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La città di Ruvo, tappa dell'Appia
 

La città di Ruvo, tappa dell'Appia

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    La città di Ruvo, tappa dell'Appia La città di Ruvo, tappa dell'Appia Presentation Transcript

    • RUVO Città segnata dal dominio romano… Posizione Storia Denominazione Museo Jatta Realizzato da
    • DENOMINAZIONE
      • Il nome greco di Ruvo, Ru;y (Rhyps), da cui derivano il latino Rubi e l’italiano Ruvo, molto
      • probabilmente non è di origine greca, ma deriverebbe dal nome indigeno di Ruvo, come è accaduto
      • per altre città italo-greche della Magna Grecia, i cui nomi greci sono stati suggeriti dai nomi che queste
      • città avevano al tempo dell’occupazione greca. Errata è l’ipotesi, un tempo accreditata, secondo cui il
      • nome Ruvo derivi dall’abbondanza di rovi nel luogo dove fu edificata la città. Tale ipotesi non può
      • essere accettata in quanto “virgulto”, “rovo” si dice in greco ri;y (rips) e non ru;y; di conseguenza non
      • può derivare da ri;y il nome greco della città, che si trova sempre scritto con ypsilon e mai con iota,
      • tanto più che il rovo, pianta comunissima in qualsiasi territorio incolto, non avrebbe motivo per
      • assurgere a simbolo della città.
      • I glossologi hanno fatto rilevare che il tema *ru- si accosta a quello della lingua indo-ariana-zeuda
      • *rav-ah che significa “via aperta” e si trova anche nella lingua gotica con la dizione ru-ma, che significa
      • “ spazioso”; nel tedesco ra-um, che significa “largo” e nel latino rus, che significa “aperta campagna”.
      • Si può pertanto supporre che nel prefisso ru- gli indigeni di Ruvo vollessero denominare il loro centro
      • di vita sito in un vasto territorio dalla visuale molto ampia. Il nome del luogo veniva così a
      • corrispondere perfettamente alla sua posizione topografica.
    • RUVO ROMANA
      • Intorno al III sec. a.C. Ruvo entrò nell’area d’influenza della potenza romana che, compresa
      • l’importanza della posizione strategica della città, volle farne una delle stazioni (per il cambio dei
      • cavalli e per l’alloggio) collocate lungo la via Traiana, che da Roma conduceva a Brindisi. Tale via
      • dovette percorrere nel suo viaggio da Roma a Brindisi il poeta Orazio, il quale si fermò a Ruvo stanco
      • per il viaggio, come si legge nella V satira del I libro. Ruvo era dunque un luogo di sosta grazie alla
      • sua posizione intermedia fra Bari e Canosa. Rubi, dapprima città alleata di Roma, divenne
      • municipium nel I sec. a.C. Un prezioso documento dell’importanza del municipio romano è l’epigrafe
      • con dedica a Gordiano III (risalente al 239 d.C.), oggi collocata sul basamento della Torre
      • dell’Orologio: da essa si ricava che Ruvo possedeva il collegio dei Decurioni e quello degli Augustali,
      • era dunque una città importante e popolosa. Infatti il collegio degli Augustali, istituito a Roma da
      • Tiberio, oltre ad essere un collegio sacerdotale che si occupava del tempio di Augusto e presiedeva
      • alle feste dette Augustalia, divenne col tempo una carica municipale delle città più ragguardevoli e in
      • tal senso il collegio degli Augustali di Ruvo unì il proprio denaro a quello dei Decurioni, come si legge
      • nell’epigrafe, per erigere un monumento a Gordiano, sulla cui base doveva essere posta l’epigrafe.
      • L’insediamento romano doveva coincidere con l’attuale centro storico di Ruvo, come dimostrano i resti
      • di una Domus romana rinvenuti sotto il pavimento della Cattedrale e una cisterna romana rinvenuta
      • sotto la Chiesa del Purgatorio e denominata Grotta di San Cleto dalla devozione popolare.
