Questo volume, da considerarsi come una semplice digressione,in rapporto ad alcuni argomenti trattati nel mio precedente libro (Dio=mc2),vuol essere essenzialmente un tributo,un omaggio,a dei grandi personaggi del mondo della scienza , le cui idee, rivestono una notevole importanza nella comprensione di ciò che l’uomo chiama comunemente: “Realtà”. Tali personaggi, vengono qui presentati, in una raccolta di brevi articoli (esposti fedelmente in questo libro), scritti dai più noti esponenti del panorama scientifico italiano.
La Funzione d'onda della Realtà (LIBRO) - Document Transcript
FAUSTO INTILLA
Fausto Intilla,inventore e divulgatore scientifico,è di origine italiana ma vive e
lavora in Svizzera (Canton Ticino). www.oloscience.com
Nell’editoria,ha debuttato nel ’95 con “Viaggio oltre la vita” (ed.Nuovi
Autori,Milano),un avvincente racconto sul genere fantasy che testimonia la
poliedricità dell’autore. Nel campo delle invenzioni invece,il suo nome è legato alla
“Struttura ad albero”,una delle più note strutture anti-sismiche per ponti e viadotti
brevettata in Giappone e negli Stati Uniti.
(si veda: www.uspto.gov). Il suo indirizzo e-mail è: f.intilla@bluewin.ch
La Funzione d’onda della Realtà
(L’eterno collasso di aspettative e convinzioni
nel processo sintropico)
copyright®2006 by Fausto Intilla Science-Press - FISP
®
Cari lettori,
questo volume, da considerarsi come una semplice digressione,in
rapporto ad alcuni argomenti trattati nel mio precedente libro
(Dio=mc2),vuol essere essenzialmente un tributo,un omaggio,a dei
grandi personaggi del mondo della scienza , le cui idee, rivestono una
notevole importanza nella comprensione di ciò che l’uomo chiama
comunemente: “Realtà”. Tali personaggi, vengono qui presentati, in
una raccolta di brevi articoli (esposti fedelmente in questo libro),
scritti dai più noti esponenti del panorama scientifico italiano,che
rispondono ai nomi di:
Piergiorgio Odifreddi :
Laureato in matematica a Torino nel 1973,dal 1983 al 2002 ha
insegnato in Italia, alla Cornell University (USA) e in Russia.
Attualmente, è professore ordinario di logica matematica presso
l’Università di Torino.
Renato Nobili:
Professore di fisica generale all’Università di Padova dal 1970 al
1984. Membro dell’ Acoustical Society of America.
Le sue ricerche andarono dalla fisica delle particelle elementari,alla
biofisica e alla biologia teorica ,fino al 1984.
Marco Mazzone:
Ricercatore all’Università di Catania. Docente di Filosofia del
Linguaggio e semiotica presso la Facoltà di Lingue e Letterature
Straniere.Membro del Dottorato in Scienze Cognitive all’Università di
Messina.Membro della Società Italiana di Filosofia Analitica (SIFA) e
di Filosofia del Linguaggio (SIFL).
Antonio Damasio:
Nato a Lisbona e laureato in medicina, Antonio Damasio opera negli
USA. Rappresenta una delle figure di maggior spicco a livello
mondiale nel campo delle neuroscienze. E' autore di importanti
pubblicazioni sulla memoria, sulla fisiologia delle emozioni e sulla
malattia di Alzheimer nervosi che sono alla base dei processi
cognitivi. Membro di prestigiose associazioni, come l'European
Academy of Science and Arts e l'American Neurological Association.
Piero Scaruffi:
Poeta,storico e libero pensatore.Laureato in matematica nel
1980.Risiede in California dal 1983.
Umberto Di Grazia:
Ricercatore psichico noto a livello internazionale,presidente
dell’Istituto di ricerca della Coscienza e promotore di un nuovo modo
di intendere le potenzialità umane.
Paolo Manzelli:
Ricercatore del Laboratorio di Ricerca Educativa della Universita' di
Firenze (in sigla LRE), per il progetto di innovazione educativa
denominato \"Progettare il Futuro della Comunicazione Interattiva\".
Marco Zanasi:
Vive a Modena,e si è laureato in Scienze della formazione primaria
presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di
Bologna.
Stefano Monti:
Ricercatore sull’Intelligenza artificiale.Il suo sito web è:
http://www.cs.cmu.edu/~smonti
E per ultimi, ma non per questo meno importanti, i ricercatori/trici
Pier Luigi Aiazzi , Mario Pigazzini ,Stefano Siccardi e Antonella
Vannini. Mi scuso sin d’ora, se in tale elenco,ho omesso
involontariamente qualche personaggio noto o meno noto,i cui articoli
sono esposti,seppur in minima parte,nel presente volume.
Fausto Intilla,
Cadenazzo, ottobre 2006.
PARTE I
Testo
Aspettative e convinzioni
Le convinzioni limitano,
le conoscenze rafforzano.
Wayne W.Dyer
“Il problema con il mondo è che gli stupidi hanno assolute certezze e le persone
intelligenti sono piene di dubbi.\"
Bertrand Russell
Convinzione, ecco una bella parolina per iniziare ad esplorare alcuni
aspetti del nostro subconscio, e i suoi legami con la realtà che ci
circonda.Se andassimo a cercare il significato di questo termine sul
vocabolario etimologico della lingua italiana, questo è ciò che
leggeremmo: “lat. CONVINCTIÒNEM da CONVICTUS, p.p. di
CONVINCERE sopraffare con argomenti (v.Convincere). – L’atto o
l’effetto del convincere; ma più specialmente lo Stato della mente resa
certa, da prove di fatto o da ragioni,dal vero di checchessia”.
Ciò che a noi principalmente interessa comunque, per iniziare a capire
le varie connessioni e interdipendenze tra convinzioni (intese come
strutture mentali ben definite e dinamiche per certi aspetti) e realtà
fisica a noi circostante, non è tanto il significato etimologico dei
termini usati in tale contesto, bensì quello legato alla fenomenologia
dei cicli di cambiamento delle convinzioni, in rapporto ovviamente
alla realtà a noi circostante. In genere,ogni cambiamento di
convinzione,viene generalmente considerato da qualsiasi individuo, un
processo difficile e faticoso.Nell’arco di un’intera vita, è risaputo che
le persone cambiano in modo spontaneo e naturale, decine e decine se
non addirittura centinaia di convinzioni ; dalla meno importante, e
quindi poco determinante per la vita “decisionale” della persona in
questione,sino a quella più importante e quindi assai influente su ogni
aspetto della sfera “psichica-decisionale” di tale persona.
In genere, quando cerchiamo di cambiare in modo prevalentemente
conscio le nostre convinzioni,lo facciamo al di fuori degli schemi del
ciclo naturale di cambiamento di tali convinzioni.Tentiamo di
cambiare le nostre convinzioni \"reprimendole\" o combattendo contro
di esse. In accordo con la teoria dell'auto-organizzazione, le
convinzioni cambierebbero attraverso un ciclo naturale nel quale le
parti del sistema di una persona che mantengono la convinzione
esistente diventano instabili. Una convinzione può essere considerata
come una specie di polo d'attrazione attorno a cui il sistema si
organizza. Quando il sistema è destabilizzato, la nuova convinzione
può essere assunta senza conflitto o violenza. Il sistema può essere
autorizzato a ristabilizzarsi attorno ad un nuovo punto di equilibrio o
di omeostasi. I sistemi organici cambiano spesso attraverso processi
che prendono la forma di cicli. Anche se il contenuto di questi cicli si
trasforma e cambia, la struttura profonda del ciclo rimane costante.
Dal punto di vista della teoria dei sistemi, i metodi terapeutici
coinvolgono una struttura nella quale un modello che esiste nel
\"panorama\" viene riaperto e quindi \"destabilizzato\" introducendo
nuove intuizioni e prospettive. Quando nuovi \"poli d'attrazione\"
vengono introdotti in questo stato instabile, sotto forma di nuova
comprensione e nuove risorse, il sistema naturalmente si riorganizza
attraverso \"correzioni associative\" in un nuovo modello stabile.
Questo ciclo naturale di cambiamento potrebbe essere assimilato al
cambiamento delle stagioni. Una nuova convinzione è come un seme
che viene piantato in primavera. Il seme cresce durante l'estate e
matura, diventa forte e mette radici. In autunno la convinzione inizia a
diventare superata ed appassita, l'obiettivo per cui è nata è assolto.
Comunque, i frutti della convinzione (le intenzioni positive e le
motivazioni che le stanno dietro) vengono conservate o \"mietute\", e
separate dalle parti che non sono più necessarie. Infine, in inverno, le
parti della convinzione che non servono più vengono lasciate e
scompaiono, permettendo al ciclo di ricominciare. Per esempio,
mentre ci prepariamo per nuovi stadi nelle nostre vite o carriere, noi
\"vogliamo credere\" che saremo capaci di gestirle con successo ed
intraprendenza. Nel momento in cui entriamo in questo stadio della
vita ed impariamo le lezioni di cui abbiamo bisogno per gestirlo,
diventiamo \"aperti a credere\" che possiamo, nei fatti, avere le capacità
per avere successo. Quando le nostre capacità vengono confermate,
diventiamo certi della \"convinzione\" circa il nostro successo e la
nostra intraprendenza, e circa il fatto che ciò che stiamo facendo è
giusto per noi ora. Nel momento in cui questo stadio nella nostra vita
o del nostro lavoro inizia a passare, iniziamo ad \"aprirci al dubbio\"
che il successo e le attività associate a questo stadio siano veramente
le più importanti, prioritarie o ancora \"vere\" per noi. Quando abbiamo
passato questo stadio, possiamo ritrovarci a guardare indietro e vedere
che ciò che era importante e vero per noi, ora non lo è più. Potremmo
riconoscere che eravamo \"abituati a credere\" di essere fatti in un certo
modo e che certe cose erano importanti, e potremmo conservare le
convinzioni e le capacità che ci aiuteranno in questa fase, ma
realizziamo che i nostri valori, priorità e convinzioni sono, ora,
differenti.
Tutto ciò che si deve fare è guardare attraverso i cicli di cambiamento
che ognuno ha attraversato fin dalla fanciullezza e dall'adolescenza, e
gli stadi della vita adulta, per trovare esempi di questo ciclo.
Quando entriamo e passiamo attraverso relazioni, lavori, amicizie,
partnerships, eccetera, noi sviluppiamo convinzioni e valori che ci
sono funzionali, e li abbandoniamo nella transizione verso nuove parti
del nostro percorso di vita. Nei termini della teoria dell’auto-
organizzazione,possiamo riassumere questo ciclo come un
\"panorama\" che somiglia al diagramma seguente:
\"Panorama\" del Ciclo Naturale di Cambiamento delle Convinzioni
Ciò che \"vogliamo credere\", ciò che \"crediamo ora\" e ciò che
\"eravamo abituati a credere\", sono come tre \"bacini\" nel panorama. Le
esperienze e le idee, entrambe percepite ed immaginate, che
costruiscono la nostra vita possono farci uscire o farci restare nel
bacino. Se una persona visualizza una particolare esperienza o idea
come una palla o un ciottolo che può passare attraverso il paesaggio, e
quindi vuole muoversi dal voler credere qualcosa al crederlo
effettivamente, deve prima passare attraverso la parte di paesaggio
nella quale essere \"aperto a credere\". La parte di paesaggio nella quale
un individuo è \"aperto a credere\" qualcosa di nuovo è meno stabile di
quelle al fondo dei bacini su entrambi i lati, e qualche volta richiede
un investimento di energia per raggiungere questa parte del paesaggio.
Il bacino delle \"convinzioni attuali\" è più profondo degli altri perché
le idee cui attualmente crediamo sono generalmente più radicate e più
stabili rispetto a ciò che \"vogliamo credere\" o ciò a cui \"eravamo
abituati a credere\". A volte richiede uno sforzo anche maggiore
muovere una delle nostre attuali convinzioni verso la parte meno
stabile del panorama, nella quale possiamo essere \"aperti al dubbio\".
Una volta operata questa transizione, certi aspetti della convinzione
potrebbero ricadere nel bacino delle nostre attuali convinzioni, mentre
altre finire nella parte di paesaggio che comprende quelle convinzioni
che siamo consapevoli che \"eravamo abituati a credere vere\",
ma che non crediamo più vere.Quando qualcosa sta cambiando o
diventando instabile ad un certo livello, è utile introdurre stabilità al
livello appena superiore della \"struttura profonda\". Se, anziché
cambiare convinzioni, le persone stanno imparando una nuova abilità
mentale o una nuova capacità, per esempio, è utile per loro avere
convinzioni e valori stabili in relazione a quella particolare capacità.
In altre parole, anche se le persone sono incerte circa la nuova abilità,
possono essere certe delle convinzioni che col tempo riusciranno ad
apprendere questa abilità e che questa abilità è utile. Allo stesso modo,
se una persona è in una situazione in cui sta cambiando una
convinzione o ha bisogno di installare una nuova convinzione, sarà
più semplice farlo se questa persona ha uno stabile senso di identità.
Così, anche se la persona non sa più che cosa credere, continua
comunque a sapere chi lei è. In maniera simile, se l'identità di una
persona sta cambiando ed è divenuta instabile, potrebbe essere
importante per questa persona trovare un punto di stabilità ad un
livello \"spirituale\" nei termini del suo posizionamento all'interno del
sistema più largo di cui lui o lei rappresenta una parte.
L'esperienza del \"credere\" in qualcosa che va al di là delle convinzioni
di ognuno, o di credere in un sistema più esteso rispetto a se stessi,
può aiutare a rendere il processo di cambiamento delle convinzioni più
dolce, comodo ed ecologico. Nel guidare le persone attraverso il
processo di cambiamento delle loro convinzioni è importante aver
creato per loro uno spazio o un luogo per l'esperienza del \"credere\" in
qualcosa che va al di là delle loro convinzioni, che serve come una
sorta di \"meta-posizione\" per il resto del processo.
Costruzioni mentali
“La verità è simile a Dio: non si rivela direttamente;
dobbiamo indovinarla dalle sue manifestazioni”.
Johann Wolfgang Göthe
„Il linguaggio e la mente hanno i loro limiti.
La verità è inesauribile”
Vauvenargues
Come si evince dal Sutra del loto (Sutra del loto - un invito alla
lettura; a cura di Maria Immacolata Macioti), l'inesprimibilità della
verità ultima, definitiva, fa spazio all'ascolto delle verità molteplici
che ad essa tendono, senza poterla dire. Si dà così riconoscimento e
diritto alla parzialità delle opinioni, intese non come falsa e fuorviante
molteplicità che conduca allo smarrimento o alla confusione
indistinta, ma come elemento per la costruzione di un edificio più
ampio, infinito, irraggiungibile. Ciò è possibile grazie alla
'partecipazione' - termine plurale di per sé, da intendersi nella sua
valenza etica, epistemologica (conoscitiva) e, perché no, mistica. Ogni
cammino, ogni 'via' di conoscenza è anche percorso didattico, punto di
arrivo (raggiungimento) e gradino di partenza per il passo successivo:
ogni volta con una conoscenza in più, con un allargamento
dell'orizzonte che consente di vedere come in realtà la verità enunciata
sia parziale e non ultimativa, ma, appunto, meta relativa, risultato
parziale, e come tale sempre verificabile, provvisorio e ridefinibile. Il
percorso indicato dal Sutra del loto prevede che si lascino da parte il
dogmatismo e la pretesa di possesso della verità - solo in questo
modo, quando si sia accettata la propria identità come 'transpersonale'
(ovvero espressione della natura di Buddha), liberati dalla cecità della
convinzione e dal disprezzo dell'opinione altrui, all'abbattimento delle
barriere, si può cominciare a pensare \"all'unione di tutti i popoli in
armonia e pace, e a tutte le nazioni come a una sola nazione: \"Allora i
mondi nelle dieci direzioni comunicarono tra loro senza ostacoli,
come fossero [divenuti] una sola Terra-di-Buddha\" (cap. XXI).Dalla
convinzione della limitatezza e della provvisorietà, insegna il Sutra del
loto, si può partire dunque alla volta della conoscenza autentica, in cui
risiede trova la profonda radice dell'insegnamento del buddhismo,
definito \"religione della pace e del dialogo per eccellenza\".
Ma chiudiamo ora questa breve parentesi “trascendentale” ed
apriamone un’altra, posizionata su un piano un po’ più concreto.
Secondo una delle teorie tradizionali, la verità sarebbe una relazione
di corrispondenza tra enunciati linguistici (o proposizioni, pensieri,
rappresentazioni) da una parte e mondo dall’altra: ossia, un
isomorfismo, una relazione iconica tra quei due termini. Una delle tesi
caratteristiche della semantica cognitiva è quella secondo cui le
espressioni linguistiche sono interpretate mediante costruzioni
mentali, che non hanno bisogno a loro volta di essere interpretate.
Ossia, il riferimento ad un mondo oggettivo, esterno a ciò che i
soggetti si rappresentano, viene reputato superfluo per una teoria
semantica. Questa tesi si presta a due distinte letture, la prima
meramente metodologica, e la seconda che comporta invece una
assunzione impegnativa circa la natura della conoscenza.Secondo la
lettura metodologica, la tesi si limita a sottolineare che una teoria
semantica ha per oggetto le strutture ed i processi psicologici coinvolti
nella comprensione di enunciati. Non ci si pronuncia affatto
sull’esistenza o meno di un mondo esterno ai soggetti, e sull’idea che
esso costituisca o meno la garanzia della verità delle rappresentazioni:
tali questioni sarebbero semplicemente rinviate ad altre discipline. La
verità, cioè, sarebbe fuori degli scopi di una semantica cognitiva.
Secondo la lettura più impegnativa, d’altra parte, la tesi che il
riferimento ad un mondo esterno sia irrilevante per la semantica è
saldamente congiunta con la convinzione che noi non possiamo
accedere al mondo come è in sé, cioè indipendentemente dalle nostre
rappresentazioni. Dunque la verità, almeno se vogliamo conservare a
questa nozione un valore cognitivo, non può essere corrispondenza
con il mondo. Ray Jackendoff, richiamandosi esplicitamente alla
distinzione kantiana tra noumeno e fenomeno, ha proposto le
espressioni “mondo reale” e “mondo proiettato” per distinguere tra il
mondo così come è in sé, ed il modo in cui noi ce lo rappresentiamo.
Data questa distinzione, egli respinge “la posizione ingenua che
l’informazione trasmessa dal linguaggio sia sul mondo reale: ciò non è
possibile in quanto la nostra coscienza ha accesso soltanto al mondo
proiettato, ossia al mondo inconsciamente organizzato dalla mente;
noi possiamo quindi parlare di cose di cui abbiamo una
rappresentazione mentale” (Jackendoff, 1983:53). Jackendoff non
intende tuttavia espungere dalla semantica le nozioni di riferimento e
verità. Egli propone piuttosto di ridefinirle in modo che scompaia da
esse ogni rinvio al mondo reale. Il riferimento è riformulato quindi
come relazione tra le espressioni linguistiche e gli oggetti del mondo
proiettato (idem:63). Quanto alla verità, la posizione di Jackendoff in
proposito è meno perspicua. Egli accosta questa nozione a quella di
grammaticalità (Jackendoff, 1987:200), e sembra pensare che si tratti
di una caratteristica dell’organizzazione interna delle rappresentazioni,
di una sorta di coerenza interna. Chiamiamo, per brevità, realismo
oggettivo l’idea che la verità sia corrispondenza con il mondo reale.
Jackendoff respinge il realismo oggettivo, in base all’argomento che il
mondo reale non è accessibile in sé. Al tempo stesso, egli sembra
inclinare verso il coerentismo in virtù di uno schema argomentativo
molto diffuso, che recita più o meno così: se i livelli ontologici in
gioco sono due, quello delle rappresentazioni e quello del mondo
reale, e se tuttavia sotto il profilo cognitivo solo il primo ha rilievo,
allora la verità non può essere che una proprietà dell’organizzazione
interna di quest’unico livello. Ovvero, una volta ammesso che il
mondo reale, con cui le nostre rappresentazioni dovrebbero essere in
corrispondenza, non è cognitivamente accessibile, sembra inevitabile
l’abbandono dell’idea intuitiva che la verità sia corrispondenza con
qualcosa di indipendente dal soggetto. Le rappresentazioni, come si
dice, possono essere confrontate solo con altre rappresentazioni, e tale
confronto riguarda la loro coerenza nell’organizzare il mondo.
Johnson-Laird,dal canto suo, insiste sul fatto che la nozione di
comprensione, piuttosto che quella di verità, è centrale per una teoria
semantica; e nondimeno, non rinuncia a fornire una caratterizzazione
della verità, che definisce come corrispondenza tra modelli del
discorso, che garantiscono la comprensione delle espressioni
linguistiche, e modelli del mondo reale (idem:646). Cosa bisogna
intendere per “modelli del mondo reale”? Johnson-Laird sembra
pensare sostanzialmente a modelli mentali costruiti in base
all’esperienza diretta. In alcuni casi, tale esperienza sarà
effettivamente alla portata del soggetto, cosicché questi è in grado di
“comparare il modello del discorso con la realtà” (idem:649). Più
spesso, osserva Johnson-Laird, questo rapporto con la realtà è
indiretto: “Il linguaggio - dice - serve innanzitutto per comunicare
contenuti di modelli da individuo ad individuo” (ibidem). Ovvero:
tramite il linguaggio spesso noi apprendiamo qualcosa di cui non
facciamo esperienza direttamente, e che tuttavia contribuisce a
formare il nostro modello del mondo. L’idea è che ordinariamente, noi
assumiamo che quello che ci viene detto sia vero, cioè garantito da
esperienze dirette. Ossia, ci limitiamo ad assumere che, fino a prova
contraria, i modelli costruiti per interpretare i discorsi altrui possano
essere presi affidabilmente come modelli del mondo: ma che siano
effettivamente tali - piuttosto che semplici finzioni, menzogne, ipotesi
o errori - dipende pur sempre dall’evidenza percettiva.
Un simile rinvio all’evidenza percettiva, si potrebbe obiettare, non
configura un oggettivismo ingenuo? La risposta è: no, purché
consideriamo le percezioni come il primo stadio nella nostra
rappresentazione del mondo, invece che come l’ultimo avamposto del
mondo reale. Un esempio di questa concezione non oggettivista della
percezione è Lakoff (1987). Egli sostiene che gli uomini non hanno
accesso a come il mondo è in sé, e che la loro conoscenza, a partire
già dalle percezioni, è sempre “incorporata” (embodied), ossia mediata
dal corpo e dalle sue capacità cognitive. Quando perciò Lakoff
definisce la verità - analogamente a Johnson-Laird - come
corrispondenza tra il modello mentale dell’enunciato ed il modello
percettivo della situazione corrispondente (idem:293), si può dire - in
un senso - che egli chiama in causa un confronto tra due tipi di
rappresentazioni soggettive.
Al tempo stesso, vi è un senso in cui un modello percettivo è
indipendente dal soggetto. Ciò diventa evidente se confrontiamo la
percezione con la capacità di costruire modelli mentali per
combinazione concettuale. Il processo della combinazione concettuale
è uno dei motori della conoscenza e della vita mentale in genere. Esso
si estende dai più banali casi di immaginazione (un esempio di
Kosslyn è quello di immaginare George Washington su una tavola da
surf) alla costruzione di modelli per enunciati complessi a piacere, ed
ancora alle ipotesi scientifiche. I nostri modelli mentali costruiti per
combinazione concettuale non hanno in sé garanzia di verità, anzi in
alcuni casi (vedi i racconti di finzione) non sono neanche interessati
alla verità. Ora, il genere di libertà di cui disponiamo nel costruire
modelli mentali per combinazione concettuale non ha un corrispettivo
nel caso dei modelli percepiti: questi sono subìti dal soggetto piuttosto
che costruiti da lui. In generale, diremo quindi che un modello
costruito per combinazione è vero quando vi è un modello percepito
corrispondente (o una classe di modelli percepiti corrispondenti).
Questa proposta recupera l’idea della verità come corrispondenza pur
mantenendo la tesi che la realtà in sé non è accessibile. Infatti, la
corrispondenza si stabilisce tra rappresentazioni, rispettivamente,
dipendenti e non dipendenti dal soggetto. L’individuazione di queste
due classi distinte di rappresentazioni, cioè, consente di respingere lo
schema argomentativo enunciato sopra. Uno può infatti accogliere le
premesse che
a) esistono da un lato le rappresentazioni, e dall’altro la realtà; e
b) la realtà in sé, indipendentemente dalle rappresentazioni, non è
accessibile;
e tuttavia non concludere per l’impossibilità di una teoria
corrispondentista della verità.Che quella appena delineata sia, in un
senso, una proposta corrispondentista, mi sembra evidente. Ma si
tratta anche di una proposta realista? Un realista oggettivo potrebbe
voler rispondere negativamente, obiettando che la realtà in sé non
svolge qui alcun ruolo esplicativo: essa è meramente postulata, come
causa non accessibile dei fenomeni cui abbiamo accesso.Credo che
questa obiezione sia in parte corretta, nel senso che la nozione di
mondo in sé (o di oggetto in sé, o di realtà in sé) è in qualche modo
postulata; ma credo anche che, nel quadro proposto, tale nozione è
lungi dall’essere priva di potere esplicativo. Vediamo i due aspetti
separatamente.In primo luogo la realtà in sé è postulata nel seguente
senso: essa è, vorrei suggerire, posta per analogia con relazioni causali
più elementari delle quali abbiamo esperienza. Questo richiede una
piccola digressione. Studi recenti nel campo delle scienze cognitive ci
dicono che la nozione di causa potrebbe avere una base innata nei
moduli che si occupano dell’interpretazione del movimento. Sembra
infatti che i bambini mettano in opera una distinzione precocissima tra
movimenti auto-causati, propri degli esseri animati, e movimenti
etero-causati, propri degli oggetti inanimati (Mandler, 1992). Ora,
assumiamo - come sembra ragionevole fare - a) che gli esseri umani
abbiano sia rappresentazioni costruite per combinazione concettuale,
sia rappresentazioni percepite; e b) che essi distinguano in generale tra
le prime e le seconde su base fenomenologica.
Questo significa che essi riconoscono la natura rispettivamente auto-
ed etero-prodotta delle proprie rappresentazioni. Cioè, proprio come
nel caso del movimento, sembra che siamo in grado di distinguere qui
tra fenomeni la cui causa è interna ad un soggetto, e fenomeni la cui
causa è esterna a questo. Mentre però nel caso del movimento etero-
causato noi vediamo la causa in azione, in quello delle
rappresentazioni etero-causate la causa è per definizione fuori portata.
Essa viene dunque posta per analogia: ossia, come il movimento che
non dipende dall’ente in stato di moto è prodotto da una causa esterna,
così le rappresentazioni che il soggetto non produce egli stesso devono
essere generate in lui da una causa esterna.Ma se l’origine della
nozione di realtà in sé è questa, non potrebbe darsi che ciò che il
soggetto postula come causa delle proprie rappresentazioni percettive
non esista effettivamente? Questo è il genere di dubbio che ha imposto
all’attenzione dei filosofi il celebre esperimento mentale del genio
maligno di Cartesio. Tale esperimento avrebbe mostrato, si ritiene, il
seguente punto: sia che gli oggetti esterni esistano realmente, sia che
un genio maligno produca in noi l’illusione della loro esistenza, le
nostre rappresentazioni percettive rimarrebbero identiche. Dunque,
assumere che la realtà in sé esista davvero è indifferente, se abbiamo
accesso solo alle nostre rappresentazioni.I realisti oggettivi odierni,
per quanto anticartesiani, accettano di solito il presupposto del
ragionamento di Cartesio secondo cui, se ci limitiamo a considerare le
nostre rappresentazioni, il mondo in sé potrebbe esistere o meno. Essi
pertanto si sentono impegnati a sostenere che, in qualche senso, noi
abbiamo accesso direttamente al mondo in sé, e possiamo dunque
accertarne l’esistenza. Vorrei tuttavia argomentare un percorso
alternativo per i realisti: quello che consiste nel rigettare a monte
l’interpretazione che Cartesio fornisce del proprio esperimento
mentale, e con esso la sua impostazione del problema. Suggerirò cioè
che in realtà le opzioni messe in campo da Cartesio non sono le
ipotesi, rispettivamente, dell’esistenza o dell’illusorietà del mondo in
sé, bensì due distinte interpretazioni metafisiche su cosa sia il mondo
in sé. Questo significa, come vedremo, che in entrambi i casi la
nozione di mondo in sé svolge un ruolo esplicativo.
Osserviamo innanzitutto che, sotto l’ipotesi che un oggetto sia una
rappresentazione percettiva, esso è di regola una rappresentazione
percettiva complessa, formata cioè da una quantità di proprietà
percettive che covariano in modo regolare. Ad esempio, la
rappresentazione di un albero dipende dalla covarianza tra la
percezione di una chioma, di un tronco e di radici; inoltre, per
ciascuno di questi aspetti vi è covarianza tra certe percezioni visive e
certe percezioni tattili; e così via. Molti oggetti hanno anche la
proprietà della costanza, nel senso che a distanza di tempo o dopo
spostamenti nello spazio mantengono le loro caratteristiche, come
testimoniano percezioni successive da parte dello stesso soggetto.
Inoltre, anche nei momenti in cui un dato soggetto non accede a certe
manifestazioni percettive, queste sono talvolta accessibili da parte di
altri soggetti, e le percezioni di questi soggetti sono (a giudicare dai
loro comportamenti) simili in modo significativo. Infine, anche
quando nessun soggetto ha accesso a certe proprietà percepibili,
queste continuano a produrre effetti che prima o poi qualche soggetto
può rilevare.
Il punto cruciale, come ho già osservato, è che le correlazioni regolari
catturate dalla percezione appaiono al soggetto fenomenologicamente
distinte dalle correlazioni poste per combinazione concettuale. Noi
possiamo pensare - ad esempio - un organismo metà albero e metà
leone, ma siamo in grado di rilevare che questa correlazione non è
istanziata percettivamente nel nostro mondo: si tratterà pertanto di un
oggetto fittizio. Data questa capacità di discriminazione, non ogni
rappresentazione possibile è dunque un oggetto reale (come opposto
di fittizio o di ipotetico): lo sono bensì solo le rappresentazioni
ricavate percettivamente.Di un oggetto reale, dunque, il soggetto è
fenomenologicamente certo che non lo ha (meramente) costruito egli
stesso per combinazione concettuale. In tal senso, il soggetto non può
dubitare che esso abbia una causa esterna, pur ignorando tutto di tale
causa eccetto il fatto che produce quelle manifestazioni percepite. Il
soggetto sa cioè che, se percepisce visivamente un tronco, vi è una
causa esterna di quella percezione, la quale di regola causerà anche la
percezione tattile di un tronco, percezioni visive della chioma, ecc.
Inoltre, il soggetto sa che percezioni successive dello stesso albero
saranno (entro certi limiti temporali) simili, e che un soggetto diverso
avrà percezioni simili alle proprie. Ciò che chiamiamo oggetto in sé
non è altro, per usare una terminologia kantiana, che la condizione di
possibilità di questo insieme di percezioni.
Ora, una volta definita così la nozione di “oggetto in sé”, l’esistenza di
un simile oggetto non è qualcosa che possa essere confermato o
smentito, non è cioè un’ipotesi: è piuttosto una constatazione, che
coincide con l’evidenza fenomenologica del carattere etero-prodotto
delle rappresentazioni percettive. Pertanto, l’ipotesi cartesiana del
genio maligno non potrebbe essere - e non è di fatto - l’ipotesi che non
vi sia una causa esterna per le rappresentazioni. Essa piuttosto azzarda
un’ipoteca sulla natura di questa causa: ossia, l’oggetto in sé non
sarebbe qualcosa di dato una volta per tutte, bensì il prodotto di un
continuo atto creativo da parte del genio maligno. In questo senso, tale
ipotesi a me pare indistinguibile dalla soluzione che Cartesio dà, in
positivo, al problema: ovvero quella secondo cui il mondo esiste
effettivamente, ma solo in quanto è ricreato da Dio ad ogni
istante.Quello che intendo suggerire è che il genio maligno cartesiano
è un’ipotesi metafisica in senso etimologico (ossia, che va al di là
della realtà alla quale abbiamo accesso con i sensi). Si può ritenere
che il mondo in sé sussista indipendentemente da qualsiasi entità
superiore; oppure che esso sia stato creato da una simile entità una
volta per tutte; o ancora che l’intervento incessante di questa entità sia
necessario per mantenerlo in essere. Si tratta di ipotesi che per
costruzione, in quanto metafisiche, non ammettono risposta
nell’ambito della nostra esperienza. Il realista, a mio giudizio, non
dovrebbe occuparsene né preoccuparsene.
In termini un po’ diversi, l’idea è che Cartesio presenta le cose in
modo fuorviante quando parla di un genio maligno che produce
allucinazioni. Le allucinazioni si definiscono per il fatto che vengono
smentite da una quantità di percezioni ritenute affidabili per la loro
sistematicità. La nozione di una allucinazione sistematica è un non-
senso: essa sarebbe semplicemente una realtà. Se vi è un essere
superiore che si prende la briga di causare in noi la totalità delle
percezioni coerenti e prive di lacune che effettivamente abbiamo,
allora egli non ci sta illudendo dell’esistenza del mondo reale ma la sta
bensì ricreando perennemente.Suggerisco dunque che il realista debba
a) prendere sul serio l’idea che l’oggetto reale si identifica con le
nostre rappresentazioni percettive; b) considerare la nozione di
oggetto in sé equivalente all’idea di “condizioni di possibilità” delle
rappresentazioni percettive o, in altri termini, equivalente all’idea che
tali rappresentazioni sono etero-causate; c) lasciare il resto alla
metafisica.
Dopo questa breve digressione sulla Semantica cognitiva, ontologica e
metafisica,vorrei ora riallacciarmi al concetto di convinzione. Spesso
non siamo neanche consapevoli di avere delle 'convinzioni'. Eppure
sono proprio le nostre convinzioni a determinare il nostro modo di
percepire la realtà. Forse siamo convinti che i rapporti sentimentali
non funzionano, magari perchè abbiamo avuto una brutta esperienza
in passato. Ma in realtà sarà proprio questa convinzione a farci
imbattere in storie difficili, perchè la nostra mente funziona così. E
allora prendiamo consapevolezza delle nostre convinzioni: il metro di
giudizio non è più la verità, ma la funzionalità. Una convinzione non è
mai nè vera nè falsa, in quanto si basa su esperienze. Quello che conta
è solo quanto una convinzione limita o potenzia la nostra vita. Se ci
limita, ci distrugge e la nostra vita va a rotoli. Possiamo cambiarle e
farle diventare qualcosa di utile, che ci fa stare bene e ci porta a
raggiungere risultati concreti.E' evidente che tutta la nostra vita si basa
sulle nostre convinzioni, su ciò in cui crediamo o non crediamo.
Proviamo a pensare a che tipo di convinzioni dominano le nostre
giornate. Sono di quelle che possono potenziare i nostri risultati o
piuttosto sono di tipo limitante? E cosa succederebbe se ognuno di noi
potesse scegliere liberamente ciò in cui credere? Potremmo finalmente
liberarci di ogni blocco e di ogni pensiero non produttivo.Esiste un
aforisma davvero illuminante a questo proposito: noti testi di
aeronautica affermano che “il calabrone abbia un peso tale che in
rapporto alla dimensione delle sue piccole ali, secondo le leggi della
fisica, non potrebbe volare... ma il calabrone non lo sa e vola lo
stesso!”.
Facciamo un esempio concreto: mettiamo il caso che siamo convinti
di essere timidi. O insicuri. O addirittura di essere dei buoni a nulla.
Magari lo pensiamo perché da piccoli ci hanno affibbiato questa
etichetta, e noi abbiamo continuato a portarcela dietro durante tutta la
nostra crescita, convincendocene ogni giorno di più. Di conseguenza
abbiamo agito sulla base di questa etichetta. E' un processo definito
“imprinting”, secondo il quale noi imprimiamo nella mente un evento
che giudichiamo significativo e poi continuiamo ad agire in modo
coerente ad esso. A scoprirlo fu uno zoologo e psicologo austriaco,
Konrad Lorenz, dopo una serie di esperimenti portati avanti con gli
anatroccoli. Appena nati, i piccoli associavano alla loro mamma il
primo essere vivente in movimento che si trovavano di fronte.
Vedendo per primo lo scienziato, si convincevano che fosse lui la loro
madre e lo seguivano proprio come avrebbero fatto con la vera
mamma anatroccolo, che invece ignoravano del tutto. Proprio come è
successo agli anatroccoli, se da bambini ci hanno detto che non
sapevamo disegnare, o qualche compagno dell’asilo magari ci ha detto
che il nostro disegno era sgraziato, o ancora se noi stessi ci siamo detti
che quello che avevamo disegnato era qualcosa di non corrispondente
alle nostre intenzioni, sulla base di questo imprinting ci siamo costruiti
una convinzione negativa. Per tutti gli anni a seguire ci siamo
comportati di conseguenza, rafforzando così l’idea e gli effetti pratici
della nostra identità di persone artisticamente poco capaci. Eventi
anche molto lontani nel tempo, che oggi giudicheremmo magari anche
insignificanti, ma che da bambini ci hanno colpito molto, sono dunque
la base delle nostre convinzioni. Tuttavia, visto che esse sono nate a
partire da un evento cui abbiamo attribuito importanza e fondatezza,
allo stesso modo possiamo però cambiarle, ed in maniera altrettanto
facile e veloce.Oggi possediamo nuove risorse che prima non
avevamo a disposizione, che possono consentirci di gestire meglio le
emozioni, di scoprire il funzionamento dei nostri processi mentali. In
sintesi, di guadagnare la consapevolezza del fatto che quanto gli altri
dicono di noi è solo parte della loro mappa del mondo, non è la realtà
oggettiva delle cose. Del resto, anche le nostre stesse convinzioni si
originano da esperienze che non sono la realtà, ma sono soltanto la
nostra personale interpretazione della realtà. Nel suo libro
“PsicoCibernetica”, il chirurgo estetico Maxwell Maltz riporta alcuni
episodi davvero stupefacenti di persone che, a seguito di un intervento
estetico, continuavano a non piacersi; addirittura casi in cui le persone
continuavano a vedere il proprio naso storto. Questo perché
l’intervento del chirurgo aveva modificato il loro aspetto esteriore e
non, naturalmente, l’immagine interiore che avevano di loro stessi.
Casi in cui sarebbe stato necessario piuttosto un supporto di tipo
psicologico. Insomma, quello che pensiamo di noi è quello che
trasmettiamo non solo agli altri, ma prima di tutto anche a noi stessi. E
l’autostima altro non è che una convinzione su chi siamo e su quello
che sappiamo fare.
Le convinzioni, sono soprattutto legate alla vita e considerate dal
soggetto come parte integrante della propria visione del mondo:
demolirle significa quindi mettersi in discussione, sottoporre ad una
revisione critica le basi della propria personalità, cosa ovviamente non
facile per chiunque, indipendentemente dalla ragionevolezza delle
opinioni falsificate.Cambiare opinione non è mai facile e, soprattutto,
richiede gradualità. Non basta la semplice esposizione ad una teoria
più avanzata perché il soggetto la faccia sua; bisogna che egli vi
arrivi, la consideri come la conclusione di un suo personale percorso.
Questo, lo diceva già Aristotele, è il principio basilare di ogni arte
retorica: perché un’argomentazione (non solo filosofica) sia
veramente convincente deve partire non dalle convinzioni dell’oratore
ma da quelle dell’interlocutore. Anzi, ancora prima, deve aiutare
l’interlocutore ad esplicitare le proprie convinzioni, esprimere e
rendere consapevole ciò che fino ad allora è stato dato per scontato.
Le convinzioni semplici sono spesso illogiche, ma non basta certo far
notare questo piccolo difetto perché siano cambiate. Chi sulla realtà
svolge il ragionamento circolare sopra descritto (la realtà è l’insieme
delle cose e le cose sono le parti della realtà) non sarà turbato più di
tanto se costretto a constatare l’inconcludenza e persino
l’irragionevolezza del suo pensiero. Conviviamo tutti con assurdità
ben più sconvolgenti e comunque solo un dogmatico razionalista (un
tipo di filosofo da tempo estinto) potrebbe coltivare la speranza che la
gente cambi idee solo per averne riconosciuta illogicità. Spesso non
usiamo la logica neppure tentando di risolvere problemi logici.
Proprio perché nascono dall’esperienza e servono a giustificarla, le
convinzioni semplici possono essere smentite non con argomenti
teorici ma solo a partire da altre esperienze. Ogni singola esperienza
contiene in sé una potenzialità infinita di riflessioni filosofiche, poiché
la complessità del reale può suscitare approcci e considerazioni fra
loro diversissime. Ogni essere umano nasce in un mondo precostituito
da cui riceve immediatamente le istruzioni per l’uso, ovvero
insegnamenti su come è la realtà e come ci si deve muovere in essa.
La socializzazione porta all’interiorizzazione di schemi, modelli
comportamentali e abitudini. Le personalità e le proprie convinzioni
principalmente derivano da questa socializzazione (Matrix) così come
il modo di pensare, di agire, di interpretare la realtà e di plasmare
l’esperienza di vita.Nel descrivere la realtà, qualunque realtà,ci appare
quindi ovvio che tutti gli esseri umani, fanno uso di sistemi di
classificazione e che la classificazione stessa, essendo una utile, ma
arbitraria modalità descrittiva, può in ogni momento essere annullata
per procedere a nuove, più utili classificazioni.Nella percezione
ordinaria della Realtà, per la maggior parte della gente il mondo è
un’entità separata dal pensiero, una realtà composita, frantumata, in
cui tutto è diviso, l’energia scorre in quanto forzata, soprattutto
meccanicamente, il passato ha più forza ed è più importante del
momento presente, amare è rischio di perdersi e di essere infelici, il
potere è costantemente cercato al di fuori di sé e l’efficacia è una
questione di fortuna, di forza, di furbizia o di “giuste” conoscenze. Il
subconscio ragiona come un computer, traendo conclusioni da un
presupposto o da una esperienza precedente; e lo fa non in modo
irrazionale o imprevedibile, ma piuttosto con una logica impeccabile.
Il problema è che noi siamo per lo più all’oscuro delle premesse da cui
parte ogni calcolo logico e la sua conseguente azione.Una persona che
sia stata “educata” sin da piccola a vivere il sesso come una cosa
riprovevole vivrà per tutta la vita le conseguenze di questa originaria
assunzione, a meno che non vengano riformulate le premesse.
Grazie alla memoria, possiamo imparare, ricordare, sviluppare
abitudini, tecniche, metodologie, avere il senso dell’identità. La
memoria viene conservata nel corpo, come registrazione, sotto forma
di vibrazione o modello di movimento. Ed esiste una memoria
genetica (dislocata a livello cellulare) e una memoria esperienziale
(dislocata a livello muscolare). Quando l’area del corpo in cui viene
conservato un dato ricordo è sottoposta a tensione, allora quel ricordo
viene inibito e, secondo l’intensità della tensione, persino reso
inaccessibile. Se e quando nella stessa area la tensione si rilassa, i
ricordi prima inibiti vengono liberati: questo è un fenomeno ben noto
a chi pratica o riceve dei massaggi.Il nostro corpo/mente inconscia è
cosciente solo del presente (per lui non ha senso la distinzione tra
passato, presente e futuro) ed è incapace di distinguere la cosiddetta
“realtà obiettiva” dalla realtà psichica o fantastica. Un ricordo del
passato è capace di evocare immediatamente una reazione fisiologica
e, per es., una emozione come la paura può essere causata da dati
obiettivi così come da fattori del tutto immaginari. Un modo efficace
per controllare le proprie emozioni e, di conseguenza, rispettare la
salute è di scegliere su quali ricordi permettere a se stessi di indugiare.
Attraverso l’immaginazione abbiamo il potere reale di cambiare la
nostra vita (il nostro sogno) e di influenzare positivamente tutti i suoi
aspetti sia in relazione al mondo interiore sia in relazione al mondo
esterno.
Le regole della percezione
“Quando un cane si mette ad abbaiare a un’ombra,diecimila cani ne fanno una
realtà”
Emile M.Cioran
“Quando due persone si incontrano ci sono in realtà sei presone presenti: c'è ogni
uomo come egli si vede, ogni uomo come l'altro lo vede, e ogni uomo come egli è in
realtà “
William James
I confini delle nostre conoscenze in fatto di mente e cervello sono i
confini delle ricerche e delle conquiste in terreni ancora inesplorati.E'
necessario andar a cercare le persone che vivono i confini della loro
mente per comprendere dove stanno le regole del gioco.Non è corretto
pensare che il funzionamento del nostro cervello sia reso evidente dai
risultati che si ottengono nel nostro vivere quotidiano, il sistema
percettivo su cui ci appoggiamo per costruire la realtà che troviamo
attorno a noi sottostà alle nostre stesse conoscenze, alle leggi della
forma delle cose, noi crediamo continuamente di scoprire un mondo
attorno a noi mentre disveliamo unicamente le sue forme
implicitamente presenti nel nostro sistema di conoscenze, le forme,
quelle forme, sono già presenti in noi, le regole sono gli unici
riferimenti che possediamo per orientarci, orientare le nostre
esperienze e le descrizioni che facciamo di ciò che ci circonda e che ci
appartiene.La nostra percezione ci permette di costruire il mondo
attorno a noi, la realtà è definita dalle continue elaborazioni che il
nostro cervello, emulatore di realtà, ci confeziona, in particolare è la
struttura del talamo1, all'interno del nostro cervello, che è delegata a
comporre le nostre esperienze percettive, a mettere assieme le singole
esperienze sensoriali in un'unica esperienza percepibile.
La nostra esperienza percettiva si compone unendo tre elementi
distinti di esperienza, l'oggetto, la parte fisica che siamo in grado di
toccare; la parola, il simbolo verbale dell'oggetto in considerazione, il
nome della cosa, l'immagine, l'esperienza visiva dell'oggetto; l'unione
di questi tre elementi percettivi attraverso la struttura del talamo
costituisce la nostra esperienza sensoriale.La conoscenza che
possediamo delle cose molto deve alla conoscenza che abbiamo di noi
stessi, percepire non è semplicemente raccogliere qualcosa dal mondo
esterno, è piuttosto scegliere, dunque essendo l'esperienza della realtà
un esperienza emulata, cioè a dire costruita, del nostro cervello, noi
percepiamo dalla realtà le stesse proiezioni percettive che il cervello
confeziona per noi, aggiungendo o sottraendo elementi percettivi
attraverso continui aggiustamenti pragmatici operati sull'esperienza
precedente.
