Materiale didattico per il carnevale
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Racconti, dettati e altro

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  • Materiale didattico per il Carnevale free ebook Lapappadolce 1
  • poesie e filastrocche pagina 3 le maschere tradizionali italiane pagina 16 Le maschere: dettati ortografici e letture pagina 21 Il carnevale: dettati ortografici e letture pagina 25 storia delle maschere pagina 31 il carnevale nella storia pagina 35 le origini del carnevale pagina 37 carnevale qui e lì per il mondo pagina 38 carnevale qui e lì per l’Italia pagina 40 teatrino di carnevale: dialoghi tra le maschere pagina 41 2
  • Poesie e filastrocche Pranzo e cena Pulcinella ed Arlecchino cenavano insieme in un piattino: e se nel piatto c'era qualcosa chissà che cena appetitosa. Arlecchino e Pulcinella bevevano insieme in una scodella, e se la scodella vuota non era chissà che sbornia, quella sera. (G. Rodari) Il vestito di Arlecchino Per fare un vestito ad Arlecchino ci mise una toppa Meneghino: ne mise un'altra Pulcinella, una Gianduia, una Brighella. Pantalone, vecchio pidocchio, ci mise uno strappo sul ginocchio, e Stenterello, largo di mano, qualche macchia di vino toscano. Colombina che lo cucì fece un vestito stretto così. Arlecchino lo mise lo stesso, ma ci stava un tantino perplesso. Disse allora Balanzone, bolognese dottorone: "Ti assicuro e te lo giuro che ti andrà bene il mese venturo se osserverai la mia ricetta: un giorno digiuno e l'altro bolletta." (G. Rodari) Pagliaccio Ed ecco un flauto si mette a suonare. Allora un pagliaccio rosso coperto di campanellini esce a ballare con lazzi ed inchini! E tenta una capriola... fa finta di farsi male... ride... Si rizza con un salto mortale! Poi s'arrampica, come fa il gatto per acchiappare i pipistrelli! E poi fa finta di ruzzolare, perchè ridano tutti quanti. (U. Betti) 3
  • L'allegra mascherata Che risate che allegria per la via! Con tamburi di cartone, con lustrini di... stagnola, i monelli van cantando a squarciagola. Son vispi come uccelli che han trovato l'usciolino spalancato dell'aerea prigione. Chi s'è tinto di carbone, chi s'è tutto infarinato, chi strombetta per la via... che allegria! (M. Castoldi) Burattini Son di legno, son piccini, sono svegli e birichini, semre buoni ed ubbidienti, sempre allegri e sorridenti, son delizia dei bambini: viva, viva i burattini. Pulcinella ed Arlecchino, Stenterello e Meneghino, e Brighella e Pantalone, Facanappa e Balanzone, fanno ridere i bambini: viva, viva i burattini. Quando alcun non li molesta, dormon tutti nella cesta, se ne stanno in compagnia, sempre in pace ed armonia, come tanti fratellini, viva, viva i burattini. (E. Berni) Il gioco dei "se" Se comandasse Arlecchino il cielo sai come lo vuole? A toppe di cento colori cucite con un raggio di sole. Se Gianduia diventasse ministro dello Stato farebbe le case di zucchero con le porte di cioccolato. Se comandasse Pulcinella la legge sarebbe questa: a chi ha brutti pensieri sia data una nuova testa. (G. Rodari) 4
  • Maschere Sono una maschera dotta e sapiente chiacchiero molto, concludo niente! Son di Bologna un gran dottore, mi sottopongono ogni malore, ed io con l'abile mia parlantina sputo sentenze di medicina. Curo il malato col latinorum per omnia saecula saeculorum! Sono una maschera multicolore di professione fo il servitore. Mia prima origine fu bergamasca, ma non avendo mai un soldo in tasca vissi a Venezia come emigrante. Son litigioso, furbo, intrigante, ma sono il principe dei birichini! Sono una maschera sempre affamata biancovestita e mascherata. Mia patria è Napoli, dove perfetti nascono i piatti degli spaghetti. Son della terra delle canzoni, son del paese dei maccheroni, son specialista in bastonate: quante ne ho prese tante ne ho date! (D. Volpi) La maschera Vent'anni fa mi mascherai pur io! E ancora tengo il muso di cartone che servì per nasconder quello mio. Sta da vent'anni sopra un credenzone quella maschera buffa, ch'è restata sempre con la medesima espressione, sempre con la medesima risata. (Trilussa) La trombettina Ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera: quella trombettina, di latta azzurra e verde che suona una bambina... Ma, in quella nota sforzata, ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi, c'è la banda d'oro rumoroso, la giostra coi cavalli, l'organo, i lumini. Come, nel gocciolare della gronda, c'è tutto lo spavento della bufera, la bellezza dei lampi e dell'arcobaleno; nell'umido cerino d'una lucciola che si sfa su una foglia di brughiera, tutta la meraviglia della primavera. (C. Govoni) 5
  • Armi dell'allegria Eccole qua le armi che piacciono a me: la pistola che fa solo "pum" (o "bang", se ha letto qualche fumetto) ma buchi non ne fa... Il cannoncino che spara senza fare tremare nemmeno il tavolino... il fuciletto ad aria che talvolta per sbaglio colpisce il bersaglio ma non farebbe male nè a una mosca nè a un caporale... Armi dell'allegria! Le altre, per piacere, ma buttatele tutte via! (G. Rodari) Che allegria! Guarda, mamma, nella via quanta gente e che allegria! Che bizzarre mascherate, dalla banda rallegrate! Quante voci, quanti fiori quanta gioia inonda i cuori! Vedo Cecca e Meneghino, Scaramuccia ed Arlecchino, e quell'altro? Ah, è Trivella, che dà il braccio a Pulcinella! E quel goffo Pantalone con i baffi... di cartone? Or s'avanzano bel bello e Pagliaccio e Stenterello... Senti, senti, mia mammina, che gazzarra! Una ventina di giocondi fanciulletti mascherati da folletti. (G. Pisani) 6
  • Le maschere Io sono fiorentino vivace e birichino; mi chiamo Stenterello l'allegro menestrello. Cantando stornellate fo far mille risate. Ed ecco qua Brighella, la più brillante stella del gaio carnevale quando ogni scherzo vale... Arrivo io ballando, scherzando e poi saltando. Mi chiamano Arlecchino e sono il più carino. Mi chiamo Pantalone: il vecchio brontolone; ma in tutto onor vi dico: "Io sono vostro amico". Ed io son Pulcinella! La maschera più bella. Oh oh, che ballerino, somiglio ad un frullino... (S. Antonelli) Carnevale E' arrivato carnevale con coriandoli e stelline e graziose mascherine. Van cantando per la via in allegra compagnia Arlecchino e Pulcinella Balanzone con Brighella, e Rosaura e Colombina. Con le maschere la gente se la spassa assai beata: è stagione spensierata va passata allegramente. (L. Borselli) 7
  • Viva le maschere Viva le maschere! Evviva! Evviva! Io ti conosco, maschera bella: tu sei Gianduia, tu sei Brighella, qui Colombina con Pantalone, quindi Arlecchino con Pulcinella. O mascherine, chi ve l'ha fatto quell'abituccio tutto a colori quell'abituccio che ci ricorda la primavera coi mille fiori? Chi ve l'ha messa nel fondo del cuore quell'allegrezza che a tutti date? O mascherine, grazie di cuore per tanta gioia che ci portate. (A. Caramellino) Volta la carta di carnevale Volta la carta di carnevaletto quattro salti e uno sgambetto. C'è Arlecchino "venessiano" Pulcinella "nabbolidano" c'è Gianduia piemontese Pantalone bolognese. C'è Rosaura e Colombina cameriera sopraffina, Meneghin vien da Milano Sor Tartaglia gli è toscano. L'uno mangia maccheroni l'altro grossi panettoni, uno suona il mandolino l'altro al fianco ha lo spadino, ma son tutta una brigata bella, allegra, indiavolata, che si bacia, che s'azzuffa, che combina una baruffa, ma che alfin allegramente, ricomincia come niente il più gaio girotondo che rallegra tutto il mondo. (C. Gasparini) 8
  • A carnevale Pensato han tutti e due che in carnevale ogni burletta vale. E per fare un bella mascherata, la camera dei nonni han saccheggiata. Lui s'è pigliato il panama, il bastone, un solenne giubbone; ed una grossa pipa con la canna, certamente più lunga di una spanna. Lei s'è messa una gran cuffia trinata, la vestaglia fiorata, ha preso un ombrellino del Giappone e con gli occhiali legge un giornalone. Così a braccetto, come due sposini, vanno a far chiasso in casa dei cugini, perchè ogni burla vale nella lieta stagion di carnebale Mascherata Carnevale pazzerello, sei davvero tanto bello! Tu porti sulla via un pochino d'allegria. Coi coriandoli e le stelle, mascherine gaie e belle fanno smorfie e sorrisini, fan balletti e fanno inchini. C'è Pierrot e Pierottina, Arlecchino e Colombina, Rugantino e Pantalone con Tartaglia e Balanzone; Stenterello e Meneghino vanno a spasso con Gioppino; e si vede Pulcinella fare chiasso con Brighella. Carnevale pazzerello, sei davvero tanto bello. (T. Romei Correggi) 9
  • Carnevale Il febbraio pazzerello ci ha portato Carnevale a caval di un asinello e con seguito regale: Pantalone e Pulcinella e Rosaura e Colombina, Balanzone con Brighella e Pieretta piccolina. A braccetto con Gioppino, che dimena un gran bastone, van Gianduia e Meneghino sempre pronti a far questione. Arlecchin chiude la schiera, che, fra canti e balli e lazzi lieta va, da mane a sera, con gran coda di ragazzi. Va, tra salti e piroette, seminando per la via, di coriandoli una scia, tra un frastuono di trombette. (L. Re) Teste fiorite Se invece dei capelli sulla testa ci spuntassero i fiori, sai che festa? Si potrebbe capire a prima vista chi ha il cuore buono, chi la mette trista. Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose: non può certo pensare a brutte cose. Quest'altro, poveraccio, è d'umor nero: gli crescono le rose del pensiero. E quello con le ortiche spettinate? Deve aver le idee disordinate, e invano ogni mattina spreca un vasetto o due di brillantina. (G. Rodari) Il girotondo delle maschere E' Gianduia torinese Meneghino milanese. Vien da Bergamo Arlecchino Stenterello è fiorentino veneziano è Pantalone con l'allegra Colombina. Di Bologna Balanzone con il furbo Fagiolino. Vien da Roma Rugantino, pur romano è Meo Patacca, siciliano il buon Pasquino di Verona Fracanapa. (G. Gaida) 10
  • Canzoncina Danza lieta, mascherina, danza fino a domattina! Son coriandoli le stelle! E i panini son frittelle. Sono tutti sorridenti, sono tutti assai contenti. Lo sapete che Arlecchino fu vestito, poverino, con cenci regalati dai bambini fortunati? Arlecchino sorridente è l'immagine vivente dell'aiuto che può dare chi anche agli altri sa pensare. Danza lieta, mascherina, danza fino a domattina! La giostra Eccola nella piazza della chiesa, eccola sorta come per incanto! Chi non l'avea desiderata tanto? Chi non l'avea tanto sognata e attesa? Bella la giostra! E' tutta luce e argento, tutta specchi, bagliori, oro, turchesi, così come quei fantastici paesi ch'io vedo solo quando mi addormento. (M. Moretti) Carnevale Carnevale vecchio e pazzo s'è venduto il materasso per comprare pane e vino tarallucci e cotechino. E mangiando a crepapelle la montagna di frittelle gli è cresciuto un gran pancione che somiglia ad un pallone. Beve e beve e all'improvviso gli diventa rosso il viso poi gli scoppia anche la pancia mentre ancora mangia, mangia... Così muore carnevale e gli fanno il funerale dalla polvere era nato ed in polvere è tornato. (G. D'Annunzio - Filastrocche del mio paese) 11
  • Maschere Rosaura geme Florindo freme, Lelio domanda, Pantalon nega; Brighella stringe solida lega con Arlecchino; chè, se Cavicchio trova Batocchio presso un crocicchio, gli strizza l'occhio e stretto il patto, saldo il contratto. Pierrot non vede... egli strimpella la serenata... e Colombina che l'ha sentito fruscia in sordina nel vano scuro della vetrata... E là, premendosi la man sul cuore, trepida ascolta... (G. Adami) La mascherina povera Lazzi e schiamazzi fanno i ragazzi tutti un po' pazzi. E il bimbo va col cappello del nonno, la giacca del papà, stanco, pieno di sonno, per la grande città. Lazzi e schiamazzi fanno i ragazzi. e il bimbo è lì aria di funerale a godersi così il suo "bel" carnevale. (A. Novi) 12
  • Mascherine Bentornate, mascherine, nell'allegro girotondo! Arlecchini e Colombine in un palpito giocondo. Trallalera, trallalà. Ogni lieto scherzo vale: benvenuto carnevale che vi porta tutte qua. C'è bisogno d'un sorriso dopo tante tante pene, che c'illumini un po' il viso. Vi vogliamo tanto bene. (Zietta Liù) Carnevale Che fracasso! Che sconquasso! Che schiamazzo! E' arrivato carnevale buffo e pazzo, con le belle mascherine, che con fischi, frizzi e lazzi, con schiamazzi, con sollazzi, con svolazzi di sottane e di vecchie palandrane, fanno tutti divertire. Viva viva carnevale, che fischiando, saltellando, tintinnando, viene innanzi e non fa male, con i sacchi pieni zeppi di coriandoli e confetti, di burlette e di sberleffi, di dispetti, di vestiti a fogge strane, di lucenti durlindane, di suonate, di ballate, di graziose cavatine, di trovate birichine! Viva viva carnevale, con le belle mascherine! (M. Giusti) 13
  • Stornellate di carnevale Fior di melone! Giochiamo e divertiamoci ben bene: è carnevale! Evviva Pantalone! Fior di mortella! A carnevale tutto il mondo balla; la maschera più gaia è Pulcinella! Fior di cedrina! Anche Rosaura danza la furlana, con Florindo e la vispa Colombina! Fiore di grano! Arrivano Tartaglia e Rugantino; facciamo girotondo: qua la mano! Fiore di spino! Ogni viso sia lieto e il cor sereno. Viva, viva, Brighella ed Arlecchino! (V. Masselli) Carnevale E' tornato carnevale. Quante belle mascherine per per strade e per le sale! Son tesori di damine in merletti e crinoline, con la cipria sui musetti. Castellane e gnomettini, pellirosse e gnomettini, che si scambiano gli inchini: "Colombina, i miei rispetti" "Un saluto ad Arlecchino!" "Ciao, Brighella!" "Pierottino, vuoi confetti?" "Mi regali una ciambella?" Ora fanno un girettino per le strade, per le sale per mostrare il costumino, dell'allegro carnevale. Poi la sera stanche, alfine, delle chicche e dei balletti, tutte a nanna, mascherine, a sognare gli angioletti. (V. S. Pagani) 14
  • Carnevale Mascherine, mascherine, per i bimbi e le bambine son venute da lontano, nel costume antico e strano Pulcinella ed Arlecchino, Pantalone e Colombina facce buffe, occhio ridente, saltan tutte lietamente tra i bambini e le bambine, benvenute mascherine! (G. Vaj Pedotti) Carnevale Chiuso nel suo cappottino, sta nella terra il semino sogna le cose più belle: sono dei fiori o son stelle? Fuori c'è un mare di gelo, vento tra i rami del melo cime coperte di neve, che scende placida e lieve ad un tratto il silenzio si rompe: tra rumori e squilli di trombe mille canti si sentono fuori, nelle strade frastuoni e colori mascherine allegre cantate, che l'inverno ha le ore contate ricordate voi tutte al semino, che il suo sogno è davvero vicino. 15