      Epigrafi La via Traiana Organizzazione politica
    • Epigrafi rinvenute all’interno della città.
      • Le iscrizioni latine di Ruvo, di cui abbiamo notizia, sono ventuno. Di esse una è murata nella torre del
      • pubblico orologio in piazza Menotti Garibaldi (lapide di Gordiano III), una è murata nella scalinata del
      • palazzo Giovene a Molfetta, una nel Museo didattico seminariale di Molfetta, una su parete del
      • palazzo comunale, sei sono irreperibili, undici sono conservate nel Museo Jatta.
      • Noti epigrafisti dopo averle esaminate attentamente, hanno collocato le epigrafi tra il I e il II sec. d.C.
      • Le iscrizioni tombali trovate a Ruvo costituiscono oggetto di studio per gli appassionati di storia e
      • civiltà romana, perché esse forniscono interessanti informazioni sulla scrittura latina, sull'onomastica
      • romana, ma soprattutto ci informano sui nomi di patrizi, schiavi o liberti presenti a Ruvo in Età
      • Romana.
      Epigrafe a Gordiano III Epigrafe della Chiesa del Redentore
    • ORGANIZZAZIONE POLITICA
      • Delle undici lapidi presenti nel Museo, la più importante è quella rinvenuta nel 1901 nei magazzini del
      • Castello (datata I sec. a.C.), quando si doveva costruire la Chiesa del Redentore. E' interessante
      • perché ci fornisce utili informazioni sulle strutture politiche e amministrative che caratterizzavano Rubi.
      • Tale iscrizione, incisa su di un blocco in calcare, lacunoso nella parte sinistra, ci fa conoscere il nome
      • di quattro magistrati (Aulo Allineo, Caio, Ecclazio Marcio, Rufo). Si tratta di figure politiche tipiche del
      • sistema amministrativo romano, denominate quattuorviri, i quali contribuivano all'amministrazione
      • pratica della città (appaltavano la costruzione di edifici e strutture difensive) e disponevano anche di
      • poteri giudiziari. Nell'iscrizione latina si dice, inoltre, che i quattro magistrati avevano approvato
      • l'esecuzione dei lavori di costruzione di mura e torri intorno alla città.
      • Il fatto che Ruvo disponesse dei quattuorviri, dimostra che la città era diventata Municipio Romano,
      • cioè aveva ottenuto la piena cittadinanza romana. La lapide ci informa, inoltre, che Ruvo era iscritta
      • alla Tribù Claudia. In epoca romana, infatti, i cittadini erano iscritti alle tribù, cioè a delle circoscrizioni
      • territoriali, elemento essenziale per svolgere il censimento, per l'arruolamento militare e per le
      • operazioni di voto.
    • Epigrafe a Gordiano III
      • L'epigrafe dedicata all'imperatore Gordiano III, è il documento più importante dell'antichità romana di
      • Ruvo di Puglia. Essa faceva parte di un monumento marmoreo eretto in onore dell'imperatore.
      • Sorgeva, probabilmente, al centro del Foro romano, indicato dove oggi vi è il Larghetto Annunziata,
      • nelle vicinanze della Cattedrale.
      • La lapide fu ritrovata nell'aprile del 1793 in uno scavo profondo di proprietà di don Giacomo Ursi, il
      • quale, accorgendosi dell'importanza della scoperta fatta, sottopose il documento lapideo all'attenzione
      • di alcuni studiosi locali, esperti di antichità, come il Signor Michele Boccumini. Constatata l'importanza
      • dell'epigrafe, si decise di murarla nel basamento della Torre del Pubblico
      • Orologio in Piazza Menotti Garibaldi.
      • Dall’epigrafe a Gordiano III si ricava che Ruvo possedeva il collegio dei Decurioni
      • e quello degli Augustali, era dunque una città importante e popolosa.
