La città di Ruvo, tappa dell'Appia

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La città di Ruvo, tappa dell'Appia

  1. 1. RUVO Città segnata dal dominio romano… Posizione Storia Denominazione Museo Jatta Realizzato da
  2. 2. DENOMINAZIONE <ul><li>Il nome greco di Ruvo, Ru;y (Rhyps), da cui derivano il latino Rubi e l’italiano Ruvo, molto </li></ul><ul><li>probabilmente non è di origine greca, ma deriverebbe dal nome indigeno di Ruvo, come è accaduto </li></ul><ul><li>per altre città italo-greche della Magna Grecia, i cui nomi greci sono stati suggeriti dai nomi che queste </li></ul><ul><li>città avevano al tempo dell’occupazione greca. Errata è l’ipotesi, un tempo accreditata, secondo cui il </li></ul><ul><li>nome Ruvo derivi dall’abbondanza di rovi nel luogo dove fu edificata la città. Tale ipotesi non può </li></ul><ul><li>essere accettata in quanto “virgulto”, “rovo” si dice in greco ri;y (rips) e non ru;y; di conseguenza non </li></ul><ul><li>può derivare da ri;y il nome greco della città, che si trova sempre scritto con ypsilon e mai con iota, </li></ul><ul><li>tanto più che il rovo, pianta comunissima in qualsiasi territorio incolto, non avrebbe motivo per </li></ul><ul><li>assurgere a simbolo della città. </li></ul><ul><li>I glossologi hanno fatto rilevare che il tema *ru- si accosta a quello della lingua indo-ariana-zeuda </li></ul><ul><li>*rav-ah che significa “via aperta” e si trova anche nella lingua gotica con la dizione ru-ma, che significa </li></ul><ul><li>“ spazioso”; nel tedesco ra-um, che significa “largo” e nel latino rus, che significa “aperta campagna”. </li></ul><ul><li>Si può pertanto supporre che nel prefisso ru- gli indigeni di Ruvo vollessero denominare il loro centro </li></ul><ul><li>di vita sito in un vasto territorio dalla visuale molto ampia. Il nome del luogo veniva così a </li></ul><ul><li>corrispondere perfettamente alla sua posizione topografica. </li></ul>
  3. 3. RUVO ROMANA <ul><li>Intorno al III sec. a.C. Ruvo entrò nell’area d’influenza della potenza romana che, compresa </li></ul><ul><li>l’importanza della posizione strategica della città, volle farne una delle stazioni (per il cambio dei </li></ul><ul><li>cavalli e per l’alloggio) collocate lungo la via Traiana, che da Roma conduceva a Brindisi. Tale via </li></ul><ul><li>dovette percorrere nel suo viaggio da Roma a Brindisi il poeta Orazio, il quale si fermò a Ruvo stanco </li></ul><ul><li>per il viaggio, come si legge nella V satira del I libro. Ruvo era dunque un luogo di sosta grazie alla </li></ul><ul><li>sua posizione intermedia fra Bari e Canosa. Rubi, dapprima città alleata di Roma, divenne </li></ul><ul><li>municipium nel I sec. a.C. Un prezioso documento dell’importanza del municipio romano è l’epigrafe </li></ul><ul><li>con dedica a Gordiano III (risalente al 239 d.C.), oggi collocata sul basamento della Torre </li></ul><ul><li>dell’Orologio: da essa si ricava che Ruvo possedeva il collegio dei Decurioni e quello degli Augustali, </li></ul><ul><li>era dunque una città importante e popolosa. Infatti il collegio degli Augustali, istituito a Roma da </li></ul><ul><li>Tiberio, oltre ad essere un collegio sacerdotale che si occupava del tempio di Augusto e presiedeva </li></ul><ul><li>alle feste dette Augustalia, divenne col tempo una carica municipale delle città più ragguardevoli e in </li></ul><ul><li>tal senso il collegio degli Augustali di Ruvo unì il proprio denaro a quello dei Decurioni, come si legge </li></ul><ul><li>nell’epigrafe, per erigere un monumento a Gordiano, sulla cui base doveva essere posta l’epigrafe. </li></ul><ul><li>L’insediamento romano doveva coincidere con l’attuale centro storico di Ruvo, come dimostrano i resti </li></ul><ul><li>di una Domus romana rinvenuti sotto il pavimento della Cattedrale e una cisterna romana rinvenuta </li></ul><ul><li>sotto la Chiesa del Purgatorio e denominata Grotta di San Cleto dalla devozione popolare. </li></ul>Epigrafi La via Traiana Organizzazione politica