  • Viva carnevale La stagion di carnovale tutto il mondo fa cambiar. Chi sta bene e chi sta male carneval fa rallegrar. Chi ha denari, se li spende; chi non ne ha, ne vuol trovar; e s'impegna, e poi si vende per andarsi a sollazzar. Qua la moglie e là il marito, ognun va dove gli par; ognun corre a qualche invito chi, a giocar e chi a ballar. Par che ognun di carnovale, a suo modo possa far, par che ora non sia male anche pazzo diventar. Viva dunque il carnovale, che diletti ci suol dar. Carneval che tanto vale, che fa i cuori giubilar. (C. Goldoni) 16
  • La canzone delle mascherine Un saluto a tutti voi: dite un po': chi siamo noi? ci guardate e poi ridete? Oh, mai più ci conoscete! Noi scherziam senza far male. Viva, viva il Carnevale! Siamo vispe mascherine, Arlecchini e Colombine, diavolini, follettini, marinari, bei ciociari, comarelle, vecchiarelle: noi scherziam senza far male. Viva, viva il Carnevale! Vi doniamo un bel confetto, uno scherzo, un sorrisetto: poi balliamo, poi scappiamo. Voi chiedete: "Ma chi siete?" Su, pensate, indovinate. Siamo vispe mascherine, Arlecchini e Colombine, diavolini, follettini, marinari, bei ciociari, comarelle, vecchiarelle: noi scherziam senza far male. Viva, viva il Carnevale! (A. Cuman Pertile) 17
  • Le maschere tradizionali italiane In febbraio comincia il lieto periodo del Carnevale, che può dirsi la festa dei bambini perchè, in genere, sono loro che tramandano ancora la tradizione delle maschere. I Greci e i Romani usavano maschere tragiche o comiche che i loro attori tenevano sul viso durante la rappresentazione. Nel settecento, su questi modelli, altri tipi di maschere furono escogitati e introdotti nel teatro. Nacquero così le maschere italiane, e si può dire che ogni regione abbia la sua. Il Piemonte ha Gianduia, montanaro dalle scarpe grosse e dal cervello fino. Meneghino, milanese, è un golosone impertinente, ma anche cordiale, sincero, generoso. A Bergamo c'è Gioppino, sornione e trasognato, almeno in apparenza, perchè, se qualcosa non gli va, eccolo a roteare il suo bastone e a distribuire sonanti cariche di legnate. Arlecchino ha un abito fatto di pezze di tutti i colori, cento ritagli di stoffa offertigli dagli amici per potersi confezionare un indumento che non possedeva. Pantalone è di Venezia. Vestito di rosso, col mantello nero, secondo la tradizione è piuttosto avaro ma, come capita spesso agli avari, è a lui che si estorcono i denari per pagare i debiti agli altri. Talvolta gli si accompagna Colombina, maliziosa e pettegola, che fa il paio con la sua amica Rasaura, anch'essa di lingua lesta e di movenze aggraziate e civettuole. Compagno inseparabile di Rosaura è Florindo, assimato e lezioso. Bologna la dotta ha per esponente Balanzone, sputasentenze, spaccone e bonario, sempre pronto a distribuire purganti e pillole. Stenterello è fiorentino: arguto e di lingua appuntita, non risparmia motti da levare il pelo, così come è in uso tra gli abitanti della sua città. 18
  • Roma ha Rugantino, anche lui spaccone, ma di cuor d'oro. Pulcinella è la maschera tipica di Napoli; vestito di un bianco camicione, ha una maschera nera con un grosso naso caratteristico. E' buffo, sornione, arguto e... scroccone. Reggio ha Fagiolino, Modena Sandron, Verona Facanapa ... ... e si può dire che ogni regione ha la sua maschera, sempre allegra, ridaciana e arguta. Ogni maschera usa il dialetto caratteristico della città in cui vive e rappresenta un personaggio che riassume in sè i vizi e le virtù dei suoi cittadini. 19
  • Le maschere: dettati ortografici e letture Piccola storia delle maschere Furono i Greci a introdurre nel teatro il modo di camuffarsi e l'uso delle maschere così uno stesso attore poteva sostenere più ruoli, ampliare per mezzo della maschera stessa la propria voce, sottolinare i lineamenti del volto che dovevano esprimere o ira, o gioia... Giunsero in Italia attraverso i teatri della Magna Grecia e poi per tutta la penisola. Lorenzo il Magnifico, nella seconda metà del 400, incoraggiò le pompe carnevalesche e le sere meravigliose e importanti. Verso la fine del XVI secolo nasce la Commedia dell'Arte e le maschere italiane diventano popolari in tutta Europa. Arlecchino Arlecchino è una maschera dal costume fatto di stracci di tutti i colori. Sua città d'origine è Bergamo. Arlecchino rappresentò i bergamaschi in un primo momento, poi divenne una maschera popolare e anche il suo costume cambiò. Prima era servo, poi diventò un poltrone e un imbroglione, desideroso solo di mangiare. Il più importante autore di commedie che hanno per protagonista questa maschera fu Goldoni. Arlecchino si presenta Vi saluto, piccoli amici. Allegria! E' Carnevale! Come, non mi riconoscete? Non vedete il mio vestito di pezze multicolori, la mia barbetta nera, la spada di legno, la scarsella sempre vuota appesa alla cintura? Sono Arlecchino Batocio, nato a Bergamo più di quattrocento anni fa: la più bizzarra, la più originale di tutte le maschere del mondo! Sono agile come una cavalletta, coraggioso come un coniglio grigio, goloso come quel biondino seduto nell'ultimo banco. Se qualcuno mi dà noia, guai a lui! Mi accendo di rabbia come un fiammifero svedese e lo bastono di santa ragione. Non importa se poi, le prendo sonore anch'io: il mio destino è questo ormai: bastonare e essere bastonato. Tanto c'è chi mi consola: la mia dolce e buona Colombina. (G. Kierek e D. Duranti) Arlecchino Da dove viene? Da Bergamo. Intendiamoci bene: non è che a Bergamo sia nato un omettino come lui, con quel testone fuligginoso e tondo e quelle setole di sopracciglia sopra due buchetti lucidi e neri, che gli fan da occhi; nè a Bergamo usarono mai vestiti come quello che egli indossa, tutto quadrettini rossi, bianchi, gialli, turchini. Ma dal buonumore bergamasco fu donato al teatro questo buffissimo tipo di servo, di facchino, di vagabondo che tutti i paesi del mondo hanno amato e festeggiato. In fondo è un gran bonaccione, anche quando vuole imbrogliare, l'imbrogliato è sempre lui. Colpa della sua ignoranza non dovuta, ohimè, a negligenza personale, ma al fatto che, mentre andava a scuola, una vacca gli ha mangiato i libri. (R. Simoni) Pulcinella Figura goffa e buffa; gran nasone, mascherina nera, una bobba, un cappello a punta, un camiciotto bianco, oppure un grembiule giallo e rosso stretto alla vita, un par di braconi pure gialli, un mantelletto sulle spalle, giallo orlato di verde, collaretto e calze bianche, scarpe gialle con nastri rossi: un pappagallo tale e quale! Ma quante risate matte ha fatto fare questa maschera partenopea nota in tutto il mondo. (A. Gabrielli) 20
  • Arlecchino Arlecchino è bergamasco; viene dalle vallate che circondano Bergamo. Magro, con una curiosa pancetta sporgente, lesto di gambe e pronto di lingua, è chiacchierone, mettimale e mettibene, a seconda delle circostanze, e, quando fiuta odor di vivanda nessuno lo tiene più: Arlecchino ha sempre una fame da lupo. Il dottor Balanzone E' una maschera che parla molto; è la maschera che parla più di tutte. Bolognese, il Dottor Balanzone espone con sussiego le sue idee e i suoi consigli, ricorrendo a un diluvio di parole, infarcite di sentenze latine, di detti sgangherati nella grammatica e nella sintassi, ma risonanti, pomposi, imponenti, tali da far restare a bocca aperta. Procede imperterrito nei suoi discorsi senza spaventarsi delle colossali buaggini che gli escono dalle labbra. Veste una casacca nera e lucida, guarnita di un bianco collare. In testa un feltro a larghe tese, nero. Alla cintura un pugnale o un fazzoletto, e sottobraccio un librone. Calzoni corti, calze nere, scarpette con fibbia e gli occhi inquadrati in una mascherina nera. Pantalone Veste rossa come il fuoco, ornata di una cintura che regge la borsa dei quattrini, (magari vuota) calzoni dello stesso colore, calze nere, scarpette dalla punta all'insù; naso lungo e adunco, baffi a mezzaluna, con le punte diritte fino agli occhi: ecco Pantalone, la più assennata delle maschere. Il mantello nero, che si mette sulle spalle, aggiunge dignità alla sua gobba figura. La maschera di Pantalone fa ridere proprio per la sua serietà, con la sua imponenza. Pulcinella Cappello a cono, come il latte, casacca, calzoni che pendono molli e flosci, muso nero e, nel mezzo, un naso adunco: ecco Pulcinella, buffonesco e allegro, affamato e mangiatore come Arlecchino, agile nei salti e nelle capriole. (E. Possenti) Le maschere Siamo in Carnevale. Per le strade si vedono girare le maschere. Come sono buffe! Chi le riconosce sotto quel pezzetto di stoffa che nasconde il viso facendo brillare solo gli occhi? Nessuno. Se parlassero senza cambiare voce, allora sì che verrebbero riconosciute! (G. Bitelli) Pantalone Celebre maschera veneta. Il suo vestito è ben conosciuto: giubbetto rosso stretto alla cintura, calzoni e calze attillate, uno zimarrone nero sulle spalle, scarpettine gialle con la punta all'insù. In capo uno zucchetto a corno, come quello dei dogi, e sul viso una mascherina nera che lascia ben esposto il nasone adunco. Ricco mercante e avaro. Ma quante volte le vicende della vita lo costringono al allentare le corde della borsa, dalla quale cadono sonanti monete d'oro! Mai più numerose, tuttavia, delle lacrime e dei lamenti che le accompagnano. Arlecchino, trapiantato a Venezia, è suo non sempre fedelissimo servitore. (A. Gabrielli) 21
  • Arlecchino E' la più famosa ed internazionale delle maschere. Pare che Arlecchino sia nato nel 1572 e che il creatore di questa maschera sia stato un certo Alberto Ganassa da Bergamo, il quale si attribuì il nome di Arlechin Ganassa. La sua patria è dunque Bergamo, anche se generalmente, lo si sente parlare il dialetto veneziano; ma questo si spiega col fatto che Bergamo, a quel tempo, era un dominio veneto. Fu chiamato anche Arlechin Batocio, dal bastone (batocchio) che porta alla cintola e che usa spesso per far intendere le proprie ragioni a quanti vengono in baruffa con lui. Arlecchino interpreta la parte del servitore astuto, ficcanaso e attaccabrighe; passa in un momento dal pianto al riso, per tutte le occasioni ha pronta una battuta burlesca; è scansafatiche, ingordo e goloso. Nelle varie città e regioni d'Italia Arlecchino mutò d'abito e di nome. Ed ecco così apparire la pittoresca schiera formata da Truffaldino, Mezzettino, Tortellino, Fagottino, ecc... Pulcinella E' l'Arlecchino di Napoli ed è ancor oggi una maschera "viva" per opera di alcuni autori contemporanei di commedie in dialetto napoletano. Ha un carattere più bonario, rassegnato e meditabondo dell'Arlecchino bergamasco. Storia di Gianduia Gianduia doveva personificare il Piemontese furbo, coraggioso, pratico, disposto magari a fare il "finto tonto" per raggiungere i propri fini. In quegli anni, in cui incominciavano le prime idee di Unità e di risorgimento, Gianduia venne a simboleggiare, in un certo modo, il Piemonte, che si era messo coraggiosamente alla testa della rinascita nazionale. "E' una maschera libera, democratica", scrive un suo biografo dell'Ottocento. "Non conosce padroni, parla francamente e schietto anche al suo Re. E' la sola maschera italiana ad avere un carattere politico, e la rappresentazione di un popolo." Il popolo infatti lo aveva soprannominato " 'l citt ciaciarett" (il piccolo pettegolo), perchè Gianduia si era improvvisato, sul palcoscenico, il temerario portavoce delle sue proteste e delle sue lagnanze: era l'avvocato volontario del popolo piemontese. Passa Gianduia Il corteo delle maschere passa allegramente con un frastuono assordante tra una ressa soffocante di uomini, donne, bambini. Tutti corrono a gara a vedere; s'alzano sulla punta dei piedi o s'aggrappano ai pilastri e i bimbi strillano, perchè vogliono essere sollevati in braccio. Il cocchio di Gianduia scompare a poco a poco tra le case... (L. Aimonetto) Meneghino Come tutte le maschere, Meneghino è un "carattere" nato per simboleggiare i vizi e le virtù dell'umanità. Nelle intenzioni di Carlo Maria Maggi, che ben a ragione si può considerare il padre della popolare maschera, Meneghino doveva rispecchiare le qualità dell'infaticabile e generoso popolo milanese, e mostrarsi furbo e galantuomo insieme, talvolta padrone, talvolta umile servo che non mancava di levare la sua critica mordace contro l'egoismo e la vanità di certa aristocrazia. E proprio per ricordargli questo suo compito di "strigliatore", il Maggi volle dare a Meneghino il cognome di Pecenna (parrucchiere). Sul perchè poi del nome Meneghino i pareri sono discordi. Potrebbe infatti il nome significare "piccolo uomo" (omeneghino), o più propriamente "piccolo Domenico", 22
  • riferendosi all'antica consuetudine secondo la quale, in ogni giorno di domenica, alcuni uomini del popolo erano chiamati a prestare servizio di tuttofare nelle case dei ricchi signori. Il nostro Meneghino, nato sulla fine del Seicento, calcò le scene per circa due secoli acquistando, or nelle vesti di servo, or in quelle di padrone, ora col sussiego del diplomatico, ora con la rudezza del contadino, una sempre maggior fortuna, dovuta in gran parte alla bravura degli attori che lo seppero interpretare. Celebri fra questi furono, nella prima metà dell'Ottocento, Gaetano Piomarta e Giuseppe Monclavo. Con quest'ultimo divenne decisamente spregiatore degli Austriaci che ancora dominavano in Lombardia. Sulla fine dell'Ottocento la fortuna di Meneghino cominciò a declinare, vuoi perchè mancarono altri ottimi interpreti, vuoi perchè i tempi ormai andavano relegando le maschere nel teatro delle marionette. Anche il costume di Meneghino subì variazioni: in origine era simplicemente vestito d'una veste bianca, lunga fino al ginocchio, trattenuta in vita da una cintura, ed era calzato di calze verdi e di ruvidi zoccoli; in seguito acquistò un aspetto settecentesco, con parrucca e tricorno marrone, con veste pure marrone, con codino fasciato di rosso, con calzoni corti e calze a righe. Così lo si può vedere ancora sui carri carnevaleschi. E' una maschera muta ormai, perchè le folle ora non hanno più tempo di ascoltare le maschere; ma il suo sorriso sembra ancora ammonirci: "Tegni sempre st'usanza: fè 'l fatt vost con crianza". 23