      • Infatti il collegio degli Augustali, istituito a Roma da Tiberio, oltre ad
      • essere un collegio sacerdotale che si occupava del tempio di Augusto
      • e presiedeva alle feste dette Augustalia, divenne col tempo una carica
      • municipale delle città più ragguardevoli e in tal senso il collegio degli
      • Augustali di Ruvo unì il proprio denaro a quello dei Decurioni,
      • come si legge nell’epigrafe, per erigere un monumento a Gordiano, sulla
      • cui base doveva essere posta l’epigrafe.
    • Epigrafe della Chiesa del Redentore
      • Delle undici lapidi presenti nel Museo, la più importante è quella rinvenuta nel 1901 nei magazzini del
      • Castello (datata I sec. a.C.), quando si doveva costruire la Chiesa del Redentore. E' interessante
      • perché ci fornisce utili informazioni sulle strutture politiche e amministrative che caratterizzavano Rubi.
      • Tale iscrizione, incisa su di un blocco in calcare, lacunoso nella parte sinistra, ci fa conoscere il nome
      • di quattro magistrati (Aulo Allineo, Caio, Ecclazio Marcio, Rufo). Si tratta di figure politiche tipiche del
      • sistema amministrativo romano, denominate quattuorviri, i quali contribuivano all'amministrazione
      • pratica della città (appaltavano la costruzione di edifici e strutture difensive) e disponevano anche di
      • poteri giudiziari. Nell'iscrizione latina si dice, inoltre, che i quattro magistrati avevano approvato
      • l'esecuzione dei lavori di costruzione di mura e torri intorno alla città.
      • Il fatto che Ruvo disponesse dei quattuorviri, dimostra che la città
      • era diventata Municipio Romano, cioè aveva ottenuto la piena
      • cittadinanza romana. La lapide ci informa, inoltre, che Ruvo era
      • iscritta alla Tribù Claudia. In epoca romana, infatti, i cittadini
      • erano iscritti alle tribù, cioè a delle circoscrizioni territoriali,
      • elemento essenziale per svolgere il censimento, per
      • l'arruolamento militare e per le operazioni di voto. Se
      • l'iscrizione di cui si è parlato, è di carattere pubblico, le altre sono per
      • così dire di carattere privato, sono infatti epigrafi tombali, rinvenute
      • quasi tutte tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900 in varie parti della città
      • (alcune nell'attuale centro storico, altre in quartieri periferici o suburbani di Ruvo).
    • STORIA
      • Ruvo documenta dalle sue campagne un grande patrimonio storico.
      • Ruvo di Puglia fu anticamente abitata dalle genti peucete che ne fecero un attivo e florido centro tra il
      • IV e il III sec a.C., ma già dal IX secolo a.C. si hanno reperti che attestano insediamenti più antichi.
      • Nel III secolo a.C. la città di Ruvo intrattenne scambi commerciali e culturali con la Magna Grecia,
      • l'Etruria e la Grecia. Divenne importante centro economico che basava la sua ricchezza sugli scambi
      • commerciali di olio e vino, sviluppando una fiorente attività collaterale di produzione di vasellame da
      • trasporto e da servizio. A seguito delle guerre Sannitiche e di quella contro Taranto la città entrò
      • nell'orbita d'influenza Romana, per poi divenire nella Tarda Repubblica dapprima stazione militare e in
      • seguito municipium. A testimoniare l'importanza strategica della città vi è il fatto che essa è
      • attraversata dalla Via Traiana. Alla caduta dell' Impero ne condivise le invasioni barbariche, subendo
      • le dominazioni dei Goti per poi divenire dominio bizantino.
      Ruvo romana Civiltà preistoriche Civiltà peuceta
    • POSIZIONE
      • Gli aspetti antropici, naturalistici, climatici e geologici sono inscindibili nel paesaggio dell’Agro Ruvese.
      • E’ proprio dall’interazione tra tutti questi elementi che è nata la “magia” di un paesaggio nel quale si
      • leggono ancora i segni di una civiltà mediterranea.