  4. 4. Epigrafi rinvenute all’interno della città. <ul><li>Le iscrizioni latine di Ruvo, di cui abbiamo notizia, sono ventuno. Di esse una è murata nella torre del </li></ul><ul><li>pubblico orologio in piazza Menotti Garibaldi (lapide di Gordiano III), una è murata nella scalinata del </li></ul><ul><li>palazzo Giovene a Molfetta, una nel Museo didattico seminariale di Molfetta, una su parete del </li></ul><ul><li>palazzo comunale, sei sono irreperibili, undici sono conservate nel Museo Jatta. </li></ul><ul><li>Noti epigrafisti dopo averle esaminate attentamente, hanno collocato le epigrafi tra il I e il II sec. d.C. </li></ul><ul><li>Le iscrizioni tombali trovate a Ruvo costituiscono oggetto di studio per gli appassionati di storia e </li></ul><ul><li>civiltà romana, perché esse forniscono interessanti informazioni sulla scrittura latina, sull'onomastica </li></ul><ul><li>romana, ma soprattutto ci informano sui nomi di patrizi, schiavi o liberti presenti a Ruvo in Età </li></ul><ul><li>Romana. </li></ul>Epigrafe a Gordiano III Epigrafe della Chiesa del Redentore
  5. 5. ORGANIZZAZIONE POLITICA <ul><li>Delle undici lapidi presenti nel Museo, la più importante è quella rinvenuta nel 1901 nei magazzini del </li></ul><ul><li>Castello (datata I sec. a.C.), quando si doveva costruire la Chiesa del Redentore. E' interessante </li></ul><ul><li>perché ci fornisce utili informazioni sulle strutture politiche e amministrative che caratterizzavano Rubi. </li></ul><ul><li>Tale iscrizione, incisa su di un blocco in calcare, lacunoso nella parte sinistra, ci fa conoscere il nome </li></ul><ul><li>di quattro magistrati (Aulo Allineo, Caio, Ecclazio Marcio, Rufo). Si tratta di figure politiche tipiche del </li></ul><ul><li>sistema amministrativo romano, denominate quattuorviri, i quali contribuivano all'amministrazione </li></ul><ul><li>pratica della città (appaltavano la costruzione di edifici e strutture difensive) e disponevano anche di </li></ul><ul><li>poteri giudiziari. Nell'iscrizione latina si dice, inoltre, che i quattro magistrati avevano approvato </li></ul><ul><li>l'esecuzione dei lavori di costruzione di mura e torri intorno alla città. </li></ul><ul><li>Il fatto che Ruvo disponesse dei quattuorviri, dimostra che la città era diventata Municipio Romano, </li></ul><ul><li>cioè aveva ottenuto la piena cittadinanza romana. La lapide ci informa, inoltre, che Ruvo era iscritta </li></ul><ul><li>alla Tribù Claudia. In epoca romana, infatti, i cittadini erano iscritti alle tribù, cioè a delle circoscrizioni </li></ul><ul><li>territoriali, elemento essenziale per svolgere il censimento, per l'arruolamento militare e per le </li></ul><ul><li>operazioni di voto. </li></ul>
  6. 6. Epigrafe a Gordiano III <ul><li>L'epigrafe dedicata all'imperatore Gordiano III, è il documento più importante dell'antichità romana di </li></ul><ul><li>Ruvo di Puglia. Essa faceva parte di un monumento marmoreo eretto in onore dell'imperatore. </li></ul><ul><li>Sorgeva, probabilmente, al centro del Foro romano, indicato dove oggi vi è il Larghetto Annunziata, </li></ul><ul><li>nelle vicinanze della Cattedrale. </li></ul><ul><li>La lapide fu ritrovata nell'aprile del 1793 in uno scavo profondo di proprietà di don Giacomo Ursi, il </li></ul><ul><li>quale, accorgendosi dell'importanza della scoperta fatta, sottopose il documento lapideo all'attenzione </li></ul><ul><li>di alcuni studiosi locali, esperti di antichità, come il Signor Michele Boccumini. Constatata l'importanza </li></ul><ul><li>dell'epigrafe, si decise di murarla nel basamento della Torre del Pubblico </li></ul><ul><li>Orologio in Piazza Menotti Garibaldi. </li></ul><ul><li>Dall’epigrafe a Gordiano III si ricava che Ruvo possedeva il collegio dei Decurioni </li></ul><ul><li>e quello degli Augustali, era dunque una città importante e popolosa. </li></ul><ul><li>Infatti il collegio degli Augustali, istituito a Roma da Tiberio, oltre ad </li></ul><ul><li>essere un collegio sacerdotale che si occupava del tempio di Augusto </li></ul><ul><li>e presiedeva alle feste dette Augustalia, divenne col tempo una carica </li></ul><ul><li>municipale delle città più ragguardevoli e in tal senso il collegio degli </li></ul><ul><li>Augustali di Ruvo unì il proprio denaro a quello dei Decurioni, </li></ul><ul><li>come si legge nell’epigrafe, per erigere un monumento a Gordiano, sulla </li></ul><ul><li>cui base doveva essere posta l’epigrafe. </li></ul>