  • Carnevale: dettati ortografici e letture Benvenute, mascherine di Carnevale! Quando arrivate voi, mettete il sorriso sulle labbra di tutti. Siete allegre nei vostri costumi variopinti e scherzate sempre. Ecco Pulcinella col suo camiciotto bianco e il grosso naso nero, ecco Arlecchino col suo vestito multicolore, ecco Rosaura e Colombina, graziose e smorfiose. Ogni paese ha la sua maschera, tutte allegre, con una gran voglia di fare scherzi e di divertirsi. Quando le mascherine, una volta all’anno, vengono fuori, ne combinano di tutti i colori. Ecco Pantalone, veneziano, con la sua barbetta a punta. Arlecchino nel suo vestito a toppe di tutti i colori, minaccia, col suo bastone, di dar botte a tutti. Balanzone, dottore di Bologna, di dà molta importanza, ma nessuno si cura di lui e dei suoi purganti. Tutte le maschere sono allegre, festose, e la gente le vede volentieri. Quando Carnevale dà la libertà alle maschere, è una festa dappertutto. La gente si diverte a tirare coriandoli e stelle filanti che si attaccano ai rami degli alberi e vanno da un balcone all’altro. I passeri si fermano a guardare, incuriositi, e non sanno che cosa accade. E’ Carnevale, passerotti, l’epoca in cui gli uomini fanno festa, mentre per voi, uccellini spensierati, è Carnevale tutto l’anno! Il Carnevale è un periodo di allegria tra il Natale e la Quaresima; praticamente ha inizio il giorno di Sant’Antonio abate, il 17 gennaio, ma generalmente la festa si limita agli ultimi tre giorni e in particolare al cosiddetto “martedì grasso”. Nelle chiese di rito ambrosiano il Carnevale termina con la prima domenica di quaresima. Tutti si riversano nelle strade e nelle piazze ad ammirare le maschere. Durante gli ultimi due giorni si vedono le strade affollate di maschere vestite nelle fogge più strane. Per le maschere tutto serve; si vuotano i canterani e si sciorinano gli indumenti delle bisnonne, le divise militari. E poi barbe, nasi, pance e gobbe fuor di squadra. (U. Vaglia) Ecco i grandi carri mascherati! Ecco i pupazzi giganteschi che tentennano la testa e spalancano la bocca enorme! E’ carnevale che passa per le strade. Guardatelo: è vestito di cento colori, ha manciate di coriandoli sui capelli, ride come un matto e si diverte a prendere in giro la gente. Ma non è cattivo: non vuole che si facciano scherzi pericolosi. (M. Mortillaro) Sin dall’antichità, i popoli istituivano varie feste di tripudio con riti festosi e travestimenti. Nel Medioevo risorsero le antiche tradizioni e in Italia fu famoso il carnevale di Venezia a cui partecipavano il doge, la Signoria, il Senato e gli Ambasciatori. L’antica usanza delle maschere, che ha origine antichissima, raggiunse il massimo splendore in Italia, nelle principali città. Infatti quasi tutte le regioni hanno la loro maschera caratteristica. In febbraio comincia il lieto periodo del Carnevale, che può dirsi la festa dei bambini perchè, in genere, sono loro che tramandano ancora la tradizione delle maschere. I Greci e i Romani usavano maschere tragiche o comiche che i loro attori tenevano sul viso durante la rappresentazione. Nel settecento, su questi modelli, altri tipi di maschere furono escogitati e introdotti nel teatro. Nacquero così le maschere italiane, e si può dire che ogni regione abbia la sua. 24
  • Per Carnevale si usano alcuni dolci caratteristici: le castagnole, gli struffoli, le ciambelle, la cicerchiata, le chiacchiere e i crostoli: nomi particolari di ogni regione che ha i suoi usi e le sue ghiottonerie. Non tutti sono d’accordo sull’origine del nome “Carnevale”. Secondo alcuni esso deriva dal primo giorno di quaresima in cui s’inizia il digiuno e l’astinenza e significherebbe “togliere la carne”. Secondo altri, siccome in latino “vale” significa “addio”, Carnevale significherebbe “addio alla carne”. Il periodo carnevalesco era, in origine, compreso tra il Natale e la Quaresima. In seguito si iniziò il giorno seguente l’Epifania per terminare il giorno delle Ceneri. Oggi il Carnevale ha inizio comunemente il 17 gennaio, festa di Sant’Antonio abate, e finisce il giorno che precede le Ceneri. Il carnevale le chiamò e le maschere accorsero. Uscivano una volta all’anno, ma quando uscivano, che baldoria! Il più allegro era Arlecchino, col suo vestito di tanti colori e la sua mascherina nera. Aveva sempre voglia di bisticciarsi, ma allegramente, s’intende. Il suo fido amico era Pulcinella, vestito di bianco, con un nasone che faceva venire allegria. Dopo trentun giorni di cammino, anche gennaio, sentendosi morire, chiamò forte: “Febbraio! Febbraio! Piccolo fratello, tocca a te!”. Ed ecco che, con tintinnii di sonaglietti, colpi di grancassa e scrosci di risa, spuntò febbraio, il più sbarazzino e il più piccolo dei dodici fratelli. Si trascinò dietro il Carnevale con cortei di maschere e mascherine. Intanto la coltre di neve che copriva la terra aveva di già qualche strappo, perchè febbraio, capriccioso, lasciava che il sole giocasse a rimpiattino con le nubi. La terra si vestiva di puntine verdi e offriva i primi fiori di mandorlo e le prime viole. (G. Nuccio) Febbraio è anche il mese delle allegre gazzarre, delle maschere, delle frittelle. Che bel tripudio di carri mascherati per le strade e per le piazze! Arlecchino, Pulcinella, fanno a gara a chi grida di più. Dalle finestre piovono i coriandoli: verdi, gialli, rossi, violetti e le stelle filanti corrono da balcone a balcone, girano attorno ai fili elettrici, si aggrovigliavano in matasse e ricadono in bizzarri festoni. (Palazzi) I ragazzi si misero i nasi finti, maschere di cartone da pochi soldi, e cominciarono ad andare su e giù facendo schiamazzo con i dischi di terracotta, le trombette colorate, i pezzi di legno usati come maschere. La brigata infastidì parenti e amici, con i suoi coriandoli. Alla fine, dopo essere saliti nelle proprie case, i bimbi gettarono un ponte di stelle filanti da finestra a finestra, attraverso la strada. Ma la notte piovve, e il ponte crollò. (V. Pratolini) Pulcinella giaceva sul letto. Era malato. Da una parte stava il notaio, che scriveva il testamento; dall’altra i parenti, che piangevano in silenzio. Pulcinella diceva: “A Carminella lascio la roba della casa e gli oggetti d’oro…”. Carminella, a quelle parole, rispondeva con un singhiozzo. “A Gennaro, a Mariuzza lascio…”. “Dov’è tutta questa roba che tu lasci, o Pulcinella?”. “Dov’è?” rispose il malato, “io la lascio, sta a loro cercarsela!” (I. Drago) Una delle stelle filanti che dondola dalla ringhiera di un balcone, un pugno di coriandoli che il vento ha spinto nel rigagnolo, l’eco degli schiamazzi di un’allegra brigata che poco fa è scomparsa dietro l’angolo di una casa… e nella livida alba di 25
  • febbraio, in questo scenario di “festa finita” ecco presentarsi, quasi irreale, la figura dello spazzino. Intanto, una finestra illuminata all’ultimo piano del caseggiato, si spegne, mentre un’altra, al primo piano, si accende. C’è chi si corica dopo una nottata di baldoria, chi si alza per mettersi a lavorare. (B. Mercatali) Carnevale è passato. E dei giochi buffi, delle burle, dei carri mascherati, degli sberleffi e delle matte risate di questa favola che si ripete ogni anno, non rimane che poca carta colorata sospinta dalla scopa dello spazzino. Una trombetta di cartapesta, infiocchettata di striscioline di carta rossa, prende a rotolare adagio verso una pozzanghera. Lo spazzino la raggiunge e la prende. Poi, sorridendo, se la porta alle labbra. Ma il suono che ne esce è breve e stonato, sgradevole; e allora l’ometto scaraventa il giocattolo nel resto della spazzatura. (B. Mercatali) Giorno di carnevale In piazza San Carlo, tutta decorata di festoni gialli, rossi e bianchi, s'accavallava una grande moltitudine; giravan maschere d'ogni colore; passavano carri dorati e imbandierati, della forma di padiglioni, di teatrini e di barche, pieni d'Arlecchini e di guerrieri, di cuochi, di marinai e di pastorelle; era una confusione da non saper dove guardare; un frastuono di trombette, di corni e di piatti turchi che laceravano le orecchie; e le maschere dei carri trincavano e cantavano, apostrofando la gente a piedi e la gente alle finestre, che rispondevano a squarciagola, e si tiravano a furia arance e confetti: e al di sopra delle carrozze e della calca, fin dove arrivava l'occhio, si vedevano sventolare bandierine, scintillar caschi, tremolare pennacchi, agitarsi festoni di cartapesta, gigantesche cuffie, tube enormi, armi stravaganti, tamburelli, crotali, berrettini rossi e bottiglie: pareva tutti pazzi. (De Amicis, Cuore) Il carro Andava dinanzi a noi un carro magnifico, tirato da quattro cavalli coperti di gualdrappe ricamate d'oro, e tutto inghirlandato di rose finte, sul quale c'erano quattordici o quindici signori, mascherati da gentiluomini della corte di Francia, tutti luccicanti di seta, col parruccone bianco, un cappello piumato sotto il braccio e lo spadino, e un arruffo di nastri e di trine sul petto; bellissimi. Cantavano tutti insieme una canzonetta francese, e gettavan dolci alla gente, e la gente batteva le mani e gridava. (De Amicis, Cuore) Platero e il carnevale. Com'è bello, oggi Platero! E' il lunedì grasso, e i bambini che si sono vestiti chiassosamente da pagliacci e da guappi, gli han messo la bordatura moresca, tutta ricamata di rosso, verde, bianco e giallo in ricercati e complessi arabeschi. Acqua, sole e freddo. I coriandoli di carta vanno rotolando parallelamente sul marciapiede sotto la 26
  • sferza del vento... Quando siamo arrivati in piazza han preso in mezzo Platero in un cerchio tumultuante, e poi, tenendosi per mano, hanno cominciato a girare allegramente intorno a lui. Tutta la piazza non è più che un concerto allusivo di ottone giallo, di ragli, di risate, di canzoni, di tamburelli e di mortai. (J. R. Jimenez, da Platero y yo) Il giorno delle frittelle Quando le donne fanno le frittelle, non è detto che stiano sempre in cucina. Qualche volta escono di casa, corrono a più non posso, e sempre correndo, girano le frittelle nella padella. Questo succede ogni anno, il martedì grasso, a Olney in Inghilterra. Le donne si allineano nella piazza del paese, tutte hanno con sè una padella con dentro una frittella calda, e devono voltare la frittella almeno tre volte prima di giungere alla porta della chiesa, all'altra estremità della piazza. Pronte...via! Le frittelle saltano, i piedi volano. Una donna vestita di blu è quasi arrivata alla chiesa, sta per voltare la frittella per la terza volta e... sì! Ce l'ha fatta! Ha vinto! Ora riceve il premio: un bacio dal campanaro. E la frittella? La mangia il campanaro, ma se glielo chiedi, può darsi che te ne dia un pezzetto. L'aria si rincrudì e comiciò a venir giù un brutto piovigginio con qualche farfalluccia di neve. Ma erano gli ultimi giorni di carnevale, e al brutto tempo chi ci badava? In quasi tutte le osterie si ballava a più non posso. Non passava notte, senza che fossimo destati da baccani, cantate, liti giù in strada. Qualche mascheraccia bislacca compariva di tanto in tanto, con un codazzo di marmocchi dietro. Si sentiva, attraverso l'aria fosca, un odore di gran baldoria, che dava alla testa. (F. Chiesa) Sera di carnevale Certe sere di carnevale vi accorgete che è Carnevale perchè, nel rincasare, pensando ai casi vostri incontrate a ogni passo sparati bianchi, code di vestiti dorati su scarpini metallici... ...che gesta, ora, che allegria e che splendore nella casa, poc'anzi silenziosa e triste! Una piccola regina sta nascendo a poco a poco dall'ammasso dei veli e dei nastri, mentre un principe un po' scapestrato lotta col bottoncino del colletto che non vuole entrare nell'asola. Chi pensa più alla miseria di tutti i giorni? Chi ha voglia di cenare? Le patate, abbandonate e neglette, giacciono in fondo a un oscuro tegame, in cucina. (A. Campanile) 27
  • Il carnevale Non c'è ormai alcun dubbio, in base agli studi di eminenti glottologi, che Carnevale deriva da carnem levare, e prove sicure di questa etimologia ci vengono anche dal termine siciliano carnilivari e da quello spagnolo carnestoltes. Carnevale, all'origine, indicava il giorno da cui sarebbe coniciato il periodo della quaresima, durante la quale non si sarebbe più mangiata carne, perchè dedicato a penitenza e digiuni. Prima che tale periodo di privazioni incominciasse bisognava approfittarne per fare baldoria. La vita moderna, offrendo ormai durante il corso dell'anno divertimenti e spettacoli, ha attenuato di molto i motivi di interesse per il carnevale che un tempo si presentava come l'unica, intensa stagione di godimento. Tuttavia, questo periodo di baldorie non è scomparso del tutto. Anzi, per particolari condizioni psicologiche e sociali, in alcuni luoghi si è conservato e talvolta con una reviviscenza alimentata anche da ragioni turistiche. Carnevale nella via Quest'anno il carnevale sarebbe passato lontano dalla nostra strada se non ci fossero stati i ragazzi a ricordarne l'esistenza e a mettersi nasi e baffi finti e maschere di cartone da pochi soldi, ad andare su e giù facendo il più possibile schiamazzo con i fischi di terracotta, le trombette colorate, i pezzi di legno usati come nacchere. In questo, Giordano è un maestro. Egli stringe i due legnetti della stessa misura fra indice e medio e fra medio e anulare della destra ed è capace perfino di eseguire il Rataplan verdiano... Giordano aveva quest'anno una maschera di cinese, e Gigi quella di un vecchio con la barba bianca. Musetta si era accontentata di un apparato naso-baffiocchiali, più adatto ad un avvocato che a una bambina. A Piccarda, suo fratello aveva comperato un cono stellato con sul dietro dei riccioli di stoppa, per cui ella era il Mago Merlino. (V. Pratolini) Carnevale a Nuoro Le vie erano affollate; mascherate barocche e variopinte andavano su e giù, tra un nugolo rumoroso di monelli che urlavano improperi e parole scherzose. Maschere sole, vestite a vivi colori, passavano, seguite dallo sguardo indagatore e beffardo degli operai e dei borghesi: passavano signore, bimbe, serve dai corsetti scarlatti; gruppi di paesani un po' brilli si pigiavano in certi tratti del Corso; e musiche malinconiche di chitarra e fisarmonica salivano e vibravano in quell'aria tiepida e velata che rendeva i suoni più distinti come in un crepuscolo d'autunno. (G. Deledda) Il carnevale di Viareggio Il carnevale è sempre un periodo di gaia baldoria e di spensieratezza, ma in nessun luogo come a Viareggio la gioia di questa festa invernale prorompe in modo così clamoroso. Nella bella cittadina balneare toscana si svolgono sfilate di carri, che 28