      • Ruvo è sorta sull’orlo di un rilievo calcareo che si affaccia sulla fascia costiera adriatica delle Murge,
      • una posizione intermedia in quella imponente scalinata naturale che digrada dai rilievi più interni verso
      • la costa. L’insediamento urbano gode di una posizione dominante verso entrambe le direzioni. Da
      • questo punto di osservazione, si possono notare quegli aspetti fondamentali del paesaggio che sono
      • espressione della sintesi tra gli elementi fisici (geologia, clima, processi geomorfologici) del territorio e
      • gli elementi culturali latu sensu (dalla distribuzione della copertura vegetale e delle colture, alle
      • infrastrutture). Possiamo ben dire di trovarci di fronte ad un paesaggio culturale, i cui lineamenti sono
      • stati tracciati dalla combinazione dei diversi processi interagenti, sia naturali che antropici, tra i quali
      • questi ultimi risultano forti di una durata che è di diversi millenni.
      Collocazione
    • COLLOCAZIONE
    • VIA TRAIANA
      • La costruzione della via Traiana risale al II sec. d.C., quando l’imperatore Traiano, per agevolare le
      • comunicazioni con l’Oriente, provvide alla monumentalizzazione di un antico tratto stradale che univa
      • Benevento a Brindisi; si tratta di una variante della più nota via Appia, realizzata a partire dalla fine del
      • IV sec. a.C. ad opera del censore Appio Claudio Cieco, allo scopo di collegare Roma all’Adriatico.
      • Rispetto alla via Appia il nuovo tracciato consentiva di raggiungere Brindisi con maggiore facilità,
      • abbreviando il tratto montagnoso e sfruttando, una volta superato l’Appennino, la comoda percorribilità
      • del Tavoliere e della pianura costiera.
      • Orazio scrive (Satire, I libro, V satira)
      • “ Di là poscia a Ruva Giugnemmo stanchi d'una lunga strada
      • E rotta dalle piogge…”
      La via Traiana in Puglia
    • PUGLIA E LE STRADE
      • La strada fu inaugurata nel 113 d.C. e l’evento fu celebrato, a Benevento dove il tracciato aveva
      • origine, con la costruzione di un arco trionfale, ancora oggi visibile; a Brindisi il tratto terminale
      • della strada era segnato da un monumento dedicato nel 110 d.C. e noto soltanto da un’iscrizione
      • onoraria. Da Benevento la strada proseguiva per la valle del Miscano e per quella del Celone;
      • raggiunto il pizzo di Monte Trinità scendeva verso Aecae (Troia) e attraversava il Tavoliere fino ad
      • Herdonia (Ordona); di qui, superato l’Ofanto su un imponente ponte a cinque arcate, raggiungeva
      • Canusium (Canosa di Puglia). Superato il centro canosino, la strada proseguiva verso Rubi (Ruvo di
      • Puglia), e, correndo ad est dell’abitato in direzione di Modugno, fino a Caeliae (Ceglie del Campo),
      • Norba (Conversano) e Monopoli.
      • Da Rubi una variante litoranea raggiungeva Barium dopo aver toccato Butuntum; in entrambi i casi il
      • tracciato procedeva poi, vicinissimo alla costa, fino ad Egnathia, dove la strada, superato un arco
      • trionfale all’ingresso del centro, percorreva la città in tutta la sua lunghezza. Il rinvenimento di un
      • miliario suggerisce che la strada toccasse poi Ostuni e Carovigno, giungendo infine a Brundisium
      • (Brindisi). Un prolungamento più tardo, forse già qualche decennio più tardi, collegò Brindisi alla città
      • di Hydruntum (Otranto), passando per Valesium e per Lupiae (Lecce); questa strada, di cui ignoriamo
      • il nome antico, è conosciuta come “Traiana Calabra”, poiché Calabria era detta, in epoca romana, la
      • parte meridionale della Puglia.