E' possibile pensare che buona parte dell'esperienza sensoriale stessa,
avvenendo per lo più a livello inconscio, non permetta di essere
compresa nei suoi rimaneggiamenti prima di disvelarsi agli occhi di
chi agisce percettivamente, la percezione è in ogni caso un'esperienza
agita; attraverso azioni percettive costruiamo continuamente la realtà
per come l'immagine della stessa oggi si rileva a noi, ricca
dell'esperienza percettivo-culturale costruita nei secoli.E' l'idea del
\"tutto\" che ci inganna, un continuo articolare il reale che ci mette nella
condizione di non distinguere il lavoro della nostra mente nel portarci
alla luce tutti i particolari della \"realtà\", siamo abituati a vivere in un
mondo completo, ogni cosa ha un nome ed ogni nome ha una cosa,
tutto si completa dinnanzi alla nostra esperienza sensoriale e dunque
pensare che il nostro cervello costruisca ogni cosa così come la
vediamo è straordinario! L'aspetto però sconvolgente delle esperienze
maturate in ambito sensoriale dall'uomo è la grande diversità di vedute
che ogni individuo in fondo possiede, la realtà esiste
indipendentemente da noi ma è indifferenziata, tutte le distinzioni che
siamo in grado di fare a livello descrittivo sono descrizioni che
dipendono strettamente dall'osservatore, dalla sua cultura di
riferimento, dalle sue esperienze che hanno causato il suo mondo,
l'esperienza percettiva di ognuno di noi è l'effetto diretto delle nostre
esperienze umane dirette, ontologiche, ed indirette, antropologiche,
nonché delle nostre esperienze personali dirette, valori credenze e
convinzioni personali, ed indirette, culture d'appartenenza.L'articolarsi
di tutti gli elementi a disposizione del nostro cervello è da vedersi
come un insieme di vettori di forza che muovono in direzioni
differenti la nostra potenzialità percettiva e risolutiva orientandoci a
realtà differenti.
Il problema \"esiste o non esiste una realtà?\" è mal posto, la realtà
attorno a noi esiste;ciò che però esiste è una realtà indifferenziata,
estremamente difficile da percepire nella sua globalità. Noi siamo
abituati a vedere un tutto, l'indifferenziato non appartiene alla nostra
esperienza percettiva, e per poterlo esperire dovremmo andare a
riprendere la nostra esperienza pre-culturale (improponibile come
esperienza).Dunque noi viviamo in un esperienza percettiva altamente
differenziata e quindi frutto di culture e culture stratificate nei secoli
da parte degli uomini. La realtà attorno a noi è come la nostra
conoscenza, non possiamo prescindere da ciò che conosciamo nel
vederla/descriverla.La domanda precedente dunque andrebbe posta in
questi termini: \"esiste o non esiste una realtà indipendente
dall'osservatore?\".La risposta ora appare ovvia: non può esistere una
realtà senza implicare il background culturale di riferimento di colui
che osserva.Senza entrare più di tanto in merito all'idea del vedere e
del guardare ad un’ esperienza, io posso guardare tante esperienze, ma
se non colgo da queste ultime, elementi connotabili di un significato
compiuto, in realtà io non vedo un bel niente!Per vedere ho dunque
bisogno di un oggetto e l'oggetto lo posseggo se ho acquisito
l'esperienza, diretta o indiretta, dell'oggetto stesso.Nella mia mente io
posseggo unicamente l'idea dell'oggetto,e questa è vincolata e
richiamata dal nome dato all'oggetto.La sostanzializzazione o
reificazione della rappresentazione (idea) dell'esperienza (in aggiunta
a questa prima connotazione) e l'esperienza acquisita dall'osservatore
(soggetto protagonista dell'osservazione), è un complesso di \"vettori\"
percettivi, una fusione tra immagine (vista), parola (udito) e cosa
(tatto); il tutto in un'unica esperienza sensoriale.Infine, dato il diretto
coinvolgimento dell'osservatore nell'esperienza percettiva, e date le
continue esperienze di apprendimento attraverso l'immedesimazione
personale nell'esperienza stessa (il fare \"come se fosse\"
dell'apprendimento, m'immedesimo, mi metto nei panni di, faccio
finta), sono continue le proiezioni della nostra conoscenza che vanno a
guidare e spesso ad anticipare la nostra esperienza percettiva.Ma le
proiezioni della nostra mente si trasformano spesso in identificazioni
di altri nella proiezione dei primi; proiettare ed indentificarci nella
nostra stessa proiezione è quasi immediato per un cervello emulatore
di realtà come è il cervello umano.Non ci rimane che riprendere il
pensiero di L. Wittgenstein che con lucidità ha anticipato molto bene
le idee oggi dibattute in campo percettivo:\"Si crede di stare
continuamente seguendo la natura, e in realtà non si seguono che i
contorni della forma attraverso cui la guardiamo. Un'immagine ci
teneva prigionieri. E non potevamo venirne fuori, perché giaceva nel
nostro linguaggio e questo sembrava ripetercela inesorabilmente\".
Pur trovando ancora molte convinzioni radicate sull'idea di una realtà
oggettiva, che esiste indipendentemente dall'osservatore (per rendere
chiaro il concetto), la realtà sta perdendo le sue connotazioni di
\"pensiero forte\" per vestirsi dell'idea di \"pensiero debole\", dove per
debole non intendiamo un idea fragile di realtà, bensì consideriamo
l'idea di una realtà costituita da principi aggregativi e partecipativi,
piuttosto che uno scontato monolita oggettivo. Un universo è reso
possibile solo nel momento che se ne coglie il pluriverso ad esso
intrinsecamente collegato. La nostra percezione multiforme della
realtà, è conseguenza della nostra capacità compositiva di ciò che
raccogliamo dalle nostre esperienze sensoriali. Ogni organo sensoriale
accompagna, precede, coincide con ciò che c'è stato descritto attorno a
noi.Un continuo lavoro interpretativo affinato dalla personale cultura
di riferimento, costruisce dentro e fuori di noi quelle idee che
descrivono, confermando, ciò che ci circonda. Lo stupore accorda le
nostre esperienze passate al nuovo e ci avvicina a qualcosa che,
almeno inizialmente, sa più di magico che di reale; poi, poco alla
volta, fatti i primi passi ecco giungere un forte coinvolgimento
aggregativo verso un senso condiviso ed accettato per la maggioranza,
che diviene un punto fermo sul quale stabilire nuovi punti di intesa:
negoziando, patteggiando, modificando e modificandosi alla presenza
delle percezioni esterne alla nostra. La realtà si compone più di
elementi di fascinazione che di oggettività. Essendo l'oggettività stessa
frutto di accordi di comunità, quando si parla di oggettività scientifica
ci si riferisce ad accordi presi dalla cosiddetta \"comunità
scientifica\".La fascinazione, il rimanere affascinati da un idea, o da un
complesso di idee, è di tutte le persone, scienziati e non. Se si rimane
affascinati dalle proprie idee, senza portarle a conoscenza degli altri,
non si coinvolge la pubblica opinione, dunque non si crea consenso,e
la conseguenza è che qualcosa non esiste.
La teoria computazionale della mente di Fodor assume che la mente
possa essere assimilata a un calcolatore capace di immagazzinare ed
elaborare simboli. Il paradigma delle attitudini proposizionali puo'
allora essere realizzato immaginando che una memoria di simboli sia
assegnata a ogni possibile attitudine (\"speranza\", \"desiderio\",
\"timore\", etc) e che ogni simbolo corrisponda a una delle possibili
proposizioni: una particolare proposizione incasellata in una
particolare attitudine costituisce allora una ben precisa attitudine
proposizionale. Ogni simbolo e' una \"rappresentazione mentale\" e la
mente e' dotata di un insieme di regole per operare sulle
rappresentazioni. La vita cognitiva, il pensiero, e' la trasformazione di
queste rappresentazioni. Tali rappresentazioni mentali costituiscono
un \"linguaggio della mente\", che Fodor battezza \"mentalese\". Che
esista un linguaggio interno alla mente Fodor lo deduce da tre
fenomeni: il comportamento razionale (la capacita', cioe', di calcolare
le conseguenze di un'azione), l'apprendimento di concetti (la capacita'
di formare e verificare un'ipotesi) e la percezione (la capacita' di
riconoscere un oggetto o un evento). Tutti questi fenomeni non
sarebbero possibili se l'agente non potesse rappresentare a se stesso gli
elementi del problema. Che questo linguaggio non possa essere una
delle lingue a cui siamo abituati e' dimostrato a sua volta da due fatti:
primo, anche altri animali, incapaci di parlare, esibiscono facolta'
cognitive simili alle nostre; lo stesso atto di imparare a parlare una
lingua richiede l'esistenza di un linguaggio interno di
rappresentazione. Nello schema di Fodor la mente manipola simboli
senza sapere cosa quei simboli rappresentino (ovvero in maniera
puramente sintattica: la rappresentazione non determina se e a quale
oggetto ci si riferisca). Il comportamento e' dovuto esclusivamente alle
strutture interne della mente, non a cio' che quelle strutture
rappresentano. La teoria computazionale spiega in maniera semplice
ed elegante come le attitudini proposizionali abbiano origine nella
nostra mente (sono le rappresentazioni che la mente produce del
mondo) e come esse influiscano sul nostro comportamento (il
comportamento e' il risultato di un calcolo eseguito proprio su quelle
rappresentazioni). Fra tutti i tipi di calcolo possibili, l'inferenza logica
sarebbe stata prescelta dalla natura in quanto la migliore per generare
un comportamento che ci consenta di sopravvivere. La teoria di Fodor
e' un'estensione delle idee di Chomsky: se le frasi che un individuo e'
in grado di produrre (la sua \"competenza\") sono infinitamente
superiori alle frasi che quell'individuo pronuncera' durante la sua
esistenza (la sua \"performance\"), vuol dire che esiste una struttura
portante del linguaggio grazie alla quale si e' in grado di parlare e
capire qualunque frase. Questa struttura e' una \"grammatica
universale\" comune a tutti: ciascuno, poi, impara una delle sintassi di
superficie disponibili (italiano, inglese, spagnolo, etc). Non
diversamente, Marr sostiene che l'apparato visivo faccia uso di
informazioni innate per decifrare i segnali di luce che percepiamo dal
mondo; altrimenti quei segnali sono talmente ambigui che non
potremmo mai inferire com'e' fatto il mondo. Secondo Marr
l'elaborazione dei dati percettivi avviene grazie ad appositi \"moduli\",
ciascuno specializzato in qualche funzione, che sono controllati da un
modulo centrale. Secondo Chomsky, Marr e Fodor, pertanto, il
cervello contiene rappresentazioni semantiche (in particolare una
grammatica) che sono innate e universali (ovvero di natura biologica,
sotto forma di \"moduli\" che si attivano automaticamente) e tutti i
concetti sono decomponibili in tali rappresentazioni semantiche.
L'elaborazione di tali rappresentazioni semantiche e' puramente
sintattica. L'estremista degli approcci sintattici e' Stitch, secondo il
quale entrano in gioco quattro entita': stati cognitivi di tipo D
(desideri), stati cognitivi di tipo B (convinzioni), stimoli ed eventi
comportamentali (azioni). Gli stati cognitivi corrispondono ad oggetti
sintattici in modo tale che le relazioni causali fra i primi, o fra i primi
e gli stimoli e le azioni, corrispondono a relazioni sintattiche dei
corrispondenti oggetti sintattici. In questo contesto il principio di
autonomia di Stitch afferma che: le differenze fra organismi (per
esempio quelle dovute a fattori ambientali) che non siano riconducibili
a differenze dei loro stati interni non sono pertinenti per una teoria
psicologica; ovvero gli unici fattori ambientali che devono essere presi
in considerazione sono quelli che provocano differenze negli stati
interni. Diversi filosofi sostengono invece che il modello del
calcolatore simbolico e' implausibile dal punto di vista biologico.
Dennett, per esempio, fa notare che il cervello dovrebbe contenere un
numero infinito di strutture per rappresentare tutte le nostre
convinzioni, comprese quelle che non abbiamo mai usato ma che
nondimeno crediamo; per esempio, che \"le anatre non portano stivali\".
(Ma forse Dennett trascurava il fatto che un calcolatore simbolico e'
dotato di regole di inferenza e, come qualsiasi sistema formale, puo'
dedurre nuove convinzioni da quelle note, e che pertanto potrebbe
bastare un numero molto limitato di convenzioni-assiomi per rendere
conto di un numero molto grande di convinzioni). Searle sostiene che,
se anche fosse plausibile, il modello puramente sintattico di Fodor non
sarebbe in grado di risolvere le numerose ambiguita' del linguaggio
naturale (sintatticamente identiche, semanticamente diverse).
L'elaborazione parallela distribuita (o, piu' semplicemente, il
connessionismo) propone un'alternativa non simbolica (non
rappresentazionale) alla teoria computazionale, prendendo a modello
le reti neurali del cervello. Cio' che viene rappresentato non ha una
relazione intuitiva con le convinzioni o percezioni. Si tratta invece di
una rete di nodi, ciascuno dei quali comunica con altri tramite
connessioni la cui forza e' variabile nel tempo; questa forza, che varia
in funzione proprio dell'attivita' dei nodi, e' il fattore principale di
rappresentazione. E' come se i nodi si scambiassero simultaneamente
una grande quantita' di messaggi: la rappresentazione e' data
dall'insieme di questi messaggi (e non dal contenuto dei nodi).
Quando la rete viene attivata a fronte di uno stimolo, le connessioni
cambiano la propria forza fino a raggiungere una configurazione
stabile che costituisce la risposta a quello stimolo. Non solo il
connessionismo rende conto, come la teoria computazionale, del
processo attraverso il quale la mente riesce a far riferimento al mondo
esterno, non solo (a differenza della teoria di Fodor) e' biologicamente
plausibile, ma fornisce anche una spiegazione di come le
rappresentazioni mentali vengano costruite (per fluttuazione di forze
di connessioni) e di come esse siano connesse con il mondo
(attraverso associazioni del tipo stimolo-risposta); e non ha bisogno di
postulare alcun linguaggio mentale.
Putnam,dal canto suo, pone la spiegazione e la predizione di fenomeni
intenzionali come la convinzione e il desiderio nella sfera
dell'interpretazione: i concetti non esistono nella mente, sono frutto
dell'interpretazione. Si tratta di \"interpretare\" quel linguaggio, e lo si
puo' fare da due angolature: normativa, che fa ricorso al principio di
carita' (Davidson) o di razionalita' (Dennett), secondo i quali un
organismo si comporta come deve comportarsi date le sue circostanze
(per esempio, la maggioranza delle sue convinzioni sono vere; crede
alle implicazioni delle proprie convinzioni; non ha due convinzioni
che si contraddicono; etc) e in tal modo aiuta il compito di chi deve
interpretare; e proiettiva (Stitch), secondo la quale la nostra
interpretazione consiste nell'attribuire all'organismo le attitudini
proposizionali che noi avremmo se fossimo al suo posto. Il processo
che definisce come le convinzioni e i desideri si formano e come
determinano il comportamento dell'organismo ha origini biologiche.
Dennett assume che, se un organismo e' sopravissuto alla selezione
naturale, la maggioranza delle sue convinzioni sono vere e l'uso che fa
delle sue convinzioni e' per lo piu' \"razionale\" (usa le proprie
convinzioni per soddisfare i propri desideri). Interpretato in chiave
biologica (e cioe' in termini di bisogni primari), l'\"atteggiamento
intenzionale\" finisce per descrivere anche come quell'organismo e'
legato al suo ambiente, quale informazione ha acquisito e quale azione
si prepara a compiere. L'organismo riflette in continuazione
l'ambiente, in quanto l'organizzazione stessa del suo sistema ne
contiene implicitamente una rappresentazione. Per Dennett gli stati
intenzionali non sono stati interni del sistema, ma descrizioni della
relazione fra il sistema e il suo ambiente (per esempio, un sistema ha
paura del fuoco se si trova in una certa relazione con il fuoco). Inoltre
non esiste uno stato intenzionale separato dagli altri, ma,
olisticamente, ha senso parlare soltanto dello stato cognitivo di un
organismo nel suo complesso, e della sua relazione complessiva con
l'ambiente. In altre parole l'attitudine proposizionale e' data da
un'\"attitudine nozionale\", che e' indipendente dal mondo reale, e da
una componente dovuta al mondo reale. Una \"attitudine nozionale\" e'
definita rispetto a un \"mondo nozionale\" (\"notional world\"): i mondi
nozionali di un agente sono i mondi in cui tutte le convinzioni di
quell'agente sono vere e tutti i suoi desideri sono realizzabili. In
definitiva l'intenzionalita' definisce un organismo in funzione delle sue
convinzioni e dei suoi desideri, i quali sono il prodotto della selezione
naturale. Quanto piu' i mondi nozionali di un agente si discostano da
quello reale, tanto minore e' la capacita' di adattamento dell'agente al
proprio ambiente. E' la funzione biologica dei meccanismi cognitivi a
fissare convinzioni e desideri, e questi devono essere rispettivamente
veri e possibili per essere utili alla sopravvivenza della specie.
L'intenzionalita' non e' una proprieta' esclusiva della mente umana, ma
risulta diffusa in diversi sistemi fisici e biologici. Gli stati dei sistemi
intenzionali, in generale, misurano qualche grandezza dell'ambiente in
cui si trovano. Gli stati mentali potrebbero non essere altro che un
caso particolare di questo fenomeno, nel qual caso il pensiero stesso
non sarebbe altro che la misura di una qualche grandezza che si trova
nel mondo in cui viviamo.
Il pensiero “magico”
“Credo nella magia, nell'evocazione degli spiriti, anche se non so che cosa sono;
credo nel potere di creare a occhi chiusi magiche illusioni nella mente e credo
che i margini della mente siano mobili, che le menti possano fluire l'una
nell'altra, così creando o svelando una mente o energia unica, poiché le nostre
memorie sono parti dell'unica memoria della Natura”.
William Butler Yeats
“La magia è una dimensione della fantasia. La fantasia è fatta di immaginazione
ma anche di realtà”.
Anthony De Longis
La \"magia\" è un fenomeno sociale molto diffuso che, sul piano
psicologico individuale, si innesta facilmente su una predisposizione
umana al \"pensiero magico\", una \"forma mentale\" che
contraddistingue il funzionamento cognitivo infantile. Questa forma di
pensiero non abbandona mai totalmente la mente umana, perciò tracce
del pensiero magico infantile sono facilmente rinvenibili anche nel
pensiero adulto quotidiano.L'analisi dei frequenti processi di scelta
basati su modalità \"non razionali\" mette in evidenza la natura illusoria
dell' \"uomo logico\", un modello di perfezione creato sulla base di
prototipi astratti della logica umana. Comunemente quando si parla di
\"pensiero\" si fa riferimento ad una facoltà propria degli esseri
razionali, sottolineando come quest'abilità si opponga all'azione
impulsiva rappresentandone l'antitesi.Questa concezione riduttiva del
pensiero si è cristallizzata negli anni a partire da alcune teorie
psicologiche che, se da un lato hanno permesso di far luce su alcuni
aspetti del pensiero umano e del suo sviluppo, dall'altro sono state
frequentemente considerate un punto di arrivo di studi che
dovrebbero, in realtà, rappresentare un punto di partenza per esplorare
le numerose caratteristiche che contraddistinguono i complessi
processi cognitivi umani. Il risultato è stato il diffondersi
dell'equazione \"pensiero = logica\", la quale ha fatto in modo che il
\"pensiero razionale\", definito anche \"pensiero ipotetico-deduttivo\",
venisse considerato a lungo come il pensiero umano per antonomasia.
Per comprendere come questa forma di pensiero \"perfetto\" spesso
lasci il posto ad altre, è necessario ricordare che il \"pensiero logico\"
consente di ragionare in modo simile ad uno scienziato, formulando
un'ipotesi relativa ad eventi presenti o potenziali e verificando tali
ipotesi sulla realtà, seguendo operazioni logico-matematiche
(addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione, ordinamento,
sostituzione, inclusione in classi, relazioni) e spazio-temporali
(reversibilità, compensazione) (Miller P. H., 1983). E' facile intuire
quindi come le decisioni fondate sulla logica ipotetico-deduttiva
seguano le leggi e i principi della statistica e del calcolo probabilistico.
Tuttavia, l'osservazione delle scelte in situazioni quotidiane è stata una
preziosa fonte di studio che ha mostrato la frequente violazione di
principi e di regole proprie della razionalità, mettendo in evidenza il
ripetuto ricorso anche a forme di ragionamento che rientrano nella
sfera del cosiddetto pensiero magico, o \"pensiero quasi-magico\".
(Giusberti F., Nori R., 2000). Uno dei maggiori contributi che ha
segnato la storia degli studi sullo sviluppo del pensiero umano è
indubbiamente costituito dalla teoria dello sviluppo cognitivo di J.
Piaget.Piaget (vedi Lo sviluppo della moralità dal'infanzia all'età
adulta), attraverso numerose osservazioni, ha tracciato le
caratteristiche dei principali “periodi” o “stadi” dell’evoluzione del
pensiero, dalla nascita all’età adulta, affermando che l’ultima tappa di
questa naturale evoluzione è rappresentata dal raggiungimento delle
abilità che appartengono alla sfera del pensiero ipotetico-deduttivo.
Piaget è stato anche uno dei primi studiosi del pensiero magico e, a tal
proposito, ha suggerito che questa modalità di funzionamento
dell'apparato psichico è presente sia nel bambino che nella mente
dell'uomo con un funzionamento di tipo primitivo; essa scomparirebbe
poi completamente una volta raggiunti i livelli del pensiero operatorio
concreto e formale, lasciando il posto alla logica ipotetico-deduttiva.
Oggi, la netta contrapposizione tra pensiero magico e \"pensiero
razionale\", che vedeva opposte la cosiddetta mentalità \"primitiva\" alla
mentalità \"occidentale\" e che scindeva l'umanità in due tronconi,
facendo per lungo tempo pensare che l'uomo moderno, simbolo di
perfezione, fosse sempre e soltanto un \"pensatore scientifico\", ha
lasciato spazio ad una visione più realistica e intermedia. Di
conseguenza, \"pensiero magico\" e \"pensiero razionale\" si configurano
come due strutture mentali conviventi nella mente adulta, due forme
di pensiero in costante interazione nella quotidiana sperimentazione
della realtà, entrambe presenti nell'uomo occidentale come in quello
delle popolazioni primitive, sebbene la struttura del pensiero magico
resti più evidente e facile da studiare nelle civiltà primitive e quella
del pensiero razionale in quelle popolazioni che vivono nei Paesi
Occidentali e più moderni (Lévy-Bruhl L., 1966). La descrizione della
struttura e del funzionamento del pensiero magico è importante per
poter comprendere come esso stia alla base, tanto delle credenze
magiche più radicate, che di alcune convinzioni e atteggiamenti che
guidano comportamenti quotidiani comuni. La caratteristica principale
del pensiero magico è senza alcun dubbio quella che viene definita
partecipazione.
Quest'ultima rappresenta infatti il fulcro attorno a cui ruota tutto il
funzionamento di questa forma di pensiero, poiché attraverso essa
viene percepito un rapporto fra due fenomeni che in realtà è
assolutamente inesistente e non reale. La \"magia\" operata dal pensiero
nasce poi dall'illusione che si stabilisce in un individuo che, più o
meno inconsapevolmente, si convince, in virtù del suddetto rapporto
fittizio, di poter modificare la realtà.La facilità con cui questa modalità
di funzionamento del pensiero può essere colta nelle popolazioni
primitive è legata all'esistenza, in questi popoli, di simboli in cui il
rapporto tra significante (simbolo stesso) e significato (oggetto o
evento rappresentato) non è reale, ma è stabilito dalla mente sulla base
di una relazione partecipativa che talvolta giunge alla consustanzialità.
Il simbolo, in questi casi, \"è\" il rappresentato ed è sentito come
l'oggetto stesso che rappresenta, il quale viene reso dalla
partecipazione \"attualmente presente\". Una conseguenza significativa
di questa modalità di pensiero è visibile nelle pratiche magiche,
presenti in Occidente come nel resto del mondo, in cui l'azione sul
simbolo (ad esempio un oggetto, quale una foto o un fazzoletto, di un
soggetto che si desidera far innamorare) è ritenuta alla pari dell'azione
sulla persona cui l'oggetto appartiene (De Martino E., 1948). L'azione
magica si ottiene quindi quando si stabilisce una credenza di
corrispondenza piuttosto che di simbolismo; in tal modo \"agire sul
simbolo\" è uguale ad \"agire sul rappresentato\" e non invece \"come se\"
si agisse sul rappresentato.La differenza risiede nella credenza, nel
sentimento, nella certezza che si struttura alla base dell'azione e in
base alla quale si ritiene di agire sul simbolo e dunque, ipso facto, sul
rappresentato. La partecipazione è una caratteristica \"forte\" in quanto
è in grado di reggere e alimentare la strutturazione magica del
pensiero, che talvolta sostiene le scelte e la vita intera di alcune
persone, resistendo all'esperienza che frequentemente dimostra che
l'oggetto-simbolo non è l'oggetto-persona/evento rappresentato. Tante
volte infatti un evento o un essere che si vorrebbe controllare o
raggiungere sfugge alla presa; ad esempio, nelle tribù primitive la
pioggia non arriva nonostante l'azione sul suo simbolo o il mimo della
sua danza, così come una persona di cui si è innamorati non torna se si
agisce un rituale sul suo fazzoletto o sulla sua foto. Tuttavia il
pensiero magico sopravvive, nonostante i fallimenti della magia,
perché esso si basa anche su un'altra caratteristica che lo mantiene in
vita: l'impermeabilità all'esperienza. Nelle persone in cui la mente
segue prevalentemente una modalità di ragionamento magico, quando
le esperienze contraddicono il loro pensiero non nasce il bisogno di
spiegare l'insuccesso. Questo è possibile anche grazie al ricorso a
giustificazioni in base alle quali l'accaduto è connesso all'intervento di
altri fattori che lo possono giustificare, oppure facendo riferimento a
premesse diverse da quelle su cui si fonda il \"pensiero logico\" e
secondo cui le potenze invisibili che consentono la \"partecipazione\"
agiscono secondo progetti oscuri e quindi in momenti inattesi,
imprevedibili e incalcolabili (Jung C. G., 1942). Così i fallimenti di un
rituale magico possono essere attribuiti ad un errore di memoria, ad un
errore nell'eseguire un rito, al volere degli spiriti o ad una contro-
magia (Malinoswski B., 1925).
La rottura dell'organizzazione spazio-temporale, che rappresenta la
principale differenza tra pensiero magico e \"pensiero logico\", è
un'altra caratteristica basilare della modalità magica di funzionamento
del pensiero; essa agisce rendendo possibile una \"causalità\" artificiale,
illogica e paradossale. Rispetto alla logica spaziale, la rottura operata
dal pensiero magico consiste nella creazione di una coincidenza tra il
\"tutto\" e le \"sue parti\", anche quando essi vengono separati. Di
conseguenza, per esempio, chi possieda anche una parte insignificante
del corpo di una persona, ad esempio un capello o un'unghia, può
convincersi di poter agire su di esso agendo sulla persona.
La rottura della logica temporale, che guida la causalità nel \"pensiero
razionale\", è presente in tutti quei casi in cui viene a stabilirsi un
legame, tra una causa ed un effetto, privo di un momento temporale
ben limitato. Questo avviene, ad esempio in alcune tribù, quando si
intende guarire una ferita agendo su un'arma che l'ha provocata che
viene sottoposta a particolari trattamenti. In questi casi, infatti, il
pensiero non tiene conto che il rapporto causale è ben più di una
relazione atemporale tra cose, essendo più precisamente un rapporto
tra cambiamenti che avvengono in certi oggetti entro tempi stabiliti,
così come quando una lancia ferisce un uomo incidendo un suo
organo (Cassirer E., 1967).Un'altra importante distinzione tra
\"pensiero magico\" e \"pensiero logico\" risiede nella differente
concezione dei simboli e, più precisamente, nel pre-simbolismo
persistente nella prima forma di pensiero. Infatti, il \"pensiero magico\"
è strettamente connesso ad uso primitivo dei simboli. Questi ultimi,
durante lo sviluppo, inizialmente cominciano ad essere associati alle
cose in base a riflessi condizionati e, successivamente, vengono
staccati dalle cose per diventare strumenti plastici e mobili di
espressione del pensiero. La magia si situa nell'area intermedia di
questa evoluzione dei simboli, quella in cui i simboli sono ancora
aderenti alle cose pur essendo già parzialmente staccati; quindi i
simboli nel \"pensiero magico\" sono ancora concepiti come partecipi
alle cose e sono utilizzati ad uno stadio pre-simbolico (Piaget J.,
1955). Come è stato accennato, il pensiero magico, presente accanto a
quello razionale nell'uomo adulto, rappresenta un retaggio della
mentalità infantile; esso infatti è una modalità di ragionamento
predominante nell'infanzia in cui assume il valore di un mezzo di
adattamento. Durante l'età evolutiva sono molte le attività spontanee
in cui questo processo psichico si manifesta; ne sono esempi alcune
attività ludiche, grafiche e linguistiche in cui un bambino compensa
situazioni reali frustranti.Il pensiero magico ha una duplice genesi,
essendo basato su due fenomeni della mentalità infantile, uno di
origine individuale e l'altro di ordine sociale.Si fa riferimento al primo
fenomeno adottando il termine \"realismo\" e al secondo utilizzando il
termine \"animismo\". Il “realismo\" implica l'indifferenziazione e la
confusione tra mondo interno (Io) e mondo esterno (non Io) ed è
fondamentale affinché lo psichico possa invadere e permeare il fisico
e viceversa, così come avviene nella struttura di pensiero in questione.
L' \"animismo\" comporta invece la convinzione che gli oggetti e gli
eventi esterni siano dotati di propri sentimenti e volontà, che possono
essere favorevoli oppure ostili (Miller P. H., 1983). Se lo sviluppo
fosse a senso unico e la vita psichica non fosse suscettibile di blocchi
e di regressioni, il \"pensiero magico\" probabilmente scomparirebbe
totalmente nell'adulto. Tuttavia, leggendo gli esempi più frequenti
delle diverse forme di \"partecipazione\" magica, ci si rende facilmente
conto di quanto sia facile riconoscersi nell'utilizzo di qualcuna di esse.
Le credenze nei rituali magici e la superstizione sono una
manifestazione di un predominio del pensiero magico nella vita
mentale, l'espressione del ricorso frequente o costante a capacità pre-
simboliche di pensiero, un comportamento che è connesso ad un
arresto più o meno parziale nello sviluppo di un simbolismo completo.
Ma il pensiero magico si attiva anche quando sono presenti capacità
simboliche complete, essendo avviato da particolari condizioni in cui
il \"pensiero logico\" non ha a disposizione tutti i dati necessari per
operare. L'attività di ragionamento del soggetto è infatti
multideterminata; ciò significa che essa è influenzata sia da fattori
generali, quali le capacità logiche possedute, che da fattori specifici
individuali, come la preferenza di una modalità di pensiero piuttosto
che di un'altra, e infine, in percentuale non meno importante, da fattori
situazionali (Bonino S., Reffieuna A., 1999).Di conseguenza, è
possibile individuare diversi esempi di comportamenti guidati dal
pensiero magico che ricompaiono in diverse circostanze che si
verificano nella vita di tutti i giorni e che implicano principalmente
una rottura spazio-temporale nei principi di causalità e lo stabilirsi di
una partecipazione. Essi a volte sono attivati nell'impossibilità di
operare una stima di probabilità, altre volte sono accompagnati da un
errore nel giudizio relativo alla probabilità che un evento si verifichi.
Un primo esempio delle condizioni in cui si attiva facilmente la
modalità di pensiero magico è quello in cui ci si trova ad effettuare
scelte in situazioni incerte o di rischio, ossia in condizioni che non
consentono nessuna possibilità di valutare la probabilità che un evento
si verifichi e che, conseguentemente, non consentono scelte razionali.
Infatti, nelle scelte in cui è possibile apprezzare due alternative
opposte, la logica comporta solo di valutare la migliore; un esempio
sono le decisioni in merito all'acquisto dello stesso prodotto a due
prezzi diversi. Nelle situazioni in cui si può stimare la probabilità di
un evento, le scelte sono generalmente ancora guidate dalla logica che
le adatta alla probabilità del verificarsi dell'evento in questione; un
esempio è rappresentato dal caso in cui si scommette sull'uscita del
numero 2 al lancio di un dado, evento che ha una probabilità di
verificarsi semplice da calcolare, pari a 1/6.
Tuttavia, nella maggior parte delle scelte, le probabilità degli eventi o
sono sconosciute o sono complesse da valutare e le scelte possono
essere orientate verso le opzioni meno probabili. In queste condizioni
infatti si determina quasi sempre un conflitto fra il desiderio che un
evento si verifichi e la probabilità che ciò avvenga realmente.
L'attivazione in queste condizioni del pensiero magico è testimoniata
dalla violazione del principio della fissità del passato, che rappresenta
un esempio della rottura spazio-temporale nei principi di causalità che
guidano il \"pensiero logico\". La \"violazione del principio della fissità
del passato\"1 può essere considerato uno dei tanti comportamenti in
1
Un esempio di questa violazione è riportato in una ricerca condotta alcuni anni fa
(Giusberti F., Nori R., 2000): Ad un gruppo di persone è stata data notizia che uno
studio ha mostrato come una maggiore resistenza ai rumori sia riscontrata nelle
persone con costituzioni fisiche più forti e dotate di buona salute. Una volta appresa
questa notizia, in successive condizioni di rumorosità si è osservata, nel suddetto
gruppo, una tendenza piuttosto diffusa a tollerare il rumore (giudicato sopportabile
in tutti i casi). Questa tendenza è volta a dimostrare a se stessi di avere un organismo
forte e in salute, facendo ricorso ad un pensiero magico che inverte le relazioni
causali, illudendo che se si resiste al rumore si ha una costituzione fisica forte.
E' importante sottolineare come questa tendenza non sia stata riscontrata nei
cui in età adulta si manifesta ancora il pensiero magico. Essa
determina la tendenza a considerare un evento E come dimostrazione
evidente di un precedente evento A; in tal modo si suppone che
un'azione attuale (E) possa causare uno stato (A) in realtà già
determinatosi in precedenza. In condizioni di probabilità ignota,
quindi, la mente costruisce false relazioni causali, guidate dal
desiderio di trovarsi in una condizione ambìta ma che in realtà è già
preesistente. Le persone in questi casi agiscono come se potessero
influenzare un risultato che è già predeterminato (la costituzione
fisica). Anche quando la probabilità è calcolabile, spesso il pensiero
non segue il giudizio di probabilità, così come avviene in una
particolare manifestazione del pensiero magico, costituita dal
cosiddetto \"pensiero desiderativo\" (wishful thinking)2. Anche questa
modalità di pensiero si attiva quando il \"desiderio\" assume il controllo
del comportamento e fa in modo che gli eventi soggettivamente più
desiderati vengano valutati come più probabili di altri meno
desiderabili (Morlock A. H., 1967). Questa modalità di pensiero
magico può essere innocua la maggior parte delle volte che si stimano
come più probabili gli eventi desiderati; essa tuttavia può risultare
particolarmente rischiosa in quei casi in cui vengono considerati poco
probabili (e così non è nella realtà) eventi negativi non desiderati.3
componenti di un secondo gruppo a cui la notizia sullo studio in questione non era
stata riferita; essi infatti hanno mostrato maggiore sincerità nel valutare il fastidio
degli stimoli rumorosi a cui sono stati sottoposti, nonostante fossero identici a quelli
cui sono stati sottoposti quelli del primo gruppo.
2
Un esempio tipico del \"pensiero basato sul desiderio\" è il seguente: Due case
produttrici commerciali degli stessi prodotti organizzano entrambe un concorso a
premi. La prima mette in palio un'automobile e la seconda una borsa da viaggio. Pur
essendo riportato sulle confezioni dei prodotti che le probabilità di vincere la borsa
sono maggiori rispetto a quelle di vincere l'automobile, il desiderio di vincere l'auto
può guidare all'acquisto del primo prodotto, ignorando le scarse possibilità di
vincita.
3
Un esempio di \"pensiero desiderativo\" pericoloso è il seguente: La scienza medica
ha verificato con numerosi studi che, quando si è colpiti da infarto, esiste un
maggiore rischio di ricadute se si continua a fumare.Diversi infartuati tuttavia non
riescono a smettere di fumare, sottovalutando il rischio reale testimoniato dai dati
statistici sull'incidenza del fenomeno e lasciandosi guidare dal forte desiderio di
continuare a fumare.
Un'altra forma molto comune di manifestazione quotidiana del
pensiero magico è costituita dai \"rituali\"4. Essi sono costituiti da
abitudini che assumono il valore di possibilità di controllare gli eventi
reali; essi sono legati a tutti gli esempi di partecipazione che sono stati
riportati in precedenza.I rituali possono non interferire con la vita di
una persona, ovviamente a patto che non diventino, come in alcuni
casi, comportamenti rigidi e centrali. Uno dei compiti più frequenti
che ci viene richiesto quotidianamente è quello di prendere delle
decisioni. Le scelte che sono richieste spesso non sono tutte
ugualmente importanti; alcune sono abituali, come quelle che
riguardano cosa mangiare a colazione, come vestirci per andare a
lavoro; altre sono saltuarie, come quelle che riguardano l'acquisto di
un libro. Esistono poi delle scelte di maggiore rilevanza come quelle
che concernono l'acquisto di un appartamento, la scelta di un corso di
studi o di un partner. Queste importanti decisioni devono tenere in
considerazione sia aspetti concreti, come caratteristiche o fatti, che
aspetti meno tangibili, come i desideri, le emozioni altrui o la
probabilità che accadano determinati eventi. La conoscenza delle
modalità di ragionamento legate al pensiero magico può aiutare a
diventare più consapevoli delle scelte in cui esso può essere chiamato
in causa senza rischi e di quelle in cui questa forma di pensiero,
sostituendo le capacità di giudizio razionali, potrebbe divenire
pericolosa.
4
Esempi di rituali: Tutti, più o meno, fanno ricorso a rituali. Essi diventano più
frequenti quando ci si trova in condizioni di ansia e aumenta il desiderio di
controllare la realtà.Ne sono esempi l'uso di uno stesso vestito per fare un esame, lo
scendere dallo stesso lato del letto ogni mattina, l'allenarsi allo stesso orario la
settimana prima di una gara, l'uso di un oggetto come portafortuna o il lasciare fuori
dall'armadio l'ombrello per scongiurare che non si rimetta a piovere.
Nascita della Suggestologia
“La suggestione porta all’eliminazione dei fenomeni patologici,ma solo
transitoriamente”
Sigmund Freud
“A questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole,
l'altra è ottenerlo. Questa seconda è la peggiore, la vera tragedia”.
Oscar Wilde
Georgi Lozanov, dottore in medicina all'Università di Sofia dal 1951,
inizia ad esercitare la propria professione in qualità di psicoterapeuta.
Si occupa di ipnosi, ma ben presto abbandonerà questo campo. Egli si
convince molto presto che la suggestione allo stato di veglia permette
di ottenere risultati superiori a quelli della suggestione sotto ipnosi e
soprattutto più duraturi.Continuando la pratica come medico, Lozanov
si interessa anche alla parapsicologia e in modo particolare ai
fenomeni di telepatia. Il suo interesse per questa branca della
parapsicologia lo porta, tra il 1960 e il 1966, presso l'Istituto di Studi
Psicologici dell'Università di Leningrado. Qui scoprirà tre dei
maggiori principi della Suggestologia:
• Le vaste risorse ancora poco conosciute e tutte da esplorare,
della suggestione telepatica;
• L'estrema importanza della micro-comunicazione inconscia tra
gli esseri viventi;
• La possibilità di risvegliare in ciascuno le potenzialità
inutilizzate e tutto ciò, attraverso l'attivazione di quelle che
Lozanov chiamerà \"le riserve del cervello umano\".
Nel 1965 Lozanov soggiorna per diverse settimane in India, al fine di
approfondire certi fenomeni di parapsicologia presso degli Yogi. Il
soggiorno non soltanto lo persuaderà della realtà delle straordinarie
performaces di alcuni Yogi, ma lo convincerà anche del ruolo decisivo
che giocano la suggestione e l'autosuggestione in questi processi.Da
questa sua esperienza un punto soprattutto attira la sua attenzione:
l'ipermnesia o superattività della memoria. Alcuni Yogi infatti, sono in
grado di memorizzare migliaia di versetti di testi sacri grazie
all'ipermnesia suggestiva.Desideroso di proseguire le proprie ricerche
in questo settore, Lozanov sceglie come campo di sperimentazione
quello dell'insegnamento delle lingue straniere. Infatti già nel 1955
Lozanov narra nell'opera \"Souguestologuia\" di aver notato come nella
sua pratica di psicoterapeuta non solo la suggestione guarisce, ma
libera anche importanti potenziali psichici e mnesici. In quel periodo
capitò che un suo paziente venisse alla sua consueta seduta assai
stanco e depresso: doveva frequentare lo stesso giorno un corso serale
e si lamentava di non aver potuto imparare la poesia che doveva
sapere a memoria. Contemporaneamente alla suggestione terapeutica,
condotta in stato di veglia senza ipnosi, per la cura del caso specifico,
Lozanov operò delle suggestioni per stimolare il tono generale e
specialmente la memoria del suo paziente. Quest'ultimo lasciò lo
studio di ottimo umore. Il giorno dopo ritornò tutto eccitato e raccontò
che durante il corso serale aveva ripetuto a memoria l'intera poesia che
aveva ascoltato una sola volta nella lezione precedente.Ci furono
numerosi e ulteriori esperimenti per assicurarsi che non si trattasse di
un fenomeno accidentale. Si era ormai raggiunta la certezza che
l'ipermnesia suggestiva esiste veramente. Era nata la
SUGGESTOLOGIA: scienza della suggestione che studia l'influenza
dell'ambiente sull'uomo e tende a stabilire le condizioni necessarie
perché si verifichino quei fenomeni suggestivi atti a sollecitare i
potenziali umani. Lozanov stesso definisce la Suggestologia: \"Scienza
delle comunicazioni inconsce, capace di mettere in evidenza e di
attivare le riserve della personalità.\"
Nel 1963 con alcuni ricercatori e professori di lingue curiosi di questo
nuovo approccio, Lozanov inizia a sperimentare. I primi tentativi
consistevano nel far memorizzare delle liste di nomi, poi si è passati a
frasi ed infine ad un insieme organizzato attorno a dei temi coerenti. Il
programma dei corsi proposti agli studenti comportava l'acquisizione
di un vocabolario di circa 1800 (2000) parole. Va ricordato che il
vocabolario di cui dispone una persona della propria madrelingua, di
buon livello di cultura generale, è dell'ordine di 24.000 parole, di cui
in realtà utilizza nella conversazione corrente soltanto da 3 a 4 mila.
Gli studenti dei corsi di Suggestopedia, sottoposti a test di
memorizzazione, ottennero per 2/3 un risultato in percentuale del
100%. Per i restanti il risultato fu comunque superiore al
90%.Incoraggiato da questi risultati, Lozanov ed il suo staff
proseguirono la sperimentazione tanto che il Governo Bulgaro
approvò la creazione, nell'ottobre del 1966, di un Centro di Ricerche
in Parapsicologia e in Suggestologia appoggiato all'Università di
Sofia. Nel 1971 diventerà Istituto e dal 1973 si chiamerà Istituto di
Suggestologia, direttamente annesso al Ministero dell'Educazione e
diretto esclusivamente alle esperienze di Suggestopedia.Gli studenti di
lingue straniere dell'Istituto di Sofia erano soprattutto adulti con
impegni di carattere professionale, ma dal 1972 il settore di ricerca
dell'Istituto in materia di Suggestopedia riguarderà anche
l'insegnamento ai bambini della scuola primaria e secondaria.
Il termine \"Suggestione\" deriva dal latino \"Suggero, suggessi,
suggestum\" (porre o portare, suggerire, consigliare). Questo termine
ha acquistato un significato più o meno negativo in molte lingue.
La suggestione appare come un fenomeno ambiguo, contraddittorio.
Nella conversazione corrente, suggerire a qualcuno un'idea, una
decisione, un comportamento è a prima vista un non voler imporgli la
propria volontà. Significa quindi lasciarlo libero di esaminare, di
scegliere e di decidere da solo. Ma, in certe condizioni, la suggestione
riflette anche tutta un'altra realtà: la volontà di manipolare la mente di
un altro senza che egli ne sia cosciente. Questa terminologia tuttavia
non è definitiva ed i due significati coesistono nel linguaggio corrente
che si trova così a tradurre nel modo più concreto il problema
fondamentale della suggestione: assoggettamento o rispetto dell'altro?
Costrizione o libertà? La suggestione è come un iceberg di cui emerge
solo la parte cosciente, la meno importante. La parte più importante è
quella nascosta all'osservazione diretta ed è quella immersa
dell'iceberg. Possiamo aggiungere che è alla base della comunicazione
dell'essere umano con gli altri, con l'ambiente circostante, con se
stesso, come nell'autosuggestione. Ma di tutto ciò noi siamo
consapevoli solamente in parte o in modo molto limitato.
Possiamo dire che le origini del fenomeno suggestivo risalgono alle
origini stesse dell'uomo. Ma la presa di coscienza della suggestione è
più recente. Essa risale alla fine del XVIII° secolo. Per molto tempo
questa conoscenza è rimasta esclusivamente proprietà dei medici e
guaritori e si è limitata alla suggestione in campo medico e
paramedico.Mesmer, Puysègur, Braid, Charcot, Bernheim e anche gli
psicoanalisti con Freud e Jung, Coué, Baudouin e non ultimo
Lozanov, sono i principali ricercatori e praticanti che hanno dato il
loro nome alla storia di questa presa di coscienza da più di due secoli.
Il riconoscimento del carattere normale, sano, non patologico della
suggestione ha segnato un'altra tappa nella sua affermazione che ha
completato la presa di coscienza dei suoi aspetti benefici per
l'individuo, la fiducia nella propria salute fisica e nello sviluppo
personale ed evolutivo.Finalmente è stata data alla suggestione
positiva moderna il suo vero volto quello della libertà in opposizione
alle sue forme negative obbliganti e manipolatrici. La suggestione può
essere considerata un canale di comunicazione molto sottile. Lozanov
afferma che la suggestione è una forma di reazione mentale in cui si
crea, principalmente in modo inconscio, una speciale attitudine per lo
sviluppo delle riserve funzionali dello psichismo umano. La
suggestione è al tempo stesso informazione, regolazione e
programmazione. E' una parte costante e indispensabile di ogni
processo di comunicazione. In alcuni casi può aumentare l'utilizzo
delle proprie riserve mentali, in altri casi può diminuire, ma partecipa
sempre alla vita mentale ed emotiva dell'uomo. Il termine suggestione
comprende quello indivisibile e complementare di desuggestione. La
suggestione partecipa sempre alla nostra attività più razionale: come
ingrediente emotivo di ciascun processo razionale, come percezione
periferica in ogni attività, come azione inconscia negli automatismi e,
in generale, come un ingrediente inconscio di tutte le qualità, processi
e mediazioni tra la personalità e le barriere anti-suggestive. La
suggestione è realizzata attraverso il paraconscio in tutte le sue
varianti.Possiamo definire la suggestione come un costante fattore
comunicativo che, principalmente attraverso l'attività mentale
inconscia, può creare le condizioni per sfruttare le capacità latenti
funzionali della personalità. La suggestione non può essere separata
dalla convinzione, come l'inconscio non può essere separato dal
conscio.Lozanov ha recentemente iniziato ad usare il termine
\"Desuggestology\" al posto di \"Suggestology\" per sottolineare il
principio di base delle sue ricerche e del suo metodo, diretto ad aiutare
le persone a rimuovere suggestioni restrittive e limitanti, cosicché
possano usare e accedere facilmente al livello delle loro capacità
naturali. Il processo d'informazione avviene armoniosamente sia sul
piano conscio che sul piano subconscio.