  7. 7. Epigrafe della Chiesa del Redentore <ul><li>Delle undici lapidi presenti nel Museo, la più importante è quella rinvenuta nel 1901 nei magazzini del </li></ul><ul><li>Castello (datata I sec. a.C.), quando si doveva costruire la Chiesa del Redentore. E' interessante </li></ul><ul><li>perché ci fornisce utili informazioni sulle strutture politiche e amministrative che caratterizzavano Rubi. </li></ul><ul><li>Tale iscrizione, incisa su di un blocco in calcare, lacunoso nella parte sinistra, ci fa conoscere il nome </li></ul><ul><li>di quattro magistrati (Aulo Allineo, Caio, Ecclazio Marcio, Rufo). Si tratta di figure politiche tipiche del </li></ul><ul><li>sistema amministrativo romano, denominate quattuorviri, i quali contribuivano all'amministrazione </li></ul><ul><li>pratica della città (appaltavano la costruzione di edifici e strutture difensive) e disponevano anche di </li></ul><ul><li>poteri giudiziari. Nell'iscrizione latina si dice, inoltre, che i quattro magistrati avevano approvato </li></ul><ul><li>l'esecuzione dei lavori di costruzione di mura e torri intorno alla città. </li></ul><ul><li>Il fatto che Ruvo disponesse dei quattuorviri, dimostra che la città </li></ul><ul><li>era diventata Municipio Romano, cioè aveva ottenuto la piena </li></ul><ul><li>cittadinanza romana. La lapide ci informa, inoltre, che Ruvo era </li></ul><ul><li>iscritta alla Tribù Claudia. In epoca romana, infatti, i cittadini </li></ul><ul><li>erano iscritti alle tribù, cioè a delle circoscrizioni territoriali, </li></ul><ul><li>elemento essenziale per svolgere il censimento, per </li></ul><ul><li>l'arruolamento militare e per le operazioni di voto. Se </li></ul><ul><li>l'iscrizione di cui si è parlato, è di carattere pubblico, le altre sono per </li></ul><ul><li>così dire di carattere privato, sono infatti epigrafi tombali, rinvenute </li></ul><ul><li>quasi tutte tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900 in varie parti della città </li></ul><ul><li>(alcune nell'attuale centro storico, altre in quartieri periferici o suburbani di Ruvo). </li></ul>
  8. 8. STORIA <ul><li>Ruvo documenta dalle sue campagne un grande patrimonio storico. </li></ul><ul><li>Ruvo di Puglia fu anticamente abitata dalle genti peucete che ne fecero un attivo e florido centro tra il </li></ul><ul><li>IV e il III sec a.C., ma già dal IX secolo a.C. si hanno reperti che attestano insediamenti più antichi. </li></ul><ul><li>Nel III secolo a.C. la città di Ruvo intrattenne scambi commerciali e culturali con la Magna Grecia, </li></ul><ul><li>l'Etruria e la Grecia. Divenne importante centro economico che basava la sua ricchezza sugli scambi </li></ul><ul><li>commerciali di olio e vino, sviluppando una fiorente attività collaterale di produzione di vasellame da </li></ul><ul><li>trasporto e da servizio. A seguito delle guerre Sannitiche e di quella contro Taranto la città entrò </li></ul><ul><li>nell'orbita d'influenza Romana, per poi divenire nella Tarda Repubblica dapprima stazione militare e in </li></ul><ul><li>seguito municipium. A testimoniare l'importanza strategica della città vi è il fatto che essa è </li></ul><ul><li>attraversata dalla Via Traiana. Alla caduta dell' Impero ne condivise le invasioni barbariche, subendo </li></ul><ul><li>le dominazioni dei Goti per poi divenire dominio bizantino. </li></ul>Ruvo romana Civiltà preistoriche Civiltà peuceta