  • restano indimenticabili per chi le ha viste. Il martedì, ultimo giorno di carnevale, e le tre domeniche precedenti, il meraviglioso viale che si snoda lungo il mare, fra la pineta foltissima e la sabbia dorata della riva, si anima come per incanto. Folla e folla accorre dalle città vicine e lontane per godersi questo spettacolo. Come si affaticano per mesi e mesi, i Viareggini, a fabbricare giganteschi pupazzi, uno più buffo dell'altro; a costruire carri grandiosi che rappresentano navicelle, castelli o aeroplani; a guarnirli in modo originale così che la gente, vedendoli sfilare lungo i corsi, non può trattenere le grida di meraviglia. Ci sono le maschere isolate che sfilano a piedi, portando in capo buffi testoni enormi, fra un lancio continuo e instancabile di coriandoli, di stelle filanti, di caramelle. E intanto le bande suonano, la gente grida, canta, ride... (L. Bindi Senesi) Carnevale per le strade La città si animava; si animava il vento, la neve per le strade. E, all'improvviso, pur dentro il buio, il colore dei costumi, dei coriandoli. Fummo in mezzo alla piazza con attorno bambini dai cappelli a cono con la mezzaluna d'argento. Le mascherine ci sfioravano, scherzavano, ridevano. Pareva che non importassero il freddo, la neve, il vento: senza rumori che non fossero musica o viva voce o risa. Un carnevale in piena estate Il carnevale di Rio è una festa di Piedigrotta moltiplicata per cento: eso esprime la gioia di vivere, la volontà di dimenticare almeno per quattro giorni tutti i guai di questo mondo... La città assume l'aspetto di un immenso palcoscenico durante l'allestimento di un grande spettacolo. E quando l'ora scocca, la Fiesta esplode. Donne e uomini, brasiliani e stranieri, tutti sono spettatori e attori della sagra sfrenata. Per quattro giorni ogni altra attività è sospesa, ogni strada e ogni piazza sono teatro di uno spettacolo disordinato e pittoresco che si rinnova continuamente. E' quasi un punto d'onore non ritornare a casa durante le notti carnevalesche. Il cielo di Rio si trasforma in una crepitante fornace da cui piovono in continuazione scintille multicolori, e la città in un'enorme cassa armonica risuonante... di motivi che poi prenderanno le vie del mondo...(M. Procopio) 29
  • Storia della maschere dall'antico Egitto alla Commedia dell'Arte Il nome di Carnevale è stato dato al periodo che va dal 26 dicembre al giorno precedente le Ceneri in tempi abbastanza recenti: forse soltanto nei secoli XV e XVi, quando divennero celebri i Carnasciali, fiorentini, organizzati dagli stessi Medici, e specialmente da Lorenzo il Magnifico. Da Carnasciale, appunto, venne il nome di Carnevale, che indicò non soltanto un periodo dell'anno, ma anche tutte le manifestazioni festose e mascherate che avevano luogo in quel periodo particolare. Ma in ogni tempo, e presso tutti i popoli, si sono avuti periodi di feste alle quali prendevano parte principi e popolo e che possiamo considerare come il moderno Carnevale. Nell'antico Egitto Gli antichi Egizi adoravano molti dei, ma la sola dea adorata in tutto il Paese era Iside, invocata come maga nelle malattie e considerata la benefattrice dell'Egitto, perchè le sue lacrime producevano le benefiche inondazioni del Nilo. Ebbene, in suo onore, una volta all'anno, si faceva una grande processione, alla quale partecipava tutta la popolazione. La dea si presentava travestita da orsa, per simboleggiare la costellazione dell'Orsa Maggiore. Era seguita da un corteo di sacerdoti, tutti mascherati, i quali simboleggiavano fatti notevoli e, specialmente, le quattro stagioni. Un sacerdote mascherato da sparviero rappresentava l'inverno, un altro mascherato da leone raffigurava l'estate, un terzo mascherato da toro simboleggiava la primavera, mentre il sacerdote mascherato da lupo era l'autunno. Seguivano popolani e popolane mascherati a piacimento, danzanti e cantanti. Si tratta, insomma, del primo corteo mascherato del quale si hanno notizie storiche abbastanza precise. Nell'antica Grecia I Greci ebbero un loro particolare periodo che possiamo dire carnevalesco: quello delle feste in onore di Dioniso e di Bacco, dette "Feste dionisiache" e "Baccanali". Si trattava addirittura di quattro feste, celebrate in marzo-aprile; le più celebri e le più lunghe erano le "Grandi feste dionisiache": si facevano solenni sacrifici al dio, vi erano processioni, gare, rappresentazioni, drammi in cui apparivano personaggi mascherati. E naturalmente, poichè Bacco è il dio del vino, si beveva molto... Nell'antica Roma In Roma il periodo che possiamo dire carnevalesco era quello dedicato alle feste in onore di Saturno, perciò dette "Saturnali": avevano luogo dal 17 al 23 dicembre. Saturno era considerato il dio dell'oro e del benessere agricolo e in onore suo era proibito lavorare durante i Saturnali; si facevano banchetti ai quali erano ammessi anche gli schiavi e ci si scambiavano doni, come facciamo noi nel periodo natalizio. Infine, erano ammessi anche i giochi d'azzardo, proibitissimi durante gli altri periodi dell'anno. Erano giorni di baldoria, di scherzi, e spesso, poichè non mancava chi alzava troppo il gomito, finivano con risse e feriti. Durante le feste dei Saturnali in Roma vi era l'abitudine anche di pagare gli avvocati. Gli avvocati meno celebri avevano la loro clientela di poveracci: gente disgraziata e 30
  • biliosa i cui mezzi non corrispondevano al piacere di litigare. Era gente che pagava male l'avvocato, anzi spesso non lo pagava affatto, e si ricordava di lui soltanto durante i Saturnali. E l'avvocato che riceveva più doni si riteneva più grande e andava enumerando i doni ai conoscenti come prova della sua fama e dei suoi successi. "I Saturnali hanno fatto ricco Sabello: con ragione egli va tronfio e pettoruto, e pensa e dice che tra gli avvocati non ce n'è uno cui le cose vadano bene come a lui..." dice Marziale, un poeta romano, e aggiunge anche la lista dei regali: mezzo moggio di farro e mezzo di fave, una libbra e mezzo di pepe e di incenso, una salsiccia e un tocco di carne secca, una bottiglia di mosto cotto, un vaso di fichi in conserva, e bulbi, e chiocciole, e cacio; poi una cestella piena di olive... Evidentemente, benchè tronfio e pettoruto, Sabello non era un avvocato pagato troppo bene. I principi e il Carnevale E' noto che, specialmente durante il periodo medioevale e delle Signorie, anche i personaggi d'alto rango (re, principi e nobili) prendevano parte gioiosamente alle mascherate carnevalesche. A Torino, dove si svolgevano tornei e cavalcate che riproducevano fatti storici, i principi di Savoia partecipavano al Carnevale seguiti da tutta la corte, con carri colmi di fiori. A Venezia, dove il Carnevale era un richiamo per gli stranieri e si svolgeva principalmente lungo il Canal Grande, con gondole mascherate e illuminate, i Dogi, gli altri membri del Gran Consiglio e della Signoria e gli Ambasciatori, si univano al popolo festosamente. A Firenze poi, esisteva l'antica usanza di far girare per la città, durante il Carnevale, dei carri decorati e scortati da uomini in maschera, che cantavano canzoni composte per la circostanza. Lorenzo il Magnifico seppe vedere in questo genere di spettacolo un mezzo straordinario per divertire i fiorentini e attirarne le simpatie, e lo circondò abilmente di pompa inusitata. Così, attraverso la città, passavano carri con strane mascherate di una variopinta folla di fornai, di mercanti, di spazzacamini, e d'ogni categoria d'artigiani, ma anche carri in cui si rappresentavano le virtù, i diavoli, gli angeli, i trionfi della dea Minerva, della Gloria, della Fama, della Frode, della Calunnia, ecc... Alcune canzoni carnescialesche, le più belle, furono proprio composte dallo stesso Lorenzo e dai poeti della sua corte. Anche all'estero il Carnevale era divertimento tanto del popolo quanto dei regnanti. E' infatti rimasta celebre una mascherata di stregoni diretta personalmente da Enrico IV re di Francia. A un re, Carlo IV, in uno dei tanti balli mascherati venuti di moda alla sua corte, capitò quasi di bruciare vivo. Si era camuffato da satiro, imbrattandosi tutto il corpo di pece e rotolandosi poi fra piume di uccelli; non si sa bene come la pece però prese fuoco e il re fu salvato appena appena... La Commedia dell'Arte Pantalone, Arlecchino, Balanzone, il Capitano e così via furono in origine i personaggi della Commedia dell'Arte, nata in Italia nel '500 e diffusa poi trionfalmente in tutta Europa nei due secoli che seguirono. Commedia dell'Arte significa in sostanza "commedia dell'abilità" o "di mestiere" in quanto si affdava non ai testi, sommari o inesistenti, ma per l'appunto all'abilità degli attori, che sulla scena improvvisavano situazioni e battute. Tale abilità era a volte straordinaria: quando agivano le migliori compagnie, la Commedia dell'Arte diventava un'entusiasmante girandola di gag, una sorta di 31
  • "fumetto animato" pieno di meraviglia e di sorprese, in cui la splendida libertà delle improvvisazioni si univa ad un meccanismo infallibile e preciso. La "maschera" è una "faccia tinta", tragica o buffa, che indossata da una persona in aggiunta di solito a un particolare costume, vale a creare un "tipo": il servitore furbo e famelico, il dottore pedante, il soldataccio spaccone, e così via; così che la parola "maschera" non indica più soltanto la testa o la faccia di cartapesta, ma proprio quel tipo che è identificato da "quella" maschera, e che presto assume un nome (Arlecchino, Pantalone, e così via), nome che gli resterà anche se, per caso, trascuri di mettersi sulla faccia la faccia finta, e la sostituisca per esempio col trucco, o anche soltanto col costume. Molte maschere che conosciamo nacquero come personaggi della Commedia dell'Arte. I primi, i più antichi di questi personaggi, furono il Padrone e il Servo. Tra i vari tipi di Padroni delle antiche farse, si affermò quello di un anziano e ricco cittadino di Venezia, avaro e burbero: prima si chiamava Magnifico, con allusione all'altezza della sua condizione sociale, e poi Pantalone. C'è anche un altro tipo di Padrone, il Dottore pedante e sputansentenze, che prende prima il nome di Graziano, e poi di Balanzone: è di Bologna, laureato alla famosa università. Il Servo proviene invece dalle valli bergamasche; veste un camiciotto bianco di fatica e si chiama dapprima Zanni (Giovanni), finchè un ignoto comico non ha l'idea di rappezzarne l'abito con toppe variopinte, e nasce Arlecchino. Un altro Zanni si chiamerà Brighella, che è, almeno all'inizio, un tipo da prendersi davvero con le molle. Un altro "tipo" antichissimo è il soldato spaccone, che rinasce anche lui come "maschera" e si chiamerà Capitan Fracassa, o Matamoro, o Rodomonte, o Sbranaleoni, o così via spaventando. Vi sono poi gli Innamorati, di cui gli ultimi e più noti sono Rosaura e Florindo, e le Servette come Corallina e Colombina. Tante altre maschere agiscono in quelle farse, come il gran Pulcinella, nato a Napoli tra il popolo, o il suo compatriota Coviello, o Scaramuccia, a volte capitano a volte servo, o Scapino, parente stretto di Brighella, o Giangurgolo calabrese. Conclusa la Commedia dell'Arte, nelle varie regioni d'Italia si affermarono altri tipi e caratteri, che divennero maschere anch'essi; come Gianduia in Piemonte, Meneghino a Milano, Stenterello in Toscana, Gioppino a Bergamo e Sandrone a Modena, e a Roma Meo Patacca e Rugantino... non si finirebbe più. Portavano la maschera ma non era Carnevale Immaginiamoci di trovarci nella Venezia del '700. Che curiosa e bella città! Ecco le sue tortuose viuzze (le calli), e le piazzetti (i campi) ornate al centro da un pozzo di pietra. Percorriamo una fondamenta, lo stretto marciapiede che costeggia i canali che attraversano in ogni senso la città; ci viene incontro un vecchietto ricurvo; passandoci accanto solleva il capo per salutarci, secondo la consueta cortesia dei veneziani; lo guardiamo e la nostra risposta ci muore sulle labbra... il volto di quel vecchietto è mascherato! Affrettiamo il passo e andiamo oltre. Ecco uscire da un uscio una giovane servetta, che va a fare la spesa; canta nel suo bel dialetto... ed è mascherata. Ecco un mercante; è mascherato anche lui; ecco una mamma col bambino in 32
  • braccio: anch'essa porta una mascherina nera. Ora incrociamo un gruppo di giovanotti che parlano e ridono fra loro: portano tutti la maschera. Ah, ma allora abbiamo capito! Però, persino questo mendicante che tende la mano, porta la maschera! Incontriamo una lettiga, portata a braccia da due servitori: il viaggiatore scosta la tendina e sporge il viso che (ormai non ci stupisce più) è mascherato. Passa una gondola: la dama che la occupa porta anch'ella la sua brava mascherina. Non c'è dubbio: è tutta questione di calendario. Ci avviciniamo a un popolano: "Scusi..." "Comandi, paron" ci risponde, guardandoci, naturalmente, attraverso le fessure di una maschera. "Scusi, siamo di Carnevale?" Nossignori: non eravamo affatto di Carnevale. A Venezia in quel tempo la maschera la portavano tutti, e tutti i giorni dell'anno. Inutile domandarsi perchè: era la moda. Oggi la parola maschera ci richiama alla mente soltanto la festa di carnevale. In altri tempi, e ancora oggi presso altri popoli, le maschere hanno invece avuto un'importanza e un significato ben diversi; ne abbiamo visto un esempio. 33
  • Il carnevale nella storia Scommettiamo... scommettiamo che non sapete che, secondo una certa tradizione, Carnevale comincia subito dopo le feste natalizie, e che la parola cernevale significa "carnem levare", ossia togliere la carne? No? Allora due paroline di spiegazione me le permettete, vero? L'espressione letterale della parola si riferisce più esattamente al giorno delle Ceneri (cioè al primo giorno di quaresima) e all'intero periodo quaresimale. Per lungo tempo, nell'era cristiana, da questo giorno in poi ci si doveva astenere dal mangiare carne. Ma i bravi cittadini, per rifarsi della lunga astinenza che li aspettava, prima di togliere la carne dalla tavola, pensarono bene di abbandonarsi ai più pazzi divertimenti. Oggi come oggi il carnevale nelle sue più evidenti manifestazioni corrisponde, pressapoco, a quella settimana che precede la quaresima. In teoria dovrebbe iniziare dopo Natale e terminare il primo giorno di quaresima. Vi piacerebbe, eh? Allora dovreste riferirvi a Venezia... o meglio alla Venezia di alcuni secoli fa, dove il carnevale durava sei mesi e il giovedì grasso veniva solennizzato in gran pompa alla presenza del Doge con l'accensione dei fuochi artificiali in pieno giorno. E già che ci siamo vogliamo vedere come era ed è festeggiato il carnevale in Italia e nel mondo? Nei secoli passati il carnevale assunse al massimo splendore in parecchi luoghi, specialmente a Venezia, a Ivrea, a Nizza. In Firenze, col favore dei Medici, signori della città, i festeggiamenti si svolgevano in forma grandiosa, in mascherate su carri allegorici (i "trionfi"), accompagnate dai canti carnescialeschi. L'uso dei carri allegorici è rimasto poi in molte città italiane e straniere. Nella Roma papale, i giorni destinati alle mascherate erano otto e il permesso di uscire per il corso era dato alle 13.00 dalle campane del Campidoglio. Nell'ultima notte di carnevale tutti i romani, principi e popolani, giocavano per la strada a "moccoletti". Ciascuno aveva una candelina accesa, e tutti facevano a gara nel rubarsela di mano o nello spegnersela scambievolmente, motivo di riso e simbolo di uguaglianza, perchè la candelina ("moccoletto") del principe, valeva quanto quella del popolano. Com'è lontano da noi il magnifico carnevale di Velletri del 1546! Per festeggiarlo, ai rami di centinaia di alberi di un bosco furono appesi, alla portata di mano di chi voleva mangiarli, capponi, torte, focacce, galline, mentre quattro cannoni sparavano quattro diverse qualità di vino! Ma se a Velletri si regalavano polli e capponi, a Venezia si scialava nello zucchero. Infatti, per mostrare al mondo stupito la sua potenza economica e la sua ricchezza, Venezia allestiva dei banchetti colossali con grande spreco di zucchero, prodotto allora rarissimo perchè importato dall'oriente. Per onorare Enrico III di Polonia, in un pranzo furono fatti di zucchero persino le tovaglie e i tovaglioli; l'ospite, che non ne sapeva nulla, rimase di stucco quando, prendendo il tovagliolo e spiegandolo sul petto, se lo trovò sbriciolato tra le mani. E nelle altre nazioni? Ovunque si trovano carri, danze, e pantagruelici pasti. A carnevale, nessuna distinzione di nazionalità. Anche oggi, più o meno, il carnevale viene festeggiato dappertutto con una sfilata di carri e qualche mascherata. Solo però in poche città, come Viareggio, Torino, Ivrea, rivive il vecchio carnevale. Sfilano carri tra musiche, canti e getti di coriandoli e fiori. Getti di fiori! Ma se andate in Perù, in Bolivia, in Venezuela o in uno qualsiasi degli altri paesi sudamericani, attenti! Non di gettano fiori nè coriandoli, nè stelle filanti, ma palloncini di gomma pieni d'acqua, che vi colpiscono all'improvviso bagnandovi tutto! 34