La suggestibilità è sempre limitata da una forma di protezione
naturale: le barriere antisuggestive. Così come il corpo possiede degli
anticorpi contro la malattia fisica, allo stesso modo la personalità
produce una protezione mentale per selezionare le sollecitazioni
suggestive.Lozanov classifica queste barriere in tre differenti tipi:
La barriera logica, la barriera affettiva e la barriera etica.
La barriera logica respinge tutto ciò che non dà l'impressione di essere
motivato logicamente. Quando la suggestione cade all'interno del
campo di coscienza del pensiero critico viene accuratamente soppesata
prima di essere accettata.La barriera affettiva fa rifiutare tutto ciò che
non riesce a creare una sensazione di fiducia e di sicurezza. Sembra
assai sviluppata nei bambini piccoli non ancora in grado di elaborare il
ragionamento logico.La barriera etica fa si che le suggestioni che si
pongono in contraddizione con i principi morali delle persone non
vengano realizzate. L'esistenza e la solidità di queste tre barriere
antisuggestive sono necessarie alla salute (la loro mancanza o il loro
indebolirsi possono essere causa di malattia). Esse servono da filtro
indispensabile agli innumerevoli stimoli dell'ambiente. Queste barriere
non vanno forzate; il modo migliore di superarle è quello di agire in
armonia con esse. Così l'insegnante deve superare le stesse barriere
antisuggestive nel suo lavoro, adoperandosi nel creare fiducia,
nell'incoraggiare i suoi studenti alla calma e al relax per ottenere così
l'atmosfera preliminare necessaria. In seguito ai numerosi e attenti
sperimenti condotti dall'Istituto di Suggestologia di Sofia, si potè
constatare che producendo una situazione di fiducia che consente di
superare la barriera logica e affettiva si produce un meccanismo di
contro-suggestione, di abbandono dei riferimenti abituali inculcati fin
dall'infanzia e di suggestione rispetto ad una maggiore valutazione di
sé e delle proprie capacità. Ad esempio, le convinzioni suggestive
della capacità piuttosto limitata della memoria umana, che sono
costruite nello sviluppo sociale e individuale, reinforzano
notevolmente le barriere antisuggestive rispetto alla memoria.
L'ipermnesia suggestopedica (superattività della memoria) non deriva
tanto dalla suggestione sulla capacità mnemonica incrementata, ma
dalla desuggestione, dalla liberazione della suggestione costruita
socialmente e individualmente sui limiti della capacità mnemonica
umana. E' chiaro che il processo suggestivo è sempre una
combinazione di suggestione e desuggestione. Il collegamento
desuggestivo-suggestivo avviene grazie alle barriere antisuggestive.
Sappiamo che i due emisferi hanno funzioni diverse e che
l'apprendimento di una lingua straniera richiede l'attività sincronizzata
di entrambi, in quanto l'emisfero di sinistra è coinvolto nella
produzione verbale, mentre il destro deve assorbire e acquisire
familiarità con il nuovo materiale e la differente struttura linguistica
con cui devono essere organizzate le parole per avere un significato.
Imparare una lingua richiede maggiormente l'attività dell'emisfero
destro, sebbene non siamo consapevoli di ciò. Molto del nostro senso
per la struttura della lingua è acquisito prima ancora di iniziare
l'istruzione formale di grammatica e sintassi.Una delle ragioni
dell'efficacia dell'approccio suggestopedico risiede nell'uso delle
facoltà intuitive (generi di informazioni caratteristiche dell'emisfero di
destra) nell'apprendimento verbale (caratteristica dell'emisfero di
sinistra). Recenti scoperte neurofisiologiche descrivono il processo di
apprendimento come una serie di scariche di neuroni localizzati su
tutto il cervello (in entrambi gli emisferi), non solamente la
formazione di un legame tra neuroni in due differenti aree.
Esiste una categoria di stimoli che nella loro assoluta intensità
dovrebbero appartenere al sistema sensoriale, ma molto spesso, sotto
specifiche condizioni, rimangono inconsci. Questo accade spesso,
quando l'attenzione è attratta da alcuni stimoli mentre altri rimangono
alla periferia dell'attenzione. Questi tipi di stimoli inconsci sono
chiamati \"stimoli marginali subsensoriali\". Essi giocano un ruolo
importante in tutte le relazioni umane. Studi suggestopedici hanno
dimostrato che questa informazione periferica inconscia resta alla base
della memoria a lungo termine. Un numero enorme di azioni
automatiche cadono dentro la sfera dell'attività mentale inconscia. Le
formule abbreviate del pensiero, i concetti pronti ai quali siamo
abituati, gli atti motori e molte altre attività sono ottenute grazie
all'automazione e all'attività mentale inconscia. E' attraverso canali
inconsci che possiamo registrare una grande quantità di percezioni.
Queste, assieme alle percezioni coscienti, forniscono quelle
informazioni che conservandole, costituiscono l'alimento della
memoria.
Rorschach, noto psicologo e autore del famoso test che porta il suo
nome, sostiene che l'affettività si organizza nell'attività inconscia e
così pure l'immaginazione. La prima è inoltre responsabile della
conservazione o meno delle informazioni e regola le motivazioni, le
scelte, le simpatie e antipatie. Lozanov afferma: \"tutta l'attività
cosciente si basa su componenti inconsce\". E' impossibile separare
l'attività mentale del conscio dal subconscio, così come lo è separare
un oggetto illuminato dalla sua stessa ombra.In ogni pensiero,
sentimento, percezione o attività mentale esiste un insieme di
esperienze chiare e centrali, e parallelamente in secondo piano, una
serie di esperienze oscure, periferiche. Queste ultime sono numerose e
provengono dai gesti, dal modo di muoversi, dall'espressione del viso
e degli occhi, dal modo di parlare e dal tono di voce, dai movimenti
ideo-motori impercettibili all'osservazione cosciente, dall'ambiente,
dalle aspettative o dai bisogni di chi ascolta, e in generale da tutto ciò
che al momento della comunicazione è collegato al suo contenuto
semantico. La maniera di esprimersi è quindi altrettanto importante
del contenuto del discorso. I fattori non specifici che accompagnano
un discorso molto spesso rimangono impercettibili, ma entrano
comunque a livello inconscio, in ogni caso giocano un ruolo
significativo nel condizionare impressioni, decisioni, relazioni, umori,
ecc. Questo tipo di attività mentale inconscia è chiamata \"Reattività
Mentale Non Specifica\" (N.M.R. Nonspecific Mental
Reactivity).Conscio e inconscio, ragione e sensibilità, devono lavorare
in armonia all'interno di questa unità indissolubile che è l'essere
umano. Non si può pensare ad una educazione specifica di uno dei due
emisferi che ignora l'altro. Ciò di cui beneficia il primo approfitta
anche il secondo e viceversa. Questa convinzione di Lozanov si
appoggia sul principio della REATTIVITA' MENTALE NON
SPECIFICA. La suggestione globale sintetica lozanoviana è uno
stimolo non specifico che suscita, a ciò a cui si riferisce, una reattività
anch'essa non specifica. E' la personalità tutta intera dell'allievo che è
sollecitata. E' ugualmente questa personalità tutta intera che risponde e
che reagisce senza che sia possibile attribuire tale effetto determinato
a una causa specifica. Per globale si intende una reazione, conscia e
inconscia allo stesso tempo, della personalità e del processo
desuggestivo-suggestivo. Ma come educare non specificatamente?
Con l'azione globale e simultanea di tutti i mezzi della Suggestopedia.
Ne cito subito alcuni: la personalità stessa dell'insegnante che è senza
dubbio l'elemento più importante; l'uso sistematico di mezzi artistici
nell'insegnamento, il ruolo importante dovuto alle emozioni e alle
emozioni piacevoli.
L’approccio quantistico
“Nel trarre conclusioni così generali sorge un dubbio: è possibile fidarsi della
mente umana che,cosa di cui sono totalmente convinto,si è sviluppata a partire da
quella degli animali più primitivi che si possano immaginare?”
Charles Darwin
“Le sole leggi della materia sono quelle costruite dalla mente,e le sole leggi della
mente sono costruite per essa dalla materia”.
J.C.Maxwell
Nel 1994 usciva in contemporanea nelle librerie inglesi ed americane
un volume scritto da un famoso fisico dell'Università di Oxford R.
Penrose e intitolato \"Le Ombre della Mente\". Questo libro, per le tesi
che prospettava nonché per l'autorevolezza del suo autore, mise in
subbuglio il mondo medico-scientifico dell'epoca. La tesi principale
sostenuta da Penrose ruotava attorno all'inadeguatezza dei modelli
interpretativi dei \"processi cognitivi\" e sulla possibilità di trovare
strade alternative per spiegare le dinamiche degli \"atti mentali\".
Rifacendosi ad alcune pionieristiche ricerche dell'anestesiologo S.
Hameroff e del neurofisiologo B. Libet, Penrose ipotizzò che i
processi cerebrali come la coscienza o la consapevolezza dovessero
essere direttamente collegati al fenomeno fisico noto col nome di
\"coerenza quantistica\". La \"coerenza quantistica\" è quel meccanismo
fisico per cui i metalli portati a bassa temperatura manifestano il
fenomeno della superconduttività. A temperature molto basse infatti,
alcuni metalli possono condurre l'elettricità senza opporre resistenza.
Una corrente immessa in una spira superconduttrice scorrerebbe per
un tempo infinito. Il segreto di questo fenomeno è che gli elettroni che
trasportano la corrente elettrica si muovono tutti insieme in modo
coerente, come se fossero una unica gigantesca particella. La
conseguenza di questa \"pan-armonia\" è che la corrente elettrica scorre
praticamente senza ostacoli. Una situazione simile -seppur in
condizioni ambientali decisamente diverse- avviene, secondo Penrose,
anche a livello cerebrale (al livello dei tubuli). Il cervello umano è
costituito da miliardi di neuroni (il neurone è la cellula fondamentale
del sistema nervoso) che a loro volta sono costituiti da migliaia di
microtubuli i quali sono composti da enti ancor più piccoli chiamati
tubuli. Ora, a parere di Penrose, l'evento cosciente nell'uomo, il
passaggio cioè dallo stato di pre-coscienza allo stato di coscienza,
avviene al raggiungimento da parte dei tubuli dello stato di massima
\"eccitazione coerente\". Come gli elettroni nella superconduttività (i
quali muovendosi all'unisono permettono alla corrente di fluire senza
ostacoli) così la globalizzazione della coerenza tra i tubuli cerebrali
permette il verificarsi del processo cognitivo.Il tempo di transizione
dalla fase pre-cosciente alla fase cosciente con la conseguente
attivazione del segnale motore che consente ad esempio di muovere
un braccio, dura circa mezzo secondo. Il susseguirsi delle transizioni
dal livello minimo al livello massimo di coerenza dei tubuli,
costituisce il \"corso della coscienza\" ; lo scorrere del tempo.
I fenomeni di coerenza quantistica oltre a spiegare razionalmente le
dinamiche dei processi cognitivi, darebbero conto anche di quello che
Penrose chiama \"Senso Unitario\" della mente. Il processo cosciente
non può mai essere frutto dell'attivazione di una singola area del
cervello ma deve scaturire dalla azione concertata in un gran numero
di zone della mente. L'oscillazione coerente dei tubuli, la quale
interessa la maggior parte del cervello, provvederebbe egregiamente a
quel collegamento globale essenziale per l'estrinsecazione dell'atto
mentale. Una delle più singolari conseguenze dell'applicazione della
coerenza quantistica alla mente, è che i processi cerebrali non
potranno mai essere pienamente simulati da un calcolatore. Infatti, un
computer per quanto evoluto possa essere, deve pur sempre ragionare
seguendo una logica deterministica, ad ogni azione deve sempre
corrispondere una reazione. Uno più uno deve sempre dare due. La
coerenza quantistica alla base dei processi cerebrali invece, dovendo
sottostare alle leggi della Meccanica Quantistica (le quali prevedono
che qualsiasi sistema a loro soggetto debba sempre manifestare un
certo grado di indeterminazione, di imprevedibilità), sfugge a questa
logica. In altre parole l'aumento del grado di coerenza dei tubuli che
deve condurre dallo stato di pre-coscienza allo stato di coscienza, può,
seppur con probabilità molto bassa, fermarsi o accelerare
spontaneamente, con tutte le conseguenze che ne derivano. Il filo
conduttore delle teorie di Penrose ruota attorno all'inadeguatezza dei
modelli interpretativi dei processi cognitivi e sulla possibilità di
trovare strade alternative per spiegare le dinamiche degli atti mentali.
Lo studioso britannico indica nella \"coerenza quantistica\" la causa dei
processi più intimi dell'attività cerebrale. La coerenza quantistica è
quel processo fisico per cui un gran numero di particelle agisce
coralmente assumendo le caratteristiche e le qualità di una unica
macro-entità, consentendo il verificarsi di fenomeni quali l'emissione
Laser o la Superconduttività2. Le caratteristiche peculiari della
coerenza quantistica sono essenzialmente due : l'evoluzione dei suoi
processi dinamici secondo una logica non deterministica (non
esprimibile cioè attraverso semplici meccanismi di causa ed effetto o
\"razionalizzabili\") e l'estensione immediata e globale del fenomeno
quantistico a tutti gli enti che partecipano al processo coerente. Tali
caratteristiche ben si adattano al controllo dei processi mentali come
gli \"stati emozionali\" (per loro natura non razionalizzabili) o \"l'unicità
dei processi cognitivi\". Per quanto concerne quest'ultimo aspetto delle
caratteristiche della mente, recenti studi di neurobiologia hanno
dimostrato la non veridicità delle ipotesi secondo cui si avrebbe nel
cervello una localizzazione ben definita delle funzioni deputate alla
coscienza o al controllo dell'attività sensitiva. Tali funzioni
andrebbero invece attribuite al cervello nel suo insieme, il quale,
attraverso una fitta rete di sistemi interconnessi, controllerebbe ogni
attività. Alle aree tradizionalmente ritenute sede delle funzioni
cerebrali andrebbe soltanto riconosciuto il compito di originare il
primo impulso per l'attivazione dell'atto mentale o sensitivo.
Comparando i risultati dei diversi studiosi che nel tempo si sono
occupati di coerenza quantistica applicata ai sistemi biologici
(Fröhlich 1975, Grundler e Keilmann 1983, Marshall 1990, Penrose
1994), unitamente a specifici studi di meccanica ondulatoria (Rossi e
Cantalupi 1995), si evince che esiste una frequenza di eccitazione
coerente per i neuroni cerebrali ed i suoi sub-componenti comune a
tutti i lavori di coloro i quali si sono occupati di queste ricerche.
Questa oscillazione, di cui nessuno prima d'ora aveva enfatizzato
l'importanza o aveva notato la sistematica ricorrenza nei lavori
sull'argomento, copre frequenze che vanno da dieci a cento miliardi di
cicli al secondo (dove un ciclo al secondo rappresenta il tempo
impiegato da un sistema eccitato per compiere un'oscillazione
completa). Ora, queste frequenze non devono essere confuse con le
oscillazioni che normalmente si registrano durante le sedute
elettroencefalografiche (le quali, per altro, hanno frequenze molto
basse) ; esse in teoria assumerebbero le caratteristiche di una vera e
propria vibrazione dei processi profondi del cervello, una oscillazione
dei nostri stessi pensieri. Se risultasse verificata sperimentalmente
questa potente \"pulsazione cerebrale\", si potrebbe aprire la strada
verso nuove forme di cura dei disturbi cerebrali.
Scienza, filosofia e religione cercano da secoli di rispondere alla
classica domanda :” Che cos'è la mente?”, ma le diverse soluzioni
proposte sono sempre state parziali e spesso in contrasto reciproco: in
pratica mai nessuna spiegazione è risultata davvero valida ed
esauriente. Gli stessi psicologi sono poco soddisfatti delle teorie e
delle tecniche sviluppate dalla loro disciplina nel corso degli ultimi
decenni. Vediamo allora di partire da qualche punto fermo.Al di là
delle convinzioni personali e religiose, oggi la scienza ci informa con
ragionevole certezza che il processo del pensiero è dovuto a fenomeni
chimici e fisici che avvengono nel cervello e nel sistema nervoso a
livello microscopico, ovvero a livello molecolare ed atomico. Il
funzionamento della natura a livello atomico e sub-atomico è
governato dalle leggi della cosiddetta \"meccanica quantistica\", una
teoria fisica sviluppata agli inizi del secolo ventesimo, che risulta
molto valida e precisa ma che presenta risvolti molto strani o perfino
paradossali5. A livello sub-atomico la materia perde le familiari
proprietà... \"materiali\" e si manifesta invece come un gioco di forze e
5
Solo pochi scienziati nutrono ancora dei dubbi sul fatto che la meccanica
quantistica giochi effettivamente un ruolo determinante nel processo del pensiero,
ma per contro molti altri (a partire da Bohr, Eddington e Wigner negli anni '20, per
arrivare a Wheeler e Penrose) hanno fortemente sostenuto questa tesi ed oggi vi
sono fortissimi indizi a suo favore ed anche alcune conferme.
di onde. Chi ha studiato un po' di chimica sa che l'atomo è molto
stabile e può essere considerato una pallina \"solida\". Il modello
fondato su particelle \"dure\" però fallisce quando si analizza la
struttura interna dell'atomo: la \"solidità\" dell'atomo è creata in realtà
da un gioco di forze che si crea al suo interno tra gli elettroni, i quali
non si comportano come vere e proprie \"particelle\" o \"corpuscoli\"
materiali ma si distribuiscono spazialmente in determinate \"nuvole
elettroniche\" o \"orbitali\". In realtà la questione è più complessa di
quanto si può dedurre da questa semplice descrizione: tali orbitali in
realtà sono delle \"onde risonanti\" che obbediscono alle leggi della
meccanica quantistica, le quali presentano diversi aspetti paradossali.
6
E' vero che il \"capriccio\" di voler accostare il funzionamento della
mente alla meccanica quantistica sembra una specie di \"moda\",
diffusa specialmente tra gli scienziati con propensioni “new age\", ma
vi sono diverse conferme scientifiche a riguardo .Se la mente umana è
veramente capace di agire a livello quantistico, essa può avere delle
grandi potenzialità inespresse (nettamente superiori a quanto
generalmente si ritiene). Centinaia di ricerche scientifiche (pubblicate
fin dal 1970, per esempio su Le Scienze n.45 del Maggio 1972) hanno
dimostrato che una certa tecnica mentale molto semplice, chiamata
TM, è capace di \"ripulire\" il sistema nervoso stesso da stress e
tensioni, apportando effetti benefici di grande portata sull'organismo,
sia a livello fisiologico che psicologico. Alcuni scienziati sostengono
che la TM agisce sul sistema nervoso a livello quantistico e riesca
portarlo al suo stato di \"minima eccitazione\". Si tratta di una \"tecnica-
gioiello\" che implica e riassume in sé le conoscenze di varie scienze,
dalla fisica alla psicologia, dalla neurologia alla filosofia... E quindi
presuppone anche un'integrazione ed una sintesi di varie discipline,
oltre ad avere di per sé una straordinaria utilità pratica.
6
Occorre ribadire che la meccanica quantistica, nonostante le sue apparenti
stravaganze, ha sempre dimostrato una straordinaria validità (nell'ambito di sua
pertinenza). Senza voler considerare i controversi risultati ottenuti dalla fisica
nucleare, la teoria quantistica ha permesso di creare tecnologie importantissime ed
oggi familiari, dal laser ai semiconduttori (che hanno permesso uno sviluppo enorme
dell'elettronica, specialmente in ambito digitale, con la conseguente rivoluzione
informatica degli ultimi decenni).
Quello che il Teorema di Bell3 sembra accertare, poiché si basa su
fatti sperimentali, corrisponde al modello delle menti unificate: menti
che trascendono spazio, tempo e persone individuali; anche questo
modello si basa su fatti. Anche se la teoria quantistica viene sostituita
da un'altra teoria, e se le nostre teorie sulla psicologia e sulla mente
sono rimpiazzate da altre, questi fatti rimangono. Essi ci dicono che il
mondo è non localizzato e che, se guardiamo abbastanza attentamente,
possiamo vedere chiaramente prove di questa non localizzazione nelle
nostre vite quotidiane. La visione popolare della mente e del sé
conscio di una persona come di un quid localizzato, che occupa uno
spazio preciso, dà naturalmente luogo alla nostra convinzione di
essere osservatori situati in un corpo da cui guardiamo la realtà a esso
esterna. Questa teoria ha avuto una forza poderosa nell'intera storia
della nostra cultura ed è alla base della scienza classica, secondo cui
noi possiamo osservare e misurare da un punto di osservazione
esterno, e poi riflettere sul possibile significato di tutto quanto;
tuttavia nella fisica moderna, essa è andata in frantumi. Attualmente la
maggior parte dei fisici ritiene che sia semplicemente impossibile
spiegare le scoperte della loro scienza attenendosi a questa ipotesi. La
maggioranza della comunità scientifica aderisce alla cosiddetta
«interpretazione di Copenaghen» della fisica moderna (così chiamata
perché Niels Bohr, il suo primo ideatore, era danese). Secondo
quest'ottica, a livello atomico, un mondo reale semplicemente non
esiste fintanto che non viene compiuta una misurazione o
un'osservazione. Prima che ciò si determini, c'è soltanto una varietà di
possibili esiti per ciascun evento successivo, ciascuno con la sua
possibilità di realizzarsi una volta che l'osservazione venga effettuata.
L'osservatore (o, secondo alcuni fisici, uno strumento di misurazione
che funga da suo agente) compie l'atto decisivo di far «collassare»
tutte le possibilità consistenti in un singolo esito coerente che solo
allora può essere definito evento. Prima di questo momento non siamo
autorizzati a parlare di un mondo reale di cose ed eventi, ma solo di
possibilità con il potenziale di essere realizzate.Solo combinando fra
loro in un'unità singola l'osservatore e quanto viene osservato la
visione del mondo può avere senso. Qui abbiamo una delle più
radicali differenze fra la concezione moderna del mondo alla luce
delle scoperte della Meccanica quantistica e quella classica. L'idea di
una realtà eterna e fissa che segua il suo corso del tutto indipendente
da un osservatore è stata superata nella fisica moderna da una
concezione che fondamentalmente incorpora umanità in tale realtà.
La Meccanica quantistica nacque al principio del secolo e crebbe
come una teoria completamente rivoluzionaria che rovesciò le idee
prevalenti fra i fisici dell'epoca Vittoriana. Il modello classico
sosteneva che l'atomo fosse composto di un nucleo attorno al quale
orbitavano gli elettroni, come un sistema solare in miniatura. Si
sapeva che gli elettroni hanno una massa pari a circa un millesimo di
quella del protone (uno dei costituenti del nucleo) e che possiedono
una carica negativa in grado di bilanciare quella del protone, che è
positiva. Durante i primi decenni del secolo, però, si capì che questo
modello non poteva funzionare. Tanto per cominciare, i matematici
dimostrarono che gli elettroni non avrebbero potuto mantenere la
propria orbita stabilmente come fossero stati pianeti, e si sarebbero
fusi coi protoni del nucleo. Poiché era chiaro che nell'universo in cui
viviamo ciò non accade, si assunse, correttamente, che il modello fino
ad allora accettato doveva essere sbagliato. Grazie all'opera
pionieristica di fisici come Plank, Bohr e Schródinger, emerse un
modello che descriveva la natura del regno subatomico in modo di
gran lunga più sofisticato; questo nuovo modello portò con sé un certo
numero di conseguenze apparentemente astruse che da allora come
abbiamo più volte ripetuti, hanno gettato non solo i profani nella
confusione. Uno dei padri della Meccanica quantistica, Niels Bohr,
giunse persino ad affermare che «chiunque non resti scioccato dalla
teoria dei quanti non l'ha capita». I problemi cominciarono davvero
quando i fisici delle particelle si resero conto che l'elettrone non era
una sferula di materia carica negativamente, ma poteva essere
descritto solo in termini probabilistici. In altre parole, esiste un'elevata
probabilità che un elettrone si trovi a una determinata distanza dal
nucleo e una bassa probabilità che sia molto più distante o molto più
vicino a esso. Legato a questo concetto è il Principio di
indeterminazione4 annunciato da Werner Heisenberg nel 1927. Esso
dimostra che esistono dei limiti all'accuratezza con cui possono essere
misurate delle coppie di quantità fisiche. Ad esempio, se cerchiamo di
misurare la posizione e la quantità di moto di una particella
subatomica, lo stesso atto disturberà la particella a tal punto che non
sarà possibile attribuire un valore preciso a entrambe le quantità nello
stesso istante. Questa nebulosità è descritta dalla funzione d'onda - in
altre parole, si tratta di una descrizione basata unicamente sulle
probabilità. Ora, di primo acchito, questa potrebbe sembrare una
faccenda da poco - che mai potrebbe accadere se non riuscissimo a
definire con precisione l'esatta posizione delle particelle subatomiche?
In realtà, questa è l'essenza stessa della Meccanica quantistica e sta
alla radice di tutti i problemi che essa crea alla mente del profano.
D'altra parte, questa è anche la ragione stessa per cui la Meccanica
quantistica potrebbe plausibilmente aiutarci a spiegare alcuni
fenomeni attualmente non spiegati.
Che cos'e` la \"realta`\" del mondo per la fisica quantistica?
Sfortunatamente quella che noi percepiamo come realta` si scopre
essere semplicemente una serie di incidenti di percorso. Se crediamo
alla fisica quantistica, il mondo e` nelle mani di queste onde di
probabilita`. Ogni tanto una di queste onde \"collassa\", e allora, e
soltanto allora, succede qualcosa (le quantita` fisiche assumono dei
valori osservabili). La sequenza di quei \"qualcosa\" costituisce la
realta` che percepiamo noi. Fu Von Neumann a chiarire gli estremi del
problema. A far collassare la funzione d'onda5 e`, secondo la fisica
quantistica, l'interferenza di un altro sistema. Per esempio, se cerco di
misurare una quantita` di un sistema (la sua velocita`, per esempio),
faccio collassare la funzione d'onda del sistema, e pertanto leggo un
valore per quella quantita` che prima era semplicemente una delle
tante possibilita`. E` il mio atto di osservare a causare la \"scelta\" di
quel particolare valore della velocita` fra tutti quelli possibili. Ma
\"quando\" si verifica quel collasso? C'e` una catena di eventi che porta
dalla particella al mio cervello: la particella e` a contatto con qualche
strumento, che e` a contatto con qualche altro strumento, che e` a
contatto con il microscopio, che e` a contatto con il mio occhio, che e`
a contatto con la mia coscienza... dove avviene di preciso il collasso?
A che punto la particella smette di essere una funzione d'onda e
diventa un oggetto con una velocita` ben precisa?
Il problema puo` essere riformulato cosi`: che cosa causa il collasso di
una funzione d'onda? Basta la semplice presenza di un'altra particella
nei dintorni del sistema? Oppure dev'essere un oggetto di grandi
dimensioni? Oppure dev'essere per forza un oggetto in grado di
osservare? Oppure dev'essere per forza una mente umana? Sappiamo
che un uomo e` in grado di far collassare una funzione d'onda, in
quanto gli scienziati possono misurare le particelle. Ma un insetto? Un
insetto-scienziato sarebbe in grado di compiere le stesse osservazioni?
Sarebbe in grado di far collassare una funzione d'onda? E un virus?
Una pietra? Un albero? Un soffio di vento?...
Von Neumann si domandava cosa promuove un oggetto a
\"collassatore\". La fisica quantistica concede questo privilegio: i
sistemi classici (come gli strumenti di misurazione o gli esseri umani,
oggetti che hanno una posizione, una forma e un volume ben definiti)
sono capaci di far collassare la funzione d'onda di sistemi quantistici
(che sono invece pure onde di probabilita`) e pertanto di misurarli. Ma
cosa determina se un sistema e` classico o quantistico? Anzi, come fa
la natura a sapere quale dei due sistemi e` quello che misura e quale e`
quello da misurare, in maniera tale che possa far collassare quello da
misurare e non quello che misura? Perche', quando misuro un
elettrone, collassa l'elettrone e non collasso io? Intuitivamente, i fisici
rispondono che un sistema per essere classico deve essere \"grande\", in
quanto l'indeterminatezza e` tanto maggiore quanto piu` ci si avvicina
alle dimensioni della costante di Planck. Ma questo significa
semplicemente che gli oggetti \"grandi\" hanno un'immunita` dalle leggi
quantistiche che e` basata soltanto sulla loro dimensione. Quantomeno
bizzarro. Roger Penrose ha proposto che sia la gravita` a concedere
quella immunita` speciale. Gli oggetti \"grandi\" deformano lo spazio-
tempo e cio` in qualche modo causa il collasso spontaneo del sistema
in una possibilita` ben precisa. Ecco perche' i sistemi \"grandi\" hanno
una posizione e una forma ben definita. Analogamente, quando il mio
campo gravitazionale entra in contatto con quello di un sistema
\"piccolo\" (che si comporta come un sistema quantistico), lo fa
diventare parte di un sistema \"grande\" e pertanto di un sistema
classico. E pertanto lo posso misurare.
Il fatto rimane che nulla nella fisica quantistica spiega cosa realmente
accada quando un sistema quantistico \"collassa\": il collasso
corrisponde a un cambiamento nello stato del sistema, oppure
corrisponde semplicemente a un cambiamento nella conoscenza che io
ho di quel sistema? Naturalmente, viene subito la tentazione di
puntare il dito verso la coscienza. Forse il collasso e` dovuto al fatto
che un essere senziente compie la misurazione. Forse la mente entra
nel mondo attraverso il pertugio lasciato aperto dal principio di
indeterminazione di Heisenberg. Forse la fisica quantistica ci sta
dicendo che la mente umana \"deve\" esistere affinche' il resto
dell'universo possa esistere, altrimenti non ci sarebbe nessuno ad
osservarlo e cio` significa che resterebbe in eterno nel limbo delle
possibilita`. La realta` e` il contenuto della nostra coscienza, come ha
scritto recentemente Eugene Wigner. Un'altra possibilita` e` quella di
negare semplicemente che si verifichi questo misterioso \"collasso\"
della funzione d'onda. Invece di ammettere che il futuro venga scelto a
caso ogni volta che la funzione collassa, uno puo` decidere che tutti i
possibili futuri si verificano tutti insieme. In ogni secondo l'universo si
divide in miliardi di altri universi, uno corrispondente a ogni possibile
valore di ogni possibile quantita` che uno potrebbe misurare. E` questa
la teoria di Hugh Everett: se qualcosa puo` succedere, allora succede...
in qualche universo. Una copia di me esiste in ogni universo. Io
osservo tutti i possibili risultati di una misurazione, ma lo faccio in
universi diversi. Fra coloro che credono in questa ipotesi si contano
luminari come David Deutsch e Stephen Hawking.
Wojciech Zurek pensa che tutto contribuisca al collasso, e che il
collasso possa avvenire per gradi successivi. L'ambiente distrugge
quella che Zurek chiama \"coerenza quantistica\". E per \"ambiente\"
intende proprio tutto, dalla singola particella che transita per caso fino
al microscopio. L'ambiente causa \"decoerenza\" e la decoerenza causa
una sorta di selezione naturale alla Darwin: lo stato classico che
emerge da uno stato quantistico e` quello che meglio si \"adatta\"
all'ambiente. Non sorprende pertanto che, studiando questo fenomeno,
Zurek stia pervenendo a intriganti paralleli con il fenomeno della vita
(l'altro grande mistero della natura e`, ovviamente, quello di come la
materia vivente emerga dalla materia non vivente). Come fa il mondo
classico, fatto di oggetti e forme e confini e pesi e altezze, ad
emergere da un mondo quantistico, fatto soltanto di onde e di
probabilita`?
Una coerente teoria della mente, basata da un lato sulle posizioni
ontologiche di Heisenberg appena descritte, e dall'altro su quelle
psicologiche di William James (1842-1910), è stata sviluppata da
Henry Stapp in una serie di saggi, raccolti nel 1993 in Mente, materia
e meccanica quantistica . Nella sua opera principale, I principi di
psicologia del 1890, William James aveva enunciato alcune posizioni
pragmatiche (in accordo con la sua generale filosofia). Anzitutto, una
teoria della mente degna di questo nome non può soltanto dissolverla
nella descrizione di meccanismi comportamentali o neurofisiologici,
ma deve essere in grado di rendere conto delle azioni più apparenti e
costanti della coscienza: la libera scelta fra varie alternative, e il
controllo del comportamento. Inoltre, poichè tutto ciò che possiamo
sperimentare sono percezioni, l'universo deve essere riducibile ad
un'unica sostanza (esperienza pura), di cui la coscienza è solo una
parte. Infine, il riduzionismo psicologico non può basarsi
esclusivamente sulla fisica classica, perchè essa non è in grado di
assegnare ad un sistema complesso proprietà che non siano riducibili a
quelle delle sue costituenti: l'introspezione mostra invece che i
pensieri e la coscienza, nonostante la presenza di componenti, sono
sistematicamente percepiti come sostanzialmente unitari.
Le ingiunzioni di James sono state sistematicamente disattese dalle
teorie psicologiche dominanti del secolo, dal comportamentismo di
Watson al darwinismo neurale di Edelmann: esse rimuovono tutte il
problema della coscienza, limitandosi a descrivere in maniera
puramente classica le sue manifestazioni a vari livelli, dal sociologico
al neurofisiologico. La fisica quantistica ha maturato i tempi di un
cambiamento, ritrovandosi in perfetta sintonia con le posizioni di
James: il collasso della funzione d'onda esibisce le stesse
caratteristiche di scelta e determinazione della realtà attribuite alla
coscienza, l'interpretazione di Copenaghen riduce l'intera realtà
all'osservazione, e gli eventi quantistici rivelano un carattere olistico
che non permette di ridurli al comportamento individuale delle loro
parti. Mentre von Neumann e Wigner cercavano però di costruire una
teoria mentale della meccanica quantistica, attribuendo ad una
indefinita coscienza la causa del collasso della funzione d'onda, Stapp
ribalta il loro approccio e costruisce una teoria quantistica della mente,
definendo la coscienza come la manifestazione del collasso. In altre
parole, nel cervello gli eventi si mantengono in inconscia
sovrapposizione di stati fino a quando essi vengono resi
psicologicamente coscienti dal collasso fisico della funzione d'onda, e
la coscienza è quindi la controparte macroscopica del processo di
fissazione delle strutture microscopiche del cervello (così come le
sensazioni sono la controparte macroscopica del funzionamento
dell'organismo).
A causa di un risultato di von Neumann , non ha importanza in che
punto della catena di osservazione si suppone che il collasso avvenga,
perchè i risultati sono largamente indipendenti da dove esso si situi: la
precedente definizione è dunque compatibile con svariate ipotesi, in
particolare che la coscienza sia un fenomeno di basso o di alto livello
cerebrale (cioè, neuronale o integrato). Ciò che invece ha importanza è
la relazione fra la struttura degli eventi cerebrali da un lato, e di quelli
psicologici dall'altro: ed una volta postulata una corrispondenza fra gli
eventi, è naturale estenderla anche alle loro strutture. Stapp propone
dunque la seguente definizione: la coscienza è l'immagine isomorfa
del collasso della funzione d'onda degli eventi cerebrali . Più
precisamente un evento cosciente, cioè l'attualizzazione di una
potentia cerebrale, crea una configurazione neuronale
temporaneamente stabile detta simbolo , a sua volta costituita da
componenti: in tal modo si genera una disposizione per l'attivazione di
tutti gli altri simboli che hanno componenti in comune con quello, e si
crea quindi una nuova potentia che attende di essere attualizzata da un
successivo evento cosciente. La tendenza dei simboli a svanire crea la
sensazione del fluire del tempo , l'insieme dei simboli attuali in un
dato momento costituisce uno schema corpo-mondo che viene
continuamente aggiornato, l'insieme dei simboli che persistono e a cui
le sensazioni momentanee vengono riferite costituisce il senso del sè
(un'esperienza cerebrale come tutto il resto), e l'integrazione
quantistica degli eventi cerebrali viene percepita psicologicamente
come l' unità della coscienza . Poichè la realtà è costituita dalle
attualità, che a loro volta sono determinate dalle potenzialità, ma non
tutte le attualità sono eventi di natura cerebrale o umana, si può dire
più generalmente che la mente è la manifestazione del processo di
attualizzazione delle potentia , di cui la coscienza umana è dunque
solo un aspetto particolare. Si arriva così per via fisica ad una teoria
che ha vari aspetti in comune con quella filosofica esposta da
Whitehead ne “Il processo e la realtà” . Tutto ciò che esiste, cioè la
totalità delle attualità, si manifesta dunque come un atto creativo della
mente universale, una scelta che allo stesso tempo è delimitata dallo
spazio delle possibilità preesistenti, e restringe lo spazio delle
possibilità future. E gli atti creativi della mente universale sono
linearmente ordinati, poichè essi corrispondono a cambiamenti nello
stato potenziale dell'universo, che è unico in ogni istante: dunque il
tempo mentale è lineare , in accordo con l'esperienza, e in contrasto
con il tempo fisico (in altre parole, l'evoluzione deterministica della
funzione d'onda e il suo collasso si riferiscono a due tempi distinti,
locale e relativistico l'uno, e globale e classico l'altro). Ma come si
spiega il carattere unitario e globalmente coerente dell’attività
mentale? James giunse al punto di mettere in dubbio il determinismo
delle leggi fisiche, ciò che al suo tempo suonava ancora come una
bestemmia, e aveva perfettamente ragione. Henry Stapp ritiene di aver
trovato la risposta nella meccanica quantistica: lo stato fisico del
cervello a un certo istante non è la collezione dei microstati delle parti
del cervello ma l’onda interfenomenica quantistica che, a dispetto
della causalità spaziotemporale, correla tra loro sincronicamente tutti
gli stati locali della materia e veicola la probabilità delle transizioni di
fase globali del cervello. In altri termini, la realizzazione fenomenica
del mondo sarebbe pilotata e determinata dalla riduzione dei pacchetti
d’onda quantistici che costituiscono gli stati fisici del cervello. Il fatto
è che nell’universo di cervelli ne esistono tanti e, se le cose andassero
come dice Stapp, si ricadrebbe nella solita tesi solipsista: che ognuno
determina lo stato fenomenico del suo proprio mondo compresi gli
stati mentali di tutti gli altri esseri coscienti dell’universo.Di fatto
questa è l’unica visione concessa dalla meccanica quantistica dei
sistemi finiti e coincide sostanzialmente con quella proposta da von
Neumann nel 1931. Ma la meccanica quantistica dei sistemi infiniti,
fondata dallo stesso von Neumann tra il 1936 e il 1946, fa giustizia di
questo tipo di interpretazioni perché introduce una nuova dimensione
nella rappresentazione del mondo fisico: l’emergenza fenomenica del
mondo macroscopico come processo termodinamico-informazionale.
La vera \"mente\" rivelatrice della sostanza interfenomenica del mondo
fisico è la catena causale, ma non deterministica, degli eventi di
condensazione bosonica e rottura spontanea delle simmetrie causate
dall’espansione termodinamica del cosmo macroscopico,
indipendentemente dall’esistenza di esseri viventi. È sul terreno dei
processi termodinamici non in equilibrio che si trova la risposta. Da
questo punto di vista Ilya Prigogine ha ragione.Dove Prigogine ha
torto è nel trascurare, se non ignorare, che i processi informazionali
che generano la complessità del vivente non sono quelli descritti nella
termodinamica dei sistemi non in equilibrio, di cui è il massimo
sostenitore e propugnatore, ma nei processi algoritmici basati sulla
formazione dei linguaggi a elementi strutturali discreti. I sistemi
termodinamici di Prigogine sono volatili e incapaci di raggiungere
livelli di organizzazione paragonabili a quelli che si riscontrano nel
vivente.La questione che allora si pone è questa: è la teoria dei
processi algoritmici in grado di spiegare l’emergenza della coscienza?
In linea di principio sì: sulla base delle teorie degli algoritmi
autoreferenziali di Gödel e degli automi capaci di autoriprodursi di
von Neumann. Queste modelli sono in grado di dire molto circa le
condizioni strutturali e funzionali che permettono la generazione di un
processo informazionale capace di interpretare sé stesso. Solo un
processo capace di \"interpretazione universale\", nel senso della teoria
degli algoritmi, è in grado di essere autoreferenziale. Luce, suoni e
azioni fisiche sul mondo esterno veicolano informazione connettendo
in un processo informazionale universale tutte le cose esistenti. Per un
interprete universale particolare, i segnali fisici sono equivalenti a
fibre nervose che trasmettono e ricevono informazioni; in questo
modo, esso stesso diventa centro integrante di un processo
informazionale che si estende enormemente al di fuori del suo
organismo fisico. Questo processo globale comprende altri interpreti
universali. Tutte le cose visibili, udibili e trasformabili che esistono in
natura costituiscono per ogni interprete universale una sorta di
gigantesca memoria esterna che alimenta la sua attività di
interpretazione universale. La teoria di Stapp lascia aperti i problemi
del libero arbitrio e del determinismo, perchè non decide se il collasso
della funzione d'onda sia frutto del caso o di qualche scelta ad un
livello più profondo. Presentando però la coscienza umana ad un
tempo come la manifestazione di un processo naturale e la
localizzazione di un processo universale, essa reintegra l'uomo nella
natura e nell'universo, e contrasta in tal modo le nefaste e tuttora
influenti visioni di Bacone e Descartes, che vedevano da un lato la
natura come terra di conquista scientifica e tecnologica dell'uomo, e
dall'altro la mente come un fenomeno estraneo alla natura.
I quanti e la PSI
La scoperta del paradosso EPR (la sigla è data dalle iniziali dei nomi
degli scopritori,ossia Einstein, Podolsky e Rosen),nacque da un
intento polemico. Il criterio per cui Einstein ne elaborò il principio era
dettato dal ricorrente proposito di evidenziare l'insensatezza della
concezione indeterministica (addirittura \"indeterminata\" secondo la
tesi più radicale) dei microfenomeni implicita nell'interpretazione
classica di Bohr e Heisemberg. Possiamo evidenziarne il
significato con un esempio semplice. Tra le dinamiche che
caratterizzano il comportamento di una microparticella c'è quella del
poter decadere in due altre particelle le quali, automaticamente, si
allontanano l'una dall'altra secondo due diverse direzioni. Ora, tali due
particelle, così scaturite da una comune origine, debbono mantenere,
anche dopo il distacco, certi specifici rapporti di proprietà quantiche.
Prendiamo, ad esempio, la proprietà chiamata spin, facilmente
rappresentabile con il modello di un movimento a trottola che la
particella compie attorno a un certo asse. Per una legge - detta di
\"conservazione del momento angolare\" -, imposta sempre dall'esser
originate dalla stessa particella, se una delle due ha l'asse del
movimento a trottola orientato verso l'alto, l'altra deve
necessariamente averlo rivolto verso il basso. Anche il valore
numerico deve esser perfettamente complementare. Ad esempio, se lo
spin della prima particella ha valore 1/2 (secondo l'immagine
semplificata della trottola, compie mezzo giro su se stessa nell'unità di
tempo), quello dell'altra deve avere valore -1/2. Orbene, per il
principio di indeterminazione di Heisemberg, finché nessuna delle due
particelle è osservata/misurata da uno sperimentatore, non ha lo spin
(come ogni altra caratteristica fisica misurabile) in uno stato specifico.
Si trova, in base allo stesso principio, in uno stato di indeterminazione
quantica, o di sovrapposizione potenziale di stati. Solo l'atto della
misura gli conferisce uno spin reale e determinato. Supponiamo ora
di compiere proprio questa operazione fatidica della misura e che si
trovi lo spin di una delle due particelle \"ridotto\", o \"collassato\", nello
stato di 1/2. Il che provocherà istantaneamente anche la riduzione
dello stato dello spin della seconda particella al valore di -1/2. Come
dire che, determinando la realtà specifica di un oggetto posto qui
davanti ai miei occhi, automaticamente determino la realtà di un altro
ben distante da me e su cui non posso influire causalmente in alcun
modo. La palese assurdità deriva dal fatto che la seconda particella è
ora un sistema fisico del tutto separato e può trovarsi anche all'altra
estremità della galassia al momento della misura della prima. Il
carattere istantaneo dell'effetto violerebbe inoltre quel limite assoluto
della propagazione degli effetti fisici che è la velocità della luce. Da
tener presente anche l'eventualità che, non esistendo nell'universo una
particella che non abbia interagito con altre, il paradosso E.P.R.
prospetterebbe un’amplificazione a cascata del fenomeno di
interconnessione quantica configurando l'impossibilità dell'esistenza
di un oggetto microfisico realmente e totalmente separato dagli altri.
Abbiamo detto che Einstein considerò l'ipotesi di questa strana
\"telepatia\" tra sistemi microfisici come una prova di impossibilità,
un'implicazione assurda che confutava evidentemente la tesi
dell'interpretazione di Bohr e Heisemberg. Quando tuttavia, diversi
anni dopo, grazie agli studi di un fisico irlandese, John S. Bell, fu
possibile sottoporre a verifica sperimentale l'effetto E.P.R., ciò che
emerse suonò di nuovo come un'amara beffa per la teoria di Einstein:
quell'effetto fantasma di contatto istantaneo tra sistemi microfisici
separati esisteva davvero. Flussi di coppie di particelle originate nel
modo anzidetto, una volta divenute sistemi indipendenti, mostravano
accordi statistici delle proprietà prese in esame che non potevano
essere dovuti al caso. E' proprio questa interconnessione universale
degli enti fisici che costituisce un motivo di interesse per la
parapsicologia, tenuto conto che la psi, la facoltà oggetto del nostro
studio, è, abbiamo visto, sostanzialmente un annullamento delle
separazioni, delle distanze, sia spaziale che temporale. Vedremo ora
specificatamente come si colleghi al fenomeno il nostro problema.