  9. 9. POSIZIONE <ul><li>Gli aspetti antropici, naturalistici, climatici e geologici sono inscindibili nel paesaggio dell’Agro Ruvese. </li></ul><ul><li>E’ proprio dall’interazione tra tutti questi elementi che è nata la “magia” di un paesaggio nel quale si </li></ul><ul><li>leggono ancora i segni di una civiltà mediterranea. </li></ul><ul><li>Ruvo è sorta sull’orlo di un rilievo calcareo che si affaccia sulla fascia costiera adriatica delle Murge, </li></ul><ul><li>una posizione intermedia in quella imponente scalinata naturale che digrada dai rilievi più interni verso </li></ul><ul><li>la costa. L’insediamento urbano gode di una posizione dominante verso entrambe le direzioni. Da </li></ul><ul><li>questo punto di osservazione, si possono notare quegli aspetti fondamentali del paesaggio che sono </li></ul><ul><li>espressione della sintesi tra gli elementi fisici (geologia, clima, processi geomorfologici) del territorio e </li></ul><ul><li>gli elementi culturali latu sensu (dalla distribuzione della copertura vegetale e delle colture, alle </li></ul><ul><li>infrastrutture). Possiamo ben dire di trovarci di fronte ad un paesaggio culturale, i cui lineamenti sono </li></ul><ul><li>stati tracciati dalla combinazione dei diversi processi interagenti, sia naturali che antropici, tra i quali </li></ul><ul><li>questi ultimi risultano forti di una durata che è di diversi millenni. </li></ul>Collocazione
  10. 10. COLLOCAZIONE
  11. 11. VIA TRAIANA <ul><li>La costruzione della via Traiana risale al II sec. d.C., quando l’imperatore Traiano, per agevolare le </li></ul><ul><li>comunicazioni con l’Oriente, provvide alla monumentalizzazione di un antico tratto stradale che univa </li></ul><ul><li>Benevento a Brindisi; si tratta di una variante della più nota via Appia, realizzata a partire dalla fine del </li></ul><ul><li>IV sec. a.C. ad opera del censore Appio Claudio Cieco, allo scopo di collegare Roma all’Adriatico. </li></ul><ul><li>Rispetto alla via Appia il nuovo tracciato consentiva di raggiungere Brindisi con maggiore facilità, </li></ul><ul><li>abbreviando il tratto montagnoso e sfruttando, una volta superato l’Appennino, la comoda percorribilità </li></ul><ul><li>del Tavoliere e della pianura costiera. </li></ul><ul><li>Orazio scrive (Satire, I libro, V satira) </li></ul><ul><li>“ Di là poscia a Ruva Giugnemmo stanchi d'una lunga strada </li></ul><ul><li>E rotta dalle piogge…” </li></ul>La via Traiana in Puglia
  12. 12. PUGLIA E LE STRADE <ul><li>La strada fu inaugurata nel 113 d.C. e l’evento fu celebrato, a Benevento dove il tracciato aveva </li></ul><ul><li>origine, con la costruzione di un arco trionfale, ancora oggi visibile; a Brindisi il tratto terminale </li></ul><ul><li>della strada era segnato da un monumento dedicato nel 110 d.C. e noto soltanto da un’iscrizione </li></ul><ul><li>onoraria. Da Benevento la strada proseguiva per la valle del Miscano e per quella del Celone; </li></ul><ul><li>raggiunto il pizzo di Monte Trinità scendeva verso Aecae (Troia) e attraversava il Tavoliere fino ad </li></ul><ul><li>Herdonia (Ordona); di qui, superato l’Ofanto su un imponente ponte a cinque arcate, raggiungeva </li></ul><ul><li>Canusium (Canosa di Puglia). Superato il centro canosino, la strada proseguiva verso Rubi (Ruvo di </li></ul><ul><li>Puglia), e, correndo ad est dell’abitato in direzione di Modugno, fino a Caeliae (Ceglie del Campo), </li></ul><ul><li>Norba (Conversano) e Monopoli. </li></ul><ul><li>Da Rubi una variante litoranea raggiungeva Barium dopo aver toccato Butuntum; in entrambi i casi il </li></ul><ul><li>tracciato procedeva poi, vicinissimo alla costa, fino ad Egnathia, dove la strada, superato un arco </li></ul><ul><li>trionfale all’ingresso del centro, percorreva la città in tutta la sua lunghezza. Il rinvenimento di un </li></ul><ul><li>miliario suggerisce che la strada toccasse poi Ostuni e Carovigno, giungendo infine a Brundisium </li></ul><ul><li>(Brindisi). Un prolungamento più tardo, forse già qualche decennio più tardi, collegò Brindisi alla città </li></ul><ul><li>di Hydruntum (Otranto), passando per Valesium e per Lupiae (Lecce); questa strada, di cui ignoriamo </li></ul><ul><li>il nome antico, è conosciuta come “Traiana Calabra”, poiché Calabria era detta, in epoca romana, la </li></ul><ul><li>parte meridionale della Puglia. </li></ul>
