto — co- me il testo ben evidenzia, tessen- do una sintesi preziosa con le espressioni di Francesco — è pre- senza e chiamata, scelta e sigillo, trasformazione interiore e trasfi- gurazione che fa diventare il cre- dente e il popolo stesso quasi icona luminosa che sfavilla nella gioia. Opportunamente viene ri- badito l’invito a collocare la sto- ria personale nella storia di Ge- sù, alla cui sequela si pone ogni consacrato, e nella storia di ab- bracci e rinascite che sempre ac- compagnano la maturazione pro- gressiva nella fedeltà. Il richiamo all’inquietudine del desiderio e dell’amore, che accende sogni nuovi di evangelizzazione, ma anche interiori percorsi di purifi- cazione e rinascite, mi pare un felice completamento della prima parte. La seconda parte prende ispi- razione dall’incipit del Deutero- Isaia (Isaia di Babilonia), e si apre con una lectio divina che sottolinea nei vocaboli usati da Isaia (40, 1-2) le consonanze col lessico della misericordia e della sponsalità di alcuni episodi bibli- ci. E quindi di conseguenza le vi- brazioni di Dio “sposo” in mezzo al suo popolo. Anche qui con preziose citazioni dal magistero quotidiano di Papa Francesco, si aprono le strade della prossimità dove espandere la tenerezza che portiamo nel cuore, dove offrire abbracci e compagnia a chi si sente “scarto” nella società. «Es- sere servitori della comunione e della cultura dell’incontro», ave- va chiesto ai religiosi e ai semina- risti Papa Francesco in Brasile, il 27 luglio 2013. Più diretto ancora l’invito a «uscire dal nido», a «svegliare il mondo», detto ai su- periori generali a Roma, il 29 no- vembre scorso. In questa direzio- ne spingono anche — in appendi- ce — «Le domande di Papa Fran- cesco», riprese direttamente dalla sua voce, con quello stile che a volte anticipa anche le obiezioni, ma alla fine sollecita a una since- ra e audace autenticità. Giovanni Bellini, «Presentazione di Gesù al tempio» (1460)
  • 8. L’OSSERVATORE ROMANOpagina 8 domenica 2 febbraio 2014 Udienza di Papa Francesco ai neocatecumenali L’essenziale è la comunione Meglio rinunciare a vivere il cammino in tutti i dettagli pur di garantire l’unità ecclesiale Nomine episcopali Documento finale dell’incontro dei coordinatori regionali dell’Apostolato del mare Sulle nuove rotte del Vangelo «È meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli che il vostro itinerario esigerebbe pur di garantire l’unità tra i fratelli che formano l’unica comunità ecclesiale». Lo ha raccomandato Papa Francesco agli appartenenti al cammino neocatecumenale, ricevuti in udienza questa mattina, sabato 1° febbraio, nell’aula Paolo VI. Questo il discorso del Pontefice. Cari fratelli e sorelle, ringrazio il Signore per la gioia della vostra fede e per l’ardore della vo- stra testimonianza cristiana, grazie a Dio! Vi saluto tutti cordialmente, ad iniziare dall’Équipe responsabile in- ternazionale del Cammino Neocate- cumenale, insieme ai sacerdoti, ai se- minaristi e ai catechisti. Un saluto pieno di affetto rivolgo ai bambini, presenti qui in gran numero. Il mio pensiero va in modo speciale alle fa- miglie, che si recheranno in diverse parti del mondo per annunciare e te- stimoniare il Vangelo. La Chiesa vi è grata per la vostra generosità! Vi rin- grazio per tutto quello che fate nella Chiesa e nel mondo. E proprio a nome della Chiesa, nostra Madre — la nostra Santa Ma- dre Chiesa, gerarchica come piaceva dire a Sant’Ignazio di Loyola — a nome della Chiesa vorrei proporvi alcune semplici raccomandazioni. La prima è quella di avere la massima cura per costruire e conservare la co- munione all’interno delle Chiese parti- colari nelle quali andrete ad operare. Il Cammino ha un proprio carisma, una propria dinamica, un dono che come tutti i doni dello Spirito ha una profonda dimensione ecclesiale; questo significa mettersi in ascolto della vita delle Chiese nelle quali i vostri responsabili vi inviano, a valo- rizzarne le ricchezze, a soffrire per le debolezze se necessario, e a cammi- nare insieme, come unico gregge, sotto la guida dei Pastori delle Chie- se locali. La comunione è essenziale: a volte può essere meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itinerario esigerebbe, pur di garantire l’unità tra i fratelli che for- mano l’unica comunità ecclesiale, della quale dovete sempre sentirvi parte. Un’altra indicazione: dovunque andiate, vi farà bene pensare che lo Spirito di Dio arriva sempre prima di noi. Questo è importante: il Si- gnore sempre ci precede! Pensate a Fi- lippo, quando il Signore lo invia per quella strada dove incontra un am- ministratore seduto sul suo carro (cfr. At 8, 27-28). Lo Spirito è arriva- to prima: lui leggeva il profeta Isaia e non capiva, ma il cuore ardeva. Così, quando Filippo gli si avvicina, egli è preparato per la catechesi e per il Battesimo. Lo Spirito sempre ci precede; Dio arriva sempre prima di noi! Anche nei posti più lontani, anche nelle culture più diverse, Dio sparge dovunque i semi del suo Ver- bo. Da qui scaturisce la necessità di una speciale attenzione al contesto cul- turale nel quale voi famiglie andrete ad operare: si tratta di un ambiente spesso molto differente da quello da cui provenite. Molti di voi faranno la fatica di imparare la lingua locale, a volte difficile, e questo sforzo è ap- prezzabile. Tanto più importante sa- rà il vostro impegno ad “imparare” le culture che incontrerete, sapendo riconoscere il bisogno di Vangelo che è presente ovunque, ma anche quell’azione che lo Spirito Santo ha compiuto nella vita e nella storia di ogni popolo. E infine, vi esorto ad avere cura con amore gli uni degli altri, in parti- colar modo dei più deboli. Il Cammi- no Neocatecumenale, in quanto iti- nerario di scoperta del proprio Bat- tesimo, è una strada esigente, lungo la quale un fratello o una sorella possono trovare delle difficoltà im- previste. In questi casi l’esercizio della pazienza e della misericordia da parte della comunità è segno di maturità nella fede. La libertà di cia- scuno non deve essere forzata, e si deve rispettare anche la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fuori dal Cammino, altre forme di vita cristiana che lo aiutino a cresce- re nella risposta alla chiamata del Si- gnore. Care famiglie, cari fratelli e sorel- le, vi incoraggio a portare dovunque, anche negli ambienti più scristianiz- zati, specialmente nelle periferie esi- stenziali, il Vangelo di Gesù Cristo. Evangelizzate con amore, portate a tutti l’amore di Dio. Dite a quanti incontrerete sulle strade della vostra missione che Dio ama l’uomo così com’è, anche con i suoi limiti, con i suoi sbagli, anche con i suoi peccati. Pe questo ha inviato suo Figlio, per- ché Lui prendesse i nostri peccati su di sé. Siate messaggeri e testimoni dell’infinita bontà e dell’inesauribile misericordia del Padre. Vi affido alla nostra Madre, Ma- ria, affinché ispiri e sostenga sempre il vostro apostolato. Alla scuola di questa tenera Madre siate missionari zelanti e gioiosi. Non perdete la gioia, avanti! Le nomine di oggi riguardano la Chiesa in India e in Cile Alex Joseph Vadakumthala vescovo di Kannur (India) Nato il 14 giugno 1959, a Mara- du-Panangad, distretto di Ernaku- lam, nell’arcidiocesi di Verapoly, ha iniziato gli studi in Panangad per poi proseguirli nel seminario mino- re St. Joseph di Ernakulam. Ha completato la filosofia e la teologia presso il seminario di Pune. È stato ordinato sacerdote il 19 dicembre 1984 nella cattedrale di Verapoly e incardinato nella medesima arcidio- cesi. Dopo l’ordinazione sacerdota- le ha ricoperto nel 1984 l’incarico assistente parrocchiale nella catte- drale di Verapoly e tra il 1985 e il 1988 è stato alla St. Philominas’ Church, Koonammavu. Dal 1988 al 1992 ha compiuto gli studi a Roma per il dottorato in diritto canonico alla Pontificia Università Urbania- na, risiedendo presso il Pontificio Collegio San Paolo. È stato inoltre officiale presso il Pontificio Consi- glio per gli Operatori Sanitari (1993-1999); segretario generale del- la commissione per la salute della Conferenza dei vescovi cattolici dell’India (Cbci) per due mandati (1999-2009); docente e procuratore del St. Joseph’s Pontifical Semina- ry, Alwaye (dal 2009); assistente del cancelliere dell’arcidiocesi di Verapoly, direttore del Cochin Arts Communications di Verapoly, sub station di Mamkkapady, direttore del progetto per la Cbci della So- ciety of Medical Education in North India, Ranchi (2009-2011); presidente del Canon Law Society of India (2009-2013). Dal 2011 è vi- cario generale dell’arcidiocesi di Verapoly. Luis Fernando Ramos Pérez ausiliare di Santiago de Chile (Cile) È nato a Santiago il 2 gennaio 1959. Prima di entrare in seminario ha ottenuto il titolo di ingegnere presso l’Universidad de Chile. Ha compiuto gli studi filosofici e teo- logici presso il seminario maggiore di Santiago e ha conseguito il dot- torato in teologia con specializza- zione in Sacra scrittura presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 5 maggio 1990. Ha svolto successivamente i seguenti incarichi: prefetto di filosofia nel seminario maggiore di Santiago (1990-1993), vicario parrocchiale della parrocchia di Cristo Emaús (1990-1993), vicario parrocchiale della parrocchia di Santo Toribio de Mogrovejo (1993), officiale della Congregazione per i Vescovi (dal 1999 al 2007), vicario episcopale dell’arcidiocesi per l’educazione (2007), rettore del seminario mag- giore di Santiago (dal dicembre 2007) e vicario episcopale per il clero (dal 2011). Galo Fernández Villaseca ausiliare di Santiago de Chile (Cile) È nato a Santiago il 3 febbraio 1961. Ha compiuto gli studi filoso- fici e teologici presso il seminario maggiore di Santiago. Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 12 di- cembre 1987. Ha svolto successiva- mente i seguenti incarichi: vicario parrocchiale della parrocchia di Nuestra Señora de las Mercedes a Santiago (1987-1994), parroco della parrocchia di Cristo Redentor a Peñalolén (1994-2001), parroco del- la parrocchia di Santa Clara (2001- 2002), vicario episcopale della Vicaría de la Esperanza Jóven (2002-2011) e vicario episcopale della zona ovest dell’arcidiocesi (dal 2011). Quaranta croci missionarie «La croce di Cristo vi protegga nella vostra missione». Con que- ste parole Papa Francesco ha con- segnato a quaranta sacerdoti del cammino neocatecumenale la cro- ce della missione. Lo ha fatto du- rante l’udienza di sabato 1° feb- braio, nell’Aula Paolo VI. I pre- sbiteri che hanno ricevuto la cro- ce rappresentavano le quaranta missio ad gentes che verranno av- viate prossimamente. Ogni missio è formata da circa quaranta persone: ne fanno parte quattro famiglie (in tutto 160 nu- clei familiari), da un sacerdote e un seminarista, e tre sorelle. Si tratta, quindi, di più di 1.500 per- sone che hanno ricevuto dal Papa il mandato missionario. Insieme con questo gruppo, all’udienza erano presenti circa diecimila persone: centinaia di fa- miglie già in missione, presbiteri e itineranti responsabili di tutto il mondo, oltre a una rappresentan- za delle 2.589 parrocchie di tutta Europa dove è presente il Cam- mino e agli studenti dei seminari Redemptoris Mater. Le quaranta missio si aggiungono alle cinquan- totto già inviate da Benedetto XVI nel 2012 e negli anni precedenti. Particolare attenzione — spiega Giuseppe Gennarini — è riservata all’Asia, ma anche a zone dove la Chiesa è «presente da tempo e dove in media ormai solo il dieci per cento dei battezzati frequenta la Chiesa e migliaia di parrocchie sono state chiuse o stanno per es- sere chiuse». Durante l’udienza l’iniziatore del Cammino, Kiko Argüello, presente insieme a Carmen Hernández e don Mario Pezzi, ha rivolto un saluto al Papa, presen- tandogli i sacerdoti e le famiglie che stanno per partire nelle qua- ranta missio. Otto di queste sono dirette in Cina. «Io sono un discepolo di Charles de Foucauld — ha com- mentato — e non si può evange- lizzare se non si è umili e poveri. E non c’è povertà più grande che non sapere una lingua». In que- sto modo, quando «i fratelli im- parano la lingua, si inculturano». Tre saranno poi le missio per l’In- dia, tre per il Vietnam e una per la Mongolia. Quanto a quelle eu- ropee, ve ne saranno a Klagen- furt, in Austria, a Copenhagen, in Danimarca, ma anche in Finlan- dia e a Tallin in Estonia. Otto si recheranno in Francia, tre in Sviz- zera (a Friburgo, Ginevra e Lo- sanna), una rispettivamente in Kosovo, in Lettonia, in Olanda, in Ucraina, in Bulgaria e in Un- gheria. Due invece raggiungeran- no Philadelphia, negli Stati Uniti d’America. Ci sono inoltre altre 245 famiglie con un totale di 720 figli — ha riferito Argüello — che partono per rafforzare il Cammi- no e dare vita a «un processo ca- techetico-liturgico di iniziazione cristiana nelle parrocchie, attra- verso il quale si vuole portare il concilio. E lo stiamo portando». All’udienza hanno partecipato, fra gli altri, i cardinali Vallini, Fi- loni, Cañizares Llovera, Ryłko, Rouco Varela, Schönborn, Dziwisz, Romeo, De Giorgi, Cordes, e numerosi arcivescovi e vescovi. Un nuovo slancio alla pastorale dei marittimi, attraverso iniziative di ri- flessione, responsabilizzazione e coordinamento: è quanto chiedono i coordinatori regionali dell’Apostola- to del mare che nei giorni scorsi hanno partecipato a Roma all’incon- tro promosso dal Pontificio Consi- glio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Al termine dei tre giorni di lavoro i partecipanti hanno stilato un documento nel quale han- no inteso sintetizzare le proposte scaturite dall’ampio dibattito. Le relazioni svolte durante l’in- contro hanno stimolato la riflessione sulle tendenze future dell’industria marittima e sul modo in cui l’Apo- stolato del mare dovrà rispondervi. Dai rapporti regionali sono emersi «problemi comuni quali la necessità di mezzi finanziari per realizzare il nostro servizio, la mancanza di co- municazione e di collaborazione in rete, nonché di sostegno da parte dei vescovi promotori e delle Chiese locali». Analizzando la situazione della pastorale marittima nel mondo «ci sentiamo spronati — scrivono nel documento i partecipanti all’incon- tro — dal fatto che si può fare molto di più per fornire servizi migliori al- la gente del mare. Allo stesso tempo riconosciamo che ci sono molte ra- gioni per rendere grazie a Dio per il grande lavoro svolto dai numerosi cappellani e volontari che operano nei centri Stella maris e nei porti del mondo». Nel testo si segnala comunque la necessità di dare uno slancio nuovo a questa importante forma di apo- stolato. E si elencano, in proposito, una serie di iniziative da portare avanti con il consenso del Pontificio Consiglio. Innanzitutto si sottolinea la necessità di stimolare una rifles- sione seria e qualificata sul motu- proprio Stella maris dedicato alla pastorale marittima. Un documento fondamentale per la gente del mare, che deve però ancora essere «ade- guatamente messo in atto a livello universale». Si invoca poi la possi- bilità di presentare ogni anno un programma regionale al Pontificio Consiglio e ricevere il necessario so- stegno finanziario per realizzarlo. Allo scopo i partecipanti all’incontro ritengono che sarebbe anche neces- sario «creare un comitato per la rac- colta fondi, formato da esperti, al fi- ne di assistere e promuovere l’attua- zione dei piani di sviluppo». Un altro degli obiettivi fissati è ri- spondere all’invito — espresso nel documento finale del XXIII congres- so mondiale dell’Apostolato del ma- re — a «essere strumenti della nuova evangelizzazione nel mondo maritti- mo» con l’impiego «di tutti i mezzi e gli strumenti della comunicazione, compresi i social media». Anzi, a questo proposito si manifesta l’esi- genza di coordinare meglio il lavoro dei media a disposizione. Da mi- gliorare anche «il coordinamento del ministero globale dell’Apostola- to del mare utilizzando le compe- tenze e le conoscenze esistenti nella famiglia internazionale» che fa rife- rimento a questo organismo. Ciò potrà servire anche a «responsabiliz- zare i marittimi affinché diventino apostoli di evangelizzazione» offren- do loro materiali di catechesi. Tra le altre proposte contenute nel documento, la definizione di un nuovo processo per la nomina dei coordinatori regionali; un chiari- mento ulteriore dei ruoli, delle re- sponsabilità e delle risorse di ciascu- no; il miglioramento della coopera- zione e della collaborazione con le conferenze episcopali, con i vescovi e con i direttori nazionali. Nel testo finale i partecipanti rin- graziano in particolare il dicastero vaticano promotore dell’incontro per aver fornito l’occasione di «cono- scerci e comprenderci maggiormente l’un l’altro». Si è trattato — scrivono — di un’esperienza che ha rafforzato la consapevolezza «delle sfide che dovremo affrontare nel rappresenta- re il Pontificio Consiglio e nel coor- dinare le attività nella nostra regio- ne». In questo senso viene ricordata la partecipazione all’udienza genera- le di mercoledì 22 gennaio, durante la quale «il Santo Padre Francesco — sottolineano — ci ha esortati ad essere “la voce” dei marittimi, dei pescatori e delle loro famiglie, e ha rafforzato il nostro impegno e la no- stra dedizione al servizio della gente del mare». Nella stessa prospettiva è stata vissuta la celebrazione eucari- stica e la preghiera intorno all’altare dedicato a Giovanni Paolo II nella basilica Vaticana, per confermare il desiderio di portare l’apostolato del mare internazionale “al largo”, «uscendo dal porto delle nostre sicurezze acquisite verso il mare aperto delle sfide del mondo marit- timo».
  • 9. L’OSSERVATORE ROMANO febbraio 2014 numero 20 Sua madre confrontava tutte queste cose nel suo cuoredonne chiesa mondo Donne e denaro Donne e denaro è il tema di questo numero. Binomio antico nella difficoltà quotidiana delle donne povere di far quadrare i bilanci familiari, binomio che, al contempo, incarna storicamente l’impotenza femminile. Per secoli, infatti, alle benestanti fu proibito amministrare il proprio patrimonio senza l’intervento dell’uomo di riferimento, marito o padre che fosse. Ma in questo panorama negli ultimi secoli in occidente ha trovato spazio un’altra figura, a riprova della concreta capacità femminile di saper trasformare il denaro in occasioni di crescita e di vita, una figura che è emersa proprio nella storia della Chiesa. È qui, infatti, che nell’Ottocento si riscontra il fiorire di notevoli capacità imprenditoriali femminili. Tentativi riusciti grazie alla tenacia di donne costrette a confrontarsi con uomini nient’affatto ben disposti. Ci riferiamo alle tante fondatrici di congregazioni di vita attiva che, intraprendendo un fecondo percorso di cristianizzazione della società proprio nel momento in cui essa si stava secolarizzando, si rivelarono capaci di creare un’imponente rete di opere assistenziali (scuole, ospedali, orfanotrofi, strutture di assistenza a poveri ed emarginati) dimostrando eccezionali capacità nel cogliere i bisogni e individuarne le soluzioni. E nel farlo con autonomia e creatività, confrontandosi con i nuovi equilibri sociali, le fondatrici furono le prime donne ad amministrare da sole e con successo somme ragguardevoli di denaro. Le nuove fondazioni furono dunque tali anche, se non soprattutto, per il loro assetto economico. Mentre le istituzioni femminili precedenti nascevano e resistevano nel tempo solo laddove fossero garantite da una sicurezza economica alle origini, le nuove congregazioni rovesciano la regola: nascono con un capitale iniziale minimo, a volte addirittura nullo. Le suore non portano quasi mai una dote al momento della professione, ma è con il loro lavoro che contribuiscono a garantire il sostentamento della congregazione, conquistandosi così la stima della comunità. Una lezione che va ricordata: le fondatrici furono infatti costrette non solo a procurarsi i fondi per sostenersi, ma soprattutto a gestirli in modo dinamico e produttivo, impegnandosi in autentiche attività imprenditoriali, senza accontentarsi dei primi risultati ma ampliando continuamente le iniziative, anche a costo di indebitarsi considerevolmente. Molto spesso ignorata o messa a tacere, è però indubbio che l’emancipazione femminile e della Chiesa sia passata anche da qui. E da qui può e deve ripartire, come dimostrano i contributi di questo numero. (g.g.) Vigilo sugli affari economici dei vescovi francesi A colloquio con Corinne Boilley, prima vice-segretario generale della Conferenza episcopale d’Oltralpe di MARIE-LUCILE KUBACKI Laureata alla Sciences Po Paris ed esperta di risorse umane, questa donna radiosa, madre di tre figli, all’età di 57 anni è dal 2012 la prima donna vice-segretario gene- rale della Conferenza dei vescovi di Fran- cia (Cef), dove è responsabile degli affari economici, giuridici e sociali. Il suo lavoro consiste, tra le altre cose, nell’ascoltare, ac- compagnare e sostenere le diocesi nello sviluppo delle loro risorse finanziarie e nell’attuazione di politiche di risorse uma- ne adeguate e giuste. Qual è stata la sua reazione quando ha ap- preso della sua nomina a vice-segretario? Ho provato stupore e mi sono chiesta: perché proprio io? I miei due predecessori avevano un profilo soprattutto finanziario, per cui non mi sarei mai immaginata di ri- trovarmi in questo posto. Allora ho ascol- tato ciò che sentivo risuonare dentro di me. Ho accettato perché mi riconoscevo nelle dimensioni della missione e nel mo- do di svolgerla, con un ascolto attento dei bisogni delle diocesi e un lavoro collabo- rativo e costruttivo tra di loro. Lei è la prima donna vice-segretario generale: lo vive come un motivo di orgoglio o come una pressione? È stato quando gli altri hanno iniziato a manifestare la loro sorpresa, sincera, che ho provato una leggera preoccupazione: «ma tu sei la prima donna!» mi dicevano. All’inizio queste reazioni di stupore mi turbavano perché mi davano l’impressione che la sorte di metà dell’umanità gravasse su di me. L’essere guardata come la prima donna comportava per me un’enorme pressione. Poi mi ci sono abituata e ora ne sono felice. Non dà un po’ fastidio il fatto che non appe- na una donna accede a un posto di grande responsabilità come il suo tutti s’interroghino? Un po’. Io sono una professionista. Ho lavorato per anni nel campo delle risorse umane. Visto che fin da giovanissima ho avuto responsabilità importanti, non ho mai avuto l’impressione che mi venissero affidate perché ero una donna. Voglio cre- dere che sia stato l’insieme della mia per- sonalità e delle mie competenze a motiva- re la mia nomina, e non la voglia di sce- gliere espressamente una donna per que- sto posto. E nella mia persona ci sono di- mensioni di femminilità, di maternità. È un tutt’uno, non lavoro nel campo delle risorse umane per caso. C’è in qualche modo l’aspetto dell’ascolto, del prendersi cura degli altri, dell’attenzione verso gli altri. Ma questa nomina è comunque un segnale forte! Ovviamente è un segno di modernità, di una Chiesa ancorata al suo tempo. Prendo la mia nomina in quanto donna, laica e professionista delle risorse umane come un incoraggiamento. Se non ci fosse stato questo incoraggiamento dell’istitu- zione, non mi sarei mai permessa di pen- sare a una simile missione. Non milito a favore dell’ordinazione delle donne e non mi riconosco nel movimento femminista, ma sono invece convinta che siano neces- sari una parola e dei gesti da parte dell’istituzione ecclesiale a favore di un maggiore riconoscimento delle azioni svol- te dai laici. Ci vorrebbero più donne nei posti decisionali e se sì, in quali posti in particolare? Non si può fare a meno della metà dell’umanità! Sì, bisogna fare in modo che ci siano più donne nei posti di responsabi- lità. Nella Cef sono molte le donne che dirigono servizi: Nathalie Becquart, suora saveriana diplomata all’Hec, un grande istituto commerciale, è a capo del servizio giovani e vocazioni, e Monique Baujard, avvocato esperto di questioni etiche, diri- ge il servizio famiglia e società, di cui io stessa sono vice-segretario generale. L’isti- tuzione, al più alto livello, ha mandato dei segnali. I vescovi nelle loro diocesi e i par- roci nelle loro parrocchie sono e devono essere anch’essi promotori di tutto ciò. Nel panorama dei laici impegnati in mis- sione ecclesiale nelle diocesi ci sono mol- tissime donne, ma non in tutti i campi. Ci sono pochissime econome diocesane, an- cora troppe poche donne nei consigli dio- cesani. Come spiega Papa Francesco nella sua recente esortazione apostolica: «In vir- tù del battesimo ricevuto, ogni membro del popolo di Dio è diventato discepolo missionario». E più specificamente, ri- guardo alle donne nella Chiesa, dice: «C’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa (...) e nei diversi luoghi dove ven- gono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali». I suoi interlocutori sono in maggior parte sa- cerdoti e vescovi: come l’accolgono in quanto donna laica in un posto di grande responsa- bilità? La fiducia non si decreta, si tesse: que- sto riassume tutto. Quando sono arrivata, ho provato, come loro, una certa reticen- za. Forse da parte loro perché ero una donna. Ma da parte mia perché erano dei sacerdoti. Prima del mio arrivo nella Cef nel 2007, i sacerdoti che frequentavo erano quelli che celebravano, mi confessavano o accompagnavano i miei momenti di ritiro. Nel 2012 il mio rapporto di lavoro è cam- biato, con un contatto più diretto con i vescovi. Poco a poco la fiducia è aumen- tata; questa passa per una conoscenza mi- gliore, una maggiore comprensione delle realtà condivise e per un profondo rispet- to. Nella prima assemblea plenaria a Lourdes, ero molto turbata, tutti i vescovi di Francia erano di fronte a me ed esitava- no a pormi domande. L’anno seguente, l’assemblea è stata di tutt’altra natura, per- ché nel frattempo avevo incontrato alcuni vescovi nelle loro diocesi e avevo lavorato con loro. Lei lavora nel campo delle risorse umane: co- me donna sente di avere una missione parti- colare rispetto alle altre donne? Qui, alla Cef, non ci sono poste in gio- co di questo tipo. Come ho già detto, all’interno dei vari servizi, accanto ai sa- cerdoti, ci sono donne con ruoli di re- sponsabilità. Il che non mi impedisce di esprimere il mio stupore ai vescovi per il fatto che ci sono così poche donne econome! È necessario che nelle diocesi e nelle parroc- chie i vescovi e i parroci incoraggino le donne a mettersi in moto. È anche necessario che le donne siano determinate perché la determinazio- ne suscita la fiducia. Dal 2008-2009, con l’attuazione di convenzioni collettive nelle diocesi, i vescovi stanno rivolgendo un’at- tenzione particolare alla gestione dei di- pendenti. Di fatto, i laici in missione ec- clesiale vengono più seguiti e si sta comin- ciando ad affrontare più facilmente la que- stione delle donne. Per esempio, come si può incoraggiare un vescovo a inserire delle donne nel suo consiglio per gli affari economici? La risposta è: dicendo chiara- mente di cosa si ha bisogno. Non si tratta di parlare delle donne tanto per parlarne, ma di trovare le persone giuste con le giu- ste competenze per il posto giusto. Tra queste ci sono necessariamente delle don- ne. Lo sviluppo della cultura delle risorse umane gioca a loro favore. Allora quali consigli darebbe alle giovani donne di oggi perché si possano affermare nella loro vita professionale senza però per- dervisi? Io sono sensibile all’approccio ignazia- no e non posso che incoraggiare le giova- ni donne a riflettere, il più presto e il più regolarmente possibile, sul loro progetto, sul loro obiettivo. In quale ambito potrò dare meglio il mio contributo al mondo? Sono convinta che occorra restare liberi nelle proprie scelte ma per questo a volte bisogna discernere, osare, correre il rischio di rifiutare certi compromessi. Quando so- no stata nominata direttore delle risorse umane di una grande azienda francese ero giovane — avevo trentadue anni — e avevo due bambini piccoli. Perciò ho deciso di proporre un part-time per il mio lavoro, a rischio di non avere il posto. Ho sempre accettato le responsabilità senza sacrificare l’equilibrio nella mia vita personale. In se- guito, ho lasciato l’azienda per il consi- glio, così da poter passare più tempo con i miei figli. Penso che sia necessario colti- vare il proprio orto. Per costruire, bisogna avere ben chiari i propri obiettivi e le pro- prie priorità. Il suo lavoro consiste anche nell’ascoltare accompagnare e sostenere le diocesi a sviluppare le opportunità finanziarie e ad attuare giuste politiche di risorse umane È necessario che nelle diocesi i presuli incoraggino le donne a mettersi in moto E che queste siano determinate perché la determinazione suscita fiducia Dopo la laurea all’Istituto di Scienze Politiche di Parigi e il master in diritto privato, Corinne Boilley (1956) è chargée de mission (consulente) nel servizio di informazione e diffusione del primo ministro francese, per il biennio 1981-1982. Direttore delle Risorse Umane e della comunicazione interna Europa del gruppo di ristorazione Quick, dal 2007 è direttore delle risorse umane della Conferenza dei vescovi di Francia. Il 1 settembre 2012 è stata nominata vice-segretario generale della Cef, con l’incarico di seguire le questioni economiche, giuridiche e sociali. donnechiesamondo Vicino a Kabul (LaPresse/Ap, 2013)
  • 10. women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women L’OSSERVATORE ROMANO febbraio 2014 numero 20 Inserto mensile a cura di RITANNA ARMENI e LUCETTA SCARAFFIA, in redazione GIULIA GALEOTTI www.osservatoreromano.va - per abbonamenti: ufficiodiffusione@ossrom.va donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne chiesa mondo di LUCETTA SCARAFFIA F rancesca Cabrini ha lasciato una im- pronta unica e di grande originalità, sia come religiosa che come donna, proprio nell’uso del denaro. A lei serviva denaro, molto denaro, per costruire ospedali, scuole, orfanotrofi per gli emigrati che vivevano in condizioni di grave indigenza nei Paesi dell’America settentrionale e meridionale e proprio per questo si è impe- gnata a ottenerlo in ogni modo. Mentre in Italia alle donne non era ancora riconosciuta l’autonomia amministrativa, lei e le sue suore amministravano senza paura somme ingenti e decidevano investimenti importanti, fidando nelle proprie capacità imprenditoriali. Il dena- ro per lei era un mezzo da usarsi bene, con la perizia necessaria, ai fini di realizzare la vo- lontà di Dio nel mondo. Come faceva madre Cabrini a finanziare le sue audaci imprese? Le vie da lei seguite per raggiungere le somme di volta in volta richie- ste erano numerose, adatte a ogni situazione, ma la base costante su cui faceva assegnamen- to per pagare i debiti e lanciarsi in nuove ini- ziative era il lavoro gratuito delle suore, un la- voro qualificato e continuo: «Lavorate, lavora- te, figliuole mie, senza stancarvi, lavorate con generosità, lavorate con fermezza e integrità» scrive il 2 dicembre 1900 alle suore di Genova dalla nave, e in modo analogo si raccomanda in altre lettere. La modernità di Francesca Ca- brini, però, non consisteva semplicemente in un adeguamento della vita religiosa ai nuovi tempi; il suo impegno nel lavoro, impegno che chiedeva a tutte le sue suore, non aveva niente a che vedere con la smania di lavoro che assorbe la vita di tanti uomini e donne moderne, ma è solo l’obbedienza al richiamo divino, desiderava fare quel che Dio voleva. In tutte le sue iniziative — mentre si preoccu- pa che sorgano opere belle ed efficienti, non- ché economicamente fiorenti — l’obiettivo uni- co e principale è la diffusione del messaggio cristiano e non la riuscita economica di questa o quell’opera. Rimane però il fatto che non aveva paura di affrontare gli aspetti pratici di ogni proget- to, del quale, fin dal primo momento, sapeva valutare il costo e il possibile ricavo. Il capita- le iniziale per ogni fondazione veniva dalle donazioni che Francesca Cabrini riusciva a ot- tenere dalle autorità ecclesiastiche, cioè da Propaganda Fide o dalla Santa Sede, da bene- fattori privati ma anche da prestiti, possibil- mente a tasso d’interesse nullo o molto basso, che poi restituiva. Ottenere aiuto dai benefattori non era faci- le, richiedeva un lavoro attento da parte delle suore, che dovevano saper chiedere al momen- to giusto, attirare le donazioni mostrando il buon frutto che ne sapevano trarre. Lei stessa è un esempio in questo senso: «Ho lavorato un mese intorno al Sig. Capitano Pizzati — scrive da New Orleans il 27 giugno 1904 — e finalmente venne alla decisione di darmi 50 mila dollari in dieci anni, ma desiderava veder fatta subito la Casa. Io gli