Occorre a questo punto una precisazione. La teoria della meccanica
quantistica che abbiamo esposto fin qui non è l'unica esistente (anche
se è quella ufficialmente accettata dalla scienza). Esiste almeno una
scuola alternativa, il cui iniziatore fu Einstein, che non accetta
l'interpretazione della natura indeterminata, soggettivista e a-causale
dei microfenomeni come elaborata da Bohr e Heisemberg. E' una
teoria che rivendica la completa realtà dei microfenomeni
indipendentemente dall'osservatore e la loro evoluzione del tutto
deterministica nel tempo. La distinzione è importante per inquadrare
organicamente il rapporto con la parapsicologia. Ci sono infatti
almeno due criteri per cui la facoltà paranormale, se esiste, può essere
collegata all'apparato concettuale della meccanica quantistica. Si tratta
per la verità di due criteri strettamente collegati tra loro, ma è
opportuno distinguerli per cogliere meglio l'articolazione del
problema. La distinzione è imposta dal fatto che tali due criteri si
collegano proprio ai due diversi modi di interpretare la meccanica
quantistica che abbiamo esposto. Ora, se il primo gruppo, quello
ortodosso dominante, era genericamente favorevole alla possibilità
dell'esistenza delle facoltà paranormali, quello dell'interpretazione
alternativa era, possiamo dire, genericamente contrario. Lo stesso
Einstein, abbiamo visto, associava i paradossi della meccanica
quantistica a possibili effetti paranormali proprio per evidenziarne
l'assurdità. Un fisico italiano, seguace della scuola di Einstein, Franco
Selleri, riferisce il seguente aneddoto. Durante una breve
conversazione avuta da Einstein con un importante fisico teorico della
scuola di Bohr, mentre quello dichiarava di essere portato a credere
nella telepatia, Einstein suggerì a titolo di provocazione: \"\"E' una cosa
che probabilmente riguarda più la fisica che la psicologia\". La
risposta, riferiva ironicamente Einstein, fu un semplice \"sì\"\" . Ma
qual'era il motivo di fondo per cui i teorici della concezione ortodossa
della quantistica erano o potevano essere favorevoli alla
parapsicologia? La risposta è semplice: era il principio della forte
supremazia della mente sulla materia che evidentemente scaturiva dal
concetto del ruolo fondamentale dell'osservatore nel determinare la
realtà del fenomeno osservato. E' un elemento concettuale che è stato
designato in molti modi. Si è parlato di \"mentalismo\", di \"idealismo\",
di \"psicologismo\" della meccanica quantistica. L'elemento che, in ogni
caso, veniva a fungere da supporto all'ipotesi della psi erano le
potenzialità di applicazione del principio. Se era la mente
dell'osservatore ad essere così decisiva nel determinare la realtà dei
fenomeni osservati, appariva possibile che in condizioni eccezionali
tale supremazia si amplificasse fino a produrre fenomeni eccezionali,
impossibili in base alla logica dell'esperienza quotidiana. E' una
fruibilità teorica che è messa in evidenza anche dal Selleri: \"Si tratta
evidentemente (...) di una descrizione assai vicina alla
\"parapsicologia\" per via dell'azione diretta del pensiero sul mondo
materiale\" . Veniamo ora alla scuola antagonista rispetto a quella di
Bohr e Heisemberg. Ovviamente per costoro, propugnando una
visione della microrealtà integralmente determinista e priva di ogni
influsso \"mentalista\", non c'era alcuno spazio per una qualche forma
di misticismo o di paranormalità.Considerando ora i punti significativi
di questo indirizzo di pensiero vediamo come possa legarvisi il
secondo criterio di connessione dell'ipotesi della psi alla meccanica
quantistica. E' ora importante notare che vi fu chi escogitò un
espediente concettuale per risolvere il rompicapo della natura
indeterminata dei microfenomeni: quello di ipotizzare l'esistenza di
alcuni elementi incogniti - le \"variabili nascoste\" (hidden variables) -
una volta conosciute le quali (almeno in teoria), si sarebbe potuto
constatare una relazione perfettamente causale e integralmente
determinata tra l'evento sub-atomico e il sistema macroscopico di
rilevamento. Il processo di collassamento, cioè, per cui il ventaglio di
particelle virtuali si riduceva di colpo a una sola particella reale all'atto
dell'osservazione, appariva del tutto probabilistico perché non
eravamo a conoscenza di un certo parametro di comportamento,
diciamo difficilmente accessibile, del fenomeno. Il primo a proporre
questa idea fu Von Neumann, uno dei maggiori matematici del secolo
che, assieme ad altri fisici, tutti della scuola di Bohr, come Paul
Wigner, dette alle variabili nascoste quel significato mentalista tipico
di quell'indirizzo, avanzando l'ipotesi che fossero da identificarsi
addirittura con la \"coscienza\" dell'osservatore. Ebbene i seguaci della
scuola di Einstein si dettero da fare per cercare di individuare e
definire queste variabili nascoste in base a un criterio del tutto diverso,
contando cioè sulla possibilità che fossero qualcosa di
specificatamente fisico e di - almeno in via di principio - caratterizzato
da valori misurabili. Tra tutti i tentativi di ottenere un'individuazione
specificatamente fisica delle variabili nascoste, nonché di dare un
volto causale alla meccanica quantistica, spiccano gli studi di un
fisico americano, David Bohm. Tutti i membri della scuola di Einstein
danno un ruolo centrale alla sua teoria. Secondo Bohm la variabile
nascosta condizionante le operazioni di misura del microfenomeno era
semplicemente la posizione della microparticella, posizione all'atto
pratico inconoscibile, ma in teoria realmente definita da valori precisi.
Bohm compì inoltre il passo impegnativo - lo riferiamo senza entrare
in dettagli - di dare alla funzione d'onda (che per i teorici ortodossi,
ricordiamo, era solo una pura astrazione matematica) un significato
fisico, intendendola come la descrizione di una sorta di campo di forza
in grado di influire sull'evoluzione dello stato della particella (intesa
questa, si badi bene, come un ente del tutto reale e determinato).
Formulò in tal modo la teoria della cosiddetta \"onda pilota\", una
conformazione ondulatoria la cui intensità nei diversi punti
determinava la probabilità di trovare in tali stessi punti la particella.
Ma la teoria di Bohm conteneva una caratteristica alquanto poco
gradita ai seguaci della scuola di Einstein: era una teoria prettamente
non-locale. In altri termini proprio quell'effetto fantasma a distanza,
quella strana \"telepatia\" tra oggetti del mondo microfisico, sulla cui
assurdità Einstein contava di confutare la concezione di Bohr, veniva
a costituire giusto il cuore della teoria. L'immagine del vecchio,
familiare mondo della separabilità, in cui le cose e gli individui sono
ben isolati l'uno dall'altro, era messo in discussione e al suo posto
subentrava quella di un mondo tutto percorso da una fitta rete di
interconnessioni quantiche che in modo sottile finiva per collegare
tutti gli enti o oggetti dell'universo. I seguaci di Einstein cercarono
subito di eliminare l'inconveniente. Primo tra tutti John Bell (che pur
ammirava la teoria di Bohm) provò in ogni modo di depurarla dalle
implicazioni non-locali. Ma non vi riuscì, come non vi riuscirono altri
animati dallo stesso istintivo rifiuto. Del resto i nuovi esperimenti che,
via via, andavano dimostrando l'esistenza dell'effetto E.P.R.,
fornivano anche un sostegno sperimentale alla tesi della non-località.
Quello che è interessante osservare dal nostro punto di vista
parapsicologico è che con i tentativi di contestazione della teoria
quantistica di Bohr veniva reintrodotto dalla finestra giusto quello che
si era tentato di cacciare dalla porta. Bohm approdò, infatti, tramite il
suo universo integralmente unitario, alla stessa concezione mistica più
o meno propria dei membri della scuola di Copenhagen-Goettingen,
con le stesse ampie concessioni alla filosofia orientale. Naturalmente,
nel cercar di giustificare l'esistenza della psi con la visione unitaria e
interconnessa del cosmo proposta da Bohm, poteva esserci qualche
difficoltà nell'applicare il principio al mondo umano cui
sostanzialmente si riferisce la parapsicologia (la \"telepatia\"
presupposta nell'effetto E.P.R. è solo una \"telepatia\" tra particelle).
Ma il fenomeno accertato appariva indubbiamente un ragionevole
sostegno all'ipotesi della facoltà. Dobbiamo tuttavia osservare che
alle straordinarie possibilità dell'effetto E.P.R., ancora i seguaci della
scuola di Einstein, riuscirono a porre dei limiti, e questo sempre
nell'obbiettivo di costruire teorie causali della meccanica quantistica,
alternative alla concezione classica. Spicca in questa direttiva il lavoro
di tre fisici italiani: Gian Carlo Ghirardi, Alberto Rimini e Tullio
Weber, che pubblicarono una dimostrazione giudicata ineccepibile e
apprezzata anche a livello internazionale, della non trasmissibilità di
alcun messaggio tramite l'effetto E.P.R.. Senza entrare in dettagli
diremo che punto centrale della dimostrazione era l'assoluta casualità,
all'atto della misura, del processo di riduzione del vettore di stato,
l'impossibilità, cioè, di far collassare la particella nello stato specifico
\"voluto\" tra quelli possibili. Ad esempio, nel caso dello spin, non c'era
alcun modo di far collassare nei valori +1/2 o -1/2 la sua misurazione
nella particella direttamente osservata. Era quindi del tutto impossibile
alterare in modo voluto lo spin dell'altra particella, separata tramite il
processo di decadimento. Non era, ancora, possibile quindi utilizzare
l'effetto per inviare da una sistema microfisico all'altro (ovvero da un
punto all'altro dell'universo) una sequenza di segnali in grado di
veicolare un qualunque messaggio. Sembrerebbe a questo punto di
essere di fronte a un insieme di dati del tutto contraddittorio. Abbiamo
la prova dell'esistenza di un effetto con tutte le caratteristiche
potenzialmente attribuibili alla psi e tuttavia, a chiosa della
promettente scoperta, spunta una dimostrazione che vieta
indissolubilmente la trasmissione di qualunque tipo di comunicazione
tramite quello stesso effetto. E' un problema irrisolvibile? Cerchiamo
di capirlo nei particolari.
Innanzitutto analizziamone meglio le caratteristiche. Abbiamo detto, i
fisici chiamano \"non-località\" - o \"non-separabilità\" - la natura
interconnessa del cosmo implicata nel paradosso E.P.R.. Designano
inoltre con il termine difficilmente traducibile di entanglement
(\"impiccio\", \"groviglio\", \"garbuglio\") lo strano legame che unisce le
coppie di particelle separate nell'esperimento classico del decadimento
da una particella \"madre\". Possiamo capire lo sconcerto comunicabile
a chi ne intraprende lo studio con l'ovvia constatazione che tutta
l'esperienza del nostro rapporto con la realtà è basata sulla certezza
che oggetti ed eventi sono ben demarcati l'uno dall'altro. Se, per un
tracollo finanziario, uno speculatore in borsa si suicida a New York, la
mia coscienza è per fortuna ben schermata dal percepire il suo disagio.
E considerato tutto quel che di traumatico accade nel mondo la
separabilità è in fondo anche una garanzia per la tranquillità della
nostra \"privacy\" individuale. Ma che cosa si trasmette attraverso la
non-località? Un'intuizione? Un pensiero? Un significato?
Un'emozione? Appare innanzitutto difficoltoso capire come si
struttura il fenomeno. \"Questa correlazione quantistica - afferma
Roger Penrose - è una cosa misteriosa che sta tra la comunicazione
diretta e la separazione completa e che non ha alcuna analogia con
qualcosa di classico di qualunque tipo\" . Ricordiamo che Einstein
l'aveva definita \"azione spettrale a distanza\". Shimony preferisce
quella di \"passione a distanza\" . Per chiarire i termini del possibile
rapporto con la psi è importante a questo punto elencare alcune
caratteristiche fondamentali della non-località. E' un compito che
svolge Ghirardi in una parte di un suo libro . Secondo il fisico
milanese, l'incomprensibilità (dal punto vista fisico) degli effetti della
non-località è ascrivibile a tre caratteristiche: a) non variano con la
distanza (un millimetro o una distanza intergalattica non comportano
alterazioni nell'efficacia della comunicazione); b) sono assai selettivi
(la connessione tra i due componenti di un sistema entangled è molto
specifica nelle caratteristiche); c) comportano una trasmissione di
effetti assolutamente istantanea, non implicante cioè in alcun modo
una durata temporale (violerebbero cioè uno dei presupposti essenziali
della relatività che vieta a qualunque fenomeno fisico una velocità di
propagazione superiore a quella della luce). E' un elenco che, anche
a prima vista, non può non colpire un parapsicologo perché si tratta
esattamente delle caratteristiche essenziali che, dopo un secolo di
ricerca, risultano attribuibili all'ipotetica facoltà paranormale.
Discutiamo ora brevemente le tre caratteristiche in rapporto a tale
secondo punto di vista parapsicologico. L'indipendenza dalla distanza
della psi è un dato che ci deriva dalla valutazione di ampia casistica
sia spontanea che sperimentale. E' vero che non sono mancati
ricercatori come F. Cazzamalli che hanno ritenuto di individuare, sul
piano sperimentale, un'affinità della ESP con le onde
elettromagnetiche, ma è una tesi ampiamente smentita da una vasta
massa di dati e di relazioni. Essa, se esiste, funziona altrettanto bene a
pochi metri di distanza quanto da un continente all'altro. La psi,
inoltre, è evidentemente selettiva. Anche se può essere improprio
parlare in termini di emittente e di ricevente, c'è in essa qualcosa che,
pur sporadicamente, mette in collegamento due o più soggetti - o un
soggetto e un evento - specifici sulla base di particolare significato,
ricordo o esperienza. Ad esempio, un ricercatore, come N. Marshall,
ha elaborato una complicata teoria detta “influenza eidopica” proprio
per giustificare questo carattere altamente selettivo della ESP.
Naturalmente c'è da tener presente la trasposizione di campo. Gli
esseri umani, abbiamo detto, non sono le microparticelle. Uno dei dati
emergenti è che la psi, se esiste, avviene probabilmente da inconscio a
inconscio (anche se infinite possono essere le modalità) e comporta
quindi il problema di un'elaborazione, almeno in parte, inconsapevole.
Il che a sua volta comporta, quasi inevitabilmente, distorsioni e
inesattezze. Ma il nodo simbolico che sta al centro della
comunicazione è per lo più facilmente individuabile e riconoscibile.
La stessa considerazione vale per la presunta istantaneità dell'effetto.
L'elaborazione inconscia può comportare, oltre alle distorsioni, dei
ritardi per la manifestazione della psi. La percezione paranormale può,
cioè, impiegare del tempo per affiorare alla soglia della coscienza. Ma
tutto della casistica lascia credere che tali ritardi non siano dovuti a
una vera durata temporale della trasmissione. La psi, se esiste, di per
sé è istantanea, non comporta intervalli resi necessari da una presunta
velocità-limite dei suoi processi interattivi. Ma un’altra caratteristica
della non-località, facilmente deducibile dalle tre elencate da Ghirardi,
che la rende ancor più affine alla psi, è il carattere a-causale dei suoi
effetti. Particolarmente il fatto che i suoi processi viaggiano a velocità
superluminale elimina ogni ipotesi di causalità in senso fisico. Il
problema fu già messo in rilievo da Bohr quando, preso per la prima
volta in considerazione il paradosso E.P.R., parlò della necessità di
\"una rinuncia definitiva all'idea classica di causalità\" . \"Questi effetti
quantistici non locali - nota anche Paul Davies - sono in verità una
forma di sincronicità nel senso che stabiliscono un legame (...) fra
eventi per i quali qualunque forma di legame causale è proibita\" .
Parlare di a-causalità nell'ambito della parapsicologia richiama
istintivamente alla mente Jung e la sua teoria della sincronicità (e in
effetti Davies nella sua citazione si riferisce proprio all'illustre
psicanalista svizzero). I fenomeni paranormali secondo Jung sono
eventi associativi, \"sincronici\", prodotti da dei simboli archetipi
(appartenenti a un inconscio molto profondo di natura collettiva) e
attuantesi secondo una dinamica del tutto a-causale, indipendente
dallo spazio e dal tempo. Certamente è per questa implicazione di
fondo che si instaurò tra Jung e un fisico come W. Pauli, anch'egli tra i
fondatori della quantistica, un intenso dialogo. Paul Davies nota che
per comprendere alcuni fenomeni o problemi di natura prettamente
fisica, ma inspiegabili secondo le leggi fisiche quali il caos o il
\"principio antropico\" (basato sulla possibilità - di nuovo senza entrare
in dettagli - che tra la presenza dell'uomo nell'universo e il ciclo
evolutivo dell'universo stesso vi sia un particolare legame di natura a-
causale), è necessario ricorrere a un principio abbastanza vicino al
concetto Junghiano di sincronicità. Qualcuno potrebbe obbiettare che
la sincronicità è solo una delle molte teorie della psi. In realtà è facile
evidenziare che quasi tutte le teorie parapsicologiche escogitate in
tempi lontani e recenti, con quegli strani nomi esotici che abiamo
sentito - L'\"io subliminale di Meyers e Tyrrel, il \"sistema cosmico di
leggi psichiche\" di Murphy Gardner, la \"shin\" di Thoules e Wiesner, e
ancora quella del \"serbatorio cosmico\" di William James, del \"livello
psi\" dell'inconscio di Ehrenwald, le teorie \"osservazionali\" di Walker
e Schmidt, tanto per citarne alcune - ruotano sostanzialmente attorno
agli stessi concetti di base della sincronicità: extra-causalità,
indipendenza dallo spazio e dal tempo, funzione attiva di unità o
strutture simboliche più o meno inconsce. Torniamo ora alla
dimostrazione di Ghirardi, Rimini, Weber che comporta la scomoda -
per noi - proprietà di vietare nel modo più assoluto l'utilizzo di
processi non-locali per trasmettere un qualunque messaggio e
ripetiamo la domanda: quale beffarda convergenza di indizi fa sì che
un fenomeno, che avrebbe tutti i connotati per fornire un'indiscussa
base teorica alla psi, riveli poi un limite indiscutibile per tale impiego?
L'equivoco sta tutto, ritengo, nella parola \"messaggio\". Riflettiamo
con attenzione su che cosa intendiamo normalmente con tale termine:
una sequenza di segni codificati che viene trasmessa, attraverso un
canale, da un emittente a un destinatario il quale, per parte sua,
compie l'operazione di decodifica. Qualunque sia la modalità del
processo, quella dell'alfabeto Morse, o la voce umana, o i gesti di uno
sbandieratore, la logica che lo rende efficiente è sempre la stessa. Si
tratta di un fenomeno che richiede una spesa energetica (per quanto
minima) e che si attua secondo una modalità intrinsecamente causale.
C'è anche un limite relativistico che lo condiziona: deve propagarsi
sempre a velocità non superiore a quella della luce. A questo punto è
doverosa la domanda: è così che avviene, se esiste, la comunicazione
extrasensoriale? La risposta apparirà, a questo punto, abbastanza
scontata: assolutamente no. La psi non implica, come abbiamo visto
poc’anzi, alcuna forma di codifica-decodifica del messaggio, non
implica alcuna causalità, non implica alcuna spesa energetica, non
implica alcun limite di propagazione fisica. Si è ricorso a varie
formule e definizioni per giustificare questo strano tipo di contatto
comunicativo, alcune orientate più in senso psicologico, altre più in
senso spiritualista. Si è parlato di “simpatia”, di “co-sensibilità” (G.
Murray), di “gravitazione universale tra le anime” (Myers), di
“coniugazione psichica”, di “mimetismo mentale” (Talamonti) (si
pensi al concetto quantistico di Shimony della “passione a distanza”).
Forse una delle più felici definizioni della facoltà (che compendia
questo suo agire fondamentalmente a-causale) è quella di Harry Price,
secondo il quale la telepatia \"è più simile a un contagio che a una
conoscenza\" . Curiosamente il concetto di \"contagio\", di reciproca
\"simpatia\" tra le cose, sta alla base di tutto il simbolismo della magia,
come osserva lo stesso Selleri avvalendosi della notazione di un
celebre antropologo, J. Frazer . La presenza di una logica
compartecipatoria simile a quella presente nella non-località è
evidente. Si deduce da tali osservazioni che la psi non manifesta
alcuna attinenza con il limite imposto dalla teoria di Ghirardi, Rimini,
Weber, oggetto del cui divieto appare invece proprio la modalità
tradizionale del processo di trasmissione dell'informazione che
comporta sempre, in ultima analisi, l’azione su un qualche sistema
fisico (si tratti della scarica di un neurone o dell’attivazione di un
micro-chip). La non-località, nota Ghirardi, è in effetti tale “da non
consentire una sua utilizzazione per produrre effetti istantanei a
distanza tra sistemi fisici” . Occorre purtroppo riconoscere che non è
facile concepire una forma di percezione o conoscenza che non
comporti alcun tipo tradizionale di trasmissione di informazione quale
richiede la psi. Per darne una inquadramento organico occorrerebbe
esaminare altri elementi concettuali derivati dalla non-località quali la
teoria quantistica della mente, l'eventuale fattore soggettivo implicato
- secondo alcune teorie - nei processi quantistici come processi
operanti a livello delle funzioni cerebrali (in sintesi, quale aiuto
possono offrire per capire quel fenomeno sfuggente e ineffabile che è
la coscienza). In via molto schematica potremmo affermare che
proprio il modello dell'entanglement, della strana comunione di stati
(se solo fisici, o anche psichici è il problema da risolvere) implicato
nel paradosso E.P.R. offre per la psi un modello interpretativo
interessante. Molto probabilmente è in gioco nella comunicazione
paranormale il contrasto tra le due categorie operative del comunicare
e dell'essere. Un soggetto che ha una qualche percezione
extrasensoriale di qualcosa che è nella mente di un altro individuo,
verosimilmente non riceve né trasmette niente. C'è una parte della sua
personalità che letteralmente viene ad essere qualcosa dell'altro
individuo, che instaura con lui una qualche perfetta unione di stati
psichici. Ricapitolando dunque gli elementi di apporto della
quantistica alla tesi della psi, se accettiamo l'interpretazione ufficiale
ortodossa possiamo avvalerci dei concetti di base della scuola di
Copenhagen-Goettingen la cui visione \"mentalista\", abbiamo visto,
offre ampi sostegni all'esistenza della facoltà. Se accettiamo la tesi
alternativa, di cui fu capostipite Einstein, finiamo col dover fare i
conti con la visione unitaria del cosmo proposta da Bohm, o in ogni
caso, con l'onnipresenza degli effetti non-locali che di nuovo
concedono ampi spazi teorici alla facoltà paranormale.
Naturalmente non possiamo assumere sic et simpliciter la tesi della
non-località come una prova indiscussa della psi. Quello che
possiamo rivendicare, nella relazione generale con teoria della
meccanica quantistica, è nondimeno l'insensatezza di un luogo
comune cui indulgono i critici più radicali: l'inconciliabilità tra i
fenomeni paranormali e i concetti della scienza in generale. In realtà i
legami, abbiamo visto, esistono e hanno una loro coerenza, una loro
ragionevolezza. Se la non-località non può essere considerata una
prova assoluta della psi, certamente è una prova della sensatezza
dell'ipotesi, del fatto che la psi è un argomento suscettibile di una
costruttiva attività di ricerca.
Mente,causalità e psicocinesi
“Seguendo due linee separate di pensiero,Watson,si trovano alcuni punti di contatto
che dovrebbero avvicinarsi alla verità”
A. Conan Doyle
“L’inquietudine che tiene in moto perenne l’orologio della metafisica,è il pensiero
che la non esistenza del mondo sia possibile quanto la sua esistenza”.
William James
Tutti noi sappiamo bene che non basta il pensiero per accendere il
fornello sotto la caffettiera, o per portare fuori la spazzatura;
dobbiamo muovere i muscoli e svolgere fisicamente il nostro
compito.Eppure ciascuno di noi ha provato, in qualche momento della
propria vita, ad influenzare il comportamento delle persone o delle
cose mediante la sola forza del pensiero. Forse che nessuno ha mai
lanciato dei dadi, \"desiderando\" l'uscita di un certo numero? Forse che
nessuno ha mai osservato intensamente una persona di spalle,
cercando di farla voltare? Questi sono dei comportamenti abbastanza
naturali, dato che nel corso della crescita dobbiamo imparare a
conoscere i limiti delle nostre capacita', e dobbiamo apprendere i
concetti che riguardano la causalita'.I bambini non nascono con la
comprensione dei rapporti di causa-effetto. Il pensiero naturale e'
quello MAGICO. Il pensiero magico consiste nella percezione di una
relazione causale tra due eventi, senza pero' capire i legami causali fra
questi stessi eventi. Esprimete un desiderio sotto una stella cadente, ed
il vostro desiderio si avverera'. Incrociate le dita affinche' la sorte vi
sia propizia. Pregate per ottenere aiuto.I bambini sono apertamente
\"magici\". Come ha detto il grande psicologo svizzero Jean Piaget, un
bambino che vede la luna, prima dalla finestra della sua cameretta e
poi dalla finestra della camera dei suoi genitori, pensera' che la luna lo
stia seguendo. Questa deduzione non e' poi cosi' ingiustificata se uno
non sa nulla di astronomia, o circa la natura della luna, o della
tendenza degli oggetti naturali a non piegarsi alla nostra
volonta'.Come facciamo a sapere che cosa causa che cosa? Se vi
trovate in una sala riunioni e osservate qualcuno di spalle, e costui si
gira e vi guarda in viso, sara' stato forse il vostro sguardo a farlo
voltare? Molta gente pensa che sia cosi', perche' cio' e' quanto
l'esperienza dice loro. Una tale semplice convinzione, supportata da
successi occasionali dovuti a coincidenze, oppure al fatto che una
persona, mentre viene guardata intensamente, si e' voltata per vedere
come mai nella sala e' calato il silenzio, e' sufficiente per convincere
diversa gente che i poteri psichici esistono. Per ragioni analoghe, una
buona dose di pensiero \"magico\" e' presente, sotto forma di rituali
superstiziosi, all'interno delle sale da gioco o dei campi sportivi.
Cosa possiamo dire di tutti quei casi in cui fissate lo sguardo su di una
persona, ma questa non si volta affatto, oppure desiderate fare dodici
ai dadi ma il risultato del lancio e' diverso? Siete proprio sicuri che, se
NON vi e' alcuna forma di controllo mentale in gioco, sperimenterete
una tale quantita' di fallimenti, per cui un successo occasionale non vi
impressionera' piu' di tanto?E' qui il nocciolo del problema. Il nostro
sistema nervoso non e' predisposto per svolgere accurate analisi di
covarianza fra due variabili, ma per aiutarci a sopravvivere. Esso e'
strutturato affinche' un'importante o evidente coincidenza fra due
eventi (fisso la tua nuca e tu ti volti; desidero un doppio sei ai dadi e
lo ottengo) lasci una forte impressione, mentre le non coincidenze fra
le stesse due variabili siano largamente ignorate. Scottatevi la mano su
di un fornello, ed il vostro cervello imparera' che i fornelli sono
pericolosi. Toccate poi il fornello piu' volte senza scottarvi, ma il
timore non svanira' del tutto. L'asimmetria di questi effetti e'
importante per la sopravvivenza. Un animale che venisse aggredito da
una volpe, e successivamente venisse lasciato in pace da un'altra
volpe, non vivrebbe a lungo se la lezione tratta dalla prima esperienza
venisse poi cancellata dalla seconda.Dunque vi e' un'asimmetria nel
modo in cui gli eventi influenzano il nostro sistema nervoso. Pochi
episodi - a volte uno solo - di corrispondenza fra due avvenimenti
sono sufficienti per controbilanciare un insieme molto numeroso di
mancate corrispondenze, almeno per quanto riguarda la sensazione
che un evento sia causa dell'altro. Certamente, coloro che credono che
il fissare intensamente una persona alle spalle abbia un qualche
effetto, sono anche convinti che questo non sempre si verifichi. Per
questo motivo la loro credenza e' molto resistente alle smentite. La
scienza e' essenzialmente un mezzo per cercare di fare in modo piu'
accurato cio' che tutti noi tentiamo di fare nella vita quotidiana: capire
che cosa causa che cosa. Solo la scienza cerca sistematicamente di
eliminare spiegazioni alternative circa gli eventi concomitanti.
Voi guardate, e qualcuno si volta. Lo scienziato vuole stabilire se il
fatto di voltarsi abbia qualche legame con lo sguardo e, se cosi', in
quale modo i due eventi siano fra loro connessi. Potrebbe forse
trattarsi di una semplice coincidenza? Dopo tutto, ci sara' capitato
spesso di stare seduti dietro ad altre persone, aspettandoci di vedere
ogni tanto qualcuno girarsi per motivi suoi. O non sara' piuttosto che
l'osservatore e' improvvisamente rimasto zitto ed immobile, e che
questo repentino silenzio ha indotto l'altra persona a voltarsi per
vedere che cosa e' successo?
La psicocinesi si riferisce al movimento (la cinesi) di oggetti dovuto
all'influenza della mente (la psiche). Sia che si consideri o meno come
psicocinesi il fatto di osservare la nuca di qualcuno e di farlo voltare,
il successo nell'influenzare il lancio dei dadi verrebbe sicuramente
attribuito alla psicocinesi stessa.Alla fine del secolo scorso, le indagini
circa la possibilita' della psicocinesi non erano poi una cosa tanto
inconsueta. Dopo tutto, quelli erano tempi di grandi scoperte:
immaginate lo stupore per essere in qualche modo capaci di inviare
suoni attraverso l'etere o dei fili, o per la possibilita' di rivelare delle
emanazioni provenienti da certi pezzi di roccia, o per essere in grado
di osservare l'interno di un corpo umano tramite una radiazione
invisibile.Aggiungete a tutto questo il fatto che c'erano in giro molte
persone, presumibilmente dotate, le quali affermavano di essere in
grado di muovere degli oggetti dentro una stanza, se non con il loro
potere mentale, almeno tramite l'intervento di una qualche entita'
immateriale.Ne consegui' che, all'inizio di questo secolo, sia in Europa
che negli USA, eminenti psicologi presero in seria considerazione la
psicocinesi, insieme ad una sua cugina, la percezione extrasensoriale.
La mancanza di prove relative ai fenomeni studiati indusse poi la
maggior parte di loro ad abbandonare le ricerche in questo settore.La
ricerca nel campo della psicocinesi puo' essere divisa in tre fasi
(Stanford, 1977).
- Dal 1934 al 1950, la scena era dominata da Joseph Banks Rhine, ed
il principale banco di prova sperimentale era costituito dal lancio dei
dadi. Tuttavia, come evidenziato da Stanford, queste sperimentazioni
non venivano controllate con l'accuratezza che sarebbe stata
necessaria. Malgrado il fatto che Rhine avesse alla fine optato per un
lanciatore meccanico, molti studi vennero svolti lanciando i dadi a
mano. Per giunta, i dadi stessi contengono un grosso artefatto: le facce
con i numeri piu' alti sono le piu' leggere, per via delle concavita' dei
puntini, e quindi sono anche quelle che hanno maggiori probabilita' di
emergere. Questo problema veniva generalmente trascurato.
Attualmente, a causa degli errori empirici, i parapsicologi non danno
piu' molta importanza ai primi studi effettuati con i dadi, anche se vi e'
un recente rinnovato interesse.
- Attorno alla meta' degli anni quaranta, si scopri' l'effetto del \"declino
del quartile\": ci si accorse che, se si esaminavano i risultati di una
sessione sperimentale, la quantita' di successi era solitamente
maggiore nel primo quarto della sessione che non durante l'ultimo, e
questo fatto venne considerato come una proprieta' della psicocinesi.
Le ricerche e le analisi vennero dirette sempre piu' verso questo ed
altri effetti \"interni\", interpretati come segni della realta' della
psicocinesi stessa.
- Dal 1951 al 1969, in cio' che Stanford chiamo' il \"periodo di mezzo\",
il metodo dei dadi cadde in relativo disuso, e l'enfasi venne posta sul
metodo dello \"spostamento\".Lo scopo consisteva nell'influenzare un
dado od una pallina, in modo da farli muovere in una certa direzione
mentre rotolavano lungo un piano inclinato. Tuttavia, come nel caso
del lancio dei dadi, neppure qui emersero dei dati convincenti.
Nella terza fase di Stanford, l'uso di generatori elettronici di eventi
casuali forni' cio' che i parapsicologi sperarono essere un elemento
decisivo: d'ora in poi sarebbe stato possibile studiare l'influenza della
mente su eventi davvero casuali, mediante l'uso di apparati automatici,
del tutto obiettivi. Beloff ed Evans (1961) furono i primi a cercare gli
effetti della psicocinesi sul fenomeno del decadimento radioattivo, ma
non ebbero alcun successo. Helmut Schmidt fu il pioniere degli studi
di psicocinesi condotti con l'aiuto di generatori di eventi casuali.Un
tipico esempio di apparecchio e di paradigma di Schmidt richiede
quattro lampade connesse ad un circuito elettronico. Il circuito aziona
in sequenza ciclica quattro interruttori, uno per ogni lampada. Quando
un annesso contatore geiger rivela l'emissione di una particella da una
sorgente radioattiva, il circuito si ferma, qualunque sia l'interruttore
attivato in quel momento, e mantiene quindi stabilmente accesa una
lampada. Lo scopo del soggetto e' di indurre una particolare lampada a
rimanere accesa il piu' frequentemente possibile. Naturalmente, l'unico
modo per sapere se il soggetto ha avuto successo consiste nel
paragonare la frequenza delle accensioni della lampada prescelta con
quanto ci si puo' attendere dal caso.Con questo ed altri paradigmi
simili, Schmidt sostenne di aver trovato prove convincenti a sostegno
della psicocinesi. Fu lui a dimostrare successivamente che un gatto in
un locale freddo poteva mantenere accesa una lampada, azionata
casualmente, per un tempo totale maggiore di quanto consentito dal
caso, e che degli scarafaggi subivano una quantita' di scariche
elettriche maggiore di quanto ci si potesse aspettare (forse a causa dei
poteri psicocinetici dello stesso Schmidt e della sua ripugnanza per gli
scarafaggi), e che le uova fecondate potevano mantenere accesa una
lampada riscaldante per un tempo maggiore del previsto.Il lavoro di
Schmidt si fece ancora piu' notevole, poiche' giunse apparentemente a
dimostrare che la psicocinesi poteva estendere i propri effetti nel
tempo, sia nel passato che nel futuro. Per esempio, Schmidt (1976)
uso' un generatore casuale binario per produrre una serie di scelte
casuali, le quali venivano tradotte in suoni impulsivi inviati agli
auricolari di una cuffia stereofonica. La sequenza di suoni venne
registrata su nastro magnetico in duplice copia, e uno dei due nastri
venne messo al sicuro per i futuri controlli. L'altro nastro venne poi
fatto ascoltare ad un soggetto, il cui compito era quello di indurre un
aumento della frequenza degli impulsi che giungevano all'orecchio
destro. Successivamente, Schmidt conto' il numero di impulsi che si
erano verificati nel canale destro, e trovo' un evidente aumento
statistico nella direzione voluta. Ma la cosa piu' importante, come da
lui detto, fu che quando egli stesso paragono' la sequenza di impulsi
del nastro sperimentale a quella registrata nella copia che era stata
messa da parte, scopri' che erano identiche! Concluse quindi dicendo
che il soggetto aveva influenzato ambedue i nastri, presumibilmente
mediante il collasso di una funzione d'onda quantistica nel momento
dell'osservazione (influenzando percio' in maniera identica i due
nastri, tramite una qualche stravaganza della meccanica quantistica),
oppure andando a ritroso nel tempo per alterare le serie nel momento
in cui venivano generate.Lo scettico sarebbe rimasto molto piu'
impressionato, se nel nastro ascoltato dal soggetto fossero state invece
trovate delle differenze rispetto al contenuto del nastro di controllo!
Il margine di successo che Schmidt otteneva nei suoi lavori e' molto
piccolo, anche se statisticamente significativo. Il valore medio dei
successi nella sua ricerca era solo di poco superiore a quanto ci si puo'
aspettare dal c1;0caso (per esempio: 50.53%, rispetto ad una
probabilita' puramente casuale del 50.00%. (Palmer,1985)).
Robert Jahn e' l'ex preside della facolta' di ingegneria all'universita' di
Princeton, dove continua ad insegnare ed a svolgere attivita' di ricerca.
Egli si e' convinto dell'esistenza della psicocinesi in base delle proprie
ricerche, e accetta il fatto che essa possa trascendere non solo lo
spazio, ma anche il tempo. Come Schmidt, anche lui cerca di
interpretare le sue scoperte secondo i termini della meccanica
quantistica. Grazie alla sua posizione di prestigio e alla sua
reputazione, i suoi lavori e le sue conclusioni hanno sollevato molto
piu' interesse di quelle di Schmidt, almeno al di fuori del settore della
parapsicologia.Jahn ha concentrato le sue ricerche in tre aree: (1) studi
di psicocinesi in cui i soggetti tentano di influenzare l'uscita di un
generatore di eventi casuali; (2) studi di macro-psicocinesi in cui i
soggetti cercano di influenzare la caduta di palline in una macchina
statistica dimostrativa, e (3) studi sulla visione a distanza.Nei suoi
studi con i generatori di numeri casuali, Jahn ha accumulato milioni di
prove con un sistema automatizzato in cui i soggetti cercano di
influire su di un processo casuale o pseudocasuale. In uno lavoro
tipico, un generatore casuale binario viene predisposto per emettere
una serie di 200 bit dopo che un tasto e' stato premuto. Questi 200 bit
rappresentano una singola prova. Il soggetto osserva un display
numerico il quale registra il numero totale di \"uni\" o di \"zeri\"
contenuti nella serie.L'esperimento si svolge secondo un protocollo
tripolare, nel senso che al soggetto viene chiesto di produrre un
punteggio maggiore di 100, uno minore di 100, oppure, durante le
prove di controllo, di non fare assolutamente nulla. Un singolo
esperimento consiste in 50 prove in cui il soggetto deve \"mirare\" in
alto, 50 prove in cui deve \"mirare\" in basso, e 50 prove di controllo.
Una serie completa consiste in 50 di questi esperimenti.Jahn ha
raccolto tutti i dati ottenuti nel corso di diversi anni, durante i quali le
sue apparecchiature avevano anche subito alcune modifiche. A
dispetto dell'elevata significativita' statistica che Jahn attribuisce ai
suoi risultati, Palmer (1985) calcolo' il valore medio dei successi per
tutta la mole di dati, e scopri' che si trattava solo del 50,02%, contro
un'aspettativa teorica del 50,00%. Comunque, per via dei milioni di
prove effettuate, anche un minimo scostamento come questo assume
un valore statistico molto significativo.
Esistono pero' diversi problemi nelle ricerche che Jahn ha eseguito con
i generatori di numeri casuali:
(1) Per cominciare, la maggior parte della significativita' dei dati
proveniva dai risultati ottenuti da un solo soggetto, che era poi la
stessa persona che collabora con lui e gestisce il suo laboratorio. Jahn
ha in seguito fornito altri dati i quali, secondo lui, indicano che gli
effetti non sono limitati a quell'unico soggetto.
(2) Come evidenziato da Palmer (1985), Jahn non ha fornito alcuna
documentazione circa i provvedimenti adottati per evitare che i
risultati venissero manomessi dai soggetti. Il soggetto viene
solitamente lasciato da solo con l'apparecchuatura durante lo
svolgimento degli esperimenti.
(3) Le prove di controllo sono spesso eseguite separatamente dalle
prove sperimentali, e questo e' un fatto assai rilevante, poiche' il
paragone tra i due tipi di prove e' alla base del processo di inferenza.
(4) La distinzione fra studi formali e studi esplorativi non e' chiara. E'
possibile che delle prove esplorative siano state qualche volta
considerate a posteriori come delle prove formali, specialmente se i
loro risultati sembravano positivi?
(5) Jahn esegue ripetute prove statistiche \"post hoc\" sui suoi dati, e
percio' i livelli di significativita' da lui asseriti, che sono interpretati
come se si riferissero ad una singola prova, risultano gonfiati in una
misura imprecisata.
In conclusione, cio' che Jahn deve fare adesso e' condurre un
esperimento: egli deve specificare in anticipo il protocollo
sperimentale, completo delle previsioni che devono essere verificate,
il numero dei soggetti, il numero delle prove, ecc. Finche' non fara'
cosi', egli avra' raccolto soltanto una grandissima collezione di dati
pilota.Nei suoi studi con la cascata meccanica casuale, Jahn usa un
dispositivo statistico dimostrativo, il quale consente la caduta di 9000
palline di polistirolo attraverso una matrice di 330 pioli, che le smista
in 19 diversi contenitori secondo una distribuzione della popolazione
che e' approssimativamente Gaussiana (Dunne, Nelson e Jahn, 1988).
Gli operatori tentano di spostare la popolazione verso destra o verso
sinistra. Al tempo di quella pubblicazione del 1988, quattro dei
venticinque operatori coinvolti nelle ricerche avevano \"ottenuto
separazioni anomale, nei loro sforzi sia verso destra che verso
sinistra\", e altri due avevano ottenuto separazioni significative verso
destra o verso sinistra dalla linea di base. Di nuovo, cio' che qui serve
e' un esperimento delineato con chiarezza, con tutti i dettagli, inclusi i
confronti statistici necessari, da specificare in anticipo.Per quanto
concerne gli studi di Jahn sulla visione a distanza, anche se essi non
coinvolgono la psicocinesi, vale comunque la pena di riferire che essi
sono stati recentemente esaminati in dettaglio da un gruppo di
parapsicologi (Hansen, Utts e Marwick, 1991), i quali hanno concluso
che:
\"Gli esperimenti del PEAR [Princeton Engineering Anomalies
Research] di visione a distanza, si discostano da quelli che sono i
criteri comunemente accettati della ricerca formale nell'ambito
scientifico. Infatti, essi sono indubbiamente fra i peggiori esperimenti
di percezione extrasensoriale mai pubblicati in molti anni. Le carenze
forniscono spiegazioni alternative plausibili. Non sembra esserci
alcun metodo statistico disponibile per la valutazione di questi
esperimenti, a causa del modo in cui essi sono stati condotti.\" (p. 198)
Mentre non possiamo concludere direttamente che la medesima
trasandatezza sperimentale abbia caratterizzato il suo lavoro sulla
psicocinesi, questa valutazione negativa da parte degli stessi
parapsicologi non depone comunque molto a favore della qualita'
degli sforzi sperimentali nel laboratorio di Jahn. Dopo tutto, e' lo
stesso Jahn che traccia un parallelo tra i risultati ottenuti nei suoi studi
sui generatori di numeri casuali, la cascata meccanica, e la visione a
distanza:
\"Quattro esperimenti tecnicamente e concettualmente distinti - un
generatore binario casuale pilotato da una sorgente elettronica di
rumore a diodo; un generatore pseudocasuale deterministico; una
cascata meccanica su larga scala; un protocollo digitalizzato di
percezione a distanza - mostrano degli andamenti sorprendentemente
simili nello scostamento dei conteggi dalle rispettive distribuzioni
casuali. ...In ciascun caso, il risultato equivale ad una semplice
trasposizione marginale dell'appropriata distribuzione statistica
Gaussiana verso un nuovo valore medio... o, in modo equivalente, ad
un cambiamento della probabilita' fondamentale del processo binario
di base [p]...\" (Jahn, York e Dunne, 1991, Abstract).
La meta-analisi e' uno strumento per la revisione dei lavori pubblicati.
Essa fornisce una procedura statistica per esaminare studi sperimentali
correlati, e farsi un'idea di quanto essi supportino collettivamente una
particolare ipotesi.La meta-analisi e' diventata molto popolare nella
parapsicologia contemporanea. Viene usata per dimostrare che c'e' una
chiara indicazione, proveniente non solo da studi individuali che
potrebbero essere affetti da errori, bensì da un'ampia collezione di
ricerche, che le anomalie statistiche, sempre implicitamente o
esplicitamente interpretate come il risultato di influenze psichiche,
esistono.Ricorderete che in precedenza avevo detto che gli studi con i
dadi erano caduti in disuso nelle ricerche di parapsicologia. Tuttavia,
Radin (1991) ha presentato una meta-analisi relativa a 73 rapporti
pubblicati tra il 1935 ed il 1987, per un totale di 148 studi e più di due
milioni di lanci di dadi, in cui erano coinvolti 52 investigatori e oltre
2500 soggetti. Egli scoprì che c'era effettivamente la presenza di un
artefatto quando l'obiettivo era la faccia con un numero alto, come il
sei. Ma quando si mise ad analizzare un sottoinsieme di 59 studi intesi
a verificare proprio questo artefatto, trovò le prove di \"un effetto
indipendentemente replicabile, significativamente positivo\", e non
spiegabile in termini di resoconti parziali o di differenze nella qualità
metodologica.
Radin e Nelson (1991) hanno condotto una meta-analisi di \"tutti gli
esperimenti conosciuti che studiano le possibili interazioni tra lo stato
di coscienza ed il comportamento statistico dei generatori di numeri
casuali\", prendendo in esame 597 studi sperimentali e 235 studi di
controllo pubblicati tra il 1959 ed il 1987. (Questi provenivano da 152
differenti relazioni - uno studio definito come la piu' grande possibile
aggregazione di dati non sovrapposti e raccolti con un unico scopo
ben preciso). Gli autori hanno concluso che gli studi di controllo si
conformano bene alle aspettative di casualita', mentre gli effetti
sperimentali deviano significativamente da queste aspettative:
\"L'entita' dell'effetto complessivo ottenuto in condizioni sperimentali
non puo' essere adeguatamente spiegata con carenze metodologiche o
parzialita' nei resoconti. Percio', dopo aver considerato tutte le
testimonianze ottenibili, pubblicate e non, mitigate da tutte le legittime
critiche emerse fino ad oggi, e' difficile evitare la conclusione che, in
determinate circostanze, la mente interagisce con sistemi fisici
casuali. (Resta ancora da vedere se questo effetto sara' alla fine
attribuito ad un qualche artefatto metodologico sin qui trascurato, o
ad un nuovo tipo di perturbazione bioelettrica di sensibili dispositivi
elettronici, o se verra' considerato come un contributo empirico alla
filosofia della mente.)\" (p. 1152).