  13. 13. <ul><li>Lungo il percorso la strada attraversava, oltre ai centri citati, una serie di stazioni di posta (stationes), </li></ul><ul><li>ovvero dei luoghi di sosta che potevano essere attrezzati per il pernottamento dei viaggiatori e la </li></ul><ul><li>custodia di carri e cavalli (mansiones), o essere predisposti solo per il cambio dei cavalli e brevi </li></ul><ul><li>stanziamenti (mutationes).La strada subì importanti restauri nel corso del III e IV secolo, mantenendo </li></ul><ul><li>la sua importanza strategica anche sotto i Goti, i Bizantini, i Longobardi e i Saraceni.   </li></ul><ul><li>Con i Longobardi, in particolare, crebbe il ruolo della via per i collegamenti con il santuario di S. </li></ul><ul><li>Michele Arcangelo, sul Gargano, e per la sede episcopale di Siponto. Oltre ai resti dell’impianto </li></ul><ul><li>stradale, sono testimonianza, oggi, dell’antica via Traiana: una serie di miliarii, cippi in pietra con </li></ul><ul><li>indicazione delle miglia percorse a partire da Benevento, alcune iscrizioni menzionanti interventi sulla </li></ul><ul><li>strada, ponti, e monete emesse all’epoca della realizzazione della via. </li></ul>Percorso della Via Traiana
  14. 14. Percorso della via Appia con deviazione in quella Traiana
  15. 15. CIVILTA’ PRESISTORICHE <ul><li>Una presenza umana ininterrotta sul territorio ruvese è documentabile sin dalle più antiche epoche </li></ul><ul><li>preistoriche. Al Paleolitico Medio (60 mila anni fa) appartengono i manufatti litici ritrovati nel territorio </li></ul><ul><li>ruvese e ora conservati nel Museo Etnografico &quot;L. Pigorini&quot; a Roma. </li></ul><ul><li>Agli albori del Neolitico sono da attribuirsi alcuni frammenti di ceramica impressa, alcuni con la tipica </li></ul><ul><li>decorazione ad unghiate, rinvenuti casualmente in alcuni siti della città. Sempre al Neolitico risalgono i </li></ul><ul><li>resti di villaggi cintati rinvenuti in contrada &quot;Cortogiglio&quot;. Le recinzioni, per lo più trincee scavate nel </li></ul><ul><li>terreno, sono tipiche dei villaggi neolitici della Puglia che costituiscono il carattere peculiare di una </li></ul><ul><li>società sedentaria che faceva dell’attività agricola la sua maggiore risorsa economica. Ben poco si sa, </li></ul><ul><li>comunque, di questi insediamenti umani e di queste recinzioni. </li></ul><ul><li>Prime tracce della presenza effettiva e certa di Ruvo si hanno nell’Età del Bronzo (2000 a.C.), </li></ul><ul><li>quando la città era abitata dagli Ausoni. Tra i popoli ausonici, sull’altipiano della Puglia centrale si </li></ul><ul><li>stabilirono i Morgeti (da qui il nome Murgia). I Ruvesi dovevano abitare in villaggi di capanne. </li></ul><ul><li>Anche se è difficile definire con certezza il sito topografico di Ruvo preistorica, si può supporre, </li></ul><ul><li>comunque, che essa si trovasse lungo la strada che dal Pulo di Molfetta (insediamento neolitico) </li></ul><ul><li>portava a Matera. Altri ritrovamenti altrettanto importanti sono stati fatti in un altro insediamento </li></ul><ul><li>preistorico (non ancora ben datato): quello delle grotte che si affacciano sull’alveo torrentizio </li></ul><ul><li>denominato localmente “u Vagne” (dal bagno cui erano sottoposte le pecore prima della tosatura) ad </li></ul><ul><li>una quindicina di chilometri da Ruvo. Qui sono stati rinvenuti molti manufatti (raschiatoi, </li></ul><ul><li>frammenti di lama, punte di freccia) simboli della cultura materiale (caccia, allevamento, economia </li></ul><ul><li>agricola) delle genti che qui si stanziarono in età preistorica. </li></ul>
  16. 16. <ul><li>L’Età del Ferro (XII-X sec. a.C.) si apre con l’avvento in Puglia degli Iapigi (a cui deve il suo nome la </li></ul><ul><li>Puglia, infatti: da Iapudes - Iapudia - Apulia – Puglia), i quali giungendo dall’Illiria, spinsero i Morgeti ad </li></ul><ul><li>emigrare nell’attuale Calabria. </li></ul><ul><li>All’Età del Ferro sono da ricondurre i caratteristici monumenti funebri chiamati specchie diffusi nel </li></ul><ul><li>territorio ruvese e in tutta la Murgia barese. In seguito ai vari ritrovamenti è possibile supporre che il </li></ul><ul><li>villaggio protourbano della Ruvo preistorica dovesse già esistere intorno all’XI-X sec. a.C., anche se in </li></ul><ul><li>mancanza di dati certi, è impossibile riconoscerne l’ubicazione topografica. </li></ul>