      • Lungo il percorso la strada attraversava, oltre ai centri citati, una serie di stazioni di posta (stationes),
      • ovvero dei luoghi di sosta che potevano essere attrezzati per il pernottamento dei viaggiatori e la
      • custodia di carri e cavalli (mansiones), o essere predisposti solo per il cambio dei cavalli e brevi
      • stanziamenti (mutationes).La strada subì importanti restauri nel corso del III e IV secolo, mantenendo
      • la sua importanza strategica anche sotto i Goti, i Bizantini, i Longobardi e i Saraceni.  
      • Con i Longobardi, in particolare, crebbe il ruolo della via per i collegamenti con il santuario di S.
      • Michele Arcangelo, sul Gargano, e per la sede episcopale di Siponto. Oltre ai resti dell’impianto
      • stradale, sono testimonianza, oggi, dell’antica via Traiana: una serie di miliarii, cippi in pietra con
      • indicazione delle miglia percorse a partire da Benevento, alcune iscrizioni menzionanti interventi sulla
      • strada, ponti, e monete emesse all’epoca della realizzazione della via.
      Percorso della Via Traiana
    • Percorso della via Appia con deviazione in quella Traiana
    • CIVILTA’ PRESISTORICHE
      • Una presenza umana ininterrotta sul territorio ruvese è documentabile sin dalle più antiche epoche
      • preistoriche. Al Paleolitico Medio (60 mila anni fa) appartengono i manufatti litici ritrovati nel territorio
      • ruvese e ora conservati nel Museo Etnografico "L. Pigorini" a Roma.
      • Agli albori del Neolitico sono da attribuirsi alcuni frammenti di ceramica impressa, alcuni con la tipica
      • decorazione ad unghiate, rinvenuti casualmente in alcuni siti della città. Sempre al Neolitico risalgono i
      • resti di villaggi cintati rinvenuti in contrada "Cortogiglio". Le recinzioni, per lo più trincee scavate nel
      • terreno, sono tipiche dei villaggi neolitici della Puglia che costituiscono il carattere peculiare di una
      • società sedentaria che faceva dell’attività agricola la sua maggiore risorsa economica. Ben poco si sa,
      • comunque, di questi insediamenti umani e di queste recinzioni.
      • Prime tracce della presenza effettiva e certa di Ruvo si hanno nell’Età del Bronzo (2000 a.C.),
      • quando la città era abitata dagli Ausoni. Tra i popoli ausonici, sull’altipiano della Puglia centrale si
      • stabilirono i Morgeti (da qui il nome Murgia). I Ruvesi dovevano abitare in villaggi di capanne.
      • Anche se è difficile definire con certezza il sito topografico di Ruvo preistorica, si può supporre,
      • comunque, che essa si trovasse lungo la strada che dal Pulo di Molfetta (insediamento neolitico)
      • portava a Matera. Altri ritrovamenti altrettanto importanti sono stati fatti in un altro insediamento
      • preistorico (non ancora ben datato): quello delle grotte che si affacciano sull’alveo torrentizio
      • denominato localmente “u Vagne” (dal bagno cui erano sottoposte le pecore prima della tosatura) ad
      • una quindicina di chilometri da Ruvo. Qui sono stati rinvenuti molti manufatti (raschiatoi,
      • frammenti di lama, punte di freccia) simboli della cultura materiale (caccia, allevamento, economia
      • agricola) delle genti che qui si stanziarono in età preistorica.
      • L’Età del Ferro (XII-X sec. a.C.) si apre con l’avvento in Puglia degli Iapigi (a cui deve il suo nome la
      • Puglia, infatti: da Iapudes - Iapudia - Apulia – Puglia), i quali giungendo dall’Illiria, spinsero i Morgeti ad
      • emigrare nell’attuale Calabria.