Che cosa ci rimane? Si direbbe che se usiamo generatori sia di eventi
propriamente casuali oppure pseudocasuali deterministici, e sia che
cerchiamo effetti in tempo reale o dispersi a ritroso o in avanti nel
tempo, e sia che lavoriamo con eventi di microlivello o di
macrolivello come nella cascata casuale di Jahn, l'entita' degli effetti
sara' virtualmente la stessa (Jahn, York e Dunne, 1991). A detta di
Schmidt (1988), sia gli esperimenti con diversi tipi di flipper a monete
e sia quelli con i dadi forniscono effetti psicocinetici dello stesso
ordine di grandezza, e nessuno e' mai stato capace di realizzare un
generatore casuale apprezzabilmente piu' sensibile di altri.Per giunta,
Stanford (1977), passando in rivista la psicocinesi, concluse che il
successo in questo campo non dipende dalla conoscenza dell'obiettivo,
dalla natura o dall'esistenza del generatore di eventi casuali, dalla
complessita' o dal progetto del generatore di numeri casuali, e neppure
dal fatto che ci si stia cimentando in uno studio di psicocinesi. Egli
concluse dicendo che, in qualche modo, il fenomeno psicocinetico si
manifesta senza che vi sia una qualche forma di elaborazione da parte
dell'organismo, ed avviene in modo tale da raggiungere lo scopo senza
nessuna mediazione sensoriale. Chiaramente, tutto questo ricorda
molto da vicino la cosiddetta magia naturale: esprimi un desiderio ed
esso si avverera'. Le nostre convinzioni aprioristiche sono la chiave
per determinare se siamo disposti ad assegnare alla psicocinesi il ruolo
di agente causale delle deviazioni statistiche. Jefferys (1990) ha
criticato l'applicazione dell'analisi statistica classica agli studi eseguiti
con generatori di numeri casuali, in quanto essa non sarebbe adatta a
questo tipo di dati e porterebbe ad una grossolana sopravvalutazione
della significativita' dei risultati. In effetti, egli afferma che l'analisi
Bayesiana, la quale prevede la presenza di convinzioni aprioristiche,
mostra che piccoli valori di \"p\" possono non essere sufficienti a
provare l'esistenza di un fenomeno anomalo. Jefferys illustra questo
punto utilizzando una parte dei dati raccolti da Jahn. A seconda delle
ipotesi formulate a priori, l'analisi Bayesiana dei dati di Jahn potrebbe
addirittura indurre ad essere piuttosto scettici.In conclusione, cio' che
Jahn ed altri devono fare e' innanzitutto un esperimento ben concepito,
con previsioni chiare, con dichiarazioni specifiche circa quanto verra'
sottoposto ad esame ed al numero delle prove, ecc. Poi, se emergono
dei risultati, occorre replicare in modo indipendente gli esperimenti.
Successivamente bisogna cercare di capire che cosa produce gli
scostamenti dalla pura casualita', invece di etichettarli subito come
fenomeni psicocinetici, e poi concretizzare il concetto di psicocinesi in
modo da spiegare quegli scostamenti.Nel frattempo, a causa di
carenze metodologiche, di previsioni malamente definite, e
dell'incapacita' di replicare gli esperimenti da parte di altri studiosi,
non ci sono, secondo me, dati anomali da spiegare. E se anche vi
fossero, essi potrebbero puntare altrettanto bene nella direzione
dell'esistenza del dio Giove quanto in quella della psicocinesi.
Negli ultimi anni un numero crescente di ricerche ha dimostrato
l’esistenza della retrocausalità: situazioni nelle quali le cause sono
collocate nel futuro e l’informazione si muove a ritroso nel tempo. In
questo lavoro si suggerisce di inserire queste informazioni nei processi
decisionali al fine di governare in modo più efficace ed efficiente il
presente. Le dimostrazioni più famose di retrocausalità sono state
prodotte da:
• PEAR (Princeton Engineering Anomalies Research) che, studiando
l’interazione mente/macchina, ha dimostrato la possibilità di
modificare l’andamento di generatori di numeri causali con la
semplice intenzionalità (Jahn e Dunne 2005). In questi esperimenti
l’interazione anomala mente-macchina risulta essere più marcata nella
modalità retrocausale PRP (Precognitive Remote Perception),
raggiungendo una significatività (rischio di errore) di p=0,000002
(Nelson 1988).
•Cognitive ScienceLaboratori che, studiando stimoli fortemente
emotivi, ha scoperto l’esistenza di una riposta cutanea anticipata di 3
secondi (James 2003), con significatività statistica (rischio di errore)
di p=0,00054.
• Radin e Bierman (1997) i quali dimostrano che la risposta anticipata
del sistema nervoso autonomo e la conduzione cutanea possono essere
utilizzati come predittori di esperienze future.
• Parkhomtchouck (2002) che utilizza la fMRI (functional magnetic
resonance imaging) per studiare la retrocausalità.
Tutte queste ricerche hanno mostrato che le emozioni costituiscono il
veicolo principe della retrocausalità e delle informazioni che
provengono dal futuro. Alle stesse conclusioni era giunto Luigi
Fantappiè quando, nel 1942, trovò il collegamento tra soluzione
negativa dell’equazione di Dirac, sintropia ed emozioni (Fantappiè
1993).Chris King (1989) lega la retrocausalità al libero arbitrio e
afferma che in ogni momento la vita deve scegliere tra le informazioni
che provengono dal passato e le informazioni che provengono dal
futuro. Secondo King, da questa attività costante di scelta, da questo
indeterminismo di base, nasce l’apprendimento e la coscienza. King
sottolinea che la coscienza soggettiva è una necessaria conseguenza
della supercausalità che nasce dall’unione della casualità ordinaria con
la retrocausalità. (King 2003).
“Parecchi indizi rilevati nei nostri studi sulle anomalie fisiche dipendenti dalla
coscienza suggeriscono che i meccanismi che sottendono la loro espressione sono
associati a processi biologici inconsci più che a quelli cognitivi. Essi includono la
mancanza di evidenza a favore di un apprendimento da ripetute esperienze; la
diffusa presenza di effetti di posizione seriale chiaramente associati alla dimensione
soggettiva inconscia; le differenze di genere; la suscettibilità alla distorsione da
comportamenti casuali in esperimenti privi di intenzione; i frequenti resoconti dei
partecipanti sulla loro maggiore capacità di ottenere risultati quando non tentano
coscientemente di ottenere buoni risultati; gli apparenti effetti di risonanza
interpersonale; e i risultati ottenuti con animali.”
Brenda Dunne (PEAR Manager)
Guarigione intenzionale
“I concetti che ora si dimostrano fondamentali per la nostra comprensione della
natura …. sembrano alla mia mente essere strutture di puro pensiero,(….)
L'universo inizia ad assomigliare più ad un grande pensiero che ad una grande
macchina.”
James Jeans, in \"The Mysterious Universe”
“Guidati dalla forza dell’amore, i frammenti del mondo si cercano l’un l’altro
perché il mondo possa nascere”.
Pierre Teilhard de Chardin
Man mano che la nostra conoscenza scientifica aumenta, il mondo
fisico rivela un'unità ed un'interconnessione fondamentali che
nascondono un'apparenza superficiale di distinzione e separazione
meccanica. Anticipando la medicina moderna di molti secoli, le
ipotesi di base che mettono in risalto le tradizioni sia di guarigione che
di cure mediche allopatiche nella maggior parte delle culture del
mondo includono il riconoscere, a livello intuitivo, un Tutto o l'unicità
fisica e una visione del mondo come profondamente interconnesso.
Molte terapie alternative attingono da queste tradizioni condividendo
la convinzione che la mente può contribuire, in modo diretto, al
processo di guarigione. Sebbene la mente e la coscienza non siano
contemplate esplicitamente nei correnti modelli fisici, un numero
sempre crescente di fisici sta cercando le modalità per farlo, motivati
in parte da un solido corpo di evidenza sperimentale che dimostra
come le intenzioni umane (il pensiero) possano trascendere le barriere
spazio-temporali .
Modelli di guarigione alternativa e la loro pratica basata
sull'intenzionalità (volontà) sono difficili, se non impossibili da
spiegare entro i limiti dell'attuale conoscenza scientifica. Preghiere di
intercessione, guarigione sciamanica, tocco terapeutico e guarigione a
distanza, tutto sembra essere in grado di aumentare e accelerare il
processo di guarigione, ma senza alcun evidente meccanismo
candidato. Anche altre pratiche più convenzionali sono valorizzate da
complementi di scarsa comprensione come l'effetto placebo o il
\"pensiero positivo\". Sebbene i meccanismi che sottostanno alle terapie
alternative risultino sfuggenti, vi sono alcuni elementi in comune: il
contesto comune include il riferimento al \"disordine\" solitamente
causato (inteso come malattia), e la potenziale struttura o
informazione che viene richiesta per ristabilire il sistema. La
guarigione sembra derivare più specificatamente da una volontà, da
un'intenzione a guarire, e le modalità intenzionali condividono tutte
uno sforzo per stabilire un collegamento o risonanza tra il guaritore ed
il paziente.
Si possono estrapolare alcuni discernimenti sui meccanismi possibili
da una letteratura istruttiva che riguarda esperimenti che studiano le
dirette interazioni tra la coscienza umana ed il suo ambiente. Tali
esperimenti condividono questi elementi comuni e la maggior parte di
essi sono basati su dispositivi che racchiudono alcune forme di
casualità o disordine e sono progettati specificamente per rilevare un
trasferimento di informazioni per mezzo dell'intervento dell'intenzione
cosciente. Su una più ampia scala, in fisica moderna, vi è un'esplicita
interconnessione a livello subatomico che può suggerire simili
interazioni sottili e influenze tra sistemi fisici macroscopici. Allo
stesso tempo, la teoria del caos7 modella la capacità delle influenze
sottili di evocare considerevoli effetti nei sistemi naturali caratterizzati
da dinamiche non lineari, suggerendo l'equivalente funzionale di
informazione e di energia. Le interconnessioni dilaganti, trasportando
informazione ed influenza, possono eventualmente essere viste come
aventi un ruolo primario in alcune forme di guarigione intenzionale.
A sostegno di questa possibilità giunge la ricerca di base, che da
alcuni decenni viene condotta, la quale ha fornito un accumulo di
prove scientifiche circa il fatto che la coscienza umana e l'intenzione
possono alterare il comportamento dei sistemi fisici ed accedere in
modo anomalo all'informazione fisicamente isolata. In questi
esperimenti, sembra esserci un collegamento \"non-locale\" di
informazione-relazione della coscienza tra persone separate
fisicamente e temporalmente o tra dispositivi analoghi e può servire da
modello per le connessioni anomale ed inspiegabili che sono al centro
dei sistemi di guarigione. Le scoperte di laboratorio che dimostrano le
interazioni anomale della coscienza con i sistemi fisici sono
convincenti, e nell'applicazione clinica, con la sua importanza
intrinseca ed il suo significato, noi osserviamo spesso un
miglioramento imputabile a pratiche alternative e complementari. E
occasionalmente si osservano delle guarigioni che sembrano
\"miracolose\". Per ora siamo solo agli inizi della ricerca di spiegazioni
chiare. Il pregio della ricerca di laboratorio consiste nel fatto che essa
può essere progettata con una maggiore attenzione rivolta al
funzionamento e alla comprensione, mentre le applicazioni reali di
guarigione devono necessariamente avere come scopo principale il
benessere delle persone coinvolte. Con la guarigione intenzionale
come contesto, questo studio descrive un corpo di esperimenti che
esplorano le relazioni tra la mente, il mondo fisico ed alcuni
rudimentali modelli teoretici i quali tentano una riconciliazione tra gli
effetti anomali della coscienza e la fisica moderna. L'evidenza
oggettiva,è quella che la guarigione e i miglioramenti accadono come
risultato di interventi come preghiera di intercessione, tocco
terapeutico senza contatto, ed altre forme di guarigione a distanza .
Sorgono immediatamente due domande tra loro collegate: \"In che
modo agiscono queste procedure?\" e \"Come possiamo migliorarle ed
aumentare il loro beneficio sui pazienti?\". La prima implica una teoria
che spiega i meccanismi e permette di formulare predizioni
collaudabili. La seconda dipende in parte dalla prima, ma consente
anche un'estensione puramente empirica per mezzo di tentativi, errori
e acquisizione di esperienza.
Disponiamo soltanto di idee intuitive e speculative sulle basi fisiche
della guarigione alternativa e complementare. Un certo numero di
modelli informali o teorie servono come utile background per i
medici, ma non si possono sottoporre a test scientifici, sebbene siano
di grande aiuto nel guidare le procedure dei guaritori. Ad esempio, nel
tocco terapeutico senza contatto, \"energia\" e \"campi di energia\" sono
una componente importante del linguaggio descrittivo, anche se non è
stata trovata nessuna tecnologia di misurazione per documentare un
fenomeno corrispondente. I termini sono riconosciuti come metafore
usate effettivamente nel training e nel linguaggio figurato usato dai
praticanti. Gli aspetti più importanti del modello del Tocco
Terapeutico sono le descrizioni esplicite di \"trovare la centralità\",
ricercare la \"risonanza\" e \"intenzione\" all'aiuto e alla cura . Nella
preghiera di intercessione c'è un'invocazione di una sorgente esterna
da parte di molti praticanti, uno sforzo per accedere ad un potere più
alto, con l'atto della preghiera come canale per la sua applicazione. E'
ancora notevole il ruolo centrale giocato dalla \"intenzione nella
guarigione\" per focalizzare e manifestare il potere della cura. Allo
stesso modo, nella metodologia della guarigione a distanza insegnato
da Leshan , il guaritore cerca \"unità\" con l'universo e quindi con il
paziente, e vi è una serie ben definita di esercizi concepiti per
promuovere questo stato. Lo stato di unicità è concepito come
fornitore di un canale di comunicazione delle intenzioni del guaritore.
Questi esempi, e virtualmente tutta la classe di sistemi alternativi di
cura che funzionano senza un'apparente connessione fisica né alcun
meccanismo, condividono l'elemento comune di intenzione alla
guarigione e la sensazione che alcune forme di risonanza possono
stabilire un canale di comunicazione per quell'intento, sebbene essi
possano differire considerevolmente in altri aspetti della loro
definizione o condotta e nel loro tentativo di spiegazione teoretica. La
ricerca di laboratorio sulla diretta interazione della coscienza umana
con l'ambiente fisico e la relativa ricerca della comunicazione anomala
dell'informazione attraverso la separazione spaziale e temporale,
indirizzano lo stesso risultato ad un livello fondamentale. Questi
esperimenti relativamente semplici sono in linea di principio analoghi
a vari aspetti del lavoro di cura e gli studi con tali sistemi possono
fornire un approccio effettivo per imparare di più circa le condizioni
che portano alla guarigione e lavorare verso modelli esplicativi.
Gli esperimenti mente - macchina hanno alcune forti corrispondenze
con il paradigma della guarigione, ma c'è un'analogia ancora più
stretta in una piccola letteratura di esperimenti, per il resto simili, che
usano i sistemi biologici come obiettivo dell’intenzione. Un certo
numero di ricercatori hanno studiato gli effetti dell'intenzione
cosciente su individui non selezionati e su guaritori di vari sistemi
viventi. Ad esempio Nash ha dimostrato come la crescita dei batteri
può essere influenzata dall'intenzione cosciente in studi a doppio
cieco. Grad innaffiò alcuni semi, alcuni dei quali erano stati “curati”
mentre altri no, con una soluzione salina e, in un minuzioso progetto a
doppio cieco, notò che i semi curati (trattati) erano più propensi a
germogliare e a crescere con successo . In una serie di studi in cui si
usavano topolini, Grad e colleghi dimostrarono che ferite cutanee
guarivano in maniera significativamente più rapida se trattate da
guaritori, in esperimenti che controllavano manufatti come un calore
extra proveniente dalle mani. Braud rivelò una notevole riduzione
imputabile all'effetto dell'intenzione nei tassi di emolisi delle cellule
del sangue dei partecipanti, conservate in soluzione salina.
Ancora più vicini alla ricerca clinica sono gli studi che esaminano la
possibilità che le misure fisiologiche negli esseri umani siano
suscettibili all'influenza a distanza. Dean e Nash scoprirono che
l'attività vasomotoria misurata con un pletismografo aumentava
quando un agente in un'altra stanza prestava attenzione a nomi di
importanza emotiva o per l'agente o per il ricevente . L'attività del
sistema nervoso autonomo fu indirizzata verso studi riesaminati da
Braud e Schlitz, dove la conduttanza della pelle fu misurata nella
persona obiettivo mentre chi influenzava in una stanza separata
trasmetteva pensieri e desideri tranquilizzanti o eccitanti . Questi
investigatori resero operativa la nozione secondo la quale noi
possiamo \"sentire\" che qualcuno ci sta osservando, installando una
video – camera che mostri la persona obiettivo su di un monitor ad un
osservatore distante. Semplici misurazioni fisiologiche mostrarono
variazioni notevoli e caratteristiche durante i periodi di osservazione,
messi a confronto con controlli distribuiti casualmente .
Questi studi del sistema biologico sono stati replicati da ricercatori
indipendenti e costituiscono una promettente via di ricerca che si pone
a metà tra gli esperimenti mente - macchina e gli studi clinici diretti
con pazienti umani. E' importante notare che questi studi, del tutto
analoghi alla ricerca mente - macchina, hanno misure di effetti
considerevolmente più ampi. Ciò potrebbe suggerire che i meccanismi
sono fondamentalmente differenti, ma può darsi che i sistemi biologici
siano intrinsecamente più soggetti ad influenze sottili, oppure che sia
più facile per la coscienza interagire o entrare in risonanza con un
organismo vivente laddove l'impresa sembra più rilevante ed
importante.
Non vi sono modelli teorici ampiamente riconosciuti per spiegare
questi risultati di laboratorio, ma sono stati fatti molti sforzi concreti al
riguardo. Probabilmente il meccanismo più frequentemente invocato
nei modelli per cercare di spiegare la guarigione intenzionale è una
qualche forma di energia analoga alle energie familiari del suono, del
calore, della luce e di altri campi elettromagnetici. Come metafora,
\"energia\" è parte del sapere e della scienza di varie anomale modalità
di guarigione, ma è difficile trovare un dettaglio descrittivo o
misurazioni oggettive. Quando vi è un dettaglio, ad esempio la
descrizione di un’aura, esso sembra essere unicamente empirico e
soggettivo. Il termine \"energia sottile\" è usato ampiamente, ma ad un
esame più accurato, esso appare come un'etichetta per una varietà di
osservazioni anomale e non ha un significato chiaramente specificato
o fisicamente accettato . Per interventi immediati di guarigione come
il Tocco Terapeutico o l’imposizione delle mani, i campi chimici o
elettromagnetici sembrano ragionevolmente essere dei potenziali
mediatori, ma per ciascuna modalità di guarigione intenzionale che
trascende lo spazio e il tempo, i modelli convenzionali basati
sull'energia sono inadeguati.Ci sono prove evidenti che le anomalie
studiate sistematicamente nel laboratorio non possono essere adattate
in modelli che dipendono da energie fisiche, meccaniche, termiche o
elettromagnetiche, comprese quelle generate dal corpo umano e dal
sistema nervoso. Gli effetti non vengono diminuiti dalla distanza. I
campi fisici, invece, solitamente manifestano un decremento
caratteristico in proporzione alla distanza, e le interazioni anomale non
sembrano essere ostacolate da alcuna forma di protezione, mentre la
maggior parte delle energie fisiche possono essere prontamente
deviate o assorbite. Le difficoltà maggiori che incontrano le teorie
basate sull'energia è di accogliere le scoperte di laboratorio che
indicano, che le influenze anomale attraversano le barriere temporali.
Il concetto di campo punto-zero suggerisce che il vuoto fisico e tutto
lo\" spazio\" interstiziale sono riempiti da fluttuazioni di campi
potenzialmente interagenti.Le fluttuazioni quantiche di particelle, reali
o virtuali, danno origine a modelli di interferenza che legano
specificatamente le particelle submicroscopiche separate e ciò, a sua
volta, implica un’interconnessione funzionale su scale più ampie. Una
conseguenza di questa inseparabilità quantica è costituita dal fatto che
i sistemi fisici mostrano una qualità di totalità, come viene suggerito
nel lavoro di Bohm . Anche se non è possibile spiegarlo in senso
meccanicistico, tali modelli portano la coscienza con un ruolo efficace
nel contesto. Essi suggeriscono che noi, come osservatori, siamo un
“ingrediente” necessario nella determinazione della realtà fisica.
Ampliamenti di questo approccio con i modelli considerano più
direttamente gli aspetti teorici delle informazioni fornite dalle
interazioni anomale. In una versione della teoria dei quanti, che
enfatizza l’interconnessione e la totalità del mondo fisico, Bohm
descrive una particolare forma di informazione ‘attiva’ che è presente
potenzialmente ovunque, ma che è attiva solo quando è significativa .
Di conseguenza, un’intenzione a guarire può essere disponibile come
una fonte d’informazione con dimensione non locale e universale, con
l’esigenza, per la guarigione, di provvedere alla finalità, e quindi, al
canale di risonanza, attraverso il quale l’informazione diventa
attiva.Considerando la coscienza come una forma o manifestazione di
informazione, Jahn e Dunne suggeriscono un’estensione metaforica
dei principi meccanici quantistici nel campo della coscienza . La
coscienza è considerata sia come particella che come onda, in analogia
con le descrizioni meccaniche quantistiche della materia e
dell’energia. Nelle sue manifestazioni non localizzate, simili a
un’onda, è libera e può penetrare le barriere fisiche e risuonare con
altre coscienze e con l’ambiente, acquisendo o inserendo, in tal modo,
informazione unica per il sistema interattivo. Basandosi su questa
metafora, John e Dunne suggeriscono possibili funzionamenti per
l’influsso anomalo. Per esempio, citano il principio meccanico
quantistico dell’indistinguibilità allo scopo di aiutare a comprendere il
legame. Quando le molecole sono formate da atomi, gli elementi
costituenti perdono la loro identità e da questa perdita ne deriva una
‘forza di scambio’ classicamente anomala che produce un forte
legame covalente. Analogamente, attraverso il sacrificio
dell’individualità consapevole, un legame risonante unificante può
essere stabilito con un’altra coscienza o un sistema fisico, permettendo
l’acquisizione o l’inserimento di informazione. Questo risulterebbe
anomalo visto come influenza di un sistema su di un altro, ma in un
sistema coerente e unificato, l’informazione viene distribuita ovunque.
La fusione delle identità soggettive una con l’altra o con l’ambiente,
consente il trasferimento di informazione oggettiva manifestandosi
come coesione tra i componenti che precedentemente erano separati,
producendo un sistema totale dentro il quale l’entropia è ridotta .
Nonostante queste ipotesi possano sembrare astruse, i principi
fondamentali corrispondono a quelli coinvolti nelle comuni esperienze
interattive come un innamoramento o la creazione di un’opera d’arte
oppure il godere della bellezza di un tramonto.
Non è difficile immaginare i meccanismi di ‘auto-guarigione’
attraverso la meditazione, le immagini e il pensiero positivo, perché il
corpo e la mente sono direttamente connessi da una rete di interazioni
neurofisiologiche e biochimiche enormemente complessa. Gli stati
mentali, come può essere la volontà di essere sani o di guarire, sono
un’aggiunta intrinseca all’informazione che dà forma e controlla le
interazioni fisiche e chimiche, aiutando a promuovere un ripristino
dell’equilibrio e di una struttura adeguata laddove un incidente o una
malattia hanno interferito col normale funzionamento ben ordinato.
La ricerca sulle interazioni anomale offre delle prove interessanti che
mostrano la possibilità di come, interventi non locali, quali la
guarigione intenzionale, possono contribuire analogamente al
continuo scambio di informazione che è essenziale al fine di
mantenere l’integrità dei sistemi viventi.
Gli esperimenti mostrano persuasivamente che gli effetti anomali si
verificano oltre le separazioni spaziali significative, sebbene si debba
riconoscere che gli effetti sono di portata piuttosto scarsa quando
consideriamo le applicazioni. È poco probabile che tra breve si trarrà
profitto da queste scoperte per costruire un congegno pratico per
aprire la porta di un garage, o un telecomando per la TV. D’altra parte,
dispositivi di questo tipo non sono che la semplice fine di una scala in
cui i sistemi biologici e la coscienza definiscono un polo opposto
molto più complesso. I corpi viventi, con i sistemi omeostatico,
immunitario e nervoso, i quali compendiano il regno delle dinamiche
non - lineari applicate, sono intrinsecamente suscettibili all’influenza
di piccoli input e sono in grado di identificare e amplificare anche il
più sottile dei modelli rudimentali e l’informazione. I sistemi biologici
usano processi casuali e l’indeterminatezza per mantenere il più alto
livello possibile di sensibilità ai cambiamenti sottili nell’ambiente.
Essi sono reattivi all’informazione sulla scala più sottile; tale
informazione riduce il disordine entropico e fornisce un incremento
della struttura e della preveggenza, producendo un ambiente interno
stabile e interazioni di successo con l’ambiente circostante. In questo
contesto, si osserva che guarire una ferita o guarire da una malattia
dipende dalla generazione o aggiunta di informazioni appropriate per
aiutare a ristabilire l’ordine e la struttura. Le interazioni di lungo
raggio tra anticorpi e antigeni, enzimi e substrati suggeriscono effetti
non locali e campi che esaminano e utilizzano informazione
costruttiva ad un livello fondamentale. Le guarigioni a cascata che
cominciano ad essere ben caratterizzate nelle ricerche mediche in
corso, mostrano l’ipersensibilità dei sistemi biologici all’informazione
e possono rappresentare obiettivi particolarmente fertili per la ricerca
sulle guarigioni anomale che coinvolgono una valutazione diretta sulla
quantità e efficienza nella produzione e nel trasporto dei mediatori
infiammatori. Quando si provoca una ferita, inizia un processo di
reclutamento altamente specifico, dal momento che il taglio smembra
la struttura e la suddivisione delle cellule endoteliali nel tessuto
vascolare, derivante dalla produzione di attrattori endoteliali
chemiotassici, linfochinesi e fattori che attivano il rivestimento. Questi
apportano alla ferita, con precisione, i mediatori richiesti per il
processo di guarigione, compresi i globuli bianchi, linfociti e
neutrofili. Così la guarigione è una funzione di un campo
chemiotassico strutturato che provoca una cascata, distribuita in base
allo spazio, di produzione e trasporto in un processo che è
intrinsecamente molto sensibile alle piccole influenze d’informazione
dell’ordine di quelle rilevate nella ricerca delle anomalie. Queste
sensibilità funzionali intrinseche potrebbero costituire la matrice che
permette al processo di guarigione volontaria di operare attraverso lo
spazio e il tempo servendosi di mezzi di acquisizione anomala, o di
trasferimento di informazione. Di certo quest’informazione sulla
guarigione anomala costituisce solo una parte del processo di
guarigione, ma un crescente insieme di studi controllati, di alta
qualità, indica con insistenza che esso può essere un elemento
importante, potenzialmente cruciale, nel mantenimento della salute e
nel processo di recupero dalla malattia. Gli esperimenti che abbiamo
esaminato mostrano che la coscienza umana può intaccare i sistemi
fisici impartendo direttamente informazioni, bypassando i normali
meccanismi fisici. E tale informazione può essere comunicata su
grandi distanze e al di là delle barriere temporali. Come Jahn
suggerisce, discutendo sulle relazioni tra l’informazione, la coscienza
e la salute, “il fenomeno anomalo che abbiamo studiato, può essere un
microcosmo indicativo di un genere di capacità umana ben più ampio
- la capacità di creare, di ordinare, di guarire” . Una lesione o una
malattia si manifestano come un disturbo o disordine all’interno di un
sistema che, se sano, è magnificamente strutturato e ordinato. Questo
è, d’altra parte, così complesso che la sua funzione su di una misura
accurata, è al di là delle nostre conoscenze scientifiche complessive.
Così come nel controllo omeostatico del corpo, straordinariamente
preciso, o nei meccanismi esatti di riparazione e rigenerazione quando
veniamo feriti, o nella creazione di idee. Quando si verifica una
distruzione, e una guarigione viene richiesta, l’esigenza è per un
ordine supplementare, per l’introduzione dell’informazione.
Certamente la coscienza non è altro che una manifestazione
d’informazione, e nelle sue capacità creative e costruttive, essa è
idealmente compatibile, come serbatoio, per i processi che sostengono
e ripristinano la salute e il benessere.
Simmetrie e Sincronie
“Siamo creature naturali che si sono evolute all’interno di un grande sistema
vivente.Il resto del sistema cercherà di disfare o equilibrare in tutti i modi
possibili,qualsiasi cosa noi facciamo che non sia a favore della vita”.
Elisabet Sahtouris
“Tutto il vero vivere è l’incontro.L’incontro non è nel tempo e nello spazio,ma lo
spazio e il tempo sono nell’incontro”.
Martin Buber
Un nuovo modo di pensare della scienza sta quindi emergendo agli
inizi del secolo XXI , nel quadro del passaggio tra l’ epoca industriale
basata sull’interpretazione meccanica della fisica e la società post
industriale dell’economia della conoscenza. La spiegazione dei
fenomeni fisici ormai implica anche la conoscenza del
funzionamento biochimico del cervello. In tal senso diviene
necessario riflettere, nell’ ambito di una teoria evoluzionistica del
sapere , come sia stata storicamente possibile l’attuazione di una
connessione risonante tra percezione sensoriale ed apprendimento
cerebrale vista in relazione alla tradizionale interpretazione di eventi
fenomenici rappresentabili come eventi indipendenti succedutisi nel
mondo esterno. Diversamente, la percezione e la conoscenza,
secondo l’ approccio innovativo derivabile dalla primaria
impostazione cognitiva di D.Bohm , vengono ad essere il risultato di
una complessa trasformazione dell’informazione sensoriale
condivisibile con la genetica di codificazione dell’informazione
propria di ciascuna specie. Pertanto oggigiorno si sente l’ esigenza di
definire una rappresentazione creativa dei diversi livelli di una realtà
Fisico - Biologica , integrando le relazioni bio-fisiche, tra soggetto
percettivo e l’ oggetto percepito. In questa prospettiva futura della
Scienza pertanto, non vediamo ne consideriamo piu’ gli oggetti e gli
eventi per come oggettivamente sono, ma ne interpretiamo solamente
determinati aspetti dell’ “Informazione Attiva “ ; aspetti che possono
essere attivati in sincronia di fase tra gli eventi fisici e le onde
cerebrali.Comunque dobbiamo ammettere che se tutto fosse risonante
e coerentemente in fase nell’ ambito delle interazioni tra eventi fisici
e attivita’ cerebrali , espressi in un ambito completamente olistico ,
sarebbe possibile una piena conoscenza , e quindi diverrebbe possibile
coscientemente il predire il futuro cosi’ come il conoscere
univocamente il passato. Invece il conseguimento di un preciso grado
di sincronizzazione cerebrale ( “binding resonance function” ), con le
diverse popolazioni di neuroni cerebrali , costituisce una sorta di
efficiente sistema di riconoscimento specifico sensoriale, sulla base
del quale diviene possibile sviluppare la successiva riflessione
capace di creare un rinnovato sviluppo cognitivo .
In tali condizioni genetico-strutturali , del funzionamento delle aree
cerebrali, specializzate ad esprimere determinate funzioni vitali e
cognitive, il fenomeno di risonanza bio-elettrica tra onde provenienti
dalla ricezione sensoriale e le onde cerebrali , genera quindi delle
fluttuazioni coordinate tra gli atomi e molecole nei neuroni. Tali
insiemi di neuroni coinvolti in modo sincronico, muovendosi in fase
con una maggior ampiezza e la stessa frequenza – vibrazione, tendono
ad abbassare il livello energetico di ogni sistema cooperativo; così
che la coesione energetica genera l’ emissione di bio-fononi , capaci di
trasferire l’informazione attiva e il sistema metabolico delle
trasformazioni biochimiche. La presenza di bio-fotoni e stata rilevata
come radiazione fotonica (specie specifica) ultradebole in tutti gli
organismi viventi dal gruppo di Ricerca del Prof. F.Popp che ha
messo in evidenza il fatto che sebbene l’ intensità della corrente bio-
fotonica sia estremamente debole, essa dimostra una coerenza
elevatissima la quale conferisce specifità al messaggio cerebrale.
Pertanto l’ emissione di correnti biofotoniche ed anche di vibrazioni
sonore bio-fononiche, entrambe emesse dal cervello, corrisponde a
poter trasmettere un insieme di messaggi di informazione per via bio-
elettrodinamica.
In sostanza, perseguendo un tale modo di ragionare sulle relazioni
bio-fisiche tra osservato ed osservatore (anche in seguito alle suddette
recenti scoperte di bio-fotonica ), si inizia a capire come possa essere
prodotta l’ informazione biologica, per cui diviene possibile intuire in
che modo, nella evoluzione della vita, sia divenuto possibile elaborare
la conoscenza (secondo vari modelli cognitivi storicizzati) , proprio a
partire da un sistema di interazione coerente di risonanze interagenti
tra energia e materia. I bio-fotoni che vengono emessi dal normale
funzionamento cooperativo cellulare, costituiscono un sistema
informativo ultrarapido, sia intra- che extra-cellulare. L’ allineamento
sintonizzato di fasci coerenti bio- fotonici ( elettromagnetici) e bio-
fononici (acustici) , permette quindi che l’ informazione biologica
venga trasferita a distanza, generando messaggi capaci di non
acquisire nè dissipare rapidamente il loro input informativo anche
durante un tragitto relativamente ampio.
A conclusione di questo breve excursus sul tema delle SIMMETRIE
e SINCRONIE spazio-temporali nel nuovo paradigma della
Informazione, sottolineiamo come la fisica sia passata attraverso una
rivoluzione concettuale per la quale le nozioni di particelle e di
traiettoria hanno smesso di essere fondamentali. Infatti mentre nella
fisica classica il mondo fisico è stato concepito come un aggregato di
oggetti, ognuno localizzato nello spazio e nel tempo, nella fisica
contemporanea ogni elemento fondamentale della realtà è co-esteso
con l’intero universo e quindi possiede una fondamentale continuità
(Oneness) intrinseca, che si manifesta tipicamente nelle proprietà di
comunicazione di informazione ottenibile mediante l’attività
cooperativa risonante delle interazioni dinamiche tra campi di
energia e materia . L’Universo Olistico , cosi descritto , comprendente
pertanto sia il soggetto che l’ oggetto, procederà nel prossimo futuro
nel superare anche l’ ultimo dualismo tra l’ onda e la particella; infatti
quest’ ultimo, mantenendo separati gli aspetti fenomenici di tipo
ondulatorio e corpuscolare, ancora si interpone a realizzare una
rappresentazione complessivamente Olistica della stessa essenza
unitaria dell’ Universo. Infine, rivolgendomi a quanti vorranno
migliorare ed ampliare questa nuova dimensione cognitiva della
scienza, faccio presente la necessità di far debita attenzione al fatto
che ancora il formalismo matematico e’ tradizionalmente impostato
sulla base di coordinate cartesiane o coordinate ad esse equivalenti.
Pertanto per personale esperienza, mi sono fatto la convinzione che la
matematica ancora contenga in sé la chiave di sopravvivenza del
vecchio ordine della fisica meccanica. Questo determina non poche
delle difficoltà che la scienza contemporanea incontra in relazione ai
propri avanzamenti creativi del sapere , poiche’ le nuove intuizioni ed
idee e progetti di ricerca, rischiano di rimanere di un livello filosofico
descrittivo, se non sapremo modificare contemporaneamente anche
le logiche astratte del pensiero matematico.
Psiche e Caos
\"Una goccia d'acqua che si spande nell'acqua, le fluttuazioni delle popolazioni
animali, la linea frastagliata di una costa, I ritmi della fibrillazione cardiaca,
l'evoluzione delle condizioni meteorologiche, la forma delle nubi, la grande macchia
rossa di Giove, gli errori dei computer, le oscillazioni dei prezzi Sono fenomeni
apparentemente assai diversi, che possono suscitare la curiosità di un bambino o
impegnare per anni uno studioso, con un solo tratto in comune: per la scienza
tradizionale, appartengono al regno dell'informe, dell'imprevedibile dell'irregolare.
In una parola al caos. Ma da due decenni, scienziati di diverse discipline stanno
scoprendo che dietro il caos c'è in realtà un ordine nascosto, che dà origine a
fenomeni estremamente complessi a partire da regole molto semplici.\"
J.Gleick
La teoria del Caos ha radicalmente cambiato la nostra percezione del
mondo. Ci ha sospinti lontano dai sistemi semplici, lineari e
meccanicistici, verso sistemi che sono più organici e complessi. Ci
dice che gli organismi biologici, l'ecologia, il mercato azionario e le
società hanno molto in comune. Piuttosto che concentrarsi sulle
singole parti di un sistema, essa pone attenzione ai legami ed alle
interazioni all'interno di esso. Piuttosto che pensare il mondo in
termini di ripetizioni meccaniche, esso viene visto come fatto di
schemi in continua evoluzione e trasformazione, volti ad una sempre
maggiore complessità. Al posto di sistemi chiusi e isolati, questi
sistemi sono concepiti come aperti al loro ambiente attraverso un
continuo scambio di materia, di energia o di informazione.
Essi possono organizzarsi spontaneamente, sviluppare strutture interne
e dimostrare sia gradi di stabilità che di adattamento alla variazione.
Poiché la teoria del caos funziona così bene quando viene applicata ai
sistemi che si organizzano autonomamente, si può pensare di
applicarne le idee fondamentali allo studio della mente e della società.
Ad ogni modo, poiché quest'ultime sono ben più difficilmente
definibili dei sistemi della fisica, si può dire che le idee alla base della
teoria del caos sono applicabili in questo campo in un senso più
metaforico, ossia, il comportamento di certi sistemi della fisica può
funzionare da metafora per il comportamento e la coscienza umani.
Così, studiando i primi si può tentare di giungere alla comprensione
del modo in cui operano la mente e la società. Improvvisamente
nell'osservazione del mondo, le somiglianze divengono più importanti
delle differenze. La teoria del caos ci rende anche consapevoli dei
limiti insiti nella possibilità di controllo di un sistema e nelle
previsioni possibili circa comportamenti futuri. Ci dice che non si
possono sempre prevedere gli effetti a lungo termine delle nostre
creazioni e che è quindi meglio essere aperti e flessibili. Così come la
natura sopravvive grazie alla biodiversità, è fondamentale avere una
varietà di idee e di approcci. La natura può apparire inefficiente nella
sua ricchezza, ma d'altro canto, quando si chiude una via, la natura ha
molte altre strade tra cui scegliere. Ciò dovrebbe insegnare alle
organizzazioni che una eccessiva specializzazione porta alla morte.
La teoria del caos ci dice anche che, se non possiamo fare previsioni
con assoluta esattezza, possiamo almeno cercare degli schemi, e che
tali schemi si ripetono spesso all'infinito fino a livelli minimi. Carl
Jung ha parlato di archetipi, schemi che soggiacciono agli impulsi ed
ai comportamenti umani. In un certo senso, gli archetipi richiamano
gli schemi dei sistemi non-lineari, ad esempio nel modo in cui una
donna può impegnarsi in una serie di disastrose relazioni con uomini
simili, oppure nel modo in cui un uomo sembra sempre entrare in
conflitto con figure autorevoli. Questo non vuol dire che il
comportamento sia causalmente determinato, ma che il modo in cui la
personalità si è strutturata in sistema aperto nel contesto di una più
vasta società conduce ad una serie di schemi ricorrenti.
Questo pare suggerire che la metafora della teoria dei sistemi,
dell'organizzazione autonoma, e degli schemi ripetitivi potrebbe essere
applicata nel campo della pratica terapeutica, dove si potrebbero
rintracciare diversi sistemi interconnessi. In primo luogo c'è la
struttura dell'inconscio del paziente che comprende tutto quello che è
stato interiorizzato a partire dal periodo infantile. La terapia, tuttavia,
si realizza anche nell'interazione tra il paziente ed il terapista: si
aprono così un altro sistema ed altre dinamiche. Questo sembra
suggerire che non si ha solo un'interazione tra un terapista che tenta di
\"guarire\" ed un paziente, ma che piuttosto la cura si sviluppa a partire
da una complesso di sistemi dinamici dei quali sia il terapista che il
paziente sono un aspetto. In questo senso si può dire che la guarigione
avviene in uno spazio situato tra il terapista ed il paziente ma anche
oltre la loro interazione. Ossia, per dirla con una metafora tratta dalla
teoria dei quanti, durante ogni osservazione sperimentale, l'osservatore
e ciò che viene osservato sono irriducibilmente legati tra di loro e
nessuna separazione può essere effettuata. Così, l'osservatore diviene
ciò che viene osservato, il terapista diventa il paziente ed il paziente, il
terapista.
Ancora una volta, però, il sistema che si costituisce, cioè quello della
guarigione, (l'asse terapista- paziente), è anche inserito in una
comunità, in una società, in una rete di significati e valori, in una serie
di pressioni economiche. Proseguendo nella nostra riflessione
sappiamo che le concezioni scientifiche contemporanee fanno
riferimento soltanto a due variabili cognitive: l'Energia e la Materia:
queste ultime sono prese in considerazione in relazione alla
osservazione del mondo esterno In tal modo viene separato ed escluso
dal pensiero scientifico il soggetto della sua osservazione in quanto la
scienza si preoccupa solo e soltanto dall' osservato; da ciò dobbiamo
ammettere che la definizione concettuale del CAOS, così come quella
contrapposta dell'ORDINE, viene ad essere esclusivamente relativa
alle proprietà dello spazio \"disordinate e ordinate\" e non a quelle che
includono la dinamica del tempo. Infatti quando la struttura
concettualmente bipolare di Energia e Materia, viene correlata a
concezioni di ordine/disordine, dato che queste ultime hanno per
riferimento la tradizionale cognizione di spazio, la questione
dell'ordine/disordine, viene ancora ricondotta al dibattito tra
Parmenide ed Eraclito sull'esistenza del vuoto nello spazio; si ricorda
infatti che Parmenide disse: \"se il vuoto non esiste e lo spazio è pieno,
allora non c'è moto né divenire nel tempo se non quello erroneamente
concepito dai sensi\"; mentre per Eraclito il vuoto esiste, proprio
perché permette il continuo divenire della realtà. Einstein comprese
pertanto che le basi di riferimento della scienza erano divenute
insufficienti per dare una spiegazione coerente e completa a sistemi
che evidentemente implicano l'esigenza di introdurre il concetto di
Informazione e con esso dell' uomo, come parte integrante del sistema
evolutivo della natura; ma accorgendosi di non avere a disposizione
nelle conoscenze pregresse alcun modello interpretativo globale
sufficientemente elaborato per poter trattare il sistema
soggetto/oggetto di osservazione, come un’ unica entità interattiva,
non riuscì a delineare un quadro cognitivo sufficiente a superare la
logica indeterministica della meccanica quantistica, così da integrarla
con le concezioni che egli sviluppò nell' ambito delle teoria della
relatività generale. La teoria dei Sistemi Dinamici Non-lineari (Non-
linear Dynamic System = NDS, come li chiameremo d\"ora in poi)
comunemente ed impropriamente chiamata Teoria del Caos e della
Complessità, è basata essa stessa sull’ interazione concettuale e dei
corollari che derivano dalla triade terminologica: Sistema, Dinamica,
Non-linearità. Esaminiamoli in breve: Sistema: possiamo definire un
sistema, seguendo Lorenz , come una qualsiasi entità che va soggetta a
cambiamenti con il passare del tempo. Le caratteristiche salienti di un
sistema sono: la complessità, ovvero l'interazione tra più variabili;
l'adattività, cioè la capacità di far fronte a un in-put esterno;
l'aggregazione al suo interno di più variabili che costituiscono i
sottosistemi; la loro cooperatività e sinergia relazionale.
Dinamica: è, seguendo Guastello , il cambiamento che avviene nel
tempo e nello spazio delle proprietà, dei comportamenti, delle
interrelazioni di un sistema. Concetto fondamentale della dinamica è
l'evoluzione, ovvero un set di relazioni complesse co-evolventi non
più secondo uno schema lineare, cioè seguendo il vecchio Linneo per
cui la natura non fa salti, ma secondo lo schema dell'equilibrio
punteggiato (punctuated equilibrium) per cui si vengono a creare
\"salti\" improvvisi e discontinui. Tra i suoi corollari possiamo elencare
la biforcazione, ovvero il cambiamento di una proprietà critica
nell'organizzazione o nella performance di un sistema. Tale
cambiamento può avvenire sia perché viene raggiunta la soglia critica
(bifurcation point) di una regola (control parameter), sia perché
intervengono fattori accidentali esterni; ma solo in caso straordinario.
Altro corollario sono i diversi livelli di interazione connessi sia ai
parametri di controllo che alla retroazione continua (feedback loop).
Combinando i concetti di feedback e parametri di controllo otteniamo
il concetto fondamentale di auto-organizzazione , ovvero la capacità di
un sistema di fare emergere caratteristiche, proprietà o interazioni
nuove che riorganizzano adattativamente o in modo innovativo
(novelty) il sistema. Non-linearità: è universalmente definita come la
non proporzionalità tra la variazione introdotta in un sistema e il
cambiamento indotto nel sistema, più comunemente: tra causa ed
effetto. I suoi corollari sono la dipendenza sensibile alle condizioni
iniziali (il concetto fondante la Teoria del Caos ), il fatto, cioè, che un
piccolo evento può avere un impatto imprevedibile (impredicibilità) su
di un sistema, il concetto di attrattore8 e la geometria frattale, con
l'enorme impatto applicativo che ne è conseguito.
La creatività gioca un ruolo primario nelle dinamiche organizzative, in
due modi. Primo, le organizzazioni hanno bisogno di reagire a
circostanze improvvise e insolite e alle instabilità dei loro ambienti.
Quando l'organizzazione è capace di rispondere in modo adattivo,
piuttosto che per inerzia, possiamo dire che il caos genera creatività.Il
secondo ruolo della creatività è la generazione spontanea di idee che
potrebbero implicare nuove iniziative d'affari per l'organizazzione.
Tipicamente, nuove idee spontanee generano instabilità
nell'organizzazione perchè possono comportare deviazioni dai piani
precedenti e la ridirezione di energie che erano dedicate al
raggiungimento degli obiettivi prefigurati dal management. La tipica
mentalità manageriale è di rispolverare le nuove idee come
divertimenti o seccature, ma è proprio questo processo spontaneo che
alla fine produce alcune rotture estremamente produttive. In questo
senso possiamo dire che la creatività genera il caos. Il \"caos\", in
riferimento alla creatività, è più di una pratica metafora. Secondo la
teoria di configurazione del caso (Campbell, 1996), i prodotti creativi
sono il risultato di un processo di generazione di un'idea casuale. Le
maggiori quantità di idee sono generate da ambienti professionali e
personali arricchiti. Le idee si ricombinano in configurazioni come
parte del processo di generazione dell'idea, in cui il pensatore creativo
comprende una nuova configurazione e la esplora come possibile
soluzione di un problema, al che ha luogo una forma di auto-
organizzazione degli elementi dell'idea (Simonton, 1988). Una volta
ancora, il caos genera creatività.
Oggi, comunque, si ritiene che la generazione e la ricombinazione
degli elementi dell'idea non sia del tutto casuale, ma un risultato finale
di un processo caotico. Questo perchè, in larga parte, l'auto-
organizzazione degli elementi dell'idea (che è prima di tutto una
risposta al caos), e gli elementi dell'idea, si pensava che fossero
generati da sistemi umani determinati, individulamente o in gruppi.