  17. 17. CIVILTA’ PEUCETA <ul><li>La Civiltà Iapigia, ancora abbastanza unitaria nell’VIII secolo a.C, in questa età tese sempre più ad </li></ul><ul><li>articolarsi al suo interno, assumendo la forma di tre culture affini ma distinte: messapica (nell’attuale </li></ul><ul><li>penisola salentina), peuceta (nell’attuale Terra di Bari) e daunia (nell’attuale provincia di Foggia), </li></ul><ul><li>corrispondenti ai tre principali gruppi etnici che la componevano. </li></ul><ul><li>Contemporaneamente, l’VIII secolo segnò anche l’arrivo sulle coste dell’Italia meridionale di folti </li></ul><ul><li>gruppi provenienti da varie regioni della Grecia, determinando la nascita di centri coloniali. Il processo </li></ul><ul><li>di colonizzazione che trasformò l’Italia meridionale in quella che oggi chiamiamo Magna Grecia, </li></ul><ul><li>interessò marginalmente la Puglia (basti pensare che l’unica colonia greca pugliese fu Taranto). I </li></ul><ul><li>centri dauni, peuceti e messapi non entrarono mai nell’orbita della colonizzazione greca, sebbene ne </li></ul><ul><li>furono fortemente influenzati per usi e costumi cultuali. Il territorio ruvese si estendeva dalla costa fino </li></ul><ul><li>a Silvium (attuale Gravina) e dall’Ofanto sino ad Egnazia. La città si serviva di un porto naturale </li></ul><ul><li>(Respa presso Molfetta), divenne centro di confluenza delle culture dauna e peuceta, grazie alla sua </li></ul><ul><li>posizione intermedia tra Bari e Canosa. In età peuceta Rhyps era costituita da diversi agglomerati </li></ul><ul><li>urbani, identificabili in vari punti circostanti l'attuale città, tra cui l’attuale collina di Sant’Angelo, il sito </li></ul><ul><li>&quot;La Zeta&quot; e le colline di &quot;Colaianni&quot;, &quot;Baciamano&quot; e &quot;Spaccone&quot;. Ruvo, con le sue botteghe di </li></ul><ul><li>oreficeria e fabbriche di ceramica e con i contatti commerciali diretti con la Grecia, divenne una città </li></ul><ul><li>economicamente florida; il suo benessere economico è testimoniato non solo dalla cospicua quantità </li></ul><ul><li>di oggetti in metallo e bronzo rinvenuti nelle tombe, ma anche dal conio di monete d’argento e oro a </li></ul><ul><li>partire dal 300 a.C. I secoli V e IV a.C. videro uno straordinario incremento delle importazioni vascolari </li></ul><ul><li>da Atene. I vasi importati costituirono un modello per le botteghe artigianali locali che svilupparono </li></ul><ul><li>un’arte ceramografa di alto livello. La collezione vascolare presente nel Museo Archeologico </li></ul><ul><li>Nazionale Jatta comprende sia vasi importati che prodotti della ceramica locale. A quest’epoca si può </li></ul><ul><li>far risalire anche la famosa pittura tombale detta delle danzatrici rinvenuta a Ruvo nel 1833 e </li></ul><ul><li>custodita presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. </li></ul>
  18. 18. MUSEO JATTA <ul><li>Al Museo Jatta si accede dal n°35 di Piazza Bovio, corrispondente all’ingresso principale dell’omonimo </li></ul><ul><li>palazzo, di cui occupa quattro stanze a piano terra prospicienti il giardino, in fondo a sinistra rispetto al </li></ul><ul><li>cortile centrale. L’edificio, la cui progettazione non si sa se attribuirla all’ing. Mastropasqua di </li></ul><ul><li>Giovinazzo o all’architetto Castellucci di Bitonto, fu costruito a partire dal 1842 per iniziativa di Giulia </li></ul><ul><li>Viesti, vedova di Giulio Jatta, e dopo la morte di lei, nel 1848, fu completato sotto la supervisione del </li></ul><ul><li>figlio Giovanni Jatta junior. La costruzione del palazzo e quindi la realizzazione di un Museo al suo </li></ul><ul><li>interno, erano finalizzate ad accogliere i due nuclei della collezione, sino allora divisi fra l’antica dimora </li></ul><ul><li>della famiglia, e in particolare di Giulio Jatta, e la residenza napoletana di suo fratello Giovanni Jatta </li></ul><ul><li>senior. A Giulio e a suo fratello Giovanni senior si deve il merito di aver salvato dalla dispersione, fra il </li></ul><ul><li>1820 e il 