  • E non basta: lucido da scarpe, vernici, tinte, tutto è buono per quei pazzerelloni per cambiarvi il colore della pelle... e degli abiti. Il carnevale ci mostra, mettendolo in caricatura, come sarebbe disordinato il mondo se ciascuno potesse fare ciò che gli passa per la mente senza pensare agli altri. Invece anche nel divertimento è importante la buona educazione. In Calabria vi è l'uso di portare in giro, sulla groppa di un asino, chiunque nel giorno si carnevale venga sorpreso al lavoro. Ben venga, dunque, il carnevale: e impazziscano gli uomini per un giorno, purchè si ricordino di non esserlo troppo per gli altri 364! (da "Il Vittorioso") 35
  • Le origini del Carnevale Il carnevale deriva, secondo alcuni studiosi, da antiche feste latine in cui, dopo un certo periodo di dissipatezze e di piaceri, veniva nesso a morte un fantoccio travestito da re, cosa che ancor oggi si fa in alcune città, specialmente in quel giorno di metà quaresima che è detto per lo più "Carnevalino" e che è come un ritorno di fiamma dell'autentico Carnevale. Questo rito burlesco sta forse a significare la morte dell'inverno: di qui il tripudio di tutti e l'attesa della primavera, della sua gioia, dei suoi frutti. Il carnevale ha dunque un'origine agricola, contadina. Sembra certo che nelle costumanze carnevalesche debbano riconoscersi quelle feste religiose da tutti i popoli celebrate nell'antichità con gran pompa al principio del nuovo anno per propiziarselo, o all'inizio della primavera per simboleggiare la rinascita della natura. Ricordiamo le feste degli Egizi e dei Babilonesi, che nell'equinozio d'autunno onoravano i cherubs, buoi importati dai primi sacerdoti etiopi. Venuto il giorno stabilito, il bue, dipinto a festa, con le corna dorate e ricoperto di un ricco manto, era tratto dal sacro recinto e lo si conduceva per tutte le vie di Menfi. Un ragazzo gli stava sul dorso. Uomini e donne, vecchi, adulti, giovani, bambini, travestiti e mascherati, a piedi, a cavallo, lo seguivano canticchiando inni in sua lode; venivano poi le ragazze che lo avevano servito... insieme ai sacerdoti. Soldati e ufficiali facevano ala nelle vie, al suo passaggio. Dal momento in cui il bue usciva, incominciavano per tutto l'Egitto e l'Etiopia le feste, i godimenti pubblici, le mascherate. Queste duravano sette giorni, fino al sacrificio dell'animale... Il Carnevale degli antichi Romani Il giorno decimoquarto avanti le calende di gennaio o, per dirlo più alla buona, il 19 dicembre, era giorno di festa e di gazzarra per i discendenti di Romolo... Le vie erano affollate di gente ilare e gaudente, che riempiva il foro, i templi, le basiliche, le vie principali, i termopolii, le popine (taverne) e le più infime bettole, in preda alla più sfrenata allegria. E questa bella allegria, che doveva durare per tre giorni, era fatta in onore del dio Saturno. La particolarità che distingueva questa festa dalle altre, quanto al rito, consisteva in questo: che i sacerdoti sacrificavano le vittime a capo scoperto, mentre per le altre divinità sacrificavano con la testa coperta. Le feste di Saturno, o Saturnalia, erano aspettate con impazienza da tutti, ma specialmente dagli schiavi, che per tre giorni erano liberi dalle loro penose fatiche, e potevano fare quello che volevano... Nasce la maschera Il comico dell'arte (salvo rarissime eccezioni), per raggiungere l'eccellenza, rinunzia all'illusione di potersi rinnovare sera per sera; e decide una volta per sempre di limitarsi, in perpetuo, a una sola parte. Per tutta la vita e in tutte le commedie che reciterà, il comico dell'arte sarà un solo personaggio: sarà unicamente o Pantalone, o Arlecchino, Rosaura o Colombina. Persino il suo nome si confonderà con quello della sua maschera, sicchè a un certo punto non si saprà più quale sia il vero e quale il fittizio. Alle volte come nel caso della Andreini, il personaggio che ella incarna, la maschera che ella crea, prende il nome di battesimo dell'attrice, della donna, Isabella. Molto più spesso sarà il nome della maschera che farà sparire quella dell'attore: sicchè, all'arrivo di Francesco Andreini a Parigi si dirà: "E' arrivato Capitan Spaventa!"; alla morte di Domenico Biancolelli, correrà la notizia: "E' morto Arlecchino.". 36
  • Carnevale qui e lì per il mondo Maschere per i vivi e per i morti (Messico) La fabbricazione delle maschere rappresenta per i Messicani uno dei più curiosi aspetti del loro artigianato. Le maschere vengono fabbricate con vari materiali: legno, stoffa, carta, cuoio, stagno e vengono dipinte o laccate nelle maniere più strane e divertenti che denotano una grande originalità di gusto e di talento. Le maschere, oltre che per i giorni di carnevale, servono anche per il giorno dei morti. In questo caso, sono di carattere macabro e, per mezzo di esse, gli abitanti sono convinti di poter comunicare con le anime dei defunti. Si balla dappertutto (Guadalupa) In occasione del carnevale, si balla ovunque: nelle campagne, si balla al suono di strumenti primitivi come scatole o bidoni pieni di sassi che vengono freneticamente agitati dai suonatori, mentre nelle città si balla il doudou al quale gli invitati intervengono mascherati o vestiti con le acconciature più strane. Un'altra danza caratteristica delle città e anche delle campagne, è quella dei tagliatori della canna da zucchero, durante la quale uomini e donne si muovono agli ordini di un comandante: gli uomini devono presentarsi armati di coltelli, mentre le donne tengono in mano una canna da zucchero verde. Costenos, tigri, coccodrilli (Colombia) Per i Colombiani, il carnevale è la più importante delle feste. Per tre giorni nessuno lavora, ma i preparativi hanno inizio già tre settimane prima. Tali preparativi occupano migliaia di persone addette alla fabbricazione delle maschere più curiose. La maschera è quasi d'obbligo durante i tre giorni che precedono la quaresima. Oltre alle maschere, molte sono le usanze del carnevale colombiano. Una è quella dei costenos, che sono giovani mascherati i quali girano facendo la questua e lanciando frizzi, insulti, o cospargendo di nerofumo coloro che osano negare un'offerta. C'è poi l'uso di molti carri allegorici, come quello di Barranquilla che è superato in splendore solo da quello del gran carnevale di Rio de Janeiro. Altre manifestazioni sono la caccia alla tigre. C'è poi il ballo del caimano che si svolge il 20 gennaio con la fabbricazione di un enorme coccodrillo nel quale si nasconde un uomo che lo fa muovere in una frenetica danza avanti e indietro, davanti ad ogni negozio o bar: per liberarsi dal mostro i proprietari devono offrire al grosso animale un dono in liquore o in altri generi. La festa delle lanterne (Cina) Dopo la grande festa del primo dell'anno, la vita in Cina si fa più vivace e festosa per un periodo che corrisponde su per giù al nostro carnevale. Molte sono le feste, ma la più caratteristica è senza dubbio quella delle lanterne. Essa ha inizio al rombo del cannone, delle campane e di tutti gli strumenti musicali disponibili. Per tre giorni consecutivi milioni di fuochi brillano sui fiumi, sul mare, sui monti, nelle strade, nelle campagne, nelle città, alle finestre dei poveri e a quelle dei ricchi. I più ricchi, sfoggiano naturalmente lanterne magnificamente decorate, mentre i meno ricchi si accontentano di lanterne più modeste. Nessuno comunque vuole esserne privo. Sono lanterne quadrate, triangolari, cilindriche, a globo, a piramide. Ce ne sono di carta, di seta, di corno, di vetro, di madreperla. Per tutta la durata della festa i negozi restano chiusi e la gente circola per le vie vestita con fogge strane e insolite. Anche per i Cinesi, come per qualsiasi altro popolo del mondo, questa specie di carnevale rappresenta uno sfogo alla vita di tutti i giorni con i suoi pesi, le sue fatiche, le sue quotidiane 37
  • preoccupazioni. Halloween Halloween è il carnevale dei ragazzi che si travestono nelle fogge più spaventose raffiguranti scheletri, streghe, diavoli, spettri. Così camuffati, essi, di notte, girano di casa in casa e chiedono ragalucci o dolci pronunciando la formula: "Treat or trick" che significa "o mi regali qualcosa oppure la vedrai brutta". Se qualcuno infatti osa negare il dono, la vendetta non si fa attendere: i colpevoli si vedranno in un batter d'occhio imbrattati i vetri delle finestre, delle vetrine, delle macchine. La festa degli insulti (Ghana) Ogni tanto gli uomini sentono la necessità di rompere la monotonia della vita quotidiana facendo qualche cosa di strano e di diverso. Così nel Ghana, in Africa, nacque la festa degli insulti. Per qualche giorno, tutte le abitudini vengono sconvolte. Gli Akan, abitanti del Ghana, affermano chelo spirito Sunsum, legato ad ogni singola persona, in quei giorni si ribella e vuol sfogarsi fadendo fare a tutti una specie di grande vacanza. Si mangia, si beve, si danza, e soprattutto si dicono tutti gli insulti che vengono in mente. Gli Akan, nascosti sotto maschere, ombrelli, baldacchini, si lanciano a vicenda ogni sorta di parolacce, scherzi, insulti. E questo dura per ben otto giorni. Passato questo periodo, i sacerdoti, sotto la maschera di leopardi, leoni, iene o sciacalli, sacrificano una capra con il sangue della quale purificano i loro vasi sacri. Fatto questo, gli spiriti Sunsum tornano nell'ordine abituale e ognuno riprende la vita di ogni giorno Il Coon Carnival (Città del Capo) Durante gli ultimi tre giorni dell'anno, a Città del Capo, in Africa, succede un fatto straordinario: ogni sera un gran numero di persone scompare dalla città. Dove vanno? Nessuno lo sa. Tutti però conoscono il motivo della loro scomparsa. Si sa, cioè, che sono scomparsi per andarsi a nascondere nella foresta, dove preparano, sotto la guida di un capo, costumi, maschere, carri carnevaleschi, danze e canti che dovranno essere una grande sorpresa per la città. Guai se qualcuno osasse tradire il segreto del Coon Carnival, cioè prima di capodanno qualdo il carnevale avrà inizio nella città che in un batter d'occhio si trasformerà in un fantastico carosello di musiche, di costumi, di carri meravigliosamente addobbati e carichi delle maschere più strane e varie. Il carnevale brasiliano Il carnevale brasiliano non è solo quello famoso che si celebra a Rio de Janeiro, ma è il carnevale di tutto il Brasile. Fu introdotto dall'Europa e, se in parte conserva ancora le caratteristiche del continente d'origine, esso ha d'altra parte assimilato molti elementi pagani del popolo brasiliano. I preparativi del carnevale brasiliano richiedono mesi di lavoro; si può affermare che, appena terminato il carnevale di un anno, già si comincia a pensare a come preparare quello successivo. Costumi europei, fogge russe e tirolesi, si mescolano a quelli hawaiani in una splendida fantasiosa fantasmagoria di colori. I festeggiamenti durano quattro giorni: cominciano il sabato a mezzogiorno quando, ad un dato segnale, si chiude ogni negozio, laboratorio, fabbrica; per terminare a mezzogiorno del mercoledì delle Ceneri. Per quattro giorni, su Rio e su ogni centro piccolo e grande, sembra passare un vero ciclone: maschere, danze, carri, musica, frastuono, sfilate. Ogni sfilata è un fantastico carosello di maschere svariate che passano tra la folla a ritmo di samba e di marcia, invitando la folla stessa ad entrare nel corteo. 38
  • Carnevale qui e lì per l'Italia Il carnevale di Viareggio Il carnevale di Viareggio è vecchio. Ma il carnevale è un mattacchione che più invecchia e più diventa allegro. Figurarsi che gli storici gli attribuiscono cinquemila anni di vita. Invecchiare per lui è niente, morire ancor meno di niente. Ringiovanisce e resuscita sempre più ingegnoso di trovate, sempre più colorato e sempre più vivace. In Toscana il carnevale sembra sia nato per opera di Lorenzo il Magnifico. A Viareggio poi, il carnevale sembra una festa di uomini e di cose, una fantasia bellissima dove collaborano il cielo, il mare, le pinete incantevoli, la parlata sonora e abbondante, e gli uomini con colori, canti, scenari. Il carnevale a Viareggio è uno spettacolo di cui cercheresti invano lo scenografo, il macchinista, il pittore, il cantore, l'inventore, perchè non sapresti se andarlo a trovare fra gli uomini o fra la natura. Per preparare il carnevale ogni anno, centinaia e centinaia di operai per parecchie settimane non conoscono riposo, nè di notte nè di giorno. Dormono qualche ora e sognano il carro mascherato con cui hanno deciso di partecipare alla gara. Questo corteo fantasioso di carri oscillanti sotto le manovre delle maschere che cantano nel sole, questi giganti che sembrano usciti dalla fantasia di poeti, questi mostri dalla corteccia di carta, che, tagliando la folla, passano suscitando risa fragorose, non solo costano fior di soldi, ma costano fatiche e sacrifici. Ogni anno ognuno dei più famosi costruttori di carri ha un'idea, cerca degli aiutanti, si chiude nel proprio laboratorio e fabbrica. Cosa fabbrica? Quello che l'estro gli ha suggerito. Un carro. Cosa metterà su questo carro? Chi lo può sapere, prima del giorno fissato? I fabbricanti di carri sono gelosissimi l'uno dell'altro. Inventano tutti i sotterfugi per sapere cosa fanno gli altri, e per mascherare ciò che faranno loro. Talvolta assoldano i ragazzetti per far loro da spie, per introdursi nel laboratorio di un concorrente temuto. Il ragazzetto, quando non è scoperto (e allora sono guai!) riferisce quel che ha visto, facendo nascere preoccupazioni e timori. (G. Cenzato) Il carnevale torinese Il carnevale torinese, negli anni passati, ormai lontani, era ritenuto uno dei più fastosi che si celebrassero in Italia. Anche la corte interveniva in equipaggi alla postigiona, con cocchieri, staffieri, valletti in parrucca bianca, incipriati, in costume scarlatto argento; e la Regina Maria Teresa, consorte di Carlo Alberto, vi compariva festosa, sopra un cocchio tirato da otto cavalli bianchi. Le vie erano adorne di festoni, i balconi gremiti di gente, e sotto i portici giravano le maschere a piedi: Gianduia, Giacometta, Gipin, mentre nella strada circolavano le cavalcate e i carri allegorici. I torototela, poeti da strapazzo, cantastorie, rimavano la canzoncina: "Cerea bela fia, cerea bel gasson ch'a stago an alegria, ch'a beivo del vin bon" mentre ferveva, tra i balconi, la vivace battaglia delle caramelle e dei mazzolini di fiori. L'ultima notte di carnevale, il martedì grasso, si bruciava in piazza Castello il bogo, un enorme fantoccio pieno di fuochi d'artificio. A mezzanotte in punto la fiamma provocava lo scoppio, salivano fischiando numerosi razzi al cielo; e così fra lingue di fuoco rossiccio, grida, urla, canti, moriva il carnevale. 39