Però il processo di generazione dell'idea andrà a ripercorrere strade tra
gli elementi dell'idea che gli individui hanno già mentalmente creato,
prima di qualsiasi particolare evento di problem-solving. L'ambiente
arricchito è solo un altro esempio dei \"canali di ritorno\" che Stacey
(1992) dichiarò essere essenziali per un comportamento creativo di
successo. Tali canali scorrono tra l'ambiente e il risolutore di
problemi, e avanti e indietro assieme ad altri membri
dell'organizzazione i quali si trovano in una posizione tale da poter
fare qualcosa per l'idea. Sebbene i tratti psicologici che potrebbero
essere responsabili della generazione dell'idea creativa possano essere
distribuiti a caso, la reale distribuzione di frequenza delle quantità di
configurazione sulle persone ha un andamento altamente obliquo, con
una lunga coda positiva. Questa forma era simile a una distribuzione
scoperta da Lotka (1926) quando applicò il suo lavoro di dinamiche
della popolazione ai risultati creativi tra gli scienziati (Simonton,
1988). La distribuzione di frequenza (uno dei molti esempi) è
caratterizzata da molti massimi e minimi locali. Cosa causa questa
distribuzione? Secondo Simonton (1988), che lavorò con storie di vita
di persone creative, c'erano due dinamiche coinvolte: il ritmo di
ideazione e il ritmo di elaborazione. Siccome i sistemi creativi auto-
organizzati generano più instabilità, ne seguirebbe che i gruppi
creativi di soluzione dei problemi sono sistemi che operano sull'orlo
del caos (Guastello, 1995; Guastello, Hyde e Odak, in stampa).
Il caos lascia emergere la tendenza all’ordine attraverso sincronicità e
irripetibilità. Concetti di cui anche la scienza sa e sempre con
Prigogine li dice con un solo suggestivo nome: \"effetto farfalla\",
ovvero il battito d’ali d’una farfalla sul Righi di Genova può produrre
un uragano ai Caraibi! L’aria spostata dalla farfalla in concomitanza al
gioco delle temperature può diventare alito e poi vento ed infine
uragano! Torniamo dunque con pazienza e attività, con
contemplazione e distacco, alla situazione attuale e soffermiamoci
all’ambito che ci è usuale: la psicoanalisi evolutiva . Sappiamo che
l’inconscio è depositario della storia umana individuale, planetaria e
persino universale. Questo è vero come è vero che esiste, nella nostra
sensibile percezione, lo spazio-tempo della fisica classica. Ma questo
lato non esaurisce l’inconscio: esso lascia trapelare disordine e caos e
non solo nei sogni, ma nel modo personalissimo per ognuno di noi,
che esso produce per guidare il pensiero. L’inconscio è dunque il
luogo dove vigono le leggi universali. Non c’è da stupirsi che in esso
non esista il tempo e che presenti gli stessi interrogativi che suscita la
materia. Anche il nostro pensiero, ripeto, può funzionare, nel suo lato
più cosciente, prevalentemente secondo i principi della fisica classica -
ed è facile ritrovare lo schema causa/effetto, spazio-tempo, secondo il
principio della mediazione (\"maschile\") paranoica ed ossessiva nel
suo aspetto funzionale e nel suo lato patologico - oppure
prevalentemente secondo i principi dell’indeterminazione e del caos -
ed è facile ritrovare lo schema dell’affidamento alla vita, nell’aspetto
della primaria immediatezza (\"femminile\") isterica o nel lato della
secondaria immediatezza filosofica. Sappiamo che Prigogine ha
riconosciuto nel caos e nelle strutture dissipative l’origine dell’ordine
crescente. Questo sia a livello fisico universale che sul piano sociale
delle comunità umane, nonché nelle società di insetti ecc. Il caos
governa il mondo. Penso che questo caos che, con le sue \"leggi\"
gestisce il tutto con cui coincide, non sia altro che l’inconscio del
mondo giunto nell’uomo a potersi non solo intuire ma nominare.
Nominare una cosa non significa conoscerla dal di dentro. Nessuno di
noi può dire alcunchè dell’inconscio per il semplice fatto che esso non
sarebbe più tale. Conosciamo l’inconscio dal di fuori ovvero per la sua
superficie, per ciò che offre alla coscienza in sogni, pensieri e quanto
altro si fa da essa registrare. E quanto sappiamo di quel buio abisso ci
permette di intuire un grande potere: il potere di percepire il
movimento del caos nel suo aspetto interiore: la nostra psiche. Il caos
che, inteso come mero disordine viene proiettato nel mondo esterno,
può offrirsi a ben altra e migliore lettura se riconosciuto anche
nell’interiorità dell’uomo. Voglio dire che c’è una sola differenza tra
mondo fisico e mondo spirituale: se nel mondo fisico l’\"effetto
farfalla\" può diventare ciclone, in quanto soggiace alle cieche leggi di
natura, nel mondo spirituale sapere che esiste l’effetto farfalla ci aiuta
a guidare lo spirito stesso verso sempre maggiore libertà dalla natura.
Frattali e terapia
“Sedete davanti ai fatti come bambini,e siate pronti a rinunciare ad ogni nozione
preconcetta, seguite umilmente la Natura, dovunque vi conduca, o non apprenderete
nulla”.
T.H.Huxley
Un frattale è un oggetto con una complessa struttura sottilmente
ramificata; ingrandendo gradualmente una parte della struttura
vengono alla luce dettagli che si ripetono identici a tutte le scale di
accrescimento. Un frattale appare quindi sempre simile a se stesso se
lo si osserva a grande, piccola o piccolissima scala. Mandelbrot ha
osservato che molti oggetti naturali, apparentemente disordinati,
godono di questa proprietà. Un'altra peculiarità dei frattali è legata al
fatto che questi non si esprimono mediante forme primarie, bensì
mediante algoritmi, vale a dire insieme di procedure matematiche che
vengono tradotte in forme geometriche con l'ausilio di un calcolatore.
In tal modo si produce una grande ricchezza di forme geometriche a
partire da un algoritmo piuttosto semplice. L'esempio più affascinante
è l'insieme di Mandelbrot: un frattale dalla straordinaria ricchezza.
L'invarianza di scala trova un notevole parallelismo nella teoria del
caos, nella quale molti fenomeni, benché seguano rigide regole
deterministiche, si rivelano imprevedibili in linea di principio. Gli
eventi caotici, come la turbolenza atmosferica o le pulsazioni
cardiache, manifestano andamenti simili su scale temporali diverse,
più o meno come gli oggetti dotati di autosomiglianza presentano
forme strutturali simili su scale spaziali diverse. La corrispondenza tra
frattali e caos non è accidentale: è viceversa il segno di una relazione
profonda: la geometria frattale è la geometria del caos.Un frattale è la
trasformazione di un fenomeno semplice in un meraviglioso disegno,
basato sulla frazione ricorrente dei suoi segmenti.In questo senso il
gruppo analitico può essere considerato, usando la teoria del caos,
come l'analogo di un frattale. Infatti, come inizialmente descritto da
Foulkes, la topologia del gruppo si articola in 5 livelli ordinati
gerarchicamente; il gruppo analitico, cioè, può essere descritto come
un continuum, in cui si va dal piano corporeo a quello sociale. I vari
livelli, sono autosomiglianti, in quanto ogni comunicazione dinamica
può essere \"attribuita\" a ciascuno di questi livelli e letta ed interpretata
nell'area gerarchica di riferimento. Si può dire che in questo senso il
gruppo si rivela simile ad un frattale in quanto vengono replicati, ai
vari livelli, con una invarianza di scala, gli stessi elementi tematici.
La qualità frattale del gruppo si può poi ritrovare anche ad un altro
livello: il gruppo analitico infatti può essere letto come un percorso
iniziatico che ripropone in una sorta di ricapitolazione filogenetica, il
processo collettivo dell'individuazione dell'uomo. I vari autori che si
sono occupati del processo gruppo-analitico, descrivono fasi di
sviluppo, ognuna sfociante nella successiva, che rappresentano un
passaggio critico, un superamento, una crescita, e appaiono inscritte
teleologicamente in una sorta di \"progetto gruppale\": ricordiamo qui,
per esempio, le sei fasi di sviluppo descritte da Bennis e Shepard
(1956): dipendenza-fuga; controdipendenza-lotta; rapporti di potere-
autorità; incantamento (accoppiamento); disincantamento; lavoro
interdipendente (o di validazione consensuale), oppure le quattro fasi
di Usandivaras (1985): fase caotica; fase di fusione e disintegrazione;
fase detta di \"comunità\"; fase dell’ individuazione e del problem
solving maturo.Questa lettura in senso diacronico longitudinale del
processo di gruppo ha molte analogie con ciò che in psicologia
analitica viene definito individuazione: tutto il processo analitico, per
Jung, è costituito da fasi successive di passaggio inscritte nel grande
processo dell'individuazione.L'individuazione è la replica personale
del grande cammino collettivo dell'umanità nel suo emergere dalla
indifferenziazione primordiale, questo cammino è rappresentato nei
sistemi immaginali collettivi \"prototipici\", i miti di fondazione
dell'umanità. In queste grandi saghe mitologico-religiose è descritto,
con caratteristiche tematiche e strutturali straordinariamente simili, il
processo di sviluppo dell'umanità. In tutti i miti di fondazione (da
quello giudaico cristiano, a quelli babilonesi, romani, greci, sumeri,
ecc.) sono rappresentate sempre le stesse fasi condivise: all'inizio il
mondo è in uno stato indifferenziato, caotico, uroborico.
Successivamente compare una funzione di separazione e ordinamento
del Caos primigenio impersonata da una figura di Eroe che si ribella:
Prometeo, Marduk, Gilgamesh, ecc.. Poi si assiste ad una fase
regressiva, in cui l'eroe viene momentaneamente sconfitto (Prometeo
incatenato, Gesù che scende agli Inferi, ecc.), infine il processo di
nuovo riprende il suo cammino e c'è il trionfo definitivo dell'eroe.
Queste fasi corrispondono esattamente, come dimostrato da Neumann
(1978), allo sviluppo dell'individuo, nel suo uscir fuori dallo stato
indifferenziato della fusione con la madre, nel suo confrontarsi
eroicamente con i problemi della separazione, nel suo cedere alle
spinte depressive e regressive conseguenti e, infine, nel suo emergere
come individuo differenziato e autonomo. I miti di fondazione sono
un'eco, una risonanza, sul piano immaginario collettivo di questo
processo, tipico della specie umana, archetipicamente predeterminato
e che si dispiega da sempre con le stesse modalità tematiche. In questo
senso il gruppo analitico rappresenta il punto di incontro, lo scenario
dove si replicano dinamiche collettive primordiali e dinamiche
assolutamente personali, il gruppo è il punto focale in cui si va dal
collettivo all'individuale, ritroviamo qui nuovamente una auto-
somiglianza che riecheggia la natura frattale del gruppo. Questa
peculiare qualità del gruppo appare riferibile alla stretta equivalenza
tra la psiche individuale e quella gruppale; infatti, come dice Foulkes
(1967): \"Si potrebbe parlare di una psiche di gruppo allo stesso modo
che si parla di una psiche individuale. Anche se non riusciamo ad
astrarre dal concetto di individuo in senso fisico e corporeo ci
dovrebbe essere tuttavia più facile superare il nostro abituale concetto
di individuo psichico in modo da cogliere il carattere sovrapersonale
delle reazioni di gruppo: in altri termini i confini degli individui
isolabili nella matrice di gruppo ( che sarebbe forse meglio indicare
con il nome di \"individui Psichici\") non coincidono con quelli delle
persone fisiche\".Un autore che si è molto occupato dell'argomento
(Fiumara, 1992) sosteneva l'equivalenza tra la mente dell'individuo e
la matrix del gruppo proponendo l'esempio dell'ologramma come
modello esplicativo: l'ologramma è caratterizzato dal fatto che
ciascuna singola parte della lastra olografica contiene tutte le
informazioni di tutto l'insieme; così appaiono le relazioni tra
l'individuo ed il gruppo. Sempre secondo Fiumara la mente del gruppo
e quella dell'individuo sono sovrapponibili ed entrambe sul piano
psicodinamico tendono alla individuazione.La natura frattale del
gruppo comporta un ulteriore possibilità di utilizzare la teoria del caos
per descrivere metaforicamente l'azione del gruppo: in questo senso il
gruppo analitico può essere considerato l'analogo di un attrattore
strano o caotico.Mentre la meccanica classica si presta egregiamente
per la descrizione e la previsione di sistemi semplici, i sistemi
complessi sono caratterizzati da una imprevedibilità intrinseca, questa
aleatorietà rende il loro comportamento imprevedibile e richiede un
diverso approccio concettuale, dato appunto dalle teorie del caos,
queste sono nate per la descrizione e la spiegazione di fenomeni
imprevedibili quali quelli naturali, e la mente ed il comportamento
umano è il più complesso di tutti i fenomeni naturali.Un sistema
semplice, come per esempio il moto di un pendolo o le orbite lunari,
può essere descritto perfettamente da poche equazioni nella meccanica
classica; queste descrizioni appartengono alla cosiddetta teoria dei
sistemi dinamici. Un sistema dinamico si compone di due parti: le
caratteristiche del suo stato (cioè le informazioni essenziali sul
sistema) e la dinamica (una regola che descrive l'evoluzione dello
stato nel tempo). Se si rappresenta l'evoluzione di un sistema dinamico
in forma geometrica (grafica) si vede che un sistema che tende alla
quiete, per esempio un pendolo soggetto all'attrito, prima o poi si
ferma e questo può essere rappresentato graficamente sotto forma di
un'orbita che tende verso un punto fisso, questo punto fisso è detto
attrattore perché attrae le orbite del sistema dinamico. In termini
grossolani un attrattore è ciò verso cui si stabilizza o verso cui è
attratto il comportamento di un sistema. Un sistema più complesso
può possedere più attrattori; sistemi ancora più complessi hanno
attrattori toroidali. Per sistemi di estrema complessità, quali quelli di
competenza delle dinamiche caotiche (che sono poi quelle dei
fenomeni psichici e in particolare mentali), l'attrattore si chiama
attrattore caotico o attrattore strano, in questo caso le orbite del
sistema vengono continuamente sovrapposte, ripiegate, rimescolate
fino a che l'informazione iniziale è del tutto eliminata e sostituita con
nuova informazione. Il processo di piegamento avviene più volte e
produce pieghe dentro altre pieghe all'infinito. In altre parole un
attrattore caotico è un frattale. Il caos mescola le orbite nello spazio
degli stati esattamente come un fornaio impasta il
pane.L'imprevedibilità dei sistemi complessi, (quelli dominati dalle
leggi del caos) è legata alla amplificazione, da parte degli attrattori
strani, di piccole fluttuazioni iniziali, molto modeste.
E' chiaro allora che non può esistere alcuna soluzione esatta, alcun
legame, causalmente determinabile, con gli stati di partenza. Dopo un
breve intervallo di tempo l'indeterminazione corrispondente alla
misura iniziale ricopre tutto l'attrattore.Questo processo
verosimilmente può rappresentare il funzionamento di sistemi
complessi, quali il cervello, ed è molto efficace per descrivere cosa
avviene in un gruppo quando più persone interagiscono sommando, a
vari livelli i corrispettivi delle loro orbite dei sistemi dinamici,
rappresentate in questo caso dalle reti di relazioni che si strutturano
secondo una rete orbitale gestita dall'attrattore caotico costituito dal
gruppo. Il gruppo, che come si diceva prima, costituisce un continuum
in cui si dispiegano vari livelli dell'esperienza umana, con la sua
funzione di attrattore permette il passaggio e lo scambio tra diversi
piani frattalici, in modo che i vissuti personali e collettivi vengono
continuamente rimescolati e modificati provocando una nuova
informazione e, in definitiva, il cambiamento e la trasformazione.
Possiamo quindi dire che la natura quindi sfrutta il caos in modo
costruttivo; grazie all'amplificazione delle piccole fluttuazioni, esso
può consentire ai sistemi naturali di accedere alla novità.Partendo da
questo considerazioni possiamo ora utilizzare questo schema
concettuale anche per i sogni del gruppo: come si diceva all'inizio il
frattale è la trasposizione grafica dell'algoritmo; in analogia il sogno
può essere considerato una trasposizione grafica di questa natura
frattale del gruppo.Nei sogni vengono rappresentati a vari livelli i
diversi piani di espressione del continuum gruppale, che a diversi
livelli di autosomiglianza ed invarianza di scala manifesta sempre lo
stesso tema; il viaggio dell'umanità nel suo allontanarsi dal caos della
condizione presimbolica e prelinguistica, l'uscir fuori del gruppo dallo
stato di caos iniziale fusivo, l'emergere dell'individuo dal caos dei
propri conflitti.
I sogni di gruppo appaiono quindi raggruppabili in due categorie:
quelli più direttamente espressivi delle dinamiche interattive e
transferali tra i vari membri e quelli che si stagliano direttamente dallo
sfondo collettivo e che anticipano e descrivono i grandi temi
dell'individuazione; tramite questi ultimi emergono immagini
archetipiche dall'inconscio collettivo.Queste sono caratterizzate da
motivi mitologici, arcaici religiosi, alchemici, teriormorfi, ed altri
simbolismi arcaici, dalla lontananza dagli eventi quotidiani e
dall'intensità degli affetti associati ad essi. Queste caratteristiche li
differenziano dai \"Sogni Personali\" che manifestano una
preponderanza di immagini basate ontogeneticamente che riguardano
soprattutto i quesiti ed i conflitti personali del sognatore. Il sogno
archetipico può essere anche meglio definito come la via
dell'approccio simbolico in contrasto con l'approccio semiotico che
guarda alle immagini come segni.Questi sogni, in analogia a quanto è
successo nella storia dell'umanità per i sistemi collettivi di
rappresentazione dell'Universo, sono i generatori dei miti e delle
cosmogonie del gruppo, veri e propri sistemi di spiegazione,
comunicazione e significazione dell'esperienza comune che
consentono di affrontare le prime difficili fasi del contatto con gli
elementi caotici e fusivi.Questi miti del gruppo svolgono cioè una
funzione analoga a quella dei miti e delle religioni antiche, il cui
scopo era appunto di \"religare\" i dati del reale in un insieme
comprensibile, di fornire cioè una spiegazione e una sistematizzazione
delle realtà spaventose e incontrollabili della natura. Queste
costruzioni mitico-religiose sono state il punto di partenza per il
progressivo sviluppo del pensiero che ha portato alla nascita
dell'individuo in senso moderno.Il gruppo quindi appare un vero
percorso iniziatico che consente all'individuo, in un viaggio al di fuori
del tempo, di sperimentare il viaggio dell'Eroe e la nascita del Sé;
viaggio ritmato dalle immagini delle grandi saghe mitologiche e
religiose che trovano nuova vita nei sogni dei vari membri. Sarà
compito precipuo dell'analista prestare orecchio attento a queste
componenti ricche di significato e di preziosa utilità per l'evoluzione
del gruppo stesso, integrandole, con gli elementi più direttamente
legati alle storie individuali dei vari membri, in un quadro
complessivo di grande respiro e di profondo valore euristico.
Omeostasi e Caos
“Ogni atomo mi appartiene come appartiene a te”
Walt Whitman – Song of Myself
Il concetto di omeostasi, introdotto dal fisiologo W. Cannon nel 1929,
è apparentemente molto semplice ed ha avuto successo in fisiologia
per la sua capacità di descrivere il comportamento di sistemi che
vanno dal controllo della frequenza cardiaca alla pressione del sangue,
dalla temperatura corporea alla concentrazione di elementi
corpuscolati del sangue, dalla glicemia alla crescita dei tessuti.
Esistono sistemi omeostatici a livello cellulare, come i trasporti di
membrana o l'induzione enzimatica, a livello di organo, come la
regolazione del flusso ematico in dipendenza del fabbisogno di O2 o il
controllo delle popolazioni cellulari, a livello di apparati, come il
mantenimento della pressione sanguigna, della termoregolazione, a
livello di funzioni superiori integrate, come il controllo delle emozioni
o la risposta allo stress. In linea molto generale, l'omeostasi
rappresenta la capacità dell'organismo nel suo insieme o di sue sub-
componenti di conservare costanti, o meglio variabili entro
determinati limiti, dei parametri biochimici o delle funzioni in modo
che tali parametri e tali funzioni concorrano al buon funzionamento
dell'organismo nel suo insieme.
Man mano che la complessità dei sistemi deputati a tale scopo si è
andata rendendo più evidente con il progresso delle scienze
biomediche, il concetto di omeostasi si è ampliato, nel senso che
mentre inizialmente la sua applicazione poteva essere delimitata nel
campo della fisiologia (es.: pressione del sangue, sistema endocrino,
ecc...), oggi si può constatare che esiste un'omeostasi anche ad altri
livelli, sia sul piano cellulare e molecolare (es.: concentrazioni di ioni
nel citoplasma, velocità di catalisi di un enzima, ecc...) che sul piano
dei sistemi che controllano l'integrità e la \"qualità\" dell'informazione
biologicamente significativa (es.: sistema immunitario, neurobiologia,
ecc...). E' opportuno ribadire e chiarire il fatto che il concetto di
omeostasi non deve essere confuso con equilibrio stazionario. I vari
sistemi biologici non sono mai in \"equilibrio\"; piuttosto, essi vanno
soggetti a continue oscillazioni nell'intensità dei fenomeni ad essi
correlati in quanto sono mantenuti lontano dall'equilibrio da un
continuo flusso di energia. I sistemi biologici sono oggi visti come
tipici sistemi \"dissipativi\", nel senso che il loro steady-state è
mantenuto dal continuo consumo di energia che mantiene l'ordine in
uno spazio-tempo limitato, a spese dell'aumento di entropia
nell'ambiente circostante [Guidotti, 1990; Nicolis e Prigogine, 1991].
Si pensi, ad esempio, alla fisiologia della cellula, in cui si può
constatare come la membrana plasmatica divide due ambienti (intra ed
extracellulare) e quindi determina un grande \"disequilibrio\" di ioni
(soprattutto sodio, potassio e calcio): è proprio grazie a tale
disequilibrio ed a sue improvvise oscillazioni che la vita della cellula è
mantenuta e molte sue funzioni sono esplicate.I costituenti essenziali
dei sistemi biologici omeostatici sono rappresentati da strutture
anatomiche o biochimiche con funzioni effettrici regolabili e
reversibili, da molecole segnale che mettono in comunicazione
strutture vicine e lontane, da recettori per molecole segnale o per gli
altri tipi di messaggeri, da sistemi di trasduzione che connettono il
recettore ai sistemi biochimici effettori e, infine, da elementi
responsabili del deposito dell'informazione, che può essere genetica o
epigenetica.
Quanto più un sistema omeostatico è complesso, tanto più ha reso
complessa la gestione delle informazioni, che può essere effettuata da
molti elementi disposti in sequenze ed in reti. Tali reti (networks)
connettono diversi elementi e gestiscono l'informazione con
meccanismi di amplificazione o di feed-back multipli e incrociati.
Esempi di tali reti sono quelle neurali, quelle del sistema immunitario,
quelle delle citochine, ecc... L'informazione, nelle reti biologiche, è
solitamente \"ridondante\", cioè lo stesso segnale può agire su
molteplici bersagli ed essere prodotto da molteplici elementi del
sistema. Inoltre, lo stesso elemento è controllato da diversi segnali e la
sua risposta dipende dai loro sinergismi o antagonismi. La
\"specificità\" nella comunicazione tra gli elementi di una rete non è
garantita solo dall'esistenza di specifici segnali a seconda della
funzione o azione che la rete compie. Gli stessi segnali usati (es.:
particolari citochine, o neurotrasmettitori) possono causare diversi
effetti, innescare diverse risposte, anche opposte in taluni casi, a
seconda dell'ambiente in cui agiscono, cioè a seconda della dinamica
della rete stessa. In questo contesto di controlli multipli ed incrociati,
il concetto di \"sistema regolatore\" può essere rivisto in una
dimensione più ampia. Mentre su scala limitata ad un singolo
meccanismo esso può essere considerato come un elemento
fondamentale del sistema omeostatico. Su scala più ampia, dove si
consideri una rete di interazioni, il sistema regolatore coincide con la
rete stessa. Quando una rete è ben funzionante, ben \"connessa\" al suo
interno, il comportamento dell'insieme regola il funzionamento delle
singole variabili, ciascuna delle quali dà il suo contributo alla
regolazione delle altre.
Nei sistemi biologici esiste un'ampia serie di fenomeni oscillatori, con
periodi varianti da pochi millisecondi (oscillazioni enzimatiche,
attività neuronale) a secondi (respirazione), minuti (divisione
cellulare), ore (ritmi circadiani, attività ghiandolari, ritmo sonno-
veglia), giorni (ciclo ovarico), mesi ed anni (variazioni di
popolazioni). La descrizione di sistemi più o meno complessi in cui
più componenti interagiscono in modo non lineare, non può quindi
trascurare i fenomeni caotici considerandoli dei disturbi di una teoria
per altri versi perfetta, ma deve trovare gli strumenti e le vie per
integrarli con la teoria precedentemente ritenuta sufficiente. In altre
parole, nella variabilità dei fenomeni oggetto di studio, si deve cercare
di distinguere il vero \"disturbo\" (noise), legato a fluttuazioni del tutto
casuali e disordinate o all'imprecisione delle misure, dall'oscillazione
che si presenta con caratteri di a-periodicità per ragioni comprensibili
e spiegabili. A questo proposito è stato introdotto il concetto di caos
deterministico, indicando appunto il fenomeno variabile e
impredicibile, ma soggetto a leggi deterministiche.
Ovviamente, alcuni parametri fisiologici appaiono praticamente
stazionari nell'adulto: si pensi all'altezza del corpo, che dopo il periodo
di accrescimento si stabilizza a un valore fisso per un lungo periodo,
per poi subire una lieve diminuzione solo nella vecchiaia. Se però si
pensa al peso corporeo, già si vede che, dopo il periodo
dell'accrescimento, si raggiunge un peso solo apparentemente
stazionario, in quanto si possono facilmente notare delle variazioni
circadiane e stagionali, oltre a quelle legate agli sforzi fisici
contingenti. Ancora più evidenti sono le variazioni temporali della
secrezione di ormoni e quindi del livello di metaboliti o sali minerali
legati all'azione degli ormoni stessi. L'attività pulsatile di secrezione
ormonale è stata descritta in molti sistemi. Ad esempio, l'LH mostra
una pulsatilità, sia nel maschio che nella femmina. In quest'ultima, le
oscillazioni seguono due diversi schemi: nella fase follicolare del ciclo
si osservano pulsazioni di frequenza di 60'-90' e di ampiezza limitata
(15-35 ng/ml circa), mentre nel periodo luteinico la pulsatilità è
caratterizzata da minore frequenza (una pulsazione ogni 3-4 ore) e di
maggiore ampiezza (intervallo: 5-50 ng/ml) [Flamigni et al., 1994].
La maggior parte delle reazioni biochimiche mostrano un andamento
oscillatorio nell'ambito della funzione cellulare, mentre se condotte in
provetta hanno una cinetica che tende a fermarsi con l'esaurimento del
substrato. La velocità di attività enzimatiche oscilla quando due
enzimi competono per lo stesso substrato e piccoli cambiamenti delle
concentrazioni dei reagenti possono portare a cambiamenti nella
frequenza o nella ampiezza delle oscillazioni, introducendo
comportamenti caotici in schemi precedentemente armonici o
viceversa [Cramer, 1993]. Sono stati costruiti sistemi chimici a flusso
(in cui cioè il substrato è fornito in continuazione) che producono
delle oscillazioni. Di questi il più studiato è la reazione di Belusov-
Zhabotinsky, in cui Ce(IV)/Ce(III) catalizza la ossidazione e
brominazione dell'acido malonico (CH2(COOH)2) da parte di BrO3-
in presenza di H2SO4. Le reazioni di ossidazione e di riduzione
avvengono a cicli alternantisi per cui le concentrazioni dei substrati e
dei prodotti continuano a variare nella soluzione e tali variazioni
possono essere monitorate con appropriati elettrodi. Se la reazione è
eseguita in un recipiente a flusso continuo e sotto agitazione, ciò che
determina ultimamente se il sistema mostra uno steady-state, un
comportamento periodico o un comportamento caotico è la velocità di
flusso dei reagenti nel recipiente [Epstein et al., 1991; Petrov et al.,
1993].
E' ben noto che all'interno delle cellule molte molecole con funzioni
regolatorie variano secondo oscillazioni più o meno veloci e ritmiche.
Sono state misurate oscillazioni nella concentrazione dei nucleotidi
ciclici [Meyer, 1991] e dell'inositolo fosfato [Berridge and Irvine,
1989], del potenziale di membrana [Pandiella et al., 1989; Maltsev,
1990; Ammala et al., 1991], nel metabolismo ossidativo dei leucociti
[Wymann et al., 1989], nella polimerizzazione dell'actina [Omann et
al., 1989]. E' stato sostenuto che uno dei più importanti sistemi di
segnalazione intracellulare, l'aumento dello ione calcio libero, attua la
sua funzione per mezzo di pulsazioni, o meglio oscillazioni di
concentrazione o onde spazio-temporali [Berridge and Galione, 1988;
Cheek, 1991]. Misurazioni effettuate su singole cellule hanno rivelato
che molti ormoni innescano una serie di onde nella concentrazione
degli ioni calcio, ad intervalli di qualche secondo, e che esse mostrano
un aumento di frequenza all'aumentare della concentrazione degli
ormoni.
Il meccanismo di tali oscillazioni intracellulari di secondi messaggeri
non è molto ben compreso, ma è evidente che esse dipendono dal
\"disequilibrio controllato\" esistente tra i vari meccanismi che tendono
ad abbassare il loro livello e quelli che tendono ad innalzarlo. Ad
esempio, per quanto riguarda il calcio intracellulare si sa che esso
tende a essere mantenuto molto basso per azione sia delle pompe
(Calcio-ATPasi) che di controtrasporti (scambio Ca++/Na+ e
Ca++/H+), mentre tende ad aumentare per il grande gradiente tra la
concentrazione esterna e quella interna e per l'esistenza di canali con
maggiore o minore apertura a seconda dello stato di attivazione della
cellula (ad esempio, alcuni canali del calcio sono direttamente
accoppiati al recettore per segnali esterni, altri al potenziale di
membrana).Le onde del calcio possono propagarsi in tessuti e organi,
rappresentando in essi un sistema di segnalazione a lungo raggio,
come è stato osservato nelle cellule cigliate degli epiteli, nelle cellule
endoteliali, negli epatociti, nei monociti in coltura e negli astrociti. E'
stato sostenuto che questo meccanismo di comunicazione
intercellulare contribuisce alla sincronizzazione di grandi gruppi di
cellule svolgenti la stessa funzione [Meyer, 1991].Le oscillazioni, più
o meno ritmiche, non sono solo un risultato inevitabile del
disequilibrio tra sistemi di controllo. Esse probabilmente hanno anche
una loro peculiare importanza, in quanto i ritmi biologici aiutano a
coordinare e stabilizzare il funzionamento di diversi organi e sistemi
[Breithaupt, 1989; Matthews, 1991]. Inoltre, è stato sostenuto che
molte risposte cellulari siano controllate dalla modulazione di
frequenza piuttosto che dalla modulazione di ampiezza del segnale, in
modo analogo alla trasmissione di informazione tra neuroni attraverso
cambiamenti di frequenza del potenziale d'azione. In altre parole, la
frequenza di tali oscillazioni potrebbe rappresentare un codice
segnaletico \"digitale\", con significato informativo: affinché una
risposta o un processo sia attivato, ciò che conta è la frequenza delle
oscillazioni spazio-temporali (onde) nella concentrazione del calcio
piuttosto che la quantità di calcio realmente presente. Questo tipo di
segnali potrebbero regolare in modo più preciso la risposta cellulare al
variare della concentrazione di ormoni [Berridge and Galione, 1988;
Cheek, 1991; Catt and Balla, 1989]. Due tipi cellulari simili (basofili e
mastcellule) si distinguono per la frequenza delle loro oscillazioni del
calcio intracellulare [MacGlashan and Guo, 1991].
Le oscillazioni delle scariche della corteccia cerebrale sono
probabilmente molto importanti per garantire il coordinamento di
diversi gruppi di cellule e di centri nervosi [Engel et al., 1992].
Tecniche di analisi non lineare possono essere applicate
all'elettroencefalogramma per costruire modelli di funzionamento
della corteccia cerebrale [Babloyantz and Lourenco, 1994]. In questi
modelli, i vari stati comportamentali (sonno, veglia, attenzione, ecc...)
sono visti come una attività corticale caotica nello spazio e nel tempo,
soggetta però ad un controllo che ne aumenta la coerenza per inputs
provenienti dal talamo o da altre aree (ad esempio la corteccia visiva
riceve informazioni dalle vie ottiche). E' stato sostenuto che le
dinamiche caotiche possono fornire la possibilità di codificare un
infinito numero di informazioni, perché sono come la \"riserva\" di un
infinito numero di orbite periodiche instabili [Babloyantz and
Lourenco, 1994].Un altro aspetto da sottolineare a riguardo delle
oscillazioni dei parametri soggetti a controllo omeostatico è che tali
oscillazioni, misurate sperimentalmente, si dimostrano quasi sempre
di tipo caotico. Raramente si osservano oscillazioni periodiche e
stabili (cioè di frequenza ed ampiezza perfettamente costanti). Le
oscillazioni che si osservano sono per lo più di tipi diversi, che vanno
dal tipo periodico-instabile al tipo quasi-periodico-instabile fino al
tipo completamente irregolare.Quando si parla di oscillazioni di
variabili biologiche, non si dovrebbe trascurare il campo delle
oscillazioni molecolari accoppiate ad oscillazioni del campo
elettromagnetico, problema al quale si sta volgendo l’attenzione degli
scienziati in tempi piuttosto recenti. Trattasi di un tema di rilevante
interesse anche pratico, vista la sempre maggiore diffusione delle onde
elettromagnetiche nell’ambiente e nella vita quotidiana. In questa sede
non è possibile una disamina esaustiva dell’argomento, ma basta
accennare al fatto che campi elettromagnetici di diversi ordini di
grandezza più deboli del gradiente di potenziale trans-membrana
possono modulare azioni di ormoni, anticorpi e neurotrasmettitori a
livello di recettori e di sistemi di trasduzione [Adey, 1988] e che
anche l’attività proliferativa cellulare è influenzata da campi
elettromagnetici, anche di intensità molto debole (0.2 - 20 mT, 0.02 -
1.0 mV/cm) [Luben et al., 1982; Conti et al., 1983; Cadossi et al.,
1992; Walleczek, 1992]. Molte di queste interazioni sono dipendenti
dalla frequenza più che dalla intensità del campo, cioè compaiono solo
in determinate \"finestre\" di frequenza, fatto che suggerisce l'esistenza
di sistemi di regolazione \"non lineari\" e lontani dall'equilibrio [Tsong,
1989; Weaver and Astumian, 1990; Yost and Liburdy, 1992].
Molti processi cellulari sembrano avvenire secondo una logica del
\"tutto o nulla\", che dipende, a parità di condizioni esterne, sia
dall'evenienza di microeventi casuali e imprevedibili in un
determinato momento, sia dall'esistenza di meccanismi di
amplificazione a cascata dei segnali (vedi ad esempio la esocitosi delle
cellule granulocitarie, o il potenziale d'azione delle cellule nervose, o
la mitosi). Tali processi cellulari dipendono dal superamento di una
\"soglia\" di concentrazione di mediatori o di carica di potenziale
elettrico, o di funzionalità recettoriale. Occasionalmente, tale soglia
può essere superata per fluttuazioni dei parametri di controllo
dell'omeostasi, ma questo fenomeno pare essere imprevedibile perché,
su scala cellulare o molecolare, pare dipendere anche da fenomeni
\"quantizzabili\" [Hallet, 1989]. Molte delle reazioni che si svolgono in
una cellula coinvolgono un numero ristretto di componenti, dell'ordine
delle decine o centinaia (ad esempio le molecole di acidi nucleici, i
recettori, i canali ionici, le vescicole sinaptiche, ecc..), per cui le
reazioni in cui tali componenti sono coinvolte, possiedono un
significativo grado di imprevedibilità di tipo quantistico. Ciò non
significa che tutto sia in preda al caso, perché sulla lunga distanza
molte fluttuazioni si mediano e si rientra nella probabilità quasi certa
di comportamento cellulare. Ad esempio, se si stimola un singolo
leucocita con alte dosi di un adatto agente chimico, non si può
prevedere dopo quanto tempo si avrà un aumento di metabolismo, ma
si può essere praticamente certi che prima o poi il fenomeno avvenga.
Se però le dosi sono molto basse, non possiamo prevedere se esso
risponderà, sappiamo solo che, in una popolazione di leucociti, alcune
cellule saranno responsive ed altre totalmente non responsive.
Il ruolo dei fenomeni caotici in medicina comincia ad essere studiato e
compreso negli ultimi anni, grazie a studi condotti soprattutto nel
campo della cardiologia e della neurologia, ma certamente il campo è
molto aperto anche per la biologia cellulare, la farmacologia e
l'immunologia.Tutti questi fenomeni sono quindi tipici fenomeni
dinamici (cambiano il loro stato nel corso del tempo) e non-lineari
(influenze esterne causano modificazioni non necessariamente
proporzionali all'entità della perturbazione), che richiedono adatti
studi teorici [Kaiser, 1988].
Il Caos…patologico
“Tutto è vivo; ciò che chiamiamo morto è un’astrazione”
David Bohm
Ci si può chiedere a questo punto se i modelli del caos e delle reti
interconnesse possano essere applicati allo studio della patogenesi
delle malattie: la risposta è positiva ed in questo capitolo si forniranno
alcuni esempi di tale nuovo approccio alla patologia. Le
considerazioni che seguiranno sono sviluppate in gran parte sulla base
di un ragionamento teorico e analogico che, per quanto suggestivo e
utile a costruire modelli, deve essere sostanziato da dimostrazioni
sperimentali per potersi dire a pieno titolo scientificamente fondato.
Tali dimostrazioni si stanno oggi accumulando, ma si tratta pur
sempre di studi-pilota e preliminari, la cui importanza per quanto
riguarda una possibile applicazione clinica su larga scala resta ancora
da determinare.
Quanto finora detto mostra che le oscillazioni biologiche e
fisiologiche fanno parte della \"regola\" matematica che governa un
sistema omeostatico per il semplice fatto che esso è organizzato a
feed-back: esse sono quindi normali, anche in forma caotica, per
determinati valori dei parametri di controllo di un sistema
omeostatico. Tuttavia, ogni aspetto della fisiologia ha un suo versante
patologico e quindi si può logicamente chiedersi quali siano le
\"patologie\" dell'omeostasi dal punto di vista della sua caoticità. La
risposta a questa domanda è, da un certo punto di vista, abbastanza
semplice: si può delineare l'esistenza di una patologia da \"perdita di
caoticità\" ed una patologia da \"aumento di caoticità\". In altre parole,
se è vero che ogni sistema biologico complesso tende a regolare
l'intensità e la qualità delle proprie funzioni sulla base di un certo tipo
di attrattore, è anche vero che la patologia insorge quando l'attrattore
stesso cambia di dimensione (es. nel tipo di periodicità) o di struttura.
Da questo punto di vista, l'origine della malattia potrebbe essere colto
là dove c'è una biforcazione nelle dinamiche di uno o più sistemi
biologici, sia in aumento di caoticità che in diminuzione. I sistemi
biologici hanno molteplici parti che agiscono coerentemente per
produrre una azione globale. Essi possono essere considerati come
\"patterns\" collettivi meta-stabili di molti oscillatori più o meno
accoppiati. La caoticità di ogni sistema conferisce ad esso la
flessibilità tale da poter variare con facilità (cioè grazie a piccole
influenze esterne) il proprio comportamento per adattarsi ai
cambiamenti degli altri. Per questo, la patologia può cominciare come
\"perdita di connettività\" tra gli elementi del sistema globale. Tale
perdita di connessioni rende meno complessa la rete di comunicazioni,
ma può aumentare la caoticità perché alcuni elementi (cellule, tessuti,
organi) sfuggono al gioco dei controlli incrociati e iniziano ad
oscillare in modo molto più marcato e disorganizzato. Quindi, se è
vero che il caos di per sé non è un elemento negativo, in quanto è
elemento di flessibilità e generatore di diversità, se si perde il
coordinamento, la \"connettività\" del sistema nel suo insieme e con il
resto dell'organismo, alcune sub-componenti possono oscillare in
modo eccessivo, imprevedibile, generando quindi disordini localizzati
che però possono essere amplificati (l’amplificazione delle
fluttuazioni è un tipico comportamento dei sistemi caotici) e trasmessi
ad altri sistemi in modo disordinato e afinalistico. L'oscillazione
assume l'aspetto della malattia in quanto provoca l'emergere di sintomi
e danni consistenti. E' come se il caos venisse amplificato e si
formassero dei \"nuclei\" di interrelazioni patologiche tra cellule o
sistemi, coinvolgenti anche il sistema connettivo, che in qualche modo
si isolano dal controllo generale e si automantengono. Al limite,
variazioni troppo rapide ed intense delle variabili implicate in un
sistema omeostatico possono configurare una situazione analoga a
quella vista sopra per la funzione di Verhulst , allorché il parametro k
superi un determinato valore: una situazione di feed-back positivo ed
autodistruzione del sistema. D'altra parte, la distruzione di connessioni
e/o la perdita di complessità di specifici sistemi (ad esempio: atrofia di
tessuti, invecchiamento) può far ridurre le fini variazioni
omeostatiche e caotiche, accompagnandosi a una semplificazione
degli schemi omeostatici. In questo caso, si può anche ravvisare la
patologia come perdita di caoticità. La sclerosi, ad esempio,
rappresenta fisicamente una modificazione del connettivo con
riduzione della flessibilità, della deformabilità ed, infine, della vitalità
(atrofia).
Molte malattie riconoscono nella loro patogenesi, almeno nelle fasi
iniziali, dei difetti della comunicazione che insorgono nelle reti
complesse dei sistemi integrati (controllo della proliferazione
cellulare, sistema immunitario, equilibrio tra fattori pro- e anti-
infiammatori, ecc). In una rete in cui molti sistemi omeostatici
(molecolari, cellulari, sistemici) sono interconnessi, l'informazione del
sistema intero \"percorre\" dei cicli (\"attrattori\") che hanno forme
spazio-temporali variabili, fluttuanti, ma sempre riconducibili, nello
stati di normalità, ad uno schema armonizzato con il tutto visto nella
sua globalità, schema finalizzato alla sopravvivenza dell'organismo,
con il minore dispendio di energia possibile. Se uno o più elementi di
tali reti perdono le connessioni informative, cioè il sistema
omeostatico in sé si spezza, o si spezza il flusso di informazione tra
diversi sistemi, si ha un processo patologico proprio in quanto si
genera il caos, o, meglio, il sistema caotico passa in un altro attrattore.
Tali modelli prevedono che il nuovo attrattore, nel caso considerato
\"patologico\", possa conservarsi anche se la perturbazione iniziale
(perdita di connessione) è solo temporanea (in patologia, si potrebbe
parlare di cronicizzazione).Vi sono molti modi con cui un sistema
integrato perde di complessità e di connettività e qui ne sono elencati
alcuni a titolo esemplificativo (in fondo, tutta la patologia potrebbe
essere vista in questa ottica):
a) diminuzione del numero di elementi cellulari in gioco (vedi, ad
esempio, processi di atrofia senile o per anossia cellulare).
b) alterazioni di numero o di sensibilità dei recettori quando essi sono
troppo a lungo o troppo intensamente occupati , o quando sono
direttamente attaccati dalla malattia (es.: miastenia grave), o quando
sono geneticamente difettosi (es.: ipercolesterolemia familiare).
c) mancata produzione del segnale (es.: difetto anatomico o malattia di
ghiandola endocrina) o sua intercettazione durante il percorso
(interruzione di nervi, presenza di autoanticorpi verso proteine
segnale).
d) difetto nei meccanismi intracellulari di trasduzione del segnale (dal
recettore all'intero della cellula): si pensi ad esempio all’ azione di
tossine batteriche che mettono fuori uso le G-proteine, o
all'adattamento delle stesse G-proteine nello scompenso cardiaco, o
alla azione di molte sostanze farmacologicamente attive come i calcio-
antagonisti o gli agenti che elevano l'AMPciclico, ecc... Molti
oncogeni agiscono proprio su questi delicati passaggi del controllo
della proliferazione.