      • All’Età del Ferro sono da ricondurre i caratteristici monumenti funebri chiamati specchie diffusi nel
      • territorio ruvese e in tutta la Murgia barese. In seguito ai vari ritrovamenti è possibile supporre che il
      • villaggio protourbano della Ruvo preistorica dovesse già esistere intorno all’XI-X sec. a.C., anche se in
      • mancanza di dati certi, è impossibile riconoscerne l’ubicazione topografica.
    • CIVILTA’ PEUCETA
      • La Civiltà Iapigia, ancora abbastanza unitaria nell’VIII secolo a.C, in questa età tese sempre più ad
      • articolarsi al suo interno, assumendo la forma di tre culture affini ma distinte: messapica (nell’attuale
      • penisola salentina), peuceta (nell’attuale Terra di Bari) e daunia (nell’attuale provincia di Foggia),
      • corrispondenti ai tre principali gruppi etnici che la componevano.
      • Contemporaneamente, l’VIII secolo segnò anche l’arrivo sulle coste dell’Italia meridionale di folti
      • gruppi provenienti da varie regioni della Grecia, determinando la nascita di centri coloniali. Il processo
      • di colonizzazione che trasformò l’Italia meridionale in quella che oggi chiamiamo Magna Grecia,
      • interessò marginalmente la Puglia (basti pensare che l’unica colonia greca pugliese fu Taranto). I
      • centri dauni, peuceti e messapi non entrarono mai nell’orbita della colonizzazione greca, sebbene ne
      • furono fortemente influenzati per usi e costumi cultuali. Il territorio ruvese si estendeva dalla costa fino
      • a Silvium (attuale Gravina) e dall’Ofanto sino ad Egnazia. La città si serviva di un porto naturale
      • (Respa presso Molfetta), divenne centro di confluenza delle culture dauna e peuceta, grazie alla sua
      • posizione intermedia tra Bari e Canosa. In età peuceta Rhyps era costituita da diversi agglomerati
      • urbani, identificabili in vari punti circostanti l'attuale città, tra cui l’attuale collina di Sant’Angelo, il sito
      • "La Zeta" e le colline di "Colaianni", "Baciamano" e "Spaccone". Ruvo, con le sue botteghe di
      • oreficeria e fabbriche di ceramica e con i contatti commerciali diretti con la Grecia, divenne una città
      • economicamente florida; il suo benessere economico è testimoniato non solo dalla cospicua quantità
      • di oggetti in metallo e bronzo rinvenuti nelle tombe, ma anche dal conio di monete d’argento e oro a
      • partire dal 300 a.C. I secoli V e IV a.C. videro uno straordinario incremento delle importazioni vascolari
      • da Atene. I vasi importati costituirono un modello per le botteghe artigianali locali che svilupparono
      • un’arte ceramografa di alto livello. La collezione vascolare presente nel Museo Archeologico
      • Nazionale Jatta comprende sia vasi importati che prodotti della ceramica locale. A quest’epoca si può
      • far risalire anche la famosa pittura tombale detta delle danzatrici rinvenuta a Ruvo nel 1833 e
      • custodita presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
    • MUSEO JATTA
      • Al Museo Jatta si accede dal n°35 di Piazza Bovio, corrispondente all’ingresso principale dell’omonimo
      • palazzo, di cui occupa quattro stanze a piano terra prospicienti il giardino, in fondo a sinistra rispetto al
      • cortile centrale. L’edificio, la cui progettazione non si sa se attribuirla all’ing. Mastropasqua di
      • Giovinazzo o all’architetto Castellucci di Bitonto, fu costruito a partire dal 1842 per iniziativa di Giulia
      • Viesti, vedova di Giulio Jatta, e dopo la morte di lei, nel 1848, fu completato sotto la supervisione del
      • figlio Giovanni Jatta junior. La costruzione del palazzo e quindi la realizzazione di un Museo al suo