1835, gran parte del ricco patrimonio di oggetti antichi che si andavano scoprendo a Ruvo </li></ul><ul><li>attraverso un fervore di scavi disordinati e non sempre legali, mentre a Giovanni junior (figlio di Giulio) </li></ul><ul><li>si deve la sistemazione della raccolta, con il suo primo e ancora utile Catalogo , edito a Napoli nel </li></ul><ul><li>1869. Anche dopo la morte di Giovanni junior la raccolta continuò ad accrescersi, soprattutto grazie </li></ul><ul><li>all’attività dei suoi figli Antonio e Michele. La prima ipotesi di vendita della collezione risale addirittura a </li></ul><ul><li>Giovanni senior, il quale, poco prima di morire, aveva preordinato le condizioni del suo acquisto </li></ul><ul><li>integrale per il Real Museo Borbonico di Napoli; evento che Giulia Viesti riuscì fortunosamente (e </li></ul><ul><li>fortunatamente per Ruvo) ad evitare nello stesso anno della sua morte. I tentativi di acquisizione </li></ul><ul><li>pubblica si sono poi succeduti a partire dal 1914 fino al 1991, quando la collezione è stata acquistata </li></ul><ul><li>dal Ministero per i Beni Culturali, dietro corrispettivo di nove miliardi, inteso dalla famiglia quale </li></ul><ul><li>parziale rimborso delle spese sostenute in oltre un secolo per il mantenimento del Museo. I reperti </li></ul><ul><li>esposti sono tutti vasi e oggetti in terracotta, fatta eccezione per gli oggetti metallici collocati in una </li></ul><ul><li>delle vetrine della quarta stanza. </li></ul>
  19. 19. <ul><li>All’atto della riapertura al pubblico, si è volutamente rispettata l’impostazione del Museo secondo i </li></ul><ul><li>criteri culturali ottocenteschi: l’oggetto era tanto più degno di essere conservato ed esibito quanto più </li></ul><ul><li>era decorato o quanto più insolita ne era la forma o la tecnica di esecuzione. </li></ul>Prima sala Seconda sala Terza sala Quarta sala
  20. 20. Prima sala <ul><li>La Stanza I è dedicata a quelle che G. Jatta nel suo Catalogo definisce Terrecotte. All’interno degli </li></ul><ul><li>scaffali, oltre alle terrecotte figurate, sono esposti dei vasi a decorazione geometrica, provenienti dalle </li></ul><ul><li>diverse aree della Puglia e alcuni crateri arcaici (alcuni decorati secondo prototipi corinzi); si possono </li></ul><ul><li>ammirare numerosi esempi della ceramica geometrica peuceta e della ceramica canosina listata. Nel </li></ul><ul><li>vano della finestra c’è un sarcofago in tufo contenente oggetti facenti parte di un corredo risalente </li></ul><ul><li>all’età ellenistica. Al centro della stanza è collocato un enorme dolio, circondato da tre grandi vasi di </li></ul><ul><li>età ellenistica. </li></ul>
  21. 21. Seconda sala <ul><li>Con la Stanza II inizia l’esposizione della celebre ceramica decorata a figure rosse di officine apule </li></ul><ul><li>e talora lucane e attiche. Tali vasi presentano non solo scene mitologiche, ma anche scene di vita </li></ul><ul><li>quotidiana (il commiato del guerriero, scene di toeletta femminile, atleti che si detergono dopo aver </li></ul><ul><li>partecipato a gare podistiche). </li></ul><ul><li>Al centro della stanza primeggia un cratere di enormi dimensioni attribuito al Pittore di Baltimora e </li></ul><ul><li>risalente al IV sec. a.C. Tale cratere presenta la raffigurazione di una scena mitologica che ha </li></ul><ul><li>come protagonisti il dio Apollo e sua sorella Artemide, colti nell’atto di uccidere i numerosi figli di </li></ul><ul><li>Niobe, dal momento che quest’ultima aveva osato vantarsi della sua progenie così numerosa </li></ul><ul><li>rispetto agli unici due figli di Latona (madre di Apollo e Artemide). </li></ul><ul><li>Tra i vasi più rappresentativi della seconda stanza è bene ricordare anche le due anfore che </li></ul><ul><li>fiancheggiano il cratere del Pittore di Baltimora. Tali anfore risalgono al IV sec. a.C. La prima anfora </li></ul><ul><li>(è quella che si vede appena si entra nella stanza) raffigura Antigone, condotta prigioniera da </li></ul><ul><li>Creonte, mentre Eracle, che aveva inutilmente interceduto per lei, è raffigurato all’interno