E' certo che dinamiche caotiche sono presenti normalmente
nell'omeostasi di reti a componenti multiple e incrociate come le
citochine, i neuropeptidi, il sistema endocrino, le reti idiotipo-
antiidiotipo, l'equilibrio HLA-recettori immunitari. La malattia
autoimmunitaria viene oggi interpretata come un difetto di
funzionamento del network immunitario. Il comportamento dinamico
di cloni autoreattivi è alterato in quanto essi sono meno densamente
connessi, cosicché essi si espandono e possono essere selezionati
mutanti ad alta affinità per autoantigeni. E' stato riportato che gli
schemi di fluttuazione degli anticorpi naturali sono alterati nell'uomo e
nel topo affetti da malattie autoimmunitarie: le fluttuazioni sono o
totalmente ritmiche, o totalmente casuali (random), mentre nel
normale le fluttuazioni hanno schemi caotici ma non totalmente
casuali (cioè una situazione intermedia tra i due estremi) [Varela and
Coutinho, 1991]. E' interessante il fatto che gli stessi autori sopra citati
suggeriscono che la comprensione di queste dinamiche porterebbe a
modificare i convenzionali schemi terapeutici: piuttosto che
sopprimere in modo aspecifico l'immunità, il trattamento dovrebbe
rinforzare il network immunitario stimolando la connettività delle
regioni variabili di recettori e anticorpi. Di fatto, una prima
applicazione di questo principio è l'indicazione, emersa di recente, di
somministrare immunoglobuline naturali in una serie di malattie
autoimmunitarie.Un'applicazione dei modelli del caos riguarda anche
l'epidemiolologia delle malattie infettive: l'insorgenza e la ricorrenza
di epidemie ha un andamento ciclico, come è ben noto, ma irregolare,
ha dinamiche che sono state analizzate con la matematica del caos
[May, 1987; Olsen and Schaffer, 1990; Blanchard, 1994]. Ad
esempio, pare che le epidemie di varicella presentano una variabilità
in cui si possono comunque evidenziare andamenti temporali del tipo
di ciclo-limite, con periodo di un anno, mentre le epidemie di rosolia
mostrano un andamento tipicamente caotico, cioè più irregolare e più
sensibile all'influenza di piccoli fattori climatici o ambientali [Olsen
and Schaffer, 1990].Seguono altri esempi di disordini dell'omeostasi,
in cui sono stati descritti dei comportamenti fisiopatologici che si
possono ricondurre essenzialmente a \"deficit\" o ad \"eccesso\" di
caoticità. Nelle persone sane, l'insulina è secreta con pulsazioni che si
ripetono ogni 12-15 minuti, comandate da un \"pacemaker\"
pancreatico probabilmente influenzato dal nervo vago. L'insulina
secreta in pulsazioni è metabolicamente più efficiente nel mantenere i
normali livelli di glucosio ed è significativo il fatto che l'irregolarità o
persino la perdita di tali oscillazioni è la più precoce anomalia
rilevabile nella secrezione di insulina in pazienti con diabete di tipo 2
[Polonsky et al., 1988; Holffenbuttel and Van Haeften, 1993].Nel
diabete di tipo 2 il controllo metabolico è ovviamente disregolato, e
finora nella valutazione dell'andamento clinico si è posta molta
attenzione alla quantità assoluta di glucosio presente nel sangue (oltre
ad altri parametri quali le emoglobine glicosilate, che documentano in
qualche modo l'effetto di tale disregolazione sulle proteine). Recenti
evidenze mostrano che un altro fattore che può essere considerato è
rappresentato dalla variabilità della glicemia, cioè dalla sua instabilità
nel tempo, indipendentemente dal livello assoluto. A questo proposito,
è degno di citazione uno studio condotto per valutare se il controllo
della glicemia nei pazienti diabetici anziani è una determinante
significativa della mortalità [Muggeo et al., 1995]. Il glucosio
plasmatico (a digiuno) è stato misurato ripetutamente nel corso di tre
anni in un ampio numero di pazienti, quindi è stata valutata la
mortalità nei successivi cinque anni. La mortalità maggiore non è
risultata associata alla concentrazione media del glucosio, bensì alla
sua variabilità (misurata come coefficiente di variazione rispetto alla
media, in ripetute misurazioni). In altre parole, il gruppo di pazienti
con CV maggiore (per la precisione > 18.5%) aveva una probabilità di
sopravvivenza significativamente inferiore al resto dei pazienti con la
stessa malattia e il CV è risultato una variabile indipendente dalla
media della glicemia. La patogenicità del disordine metabolico non
pare quindi legata tanto alla iperglicemia, quanto all'ampiezza delle
sue oscillazioni, legate alla inefficienza del controllo ormonale. Gli
autori concludono suggerendo che per un buon controllo del diabete
nell'anziano si dovrebbe considerare non solo il parametro quantitativo
medio ma anche la sua stabilità.Applicazioni della teoria del caos sono
state avanzate in cardiologia. E' stato riportato [Goldberger et al.,
1991] che la frequenza cardiaca di un individuo sano varia nel tempo
con periodicità intrinsecamente caotica e non, come si riteneva finora,
secondo un normale ritmo sinusale influenzato solo dai sistemi
omeostatici. Osservando tali variazioni secondo scale temporali
diverse (minuti, decine di minuti e ore) si vedono fluttuazioni simili,
che ricordano un comportamento frattale, nel dominio del tempo
anziché in quello dello spazio. Non si tratta, ovviamente, di aritmia,
ma di oscillazioni del ritmo normale. Il battito cardiaco normale non è
perfettamente regolare nei soggetti sani, ma presenta ampie variazioni
che mostrano dinamiche caotiche, mentre soggetti con scompenso
cardiaco congestizio hanno minore variabilità nella frequenza
cardiaca. La variabilità nel ritmo diminuisce in corso di grave malattia
coronarica, uso di digossina o cocaina ed anche semplicemente
nell'invecchiamento [Casolo et al., 1989]. La morte cardiaca
improvvisa è preceduta da periodi in cui si è evidenziata la scomparsa
del caos normale e l'insorgere di una periodicità più regolare ma,
proprio per questo, patologica [Kleiger et al., 1987; Goldberger and
West, 1987].
La fibrillazione ventricolare potrebbe, a prima vista, apparire come il
massimo della caoticità. Tuttavia, alla luce della teoria del caos, ciò
non è esatto: vi è infatti una sostanziale differenza tra eventi contrattili
totalmente casuali e slegati tra loro e comportamento caotico.
Nell'analisi ECG del cuore in fibrillazione non è stato identificato
nessun attrattore [Kaplan and Cohen, 1990a e 1990b], così che gli
autori concludono che la fibrillazione appare come un segnale random
non caotico.In psichiatria, si potrebbe considerare come esempio di
perdita di caoticità l'insorgere di idee fisse o di ossessioni: mentre la
psiche normale segue un attrattore \"strano\", ricco di variabilità pur con
delle caratteristiche di stabilità (patterns psicologici, archetipi secondo
Jung), nell'ossessivo emergono comportamenti stereotipati, ripetitivi o
fissi, difficili da influenzare dall'esterno (se non con grosse dosi di
farmaci o manovre estreme). Anche la patologia psichica spesso
origina e trova consolidamento dalla perdita di capacità di comunicare
con i propri simili (perdita di complessità e di
flessibilità).L'importanza del caos nelle funzioni cerebrali è tale che
alcuni autori si sono spinti a considerare questo fenomeno la base per
la creatività intellettuale [Freeman, 1991] o addirittura il
corrispondente fisiologico dell'esistenza di un libero volere
[Crutchfield et al, 1986]. Freeman, professore di neurobiologia
all'Università della California a Berkeley, riferisce: \"I nostri studi ci
hanno fatto anche scoprire un'attività cerebrale caotica, un
comportamento complesso che sembra casuale, ma che in realtà
possiede un ordine nascosto. Tale attività è evidente nella tendenza di
ampi gruppi di neuroni a passare bruscamente e simultaneamente da
un quadro complesso di attività ad un altro in risposta al più piccolo
degli stimoli. Questa capacità è una caratteristica primaria di molti
sistemi caotici. Essa non danneggia il cervello: anzi, secondo noi,
sarebbe proprio la chiave della percezione. Avanziamo anche l'ipotesi
che essa sia alla base della capacità del cervello di rispondere in modo
flessibile alle sollecitazioni del mondo esterno e di generare nuovi tipi
di attività, compreso il concepire idee nuove\" [Freeman, 1991].
Da una prospettiva ancora più ampia di discussione del problema, si è
già avuto occasione di dimostrare come l'esercizio della libera volontà
presupponga necessariamente che il suo strumento materiale
(cervello) non sia rigorosamente deterministico, ma sia soggetto alla
indeterminatezza inerente alla materia atomica (fluttuazioni
quantistiche) ed alla materia vivente (sistemi lontani dall'equilibrio)
[Zatti, 1993].In neurologia, si è visto che l'anziano presenta una
minore ramificazione delle cellule di Purkinjie, quindi una riduzione
della loro dimensione frattale [Lipsitz and Goldberger, 1992].
Particolari metodi di analisi basati sulle dinamiche non lineari hanno
permesso di paragonare gruppi di soggetti giovani e anziani per
quanto riguarda la complessità del ritmo cardiaco e delle variazioni di
pressione [Kaplan et al., 1991]. Si è visto che tale complessità è
ridotta nel corso dell'invecchiamento. Per questo alcuni sostengono
che la misura della complessità basata sulla teoria del caos e dei
frattali può fornire un nuovo strumento per monitorare
l'invecchiamento e testare l'efficacia di interventi indirizzati
specificamente a modificare il declino di capacità adattativa che
avviene con l'età [Lipsitz and Goldberger, 1992]. L'idea di
\"padroneggiare il caos\" pare molto attraente in un'ampia serie di
campi di ricerca! [Ditto e Pecora, 1993; Shinbrot et al., 1993].La
comparsa di crisi epilettiche si associa ad una perdita di caoticità nelle
onde cerebrali e comparsa di treni di impulsi periodici a partenza da
determinati focolai [Babloyantz and Destexhe, 1986; Schiff et al.,
1994]. Nel campo dello studio dell'epilessia è stato utilizzato il
concetto di \"dimensione frattale\" per analizzare l'evoluzione
temporale delle onde EEG. La computazione dei dati di ratti normali
ha consentito di costruire un attrattore di dimensione 5.9, mentre
l'attrattore durante le crisi epilettiche aveva una dimensione di 2.5,
quindi indicava un grado minore di caoticità. E' stato suggerito che in
questo caso la dimensione frattale correla con la flessibilità e
adattabilità dell'organismo.
In un elegante esperimento eseguito su preparato di cervello di ratto si
è data una dimostrazione di come controllare il caos in un sistema
vivente [Schiff et al., 1994]. In una fettina di ippocampo mantenuta in
bagno di coltura la attività neuronale è rappresentata da scariche a
impulsi con tipico comportamento caotico (periodicità instabile), che
può essere registrato al computer. Impulsi elettrici intermittenti
somministrati ad appropriati intervalli temporali (\"periodic pacing\"),
calcolati dal computer sulla base dell'andamento della scarica
spontanea, sono in grado di regolarizzare la periodicità della scarica
della popolazione neuronale. D'altra parte, certi tipi di preparazioni
hanno un comportamento periodico spontaneo, che può essere
\"anticontrollato\" per indurre il caos. Gli autori suggeriscono che
questo modello potrebbe trovare applicazione nel controllo in vivo dei
foci epilettici, che hanno alcune caratteristiche tipiche di periodicità
instabile.Riduzione di complessità (misurata come riduzione della
dimensione frattale) si è osservata nelle trabecole ossee in caso di
osteoporosi [Benhamou et al., 1994]. Secondo alcuni autori [Caldwell
et al., 1994], la dimensione frattale fornisce una informazione
qualitativa sulla struttura dell'osso (espressa però in termini
quantitativi), che va ad aggiungersi, integrandola con nuovi significati,
alla informazione puramente quantitativa fornita dalla tradizionale
densitometria ossea.La misura della irregolarità della forma è stata
utilizzata in studi-pilota anche nella diagnostica istopatologica dei
tumori [Landini and Rippin, 1994]. Mentre il profilo di una sezione
della mucosa normale del pavimento della bocca è risultata avere una
dimensione frattale di 0.97, quello di una sezione di un carcinoma
aveva dimensione di 1.61, documentando quindi in termini numerici
la maggiore irregolarità. Forme di cheratosi con severa displasia
davano valori intermedi. La membrana delle cellule leucemiche
(leucemia \"hairy-cell\") ha una dimensione frattale tra 1.29 e 1.37,
mentre quella dei linfociti T normali è tra 1.12 e 1.23 [Nonnemacher,
1994]. E' chiaro che per fare la diagnosi in questo caso non servono
complicati calcoli matematici, essendo determinanti l'osservazione al
microscopio ottico e l'immunocitochimica, ma è pure significativo il
fatto che si sia trovato un modo per trasformare un giudizio qualitativo
(e per questo in un certo modo soggettivo) in un numero oggettivo.
L'organizzazione frattale può essere studiata anche su sistemi in
coltura di tessuti o di microrganismi. Per quanto riguarda i primi, si
può citare lo studio della ramificazione dei piccoli vasi nella
membrana corion-allantoidea del pollo [Kurz et al., 1994]. La velocità
di crescita delle cellule endoteliali e delle altre cellule che
costituiscono la rete vasale è stata misurata sia come densità di cellule
per area di superficie che come dimensione frattale. Si è visto, tra
l'altro, che l'aggiunta di un fattore di crescita (Vascular Endothelial
Growth Factor) aumenta il numero di cellule ma aumenta anche la
dimensione frattale (da 1.4 a 1.8 circa) dei vasi neoformati: esso
interviene quindi nella organizzazione delle ramificazioni e
nell'aumento di complessità. Per quanto riguarda i microrganismi, ad
esempio, sono state misurate, in colonie fungine crescenti su agar, le
variabili come la \"rugosità\", la \"altezza\" e la \"autosomiglianza\" delle
colonie. Tali variabili dipendono dalla concentrazione del glucosio nel
mezzo in modo indipendente l'una dall'altra [Matsuura and Miyazima,
1994].Un aggravamento della situazione caotica nella secrezione di
ormoni nell'insufficienza cardiaca è stato messo in evidenza da
Nugent e collaboratori [Nugent et al., 1994]. In sintesi, tali autori
hanno misurato la concentrazione ematica di peptide atriale
natriuretico (ANP) ogni 2 minuti per un periodo di 90 minuti. Nel
soggetto sano si notano marcate e irregolari oscillazioni (la
concentrazione varia da 2 a 60 ng/l), nel soggetto malato
(insufficienza cardiaca cronica) si notano oscillazioni di ampiezza
molto maggiore (da 2 a 400 ng/l). In questi casi, quindi, si potrebbe
dire che la caoticità è peggiorata, nel senso osservato nella nostra
progressione matematica con la funzione di Verhulst, in cui
aumentando il parametro k aumentava l'ampiezza dei picchi. Tuttavia,
bisogna precisare che in alcuni pazienti (5 su 27) sono comparsi dei
picchi di concentrazione (fino a circa 2000 ng/l) con una periodicità
molto più evidente (ogni 10-12 minuti). In questi casi, quindi,
all'aumento ulteriore di concentrazione dell'ormone, si accompagna la
comparsa di maggiore periodicità (ordine nel caos!). Uno di questi
pazienti morì poco dopo per molteplici embolie polmonari, a
conferma del fatto che la situazione era estremamente grave.
Una forma particolarmente grave di aumento di caoticità si può
verificare in tutte quelle situazioni in cui la perdita di controllo
omeostatico per ragioni esterne al sistema stesso si accompagna a
incapacità del sistema di compensare la perturbazione indotta. A
questo proposito si possono fare i seguenti esempi di catene
consequenziali di eventi patologici (riportati con inevitabili
semplificazioni):
a) shock ---> vasocostrizione compensatoria ---> ipoperfusione --->
danno cellulare ---> vasodilatazione ---> ipotensione ---> shock,
ecc...;
b) ipertensione ---> vasocostrizione ---> ipoperfusione renale --->
attivazione del sistema renina/angiotensina ---> ipertensione, ecc...;
c) lesione cellulare per anossia ---> deficit di energia ---> mancata
funzione delle pompe di membrana ---> ingresso di calcio --->
eccitazione cellulare ---> aumento di consumo di energia ---> deficit
di energia, ecc...
d) infezione da HIV ---> distruzione dei linfociti --->
immunodeficienza ---> infezione ---> attivazione del sistema
immunitario ---> attivazione del virus latente ---> replicazione del
virus ---> distruzione dei linfociti, ecc...
In tutti questi casi, riguardanti sia il piano clinico che quello
biologico-cellulare, si può parlare di situazioni di autoamplificazione
della deviazione dalla normale omeostasi, situazioni dette anche
circoli viziosi. Con riferimento all’ipotesi dell’esistenza di processi
caotici nel cervello, è importante segnalare il contributo del
neuroscienziato americano Walter Freeman, impegnato da oltre
trent’anni nello studio delle dinamiche caotiche cerebrali
(soprattutto con riferimento alla percezione olfattiva). In un suo
recente libro, Freeman sottolinea che l’enorme complessità del
cervello dà ragione dell'inadeguatezza, nello studio delle dinamiche
cerebrali, del modello causale lineare, del tipo sensazione/input -
elaborazione - output/risposta. Il cervello deve essere considerato un
sistema dinamico altamente complesso: esso contiene circa dieci
miliardi di cellule nervose o neuroni, connessi tra loro in
un'intricatissima rete non continua mediante mille miliardi di contatti
sinaptici discontinui. Secondo l’autore, il funzionamento di una tale
rete può essere compreso solo ricorrendo al modello fornitoci dalla
moderna teoria dei Sistemi Dinamici non lineari (o complessi), la cui
proprietà fondamentale è quella dell'auto-organizzazione o
emergenza: già sistemi molto più semplici di quelli viventi, come ad
esempio uno strato di fluido o una miscela di prodotti chimici,
caratterizzati da un alto numero di entità microscopiche interagenti,
sotto certe condizioni possono generare delle proprietà globali
macroscopiche che non esistono al livello delle entità di base e che
vengono designate appunto come \"fenomeni emergenti\".
Tali proprietà globali dipendono dalle configurazioni (patterns)
risultanti da interazioni non lineari tra le entità elementari. Da un
punto di vista fisico questo legame non lineare è dato dai cosiddetti
\"anelli di retroazione\" (feedback loops) in cui le componenti del
sistema si connettono circolarmente, in maniera tale che ogni
elemento agisce sul successivo, finché l'ultimo ritrasmette l'effetto al
primo. Grazie a questa disposizione circolare l'azione di ciascun
elemento risentirà e in qualche modo verrà influenzata da quella degli
altri. Ciò consentirà al sistema di autoregolarsi, fino al raggiungimento
di uno stato di equilibrio dinamico, nel quale gli elementi che
compongono il sistema vengono vincolati da quello stato globale che
essi stessi hanno generato cooperando insieme.
L'interazione circolare o ad anello consente dunque al sistema di auto-
organizzarsi spontaneamente senza che ci sia alcun agente esterno che
controlli tale organizzazione.La ricerca di questo scienziato è
innovativa già a partire dal metodo d’indagine utilizzato: anziché
studiare la risposta delle singole cellule nervose di animali
immobilizzati, sottoposti a stimoli esterni, Freeman ha introdotto
alcuni elettrodi nel bulbo olfattivo di conigli liberi di muoversi.
Mentre l’animale interagiva liberamente con l’ambiente, annusando
alcuni oggetti, Freeman ha misurato, mediante elettroencefalogramma,
l'attività neuronale di quella particolare area della corteccia. Dopo aver
analizzato le fasi ottenute da elettroencefalogrammi prima e durante la
percezione di un odore noto, ed averle rappresentate nello spazio
come forme generate da un modello al calcolatore, Freeman conclude
che le forme ottenute, irregolari ma ancora strutturate, rappresentano
attrattori caotici. Ogni attrattore corrisponde al comportamento
assunto dal sistema per effetto di un particolare stimolo, per esempio
una sostanza odorosa ben conosciuta. Il modello interpreta un atto
percettivo come un balzo esplosivo del sistema dinamico dal \"bacino\"
di un attrattore caotico a quello di un altro: in altri termini, in risposta
allo stimolo esterno i neuroni danno vita ad un'attività collettiva
globale (registrata dall'EEG) \"caotica\", ma dotata di una certa struttura
ordinata, e se lo stimolo muta anche minimamente, i neuroni di colpo
generano simultaneamente un'altra configurazione, piuttosto
complessa ma pur sempre ordinata. Secondo l’autore, queste stesse
dinamiche possono essere dimostrate anche per le altre percezioni,
come quella visiva. In conclusione, Freeman afferma che: “Un
notevole vantaggio che il caos può conferire al cervello è che i sistemi
caotici producono continuamente nuovi tipi di attività. A nostro
parere queste attività sono decisive per lo sviluppo di raggruppamenti
di neuroni diversi da quelli già stabiliti. Più in generale la capacità di
creare nuovi tipi di attività può essere alla base della capacità del
cervello di formulare intuizioni e di risolvere i problemi per tentativi
ed errori”.
L’esistenza di processi non-locali è una delle qualità base
dell’inversione della freccia del tempo e deve perciò essere intesa
come una qualità base di tutti i processi sintropici, non ultimi i sistemi
in cui operano attrattori o che possono essere descritti solo ricorrendo
alla scienza del caos. Poiché i sistemi viventi e i processi cerebrali
sono tipici esempi di sistemi sintropici, è inevitabile la considerazione
che la supercausalità e la non-località devono essere qualità tipiche dei
sistemi viventi ed in modo particolare dei processi cerebrali. Ne
consegue, ad esempio, che i processi cerebrali debbano presentare la
co-presenza di caos e ordine (caratteristiche tipiche dei processi non-
locali e degli attrattori/sintropia): il caos nasce dal fatto che si attivano
processi non meccanici, non determinabili, mentre l’ordine nasce dal
fatto che i sistemi sintropici, attraverso l’azione degli attrattori,
portano inevitabilmente ad una riduzione dell’entropia e ad un
aumento della differenziazione e dell’organizzazione. Questo fatto è
particolarmente evidente nei processi cerebrali, processi nei quali
coesistono caos, complessità e ordine.
King afferma che “l’interazione tra cause che non sono tra loro
contigue si manifesta sotto forma di un’apparente situazione caotica
che può quindi essere studiata solo da un punto di vista probabilistico.
In altre parole, i processi caotici che si osservano nel sistema nervoso
possono essere il risultato di un comportamento apparentemente
casuale di tipo probabilistico, in quanto non è locale sia nello spazio
come nel tempo stesso. Ciò potrebbe, ad esempio, consentire ad una
rete neurale di connettersi a livello sub-quantico con situazioni non-
locali nello spazio e nel tempo, e quindi spiegare il motivo per cui i
comportamenti risultino attualmente non determinabili per mezzo
delle tecniche classiche computazionali. L'interazione quantica
renderebbe le reti neurali analoghe ad assorbitori e trasmettitori di
particelle e di anti-particelle.” King prosegue affermando che il
modello della supercausalità combina un approccio riduzionista, in cui
i fenomeni biologici vengono ridotti a modelli fisici e chimici, con un
approccio quantistico che rende, di conseguenza, l’intero sistema non
determinabile. Infine, l’autore conclude affermando che il libero
arbitrio nasce dal fatto che ogni nostra cellula e processo è
costantemente obbligato a scegliere tra informazioni che vengono dal
passato (onde divergenti, emettitori-entropia) e informazioni che
vengono dal futuro (onde convergenti, assorbitori-sintropia). Il
modello della supercausalità suggerisce perciò che a livello
macroscopico i sistemi neuronali debbano presentare costantemente
caratteristiche caotiche. Di questo apparente caos si alimentano i
processi della coscienza che sono fondamentalmente di tipo sintropico
e quindi non riproducibili in laboratorio o grazie a tecniche
computazionali.
Jeffrey Satinover in un recente libro suggerisce che una risposta a
tutto ciò può essere ricercata nel fatto che nel cervello umano esistono
strutture che sembrano perfettamente designate alla cattura degli
effetti quantici, e alla loro amplificazione. Se così fosse, le azioni
generate dal cervello, e dalla società umana nel suo complesso,
potrebbero condividere (almeno in parte) la libertà assoluta, il mistero
e la non-meccanicità del mondo quantico.Nel lontano 1948 Luigi
Fantappiè, lavorando su considerazioni analoghe a quelle di King e di
Satinover, avanzava l’ipotesi che nel momento in cui i processi
all’interno dei sistemi viventi sono di tipo sintropico, quindi
strettamente legati alle caratteristiche della meccanica quantistica, e
nel momento in cui passato, presente e futuro coesistono, nascono
automaticamente una serie di ipotesi estremamente suggestive in
merito al funzionamento del cervello. In proposito Fantappiè fa un
semplice esempio limitato alla memoria. Le proprietà della meccanica
quantistica suggeriscono infatti che la memoria possa funzionare
secondo processi non-locali nello spazio tempo e quindi in modo
estremamente diverso da quello fino ad oggi proposto da biologi e
neuropsicologi. Dalla coesistenza di passato, presente e futuro e dalla
non-località dei processi quantistici deriva infatti la possibilità di
flussi istantanei e non-locali di informazione tra punti distanti dello
spazio e del tempo. Di conseguenza è possibile immaginare la
memoria come un insieme di processi “quantici” in cui l’informazione
viene prodotta/ricordata stabilendo collegamenti non-locali. Secondo
questa ipotesi, quando ricordiamo eventi passati il cervello si
collegherebbe all’evento non-locale, ma tuttora presente nello spazio-
tempo, e il ricordo verrebbe attinto direttamente da tale collegamento
e non da “magazzini” di memoria all’interno del nostro cervello.
Questa ipotesi, estremamente suggestiva e a distanza di 60 anni ancora
estremamente azzardata, potrebbe costituire un importante contributo
alla comprensione di un fenomeno complesso come la memoria
umana.In definitiva, l’allargamento della scienza psicologica alle
qualità di non-località della fisica quantistica e alle qualità della
sintropia9, e l’adozione della metodologia relazionale accanto alla
metodologia sperimentale, aprirebbero la strada a studi scientifici in
grado di affrontare tutte quelle tematiche attualmente escluse dalla
psicologia in quanto considerate al di fuori della scienza (ad esempio,
la parapsicologia).A tal fine è interessante sottolineare il senso diffuso
di insoddisfazione che si percepisce tra gli studenti di psicologia che,
in genere, si iscrivono a questa facoltà con la speranza di scoprire la
scienza dell’anima, per poi trovarsi imbrigliati in una disciplina che,
nel tentativo di essere scientifica, utilizza paradigmi e metodologie di
un “fisicalismo” ormai sorpassato da più di un secolo nella stessa
fisica. Questa resistenza della psicologia ad aprirsi ai nuovi paradigmi
della meccanica quantistica ha ridotto la psicologia ad una disciplina
che in modo arbitrario cerca di ridurre la coscienza, la psiche e le
emozioni ai soli aspetti meccanici e computazionali, creando in questo
modo una contraddizione di fondo per la quale si tenta di indagare con
un approccio entropico processi e fenomeni che nei fatti sono di
natura sintropica.
Memi e psicotecnologia
“Ora mi avvedo che non di rado i libri parlano di libri,ovvero è come se parlassero
tra loro.Alla luce di questa riflessione,la biblioteca mi apparve ancora più
inquietante.Era dunque il luogo di un lungo secolare sussurro,di un dialogo
impercettibile tra pergamena e pergamena,una cosa viva,un ricettacolo di potenze
non dominabili da una mente umana,tesoro dei segreti emanati da tante menti,e
sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti,o se ne erano fatti
tramite”.
Umberto Eco
Dawkins narra (nell’opera The Selfish Gene) che, prima dell’avvento
della vita sulla terra (3-4 milioni di anni fa) si sviluppò per reazioni
chimiche un brodo primordiale, le cui molecole, sotto l’effetto del sole
si andarono combinando in molecole sempre più grandi.
A un certo punto si produsse accidentalmente una molecola organica
replicante. Questa molecola aveva la capacità di replicarsi e ad ogni
replica venivano commessi dei piccoli errori che resero possibile la
varietà e quindi l’evoluzione. Poiché il brodo primordiale non era in
grado di alimentare un numero infinito di molecole iniziò la lotta per
la sopravvivenza e le molecole svilupparono un involucro protettivo
(si formarono le cellule) per proteggersi dalla guerra chimica con le
loro rivali.Col tempo e in virtù del meccanismo della selezione
naturale e dell’evoluzione i replicanti andarono creando delle
macchine per la sopravvivenza: veri e propri organismi pluricellulari
sempre più complessi come le piante e gli animali erbivori e
carnivori.Che fine hanno fatto questi replicanti, miliardi di anni dopo?
“Esse sono in tutti noi, hanno creato noi, corpo e mente, e la loro
conservazione è la ragione ultima della nostra esistenza [...] Ora
vanno sotto il nome di geni, e noi siamo le loro macchine per la
sopravvivenza” (Douglas R. Hofstadter, L’Io della Mente, Adelphi, p.
135).Come geni si trovano al sicuro dentro di noi nel nucleo di
ciascuna delle cellule che compongono il nostro corpo. Un corpo che
nell’attimo del concepimento non è altro che una singola cellula dotata
di tutte le informazioni necessarie per costruire un essere umano.
Questa cellula è capace di dividersi più volte trasmettendo ogni volta
una copia dei piani originali.
Il gene è quindi quell’unità fondamentale della selezione naturale che
tende a sopravvive e a replicarsi anche per migliaia di anni attraverso
un gran numero di macchine per la sopravvivenza. Se i primi
ricettacoli erano semplici macchine passive col passare del tempo la
complessità di tali macchine crebbe a dismisura. Arrivati all’uomo si
manifesta una qualità emergente definibile come \"la coscienza di sé\".
Con il linguaggio e la cultura, secondo Dawkins, entra in gioco un
nuovo replicante. Tale replicante viene chiamato Meme (da mimema).
Esso ha la facoltà di propagarsi da un cervello all’altro e di
sopravvivere come idea, produzione culturale o altro anche dopo la
morte dell’individuo ospite.Se i geni sono la base del nostro hardware
i memi costituiscono il nostro software. \"le nostre menti sono
costituite da hardware genetico e software memetico\" (Richard
Brodie, Virus della mente, Ecomind, 2000, p. 231).
Con questi due termini mi sto riferendo a una terminologia in uso
nell'ambiente informatico. Per esempio Assembly è un linguaggio di
programmazione vicino al linguaggio macchina (che quindi potremmo
considerare di basso livello - vicino al livello hardware) mentre C++
possiamo considerarlo come un linguaggio d'alto livello, cioè con un
livello di astrazione maggiore:\"La programmazione in Assembly
richiede una riflessione secondo fasi ben precise e la stesura delle
istruzioni da eseguire. Per esempio, diciamo che vuoi trovare
l'ascensore. Una serie corrispondente di istruzioni in linguaggio d'alto
livello potrebbe essere di questo tipo: 'Esci dalla porta, passa davanti
alla fontana e lo trovi alla tua sinistra'. L'equivalente in Assembly
somiglierebbe a questa sequenza: 'Trova il piede sinistro; trova il
piede destro. Metti il piede sinistro davanti al destro. Ora metti il
destro davanti al sinistro. Ripeti questa operazione dieci volte.
Fermati. Voltati di novanta gradi a destra...' (Hafner Lyon, 1996, p.
104) .Similmente la coscienza opera a livello simbolico e
normalmente non si interessa dei livelli operativi \"inferiori\". Per
esempio può specificare un obiettivo in termini generali e astratti
come \"mi voglio alzare e andare a farmi un caffé\" e non è suo compito
entrare nelle istruzioni particolareggiate (come contrarre i muscoli
etc...).
Allacciarsi le scarpe, guidare la macchina e infiniti altri
comportamenti ricorrenti vengono cablati, in altre parole si incarnano
nella fisiologia dell'uomo e funzionano come strutture cognitive in
larga misura inconsce e automatiche. Qualcosa di simile avviene
anche per le nostre convinzioni profonde che strutturano la realtà
(memi-distinzione, memi-associazione) e determinano parte del nostro
comportamento (memi-strategia).( In PNL si dice che queste strategie
hanno raggiunto lo status di TOTE inconscio). Solo che le convinzioni
su di noi, gli altri e il mondo sono programmate con il linguaggio
umano, un linguaggio a un livello di astrazione decisamente superiore
rispetto a quello fisiologico. George A. Miller - Eugene Galanter -
Karl H. Pribram nell'opera \"Piani e struttura del comportamento\"
ipotizzavano che il comportamento fosse guidato da una serie di piani
o schemi di azione nidificati l'uno dentro l'altro secondo un ordine
gerarchico a complessità crescente.Secondo gli autori un Piano o
schema di comportamento è l'equivalente di un programma di un
calcolatore che predispone l'individuo a una particolare strategia
d'azione: \"Un Piano è ogni processo gerarchico nell'organismo che
può controllare l'ordine in cui deve essere eseguita una serie di
operazioni.\" (p. 32) .Le abitudini e abilità acquisite, all'inizio erano dei
Piani volontari che, attraverso un superapprendimento si sono
automatizzate. Se la coscienza elabora l'informazione sequenzialmente
sono necessari - per il suo funzionamento altamente complesso -
anche una serie di elaboratori distribuiti parallelamente (sotto/parti
dissociate dalla coscienza che in alcuni casi possono entrare in
conflitto fra loro). Il meme può essere un concetto, un’idea, una
particella d’informazione — infatti come il gene è composto da
stringhe di simboli — che aspira a sopravvivere propagandosi per
contagio attraverso mezzi non-genetici o psicotecnologie (il
linguaggio, la scrittura, i libri, la radio, la TV, Internet, i CD-ROM, la
musica, il teatro, il cinema, etc.) da una mente all’altra. Come nel caso
dei geni gli esseri umani sarebbero nient’altro che veicoli
inconsapevoli. Ogni giorno all’interno delle loro menti si
verificherebbe una lotta incessante fra fazioni di memi (memeplessi)
avverse. Ma non solo, poiché una delle lotte più importanti si
svolgerebbe nello spazio mediatico.
Il termine “Psicotecnologia”, è stato coniato da Derrick de Kerchove:
Scrive De Kerkhove: \"Ho coniato il termine 'psico-tecnologia',
modellato su quello di 'bio-tecnologia', per definire una tecnologia che
emula, estende, o amplifica le funzioni senso-motorie, psicologiche o
cognitive della mente [...] In effetti, il telefono, la radio, la televisione,
i computer e gli altri media concorrono a creare ambienti che, insieme,
stabiliscono ambiti intermedi di elaborazione di informazione. Sono
questi gli ambiti delle psicotecnologie.\" Le psicotecnologie
consentono di immagazzinare e replicare i memi e operano su tempi
molto più brevi a differenza del DNA.
Questo tipo di tecnologie vengono chiamate psicotecnologie poiché il
software (per esempio la scrittura) è capace di retroagire sull'hardware
(il cervello) determinando l'insorgere di nuovi paradigmi cognitivi
(quindi nuovi memi) che vanno a influenzare vari aspetti dell'esistenza
umana: la scienza, l'arte, la stessa visione del mondo.
Un primo esempio di psicotecnologia è il linguaggio. Il linguaggio
predispone l'uomo al ragionamento sequenziale e lineare.Con la
scrittura l'uomo fa un passo successivo: prende possesso del
linguaggio. I pensieri, la memoria e la conoscenza vengono
rappresentati esternamente su supporti materiali e per questo possono
venir manipolati come oggetti. Derrick de Kerckhove definisce la
scrittura come la prima psicotecnologia che ci ha dato una visione
differente del mondo, ha comportato: - la costituzione del soggetto
individuale nel pieno dei suoi poteri, la riorganizzazione del campo
visivo normativo in tre dimensioni; - l'apparizione in più tappe della
prospettiva a seconda del progresso nell'alfabetizzazione, la
desensorializzazione del linguaggio e l'interiorizzazione psicologica
della scrittura sotto forma di pensiero; - le condizioni che
permetteranno all'individuo di prendere potere sul linguaggio e di
conseguenza sul suo destino. [Derrick, de Kerckhove, La
civilizzazione video-cristiana, Feltrinelli, Milano 1995] Scrittura
intesa dunque non semplicemente come strumento tecnico ma come
principio organizzatrice della mente umana, comportante uno
spostamento dall'atto dell'udire a quello del vedere, facendoci così
uscire dalla tribalizzazione; \"solo quando la lingua smette di essere
\"musicale\" e di soggiacere all'incanto della narrazione, potrà creare
parole che esprimano la convinzione che esiste un \"io\", distaccato
dalla tradizione e dalla sua forza ipnotica, [...] capace di distogliere le
proprie facoltà mentali dall'apprendimento mnemonico per dirigerle
nei canali dell'indagine critica e dell'analisi.\" [Internet e le muse,
Associazione culturale Mimesis, 1997 Milano, p. 348].
Con l'avvento del calcolatore (grazie alle sue capacità di elaborazione)
si realizza l'estro-flessione cognitiva non solo della memoria a lungo
termine (ciò era avvenuto grazie a i libri) ma anche della memoria
operativa o a breve termine. Le conoscenze escono dal corpo per
diventare oggetti sui quali operare. Con la realtà virtuale si può
persino pensare di condividere fisicamente le proprie conoscenze con
altri in una realtà parallela.Mentre con gli schermi del computer - a
differenza delle altre interfacce (come le pareti di roccia, i rotoli di
papiro, le pagine del libro) - l'informazione è indipendente dal singolo
schermo. Diventa onnipresente: Lo stesso documento può manifestare
su qualsiasi schermo connesso alla rete. Un altro aspetto interessante
rispetto al libro sta nell'interattività. Con l'interattività il medium
risponde in tempo reale all'input dell'utente. L'addestramento
all'interattività con una interfaccia grafica grazie ai videogames inizia
anche in età prescolare. Tali giochi non hanno un effetto solo ludico,
sono vere e proprie psicotecnologie poiché implicano l'addestramento
del sistema nervoso: \"Manipolano il corpo e la mente degli utenti in
nuove configurazioni, condizionandoli ad un successivo uso
professionale di tecnologie computerizzate.\" (Derrick de Kerckhove,
L'intelligenza connettiva, Aurelio De Laurentiis Multimedia, 199 Mi,
p. 54) .Infine con il collegamento ipertestuale dei calcolatori in una
grande rete mondiale si assiste all'avvento di una \"creatura planetaria\"
che a detta di Giuseppe Longo \"si prefigura come un vero e proprio
soggetto di conoscenza inedito\" (Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem,
Editori Laterza, 1998 Bari, p. 115).Questo grande animale
autoreferenziale e autocinetico si è posto completamente fuori dal
controllo dell'individuo e forse anche degli Stati e tende al
\"mantenimento e al rafforzamento delle proprie strutture\" (Giuseppe
O. Longo, Il nuovo Golem, Editori Laterza, 1998 Bari, p.10). Ha
assunto una vita autonoma e si sta sviluppando inesorabilmente e
inevitabilmente, con esiti che sono al di fuori della nostra capacità di
elaborazione. Egli vive di sé stesso, si auto-riproduce (elabora e sforna
informazione), si alimenta di sé stesso come l'Oroboruous , il serpente
mitico che si morde la coda.
L'evoluzione biologica ha contribuito a sviluppare un hardware molto
particolare, un terreno di coltura di un nuovo replicante: il meme.
Secondo Dawkins con la comparsa del meme si apre un capitolo
interamente nuovo nell'evoluzione. A differenza dell’evoluzione
genetica, l’evoluzione memetica è molto più veloce: i memi possono
passare da genitori a figli come i geni oppure possono diffondersi tra
individui come un virus utilizzando le nostre menti e altri supporti
come mezzo per replicarsi, inoltre un meme inadeguato viene
eliminato senza bisogno di aspettare la morte del suo portatore. Ciò
spiegherebbe “il fatto che durante gli ultimi diecimila anni gli uomini
fondamentalmente non siano mutati a livello genetico, mentre la loro
cultura (l’insieme totale dei memi) abbia subito sviluppi radicali”
(Francesco Ianneo, Meme. Genetica e virologia di idee, credenze e
mode, Castelvecchi, 1999 Roma, p. 65).Ma di cosa ha bisogno un
meme per potersi replicare efficacemente? Secondo Ianneo occorre
che il meme sia semplice e comprensibile, che sia plausibile, che sia
trasmesso fedelmente e riprodotto da medium duraturi e veloci. È
altresì importante che sia ridondante: il meme deve essere come un
mantra che si ripete costantemente. Occorre inoltre che sia in grado di
integrare attraverso sincretismi altri memi con cui è in competizione
oppure sia capace di cooperare con altri al fine di costituire un
memeplesso possibilmente intollerante verso i memi differenti o meno
adattativi (Francesco Ianneo, Meme. Genetica e virologia di idee,
credenze e mode, Castelvecchi, 1999 Roma, pp. 83-84).Inoltre un
meme deve attirare la nostra attenzione (vedi anche focalizzazione
dell'attenzione nell'ipnosi come primo passo per la creazione di una
monoidea e quindi dell'ideoplasia). In un mondo in cui l'offerta di
informazione è enormemente aumentata questo è un fattore cruciale
per la sopravvivenza del meme stesso, che nel frattempo \"si è fatto
furbo\". I \"buoni memi\" (quelli che sopravvivono e si diffondono)
fanno spesso leva su alcuni istinti basici fondamentali come:
combattere, fuggire, nutrirsi, accoppiarsi (Richard Brodie, Virus della
mente, Ecomind, 2000, p. 96).In altre parole utilizzano gli \"hot
buttons\" o \"pulsanti biologici\" presenti nel nostro hardware per
istallarsi nella nostra mente: \"I memi che risultano affascinanti per gli
istinti delle persone sono quelli che più facilmente si replicano e si
trasmettono attraverso la popolazione\" (Richard Brodie, Virus della
mente, Ecomind, 2000, p. 46).Questa è una legge che conoscono bene
i \"designer virus\", coloro cioè che definiscono e progettano a tavolino
i virus della mente con cui ci vogliono programmare: \" Nella nostra
ricerca per i virus della mente, allora, i primi aspetti da individuare
saranno proprio quelle situazioni che cliccano uno o più di questi
quattro pulsanti: rabbia, paura, fame e lussuria, che attirano la nostra
preziosa attenzione [...]\" (Richard Brodie, Virus della mente,
Ecomind, 2000, p. 101). Una cosa dovrebbe essere ben chiara a questo
punto. I memi non si evolvono per essere di beneficio agli individui,
anche se molti memi lo possono essere. Un meme ben radicato nella
sinapsi dell’individuo ospite guiderà il suo comportamento inducendo
una fiducia cieca nella sua validità. Ciò comporta quindi un ordine
implicito di diffusione. Si riscontra inoltre come a volte un meme
possa essere di tipo simbiotico (capace di promuovere un
comportamento adattativo per sé e per l’individuo che lo ospita)
mentre altre volte funziona come un parassita e sopravvive a spese
dell’organismo come i memi settari .A volte questi memi sono
particolarmente aggressivi come alcune fedi politiche o religiose. Le
persone che ne sono preda ne sembrano interamente controllate e
perdono lo scopo della loro esistenza in loro mancanza. I suicidi
collettivi ai quali partecipa anche il santone sono il chiaro esempio di
come il meme detenga il potere e non chi lo \"ha creato\".Ci sono
particolari tecniche che si sono evolute nel tempo e che consentono ai
memi di riprodursi efficacemente e sono per esempio l’arte retorica,
l'ipnosi, la teoria della persuasione oppure la coercizione e l’inganno.
Richard Brodie descrive, oltre alla tecnica del condizionamento
classico e operante, anche la dissonanza cognitiva e i cavalli di troia.
La dissonanza cognitiva, fa leva sulla pressione mentale, il pathos, il
disagio per istallare un nuovo meme10: \"Imponendo alle persone il
superamento di prove rituali, analogamente a quanto avviene ai fini
dell'accesso a una casta chiusa, accade una di queste due cose: o
l'iniziato si ritira per non sopportare la sofferenza, o un meme che
rappresenta il valore dell'appartenenza all'organizzazione si crea o si
rinforza nella mente dell'iniziato\" (Richard Brodie, Virus della mente,
Ecomind, 2000, p. 225).Per rafforzare questo effetto si può far leva
sugli istinti biologici fondamentali come la paura o la fame di potere e
creare quello stato particolare di impasse definibile come \"manette
dorate\", descrivibile anche con la seguente frase: \"ti do la libertà totale
e il potere in cambio della schiavitù perenne, ma ricorda se te ne vai
perderai tutto e cadrai in disgrazia\" .L'altra tecnica descritta da Brodie
si chiama Cavallo di Troia: \"Il metodo di programmazione detto
\"Cavallo di Troia\" opera inducendovi a fare attenzione ad un solo
meme, introducendo poi, di nascosto insieme al primo, un intero
pacchetto di altri memi. [...] un Cavallo di Troia può servirsi dei vostri
pulsanti istintuali, cliccandoli per ottenere la vostra attenzione e
insinuandosi poi in un altra zona. [...] Perché il sesso vende? Perché
pigia i vostri pulsanti, attira la vostra attenzione e, agendo come un
cavallo di Troia, vi condiziona con gli ulteriori memi impacchettati
all'interno dello spot pubblicitario [...] La tecnica più semplice per
confezionare pacchetti, quella usata più frequentemente da politici e
avvocati, consiste semplicemente nel dichiarare i memi uno dopo
l'altro, in un ordine decrescente di credibilità. La credibilità delle
prime affermazioni sembra essere d'aiuto per quelle successive
sprovviste di fondamento. [...] I memi discutibili posti alla fine del
pacchetto si introducono nella vostra mente servendosi del cavallo di
Troia costituito dai memi incontrovertibili posti all'inizio
dell'argomentazione.\" (Richard Brodie, Virus della mente, Ecomind,
2000, pp. 157-158) . Un precursore della memetica è Gustav Le Bon
con la sua Psicologia delle folle del 1895 (p. 157)Scrive Le bon: “In
una folla ogni sentimento, ogni atto, sono contagiosi, a tal punto che
l’individuo sacrifica facilmente il suo interesse personale all’interesse
collettivo [...] Quando un’affermazione è stata ripetuta unanimemente
per un numero sufficiente di volte, come accade per certe imprese
finanziarie che acquistano tutti i consensi, si forma ciò che vien
chiamato una corrente d’opinione ed interviene il possente
meccanismo del contagio. Nelle folle, le idee, i sentimenti, le
emozioni, le credenze divengono contagiose non meno dei
microbi.”Lo scritto di Gustave Le Bon influenzò anche Hitler che
riconobbe nella propaganda l’arma strategica per vincere la guerra: “Il
ruolo di sbarramento che svolge l’artigleria nella preparazione
dell’attacco della fanteria in futuro sarà assunto dalla propaganda
rivoluzionaria. Si tratta di spezzare psicologicamente il nemico prima
che le truppe comincino ad entrare in azione.” (Adolf Hitler, Mein
Kampf).È più importante uccidere un uomo oppure le sue idee?
L’arma più potente nel Terzo Millennio sarà la memetica.
Siamo in piena Terza guerra mondiale e non ce ne siamo ancora
accorti, ogni giorno noi siamo costantemente sotto il fuoco dei media.
Le tecniche di disinformazione, persuasione e suggestione sono
molteplici. Per esempio i media grazie alla loro ridondanza precisano
ciò di cui si dovrebbe parlare, dirigono l’attenzione del cittadino e in
tal modo istituiscono dei trend. Questa tecnica si chiama agenda-
setting.
Il modo in cui sono presentate le notizie funziona come un effetto
placebo: Noi acquistiamo il giornale e cominciamo col vedere i titoli
di prima pagina, la priorità loro accordata e in virtù di questo inganno
deduciamo la loro importanza rispetto alle altre notizie che meritano
minore attenzione per non parlare delle notizie mai pubblicate che a
volte potrebbero essere le più importanti.L’effetto placebo consiste nel
ritenere le notizie di prima pagina le notizie del giorno (Fabrizio
Benedetti, La realtà incantata, Zelig Editore, 2000 Milano, p. 71).
I passaggi sono esattamente gli stessi del placebo classico: inganno-
convinzione - effetto. Se alla stessa persona avessimo fatto leggere le
notizie in ordine sparso su dei fogli con carattere uniforme costui
avrebbe sicuramente cambiato la priorità degli avvenimenti e si
sarebbe accorto di alcuni avvenimenti che erano passati inosservati.