      • interno, erano finalizzate ad accogliere i due nuclei della collezione, sino allora divisi fra l’antica dimora
      • della famiglia, e in particolare di Giulio Jatta, e la residenza napoletana di suo fratello Giovanni Jatta
      • senior. A Giulio e a suo fratello Giovanni senior si deve il merito di aver salvato dalla dispersione, fra il
      • 1820 e il 1835, gran parte del ricco patrimonio di oggetti antichi che si andavano scoprendo a Ruvo
      • attraverso un fervore di scavi disordinati e non sempre legali, mentre a Giovanni junior (figlio di Giulio)
      • si deve la sistemazione della raccolta, con il suo primo e ancora utile Catalogo , edito a Napoli nel
      • 1869. Anche dopo la morte di Giovanni junior la raccolta continuò ad accrescersi, soprattutto grazie
      • all’attività dei suoi figli Antonio e Michele. La prima ipotesi di vendita della collezione risale addirittura a
      • Giovanni senior, il quale, poco prima di morire, aveva preordinato le condizioni del suo acquisto
      • integrale per il Real Museo Borbonico di Napoli; evento che Giulia Viesti riuscì fortunosamente (e
      • fortunatamente per Ruvo) ad evitare nello stesso anno della sua morte. I tentativi di acquisizione
      • pubblica si sono poi succeduti a partire dal 1914 fino al 1991, quando la collezione è stata acquistata
      • dal Ministero per i Beni Culturali, dietro corrispettivo di nove miliardi, inteso dalla famiglia quale
      • parziale rimborso delle spese sostenute in oltre un secolo per il mantenimento del Museo. I reperti
      • esposti sono tutti vasi e oggetti in terracotta, fatta eccezione per gli oggetti metallici collocati in una
      • delle vetrine della quarta stanza.
      • All’atto della riapertura al pubblico, si è volutamente rispettata l’impostazione del Museo secondo i
      • criteri culturali ottocenteschi: l’oggetto era tanto più degno di essere conservato ed esibito quanto più
      • era decorato o quanto più insolita ne era la forma o la tecnica di esecuzione.
      Prima sala Seconda sala Terza sala Quarta sala
    • Prima sala
      • La Stanza I è dedicata a quelle che G. Jatta nel suo Catalogo definisce Terrecotte. All’interno degli
      • scaffali, oltre alle terrecotte figurate, sono esposti dei vasi a decorazione geometrica, provenienti dalle
      • diverse aree della Puglia e alcuni crateri arcaici (alcuni decorati secondo prototipi corinzi); si possono
      • ammirare numerosi esempi della ceramica geometrica peuceta e della ceramica canosina listata. Nel
      • vano della finestra c’è un sarcofago in tufo contenente oggetti facenti parte di un corredo risalente
      • all’età ellenistica. Al centro della stanza è collocato un enorme dolio, circondato da tre grandi vasi di
      • età ellenistica.
    • Seconda sala
      • Con la Stanza II inizia l’esposizione della celebre ceramica decorata a figure rosse di officine apule
      • e talora lucane e attiche. Tali vasi presentano non solo scene mitologiche, ma anche scene di vita
      • quotidiana (il commiato del guerriero, scene di toeletta femminile, atleti che si detergono dopo aver
      • partecipato a gare podistiche).
      • Al centro della stanza primeggia un cratere di enormi dimensioni attribuito al Pittore di Baltimora e
      • risalente al IV sec. a.C. Tale cratere presenta la raffigurazione di una scena mitologica che ha
      • come protagonisti il dio Apollo e sua sorella Artemide, colti nell’atto di uccidere i numerosi figli di
      • Niobe, dal momento che quest’ultima aveva osato vantarsi della sua progenie così numerosa
      • rispetto agli unici due figli di Latona (madre di Apollo e Artemide).