  • Teatrino di Carnevale con le maschere tradizionali italiane Questi brevi dialoghi, pensati per le recite scolastiche, sono anche degli ottimi strumenti per esercitare la lettura in modo divertente. Facendo in modo che ogni bambino legga solo la voce di un personaggio, si stimolano tutti i bambini a seguire il testo mentre legge il compagno, e si migliora nella lettura a voce alta la capacità di cogliere l'intonazione e l'espressività data dai segni di interpunzione e dal contenuto del testo stesso. E' inoltre una bella attività per viaggiare tra le Regioni italiane attraverso le maschere della Commedia dell'Arte. per far conoscere le maschere ai bambini, puoi stampare queste schede didattiche; le trovi qui: http://www.lapappadolce.net/teatrino-di-carnevale-ebook/ 40
  • Scherzo di Carnevale La scenetta si svolge su una piazza da fiera tra Brighella, venditore di cialde, e Arlecchino. Brighella: (davanti al banco delle cialde) Da Brighella, orsù venite; e le cialde sue sentite, fatte al gusto bergamasco, da condir con un buon fiasco! Arlecchino: Anche tu alla bancarella, e che vendi, buon Brighella? Brighella: cialde, cialde ancor fumanti, ma per te saran pesanti (tra sè) Ci scommetto che Arlecchino non ha il becco di un quattrino! Arlecchino: belle, invero!... (tra sè) Che disdetta rimaner sempre in bolletta! Brighella: Bella gente; cialde uguali, fan passare tutti i mali; e la spesa e ben meschina: cento lire una dozzina! E, su dodici, ecco qua: una in dono se ne avrà! Arlecchino: (tra sè) Una in dono? O intesi male? Che pensata originale! Brighella: Arlecchino, vuoi comprare? Vieni avanti, è un buon affare! Arlecchino: Dimmi ancor... dodici cialde... Brighella: cento lire... calde calde! Arlecchino: E una cialda... hai detto tu... Brighella: La regalo in sovrappiù! Arlecchino: (servendosi di una cialda ed allontanandosi in fretta) Allor senti, buon Brighella, per intanto prendo quella e, per le altre a pagamento, tornerò un altro momento! (mangia la cialda fra le risa del pubblico) Brighella: il furfante m'ha giocato... Ah, il citrullo che son stato! 41
  • Bugie Brighella: avevo lasciato sul tavolo un bel pezzo di torrone. E' sparito! Ehi, Arlecchino. Ma che guancia gonfia! Che ti succede? Arlecchino: un terribile mal di denti. Ahi! Ahi! Brighella: un momento fa stavi bene, però... Arlecchino: improvvisamente ho sentito un gran male e il dente si è gonfiato! Brighella: il dente? Vorrai dire la guancia Arlecchino: Sì, la guancia destra Brighella: ma non è la sinistra? A proposito: c'era qui un pezzo di torrone avvelenato per i topi... Arlecchino: Avvelenato? (sputa il torrone) Aiutooooo! 42
  • L'imbroglione bastonato Scena 1 Una stanza in casa di Brighella. Sulle pareti di fondo la porta d'ingresso. La stanza è arredata con poche seggiole spagliate e un tavolino zoppicante. All'aprirsi del sipario, Brighella è in scena, seduto in terra, intento a rattopparsi le scarpe. Si ode bussare all'uscio. Colombina: E' permesso? (entra appoggiandosi ad un grosso ombrello) Brighella: (alzandosi) avanti, avanti. Che cosa comanda? Colombina: sta qui di casa un certo Arlecchino? Brighella: sì, abita qui; ma in questo momento non c'è Colombina: va bene, l'aspetterò. (si siede) Brighella: Madamigella, il mio amico Arlecchino è uscito per un affare di premura; non so quando tornerà. C'è il caso che rientri molto tardi Colombina: non importa. L'aspetterò lo stesso. (Si accomoda meglio sulla seggiola che scricchiola) Brighella: Se intanto vuole dire a me di che cosa si tratta... Colombina: Non vi prendete pena, bravuomo. Quello che ho da dire, lo dirò al signor Arlecchino in persona quando si degnerà di tornare. Devo dirgli due paroline... (accompagna le ultime parole con un gesto minaccioso dell'ombrello). Scena 2 Pulcinella: si può? (entra appoggiandosi ad un grosso bastone) Brighella: Avanti... oh, caro Pulcinella, qual buon vento ti porta? Pulcinella: (minaccioso) vento di bufera, caro Brighella Brighella: che dici? Non comprendo... Pulcinella: Mi capisco da me... C'è quella buona lana di Arlecchino? Brighella: Sì, non vedo l'ora di vederlo (alza l'ombrello in maniera minacciosa) Pulcinella: capisco. Ed io non vedo l'ora di suonarlo! (agita il grosso bastone) 43
  • Scena 3 (si odono per le scale i passi di Arlecchino che sale cantando): Arlecchino: Fior di mortadella! Voglio mangiare e bere un anno intero, in barba a Colombina e Pulcinella... (Colombina e Pulcinella balzano in piedi e si mettono ai lati della porta: appena Arlecchino entra, lo prendono a ombrellate e a bastonate cantando): Colombina e Pulcinella: Fior di imbroglione! Va' a lavorar invece di rubare! E balla intanto al suono del bastone! 44
  • Castelli in aria Rosaura: (la padrona) Colombina! Colombina! Colombina: (la cameriera) Eccomi, signoara, Che c'è? Rosaura: un cliente, un cliente di riguardo! Colombina: e com'è? Rosaura: com'è, com'è! Vai di là! Vallo a servire e lo vedrai. Ma spicciati e trattalo bene Colombina: volo! (esce) Rosaura: che cliente! Che vestiti! Colombina: (rientra) Signora, signora! Mi ha ordinato anguilla al forno, vino di bottiglia... Rosaura: dici davvero? Ma questo è un gran cliente! Servilo subito, per carità Colombina: lasci fare a me, signora. Qui si diventa ricche! (esce di corsa) Rosaura: uno, due, tre, mille pasti. E dopo quello... Colombina: Ecco, è servito. M'ha detto grazie con un cenno del capo. Pareva un duca! Rosaura: sai che ti dico? Che se a quel cliente piacerà la nostra tavola, ritornerà Colombina: e porterà con sè gli amici Rosaura: duchi e marchesi Colombina: conti e baroni Rosaura: principesse, dame eleganti Colombina: vedremo splendere monili e anelli Rosaura: sarà la ricchezza. La trattoria diventerà un albergo di prima classe Colombina: ed io sarò la direttrice della servitù Rosaura: le mie colleghe mi invidieranno. Ma non importa. Una splendida gondola mi porterà in sogno lungo la Riva degli Schiavoni Colombina: (affacciandosi alla porta di fondo) Signora! Rosaura: che c'è? Colombina: (coprendosi gli occhi con le mani) Il cliente! Ha mangiato tutto! Rosaura: beh, che c'è di male? Colombina: ha mangiato tutto e se n'è andato senza pagare! (Rosaura sviene) 45
  • Il grano d'oro Atto (Nella casa di Arlecchino; una stanza assai povera) 1 Arlecchino: signor dottore, sto molto male Dottore: dove, figliolo mio, dove? Arlecchino: nelle tasche Colombina: ha il vizio di tenerle sempre vuote Dottore: vediamo... uhm! E' un vuoto spaventoso! (esamina una tasca...). Ma che cos'è questo seme? Arlecchino: sarà un chicco di grano, o di miglio, avanzato da quelli che offro ai piccioni sulla piazza Dottore: (esamina il seme) Ma no, ma no... Questo è un grano d'oro... Granum auriferum... perbacco! Vale un tesoro! Arlecchino: Un tesoro? Davvero? Qua, qua... Dottore: Granum auriferum... rarissimo. Preziosissimo. Avete un vasetto? Un po' di terra? Colombina: sì sì Dottore: pianterete questo grano, e in capo a sei mesi la pianta vi darà tanti pomi, tutti d'oro! Arlecchino: oh, pomidori! Dottore: dico che saranno pomi fatti d'oro. Però perchè la pianta dia il suo frutto, bisogna annaffiarla... Colombina: con l'acqua fresca? Arlecchino: con la malvasia? Dottore: no, col sudore della fronte. Tu poi, Colombina, ascoltami bene. (parla sottovoce a Colombina) Atto 2 (la medesima stanza, che ha un aspetto meno misero. Sul davanzale della finestra c'è un vasetto con una piantina) Brighella: (entrando) C'è Arlecchino? 46
  • Colombina: è a lavorare Brighella: anche oggi? Povero amico mio, è ammattito. Perduto. Spacciato. Colombina: voi siete un uomo perduto, che passate i giorni all'osteria e vorreste tascinare anche gli amici alla rovina! Brighella: badi come parla, signora Colombina, io sono un servo onorato Colombina: non vi dico nè sì nè no, ma sono contenta che Arlecchino non frequenti più la vostra compagnia. Ah! Eccolo che viene! Arlecchino: (entrando in furia) Lasciatemi passare, che il sudore si raffredda! Brighella: e per non raffreddarti vai sotto la finestra? Arlecchino: (curvo sul vasetto del davanzale) Devo provvedere all'innaffiatura del mio grano dorifero Brighella: grano? Dorifero? E con che cosa lo annaffi? Arlecchino: col sudore, caro, col sudore della fronte! Brighella: povero amico mio! E' davvero ammattito! (esce di corsa) Atto 3 (la stanza non ha più quell'aria di povertà che prima faceva male. Vi è qualche mobile nuovo, e le tendine candide fanno allegria) Arlecchino: eppure, comincio a credere che Brighella abbia ragione. Per questo grano indorifero io lavoro dalla mattina alla sera. Lustro le scarpe ai forestieri, spazzo le strade, porto lettere urgenti, scarico le tartane, spolvero le insegne delle botteghe, scaccio le mosche... tutti i mestieri. E lui? (guardando il vasetto sul davanzale). Il signor grano ha messo fuori un palmo di piantina, e ancora nemmeno un pomo Colombina: il dottore ha detto che ci vorranno sei mesi, caro Arlecchino Arlecchino: e proprio oggi scade il semestre Colombina: ma davvero? Arlecchino: verissimo, difatti ecco qui il dottore Dottore: buongiorno, amici Arlecchino: dottore, se è venuto per verdere il suo grano dorifero sta fresco! Per ora niente. 47
  • Dottore: comincerò col visitare le tue tasche... Ehi! Andiamo molto meglio! Qui ci sono tre monete d'argento! Arlecchino: oh, a furia di sudare, ne è passato di denaro nelle mie mani! Colombina: è un bel gruzzolo, eccolo qui! (va al cassetto, ne trae un rotolo di monete e lo mostra) Arlecchino: possibile? Tutto questo denaro è nostro? Colombina: sicuro. Da quando non vai più all'osteria e lavori, io ho seguito con impegno i consigli del buon dottore. Cioè ho messo in serbo gran parte dei tuoi guadagni, mentre non ti ho fatto mancare nulla; e ho anche potuto pagare i debiti e abbellire un poco questa casa. Dottore: come vedi, il granum auriferum ha mantenuto la promessa. I suoi pomi sono nati nelle tue tasche. Arlecchino: Ho capito! Bellissima cura... 48
  • Le lettere per la mamma Pantalone: (solo) Arlecchino! Arlecchinooo! Arlecchino: (entra) Eccomi, illustrissimo signor padrone Pantalone: me lo sai dire perchè quando ti si chiama non rispondi subito? Me lo sai dire? Arlecchino: signornò, illustrissimo padrone, non lo so Pantalone: non ho mai visto un servitore infingardo come te. Ora ascoltami bene. Mi ascolti? Arlecchino: Signorsì, illustrissimo signor padrone. Pantalone: ho fatto un po' di ordine nei cassetti della mia scrivania. Tu adesso prendi quella cartaccia e la butti nelle immondizie. Hai capito? Arlecchino: signorsì, ho capito. Devo buttare via tutta quella cartaccia. Ma proprio tutta? Pantalone: Sì, tutta. E' roba che non serve più: vecchi giornali, vecchi conti del lattaio, vecchie lettere Arlecchino: anche le lettere devo buttar via? Pantalone: certamente, anche le lettere Arlecchino: signor padrone, queste lettere... Pantalone: ebbene? Arlecchino: potrei... Pantalone: che cosa? Arlecchino: queste lettere potrei tenermele io? Pantalone: vuoi tenerle tu? E cosa vuoi farne? Arlecchino: è una storia un po' lunga. Quando io partii da Bergamo... Lei sa che io sono di Bergamo? Pantalone: Lo so, continua Arlecchino: dunque, quando io partii da Bergamo, la mamma era molto triste. Mi disse: "Arlecchino mi raccomando, mandami ogni tanto una lettera"... Pantalone: e tu gliel'hai mandata? Arlecchino: No Pantalone: e perchè? Arlecchino: perchè io non so scrivere e penso che adesso potrei forse mandarle una di queste, ogni tanto... 49
  • In piazza Pulcinella: Dove vai, amico Arlecchino? Arlecchino: Il mio padrone mi ha detto di comperargli due chili di orecchiandoli ben tirati Pulcinella: Quand'è così, eccoti servito! (gli tira più volte le orecchie) Arlecchino: Ahi! Ahi! Mi hai fatto male! Pulcinella: (ridendo) Sono questi gli orecchiandoli ben tirati! Arlecchino: (piagnucolando) Un'altra volta ci faccio andare il padrone a comprarli. Pulcinella: Bravo. Ora sentiamo Brighella, che intenzione ha. Ehi, Brighella, non saluti neppure? Brighella: (capo chino, come se cercasse qualcosa per terra) Mi è accaduta una grave disgrazia. Ho perduto una moneta d'oro. Arlecchino: Una moneta d'oro? Brighella: (avvilito) Proprio così... se mi aiutate a trovarla, vi pago da bere. Pulcinella: Cerchiamola, cerchiamola. (si mettono tutti a cercare di qua e di là) Arlecchino: io non la vedo! Pulcinella: Cercate, amici, cercate, cercate ancora! Arlecchino: Ma dove hai perduto la moneta? Brighella: L'ho perduta... l'ho perduta... Ecco, ora mi ricordo, l'ho perduta andando da Bologna a Milano. Pulcinella: E la cerchi qui? Brighella: Sì, per risparmiare la fatica di ritornare sulla strada! Arlecchino: Sciocco, ci hai fatto perdere inutilmente il nostro tempo Pulcinella: Facciamo uno scherzo anche a Stenterello... Ehi, Stenterello, vuoi trovare una moneta d'oro? Stenterello: (sbadigliando) Grazie amici, non ne ho bisogno. Brighella: (stupito) Non ne hai bisogno? Ma se sei sempre affamato! Stenterello: Sono diventato ricco tutto a un tratto. 50
  • Pulcinella: Davvero? Oh, caro il mio amico Stenterello, come hai fatto? Stenterello: (dandosi arie) Ho avuto un'eredità. Arlecchino: Carissimo Stenterello, amico mio, e che cosa hai ereditato? Stenterello: (con modestia) Ho ereditato una fattoria di cinquecento poderi. Brighella: Una fattoria? Ah, quanto ti voglio bene, Stenterello mio! E dove si trova questa fattoria? Stenterello: Si trova... Si trova... Ecco... mi pare che si trovi... proprio così! Si trova in mezzo al mare! Tutti gli altri: (insieme) Furfante! Imbroglione! Bugiardo! Ci hai preso in giro! Morto di fame! Stenterello: (sbadigliando) La mia fattoria è come la vostra moneta d'oro. E' nella fantasia. (P. Bargellini) 51