dissi che non pote- vo anticipare denaro, ma che sarebbe stato meglio che lui pensasse a fabbricarci la Casa, allora contento disse: Ebbene, voi preparatemi il terreno e io fabbricherò la Casa, e già ha co- mandato all’architetto un disegno di settanta- cinque mila dollari e si farà subito». I soldi potevano venire anche da specula- zioni fortunate, come quando a Chicago — portata a passeggiare fuori città per alleviare le sue difficoltà di respirazione — vide subito Il sostegno di Dio, che sente sempre accan- to a sé, la rende capace d’investire senza paura in progetti costosi e complessi, spesso senza avere al momento la copertura finanziaria, ma fidando solo nell’aiuto divino. A Buenos Ai- res, come era solita fare nelle sue iniziative, per fondare la scuola assume impegni finan- ziari molto superiori alle sue possibilità del momento: «Ma io mi sentiva nell’intimo una segreta persuasione, che non sapeva d’onde mai venisse, e così decisi di prenderla ad ogni costo. Quel coraggio però nell’assumere quell’impegno, piuttosto forte, finì col lasciare in tutti una buona impressione, e cominciaro- no le prime famiglie a venire ad iscrivere le lo- ro bambine, e continuarono poi in maniera che, alla mia partenza, già la casa era piena, e già abbiamo i piani per prenderne un’altra più capace» (agosto 1896). Il metodo più utilizzato per accumulare le somme necessarie alle nuove opere era senza dubbio il risparmio, praticato continuamente dalle suore che vivevano in grande povertà se- condo le costanti esortazioni della fondatrice, come dimostra il codicillo che questa nel 1905 aveva aggiunto al suo testamento: «Non si maltratti la povertà allargando ora da una par- te per convenienza, ora dall’altra per riguardo, ma si pensi che tutto il di più che si usa e tut- to ciò che si sciupa per incuria è rubato all’Istituto, e a far peccato mortale basta quanto può bastare a un esterno che ruba. In tutte le officine ed esercizi particolari si può rubare, attente dunque, o figliole, e siate deli- cate assai col voto di povertà come bramate di esserlo in quello di castità». Per risparmiare era abituata anche ad aguz- zare l’ingegno, come a Los Angeles, dove mancavano i soldi per l’ampliamento, ormai improrogabile, della casa. Mentre la direzione dei lavori della nuova ala veniva affidata a una suora, divenuta provetta capomastro, il materiale di costruzione venne ricavato dalla demolizione di un parco di divertimenti, che Francesca Cabrini aveva comprato a poco prezzo. L’opera di demolizione realizzata sot- to la sua direzione fu affidata anche alle bam- bine dell’orfanotrofio, felici di raccogliere in tanti secchielli chiodi, serrature e cerniere, e riuscì così bene che il legname e i mattoni avanzati furono spediti a Denver, dove le suo- re stavano costruendo un altro fabbricato. Ingegnarsi, in certi casi, può anche voler di- re sfruttare una miniera, come quando sugge- risce alle suore del Brasile di imitare l’esempio delle suore di Seattle: «Sapete che qui ci han- no regalato una mina e già le Suore stanno a farla lavorare? Bisognerà che ne troviate anche voi in Minas e farla lavorare che così avrete l’oro per fabbricare tutte le Case, come ne avete bisogno. M. Mercedes forse saprà tro- varla» (10 ottobre 1909). Questa continua lotta per rendere concreti e funzionanti tutti i progetti, per pagare i debiti, avviare nuovi finanziamenti e non farsi ingan- nare, se pure sfibrante, non dispiaceva a madre Cabrini: «Devo lavorare come una giovanotta, devo sostenere forti ragioni contro forti uomini ingannatori e si deve fare; e voi state attente, lavorate pur molto e non dite che è troppo se no non sarete mai la donna benedetta dallo Spirito Santo» (Chicago 1904). Nel denaro Francesca Cabrini vedeva una forma di energia che si poteva usare positiva- mente, un dono di Dio del quale non si dove- va avere paura se la propria vita era orientata a onorare il suo cuore. di SILVIA GUSMANO S ono l’unico caso in Italia. Sette donne di età e nazionalità diverse unite in una cooperativa di pesca, la Bio&Mare. Prima dell’imbrunire gettano le reti, al largo di Marina di Carrara, e all’alba le tirano su. Vendono quanto è possibile e trasformano gli scarti in sughi biologici. Mente e cuore di questa real- tà è Radoslava Petrova — Radi per i frequen- tatori del molo — nata a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1974 e giunta in Toscana a 24 anni dopo il matrimonio con un italiano. A lei, come a tante altre donne arrivate da lontano, il nuo- vo Paese non offre molto all’inizio. I suoi ti- toli di studio non vengono riconosciuti e le poche possibilità di lavoro si incanalano sem- pre nelle solite strade: colf, cameriera, badan- te. La passione per il mare e un incontro for- tunato, però, danno a Radi l’occasione di co- struirsi un futuro diverso. Tramite Telethon dove fa la volontaria, la giovane conosce i pescatori della cooperativa Maestrale e inizia a fare la segretaria da loro. Poco tempo dopo l’illuminazione: usare gli scarti del pesce per fare vasetti di salse da mettere in vendita. «Prima della caduta del muro — racconta — in Bulgaria i supermercati non c’erano e si preparavano barattoli di conserve di ogni ti- po, senza buttare niente. Così, vedere tutto quel pesce sprecato mi dava fastidio. Il mio capo all’inizio era scettico, poi mi ha dato fi- ducia e abbiamo avuto un gran successo!». Nel 2011 Radi si mette in proprio e crea la Bio&Mare. Attorno a sé, raduna un gruppo di donne «da sempre nel mondo della pesca ma con ruoli secondari» e insieme diventano protagoniste di una grande sfida. Oggi nella cooperativa lavorano quattro italiane e tre straniere, «stanche morte ma orgogliose dei risultati ottenuti». Il caso di Radi, secondo gli ultimi dati del Centro Studi Cna, è tutt’altro che isolato. Gli imprenditori stranieri in Italia sono infat- ti quasi 420mila (circa l’11 per cento del tota- le). Oltre 90mila le donne, di cui poco meno della metà titolari d’impresa. È un fenomeno in continua espansione e in netta controten- denza. Il Censis ci dice, infatti, che mentre i negozi italiani dal 2009 a oggi sono diminuti del 3 per cento, quelli stranieri sono cresciuti del 21 per cento, gap che troviamo anche in altri settori, dalle costruzioni all’artigianato. Colpisce infine un dato: questi nuovi im- prenditori danno lavoro, nei calcoli di Unioncamere, a circa 3 milioni di italiani. Sono numeri sufficienti a mandare in frantu- mi tutti gli stereotipi che affollano l’immagi- nario sull’immigrazione, soprattutto femmini- le. Lungi dal subire un destino imposto dalla società o dal mercato, sempre più straniere dimostrano di avere la creatività e la grinta per seguire le proprie inclinazioni, incidendo con forza nel terreno umano ed economico in cui agiscono. Di loro tuttavia si parla poco: i media ten- dono a raccontare il fenomeno migratorio sempre dalla medesima prospettiva, secondo schemi predefiniti. Per questo la Provincia di Roma sta finanziando un progetto — Migra- zione donna: una risorsa — che mira a pro- muovere degli incontri diretti tra alcune im- prenditrici straniere e la cittadinanza. Un’ini- ziativa inedita che nell’intenzione delle idea- trici, Sarah Zuhra Lukanic e Maria Antoniet- ta Mariani, presenta all’opinione pubblica un’immagine più ricca e completa dell’immi- grazione femminile. Tra le protagoniste del primo appuntamen- to, Aida Ben Jannet, nata a Tunisi nel 1970, che ha rilevato l’azienda italiana per cui lavo- rava dopo averla salvata dal fallimento. Quando racconta la propria storia, Aida pre- mette: «È l’Italia che mi ha cercata e non vi- ceversa». Dopo la laurea in giurisprudenza, infatti, un caro amico di famiglia, Ermanno, le chiede una mano per rimettere in sesto il suo negozio di autoricambi alle porte di Ro- ma. Aida accetta e nel 1995 parte, ma in po- chi mesi la situazione precipita. Il negozio accumula un debito di 120 milioni di lire ed Ermanno si ammala. Lei non vuole abbando- narlo e decide di restare. Tira avanti per un po’ con tanti sacrifici, finché anche lei non ha una grande intuizione imprenditoriale. «Non avevamo più niente da vendere e un giorno per tenermi occupata ho aperto dei vecchi scatoloni da buttare. Erano pieni di pezzi d’auto d’epoca, messi via anni prima perché non avevano mercato. Li ho tirati fuori, puliti e sistemati sugli scaffali: erano bellissimi! Poi, ho iniziato a leggere cataloghi e manuali d’istruzione. E mi sono appassio- nata. I clienti, notata la novità, hanno indi- rizzato da noi collezionisti ed esperti del set- tore: è stata la nostra salvezza!». Oggi sul negozio campeggia una bella insegna: Autori- cambi Aida, anche se chi entra per la prima volta scambia sempre la proprietaria per la commessa: «Faticano ad accettare che una dell’Opera continuano a fissarmi come fossi un’extraterrestre!». Al contrario, ciò che tutte queste donne lamentano con forza sono gli ostacoli burocratici, le troppe tasse e le diffi- coltà a ottenere finanziamenti. Raramente, tuttavia, vogliono andarsene. Continuano a combattere nella certezza che la crisi passerà. «Come potrei dire ai miei figli che in Italia non c’è futuro?», si chiede Edith. «Non sa- rebbe giusto, questo è il loro Paese e hanno il diritto di crescere con le speranze e i sogni della loro età». Anche lei è arrivata qui dopo il matrimonio con un italiano e a un certo punto ha sommato la sua esperienza in Ma- dagascar con le esigenze del nuovo Paese. «Ho iniziato con la vaniglia, spezia che la mia famiglia coltiva da quattro generazioni. In Italia se ne usa tanta, ma quasi sempre sintetica. Sono andata in Madagascar, ne ho preso qualche chilo e l’ho venduto alle pa- sticcerie di Torino». Da lì, negli ultimi dieci anni è stata una continua escalation. Edith ha seguito un cor- so di alimentazione, ha messo su un’attività di import e commercio di spezie da tutto il mondo, ha avviato diverse piantagioni in Madagascar che in alta stagione danno lavo- ro anche a 300 persone e nel 2010 è stata no- minata Imprenditore straniero dell’anno, nell’ambito del MoneyGram Award, presti- gioso premio dedicato all’imprenditoria im- migrata in Italia. Nella categoria Innovazione, l’anno suc- cessivo, lo stesso riconoscimento è andato a Margarita Perea Sánchez, sarta colombiana che nel 2005 ha aperto la propria attività a Roma. Giunta in Italia nel 2001 con il marito e il figlio, oggi ventenne, all’inizio Margarita si è arrangiata con impieghi occasionali. Poi, ha trovato lavoro in un’importante sartoria della capitale e ha messo i soldi da parte per aprire la Clinica dei vestiti, nome che rende omaggio al sogno della sua infanzia: «Volevo fare il medico ma non potevamo permetterci l’università e mio padre ha insistito perché imparassi a cucire». Oggi Margarita oltre a creare nuovi abiti, con grande passione si prende cura di quelli vecchi: li accomoda, li ripara, dona loro una seconda vita. «Fino a poco tempo fa — spiega — la crisi giocava a mio favore. La gente preferiva aggiustare i vecchi vestiti, che comprarne di nuovi. Ora però non ci sono neanche più i soldi per le riparazioni». Margarita, tuttavia, non si dà per vinta: «Nel mio piccolo voglio dare un contributo per risolvere questa brutta crisi, sono un’otti- mista e non perdo mai la speranza. Forse — ride — fa parte dello spirito latinoamericano, basti vedere cosa è riuscito a fare Papa Fran- cesco: grazie a lui la gente ha ricominciato a credere nel futuro!». Il romanzo David Golder Quando Irène Nemirovsky scrisse il racconto breve David Golder (1929) fu accusata di antisemitismo. Il protagonista era, infatti, un vecchio ebreo che era stato venditore di stracci a New York ma che, usando ogni spregiudicatezza, si era smisuratamente arricchito. In realtà l’autrice, che era ebrea e morì in un campo di concentramento, non aveva ovviamente alcuna intenzione antisemita bensì quella di scrivere un’audace, profonda e crudele storia sul denaro. È il denaro che muove ogni azione del vecchio finanziere che al suo dio sacrifica tutto: affetti, amicizie, sentimenti, la sua stessa vita fino a ritrovarsi solo e circondato dall’odio di fronte alla morte. Per Golder i soldi non sono un mezzo per vivere e far vivere meglio, non sono uno strumento per arrivare a un futuro migliore, non sono, come nell’etica protestante, delineata da Weber, la dimostrazione del proprio valore o della benevolenza di Dio: il danaro ha un valore in sé, che quasi prescinde dall’uso che se ne fa e dalle conseguenze che quest’uso può provocare. Il libro può essere letto oggi come una metafora di quello spregiudicato mondo della finanza dove il denaro produce e riproduce se stesso annullando ogni umanità. (@ritannaarmeni) Il film We Want Sex Inghilterra, 1968: la fabbrica della Ford è il cuore industriale dell’Essex, con i suoi cinquantacinquemila operai. Ma mentre gli uomini lavorano nel nuovo dipartimento, 187 donne cuciono i sedili in pelle nella parte della fabbrica costruita nel 1920 che, letteralmente, cade a pezzi. E quando poi le lavoratrici si ritroveranno classificate come operaie non qualificate il vaso sarà davvero colmo: con coraggio, determinazione e una buona dose di ironia, riusciranno a farsi ascoltare da sindacati, comunità locale e governo, arrivando a porre le basi della legge inglese sulla parità di diritti e salario. Ma non sarà facile: dietro il famoso sciopero del 1968, infatti, non vi fu solo il risvolto pubblico della rivendicazione. Forse, fu proprio la dimensione personale e familiare quella più dura da gestire. Tutti aspetti questi che il film del regista britannico Nigel Cole We Want Sex (Made in Dagenham, 2010) riesce a cogliere e raccontare — anche grazie alle interpreti Sally Hawkins, Miranda Richardson e Rosamund Pike — con grande maestria. Cinematografica e storica. (@GiuliGaleotti) NASCE IN INDIA UN NUOVO MOVIMENTO Lanciare un messaggio di emancipazione e di dignità; riscoprire il ruolo della donna nella Chiesa, uscendo dai cliché di subordinazione; ribadire l’importanza del contributo femminile nella società indiana, segnata da gravi e frequenti episodi di stupri impuniti: per questo concorrere di ragioni, nel corso di una conferenza nazionale tenutasi a Bangalore — riferisce Fides — è stato lanciato nel Paese il Movimento delle donne cristiane, che intende ripartire dalla valorizzazione della donna, promossa dal concilio Vaticano II e dalla Mulieris dignitatem, e rilanciata espressamente da Papa Francesco. L’urgenza di dare voce alle donne cristiane nella Chiesa e nella società, soprattutto alle più povere ed emarginate, per tutelare i diritti di tutte è reale: per questo centinaia di religiose e laiche di diverse confessioni cristiane hanno dato vita a un progetto che vuole «sfidare la mentalità patriarcale e promuovere pari diritti». Tra i fondatori del movimento vi è la Commissione per le donne che agisce in seno alla conferenza episcopale dell’India. Un comitato di nove membri è stato subito formato allo scopo di allargare il movimento e di elaborare le modalità della sua presenza attiva nella società indiana. ESSERE DONNE IN MALAWI La maggior parte abbandona subito gli studi: si sposano giovanissime, diventano madri molto presto, arrivando ad avere una media di sei figli, con parti che avvengono per lo più in casa, in solitudine o con l’aiuto di personale non qualificato, per colpa della mancanza e della precarietà delle strutture ospedaliere esistenti. È una situazione drammatica quella del Malawi, il cui tasso di mortalità materna è di 460 vittime ogni centomila parti. Alla luce di tutto questo è particolarmente prezioso il lavoro svolto dai sanitari dell’ospedale di Mtendere, grande villaggio a un centinaio di chilometri a sud-est della capitale Lilongwe, con la collaborazione della ong cattolica Manos Unidas. Oggi si sta lavorando alla costruzione di un nuovo reparto di maternità dotato di sala operatoria, onde limitare i rischi per mamme e nascituri. Se lo scorso anno nel solo ospedale di Mtendere sono stati effettuati quasi un migliaio di parti, la mancanza di una sala operatoria per realizzare i cesarei obbligava il trasferimento di molte donne. Alcune nell’ospedale di Dedza, purtroppo carente di farmaci e personale qualificato, altre a Lilongwe, distante ottanta chilometri. Dove, spesso, si arriva quando è troppo tardi. RAGAZZE IN CORO A CANTERBURY Dopo oltre mille anni, una rivoluzione è avvenuta nel coro della cattedrale di Canterbury: a quello maschile, infatti, si è affiancato per la prima volta nella storia il Canterbury Cathedral Girls’ Choir. È composto da sedici ragazze di età compresa tra 12 e 16 anni, selezionate nelle audizioni partite lo scorso novembre, che hanno visto una grande partecipazione in termini di entusiasmo e, soprattutto, di capacità vocali. In molti, tra cui il direttore del coro David Newsholme, hanno salutato l’apertura come un arricchimento per la tradizione canora della cattedrale. Eppure per ora è solo previsto che le ragazze cantino durante le funzioni in qualità di sostitute. Quando i ragazzi cioè sono impegnati altrove. SUOR CARMEN E I DIRITTI UMANI IN PERÚ Si è rifiutata di firmare un rapporto ufficiale pretestuoso sul tragico conflitto avvenuto nel 2010 a Bagua, nella foresta settentrionale del Perú, quando morirono una trentina di persone, e oggi prosegue imperterrita a lavorare per chiarire gli eventi e le responsabilità politiche che diedero origine a quella strage. Anche per questo, in occasione della giornata universale dei diritti umani, suor María del Carmen Gómez Calleja ha ricevuto il Premio nazionale peruviano dei Diritti umani 2013, assegnato annualmente dalla Commissione nazionale dei diritti umani del Paese sudamericano a chi si impegna nel duro lavoro di difesa dei diritti fondamentali. La missionaria spagnola, che lavora nel vicariato di San Francisco a Bagua appunto, appartiene alla Congregazione di San Giuseppe che da quasi mezzo secolo accompagna i popoli indigeni dell’Amazzonia peruviana. Suor Carmen, in particolare, da sei anni si dedica alla promozione delle donne indigene Awajun. I MINORI UCCISI IN HONDURAS Secondo la ong Casa Alianza, che tutela i minori in America Latina, tra il gennaio 2010 e il dicembre 2013 sono stati assassinati in Honduras 3.800 bambini e ragazzi con meno di 23 anni. È dal 1998 che la ong raccoglie le statistiche su questi omicidi. Nel 2013 sono state registrate 1.013 morti violente di bambine, bambini e giovani, con un aumento di 102 casi rispetto all’anno precedente. Solo nel mese di dicembre ne sono stati uccisi 87 (70 maschi e 17 femmine). L’ong ha denunciato l’impunità con la quale si commettono questi reati: la percezione diffusa tra i cittadini è che la polizia si limiti a raccogliere i corpi e, laddove richiesti, a consegnarli alle rispettive famiglie, ma nulla di più. Questi omicidi rimarrebbero solo un documento tra gli atti giudiziari. Il quadro che ne esce conferma il dato che caratterizza l’Honduras, catalogato come uno dei Paesi più violenti del mondo. FRANZ E FRANZISKA Nel 1943 un contadino cattolico austriaco, Franz Jägerstätter, fu condannato a morte dal tribunale di guerra di Berlino perché si era rifiutato di prestare servizio nella Wehrmacht. A lungo dimenticata, la vicenda di quest’uomo che scelse di seguire la sua coscienza di cristiano a scapito dell’obbedienza all’autorità politica ed ecclesiastica — la gerarchia cattolica austriaca, infatti, si era allineata alle posizioni del nazionalsocialismo — è oggi al centro del volume Una storia d’amore, di fede e di coraggio. Franz e Franziska Jägerstätter di fronte al nazismo (il Pozzo di Giacobbe, 2013). Curato da Giampiero Girardi e Lucia Togni, il libro presenta Franz attraverso le lettere che si scambiò con la moglie Franziska dal giugno 1940 fino alla vigilia della morte. Lettere nelle quali, tra l’altro, si rinviene — come scrive Daniele Menozzi nell’introduzione — «la testimonianza di una concreta pratica del cristianesimo che anticipa orientamenti rinvenibili solo decenni più tardi, allorché il mondo cattolico si mise alla ricerca di una più profonda intelligenza del Vangelo». AL FESTIVAL DI DHAKA Rappresentare con rispetto le donne nei film e, più in generale, migliorare il ruolo femminile nel mondo del grande schermo e dei media: sono queste le richieste emerse nel corso della Conferenza internazionale sulle donne nel cinema, organizzata nell’ambito del tredicesimo Dhaka International Film Festival, che si è svolto nella città del Bangladesh in gennaio. La rassegna, intitolata quest’anno «Film migliori, pubblico migliore, società migliore», ha visto alternarsi un totale di 180 pellicole, con una sezione speciale dedicata al cinema asiatico e australiano. E dal dibattito, molto partecipato, è emersa soprattutto la preoccupazione condivisa per la rappresentazione delle donne come simboli sessuali. In particolare nelle grandi produzioni di Hollywood e di Bollywood. CHRISTINA STEPHENS E LA PROTESI DI LEGO A causa di un incidente sul lavoro, Christina Stephens — giovane terapista e ricercatrice clinica — ha subito l’amputazione di una gamba, dal ginocchio in giù. Per sdrammatizzare la protesi, nel salotto di casa, la ragazza statunitense si è costruita, mattoncino dopo mattoncino, una coloratissima gamba finta con i Lego. Nessuna pretesa scientifica, ovviamente, ma molta autoironia. Le fasi della creazione di Christina sono visibili sul suo canale YouTube, AmputeeOT. Il saggio Tre ghinee Tre ghinee a disposizione e tre richieste di denaro: è il 1938 quando Virginia Woolf, scrittrice britannica già di successo, pubblica un breve saggio che farà storia. Mentre l’Europa è sull’orlo del baratro, le chiedono aiuto un’associazione pacifista maschile che si oppone alla guerra imminente, un’associazione che si occupa di istruzione superiore femminile e una che aiuta le donne a inserirsi nel mondo del lavoro. Volendo rendere il suo denaro uno strumento di cambiamento, Woolf decide. Darà la prima ghinea all’istituto d’istruzione, a condizione però che l’istruzione impartita non sia copia di quella maschile, ma costruisca invece una cultura differente, insegnando «non l’arte di dominare», ma «l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri». La seconda ghinea sarà per l’associazione che aiuta le donne ad accedere alle professioni, a patto però che ci si impegni affinché, con l’ingresso femminile, tali professioni si trasformino. La terza ghinea all’associazione pacifista maschile perché persegue l’obiettivo comune a quello delle donne, anche se queste sceglieranno metodi e mezzi diversi per raggiungerlo. Tre ghinee da una donna per ridar valore alle donne.