      • Tra i vasi più rappresentativi della seconda stanza è bene ricordare anche le due anfore che
      • fiancheggiano il cratere del Pittore di Baltimora. Tali anfore risalgono al IV sec. a.C. La prima anfora
      • (è quella che si vede appena si entra nella stanza) raffigura Antigone, condotta prigioniera da
      • Creonte, mentre Eracle, che aveva inutilmente interceduto per lei, è raffigurato all’interno di un
      • tempietto; nella parte inferiore della stessa anfora vediamo nuovamente Eracle in lotta contro la
      • regina delle Amazzoni Ippolita. L’altra anfora raffigura, nella parte superiore, una scena di offerta
      • funeraria, mentre in basso troviamo un fregio continuo con le Nereidi (le ninfe del mare) che recano
      • le armi ad Achille. Nei vari scaffali trovano posto non solo alcuni crateri a campana di produzione
      • lucana, ma anche unguentari (lékythos), balsamari, piccole anfore, piatti con raffigurazioni di pesci
      • e molluschi e altri oggetti utilizzati dagli antichi nella vita quotidiana.
    • Terza sala
      • Numerosi sono i capolavori della ceramica, sia attica che italiota (fabbriche lucane e
      • apule), posti sulle colonne della Stanza III. Tra i vasi di straordinaria suggestione presenti
      • in questa stanza, ricordiamo il grande cratere a volute, attribuito al Pittore di Licurgo e
      • datato alla metà del IV secolo a.C.: in esso la scena principale raffigura il giardino di Era,
      • con al centro il melo dai frutti d’oro che la dea aveva affidato in custodia alle Esperidi,
      • figlie di Atlante e al drago Ladone, che qui si avvolge intorno all’albero. Un altro cratere di
      • elevata fattura è quello che si trova sulla prima colonna a sinistra, appena entrati nella
      • stanza. Si tratta del cratere a volute apulo, attribuito al Pittore della Nascita di Dioniso
      • (inizi del IV secolo a.C.), sul quale è rievocato lo scontro fra Eracle e Cicno assistito dal
      • padre Ares, identificabile nel personaggio in piedi sulla quadriga.
      • La terza stanza è particolarmente importante perché qui sono esposti numerosi rhytà
      • (bicchieri con protomi zoomorfe, usati nelle grandi cerimonie), kylix (coppa da vino),
      • kàntharos (bicchieri a calice) e skyphos (tipo di bicchiere destinato alle tavole più
      • modeste).
      • Nel vano a sinistra della terza stanza vi è il busto marmoreo di Giovanni Jatta junior,
      • mentre quello di Giovanni senior, l’iniziatore della raccolta, è conservato nella quarta e
      • ultima stanza, destinata ad accogliere i vasi ritenuti più preziosi dal nipote Giovanni.
    • Quarta sala
      • La Stanza IV accoglie il vaso più importante della collezione Jatta. Si tratta del cratere attico a figure
      • rosse che il Pittore di Talos (prende il nome proprio dalla scena raffigurata) dipinse intorno al V secolo
      • a.C. Si tratta di uno dei maggiori capolavori della ceramica greca a noi pervenuta. Il cratere in
      • questione, riporta la rappresentazione di uno degli episodi della spedizione condotta dagli Argonauti al
      • seguito di Giasone, per la conquista del famoso vello d’oro dell’ariete di Frisso. Gli eroi, tra cui si
      • riconoscono i Dioscuri, Castore e Polluce, sbarcano a Creta custodita dal gigante bronzeo Talos, il
      • quale, in seguito ai sortilegi di Medea (compagna di Giasone) viene sconfitto e ucciso.
      • Oltre al vaso del Pittore di Talos, importanti sono anche i vasi attici di età classica come la lekythos del
      • Pittore di Meidias (ultimi decenni del V secolo a.C.) e la kylix con all’interno la figura di un Sileno su
      • fondo bianco, entrambe conservati nel primo scaffale. Vasi attici a figure nere e vasi corinzi sono
      • conservati invece nel secondo scaffale.
      • La quarta stanza è poi arricchita da una vetrinetta contenente oggetti metallici, la cui collocazione
      • cronologica va dall’Età neolitica ai primi secoli dell’epoca romana.
    • Realizzata da Eleonora Bompieri Fantini Martina *** 20 Novembre 2007