Ciò vuol dire che “per modificare la nostra visione del mondo, basta
modificare la forma logica con cui il mondo viene descritto attraverso
i media” (Bruno Ballardini, Manuale di disinformazione,
Castelvecchi, 1995 Milano, p.16).Prendiamo i sondaggi. Sappiamo
tutti ormai che i sondaggi sono creati a tavolino per ottenere un certo
feedback, basta orientare il parere degli intervistati con domande
formulate ad arte.Le domande servono per contagiare la persona con
memi che passano inosservati sotto forma di presupposizioni. Una
volta che il sondaggio ha dato il risultato desiderato può essere
pubblicizzato e diffuso ampiamente come il risultato autorevole di una
seria ricerca di mercato. Il sondaggio non è più un parere ma una
rappresentazione oggettiva di cosa la gente pensa. Non si tratta qui di
convincere la gente dicendo che cosa dovresti pensare ma si da la
vittoria già per scontata. In tal modo il sondaggio funziona come una
profezia che si autodetermina, serve a creare opinione piuttosto che
misurarla (Bruno Ballardini, Manuale di disinformazione,
Castelvecchi, 1995 Milano, p. 41-42). Un esempio di profezia che si
autodetermina grazie all’intervento dei media: “quando nel marzo
1979 i giornali californiani cominciarono a pubblicare servizi
sensazionali su un’imminente e drastica riduzione nell’erogazione di
benzina, gli automobilisti diedero l’assalto alle pompe per riempire i
loro serbatoi e tenerli possibilmente semrpe pieni. Fare il pieno di 12
milioni di serbatoi (che fino a quel momento erano mediamente solo a
un quarto del livello) esaurì le enormi riserve disponibili, provocando
praticamente da un giorno all’altro la scarsità predetta. (Paul
Watzlawick, La realtà inventata, Feltrinelli, Milano 1994, p. 87). Ma
che dire di Internet e in particolare dell’interattività. L’interattività
venduta come potere e scelta maggiore a un esame più attento si rivela
una interpassività.Ciò che viene venduto come interattività è la
possibilità concessa all’utente di schiacciare un infinito numero di
tasti che permetteranno l’accesso ad altri documenti secondo un
percorso solo in apparenza libero, insomma, qualcosa di molto simile
a un topo che viene fatto correre in un labirinto.
Nell’opera Scienza del comportamento umano (1957), Burrhus F.
Skinner, fa una distinzione fra comportamento operante, ovvero il
comportamento che opera sull’ambiente producendo delle
conseguenze e quello rispondente, che risponde passivamente allo
stimolo, il cui esempio tipico è il cane di Pavlov. Per dimostrare il
comportamento operante ideò una gabbia (detta Skinner-box) al cui
interno venne posto un topo. Nella gabbia c’era una levetta, che, una
volta premuta, procurava del cibo al topo. A differenza
dell’esperimento di Pavlov, il rinforzo, cioè l’evento che concorre
all’apprendimento non è dato esternamente da una persona, ma è dato
dall’azione del soggetto. Il topo ha il cibo solo se preme l’apposita
levetta, pertanto lo stimolo non è incondizionato come per il
comportamento rispondente, ma è condizionato dalla risposta del topo.
[Giovanni, Reale, e Dario, Antiseri, Il pensiero occidentale dalla
origini a oggi, op. cit., 676-677]. Nel 1948 Skinner aveva pubblicato
Walden Two, dove viene descritta una società ideale governata in base
alle teorie comportamentistiche di stimolo/risposta. La manipolazione
del comportamento creerebbe una vita ideale, un’utopia non solo
buona ma anche realizzabile...
In effetti tutta la scienza del condizionamento consiste nell'istallazione
di memi attraverso la ripetizione.Il condizionamento operante grazie
al rinforzo autoindotto installa non solo memi associazione ma anche
strategie di comportamento del tipo Se....allora. Il fenomeno detto
\"apprendimento hebbiano\" (dallo psicologo canadese Donal Hebb)
spiega questi fenomeni. In pratica succede che, quando dei neuroni
vengono attivati più volte contemporaneamente si associano e \"le
cellule e le loro sinapsi cambiano chimicamente in modo tale che,
quando una ora s'attiva, sarà molto più efficace nell'attivare l'altra. In
altre parole, i neuroni entrano in società in modo tale da eccitarsi in
coppia con maggior rapidità rispetto a prima.\" (Ian H. Robertson, Il
cervello plastico, Rizzoli, p. 17). Nel caso di esperienze emotive
piuttosto forti la struttura di connessioni che si viene a creare rimane
particolarmente radicata nel cervello (questo fenomeno è detto
imprinting). Molte campagne di marketing funzionano proprio
secondo questi principi: \"il manifesto pubblicitario che vedete mentre
vi recate al lavoro raffigura una splendida modella alla guida di una
macchina che sfreccia attraverso una foresta in fiamme in un'esotica
località tropicale; queste immagini attivano i neuroni nei centri
emotivi del vostro cervello. Nello stesso istante i neuroni dei centri del
linguaggio e di quelli visivi registrano il marchio e il nome della casa
costruttrice. Tombola! Due gruppi di neuroni in zone distinte del
cervello sono attivati contemporaneamente. Passate davanti a quel
manifesto ogni mattino per alcune settimane, magari vi capita di
vedere immagini simili la sera in televisione, e vi troverete con un
complesso di neuroni interconnessi, legati tra loro, per il semplice
fatto che sono stati attivati all'unisono. Il risultato? Che quando
vedrete la stessa macchina nella vetrina di un concessionario, questo
farà riemergere un qualche frammento dell'emozione provata
inizialmente - o, almeno, questa è la speranza del gruppo responsabile
del marketing!\" (Ian H. Robertson, Il cervello plastico, pp. 21-22)
.L’ambiente culturale costituito da memi che tendono a propagarsi e a
replicarsi diventa il nuovo habitat o nicchia ecologica nella quale la
specie umana coevolve: \"Viviamo, pertanto, all’interno di una
Matrice, la matrice dei memi, quella che Wittgenstein chiamava una
«forma di vita» e che il filosofo statunitense Hilary Putnam ha definito
più icasticamente una vasca dove sono immersi i cervelli.” (
(Francesco Ianneo, Meme. Genetica e virologia di idee, credenze e
mode, Castelvecchi, 1999 Roma, p. 134) .
Gli schemi comportamentali e cognitivi che definiscono la realtà
consensuale sono culturalmente appresi. Il bambino impara attraverso
l’esperienza, tramite l’interazione con l’ambiente in cui si situa
interpretando la realtà secondo uno schema di riferimento condiviso.
Il senso del Sé è frutto dell’interazione sociale e la mente emerge
all’interno di un contesto tramite uno strumento offerto dalla
collettività: il linguaggio. Non esiste un Io archetipo e originario
preesistente alla realtà sociale poiché il Sé emerge dall’interazione con
l’Altro, il non-Sé. Per esempio “Bruner sostiene che il concetto di sé
che ciascuno di noi possiede non è un’essenza né un nucleo di
coscienza isolato, racchiuso nella mente individuale, ma il risultato
continuamente emergente della negoziazione incessante tra le nostre
versioni del Sé e le versioni del nostro Sé che gli altri ci forniscono.”
(Francesca Emiliani, Bruna Zani, Elementi di psicologia sociale, Il
Mulino, 1998 Bologna, p. 89). Esiste anche un ben precisa influenza
dei fattori culturali sulla organizzazione cerebrale. La percezione dei
colori, il linguaggio, la scrittura sono fenomeni non programmati dai
geni. Il contesto sociale e quindi il medium memetico è responsabile
della variazione nella percezione dei colori da cultura a cultura:
\"L'uomo percepisce una gamma di lunghezze d'onda grazie a varie
strutture, la retina e il corpo genicolato laterale, le quali sono presenti
anche in altre specie animali, come il gatto o la scimmia. Tuttavia
nell'uomo le lunghezze d'onda vengono categorizzate secondo delle
denominazioni specifiche. Esse vengono apprese nel bambino dopo
l'acquisizione del linguaggio [...] Quando si denomina una certa
lunghezza d'onda (\"questo è rosso\", \"questo è giallo\", ecc.) si è
stabilita, tra le strutture implicate nella decodificazione
dell'informazione \"lunghezza d'onda\" e quelle implicate nelle funzioni
linguistiche, una nuova interazione funzionale che precedentemente
non era già implicita.\" (Luciano Mecacci, Identikit del cervello,
Laterza, 1995, p. 160). Gli studi sull'organizzazione funzionale del
cervello giapponese hanno dato risultati sorprendenti. A quanto pare la
specializzazione emisferica nei giapponesi non corrisponde a quella
che di regola si riscontra negli occidentali. L'emisfero sinistro
(preposto alla elaborazione del linguaggio) nei giapponesi compie
un'analisi verbale anche di suoni come il vento, le onde, etc. e ciò è
dovuto alla grande importanza delle vocali nella loro lingua.
Si è inoltre riscontrato che i vari disturbi del linguaggio nei giapponesi
derivano da lesioni in aree cerebrali diverse da quelle degli
occidentali. Ciò è dovuto alla struttura della lingua giapponese. La
scrittura giapponese è costituita da caratteri ideografici (Kanji) e
caratteri alfabetici (Kana). Per il riconoscimento degli ideogrammi si
attiva in particolare l'emisfero destro mentre per il riconoscimento dei
caratteri alfabetici l'emisfero maggiormente implicato è quello
sinistro. Così può accadere che un giapponese colpito da lesione
all'emisfero sinistro può continuare a leggere e a scrivere a differenza
di un occidentale - per lo meno i Kanji. La cosa importante da
considerare è che tali caratteristiche sono culturalmente determinate:
\"Rispetto a uno stimolo come una figura geometrica o un suono puro
il cervello dei giapponesi non ha una organizzazione diversa dal
cervello degli occidentali. Quando però interagisce con il mondo di
stimoli della propria cultura (la musica, i tipi di scrittura, ecc.), allora
il cervello mette in atto una specifica dinamica funzionale.\" (Luciano
Mecacci, Identikit del cervello, Laterza, 1995, p. 46) Insomma i memi,
in virtù della stretta relazione corpo/mente guidano anche l'evoluzione
genetica...
Tutto ciò è affine alla proposta teorica del movimento del
costruzionismo sociale nato tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni
‘80. Per i costruzionisti la conoscenza non è costruita individualmente
ma è frutto di una costruzione condivisa per mezzo di pratiche di tipo
conversazionale. È tramite la comunicazione, la negoziazione, la
retorica, il linguaggio, l’interazione sociale che la realtà viene
costruita e condivisa: “la conoscenza non è qualcosa che le persone
possiedono da qualche parte nelle loro teste, ma piuttosto è qualcosa
che fanno insieme.” (Oltre il cognitivismo, Franco Angeli, p. 94)
Troviamo quindi una chiara influenza della visione olistica della
mente proposta da Bateson, una mente intesa come proprietà
immanente nel più ampio sistema uomo più ambiente. Troviamo
anche un’eco della filosofia analitica, in particolare il secondo
Wittgenstein (Ricerche filosofiche). In quest’opera Wittgenstein
sostiene che ogni forma di linguaggio sia anche una forma di gioco
linguistico con le sue particolari regole d’uso. E in quanto artefatto
sociale è il risultato di un’impresa attiva e congiunta di persone in
relazione. I significati perciò vengono creati e negoziati all’interno di
una particolare comunità. L'inconscio non è soltanto qualcosa di
atavico o il deposito degli istinti animaleschi ma è un fatto culturare, i
sintomi sono culturalmente determinati. L'inconscio non è neanche
qualcosa che sta nel cervello. A questo proposito Jung parlava di un
inconscio collettivo. Mentre Jacques Lacan diceva che l'inconscio è
strutturato come un linguaggio e che il linguaggio è la condizione
dell'inconscio. L’uomo concorre a creare queste narrazioni anche se il
più delle volte ne è raccontato. Pensiamo ai fenomeni di culto come le
Nike, l’Harley Davidson, la Ferrari, Che Guevara, lo Swatch, Star
Treck, la New Age e molti altri fenomeni più o meno duraturi. Un
artefatto di questo tipo richiama altro da sé stesso. Si trasforma in una
merce/simbolo, una merce/racconto, diventa una vera e propria iper-
merce che può garantire l’appartenenza a una tribù (merce/badge) e
l’acquisizione di una identità (merce/identità) (La fabbrica del cult.
Merci da amare (e comprare), a cura di Fulvio Carmagnola, Ricerca e
Sviluppo Mediaset, LINK Ricerca, 1999 Milano, p. 16).
Il cult acquisisce un sovraccarico valoriale (un valore aggiunto di tipo
simbolico) attraverso un percorso analogico metonimico e metaforico
che lo aggancia a miti e narrazioni preesistenti nella società. In quanto
“rappresentante simbolico privilegiato” acquisisce il potere di
richiamare un mondo mitico (p. 34) Sono quindi le connotazioni
simboliche che creano quell’alone di seduttività e fascinazione da cui
viene rivestito il prodotto.Questo addensamento connotativo comporta
secondo Maura Ferraresi una surrinterpretazione (si comincia a
pensare che il culto voglia dire più di quello che dice) e quindi una
vera e propria deriva semiotica (pp. 44-45).“I giochi surrinterpretativi
surriscaldano un oggetto, un libro, per farlo diventare altro, lasciando
all’oggetto il ruolo di gancio sul quale si appendono la fantasia, i
bisogni, le speranze o le disperazioni del soggetto che lo investe di un
discorso. [...] Ma il vero lavoro di trasformazione non sarà
dell’oggetto, che svolge in questo caso solamente la funzione di esca.
Sarà il lavoro semiotico a produrre questa radicale trasformazione.”
Quando il prodotto è diventato un simbolo, quando è stato per così
dire, caricato energeticamente è in grado di focalizzare e colpire
l’attenzione e allora ne veniamo come catturati e il culto potrà
impiantarsi nelle nostre menti e replicarsi:“Se proviamo a
circoscrivere l’ambito di esperienza che ci conduce a diventare adepti
di un culto, dobbiamo ammettere che la scelta avviene perché qualche
cosa ci ha colpito e ci ha quasi costretto a dedicargli la nostra totale
attenzione. Da dove viene tale sorgenza di attenzione? L’ipotesi
immediata è: dalla concreta presenza, fisica e determinata
dell’oggetto. Senonché, questo oggetto a noi appare sotto forma di
discorso, o comunque avvolto da discorsi e quindi “semanticamente”
già lavorato”. I fenomeni più drammatici sono chiaramente le
infezioni memetiche ideologiche e religiose che possono arrivare
addirittura a sfociare in suicidi di massa come fu il caso del Tempio
del Popolo, del Tempio Solare e di Heaven’s Gate. Il termine infezioni
memetiche ci riaggancia all’ultima definizione (in ordine di tempo)
che Dawkins da del meme: nel saggio Viruses of the mind (1993) il
meme viene descritto come un virus capace di propagarsi di mente in
mente. Questa apparente incongruenza fra il modello darwiniano-
replicativo (meme=gene) e il modello epidemiologico (meme=virus) è
soltanto apparente secondo Dawkins poiché le due ipotesi si possono
integrare: “I memi viaggiano longitudinalmente attraverso le
generazioni, ma viaggiano anche orizzontalmente, come i virus in
un’epidemia” (R. Dawkins, Unweaving the Raimbow. Science,
Delusion and the Appetite for Wonder, London, Penguin, 1998, p. IX).
PARTE II
Analisi del Testo
1) Talamo: Il talamo è una struttura del sistema nervoso centrale più
precisamente del diencefalo posto bilateralmente ai margini laterali
del terzo ventricolo. Il talamo è un ammasso di sostanza grigia al cui
interno si trovano la stria midollare interna e la stria midollare esterna.
Queste due unendosi fra loro formano una stuttura ad Y delimitando
innanzi, compresi nella biforcazione, i nuclei anteriori, i nuclei laterali
e mediali (rispetto alla lamina midollare interna); i nuclei laterali
vengono distinti in ventrali e dorsali. Inoltre vi sono i nuclei
intralaminari nello spessore della lamina midollare interna , il nucleo
reticolare posto lungo la superficie laterale del talamo e i nuclei della
linea mediana del talamo posti sulla superficie mediale dello stesso.
2) Superconduttività: Il fenomeno della superconduttività venne
inaspettatamente scoperto nel 1911 da un fisico olandese di nome
Heike Kamerlingh Onnes (1853-1926, premio Nobel per la fisica nel
1913). Questi, nell'ambito di uno studio delle proprietà elettriche dei
metalli a basse temperature, osservò che il mercurio, se raffreddato a
temperature inferiori ai 4,16 Kelvin (i Kelvin sono gradi centigradi al
di sopra dello zero assoluto della temperatura, che è situato a -273,16
gradi centigradi), cessa improvvisamente di opporre qualsiasi
resistenza al passaggio di corrente elettrica: la sua resistenza elettrica
diventa nulla. Successivamente si è potuto accertare che questo
fenomeno non è limitato al mercurio, ma esiste una lunga serie di altri
elementi o sostanze composte che, se raffreddati al di sotto di una
determinata temperatura critica, come viene denominata la
temperatura alla quale il fenomeno della superconduttività si innesca,
permettono il trasporto di corrente elettrica senza la benché minima
perdita di energia. Fra gli elementi a noi più famigliari figurano
l'alluminio, con una temperatura critica di 1,19 Kelvin, o il piombo,
che diventa superconduttore a 7,2 Kelvin. Sul fronte delle sostanze
composte vale la pena citare, per la sua ampia utilizzazione in
applicazioni commerciali, il niobio-titanio, una lega metallica che
diventa superconduttrice a circa 9 Kelvin. Abbastanza interessante e
curioso, come vedremo ancora in seguito, è il fatto che il rame, l'oro e
l'argento, ossia quei materiali che a temperatura ambiente figurano fra
i migliori conduttori elettrici, a basse temperature non diventano
superconduttori. Non esiste una regola semplice che permette di
stabilire a priori quali materiali diventino superconduttori a
temperature sufficientemente basse. I seguenti punti, basati su
osservazioni empiriche, meritano comunque di essere citati:
1)solamente metalli o composti metallici diventano superconduttori,
2) tutte le temperature critiche sono inferiori ai 23 Kelvin , 3) i metalli
nobili e 4) i metalli magnetici non diventano superconduttori.
L'assenza di resistenza elettrica non è però l'unica caratteristica
fondamentale dei superconduttori. Esiste infatti una seconda non
meno spettacolare proprietà che un superconduttore deve manifestare
affinché esso possa essere considerato tale: si tratta dell'effetto di
Meissner, così chiamato in onore dello scienziato che lo scoprì nel
1933. L'effetto consiste nella proprietà del materiale superconduttore
di escludere dal suo interno qualsiasi campo magnetico. In termini
specialistici si dice che il superconduttore si comporta come un
diamagnete ideale. Senza questa proprietà un materiale privo di
resistenza elettrica non è un superconduttore, esso è \"semplicemente\"
un conduttore ideale. E' grazie a questa proprietà che il fenomeno
della superconduttività può essere considerato un vero e proprio stato
di fase della materia, uno stato di equilibrio termodinamico che si
contrappone alla fase cosiddetta normale, quella cioè in cui il trasporto
della corrente elettrica è un fenomeno dissipativo.
Generalmente un campo magnetico è, o può essere, associato ad un
flusso di corrente elettrica. In un elettromagnete, ad esempio, il campo
magnetico è generato dalla corrente che scorre nelle sue spire.
Analogamente, i superconduttori reagiscono a campi magnetici esterni
mettendo spontaneamente in moto nel loro interno un flusso di
corrente elettrica tale che il campo magnetico ad esso associato annulli
internamente il campo magnetico nel quale essi sono immersi. I
superconduttori, quindi, escludono dal loro interno i campi magnetici
magnetizzandosi. Questo particolare comportamento può essere messo
in evidenza sperimentalmente avvicinando un superconduttore ad un
magnete permanente, e registrando la forza repulsiva che si instaura
tra di essi a causa della loro diversa polarità magnetica. L'effetto che si
osserva è del tutto simile a quello che tutti abbiamo probabilmente già
sperimentato tentando di avvicinare i poli opposti di due magneti.
3) Teorema di Bell: Il Teorema di Bell è il più famoso lascito del
fisico irlandese John Bell. E' notevole perché mostra che le predizioni
della Meccanica quantistica differiscono da quelle dell'intuizione. E'
semplice ed elegante, e tocca questioni fondamentali per la filosofia
della fisica moderna. Nella sua forma più semplice il teorema
afferma:Nessuna teoria fisica a variabili locali nascoste può
riprodurre le predizioni della meccanica quantistica. L'articolo di Bell
del 1965 era intitolato \"Sul paradosso Einstein-Podolsky-Rosen\". Il
Paradosso Einstein-Podolsky-Rosen presume il realismo locale, ossia
le nozioni intuitive che gli attributi delle particelle abbiano valori
definiti indipendentemente dall'atto di osservazione, e che gli effetti
fisici abbiano una velocità di propagazione finita. Bell ha dimostrato
che il realismo locale impone delle restrizioni su certi fenomeni, che
non sono richieste dalla meccanica quantistica. Queste restrizioni sono
chiamate disuguaglianze di Bell.Le disuguaglianze riguardano misure
fatte da osservatori (solitamente chiamati Alice e Bob) su coppie di
particelle \"entangled (intrecciate)\" che hanno interagito e sono state
separate. I presupposti delle teorie a variabili nascoste limitano le
correlazioni possibili nelle successive misure sulle particelle. Bell ha
scoperto che, invece, per la meccanica quantistica, questo limite alla
correlazione può essere violato.Gli esperimenti ad oggi dimostrano
abbondantemente che le disuguaglianze di Bell sono violate. Questo
fornisce una prova empirica contro il realismo locale, e dimostra che
alcune delle \"raccapriccianti azioni a distanza\" previste
dall'esperimento ideale EPR di fatto accadono realmente. Questi
esperimenti sono quindi considerati prova positiva a favore della
meccanica quantistica.I principi della relatività speciale sono
comunque salvati dal teorema di non-comunicazione, che implica che
gli osservatori non possono utilizzare gli effetti quantistici per
comunicare informazione a velocità superiore a quella della luce.
4) Principio di Indeterminazione: Werner Heisemberg (1902-1976)
fornì negli anni 1926 e 1927 l’impianto concettuale su cui si organizzò
la nuova meccanica necessaria per analizzare il comportamento del
mondo microscopico. In quell’ambito Heisemberg derivò dai principi
della meccanica quantistica una legge estremamente semplice da
comprendere, ma assolutamente controintuitiva. Tale legge era già stata
intuita analizzando il risultato di tutti i possibili esperimenti ideali che si
possano pensare per misurare le coordinate spaziali e la velocità (o
quantità di moto) di una particella quando si tenga conto della
interazione tra oggetto di misura e strumento di misura. La legge afferma
che la misura simultanea delle coordinate spaziali e della quantità di moto
di una particella introduce sempre incertezze (o indeterminazioni) nei
loro valori indicate con x e px. Tali incertezze sono collegate tra loro
dalla relazione: x px ≥ h /4π (dove h è detta costante di Plank).
La costante h è una delle costanti più importanti della fisica, gioca un
ruolo fondamentale nella descrizione del mondo sub atomico e la si
incontra costantemente in meccanica quantistica (interazioni tra
radiazione e materia, energia e quantità di moto dei fotoni, principio di
indeterminazione). Senza entrare troppo in dettaglio si può affermare
che per osservare la particella bisogna illuminarla, ma illuminarla
vuol dire farla interagire con almeno un fotone la cui energia è
proporzionale alla frequenza attraverso la costante di Planck.
L’interazione della particella con il fotone modifica lo stato della
particella e lo modifica tanto più intensamente quanto più si vuole
determinare con precisione la posizione. Infatti il fotone è tanto più
preciso spazialmente quanto maggiore è la sua frequenza,ma questo
fatto ne aumenta l’energia e dunque produce effetti sempre più
imprevedibili sulla velocità della particella dopo l’urto.Le coordinate
e le corrispondenti quantità di moto lungo gli altri due assi sono legate
da relazioni simili. Se confrontiamo la soluzione classica del problema
della dinamica con il principio di indeterminazione vediamo subito
che essi sono in contraddizione. In effetti, nello scrivere le equazioni
del moto bisogna specificare, con la massima accuratezza, le
condizioni iniziali; ma, in base al principio di indeterminazione le
condizioni iniziali possono essere determinate solo in maniera
approssimata ed esiste un limite al di sotto del quale non si può scendere.
All'interno della diffusa (ma non universalmente accettata)
interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, il
principio di indeterminazione è inteso come il fatto che a un livello
elementare, l'universo fisico non esiste in forma deterministica, ma
piuttosto come una collezione di probabilità, o potenziali. Ad esempio,
il modello (probabilità di distribuzione) prodotto da milioni di fotoni
che passano attraverso una fessura di diffrazione, può essere calcolato
usando la meccanica quantistica, ma il percorso esatto di ogni fotone
non può essere predetto da nessun metodo conosciuto.
L'interpretazione di Copenaghen sostiene che non può essere predetto
da nessun metodo.Ed è questa interpretazione che Einstein stava
mettendo in discussione quando disse: \"Non credo che Dio abbia
scelto di giocare a dadi con l'universo\". Bohr, che era uno degli autori
dell'interpretazione di Copenaghen rispose: \"Einstein, smettila di dire
a Dio cosa deve fare\", a cui Feynman aggiunse \"Non solo Dio gioca a
dadi, ma li lancia dove non possiamo vederli\". Einstein era convinto
che questa interpretazione fosse errata. Il suo ragionamento era che
tutte le distribuzioni di probabilità precedentemente conosciute,
sorgessero da eventi deterministici. La distribuzione di un lancio di
moneta può essere descritta con una distribuzione di probabilità (50%
testa e 50% croce). Ma questo non significa che i movimenti fisici
siano impredicibili. La meccanica classica può essere usata per
calcolare esattamente come ogni moneta atterrerà, se le forze agenti su
di essa sono conosciute. E la distribuzione testa/croce si allineerà con
la distribuzione di probabilità (date forze iniziali casuali).Einstein
assunse che ci fossero delle variabili nascoste nella meccanica
quantistica che sottostanno alle probabilità osservate. Né Einstein né
altri sono mai riusciti a costruire una teoria della variabile nascosta
soddisfacente, e la disuguaglianza di Bell illustra alcuni aspetti critici
di questa ricerca. Anche se il comportamento di una particella
individuale è casuale, è correlato al comportamento delle altre
particelle. Quindi, se il principio di indeterminazione è il risultato di
qualche processo deterministico, deve essere il caso che particelle
poste a grande distanza trasmettano istantaneamente l'informazione a
tutte le altre, per assicurare che ci sia una correlazione nel
comportamento.
5) Funzione d’onda: Nella meccanica quantistica, la funzione d'onda
è un'equazione che descrive una porzione di spazio in cui si ha la
massima probabilità di trovare una data particella. Ha le sue origini
nel Principio di indeterminazione di Heisenberg. Solitamente si
intende, per funzione d'onda, l'ampiezza di probabilità calcolata
tramite l'equazione di Schrödinger. L'equazione di Schrödinger è una
delle più importanti scoperte della fisica ed in particolare della
meccanica quantistica. Quest'ultima, risalente alla metà degli anni
Venti, ha preso due direzioni principali: una, battuta da Heisenberg,
Bohr, Jordan, che si basa sull'approccio matriciale, l'altra, sviluppata
soprattutto da de Broglie e Schrödinger, si basa sull'approccio
ondulatorio. In questa seconda visione si rappresentano le particelle
attraverso le così dette funzioni d'onda, poiché le evidenze
sperimentali (vedi, ad esempio, l'esperimento di Davisson e Germer)
confermavano che a volte anche le particelle posseggono
comportamenti ondulatori.Era pertanto necessario avere a
disposizione un'equazione che fosse in grado di descrivere come
evolveva nel tempo la funzione d'onda di una particolare particella.
Nasce, così, l'equazione di Schrödinger, che nella sua forma più
compatta e indipendente dal tempo può essere scritta come segue:
Hψ = Eψ
dove H è l'hamiltoniana, E l'energia della particella o del sistema
quantistico e ψ la funzione d'onda. Nella sua forma più semplice,
ovvero per una particella libera (assenza di potenziale), essa è
rappresentata, \"in una dimensione\", da
dove i è l'unità immaginaria, è la costante di Planck, il primo
termine è l'hamiltoniana (o operatore hamiltoniano) e il secondo
l'energia.
6) Spin: Lo Spin è il momento angolare intrinseco associato con le
particelle della meccanica quantistica. Diversamente dagli oggetti
rotanti della meccanica classica (spin in inglese significa rotazione),
che derivano il loro momento angolare dalla rotazione delle parti
costituenti, lo spin non è associato con alcuna massa interna. Ad
esempio, le particelle elementari, come gli elettroni possiedono uno
spin, anche se sono particelle puntiformi. Inoltre, contrariamente alla
rotazione classica, lo spin non viene descritto da un vettore, ma da un
oggetto a due componenti (per particelle con spin semi-intero): esiste
una differenza osservabile in come quest'ultimo si trasforma ruotando
le coordinate.Altre particelle subatomiche, come i neutroni, che hanno
carica elettrica nulla, possiedono lo spin.Quando vengono applicati
alla rotazione spaziale, i principi della meccanica quantistica
enunciano che i valori osservati del momento angolare (autovalori
dell'operatore del momento angolare) sono ristretti a multipli interi o
semiinteri di h/2π. Questo si applica ugualmente allo spin. Inoltre, il
teorema dello spin statistico enuncia che le particelle con spin intero
corrispondono ai bosoni, e le particelle con spin semi-intero
corrispondono ai fermioni. Un corpo caricato elettricamente, ruotante
in un campo magnetico disomogeneo, è sottoposto a una forza. Questo
vale anche per gli elettroni. Le forze osservate, variano per differenti
elettroni, e queste differenze sono attribuite a differenze di spin.
Quindi, tipicamente, lo spin degli elettroni viene misurato osservando
la loro traiettoria in un campo magnetico disomogeneo. In accordo
con le predizioni della teoria, solo multipli semi-interi di h/2π
vengono osservati per gli elettroni.
Lo spin venne scoperto per la prima volta nel contesto dell'emissione
spettrale dei metalli alcalini. nel 1924, Wolfgang Pauli (probabilmente
il più influente fisico nella teoria dello spin) introdusse ciò che chiamò
un \"grado di libertà quantico a due valori\" associato con gli elettroni
del guscio esterno. Questo permise di formulare il principio di
esclusione di Pauli, che stabiliva che due elettroni non possono
condividere gli stessi valori quantici. L'interpretazione fisica del
\"grado di libertà\" di Pauli era inizialmente sconosciuta. Ralph Kronig,
uno degli assistenti di Alfred Landé, suggeri, agli inizi del 1925, che
venisse prodotto dall'auto-rotazione degli elettroni. Quando Pauli
venne a conoscenza dell'idea, la criticò severamente, notando che
l'ipotetica superficie dell'elettrone avrebbe dovuto muoversi più
velocemente della velocità della luce per poter ruotare abbastanza
rapidamente da produrre il necessario momento angolare,
contravvenendo così alla teoria della Relatività. Nell'autunno dello
stesso anno, lo stesso pensiero venne a due giovani fisici olandesi,
George Uhlenbeck e Samuel Goudsmit. Su consiglio di Paul
Ehrenfest, pubblicarono i loro risultati, che incontrarono una risposta
favorevole, specialmente dopo che L.H. Thomas riuscì a risolvere una
discrepanza tra i risultati sperimentali e i calcoli di Uhlenbeck e
Goudsmit (e quelli non pubblicati di Kronig). Questa discrepanza era
dovuta alla necessità di prendere in considerazione l'orientamento
della microstruttura tangente all'elettrone, in aggiunta alla sua
posizione. L'effetto aggiunto dalla tangente è additivo e relativistico
(ovvero svanisce se c va all'infinito); è pari a un mezzo del valore
ottenuto se non si considera l'orientamento dello spazio tangente, ma
con segno opposto. Quindi l'effetto combinato differisce da
quest'ultimo per un fattore due (precessione di Thomas).Nonostante le
sue obiezioni iniziali, Pauli formalizzò la teoria dello spin nel 1927,
usando la moderna teoria della meccanica quantistica, proposta da
Erwin Schrödinger e Werner Heisenberg. Egli introdusse l'uso delle
matrici di Pauli come rappresentazione degli operatori di spin, e una
funzione d'onda a due componenti (spinore).La teoria di Pauli era non-
relativistica. Comunque, nel 1928, Paul Dirac pubblicò l'equazione di
Dirac, che descriveva l'elettrone relativistico. Nell'equazione di Dirac,
uno spinore a quattro componenti (conosciuto come \"spinore di
Dirac\") veniva usato per la funzione d'onda dell'elettrone. Nel 1940,
Pauli provò il teorema dello spin statistico, che enuncia che i fermioni
hanno spin semi-intero e i bosoni spin intero.
7) Teoria del Caos: La teoria del caos è nata quando la scienza
classica non aveva più mezzi per spiegare gli aspetti irregolari e
incostanti della natura; è innanzitutto una teoria scientifica, nata su
sperimentazioni fisiche, biologiche, matematiche, socio-economiche,
che ha cambiato l'aspetto del mondo e che in un secondo tempo è stata
sintetizzata nelle arti espressive, facendo la sua apparizione nello
studio di fenomeni meteorologici.Le applicazioni pratiche di questa
teoria sono dirette nei più svariati campi, in quanto essa permette, con
la sua visione della realtà, di scegliere tra una grande abbondanza di
opportunità e di raggiungere il principale obbiettivo della scienza oggi
e di sempre trovare per mezzo di quali regole è governato 1' universo
e in che modo possiamo usarlo ai nostri tini come vagheggiava
Bacone. Nell'affermazione di George Santayana \"Chaos is a name for
any order that produces confusion in our minds\", si conferma che il
caos, questo punto, non può più essere visto come casualità e totale
mancanza di ordine, ma unicamente, come un ordine così complesso
da sfuggire alla percezione e alla comprensione umana; un ordine con
una logica stocastica e inestricabile dove le regole dell'antica idea di
armonia platonica non siano più riscontrabili.Di conseguenza, i
sistemi caotici non possono più essere interpretati esclusivamente
come imprevedibili anche se irregolari E' fondamentale sottolineare
che il caos non è sinonimo di caso (curiosamente suo anagramma)
come la logica potrebbe indurre a pensare e non si può parlare di
completo disordine, in quanto i sistemi caotici, alla luce delle nuove
scoperte della teoria del caos, sono sistemi dinamici sempre
prevedibili a breve termine e, quindi, riconducibili ad una logica
nuova più o meno complessa. Si può, dunque, paradossalmente
affermare, in base a precise scoperte scientifiche, che nel caos c'è
ordine.
La nazione di \"organizzazione\" evidenzia un processo che si dimostra
innanzi tutto imprevedibile, non deterministico, partecipe al tempo
stesso di ORDINE e DISORDINE, di condizioni di equilibrio e di non
equilibrio.Alla luce di questo la natura ci si presenta sempre più come
una realtà difficilmente definibile determinabile. Infatti venuta
attualmente meno la pretesa di un suo completo dominio, ci sembra
vada meglio avvicinata l’interno di una ricerca aperta che tenga conto
di tutti gli elementi che intervengono ; elementi che evidenziano una
certa discontinuità ed ambiguità nella nozione di natura.In tal modo
non trovano più posto tutti i modelli riduzionisti e continuistici di
spiegazione. Emerge, invece, una qualche libertà nelle strutture fisiche
non deterministiche.La natura, in quanto tale, si presenta in sé
imprevedibile e disponibile verso sempre nuove ed inedite possibilità
di sintesi, le quali prendono inevitabilmente corpo qualora si
verifichino certe circostanze. La nuova visione della natura dunque
oscilla tra condizioni vincolanti e libertà tra loro dinamicamente
connesse. Evidentemente questo conferisce un certo valore all’idea
che nella natura vi sia un certo progresso, una sua storia , che non è
tuttavia assolutamente indicabile. La natura al contrario di quanto
sostiene Manod, non si trova in un equilibrio morto, dove
l’organizzazione del vivente è semplicemente un’eccezione e dove
non ci sono le idee di progresso e libertà, bensì è qualcosa di
organizzato da leggi che regolano il processo tra ordine e disordine. Di
conseguenza possiamo affermare che l’universo è in continua
trasformazione e in progresso per le sue intrinseche possibilità e trova
spiegazione non dentro di sé, ma altrove.Questo suggerimento è alla
base dell'attuale riflessione sulla natura. Tale apertura conferisce
maggior spazio alla libertà umana che resta irriducibile rispetto ad
ogni tentativo di dominio o di comprensione della natura. Ciò
restituisce un valore positivo all'uomo che, senza sentirsi schiacciato
dalla natura, vi si avvicina per trascenderla.Di siffatta apertura
partecipa anche il sapere scientifico stesso. Infatti la natura, in quanto
realtà non omogenea ed estremamente complessa, ci appare resistere
ad ogni intento conoscitivo inglobante. Di conseguenza la natura si
mostra sempre come circoscritta entro i molteplici linguaggi della
scienza; di qui l'impossibilità inoltre di sbarazzarci delle nostre
conoscenze che sono sempre linguisticamente confinate entro
\"mappe\" o \"modelli\" che ovviamente non sono la realtà, bensì livelli o
aspetti particolari di essa, che resta in sé attingibile.E in questo spazio
di irriducibilità teorica e pratica che si situa una diversa intelligibilità
della natura; un'intelligibilità che è estremamente dipendente per un
verso dai condizionamenti del nostro conoscere e, per l'altro, da
un'emergenza ontologica che sembra affacciarsi dall'epistemologia
contemporanea.Cimentarsi nella ricerca di una definizione esauriente
dei fermenti del nostro tempo appare un'impresa quanto mai rischiosa
e, sotto parecchi aspetti, sterile.Il compito sarebbe più facile e
interessante se ci si limitasse ad un'analisi condotta attraverso
l'individuazione di alcune parole chiave, intese come guide per posare
lo sguardo sulla realtà.Una di queste parole da usare come lente di
ingrandimento, soprattutto per esplorare il campo del sapere a noi più
vicino, quello della filosofia e della scienza, potrebbe essere senz'altro
il termine \"crisi\".La storia del pensiero scientifico e filosofico
contemporaneo è infatti segnata, già a partire dalla fine del XIX secolo
dalla progressiva presa di coscienza di un lento ma inesorabile
dileguarsi delle certezze, dei fondamenti teorici e pratici del sapere.
Una alla volta, tutte le categorie del pensare e dell'agire scientifico e
filosofico, idee e concetti ritenuti immutabili come il tempo, lo spazio,
il rapporto tra cause ed effetto, sono stati messi alla prova.Assunta
consapevolezza di ciò, su un piano più teorico ed intellettuale si è
ritenuto che una delle possibili linee di azione fosse, da un lato, quella
di trovare nuove risposte, più adeguate al tempo che stiamo vivendo,
agli interrogativi classici della filosofia, intesa ancora come sguardo
critico sul mondo; dall'altro, si è cercato di costruire un'immagine il
più possibile confortante del lavoro e delle prospettive della scienza,
la quale ha mantenuto la speranza di continuare a ricoprire il ruolo
ereditato dal tempo di Newton e Galileo, di faro illuminante
dell'esistenza umana. Su un piano meno astratto, la crisi che
caratterizza il nostro secolo è però una crisi di tipo esistenziale,
profonda e diffusa a livello globale; nessun aspetto della nostra vita ne
è immune, a partire da questioni come la salute, i mezzi di sussistenza,
la qualità dell'ambiente e dei rapporti sociali, l'economia, la
tecnologia. Si è sviluppata insomma la coscienza di una serie
impressionante di emergenze, che coinvolgono l'umanità, a tutti i
livelli in un tentativo di ricerca di nuove soluzioni. L'immagine stessa
della filosofia e della scienza ne risulta quindi modificata: il sapere
ereditato dall'età moderna, per poter sopravvivere, deve mettere in
discussione uno dopo l'altro tutti i suoi fondamenti, ma soprattutto
deve scoprirsi ancora capace di calarsi nella vita reale, e rispondere
alle domande sempre più pressanti che essa gli pone.
Alcune note “tecniche”: L'analisi del comportamento caotico si basa
sulla teoria matematica dei frattali: un frattale è una struttura
geometrica irregolare che può essere suddivisa in elementi, ciascuno
dei quali riproduce approssimativamente l'intero oggetto (proprietà di
autosomiglianza). Inoltre, ogni frattale è caratterizzato dalla
dimensione frattale definita come la capacità del frattale stesso a
riempire lo spazio in cui è immerso. I risultati raggiunti dalla teoria
frattale sono, però, difficilmente applicabili a quei sistemi che non
possiedono una modelizzazione matematica. In alcuni casi, però, è
possibile ricostruire la dinamica del sistema in esame, effettuando
registrazioni di lunga durata. Elaborando opportunamente questi dati,
è possibile calcolare il coefficiente di correlazione che approssima la
dimensione frattale (dimcorr >= coefcorr). Uno strumento potente per
descrivere il comportamento dei sistemi caotici è lo spazio degli stati,
che consente di rappresentare il comportamento in forma geometrica
utilizzando il metodo delle Return Map. Una Return Map è uno
strumento grafico che riporta in ascisse i valori delle registrazioni
EGG ad un tempo T, e sulle ordinate i valori delle registrazioni al
tempo T+t (t è il tempo di ritardo). Una Return Map è, quindi, un
supporto grafico che permette un'analisi visiva del comportamento del
sistema in esame. I sistemi dinamici caotici sono caratterizzati dalla
presenza di un attrattore strano nello spazio degli stati. Un attrattore è
una forma geometrica che caratterizza il comportamento a lungo
termine nello spazio degli stati. In altri termini, un attrattore è ciò
verso cui si stabilizza, o è attratto il comportamento di un sistema. E'
un oggetto frattale cui è associata una dimensione frattale.
Un'altra grandezza che caratterizza il comportamento di un sistema
caotico è l'esponente di Lyapunov, che permette, su ogni serie
temporale, di stimare la velocità media di divergenza delle traiettorie
descritte nello spazio delle fasi. La presenza di almeno un esponente
di Lyapunov positivo, è indice che il sistema ha un comportamento
caotico.
Le immagini dei frattali più famosi :
L’insieme di Mandelbrot
Julia Set
8) Attrattore: I sistemi conservativi sono soltanto un’idealizzazione;
spesso si ha a che fare con sistemi dissipativi, nei quali l’energia, a
causa dell’attrito, viene dispersa in calore. Non è detto che l’attrito
distrugga il moto di un sistema. Pensiamo, ad esempio, al corso di un
torrente: l’attrito sul fondale e la resistenza idrodinamica distruggono
l’energia cinetica, ma essa è continuamente ricreata dall’energia
potenziale della forza peso. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dal
fatto che le orbite di fase che partono da condizioni iniziali anche
molto diverse finiscono per giungere tutte in un determinato insieme
di stati di superficie nulla detto attrattore. L'attrattore di Lorenz fu il
primo esempio di di sistema di equazioni differenziali a bassa
dimensionalità in grado di generare un comportamento complesso.
Venne scoperto da Edward N. Lorenz, del Massachusetts Institute of
Technology, nel 1963.Semplificando le equazioni del moto alle
derivate parziali che descrivono il movimento termico di convezione
di un fluido, Lorenz ottenne un sistema di tre equazioni differenziali
del primo ordine
Sebbene le equazioni, a causa del forte troncamento, descrivano bene
il fenomeno di convezione solo per , esse vengono utilizzate
come modello a bassa dimensione per un comportamento caotico,
portando il parametro r dell'equazione completamente fuori
dall'appropriato regime fisico.Oggetti geometrici di questo tipo,
rappresentativi del moto di un sistema caotico, vengono detti strani
attrattori o attrattori strani.
L’attrattore di Lorenz
9) Sintropia: Nel 1942 Fantappiè (uno dei maggiori matematici
italiani) dimostrò che la soluzione positiva dell’energia (+E) è
governata dalla legge dell’entropia, mentre la soluzione negativa
dell’energia (-E) è governata da una legge simmetrica all'entropia, da
lui chiamata sintropia. Studiando le proprietà della sintropia Fantappiè
scoprì, con suo grande stupore, la coincidenza tra queste proprietà e le
caratteristiche tipiche dei sistemi viventi, quali ordine, organizzazione,
crescita e tendenza alla complessità; egli arrivò così ad affermare che
le proprietà tipiche della vita sono la conseguenza di cause collocate
nel futuro. Prigogine ha mostrato come il rifiuto preconcetto della
soluzione negativa dell’energia ha portato all’incapacità di
comprendere i meccanismi che sottostanno le qualità proprie della
vita, dividendo in questo modo la cultura in due: da una parte la
scienza meccanicista, dall’altra la vita e le finalità, attualmente trattate
al di fuori della scienza (religione). Si è venuto così a creare un
equilibrio tra scienza meccanicista (cause collocate nel passato) e
religione dogmatica (finalità e cause collocate nel futuro) alla quale
Prigogine da il nome di “vecchia alleanza”. Secondo Prigogine,
l’allargamento della scienza alla soluzione dell’energia negativa
porterà a ridefinire l’alleanza tra scienza meccanicista e religione
dogmatica, aprendo così la strada ad una nuova cultura in cui scienza
e religione si integrano e che lui definisce come “nuova alleanza”.
10) Meme: Un meme è un'unità di informazione che è in grado di
replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - per
esempio un libro - ad un'altra mente o supporto. In termini più
specifici, un meme è un'unità auto-propagantesi di evoluzione
culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica. La parola è stata
coniata da Richard Dawkins nel suo controverso libro Il gene egoista.
Un meme può essere parte di un'idea, una lingua, una melodia, una
forma, un'abilità, un valore morale o estetico; può essere in genere
qualsiasi cosa può essere comunemente imparata e trasmessa ad altri
come un'unità. Lo studio dei modelli evoluzionistici del trasferimento
dell'informazione prende il nome di memetica. Come l'evoluzione
genetica, anche l'evoluzione memetica non può avvenire senza
mutazioni. La mutazione produce varianti di cui solo le più adatte si
replicano, ossia, diventano più comuni ed aumentano la loro
probabilità di replicarsi ulteriormente. È probabile che sia stata la
mutazione a far evolvere culturalmente un gruppo di primitive sillabe
nell'attuale ampia gamma di lingue e dialetti esistenti, oltre all'ampia
gamma di significati simbolici all'interno di ogni lingua. E ulteriori
mutazioni del linguaggio sono la scrittura, l'alfabeto Braille, la lingua
dei segni, eccetera. Persino i cosiddetti \"tormentoni\" generati dai
mass-media o estrapolati da film, videogiochi, discorsi pubblici sono
memi capaci di diffondersi e mutare - si pensi ad esempio alla recente
diffusione dell'espressione «mi consenta...» impostasi nel linguaggio
prima politico e poi mass-mediatico. Un motore di ricerca può essere
uno strumento utile, ancorché imperfetto, per misurare la diffusione
memetica di una frase. Nell'uso generale, il termine meme è usato per
indicare un qualsiasi pezzo di informazione che viene trasmesso da
una mente ad un'altra. Questa interpretazione è più simile all'idea del
\"linguaggio come virus\" piuttosto che all'analogia di Dawkins dei
memi come comportamenti replicantisi. La chiave di ogni uomo è il
suo pensiero. Benché egli possa apparire saldo e autonomo, ha un
criterio cui obbedisce, che è l'idea in base alla quale classifica tutte le
cose. Può essere cambiato solo mostrandogli una nuova idea che
sovrasti la sua ( Ralph Waldo Emerson ).
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