(@GiuliGaleotti) I soldi erano per lei un mezzo da usare con tutta la perizia necessaria per realizzare la volontà di Dio nel mondo «Devo lavorare come una giovanotta Devo sostenere forti ragioni contro forti uomini ingannatori» Come una donna d’affari La testimonianza di suor Rachele, responsabile della clinica Columbus di Milano Titolari scambiate per commesse Inchiesta sulle donne straniere che hanno avviato imprese in Italia L’Italia offre lavori come colf, cameriera e badante Loro hanno fondato ditte di pescatrici o sono a capo di autofficine o di attività di import-export con il suo occhio attento che quelli erano ter- reni destinati a salire di prezzo con l’espansio- ne urbana e ordinò di acquistarli immediata- mente, finché il prezzo era basso. Un analogo progetto concepì per Panama, dove scrive il 5 maggio 1892: «Io vorrei che prendeste da 400 a 600 manzane di terreno, metà nel Rio S. Juan che vi sono posizioni incantevoli e una terra che rende molto, e metà a Bluefields, ma sempre sulle rive, s’intende. Ora spenderete meno di un soles alla manzana, ma fatto il ca- nale verrà un prezzo enorme». Senza paura del denaro L’attualissima lezione di santa Francesca Cabrini di RITANNA ARMENI Suor Rachele è una donna vivace e di buon umore. E con spirito pratico, molto ottimismo e qualche audacia svolge il ruolo di responsabile della clinica Co- lumbus di Milano, 130 posti letto, cin- quemila malati l’anno, tecnologie di avanguardia, personale ultraspecializzato. La Columbus è di proprietà dell’Isti- tuto delle missionarie del Sacro cuore di Gesù di Francesca Cabrini ed è nato nel 1938 quando l’allora generale delle ca- briniane Antonietta Della Casa chiese al cardinale Schuster di costruire una chie- sa dedicata alla fondatrice. Il cardinale rispose: «Di chiese a Milano ce ne sono tante, meglio un ospedale». Così le suo- re cabriniane presero la villa Faccanoni Romeo, capolavoro dal modernista Giu- seppe Sommaruga, poi ristrutturata da Giò Ponti, e la trasformarono in una ca- sa di cura. Suor Rachele è lì da dieci anni e, an- che se gestisce milioni di euro, non si sente una donna d’affari: «Il mio compi- to principale è evitare che questa nostra creazione abbandoni il carisma dal quale è nata». Ma poi proprio come una don- na d’affari decide e rischia. «Quando do- vevamo stabilire se ristrutturare la sala operatoria avevo molti dubbi e anche qualche timore. Era un investimento grande, quattro milioni, per noi un ri- schio. Alla fine mi sono decisa. Chi do- veva fornire i macchinari ci ha proposto un patto: loro avrebbero dato le macchi- ne per un milione e mezzo di euro, noi le sale. Ho accettato, e non solo perché c’era la divisione del rischio, ma perché ho capito che l’azienda ci credeva e quindi l’operazione sarebbe andata a buon fine». Aveva visto giusto. Di denaro alla Columbus se ne gesti- sce molto, ma la responsabile non pare aver alcun timore di sporcarsi le mani. Non pensa mai che gli affari possano prendere il sopravvento sul carisma? le chiedo. Ride, ha un gran senso dell’umorismo: «Qualche volta forse, quando vedo che la clinica è piena di malati e mi sorprendo a pensare che questo è bene perché ci consentirà di andare avanti. Lo so, non dovrei pen- sarlo. Ma è un pensiero momentaneo. Per me, per noi la gestione del denaro è un modo di fare apostolato, evangeliz- zazione». La dimostrazione sta in quell’hospice costruito per i malati terminali di cancro collegato con l’ospedale Sacco di Mila- no. «Un esempio — dice — di collabora- zione fra pubblico e privato. Le rette neppure bastano a coprire le spese quo- tidiane. Il lavoro delle suore è determi- nante per mandarlo avanti». L’insegnamento di madre Cabrini ri- mane al centro del lavoro di suor Ra- chele. La formazione di cabriniana è fondamentale nel suo lavoro. «Madre Francesca apriva due scuole — ricorda — una per ricchi e una per poveri e con i soldi dei ricchi sosteneva i poveri che volevano studiare e il denaro andava da una parte all’altra. Così noi oggi reinve- stiamo nelle nostre opere e nelle opere degli altri. Il denaro dobbiamo usarlo per quello che ci serve. Fra i nostri compiti c’è quello di formare il persona- le in modo che nel suo lavoro non ci sia solo tecnica e professionalità, ma si ispi- ri anche ai principi della solidarietà, dell’aiuto, dell’abnegazione. Senza que- sta etica la professionalità è monca ed il denaro allora sì che è sporco, perché è investito male». Due lavoratrici della cooperativa Bio&Mare al lavoro (accanto) Sotto, Aida Ben Jannet nella sua autofficina (foto di Francesco Chiorazzi) donna si intenda di auto e che una straniera sia la titolare dell’attività». Con Aida lavorano suo marito, che ha la- sciato il proprio lavoro a Tunisi per sostener- la, e un dipendente italiano. A casa l’aspetta- no suo figlio, nato in Italia sette anni fa, e il vecchio amico Ermanno, preso a vivere con loro quando si è ammalato di Alzheimer. Ai- da e il marito sono musulmani, ma hanno scelto di mandare il figlio in una scuola cat- tolica «dove non ci sono differenze tra il ne- ro e il bianco, il ricco e il povero, l’italiano e lo straniero. Il migliore amico di mio figlio — racconta — è cattolico e poche settimane fa hanno condiviso l’emozione della visita della scuola al Papa». La vera integrazione passa da qui, le mamme straniere ne sono convinte. Trovarsi ogni giorno fianco a fianco con i coetanei italiani nelle aule, sugli autobus, nelle palestre aiuta le nuove generazioni ad annullare differenze e pregiudizi. Edith Eloise Jeomazawa, malgascia, titola- re di un negozio di spezie a Torino (Atelier Madagascar), di figli in Italia ne ha messi al mondo quattro e da qualche tempo li cresce da sola. «I più grandi — racconta — sono adolescenti e non vivono più il colore della pelle come un problema, mentre il più picco- lo ancora mi fa tante domande. Poco tempo fa, tuttavia, nella scuola dei gesuiti che fre- quenta, è venuto in visita un famoso giocato- re afroamericano di basket: per i ragazzini è diventato subito un idolo e mio figlio ora è orgoglioso di essere nero come lui!». Edith, come tante altre imprenditrici straniere, rac- conta che dopo una certa diffidenza iniziale, la gente l’ha accolta bene: «Solo al teatro
  • 11. donne chiesa mondo women church world mujeres iglesia mundo femmes église monde donne L’università aperta in India dei poveri per i poveri Le donne di Bunker di MARIA PACE OTTIERI T ilonia, un piccolo villaggio sonnolento e dimen- ticato nell’India nord-occidentale, è il luogo scelto nei primi anni Settanta da Bunker Roy, giovane laureato di Delhi, ispirato dal desiderio di la- vorare con i poveri dei poveri, coloro che non sempre riescono a mangiare due volte al giorno. Milioni di contadini nelle campagne indiane vivono in stato di paura e insicurezza, subiscono ingiustizie quotidiane, sopravvivono ben al di sotto della soglia ufficiale di povertà, eppure sono perfettamente in gra- do di pensare in modo collettivo alla loro vita in mo- do più pratico e competente di qualunque esperto ve- nuto dalla città. Il governo non sembra realizzare che i contadini hanno alle spalle secoli di tradizioni e che, d’altra parte, miliardi di aiuti e anni di consulenze di esperti cittadini non sono riusciti ad alleviare minima- mente la povertà. Miliardi di dollari sono stati spesi negli ultimi cinquant’anni da governi, agenzie interna- zionali e donatori per cercare di risolvere senza risul- tati il problema della disoccupazione. Il primo degli obiettivi era ridare fiducia agli abitanti delle campagne, indurli a scoprire le loro risorse prezio- se, aiutarli ad affidarsi alla loro radicata esperienza per trovare il modo di restare al villaggio invece di emigra- re nelle grandi città. Nei quarant’anni di esistenza il Barefoot College, la sola università al mondo fatta da poveri per i poveri, ha addestrato a una professione centinaia di migliaia di uomini e donne che nessuno avrebbe impiegato. I criteri per la selezione sono sem- plici: devono essere poveri e analfabeti o semianalfabe- ti. Le donne sono state fin dagli inizi l’elemento chiave della comunità. Aruna Roy, moglie di Bunker, diventata più tardi una notissima attivista politica in India, fu la prima a spronare le donne dei villaggi a incontrarsi. Nel terro- re di essere scoperte da mariti e figli, dicevano di an- dare al gabinetto in aperta campagna per poter allon- tanarsi da casa. E in quelle riunioni clandestine senti- rono per la prima volta pronunciare la parola diritto: il diritto di andare a scuola, di avere un buon lavoro, di guadagnare, di portare acqua e luce nelle loro case. Nessuna però immaginava quanto radicalmente sareb- be cambiata la sua vita. Ogni incontro dava loro più forza, ne faceva emergere la personalità: contadine Ecco, Agata La santa del mese raccontata da Pietrangelo Buttafuoco Giornalista e scrittore, Pietrangelo Buttafuoco (Catania, 1963) scrive per «Il Foglio» e «la Repubblica». Tra i suoi libri, Le uova del drago (2005), L’ultima del diavolo (2008), Il lupo e la luna (2011), Fuochi (2012), Il dolore pazzo dell’amore (2013). B uttati giù dal letto tutti corrono per strada. Ancora è notte fonda. Indossano la sola ca- micia e la papalina. Uomini e donne, bam- bini e vecchine, stanno col cero in mano e sciamano ovunque. Anche il vescovo è con loro. E poi il sindaco. Ecco, Agata. Sacra ancor prima che santa. Catania la venera e il presagio delle sue virtù comincia già dal 246, anno della sua nascita, imperante Decio, al tempo di Quinziano. Proconsole di Roma, Quinziano fu l’uo- mo che le rivolse — mai ricambiato — l’amore e il desi- derio carnale fino ad affidarla alla lascivia di due gran dame e di Afrodisia, una cortigiana, affinché ne cor- rompessero le virtù, ma invano. Questo amore mai cor- risposto lo raccontò in una tragedia Antonio Aniante. Quinziano, appunto. Un’opera degli anni Trenta, un in- nesto d’avanguardia nel solido ceppo dell’agiografia af- fidata a Turi Giordano, un attore. Ecco, Agata. Ragazza di grande educazione, coltiva- ta secondo i costumi dell’aristocrazia che la seguì fin tra le braci della tortura per sostenerne il respiro e