di un </li></ul><ul><li>tempietto; nella parte inferiore della stessa anfora vediamo nuovamente Eracle in lotta contro la </li></ul><ul><li>regina delle Amazzoni Ippolita. L’altra anfora raffigura, nella parte superiore, una scena di offerta </li></ul><ul><li>funeraria, mentre in basso troviamo un fregio continuo con le Nereidi (le ninfe del mare) che recano </li></ul><ul><li>le armi ad Achille. Nei vari scaffali trovano posto non solo alcuni crateri a campana di produzione </li></ul><ul><li>lucana, ma anche unguentari (lékythos), balsamari, piccole anfore, piatti con raffigurazioni di pesci </li></ul><ul><li>e molluschi e altri oggetti utilizzati dagli antichi nella vita quotidiana. </li></ul>
  22. 22. Terza sala <ul><li>Numerosi sono i capolavori della ceramica, sia attica che italiota (fabbriche lucane e </li></ul><ul><li>apule), posti sulle colonne della Stanza III. Tra i vasi di straordinaria suggestione presenti </li></ul><ul><li>in questa stanza, ricordiamo il grande cratere a volute, attribuito al Pittore di Licurgo e </li></ul><ul><li>datato alla metà del IV secolo a.C.: in esso la scena principale raffigura il giardino di Era, </li></ul><ul><li>con al centro il melo dai frutti d’oro che la dea aveva affidato in custodia alle Esperidi, </li></ul><ul><li>figlie di Atlante e al drago Ladone, che qui si avvolge intorno all’albero. Un altro cratere di </li></ul><ul><li>elevata fattura è quello che si trova sulla prima colonna a sinistra, appena entrati nella </li></ul><ul><li>stanza. Si tratta del cratere a volute apulo, attribuito al Pittore della Nascita di Dioniso </li></ul><ul><li>(inizi del IV secolo a.C.), sul quale è rievocato lo scontro fra Eracle e Cicno assistito dal </li></ul><ul><li>padre Ares, identificabile nel personaggio in piedi sulla quadriga. </li></ul><ul><li>La terza stanza è particolarmente importante perché qui sono esposti numerosi rhytà </li></ul><ul><li>(bicchieri con protomi zoomorfe, usati nelle grandi cerimonie), kylix (coppa da vino), </li></ul><ul><li>kàntharos (bicchieri a calice) e skyphos (tipo di bicchiere destinato alle tavole più </li></ul><ul><li>modeste). </li></ul><ul><li>Nel vano a sinistra della terza stanza vi è il busto marmoreo di Giovanni Jatta junior, </li></ul><ul><li>mentre quello di Giovanni senior, l’iniziatore della raccolta, è conservato nella quarta e </li></ul><ul><li>ultima stanza, destinata ad accogliere i vasi ritenuti più preziosi dal nipote Giovanni. </li></ul>
  23. 23. Quarta sala <ul><li>La Stanza IV accoglie il vaso più importante della collezione Jatta. Si tratta del cratere attico a figure </li></ul><ul><li>rosse che il Pittore di Talos (prende il nome proprio dalla scena raffigurata) dipinse intorno al V secolo </li></ul><ul><li>a.C. Si tratta di uno dei maggiori capolavori della ceramica greca a noi pervenuta. Il cratere in </li></ul><ul><li>questione, riporta la rappresentazione di uno degli episodi della spedizione condotta dagli Argonauti al </li></ul><ul><li>seguito di Giasone, per la conquista del famoso vello d’oro dell’ariete di Frisso. Gli eroi, tra cui si </li></ul><ul><li>riconoscono i Dioscuri, Castore e Polluce, sbarcano a Creta custodita dal gigante bronzeo Talos, il </li></ul><ul><li>quale, in seguito ai sortilegi di Medea (compagna di Giasone) viene sconfitto e ucciso. </li></ul><ul><li>Oltre al vaso del Pittore di Talos, importanti sono anche i vasi attici di età classica come la lekythos del </li></ul><ul><li>Pittore di Meidias (ultimi decenni del V secolo a.C.) e la kylix con all’interno la figura di un Sileno su </li></ul><ul><li>fondo bianco, entrambe conservati nel primo scaffale. Vasi attici a figure nere e vasi corinzi sono </li></ul><ul><li>conservati invece nel secondo scaffale. </li></ul><ul><li>La quarta stanza è poi arricchita da una vetrinetta contenente oggetti metallici, la cui collocazione </li></ul><ul><li>cronologica va dall’Età neolitica ai primi secoli dell’epoca romana. </li></ul>
  24. 24. Realizzata da Eleonora Bompieri Fantini Martina *** 20 Novembre 2007

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