  • Non dire gatto se non è nel sacco Un angolo di caffè con due tavolini e sedie. Una radio ad un certo momento trasmette musica e poi comunicati... Arlecchino: Mettiamoci qua, Brighella Brighella: E va bene! Mettiamoci qua. Arlecchino: Vuoi qualcosa? Brighella: Acqua: costa poco, almeno. Arlecchino: Non possiamo fare la figura di due avaracci. Cameriere! Cameriere: Agli ordini, signori Arlecchino: Serviteci due caffè con un pochino di grappa Cameriere: Subito, subito. (rivolto all'interno) Due caffè corretti per i signori! (via) Brighella: Sei sicuro di averlo ancora? Arlecchino: (tastandosi la tasca interna della giacchetta) Sicurissimo, Brighella, ti devi fidare Brighella: mi fido, mi fido, Arlecchino, ma non si sa mai. Anche quel tanghero di cameriere ti si è strisciato di fianco, ciò. Arlecchino: Ma via, Brighella! Non me ne sono proprio accorto Brighella: Ma sì, l'ho proprio visto! Arlecchino: te lo sarai sognato, te l'assicuro Brighella: Anche stanotte ho sognato, sai? Da tre notti sogno e vedo tutto Arlecchino: Invece io dormo e non sogno. Che stizza! Brighella: anche le parole ho sentito, tutto Arlecchino: Anche le parole? Non me l'avevi detto stamattina Brighella: me ne sarò dimenticato Arlecchino: dimmi tutto, tutto quello che ti ricordi Cameriere: ecco i due caffè corretti Arlecchino: grazie Brighella: pagheremo poi Cameriere: comodi, comodi, signori (via) 52
  • Brighella (mentre i due parlano, bevono) Una voce nel sogno mi diceva "il possessore del biglietto numero 1968 serie H vince la somma di 50 milioni Arlecchino: (levando il biglietto dalla tasca) Il possessore... siamo noi; ecco qui: serie H, numero 1968, Brighella, cinquanta milioni! Siamo signori, signori! Finiti la miseria e gli stenti! Brighella: appena sarò padrone di tanti soldi, mi prenderò subito moglie Arlecchino: anch'io prenderò moglie. Colombina diventerà mia sposa Brighella: Colombina! Cosa dici? Colombina sarà mia moglie! Arlecchino: va là, va là, sbruffone, che Colombina non ti vuole. Sei troppo brutto e ignorante. Io invece... Brighella: (rabbiosamente, in piedi) Arlecchino, mi hai insultato. Se non mi domandi scusa, rompo la società Arlecchino: quale società? Se il biglietto l'ho in tasca io! Se credi di far lo spiritoso, incasso tutto io , e buonanotte! Brighella: ah, no! Il biglietto è di tutti e due, e fra noi due va diviso Arlecchino: ma Colombina la prendo per moglie io Brighella: no, io! (Si azzuffano, accorre il cameriere) Cameriere: vergogna, signori! Venire alle mani! Brighella: è lui che mi ha provocato! Arlecchino: E' un prepotente che vuol avere sempre l'ultima parola! Cameriere: ora si rimettano a sedere, tranquilli. Possono pagarmi subito i caffè, così non ci pensiamo più. Brighella: ma io no che non ci pensavo più, davvero Arlecchino: pagio il mio, tu paga il tuo Brighella: Arlechin, non posso. Non ho soldi. Ti rimborserò appena vinto. Arlecchino: e sia! (paga. Il cameriere va via) Colombina: Oh, signori, serva! Arlecchino e Brighella: Colombina! Colombina: Come mai al caffè a quest'ora? Arlecchino: siamo in attesa di sentire la trasmissione alla radio Colombina: C'è qualche notizia interessante? 53
  • Brighella: Molto, molto interessante, che riguarda anche te, Colombina Colombina: riguarda me? Anche? Perchè? Arlecchino: sì, perchè noialtri siamo in procinto di diventare milionari e di sposarci Colombina: davvero? Auguri! E chi sarebbe la fortunata? Arlecchino e Brighella: Tu! (la radio trasmette) Arlecchino: silenzio! Stiamo a sentire! Ora si decide la nostra sorte voce dell'annunciatrice: siamo lieti di comunicare il numero del biglietto che vince la lotteria di carnevale. 2968 serie K Brighella: (si mette a piangere) Arlecchino: il tuo sogno, simunito! "Anche le parole ho sentito" (gli fa il verso) Brighella: Ho capito male. Duemila invece di mille, e cappa invece di acca Colombina: mi dispiace per voi. E ora volete dirmi chi sposerete? Arlecchino: veramente non ho ancora ben deciso Brighella: nemmeno io, per dire il vero Colombina: meglio così, care maschere. Perchè io sono fidanzata col signor Paoletto, il mercante, e non ci saranno discussioni tra voi. Cameriere, servite tre bicchierini di anice per noi Cameriere: subito (serve) Arlecchino: non ho soldi per pagare, Colombina Brighella: anch'io ho le tasche vuote Colombina: s'intende che pago io. Alla salute e alla vostra fortuna futura. Arlecchino: i conti sono diventati contesse. Alla salute. Brighella: evviva noi! Poveretti! Arlecchino e Brighella: Non dir mai gatto se non l'hai nel sacco. No dir mai gato si no xe nel saco! (B. Paltrinieri) 54
  • Il furbo Arlecchino e il ghiotto Brighella Arlecchino: Caro Brighella, senti un po' qua! Brighella: Eccomi, dimmi, che novità? Arlecchino: oggi è domenica di Carnevale, ti offro un pranzetto senza l'eguale! Brighella: Grazie, l'accetto, ma chi cucina? Arlecchino: dietro ai fornelli c'è Colombina Brighella: Bene, benissimo, che mangeremo? Arlecchino: ecco, antipasto di latte e fieno; poi la minestra di pere cotte, arrosto d'uovo di mezzanotte, peli di gatto con salsa molle, e infine torta d'uva e cipolle Brighella: Ah, sì? Non posso... grazie lo stesso Arlecchino: come? Non vieni? Me l'hai promesso! Guarda, m'offendo. Ti picchierò! Brighella: Calmati, vengo, ma porterò io stesso i viveri per tutti e tre! Arlecchino: volevo questo, sciocco, da te! (D. Duranti) 55
  • Un inguaribile bugiardo (Lelio si aggira eccitato per la scena con la spada in mano) Arlecchino: Signor padrone, cosa fate con quella spada in mano? Lelio: sono stato sfidato a duello da Ottavio Arlecchino: avete combattuto? Lelio: Abbiamo combattuto per tre quarti d'ora Arlecchino:com'è andata? Lelio: con una stoccata ho passato il nemico da parte a parte Arlecchino: sarà morto Lelio: senz'altro Arlecchino: dov'è il cadavere? Lelio: l'hanno portato via Arlecchino: bravo signor padrone, siete un uomo d'onore, non avete fatto una cosa più grande in tutta la vostra vita. Ottavio: (entrando improvvisamente in scena) Non sono soddisfatto di voi. Vi attendo domani alla Giudecca: se siete un uomo d'onore, venite a battervi con me (Arlecchino fa gesti di ammirazione vedendo il redivivo Ottavio) Lelio: Attendetemi, vi prometto di venire Ottavio: Imparerete ad essere meno bugiardo. (esce di scena) Arlecchino: signor padrone, il morto cammina (ridendo) Lelio: la collera mi ha accecato. Ho ucciso un altro invece di lui Arlecchino: mi immagino che l'avrete ucciso con la spada di una spiritosa invenzione! (strarnuta ed esce) (C. Goldoni, da "Il bugiardo") 56
  • Arlecchino e il mal di schiena Rosaura: Arlecchino! Arlecchino: oh, oh... uh, uh... chi mi chiama? Chi mi vuole? Rosaura: Arlecchino, perchè non vieni? Arlecchino: vorrei, uih! Vorrei! Ma mi duole la schiena, mi sento morire... Rosaura: (accorrendo) Ma che cos'hai? Arlecchino: signora mia, uhi! Illustrissima... ieri, ieri sera, quando ho portato quel pacco... ohi! Rosaura: (prendendo il pacco) questo pacchetto ti avrebbe rotto la schiena? Arlecchino: sì illustrissima... sa, io i pacchetti li prendo piano, piano... Rosaura: lo so, Arlecchino, piano piano... Arlecchino: sì signora illustrissima. E, nel fare piano pianissimo, crac, la mia schiena! Rosaura: peccato, perchè volevo che tu mi portassi in carrozza al corteo mascherato Arlecchino: (spiccando un salto) Al corteo mascherato? Rosaura: (ridendo) ma non ti sacrificare, Arlecchino, va a letto e riposati. Mi accompagnerà Brighella. (esce) Arlecchino: (solo) ah, povero me! Maledetta la mia pigrizia! Mi tocca stare a letto; e c'è il corteo mascherato! Ohimè! Ohimè! 57
  • Arlecchino finto morto Atto I (intoduzione) Arlecchino: ma ditemi un po', caro signor padrone, cos'avete per la zivibicoccola? Siete tutto stralunato Leandro: Caro Arlecchino, tu sai bene che mio padre ci crede tutti e due a Pavia; e nel tempo che siamo qui abbiamo consumato molto denaro, ed ora non avendone più mi trovo in grave costernazione Arlecchino: ma lo so anch'io che siamo al fondo del sacchetto dei bezzi Leandro: l'ardente amore che nutro per la figlia del signor Marabolano è la ragione per cui ho trasgredito l'ordine di mio padre, e trovandomi senza denaro è necessario che tu vada con qualche pretesto da lui e che procuri di ricavare qualche somma Arlecchino: Questo è l'imbroglio... come devo fare per fargli credere che in due mesi avete consumato cinquecento lire? Leandro: trova qualche scusa... Arlecchino: scusa... scusa... Non son capace di dir bugie... andrò a chiederli in prestito da qualche servo Leandro: vai e ingegnati. Arlecchino: bravo, e se ingegnarmi poi, mi regalassero un sacco di bastonate, come dovrei fare per restituirle a voi? Leandro: non dubitare, non ti succederà niente. Procura in qualche modo di avere i denari, e tutto andrà bene Arlecchino: oh, poveretto me, sono più imbrogliato d'un sarto quando ha da vestire un gobbo, che non sa quale sia il quarto davanti e il quarto di dietro! Atto II (in casa di Mirabolano) Tonina: e qual buon vento? Arlecchino: ti dirò, ho bisogno di consegnare una letterina inzuccherata alla tua padrona, da parte del mio padrone Tonina: bene... chiudei quella porta, così parleremo con sicurezza (parlano a lungo, Tonina racconta dell'operazione sul cadavere dell'impiccato e conclude) Tonina: oh, dammi dunque la lettera 58
  • Arlecchino: subito... ti po... (bussano) Ohè! Cos'è questa roba? Tonina: misera me, è il padrone! Arlecchino: il padrone! Adesso sto fresco! Tonina: come fare adesso? Mirabolano: Apri, Tonina! Arlecchino: no, per carità, non aprire Mirabolano: Ehi, Tonina, apri! Arlecchino: aspetta, mi metto dietro la porta, e intanto che lui entra, io scappo via Tonina: no, no, fa così piuttosto: distenditi su questa tavola. Dirò al padrone che sei il cadavere di quell'impiccato che devono portare Arlecchino: sei matta! Non voglio fare l'impiccato! Mirabolano: Apri, Tonina! Tonina: mettiti, mettiti ben disteso.... Vengo, vengo... Mirabolano: e che maniera di farmi aspettare tanto tempo Tonina: scusate, ma non avevo udito battere Mirabolano: (vedendo Arlecchino) ma Tonina, cos'è questo? Tonina: è il cadavere che sono venuti a portare Mirabolano: penso che mentre è ancora caldo di cominciare con le mie osservazioni. Tonina, vammi a prendere di là i miei bisturoni, e alcuni coltellacci, e portali qui Tonina: ma signore, non vi è ancora niente di preparato. Voi mi ordinate cose che non è possibile eseguire. Aspettate fino a domani Mirabolano: o ci vai tu, o ci vado io stesso Tonino: come volete, signore Mirabolano: che brutta faccia... questa figura ha qualcosa di ributtante. (avvengono varie interruzioni con Mirabolano sempre deciso a squartare il falso cadavere. Tonina intanto nasconde i ferri e ritarda l'operazione il più che può: Mirabolano si convince a rimandare) 59
  • Mirabolano: Oh, quanti impedimenti! Bisogna dunque lasciar per domani questa operazione. E tu fa portare questo cadavere in cantina Tonina: sarete servito Mirabolano: vado dai miei malati Arlecchino: (salta già dal tavolo) e io, senza fermarmi, scappo via subito, subito!(arrivano alcuni clienti e Arlecchino deve fare ora il finto medico) Atto III Lisidoro: vedo che non posso fare a meno, sposala tu, Leandro Arlecchino: ah, bravissimo Mirabolano: signor Lisidoro, avete pensato bene Leandro: vi sono tenuto al sommo, andiamo dunque a dare sì lieta notizia alla mia cara Lucinda Arlecchino: e alla mia Tonina, così con due coppie di sposi faremo un bel quadretto Mirabolano: non più indugi, dunque, andiamo Arlecchino: andiamo pure, ma prima c'è da ringraziare per nostro dovere e convenienza, da ringraziare questa colta e riverita udienza. 60
  • Meglio tardi (una camera da letto) Scena I Silvestro: chi bussa? Dottore: sono io, il dottore Silvestro: entrate Dottore: m'hanno detto che state male e son venuto a trovarvi Silvestro: roba da poco, dottore, un po' di tosse Dottore: vediamo... (gli poggia l'orecchio sul petto) ...sè, tosse e un po' di bronchite. Un male di stagione Silvestro: di stagione o no, se non c'era stavo meglio e potevo curare i miei affari Dottore: oh, quelli possono anche aspettare Silvestro: lo dite voi! Con l'aria che tira in paese. Questi assassini non si decidono mai a rendermi i miei soldi. A farseli prestare sono tutti buoni. Ma a renderli, ti voglio! Dottore: pagheranno, pagheranno, state sicuro. Intanto prendete queste goccioline prima dei pasti. Faranno miracoli, vedrete. Ora debbo andare. Silvestro: speriamo bene. Arrivederci, dottore. Scena II Silvestro: chi bussa? Fedele: Sono Fedele, il vostro amico fedele Silvestro: vieni, vieni Fedele: ho qui con me i soldi che vi devo. Ma vorrei riavere quella ricevuta che vi firmai. Silvestro: non ti fidi? Amico fedele davvero! Fedele: già... insomma, sapete, da un momento all'altro potreste morire e io non voglio pagare due volte Silvestro:cosa, cosa, cosa? Io, morire? Ti piacerebbe, eh... Piacerebbe a tutti voi! Fedele: ma che dite? Io voglio solo la mia ricevuta Silvestro: (tira fuori da sotto il materasso una borsetta di pelle e con fare misterioso tira fuori un fogliettino) Tieni, Fedele amico fedele. Tieni, ma non farti più vedere, fila 61
  • Scena III Silvestro: chi bussa? Michele: sono Michele Silvestro: non conosco Micheli, io Michele: come? Sono Michele, il becchino Silvestro: cosa? Michele: ho saputo che stai male e allora sono venuto a prendere certe misure... Silvestro: rendimi i miei soldi piuttosto Michele: e se poi morite? Silvestro:via di qua. Cani, cani. (grida, ma la tosse lo interrompe) Scena IV Silvestro: il dottore, o il becchino... anche l'amico non si fida più. Ma perchè? Cos'ho fatto, che mi lasciano qui solo, come un povero lebbroso. Eppure sono nato anch'io in questo paese. E li conosco tutti meglio di chiunque altro. Se mi volessero un po' di bene, chi sa quanti sarebbero venuti a tenermi compagnia. Si giocherebbe un po' a carte... Non si parlerebbe d'affari... Povero Silvestro! (Mentre sta con la borsetta delle ricevute fra le mani, bussano alla porta) Scena V Silvestro: chi bussa? Don Luigi: Sono don Luigi, il parroco Silvestro: venite proprio a proposito. Prima il dottore, poi il becchino e ora il prete. Don Luigi: Perchè dite così, signor Silvestro? Io non sapevo che eravate malato. Son passato di qui e mi son ricordato che non ci vediamo da un pezzo, noi due, e intanto in paese la gente mormora sempre di più contro di voi Silvestro: ma cosa vogliono, infine! Don Luigi: Vogliono che vi comportiate più da cristiano! Ecco cosa vogliono. E poi, detto fra noi, cosa volete farne dei vostri soldi? Prima o poi dovrete lasciarli. Se sapeste quanti poveri vi bacerebbero le mani se... Non avreste più paura del dottore, del becchino e del prete. Pensateci signor Silvestro, non è ma tardi per cominciare a fare il bene 62