farle proclamare, al modo di un hidalgo, «io non sono solo libera di nascita ma provengo da alto lignaggio». Vestita di solida ricchezza parlò innanzi alle autorità del palazzo pretorio. E, con la consapevolezza del pro- prio rango, aggiunse: «Così come a tutti voi è noto es- sendo qui presente tutta la mia nobile parentela». Agata il cui nome è tra i più antichi nel martirologio della Chiesa ortodossa e di Santa Romana Chiesa ebbe a patire il tormento mentre una mano, pietosa, ne pro- tesse il pudore coprendola con un velo che ancora oggi — nel 2014 — riesce a placare la fornace di Etna, sempre pronta a inghiottire la città. Nel 252, un anno dopo la morte (che avvenne il 5 febbraio, la data in cui la cele- briamo), dal cratere del vulcano traboccò la lava fino a farsi largo tra le case. Fu quel velo a fermarne la corsa. Lo stesso miracolo si ripetè nel 1886. Si aprì nel cono una nuova bocca e lava precipitò cercando facile via nella discesa. Era il 24 maggio e il cardinale Dusmet saliva da Ca- tania in processione, lungo la stessa traiettoria. Aveva con sé il velo e tutta quella morte rovente ebbe a fer- marsi contro ogni legge di gravità e lì si spense. Un al- tare, ancora oggi, lo ricorda. Condotto in processione, il velo protesse il popolo dal tremendo terremoto del 1169. E così dalla peste, dalla furia saracena che solo nella costa catanese — temendo di offendere Agata — fermò le stragi e i saccheggi; Federico II di Svevia, pronto a mettere a ferro e fuoco Catania, acconsentì che venisse celebrata un’ultima messa in onore di Aga- ta, presenziò egli stesso ma — leggenda vuole — sul suo breviario ebbe a leggere un monito e la risparmiò. Noli offendere patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est. Non si è mai dato un istante in cui Catania sia stata orba di Agata e quando gli americani, dalle loro fortez- ze aeree, nel luglio del 1943 bombardarono minuziosa- mente ogni angolo, perfino gli ospedali, ebbero a tro- vare come unico scudo, messo a far da contraerea, quel velo. E fu quel velo che seppe poi tenerli lontani e fu così che le sacre, più che sante, reliquie non diventaro- no allora maceria tra le macerie. Agata il cui segnacolo è un’autorità regale chiama a sé gli angeli e il blu dei cieli per attestare l’unicità di Dio. Santa protettrice di Palermo che la onora ai Quat- tro Canti, il vertice dei quattro quartieri della felicissi- ma caput regni et sedes regis, dunque accanto ai quattro re e alle altre sante — Cristina, Ninfa e Oliva — Agata è patrona di Catania che diventa magma ai suoi piedi. Tutti sono buttati giù dal letto e tutto quello squa- gliare di fuoco — ciascuno con la candela — trasforma le strade, da nere che sono, scure di pietra lavica, in un impasto di chiarore e devozione. Più sacra che santa, Agata di Catania fa propri gli attributi di Iside, la divi- nità remota del Mediterraneo sacro. La religione è pro- priamente re-ligere, il legare insieme il tempo e i luoghi, le anime e l’eterno. Ecco, Agata. È vergine e martire. Bella di ogni bellez- za — nel culto tributatole ancora quale patrona etnea, di Galatea, di Gallipoli, di Malta e della libera Repubblica di San Marino — Agata conferma tutto ciò che la dea votata alla fede in Horus, il Rinato, ha già profuso nei millenni: fare uguale il potere delle donne e degli uomi- ni. E fare della luna un vivo sole, fare dell’affanno una consolazione e così trasformare la tomba in un infinito sublime dove l’ex voto di un bambino scampato a un cancro fulminante convive col bisogno — per un padre di famiglia — di vedere stabilizzato il proprio contratto di precario presso la Regione siciliana. Tutto uno scambio di preghiera e misericordia tangi- bile già agli angoli, di fronte al mare, dove tutti — ve- stiti nel sacco della notte, con il cappelluccio nero in testa — nella edificazione delle edicole votive e poi nell’uscire per strada, invocandone la presenza, replica- no la chiamata del 17 agosto 1126 quando Gilberto e Goselmo, due soldati, riuscirono a riportare le carni di Agata trafugate a Costantinopoli nel 1040. Tutto si ripete e l’intera municipalità è in pigiama, insomma: i cittadini tutti accorrono alla notizia. Pure i mafiosi. Ma questi l’aspettano per farsene vanto, co- stringono il fercolo a una sosta sotto il balcone della loro casa. Accade che la notte del 4 febbraio 1993, nei pressi di via Plebiscito, un malacarne volle fermare per proprio orgoglio una delle dodici candelore e così ma- gnificare l’istante di presenza di Agata. Solo che padre Alfio Spampinato, cappellano militare della Folgore, nell’amministrare una benedizione con tanto di segno di croce assestò un ceffone sul volto del prepotente per farlo inginocchiare e lasciare camminare i devoti, liberi finalmente di pagare pegno alla prepotenza e prosegui- re, tra ceri e cori, nella festa agatina. Tutto uno scambio di mondi e di epoche, ancora og- gi. Nel trionfo del suo simulacro, florido di vita, nell’or- goglio del seno Iside portava conforto alle genti. Dalle sabbie d’Egitto fino al tempio eretto in suo onore dalle vergini di Benevento, sotto Diocleziano, Iside — condot- ta in trionfo — faceva pappa del suo stesso corpo mistico nel segno della dolcezza di un seno moltiplicato nella fe- licità di dare vita. Come dà vita quell’idea di gastrono- mia diventata poi, con Giuseppina Torregrossa, Il Cunto delle Minne: i pasticcini di Catania, fatti a forma di seni, con i capezzoli di marzapane. Quelli che vengono rega- lati dalle nonne alle ragazze. E sempre due di due. Iside abitò il culto di Demetra, quindi ebbe trasfigurazione nella Vergine — ebbe l’infante tra le braccia — e così Agata, come l’archetipo, è resa sovrana da san Pietro che la visitò in carcere per recarle conforto prima che le venissero estirpate le mammelle. Incoronata, Agata è assisa nella gloria della fede in Cristo, il Risorto, e perciò procuratrice per i devoti di copiose benedizioni e intercessioni presso Iddio, il ter- mine ultimo di un dominio dove quelle stesse maree, i sommovimenti della crosta terrestre e, non ultimi, gli incubi, vengono capovolti in sogni; in declivi sovrab- bondanti di ginestre — quella terra, come quando le piante bucano la pietra — e poi ancora in fragrante schiuma il cui rumoreggiare, nelle onde, ripete la pre- ghiera di Agata. Contadine analfabete sono così state in grado di guidare le lotte per i diritti al salario, all’informazione e contro la corruzione analfabete hanno guidato le lotte per i diritti al sala- rio, all’informazione, contro la corruzione. La prima battaglia comune è stata contro un proprietario terriero che aveva fatto dirottare il canale d’irrigazione dello stagno a cui tutti attingevano per irrigare. Cinquemila donne sono andate a Jaipur e hanno protestato con un sit in di un giorno e una notte di fronte all’ufficio del funzionario del distretto. Naurti è stata all’origine del primo sciopero di donne per rivendicare il diritto al sa- lario minimo durante i lavori per la carestia. Nel suo villaggio Harmara, dopo essere stata eletta nell’organo di amministrazione locale e al campus del Barefoot College, si occupa della postazione internet e insegna l’uso del computer alle più giovani. Ha imparato a orientarsi sulla tastiera ancora prima di saper leggere e scrivere. Un grande avvenimento nella storia di Tilonia è sta- to il Mahila Mela, la fiera organizzata nel 1985 con tre- mila donne venute da sedici Stati indiani, a seguito dell’invito di Aruna Roy a partecipare alla conferenza delle donne di Nairobi. Proprio in quei giorni un uo- mo del villaggio di Ganespura venne a denunciare lo stupro della figlia undicenne mentre portava al pascolo gli animali. Le donne, che tra discussioni e canti si era- no nel frattempo affiatate tra loro, decisero di andare a Kishangarh, stipate sui trattori. Per giorni sono rimaste sedute davanti al tribunale, senza mangiare: non si sa- rebbero mosse finché il ragazzo non fosse stato arresta- to. Finalmente una sera lo stupratore fu arrestato: solo dopo averlo visto in faccia le donne accettarono di tor- nare a Tilonia. Il giorno dopo, nel vecchio campus, si parlò del problema degli stupri, di cui mai avrebbero osato parlare prima, soprattutto in pubblico. L’elenco di donne coraggiose che si sono impegnate a migliorare la vita di centinaia di contadini è infinito: Naurti, Galkuma, Rajan, Sau Bua, Rukma Bai… Negli ultimi anni, Bunker Roy e il Barefoot College si sono dedicati in particolare ad addestrare donne che proven- gono da villaggi africani, asiatici e sudamericani ad as- semblare, installare e riparare sistemi di illuminazione fotovoltaica. Tornate a casa dopo sei mesi di training a Tilonia, hanno portato la luce nei loro villaggi, riuscen- do a rendersi credibili agli occhi delle famiglie che pa- gano tutti i mesi una quota per il funzionamento del sistema. Infondere fiducia nei contadini analfabeti è la sola strategia capace di dare frutti. Donne sudanesi al Barefoot College Piero della Francesca, «Sant’Agata» (XV secolo)
  • 12. C donne chiesa mondo febbraio 2014 Dal 2008 Maria Voce (1937) è presidente del movimento dei Focolari, il cui nome uf- ficiale è Opera di Maria. Vo- ce è stata eletta dall’assem- blea generale dopo la morte di Chiara Lubich, che nel 1943 fondò il movimento. Nel 1962 Giovanni XXIII die- de la prima approvazione, mentre gli statuti vennero approvati da Giovanni Paolo II nel 1990. In particolare, l’Opera di Maria ottenne dal Papa il raro privilegio di po- ter essere diretta sempre da una donna. Diffuso in tutti i continenti, il movimento conta oggi oltre due milioni di persone. Salvare dappertutto l’amore di MARIA VOCE RESCE L’URGENZA di «una profonda teologia della donna», che risulta — fino a questo momento — non abbastanza sviluppata. Più volte Papa Francesco ne ha parlato: la Chiesa «è femminile. Non si può capire — ha detto — una Chiesa senza donne, donne attive nella Chiesa». Forse non è inopportuno che proprio le donne siano interpellate nella elaborazione di questa teologia. Come soggetti attivi. Che esprimono nella Chiesa e nel mondo una loro specifica identità. Sotto questo aspetto è lecito dare la parola a Chiara Lubich, definita da Benedetto XVI «donna di intrepida fede, mite messaggera di speranza e di pace, fondatrice di una vasta famiglia spirituale (il Movimento dei Focolari) che abbraccia campi molteplici di evangelizzazione». Significativa personalità, dunque, la cui autorevolezza è universalmente riconosciuta. Parlare della teologia della donna in Chiara richiederebbe una trattazione molto ampia e articolata. Qui possiamo solo fare qualche cenno. E una precisazione: Chiara non ha mai avvertito l’opposizione uomo-donna, ma — per il suo stesso carisma, l’ut omnes — si è sentita continuamente spinta ad andare oltre ogni barriera per costruire ovunque dialoghi fecondi orientati alla realizzazione della fraternità universale. È stata così interlocutrice di