  • Silvestro: ma non vedete che nessuno si cura di me. Mi lasciano solo qui, come un cane arrabbiato Don Luigi: Volete scommettere che domani avrete la casa piena di gente? Datemi le vostre ricevutine... Silvestro: (con voce commossa) Tenete, tenete, e pigliate anche quei soldi là nel cassetto del tavolo. Dateli a chi vi pare. Voi sapete più di me e farete meglio. Ma vi prego, non mi abbandonate più. E ditelo, ditelo ai miei compaesani. Silvestro vuol bene a tutti, capito? Anche ai debitori che non pagheranno più! (U. Grimani) 63
  • Discussione aritmetica Arlecchino: prima di tutto pensiamo a mangiare, sacco vuoto non sta ritto Pulcinella: pensiamo a mangiare e a bere, a bere e a mangiare Colombina: mettetevi a sedere e vi servo subito: quanti siete? Gianduia: io uno, Arlecchino due, Pulcinella tre, Pantalone quattro, Stenterello cinque, Meo Patacca sei, e io sette. Siamo sette, sette precisi. Meo Patacca: e invece siamo cinque: Stenterello, Pantalone, Pulcinella, Arlecchino e tu. Dico cinque, e se non ci credi ho qui il mio bastone che conta meglio di tutti Gianduia: e allora se siamo cinque due di noi restano senza mangiare Stenterello: io sarò uno dei due, perchè non ho quattrini Pantalone: che importa se non hai quattrini? Non sai che pago sempre io? Ma Colombina, com'è questa faccenda? Hai portato cinque porzioni e io sono rimasto senza... eppure mi avevano contato! Meo Patacca: Vuol dire che a tavola c'è qualcuno che prima non c'era Gianduia: dicevo bene! Eravamo sette, e pagherei per sapere chi è lo stupido che se ne è andato 64
  • I due fannulloni Narratore: Arlecchino e Pulcinella sono a letto. Fa molto freddo e un colpo di vento a un tratto spalanca la porta... Arlecchino: per favore, chiudi la porta Pulcinella: Già... è un favore che volevo chiederti io Arlecchino: ma io mi sento male. Devo avere la polmonite Pulcinella: mi alzerei subito, ma ho un gran mal di testa, quattoridici geloni e l'appendicite Narratore: il vento soffia alla porta: uh! Uh! Arlecchino e Pulcinella ficcano il capo sotto le coperte. Intanto entra il Dottor Balanzone Balanzone: perbacco! Mai visto gente che dorme con la porta aperta con questo freddo. Ma i padroni dove sono? Arlecchino e Pulcinella: siamo qui sotto. Balanzone: perchè non avete chiuso la porta? Arlecchino: io ho la polmonite Pulcinella: e io l'appendicite Balanzone: bene bene, sono arrivato al momento buono... Prendo i ferri e in quattro e quattr'otto... Arlecchino: i ferri? Aiuto! Pulcinella: i ferri? Aiuto! Narratore: e i due fannulloni saltano dal letto e scappano a gambe levate... 65
  • Il bugiardo sbugiardato Arlecchino: ciao Brighella Brighella: ciao Arlecchino, che fai da queste parti? E come sei vestito bene! Arlecchino: la fortuna, caro mio, sono un signore Brighella: vedo... che ti è capitato? Arlecchino: viaggio in incognito Brighella: che nome ti sei preso? Arlecchino: Conte dei Talleri Brighella: Uhm... bello. E che fai? Arlecchino: nulla. Sono ricco. Brighella: beato te...ora vado, ho fretta. Arlecchino: sempre a piedi, eh Brighella? Io invece, carrozze e cavalli. Brighella: come mai sei solo e a piedi? Arlecchino: ehm... aspetto. Così, per mio piacere e diletto Brighella: Arlecchino, oh, mi scusi. Signor Conte dei Talleri...si ricordi di me, del povero Brighella Arlecchino: non dubitare Pantalone: (di dentro) Arlecchino! Arlecchino! Ma dove si è cacciato quel servitore fannullone? Arlecchino: Santo cielo, il mio padrone... Brighella: ma come? Non sei qui per piacere? Arlecchino: povero me. Bisogna che vada subito. Per forza! Addio, Brighella... Brighella: addio signor bugiardo,conte dei Talleri! 66
  • Pulcinella e le frittelle Rosaura: Pulcinella! Pulcinella: ai suoi ordini, signora Rosaura: ascoltami bene. Ora verrà Colombina. Mentre io parlerò con lei, tu sorveglierai le frittelle perchè non brucino Pulcinella: (facendo un inchino) Ma con piacere, signora. (Suona il campanello) Rosaura: Ecco la mia cara Colombina! Va' va' Pulcinella! (Questi fa un altro inchino ed esce. Entra Colombina) Colombina: Rosaura mia, come sei bella! Che abiti splendidi! Rosaura: anche tu Colombina sembri una regina Colombina: non facciamoci troppi complimenti, amica mia. Andiamo piuttosto sul balcone per vedere le mascherine... (si ode un urlo di Pulcinella che arriva in scena tenendosi una mano sulla bocca) Colombina e Rosaura: Che cosa hai fatto, Pulcinella? Pulcinella: (continua a tenersi una mano sulla bocca e gira intorno, mugulando) Rosaura: vuoi dire che cosa hai fatto? Pulcinella: (parlando male) Sorvegliavo le frittelle e mi... mi... mi sono scottato la lingua Colombina: Come? Pulcinella: mi sono scottato la lingua. Rosaura: Ah, briccone! Tu mangiavi le frittelle, altro che storie! Via di qua, prima che ti bastoni! (Pulcinella scappa gesticolando) Colombina: Perdonalo, Rosaura Rosaura: sì, lo perdonerò, tanto si è già punito da solo 67
  • Dialogo di Arlecchino e Pantalone Arlecchino: oh, come sono stanco! Non ho proprio voglia di far nulla! Pantalone: Arlecchino! Arlecchino: Uh, è già qui! Un'idea! Mi fingerò sordo e così non lavorerò Pantalone: Arlecchino Arlecchino, va' subito a prendermi la medicina! Arlecchino: Come? Devo andare in cucina? Pantalone: Ma che cucina! La medicina ho detto. Corri a prenderla in farmacia! Arlecchino: quale Lucia? Non ne conosco io di Lucia! Pantalone: ma cosa dici, Lucia! Sei diventato matto? Arlecchino: il gatto? Queste è bella! Pantalone: Mattooo! Arlecchino: No, mi son venuti gli orecchioni e sono diventato sordo... Pantalone: che cosa? Arlecchino: no, non la rosa! Sordo! Pantalone: sei diventato sordo? Ora prenderò il bastone e ti farò guarire! Arlecchino: no, no! Aiuto! Vado subito in farmacia! 68
  • Arlecchino e l'oste Arlecchino, a cavallo del suo asino, viaggia da qualche ora lungo una strada di campagna. Ha in tasca soltanto dieci soldi ed è affamato. Trova finalmente un'osteria e vi entra... Oste: cosa volete? Arlecchino: Tre soldi di minestra, tre di pane, tre di salame e tre di vino (L'oste gli mette in tavola quanto ha ordinato) Arlecchino: (dopo aver mangiato) se ho più fame di prima, devo pagare lo stesso il conto? Oste: ciò che si mangia si paga, poco o tanto che sia Arlecchino: giusto. Quanto devo pagare? Oste: dodici soldi in tutto Arlecchino: Ohibò, qui c'è un imbroglio. Oste: come sarebbe a dire? Arlecchino: il conto è presto fatto: tre di minestra, tre di pane e tre di salamino. Nove in tutto. Oste: e il vino? Arlecchino: ah, dico bene. Tre di pane, tre di minestra e tre di vino. (L'oste comincia a perdere la pazienza e.. continuando a tenere alzate tre dita della mano destra, ripete sottovoce: "Tre di minestra, tre di pane...". Arlecchino posa sul tavolo nove soldi e si allontana col ciuco, lasciando l'oste immerso nei suoi calcoli) Arlecchino: (parlando all'asino) Vecchio mio, allegria! M'è rimasto un soldo per comprarti un po' di biada! Oste: (nella bettola, facendosi portavoce con la mano) E il salamino? Arlecchino: (gridando da lontano) Se lo incontra me lo saluti tanto! 69
  • A Carnevale ogni scherzo vale Brighella: (solo, parla fra sè) Non so che cosa darei per potermi pappare una di quelle scatole di cioccolatini che al solo vederle in vetrina ti fan scendere giù per la gola una certa acquolina... Arlecchino: (che giunge in quel momento) Ciao, Brighella. Ho piacere di incontrarti. Può darsi che tu mi possa aiutare. Senti, ho assoluto bisogno di duecento lire che mi servono subito. So che tu sai trovare il modo di farle saltare fuori. E non lo farai gratuitamente, s'intende. Guarda qui: una scatola di cioccolatini che mi è stata regalata due giorni fa per il mio compleanno. E' tua, se mi dai duecento lire. Eh, che ne dici? Brighella: (che fa gli occhi lucidi nel vedere l'oggetto dei suoi sogni) Perdinci, Arlecchino, che bella scatola! Cioè, no, non è poi tanto bella... e duecento lire sono duecento lire... Arlecchino: ehi, ma dico? Non lo sai che una scatola simile la pagheresti duemila lire in un negozio come si deve? E tu fai il tirchio per duecento... bene... bene... o prendere o lasciare. Decidi. Brighella: per avere duecento lire, io le avrei. Me le ha regalate mio zio proprio ieri per un servizio che gli ho reso. Ma dartele proprio tutte... non potresti accontentarti di 150? Arlecchino: sei matto? O 200 o non se ne fa niente. Per l'ultima volta: accetti o non accetti? Brighella: (che non resiste alla dolce tentazione) E va bene, eccoti le 200 lire. Arlecchino: ed eccoti la scatola. (consegna la scatola e poi se ne va di gran corsa) Brighella: (senza metter troppo tempo in mezzo rompe la carta che avvolge la scatola, rompe la scatola stessa, e ahimè! Che cosa trova? Gusci di castagne, di noci e di nocciole) Aiuto! Al ladro! Gente, venite! Mi hanno rubato 200 lire! E' stato Arlecchino! Pigliatelo! Un ragazzo: (fra il gruppo di alcuni che si sono avvicinati alle sue grida) Ehi, Brighella! Cosa dici? Come è andata? Come ha fatto Arlecchino a rubarti 200 lire? Brighella: Non è in verità che me le abbia proprio rubate. Ma io gliele ho date in cambio di una scatola di cioccolatini. Ed ecco invece che cosa ho trovato! (mostra le bucce) Ragazzo: Ah, ah, furbo Arlecchino! Più furbo di te che credi di esserlo tanto. Non sai che siamo a Carnevale? E che a Carnevale ogni scherzo vale? Smettila di fare quella faccia e fatti furbo, un'altra volta! 70
  • Fabrizio e Succianespole (Arlecchino) Fabrizio:Ehi Succianespole! Succianespole: Signore... Fabrizio: E' acceso il fuoco? Succianespole:gnor no Fabrizio: come stiamo in cucina? Succianespole: Bene Fabrizio: perchè non è ancora acceso il fuoco? Succianespole: perchè non c'è legna Fabrizio: non mi star a far lo scimunito, chè oggi ho da dar pranzo a un'eccellenza Succianespole: ci ho gusto Fabrizio: Succianespole, che cosa daremo a pranzo a sua eccellenza? Succianespole: tutto quello che comanda vostra eccellenza Fabrizio: quante volte mi faresti arrabbiare con questa tua flemmaccia maledetta! Succianespole: io sono lesto Fabrizio: lo sai fare il pasticcio di maccheroni? Succianespole: gnor sì Fabrizio: un fricandò alla francese? Succianespole: gnor sì Fabrizio: una zuppa con l'erbucce? 71
  • Succianespole: gnor sì Fabrizio: con le polpettine? Succianespole: gnor sì Fabrizio: e coi fegatelli arrostiti? Succianespole: gnor sì Fabrizio: hai denari da spendere? Succianespole: gnor no Fabrizio: ti ho pur dato uno zecchino! Succianespole: quanti giorni or sono? Fabrizio: lo hai già speso? Succianespole:gnor sì Fabrizio: e il tuo salario che ti ho dato, l'hai speso? Succianespole: gnor sì Fabrizio: e non hai più un quattrino? Succianespole: gnor no Fabrizio: maledetto sia il gnor sì e il gnor no. Si sente altro da te che gnor sì e gnor no? Succianespole: insegnatemi che cosa ho da dire Fabrizio: bisogna pensare a trovar denari Succianespole: gnor sì Fabrizio: quante posate ci sono? Succianespole: sei, mi pare Fabrizio: sì, erano dodici, se le ho impegnate restano sei. Siamo in quattro, impegnamone due. Succianespole: gnor sì Fabrizio: vai al Monte e spicciati 72
  • Succianespole: gnor sì Fabrizio: non mi fare aspettare due ore Succianespole:gnor no Fabrizio: andremo a spendere quando torni Succianespole: gnor sì Fabrizio: c'è vino? Succianespole:gnor no Fabrizio: c'è pane? Succianespole: gnor no Fabrizio: gnor sì, che tu sia bastonato Succianespole: gnor no... (Carlo Goldoni) 73
  • Il seccatore Pantalone sta leggendo un libro. Bussano alla porta d'ingresso e Arlecchino va ad aprire; poi, con sgambetti e piroette, farà da spola tra il visitatore e il padrone. Cavaliere di Ripafratta: vorrei parlare col tuo padrone, è in casa? Arlecchino: non lo so Cavaliere di Ripafratta: e allora fammi il favore di andare a vedere Arlecchino: non occorre, adesso glielo domando. (A Pantalone) Padrone, c'è di là un tale che vorrebbe parlare con lei, che cosa gli dico? Pantalone: Auff! Non si può stare un momento tranquilli. Digli che non ci sono. Arlecchino: Sta bene. (al cavaliere)Il mio illustrissimo signor padrone, Pantalone dei Bisognosi, in casa non c'è. Cavaliere di Ripafratta: ne sei certo? Arlecchino: Certissimo. Me l'ha detto lui. Cavaliere di Ripafratta: ebbene, io sono il Cavaliere di Ripafratta. Digli che devo assolutamente parlargli. Si tratta di un affare che urge e che non può essere rimandato. Arlecchino: glielo dico subito! (A Pantalone) Quel tale dice di essere il Cavaliere di Ripafritta e che si tratta di un affare che urge Pantalone: quel tale è un seccatore! Gliel'hai detto che non sono in casa? Arlecchino: gliel'ho detto, ma vuol parlare lo stesso Pantalone: digli che non posso riceverlo, che sto poco bene, che sono a letto ammalato. Arlecchino: Signorsì. (al cavaliere) Eccellenza, il mio padrone non può riceverla perchè sta poco bene. E' a letto ammalato. Cavaliere di Ripafratta: oh, mi dispiace. Ma sono capitato a proposito. Ho studiato medicina e mi basterebbe tastargli un momentino il polso, per sapere di che malattia è affetto. Va' a dirglielo. Arlecchino: Vado. (a Pantalone) Il Cavaliere ha fatto un grande discorso. Pantalone: insomma, non vuol andarsene? Arlecchino: no, non vuol andarsene. Ma gli basterebbe tastarle il polso. 74
  • Pantalone: vorrebbe tastarmi il polso? Digli che ho una malattia contagiosa. Digli che ho gli orecchioni e se mi viene vicino se li prende anche lui. Vai, corri. Arlecchino: corro con tutte le mie gambe. (al cavaliere) Il mio padrone ha le orecchie asinine e se uno lo tocca diventa un asino anche lui Cavaliere di Ripafratta: niente paura! E' una malattia che ho avuto anch'io da bambino e chi l'ha avuta una volta non la prende più. Ma digli che, per fortuna, ho con me una pomata prodigiosa e se mi permette di spalmargliela, guarisce all'istante. Arlecchino: E' una vera fortuna! (a Pantalone)Dice che ha una marmellata speciale da mettere sulle orecchie Pantalone: questa è una vera persecuzione! Io voglio essere lasciato in pace. Digli che sono moribondo e sto dettando il testamento Arlecchino: è una buona idea. (al cavaliere) Il mio padrone è occupatissimo a fare il testamento e deve farlo in fretta perchè sta per morire Cavaliere di Ripafratta: il questo caso potrei essergli utile come testimone e metter la firma sul documento. Va' subito a dirglielo Arlecchino: (a Pantalone) dice che potrebbe far da compare Pantalone: digli che sono morto Arlecchino: (al cavaliere) il mio padrone è morto Cavaliere di Ripafratta: sono veramente addolorato. Vengo a recitare una preghiera per lui. (Passa imperterrito davanti all'esterrefatto Arlecchino) 75
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