rappresentanti di diverse religioni, esponenti politici e del mondo della cultura, giovani e adulti, consacrati e laici, vescovi e sacerdoti, famiglie e comunità. Quando lei e le sue prime compagne cominciano la loro avventura, vent’anni prima del Vaticano II, Chiara non si pone né il problema dei laici nella Chiesa né tanto meno quello delle donne: «Abbiamo avvertito con particolare forza la chiamata a vivere il Vangelo. Non sentivamo tanto di essere laiche, quanto di essere cristiane. La preghiera di Gesù per l’Ut omnes unum sint, la sua promessa di essere in mezzo a due o tre uniti nel suo nome, l’invito a seguirlo prendendo la propria croce e tutte le altre sue parole ci riguardavano in pieno, pur non essendo noi né suore, né preti e ci facevano sentire pienamente Chiesa». Il Vangelo è il primo punto di riferimento dell’esperienza di Chiara. E anche l’ultimo, se si pensa alla sua consegna: «Vi lascio solo il Vangelo». La scoperta di Dio come amore e il bisogno di annunciarlo a tutti. Il primo dato che emerge nella vita e nel pensiero di Chiara è il riferimento al Vangelo, che fa sperimentare la realtà di essere tutti, uomini e donne, figli di un unico Padre e fratelli fra noi. Questa la realtà più vera. La stessa Sacra Scrittura gliene dà ragione. Si legge nel libro della Genesi: «Dio creò l'uomo a sua immagine (...) maschio e femmina li creò» (1, 27). Commentando questo testo Chiara mette in luce che la donna come l’uomo è quella persona che Dio ha creato a sua immagine, «che Egli ha chiamato cioè a partecipare alla sua vita intima e a vivere in reciproca comunione con l’uomo, nell’amore, sul modello di Dio che è Amore, che è Trinità». In reciproca comunione, dunque. Il ruolo della donna, anche nella società odierna, va letto all’interno di questo disegno di Dio sull’umanità: la sua dignità trova qui il suo fondamento. Una dignità più che confermata anche dal comportamento che Gesù ha avuto nei suoi riguardi. Egli, infatti, ha avuto un grande amore non solo per i suoi discepoli ma anche per ogni donna incontrata qui in terra. È ciò che ha ben evidenziato Giovanni Paolo II con la Mulieris dignitatem, un documento che ha trovato nell’anima di Chiara un’eco profonda: «In tutto l’insegnamento di Gesù (...) nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovutole» (cfr. n. 13). Ne è un esempio evidente il suo incontro con la samaritana. Urge tuttavia recuperare, anche in epoca contemporanea, il rapporto uomo- donna, ritrovare ancora una volta la reciproca comunione. Di fronte a tale urgenza Chiara non si è mai stancata di dire anche a noi donne che possiamo ritrovare la pienezza del nostro essere solo guardando a Cristo, che ha ristabilito l’ordine redimendo insieme, dopo il peccato, sia la donna che l’uomo. Lui, Figlio di Dio amore, è venuto in terra a vivere e morire per amore. E lui ha chiamato tutti, uomini e donne, a vivere il comandamento nuovo: «Amatevi come io vi ho amato» (Giovanni 15, 12). E amare significa servire i propri fratelli, vivendo le sue parole: «Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Marco 10, 44). È un dato di fatto, tuttavia, che la donna, pur complementare all’uomo, ha una vocazione totalmente diversa. Ed è chiamata, oggi più che mai, a realizzare la sua vocazione nella Chiesa e nel mondo con modalità proprie. Nella Mulieris dignitatem vengono riconosciute alla donna due facoltà che, nel suo dover essere, le sono particolarmente proprie: la donna sa maggiormente amare e sa maggiormente patire. E il patire è una condizione per poter amare, perché l’amore costa. Per questo motivo, la donna è come un calice che riceve più facilmente quello che è il dono dei doni, quello che, come dice Paolo, supera tutti i doni: la carità, che resterà sempre. È chiaro che da questo compito (quello di amare) neppure l’uomo è esonerato. La storia della Chiesa attesta che ci sono stati giganti di carità (si pensi a san Vincenzo, a san Paolo); ma la donna ha in ciò una sua specifica vocazione. La maternità, nelle sue infinite sfumature, compresa la maternità spirituale, lo dimostra. E l’amore, la carità supera tutte le grazie, tutti i doni, tutti i carismi. «Quando noi donne — si è chiesta Chiara — possiamo disporci con il nostro saper amare, con il nostro saper soffrire, a ricevere questo dono immenso che supera gli altri, che cosa vogliamo di più? Io vorrei — ha confidato — che le donne oggi fossero tutte a questa altezza, che sapessero accogliere in loro questo dono, per essere altre Maria in questo tempo. Perché abbiamo bisogno anche nella Chiesa che rispunti la figura di Maria. E lo può... può rispuntare soprattutto, non solo esclusivamente, attraverso le donne che sanno ricevere in loro il carisma della carità». Perciò la donna non deve scimmiottare l’uomo in tutto quello che l’uomo ha o può essere. Lei ha le sue qualità, la sua specificità. Trova il suo posto nella Chiesa, sviluppando quel carisma che la caratterizza. Quindi, continua Chiara, «io non ho bisogno di diventare un prete; basta che io sia me stessa e che svolga nella Chiesa quella missione che Dio mi ha dato». Così noi contribuiamo a costruire la Chiesa. E abbiamo un modello in Maria. Vorrei qui rifarmi a uno scritto di Chiara, Regina degli Apostoli, che mi sembra molto esplicativo: guarda alla funzione di Maria nel Cenacolo. «È così bella la Mamma nel suo perenne raccoglimento in cui il Vangelo ce la mostra: Conservabat omnia verba haec conferens in corde suo (Luca 2, 19). Quel silenzio pieno ha un fascino per l’anima che ama. Come potrei vivere io Maria nel suo mistico silenzio quando la mia vocazione è parlare per evangelizzare, sempre allo sbaraglio, in tutti i luoghi ricchi e poveri, dalle cantine a Montecitorio, dalla strada ai conventi di frati e di suore? Anche la Mamma ha parlato. Ha detto Gesù. Ha dato Gesù. Nessuno mai al mondo fu apostolo più grande. Nessuno ebbe mai parole come Lei che diede e disse il Verbo. La Mamma è veramente e meritatamente Regina degli Apostoli. E Lei tacque. Tacque perché in due non potevano parlare. Sempre la parola ha da poggiare su un silenzio, come un dipinto sullo sfondo. Tacque perché creatura. Perché il nulla non parla. Ma su quel nulla parlò Gesù e disse: Se stesso. Iddio, Creatore e Tutto, parlò sul nulla della creatura. Come allora vivere Maria, come profumare la mia vita del suo fascino? Facendo tacere la creatura in me e su questo silenzio lasciando parlare lo Spirito del Signore. Così vivo Maria e vivo Gesù. Vivo Gesù su Maria. Vivo Maria vivendo Gesù. Vivo Gesù vivendo Maria». Quale più bella immagine di questa, su cui la donna può specchiarsi? Più volte Chiara ha messo in luce che la Madonna è «sede della sapienza», non perché ha parlato, non perché è stata un dottore della Chiesa, non perché è stata a capo di una cattedra, non perché ha fondato università. È sede della sapienza perché ha dato al mondo il Cristo, la sapienza incarnata. La Madonna è regina degli apostoli non perché ha predicato, perché è andata in Africa, o altro; è regina degli apostoli semplicemente perché è stata presente quando gli apostoli si sono radunati, è sceso lo Spirito Santo ed è nata la Chiesa. «Ha fatto un fatto»: la sua presenza. È questa presenza, mi sembra, che può essere una risposta anche alla recente constatazione di Papa Francesco: «Una Chiesa senza le donne è come il Collegio Apostolico senza Maria». Noi donne riusciremo a cambiare il mondo, e a essere una presenza incisiva nella Chiesa, prima di tutto con il nostro esserci, esserci in pieno. Quindi, prima di tutto, i fatti. E questa rivalutazione della donna avverrà per il fatto stesso che noi ci siamo. Come? In verità, se si guarda alla storia della Chiesa, le donne hanno sempre dato il loro incisivo contributo, lungo i secoli, attraverso le numerose opere fiorite anche dai loro carismi. Ma oggi più che mai, all’inizio del terzo millennio, siamo convinte, con Chiara, che la donna è chiamata a sviluppare nella Chiesa e nel mondo il più grande dei carismi, l’amore. Sull’esempio di Maria, appunto, «la prima laica». «Io vedo la donna soprattutto guardando Maria. La donna — afferma Chiara — è quella che indica agli uomini l’eterno, ciò che vale, ciò che varrà, ciò che varrà sempre; tutte le altre cose bellissime, che servono, sono necessarie..., sono necessarie finché siamo su questa terra, ma dopo è l’amore che durerà. Perciò se Maria è modello di ogni cristiano, anche ogni donna deve essere modello del cristiano, mettendo in rilievo quello che più vale e quello che sempre durerà, ed è l’amore». In lei la Chiesa vede la massima espressione del genio femminile e in lei la donna trova anche oggi — mentre lavora dentro la famiglia e nella società, negli ambienti più vari (scuole, parlamenti, teatri, ospedali, organismi della Chiesa) — una «fonte di incessante ispirazione». Così può infiammare i cuori dell’amore di Dio, eliminare diaframmi e portare la pace fra persone di razze diverse, di popoli diversi, fra ricchi e poveri. Può animare innumerevoli e variegate realtà ecclesiali; portare unità e collaborazione fra tutte le componenti della Chiesa. La vocazione della donna è essenzialmente questa: salvare dappertutto l’amore. Questo il senso più profondo di una incisiva presenza della donna nella Chiesa e nel mondo. Una presenza incisiva nella Chiesa che diventa anche presidenza nel caso del movimento dei Focolari. Chiara aveva sempre auspicato la presidenza femminile e ne aveva parlato direttamente a Giovanni Paolo II. La risposta del Papa era stata senza equivoci: «Magari!». Questa presidenza femminile, determinata per statuto, è molto significativa: indica una distinzione fra il potere di governo e l’importanza del carisma. Con essa viene chiarito che per governare un’opera è essenziale possedere un carisma. Una tale presidenza offre perciò alla Chiesa universale delle indicazioni innovative: sottolinea la priorità dell’amore. La presidenza femminile del movimento dei Focolari non è, quindi, una questione di potere. Il vero potere risiede nella reciproca relazione d’amore che genera la presenza di Gesù in mezzo a noi, e che Chiara ha voluto fosse la premessa di ogni altra regola negli statuti generali del movimento. Movimento che si chiama anche Opera di Maria: la parte di Maria, umana e spirituale, è quella di donare Gesù al mondo; così anche noi, uomini e donne, possiamo ridonarlo al mondo, spiritualmente, ogni volta che siamo fedeli all’ideale evangelico che ci guida, alla spiritualità che ci anima. La figura di Maria come Madre di Dio, Theotókos, spiega la straordinaria dignità cui Dio eleva la donna in lei. Guardando a Maria la donna può vivere in pienezza la sua vocazione e mettere in luce la «dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo», può contribuire al manifestarsi e a tener vivo il cosiddetto profilo mariano della Chiesa. l’autrice Bruno Munari, «Negativo-positivo giallo-rosso» (1951, particolare)

×